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Title: Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni
Author: Scherillo, Michele, Manzoni, Alessandro
Language: Italian
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LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI

DI

ALESSANDRO MANZONI

[Illustration: ALESSANDRO MANZONI A DICIASSETTE ANNI.

_Da un disegno del pittore Bordiga custodito nella Sala Manzoniana della
Biblioteca Braidense._]



                               LE TRAGEDIE
                         GL’INNI SACRI E LE ODI

                                   DI
                           ALESSANDRO MANZONI

                 NELLA FORMA DEFINITIVA E NEGLI ABBOZZI,
                 CON LE VARIANTI DELLE DIVERSE EDIZIONI
               E CON GLI SCRITTI ILLUSTRATIVI DELL’AUTORE,

                                A CURA DI
                            MICHELE SCHERILLO

                           PRECEDE UNO STUDIO
             SUL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA DEL MANZONI

                             [Illustration]

                              ULRICO HOEPLI
                     EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA
                                 MILANO
                                  1907

                         _PROPRIETÀ LETTERARIA_

           Milano, Tipografia Umberto Allegretti, via Orti, 2.

ALLA GLORIOSA MEMORIA DI RUGGIERO BONGHI CON REVERENZA D’ITALIANO CON
AFFETTO DI CONCITTADINO DEDICA QUESTA PRIMA EDIZIONE CRITICA DELLE POESIE
DEL SOMMO LOMBARDO MICHELE SCHERILLO



IL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA

DI

ALESSANDRO MANZONI


I.

Giova fissare alcune date. Il _Carme in morte dell’Imbonati_, la
prima delle sue opere che il Manzoni reputasse degna della stampa, fu
pubblicato a Parigi nel 1806. L’_Urania_, a Milano nel 1809. Poi, dopo
un intervallo di sei anni, a Milano nel 1815, i primi quattro _Inni
sacri_: la _Resurrezione_, composta il 1812, il _Nome di Maria_ e il
_Natale_, del 1813, la _Passione_, del 1815. Dopo altri cinque anni,
la prima tragedia: _Il Conte di Carmagnola_, Milano 1820; e nel 1822,
la seconda, l’_Adelchi_. Nello stesso anno, il quinto ed ultimo inno
sacro, la _Pentecoste_. Intanto era venuto componendo: _il proclama di
Rimini_, aprile 1815; lo scherzo _L’ira d’Apollo_; l’ode _Marzo 1821_,
e il _Cinque maggio_. Dagli ultimi mesi del 1821 agli ultimi del 1827,
il Manzoni fu tutto preso dalla composizione, correzione e stampa del
Romanzo. Versi, dopo la _Pentecoste_, o non ne scrisse più o ne scrisse
di tali (l’_Epigramma_ sotto il ritratto del Monti e le _Strofe per una
prima comunione_) che mutano in certezza il sospetto, che la bella e
limpida vena si fosse presto essiccata.[1]

L’_Imbonati_ e l’_Urania_ sono, per così dire, i documenti ufficiali di
quello che io ebbi a chiamare «il noviziato poetico» del Manzoni[2]:
rappresentano autorevolmente il periodo dell’incertezza e delle
titubanze, dei passi ricalcati sulle orme altrui, dell’imitazione tra
pariniana e alfieriana, soprattutto montiana. L’_Urania_ non era ancora
pubblicata (solo il 5 ottobre il Manzoni avvertiva d’aver ricevuto da
Milano i primi esemplari della stampa), e già il poeta se ne mostrava
scontento. All’amico Fauriel, che aveva voluto prender copia di quel
poemetto (a lui forse anche più caro, dacchè Urania, tra i frequentatori
della Maisonnette, era chiamata la dea del luogo, la bella Sofia vedova
del Condorcet), egli scriveva da Parigi il 6 settembre 1809:

  «Vous avez donc voulu copier cette petite rapsodie? Vous! Si
  j’avais à présent l’envie et l’indiscrétion de vous occuper de
  ces balivernes, je dirais que je suis très mécontent de ces vers,
  surtout pour leur manque absolu d’intérêt. Ce n’est pas ainsi
  qu’il faut en faire; j’en ferai peut-être de pires, mais je n’en
  ferai plus comme cela».

Di versi così, con tutto quel lusso di evocazioni e di fantasie
mitologiche, con quelle eleganze corinzie nel disegno e quelle sonorità
attiche o alessandrine nell’espressione, ne avrebbero, sì, continuato
a fare il Monti e il Foscolo; ma la sua via, la via nuova che oramai
egli aveva intravista, era un’altra: e per quella ei si sarebbe messo,
risoluto di percorrerla tutta. Via erta ed arta, nè prima tentata; ma
meglio cadere nell’ardimentosa ascesa verso l’alta cima agognata, che
ricalcare l’ampia strada tanto e da tanti battuta:

                       S’io cadrò su l’erta,
  Dicasi almen: su l’orma propria ei giace[3].

E, proprio com’egli aveva sentenziato nell’_Urania_ (versi 191-93),

      baldanza a quel voler non tolse
  Difficoltà, che a l’impotente è freno,
  Stimolo al forte.

[1] Il Manzoni medesimo confessava, con l’usata modestia ed arguzia,
il singolare fenomeno, scrivendo, verso la fine del 1859, alla signora
Collet aver egli messo da parte l’Inno _Ai Santi_, «sitôt que je me suis
aperçu que ce n’était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui
m’essoufflais à courir après elle». Vedi più avanti, pag. 486-88.

[2] Cfr. il I volume di questa ristampa hoepliana delle _Opere di A.
Manzoni_.

[3] Si ricordi Orazio (_Epist_. I, 19, 21-2):

  _Libera per vacuum posui vestigia princeps;_
  _Non aliena meo pressi pede...._



II.

L’_Urania_ è un inno, ricalcato sul modello di quelli che vanno sotto
il nome d’Omero. Il poeta implora dalle Grazie («chieggo a le Grazie»)
che lo facciano riuscir gradito anche a Firenze. Ma nè chiama Firenze
tranquillamente Firenze, nè chiama Milano semplicemente Milano: non
sarebbe stato un proceder degno di chi ambiva al «nome che più dura e più
onora»! Uno che se n’intendeva, il Monti, il caposcuola, aveva difatto
insegnato: «Occorre parecchie volte al poeta di dover nominare una cosa,
il cui semplice nome o non ha tutta in sè stesso la poetica dignità, o
ripugna alle leggi del metro, o desta un’idea non abbastanza sublime
e maravigliosa.... Nè senza l’aiuto di questi favolosi amminnicoli la
lingua poetica si sosterrebbe».[4] Il novizio Manzoni proemia dunque, con
perifrasi solenni e sonore, così:

  Su le populee rive, e sul bel piano
  Da le insubri cavalle esercitato,
  Ove, di selva coronate, attolle
  La mia città le favolose mura,
  Prego, suoni quest’Inno: e se pur degna
  Penne comporgli di più largo volo
  La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno
  Sposa gentil, che a te gradito ei vegna
  Chieggo a le Grazie.

E continua. Fin dai primi anni, quando il Desiderio ci è compagno crudele
nel cammino della vita, ho nutrito una cara speranza: che l’Italia
annoverasse me pure tra’ suoi poeti. L’Italia, che da lungo tempo è
_ospizio delle Muse_; non già la culla, poichè esse nacquero in Grecia.
Ma quando queste _dive_ lasciarono i _laureti achei_, esse sdegnarono
di porre la nuova dimora altrove che qui. È vero che vi rimasero mute
durante tutto quel tempo che i barbari recaron l’oltraggio, non ancor
vendicato, alla _donna latina_, «dal barbaro ululato impäurite»; non però
abbandonarono _l’infelice amica_. Che anzi, la Poesia italiana,—questa
vergine _bella_ ed _aspettata_ dalle genti, le quali, tacendo essa,
mancarono di qualunque sorriso—, si sollevò poi ad alte cose, rinascendo
più vigorosa _da le turpi unniche nozze_.

            E tu le bende e il manto
  Primo le désti, e ad illibate fonti
  La conducesti; e ne le danze sacre
  Tu le insegnasti ad emular la madre,
  Tu de l’ira maestro e del sorriso,
  Divo Alighier, le fosti.

Ognuno intende che siamo nel pieno rifiorire di quell’arte paganeggiante,
il cui più insigne sacerdote fu Antonio Canova. Codesto _divo Alighieri_
(oh il busto donatelliano del Museo di Napoli, dall’espressione così
severa ed arcigna, e con le bande del cappuccio cadenti sugli orecchi!),
che conduce la _mirabil virgo_ a bagnarsi e a dissetarsi alle _illibate
fonti_, e l’ammaestra _ne le danze sacre_,[5] ricorda molto da vicino
il canoviano Napoleone di Brera, nudo e formoso come un Apollo e con le
insegne e i simboli d’un Cesare Augusto, conquistatore dei Germani o dei
Britanni. Ma come al Canova, di tra le carezzose modellature d’una Psiche
o delle Grazie, sfuggiva quasi di mano la maravigliosa e vivente testa
di papa Rezzonico; così al giovinetto Manzoni, ricercante sulla lira
accordi e armonie achee, sbocciavan dalle labbra accenti come questi, che
prenunziano il poeta novello:

                      In lunga notte
  Giaceva il mondo, e tu splendevi solo,
  Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo
  Su la vedova terra il sole invia.
  Nol sa la valle ancora e la cortese
  Vital pioggia di luce ancor non beve,
  E già dorata il monte erge la cima.[6]

Alle Muse dunque, _alme d’Italia abitatrici_, io intendo, continua il
poeta, intrecciare un serto di lodi _in pria non colte_: dacchè una vile
parola odo vagare tra il volgo,

  Che le Dive sorelle osa insultando
  Interrogar, che valga a l’infelice
  Mortal del canto il dono.

Ebbene, io celebrerò gli _antichi beneficii_ prodigati agli umani da
quelle Immortali. Urania li cantò una volta _al suo diletto_ Pindaro; io
dirò perchè la dea accordasse all’_alto poeta_ un tanto privilegio,

              indi i celesti accenti
  Ricorderò, se amica ella m’ispira.[7]

Non so quanta fede meriti quell’aneddoto, raccontato da qualche biografo,
che il Monti, dopo d’aver letta l’_Urania_, esclamasse: «Costui comincia
dove io vorrei finire». Questo tuttavia mi par certo, che nel nuovo
poemetto il Manzoni mostrò di sapere oramai da maestro mischiare «al
bello e vigoroso colorito», di cui già il Monti lo lodava a proposito
dell’_Adda_, quella «virgiliana mollezza» che il vecchio poeta ancor
desiderava nell’idillio del 1803. E non mi parrebbe nè un’eresia nè una
sconvenienza quella di chi volesse vedere nell’esclamazione montiana,
bensì un giudizio amabile e deferente, non un vano complimento.
L’_Urania_ è, coi _Sepolcri_ del Foscolo, il più bel fiore di quel
rinnovamento classico della poesia, che tra noi mette capo al Monti; e
sta di mezzo fra il _Prometeo_ di questi e le _Grazie_ foscoliane. Lo ha
già osservato il D’Ancona: «il concetto del poemetto del Manzoni è quello
stesso che informa il _Prometeo_ del Monti e le _Grazie_ del Foscolo;
molto probabilmente il primo ha comunicato qualche cosa di proprio
all’_Urania_, e le _Grazie_ qualche cosa hanno tolto da questa».[8]

Secondo un certo suo proprio «sistema poetico», le Grazie sono per il
Foscolo «deità intermedie fra il cielo e la terra, e ricevono da’ Numi
tutti que’ doni che esse vanno poi dispensando a’ mortali»; e secondo
un suo «sistema storico», quelle deità «diffusero i loro benefizi più
particolarmente alla Grecia antica dov’ebbero origine, e all’Italia
dov’hanno trasferita la loro sede». Cantando dei loro _eterei pregi_ e
della _gioia_ che, _vereconde_, esse danno alla terra, il poeta chiede a
quelle _belle vergini_

                      l’arcana
  Armoniosa melodia pittrice
  Della vostra beltà; sì che all’Italia,
  Afflitta di regali ire straniere,
  Voli improvviso a rallegrarla il carme.

Il Foscolo, che dimorava allora in Toscana, non ha bisogno, come il
Manzoni, di chiedere alle Grazie che faccian risonare il suo Inno nella
nuova Atene; anzi egli può invitare il Canova _al vago rito e agl’inni_,
proprio

  Nella convalle fra gli aerei poggi
  Di Bellosguardo,

tra quei

      cento colli, onde Appennin corona
  D’ulivi e d’antri e di marmoree ville
  L’elegante città, dove con Flora
  Le Grazie han serti e amabile idioma.

Quei colli, che la luna o l’alba scoprivano agli occhi di Galileo, che
qui sedeva in compagnia delle Grazie «a spiar l’astro della loro regina»;
dacchè

                  era pur lieta
  Urania un dì, quando le Grazie a lei
  Il gran peplo fregiavano.

Lo ha pur accennato il Manzoni: le Muse, fuggitive dalla Grecia natia,
cercarono asilo in Italia; ma il Foscolo compie quell’accenno, e ridice
la cosa più fastosamente:

  Però che quando su la Grecia inerte
  Marte sfrenò le tartare cavalle
  Depredatrici, e coronò la schiatta
  Barbara d’Ottomano, allor l’Italia
  Fu giardino alle Muse.

E non dimentica—e non l’avrebbe potuto!—Dante.

                      Un mirto
  Che suo dall’alto Beatrice ammira,
  Venerando splendeva: e dalla cima
  Battea le penne un Genio disdegnoso,
  Che, il passato esplorando e l’avvenire,
  Cieli e abissi cercava, e popolato
  D’anime, in mezzo a tutte l’acque, un monte;
  Poi, tornando, spargea folgori e lieti
  Raggi e speme e terrore e pentimento
  Ne’ mortali; e verissime sciagure
  All’Italia cantava.

In verità, codesta figurazione di Dante, che, a guisa d’un Genio
disdegnoso (o d’un’_Aquila sdegnosa_, com’è nel rimaneggiamento
dell’Orlandini), appollaiato sopra un mirto, starnazza le ali sotto gli
occhi della sua donna «beata e bella» che guarda dall’alto; e intanto,
cerca cieli e abissi e monti sorgenti dalle acque, e sparge folgori e
raggi e speme e terrore e pentimento, e canta sciagure quasi un novello
Calcante: non è nè perspicua nè cospicua. Come del resto non è ben
chiara la poetica perifrasi indicante Milano; che nemmeno essa manca. La
compagna della sonatrice d’arpa «viene ultima al rito, a tesser danze
all’ara»: dicono fosse al secolo la signora milanese, molto bella,
Maddalena Marliani Bignami.

  Pur la città, cui Pale empie di paschi
  Con l’urne industri tanta valle, e pingui,
  Di mille pioppe aeree al sussurro,
  Ombrano i buoi le chiuse[9], or la richiama
  Alle feste notturne[10], e fra quegli orti
  Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi,
  Lungo i rivi d’Olona.....

In una lettera, non si sa a chi diretta ma scritta, pare, nel febbraio
del 1809, il Foscolo si confessa tutto preso dall’idea di comporre e
menar a termine i suoi Carmi: un genere poetico che vantava tutto suo
proprio. Scriveva:

  «Quanto all’Omero e a’ Carmi, io dormo in vista, _sed cor meum
  vigilat_. E non distolgo mai la mente dai Carmi: non ch’io
  n’attenda onore, nè ch’io creda che la fama giovi a far men vana
  e più prudente l’umana vita; ma da que’ Carmi (genere di poesia
  ch’io, tortamente forse, credo nato da me) mi pare che ne’ miei
  scritti sgorghi pienamente ed originalmente, senza soccorso
  straniero, quel liquido etere che vive in ogni uomo, e di cui la
  natura ed il cielo hanno dispensata la mia porzione a me pure.
  Però li vagheggio sempre con tutti i pensieri; nè passerà
  quest’anno senza ch’io n’abbia compiuto uno almeno; nè ristarò
  finchè mi sentirò battere il cuore ad ammirare ed amar la natura.
  Ma queste forti e soavi palpitazioni s’indeboliscono presto, ed
  ho quasi toccata la mèta della fredda meditazione».

Una tanta compiacenza del Foscolo per un genere di poesia ch’egli,
_tortamente forse_, credeva nato da lui, derivava dalla festosa
accoglienza fatta ai _Sepolcri_. «L’oscillazione che produsse questa
creazione nel cervello di Foscolo», ha osservato il De Sanctis,[11]
«fu così potente, che per lungo tempo gli tenne agitate le fibre,
quasi armonia già muta che si continua ancora nel tuo orecchio. E
altri _Sepolcri_ vi fermentavano sotto altri nomi, e uscivano fuori
a frammenti,... senza che gli fosse possibile venire ad una compiuta
formazione.... Da quei frammenti, insieme connessi e aggiustati, uscirono
ultimamente le _Grazie_». Un’opera mancata: non più una poesia, ma
«una lezione con accessorii poetici»; un concetto ancor esso vichiano,
ma che rimane nell’astrazione e cerca la sua espressione in una forma
«raggomitolata, incastonata, lucida e fredda come pietra preziosa».

Gli è che il Foscolo era, senza che se n’accorgesse, fuori della
corrente, divenuta impetuosa, dei tempi nuovi. Il secolo decimonono lo
aveva investito mentr’egli aveva ancora lo sguardo rivolto al passato,
e aveva gettato «il disordine nella sua coscienza». La nuova onda
religiosa travolge il suo scetticismo, le nuove idealità politiche
rendon vacillante la sua fede repubblicana, il forte vento del nord,
che portava di qua dalle Alpi le nuove idee d’arte poetica, turbava
il suo classicismo, già compromesso dalle _Lettere di Jacopo Ortis_
e dal Carme sepolcrale. Amico del Pellico, il quale aspirava a pieni
polmoni le aure dei tempi nuovi, ammiratore del giovane Manzoni,
stanco del Monti e dell’arte sua, egli «avrebbe forse avuto la forza
di ricreare in sè l’uomo nuovo, se la sua educazione fosse stata più
moderna e meno classica; ma lo spirito moderno era appena una vernice
appiccicata sopra il vecchio classicismo». Così, fra tanto rinnovamento
morale e letterario, filosofico e politico, il poeta pariniano delle
Odi e alfieriano delle Tragedie, l’artista canoviano delle Grazie,
il classicista cosciente dei _Sepolcri_ ma incosciente romantico
dell’_Ortis_, «finì chiudendosi nella sua toga come Cesare, e morì sul
suo scudo, uomo del secolo decimottavo». Il poemetto delle Grazie chiude,
in ritardo, quel secolo; il secolo nuovo è dischiuso dagl’_Inni sacri_ di
Alessandro Manzoni. Curioso a rilevare: il Manzoni era stato presentato
al mondo letterario dal Foscolo, con quella noticina ai _Sepolcri_
dov’era proclamato «un giovine ingegno nato alle lettere e caldo d’amor
patrio». Ebbene, tra quel Carme e gl’Inni è un abisso. L’uno è come la
voce «dell’umanità senza l’anima e senza Dio»: gli altri son come le
voci desiose e sospiranti dell’umanità angosciata al Cielo, per chieder
la pace, la giustizia, la redenzione; per implorare da Dio, poichè
gli uomini s’eran mostrati inetti, il riconoscimento e l’attuazione
«tra i nati all’odio» di quei principii di libertà, d’uguaglianza e di
fraternità, che avevan fatto versare, pur di recente, nuovo sangue e
nuove lagrime.

[4] MONTI, _Del cavallo alato d’Arsinoe_, lettera terza.

[5] Anche più giù (vv. 326-7) il poeta dirà che, senza le Grazie, «nè
gl’Immortai son usi Mover mai danza o moderar convito». E senza danze,
non pareva possibile una poesia di sapore classico!

[6] C’è, nel concetto e nel concento di questi versi, qualcosa che
ricorda il magnifico brano del _Mezzogiorno_ pariniano (v. 285 ss.):
«Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra....». Cfr. la mia edizione, la 2ª,
delle _Poesie di G. Parini_, Milano, Hoepli, 1906, pag. 273.

[7] Già nel Parini (_Mezzogiorno_, v. 882 ss., pag. 290) era un notevole
accenno a Urania, confortatrice de’ suoi «irti alunni, smarriti,
vergognosi, balbettanti», a opere grandiose di civiltà: le piramidi, gli
obelischi, le dighe.

[8] _Poesie di A. Manzoni scelte e annotate ad uso delle scuole da A.
D’ANCONA_; Firenze, Barbèra, 1892; pag. 17.—È degno di ricordo che il
Monti si proponesse, in una prima forma vagheggiata della _Musogonia_,
«di ricondurre in terra le Muse a beneficare il genere umano, traendo gli
uomini dalla vita selvaggia, congregandoli in società, e insegnando loro
la virtù, la giustizia, e tutte le arti e tutte le scienze». Così egli
scriveva nell’_Avvertimento_ premesso al poema nell’edizione veneziana
del 1797.—Codesto era un tema poetico di moda. Anche il Gray aveva, nel
_Progress of the Poesy_, adombrato lo stesso concetto. Cfr. B. ZUMBINI,
_Sulle poesie di Vincenzo Monti_; Firenze, Le Monnier, 1886, pag. 198 ss.

[9] Il Foscolo stesso nella versione dell’_Iliade_ (II, 848): «e la
vallea di Mileto Cui pingui ombrano i buoi».

[10] L’_alta regina_ Amalia Augusta di Baviera, _regia sposa_ di Eugenio
Beauharnais, consacrava un candido cigno alle Grazie, «grata agli Dei del
reduce marito Da’ fiumi algenti ov’hanno patria i cigni».

[11] _Nuovi saggi critici_; Napoli, 1879, pag. 160.


III.

Il periodo veramente fecondo dell’operosità poetica del Manzoni va dal
1812, in cui egli scrisse _La Resurrezione_, al 1822, in cui pubblicò _La
Pentecoste_: un decennio glorioso per la nostra letteratura, del quale
ogni anno è contrassegnato da un capolavoro. Un inno sacro apre la serie,
un altro inno sacro la chiude.

A chi non ripugna l’immaginoso e il romanzesco nella vita dei grandi
uomini, il colpo di scena, il miracolo, piace di vedere una barriera,
o un sipario, tra il Manzoni dei due carmi paganizzanti e il Manzoni
degl’Inni. E piace di prestar fede all’aneddoto raccontato da qualche
biografo, che fa del Manzoni dinanzi alla chiesa di San Rocco a Parigi un
quissimile di Paolo sulla via di Damasco. Narrano ch’ei fosse, lì vicino,
colto da un malore repentino, ed entrasse. Imbruniva, e nel tempio si
pregava. Quei canti sacri che parean lamento lo avrebbero profondamente
commosso; e in un subito, l’indurito miscredente e volterriano si
sarebbe trasformato—_taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio!_—in un convinto
e fervente cattolico. «Ma così», ha esclamato il D’Ovidio[12], «si
convertono forse le nature fantastiche e sentimentali! Ben altro ci
volle, certamente, per ismuovere quel giovane che dovea presto mostrare
un animo, ricco bensì di potente fantasia e di vivace sentimento, ma
capace di dominar l’una e l’altro con una riflessività ed una razionalità
senza pari!»[13].

Il vero è che, proprio a giudizio del Manzoni, il ricorrere al miracolo
per ispiegare certe conversioni o rivoluzioni o evoluzioni psicologiche,
è da menti ristrette e da fantasie volgari. Si ripensi a quel vero
miracolo d’analisi ch’è la conversione dell’Innominato. Chi prima,
allora, gridò al miracolo, fu il sarto, il buon uomo che aveva in gran
parte formata la sua cultura sul Leggendario dei Santi. A Lucia, che
viene ospite gradita in casa sua, egli non esita un momento a dire (_P.
Sposi_, cap. 24): «Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto!».
La sicurezza gli veniva dai suoi studi: «perchè non ho mai trovato che
il Signore abbia cominciato un _miracolo_ senza finirlo bene». Così
quel singolare ravvedimento era giudicato colle norme del Leggendario,
ed era consacrato autorevolmente con quel nome che doveva riuscire
meglio accetto a chi avrebbe potuto dire, rinarrandolo,—io c’ero! «Ma è
però una gran cosa», soggiunge, rimuginando con nuova compiacenza quel
ravvicinamento mentale da lui consumato, «d’aver ricevuto un miracolo!».
Onde il romanziere, con arguta malizia: «Nè si creda che fosse lui
il solo a qualificar così quell’avvenimento, perchè aveva letto il
Leggendario: per tutto il paese e per tutt’i contorni non se ne parlò con
altri termini, fin che ce ne rimase la memoria. E, a dir la verità, _con
le frange che vi s’attaccarono_, non gli poteva convenire altro nome».

Sono le frange appunto che possono far parere fuori dell’ordine naturale,
cose che un occhio disnebbiato ed esperto riconosce naturalissime. Ci
vuole la cultura del sarto, per riguardare il cardinale come quell’«uomo
tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci
sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, nè anche in Milano»;
e per sentire la necessità d’immaginare il miracolo. Ma nulla di meno
manzoniano. L’artista psicologo ha, con la sua analisi mirabile, inteso
a spiegare umanamente quella conversione che nel Seicento potè parere
miracolosa.

E si può, anzi si deve ammettere, che al romanziere sia di molto giovato
l’avere sperimentato in sè medesimo una evoluzione psicologica molto
affine a quella che doveva rappresentare; ma l’insistenza stessa con
cui ha voluto sfrondare la corona del soprannaturale onde le plebi
avevan redimita quell’antica conversione, moveva forse dal desiderio di
sgombrare d’intorno a sè quella nebbia di leggenda agiografica, che non
poteva non dargli noia. Oltre il resto, egli, da buon cattolico, doveva
pensare che le conversioni dove interviene troppo palesemente il dito di
Dio, non sono edificanti, e non stimolano l’imitazione o l’emulazione. Al
Manzoni, osserva il D’Ovidio, «seguiva quel che suole ai fedeli più colti
e più discreti, di credere cioè e voler assolutamente credere ai miracoli
antichi e, per dir così, storici, del cristianesimo; ma di proceder
con molta circospezione quanto ai miracoli recenti e non sanciti dalla
Chiesa.... Così è che negli _Inni sacri_ i miracoli sono con sincera fede
cantati, e dai _Promessi Sposi_ con ischifiltosa critica eliminati».[14]

Pur troppo a noi non è dato di conoscere le fasi di quel dramma
intimo, per cui il Manzoni passò dallo scetticismo alla fede ardente
e incrollabile. Egli fu anche in questo diverso da quei letterati di
Francia e d’Italia che intrattenevano, e intrattengono, con molto
compiacimento proprio, il pubblico dei lettori narrando di sè stessi.
Oggettivo nell’arte, più e meglio di qualunque altro nostro scrittore,
non esclusi il Boccaccio e l’Ariosto, rimase, quanto agli affetti e ai
movimenti della sua anima, un uomo chiuso; uno di quelli, ha detto il
Negri, «che, tutto assorti nel sentimento della propria responsabilità,
e guidati da una specie di pudore intellettuale, sanno custodire
gelosamente dentro di sè tutto quanto non vogliono, di proposito
deliberato, comunicare agli altri». Il Manzoni «sta sempre in guardia, e
non ha mai permesso ad alcuno di penetrare nel fondo della sua coscienza
più in là di quanto egli volesse». Si può, ricercando tutta la varia
opera sua, e guardandosi intorno, tirare a indovinare. Non sentiamo forse
il sapore acuto, proprio di chi descriva sensazioni provate, nelle parole
che ci ritraggono la formazione ed educazione dell’animo eminentemente
cristiano di Federigo Borromeo? (_Promessi Sposi_, cap. 22).

  «Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla puerizia a quelle parole
  d’annegazione e d’umiltà, a quelle massime intorno alla vanità
  de’ piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità
  e a’ veri beni, che, sentite o non sentite ne’ cuori, vengono
  trasmesse da una generazione all’altra, nel più elementare
  insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a
  quelle massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide
  che non potevan dunque esser vere altre parole e altre massime
  opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione,
  con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose
  di prender per norma delle azioni e de’ pensieri quelle che erano
  il vero».

Una simile indagine è possibile e lecita; ma a patto che essa sia compiuta

  Con occhio chiaro e con affetto puro.

E chi forse, nello scrutare i riposti motivi della così detta conversione
manzoniana, s’è più da presso accostato al vero, è l’insigne critico, del
quale poco più sù abbiam riferite alcune parole. Egli continua:

  «La generazione successa in Francia a quella che aveva fatta
  la rivoluzione, era tutta imbevuta dello spirito del Voltaire.
  E il giovane Manzoni fu egli pure un discepolo del terribile
  dileggiatore. Ma egli doveva essere insieme una di quelle nature
  che hanno sempre davanti a sè la visione del mistero ultimo
  delle cose, e sono da quella visione profondamente turbate. Il
  mistero di uno stato che, com’egli stesso più tardi scriveva,
  «è così naturale all’uomo e così violento, così voluto e così
  pieno di dolori, che crea tanti scopi di cui rende impossibile
  l’adempimento, che è un mistero di contradizione, in cui
  l’ingegno si perde se non lo si considera come uno stato di
  prova o di preparazione per un’altra esistenza»; questo mistero,
  io dico, gli si affacciava troppo minaccioso, perchè egli
  potesse acconciarsi ad una filosofia la quale, priva affatto di
  critica, non distruggeva che col dileggio, e aveva la radice
  assai più in un impulso politico che in un concetto veramente
  razionale. Un’anima come quella del Manzoni, che non poteva
  vivere nell’incertezza sul più grande ed oscuro dei problemi,
  un problema in cui l’ingegno umano, abbandonato a sè stesso, si
  perde, doveva cercar l’uscita da quell’abbandono, e sentendosi
  come arrenata nelle acque basse della filosofia del Voltaire,
  doveva presto o tardi ritornare alle acque profonde e al gran
  mare della fede, e ritornando sentirsi attratta dal cattolicismo,
  il quale, data che sia la premessa, è il sistema più serrato e
  più logico che esista, un sistema che offre veramente un riparo
  sicuro a chi vi arriva dalle battaglie del dubbio»[15].

[12] _Saggi critici_; Napoli, 1878, pag. 50.—E del D’OVIDIO si vedano
ancora: _Discussioni Manzoniane_, Città di Castello, 1886, pag. 24; e
_Due parole sull’Innominato_, nell’_Illustrazione Italiana_ del 27 maggio
1894.

[13] E il BONGHI: «....se nell’animo della madre, naturalmente
entusiasta, fervido, immaginoso, questa mutazione fu subitanea,
nell’animo invece del Manzoni, in cui il poeta s’accompagnava col
ragionatore freddo, sottile, acuto, la mutazione fu lenta, effetto di
lunga meditazione sulle cose e d’un faticoso lavoro sopra sè medesimo».
_La conversione della famiglia Manzoni_, nelle _Horae subsecivae_,
Napoli. A. Morano, 1888, pag. 148.

[14] Chi sa se tra i motivi del disdegno manzoniano ad ammettere
e descrivere conversioni miracolose, non ce ne fossero anche di
letterarii! Certo, a lui così sincero e schietto come credente e come
artista, dovevan far nausea le ipocrisie religiose e artistiche del
Voltaire e dello Chateaubriand. Il primo di essi, a chi osava biasimare
l’apparizione dell’Ombra di Nino nella sua _Semiramide_, opponeva con
un candore e un ardore di catecumeno davvero commoventi: «Quoi! notre
Religion aura consacré ces coups extraordinaires de la Providence, et
il serait ridicule de les renouveler?». (Cfr. la mia _Storia d’uno
spettro_, nell’_Illustrazione Italiana_ del 25 marzo 1906).—L’altro,
lo Chateaubriand, nel _Génie du Christianisme_ (parte 4ª, libro VI,
capitolo 2), aveva narrato d’un capitano Caraffa napoletano qualcosa di
simile a quel che si vociferava intorno al Manzoni. «Un jour», racconta,
«comme il se rendait au palais, il entre par hasard dans l’église d’un
monastère. Une jeune religieuse chantait; il fut touché jusqu’aux
larmes de la douceur de sa voix: il jugea que le service de Dieu doit
être plein de délices, puisqu’il donne de tels accents à ceux qui lui
ont consacré leurs jours. Il retourne à l’instant chez lui, jette au
feu ses certificats de service, se coupe des cheveux, embrasse la vie
monastique, et fonde l’ordre des _Ouvriers pieux_, qui s’occupe en
général du soulagement des infermités humaines».—E altrove (pt. 4ª, IV,
1) va tutto in solluchero, nel descriver il modo tenuto dai gesuiti per
convertire gl’Indiani del Paraguay. Narra: «ils avaient remarqué que les
Sauvages de ces bords étaient fort sensibles à la musique: on dit même
que les eaux du Paraguay rendent la voix plus belle. Les missionaires
s’embarquèrent donc sur des pirogues avec les nouveaux catéchumènes;
ils remontèrent les fleuves en chantant des cantiques. Les néophytes
répétaient les airs, comme des oiseaux privés chantent pour attirer dans
les rets de l’oiseleur les oiseaux sauvages. Les Indiens ne manquèrent
point de se venir prendre au doux piége. Ils descendaient de leurs
montagnes, et accouraient au bord des fleuves pour mieux écouter ces
accents: plusieurs d’entre eux se jetaient dans les ondes, et suivaient
à la nage la nacelle enchantée. L’arc et la flèche échappaient à la main
du Sauvage; l’avant-goût des vertus sociales, et les premières douceurs
de l’humanité, entraient dans son âme confuse; il voyait sa femme et son
enfant pleurer d’une joie inconnue; bientôt, subjugué par un attrait
irrésistible, il tombait au pied de la croix, et mêlait des torrents de
larmes aux eaux régénératrices qui coulaient sur sa tête».—Questi gesuiti
missionarii avevan dunque i modi e le attrattive delle Grazie; chè, dice
il Foscolo (inno I), «solo

  Quando apparian le Grazie, i predatori
  L’arco e ’l terror deponeano, ammirando!».

Si può immaginare come arricciasse il naso il Manzoni, dinanzi a codesto
stracco paganesimo larvato e a codesto barocchismo sentimentale!

[15] GAETANO NEGRI, _Segni dei tempi_; 3ª ediz., Milano, Hoepli,
1903, pag. 67.—Il Fabris, che fu intimo del Manzoni, narrò (_Memorie
Manzoniane_; Milano, Cogliati, 1901, pag. 131) «che l’origine della sua
incredulità fu l’esser entrato in uno dei collegi ecclesiastici dove
egli veniva allevato, un ragazzo d’una precoce empietà, il quale sedusse
parecchi de’ suoi compagni, fra cui il Manzoni». Soggiunge: «così egli
stesso mi raccontò; e quindi chiamava la sua una incredulità ignorante».


IV.

Or chi guardi serenamente, che qui vuol dire senza preconcetti
confessionali, nelle opere del Manzoni che precedettero il suo ritorno
alla fede, non può, a me pare, non riconoscere che l’uomo nuovo trovava
già pronta e disposta nell’antico una forma, in cui adagiarsi senza veri
urti o resistenze. A buon conto, ateo egli non era mai stato; e son versi
appunto di quel _Carme in morte dell’Imbonati_, contro cui i critici
ortodossi inveleniscono sì fieramente, questi, che hanno del dantesco e
del petrarchesco insieme:

  Mestamente sorrise, e: se non fosse
  Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto
  Quell’anima gentil fuor de le membra
  Prendesse il vol, per chiuder l’ali in grembo
  Di Quei ch’eterna ciò che a Lui somiglia.

Dove fin le maiuscole al _Quei_ e al _Lui_ son del poeta, che
dovrebb’essere stato miscredente. E son di quel Carme pur questi altri
versi, che riaccennano alla città di Dio e alla vita beata che i buoni vi
condurranno in eterno:

                             al mio
  Pianto ei compianse, e: non è questa, disse,
  Quella città, dove sarem compagni
  Eternamente.

E non insisterò qui ancora sui precetti e sulle massime morali che
in quello stesso Carme vengono, con severità e schiettezza di forma
e di pensiero che ricordano il Parini dell’_Educazione_, inculcate e
proclamate. Esse sono bensì quali ogni onesto e probo razionalista
accetta e rispetta, ma altresì quali nessun credente rifiuta, o dovrebbe
rifiutare. Vi si bandisce una morale profondamente ed eternamente umana,
al di fuori e al di sopra d’ogni fede o contingenza religiosa.

E come nel Carme, così nell’_Urania_. Quel Giove, che qui ancor siede
_ne’ palagi d’Olimpo_, ma così insolitamente pietoso dei mali ond’è
afflitta e dolente l’_umana stirpe_, non ha che da mutar nome per
diventare il Dio degl’_Inni sacri_. Sembrandogli oramai _piena la
vendetta_ dell’ardimento di Prometeo, _del rapito foco_, egli accolse
_più mite consiglio_; e fermò di richiamar dalla terra le Furie, che vi
avean fatto _troppo empio governo_:

               assai ne’ petti umani
  Commiser d’odj, e volser prone al peggio
  Le mortali sentenze.

A ricondurre l’amore tra gli uomini, quel Padre misericordioso mandò in
mezzo ad essi le Virtù. Le quali, nella reggia olimpica, gli alitavan
d’intorno.

                     Di felici
  Genj una schiera al Dio facea corona,
  Inclita schiera di Virtù: chè tale
  Suona qua giù lor nome.

Una novità mitologica codesta; dacchè i vecchi poeti ci avevan, sì,
qualche volta riferito che presso al trono di Giove eran Temide o Dike,
ma solo i Padri della Chiesa avevano immaginato intorno al Dio Padre
tutto un corteo di Virtù, come la Verità e la Pace, la Misericordia
e la Giustizia. Queste—e dalla poetica figurazione trasse partito
il Milton—non avean rifinito di perorare pro o contra la redenzione
dell’uomo, prima che il Verbo s’incarnasse; e avevan percorso il cielo e
la terra, cercando chi potesse degnamente, e volesse, addossarsi le colpe
dell’umanità, e riscattarla col sacrifizio di sè stesso.

Anche le Virtù dell’inno manzoniano, _spirti obbedienti_, discesero
nel _basso mondo_, per attirare a sè gli occhi e le menti degli uomini
inselvatichiti; e lo ricercarono tutto, ma in vano,

                 chè non levossi
  A tanto raggio de’ mortali il guardo;
  E di Giove il voler non s’adempia.

Del Giove, s’intende, misericordioso e virtuoso; chè invece l’_alto
consiglio_ dell’iroso e tirannico Giove omerico, il quale, corrucciato,
volle sacrificate all’ira di Achille «molte generose alme d’eroi», s’era
bene adempito! (_Iliade_, I, 5).

Ma il Giove buono non si diede per vinto. Al suo desco sedevano, movendo
«una concorde d’inni esultanza» che inebriava «le menti degli Dei», le
Muse: egli levò la destra, accennando;

               e la crescente
  Del volubile canto onda ristette
  Improvviso.[16]

Il Padre le esortò a tentar esse, con le loro arti blandamente
persuasive, di schiuder le _ardue menti_.

  «La forza sol de l’arti vostre il puote.
  Là giù dunque movete: a voi seguaci
  Vengan le Grazie; e senza voi men bella
  Già la mia reggia il tornar vostro attende».

Le Muse ritrovaron nel mondo le Virtù, le quali erravano solette e
dolenti. Prima Calliope mosse «i bei precetti ad avverar del Padre», e
s’accostò all’orecchio di Orfeo, susurrandogli dolci parole; la imitarono
le altre sorelle, ciascuna eleggendo un mortale, cui ispirare gli
armoniosi ammaestramenti:

  L’alme col canto ivan tentando, e l’ira
  Vincea quel canto de le ferree menti.

Gli uomini, raggentiliti, assistettero a spettacoli non prima veduti:

                    Ove furente
  Imperversar la Crudeltà solea,
  Orribil mostro che ferisce e ride,
  Vider Pietà che mollemente intorno
  A i cor fremendo, dei veduti mali
  Dolor chiedea; Pietà, de gl’infelici
  Sorriso, amabil Dea.

Le personificazioni le aveva rimesse di moda il Monti. Ma codesta amabile
Dea, _degl’infelici sorriso_, presso che sconosciuta al mondo classico,
era stata negletta dai nuovi poeti del classicismo napoleonico. Essi,
come quegli uomini primitivi, conoscevano bensì l’_Offesa_, la quale
passeggiava con alta fronte, _feroce e stolta_, e provocatrice; non quel
_mite Genio_ che il Manzoni immagina le si opponesse:

  Lo spontaneo Perdon, che con la destra
  Cancella il torto, e ne la manca reca
  Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia.

Qui siamo in pieno mondo evangelico, e il poeta dell’_Urania_ dà la
mano a quello della _Pentecoste_. Sui passi del Perdono, veniva Nemesi,
«seguace lenta ma certa»; la quale, quando s’accorge che le voci del
Perdono non sono ascoltate, «non fa motto ed aspetta».

               Un giorno al fine
  Ne gl’iterati giri, orba dinanzi
  Le vien l’Offesa: al tacit’arco impone
  Nemesi allor l’alata pena; aggiunge
  L’aërea punta impreveduta il fianco,
  E l’empio corso allenta.

Chi non ricorda il Coro del _Carmagnola_?

                     Beata fu mai
  Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
  Solo al vinto non toccano i guai;
  Torna in pianto dell’empio il gioir.
  Ben talor nel superbo viaggio
  Non l’abbatte l’eterna vendetta:
  Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
  Ma lo coglie all’estremo sospir.

Videro, quegli uomini primitivi, la Fatica che rimaneva in un cantuccio,
_inonorata_ e inascoltata; e a lei si avvicinava, amabile compagno,
l’Onore, cercando di renderla _più cara_.

                 Vider la Fede, immota
  Servatrice dei giuri, e l’arridente
  Ospital Genio che gl’ignoti astringe
  Di fraterna catena; e tutta in fine
  La schiera dia ne l’opra affaticarsi.
  Videro, e novo di pietà, d’amore,
  Ne gli attoniti surse animi un senso,
  Che infiammando occupolli.

Codesto _senso novo_ prenunzia, a me pare, molto vicino l’Inno del
poeta, che, più risolutamente cristiano e sfranchito di quel ciarpame
neoclassico, magnificherà ai «tementi dell’ira ventura» il rinnovato
sacrifizio de

  L’ostia viva di pace e d’amor.

Così, a quelle nuove aure di pietà e d’amore, la società umana sorrise
come, dopo uno squallido inverno, la terra ai tepori primaverili. Le
Muse, «de’ lieti principii in cor secure», donarono agli uomini «il
plettro e l’arte sacra del plettro», e le amiche Grazie «il dilettar
denaro e il suader potente»:

                  al suon che primo
  Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico
  Squallor la terra, e rise.

Era l’_ultima aetas_ virgiliana, il sospirato ritorno dei _Saturnia
regna_, ovvero un’età novissima, che si rannodava a quella ch’ebbe già ad
annunziare

  L’Angel che venne in terra col decreto
  Della molt’anni lagrimata pace?

Era un’utopia, per così dire, retrospettiva, a cui forse spingevano pur
le dottrine sociali del Rousseau; o una meditata riconciliazione con la
più santa utopia della fratellanza evangelica? A ogni modo, il poeta,
che voleva ostentare uno spensierato neopaganesimo, ecco che rivelava,
nel fondo del suo cuore, un ardore di neofita e una sete d’idealismo
cristiano, che male celavan le ceneri della miscredenza volterriana. In
questo Carme, così classicamente drappeggiato, il paganesimo non è che
al di fuori, nella forma. La Musa ispiratrice, l’Urania del nuovo poeta,
«di caduchi allori non circonda la fronte in Elicona»; e le Grazie, che
ne allietano il canto, non mendicano estranei fregi da intessere al
vero, o profani diletti. La Musa manzoniana è severa e pudica, e caste e
immacolate le Grazie che le fanno corona.

  Da lor sol vien se cosa in fra i mortali
  È di gentile; e sol qua giù quel canto
  Vivrà che lingua dal pensier profondo
  Con la fortuna de le Grazie attinga.

Il Manzoni ha già trovata persino la formola della nuova arte sua; così
che più tardi, Apollo, irato contro i Romantici milanesi, non avrà se non
da ripetere, nella terribile sua sentenza:

  «Tutto ei deggia da l’intimo
  Suo petto trarre e dal pensier profondo,
  E sia costretto lasciar sempre in pace
  L’ingorda Libitina e il veglio edace».

[16] Cicerone chiamò _volubilis_ l’orazione facile, _Brut._ 28; e il
Tasso, _Gerus. lib._, XX, 13, disse: «Così correan volubili e veloci
Dalla sua bocca le canore voci»; e il Monti, _Prometeo_, I: «Nè della
lingua all’imperfetto guizzo Permise la volubile parola».


V.

Dopo la pubblicazione dell’_Urania_, nel 1809, il genio del Manzoni
tacque, fino al 1815, quando vennero fuori i primi quattro _Inni sacri_.
Che cosa era avvenuto in questi sei anni, che vanno dal ventiquattresimo
al trentesimo del poeta, e son quelli dunque della virilità operosa?
Ce lo dicono soprattutto le preziose lettere a Claudio Fauriel; a
quell’amico «cortese»,

  Di cui cara l’immago ed onorata
  Sarammi infin che la purpurea vita
  M’irrigherà le vene,

come protestava il Manzoni, negli sciolti _A Parteneide_.

Le lettere al Fauriel a noi pervenute sono cinquantaquattro,[17] e di
esse la prima è datata da Susa, 17 febbraio 1807. Parecchie son quelle di
quest’anno e dei successivi fino al 20 aprile 1812; poi succede un lungo
silenzio di circa due anni. Il 9 febbraio 1814, ecco che il Manzoni si
rifà vivo, per dar conto all’amico della sua felicità domestica e dei
lavori che aveva tra mani. Comincia:

  «Si je voulais m’engager à vous expliquer comment il s’est fait,
  qu’avec le plus vif et le plus constant souvenir d’un ami tel
  que vous, j’ai laissé passer tant de tems sans me rappeler à
  vous....., je ne saurais comment m’y prendre, et j’espère que
  vous voudrez concilier avec votre indulgente amitié ces deux
  faits, dont l’un n’est que trop indubitable, et sur l’autre
  desquels je désire bien ardemment que vous n’ayez jamais eu de
  doutes. Je romps enfin ce silence que je me suis si souvent
  reproché, _ne sachant pas si quelque circonstance ne viendra pas
  me le faire garder forcément pour quelque tems_, et me priver de
  la consolation d’avoir une lettre de vous».

Se si pensa ch’eravamo alla vigilia dell’abdicazione di Napoleone,
s’intenderà facilmente come il timore di torbidi politici non era davvero
campato in aria. Un tal Mantovani, antico servitore dell’Austria e molto
devoto alla Chiesa, buon uomo del resto e smanioso dell’ordine, annotava
in un suo diario, ora alla Biblioteca Ambrosiana, sotto la data del 1º
gennaio di quell’anno:

  «Incomincia il nuovo anno con un apparato assai lodevole, cioè
  non più colla speranza di esser liberati dal nostro governo, ma
  colla certezza di avere a giorni un grosso corpo di Austriaci a
  Milano. Questo pensiero ci fa tollerare le gravi e quotidiane
  contribuzioni, delle quali per la settima volta siamo aspramente
  angustiati». I sudditi, «gementi per l’orribile scorticazione»,
  frenano le querele in attesa del vicino rimedio. «Milano ha un
  aspetto brillante, perchè avvivata dalla certezza di finirla».[18]

Occorre ricordare che il Ministro responsabile di quelle «quotidiane
contribuzioni» e di quella «orribile scorticazione» era il Prina?

Fin dalla metà del dicembre 1813, l’esercito austriaco, sotto gli ordini
del feld-maresciallo conte Bellegarde (di famiglia di condottieri, sul
tipo del Conte di Carmagnola), aveva occupata la maggior parte della
terraferma veneziana; e si buccinava che il re di Napoli, Gioacchino
Murat, trattasse con lui ai danni del vicerè Eugenio. Certo, il 28
gennaio, il quartier generale dell’esercito napoletano era già a
Bologna; e il 4 febbraio, Bellegarde occupava Verona. Di qui egli emanò
un proclama, che strideva con quelli che il generale Carascosa e il
procuratore Poerio venivan pubblicando, in nome del re Gioacchino,
nell’ex-ducato di Modena e Reggio e nella provincia pontificia di
Ancona. L’uno diceva: «Voi piemontesi, voi nobili toscani, e voi sudditi
dell’antica Casa d’Este, tornerete nelle vostre felici condizioni d’una
volta; la capitale del mondo cattolico cesserà di essere la seconda città
di uno Stato straniero»; gli altri promettevano l’unità e l’indipendenza
di tutta l’Italia, sotto l’unico loro re. E il giorno avanti che il
Manzoni riprendesse la penna per iscrivere al Fauriel, l’8 febbraio,
l’esercito austriaco, a cui il napoletano, venendo meno alle promesse,
non s’unì, s’incontrò sul Mincio col franco-italiano condotto da Eugenio.
Si combattè con ardore e bravura dall’una e dall’altra parte; ma nè gli
Austriaci riusciron nell’intento di porre il piede sulla riva lombarda,
nè i Francesi a respingere il nemico di là dall’Adige. E che sarebbe
avvenuto tra qualche giorno?

[Illustration: Casa del Manzoni, in via Morone, all’angolo di piazza
Belgioioso.]

Il Manzoni aveva da poco comperata una casa, nella «contrada del
Morone», al n.º 1171: quella stessa in cui poi passò tutta la lunga sua
vita, e dove, fra tante altre, ebbe la visita di Cavour e di Garibaldi
e del principe Umberto, e rifiutò garbatamente quella dell’arciduca
Massimiliano (il povero Massimiliano!). Ad essa era congiunto, ed è
ancora un piccolo giardino: «où il y a un grand jardin», scriveva egli
scherzosamente, «d’à peu près un dixième d’arpent». Poichè negli ozii
di Brusuglio era diventato un giardiniere meglio che dilettante, ora si
affretta a piantar qui le sue amate robinie[19] e abeti e rampicanti:

  «où je n’ai pas manqué de planter des liquidambars, des sophora,
  des thuya et des sapins, qui, si je vis assez, viendront quelque
  jour me trouver par la fenêtre».

E intanto gli cresceva la famiglia. Il 21 luglio dell’anno avanti, gli
era nato un secondo figliuolo (la primogenita, la Giulietta che poi
andò sposa a Massimo d’Azeglio, era nata a Parigi, sul _Boulevard des
Italiens_, al n.º 23, il 23 settembre del 1808; ed era stata tenuta a
battesimo dal Fauriel, «homme de lettres, agé de 35 ans», e da Gaetano
Boldoni, «homme de lettres, de 45 ans»): un maschietto questa volta, in
cui aveva rinnovato il nome di suo padre. Veniva sù bene.

  «....après avoir bien fait souffrir mon Henriette pendant la
  grossesse, il la dédommage à présent, et nous console presque à
  chaque instant par sa bonne santé, par sa tranquillité, par son
  hilarité et sa _sagesse_. Henriette le nourrit, et s’en trouve très
  bien. Il était né faible, et presque malingre, d’une mère qui
  était dans le même état; mais peu à peu tous deux se sont remis
  en force, au point qu’Henriette (à part des petites incommodités
  dont elle n’a jamais été bien libre) est une excellente nourrice,
  et mon petit Pierre est un des enfants mieux portants que l’on
  puisse voir».

La buona signora Enrichetta scriveva, alla sua volta, a una cugina che
il neonato era «un bellissimo bambino e rassomigliava intieramente alla
sua piccola sorella:... i suoi due primi nomi», aggiungeva, «sono Pietro
Luigi, ma noi lo chiamiamo _Pedrin_». Un vero idillio domestico; e il
babbo giardiniere, tra il sorriso dei bambini e le cure agricole, non
dimenticava i versi. «Quant à moi», diceva, «je suis entre la famille,
les arbres et les vers».

[17] Per codeste lettere, vedi: _Il Manzoni ed il Fauriel studiati nel
loro carteggio inedito da ANGELO DE GUBERNATIS_; 2ª edizione, Roma, 22
maggio 1880.—Sul Fauriel (nato a Saint-Étienne, il 21 ottobre 1772) e
sulla sua corrispondenza col Manzoni, son da rileggere i due saggi del
SAINTE-BEUVE, da prima apparsi nella _Revue des deux mondes_ del 1845
e 1846 (il Fauriel era morto il 15 luglio 1844), poi nei _Portraits
contemporains_, t. IV, Paris, 1889.—Scrissero anche del singolare
letterato francese il RENAN, nella _Revue des deux mondes_ del dicembre
1855, e il FORTOUL, nella stessa rivista, maggio 1846.

[18] Cfr. G. DE CASTRO, _La restaurazione austriaca in Milano
(1814-1817)_; nell’«Archivio storico lombardo», a. XV. s. II. fasc. 3, 30
settembre 1888; pag. 597.

[19] Con la nipotina Vittoria, figlia di Pietro e moglie poi del senatore
Brambilla, egli amava, più che del Romanzo, vantarsi d’essere stato «il
primo introduttore delle robinie in Italia!».


VI.

Mette conto d’indugiarsi un momento a considerare il Manzoni sotto questo
nuovo aspetto, di agricoltore e di giardiniere. Una simile simpatia per
gli esperimenti agricoli mostrò prima di lui, tra i nostri grandi poeti,
il Petrarca.[20]

In una lettera da Brusuglio, 20 luglio 1810, il Manzoni, ch’era tornato
pochi giorni prima, dopo una sosta più o meno lunga a Lione e a Torino,
da Parigi, informa gli amici, che con tanto rimpianto aveva lasciati alla
Maisonnette, dei risultati ottenuti dalla seminagione del cotone, e dei
tentativi fatti a Lecco pel caffè.

  «En vérité le climat est bien meilleur ici; le soleil y donne
  de bonne foi, je suis déjà devenu tout-à-fait cultivateur. J’ai
  vu le coton dont j’ai envoyé de Paris la graine....: quelques
  plantes ont déjà plus d’un pied, de sorte que j’espère en
  cueillir, quoiqu’il ait été planté à la fin de mai. Si cela
  réussit, il me paraît qu’on pourra ne plus douter de celui qu’on
  plantera à la moitié d’avril. J’ai demandé compte de celui que
  j’avais planté moi-même il y a deux ans, et on m’a présenté un
  panier de cocons, dont une partie bien mûris; que sais-je si ç’a
  été cueilli à temps? Il y a mieux: c’est qu’on m’assure dans
  la maison d’avoir pris du café planté et cueilli a Lecco: nous
  verrons l’année prochaine. J’ai semé de la luzerne; le sainfoin
  vient ici naturellement dans les blés et parmi les buissons».

Il 21 settembre riscrive, con maggior calore e meglio addottrinato, al
suo Fauriel, «à ce divin Fauriel»:

  «.... je suis dans les projets d’agriculture jusqu’au cou. J’ai
  trouvé ici beaucoup d’excellents livres, dont je ne savais pas
  même l’existence: ce m. Re entr’autres en a écrit plusieurs avec
  une sagesse, une expérience et une étendue de connaissances qui
  font vraiment plaisir. Les cotons sont flambés pour cette année,
  excepté le nankin dont je ferai quelques graines; mais ça ne me
  décourage nullement....».

In un’altra lettera, del febbraio 1811, discorre ancora lungamente
di cotone e di trifoglio, e sollecita una larga spedizione di semi.
Soggiunge:

  «Pour les graines de fleurs, soyez le plus généreux que vous
  pourrez; et si on pouvait en avoir d’arbres ou arbrisseaux
  exotiques, que vous pourrez conjecturer n’être pas encore
  multipliés en Italie, je me recommande à vous. J’ai _le
  Bon-Jardinier_, Dumont-Courset, et Miller. Le professeur Re
  a publié _Il Giardiniere avviato nella sua professione_, que
  je crois un très bon livre.—À-propos, j’ai demandé ici au
  pépiniériste de la graine de robinier; il m’a dit que cette
  année en avait donné très peu, que lui n’en avait qu’en petite
  quantité, et il a ajouté que celle venue ici levait très
  difficilement; cher et bon ami, ajoutez à votre envoi un bon
  paquet de cette graine, qui, je crois, se trouve à Paris très
  facilement. La _Datura arborea_ se multiplie-t-elle par graines?
  Si cela est, que j’en aie. Et peut-on en avoir du cèdre du Liban?
  Je ne crois pas vous avoir parlé de mon dattier; il a peut-être
  six pouces à présent (il a été semé en juillet passé), mais le
  Dictionnaire d’Agriculture me dit qu’il lui faut vingt ans pour
  avoir je crois deux ou trois pieds: c’est encourageant».

E ancora, il 6 marzo 1812:

  «.... il vaudra mieux vous prier de m’écrire pour me donner avis
  de votre départ, et pour me parler par anticipation de votre
  _Dante_, qui doit à présent être bien avancé.[21] Vous trouverez
  ici un jardin aussi bien avancé; vous trouverez une montagne qui
  a déjà presque dix pieds de hauteur, et que les géologues de la
  postérité assureront avoir été formée par le Seveso, qui est un
  torrent qui passe a peu de distance de la dite montagne. Vous
  trouverez aussi des forêts; mais avant qu’elles soient achevées,
  il faudra que vous ayez la bonté de me procurer les graines dont
  je joins la note a cette lettre».

Il Fauriel non avrebbe dovuto e potuto resistere a un invito, che
presentava tante attrattive! E il Manzoni non si stanca d’insistere:
«Venez! venez donc! J’ai mille projets de plantations que nous
exécuterons ensemble». E poi: «J’ai trouvé (c’est-à-dire, je sais où
trouver) une fameuse pièce pour votre travail; ce n’est rien moins qu’une
lettre inédite de Vico sur Dante: Cuoco[22] l’a donnée à Bossi, qui me
l’a promise». Attendeva con impazienza nuove spedizioni di semi, e
intanto si scusava pei fastidii che con simili richieste egli arrecava
agli amici della Maisonnette: «des longues et fatigantes recherches que
ces graines vous ont coûté». In quell’aprile egli andava a Brusuglio
quasi ogni giorno, per attendere e sorvegliare ai lavori del giardino.
«Croiriez-vous», scriveva il 20, «que nous plantons encore? et que nous
planterons la semaine prochaine? tant la saison est arriérée!».

[Illustration: Villa del Manzoni in Brusuglio]

[Illustration: La villa di Brusuglio verso il parco.]

[Illustration: Il parco di Brusuglio.]

Ora, pur codesto infatuamento georgico, come gli entusiasmi per la
poesia romantica e per la storia medievale, s’erano accesi nell’animo
del Manzoni negli anni di Auteuil e della Maisonnette. La dea di quei
ritrovi intellettuali, l’amabile e amata signora Condorcet, era stata,
e continuava ad essere, un’appassionata studiosa di botanica; e l’amico
preferito, il Fauriel, non lo era meno. Negli anni, che anche ora
ricordava con inestinta nostalgia, trascorsi a Saint-Étienne e a Tournon,
questi aveva alternate le ardenti discussioni d’arte e di politica con
lunghe passeggiate attraverso i campi o su per le montagne donde sgorga
la Loira. La flora, i muschi soprattutto, avevan meglio attirata la sua
simpatia; ed egli, secondando il bisogno del suo spirito, non s’era
contentato d’una vaga ammirazione da dilettante, ma aveva approfondito
quanto la scienza ne era venuto scrivendo. E quell’amore di gioventù e
di provincia s’era confuso più tardi, nella capitale, con un amore che
avrebbe poi tenuta avvinta tutta la sua vita. Un giorno dell’inverno
1801, quand’egli era addetto quale segretario particolare presso il
Gabinetto del famoso ministro di polizia Fouché, aveva incontrato al
Giardino delle Piante la signora Condorcet. Divennero presto amici; e
il Fauriel nelle conversazioni di Auteuil e della Maisonnette trovò un
appagamento più pieno de’ suoi gusti di scienziato e di storico, che
non nel salotto della Staël, dove di preferenza s’agitavano questioni
d’alta politica. Dopo, quando la colta signora rimase vedova, egli si era
rifugiato con lei nella campagna presso Meulan; dove appunto li avevan
ritrovati la Giulia Beccaria e il suo _vénéré Charles_, e dove venne a
ricercarli Alessandro Manzoni.

Il quale conservava religiosamente un caro ricordo agricolo della gentile
ospite. In una lettera al Fauriel del maggio 1821, esce a dire:

  «Veuillez dire à madame de Condorcet que toutes les fois que je
  puis m’occuper d’agriculture ou de jardinage, je consulte de
  préférence l’_Almanach du Bon Jardinier de 1820_, et que je ne
  manque jamais de donner un coup d’oeil au frontispice».

Vi era, par facile l’intenderlo, una dedica della donatrice.

Occorre aggiungere che, in Lombardia, di quel tempo, i signori
gareggiavano a piantare nelle loro ville begli alberi esotici e a
coltivarvi bei fiori: ne aveva dato l’esempio l’abate Crivelli, nel
magnifico parco di Mombello. Così che, anche nel Manzoni, si confondevano
due amori: quello avito del signore lombardo, e quello nuovo del figlio
dell’Enciclopedia e della Rivoluzione.[23]

[20] Vedi nel volume del DE NOLHAC, _Pétrarque et l’humanisme_, Paris,
1892, il curioso «excursus» _Pétrarque jardinier_, pag. 385 ss.

[21] Soltanto nella _Revue des Deux Mondes_ dell’ottobre 1834 il Fauriel
pubblicò poi la sua Vita di Dante. Le lezioni su _Dante e le origini
della lingua e della letteratura italiana_ furon pubblicate postume, dal
Mohl, nel 1854, in due volumi.

[22] Vincenzo Cuoco, l’illustre autore del _Platone in Italia_ e
fondatore a Milano del _Giornale Italiano_, ebbe rapporti d’amicizia col
giovane Manzoni. Rimase a Milano dalla metà del dicembre 1800 ai primi
d’agosto 1806.—Cfr. l’eccellente studio di ATTILIO BUTTI, _La fondazione
del “Giornale Italiano„ e i suoi primi redattori_, nell’«Archivio Storico
Lombardo», 30 settembre 1905; pag. 121 ss.

[23] Scrivo queste pagine nella villa Negri alla Cassinetta, sul Naviglio
grande, presso Abbiategrasso; dove appunto, tra maestosi tigli ed
ippocàstani e noci d’India e gestroemmie e platani e magnolie e ailanti e
thuie e abeti, piantati suppergiù nel primo decennio del secolo scorso,
torreggiano due magnifici cedri del Libano. Quasi ad illustrazione del
giardino, c’è poi una biblioteca ricca di libri d’agricoltura e di
giardinaggio: dagli _Elementi d’agricoltura_ di Ludovico Mitterpacher
di Mitternburg tradotti da Carlo Amoretti, Milano 1794, in tre grossi
volumi, alle _Memorie dell’Accademia d’agricoltura commercio ed arti di
Verona_, 1807; dalla _Coltivazione dei bigatti_ del prete Antonio Abate,
1803, al saggio _Dei letami_ del conte Filippo Re, 1815; dall’opuscolo
sulla _Coltivazione delle patate e loro uso_ di Carlo Amoretti,
bibliotecario dell’Ambrosiana, 1801, ai _Saggi di agricoltura pratica_
del conte Carlo Verri, 3ª ediz., 1818; dall’_École du jardin potager_
del De Combles, 6ª ediz., 1822, a _Le bon jardinier pour l’année 1827_,
ventottesima edizione!


VII.

Il Fauriel era stato messo a parte dell’evoluzione religiosa che si
veniva compiendo nell’animo del Manzoni: «il già sì fiero Alessandro»,
come, non senza enfasi e compiacimento d’apostolo, lo chiamava monsignor
Luigi Tosi. Il quale era un po’ come il Sarto dei _Promessi Sposi_:
avendo avuto mano a quella conversione, gridava volentieri al miracolo.
Scriveva da Milano all’abate Dègola, genovese (n. 1761, m. 1826), il 26
agosto 1810:

  «Buon per me... che il Signore ha fatto tutto in questa famiglia.
  Egli ha data a tutti tre tanta semplicità e docilità, quanta
  non ne ho mai trovata in vent’anni di ministero, nemmeno nelle
  persone più rozze e più basse. Oh qual miracolo è questo della
  Divina Misericordia! Non la sola Enrichetta, che è un angelo di
  ingenuità e di semplicità, ma Madama, ed anche il già sì fiero
  Alessandro, sono agnellini che ricevono con estrema avidità
  le istruzioni più semplici, che prevengono i desiderii di
  chi dovrebbe dirigerli, che dànno coraggio a chi loro parla
  onde parli liberamente, che tutto mettono a profitto di loro
  santificazione. Intanto il sistema di famiglia è ordinato nel
  modo più savio; l’unione dei cuori è mirabile; e tutti cospirano
  ad animarsi vicendevolmente, a rinfrancarsi, a disprezzare
  tutti i rispetti umani. La città nostra è sommamente edificata
  da questo prodigio della destra del Signore; i buoni sono
  inteneriti, e presagiscono grandi beni alla causa della Religione
  da un tratto di grazia così straordinario ed inaspettato...
  Alessandro ha intrapresa la carriera con estrema docilità e
  sommessione; domani avremo ancora una lunga conferenza, e se il
  Signore conserva ed accresce in lui le sue benedizioni, egli pure
  sarà per fare gran passi»[24]

Non pare di riconoscere, nella pomposa eloquenza di questo monsignore,
quella non meno calda e colorita del diacono Martino, nell’_Adelchi_?

Il Manzoni, dal canto suo, convinto d’essersi rimesso sulla buona via,
tentava d’attirarvi, con quella signorilità di garbo che in lui era
natura, anche l’amico del cuore. E gli scriveva da Brusuglio, il 21
settembre di quello stesso anno 1810:

  «Quant à moi, je suivrai toujours la douce habitude de vous
  entretenir de ce qui m’intéresse, au risque de vous ennuyer.
  Je vous dirai donc qu’avant tout je me suis occupé de l’objet
  le plus important, en suivant les idées religieuses que Dieu
  m’a envoyé à Paris, et qu’à mésure que j’ai avancé, mon coeur a
  toujours été plus content, et mon esprit plus satisfait. Vous
  me permettez bien, cher Fauriel, d’espérer que vous vous en
  occuperez aussi. Il est bien vrai que je crains pour vous cette
  terrible parole: _Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus,
  et revelasti ea parvulis_. Mais non, je ne le crains point,
  car la bonté et l’humilité de votre coeur n’est pas inférieure
  ni à votre esprit ni à vos lumières. Pardon du prêche que le
  _parvulus_ prend la liberté de vous faire».

A buon conto, ora ha smesso l’idea di tradurre il poema del Baggesen;
come invece n’aveva fatto solenne promessa in quella epistola _A
Parteneide_, del 1807-08, che termina:

  Che se l’evento il mio sperar pareggia,
  Se nè la vita nè l’ardir mi falla,
  Forse, più ardito condottier già fatto,
  Ti piglierò per mano; e come io valgo,
  Meraviglia gentile a la mia sacra
  Italia io mostrerotti: a quella augusta
  D’uomini madre e d’intelletti, augusta
  Di memorie nutrice e di speranze.

Tra’ letterati di Lombardia, quando il Manzoni diffuse codesto poema
nella traduzione del Fauriel, esso non era piaciuto. E non tanto per
difetti suoi propri, quanto pel genere idillico cui apparteneva, che qui
riusciva insopportabile. Il febbraio del 1811, il Manzoni riscriveva
all’amico:

  «Il ne faut cependant pas que je ne vous dise rien de
  _Parthénéide_. Vous savez que j’avais le projet de la faire
  lire à tous ceux de ma connaissance qui savent lire. Je l’ai
  fait; mais, entre nous, avec beaucoup moins de succès que je
  ne l’espérais. Baggesen n’en saura rien: mais voilà ce qui le
  consolerait s’il en était informé: c’est qu’on dit qu’au moins
  _Parthénéide_ est _plus passable_ qu’_Hermann et Dorothée_. Je
  dis que ça le consolerait, parce qu’il verrait que ce n’est
  pas contre son Poème, mais contre le genre, qu’on est prévenu.
  _Difatti_ on a plaint beaucoup son beau talent de s’être exercé
  sur des niaiseries».

Alla versione il Fauriel aveva premesso un suo dotto, assennato e arguto
Discorso preliminare, dove faceva man bassa su tutti i trattati di
rettorica, ed inaugurava una critica filosofica, che guardava nell’intimo
dell’opera d’arte. «C’est une critique au vrai sens d’Aristote, qui
parle chez nous pour la première fois», sentenziava un giudice che se
n’intendeva, il Sainte-Beuve.[25] E il Discorso sì, era stato gustato
anche qui, da tutti.

  «Mais votre discours», continuava il Manzoni, «a été goûté
  extraordinairement par tous. On admire la sagesse et la nouveauté
  des principes que vous posez; on est enfin enchanté: mais on dit
  que le genre Idyllique est insipide, sans variété, sans intérêt,
  sans vraisemblance: que ces poèmes le prouvent. Arrangez-moi
  cela. Au reste, ne prenez pas tout cela à la lettre, car il
  pourrait se faire que j’eusse entendu cela d’une manière plus
  exagérée qu’on n’a voulu le dire».

Il Manzoni ora aveva per il capo qualcosa di radicalmente diverso dal
viaggio delle tre giovani sorelle a traverso l’Oberland fino alla
Jungfrau: il dio della Vertigine e il dio dell’Inverno, troneggianti
sui ghiacciai alpini, nè lo attiravano, nè lo commovevano più. Nel suo
ardore di neofito, egli veniva vagheggiando l’idea di comporre una
serie di _Inni sacri_, e fissava sulla carta dodici soggetti: 1. _Il
Natale._—2. _L’Epifania._—3. _La Passione._—4. _La Risurrezione._—5.
_L’Ascensione._—6. _Le Pentecoste._—7. _Il Corpo del Signore._—8. _La
Cattedra di San Pietro._—9. _L’Assunzione._—10. _Il nome di Maria._—11.
_Ognissanti._—12. _I Morti._ Dall’aprile al giugno 1812, ne aveva già
composto uno, _La Risurrezione_: quel _forte_ aveva finalmente scosso e
gettato via il logoro bagaglio neoclassico, che ne impacciava i movimenti;

  Come a mezzo del cammino,
    Riposato alla foresta,
    Si risente il pellegrino,
    E si scote dalla testa
    Una foglia inaridita,
    Che dal ramo dipartita,
    Lenta lenta vi ristè.

L’intonazione morale e qualche procedimento artistico permangono
pariniani. Le interrogazioni onde l’Inno comincia («Or come a morte
La sua preda fu ritolta? Come ha vinte...? Come è salvo...?»);
le figurazioni scultorie («dall’un canto Dell’avello solitario
Sta il coperchio rovesciato»; «Un estranio giovinetto Si posò sul
monumento...»); il colorito realistico («Non è madre che sia schiva Della
spoglia più festiva I suoi bamboli vestir»); i precetti morali e sociali,
inculcati con bonaria autorità («Sia frugal del ricco il pasto....»):
fanno pensare agli ammirati modelli dell’austero predecessore. Ma qui
la morale, che vorrei dire stoica, del cittadino abate è pervasa e
sublimata dalle essenze più pure ed eterne del Vangelo. Col fiero laico,
già volterriano, rifiorisce la poesia che spera e prega, che accenna «al
premio che i desidèri avanza», che, sconfortata dell’impotenza dell’umana
Ragione, ridispiega fiduciosa le ali verso quel «Dio che atterra e
suscita, Che affanna e che consola».

Con la lettera, onde siamo mossi, del 9 febbraio 1814, il Manzoni
informa il Fauriel d’aver condotti a termine altri due degl’Inni:
certamente _Il nome di Maria_, che fu composto dal 9 novembre 1812 al 19
aprile 1813, e _Il Natale_, dal 13 luglio al 29 settembre 1813.

  «J’ai écrit deux autres _Inni_, avec l’intention d’en faire une
  suite: le premier de ceux-ci, qui ne sont que manuscrits, a eu
  tout le succès que je pouvais désirer; le second n’a pas été si
  approuvé, ce qui m’a fait croire que tous ceux qui en ont jugé
  avaient perdu le sens commun, eux qui avaient tant de pénétration
  quand ils ont trouvé les autres bons! Quand les temps seront un
  peu plus tranquilles, je les soumettrai à votre jugement, qui est
  pour moi la plus grande autorité».

[24] Cfr. _Eustachio Dègola, il clero costituzionale e la conversione
della famiglia Manzoni; spogli da un carteggio inedito di ANGELO DE
GUBERNATIS_; Firenze, Barbèra, 1882; pag. 494-95.

[25] _Portraits contemporains_; Paris, 1889. IV, pag. 196.


VIII.

In grazia degl’Inni, il Manzoni aveva messo da parte—per poco tempo, come
immaginava, nella certezza di riprenderlo poi più tardi (sono illusioni
di cui si può esser vittima anche senza esser «letterati grandi»!)—un
altro suo poemetto; che, a giudicarne dagli scarsi indizi, sarebbe
riuscito d’ispirazione, anch’esso, tra virgiliana e pariniana.

  «Il s’en faut bien que j’aie mis de côté mon petit poème, quoique
  depuis quelque temps je n’y ai pas mis la main; mais j’ai tout
  mon plan fait, et quelques morceaux d’écrits».

Di codesto disegno generale e di codesti brani il Bonghi dichiarò di
non aver ritrovata traccia nè tra i manoscritti manzoniani, nè presso
gli amici del poeta. Non è improbabile che altri, in grazia di più
diligenti ricerche, possa essere più fortunato. Ad ogni modo, da una
lettera precedente, del 5 ottobre 1809, scritta a Parigi e diretta alla
Maisonnette, apprendiamo che il soggetto del poema era la vaccinazione.

  «Je suis plus heureux que je ne le mérite, pour ma _Vaccine_. Je
  réçois de Milan un extrait d’un ouvrage que l’on va imprimer, et
  dans lequel il est dit que non seulement on a trouvé la petite
  vérole dans les vaches en quelques endroits de la Lombardie, mais
  que dans la Valle di Scalve, qui est dans les montagnes de la
  Bergamasque, il y avait une tradition, que l’on conduisait les
  vaches infectes dans les maisons de ceux qu’on voulait preserver
  de la petite vérole naturelle. Ainsi, voyez, j’ai vaccine,
  Lombardie, montagnes et tradition!».

Si trattava dunque d’una specie d’ampliamento, sul modello delle
_Georgiche_, con variazioni didascaliche, descrittive e narrative, della
famosa ode al dottor Bicetti? A buon conto, oramai il poeta aveva già
sotto mani, sulla tavolozza, quel che di meglio, anzi d’essenziale,
l’arte sua pretendeva: l’ambiente storico o leggendario della sua
Lombardia, e quei monti, quella pianura a perdita d’occhio, quei colli
«beati e placidi», quei laghi incantevoli, quei fiumi e quei ruscelli,
che son già nello sfondo delle sue tragedie, e son tanta parte del suo
romanzo.

Vero è che il momento buono di mettersi intorno a codesto poema non
veniva mai. Aveva, sì, fatto un altro passino avanti. Per quanto egli
fosse un grande ammiratore del _Giorno_, e di quel verso sciolto
che ha tutta la squisita e snella eleganza d’una clamide, onde gli
scultori greci rivestivan le Giunoni o le Minerve, le Flore o le
Muse; e ammirasse, anche in questo d’accordo col Fauriel, la stupenda
versione montiana dell’_Iliade_[26]: si era dovuto convincere che, per
un poema un po’ ampio, il verso sciolto dovesse riuscire a stancare.
Altro è un poemetto, come il _Carme all’Imbonati_ e l’_Urania_, come il
_Prometeo_ del Monti e _I Sepolcri_; e altro, poniamo, un poema come
_L’Italia liberata dai Goti_ o _Le Api_ del Ruccellai o _La Coltivazione_
dell’Alamanni. Il metro veramente acconcio per componimenti di tanta
ampiezza, nella nostra poesia, è l’ottava: quella dell’_Orlando Furioso_,
se non anche quella della _Gerusalemme Liberata_, e della _Coltivazione
de’ Monti_ di Bartolomeo Lorenzi.[27]

Il 6 marzo del 1812, il Manzoni riscriveva da Milano:

  «Je vous dirai aussi un mot de ce travail dont je vous ai parlé
  à Paris. Je n’y ai pas trop pensé, ainsi je n’ai fait jusqu’à
  présent que le plan et le commencement du premier chant. Il est
  en octaves, auxquelles je me suis decidé par la crainte qu’une
  suite trop longue de vers blancs ne devint assommante, et je m’en
  trouve très content. Mais je pense bien vous consulter là-dessus,
  si vous avez la patience de m’écouter».

Il 20 aprile, si era ancora allo stesso punto: il poema stava molto in
mente del poeta, ma quanto al tradurlo sulla carta non sembra fosse
progredito. Anzi si direbbe, a giudicarne dalla risposta del Manzoni,
che le assennate osservazioni del Fauriel non dovessero contribuir molto
a confortare e spingere il poeta a quella traduzione. Riscriveva da
Brusuglio:

  «Un mot de mon ouvrage; que l’intérêt que vous y prenez m’est
  cher! Je suis plus que jamais de votre avis sur la poésie; il
  faut qu’elle soit tirée du fond du coeur; il faut sentir, et
  savoir exprimer ses sentiments avec sincérité: je ne saurai pas
  comment le dire autrement. Quel dommage qu’après avoir prétendu
  faire de la poésie sans ces qualités, on se soit avisé à présent
  de la gâter dans ces qualités-là même! J’ai bien des choses à
  vous dire là-dessus, et j’espère que j’en aurai davantage à
  entendre, car c’est toujours pour moi un grand plaisir et un
  grand profit».

Certo, anche un poema sulla vaccinazione può dar luogo a poesia sentita,
cavata dal fondo del cuore, e può essere espressa con sincerità; ma
insomma, non è proprio un poema didascalico-narrativo quel che si sia
meglio disposti a comporre, quando si è in quell’ordine d’idee circa la
poesia! Il Manzoni non ne aveva però smesso il pensiero, anzi fa, sul
proposito, nuove risoluzioni. Continua a dire:

  «Vous avez deviné que j’ai agrandi mon plan; je l’ai même bien
  établi à présent, et j’en vois déjà beaucoup de détails. J’ai
  cependant pensé de ne pas trop m’occuper de ceux-là que quand j’y
  serai. Quant au style et à la versification, après m’être un peu
  tourmenté là-dessus, j’ai trouvé la manière la plus facile, c’est
  de ne pas y penser du tout. Il me parait qu’il est impossible
  d’appliquer dans le moment de la composition aucune des règles,
  ou qu’on peut avoir apprises, ou que notre expérience peut nous
  fournir; que de tâcher de le faire, c’est réussir à gâter sa
  besogne, et qu’il faut bien penser, penser le mieux qu’on peut,
  et écrire. Je me suis souvenu alors du _verbaque provisam rem
  non invita sequentur_ [HOR., A. Poetica, v. 311], que je trouve
  être la seule règle pour le style, sans vouloir mettre en doute
  l’utilité réelle et très grande qu’il y a dans les recherches sur
  les causes des beautés du style, ni les bons effets de ces études
  sur l’esprit de celui qui fait des vers, et sur ses vers par
  conséquent».

Qui ci si affaccia già il critico audace della mirabile Lettera sulle
Unità di tempo e di luogo, e il poeta spregiudicato delle tragedie; qui
lo scrittore più meditativo, o uno dei due più meditativi, dell’Italia
nuova (_giusti son duo_; ma non sembra vi siano ora molto _intesi_,
dacchè altre _faville hanno i cori accesi!_), annunzia già il suo
programma del _pensarci sù!_

Dal naufragio, che pare travolgesse il poemetto, furon salvati due versi
soltanto, la chiusa d’un’ottava, mercè l’indiscrezione del più intimo
degli amici del Manzoni. Scrivendo al Giusti, Tommaso Grossi venne fuori
a dire:

  «....Quando parli del concetto che si presenta splendido alla
  mente, e che costa tanto sforzo a tradurlo sulla carta, e riesce
  sempre monco, mi tornano alla memoria due versi del nostro
  Alessandro, che si trovano in una certa filastrocca inedita e non
  compita, che lavorò da giovane, e che avea per titolo: L’innesto
  del vaiuolo. Volendo anch’egli significare in versi quello che tu
  significhi in prosa, finiva una ottava così:

  E sento come il più divin s’invola,
  Nè può il giogo patir della parola».

[26] «Monti a été enchanté du jugement favorable que vous faites de son
_Iliade_». Lettera del Manzoni al Fauriel, febbraio 1811.

[27] Non è forse inopportuno ricordare che il Parini aveva scritto un
sagace Parere su codesto poemetto del Lorenzi. Cfr. la mia edizione 2ª
delle _Poesie di G. Parini_, 1906, pag. 70.


IX.

Le vicende politiche venivano a turbare tanto idillio domestico, e
tanta operosa pace di studi e di poesia. Ricordo ancora due date: il
20 dicembre del 1813, gli Alleati avevan passato il Reno, e invaso
il territorio francese; il 25 gennaio 1814, Napoleone aveva con un
nuovo esercito lasciato Parigi, e andava loro incontro. Il 9 febbraio,
come ho detto, il Manzoni rompeva il lungo silenzio con l’amico della
Maisonnette, per riparlargli della famiglia, del giardino, del poemetto
sulla vaccinazione, degl’Inni sacri. Soggiungeva:

  «Ne trouvez-vous pas un peu extraordinaire qu’au milieu de tout
  ce tapage je vous parle de ces affaires? Mais vous savez que
  c’est un des plus grands mérites des poètes, _fra tanti e tanti a
  lor dal ciel largiti_, de trouver toujours le moyen de parler de
  leurs vers».

L’11 febbraio, la guarnigione francese di Verona, stretta dagli
Austriaci, non potè più resistere, e s’arrese. Il 7 marzo, ottomila
tra Inglesi e Siciliani, condotti da lord William Bentinck, il quale
diceva di propugnare la costituzione di uno Stato libero italiano,
sbarcarono presso Livorno; e il 14, l’ammiraglio vi proclamò d’esser
venuto a stendere la mano agl’Italiani «per liberarli dal ferreo giogo
dei Bonaparte». I Napoletani, con propositi non occulti di raggruppar
la Penisola in un’unica monarchia indipendente, si fortificavano in
Ancona e venivano via via occupando le altre città delle Marche. Sulle
lagune, sul lago di Garda, sulle rive dell’Adige e del Mincio, avvenivano
frequenti scontri degli Austriaci coi franco-italiani, con varia fortuna.
Tra il quartier generale di re Gioacchino, il gabinetto dell’imperatore
Francesco e lord Bentinck, era un vivo scambio di lettere. Nonostante le
promesse e le belle parole, si capiva che l’Austria intendeva soprattutto
alla restaurazione delle antiche dinastie: e il suo esercito, a buon
conto, era entrato in Roma e vi aveva occupato il castel Sant’Angelo;
e il conte Starkemberg s’era insediato in Firenze; e il conte Nugent
creava, nei dipartimenti del Panaro e del Crostolo, un governo militare
provvisorio, in nome dell’arciduca Francesco d’Austria-Este, erede di
Ercole Rinaldo ultimo duca Estense, morto duca del Brisgau.

La Lombardia, dal Mincio al Ticino, costituiva ancora il Regno d’Italia,
e il vicerè Eugenio n’era tuttavia a capo. Sennonchè si presentivan
prossimi, e generalmente si auguravano, possibili e più o meno radicali
mutamenti. Il Beauharnais non v’era propriamente odiato, ma neanche
amato. «Allevato ne’ campi di vincitori e di capitani, ma più d’ogni
altro sotto la verga del loro maestro, aveva imparato a guerreggiare,
e a temere d’acquistarsi regno da sè. A dirne il vero», soggiunge il
Foscolo[28] «pareva nato solo a regnare in tempi tranquilli, dotato
com’era di forte senso comune; di cuore perplesso a chi non sapeva
incalzarlo; amorevole, non però liberale nè confidente; poco magnifico,
se non in cose che potevano fruttare o rivendersi a un tratto; e
prontissimo a sentirsi predominare dalle menti e dalle anime superiori
alla sua». Amata invece, e da tutti, era la viceregina, la soave Augusta
Amalia di Baviera, «bellissima fra le giovani, e d’indole angelica, e
madre di principi nati in Italia».[29] Il Foscolo, che la definisce
così, disegnava di celebrarla nell’Inno secondo delle sue _Grazie_; dove
aveva abbozzato per lei questi versi:

                   O di clementi
  Virtù ornamento nella reggia insubre!
  Finchè piacque agli Dei, o agl’infelici
  Cara tutela, e di tre regie Grazie
  Genitrice gentil, bella fra tutte
  Figlie di regi, e agl’Immortali amica!
  Tutto il Cielo t’udia quando al marito,
  Guerregiante a impedir l’Elba ai nemici,
  Pregavi lenta l’invisibil Parca
  Che accompagna gli eroi, vaticinando
  L’inno funereo e l’alto avello e l’armi
  Più terse, e giunti alla quadriga i bianchi
  Destrieri eterni a correre l’Eliso.

Rispettato tuttora, ma reso poco valido dagli acciacchi, era il
cancelliere Francesco Melzi duca di Lodi, il quale aveva varcata la
sessantina. Odiati invece, per la loro arroganza, erano il conte Méjean,
segretario del Principe, e il Darnay, zelante direttore delle Poste,
che voleva dire efferato intercettatore di corrispondenze: e basterebbe
sentire il Manzoni, per farsi un’idea del ludibrio a cui era ridotto
il servizio postale. Mal tollerati erano altresì alcuni dei ministri:
i conti Vaccari e Paradisi, in ispecie, anche perchè, dice il Foscolo,
l’uno essendo bolognese e l’altro modenese, eran «nominati forestieri
in Milano».[30] Odiatissimo poi era il novarese conte Prina, ministro
delle Finanze, una delle più implacabili sanguisughe che mai abbiano
servito alle dispendiose ambizioni del conquistatore. L’oculato duca
Melzi lo aveva segnalato come agente pericoloso fin dal 1802, in un
rapporto al Primo Console; ma codesti biasimi sonavano elogi all’orecchio
del monarca, che della pietà non sapeva cosa farsi. Al cancelliere del
piccolo Regno italico, questi avrebbe potuto rispondere quel che più
tardi non si peritò di ribattere al Metternich: «Vous n’êtes pas soldat,
et vous ne savez pas ce qui se passe dans l’âme d’un soldat. J’ai grandi
sur les champs de bataille, et un homme comme moi se soucie peu de la vie
d’un million d’hommes!»[31].

Napoleone era ancora «in solio», ma non più «folgorante»: la «reggia»
rovinava, e il fantasma del «triste esiglio» si faceva ogni giorno più
minaccioso; alle voci di «servo encomio» succedevan quelle di «codardo
oltraggio». Anche in Milano gli scontenti levavano il capo. E mentre
gli Austriaci premevan di fuori, e richiamavano il Principe e le
sue milizie al confine, di dentro gli austriacanti, per la più parte
aristocratici o burocratici, e i così detti _Italici_, ch’eran gli
zelatori di ordinamenti nuovi, facevan leva insieme per rimuovere quel
governo prepotente e rapace. Le simpatie del giovane Manzoni erano,
s’intende, per gl’Italici; tra’ quali, com’egli si segnalava, oltre
che per il resto, per la eccessiva prudenza, così si poneva in vista,
con pericolosa imprudenza, il giovane conte Federico Confalonieri.
Non so se già allora, certo di poi, nelle tragiche vicende di codesto
audace cospiratore, il Manzoni gli si mostrò affezionato estimatore;
e non esitò a manifestare, sotto gli occhi sinistri e sospettosi
dell’aquila grifagna, la sua ammirazione per la eroica compagna del
martire, la contessa Teresa Casati. Pel sepolcro di lei, morta di ansie
e di crepacuore il 26 settembre del 1830, quando ancora il marito era
imprigionato allo Spielberg, egli dettò una delle poche sue epigrafi, che
fu scolpita nella tomba della famiglia Casati a Muggiò presso Monza; dove
tra l’altro diceva: «_Maritata a Federico Confalonieri il 14 settembre
1806—ornò modestamente la prospera sorte di lui—l’afflitta soccorse
con l’opera e partecipò con l’animo—quanto ad opera e ad animo umano è
conceduto.—Consunta ma non vinta dal cordoglio—morì sperando nel Signore
dei desolati...—Vale intanto, anima forte e soave!_». E al Confalonieri
medesimo egli non si peritò di dare una esplicita prova dell’immutabile
suo attaccamento, mandandogli allo Spielberg il libro dell’abate Ph.
Gerbet, _Considérations sur le Dogme générateur de la piété catholique_
(Paris 1833), che, in quei tempi di rinnovato fervore religioso, meritò
al suo autore il nome di Platone cristiano. Vi scrisse sulla prima pagina:

  _A Federigo Confalonieri._

  _Che può l’amicizia lontana per mitigare le angosce del
  carcere, le amarezze dell’esiglio, la desolazione d’una perdita
  irreparabile? Qualche cosa, quando preghi: chè, se sterile è il
  compianto che nasce nell’uomo, e finisce in lui, feconda è la
  preghiera che vien da Dio e a Dio ritorna._

                                                 ALESSANDRO MANZONI.

  Milano, 23 aprile 1836.

[Illustration: Dedica autografa del Manzoni a Federigo Confalonieri.[32]]

[28] _Lettera apologetica_, nelle _Prose_; Firenze, Le Monnier, 1850,
pagina 556.

[29] A proposito di codesti principi, m’è caro rimandare all’interessante
articoletto dell’amico prof. GIOVANNI BOGNETTI, _Nascite sovrane in
Milano_ (1773-1830), nella miscellanea nuziale _Da Dante al Leopardi_;
Milano, Hoepli, 1904, pag. 652 ss.—Il Bognetti riferisce (p. 659) un
brano di lettera del Melzi ad Eugenio, scritta dopo la partenza della
viceregina, in cui poteva dirgli senza tema di cortigianeria: «Je puis
assurer aussi à mon tour que tout est tranquille à Milan, mais bien
triste, surtout depuis le départ de la Princesse, qui a réellement
affecté toutes les classes de la population».

[30] Non so quanta fede meriti qui il Foscolo. Egli è di umor nero
contro i Milanesi, ora. Comunque, se questi, e allora e poi, peccarono
di eccessivo municipalismo, è certo che il maggiore tra essi, e allora
e poi, aborrì da un cotal sentimento, perniciosissimo ai suoi ideali
di patria. Ricordo un solo episodio. Al genero G. B. Giorgini, che gli
aveva mandato da leggere gli stampini del suo opuscolo _Dell’unità
d’Italia in ordine al diritto e alla storia_ (Milano, Redaelli, 1861),
egli scriveva l’11 marzo 1861: «L’esserti fatto tanto umile, mi fa esser
tanto temerario. T’avverto dunque che se non mi viene un tuo avviso in
contrario, a posta corrente, farò sulle prove del torchio... un piccolo
cambiamento... A _un calabrese_ sostituirò _un Fabrizio Maramaldo_. E
questo perchè non m’avendo tu scritto d’aver trovato che tale fosse
veramente la patria di _quel colui_, posso credere che l’osservazione
ti sia sfuggita. E ad ogni modo mi par ben fatto di scansare ogni nome
di provincia italiana nei fatti odiosi». Cfr. D’ANCONA. _VI lettere
di A. Manzoni a G. B. Giorgini_ (per nozze), Pisa, 1896, p. 9-10: e
anche D’OVIDIO, _Saggi critici_, Napoli, 1878, p. 76.—Pel sentimento
antiregionalista del Manzoni, si vegga pure la mia _Introduzione_ al
volume I di queste _Opere_, pag. XLIII.

[31] Cfr. _Mémoires inédits du prince de Metternich_, Paris, Plon, 1879;
e cfr. «Revue des deux mondes» del 1º dicembre 1879, pag. 490.—Lo spunto
delle parole di Napoleone alle prese con quel volpone della diplomazia,
ricorda quelle dal Manzoni messe in bocca al Carmagnola tra i volponi
del Consiglio dei Dieci (a. V, sc. [1ª]): «Giudice del guerrier solo è
il guerriero; Voglio scolparmi a chi m’intenda.....». E la somiglianza,
del tutto casuale, tra ciò che disse l’_uom fatale_ e ciò che pensava il
poeta del _Cinque maggio_, non è priva d’interesse!

[32] Dicon dettata dal Manzoni l’ultima supplica, del 12 febbraio 1830,
che la Teresa diresse all’Imperatore, perchè le fosse «concesso di
terminare i suoi giorni accanto a quello che la Provvidenza le aveva dato
per compagno». L’ha pubblicata il D’ANCONA, nel volume sul Confalonieri.


X.

Se si vuol prestar fede al Cantù, il Manzoni così avrebbe giudicato,
parecchi anni dopo, dei precedenti e delle conseguenze di quelle
agitazioni e di quei moti, che segnaron la caduta del primo regno italico.

  «—La forza non ha mai fatto bene. In ogni secolo troverai pochi
  anni di pace, ne’ quali gli uomini progrediscono: tutt’a un
  tratto si rompe la guerra; chi aveva interesse a conservare il
  vecchio, torna allo stato di prima, e al fin della guerra si è
  ancora alla condizione antica, e si deve ricominciare la lotta
  del vero.

  —La rivoluzione francese giovò veramente! Da gran tempo le
  menti avevano preso in fermento, una spinta verso il meglio. Le
  opinioni grandeggiando venivano ad imporre alle istituzioni...
  Poichè non avvennero, è impossibile dire appunto quali
  avvenimenti sarebbero nati dalla pace: ma i quarant’anni, in cui
  fosse seguitato quel progresso, senza interromperlo col volgerlo
  sopra fantasmi o vanità splendide, chi sa dove avrebbero portata
  l’umanità. All’incontrario, quando la rivoluzione finì nel
  1814, si trovò che tutta Europa, stanca, amava di vero amore i
  rappresentanti del despotismo: primo, perchè pareano rimetterla
  in quiete; secondo, perchè son ben pochi che sappiano odiare uno
  senza amare il nemico di esso. Questo dai popoli. Dai re venne
  stabilito un diritto assoluto, un regnare per _la grazia di Dio_,
  per diritto sopra o extra-umano, che prima non v’era. Difatto non
  v’avea paese (quando forse non se ne eccettui la Lombardia) dove
  non vi fossero istituzioni indipendenti dal re. Tant’è vero che
  ogni re, quando veniva eletto, prestava un giuramento: il che
  suppone che credevano anch’essi qualche cosa superiore a sè, da
  cui tenevano l’autorità. Di ciò nulla dopo il 1814....

  Si dice che in Lombardia non v’era idea di nazionalità prima che
  venissero i Francesi. Falso. Quando s’è in possesso d’una cosa,
  meno se ne discorre: d’indipendenza non parlano tanto gl’Inglesi
  p. es., quanto gl’Italiani. Nazionalità v’era sì, e mostravasi a
  mille atti aperto l’attaccamento al proprio paese, alle leggi,
  alle consuetudini; e quando i principi austriaci le violassero,
  se ne sentiva il lamento comune, si mandavano deputati a
  richiamarsene. Questa nazionalità è vero ch’era lombarda. Vennero
  i Francesi, che con manifesto despotismo la conculcarono, facendo
  tutto venir di fuori, leggi, armi ecc. ecc. Allora ci si pensò di
  più. E poichè trattavasi di rinnovare il principio, _e l’idea di
  nazionalità lombarda era un assurdo evidente, si prese un simbolo
  più vero, più esteso: la italiana_».[33]

Gl’Italici eran d’accordo nel vagheggiare un ideale d’autonomia e
d’indipendenza; ma circa i modi e la via da tenere per conseguirlo, i
pareri eran diversi o contrarii. I più reputavan possibile e desiderabile
la conservazione di quell’effimero ed assurdo Regno d’Italia;[34]
magari con un principe di Casa d’Austria, magari col Duca di Clarence,
terzogenito del re Giorgio III d’Inghilterra. Il Manzoni era dei
pochi che mirassero, con magnanima e incrollabile persistenza, alla
unificazione monarchica di tutta quanta la Penisola,

  Che natura dall’altre ha divisa,
  E ricinta con l’alpe e col mar.

Egli era convinto come assai spesso «sia più ragionevole chiedere il
molto che il poco».[35] E se il supremo benefizio dell’unità avessimo
dovuto riconoscerlo da un principe francese, si chiamasse Beauharnais o
Murat, viva, per il momento almeno, anche Eugenio o Gioacchino!

Nello scartafaccio del Cantù gli sono altresì attribuite queste
osservazioni:

  «—Nel 1814 la maggior parte erano abbagliati dal fantasma
  della gloria passata: molti, per le circostanze delle cose,
  desideravano ardentemente gli Austriaci; cioè, dopo diciotto anni
  di tanti casi, desideravasi restituito quell’ordine di cose che
  allora, per voce di filosofi e confessione dei principi stessi,
  si era conosciuto disadatto. Pochi, i più quieti, dicevano:—Ma
  che volete mai fare? lasciate un po’ fare a loro! Volete andare
  contro tante baionette? ecc. ecc.—Allora si stabilì la pace.....

  —Nessuna nazione ha diritto d’intromettersi negli ordinamenti
  interni delle altre, giacchè ciascuna deve conoscere il proprio
  meglio, e a questo provvedere di voto comune.....

  —Non è mica ben intesa neppure la questione di straniero.
  Questa è affatto accidentale. Se straniero è chi parla diversa
  lingua, sono dunque sotto padrone straniero l’Alsazia e i
  dipartimenti tedeschi?[36] Questa è qualità accidentale, giacchè
  potrebb’essere qui un governo tedesco, senza le cancellerie
  auliche, ed esser buono, purchè eletto o voluto dalla nazione
  ecc. Tanto è vero che v’è paesi in Italia sotto principi
  italiani, ove si sta peggio che sotto gli Austriaci. La questione
  dunque è più giustamente posata col dire: Governi buoni e Governi
  cattivi».

E quanto all’Austria, e a quel nefasto bigotto della restaurazione che fu
il Metternich, s’affrettava a soggiungere:

  «—Libertà, dicono, è obbedire solo alle leggi. Questa definizione
  potrebbe piacere anche a Metternich, giacchè le leggi le fa lui!
  Importa sapere da chi e come sono fatte, e se buone o cattive.
  Era una legge anche quella degl’imperatori romani di adorare
  gl’idoli; e i cristiani credeansi in dovere di disobbedirla».

La restaurazione cieca, il mantenere o risuddivider l’Italia negli
antichi e ridicoli staterelli, rinnegando quei principii, respingendo
quegli ammonimenti, rinunziando a quei vantaggi che costavan sì enormi
sacrifizii di sangue e di sostanze, questo era il peggio. E poichè il
re di Napoli dava non dubbii segni di voler proclamare la guerra santa
dell’unificazione, egli, il Manzoni, aveva simpatia per l’avventuriero
Murat. Che importava che questi non fosse re _per la grazia di Dio_? Lo
sarebbe stato pel volere concorde del popolo; ch’era un modo più conforme
alle conquiste intellettuali della Rivoluzione. E in quella simpatia il
poeta non era solo. A Milano passavano per _murattisti_ il conte Giacomo
Luini, direttore generale della polizia, e il generale Teodoro Lechi, il
cui fratello Giuseppe già militava nelle file dell’esercito napoletano;
e fino si buccinava che il generale Domenico Pino, a cui di lì a qualche
giorno sarebbe stato affidato il comando militare di Milano, partecipasse
agli audaci disegni del re.

[33] Cfr. CANTÙ, _A. Manzoni, reminiscenze_; 2ª ediz., Milano, Treves.
1885, vol. II, pag. 311 ss.

[34] Assurdo anche per la sua configurazione. S’immagini che chi avesse
voluto dalla capitale recarsi a Bologna, la terza città del Regno, per
la più corta, doveva traversare il dipartimento francese del Taro,
l’antico ducato di Parma! Tutti sanno che Giuseppe Verdi nacque (il 10
ottobre 1813) in questo dipartimento, così che qualche allegro biografo
d’oltr’Alpi ha voluto farne un francese!

[35] Nella Prefazione al _Conte di Carmagnola_; pag. 157 di questo
volume.—Nella lettera a Giorgio Briano, da Lesa il 7 ottobre 1848, il
Manzoni chiamava quella dell’unità nazionale «una causa che è stata il
sospiro di tutta la sua vita».

[36] Dopo Sédan codesto argomento di fatto ha perduto tutto il suo
valore! E non credo che il Manzoni aspettasse il 1870 per mutar
d’opinione. Ciò che gl’Italiani migliori pensassero poi pur della
signoria o protezione francese, si può vederlo nello scritto del DE
SANCTIS, _L’Italia e Murat_, pubblicato a Torino nel 1855, e ora
ristampato negli _Scritti varii inediti o rari_; Napoli, Morano, 1898,
vol. I, pag. 181 ss.


XI.

Il 3 marzo, il Manzoni cominciò a mettere in carta il quarto dei suoi
Inni, _La Passione_. Scrisse:

  Cheti e gravi in dimessa figura
  Oggi al tempio, fratelli, moviamo.
  Come gente che pensi a sventura
  Che repente s’intese annunziar...;

e andò oltre per tutta la seconda strofa:

  S’ode un carme: l’intento Isaia
  Profferì questo sacro lamento,
  In quel dì che un divino spavento
  Gli affannava il fatidico cuor.

Ma l’Isaia novello non seppe proseguire, per allora: il trambusto e lo
strazio temuto di questa sua nuova Gerusalemme voleva per sè tutti i suoi
pensieri e le sue cure.

Le notizie che venivan d’oltr’Alpi avvertivano che la catastrofe
napoleonica era imminente. «Di quel securo il fulmine» scoppiava ancora
pauroso a Brienne, a Champaubert, a Montmirail, a Montereau, a Vauchamp;
ma le file di quell’ultimo esercito di adolescenti scemavan via via,
senza che per il momento fosse possibile rinvigorirle. E intanto gli
eserciti degli Alleati s’accavallavano e rinnovavano, e si stringevano
ogni giorno più intorno a Parigi. Il 30 marzo, quando Napoleone con una
suprema audacia disegnò di portarsi alle spalle del nemico, e raccogliere
le guarnigioni lasciate nella Francia orientale e l’esercito d’Italia,
gli Alleati precipitarono su Parigi, sconfissero re Giuseppe e Marmont,
e il giorno 31 entrarono nella città e vi si accamparono. Napoleone
tornò in furia da Rheims, ma comprese che tutto era perduto e si attendò
a Fontainebleau, aspettando. Il 5 aprile si seppe anche a Milano della
presa di Parigi; e il 15, che a Fontainebleau l’_uomo fatale_[37] era
stato costretto a firmare la sua abdicazione. Il formidabile di ieri si
avviava, sotto scorta, al risibile staterello dell’Elba, lasciatogli come
per elemosina.

Giorgio Byron, che nel gennaio di quell’anno, pubblicando il _Corsaro_,
aveva espresso il proponimento di non più poetare per lungo tempo, e
che il 9 aprile, al mattino, ancora scriveva: «Non più versi oramai;
io ho dato le mie dimissioni»; la sera, all’annunzio dell’abdicazione,
diffuso da un supplemento della _Gazzetta_, si sentì invaso da irrompente
furore poetico, e il giorno appresso l’_Ode to Napoleon Bonaparte_
era già composta. Essa fu subito stampata e pubblicata, senza il nome
dell’autore. L’intonazione e parecchi spunti ricordano molto da vicino il
_Cinque maggio_[38]. Comincia:

  ’Tis done—but yesterday a King!
    And arm’d with Kings to strive—
  And now thou art a nameless thing:
    So abject—yet alive!
  Is this the man of thousand thrones,
  Who strew’d our earth with hostile bones,
    And can he thus survive?
  Since he, miscall’d the Morning Star,
  Nor man nor fiend hath fallen so far.[39]

Ripiglia alla IV strofa, con un movimento che somiglia al manzoniano _La
procellosa e trepida_..., e riconduce all’epigrafico _Ei fu_:

  The triumph, and the vanity,
    The rapture of the strife—
  The earthquake voice of Victory,
    To thee the breath of life;
  The sword, the sceptre, and that sway
  Which man seem’d made but to obey,
    Wherewith renown was rife—
  All quell’d!—Dark Spirit! what must be
  The madness of thy memory![40]

Napoleone era stato «the arbiter of others’ fate»: i popoli gli si
volsero «come aspettando il fato». Incatenato al tronco che vanamente
egli aveva voluto abbattere,—solo—, quali sguardi non gettò egli intorno
a sè?

  Chain’d by the trunk he vainly broke—
    Alone —how look’d he round?

Novello Milone, lo attenderà una sorte ancora più terribile: quegli morì
divorato dalle bestie feroci; ma lui divorerà il suo proprio cuore:

  He fell, the forest prowlers’ prey:
  But thou must eat thy heart away!

Napoleone («the Thunderer of the scene», lo dirà poi nel _Childe Harold’s
Pilgrimage_, III, 36) aveva avuto nelle sue mani «il fulmine»; che ora
gli era stato strappato a viva forza.

  But thou—from thy reluctant hand
    The thunderbolt is wrung—
  Too late thou leav’st the high command
    To which thy weakness clung;
  All Evil Spirit as thou art,
  It is enough to grieve the heart
    To see thine own unstrung;
  To think that God’s fair world hath been
  The footstool of a thing so mean.[41]

  ...........

  Thy triumphs tell of fame no more,
    Or deepen every stain....
  But who would soar the solar height,
  To set in such a starless night?[42]

  Weigh’d in the balance, hero-dust
    Is vile as vulgar clay;
  Thy scales, Mortality! are just
    To all that pass away:
  But yet methought the living great
  Some higher sparks should animate,
    To dazzle and dismay:
  Nor deem’d Contempt could thus make mirth
  Of these, the conquerors of the earth.[43]....

  Then haste thee to thy sullen Isle,
    And gaze upon the sea;
  That element may meet thy smile—
    It ne’er was ruled by thee!....[44]

  ...........

  What thoughts will there be thine,
  While brooding in thy prison’d rage?
  But one:—«The world was mine!»....
  Life will not long confine
  That spirit, pour’d so widely forth—
  So long obey’d—so little worth![45]

Se Napoleone avesse saputo ritirarsi in tempo! Ma no! egli volle esser
re, come se la porpora onde si camuffava potesse soffocare «il sovvenir»:

  But thou forsooth! must be a king,
    And don the purple vest.—
  As if that foolish robe could wring
    Remembrance from thy breast.[46]

Or come mai un tal uomo, il protagonista d’una si grande tragedia, non
aveva preferito morire da eroe e da re, gettandosi sulla propria spada
come un eroe di Plutarco, al sopravvivere a sè medesimo e alla sua
gloria, quasi un povero re da commedia? Fa paura di quella morte, ch’egli
aveva seminata nel mondo con tanta prodigalità, ovvero speranza segreta
di rilevare il capo minaccioso sulla plebe de’ sovrani per la grazia di
Dio, che ora gli facevan da carcerieri? Il superbo poeta, compatriotta
di Nelson e di Wellington, non vuol soffermarsi a indagarlo; egli ama
meglio rinfacciare al nemico sconfitto e umiliato pur quell’ultima sua
coraggiosa viltà.

  Is it some yet imperial hope
  That with such change can calmly cope?
    Or dread of death alone?
  To die a prince—or live a slave—
  Thy choice is most ignobly brave!....

  And Earth hath spilt her blood for him,
    Who thus can hoard his own!...

  Or, like the thief of fire from heaven,
    Wilt thou withstand the shock?
  And share with him, the unforgiven,
    His vulture and his rock!
  Foredoom’d by God—by man accurst,
  And that last act, though not thy worst,
    The very Fiend’s arch mock;
  He in his fall preserved his pride,
  And, if a mortal, had as proudly died![47]

È verosimile che, se «il massimo Fattor» fosse anche uno scrittore di
tragedie sul tipo classico, avrebbe chiusa la terribile catastrofe di
Fontainebleau come, poniamo, l’Alfieri il _Saul_. All’«empia Filiste»
del Danubio, Napoleone avrebbe, passandosi il cuore, detto, con un gesto
e un atteggiamento che ricordasse il repubblicano Catone (che importava
la fede politica di questo antico? forse che l’imperialista Dante s’era
peritato di piegare davanti a lui «le gambe e il ciglio», pur dopo d’aver
visto Bruto e Cassio nel peggior luogo dell’Inferno, nella sola compagnia
di Giuda Iscariota?):

  «Me troverai, ma almen da re, qui.... morto!»[48]

Ma Napoleone, nonostante le sue pretese artistiche e i suoi _ukasi_
estetici, aveva preferito comportarsi, magari a dispetto del corifeo dei
nuovi poeti romantici,[49] come un eroe romantico. Anche Macbeth s’era
rifiutato di seguire i nobili esempi che pure a lui, barbaro caledone,
additava la magnanima storia di Roma. Chè quando codesto efferato
ambizioso si vede inseguito com’una belva e senza speranza di scampo,
esclama, con nuovo scatto di ferocia:

  «Why should I play the Roman fool, and die
  On mine own sword? whiles I see lives, the gashes
  Do better upon them».[50]

Il Manzoni, da buon filosofo della storia, e poco tenero oramai dell’arte
classicheggiante e dei critici dittatori del buon gusto, dedusse dal
mancato suicidio del _desolator desolate_, del _victor overthrown_, la
conseguenza che la necessità ineluttabile del suicidio negli eroi e
nelle situazioni tragiche sia del tutto posticcia, e punto rispondente
alla realtà. Nella sua _Lettre à m. C***_ egli tocca, con una punta
d’arguta canzonatura, di quei tragediografi che si sbarazzano degli
eroi _malencontreux_ con un sollecito colpo di pugnale; e riferisce, a
dileggio, i due versi celebri nei quali «un poëte a donné la formule
morale du suicide». Il poeta è, chi non lo sappia, il Voltaire; il quale
mise in bocca alla sua Merope, in fine dell’atto secondo della tragedia
omonima, queste parole:

  «Moi vivre, moi lever mes regards éperdus
  Vers ce ciel outragé que mon fils ne voit plus!
  Sous un maître odieux, dévorant ma tristesse,
  Attendre dans les pleurs une affreuse vieillesse!
  _Quand on a tout perdu, quand on n’a plus d’espoir,_
  _La vie est un opprobre, et la mort un devoir_».

In verità, osserva il Manzoni, l’esperienza e la storia mostrano che
nella vita i suicidii non sono così frequenti come sulla scena, e
specialmente non avvengono nelle occasioni in cui i poeti tragici v’han
ricorso.

  «On voit des hommes qui ont subi les plus grands malheurs ne pas
  concevoir l’idée du suicide, ou la repousser comme une faiblesse
  et comme un crime. Certes l’époque ou nous nous trouvons a été
  bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances
  trompées; voyons-nous que beaucoup de suicides s’en soient
  suivis? non; et si la manie en est devenue de nos jours plus
  commune, ce n’est pas parmi ceux qui ont joué un grand rôle dans
  le monde, c’est plutôt dans la classe des joueurs malheureux,
  et parmi les hommes qui n’ont ou croient n’avoir plus d’intérêt
  dans la vie dès qu’ils ont perdu les biens les plus vulgaires:
  car les âmes les plus capables de vastes projets sont d’ordinaire
  celles qui ont le plus de force, le plus de résignation dans les
  revers.»[51]

Una delle catastrofi contemporanee più segnalate, anzi la più grandiosa
e memorabile, non era appunto stata quella di Fontainebleau; anche
più insigne dell’altra che seguì, di Waterloo, benchè questa avesse
conseguenze più definitive?

Il poeta, fedele al suo programma d’arte, di non tradir mai il santo
Vero, s’attenne a codesti insegnamenti della storia: così quando,
nell’_Adelchi_, non permise che il protagonista, cuor del suo cuore
nonostante la solenne dichiarazione di rammarico per averlo messo al
mondo[52], desse volontaria e violenta fine ai suoi giorni; come quando,
nel Romanzo, lasciò cader di mano all’Innominato, a codesto piccolissimo
Napoleone secentesco della Valsassina, la pistola con la quale aveva
pensato un momento di «finire una vita divenuta insopportabile» (cap.
XXI). Shakespeare, il «savio gentil» che seppe meglio di qualunque altro
leggere nel cuore umano, era, anche questa volta, una guida molto sicura.
Vero è che la critica interessata di certi poeti, ambiziosi di dittatura,
parlava di costui «come d’un genio selvaggio, d’un capo strano, con de’
lucidi intervalli stupendi: una specie di montagna arida e scoscesa,
dove un botanico, arrampicandosi per de’ massi ignudi, poteva trovare
un qualche fiore non comune». Ma il Manzoni nè aveva i secondi fini del
Voltaire, nè era un caparbio o un _parvenu_ letterario come l’Alfieri;
e non si fece scrupolo di riconoscere subito in lui il «grande e quasi
unico poeta», e a darglisi tutto, come Dante a Virgilio, _per sua
salute_[53]. I due stupendi monologhi, di Adelchi e dell’Innominato, in
cui è descritta nei più minuti particolari la storia di quelle due anime
agitate, che accolgon prima come una liberatrice l’idea del suicidio
e poi la respingono come una vile lusingatrice, son rimodellati su
quello celebre di Amleto[54]. S’intende; del Manzoni possiamo ripetere
ciò ch’ei disse del Goethe: si mise sulla strada «segnata dal genio
selvaggio,... come accade ai grandi ingegni, senza intenzione e senza
paura d’imitare»[55].

Sennonchè, quando, sullo scorcio del 1819 e il principio del 1820, il
Manzoni scrisse la _Lettre a m. C***_, sapeva forse che davvero il vinto
di Fontainebleau aveva tentato, e meglio che tentato, di farla finita
con una esistenza che oramai gli era insopportabile? E se non allora,
lo seppe egli quando componeva l’_Adelchi_, o almeno quando descrisse
la tormentosa notte dell’Innominato? Manca il modo di accertar nulla.
Comunque, sono assai rilevanti e significative le affinità che si
scorgono tra codeste immaginazioni poetiche e quell’episodio storico,
rivelatoci poi da testimoni oculari.

L’imperatore aveva, il 4 aprile, segnato un primo atto d’abdicazione,
riservando i diritti di suo figlio e quelli della imperatrice reggente,
e il mantenimento delle leggi dell’Impero. Ma il 7, costretto dalla
diserzione di Marmont, s’era dovuto piegare a rinunciare per sè e i
suoi figliuoli a qualunque diritto sui troni di Francia e d’Italia. Non
bastava. Il 12, tre generali gli portaron da firmare il trattato di
pace che il giorno prima gli Alleati e il governo provvisorio avevan
concluso a Parigi. Napoleone, divenuto cupo, lo respinge e reclama il
suo atto d’abdicazione del 7. Che cosa mulinava? Gl’intimi s’eran potuto
accorgere che sinistri propositi attraversavano la sua mente. Il conte
di Turenne gli aveva sottratte e scaricate le pistole; ma egli le aveva
reclamate, rimproverandolo. Poi, aveva parlato con calma della sua nuova
condizione. La morte, disse averla bensì cercata sul campo di battaglia,
per esempio ad Arcis-sur-Aube («anch’io credea morir sul campo!»); ma il
pensiero del suicidio sarebbe stato indegno di lui. Egli era cosciente e
geloso della sua dignità imperiale; «Se tuer», aveva soggiunto, «c’est la
mort d’un joueur!». E ancora, scoprendo tutto un abisso di meditazioni
e di speranze: «Il n’y a que les morts qui ne reviennent pas!».—Solo
Shakespeare avrebbe forse saputo leggere in una simile anima, in un
simile momento; e queste frasi son degne di lui.

Quel giorno, sul punto di apporre la sua firma alla sentenza capitale
dell’Impero, Napoleone era così sprofondato in sè stesso, che, narra
il generale De Ségur, «il semblait habiter un autre monde». Alle dieci
di sera, andò a letto; a mezzanotte, chiamò il servo fedele perchè
ravvivasse il fuoco, e gli preparasse da scrivere presso il caminetto.
Poi lo mandò via. Si levò agitatissimo, percorse la stanza a passi
concitati, si fermò di botto, scrisse, ghermì il foglio e lo buttò sul
fuoco; tornò a passeggiare, a sedere, a scrivere, a gettare il foglio
sul fuoco. Poi, s’accostò al comodino, vuotò nel bicchiere il sacchetto
del veleno che gli aveva preparato il dottore Yvan, e ch’ei portava
sempre con sè dopo la guerra di Spagna, e bevve. Si rimise a letto. Per
una lunga mezz’ora il cameriere, trepidante, rimase dietro la porta a
spiare. Napoleone, maravigliato di vivere ancora, aspettava impaziente
gli effetti del veleno. Poichè questi tardavano, ricorse a un altro
veleno, già preparatogli dal Cabanis. Soffriva molto, ma non era la
morte. Stanco, fece chiamare il medico, per chiedergli un veleno più
decisivo. Yvan, atterrito, supplica l’imperatore di prendere invece un
contravveleno: non voglia esporlo a terribili sospetti! Napoleone cede,
si lascia curare e s’assopisce. Le tenere prove d’affetto di chi lo
circondava gli ridanno la forza di vivere. Esclama: «Dieu ne le veut
pas!»; domanda il trattato degli 11 aprile, e vi appone il suo nome[56].

La tragedia, che pareva giunta alla catastrofe, era solo alla fine del
quarto atto: mancavano ancora l’Elba, Waterloo, Sant’Elena.

[37] _Fatal guerriero_ l’aveva già, nel _Beneficio_, chiamato il Monti.

[38] Nel 1832 il dott. Amadio Christiano Federico Mohnike (n. 1781,
m. 1841) pubblicò, col titolo di _Voci di Napoleone dal settentrione
e dal mezzogiorno_, tradotte in tedesco le Odi napoleoniche degli
svedesi Nikander e Tegner, del Byron e del Manzoni. Questi gli scrisse,
ringraziando, il 22 agosto: «Il far soggetto d’un Suo lavoro un mio
componimento, e il collocarlo in così degno luogo, era già per sè un alto
favore; aggiungendovi quello del dono, e d’una gentilissima lettera, Ella
ha colmato la Sua bontà e la mia riconoscenza....». Non sembra verosimile
che, anche prima d’allora, il Manzoni non conoscesse direttamente l’ode
del poeta che fu dai contemporanei proclamato (vedi nel _Don Juan_, c.
XI, 55)

  The grand Napoleon of the realms of rhyme.

Se un altro, di quell’ode avrebbero potuto parlargli il Pellico e il
Berchet, che del Byron furono ammiratori, traduttori ed apostoli in
Lombardia.

[39] «Tutto è finito! Ed ieri ancora eri re! e armato per combattere
coi re. Oggi sei una cosa senza nome; così abbietta eppure vivente! È
questo l’uomo dai mille troni, che seminava la terra di ossa nemiche; e
può sopravvivere così? Dopo colui che venne chiamato a torto la Stella
Mattutina, nè uomo nè demonio era mai caduto tanto in basso». —Circa
le censure all’_Ei fu_, cfr. D’OVIDIO, _Discussioni manzoniane_, pag.
200. Che quell’esordio riecheggi il _’Tis done_ byroniano, nessuno pare
l’abbia notato.

[40] «Il trionfo e l’orgoglio, la gioia della lotta» [_certaminis
gaudia_, aveva fatto dire Cassiodoro da Attila, prima della battaglia
di Châlons], «il grido tonante della vittoria, per te alito di vita;
la spada, lo scettro, e quell’impero a cui l’uomo sembrava creato per
obbedire e che riempiva di sè la fama—tutto è sparito!—Spirito tenebroso!
quale sarà per te il tormento delle memorie!».

[41] «Ma tu—dalla tua mano riluttante il fulmine venne strappato a
forza—troppo tardi tu lasciasti il supremo potere, a cui s’attaccava
la tua debolezza. Benchè tu sia lo Spirito del Male, noi ci sentiamo
stringere il cuore mirandoti così smarrito, pensando che la terra,
questa bella opera di Dio, ha potuto esser lo sgabello di un essere così
debole». (_Strofa IX_).

[42] «I tuoi trionfi non aggiungon più nulla alla tua fama, o ne rendon
più intense le macchie.... Ma chi vorrebbe spaziare all’altezza del sole,
e precipitar poi in una notte sì cupa?». (_Strofa XI_).

[43] «Messa nella bilancia, la polvere degli eroi è vile quanto l’argilla
comune; i tuoi pesi, o Morte, misurano esattamente tutti quelli che
spariscon dalla terra. Eppure pensavo che qualche scintilla sublime
dovesse animare quei grandi, che ci abbagliano e ci riempiono di trepido
stupore; nè avrei creduto che il Dispregio potesse farsi gioco di
costoro, i conquistatori della terra». (_Strofa XII_).

[44] «Affrettati dunque alla tua malinconica isola, e lancia lo sguardo
sul mare: quest’elemento può sfidare il tuo sorriso—non ha preso mai la
legge da te!». (_Strofa XIV_).

[45] «E colà che pensieri saranno i tuoi, assorto in una rabbia impotente
contro la prigione?—Uno solo: “Il mondo fu mio!„... La vita non potrà
trattenere a lungo quello spirito, che voleva essere così largamente e
lungamente obbedito—e n’era così poco degno!». (_Strofa XV_).

[46] «Ma tu davvero hai voluto esser re, e vestire il manto di porpora;
come se quell’abito da mascherata potesse strapparti dal cuore il
ricordo». (_Strofa XVIII_).

[47] «Gli è forse un resto delle speranze imperiali che ti fa sopportare
con calma un tal cambiamento? o è solo la paura della morte? Morir
sovrano—o vivere schiavo: la tua scelta è ignobilmente coraggiosa».
(_Str. V_).—«E la Terra ha versato il suo sangue per lui, che è tanto
avaro del proprio!». (_Str. X_).—«O, simile al rapitore del fuoco
celeste, vuoi tu resistere al colpo? e dividere con lui, col maledetto,
il suo avoltoio e la sua rupe! Punito da Dio, proscritto dall’uomo,
e, per quest’ultima azione, che pur non è delle tue peggiori, deriso
dallo stesso Satana: questi, nella sua caduta, serbò intatto il suo
orgoglio, e, se fosse stato mortale, avrebbe saputo morire da prode!».
(_Str. XVI_).—La frase _The very Fiend’s arch mock_ è tolta di peso da
Shakespeare; che la mette in bocca a Jago (_Othello_, a. IV, sc. I, v.
71).

[48] Occorre tuttavia osservare che l’Alfieri non reputava molto tragica
questa catastrofe, che gli era suggerita dalla Bibbia (_Reg. I_, 31, 4:
«arripuit Saul gladium, et irruit super eum»). Scrive nel _Parere sul
Saul_: «un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere
ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma
per quest’ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un
accidente assai meno tragico, che ogni altro dall’autore finora trattato».

[49] Il quale, del resto, dopo Waterloo, finì coll’ammirare il superbo
disdegno con cui il conquistatore andò incontro all’avversa fortuna. Nel
canto III del _Childe Harold’s Pilgrimage_ (st. 39), che è del 1816, esce
a dire: «Eppure la tua anima ha sopportato i rovesci con quella innata
filosofia che non s’impara, e che, frutto di saggezza, di freddezza o di
profondo orgoglio, è fiele e assenzio pel nemico. Quando tutta una massa
d’odio ti si assiepava intorno, per spiare e beffare la tua fiacchezza,
tu hai sorriso con un occhio calmo e rassegnato; quando la Fortuna fuggì
via dal suo favorito e viziato pupillo, ei rimase ritto ed in piedi sotto
le disgrazie accumulate sul suo capo».

[50] «Perchè lo stolto Romano imiterò, morte cercando Sulla mia stessa
spada? Infin ch’io veggo Altri vivi, su lor cadano i colpi!».—A. V, sc.
8ª, v. 1-3. Traduzione del Carcano.

[51] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 301-2, 361-2.

[52] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 12.

[53] Cfr. _Del romanzo storico_, parte II, in fine: e il mio scritto:
_Ammiratori ed imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni_, nella
«Nuova Antologia» del 16 novembre 1892.

[54] Cfr. SCARANO, _Amleto e Adelchi_, nella «Nuova Antologia» del 16
settembre 1892; e SCHERILLO, _Il monologo nella tragedia alfieriana_,
nella «Rivista d’Italia» dell’ottobre 1903.

[55] Qualche accento alfieriano può tuttavia sentirsi nel monologo di
Adelchi. Per esempio, l’apostrofe alla spada: «Tu, brando mio, che
del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza
a trattarlo... e in un momento Tutto è finito».—richiama e quella di
Saul: «Ma, tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo, Fido ministro, or
vieni», e l’altra di Carlo, nel _Filippo_: «Oh ferro!... Te caldo
ancora d’innocente sangue, Liberator te scelgo». Ma anche Shakespeare
aveva messo in bocca a Giulietta: «O ferro amico! ecco la tua guaìna:
Arrugginisci qui; morte mi dona!...».—Il quale Shakespeare aveva altresì
fatto esclamare a uno dei suoi personaggi, al vecchio Gloucester del _Re
Lear_ (a. IV, sc. 6ª), sul punto che si getta dalla rupe: «O voi numi
potenti! Io rinunzio a questo mondo, e davanti a voi scuoto pazientemente
dalle spalle la mia grande afflizione. Se potessi sopportarla più a
lungo, senza contrastare ai vostri invincibili voleri, lascerei consumare
la spregiata e abborrita mia parte mortale». E gli aveva fatto dar sulla
voce da Edgardo, il figliuolo calunniato (a. V, sc. 2ª): «Gli uomini
devono sopportare il loro andare colà nello stesso modo che la loro
venuta qui: tutto consiste nell’esser maturi». (_Men must endure / Their
going hence, even as their coming hither: / Ripeness is all._)

[56] Cfr. SAINT-RENÉ TAILLANDIER, _Le général Philippe de Ségur, sa vie
et son temps_, nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1875, pag.
138-41.


XII.

Or che sarebbe avvenuto dell’Italia, dopo che il colosso era stato
gettato «nella polvere»? che cosa di questo che fu detto, e pareva nome
di buono augurio, Regno d’Italia? Il 16 aprile [1814], fu concluso,
nel castello di Schiarino Rizzino presso Mantova, un armistizio tra
l’esercito franco-italiano di Eugenio e l’austriaco di Bellegarde, in
attesa che le Potenze decidessero della sorte di queste contrade. Si
compiva ancora una volta l’avito destino del Lombardo:

  L’altrui voglia era legge per lui;
  Il suo fato, un segreto d’altrui;
  La sua parte, servire e tacer.

Il momento era solenne; ma gli uomini non si mostraron pari al bisogno.
Il solo cancelliere Melzi pare si rendesse conto della gravità dei
pericoli; e s’arrogò, nell’assenza del vicerè, l’autorità di convocare il
Senato. Oh questo non era più l’antico Senato milanese, che Giuseppe II
aveva abolito; e del quale il Manzoni notava, non senza amarezza verso i
governanti stranieri:

  «Il Senato era una vera rappresentanza nazionale: le leggi
  dovevano passare per quello, e non divenivano esecutive se non
  le avesse _interinate_. È vero ch’era degenerato, divenuto nulla
  meglio che un tribunale, e le sue decisioni troppo sovente erano
  goffe o triste. Ma per questo aveva diritto Giuseppe II di
  distruggerlo? Finchè sussisteva, poteva ringiovanirsi: se egli
  intendeva far bene, doveva restituirlo alla condizione primitiva,
  e non già cassarlo».[57]

Il Senato del 1814 era quello creato da Napoleone col decreto 21
marzo 1808, col nome di «Senato Consulente»; e i senatori erano stati
scelti parte dai Collegi Elettorali, parte dall’Imperatore, seguendo i
suggerimenti del Melzi. Il quale, dunque, ora li convocò d’urgenza, per
provocarne un voto alle Potenze: facessero cessare del tutto le ostilità
sul territorio italiano, e riconoscessero l’indipendenza del Regno
d’Italia e la sovranità di Eugenio. Era risaputo che lo zar Alessandro
nutriva una certa predilezione per codesto principe; il quale aveva
altresì un naturale protettore nel suocero, Massimiliano Giuseppe re
di Baviera. Pareva poi lecito sperare che pur le provincie traspadane
(Modena, Bologna, Ravenna, Ancona) si sarebbero dichiarate per la
conservazione del Regno. Si trattava, insomma, di sventare abilmente, e
senza provocazioni, i disegni ferocemente conservatori dell’imperatore
d’Austria e del suo onnipotente e prepotente cancelliere. Ma tutto volse
al peggio. Il Melzi, assalito durante la notte dai suoi acciacchi,
non potè intervenire alla seduta del Senato; e dovè limitarsi a un
messaggio in iscritto. Così, l’opposizione austriacante, diretta dal
conte Diego Guicciardi, ebbe agio di sollevare meschine questioni di
forma e cavilli di procedura; e non si decise se non di sospender la
seduta, per permettere ai senatori Guicciardi, Carlo Verri e Dandolo
di recarsi a casa del Melzi e discuter con lui. Alle otto della sera di
quello stesso giorno 17 aprile, il Senato si radunò nuovamente; e dopo
un nuovo interminabile dibattito, si prese una di quelle deliberazioni
insulse ma rovinose, a cui troppo di frequente conducono le chiacchiere
boriose e saccenti delle assemblee: d’inviare bensì alle Potenze una
deputazione che sollecitasse la conservazione del Regno, ma col divieto
di raccomandare comunque la candidatura di Eugenio! Il Verri s’era
affrettato a proclamare: il popolo di Milano non volerne sapere d’un
re Eugenio, il quale da vicerè lo aveva spogliato e spregiato! «Il me
semble», aveva avuto già occasione d’osservare il Montesquieu, «que les
têtes des plus grands hommes s’etrécissent lorqu’elles sont assemblées;
et que, là où il y a plus de sages, il y ait aussi moins de sagesse. Les
grands corps s’attachent toujours si fort aux minuties, aux vains usages,
que l’essentiel ne va jamais qu’après».[58]

Nessuno a Milano seppe esattamente quel che il Senato avesse deciso,
ma tutti se ne mostrarono scontenti: tanto quell’alto consesso era
caduto in discredito! I fautori del passato ne presero coraggio per
preparare una sommossa che giustificasse l’intervento delle milizie
imperiali; e gl’Italici lasciaron fare, quasi che essi in quel torbido
fossero stati acconci a pescare. Per proprio conto compilarono una
nobile e dignitosa quanto ingenua protesta, con la quale si sconfessava
il voto, qualunque esso fosse, del Senato, e si domandava l’immediata
convocazione dei Collegi Elettorali, «nei quali solamente», dicevano,
«risiede la legittima rappresentanza della nazione». E provvidero
che codesto documento fosse sottoscritto da quanto di meglio Milano
vantava nell’aristocrazia del blasone, del censo, dell’ingegno,
dell’industria. La prima firma fu quella del general Pino; seguirono i
Porro, i Trivulzio, i Confalonieri, i Borromeo, i Visconti, i Greppi,
i D’Adda, i Cicogna, i Sormani, i Trotti, gli Arese, i Giovio, i
Castelbarco.....Firmarono il conte Gian Luca della Somaglia, presidente
del Consiglio comunale, e il conte Antonio Durini, podestà, con tutti i
Savii (gli Assessori). Firmò il poeta Carlo Porta, e l’architetto Luigi
Cagnola, e, centoduesimo nella lista, Alessandro Manzoni.

Il _Giornale Italiano_ del 19 pubblicò la convenzione militare del
giorno 16, e insieme il proclama del vicerè che congedava le milizie
francesi. «Soldati francesi», diceva, «voi ripiglierete il cammino pei
vostri focolari!». Carlo Porta mandò dietro a quelle soldatesche, che al
focolare francese portavano un grosso bottino,[59] un sonetto riboccante
d’amarezza e di una, purtroppo, non ingiustificata sfiducia. La poesia
rimaneva la nostra sola arma d’offesa!

  Paracar che scappée de Lombardia,
    Se ve dan quaj moment de vardà indrée,
    Dée on’oggiada e fée a ment con che ’legria
    Se festeggia sto voster sanmichèe.
  E sì che tutt el mond sa che vee via
    Per lassà el post a di olter forestée,
    Che per quant fussen pien de cortesia
    Vorraran anca lor robba e danée.
  Ma n’havii faa mo tant violter balloss,
    Col ladrann e copann gent sora gent,
    Col pelann, tribolann, cagann adoss,
  Che infin n’havii redutt al punt puttanna
    De podè nanca vess indiferent
    Sulla scerna del boja che ne scanna.

Sull’imbrunire di quello stesso giorno 19, furon visti entrare in città
drappelli di contadini, in ispecie del Novarese, dall’aspetto e dal
contegno sospetti. Intanto, una parte della guarnigione ne era fatta
uscire, col pretesto che fossero da rinforzare alcuni punti a Varese e a
Sesto Calende, che nessuno minacciava! S’avvicinava, per i reazionarii e
i liberali —stranissimo connubio!—, la gran giornata.

[57] In CANTÙ, _Reminiscenze_ ecc., II, 312-13.

[58] _Lettres persanes_, lettera 109ª.

[59] Milano era provata alle furibonde depredazioni delle milizie
francesi. Che non avevan rubato nel 1796, _per ammenda_ dell’entusiastica
accoglienza avutavi! Il generale Dupuy scriveva a un amico: «Ici, tout
le monde vole!»; e il Melzi: «Jamais armée plus brutale et plus rapace
n’était descendue en Italie, depuis les Lansquenets!».—Cfr. BOUVIER,
_Bonaparte en Italie_; Paris, 1902, pag. 591.


XIII.

Quel che avvenne è notissimo.[60] Pioveva, e un pubblico insolito
aspettava, la mattina del 20, sotto gli ombrelli,[61] i senatori che si
recavano all’adunanza; e li accoglieva con fischi ed urli, se sospetti
di amore per i Francesi, con evviva e battimani, se avversi. Carlo Verri
ebbe una vera ovazione; ed egli medesimo raccontò d’aver visto Federico
Confalonieri darne il segnale. Il conte Benigno Bossi, capitano della
Guardia Civica e uno dei firmatarii della protesta, chiese all’intimorito
Senato di rimandare i dragoni di servizio, e d’assumere egli la
custodia della sala e del cortile. La folla tumultuava, e il Verri
tentò di arringarla; ma invano. Essa cresceva di numero e di audacia.
Non riuscendo a farsi ascoltare, chiamò a nome il Confalonieri, perchè
esponesse i desiderii dell’assembramento. Fu risposto: Non vogliamo
il vicerè; si convochino subito i Collegi Elettorali; si richiami la
deputazione senatoriale!—Un urlo formidabile fece da coro: Abbasso il
vicerè; abbasso il Senato; scioglietevi!—Il Confalonieri si strinse al
fianco del Verri, per proteggerlo; e la turba irruppe furiosa e vandalica
nell’aula. Un senatore scrisse, e il Presidente firmò, quest’ordine del
giorno, che senatori e segretarii ricopiarono e gettaron tra la folla:
«Il Senato richiama la deputazione, e convoca i Collegi Elettorali; la
seduta è tolta».

Una voce sciagurata gridò: Alla casa del Prina! a San Fedele! —E
quell’onda di popolo si rovesciò nella piazzetta avanti alla chiesa,—che
il Manzoni da vecchio frequentava tutte le mattine,—e nei vicoletti
che s’aprivano tra il palazzo Marino, allora Ministero delle Finanze
(ora palazzo municipale), la bella casa del conte Sannazari (residenza
del ministro) e quella degl’Imbonati (allora dei Blondel, ora Teatro
Manzoni). Ciò che vi accadesse è stato narrato da molti, e variamente:
anche dal Foscolo, con intenti apologetici; anche dal Maroncelli,
con le abituali inesattezze, nelle _Addizioni alle Mie Prigioni_. Ma
nessuno è forse valso a dare una fedele dipintura di quelle scene
selvagge o grottesche, di quell’eccitazione suggestiva che invase alcuni
e dell’inerte titubanza di chi avrebbe dovuto prevenire o impedire,
meglio del Manzoni medesimo, là dove, nel Romanzo (capp. XII e XIII),
narra della rivolta contro l’affamatore Vicario di provvisione. Questo
«sventurato vicario» era, curioso a esser notato, un Melzi, Lodovico
Melzo.[62] Ma in codesto malcapitato, che, mentre nella strada si urlava
al _tiranno_ e all’_affamatore_, «girava di stanza in stanza, pallido,
senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi
servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo
scappare....; poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando
il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse
tener ferma la porta....»,—non è presumibile il romanziere intendesse
ritrarre l’austero e fin temerario Prina. Il quale, potendo, non si
seppe risolvere a mettersi in salvo. Vero è che il Manzoni lancia poi
un’arguzia, che potrebbe mirare a qualcuno degli storici che s’è mostrato
troppo informato degli ultimi tragici momenti del povero ministro. «Del
resto», egli soggiunge, «quel che facesse precisamente non si può sapere,
giacchè era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è
avvezza!».

La casa del Manzoni era non molto discosta dalla scena dove si svolgeva
la sconcia tragedia: anzi il giardino confinava coi giardini di quelle
case dove ancor semivivo fu spinto e nascosto il Prina da alcuni
generosi. Questi non mancarono nemmeno nella sollevazione secentesca.

  «Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini
  che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione
  fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto
  del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio:
  propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco
  ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per
  costoro: non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura.
  Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri
  uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano
  per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da
  parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso
  che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il
  cielo li benedica!...». (_Promessi Sposi_, c. XIII).

Ma nel caso del Prina, i generosi furon sopraffatti dagli altri, che,
inferociti, minacciarono d’incendiar la casa, e vi ammucchiavano sotto
già panche e fascine, se non si riconsegnasse loro la vittima. Dalla casa
Manzoni si udivano quegli urli di iena. La signora Enrichetta scriveva,
di lì a qualche mese, a una sua cugina:

  «Voi avete senza dubbio inteso tutto ciò che accadde in Milano,
  e la trista e miseranda fine del disgraziato Prina. La vicinanza
  della casa nostra alla sua ci tenne per parecchie ore in una pena
  ed in un’angoscia terribile».

Quattro giorni dopo la sommossa, Alessandro medesimo ebbe occasione
di scriverne al Fauriel. E pur accennando con rammarico a qualche
deplorevole eccesso della folla, egli di quella rivolta unanime, saggia e
pura, non si mostra punto disgustato; anzi ha il cuore pieno di speranza.
Scrive (il 24 aprile):

  «Mon cousin [il marchese Giacomo Beccaria] vous racontera la
  révolution qui s’est opérée chez nous. Elle a été unanime, et
  j’ose l’appeler sage et pure, quoiqu’elle ait été malheureusement
  souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait
  la révolution (et c’est la plus grande et la meilleure partie
  de la ville) n’y ont point trempé: rien n’est plus éloigné de
  leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement
  populaire, pour le tourner contre un homme chargé de la haine
  publique, le ministre des finances, qu’ils out massacré, malgré
  les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur
  arracher».

E qui esce in una di quelle osservazioni, così spiritose e piene di senso
storico, ond’è ingemmato il Romanzo.

  «Vous savez d’ailleurs», egli continua, «que le peuple est
  partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vous
  pouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette
  circonstance».

Da poi qualche notizia più intima: del pericolo, cioè, che avevan corso
anch’essi, e dello spavento della madre e della moglie.

  «Notre maison est justement située très près de celle où
  il [Prina] habitait, de sorte que nous avons entendu pour
  quelques heures les cris de ceux qui le cherchaient; ce qui a
  tenu ma mère et ma femme dans des angoisses cruelles, parce
  qu’aussi elles croyaient qu’on ne se serait pas arrêté là. Et
  réellement quelques mal intentionnés voulaient profiter de ce
  moment d’anarchie pour le prolonger; mais la Garde civique a su
  l’arrêter avec un courage, une sagesse, et une activité très
  dignes d’éloge».

_Nous avons entendu_ stando in casa: mi sembra lecito dedurne che
quel giorno il Manzoni non era fra i tumultuanti o fra gli spettatori
sulla piazza San Fedele. Vi fu invece chi sparse questa voce, e chi la
raccolse e la registrò. Il barone Pietro Custodi novarese, che durante
la vice-presidenza del Melzi era stato a capo della divisione di Polizia
al Ministero dell’Interno e nel 1814 era Segretario generale del
Ministero delle Finanze, lasciò scritto in certe sue _Note biografiche di
Alessandro Manzoni_, riboccanti di fiele e di malevoglienza:

  «Assicurasi che Alessandro Manzoni siasi trovato tra i nobili
  spettatori che nel giorno 20 aprile 1814 applaudivano, su la
  piazza di S. Fedele di Milano, agli sforzi de’ tumultuanti, i
  quali finirono coll’assassinio del ministro Prina; e che egli,
  commosso da quel funesto esito, abbia poi concepito tali rimorsi
  di avervi indirettamente partecipato, fino ad essere per molto
  tempo afflitto da veglie notturne agitatissime, che diedero grave
  timore per la sua salute».

Il mite Manzoni qui è camuffato da Macbeth! In verità, i mali nervosi,
onde fu e prima e poi travagliato, ebbero un’origine diversa. Narrava
egli stesso che n’era stato colto la prima volta a Parigi, quando, in
una festa popolare pel secondo matrimonio di Napoleone, nell’aprile o
nel maggio del 1810, furon come travolti, egli e la moglie, da un’ondata
della folla; e n’era stato riassalito con maggiore violenza a Milano,
nel giugno del 1815, quando, trattenendosi in una bottega di libraio,
ebbe la terribile notizia della disfatta di Waterloo. «Noi allora, cogli
Austriaci in casa, non si poteva più sperare che in Napoleone», egli
chiosava: e ogni speranza era oramai strozzata![63]. Ma il Custodi,
nel giorno del tumulto, non era a Milano: nella qualità di Commissario
straordinario per le requisizioni, tre giorni prima egli si «era
restituito al quartiere generale di Mantova». E la catastrofe lo colpiva
in pieno petto; «fra i mucchj delle carte d’ogni sorta, ch’erano state
gittate dalle finestre del palazzo del Ministro», un amico raccolse un
documento che lo riguardava: la lettera cioè con cui il suo superiore e
concittadino lo raccomandava al Vicerè per una sovvenzione straordinaria
di lire quattromila, «onde pagare alcuni debiti contratti ne’ passati
anni per onestissime cause».

È degno di nota però che fin d’allora (le _Note biografiche_ portano in
fronte la data del 20 ottobre 1827) il Custodi osservasse:

  «È assai probabile che le reminiscenze di quella orribile scena
  gli abbiano somministrato più colori per rappresentarci, ne’
  _Promessi Sposi_, con maggior verità, i tumulti che per cagione
  della carestia precedettero in Milano la peste del 1630».[64]

Potrebbe darsi che le informazioni del Manzoni provenissero da fonti
un po’ troppo ottimiste: forse dal Confalonieri stesso o da qualche
altro dei capoccia degl’Italici; ma è anche certo che fu poi cura dei
fautori della restaurazione austriaca e dei difensori del cessato governo
francese di dipinger quegli avvenimenti con le tinte più fosche.
Un altro testimone, degnissimo di fede nonostante il suo prossimo
carbonarismo, Silvio Pellico, scriveva il 23 aprile a un amico che si
trovava a Piacenza:

  «Tutto è quieto; lo scopo era buono; i disordini inevitabili
  furono tosto repressi; l’esito ha secondate le intenzioni.
  Milano ha scosso il fango sotto cui giaceva. Un sola vittima è
  tacitamente compianta da tutti, benchè fosse segnata dall’odio di
  tutti».[65]

La Guardia civica si segnalò per zelo ed abnegazione, e meritò gli
elogi di tutti gli onesti d’ogni partito. Si mormorò invece circa il
contegno sospetto dei comandanti delle poche milizie regolari rimaste
in città. Qualcuno riferisce che una Compagnia «stazionò, tutto il
tempo che durò lo strazio del Prina, sulla piazzetta del teatro de’
Filodrammatici..., nè mai fu chiamata a difesa della vittima del furore
della bordaglia, come quella milizia avrebbe desiderato».[66] Se così è,
il Manzoni potrebbe aver avuto l’occhio appunto ad essa, quando descrive
quel drappello di soldati spagnuoli che, rimasti titubanti ed inerti
durante il fermento della rivolta, vennero poi incontro a Ferrer come
«il soccorso di Pisa», e al cui ufiziale questi «disse, accompagnando le
parole con un cenno della destra: _beso a usted las manos_; parole che
l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato
un bell’aiuto!».

[60] Cfr. CUSANI, _Storia di Milano_; Milano, 1873, vol. VII.—BONFADINI,
_Sulla fine del primo Regno d’Italia_, nell’«Archivio Storico
Lombardo», a. VIII, f. 2, giugno 1881.—DE CASTRO, _La caduta del Regno
italico_; Milano, 1882.—VON HELFERT, _La caduta della dominazione
francese nell’Alta Italia_; traduz. di L. G. Cusani-Confalonieri;
Bologna, 1894.—LEMMI, _La restaurazione austriaca a Milano nel 1814_;
Bologna, 1902.—MARCHESI, _Il podestà di Milano conte Antonio Durini_,
nell’«Archivio Storico Lombardo», a. XXX, 1903, vol. 20.º—CHIATTONE,
_Nuovi documenti su F. Confalonieri_, ibid., a. XXXIII, 1906, vol. 5.º

[61] Onde poi il titolo del libello anonimo, che si vuole attribuire al
Méjean, _Le roi Pino à la bataille des parapluies_.

[62] Chi sa mai se qualche lineamento del Duca di Lodi il Manzoni non
abbia ritratto nel «gran cancelliere Antonio Ferrer»: il quale pure, a
ragione o a torto, «era gradito alla moltitudine»!

[63] Cfr. FABRIS, _Memorie Manzoniane_; Milano, 1901, pag. 42-3, 99-100.
Dove è erroneamente asserito che, durante i cento giorni, il Manzoni si
trovasse a Parigi.

[64] Desumo queste notizie circa il Custodi e i suoi appunti, dal
prezioso volumetto di LUCIEN AUVRAY, _La Collection Custodi à la
Bibliotheque Nationale_; Bordeaux-Paris, 1906, pag. 114-15, 118-21,
128-29.


XIV.

Milano rimaneva senza governo: il vicerè lontano e dimissionario, il
Consiglio dei Ministri annullato, oltre che per la morte del Prina, per
la fuga del Vaccari e del Fontanelli; il Senato disciolto. Una dittatura
militare non era possibile, per la scarsezza delle milizie. La notte
dello stesso giorno 20, il podestà Durini trovò in sé l’energia di
convocare il Consiglio Comunale; il quale decise la convocazione, pel 22,
dei Collegi Elettorali e la nomina immediata d’una Reggenza Provvisoria.
Tra i sette reggenti, nessuno apparteneva agl’Italici, e solo uno non era
sospettabile di soverchio zelo per l’Austria, Carlo Verri; e questi fu,
per prudenza o ipocrisia politica, scelto a presidente. Al general Pino,
però, fu affidato il comando delle forze militari.

La Reggenza provvide a ristabilire l’ordine pubblico, ad alleggerire le
tasse più odiose, ad abolire quelle leggi che peggio avevano irritati
gli animi. E proclamò, su per le cantonate, ai _buoni Milanesi_: «Collo
spirito di quiete che va felicemente a ristabilirsi, voi potrete darvi
quel governo che desiderate, giacchè la vostra libera volontà sarà
manifestata ai Collegi Elettorali». Questi s’adunarono il giorno fissato,
il 22, a mezzogiorno, nel palazzo di Brera. Il consigliere di Stato
Lodovico Giovio fu delegato a presiederli; e ne inaugurò i lavori con un
elaborato ed enfatico discorso. Accennò all’abdicazione provvidenziale
ed insperata di «quell’uomo che tutta avea riempiuta l’Europa di temuta
meravigliosa rinomanza», e alle speranze riposte, ohimè, nelle «gesta
magnanime delle Alte Potenze Alleate» e nei «principii sociali che i lumi
del secolo hanno resi necessarii pel governo delle nazioni incivilite»;
ed augurò che «anche la nostra Italia, pesta e sfigurata da replicati
oltraggi, possa brillare sull’orizzonte dell’Europa». Continuava:

  «La fermezza del carattere, la costanza nelle sciagure, la
  prudenza nei consigli, la rettitudine nelle amministrazioni,
  sono i caratteri indelebili dell’Italia, che, dopo essere stata
  la dominatrice del mondo, fu miseramente oppressa. Risorga essa
  alfine per la generosa gara delle Potenze Alleate, e si assicuri
  la felicità dei popoli. A così bello intento domandino i Collegi
  Elettorali istituzioni politiche liberali, un capo indipendente,
  che nuovo, non conosciuto da noi, diventi italiano, e che accolga
  i nostri voti e le nostre benedizioni. Assicurato della nostra
  lealtà, regni su cuori sensibili, generosi e fedeli, e ne faccia
  dimenticare la recente dominazione. La storia, maestra di tutte
  le cose, ci ha infallantemente provato che i regni cominciati
  coll’inganno finirono nei fondatori o nei figli, con vitupero
  e danno. Una crisi violenta è scoppiata; terribile ne fu la
  catastrofe, spaventoso e terribile l’esempio; ma che ne accerta
  come gli uomini più con l’amore che con la forza si governino».

E concludeva, esclamando:

  «Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per
  sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la
  desolazione nella patria nostra!».

Le ceneri di Vittorio Alfieri avranno esultato, se gli echi lontani di
Santa Croce ripercossero questa perorazione misogallica.

Certo, n’esultò il poeta di via Morone. Il quale, in quel giorno
medesimo, intonò una canzone, che qua e là ricorda l’alfieriana del
1789, _Parigi sbastigliato_. Trattandosi d’un primo getto, preferisco
riprodurla qui come un documento storico, anzi che darle posto tra le
Poesie.


APRILE 1814

CANZONE

22 aprile 1814.

  Fin che il ver fu delitto, e la Menzogna
    Corse gridando, minacciosa il ciglio:
    «Io son sola che parlo, io sono il vero»,
    Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna.[67]
    Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;
    Chè non è sola lode esser sincero,
    Nè rischio è bello senza nobil fine.[68]
    Or che il superbo morso
    Ad onesta parola è tolto alfine,
    Ogni compresso affetto al labbro è corso;
    Or s’udrà ciò che, sotto il giogo antico,
    Sommesso appena esser potea discorso
    Al cauto orecchio di provato amico.

  Toglier lo scudo de le Leggi antique
    E le da lor create, e il sacro patto
    Mutar come si muta un vestimento;
    O non mutate non serbarle, e inique
    Farle serbar benchè segrete, e in atto
    Di chi pensa, tacendo, al tradimento;
    E novi statuir padri alla legge,
    E, perchè amici ai buoni,
    Sperderli a guisa di spregiato gregge:
    Questi de’ salvatori erano i doni;
    Questo dicean fondarne a civil vita;
    Qual se Italia, al chiamar d’esti Anfioni,
    Fosse dei boschi e de le tane uscita.

  Anzi, fatta da lor donna e reina
    La salutaro, o fosse frode o scherno:
    D’armi reina, io dico, e di consigli;
    Essa che ai piè de la imperante inchina
    Stavasi, e fea di sue ricchezze eterno
    Censo agli estrani, e de gli estrani ai figli;
    Che regger si dovea con l’altrui cenno;
    Che ogni anno il suo tesoro
    Su l’avara ponea lance di Brenno.
    È ver; tributo noi dicean costoro,
    Men turpe nome il vincitor foggiava.
    Ma che monta, per Dio! Terra che l’oro
    Porta, costretta, allo straniero, è schiava.

  E svelti i figli ai genitor dal fianco,
    E aprir loro le porte, ed esser padre
    Delitto, e quasi anco i sospir nocenti;
    E tratti in ceppi, e noverati a branco,
    Spinti ad offesa d’innocenti squadre
    Con cui meglio starieno abbracciamenti.
    Oh giorni! oh campi che nomar non oso!
    Deh! per chi mai scorrea
    Quel sangue onde il terren vostro è fumoso?
    O madri orbate, o spose, a chi crescea
    Nel sen custode ogni viril portato?
    Era tristezza esser feconde, e rea
    Novella il dirvi: un pargoletto è nato!

  Nè gente or voglio cagionar dei mali
    Che lo stesso bevea calice d’ira,
    Nè infonder tosco ne le piaghe aperte;
    Ma dico sol ch’è da pensar da quali
    Strette il perdono del Signor ne tira,
    Perchè sien maggior grazie a Lui riferte.
    Chè quando eran più l’onte aspre ed estreme,
    E, al veder nostro, estinto
    Ogni raggio parea d’umana speme;
    Allor fuor de la nube arduo ed accinto,
    Tuonando, il braccio salvator s’è mostro:
    Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto;
    Che a ragion si rallegra il popol nostro.

  Bel mirar da le inospite latebre
    Giovin raminghi al sospirato tetto
    Correr securi, ed a le braccia pie;
    E quei che in ferri astrinse ed in tenebre
    L’odio potente, un motto od un sospetto,
    Ai soavi tornar colloquj e al die;
    E un favellar di gioja e di speranza,
    E su le fronti sculta
    De’ concordi pensier l’alma fidanza;
    E il nobil fior de’ generosi a scolta
    Durar ne l’armi e vigilar, mostrando
    Con che acceso voler la patria ascolta
    Quando libero e vero è il suo dimando;

  E quei che a dir le sue ragioni or chiama
    Lunge da basso studio e da contesa,
    Parlar per lei com’ella è desiosa,
    E l’antica far chiara itala brama:
    Che sarà, spero, a quei possenti intesa
    Cui par che piaccia ogni più nobil cosa.
    Vedi il drappello che al governo è sopra,
    Animoso e guardingo,
    Al ben di tutti aver rivolta ogni opra;
    E i ministri di Dio dal mite aringo
    Nel dritto calle ragunar la greggia.
    Molte e gran cose in picciol fascio io stringo;
    Ma qual parlar sì belle opre pareggia?

Il poeta è interprete genuino del sentimento popolare. Aveva taciuto fin
allora, perchè a nulla sarebbe valso l’ardire; infranto il bavaglio, egli
leva alta la voce contro l’ipocrita dominatore, che ci teneva schiavi
nel sacro nome della libertà. Chè schiava era l’Italia, costretta ogni
anno a deporre il suo tesoro (esecutore il Prina) «sull’avara lance di
Brenno»![69] E i figli erano strappati ai genitori, noverati a branco,
spinti contro eserciti innocenti di fratelli; e morivano lontano,

  Non per li patrii lidi e per la pia
  Consorte e i figli cari!

Ora tutto, d’improvviso, è mutato: «quando eran più l’onte aspre ed
estreme», ecco, di tra le nubi, s’è mostrato il braccio salvatore di
Dio, a soccorrere i «ben pugnanti». Ed ha vinto; così che «a ragion si
rallegra il popol nostro». Ora son tornati alle loro case sospirate, agli
abbracciamenti pii, ai soavi colloquii («i fidati colloqui d’amor», del
primo coro dell’_Adelchi_), quei giovani costretti a ramingare per greppi
senz’orma, o tenuti, dall’odio potente del tiranno, in carceri tenebrose;
ora è tutto un «favellar di gioia e di speranza», e «il nobil fior de’
generosi» ora veglia nelle armi,

                        mostrando
  Con che acceso voler la patria ascolta
  Quando libero e vero è il suo dimando.

Il poeta è anch’egli pieno di fiducia, che l’_itala brama_ sarà da «quei
possenti intesa Cui par che piaccia ogni più nobil cosa». E accompagna
coi suoi voti i delegati che i Collegi Elettorali inviarono a Parigi,
perchè la secolare _brama_ facessero nota a _quei possenti_.

I delegati furono Federico Confalonieri, Alberto Litta, il marchese
Gian Giacomo Trivulzio e il conte Della Somaglia, milanesi, i conti
Marcantonio Fè di Brescia e Serafino Sormani di Cremona, il banchiere
Giacomo Ciani e Pietro Ballabio; segretario, il marchese Giacomo
Beccaria, figlio d’un fratello di Cesare. Quest’ultimo si sarebbe
presentato al Fauriel con una commendatizia del cugino Manzoni. Il quale
così scriveva, il 24 aprile, all’amico della Maisonnette:

  «Je profite d’une bonne occasion qui se présente pour _rénouer_
  avec vous ma correspondance, qui heureusement n’a pas été très
  longtemps interrompue, au moins par des obstacles extérieurs.
  M. Beccaria mon cousin part cette nuit en qualité de secrétaire
  d’une députation que nos Collèges Electoraux envoyent au
  quartier-général des Alliés; c’est lui qui vous portera cette
  lettre, et qui vous donnera de nos nouvelles, si vous voulez bien
  l’accueillir».

Risolutamente avverso, come i suoi amici francesi, all’autocrazia
napoleonica, il Manzoni si compiace con essi della piega che gli
avvenimenti avevan presa in Francia. Soggiunge:

  «Vous pouvez vous imaginer la part que nous avons pris aux
  inquiétudes dans lesquelles vous avez dû vous trouver, et à la
  joie qu’a dû vous causer un dénouement aussi heureux et aussi
  tranquille. Connaissant l’affection que vous avez pour votre
  pays, et pour tout ce qui est généreux, sage et utile, je vous
  félicite de votre noble Constitution».

Una Costituzione simile anche per l’Italia era ciò che vivamente
sospiravano quei nostri nobili patrioti del ’14:

                          Ferito e stanco
  Il vincitor; vôti gli erari; oppressi
  Dal terror, dai tributi i cittadini
  Pregan dal ciel sull’armi loro istesse
  Le sconfitte e le fughe........
  ........A molti in mente
  Dura il pensier del glorioso, antico
  Rivolgon di desio là dove appena
  D’un qualunque avvenir si mostri un raggio,
  Frementi del presente e vergognosi.[70]

Ma il loro sogno doveva spezzarsi dinanzi alla realtà del domani, qual
era voluta e preparata dalla grettezza feroce e goffa del principe di
Metternich; di codesto saccente idolatra di quella politica ciecamente
conservatrice

  Che del passato l’avvenir fa servo.

[65] La lettera è diretta a Carlo Trombetti. Fu pubblicata nella
_Cronaca_, periodico di Ignazio Cantù, anno 1858, pag. 167.—Cfr. DE
CASTRO, _La caduta_ ecc., pag. 156-7.

[66] Cfr. F. CALVI, _Il Castello Visconteo-Sforzesco_: 2ª ediz., Milano
1894, pag. 459-60.

[67] Cfr. PARINI, _Vespro_, v. 344-5: «A tal clamore Non ardì la mia Musa
unir sue voci»; e _Il Cinque Maggio_.

[68] Cfr. _Il Conte di Carmagnola_, I, 5ª (pag. 191): «Ma tra la
noncuranza e la servile Cautela avvi una via; v’ha una prudenza Anche pei
cor più nobili e più schivi......»

[69] I Francesi avevano cominciato per tempo. Nel 1796, Massena entrò in
Milano il 14 maggio, e il 23 scriveva al Direttorio, «avec une certaine
fierté, que le tableau général des contributions en pays conquis ne
s’élevait pas à moins de 35,571,400 francs».—Cfr. BOUVIER, _Bonaparte en
Italie_, pag. 607.

[70] _Il Conte di Carmagnola_, I, 2ª (pag. 184).


XV.

Se il Manzoni era il sincero interprete dei sentimenti della parte più
eletta del popolo lombardo, un altro poeta, anch’esso amico di libertà,
si ribellava a quei sentimenti, in preda a un’agitazione incomposta.
Che cosa precisamente volesse ed auspicasse quell’edizione economica
dell’Alfieri che fu il Foscolo, nè seppero allora i suoi amici, nè in
verità si riesce a comprendere dalla sua _Lettera apologetica_, scritta
in Inghilterra circa il 1823 e pubblicata molto più tardi, a Lugano, nel
1844. Con un dispetto e un’acredine, che fa vivo contrasto col fiducioso
compiacimento di uomini come il Manzoni ed il Pellico, ei vi narra:

  «I moltissimi trucidatori d’un solo, e il Podestà e i consiglieri
  municipali e le spie tedesche e i primati della congiura
  crearono una Reggenza del Regno, e un’assemblea di legislatori.
  Deputarono ambasciatori agli Alti Alleati in Parigi a perorare
  i diritti dell’Indipendenza Italiana; ma per agevolare il
  trattato, e mostrarsi discordi deboli ed imbecilli, e meritarsi
  l’indipendenza, fecero legge che dal Regno fossero esclusi tutti
  quanti i paesi che non erano appartenuti al ducato di Milano.
  Così di sei milioni di abitatori, lo ridussero a poco più d’uno.
  Cassarono da’ ruoli gli ufficiali tutti quanti dell’esercito
  ch’erano nati in Francia, o fuori de’ confini di quel nuovo
  regnetto, e che non per tanto da vent’anni avevano versato sangue
  e procreato figliuolanza legittima; e solo per essi gl’Italiani
  cominciarono a non essere nominati codardi fra le nazioni. I
  collegj degli elettori, composti de’ notabili fra’ possidenti di
  terra e di denaro e sapere nel Regno; stabiliti per fondamento
  di tutte le leggi a rappresentare il popolo tutto, ed eleggere i
  senatori, i giudici, ed ogni magistratura, e il re ove mancasse
  la successione; indipendenti dalla corona: non eletti che da’
  loro pari; e non revocabili, nè mai pagati: erano fatti radice
  vera di tutte le costituzioni. Pur nondimeno anche i collegj
  furono in quella notte pervertiti, mutilandoli di quanti membri
  rappresentavano i dipartimenti e le città del Regno che non
  parlavano il puro dialetto lombardo. Finalmente con legge
  acclamata fu decretato doversi inibire ogni ingerenza e consiglio
  nelle faccende pubbliche agli uomini dotti, come adulatori
  venali, inettissimi a tutti diritti ed ufficj di cittadinanza».

Son periodi che hanno la risonanza e l’apparente concettosità di quelli
di Tacito o di Sallustio; ma in verità essi velano quel medesimo
sentimento rancoroso che male ispirò, qualche mese dopo, i reazionarii
senatori Veneri e Guicciardi, ex-presidente ed ex-cancelliere del
Senato, a presentare al commissario imperiale una protesta contro
le deliberazioni dei Collegi Elettorali. «E se», vi si diceva, «non
avrebbero potuto ciò fare tutti gli elettori legalmente riuniti in numero
di millecentocinquantatre, tanto meno una frazione di centosettanta
elettori di otto soli dipartimenti». Il fatto cui si accenna stava così.
Dalla Reggenza s’era discusso sulla convenienza d’invitare o no «gli
elettori dei dipartimenti occupati dalle truppe nemiche: alcuni di essi
si trovavano a Milano per impiego o casualmente. Si temeva», riferì poi
il Verri, «d’irritare gli Alleati con una rappresentanza d’elettori di
paesi già da essi occupati: vennero quindi circoscritti i Collegi agli
otto dipartimenti ancora liberi: Olona, Mincio, Alto Po, Agogna, Lario,
Adda, Serio, Mella».

Può esser curioso sentire che cosa il Manzoni pensasse dalla _Lettera
apologetica_. Il Bonghi narra d’avergliela data lui da leggere, e
d’averlo trovato un giorno con essa tra le mani. «Gli domandai come
avesse fatto a leggerne tanto. Lui m’ha risposto: Sono arrivato sin qui
cercando qualcosa di chiaro e di netto, e un periodo che avesse a che
fare con quello che lo precede e che lo segue.—Aprii a caso lo stesso
libro...., e lessi il primo periodo...., osservando come non mi riusciva
d’intenderlo.—E già, mi rispose, son come quei ripieni d’organo senza
nessun motivo (fece il suono dell’organo: oh! oh! oh!), e gira e gira e
non sen cava nulla!».—E il Bonghi stesso riferisce quest’altro aneddoto.
«Un giorno», racconta, «questionavamo Broglio ed io sul merito di Foscolo
come scrittore in prosa. Lui, senza aver sentita la quistione, ci disse:
Fate decidere a me, che sono nel giusto mezzo, imparziale.—Io, risposi,
sostengo che Foscolo è uno scrittore insopportabile.—Queste cose, riprese
lui, io non fo che pensarle!».[71]

[71] _Pensieri inediti di Ruggiero Bonghi_, ecc.; Lucera, 1899, pag. 89
e 84.—Nella VI delle sue _Lettere critiche_, da Stresa, 30 aprile 1855
(nell’edizione milanese del 1873, pag. 67), il Bonghi lasciò un pubblico
ricordo del giudizio manzoniano. Notata «l’imperfezione grandissima
delle facoltà discorsive e ragionative» del Foscolo, «imperfezione tanta
e tale da non riuscirgli di ragionare neppure le cose ragionevoli che
dice», ripigliava: «Questo difetto insieme cogli altri è molto meno
evidente nelle prose scritte in inglese che non in quelle che ha scritto
in italiano, e tra le ultime, l’è molto meno nelle prose letterarie che
nelle politiche. Le quali sono così sconnesse, che, come diceva un uomo
di molto spirito, non si leggono se non per la curiosità di trovarci un
periodo che abbia che fare col seguente e col precedente; quantunque non
sarei lontano dal concedere che ci possa parere un pregio quella certa
vibratezza e concisione con cui sono talora espressi alcuni concetti
che fermano».—Dei suoi fini e intendimenti politici poi, il Bonghi
così giudicava: «Quanto a me, amo il Foscolo; ho simpatia per lui; le
sue sventure m’addolorano; ho per quest’Italia tutto quell’amore che
aveva lui; e se non l’amo proprio alla sua maniera, è perchè non mi
riesce d’intendere quale fosse propriamente questa sua maniera». E a
un tapinello che volle mostrarsi scandalizzato e sdegnato di questo
giudizio, il Bonghi replicava (pag. 285): «Mi farebbe, invece, grazia ad
insegnarmi cosa il Foscolo sperasse per questa Italia che amava, quale
avvenire, quali ordini? Questo è quello che non m’è parso d’intendere da’
suoi scritti».


XVI.

Il 23 aprile, mentre a Mantova il principe Eugenio firmava una
seconda convenzione militare, con la quale si consegnava all’Austria
il territorio che già costituì il Regno d’Italia, «insino a che sarà
conosciuta la sorte definitiva del paese»; qui a Milano i Collegi
Elettorali formulavano l’indirizzo che i loro delegati dovevan
presentare, in Parigi, agli Alleati. Vi chiedevano: «l’assoluta
indipendenza del nuovo Stato Italiano; la maggiore estensione di
confini del nuovo Stato; una Costituzione liberale...., che ammetta una
rappresentanza nazionale a cui spetti esclusivamente formare le leggi...;
un governo monarchico ereditario, primogeniale, ed un principe che per
la sua origine e per le sue qualità ci possa far dimenticare i mali che
abbiamo sofferti durante l’ora cessato governo».

Ah sì! Il 26, l’avanguardia austriaca occupava Pizzighettone, e il
commissario imperiale, generale marchese Annibale Sommariva lodigiano,
giungeva a Milano, a «prendervi possesso, in nome delle Alte Potenze
Alleate, dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti che nel Regno
d’Italia non sono ancora stati conquistati dalle truppe alleate». Il
giorno stesso, la Reggenza provvisoria pubblicava un proclama al popolo,
per esortarlo a ricevere «come veri liberatori» i soldati dell’Austria,
«che hanno esposta la vita», diceva, «per la vostra salvezza»; e perciò
«accoglieteli coll’ospitalità loro dovuta, aprendo loro le domestiche
mura». E a buon conto insisteva, per paura di non esser frantesa: «La
Reggenza, fidente nel carattere italiano e assicurata dalle intenzioni
dei vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani
nella capitale, e che il debito e le circostanze esigono che alloggi
privati siano posti a disposizione degli ufficiali».

Povero «carattere italiano»! Di buona o cattiva voglia, soprattutto di
cattiva, bisognò schiuderle «le domestiche mura» a quelle sudice masnade
di tedeschi e di boemi, di croati e di panduri. E anche al Manzoni toccò
di vedersi invase, da quegli ospiti così poco gradevoli e graditi, la
casa di città e le due di campagna: «un nuovo flagello»! La signora
Enrichetta scriveva, il 24 maggio, alla cugina Carlotta:

  «Ebbi i miei due bambini malati nei giorni scorsi.... La mamma
  anch’essa fu malata per un mese... Ora noi siamo ingombri di
  soldati. Le nostre case in città ed in campagna ne furono e ne
  sono ancora occupate, e non si sa troppo come bastare alla spesa».

Più tardi, il 26 luglio, la signora Giulia dava qualche nuovo particolare
allo zio Michele:

  «Ho avuto tanti malati in casa..... Sospiriamo tutti di andare
  in campagna, ma avevamo tutte le nostre case piene zeppe di
  soldati. Il nostro Lecco è rovinato intieramente dal soggiorno
  di otto mesi di soldati, di donne e figli; anche adesso è
  tutta ingombrata. A Brusuglio avevamo quaranta soldati; ho
  ottenuto che partissero, perchè per la salute nostra, e massime
  d’Enrichetta che deve prendere i bagni, necessita la nostra
  andata colà. Difatto altro non occorrendo, vi andiamo domani.
  Le spese straordinarie e forzose di questo inverno ci hanno
  impedito di ultimare la nostra casa nuova; bisogna che abitiamo
  la vecchia in pessimo stato, perchè non ci conviene riadattarla.
  Qui fa caldissimo, Milano è piena di gente, perchè i militari vi
  formicolano...».

E il 6 gennaio 1815, ritornati a Milano dalla villa di Lecco, soggiungeva:

  «Grazie a Dio, si sono rimessi tutti [i bambini], mediante la
  buon’aria di Lecco; chè, a forza d’impegni, ci è stato permesso
  di andarvi; dico per impegni, giacchè la nostra povera casa era
  da un anno occupata intieramente da soldati, così che abbiamo
  dovuto far lavare tutta la casa, dai materazzi, e rimontar
  tutto, inclusivamente gli utensili di cucina, con una spesa non
  indifferente. Eravamo bene colà; ma dovemmo presto ritornare qui,
  perchè ci volevano occupare le nostre proprie stanze con alloggi;
  e notate che non ne abbiamo una che non ci sia necessaria.
  Venimmo dunque a Milano.... Alessandro è un po’ affaticato per
  gli affari».

Disingannato anch’egli come i suoi generosi amici di Milano, Alessandro,
in quell’angoscioso trambusto, tacque con gli amici lontani. Dopo la
lettera del 24 aprile 1814, ei non riscrive al Fauriel fino al 25 marzo
1816. E quante cose non ebbe da osservare, e quante meditazioni non ebbe
da fare, in quei due anni!

Il 28 aprile, l’avanguardia del Neipperg entrò in Milano, alle 4 del
pomeriggio, da porta Romana. Una doppia fila di circa ottocento militi
della Guardia Civica, «armati e ben montati», faceva ala. Le milizie
austriache, cenciose e polverose, sfilarono a suon di musica, tra un
silenzio reso più solenne e significativo dagl’isolati evviva interessati
o prezzolati.[72] Si sperava ancora che quella soldataglia un giorno o
l’altro sarebbe dovuto sloggiare; e si sollecitava perciò la decisione
delle Potenze Alleate.

I delegati dei Collegi Elettorali erano in via. Il primo a giungere a
Parigi fu il Confalonieri, che aveva compiuto in sei giorni (un tempo che
parve assai breve) il viaggio. Era lui il Beccaria. Le notizie che potè
raccogliere non furon molto confortanti. Pare che allora gli sorridesse
l’idea d’una Confederazione degli Stati italiani, stretta intorno alla
dinastia di Savoia, «già la più forte dell’Italia nordica»; rinunziava
per suo conto anche al piacere di conservar la capitale a Milano.
Ma c’era ben altro a cui quei generosi avrebbero dovuto rinunziare!
Gli altri delegati tardavano: il Trivulzio e il Sommi giunsero il 3
maggio, il Litta e il Somaglia, il 4; il conte Fè, che fu l’ultimo,
il 13. Fin dal 3 maggio il Confalonieri scriveva intanto alla moglie:
«Il Veneziano e la Lombardia sono assolutamente devoluti all’Austria:
possa questa corona esser posta sulla testa d’un principe da sè, e i
nostri voti avranno esito; ma l’orizzonte su di ciò mi fa tremare!».
E il giorno appresso: «L’Austria è l’arbitra, la padrona assoluta dei
nostri destini.... Non trattasi più di domandare alle Alleate Potenze:
Costituzione libera, indipendenza, regno ecc. ecc.; trattasi d’implorare
ciò che un padrone ci vorrà accordare!».

Pure, essi intrapresero con coraggio la _via crucis_. Chiesero ed
ottennero d’esser ricevuti, il giorno 7, dall’imperatore Francesco.
Il quale dichiarò, con decantata benevolenza: «Voi mi appartenete per
diritto di cessione e per diritto di conquista; vi amo come miei buoni
sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore della vostra salvezza
e del vostro bene». E non volle sentir parlare di condizioni o di
concessioni; e quando uno dei delegati si lasciò sfuggire il nome di
Regno Italico, il delicato sovrano interruppe: «Regno Italico no, perchè
io non spingo le mie mire a quel che dev’esser d’altri!».—Metternich fu,
se fosse stato possibile, anche più esplicito.—L’imperatore Alessandro
fece sapere che li avrebbe ricevuti solo come illustri italiani, non
potendo loro riconoscere nessuna veste ufficiale; e li congedò, dopo
un discorsetto sul bel paese e sul bel tempo, ringraziandoli d’avergli
procurato _le plaisir de faire votre connaissance individuelle_.—Il
ministro di Prussia, Guglielmo di Humboldt, fece intendere abbastanza
chiaramente che al suo paese non dispiaceva che l’Austria s’ingrandisse
in Italia, lasciando così alla Prussia il modo d’allargarsi in
Germania.—Rimaneva un’ultima speranza, nel Gabinetto Inglese; e la
Reggenza, da Milano, spingeva i Delegati a quest’ultimo passo, con la
fiducia della disperazione. Gli ammiragli e i generali inglesi, venuti
in Italia, s’eran tanto piena la bocca di libertà e di costituzioni
liberali!.... Ma lord Aberdeen e il visconte di Castlereagh osservarono
che a godere il benefizio delle istituzioni inglesi bisognava esser già
preparati; e l’Italia non lo era, tanto che in Sicilia la Costituzione
aveva fatto cattiva prova; si rassegnasse perciò la Lombardia al governo
dell’Austria, che a buon conto non era più la Francia, che anzi era
ottimamente disposta a far la felicità degl’Italiani!

Intanto, l’8 maggio, era entrato in Milano, con altri dodici mila uomini
(a cui ne seguirono subito altri cinquemila), il maresciallo Bellegarde,
investito, com’egli proclamò, «di pieni poteri nelle provincie del Regno
d’Italia ora distrutto, e già appartenenti alla Lombardia austriaca»:
questo richiamo storico non era inopportuno! Nello stesso giorno, il
conte Bubna entrava in Torino come governatore militare del Piemonte,
alla testa di altre milizie austriache.—Una commissione dei Collegi
Elettorali, con a capo il presidente Giovio, si presentò al Bellegarde
per raccomandargli: «Voi tanto vicino al monarca, che con tanta gloria
siede sul trono di Carlomagno e degli Ottoni, dovete esser nostro
intercessore presso le Potenze Alleate, e procurare al nostro paese
l’indipendenza garantita da savie leggi e da un principe che meriti le
benedizioni di noi tutti». Ma se il Maresciallo non pensava ad altro!...
Che cosa essi intendevano per _indipendenza_?...

Il 13 maggio, monsignor Rivarola plenipotenziario di Pio VII entrava in
Roma, a prepararvi l’arrivo di Sua Santità, che n’era scappato la notte
del 6 luglio 1809. —Il 17, sbarcò a Genova, proveniente dalla Sardegna,
Vittorio Emanuele I; e, a riceverlo come sovrano, si trovò quel medesimo
lord Bentinck, che aveva destate tante speranze repubblicane.—E tra il
17 e il 20, il commissario imperiale conte Strassoldo prese possesso,
in nome di Maria Luigia, dei già dipartimenti di Parma, Piacenza e
Guastalla. —Il 22, giunse a Milano un messo del Confalonieri, ad
avvertire la Reggenza che le Potenze avevano oramai deciso circa la
nuova configurazione politica della Penisola.—Il 25, vi si vide su per
le cantonate il primo avviso in cui ricomparve l’aquila bicipite.—Il
giorno dopo, venivan disciolti i Collegi Elettorali, soppressi il
Senato e il Consiglio di Stato. Fu conservata la Reggenza, ma decapitata
dell’unico liberale, il Verri: il Commissario imperiale ne assunse egli
la presidenza!—Così, dopo solo nove anni di vita, promettente se non
rigogliosa, era trucidato il _bello italo regno_. Quella _gente_ che si
era creduta _risorta_, veniva scissa nuovamente in _volghi spregiati_,

  E, a ritroso degli anni e dei fati,

risospinta ai _prischi dolor_.

Il 12 giugno, i banditori del comune percorrevano Milano annunziando,
nei crocicchi, a suon di tromba, essere i Lombardi sudditi dell’Austria,
in forza del trattato di pace concluso a Parigi il 30 maggio, tra S. M.
Francesco I ed i suoi alleati. Il Maresciallo proclamò: «Popoli della
Lombardia! Una sorte felice vi è destinata! Le vostre provincie sono
definitivamente aggregate all’Impero d’Austria. Voi rimarrete tutti uniti
ed egualmente protetti sotto lo scettro dell’augustissimo imperatore e
re Francesco I, padre adorato dai suoi sudditi, sovrano desideratissimo
dagli Stati che godono la felicità di appartenergli». Sarebbe stato più
prudente aspettare che i nuovi sudditi esprimessero spontaneamente una
tanta gioia; ma il Commissario si dichiarava così sicuro d’interpretarne
fedelmente i sentimenti!.... «Noi siamo convinti», egli soggiungeva,
«che gli animi vostri saranno pieni di gioia nel contemplare un’epoca
felice del pari che avventurata, e che la vostra riconoscenza trasmetterà
alle remote generazioni una prova indelebile della vostra devozione e
fedeltà!». L’Italia, dunque, riconquistava, come non riconoscerlo?, la
tanto desiderata indipendenza: non voleva essa forse l’indipendenza....
dalla Francia? Ah l’ipocrisia diplomatica!

Il 13, in tutte le chiese della città e del suburbio, fu cantato—e fin
dall’alba intermittenti colpi di cannone chiamarono i fedeli al sacro
rito—un solenne imperial _Te Deum_. La sera dopo, al teatro della
Cannobiana, «fu dato per tema», narra il Mantovani, «ad un improvvisatore
_La battaglia di Lipsia_. Verseggiando egli, come doveva, in lode degli
Alleati, sorse un forte susurro, ed in mezzo ai fischi non si lasciò
continuare. Il teatro fu sgombrato per ordine superiore». Il diarista
soggiunge, accorato: «Pessimi preludii!». Certo, non era per rinato amore
al vinto di Lipsia; ma al governo austriaco conveniva di crederlo. E fece
correre e diffuse le più sconce ed ingenerose satire e caricature del
paventato coatto dell’Elba; e s’affrettò a cancellare, in città, le orme
del vincitore di Marengo, ribattezzando quello che già fu, ed è tornato,
_Foro Bonaparte_,[73] e quella che era stata chiamata _Porta Marengo_
ed ora è Porta Ticinese, e la _Contrada della Riconoscenza_ ora Corso
Venezia, e la _Piazza del Tagliamento_ ora Piazza Fontana.[74] Benchè
incatenato, e in gabbia, il leone metteva paura.

Anche la casa mezzo guasta del Prina dava fastidio per le memorie che
destava: la sorte che ieri toccò a quel ministro, sarebbe potuta domani
toccare ad altri; non c’è forse l’epidemia o la suggestione dei ricordi?
E fu deciso di ampliare e regolare la Piazza San Fedele; che voleva
dire spazzar via, coi rottami, ogni segno visibile della rivolta. Il 25
maggio, fu pubblicato il primo avviso d’asta per la demolizione; il 6
giugno, il secondo: e furon subito iniziati i lavori. Il 26 luglio, la
madre del Manzoni scriveva allo zio Michele:

  «Sono appresso a formare una piazza, atterrando la casa del fu
  ministro delle Finanze: siccome questa è nelle nostre vicinanze,
  così ve ne parlo».

Oggi, nel bel mezzo della tranquilla piazzetta; con la fronte rivolta
a quella che fu la casa degl’Imbonati e poi dei Blondel, e che ospitò
dal 1830 al 1834 Massimo d’Azeglio, e ora è il Teatro Manzoni; sorge
la statua del grande poeta, opera egregia del Barzaghi, inaugurata il
22 maggio 1883, dieci anni dopo la morte. Dietro, è la chiesa di San
Fedele, dove il vecchio venerando si trascinava tutte le mattine; al lato
destro, il palazzo del Comune; al sinistro, lo sfondo di quella che fu
la casa del Prina, ove poi, nel 1848, dimorò Giuseppe Mazzini. «Ah!»,
esclamerebbe forse anche qui don Abbondio, «se la peste facesse sempre
e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne
male....; ma guarire, ve’!».

[72] Il diarista MANTOVANI, austriacante, se ne mostra tuttavia contento.
Narra che le truppe furono ricevute «con incessanti evviva: nessuna
confusione, nè incidenti clamorosi: tanto è vero che _l’allegria sincera
e cordiale non è mai disgiunta dalla giusta moderazione anche tra il
basso popolo_!».

[73] Napoleone primo console, con decreto 23 giugno 1800, ordinò che
si radessero al suolo i baluardi circondanti il Castello sforzesco,
detto allora di Porta Giovia; e il Governo della restaurata Repubblica
Cisalpina, con legge del 30 nevoso dell’anno IX (20 gennaio 1801),
stabilì: «L’area del demolito castello di Milano e del suo spalto, viene
denominata _Foro Bonaparte_». Con le pietre degli spalti demoliti, si
costruì, nel 1805, su disegni di Luigi Canonica, l’anfiteatro che fu
detto _l’Arena_.

[74] Furono anche sospesi i lavori, deliberati dalla città nel 1806,
per ricostruire in modo duraturo l’arco trionfale, ideato dal Cagnola
per l’ingresso di Eugenio e di Amalia; e alle composizioni scultorie
e alle iscrizioni esaltanti Napoleone, ne furono sostituite altre che
ne ricordavan la caduta. Così l’arco napoleonico prese il nome, che
ancora conserva, di _Arco della Pace_; benchè ora le epigrafi inneggino
all’entrata di re Vittorio e di Napoleone III.


XVII.

L’11 luglio [1814], il Manzoni riprese tra mani l’inno, che aveva
lasciato alla seconda strofa, sulla _Passione_. Ne scrisse ancora due
strofe; e lasciò di nuovo, e non lo riprese che il gennaio successivo,
per nuovamente interrompersi e nuovamente riprenderlo nel settembre,
e compierlo, finalmente, nell’ottobre. Decisamente le Muse pudiche
si rifiutavano di dimorare in una città così ingombra di soldataglia
esotica; e il poeta non le poteva ospitare in campagna, perchè le due sue
ville v’eran divenute caserme!

Fra tanti danni, questo vantaggio ci fu di sicuro: che quando, pochi anni
dopo, il romanziere imprese a descrivere i saccheggi e gli orrori che,
due secoli prima, altre e più brutali soldatesche esotiche seminarono
in quelle care borgate che s’inerpicano su pei monti o si nascondono
nelle valli, intorno al San Martino e al Resegone, ei non ebbe a lavorar
molto di fantasia! Quel Bellegarde secentesco e spagnolesco che fu
Don Gonzalo, aveva anche lui protestato, in nome del suo re, «di non
volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino alla sentenza
dell’imperatore»; e il buon popolo ambrosiano, mentre le grandi potenze
erano in armi per disputarsi la ghiotta preda, s’era anche allora sfogato
con una sedizione, la quale, anche allora, non valse se non a richiamare
nuova marmaglia straniera; e allora pure, mentre l’un esercito ci stava
sul collo, un altro, francese, era venuto a «inondare i nostri dolci
campi». E poi, «mentre quell’esercito se n’andava da una parte, quello
di Ferdinando [II, d’Austria] si avvicinava dall’altra; aveva invaso il
paese de’ Grigioni e la Valtellina; si disponeva a calar nel milanese».
Codeste «truppe alemanne» eran guidate dal conte Rambaldo di Collalto, un
condottiero meno incivilito del Bellegarde. Mal pagate, esse avevano già
«desolata la Germania» sotto il comando del Wallenstein; e ora venivano,
come uno sciame di cavallette, giù lungo «tutto il corso che fa l’Adda
per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in
Po», e lungo un buon tratto di questo fino al Mincio. Il giorno che dalla
Valsàssina quei demòni «sboccarono nel territorio di Lecco», che spavento
per quella povera gente, e che danni!

  «Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si
  spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva
  a sacco addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via,
  spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili
  diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse,
  delle ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l’astuzie
  per salvar la roba, riuscivano per lo più inutili; qualche volta
  portavano danni maggiori. I soldati, gente più pratica degli
  stratagemmi anche di questa guerra, frugavano per tutti i buchi
  delle case, smuravano, diroccavano; conoscevan facilmente negli
  orti la terra smossa di fresco; andarono fino su per i monti a
  rubare il bestiame; andarono nelle grotte, guidati da qualche
  birbante del paese, in cerca di qualche ricco che vi si fosse
  rimpiattato; lo strascinavano alla sua casa, e con tortura di
  minacce e di percosse, lo costringevano a indicare il tesoro
  nascosto».

Sono scene non solo verosimili, ma vere forse. I nipoti di quei
lanzichenecchi il romanziere li aveva veduti, anzi avuti per casa! E
aveva pur visto i nipoti di que’ _cappelletti_, che mettevan nuova paura
in corpo al già tanto impaurito don Abbondio. Chi non ricorda?

  «Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue
  gambe non ce lo potessero portare in una tirata: ma si sapeva
  ch’era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone di
  _cappelletti_, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere
  in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne,
  nè più nè meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio
  che potevano».[75]

Sicuro: perchè anche il 29 giugno del 1814, il Bellegarde, per reprimere
quel vero brigantaggio che i malcontenti d’ogni genere, soldati
disertori e impiegati licenziati, esercitavano su larga scala in tutto
il territorio e fin presso le mura di Milano, aveva dovuto mandare in
perlustrazione uno squadrone di ottocento cavalieri; _e quod non fecerunt
barbari fecerunt Barberini_!

Oh non era punto un bel vivere a Milano, durante l’imperversare della
reazione austriaca; ci si stava press’a poco come durante la guerra
per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga! Il Bellegarde
riferiva al suo imperatore che se la nobiltà, il clero, la popolazione
del contado avevano conservato un certo attaccamento alla Casa d’Austria,
le classi medie, i militari e gl’impiegati, le si dimostravano
ostinatamente avverse: forse, diceva, la vicinanza di Napoleone e il
contegno del Re di Napoli alimentano le loro segrete speranze. Un
poliziotto mandato a posta da Vienna, il 26 giugno scriveva al suo
governo: «Facendo nuove conoscenze, ho già dovuto rilevare con rammarico
che noi Tedeschi siamo quasi generalmente odiati; vi assicuro che il
malcontento eccede ogni limite, e che ci caccerebbero precisamente collo
stesso piacere con cui ci hanno accolti or fanno sette settimane»[76].
Al Commissario imperiale occorreva procedere con una grande prudenza;
la quale poi dava noia, come suole, ai reazionari arrabbiati, che gli
mutarono il nome in _Belletardi_. Si buccinò anche d’una congiura
militare, che per il 5 agosto doveva mettere a fuoco e fiamme tutta
la Lombardia: le _logge_ dei Frammassoni e le _vendite_ dei Carbonari
avevan tutto preparato, si diceva, per la proclamazione della Repubblica
Italiana. Il Bellegarde sarebbe stato disposto a non prestar fede a
simili fandonie; ma il Gabinetto imperiale voleva indagare, avere liste
di proscrizioni, reprimere esemplarmente. Alcuni cavalieri d’industria,
un Comelli von Stuckenfeld e un Esquiron de St. Agnan, specularono su
quella paura e pescarono in quel torbido. Il 5 agosto passa tranquillo;
non importa, la sollevazione si seppe esser rimandata all’ottobre.
Anche l’ottobre passò tranquillo; ma.... c’era stato un contrattempo.
Finalmente, il St. Agnan fa il colpo; ruba alcuni documenti, e nella
notte dal 3 al 4 dicembre consegna ai gendarmi il medico Rasori,
l’avvocato Lattuada ed altri ardenti e imprudenti complici della
terribile trama. Dell’inesorabile imperatore era alfin paga la «terribil
ira!».

Fu una sconcia tragicommedia; ma che strazio assistere a un tanto
avvilimento della patria, dopo tante illusioni e speranze!

  E questa donna di cotanto lido,
  Questa antica, gentil donna pugnace,

tornava a essere avvinta da

  Genti che non vorrian toccarla unita,
  E da lor scissa la pascean d’offese.

Povera, diseredata, avvilita e derelitta Italia![77]

  Essa in disparte, e posto al labbro il dito,
  Dovea il fato aspettar dal suo nemico,
  Come siede il mendico
  Alla porta del ricco in sulla via;
  Alcun non passa che lo chiami amico,
  E non gli far dispetto è cortesia.[78]

Sennonché, tra quella folla di sovrani, «tutti anelanti a farle
oltraggio», ce n’era pur uno, a cui gli occhi dei patrioti si volgevano
con desiderio e fiducia. Era, sì, nato di là dalle Alpi, ma la fortuna
e la virtù militare gli avean posto in mano il freno delle più belle
contrade della Penisola. Baldo, insofferente, generoso, perchè non
avrebbe egli osato finalmente di proferir quella parola «che tante etadi
indarno Italia attese?».

  In te sol uno un raggio
  Di nostra speme ancor vivea, pensando
  Ch’era in Italia un suol senza servaggio,
  Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.

[75] _Promessi Sposi_, capp. XXVII, XXVIII e XXIX.

[76] VON HELFERT, _La caduta della dominazione francese_ ecc., pag.
161-62.

[77] Per siffatte figurazioni dell’Italia, rimando a quanto già ebbi
a scriverne per illustrare il primo dei _Canti_ leopardiani. (Cfr. _I
Canti di G. Leopardi_ ecc., Milano, Hoepli, 1900, pag. 230 ss.). Qui
richiamo la _prosa prima_ del _Misogallo_, in cui l’Alfieri, dedicando
quell’_operuccia_ alla _Venerabile Italia_, le dice: «Onde, ed a quella
augusta Matrona, che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e
valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (purtroppo!)
inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente; ed a quella che un
giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa,
magnanima, _libera ed una_....».


XVIII.

Gioacchino Murat è, dopo Napoleone, il personaggio forse più interessante
della immane tragedia ch’ebbe il suo prologo il 21 gennaio 1793, in
quella piazza di Parigi dove il carnefice della Rivoluzione troncò il
capo d’un re per diritto divino, e il suo epilogo il 5 maggio 1821, nella
remota isola del Pacifico, dove i principi di diritto divino avevan
confinato l’audace figlio della Rivoluzione, che s’era incoronato re
e imperatore con le sue proprie mani. Nato di popolo, bello, sveglio,
manesco, Murat era un seducente tipo di soldato e d’avventuriero. Amava
la sua lucente uniforme e il suo cavallo quanto la sua stessa persona;
della quale era vano, anche perchè essa valeva a conquistargli subito
le più ambite simpatie. Non aveva né principii morali né convinzioni
politiche molto salde: così che urlò da prima coi lupi della Rivoluzione,
e persino alterò il suo nome in Marat; e poi, quando volle cattivarsi
l’animo del despota, diè la caccia a quei lupi, e si compiacque d’esser
chiamato Gioacchino Napoleone.

Bonaparte non vide in lui un possibile rivale, e gli agevolò l’ascesa. Lo
condusse con sè in Italia, nel 1796; e dopo l’armistizio di Cherasco, ne
propose la promozione a generale di brigata. Gli affidò anche missioni
militari e diplomatiche a Genova, in Toscana, nella Valtellina, a Roma;
lo volle poi in Egitto, dove l’impareggiabile generale di cavalleria
manifestò tutta la sua bravura; e lo ebbe a fianco, tra’ più fidi e
gagliardi, in Parigi, nei foschi giorni di brumaio. Gioacchino richiese,
quasi in compenso di tali servigi, la mano di Carolina, l’ultima sorella
del Primo Console, che questi vagheggiava di maritare a Moreau. Il cuore
già lo possedeva: lo aveva preso d’assalto qui, quattro anni prima, nelle
sale e nei boschetti della villa Crivelli-Serbelloni a Mombello, dove ora
è il manicomio. Quelle nozze, in forma puramente civile, furon celebrate
il 20 gennaio 1800; ma due anni dopo, esse furon benedette dal cardinal
Caprara. Per convenienza politica, questi napoleonidi sollecitarono ciò
che, otto anni dopo, i coniugi Manzoni avrebbero compiuto per rinata
convinzione religiosa.

Al Murat, in quella eroica primavera, fu assegnato il còmpito di
condurre, attraverso il San Bernardo, il grosso nerbo di cavalleria
di quell’esercito della riserva, che Napoleone, rinnovando in sè gli
ardimenti di Annibale e di Carlomagno, riversava in Italia. Quali ansie,
tra quei monti

  Erti, nudi, tremendi, inabitati
  Se non da spirti: ed uom mortal giammai
  Non li varcò!

Come gli saranno parse lunghe quelle quindici ore, che i suoi seimila
e duecento cavalieri spesero su per gli _aspri sentieri_ e i _balzi
dirotti_, che separano la gola di Minouée dalla capanna della Vaccheria!
La fanteria precedeva per la Valle d’Aosta, ed aveva ricacciata a
Châtillon una colonna nemica, quand’ecco si trovò di fronte alle
formidabili posizioni di Bard. La natura pareva avesse preparato il campo
al nemico: «gli abissi intorno gli scavò per fossati», e i monti eran «le
sue torri e i battifredi».

               Ogni più picciol varco
  Chiuso è di mura, onde insultare ai mille
  Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

Ma non mancò neppur questa volta chi additò all’esercito invasore un
sentiero, onde girare in largo e piombare alle spalle dei difensori. E
mentre una divisione asserragliava il forte, la fanteria, e dietro di
essa la cavalleria, sfilaron _per greppi senz’orma_, e giù per Ivrea
sboccarono «in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e ne’ frutteti
Carchi di poma».

Non è possibile che il poeta, il quale una ventina d’anni dopo intendeva
a ricostruire, sugli scarsi accenni dei cronisti, il dramma della più
remota discesa dei Franchi, e metteva sulle labbra del diacono Martino
la immaginosa narrazione del suo singolare viaggio attraverso le Alpi
ignote[79], non avesse l’occhio e la mente al memorando passaggio che
s’era compiuto, per così dire, sotto i suoi occhi. Chi sa quanti racconti
di testimoni, con quanti particolari, non gli sarà toccato d’ascoltare!
E quanti colori non vi avrà attinto, anche per la magnifica scena che
segue, dei Longobardi sorpresi, sconfitti, messi in fuga! Essa è così
viva e mossa, come nessun’altra del nostro teatro tragico; anche più di
quella, pur tanto ricca d’azione e d’affetti, in cui Saul, sopraffatto
dai fuggenti e in cospetto dell’irrompente oste vittoriosa, soccombe.

Quel brillante ufficiale, che i Milanesi avevan già ammirato quattro anni
avanti, rientrò il 2 giugno, alle 4 del pomeriggio, per porta Vercellina
(ora Magenta), nella metropoli cisalpina, preceduto da gran fama, anche
pei più recenti prodigi di valore e d’audacia compiuti nel traversare
la Sesia e il Ticino, e con nuovo fasto principesco. Ma non ci si fermò
se non due giorni: e poi via, a capo dei suoi cavalieri, per Piacenza,
dove passò, con temerità sbalorditiva, il Po; per Voghera, dove sfilò
al trotto sotto gli occhi sorridenti di Napoleone e quelli sorpresi del
parlamentario austriaco; per i piani di Marengo. I Consoli, quando egli
potè ritornare a Parigi col glorioso cognato, gli decretarono una spada
d’onore. —Nel dicembre, conduce in Italia, pel Piccolo San Bernardo,
un nuovo esercito; e occupa Ancona e la Toscana, e si stabilisce a
Firenze, per trattare col Papa e col Re di Napoli, e costituire il
Regno d’Etruria. Fa un colpo di testa, che gli riesce e gli attira
nuove simpatie tra’ cisalpini: chiama «esercito d’Italia» quello che
Napoleone aveva battezzato «corpo d’osservazione del Mezzogiorno».
Benchè gli utopisti gli tengano il broncio, per non aver egli proclamata
la repubblica a Firenze, a Roma, a Napoli; i patrioti meglio ispirati
riappuntano in lui, francese, quegli sguardi di desiderio che Campoformio
aveva stornati dal Corso fedifrago. Murat se ne compiace; e il 2 agosto,
nel proclamare l’atto costituzionale della nuova monarchia, pronunzia
un discorso, in cui accenna agli splendori medicei, ed esorta i Toscani
a considerare i Francesi come un popolo amico, «il quale sa rispettare
presso le nazioni straniere i principii monarchici, al modo stesso che
sa mantenere in patria i principii repubblicani». Napoleone lo lascia
fare e dire; anzi lo mette a capo di tutte le milizie francesi che si
trovavano nella Penisola. Ed egli viene a stare a Milano. Indignato per
le malversasazioni dei commissarii repubblicani, affretta la costituzione
della Repubblica Italiana, con Napoleone presidente; e il 14 febbraio
1802, dopo d’aver passate in rivista, nella piazza tra il Duomo e la
reggia, le sue belle truppe, tiene nella sala delle cariatidi un altro
discorso, augurando le sorti più liete al nuovo Stato italiano che si
costituiva sotto gli auspici tutelari di Bonaparte.

Pur troppo, il popolo lombardo aveva ivi stesso, sei anni innanzi,
ascoltate proprio dalla bocca di costui parole anche più promettenti.
«Vous serez donc libres», egli aveva detto nel fervore di quei primi
entusiasmi liberaleschi, «et vous serez plus sûrs de l’être que les
Français; Milan sera votre capitale, l’Oglio et le Serio seront vos
barrières; la Romagne vous écherra et d’autres provinces encore; vous
embrasserez les deux mers, et vous aurez une flotte!». Allora Vincenzo
Monti—che fra que’ rapidi mutamenti politici non sapeva che pesci
pigliare, o meglio, cercava di pigliarli tutti, ma l’un dopo l’altro
gli sguisciavan di mano—aveva mutata, anzi capovolta, la fine della
sua _Musogonia_. Dove prima, nel 1793, aveva inneggiato a Francesco
d’Austria, italiano perchè nato a Firenze (il 12 febbraio 1768),
invocando sul suo biondo capo il favore dei numi:

    Voi che tutta dell’italo destino
    Mai non volgeste la potenza in basso,
    Contro il Gallo fellon che varca il monte
    Destatevi e levate alto la fronte.

  Pietà d’Ausonia, a cui di pianto un rio
    Bagna la guancia delicata e casta,
    E nel sen v’addimostra augusto e pio
    Il solco ancor della vandalic’asta....

  Tu, germanico eroe, che in biondo pelo
    Mostri, invitto Francesco, alto consiglio,
    Tu ricomponi alla piangente il velo,
    Ch’ella t’è madre, e madre prega al figlio.
    Vien, pugna, e salva la ragion del cielo,
    Chè ben per Dio si corre ogni periglio;
    Vieni, e al furor del seme empio di Brenno
    Il petto opponi di Cammillo e il senno....;

ora, nel 1797, si rivolge al «magnanimo eroe» (_il Gallo fellon!_) che
riconduceva di qua dalle Alpi il «furor del seme empio di Brenno», per
esortarlo a farsi «d’Ausonia l’Alessandro e il Numa»:

  Ma di leggi dotarla, _e le disciolte_
    _Membra legarle in un sol nodo e stretto_....;
    E l’aquila frenar che l’ugne ha volte
    Contro il suo fianco e l’empie di sospetto,
    Sia questa, o salvator forte guerriero,
    La tua gloria più cara e il tuo pensiero.

Anche Ugo Foscolo aveva, in quell’anno, intonata la sua ode _A Bonaparte
liberatore_, esclamando fiducioso:

  Italia, Italia,....
  I desolati lai
  Non odi più di vedove dolenti,
  Non orfani innocenti
  Che gridan pane ove non è chi ’l rompa;
  _Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisi_
  _Nel gran popol_ che fea
  Prostrare i re col senno e col valore,
  Poi l’universo col suo fren reggea....

Ma l’eroe gridato «liberatore»; il quale ai Milanesi aveva promesso:
«Si l’Autriche revient à la charge, je ne vous abandonnerai pas!», e
aveva soggiunto, con l’enfasi propria del tempo, «Un jour peut-être vous
tomberez, mais alors je ne serai plus là, et d’ailleurs Sparte et Athènes
aussi ont succombé après s’être inscrites dans les fastes du monde!»; di
lì a poco aveva patteggiata Venezia

  Come fanno i corsar dell’altre schiave.

Onde i disperati sconforti di Jacopo Ortis. Il quale, tra imprecazioni
che ricordano il _Misogallo_, ha pur una frase che richiama l’idea
intorno a cui s’impernia il primo Coro dell’_Adelchi_[80]. «Moltissimi
de’ nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro», scrive
nella lettera del 17 marzo dell’anno I, «presumono che le nazioni
straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’
nostri campi onde liberare l’Italia». Strana e assurda presunzione!

  E il premio sperato, promesso a quei forti,
  Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
  D’un volgo straniero por fine al dolor?...

«Ma i Francesi», ripiglia l’Ortis, «che hanno fatto parere esecrabile
la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro
nostro? Moltissimi intanto si fidano del giovine eroe nato di sangue
italiano, nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e
crudele non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa
ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se
ne compiace?...».

E i moltissimi ebbero torto!

  A frangere il giogo che i miseri aggrava,
  Un motto dal labbro dei forti bastava:
  E il labbro dei forti proferto non l’ha![81]

E in chi dunque oramai fidare e sperare? Non era possibile che tutta la
nazione, e non era neanche da consigliare, si appigliasse al partito
a cui Jacopo—non Ugo—s’immolò! E poi, non era stato Napoleone a dare
un corpo alle vaghe aspirazioni italiane di libertà e d’indipendenza?
Ch’egli, in un certo momento della sua vita, vagheggiasse un’Italia tutta
unita, era un fatto; che sognasse, un quarto di secolo prima del poeta,
una Italia «libera tutta tra l’Alpe ed il mare»,

  Una d’arme, di lingua, d’altare,
  Di memorie, di sangue e di cor;

ce lo hanno rivelato quelle poche tra le «eterne pagine», in cui
l’imperiale recluso «ai posteri narrar sè stesso imprese». Gli è che
opposto a quell’ambita fusione egli aveva visto un ostacolo politico e
morale, che la configurazione topografica della Penisola rendeva più
grave, anzi insormontabile. Napoleone lasciò scritto:

  «L’Italie, isolée dans ses limites naturelles, séparée par la
  mer et par de très hautes montagnes du reste de l’Europe, semble
  être appelée à former une grande et puissante nation.... Quoique
  le sud de l’Italie soit, par sa situation, séparé du nord,
  l’Italie est une seule nation. L’unité de langage, de moeurs,
  de littérature doit.... réunir enfin ses habitants dans un seul
  gouvernement.... Elle a dans sa configuration géographique un
  vice capital, que l’on peut considérer comme la cause des
  malheurs qu’elle a essuyés et du morcellement de ce beau pays en
  plusieurs monarchies ou républiques indépendantes: sa longueur
  est sans proportion avec sa largeur».[82]

Di qui la difficoltà d’un centro unico, che tutti volessero riconoscere
e accettare, e che fosse rispondente a tutti i bisogni. Ve n’è, sì, uno:
_il nostro capo_, Roma; ma vi sedeva il successore del maggior Piero. Al
generale Bonaparte non sembrava possibile rimuoverlo. E se dopo, alla
mente e alla fantasia dell’imperatore Napoleone tutte quelle condizioni
topografiche, storiche, politiche, teocratiche, delle regioni e delle
nazioni, si presentarono come fin troppo malleabili ed elastiche, e fin
trascurabili; allora gli parve anche trascurabile l’ideale d’un’Italia
unica, imperniata su Roma laica. Il padre del Re di Roma vagheggiava
oramai un’epopea virgiliana; non poteva quindi più sorridergli il modesto
idillio romantico, che ebbe il suo poeta in Alessandro Manzoni, la sua
prima vittima in Gioacchino Murat.

[78] Il Manzoni riprese poi quest’immagine nell’ode Marzo 1821:

    Con quel volto sfidato e dimesso,
  Con quel guardo atterrato ed incerto,
  Con che stassi un mendico sofferto
  Per mercede nel suolo stranier,
  Star doveva in sua terra il Lombardo;
  L’altrui voglia era legge per lui;
  Il suo fato, un segreto d’altrui;
  La sua parte, servire e tacer.

[79] Ebbi già (prima nel numero unico _Vesuvio ed Etna_, agosto 1892;
poi nella _Biblioteca delle Scuole italiane_, gennaio 1900) occasione
di segnalare un curioso riscontro. Nell’ultimo canto, del poemetto
autobiografico _Il poeta di teatro_, Filippo Pananti, descrivendo un suo
viaggio nel paese di Galles, esce a dire (st. 14 e 15):

  Siegui il cammin che a Bangor ti conduce,
    E la scena vedrai farsi alta, tetra;
    Aprirsi a destra un gran campo di luce,
    Levarsi a manca un gran monte di pietra;
    Alto silenzio da una banda stare,
    Dall’altra il tempestoso urlo del mare.

  Nero campo di sacre ombre coperto,
    Immense solitudini profonde,
    Silenzio maëstoso del deserto;
    Qui non s’ode che il fremito dell’onde,
    Il tuon che sopra i monti alto passeggia,
    E il vento che fra gli antri romoreggia.

E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella
Cum. _Qui non s’incontra traccia di vivente_, non un albero, non una
fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via; _non si sente
altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli
del Nord_. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne
delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi
sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suo _padiglione_».—Non
si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo
però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto
d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e
fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti
rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare,
tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza,
ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee
che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato,
rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E
poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale
senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e
d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni
di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del
Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza
cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io
pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente,
il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o
se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte
fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo
desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato
e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna
dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e
delicate da risolvere.—Conviene avvertire che _Il poeta di teatro_ fu
edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel
1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare
che l’_Adelchi_ venne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.

[80] Cfr. ZUMBINI, _Werther e Jacopo Ortis_; Napoli, 1905, pag. 18 n.

[81] Versi cancellati dalla Censura nel primo Coro dell’_Adelchi_. Vedi a
pag. 145 e 147.

[82] _Campagnes d’Italie._ Cfr. BOUVIER, _Bonaparte en Italie_, pag.
116.—Al generale Bertrand, a Sant’Elena, Napoleone diceva «qu’il voulait
formellement créer indépendante et libre la nation italienne».


XIX.

Firmata la pace d’Amiens, Murat sollecitò d’esser mandato a Roma e a
Napoli, per sorvegliarvi il ritiro delle guarnigioni francesi; e sul
Tevere ebbe accoglienze e doni principeschi, sul Sebeto una spada con
l’elsa tempestata di diamanti. Il re Borbone prese le sue misure perchè
i giacobini napoletani non gli facessero le feste che avevan preparate.
Qualcosa i conservatori fiutavano, e l’avevano in uggia. A Milano essi
s’erano stretti intorno al Melzi, e profittavano d’ogni occasione per
porre Gioacchino in sospetto presso il despota. Insinuavano ch’egli
alimentasse le ubbie unitarie, e tollerasse che fin nell’esercito codeste
idee fossero diffuse e inculcate. Per parare il colpo, Murat denunziò
alcuni ufficiali, e si mostrò scandalizzato che il vicepresidente avesse
sofferto che dei _brigands_ applaudissero in teatro _La congiura dei
Pazzi_ e _La morte di Cesare_ (forse il _Bruto secondo_?). Ma c’ebbe la
peggio. Napoleone lo costrinse a rappattumarsi col Melzi; e, profittando
d’un nuovo suo congedo, lo trattenne presso di sè, nominandolo
governatore di Parigi.

E per la causa italiana l’allontanamento di Murat fu una vera iattura.
Eugenio e Giuseppe eran troppo ligi al re ed imperatore, e la loro
principale virtù consisteva nell’obbedienza e nella remissione più
completa. Valevan poco più di due mediocri prefetti. E quando,
nell’agosto del 1808, a Gioacchino fu concesso di ripassare le Alpi,
e d’assidersi sul trono di Napoli, era forse un po’ tardi: così per
lui, che vi tornava di malavoglia, dopo d’avere invano sperato il trono
di Polonia e quello di Carlo V; come pei popoli, disingannati circa
l’_égalité_ dei fratelli transalpini, e stanchi, sfiduciati, esausti.

Pure, le festose accoglienze che i Napoletani fecero e a lui e poi alla
regina, gli ridiedero lena. Benchè sfornito di una vera flotta, egli,
improvvisato ammiraglio, scacciò con un audace colpo di mano gl’Inglesi,
che s’eran nientemeno che appollaiati a Capri. E poco appresso, li
sloggiò nuovamente da Procida e da Ischia. Represse, con inusitata
energia, il brigantaggio politico negli Abruzzi e nelle Calabrie. E
intanto iniziò un illuminato riordinamento delle amministrazioni civili e
militari. Aprì scuole d’ogni genere, dalle universitarie alle primarie,
e non solo nella capitale ma fin nei borghi delle provincie. Si circondò
di ministri paesani, non conservando che due soli francesi. Oh dunque,
era mai vero che laggiù, in quelle terre così benedette da Dio e così
maltrattate dai governi (si pensava che il governo nazionale avrebbe
cangiato stile!), quel _cavalier_ che _tutta Italia_ aveva onorato e
ammirato, quel _signor valoroso, accorto e saggio_, veniva creando uno
Stato liberale? Alla bella aurora, che annunziava il nuovo sole di
libertà presto a sorgere di dietro la rutilante vetta del Vesuvio, i
_magnanimi pochi_ rivolsero sospirosi lo sguardo.

Ma codesto appunto inquietava Napoleone. Murat lascia _châtrer le code_,
accarezza il clero, prodiga decorazioni, persino _fait des singeries
pour Saint Janvier_: cosa dunque egli macchina con quell’ambiziosa
di sua moglie? Per tagliar corto con ogni loro velleità unitaria, un
decreto imperiale del 17 maggio 1809 annette gli ex-Stati della Chiesa
all’Impero; ma ne pone le milizie agli ordini del Re di Napoli. Murat
vede chiaramente che così si vuol renderlo inviso agl’Italiani, e
cerca di far comprendere ch’ei non si sente disposto alla parte di
gendarme. Nasce intanto il Re di Roma, e Napoleone invita Carolina a
esserne madrina. Non è possibile sottrarsi all’insidioso onore, e Murat
accompagna la regina a Parigi; ma non aspetta il giorno del battesimo, e
torna a precipizio, per riaffermare in modo solenne l’indipendenza sua
e dello Stato napoletano. Il 14 giugno (1811) decreta «che tutti gli
stranieri, i quali abbiano un ufficio civile nel Regno, sono obbligati
a farsene cittadini non più tardi del prossimo 1º d’agosto». Napoleone,
inviperito, contrappone al regio un decreto imperiale del 6 luglio:
il Re di Napoli, essendo francese e messo sul trono dai Francesi, non
può avere inteso di rivolgersi anche ai Francesi residenti nel Regno;
chè anzi _tous les citoyens français sont citoyens des Deux-Siciles!_
E richiede diecimila soldati per la guerra contro la Russia. Murat
risponde risolutamente di non potere sfornire, senza certo pericolo,
i presidii napoletani; ma quanto a sè, riman titubante se debba o no
partire pel campo. Napoleone riscrive, facendo appello al suo cuore di
soldato; e Murat si lascia vincere. S’incontrano a Danzica. Il maggiore
dei due da prima rimprovera, poi s’intenerisce e apre le braccia al
figliuol prodigo, che vi si getta commosso. La sera stessa, l’imperial
commediante si vantò d’aver molto ben recitata la parte dell’imbronciato
e del sentimentale; _car il faut tout cela_, disse, _avec ce Pantalon
italien_. Soggiunse: «Au fond, c’est un bon coeur: il m’aime encore plus
que ses _lazzaroni_...; il subit l’ascendant de sa femme, une ambitieuse:
c’est elle qui lui met en tête mille projets, mille sottises; il en est
a rêver la souveraineté de l’Italie entière». Sicuro; ed egli invece
sognava la sovranità su tutta la terra! E il _rêve_ di Murat era bello,
dacchè collimava coi desiderii e con gl’interessi del paese; il suo
era solo il delirio della perniciosa febbre, già contratta dormendo,
come diceva, nel letto dei re. Torna a singolare onore di Murat, che,
regnando in Italia, amasse tanto i suoi lazzaroni da destare la gelosia
dell’incoronato e cosmopolita _sans-culottes!_

In molti fatti d’arme di quella guerra disastrosa, l’insigne generale
di cavalleria diè nuove prove del suo coraggio. Qualche episodio
vale a richiamarci ancora a mente l’_Adelchi_. Narrano che, dinanzi
a Semenowskoë, un reggimento francese fosse preso da panico sotto
l’improvvisa gragnuola delle palle nemiche; e il colonnello stesse
per ordinarne la ritirata, quando si vide addosso il Re. «Che
fate?», gridò, prendendo l’ufficiale pel colletto. «Voi vedete»,
questi rispose mostrando il suolo coperto di feriti, «che qui non
è possibile rimanere».—_Eh! j’y reste bien moi!_—E il colonnello,
guardandolo ammirato: _C’est juste! Soldats, face en tête! Allons nous
faire tuer!_—Sennonchè la fortuna era stanca d’assecondare le stolte
avventure, e l’imperatore stesso si vide costretto a ordinare una ben
più vasta ritirata. Il difficile comando ne fu dato proprio a quel
generale, glorioso per le sue avanzate! Il quale, quand’ebbe ricondotto
l’esercito presso che al sicuro sulla linea dell’Oder, volle, sordo
a ogni scongiuro, tornare al suo regno. Napoleone lo fulminò con una
nota del giornale ufficiale: l’esercito, disse, è affidato al viceré
Eugenio; «ce dernier a plus d’habitude d’une grande administration; il a
la confiance entière de l’Empereur». Murat doveva tenersi certo oramai
che un nuovo trionfo dell’imperatore avrebbe segnato la sua rovina. E
cominciò a pencolare verso la diserzione. Nella sua anima, un’ambizione
regale degna di Macbeth s’infrangeva tra le oneste titubanze d’Amleto; e
non riusciva a sospingerlo fuori degli scrupoli l’assillo della sua lady
Macbeth. Ancora una volta accorse, in Germania, in aiuto di Napoleone, e
gli rese segnalati servigi a Dresda e a Lipsia; ma ancora una volta, e fu
l’ultima, le cattive notizie della Penisola ve lo richiamarono in fretta.
I due antichi compagni d’armi si separarono con presaga tristezza.

Murat ripassò per Milano il 31 ottobre (1813). Eugenio, l’aborrito
rivale, cedeva dinanzi agli Austriaci: se Napoleone non avesse
annientato gli Alleati con una delle sue più clamorose vittorie, questi
avrebbero finito col riconquistare l’Italia. Ma il tempo di quelle
epiche vittorie pareva finito per sempre. La sera del 4 novembre, Murat
rientrava in Napoli; e pochi giorni dopo, avviava trentamila uomini per
Roma e le Marche. Che cosa tentava? Per chi quegli uomini avrebbero
combattuto? Metternich adopera promesse e minacce perchè Murat si accosti
all’Austria: il Regno di Napoli gli sarebbe assicurato; anche gl’Inglesi
vi si sarebbero acconciati. Ma il Re non sa rinunziare al sogno d’un
regno d’Italia dalle Alpi ai tre mari; ed è convinto che, con l’Austria
in casa, quel sogno non si sarebbe mai potuto tradurre in una realtà.
I patriotti sono impazienti, e non sanno spiegarsi gl’indugi. Perché
Murat non libera al vento il vessillo dell’indipendenza e dell’unità?
I generali e i soldati dell’esercito di Eugenio non aspettano che quel
segno per correre a lui, e parecchi battaglioni di volontarii son pronti
a Bologna!... Il napoletano Amleto esita ancora. L’eroico gregario
attende dal generale un cenno, per gettarsi nell’azione: non gioverebbe
forse anche all’imperatore d’avere alle spalle e di lato un’Italia
sgombera del secolare nemico? d’avere qui, dietro le Alpi, non più
«volghi spregiati» ma un popolo «d’un sol voler, saldo, gittate in uno
Siccome il ferro del suo brando», e tenerlo «in pugno come il brando»?...

Il momento propizio trascorre. Quando il Re si decide a varcare il Taro,
il suo Rubicone, e ad assalire l’esercito d’Eugenio, è troppo tardi:
tre giorni dopo, cessano le ostilità. E mentre il vinto imperatore è
imbarcato per l’Elba, per quest’isola che egli, il generale Murat, aveva
conquistata alla Repubblica Francese all’alba del 1º maggio 1801; il re
Amleto rientra, il 2 maggio del 1814, nella capitale del suo piccolo
Stato, scontento di tutti, e più ancora di sè stesso.


XX.

L’Italia tornava _più serva e più derisa_ a gemere _sotto l’orrida
verga_. Eppure, _il glorioso fianco di tal madre_ non languiva
_infecondo_; nè essa aveva le _vene scarse del latte antico_; nè nutriva
figli a cui fosse grave _per essa il sangue donar!_ Gli è che

            eran le forze sparse,
  E non le voglie; e quasi in ogni petto
  Vivea questo concetto:
  «Liberi non sarem se non siamo uni;[83]
  Ai men forti di noi gregge dispetto,
  Fin che non sorga un uom che ci raduni».

Quell’uomo volle esser Murat. Evaso dall’Elba il 26 febbraio del 1815,
Napoleone era sbarcato tre giorni dopo, coi suoi Mille, sul suolo
francese; e il 10 marzo, entrava in Lione. Il 15, Murat s’affrettava
a dichiarare, per conto suo, guerra all’Austria; e il 17, mosse, alla
testa di quaranta mila uomini, alla volta di Roma. Luigi XVIII e Pio
VII si salvaron con la fuga. Mentre l’imperial cognato veniva accolto
trionfalmente a Parigi, Murat invadeva le Marche; e il 30 marzo, da
Rimini, dalle falde di quel monte Titano ch’è quasi simbolico baluardo
di libertà e d’indipendenza, diffuse il magnifico proclama agl’Italiani,
scritto forse da Pellegrino Rossi. Esordiva:

  «Italiani! L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini
  d’Italia. La Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione
  indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido
  solo: _l’indipendenza d’Italia!_».

Gli stranieri han preteso di togliervela questa indipendenza, continuava;
ma «a qual titolo signoreggiano essi le vostre più belle contrade?...
Invano adunque levò per voi Natura le barriere dell’Alpi? Vi cinse invano
di barriere, più insormontabili ancora, la differenza de’ linguaggi e de’
costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri?».

  «No, no; sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero!
  Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria perigliosa
  con venti secoli d’oppressioni e di stragi.... Ogni nazione
  dee contenersi ne’ limiti che le diè Natura. Mari e monti
  inaccessibili: ecco i limiti vostri.... Trattasi di decidere se
  l’Italia potrà essere libera, o piegare ancora per secoli la
  fronte umiliata al servaggio. La lotta sia decisiva, e vedremo
  assicurata lungamente la prosperità d’una patria sì bella, che,
  lacera ancora ed insanguinata, eccita tante gare straniere....».

E lasciando intendere che i governi liberali d’Europa, soprattutto
l’Inghilterra, avrebbero applaudito alla nobile intrapresa, Gioacchino
concludeva giustificando le sue esitazioni dell’anno avanti.

  «Italiani! Voi foste lunga stagione sorpresi di chiamarci in
  vano; voi ci tacciaste forse ancora d’inazione, allorchè i vostri
  voti ci sonavano d’ogn’intorno. Ma il tempo opportuno non era
  peranco venuto; non peranco avea io fatto pruova della perfidia
  de’ vostri nemici, e fu d’uopo che l’esperienza smentisse le
  bugiarde promesse, di cui ne erano sì prodighi i vostri antichi
  dominatori nel riapparire tra voi. Sperienza pronta e fatale!....
  Italiani! Riparo a tanti mali; stringetevi in salda unione; ed un
  governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale,
  una costituzione degna del secolo e di voi, garantiscano la
  vostra libertà e proprietà interna, tosto che il vostro coraggio
  avrà garantita la vostra indipendenza. Io chiamo d’intorno a me
  tutt’i bravi per combattere. Io chiamo del pari quanti hanno
  profondamente meditato sugl’interessi della loro patria, a fine
  di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggono
  oggimai la felice Italia, la indipendente Italia».

La tanto attesa parola era dunque stata finalmente proferita! Le terre
d’Italia risonaron di carmi: nella Romagna e nelle Marche, le canzoni
di Giulio Perticari, di Dionigi Strocchi, di Francesco Cassi[84]; nella
Toscana e nel Lazio, di Francesco Benedetti e di Luigi Biondi; nel
Napoletano, di Francesco Salfi, del colonnello Gabriele Pepe, di Gabriele
Rossetti. Il quale, novello Tirteo, seguiva l’esercito:

  Tirteo d’Italia chi sarà nel campo?
                     Son io, son io!....
  O sol d’Italia, che sì vivo sfoggi
  Tutta la pompa de’ tuoi raggi ardenti,
  Quanti qui siamo ci vedrai quest’oggi
                     Liberi o spenti![85]

Ai primi d’aprile, l’avanguardia napoletana sloggia gli Austriaci da
Cesena, inseguendoli per Imola fino a Bologna, dove entra e aspetta
il grosso della spedizione. Il 4, li ricaccia dietro la Samoggia e il
Panaro, e occupa Modena; intanto che altre legioni prendon Ferrara,
Cento, San Giovanni. Un passo ancora, ed invade Reggio e Carpi, e si
spinge fino alla Secchia. Sospinto dalla sua «indole impetuosa» e dalla
necessità di ottenere «sollecite vittorie», il re investe furiosamente
il ponte d’Occhiobello sul Po; ma non riesce a passarlo. Quest’episodio
sfortunato viene ad arte strombazzato come l’inizio della catastrofe.
Tornato a Bologna, Murat vi apprende che la divisione mandata a sollevar
la Toscana ha commesso irreparabili errori, e che gl’Inglesi minacciano
Napoli. Di più, «le speranze ne’ rivolgimenti d’Italia erano anch’esse
svanite, perocchè», narra il Colletta, «gli editti e i discorsi del re
non altro avean prodotto che voti, applausi, rime pubblicate, orazioni al
popolo, ma non armi e non opere: si aprì registro di volontari, e restò
quasi vuoto; i tenuti in prigione dai Tedeschi per colpe o sospetti di
Stato, fatti liberi da noi, tornarono queti alle case, ammaestrati non
irritati dal carcere». Al re comincia a mancar la lena; e il nemico ne
profitta per assalire e riprender Carpi, e ricacciare i Napoletani di là
dal Panaro. Il 15, sorprende e riguadagna Spilimbergo; e Gioacchino si
ritrae dietro al Reno, dove ottiene ancora una vittoria. Ma oramai egli
non pensa che a ritirarsi. Discende indisturbato a Imola, a Faenza, a
Forlì, a Cesena; infligge una nuova sconfitta agli Austriaci sul Ronco;
ma discende tuttavia a Rimini, a Pesaro, a Fano, a Sinigaglia, e il
29 giunge ad Ancona. Gli eserciti son quasi al contatto, e nei primi
di maggio, tra Macerata e Tolentino, avviene l’urto, che fu terribile
e sanguinoso. Il re fece prodigi di valore, e si moltiplicò in quelle
giornate decisive; ma fu sopraffatto. E lasciando al Colletta e al
Carascosa la cura di trattare col generale nemico (ahimè! era un italiano
anche lui, il Bianchi d’Adda!), egli quasi solo, e da privato, rientrò
in Napoli, sull’imbrunire del 18 maggio. Fu però «dal popolo scoperto
e salutato come re e come ancora felice». Andò alla reggia, negli
appartamenti della regina, «e giunto a lei, l’abbracciò, e con voce ferma
disse: La fortuna ci ha tradito, tutto è perduto!». Prepararono insieme
la partenza, e si congedarono dai più fidi e più cari. Poi, «provvide
co’ ministri a molte cose di regno, ultime, benefiche, ricordevoli; fu
sereno, discreto, confortatore della mestizia de’ circostanti; ed a’
Francesi che partivano ed ai servi che lasciava, liberale così come
principe che ascende al trono».

Al Manzoni le notizie del rovescio giunsero mentr’egli intonava la quinta
strofa della sua petrarchesca canzone. Invocato quel Dio che trascelse
Mosè tra’ giovinetti ebrei e lo fece duce e salvatore del suo popolo;
che «all’uom che pugna per le sue contrade L’ira e la gioia de’ perigli
infonde»; il poeta, fiducioso, incuorava il baldo capitano:

  Con Lui, signor, dell’itala fortuna
    Le sparse verghe raccorrai da terra,
    E un fascio ne farai nella tua mano....

Ma la parola gli fu stroncata sulle labbra. Pure, egli che condannò
senza rimpianto tutta la sua opera poetica giovanile, non facendo grazia
nemmeno al _Carme per l’Imbonati_ lodatogli dal Foscolo e all’_Urania_
invidiatagli dal Monti, volle conservato quel frammento; e non appena
gli fu possibile, all’aurora delle belle «giornate del nostro riscatto»,
nel 1848, lo pubblicò insieme con l’ode _Marzo 1821_, e poi, nel 1860,
lo aggiunse alle tragedie e agl’Inni sacri, nel volume già fin dal
1845 stampato delle sue _Opere varie_[86]. Gli è che l’impresa tentata
dall’infelice principe era, fra quante a lui parevan suscettibili di
poema, quella che più faceva palpitare il suo cuore d’uomo, di cristiano,
d’italiano, di poeta. Gioacchino, de’ signori cui la sorte commise il
freno delle belle contrade, fu il primo, e rimase lungamente il solo,
che avesse coscienza dei doveri del principe e dei diritti del popolo
italiano; fu il primo che rivolgesse l’animo a

  Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

e consacrò col martirio il tentativo generoso. Fu una dannosa ubbia
quella che consigliò tanti patriotti a non assecondarne lo sforzo. Se
verso Napoleone ei poteva parer macchiato d’ingratitudine, toccava forse
a noi, raggirati e disingannati dal geniale megalomane, di fargliene
carico? Anche Manfredi svevo era accusato d’orribili peccati; ma così
avesse vinto lui a Benevento, invece del nasuto paladino delle sacrileghe
ambizioni teocratiche! Il Manzoni, checchè una critica partigiana sia
venuta arzigogolando, riprese la grande tradizione poetica e religiosa
di Dante; e non si peritò mai di manifestar tutta la sua più cordiale
simpatia a principi che, per amore dell’unità politica, ritolsero a
Pietro quel che è, e dev’esser, di Cesare. E la musa schifiltosa e
sagace, la quale aveva assistito in silenzio al tripudio che accompagnò
il singolare capitano sino ai fastigi d’ogni mondano potere, sciolse
subito un cantico d’incitamento e d’encomio al baldo gregario che, pur
contro il volere dell’arbitro supremo, s’accinse alla santa opera di
ridarci una patria:

  O delle imprese alla più degna accinto!....

E quel suo cantico, pur così monco, il poeta non permise che morisse.

[83] Il FABRIS, _Memorie Manzoniane_, pag. 98-99, riferisce che il
poeta solesse dire scherzosamente d’aver fatto «per l’Italia il più
gran sacrificio che possa fare un poeta, quello di far per essa un
brutto verso»: ch’è questo, di suono e di vigore alfieriano. Il Manzoni
soggiungeva: «Già, se l’Italia è risorta, essa lo deve a’ suoi poeti, che
di secolo in secolo hanno sempre avuto dei versi per lei».

[84] Il diciassettenne Leopardi preferì invece di esercitarsi in quella
innocua _Orazione agl’Italiani_, in cui è un ibrido connubio dello
spirito misogallico del conte Alfieri con quello misoitalico del conte
Monaldo. Essa fu pubblicata dal Mestica tra gli _Scritti letterarii di G.
L._, Firenze, Le Monnier, 1899, vol. II, p. 357 ss.

[85] Cfr. SCHERILLO, _Gabriele Pepe e Gabriele Rossetti_, nella «Lettura»
del luglio 1905: D’ANCONA. _Il concetto dell’unità politica nei poeti
italiani_, in «Studi di critica e storia letteraria», Bologna 1880, e
_Unità e federazione_, nelle «Varietà storiche e letterarie». Milano
1885, vol. II.

[86] Vedi in questo volume la nota bibliografica a pag. 492.


XXI.

«È un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati», osserva il
Manzoni nel Romanzo (c. 28), a proposito dell’Achillini, il quale con un
celebrato sonetto aveva esortato il re di Francia «a portarsi subito
alla liberazione di Terra Santa»; e soggiunge: «se nella storia trovate
de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente
ch’eran cose risolute prima». Forse l’umorista pensava un po’ anche a
ciò ch’era accaduto a lui; ma fu un bene che non si stancasse di dar
suggerimenti. L’impresa del Re di Napoli era finita male soprattutto
perchè la grande maggioranza degli Italiani non ne aveva compreso
il valore: la missione del poeta doveva dunque essere di diffondere
l’idea unitaria, d’inculcarla con opere che parlassero al cuore e alla
fantasia[87]. Un insigne maestro di poesia e di libertà, il _vate
nostro_, aveva, con «memorando ardimento»[88], tolto di mano a Melpomene
«l’odiator dei tiranni pugnale», e s’era avventato, sulla scena,
contr’ogni tirannia. Lo aveva, con scarsa fortuna, seguito il Foscolo;
con insperato successo, un novizio, Silvio Pellico.

Qualcosa circa la nuova tragedia che la Carlotta Marchionni avrebbe
recitata per la sua beneficiata al teatro Re, era di certo trapelata; e
l’aspettativa era grande. Quella sera, il 18 agosto 1815—proprio quando
più l’Italia sembrava umiliata dalla reazione straniera,—un «uditorio
formidabilissimo» s’assiepava per ascoltare la _Francesca da Rimini_
dell’ignoto e innominato poeta (un’altra ne aveva perpetrata, nel 1801,
un Edoardo Fabbri). Era forse l’abate Caluso? Forse il Di Breme? Il
Pellico se ne stava mezzo nascosto nel palchetto di questo suo amico,
«tacito, pieno di speranza, e pur alquanto palpitante». Si tira sù
la tela. L’attore che fa da Lanciotto, «atterrito da quell’udienza,
stroppia tutti i versi della prima scena». Ma la Marchionni riesce a
tenere a sè avvinta l’attenzione. Ed ecco Paolo che, dopo il lungo e
doloroso esilio, rimette il piede nella casa paterna. Non vi ritrova più
il padre; e si getta nelle braccia del fratello, esclamando:

          Qui t’abbracciai l’ultima volta.... Teco
          Un altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea....
          Più rivederlo io non doveva!

  LANCIOTTO.                          Oh padre!

  PAOLO. Tu gli chiudesti i moribondi lumi.
         Nulla ti disse del suo Paolo?

  LANCIOTTO.                          Il suo
         Figliuol lontano egli moria chiamando.

  PAOLO. Mi benedisse?—Egli dal ciel ci guarda,
         Ci vede uniti e ne gioisce.........

Io non so se quella sera il Manzoni fosse in teatro; ma mi pare di
scorgere una somiglianza tra questa scena e l’altra, tanto più commovente
e appropriata e tanto più finamente cesellata, della ripudiata Ermengarda
che torna alla casa paterna, dove più non ritrova la madre. «Nelle
braccia del fratel suo», quella gentile sospirerà:

      . . . . Oh dolce madre!
  Qui ti lasciai: le tue parole estreme
  Io non udii; tu qui morivi—ed io....
  Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi:
  Quella Ermengarda tua.......
  . . . . . . . . vedi qual torna!
  E benedici i cari tuoi, che accolta
  Hanno così questa reietta.

E storicamente ciò non rispondeva al vero. Nelle _Notizie storiche_
premesse al’_Adelchi_ (pag. 12), è avvertito che questa è l’una delle
«due sole alterazioni essenziali» fatte dal poeta «agli avvenimenti
materiali e certi della storia»! Non soltanto Ansa non era «morta prima
del momento in cui comincia l’azione», ma «in realtà quella regina fu
condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì».

La tenera scena fra i due fratelli, nella Francesca, conquistò meglio
i cuori; ma l’entusiasmo proruppe al voto di Paolo che, stanco di
spargere il suo sangue «debellando città che non odiava», usciva nella
celebre tirata, la quale anticipò di tre anni il serventese del Simonide
recanatese:

  Per chi di stragi si macchiò il mio brando?
  Per lo straniero! E non ho patria forse
  Cui sacro sia de’ cittadini il sangue?
  Per te, per te che cittadini hai prodi,
  Italia mia, combatterò se oltraggio
  Ti moverà la invidia. E il più gentile
  Terren non sei di quanti scalda il sole?
  D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia?
  Polve d’eroi non è la polve tua?...

«L’entusiasmo che questa parlata mosse è indicibile», narra il Pellico;
«... il carattere generoso di Paolo, e le sue poche righe sull’Italia,
m’hanno resa benevola molta gioventù: egli piace per lo meno quanto
Francesca; e tal era il mio intento»[89]. Sicuro; dacchè il suo intento
era di servirsi del palcoscenico come di tribuna politica, e di lanciar
da esso parole che fossero scintille, atte a riaccendere o a tener
desto nell’animo degli oppressi il sentimento dell’indipendenza e della
riscossa. La Censura milanese, non ancora ammaliziata, aveva lasciato
correre quel brano lirico, solo pretendendo «una leggiera correzione»,
forse di pura forma; ma il Pellico avrebbe a suo tempo scontata la
patriottica imprudenza, e nemmen l’_Eufemio di Messina_, nonostante le
sue proteste, gli sarebbe stato concesso di veder recitato[90].

Da un pezzo Silvio rimuginava soggetti tragediabili, per così dire, a
doppio fondo. Aveva pensato a un _Turno_; e l’abbozzo porta la data del
16 aprile 1814. Vi si parla a tutto andare di patria e di stranieri; e
dalla regina dei Latini si fa proclamare:

                       Italo spirto
  Non ha chi mira, e nel suo cor non freme,
  Da stranieri calcata e vilipesa
  Degli avi suoi la veneranda polve;
  E non afferra l’asta, e non rintuzza
  I vilissimi scherni entro lor fauci.
  Morte a’ Troiani!

Poi, sempre meglio convinto che la poesia drammatica «debba servire a
celebrare gli eroi della patria», aveva ideato un _Dante_, «tragedia di
genere nuovo». Poi, sospinto forse dal desiderio d’emulare il _Tiberio_
di Giuseppe Chénier, immaginò un _Nerone_: poi, forse per emulare il
_Saul_, un _Davide_, tragedia, quest’ultima, «non politica e recitabile»;
poi, a mezza strada, s’era lasciato sedurre da «un argomento trovato
nel Sismondi, tutto italiano». Ne buttò giù alla lesta due atti; ma il
18 luglio del 1815 annunzia d’averlo piantato lì, perchè «questo nuovo
argomento era politico, e di più, un maligno lo ha creduto allusivo
all’impresa del Re di Napoli». Per la quale e pel quale, egli, stordito
dai paroloni e ammirato degli atteggiamenti ribelli dell’amico Foscolo,
non sentiva se non disdegno e dispetto. Il 25 aprile, aveva scritto al
fratello:

  «Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare
  il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe
  arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare
  da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione,
  a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la
  testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei
  Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la
  guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra
  terribile sarà questa!».

E il 5 maggio, sospettando che una lettera del fratello fosse stata
intercettata, soggiungeva:

  «Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i
  Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non
  è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non
  è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere
  considerata come una nazione, non può aver altro legame che il
  federativo».

Dannose ubbie, in ispecie se predicate da un animo profondamente ingenuo
e ardente d’amor patrio. Ma il buon Pellico aveva, in politica, «la
veduta corta d’una spanna»; e fu un bene che, per un pezzo, frenasse la
mania di scriver tragedie tribunizie. Ma il fortunato successo della
_Francesca_ lo trasse dal suo riserbo. Nuovi soggetti gli s’affollarono
alla mente: una _Beatrice d’Este_, una _Pia dei Tolomei_, e da ultimo
una _Contessa Matilde_. Questo soggetto lo affascina e l’entusiasma.
Ricerca «quei brutti noiosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini»,
rilegge il diletto Sismondi, e si mostra molto lieto d’essersi «fatto un
bel caratterone» di quel nuovo Costantino in gonnella».[91] Scrive nel
settembre del 1816:

  «La mia Matilde è sempre più grande ai miei occhi». E, dopo di
  aver accennato alla leggendaria narrazione delle origini di lei,
  fatta dal Villani, ripiglia con ingenua compiacenza di romanziere
  e di romantico: «Da questa unione romanzesca, ma storica,...
  nacque, com’era ben naturale, una creatura tutta amore, tutta
  fantasia e tutta spirito cavalleresco. Questa è Matilde....
  Quell’anima ardentissima era troppo elevata al di sopra del suo
  secolo per contentarsi d’avere un nome fra i piccoli regnanti
  d’Italia, o per porre il suo cuore in uno di loro. Dio e la
  gloria divennero la sua passione. Nella mano destra una spada
  e nella sinistra una croce, inebbriò d’entusiasmo e d’amore
  tutta la valorosa gioventù italiana, e proclamò come voluta
  dal cielo l’indipendenza dei popoli italiani, i quali allora
  venivano assaliti da Arrigo IV, re di Germania». Papa Ildebrando
  aveva proclamato: «Dio non ha posta nessuna nazione sotto il
  giogo d’un’altra, bensì tutte devono piegare la fronte dinanzi
  al trono di Cristo, ch’è in Roma». Onde Matilde, «fatta primo
  campione d’un Pontefice perseguitato e nello stesso tempo d’una
  nazione oppressa, è un carattere singolarmente luminoso... Dio
  e l’Italia erano la passione eroica di Matilde; ma un’eroina
  è anche donna, e la donna ha un cuore proclivo alla pietà e
  all’amore. Intrepida in mezzo ai pericoli della morte, ella pur
  tremava nascostamente al cospetto del suo giovine prigioniero [il
  principe Corrado, figlio dell’imperatore Arrigo!].... Immutabile
  ne’ suoi proponimenti, ella ha giurato la perdita de’ Tedeschi
  e la liberazione dell’Italia».... Le vicende della guerra son
  tali, che l’imperatore giunge a dichiararle: «Io son pronto a
  rinunziare al miei diritti all’Impero di Roma; purchè questo
  titolo sia d’ora innanzi abolito; dell’Italia si faccia un regno;
  si distruggano i tanti disprezzevoli scettri che la governano; e
  Corrado sia teco incoronato Re indipendente di tutta la penisola».

È agevole comprendere come non fosse possibile che uno spirito quale il
Manzoni si lasciasse trascinare a simili anacronismi e delirii romantici.
Se la causa d’Italia era santa, non doveva esser permesso di tradire
la storia per giovarle! Silvio mostra un debole proprio per quelle
utopie che più infastidivano Alessandro. All’uno par bella l’idea della
confederazione italiana; all’altro parve sempre brutta, anche quando vide
farsene apostolo il suo Rosmini. All’uno sorrise quell’ibrido ideale
neoguelfo, ch’ebbe poi un così eloquente patrocinatore nel Gioberti;
all’altro ripugnò sempre che fosse «giunta la spada col pastorale». L’uno
ragionava così: Matilde «era una calda difenditrice della Chiesa, il che
io posso interpretare difenditrice dell’Italia»; l’altro: «Non so se il
Rosmini sia della mia opinione, ma avrebbero, pare a me, fatto assai bene
i Papi a rimanere in Avignone: l’Italia deve loro la condizione in cui
è»[92].

È vero che qualche critico partigiano non si peritò di dire che
nell’_Adelchi_ il poeta imprecasse contro la «rea progenie» dei
Longobardi in grazia di Carlomagno e de’ Franchi, paladini della Chiesa
e delle sue ambizioni temporalesche. Ma basta legger quella tragedia,
per accorgersi che, caso mai, il poeta è stato parziale per quello
dei due popoli, a cui appartennero Ermengarda, Adelchi e il prode e
leale Anfrido[93]. Di Carlomagno invece, a dispetto della tradizione
chiesastica cui anche Dante s’inchinò e della poetica che assomma
nell’Ariosto, egli ha fatto il tipo d’un fortunato ipocrita. Il Fauriel
ne ritrae così il carattere:

  «Il est religieux, mais non autant qu’il faudrait, ni surtout
  comme il faudrait l’être pour avoir quelques scrupules sur la
  justice ou la sainteté des moyens de satisfaire son ambition;
  les coups de sa bonne fortune sont, a ses yeux, les marques
  les plus certaines de la faveur du ciel. Magnanime toutes les
  fois qu’il peut l’être sans compromettre son pouvoir, généreux
  quand il n’y a pas d’imprudence à la générosité, il est toujours
  également prêt à encourager par des récompenses ou des promesses
  la bassesse qui se vend à ce prix, et à flatter l’orgueil
  désintéressé de la loyauté et de la bravoure».

Comparisce sulla scena, dopo che v’è passata la gentile vittima della sua
brutale lussuria e della sua ambizione. Egli è sgomento della resistenza
del «fiero Adelchi», di codesto prode il cui nome i suoi non proferiscon
che con terrore: «ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote,
e fugge»; una vera «scola di terror» per i Franchi. Carlo è deciso a
tornare indietro, a più facili imprese. Il legato papale adopera tutta
la sua arte oratoria, tutte le blandizie, perchè l’_invitto_ non rimetta
nella guaina il brando che il Signore aveva suscitato in pro del Pastor
santo. Ma le belle parole non sarebbero valse a nulla, se non fosse
arrivato in buon punto il diacono Martino. Solo allora, l’«eletto a
strugger gli empi» riprende coraggio, riparla con ostentata affezione del
«santo avel di Piero» e del «desiato amplesso del gran padre Adrian», e
ai due prelati intima:

                      E voi, le mani
  Alzate al ciel; le grazie a lui rendute
  Preghiera sian che favor novo impetri.

Pure, ei non riesce a intimar silenzio alla sua coscienza; e rimasto
senza testimoni, si abbandona a considerazioni e a scuse che mettono a
nudo tutta la sua profonda abbiettezza. Ancora una volta su quel regale
sepolcro imbiancato proietta la sua candida e rivelatrice luce lunare la
casta figura dell’innocente reietta. Essa s’affaccia come un fantasma:

  Tacita, in atto di rampogna, afflitta,
  Pallida, e come del sepolcro uscita.

Tragico commediante, a codesto Carlo manca, nella sua perversità, quel
non so che di leonino che rende terribili ma non disgustose le colossali
figure di Macbeth e di Saul; anzi di lui, come del dantesco Guido
Montefeltrano, potrebbe ripetersi che le opere «non furon leonine, ma di
volpe». Ha, egli pure, del «cordigliero» e dell’«uom d’arme» insieme.
Vuol persuadere a sè stesso che il rimorso che lo assilla («e perchè
dunque / Ostinata così mi stavi innanzi....?») sia «un fantasma d’error»,
che sia bugiarda la voce che gli grida in cuore: «No mai, no, rege esser
non puoi nel suolo Ove nacque Ermengarda!». Volgare e sacrilego sofista,
egli denunzia complice delle sue infamie, anzi mandatario, Dio stesso
(«Dio riprovata ha la tua casa; ed io / Starle unito dovea?»)[94]: quel
«Dio de’ santi», al quale la vittima s’appresta ad ascendere «santa
del suo patir». Davvero nel perverso suo cuore di re «loco a gentile,
Ad innocente opra non v’è»; e il suo nome il novissimo poeta ha voluto
trasmetterlo a noi accompagnato dall’«imprecar de’ tribolati».[95]

Dicono che in Carlomagno il Manzoni abbia inteso ritrarre il despota
che all’_alta ragion di regno_ aveva pur allora sacrificata Giuseppina
Beauharnais[96]. Potrebbe essere; e certo converrebbero perfettamente a
Napoleone pur quelle parole che con sì cruda verità ritraggono un cuore
dove il vento secco della più inesorabile ambizione ha spazzato fin le
ultime reliquie della gentilezza e della pietà umana:

  Se minor degli eventi è il femminile
  Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria
  Colui che tutti, pria d’oprar, volesse
  Prevedere i dolori? Un re non puote
  Correr l’alta sua via, senza che alcuno
  Cada sotto il suo piè.

[87] A un certo passo dello Schlegel, il Manzoni postillò: «Un poeta
drammatico deve, al pari d’ogni altro, desiderare tutto ciò che tende
al perfezionamento della società, qualora egli riguardi, com’è giusto,
l’arte sua come un mezzo e non come un fine....». Cfr. BONGHI, _Opere
inedite o rare di A. Manzoni_, II, 441.

[88] Non so che altri abbia avvertito che codesta espressione il Leopardi
desunse da un passo (III, 1) del _Principe e le lettere_. Dov’è detto:
«Voi dunque, o Socrati, Platoni, Omeri, Demosteni, Ciceroni, Sofocli,
Euripidi, Pindari, Alcei, e tanti altri incontaminati e liberi scrittori,
ispiratemi or voi non meno che salde ragioni, virile e _memorando
ardimento_». Il ricordo letterario mi pare che accresca vigore alla
parentesi leopardiana.

[89] Desumo i particolari della prima rappresentazione della _Francesca_
dalle lettere stesse del Pellico, recentemente pubblicate (ohimè, in che
malo modo!) dal p. ILARIO RINIERI, nel vol. I _Della vita e delle opere
di S. P._, Torino, 1898. Ho però tenute sott’occhi le diligenti note
che il prof. EGIDIO BELLORINI è venuto facendo a quella trascuratissima
pubblicazione. Cfr. _Intorno ad alcune lettere di S. P._, Cuneo, 1902.

[90] Cfr. BELLORINI, _Intorno ad alcune lettere_ ecc., pag. 12-16.—Del
BELLORINI mi giunge in buon punto, perchè io possa qui registrarlo, anche
lo scritto intorno alle _Idee letterarie di S. Pellico_ (dal «Giornale
Storico d. Lett. Ital.», 1906, vol. XLVII).

[91] La chiama così il D’OVIDIO, _Studii sulla Divina Commedia_, Palermo,
1901, pag. 374.

[92] Nei _Pensieri inediti_ del BONGHI, pag. 88.

[93] Curioso da notare: già l’Alfieri, nell’unica sua tragedia tratta
dai «secoli bassi», la _Rosmunda_, s’era abbandonato alla creazione
d’un tipo di guerriero ideale, scegliendolo tra i Longobardi! Adelchi
ha un precursore in Ildovaldo! Questi, postilla l’Altieri (nel _Parere
dell’autore_ ecc.), «è un perfetto amatore e un sublime guerriero. Le
tinte del suo carattere hanno però un non so che di ondeggiante fra
i costumi barbari dei suoi tempi, e il giusto illuminato pensare dei
posteriori, per cui egli forse non viene ad avere una faccia interamente
longobarda. Ma in ogni secolo ci può nascere degli uomini che non siano
dei loro tempi, e massimamente nei barbari e oscuri. A me pare, che
questo picciolo grado d’inverosimiglianza, allorchè non eccede, possa
prestare infinite bellezze; ma che non si possa pure scusare dell’esser
difetto». Si rilegga quel che di simile il Manzoni scrisse del suo
Adelchi, a p. 12.

[94] Adelchi gli manda a dire, con un accento che fa ripensare a padre
Cristoforo (I, 5; p. 33): «E digli ancora, / Che il Dio di tutti, il
Dio che i giuri ascolta / Che al debole son fatti, e ne malleva /
L’adempimento o la vendetta, _il Dio_, / _Di cui talvolta più si vanta
amico_ / _Chi più gli è in ira_, in cor del reo sovente / Mette una
smania, che alla pena incontro / Correr lo fa».

[95] Comunicando al Fauriel un’aggiunta fatta al testo, il Manzoni
scriveva (12 sett. 1822) con una cert’aria canzonatoria: «Ainsi vers la
fin du discours de son Eximiété Charles roi des Francs, ou de France,
homme illustre,....j’ai ajouté....». C’era dunque un’intesa, fra i due
insigni studiosi della storia medioevale, contro il povero re Carlone!

[96] Cfr. V. WAILLE, _Le romantisme de Manzoni_, Alger, 1890, p. 125:
«Dans _Adelchi_ il trace un portrait de Charlemagne, satire transparente
de Napoléon, faisant ressortir l’homme sans entrailles, le comédien».


XXII.

Perchè potessimo formarci un concetto esatto dei fini letterarii, morali
e politici a cui il Manzoni diresse la sua opera poetica, occorrerebbe
che ci rendessimo conto delle titubanze, delle contradizioni, delle
audacie e dei pentimenti di quei primi nostri romantici, tanto minori
di lui. Egli è un atleta, che dissimula gli sforzi e i tentennamenti; i
quali, in lui, furon anche di corta durata. Gli altri invece, il Pellico
in ispecie, finirono con lo smarrirsi tra le mille incertezze, prima
di toccar la meta, anzi prima ancora d’aver trovata la via che potesse
condurvi.

Ricordo un magnifico spettacolo, al quale mi fu dato assistere in una
indimenticabile giornata d’autunno. Eravamo a Capri, su quel rialzo
a guisa di sella, dove s’annida la bianca borgata, tra le altezze
superbe del monte Solare, su cui s’inerpica Anacapri, e del Salto di
Tiberio. Un forte vento di tramontana aveva spazzata via la nuvolaglia
e i vapori nebbiosi dei giorni scorsi; e il cielo era tutto una volta
di lapislazzuli, e i monti della penisola sorrentina e del golfo di
Salerno, il promontorio di Miseno, le isole d’Ischia e di Procida si
disegnavan nitidamente all’orizzonte. L’immenso anfiteatro di Napoli, da
Baia a Castellammare e a Sorrento, con in fondo il Vesuvio che allungava
verso di noi il pennacchio superbo, si dispiegava luminoso ai nostri
sguardi. Pure, sull’ampio specchio delle acque del Golfo, d’un turchino
intenso, spuntavano e trepidavano innumerevoli e grossi batuffoli come
di candida bambagia: quasi un immane gregge di giganteschi ermellini,
gettati a nuoto; e sulla costa, dov’è l’approdo e dov’è scavata la Grotta
Azzurra, s’avventavano, con terribile impeto e fracasso, inseguendosi,
mostruosi cavalloni, che pareva volessero scovare e rapire dai loro
ripari le barche impaurite. Ebbene, rivolgendo gli occhi indietro, la
scena mutava. Il mare si stendeva ampio e tranquillo, liscio, senza
una ruga, fin laggiù laggiù dove si confondeva col cielo. Sotto l’Arco
naturale, ai piedi dei ciclopici Faraglioni, tra gli scogli della Marina
piccola, all’imboccatura della Grotta Verde, l’onda, qui come di zaffiro
liquefatto, più là come di topazio o di smeraldo «allora che si fiacca»,
susurrava carezzosa, quasi mormorasse una inarticolata ecloga piscatoria.
Le barchette s’accostavan sicure al piroscafo, ch’era venuto a gettar
l’ancora qui; e pareva che nessuno ricordasse più la tramontana che
rendeva inospitale l’altra riva.

L’arte manzoniana, che dissimula, sotto la superficie levigata e
iridescente, le agitazioni della tempesta, l’assomiglierei all’alto mare;
al Golfo che, fra tanta festa di colori, ancor risente l’impeto del vento
di nord, l’arte dei romantici minori. Per convenirne, basta ascoltare il
Pellico, in una lettera al fratello Luigi, da Milano l’11 dicembre 1815.

  «Ti ricordi l’effetto che produsse in noi la lettura di
  Shakespeare e di Schiller; come l’orizzonte si facea più vasto
  davanti a noi? La fredda riflessione, il rimbombo della voce de’
  pedanti, mi ha spesso fatto dire: questo mio fervore sarà egli
  un delirio d’inesperta gioventù? verrà il tempo in cui arrossirò
  delle mie sfrenate teorie, e discernerò quanto inerente al vero
  bello sia la saviezza delle regole così dette aristoteliche?
  La coscienza risponde di no.—Quando lessi la _Letteratura del
  Mezzogiorno_ di Sismondi e il _Corso drammatico_ di Schlegel, mi
  riaccesi dello stesso foco che Shakespeare e Schiller m’avevano
  messo nel cuore. Lessi tutte le critiche francesi contro
  Schlegel e Sismondi, e ne scopersi con isdegno i sofismi. Giorni
  sono, Breme comprò una raccolta di opere drammatiche tedesche
  tradotte in francese: l’_Emilia Galotti_ di Lessing, _Goetz di
  Berlichingen_ di Goethe sono cose che sforzano l’ammirazione».

Ammiratore dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, vorrebbe rimaner fedele
anche ai pregiudizii critici di costoro; ma quella ventata del nord,
ch’egli ha lasciato entrare dalla finestra aperta, lo trasporta verso
l’eterodossia. Spera in un ravvedimento; ma intanto medita un tranello.
Nel luglio di quel medesimo anno aveva scritto:

  «Converrà esser noto per tre o quattro produzioni ortodosse,
  prima d’aver suffragi abbastanza per osar di tentare innovazioni,
  violazioni di regole, ecc. Tanto quelle foggiate alla Schiller,
  come le essenzialmente politiche, devono essere modeste, e
  lasciare la primogenitura alle altre».

Shakespeare, Goethe, Lessing, anche Kotzebue (ne cita _Misantropia e
pentimento_, e attesta che l’_Andromaca_ di Racine «non farà mai spargere
tante lagrime», nonostante che sia «enorme la differenza di merito»),
lo entusiasmano, e, appena può, egli cerca d’imitarli (la _Francesca
da Rimini_ risente del _Romeo e Giulietta_, l’_Ester d’Engaddi_
dell’_Otello_, il _Tommaso Moro_ del _Giulio Cesare_); ma il poeta che
più lo commuove e lo affascina è lo Schiller, il tenero e appassionato
creatore di quelle delicate creature che si chiamano Amalia, Tecla, Luisa
Miller. «Oh divino Schiller!», esclama in una lettera del 20 gennaio
1820; «_Don Carlos_ e _Fiesco_ sono due tragedie inimitabilmente belle.
V’è una forza d’immaginazione che spaventa. Perchè mai Schiller non è
riconosciuto per uno dei più grandi ingegni che la repubblica letteraria
abbia avuto?». Verso quel nuovo dramma così schiettamente romantico, egli
è sospinto dalla sua indole generosa e fantasiosa e dal suo carbonarismo
bianco. Nelle sue tragedie è facile sorprenderne l’influsso un po’ da per
tutto: nell’_Eufemio di Messina_ e nell’_Iginia d’Asti_, nella _Francesca
da Rimini_ e nella _Gismonda da Mendrisio_. E insomma la sua _Matilde di
Canossa_, senza che forse egli ne avesse precisa coscienza, non tendeva a
conformarsi sempre meglio alla _Vergine d’Orléans_?[97]

Un tempo, anche il Manzoni aveva partecipato a siffatti entusiasmi, e
collocato Schiller tra Shakespeare e Goethe. Discorrendo di quel genere
di tragedie che a parer suo era «superiore ad ogni altro»; il quale,
«partendo dall’interesse che i fatti grandi della storia eccitano in
noi, e dal desiderio che ci lasciano di conoscere o d’immaginare i
sentimenti reconditi, i discorsi ecc., che questi fatti hanno fatto
nascere e coi quali si sono sviluppati (desiderio che la storia non può
nè vuole accontentare), inventa appunto questi sentimenti nel modo il più
verosimile, commovente e istruttivo»; il Manzoni, in certi suoi appunti
di critica, saltava sù a dire: «La pratica di quest’ideale drammatico
si vede portata al più alto grado in molte tragedie di Shakespeare; ed
esempj notabilissimi ne sono pure le tragedie di Schiller, del signor
Goethe, per non parlare che di quelle ch’io conosco». Anzi, subito dopo,
alla _Rodogune_ e all’_Héraclius_ di Corneille e al _Bajazet_ di Racine,
egli preferiva contrapporre appunto la _Maria Stuarda_[98]: quella cioè
che, a giudizio della Staël, è «de toutes les tragédies allemandes la
plus pathétique et la mieux conçue»[99].

Quanto alla moralità di quelle tragedie, gli rimaneva, sì, qualche
dubbio; e ad ogni modo, non gli pareva che, per tal riguardo, ci fosse
miglioramento o progresso sul teatro classico. «Noi», egli osserva,
«abbiamo una inclinazione a seguire più il nostro giudizio che le
leggi divine ed umane»; e «i poeti drammatici hanno assecondata questa
inclinazione, rappresentando casi in cui mille inconvenienti si trovino
nella esecuzione della legge, e mille vantaggi e mille sentimenti
virtuosi nella trasgressione. Esempj: _Héraclius_, _Tell_». E un po’
più giù, adduce ed esamina la prima scena dell’atto IV del _Guglielmo
Tell_ appunto, quella del pescatore che «osserva con un suo figliuoletto
la barca dov’è Gessler con Tell, agitata dai venti», come un cospicuo
«esempio del pericolo di far partecipare lo spettatore alla passione del
personaggio». Riferite le parole del pescatore:

                «Knabe, bete nicht,
  Greif nicht dem Richter in den Arm!».

e la risposta del fanciullo:

  «Ich bete für den Landvogt nicht—Ich bete
  Für den Tell, der auf dem Schiff sich mit befindet»,

egli ripiglia:

  «Questo sentimento orribile è espresso senza disapprovazione; nè
  io voglio credere che uscisse dal cuore di Schiller, ma egli avrà
  voluto rappresentare al vivo l’abbominio di quegli uomini per
  Gessler. Ma egli ha errato, mettendosi a rischio di far sentire
  lo spettatore come il suo personaggio. Del resto, mi sembra che,
  poichè egli ha immaginato di far pregare il fanciullo, ha perduto
  l’occasione di una scena bellissima. Se il padre invece (il
  che è nella natura d’un uomo pio e retto) dicesse al figlio di
  pregare anche per Gessler, che commozione non ecciterebbe! Quanti
  sentimenti non risveglierebbe di quella Religione che insegna a
  chi l’ascolta di pregare per Gessler e per Tell, per l’oppresso e
  per l’oppressore; a riguardare gli uomini i più scellerati come
  creati anch’essi per la virtù, come capaci di emendarsi e di
  seguirla, e sè stesso come capace dei più grandi errori, qualora
  Dio lo abbandoni; che insegna a riguardar tutti gli uomini come
  fratelli, e se gl’iniqui vogliono rompere questo santo vincolo,
  c’impone di tenerci stretti a loro, con quella carità che ha per
  fondamento non il merito loro, ma i precetti e gli esempj di
  Gesù Cristo!—Quanto più Gessler è stato dipinto scellerato, più
  pericoloso è questo sentimento, perchè lo spettatore è disposto a
  riceverlo. Certo, v’è una simpatia in ciò; ma dev’egli, il poeta,
  secondare questa inclinazione nostra? No, certamente; e se il
  diletto è il fine della poesia, io m’immagino che dall’aver vinto
  questo impeto d’odio, e dall’avere accolti in sè i sentimenti
  sublimi che ho accennato poco sopra, ne debba nascere un vivo,
  soave ed alto piacere, e questo deve il poeta trasfondere nello
  spettatore. Questi può avere piaceri viziosi e piaceri virtuosi:
  i secondi sono i più poetici».[100]

Ancora nella _Lettre à m. C***_, ch’è dell’inverno 1819-20, il Manzoni
ricordava, nel manoscritto, «les pièces historiques» di Schiller insieme
con quelle di Shakespeare e di Goethe. Sennonchè il 29 maggio del
1822, tornando sul suo giovanile entusiasmo, pregava l’amico Fauriel
di cancellare il nome del poeta würtemberghese, dacché ei v’era citato
«d’une manière qui fait supposer une idée beaucoup plus haute que je
ne l’ai réellement de l’importance de cet écrivain au point de vue
dramatique»; e soggiungeva: «Vous vous souviendrez peut-être des discours
que nous avons tenus sur ce sujet; vos idées ont donné aux miennes
là-dessus plus d’étendue et de courage; en rélisant les tragédies de
Schiller, je me suis confirmé dans ces idées; enfin, je ne mérite ni
n’ose le nommer»[101].

Tuttavia non era ugualmente agevole di fare sparire ogni traccia
dell’antica ammirazione nella prima delle sue due tragedie, concepite
mentr’essa era fervida. E s’intende: il soggetto medesimo del _Conte
di Carmagnola_ avea dovuto richiamare ogni tanto il pensiero del poeta
novello a quella trilogia del _Wallenstein_ che fece credere ai Tedeschi
di possedere anch’essi uno Shakespeare. La Staël ne aveva discorso
con molta lode; e Beniamino Constant l’aveva costretta e disciplinata
in un unico dramma di fattura classica, tra le più vive censure dei
romantici[102]. In fondo, anche il Manzoni aveva fatto qualcosa di
simile: l’atto secondo del _Carmagnola_, di cui la prima parte si svolge
nel Campo ducale e la seconda nel Campo veneziano, è quasi una minuscola
riproduzione del _Wallensteins Lager_, donde sia stato potato tutto ciò
che a un poeta educato alla scuola di Virgilio e di Vittorio Alfieri
doveva parer superfluo. L’ispirazione schilleriana era, e si capisce,
ancor meglio evidente nel primo getto di quell’atto[103]. Il Manzoni
v’introduceva francamente il popolo, nei cui discorsi la bella figura del
Condottiero e i pericoli che l’attorniavano venivano lumeggiati più al
vivo. E alle altre che son rimaste, faceva precedere una notevole scena
tra due minori capitani di ventura, i fratelli Micheletto e Lorenzo di
Cotignola, e una scenetta fra costoro e il Carmagnola, dov’eran chiarite
ottimamente e le condizioni degli eserciti a fronte, e il fascino che su
quegli uomini rotti alla guerra esercitava il protagonista, colla sua
valentìa sicura e con le sue schiette ed affabili maniere, e le noiose
difficoltà tra cui questi era costretto a muoversi, per ogni passo
dovendo prima consultarsi coi Provveditori della Repubblica[104].

Veramente, se codeste scene furon poi messe in disparte, ciò non avvenne
per paura che il poeta avesse di passare per imitatore dello Schiller:
anzi, gli esempi dello Shakespeare, e i goethiani dell’_Egmont_ e del
_Goetz von Berlichingen_, avrebbero dovuto dargli animo a rimanere nella
via per cui s’era, con tanta fortunata baldanza, incamminato. Il novizio
fu invece colto, in mal punto, dallo scrupolo della verosimiglianza
storica. E allo Chauvet, che, pur dal suo punto di vista classico, gli
fece un carico della completa assenza del popolo nella tragedia, egli
ebbe a replicare che dall’opinione pubblica non s’era creduto lecito
trarre alcun partito, pel fatto che nella Venezia del quattrocento
un’opinione pubblica non esisteva. Anche il Byron, nella seconda delle
sue tragedie veneziane, _I due Foscari_, che scrisse a Ravenna tra il
giugno e il luglio del 1821 e che pubblicò nel dicembre dello stesso
anno, faceva replicare dal Doge a chi ipocritamente gli parlava ancora
d’un’autorità popolare:

  The people!—There’s no people, you well know it,
  Else yon dare not deal thus by them or me.
  There is a _populace_, perhaps, whose looks
  May shame you; but they dare not groan nor curse you,
  Save with their hearts and eyes.[105]

Ma fu, nell’interesse dell’arte, un eccesso di rigore; e forse il poeta
spinse il suo scrupolo storico anche di là dal limite che la storia
medesima gli avrebbe consentito. Nelle notizie premesse al dramma, è pur
additata «qualche traccia di una opinione pubblica, diversa da quella che
la Signoria veneta ha voluto far prevalere», circa il preteso tradimento.
E non si sarebbero potute mettere in bocca a qualcuno del popolo quelle
voci che ci sono state tramandate dai cronisti? Un bolognese, per
esempio, riferisce e la diceria che il Senato condannasse lealmente il
Conte «perchè egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca
di Milano», e l’altra, che quella ragione di tradimento fosse escogitata
per disfarsi d’un pericoloso e potente capitano che oramai aveva nelle
sue mani lo Stato. Una differente versione fu raccolta dal Poggio, che di
quella morte fosse cagione la superbia del Carmagnola, «insultante verso
i cittadini veneti e odiosa a tutti»; e un’altra diversa dal Corio, che
alla Signoria facesse gola «il valsente di più di trecento migliaia di
ducati», che, in grazia della non serena condanna, passò dalle casse del
Condottiero a rinsanguare l’erario della Serenissima[106].

E ancora una scena, di schietta ispirazione schilleriana, il Manzoni
sacrificò alla verità storica: quella d’un povero mandriano, venuto
apposta a Venezia per parlare, nel giorno della partenza solenne, al
Carmagnola, e che si rivelava pel padre di lui. Egli s’imbatte in alcuni
cittadini che attendono il corteo, e chiede loro:

  BARTOLOMEO   Di grazia, o cittadini, ella è ben questa
               La via per cui deve passare il Conte
               Di Carmagnola?

  1º CITTADINO               È questa; egli non puote
               Indugiar molto.

  BART.                      Lode al Cielo, io fui
               Ben avviato..........................
               .....................................
               ..............Io vengo assai da lunge
               Per riveder quest’uomo, e favellargli.

  1º CITT.     Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo;
               ...............ma parlargli è cosa
               Da levarne il pensiero.

  BART.                              Ov’ei mi scorga,
               Avrò campo a parlargli.

  1º CITT.                           Egli è col Doge,
               E con tal compagnia, da non tenersi
               Così a bada per via. Ma voi, mi sembra
               Siate suo paesano?

  BART.                         Il sono, ed anche
               Assai più che paesano: io son suo padre.

  1º CITT.     Il Conte è vostro figlio?

  BART.                                 Io ve l’ho detto.

  2º CITT.     Poss’io darvi un consiglio?

  BART.                                   Un buon consiglio
               Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai
               Ne ha mestier chi si trova in strania terra.

  2º CITT.     S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi;
               E poi che al campo assai difficil cosa
               Saria vedere il Conte, attenderei
               Il suo ritorno, onde parlar con esso
               Privatamente.

  BART.                     Egli saria fidarsi
               Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra,
               Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto
               Più assai di quel che a viver mi rimane.
               Ma perchè questo indugio?

  2º CITT.                              Tolga il Cielo
               Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro
               Figlio è patrizio veneziano e conte,
               E sgradir gli potrà che innanzi a tutti,
               E cotai testimonj, gli facciate
               Risovvenir ch’ei non è nato tale.

  BART.        Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora,
               Gli si affacci suo padre, esser non puote
               Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco![107]

In verità, non mi sembra possibile non ammettere che qui il Manzoni
intendesse far qualcosa di simile a quelle scene del IV atto della
_Jungfrau von Orleans_, dove al trionfo di Giovanna vengono ad assistere
il padre, le sorelle e gli amici contadini. Beninteso che l’effetto
ch’ei se ne riprometteva era diverso, anzi opposto. L’incontro del
festeggiato signore col suo umilissimo padre avrebbe dovuto dare ancor
più risalto alla nobiltà d’animo del protagonista, e ancor meglio
dissipare le accuse di superbia ond’era fatto segno. Sennonchè una
tale scena gli era poi consentita dalla storia? E quell’episodio era
verosimile nell’aristocratica Repubblica? Un poeta più lesto, come
Shakespeare, anzi pur come Goethe o Schiller, non avrebbe esitato un
momento a cavarne partito. E che importava che i cronisti più fededegni
non se ne mostrassero informati? Nel cinquecento, all’incontro del
Carmagnola col padre si prestava fede; e un umanista, ch’era anche
un uomo di chiesa, il canonico veronese Adam Fumano, raccolse quella
tradizione dalla bocca del popolo, e la espose, con una certa pompa, in
un epigramma,[108] ch’ebbe la ventura d’esser riferito e illustrato dal
Giovio, e la disgrazia d’esser rattrappito e mutilato in un sonetto, un
vero letto di Procuste, da Lodovico Domenichi[109]. Or, di fronte a una
tradizione siffatta, abbastanza antica se pur non autentica, ma così
feconda di effetti poetici, doveva un poeta credersi in obbligo di far
tanto lo schizzinoso?

[97] Il Bellorini (_Spigolature Pellichiane_, Saluzzo, 1903, p. 25-8)
ebbe già a notare che la cantica _Tancreda_ ha molte somiglianze con
codesto dramma dello Schiller.—Ognuno ricorda come il Pellico noti che
avesse il medesimo nome del «grand’uomo» l’umile e bonario carceriere
dello Spielberg. Cfr. _Mie Prigioni_, cap. 58.

[98] Vedi nei _Materiali estetici_, a pag. 389 di questo volume.

[99] _De l’Allemagne_, II pt., ch. 18.

[100] Vedi, in questo volume, il saggio _Della moralità delle opere
tragiche_, alle pagine 433-36.

[101] Vedi, in questo volume, a pag. 302-03 e 336.

[102] Cfr. M. DE STAËL, _De l’Allemagne_, II pt., ch. 18; e B. CONSTANT,
_Mélanges de littérature et de politique_, Bruxelles, 1838, p. 216 ss.

[103] L’episodio gentile e commovente del giovinetto Pergola (sc. 3ª,
p. 221-22), che a quel ch’io so non ha fondamento nella storia, è
bensì d’ispirazione omerica, ma la maniera ond’è ricolorito si direbbe
modellata su Schiller. Come pure, il senatore Marco rassomiglia,
nell’eccessiva perfezione morale, specialmente al Marchese di Posa;
nonostante che di quei caratteri un po’ rigidi sia altresì popolato il
teatro del nostro Alfieri.

[104] Vedi in questo volume, a pag. 281 ss.

[105] «Il popolo!... Qui non c’è popolo, voi lo sapete bene; altrimenti
voi non osereste trattarci così, lui e me! Qui c’è una plebe, forse,
i cui sguardi vi farebbero vergognare; ma essi non ardiranno nè
gemere nè maledirvi, salvo che col loro cuore e con gli occhi». (Atto
V).—Conobbe il Byron la tragedia manzoniana, pubblicata l’anno avanti?
Non lo credo impossibile, in ispecie se si tien conto degli accenni al
processo del Carmagnola, la cui innocenza qui è data per sicura, verso
la fine dell’atto IV. Il senatore Barbarigo dice del doge Francesco
Foscari, che fu quegli che lo condannò: «Eppure egli sembra un uomo così
aperto!...». E il patrizio Loredano: «Così anche sembrava, poco tempo fa,
al Carmagnola!—L’accusato e straniero traditore?—Proprio così!.... E il
valoroso Carmagnola è morto!...—Carmagnola era vostro amico? —Egli era la
difesa della città. Nella sua giovinezza, era stato suo nemico; ma nella
sua virilità, prima il suo salvatore e poi la sua vittima.—Ah questa pare
sia la pena che tocca a chi salva le città!».

[106] Anche altre voci si potrebbero raccogliere. Un ser Gherardini de
Fulgineo per esempio, citato dal BATTISTELLA (_Il Conte di Carmagnola,
studio storico con documenti inediti_, Genova, 1889, p. 394), scriveva
da Firenze al Marchese d’Este, il 15 maggio 1432: «....Et la prexa et
la morte del Carmagnola è ogni dì più vituperata et biasemata qui. Et
dicese largo che questo acto, oltra la vergogna, è la desfactione de la
liga».—Il GIOVIO attesta ch’ei fu giustiziato «_ea fama, ut nonnulli eum
indignissime damnatum dicerent, quod avaritia praecipitique malignitate
maturatum ei exitium arbitrarentur. Nam ex damnati opibus supra ducenta
milia aureorum nummum ad Fiscum redibant.... Auxit autem invidiam atrocis
inexpectatique supplicii spectaculum interdiu populo editum, quum indigne
tantus imperator ad Columnas rubras ubi noxii plecti solent, inserto in
os ligneo lupato ne vociferari posset, traheretur; multis aut insontis
calamitatem, aut aequo severius ingrati Senatus decretum detestantibus;
quum egregie fortiterque rerum bello gestarum recens memoria spectantium
animos, excitis fere lachrymis, ad misericordiam permoveret_».—Per quel
ch’è poi della vera o presunta reità del Carmagnola, a me pare, pur dopo
il tanto arrabattarsi degli apologisti del Senato Veneto, che rimanga
inesorabilmente giusto il giudizio del Machiavelli, nel _Principe_ (cap.
XII, § 7, ediz. Lisio), al quale il Manzoni sembra essersi ispirato: che
cioè i Veneziani, veduto «el Carmignola.... virtuosissimo, battuto che
ebbono sotto il suo governo el Duca di Milano, e conoscendo da altra
parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono con lui non
potere più vincere, perchè non voleva, nè potere licenziarlo per non
riperdere ciò che aveano acquistato; onde che furono necessitati, per
assicurarsene, ammazzarlo».

[107] Vedi, in questo volume, a pag. 282 ss.—Il Conte, nel primo getto
(pag. 280), accennava anch’egli amorevolmente a suo padre; quando al fido
Marco esponeva quel che avrebbe fatto dopo la vittoria:

               «Se vincitor ritorno,
  E non solo,.....qui finalmente
  Restarmi; il vecchio genitor con noi
  Qui trarre....».

[108]

  _Sedula apis velati maturis advolat uvis_
    _Ut liquido vacuas distendat nectare cellas,_
    _Ad te sic mea se celeri tulit impete Musa._
    _Bellica quem ad magnos virtus evexit honores,_
    _Francisce, aeternum pietas per secula nomen_
    _Cui peperit, cuncto Procerum cum astante Senatu_
    _Ac magnis una tecum de rebus agente._
    _Ad Scabrum haud veritus confestim exire parentem es_
    _Fortiaque infirmo circumdare brachia collo_
    _Illicet hoc unum malit, quam mille referre_
    _Gesta tua praeclara, et devicto ex hoste trophaea._
    _Magnorum decus Insubrum, dux inelyte, tandem_
    _Orta licet subito, fractum te attriverit ingens_
    _Tempestas, Caurique, importunaeque procellae,_
    _Ne dubita; tua te pietas, tua maxima virtus_
    _Venturo meritis cumulabit honoribus aevo._

Il Fumano fu eletto canonico di Verona nel 1544, e morì in «felice
vecchiaia» nel 1587.—Il Manzoni chiamò Bartolomeo il padre del
Carmagnola, seguendo la tradizione; ma da qualche documento milanese
risulterebbe chiamarsi egli _Giacomo_. In un istrumento degli 8 dicembre
1415, è scritto: «....Virum magnanimum et strenuae probitatis fama
decoratum Franciscum de Buxonibus dictum Carmagnolam, filium condam
spectabilis vivi domini _Jacobi_....».

[109] Nella sua traduzione degli _Elogi_ del Giovio: Vinegia, De’ Rossi,
1557, pag. 115. Il sonetto è questo:

  Ben fu degno d’honor l’atto gentile,
    Che verso il padre tuo mostrasti, alhora
    Che colmo di pietà dentro et di fuora
    D’ire abbracciarlo non avesti a vile.
  Fu questo ufficio d’animo virile,
    Et più, che le tue prove assai t’honora:
    Tal che per ciò fia vivo, et chiaro ogn’hora
    Il nome illustre, onde non hai simile.
  Da sì bella pietà merti più lode,
    Che da mille atti d’armi, et di valore,
    De’ quali ancor la tua memoria gode.
  Sopra ciò non potrà l’empio furore
    Del tempo, non l’invidia, che sì rode;
    Quella che già ti spinse a l’ultime hore.



XXIII.

Non posso indugiarmi qui a rilevare quant’altro il Manzoni, nelle
sue tragedie, può aver derivato dallo Schiller, e in che modo e in
quali limiti ha seguito gli esempii del Goethe e i modelli di quello
Shakespeare, che ai suoi occhi diveniva via via sempre più immenso[110].
Tramontarono, nella sua ammirazione, e Monti, e Alfieri, e Schiller;
ma l’altissimo tragediografo ascendeva sempre. E di lui egli avrebbe
potuto ripetere quel che il curato amico di Don Chisciotte disse
dell’Ariosto: «lo pondré sobre mi cabeza!».[111]

Questo ed altro spero di fare la prossima volta. Per ora, poichè «piene
son tutte le carte Ordite a questa cantica seconda», soggiungerò alcune
poche note, a compimento delle iniziate o accennate dianzi.

Negli appunti di critica, il Manzoni asseriva che la teoria del nuovo
genere drammatico, pur da lui preferito, era «negli scritti del signor
Schlegel, di mad.ᵉ di Stäel, del signor Sismondi, nel _Discours des
préfaces_ premesso alla traduzione di Shakespeare»: sono i libri medesimi
che mettevan tanto scompiglio nella fantasia del povero Pellico. E
continuava: «dei tratti nuovi e luminosi se ne trovano pure in varj
recentissimi scritti di nostri Italiani, principalmente negli estratti
ragionati di opere drammatiche che stanno nel _Conciliatore_». Codesti
_estratti_, o ristretti con osservazioni critiche, eran dovuti in parte a
Ermes Visconti, al De Cristoforis, a Giuseppe Niccolini, al Berchet; ma
soprattutto al Pellico. Il quale nel «foglio azzurro» del settembre 1818
aveva dissertato, con larghezza d’idee nuova tra noi, dell’Alfieri e del
Corneille, del Voltaire e del Racine, del Cervantes e dello Shakespeare;
e nei numeri del febbraio e dell’aprile del 1819, del _Philippe II_ di
Giuseppe Chénier, comparandolo al _Don Carlos_ di Schiller e al _Filippo_
di Alfieri, dell’_Henri VIII_ e del _Charles IX_ del medesimo poeta,
e della _Maria Stuarda_ di Schiller, toccando dei _Masnadieri_, della
_Vergine d’Orléans_, del _Wallenstein_. Il critico vi proclamava con
giovanile baldanza:

  «Le sane regole in ogni arte vanno sentite e trovate da per sè
  colla potenza dell’intelletto, e non ricevute ciecamente per
  tradizione. Tale era l’opinione di Schiller, e quindi risultò
  che in ciascuno de’ suoi poemi egli sempre calcasse una nuova
  strada. Non solo non è vero che per giungere al bello si debba
  porre servilmente il piede sovra orme già segnate; ma è anzi
  irrefragabile che ogni soggetto che un poeta assume a trattare
  deve essere condotto con leggi particolarmente proprie; perchè se
  l’ingegno umano, simile alla natura, nulla crea mai d’identico ad
  alcuna opera già esistente, identiche non potranno mai essere le
  regole da seguirsi nelle diverse creazioni».[112]

Giustissimo; ma non è da tutti lo scoprire e il calcare nuove vie, nè
basta a ciò la sola buona volontà. E quando il Pellico riuscì con uno
sforzo a staccarsi dalla via consolare, andò subito a cascare in altre,
aperte e inaugurate più di recente. Insieme con lo Schiller e con lo
Shakespeare, uno dei suoi modelli preferiti fu Giuseppe Maria Chénier.
Il quale, come si sa, aveva voluto essere, sul teatro tragico, l’epigono
di Voltaire: la rivoluzione e l’epurazione che questi aveva compiuta nel
campo morale e religioso, egli intese ad attuarla nel campo politico.
Così che in una _Epître aux manes de Voltaire_ si vantò:

  Tes succès de bonne heure ont agrandi la scène.
  Plein d’amour pour la gloire, avec moins de talens,
  Voltaire, ainsi que toi, dès mes plus jeunes ans
                        J’offris des voeux à Melpomène.
  Les obstacles nombreux ne m’ont point arrêté;
  J’ai voulu rappeler la Melpomène antique;
  Et dans les premiers jours de notre liberté,
  J’attachai sur son front, avec quelque fierté,
                        La cocarde patriotique.

E l’_Epistola_, che l’enfatico poeta aveva pubblicata nel 1790 in fine
della sua prima ed anche più famosa tragedia, _Charles IX ou l’école des
rois_, era andata molto ai versi del Pellico; che nel _Conciliatore_ del
7 febbraio 1819 scriveva:

  «La sua _Epistola a Voltaire_ è uno dei poemi che, dal 1800[?] in
  poi, sono stati accolti in Francia con maggiore applauso: essa
  fruttò all’autore un decreto di destituzione, e un’infinità di
  mercenarie invettive in tutti i fogli periodici; ma queste, come
  sempre avviene delle persecuzioni, non diedero fuorchè un più
  vivo risalto al perseguitato».

Il futuro narratore delle _Mie Prigioni_ sentiva ribollirsi in petto
quei medesimi spiriti impazienti di libertà; e non lesina davvero la
lode al poeta che Beniamino Constant giudicava «le plus beau talent
de son époque, comme auteur dramatique»[113]. Si esalta quando, nel
_Charles IX_, l’ode, con accento alfieriano, inveire contro i tiranni
di diritto divino, e, nel _Caio Gracco_, levare il grido, contro la non
meno abbominevole tirannia della plebe ubriaca, _Des lois et non du
sang!_; quando, nel _Timoleone_ (1794), ne ascolta l’alfieriana protesta
contro i nuovi decemviri del Terrore, e, nel _Tiberio_ (1810), lo vede
disegnare «coi tratti più veri l’uomo, di cui tutti guardavano l’immagine
venerandola o tremando». Eppure, un così ardente rivoluzionario nelle
idee politiche era perseverantemente stato, com’ebbe a notare il
Constant, «le partisan le plus zélé de toutes les entraves léguées par
Aristote et consacrées par Boileau». Ma non fu tale anche il liberissimo
Alfieri? Anzi, non anche il Foscolo, pur sospettato di aver voluto
coll’_Ajace_ alludere, nel carattere del protagonista «all’esilio del
generale Moreau, e nella spregiata santità di Calcante alle sciagure di
Pio VII, e nell’ambizione d’Agamennone alla fraudolenta onnipotenza di
Napoleone»?[114] E forse appunto lo Chénier fornì al Pellico l’esempio
di quell’improvvisa tirata lirica di Paolo, nella _Francesca_, ch’è un
anacronismo storico e una stonatura artistica.

Nella 1ª scena dell’atto III del _Charles IX_, a un certo momento, Le
Chancelier de l’Hôpital esce in queste profetiche esclamazioni:

  Quel exemple aux mortels qui portent la couronne!
  Laissons faire le temps; à la grandeur du trône
  On verra succéder la grandeur de l’état:
  Le peuple tout-à-coup reprenant son éclat,
  Et des longs préjugés terrassant l’imposture,
  Reclamera les droits fondés par la nature;
  Son bonheur renaîtra du sein de ses malheurs:
  Ces murs baignés sans cesse de sang et de pleurs,
  Ces tombeaux des vivans, ces bastilles affreuses,
  S’écrouleront alors sous des mains généreuses:
  Aux princes, aux citoyens imposant leur devoir,
  Et fixant à jamais les bornes du pouvoir,
  On verra nos neveux, plus fiers que leurs ancêtres,
  Reconnaissant des chefs, mais n’ayant point de maîtres:
  Heureux sous un monarque ami de l’équité,
  Restaurateur des lois et de la liberté.

Non è chi non veda come qui sia chiaramente vaticinata la distruzione
della Bastiglia,... ch’era già avvenuta[115]: e l’avevano, con ingenuo
entusiasmo, di cui più tardi ebbero a pentirsi o ad arrossire, celebrata
Andrea Chénier e il suo amico Vittorio Alfieri[116]. Codesti versi
rappresentano appunto la coccarda patriottica, che il più giovane ma non
meno audace fratello di Andrea aveva attaccata, nei primi giorni della
libertà, in fronte alla vecchia Melpomene. «Non pas en composant la
tragédie de _Charles IX_, qui était faite depuis long-temps», dichiara
egli stesso in una nota, «mais en ajoutant au rôle du Chancelier de
l’Hôpital seize vers où il prédit la révolution».

Ora, anche il Manzoni aveva molta stima pel teatro nazionale dello
Chénier; benchè non mancasse di fare le sue solite acute riserve circa
una pretesa moralità, peculiare alle opere tragiche. Osservava a
proposito della frase, sovente ripetuta, «Entrambi hanno fatto il loro
dovere», che essa muove dall’assurda supposizione che, in molti casi, a
due persone possano incombere doveri contrarii su uno stesso soggetto.

  «Si osservino tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri
  supposti sono fondati su opinioni speciali e temporanee, su
  istituzioni ecc., e che si dimentica sempre il fine che si deve
  cercare nella determinazione da prendersi dalle due persone. Ora,
  il fine giusto non può essere che uno. Esempio: la scena, per
  tanti rapporti bellissima, del Tiberio di Chénier, nella quale
  Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre
  di Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di
  perderlo, e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo
  sentimento è falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere
  egualmente buone o giuste. Ora, donde viene il falso in questo
  caso? Dall’essersi il poeta applicato puramente ai rapporti
  personali delle due parti, alla sorte di Pisone e alla vendetta
  di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e la giustizia, e
  il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i tribunali
  e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione ai
  parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla
  sua perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo
  padre».[117]

S’intende, siffatte osservazioni e obiezioni particolari non menomavano,
nel concetto del Manzoni, il merito singolare dello Chénier; ch’era
d’aver cercato i soggetti delle sue tragedie nella storia nazionale del
suo paese, e d’aver affidata al teatro una missione politica. Risonava
ancora nel mondo latino l’esclamazione sospirosa (unica ciambella gustosa
dell’infornata poetica d’un Clément avversario di Voltaire!):

  Qui nous délivrera des Grecs et de Romains?

che pare il grido di sommossa provocatore del romanticismo, a cui un
Berchoux, detto _le gastronomique_, aveva accodato:

  Race d’Agamennon, qui ne finis jamais!...

E un Du Belloy, mezzo fallito imitatore del Metastasio, aveva avuto
fortuna con drammi sgangherati, quali _Le siége de Calais_ (1765),
_Gaston et Bayard_ (1771), _Gabrielle de Vergy_ (1777)[118]; ma _Pierre
le Cruel_ aveva finito col togliergli credito, così per l’atrocità
macabra e nauseante dell’azione, come perchè la povera storia vi era
più che mai bistrattata e vilipesa. Tuttavia l’incanto mitologico o
semileggendario era rotto; e il pubblico francese aveva chiaramente
dimostrato la sua propensione per i soggetti nazionali. Giuseppe Chénier
trasse profitto da queste buone disposizioni. I tempi eran mutati, ed ora
era permesso ciò che non sarebbe stato nè a Corneille nè a Voltaire. «Les
malheurs de la France», scrive lo Chénier nel _Discours préliminaire_
al _Charles IX_, del 22 agosto 1788, «occasionnés presque toujours par
la faiblesse des rois, par le dispotisme des ministres et l’esprit
fanatique du clergé, auraient nécessairement rempli de véritables pièces
nationales. Le gouvernement n’était point assez raisonnable pour les
permettre, et les Français n’étaient pas encore capables de les sentir».
E poichè «les hommes supérieurs font marcher l’esprit humain: sans eux,
il resterait immobile»; lo Chénier si propose di fare o di compiere
quanto Corneille e Voltaire avevano lasciato o intentato o a mezzo.

L’attingere alla storia nazionale era, in fondo, un tornare alla grande e
genuina tradizione greca: i modelli rimanevano ancora Eschilo e Sofocle.
«Souvent, en faisant parler les fameux personnages des tems passés, le
poète insérait dans sa pièce des détails relatifs aux tems présens.
L’_Oedipe à Colonne_, entre autres, est plein d’allusions à la guerre du
Péloponèse». Da ciò i versi profetici del _Charles IX_, e, più tardi,
dietro quell’esempio, l’uscita lirica e carbonaresca della _Francesca da
Rimini_.

Da ciò pure, ma non solamente da ciò, l’idea del Manzoni di mettere in
tragedia un episodio della nostra storia, durante il brutto tempo in cui
l’antico valore italico era malamente sprecato in guerre fratricide; e
l’altra, di lumeggiare, nei suoi aspetti più reconditi e commoventi, una
delle più interessanti fra quelle lotte d’invasori donde derivò tanto
danno e tanta vergogna al bel paese. Non era possibile, nè l’avrebbe
voluto il poeta, che la storia contemporanea non facesse capolino di tra
la rappresentazione de’ fatti più antichi. Questi il poeta li sceglieva
lui: e non è un caso se, per esempio, nella discesa di Carlomagno in
Italia, egli riproducesse quella più recente di Napoleone; e nella
morte dell’innocente Carmagnola quella, così drammatica, di Gioacchino
Murat; e le generose idee di questo principe egli prestasse un momento
al suo diletto Adelchi. È vero che, andando avanti nella composizione
dei suoi drammi, il Manzoni cercò di rimanere sempre più fedele al vero
storico, così da immaginare i Cori, soltanto «destinati alla lettura»,
per riserbarsi «un cantuccio» dove «parlare in persona propria». Ma
neanche allora riuscì del tutto a vincere «la tentazione d’introdursi
nell’azione, e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti», a
evitare insomma un «difetto», ch’è «dei più notati negli scrittori
drammatici».[119] Gli è che i suoi drammi erano stati concepiti con un
intendimento alquanto diverso; e questo, nel primo getto, vien fuori con
balda schiettezza.

Adelchi, in quegli abbozzi, è Murat: o meglio, è il principe ideale, che
vagheggia la redenzione e l’unità d’Italia. Egli parla come soltanto
Murat aveva osato, fino allora, parlare. Al fedele Anfrido diceva (III,
I; pag. 132):

  A me il comando dell’impresa il padre
  Affiderà. Poni che, al novo grido
  Del conquiso Adrian, Carlo non torni,
  E in altro campo non ci colga. Il poco
  Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri
  Miseri avanzi del poter Latino
  Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio,
  Sedendo, orando, colla man comanda
  Di ferro ignuda, svaniranno incontro
  Tutta Longobardia, guidata, ardente,
  Concorde, anche fedele, allor che a certa
  E facil preda la conduci. Il voto
  Di età tante fia pago, e Italia intera
  Nostra sarà. Dì, non è questo il mio
  Avvenir più ridente?...........
                  ....Oh mi parea,
  Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
  Che ad esser capo di ladron; che il cielo
  Su questa terra altro da me volesse
  Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

E già prima (I, 2; pag. 123-25) aveva ammonito il padre (il quale rimane
inesorabilmente sordo: proprio com’era stato Napoleone!) che

                      steril mai
  D’un popolo il desio non è del tutto;

e ventilato il disegno di proclamar liberi i Romani, raggruppando tutta
l’Italia in un unico regno.

Là dove, nella tragedia a stampa, è rimasto sol questo cenno fugace (I,
2; pag. 25):

  DESIDERIO ....... Havvi altra via di scampo
            Fuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?

  ADELCHI   Quel che, signor di gente invitta e fida,
            In un dì di vittoria, io proporrei:
            Sgombriam le terre de’ Romani; amici
            Siam d’Adriano: ei lo desia;

era, nell’abbozzo, esposto un magnifico programma di libertà, che
s’appuntava in queste fatidiche parole (p. 123-25):

                   Togliamo i ceppi
  Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.
  Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,
  Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,
  E di pietà. _Dell’itala fortuna_
  _Le sparse verghe raccogliam da terra,_
  _Il fascio antico in nostra man stringiamo_:
  Dei vincitori e dei soggetti un solo
  Popol facciamo, una la legge, ed una
  Sia la patria per tutti, uno il desio,
  L’obbedienza, ed il periglio.

C’è bisogno di ancor richiamare i versi, con cui termina il frammento sul
_Proclama di Rimini_: «...dell’Itala fortuna Le sparse verghe raccorrai
da terra, E un fascio ne farai nella tua mano....»? Dei quali è solo
rimasta un’eco nell’ultima stesura della tragedia, nelle angosciose
esclamazioni di Adelchi (III, 1; p. 55):

                     Il mio nemico
  Parte impunito; a nuove imprese ei corre:
  ... ei che su un popol regna
  D’un sol voler, saldo, gittato in uno,
  Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
  Come il brando lo tiensi.

E questi versi eran, con poco divario, pur nel primo getto (pag. 126-27):

  Oh quante volte invidiai codesto
  Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna
  D’un sol voler, saldo, gittato in uno
  Siccome il ferro del suo brando, e in pugno
  Come il brando lo tiene.

Dove però l’accoramento del protagonista era meglio compreso e diviso dal
lettore, che ne conosceva i magnanimi disegni.

E quando, nel _Carmagnola_ (V, 4; pag. 256), il Manzoni fa prorompere
l’imprigionato capitano nel solenne e malinconico addio alla vita, la
quale portava via con sè le illusioni più dolci e i più inebrianti
entusiasmi che gliela rendevano cara:

                  O campi aperti!
  O sol diffuso! o strepito dell’armi!
  O gioia de’ perigli! o trombe! o grida
  De’ combattenti! o mio destrier! tra voi
  Era bello il morir....;

noi possiamo bensì osservare che il poeta si è in buon punto ricordato (e
come sottrarsi al fascino fatale?) del consimile addio di Otello (III, 3;
v. 347 ss.):

                  O, now, for ever
  Farewell the tranquil mind! farewell content!
  Farewell the plumed troop, and the big wars,
  That make ambition virtue! O, farewell!
  Farewell the neighing steed, and the shrill trump,
  The spirit-stirring drum, the ear-piercing fife,
  The royal banner, and all quality,
  Pride, pomp and circumstance of glorious war!....[120]

e fors’anche dell’altro che il Goethe, variando qua e là questo di
Otello, aveva messo in bocca a Egmont, pur lui languente in attesa del
supplizio (V, 2)[121]; ma non dobbiamo trascurar di riflettere altresì
che quei tristi pensieri e quelle sospirose parole, o «di tal genere, se
non tali appunto»[122], il poeta contemporaneo di Napoleone deve aver
facilmente immaginato che saranno passati per la mente o fiorite sul
labbro dell’eccelso coatto di Sant’Elena. E che è insomma, nel _Cinque
maggio_, quella magnifica e icastica rievocazione del grande, che

             al tacito
  Morir d’un giorno inerte,
  Chinati i rai fulminei,
  Le braccia al sen conserte,

sta pensoso sulla «breve sponda», come un naufrago sbattuto e quasi
sopraffatto dal flutto incessante e sempre più minaccioso delle memorie
dei giorni irrevocati, se non una stupenda variazione lirica di quel
medesimo motivo spuntato nei soliloqui di Otello, di Egmont, del
Carmagnola?[123] Gli è che anche la poesia altrui, perchè un altro grande
poeta possa degnamente imitarla e rinnovarla, occorre ch’ei la risenta
in sè medesimo o nel personaggio che intende ritrarre. E del resto, pur
senza pretendere a poeti, quando in certe occasioni ci corrono spontanei
sul labbro certi versi di grandi poeti, non è forse perchè essi ci
paiono davvero la voce commossa e ispirata di quei momenti e di quelle
situazioni? _Sunt lacrymae rerum!_

Così pure, è naturale che le scene, in cui il Manzoni ci fa assistere
ai crudeli momenti che precedettero la morte del generoso e gentile
Condottiero, ci facciano ripensare, chi le abbia familiari, a quelle,
più ampie e fino un po’ spettacolose, che il Goethe immaginò e descrisse
per Egmont; ma non sarà senza interesse avvertire che, nel distenderle,
al poeta può essersi affacciata, come accennavo dianzi, la cara e
dolorosa figura del principe da lui celebrato nella canzone del 1815,
così miseramente spento al Pizzo. Quella tenerezza d’affetti domestici
la quale, nell’ultimo atto della tragedia, rigurgita dal cuore del
Carmagnola, che si sarebbe potuto sospettare indurito al sole dei campi,
il poeta non potè desumerla dalla storia. La quale è restia a commuoversi
per siffatti sentimenti, e a registrare cotali particolari.[124] Invece,
quella intima affettuosità era una delle caratteristiche, e forse la
più simpatica, di Murat; che nel fondo dell’animo, di sotto all’immane
congerie delle ambizioni napoleoniche, era sempre rimasto il buon
contadino del Quercy. Fin nelle lettere semiufficiali che, nelle varie
sue missioni, veniva scrivendo all’imperiale cognato, egli trovava modo,
dopo le gravi informazioni politiche e i rapporti militari, d’aggiungere,
per esempio, un poscritto sulla felice dentizione del suo primogenito.
Nel maggio 1801, scrive da Firenze: «Achille est charmant; il a déjà deux
dents»[125]. E quando, fallitagli l’avventura unitaria, fu costretto a
errare come un bandito, povero re Lear!, per il littorale e le campagne
che si stendono tra Cannes e Tolosa, egli, più che di altro, si mostra
travagliato dal sospetto che la moglie possa averlo abbandonato e
tradito. Al generale Manhès, suo amico superstite, scrive:

  «J’avais tout souffert: la perte de ma fortune, la perte de mon
  royaume, et quel royaume! Mais me voir trahi, abandonné par la
  mère de mes enfants, qui préfère se livrer à mes ennemis plutôt
  que de se réunir a moi,...non..., je ne résisterai pas à un
  pareil coup. Quelle infortune que la mienne! je ne reverrai plus
  ma femme, je ne reverrai plus mes enfants!».[126]

Si buccinò che Murat s’avventurasse alla temeraria impresa dello
sbarco in Calabria coi pochissimi fidi, perchè ingannato dalla polizia
borbonica. Gli si tese un tranello, ed egli, sempre avventato, vi si
gettò dentro. Forse si esagerava; ma anche codesta voce, che il guerriero
magnanimo si lasciasse abbindolare dalle subdole arti d’un governo vile
e tirannico, potrebbe esser valsa a far ravvicinare i casi del prode
figliuolo del mandriano piemontese a quelli del non men prode figliuolo
dell’agricoltore dell’alto Quercy. E comunque, il Murat, appunto come il
Carmagnola, cadde o s’andò a porre nelle mani dei suoi nemici, incapaci
d’un sentimento generoso, per un’eccessiva fiducia in sè stesso e nella
fedeltà altrui. Ma accerchiato e rinchiuso nel castello ducale del Pizzo,
non un sol momento di debolezza o di pusillanimità l’eroico principe ebbe
di fronte ai suoi carnefici. Ei volle e seppe morire da prode e da re. Si
rifiutò di rispondere al generale Nunziante comandante delle Calabrie,
e di comparire innanzi alla improvvisata Commissione militare: quei
giudici non eran suoi pari! E poi, a che sarebbe valso? L’atteggiamento
suo, coll’inevitabile divario nei particolari, fu quello del Carmagnola
davanti al Consiglio dei Dieci (V, 1ª). Non pare di sentir lui, quando,
al Doge che vuol rimandarlo al Consiglio Segreto, il Conte risponde:

                       Io lo ricuso.
  Ciò che feci per voi, tutto lo feci
  Alla luce del sol; renderne conto
  Tra insidiose tenebre non voglio.
  Giudice del guerrier, solo è il guerriero.
  Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio
  Che il mondo ascolti le difese....?

O quando gli ribatte:

                           Indegno!
  Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti
  Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi:
  Tu forse osasti di pensar che un prode
  Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai
  Come si mor. Va: quando l’ultim’ora
  Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro
  Non le starai con quella fronte al certo,
  Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco...?

Al re condannato non osò di rimaner fedele, e di professarglisi grato per
un dono altra volta fatto alla sua chiesa, se non il canonico Masdea, un
vecchio sui settant’anni, che lo assistette in quegli estremi momenti.
All’ufficiale, che doveva comandare l’esecuzione, e che interruppe il
dialogo suo col prigioniero facendogli notare che cinque minuti erano già
trascorsi, il buon prete osservò che il quarto d’ora regolamentare non
poteva cominciare se non dopo l’assoluzione; la quale nessuna potenza
umana avrebbe potuto impedire a lui di dare. E rivolto al re: «Io sono
qui per voi; non temete di nulla!». Il quarto d’ora trascorse. «Andiamo a
compiere la volontà di Dio», disse il re, levandosi da sedere, e seguendo
l’ufficiale. Nella tragedia manzoniana manca il prete forte ed austero;
non però l’amico fedele, il Gonzaga, che assiste il Conte fino alla
tragica catastrofe.

Al capitano Stratti, che gli faceva da carceriere, Gioacchino rimise
questa lettera, scritta poco prima che giungesse il Masdea, nella quale
rinchiuse una ciocca de’ suoi capelli.

  «Ma chère Caroline,

  «Ma dernière heure est arrivée; dans quelques instants j’aurai
  cessé de vivre; dans quelques instants tu n’auras plus d’époux.
  Ne m’oublie jamais; ma vie ne fut entachée d’aucune injustice.
  Adieu, mon Achille; adieu, ma Laetitia; adieu, mon Lucien; adieu,
  ma Louise; montrez-vous au monde dignes de moi. Je vous laisse
  sans royaume et sans biens au milieu de mes nombreux ennemis;
  montrez-vous supérieurs à l’infortune, pensez à ce que vous êtes
  et ce que vous avez été, et Dieu vous bénira. Ne maudissez pas ma
  mémoire. Je déclare que ma plus grande peine dans les derniers
  moments de ma vie est de mourir loin de mes enfants».[127]

Una tal lettera, in un così tragico momento, potrebbe averla scritta il
Carmagnola! E a buon conto, la mirabile scena che il poeta immaginò
tra il povero prigioniero, la moglie e la figliuola (V, 5ª), pochi
istanti prima ch’ei fosse tratto al supplizio, che cosa è mai se non
l’espressione drammatica dei sentimenti stessi che Murat aveva espressi
nel solo modo che gli era consentito? Perfino le parole, qua e colà,
corrispondono[128].

Sennonchè, è poi presumibile che già prima del 1820 il Manzoni sapesse
a un puntino tutta la cronaca dolorosa ed eroica della fine di re
Gioacchino? Non oserei senza prove affermarlo, ma nemmeno credo che
si possa, senza prove, negarlo. Abbiam da fare con un poeta che fu un
curioso e sagace indagatore di fatti storici, anche contemporanei, e con
un uomo ch’era in rapporti amichevoli coi personaggi più eminenti di
qua e di là dalle Alpi. Certo, non tutto quello che a noi han rivelato
gli archivi egli seppe; ma chi sa quanto da relazioni scritte o da
informazioni orali egli apprese, che a noi non è dato sapere, e che forse
non sapremo più mai! E del resto, anche noi quante cose non sappiamo
degli avvenimenti compiutisi sotto gli occhi nostri, che i nostri nipoti
non sapranno, o impareranno monche e travisate?

[110] Pel Goethe, rimando al Saggio dello ZUMBINI, _L’Egmont del Goethe
e il Conte di Carmagnola del Manzoni_, negli _Studi di letterature
straniere_, Firenze, Le Monnier, 1893. Per lo Shakespeare, mi si consenta
ricordare i miei Saggi: _Ammiratori e imitatori dello Shakespeare
prima del Manzoni_ (nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892).
_L’Arminio del Pindemonte e la poesia bardita_ (ibidem, 16 aprile 1892).
_La prima tragedia del Manzoni_ (nell’«Annuario della R. Accademia
Scientifico-Letteraria, Milano, 1894-95).

[111] Il pio Silvio, in una lettera del 1833 al conte Pietro di Santa
Rosa (_Curiosità e ricerche di storia subalpina_, v. I, pag. 384-86),
parlando di Dio, uscì in questa espressione veramente singolare: «è vario
perchè è infinito, e perchè sa (come quel Shakespeare de’ Shakespeare
ch’egli è) adoperare da maestro la varietà per produrre una sapiente
unità». Cfr. BELLORINI, _Spigolature Pellichiane_, p. 45.

[112] Nell’articolo sulla _Maria Stuarda_. Vedi _Prose di Silvio
Pellico_, Firenze, Le Monnier, 1856, pag. 404-05.

[113] _Mélanges de littérature_ ecc., pag. 250.

[114] Cfr. la lettera del Foscolo al conte Verri, del 21 maggio 1814
(Prose; Firenze, Le Monnier, 1850, pag. 81), e la _Lettera Apologetica_
(ibid., pag. 502).—In una lettera del Mustoxidi al Fauriel, da Milano, 20
dicembre 1811 (in DE GUBERNATIS, _Il Manzoni e il Fauriel_, p. 82), dove
si tocca anche di Alessandro, è detto: «Foscolo ne ha dato una tragedia
intitolata l’_Aiace_, ma portò seco, per dirla con Sofocle, la sventura
coll’_Ai Ai_ del suo nome; il pubblico non ha trovato una sola parte
degna di lode, e mi pare che il pubblico non si è ingannato».

[115] Degno di nota è tuttavia che in un alessandrino di questa tragedia,
recitata la prima volta, sul Teatro della Nazione a Parigi, il 4 novembre
1789, già rugge la Marsigliese: quel _Chant de l’armée du Rhin_ che
Claudio Giuseppe Rouget de Lisle (n. 1760, m. 1836) compose a Strasbourg
nell’aprile del 1792. Poco prima dei versi riferiti, L’Hôpital esclamava:

  Il est, il est, monsieur, de ces princes sinistres,
  Destructeurs d’un pouvoir dont il sont les ministres:
  Mais lorsque tout a coup dissipant leurs flatteurs,
  Faisant évanouir les songes corrupteurs,
  _Le jour est arrivé, le jour de la vengeance_....

[116] Il povero Andrea, nelle ardenti strofe, pubblicate un po’ più
tardi, nel 1791, che hanno per titolo _Le jeu de paume_, aveva esclamato:

  L’enfer de la Bastille, a tous les vents jeté,
    Vole, débris infâme et cendre inanimée,
    Et de ces grands tombeaux, la belle Liberté,
                      Altière, étincelante, armée,
  Sort.............................

L’Alfieri, testimone di quella prima sommossa popolare, aveva scritto il
poemetto lirico, che nel _Misogallo_ poi ripudiò, _Parigi sbastigliato_.

[117] Cfr. p. 410 di questo volume. Il _Tiberio_ fu concepito in
un’esaltazione tirannicida, destata nel poeta da una concitata lettura
di Tacito; e, come si vede, esso non dispiaceva al poeta del _Cinque
maggio!_ Il quale poi, riferisce il Bonghi (_Pensieri inediti_, pag. 62),
«raccontava assai spesso che non so chi domandasse a un redattore dei
_Débats_ perchè il giornale continuasse a dire che il fratello di Andrea
Chénier gli avesse fatto la spia, e cagionato così la di lui morte, pur
sapendo che ciò era falso; e il redattore rispondesse: _Parce qu’il le
faut_! Così, stupiva di questa persuasione della necessità e dell’utilità
della bugia, e gli pareva segno di una corruttela estrema».—Ai nostri
giorni abbiamo sentito affermare qualcosa di simile a proposito del
Dreyfus; e ci siamo, ancora una volta, accorati «pour cette France
illustrée par tant de génie et par tant de vertus», come la chiamava lo
stesso Manzoni (cfr. più avanti, p. 384).

[118] Non mi so astenere dal riferire questo brano d’una lettera del
Ducis, 23 luglio 1777, a una signora molto scettica circa il valore di
codesto dramma: «Je vous dirai que, malgré vos craintes, la _Gabrielle de
Vergy_, de mon ami Du Belloy, a le plus grand succès. Je compte qu’elle
passera vingt représentations. Les femmes ont d’abord beaucoup crié
contre; elles y tombaient mourantes les unes sur les autres: c’était
une chose épouvantable. Aujourd’hui on ne voit qu’elles aux loges, a
l’orchestre, a l’amphithéâtre». Il terrore femminile si spiega, quando si
pensi che nel dramma è introdotto il signor di Favel, il quale porta e dà
da mangiare alla sua donna il cuore del rivale!

[119] Ho poco più sù accennato come il Marco del _Carmagnola_ ricordi,
per la rigidità schematica del carattere, il Marchese di Posa del _Don
Carlos_. Si può soggiungere che dietro di esso sia pur facile scorgere
e riconoscere il poeta medesimo, il quale suggerisce a quel fantoccio i
discorsi ch’egli avrebbe fatti in un caso simile. Del Posa il Carlyle
(_The life of F. Schiller_, Leipzig, Tauchitz, 1869, pag. 94) ebbe già a
osservare che «is the representative of Schiller himself».

[120] «Ed ora per sempre addio mente tranquilla! addio contentezza! addio
drappelli piumati, e le grandi guerre che fanno dell’ambizione una virtù!
Oh addio! Addio nitrente destriero, e la stridula tromba, e il tamburo
che esalta gli spiriti, e il piffero che ferisce l’orecchio, la regale
bandiera, e ogni altro particolare, orgoglio, pompa e incidenti della
guerra gloriosa!...».

[121] Ricordo che son proprio le parole di Ferdinando a Egmont, nella
prigione (sc. 4ª), quelle che il Manzoni trascrisse testualmente
sull’esemplare dell’_Adelchi_ che mandò al Goethe. Esse dicono: «Tu
non sei per me uno straniero. Il tuo nome nella mia prima giovinezza
mi splendeva alla vista come una stella del cielo. Oh quante volte ho
ascoltato attentamente quando si parlava di te! Quante volte ho domandato
di te!». Cfr. ZUMBINI, _Studi di letterature straniere_; Firenze, 1893,
p. 155.

[122] _Promessi Sposi_, cap. VIII, in fine.

[123] Non mi pare sia stato ancora messo in rilievo che perfino lo spunto
iniziale del _Cinque maggio_ potrebbe additarsi nelle parole di Antonio
ai Romani, nel _Giulio Cesare_ di Shakespeare (III, 2, vv. 123 ss.):

  But yesterday the word of Caesar might
  Have stood against the world; now lies he there,
  And none so poor to do him reverence.

(«Solo ieri la parola di Cesare avrebbe potuto tener testa al mondo, ora
egli giace là, e nessuno è così in basso da dovergli prestare omaggio!»).

[124] La storia non ha nemmen registrato il nome della figlia del
Conte! Così che lo scrupoloso poeta si sente il dovere di dichiarare,
nell’annoverarla tra’ _personaggi storici_ del dramma (p. 178): «Una loro
figlia», del Carmagnola e di Antonietta Visconti, «a cui nella tragedia
si è attribuito il nome di Matilde».

[125] Cfr. CHAVANON et SAINT-YVES, _Joachim Murat_; Paris, Hachette.
1905; pag. 87.

[126] CHAVANON et SAINT-YVES, _J. Murat_, p. 293.—Il povero Gioacchino
supponeva che Carolina, camuffata da Metternich in una tragicomica
Contessa di Lipona (Napoli), non lo avesse voluto raggiungere in Francia:
anzi si fosse di suo pieno gradimento imbarcata a Napoli sulla nave
inglese da guerra, la _Tremendous_, coi ministri Macdonald, Zurlo e
Mosbourg, e si fosse lasciata condurre a Trieste, per mettersi sotto la
protezione dell’Austria! La verità era ch’essa vi fu costretta!

[127] CHAVANON et SAINT-YVES, _J. Murat_, p. 300.

[128] Per ciò che nella scena del _Carmagnola_ rimane di sapore
alfieriano, cfr. il mio discorso sulla _Prima Tragedia del Manzoni_,
12-13.


XXIV.

Alla vecchia massima del Voltaire, che tutti i generi son buoni tranne
il noioso, il Manzoni contrappose l’altra, che un genere soltanto
non può avere speranza d’un duraturo successo, ed è il falso. Ei
proclamò «non solo sensata ma profonda quella sentenza, che _il vero
solo è bello_»[129]. Ed era dunque naturale ch’ei si rivolgesse, per
ispirazioni, alla storia. Egli considerò che l’essenza della vera
poesia non consiste punto nella materiale invenzione dei fatti o delle
circostanze che li determinano. I grandi monumenti della poesia hanno
tutti per base avvenimenti forniti dalla storia, o, che vale lo stesso,
da ciò che un tempo è stato considerato come storia. E solo ad azioni che
sono o son credute storiche, gli uomini prestano attenzione: il bambino
non si commuoverà più alle fiabe, se dubiterà che quei fatti non siano
accaduti.

Sennonché accordare la poesia con la storia è un arduo cimento; chè
questa ha pretese che la leggenda non conosce. La leggenda è quasi
un’amabile fanciulla, docile e riconoscente al poeta che la raccoglie
e l’adorna, potenzialmente dotata d’ogni pregio, la quale un marito
contadino può rendere una contadina eccellente e un marito gentiluomo una
gentildonna modello; e per contrario la storia è la superba ereditiera,
austera, sdegnosa, intrattabile, specialmente con chi più le si dimostra
affezionato e devoto. Masuccio Salernitano e Luigi da Porto caveranno
dalla leggenda di Romeo e Giulietta due ingenue e pur commoventi
novellette; e quella stessa leggenda sarà capace di diventare il dramma
di Guglielmo Shakespeare. Guai però a trattare come leggenda la storia o
a lasciarsene sopraffare! Ei si risica o di cadere nel falso, o in quelle
insopportabili tiritere alla maniera del Trissino e del Gravina.

L’Alfieri non s’era piegato ai capricci dell’ereditiera. Non le avea
richiesto se non i nomi dei personaggi e il piccolo intreccio d’un’azione
già precipitante alla catastrofe; il resto aveva cavato dal proprio cuore
e dal proprio cervello. Non colorito locale, non accessorii storici o
domestici; del carattere dei personaggi non colto che un lato solo, e
senza gradazioni e varietà; e i personaggi stessi foggiati tutti a un
modo, e isolati, come direbbe il De Sanctis, dal loro mondo: al poeta
quel tanto di storia non serviva che di pretesto per metter sulla scena
un’altra delle memorande passioni umane portata al parossismo. Ma tutto
ciò tornava a discàpito dell’opera d’arte; poiché l’azione tragica, così
distaccata e allontanata dalla storica, finiva col rendere la tragedia
meno poetica della storia. Per volere più violentemente e direttamente
colpire il cuore degli spettatori, il poeta negava a sè stesso il modo
di spiegare sulla scena quella trama di fatti umani sulla quale il
carattere dei personaggi può disegnarsi, di sviluppare le gradazioni e le
varietà infinite delle passioni, e le loro anomalie e le loro singolari
combinazioni, che costituiscono appunto le varietà e le singolarità
dei caratteri; e si vedeva costretto a ricorrere a convenzionali
esagerazioni, e creava caratteri spesso uniformi.

Il gentiluomo lombardo volle esser gentiluomo anche con la storia; e
vagheggiò un dramma in cui questa e il proprio genio potessero viver
d’accordo, senza troppi sacrifizi dall’una parte o dall’altra. L’azione
drammatica deve consistere in una serie di avvenimenti che nascono
successivamente, nello stesso o in luoghi diversi, gli uni dagli altri;
e al poeta non può esser permesso di alterarne l’ordine con arbitrarie
anticipazioni o raggruppamenti. Il poeta non ha facoltà d’inventare i
fatti o le circostanze di essi; ma di scegliere nella storia quel gruppo
di avvenimenti che gli paiono tenuti insieme da ragioni intrinseche e
facilmente percepibili, che si compiono in un ragionevole periodo di
tempo, e tra cui uno assorge quasi meta indicata o intravista di lontano.
Questa, che i tragediografi classicheggianti scambiaron per tutta
l’azione, non è se non la catastrofe. E i personaggi devono comparire
o sparire secondo che lo svolgimento dei fatti richieda, non già, come
il capriccio dei critici pretendeva, tutti mostrarsi al primo atto, e
accompagnar l’azione fino al quinto. Tuttavia, non è da pensare che il
còmpito del poeta sia suppergiù quello dello storico; poichè se questi
non tien conto se non di ciò solo che gli uomini hanno operato, il poeta
deve scendere nell’animo loro e indovinare quel che han pensato: i
sentimenti che accompagnarono le loro decisioni e i loro disegni, le loro
cadute e i loro trionfi; i discorsi con cui fecero o tentarono di far
prevalere le loro passioni o i loro voleri, espressero la loro collera e
la loro tristezza, manifestarono insomma il proprio carattere. La vera
creazione del poeta drammatico consiste appunto in codesto scovare e
rinvenire in una serie di fatti storici quel che ne costituisce un’azione
tragica, nel cogliere i caratteri dei personaggi, nel dare a quest’azione
e a questi caratteri uno sviluppo armonico, nel completare la storia
restituendole la parte perduta[130].

Attuazione di siffatti nuovi ideali artistici era appunto il _Conte di
Carmagnola_[131].

Al tentativo fecero subito il viso dell’armi e chi della tragedia
s’era formato un certo tipo convenzionale a cui questa del Manzoni non
somigliava, e chi dal poeta dell’_Urania_ s’aspettava qualcosa di più
vicino all’_Aristodemo_. Ma lo accolsero come un ardimento felice coloro,
che, sgombra delle viete ubbie la mente, seppero scorgervi e una vena
potente di poesia e una preoccupazione critica ch’era promessa sicura
di avvenire più sereno. Furon dei primi lo Chauvet e il Foscolo; dei
secondi, il Pellico,[132] il Fauriel, il Mazzini e il Goethe.

Ho detto tentativo, e non vorrei sembrasse irriverente o avventata questa
parola. Benchè del capolavoro abbia molti numeri, quel primo dramma
non riuscì un capolavoro.[133] Nocque al poeta, com’ebbe già a notare
lo Zumbini, «quella eccessiva consapevolezza di fini e di mezzi» onde
condusse l’opera sua, «consapevolezza che talvolta costrinse l’arte a
ubbidire con proprio danno a certi nuovi criteri non abbastanza sicuri
e provati»; e gli nocque, mi si consenta soggiungere, quella naturale
titubanza ad allontanarsi troppo dal tipo tragico che s’era venuto
costituendo in Francia e in Italia. Scosso vigorosamente il pregiudizio
delle due unità che, rimesso a nuovo dal Voltaire, era divenuto come
l’ultima cittadella dei difensori del teatro classico; rinnovata la
maniera di sceneggiare la storia e d’introdurre il Coro; rammorbidito il
verso tragico: si capisce come al Manzoni venisse poi meno il coraggio
di romperla con ogni tradizione drammatica delle nazioni latine. Così,
la sua tragedia serba ancora un certo fare compassato e dignitoso, che a
volte produce una non so quale monotonia; è intessuta di lunghi monologhi
e di non meno lunghi discorsi, e manca, soprattutto in principio, di
quella vivacità e di quel movimento che conquista e trascina subito
l’attenzione. Si pensi: il primo atto si apre con un’allocuzione del
Doge, di ben quarantatrè endecasillabi, al Senato silenzioso, detta tutta
d’un fiato; nella quale ci si mette al fatto della guerra tra il Duca
di Milano e Firenze, dell’invito di questa a costituire una lega contro
quello, d’un’insidia tramata dal Duca stesso al Carmagnola. Il quale
è chiamato finalmente in Senato per dare il suo avviso.—Siamo, a buon
conto, nè più nè meno che a una di quelle esposizioni contro di cui il
poeta medesimo ebbe a inveire; spesso fredde, inerti, complicate, alle
quali il tragediografo classicheggiante si sentiva costretto in grazia
delle famose unità.—Si ricordino invece le prime scene dell’_Otello_.
L’azione è quasi la stessa: il Moro è chiamato in Senato per aver
affidata l’impresa di Cipro. Ma qui non da lunghi e togati discorsi
lo spettatore apprende i precedenti del dramma; bensì della guerra,
del valore di Otello, del suo amore, delle insidie di Jago, ei sente
discorrere da Jago stesso, da Rodrigo, da Brabanzio, e le ultime notizie
di Cipro le impara da quei messaggi medesimi che pervengono al Senato.
Per tal modo, quando il Moro apparisce sulla scena, vi è atteso come il
prode in cui la Repubblica ripone le sue speranze; e anche noi, come
Desdemona, sentiamo già di amarlo pei suoi corsi perigli, e temiamo per
lui così ingenuo, circondato da tanta perfidia.

Strano davvero che, con un così insigne modello sotto gli occhi, il
Manzoni preferisse ancora quella gelida forma espositiva; ma più strano
ancora ch’ei la preferisse dopo che, nel primo disegno della tragedia,
l’aveva abilmente schivata, premettendo a quella, che ora è la prima
scena, altre due, tra i Senatori che via via giungevan nella sala del
Consiglio. Un senatore Stefano, che poi fu soppresso, diceva al suo
collega Marino come oramai il Doge fosse infatuato per la guerra; come
gli Oratori, mandati dal Duca di Milano per consigliar la pace, non
facessero invece che vieppiù accender gli animi; e soggiungeva (p. 266):

            Eppure, io vedo ancora
  Che il più sano consiglio avria potuto
  Vincere alfine, se non era il Conte
  Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,
  Sul cui labbro sospetta ogni parola
  Esser dovea, chè il suo dolor la forma
  Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti
  Col suo dir violento anche i più saggi;
  Egli è che a poco men che a tutti infuse
  Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso
  Al par di lui che un dì la mosse in cielo.

Marino, che non voleva «a invitar molte parole», manifestava subito il
suo maltalento contro il Condottiero, rincarando (p. 267):

  Quanto ad orgoglio, non gli cede al certo!
  Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue
  Profonder la Repubblica, lo Stato
  Anco arrischiar, per vendicar gli affronti
  D’un Francesco Busson da Carmagnola?
  .....D’uno stranier? d’un figlio
  Di vil guardiano del più vile armento?
  D’uno che tutti quanti siamo (amara
  A proferirsi ell’è questa parola;
  Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)
  Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti
  Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni,
  Già celar non potea con che fatica
  La sua superbia ai fini suoi piegasse.
  .....Oh!... non dispero
  Vederti un dì verso la polve inchino,
  Ed il sorriso mendicar sui volti
  Su cui più imperturbabile e più fosco
  Ora ti volgi!

E Stefano ripigliava (p. 268):

            .....Al par di voi.
  E d’altri pochi, per la pace io sono:
  Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo
  Al par di voi; sulla sua fe’ riposo
  Al par di voi; ma che possiam noi dire?
  È un traditore, e traditor chiarirlo?
  Ricantate i sospetti, e cento voci
  Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo
  Ce le daranno, e certe, ove sappiamo
  Aspettarle e vegliare.

Non si tenga conto della forma: è il primo getto, e lascia ingenuamente
trasparire le intenzioni, quasi profetiche, del poeta che ha l’occhio
fisso alla sua meta. Si consideri invece con quanta maggior larghezza
fosse da prima iniziata l’azione, e quanto maggiore interesse avvincesse
subito al dramma.

A quei due Senatori viene ad aggiungersene un terzo, Marco; il quale è
tutto sossopra per la notizia recente dell’attentato, osato nei dominii
della Serenissima, alla vita del Carmagnola. Egli narra (p. 270):

  MARCO.    Esser vi dee di nome
            Noto un Giovan Liprando.

  STEFANO.                          Un fuoruscito
            Di Milano?

  MARCO.              Quel desso: e ancor saprete
            Quanto colui paresse al Carmagnola
            Affettuoso e riverente amico.
            Ei, confidente, come i prodi il sono,
            Ogni accesso gli dava; e benchè tanto
            Maggior di fama e d’animo gli fosse,
            Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro
            Nodo stimando, un insolubil nodo,
            La comune sventura ed il comune
            Persecutor. Lo sciagurato intanto
            Chiede al Duca in segreto il suo perdono:
            Il Duca un pegno gli domanda, e quale!
            La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,
            La pattuisce, e tiene il patto, e tenta
            Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle
            Che potesse una tal coppia di vili
            Dispor così di così nobil vita:
            La trama è discoverta, e salvo il Conte.

C’è forse in codesto racconto un po’ di sovrabbondanza, che però alla
recitazione avrebbe giovato anzichè nuocere; ma ad ogni modo, nella forma
definitiva data dal Manzoni alla sua tragedia, esso è ridotto a un troppo
magro cenno, a cui scema ancora rilievo l’esser posto in bocca al Doge,
subito dopo le primissime parole, e solo in forma di argomento (I, 1ª; p.
179).

               Un fuoruscito al Conte
  Di Carmagnola insidiò la vita;
  Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.
  Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo
  Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istesso
  Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora
  A chieder pace, a cui più nulla preme
  Che la nostra amistà. Tale arra intanto
  Ei ci dà della sua......

Né si apprende se quest’accenno scuota punto il Senato, che se ne rimane,
a quanto pare, imperterrito e muto. Mentre invece, nell’abbozzo, il
racconto offriva nuova occasione ai tre Senatori di meglio manifestare
i loro animi, e di rivelarci così le impressioni che sui malevoli e sui
fautori del Conte quel misfatto dovè naturalmente produrre.

E si potrebbe fors’anche sospettare che dal soggetto il Manzoni non
traesse tutto quel partito che avrebbe potuto, se lo avesse affrontato
con baldanza maggiore. Certo, il dramma, in ispecie nel primo atto, ne
apparisce un po’ scarno d’azione; eppure di azione son ricche le notizie
storiche che il poeta medesimo (egli era troppo dotto per accontentarsi
di rimanere nella via regia percorsa dallo Shakespeare; e qui l’esempio
dello Schiller forse prevalse!) si vide costretto a premettergli. Ivi,
per esempio, si narra che gl’invidiosi del Carmagnola calunniosamente
gli alienarono l’animo del Duca; il quale perciò, desiderando di toglier
di mano a lui le armi, lo mandò governatore a Genova, ingiungendogli per
lettera di rinunziare pur alla scorta dei trecento cavalieri condotti
con sè. Il temuto Condottiero gli rispose «pregandolo che non volesse
spogliare dell’armi un uomo nutrito tra l’armi»; e, «non ottenendo
risposta nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato
dal servizio,... si risolvette di recarsi in persona a parlare col
Principe», che allora dimorava nel castello di Abbiategrasso. La scena
che ne seguì è narrata drammaticamente dal Manzoni storico.

  «Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si
  sentì con sorpresa dire che aspettasse. Fattosi aununziare al
  Duca, ebbe in risposta ch’era impedito, e che parlasse con Riccio
  [uno de’ suoi nemici]. Insistette, dicendo d’aver poche cose e da
  comunicarsi al Duca stesso: e gli fu replicata la prima risposta.
  Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera, gli
  rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che
  presto si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo:
  diede volta al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva
  condotti con sè, inseguito invano da Oldrado [un altro dei suoi
  nemici], il quale.... credette meglio di non arrivarlo».[134]

Or di tutto ciò nella tragedia non son rimasti che due fugacissimi cenni,
dei quali non è presumibile che un lettore, nonchè una platea, faccia
caso. Tra altre cose, il Conte, fin dal suo primo apparire, narra al
Senato (I, 2ª; p. 183):

         Io fui fedele al Duca
  Fin che fui seco, e nol lasciai che quando
  Ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal grado
  Col mio sangue acquistato: invan tentai
  Al mio signor lagnarmi. I miei nemici
  Fatto avean siepe intorno al trono: allora
  M’accorsi alfin che la mia vita anch’essa
  Stava in periglio: a ciò non gli diei tempo....

E più tardi, il Conte stesso, rimasto solo, rimugina (II, 5ª; p. 206):

                      Il giorno
  Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,
  Che ogni adito era chiuso, e che deriso,
  Solo, io partiva, e non sapea per dove,
  Oggi con gioia io lo rammento alfine.
  Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,
  Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!...

Bei versi senza dubbio, tocchi di pennello maestro, ma il quadro manca.
Eppure la rappresentazione di quegli avvenimenti sarebbe altresì giovata
a metterci meglio in grado di comprenderne i tempi e lo stato d’animo e
il carattere del protagonista; di valutare più pienamente i motivi del
suo disgusto con l’antico signore e l’impossibilità che si raccostasse
a lui; e avremmo potuto veder sulla scena pur quel duca Filippo, che ha
tanta parte nei destini del Condottiero. Oltrechè l’interesse drammatico
sarebbe stato, tra quegli avvenimenti, tenuto molto più desto, che non si
riesca a fare con que’ semplici sommarii.

[129] Del _Romanzo storico_ ecc., pt. I; in _Opere varie_, ediz. 1845,
pag. 483.

[130] Si veda per tutto ciò la _Lettre à m. C***_, pp. 311 ss. di questo
volume.

[131] Il 25 marzo 1816, da Milano, il Manzoni scriveva al Fauriel: «J’ai
presque honte de vous parler de projets littéraires après en avoir tant
conçu et exécuté si peu; mais cette fois j’espère terminer une tragédie
que j’ai commencée avec beaucoup d’ardeur et l’espoir de faire au moins
une chose neuve chez nous. J’ai mon plan, j’ai partagé mon action, j’ai
versifié quelques scènes, et j’ai même préparé dans ma tête une dédicace
à mon meilleur ami; croyez-vous qu’il l’acceptera? Le sujet c’est la mort
de François Carmagnola. Si vous voulez vous rappeler son histoire avec
détail, voyez-la à la fin du huitiême volume des _Républiques Italiennes_
de Sismondi.... Après avoir bien lu Shakespeare, et quelque chose de
ce qu’on a écrit dans ces derniers temps sur le Théâtre, et après y
avoir songé, mes idées se sont bien changées sur certaines réputations»
[Alfieri? Voltaire? Schiller?] «Je n’ose pas en dire davantage, car je
veux tout de bon faire une tragédie: et il n’y a rien de si ridicule que
de médire de ceux qui en ont fait, et qui passent pour des maîtres de
l’art».

[132] Il buon Silvio scriveva al fratello Luigi da Milano, l’8
gennaio 1820: «Ti spedisco.... la bellissima tragedia di Manzoni, il
_Carmagnola_. A me pare una cosa divina. Qui è generalmente lodata,
e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra
trascurato e prosaico. Ma Manzoni non ha preso inavvertentemente quello
stile; egli lo ha scelto come il più proprio a un argomento non antico,
e nel quale il discorso deve scostarsi di poco dal discorso comune di
oggidì. Il vantaggio di siffatto stile, schivo dei modi e dei vocaboli
non simili alla prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro
che non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle donne, per
esempio, fanno fatica a leggere la poesia italiana (meno il Metastasio);
e perchè? Perchè la poesia italiana ha una lingua ch’esse non hanno.
Datele una lingua già nota, e acquisterà molte lettrici e molto più
lettori». Più tardi poi, il 15 gennaio, riscriveva, con intiepidito
entusiasmo: «Che ti è sembrato del _Carmagnola_? Il Coro è stupendo.
Vorrei piuttosto aver fatto il Coro che la tragedia, quantunque questa
anche abbia molte bellezze. Lo stile di essa è molto criticato». Più
tardi ancora, lodando assai l’articolo che sulla tragedia il fratello
aveva inserito nella _Gazzetta di Genova_, soggiungeva: «Il crocchio
Visconti e Berchet, che è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di
Milano il foglio di Genova.... Il tuo giudizio intimo sul _Carmagnola_,
qual poi me lo esprimi nella tua lettera, s’accorda affatto col mio. Non
è lettura che strascini, perchè gli eroi son lasciati troppo simili al
vero. La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che gli abitanti
di quel mondo sieno a un grado più sù di noi, nell’amore, nell’ira, nelle
virtù politiche ecc. Ma tienti occulto questo mio parere, perchè nulla
mi dorrebbe quanto l’essere creduto da alcuni invidioso del merito del
Manzoni. E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica su
quella tragedia».—Colgo l’occasione di rilevare una curiosità. Nel 1818
(se anche questa volta la data del Rinieri non è errata!) pare si sia
sparsa la voce che il Manzoni attendesse a un’_Ifigenia_. Il Pellico ne
scriveva il 1º aprile al fratello: «Cercherò dell’_Ifigenia_ di Manzoni;
non so niente, ma son certo che egli non può aver fatto cosa mediocre».

[133] Conversando col Cousin, nell’aprile del 1825, il Goethe ebbe a
dirgli (la conversazione fu riferita dallo stesso Cousin nel _Globe_, V,
n.º 26): «Io pregio moltissimo il _Carmagnola_, lo pregio moltissimo.
L’_Adelchi_ è più grande per l’argomento, ma il _Carmagnola_ è molto
profondo. (_Adelchi_ est un plus grand sujet, mais _Le Comte de
Carmagnola_ a bien de la profondeur). La parte lirica poi è così bella,
che il critico maligno [della _Quarterly Review_, dicembre 1820] l’ha
lodata e tradotta».—Codesto saccente sgarbato, mentre giudicava il dramma
«mancante di poesia» e consigliava il Manzoni «a gratificare in avvenire
il pubblico con splendide odi, piuttosto che disgustarlo con deboli
tragedie», ne riproduceva, tradotto in inglese, il Coro, reputandolo
«la più nobile lirica che la moderna poesia italiana abbia prodotta».
Trovava anche, bontà sua, «molto affettuosa» la scena del Conte con la
sua famiglia.

[134] _Notizie storiche_, pag. 167 di questo volume.—Non è qui il caso
di discutere se questi fatti siano storicamente certi. Chi voglia, cfr.
BATTISTELLA, _Il Conte di Carmagnola_, p. 72 e 80 ss.


XXV.

Del Manzoni si potrebbe ripetere quel ch’egli stesso ebbe a dire del
Goethe, cioè ch’entrasse «nella strada del dramma storico, segnata dal
genio selvaggio..., come accade ai grandi ingegni, _senza intenzione e
senza paura d’imitare_»[135]. E non è casuale il confronto; giacchè al
grande poeta di Weimar il nostro guardò «com’al maestro fa il discente».

Ebbe comune con lui la tranquilla, spregiudicata, acuta contemplazione
dei fenomeni storici e letterarii, e la cognizione di essi vasta e
profonda; sentì come lui il necessario rinnovamento dell’arte: e se l’uno
lo anticipò con la varia e molteplice opera sua, l’altro lo proseguì con
consapevolezza ed efficacia di mezzi forse maggiore. Non fu proprio un
capriccio della fortuna, come malignamente asserì l’ingelosito ed invido
Foscolo, che il vecchio ed olimpico poeta accogliesse con sì fervido
entusiasmo il tentativo del modesto giovane straniero[136], terminandone
la lunga analisi col dichiarare che «l’impressione sintetica di quel
dramma era un’impressione seria e vera come quella che lasciano sempre
i grandi quadri della natura umana». Nè d’altra parte fu un semplice
complimento quel che il Manzoni gli espresse, trascrivendo, in fronte
all’esemplare dell’_Adelchi_ a lui destinato, le parole di riverente
ammirazione che il poeta medesimo aveva fatte dire da un magnanimo
giovinetto ad Egmont.

La riforma drammatica del Manzoni mette capo direttamente al _Goetz von
Berlichingen_ e all’_Egmont_; anzi a codesti due drammi mette capo tutto
quel nuovo movimento letterario che considerò la storia quale l’unica o
la più cospicua fonte d’ispirazione poetica. Si ricordi che Walter Scott
(«l’Omero del romanzo storico», come lo proclamò l’autore dei _Promessi
Sposi_) fu spinto sulla via, ove incontrò la gloria e la fortuna, dalla
traduzione, ch’ei fece in gioventù, del _Goetz_. E se questo dramma segna
di quel movimento il principio, la fine n’è segnata da un monumento non
meno solenne, _I Promessi Sposi_. I confronti, sempre odiosi, sarebbero
sott’ogni rispetto odiosissimi in questo caso; e la nostra ammirazione
pel sommo musagete della Germania è anche più piena e devota, dacchè egli
non si peritò d’asserire che, nel Romanzo, il Manzoni «si leva tant’alto,
che difficilmente si può trovare autore che gli stia a paro». O non ci fa
ripensare, codesta «cortese opinione» dell’autore del _Wilhelm Meister_,
al caro episodio dantesco del Guinizelli?

    «O frate», disse, «questi ch’io ti scerno
  Col dito», ed additò uno spirto innanzi,
  «Fu miglior fabbro del parlar materno».

Il poeta lombardo fece in letteratura quel che ai nostri tempi è stato
fatto in politica: ruppe l’ormai sterile alleanza con la sorella latina,
e strinse la mano a quella giovane e balda nazione che di là dal Reno
avea levato il vessillo d’un’arte novella. Nobile, commovente e quasi
filiale è il saluto alla Francia in fin della lettera allo Chauvet: a
quella Francia «che non si può vedere senza provare un sentimento che
somiglia all’amor della patria, e non si può lasciare senza che al
ricordo d’avervi dimorato non si mescoli qualcosa di malinconico e di
profondo, che rassomiglia alle impressioni dell’esilio». Ma fu un saluto
di addio!

Il _Conte di Carmagnola_ annunziò all’Europa che il nuovo poeta d’Italia
era nato. Chi fin dai primi passi dava così cospicua prova di «larga,
libera e incondizionata maniera d’interpretare le nuove idee e i
maggiori esempi del teatro romantico e storico», i quali egli mostrava
«d’intendere come pochi in tutta Europa e forse come nessun altro
in Italia», non poteva fallire a glorioso porto. Di lì a poco venne
l’_Adelchi_, che parve sciogliesse in gran parte quella promessa; e
vennero poi i _Promessi Sposi_, che avanzarono i desiderii.

Attratti dalle opere maggiori, sogliamo metter da parte le altre. E chi
legga solo per gustare il godimento estetico immediato, ha ragione di far
così; ma chi voglia davvero assaporare il frutto maturo, deve, per dirla
col Bonghi, «ricercare come a mano a mano si sia educata la pianta che
ha dato quel frutto, quali influssi l’abbiano aiutata a germogliare e a
crescere, e come si sia formata quell’attitudine che ha poi raggiunto
in fine un così notevole grado di perfezione». A noi studiosi delle
opere d’arte letteraria non importa soltanto d’ammirare l’estrema meta,
che il poeta si è sforzato di raggiungere e che segna l’apice della sua
gloria; ma altresì di ricercare e perlustrare la via ch’egli ha percorsa
per giungervi. E questa desideriamo indicare agli altri; e in siffatta
ricerca appagare insieme quell’innato bisogno della nostra mente «di
penetrare nel lavorio interno dello spirito umano, e soprattutto di uno
spirito eletto». I primi tentativi lasciano meglio scoprire i segreti
di quell’arte che tutto fa, e trasparire gl’intenti e i procedimenti
dell’artista non ancora provetto. Attraverso gli strappi lasciativi dalle
necessarie incertezze e titubanze, ci avviene di sorprendere un’ansia
e una lotta che il poeta vittorioso ci avrebbe gelosamente nascosta; e
quelle trepidazioni fanno più compiutamente gustare il definitivo trionfo.

_Fine dell’ Introduzione._

[135] _Del Romanzo storico_ ecc., parte II, verso la fine.—Il Goethe
medesimo (quell’«altro tale, chiamato Goethe») ebbe a dir del Manzoni,
che, «emancipatosi dalle vecchie regole, ei procede per la nuova via con
passi così fermi e tranquilli, che si potrebbero trarre nuove regole
dalla sua opera».

[136] «Il _Carmagnola_ è il primo saggio del suo autore, e tante lodi
non ottenute da verun poeta, da Omero inclusivamente sino a’ dì nostri,
essendo esaltate dalla celebrità e dal genio del panegirista, sembrano
più che troppe, non diremo a rendere il furore del poeta più che poetico,
ma ad avvezzar lui stesso ad elogj, che rarissimi, se non forse gli
amici suoi, saranno in buona coscienza disposti a prodigargli; ed egli,
accettandoli in buona fede, finirebbe col farsi ridicolo al mondo... La
visione potrebbe essere volontariamente procurata dal critico tedesco
in grazia di un sistema letterario; ed infatti questa è la ragione
ostensibile, esposta da lui nel principio del suo articolo». FOSCOLO,
_Della nuova scuola drammatica_ (Opere, IV, 304-5).



AVVERTENZA


Questo volume contiene, e, quando è stato possibile, nell’ordine che
volle l’autore:

_a_) tutti quei componimenti in versi, che furono dal Manzoni stesso
ristampati tra le sue _Opere varie_, nel 1845 (le due Tragedie, gl’_Inni
sacri_ e le _Strofe per una prima comunione_, il _Cinque maggio_), e
quegli altri due (l’ode _Marzo 1821_ e il frammento di canzone sul
_Proclama di Rimini_) ch’ei pubblicò a parte nel 1848, e aggiunse poi,
nel 1860, all’antico volume delle _Opere varie_;

_b_) quelli che furono già da lui o da altri pubblicati, ma ch’egli
non più accolse tra le sue poesie (il carme _In morte dell’Imbonati_,
l’_Urania_, l’_Ira d’Apollo_, gli sciolti _A Parteneide_, il sonetto al
Lomonaco, il frammento dell’inno _Ai Santi_, l’epigramma pel ritratto del
Monti);

_c_) due delle sue poesiole giovanili, che hanno, più che altro, valore
di documento biografico (il sonetto ove il poetino traccia il suo
ritratto, e l’idillio _Adda_);

_d_) i pochi versi latini composti da vecchio (l’epigramma _Volucres_ e i
distici al Ferrucci).

Un posticino a parte è toccato all’abbozzo di canzone _Aprile 1814_,
che ho creduto meglio inserire nel mio discorso intorno al _Decennio
dell’operosità poetica del Manzoni_ (qui avanti, pag. LXXVIII ss.).

Le altre poesie giovanili (i _Sermoni_, le Odicine erotiche e pariniane,
il _Trionfo della Libertà_ ecc.), delle quali ebbi già occasione di
toccare nell’altro mio scritto su _Gli anni di noviziato poetico del
Manzoni_ (pag. XIV ss., XXV ss.), premesso al volume I di queste
_Opere_, saranno raccolte in un volume posteriore.

Non ho mancato, s’intende, di riprodurre, a illustrazione dei diversi
componimenti, pur quelle Prefazioni o Note, Lettere critiche o Notizie
storiche, onde il Manzoni, o fin dalla prima edizione o nelle successive
ristampe, li volle accompagnati. Ho invece tenute in serbo per un altro
volume le più ampie dissertazioni di critica, o storica (il _Discorso
sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia_) o letteraria
(il _Discorso sul Romanzo_ storico e la _Lettera sul Romanticismo_) o
filosofica (il _Dialogo dell’Invenzione_), le quali stanno da sè, e
possono meglio aggrupparsi con la _Storia della Colonna Infame_ e con gli
scritti sulla _Lingua italiana_.

Sennonché—e questa è forse la principale tra le singolarità che
distinguon la nostra da tutte le precedenti edizioni —al testo definitivo
dei diversi componimenti, quale lo divulgò il poeta, noi abbiam fatto
seguire, in appendice, anche gli abbozzi rinvenuti tra le sue carte. Essi
son documenti di straordinaria importanza, che ci permettono di penetrare
più a dentro nel pensiero, sempre profondissimo, del Manzoni. Si tratta
non di semplici brutte copie o di scarabocchi informi, bensì di frammenti
spesso molto estesi e lavorati con cura, dove il più delle volte il
poeta si rivela più schiettamente e risolutamente ribelle. Perchè poi
li mettesse da parte o li lasciasse incompiuti (non li distrusse però;
e questo noto contro quei critici troppo pudichi, che si scandalizzano
di codeste pubblicazioni postume, a parer loro per lo meno indiscrete e
dannose!), sarà istruttivo e gradevole indagare.[137]

In un mio discorso del 1894, per inaugurare il nuovo anno scolastico
della R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ebbi già a dare
un modesto saggio del grande vantaggio che dall’esame di quelle pagine
si possa cavare per intendere a pieno la riforma drammatica tentata
dal Manzoni. Il quale, a buon conto, se è il maggiore, o l’uno dei due
maggiori nostri prosatori, è anche, insieme con l’Alfieri, uno dei due
nostri tragediografi più insigni. E mi sia lecito ricordare che di quelle
mie osservazioni si dichiarò assai compiaciuto, in uno degli arguti
suoi articoletti della _Coltura_, il primo, per tempo e per merito, dei
manzoniani d’Italia, il Bonghi; e la sola volta che a me toccò la fortuna
d’intrattenermi con lui di letteratura—eravamo andati, col D’Ovidio, a
visitarlo nella tranquilla villetta di Torre del Greco, dove di lì a
qualche mese quella magnifica fiamma d’intelligenza si spense—, ei mi
riparlò ancora dei mirabili abbozzi del Manzoni, su’ quali egli aveva
invano richiamata l’attenzione degli studiosi.[138] Questi avevan trovato
più comodo continuare a far, come si dice, dell’accademia pur intorno
al poeta ch’ebbe più in uggia l’accademia; e gli ortodossi stracchi non
riuscivano meno stucchevoli, con le loro rifritture, dei pappagalli
eterodossi.

Un’altra singolarità della nostra edizione riguarda il testo. Dei
componimenti ripubblicati dall’autore abbiamo, s’intende, ridato
scrupolosamente il testo da lui fissato nel 1845, e in qualche minimo
particolare ricorretto nel 1870; ma, a piè di pagina, ho altresì segnate
le varianti delle prime edizioni.[139] Chi vorrà gettarvi un’occhiata,
troverà che metteva ben conto di rifare per le opere poetiche quel lavoro
di confronto che già altri ha compiuto pel Romanzo. Le osservazioni
sarebbero molte e curiose, e qualcuna n’ho ben accennata qua e là nelle
note; ma qui preferisco, per discrezione di editore, lo spigolare al
mietere.

Per la più parte, i mutamenti dell’autore riguardano l’ortografia.
Anche alle opere poetiche egli avrebbe voluto infliggere una buona
risciacquatura in Arno; ma il Conte di Carmagnola e il Re Adelchi non
gli si mostraron così docili come i due sposi del contado di Lecco. Il
linguaggio della poesia—soprattutto poi in Italia, dov’è ancor vegeta
una tradizione poetica nobilissima e ininterrotta—ha pretese che quello
della prosa o conosce poco o non conosce affatto.[140] E lo stesso
inesorabile scrittore che, in grazia dell’uso toscano vivente, rinunzia,
nel capolavoro prosastico, al benefizio della varietà e della convenienza
armonica, e muta, per esempio, in _tra_ quanti mai _fra_ o _in fra_ gli
erano altra volta caduti dalla penna,[141] può trovarsi costretto a
lasciar correre, nelle tragedie, un «fra tante ambasce» (pag. 114), un
«ella è, fra tante,... una fallita impresa» (233), un «in fra i perigli»
(240 e 249). Vero è che, quando è preso dal dèmone della pedanteria,
anche qui ei si sente il coraggio di far esclamare al povero Conte: «Non
troverò tra tanti prenci... un sol» (189); ma si direbbe che codesto
sforzo faccia sì che altrove ei poi dormicchi, come pur avveniva a «quel
sommo d’occhi cieco... Che per la Grecia mendicò cantando». E allora
riescono a sgattaiolare qualche «fra di noi» (30) o «fra noi» (41, 203,
234) o «fra loro» (180), che senza scandalo sarebbero potuto diventare
altrettanti _tra_. E può esser curioso notare come nel verso (41):

  Fia risoluta in fra noi due la lite,

ei s’affretti bensì a cancellare l’_in_, ma non trasformi in _tra_ il
_fra_; come pur fece, ad esempio, nell’altro verso (45), dove prima aveva
scritto: «in fra costor chiarito...».

Insomma, nel Romanzo, lo scrittore poteva sbizzarrirsi più a suo agio;
e perfino, com’ebbe già ad accorgersi il D’Ovidio,[142] sacrificare
l’aritmetica alla sua norma linguistica e all’armonia dello stile,
sostituendo al primitivo «fra tre o quattro confidenti» un «tra quattro
o cinque confidenti» (_Pr. Sposi_, cap. IX, pag. 137 della nostra
edizione).[143] Ma in poesia, specialmente in una poesia già divenuta
celebre e già sulle bocche di tutti, non era ugualmente agevole
abbandonarsi a simili bizzarrie; e manomettere a cuor leggiero, poniamo,
i due versi dei due Cori dell’_Adelchi_ (75 e 89):

  Fra tema e desire avanza e ristà....

  Te collocò la provvida
  Sventura in fra gli oppressi.

A ogni modo, dovunque può lo zelante apostolo della fiorentinità della
lingua porta, in questi lavori giovanili d’avanti la sua conversione
filologica, il ferro e il fuoco purificatore. Fa ogni sforzo per
iscrostare la pàtina arcaica, o magari lavare la muffa dell’ortografia
stantìa. Così, tutte le _noje proprj principj_, i _piccioli picciola_,
gli _eguali eguaglianza_, i _verisimili_ e _verisimiglianza_, le
_obbiezioni_, le _contraddizioni_, le _quistioni_, le voci del verbo
_obbedire_, le forme verbali _debba_ e _debbono_, _chieggio_ e _veggio_,
_cangio_ e _sieno_, i _vi era_, e i _si è_, i _quei_, i _dei dai nei_,
_sui_ o _su di un_, _fra i_ ecc., son diventate _noie_, _propri_,
_principi_, _piccolo_ e _piccola_ (una «picciola appendice» è rimasta,
p. 154), _uguale_ e _uguaglianza_, _verosimile_ e _verosimiglianza_,
_obiezione_, _contradizione_ (nel Romanzo tornò a «contraddizione» e a
«contraddire»!), _questione_, _ubbidire_ (nella prima stampa si oscillava
tra le due forme, cfr. p. 227 e 237), _deva_ e _devono_, _chiedo_ e
_vedo_, _cambio_ e _siano_, _ci era_ e il semplice _è_ (cfr. p. 156),
_que’_, _de’ da’ ne’_, _su’_ o _su un_, _tra’_. Non si riesce a capire
se, costretto com’era dalle esigenze metriche a mantenere intatti gli
_havvi_ e gli _hàvvene_, ei preferisse scriver quelle voci con l’_h_
iniziale, o senza. Nell’_Adelchi_ rimase «havvi altra via» (25), ma
altrove il primitivo «via non havvi» (46) vi divenne «via non avvi»; e
«avvi» rimase immutato nel _Carmagnola_ (191): «avvi una via». Qui stesso
però mutò in «havvene» due «avvene» successivi (243), e un altro in
«haccene» (225). Che forse, con quell’_h_ onoraria, volle distinguer la
voce sdrucciola del verbo «avere» dalla piana, e petrarchesca («Se da le
proprie mani Questo n’avven....»), del verbo «avvenire»?

Un tempo, era piaciuto anche a lui (come pur ora forma la delizia degli
scrittori novellini, e qualche volta altresì di quelli che non son più,
come Dante direbbe, «novi augelletti»!) disarticolare certi nessi che
l’uso fiorentino impone; e scrisse «su l’affannoso», «su la pupilla», «su
le sciolte redini» (86, 87), «su le fronde» (77), «su la tua fortuna»
(98;, «su la tua fede» (104), «su le chiome» (110), «su l’armi» (184), e
fino in una didascalìa «su le mura» (89). Poi reputò meglio non separare,
neanche in versi, _quod Deus coniunxit_, e ripristinò: _sulla_, _sulle_
ecc., e nella ristampa del 1870 anche «sull’armi». Dove prima aveva
scritto «in su l’altar» (41), «in sul mattin» (46)..., dopo scrisse
«su l’altar» e «sul mattin»; dov’era «in su lo scudo» (91), mise «in
sullo scudo»; lasciò intatto «spargendo in sulla via» (256); e non
osò toccare, pur nel Coro per Ermengarda dove tanti _su la_ divennero
_sulla_, il verso «Calata in su la gelida». Invece, coi composti di _con_
usò il procedimento inverso; e dove era scritto: «colla spada» (200),
«coll’occhio» (201 e 242), «cogli amici» (218), «cogli altri» (221),
più tardi sostituì: «con la spada», «con l’occhio», «con gli amici».
Vero è che anche prima non s’era peritato, in un certo luogo (200), di
disgiungere: «con gli eserciti».

Circa al povero dittongo _uo_, il D’Ovidio s’era già accorto delle
fortunate contradizioni in cui il Manzoni era caduto ritoccando le
tragedie. All’imprigionato Carmagnola egli non risparmia la pena di
correggersi: «Ah! tu vedrai Come si mor!» (251), «Oh perchè almeno Lunge
da lor non moio!... Che val di novo Affacciarsi alla vita...?» (256), o
peggio ancora, con ridicolo equivoco, «Allor che Dio sui boni Fa cader
la sventura...» (257). Nè alla infelicissima moglie di lui risparmia
la stonata affettazione: «io moio di dolor!» (258). Tuttavia lasciò
indisturbata la sentenza: «i buoni mai Non fur senza nemici» (192).
Gli è che, purtroppo, codesti rari atti d’indulgenza appaion quasi
sempre un semplice effetto di distrazione: giacchè, non paia soverchio
l’insistervi, anche un così oculato e attento scrittore dà non scarse
prove di saper distrarsi. E allora gli sfuggono, oltre le forme dianzi
rilevate, un «ajuto» (232), qualche «contra» (176, 192), degli «anco»
(216, 258), dei «sovra» (106, 247 e cfr. 209)...

Del terribile _egli_ non sempre qui gli riesce di far lo scempio che nel
Romanzo. E se, per esempio, ottiene che un senatore veneziano dica (237):
«Giustizia troverà... Ma se ricusa, se sta in forse» invece di «Giustizia
ei troverà... Ma se ricusa, s’egli indugia», non può togliergli di
bocca, iniziando il discorso: «Ov’egli Pronto ubbidisca». E ancora, se
nella Prefazione al _Carmagnola_ (155) riesce a fare a meno dell’inviso
pronome, sostituendo «quando è» a «quando egli è»; nella tragedia si
vede costretto, se vuol cancellare un incomodo «dunque», ad accettar il
soccorso che gli offre proprio quel pronome. Dove prima faceva dire dal
Conte (214):

                  E che! Sì nuova
  Dunque mi giunge una vittoria? E parvi
  Che questa gioja mi confonda il core....?,

dopo, ha modificato:

               E che! Sì nova
  Mi giunge una vittoria? E vi par egli
  Che questa gioia mi confonda il core....?[144]

Anche quanto agli arcaismi il poeta si sente le mani legate. A volte, la
correzione è agevole; come quando muta «e tostamente un guardo» in «e
subito uno sguardo» (184), ovvero quando trasforma le frasi, che per di
più si seguivano a breve distanza (91): «E guata al lume della luna»,
«Perchè così mi guati Attonito?...», nelle altre: «E osserva al lume
della luna», «Perchè così mi guardi Attonito?...». Ma nel primo Coro
dell’_Adelchi_ (75) gli era convenuto meglio non toccare il verso:

  I figli pensosi pensose guatar.

Come pure non toccò «le gioie dei prandi festosi», contento ad accorciar
gl’_j_ di «gioje» e di «prandj»; «t’aiti Quel tuo figliuol» (41), «nosco
trarrem Gerberga» (72), «se quandunque mentirò» (90), «le grazie a lui
rendute» (49), «ricòrdivi di me» (260), «del solio indegna» (65; mentre
altrove: «Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?», p. 21, e «Quei che
il crollante Soglio reggere han fermo», p. 96); e tante altre forme e
frasi di uso o di sapore più o men vieto,[145] fino a quell’ammuffito
e curioso «E comple?» (69), che un critico maligno ebbe subito a
rimproverargli, senza che un giudice ben altrimenti equo e gentile, «per
ammenda tarda, ma dolce ancor», ne lo redarguisse.[146]

Rari sono i ritocchi un po’ più essenziali. Dal diacono Martino,
nell’_Adelchi_ (II, 3; p. 45), aveva fatto narrare, equivocando sulla
topografia:

                  L’orme ripresi
  Poco innanzi calcate: indi alla destra
  Piegai verso aquilone....

Il marchese Cesare d’Azeglio lo avvertì dello svarione, ed egli corresse:
«alla manca piegai». L’equivoco, dichiarò nella famosa lettera del 22
settembre 1823, «è nato dall’aver io... dimenticato affatto che in quel
momento io rappresentava il viaggiatore tornato indietro dalle Chiuse
verso l’Italia. Non badai a quella sua situazione accidentale, e lo
immaginai rivolto con la persona verso il campo di Carlomagno, dove, per
dir così, guardavano i suoi disegni».

Qualche verso aggiunse, per giovare alla chiarezza o all’armonia (cfr.
p. 52, 103, 251); qualche altro cancellò, che reputò forse ozioso (cfr.
p. 65); ne modificò felicemente altri (cfr. p. 96, 111). Notevole, per
chi ricordi quale largo uso della parola _orma_, rimastagli forse nelle
orecchie dalle letture del Parini e del Monti, il Manzoni abbia fatto, la
correzione della strana frase cadutagli dalla penna (91): «se un’orma,
se un respiro intendi», che richiama il melodrammatico «sento l’orma
dei passi spietati». Sostituì garbatamente: «se un passo, se un respiro
ascolti».

A ciascun componimento, o gruppo di componimenti, ho premesso una
noticina bibliografica; la quale, davanti alla _Lettre à m. C***_, ha
assunte le proporzioni d’una vera e propria prefazione. Ed ivi, come nel
discorso che precede, mi son largamente giovato delle interessantissime
lettere scritte dal Manzoni al Fauriel, e pubblicate dal De Gubernatis.
Non so se le mende innumerevoli del testo francese siano da attribuire a
chi ebbe a ricopiarle o alla tipografia fiorentina; ma a buon conto mi
son creduto lecito, e vorrei quasi dire in dovere, di ripubblicarne i
brani, che mi veniva fatto di riferire, secondo la corretta ortografia
della mirabile _Lettera_ (mirabile anche per la squisita forma francese)
_Sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia_.

  _Torriggia, 24 settembre 1906_

                                                       MICHELE SCHERILLO.

[137] Nella lettera al Fauriel del 12 settembre 1822, il Manzoni ancora
discorreva di modificazioni apportate all’_Adelchi_, in corso di stampa.
«J’ai fait une addition», scriveva, «de quelques vers à la dernière scène
de l’acte 2ᵉ, sur l’avis de Visconti, qui a observé que ce qui a dû se
passer dans l’intervallo du 2ᵉ au 3ᵉ acte n’est pas assez clairement,
ou au moins pas assez tôt, expliqué, au commencement de celui-ci. Il a
prétendu, je crois avec raison, qu’en annonçant d’avance cet effet d’une
marche qui a l’air d’une retraite, on préparerait mieux le lecteur à le
comprendre sans fatigue dès l’ouverture, du 3ᵐᵉ acte». E mandò il brano
da «Intento, Dalle vedette sue....» fino a «Risvegliator non aspettato»
(p. 52). Soggiungeva: «Enfin, dans la scène 7ᵉ du 3ᵉ acte, cette
description du petit combat d’Anfrido m’a paru par trop embrouillée, et
j’ai tâché de la rendre un peu plus claire en changeant depuis _Confusi_
vers 3ᵐᵉ jusqu’à _Arrenditi_, ainsi que vous trouverez ci-contre». E
trascrisse l’altro brano (p. 66), da «Gran parte Gettan d’arme....» fino
ad «Arrenditi, Gli gridiamo....».

[138] Quegli abbozzi, quali il Bonghi li pubblicò, formicolano, è
vero, di errori e di sviste d’ogni genere; ma non sarebbe stato arduo
coreggerli o scansarli. Comunque, la colpa del Bonghi sta principalmente
nell’essersi egli troppo fidato nelle copie e nelle collazioni, eseguite
da chi non aveva nè l’occhio nè la mano nè la preparazione per lavori
di tal genere. Come spiegare altrimenti (basta un esempio per tutti!)
ch’ei stampi, nel primo getto della _Pentecoste_, «Oh scendi, autor di
Vergini.....», senza accorgersi che ivi debba dire «altor di Vergini»?
(Cfr. pag. 482).

[139] Do anche le varianti della _Prefazione_ e delle _Notizie storiche_
che illustrano _Il Conte di Carmagnola_; non così quelle delle _Notizie
storiche_ premesse all’_Adelchi_, perchè da principio m’era parso che non
ne francasse la spesa.

[140] Preziosa è la dichiarazione che il poeta si vede costretto a fare
in una nota alle _Notizie storiche_ premesse al _Carmagnola_, a proposito
di Nicolò Piccinino. Dice (pag. 177): «Per servire alla dignità del
verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato
con quello di Fortebraccio....». Dunque il verso ha «una dignità» che la
prosa non conosce, e che va rispettata! Nel primo getto il Manzoni non
s’era fatto riguardo d’infilzare in un verso (pag. 287): «Il Pergola, il
Torello, il Piccinino». Che gli abbia poi incusso paura il ricordo dei
«Salamini» dell’_Ajace_ foscoliano?

[141] Il cangiamento precisamente opposto venne _compiendo_ il Parini
nel ritoccare i suoi poemetti: dove prima aveva scritto _tra_, venne
sostituendo _fra_. E s’intende: agl’intenti del poeta popolano rispondeva
meglio render sempre più ricercata e preziosa la forma del _Giorno_; come
ai propositi del poeta di sangue gentile si confaceva lo sfrondare il suo
stile d’ogni futile pompa.

[142] _Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua_; 4ª
ed.. Napoli, Pierro, 1895, pag. 102.

[143] Poco avanti, a pag. 138, non dubitò tuttavia di correggere: «tra
loro tre».

[144] Anche nel Romanzo (cap. II, pag. 26) fa dir da Perpetua: «Oh! vi
par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?». Ma in tutto il libro
non ce n’è che un altro solo di codesti _egli_ pleonastici, nel cap.
XXIII, pag. 327: «E questa consolazione.... vi par egli ch’io dovessi
provarla...?».

[145] Nel Coro dell’atto III dell’_Adelchi_, in luogo di «valli petrose»
(75), il Manzoni aveva, nel primo getto, scritto (144) «valli rigose»,
che vuol dire «valli nel cui fondo scorre un rivo», ovvero «irrigue».
Il Bonghi, non so perchè, v’appose un segno d’interrogazione (?).

[146] Cfr. D’OVIDIO, _Le correzioni_ ecc., p. 210 ss.



LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI

DI

ALESSANDRO MANZONI



AL LETTORE[147]


L’autore non avrebbe certamente pensato da sè a raccogliere in un volume
questi scritti, già quasi tutti da lui pubblicati separatamente, in
diversi tempi. Chè, mentre le prime edizioni giacevano in gran parte, e
alcune da qualche anno, sparse e dimenticate presso i librai, o ammontate
in casa sua, gli sarebbe parso un pensiero troppo strano quello d’offrire
al pubblico tutt’in una volta, tanti lavori che, a uno a uno, il pubblico
non aveva voluti. Ma vedendo che ai _contraffattori_, gente, per dir la
verità, più abile e più fortunata, la cosa era riuscita, ha creduto che
non sarebbe temerità il tentar se potesse riuscire anche a un’edizione
riconosciuta da lui. Non avrebbe però avuto, come loro, il coraggio di
riprodurre questi lavori tal e quali gli erano sfuggiti dalle mani la
prima volta; e ha quindi dovuto ritoccarli, non già con la pretensione
stravagante di metterli in una buona forma; ma per levarne almeno quelle
deformità che, rivedendoli dopo tanto tempo, gli davan più nell’occhio,
e alle quali, insieme, gli pareva di poter con facilità e con certezza
sostituir qualcosa di meno male. Vuol dire che non s’è potuto ritoccar
quasi altro che le prose; giacchè i versi, se è più facile farli male,
è anche più difficile raccomodarli. Ha poi ridotti i lavori suddetti a
quelli che avrebbe voluti ristampare, come meno indegni di morire a
poco a poco, se il pensiero di ristamparli fosse potuto nascere a lui.
Dimanierachè questa raccolta, col romanzo intitolato _I Promessi Sposi_,
dell’edizione riveduta da lui, e con l’opuscolo aggiuntovi (_Storia della
Colonna Infame_), comprende tutti gli scritti che riconosce per suoi, e
nella forma che li riconosce. Finalmente ha creduto di poter profittare
di questa occasione per arrischiare qualche scritto inedito, che, uscendo
solo, avrebbe, di certo, avuta la sorte degli altri, cioè di morir
nascendo; e, questa volta, senza la probabilità d’esser resuscitato da’
_contraffattori_; perchè l’autore, dovesse anche passar per ingrato e per
malavveduto, intende di valersi oramai dell’aiuto delle leggi e delle
convenzioni, per preservarsi dal loro.

  Milano, maggio 1845.

[147] Prefazione al volume: «_Opere varie_ | di | ALESSANDRO MANZONI. ||
Edizione riveduta dall’autore. || Milano | Dalla tipografia di Giuseppe
Redaelli. | 1845.».



ADELCHI

TRAGEDIA.


NOTA.—La prima edizione è del 1822, Milano, per Vincenzo Ferrario.
Ristampata varie volte da altri, in Italia e all’estero (è quasi doveroso
segnalare l’accuratissima edizione: _Opere poetiche | di | ALESSANDRO
MANZONI | con | prefazione | di | GOETHE._ || Jena | per Federico Frommann
| 1827.), il Manzoni la ristampò per suo conto, con qualche ritocco, nel
1845, nel volume delle _Opere varie_; e da ultimo, nel 1870. Seguiamo
queste due ristampe autentiche, segnando a pie’ di pagina le varianti
della prima edizione. I ritocchi, anche minimi, d’un così diligente e
minuzioso stilista, non ci paiono privi d’interesse. Tuttavia, questa è
la prima volta, crediamo, ch’essi siano tutti rilevati e inventariati.
Ricordiamo però che delle incoerenze fra la posteriore teoria sulla
lingua professata e propugnata dal Manzoni, e la lingua da lui adoperata
nei componimenti poetici, ebbe già a discorrere, succintamente ma con
l’usato acume e la singolare dottrina, il D’OVIDIO (_Le correzioni ai
Promessi Sposi e la questione della lingua_; 4ª ediz.; Napoli, Pierro,
1895; pag. 208-10)

                                                               SCHERILLO.

ALLA DILETTA E VENERATA SUA MOGLIE ENRICHETTA LUIGIA BLONDEL LA QUALE
INSIEME CON LE AFFEZIONI CONIUGALI E CON LA SAPIENZA MATERNA POTÈ SERBARE
UN ANIMO VERGINALE CONSACRA QUESTO ADELCHI L’AUTORE DOLENTE DI NON
POTERE A PIÙ SPLENDIDO E A PIÙ DUREVOLE MONUMENTO RACCOMANDARE IL CARO
NOME E LA MEMORIA DI TANTE VIRTÙ.



NOTIZIE STORICHE


FATTI ANTERIORI ALL’AZIONE COMPRESA NELLA TRAGEDIA.

Nell’anno 568, la nazione longobarda, guidata dal suo re Alboino, uscì
dalla Pannonia, che abbandonò agli Avari; e ingrossata di ventimila
Sassoni e d’uomini d’altre nazioni nordiche, scese in Italia, la
quale allora era soggetta agl’imperatori greci; ne occupò una parte,
e le diede il suo nome, fondandovi il regno, di cui Pavia fu poi la
residenza reale.(1) Con l’andar del tempo, i Longobardi dilatarono
in più riprese i loro possessi in Italia, o estendendo i confini del
regno, o fondando ducati, più o meno dipendenti dal re. Alla metà
dell’ottavo secolo, il continente italico era occupato da loro, meno
alcuni stabilimenti veneziani in terra ferma, l’esarcato di Ravenna
tenuto ancora dall’Impero, come pure alcune città marittime della Magna
Grecia. Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agli imperatori;
ma la loro autorità vi si andava restringendo e indebolendo di giorno
in giorno, e vi cresceva quella de’ pontefici.(2) I Longobardi fecero,
in diversi tempi, delle scorrerie su queste terre; e tentarono anche
d’impossessarsene stabilmente.

754.—Astolfo, re de’ Longobardi, ne invade alcune, e minaccia il
rimanente. Il papa Stefano II si porta a Parigi, e chiede soccorso a
Pipino, che unge in re de’ Franchi. Pipino scende in Italia; caccia
Astolfo in Pavia, dove lo assedia, e, per intercessione del papa,
gli accorda un trattato, in cui Astolfo giura di sgomberare le città
occupate.

755.—Ripartiti i Franchi, Astolfo non mantiene il patto, anzi assedia
Roma, e ne devasta i contorni. Stefano ricorre di nuovo a Pipino:
questo scende di nuovo: Astolfo corre in fretta alle Chiuse dell’Alpi:
Pipino le supera, e spinge Astolfo in Pavia. Vicino a questa città, si
presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a
pregarlo, con promesse di gran doni, che rimettesse all’Impero le città
dell’esarcato, che aveva riprese ai Longobardi. Ma Pipino rispose che
non aveva combattuto per servire nè per piacere agli uomini, ma per
divozione a san Pietro, e per la remissione de’ suoi peccati; e che, per
tutto l’oro del mondo, non vorrebbe ritogliere a san Pietro ciò che una
volta gli aveva dato.(3) Così fu troncata brevemente nel fatto quella
curiosa questione, sul diritto della quale s’è disputato fino ai nostri
giorni inclusivamente: tanto l’ingegno umano si ferma con piacere in una
questione mal posta. Astolfo, stretto in Pavia, venne di nuovo a patti,
e rinnovò le vecchie promesse. Pipino se ne tornò in Francia, e mandò al
papa la donazione in iscritto.

756.—Muore Astolfo: Desiderio, nobile di Broscia,(4) duca longobardo,
aspira al regno; raduna i Longobardi della Toscana, dove si trovava,
speditovi da Astolfo,(5) e viene da essi eletto re. Ratchis, quel
fratello d’Astolfo, ch’era stato re prima di lui, e s’era fatto monaco,
ambisce di nuovo il regno; esce dal chiostro, fa raccolta d’uomini,
e va contro Desiderio. Questo ricorre al papa; il quale, fattogli
promettere che consegnerebbe le città già occupate da Astolfo, e non
ancora rilasciate,(6) consente a favorirlo, e consiglia a Ratchis di
ritornarsene a Montecassino. Ratchis ubbidisce; e Desiderio rimane re de’
Longobardi.

Non si sa precisamente in qual anno, ma certo in uno de’ primi del suo
regno, Desiderio fondò, insieme con Ansa sua moglie, il monastero di san
Salvatore, che fu poi detto di santa Giulia, in Brescia: Ansberga, o
Anselperga, figlia di Desiderio, ne fu la prima badessa.(7)

758.—Alboino, duca di Benevento, e Liutprando, duca di Spoleto, si
ribellano a Desiderio, mettendosi sotto la protezione di Pipino.
Desiderio gli attacca, gli sconfigge, fa prigioniero Alboino, e mette
in fuga Liutprando.(8) In quest’anno, o nel seguente, fu associato al
regno il figliuolo di Desiderio, nelle lettere de’ papi e nelle cronache
chiamato Adelgiso, Atalgiso, o anche Algiso, ma negli atti pubblici,
_Adelchis_.

Nell’anno 768 morì Pipino: il regno de’ Franchi fu diviso tra Carlo e
Carlomanno suoi figli. Le lettere a Pipino, di Paolo I e di Stefano III,
successori di Stefano II, sono piene di lamenti e di richiami contro
Desiderio, il quale non restituiva le città promesse, anzi faceva nuove
occupazioni.

770.—Bertrada, vedova di Pipino, desiderosa di stringer legami d’amicizia
tra la sua casa e quella di Desiderio, viene in Italia, e propone due
matrimoni: di Desiderata o Ermengarda,(9) figlia di Desiderio, con uno
de’ suoi figli, e di Gisla sua figlia con Adelchi. Stefano III scrive
ai re Franchi la celebre lettera, con la quale cerca di dissuaderli dal
contrarre un tal parentado.(10) Ciononostante, Bertrada condusse seco in
Francia Ermengarda; e Carlo, che fu poi detto il magno, la sposò.(11) Il
matrimonio di Gisla con Adelchi non fu concluso.

771.—Carlo, non si sa bene per qual cagione, ripudia Ermengarda, e sposa
Ildegarde, di nazione Sveva.(12) La madre di Carlo, Bertrada, biasimò il
divorzio; e questo fu cagione del solo dissapore che sia mai nato tra
loro.(13) Muore Carlomanno: Carlo accorre a Carbonac nella Selva Ardenna,
al confine de’ due regni: ottiene i voti degli elettori: è nominato re
in luogo del fratello; e riunisce così gli stati divisi alla morte di
Pipino. Gerberga, vedova di Carlomanno, fugge co’ suoi due figli, e con
alcuni baroni, e si ricovera presso Desiderio. Carlo ne fu punto sul
vivo.(14)

772.—A Stefano III succede Adriano. Desiderio gli spedisce un’ambasciata
per chiedergli la sua amicizia: il nuovo papa risponde che desidera
di stare in pace con quel re, come con tutti i cristiani; ma che non
vede come possa fidarsi d’un uomo il quale non ha mai voluto adempir
la promessa, fatta con giuramento, di rendere alla Chiesa ciò che le
appartiene. Desiderio invade altre terre della Donazione.(15)


FATTI COMPRESI NELL’AZIONE DELLA TRAGEDIA.

772-774.—Mentre Carlo combatteva contro i Sassoni, ai quali prese
Eresburgo (secondo alcuni,(16) Stadtberg nella Vestfalia), Desiderio, per
vendicarsi di lui, e inimicarlo a un tempo col papa, pensò d’indur questo
a incoronar re de’ Franchi i due figli di Gerberga; e gli propose, con
grande istanza, un abboccamento. Per un re barbaro e di tempi barbari,
il ritrovato non era senza merito. Ma Adriano si mostrò, come doveva,
alienissimo dal secondare un tal disegno; del resto, disse d’esser pronto
ad abboccarsi col re, dove a questo fosse piaciuto, quando però fossero
state restituite alla Chiesa le terre occupate.(17) Desiderio ne invase
delle altre, e le mise a ferro e a fuoco.(18) In tali angustie, e dopo
avere invano spedita un’ambasciata, a supplicarlo e ad ammonirlo, Adriano
mandò un legato a chieder soccorso a Carlo.(19) Poco dopo, arrivarono a
Roma tre inviati di questo, Albino suo confidente,(20) Giorgio vescovo,
e Wulfardo abate, per accertarsi se le città della Chiesa erano state
sgomberate, come Desiderio voleva far credere in Francia. Il papa,
quando partirono, mandò in loro compagnia una nuova ambasciata, per fare
un ultimo tentativo con Desiderio; il quale, non potendo più ingannar
nessuno, disse che non voleva render nulla.(21) Con questa risposta i
Franchi se ne tornarono a Carlo, il quale svernava in Thionville, dove
gli si presentò pure Pietro, il legato di Adriano.(22)

Circa quel tempo, dovette il re de’ Franchi ricevere una men nobile
ambasciata, inviatagli segretamente da alcuni tra’ principali longobardi,
per invitarlo a scendere in Italia, e ad impadronirsi del regno,
promettendogli di dargli in mano Desiderio e le sue ricchezze.(23)

Carlo radunò il _campo di maggio_, o, come lo chiamano alcuni annalisti,
il _sinodo_, in Ginevra; e la guerra vi fu decisa.(24) S’avviò quindi
con l’esercito alle Chiuse d’Italia. Erano queste una linea di mura,
di bastite e di torri, verso lo sbocco di Val di Susa, al luogo che
serba ancora il nome di Chiusa. Desiderio le aveva ristaurate e
accresciute;(25) e accorse col suo esercito a difenderle. I Franchi di
Carlo vi trovarono molto maggior resistenza, che quelli di Pipino.(26)
Il monaco della Novalesa, citato or ora, racconta che Adelchi, robusto,
come valoroso, e avvezzo a portare in battaglia una mazza di ferro, gli
appostava dalle Chiuse, e piombando loro addosso all’improvviso, co’
suoi, percoteva a destra e a sinistra, e ne faceva gran macello.(27)
Carlo, disperando di superare le Chiuse, nè sospettando che ci
fosse altra strada per isboccare in Italia, aveva già stabilito di
ritornarsene,(28) quando arrivò al campo de’ Franchi un diacono, chiamato
Martino, spedito da Leone, arcivescovo di Ravenna; e insegnò a Carlo un
passo per scendere in Italia. Questo Martino fu poi uno de’ successori di
Leone su quella sede.(29)

Mandò Carlo per luoghi scoscesi una parte scelta dell’esercito, la
quale riuscì alle spalle de’ Longobardi, e gli assalì: questi, sorpresi
dalla parte dove non avevano pensato a guardarsi, e essendoci tra loro
de’ traditori, si dispersero. Carlo entrò allora col resto de’ suoi
nelle Chiuse abbandonate.(30) Desiderio, con parte di quelli che gli
eran rimasti fedeli, corse a chiudersi in Pavia; Adelchi in Verona,
dove condusse Gerberga co’ figliuoli.(31) Molti degli altri Longobardi
sbandati ritornarono alle loro città: di queste alcune s’arresero
a Carlo, altre si chiusero e si misero in difesa. Tra quest’ultime
fu Brescia, di cui era duca il nipote di Desiderio, Poto, che, con
inflessione leggiera, e conforme alle variazioni usate nello scrivere i
nomi germanici, è in questa tragedia nominato Baudo. Questo, con Answaldo
suo fratello, vescovo della stessa città, si mise alla testa di molti
nobili, e resistette a Ismondo conte, mandato da Carlo a soggiogare
quella città. Più tardi, il popolo, atterrito dalle crudeltà che Ismondo
esercitava contro i resistenti che gli venivano nelle mani, costrinse i
due fratelli ad arrendersi.(32)

Carlo mise l’assedio a Pavia, fece venire al campo la nuova sua moglie,
Ildegarde; e vedendo che quella città non si sarebbe arresa così presto,
andò, con vescovi, conti e soldati, a Roma, per visitare i limini
apostolici e Adriano, dal quale fu accolto come un figlio liberatore.(33)
L’assedio di Pavia durò parte dell’anno 773 e del seguente: non
credo che si possa fissar più precisamente il tempo, senza incontrar
contradizioni tra i cronisti, e questioni inutili al caso nostro, e forse
insolubili. Ritornato Carlo al campo sotto Pavia, i Longobardi, stanchi
dall’assedio, gli apriron le porte.(34) Desiderio, consegnato da’ suoi
_Fedeli_ al nemico,(35) fu condotto prigioniero in Francia, e confinato
nel monastero di Corbie, dove visse santamente il resto de’ suoi
giorni.(36) I Longobardi accorsero da tutte le parti a sottomettersi,(37)
e a riconoscer Carlo per loro re. Non si sa bene quando si presentasse
sotto Verona: al suo avvicinarsi, Gerberga gli andò incontro co’ figli,
e si mise nelle sue mani. Adelchi abbandonò Verona, che s’arrese; e di là
si rifugiò a Costantinopoli, dove, accolto onorevolmente, si fermò: dopo
vari anni, ottenne il comando d’alcune truppe greche, sbarcò con esse in
Italia,(38) diede battaglia ai Franchi, e rimase ucciso.(39)

Nella tragedia, la fine di Adelchi si è trasportata al tempo che uscì
da Verona. Questo anacronismo, e l’altro d’aver supposta Ansa già morta
prima del momento in cui comincia l’azione (mentre in realtà quella
regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì), sono
le due sole alterazioni essenziali fatte agli avvenimenti materiali e
certi della storia. Per ciò che riguarda la parte morale, s’è cercato
d’accomodare i discorsi de’ personaggi all’azioni loro conosciute, e alle
circostanze in cui si sono trovati. Il carattere però d’un personaggio,
quale è presentato in questa tragedia, manca affatto di fondamenti
storici: i disegni d’Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue
inclinazioni, tutto il carattere in somma è inventato di pianta, e
intruso tra i caratteri storici, con un’infelicità, che dal più dificile
e dal più malevolo lettore non sarà, certo, così vivamente sentita come
lo è dall’autore.


USANZE CARATTERISTICHE, ALLE QUALI SI ALLUDE NELLA TRAGEDIA.

_Atto I, scena II, verso 149._—Il segno dell’elezione de’ re longobardi
era di mettere loro in mano un’asta.(40)

_Scena III, verso 212._—Alle giovani longobarde si tagliavano i capelli,
quando andavano a marito: le nubili sono dette nelle leggi: _figlie in
capelli_.(41) Il Muratori dice, senza però addurne prove, ch’erano anche
chiamate _intonse_; e vuole che di qui sia venuta la voce _tosa_, che
vive ancora in qualche dialetto di Lombardia.(42)

_Scena V, verso 335._—Tutti i Longobardi in caso di portar l’armi, e
che possedevano un cavallo, eran tenuti a marciare: il Giudice poteva
dispensarne un piccolissimo numero.(43)

_Atto III, scena I, verso 78._—Ne’costumi germanici, il dipendere
personalmente da’ principali era, già ai tempi di Tacito, una distinzione
ambita.(44) Questa dipendenza, nel medio evo, comprendeva il servizio
domestico e il militare; ed era un misto di sudditanza onorevole, e di
devozione affettuosa. Quelli che esercitavano questa condizione erano da’
Longobardi chiamati _Gasindi_: ne’ secoli posteriori invalse il titolo
_domicellus_; e di qui il _donzello_, che è rimasto nella parte storica
della lingua. Questa condizione, diversa affatto dalla servile, si trova
ugualmente ne’ secoli eroici; ed è una delle non poche somiglianze che
hanno que’ tempi con quelli che Vico chiamò _della barbarie seconda_.
Patroclo, ancor giovinetto, dopo avere ucciso, in una rissa, il figlio
d’Anfidamante, è mandato da suo padre in rifugio in casa del _cavalier_
Peleo, il quale lo alleva, e lo mette al servizio d’Achille, suo
figlio.(45)

_Scena IV, verso 212._—L’omaggio si prestava dai Franchi in ginocchio, e
mettendo le mani in quelle del nuovo signore.(46)

_Atto IV, scena II, verso 221._—Una delle formalità del giuramento presso
i Longobardi, era di metter le mani su dell’armi, benedette prima da un
sacerdote.(47)

_Coro nell’atto IV, st. 7._—Carlo, come i suoi nazionali, era portato per
la caccia.(48) Un poeta anonimo, suo contemporaneo, imitatore studioso di
Virgilio, come si poteva esserlo nel secolo IX, descrive lungamente una
caccia di Carlo, e le donne della famiglia reale, che la stanno guardando
da un’altura.(49)

_Coro suddetto, st. 10._—Si dilettava anche molto dei bagni d’acque
termali; e perciò fece fabbricare il palazzo d’Aquisgrana.(50)

       *       *       *       *       *

Il vocabolo _Fedele_, che torna spesso in questa tragedia, c’è sempre
adoprato nel senso che aveva ne’ secoli barbari, cioè come un titolo di
vassallaggio. Non trovando altro vocabolo da sostituire, e per evitar
l’equivoco che farebbe col senso attuale, non s’è potuto far altro
che distinguerlo con l’iniziale grande. _Drudo_, che aveva la stessa
significazione, ed è d’evidente origine germanica,(51) riuscirebbe più
strano, essendo serbato a un senso ancor più esclusivo. Nella lingua
francese, il _fidelis_ barbarico s’è trasformato in _féal_, e c’è
rimasto; e le cagioni della differente fortuna di questo vocabolo nelle
due lingue, si trovano nella storia de’ due popoli. Ma c’è pur troppo,
tra quelle così differenti vicende, una trista somiglianza: i Francesi
hanno conservata nel loro idioma questa parola a forza di lacrime e di
sangue; e a forza di lacrime e di sangue, è stata cancellata dal nostro.


NOTE DEL MANZONI ALLE NOTIZIE STORICHE

(1) PAUL DIAC., _De gestis Langob._, lib. 2.

(2) Una descrizione più circostanziata delle divisioni dell’Italia in quel
tempo ci condurrebbe a questioni intricate e inopportune. V. MURAT.,
_Antich. Ital._, dissert. seconda.

(3) _Affirmans etiam sub juramento, quod per nullius hominis favorem
sese certamini sæpius dedisset, nisi pro amore Beati Petri, et venia
delictorum; asserens et hoc, quod nulla eum thesauri copia suadere
raleret, ut quod semel Beato Petro obtulit, auferret._ ANASTAS.
Biblioth.; _Rer. It._, t. III, p. 171.

(4) _Cujus (~Brixiæ~) ipse Desiderius nobilis erat._ RIDOLF. Notar.,
_Hist._ ap. BIEMMI, _Ist. di Brescia_ (Del secolo XI).—SICARDI Episc.;
_Rer. It._, t. VII, p. 577, e altri.

(5) ANAST., 172.

(6) _Sub jurejurando pollicitus est restituendum Beato Petro civitates
reliquas, Faventiam, Imolam, Ferrariam, cum eorum finibus, etc._ STEPH.,
_Ep. ad Pipin._; Cod. Car. 8.

(7) _Anselperga sacrata Deo Abbatissa Monasterii Domini Salvatoris, quod
fundatum est in civitate Brixia, quam Dominus Desiderius excellentissimus
rex, et Ansam precellentissimam reginam, genitores ejus, ab fundamentis
edificaverunt...._ Dipl. an. 761; apud MURAT., _Antiquit. Italic._,
dissert. 66, t. V, p. 499.

(8) PAUL., _Ep. ad Pip._; Cod. Car. 15.

(9) Le cronache di que’ tempi variano perfino ne’ nomi, quando però li
danno.

(10) Cod. Carol., Epist. 45.

(11) _Berta duxit filiam Desiderii regis Langobardorum in Franciam._
Annal. Nazar. ad h. an.; _Rer. Fr._, t, V, p. 11.

(12) _Cum, matris hortatu, filiam Desiderii regis Langobardorum duxisset
uxorem, incertum qua de causa, post annum repudiavit, et Hildegardem
de gente Suavorum præcipuæ nobilitatis feminam in matrimonium
accepit._—_Karol, M, Vita per EGINHARDUM_, 18. (Scrittore contemporaneo).

(13) _Ita ut nulla invicem sit exorta discordia, præter in divortio filiæ
Regis Desiderii, quam, illa suadente, acceperat._ EGINH., in _Vita Kar._,
ibid.

(14) _Rex autem hanc eorum profectionem, quasi supervacuam, impatienter
tulit._ EGINH., _Annal._ ad h. annum.

(15) ANAST., 180.

(16) HEGEVISCH, _Hist. de Charlem._, trad. de l’allem., p. 116.

(17) ANAST., 181.

(18) Id., 182.

(19) Id., 183.

(20) _Albinus deliciosus ipsius regis._ ANAST., 184. V. MUR., _Ant. It._,
diss. 4.

(21) _Asserens se minime quidquam redditurum._ ANAST., ibid.

(22) _Annal. Tiliani_, _Loiseliani_, _Cronac. Moissiacense_, ed altri,
nel t. V _Rer. Franc._ In generale, gli annalisti di que’ secoli che noi
chiamiamo barbari, sanno, nelle cose di poca importanza, copiarsi l’uno
con l’altro, al pari di qualunque letterato moderno: s’accordano poi a
maraviglia nel passar sotto silenzio ciò che più si vorrebbe sapere.

(23) _Sed dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam
ex proceribus Langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi,
quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum Italiæ sub sua ditione
obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus
traderent vinctum, et opes multas, etc.... Quod ille prædictus rex
Carolus cognoscens, cum.....ingenti multitudine Italiam properavit._
ANONIM. SALERNIT., _Chron._, c. 9; _R. It._, t. II, part. II, p.
180.—Scrisse nel secolo X.

(24) V. gli annalisti citati sopra, e EGINH., _Annal._ ad an. 773.

(25) ANAST., p. 184.—_Chron. Novaliciense_, 1. 3, c. 9; _R. It._, t. II,
part. II, p. 717.—Il monaco, anonimo autore di questa cronaca, visse,
secondo le congetture del Muratori, verso la metà del secolo XI.

(26) _Firmis qui (~Desiderius~) fabricis præcludens limina regni, Arcebat
Francos aditu._—Ex FRODOARDO, _de Pontif. Rom._; _R. Fr._, t. V, p. 463.
Frodoardo, canonico di Rheims, visse nel X secolo.

(27) _Erat enim Desiderio filius nomine Algisus, a juventute sua fortis
viribus. Hic baculum ferreum equitando solitus erat ferre tempore
hostili.... Cum autem hic juvenis dies et noctes observaret, et Francos
quiescere cerneret, subito super ipsos irruens, percutiebat cum suis a
dextris et a sinistris, et maxima cæde eos prosternebat._ Chron. Nov., 1.
3, c. 10.

(28) _.....Claustrisque repulsi, In sua præcipitem meditantur regna
regressum. Una moram reditus tantum nox forte ferebat._ FRODOARD., ib.
_Dum vellent Franci alio die ad propria reverti._ ANAST., p. 184.

(29) _Hic (~Leo~) primus Francis Italiæ iter ostendit per Martinum
diaconum suum, qui post eum quartus Ecclesiæ regimen tenuit, et ab eo
Karolus rex invitatus Italiam venit._ AGNEL., _Raven. Pontif._; _R. It._,
t. II, p. 177.— Scrisse Agnello nella prima metà del secolo IX, e conobbe
Martino, di cui descrive l’alta statura e le forme atletiche. _Ibid._, p.
182.

(30) _Misit autem (~Karolus~) per difficilem ascensum montis legionem
ex probatissimis pugnatoribus, qui, transcenso monte, Langobardos cum
Desiderio rege eorum... in fugam converterunt. Karolus vero rex, cum
exercitu suo, per apertas Clusas intravit._ Chron. Moissiac.; _Rer. Fr._,
t. V, p. 69.—Questa cronaca d’incerto autore termina all’anno 818.

(31) ANAST., 184.

(32) RIDOLFI Notarii _Histor._, apud BIEMMI, _Istoria di Brescia_, t. II,
(Del secolo XI).

(33) ANAST., 185 e seg.

(34) _Langobardi obsidione pertæsi civitate cum Desiderio rege egrediuntur
ad regem._ Annal. Lambech; _R. Fr._, V, 64.

(35) _Desiderius a suis quippe, ut diximus, Fidelibus callide est ei
traditus._ Anon. Salern., 179.

(36) _Rer. Fr._, t, V, p. 385.

(37) _Ibique venientes undique Langobardi de singulis civitatibus Italiæ,
subdiderunt se dominio et regimini gloriosi regis Karoli._ Chron.
Moissiac.; _Rer. Fr._, V. 70.

(38) HADRIANI _Epist. ad Karolum._, Cod. Carol., 90 e 88.

(39) Ex SIGIBERTI _Chron._; _Rer. Fr._, V, 377.

(40) _Cui (~Hildeprando~) dum contum, uti moris est, traderent._ PAUL.
DIAC., 1. 6, c. 55.

(41) _Si quis Langobardus, se vivente, suas filias nuptui tradiderit, et
alias filias in capillo in casa reliquerit...._ LIUTPRANDI _Leg._, l. 1,
2.

(42) V. la nota al passo citato, _Rer. It._, t. I, part. II. p. 51.

(43) _De omnibus Judicibus, quomodo in exercitu ambulandi causa necessitas
fuerit, non mittant alios homines, nisi tantummodo qui unum caballum
habeant, idest homines quinque, etc._ LIUTPR. _Leg._, 1. 6, 29.

(44) _Insignis nobilitas, aut magna patrum merita principis dignationem
etiam adolescentulis assignant; cæteris robustioribus, ac jampridem
probatis aggregantur: nec rubor inter comites aspici._ TACIT., _German._,
13.

(45) HOMER., _Il._, lib. 23, v. 90.

(46) _Tassilo dux Bajoariorum.... more francico, in manus regis, in
vassaticum, manibus suis, semetipsum commendavit._ EGINH., _Annal._;
_Rer. Fr._, t. V, p. 198.

(47) _Juret ad arma sacrata._ ROTHARIS _Leg._, 364. V. MURAT., _Ant. It._,
dissert. 38.

(48) _Assidue exercebatur equitando ac venando, quod illi gentilitium
erat._ EGINH., _Vit. Kar._, 22.

(49) _Rer. Fr._, t. V, p. 388.

(50) _Delectabatur etiam vaporibus aquarum naturaliter calentium.... Ob
hoc etiam Aquisgrani Regiam extruxit._ EGINH., _Vit. Kar._, 22.

(51) _Treu_, fedele.



PERSONAGGI


LONGOBARDI

  DESIDERIO, re.
  ADELCHI, suo figlio, re.
  ERMENGARDA, figlia di Desiderio.
  ANSBERGA, figlia di Desiderio, badessa.
  VERMONDO, scudiero di Desiderio.
  ANFRIDO,
  TEUDI, scudieri d’Adelchi.
  BAUDO, duca di Brescia.
  GISELBERTO, duca di Verona.
  ILDECHI,
  INDOLFO,
  FARVALDO,
  ERVIGO,
  GUNTIGI, duchi.
  AMRI, scudiero di Guntigi.
  SVARTO, soldato.

FRANCHI

  CARLO, re.
  ALBINO, legato.
  RUTLANDO,
  ARVINO, conti.

LATINI

  PIETRO, legato d’Adriano papa.
  MARTINO, diacono di Ravenna.

Duchi, Scudieri, Soldati Longobardi: Donzelle, Suore nel monastero di San
Salvatore.—Conti e Vescovi Franchi; un Araldo.



ATTO PRIMO.


SCENA I.

Palazzo reale in Pavia.

DESIDERIO, ADELCHI, VERMONDO.

VERMONDO.

  O mio re Desiderio, e tu del regno
  Nobil collega, Adelchi; il doloroso
  Ed alto ufizio[148] che alla nostra fede
  Commetteste, è fornito. All’arduo muro
  Che Val di Susa chiude, e dalla franca
  La longobarda signoria divide,
  Come imponeste, noi ristemmo; ed ivi,
  Tra le franche[149] donzelle, e gli scudieri,
  Giunse la nobilissima Ermengarda;
  E da lor si divise, ed alla nostra
  Fida scorta si pose. I riverenti
  Lunghi commiati del corteggio, e il pianto
  Mal trattenuto in ogni ciglio, aperto
  Mostrar che degni eran color d’averla
  Sempre a regina, e che de’ Franchi stessi[150]
  Complice alcuno in suo pensier non era
  Del vil rifiuto del suo re; che vinti
  Tutti i cori ella avea, trattone un solo.
  Compimmo il resto della via. Nel bosco
  Che intorno al vallo occidental si stende,
  La real donna or posa: io la precorsi,
  L’annunzio ad arrecar.

DESIDERIO.

                        L’ira del cielo,
  E l’abbominio della terra, e il brando
  Vendicator, sul capo dell’iniquo,
  Che pura e bella dalle man materne
  La mia figlia si prese, e me la rende
  Con l’ignominia d’un ripudio in fronte!
  Onta a quel Carlo, al disleal, per cui
  Annunzio di sventura al cor d’un padre
  È udirsi dir che la sua figlia è giunta!
  Oh! questo dì gli sia pagato: oh! cada[151]
  Tanto in fondo costui, che il più tapino,
  L’ultimo de’ soggetti si sollevi
  Dalla sua polve, e gli s’accosti, e possa
  Dirgli senza timor: tu fosti un vile,
  Quando oltraggiasti una innocente.

ADELCHI.

                                    O padre,
  Ch’io corra ad incontrarla, e ch’io la guidi
  Al tuo cospetto. Oh lassa lei, che invano
  Quel della madre cercherà! Dolore
  Sopra dolor! Su queste soglie, ahi! troppe
  Memorie acerbe affolleransi intorno
  A quell’anima offesa. Al fiero assalto
  Sprovveduta non venga, e senta prima[152]
  Una voce d’amor che la conforti.

DESIDERIO.

  Figlio, rimanti. E tu, fedel Vermondo,
  Riedi alla figlia mia; dille che aperte
  De’ suoi le braccia ad aspettarla stanno...
  De’ suoi, che il cielo in questa luce ancora
  Lascia. Tu al padre ed al fratel rimena
  Quel desiato volto. Alla sua scorta
  Due fidate donzelle, e teco Anfrido
  Saran bastanti: per la via segreta
  Al palazzo venite, e inosservati
  Quanto si puote: in più drappelli il resto
  Della gente dividi, e, per diverse
  Parti, gli invia dentro le mura.

(_VERMONDO parte_).

[148] ufficio,

[149] Franca... Longobarda... Franche...

[150] istessi

[151] caggia

[152] in prima


SCENA II

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.

                                   Adelchi,
  Che pensiero era il tuo? Tutta Pavia
  Far di nostr’onta testimon volevi?
  E la ria moltitudine a goderne,
  Come a festa, invitar? Dimenticasti
  Che ancor son vivi, che ci stan d’intorno
  Quei che le parti sostenean di Rachi,
  Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?
  Nemici ascosi, aperti un tempo; a cui
  L’abbattimento delle nostre fronti
  È conforto e vendetta!

ADELCHI.

                     Oh prezzo amaro
  Del regno! oh stato, del costor, di quello
  De’ soggetti più rio! se anche il lor guardo
  Temer ci è forza, ed occultar la fronte
  Per la vergogna; e se non ci è concesso,
  Alla faccia del sol, d’una diletta
  La sventura onorar!

DESIDERIO.

                   Quando all’oltraggio
  Pari fia la mercè, quando la macchia
  Fia lavata col sangue; allor, deposti
  I vestimenti del dolor, dall’ombre
  La mia figlia uscirà: figlia e sorella
  Non indarno di re, sovra la folla
  Ammiratrice, leverà la fronte
  Bella di gloria e di vendetta.—E il giorno
  Lunge non è; l’arme, io la tengo; e Carlo,
  Ei me la die’: la vedova infelice
  Del fratel suo, di cui con arti inique
  Ei successor si feo, quella Gerberga
  Che a noi chiese un asilo, e i figli all’ombra
  Del nostro soglio ricovrò. Quei figli
  Noi condurremo al Tebro, e per corteggio
  Un esercito avranno: al Pastor sommo
  Comanderem che le innocenti teste
  Unga, e sovr’esse proferisca i preghi
  Che danno ai Franchi un re. Sul Franco suolo
  Li porterem, dov’ebbe regno il padre,
  Ove han fautori a torme, ove sopita
  Ma non estinta in mille petti è l’ira
  Contro l’iniquo usurpator.

ADELCHI.

                         Ma incerta
  È la risposta d’Adrian? di lui
  Che stretto a Carlo di cotanti nodi,
  Voce udir non gli fa che di lusinga
  E di lode non sia, voce di padre
  Che benedice? A lui vittoria e regno
  E gloria, a lui l’alto favor di Piero
  Promette e prega; e in questo punto ancora
  I suoi legati accoglie, e contro[153] noi
  Certo gl’implora; contro[154] noi la terra
  E il santuario di querele assorda
  Per le città rapite.

DESIDERIO.

                    Ebben, ricusi:
  Nemico aperto ei fia; questa incresciosa
  Guerra eterna di lagni e di messaggi
  E di trame fia tronca; e quella al fine
  Comincerà dei brandi: e dubbia allora
  La vittoria esser può? Quel dì che indarno
  I nostri padri sospirar, serbato
  È a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto,
  Supplice invan, delle terrene spade
  Disarmato per sempre, ai santi studi
  Adrian tornerà; re delle preci,
  Signor del Sacrifizio,[155] il soglio a noi
  Sgombro darà.

ADELCHI.

            Debellator de’ Greci,
  E terror de’ ribelli, uso a non mai
  Tornar che dopo la vittoria, innanzi
  Alla tomba di Pier due volte Astolfo
  Piegò l’insegne,[156] e si fuggì; due volte
  Dell’antico pontefice la destra,
  Che pace offrìa, respinse, e sordo stette
  All’impotente gemito. Oltre l’Alpe[157]
  Fu quel gemito udito:[158] a vendicarlo
  Pipin due volte le varcò: que’ Franchi
  Da noi soccorsi tante volte e vinti,
  Dettaro i patti qui. Veggo[159] da questa
  Reggia il pian vergognoso ove le tende
  Abborrite sorgean, dove scorrea
  L’ugna de’ Franchi corridor.

DESIDERIO.

                            Che parli
  Or tu d’Astolfo e di Pipin? Sotterra
  Giacciono entrambi: altri mortali han regno,
  Altri tempi si volgono, brandite
  Sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo
  Al primo rischio offerse, e il muro ascese,
  Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno,
  E disperar? Questi i consigli sono
  Del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi
  Dov’è, che imberbe ancor vide Spoleti
  Rovinoso venir, qual su la preda
  Giovinetto sparviero, e nella strage
  Spensierato tuffarsi, e su la turba
  De’ combattenti sfolgorar, siccome
  Lo sposo nel convito? Insiem col vinto
  Duca ribelle ei ritornò: sul campo,
  Consorte al regno il chiesi; un grido sorse[160]
  Di consenso e di plauso, e nella destra
  —Tremenda allor—l’asta real fu posta.
  Ed or quel desso altro veder che inciampi
  E sventure non sa? Dopo una rotta
  Così parlar non mi dovresti. Oh cielo!
  Chi mi venisse a riferir che tali
  Son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo
  Nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.[161]

ADELCHI.

  Deh! perchè non è qui! Perchè non posso
  In campo chiuso essergli a fronte, io solo,
  Io fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto,
  Nel giudizio[162] di Dio, nella mia spada
  La vendetta ripor del nostro oltraggio!
  E farti dir, che troppo presta, o padre,
  Una parola dal tuo labbro uscìa!

DESIDERIO.

  Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giorno
  Che tu brami, io l’affretto.

ADELCHI.

                          O padre, un altro
  Giorno io veggo[163] appressarsi. Al grido imbelle,
  Ma riverito, d’Adrian, vegg’io
  Carlo venir con tutta Francia; e il giorno
  Quello sarà de’ successor d’Astolfo
  Incontro al figlio di Pipin. Rammenta
  Di chi siam re; che nelle nostre file
  Misti ai leali, e più di lor fors’anco,
  Sono i nostri nemici; e che la vista
  D’un’insegna straniera ogni nemico
  In traditor ti cangia. Il core, o padre,
  Basta a morir; ma la vittoria e il regno
  È pel felice che ai concordi impera.
  Odio l’aurora che m’annunzia il giorno
  Della battaglia, incresce l’asta e pesa
  Alla mia man, se nel pugnar, guardarmi
  Deggio dall’uom che mi combatte al fianco.

DESIDERIO.

  Chi mai regnò senza nemici? il core
  Che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi
  Tener chiusi dovrem nella vagina
  Infin che spento ogni livor non sia?
  Ed aspettar sul soglio inoperosi
  Chi ci percota? Havvi altra via di scampo
  Fuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?[164]

ADELCHI.

  Quel che, signor di gente invitta e fida,
  In un dì di vittoria, io proporrei:
  Sgombriam le terre de’ Romani; amici
  Siam d’Adriano: ei lo desia.

DESIDERIO.

                            Perire,
  Perir sul trono, o nella polve, in pria
  Che tanta onta soffrir. Questo consiglio
  Più dalle labbra non ti sfugga: il padre
  Te lo comanda.

[153] contra

[154] contra

[155] Sacrificio

[156] le insegne

[157] alpe

[158] inteso

[159] Veggio

[160] surse

[161] gioja

[162] giudicio

[163] veggio

[164] al fine


SCENA III.

VERMONDO che precede ERMENGARDA, e DETTI. DONZELLE che l’accompagnano.

VERMONDO.

                  O regi, ecco Ermengarda.

DESIDERIO.

  Vieni, o figlia; fa cor.

(_VERMONDO parte: le Donzelle si scostano_).

ADELCHI.

                       Sei nelle braccia
  Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo
  Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio
  De’ re, nel tuo, più riverita e cara
  D’allor che ne partisti.

ERMENGARDA.

                       Oh benedetta
  Voce de’ miei! Padre, fratello, il cielo
  Queste parole vi ricambi[165]; il cielo
  Sia sempre a voi, quali voi siete ad una
  Vostra infelice. Oh! se per me potesse
  Sorgere un lieto dì, questo sarebbe,
  Questo, in cui vi riveggo.[166]—Oh dolce madre!
  Qui ti lasciai: le tue parole estreme
  Io non udii;, tu qui morivi—ed io...
  Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi;
  Quella Ermengarda tua, che[167] di tua mano
  Adornavi quel dì, con tanta gioia,[168]
  Con tanta piéta, a cui tu stessa il crine
  Recidesti quel dì, vedi qual torna!
  E benedici i cari tuoi, che accolta
  Hanno così questa reietta.[169]

ADELCHI.

                       Ah! nostro
  È il tuo dolor, nostro l’oltraggio.

DESIDERIO.

                                    E nostro
  Sarà il pensier della vendetta.

ERMENGARDA.

                               O padre,
  Tanto non chiede il mio dolor; l’obblìo
  Sol bramo; e il mondo volentier l’accorda
  Agl’infelici[170]: oh! basta; in me finisca
  La mia sventura. D’amistà, di pace
  io la candida insegna esser dovea:
  Il ciel non[171] volle: ah! non si dica almeno
  Ch’io recai meco la discordia e il pianto
  Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia[172]
  Esser pegno dovea.

DESIDERIO.

                  Di quell’iniquo
  Forse il supplizio ti dorria? quel vile,
  Tu l’ameresti ancor?

ERMENGARDA.

                    Padre, nel fondo
  Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla
  Uscir ne può che ti rallegri: io stessa
  Temo d’interrogarlo: ogni passata
  Cosa è nulla per me.—Padre, un estremo
  Favor ti chieggo[173]: in questa corte, ov’io
  Crebbi adornata di speranze, in grembo
  Di quella madre, or che farei? ghirlanda
  Vagheggiata un momento, in su la fronte
  Posta per gioco un dì festivo, e tosto
  Gittata a’ pie’ del passeggiero. Al santo
  Di pace asilo e di pietà, che un tempo
  La veneranda tua consorte ergea,
  —Quasi presaga—ove la mia diletta
  Suora, oh felice! la sua fede strinse
  A quello sposo che non mai rifiuta,
  Lascia ch’io mi ricovri. A quelle pure
  Nozze aspirar più non poss’io, legata
  D’un altro nodo; ma non vista, in pace
  Ivi potrò chiudere i giorni.

ADELCHI.

                             Al vento
  Questo presagio: tu vivrai: non diede
  Così la vita de’[174] migliori il cielo
  All’arbitrio de’ rei: non è in lor mano
  Ogni speranza inaridir, dal mondo
  Tôrre ogni gioia.[175]

ERMENGARDA.

                    Oh! non avesse mai
  Viste le rive del Ticin Bertrada!
  Non avesse la pia, del longobardo
  Sangue una nuora desiata mai,
  Nè gli occhi volti sopra me!

DESIDERIO.

                            Vendetta,
  Quanto lenta verrai!

ERMENGARDA.

                       Trova il mio prego
  Grazia appo te?

DESIDERIO.

                 Sollecito fu sempre
  Consigliero il dolor più che fedele,
  E di vicende e di pensieri il tempo
  Inpreveduto apportator. Se nulla
  Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia
  Nulla disdir vogl’io.

[165] ricambii

[166] riveggio

[167] cui

[168] gioja

[169] rejetta

[170] Agli infelici

[171] nol

[172] gioja

[173] chieggio

[174] dei

[175] gioja


SCENA IV.

ANFRIDO, e DETTI.

DESIDERIO.

                      Che rechi, Anfrido?

ANFRIDO.

  Sire, un legato è nella reggia, e chiede
  Gli sia concesso appresentarsi ai regi.

DESIDERIO.

  Donde vien? Chi l’invia?

ANFRIDO.

                            Da Roma ei viene,
  Ma legato è d’un re.

ERMENGARDA.

                       Padre, concedi
  Ch’io mi ritragga.

DESIDERIO.

                   O donne, alle sue stanze
  La mia figlia scorgete; a’ suoi servigi
  Io vi destino: di regina il nome
  Abbia e l’onor.

(_ERMENGARDA parte con le Donzelle_).

DESIDERIO.

              D’un re dicesti, Anfrido?
  Un legato... di Carlo?

ANFRIDO.

                      O re, l’hai detto.

DESIDERIO.

  Che pretende costui? quali parole
  Cambiar si ponno fra di noi? qual patto
  Che di morte non sia?

ANFRIDO.

                   Di gran messaggio
  Apportator si dice: ai duchi intanto,
  Ai conti, a quanti nella reggia incontra,
  Favella in atto di blandir.

DESIDERIO.

                             Conosco
  L’arti di Carlo.

ADELCHI.

                  Al suo stromento il tempo
  D’esercitarle non si dia.

DESIDERIO.

                           Raduna
  Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi
  Ei venga.

(_ANFRIDO parte_).

DESIDERIO.

            Il giorno della prova è giunto;
  Figlio, sei tu con me?

ADELCHI.

                       Sì dura inchiesta
  Quando, o padre, mertai?

DESIDERIO.

                        Venuto è il giorno
  Che un voler solo, un solo cor domanda:
  Dì, l’abbiam noi? Che pensi far?

ADELCHI.

                                 Risponda
  Il passato per me: gli ordini tuoi
  Attender penso, ed eseguirli.

DESIDERIO.

                              E quando
  A’ tuoi disegni opposti sieno?

ADELCHI.

                             O padre!
  Un nemico si mostra, e tu mi chiedi
  Ciò ch’io farò? Più non son io che un brando
  Nella tua mano. Ecco il legato: il mio
  Dover fia scritto nella tua risposta.


SCENA V.

DESIDERIO, ADELCHI, ALBINO, FEDELI LONGOBARDI.

DESIDERIO.

  Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempre
  Giova compagni ne’ consigli avervi,
  Come nel campo.—Ambasciator, che rechi?

ALBINO.

  Carlo, il diletto a Dio sire de’ Franchi,
  De’ Longobardi ai re queste parole
  Manda per bocca mia: volete voi
  Tosto le terre abbandonar di cui
  L’uomo illustre Pipin fe’ dono a Piero?

DESIDERIO.

  Uomini longobardi![176] in faccia a tutto
  Il popol nostro, testimoni voi
  Di ciò mi siate; se dell’uom che questi
  Or v’ha nomato, e ch’io nomar non voglio,
  Il messo accolsi, e la proposta intesi,
  Sacro dover di re solo potea
  Piegarmi a tanto.—Or tu, straniero, ascolta.
  Lieve domando il tuo non è; tu chiedi
  Il segreto de’ re: sappi che ai primi
  Di nostra gente, a quelli sol da cui
  Leal consiglio ci aspettiamo, a questi
  Alfin che vedi intorno a noi, siam usi
  Di confidarlo: agli stranier non mai.
  Degna risposta al tuo domando è quindi
  Non darne alcuna.

ALBINO.

                  E tal risposta è guerra.
  Di Carlo in nome io la v’intimo, a voi
  Desiderio ed Adelchi, a voi che poste
  Sul retaggio di Dio le mani avete,
  E contristato il Santo. A questa illustre
  Gente nemico il mio signor non viene:
  Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui
  Il suo braccio consacra; e suo malgrado[177]
  Lo spiegherà contro chi voglia a parte
  Star del vostro peccato.

DESIDERIO.

                          Al tuo re torna,
  Spoglia quel manto che ti rende ardito,
  Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio
  Sceglie a campione un traditor.—Fedeli!
  Rispondete a costui.

MOLTI FEDELI.

                      Guerra!

ALBINO.

                               E l’avrete,
  E tosto, e qui: l’angiol di Dio, che innanzi
  Al destrier di Pipin corse due volte,
  Il guidator che mai non guarda indietro,
  Già si rimette in via.

DESIDERIO.

                       Spieghi ogni duca
  Il suo vessillo; della guerra il bando
  Ogni Giudice[178] intimi, e l’oste aduni;
  Ogni uom[179] che nutre un corridor, lo salga,
  E accorra al grido de’ suoi re. La posta
  È alle Chiuse dell’alpi.

(_al Legato_)

                          Al re de’ Franchi
  Questo invito riporta.

ADELCHI.

                        E digli ancora,
  Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta
  Che al debole son fatti, e ne malleva
  L’adempimento o la vendetta, il Dio,
  Di cui talvolta più si vanta amico
  Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente
  Mette una smania, che alla pena incontro
  Correr lo fa; digli che mal s’avvisa
  Chi va de’ brandi longobardi in cerca,
  Poi che una donna longobarda offese.

(_Partono da un lato i Re con la più parte de’ Longobardi, e dall’altro
il Legato_).


SCENA VI.

DUCHI rimasti.

INDOLFO.

  Guerra, egli ha detto!

FARVALDO.

                         In questa guerra è il fato
  Del regno.

INDOLFO.

              E il nostro.

ERVIGO.

                           E inerti ad aspettarlo
  Staremci?

ALDECHI.

               Amici, di consulte il loco
  Questo non è. Sgombriam; per vie diverse
  Alla casa di Svarto ognuno arrivi.

[176] Longobardi

[177] mal grado

[178] giudice

[179] Ogn’uom


SCENA VII.

Casa di SVARTO.

SVARTO.

  Un messaggier di Carlo![180] Un qualche evento,
  Qual ch’ei pur sia, sovrasta.—In fondo all’urna,
  Da mille nomi ricoperto, giace
  Il mio; se l’urna non si scote, in fondo
  Si rimarrà per sempre; e in questa mia
  Oscurità morrò, senza che alcuno
  Sappia nemmeno ch’io d’uscirne ardea.
  —Nulla son io. Se in questo tetto i grandi
  S’adunano talor, quelli a cui lice
  Essere avversi ai re; se i lor segreti
  Saper m’è dato, è perchè nulla io sono.
  Chi pensa a Svarto? chi spiar s’affanna
  Qual piede a questo limitar si volga?
  Chi m’odia? chi mi teme?—Oh! se l’ardire
  Desse gli onor! se non avesse in pria
  Comandato la sorte! e se l’impero
  Si contendesse a spade, allor vedreste,
  Duchi superbi, chi di noi l’avria.
  Se toccasse all’accorto! A tutti voi
  Io leggo in cor; ma il mio v’è chiuso. Oh! quanto
  Stupor vi prenderia, quanto disdegno,
  Se ci[181] scorgeste mai che un sol desio
  A voi tutti mi lega, una speranza...
  D’esservi pari un dì!—D’oro appagarmi
  Credete voi. L’oro! gittarlo al piede
  Del suo minor, quello è destin; ma inerme,
  Umil tender la mano ad afferrarlo,
  Come il mendico...

[180] messagger dei Franchi!

[181] vi


SCENA VIII.

SVARTO, ILDECHI; poi altri che sopraggiungono.

ILDECHI.

               Il ciel ti salvi, o Svarto:
  Nessuno è qui?

SVARTO.

  Nessun. Quai nuove, o duca?

ILDECHI.

  Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodo
  Si ravviluppa, o Svarto; e fia mestieri
  Sciorlo col ferro: il dì s’appressa, io spero,
  Del guiderdon per tutti.

SVARTO.

                          Io nulla attendo,
  Fuor che da voi.

ILDECHI.

(_a FARVALDO che soproggiunge_)

  Farvaldo, alcun ti segue?

FARVALDO.

  Vien su’[182] miei passi Indolfo.

ILDECHI.

                                Eccolo.

INDOLFO.

                                      Amici!

ILDECHI.

(_ad altri che entrano_)

  Vila! Ervigo!
                Fratelli! Ebben: supremo
  È il momento, il vedete: i vinti in questa
  Guerra, qual siasi il vincitor, siam noi,
  Se un gran partito non si prende. Arrida
  La sorte ai re; svelatamente addosso
  Ci piomberan: Carlo trionfi; in preso
  Regno, che posto ci riman? Con uno
  De’[183] combattenti è forza star.—Credete
  Che in cor di questi re siavi un perdono
  Per chi voleva un altro re?

INDOLFO.

                             Nessuna
  Pace con lor.

ALTRI DUCHI.

                Nessuna!

ILDECHI.

                        È d’uopo un patto
  Stringer con Carlo.

FARVALDO.

                      Al suo legato....

ERVIGO.

                                      È cinto
  Dagli amici de’ regi; io vidi Anfrido
  Porglisi al fianco; e fu pensier d’Adelchi.

ILDECHI.

  —Vada adunque un di noi; rechi le nostre
  Promesse a Carlo, e con le sue ritorni,
  O le rimandi.

INDOLFO.

                Bene sta.

ILDECHI.

                          Chi piglia
  Quest’impresa?

SVARTO.

               Io v’andrò. Duchi, m’udite.
  Se alcun di voi quinci sparisce,[184] i guardi
  Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto
  Cercherà l’orme sue, fin che le scopra.[185]
  Ma che un gregario cavalier, che Svarto
  Manchi, non fia che più s’avvegga[186] il mondo,
  Che d’un pruno scemato alla foresta.[187]
  Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede:
  Dov’è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi
  Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero
  Imbizzarrì, giù dall’arcion nell’onda
  Lo scosse; armato egli era, e più non salse.
  Sventurato! diranno; e più di Svarto
  Non si farà parola. A voi non lice
  Inosservati andar: ma nel mio volto
  Chi fisserà lo sguardo? Al calpestio
  Del mio ronzin che solo arrivi, appena
  Qualche Latin fia che si volga; e il passo
  Tosto mi sgombrerà.

ILDECHI.

                     Svarto, io da tanto
  Non ti credea.

SVARTO.

                 Necessità lo zelo
  Rende operoso; e ad arrecar messaggi
  Non è mestier che di prontezza.

ILDECHI.

                                 Amici!
  Ch’ei vada?

I DUCHI.

              Ei vada.

ILDECHI.

                       Al dì novello in pronto
  Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.

_Fine dell’atto primo._

[182] sui

[183] Dei

[184] svanisce

[185] La sua via frugherà fin che la trovi:

[186] s’avveggia

[187] Che d’un vepre scemato alla boscaglia.



ATTO SECONDO.


SCENA I.

Campo de’ Franchi in Val di Susa.

CARLO, PIETRO.

PIETRO.

  Carlo invitto, che udii? Toccato ancora
  Il suol non hai dove il secondo regno
  Il Signor ti destina; e di ritorno
  Per tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa,
  Dal tuo labbro real tosto smentita,
  L’empia voce cader! L’età ventura
  Non abbia a dir che sul principio tronca
  Giacque un’impresa risoluta in cielo,
  Abbracciata da te. No; ch’io non torni
  Al Pastor santo, e debba dirgli: il brando,
  Che suscitato Iddio t’avea, ricadde
  Nella guaina; il tuo gran figlio volle,
  Volle un momento, e disperò.

CARLO.

                               Quant’io
  Per la salvezza di tal padre oprai,
  Uomo di Dio, tu lo vedesti, il vide
  Il mondo, e fede ne farà. Di quello
  Che resti a far, dal mio desir consiglio
  Non prenderò, quando m’ha dato il suo
  Necessità. L’Onnipotente è un solo.
  Quando all’orecchio mi pervenne il grido
  Del Pastor minacciato, io, su gl’infranti
  Idoli vincitor, dietro l’infido
  Sassone camminava; e la sua fuga
  Mi batteva la via; ristetti in mezzo
  Della vittoria, e patteggiai là dove
  Tre dì più tardi comandar potea.
  Tenni il campo in Ginevra; al voler mio
  Ogni voler piegò; Francia non ebbe
  Più che un affar; tutta si mosse; al varco
  D’Italia s’affacciò volonterosa,
  Come al racquisto di sue terre andria.
  Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso.
  Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi
  Fosser uomini sol, questa parola
  Il re de’[188] Franchi proferir potrebbe:
  Chiusa è la via? Natura al mio nemico
  Il campo preparò, gli abissi intorno
  Gli scavò per fossati; e questi monti,
  Che il Signor fabbricò, son le sue torri
  E i battifredi: ogni più picciol varco
  Chiuso è di mura, onde insultare ai mille
  Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.
  —Già troppo, in opra ove il valor non basta,
  Di valenti io perdei: troppo, fidando
  Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta
  Di Franco sangue la sua spada. Ardito
  Come un leon presso la tana, ei piomba,
  Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso,
  Nell’alta notte visitando il campo,
  Fermo presso le tende, udii quel nome
  Con terror proferito. I Franchi miei
  Ad una scola di terror più a lungo
  Io non terrò. S’io del nemico a fronte
  Venir poteva in campo aperto, oh! breve
  Era questa tenzon, certa l’impresa...
  Fin troppo certa per la gloria. E Svarto,
  Un guerrier senza nome, un fuggitivo,
  L’avrìa con me divisa; ei che già vinti
  Mi rassegnò tanti nemici. Un giorno,
  Men che un giorno bastava: Iddio mel niega.
  Non se ne parli più.

PIETRO.

                     Re, all’umil servo
  Di Colui che t’elesse, e pose il regno
  Nella tua casa, non vorrai tu i preghi
  Anco inibir. Pensa a che man tu lasci
  Quel che padre tu nomi. Il suo nemico
  Già provocato a guerra avevi, in armi[189]
  Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano,
  Più che di tema, il crudo veglio al santo
  Pastor mandava ad intimar, che ai Franchi
  Desse altri re:—tu li conosci. Ei tale
  Mandò risposta a quel tiranno: immota
  Sia questa man per sempre; inaridisca
  Il crisma santo su[190] l’altar di Dio,
  Pria che, sparso da me, seme diventi
  Di guerra contro[191] il figliuol mio.—T’aiti
  Quel tuo figliuol, fe’ replicargli il rege;
  Ma pensa ben, che s’ei ti manca[192] un giorno,
  Fia risoluta fra noi[193] due la lite.

CARLO.

  A che ritenti questa piaga? In vani
  Lamenti vuoi che anch’io mi perda? o pensi
  Che abbia Carlo mestier di sproni al fianco?
  —È in periglio Adrian; forse è mestieri
  Che altri a Carlo il rimembri? il vedo,[194] il sento;
  E non è detto di mortal che possa
  Crescere il cruccio che il mio cor ne prova.
  Ma superar queste bastite, al suo
  Scampo volar... de’ Franchi il re nol puote.
  Detto io te l’ho; nè volontier[195] ripeto
  Questa parola.—Io da’ miei Franchi ottenni
  Tutto finor, perchè sol grandi io chiesi
  E fattibili cose. All’uom che stassi
  Fuor degli eventi e guata, arduo talvolta
  Ciò ch’è più lieve appar, lieve talvolta
  Ciò che la possa de’ mortali eccede.
  Ma chi tenzona con le cose, e deve[196]
  Ciò ch’egli agogna conseguir con l’opra,
  Quei conosce i momenti.—E che potea
  Io far di più? Pace al nemico offersi,
  Sol che le terre dei Romani ei sgombri;
  Oro gli offersi per la pace; e l’oro
  Ei ricusò! Vergogna! a ripararla
  Sul Vèsero ne andrò.

[188] dei

[189] arme

[190] in su

[191] in contro

[192] falla

[193] in fra

[194] veggio

[195] volentier

[196] debbe


SCENA II.

ARVINO, e DETTI.

ARVINO.

                       Sire, nel campo
  Un uom latino è giunto, e il tuo cospetto
  Chiede.

PIETRO.

          Un Latin?

CARLO.

                    Donde arrivò? Le Chiuse
  Come varcò?

ARVINO.

              Per calli sconosciuti,
  Declinandole, ei venne;[197] e a te si vanta
  Grande avviso recar.

CARLO.

                      Fa ch’io gli parli.

(_ARVINO parte_)

  E tu meco l’udrai. Nulla intentato
  Per la salvezza d’Adriano io voglio
  Lasciar: di questo testimon ti chiamo.

[197] giunse


SCENA III.

MARTINO introdotto da ARVINO, e DETTI. (_ARVINO si ritira_).

CARLO.

  Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo,
  Illeso, inosservato?

MARTINO.

                      Inclita speme
  Dell’ovil santo e del Pastor, ti veggo;
  E de’ miei stenti e de’[198] perigli[199] è questa
  Ampia mercè; ma non è sola. Eletto
  A strugger gli empi[200]! ad insegnarti io vengo
  La via.

CARLO.

        Qual via?

MARTINO.

                  Quella ch’io feci.

CARLO.

                                      E come
  Giungesti a noi? Chi se’? Donde l’ardito
  Pensier ti venne?

MARTINO.

                 All’ordin sacro ascritto
  De’[201] diaconi io son: Ravenna il giorno
  Mi diè: Leone, il suo Pastor, m’invia.
  Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma;
  Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tanto
  Ti degna, al re sii scorta: a lui di Roma
  Presenta il pianto, e d’Adrian.

CARLO.

                                 Tu vedi
  Il suo legato.

PIETRO.

                   Ch’io la man ti stringa,
  Prode concittadino: a noi tu giungi
  Angel di gioia.[202]

MARTINO.

                    Uom peccator son io;
  Ma la gioia[202] è dal cielo, e non fia vana.

CARLO.

  Animoso Latin, ciò che veduto,
  Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi,
  Tutto mi narra.

MARTINO.

                  Di Leone al cenno,
  Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella
  Contrada attraversai, che nido è fatta
  Del Longobardo e da lui piglia il nome.
  Scórsi ville e città, sol di latini
  Abitatori popolate: alcuno
  Dell’empia razza a te nemica e a noi
  Non vi riman, che le superbe spose
  De’[203] tiranni e le madri, ed i fanciulli
  Che s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi,
  Lasciati a guardia de’ cultor soggetti,
  Come radi pastor di folto armento.
  Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati
  Sono i cavalli e l’armi; ivi raccolta
  Tutta una gente sta, perchè in un colpo
  Strugger la possa il braccio tuo.

CARLO.

                             Toccasti
  Il campo lor? qual è? che fan?

MARTINO.

                                  Securi
  Da quella parte che all’Italia è volta,
  Fossa non hanno, nè ripar, nè schiere
  In ordinanza: a fascio stanno; e solo
  Si guardan quinci, donde solo han tema
  Che tu attinger li possa. A te, per mezzo
  Il campo ostil, quindi venir non m’era
  Possibil cosa; e nol tentai; chè cinto
  Al par di rocca è questo lato; e mille
  Volte nemico tra[204] costor chiarito
  M’avria la breve chioma, il mento ignudo,
  L’abito, il volto ed il sermon latino.
  Straniero ed inimico, inutil morte
  Trovato avrei; reddir senza vederti
  M’era più amaro che il morir. Pensai
  Che dall’aspetto salvator di Carlo
  Un breve tratto mi partia: risolsi
  La via cercarne, e la rinvenni.

CARLO.

                                  E come
  Nota a te fu? come al nemico ascosa?

MARTINO.

  Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campo
  Inosservato uscii; l’orme ripresi
  Poco innanzi calcate; indi alla manca[205]
  Piegai verso aquilone, e abbandonando
  I battuti sentieri, in un’angusta[206]
  Oscura valle m’internai: ma quanto
  Più il passo procedea, tanto allo sguardo
  Più spaziosa[207] ella si fea. Qui scorsi
  Gregge[208] erranti e tuguri:[209] era codesta
  L’ultima stanza de’ mortali. Entrai
  Presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra
  Lanose pelli riposai la notte.
  Sorto all’aurora, al buon pastor la via
  Addimandai di Francia. — Oltre quei monti
  Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora;
  E lontano lontan Francia; ma via
  Non avvi[210]; e mille son que’[211] monti, e tutti
  Erti, nudi, tremendi, inabitati,
  Se non da spirti, ed uom mortal giammai
  Non li varcò.—Le vie di Dio son molte,
  Più assai di quelle del mortal, risposi;
  E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:
  Indi, tra i pani che teneva in serbo,
  Tanti pigliò di quanti un pellegrino
  Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti,
  Ne gravò le mie spalle: il guiderdone
  Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi.
  Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,
  E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla
  Traccia d’uomo apparia; solo foreste
  D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli
  Senza sentier: tutto tacea; null’altro
  Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora
  Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso
  Stridir del falco, o l’aquila, dall’erto
  Nido spiccata sul[212] mattin, rombando
  Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio,
  Tocchi dal sole, crepitar del pino
  Silvestre i coni. Andai così tre giorni;
  E sotto l’alte piante, o ne’[213] burroni
  Posai tre notti. Era mia guida il sole;
  Io sorgeva con esso, e il suo viaggio
  Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto
  Pur del cammino io già, di valle in valle
  Trapassando mai sempre; o se talvolta
  D’accessibil pendìo sorgermi innanzi
  Vedeva un giogo, e n’attingea la cima,
  Altre più eccelse cime, innanzi, intorno
  Sovrastavanmi ancora; altre, di neve
  Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi
  Ripidi, acuti padiglioni, al suolo
  Confitti; altre ferrigne, erette a guisa
  Di mura, insuperabili.—Cadeva
  Il terzo sol quando un gran monte io scersi,
  Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era
  Tutto una verde china, e la sua vetta
  Coronata di piante. A quella parte
  Tosto il passo io rivolsi.—Era la costa
  Oriental di questo monte istesso,
  A cui, di contro al sol cadente, il tuo
  Campo s’appoggia, o sire.—In su le falde
  Mi colsero le tenebre: le secche
  Lubriche spoglie degli abeti, ond’era
  Il suol gremito, mi fur letto, e sponda
  Gli antichissimi tronchi. Una ridente
  Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno
  Di novello vigor la costa ascesi.
  Appena il sommo ne toccai, l’orecchio
  Mi percosse un ronzio che di lontano
  Parea venir, cupo, incessante; io stetti,
  Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque
  Rotte fra i sassi in giù; non era il vento
  Che investìa le foreste, e, sibilando,
  D’una in altra scorrea, ma veramente
  Un rumor[214] di viventi, un indistinto
  Suon di favelle e d’opre e di pedate
  Brulicanti da lungi, un agitarsi
  D’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo
  Accelerai. Su questa, o re, che a noi
  Sembra di qui lunga ed acuta cima
  Fendere il ciel, quasi affilata scure,
  Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta
  Non mai calcate in pria. Presi di quella
  Il più breve tragitto: ad ogni istante
  Si fea il rumor[215] più presso: divorai
  L’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo
  Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi
  Le tende d’Israello, i sospirati
  Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,
  Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

CARLO.

  Empio colui che non vorrà la destra
  Qui riconoscer dell’Eccelso!

PIETRO.

                             E quanto
  Più manifesta apparirà nell’opra,
  A cui l’Eccelso ti destina!

CARLO.

                            Ed io
  La compirò.

(_a MARTINO_)

            Pensa, o Latino, e certa
  Sia la risposta: a cavalieri il passo
  Dar può la via che percorresti?

MARTINO.

                                 Il puote.
  E a che l’avrebbe preparata il cielo?
  Per chi, signor? perchè un mortale oscuro
  Al re de’[216] Franchi narrator venisse
  D’inutile portento?

CARLO.

                         Oggi a riposo
  Nella mia tenda rimarrai: sull’alba,
  Ad un’eletta di guerrier tu scorta
  Per quella via sarai.—Pensa, o valente,
  Che il fior di Francia alla tua scorta affido.

MARTINO.

  Con lor sarò: di mie promesse pegno
  Il mio capo ti fia.

CARLO.

                         Se di quest’alpe
  Mi sferro alfine, e vincitore al santo
  Avel di Piero, al desiato amplesso
  Del gran padre Adrian giunger m’è dato,
  Se grazia alcuna al suo cospetto un mio
  Prego aver può, le pastorali bende
  Circonderan quel capo; e faran fede
  In quanto onor Carlo lo tenga.—Arvino!

(_entra ARVINO_)

  I Conti e i Sacerdoti.[217]

(_al Legato e[218] a MARTINO_)

                          E voi, le mani
  Alzate[219] al ciel; le grazie a lui rendute
  Preghiera sian[220] che favor novo impetri.

(_partono il Legato e MARTINO_).

[198] dei

[199] periglj

[200] empj

[201] Dei

[202] gioja

[203] Dei

[204] in fra

[205] alla destra

[206] una angusta

[207] spazïosa

[208] Greggie

[209] tugurj

[210] havvi

[211] quei

[212] in sul

[213] nei

[214] romor

[215] romor

[216] dei

[217] (_ARVINO parte_)

[218] ed a

[219] Levate

[220] sien


SCENA IV.

CARLO.

  Così, Carlo reddiva. Il riso amaro
  Del suo nemico e dell’età ventura
  Gli stava innanzi; ma l’avea giurato,
  Egli in Francia reddìa.—Qual de’ miei prodi,
  Qual de’ miei fidi, per consiglio o prego,
  Smosso m’avrìa dal mio proposto? E un solo,
  Un uom di pace, uno stranier, m’apporta
  Novi[221] pensier! No: quei che in petto a Carlo
  Rimette il cor, non è costui. La stella
  Che scintillava al mio partir, che ascosa
  Stette alcun tempo, io la riveggo.[222] Egli era
  Un fantasma d’error quel che parea
  Dall’Italia respingermi; bugiarda
  Era la voce che diceami in core:
  No mai, no, rege esser non puoi nel suolo
  Ove nacque Ermengarda.—Oh! del tuo sangue
  Mondo son io; tu vivi: e perchè dunque
  Ostinata così mi stavi innanzi,
  Tacita, in atto di rampogna, afflitta,
  Pallida, e come del sepolcro uscita?
  Dio riprovata ha la tua casa; ed io
  Starle unito dovea? Se agli occhi miei
  Piacque Ildegarde, al letto mio compagna
  Non la chiamava alta ragion di regno?
  Se minor degli eventi è il femminile
  Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria
  Colui che tutti, pria d’oprar, volesse
  Prevedere i dolori? Un re non puote
  Correr l’alta sua via, senza che alcuno
  Cada sotto il suo piè. Larva cresciuta
  Nel silenzio e nell’ombra, il sol si leva,
  Squillan le trombe; ti dilegua.

[221] Nuovi

[222] riveggio


SCENA V.

CARLO, CONTI e VESCOVI.

CARLO.[223]

                                A dura
  Prova io vi posi, o miei guerrier; vi tenni
  A perigli ozïosi, a patimenti
  Che parean senza onor: ma voi fidaste
  Nel vostro re, voi gli ubbidiste[224] come
  In un dì di battaglia. Or della prova
  È giunto il fine; e un guiderdon s’appressa
  Degno de’[225] Franchi. Al sol nascente, in via
  Una schiera porrassi.—Eccardo, il duce
  Tu ne sarai.—Dell’inimico in cerca
  N’andranno, e tosto il giungeran là dove
  Ei men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo,
  Io ti darò. Nel longobardo campo
  Ho amici assai; come li scerna, e d’essi
  Ti valga, udrai. Da queste Chiuse il resto
  Voi sniderete di leggier: noi tosto
  Le passerem senza contrasto, e tutti
  Ci rivedremo in campo aperto.—Amici!
  Non più muraglie, nè bastìe, nè frecce
  Da’[226] merli uscite, e feritor che rida
  Da’[226] ripari impunito, o che improvviso
  Piombi su noi; ma insegne aperte al vento,
  Destrier contra destrier, genti disperse
  Nel piano, e petti non da noi più lunge
  Che la misura d’una lancia. Il dite
  A’ miei soldati; dite lor, che lieto
  Vedeste il re, siccome il dì[227] che certa
  La vittoria predisse in Eresburgo;
  Che sian[228] pronti a pugnar; che di ritorno
  Si parlerà dopo il conquisto, e quando
  Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi
  La pugna e la vittoria; indi il riposo
  Là nella bella Italia, in mezzo ai campi
  Ondeggianti di spighe, e ne’[229] frutteti
  Carchi di poma ai padri nostri ignote;
  Fra i tempii[230] antichi e gli atrii,[231] in quella terra
  Rallegrata dai canti, al sol diletta,
  Che i signori del mondo in sen racchiude,
  E i martiri di Dio; dove il supremo
  Pastore alza[232] le palme, e benedice
  Le nostre insegne; ove nemica abbiamo
  Una piccola[233] gente, e questa ancora
  Tra sè divisa, e mezza mia; la stessa
  Gente su cui due volte il mio gran padre
  Corse; una gente che si scioglie. Il resto
  Tutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento,
  Dalle vedette sue, miri il nemico
  Moversi il nostro campo; e si rallegri.
  Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio
  La scellerata preda, in sua man servo
  Sogni il sommo Levita, il comun padre,
  Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo,
  Risvegliator non aspettato.—E voi,
  Vescovi santi e Sacerdoti[234], al campo
  Intimate le preci. A Dio si vóti
  Questa impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi,
  Umiliati nella polve, innanzi
  Al Re de’ regi abbasseran la fronte,[235]
  Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

_Fine dell’atto secondo._

[223] (_ai Conti_)

[224] obbediste

[225] dei

[226] Dai

[227] allor

[228] sien

[229] nei

[230] tempj

[231] atrj

[232] Pastor leva

[233] picciola

[234] sacerdoti

[235]

               Come i miei Franchi
  A Lui dinanzi abbasseran la fronte,
  Tale....



ATTO TERZO.


SCENA I.

Campo de’ Longobardi.—Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.

ADELCHI, ANFRIDO.

ANFRIDO.

(_che sopraggiunge_)

  Signor!

ADELCHI.

         Diletto Anfrido; ebben, che fanno
  Codesti Franchi? non dan segno ancora
  Le tende al tutto di levar?

ANFRIDO.

                            Nessuno
  Finora: immoti tuttavia si stanno,
  Quali sull’alba li vedesti, quali
  Son da tre dì, poi che le prime schiere
  Cominciar la ritratta. Una gran parte[236]
  Scórsi del vallo, esaminando; ascesi
  Una torre, e guatai; stretti li vidi
  In ordinanza, folti, all’erta, in atto
  Di chi assalir non pensa, ed in sospetto
  Sta d’un assalto; e più si guarda, quanto
  Più scemato è di forze; e senza offesa
  Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]

ADELCHI.

  E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile
  Offensor d’Ermengarda, ei che giurava
  Di spegner la mia casa; ed io non posso
  Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,
  Dibattermi con esso, e riposarmi
  Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto
  Stargli a fronte, non[238] posso! In queste Chiuse
  La fè de’ pochi che a guardarle io scelsi,
  Il cor di quelli ch’io prendea tra[239] i pochi,
  Compagni alle sortite, alla salvezza
  Potè bastar d’un regno: i traditori
  Stetter lontani dalla pugna, inerti,
  Ma contenuti. In campo aperto, al Franco
  Abbandonato da costor sarei,
  Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240] Il messo
  Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto
  Annunzio mi darà: gioia[241] mi fia
  Che lunge ei sia dalla mia spada!

ANFRIDO.

                                   O dolce
  Signor, ti basti questa gloria. Come
  Un vincitor sopra la preda,[242] ei scese
  Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto
  Si confessò quando implorò la pace,
  Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello
  Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;
  Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi
  Alteri van della tua gloria, alteri
  Di dividerla teco; e quei codardi
  Che a non amarti si dannar, temerti
  Dovranno or più che mai.

ADELCHI.

                          La gloria? il mio
  Destino è d’agognarla, e di morire
  Senza averla gustata. Ah no! codesta
  Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico
  Parte impunito; a nuove imprese ei corre;
  Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
  Andar può in cerca; ei che su un popol regna
  D’un sol voler, saldo, gittato in uno,
  Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
  Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio
  Che m’offese nel cor, che per ammenda
  Il mio regno assalì, compier non posso
  La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,
  Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta
  Nè gloriosa, si presenta; e questa
  Certa ed agevol fia.

ANFRIDO.

                     Torna agli antichi
  Disegni il re?

ADELCHI

                Dubbiar ne puoi? Securo
  Dalle minacce d’esti Franchi, incontro
  L’apostolico sire il campo tosto
  Ei moverà: noi guiderem sul Tebro
  Tutta Longobardia, pronta, concorde
  Contro gl’inermi, e fida allor che a certa
  E facil preda la conduci. Anfrido,
  Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine
  Sopra ruine ammucchierem: l’antica
  Nostr’arte è questa: ne’[243] palagi il foco
  Porremo e ne’[243] tuguri[244]: uccisi i primi,
  I signori del suolo, e quanti a caso
  Nell’asce nostre ad inciampar verranno,
  Fia servo il resto, e tra[245] di noi diviso;
  E ai più sleali e più temuti, il meglio
  Toccherà della preda.—Oh! mi parea,
  Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
  Che ad esser capo di ladron; che il cielo
  Su questa terra altro da far mi desse
  Che, senza rischio e senza onor, guastarla.
  —O mio diletto! O de’ miei giorni primi,
  De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischi
  Solo compagno e de’[246] piacer; fratello
  Della mia scelta, innanzi a te soltanto
  Tutto vola sui labbri il mio pensiero.
  Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda
  Alte e nobili cose; e la fortuna
  Mi condanna ad inique; e strascinato
  Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,
  Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,
  Come il germe caduto in rio terreno,
  E balzato dal vento.

ANFRIDO.

                  Alto infelice!
  Reale amico! Il tuo fedel[247] t’ammira,
  E ti compiange. Toglierti la tua
  Splendida cura non poss’io, ma posso
  Teco sentirla almeno. Al cor d’Adelchi
  Dir che d’omaggi, di potenza e d’oro
  Sia contento, il poss’io? dargli la pace
  De’[248] vili, il posso? e lo vorrei, potendo?
  —Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,
  Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso
  Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi,
  Quali opre il cielo ti prepara? il cielo
  Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

[236] Un lungo tratto

[237] agguata

[238] io non

[239] fra

[240]

                        al Franco,
  Solo coi pochi, abbandonato almeno
  Io sarei da costoro. Oh rabbia!

[241] gioja

[242] la spoglia

[243] nei

[244] tugurj

[245] fra

[246] dei

[247] Fedel

[248] Dei


SCENA II.

ADELCHI, DESIDERIO.

(_ANFRIDO si ritira_)

DESIDERIO.

  Figlio, a te, rege qual son io, m’è tolto
  Esser largo d’onor: farti più grande
  Nessun mortale il può; ma un premio io tengo
  Caro alla tua pietà, la gioia[249] e l’alte
  Lodi d’un padre. Salvator d’un regno,
  La tua gloria or comincia: altro più largo
  E agevol campo le si schiude. I dubbi,[250]
  Ed i timor, che a’ miei disegni un giorno
  Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo
  Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura.
  Dissipator di Francia! io ti saluto
  Conquistator di Roma: al nobil serto
  Che non intero mai passò sul capo
  Di venti re, tu di tua man porrai
  L’ultima fronda, e la più bella.

ADELCHI.

                                  A quale
  Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre,
  Ubbidiente[251] seguiratti.

DESIDERIO.

                           E a tanto
  Acquisto, o figlio, ubbidienza[252] sola
  Spinger ti può?

ADELCHI.

                 Questa è in mia mano; e intera
  L’avrai, fin ch’io respiro.

DESIDERIO.

                      Ubbidiresti[253]
  Biasmando?

ADELCHI.

            Ubbidirei.[254]

DESIDERIO.

                           Gloria e tormento
  Della canizie mia, braccio del padre
  Nella battaglia, e ne’[255] consigli inciampo!
  Sempre così, sempre fia d’uopo a forza
  Traggerti alla vittoria?

[249] gioja

[250] dubbj

[251] Obbediente

[252] obbedienza

[253] Obbediresti

[254] Obbedirei

[255] nei


SCENA III.

Uno SCUDIERO frettoloso e[256] atterrito, e DETTI.

LO SCUDIERO.

                  I Franchi! i Franchi!

DESIDERIO.

  Che dici, insano?

UN ALTRO SCUDIERO

                    I Franchi, o re.

DESIDERIO.

  Che Franchi?

(_la scena s’affolla di Longobardi fuggitivi. Entra BAUDO_)

ADELCHI.

  Baudo, che fu?

BAUDO.

                      Morte e sventura! Il campo
  È invaso e rotto[257] d’ogni parte: al dorso
  Piombano i Franchi ad assalirci.

DESIDERIO.

                                 I Franchi!
  Per qual via?

BAUDO.

                Chi lo sa?

ADELCHI.

                           Corriamo; ei fia
  Un drappello sbandato.

(_in atto di partire_)

BAUDO.

                        Un’oste intera:
  Gli sbandati siam noi: tutto è perduto.

DESIDERIO.

  Tutto è perduto?

ADELCHI.

                  Ebben, compagni, i Franchi?
  Non siam noi qui per essi? Andiam: che importa
  Da che parte sian giunti? I nostri brandi,
  Per riceverli, abbiamo. I brandi in pugno!
  Ei gli han provati: è una battaglia ancora:
  Non v’è sorpresa pel guerrier: tornate;
  Via, Longobardi, indietro; ove correte,
  Per Dio? La via che avete presa è infame:
  Il nemico è di là. Seguite Adelchi.

(_entra ANFRIDO_)

  Anfrido!

ANFRIDO.

          O re, son teco.

ADELCHI.

(_avviandosi_)

                       O padre; accorri,
  Veglia alle Chiuse.

(_parte seguito da ANFRIDO, da BAUDO e da alcuni Longobardi_).

DESIDERIO.

(_ai fuggitivi che attraversano la scena_)

                     Sciagurati! almeno
  Alle Chiuse con me: se tanto a core
  Vi sta la vita, ivi son torri e mura
  Da porla in salvo.

(_sopraggiungono Soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da
cui[258] è partito ADELCHI_).

UN SOLDATO FUGGITIVO.

                  O re, tu qui? Deh! fuggi.

(_attraversa le scene_[259]).

DESIDERIO.

  Infame! al re questo consiglio? E voi,
  Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse
  Voi lasciate così? Che fu? Viltade
  V’ha tolto il senno.

(_i Soldati continuano a fuggire. DESIDERIO appunta la spada al petto
d’uno di essi, e lo ferma_).

                      Senza cor, se il ferro
  Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide
  Come quello de’[260] Franchi. Al re favella:
  Perchè fuggite dalle Chiuse?

SOLDATI.

                                I Franchi
  Dall’altra parte hanno sorpreso il campo;
  Gli abbiam veduti dalle torri. I nostri
  Son dispersi.

DESIDERIO.

                Tu menti. Il figliuol mio
  Gli ha radunati,[261] e li conduce incontro
  A que’[262] pochi nemici. Indietro!

SOLDATI.

                                    O sire,
  Non è più tempo; e’ non son pochi; e’ giungono;
  Scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri
  Chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi
  Non li raduna[263]: siam traditi.

DESIDERIO.

(_ai fuggitivi che s’affollano_)

                                Oh vili!
  Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa
  Restar si può.

UN SOLDATO.

                 Sono deserte: i Franchi
  Le passeranno; e noi siam posti intanto
  Tra[264] due nemici: un piccol[265] varco appena
  Resta alla fuga: or or fia chiuso.

DESIDERIO.

                                    Ebbene;
  Moriam qui da guerrier.

UN ALTRO SOLDATO.

                           Siamo traditi;
  Siam venduti al macello.

UN ALTRO SOLDATO.

                            In giusta guerra
  Morir vogliam, come a guerrier conviensi,
  Non isgozzati a tradimento.

ALTRO SOLDATO.

                              I Franchi!

MOLTI SOLDATI.

  Fuggiamo!

DESIDERIO.

            Ebben, correte; anch’io con voi
  Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.

(_s’avvia coi fuggitivi_).

[256] ed

[257] È penetrato

[258] donde

[259] la scena

[260] dei

[261] ragunati

[262] quei

[263] raguna

[264] Fra

[265] picciol


SCENA IV.

Parte del campo abbandonato da’[266] Longobardi, sotto alle Chiuse.

CARLO circondato da CONTI FRANCHI, SVARTO.

CARLO.

  Ecco varcate queste Chiuse. A Dio
  Tutto l’onor. Terra d’Italia, io pianto
  Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto.
  È una vittoria senza pugna. Eccardo
  Tutto ha già fatto.

(_a[267] uno de’[268] Conti_)

                      Su quel colle ascendi,
  Guarda[269] se vedi la sua schiera, e tosto
  Vieni a darmene avviso.

(_il Conte parte_).

[266] dai

[267] ad

[268] dei

[269] Guata


SCENA V.

RUTLANDO, e DETTI.

CARLO.

                           E che? Rutlando,
  Tu riedi dal conflitto?

RUTLANDO.

                          O re, ti chiamo
  In testimonio, e voi Conti, che in questo
  Vil giorno il brando io non cavai: ferisca
  Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso,
  Io non l’inseguo.

CARLO.

                   E non trovasti alcuno
  Che mostrasse la fronte?

RUTLANDO.

                           Incontro io vidi
  Un drappello venirmi, ed alla testa
  Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli
  Calar tosto i vessilli, e fecer segni
  Di pace, e amici si gridaro.—Amici?
  Noi l’eravam più assai, quando alle Chiuse
  Ci scontravam.—Chiesero il re; le spalle
  Lor volsi; or li vedrai. No: s’io sapea
  A qual nemico si venia, per certo
  Mosso di Francia non sarei.

CARLO.

                             T’accheta,
  Prode tra’[270] prodi miei. Bello è d’un regno,
  Sia comunque, l’acquisto; in lungo, il vedi,
  Non andrà questo; e non temer che manchi
  Da far: Sassonia non è vinta ancora.

(_entra il Conte spedito da CARLO_).

CONTE.[271]

(_a CARLO_)

  Eccardo è in campo, e verso noi s’avanza;
  Ei procede in battaglia: i Longobardi,
  Tra[272] il nostro campo e il suo, sfilati, in folla,
  Sfuggono a destra ed a sinistra: il piano,
  Che da lui ci divide, or or fia sgombro.

CARLO.

  Esser dovea così.

CONTE.[273]

                       Vidi un drappello,
  Che s’arrendette ai nostri; e a questa volta
  Venia correndo.

UN ALTRO CONTE.

                  È qui.

CARLO.

                        Svarto, son quelli
  Che m’annunziasti?

SVARTO.

                    Il son.—Compagni!

[270] fra i

[271] IL CONTE

[272] Fra

[273] IL CONTE


SCENA VI.

ILDECHI, ed altri DUCHI, GIUDICI, SOLDATI longobardi, e DETTI.

ILDECHI.

                                  O Svarto,[274]
  Il re!

CARLO.

        Son desso.

ILDECHI.

(_s’inginocchia e mette[275] le sue mani tra[276] quelle di CARLO_)

                    O re de’[277] Franchi e nostro!
  Nella tua man vittoriosa accogli
  La nostra man devota, e dalla bocca
  De’[278] Longobardi tuoi l’omaggio accetta,
  A te promesso da gran tempo.

CARLO.

                              Svarto,
  Conte di Susa....[279]

SVARTO.

                O re, qual grazia?...

CARLO.

                                   Il nome
  Dimmi di questi a me devoti.

SVARTO.

                              Il duca
  Di Trento Ildechi, di Cremona Ervigo,
  Ermenegildo di Milano, Indolfo
  Di Pisa, Vila di Piacenza: questi
  Giudici son; questi guerrieri.

CARLO.

                               Alzatevi,
  Fedeli miei, giudici e duchi, ognuno
  Nel grado suo, per ora. I primi istanti
  Che di riposo avremo, io li destino
  Al guiderdon de’ vostri merti: il tempo
  Questo è d’oprar. Prodi Fedeli, ai vostri
  Fratei[280] tornate; dite lor, che ad una
  Gente germana, di german guerrieri
  Capo, guerra io non porto: una famiglia
  Riprovata dal ciel, del solio indegna,
  A balzarnela io venni. Al vostro regno
  Non fia mutato[281] altro che il re. Vedete
  Quel sol? qualunque, in pria ch’ei scenda, omaggio
  In mia mano a far venga, o de’[282] Fedeli
  Franchi, o di voi, nel grado suo serbato,
  Mio Fedel diverrà. Chi a me dinanzi
  Tragga i due che fur regi, un premio aspetti
  Pari all’opra.

(_i Longobardi partono_).

CARLO.

(_a RUTLANDO in disparte_)

                 Rutlando, ho io chiamati
  Prodi costor?

RUTLANDO.

                Pur troppo.

CARLO.

                            Errato ha il labbro
  Del re. Questa parola ai Franchi miei
  In guiderdon la serbo. Oh! possa ognuno
  Dimenticar ch’io proferita or l’abbia.

(_s’avvia_).

[274] O Svarto!

[275] pone

[276] fra

[277] dei

[278] Dei

[279] di Susa!

[280]

  Concittadin tornate, a quei che ancora
  Non san che Iddio de’ Longobardi al regno
  Oggi assunto ha il suo servo; e che potrieno,
  Sventurati, al lor re, senza saperlo, Star contro in
  campo: dite lor, che ad una

[281] cangiato

[282] dei


SCENA VII.

ANFRIDO ferito, portato da due FRANCHI, e DETTI.

RUTLANDO.

  Ecco un nemico. Ove si pugna?

UN FRANCO.

                                Il solo
  Che pugnasse, è costui.

CARLO.

                          Solo?

IL FRANCO.

                                Gran parte
  Gettan l’arme, e si danno; in fuga a torme
  Altri ne van. Lento a ritrarsi e solo
  Costui vedemmo, che alle barde, all’armi,
  Uom d’alto affar parea: quattro guerrieri
  Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia
  Sull’orme sue, pei campi. Egli inseguito
  Nulla affrettò della sua fuga; e quando
  Sopra gli fummo, si rivolse. Arrenditi,
  Gli gridiamo; ei ne affronta: al più vicino
  Vibra l’asta, e lo abbatte: la ritira,
  Prostra il secondo ancor; ma nello stesso
  Ferir, percosso dalle nostre ei cadde.
  Quando fu al suol, tese le mani in atto
  Di supplicante, e ci pregò, che posto
  Ogni rancor, sull’aste nostre ei fosse
  Portato lungi[283] dal tumulto, in loco
  Dove in pace ei si muoia.[284] Invitto sire,
  Meglio da far quivi non c’era:[285] al prego
  Ci arrendemmo.

CARLO.

                 E ben feste: a chi resiste
  L’ire vostre serbate.

(_a SVARTO_)

                      Il riconosci?

SVARTO.

  Anfrido egli è, scudier d’Adelchi.

CARLO.

                                  Anfrido.
  Tu solo andavi contro a lor?

ANFRIDO.

                               Bisogno
  C’è[286] di compagni per morir?

CARLO.

                                Rutlando,[287]
  Ecco un prode.

(_ad ANFRIDO_)

               O guerrier, perchè gittavi
  Una vita sì degna? e non sapevi
  Che nostra divenia? che, a noi cedendo,
  Guerrier restavi e non prigion di Carlo?

ANFRIDO.

  Io viver tuo guerrier, quand’io potea
  Morir quello d’Adelchi? Al ciel diletto
  È Adelchi, o re. Da questo giorno infame
  Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore
  Vorrà serbarlo: ma, se mai.... rammenta
  Che, regnante o caduto, è tale Adelchi,
  Che chi l’offende, il Dio del cielo offende
  Nella più pura immagin sua. Lo vinci
  Tu di fortuna e di poter, ma d’alma
  Nessun mortale: un che si muor tel dice.

CARLO.

(_ai Conti_)

  Amar così deve un Fedel.

(_ad ANFRIDO_)

                           Tu porti
  Teco la nostra stima. È il re de’[288] Franchi
  Che ti stringe la man, d’onore in segno,
  E d’amistà. Nel suol de’ prodi, o prode,
  Il tuo nome vivrà; le Franche donne
  L’udran dal nostro labbro, e il ridiranno
  Con riverenza e con pietà; riposo
  Ti pregheran. Fulrado, a questo pio
  Presta gli estremi ufizi.[289]

(_ai Soldati che rimangono_)

                           In lui vedete
  Un amico del re. Conti, ad Eccardo
  Incontro andiam: nobil saluto ei merta.

[283] lunge

[284] muoja

[285] v’era

[286] Fa

[287] Rutlando!

[288] dei

[289] uffici


SCENA VIII.

Bosco solitario.

DESIDERIO, VERMONDO, altri LONGOBARDI fuggiaschi in disordine.

VERMONDO.

  Siamo in salvo, o mio re: scendi, e su queste
  Erbe l’antico e venerabil fianco
  Riposa alquanto. O mio signor, ripiglia
  Gli affaticati spirti. Assai dal campo
  Siam lunge, e fuor di strada: al nostro orecchio
  Lo scellerato mormorio non giunge.
  Cinto non sei che di leali.

DESIDERIO.

                              E Adelchi?

VERMONDO.

  Or or fia qui, lo spero; alla sua traccia
  Più d’un fido inviai, che lo ritragga
  Dall’empio rischio, a miglior pugna il serbi,
  E a questa posta de’ leali il guidi.

DESIDERIO.

  O mio Vermondo, il vecchio rege è stanco,
  È stanco—dalla fuga.

VERMONDO.

                      Ahi traditori!

DESIDERIO.

  Vili! Nel fango han trascinato i bianchi
  Capelli del lor re; l’hanno costretto,
  Come un vile, a fuggir.—Fuggire! e quinci
  Non sorgerò che per fuggir di nuovo?
  A che pro? dove? in traccia d’un sepolcro
  Privo di gloria?—E comple? Io, per costoro,
  Fuggir? Chi il regno mi rapì, mi tolga
  La vita. Ebben? quand’io sarò sotterra,
  Che mi farà codesto Carlo?

VERMONDO.

                            O nostro
  Re per sempre, fa cor: son molti i fidi;
  La sorpresa gli ha spersi; a te d’intorno
  Li chiamerà l’onor: ti restan tante
  Città munite; e Adelchi vive, io spero.

DESIDERIO.

  Maledetto[290] quel dì che sopra il monte
  Alboino salì, che in giù rivolse
  Lo sguardo, e disse: questa terra è mia!
  Una terra infedel che sotto i piedi
  De’[291] successori suoi doveva aprirsi,
  Ed ingoiarli![292] Maledetto[293] il giorno,
  Che un popol vi guidò, che la dovea
  Guardar così! che vi fondava un regno,
  Che un’[294] esecranda ora d’infamia ha spento!

VERMONDO.

  Il re!

DESIDERIO.

        Figlio, sei tu?

[290] Maladetto

[291] Dei

[292] ingojarli

[293] Maladetto

[294] una


SCENA IX.

ADELCHI, e DETTI.

ADELCHI.

                          Padre, ti trovo!

(_s’[295] abbracciano_).

DESIDERIO.

  S’io t’avessi ascoltato!

ADELCHI.

                         Oh! che rammenti?
  Padre, tu vivi; un alto scopo ancora
  È serbato a’ miei dì; spender li posso
  In tua difesa.—O mio signor, la lena
  Come ti regge?

DESIDERIO.

                Oh! per la prima volta,
  Sento degli anni e degli stenti il peso.
  Di gravi io ne portai; ma allor non era
  Per fuggire un nemico.

ADELCHI.

(_ai Longobardi_)

                        Ecco, o guerrieri,
  Il vostro re.

UN LONGOBARDO.

                Noi morirem per lui!

MOLTI LONGOBARDI.

  Tutti morrem!

ADELCHI.

                 Quand’è così, salvargli
  Forse potrem più che la vita.—E a questa
  Causa, or sì dubbia ma ognor sacra, afflitta
  Ma non perduta, voi legate ancora
  La vostra fede?

UN LONGOBARDO.

                 A’[296] tuoi guerrieri, Adelchi,
  Risparmia i giuri: ai longobardi labbri
  Disdicon oggi, o re: somiglian troppo
  Allo spergiuro. Opre ci chiedi: il solo
  Segno de’ fidi è questo omai.

ADELCHI.

                              V’ha dunque
  De’[297] Longobardi ancora!—Ebben; corriamo
  Sopra Pavia; fuggiam, salviam per ora
  La nostra vita, ma per farla in tempo
  Cara[298] costar; donarla al tradimento
  Non è valor. Quanti potrem dispersi
  Raccoglierem per via; misti con noi
  Ritorneran soldati. Entro Pavia,
  A riposo, a difesa, o padre, intanto
  Ristar potrai: cinta di mura intatte,
  Ricca d’arme è Pavia: due volte Astolfo
  Vi si chiuse fuggiasco, e re ne uscìo.
  Io mi getto in Verona. O re, trascegli
  L’uom che restar deva[299] al tuo fianco.

DESIDERIO.

                                       Il duca
  D’Ivrea.

ADELCHI.

(_a GUNTIGI che s’avanza_)

           Guntigi, io ti confido il padre.
  Il duca di Verona ov’è?

GISELBERTO.

(_si avanza_)

                        Tra i fidi.

ADELCHI.

  Meco verrai: nosco trarrem Gerberga.
  Tristo colui che nella sua sventura
  Gli sventurati obblia! Baudo, il tuo posto
  Lo sai: chiuditi in Brescia; ivi difendi
  Il tuo ducato, ed Ermengarda.—E voi,
  Alachi, Ansuldo, Ibba, Cunberto, Ansprando,

(_li sceglie[300] tra la folla_)

  Tornate al campo: oggi pur troppo ai Franchi
  Ponno senza sospetto i Longobardi
  Mischiarsi: esaminate; i duchi, i conti
  Esplorate, e i guerrier: dai traditori
  Discernete i sorpresi; e a quei che mesti
  Vergognosi vedrete da codesto
  Orrido sogno di viltà destarsi,
  Dite ch’è tempo ancor, che i re son vivi,
  Che si combatte, che una via rimane
  Di morir senza infamia; e li guidate
  Alle città munite. Ei diverranno
  Invitti: il brando del guerrier pentito
  È ritemprato a morte. Il tempo, i falli
  Dell’inimico, il vostro cor, consigli
  Inaspettati vi daranno. Il tempo
  Porterà la salute; il regno è sperso
  In questo dì, ma non distrutto!

(_partono gli indicati da ADELCHI_).

DESIDERIO.

                               O figlio!
  Tu m’hai renduto il mio vigor: partiamo.

ADELCHI.

  Padre, io t’affido a questi prodi; or ora
  Anch’io teco sarò.

DESIDERIO.

                    Che attendi?

ADELCHI.

                                Anfrido.
  Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle
  Seguirmi da lontan; più presso al rischio
  Star, per guardarmi: io non potei dal duro
  Voler, da tanta fedeltà distorlo.
  Seco indugiarmi, di tua vita in forse,
  Io non potea: ma tu sei salvo, e quinci
  Non partirò, fin ch’ei non giunga.

DESIDERIO.

                                    E teco
  Aspetterò.

ADELCHI.

            Padre...

(_a[301] un Soldato che sopraggiunge_)

                      Vedesti Anfrido?

IL SOLDATO.

  Re, che mi chiedi?

ADELCHI.

                    O ciel! favella.

IL SOLDATO.

                                 Il vidi
  Morto cader.

ADELCHI.

                Giorno d’infamia e d’ira,
  Tu se’ compiuto! O mio fratel, tu sei
  Morto per me! tu combattesti!... ed io....
  Crudel! perchè volesti ad un periglio
  Solo andar senza me? Non eran questi
  I nostri patti. Oh Dio!... Dio, che mi serbi
  In vita ancor, che un gran dover mi lasci,
  Dammi la forza per compirlo.—Andiamo.

_Fine dell’atto terzo._

[295] si

[296] Ai

[297] Dei

[298] Caro

[299] debba

[300] scerne

[301] ad


CORO.

    Dagli atrii[302] muscosi, dai Fori cadenti,
  Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
  Dai solchi bagnati di servo sudor;
  Un volgo disperso repente si desta,
  Intende l’orecchio, solleva la testa
  Percosso da novo crescente romor.

    Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
  Qual raggio di sole da nuvoli folti,
  Traluce de’[303] padri la fiera virtù:
  Ne’[304] guardi, ne’[305] volti confuso ed incerto
  Si mesce e discorda lo spregio sofferto
  Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

    S’aduna voglioso, si sperde tremante,
  Per torti sentieri, con passo vagante,
  Fra tema e desire, s’avanza e ristà;
  E adocchia e rimira scorata e confusa
  De’[306] crudi signori la turba diffusa,
  Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

    Ansanti li vede, quai trepide fere,
  Irsuti per tema le fulve criniere,
  Le note latebre del covo cercar;
  E quivi, deposta l’usata minaccia,
  Le donne superbe, con pallida faccia,
  I figli pensosi pensose guatar.

    E sopra i fuggenti, con avido brando,
  Quai cani disciolti, correndo, frugando,
  Da ritta, da manca, guerrieri venir:
  Li vede, e rapito d’ignoto contento,
  Con l’agile speme precorre l’evento,
  E sogna la fine del duro servir.

    Udite! Quei forti che tengono il campo,
  Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
  Son giunti da lunge, per aspri sentier:
  Sospeser le gioie[307] dei prandi[308] festosi,
  Assursero in fretta dai blandi riposi,
  Chiamati repente da squillo guerrier.

    Lasciâr nelle sale del tetto natio
  Le donne accorate, tornanti all’addio,
  A preghi e consigli che il pianto troncò:
  Han carca la fronte de’[309] pesti cimieri,
  Han poste le selle sui bruni corsieri,
  Volaron sul ponte che cupo sonò.

    A torme, di terra passarono in terra,
  Cantando giulive canzoni di guerra,
  Ma i dolci castelli pensando nel cor:
  Per valli petrose, per balzi dirotti,
  Vegliaron nell’arme le gelide notti,
  Membrando i fidati colloqui[310] d’amor.

    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
  Per greppi senz’orma le corse affannose,
  Il rigido impero, le fami durâr:
  Si vider le lance calate sui petti,
  A canto agli scudi, rasente agli elmetti,
  Udiron le frecce fischiando volar.

    E il premio sperato, promesso a quei forti,
  Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
  D’un volgo straniero por fine al dolor?
  Tornate alle vostre superbe ruine,
  All’opere imbelli dell’arse officine,
  Ai solchi bagnati di servo sudor.

    Il forte si mesce col vinto nemico,
  Col novo signore rimane l’antico;
  L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
  Dividono i servi, dividon gli armenti;
  Si posano insieme sui campi cruenti
  D’un volgo disperso che nome non ha.

[302] atrj

[303] dei

[304] Nei

[305] nei

[306] Dei

[307] gioje

[308] prandj

[309] dei

[310] colloquj



ATTO QUARTO.


SCENA I.

Giardino nel monastero di San Salvatore in Brescia.

ERMENGARDA, sostenuta da due DONZELLE, ANSBERGA.

ERMENGARDA.

  Qui sotto il tiglio, qui.

(_s’adagia sur un sedile_).

                            Come è soave
  Questo raggio d’april! come si posa
  Sulle[311] fronde nascenti! Intendo or come
  Tanto ricerchi il sol colui che, d’anni
  Carco, fuggir sente la vita!

(_alle Donzelle_)

                              A voi
  Grazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo,
  Pago feste l’amor ch’oggi mi prese
  Di circondarmi ancor di queste aperte
  Aure, ch’io prime respirai, del Mella;
  Sotto il mio cielo di sedermi, e tutto
  Vederlo ancor, fin dove il guardo arriva.
  —Dolce sorella, a Dio sacrata madre,
  Pietosa Ansberga!

(_le porge la mano: le Donzelle si ritirano: ANSBERGA siede_)

                  —Di tue cure il fine
  S’appressa, e di mie pene. Oh! con misura
  Le dispensa il Signor. Sento una pace
  Stanca, foriera della tomba: incontro
  L’ora di Dio più non combatte questa
  Mia giovinezza doma; e dolcemente,
  Più che sperato io non avrei, dal laccio
  L’anima, antica nel dolor, si solve.
  L’ultima grazia ora ti chiedo[312]: accogli
  Le solenni parole, i voti ascolta
  Della morente, in cor li serba, e puri
  Rendili un giorno a quei ch’io lascio in terra.
  —Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmi
  Accorata così. Di Dio, nol vedi?,
  Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terra
  Pel dì che Brescia assaliran? per quando
  Un tal nemico appresserà? che a questo
  Ineffabile strazio Ei qui mi tenga?

ANSBERGA.

  Cara infelice, non temer: lontane
  Da noi son l’armi ancor: contra Verona,
  Contra Pavia, de’[313] re, dei fidi asilo,
  Tutte le forze sue quell’empio adopra;
  E, spero in Dio, non basteranno. Il nostro
  Nobil cugin, l’ardito Baudo, il santo
  Vescovo Ansvaldo, a queste mura intorno
  Del Benaco i guerrieri e delle valli
  Han radunati[314]; e immoti stanno, accinti
  A difesa mortal. Quando Verona
  Cada[315] e Pavia (Dio, nol consenti!) un novo
  Lungo conflitto....

ERMENGARDA.

                      Io nol vedrò: disciolta
  Già d’ogni tema e d’ogni amor terreno,
  Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padre
  Io pregherò, per quell’amato Adelchi,
  Per te, per quei che soffrono, per quelli
  Che fan soffrir, per tutti.—Or tu raccogli
  La mia mente suprema. Al padre, Ansberga,
  Ed al fratel, quando li veda[316]—oh questa
  Gioia[317] negata non vi sia!—dirai
  Che, all’orlo estremo della vita, al punto
  In cui tutto s’obblia, grata e soave
  Serbai memoria di quel dì, dell’atto
  Cortese, allor che a me tremante, incerta,
  Steser le braccia risolute e pie,
  Nè una reietta[318] vergognar; dirai
  Che al trono del Signor, caldo, incessante,
  Per la vittoria lor stette il mio prego;
  E s’Ei non l’ode, alto consiglio è certo
  Di pietà più profonda; e ch’io morendo
  Gli ho benedetti.—Indi, sorella... oh! questo
  Non mi negar!... trova un Fedel che possa,
  Quando che sia, dovunque, a quel feroce
  Di mia gente nemico approssimarsi....

ANSBERGA.

  Carlo!

ERMENGARDA.

          Tu l’hai nomato: e sì gli dica:
  Senza rancor passa Ermengarda: oggetto
  D’odio in terra non lascia, e di quel tanto
  Ch’ella sofferse, Iddio scongiura, e spera
  Ch’Egli a nessun conto ne chieda,[319] poi
  Che dalle mani sue tutto ella prese.
  Questo gli dica, e... se all’orecchio altero
  Troppo acerba non giunge esta parola...
  Ch’io gli perdono.—Lo farai?

ANSBERGA.

                               L’estreme[320]
  Parole mie riceva il ciel, siccome
  Queste tue mi son sacre.

ERMENGARDA.

                      Amata! e d’una
  Cosa ti prego ancor: della mia spoglia,
  Cui, mentre un soffio l’animò, sì larga
  Fosti di cure, non ti sia ribrezzo
  Prender l’estrema; e la componi in pace.
  Questo anel che tu vedi alla mia manca,
  Scenda seco nell’urna: ei mi fu dato
  Presso all’altar, dinanzi a Dio. Modesta
  Sia l’urna mia:—tutti siam polve; ed io
  Di che mi posso gloriar?—ma porti
  Di regina le insegne: un sacro nodo
  Mi fe’ regina: il don di Dio, nessuno
  Rapir lo puote, il sai: come la vita,
  Dee la morte attestarlo.

ANSBERGA.

                           Oh! da te lunge
  Queste memorie dolorose!—Adempi
  Il sagrifizio; odi: di questo asilo,
  Ove ti addusse pellegrina Iddio,
  Cittadina divieni; e sia la casa
  Del tuo riposo tua. La sacra spoglia
  Vesti, e lo spirto seco, e d’ogni umana
  Cosa l’obblìo.

ERMENGARDA.

                Che mi proponi, Ansberga?
  Ch’io mentisca al Signor! Pensa ch’io vado
  Sposa dinanzi a Lui; sposa illibata,
  Ma d’un mortal.—Felici voi! felice
  Qualunque, sgombro di memorie il core
  Al Re de’[321] regi offerse, e il santo velo
  Sovra gli occhi posò, pria di fissarli
  In fronte all’uom! Ma—d’altri io sono.

ANSBERGA.

                                      Oh mai
  Stata nol fossi!

ERMENGARDA.

                Oh mai! ma quella via,
  Su cui ci pose il ciel, correrla intera
  Convien, qual ch’ella sia, fino all’estremo.
  —E, se all’annunzio di mia morte, un novo
  Pensier di pentimento e di pietade
  Assalisse quel cor? Se, per ammenda
  Tarda, ma dolce ancor, la fredda spoglia
  Ei richiedesse come sua, dovuta
  Alla tomba real?—Gli estinti, Ansberga,
  Talor de’[322] vivi son più forti assai.

ANSBERGA.

  Oh! nol farà.

ERMENGARDA.

               Tu pia, tu poni un freno
  Ingiurioso alla bontà di Lui,
  Che tocca i cor, che gode, in sua mercede,
  Far che ripari, chi lo fece, il torto?

ANSBERGA.

  No, sventurata, ei nol farà.—Nol puote.

ERMENGARDA.

  Come? perchè nol puote?

ANSBERGA.

                        O mia diletta,
  Non chieder oltre; obblìa.

ERMENGARDA.

                           Parla! alla tomba
  Con questo dubbio non mandarmi.

ANSBERGA.

                                 Oh! l’empio
  Il suo delitto consumò.

ERMENGARDA.

                        Prosegui!

ANSBERGA.

  Scaccialo[323] al tutto dal tuo cor. Di nuove
  Inique nozze ei si fe’ reo: sugli[324] occhi
  Degli uomini e di Dio, l’inverecondo,
  Come in trionfo, nel suo campo ei tragge
  Quella Ildegarde sua....

(_ERMENGARDA sviene_)

                           Tu impallidisci!
  Ermengarda! non m’odi? Oh ciel! sorelle,
  Accorrete! oh che feci!

(_entrano le due Donzelle e varie Suore_)

                        Oh! chi soccorso
  Le dà? Vedete: il suo dolor l’uccide.

PRIMA SUORA.

  Fa core; ella respira.

SECONDA SUORA.

                       O sventurata!
  A questa età, nata in tal loco, e tanto
  Soffrir!

UNA DONZELLA.

          Dolce mia donna!

PRIMA SUORA.

                              Ecco le luci
  Apre.

ANSBERGA.

        Oh che sguardo! Ciel! che fia?

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

                                 Scacciate[325]
  Quella donna, o scudieri! Oh! non vedete
  Come s’avanza ardimentosa, e tenta
  Prender la mano al re?

ANSBERGA.

                         Svegliati: oh Dio!
  Non dir così; ritorna in te; respingi[326]
  Questi fantasmi; il nome santo invoca.

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

  Carlo! non lo soffrir: lancia a costei
  Quel tuo sguardo severo. Oh! tosto in fuga
  Andranne: io stessa, io sposa tua, non rea
  Pur d’un pensiero, intraveder nol posso
  Senza tutta turbarmi.—Oh ciel! che vedo[327]?
  Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudele
  Scherzo; ei mi strazia, io nol sostengo.—O Carlo,
  Farmi morire di dolor, tu il puoi;
  Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giorno
  Dolor ne avresti.—Amor tremendo è il mio.
  Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancora
  Non tel mostrai: tu eri mio: secura
  Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai
  Questo labbro pudico osato avria
  Dirti l’ebbrezza[328] del mio cor segreto.
  —Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo,
  Come una serpe: il guardo suo m’uccide.
  —Sola e debol son io: non sei tu il mio
  Unico amico? Se fui tua, se alcuna
  Di me dolcezza avesti.... oh! non forzarmi
  A supplicar così dinanzi a questa
  Turba che mi deride.... Oh cielo! ei fugge!
  Nelle sue braccia!... io muoio[329]!...

ANSBERGA.

                                   Oh! mi farai
  Teco morir!

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

               Dov’è Bertrada? io voglio
  Quella soave, quella pia. Bertrada!
  Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi,
  Che prima amai di questa casa, il sai?
  Parla a questa infelice: odio la voce
  D’ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto,
  Ma nelle braccia tue sento una vita,
  Un gaudio amaro che all’amor somiglia.
  —Lascia ch’io ti rimiri, e ch’io mi segga
  Qui presso a te: son così stanca![330] Io voglio
  Star presso a te; voglio occultar nel tuo
  Grembo la faccia, e piangere: con teco
  Piangere io posso! Ah non partir! prometti
  Di non fuggir da me, fin ch’io mi levi
  Inebbriata[331] del mio pianto. Oh! molto
  Da tollerarmi non ti resta: e tanto
  Mi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insieme
  Giorni ridenti! Ti sovvien? varcammo
  Monti, fiumi e foreste; e ad ogni aurora
  Crescea la gioia[332] del destarsi. Oh giorni!
  No, non parlarne per pietà! Sa il cielo
  S’io mi credea che in cor mortal giammai
  Tanta gioia[333] capisse e tanto affanno!
  Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi?
  Chiamami figlia: a questo nome io sento
  Una pienezza di martir, che il core
  M’inonda, e il getta nell’obblìo.

(_ricade_)

ANSBERGA.

                                 Tranquilla
  Ella morìa!

ERMENGARDA.

(_in delirio_)

              Se fosse un sogno! e l’alba
  Lo risolvesse in nebbia! e mi destassi
  Molle di pianto ed affannosa; e Carlo
  La cagion ne chiedesse, e, sorridendo,
  Di poca fè mi rampognasse!

(_ricade in letargo_).

ANSBERGA.

                               O Donna[334]
  Del ciel, soccorri a questa afflitta!

PRIMA SUORA.

                                      Oh! vedi:
  Torna la pace su quel volto; il core
  Sotto la man più non trabalza.

ANSBERGA.

                               O suora!
  Ermengarda! Ermengarda!

ERMENGARDA.

(_riavendosi_)

                        Oh! chi mi chiama?

ANSBERGA.

  Guardami; io sono Ansberga: a te d’intorno
  Stan le donzelle tue, le suore pie,
  Che per la pace tua pregano.

ERMENGARDA.

                              Il cielo
  Vi benedica.—Ah! sì: questi son volti
  Di pace e d’amistà.—Da un tristo sogno
  Io mi risveglio.

ANSBERGA.

                    Misera! travaglio
  Più che ristoro ti recò sì torba
  Quiete.

ERMENGARDA.

          È ver: tutta la lena è spenta.
  Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fido
  Mio letticciol[335] traetemi: l’estrema
  Fatica è questa che[336] vi do; ma tutte
  Son contate lassù.—Moriamo in pace.
  Parlatemi di Dio: sento ch’Ei giunge.

[311] Su le

[312] chieggo

[313] dei

[314] ragunati

[315] Caggia

[316] veggia

[317] Gioja

[318] rejetta

[319] chiegga

[320] Le estreme

[321] dei

[322] dei

[323] Caccialo

[324] su gli

[325] Cacciate

[326] rispingi

[327] veggio

[328] ebrezza

[329] muojo

[330] sì stanca io sono!

[331] Inebriata

[332] gioja

[333] gioja

[334] donna

[335] letticciuol

[336] ch’io


CORO.

    Sparsa le trecce morbide
  Sull’[337] affannoso petto,
  Lenta le palme, e rorida
  Di morte il bianco aspetto,
  Giace la pia, col tremolo
  Sguardo[338] cercando il ciel.

    Cessa il compianto: unanime
  S’innalza una preghiera:
  Calata in su la gelida
  Fronte, una[339] man leggiera
  Sulla[340] pupilla cerula
  Stende l’estremo vel.

    Sgombra, o gentil, dall’ansia
  Mente i terrestri ardori;
  Leva all’Eterno un candido
  Pensier d’offerta, e muori:
  Fuor della vita è il termine
  Del lungo tuo martir.

    Tal della mesta, immobile
  Era quaggiuso il fato:
  Sempre un obblìo di chiedere
  Che le saria negato;
  E al Dio de’[341] santi ascendere,
  Santa del suo patir.

    Ahi! nelle insonni tenebre,
  Pei claustri solitari,
  Tra[342] il canto delle vergini,
  Ai supplicati altari,
  Sempre al pensier tornavano
  Gl’irrevocati[343] dì;

    Quando ancor cara, improvida
  D’un avvenir mal fido,
  Ebbra[344] spirò le vivide
  Aure del Franco lido,
  E tra[345] le nuore Saliche
  Invidiata uscì:

    Quando da un poggio aereo,
  Il biondo crin gemmata,
  Vedea nel pian discorrere
  La caccia affaccendata,
  E sulle[346] sciolte redini
  Chino il chiomato sir;

    E dietro a lui la furia
  De’[347] corridor fumanti;
  E lo sbandarsi, e il rapido
  Redir dei veltri ansanti;
  E dai tentati triboli
  L’irto cinghiale uscir;

    E la battuta polvere
  Rigar di sangue, colto
  Dal regio stral: la tenera
  Alle donzelle il volto
  Volgea[348] repente, pallida
  D’amabile terror.

    Oh Mosa errante! oh tepidi
  Lavacri d’Aquisgrano!
  Ove, deposta l’orrida
  Maglia, il guerrier sovrano
  Scendea del campo a tergere
  Il nobile sudor!

    Come rugiada al cespite
  Dell’erba inaridita,
  Fresca negli arsi calami
  Fa rifluir la vita,
  Che verdi ancor risorgono
  Nel temperato albor;

    Tale al pensier, cui l’empia
  Virtù d’amor fatica,
  Discende il refrigerio
  D’una parola amica,
  E il cor diverte ai placidi
  Gaudii d’un altro amor.

    Ma come il sol che reduce
  L’erta infocata ascende,
  E con la vampa assidua
  L’immobil aura incende,
  Risorti appena i gracili
  Steli riarde al suol;

    Ratto così dal tenue
  Obblìo torna immortale
  L’amor sopito, e l’anima
  Impaurita assale,
  E le sviate immagini
  Richiama al noto duol.

    Sgombra, o gentil, dall’ansia
  Mente i terrestri ardori;
  Leva all’Eterno un candido
  Pensier d’offerta, e muori:
  Nel suol che dee la tenera
  Tua spoglia ricoprir,

    Altre infelici dormono,
  Che il duol consunse; orbate
  Spose dal brando, e vergini
  Indarno fidanzate;
  Madri che i nati videro
  Trafitti impallidir.

    Te dalla rea progenie
  Degli oppressor discesa,
  Cui fu prodezza il numero,
  Cui fu ragion l’offesa,
  E dritto il sangue, e gloria
  Il non aver pietà,

    Te collocò la provida
  Sventura in fra gli oppressi:
  Muori compianta e placida;
  Scendi a dormir con essi:
  Alle incolpate ceneri
  Nessuno insulterà.

    Muori; e la faccia esanime
  Si ricomponga in pace;
  Com’era allor che improvida
  D’un avvenir fallace,
  Lievi pensier virginei
  Solo pingea. Così

    Dalle squarciate nuvole
  Si svolge[349] il sol cadente,
  E, dietro il monte, imporpora
  Il trepido occidente:
  Al pio colono augurio
  Di più sereno dì.

[337] Su l’

[338] Guardo

[339] Fronte una

[340] Su la

[341] dei

[342] Fra

[343] Gli irrevocati

[344] Ebra

[345] fra

[346] su le

[347] Dei

[348] Torcea

[349] svolve


SCENA II

Notte.—Interno d’un battifredo sulle[350] mura di Pavia. Un’armatura nel
mezzo.

GUNTIGI, AMRI.

GUNTIGI.

  Amri, sovvienti di Spoleti?

AMRI.

                             E posso
  Obbliarlo, signor?

GUNTIGI.

                    D’allor che, morto
  Il tuo signor, solo, dai nostri cinto,
  Senza difesa rimanesti? Alzata
  Sul tuo capo la scure, un furibondo
  Già la calava; io lo ritenni; ai piedi
  Tu mi cadesti, e ti gridasti mio.
  Che mi giuravi?

AMRI.

                Ubbidienza[351] e fede,
  Fino alla morte.—O mio signor, falsato
  Ho il giuro mai?

GUNTIGI.

                  No; ma l’istante è giunto
  Che tu lo illustri con la prova.

AMRI.

                                  Imponi.

GUNTIGI.

  Tocca quest’armi consacrate, e giura
  Che il mio comando eseguirai; che mai,
  Nè per timor nè per lusinghe, fia,[352]
  Mai, dal tuo labbro rivelato.

AMRI.

(_ponendo le mani sull’armi_)

                                Il giuro:
  E, se quandunque mentirò, mendico
  Andarne io possa, non portar più scudo,
  Divenir servo d’un Romano.

GUNTIGI.

                            Ascolta.
  A me commessa delle mura, il sai,
  È la custodia; io qui comando, e a nullo
  Ubbidisco[353] che al re. Su questo spalto
  Io ti pongo a vedetta, e quindi ogn’altro
  Guerriero allontanai. Tendi l’orecchio,
  E osserva[354] al lume della luna; al mezzo
  Quando la notte fia, cheto vedrai
  Alle mura un armato avvicinarsi:
  Svarto ei sarà... Perché così mi guardi[355]
  Attonito? egli[356] è Svarto, un che tra[357] noi
  Era da men di te; che ora tra i Franchi
  In alto sta, sol perchè seppe accorto
  E segreto servir. Ti basti intanto,
  Che amico viene al tuo signor costui.
  Col pomo della spada in sullo[358] scudo
  Sommessamente ei picchierà: tre volte
  Gli renderai lo stesso segno. Al muro
  Una scala ei porrà: quando fia posta,
  Ripeti il segno; ei saliravvi: a questo
  Battifredo lo scorgi, e a guardia ponti
  Qui fuor: se un passo,[359] se un respiro ascolti,[360]
  Entra ed avvisa.

AMRI.

                   Come imponi, io tutto
  Farò.

GUNTIGI.

          Tu servi a gran disegno, e grande
  Fia il premio.

(_AMRI parte_).

[350] su le

[351] Obbedienza

[352] ei fia

[353] Obbedisco

[354] guata

[355] guati

[356] Egli

[357] fra

[358] su lo

[359] un’orma

[360] intendi


SCENA III.

GUNTIGI.

              Fedeltà?[361]—Che il tristo amico
  Di caduto signor, quei che, ostinato
  Nella speranza, o irresoluto, stette
  Con lui fino all’estremo, e con lui cadde,
  Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essa
  Si consoli, sta ben. Ciò che consola,
  Creder si vuol senza esitar.—Ma quando
  Tutto perder si puote, e tutto ancora
  Si può salvar; quando il felice, il sire
  Per cui Dio si dichiara, il consacrato
  Carlo un messo m’invia, mi vuole amico,
  M’invita a non perir, vuol dalla causa
  Della sventura separar la mia...
  A che, sempre respinta[362], ad assalirmi
  Questa parola fedeltà ritorna,
  Simile all’importuno? e sempre in mezzo
  De’[363] miei pensier si getta, e la consulta
  Ne turba?—Fedeltà! Bello è con essa
  Ogni destin, bello il morir.—Chi ’l dice?
  Quello per cui si muor.—Ma l’universo
  Seco il ripete ad una voce, e grida
  Che, anco mendico e derelitto, il fido
  Degno è d’onor, più che il fellon tra gli agi
  E gli amici.—Davver? Ma, s’egli è degno,
  Perchè è mendico e derelitto? E voi
  Che l’ammirate, chi vi tien che in folla
  Non accorriate a consolarlo, a fargli
  Onor, l’ingiurie della sorte iniqua
  A ristorar? Levatevi dal fianco
  Di que’[364] felici che spregiate, e dove
  Sta questo onor fate vedervi: allora
  Vi crederò. Certo, se a voi consiglio
  Chieder dovessi, dir m’udrei: rigetta
  L’offerte[365] indegne; de’ tuoi re dividi,
  Qual ch’ella sia, la sorte.—E perchè tanto
  A cor questo vi sta? Perchè, s’io cado[366],
  Io vi farò pietà; ma se, tra[367] mezzo
  Alle rovine altrui, ritto io rimango,
  Se cavalcar voi mi vedrete al fianco
  Del vincitor che mi sorrida, allora
  Forse invidia farovvi; e più v’aggrada
  Sentir pietà che invidia. Ah! non è puro
  Questo vostro consiglio.—Oh! Carlo anch’egli
  In cor ti spregerà.—Chi ve l’ha detto?
  Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro,
  Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto
  Quel potente m’onori, il core a voi
  Chi ’l rivela? E che importa? Ah! voi volete
  Sparger di fiele il nappo a cui non puote
  Giungere il vostro labbro. A voi diletta
  Veder grandi cadute, ombre d’estinta
  Fortuna, e favellarne, e nella vostra
  Oscurità racconsolarvi: è questo
  Di vostre mire il segno: un più ridente
  Splende alla mia; nè di toccarlo il vostro
  Vano clamor mi riterrà. Se basta
  I vostri plausi ad ottener, lo starsi
  Fermo alle prese col periglio, ebbene,
  Un tremendo io ne affronto; e un dì saprete
  Che a questo posto più mestier coraggio
  Mi fu, che un giorno di battaglia in campo.
  Perchè, se il rege, come suol talvolta,
  Visitando le mura, or or qui meco
  Svarto trovasse a parlamento, Svarto,
  Un di color, ch’ei traditori, e Carlo
  Noma Fedeli.... oh! di guardarsi indietro
  Non è più tempo: egli è destin, che pera
  Un di noi due; far deggio in modo, o Veglio,[368]
  Ch’io quel non sia.

[361] Fedeltà!

[362] rispinta

[363] Ai

[364] quei

[365] Le offerte

[366] caggio

[367] fra

[368] veglio


SCENA IV.

GUNTIGI, SVARTO,[369] AMRI.

SVARTO.

                Guntigi!

GUNTIGI.

                        Svarto!

(_ad AMRI_)

                              Alcuno
  Non incontrasti?

AMRI.

                  Alcun.

GUNTIGI.

                        Qui intorno veglia.

(_AMRI parte_).

[369] _condotto da_


SCENA V.

GUNTIGI, SVARTO.

SVARTO.

  Guntigi, io vengo, e il capo mio commetto
  Alla tua fede.

GUNTIGI.

               E tu n’hai pegno; entrambi
  Un periglio corriamo.

SVARTO.

                     E un premio immenso
  Trarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorte
  D’un popolo e la tua?

GUNTIGI.

                         Quando quel Franco
  Prigion condotto entro Pavia, mi chiese
  Di segreto parlar, messo di Carlo
  Mi si scoverse, e in nome suo mi disse
  Che l’ira di nemico a volger pronto
  In real grazia egli era, e in me speranza
  Molta ponea; che ogni[370] mio danno avria
  Riparato da re; che tu verresti
  A trattar meco; io condiscesi: un pegno
  Chiese da me[371]; tosto de’ Franchi al campo
  Nascosamente il mio figliuol mandai
  Messo insieme ed ostaggio: e certo ancora
  Del mio voler non sei? Fermo è del pari
  Carlo nel suo?

SVARTO.

                Dubbiar ne puoi?

GUNTIGI.

                                  Ch’io sappia
  Ciò ch’ei desìa, ciò ch’ei promette. Ei prese
  La mia cittade, e ne fe’ dono altrui;
  Nè resta a me che un titol vano.

SVARTO.

                                  E giova
  Che dispogliato altri ti creda, e quindi
  Implacabile a Carlo. Or sappi; il grado
  Che già tenesti, tu non l’hai lasciato
  Che per salir. Carlo a’ tuoi pari dona
  E non promette: Ivrea perdesti; il Conte,
  Prendi, sei di Pavia.

(_gli porge un diploma_).

GUNTIGI.

                       Da questo istante
  Io l’ufizio[372] ne assumo; e fiane accorto
  Dall’opre il signor mio. Gli ordini suoi
  Nunziami, o Svarto.

SVARTO.

                    Ei vuol Pavia; captivo
  Vuole in sua mano il re: l’impresa allora
  Precipita al suo fin. Verona a stento
  Chiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognuno
  Brama d’uscirne, e dirsi vinto: Adelchi
  Sol li ritien; ma quando Carlo arrivi,
  Vincitor di Pavia, di resistenza
  Chi parlerà? L’altre città che sparse
  Tengonsi, e speran nell’indugio ancora,
  Cadon[373] tutte in un dì, membra disciolte
  D’avulso capo: i re caduti, è tolto
  Ogni pretesto di vergogna: al duro
  Ostinato ubbidir[374] manca il comando:
  Ei regna, e guerra più non v’è.

GUNTIGI.

                               Sì, certo:
  Pavia gli è d’uopo; ed ei l’avrà: domani,
  Non più tardi l’avrà. Verso la porta
  Occidental con qualche schiera ei venga:
  Finga quivi un assalto; io questa opposta
  Terrò sguernita, e vi porrò sol pochi
  Miei fidi: accesa ivi la mischia, a questa
  Ei corra; aperta gli sarà.—Ch’io, preso
  Il re consegni al suo nemico, questo
  Carlo da me non chieda[375]; io fui vassallo
  Di Desiderio, in dì felici; e il mio
  Nome d’inutil macchia io coprirei.
  Cinto di qua, di là, lo sventurato
  Sfuggir non può.

SVARTO.

                  Felice me, che a Carlo
  Tal nunzio apporterò! Te più felice,
  Che puoi tanto per lui!—Ma dimmi ancora:
  Che si pensa in Pavia? Quei che il crollante
  Soglio reggere han fermo, o insiem seco[376]
  Precipitar, son molti ancora? o all’astro
  Trionfator di Carlo i guardi alfine
  Volgonsi e i voti? e agevol fia, siccome
  L’altra già fu, questa vittoria estrema?

GUNTIGI.

  Stanchi e sfidati i più, sotto il vessillo
  Stanno sol per costume: a lor consiglia
  Ogni pensier di abbandonar cui Dio
  Già da gran tempo abbandonò; ma in capo
  D’ogni pensier s’affaccia una parola
  Che gli spaventa: tradimento. Un’altra
  Più saggia a questi udir farò: salvezza
  Del regno; e nostri diverran: già il sono.
  Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo
  Ormai nulla sperando....

SVARTO.

                           Ebben, prometti;
  Tutti guadagna.

GUNTIGI.

                 Inutil rischio ei fia.
  Lascia perir chi vuol perir: senz’essi
  Tutto compir si può.

SVARTO.

                     Guntigi, ascolta.
  Fedel del Re de’ Franchi io qui favello
  A un suo Fedel; ma Longobardo pure
  A un Longobardo. I patti suoi, lo credo,
  Carlo terrà; ma non è forse il meglio
  Esser cinti d’amici? in una folla
  Di salvati da noi?

GUNTIGI.

                    Fiducia, o Svarto,
  Per fiducia ti rendo. Il dì che Carlo
  Senza sospetto regnerà, che un brando
  Non resterà che non gli sia devoto....
  Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge
  Un nemico, e respira, e questo novo
  Regno minaccia, non temer che sia
  Posto in non cal chi glielo diede in mano.

SVARTO.

  Saggio tu parli e schietto.—Odi: per noi
  Sola via di salute era pur quella
  Su cui corriamo; ma d’inciampi è sparsa
  E d’insidie: il vedrai. Tristo a chi solo
  Farla vorrà.—Poi che la sorte in questa
  Ora solenne qui ci unì, ci elesse
  All’opera compagni ed al periglio
  Di questa notte, che obbliata mai
  Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo
  Patto di vita. Sulla[377] tua fortuna
  Io di vegliar prometto; i tuoi nemici
  Saranno i miei.

GUNTIGI.

                  La tua parola, o Svarto,
  Prendo, e la mia ti fermo.

SVARTO.

                          In vita e in morte

GUNTIGI.

  Pegno la destra.

(_gli porge la destra: SVARTO la stringe_).

                 Al re de’ Franchi, amico,
  Reca l’omaggio mio.

SVARTO.

                      Doman!

GUNTIGI.

                                Domani.
  Amri!

(_entra AMRI_)

        È sgombro lo spalto?

AMRI

                            È sgombro; e tutto
  Tace d’intorno.

GUNTIGI.

(_ad AMRI, accennando SVARTO_)

                Il riconduci.

SVARTO.

                              Addio.

_Fine dell’atto quarto._

[370] ch’ogni

[371] Ei domandò

[372] ufficio

[373] Caggion

[374] obbedir

[375] chiegga

[376] Vecchio poter salvare han fermo, o seco

[377] Su la



ATTO QUINTO.


SCENA I.

Palazzo Reale in Verona.

ADELCHI, GISELBERTO DUCA DI VERONA.

GISELBERTO.

  Costretto, o re, dell’oste intera io vengo
  A nunziarti il voler: duchi e soldati
  Chiedon le resa. A tutti è noto, e indarno
  Celar si volle, che Pavia le porte
  Al Franco aprì; che il vincitor s’affretta
  Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge
  Captivo il re. Co’ figli suoi Gerberga
  Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire
  Più ancor fidando nel perdon, che in una
  Impotente amistà. Verona attrita
  Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte
  Scema, non forte assai contra il nemico
  Che già la stringe, non potrà la foga
  Dei sorvegnenti sostener; nè quelli
  Che l’han difesa fino[378] ad or, se pochi
  Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi
  Di pugna impari, e di spietato assalto.
  Fin che del fare e del soffrir concesso
  Era un frutto sperar, fenno e soffriro:
  Quanto il dover, quanto l’onor chiedea,
  Il diero: ai mali che non han più scopo
  Chiedono[379] il fine.

ADELCHI.

                       Esci: la mia risposta
  Tra[380] poco avrai.

(_GISELBERTO parte_).

[378] in fino

[379] Chieggono

[380] Fra


SCENA II.

ADELCHI.

                     Va, vivi, invecchia in pace;
  Resta un de’ primi di tua gente: il merti;
  Va, non temer; sarai vassallo: il tempo
  È pe’[381] tuoi pari.—Anche il comando udirsi
  Intimar de’[382] codardi, e di chi trema
  Prender la legge! è troppo. Han risoluto!
  Voglion, perchè son vili! e minacciosi
  Li fa il terror; nè soffriran che a questo
  Furor di codardia s’opponga alcuno,[383]
  Che resti un uom tra[384] loro!—Oh cielo! Il padre
  Negli artigli di Carlo! I giorni estremi
  Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno
  Di quella man, che non avria voluto
  Come amico serrar; mangiando il pane
  Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla
  Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli
  Rugge tradito e solo, e chiama indarno
  Chi salvarlo non può! nulla!—Caduta
  Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto
  Anch’ei le porte a spalancar da quelli
  Che non voglion morire. Oh più di tutti
  Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa
  Di Desiderio, ove d’invidia è degno
  Chi d’affanno morì!—Di fuor costui,
  Che arrogante s’avanza, e or or verrammi
  Ad intimar che il suo trionfo io compia;
  Qui la viltà che gli risponde, ed osa
  Pressarmi;—è troppo in una volta! Almeno
  Finor, perduta anche[385] la speme, il loco
  V’era all’opra; ogni giorno il suo domani,
  Ed ogni stretta il suo partito avea.
  Ed ora.... ed or, se in sen de’[386] vili un core
  Io piantar non potei, potranno i vili
  Togliere al forte, che da forte ei pera?
  Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno;
  Più d’un compagno troverò, s’io grido:
  Usciam costoro ad incontrar; mostriamo
  Che non è ver che a tutto i Longobardi
  Antepongon la vita; e... se non altro,
  Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina[387]
  Perchè quei prodi strascinar? Se nulla
  Ti resta a far quaggiù,[388] non puoi tu solo
  Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo
  Pensier riposa alfine: ei mi sorride,
  Come l’amico che sul volto reca
  Una lieta novella. Uscir di questa
  Ignobil calca che mi preme; il riso
  Non veder del nemico; e questo peso
  D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!...
  Tu, brando mio, che del destino altrui
  Tante volte hai deciso, e tu, secura
  Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento
  Tutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato!
  Perchè menti a te stesso? Il mormorio
  Di questi vermi ti stordisce; il solo
  Pensier di starti a un vincitor dinanzi
  Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa
  Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo!
  E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo
  Senza aspettar che tu mi chiami; il posto
  Che m’assegnasti, era difficil troppo;
  E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto,
  Per compagnia fino alla tomba, al padre
  Lasciar questa memoria; il tuo supremo
  Disperato sospir legargli! Al vento,
  Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia,
  Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante
  D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi,
  Che in tuo poter non è?—T’offre un asilo
  Il greco imperador. Sì; per sua bocca
  Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo
  Saggio partito, il solo degno è questo.
  Conserva al padre la sua speme: ei possa
  Reduce almeno e vincitor sognarti,
  Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto
  Del sangue sparso disperando.—E sogno
  Forse non fia: da più profondo abisso
  Altri già sorse: non fa patti eterni
  Con alcun la fortuna: il tempo toglie
  E dà: gli amici, il successor li crea.[389]
  —Teudi!

[381] pei

[382] dei

[383] un solo

[384] fra

[385] anco

[386] dei

[387] ruina

[388] qua giù

[389]

  Altri già sorse: tutto cangia: eterni
  Patti non stringe con alcun fortuna.



SCENA III.

ADELCHI, TEUDI.

TEUDI.

              Mio re.

ADELCHI.

                    Restano amici ancora
  Al re che cade?

TEUDI.

                  Sì: color che amici
  Eran d’Adelchi.

ADELCHI

                  E che partito han preso?

TEUDI.

  L’aspettano da te.

ADELCHI.

                    Dove son essi?

TEUDI.

  Qui nel palazzo tuo, lungi[390] dai tristi
  A cui sol tarda d’esser vinti appieno.

ADELCHI.

  Tristo, o Teudi, il valor disseminato
  Tra[391] la viltà!—Compagni alla mia fuga
  Io questi prodi prenderò: null’altro
  Far ne poss’io; nulla ei per me far ponno,
  Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno
  Cui venga in mente[392] un più gentil consiglio,
  Per pietà, me lo dia.—Da te, mio Teudi,
  Un più coral servigio, un più fidato
  Attendo ancor: resta per ora; al padre
  Fa che di me questa novella arrivi:
  Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo,
  Per liberarlo un dì; che non disperi.
  Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti.—Al duca
  Di Verona dirai che non attenda
  Ordini più da me.—Sulla[393] tua fede
  Riposo, o Teudi.

TEUDI.

                  Oh! la secondi il cielo.

(_escono dalle parti opposte_[394]).

[390] scevri

[391] Fra

[392] A cui soccorra

[393] Su la

[394] dai lati opposti


SCENA IV.

Tenda nel campo di CARLO sotto Verona.

CARLO, un ARALDO, ARVINO, CONTI.

CARLO.

  Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti
  I suoi guerrier questa parola esponi:
  Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra
  Grazioso signor; se no, più tarda
  L’entrata fia, ma non men certa; e i patti
  Quali un solo li detta, e inacerbito.

(_l’Araldo parte_).

ARVINO.

  Il vinto re chiede parlarti, o sire.

CARLO.

  Che vuol?

ARVINO.

             Nol disse; ma pietosa istanza
  Egli ne fea.

CARLO.

              Venga.

(_ARVINO parte_)

                   Vediam colui,
  Che destinata a un’altra fronte avea
  La corona di Carlo.

(_ai Conti_)

                      Ite: alle mura
  La custodia addoppiate; ad ogni sbocco
  Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.


SCENA V.

CARLO, DESIDERIO.

CARLO.

  A che vieni, infelice? E che parola
  Correr puote tra[395] noi? Decisa il cielo
  Ha la nostra contesa; e più non resta
  Di che garrir. Tristi querele e pianto
  Sparger dinanzi al vincitor, disdice
  A chi fu re; nè a me con detti acerbi
  L’odio antico appagar lice, nè questo
  Gaudio superbo che in mio cor s’eleva,
  Ostentarti sul volto; onde sdegnato
  Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo
  Non m’abbandoni ancor. Né, certo, un vano
  Da me conforto di parole attendi.
  Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[396]
  Per me; nè lamentar posso un destino,
  Ch’io non voglio mutar. Tal del mortale
  È la sorte quaggiù[397]: quando alle prese
  Son due di lor, forza è che l’un piangendo
  Esca del campo. Tu vivrai; null’altro
  Dono ha Carlo per te.

DESIDERIO.

                      Re del mio regno,
  Persecutor del sangue mio, qual dono
  Ai re caduti sia la vita, il sai?
  E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve,
  Di gioia[398] anco una volta inebbriarmi[399]
  Non potrei? del velen che il cor m’affoga,
  Il tuo trionfo amareggiar? parole
  Dirti di cui ti sovverresti, e in parte
  Vendicato morir? Ma in te del cielo
  Io la vendetta adoro, e innanzi a cui
  Dio m’inchinò, m’inchino: a supplicarti
  Vengo; e m’udrai; chè degli afflitti il prego
  È giudizio di sangue a chi lo sdegna.

CARLO.

  Parla.

DESIDERIO.

         In difesa d’Adrian, tu il brando
  Contro di me traesti?

CARLO.

                        A che domandi[400]
  Quello che sai?

DESIDERIO.

                  Sappi tu ancor che solo
  Io nemico gli fui, che Adelchi—e m’ode
  Quel Dio che è presso ai travagliati—Adelchi
  Al mio furor preghi, consigli, ed anche,[401]
  Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne
  Mai sempre oppose: indarno!

CARLO.

                              Ebben?

DESIDERIO.

                                      Compiuta
  È la tua impresa: non ha più nemici
  Il tuo Romano: intera, e tal che basti
  Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode
  La sicurezza e la vendetta. A questo
  Tu scendevi, e l’hai detto: allor tu stesso
  Segnasti il termin dell’offesa. Ell’era
  Causa di Dio, dicevi. È vinta; e nulla
  Più ti domanda Iddio.

CARLO.

                        Tu legge imponi
  Al vincitor?

DESIDERIO.

              Legge? Oh! ne’ detti miei
  Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli.
  O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vedi
  Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro
  Odi il prego sommesso e la lusinga;
  Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni.
  Ah! non voler di più: pensa che abborre
  Gli smisurati desidèri[402] il cielo.

CARLO.

  Cessa.

DESIDERIO.

        Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potresti
  Assaggiar la sventura, e d’un amico
  Pensier che ti conforti, aver bisogno:
  E allor gioconda ti verrebbe in mente
  Di questo giorno la pietà. Rammenta
  Che innanzi al trono dell’Eterno un giorno
  Aspetterai tremando una risposta,
  O di mercede o di rigor, com’io
  Dal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già venduto
  Il mio figlio t’è forse! Oh! se quell’alto
  Spirto indomito, ardente, consumarsi
  Deve[403] in catene!... Ah no! pensa che reo
  Di nulla egli è; difese il padre: or questo
  Gli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noi
  Non c’è[404] brando che fera: a te vassalli
  Son quei che il furo a noi: da lor tradito
  Tu non sarai: tutto è leale al forte.
  Italia è tua; reggila in pace: un rege
  Prigion ti basti; a stranio suol consenti
  Che il figliuol mio...

CARLO.

               Non più: cosa mi chiedi
  Tu! che da me non otterria Bertrada.

DESIDERIO.

  —Io ti pregava! io, che per certo a prova
  Conoscerti dovea! Nega; sul tuo
  Capo il tesor della vendetta addensa.
  Ti fe’ l’inganno vincitor; superbo
  La vittoria ti faccia e dispietato.
  Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci....

CARLO.

  Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[405]
  La mia morte sognavi, e grazie or chiedi,
  Qual converria, se, nella facil ora[406]
  Di colloquio ospital, lieto io sorgessi
  Dalla tua mensa! E perchè amica e pari
  Non sonò la risposta al tuo desìo,
  Anco mi vieni a imperversar d’intorno,
  Come il mendico che un rifiuto ascolta!
  Ma quel che a me tu preparavi—Adelchi
  Era allor teco—non ne parli: or io
  Ne parlerò. Da me fuggìa Gerberga,
  Da me cognato, e seco i figli, i figli
  Del mio fratel traea, di strida empiendo
  Il suo passaggio, come augel che i nati
  Trafuga all’ugna di sparvier. Mentito
  Era il terror: vero soltanto il cruccio
  Di non regnar; ma obbrobriosa intanto
  Me una fama pingea quasi un immane
  Vorator di fanciulli, un parricida.
  Io soffriva, e tacea. Voi premurosi
  La sconsigliata raccettaste, ed eco
  Feste a quel suo garrito. Ospiti voi
  De’[407] nipoti di Carlo! Difensori
  Voi del mio sangue, contro[408] me! Tornata
  Or finalmente è, se nol sai, Gerberga
  A cui fuggir mai non doveva; a questo
  Tutor tremendo i figli adduce, e fida
  Le care vite a questa man. Ma voi,
  Altro che vita, un più superbo dono
  Destinavate a’ miei nipoti. Al santo
  Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego,
  Che sulle[409] chiome de’[410] fanciulli, al peso
  Non pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro,
  L’olio versasse del Signor. Sceglieste
  Un pugnal, l’affilaste, e al più diletto
  Amico mio por lo voleste in pugno,
  Perch’egli in cor me lo piantasse. E quando
  Io, tra ’l Vésero infido e la selvaggia
  Elba, i nemici a debellar del cielo
  Mi sarei travagliato, in Francia voi
  Correre, insegna contro[6] insegna, e crisma
  Contro[411] crisma levar, perfidi! e pormi
  In un letto di spine,[412] il più giocondo
  De’ vostri sogni era codesto. Al cielo
  Parve altrimenti. Voi tempraste al mio
  Labbro un calice amaro; ei v’è rimasto:
  Votatelo.[413] Di Dio tu mi favelli;
  S’io nol temessi, il rio che tanto ardìa
  Pensi che in Francia il condurrei captivo?
  Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci.
  Inesausta di ciance è la sventura;
  Ma del par sofferente e infaticato
  Non è d’offeso vincitor l’orecchio.

[395] fra

[396] gioja

[397] qua giù

[398] gioja

[399] inebriarmi

[400] mi chiedi

[401] anco

[402] desiderj

[403] Debbe

[404] v’è

[405] jeri

[406] facil’ora

[407] Dei

[408] incontra

[409] su le

[410] dei

[411] contra

[412] spini

[413] Vuotatelo


SCENA VI.

CARLO, DESIDERIO, ARVINO.

ARVINO.

  Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli
  Calan le insegne; strepitando a terra
  Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti
  Ognun s’affolla, ed all’omaggio accorre.

DESIDERIO.

  Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta
  Ad ascoltar?[414]

CARLO.

              Nè si sottrasse alcuno?[415]

ARVINO.

  Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano.
  Sorpresi nella fuga, d’ogni parte
  Cinti, pugnar fino all’estremo; e tutti
  Restar sul campo, quale estinto, e quale
  Ferito a morte.[416]

CARLO.

                    E son?

ARVINO.

                           Tale è presente,
  A cui troppo dorrà, se tutto io dico.

DESIDERIO.

  Nunzio di morte, tu l’hai detto.

CARLO.

                                  Adelchi
  Dunque perì?

DESIDERIO.

(_ad ARVINO_)

              Parla, o crudele, al padre.

ARVINO.

  La luce ei vede, ma per poco, offeso
  D’immedicabil colpo. Il padre ei chiede,
  E te pur anche[417], o sire.

DESIDERIO.

                            E questo ancora
  Mi negherai?

CARLO.

               No, sventurato.—Arvino,
  Fa ch’ei sia tratto a questa[418] tenda; e digli
  Che non ha più nemici.[419]

[414] ascoltar!

[415] Nè alcun vi manca?

[416]

                       Alcuno.
  Pochi in fuga ne gìan: ma, i nostri a fronte
  Visti venir, pugnar da forti, invano:
  Tutti restar, qual senza vita, e qual
  Presso al morire.

[417] anco

[418] alla mia

[419] nimici


SCENA VII.

CARLO, DESIDERIO.

DESIDERIO.

                             Oh! come grave
  Sei tu discesa sul mio capo antico,
  Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio!
  Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo,
  E tremo di vederti. Io del tuo corpo
  Mirerò la ferita? io che dovea
  Esser pianto da te! Misero! io solo
  Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
  Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
  Se ancor, tra il canto de’[420] guerrier, caduto
  Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi,
  Tra[8] il singulto de’ tuoi, tra[421] il riverente
  Dolor de’[422] fidi, sul real tuo letto,
  Gli occhi io t’avessi.... ah! saria stato ancora
  Ineffabil cordoglio! Ed or morrai
  Non re, deserto, al tuo nemico in mano,
  Senza lamenti che del padre, e sparsi
  Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta.

CARLO.

  Veglio, t’inganna il tuo dolor. Pensoso,
  Non esultante, d’un gagliardo il fato
  Io contemplo, e d’un re. Nemico io fui
  D’Adelchi; egli era il mio, nè tal, che in questo
  Novello seggio io riposar potessi,
  Lui vivo, e fuor delle mie mani. Or egli
  Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge
  La nimistà d’un pio.

DESIDERIO.

                        Dono funesto
  La tua pietà, s’ella giammai non scende,
  Che sui caduti senza speme in fondo;
  Se allor soltanto il braccio tuo rattieni,
  Che più loco non trovi alle ferite.

[420] dei

[421] Fra

[422] dei


SCENA VIII.

CARLO, DESIDERIO, ADELCHI ferito e portato.

DESIDERIO.

  Ahi, figlio!

ADELCHI.

                 O padre, io ti rivedo[423]! Appressa;
  Tocca la mano del tuo figlio.

DESIDERIO.

                                Orrendo
  M’è il vederti così.

ADELCHI.

                       Molti sul campo
  Cadder così per la mia mano.

DESIDERIO.

                               Ahi, dunque
  Insanabile, o caro, è questa piaga?

ADELCHI.

  Insanabile.

DESIDERIO.

             Ahi lasso! ahi guerra atroce!
  Io crudel che la volli; io che t’uccido!

ADELCHI.

  Non tu, nè questi, ma il Signor d’entrambi.

DESIDERIO.

  Oh[424] desiato da quest’occhi, oh quanto
  Lunge da te soffersi! Ed un pensiero
  Fra tante ambasce mi reggea, la speme
  Di narrartele un giorno, in una fida
  Ora di pace.

ADELCHI.

               Ora per me di pace,
  Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto
  Te dal dolor quaggiù[425] non lasci.

DESIDERIO.

                                     Oh fronte
  Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio
  Che spiravi il terror!

ADELCHI.

                         Cessa i lamenti,
  Cessa, o padre, per Dio! Non era questo
  Il tempo di morir? Ma tu, che preso
  Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta.
  Gran segreto è la vita, e nol comprende
  Che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:
  Deh! nol pianger; mel[426] credi. Allor che a questa
  Ora tu stesso appresserai, giocondi
  Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
  Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
  Nè una lagrima pur notata in cielo
  Fia contra te, nè il nome tuo saravvi
  Con l’imprecar de’[427] tribolati asceso.
  Godi che re non sei; godi che chiusa
  All’oprar t’è ogni via: loco a gentile,
  Ad innocente opra non v’è: non resta
  Che far torto, o patirlo. Una feroce
  Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
  Dritto: la man degli avi insanguinata
  Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno
  Coltivata col sangue; e omai la terra
  Altra messe non dà. Reggere iniqui
  Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;
  Non dee finir così? Questo felice,
  Cui la mia morte fa più fermo il soglio,
  Cui tutto arride, tutto plaude e serve,
  Questo[428] è un uom che morrà.

DESIDERIO.

                               Ma ch’io ti perdo,
  Figlio, di ciò chi mi consola?

ADELCHI.

                                Il Dio
  Che di tutto consola.

(_si volge a CARLO_)

                       E tu, superbo
  Nemico mio....

CARLO.

                 Con questo nome, Adelchi,
  Più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe
  Empia e villana è nimistà; nè tale,
  Credilo, in cor cape di Carlo.

ADELCHI

                               E amico
  Il mio parlar sarà, supplice, e schivo
  D’ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo
  Per cui ti prego, e la morente mano
  Ripongo nella tua. Che tanta preda
  Tu lasci in libertà.... questo io non chiedo....[429]
  Chè vano, il veggo[430], il mio pregar saria,
  Vano il pregar d’ogni mortale. Immoto
  È il senno tuo; nè a questo segno arriva
  Il tuo perdon. Quel che negar non puoi
  Senza esser crudo, io ti domando. Mite,
  Quant’esser può, scevra d’insulto sia
  La prigionia di questo antico, e quale
  La imploreresti al padre tuo, se il cielo
  Al dolor di lasciarlo in forza altrui
  Ti destinava. Il venerabil capo
  D’ogni oltraggio difendi: i forti contro[431]
  I caduti, son molti; e la crudele
  Vista ei non deve[432] sopportar d’alcuno
  Che vassallo il tradì.

CARLO

                        Porta all’avello
  Questa lieta certezza: Adelchi, il cielo
  Testimonio mi sia; la tua preghiera
  È parola di Carlo.

ADELCHI.

                      Il tuo nemico
  Prega per te, morendo.

[423] riveggio

[424] O

[425] qua giù

[426] me ’l

[427] dei

[428] Questi

[429] chieggo

[430] veggio

[431] incontra

[432] debbe


SCENA IX.

ARVINO, CARLO, DESIDERIO, ADELCHI.

ARVINO.

                               Impazienti,
  Invitto re, chiedon[433] guerrieri e duchi
  D’essere ammessi.

ADELCHI.

                    Carlo!

CARLO.

                           Alcun non osi
  Avvicinarsi a questa tenda. Adelchi
  È signor qui. Solo d’Adelchi il padre,
  E il pio ministro del perdon divino,
  Han qui l’accesso.

(_parte con ARVINO_).

[433] chieggon


SCENA X.

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.

                      Ahi, mio diletto!

ADELCHI.

                                       O padre,
  Fugge la luce da quest’occhi.

DESIDERIO.

                                Adelchi,
  No, non lasciarmi!

ADELCHI.

                   O Re de’ re[434] tradito
  Da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!...[435]
  Vengo alla pace tua: l’anima stanca
  Accogli.

DESIDERIO.

          Ei t’ode: oh ciel! tu manchi! ed io...
  In servitude a piangerti rimango.

_Fine della tragedia._

[434] dei re,

[435] abbandonato,



APPENDICE

IL PRIMO GETTO DELL’“ADELCHI„


Tra i manoscritti del Manzoni, l’_Adelchi_ rimane in tre forme: le prime
due di carattere del poeta, e l’una è copia ricorretta dell’altra. La
terza, di altra mano, è quella preparata per la stampa. Porta, sotto il
titolo, il visto della Censura, «Milano, il 2 maggio 1882».

La prima forma ha segnate via via le date della composizione: sul primo
foglio, 9 settembre 1820; dopo la scena 5ª dell’atto I, 4 gennaio; in
testa dell’atto III, 2 giugno; dell’atto IV, 3 luglio, e in fine di esso,
17 luglio; in principio dell’atto V, 2 agosto, da ultimo, 21 settembre
1821. Contiene il primissimo getto; e mette conto riferirne i brani più
notevoli. Seguiremo, fin dove sarà possibile, il Bonghi (_Opere inedite
o rare di A. M._; vol. I, 1883), correggendone le sviste, nè poche nè di
poco momento.

                                                                    SCH.


_Atto I, sc. 2.ª_

DESIDERIO.

                  .....Dimenticasti
  Che ogni nostro travaglio è gioja a questa
  Italica genìa, che diradata
  Dagli avi nostri, che divisa in branchi,
  Noverata col brando, al suol ricurva,
  Che d’arme ignuda, che di capi scema,
  Ancor, dopo due secoli, siccome
  Il primo giorno, odia, sopporta e spera.
  ...............

ADELCHI.

               Ma in forse, o Padre,
  Della risposta d’Adrian tu stai?
  Di lui che, stretto di cotanti nodi
  A questo Carlo, ecc.
  ...............

DESIDERIO.

  ..............Questi i consigli sono
  Del mio figliuolo Adelchi?—Istrutti noi,
  Non discorati dall’altrui sventura,
  In più felici dì, la tronca impresa
  D’Astolfo adempirem. Non più sguernite
  Siccome allor, le Alpine valli aperto
  Al tornato invasor prestano il letto,
  Ma di bastite e di guerrier le sbarra
  Impenetrabil argine. Si scote,
  Di sotto al piè del Franco, il conculcato
  Sassone e sorge, e, del tributo invece,
  La punta della spada gli presenta.
  Assai fia questo ad occuparli. Esclami
  A sua posta Adrian; nemmen la gioja
  Gli sia concessa di mirar la faccia
  D’esti alleati.

ADELCHI.

                Ah! gli alleati suoi
  Son da per tutto, oltre i due mari e l’alpe,
  Intorno ad esso, intorno a noi. Le mani
  Ei leva al cielo, e mille mani al cielo
  Son levate in un punto: il suo desio
  Diviene il prego delle genti. Ei parla,
  E la terra risponde.

DESIDERIO.

                     Ebben, la terra
  Quei Romani pastor forse non vide
  Alla Gotica possa ed alla Greca
  Obbedire, e tacer? Si mosse allora
  Per sottrarli a tal giogo? Il santo seggio
  Di Pier, le chiavi a lor da Dio fidate:
  Questa è la forza lor; ma ciò che vale
  Il dì della battaglia? Il mondo, o figlio,
  È della spada.

ADELCHI.

                I Goti! i Greci! o padre,
  Ove son essi mai? Su questo suolo
  Sparso del sangue lor, vinto....[436]
  Io li ricerco; uno è sparito, e l’altro
  Dalla mano allentata a poco a poco
  Lascia sfuggir la preda, e senza guerra,
  Senza compianto e senza gloria, spira.
  E testimonio della lor caduta,
  Non ozioso testimon, d’entrambi
  Le spoglie afferra il sacerdote, e saldo
  Di lor ruine si compone il soglio.[437]
  Tutto ei non tragge il suo vigor dal Cielo:
  Un’altra forza, una secreta forza,
  Da quella terra, che gli è madre, attigne.
  Figlio di Roma, ei non comanda a’ vinti:
  A’ suoi fratelli antichi, a quelli, ond’ebbe
  Ogni poter, comanda. È sovra gli altri,
  E non opprime; ei degli oppressi il muto
  Dolor raccoglie, e il raccomanda al Cielo.
  Egli il pastore, il difensor di questa
  Antica razza, onde vittoria avemmo
  Ma non mai pace; in mezzo a cui padroni
  Ma stranieri viviam. Noi, vincitori,
  Chiudere il duol dobbiamo e divorarlo
  Nel cor profondo, e, come schiavi, il volto
  Atteggiar di letizia e di fidanza;
  Ed ei la gioja ed il dolor del paro,
  La speme ostenta ed i terrori: e quando
  Più d’oltraggi è gravato, e di minacce
  Sul nudo capo suo pesa l’oltraggio,
  Allor più aperto il mostra. Ei sa che, in tutti
  Gl’itali cor, pietà, rispetto accende,
  E desio di vendetta. E steril mai
  D’un popolo il desio non è del tutto.
  E della prova il dì, quando ogni cosa
  Scampo o periglio ti divien, chi puote
  Senz’affanno pensar che d’ogni parte
  Cinto è di gente che il vorria perduto?

Questa seconda scena era resa assai più lunga che non è ora, anche pel
fatto che Adelchi ragionava a lungo la proposta di acquistare amici,
liberando i Romani; la qual proposta ora è in breve accennata in fine.

DESIDERIO.

  Ebben, qual via, fra tanti rischi, hai scorta?

ADELCHI.

  Una intentata, una che forse al sommo
  Della possa ci mena, e a gloria eterna
  Fallir non puote.

DESIDERIO.

                    Ed è?

ADELCHI.

                          Quella che mai
  L’Erulo e il Goto non calcò, nè il Greco,
  Nè alcun di lor, che, pria di noi, in questo
  Suol regnaro e perir. Vedili, o Padre,
  Assalirlo a vicenda, insanguinarlo,
  Possederlo e sparir; l’italo cielo
  Ratto coprir come procella estiva,
  E sgombrarlo del par: tutti all’acquisto
  Gagliardi, e imbelli alla difesa tutti.
  Noi successor d’esti caduti, il piede
  Terrem nell’orme lor? Dagli anni miei
  Non misurar le mie parole. Aperta
  È un’altra via di scampo; osiam d’entrarvi
  Noi primi, osiamo d’esser giusti,.....
  E saremo invincibili. Un’infausta,
  Immensa forza è presso noi, soltanto
  Che vogliam farla nostra; e in sen di questa
  Terra antica s’asconde. Àprila, e tosto
  Scaturir la vedrai da questo suolo;
  Che facil preda era finor, che sempre
  Sarà fin che due popoli nutrica
  E non è patria di nessun, fintanto
  Che di fratei non sia convento, ed ogni
  Uom che il calpesta un difensor non sia.
  Oh! tuttavolta che dell’Alpi al sommo
  Un nemico s’affaccia, ansj e desiosi
  Noi domandiam: quanti son essi? e i nostri
  Vessilli in fretta noveriam, tremando
  Che gli uomini all’impresa, e alla virtude
  Manchin le forze. Gli uomini! a stormo
  Gli abbiam dintorno a noi. Questi che al solco,
  Ad ogni ovra servil curvi teniamo,
  Chi sono? i figli di color che al mondo
  Dieder la legge un dì. Gregge di schiavi,
  Spesso tremendo, inutil sempre, in fido
  Stuol rinascente di guerrier devoti
  Trasmutarli, sta in noi. Togliamo i ceppi
  Da quelle mani, e rendiam loro i brandi.
  Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa,
  Sì, ma d’onor, ma di salute è piena,
  E di pietà. Dell’itala fortuna
  Le sparse verghe raccogliam da terra,
  Il fascio antico in nostra man stringiamo:
  Dei vincitor e dei soggetti un solo
  Popol facciamo, una la legge, ed una
  Sia la patria per tutti, uno il desio,
  L’obbedienza, ed il periglio.

E dopo molti versi, ridondanti di varianti e di cancellature, nei
quali Adelchi continua a manifestare il suo animo e l’ardore della sua
convinzione, seguono questi:

  Chiuse in Italia ci saran quai porte?
  Di Roma i figli al redentor vessillo
  Si stringeran volenterosi intorno.
  Essi che, scosso il Greco giogo, e in forse
  Di lor novella libertade, un capo
  Van dimandando, un capo: e poi che altronde
  Sperar nol ponno, dall’altar l’han preso:
  Con che pietà, con che ostinata fede,
  Te seguiran, s’esser lo vuoi, te nato
  In campo, o padre, alla vittoria avvezzo!
  E riverito e non tremendo, il Sommo
  Pastor, dal dì che questo suoi più schiavi
  Da ribellar non abbia, nè tiranni
  Da maledir, tratto l’usbergo, ai santi
  Studj tornar dovrà: re delle preci,
  Signor del tempio, a chi guardar lo sappia
  Il Campidoglio sgombrerà. Concorde
  Qual era un dì l’itala terra ancora,
  Divorerà gli assalitori; e noi
  Vi porrem le radici, e ne saremo
  Gridati i padri, i salvatori; e nostra
  Dirla potrem davvero.

DESIDERIO.

                       Oh qual tempesta
  Sollevi tu nel mio pensier! Su questo
  Ripido, oscuro, arduo sentier tu dunque
  Non temeresti di gittarti?..... Io mai
  Del tuo valor dubbio non ebbi: un prode,
  Più che un prode tu sei. Sì, figlio! Un alto
  Disegno è il tuo; non ch’io l’abbracci: il fato
  Cangiar del mondo, no, di due mortali
  Opra non è: solo il tentarlo è morte.
  Troppo da quel che in tuo pensier ti fingi
  Diverso il guiderdon saria. La belva,
  Amareggiata dai tormenti e stretta
  In catene, alla man che la discioglie,
  Il primo morso avventa.....
  .....................O triste o lieto,
  Giusto o non giusto, a tutti noi segnato
  Troppo chiaro è il destin: l’impero a noi,
  Ai soggetti il terror, l’odio ad entrambi.
  .........................................
  .................E poi, coll’onta
  D’aver ceduto anco a’ Romani il campo,
  Dì che farai?

ADELCHI.

                Nulla, o Signor, fintanto
  Che null’altro stromento all’opra avremo
  Che una gente divisa. Il core, o padre,
  Basta a morir, ma la vittoria e il regno
  È pel felice che ai concordi impera.
  Oh quante volte invidiai codesto
  Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna
  D’un sol voler, saldo, gittato in uno
  Siccome il ferro del suo brando, e in pugno
  Come il brando lo tiene. Odio l’aurora
  Che annunzia il dì delle battaglie: è peso
  L’asta alla man; se nel pugnar guardarmi
  Deggio dall’uom che mi combatte a fianco.

DESIDERIO.

  ........................Ah non temer: devoti
  Gli avrem quel dì che a certa e facil preda
  Li condurrem. Carlo è lontano; ed altro
  A cor gli sta che il Pastor santo e il suo
  Gregge tremante, che servir non vuole
  E che pugnar non sa. Si[438] scote alfine,
  Di sotto al piè del Franco, il conculcato
  Sassone e sorge, e, del tributo invece,
  La punta della spada gli presenta.
  Assai fia questo ad occuparli. A Roma
  Venner con noi questi sleali; e fidi
  Gli avrem quel dì che a certa e facil preda
  Li condurrem.[439] Per chi trionfa e regna,
  Per chi dona, è l’amor; quegli è tradito
  Che dee perir: tutto è leale al forte.

ADELCHI.

  Padre!...........................

[436] Qui vi sono parole cancellate, impossibili a leggere. (BONGHI).

[437] Questi versi hanno tutti molte varianti; ma io li trascrivo di
solito nella prima lor forma. (BONGHI).

[438] Il brano che segue è stato trasferito qui da uno dei precedenti
discorsi di Desiderio. V. pag. 121-22. (SCH.)

[439] Rimette qui questo verso e mezzo, nell’intenzione, certo, di
cancellarlo sopra.—La sentenza: “tutto è leale al forte„ ricorre poi
anche più tardi, sulla bocca di Adelchi, nella soppressa scena 1ª
dell’atto V (pag. 137). (SCH.)


_Atto II, sc. 3.ª (che nel primo disegno era 4.ª)._

CARLO.

  .......................e faran fede
  In quanto onor Carlo lo tenga.

MARTINO.

                                Oh! Roma
  Libera sia dal minacciar di questa
  Sozza iniqua genia, cangiato almeno
  E alleggerito all’altra Italia il giogo
  Sia per tua man, se non è giunto il giorno,
  Se l’uom nato non è che affatto il tolga;
  Ecco il mio premio, o re.

CARLO.

                           Libera, il giuro,
  Fia Roma; al dono, che il mio padre ha posto
  Sopra l’altar, la spada mia non mai
  S’accosterà che per salvarlo: e mite
  Sovra l’Italia che il Signor mi dona,
  L’impero fia dei miei fedeli, e il mio.
  Di più nè Carlo, nè mortal nessuno,
  Darle potria. L’uom che non cinge un brando,
  Che non sale un destriero, è della terra,
  E la terra è di lui che vi conficca
  L’asta sua vincitrice. Ai miei compagni,
  Senza cui nulla che un guerrier son io,
  Delle fatiche il premio e dei perigli
  Tôr non poss’io: del vincitore è il vinto.
  Altre stirpi al servir destina il cielo,
  Altre al comando; e la vittoria è il segno
  Che le discerne. Cittadin di Roma,
  Vassallo d’Adrian, tu che obbedisci
  Ad un Signor dalla tua gente eletto,
  Tu sei libero, e il merti: il ciel, che un’alma
  Libera dietti e un cor dei rischi amico,
  Tal sorte ti dovea: godila, e lascia
  Che un popolo guerriero a quei comandi
  Che più un popol non sono.


_Atto III, sc. 1.ª_

ADELCHI.

  Siam soli, alfin, diletto Anfrido; io posso
  Questo superbo intollerabil giogo
  Di finta gioja e di dolor compresso,
  Da me cacciarlo alcun momento, e teco
  Essere Adelchi. Da quel dì che il padre
  Me fanciullo di nobili fanciulli
  In lieto coro addusse, ed io ti scersi,
  E ti presi per mano, e dalla folla
  Senza dubbiar ti trassi, e con te solo
  Divider volli il pueril trastullo
  (Era l’età di cui sì rade e incerte
  Vivono le memorie, eppur quel giorno,
  Come l’estremo che passò, m’è sempre
  Chiaro dinanzi), da quel dì tu fosti
  Dei giuochi miei, dell’armi poi, dei rischi
  Solo compagno, e dei piacer. Fratello
  Della mia scelta, innanzi a te soltanto
  L’anima mia torna sul volto, e tutto
  Il suo dolor vi porta, onde tu il veggia,
  E lo consoli, o lo compianga almeno.

ANFRIDO.

  Dolce Signor, dunque è ben ver che intera
  Gioja quaggiù non havvi! Oh! se ad eletta
  D’ogni uom fosse il destin, qual è colui
  Che or non chiedesse il tuo? Spenta una tanta
  Guerra sul cominciar, respinta come
  Cupa tempesta che dal monte appare
  Tonando, e un vento la ricalca indietro
  Pria che sul ciel si stenda; e tu sei quello
  Che soffiasti sul Franco e lo sperdesti.[440]
  Tutto il campo il confessa, il tuo gran padre
  D’esserlo esulta, ogni Fedel gioisce
  Dell’alta gloria che con te divide.
  Che più? quei vili, che dannar sè stessi
  A non amarti, hanno a temerti appreso
  Or più che mai.

ADELCHI.

                 La gloria, Anfrido! Il mio
  Destino è d’agognarla, e di morire
  Senza gustarla. Il nome mio del tutto
  Non perirà, pur troppo: è questo il tristo
  Privilegio dei re; nudo e confuso
  Coi volgari vivrà: l’età venture
  Di me sapranno ch’io fui re. No: questa
  Non è ancor gloria, Anfrido. Or dì, che abbiamo
  Fatto finor? Carlo ha levato il campo,
  E fuggito, se vuoi; ma baldo ei parte,
  Impunito, securo, ed io fremendo
  Qui mi rimango: al nappo inebbriante
  Della vittoria avvicinato ho il labbro,
  E il ritrarlo m’è forza. Ei parte il vile
  Offensor d’Ermengarda, ei che giurava
  Di spegner la mia casa; ed io non posso
  Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo,
  Dibattermi con esso, e riposarmi
  Sull’armi sue! Quanti sarieno i fidi,
  Pronti a morir, che seguirian l’insegna
  Anco vittrice del lor re? Contarli
  Possiamo Anfrido: oh prodi ei son; ma sono
  Uno fra dieci traditor, venduti
  Allo straniero, e a lui giurati, e in core
  Suoi vassalli.

ANFRIDO.

               Oh dolor!

ADELCHI.

                        Tu che al mio fianco
  Pugnasti, il sai. L’alto valor dei pochi,
  Che in ogni impresa io mi scegliea compagni,
  Con queste mura, questa volta, in queste
  Rocche della natura, alla salvezza
  Potè bastar d’un regno; in campo aperto,
  Solo coi pochi, abbandonato al Franco
  M’avrieno i più.

ANFRIDO.

                   Ma il ciel nol volle; ed ora,
  Or che svanito è il nostro rischio, e l’empia
  Speranza loro, altro a costor non resta
  Ch’esser fidi, o parerlo, e coi servigi
  Scontare un van desio.

ADELCHI.

                         Tu li vedesti
  Intorno a me spingersi a gara, in volto
  Tutti letizia, e fedeltà. Qual sorte
  Esser re di costor! Che faticoso
  Cambio d’ossequio e di gradir mentito!
  Torni la prova, e torneran festosi
  Al tradimento. Entrato è il tradimento
  Nell’alme lor per sempre. Altri, di Rachi
  Fautori un tempo, nè amistà sincera,
  Nè intero obblio speran dai re, che a loro
  Malgrado il son. Senza misura ingordi
  Di possa altri e d’onor, guardan fremendo
  Ciò che ai migliori è dato; e ciò che ad essi
  Con misura si dà, stimano offesa
  E ricevono odiando: e l’odio ormai
  È la lor vita. E correranno in braccio
  A un re straniero, ad un nemico, a questo
  Carlo astuto, ad ognun, purchè non sia
  Desiderio nè Adelchi. I fidi allora
  Non potran che morire. Ed ora il padre
  Torna ai disegni antichi, e nella fuga
  Troppo fidando del nemico, incontro
  L’apostolico sire il campo ei vuole
  Portar. Qual guerra, e qual nemico, Anfrido!
  A me il comando dell’impresa il padre
  Affiderà. Poni che, al novo grido
  Del conquiso Adrian, Carlo non torni,
  E in altro campo non ci colga. Il poco
  Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri
  Miseri avanzi del poter Latino
  Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio,
  Sedendo, orando, colla man comanda
  Di ferro ignuda, svaniranno incontro
  Tutta Longobardia, guidata, ardente,
  Concorde, anche fedele, allor che a certa
  E facil preda la conduci. Il voto
  Di età tante fia pago, e Italia intera
  Nostra sarà. Dì, non è questo il mio
  Avvenir più ridente? Ebben ruine
  Sopra ruine ammucchierem: l’antica
  Nostr’arte è questa; nei palagi il foco
  Porremo e nei tugurj: uccisi i primi,
  I signori del suolo, e quanti a caso
  Nell’asce nostre ad inciampar verranno,
  Fia servo il resto, e fra costor diviso:
  E ai più sleali e più temuti, il meglio
  Toccherà della preda.—Oh mi parea,
  Pur mi parea che ad altro io fossi nato,
  Che ad esser capo di ladron; che il cielo
  Su questa terra altro da me volesse
  Che, senza rischio e senza onor, guastarla.
  —Oh quante volte invidiai cotesto
  Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna
  D’un sol pensier, saldo, gittato in uno
  Siccome il ferro del suo brando, e in pugno
  Come il brando lo tiensi[441]: egli a difesa
  Del debole e del santo almen venia!
  Il mio cor m’ange, Anfrido; ei mi comanda
  Alte e nobili cose; e guardo, e nulla
  Veggio che al voto del mio cor sia pari,
  E alla mia possa a un tempo. E strascinato
  Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura,
  Senza meta; e il mio cor s’inaridisce,
  Siccome il germe in rio terren, che il vento
  Balza di loco in loco.

ANFRIDO.

                        Alto infelice![442]
  .........................................

In un altro abbozzo, codesta scena era tutt’altro.—Essa «è nella tenda
d’Arderigo, un Longobardo, e vi hanno parte lui, Faraldo, Guntigi,
Ildechi, Leuteri ed altri Duchi, sgomenti della partenza di Carlo con
cui s’erano accordati. Ma la lor conversazione va poco oltre: il Manzoni
la interrompe e la cancella, e ricomincia la scena, secondo è rimasta.
In questa, non appare già in tutto sicura la partenza dei Franchi; ma
preparasi; e se parecchie parti del primo getto son ritenute, Adelchi vi
appare non diverso, ma più concreto». (BONGHI).

[440] Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono
ritirati per timore d’Adelchi».

[441] Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca
ad Adelchi, nella sc. 2ª dell’atto I (pag. 126-7). Ora son rimasti a metà
della sc. 1ª dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata. (SCH.)

[442] Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1ª
scena dell’atto III, nelle sue _Horae subsecivae_; Napoli, Morano, 1838;
p. 259-268. (SCH.)


_Atto V, sc. 1.ª_

La scena è la sala del Palazzo Reale in Pavia; e le persone: Desiderio,
Adelchi, Guntigi.—Il Manzoni cancellò poi tutto, e scrisse in calce
all’ultima pagina: «Scartar tutto, e rifar l’atto in modo più conforme
alla storia».

ADELCHI.

  No, mio Guntigi; senza te non debbe
  Deliberarsi questo affar: rimani.

GUNTIGI.

  O re, concedi che al mio posto io torni.
  Tutto che fia qui statuito, io tosto,
  Presente o assente, eseguirò.

ADELCHI.

                                 Guntigi,
  Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dico
  Perchè nei giorni di splendor tel dissi,
  Nè vo’ che nuovi affetti, o più cortese
  Parlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbi
  Caro mai sempre; ma dal dì che tutto,
  Noi seguendo, perdesti, o, come spero,
  Tutto per un momento, in preda a quello
  Ch’io dir non voglio vincitor, lasciasti,
  Tu mi sei sacro da quel dì. Supremo
  È il momento, o Guntigi: in sull’angusto
  Limite, che la morte dalla vita
  Parte, la somma delle cose è posta.
  Ed il consiglio, che a salvarla io reco,
  Importa a te non men che ai regi: e cessi
  Il Ciel, quand’anche senza rischio io il possa,
  Ch’io mai di te senza di te decida.
  Quel che a te dico, a questi prodi il dico.

(_GUNTIGI siede con gli altri_).

DESIDERIO.

  Fedeli, o voi degni del nome, udite
  Ciò che Adelchi propon. Nei detti suoi
  È la vita: il credete ad un che tardi
  È saggio, e il sangue del suo cor daria
  Per non averli un dì negletti.

ADELCHI.

                                  Amici,
  Un fin s’appressa, un grande evento omai
  Sovrasta inevitabile: o subirlo
  Qual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo;
  Questa è la scelta che ci resta. E tanti
  Giorni di stento terminar dovranno
  A un giorno di vergogna? e fia che il campo
  Resti alla frode e alla viltà, giurate
  Contro la fede ed il valor? nè questa
  Dura, viril costanza avrà giovato
  Fuor che a perir più lentamente? e tutto,
  Tutto, in un punto perirà: la sede
  Del regno, e regno, e gloria, e quella ancora
  Che a voi per queste disperate estreme
  Prove si dà? Chè il mondo oblìa le prove
  A cui l’evento non risponde, e cerca
  L’aspetto sol del vincitore, e sempre
  Cerca la tomba di colui che vinse.
  No, no; siamo all’estremo, è ver; ma spesso,
  Solo al confine del perir, si schiude
  Il sentier che diverge alla salute.
  E allor che nulla dai consigli usati
  Si spera, esausti indarno, e tutti, appare
  L’inaudito che salva. I padri nostri
  Ne fêr la prova in un gran punto, al tempo
  Ch’erranti ancor, popolo armato, un suolo
  Ivan cercando ove configger l’aste
  Vincitrici, e regnar. Certo, vi debbe
  Risovvenir che, in lieti giorni, spesso
  Ai banchetti del padre il sapiente
  Varnefrido il narrava. A terre ignote
  Quei securi veniano, ed a nemici
  Di cui la possa non sapean nè il nome.
  Uno abbattuto o dissipato, un altro
  Su lor via si poneva: ei lo sgombravano,
  E proseguian. Giunti in Mauringa alfine,
  Estenuati di vittorie,—e un passo
  Nè quinci dar non si potea nè quindi,
  Senza vincere ancor,—fêr sosta, e in tristo
  Parlamento s’uniro. Un saggio ardito
  Sorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio?
  Donde il timor? dall’esser pochi? Ebbene
  Cresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noi
  Pari in vigor, maggior di folla, dietro
  Ci trasciniam, peso e periglio: a tutti
  Diam franchigia: le frecce in quelle mani
  Poniam, nomiamli combattenti: il nome
  Fa l’uom». Gloria a colui che l’alto avviso
  Schiuse, alla gente che il credette, e n’ebbe
  Tre secoli di vita: e più se in noi
  Non la lasciam finir, se a quel degli avi
  Il nostro cor, come il periglio, è pari.
  Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi:—Siam pochi;
  Il tradimento ed il valor ci han scemi
  Del par. Bella, ma breve è la tenzone
  Del valor contro il numero. Cresciamo:
  Come i padri il possiam. Questi Romani,
  Che stanno inerti e malvolenti il nostro
  Sterminio ad aspettar, sotto le insegne
  Chiamiam, nomiamli combattenti: il furo;
  Il saranno. In Pavia quante abbiam noi
  Vuote armature, e petti inermi! in opra
  Poniamo entrambi, e n’usciran guerrieri.
  Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puote
  Rivolgere il destin, dal nostro capo
  Il periglio gittar sovra colui
  Che ne stringe, evocar da questa avversa
  Terra che ci abbandona, a mille a mille,
  Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridi
  Una legge, e sia questa:—Ogni Romano,
  Che in nostro ajuto sorgerà, divenga
  Come un di noi: sia suo; libero segga
  Nel suo terren, nudra un cavallo, assista
  Ai consigli del popolo.—Fratelli!
  Lo scampo è qui donde processe il danno.
  Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noi
  Portan questi Latini, unica e cara
  Eredità dei padri loro, a Carlo
  Spianò le vie; la terra ov’ei ci assalse,
  Gli era alleata da gran tempo: e il core
  S’addoppia all’uom che in fido suol combatte.
  Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostri
  I traditor; sì, ma non è tradito
  Se non colui che, disarmato, infermo,
  Presta un fianco al pugnal; quegli è tradito
  Che dee perir: tutto è leale al forte.
  Ma badate, o compagni: il suo vantaggio
  Carlo gettò, lasciollo a noi, se noi
  Core abbiam di pigliarlo. Ei della nostra
  Gente la feccia, i traditori, accolse,
  Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’antico
  Poter gli raffermò; così la vana,
  Incerta speme del Latin, derise,
  Che non sentì da quella mano il giogo
  Alleggerito, anzi nè pur mutato.
  Quindi l’amor cessò. Che fia se quello
  Che invan da lui sperossi, e più, da noi
  Si promette e si dà? L’odio è per lui,
  La speranza è per noi: sospetto a Carlo
  Ogni Latin diventa: ei dee guardarsi
  Per ogni parte. Le città, che i fidi
  Tengono ancora, apron le porte ad ogni
  Latin che aspira al nobil premio: a noi
  Crescon le forze, a dissipar le sue
  Carlo è costretto. E se Pavia non puote
  Regger più a lungo, se di qui respinto
  Non è il Franco da noi, securi almeno
  Potrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo,
  Sempre amici troviam: viva, inestinta
  Vien la guerra con noi. Si vive: il nostro
  Fido alleato è il tempo: a noi rapirlo
  Carlo s’affanna, perchè il teme. Egli arde
  Di terminar: mentre ei minaccia un regno,
  Chi guarda il suo? senza nemici è forse?
  E d’offesa bramosi e di vendetta,
  Gli stan da un lato il Sassone, dall’altra
  Il Saracino, e l’Aquitan nel seno:
  Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad una
  Voce gridiam la legge....

GUNTIGI.

(_s’alza precipitosamente_)

                            O regi, il sangue,
  Il riposo, l’aver, ciò che da noi
  Dar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....

ADELCHI.

  Ebben?

GUNTIGI.

          Nostro non è: l’onore e il dritto,
  Non pur di noi, ma d’una gente, è questo:
  Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi;
  Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemico
  Di questa gente, nol tentò. S’accorse
  Ei che men dura e temeraria impresa
  Saria spegnere un popolo, che farlo
  Discender tutto in una volta. E ai fidi,
  Che già tanto soffrir, noi proporremo
  Ciò che a’ trasfughi Carlo.....?

VERMONDO.

                                  È un suo creato
  Che parla qui? L’empia sua mente al certo
  Mi suona in questi detti. E l’afforzarsi
  Dunque il chiami discendere? non sai
  Che il primo dritto è non perir? Tu parli
  D’onor, siccome qui contesa or fosse
  Di chi preceda in una festa: oh! schivo
  Davver sei tu! Quel che già parve agli avi
  Senno, è disnor per te; ma, dall’inganno
  Più che dall’arme affranti, il regno in mano
  Al nemico lasciar, questo fia dritto
  E onor?

GUNTIGI.

           Ben festi tu, che re non sei,
  Di favellar così. Qual ti s’addice,
  E non temprata da rispetti, intera
  La risposta sarà. Sappi che, pria
  Che ad un Romano io di fratello il nome
  Dia, ch’io gli segga in parlamento al fianco,
  Scelgo morir per la sua man. Non sai
  Che Longobardo io nacqui? E se t’avvisi
  Che solo io il sia, guàrdati intorno, s’altre
  Guance non vedi, ove un rossor di sdegno
  Questa proposta fe’ salir.

ADELCHI.

                             Guntigi,
  Frustrar con ciance un gran disegno, il puote
  L’ultimo dei mortali: ella è una trista
  Parte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orlo
  Della ruina, un che s’oppone ai mezzi
  Della salute, e nulla reca, e intero
  Lascia il periglio, è un traditor; la morte
  Ei dello Stato agogna.

GUNTIGI.

                         Il re, compagni,
  Vuol che io proponga, e lo farò: m’intenda
  Cui tocca. Ai figli tramandar l’impero
  Di questa vinta terra, e della vinta
  Razza che la ricopre, uno, supremo,
  Qual dai padri a noi venne, è questo il fine
  D’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le vene
  Corrono sangue longobardo: è questa
  La pubblica salute; a questa opporsi
  Tradimento saria. Tutto che ad essa
  Conduca, io tutto, e non io solo, approvo.
  Se v’ha chi puote, ogni privato affetto
  Dimenticando, ogni util suo mettendo
  Dietro le spalle, procurarla, e torne
  Gl’impedimenti, ei, se la patria pone
  Dinanzi a sè, se d’alto cor si sente,
  Vi si risolva.

DESIDERIO.

                  Chi ti fe’, Guntigi,
  Duca d’Ivrea?

GUNTIGI.

                 Tu, re, perch’io su quella
  Terra, quant’era in me, serbassi eterna
  La signoria del popol nostro; come
  Io re t’elessi, e t’anteposi all’alto
  Emulo tuo, perchè tu fossi il primo
  Tutor dei nostri dritti: e il nostro antico
  Regno tenessi a quell’altezza almeno
  Ove il trovasti.

ADELCHI.

                   Astuto ardimentoso,
  Taci; il tuo re non lo comanda, il figlio
  Di Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio,
  Farci obbliar perchè siam qui: tu temi
  Che un partito si pigli; ed a stornarlo,
  Più certa via, come più vil, non v’era
  Che oltraggiar quest’antico, innanzi a cui
  Qui, dappertutto, e sempre, il guardo a terra
  Io tener ti farò. Ma infruttuosa
  Ancor quest’arte ti sarà: non voglio
  La tua risposta.—A voi favello, o prodi.


_Atto V, sc. 7.ª_

CARLO.

                Ebben, tu il vedi:
  Iddio percote il tuo figliuol, non io.
  La vita io gli lasciava, e gliela toglie
  Un più forte di noi.

DESIDERIO.

                       Come pesante
  Sei tu discesa sul mio capo antico,
  Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi,
  Sola dolcezza mia, cui vivo io mai
  Dir non potea: tutto è perduto!, oh quanto
  Sospirai di vederti; e in quale aspetto
  Dinanzi or mi verrai! Tu, quel sì bello
  E terribile Adelchi! Io questo giorno
  Ti preparai, sordo ai tuoi detti; e Dio
  Parlava in te! Cieco amator, per farti
  Più bello il regno, io ti scavai la tomba!
  Io cominciai la tua rovina; il cielo
  A compir diella ad una man, creata
  Certo a punir. Se ancora....

Questi versi, ritentati nel manoscritto più volte, si leggono ancora così:

                        Come pesante
  Sei tu discesa sul mio capo antico,
  Mano di Dio! Così mi rendi il figlio!
  Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo
  E tremo di vederti. E fra i perigli,
  Fra i tradimenti e l’abbandono, a questo
  Son io dunque vissuto? io che dovea
  Esser pianto da te! Misero! ed io
  Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti
  Più bello il soglio, io ti scavai la tomba!
  ..........................................

La tragedia terminava:

ADELCHI.

  ......................l’anima stanca
  Accogli.

DESIDERIO.

          Oh Dio! chè non mi pigli teco!...

colla variante scritta sotto:

                    perchè mi lasci in terra!

e poi: «Si abbandona presso il corpo del figlio agonizzante; CARLO parte;
cade il sipario.

  _21 settembre 1821._»


_Coro dell’atto IV._

V’è segnata, in principio, la data «13 dicembre 1821»; in fine, 11
gennaio 1822».

«V’appare», scrive il Bonghi, «in due strofe un processo di creazione
poetica, che in Manzoni non è frequente: quello di formare in prosa il
pensiero che vuol verseggiare e che alla prima i versi non gli rendono;
p. es., la terza strofa è venuta da prima scritta così:

  Quel Dio che udì tuoi gemiti,
  Che il tuo dolor fe’ santo,
  Dal travagliato spirito
  Non lo torrà fin tanto
  Che dal consunto [solubil] cenere
  Non ti rapisca in Sè.

«Il concetto, quantunque l’espressione ne sia tuttora imperfetta, non
è men bello di quello che la quarta strofa esprime ora; ma questo è
così accennato in margine:—“Il tuo destino quaggiù non era d’ottenere
l’obblìo, ma di chiederlo„;—e sotto, qualcuno dei versi che sono rimasti:

  Sempre un obblìo di chiedere
  Che ti saria negato
  ................ascendere
  Santa del tuo martir [dolor].

«Del pari, la strofa 18ª: _Te collocò_....., ha ai lati espresso così in
parte il concetto che vi è verseggiato, ma pure non intero:—“La sventura
ti ripone fra gli oppressi, ti fa concittadina dei vinti. Trapassa in
pace. Nessuna imprecazione suonerà sul tuo sepolcro„.

«Le tre bellissime strofe 8, 9, 10 paiono uscite quasi di getto,
soprattutto l’ultima; ma è a notare come, nell’ottava, il terzo e il
quarto verso si leggono nel manoscritto così:

                      e l’assiduo
  Redir de’ veltri ansanti.

Vuol dire ch’egli ha compiuto il terzo più tardi nel modo che si legge
ora: _E lo sbandarsi e il rapido_, e l’ha tenuto in mente, sino alla
seconda copia. Così è accaduto di alcuni altri in questo Coro».


_Coro dell’atto III._

V’è segnata, in principio, la data «15 gennaio 1822»: in fine, «19
gennaio 1822».—Le varianti son notate, di solito, sopra o sotto del verso
stesso.

  Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti,
    Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
    Dai solchi bagnati di servo sudor,
    Un popol[443] disperso repente si desta,
    Intende l’orecchio, solleva la testa
    Percosso da novo crescente romor.

  Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
    Qual raggio di sole da nuvoli folti,
    Traluce dei padri la fiera virtù:
    Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto,
    Si mesce e discorda lo spregio[444] sofferto
    Col livido orgoglio del regno che fu.[445]

  È il volgo gravato dal nome latino,
    Che un’empia vittoria sul suolo tien chino
    Che gli empj trionfi degli avi portò[446];
    È il volgo che inerte, qual gregge predato,
    Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
    Nel Winilo errante dal Greco passò.

  S’aduna voglioso, si sperde tremante;
    Per torti sentieri, con passo vagante,
    Fra tema e desire, s’avanza e ristà.
    E guata[447] e rimira, scorata e confusa,
    Dei crudi signori la turba diffusa,
    Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.

  I fieri leoni, perduto il ruggito[449],
    Col guardo inquieto, del daino inseguito
    Le note latebre del covo cercar;
    E intanto, deposta l’usata minaccia,
    Le donne superbe[450], con pallida faccia,
    I figli pensosi pensose guatar.

  E sopra i fuggenti[451], con avido brando,
    Quai cani disciolti, correndo, frugando,
    Da destra[452], da manca, guerrieri venir.
    Li vede, e rapito d’ignoto contento,
    Con l’agile speme precorre l’evento,
    E sogna la fine del duro servir.

  Udite! Quei forti che tengono il campo,
    Che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
    Son giunti da lunge, per aspri sentier;
    Troncaron le gioje dei prandj festosi,
    Assursero in fretta dai dolci[453] riposi,
    Chiamati repente da squillo guerrier.

  Lasciàr nelle sale del tetto natio
    Le donne accorate, tornanti all’addio,
    A preghi e consigli che il pianto troncò:
    Han carche le fronti dei gravi[454] cimieri,
    Han poste le selle sui bruni corsieri,
    Volaron sul ponte[455] che cupo sonò.

  A truppe[456], di terra passarono in terra,
    Cantando giulive canzoni di guerra,
    Ma i dolci castelli[457] pensando nel cor:
    Per valli petrose[458], per balzi dirotti,
    Vegliaron nell’arme le gelide notti,
    Membrando i fidati colloquj d’amor.

  Per greppi senz’orma le corse affannose,
    Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
    Il rigido impero, le fami duràr;
    Si vider le lance calate sui petti,
    Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti,
    Le frecce pennute fischiando volar.[460]

  E il premio agli stenti sperato dai forti,
    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
    Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
    Se il petto dei forti pungeva tal[461] cura,
    Di tanto periglio[462], di tanta pressura,
    Di tanto cammino non era mestier.

  Son donni pur essi di lurida plebe,
    Spogliata dell’armi,[463] curvata alle glebe,
    Densata nei chiusi di vinte città;
    A frangere il giogo che i miseri aggrava,
    Un motto dal labbro di questi[464] bastava,
    Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]

  Tornate alle vostre superbe ruine,
    All’opera imbelle[466] dell’arse officine,
    Ai solchi bagnati di servo sudor;
    Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
    Di vostre speranze parlate sommesso,
    Dormite fra i[467] sogni giocondi d’error.

  Domani al destarvi, tornando infelici,
    Saprete che il forte sui vinti nemici
    I colpi sospese, che un patto fermò:
    Che regnano insieme, che parton le prede,
    Si stringon le destre, si danno la fede,
    Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]

[443] volgo

[444] l’oltraggio

[445] Col misero orgoglio d’un tempo che fu.—

_Variante cancellata:_

  Si mesce e discorda, confuso ed incerto,
  Col livido marchio del giogo sofferto
  L’orgoglio impotente d’un tempo che fu.

[446]

  Che un’empia vittoria conquise e tien chino
  Sul suol che i trionfi degli avi portò.

[447] adocchia

[448] dall’aste

[449] già senza ruggito

[450] insolenti

[451] dispersi

[452] ritta

[453] blandi

[454] pesti

[455] Trascorsero il ponte

[456] torme

[457] il nido relitto

[458] rigose

[459] Accanto agli scudi

[460] Udiron le frecce passando fischiar.

[461] pungea simil

[462] apparecchio

[463] Inerme, pedestre,

[464] dei forti

[465] Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l’ha].

[466] All’opere imbelli

[467] fra

[468] Che il popolo e il regno, che il nome restò.


Nella copia preparata per la stampa, e vista dalla Censura, appaiono
cancellati alcuni versi, che si leggevano pur nella seconda, che mancano
tuttora nello stampato. Essi sono i seguenti:


_Atto I, sc. 2.ª_

DESIDERIO.

  ..............Dimenticasti
  Che ogni nostro travaglio è gioja a questa
  Italica genia, che diradata
  Dagli avi nostri, che divisa in branchi,
  Noverata col brando, al suol ricurva,
  Ancor dopo due secoli, siccome
  Il primo giorno, odia, sopporta e spera?
  E che fra i nostri, intorno a noi, col nome
  Di Fedeli e gli onor, vivono ancora
  Quei che le parti sostenean di Rachi
  ...............


_Coro dell’atto III._

_Str. 3.ª_

  È il volgo gravato dal nome latino,
    Che un’empia vittoria conquise e tien chino
    Sul suol che i trionfi degli avi portò;
    È il volgo che inerte, qual gregge predato,
    Dall’Erulo avaro nel Goto spietato,
    Nel Winilo errante dal Greco passò.
    ................

_Str. 11.ª_

  E il premio sperato, promesso a quei forti,
    Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
    Por fine ai lamenti d’un volgo stranier?
    Se il petto dei forti pungea simil cura,
    Di tanto apparecchio, di tanta pressura,
    Di tanto cammino non era mestier.

  Son donni pur essi di lurida plebe,
    Inerme, pedestre, curvata alle glebe,
    Densata nei chiusi di vinte città;
    A frangere il giogo che i miseri aggrava,
    Un motto dal labbro dei forti bastava:
    E il labbro dei forti proferto non l’ha.

  Tornate alle vostre superbe ruine,
    All’opere imbelli dell’arse officine,
    Ai solchi bagnati di servo sudor;
    Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso,
    Di vostre speranze parlate sommesso,
    Dormite fra sogni giocondi d’error.

  Domani, al destarvi, tornando infelici,
    Saprete che il forte sui vinti nemici
    I colpi sospese, che un patto fermò;
    Che regnano insieme, che parton le prede,
    Si stringon le destre, si danno la fede,
    Che il donno, che il servo, che il nome restò.


_Atto IV, sc. 5.ª_

SVARTO.

                            Guntigi, ascolta.
  Fedel del Re dei Franchi, io qui favello
  A un suo Fedel; ma Longobardo pure
  A un Longobardo.—I Franchi, primi amici
  Del re, gli amici di battaglia, intorno
  Gli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tutti
  Corrono a gara, onde occupar quel posto,
  Da cui balzato è un Longobardo. E un giorno
  Noi qui saremo gli stranier, se uniti,
  Se molti, non restiam.


_Atto V, sc. 8.ª_

Nel discorso d’Adelchi a Desiderio, dove ora si legge:

                       Reggere iniqui
  Dolce non è; tu l’hai provato; e fosse;

il Manzoni aveva scritto da prima:

                        Quel che tu perdi
  Titol superbo, chi tel dava? Un patto
  Cogli empj a danno degli inermi; godi
  Che gli empj il patto han lacerato. Ah! dolce
  Non è il regnar; tu l’hai provato: e fosse;...

Nel discorso d’Adelchi a Carlo, dove ora si legge:

                                 Immoto
  È il senno tuo; nè a questo segno arriva
  Il tuo perdon. Quel che negar non puoi....

il Manzoni aveva scritto:

                                  Immota
  È la mente dei re, nè a questo segno
  Perdonan essi mai. Quel che puoi darmi
  Quantunque re, quel che negar non puoi....



IL CONTE DI CARMAGNOLA

TRAGEDIA.


NOTA.—La prima edizione è del 1820, Milano, dalla Tipografia di Vincenzo
Ferrario. Ristampata anch’essa varie volte, da varii, in Italia e fuori,
questa tragedia fu poi, nel 1845 e nel 1870, ristampata, con parecchi
ritocchi, dall’autore. Seguiamo pur qui le due ristampe autentiche,
rilevando a piè di pagina le varianti della prima stampa.—Abbiamo altresì
notate, questa volta, le molte e considerevoli differenze che corrono fra
le tre stampe curate dall’autore, della _Prefazione_ e delle _Notizie
storiche_. Nel tener dietro a una così incontentabile ricerca e a una
così instancabile elaborazione e correzione della forma, si prova, oltre
il resto, un vero diletto; e il confrontare i tre diversi testi, può
riuscire, a chi lo faccia con amorosa diligenza, istruttivo, più e meglio
di una qualunque lezione di rettorica o di stilistica, se campata in aria
e librata sulle fragili ali delle teorie e delle astrattezze.

                                                               SCHERILLO.

AL SIGNOR CARLO CLAUDIO FAURIEL IN ATTESTATO DI CORDIALE E RIVERENTE
AMICIZIA L’AUTORE.



PREFAZIONE


Pubblicando un’opera d’immaginazione che non si uniforma ai canoni di
gusto ricevuti comunemente in Italia, e sanzionati dalla consuetudine
dei più, io non credo però di dover annoiare[469] il lettore con una
lunga esposizione de’ princìpi che ho seguiti in questo lavoro. Alcuni
scritti recenti contengono sulla poesia drammatica idee così nuove e
vere e di così vasta applicazione, che in essi si può trovare facilmente
la ragione d’un dramma il quale, dipartendosi dalle norme prescritte
dagli antichi trattatisti, sia ciò non ostante condotto con una qualche
intenzione. Oltredichè,[470] ogni componimento presenta a chi voglia
esaminarlo gli elementi necessari a regolarne un giudizio; e a mio
avviso sono questi: quale sia l’intento dell’autore; se questo intento
sia ragionevole; se l’autore l’abbia conseguito. Prescindere da un tale
esame, e volere a tutta forza giudicare ogni lavoro secondo regole, delle
quali è controversa appunto l’universalità e la certezza, è lo stesso che
esporsi a giudicare stortamente un lavoro: il che per altro è uno de’ più
piccoli[471] mali che possano accadere in questo mondo.

Tra i vari espedienti[472] che gli uomini hanno trovati per imbrogliarsi
reciprocamente, uno de’ più ingegnosi[473] è quello d’avere, quasi
per ogni argomento, due massime opposte, tenute ugualmente[474] come
infallibili. Applicando quest’uso anche ai piccoli[475] interessi della
poesia, essi dicono a chi la esercita: siate originale, e non fate nulla
di cui i grandi poeti non vi abbiano lasciato l’esempio. Questi comandi
che rendono difficile l’arte più di quello che è già, levano[476] anche a
uno scrittore la speranza di poter rendere ragione d’un lavoro poetico;
quand’anche non ne lo ritenesse il ridicolo a cui s’espone sempre
l’apologista de’ suoi propri versi.

Ma poichè la quistione delle due unità di tempo e di luogo può
esser trattata tutta in astratto, e senza far parola della presente
qualsisia[477] tragedia; e poichè queste unità, malgrado gli argomenti a
mio credere inespugnabili che furono addotti contro di esse, sono ancora
da moltissimi tenute[478] per condizioni indispensabili del dramma; mi
giova di riprenderne[479] brevemente l’esame. Mi studierò[480] per altro
di fare piuttosto una picciola[481] appendice, che una ripetizione degli
scritti che le hanno già combattute.

I. L’unità di luogo, e la così detta unità di tempo, non sono regole
fondate nella ragione dell’arte, nè connaturali all’indole[482] del poema
drammatico; ma sono venute da una autorità non bene intesa, e da princìpi
arbitrari: ciò risulta evidente a chi osservi la genesi di esse. L’unità
di luogo è nata dal fatto che la più parte delle tragedie greche imitano
un’azione la quale si compie in un sol luogo, e dalla idea che il teatro
greco sia un esemplare perpetuo ed esclusivo di perfezione drammatica.
L’unità di tempo ebbe origine da un passo di Aristotele[a], il quale,
come benissimo osserva il signor Schlegel[b], non contiene un precetto,
ma la semplice notizia di un fatto; cioè della pratica più generale del
teatro greco. Che se Aristotele[483] avesse realmente inteso di stabilire
un canone dell’arte, questa sua frase avrebbe il doppio inconveniente
di non esprimere un’idea precisa, e di non essere accompagnata da alcun
ragionamento.

Quando poi vennero quelli che[484], non badando all’autorità,
domandarono la ragione di queste regole, i fautori di esse non seppero
trovarne che una, ed è: che, assistendo lo spettatore realmente alla
rappresentazione d’un’azione, diventa per lui inverosimile che le diverse
parti di questa[485] avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un
lungo tempo, mentre lui[486] sa di non essersi mosso di luogo, e d’avere
impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è evidentemente
fondata su un[487] falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come
parte dell’azione; quando è[488], per così dire, una mente estrinseca
che la contempla. La verosimiglianza[489] non deve nascere in lui
dalle relazioni[490] dell’azione col suo modo attuale di essere, ma da
quelle[491] che le varie parti dell’azione hanno tra[492] di loro. Quando
si considera che lo spettatore è fuori dell’azione, l’argomento in favore
delle unità svanisce.

II. Queste regole non sono in analogia con gli[493] altri princìpi
dell’arte ricevuti da quegli stessi che le credono necessarie. Infatti
s’ammettono nella tragedia come verosimili molte cose che non lo
sarebbero se ad esse s’applicasse il principio sul quale si stabilisce
la necessità delle due unità; il principio, cioè, che nel dramma
rappresentato siano verosimili que’ fatti soli[494] che s’accordano con
la presenza dello spettatore, dimanierachè[495] possano parergli[496]
fatti reali. Se uno[497] dicesse, per esempio: que’ due personaggi
che parlano tra loro di cose segretissime, come se credessero[498]
d’esser soli, distruggono ogni illusione, perchè io sento d’esser loro
visibilmente presente, e li veggo esposti agli occhi d’una moltitudine;
gli[499] farebbe precisamente la stessa obiezione[500] che i critici
fanno alle tragedie dove sono trascurate le due unità. A quest’uomo non
si può dare che una risposta: la platea non entra nel dramma: e questa
risposta vale anche per le due unità. Chi cercasse il motivo per cui
non si sia esteso il falso principio anche a questi casi, e non si sia
imposto all’arte anche questo giogo, io credo che non ne troverebbe
altro, se non che per questi casi non ci era[501] un periodo d’Aristotele.

III. Se poi queste regole si confrontano con l’esperienza[502], la gran
prova che non sono necessarie alla illusione è[503], che il popolo
si trova nello stato d’illusione voluta dall’arte, assistendo ogni
giorno[504] e in tutti i paesi a rappresentazioni dove esse non sono
osservate; e il popolo in questa materia è il miglior testimonio. Poichè
non conoscendo esso la distinzione dei diversi generi d’illusione, e non
avendo alcuna idea teorica del verosimile dell’arte definito da alcuni
critici pensatori; niuna idea astratta, niun precedente giudizio potrebbe
fargli ricevere un’impressione di verosimiglianza da cose che non fossero
naturalmente atte a produrla. Se i cangiamenti di scena distruggessero
l’illusione, essa dovrebbe certamente essere più presto distrutta nel
popolo che nelle persone colte, le quali piegano più facilmente la loro
fantasia a secondar l’intenzioni dell’artista.

Se dai teatri popolari passiamo ad esaminare qual caso[505] si sia
fatto[506] di queste regole ne’ teatri colti delle diverse nazioni[507],
troviamo che nel greco non sono mai state stabilite[508] per principio, e
che s’è fatto contro ciò che esse prescrivono, ogni volta che l’argomento
lo ha richiesto; che i poeti drammatici inglesi e spagnoli[509] più
celebri, quelli che[510] sono riguardati come i poeti nazionali, non le
hanno conosciute, o non se ne sono curati; che i tedeschi le rifiutano
per riflessione. Nel teatro francese vennero introdotte a stento; e
l’unità di luogo in ispecie incontrò ostacoli da parte de’ comici stessi,
quando vi fu messa[511] in pratica da Mairet[512] con la sua _Sofonisba_,
che si dice la prima tragedia regolare francese: quasi fosse un destino
che la regolarità tragica deva[513] sempre cominciare da una _Sofonisba_
noiosa. In Italia queste regole sono state seguite come leggi, e senza
discussione, che io sappia, e quindi probabilmente senza esame.

IV. Per colmo poi di bizzarria, è accaduto che quegli stessi che le hanno
ricevute non le osservano esattamente in fatto. Perchè, senza parlare di
qualche violazione dell’unità di luogo che si trova in alcune tragedie
italiane e francesi, di quelle chiamate esclusivamente _regolari_, è
noto che l’unità di tempo non è osservata nè pretesa nel suo stretto
senso, cioè nell’uguaglianza del tempo fittizio attribuito all’azione
col tempo reale che essa occupa nella rappresentazione. Appena in tutto
il teatro francese si citano tre o quattro tragedie che adempiscano[514]
questa condizione. _Comme il est très-rare (~dice un critico francese~)
de trouver des sujets qui puissent être resserrés dans des bornes si
étroites, on a élargi la règle, et on l’a étendue jusqu’à vingt-quatre
heures_[c]. Con una tale[515] transazione i trattatisti non hanno fatto
altro che riconoscere l’irragionevolezza[516] della regola, e si sono
messi in un campo dove non possono sostenersi in nessuna maniera[517].
Giacchè si potrà ben discutere con chi è di parere che l’azione non
deva oltrepassare il tempo materiale della rappresentazione; ma chi ha
abbandonato questo punto, con qual[518] ragione pretenderà che uno si
tenga[519] in un limite fissato così[520] arbitrariamente? Cosa[521]
si può mai dire a un critico, il quale crede[522] che si possano
allargare le regole? Accade qui, come in molte altre cose, che sia più
ragionevole chiedere[523] il molto che il poco. Ci sono ragioni[524] più
che sufficienti per esimersi da queste regole; ma non se ne può trovare
una per ottenere una facilitazione a chi le voglia seguire[525]. _Il
serait donc à souhaiter (~dice un altro critico~) que la durée fictive
de l’action pût se borner au temps du spectacle; mais c’est être ennemi
des arts, et du plaisir qu’ils causent, que de leur imposer des lois
qu’ils ne peuvent suivre, sans se priver de leurs ressources les plus
fécondes, et de leurs plus rares beautés. Il est des licences heureuses,
dont le Public convient tacitement avec les poètes, à condition qu’ils
les employent à lui plaire, et à le toucher; et de ce nombre est
l’extension feinte et supposée du temps réel de l’action théâtrale_[d].
Ma le[526] _licenze felici_ sono parole senza senso in letteratura;
sono di quelle molte espressioni che rappresentano un’idea chiara nel
loro significato proprio e comune, e che usate qui metaforicamente
rinchiudono una contradizione.[527] Si chiama ordinariamente _licenza_
ciò che si fa contro le regole prescritte dagli uomini; e si danno in
questo senso licenze felici, perchè tali regole possono essere, e sono
spesso, più generali di quello che la natura delle cose richieda.[528]
Si è trasportata questa espressione nella grammatica, e vi sta bene;
perchè le regole[529] grammaticali essendo di convenzione, e per
conseguenza alterabili, può uno scrittore, violando alcuna di queste,
spiegarsi meglio; ma nelle regole intrinseche alle arti del bello la cosa
sta altrimenti. Esse devono essere fondate sulla natura, necessarie,
immutabili, indipendenti dalla volontà de’ critici, trovate, non fatte; e
quindi la trasgressione di esse non può esser altro che infelice.[530] —
Ma perchè queste riflessioni su due parole? Perché nelle[531] due parole
appunto sta l’errore. Quando s’abbraccia un’opinione storta, si usa per
lo più spiegarla con frasi metaforiche e ambigue, vere in un senso e
false in un altro; perchè la frase chiara svelerebbe la contradizione. E
a voler mettere in chiaro[532] l’erroneità della opinione, bisogna[533]
indicare dove sia[534] l’equivoco.

V. Finalmente queste regole impediscono molte bellezze, e producono molti
inconvenienti.

Non discenderò a dimostrare[535] con esempi la prima parte di questa
proposizione: ciò è stato fatto egregiamente più d’una volta. E la
cosa resulta[536] tanto evidentemente dalla più leggiera osservazione
d’alcune tragedie inglesi e tedesche, che i sostenitori[537] stessi delle
regole sono costretti a riconoscerla[538]. Confessano essi che il non
astringersi ai limiti reali di tempo e di luogo lascia il campo a una
imitazione ben altrimenti varia e forte: non negano le bellezze ottenute
a scapito delle regole; ma affermano che bisogna rinunziare a quelle
bellezze, giacchè per ottenerle bisogna cadere nell’inverosimile. Ora,
ammettendo l’obiezione, è chiaro che l’inverosimiglianza tanto temuta
non si farebbe sentire[539] che alla rappresentazione scenica; e però la
tragedia da recitarsi sarebbe di sua natura incapace di quel grado di
perfezione, a cui può arrivare[540] la tragedia, quando non si consideri
che come un poema in dialogo, fatto soltanto per la lettura, del pari
che il narrativo. In tal caso, chi vuol cavare dalla poesia ciò che essa
può dare, dovrebbe preferire sempre questo secondo genere di tragedia: e
nell’alternativa di sacrificare o la rappresentazione materiale, o ciò
che forma l’essenza del bello poetico, chi potrebbe mai stare in dubbio?
Certo, meno d’ogni altro quei critici i quali sono sempre[541] di parere
che le tragedie greche non siano[542] mai state superate dai moderni, e
che producano il sommo effetto poetico, quantunque non servano più che
alla[543] lettura. Non ho inteso con ciò di concedere che i drammi senza
le unità riescano inverosimili alla recita; ma da una conseguenza ho
voluto far sentire il valore del principio.

Gl’inconvenienti che nascono[544] dall’astringersi alle due unità, e
specialmente a quella di luogo, sono ugualmente[545] confessati dai
critici. Anzi non par credibile che le inverosimiglianze esistenti
nei drammi orditi secondo queste regole, siano così tranquillamente
tollerate da coloro che vogliono le regole a solo fine d’ottenere la
verosimiglianza. Cito un solo esempio di questa loro rassegnazione: _Dans
CINNA il faut que la conjuration se fasse dans le cabinet d’Émilie, et
qu’Auguste vienne dans ce même cabinet confondre Cinna, et lui pardonner:
cela est peu naturel._ La sconvenienza[546] è assai bene sentita, e
sinceramente confessata. Ma la giustificazione è singolare. Eccola:
_Cependant il le faut_[e].

Forse si è qui eccessivamente ciarlato su una questione[547] già
così bene sciolta, e che a molti può parer[548] troppo frivola.
Rammenterò[549] a questi ciò che disse molto sensatamente in un caso
consimile un noto scrittore[550]: _Il n’y a pas grand mal à se tromper
en tout cela: mais il vaut encore mieux ne s’y point tromper, s’il est
possible_[f]. E del rimanente, credo che[551] una tale questione abbia il
suo lato importante. L’errore solo è frivolo in ogni senso. Tutto ciò che
ha relazione con l’arti della parola, e coi diversi modi d’influire sulle
idee e sugli affetti degli uomini, è legato di sua natura con oggetti
gravissimi. L’arte drammatica si trova presso tutti i popoli civilizzati:
essa è considerata da alcuni come un mezzo potente di miglioramento, da
altri come un mezzo potente di corruttela, da nessuno come una cosa[552]
indifferente. Ed è[553] certo che tutto ciò che tende a ravvicinarla o
ad allontanarla dal suo tipo di verità e di perfezione, deve alterare,
dirigere, aumentare, o diminuire la sua influenza.

Quest’ultime riflessioni conducono a una[554] questione più volte
discussa, ora quasi dimenticata, ma che io credo tutt’altro che sciolta;
ed è: se la poesia drammatica sia utile o dannosa. So che ai nostri
giorni sembra pedanteria il conservare alcun dubbio sopra di ciò[555],
dacchè il Pubblico di tutte le nazioni colte ha sentenziato col fatto
in favore del teatro. Mi sembra però che ci voglia molto coraggio per
sottoscriversi senza esame a una sentenza contro la quale sussistono le
proteste[556] di Nicole, di Bossuet, e di G. G. Rousseau, il di cui[557]
nome unito a questi viene qui ad avere una autorità singolare. Essi
hanno unanimemente inteso di stabilire due punti: uno[558] che i drammi
da loro conosciuti ed esaminati sono immorali: l’altro che ogni dramma
deva esserlo, sotto pena di riuscire freddo, e quindi vizioso secondo
l’arte; e che in conseguenza la poesia drammatica sia una di quelle cose
che si devono abbandonare, quantunque producano dei piaceri, perchè
essenzialmente dannose. Convenendo interamente sui vizi del sistema
drammatico giudicato dagli scrittori nominati qui sopra, oso credere
illegittima la conseguenza che[559] ne hanno dedotta contro la poesia
drammatica in generale.[560] Mi pare[561] che siano stati tratti in
errore dal non aver supposto possibile altro sistema che[562] quello
seguito in Francia. Se ne può dare, e se ne dà un altro suscettibile
del più alto grado d’interesse e immune[563] dagl’inconvenienti di
quello: un sistema conducente allo scopo morale, ben lungi dall’essergli
contrario. Al presente saggio di componimento drammatico, m’ero proposto
[564] d’unire un discorso su tale argomento. Ma costretto da alcune
circostanze a rimettere questo lavoro ad altro tempo, mi fo lecito
d’annunziarlo; perchè mi pare[565] cosa sconveniente il manifestare una
opinione contraria[566] all’opinione ragionata d’uomini di prim’ordine,
senza addurre le proprie ragioni, o senza prometterle almeno[g].

Mi rimane a render conto del Coro introdotto una volta in questa
tragedia, il quale, per non essere nominati personaggi che lo compongano
[567], può parere[568] un capriccio, o un enimma[569]. Non posso
meglio spiegarne l’intenzione, che riportando in parte ciò che il signor
Schlegel ha detto dei Cori greci: _Il Coro è da riguardarsi come la
personificazione de’ pensieri morali che l’azione ispira, come l’organo
de’ sentimenti del poeta che parla in nome dell’intera umanità_. E poco
sotto: _Vollero i greci che in ogni dramma il Coro.... fosse prima di
tutto il rappresentante del genio nazionale, e poi[570] il difensore
della causa dell’umanità: il Coro era insomma lo spettatore ideale; esso
temperava l’impressioni violente[571] e dolorose d’un’azione qualche
volta[572] troppo vicina al vero; e riverberando, per così dire, allo
spettatore reale le sue proprie emozioni, gliele rimandava raddolcite
dalla vaghezza d’un’espressione lirica e armonica, e lo conduceva
così nel campo più tranquillo della contemplazione_[h]. Ora m’è parso
[573] che, se i Cori dei greci non sono combinabili col sistema tragico
moderno, si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne lo
spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull’idea[574] di que’
Cori. Se l’essere questi indipendenti dall’azione e non applicati a
personaggi li priva d’una[575] gran parte dell’effetto che producevano
quelli, può però, a mio credere, renderli suscettibili d’uno slancio più
lirico, più variato e più fantastico. Hanno inoltre sugli antichi il
vantaggio d’essere senza inconvenienti: non essendo legati con l’orditura
dell’azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si scomponga
per farceli[576] stare. Hanno finalmente un altro vantaggio per l’arte,
in quanto, riserbando al poeta un cantuccio dov’egli possa parlare in
persona propria, gli diminuiranno la tentazione d’introdursi nell’azione,
e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti: difetto dei
più notati negli scrittori drammatici. Senza indagare se questi Cori
potessero mai essere in qualche modo adattati alla recita, io propongo
soltanto che siano destinati alla lettura: e prego il lettore d’esaminare
questo progetto indipendentemente dal saggio che qui se ne presenta;
perchè il progetto mi sembra potere essere atto a dare all’arte più
importanza e perfezionamento, somministrandole un mezzo più diretto, più
certo e più determinato d’influenza morale.

Premetto alla tragedia alcune notizie storiche sul personaggio e sui
fatti che sono l’argomento di essa, pensando che chiunque si risolve a
leggere un componimento misto d’invenzione e di verità storica, ami di
potere, senza lunghe ricerche, discernere ciò che vi è conservato di
avvenimenti reali.

[469] _Nella prima edizione scrive sempre: ~annojare~, ~nojoso~,
~principj~, ~necessarj~, ~varj~, ~proprj~, ~arbitrarj~, ~esempj~,
~vizj~...._

[470] Oltre di che

[471] lievi

[472] spedienti

[473] trovato per impacciarsi l’un l’altro, ingegnosissimo

[474] _Nella prima edizione sempre: ~egualmente~, ~eguale~,
~eguaglianza~._

[475] _Sempre: ~piccioli~, ~picciola~...._

[476] più ch’ella non è, tolgono

[477] qualsiasi

[478] ritenute

[479] ripigliarne

[480] Studierò

[481] _Questo ~picciola~ s’è salvato!_

[482] risultanti dall’indole

[483] _Sempre: ~Aristotile~_

[484] coloro i quali

[485] questa azione

[486] egli

[487] _Sempre: ~su di un~_

[488] egli è

[489] _Sempre: ~verisimiglianza e inverisimiglianza~, ~verisimile e
inverisimile~ (sost. e agg.)..._

[490] dai rapporti

[491] dai rapporti

[492] _Sempre: ~fra~_

[493] _Sempre: ~cogli~, ~colla~, ~coll’~..._

[494] soltanto

[495] in modo che a lui

[496] parer

[497] altri

[498] assicurandosi

[499] egli

[500] _Sempre: ~obbiezione~_

[501] _Sempre: ~v’era~_

[502] si considerano dal lato dell’esperienza

[503] _Sempre: ~si è~_

[504] tutto dì

[505] conto

[506] tenuto

[507] d’ogni nazione, noi

[508] poste

[509] spagnuoli

[510] i quali

[511] posta

[512] _In molte delle antiche edizioni (potrei dire in tutte), anteriori
al 1845, si strascinò l’errore: ~Nairet~; anche in quella di Jena 1827, e
in quella un po’ pretensiosa di Firenze 1827._

[513] _Sempre: ~debba~, ~debbono~...._

[514] adempiano

[515] Con tale

[516] la dannosità

[517] in alcun modo

[518] che

[519] altri si contenga

[520] ch’egli ha posto

[521] Che

[522] stima

[523] domandare

[524] Si hanno argomenti

[525] eseguire.

[526] Salvo il rispetto a Marmontel e all’opera piena di merito nella
quale leggesi questo passo, osservo che le

[527] _Sempre: ~contraddizione~._

[528] felici, perchè seguite da un buon successo.

[529] molte regole

[530] e non si può quindi trasgredirle senza fallare lo scopo dell’arte.

[531] Nelle

[532] a voler mostrare

[533] basta

[534] sta

[535] provare

[536] risulta

[537] molti dei sostentori

[538] hanno dovuto convenirne

[539] non sarebbe sensibile

[540] giungere

[541] tuttavia

[542] _Sempre: ~sieno~_

[543] poetico, tragedie non conosciute che per la

[544] risultano

[545] sono essi pure

[546] L’inconvenienza

[547] _Sempre: ~quistione~_

[548] sembrare

[549] Ricorderò

[550] a questi le parole usate in un caso consimile da un eccellente
scrittore:

[551] Nondimeno io stimo che

[552] come cosa

[553] Egli è

[554] _Quasi sempre: ~ad una~_

[555] sopra di ciò alcun dubbio

[556] appellazioni

[557] il cui

[558] l’uno

[559] che essi

[560] a disfavore di tutta in genere la poesia drammatica.

[561] Parmi

[562] fuori di

[563] ed esente

[564] io aveva in animo

[565] mi sembra

[566] opposta

[567] compongono

[568] sembrare

[569] enigma

[570] poscia

[571] violenti

[572] talvolta

[573] sembrato

[574] nella idea

[575] toglie loro una

[576] farveli


NOTE DEL MANZONI

ALLA PREFAZIONE DEL “CARMAGNOLA„


a) «Sono differenti in questo (_l’Epopea e la Tragedia_), che quella ha
il verso misurato semplice, ed è raccontativa, e formata di lunghezza;
e questa si sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole,
o di mutarne poco; ma l’Epopea è smoderata per tempo, ed in ciò è
differente dalla Tragedia». _Traduzione del CASTELVETRO._

b) _Corso di Letteratura drammatica_, Lezione X.

c) BATTEUX, _Principes de la littérature_, Traité V, chap. 4.

d) MARMONTEL, _Éléments de littérature_, art. _Unité_.

e) BATTEUX, l. c.

f) FLEURY, _Mœurs des Israélites_, X.

g) Altre circostanze non hanno permesso all’autore di mantenere questa
promessa. E lo dice senza riguardo, sapendo bene che sono mancanze le
quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli
acquistano spesso quello di benemerito. Del rimanente, questo punto
è stato toccato in parte nella _Lettre à M.r Ch..... sur l’unité de
temps et de lieu dans la tragédie_. E forse, per ciò che riguarda la
questione generale, basta osservare che tutta l’argomentazione di
quegli scrittori è fondata sulla supposizione, che il dramma non possa
interessare se non in quanto comunichi allo spettatore o al lettore le
passioni rappresentate in esso. Supposizione venuta dall’aver preso per
condizione universale e naturale del dramma ciò ch’era un fatto speciale
de’ drammi esaminati da loro, e della quale la più parte de’ drammi
immortali de Shakespeare sono una confutazione tanto evidente quanto
magnifica.—[Questa nota, s’intende, è stata aggiunta nell’edizione del
1845. Ma vedi più avanti i _Materiali estetici_, dov’è pur pubblicato
quanto altro il Manzoni aveva buttato giù intorno alla questione della
moralità nelle opere tragiche.—SCH.].

h) _Corso di Letteratura drammatica_, Lezione III.



NOTIZIE STORICHE.


Francesco di Bartolommeo[577] Bussone, contadino, nacque in Carmagnola,
donde prese il nome di guerra che gli è rimasto nella storia. Non si sa
di certo in qual anno nascesse: il Tenivelli[578], che ne scrisse la
storia[579] nella _Biografia Piemontese_, crede che sia stato[580] verso
il 1390. Mentre ancor giovinetto[581] pascolava delle pecore[582], l’aria
fiera del suo volto fu osservata da un soldato di ventura, che lo invitò
a venir con lui[583] alla guerra. Egli lo seguì volentieri,[584] e si
mise[585] con esso al soldo[586] di Facino Cane, celebre condottiero.

Qui la storia del Carmagnola comincia ad esser legata con quella del
suo tempo: io non toccherò di questa se non[587] i fatti principali, e
particolarmente quelli[588] che sono accennati o rappresentati nella
tragedia. Alcuni di essi sono raccontati[589] così diversamente dagli
storici, che è impossibile[590] formarsene e darne una opinione, certa ed
unica: tra le relazioni[591] spesso varie, e talvolta opposte, ho scelto
quelle che mi sono parse[592] più verosimili, o sulle quali gli scrittori
vanno più d’accordo.[593]

Alla morte di Giovanni Maria Visconti Duca di Milano (1412), il di
lui fratello[594] Filippo Maria Conte di Pavia era rimasto erede, in
titolo, del Ducato. Ma questo Stato, ingrandito dal loro padre[595]
Giovanni Galeazzo, s’era[596] sfasciato nella minorità di Giovanni,
pessimamente tutelata, e nel suo debole e crudele governo.[597] Molte
città s’erano[598] ribellate, alcune erano tornate in potere de’ loro
antichi[599] signori, d’altre s’erano fatti padroni i condottieri[600]
stessi delle truppe ducali. Facino Cane, uno di questi[601], il quale
di Tortona, Vercelli ed altre città s’era[602] formato un piccolo
principato, morì in Pavia lo stesso giorno che[603] Giovanni Maria
fu ucciso da’ congiurati in Milano. Filippo sposò Beatrice Tenda
vedova di Facino, e con questo mezzo si trovò padrone delle città già
possedute[604] da lui, e de’ suoi militi.

Era tra essi il Carmagnola, e ci[605] aveva già un comando. Questo
esercito corse col nuovo Duca sopra Milano, ne scacciò[606] il figlio
naturale di Barnabò Visconti, Astorre, il quale se n’era impadronito,
e[607] lo sforzò a ritirarsi in Monza, dove assediato, rimase ucciso. Il
Carmagnola si segnalò tanto in quest’impresa, che fu nominato condottiero
dal Duca[608].

Tutti gli storici riguardano il Carmagnola come artefice della potenza
di Filippo. Fu il Carmagnola che gli riacquistò in poco[609] tempo
Piacenza, Brescia, Bergamo, e altre città. Alcune ritornarono allo Stato
per vendita o per semplice cessione di quelli che le avevano occupate: il
terrore che già ispirava il nome del nuovo condottiero sarà probabilmente
stato il motivo di queste transazioni. Egli espugnò inoltre Genova, e la
riunì agli stati del Duca. E questo[610], che nel 1412 era senza potere e
come prigioniero in Pavia, possedeva nel 1424 venti città «acquistate»,
per servirmi delle parole di Pietro Verri, «colle nozze della infelice
Duchessa[a], e colla fede e col valore del Conte Francesco». Venne
il Carmagnola creato dal Duca conte di Castelnuovo; sposò Antonietta
Visconti parente di esso[611], non si sa in qual grado; e si fabbricò in
Milano il palazzo chiamato ancora[612] del Broletto.

L’alta fama dell’esimio condottiero[613], l’entusiasmo de’ soldati per
lui, il suo carattere fermo e altiero, la grandezza forse de’ suoi
servizi[614], gli alienarono l’animo del Duca. I nemici del Conte,
tra i quali il Bigli, storico contemporaneo, cita Zanino Riccio e
Oldrado Lampugnano, fomentarono i sospetti e l’avversione del loro
signore. Il Conte fu spedito governatore a Genova, e levato[615] così
dalla direzione della milizia. Aveva conservato il comando di trecento
cavalli; il Duca gli chiese per lettere che lo rinunziasse. Il Carmagnola
rispose pregandolo che non volesse spogliare dell’armi un uomo nutrito
tra l’armi: e ben s’accorse, dice il Bigli[b], che questo era un
consiglio[616] de’ suoi nemici, i quali confidavano di poter tutto osare,
quando lo avessero ridotto a condizione privata. Non ottenendo risposta
nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato dal
servizio[617], il Conte si risolvette di recarsi in persona a parlare col
Principe. Questo[618] dimorava in Abbiategrasso. Quando il Carmagnola si
presentò per entrare nel castello, si sentì[619] con sorpresa dire[620]
che aspettasse. Fattosi annunziare al Duca, ebbe in risposta ch’era[621]
impedito, e che[622] parlasse con Riccio. Insistette[623], dicendo
d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso; e gli fu replicata
la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una
balestriera[624], gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia,
e giurò che presto[625] si farebbe desiderare da chi non voleva allora
ascoltarlo: diede volta[626] al cavallo, e partì coi pochi compagni che
aveva condotti[627] con sè, inseguito invano da Oldrado, il quale, al dir
del Bigli, credette meglio di non arrivarlo[628].

Andò il Carmagnola in Piemonte, dove abboccatosi con Amedeo duca di
Savoia suo natural principe, fece di tutto per inimicarlo a Filippo; poi
attraversando la Savoia, la Svizzera e il Tirolo, si portò a Treviso.
Filippo confiscò i beni assai ragguardevoli che il Carmagnola aveva nel
Milanese[c].

Giunto il Carmagnola a Venezia il giorno 23 di febbraio del 1425,
vi fu accolto con distinzione, gli fu dato alloggio dal pubblico nel
Patriarcato, e concessa licenza di portar armi a lui e al suo seguito.
Due giorni dopo, fu preso al servizio[629] della Repubblica con 300
lance[d].

I Fiorentini, impegnati allora in una guerra infelice contro[630] il
Duca Filippo, chiedevano[631] l’alleanza dei Veneziani: il Duca instava
presso di essi perchè volessero rimanere in pace con lui. In questo
frattempo un Giovanni Liprando, fuoruscito milanese, pattuì col Duca
d’ammazzare il[632] Carmagnola, purchè gli fosse concesso di ritornare
a casa[633]. La trama fu sventata, e levò[634] ai Veneziani ogni dubbio
che il Conte fosse mai più per riconciliarsi col suo antico principe.
Il Bigli attribuisce in gran parte a questa scoperta la risoluzione dei
Veneziani per la guerra. Il doge propose in senato che si consultasse
il Carmagnola: questo[635] consigliò la guerra: il doge opinò pure
caldamente per essa: e fu risoluta. La lega coi Fiorentini e con altri
Stati d’Italia fu proclamata in Venezia il giorno 27 gennaio del 1426.
Il giorno[636] 11 del mese seguente il Carmagnola fu creato capitano
generale delle genti di[637] terra della Repubblica; e il 15[638] gli fu
dato dal doge il bastone e lo stendardo di capitano, all’altare di san
Marco.

Trascorrerò più rapidamente che mi sarà possibile sugli avvenimenti di
questa guerra, la quale fu interrotta da due paci, fermandomi solo sui
fatti che hanno somministrato materiali[639] alla tragedia.

«Ridussesi la guerra in Lombardia, dove fu governata dal Carmagnola
virtuosamente, ed in pochi mesi tolse molte terre al Duca insieme con la
città di Brescia; la quale espugnazione in quelli tempi, e secondo quelle
guerre, fu tenuta mirabile»[e]. Papa Martino V s’intromise; e sul finire
dello stesso anno fu conclusa[640] la pace, nella quale Filippo cedette
ai Veneziani Brescia col suo territorio.

Nella seconda guerra (1427) il Carmagnola mise[641] per la prima volta
in uso un suo ritrovato[642] di fortificare il campo con un doppio
recinto[643] di carri, sopra ognuno de’ quali stavano tre balestrieri.
Dopo molti piccoli fatti, e dopo la presa d’alcune terre, s’accampò[644]
sotto il castello di Maclodio, ch’era difeso[645] da una guarnigione
duchesca.

Comandavano nel campo del Duca quattro insigni condottieri, Angelo della
Pergola, Guido Torello, Francesco Sforza, e Nicolò Piccinino[f]. Essendo
nata[646] discordia tra di loro[647], il giovine[648] Filippo vi mandò
con pieni poteri Carlo Malatesti pesarese, di nobilissima famiglia; ma,
dice il Bigli, alla nobiltà mancava l’ingegno. Questo storico osserva che
il supremo comando dato[649] al Malatesti non bastò a levar di mezzo[650]
la rivalità de’ condottieri; mentre nel campo veneto a nessuno repugnava
d’ubbidire[651] al Carmagnola, benchè avesse sotto di sè[652] condottieri
celebri, e principi, come Giovanfrancesco Gonzaga, signore di Mantova,
Antonio Manfredi, di Faenza, e Giovanni Varano, di Camerino.

Il Carmagnola seppe conoscere il carattere del generale nemico, e
cavarne[653] profitto. Attaccò Maclodio, in[654] vicinanza del quale
era il campo duchesco. I due eserciti si trovarono divisi da un terreno
paludoso, in mezzo al quale passava una strada elevata, a guisa d’argine:
e tra le paludi s’alzavano qua e là delle macchie poste su un[655]
terreno più sodo: il Conte mise in queste degli agguati[656], e si
diede a provocare il nemico. Nel campo duchesco i pareri erano vari: i
racconti degli storici lo sono poco[657] meno. Ma l’opinione che pare
più comune[658], è che il Pergola e il Torello, sospettando d’agguati,
opinassero di non dar battaglia: che lo Sforza e il Piccinino la
volessero a ogni costo[659]. Carlo fu del parere degli ultimi; la diede,
e fu pienamente sconfitto. Appena[660] il suo esercito ebbe affrontato
il nemico, fu assalito a destra e a sinistra[661] dall’imboscate, e
gli furono fatti, secondo alcuni, cinque, secondo altri, otto mila
prigionieri. Il comandante fu preso anche lui[662]; gli altri quattro,
chi in una maniera, chi nell’altra[663], si sottrassero.

Un figlio[664] del Pergola si trovò tra i prigionieri.

La notte dopo la battaglia, i soldati vittoriosi lasciarono in
libertà quasi tutti i prigionieri. I commissari veneti, che seguivano
l’esercito[665], ne fecero delle lagnanze col[666] Conte; il quale
domandò a qualcheduno de’ suoi cosa fosse avvenuto de’ prigionieri[667];
ed essendogli risposto che tutti erano stati messi[668] in libertà, meno
un[669] quattrocento, ordinò che anche questi fossero rilasciati[670],
secondo l’uso[g].

Uno storico che non solo scriveva in que’ tempi, ma aveva militato in
quelle guerre, Andrea Redusio, è il solo, per quanto io sappia, che
abbia indicata la vera ragione di quest’uso militare d’allora. Egli
l’attribuisce al timore che i soldati avevano di veder presto finite le
guerre, e di sentirsi[671] gridare dai popoli: _alla zappa i soldati_[h].

I Signori veneti furono punti e insospettiti dal procedere del Conte;
ma senza giusta ragione[672]. Infatti, prendendo[673] al soldo un
condottiero, dovevano aspettarsi che[674] farebbe la guerra secondo
le leggi della guerra comunemente seguite; e non[675] potevano senza
indiscrezione pretendere che prendesse il rischioso impegno d’opporsi
a un’usanza[676] così utile e cara ai soldati, esponendosi a venire in
odio a tutta la milizia, e a privarsi d’ogni appoggio. Avevano bensì
ragione di pretender da lui[677] la fedeltà e lo zelo, ma non una
devozione illimitata: questa s’accorda solamente[678] a una causa che
s’abbraccia per entusiasmo o per dovere. Non trovo però che dopo le
prime osservazioni de’ commissari, la Signoria[679] abbia fatte[680] col
Carmagnola altre lagnanze su[681] questo fatto: non si parla anzi che
d’onori e di ricompense.

Nell’aprile del 1428 fu conclusa tra i Veneziani e il Duca un’altra di
quelle solite paci.

La guerra risorta[682] nel 1431, non ebbe per il Conte così prosperi
cominciamenti come le due passate. Il castellano che comandava in Soncino
per il[683] Duca, si finse disposto a cedere per tradimento quel castello
al Carmagnola. Questo ci[684] andò con una parte dell’esercito[685], e
cadde[686] in un agguato, dove lasciò prigionieri, secondo il Bigli,
secento[687] cavalli e molti fanti, salvandosi lui[688] a stento.

Pochi giorni dopo, Nicola[689] Trevisani, capitano dell’armata veneta
sul Po, venne alle prese coi galeoni del Duca[690]. Il Piccinino e lo
Sforza, facendo le viste di voler attaccare[691] il Carmagnola, lo
rattennero[692] dal venire in aiuto[693] all’armata veneta, e intanto
imbarcarono gran parte delle loro genti di[694] terra sulle navi del
Duca. Quando il Carmagnola s’avvide dell’inganno, e corse per sostenere
i suoi, la battaglia era vicino all’altra[695] riva. L’armata veneta fu
sconfitta, e il capitano di essa fuggì in una barchetta.

Gli storici veneti accusano qui il Carmagnola di tradimento.[696] Gli
storici che non hanno preso[697] il tristo assunto di giustificare i
suoi uccisori, non gli danno altra taccia che[698] d’essersi lasciato
ingannare da uno stratagemma. Par certo che la condotta del Trevisani
fosse imprudente da principio[699], e irresoluta nella battaglia[i].
Fu[700] bandito, e gli furono confiscati i[701] beni; «e al capitano
generale (Carmagnola)[702], per imputazione di non aver dato favore
all’armata, con lettere del Senato fu scritta una lieve riprensione[j]».

Il giorno 18 d’ottobre[703], il Carmagnola diede ordine al Cavalcabò, uno
de’ suoi condottieri, di sorprender Cremona. Questo riuscì a occuparne
una[704] parte; ma essendosi i cittadini levati a stormo, dovette[705]
abbandonare l’impresa, e ritornare al campo.

Il Carmagnola non credette a proposito d’andar[706] col grosso
dell’esercito a sostenere quest’impresa; e mi par[707] cosa strana
che ciò gli sia stato imputato a tradimento dalla Signoria[708]. La
resistenza, probabilmente inaspettata, del popolo spiega benissimo perchè
il generale[709] non si sia ostinato a combattere una città che[710]
sperava d’occupare tranquillamente per sorpresa: il tradimento non
ispiega nulla; giacchè non si sa vedere perchè il Carmagnola avrebbe
ordinata la spedizione, il cattivo esito della quale non fu d’alcun
vantaggio per il nemico.[711]

Ma la Signoria, risoluta, secondo l’espressione del Navagero, di
liberarsi del Carmagnola, cercò in qual maniera potesse[712] averlo
nelle mani disarmato; e non ne trovò una più pronta[713] nè più sicura,
che[714] d’invitarlo a Venezia col[715] pretesto di consultarlo sulla
pace. Ci[716] andò senza sospetto, e in tutto il viaggio furono fatti
onori straordinari a lui e al Gonzaga che l’accompagnava.[717] Tutti
gli storici, anche veneziani[718], sono d’accordo in questo[719]; pare
anzi che raccontino con un sentimento di compiacenza questo procedere,
come un bel tratto di ciò che altre volte si chiamava prudenza e virtù
politica. Arrivato[720] a Venezia, «gli furono mandati incontro otto
gentiluomini, avanti ch’egli smontasse a casa sua, che l’accompagnarono
a San Marco[k]». Entrato che fu[721] nel palazzo ducale, si rimandarono
le sue genti, dicendo loro che il Conte si fermerebbe a lungo col doge.
Fu arrestato nel palazzo e condotto in prigione. Fu esaminato da una
Giunta, alla quale il Navagero dà nome di Collegio secreto; e condannato
a morte, fu, il[722] giorno 5 di maggio del 1432, condotto con le sbarre
alla bocca tra le due colonne della Piazzetta, e[723] decapitato. La
moglie e una figlia[724] del Conte (o due figlie[725], secondo alcuni) si
trovavano allora in Venezia.

Nulla d’autentico si ha sull’innocenza o sulla reità di questo
grand’uomo. Era da aspettarsi che gli storici veneziani[726], che
volevano scrivere e viver tranquilli, l’avrebbero trovato colpevole[727].
Essi esprimono quest’opinione[728] come una cosa di fatto[729], e con
quella negligenza che è naturale a chi parla in favore della forza. Senza
perdersi in congetture, asseriscono che il Carmagnola fu convinto coi
tormenti, coi testimoni e con le sue proprie lettere. Di questi tre mezzi
di prova il solo che si sappia di certo essere stato adottato[730] è
l’infamissimo primo, quello che non prova nulla.

Ma oltre la mancanza assoluta di testimonianze dirette storiche, che
confermino la[731] reità del Carmagnola, molte riflessioni la fanno
parere[732] improbabile. Nè i Veneziani hanno rivelato mai quali fossero
le condizioni del tradimento pattuito; nè d’altra parte s’è saputo mai
nulla d’un tale trattato. Quest’accusa è isolata nella storia, e non si
appoggia a nulla, se non a qualche svantaggio di guerra, il quale anche
si spiega senza ricorrere a questa supposizione: e sarebbe una legge
stravagante non meno che atroce quella che volesse imputato a perfidia
del generale ogni evento infelice. Si badi[733] inoltre all’essere il
Conte andato[734] a Venezia senza esitazione, senza riguardi e senza
precauzioni; si badi all’aver sempre la Signoria fatto un mistero di
questo fatto, malgrado la[735] taccia d’ingratitudine e d’ingiustizia che
gli si dava in Italia; si badi[736] alla crudele precauzione di mandare
il Conte al supplizio con le sbarre alla bocca, precauzione tanto più
da notarsi, in quanto s’adoprava[737] con uno che non era veneziano,
e[738] non poteva aver partigiani nel popolo; si badi finalmente[739]
al carattere noto del Carmagnola e del Duca di Milano, e si vedrà che
l’uno e l’altro ripugnano alla supposizione d’un trattato di questa
sorte tra di loro. Una riconciliazione segreta con un uomo che gli era
stato orribilmente ingrato, e che aveva tentato di farlo ammazzare;
un patto di far la guerra da stracco, anzi di[740] lasciarsi battere,
non s’accordano con l’animo impetuoso, attivo, avido di gloria del
Carmagnola. Il Duca non era perdonatore; e il Carmagnola che lo conosceva
meglio d’ogni altro, non avrebbe mai potuto credere a una riconciliazione
stabile e sicura con lui. Il disegno di ritornare con Filippo offeso non
poteva mai venire in mente[741] a quell’uomo che aveva esperimentate[742]
le retribuzioni di Filippo beneficato.

Ho cercato se negli storici contemporanei si trovasse qualche traccia
d’un’opinione[743] pubblica, diversa da quella che la Signoria
veneta[744] ha voluto far prevalere[745]; ed ecco ciò che n’ho[746]
potuto raccogliere[747].

Un cronista di Bologna, dopo aver raccontata la fine de Carmagnola,
soggiunge: «Dissesi che questo hanno fatto perchè egli non faceva
lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano, come egli doveva,
e che s’intendeva col Duca. Altri dicono che, come vedevano tutto lo
Stato loro posto nelle mani del Conte, capitano d’un tanto esercito,
parendo loro di stare a gran pericolo, e non sapendo con qual miglior
modo potessero deporlo, han trovato cagione di tradimento contra di lui.
Iddio voglia che abbiano fatto saviamente; perchè par pure, che per
questo la Signoria abbia molto diminuita la sua possanza, ed esaltata
quella del Duca di Milano[l]».

E il Poggio: «Certuni dicono che non abbia meritata la morte con delitto
di sorte veruna[748]; ma che ne fosse cagione la sua superbia, insultante
verso i cittadini veneti, e odiosa a tutti[m]».

Il Corio poi, scrittore non contemporaneo, ma di poco posteriore, dice
così[749]: «Gli tolsero il valsente di più di trecento migliaia di
ducati, i quali furono piuttosto cagione della sua morte che altro».

Senza dar molto peso a quest’ultima congettura, mi pare[750] che le
prime due, cioè il timore e le vendette private dell’amor proprio,
bastino, per que’ tempi, a dare di questo avvenimento una spiegazione
probabile, e certo più probabile di un tradimento contrario all’indole e
all’interesse dell’uomo a cui fu imputato.[751]

Tra quegli storici moderni, che non adottando ciecamente le tradizioni
antiche, le hanno esaminate con un libero giudizio, uno solo, ch’io
sappia, si mostrò persuaso affatto che il Carmagnola sia stato
colpito[752] da una giusta sentenza. Questo[753] è il Conte Verri; ma
basta leggere il passo della sua Storia, che si riferisce a questo
avvenimento, per esser[754] convinti che la sua opinione è venuta dal
non aver lui[755] voluto informarsi esattamente de’ fatti sui quali
andava stabilita. Ecco le sue parole: «O foss’egli allontanato, per una
ripugnanza dell’animo, dal portare così la distruzione ad un Principe,
dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori, e sotto del quale aveva
acquistata la celebrità; ovvero foss’egli ancora nella fiducia, che
umiliato il Duca venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli
sacrificasse i meschini nemici, che avevano ardito di nuocergli, cioè
i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il Conte
Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei Procuratori veneti, e
malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare disarmati bensì, ma
liberi al Duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi, che aveva
fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 di ottobre 1427.... Il
seguito delle sue imprese fece sempre più palese il suo animo; poichè
trascurò tutte le occasioni, e lentamente progredendo lasciò sempre tempo
ai ducali di sostenersi. In somma giunse a tale evidenza la cattiva
fede del Conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo,
decapitato in Venezia.... come reo di alto tradimento». Fa stupore il
vedere addotto in prova della reità d’un uomo un giudizio segreto di
que’ tempi, da uno storico che ne ha tanto conosciuta l’iniquità, e che
tanto si studia di farla conoscere a’ suoi lettori. In quanto[756] al
fatto de’ prigionieri[757], ognuno vede gli errori della relazione che
ho trascritta. Il Conte di Carmagnola non rimandò liberi tutti[758] i
soldati, ma quattrocento soli; non rimandò i generali, perchè di questi
non fu[759] preso che il Malatesti, e fu[760] ritenuto; non è esatto il
dire che i soldati fossero rimandati al Duca: furono semplicemente messi
in libertà. Non vedo poi perchè si entri in congetture per ispiegare la
condotta del Carmagnola in questa occasione, quando la storia ne dà per
motivo un’usanza comune[761].

La sorte del Carmagnola fece un gran rumore[762] in tutta l’Italia;
e pare[763] che in particolare i Piemontesi la sentissero più[764]
acerbamente, e ne serbassero memoria, come lo indica il seguente aneddoto
raccontato dal Denina.[765]

Il primo sospetto che i Veneziani ebbero del segreto della lega di
Cambrai venne dalle relazioni d’un loro agente in Milano, il quale
era venuto a sapere[766] «che un Carlo Giuffredo, piemontese, che si
trovava fra i Segretari di Stato del Governo di Milano ai servigi del
Re Luigi, andava fra i suoi famigliari dicendo essere venuto il tempo
in cui sarebbesi abbondantemente vendicata la morte del Conte Francesco
Carmagnola suo compatriotto[n]».

Non ho citato questo tratto per applaudire a un sentimento di vendetta,
e di patriottismo municipale, ma come un indizio del caso che si faceva
di[767] questo gran capitano in quella nobile e bellicosa parte d’Italia,
che lo considerava più specialmente come suo.

A quegli avvenimenti che si sono scelti per farne il materiale della
presente Tragedia, s’è conservato il loro ordine cronologico, e le loro
circostanze essenziali; se se ne eccettui l’aver supposto accaduto in
Venezia l’attentato contra[768] la vita del Carmagnola, quando in vece
accadde[769] in Treviso.

[577] Bartolomeo

[578] L’anno della sua nascita non è noto: il signor Tenivelli

[579] vita

[580] la pone

[581] giovanetto

[582] gli armenti

[583] seco lui

[584] volontieri

[585] pose

[586] agli stipendj

[587] che

[588] quelli singolarmente

[589] narrati

[590] _Così nell’ediz. del 1820, come nell’altra del 1845, qui era
inserito l’inciso: ~, a chi li [o la] raccoglie dai loro scritti,~_

[591] lezioni

[592] sembrate

[593] o le più universalmente seguite.

[594] il fratello di lui

[595] padre loro

[596] erasi

[597] nella minorità pessimamente tutelata, e nel debole e crudele
governo di Giovanni.

[598] eransi

[599] alcune tornate in potere di antichi

[600] generali

[601] essi

[602] avevasi

[603] nel giorno stesso, in cui

[604] e si trovò signore delle città tenute

[605] vi

[606] espulse

[607] _Manca l’~e~._

[608] dal Duca nominato generale.

[609] _Nell’ediz. del ’20 e del ’45: ~breve~_

[610] questi

[611] di Filippo

[612] tuttavia

[613] Generale

[614] servigi

[615] tolto

[616] era questo consiglio

[617] servigio

[618] Questi

[619] udì

[620] dirsi

[621] che questi era

[622] ch’egli

[623] Insi tette egli

[624] che egli vedeva dalle balestriere

[625] bentosto ei

[626] diè di volta

[627] condotto

[628] stimò bene di non raggiungerlo.

[629] servigio

[630] contra

[631] sollecitavano

[632] l’uccisione del

[633] il ritorno in patria.

[634] tolse

[635] questi

[636] Agli

[637] da (_ma cfr. pag. 186_)

[638] ed ai 15

[639] servito di argomento

[640] chiusa

[641] pose

[642] trovato

[643] cinto

[644] venne egli a campo

[645], tenuto

[646] venuta la

[647] fra di essi

[648] giovane

[649] accordato

[650] a togliere

[651] ripugnava l’obbedire

[652] benchè sotto di lui comandassero

[653] trarne

[654] nella cui

[655] di un

[656] pose agguati in queste

[657] non lo sono

[658] sembra avere più sostenitori

[659] ad ogni modo.

[660] Come appena

[661] da ambo i lati

[662] anch’egli

[663] chi in un modo, chi nell’altro

[664] figliuolo

[665] _L’inciso mancava nell’ediz. del 1820._

[666] lagnanza al

[667] egli richiese che fosse avvenuto dei prigioni

[668] posti

[669] fuorchè

[670] questi pure si rilasciassero

[671] udirsi

[672] nel che mi pare avessero il torto.

[673] Perchè, pigliando

[674] ch’egli

[675] nè

[676] che egli si attentasse di riformare un uso

[677] da esso

[678] soltanto

[679] il Governo Veneto

[680] mosse

[681] lamentanze per

[682] _Nell’ediz. del 1820: ~rotta di nuovo~; corresse nell’ediz. del
1845: ~ricominciata~._

[683] teneva Soncino pel

[684] Questi vi

[685] di truppa

[686] diede

[687] seicento

[688] egli

[689] Nicolò

[690] Duca di Milano.

[691] con finte disposizioni d’attaccare

[692] _Ediz. 1820: ~ritennero~; 1845: ~trattennero~_

[693] soccorso dell’

[694] da

[695] _Ediz. ’20 e ’45: ~presso l’altra~_

[696] _Ediz. ’20 e ’45: ~di aver patteggiato col nemico, ch’egli non
verrebbe in soccorso delle [che non avrebbe soccorse le] navi~._

[697] pigliato

[698] gli uccisori di lui, sembrano piuttosto dargli taccia

[699] dapprima

[700] Egli fu

[701], furono confiscati i suoi

[702] _La parentesi manca nell’ediz. del 1820._

[703] Nel giorno 18 ottobre

[704] Questi se ne impadronì d’una

[705] egli dovette

[706] _Ediz. 1820 e 1845: ~l’andar~_

[707] sembra

[708] dal Governo veneto.

[709] egli

[710] che egli

[711] spedizione: e questa, se fu inutile ai Veneziani, non fu loro
d’alcun danno, essendo ritornato al campo il drappello che l’aveva invano
tentata.

[712] pensò al modo di

[713] uno migliore

[714] che quello

[715] sotto

[716] Egli vi

[717] sì a lui, che a Giovanni Francesco Gonzaga ch’egli si aveva tolto
per compagno.

[718] veneti

[719] in ciò d’accordo

[720] Giunto

[721] Quando egli fu introdotto

[722] nel

[723] ed ivi

[724] figliuola

[725] figliuole

[726] veneti

[727] avrebbero affermata la seconda opinione.

[728] Essi la esprimono

[729] una certezza

[730] adoperato

[731] dieno prove della,

[732] apparire

[733] ponga mente

[734] all’andata del Conte

[735] si ponga mente al mistero tenuto sempre dal Governo veneto a
malgrado della

[736] ponga mente

[737] si usava

[738] un militare non veneziano che

[739] si ponga mente per ultimo

[740] un patto di agir lentamente, di

[741] in capo

[742] provate

[743] di opinione

[744] il Governo veneto

[745] voluto stabilire

[746] ho

[747] raccoglierne

[748] di sorta:

[749] così dice:

[750] mi sembra

[751] apposto.

[752] percosso

[753] Questi

[754] _Nell’ediz. 1820: ~essere tosto~; 1845: ~esser subito~._

[755] egli

[756] Quanto

[757] prigioni

[758] tutti i generali e

[759] non ne fu

[760] e questi fu

[761] quando esiste il fatto che essa fu dettata da una costumanza di
guerra.

[762] grande strepito

[763] sembra

[764] assai

[765] _Nell’ediz. del 1820 era qui il segno della nota._

[766] aveva inteso

[767] ma per mostrare quale era l’importanza che si dava a

[768] _Questo ~contra~ si è salvato!_

[769] ebbe luogo


NOTE DEL MANZONI ALLE NOTIZIE STORICHE

a) Filippo la fece decapitare come rea d’adulterio con Michele Orombelli.
Il più degli storici la credono innocente.[770]

b) _Hist._, lib. 4; _Rer. Ital. script._, t. XIX, col. 72.

c) Tutto questo racconto è cavato[771] dal BIGLI.

d) SANUTO, _Vite dei duchi di Venezia_; _Rer. Ital._, XXII, 978.

e) MACHIAVELLI, _Ist. Fior._, lib. 4.

f) Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo
personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di _Fortebraccio_.
La storia stessa ha suggerito questo cambiamento[772]; giacchè[773] il
Piccinino era nipote di Braccio Fortebracci, e dopo la morte dello zio fu
capo de’ soldati della fazione Braccesca.

g) _Istos quoque jubeo solita lege dimitti._ BIGLI, lib. 6.

h) _Ad ligonem stipendiarii._ Chron. Tarv.; _Rer. Ital._, XIX, 864.

i) _Ai 13 di luglio, essendo stato proclamato Nicolò Trevisano, che fu
capitano nel Po, ed essendosi egli assentato, gli Avvogadori di Comune
andarono al consiglio de’ Pregadi, e messero di procedere contro di
lui, per essere stato rotto in Po da’ galeoni del Duca di Milano ai 21
di giugno passato, in vitupero del Dominio, e per non aver fatto il suo
dovere, ~immo vilissime~ essersi portato; ~immo~ perchè andò pregando gli
altri che fuggissero via._—SANUTO, _Rer. Ital._, XXII, 1017.

j) NAVAGERO, _Stor. Ven._; _Rer. Ital._, XXIII, 1096.

k) SANUTO, _Rer. Ital._, XXII, 1028.

l) _Cronica di Bologna_; _Rer. Ital._, XVIII, 645.

m) POGGII, _Hist._, lib. 6.

n) _Rivoluzioni d’Italia_, lib. 20, cap. I.

[770] Il più degli Storici crede che questa colpa le fosse apposta
calunniosamente.

[771] estratto

[772] suggerita questa mutazione

[773] dacchè


PERSONAGGI STORICI.

  IL CONTE DI CARMAGNOLA.

  ANTONIETTA VISCONTI, sua moglie.

  UNA LORO FIGLIA, a cui nella tragedia si è attribuito il nome di MATILDE.

  FRANCESCO FOSCARI, Doge di Venezia.

  GIOVANNI FRANCESCO GONZAGA,
  PAOLO FRANCESCO ORSINI,
  NICOLÒ DA TOLENTINO, Condottieri al soldo dei Veneziani.

  CARLO MALATESTI,
  ANGELO DELLA PERGOLA,
  GUIDO TORELLO,
  NICOLÒ PICCININO, a cui nella tragedia si è attribuito il cognome
    di FORTEBRACCIO,
  FRANCESCO SFORZA,
  PERGOLA figlio, Condottieri al soldo Duca di Milano.


PERSONAGGI IDEALI.

  MARCO, Senatore veneziano.

  MARINO, uno de’ Capi del Consiglio dei Dieci.

  PRIMO COMMISSARIO veneto nel campo.

  SECONDO COMMISSARIO.

  UN SOLDATO del Conte.

  UN SOLDATO prigioniero.

Senatori, Condottieri, Soldati, Prigionieri[774], Guardie.

[774] Prigioni



ATTO PRIMO.


SCENA I.

Sala del Senato, in Venezia.

IL DOGE e SENATORI seduti.

IL DOGE.

  È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto,
  Nobiluomini[775], il dì che statuito
  Fu a risolver da voi. Su questa lega,
  A cui Firenze con sì caldi preghi
  Incontro il Duca di Milan c’invita,
  Oggi il partito si porrà. Ma pria,
  Se alcuno è qui cui non sia noto ancora
  Che vile opra di tenebre e di sangue
  Sugli occhi nostri fu tentata, in questa
  Stessa Venezia, inviolato asilo
  Di giustizia e di pace, odami: al nostro
  Deliberar rileva assai che alcuno
  Qui non l’ignori. Un fuoruscito al Conte
  Di Carmagnola insidiò la vita;
  Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.
  Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo.
  Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istesso
  Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora
  A chieder pace, a cui più nulla preme
  Che la nostra amistà. Tale arra intanto
  Ei ci dà della sua. Taccio la vile
  Perfidia della trama, e l’onta aperta
  Che in un nostro soldato a noi vien fatta.
  Due sole cose avverto: egli odia dunque
  Veracemente il Conte; ella è fra loro
  Chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto
  Tra[776] lor d’eterna inimicizia un patto.
  L’odia.... e lo teme: ei sa che il può dal trono
  Quella mano sbalzar che in trono il pose;
  E disperando che più a lungo in questa
  Inonorata, improvida, tradita
  Pace restar noi consentiamo, ei sente
  Che sia per noi quest’uom; questo tra i primi
  Guerrier d’Italia il primo, e, ciò che meno
  Forse non è,[777] delle sue forze istrutto
  Come dell’arti sue; questo[778] che il lato
  Saprà tosto trovargli ove più certa,
  E più mortal sia[779] la ferita. Ei volle
  Spezzar quest’arme in nostra mano; e noi
  Adoperiamla, e tosto. Onde possiamo
  Un più fedele e saggio avviso in questo,
  Che dal Conte aspettarci? Io l’invitai;
  Piacevi udirlo?

(_segni di adesione_)

  S’introduca il Conte.

[775] Nobil’Uomini

[776] _Ormai non verrò più notando i ~fra~, ~dei~, ~colla~, ~premj~,
~principj~, ~erarj~, ~sajo~, ~gioja~, ecc., cui sono stati costantemente
(ma qui sopra è sfuggito un ~fra loro~, e a pag. 203 un ~fra noi~!)
sostituiti: ~tra~, ~de’~, ~con la~, ~premi~ (sic), ~princìpi~, ~erari~,
~saio~, ~gioia~, ecc._

[777] e quel che monta Forse ancor più

[778] questi

[779] fia


SCENA II

IL CONTE, e DETTI.

IL DOGE.

  Conte di Carmagnola, oggi la prima
  Occasion s’affaccia in che di voi
  Si valga la Repubblica, e vi mostri
  In che conto vi tiene: in grave affare
  Grave consiglio ci abbisogna. Intanto
  Tutto per bocca mia questo Senato
  Si rallegra con voi da sì nefando
  Periglio uscito; e protestiam che a noi
  Fatta è l’offesa, e che sul vostro capo
  Or più che mai fia steso il nostro scudo,
  Scudo di vigilanza e di vendetta.

IL CONTE.

  Serenissimo Doge, ancor null’altro
  Io per questa ospital terra, che ardisco
  Nomar mia patria, potei far che voti.
  Oh! mi sia dato alfin questa mia vita,
  Pur or sottratta al macchinar de’ vili,
  Questa che nulla or fa che giorno a giorno
  Aggiungere in silenzio, e che guardarsi
  Tristamente, tirarla in luce ancora,
  E spenderla per voi, ma di tal modo,
  Che dir si possa un dì, che in loco indegno
  Vostr’alta cortesia posta non era.

IL DOGE.

  Certo gran cose, ove il bisogno il chieda[780],
  Ci promettiam da voi. Per or ci giovi
  Soltanto il vostro senno. In suo soccorso
  Contro il Visconte l’armi nostre implora
  Già da lungo Firenze. Il vostro avviso
  Nella bilancia che teniam librata
  Non farà piccol[781] peso.

IL CONTE.

                          E senno e braccio
  E quanto io sono è cosa vostra: e certo
  Se mai fu caso in cui sperar m’attenti
  Che a voi pur giovi un mio consiglio, è questo.
  E lo darò: ma pria mi sia concesso
  Di me parlarvi in breve, e un core[782] aprirvi,
  Un cor[783] che agogna sol d’esser ben noto.

IL DOGE.

  Dite: a questa adunanza indifferente
  Cosa che a cor vi stia giunger non puote.

IL CONTE.

  Serenissimo Doge, Senatori;
  Io sono al punto in cui non posso a voi
  Esser grato e fedel, s’io non divengo
  Nemico all’uom che mio signor fu un tempo.
  S’io credessi che ad esso il più sottile
  Vincolo di dover mi leghi ancora,
  L’ombra onorata delle vostre insegne
  Fuggir vorrei, viver nell’ozio oscuro
  Vorrei, prima che romperlo, e me stesso
  Far vile agli occhi miei. Dubbio veruno
  Sul partito che presi[784] in cor non sento,
  Perch’egli è giusto ed onorato: il solo
  Timor mi pesa del giudizio altrui.
  Oh! beato colui cui la fortuna
  Così distinte in suo cammin presenta
  Le vie del biasmo e dell’onor, ch’ei puote
  Correr certo del plauso, e non dar mai
  Passo ove trovi a malignar l’intento
  Sguardo del suo nemico. Un altro campo
  Correr degg’io, dove in periglio sono
  Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto
  Nome d’ingrato, l’insoffribil nome
  Di traditor. So che de’ grandi è l’uso
  Valersi d’opra ch’essi stiman rea,
  E profondere a quel[785] che l’ha compita
  Premi e disprezzo, il so; ma io non sono
  Nato a questo; e il maggior premio che[786] bramo,
  Il solo, egli è la vostra stima, e quella
  D’ogni cortese; e, arditamente il dico,
  Sento di meritarla. Attesto il vostro
  Sapiente giudizio[787], o Senatori,
  Che d’ogni obbligo sciolto inverso il Duca
  Mi tengo, e il sono. Se volesse alcuno
  De’ benefizi[788] che tra noi son corsi
  Pareggiar le ragioni, è noto al mondo
  Qual rimarrebbe il debitor dei due.
  Ma di ciò nulla: io fui fedele al Duca
  Fin che[789] fui seco, e nol lasciai che quando
  Ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal[790] grado
  Col mio sangue acquistato: invan tentai
  Al mio signor lagnarmi. I miei nemici
  Fatto avean siepe intorno al trono: allora
  M’accorsi alfin che la mia vita anch’essa
  Stava in periglio: a ciò non gli diei tempo.
  Chè la mia vita io voglio dar, ma in campo,
  Per nobil causa, e con onor, non preso
  Nella rete de’ vili. Io lo lasciai,
  E a voi chiesi un asilo; e in questo ancora
  Ei mi tese un agguato. Ora a costui
  Più nulla io deggio; di nemico aperto
  Nemico aperto io sono. All’util vostro
  Io servirò, ma franco e in mio proposto
  Deliberato, come quei ch’è certo
  Che giusta cosa imprende.

IL DOGE.

                            E tal vi tiene
  Questo Senato: già tra il Duca e voi
  Ha giudicato irrevocabilmente
  Italia tutta. Egli la vostra fede
  Ha liberata, a voi l’ha resa intatta,
  Qual gliela deste il primo giorno. È nostra
  Or questa fede; e noi saprem tenerne
  Ben altro conto. Or d’essa un primo pegno
  Il vostro schietto consigliar ci sia.

IL CONTE.

  Lieto son io che un tal consiglio io possa
  Darvi senza esitanza. Io tengo al tutto
  Necessaria la guerra, e della guerra,
  Se oltre il presente è mai concesso all’uomo
  Cosa certa veder, certo l’evento;
  Tanto più, quanto fien gl’indugi meno.
  A che partito è il Duca? A mezzo è vinta
  Da lui Firenze; ma ferito e stanco
  Il vincitor; voti[791] gli erari: oppressi
  Dal terror, dai tributi i cittadini
  Pregan dal ciel sull’armi[792] loro istesse
  Le sconfitte e le fughe. Io li conosco,
  E conoscer li deggio: a molti in mente
  Dura il pensier del glorioso, antico
  Viver civile; e subito uno sguardo[793]
  Rivolgon di desio là dove appena
  D’un qualunque avvenir si mostri un raggio,
  Frementi del presente e vergognosi.
  Ei conosce il periglio; indi l’udite
  Mansueto parlarvi; indi vi chiede
  Tempo soltanto da sbranar la preda
  Che già tiensi tra l’ugne, e divorarla.
  Fingiam che glielo diate: ecco mutata
  La faccia delle cose; egli soggioga
  Senza dubbio Firenze; ecco satolle
  Le costui schiere col tesor de’ vinti,
  E più folte e anelanti a nove[794] imprese.
  Qual prence allor dell’alleanza sua
  Far rifiuto oseria? Beato il primo
  Ch’ei chiamerebbe amico! Egli sicuro
  Consulterebbe e come e quando a voi
  Mover la guerra, a voi rimasti soli.
  L’ira, che addoppia l’ardimento al prode
  Che si sente percosso, ei non la trova
  Che ne’ prosperi casi: impaziente
  D’ogni dimora ove il guadagno è certo,
  Ma ne’ perigli irresoluto: a’ suoi
  Soldati ascoso, del pugnar non vuole
  Fuor che le prede. Ei nella rocca intanto,
  O nelle ville rintanato attende
  A novellar di cacce e di banchetti,
  A interrogar tremando un indovino.
  Ora è il tempo di vincerlo: cogliete
  Questo momento: ardir prudenza or fia.

IL DOGE.

  Conte, su questo fedel vostro avviso
  Tosto il Senato prenderà partito;
  Ma il segua, o no, v’è grato; e vede in esso,
  Non men che il senno, il vostro amor per noi.

(_parte il CONTE_).

[780] chiegga

[781] picciol

[782] cuore

[783] cuor

[784] scelsi

[785] quei

[786] ch’io

[787] Sapiente giudicio

[788] Dei beneficj

[789] Fin ch’io

[790] cacciò del

[791] vuoti

[792] _Ediz. 1820 e ’45: ~su l’armi~_

[793] e tostamente un guardo

[794] nuove


SCENA III.

IL DOGE, e SENATORI.

IL DOGE.

  Dissimil certo da sì nobil voto
  Nessun s’aspetta il mio. Quando il consiglio
  Più generoso è il più sicuro, in forse
  Chi potria rimaner? Porgiam la mano
  Al fratello che implora: un sacro nodo
  Stringe i liberi Stati: hanno comuni
  Tra lor rischi e speranze; e treman tutti
  Dai fondamenti al rovinar d’un solo.
  Provocator dei deboli, nemico
  D’ognun che schiavo non gli sia, la pace
  Con tanta istanza a che ci chiede il Duca?
  Perchè il momento della guerra ei vuole
  Sceglierlo, ei solo; e non è questo il suo.
  Il nostro egli è, se non ci falla il senno,
  Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno;
  Andiamgli incontro uniti. Ah! saria questa
  La prima volta che il Leon giacesse
  Al suon delle lusinghe addormentato.
  No; fia tentato invan. Pongo il partito
  Che si stringa la lega, e che la guerra
  Tosto al Duca s’intimi, e delle nostre
  Genti da terra[795] abbia il comando il Conte.

MARINO.

  Contro sì giusta e necessaria guerra
  Io non sorgo a parlar; questo sol chiedo,[796]
  Che il buon successo ad accertar si pensi.
  La metà dell’impresa è nella scelta
  Del capitano. Io so che vanta il Conte
  Molti amici tra noi; ma d’una cosa
  Mi rendo certo, che nessun di questi
  L’ama più della patria; e per me, quando
  Di lei si tratti, ogni rispetto è nulla.
  Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,
  Serenissimo Doge, oppormi a voi,
  Non è il duce costui quale il richiede
  La gravità, l’onor di questo Stato.
  Non cercherò perchè lasciasse il Duca.
  Ei fu l’offeso; e sia pur ver: l’offesa
  È tal che accordo non può darsi; e questo
  Consento: io giuro nelle sue parole.
  Ma queste sue parole importa assai
  Considerarle, perchè tutto in esse
  Ei s’è dipinto; e governar sì ombroso,
  Sì delicato e violento orgoglio,
  O Senatori, non mi par che sia
  Minor pensiero della guerra istessa.
  Finor fu nostra cura il mantenerci
  La riverenza de’ soggetti; or altro
  Studio far si dovria, come costui
  Riverir degnamente. E quando egli abbia
  La man nell’elsa della nostra spada,
  Potrem noi dir d’aver creato un servo?
  Dovrà por cura di piacergli ognuno
  Di noi? Se nasce un disparer, fia degno
  Che nell’arti di guerra il voler nostro
  A quel d’un tanto condottier prevalga?
  S’egli erra, e nostra è dell’error la pena,
  Chè invincibil nol credo, io vi domando
  Se fia concesso il farne lagno;[797] e dove
  Si riscotan per questo onte e dispregi,
  Che far? soffrirli? Non v’aggrada, io stimo,
  Questo partito; risentirci?[798] e dargli
  Occasion che, in mezzo all’opra, e nelle
  Più difficili strette ei ci abbandoni
  Sdegnato, e al primo altro signor che il voglia,
  Forse al nemico, offra il suo braccio, e sveli
  Quanto di noi pur sa, magnificando
  La nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?

IL DOGE.

  Il Conte un prence abbandonò; ma quale?
  Un che da lui tenea lo Stato, e a cui
  Quindi ei minor non potea mai stimarsi;
  Un da pochi aggirato, e questi vili;
  Timido e stolto, che non seppe almeno
  Il buon consiglio tôr della paura,
  Nasconderla nel core, e starsi all’erta;
  Ma che il colpo accennò pria di scagliarlo:
  Tale è il signor che inimicossi il Conte.
  Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo[799]
  Che gli somigli. Se destrier, correndo,
  Scosse una volta un furibondo e stolto
  Fuor dell’arcione, e lo gettò[800] nel fango;
  Non fia per questo che salirlo ancora
  Un cauto e franco cavalier non voglia.

MARINO.

  Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge,
  Più non m’oppongo, e questo a lui sol chiedo[801]:
  Vuolsi egli far mallevador del Conte?

IL DOGE.

  A sì preciso interrogar, preciso
  Risponderò: mallevador pel Conte,
  Nè per altr’uom che sia, certo, io non entro;
  Dell’opre mie, de’ miei consigli il sono:
  Quando sien fidi, ei basta. Ho io proposto
  Che guardia al Conte non si faccia, e a lui
  Si dia l’arbitrio dello Stato in mano?
  Ei diritto anderà; tale io diviso.
  Ma s’ei si volge al rio sentier, ci manca
  Occhio che tosto ce ne faccia accorti,
  E braccio che invisibile il raggiunga?

MARCO.

  Perchè i princìpi di sì bella impresa
  Contristar con sospetti? E far disegni
  Di terrori e di pene, ove null’altro
  Che lodi e grazie può aver luogo? Io taccio
  Che all’util suo sola una via gli è schiusa;
  Lo star con noi. Ma deggio dir qual cosa
  Dee sovra ogni altra far per lui fidanza?
  La gloria ond’egli è già coperto, e quella
  A cui pur anco aspira; il generoso,
  Il fiero animo suo. Che un giorno ei voglia
  Dall’altezza calar de’ suoi pensieri,
  E riporsi tra i vili, esser non puote.
  Or, se prudenza il vuol, vegli pur l’occhio;
  Ma dorma il cor nella fiducia; e poi
  Che in così giusta e grave causa, un tanto
  Dono ci manda Iddio; con quella fronte,
  E con quel cor che si riceve un dono,
  Sia da noi ricevuto.

MOLTI SENATORI.

                    Ai voti, ai voti!

IL DOGE.

  Si raccolgano i voti; e ognun rammenti
  Quanto rilevi che di qui non esca
  Motto di tal deliberar, nè cenno
  Che presumer lo faccia. In questo Stato
  Pochi il segreto hanno tradito, e nullo
  Fu tra quei pochi che impunito andasse.

[795] _Così era anche nelle “Notizie storiche„; ma corresse ~di terra~;
cfr. pag. 168 e 171._

[796] chieggio

[797] lagno?

[798] risentirsi?

[799] veggio

[800] gittò

[801] chieggio


SCENA IV.

Casa del Conte.

IL CONTE.

  Profugo, o condottiero. O come il vecchio
  Guerrier nell’ozio i giorni trar, vivendo
  Della gloria passata, in atto sempre
  Di render grazie e di pregar, protetto
  Dal braccio altrui, che un dì potria stancarsi
  E abbandonarmi; o ritornar sul campo,
  Sentir la vita, salutar di nuovo
  La mia fortuna, delle trombe al suono
  Destarmi, comandar; questo è il momento
  Che ne decide. Eh! se Venezia in pace
  Riman, degg’io chiuso e celato ancora
  In questo asilo rimaner, siccome
  L’omicida nel tempio? E chi d’un regno
  Fece il destin, non potrà farsi il suo?
  Non troverò tra tanti prenci, in questa
  Divisa Italia, un sol che la corona,
  Onde il vil capo di Filippo splende,
  Ardisca invidiar? che si ricordi
  Ch’io l’acquistai, che dalle man di dieci
  Tiranni io la strappai, ch’io la riposi
  Su quella fronte, ed or null’altro agogno
  Che ritorla all’ingrato, e farne un dono
  A chi saprà del braccio mio valersi?


SCENA V.

MARCO, e il CONTE.

IL CONTE.

  O dolce amico; ebben qual nova[802] arrechi?

MARCO.

  La guerra è risoluta, e tu sei duce.

IL CONTE.

  Marco, ad impresa io non m’accinsi mai
  Con maggior cor che a questa: una gran fede
  Poneste in me: ne sarò degno, il giuro.
  Il giorno è questo che del viver mio
  Ferma il destin: poi che quest’alma terra
  M’ha nel suo glorioso antico grembo
  Accolto, e dato di suo figlio il nome,
  Esserlo io vo’ per sempre; e questo brando
  Io consacro per sempre alla difesa
  E alla grandezza sua.

MARCO.

                         Dolce disegno!
  Non soffra il ciel che la fortuna il rompa.....
  O tu medesmo.

IL CONTE.

              Io? come?

MARCO.

                         Al par di tutti
  I generosi, che giovando altrui
  Nocquer sempre a sè stessi, e superate
  Tutte le vie delle più dure imprese,
  Caddero a un passo poi, che facilmente
  L’ultimo de’ mortali avria varcato.
  Credi ad un uom che t’ama: i più de’ nostri
  Ti sono amici; ma non tutti il sono.
  Di più non dico, nè mi lice; e forse
  Troppo già dissi. Ma la mia parola
  Nel fido orecchio dell’amico stia,
  Come nel tempio del mio cor, rinchiusa.

IL CONTE.

  Forse io l’ignoro? E forse ad uno ad uno
  Non so quai siano[803] i miei nemici?

MARCO.

                                       E sai
  Chi te gli ha fatti? In pria l’esser tu tanto
  Maggior di loro, indi lo sprezzo aperto
  Che tu ne festi in ogni incontro. Alcuno
  Non ti nocque finor; ma chi non puote
  Nocer[804] col tempo? Tu non pensi ad essi,
  Se non allor che in tuo cammin li trovi;
  Ma pensan essi a te, più che non credi.
  Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si gode
  Nell’odio. Or tu non irritarlo: cerca
  Di spegnerlo; tu il puoi forse. Consiglio
  Di vili arti ch’io stesso a sdegno avrei,
  Io non ti do, nè tal da me l’aspetti.
  Ma tra la noncuranza[805] e la servile
  Cautela avvi una via; v’ha una prudenza
  Anche[806] pei cor più nobili e più schivi;
  V’ha un’arte d’acquistar l’alme volgari,
  Senza discender fino ad esse: e questa
  Nel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.

IL CONTE.

  Troppo è il tuo dir verace: il tuo consiglio
  Le mille volte a me medesmo io il diedi;
  E sempre all’uopo ei mi fuggì di mente;
  E sempre appresi a danno mio che dove
  Semina l’ira, il pentimento miete.
  Dura scola[807] ed inutile! Alfin stanco
  Di far leggi a me stesso, e trasgredirle,
  Tra me fermai che, s’egli è mio destino
  Ch’io sia sempre in tai nodi avviluppato
  Che mestier faccia a distrigarli[808] appunto
  Quella virtù che più mi manca, s’ella
  È pur virtù; se è mio destin che un giorno
  Io sia colto in tai nodi, e vi perisca;
  Meglio è senza riguardi andargli incontro.
  Io ne appello a te stesso: i buoni mai
  Non fur senza nemici, e tu ne hai dunque.
  E giurerei che un sol non è tra loro
  Cui tu degni, non dico accarezzarlo,
  Ma non dargli a veder che lo dispregi.
  Rispondi.

MARCO.

           È ver: se v’ha mortal di cui
  La sorte invidii, è sol colui che nacque
  In luoghi e in tempi ov’uom potesse aperto
  Mostrar l’animo in fronte, e a quelle prove
  Solo trovarsi ove più forza è d’uopo
  Che accorgimento: quindi, ove convenga
  Simular, non ti faccia maraviglia
  Che poco esperto io sia. Pensa per altro
  Quanto più m’è concesso impunemente
  Fallire in ciò che a te; che poche vie
  Al pugnal d’un nemico offre il mio petto;
  Che me contra[809] i privati odii assecura
  La pubblica ragion; ch’io vesto il saio
  Stesso di quei che han la mia sorte in mano.
  Ma tu stranier, tu condottiero al soldo
  Di togati signor, tu cui lo Stato
  Dà tante spade per salvarlo, e niuna
  Per salvar te..... fa che gli amici tuoi
  Odan sol le tue lodi; e non dar loro
  La trista cura di scolparti. Pensa
  Che felici non son, se tu nol sei.
  Che dirò più? Vuoi che una corda io tocchi,
  Che ancor più addentro nel tuo cor risoni?[810]
  Pensa alla moglie tua, pensa alla figlia
  A cui tu se’ sola speranza: il cielo
  Diè loro un’alma per sentir la gioia,
  Un’alma che sospira i dì sereni,
  Ma che nulla può far per conquistarli.
  Tu il puoi per esse; e lo vorrai. Non dire
  Che il tuo destin ti porta; allor che il forte
  Ha detto: io voglio, ei sente esser più assai
  Signor di sè che non pensava in prima.

IL CONTE.

  Tu hai ragione. Il ciel si prende al certo
  Qualche cura di me, poichè m’ha dato
  Un tale amico. Ascolta; il buon successo
  Potrà, spero, placar chi mi disama:
  Tutto in letizia finirà. Tu intanto
  Se cosa odi di me che ti dispiaccia,
  L’indole mia ne incolpa, un improvviso
  Impeto primo, ma non mai l’obblio
  Di tue parole.

MARCO.

                 Or la mia gioia è intera.
  Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro
  Verrà quel messo che la gloria tua
  Con la salute della patria annunzi!

_Fine dell’atto primo._

[802] che nunzio

[803] sieno

[804] Nuocer

[805] non curanza,

[806] Anco

[807] scuola

[808] disbrigarli

[809] _Anche questo ~contra~ è rimasto! Cfr. pag. 176._

[810] risuoni?



ATTO SECONDO.


SCENA I.

Parte dal campo ducale con tende.

MALATESTI e PERGOLA.

PERGOLA.

  Sì, condottier; come ordinaste, in pronto
  Son le mie bande. A voi commise il Duca
  L’arbitrio della guerra: io v’ho ubbidito[811],
  Ma con dolor; ve ne scongiuro ancora,
  Non diam battaglia.

MALATESTI.

                      Anzian d’anni e di fama,
  O Pergola, qui siete; io sento il peso
  Del vostro voto; ma cangiar non posso
  Il mio. Voi lo vedete; il Carmagnola
  Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto
  Sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:
  E due partiti ci rimangon soli;
  O lui cacciarne, o abbandonar la terra,
  Che saria danno e scorno.

PERGOLA.

                           A pochi è dato,
  A pochi egregi il dubitar di novo[812],
  Quando han già detto: ell’è così. S’io parlo
  E che tale vi tengo. Italia forse
  Mai da’ barbari in poi non vide a fronte
  Due sì possenti eserciti: ma il nostro
  L’ultimo sforzo è di Filippo. In ogni
  Fatto di guerra entra fortuna, e sempre
  Vuol la sua parte: chi nol sa? Ma quando
  Ne va il tutto, o Signore, allor non vuolsi
  Dargliene più ch’ella non chiede; e questo
  Esercito con cui tutto possiamo
  Salvar, ma che perduto in una volta
  Mai più rifar non si potria, non dèssi
  Come un dado gittarlo ad occhi chiusi,
  Avventurarlo in un sì piccol[813] campo,
  E in un campo mal noto, e quel che è peggio
  Noto al nemico. Ei qui ci trasse: un torto
  Argin divide le due schiere: a destra
  E a sinistra paludi, in esse sparsi
  I suoi drappelli; e noi fuori de’ nostri
  Alloggiamenti non teniamo un palmo
  Pur di terren. Credete ad un che l’arti
  Conosce di costui, che ha combattuto
  Al fianco suo: qui c’è[814] un’insidia. Forse
  La miglior via di guerreggiar quest’uomo
  Saria tenerlo a bada, aspettar tempo,
  Tanto che alcun dei duci ai quali è sopra
  Prendesse[815] a noia il suo superbo impero;
  E il fascio ch’egli or nella mano ha stretto
  Si rallentasse alfin. Pur, se a giornata
  Venir si deve[816], non è questo il loco:
  Usciam di qui, scegliamo un campo noi,
  Tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,
  Senza svantaggio almanco, si decida.

MALATESTI.

  Due grandi schiere a fronte stanno; e grande
  Fia la battaglia: d’una tale appunto
  Abbisogna Filippo. A questi estremi
  A poco a poco ei venne, e coi consigli
  Che or proponete: a trarnelo, fia d’uopo
  Appigliarci agli opposti. Il rischio vero
  Sta nell’indugio; e nel mutare il campo
  Rovina certa. Chi sapria dir quanto
  Di numero e di cor scemato ei fia,
  Pria che si ponga altrove? Ora egli è quale
  Bramar lo puote un capitan; con esso
  Tutto lice tentar.

[811] obbedito

[812] di nuovo

[813] picciol

[814] v’è

[815] Pigliasse

[816] debbe


SCENA II.

SFORZA, FORTEBRACCIO, e DETTI.

MALATESTI.

                  Ditelo, o Sforza,
  E Fortebraccio; voi giungete in tempo:
  Ditelo voi, come trovaste il campo?
  Che possiamo sperarne?

SFORZA.

                        Ogni gran cosa.
  Quando gli ordini udìr, quando lor parve
  Che una battaglia si prepari, io vidi
  Un feroce tripudio: alla chiamata
  Esultando venièno, e col sorriso
  Si fean cenno a vicenda. E quando io corsi
  Entro le file, ad ogni schiera un grido
  S’alzava; ognuno in me fissando il guardo
  Parea dicesse: o condottier, v’intendo.

FORTEBRACCIO.

  E tai son tutti: allor ch’io venni a’ miei,
  Tutti mi furo intorno. Un mi dicea:
  Quando udremo le trombe? Altri: noi siamo
  Stanchi d’esser beffati; e tutti ad una[817]
  La battaglia chiedean, come già certi
  Dell’ottenerla, e dubbi sol del quando.
  Ebben, compagni, io rispondea, se il segno
  Presto s’udrà, mi date voi parola
  Di vincere con me? Gli elmi levati
  Sull’aste, un grido universal d’assenso
  Fu la risposta[818], ond’io gioisco ancora.
  E a tai soldati ci venia proposto
  D’intimar la ritratta? e che alle[819] mani,
  Che già posate sulle spade aspettano
  L’ordin di sguainarle e di ferire,
  Si comandasse di levar le tende?
  Chi fronte avria di presentarsi ad essi
  Con tal ordine ormai?

PERGOLA

                         Dal parlar vostro
  Un novo[820] modo di milizia imparo;
  Che i soldati comandino, e che i duci
  Ubbidiscano[821].

FORTEBRACCIO.

                O Pergola, i soldati
  A cui capo son io, far da quel Braccio
  Disciplinati, che per tutto ancora
  Con maraviglia e con terror si noma;
  E non son usi a sostener gli scherni
  Dell’inimico.


PERGOLA

                Ed io conduco genti
  Da me, qual ch’io mi sia, disciplinate;
  E sono avvezze ad aspettar la voce
  Del condottiero, ed a fidarsi in lui.

MALATESTI.

  Dimentichiamo or noi che numerati
  Sono i momenti, e non ne resta alcuno
  Per le gare private?

[817] in una

[818] parola

[819] ed alle

[820] nuovo

[821] Obbediscano


SCENA III.

TORELLO, e DETTI.

SFORZA.

                       Ebben, Torello,
  Siete mutato di parer? Vedeste
  L’animo ardente de’ soldati?

TORELLO.

                              Il vidi;
  Udii le grida del furor, le grida
  Della fiducia e del coraggio; e il viso
  Rivolsi altrove, onde nessun dei prodi
  Vi leggesse il pensier che mal mio grado
  Vi si pingeva: era il pensier che false
  Son quelle gioie e brevi; era il pensiero
  Del valor che si perde. Io cavalcai
  Lungo tutta la fronte: io tesi il guardo,
  Quanto lunge potei; rividi quelle
  Macchie che sorgon qua e là dal suolo
  Uliginoso che la via fiancheggia:
  Là son gli agguati, il giurerei. Rividi
  Quel doppio cinto di muniti carri,
  Onde assiepato è del nemico il campo.
  Se l’urto primo ei sostener non puote,
  Ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirne
  Preparato al secondo. Un novo[822] è questo
  Trovato di costui, per tôrre ai suoi
  Il pensier primo che s’affaccia ai vinti,
  Il pensier della fuga. Ad atterrarlo
  Due colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra.
  Perchè, non giova chiuder gli occhi al vero,
  Non son più quelle guerre, in cui pe’ figli
  E per le donne e per la patria terra
  E per le leggi che la fan sì cara,
  Combatteva il soldato; in cui pensava
  Il capitano a statuirgli un posto,
  Egli a morirvi. A mercenarie genti
  Noi comandiamo, in cui più di leggieri
  Trovi il furor che la costanza: e’ corrono
  Volonterosi alla vittoria incontro;
  Ma s’ella tarda, se son posti a lungo
  Tra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppo
  La scelta di costoro. E questo evento
  Più che tutt’altro antiveder ci è forza.
  Vil tempo in cui tanto al comando cresce
  Difficoltà, quanto la gloria scema!
  Io lo ripeto, non è questo un campo
  Di battaglia per noi.

MALATESTI.

                        Dunque?

TORELLO.

                                Si muti.
  Non siam pari al nemico; andiamo in luogo
  Dove lo siam.

MALATESTI.

             Così Maclodio a lui
  Lascerem quasi in dono? I valorosi,
  Che vi son chiusi, non potran tenersi
  Più che due giorni.

TORELLO.

                    Il so; ma non si tratta
  Nè d’un presidio qui, nè d’una terra;
  Trattasi dello Stato.

SFORZA.

                           E di che mai
  Se non di terre si compon lo Stato?
  E quelle che indugiando, ad una ad una
  Già lasciammo sfuggir, quante son elle?
  Casal, Bina, Quinzano e.... se vi piace
  Noveratele voi, chè in tal pensiero
  Troppo caldo io mi sento. Il nobil manto,
  Che a noi fidato ha il Duca, a brano a brano
  Soffriam così che in nostra man si scemi,
  E che a lui messo omai da noi non giunga
  Che una ritratta non gli annunzi. Intanto
  Superbisce il nemico, e ai nostri indugi
  Sfacciato insulta.

TORELLO.

                     E questo è segno, o Sforza,
  Ch’ei brama una battaglia.

SFORZA.

                           Oh, che puot’egli
  Bramar di più, che innanzi a sè cacciarne
  Con la[823] spada nel fodero?

PERGOLA.

                             Che puote
  Bramar di più? Dirovvel io[824]: che noi
  Tutto arrischiam l’esercito in un campo
  Ov’egli ha preso ogni vantaggio. Or questo
  Poniamo in salvo; chè le terre è lieve
  Riprender[825] con gli eserciti.

FORTEBRACCIO

                                 Con quali?
  Non, per mia fè, con quelli a cui s’insegna
  A diloggiar quando il nemico appare,
  A non mirarlo in faccia, a lasciar soli
  Nelle angosce i compagni; ma con genti
  Quali or le abbiam d’ira e di scorno accese,
  Impazienti di pugnar, con queste
  Si riparan le perdite, e si vince.
  Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,
  Perchè lasciarli irrugginir?

SFORZA.

                             Torello,
  Voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi:
  Non son più quelle guerre, in cui minuti
  Drappelletti movean, con l’occhio[826] teso
  Ogni macchia guatando, ogni rivolta.
  Un’oste intera sopra[827] un’oste intera
  Oggi rovescerassi: un tanto stuolo
  Si vince sì, ma non s’accerchia; ei spazza
  Innanzi a sè gl’intoppi, e fin ch’è unito,
  Dovunque sia, sul suo terreno è sempre.

FORTEBRACCIO.

(_a PERGOLA e TORELLO_)

  Siete convinti?

TORELLO.

                  Sofferite....

MALATESTI.

                             Io il sono.
  Omai vano è più dir. Certo io mi tengo
  Che tutti andrete in operar d’accordo
  Più che non foste in divisar disgiunti.
  Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,
  Scegliamo almen quel che più gloria ha seco.
  Noi darem la battaglia: alla frontiera
  Io mi pongo coi miei; Sforza vien dietro
  E chiude la vanguardia; il mezzo tenga
  Della battaglia Fortebraccio: e il nostro
  Ufizio[828] sia con impeto serrarci
  Addosso al[829] campo del nemico, aprirlo,
  E spingerci a Maclodio. Voi, Torello,
  E voi, Pergola, a cui sì dubbia sembra
  Questa giornata, io pongo in vostra mano
  L’assicurarla: voi, discosti alquanto,
  Il retroguardo avrete. O la fortuna,
  Pur come suol, seconda i valorosi,
  E rompiamo il nemico; e voi piombate
  Sopra i dispersi. Ma s’ei dura incontro
  L’impeto nostro, e ci vedete entrati
  D’onde[830] uscir soli non possiam; venite
  A noi, reggete i periglianti amici;
  Chè, per cosa che avvenga[831], io vi prometto,
  Retrocedere a voi non ci vedrete.

FORTEBRACCIO.

  Non ci vedrete, no.

SFORZA.

                      Siatene certi.

FORTEBRACCIO.

  Sia lode al ciel, combatteremo alfine:
  Mai non accadde a capitan, ch’io sappia,
  Per fare il suo mestier contender tanto.

PERGOLA.

  O Carmagnola, tu pensasti che oggi
  Il giovenil corruccio alla prudenza
  Prevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti.

FORTEBRACCIO.

  Sì, la prudenza è la virtù dei vecchi:
  Ella cresce con gli anni, e tanto cresce
  Che alfin diventa.....

PERGOLA.

                    Ebben, dite.

FORTEBRACCIO.

                                Paura;
  Poi che volete ad ogni modo udirlo.

MALATESTI.

  Fortebraccio!

PERGOLA.

                L’hai detto. Ad un soldato
  Che già più volte avea pugnato e vinto
  Prima che tu vedessi una bandiera,
  Oggi tu il primo hai detto.....

MALATESTI.

                             Da quel lato
  Presso Maclodio è posto il Carmagnola.
  Quegli fra noi che avere oggi pensasse
  Altro nemico che costui, sarebbe
  Un traditor: pensatamente il dico.

PERGOLA.

  Ritratto il voto che dapprima io diedi;
  E il do per la battaglia: ella fia quale
  Predissi allor; ma non importa. Allora
  Potea schifarsi; or la domando io primo:
  Io son per la battaglia.

MALATESTI.

                          Accetto il voto
  Ma non l’augurio: lo distorni il cielo
  Sul capo del nemico.

PERGOLA.

                      O Fortebraccio,
  Tu m’hai offeso.

MALATESTI.

                  Or via....

FORTEBRACCIO.

                               Se così credi,
  Sia pur così: perchè a te spiaccia, o a quale
  Altro pur sia, non crederai ch’io voglia
  Una parola ritirar che uscita
  Dalle labbra mi sia.

MALATESTI.

(_in atto di partire_)

                      Chi resta fido
  A Filippo, mi segua.

PERGOLA.

                      Io vi prometto
  Che oggi darem battaglia, e che di noi
  Non mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,
  Non giunger onta ad onta; io ti ripeto,
  Tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modo
  Che tu mi renda l’onor mio, serbando
  Intatto il tuo.

FORTEBRACCIO.

                Che vuoi?

PERGOLA.

                          Dammi il tuo posto.
  Ovunque tu combatta, a tutti è noto
  Che tu volesti la battaglia, ed io,
  Io devo[832] ad ogni modo essere in luogo
  Che l’amico e il nemico aperto veda[833]
  Ch’io non ho... tu m’intendi.

FORTEBRACCIO.

                                Io son contento.
  Prendi[834] quel posto; poi che il brami, è tuo.
  O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirti
  Ch’io non t’offesi, no: per la fortuna
  Del signor nostro tu soverchio temi:
  Questo dir volli. Ma il timor che nasce
  In cor di quel[835] che ama la vita, e l’ama
  Più dell’onor, ma che nel cor del prode
  Muore al primo periglio ch’egli affronta,
  E mai più non risorge, o valoroso,
  Pensavi tu?...

PERGOLA.

                 Nulla pensai: tu parli
  Da generoso qual tu sei.

(_a MALATESTI_)

                          Signore,
  Voi consentite al cambio?...

MALATESTI.

                             Io ci consento[836];
  E son ben lieto di veder tant’ira
  Tutta cader sovra il nemico.

TORELLO.

(_allo SFORZA_)

                               Io stava
  Col Pergola da prima; ingiusto, io spero,
  Non vi parrà.....

SFORZA.

                  V’intendo; e con lui state
  Alla vanguardia: ultimi e primi, tutti
  Combatterem; poco m’importa il dove.

MALATESTI.

  Non più ritardi. Iddio sarà coi prodi.

(_partono_)

[822] nuovo

[823] _Qui ~Colla~: più giù ~con gli~._

[824] Dirovvel’io.

[825] Ripigliar

[826] coll’occhio

[827] sovra

[828] Ufficio

[829] il

[830] _Nell’ediz. 1820 e ’45: ~Donde~_

[831] accaggia

[832] deggio

[833] veggia

[834] Piglia

[835] quei

[836] v’acconsento


SCENA IV.

Campo veneziano. Tenda del Conte.

IL CONTE, un SOLDATO.[837]

SOLDATO.

  Signor, l’oste nemica è in movimento:
  La vanguardia è sull’argine, e s’avanza.

IL CONTE.

  I condottieri dove son?

SOLDATO.

                          Qui tutti
  Fuor della tenda i principali; e stanno
  Gli ordin vostri aspettando.

IL CONTE.

                              Entrino tosto.

(_parte il Soldato_)

[837] poi un Soldato che sopraggiunge.


SCENA V.

IL CONTE.

  Eccolo il dì ch’io bramai tanto.—Il giorno
  Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,
  Che ogni adito era chiuso, e che deriso,
  Solo, io partiva, e non sapea per dove,
  Oggi con gioia io lo rammento alfine.
  Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,
  Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!
  Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,
  Un sogno della rabbia; ed ora è vero.
  Gli sono a fronte: ecco mi balza il core:
  Io sento il dì della battaglia..... E s’io.....
  No: la vittoria è mia.


SCENA VI.

IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO, altri CONDOTTIERI.

IL CONTE.

                       Compagni, udiste
  La lieta nova[838]: l’inimico ha fatto
  Ciò ch’io volea; così voi pur farete.
  E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,
  Il più bel dì di nostra vita apporta.
  Non è tra voi chi una battaglia aspetti
  Per farsi un nome, il[839] so; ma questa sera
  L’avrem più glorioso; e la parola
  Che al nostro orecchio sonerà[840] più grata,
  Omai fia quella di Maclodio. Orsini,
  Son pronti i tuoi?

ORSINI.

                      Sì.

IL CONTE.

                         Corri all’imboscate
  Sulla destra dell’argine; raggiungi
  Quei che vi stanno, e prendine[841] il comando.
  E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi
  Non vi movete, che non sia lo scontro
  Incominciato; quando ei fia, correte
  Alle spalle al nemico. Udite entrambi.
  Se dell’insidie egli s’avvede, e tenta
  Ritrarsi, appena avrà voltato il dorso,
  Siategli addosso uniti: io son con voi.
  Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.

ORSINI.

  E[842] lo sarà.

(_parte_).

TOLENTINO.

                  T’ubbidirem[843], vedrai.

(_parte_).

IL CONTE.

(_agli altri_)

  Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voi
  Assegnerò sul campo. Andiam, compagni;
  Si resista al prim’urto: il resto è certo.

[838] nuova

[839] io ’l

[840] scenderà

[841] pigliane

[842] Ei

[843] Ti obbedirem


CORO.[844]

    S’ode a destra uno squillo di tromba;
  A sinistra risponde uno squillo:
  D’ambo i lati calpesto rimbomba
  Da cavalli e da fanti il terren.
  Quinci spunta per l’aria un vessillo;
  Quindi un altro s’avanza spiegato:
  Ecco appare un drappello schierato;
  Ecco un altro che incontro gli vien.

    Già di mezzo sparito è il terreno;
  Già le spade respingon le spade;
  L’un dell’altro le immerge nel seno;
  Gronda il sangue; raddoppia il ferir.
  —Chi son essi? Alle belle contrade
  Qual ne venne straniero a far guerra?
  Qual è quei che ha giurato la terra
  Dove nacque far salva, o morir?

    —D’una terra son tutti: un linguaggio
  Parlan tutti: fratelli li dice
  Lo straniero: il comune lignaggio
  A ognun d’essi dal volto traspar.
  Questa terra fu a tutti nudrice,
  Questa terra di sangue ora intrisa,
  Che natura dall’altre ha divisa,
  E ricinta con l’alpe e col mar.

    —Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando
  Trasse il primo il fratello a ferire?
  Oh terror! Del conflitto esecrando
  La cagione esecranda qual è?[845]
  —Non la sanno: a dar morte, a morire
  Qui senz’ira ognun d’essi è venuto;
  E venduto ad un duce venduto,
  Con lui pugna, e non chiede il perchè.

    —Ahi sventura! Ma spose non hanno,
  Non han madri gli stolti guerrieri?
  Perchè tutte i lor cari non vanno
  Dall’ignobile campo a strappar?
  E i vegliardi che ai casti pensieri
  Della tomba già schiudon la mente,
  Chè non tentan la turba furente
  Con prudenti parole placar?

    —Come assiso talvolta il villano
  Sulla porta del cheto abituro,
  Segna il nembo che scende lontano
  Sopra[846] i campi che arati ei non ha;
  Così udresti ciascun che sicuro
  Vede lungi le armate coorti,
  Raccontar le migliaia de’ morti,
  E la pieta dell’arse città.

    Là, pendenti dal labbro materno
  Vedi i figli che imparano intenti
  A distinguer con nomi di scherno
  Quei che andranno ad uccidere un dì;
  Qui le donne alle veglie lucenti
  De’ monili far pompa e de’ cinti,
  Che alle donne diserte de’ vinti
  Il marito o l’amante rapì.

    —Ahi sventura! sventura! sventura!
  Già la terra è coperta d’uccisi;
  Tutta è sangue la vasta pianura;
  Cresce il grido, raddoppia il furor.
  Ma negli ordini manchi e divisi
  Mal si regge, già cede una schiera;
  Già nel volgo che vincer dispera,
  Della vita rinasce l’amor.

    Come il grano lanciato dal pieno
  Ventilabro nell’aria si spande;
  Tale intorno per l’ampio terreno
  Si sparpagliano i vinti guerrier.
  Ma improvvise terribili bande
  Ai fuggenti s’affaccian sul calle;
  Ma si senton più presso alle spalle
  Anelare[847] il temuto destrier.

    Cadon trepidi a piè de’ nemici,
  Gettan[848] l’arme, si danno prigioni:
  Il clamor delle turbe vittrici
  Copre i lai del tapino che mor.[849]
  Un corriero è salito in arcioni;
  Prende un foglio, il ripone, s’avvia,
  Sferza, sprona, divora la via;
  Ogni villa si desta al rumor.[850]

    Perchè tutti sul pesto cammino
  Dalle case, dai campi accorrete?
  Ognun chiede con ansia al vicino,
  Che gioconda novella recò?
  Donde ei venga, infelici, il sapete,
  E sperate che gioia favelli?
  I fratelli hanno ucciso i fratelli:
  Questa orrenda novella vi do.

    Odo intorno festevoli gridi;
  S’orna il tempio, e risona[851] del canto;
  Già s’innalzan dai cori[852] omicidi
  Grazie ed inni che abbomina il ciel.
  Giù dal cerchio dell’alpi frattanto
  Lo straniero gli sguardi rivolve;
  Vede i forti che mordon la polve,
  E li conta con gioia crudel.

    Affrettatevi, empite le schiere,
  Sospendete i trionfi ed i giochi,[853]
  Ritornate alle vostre bandiere:
  Lo straniero discende; egli è qui.
  Vincitor! Siete deboli e pochi?
  Ma per questo a sfidarvi ei discende;
  E voglioso a quei campi v’attende
  Dove[854] il vostro fratello perì.

    Tu che angusta a’ tuoi figli parevi,
  Tu che in pace nutrirli non sai,
  Fatal terra, gli estrani ricevi:
  Tal giudizio[855] comincia per te.
  Un nemico che offeso non hai,
  A tue mense insultando s’asside;
  Degli stolti le spoglie divide;
  Toglie il brando di mano a’ tuoi re.

    Stolto anch’esso! Beata fu mai
  Gente alcuna per sangue ed oltraggio?
  Solo al vinto non toccano i guai;
  Torna in pianto dell’empio il gioir.
  Ben talor nel superbo viaggio
  Non l’abbatte l’eterna vendetta;
  Ma lo segna; ma veglia ed aspetta;
  Ma lo coglie all’estremo sospir.

    Tutti fatti a sembianza d’un Solo,
  Figli tutti d’un solo Riscatto,
  In qual ora[856], in qual parte del suolo,
  Trascorriamo quest’aura vital,
  Siam fratelli; siam stretti ad un patto:
  Maledetto colui che l’infrange,[857]
  Che s’innalza sul fiacco che piange,
  Che contrista uno spirto immortal!

_Fine dell’atto secondo._

[844] _Qui era una nota: ~Vedasi la Prefazione, a pagina [161]~._

[845] qual’è?

[846] Sovra. _Altrove lascia ~sovra~; cfr. pag. 247._

[847] Scalpitare

[848] Rendon

[849] muor.

[850] romor.

[851] risuona

[852] cuori

[853] giuochi

[854] Ove

[855] giudicio

[856] qual’ora

[857] lo infrange



ATTO TERZO.


SCENA I.

Tenda del Conte.

IL CONTE e il PRIMO COMMISSARIO.

IL CONTE

  Siete contenti?

PRIMO COMMISSARIO.

                Udir l’alto trionfo
  Della patria; vederlo; essere i primi
  A salutarla vincitrice; a lei
  Darne l’annunzio; assistere alla fuga
  De’ suoi nemici; e mentre al nostro orecchio
  Rimbomba il suon della minaccia ancora,
  Veder la gloria sua fuor del periglio
  Uscir raggiante e più che mai serena,
  Come un sol dalle nubi; è gioia questa
  Forse, o signor, cui la parola arrivi?
  Voi la vedete: essa vi sia misura
  Della riconoscenza; e ben ci tarda
  Di rendervi tal grazie in altro nome
  Che non è il nostro, e del Senato a voi
  Riferir la letizia e il guiderdone.
  Ei sarà pari al merto.

IL CONTE.

                        Io già lo tengo.
  Venezia è salva; ho liberata in parte
  Una grande promessa; ho fatto alfine
  Risovvenir di me tal che m’avea
  Dimenticato; ho vinto.

PRIMO COMMISSARIO.

                      Ed or si vuole
  Assicurar della vittoria il frutto.

IL CONTE.

  .....Questa è mia cura.

PRIMO COMMISSARIO.

                        Or che dal vostro brando
  Sgombra è la via, noi ci aspettiam che tutta
  Voi la farete, nè starem fin tanto
  Che non si giunga del nemico al trono.

IL CONTE.

  Quando fia tempo.

PRIMO COMMISSARIO.

                  E che? Voi non volete
  Inseguire i fuggenti?

IL CONTE.

                      Ora non[858] voglio.

PRIMO COMMISSARIO.

  Ma il Senato lo crede.... E noi ben certi
  Che pari all’alta occasion, che pari
  Alla vittoria il vostro ardor saria
  Nel proseguirla, abbiamo a lui....

IL CONTE

                                 Vi siete
  Troppo affrettati.

PRIMO COMMISSARIO.

                  E che dirà mai quando
  Udrà che ancor siam qui?

IL CONTE.

                              Dirà, che il meglio
  È di fidarsi a chi per lui già vinse.

PRIMO COMMISSARIO.

  Ma.... che pensate far?

IL CONTE.

                        Ve l’avrei detto
  Più volentier pochi momenti or sono;
  Pur convien ch’io vel dica. Io non mi voglio
  Allontanar di qui pria ch’espugnate
  Non sian le rocche che ci stan d’intorno.
  Voglio un solo nemico, e quello in faccia.

PRIMO COMMISSARIO.

  Or dunque i nostri voti....

IL CONTE.

                            I vostri voti
  Più arditi son del brando mio, più rapidi
  De’ miei cavalli;.... ed io.... la prima volta
  È che mi sento dir pur ch’io[859] m’affretti.

PRIMO COMMISSARIO.

  Ma pensaste abbastanza?

IL CONTE.

                        E che! Sì nova[860]
  Mi giunge una vittoria? E vi par egli[861]
  Che questa gioia mi confonda il core
  Tanto che il primo mio pensier non sia
  Per ciò che resta a far?

[858] Or non lo

[859] m’ascolto dir ch’io pur

[860] nuova

[861] Dunque mi giunge una vittoria? E parvi


SCENA II.

Il SECONDO COMMISSARIO, e DETTI.

SECONDO COMMISSARIO.

(_al CONTE_)[862]

                          Signor, se tosto
  Non correte al riparo, una sfacciata
  Perfidia s’affatica a render vana
  Sì gran vittoria; e già l’ha fatto in parte.

IL CONTE.

  Come?

SECONDO COMMISSARIO.

        I prigioni escon del campo a torme;
  I condottieri ed i soldati a gara
  Li mandan sciolti, nè tener li puote
  Fuor che un vostro comando.

IL CONTE.

                            Un mio comando?

SECONDO COMMISSARIO.

  Esitereste a darlo?

IL CONTE.

                      È questo un uso
  Della guerra, il sapete. È così dolce
  Il perdonar quando si vince! e l’ira
  Presto si cambia[863] in amistà ne’ cori
  Che batton sotto il ferro. Ah! non vogliate
  Invidiar sì nobil premio a quelli
  Che hanno per voi posta la vita, ed oggi
  Son generosi, perchè ier fur prodi.

SECONDO COMMISSARIO.

  Sia generoso chi per sè combatte,
  Signor; ma questi, e ad onor l’hanno, io credo,
  Al nostro soldo han combattuto; e nostri
  Sono i prigioni.

IL CONTE.

                  E voi potete adunque
  Creder così: quei che gli han visti a fronte,
  Che assaggiare i lor colpi, e che a fatica
  Su lor le mani insanguinate han poste,
  Nol crederan sì di leggieri.

PRIMO COMMISSARIO.

                             È questa
  Dunque una giostra di piacer? Non vince
  Per conservar, Venezia? E vana al tutto
  Fia la vittoria?

IL CONTE.

                   Io già l’udii, di novo[864]
  La devo[865] udir questa parola: amara,
  Importuna mi vien come l’insetto
  Che, scacciato una volta, anco a ronzarmi
  Torna sul volto.... La vittoria è vana?
  Il suol d’estinti ricoperto, sparso
  E scoraggiato il resto.... il più fiorente
  Esercito! col qual, se unito ancora
  E mio foss’egli, e mio davver, torrei
  A correr tutta Italia; ogni disegno
  Dell’inimico al vento; anche[866] il pensiero
  Dell’offesa a lui tolto; a stento usciti
  Dalle mie mani, e di fuggir contenti
  Quattro tai duci, contro a’ quai pur ieri
  Era vanto il resistere; svanito
  Mezzo il terror di que’ gran nomi; ai nostri
  Raddoppiato[867] l’ardir che agli altri è scemo;
  Tutta la scelta della guerra in noi;
  Nostre le terre ch’egli han sgombre.... è nulla?
  Pensate voi che torneranno al Duca
  Que’ prigioni? che l’amino? che a loro
  Caglia di lui più che di voi? ch’egli abbiano
  Combattuto per esso? Han combattuto
  Perchè all’uomo che segue una bandiera,
  Grida una voce imperiosa in core:
  Combatti, e vinci. E’ son perdenti; e’ sono
  Tornati in libertà; si venderanno....
  Oh! tale ora è il soldato.... a chi primiero
  Li comprerà.... Comprateli, e son vostri.

PRIMO COMMISSARIO.

  Quando assoldammo chi dovea con essi
  Pugnar, comprarli noi credemmo allora.

SECONDO COMMISSARIO.

  Signor, Venezia in voi si fida; in voi
  Vede essa[868] un figlio; e quanto all’util suo,
  Alla sua gloria può condur, s’aspetta
  Che si faccia da voi.

IL CONTE.

                      Tutto ch’io posso.

SECONDO COMMISSARIO.

  Ebben, che non potete in questo campo?

IL CONTE.

  Quel che chiedete: un uso antico, un uso
  Caro ai soldati violar non posso.

SECONDO COMMISSARIO.

  Voi cui nulla resiste, a cui sì pronto
  Tien dietro ogni voler, si ch’uom[869] non vede
  Se per amore o per timor si pieghi,
  Voi non potreste in questo campo, voi
  Fare una legge, e mantenerla?

IL CONTE.

                               Io dissi
  Ch’io non potea: meglio or dirò: nol voglio.
  Non più parole; con gli[870] amici è questo
  Il mio costume antico, ai giusti preghi
  Soddisfar tosto e lietamente, e gli altri
  Apertamente rifiutar. Soldati!

SECONDO COMMISSARIO.

  Ma.... che disegno è il vostro?

IL CONTE.

                                Or lo vedrete.

(_a un Soldato che entra_)

  Quanti prigion restano ancora?

IL SOLDATO.

                                  Io credo
  Quattrocento[871], signor.

IL CONTE.

                          Chiamali.... chiama
  I più distinti.... quei che incontri i primi:
  Vengan qui tosto.

(_parte il Soldato_)

                     Io ’l potrei certo.... Ov’io
  Dessi un tal cenno, non s’udria nel campo
  Una repulsa[872]; ma i miei figli, i miei
  Compagni del periglio e della gioia,
  Quei che fidano in me, che un capitano
  Credon seguir sempre a difender pronto
  L’onor della milizia ed il vantaggio,
  Io tradirli così! Farla più serva,
  Più vil, più trista che non è!.... Signori,
  Fidente io son, come i soldati il sono;
  Ma se cosa or da me chiedete a forza,
  Che mi tolga l’amor de’ miei compagni,
  Se mi volete separar da quelli,
  E a tal ridurmi ch’io non abbia appoggio
  Altro che il vostro, mio malgrado[873] il dico,
  M’astringerete a dubitar....

SECONDO COMMISSARIO.

                          Che dite!

[862] _Manca._

[863] cangia

[864] di nuovo

[865] deggio

[866] anco (_ma più sù lasciò_ anco!)

[867] Addoppiato

[868] Ved’ella

[869] sicch’uom

[870] cogli

[871] Quattro cento

[872] ripulsa

[873] a mio mal grado


SCENA III.

I PRIGIONIERI,[874] tra i quali PERGOLA figlio, e DETTI.

IL CONTE.

(_ai Prigionieri_[874])

  O prodi indarno, o sventurati!.... A voi
  Dunque fortuna è più crudel? Voi soli
  Siete alla trista prigionia serbati?

UN PRIGIONIERE.[875]

  Tale, eccelso signor, non era il nostro
  Presentimento: allor che[876] a voi dinanzi
  Fummo chiamati, udir ci parve il messo
  Di nostra libertà. Già tutti l’hanno
  Ricovrata color che agli altri duci,
  Minor di voi, caddero in mano; e noi....

IL CONTE.

  Voi, di chi siete prigionier?

IL PRIGIONIERE.

                              Noi fummo
  Gli ultimi a render l’armi. In fuga o preso
  Già tutto il resto, ancor per pochi istanti
  Fu sospesa per noi l’empia fortuna
  Della giornata; alfin voi feste il cenno
  D’accerchiarci, o signor: soli, non vinti,
  Ma reliquie de’ vinti, al drappel vostro....[877]

IL CONTE.

  Voi siete quelli? Io son contento, amici,
  Di rivedervi; e posso ben far fede
  Che pugnaste da prodi: e se tradito
  Tanto valor non era, e pari a voi
  Sortito aveste un condottier, non era
  Piacevol tresca esservi a fronte.

IL PRIGIONIERE.

                                    Ed ora
  Ci fia sventura il non aver ceduto
  Che a voi, signore? E quelli a cui toccato
  Men glorioso è il vincitor, l’avranno
  Trovato più cortese? Indarno ai vostri
  La libertà chiedemmo; alcun non osa
  Dispor di noi senza l’assenso vostro;
  Ma cel promiser tutti. Oh! se potete
  Mostrarvi al Conte, ci dicean; non egli
  Certo dei vinti aggraverà la sorte;
  Non fia certo per lui tolta un’antica
  Cortesia della guerra,... ei che sapria
  Esser piuttosto ad inventarla il primo.

IL CONTE.

(_ai Commissari_)

  Voi gli udite, o signori..... Ebben, che dite?....
  Voi, che fareste?....

(_ai Prigionieri_)

                    Tolga il ciel che alcuno
  Più altamente di me pensi ch’io stesso.
  Voi siete sciolti, amici. Addio: seguite
  La vostra sorte, e s’ella ancor vi porta
  Sotto una insegna che mi sia nemica....
  Ebben, ci rivedremo.

(_segni di gioia tra i Prigionieri, che partono; il CONTE osserva il
PERGOLA figlio, e lo ferma_)

                     O giovinetto,[878]
  Tu del volgo non sei; l’abito, e il volto
  Ancor più chiaro il dice; e ti confondi
  Con gli[879] altri, e taci?

PERGOLA FIGLIO.

                           O capitano, i vinti
  Non han nulla da dir.

IL CONTE.

                        La tua[880] fortuna
  Porti così, che ben ti mostri degno
  D’una miglior. Quale è il tuo nome?

PERGOLA FIGLIO.

                                      Un nome
  Cui crescer pregio assai difficil fia,
  Che un grande obbligo impone a chi lo porta:
  Pergola è il nome mio.

IL CONTE.

                         Che? Tu sei figlio
  Di quel valente?

PERGOLA FIGLIO.

                  Il son.[881]

IL CONTE.

                                 Vieni ed abbraccia
  L’antico amico di tuo padre. Io era
  Quale or tu sei, quando il conobbi in prima.
  Tu mi rammenti i lieti giorni, i giorni
  Delle speranze. E tu fa cor: fortuna
  Più giocondi principi a me concesse;
  Ma le promesse sue sono pei prodi;
  E o presto[882] o tardi essa le adempie. Il padre
  Per me saluta, o giovinetto[883], e digli
  Ch’io non tel chiesi, ma che certo io sono
  Ch’ei non volea questa battaglia.

PERGOLA FIGLIO.

                                    Ah! certo,
  Non la volea; ma fur parole al vento.

IL CONTE.

  Non ti doler: del capitano è l’onta
  Della sconfitta; e sempre ben comincia
  Chi da forte combatte ove[884] fu posto.
  Vien meco;

(_lo prende[885] per mano_)

              ai duci io vo’ mostrarti, io voglio
  Renderti la tua spada.

(_ai Commissari_)

                        Addio, signori;
  Giammai pietoso coi nemici vostri
  Io non sarò, che dopo averli vinti.

(_partono il CONTE e PERGOLA figlio_).

[874] Prigioni

[875] Prigione; _e così sempre_.

[876] allorchè

[877] Meglio e più chiaramente virgolato nella prima ediz.:

                    alfin voi feste il cenno
  D’accerchiarci, o Signor,—soli, non vinti,
  Ma reliquie dei vinti,—al drappel vostro.

[878] giovanotto

[879] Cogli

[880] Questa

[881] Io il son.

[882] E tosto

[883] giovanetto

[884] ov’ei

[885] piglia


SCENA IV.

I due COMMISSARI.

SECONDO COMMISSARIO.

(_dopo qualche silenzio_)

  Direte ancor che a presagir perigli
  Troppo facil son io? che le parole
  De’ suoi contrari, il mio sospetto antico,
  L’odio forse, chi sa? mi fanno ingiusto
  Contro[886] costui? ch’egli è sdegnoso, ardente,
  Ma leal? che da lui cercar non dèssi
  Ossequi, ma servigi, e quando in grave
  Caso il nostro volere[887] a lui s’intimi,
  Il dubitar ch’egli resista è un sogno?
  Vi basta questo?

PRIMO COMMISSARIO.

                    C’è[888] di più. Gli dissi
  Che a noi premea che s’inseguisse il vinto:
  Ei ricusò.

SECONDO COMMISSARIO.

            Ma che rispose?

PRIMO COMMISSARIO.

                            Ei vuole
  Assicurarsi delle rocche.... ei teme....

SECONDO COMMISSARIO.

  Cauto ad un tratto è divenuto.... e dopo
  Una vittoria.

PRIMO COMMISSARIO.

                La parola a stento
  Gli uscia di bocca: ella parea risposta
  All’indiscreto che t’assedia, e vuole
  Il tuo segreto che per nulla il tocca.

SECONDO COMMISSARIO.

  Ma l’ha poi detto il suo segreto? E questo
  Motivo ond’egli accontentar vi volle,
  Vi parve il solo suo motivo, il vero?

PRIMO COMMISSARIO.

  Nol so, non ci[889] badai, tempo non ebbi
  Che di pensar ch’io mi trovava innanzi
  Un temerario, e ch’io sentia parole
  Inusitate ai pari nostri.

SECONDO COMMISSARIO.

                          E s’egli
  Al suo signore antico, al primo ond’ebbe
  Onor supremi, all’alta creatura
  Della sua spada, più terror che danno
  Volesse far? fargli pensar soltanto
  Quel ch’egli era per lui, quel che gli è contro?
  Tal nemico mostrarglisi, ch’ei brami
  D’averlo amico ancor? S’ei non potesse
  Tutto staccare il suo pensier da un trono
  Ch’egli alzò dalla polve; ov’ebbe il primo
  Grado dopo colui che v’è seduto?
  Se un duca ardente di conquiste, e inetto
  A sopportar d’una corazza il peso,
  Che d’una mano ha d’uopo e d’un consiglio,
  E[890] al condottier lo chiede, e gli comanda
  Ciò ch’ei medesmo gl’inspirò, più grato
  Signor, più dolce al condottier paresse,
  Che molti, e vigilanti, e più bramosi
  Di conservar che d’acquistar, cui preme
  Sovr’ogni cosa il comandar davvero?

PRIMO COMMISSARIO.

  Tutto io m’aspetto da costui.

SECONDO COMMISSARIO.

                               Teniamo
  Questo sospetto: il suo contegno, i nostri
  Accorgimenti il faran chiaro in breve,
  O ad altro almen ci guideranno. Ei trama
  Certo. Colui che trama, e del successo
  Si pasce già, come se il tenga,[891] ardito
  Parla ancor che nol voglia; e quei che sprezza
  In faccia il suo signor, già in cor ne ha scelto
  Un altro, o pensa a diventarlo[892] ei stesso.
  No: da Filippo ei non è sciolto in tutto.
  A quella stirpe onde la sposa egli ebbe
  Non è stranier: troppo gli è caro il nodo
  Che ad essa un dì lo strinse. In quella figlia,
  Che ha tanta parte in suo pensier, non scorre
  Col suo confuso de’ Visconti il sangue?

PRIMO COMMISSARIO.

  Come parlò! Come passò dall’ira
  Al non curar! Con che superba pace
  Disubbidì! Siam noi nel nostro campo?
  Di Venezia i mandati? Eran costoro
  Vinti e prigioni? E più sicuro il guardo
  Portavano di noi! Noi testimoni
  Del suo poter, del conto in cui ci tiene,
  De’ nostri acquisti così sparsi al vento,
  Di tal gioia, di tai grazie, di tali
  Abbracciamenti! Oh! ciò durar non puote.
  Che avviso è il vostro?

SECONDO COMMISSARIO.

                             Haccene[893] due? Soffrire,
  Dissimular, fargli querela ancora
  D’un’offesa che mai creder non puote
  Dimenticata, e insiem la strada aprirgli
  Di ripararla a modo suo; gradire
  Che ch’ei ne faccia; chiedergli soltanto
  Ciò che siam certi d’ottenerne; opporci
  Sol quanto basti a far che vera appaia
  Condiscendenza il resto; a dichiararsi
  Non astringerlo mai; vegliare intanto;
  Scriverne ai Dieci, ed aspettar comandi.

PRIMO COMMISSARIO.

  Viver così! Che si diria di noi?
  Dell’alto ufizio[894] che ci fu commesso,
  A cui venimmo invidiati, e or tale
  Diviene?

SECONDO COMMISSARIO.

          È sempre glorioso il posto
  Dove si serve la sua patria, e dove
  Si giunge ai fini suoi. Soldati e duci
  Tutti sono per lui, l’ammiran tutti,
  Nessun l’invidia; a sommo onor si tiene
  Bene ubbidirlo[895]; e in questo sol c’è[896] gara
  Che ad essergli secondo ognuno aspira.
  Voce sì cara e riverita in prima,
  Che forza avrebbe in lor poscia che udita
  L’hanno in un tanto dì, che forza avrebbe
  Se proferisse mai quella parola,
  Che in core han tutti, la rivolta? Guai!
  Che più? gli udimmo pur; come de’ suoi,
  È nel pensiero de’ nemici in cima.

PRIMO COMMISSARIO.

  Ma siamo a tempo[897]? Ei già sospetta.

SECONDO COMMISSARIO.

                                        Il siamo.
  Essi armati, e sol essi; avvezzi tutti
  A prodigar la vita, a non temere
  Il periglio, ad amarlo, e delle imprese
  A non guardar che la speranza, alfine
  Più ch’uomini nel campo: ah! se fanciulli
  Non fosser poi nel resto, ed i sospetti
  Facili a palesar come a deporli;
  Se una parola di lusinga, un atto
  Di sommessa amistà non li volgesse
  A talento di quel che l’usa a tempo;
  A che saremmo? ubbidiria[898] la spada?
  Saremmo ancora i signor noi?

PRIMO COMMISSARIO.

                             Sta bene.
  Riesca, o no, questo partito è il solo.

_Fine dell’atto terzo._

[886] Contra

[887] la nostra voglia

[888] V’ha

[889] vi

[890] Che

[891] e già si pasce Del suo disegno, come il tenga,

[892] divenirlo

[893] Avvene

[894] ufficio

[895] obbedirlo

[896] v’è

[897] in tempo (_ma più giù lascia_ a tempo!)

[898] _Così anche nella prima ediz.; ma altrove, cfr. pochi versi più sù,
aveva sempre scritto ~obbedire~ ecc.; che ora muta in ~ubbidire~ ecc._



ATTO QUARTO.


SCENA I.

Sala dei Capi del Consiglio dei Dieci, in Venezia.

MARCO Senatore, e MARINO uno dei Capi.

MARCO.

  Eccomi al cenno degli eccelsi Capi
  Del Consiglio de’ Dieci.

MARINO.

                          Io parlo in nome
  Di tutti lor. Vi si destina un grave
  Incarco, fuor[899] di qui: se un argomento
  Di confidenza questo sia[900].... la vostra
  Coscienza il diravvi.

MARCO.

                        Essa[901] mi dice
  Che scarsa al merto ed all’ingegno mio
  Dee la patria concederla, ma intera
  Alla fede ed al cor.

MARINO.

                       La patria! È un nome
  Dolce a chi l’ama oltre ogni cosa, e sente
  Di vivere per lei; ma proferirlo
  Senza tremar non dee chi resta amico
  De’ suoi nemici.

MARCO.

                  Ed io....

MARINO.

                        Per chi parlaste
  Oggi in Senato? Per la patria? I vostri
  Sdegni, i vostri terrori eran per lei?
  Chi vi rendea sì caldo? Il suo periglio,
  O il periglio di chi? Chi difendeste....
  Voi solo?

MARCO.

            Io so davanti a chi[902] mi trovo.
  Sta la mia vita in vostra man, ma il mio
  Voto non già: giudice ei non conosce
  Fuor che il mio cor; nè d’altro esser può reo
  Che d’avergli mentito. A darne conto
  Pur disposto son io.

MARINO.

                      Tutto che puote
  Por la patria in periglio, essere inciampo
  All’alte mire sue, dargli sospetto,
  È in nostra man. Perchè ci siate or voi,
  Se nol sapete, se mostrar vi giova
  Di non saperlo, uditelo. Per ora
  D’oggi si parli; non vogliam di tutta
  La vostra vita interrogar che un giorno.

MARCO.

  E che? fors’altro mi si appon? Di nulla
  Temer poss’io; la mia condotta....

MARINO.

                                      È nota
  Più a noi che a voi. Dalla memoria vostra
  Forse assai cose ha cancellato il tempo:
  Il nostro libro non obblia.

MARCO.

                                Di tutto
  Ragion darò.

MARINO.

               Voi la darete quando
  Vi fia chiesta. Non più: quando il Senato
  Diede il comando al Carmagnola, a molti
  Era sospetta la sua fede; ad altri
  Certa parea: potea parerlo allora.
  Ei discioglie i prigioni, insulta i nostri
  Mandati, i nostri pari; ha vinto, e perde
  In perfid’ozio la vittoria. Il velo
  Cade dal ciglio ai più. Nel suo soccorso
  Troppo fidando, il Trevisan s’innoltra
  Nel Po, le navi del nemico affronta;
  Sopraffatto dal numero, richiede[903]
  Al Capitan rinforzo, e non l’ottiene.
  Freme il Senato; poche voci appena
  S’alzano ancor per lui. Cremona è presa,
  Basta sol ch’ei v’accorra; ei non v’accorre.
  Giunge l’annunzio oggi al Senato: alfine
  Più non gli resta difensor che un solo:
  Solo, ma caldo difensor. Per lui
  Innocente è costui, degno di lode
  Più che di scusa; e se ci[904] fu sventura,
  Colpa è soltanto del destino.... e nostra.
  Non è giustizia che il persegue: è solo
  Odio privato, è invidia, è basso orgoglio
  Che non perdona al sommo, a chi tacendo
  Grida co’ fatti: io son maggior di voi.
  Certo inaudito è un tal linguaggio: i Padri
  Nel lor Senato oggi l’udiro; e muti
  Si volsero a guardar donde tal voce
  Venìa, se uno straniero oggi, un nemico
  Premere un seggio nel Senato ardìa
  Chiarito è il Conte un traditor; si vuole
  Torgli ogni via di nocere[905]. Ma l’arte
  Tanta e l’audacia è di costui, che reso
  Ei s’è tremendo a’ suoi signori; è forte
  Di quella forza che gli abbiam fidata;
  Egli ha il cor de’ soldati; e l’armi nostre,
  Quando voglia[906], son sue; contro di noi
  Volger le puote, e il vuol. Certo è follia
  Aspettar che[907] lo tenti; ognun risolve
  Ch’ei si prevenga, e tosto. A forza aperta
  È impresa piena di perigli. E noi
  Starem per questo? E il suo maggior delitto
  Sarà cagion perchè impunito ei vada?
  Sola una strada alla giustizia è schiusa,
  L’arte con cui l’ingannator s’inganna.
  Ei ci astrinse a tenerla; ebben, si tenga:
  Questo è il voto comun. Che fece allora
  L’amico di costui? Ve ne rammenta?
  Io vel dirò; chè men tranquillo al certo
  Era in quel punto il vostro cor, dell’occhio
  Che imperturbato vi seguia. Perdeste
  Ogni ritegno, oltrepassaste il largo
  Confin che un resto di prudenza avea
  Prescritto al vostro ardor, dimenticaste
  Ciò che promesso v’eravate, intero
  Ai men veggenti vi svelaste, a quelli
  Cui parea novo[908] ciò che a noi non l’era.
  Ognuno allor pensò che oggi in Senato
  C’era[909] un uom di soverchio, e che bisogna
  Porre il segreto dello Stato in salvo.

MARCO.

  Signor, tutto a voi lice: innanzi a voi
  Quel che ora io sia, non so; però non posso
  Dimenticarmi che patrizio io sono,
  Nè a voi tacer che un dubbio tal m’offende.
  Sono un di voi: la causa dello Stato
  È la mia causa; e il suo segreto importa
  A me non men che altrui.

MARINO.

                           Volete alfine
  Saper chi siete qui? Voi siete un uomo
  Di cui si teme, un che lo Stato guarda
  Come un inciampo alla sua via. Mostrate
  Che nol sarete; il darvene agio ancora
  È gran clemenza.

MARCO.

                  Io sono amico al Conte:
  Questa è l’accusa mia; nol nego, io il sono:
  E il ciel ringrazio che vigor mi ha dato
  Di confessarlo qui. Ma se nemico
  E della patria? Mi si provi, è il mio.[910]
  Che gli si appone? I prigionier disciolti?
  Non li disciolse il vincitor soldato?
  Ma invan pregato il condottier non volle
  Frenar questa licenza. Il potea forse?
  Ma l’imitò. Non ve lo astrinse un uso,
  Qual ch’ei sia, della guerra? ed al Senato
  Vera non parve questa scusa? e largo
  D’ogni onor poscia non gli fu? L’ajuto[911]
  Al Trevisan negato? Era più grave
  Periglio il darlo; era l’impresa ordita
  Ignaro il Conte; ei non fu chiesto a[912] tempo.
  E la sentenza che a sì turpe esiglio
  Il Trevisan dannò, tutta la colpa
  Non rovesciò sovra di lui? Cremona?
  Chi di Cremona meditò l’acquisto?
  Chi l’ordin diè che si tentasse? Il Conte.
  Del popol tutto che a rumor[913] si leva
  Non può scarso drappel l’inaspettato
  Impeto sostener; ritorna al campo,
  Non scemo pur d’un combattente. Al Duce
  Buon consiglio non parve incontro un novo[914]
  Impensato nemico avventurarsi;
  E abbandonò l’impresa. Ella è, fra tante
  Sì ben compiute, una fallita impresa;
  Ma il tradimento ov’è? Fiero, oltraggioso
  Da gran tempo, voi dite, è il suo linguaggio:
  Un troppo lungo tollerar macchiato
  Ha l’onor nostro. Ed un’insidia, il lava?
  E poi che un nodo, un dì sì caro, ormai
  Non può tener Venezia e il Carmagnola,
  Chi ci vieta disciorlo? Un’amistade
  Sì nobilmente stretta, or non potria
  Nobilmente finir? Come! anche in questo
  Un periglio si scorge! Il genio ardito
  Del condottier, la fama sua si teme,
  De’ soldati l’amor! Se render piena
  Testimonianza al ver, colpa si stima;
  Se a tal trista temenza oppor non lice
  La lealtà del Conte; il senso almeno
  Del nostro onor la scacci. Abbiam di noi
  Un più degno concetto; e non si creda
  Che a tal Venezia giunta sia, che possa
  Porla in periglio un uom. Lasciam codeste
  Cure ai tiranni: ivi il valor si tema
  Ove lo scettro è in una mano, e basta
  A strapparlo un guerrier che dica: io sono
  Più degno di tenerlo; e a’ suoi compagni
  Il persuada. Ei che tentar potria?
  Al Duca ritornar, dicesi, e seco
  Le schiere trar nel tradimento. Al Duca?
  All’uom che un’onta non perdona mai,
  Nè un gran servigio, ritornar colui
  Che gli compose e che gli scosse il trono?
  Chi non potè restargli amico in tempo
  Che pugnava per lui, ridivenirlo
  Dopo averlo sconfitto! Avvicinarsi
  A quella man che in questo asilo istesso
  Comprò un pugnal per trapassargli il petto!
  L’odio solo, o signor[915], creder lo puote.
  Ah! qual sia la cagion che innanzi a questo
  Temuto seggio fa trovarmi, un’alta
  Grazia mi fia, se fare intender posso
  Anco una volta il ver: qualche lusinga
  Io nutro ancor che non fia forse invano.
  Sì, l’odio cieco, l’odio sol potea
  Far che fosse in Senato un tal sospetto
  Proposto, inteso, tollerato. Ha molti
  Fra noi[916] nemici il Conte: or non ricerco
  Perchè lo siano[917]: il son. Quando nascoste
  All’ombra della pubblica vendetta,
  Le nimistà private io disvelai;
  Quando chiedea che a provveder s’avesse
  L’util soltanto dello Stato, e il giusto;
  Allora ufizio[918] io non facea d’amico,
  Ma di fedel patrizio. Io già non scuso
  Il mio parlar: quando proporre intesi
  Che sotto il vel di consultarlo ei sia
  Richiamato a Venezia, e gli si faccia
  Onor più dell’usato, e tutto questo
  Per tirarlo nel laccio.... allor, nol nego....

MARINO.

  Più non pensaste che all’amico.

MARCO.

                                  Allora,
  Dissimular nol vo’, tutte sentii[919]
  Le potenze dell’alma sollevarsi
  Contro un consiglio.... ah fu seguito!.... Un solo
  Pensier non fu; fu della patria mia
  L’onor ch’io vedo[920] vilipeso, il grido
  De’ nemici e de’ posteri; fu il primo
  Senso d’orror che un tradimento inspira
  All’uom che dee stornarlo, o starne a parte.
  E se pietà d’un prode a tanti affetti
  Pur si mischiò, dovea, poteva io forse
  Farla tacer? Son reo d’aver creduto
  Che util puote a Venezia esser soltanto
  Ciò che l’onora, e che[921] si può salvarla
  Senza farsi....

MARINO.

                   Non più: se tanto udii
  Fu perchè ai Capi del Consiglio importa
  Di conoscervi appien. Piacque aspettarvi
  Ai secondi pensier; veder si volle
  Se un più maturo ponderar v’avea
  Tratto a più saggio e più civil consiglio.
  Or, poichè indarno si sperò, credete
  Voi che un decreto del Senato io voglia
  Difender ora innanzi a voi? Si tratta
  La vostra causa qui. Pensate a voi,
  Non alla patria: ad altre, e forti, e pure
  Mani è commessa la sua sorte; e nulla
  A cor le sta che il suo voler vi piaccia,
  Ma che s’adempia, e che non sia sofferto
  Pure il pensier di porvi impedimento.
  A questo vegliam noi. Quindi io non voglio
  Altro da voi che una risposta. Espresso
  Sovra quest’uomo è del Senato il voto;
  Compir si dee; voi, che farete intanto?[922]

MARCO.

  Quale inchiesta, signor!

MARINO.

                          Voi siete a parte
  D’un gran disegno; e in vostro cor bramate
  Che a voto[923] ei vada; non è ver?

MARCO.

                                   Che importa
  Ciò ch’io brami, allo Stato? A prova ormai
  Sa che dell’opre mie non è misura
  Il desiderio, ma il dover.

MARINO.

                            Qual pegno
  Abbiam da voi che lo farete? In nome
  Del Tribunale un ve ne chiedo[924]: e questo,[925]
  Se lo negate, un traditor vi tiene.
  Quel che si serba ai traditor, v’è noto.

MARCO.

  Io.... Che si vuol da me?

MARINO.

                           Riconoscete
  Che patria è questa a cui bastovvi il core
  Di preferire uno stranier. Sui figli
  A stento e tardi essa la mano aggrava;
  E a perderne soltanto ella consente
  Quei che salvar non puote. Ogni error vostro
  È pronta ad obbliar; v’apre ella stessa
  La strada al pentimento.

MARCO.

                          Al pentimento!
  Ebben, che strada?

MARINO.

                     Il Mussulman[926] disegna
  D’assalir Tessalonica: voi siete
  Colà mandato. A quale ufizio[927], quivi
  Noto vi fia: pronta è la nave; ed oggi
  Voi partirete.

MARCO.

                Ubbidirò.

MARINO.

                           Ma un’arra
  Si vuol di vostra fè: giurar dovete
  Per quanto è sacro, che in parole o in cenni
  Nulla per voi traspirerà di quanto
  Oggi s’è fisso. Il giuramento è questo:

(_gli presenta un foglio_)

  Sottoscrivete.

MARCO

(_legge_).

                E che, signor? Non basta?....

MARINO.

  E per ultimo, udite. Il messo è in via
  Che porta[928] al Conte il suo richiamo. Ov’egli
  Pronto ubbidisca[929], ed in Venezia arrivi,
  Giustizia troverà[930].... forse clemenza.
  Ma se ricusa, se sta in forse[931], e segno
  Dà di sospetto; un gran segreto udite,
  E tenetelo[932] in voi; l’ordine è dato
  Che dalle nostre man vivo ei non esca.
  Il traditor che dargli un cenno ardisce,
  Quei l’uccide, e si perde. Io più non odo
  Nulla da voi: scrivete; ovvero....

(_gli porge il foglio_)

MARCO.

                                  Io scrivo.

(_prende il foglio e lo sottoscrive_)

MARINO.

  Tutto è posto in obblio. La vostra fede
  Ha fatto il più; vinto ha il dover: l’impresa
  Compirsi or dee dalla prudenza; e questa
  Non può mancarvi, sol che in mente abbiate
  Che ormai due vite in vostra man son poste.

(_parte_)

[899] via

[900] fia

[901] Ella

[902] dinanzi a cui

[903] domanda

[904] vi

[905] nuocere

[906] ei voglia

[907] ch’ei

[908] nuovo

[909] V’era

[910] Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—_Del resto,
tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella
prima ediz.; dove è messa meglio in evidenza quella specie di dibattito
tra le obiezioni presunte e le risposte che vi contrappone l’uomo onesto
ed oculato._

[911] _Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questa ~j~!_

[912] in

[913] romor

[914] incontra un nuovo

[915] solo, Signor

[916] _Anche questo ~fra noi~ (nell’«Adelchi», I, 4ª: ~fra di noi~) è
riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur
nell’«Adelchi», V, 8ª; ma colà sul contrabbando il Manzoni ha chiuso un
occhio, per evitare la cacofonia. Vero è che altrove («Carmagnola», I,
4ª) non s’è fatto scrupolo di correggere: ~Non troverò tra tanti prenci!~_

[917] sieno

[918] ufficio

[919] io sentii

[920] veggio

[921] ; che

[922] Voi, che pensieri avete?

[923] a vuoto

[924] chieggio

[925] questi

[926] Musulman

[927] ufficio

[928] reca

[929] _Nella prima stampa anche qui era già: ~Ubbidirò~, ~ubbidisca~:
cfr. dianzi pag. 227._

[930] ei troverà,

[931] s’egli indugia, o

[932] serbatelo


SCENA II.

MARCO.

  Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui posto
  Al cimento; e che feci?.... Io prima d’oggi
  Non conoscea me stesso!.... Oh che segreto
  Oggi ho scoperto! Abbandonar nel laccio
  Un amico io potea! Vedergli al tergo
  L’assassino venir, veder lo stile[933]
  Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!
  Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]
  Salvar; chiamato in testimonio ho[935] il cielo
  D’un’infame viltà.... la sua sentenza
  Ho sottoscritta.... ho la mia parte anch’io
  Nel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciai
  Dunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvolta
  Senza delitto non si può serbarla:
  Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?
  Per chi tremai? per me? per me? per questo
  Disonorato capo?.... o per l’amico?
  La mia ripulsa accelerava il colpo,
  Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,
  Rivelami il mio cor; ch’io veda[936] almeno
  In quale abisso son[937] caduto, s’io
  Fui più stolto, o codardo, o sventurato.
  O Carmagnola, tu verrai!... sì certo
  Egli verrà.... se anche[938] di queste volpi
  Stesse in sospetto, ei penserà che Marco
  È senator, che anch’io l’invito; e lunge
  Ogni dubbiezza scaccerà[939]; rimorso
  Avrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!
  Ma.... di clemenza non parlò quel vile?
  Sì, la clemenza che il potente accorda
  All’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quello
  Ch’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]
  Di trovar reo. Clemenza all’innocente!
  Oh! il vil son io che gli credetti, o volli
  Credergli; ei la nomò perchè comprese
  Che bastante a corrompermi non era
  Il rio timor che a goccia a goccia ei fea
  Scender sull’alma mia: vide che d’uopo
  M’era un nobil pretesto; e me lo diede.
  Gli astuti! i traditor! Come le parti
  Distribuite hanno tra lor costoro!
  Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altro
  Le minacce.... e la mia?... voller che fosse
  Debolezza ed inganno... ed io l’ho presa!
  Io li[942] spregiava; e son da men di loro!
  Ei non gli sono amici!.... Io non doveva
  Essergli amico: io lo cercai; fui preso
  Dall’alta indole sua, dal suo gran nome.
  Perchè dapprima non pensai che incarco
  È l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?
  Perchè allor correr solo io nol lasciai
  La sua splendida via, s’io non potea
  Seguire i passi suoi? La man gli stesi;
  Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,
  E il nemico gli è sopra, io la ritiro:
  Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!
  Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengo
  Questo pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?
  Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,
  E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],
  Non fia virtù l’infrangerlo? Non sono
  Che all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]
  E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzo
  Trovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il disse
  Per atterrirmi.... E se davvero il disse?
  Oh empi, in quale abbominevol rete
  Stretto m’avete! Un nobile consiglio
  Per me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.
  Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hanno
  Statuito un destino, ei m’hanno spinto
  Per una via; vi corro: almen mi giova
  Ch’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto
  Ch’io faccio è forza e volontà d’altrui.
  Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero
  Che ti morrò lontano, e pria che nulla
  Sappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]
  Certo per sua pietade il ciel m’invia.
  Ma[948] non morrò per te. Che tu sii grande
  E gloriosa, che m’importa? Anch’io
  Due gran tesori avea, la mia virtude,
  Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.

(_parte_)

[933] stilo

[934] deggio

[935] ho in testimonio

[936] veggia

[937] io son

[938] anco

[939] ei caccerà

[940] aguato

[941] gl’importa

[942] gli

[943] muore!

[944] Giuro

[945] veggio

[946] v’ha

[947] _Sic!_

[948] Io


SCENA III.

Tenda del CONTE.

IL CONTE, e GONZAGA.

IL CONTE.

  Ebben, che raccogliesti?

GONZAGA.

                          Io favellai,
  Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaro
  Mostrai che tutta delle vinte navi
  Riman la colpa e la vergogna a lui
  Che non le seppe comandar; che infausta
  La giornata gli fu perchè la imprese
  Senza di te; che tu da lui chiamato
  Tardi in soccorso, romper non dovevi
  I tuoi disegni per servir gli altrui;
  Che l’armi lor, tanto in tua man felici,
  Sempre il sarian[950], se questa guerra fosse
  Commessa al senno ed al voler d’un solo.

IL CONTE.

  Che dicon essi?

GONZAGA.

                 Si mostrar convinti
  Ai detti miei: dissero in pria, che nulla
  Dissimular volean; che amaro al certo
  De’ perduti navigli era il pensiero,
  E di Cremona la fallita impresa;
  Ma che son lieti di saper che il fallo
  Di te non fu; che di chiunque ei sia,
  Da te l’ammenda aspettano.

IL CONTE.

                            Tu il vedi,
  O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,
  Sommo riguardo, arte profonda è d’uopo
  Con questi uomin di Stato. Io fui con essi
  Quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste
  Pretese lor, scender li feci alquanto
  Dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo
  Non è a vedersi altri che schiavi intorno;
  Io mostrai lor fino a che segno io voglio
  Che altri signor mi sia: d’allora in poi
  Mai non l’hanno passato[951]; io li provai
  Saggi sempre e cortesi.

GONZAGA.

                           E non pertanto
  Dar consiglio ad alcuno io non vorrei
  Di tener questa via. Te da gran tempo
  La gloria segue e la fortuna; ad essi
  Util tu sei, tu necessario e caro,
  Terribil forse: e tu la prova hai vinta;
  Se pur può dirsi che sia vinta ancora.

IL CONTE.

  Che dubbi hai tu?

GONZAGA.

                   Tu, che certezza? Io vedo[952]
  Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:
  Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,
  Altri ne ha forse?

IL CONTE.

                     No: di questo io nulla
  Sono in pensier. Troppo a regnar son usi;
  E san che all’uom da cui s’ottiene il molto
  Chieder non dessi improntamente il meno.
  E poi, mi credi, io li guardai dappresso:
  Questa cupa arte lor, questi intricati
  Avvolgimenti di menzogna, questo
  Finger, tacere, antiveder, di cui
  Tanto li loda e li condanna il mondo,
  È meno assai di quel che al mondo appare.

GONZAGA.

  Se pur non era di lor arte il colmo
  Il parer tali a te.

IL CONTE.

                      No: tu li vedi,
  Con l’occhio[953] altrui: quando col tuo li veda[954],
  Tu cangerai pensiero. Havvene[955] assai
  Di schietti e buoni; havvene[955] tal che un’alta
  Anima chiude, a cui pensier non osa
  Avvicinarsi che gentil non sia:
  Anima dolce e disdegnosa, in cui
  Legger non puoi, che tu non sia compreso
  D’amor, di riverenza, e di desio
  Di somigliarle. Non temer; non sono
  Di me scontenti; e quando il fosser mai,
  Io lo saprei ben tosto.

GONZAGA.

                         Il Ciel non voglia
  Che tu t’inganni.

IL CONTE.

                  Altro mi duol: son stanco
  Di questa guerra che condur non posso
  A modo mio. Quand’io non era ancora
  Più che un soldato di ventura, ascoso
  E perduto tra i mille, ed io sentia
  Che al loco mio non m’avea posto il cielo,
  E dell’oscurità l’aria affannosa
  Respirava fremendo, ed il comando
  Si bello mi parea.... chi m’avria detto
  Che[956] l’otterrei, che a gloriosi duci,
  E a tanti e così prodi e così fidi
  Soldati io sarei capo; e che felice
  Io non sarei perciò!....

(_entra un Soldato_)

                      Che rechi?

SOLDATO.

                                  Un foglio
  Di Venezia.

(_gli porge il foglio, e parte_)

IL CONTE.

              Vediam.[957]

(_legge_)

                       Non tel diss’io?
  Mai non gli ebbi più amici: a loro il Duca
  Chiede la pace,[958] e conferir con meco
  Braman di ciò. Vuoi tu seguirmi?

GONZAGA.

                                  Io vengo.

IL CONTE.

  Che dì tu di tal pace?

GONZAGA.

                         Ad un soldato
  Tu lo domandi?

IL CONTE.

                 È ver; ma questa è guerra?
  O mia consorte, o figlia mia, tra poco
  Io rivedrovvi, abbraccerò gli amici:
  Questo è contento al certo. Eppur[959] del tutto
  Esser lieto non so: chi potria dirmi
  Se un sì bel campo io rivedrò più mai?

_Fine dell’atto quarto._

[949] imponevi

[950] sarien

[951] varcato non l’hanno

[952] veggio

[953] Coll’occhio

[954] veggia

[955] Avvene.—_Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il
modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa
tragedia, lasciò correre, p. es., un ~avvi~ nella scena quinta dell’atto
I (pag. 191)._

[956] Ch’io

[957] Veggiam.

[958] a lor la pace Domanda il Duca,

[959] E pur



ATTO QUINTO.


SCENA I.

Notte.—Sala del Consiglio dei Dieci illuminata.

IL DOGE, i DIECI, e IL CONTE seduti.

IL DOGE.

(_al CONTE_)

  A questi patti offre la pace il Duca:
  Su ciò chiede il Consiglio il parer vostro.

IL CONTE.

  Signori, un altro io ve ne diedi; e molto
  Promisi allor: vi piacque. Io attenni in parte
  Quel che promesso avea: ma lunge ancora
  Dalle parole è il fatto; ed or non voglio
  Farle obbliar però; sul labbro mio
  Imprevidente militar baldanza
  Non le mettea[960]. Di novo[961] avviso or chiesto,
  Altro non posso che ridirvi il primo.
  Se intera e calda e risoluta guerra
  Far disponete, ah! siete a tempo[962]: è questa
  La miglior scelta ancora. Ei vi abbandona
  Bergamo e Broscia; e non son vostre? L’armi
  Le han fatte vostre: ei non può tanto offrirvi
  Quanto sperar di torgli v’è concesso.
  Ma, da un guerrier che vi giurò sua fede
  Voi non volete altro che il ver, se il modo
  Mutar di questa guerra a voi non piace,
  Accettate gli accordi.

IL DOGE.

                       Il parlar vostro
  Accenna assai, ma poco spiega: un chiaro
  Parer vi si domanda.

IL CONTE.

                      Uditel dunque.
  Scegliete un duce, e confidate in lui:
  Tutto ei possa tentar; nulla si tenti
  Senza di lui: largo poter gli date;
  Stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo[963]
  Ch’io sia l’eletto: dico[964] sol che molto
  Sperar non lice da chi tal non sia.

MARINO.

  Non l’eravate voi quando i prigioni
  Sciolti voleste, e il furo? Eppur la guerra
  Più risoluta non si fea per questo,
  Nè certa più. Duce e signor nel campo,
  Forse concesso non l’avreste.

IL CONTE.

                                Avrei
  Fatto di più: sotto alle mie bandiere
  Venian quei prodi; e di Filippo il soglio
  Voto[965] or sarebbe, o sederiavi un altro.

IL DOGE.

  Vasti disegni avete.

IL CONTE.

                      E l’adempirli
  Sta in voi: se ancor nol son, n’è cagion[966] sola
  Che la man che il dovea sciolta non era.

MARINO.

  A noi si disse altra cagion: che il Duca
  Vi commosse a pietà, che l’odio atroce
  Che già portaste al signor vostro antico,
  Sovra i presenti il rovesciaste intero.

IL CONTE.

  Questo vi fu riferto? Ella è sventura
  Di chi regge gli Stati udir con pace
  L’impudente menzogna, i turpi sogni
  D’un vil di cui non degneria privato
  Le parole ascoltar.

MARINO.

                     Sventura è vostra
  Che a tal riferto il vostro oprar s’accordi,
  Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca.

IL CONTE.

  Il vostro grado io riverisco in voi,
  E questi generosi in mezzo a cui
  V’ha posto il caso: e mi conforta almeno
  Che il non mertato onor di che lor piacque
  Cingere il loro capitan, lo stesso
  Udirvi io qui, mostra ch’essi han di lui
  Altro pensiero.

IL DOGE.

                  Uno è il pensier di tutti.

IL CONTE

  E qual?

IL DOGE.

          L’udiste.

IL CONTE.

                     È del Consiglio il voto
  Quello che udii?

IL DOGE.

                  Si: il crederete al Doge.

IL CONTE.

  Questo dubbio di me?....

IL DOGE.

                            Già da gran tempo
  Non è più dubbio.

IL CONTE.

                     E m’invitaste a questo?
  E taceste finor?

IL DOGE.

                   Sì, per punirvi
  Del tradimento, e non vi dar pretesti
  Per consumarlo.

IL CONTE.

                  Io traditor! Comincio
  A comprendervi alfin: pur troppo altrui
  Creder non volli. Io traditor! Ma questo
  Titolo infame infino a me non giunge:
  Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.
  Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto:
  Tale è il mio posto qui; ma con null’altro
  Lo cambierei[967], ch’egli è il più degno ancora.
  Io guardo, io torno col pensier sul tempo
  Che fui[968] vostro soldato: ella è una via
  Sparsa di fior. Segnate il giorno in cui
  Vi parvi un traditor! Ditemi un giorno
  Che di grazie e di lodi e di promesse
  Colmo non sia! Che più? Qui siedo; e quando
  Io venni a questo che alto onor parea,
  Quando più forte nel mio cor parlava
  Fiducia, amor, riconoscenza, e zelo....
  Fiducia no: pensa a fidarsi forse
  Quei che invitato tra[969] gli amici arriva?
  Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;
  Ella è così. Ma via; poichè gettato
  È il finto volto del sorriso ormai,
  Sia lode al ciel; siamo in un campo almeno
  Che anch’io conosco. A voi parlare or tocca;
  E difendermi a me: dite, quai sono
  I tradimenti miei?

IL DOGE.

                     Gli udrete or ora
  Dal Collegio segreto.

IL CONTE.

                        Io lo ricuso.
  Ciò che[970] feci per voi, tutto lo feci
  Alla luce del sol; renderne conto
  Tra insidiose tenebre non voglio.
  Giudice del guerrier, solo è il guerriero.
  Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio
  Che il mondo ascolti le difese, e veda[971]....

IL DOGE.

  Passato è il tempo di voler.

IL CONTE.

                                Qui dunque
  Mi si fa forza? Le mie guardie!

(_alzando la voce, si move per[972] uscire_).

IL DOGE.

                                 Sono
  Lunge di qui. Soldati!

(_entrano genti armate_)

                         Eccovi ormai
  Le vostre guardie.

IL CONTE.

                  Io[973] son tradito!

IL DOGE.

                                     Un saggio
  Pensier fu dunque il rimandarle: a torto
  Non si pensò[974] che, in suo tramar sorpreso,
  Farsi ribelle un traditor potria.

IL CONTE.

  Anche un ribelle, si: come v’aggrada
  Ormai[975] potete favellar.

IL DOGE.

                            Sia tratto
  Al Collegio[976] segreto.

IL CONTE.

                          Un breve istante
  Udite in pria. Voi risolveste, il vedo[977],
  La morte mia; ma risolvete insieme
  La vostra infamia eterna. Oltre l’antico
  Confin l’insegna del Leon si spiega
  Su quelle torri, ove all’Europa è noto
  Ch’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;
  Ma intorno a voi, dove non giunge il muto
  Terror del vostro impero, ivi librato,
  Ivi in note indelebili fia scritto
  Il benefizio[978] e la mercè. Pensate
  Ai vostri annali, all’avvenir. Tra poco
  Il dì verrà che d’un guerriero ancora
  Uopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?
  Voi provocate la milizia. Or sono
  In vostra forza, è ver; ma vi sovvenga
  Ch’io non ci[979] nacqui, che tra gente io nacqui
  Belligera, concorde: usa gran tempo
  A guardar come sua questa qualunque
  Gloria d’un suo concittadin, non fia
  Che straniera all’oltraggio ella si tenga.
  Qui c’è[980] un inganno: a ciò vi trasse un qualche
  Vostro nemico e mio: voi non credete
  Ch’io vi tradissi. È tempo ancora.

IL DOGE.

                                   È tardi.
  Quando il delitto meditaste, e baldo
  Affrontavate chi dovea punirlo,
  Tempo era allor d’antiveggenza.

IL CONTE.

                                 Indegno!
  Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti
  Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi[981]:
  Tu forse osasti di pensar che un prode
  Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai
  Come si mor[982]. Va: quando l’ultim’ora
  Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro
  Non le starai con quella fronte al certo,
  Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.

(_parte il CONTE tra i soldati_[983]).

[960] ponea

[961] nuovo

[962] in tempo. _Cfr. pag. 226._

[963] chieggio

[964] io dico

[965] Vuoto

[966] ragion

[967] Il cangerei

[968] Ch’io fui

[969] in fra (_ma cfr. pag. 240!_).

[970] Quel ch’io

[971] veggia

[972] _fa [ra] per_

[973] Or

[974] stimò

[975] Omai

[976] tribunal

[977] veggio

[978] beneficio

[979] vi

[980] v’è

[981] _Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845._

[982] muor

[983] _fra le genti armate._


SCENA II.

Casa del CONTE.

ANTONIETTA, e MATILDE.

MATILDE.

  Ecco l’aurora; e il padre ancor non giunge.

ANTONIETTA.

  Ah! tu nol sai per prova: i lieti eventi
  Tardi, aspettati giungono, e non sempre.
  Presta soltanto è la sventura, o figlia:
  Intraveduta appena, ella c’è sopra.
  Ma la notte passò: l’ore penose
  Del desio più non son: tra pochi istanti
  Quella del gaudio sonerà[984]. Non puote
  Ei più tardar; da questo indugio io prendo
  Un fausto augurio: il consultar sì a lungo
  Tratto non han, che per fermar la pace.
  Ei sarà nostro, e per gran tempo.

MATILDE

                                   O madre,
  Anch’io lo spero. Assai di notti in pianto,
  E di giorni in sospetto abbiam passati.
  È tempo ormai che, ad ogni istante, ad ogni
  Novella, ad ogni susurrar del volgo
  Più non si tremi, e all’alma combattuta
  Quell’orrendo pensier più non ritorni:
  Forse colui che sospirate, or more[985].

ANTONIETTA.

  Oh rio pensier! ma almen per ora è lunge.
  Figlia, ogni gioia col dolor si compra.
  Non ti sovvien quel dì che il tuo gran padre
  Tratto in trionfo, tra[986] i più grandi accolto,
  Portò l’insegne de’ nemici al tempio?

MATILDE.

  Oh giorno!

ANTONIETTA.

             Ognun parea minor di lui;
  L’aria sonava[987] del suo nome: e noi
  Scevre dal volgo, in alto loco intanto
  Contemplavam quell’uno in cui rivolti
  Eran tutti gli sguardi: inebbriato[988]
  Il cor tremava, e ripetea: siam sue.

MATILDE.

  Felici istanti!

ANTONIETTA.

                 Che avevam noi fatto
  Per meritarli? A questa gioia il cielo
  Ci trascelse tra mille. Il ciel ti scelse,
  Il ciel ti scrisse un sì gran nome in fronte;
  Tal don ti fece, che a chiunque il rechi,
  N’andrà superbo. A quanta invidia è segno
  La nostra sorte! E noi dobbiam scontarla
  Con queste angosce.

MATILDE.

                    Ah! son finite.... ascolta;
  Odo un batter di remi... ei cresce... ei cessa...
  Si spalancan le porte.... ah! certo ei giunge:
  O madre, io vedo[989] un’armatura; è lui.[990]

ANTONIETTA.

Chi mai saria s’egli non fosse?... O sposo...

(_va verso la scena_).

[984] suonerà

[985] muore

[986] in fra

[987] suonava

[988] inebrïato

[989] veggio

[990] è desso


SCENA III.

GONZAGA, e DETTI.

ANTONIETTA.

  Gonzaga!... ov’è il mio sposo? ov’è?... Ma voi
  Non rispondete? Oh cielo! il vostro aspetto
  Annunzia una sventura.

GONZAGA.

                        Ah che pur troppo
  Annunzia il vero!

MATILDE.

                  A chi sventura?

GONZAGA.

                                 O donne!
  Perchè un incarco si crudel m’è imposto?

ANTONIETTA.

  Ah! voi volete esser pietoso, e siete
  Crudel: tremar più non ci fate. In nome
  Di Dio, parlate; ov’è il mio sposo?

GONZAGA.

                                      Il cielo
  Vi dia la forza d’ascoltarmi. Il Conte....

MATILDE.

  Forse è tornato al campo?

GONZAGA.

                           Ah! più non torna...
  Egli è in disgrazia de’ Signori.... è preso.

ANTONIETTA.

  Egli[991] preso! perchè?

GONZAGA.

                          Gli danno accusa
  Di tradimento.

ANTONIETTA.

                Ei traditore?[992]

MATILDE.

                            Oh padre!

ANTONIETTA.

  Or via, seguite: preparate al tutto
  Siam noi: che gli faran?

GONZAGA.

                          Dal labbro mio
  Voi non l’udrete.

ANTONIETTA.

                  Ahi l’hanno ucciso!

GONZAGA.

                                       Ei vive;
  Ma la sentenza è proferita.

ANTONIETTA.

                              Ei vive?
  Non pianger, figlia, or che d’oprare è il tempo.
  Gonzaga, per pietà, non vi stancate
  Della nostra sventura: il ciel v’affida
  Due derelitte: ei v’era amico: andiamo,
  Siateci scorta ai giudici. Vien meco,
  Poverella innocente: oh! vieni: in terra
  C’è[993] ancor pietà: son sposi e padri anch’essi.
  Mentre scrivean l’empia sentenza, in mente
  Non venne lor ch’egli era sposo e padre.
  Quando vedran di che dolor cagione
  È una parola di lor bocca uscita,
  Ne fremeranno anch’essi; ah! non potranno
  Non rivocarla: del dolor l’aspetto
  È terribile all’uom. Forse scusarsi
  Quel prode non degnò, rammentar loro
  Quanto[994] per essi oprò; noi rammentarlo
  Sapremo. Ah! certo ei non pregò; ma noi,
  Noi pregheremo.

(_in atto di partire_)

GONZAGA.

                 Oh ciel, perchè non posso
  Lasciarvi almen questa speranza! A preghi
  Loco non c’è[995]: qui i giudici son sordi,
  Implacabili, ignoti: il fulmin piomba,
  La man che il vibra è nelle nubi ascosa.
  Solo un conforto v’è concesso, il tristo
  Conforto di vederlo, ed io vel reco.
  Ma il tempo incalza. Fate cor; tremenda
  È la prova; ma il Dio degl’infelici
  Sarà con voi.

MATILDE.

              Non c’è[996] speranza?

ANTONIETTA.

                                    Oh figlia!

(_partono_)

[991] Egli è

[992] Ei traditore!

[993] V’è

[994] Quel che

[995] v’è

[996] v’è


SCENA IV.

Prigione.

IL CONTE.

  A quest’ora il sapranno. Oh perchè almeno
  Lunge da lor non moio[997]! Orrendo, è vero,
  Lor giungeria l’annunzio; ma varcata
  L’ora solenne del dolor saria;
  E adesso innanzi ella ci sta: bisogna
  Gustarla a sorsi, e insieme. O campi aperti!
  O sol diffuso! o strepito dell’armi!
  O gioia de’ perigli! o trombe! o grida
  De’ combattenti! o mio destrier! tra voi
  Era bello il morir. Ma... ripugnante
  Vo dunque incontro al mio destin, forzato,
  Siccome un reo, spargendo in sulla via
  Voti impotenti e misere querele?
  E Marco, anch’ei m’avria tradito! Oh vile
  Sospetto! oh dubbio! oh potess’io deporlo
  Pria di morir! Ma no: che val di novo[998]
  Affacciarsi alla vita, e indietro ancora
  Volgere il guardo ove non lice il passo?
  E tu, Filippo, ne godrai! Che importa?
  Io le provai quest’empie gioie anch’io:
  Quel che vagliano or so. Ma rivederle!
  Ma i lor gemiti udir! l’ultimo addio
  Da quelle voci udir! tra quelle braccia
  Ritrovarmi.... e staccarmene per sempre!
  Eccole! O Dio, manda dal ciel sovr’esse
  Un guardo di pietà.

[997] muojo

[998] di nuovo


SCENA V.

ANTONIETTA, MATILDE, GONZAGA, e il CONTE.

ANTONIETTA.

                    Mio sposo!....

MATILDE.

                                Oh padre!

ANTONIETTA.

  Così ritorni a noi? Questo è il momento
  Bramato tanto?....

IL CONTE.

                    O misere, sa il cielo
  Che per voi sole ei m’è tremendo. Avvezzo
  Io son da lungo a contemplar la morte,
  E ad aspettarla. Ah! sol per voi bisogno
  Ho di coraggio; e voi, voi non vorrete
  Tormelo, è vero? Allor che Dio sui boni[999]
  Fa cader la sventura[1000], ei dona ancora
  Il cor di sostenerla. Ah! pari il vostro
  Alla sventura[1000] or sia. Godiam di questo
  Abbracciamento: è un don del cielo anch’esso.
  Figlia, tu piangi! e tu, consorte!.... Ah! quando
  Ti feci mia, sereni i giorni tuoi
  Scorreano in pace; io ti chiamai compagna
  Del mio tristo destin: questo pensiero
  M’avvelena il morir. Deh ch’io non veda[1001]
  Quanto per me sei sventurata!

ANTONIETTA.

                                 O sposo
  De’ miei bei dì, tu che li festi; il core
  Vedimi; io moio[1002] di dolor; ma pure
  Bramar non posso di non esser tua.

IL CONTE.

  Sposa, il sapea quel che in te perdo; ed ora
  Non far che troppo il senta.

MATILDE.

                              Oh gli omicidi!

IL CONTE.

  No, mia dolce Matilde; il tristo grido
  Della vendetta e del rancor non sorga
  Dall’innocente animo tuo, non turbi
  Quest’istanti: son sacri. Il torto è grande[1003];
  Ma perdona, e vedrai che in mezzo ai mali
  Un’alta gioia anco riman. La morte!
  Il più crudel nemico altro non puote
  Che accelerarla. Oh! gli uomini non hanno
  Inventata la morte: ella saria
  Rabbiosa, insopportabile: dal cielo
  Essa ci[1004] viene; e l’accompagna il cielo
  Con tal conforto, che nè dar nè tôrre
  Gli uomini ponno. O sposa, o figlia, udite
  Le mie parole estreme: amare, il vedo[1005],
  Vi piombano sul cor; ma un giorno avrete
  Qualche dolcezza a rammentarle insieme.
  Tu, sposa, vivi; il dolor vinci, e vivi;
  Questa infelice orba non sia del tutto.
  Fuggi da questa terra, e tosto ai tuoi
  La riconduci: ella è lor sangue; ad essi
  Fosti sì cara un dì! Consorte poi[1006]
  Del lor nemico, il fosti men; le crude
  Ire di Stato avversi fean gran tempo
  De’ Carmagnola e de’ Visconti il nome.
  Ma tu riedi infelice; il tristo oggetto
  Dell’odio è tolto: è un gran pacier la morte.
  E tu, tenero fior, tu che tra l’armi
  A rallegrare il mio pensier venivi,
  Tu chini il capo: oh! la tempesta rugge
  Sopra di te! tu tremi, ed al singulto
  Più non regge il tuo sen; sento sul petto
  Le tue infocate lagrime cadermi;
  E tergerle non posso: a me tu sembri
  Chieder pietà, Matilde: ah! nulla il padre
  Può far per te; ma pei diserti in cielo
  C’è[1007] un Padre, il sai. Confida in esso, e vivi
  A[1008] dì tranquilli se non lieti: ei certo
  Te li prepara[1009]. Ah! perchè mai versato
  Tutto il torrente dell’angoscia avria
  Sul tuo mattin, se non serbasse al resto
  Tutta la sua pietà? Vivi, e consola
  Questa dolente madre. Oh ch’ella un giorno
  A un degno sposo ti conduca in braccio!
  Gonzaga, io t’offro questa man che spesso
  Stringesti il dì della battaglia, e quando
  Dubbi eravam di rivederci a sera.
  Vuoi tu stringerla ancora, e la tua fede
  Darmi che scorta e difensor sarai
  Di queste donne, fin[1010] che sian[1011] rendute
  Ai lor congiunti?

GONZAGA.

                  Io tel prometto.

IL CONTE.

                                     Or sono
  Contento. E quindi, se tu riedi al campo,
  Saluta i miei fratelli, e dì lor ch’io
  Moio[1012] innocente: testimon tu fosti
  Dell’opre mie, de’ miei pensieri, e il sai.
  Dì lor che il brando io nol macchiai con l’onta
  D’un tradimento: io non macchiai: son io
  Tradito. E quando squilleran le trombe,
  Quando l’insegne agiteransi al vento,
  Dona un pensiero al tuo compagno antico.
  E il dì che segue la[1013] battaglia, quando
  Sul campo della strage il sacerdote,
  Tra il suon lugubre, alzi le palme, offrendo
  Il sacrifizio[1014] per gli estinti al cielo,
  Ricordivi di me, che anch’io credea
  Morir sul campo.

ANTONIETTA.

                  Oh Dio, pietà di noi!

IL CONTE.

  Sposa, Matilde, Ormai[1015] vicina è l’ora;
  Convien lasciarci.... addio.

MATILDE.

                              No, padre....

IL CONTE.

                                          Ancora.
  Una volta venite a questo seno;
  E per pietà partite.

ANTONIETTA.

                        Ah no! dovranno
  Staccarci a forza.

(_si sente[1016] uno strepito d’armati_)

MATILDE.

                  Oh qual fragor!

ANTONIETTA.

                                Gran Dio!

(_s’apre la porta di mezzo, e s’affacciano genti armate; il capo di esse
s’avanza verso il CONTE: le due donne cadono svenute_).

IL CONTE.

  O Dio pietoso, tu le involi a questo
  Crudel momento; io ti ringrazio. Amico,
  Tu le soccorri, a questo infausto loco
  Le togli; e quando rivedran la luce
  Dì lor.... che nulla da temer più resta.

_Fine della tragedia._

[999] Iddio sui buoni.—_«Quando.... nel “Carmagnola„ corresse ~allor che
Dio sui boni~.... il Manzoni cominciava a profanare con una pedanteria
la serena compostezza dell’opera sua.... Veramente, si fermò a codeste
inezie, senza manomettere tutto il tesoro della lingua arcaica e
poetica di cui s’era largamente valso.... Perfino si lasciò sfuggire il
perseguitato dittongo nella scena quinta dell’atto I del “Carmagnola„:
~i buoni mai Non fur senza nemici~»._ D’OVIDIO, _Le correzioni_ ecc., pag.
209-10.

[1000] sciagura

[1001] veggia

[1002] muojo

[1003] È grande il torto

[1004] Ella ne

[1005] veggio

[1006] poscia

[1007] V’è

[1008] Ai

[1009] destina

[1010] infin

[1011] sien

[1012] Muojo

[1013] alla

[1014] sacrificio

[1015] omai

[1016] _ode_



APPENDICE

IL PRIMO GETTO DEL “CONTE DI CARMAGNOLA„


Anche del _Conte di Carmagnola_ rimangono, tra i manoscritti manzoniani,
tre forme: un primo abbozzo; una minuta messa al pulito del primo e del
secondo atto; una minuta netta di tutta la tragedia.

Nel primo abbozzo, avanti all’atto I è segnata la data: «15 gennaio
1816»; avanti all’atto II: «18 dicembre 1816»; in principio dell’atto
III: «5 luglio», in fine: «15 luglio»; in principio dell’atto IV: «20
luglio»; e del V: «6 agosto»; in fine: «12 agosto». Le scene e i brani,
non più compresi nella forma definitiva della Tragedia, che noi diamo
qui, seguendo, e qua e là correggendo, il Bonghi (_Opere inedite o rare
di A. M._; vol. I, pp. 204-235), son tratti appunto da questo primo
abbozzo.

La seconda e la terza minuta offrono poche e poco notevoli divergenze
dalla stampa.

  SCHERILLO.


_Atto I, sc. 1.ª e 2.ª, cancellate poi dall’autore._


SCENA I.

Sala del Senato.

STEFANO, MARINO [_Senatori_].

STEFANO.

  Io, Marino, per me non credo mai
  Esser venuto tanto inutilmente
  In Senato, quant’oggi: e son ben fermo
  D’udir tacendo; chè ogni mia parola
  In questo affar saria parola al vento.

MARINO.

  Dunque credete risoluta affatto
  La guerra?

STEFANO.

            Oh risoluta, e così certa
  Qual se intimata io la vedessi e rotta.
  Dubbio ancor forse ci rimane? Il Doge
  Quanto se l’abbia a cor, voi lo sapete.
  D’altro ei non parla: e gli parria l’estremo
  Giorno della Repubblica esser giunto,
  Se fosse vinto ch’ella resti in pace.
  Gran parte del Senato egli e l’ardente
  Orator di Firenze in questo avviso
  Avean già tratto. E quando io ’l vidi in prima
  Porre a tutti l’assedio, instar, pregare,
  E d’ognuno indagar l’animo: a questo,
  Gli ampj disegni riandar del Duca,
  E che il dì che Firenze alfin cadesse
  Tremerìan di Venezia i fondamenti:
  Dipinger lieve la vittoria a quello,
  Anzi certa: a quest’altro, dello Stato
  Allargati i confini; ognuno, insomma,
  Da quel lato tentar donde più aperta
  Al suäder fosse la via; ben vidi
  Che i più ne avrebbe persuasi, e a voi,
  Se vi ricorda, io lo predissi.

MARINO.

                                È il vero.

STEFANO.

  Se ciò non basta, non vi par che brami
  La guerra il Duca di Milano, anch’egli,
  Mentre manda Oratori a chieder pace?
  Che ambasceria! la petulanza al senno
  Quasi per gioco unita. E che buon frutto
  I savii detti di Giovan d’Arezzo
  Han prodotto fin qui, che tosto in nulla
  Del Lampugnano non mandasse il modo?
  Tal noncuranza nel pregar, che male
  Starebbe a quei che la preghiera ascolta;
  E un vagar curioso e da contento
  Viaggiator, qual se ai palagi e ai tempj
  Fosse inviato: un orator davvero
  A nozze o ad un torneo. Se il Duca vuole
  Davver la pace, non potea costui
  Meglio tradire il suo signor. Non parlo,
  M’intendete, per ben ch’io voglia al Duca
  (Foss’egli in fondo!): ben mi duol che tutto
  Ei spinga a inutil guerra, anzi (bugiardi
  Faccia, io nel prego, i miei presagj il Cielo!)
  Dannosa al certo. Eppure, io vedo ancora
  Che il più sano consiglio avria potuto
  Vincere alfine, se non era il Conte
  Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,
  Sul cui labbro sospetta ogni parola
  Esser dovea, chè il suo dolor la forma
  Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti
  Col suo dir violento anche i più saggi;
  Egli è che a poco men che a tutti infuse
  Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso
  Al par di lui che un dì la mosse in cielo.

MARINO.

  Quanto ad orgoglio non gli cede al certo!
  Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue
  Profonder la Repubblica, lo Stato
  Anco arrischiar, per vendicar gli affronti
  D’un Francesco Busson da Carmagnola?

STEFANO.

  Ella è così.

MARINO.

               D’uno stranier? d’un figlio
  Di vil guardiano del più vile armento?
  D’uno che tutti quanti siamo (amara
  A proferirsi ell’è questa parola;
  Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)
  Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti
  Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni,
  Già celar non potea con che fatica
  La sua superbia ai fini suoi piegasse.
  Ma poi ch’egli ebbe a questo modo i molti
  Tirati dalla sua, svelatamente
  Gli altri costui (così foss’egli in fondo!)
  Guardò coll’occhio con che l’uom passando
  Guarda l’arnese ond’ei non ha bisogno.
  Occhio imprudente! Oh! non fa patti eterni
  Con alcun la fortuna[1017]; e non dispero
  Vederti un dì verso la polve inchino,
  Ed il sorriso mendicar sui volti
  A cui più imperturbabile e più fosco
  Ora ti volgi!

STEFANO.

            Non mi par sì presso
  Questo momento.

MARINO.

                  E che, Stefano? Un uomo,
  Fatto nimico al suo Signore, al suo
  Benefattor, potrà trovar chi a lungo
  A lui si fidi? Che stupor se il Duca
  Cacciò da sè quest’odioso alfine,
  Che sol prezza la guerra, e fra le guerre
  Quelle sole ch’ei fe’; che ogni vittoria
  Rinfacciata gli avrà? Men duro assai
  Vedersi tôrre una città di mano,
  Che doverla a costui. Chi degnamente
  Può pagare i suoi merti? A udirlo, il Duca
  È il più ingrato degli uomini; che mai
  Far quel prence dovea? scender dal trono,
  E locarvi costui? Soffrirem noi
  Che il simile ne avvenga? E voi volete
  In così grave occasion tacervi?

STEFANO.

  O Marino, un naviglio al quale il vento
  Gonfia ogni vela e a tutto corso il porta,
  Volete voi ch’io con la mano il fermi?
  Non quel che si vorrebbe è da tentarsi,
  Ma quel che ottener puossi. Al par di voi,
  E d’altri pochi, per la pace io sono;
  Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo
  Al par di voi; sulla sua fè riposo
  Al par di voi; ma che possiam noi dire?
  È un traditore, e traditor chiarirlo?
  Ricantate i sospetti, e cento voci
  Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo
  Ce le daranno, e certe, ove sappiamo
  Aspettarle e vegliare. Questo è il suo giorno:
  Lasciatelo passar; non glielo fate
  Più splendido. Gli amici, ond’ora è cinto,
  Ad uno ad un se li farà nemici;
  Tale è la sua natura; allor potrete
  Farvi ascoltar.

MARINO.

              Tacete: apparir veggio
  Un Senatore; è Marco.

STEFANO.

                        Omai dovrieno
  Tutti esser giunti; chè mi par d’assai
  Trascorsa l’ora del Senato.

[1017] _È degno di nota che questa sentenza: «~non fa patti eterni Con
alcun la fortuna~», fu poi smaltita dal Manzoni, mettendola in bocca di
Adelchi, nel magnifico soliloquio della sc. 2ª dell’atto V._


SCENA II.

MARCO, e DETTI.

STEFANO.

                             O Marco,
  Siete voi solo?

MARCO.

               A brevi istanti il Doge
  Giunge, e con lui, cred’io, tutto il Senato.
  Tutti gli sono intorno: or ora un messo
  Gli sopravvenne; egli ad ognun ne parla.

STEFANO.

  L’udiste voi?

MARCO.

              Pur troppo.

MARINO.

                        E che novelle?

MARCO.

  Atroci.

MARINO.

        E quali?

MARCO.

                  Esser vi dee di nome
  Noto un Giovan Liprando.

STEFANO.

                        Un fuoruscito
  Di Milano?

MARCO.

            Quel desso: e ancor saprete
  Quanto colui paresse al Carmagnola
  Affettuoso e riverente amico.
  Ei, confidente, come i prodi il sono,
  Ogni accesso gli dava; e benchè tanto
  Maggior di fama e d’animo gli fosse,
  Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro
  Nodo stimando, un insolubil nodo,
  La comune sventura ed il comune
  Persecutor. Lo sciagurato intanto
  Chiede al Duca in segreto il suo perdono:
  Il Duca un pegno gli domanda, e quale!
  La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,
  La pattuisce, e tiene il patto, e tenta
  Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle
  Che potesse una tal coppia di vili
  Dispor così di così nobil vita:
  La trama è discoverta, e salvo il Conte.

STEFANO.

  Oh detestabil fatto!

MARINO.

                    Ecco che importa
  Fidarsi a’ fuorusciti! Una funesta
  Novella inver recate voi: ma quando
  In tanta ambascia vi mirai che quasi
  Vi togliea la favella, io, vel confesso,
  Peggio temea: quasi in periglio avrei
  Creduto la Repubblica.

MARCO.

                        O Marino,
  Cessi ch’io men pacatamente ascolti
  Un simil fatto! Io sono amico al Conte:
  Nulla mi cal che un fuoruscito ei sia.
  Il suo cuor lo conosco appieno, al pari
  Del mio: pensiero che non sia gentile
  Non ha loco in quel cor[1018]: questo mi basta.
  E fuoruscito! obbrobrio a quell’ingrato
  Che tale il rese. Al generoso oppresso
  Che rimarria, per vostra fè, se in mano
  Stesse al potente, al suo nemico, a quegli
  Da cui gli è tolta ogni più cara cosa,
  Rapirgli anco la gloria? e far che, ov’egli
  A scellerate insidie il capo involi,
  Ne sia per questo a vil tenuto? Io sono
  Amico al Conte, e ad alto onor mel reco.
  Ma s’anco all’uomo ch’io giammai non vidi
  Fosse tal coppa da tal mano or pôrta;
  S’anco ella fosse ministrata al labbro
  Del mio nemico; orrore e sdegno pari
  Avrei sul volto in raccontarlo, estimo.
  In quanto alla Repubblica, non parmi
  Che lieve danno le saria d’un tanto
  Cittadino la perdita. Non dico
  Porla in periglio: lode al Ciel, non pende
  Da un uom, qual ch’ei pur sia, la sua salvezza:
  Ma assai tal uom le importa or più che mai.
  Ecco il Doge e il Senato: udir potrete
  Che senta e pensi in questo affar ciascuno.

[1018] _Cfr. «Adelchi», V, 8ª: «~loco a gentile Ad innocente non v’è~»._


SCENA III.

[_corrispondente alla sc. I della stampa_].

Entra il DOGE seguito dai Senatori, MARCO si frammischia a questi.

STEFANO.

(_a MARINO_)

  Come giovane ei parla.

MARINO.

                        E chi nol vede?

(_siede il DOGE, e dopo lui tutti i Senatori_).

IL DOGE.

  Nobil’uomini, in pria che il parer mio
  Io proponga al Consiglio, io deggio un grave,
  Crudo, recente avvenimento esporvi.
  I più di voi già l’han fremendo inteso;
  Quei che ora in pria dal labbro mio l’udranno,
  Con raccapriccio l’udiran. La vita
  Fu insidiata al Carmagnola: in ceppi
  È il sicario; e non nega il suo delitto.
  Mandato egli era; e quei che a noi mandollo,
  Ei l’ha nomato: ed è.... quel Duca istesso
  Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora
  A chieder pace, a cui più nulla preme
  Che la nostra amistà: tale arra intanto
  Ei ci dà della sua! Taccio la vile
  Perfidia della trama, e la tentata
  Vïolazion di questa terra, e l’onta
  Che in un nostro soldato a noi vien fatta.
  Due sole cose avverto: assai fanno esse
  Al proposito nostro. Egli odia adunque
  Veracemente il Conte: ella è fra loro
  Chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto
  Tra lor d’eterna inimicizia un patto.
  L’odia e lo teme. Ei sa che il può dal trono
  Quella mano sbalzar che in trono il tenne.
  A chi incerto parea l’animo avverso
  Ver noi del Duca, si diè cura ei stesso
  Di tôrre ogni dubbiezza: io di cotesta
  Novella prova non avea bisogno;
  E l’avviso ch’io son per proferire,
  Fermo in mente l’avea pria che scoperto
  Fosse un tal fatto. Udiste, o Senatori,
  Nell’ultimo consiglio il Fiorentino
  Che ci richiede di soccorso; udiste
  L’ambasciator del Duca, il qual domanda
  Che la pace con esso si mantenga.
  Ecco il mio avviso, apertamente il dico:
  Firenze è da soccorrersi; comune
  Con essa e il rischio e le speranze abbiamo.
  Per qual dei due stia il giusto, ognun di voi
  Chiaro sel vede: non è forse il Duca
  Che ruppe i patti della tregua? Il riso
  Move e lo sdegno udirlo al suo nemico
  Rimproverar la vïolata fede,
  E protestar che l’armi in man null’altro
  Che una giusta difesa gli ponea:
  Come se veramente egli potesse
  Di Firenze temer; come se al forte
  Ingiusta guerra si movesse, e fosse
  Il debol quei che infrange i patti, e ascoso
  Fosse ad alcun ch’ei sol ruppe gli accordi,
  Il Panare e la Magra oltrepassando.
  Ma il principio obbliam di questa guerra:
  Il processo vediamne. In gran periglio
  Stassi Firenze, e tal che, s’ella è sola,
  Non può far che non caggia. E s’ella cade,
  Siam fermi noi? Che vuole altro costui,
  Fuor che i liberi Stati divorarsi
  Ad uno ad uno? E un tal disegno omai
  Fa più spavento che stupor. Tant’alto
  Salir dal nulla nol vedemmo noi?
  Frale arboscello in fra gli sterpi ascoso,
  Tacitamente egli nascea: sterparlo,
  Anco il più oscuro passeggier potea[1019];
  Or le radici ha messe, or larghi spande
  Nell’aria i rami, e, soverchiando ogni altro,
  Si fa veder da lunge, e tanta parte
  D’Italia aduggia. Ha sol tre lustri, ed uomo
  Non obbediva a cui soggette or sono
  Venti città. Chi gliele diede in mano?
  La virtù pria del Carmagnola, e poscia
  Un’arte sola: essa fu ognor la sua:
  Con un solo aver guerra, e gli altri intanto
  Addormentar con ciance. Anco a Firenze,
  Come a noi fa, chiese la pace un giorno;
  Supplicando la chiese, e di promesse
  Men liberal non sarà stato, io credo,
  Che a noi non è; l’ebbe: e che fece intanto?
  Genova in pria sorprese. E qui mi giovi
  Rammemorarvi con che ardenti preghi
  Quell’afflitta città dai Fiorentini
  Implorasse l’aiuto; invan: l’ignaro
  Mormorar della plebe, e una meschina
  Cupidigia, coi suoi corti disegni
  Di tôr Livorno ai più fiaccati amici,
  Fecer più forse del periglio, certo
  Ma lontano. E Firenze, sorda ai preghi
  D’una libera gente, e non pensando
  Ch’essa ben presto anco pregar dovria,
  Col suo provato e natural nemico
  Fermò la pace; ond’or si morde il dito.
  Parma quindi fè sua, Bergamo quindi,
  Quindi Cremona e Brescia; e finalmente,
  Contro i patti, Forlì. Conobbe il fallo
  Firenze allora; ma che pro? Quel fallo
  Fatto avea forte il suo nemico; e quegli
  Ch’essa non volle aver con sè, contr’essa
  Or forzati combattono. L’amara
  Prova ch’essa ne fece, a noi sia scuola.
  Odo altri dir: che giunga a tanto estremo
  La Repubblica nostra esser non puote;
  Troppo ella è forte. E perchè è tal? perch’ella
  Sempre guardossi, e non sofferse mai
  Che i suoi nemici diventasser forti.
  La pace or vuol sinceramente il Duca.
  Io ’l credo, o Senatori; e la ragione
  È che il momento della guerra ei vuole
  Sceglierlo ei solo, e non è questo il suo:
  Il nostro egli è, se non ci falla il senno
  Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno:
  Andiamo tutti insieme. Il nostro assenso,
  Per pigliar l’armi a un punto, Italia aspetta
  Pressochè tutta: il Duca di Savoja,
  Di Mantova il signor, quel di Ferrara,
  E Alfonso re. Si dirà mai che questi
  Stringer lega volean contro un tiranno,
  E Venezia vi pose impedimento?
  Pur se la pace anco possibil fosse,
  Io tacerei; benchè onorata pace
  Quella non sia, per cui libero Stato
  Di tal Signor si lasci in fra gli artigli.
  Ma questa guerra ritardar ben puossi,
  Non evitare: o farla or noi volenti,
  O attender ch’egli a noi la faccia quando
  Firenze sarà sua. Fate voi stima
  Manchino allor pretesti a sì discreto
  E verecondo vincitor? ma forse
  Non ne ha già messi in campo? Egli al Gonzaga
  Ridimandò Peschiera, e pur sapea
  Che di nostra amistade all’ombra ei vive.
  E che motivo addusse? Aver su quella
  Terra ragion, chè un dì la tenne il Padre,
  E per retaggio è sua. Pensa egli adunque
  Che quel che a’ suoi diede la guerra, a lui
  Tôr la guerra non possa e darlo ad altri?
  Che tutto quel che in sua maggior possanza
  Avea Gian Galeazzo, ei tosto o tardi
  Riaver deggia? Ricordiamci in tempo
  Che anco Verona, anco Vicenza egli ebbe,
  Anco Belluno e Feltre; e pria che ardisca
  Ripeterle da noi, pria che il torrente
  Roda tanto terren che al nostro arrivi,
  Argine li si faccia, in fin che puossi
  Ancor per sempre regolargli il letto,
  E restringerlo forse; e qualche parte
  Del mal rapito a lui rapir. Non lieve
  Altra ragione affrettar deve il vostro
  Deliberare. Abbiamo a soldo il Conte;
  Tra i Capitani, che in Italia or sono
  Più rinomati, il primo; eterno al Duca
  E capital nemico; e, quel che monta,
  Assai d’ogni arte sua, d’ogni sua forza
  Perito appieno. Egli che tante volte
  Vinse per lui, sa più d’ogni altro come
  Vincer si possa: egli saprà la punta
  Por della spada al lato, ove più certa
  E più mortal fia la ferita. Ei meco
  Di ciò sovente e a lungo s’intertenne;
  Util mi sembra assai, pria che in Senato
  Nulla di questo si risolva, udirlo.
  Da me chiamato i vostri cenni attende;
  E se il Senato non dissenta, io stimo
  Ch’ei s’introduca.

(_dopo breve pausa_)

                    S’introduca il Conte.

(Esce un Segretario o Bidello o altro _magnariso_ qualunque, a scelta del
capo comico).

[1019] _Nota marginale del Manzoni: «~Accennare qui più distintamente le
circostanze in cui si trovava il Duca alla morte di suo padre~»._


SCENA V.

[_corrispondente alla sc. III della stampa_].

IL DOGE

  .......
  Non fia per questo che salirlo ancora
  Un cauto e franco cavalier non voglia.

MARINO.

  Ma in questa leale alma, che chiude
  Tante virtù da farne appien securi,
  Quella per certo esser non de’ sbandita
  Che anco nel petto più volgar s’annida:
  L’amor de’ suoi. Crederem noi ch’ei ci ami
  Più del suo sangue, e possa un risoluto
  Coral nemico esser di lui che tiensi
  E la sua moglie e la sua figlia? d’uno
  Che gli puote ogni dì mandar dicendo:
  —Pensa ch’è in mano mia farti il più lieto
  Marito e padre, o far che tu sia stato
  Marito e padre?

IL DOGE.

                   Egli è fondato e grave
  Questo sospetto; e in me pur nacque, e in tutti
  Sarà nato, cred’io: pur, se mia mente
  Troppo a persuäder non è leggiera,
  Ragion dirò per cui sarà da voi
  Sgombro, come da me. Spesso del Conte
  Io l’animo tentai, se da quel lato
  Speme o timor lo ritenesse ancora
  Avvinto al Duca; e questo ognor vi scorsi:
  Pei cari suoi tema ei non ha.—Filippo,
  Ei mi dicea sovente, in ciò diverso
  Da tanti suoi feroci avi, bruttarsi
  D’inutil sangue non fu visto mai.
  E sparger quello d’innocenti donne,
  E strette affini sue, che gli varrebbe?
  A farlo infame e obbrobrioso, al segno
  In cui non puote un re tenersi in trono
  S’ogni uomo in forza ed in valor non passa
  Come in perfidia e in crudeltà! Speranza
  Di riaverle per accordo, è sogno;
  Chè il Duca è tal che non compensa mai
  Con beneficj nuovi ingiurie antiche,
  Nè mai dal far vendetta altro il ritenne
  Che il non poter: quindi a colui che fatto
  Gli sia nemico, un sol partito è buono:
  Esserlo a morte.—Nè per questo il Conte
  Vedovo tiensi; nè ogni speme ei lascia
  Di conquistare i suoi, ma in noi la fonda.
  Tôrgli tai pegni, collo Stato insieme,
  Coll’armi nostre ei si confida; o trarlo
  A tale estremo, ch’ei li renda almeno.
  Ciò che quindi potea farcel sospetto,
  A noi più ligio e più devoto il rende.

MARINO.

  Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge
  .......


SCENA VI.

[_corrispondente alla sc. V della stampa, dacchè nell’abbozzo manca una
scena che corrisponda alla IV, a quella cioè del monologo del CONTE_].

IL CONTE.

  Anco il Doge hai tu detto?

MARCO.

                             Il Doge, e quanto
  Ha di più illustre la città, s’aduna
  Or nel Palazzo ad aspettarti; e vuole
  Fino alla riva accompagnarti, in pieno
  Corteggio.

IL CONTE.

             Il premio che precorre all’opra
  È incitamento a meritarlo; e spero
  A questa alma tua patria offrir ben presto
  Più che la mia riconoscenza. Or tutta
  Abbila tu, ch’io qui ti vegga: acerbo
  M’era il partir, se alla sfuggita, e tra la
  Folla dei salutanti, oggi io doveva
  Cercar lo sguardo dell’amico.

MARCO.

                                 Pensa
  S’io lascerei che tu partissi, senza
  Darti un più speciale intimo addio.
  Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro
  Verrà quel nuncio, che la gloria tua
  Con la salvezza della patria arrechi![1020]

IL CONTE.

  Marco, ad impresa io non m’accinsi mai
  Con maggior cor che a questa. È giunto il tempo
  Che quell’ingrato, che da’ miei servigj
  Estimarmi non seppe, or dal travaglio
  Che gli darò m’estimi; e finalmente
  Gli risovvenga che gli manca un uomo:
  Quell’uom, su cui nelle più dure strette
  Solea posarsi il suo pensier, gli manca,
  Anzi è quel desso che l’incalza; e solo
  Perch’egli il volle. Oh venga il dì che alcuno
  Mi dica:—Io il vidi sbigottito, affranto,
  Tra i fidi suoi, che non ardian levargli
  Lo sguardo in fronte, e l’udii dire: io fui
  Mal consigliato, allor che offesi il Conte!—
  Questa parola t’uscirà dal labbro,
  O Duca di Milano; ed anco io spero
  A tal ridurti, che ti sembri acquisto
  Conservar parte del tuo regno, e darmi
  Ciò che a gran torto ora mi neghi, e ch’io
  Ho di più caro al mondo. Or tu sei lieto
  D’aver tai pegni; ma vedrai che importi
  Tenersi in man quel ch’è dei prodi!—O amico,
  Questo è il pensier che sempre è meco, e forte
  Più che il desìo della vendetta: intera
  Gioja mai non avrò, se d’essa a parte
  La sposa mia, la figlia mia non viene.
  So che in corte del Duca a lor non fassi
  Altro che onor; son certo che un capello
  Torcere a lor non ardirà: ma il giorno
  Ch’io rivedrolle, e le potrò dir mie,
  Sarà il più bello di mia vita.—Ascolta:
  Non è d’alcuno l’avvenir, ma quale
  È l’uom che sopra non vi fa disegno?
  Or questo è il mio: se vincitor ritorno,
  E non solo (chè, vinto e senza speme,
  So quel che far dovrei), qui finalmente
  Restarmi; il vecchio genitor con noi
  Qui trarre; e, poi che questa nobil madre
  M’ha nel suo glorioso antico grembo
  Accolto, e dato di suo figlio il nome,
  Esserlo, e tutto, e correr sempre, il primo
  Tra i figli suoi, s’ella gli chiami all’arme,
  Per guardar la santissima quiete
  Che a lei senno e giustizia han partorita;
  E se la spada mi perdona, e s’io,
  Cresciuto in campo di battaglia, gli occhi
  Non chiuderò sul campo, in questa sede
  Chiudergli, fra i congiunti e fra gli amici,
  Qualche desìo lasciando e qualche nome.
  ..............

A questa scena, che nell’abbozzo era anche indicata come 1ª dell’atto II,
seguivano una 2ª ed una 3ª, delle quali non v’ha traccia nella stampa, e
che noi riproduciamo qui sotto.

[1020] _Nella stampa, con questi ultimi tre versi, di poco variati,
finisce l’Atto I._


_Atto II._


SCENA II.

Via con molto popolo.

Due CITTADINI.

1.º CITTADINO.

  Io vengo dal Palazzo: il Conte v’era
  Arrivato in quel punto, ed il corteggio
  Stava per avviarsi: non avremo
  Ad aspettar qui molto.

2.º CITTADINO.

                         Assai son vago
  Di veder questa festa. A stranier mai
  Qui non si fece tanto onor, ch’io sappia.

1.º CITTADINO.

  Trattasi d’un guerrier, che non ha forse
  Chi il pareggi in Italia; d’uno, a cui
  Presso che tutta si affidò la cura
  Della nostra salvezza.

2.º CITTADINO.

                        Della nostra?
  Tra vecchi amici e’ si può dir talvolta
  Liberamente il ver: dovreste dire
  Della salvezza dei Signori. Ormai
  Che siam noi più, poi che ogni affar di Stato
  È divenuto un loro affar? Che importa
  A noi la guerra? ov’ella a ben riesca,
  Tutto sarà per lor, gloria e guadagno.

1.º CITTADINO.

  Ma se riesce a mal, parte del danno
  Non saria nostro? Il Ciel ne tenga lunge
  Questo malvagio Duca, e i suoi soldati,
  E i suoi rettori, e i cortigiani; guai
  Se gli caschiam nell’ugne! A qual mai prezzo
  Comprar dovremmo il divenir più schiavi!

2.º CITTADINO.

  Oh guai davvero!

1.º CITTADINO.

                   A ragion dunque io dissi
  Che dal valore di quest’uom dipende
  Or la nostra salvezza.

2.º CITTADINO.

  È ver, pur troppo!


SCENA III.

BARTOLOMEO BUSSONE, e DETTI.

BARTOLOMEO.

  Di grazia, o cittadini, ella è ben questa
  La via per cui deve passare il Conte
  Di Carmagnola?

1.º CITTADINO.

                  È questa; egli non puote
  Indugiar molto.

BARTOLOMEO.

                  Lode al Cielo, io fui
  Ben avviato. Io m’era fatto in prima
  Indicar la sua casa; ivi il richiesi:
  Detto mi fu ch’egli partiva, e senza
  Più tornare al palagio, e ch’io potrei
  Di qui vederlo; e benchè nuovo affatto
  Di questa terra, dimandando or questo
  Or quello, al fine ove bramai mi trovo.
  E appena in tempo; voi gli ultimi siete
  Che importunai di mie richieste, e a voi
  Rendo pur grazie. Io vengo assai da lunge
  Per riveder quest’uomo, e favellargli.

1.º CITTADINO.

  Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo:
  Noi pur qui siamo a questo fine; e quando
  Cresca la folla, vi farem riparo
  Sì che veggiate: ma parlargli è cosa
  Da levarne il pensiero.

BARTOLOMEO.

                        Ov’ei mi scorga,
  Avrò campo a parlargli.

1.º CITTADINO.

                         Egli è col Doge,
  E con tal compagnia, da non tenersi
  Così a bada per via. Ma voi, mi sembra
  Siate suo paesano?

BARTOLOMEO.

                   Il sono, ed anche
  Assai più che paesano: io son suo padre.

1.º CITTADINO.

  Il Conte è vostro figlio?

BARTOLOMEO.

                          Io ve l’ho detto.

2.º CITTADINO.

  Poss’io darvi un consiglio?

BARTOLOMEO.

                           Un buon consiglio
  Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai
  N’ha mestier chi si trova in strania terra.

2.º CITTADINO.

  S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi;
  E poi che al campo assai difficil cosa
  Saria vedere il Conte, attenderei
  Il suo ritorno, onde parlar con esso
  Privatamente.

BARTOLOMEO.

               Egli saria fidarsi
  Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra,
  Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto
  Più assai di quel che a viver mi rimane.
  Ma perchè questo indugio?

2.º CITTADINO.

                           Tolga il Cielo
  Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro
  Figlio è patrizio veneziano e conte,
  E sgradir gli potrà che innanzi a tutti,
  E cotai testimonj, gli facciate
  Risovvenir ch’ei non è nato tale.

BARTOLOMEO.

  Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora,
  Gli si affacci suo padre, esser non puote
  Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco!

1.º CITTADINO.

(_al 2.º_)

  Che importa a voi? Lasciatel far: vedremo
  Come va questo fatto.

2.º CITTADINO.

                      Udite; ei giungono.

La scena 4ª manca; ma è indicata così: _Il Doge, il Conte, e seguito_.

Rinunziando poi a queste scene, nello stesso primo getto l’Atto II si
apriva con queste altre due scene, che pur esse furon da ultimo soppresse.


SCENA I.

Campo Veneziano presso Maclodio.—10 ottobre 1427.

MICHELETTO DI COTIGNOLA, LORENZO DI COTIGNOLA.

LORENZO.

  Fratello, io giungo tardi; a quel ch’io veggio,
  Qui s’è già fatto assai.

MICHELETTO.

                         Prode Lorenzo,
  Oggi appunto di te mi chiese il Conte.
  Non dubitar, tu vieni a tempo; il meglio
  Riman da farsi.

LORENZO.

                 Io non avrei creduto,
  Poi che Brescia fu presa, e poi che il Duca
  Con tanta istanza domandò la pace
  (E parea averne gran bisogno invero),
  Che a nova guerra si verria sì tosto.

MICHELETTO.

  Tu conosci Filippo. A piè d’un trono
  Il fè nascer fortuna; a piè d’un trono,
  Di cui nè un grado egli avria mai salito
  Da sè. Fortuna, che il volea pur duca,
  Gli diede un uom che per la mano il prese,
  E in trono il pose. Or ei vi siede, e starvi
  È risoluto ad ogni costo: appena
  Sotto di sè crollar lo sente, ei cala
  Tosto agli accordi: il rischio passa, e pargli
  Che fermo ei sia, come ingrandirlo ei pensa.
  Brescia ei diè per la pace: ai Milanesi
  Parve il trattato obbrobrioso; ed era:
  Armi in fretta gli offriro: ira e vergogna
  Valsero al buon voler; quindi agli antichi
  Disegni ei torna[1021]; eccolo in campo.

LORENZO.

                                       E mai
  Ai nostri dì, se mi fu detto il vero,
  Due sì gran campi non fur visti a fronte.[1022]

MICHELETTO.

  È il vero.

LORENZO.

            E voi foste a giornata intanto
  Più d’una volta.

MICHELETTO.

                  È ver, ma niuna è tale
  Che una maggior non se ne aspetti; e questa
  Non può tardar: nè passa dì che il Conte
  Non provochi il nemico. Or, come vedi,
  Da noi Maclodio è stretto; e due partiti
  Gli rimangono soli: o noi cacciarne,
  E non fia lieve; o abbandonar la terra,
  E Cremona con essa: e saria questo
  Non men onta che danno.[1023]

LORENZO.

                           Il Duca, udii,
  Partì dal campo: e chi lasciovvi capo?

MICHELETTO.

  Il Pergola, il Torello, il Piccinino,[1024]
  Francesco Sforza.

LORENZO.

                  Egli non è guerriero,
  Ma sa sceglierli almen: due volpi antiche,
  E due giovin leoni. E’ ci daranno
  Da fare assai. Picciol pensiero al Conte
  Esser non dee, trovarsi incontro uniti
  Tai quattro condottieri.

MICHELETTO.

                               Egli avria caro
  Che fosser dieci.

LORENZO.

                  Che di’ tu?

MICHELETTO.

                               Che dove
  Son più le voglie, ivi la forza è meno.
  Ognun di lor, se comandasse solo,
  Fomidabil sarebbe: essi l’han môstro
  In altre imprese; ma fra lor s’è messa
  Tanta discordia, che ci sembra ormai
  Piuttosto aver quattro drappelli a fronte
  Che un esercito.

LORENZO.

                   Intendo.—Or non vorrei
  Più ritardar di presentarmi al Conte.
  Ove poss’io trovarlo?

MICHELETTO.

                         Alla sua tenda
  Meglio è aspettarlo; ei tornerà fra breve.
  Or sarà forse a visitare i posti,
  O coi Provveditori a far consiglio.

LORENZO.

  Nojoso incarco!

MICHELETTO.

                 Sì davver, nojoso:
  Per questo solo, io non invidio al Conte
  Il supremo comando.

LORENZO.

                     E dritto estimi.
  Metter campo e levarlo, e dar battaglia
  O rifiutarla, come piace, e senza
  Darne conto ad alcun, quello è comando.
  Ma fin ch’io non vi giunga, infin ch’io deggia
  Ordini udir da un uomo, io voglio almeno
  Che la man che si leva a comandarmi
  Sia vestita di ferro; e pensar ch’egli
  Solo innanzi mi sta perchè si mosse
  Prima di me; ch’ei cominciò com’io
  Dall’obbedir. Ma portar nome, e il vano
  Onor di sommo condottier?... che giova
  Il far disegni per condur la guerra,
  Se l’eseguirli in te non sta, se pria
  Dèi conferirne.... e con chi mai? con tali
  Che al tuo consiglio non vorresti al certo!
  Cento partiti ti saranno in mente
  Corsi e ricorsi, e raffrontati, in pria
  Ch’ella un ne scelga e dica: il meglio è questo;
  E quando il tieni e ten compiaci, all’alto
  Giudizio di costor, siccome un reo,
  Dèi trascinarlo, e perorar per esso.
  E te felice s’egli è inteso, e trova
  Grazie dinnanzi a lor! Quindi t’è forza
  I lor consigli udir; che, per mostrarti
  Ch’ei san che cosa è guerra e che rivolte
  Hanno le antiche carte, ei ti diranno
  Che Fabio vinse con gl’indugj e seppe
  Evitar le giornate, e che Scipione
  Portò la guerra in Africa piuttosto
  Che difender l’Italia, od altrettali
  Sciocche novelle. Allor che poi le trombe
  Fan la chiamata, e che si monta in sella,
  Il più munito, il più riposto loco
  Devi trovar per essi; ed ivi stanno,
  Finchè guizza nell’aria un brando ignudo,
  Incantucciati ad aspettar l’evento.
  Alfin tu siedi, se pur siedi; e stanco,
  Anelante, sudante e polveroso,
  Devi a lor presentarti, a render conto.
  Sei vincitor? Lieti li vedi, e presti
  A côrre il frutto delle tue fatiche;
  Ma se vinto ritorni, in quel momento,
  In cui solo vorresti a tuo bell’agio
  Maledir la fortuna, in cui la molle
  Parola di conforto anco ti annoja
  Sul labbro dell’amico, onte e rimbrotti
  Ingozzar ti bisogna, e far tua scusa,
  Mentre innanzi e’ ti stan col sopracciglio
  Con che sgridar son usi il siniscalco
  Che a voglia lor non ordinò il convito.
  Ci nomano lor genti, e come tali
  Ci trattano a un bisogno; e van dicendo:
  Non son essi pagati? E quando l’oro
  Cambian col nostro sangue, ei fanno stima
  Dare assai più che non ricevon.

MICHELETTO.

                                 Odi
  Strepito di tamburi? è questi il Conte;
  Dànno le trombe il segno.

[1021] _Cfr. «Adelchi», III, 1ª: «~Torna agli antichi Disegni il re?~»._

[1022] _Ora, atto II, sc. 1ª, dice il Pergola: «~Italia forse Mai da’
barbari in poi non vide a fronte Due sì possenti eserciti~»._

[1023] _Cfr. ora atto II, scena 1ª_:

MALATESTI.

  ....Voi lo vedete; il Carmagnola
  Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto
  Sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:
  E due partiti ci rimangon soli:
  O lui cacciarne, o abbandonar la terra,
  Che saria danno e scorno.

[1024] _Cfr. ora la nota ~f)~, a pag. 169 e 177._


SCENA II.

IL CONTE, e DETTI.

CONTE.

  Voi siete il benvenuto.

LORENZO.

                         Io deggio in prima
  Scusarmi dell’indugio: io volli tutta
  Radunar la mia gente....

CONTE.

                           E non potea
  Venir più a tempo: io mi tenea sicuro,
  Chè mancar non solete a questi inviti.
  Voi prometteste novecento lance,
  S’io non m’inganno.

LORENZO.

                    E tante io ne conduco.

CONTE.

  Un buon drappello, ed un buon duca; e questo
  Talor conta assai più.

LORENZO.

                        Tutto alla vostra
  Scuola dovrò, s’io tal divenga un giorno.

CONTE.

  Noi non staremo in ozio a lungo, io stimo.
  Vi reco una novella: il Duca ha fatto
  Un condottier supremo; al campo ei giunse,
  E il comando pigliò: pur or l’avviso
  N’ebbi.

LORENZO.

CONTE.

              Carlo Malatesti: un nome
  Di lieto augurio.[1025] E a noi....s’aspetta
  Torglielo, e farne più famoso il nostro.
  Lorenzo, ov’è la vostra gente?

LORENZO.

                               È posta
  All’entrata del campo; ivi ordinai
  Ch’uom di sua schiera non uscisse, in fino
  Che a voi piacesse di vederli.

CONTE.

                                Andiamo.

[1025] _Variante marginale_:

  Di lieto augurio: sovverravvi forse
  Che il portava colui cui Brescia io tolsi.



_Coro dell’Atto II._

La sola strofa che nel manoscritto resti diversa, è la penultima:

  Stolto anch’esso! Un più forte di lui
    Gli domanda il rapito retaggio.
    Stolto! ei venne sui campi non sui,
    Senza gloria, non pianto, a perir.
    E s’ei vive, e nell’empio viäggio
    Lieto sempre e felice si mira,
    Non lo segue, non veglia quell’ira,
    Che l’attende all’estremo sospir?

Del terzo Atto, nel manoscritto, «è ritentata due volte la prima scena:
nel primo getto sarebbe stata sino ad ho vinto, e di qui avrebbe
continuato alla seconda. Nel rimanente, l’atto manoscritto è conforme a
quello della stampa: ma alla forma in cui si legge, non giunge se non
dopo molte e ripetute correzioni fatte nello scriverlo».

Del quarto Atto, il manoscritto non giunge che al verso del soliloquio di
Marco, nella scena seconda: _Stretto m’avete! Un nobile consiglio_. Il
rimanente dell’Atto manca. «Sin dove il manoscritto resta, si conforma,
eccetto variazioni di minor conto, allo stampato. I personaggi della
scena prima sono diversi da quelli che v’hanno parte nella tragedia
stampata: _I tre Inquisitori di Stato seduti—Il presidente solo
parla—Marco in piedi_».

Anche l’Atto quinto non è dissimile dallo stampato.

Il Bonghi avverte: «Quattordici fogli sciolti hanno rifacimenti di
diverse parti del dramma; ed un foglio, non di mano del Manzoni, porta
una serie di emendamenti e suggerimenti alla scena 1ª dell’atto II come
si legge ora; sicchè è stata scritta tra la seconda minuta e la terza».



LETTRE A M. C*** SUR L’UNITÉ DE TEMPS ET DE LIEU DANS LA TRAGÉDIE.



AVVERTENZA


La _Lettera_ seguente non fu, la prima volta, pubblicata dal Manzoni;
bensì dal Fauriel, insieme con la traduzione francese delle due tragedie,
a Parigi, nei primi mesi del 1823.[1026] Fu ristampata varie volte, e da
varii, in Italia (p. es. in fondo al volume «_Tragedie ed altre poesie
di A. M. milanese, con l’aggiunta di alcune prose sue e di altri_,
ediz. 2ª fiorentina;[1027] Firenze, tip. all’insegna di Dante, 1827»; e
nell’altra: «_Opere di A. M. in versi e in prosa_; Firenze, Passigli,
1836»); e finalmente dal Manzoni medesimo tra le _Opere varie_, nel 1845.
Non vi fece alcun ritocco.

Fu scritta durante la lunga dimora, che fu anche l’ultima, fatta dal
poeta con la sua famiglia—i figliuoli sommavano già a cinque, e l’ultimo,
Enrico, era nato poco prima, nel giugno del 1819, e pendeva dal seno
materno—a Parigi. Eran partiti da Milano il 14 settembre del 1819, per
la via di Torino, col proposito di traversare la Svizzera; ma, dopo un
sol giorno di sosta a Torino, «trovando che sarebbe stata cosa troppo
grave il viaggiare con una famiglia tanto numerosa e con bambini tanto
piccoli», proseguirono per la più corta. Rimasero nella tanto sospirata,
e ricca per essi di tanti cari e diversi ricordi, metropoli francese,
otto mesi; e, scriveva a una sua cugina l’amabile signora Enrichetta,
«in questo intervallo di tempo abbiamo avuto il dolore di vedere la
salute di mio marito non vantaggiarsi in alcun modo». Da qualche anno, a
Milano, il Manzoni era afflitto da una grave malattia di nervi; e «noi»,
soggiungeva l’Enrichetta, «avevamo sperato che il mutamento d’aria e un
po’ di distrazione avrebbero contribuito alla sua guarigione». Invece,
a Parigi, le cose non eran punto migliorate: «egli ebbe in quella città
una malattia assai lunga, che ci tenne molto inquieti:... fu malato
per quaranta giorni;... e finalmente,... appena si trovò in condizione
d’intraprenderlo, ci rimettemmo in viaggio, per tornare in casa nostra».
Viaggiarono a piccole giornate, per non affaticare il convalescente;
e l’8 agosto 1820, «nel maggior caldo», giunsero a Brusuglio: «ma noi
sopportavamo con piacere ogni disagio, nel desiderio di poterci ritrovare
di nuovo tranquillamente in casa nostra»[1028].

La _Lettre à m. Chauvet_ rimase manoscritta nelle mani dell’amico
insigne, al quale la prima, e fin allora unica tragedia, era dedicata. Il
Manzoni, rimpatriato, gliene domanda conto, con quel garbo signorile ed
amabile che gli era abituale, in una lettera da Milano, 17 ottobre 1820:

  «J’ai honte de vous parler encore de mon fameux coup de lance
  contre M. Chauvet, mai je n’en fais ici mention que pour
  vous dire que dans le cas très probable, que vous jugiez que
  la publication si tardive de ce pauvre _factum_ ne fût plus
  convenable, et que venant si long-tems après l’attaque elle
  n’eût tout-à-fait l’air d’être le produit d’une mémoire d’auteur
  et d’une rancune vraiment _italienne_, dans ce cas, dis-je, ne
  croyez pas me faire la plus petite peine en la supprimant;
  mais si vous persistez dans la résolution de la livrer à
  l’empressement du public, il vaudrait peut-être mieux la publier
  séparément, d’abord pour ne pas retarder encore ou pour ne pas
  trop vous presser dans votre travail sur le romantique, et pour
  beaucoup d’autres raisons dont je vous épargne l’ennuyeuse
  énumération».[1029]

Nel poscritto poi d’un’altra lettera, pur da Milano, il 29 gennaio 1821,
ripigliava (pag. 323):

  «J’oubliais de vous dire encore de ne plus parler de ce petit
  avorton de lettre à M. Chauvet. Si une bonne occasion se
  présentait, vous me feriez bien plaisir de m’envoyer, à votre
  choix, ou la copie ou mon barbouillage, pour le communiquer à
  Visconti et à quelques autres amis».

E in principio di un’altra, che parrebbe scritta alla fine del febbraio
di quell’anno, ripete ancora (pag. 323):

  «Pour ma guerre avec M. Chauvet, n’y pensez plus absolument; il
  n’y a plus ni spectateurs, ni combattants, le champ de bataille
  même a presque disparu. Sérieusement, je vous prie de n’y plus
  songer».

Finalmente il Fauriel si fece vivo, e mandò all’amico una copia di quella
sua scrittura, qua e là ritoccata, e con l’assicurazione che un giorno o
l’altro, forse non molto lontano, sarebbe stata stampata. E il Manzoni,
il 3 novembre 1821 (pag. 330):

  «J’oubliais de vous remercier de la copie que vous avez bien
  voulu faire tirer et m’envoyer de la lettre à M. C..... A-t-elle
  paru? Et que va-t-elle devenir à la veille, et surtout dans le
  plein jour de la superbe session qui va s’ouvrir? Qui vaudra de
  la littérature à présent?... Ne m’oubliez pas auprès de Cousin».

Ma ripigliava subito, a buon conto, in un poscritto:

  «J’ouvre le paquet pour réunir cette feuille à la première,
  puisqu’on me l’a rapporté, en disant qu’on me laissait encore
  quelques momens. Je ne sais que vous dire de votre persistance
  si amicale à vouloir préserver du déluge cette pauvre lettre a
  M. C..... Je vous remercie aussi de la pensée que vous avez eue
  de publier en français la lettre de Goethe. Ces choses-là ne
  devraient raisonnablement pas faire beaucoup de plaisir; mais
  quand elles en font, je crois qu’il vaut mieux l’avouer que de
  dissimuler la reconnaissance, pour feindre la modestie».

Certo, gli avvenimenti politici di quei giorni, in Francia, non erano
tali da lasciar prevedere che molti avrebbero avuto la voglia e la
calma di tener dietro a una discussione di critica letteraria! Il
Ministero moderato, nuovamente ricomposto dopo la sciagurata elezione
a deputato del pseudo-regicida abate Grégoire (settembre 1819) e
dopo lo stolto attentato di cui cadde vittima il Duca di Berry (13
febbraio 1820), si preparava ad affrontare, in un disperato cimento,
le Opposizioni riunite ai suoi danni. Era presieduto, per la seconda
volta, dal Duca di Richelieu, gentiluomo di vecchia razza, impeccabile
e insospettabile, che aveva per colleghi e collaboratori principali i
due più illustri parlamentari della Restaurazione, il Conte De Serre,
uno dei più formidabili oratori che abbia mai avuto la tribuna francese,
e il «cancelliere» Pasquier, oramai inviso agli ultramonarchici per la
politica liberale ch’ei seguiva nei riguardi dell’Italia. La Destra
reazionaria, rafforzata dalle ultime elezioni—in grazia della nuova legge
che la strenua difesa di Pasquier e di De Serre era riuscita a condurre,
l’anno innanzi, in porto, tra lo scontento e le amarezze dei liberali
dei due Centri, le invettive e le minacce della Sinistra (Lafayette,
Manuel), e i tumulti della piazza,—era risoluta a buttarlo giù; e
con essa cospirava, mancando alle sue promesse, l’insofferente Conte
d’Artois. Gli antichi amici, i così detti «dottrinarii», che facevan capo
al Royer-Collard, già professore alla Scuola Normale e direttore generale
per la Pubblica Istruzione, a Camille Jordan, al duca Victor de Broglie
(genero di mad.ᵐᵉ de Staël), a De Barante, al Guizot, ora nicchiavano,
offesi appunto dalla malaugurata riforma della legge elettorale. Il
vecchio re, Luigi XVIII, abbindolato dalle grazie seducenti della
Contessa Du Cayla, l’Esther, come le piaceva chiamarsi, di quell’Assuero,
non osava di mostrar più risolutamente le istintive sue simpatie pei suoi
insigni ministri. A qual sorte, dunque, andava incontro quell’onesto
Ministero, sbattuto tra le ambizioni irrompenti dei realisti arrabbiati e
i risentimenti appassionati dei liberali, tra le pretese della Destra che
avrebbe voluto «il re senza la carta» e quelle della Sinistra che avrebbe
voluto «la carta senza il re»? L’apertura della nuova sessione era,
quando il Manzoni scriveva, imminente, e la Destra con le armi al piede,
impaziente di dar battaglia.

Victor Cousin, quegli appunto a cui il Manzoni voleva esser ricordato,
ha narrato d’una scena, svoltasi proprio di quei giorni in casa
sua. V’eran raccolti, col Royer-Collard, già maestro e predecessore
del Cousin, parecchi degli amici del Centro, e discutevan della
condotta da tenere alla Camera. Conveniva meglio lasciar in vita il
ministero Richelieu-Pasquier-De Serre, ovvero sgomberare la strada a
un ministero De Villèle-Corbière, di pura Destra? Meglio, si tendeva
a concludere, attenersi a quest’ultimo partito: i reazionarii, con
le loro esagerazioni, non avrebbero potuto rimanere in piedi nemmeno
sei mesi, e i liberali avrebbero allora potuto prendere una rivincita
sicura, e formare uno schietto ministero liberale, senza magagne e
senza compromessi. Assisteva alla conversazione un esiliato piemontese,
Santorre di Santa-Rosa, una delle vittime dell’ultima rivoluzione di
Torino. Il quale, accorato, si permise di osservare al Cousin: «Il vostro
dovere di buoni cittadini è di non combattere un ministero, ch’è l’ultima
vostra risorsa contro la fazione nemica d’ogni progresso. Non è permesso
di fare il male nella speranza del bene. Voi non siete punto sicuri di
rovesciare più tardi Corbière e De Villèle, ma siete invece sicuri di far
il male, permettendo che essi giungano al potere. S’io fossi deputato,
farei ogni sforzo per ringagliardire il ministero Richelieu contro la
Corte e la Destra». In cuor loro tutte quelle brave persone riconoscevan
la ragionevolezza di codeste osservazioni, ma, nel fatto, preferirono una
tattica che pareva abilissima.[1030] Solite illusioni dei galantuomini,
quando, maldestri come sono alle male arti, sventuratamente si risolvono
a prendere in prestito i metodi dei furbi senza scrupolo!

Il Manzoni riscrisse al Fauriel il 6 marzo del 1822. La catastrofe era
avvenuta, e forse già tutte le illusioni dissipate. Il 14 dicembre 1821,
il ministero liberale era stato rovesciato, e gli s’era sostituito un
ministero di monarchici intransigenti, punto disposti a lasciar presto
il potere. Vi entrarono col De Villèle e il Corbière, il De Peyronnet e
Mathieu de Montmorency, al quale ultimo, dopo il Congresso di Verona,
fu surrogato quello splendido vanesio ch’era, lo Châteaubriand. «M. de
Villèle», ha detto il De Mazade, «esprit plus pratique et plus fin que
supérieur, n’aimait pas les hommes brillans autour de lui»; e anche lo
Châteaubriand, nell’estate del 1824, sarebbe stato da lui congedato.
Intanto, il Richelieu era morto di crepacuore, meno di sei mesi dopo la
catastrofe, nella primavera del 1822; e il De Serre, che il Re volle si
mandasse ambasciatore a Napoli, moriva, anch’egli di crepacuore (il De
Villèle aveva spiegata ogni arte perchè questo Bonghi della Restaurazione
non riuscisse deputato nelle elezioni della primavera 1824!), il
21 luglio di quell’anno medesimo, nella villa reale di Quisisana a
Castellammare di Stabia.[1031] Non sopravvisse che il Pasquier; il quale,
ripensando a quei tristi avvenimenti, scriveva quarant’anni più tardi:
«En 1822, il faut bien que je le dise, la maison de Bourbon a commis
un grand acte de déraison: elle a brisé, au moment où il pouvait lui
être le plus utile, l’instrument qui lui avait déjà rendu de si grands
services. La destruction du second ministère du duc de Richelieu a été,
voyez-vous, plus qu’une faute politique; elle a été un véritable crime!».
La reazione trionfatrice toccò anche più da vicino gli amici del Manzoni;
e, per esempio, fu chiusa la bocca al Cousin e al Guizot.[1032] I quali
non poteron riprendere i loro corsi se non nell’aprile del 1828, quando
una salutare, benchè effimera, bufera, rovesciò il ministero De Villèle,
facendo luogo a un ministero liberale con a capo il De Martignac. (Il
Cousin dettò allora la sua _Introduction a l’Histoire de la Philosophie_,
e il Guizot l’_Histoire de la Civilisation en Europe_).

Oramai si poteva anche riparlare di critica letteraria, e, se non altro,
propugnare lo sfranchimento dalla tirannia di Aristotile e di Boileau. E
il Manzoni riparla della sua _Lettre à M. C..._ (pag. 333):

  «Parmi les corrections par lesquelles vous avez bien voulu rendre
  un peu plus française et un peu plus raisonnable ma pauvre
  lettre à M. C...., il y a deux petits changements sur lesquels
  j’ai quelques difficultés à vous proposer. Je vais le faire
  avec cette liberté que me donne votre ancienne bonté pour moi.
  —1. _Thèse toujours hasardeuse_, dans la première page [312],
  ne me semble pas rendre précisément mon idée, qui est d’exclure
  toute sorte de raison, et toute chance de succès, du projet de
  défendre ses ouvrages, c’est-à-dire de prouver que l’on a bien
  fait. Ne tenez aucun compte de cette observation, si elle vous
  parait une vétille; dans l’autre cas, ayez la bonté de substituer
  un autre mot».—[Ora è detto: «thèse toujours insoutenable»].
  2. Dans l’endroit où j’ai parlé de l’étonnement d’une grande
  partie du public sur ce que des grands revers n’avaient pas
  été suivis d’un suicide [pag. 362], mon intention était de
  rappeler quelque chose de la vie réelle et de l’histoire de nos
  jours. Dans la copie que vous avez eu la bonté de m’envoyer, cet
  étonnement ne se rapporte qu’à des compositions dramatiques.
  Peut-être avez-vous eu quelque motifs que je ne peux comprendre
  d’ici, pour retrancher tout ce qui pourrait avoir rapport à des
  personnages et des événemens récens: pour ce qui me regarde, je
  crois qu’il n’y aurait aucun inconvénient; pour toutes les autres
  considérations, c’est à vous d’en juger, et de faire ce qui
  vous paraîtra convenable. Voilà bien des raisonnemens pour deux
  phrases, et voilà toute une feuille remplie de balivernes».

Ci manca il modo d’indagare se l’allusione, che nella forma definiva
della _Lettera_ è abbastanza trasparente («l’époque où nous nous trouvons
a été bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances
trompées...»), a Napoleone e ai fatali rovesci che a lui e a tanti suoi
fidi, e infidi, seguirono, fu in tutto o in parte modificata. Ad ogni
modo, appar chiaro che il Fauriel dovè ritoccare il suo ritocco, dacchè
nella stampa lo stupore del pubblico riguarda, senza possibilità di
equivoco, gli avvenimenti della storia contemporanea, non già alcune
presunte azioni drammatiche.

Il 29 maggio di quello stesso anno 1822, il Manzoni riscrive, proponendo
qualche altro cambiamento. Molto significativa è la sua risoluzione di
cancellare il nome dello Schiller, là dove lo aveva messo in riga con lo
Shakespeare e il Goethe. Dice (pag. 335):

  «......il faut que je vous donne encore de l’ennui en vous priant
  de quelques petites corrections. Il y a quelque part [_pag._
  375]: _formule sacramentelle_, à quoi je voudrais substituer:
  _mots techniques_, ou tel autre tour que vous jugerez à
  propos.—Ensuite, je voudrais retrancher le nom de _Schiller_, qui
  s’y trouve une fois, et d’une manière qui fait supposer une idée
  beaucoup plus haute que je ne l’ai réellement de l’importance
  de cet écrivain au point de vue dramatique [_pag._ 336]. Vous
  vous souviendrez peut-être des discours que nous avons tenus
  sur ce sujet; vos idées ont donné aux miennes là-dessus plus
  d’étendue et de courage; en relisant les tragédies de Schiller,
  je me suis confirmé dans ces idées; enfin, je ne mérite ni n’ose
  le nommer.—Ce retranchement rend nécessaire une autre petite
  correction (oh! pardon de tant d’ennui que je vous cause!): il y
  a vers la fin [_pag._ 379]: _si les trois poëtes qui ont méprisé
  ces règles_; on pourra mettre à la place: _si tous les poëtes..._
  etc.—Enfin, à ces paroles [_pag._ 377]: _les romantiques amis_,
  il faudrait substituer: _les romantiques_, ou _ceux qu’on
  appelle romantiques_, ou telle autre expression que vous jugerez
  convenable».

Il curioso scrupolo di cercare un equivalente alle parole «formule
sacramentelle», non fu assecondato dal Fauriel; e dovè poi parere
eccessivo allo stesso Manzoni se, anche dopo, non ha cambiato. E quanto
allo Schiller, si può vedere più innanzi, nei _Materiali estetici_, quel
ch’egli prima ne pensasse e ne scrivesse.

Le correzioni e i ritocchi non erano ancora finiti. In un’altra lettera,
del 12 settembre 1822, il Manzoni ripiglia (pag. 343):

  «Je croyais avoir fini, et il me souvient que j’ai encore de
  l’ennui à vous donner sur..... c’en est trop! sur la lettre a
  M. Ch...... où j’ai une phrase qui me donne un remords assez
  cuisant pour me déterminer à vous prier de faire encore une
  correction. C’est à peu près au tiers de la lettre, où il est
  parlé du mélange du comique et du sérieux. Voici la phrase
  téméraire [_pag._ 331]: _Je pense, comme un bon et loyal
  partisan du classique, que le mélange de deux effets contraires
  détruit l’unité d’impression nécessaire pour produire l’émotion
  et la sympathie._ Là il me parait évident que je tombe dans
  l’inconvénient que j’ai tant censuré, de fixer ou de reconnaître
  des bornes arbitraires, qui peut-être n’ont pas été franchies,
  mais qui peuvent l’être dans l’avenir, avec bonheur. Voici donc
  ce que je voudrais ajouter, après _la sympathie_, pour correctif
  à cette phrase: _ou, pour parler plus raisonnablement..._»

E qui seguiva, con piccoli mutamenti di forma, che notiamo a suo luogo,
il brano com’è nella stampa, fino a: «mais c’est bien certainement un
point dont il n’y a pas de conséquences à tirer...»; poi continuava:

  «Voilà ma lettre remplie de corrections... Bien entendu que cette
  correction subira une recorrection de votre main, dont elle a
  bien besoin: car le peu de français que j’avais, m’échappe de
  jour en jour».

Chi abbia l’occhio al brano aggiunto, s’accorge subito che il Manzoni ha
voluto, con le nuove e più precise dichiarazioni, scansare il pericolo
d’esser supposto un tiepido ammiratore, anzi un censore, del _Faust_;
del capolavoro di quel Goethe a cui oramai lo legavano tante ragioni
d’ammirazione e di gratitudine. _Ouvrage étonnant_, che tutti reputavano,
e reputano,[1033] _un chef-d’oeuvre... à la seule condition qu’on ne
lui donnerait pas le nom de tragédie_;... va bene; ma, tra le opere
dell’olimpico poeta, era poi proprio quella che il nostro grande poeta,
cui dava uggia il fantastico, l’impreciso, il vago, e perciò propugnava
la religione del vero storico anche nella poesia, prediligeva e
preferiva? «C’est ce que je n’ai ni le courage d’affirmer, ni la docilité
de répéter»!

In una lettera del 10 dicembre 1822 (pag. 345, dove per evidente svista
è stampato ottobre; ma cfr. pag. 198), il Manzoni sente ancora il
bisogno d’un cambiamento; e questa volta per evitare possibili noie
dalla Censura. Prega il Fauriel di procurare che i primi esemplari del
volume, che avrebbe contenute le due tragedie tradotte («_Adelchi_ et son
frère aîné _vestiti del dì delle feste_»), gli articoli del Goethe e la
_Lettera a Ch..._, fossero spediti a Vienna.

  «Voici pourquoi: l’admission ou le rejet des livres imprimés à
  l’étranger, dans une langue étrangère, ne sont pas du ressort
  de la Censure de Milan; on lui envoie à des périodes fixes un
  catalogue de Vienne, avec les qualifications respectives, dont
  elle fait l’application aux livres qui lui sont présentés. Si
  un livre n’est pas porté sur la liste, il faut alors envoyer
  à Vienne, non le titre, mais l’ouvrage même pour qu’il y
  soit soumis à la Censure: c’est comme vous voyez un retard
  considérable, que je voudrais éviter par le moyen d’une
  expédition prompte à Vienne».

Non era prevedibile, in verità, che il volume incagliasse tra i battenti
della Censura;

  «mais quelque exemple récent m’a donné sur la possibilité
  des refus en général des idées qui autrefois m’auraient paru
  exagérées, même étranges. Un libraire d’ici, ayant demandé la
  permission de publier une traduction des _Lettres de quelques
  Juifs_ par l’abbé Guénée, n’a pu l’obtenir; ayant fait demander à
  Vienne le motif du refus, on lui a fait répondre que cet ouvrage
  contenait des choses contraires aux lois existantes. Je connais
  un peu ce livre, et je vous assure que j’ai de la peine à deviner
  par quel côté une telle qualification peut lui être appliquée,
  quand ce ne serait par ce qui s’y trouve contre les lois
  féodales, pour expliquer, et démontrer probable, la prospérité
  contéstée des Juifs à une certaine époque».

Codesto strano caso suggeriva al Manzoni il curioso mutamento.

  «Cela m’a fait ressouvenir que dans ma Lettre a M. Chauvet il y a
  un mot sur la féodalité: si par quelque hasard l’impression avait
  avancé lentement, et n’était pas encore arrivée a ce passage, il
  ne serait pas mal de faire disparaître ce petit mot: quand ce ne
  serait que pour éviter au censeur qui a approuvé ici ma Lettre le
  désagrément d’un _damnatur_, que je lui épargnerais volontiers,
  pour lui d’abord, et ensuite parce que l’effet immanquable de
  ce désagrément serait de le rendre encore plus difficile et
  cauteleux pour l’avenir. Si le passage est imprimé, comme il est
  probable, n’y pensons plus, et qu’il aille à la garde de Dieu:
  autrement, je vous propose une correction, que j’ai préféré de
  faire comme j’ai pu, plutôt que d’avoir l’indiscretion de vous en
  charger dans cette occasion».

Si era ancora in tempo, e la correzione fu fatta. Ma, purtroppo, non
siamo più al caso di ripristinare il testo, con quel motto contro la
feodalità. I periodi rifatti son quelli contenuti nel brano che va
dal capoverso: _Le règne des erreurs grandes et petites..._ all’altro
seguente: _Quand elles en sont à cette seconde époque..._ (pag. 377).
Differiscono dalla stampa per parecchi ritocchi di forma; che sembran
certo dovuti alle amorevoli cure del Fauriel.

Finalmente, e come Dio volle, il volume, con le tragedie tradotte e la
Lettera, venne fuori; e così il Fauriel ne scriveva al Manzoni in una
lettera senza data, ma che fu certamente scritta tra il marzo e l’aprile
del 1823 (pag. 203):

  «Sachez que votre traduction a éprouvé une multitude de retards
  que je n’avais nullement prévus, et auxquels je ne devais point
  m’attendre. Il n’y a guère qu’un mois ou 6 semaines qu’elle est
  en vente, autant qu’un livre est en vente ici avant que les
  journaux en aient bavardé à leur manière: c’est à quoi je les
  provoque maintenant, faute de l’avoir pu faire dans le temps des
  Chambres où la maudite politique prend toutes les colonnes de la
  littérature. A ce que j’ai pu voir déjà et à ce que je présume,
  c’est la _Lettre à M. Chauvet_ qui produira le plus d’effet, et
  excitera le plus d’attention».

In un’altra lettera del Fauriel, del 23 luglio dello stesso anno (pag.
207), si danno queste ultime notizie circa l’accoglienza fatta in Francia
a quel singolare saggio di critica drammatica:

  «Je ne crois pas vous avoir dit que M. Chauvet se proposait de
  répondre a votre réponse; c’est ce que l’on m’a annoncé, ce
  que je ne crois guère, et ce qui est assez indifférent.—Ce que
  je sais mieux, c’est que l’auteur de _Marie Stuard_ [Pietro
  Lebrun, che aveva data nel 1820 una tragedia di codesto nome,
  molto bene accolta] a donné au théâtre une pièce [forse il _Cid
  d’Andalousie_] conçue dans vos idées, qu’il adopte entièrement,
  et ne contestant que les raisons par lesquelles vous combattez
  le mélange du comique et du sérieux. Il tient lui à ce mélange,
  le croit dans le but comme dans les moyens de l’art, et espère
  le faire passer sur notre scène, à la faveur de la popularité de
  Talma, qui paraît être de son avis et de son goût. Vous voyez que
  vous n’avez pas prêché tout à-fait dans le désert. Je pourrai
  bientôt ou vous en dire ou vous en écrive davantage à ce sujet».

Per buona fortuna, le teorie drammatiche del Manzoni avevano avuto in lui
medesimo un ben più valido poeta, che non il signor Pietro Lebrun. Il
quale, nonostante il valido patrocinio del Talma, andò incontro a un vero
naufragio. E gli mancò la voglia e il coraggio di ritentare il teatro.
Si rivolse perciò al poema narrativo e descrittivo: e il suo _Voyage en
Grèce_, pel quale forse non gli mancavano gl’incoraggiamenti dello stesso
Fauriel, appassionato raccoglitore dei _Canti popolari della Grecia
moderna_, ebbe elogi ch’è sperabile lo compensassero delle amarezze
drammatiche.

       *       *       *       *       *

Il Fauriel, pubblicando la _Lettre à M. Chauvet_, le premise
quest’_Avvertenza_:

  «Plusieurs de nos journaux rendirent compte, avec plus ou moins
  d’éloges, du _Comte de Carmagnola_ de M. Manzoni, lorsqu’il
  parut, au commencement de 1820, et notamment le _Lycée Français_,
  qui en donna une analyse étendue et soignée, analyse où les
  beautés de la pièce annoncée étaient appréciées avec beaucoup
  de goût et d’intérêt, et où le parti qu’avait pris l’auteur
  de s’affranchir de la règle des unités était combattu par des
  raisons ingénieuses et en partie nouvelles.

  M. Manzoni, qui se trouvait alors à Paris, et qui eut
  connaissance de cet extrait, ne fut ni insensible aux éloges
  donnés à son talent par un juge éclairé, ni surpris des
  objections faites au système dramatique qu’il avait suivi.
  Mais, loin de trouver ces objections sans réplique, il crut au
  contraire y apercevoir des nouveaux motifs de persister dans
  son opinion sur la règle des unités; et il céda à la tentation
  d’écrire, à ce sujet, quelques observations qu’il se proposait
  d’adresser, en témoignage de reconnaissance et d’estime, à
  l’auteur même de l’article qui les lui avait suggérées.

  Des obstacles imprévus empêchèrent M. Manzoni de terminer
  sa lettre assez tôt pour qu’elle pût avoir un à propos de
  circonstance, et de s’y appliquer autant qu’il y était disposé.
  Bientôt après, obligé de repartir pour l’Italie, il ne songeait
  plus à mettre au jour un écrit qu’il n’en estimait pas digne,
  et auquel il n’avait pu donner tout le soin dont il était
  susceptible. Cependant, ayant eu communication de cet écrit,
  j’en avais pensé autrement que son auteur; je l’avais trouvé
  d’un mérite et d’un intérêt qui m’avaient fait désirer sa
  publication, et qui me paroissaient rendre fort indifférent le
  retard accidentel de cette publication. Je priai donc M. Manzoni,
  à son départ, de me laisser le manuscrit de son ouvrage, en
  m’autorisant à le mettre au jour quand et comme je le trouverais
  à propos. Cet ouvrage est celui qui suit, et qui, je l’espère,
  ne sera pas réputé indigne des deux tragédies auxquelles je le
  joins ici, comme une sorte d’appendice, qui aidera à comprendre
  les idées et les vues d’après lesquelles elles ont été conçues et
  doivent être jugées.

  Cet opuscule n’a pas seulement été composé en France; il l’a
  été en quelque sorte, pour la France, et de plus, en français.
  Ce sont pour moi des raisons de plus de souhaiter qu’il soit
  accueilli comme il me semble mériter de l’être. Je dois, du
  reste, prier les lecteurs de ne pas y chercher plus que son
  auteur n’a eu le dessein d’y mettre, et d’y voir moins un traité
  méthodique et en forme sur le sujet indiqué par le titre, que
  l’effusion libre et abondante de beaucoup d’idées fines ou
  profondes relatives à ce sujet, et qui ont jailli, rapidement et
  comme à l’improviste, du choc accidentel des idées contraires».

                                                               SCHERILLO.

[1026] _Le «Comte de Carmagnola» et «Adelghis», tragédies de...,
traduites de l’italien par M. C. FAURIEL: suivies d’un article de GOETHE,
et de divers morceaux sur la théorie de l’art dramatique_: Paris,
Bossange frères libr., 1823, impr. de Cellot, in 8º. pp. XX-491.

[1027] La prima, ch’io non ho vista, è del 1825.—Per questa, e per altre
edizioni, cfr. il _Catalogo della Sala Manzoniana_, nella Biblioteca
Braidense, Milano, 1890.

[1028] Cfr. DE GUBERNATIS, _Il Manzoni ed il Fauriel_; pag. 148-49.

[1029] DE GUBERNATIS, _Il Manzoni ed il Fauriel_; pag. 319.—Nella
stessa lettera un po’ prima, il Manzoni accennava già al lavoro che
il Fauriel disegnava intorno al Romanticismo; scrivendogli: «Je le
charge [Cousin] impitoyablement de toutes les brochures romantiques ou
antiromantiques que nous avons pu ramasser. Quant au _Conciliateur_, qui
est indispensable pour avoir une idée complète de la question romantique
en Italie, Cousin le réunit à d’autres livres qu’il fait venir d’Italie,
et vous l’aurez un peu plus tard. J’ai encore quelque chose à vous
dire sur toute cette bouquinerie....». E terminava: «J’ai un scrupule
de conscience qu’il me faut absolument tranquilliser. En vous envoyant
toutes ces brochures romantiques, je vous donne l’occasion de faire
un travail important pour tout le monde, et pour nous autres Italiens
surtout; mais si cela doit retarder de beaucoup votre grand travail,
et ajourner de beaucoup la publication des premiers volumes, je vous
avoue que j’en aurais des remords, j’en ai déjà d’avoir pu vous laisser
ce fatras à débrouiller, et d’avoir cru que les termes de votre bonté
devaient être celles de mon indiscretion». (Pag. 317 e 320).

[1030] Cfr. CH. DE MAZADE, _La politique modérée sous la Restauration_:
nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1878, pag. 23.

[1031] Mi pare abbastanza singolare, così che meriti d’esser rilevata, la
somiglianza tra le parole solenni messe dal Manzoni in bocca di Adelchi
moribondo (V, 8ª): «Una feroce Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto...» e queste d’uno dei più elevati discorsi parlamentari del De
Serre, a proposito dell’idea propugnata dalla Destra, di dichiarare la
bancarotta dello Stato verso i creditori, come reazione a tutto ciò
che proveniva dalla Rivoluzione. «L’injustice du passé vous révolte»,
egli disse: «ce sentiment est louable: mais si les siècles pouvaient se
rapprocher devant nous, si, dépouillée de la mousse des temps, la racine
de tous les droits pouvait se découvrir a nos yeux, pensez-vous que les
droits les plus respectés aujourd’hui nous apparaîtraient purs de toute
violence, de toute usurpation, de toute injustice?». Cfr. DE MAZADE, _La
politique modérée_ ecc., nella «Revue des deux mondes» del 1º novembre
1877, pag. 26.

[1032] Dato il timore della Censura, sospetto che possa alludere
a codesti avvenimenti il seguente brano d’una lettera del Manzoni
al Fauriel, del 4 giugno 1822: «Les nouvelles de Cousin m’ont bien
rattristé: je ne veux point admettre des craintes pressantes pour sa
santé, mais la continuation de son état maladif commence à me faire
craindre tout de bon que sa vie, que j’espère devoir être très longue,
soit cependant celle d’un valétudinaire. Je suis dans l’attente et
dans l’espoir d’apprendre par votre première lettre quelque chose de
plus consolant sur cet ami que l’on ne peut oublier.—J’ai reçu le deux
prospectus, et la _Vie de Shakespeare_ que je désirais lire avec plus
d’empressement que d’espérance: car les livres arrivent plus rarement et
plus tard que jamais. Je m’en vais la lire: et je vous en parlerai à la
première occasion, puisque vous le voulez bien. Vous vous souviendrez
peut-être du plaisir que m’a fait la _Vie de Corneille_, où je trouvai
tant d’idées qui sortaient des doctrines dramatiques communes. Le champ
de ces doctrines est bien agrandi à present, et le talent de celui qui en
parlait dès-lors d’une manière si distinguée n’a fait que gagner depuis:
ainsi, n’ai-je pas raison de m’attendre à un plus grand plaisir, et à un
plus grand profit?». L’autore delle _Vite_ di Corneille e di Shakespeare
era il Guizot.

[1033] Reputano, nonostante la dotta e arguta bizzarria che nel 1865
pubblicò VITTORIO IMBRIANI. _Un capolavoro sbagliato: il «Fausto» del
Goethe_ (ripubblicato poi nel volume _Fame usurpate_: Napoli, Marghieri,
1877).



LETTRE A M. C*** SUR L’UNITÉ DE TEMPS ET DE LIEU DANS LA TRAGÉDIE


_Monsieur_,

C’est une tentation à laquelle il est difficile de résister, que celle
d’expliquer son opinion à un homme qui soutient l’opinion contraire
avec beaucoup d’esprit et de politesse, avec une grande connaissance
de la matière et une ferme conviction. Cette tentation, vous me l’avez
donnée, Monsieur, en exposant les raisons qui vous portent à condamner le
système dramatique que j’ai suivi dans la tragédie intitulée _Il Conte
di Carmagnola_, dont vous m’avez fait l’honneur de rendre compte dans
le _Lycée français_. Veuillez donc bien subir les conséquences de cette
faveur, en lisant les observations que vous m’avez suggérées.

Je me garderai bien de prendre la défense de ma tragédie contre vos
bienveillantes censures, mêlées d’ailleurs d’encouragemens qui font plus,
pour moi, que les compenser. Vouloir prouver que l’on a fait une tragédie
bonne de tout point est une thèse toujours insoutenable[1034], et qui
serait ridicule ici, à propos d’une tragédie écrite en italien, par un
homme dont elle est le coup d’essai, et qui ne peut, par conséquent,
exciter en France aucune attention. Je me tiendrai donc dans la question
générale des deux unités; et lorsqu’il me faudra des exemples, je les
chercherai dans d’autres ouvrages dont le mérite est constaté par le
jugement des siècles et des nations. Que s’il m’arrive parfois d’être
obligé de parler de _Carmagnola_, pour raisonner sur l’application que
vous faites de vos principes à ce sujet particulier de tragédie, je
tâcherai de le considérer comme un sujet encore à traiter.

Dans une question aussi rebattue que celle des deux unités, il est bien
difficile de rien dire d’important qui n’ait été dit: vous avez cependant
envisagé la question sous un aspect en partie nouveau; et je la prends
volontiers telle que vous l’avez posée: c’est, je crois, un moyen de la
rendre moins ennuyeuse et moins superflue.

J’avais dit que le seul fondement sur lequel on a pendant longtemps
établi la règle des deux unités est l’impossibilité de sauver autrement
la loi essentielle de la vraisemblance; car, selon les partisans les plus
accrédités de la règle, toute illusion est détruite dès que l’on s’avise
de transporter d’un lieu dans un autre, et de prolonger au-delà d’un
jour, une action représentée devant des spectateurs qui n’y assistent que
pendant deux ou trois heures, et sans changer de place. Vous paraissez
donner peu d’importance a ce raisonnement. «C’est moins encore»,
dites-vous, «sous le rapport de la vraisemblance qu’il faut considérer
l’unite de jour et de lieu que sous celui de l’unite d’action et de
la fixité des caractères». J’admettrai donc ces deux conditions comme
essentielles à la nature même du drame, et j’essaierai de voir s’il est
possible d’en déduire la nécessité de la règle.

J’aurais toutefois, je l’avoue, désiré que vous vous fussiez énoncé d’une
manière plus explicite sur la question speciale de la vraisemblance.
Comme c’est le grand argument que l’on a opposé jusqu’ici à tous ceux qui
ont voulu s’affranchir de la règle, il aurait été important pour moi de
savoir si vous le tenez aujourd’hui pour aussi solide qu’il l’a toujours
paru, ou si vous avez consenti a l’abandonner. Il arrive quelquefois que
des principes soutenus longtemps par des raisonnemens faux se démontrent
ensuite par d’autres raisonnemens. Mais, comme le cas est rare, et comme
la variation dans les preuves d’un système est toujours une forte
présomption contre la vérité de son principe, j’aurais aimé à savoir si
c’est pour avoir trouvé insuffisantes ou fausses les anciennes raisons
alléguées en faveur du système établi, que vous en avez cherché de
nouvelles.

Avant d’examiner la règle de l’unité de temps et de lieu dans ses
rapports avec l’unité d’action, il serait bon de s’entendre sur la
signification de ce dernier terme. Par l’unite d’action, on ne veut
sûrement pas dire la représentation d’un fait simple et isolé, mais bien
la représentation d’une suite d’événemens liés entre eux[1035]. Or cette
liaison entre plusieurs événemens, qui les fait considérer comme une
action unique, est-elle arbitraire? Non, certes; autrement l’art n’aurait
plus de fondement dans la nature et dans la vérité. Il existe donc,
ce lien; et il est dans la nature même de notre intelligence. C’est,
en effet, une des plus importantes facultés de l’esprit humain, que
celle de saisir, entre les événemens, les rapports de cause et d’effet,
d’antériorité et de conséquence, qui les lient; de ramener a un point de
vue unique, et comme par une seule intuition, plusieurs faits séparés par
les conditions du temps et de l’espace, en écartant les autres faits qui
n’y tiennent que par des coïncidences accidentelles. C’est là le travail
de l’historien. Il fait, pour ainsi dire, dans les événemens, le triage
nécessaire pour arriver a cette unité de vue; il laisse de côté tout ce
qui n’a aucun rapport avec les faits les plus importans; et, se prévalant
ainsi de la rapidité de la pensée, il rapproche le plus possible ces
derniers entre eux, pour les présenter dans cet ordre que l’esprit aime à
y trouver, et dont il porte le type en lui-même.

Mais il y a, entre le but du poëte et celui de l’historien, une
différence qui s’étend nécessairement au choix de leurs moyens
respectifs. Et, pour ne parler de cette différence qu’en ce qui
regarde proprement l’unité d’action, l’historien se propose de faire
connaître une suite indéfinie d’événemens: le poëte dramatique veut bien
aussi représenter des événemens, mais avec un degré de développement
exclusivement propre à son art: il cherche à mettre en scène une partie
détachée de l’histoire, un groupe d’événemens dont l’accomplissement
puisse avoir lieu dans un temps à peu près déterminé. Or, pour séparer
ainsi quelques faits particuliers de la chaîne générale de l’histoire,
et les offrir isolés, il faut qu’il soit décidé, dirigé par une raison;
il faut que cette raison soit dans les faits eux-mêmes, et que l’esprit
du spectateur puisse sans effort, et même avec plaisir, s’arrêter sur
cette partie détachée de l’histoire qu’on lui met sous les yeux. Il faut
enfin que l’action soit une; mais cette unité existe-t-elle réellement
dans la nature des faits historiques? Elle n’y est pas d’une manière
absolue, parce que dans le monde moral, comme dans le monde physique,
toute existence touche à d’autres, se complique avec d’autres existences;
mais elle y est d’une manière approximative, qui suffit à l’intention
du poëte, et lui sert de point de direction dans son travail. Que fait
donc le poëte? Il choisit, dans l’histoire, des événemens intéressans
et dramatiques, qui soient liés si fortement l’un à l’autre, et si
faiblement avec ce qui les a précédés et suivis, que l’esprit, vivement
frappé du rapport qu’ils ont entre eux, se complaise à s’en former un
spectacle unique, et s’applique avidement à saisir toute l’étendue, toute
la profondeur de ce rapport qui les unit, à démêler aussi nettement que
possible ces lois de cause et d’effet qui les gouvernent. Cette unité
est encore plus marquée et plus facile à saisir, lorsqu’entre plusieurs
faits liés entre eux il se trouve un événement principal, autour duquel
tous les autres viennent se grouper, comme moyens ou comme obstacles;
un événement qui se présente quelquefois comme l’accomplissement des
desseins des hommes, quelquefois, au contraire, comme un coup de la
Providence qui les anéantit; comme un terme signalé ou entrevu de loin,
que l’on voulait éviter, et vers lequel on se précipite par le chemin
même où l’on s’était jeté pour courir au but opposé. C’est cet événement
principal que l’on appelle catastrophe, et que l’on a trop souvent
confondu avec l’action, qui est proprement l’ensemble et la progression
de tous les faits représentés.

Ces idées sur l’unite d’action me paraissent si indépendantes de tout
système particulier, si conformes à la nature de l’art dramatique, a
ses principes universellement reconnus, si analogues aux principes
même énoncés par vous, que j’ose présumer que vous ne les rejetterez
pas. En ce cas, voyez, Monsieur, s’il est possible d’en rien conclure
en faveur de la règle qui restreint l’action dramatique à la durée
d’un jour et à un lieu invariablement fixé. Que l’on dise que plus une
action prend d’espace et de durée, et plus elle risque de perdre ce
caractère d’unité si delicat et si important sous le rapport de l’art,
et l’on aura raison; mais, de ce qu’il faut à l’action des bornes de
temps et de lieu, conclure que l’on peut établir d’avance ces bornes,
d’une manière uniforme et précise, pour toutes les actions possibles;
aller même jusqu’à les fixer, le compas et la montre à la main, voilà ce
qui ne pourra jamais avoir lieu qu’en vertu d’une convention purement
arbitraire. Pour tirer la règle des deux unités de l’unité d’action, il
faudrait démontrer que les événemens qui arrivent dans un espace plus
étendu que la scène, ou, si vous voulez, dans un espace trop vaste pour
que l’oeil puisse l’embrasser tout entier, et qui durent au-delà de
vingt-quatre heures, ne peuvent avoir ce lien commun, cette indépendance
du reste des événemens collatéraux et contemporains, qui en constituent
l’unite réelle: et cela ne serait pas aisé. Aussi ceux qui ont fait la
règle n’ont-ils songé à rien de tel: c’est pour l’illusion, pour la
vraisemblance, qu’ils l’ont imaginée; et il y avait déjà long-temps
qu’elle était établie sur cette base quand Voltaire a cherché à lui
donner un nouvel appui: car c’est lui qui a voulu, le premier, déduire
l’unite de temps et de lieu de l’unite d’action, et cela par un
raisonnement dont M. Guillaume Schlegel a fait voir la faiblesse et même
la bizarrerie, dans son excellent cours de littérature dramatique.

J’avoue, du reste, que cette manière de considérer l’unité d’action
comme existante dans chaque sujet de tragédie, semble ajouter à l’art de
grandes difficultés. Il est, certes, plus commode d’imposer et d’adopter
des limites arbitraires. Tout le monde y trouve son compte: c’est pour
les critiques une occasion d’exercer de l’autorité; pour les poëtes, un
moyen sûr d’être en règle, en même temps qu’une source d’excuses; et
enfin pour le spectateur, un moyen de juger, qui, sans exiger un grand
effort d’esprit, favorise cependant la douce conviction que l’on a jugé
en connaissance de cause, et selon les principes de l’art. Mais l’art
même, qu’y gagne-t-il sous le rapport de l’unité d’action? Comment lui
sera-t-il plus facile de l’atteindre, en adoptant des mesures déterminées
de lieu et de temps, qui ne sont données en aucune manière par l’idée
que l’esprit se forme de cette unite? Voilà, Monsieur, les raisons qui
me font croire, en thèse générale, que l’unité d’action est tout à fait
indépendante des deux autres. Je vais à présent vous soumettre quelques
réflexions sur les raisonnemens par lesquels vous avez voulu les y
associer: je prendrai la liberté de transcrire vos paroles, pour éviter
le risque de dénaturer vos idées.

«Pour que cette unité (d’action) existe dans le drame, il faut»,
dites-vous, «que, dès le premier acte, la position et les desseins de
chaque personnage soient déterminés». Quand même on admettrait cette
nécessité, il ne s’ensuivrait pas, à mon avis, que la règle des deux
unités dût être adoptée. On peut fort bien annoncer tout cela dans
l’exposition de la pièce, y mettre tous les germes du développement
de l’action, et donner cependant à l’action une durée fictive très
considérable, de trois mois par exemple. Ainsi, je ne conteste ici
cette nouvelle règle que parce qu’elle me semble arbitraire. Car où
est la raison de sa nécessité? Certes, il faut que, pour s’intéresser
a l’action, le spectateur connaisse la position de ceux qui y prennent
part; mais pourquoi absolument dès le premier acte? Que l’action, en se
déroulant, fasse connaître les personnages à mesure qu’ils s’y rallient
naturellement, il y aura intérêt, continuité, progression, et pourquoi
pas unité? Aussi cette nécessité de les annoncer tous dès le premier
acte n’a-t-elle pas été reconnue ni même soupçonnée par plusieurs
poëtes dramatiques, qui cependant n’auraient jamais conçu la tragédie
sans l’unite d’action. Je ne vous en citerai qu’un exemple, et ce n’est
pas dans un théâtre romantique que j’irai le chercher: c’est Sophocle
qui me le fournit. Hémon est un personnage très intéressé dans l’action
de l’_Antigone_; il l’est même par une circonstance rare sur le théâtre
grec; c’est le héros amoureux de la pièce: et cependant, non seulement
il n’est pas annoncé dès le premier acte, si acte il y a, mais c’est
après deux choeurs, c’est vers la moitié de la pièce, qu’on trouve la
première indication de ce personnage. Sophocle pouvait néanmoins le faire
connaître dès l’exposition; il le pouvait d’une manière très naturelle,
et dans une occasion qu’un poëte moderne n’aurait sûrement pas négligée.
La tragédie s’ouvre par l’invitation qu’Antigone fait à sa soeur Ismène
d’aller, avec elle, ensevelir Polynice leur frère, malgré la défense de
Créon. Ismène objecte les difficultés insurmontables de l’entreprise,
leur commune faiblesse, la force prête à soutenir la loi injuste, et
la peine qui en suivra l’infraction. Quelle heureuse occasion Sophocle
n’avait-il pas là de mettre dans la bouche d’Antigone les plus beaux
discours au sujet d’Hémon, son amant, son futur époux, le fils du tyran!
de jeter en avant l’idée du secours que les deux soeurs auraient pu
attendre de lui! Le poëte ne trouvait pas seulement, dans ce parti, un
moyen commode et simple d’annoncer un personnage, mais bien d’autres
avantages plus précieux encore dans un certain système de tragédie. Il
nouait fortement, par là, l’intrigue dès la première scène; en signalant
des obstacles il faisait entrevoir des ressources, et tempérait, par
quelques espérances, le sentiment du péril des personnages vertueux; il
annonçait une lutte inévitable entre le tyran jaloux de son pouvoir et le
fils chéri de ce tyran; en un mot, il excitait vivement la curiosité. Eh
bien! tous ces avantages, Sophocle les a négligés; ou, pour mieux dire,
il n’y avait, dans tout cela, rien, non, rien que Sophocle eût regardé
comme avantageux, comme digne d’entrer dans son plan.

Vous vous souvenez, Monsieur, de la réponse qu’il fait faire par Antigone
à Ismène? «Je n’invoque plus votre secours», dit-elle; «et si vous me
l’offriez maintenant, je ne l’agréerais pas. Soyez ce qu’il vous plaît
d’être: moi, j’ensevelirai Polynice, et il me sera beau de mourir pour
l’avoir enseveli. Punie d’une action sainte, je reposerai avec ce frère
chéri, chérie par lui; car nous avons plus long-temps à plaire aux morts
qu’aux habitans de la terre». Voyez, Monsieur, comme tout souvenir
d’Hémon aurait été déplacé dans une telle situation; comment, a côté d’un
tel sentiment, il l’aurait dénaturé, affaibli, profané! C’est un devoir
religieux qu’Antigone va remplir: une loi supérieure lui dit de braver
la loi imposée par le caprice et par la force. Ismène seule, à ses yeux,
a le droit de partager son péril, parce qu’elle est sous le même devoir.
Qu’est-ce qu’un amant serait venu faire dans tout cela? et comment les
chances d’un secours humain pouvaient-elles entrer dans les motifs d’une
telle entreprise?

Ainsi donc, comme toute cette partie de l’action marche naturellement,
sans l’intervention d’Hémon, comme sa présence et son souvenir même y
seraient inutiles et d’un effet vulgaire, le poëte s’est bien gardé d’y
avoir recours. Mais, lorsqu’Hémon commence a être intéressé a l’action,
Sophocle le fait annoncer et paraître un moment après. Antigone est
condamnée, l’épouse d’Hémon va périr; celui-ci est appelé par l’action
même, et il se montre. Sa situation est comprise et sentie aussitôt
qu’énoncée, parce qu’elle est on ne peut plus simple. Hémon vient devant
son père défendre la vierge qu’il aime, et qui va mourir pour avoir fait
une action commandée par la religion et par la nature; c’est alors et
alors seulement qu’il doit être question de lui.

Faudra-t-il dire, après cela, que l’_Antigone_ de Sophocle manque d’unité
d’action, par la raison que la position et les desseins de tous les
personnages ne sont pas établis dès le premier acte? Dans un certain
système de tragédie, qui est, a mes yeux, plutôt l’ouvrage successif
et laborieux des critiques, que le résultat de la pratique des grands
poëtes, on attache une très grande importance à toutes ces préparations
de personnages et d’événemens. Mais cette importance même me paraît
indiquer le faible du système; elle dérive d’une attention excessive
et presque exclusive à la forme, je dirais presque aux dehors du drame.
Il semblerait que le plus grand charme d’une tragédie vienne de la
connaissance des moyens dont le poëte s’est servi pour la conduire à
bout; qu’on est là pour admirer la finesse de son jeu, et son adresse
à se tirer des pièges qu’un art hostile a dressés sur son chemin. On
le laisse faire ses conditions dans l’exposition; mais on est, pendant
tout le reste de la pièce, aux aguets pour voir s’il les tient. Qu’une
situation non préparée trouve place, qu’un personnage non annoncé arrive
dans le courant de la tragédie, le spectateur, façonné par les critiques,
se révoltera contre le poëte; il lui dira: Je vous comprends fort bien;
cette situation n’est nullement embrouillée, nullement obscure pour moi;
mais je ne veux pas m’y intéresser, parce que j’avais le droit d’y être
disposé d’une autre manière. De là encore cette admiration si petite, je
dirais presque cette admiration injurieuse pour ce qu’il y a de moins
important dans les ouvrages des grands poëtes. Il est pénible de voir
les critiques rechercher avec un souci minutieux quelques vers jetés au
commencement d’une tragédie, pour faire connaître d’avance un personnage
qui jouera un grand rôle, pour annoncer un incident qui amènera la
catastrophe: il est triste de les entendre s’émerveiller sur ces petits
apprêts et vous commander, dans leur froide extase, d’admirer l’art, le
grand art de Racine. Ah! le grand art de Racine ne tient pas à si peu
de chose; et ce n’est pas par ces graves écoliers que sont dignement
attestées les beautés supérieures de la poésie: c’est bien plutôt par les
hommes qu’elles transportent hors d’eux-mêmes, qu’elles jettent dans un
état de charme et d’illusion où ils oublient et la critique et la poésie
elle-même, pleinement, uniquement dominés par la puissance de ses effets.

Les autres conditions que vous exigez dans une tragédie, pour que l’unité
d’action s’y trouve, sont «que les desseins des personnages se renferment
toujours dans le plan que l’auteur s’est tracé, qu’il soit rendu compte
au spectateur de tous les résultats qu’ils amènent, non seulement dans
le cours de chaque acte, mais encore pendant chaque entr’acte, l’action
devant toujours marcher, même hors de ses yeux; enfin que cette action
soit rapide, dégagée d’accessoires superflus, et conduite à un dénouement
analogue à l’attente excitée par l’exposition».

Certes, il n’y a, dans ces conditions, rien que de juste. Mais vous
prétendez encore, Monsieur, que, pour obtenir ces effets, les deux unités
sont nécessaires. «Si maintenant», ajoutez-vous, «de longs intervalles de
temps et de lieux séparent vos actes, et quelquefois même vos scènes, les
événemens intermédiaires relâcheront tous les ressorts de l’action; plus
ces événemens seront nombreux et importans, plus il sera difficile de les
rattacher à ce qui précède et à ce qui suit; et les parties du drame,
ainsi disloquées, présenteront, au lieu d’un seul fait, les lambeaux de
la vie entière du héros».

Veuillez avant tout observer, Monsieur, que, dans le système qui rejette
les deux unités, et que, pour abréger, j’appellerai dorénavant le système
historique, dans ce système, dis-je, le poëte ne s’impose nullement
l’obligation de créer à plaisir de longs intervalles de temps et de
lieux: il les prend dans l’action même, tels qu’ils lui sont donnés par
la réalité. Que si une action historique est partout si entrecoupée, si
morcelée qu’elle n’admette pas l’unité dramatique, que si les faits sont
épars à de trop grandes distances, et trop faiblement liés entre eux, le
poëte en conclut que cette action n’est pas propre à devenir un sujet de
tragédie, et l’abandonne.

Permettez-moi de vous dire ensuite qu’il est bien de l’essence du système
historique de supposer entre les actes des intervalles de temps plus
ou moins longs, mais non des intervalles remplis d’événemens nombreux
et importans relativement à l’action. C’est au contraire la portion de
temps et d’espace que l’on peut franchir, éliminer ou réduire, comme
indifférente à l’action, et sans blesser la vérité dramatique.

On peut aussi, on doit même assez souvent rejeter dans les entr’actes
quelques faits relatifs à l’action, et en donner connaissance au
spectateur par les récits des personnages; mais cela n’est nullement
particulier au système de tragédie que je nomme historique: c’est une
condition générale du poëme dramatique, également adoptée par le système
des deux unités. Dans l’un comme dans l’autre, on présente à la vue un
certain nombre d’événemens, on en indique quelques autres, et l’on fait
abstraction de tout ce qui, étant étranger à l’action, ne s’y trouve mêlé
que par les circonstances fortuites de la contemporanéité. A cet égard,
la différence entre les deux systèmes n’est que du plus au moins. Dans
celui que je nomme historique, le poëte se fie pleinement à l’aptitude, à
la tendance qu’a naturellement notre esprit a rapprocher des faits épars
dans l’espace, dès qu’il peut apercevoir entre eux une raison qui les
lie, et à traverser rapidement des temps et des lieux en quelque sorte
vides pour lui, pour arriver des causes aux effets. Dans le système des
deux unités, le poëte demande de même des concessions à l’imagination du
spectateur, puisqu’il veut qu’elle donne à trois heures le cours fictif
de vingt-quatre. Seulement il suppose qu’elle ne peut se prêter à rien
de plus, et que, quelque rapport qu’il y ait entre deux faits, il lui en
coûte un effort désagréable et pénible pour les concevoir à la suite l’un
de l’autre, s’il y a de l’un à l’autre un intervalle de deux ou trois
jours, et de plus d’une centaine de pas.

Cela posé, quel est maintenant celui des deux systèmes qui donne au poëte
le plus de facilités pour démêler, dans un sujet dramatique, les élémens
de l’action, pour les disposer à la place qui leur appartient, et les
développer dans les proportions qui leur conviennent? C’est assurément
celui qui, ne l’astreignant à aucune condition arbitraire et prise en
dehors de ce sujet même, laisse à son génie le choix raisonné de toutes
les données, de tous les moyens qu’il renferme. Que si, malgré ces
avantages, le poëte ne sait point discerner les points saillans de son
action, ni les mettre en évidence; s’il se borne à indiquer des événemens
qui auraient besoin d’être développés; si ces événemens relégués dans
les entr’actes, au lieu de former des anneaux qui entrent dans la
chaîne de l’action, ne tendent, au contraire, qu’à isoler ceux qui sont
mis sous les yeux du spectateur; si, par leur importance ou par leur
multiplicité, ils n’aboutissent qu’à produire une distraction importune
de ce qui se passe sur la scène; si, en un mot, l’action est disloquée,
la faute en est toute au poëte. Quelque graves qu’ils soient, de tels
inconvéniens ne peuvent donc jamais être une raison d’adopter la règle en
discussion, puisque l’on peut éviter ces inconvéniens sans se soumettre
à cette règle: car je me borne, pour le moment, à prouver qu’elle est
inutile.

Vous avez trouvé, Monsieur, dans la tragédie de _Carmagnola_ la preuve
de ces mauvais effets, que vous avez attribués au système qui exclut
les deux unités; et je n’en parle ici que pour rendre justice à votre
critique, et pour ne pas laisser tomber sur ce pauvre système le fardeau
des erreurs personnelles de ses partisans. «On voit», dites-vous, «qu’il
existe entre le troisième et le quatrième acte l’intervalle d’une
campagne tout entière: comment suivre à de telles distances la marche et
les progrès de l’action?». J’accorde volontiers que c’est un véritable
défaut; seulement faut-il voir à qui l’on doit l’imputer. C’est un peu au
sujet, beaucoup a l’auteur; mais nullement au système.

Je passe à l’examen de la règle sous le rapport de la fixité des
caractères, et je continue à citer: «Ajoutez à ces inconvéniens
l’apparition et la disparition fréquentes, dans ce système, de
personnages avec lesquels le spectateur a à peine le temps de faire
connaissance».

Il est certes, dans tout sujet, un point au-delà duquel l’apparition
et la disparition des personnages devient trop fréquente, et dès lors
vicieuse, en ce qu’elle fatigue l’attention et la transporte brusquement
d’un objet à un autre, sans lui donner le temps de se fixer sur aucun.
Mais ce point peut-il être déterminé d’avance, et par une formule
également applicable à tous les sujets? Existe-t-il une limite précise
au-delà de laquelle l’inconvénient commence? On peut d’abord affirmer que
la règle des deux unités n’est pas cette limite; car il est impossible de
prouver que ce n’est que dans une action bornée à un jour et à un petit
espace que les personnages peuvent se montrer et se dessiner de manière à
être compris par le spectateur et à l’intéresser. Où donc chercher cette
limite absolue? il ne faut la chercher nulle part, car elle n’existe pas.
C’est une singulière disposition que celle que nous avons à nous forger
des règles abstraites applicables à tous les cas, pour nous dispenser
de chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa convenance
particulière. Que le poëte choisisse toujours une action dans laquelle
il n’y ait qu’un nombre de personnages proportionné à l’attention qu’il
est possible de leur donner, que ces personnages restent en présence
du spectateur assez long-temps pour lui montrer la part qu’ils ont à
l’action, et ce qu’il y a de dramatique dans leur caractère; voilà, je
crois, tout ce qu’on peut lui prescrire sur ce point. Or, quel système,
encore une fois, peut mieux se prêter à ce but que le système où l’action
elle-même règle tout, où elle prend les personnages quand elle les
trouve, pour ainsi dire, sur sa route, et les abandonne au moment où ils
n’ont plus avec elle de relation intéressante? Et que l’on n’objecte pas
que ce système, en admettant beaucoup d’événemens, exige naturellement
l’intervention trop rapide de trop de personnages: on répondrait
qu’il n’admet juste que les événemens dans lesquels le caractère des
personnages peut se développer d’une manière attachante.

Du reste, j’observerai et peut-être conviendrez-vous que l’habitude et
l’esprit systématique peuvent facilement faire paraître vicieux ce qui
ne l’est pas pour des hommes autrement disposés. Des spectateurs ou des
lecteurs instruits, éclairés et se croyant impartiaux, peuvent trouver
que les personnages d’une action tragique disparaissent trop vite et
reviennent trop souvent, par la seule raison qu’ils sont accoutumés
à voir, dans des tragédies qu’ils admirent avec justice, les mêmes
personnages occuper la scène jusqu’à la fin. Ils regardent ce qui les
choque comme un vice réel, comme une opposition aux lois naturelles de
leur intelligence; et ce ne sera néanmoins que l’opposition à un type
artificiel de tragédie qu’ils ont admis et auquel ils ramènent toute
tragédie possible. Car recevoir l’impression pure et franche des ouvrages
de l’art, se prêter à ce qu’ils peuvent offrir de vrai et de beau
indépendamment de toute théorie, est un effort difficile et bien rare
pour ceux qui en ont une fois adopté une.

Si, accoutumés, comme ils le sont, à trouver dans la tragédie une action
qui marche toujours sur les mêmes échasses, qui se replie, pour ainsi
dire, à chaque instant, et toujours à peu près de la même manière sur
elle-même, ils assistent, par hasard, à une tragédie conçue dans un
système tout différent, à une tragédie où l’action se déroulera d’une
manière plus conforme à la réalité, il est fort à présumer qu’ils
ne seront pas dans la disposition la plus favorable pour l’examiner
impartialement, pour y voir ce qui y est et n’y voir que cela. Tout
leur examen ne sera qu’une comparaison pénible entre la tragédie d’un
nouveau genre qu’ils ont sous les yeux, et l’idée abstraite qu’ils se
sont faite de la tragédie. Dites-leur que l’habitude a une grande part
à leur jugement, ils se révolteront, parce qu’ils savent que l’habitude
affaiblit la liberté, et que nous sommes portés à nier tout ce qui
asservit notre esprit. Ils ne manqueront pas de déclarer que c’est pour
obéir aux lois de l’éternelle raison, à l’inspiration de la nature,
qu’ils jugent comme ils jugent, qu’ils sentent comme ils sentent. Mais
quoi qu’ils disent, il n’en sera pas moins vrai que toute leur critique à
été fondée sur un étroit empirisme, qu’elle à été toute déduite de faits
spéciaux; et c’est probablement cela même qui la fait paraître à tant
d’hommes une connaissance éminemment philosophique.

Mais, pour revenir au point précis de la discussion, si un personnage se
montre lorsqu’il est nécessaire; si, dans le temps long ou court qu’il
passe sur la scène, il dit des choses qui caractérisent une époque, une
classe d’hommes, une passion individuelle, et qui les caractérisent dans
le rapport qu’elles ont avec l’action principale à laquelle elles se
rattachent; si l’on voit comment ces choses influent sur la marche des
événemens; si elles entrent, pour leur part, dans l’impression totale de
l’ouvrage, ce personnage ne se sera-t-il pas fait assez connaître? Qu’il
disparaisse ensuite, quand l’action ne le réclame plus, quel inconvénient
y a-t-il?

Mais voici, selon vous, Monsieur, un effet bien plus grave de la
transgression de la règle: en outrepassant ses limites, il serait
impossible de combiner la vraisemblance et l’intérêt dans le caractère
des principaux personnages, avec sa fixité. Et quant à ceux (des
personnages) sur lesquels vous fixez particulièrement l’attention du
spectateur, si vous les montrez toujours animés du même dessein, il en
résultera langueur, froideur, invraisemblance, souvent même inconvenance
choquante. Comment, par exemple, offrir, sans exciter le dégoût,
un meurtre prémédité pendant plusieurs années et en plusieurs pays
différens? Si au contraire les desseins des personnages varient, l’unité
d’action disparaît et l’intérêt s’affoiblit.

Permettez-moi de remonter à un principe bien commun, mais toujours sûr
dans l’application. La vraisemblance et l’intérêt dans les caractères
dramatiques, comme dans toutes les parties de la poesie, dérivent de la
vérité. Or, cette vérité est justement la base du système historique.
Le poëte qui l’a adopté ne crée pas les distances pour le plaisir
d’étendre son action; il les prend dans l’histoire même. Pour prouver
que la persistance d’un personnage dans un même dessein sort de la
vraisemblance lorsqu’elle se prolonge au-delà des limites de la règle,
il faudrait prouver qu’il n’arrive jamais aux hommes d’aspirer à un but
éloigné de plus de vingt-quatre heures, dans le temps, et de plus de
quelques centaines de pas, dans l’espace; et, pour avoir le droit de
soutenir que le degré de persistance dont il s’agit produit la langueur
et la froideur, il faudrait avoir démontré que l’esprit humain est
constitué de manière à se dégoûter et à se fatiguer d’être obligé de
suivre les desseins d’un homme au-delà d’un seul jour et d’un seul lieu.
Mais l’expérience atteste suffisamment le contraire; il n’y a pas une
histoire, pas un conte peut-être qui n’excède de si étroites limites.
Il y a plus; et l’on pourrait affirmer que, plus la volonté de l’homme
traverse, si l’on peut le dire, de durée et d’étendue, et plus elle
excite en nous de curiosité et d’intérêt; que plus les événemens qui sont
le produit de sa force se prolongent et se diversifient, pourvu toutefois
qu’ils ne perdent pas l’unité, et qu’ils ne se compliquent pas jusqu’à
fatiguer l’attention, et plus ils ont de prise sur l’imagination. Loin de
se déplaire a voir beaucoup de résultats naître d’une seule résolution
humaine, l’esprit ne trouve, dans cette vue, que de la satisfaction et
du charme. La langueur et la froideur ne surviennent que dans le cas où
cette résolution est mal motivée, ou n’a pas un objet important; ce qui
est tout-à-fait indépendant de la durée de ses suites.

Quant au changement de desseins dans les personnages, je ne vois pas
comment son effet serait d’affaiblir l’intérêt. Il fournit au contraire
un moyen de l’exciter, en donnant lieu de peindre les modifications de
l’âme, et la puissance des choses extérieures sur la volonté. Il favorise
le développement des caractères, sans obliger à les dénaturer, parce que
les desseins ne sont pas le caractère même, mais plutôt des indices, des
conséquences du caractère. Je ne vois pas davantage comment le changement
dont il s’agit détruirait l’unite dramatique. Cette unité ne consiste
pas dans la fixité des vues et des projets des personnages tragiques;
elle est dans les idées du spectateur sur l’ensemble de l’action. En
voici une preuve de fait, qui me paraît sans réplique: les desseins de
personnages importans, souvent principaux, varient dans des tragédies
auxquelles assurément vous ne refuserez pas l’unité d’action; et pour
n’en chercher d’exemples que dans un seul auteur, Pyrrhus, Néron, Titus,
Bajazet, Agamemnon, passent d’une résolution à la résolution opposée.
Leur caractère n’en est pas, pour cela, moins constant: il y a plus;
ces variations sont nécessaires pour le mettre pleinement à découvert.
Celui de Néron, par exemple, se compose d’un certain goût pour la justice
et pour la gloire, d’une pudeur qui est le fruit de l’éducation, de
l’habitude de céder aux volontés des personnes à qui une haute réputation
de vertu, ou une grande force d’âme, les droits de la nature, ou des
services signalés, ont donné de l’ascendant: avec cela se combinent la
haine de toute supériorité, un grand amour de l’indépendance, le goût
de la domination, et la vanité même de paraître dominer. Une passion
que Néron ne peut satisfaire sans commettre un crime vient mettre en
collision ces élémens contraires, ces deux moitiés, pour ainsi dire, de
son âme. Les mauvais penchans triomphent, le crime est résolu, il est
commandé: l’admirable discours de Burrhus fait varier les projets de
Néron; l’indigne Narcisse, précisément parce qu’il connaît le caractère
de son maître, sait trouver, dans ses passions les plus vives et les
plus basses, que Burrhus avait en quelque façon étouffées, les motifs
d’une nouvelle variation, qui produit le dénouement de l’action. Il en
est de même d’Agamemnon; si ses desseins étaient invariablement arrêtés,
son caractère ne serait plus ce qu’il est, un mélange d’ambition et de
sentimens naturels.

Que la représentation d’un meurtre prémédité pendant plusieurs années,
et en plusieurs pays différens, ne soit propre qu’à exciter le dégoût,
je suis fort disposé à le croire. Mais le dégoût dérive du sujet même,
indépendamment du système suivant lequel on pourrait le traiter. Je
crois, par exemple, que tout le monde à peu près s’accorde à trouver
l’Atrée de Crébillon un personnage révoltant, et néanmoins le poëte ne
fait pas parcourir à son action le temps réel qui s’est écoulé entre le
tort et la vengeance; il ne représente que la dernière journée: mais
qu’importe? le temps est énoncé dans la pièce, et il n’en faut pas
davantage pour motiver le dégoût de l’auditoire. L’idée de tant d’années
qui n’ont pas calmé la haine, qui n’ont pas affaibli le souvenir de
l’injure, qui n’ont rien changé à des projets d’une atrocité ingénieuse
et romanesque, n’en est pas moins présente a la pensée du spectateur,
malgré l’abstraction que fait le poëte du temps écoulé; la préméditation
du crime n’en est pas moins sentie.

La détermination arrêtée et constante de tuer son semblable suppose
nécessairement l’état de l’âme le plus dépravé, j’ajouterais, et le plus
dégradé, le moins poétique. Si une telle détermination est en harmonie
avec le caractère du personnage; si c’est un intérêt privé, une passion
egoiste qui la lui ont inspirée; s’il n’a pas eu de grandes répugnances
à vaincre pour se résoudre à l’assassinat, c’est le caractère même qui
est misérable, dégoûtant et peut-être incapable de devenir un sujet
d’imitation poétique. Si, au contraire ce n’est pas seulement avec de
profonde souffrances, mais par la séduction d’une grande pensée, d’un
dessein extraordinaire, d’une illusion puissante, qu’un homme a pris
cette horrible résolution; si le sentiment du devoir et la voix de
l’innocence qui cherche à triompher y ont opposé des obstacles; si cet
homme a combattu, pour ainsi dire, sur tous les degrés de l’abîme,
c’étaient alors ces pensées, ces illusions, ces combats et la chute par
laquelle ils ont fini, qu’il fallait représenter. C’est cela qui était
profond, instructif et dramatique. Mais lorsque la lutte morale est
terminée, lorsque la conscience est vaincue, et que l’homme n’a plus à
surmonter que des résistances hors de lui, il est peut-être impossible
d’en faire un spectacle intéressant; et peut-être le meurtre prémédité
est-il un de ces sujets que le poëte tragique doit s’interdire.

Je dis peut-être, parce que toutes ces règles exclusives et absolues sont
trop sujettes à être démenties par des expériences contraires et que l’on
n’avait pu prévoir: on peut bien, sans péril, condamner _a priori_ tout
sujet qui n’aurait pas la vérité pour base; mais il me semble trop hardi
de décider, pour tous les cas possibles, que tel ou tel genre de vérité
est à jamais interdit à l’imitation poétique; car il y a dans la vérité
un intérêt si puissant, qu’il peut nous attacher à la considérer malgré
une douleur véritable, malgré une certaine horreur voisine du dégoût. Si
donc le poëte réussit, à force d’intérêt, à faire supporter au spectateur
ces sentimens pénibles, il faudra bien reconnaître qu’il a su mettre en
œuvre les moyens de l’art les plus forts et les plus sûrs. Il ne restera
plus qu’à juger les effets de cette puissance qu’il aura exercée sur
les âmes. Or, si l’impression qu’il a produite est éminemment morale,
si le dégoût qu’il a excité est le dégoût du mal; si, en associant au
crime des idées révoltantes, il l’a rendu plus odieux; s’il a réveillé
dans les cœurs une aversion salutaire pour les passions qui entraînent
à le commettre, pourra-t-on raisonnablement lui reprocher de n’avoir
pas assez ménagé la délicatesse du spectateur? Je crois qu’on a imposé
trop d’égards aux poëtes pour cette susceptibilité du public; qu’on
leur a trop fait un devoir d’éviter tout ce qui pouvait déplaire: il y
a des douleurs qui perfectionnent l’âme; et c’est une des plus belles
facultés de la poésie que celle d’arrêter, à l’aide d’un grand intérêt,
l’attention sur des phénomènes moraux que l’on ne peut observer sans
répugnance.

Au reste, cela est indifférent à la question des deux unités; car le
système historique, se prêtant admirablement à la peinture graduée des
événemens et des passions qui peuvent porter au meurtre, donne les moyens
d’écarter, dans tous les sujets où le meurtre est représenté, cette
longue et dégoûtante préméditation. Je ne sais si le système des deux
unités présente à cet égard les mêmes facilités, et s’il ne met pas le
poëte dans l’alternative de supposer le meurtre prémédité, ou de l’amener
d’une manière invraisemblable et forcée. On pourrait peut-être, pour la
solution de ce doute, tirer quelque lumière de l’examen comparatif de
deux tragédies traitées dans deux systèmes différens, et dont le sujet
est foncièrement à peu près le même: ce sont l’_Othello_ de Shakespeare
et la _Zaïre_ de Voltaire. Dans l’une et dans l’autre pièce, c’est un
homme qui tue la femme qu’il aime, la croyant infidèle. Shakespeare
a pris tout le temps dont il avait besoin; il l’a pris de l’histoire
même qui lui a fourni son sujet. On voit, dans _Othello_, le soupçon
conçu, combattu, chassé, revenant sur de nouveaux indices, excité et
dirigé, chaque fois qu’il se manifeste, par l’art abominable d’un ami
perfide; on voit ce soupçon arriver jusqu’à la certitude par des degrés
aussi vraisemblables que terribles. La tâche de Voltaire était bien
plus difficile. Il fallait qu’Orosmane, généreux et humain, fût assez
difficile sur les preuves de son malheur pour n’être pas d’une crédulité
presque comique; que, plein, le matin, de confiance et d’estime pour
Zaïre, il fût poussé, le soir du même jour, à la poignarder, avec la
conviction d’en être trahi. Il fallait des preuves assez fortes pour
produire une telle conviction, pour changer l’amour en fureur, et
porter la colère jusqu’au délire. Le poëte ne pouvant, dans un si court
intervalle, rassembler les faux indices qui nourrissent lentement les
soupçons de la jalousie, ne pouvant conduire par degrés l’âme d’Orosmane
à ce point de passion où tout peut tenir lieu de preuve, a été obligé
de faire naître l’erreur de son héros d’un fait dont l’interprétation
fût suffisante pour produire la certitude de la trahison. Il a fallu,
pour cela, régler la marche fortuite des événemens de manière que tout
concourût à consommer l’illusion d’Orosmane, et mettre à l’écart tout ce
qui aurait pu lui révéler la vérité. Il a fallu qu’on écrivît à Zaïre
une lettre équivoque, que cette lettre tombât dans les mains d’Orosmane,
et qu’il pût y voir que Zaïre lui préférait un autre amant. Ce moyen,
qui n’est ni naturel, ni istructif, ni touchant, ni même sérieux,
est cependant une invention très ingénieuse, le système donné, parce
qu’il est peut-être le seul qui pût motiver, dans Orosmane, l’horrible
résolution dont le poëte avait besoin.

La force croissante d’une passion jalouse dans un caractère violent,
l’adresse malheureuse de cette passion à interpréter en sa faveur, si
on peut le dire, les incidens les plus naturels, les actions les plus
simples, les paroles les plus innocentes, l’habileté épouvantable d’un
traître à faire naître et à nourrir le soupçon dans une âme offensée,
la puissance infernale qu’un scélérat de sang-froid exerce ainsi sur un
naturel ardent et généreux; voilà quelques-unes des terribles leçons qui
naissent de la tragédie d’_Othello_: mais que nous apprend l’action de
_Zaïre_? que les incidens de la vie peuvent se combiner parfois d’une
manière si étrange, qu’une expression équivoque, insérée par hasard dans
une lettre qui a manqué son adresse, vienne à occasionner les plus grands
crimes et les derniers malheurs? A la bonne heure: ce sera là une leçon,
si l’on veut; mais une leçon qui n’aura rien de bien impérieux, rien de
bien grave. La prévoyance et la morale humaines ont trop à faire aux
choses habituelles et réelles pour se mettre en grand souci d’accidens
si fortuits, et, pour ainsi dire, si merveilleux. Ce qu’il y a, dans
_Zaïre_, de vrai, de touchant, de poétique, est dû au beau talent de
Voltaire; ce qu’il y a dans son plan de forcé et de factice me semble
devoir être attribué, en grande partie, à la contrainte de la règle des
deux unités.

L’intervention de Jago, que j’ai indiquée rapidement tout à l’heure,
mérite une attention plus expresse: elle est en effet, dans la tragédie
d’_Othello_, un grand moyen et peut-être un moyen indispensable pour
produire la vraisemblance. Jago est le mauvais génie de la pièce; il
arrange une partie des événemens, et les empoisonne tous; il écarte ou
dénature toutes les réflexions qui pouvaient amener Othello à reconnaître
l’innocence de Desdemona. Voltaire a été obligé de faire naître des
accidens pour confirmer les soupçons auxquels tient la catastrophe de
sa pièce: il fallait bien qu’Orosmane eût aussi un mauvais conseiller
pour l’égarer; et ce mauvais conseiller, c’est le hasard: car, si l’on
recherche la cause du meurtre auquel il se laisse emporter, elle est tout
entière dans un jeu bizarre de circonstances que l’auteur n’a pas même
eu la pensée de rattacher à l’idée de la fatalité, et qui n’ont point en
effet le caractère au moyen duquel elles auraient été susceptibles d’y
être ramenées. Dans _Othello_, le crime découle naturellement, et comme
par son propre poids, de la source impure d’une volonté perverse; ce qui
me paraît aussi poétique que moral. On voudrait exclure de la scène les
scélérats subalternes, parce qu’on trouve que la bassesse dans le crime
est dégoûtante: soit; mais ne faudrait-il pas en exclure aussi le crime
même? Cependant, puisque le crime a une si grande part dans la tragédie,
je ne vois pas quel mal y a à le représenter accompagné toujours de
quelque chose de bas. Il n’arrive guère, heureusement, que les affaires
où ne prennent part que de belles âmes se terminent par un meurtre; et je
crois que cette indication de l’expérience est bonne à consacrer dans les
compositions poétiques.

Voilà, Monsieur, les observations que j’avais à vous soumettre sur les
nouveaux fondemens que vous voudriez donner à la règle des deux unités.
Je n’examinerai point ici les autres objections que l’on fait au système
historique: il ne serait pas juste de vous ennuyer par la discussion
formelle d’opinions qui ne sont peut-être pas les vôtres. Mais, puisque
j’ai déjà perdu l’espoir de faire cette lettre courte, permettez-moi
d’y joindre encore quelques réflexions sur la manière dont on pose et
dont on traite généralement la question des unités dans le drame. Si ces
réflexions étaient fondées, elles pourraient faciliter la solution de la
question elle-même.

Plusieurs d’entre ceux qui soutiennent la nécessité de la règle emploient
souvent, pour qualifier les deux opinions contraires, des mots qui
expriment des idées on ne peut plus graves, mais qui, au fond, n’ajoutent
rien à la force de leurs argumens. Ce sont, pour eux, d’un côté, la
nature, la belle nature, le goût, le bon sens, la raison, la sagesse,
et, peu s’en faut, la probité; de l’autre côté, ce sont l’extravagance,
la barbarie, la monstruosité, la licence, et que sais-je encore? Certes,
si, de tous ces grands mots, les premiers peuvent s’appliquer au système
des deux unités, et les autres au système contraire, le procès est jugé.
Il est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l’extravagance, et
même que celle-ci ne vaut rien du tout; et quand Horace ne l’aurait
pas formellement prescrit, tout le monde conviendrait de bonne grâce
qu’il ne faut pas _loger les dauphins dans les bois_. Mais lorsque les
adversaires de la règle soutiennent que la tragédie, telle qu’ils la
conçoivent, n’est pas un _bois_, et qu’ils n’y transportent pas des
_dauphins_; lorsqu’ils prétendent que c’est pour ne pas blesser la
nature et la raison qu’ils récusent la règle; lorsqu’ils veulent prouver
que c’est celle-ci qui est bizarre parce qu’elle est arbitraire; c’est
là-dessus qu’il faut les attaquer, et les réfuter, si l’on peut. Au
reste, on doit le savoir et en prendre son parti, ceux qui défendent des
opinions établies ont l’avantage de parler au nom du grand nombre; ils
peuvent, sans témérité, employer le langage le plus affirmatif, le plus
sentencieux, et c’est un avantage auquel il est rare que l’on veuille
renoncer. Jugez, d’après cela, Monsieur, si je me félicite d’avoir trouvé
l’occasion de justifier une opinion nouvelle devant un critique qui, au
lieu de se prévaloir de la force que le consentement de la majorité et
une espèce de prescription peuvent donner à la sienne, ne cherche, au
contraire, qu’à l’appuyer sur le raisonnement!

Une autre méthode, à peu près aussi expéditive, aussi usitée et aussi
concluante que la précédente, de prouver la nécessité de l’unité de temps
et de lieu dans la tragédie, c’est de montrer que, sur certains théâtres
où la règle n’est pas admise, on a donné souvent à l’action une étendue
excessive; c’est de citer avec un mépris triomphant ces tragédies dans
lesquelles un personnage,

  «Enfant au premier acte, est barbon au dernier.»

Cela est absurde, sans doute: et ceux qui ne veulent pas de la règle font
mieux que de reconnaître simplement cela pour absurde; ils en prouvent
l’absurdité par des raisons tirées de leur système. Ce qu’ils contestent,
c’est la règle:

  Qu’en un lieu, qu’en un jour, etc.

On peut très aisément éviter l’excès signalé dans les vers de Boileau,
sans adopter la limite posée par lui. Se fonder sur cet excès pour
établir cette limite, c’est faire comme celui qui, après avoir sans peine
démontré que l’anarchie est une fort mauvaise chose, voudrait en conclure
qu’il n’y a rien de mieux, en fait de gouvernement, que le gouvernement
de Constantinople.

Enfin, après avoir désapprouvé, à raison ou à tort, tel ou tel exemple
donné par quelque poëte qui s’est affranchi de la règle, on s’en prend
au système historique, sans examiner si ce qu’un poëte a fait, dans
un cas donné, est ou n’est pas une conséquence de son système. Ainsi,
par exemple, Shakespeare a souvent mêlé le comique aux événemens les
plus sérieux. Un critique moderne, à qui l’on ne pourrait refuser sans
injustice beaucoup de sagacité et de profondeur, a prétendu justifier
cette pratique de Shakespeare, et en donner de bonnes raisons. Quoique
puisées dans une philosophie plus élevée que ne l’est en general celle
que l’on a appliquée jusqu’ici à l’art dramatique, ces raisons ne
m’ont jamais persuadé; et je pense, comme un bon et loyal partisan du
classique, que le mélange de deux effets contraires détruit l’unité
d’impression nécessaire pour produire l’émotion et la sympathie;
ou,[1036] pour parler plus raisonnablement, il me semble que ce mélange,
tel qu’il a été employé par Shakespeare, a tout-à-fait cet inconvénient.
Car, qu’il soit réellement et à jamais[1037] impossible de produire
une impression harmonique et agréable par le rapprochement de ces deux
moyens,[1038] c’est ce que je n’ai ni le courage d’affirmer, ni la
docilité de répéter. Il n’y a qu’un genre dans lequel on puisse refuser
d’avance tout espoir de succès[1039] durable, même au génie, et ce
genre c’est[1040] le faux: mais interdire au génie[1041] d’employer des
matériaux qui sont dans la nature, par la raison qu’il ne pourra pas en
tirer un bon parti, c’est évidemment pousser la critique au-delà de son
emploi[1042] et de ses forces. Que sait-on? Ne relit-on pas tous les
jours des ouvrages[1043] dans le genre narratif, il est vrai, mais des
ouvrages où ce mélange se retrouve bien souvent, et sans qu’il ait été
besoin de le justifier, parce qu’il est tellement[1044] fondu dans la
vérité entraînante de l’ensemble, que personne ne l’a remarqué pour en
faire un sujet[1045] de censure? Et le genre dramatique lui même[1046]
n’a-t-il pas produit un ouvrage étonnant, dans lequel on trouve des
impressions bien autrement diverses et nombreuses, des rapprochemens
bien autrement imprévus que ceux qui tiennent à la simple combinaison
du tragique et du plaisant? et cet ouvrage, n’a-t-on[1047] pas consenti
à l’admirer, à la seule condition qu’on ne lui donnerait pas le nom de
tragédie? condition du reste[1048] assez douce de la part des critiques,
puisqu’elle n’exige que le sacrifice d’un mot, et accorde, sans s’en
apercevoir, que l’auteur, en produisant un chef-d’œuvre, a de plus[1049]
inventé un genre. Mais, pour rester plus strictement dans la question,
le mélange du plaisant et du sérieux pourra-t-il être transporté
heureusement[1050] dans le genre dramatique d’une manière stable, et
dans des ouvrages qui ne soient pas une exception? C’est, encore une
fois, ce que je n’ose pas savoir. Quoi[1051] qu’il en soit, c’est un
point particulier à discuter, si l’on croit avoir assez de données pour
le faire; mais c’est bien certainement un point dont il n’y a pas de
conséquences à tirer contre le système historique que Shakespeare a
suivi: car ce n’est pas la violation de la règle qui l’a entraîné à ce
mélange du grave et du burlesque, du touchant et du bas; c’est qu’il
avait observé ce mélange dans la réalité, et qu’il voulait rendre la
forte impression qu’il en avait reçue.

Jusqu’ici je me suis efforcé de prouver que le système historique non
seulement n’est pas sujet aux inconvéniens que vous lui attribuez, en ce
qui concerne l’unité d’action et la fixité des caractères; mais qu’il
offre, sous ces rapports, les moyens les plus aisés et les plus sûrs
d’approcher de la perfection de l’art. Du reste, quand je n’aurais pas
réussi, quand il serait bien démontré que ces inconvéniens sont réels,
la condamnation du système ne s’ensuivrait pas encore. Il faudrait
auparavant les comparer à ceux qui naissent de l’observance de la règle
et choisir le système qui en offre le moins; car on ne saurait penser que
le système des deux unités soit sans inconvéniens, et qu’une règle, qui
impose à l’art qui imite des conditions qui ne sont pas dans la nature
que l’on veut imiter, aplanisse d’elle-même toutes les difficultés de
l’imitation.

Sans prétendre examiner à fond l’influence que les deux unités ont
exercée sur la poésie dramatique, qu’il me soit permis d’examiner
quelques-uns de leurs effets qui me semblent défavorables; et, pour
m’éloigner le moins possible du point de vue que vous avez choisi,
je noterai de préférence ceux qui me paraissent résulter du plan que
vous avez proposé pour le sujet de _Carmagnola_. Vous ne verrez, je
l’espère, dans le choix de ce texte, ni une intention hostile, ni une
misérable représaille. Je voudrais être aussi sûr que cette lettre ne
sera pas ennuyeuse, que je le suis d’avoir été déterminé à l’écrire par
un sentiment d’estime pour vous, et de respect pour ce qui me paraît la
vérité. Si les règles factices n’induisaient en erreur que des esprits
faux et dépourvus du sens du beau, on pourrait les laisser faire et
s’épargner la peine de les combattre: ce sont les mauvais effets de leur
tyrannie sur les grands poëtes et sur les critiques judicieux qu’il
importerait de constater, pour les prévenir; je transcris donc la partie
de votre article que j’ai ici en vue:

«Supposons, maintenant, qu’un auteur asservi aux règles eût eu ce sujet
à traiter. Il eût d’abord rejeté dans l’avant-scène, et l’élection de
_Carmagnola_ au généralat vénitien, et la bataille de Maclodio, et la
déroute de la flotte, et l’affaire de Crémone. Tout cela est antérieur
a l’action proprement dite, et un récit pouvait l’exposer parfaitement.
La pièce eût commencé au moment où le comte, rappelé par le sénat, est
attendu à Venise. Le premier acte eût peint les alarmes de sa famille,
excitées par les bruits qui circulent sur les intentions perfides du
sénat. Mais bientôt l’arrivée du comte, et sa réception triomphale
changent les craintes en joie, et l’acte finit au moment où il se rend
au conseil pour délibérer sur la paix. Ainsi la pièce était aussi
avancée à la fin du premier acte qu’elle l’est chez M. Manzoni à la fin
du quatrième; et l’auteur, pour fournir sa carrière, se trouvait comme
forcé de créer une action, un nœud, des péripéties, de mettre en jeu
les passions, d’exciter la terreur et la pitié. Mais quelles ressources
n’avait-il pas pour cela? Et les révélations de Marco, et les intrigues
du duc de Milan, et les divisions dans le sénat, et les mécontentemens
populaires, et le pouvoir du comte sur l’armée, et enfin tout le
trouble et tous les dangers d’une république qui a confié sa défense à
des troupes mercenaires. Ce grand tableau est a peine ébauché dans la
pièce de M. Manzoni. Ne pouvait-on pas d’ailleurs faire en sorte que
Carmagnola, sollicité par le duc de Milan, se trouvât un moment maître
du sort de la république? La parenté de sa femme avec le duc, son empire
sur les autres _condottieri_, et l’assistance du peuple, pouvaient amener
naturellement cette situation. Le poëte eût ainsi mis en présence dans
l’âme du héros les sentimens de l’homme d’honneur avec l’imagination
turbulente du chef d’aventuriers, et Carmagnola, abandonnant par vertu
le projet de livrer Venise qui veut le perdre, n’en eût été que plus
intéressant lorsqu’il succombe; tandis que ce même projet eût servi à
motiver et à peindre la timide et cruelle politique du sénat. C’est
ainsi que les limites de l’art donnent l’essor à l’imagination de
l’artiste, et le forcent à devenir créateur. Que M. Manzoni se le
persuade bien; franchir ces limites, ce n’est point agrandir l’art, c’est
le ramener à son enfance».

Voici, Monsieur, les principaux inconvéniens qui me semblent résulter de
cette manière de traiter dramatiquement les sujets historiques:

1. On se règle, dans le choix à faire entre les événemens que l’on
représente devant le spectateur, et ceux que l’on se borne à lui faire
connaître par des récits, sur une mesure arbitraire, et non sur la nature
des événemens mêmes et sur leurs rapports avec l’action.

2. On resserre, dans l’espace fixé par la règle, un plus grand nombre de
faits que la vraisemblance ne le permet.

3. On n’en omet pas moins, malgré cela, beaucoup de matériaux très
poétiques, fournis par l’histoire.

4. Et c’est là le plus grave, on substitue des causes de pure invention
aux causes qui ont réellement déterminé l’action représentée.

Et d’abord, pour ce qui regarde le premier inconvénient, il est sûr que,
dans chaque partie de l’action, le poëte peut découvrir le caractère et
les raisons qui la rendent propre à être mise en scène, ou qui exigent
qu’elle ne soit donnée qu’en narration. Or, ces raisons tirées de la
nature des événemens, et de leur rapport avec l’ensemble de l’action
et avec le but de l’art dramatique, le poëte se trouve obligé de les
négliger, dans une partie souvent très importante de l’action, je
veux dire en ce qui concerne les faits qui ont précédé le jour de la
catastrophe, et n’ont pu se passer dans le lieu choisi pour la scène.
Indépendamment de toute considération sur leur importance et sur leur
intérêt poétique, ces faits doivent être relégués dans l’avant-scène,
et supposés avoir eu lieu loin du spectateur. Je conçois fort bien que,
lorsqu’on a adopté les deux unités, on soit disposé à regarder ces
sortes de faits, dans tout sujet dramatique, comme antérieurs à l’action
proprement dite; mais, Monsieur, sans incidenter sur votre opinion
dans l’exemple particulier que vous citez, je me permets de vous faire
observer qu’il est en général fort difficile de déterminer le point où
commence une action théâtrale, et qu’il serait contraire à toute raison
et à toute expérience d’affirmer que toutes les actions historiques qui
peuvent être, sous les autres rapports, de bons sujets de tragédie,
ont eu leur véritable commencement dans les vingt-quatre heures qui
ont précédé leur accomplissement. Je crois même que ce cas est très
rare, et voilà pourquoi le poëte asservi aux règles, obligé, d’un côté,
de reconnaître que plusieurs de ces faits, antérieurs au jour qu’il a
choisi, ne le sont cependant pas à l’action, mais en font partie, se
trouve réduit à la gêne des expositions, de ces expositions si souvent
froides, inertes, compliquées, à l’ennui desquelles on se résigne, avec
justice, comme à une condition rigoureuse du système accrédité. On est
si bien convenu de la difficulté des expositions tragiques, que l’on
sait gré, même aux poëtes du premier ordre, de réussir quelquefois à en
faire d’intéressantes et de dramatiques. Celle de _Bajazet_, par exemple,
passe pour un chef-d’œuvre de difficulté vaincue. Elle est fort belle, en
effet; mais qu’est-ce qu’un système qui oblige d’admirer, dans un poëte
tel que Racine, une exposition en action? Qu’est-ce qu’un système dans
lequel il a fallu en venir à accorder au poëte tout le premier acte, pour
préparer l’effet des quatre suivans, et dans lequel le spectateur n’a pas
lieu de se plaindre si la partie dramatique du drame commence au second,
quelquefois même au troisième acte?

Maintenant veut-on se faire une idée de tout ce qu’une telle méthode a de
désavantageux pour l’art en général? Rien n’est plus facile: il n’y a,
pour cela, qu’à considérer quelles beautés perdraient à être assujetties
à cette règle des unités, des sujets largement et simplement conçus
d’après le système contraire. Que l’on prenne les pièces historiques de
Shakespeare, et de Goethe[1052]; que l’on voie ce qu’il en faudrait ôter
à la représentation, ou remplacer par des récits, et que l’on décide
si l’on gagnerait au change! Mais, pour appliquer ici ces réflexions
à un exemple particulier, je ne saurais mieux faire que de traduire un
passage d’un écrit où cette application est on ne peut plus heureusement
faite. Il s’agit d’un dialogue italien sur les deux unités, par mon ami
M. Hermès Visconti, qui, dans quelques essais de critique littéraire,
a déjà donné au public la preuve d’une haute capacité, et qui promet
d’illustrer l’Italie par les travaux philosophiques auxquels il s’est
particulièrement voué. Il suppose, dans ce dialogue, qu’un partisan
des règles, qui n’a pas cependant le courage de contester au sujet de
_Macbeth_ le mérite d’être admirablement tragique, propose les moyens de
l’assujettir aux deux unités.

«Il fallait», fait-il dire à cet interlocuteur, «choisir le moment le
plus important et supposer le reste comme déjà avenu». Voici sa réponse.
«Vous choisirez la catastrophe, vous représenterez Macbeth tourmenté par
les remords du passé, et par la crainte de l’avenir; vous exciterez le
zèle des défenseurs de la cause juste; vous mettrez en récit les crimes
antécédens; vous peindrez lady Macbeth, simulant l’assurance et le calme,
et dévoilant dans ses rêves le secret de sa conscience. Mais, de cette
manière, aurez-vous tracé l’histoire de la passion de Macbeth et de sa
femme? aurez-vous fait voir comment un homme se résout à commettre un
grand crime? aurez-vous dépeint la férocité triste encore, bien que
satisfaite, de l’ambition qui a surmonté le sentiment de la justice?
Vous aurez, à la vérité, choisi le plus beau moment, c’est-à dire le
dernier période des remords; mais une grande partie des beautés du sujet
aura disparu, parce que la beauté poétique de ce dernier période dépend
de la loi de continuité dans les sentimens de l’âme. Et, pour donner la
connaissance de ce qui a précédé, ne serez-vous pas forcé de recourir aux
expédiens des récits, des monologues destinés à informer le spectateur,
qui comprend toujours, et fort bien, qu’ils ne sont destinés à autre
chose qu’à l’informer? Au lieu de cela, dans la tragédie de Shakespeare,
tout est en action, et tout de la manière la plus naturelle».

Je passe au second inconvénient de la règle, celui de forcer le poëte
à entasser trop d’événemens dans l’espace qu’elle lui accorde, et de
blesser par là la vraisemblance. On ne manque pas, je le sais, lorsque
cela arrive, de dire que la faute en est au poëte, qui n’a pas su vaincre
les difficultés de son sujet et de son art. C’était à lui, prétend-on, à
disposer avec habileté les événemens dont se composait son action, dans
les limites prescrites.

A merveille! cependant combien de bonnes raisons ces pauvres auteurs
de tragédies n’auraient-ils pas à donner à ces capricieux faiseurs de
règles! Eh quoi! pourraient-ils leur dire, vous prétendez, vous souffrez
du moins que nous imitions la nature; et vous nous interdisez les moyens
dont elle fait usage! La nature, pour agir, prend toujours du temps à son
aise, tantôt plus, tantôt moins, suivant le besoin qu’elle en a; et vous,
vous nous mesurez les heures avec presque autant d’economie et de rigueur
que si vous les preniez sur la durée de vos plaisirs. La nature ne s’est
pas astreinte à produire une action intéressante dans un espace que les
yeux d’un témoin puissent embrasser commodément; et vous, vous exigez que
le champ d’une action théâtrale ne dépasse pas la portée des regards d’un
spectateur immobile. Encore si vous borniez pour nous l’idée et le choix
des sujets tragiques à ceux où se rencontre réellement l’unité de temps
et de lieu, ce serait certes une législation étrange et bien rigoureuse;
elle serait du moins conséquente. Mais non: vous reconnaissez pour
intéressans des sujets où cette unité est impossible; et nous voilà dès
lors dans un singulier embarras. Ou permettez-nous de ne pas appliquer
à ces derniers sujets les deux règles prescrites; ou proclamez que ce
n’est pas une invraisemblance, une témérité gratuite de l’art, de forcer
la succession réelle et graduée des événemens; de mutiler, pour les
accommoder à la capacité d’un théâtre et à la durée d’un jour, des faits
que la nature n’a pu produire que lentement et qu’en plusieurs lieux.

Et ces plaintes contre les difficultés imposées a l’art par les règles,
cette déclaration formelle de l’impuissance de les appliquer a beaucoup
de sujets d’ailleurs très beaux, ce ne sont pas des poëtes vulgaires qui
les ont faites; ce ne sont pas de ces hommes pour lesquels tout est
obstacle, parce qu’ils ne savent point se créer de ressources: c’est
à Corneille, au grand Corneille lui-même qu’elles échappent. Écoutons
comment il s’exprime là-dessus, après cinquante ans d’expérience
du théâtre: «Il est si malaisé», dit-il, «qu’il se rencontre dans
l’histoire, ni dans l’imagination des hommes, quantité de ces événemens
illustres et dignes de la tragédie, dont les délibérations et leurs
effets puissent arriver en un même lieu et en un même jour, sans faire un
peu de violence a l’ordre commun des choses...».

Qui ne s’attendrait ici que Corneille va donner pour conséquence du fait
reconnu par lui, qu’il ne faut pas qu’un poëte tragique s’astreigne à
la règle d’un lieu et d’un jour, puisque cette règle met en opposition
le but et les moyens de la tragédie? Mais l’on poursuit, et l’on voit
jusqu’où va la tyrannie des opinions arbitraires sur les esprits les plus
élevés: «Je ne puis croire», ajoute Corneille, «cette sorte de violence
tout-à-fait condamnable, pourvu qu’elle n’aille pas jusqu’à l’impossible:
il est de beaux sujets où on ne la peut éviter; et un auteur scrupuleux
se priverait d’une belle occasion de gloire, et le public de beaucoup de
satisfaction, s’il n’osait s’enhardir à les mettre sur le théâtre, de
peur de se voir forcé à les faire aller plus vite que la vraisemblance ne
le permet».

Ainsi c’est la vraisemblance qu’il s’agit de sacrificier à des règles que
l’on prétend n’être faites que pour la vraisemblance!

Cette conséquence est si contraire au génie, au grand sens de Corneille,
et aux idées que tant de méditations et une si longue pratique lui
avaient données sur ce qu’il y a de fondamental dans l’art dramatique,
que l’on ne peut guère expliquer ce passage, à moins de se retracer les
circonstances où ce grand homme se trouvait en l’écrivant. Gourmandé,
régenté long-temps par des critiques qui avaient apparemment ce qu’il
fallait pour être les maîtres de Pierre Corneille, il voulait apaiser
ces critiques, leur faire voir qu’il entrait dans leurs idées, qu’il
comprenait et pouvait suivre leurs théories. Ici, il croyait se trouver
entre deux écueils, entre l’invraisemblance et la violation des règles.
Les critiques n’étaient pas bien rigoureux sur l’article de la
vraisemblance; ils ne l’avaient pas inventée: mais les règles! oh les
règles! c’était leur bien, et l’unique bien de plusieurs d’entre eux; il
les avaient importées fraîchement je ne sais d’où, et venaient de les
imposer au théâtre français. Le pauvre Corneille aurait-il pu mourir en
paix s’il n’en eût reconnu l’autorité?

Le talent n’est jamais complètement sûr de lui même; il désire toujours
un témoignage extérieur qui lui confirme ce qu’il soupçonne de ses
forces. Et comment, en effet, pourrait-il s’en rapporter à sa propre
décision, quand il s’agit de savoir s’il est pur et vrai, ou s’il n’est
qu’apparent et affecté? Le dédain le trouble donc toujours; et en le
meconnaissant, on est presque sûr de le réduire à douter de lui-même.
Il ne demande qu’à être compris, qu’à être jugé; toutefois il voudrait
l’être non-seulement par la bonne foi, mais par des lumières certaines.
Il se laisse presque toujours entraîner au désir de la gloire; toutefois
il n’en veut qu’à condition de voir ceux qui la dispensent bien
convaincus qu’il la mérite. Il accepte toujours les censures, mais il
exige qu’elles lui apprennent quelque chose; et de plus il a besoin
d’être persuadé qu’elles ne sont pas le fruit de la passion.

Maintenant, pour revenir à Corneille, ce grand poëte avait dû trop voir
que ce qui s’opposait le plus au calme et à l’impartialité nécessaires
pour le juger, c’étaient ces critiques qui le jugeaient toujours. Il y
avait un moyen de les adoucir un peu; mais il n’y en avait qu’un; c’était
de céder sur les points auxquels ils tenaient le plus, en transigeant
sur le reste; et ce fut précisément ce qu’il fit. A moins de cela, les
critiques auraient crié bien plus fort, auraient brouillé bien davantage
les idées du public sur les admirables productions du génie de Corneille;
car rien n’était si facile. Si le public s’en laissait charmer, il
n’y avait qu’à lui dire plus durement encore que de coutume qu’il n’y
entendait rien; il n’y avait qu’à y découvrir encore plus de défauts: et
pour cela, il suffisait d’inventer un principe, deux principes, vingt
principes et de prouver ensuite qu’ils étaient violés dans les tragédies
de Corneille. Qu’en avait-il coûté à Scudéri pour démontrer que le _Cid_
était une fort mauvaise pièce? Rien, c’est-à-dire rien de plus que de
faire, en grands termes, l’énumération de beaucoup de choses qui, selon
lui, étaient indispensables dans une tragédie pour qu’elle fût bonne, et
de constatar que ces choses-là n’étaient pas dans le _Cid_. La grande
science de Scudéri consistait à ne pas comprendre Corneille; et son grand
travail, à empêcher qu’il ne fût compris des autres. Corneille aima donc
mieux renoncer à quelques conséquences qui découlaient naturellement des
principes établis, que de donner à ceux qui s’étaient faits ses juges
plus de moyens de le chicaner, en réduisant toute la discussion sur ses
ouvrages à l’examen de la forme, pour distraire l’attention du public de
ce qu’ils avaient au fond d’original et de sublime.

Mais pour saisir encore mieux les véritables idées de Corneille sur la
règle des deux unités, il n’y a qu’à lire la suite du passage dont j’ai
transcrit le commencement. Ici, Corneille annulle tout-à-fait cette
règle a laquelle il a rendu plus haut un hommage forcé. «Je donnerais»,
poursuit-il, «en ce cas (au poëte), un conseil que peut-être il
trouverait salutaire; c’est de ne marquer aucun temps préfix, dans son
poëme, ni aucun lieu particulier où il pose les acteurs. L’imagination
de l’auditeur aurait plus de liberté de se laisser aller au courant de
l’action, si elle n’était point fixée par ces marques; et il pourrait
ne s’apercevoir pas de cette précipitation, si elles ne l’en faisaient
souvenir et n’y appliquaient son esprit malgré lui. Je me suis toujours
repenti d’avoir fait dire au roi, dans le _Cid_, qu’il voulait que
Rodrigue se délassât une heure ou deux après la défaite des Maures,
avant que de combattre Don Sanche: je l’avais fait pour montrer que la
pièce était dans les vingt-quatre heures, et cela n’a servi qu’à avertir
les spectateurs de la contrainte avec laquelle je l’y avais réduite. Si
j’avais fait résoudre ce combat sans en designer l’heure, peut-être n’y
aurait-on pas pris garde».

Ainsi, Corneille demande que le temps et le lieu ne soient point
marqués, pour que l’auditeur ne s’aperçoive pas que l’action dépasse
les vingt-quatre heures, et qu’elle change de place. Au fait, c’est
demander l’abolition de la règle, parce qu’elle consiste essentiellement
à restreindre l’action dans ses limites d’une manière qui soit sensible
pour le spectateur. Et la règle, en effet, au lieu de lui faciliter la
marche de l’action dans le _Cid_, n’avait servi qu’à faire ressortir ce
qu’il y avait de forcé. «Si j’avais fait résoudre ce combat», dit-il,
sans en designer l’heure, peut-être n’y aurait-on pas pris garde». Qui
n’y aurait pas pris garde? le public? Non certes. Mais les critiques? Oh!
ceux-là ne seraient pas restés en défaut: ils auraient infalliblement
découvert l’équivoque, et fait inexorablement leur devoir, qui était
d’en avertir le public. A quoi pensait donc le bon Corneille? croyait-il
les sentinelles du bon goût capables de s’endormir? Chimère! Lorsque le
public, entraîné par des beautés grandes et neuves, par le charme combiné
de l’idéal et du vrai, se laisse aller aux impressions qu’un grand poëte
sait produire, les critiques sont toujours là pour l’empêcher de s’égarer
avec lui, pour gourmander son illusion, et ramener son attention un
moment surprise et absorbée par les choses mêmes, à ce qui doit passer
avant tout, à l’autorité des formes et des règles.

Y aurait-il de la témérité à plaindre Corneille d’avoir vu la vérité et
de n’avoir pas osé s’y tenir? Ce n’était pas un genie de la justesse et
de la force du sien qui pouvait méconnaître que le public, abandonné
à lui-même, ne voit jamais, dans une action dramatique, que l’action
elle-même; que l’imagination du spectateur non prévenu se prête sans
effort au temps fictif que le poëte a besoin de supposer dans sa pièce,
ou que, pour mieux dire, il n’y pense pas. Mais le grand Corneille n’a
pas eu le courage de dire que, puisque telle est la disposition naturelle
du spectateur, telle l’art doit la prendre, sans chercher ailleurs que
dans l’essence et l’étendue même du sujet qu’il veut mettre en drame, les
conditions de temps et de lieu qui en sont inséparables.

Voilà donc ce que gagnent les arts et la philosophie des arts à recevoir
des règles arbitraires: de forcer les plus grands hommes à imaginer des
subterfuges pour éviter des inconvéniens, à trouver des argumens subtils
pour échapper à la chose en adoptant le mot!

Mais si, en choisissant pour sujet d’une action dramatique ces événemens
illustres et dignes de la tragédie, dont parle Corneille, on veut éviter
la faute de les entasser d’une manière invraisemblable, l’on tombe
nécessairement dans une autre; il faut alors abandonner une partie de ces
événemens, et quelquefois la plus intéressante; il faut renoncer à donner
à ceux que l’on conserve un développement naturel: en d’autres termes, il
faut rendre la tragédie moins poétique que l’histoire.

Le moyen le plus court de se convaincre qu’il en est vraiment ainsi,
c’est d’examiner quelqu’une des tragédies conçues dans le système
historique, une tragédie dont l’action soit une, grande, intéressante; et
de voir si l’on pourrait lui conserver ce qu’elle a de plus dramatique,
en la pressant dans le cadre des unités. Considérons, par exemple, le
_Richard II_ de Shakespeare, qui n’est cependant pas la plus belle de ses
pièces tirées de l’histoire d’Angleterre.

L’action de cette tragédie est le renversement de Richard du trône
d’Angleterre et l’élévation de Bolingbroke à sa place. La pièce commence
au moment où les desseins de ces deux personnages se trouvent dans une
opposition ouverte, où le roi, ayant conçu une véritable inquiétude des
projets ambitieux de son cousin, se jette, pour les déjouer, dans des
mesures qui finissent par en amener l’exécution. Il bannit Bolingbroke:
le duc de Lancastre, père de celui-ci, étant mort, le roi s’empare de
ses biens, et part pour l’Irlande. Bolingbroke enfreint son ban, et
revient en Angleterre, sous le prétexte de réclamer l’héritage qui lui
a été ravi par un acte illégal. Ses partisans accourent en foule autour
de lui: à mesure que le nombre en augmente, il change de langage, passe
par degrés des réclamations aux menaces; et bientôt le sujet venu pour
demander justice est un rebelle puissant qui impose des lois. L’oncle
et le lieutenant du roi, le duc d’York, qui va à la rencontre de
Bolingbroke pour le combattre, finit par traiter avec lui. Le caractère
de ce personnage se déploie avec l’action où il est engagé: le duc
parle successivement, d’abord au sujet révolté, puis au chef d’un parti
nombreux, enfin au nouveau roi; et cette progression est si naturelle,
si exactement parallèle aux événemens, que le spectateur n’est pas
étonné de trouver, a la fin de la pièce, un bon serviteur de Henri IV
dans le même personnage qui a appris avec la plus grande indignation
le débarquement de Bolingbroke. Les premiers succès de celui-ci étant
connus, c’est naturellement sur Richard que se portent l’intérêt et la
curiosité. On est pressé de voir l’effet d’un si grand coup sur l’âme de
ce roi irascible et superbe. Ainsi, Richard est appelé sur la scène par
l’attente du spectateur en même temps que par le cours de l’action.

Il a été averti de la désobéissance de Bolingbroke et de sa tentative:
il quitte précipitamment l’Irlande et débarque en Angleterre dans le
moment où son adversaire occupe le comté de Glocester; mais certes, le
roi ne devait pas marcher droit a l’audacieux agresseur sans s’être bien
mis en mesure de lui résister. Ici la vraisemblance se refusait, aussi
expressément que l’histoire même, a l’unité de lieu, et Shakespeare
n’a pas suivi plus exactement celle-ci que la première. Il nous montre
Richard dans le pays de Galles: il aurait pu disposer sans peine son
sujet de manière a produire les deux rivaux successivement sur le même
terrain; mais que de choses n’eût-il pas dû sacrifier pour cela? et qu’y
aurait gagné sa tragédie? Unité d’action? nullement; car où trouverait-on
une tragédie où l’action soit plus strictement une que dans celle-là?
Richard délibère, avec les amis qui lui restent, sur ce qu’il doit
faire, et c’est ici que le caractère de ce roi commence à prendre un
développement si naturel et si inattendu. Le spectateur avait déjà fait
connaissance avec cet étonnant personnage, et se flattait de l’avoir
pénétré; mais il y avait en lui quelque chose de secret et de profond
qui n’avait point paru dans la prospérité, et que l’infortune seule
pouvait faire éclater. Le fond du caractère est le même; c’est toujours
l’orgueil, c’est toujours la plus haute idée de sa dignité: mais ce même
orgueil qui, lorsqu’il était accompagné de puissance, se manifestait par
la légèreté, par l’impatience de tout obstacle, par une irréflexion qui
ne lui permettait pas même de soupçonner que tout pouvoir humain a ses
juges et ses bornes; cet orgueil, une fois privé de force, est devenu
grave et sérieux, solennel et mesuré. Ce qui soutient Richard, c’est
une conscience inaltérable de sa grandeur, c’est la certitude que nul
événement humain n’a pu la détruire, puisque rien ne peut faire qu’il
ne soit né et qu’il n’ait été roi. Les jouissances du pouvoir lui ont
échappé; mais l’idée de sa vocation au rang suprême lui reste: dans ce
qu’il est, il persiste à honorer ce qu’il fût; et ce respect obstiné
pour un titre que personne ne lui reconnaît plus ôte au sentiment de
son infortune tout ce qui pourrait l’humilier ou l’abattre. Les idées,
les émotions par lesquelles cette révolution du caractère de Richard se
manifeste dans la tragédie de Shakespeare sont d’une grande originalité,
de la poésie la plus relevée, et même très touchantes.

Mais ce tableau historique de l’âme de Richard et des événemens qui
la modifient embrasse nécessairement plus de vingt heures, et il en
est de même de la progression des autres faits, des autres passions et
des autres caractères qui se développent dans le reste de l’action. Le
choc des deux partis, l’ardeur et l’activité croissante des ennemis du
roi, les tergiversations de ceux qui attendent la victoire pour savoir
positivement quelle est la cause à laquelle les honnêtes gens doivent
s’attacher; la fidélité courageuse d’un seul homme, fidélité que le
poëte a décrite telle que l’histoire l’a consacrée, avec toutes les
idées vraies et fausses qui déterminaient cet homme à rendre hommage au
malheur en dépit de la force: tout cela est admirablement peint dans
cette tragédie. Quelques inconvenances, que l’on en pourrait ôter sans en
altérer l’ordonnance, ne sauraient faire illusion sur la grandeur et la
beauté de l’ensemble.

J’ai presque honte de donner une esquisse si décharnée d’un si majestueux
tableau; mais je me flatte d’en avoir dit assez pour faire voir du
moins que ce qu’il y a de caractéristique dans ce sujet exige plus de
latitude que n’en accorde la règle des deux unités. Supposons maintenant
que Shakespeare, après avoir composé son _Richard II_, l’eût communiqué
a un critique persuadé de la nécessité de cette règle. Celui-ci lui
aurait probablement dit: il y a dans votre pièce de fort belles
situations et surtout d’admirables sentimens; mais la vraisemblance y
est déplorablement choquée. Vous transportez votre public de Londres à
Coventry, du comté de Glocester dans le pays de Galles, du parlement au
château de Flint; il est impossible au spectateur de se faire l’illusion
nécessaire pour vous suivre. Il y a contradiction entre les situations
diverses où vous voulez le placer et la situation réelle où il se trouve.
Il est trop sûr de n’avoir pas changé de place, pour pouvoir imaginer
qu’il a fait tous ces voyages que vous exigez de lui.

Je ne sais, mais il me semble que Shakespeare aurait été bien étonné de
telles objections. Eh grand Dieu! aurait-il pu répondre, que parlez-vous
de déplacemens et de voyages! Il n’en est point question ici; je n’y
ai jamais songé, ni mes spectateurs non plus. Je mets sous les yeux de
ceux-ci une action qui se déploie par degrés, qui se compose d’événemens
qui naissent successivement les uns des autres, et se passent en
différens lieux; c’est l’esprit de l’auditeur qui les suit, il n’a que
faire de voyager ni de se figurer qu’il voyage. Pensez-vous qu’il soit
venu au théâtre pour voir des événemens réels? et me suis-je jamais mis
dans la tête de lui faire une pareille illusion? de lui faire croire
que ce qu’il sait être déjà arrivé il y a quelques centaines d’années
arrive aujourd’hui de nouveau? que ces acteurs sont des hommes réellement
occupés des passions et des affaires dont ils parlent, et dont ils
parlent en vers?

Mais, j’ai trop oublié, Monsieur, que ce n’est pas sur l’objection
tirée de la vraisemblance que vous fondez le maintien des règles, mais
bien sur l’impossibilité de conserver sans elles l’unité d’action et la
fixité des caractères. Voyons donc si cette objection peut s’appliquer
à la tragédie de _Richard II_. Eh! comment s’y prendrait-on, je vous le
demande avec curiosité, pour prouver que l’action n’y est pas une, que
les caractères n’y sont pas constans, et cela parce que le poëte est
resté dans les lieux et dans les temps donnés par l’histoire, au lieu
de se renfermer dans l’espace et dans la durée que les critiques ont
mesurés de leur chef à toutes les tragédies? Qu’aurait encore répondu
Shakespeare à un critique qui serait venu lui opposer cette loi des vingt
quatre heures? Vingt-quatre heures! aurait-il dit: mais pourquoi? La
lecture de la chronique de Holingshed a fourni à mon esprit l’idée d’une
action simple et grande, une et variée, pleine d’intérêt et de leçons;
et cette action, j’aurais été la défigurer, la tronquer de pur caprice!
L’impression qu’un chroniqueur a produite en moi, je n’aurais pas cherché
à la rendre, à ma manière, à des spectateurs qui ne demandaient pas
mieux! j’aurais été moins poëte que lui! Je vois un événement dont chaque
incident tient à tous les autres et sert à les motiver; je vois des
caractères fixes se développer en un certain temps et en certains lieux:
et pour donner l’idée de cet événement, pour peindre ces caractères, il
faudra absolument que je mutile l’un et les autres au point où la durée
de vingt-quatre heures et l’enceinte d’un palais suffiraient à leur
développement?

Il y aurait, Monsieur, je l’avoue, dans votre système, une autre réplique
a faire à Shakespeare: on pourrait lui dire que cette attention qu’il
a eue à reproduire les faits dans leur ordre naturel et avec leurs
circonstances principales les plus avérées l’assimile plutôt à un
historien qu’à un poëte. On pourrait ajouter que c’est la règle des deux
unités qui l’aurait rendu poëte, en le forçant a créer une action, un
noeud, des péripéties; car «c’est ainsi», dites-vous, «que les limites
de l’art donnent l’essor à l’imagination de l’artiste, et le forcent à
devenir créateur». C’est bien là, j’en conviens, la véritable conséquence
de cette règle; et la plus légère connaissance des théâtres qui l’ont
admise prouve de reste qu’elle n’a pas manqué son effet. C’est un
grand avantage selon vous: j’ose n’être pas de cet avis, et regarder
au contraire l’effet dont il s’agit comme le plus grave inconvénient
de la règle dont il résulte; oui, cette nécessité de créer, imposée
arbitrairement à l’art, l’écarte de la vérité, et le détériore à la fois
dans ses résultats et dans ses moyens.

Je ne sais si je vais dire quelque chose de contraire aux idées réçues;
mais je crois ne dire qu’une vérité très simple, en avançant que
l’essence de la poésie ne consiste pas à inventer des faits: cette
invention est ce qu’il y a de plus facile et de plus vulgaire dans le
travail de l’esprit, ce qui exige le moins de réflexion, et même le
moins d’imagination. Aussi n’y a-t-il rien de plus multiplié que les
créations de ce genre; tandis que tous les grands monumens de la poésie
ont pour base des événemens donnés par l’histoire, ou, ce qui revient ici
au même, par ce qui a été regardé une fois comme l’histoire.

Quant aux poëtes dramatiques en particulier, les plus grands de
chaque pays ont évité, avec d’autant plus de soin qu’ils ont eu plus
de génie, de mettre en drame des faits de leur création; et à chaque
occasion qui s’est présentée de leur dire qu’ils avaient substitué, sur
des points essentiels, l’invention à l’histoire, loin d’accepter ce
jugement comme un éloge, ils l’ont repoussé comme une censure. Si je ne
savais combien il y a de témérité dans les assertions historiques trop
générales, j’oserais affirmer qu’il n’y a pas, dans tout ce qui nous
reste du théâtre tragique des Grecs, ni même dans toute leur poesie,
un seul exemple de ce genre de création, qui consiste à substituer aux
principales causes connues d’une grande action, des causes inventées
à plaisir. Les poëtes grecs prenaient leurs sujets, avec toutes
leurs circonstances importantes, dans les traditions nationales. Ils
n’inventaient pas les événemens; ils les acceptaient tels que les
contemporains les avaient transmis: ils admettaient, ils respectaient
l’histoire telle que les individus, les peuples et le temps l’avaient
faite.

Et, parmi les modernes, voyez, Monsieur, comme Racine cherche, dans
toutes ses préfaces, a prouver qu’il a été fidèle à l’histoire; comme,
jusque dans les sujets fabuleux, il songe toujours à s’appuyer sur des
autorités. Ne trouvant pas convenable de terminer par le sacrifice
d’Iphigénie la tragédie qui en porte le nom, et n’osant faire de son
chef une chose contraire à la tradition la plus accréditée là-dessus, il
se félicite d’avoir trouvé, dans Pausanias, le personnage d’Ériphile,
qui lui fournit un autre dénouement: «l’heureux personnage d’Ériphile,
sans lequel», dit-il, «je n’aurais jamais osé entreprendre cette
tragédie». Eh quoi! ce personnage dont Racine avait un si grand besoin,
n’aurait-il donc pu l’inventer, ou quelque chose d’équivalent? Ce genre
d’invention, libéralement départi par la nature à deux ou trois cents
auteurs tragiques, Racine ne l’aurait pas eu? Voyez si ces auteurs sont
jamais embarrassés à dénouer leurs pièces lorsqu’il ne s’agit pour cela
que d’inventer un personnage ou un prodige! Non, non, Racine n’était pas
dépourvu d’une faculté si commune chez les poëtes: mais Racine, doué
d’un sentiment exquis de la vérité et des convenances, savait que, dans
les sujets historiques, un fait qui n’a pas existé et que l’on voudrait
donner comme cause ou comme résultat d’autres faits réels et connus,
n’a pas non plus de vérité poétique. Dans les sujets fabuleux même, il
sentait que ce qui a fait partie d’une tradition, ce qui a été cru par
tout un peuple, a toujours un genre et un degré d’importance que ne
peut obtenir la fiction isolée et arbitraire de l’homme qui se renferme
dans son cabinet pour y forger des bouts d’histoire, selon son besoin
et son goût. Mais, dira-t-on peut-être, si l’on enlève au poëte ce qui
le distingue de l’historien, le droit d’inventer les faits, que lui
reste-t-il? Ce qui lui reste? la poésie; oui, la poésie. Car enfin que
nous donne l’histoire? des événemens qui ne sont, pour ainsi dire, connus
que par leurs dehors; ce que les hommes ont exécuté: mais ce qu’ils ont
pensé, les sentimens qui ont accompagné leurs délibérations et leurs
projets, leurs succès et leurs infortunes; les discours par lesquels ils
ont fait ou essayé de faire prévaloir leurs passions et leurs volontés
sur d’autres passions et sur d’autres volontés, par lesquels ils ont
exprimé leur colère, épanché leur tristesse, par lesquels, en un mot, ils
ont révélé leur individualité: tout cela, à peu de chose près, est passé
sous silence par l’histoire; et tout cela est le domaine de la poésie.
Eh! qu’il serait vain de craindre qu’elle y manque jamais d’occasions de
créer, dans le sens le plus sérieux et peut-être le seul sérieux de ce
mot! Tout secret de l’âme humaine se dévoile, tout ce qui fait les grands
événemens, tout ce qui caractérise les grandes destinées, se découvre aux
imaginations douées d’une force de sympathie suffisante. Tout ce que la
volonté humaine a de fort ou de mystérieux, le malheur de religieux et de
profond, le poëte peut le deviner; ou, pour mieux dire, l’apercevoir, le
saisir et le rendre. Lorsque l’on montra à César la tête de Pompée, César
pleura sur son illustre ennemi, et fit voir beaucoup d’indignation contre
les lâches auteurs de sa mort. Voilà ce que nous savons par l’histoire.
Maintenant, lorsque Corneille fait prononcer par Philippe ces paroles
qu’il met dans la bouche de César,

  Restes d’un demi-dieu dont à peine je puis
  Égaler le grand nom, tout vainqueur que j’en suis,
  De ces traîtres, dit-il, voyez punir les crimes,

Corneille n’invente pas un fait, il n’invente pas même un sentiment; ces
vers sont cependant une création, et une belle création poétique. Ce que
Corneille a trouvé, c’est une expression par laquelle un homme tel que
César a pu convenablement manifester son caractère, dans la circonstance
donnée. Le poëte a traduit, en quelque sorte, en sa langue, les larmes
du guerrier victorieux sur le sort tragique du héros vaincu. Ce mélange
de magnanimité et d’hypocrisie, de générosité et de politique, cette
dissimulation de toute joie dans un excès de fortune, cette émotion de
pitié qui vient d’un certain retour sur lui-même et de sa réflexion sur
la fin si misérable d’un homme naguère si puissant; tous ces sentimens,
dont l’histoire ne donne que le résultat abstrait, Corneille les a mis en
paroles, et dans des paroles que César aurait pu prononcer.

Il est cependant certain que, si l’on interdisait au poëte toute faculté
d’inventer des événemens, on se priverait d’un très grand nombre de
sujets de tragédie. Cette faculté lui doit donc être accordée, ou, pour
mieux dire, elle est donnée par les principes de l’art: mais quelle en
est la limite? à partir de quel point l’invention commence-t-elle à
devenir vicieuse?

Les critiques ont admis généralement les deux principes: qu’il ne faut
point falsifier l’histoire, et que l’on peut, que l’on doit même souvent
y ajouter des circonstances qui ne s’y trouvent point, pour rendre
l’action dramatique. Ils ont ensuite cherché une règle qui pût concilier
ces deux principes, et sont à peu près convenus d’admettre celle-ci:
que les incidens inventés ne doivent pas contredire les faits les plus
connus et les plus importans de l’action représentée. La raison qu’ils
en ont donnée est que le spectateur ne peut pas ajouter foi à ce qui est
contraire à une vérité qu’il connaît. Je crois la règle bonne, parce
qu’elle est fondée sur la nature, et assez vague pour ne pas devenir
une gêne gratuite dans la pratique; j’en crois même la raison fort
juste: mais il me semble qu’il y a à cette règle une autre raison plus
importante, plus inhérente a l’essence de l’art, et qui peut donner une
direction plus sûre et plus forte pour l’appliquer avec succès; cette
raison est que les causes historiques d’une action sont essentiellement
les plus dramatiques et les plus intéressantes. Les faits, par cela
même qu’ils sont conformes à la vérité pour ainsi dire matérielle, ont
au plus haut degré le caractère de vérité poétique que l’on cherche
dans la tragédie: car quel est l’attrait intellectuel pour cette sorte
de composition? Celui que l’on trouve à connaître l’homme, à découvrir
ce qu’il y a dans sa nature de réel et d’intime, à voir l’effet des
phénomènes extérieurs sur son âme, le fond des pensées par lesquelles
il se détermine à agir; à voir, dans un autre homme, des sentimens qui
puissent exciter en nous une véritable sympathie. Quand on raconte une
histoire à un enfant, il ne manque jamais de faire cette question: Cela
est-il vrai? Et ce n’est pas là un goût particulier de l’enfance; le
besoin de la vérité est l’unique chose qui puisse nous faire donner de
l’importance à tout ce que nous apprenons. Or, le vrai dramatique, où
peut-il mieux se rencontrer que dans ce que les hommes ont réellement
fait? Un poëte trouve dans l’histoire un caractère imposant qui l’arrête,
qui semble lui dire: Observe-moi, je t’apprendrai quelque chose sur
la nature humaine; le poëte accepte l’invitation; il veut tracer ce
caractère, le développer: où trouvera-t-il des actes extérieurs plus
conformes à la véritable idée de l’homme qu’il se propose de peindre
que ceux que cet homme a effectivement exécutés? Il a eu un but; il y
est parvenu, ou il a échoué: où le poëte trouvera-t-il une révélation
plus sûre de ce but et des sentimens qui portaient son personnage à le
poursuivre que dans les moyens choisis par celui ci même? Poussons la
proposition un peu plus loin pour la compléter. Notre poëte rencontre
de même dans l’histoire une action qu’il se plaît à considérer, au fond
de laquelle il voudrait pénétrer; elle est si interéssante qu’il désire
la connaître dans toutes ses parties et en donner l’idée la plus vraie,
la plus entière et la plus vive. Pour y parvenir, où cherchera-t-il les
causes qui l’ont provoquée, qui en ont décidé l’accomplissement, si ce
n’est dans les faits mêmes qui ont été ces causes?

C’est peut-être faute d’avoir observé ce rapport entre la vérité
matérielle des faits et leur vérité poétique que les critiques ont
apporté à la règle dont j’ai parlé une exception qui ne me semble pas
raisonnable. Ils ont dit que lorsque les principales circonstances
d’une histoire n’étaient pas très connues, on pouvait les altérer, ou
leur en substituer d’autres de pure invention: mais, ou je me trompe
fort, ou cela ne s’appelle pas faciliter au poëte la disposition de son
sujet; c’est bien plutôt lui ôter les moyens les plus sûrs d’en tirer
parti. Qu’importe que ces événemens soient ou non connus du spectateur?
Si le poëte les a trouvés, c’est un fil qui lui est donné pour arriver
au vrai; pourquoi l’abandonnerait-il? Il tient quelque chose de réel,
pourquoi le rejeter? pourquoi renoncer volontairement aux grandes leçons
de l’histoire? A quoi bon créer une action, un noeud, des péripéties,
pour motiver un résultat dont les motifs sont des faits? Voudrait-on par
hasard faire voir comment s’y prendrait la nature humaine pour agir si
elle avait adopté la règle des deux unités? On croit sans doute faire
autre chose; mais, sérieusement, fait on autre chose que cela dans toutes
ces créations où la vérité est altérée à si grands frais et avec des
effets si mesquins?

Ainsi donc, trouver dans une série de faits ce qui les constitue
proprement une action, saisir les caractères des acteurs, donner à
cette action et à ces caractères un développement harmonique, compléter
l’histoire, en restituer, pour ainsi dire, la partie perdue, imaginer
même des faits là où l’histoire ne donne que des indications, inventer au
besoin des personnages pour représenter les moeurs connues d’une époque
donnée, prendre enfin tout ce qui existe et ajouter ce qui manque, mais
de manière que l’invention s’accorde avec la réalité, ne soit qu’un moyen
de plus de la faire ressortir, voilà ce que l’on peut raisonnablement
dire créer; mais substituer des faits imaginaires à des faits constatés,
conserver des résultats historiques et en rejeter les causes parce
qu’elles ne cadrent pas avec une poétique convenue, en supposer d’autres
par la raison qu’elles peuvent mieux s’y adapter, c’est évidemment ôter à
l’art les bases de la nature. Veut-on que ce soit là une création? à la
bonne heure; mais ce sera du moins une création à peu près semblable à
celle d’un peintre qui, voulant absolument faire entrer dans un paysage
plus d’arbres que l’espace figuré sur la toile ne peut en contenir, les
presserait les uns contre les autres, et leur donnerait à tous une forme
et un port que n’ont pas les arbres de la nature.

L’application que vous faites, Monsieur, de votre théorie au sujet
historique de _Carmagnola_, me paraît à moi-même très propre à servir
d’exemple pour expliquer et justifier les idées que je viens de vous
soumettre. Je crains seulement, en me servant de cet exemple, d’avoir
l’air de repousser votre critique et de défendre ma tragédie: mais s’il
vous est resté quelque léger souvenir de la manière dont j’ai traité ce
sujet, veuillez, Monsieur, l’écarter tout-à-fait de votre esprit, et vous
en tenir à examiner seulement ce qu’il peut fournir, tel qu’il est dans
l’histoire, à un poëte dramatique; et je vous exposerai les motifs qui me
détourneraient de le traiter de la manière que vous proposez.

Permettez-moi de remettre ici encore une fois sous les yeux du lecteur
une partie du plan que vous tracez pour cette tragédie.

«Ne pouvait-on pas d’ailleurs faire en sorte que Carmagnola, sollicité
par le duc de Milan, se trouvât un moment maître du sort de la
république? La parenté de sa femme avec le duc, son empire sur les autres
_condottieri_, et l’assistance du peuple, pouvaient amener naturellement
cette situation. Le poëte eût ainsi mis en présence, dans l’âme du héros,
les sentimens de l’homme d’honneur avec l’imagination turbulente du chef
d’aventuriers; et Carmagnola, abandonnant par vertu le projet de livrer
Venise qui veut le perdre, n’en eût été que plus intéressant lorsqu’il
succombe, tandis que ce même projet eût servi à motiver et à peindre la
timide et cruelle politique du sénat».

Ce plan est très ingénieux dans le système que vous croyez le meilleur;
quant à moi, ce qui m’empêcherait de l’adopter, c’est que rien de tout
ce que vous y faites entrer n’a existé. Il est vrai que des sénateurs,
exerçant la puissance souveraine, ont envoyé à la mort un general qui
avait été leur bienfaiteur et leur ami; mais cette puissance que vous
voudriez attribuer à celui-ci, il ne l’a jamais eue, et le sénat vénitien
n’a jamais eu non plus ces craintes par lesquelles vous voudriez motiver
ce qu’il a fait. Il l’a cependant fait; il a eu des motifs pour le
faire; la connaissance de ces motifs est d’un grand intérêt, je dis d’un
grand intérêt dramatique, parce qu’il est très intéressant de voir les
véritables pensées par lesquelles les hommes arrivent à commettre une
grande injustice: c’est de cette vue que peuvent naître de profondes
émotions de terreur et de pitié, si l’on veut caractériser la tragédie
par la propriété de produire ces émotions. Or ces motifs où puis-je les
trouver? nulle autre part que dans l’histoire même; ce n’est que là que
je puis découvrir le caractère propre des hommes et de l’époque que je
veux peindre. Eh bien! un des traits les plus prononcés de cette époque,
et l’un de ceux qui contribuent le plus à lui donner une physionomie
toute particulière, une couleur toute locale, c’est une jalousie si
âpre de commandement et d’autorité, c’est une défiance si alerte et si
soupçonneuse de tout ce qui pouvait, je ne dis pas les anéantir, mais
les entraver un instant; c’est un besoin si outré de considération
politique, que l’on se portait facilement au crime pour défendre non
seulement le pouvoir, mais la réputation du pouvoir. Ces idées étaient
tellement prédominantes, qu’elles modifiaient tous les caractères,
ceux des gouvernés comme ceux des gouvernans, et que l’on aurait fait
une politique, une morale, et, ce qui est horrible à dire, une morale
religieuse, qui pussent aller avec elles. On regardait si peu la vie
des hommes comme une chose sacrée qu’il ne semblait pas nécessaire
d’attendre qu’elle fût réellement dangereuse pour la leur ôter. On
avait si bien pris ses précautions contre les mauvaises conséquences
d’une condamnation illégale, l’opinion publique était si muette ou si
pervertie, que les hommes placés à la tête de l’état, loin d’avoir à
redouter une punition, appréhendaient à peine le blâme. C’est dans de
telles circonstances, c’est au milieu de telles institutions, que je
vois un homme en opposition avec elles par tout ce qu’il y a en lui de
généreux, de noble ou d’impétueux, mais forcé toutefois de s’y ployer,
pour pouvoir exercer l’activité de son âme, pour pouvoir être, comme
on dit, quelque chose. Je vois cet homme, célèbre par ses victoires,
recherché par les puissances, parce qu’elles en avaient besoin, et
détesté par elles à cause de sa supériorité et de son humour indocile
et fière. Car, qu’il fût incapable de ployer sous la volonté d’autrui,
sa brouillerie avec le duc de Milan qu’il avait remis sur le trône, et
la résolution prise par le sénat de Venise de le tuer, le font assez
voir: qu’il y eût aussi en lui de la témérité et une grande confiance
en sa fortune, on n’en peut douter à la facilité avec laquelle il crut
aux fausses protestations d’amitié de ceux qui voulaient le perdre, avec
laquelle il donna dans leurs pièges et devint leur victime.

J’observe, dans l’histoire de cette époque, une lutte entre le pouvoir
civil et la force militaire, le premier aspirant à être indépendant, et
celle ci à ne pas obéir. Je vois ce qu’il y avait d’individuel dans le
caractère de Carmagnola éclater et se développer par des incidens nés
de cette lutte. Je trouve que, parmi ceux qui ont décidé de son sort,
il y avait des hommes qui étaient ses ennemis personnels, qu’il avait
blessés dans les points les plus sensibles de leur orgueil, qu’il avait
offensés comme individus et comme gouvernans; je lui trouve aussi des
amis, mais des amis qui n’ont pas su ou pu le sauver. Enfin je lui vois
une épouse, une fille, compagnes dévouées, mais étrangères aux agitations
de la vie politique, et qui ne sont là que pour recevoir la part de
bonheur ou de souffrance que leur fera l’homme dont elles dépendent.
Voilà en partie ce que ce sujet me semble présenter de poétique, voilà
ce que je voudrais savoir peindre et expliquer, si j’avais à traiter
de nouveau ce sujet. Mais je ne pourrais jamais, je l’avoue, le traiter
en y introduisant les mécontentemens populaires: il n’y en a pas eu, ou
au moins il n’en a point paru. Cela aurait changé totalement la face
des choses. Je ne voudrais pas non plus y faire entrer les alarmes de
la famille de Carmagnola, excitées par les bruits qui circulent sur les
intentions perfides du sénat. C’était le grand caractère de cette époque,
que les résolutions importantes, surtout lorsqu’elles étaient iniques, ne
fussent jamais précédées de bruits: rien n’avertissait la victime. On ne
peut changer ces circonstances sans ôter à la peinture de ces moeurs ce
qu’elle a de plus saillant et de plus instructif. Expliquer ce que les
hommes ont senti, voulu et souffert, par ce qu’ils ont fait, voilà la
poésie dramatique: créer des faits pour y adapter des sentimens, c’est la
grande tâche des romans, depuis mademoiselle Scudéri jusqu’à nos jours.

Je ne prétends pas pour cela que ce genre de composition soit
essentiellement faux; il y a certainement des romans qui méritent d’être
regardés comme des modèles de vérité poétique; ce sont ceux dont les
auteurs, après avoir conçu, d’une manière precise et sûre, des caractères
et des moeurs, ont inventé des actions et des situations conformes à
celles qui ont lieu dans la vie réelle, pour amener le développement
de ces caractères et de ces moeurs: je dis seulement que, comme tout
genre a son écueil particulier, celui du genre romanesque c’est le faux.
La pensée des hommes se manifeste plus ou moins clairement par leurs
actions et par leurs discours; mais, alors même que l’on part de cette
large et solide base, il est encore bien rare d’atteindre à la vérité
dans l’expression des sentimens humains. A côté d’une idée claire,
simple et vraie, il s’en présente cent qui sont obscures, forcées ou
fausses; et c’est la difficulté de dégager nettement la première de
celles-ci qui rend si petit le nombre des bons poëtes. Cependant les plus
médiocres eux-mêmes sont souvent sur la voie de la vérité: ils en ont
toujours quelques indices plus ou moins vagues; seulement ces indices
sont difficiles à suivre: mais que sera-ce si on les néglige, si on les
dédaigne? Or c’est la faute qu’ont commise la plupart des romanciers en
inventant les faits; et il en est arrivé ce qui devait en arriver, que
la vérité leur a échappé plus souvent qu’à ceux qui se sont tenus plus
près de la réalité; il en est arrivé qu’ils se sont mis peu en peine de
la vraisemblance, tant dans les faits qu’ils ont imaginés que dans les
caractères dont ils ont fait sortir ces faits; et qu’à force d’inventer
d’histoires, de situations neuves, de dangers inattendus, d’oppositions
singulières de passions et d’intérêts, ils ont fini par créer une nature
humaine qui ne ressemble en rien à celle qu’ils avaient sous les yeux,
ou, pour mieux dire, à celle qu’ils n’ont pas su voir. Et cela est si
bien arrivé que l’épithète de romanesque a été consacrée pour désigner
généralement, à propos de sentimens et de moeurs, ce genre particulier de
fausseté, ce ton factice, ces traits de convention qui distinguent les
personnages de roman.

Dire que ce goût romanesque a envahi le théâtre, et que même les plus
grands poëtes ne s’en sont pas toujours préservés, ce n’est pas hasarder
un jugement; c’est tout simplement répéter une plainte déjà ancienne,
et qui devient tous les jours plus générale, une plainte que la vérité
a arrachée aux admirateurs les plus sincères et les plus éclairés de
ces grands poëtes. Laissant de côté toutes les causes du mal qui sont
étrangères à la question actuelle, et qui d’ailleurs ont déjà été l’objet
de beaucoup de recherches ingénieuses et savantes, quoique détachées et
incomplètes, je me bornerai à hasarder quelques indications légères sur
la part que peut y avoir la règle des deux unités.

D’abord elle force l’artiste, comme vous dites, Monsieur, à devenir
créateur. J’ai déjà dit quelques mots de ce que me semble ce genre de
création; permettez-moi de revenir sur ce point important; je voudrais le
développer un peu plus.

Plus on considère, plus on étudie une action historique susceptible
d’être rendue dramatiquement, et plus on découvre de liaison entre
ses diverses parties, plus on aperçoit dans son ensemble une raison
simple et profonde. On y distingue enfin un caractère particulier, je
dirais presque individuel, quelque chose d’exclusif et de propre, qui
la constitue ce qu’elle est. On sent de plus en plus qu’il fallait de
telles moeurs, de telles institutions, de telles circonstances pour
amener un tel résultat, et de tels caractères pour produire de tels
actes; qu’il fallait que ces passions que nous voyons en jeu, et les
entreprises où nous les trouvons engagées, se succédassent dans l’ordre
et dans les limites qui nous sont donnés comme l’ordre et les limites de
ces mêmes entreprises.

D’où vient l’attrait que nous éprouvons à considérer une telle action?
pourquoi la trouvons-nous non seulement vraisemblable, mais intéressante?
c’est que nous en discernons les causes réelles; c’est que nous suivons,
du même pas, la marche de l’esprit humain et celle des événemens
particuliers présens à notre imagination. Nous découvrons, dans une serie
donnée de faits, une partie de notre nature et de notre destinée; nous
finissons par dire en nous-mêmes: Dans de telles circonstances, à l’aide
de tels moyens, avec de tels hommes, les choses devaient arriver ainsi.
La création imposée par la règle des deux unités consiste à déranger
tout cela, et à donner à l’effet principal que l’on a conservé et que
l’on représente une autre série de causes nécessairement différentes et
qui doivent néanmoins être également vraisemblables et intéressantes;
à déterminer par conjecture ce qui, dans le cours de la nature, a été
inutile, à faire mieux qu’elle enfin. Or comment a-t-on dû s’y prendre
pour atteindre cet inconcevable but?

Nous avons vu Corneille demander la permission de _faire aller les
événemens plus vite que la vraisemblance ne le permet_, c’est-à-dire plus
vite que dans la réalité. Or ces événemens que la tragédie représente
de quoi sont-ils le résultat? de la volonté de certains hommes, mus par
certaines passions. Il a donc fallu faire naître plus vite cette volonté
en exagérant les passions, en les dénaturant. Pour qu’un personnage
en vienne en vingt-quatre heures à une résolution decisive, il faut
absolument un autre degré de passion que celle contre laquelle il s’est
débattu pendant un mois. Ainsi cette gradation si intéressante par
laquelle l’âme atteint l’extremité, pour ainsi dire, de ses sentimens,
il a fallu y renoncer en partie; toute peinture de ces passions qui
prennent un peu de temps pour se manifester, il a fallu la négliger; ces
nuances de caractère qui ne se laissent apercevoir que par la succession
de circonstances toujours diverses et toujours liées, il a fallu les
supprimer ou les confondre. Il a été indispensable de recourir à des
passions excessives, à des passions assez fortes pour amener brusquement
les plus violens partis. Les poëtes tragiques ont été, en quelque sorte,
réduits à ne peindre que ce petit nombre de passions tranchées et
dominantes, qui figurent dans les classifications idéales des pédans de
morale. Toutes les anomalies de ces passions, leurs variétés infinies,
leurs combinaisons singulières qui, dans la réalité des choses humaines,
constituent les caractères individuels, se sont trouvées de force exclues
d’une scène où il s’agissait de frapper brusquement et à tout risque de
grands coups. Ce fond général de nature humaine, sur lequel se dessinent,
pour ainsi dire, les individus humains, on n’a eu ni le temps ni la place
de le déployer; et le théâtre s’est rempli de personnages fictifs, qui
y ont figuré comme types abstraits de certaines passions, plutôt que
comme des êtres passionnés. Ainsi l’on a eu des allégories de l’amour ou
de l’ambition, par exemple, plutôt que des amans ou des ambitieux. De
là cette exagération, ce ton convenu, cette uniformité des caractères
tragiques, qui constituent proprement le romanesque. Aussi arrive-t-il
souvent, lorsqu’on assiste aux représentations tragiques, et que l’on
compare ce qu’on y a sous les yeux, ce que l’on y entend, à ce que l’on
connaît des hommes et de l’homme, que l’on est tout surpris de voir une
autre générosité, une autre pitié, une autre politique, une autre colère
que celles dont on a l’idée ou l’expérience. On entend faire, et faire au
sérieux, des raisonnemens que, dans la vie réelle, on ne manquerait pas
de trouver fort étranges; et l’on voit de graves personnages se régler,
dans leurs déterminations, sur des maximes et sur des opinions qui n’ont
jamais passé par la tête de personne.

Que si, ne voulant pas accélérer les événemens connus, on préfère d’en
substituer quelques-uns de pure invention, surtout pour amener le
dénoûment, on reste à peu près dans les mêmes inconvéniens. En effet, dès
que l’on se propose de faire agir, en peu d’heures et dans un lieu très
resserré, des causes qui opèrent une révolution grande et complète dans
la situation ou dans l’âme des personnages, il faut de toute nécessité
donner à ces causes une force que n’auraient pas eue les causes réelles;
car, si elles l’avaient eue, on ne les aurait pas écartées pour en
inventer d’autres. Il faut de rudes chocs, de terribles passions, et des
déterminations bien précipitées, pour que la catastrophe d’une action
éclate vingt-quatre heures au plus tard après son commencement. Il est
impossible que des personnages à qui l’on prescrit tant de fougue et
d’impétuosité ne se trouvent pas entre eux dans des rapports outrés et
factices. Le cadre tragique étant de la même dimension pour tous les
sujets, il en est résulté que les objets qui s’y meuvent ont dû avoir
à peu près une même allure; de là l’uniformité, non seulement dans les
passions agissantes, mais dans la marche même de l’action, uniformité
telle, qu’on en est venu à compter et à mesurer le nombre de pas qu’elle
doit faire a chaque acte, et par lesquels elle doit se précipiter de
l’exposition au noeud, et du noeud à la catastrophe.

Des génies du premier ordre ont travaillé dans ce système: admirons-les
doublement d’avoir su produire de si rares beautés au milieu de tant
d’entraves; mais nier les fautes nécessaires où le système les a
entraînés, ce n’est pas montrer un amour raisonné de l’art, ce n’est pas
s’intéresser à sa perfection, ce n’est pas même montrer pour ces beaux
génies un respect bien sincère: une admiration de ce genre a tout l’air
d’une admiration de courtisan.

Les faux événemens ont produit en partie les faux sentimens, et ceux-ci,
à force d’être répétés, ont fini par être réduits en maximes. C’est
ainsi que s’est formé ce code de morale théâtrale, opposé si souvent
au bon sens et a la morale véritable, contre lequel se sont élevés,
particulièrement en France, des écrits qui restent, et auxquels on a fait
des réponses oubliées.

Il ne faudrait pas, j’en conviens, trop insister sur l’influence que
ces fausses maximes, pompeusement étalées et mises en action dans la
tragédie, ont pu exercer sur l’opinion; mais l’on ne saurait non plus
nier qu’elles n’en aient eu quelqu’une; car enfin le plaisir que l’on
éprouve a entendre répéter ces maximes ne peut venir que de ce qu’on
les trouve vraies, et de ce que l’on peut y donner son assentiment. On
les adopte donc, et, lorsqu’ensuite il se presente, dans la vie réelle,
quelque incident auquel elles sont applicables, il est tout simple
que l’on se les rappelle. Ce serait peut-être une recherche curieuse
que celle des opinions que le théâtre a introduites dans la masse des
idées morales. Je n’ai garde de l’entreprendre ici; mais je ne veux pas
rejeter l’occasion de citer au moins un exemple de cette influence des
doctrines théâtrales; je veux parler de celle du suicide; elle est on ne
peut plus commune dans la tragédie, et la cause en est claire: on y met
ordinairement les hommes dans des rapports si forcés; on les fait entrer
dans des plans où il est si difficile que tous puissent s’arranger; on
leur donne une impulsion si violente vers un but exclusif, qu’il n’y a
pas moyen de supposer que ceux qui le manquent en prendront leur parti,
et trouveront encore dans la vie quelque chose qui leur plaise, quelque
intérêt digne de les occuper: ce sont des malencontreux dont le poëte se
débarrasse bien vite par un coup de poignard.

A force de pratique on a dû en venir a la théorie, et un poëte a donné la
formule morale du suicide dans ces deux vers célèbres:

  Quand on a tout perdu, quand on n’a plus d’espoir,
  La vie est un opprobre, et la mort un devoir.

Mais lorsqu’on sort du théâtre, et que l’on entre dans l’expérience et
dans l’histoire, dans l’histoire même des nations païennes, on voit que
les suicides n’y sont pas à beaucoup près aussi fréquens que sur la
scène, surtout dans les occasions où les poëtes tragiques y ont recours.
On voit des hommes qui ont subi les plus grands malheurs ne pas concevoir
l’idée du suicide, ou la repousser comme une faiblesse et comme un crime.
Certes l’époque où nous nous trouvons a été bien feconde en catastrophes
signalées, en grandes espérances trompées; voyous-nous que beaucoup de
suicides s’en soient suivis? non;[1053] et si la manie en est devenue
de nos jours plus commune, ce n’est pas parmi ceux qui ont joué un grand
rôle dans le monde, c’est plutôt dans la classe des joueurs malheureux,
et parmi les hommes qui n’ont ou croient n’avoir plus d’intérêt dans
la vie dès qu’ils ont perdu les biens les plus vulgaires: car les âmes
les plus capables de vastes projets sont d’ordinaire celles qui ont le
plus de force, le plus de résignation dans les revers. N’est-il donc
pas un peu surprenant de voir que l’on ait gardé ces maximes de suicide
précisément pour les grandes occasions et pour les grands personnages? et
n’est-ce pas à cette habitude théâtrale qu’il faut attribuer l’étonnement
que tant de personnes ont manifesté lorsqu’elles ont vu des hommes
qui ne se donnaient pas la mort après avoir essuyé de grands revers?
Accoutumées à voir les personnages tragiques déçus mettre fin à leur
vie en débitant quelques pompeux alexandrins ou quelques endécasyllabes
harmonieux, serait-il étrange qu’elles se fussent attendues à voir les
grands personnages du monde réel en faire autant dans les cas semblables?
Certes il faut plaindre les insensés qui, désespérant de la providence,
concentrent tellement leurs affections dans une seule chose, que perdre
cette chose ce soit avoir tout perdu, ce soit n’avoir plus rien à faire
dans cette vie de perfectionnement et d’épreuve! Mais transformer cet
égarement en magnanimité, en faire une espèce d’obligation, un point
d’honneur, c’est jeter de déplorables maximes sur le théâtre, sans se
demander si elles n’iront jamais au-delà, si elles ne tendront pas à
corrompre la morale des peuples.

On a beaucoup reproché aux poëtes dramatiques de l’école française, sans
en excepter ceux du premier ordre, d’avoir donné, dans leurs tragédies,
une trop grande part a l’amour; surtout d’avoir fréquemment subordonné
à une intrigue amoureuse des événemens de la plus haute importance, et
où il est bien constaté que l’amour ne fut jamais pour rien. Je ne veux
pas décider ici si ces reproches sont fondés ou non; mais je ne puis
me défendre d’observer que, parmi les causes qui ont concouru à rendre
l’amour si dominant sur le théâtre français, on n’a jamais compté la
règle des deux unités. Elle a dû cependant y être pour quelque chose.
Cette règle, en effet, a forcé le poëte à se restreindre à un nombre
plus limité de moyens dramatiques, et parmi ceux qui lui restaient, il
était naturel qu’il s’arrêtât de préférence à ceux que lui fournissait
la passion de l’amour, cette passion étant de toutes la plus féconde en
incidens brusques, rapides, et partant plus susceptibles d’être renfermés
dans le cadre étroit de la règle.

Pour produire une révolution dans une tragédie fondée sur l’amour, pour
faire passer un personnage de la joie à la douleur, d’une résolution à
la résolution contraire, il suffit des incidens en eux-mêmes les plus
petits et les plus détachés de la chaîne générale des événemens. Ici
vraiment les faits occupent la moindre place possible en durée comme
en espace. La découverte d’un rival est bientôt faite; un dédain, un
sourire, quelques mots qui donnent l’espérance ou qui la détruisent sont
bientôt échappés, bientôt entendus, et ont bientôt produit leur effet. Il
est difficile, par exemple, de trouver une tragédie où l’action marche
avec plus de rapidité et de suite, précipitée par les oscillations et les
obstacles même qui semblent devoir l’arrêter, que celle d’_Andromaque_.
Racine n’a point eu de difficulté à faire entrer une telle action dans le
cadre resserré du système qu’il avait adopté, parce que tout, dans cette
action, dépend d’une pensée d’Andromaque et de la résolution qu’elle
va prendre. Mais les grandes actions historiques ont une origine, des
impulsions, des tendances, des obstacles bien différens et bien autrement
compliqués; elles ne se laissent donc pas si aisément réduire, dans
l’imitation, à des conditions qu’elles n’ont pas eues dans la réalité.

Cette part capitale donnée à l’amour dans la tragédie ne pouvait pas
être sans influence sur sa tendance morale: on ne pouvait pas se borner
à sacrifier au développement de cette passion tous les autres incidens
dramatiques, il fallait encore lui subordonner tous les autres sentimens
humains, et plus rigoureusement les plus importans et les plus nobles.
Je n’ignore pas que le poëte tragique écarte avec soin ce qui n’est
pas relatif à l’intérêt qu’il se propose d’exciter, et en cela il fait
très bien; mais je crois que tous les intérêts qu’il introduit dans son
plan il doit les développer, et que si des élémens d’un intérêt plus
sérieux et plus élevé que celui qu’il aspire particulièrement à produire
tiennent tellement à son sujet qu’il n’ait pu les écarter tout à fait,
il est obligé de leur donner, dans l’imitation, cette prééminence qu’ils
doivent avoir dans le coeur et dans la raison du spectateur. Or c’est
ce que le système tragique, où l’amour domine, n’a pas toujours permis:
il a, si je ne me trompe, forcé quelquefois de grands poëtes à rejeter
dans l’ombre ce qu’il y avait dans leurs sujets de plus pathétique et
d’incontestablement principal; il est quelquefois arrivé à ces poëtes,
après avoir touché par hasard, et comme à la dérobée, les cordes du
coeur humain les plus graves et les plus morales, d’être obligés de
les abandonner bien vite, pour ne pas courir le risque de compromettre
l’effet des émotions amoureuses, auquel tendait principalement leur plan.

Avec l’admiration profonde que doit avoir pour Racine tout homme
qui n’est pas dépourvu de sentiment poétique, et avec l’extrême
circonspection qu’un étranger doit porter dans ses jugemens sur un
écrivain proclamé classique par deux siècles éclairés, j’oserai vous
soumettre quelques réflexions sur la manière dont ce grand poëte a
traité le sujet d’_Andromaque_. Malgré l’art admirable et les nuances
délicates de coloris avec lesquels est peinte la passion de Pyrrhus,
d’Hermione et d’Oreste, je suis persuadé que, pour tout spectateur doué,
je ne dirai pas d’une sensibilité exquise, mais d’un degré ordinaire
d’humanité, l’intérêt principal se porte sur Astyanax. Il s’agit, en
effet, de savoir si un enfant sera ou ne sera pas livré à ceux qui le
demandent pour le faire mourir; et je crois que toutes les fois que l’on
jettera une telle incertitude dans l’âme de spectateurs qui porteront
au théâtre des dispositions naturelles et non faussées par des théories
arbitraires, le sentiment qu’elle excitera en eux prendra décidément le
dessus parmi tous les autres, et laissera moins de prise aux agitations
et aux souffrances de ces héros et de ces héroïnes qui s’aiment tous à
contre-temps. Cependant ce pauvre Astyanax, ce malheureux fils d’Hector,
ne paraît jamais dans la pièce que comme un accessoire, comme un moyen.
On voit bien qu’il faut, pour que les affaires des amoureux se brouillent
ou s’arrangent, que le sort de l’enfant soit décidé; mais ce n’est que
relativement à l’intrigue amoureuse qu’ il est question de lui, excepté
lorsque c’est Andromaque qui en parle. Ainsi Oreste ne désire pas, il est
vrai, d’obtenir Astyanax pour le livrer à ses bourreaux; mais c’est parce
qu’il entre dans le plan de son amour que Pyrrhus le lui refuse:

  Je viens voir si l’on peut arracher de ses bras
  Cet enfant dont la vie alarme tant d’états:
  Heureux si je pouvais, dans l’ardeur qui me presse,
  Au lieu d’Astyanax lui ravir ma princesse!

Ainsi encore, lorsque Pyrrhus refuse l’innocente victime, c’est bien la
pitié qu’il donne pour motif de son refus; mais le spectateur ne s’y
méprend pas: il voit clairement que le vrai motif de Pyrrhus est de ne
pas blesser à jamais le cœur d’Andromaque, et de ménager une chance
favorable à son amour. Cela est si vrai que, lorsqu’Andromaque rejette
ses vœux, il lui déclare qu’il va livrer Astyanax; et l’on voit alors,
d’un côté, une femme à genoux qui s’écrie: N’égorgez pas mon enfant; et,
de l’autre, un amant qui dit et redit à cette femme que son enfant sera
livré pour la punir de son indifférence pour lui Pyrrhus. Le sentiment
le plus simple, le plus vif, le plus commun de la nature, Pyrrhus ne le
suppose pas; il ne lui vient jamais a l’esprit qu’Andromaque puisse aimer
son fils indépendamment de l’amour ou de la haine qu’elle peut avoir pour
un homme qui la recherche.

  Non, vous me haïssez, et, dans le fond de l’âme,
  Vous craignez de devoir quelque chose à ma flamme.
  Ce fils, ce même fils, objet de tant de soins,
  Si je l’avais sauvé, vous l’en aimeriez moins.

Observera-t-on que Pyrrhus, lorsqu’il a une fois résolu d’abandonner
Astyanax aux bourreaux qui le réclament, montre quelques regrets sur le
sort de cet enfant? oui; mais c’est à cause d’Andromaque: il voit la
douleur et les larmes où la perte d’un fils adoré va plonger la femme
qu’il aime; voilà ce qui le préoccupe, et non la lâcheté dont il se rend
coupable en accédant à un acte inhumain de politique. Mais quoi! l’amour
le fascine au point qu’il va jusqu’à douter un moment si, après avoir
perdu son fils, Andromaque ne sera pas un peu piquée de voir celui qui
l’a livré devenir l’époux d’une autre femme:

                Crois-tu, si je l’épouse,
  Qu’Andromaque en son cœur n’en sera pas jalouse?

Enfin rien ne fait mieux sentir que la mort d’Astyanax n’est rien
dans la pièce que la manière dont Phœnix en est affecté. Il n’est pas
amoureux celui-là; il n’a point d’intérêt personnel à cette persécution
d’un enfant par la Grèce entière; et il y aurait calomnie à le traiter
de méchant homme. Il ne manque même pas de ce genre de bonté, pour
ainsi dire toute philosophique, que l’on ne rencontre guère que dans
les confidens vertueux de tragédie, et qui ne laisse pas d’avoir sa
singularité. En effet, ces personnages se mêlent de tout, et n’agissent
jamais dans des vues personnelles: ils tiennent de près à l’action
tragique, mais ils n’y tiennent par aucun motif qui leur soit propre;
ils ont fait leur affaires et leurs passions des affaires et des
passions d’autrui. Parfaitement désintéressés, et cependant pleins de
zèle, inaccessibles à la corruption, à la tentation même, ce sont des
courtisans d’une espèce nouvelle, qui s’oublient, qui ne sont rien dans
le monde et n’y veulent rien être: ce sont de purs esprits, qui semblent
n’avoir pris momentanément un corps que pour faire aller une tragédie.
Aussi n’est-il pas rare de les voir montrer la plus haute sagesse au
milieu des passions les plus folles, et un sang-froid admirable dans les
plus horribles dangers. Et c’est peut-être ce calme imperturbable, ce
désintéressement absolu, qui ont donné à quelques critiques l’idée un peu
bizarre de comparer les confidens de la tragédie française aux chœurs des
Grecs.

Mais revenons à Phœnix. Eh bien! Phœnix, louant Pyrrhus du parti qu’il
a pris enfin de livrer Astyanax, n’a pas l’air de soupçonner qu’il y
ait dans ce parti rien de lâche et de barbare. Il y a un moment où l’on
pourrait espérer qu’il va laisser percer quelque scrupule là-dessus; on
écoute, et c’est pour l’entendre dire:

  Qui, je bénis, seigneur, l’heureuse cruauté
  Qui vous rend....

Et Dieu sait ce qu’il allait ajouter si Pyrrhus ne lui eût coupé un peu
brusquement la parole sur un exorde si expressif!

Je n’ai rien dit d’Hermione; mais qu’y a-t-il à en dire sous le rapport
que je considère? Ivre du bonheur de voir Pyrrhus rendu à son amour,
peut-il lui venir dans l’idée que la mort d’un enfant troyen va être
le gage de ce bonheur? Cependant elle est bien obligée d’y songer un
instant, lorsqu’Andromaque vient, en suppliante, la conjurer de fléchir
Pyrrhus; mais du reste elle se dispense de se rendre à la prière de cette
mère désolée, sous le prétexte d’un _devoir austère_, et se contente de
dire:

  S’il faut fléchir Pyrrhus, que le peut que vous?
  Vos yeux assez long-temps ont regné sur son âme.
  Faites-le prononcer, j’y souscrirai, madame.

c’est-à-dire je n’insisterai pas pour que votre fils soit égorgé.

Il sera vrai, si l’on veut, que d’abominables préjugés, de fausses
institutions, des passions effrénées, aient porté un homme, quelques
hommes, tout un peuple, au degré de férocité que supposeraient de
telles mœurs: j’admettrai que cette férocité puisse se trouver combinée
avec l’amour le plus tendre et le plus raffiné; j’irai plus loin, s’il
le faut, je croirai qu’il n’est pas impossible que ce soit cet amour
lui-même qui ait engendré un oubli si complet des sentimens les plus
universels de l’humanité. Ce qui m’étonne, ce que je voudrais savoir et
n’ose presque demander, c’est comment il arrive que là où l’on représente
de telles mœurs, cet oubli même de l’humanité et de la nature ne soit
pas, pour le spectateur, la partie dominante et la plus terrible du
spectacle? J’ai peine à comprendre comment, en présence de phénomènes
moraux aussi étranges, aussi monstrueux que ceux dont il s’agit, l’on
peut se prendre d’un intérêt sérieux pour des incertitudes et des
querelles d’amour? comment la curiosité ne se porte pas plutôt à démêler,
dans le cœur et dans l’esprit de ces étonnans personnages offerts à sa
contemplation, les sentimens et les idées qui en ont fait des exceptions
à la nature humaine? Que si ces sentimens, ces idées ont été ceux d’un
peuple et d’une époque, il n’en est que plus important d’en observer tous
les indices, de savoir comment ils se produisent, et d’apprécier ce qui
en résulte. J’ai surtout de la peine, je le répète, à concevoir que, dans
le choc des passions de Pyrrhus, d’Oreste et d’Hermione, Astyanax ne soit
pas l’objet essentiel de l’anxiété du spectateur; que celui-ci puisse
être frappé des soupirs et des fureurs des trois amans, par un motif plus
pressant que celui de savoir si le malheureux enfant leur sera ou non
sacrifié!

Mais peut-être, dans le système dramatique où l’amour domine, est-on
obligé de considérer tout le reste comme accessoire; et Racine, à ce
qu’il paraît, en a ainsi jugé, puisque la tragédie d’_Andromaque_ se
termine sans que le sort d’Astyanax soit décidé. Il est, pour le moment,
en sûreté avec sa mère: le peuple les a pris tous les deux sous sa
protection; mais le projet conçu par la Grèce entière d’immoler le fils
d’Hector subsiste; la vie de cet enfant est toujours en danger; car ses
ennemis sont toujours les plus forts, et les motifs qu’ils ont pu avoir
de l’immoler sont plutôt renforcés qu’affaiblis, depuis que sa mère
semble avoir trouvé un parti dans le Grèce même. L’observation que je
fais ici relativement à _Andromaque_ trouverait son application dans une
foule d’autres tragédies dont l’intérêt roule de même sur l’amour, et où
il est tellement principal, qu’une fois les personnages amoureux contens
ou morts, il ne reste plus dans l’action aucun sujet d’incertitude ou de
curiosité; où tout ce qui n’est pas l’amour se rapporte encore a l’amour,
et n’excite d’attention que comme moyen offert ou comme obstacle oppose
aux flammes des amans. Il y a, par exemple, dans _Andromaque_ même
l’énoncé d’un fait qui, si on allait le scruter de trop près, pourrait
bien produire une impression fort contraire au sentiment que le poëte
veut inspirer pour la veuve d’Hector. Il s’agit de ce qu’Oreste dit, dès
la première scène, à propos d’Astyanax:

  J’apprends que, pour ravir son enfance au supplice,
  Andromaque trompa l’ingénieux Ulysse:
  Tandis qu’un autre enfant, arraché de ses bras,
  Sous le nom de son fils fut conduit au trépas.

Si le spectateur, dis-je, prenait cela au sérieux, et voulait régler
ses sentimens pour Andromaque sur ce que le poëte raconte d’elle, il y
a beaucoup d’apparence que la pitié pour cette héroïne serait un peu
affaiblie par le souvenir d’une action si cruelle: car enfin ce n’est
ni à Andromaque ni à Astyanax, c’est à une mère et à un enfant que
le spectateur s’intéresse; et, s’il se rencontre une mère qui ait pu
livrer l’enfant d’une autre à la mort, on n’éprouvera jamais pour elle
une sympathie entière et pure lorsqu’elle sera en danger de voir périr
le sien. Je crois que, pour prendre un intérêt complet aux malheurs
d’un personnage quelconque, le spectateur a besoin de lui trouver des
sentimens d’humanité. Un être humain qui pour connaître la pitié aurait
attendu d’en avoir besoin, qui l’invoquerait sans l’avoir jamais sentie,
courrait beaucoup de risque de n’inspirer qu’un faible intérêt. Tout ce
qu’on lui devrait, ou du moins tout ce que l’on pourrait lui accorder,
serait un pénible mélange de commisération et d’horreur; et Andromaque
elle-même, s’il était vrai qu’elle eût commis une cruauté pour prévenir
une infortune, nous toucherait bien moins quand cette infortune vient
à l’accabler; ses douleurs auraient l’air d’une punition du ciel; ses
larmes auraient, pour ainsi dire, été souillées dans leur source même;
elles auraient perdu ce qu’ont de plus puissant et de plus sacré les
larmes d’une mère qui supplie pour la vie de son enfant.

Un critique qui, il faut bien le croire, a été quelque temps une autorité
en littérature[1054], a paru soupçonner que l’idée du sacrifice
d’Astyanax pouvait produire un sentiment nuisible à l’effet de la
tragédie de Racine, et voici comme il aplanit toute la difficulté: «Si
Pyrrhus», dit-il, «n’obtient pas la main d’Andromaque, il livrera le fils
de cette princesse aux Grecs, qui le lui demandent. Ils ont des droits
sur leur victime, et il ne peut refuser à ses alliés le sang de leur
ennemi commun, à moins qu’il ne puisse leur dire: Sa mère est ma femme,
et son fils est devenu le mien. Voilà des motifs suffisans, bien conçus
et bien dignes de la tragédie». Des droits! le droit de tuer un enfant
parce qu’il est le fils d’un ennemi! Le critique ne le pensait pas,
aussi ajoute-t-il de suite ces paroles non moins étonnantes: «Quoique ce
sacrifice d’un enfant _puisse nous paraître tenir de la cruauté_, les
mœurs connues de ces temps, les maximes de la politique et les droits de
la victoire l’autorisent suffisamment». Cela peut être: mais, dans ce
cas, ce sont ces mœurs, ces maximes de politique, et cette manière de
concevoir les droits de la victoire, c’est l’horrible puissance qu’on
leur attribue de porter les hommes à sacrifier un enfant, qui est le côté
le plus terrible et le plus dramatique du sujet, c’est le sujet tout
entier, si je ne me trompe; car l’amour devient, pour ainsi dire, une
passion de luxe, une frivolité, si on le rapproche d’une idée si grave.
Mais, me dira-t-on sans doute, ne doit-on pas admirer l’art du poëte qui
a su si pleinement nous captiver pour des intérêts amoureux, en présence
et, pour ainsi dire, en dépit des intérêts les plus simples et les plus
sacrés de l’humanité? Oui, certes, on doit l’admirer; mais n’est-il-pas
permis aussi de trouver quelque chose à redire à un système dans lequel
un des plus heureux génies poétiques qui aient jamais existé emploie
toutes ses ressources à faire prédominer une impression qui n’est que
secondaire, pour le genre et le degré de sympathie qu’elle peut produire,
sur une impression aussi pure, aussi religieuse, aussi éminemment
poétique, que la pitié pour un enfant que des hommes veulent égorger, en
vertu des prétendus droits de la victoire et de la politique? N’y a-t-il
rien à regretter dans un système qui oblige ou qui expose incessamment le
poëte à faire taire la voix de l’humanité, pour ne laisser entendre que
celle de l’amour?

Je n’ai pas prétendu indiquer, bien s’en faut, tous les effets des
règles arbitraires sur le poëme dramatique; il faudrait pour cela
examiner, dans tous ses développemens, la tragédie telle qu’elle est
résultée de l’observance de ces règles. Si, comme il me semble démontré,
elles introduisent dans l’art des élémens étrangers, si elles imposent
aux sujets dramatiques une forme indépendante de leur nature, il est
bien clair que la tragédie n’a pu les admettre sans se ressentir
désavantageusement, et dans toutes ses parties, de leur influence; et
l’on peut en dire autant de toutes les règles factices dans tous les
genres de poesie.

Remarquez, je vous prie, Monsieur, sur quels principes on s’est fondé
pour les établir ces règles. C’est de la pratique qu’on les a toujours
prises. Ainsi, dans le poëme épique, on est parti de l’_Iliade_ pour
trouver les règles: et le raisonnement que l’on a fait, pour prouver
qu’elles s’y trouvaient, est assurément un des plus curieux qui soient
jamais tombés dans l’esprit des hommes. On a dit que puisqu’Homère
avait atteint la perfection en remplissant telles et telles conditions,
ces conditions devaient être regardées comme nécessaires partout, pour
tout et pour toujours. On n’a oublié en cela qu’un des caractères les
plus essentiels de la poésie et de l’esprit humain: on n’a pas vu que
tout poëte, digne de ce nom, saisit précisément dans le sujet qu’il
traite les conditions et les caractères qui lui sont propres; et qu’à
un but déterminé et spécial il ne manque jamais d’approprier des moyens
également spéciaux. Aussi les règles générales que l’on a tirées, Dieu
sait comment, de l’_Iliade_, pour les imposer à tout poëme sérieux
de longue haleine, se sont trouvées non seulement gratuites, mais
inapplicables relativement à beaucoup de productions du premier ordre,
par la raison que les auteurs de celles-ci ont vu dans leur sujet, ainsi
qu’Homère dans le sien, ce que ce sujet avait de propre et d’individuel;
par la raison que, comme Homère, ils se sont conformés, dans l’exécution,
à cette vue première, à cette perception rapide et simultanée des moyens
qui convenaient à leur but. Il a dû arriver de la sorte aux théoristes
de trouver, dans bien des poëmes épiques, des choses qu’ils n’avaient
ni prévues ni soupçonnées, puisqu’elles n’étaient pas dans l’_Iliade_.
Mais les théoristes de l’épopée ont l’air d’avoir été plus accommodans
que ceux du drame: ils ont admis des exceptions aux règles déduites de
l’_Iliade_, pour les sujets qui ne se prêtaient pas à ces règles: et,
comme ces exceptions ne laissent pas d’être nombreuses, sont même plus
nombreuses que les cas réguliers, il y a vraiment lieu à se féliciter de
cette condescendance de la part des régulateurs de l’épopée.

Parmi les ouvrages modernes qui approchent le plus de l’idéal convenu
pour le poëme épique, et qui sont regardés comme classiques dans l’Europe
entière, il y en a trois, je crois, où l’on est parvenu, tant bien que
mal, à trouver l’application des règles homériques, et le vrai type du
genre; ce sont la _Jérusalem délivrée_, la _Lusiade_ et la _Henriade_:
mais, pour la _Divine comédie_ et le _Roland furieux_, pour le _Paradis
perdu_, la _Messiade_ et tant d’autres poëmes, les critiques ont eu beau
se tourmenter à leur faire une case dans leurs théories, ils n’ont pu
en venir à bout; ces poëmes leur ont toujours échappé par quelque côté.
Dans le premier, on a cherché en vain une certaine unité conforme à
l’idée générale que l’on s’en était faite; dans le second, on n’a pas su
au juste quel était le protagoniste; dans l’autre, enfin, les événemens
n’étaient pas du genre épique proprement dit: si bien que l’on a fini
par ne plus savoir de quel titre qualifier ces compositions indociles;
tout ce dont on est convenu à leur égard, c’est qu’elles n’avaient pas
moins d’agrémens ou moins de beautés que les modèles auxquels elles ne
ressemblaient pas. Le plus plaisant est que les critiques, au lieu de se
donner tant de peine pour essayer de ranger sous une dénomination commune
tant de poëmes divers, ne se soient jamais avisés de réfléchir que cette
dénomination n’existait pas _à priori_, et que le vrai titre de chacun de
ces poëmes était celui que lui avait donné son auteur. Mais cela était
trop complexe, trop opposé a l’idée commode de l’unité; il fallait à
la théorie, pour la mettre à son aise, un nom de genre pour les poëmes
épiques. Mais il eût fallu pour cela que la théorie devançât la pratique:
alors plus d’exceptions obligées, et partant plus de difficultés, plus
d’embarras.

Forcés de reconnaître des exceptions, les critiques épiques ont du moins
essayé de les limiter et de les restreindre, combattant encore ainsi pour
l’honneur des règles, alors même qu’ils semblaient les sacrifier: ils ont
déclaré qu’ils voulaient accorder le privilège de violer ces règles, mais
qu’ils ne voulaient l’accorder qu’à de grands génies. Y pensaient ils
bien? Si ce sont les grands génies qui violent les règles, quelle raison
restera-t-il de présumer qu’elles sont fondées sur la nature, et qu’elles
sont bonnes à quelque chose?

Il est impossible de tromper un homme de goût sur l’unité de lieu, et
difficile de le tromper sur celle de temps. Aussitôt que, dans votre
pièce, une décoration change, il vous prend en flagrant délit, et il est
prouvé dès lors que vous ne connaissez pas les premiers élémens de l’art.

Et par respect pour qui supporterait-on à perpétuité cette gêne? Par
respect pour quelques commentateurs d’Aristote? Ah! si Aristote le
savait! Mais n’est-il pas bien démontré aujourd’hui qu’il n’a jamais
songé a prescrire à la tragédie les règles qui lui ont été imposées en
son nom, et que l’on a abusé de son autorité pour établir un déplorable
despotisme? Si ce philosophe revenait, et qu’on lui présentât nos axiomes
dramatiques comme issus de lui, ne leur ferait-il pas le même accueil
que fait M. de Pourceaugnac à ces jeunes Languedociens et à ces jeunes
Picards dont ou veut à toute force qu’il se déclare le père? Voyez,
Monsieur, par quelles voies ces règles se sont glissées dans le théâtre
français. C’est d’Aubignac qui le premier en France s’avisa de croire que
l’on n’aurait jamais de tragédie à moins de les adopter; c’est Mairet
qui le premier les mit en pratique; c’est Chapelain qui fut chargé des
négociations auxquelles il fallut recourir pour vaincre la répugnance des
comédiens à jouer une pièce où ces règles étaient observées. Ce sont ces
règles qui, à peine nées, ont donné à Scudéri le pouvoir de faire passer
de mauvaises nuits à ce bon et grand Corneille. Corneille s’est débattu
quelque temps sous le joug, et ne l’a à la fin subi qu’en frémissant;
Racine l’a porté dans toute sa rigueur: car braver une erreur qui est
dans la vigueur de la jeunesse, cela ne vient à la tête de personne. Les
esprits les plus éclairés et les plus indépendans sont les derniers
à lutter contre un préjugé qui va s’établir; ils sont les premiers à
s’élever contre un préjugé qui a long-temps régné: il ne leur est pas
donné de faire plus. Racine a donc porté le joug; mais on ne voit pas
qu’il l’ait aimé. Et quelle raison aurait-il eue de l’aimer? quelle
obligation a-t-il aux règles de d’Aubignac? quelles beautés leur doit-il?
Il serait plus facile de dire en quoi elles ont contrarié et gêné son
admirable talent que de faire voir comment elles l’ont aidé. On ne
soutiendra pas peut-être que ce talent, si complet et si sûr, se serait
égaré en s’exerçant dans un champ plus vaste. Il y aurait, je pense, plus
de justice à présumer que, plus libre dans son art, Racine n’eût pas
pour cela abusé des heureux dons de la nature; qu’en traitant des sujets
plus relevés et plus graves il n’aurait rien perdu de cette rectitude de
jugement, de cette délicatesse de goût, qui lui font toujours trouver ce
qu’il y a de plus fort dans le vrai, de plus exquis dans le naturel. Il
est permis de croire que l’amour n’était pas l’unique passion qu’il pût
faire parler avec éloquence; qu’avec plus de moyens de pénétrer dans les
profondeurs de l’histoire, et de suivre la marche franche et naturelle
des événemens tragiques, il n’aurait pas oublié le secret de ce style
enchanteur, où l’art se cache dans la perfection, où l’élégance est
toujours au profit de la justesse, où l’on reconnaît à chaque trait le
reflet d’un sentiment profond qui démêle toutes les nuances des idées et
des objets, avec le don de s’arrêter constamment aux plus poétiques.

Mais Racine, entend-on dire tous les jours, Racine et bien d’autres
poëtes qui, pour n’être pas ses égaux, ne sont cependant pas des
écrivains vulgaires, ont examiné les règles dont il s’agit, ils s’y
sont soumis; et n’y-a-t-il pas un orgueil intolérable à croire que l’on
voit plus juste et plus loin qu’eux, que de tels hommes se sont laissés
garrotter par des liens que le moindre effort de leur raison aurait dû
briser? Eh non, il n’y a pas d’orgueil à se croire, en certaines choses,
plus éclairé que les grands hommes qui nous ont précédés. Chaque erreur
a son temps et, pour ainsi dire, son règne, pendant lequel elle subjugue
les esprits les plus élevés: des hommes supérieurs ont cru pendant
des siècles aux sorciers, et il n’y a assurément aujourd’hui d’orgueil
pour personne a se prétendre plus éclairé qu’eux sur le point de la
sorcellerie.

Une fois ces règles adoptées, voyez, Monsieur, tout ce qu’il a fallu
faire pour les soutenir; que de nouveaux argumens on a dû chercher à
chaque nouvelle attaque! comme on a été obligé de trouver de nouveaux
étais pour soutenir un édifice toujours chancelant sur ses bases! à
quelles concessions arbitraires il a fallu en venir de temps à autre dans
la théorie, sans avantage décisif pour la pratique! Vous même, Monsieur,
en voulant raisonner sur ces règles plus exactement qu’on ne l’avait
fait jusqu’ici, vous avez été obligé d’en altérer un peu la formule
sacramentelle[1055]. Vous avez substitué le terme d’_unité de jour_ à
celui d’_unité de temps_, et j’ose présumer que c’est pour avoir senti
l’absurdité d’un terme qui ne signifie rien, s’il exprime autre chose
que la conformité entre le temps réel de la représentation et le temps
fictif que l’on attribue à l’action. Dans ce cas même, ce terme baroque
d’unité de temps ne rend pas l’idèe d’une manière précise. Vous avez donc
bien fait de l’abandonner; mais celui que vous y substituez, en exprimant
une idée fort nette, ne laisse que mieux voir ce qu’il y a d’arbitraire
dans la règle énoncée. On comprend fort bien ce que veut dire unité de
jour, mais on est de suite tenté de s’écrier pourquoi justement un jour?
J’ose même vous annoncer qu’il vous faudra changer aussi le terme d’unité
de lieu; car il ne peut signifier que la permanence de l’action dans le
lieu où l’on a une fois introduit le spectateur. Mais si vous admettez,
Monsieur, que l’on puisse transporter le lieu de l’action, au moins
à de petites distances, il faut trouver un terme qui exprime quelque
autre chose que la stricte unité de lieu, puisque celle-là vous l’avez
sacrifiée. Ce n’est pas ici une dispute sur les mots; car le défaut
de l’expression et la difficulté d’en trouver une qui soit claire et
précise viennent de l’arbitraire, du vague et de l’oscillation de l’idée
même que l’on cherche à exprimer.

Vous paraissez, Monsieur, effrayé pour moi de la témérité qu’il y a
dans le projet de faire supporter, dans ma patrie, des tragédies qui
ne soient pas soumises à la règle des deux unités. «Qu’on juge après
cela», dites-vous, «du projet d’introduire une pareille innovation en
Italie!». Ce n’est pas sûrement à moi à vous dire de quelle manière
l’essai dramatique, dont vous avez eu la bonté de parler, a pu être
accueilli par mes compatriotes; mais, en thèse générale, je puis vous
assurer que les idées romantiques ne sont pas si discréditées en Italie
que vous paraissez le croire. Elles y sont fort débattues, et c’est déjà
un présage de triomphe pour le côté de la raison. Quelques écrivains,
dégoûtés de la pédanterie et du faux qui dominent dans les théories
reçues de la poésie et de la littérature en général, frappés des vérités
éparses dans quelques écrits français, allemands, anglais et italiens,
sur les doctrines du beau, ont donné une attention particulière à ces
questions. Sans adopter aucun des divers systèmes proposés par des
littérateurs philosophes, ils ont recueilli de toutes parts les idées qui
leur ont paru vraies, en ont séparé ce qui, à leur sens, tenait à des
circonstances locales, à des systèmes particuliers de philosophie, ou
même à des préjugés nationaux, et se sont ralliés à un principe général,
qu’ils ont exposé, enrichi de nouvelles preuves, et agrandi, ce me
semble, en laissant au principe et aux doctrines le nom de romantiques,
bien que ce nom ne représente pas pour eux le même ensemble d’idées
auquel il a été appliqué chez d’autres nations.

J’irais au delà de la vérité si je vous disais que leurs efforts ont
obtenu un plein succès. L’erreur ne se laisse nulle part, et dans aucun
genre, détruire en un jour. La torture a duré long-temps encore après
l’immortel traité _des délits et des peines_; cela reconnu, il faudrait
être bien impatient et bien egoïste pour se plaindre de la ténacité des
préjugés littéraires. Mais parmi les défenseurs de ces doctrines, dont je
suis fâché de ne pouvoir faire ici qu’une mention collective et rapide,
il se trouve des hommes particulièrement voués aux études philosophiques
et accoutumés à porter dans toute discussion les lumières qui résultent
d’un grand ensemble de connaissances: il s’y trouve des poëtes dont le
talent n’est pas contesté même par ceux qui ne partagent pas encore
leurs principes littéraires; des poëtes, dont les uns ont fait valoir
ce talent pour populariser leur doctrine poétique, et dont d’autres
l’ont déjà justifiée par d’heureux essais. On a vu d’excellens esprits,
prévenus d’abord contre ces doctrines, finir par les adopter. L’erreur
est déjà troublée dans sa possession, avec le temps elle sera dépossédée;
et puisqu’il est assez ordinaire aux hommes qui abandonnent de guerre
lasse les vieilles erreurs, d’outrer les vérités nouvelles qu’ils sont
forcés d’adopter, et de les interpréter avec une rigueur pédantesque,
comme pour se donner l’air de ne pas arriver trop tard à leur secours,
je ne désespère pas de voir le jour où les romantiques[1056] actuels de
l’Italie s’entendront reprocher de n’être pas assez romantiques.

Le règne des erreurs grandes et petites[1057] me semble avoir deux
périodes bien distinctes. Dans la première, c’est comme étant la vérité
qu’elles triomphent; elles sont admises sans discussion, prêchées
avec assurance; on les affirme, on[1058] les impose; on en fait des
règles, et l’on se contente de rappeler, sans aucun raisonnement, à
l’observance[1059] de ces règles ceux qui s’en écartent dans la pratique.
S’il se rencontre quelqu’un d’assez[1060] hardi pour les rejeter[1061],
pour les attaquer, on dit sèchement qu’il[1062] ne mérite pas de
réponse, et l’on s’en tient là[1063]. Mais peu à peu ces hommes qui ne
méritent pas de réponse augmentent en nombre; ils en réclament, ils en
exigent une[1064], et font[1065] tant de bruit que l’on ne peut plus
faire semblant de ne pas les entendre; on est forcé de croire[1066]
à leur existence, et il n’est plus permis[1067] de dire qu’on les a
confondus quand on les a appelés des hommes à paradoxe. Alors il paraît
des écrivains (et, par je ne sais quelle fatalité, ce sont toujours des
hommes d’esprit), qui, par des argumens auxquels personne n’avait songé,
prennent à tâche de prouver[1068] que la chose dont on conteste la vérité
est d’une incontestable utilité[1069]; qu’il ne faut pas en examiner le
principe à la rigueur; que, dans la guerre qu’on lui fait, il y a quelque
chose de léger, de puéril même[1070]; que les raisons que l’on[1071]
entasse, pour en démontrer la fausseté, sont d’une évidence tout-à-fait
vulgaire, presque niaises.[1072] Ils vous disent qu’il ne faut pas
s’arrêter à l’apparence,[1073] mais bien chercher,[1074] dans la durée de
cette opinion, les raisons de sa convenance, et la preuve de son utilité
dans l’heureuse application qu’en ont faite des hommes qui étaient bien
d’autres génies que les hommes d’à présent.[1075]

Quand elles en sont à cette seconde époque, les erreurs ont peu de temps
à vivre: une fois dépostées de leurs premiers retranchemens, elles ne
peuvent plus s’y rétablir. Or, je ne serais pas loin de croire que la
règle des deux unités en est à sa seconde période; on ne prétend plus la
fonder sur l’idée de l’illusion et de la vraisemblance, idée absolue, et
avec laquelle il n’y aurait pas lieu à transiger; mais cette idée n’est
pas soutenable, la fausseté en est reconnue. Il faut donc prouver que les
règles n’étant pas nécessaires par elles-mêmes, le sont du moins pour
obtenir certains effets réputés avantageux, et qui dépendent de leur
observance. Elles se trouvent dès lors dans une position nouvelle, qui
paraît encore assez bonne; elles y sont défendues par des hommes habiles,
je le sais: mais dans ce changement de position je ne puis voir qu’un
pas, et même un grand pas de l’erreur à la vérité.

Oserai-je vous dire, Monsieur, qu’en France même, où les règles dont
nous parlons paraissent si affermies, où l’on est accoutumé à les voir
appliquées à des chefs-d’oeuvre hors de toute comparaison dans le système
suivant lequel ils ont été conçus, et qui ne périront jamais, oserai-je
vous dire que l’époque de leur décadence n’est probablement pas bien
éloignée? Ce qui me porte à le croire, c’est la tendance historique,
que le théâtre français semble prendre depuis quelque temps. Des essais
isolés, et suivis quelquefois d’un succès éphémère, avaient bien paru à
d’autres époques; mais jamais la tendance n’avait été décidée, et les
causes en sont bien connues et seraient bien aisées à dire. Mais, de
nos jours, nous avons des tragédies historiques auxquelles des succès
soutenus et brillans ont déjà promis le suffrage de la postérité;
aujourd’hui, de beaux talens sont entrés dans cette carrière, et semblent
avoir ouvert à l’art dramatique une période nouvelle, qui ne sera pas
moins glorieuse que la précédente. Or, je m’abuse fort, ou, à mesure que
l’art théâtral fera de nouveaux pas dans le vaste champ de l’histoire,
on aura plus d’occasions de constater les inconvéniens de la règle des
deux unités; et les hommes nés avec du génie en viendront à la fin à
s’indigner des entraves qui les empêcheraient de rendre fidèlement les
conceptions où ils verraient leur gloire et les progrès de l’art. Ils
sentiront l’étrange duperie qu’il y aurait, pour eux, à renoncer aux
matériaux tragiques si imposans, si variés, qui leur sont donnés par la
nature et la réalité, pour en forger de romanesques. Dans tous les temps,
dans tous les pays, ils trouveront des hommes que l’énergie de leur
caractère a poussés hors de la sphère commune, qui ont échoué ou réussi
dans de grandes choses, et donné les mesures des forces humaines. Ces
heureux talens se demanderont avec impartialité si les poëtes dramatiques
qui ont méprisé les règles,[1076] et les nations qui admirent ces
poëtes, sont effectivement, comme on l’a tant dit, des poëtes et des
nations barbares. Ils examineront cette loi qui aura tyrannisé leurs
devanciers; ils remonteront à son origine; ils verront quels hommes
l’ont rendue, pour quels motifs elle l’a été, et s’indigneront de la
proposition de continuer à y obéir. Si général que puisse être le préjugé
dominant, il leur faudra moins de courage pour s’y soustraire, quand ils
songeront que la plupart des poëtes dont les ouvrages leur ont survécu,
ont eu aussi quelque préjugé à vaincre, et ne sont devenus immortels
qu’en bravant leur siècle en quelque chose.

Il est d’ailleurs impossible que ce préjugé ne s’affaiblisse pas de
jour en jour; le goût toujours croissant des études historiques finira
par modifier aussi les idées des spectateurs, et par rendre rares et
difficiles les succès de théâtre qui ne sont fondés que sur l’ignorance
du parterre. L’histoire paraît enfin devenir une science; on la refait
de tous côtés; on s’aperçoit que ce que l’on a pris jusqu’ici pour elle
n’a guère été qu’une abstraction systématique, qu’une suite de tentatives
pour démontrer des idées fausses ou vraies, par des faits toujours plus
ou moins dénaturés par l’intention partielle à laquelle on a voulu
les faire servir. Dans le jugement du passé, dans l’appréciation des
anciennes moeurs, des anciennes lois et des anciens peuples, de même
que dans les théories des arts, ce sont les idées de convention et la
prétention vaniteuse d’atteindre un but exclusif et isolé, qui ont dominé
et faussé l’esprit humain.

A mesure que le public verra plus clair dans l’histoire, il s’y
affectionnera davantage, et sera plus disposé à la préferer aux fictions
individuelles. Accoutumé à trouver, dans la connaissance des événemens,
des causes simples, vraies et variées à l’infini, il ne demandera pas
mieux que de les voir développer sur la scène; il finira même, je crois,
par s’étonner et par murmurer, si, assistant à une tragédie dont le sujet
lui est connu, il s’aperçoit que, pour ne pas heurter un préjugé, on a
négligé les incidens les plus frappans et les plus relevés de ce sujet.
Déjà des tentatives hardies ont été faites sur la scène française pour
transporter l’action des bornes de la règle à celles de la nature; et
ces tentatives, repoussées avec une colère qui aurait bien voulu être
du mépris, ont du moins manifesté un commencement de volonté de secouer
le joug. Mais des transgressions plus prudentes n’ont reçu que des
applaudissemens; et, pour peu que les écrivains qui se les sont permises
veuillent et sachent mettre à profit l’ascendant que donnent des succès
obtenus pour en obtenir d’autres, je crois qu’il ne tient qu’à eux
d’arriver à détruire la loi à force d’amendemens. Mais, si cela arrive,
où s’arrêtera-t-on? On n’ira pas trop loin; la nature y a pourvu; elle a
posé des bornes, et l’art du poëte consiste à les connaître. Ces bornes
sont la faiblesse même de l’homme; sa vie est trop courte; l’influence
de sa volonté est trop facilement resserrée par les obstacles les plus
prochains; l’énergie de ses facultés, la force même de sa conception,
diminuent trop à mesure qu’elles agissent sur des objets plus éloignés
et plus épars, pour qu’une action humaine puisse jamais s’étendre et se
prolonger au delà de certaines limites. Ainsi, tout poëte qui aura bien
compris l’unité d’action verra dans chaque sujet la mesure de temps et
de lieu qui lui est propre; et, après avoir reçu de l’histoire une idée
dramatique, il s’efforcera de la rendre fidèlement, et pourra dès-lors
en faire ressortir l’effet moral. N’étant plus obligé de faire jouer
violemment et brusquement les faits entre eux, il aura le moyen de
montrer, dans chacun, la véritable part des passions. Sûr d’intéresser à
l’aide de la vérité, il ne se croira plus dans la nécessité d’inspirer
des passions au spectateur pour le captiver; et il ne tiendra qu’à lui
de conserver ainsi à l’histoire son caractère le plus grave et le plus
poétique, l’impartialité.

Ce n’est pas, il faut le dire, en partageant le délire et les angoisses,
les désirs et l’orgueil des personnages tragiques, que l’on éprouve le
plus haut degré d’émotion; c’est au-dessus de cette sphère étroite et
agitée, c’est dans les pures régions de la contemplation désintéressée,
qu’à la vue des souffrances inutiles et des vaines jouissances des
hommes, on est plus vivement saisi de terreur et de pitié pour soi-même.
Ce n’est pas en essayant de soulever, dans des âmes calmes, les orages
des passions, que le poëte exerce son plus grand pouvoir. En nous faisant
descendre, il nous égare et nous attriste. A quoi bon tant de peine pour
un tel effet? Ne lui demandons que d’être vrai, et de savoir que ce n’est
pas en se communiquant à nous que les passions peuvent nous émouvoir
d’une manière qui nous attache et nous plaise, mais en favorisant en
nous le développement de la force morale à l’aide de laquelle on les
domine et les juge. C’est de l’histoire que le poëte tragique peut faire
ressortir, sans contrainte, des sentimens humains; ce sont toujours les
plus nobles, et nous en avons tant besoin! C’est à la vue des passions
qui ont tourmenté les hommes, qu’il peut nous faire sentir ce fond
commun de misère et de faiblesse qui dispose à une indulgence, non de
lassitude ou de mépris, mais de raison et d’amour. En nous faisant
assister à des événemens qui ne nous intéressent pas comme acteurs, où
nous ne sommes que témoins, il peut nous aider à prendre l’habitude de
fixer notre pensée sur ces idées calmes et grandes qui s’effacent et
s’évanouissent par le choc des réalités journalières de la vie, et qui,
plus soigneusement cultivées et plus présentes, assureraient sans doute
mieux notre sagesse et notre dignité. Qu’il prétende, il le doit, s’il
le peut, à toucher fortement les âmes; mais que ce soit en vivifiant, en
développant l’idéal de justice et de bonté que chacune porte en elle,
et non en les plongeant à l’étroit dans un idéal de passions factices;
que ce soit en élevant notre raison, et non en l’offusquant, et non en
exigeant d’elle d’humilians sacrifices, au profit de notre mollesse et de
nos préjugés!

Pour terminer cette lettre déjà si longue, permettez-moi, Monsieur, de
vous exprimer un sentiment bien agréable que m’a fait éprouver l’article
dans lequel vous avez combattu mes opinions littéraires.

En examinant le travail d’un étranger, qui n’a pas l’honneur d’être connu
personnellement de vous, vous y avez repris ce qui vous a paru contraire
à l’idée que vous avez de la perfection dramatique: mais vos critiques,
adoucies même par des encouragemens flatteurs, ne sont conçues, pour
ainsi dire, que dans l’intérêt universel de la littérature. On n’y
voit aucune trace de cet esprit d’aversion et de dédain avec lequel on
a traité trop souvent, dans tous les pays, les littératures étrangères.
Vous combattez même, Monsieur, pour les foyers poétiques de l’Italie, en
homme qui voudrait voir dans tous les pays la perfection de l’art, et
qui la regarde, partout où elle se trouve, comme la richesse de tous,
comme un patrimoine acquis à toute intelligence capable de l’apprécier.
Je ne vous ferai pas le tort de vous louer de cette disposition qui se
manifeste partout dans votre écrit, puisque la disposition contraire
est injuste et absurde; mais je ne puis ni ne veux me défendre de
l’impression heureuse que toute âme honnête éprouve sans doute en voyant
ce besoin de bienveillance et de justice devenir de jour en jour plus
général en France et en Italie, et succéder à des haines littéraires
que leur extrême ridicule n’empêchait pas d’être affligeantes. Il n’y a
pas long-temps encore que juger avec impartialité les génies étrangers
attirait le reproche de manquer de patriotisme; comme si ce noble
sentiment pouvait être fondé sur la supposition absurde d’une perfection
exclusive, et obliger, par conséquent, quelqu’un à prendre une jalousie
stupide pour base de ses jugemens; comme si le coeur humain était
si resserré pour les affections sympathiques qu’il ne pût fortement
aimer sans haïr; comme si les mêmes douleurs et la même espérance, le
sentiment de la même dignité et de la même faiblesse, le lien universel
de la vérité, ne devaient pas plus rapprocher les hommes, même sous
les rapports littéraires, que ne peuvent les séparer la différence de
langage et quelques degrés de latitude. C’est une considération pénible,
mais vraie, que des écrivains distingués, que ceux là même qui auraient
dû se servir de leur ascendant pour corriger le public de cet égoïsme
prétendu national, aient, au contraire, cherché à le renforcer; mais le
sens commun des peuples et un sentiment prépondérant de concorde, ont
vaincu les efforts et trompé les espérances de la haine. L’Italie a donné
naguère un exemple consolant de cette disposition. Un homme célèbre,
et qu’elle était accoutumée à écouter avec la plus grande déférence,
avait annoncé qu’il laissait après lui un écrit où il avait consigné
ses sentimens les plus intimes. Le _Misogallo_ a paru, et la voix
d’Alfieri, sa voix sortant du tombeau, n’a point eu d’éclat en Italie,
parce qu’une voix plus puissante s’élevait, dans tous les coeurs, contre
un ressentiment qui aspirait à fonder le patriotisme sur la haine. La
haine pour la France! pour cette France illustrée par tant de génie et
par tant de vertus! d’où sont sortis tant de vérités et tant d’exemples!
pour cette France que l’on ne peut voir sans éprouver une affection qui
ressemble à l’amour de la patrie, et que l’on ne peut quitter sans qu’au
souvenir de l’avoir habitée il ne se mêle quelque chose de mélancolique
et de profond qui tient des impressions de l’exil!....

_Fin de la lettre à M. C***_

[1034] _Il Fauriel avrebbe voluto sostituire: ~thèse toujours
hasardeuse~. Cfr. più sù, pag. 301._

[1035] On ne peut croire que Boileau ait prétendu s’exprimer
rigoureusement quand il a dit:

  Qu’en un lieu, qu’en un jour, _un seul fait_ accompli
  Tienne jusqu’à la fin le théâtre rempli.

S’il n’avait voulu qu’_un fait_ dans chaque tragédie, sa théorie,
absolument inapplicable, serait en contradiction avec la pratique de tous
les théâtres.

[1036] _Di qui comincia un brano aggiunto posteriormente, con la lettera
del 12 settembre 1822 (cfr. l’«Avvertenza», pag. 303), che va sino a:
~dont il n’y pas de conséquences à tirer...~ Ne notiamo le varianti dalla
lettera._

[1037] qu’il soit à jamais

[1038] effets

[1039] d’avance l’espoir de tout succès

[1040] est

[1041] même au génie

[1042] devoir

[1043] des ouvrages d’imagination

[1044] si

[1045] objet

[1046] dramatique même

[1047] imprévus; et n’a-t-on

[1048] au reste

[1049] que l’auteur n’a pas seulement produit un chef-d’oeuvre, mais
qu’il a de plus

[1050] heureusement transporté

[1051] Mais quoi

[1052] _Nel manoscritto qui era menzionato anche ~Schiller~. Cfr.
l’«Avvertenza», pag. 302._

[1053] _Cfr. nell’«Avvertenza» (pag. 302) il brano di lettera al Fauriel,
che si riferisce a questo luogo._

[1054] LA HARPE, _Cours de littérature_.

[1055] _Il Manzoni propose al Fauriel di sostituire a ~formule
sacramentelle~ qualcosa d’equivalente; ma l’amico dovette dissuaderlo dal
mutare. Cfr: l’«Avvertenza», pag. 302._

[1056] _Nel manoscritto era ~les romantiques amis~; il Manzoni cancellò
poi ~amis~. Cfr. l’«Avvertenza», pag. 302._

[1057] _Tutto questo brano, fino all’altro capoverso, fu rifatto nella
lettera del 10 dicembre 1822, per non dar pretesto a una condanna della
Censura di Vienna, con un «mot sur la féodalité» ch’era nel manoscritto.
Cfr. l’«Avvertenza», pag. 304-5. Noto le varianti. Si tratta di
correzioni del Fauriel? Parrebbe proprio di sì._

[1058] et on

[1059] à l’exécution

[1060] Si quelqu’un est assez

[1061] récuser

[1062] ou en est quitte pour dire qu’il

[1063] pas de réponse.

[1064] nombre; ils en veulent une absolument

[1065] ils font

[1066] entendre, de ne pas croire

[1067] possible

[1068] vous prouvent

[1069] utilité incontestable

[1070] même de puéril

[1071] qu’on

[1072] évidence vulgaire, presque niaise

[1073] s’arrêter là

[1074] qu’il faut chercher

[1075] convenance, et dans l’heureuse application qu’en on faite des
hommes qui valaient mieux que _les gens de maintenant_, la preuve de son
utilité.

[1076] _Il Manzoni, riferendosi più particolarmente allo Shakespeare,
al Goethe e allo Schiller, che aveva citati dianzi (pag. 336), qui
ripigliava: ~si les trois poëtes qui ont.....~ Cancellato sopra il nome
dello Schiller, qui propose di correggere: ~si tous les poëtes....~ Cfr.
l’«Avvertenza», pag. 302._



APPENDICE

MATERIALI ESTETICI


Il Bonghi, pubblicando, non senza qualche scorrezione, le pagine che
seguono, nel III volume delle _Opere inedite o rare_ del Manzoni, vi
premetteva quest’_Avvertenza_:

«Il titolo che do agli scritti raccolti in questa parte del volume,
è del Manzoni stesso; ma non posso accertare se, nel foglio che lo
porta, egli stesso abbia introdotto e collocato tutti quelli che ora vi
si trovano, così come vi stanno. Per le ragioni dette più volte, non
mi è stato possibile di ordinarli nel solo modo che l’ordine avrebbe
avuto un valore; cioè in quello del tempo in cui sono usciti dalla mano
dell’autore. Tutti hanno questo in comune, che non sono stati riguardati
e corretti; il che se occorresse prova, l’avrebbe nei richiami che il
Manzoni fa talora a sè medesimo, per ritornarci sopra. D’una parte di
tali appunti si voleva certamente servire a un lavoro complessivo[1077],
che poi non ha fatto; ma di parecchi s’è giovato nella Prefazione alla
tragedia _Il Conte di Carmagnola_ e nella _Lettre à M. C*** sur l’unité
de temps et de lieu dans la tragédie_. Io mi contenterò di pubblicarli
nell’ordine in cui si trovano nei fascicoli che li contengono, senza
distinguerli secondo le materie alle quali più specialmente si
riferiscono.....».

                                                               SCHERILLO.

[1077] «J’amasse des idées et des observations pour un long discours qui
doit accompagner ma tragédie» (_Il Carmagnola_). Lettera al Fauriel, 13
luglio 1816.

       *       *       *       *       *

La più parte dei giudizj storti in letteratura, come nel resto, viene
da principj di cui si è convinti perchè sono retti, e che si vogliono
applicare a cose cui non convengono. Così è nel fatto della poesia
drammatica. Si ha l’idea di una tragedia, nella quale l’interesse nasca
dalla incertezza di un evento importante, dalla probabilità e difficoltà
quasi eguale dello scioglimento in un modo o nell’altro, dai contrasti
di passioni tra persone legate per vincoli di sangue o di amicizia, ecc.
ecc. E questa idea è non solo chiara in teoria, ma confermata in pratica
da molte tragedie, nelle quali questo genere d’interesse è portato ad un
alto grado: quali sono le migliori del teatro francese, e degli altri
teatri di scuola francese. Ma partendo da questa idea, le si paragonano
tutte le tragedie; e quelle in cui non si trovano queste condizioni, si
rigettano per questa sola ragione. E qui mi pare che si abbia il torto,
finchè non si provi che non è possibile alcun altro genere d’interesse, e
che la drammatica non può avere altri fini, nè procedere per altri mezzi.

Tre cose si devono esaminare nel giudizio di un’opera letteraria:

Qual è l’intento dell’autore?

Questo intento è ragionevole?

L’autore l’ha egli ottenuto?

Sulle due prime questioni io ragionerò alquanto, esponendo le idee
nell’ordine in cui mi si presentano. So che teorie applicabili ad un
lavoro già fatto, ed esposte dall’autore di esso, sogliono per lo più
riuscire seccanti. Io non dirò al lettore che queste possano essere
d’un interesse generale, e tocchino punti importantissimi dell’arte
drammatica. Non chieggo nemmeno scusa al lettore di presentargliele,
pel riflesso che egli può chiudere il libro al momento in cui si sente
annojato.


Dei due sistemi tragici moderni più conosciuti.


I.

Interessare ad uno o più personaggi, tener sospeso l’animo dello
spettatore sulla sorte di esso, mostrarla cangiata inaspettatamente in
bene o in male, commovere con questa ansietà, far passare nell’animo
dello spettatore le passioni di questo ecc., sono i soli effetti
sperabili dalla tragedia? E quella che li ottiene è esclusivamente buona
tragedia? Chi rispondesse affermativamente senz’altro esame, porrebbe
arbitrariamente dei limiti all’ingegno umano ed allo sviluppo dell’arte
non solo, ma trascurerebbe un fatto importante e noto, cioè che vi ha
tragedie d’un altro genere, e tragedie che hanno i tre suffragi dai quali
pare solo sia accertato il merito di una composizione letteraria, quello
della moltitudine, dei pochi teoristi pensatori, e del tempo.

Il genere di questa tragedia poi è superiore ad ogni altro genere di
tragedie? Anche a questo quesito non si deve rispondere senza un esame
ragionato.

V’è una tragedia la quale, trascurando in molti casi quest’interesse di
curiosità e d’incertezza, anzi escludendolo perchè non combinabile con un
altro interesse potente, è fatta per commovere e per istruire.—V’è una
tragedia che si propone d’interessare vivamente colla rappresentazione
delle passioni degli uomini, e dei loro intimi sensi, sviluppati da
una serie progressiva di circostanze e di avvenimenti; di dipingere
la natura umana, e di creare quell’interesse che nasce nell’uomo al
vedere rappresentati gli errori, le passioni, le virtù, l’entusiasmo, e
l’abbattimento a cui gli uomini sono trasportati nei casi più gravi della
vita, e a considerare nella rappresentazione degli altri il mistero di
sè stessi.—Una tragedia la quale, partendo dall’interesse che i fatti
grandi della storia eccitano in noi, e dal desiderio che ci lasciano
di conoscere o d’immaginare i sentimenti reconditi, i discorsi ecc.,
che questi fatti hanno fatto nascere, e coi quali si sono sviluppati
(desiderio che la storia non può, nè vuole accontentare), inventa appunto
questi sentimenti nel modo il più verosimile, commovente e istruttivo. La
pratica di quest’ideale drammatico si vede portata al più alto grado in
molte tragedie di Shakespeare; ed esempj notabilissimi ne sono pure le
tragedie di Schiller, del signor Goethe, per non parlare che di quelle
ch’io conosco.—La teoria è (non già completa, nè senza eccezione, nè
senza alcuna picciola contradizione, nè senza mancamento in alcuna sua
parte, come pare che la domandino alcuni che dimenticano che a nessuna
teoria umana si è mai domandato tanto) la teoria è negli scritti del
signor Schlegel, di M.ᵐᵉ di Stäel, del signor Sismondi, nel _Discours des
préfaces_, premesso alla traduzione di Shakespeare; e dei tratti nuovi
e luminosi se ne trovano pure in varj recentissimi scritti di nostri
Italiani, principalmente negli estratti ragionati di opere drammatiche
che stanno nel _Conciliatore_.

Che questo genere non abbia alcune perfezioni dell’altro, è questione
almeno inutile, perchè quelli che lo lodano lo concedono benissimo;
dicono anzi che non le deve avere, perchè ne escludono alcune che sono
proprie di esso e di esso solo. Per esempio, l’agitazione che eccita
l’incertezza dello scioglimento della _Rodogune_, dell’_Eraclio_, del
_Bajazet_, la perplessità di vedere se soccomberà il personaggio che
lo spettatore ama o quello che gli è odioso, non si trova nella _Maria
Stuarda_ di Schiller. Ma chi dicesse: lo spettatore non è incerto fra la
morte di Elisabetta o di Maria, dunque non può essere interessato; non
avrebbe egli il torto? Gli si risponderebbe: Schiller ha creduto che lo
spettacolo di una donna che ha gustate le più alte prosperità del mondo,
di una donna caduta nella forza della sua nemica, di una donna lusingata
da speranze di esser tolta alla morte, rassegnata nello stesso tempo
quando la vede inevitabile, memore de’ suoi falli, pentita, consolata
dai sentimenti e dai soccorsi della religione; che lo spettacolo di
questa donna, che vediamo avvicinarsi di momento in momento ad una
morte certa, sia commoventissimo. Ora quella parte di commozione, che
nasce appunto dalla certezza che lo spettatore ha che questo carattere
grandioso e interessante va alla sua ruina, non era combinabile
colla incertezza del suo destino.—Ma il mantenere lo spettatore in
perplessità, commoverebbe di più.—Questo è un affare di sentimento.
Chi lo può decidere? Basta che non si possa senza irriflessione, o
senza ostinazione, dire che il modo scelto dallo Schiller non è atto a
commovere.

Così pure (per applicare un altro principio noto alla stessa tragedia)
Aristotele ha detto una cosa ch’è stata ripetuta universalmente e
costantemente: che l’uccisione d’un personaggio per volontà del suo
nemico, è la meno tragica. Benissimo, quando si tratti di non cavare gli
effetti che dal contrasto dei doveri e dei sentimenti colle passioni, o
dalla terribile sventura di commettere per ignoranza l’azione da cui si
sarebbe più lontani, quella cioè di cagionare la morte di chi si ama. Ma
se Schiller avesse voluto servirsi appunto della inimicizia di Elisabetta
e di Maria per rappresentare la sorte di chi cade in mano di un nemico
potente, artificioso e vendicativo; se avesse voluto rappresentare lo
stato dell’animo di chi prova questa sorte, il contrasto tra le antiche
passioni di avversione e di rancore e l’abbattimento della sventura, tra
il desiderio di deprimere il nemico e quello di placarlo, e dall’altra
parte la triste e amara e torbida gioia di chi si tien quel nemico con
cui ebbe tanti contrasti e del quale ha temuto, la smania della vendetta
e il timore della infamia che le può seguire, la viltà ingegnosa degli
adulatori, che la propongono come necessaria alla pubblica tranquillità,
e il coraggio degli uomini dabbene che la vogliono impedire; se avesse
voluto rappresentare i diversi sentimenti che eccitano le due nemiche in
quelli che le circondano, la ambizione cortigianesca mista di disprezzo
interno che si agita intorno alla fortunata, la compassione mista di
prevenzioni fanatiche e l’amore misto di debolezza che eccita quella
che è nella sventura: se, dico, Schiller avesse voluto cavare questo
partito dal soggetto di un nemico che ne sacrifica un altro, si avrebbe
ragione di piantargli in faccia la sentenza di Aristotele, e di dirgli:
il vostro soggetto non è interessante? Ma si dovrebbe prima esaminare se
tutti questi mezzi, ed altri ch’io taccio, sieno mezzi di commozione e
d’istruzione morale.

Dico d’istruzione morale; e, senza appoggiarmi a questo esempio, io credo
che questo genere, considerato in teoria, sia per questa parte molto
superiore all’altro; e questa parte è importantissima. Senza avanzare la
nota questione se il fine della poesia sia di commovere o d’istruire,
io partirò da un principio nel quale tutti convengono: che il diletto e
la commozione devono essere subordinati allo scopo morale, o almeno non
contradirgli. .....................


II.

Parlerò ora del Coro introdotto in questa Tragedia[1078], il quale, per
non essere nominati i personaggi che lo compongono, deve al lettore
sembrare piuttosto un capriccio e un enigma che altro; e adducendo i
motivi per cui questo Coro siasi introdotto, mostrerò quale egli sia.

La vera essenza dei Cori greci non è stata conosciuta che da qualche
critico dei nostri tempi, che, mostrando false e superficiali le
ragioni che i critici anteriori ne avevano date, ne dimostra le reali
ed importanti. Io tradurrò qui alcuni squarci su questo soggetto, dal
_Corso di letteratura drammatica_ del signor Schlegel; e scelgo questo
scrittore perchè (dei letti da me) è il primo che abbia dato del Coro
questa idea (v. Gravina, per precauzione), e perchè mi sembra che essa vi
sia assai bene espressa. _Il Coro è da riguardarsi_, dic’egli, _come la
personificazione dei pensieri morali che l’azione ispira, come l’organo
dei sentimenti del poeta, che parla in nome dell’intera umanità_. E poco
sotto: _Vollero i Greci che in ogni opera il Coro (qual che si fosse la
parte sua propria ch’egli altronde vi facesse) fosse principalmente il
rappresentante del genio nazionale, e appresso il difensore della causa
dell’umanità: il Coro era insomma lo spettatore ideale; egli temperava
le impressioni troppo violente o dolorose d’una imitazione talvolta
troppo vicina al vero, e presentando allo spettatore reale il riflesso
delle sue proprie emozioni, gliele rimandava addolcite dal diletto
d’una espressione lirica e armoniosa, e lo conduceva così nel campo più
tranquillo della contemplazione_. Ricorda quindi il signor Schlegel
gli ufficj che Orazio attribuisce al Coro nella _Poetica_, i quali
concordano assai con questi, e passa quindi a enumerare le opinioni dei
critici sull’uso del Coro presso i Greci. Altri lo stimarono fatto per
non lasciar vuota la scena; altri l’hanno biasimato come un testimonio
inutile e incomodo di affari talvolta secreti; altri l’hanno stimato
destinato a conservare e motivare l’unità di luogo; altri hanno creduto
ch’esso non fosse che una reliquia della prima forma della tragedia,
conservata a caso, come avviene in molte altre cose. Basta però rileggere
le tragedie di Sofocle, per vedere quanto sia vera l’opinione sopra
annunciata, sull’uso dei Cori. Essi, considerati a questo modo, pajono
veramente belli ed utili.

_Alcuni poeti moderni_, continua il signor Schlegel, _e poeti talvolta
di prim’ordine, cercarono sovente, dopo il rinascimento degli studj
dell’antichità, d’introdurre il Coro nelle favole loro, ma mancò ad
essi un’idea distinta ~[precisa]~, e soprattutto un’idea attiva della
sua destinazione. Siccome nè la nostra danza nè la nostra musica gli è
appropriata, e oltre a ciò non v’è nei nostri teatri un posto da dargli,
difficilmente può aver buon esito il tentativo di renderlo usuale da
noi_. (Lezione terza).

Ora, mi è sembrato che un mezzo per ottenere una parte (dico una parte)
delle bellezze dei Cori greci, e di ottenerla senza discapito della
Tragedia, sarebbe appunto d’inserire, dopo ogni Atto, uno squarcio lirico
composto nell’idea di quei Cori. Certo che esso non produrrà l’effetto di
cose dette da personaggi interessati nell’azione, ma un qualche effetto
lo farà; e per qualche compenso della sua minor virtù, si può dire
ch’esso non ha inconvenienti. Poiché queste canzoni non essendo collegate
coll’azione, non fa d’uopo alterarla e scomporla per accomodarla ad esse;
possono essere meditate da sè e ritoccate e cambiate e tralasciate, senza
toccare menomamente il disegno dell’opera. Quando non si trovasse il modo
di farle convenientemente recitare, servirebbero alla lettura: che è
l’uso più frequente delle Tragedie, specialmente in Italia.

Ponno essere occasione ad un buon poeta di comporre bellissime liriche;
ponno servire ad interpretare l’intenzione morale dello scrittore, a
regolare e a correggere le false interpretazioni dello spettatore, a dare
insomma al vero morale quella forza diretta, che non riceve che da chi
lo sente per la meditazione spassionata e non per l’urto delle passioni
e degl’interessi. Certo, la lirica non deve essere dissertatrice; ma
si osservi che l’espressione de’ sentimenti che nascono dall’avere
osservato una serie di fatti e di discorsi importanti, può esser piena
dell’azione più poetica. Dirò per ultimo che l’uso di questa maniera di
Cori riserberebbe al poeta un cantuccio, donde mostrarsi e parlare in
persona propria: vantaggio da osservarsi. Il poeta vuole quasi sempre
comparire, e spesso fa dire ai personaggi quello ch’egli vorrebbe dire,
e che starebbe bene in bocca sua e sta male in bocca loro: difetto dei
più notabili e dei più notati nei moderni tragici. Ora, avendo egli
quest’agio di manifestare i suoi proprj sentimenti, sarà ben frettoloso e
bene inesperto se non saprà starsi in disparte sino alla fine dell’Atto,
facendo intanto che i personaggi parlino come ad essi si conviene: cosa
però non delle più facili. Di questo genere sono i Cori dell’_Aminta_:
hanno però il difetto d’essere opposti di fronte allo scopo principale;
ognuno vede che spirano, massime il primo, l’immoralità più grossolana.

Quanto alla scelta e all’ordine nella successione dei fatti, non deve
la Tragedia, a parer mio, differire da un racconto qualunque, fuorchè
in ciò, che in un racconto tutti sono narrati, e nella Tragedia parte
narrati e parte rappresentati. In questo[1079] si eleggono i fatti
importanti, e legati fra di loro in modo che si vada chiaramente alla
cognizione del fine, si omettono le circostanze volgari o estranee benchè
unite di tempo o di luogo, e si va insomma dietro al fatto dov’egli si
trova. Così, in una Tragedia conviene seguire l’andamento del soggetto,
e presentare di volta in volta allo spettatore quella parte che più si
collega col passato e con ciò che deve venir poi, quella parte alla quale
egli è più disposto in quel punto. Se per questo deve la scena correr
dietro al fatto, vi si faccia correre: l’illusione principale che nasce
dall’unità dell’azione sarà osservata; il male è far correre il fatto
dietro la scena. Sacrificare lo scopo principale dell’arte a un mezzo
arbitrario, mi sembra una fanciullaggine.

I drammi di Shakespeare possono servire di filo ad un narratore. Gli
eventi e i discorsi famigliari sono utili nella Tragedia, oltre a molte
altre cose, anche perchè molte passioni non possono essere spinte al loro
più alto punto se non per mezzo di questi fatti. Per esempio, quanto la
gelosia d’Otello supera quella d’Orosmane! E una delle ragioni è che il
poeta si è servito di mezzi, che ad un critico volgare possono parere di
carattere comico per la famigliarità. Il fazzoletto è essenziale nella
tragedia di Shakespeare. Si vedano le due tragedie. Voltaire, volendo
far senza Jago, fu obbligato a far da Jago egli stesso: voglio dire che
il poeta è quegli che studia tutti i modi per tener viva la gelosia di
Orosmane; e così l’artificio è apparentissimo. Quando la gelosia cede,
la tragedia minaccia rovina, e il poeta fa nascere un incidente che la
rimetta in vigore. Nell’_Otello_ invece v’è un genio maligno che ordina
le cose a fomentare questa passione nel protagonista, e a distruggere la
fiducia che vorrebbe nascere nell’animo suo. Che quegli che concepisce il
primo un soggetto lo lasci mancante, e un altro imitandolo lo perfezioni,
non fa meraviglia; bensì il contrario, come in questo caso. La colpa è
del modo di concepire la Tragedia, che era in voga in Francia ai tempi
del Voltaire; quei principj di Poetica eran per questo la condizione
_sine qua non_, e a questi sacrificò il principale. È impossibile la
pittura di una gelosia conjugale senza particolarità domestiche.

       *       *       *       *       *

Dimostrare che il Bossuet, il Nicole e il Rousseau, come s’apposero nel
dire immorali le opere teatrali francesi, così errarono nel credere che
il teatro sia essenzialmente immorale. —Questo loro errore viene in parte
dal non aver conosciuto il teatro inglese, e in parte forse dal non
immaginare che potessero le cose teatrali essere trattate in altro modo
da quello seguito dai Francesi; nei quali trovavano l’arte portata al più
alto grado in ogni parte, fuorchè nella morale.

Toccare questo punto: che la perfezione morale è la perfezione dell’arte,
e che perciò Shakespeare sovrasta agli altri, perchè è più morale.—Più
si va in fondo del cuore, più si trovano i principj eterni della virtù,
i quali l’uomo dimentica nelle circostanze comuni e nelle passioni più
attive che profonde, e nelle quali hanno gran parte i sensi. I Francesi
dipingono gli uomini occupati ad ottenere uno scopo manifesto, e quindi
eccitano minor simpatia. Questa nasce più forte per i patimenti che per
i desiderj e per i conati verso un intento, sia d’amore, sia d’ambizione
o d’altro. Noi non ci immedesimiamo colla rappresentazione dell’uomo
mosso da queste passioni, come con quella dei dolori e dei terrori. Il
desiderio eccita minor simpatia, perchè per desiderare bisogna trovarsi
nelle circostanze particolari, e per esser commosso e atterrito basta
esser uomo. La rappresentazione dei dolori profondi e dei terrori
indeterminati è sostanzialmente morale, perchè lascia impressioni che
ci avvicinano alla virtù. Quando l’uomo esce coll’immaginazione dal
campo battuto delle cose note e degli accidenti coi quali è avvezzo
a combattere, e si trova nella regione infinita dei possibili mali,
egli sente la sua debolezza, le idee ilari di vigore e di difesa lo
abbandonano, e pensa che, in quello stato, la sola virtù e la retta
coscienza, e l’aiuto di Dio, ponno dar qualche soccorso alla mente.
Ognuno consulti sè stesso dopo la lettura di una tragedia di Shakespeare,
se non senta un consimile effetto nel suo animo.

       *       *       *       *       *

Cangiamento che deve produrre in ogni giudizio delle nostre azioni, e in
ogni nostro sentimento, questa massima, resa volgare dal Vangelo: _Che
ogni avvenimento di questa vita mortale è mezzo e non fine_.

La morale dei Cori greci consisteva nei sentimenti che dovevano
conseguire dal dogma della fatalità. L’idea divulgata dalla Religione
Cristiana deve predominare in ogni componimento.

Quegli i quali accusano la Religione di essere inutile all’uomo, perchè
tutto dispone ad un’altra vita, fanno a parer mio due errori. Il primo
è una petizione di principio: perchè come la Religione propone il
conseguimento della felicità (vero fine dell’uomo, senza quistioni) nella
vita futura, bisogna provare che questa promessa sia falsa e che non
vi sia un’altra vita più importante, prima di accusare la Religione di
trascurare le cose importanti di questa, perchè essa ottiene il suo fine
quando conduca l’uomo alla felicità maggiore. Il secondo errore sta nel
non riflettere che la Religione, per farci ottenere questa seconda vita,
propone appunto i mezzi che possono rendere la presente meno infelice
all’universale[1080].

       *       *       *       *       *

Alcune belle opere moderne sulla poesia sono cagione che più non si
ripeta così frequentemente quel falso principio: che i precetti non
influiscono sul miglioramento di quest’arte. Sì, i precetti materiali
che non riguardano che l’ordine esteriore e la forma; ma i precetti
morali, che insegnano quali sentimenti si debbano eccitare dalla poesia e
che gli eccitano insegnandoli, producono un effetto grandissimo. Quando
uno scrittore, cogli esempj dei grandi poeti e colle considerazioni
generali sull’animo umano, mostra quello che la poesia può fare, illumina
ed accende gli spiriti nati alla poesia, e li toglie dal volgare affatto:
ai mediocri che vogliono pur battere la strada della imitazione, toglie
ogni fama, e lo fa vedere quale egli è, e così scoraggia chi li vorrebbe
seguire.

       *       *       *       *       *

I teatri sono utili, secondo l’opinione di alcuni politici, per
procurare un divertimento all’universale, e distorlo dal pensiero de’
suoi mali e da altre occupazioni pericolose.

Ad ogni modo, quegli che credono di provare che i teatri, come sono, sono
utili come preservativi di mali maggiori, hanno torto di dedurre da ciò,
che facciano male quegli che per principj religiosi conducono un picciol
numero a starne lontani. Poiché i principj religiosi che persuadono
questi ad una tale astinenza, fanno che essi non abbisognino di questo
rimedio; chè se potessero persuadere tutti, toglierebbero in un tempo a
tutti questo bisogno. Appena possono dire che sarebbero imprudenti, se
suggerissero di togliere i teatri senza sostituire l’influenza universale
dei principj religiosi, ed un’altra serie d’interessi e di occupazioni.

Perchè si possano togliere i teatri, bisogna fare in modo che quelli che
li frequentano perdano la voglia di frequentarli. Sulla possibilità e
sul modo di far questo, io non istarò a discorrere, che è troppo vasta
materia.

Al tempo che i medici vestivano toga e parlavano latino, trovandosi
uno d’essi in una brigata, se gli fece presso un solenne mangiatore, e
gli chiese che dovesse fare per certe indigestioni che di frequente lo
molestavano.—Ad ogni indigestione, pigliatevi un buon purgante, rispose
il medico. —Ma, replicò il ghiottone, io ho inteso dire che i purganti
sciupano lo stomaco.—Pur troppo è vero, disse il medico; ma questo è
un male inevitabile. Volete voi lasciare ammassare nel vostro corpo
tanti mali umori, che vi portino ad una febbre gastrica, e questa al
sepolcro?—Un uomo che era presente al consulto, e che non era dell’arte,
si fece ardito di proferire con molta modestia questa sua opinione:—Se
questo signore vivesse sobriamente, non potrebb’egli schivare le
indigestioni e i purganti?—Il medico gli si volse con un grave sorriso,
e disse: Io do consigli pratici, e non faccio progetti romanzeschi.—Un
altro presente, sorridendo al bel tratto del medico, aggiunse questa
profonda sentenza: Alcune cose sono bellissime in teoria, che non valgono
nulla in pratica.—Al che fu applaudito dagli astanti: un dei quali
proruppe in quest’altra non meno profonda sentenza: Bisogna considerare
gli uomini quali sono e non quali dovrebbero essere.—Queste sentenze sono
ora divenute comuni, e sono gran parte della sapienza del secolo.

       *       *       *       *       *

Rivolgendo l’occhio al corso delle scienze morali dal loro principio
fino ai dì nostri, è doloroso il vedere come tutti quelli che in queste
primeggiarono, furono o perseguitati o beffeggiati e straziati almeno;
e tanto più, quanto più grande si manifestava negli scritti loro il
desiderio del progresso durevole degli uomini, e il sentimento affettuoso
della carità universale. Un uomo eccellente nelle scienze fisiche e
nelle arti liberali è stretto spesse volte dalla invidia e dalle ire dei
malevoli; ma questi ch’io dico si trovano in guerra col genere umano.
Volevo dire col genere letterato.

Si vede come i contemporanei hanno potuto perdonare ad un astronomo,
ad un naturalista, ad un matematico (non sempre però), di averli
spinti assai in là in queste dottrine; ma appena, in fatto di scienze
morali, scorgono gli uomini uno che li precorra di un gran tratto, e
che gl’inviti a seguirlo, si danno a toglier pietre da ogni parte e a
lapidarlo. Quando poi quella generazione è morta in cammino, i posteri
vanno oltre, trovano quelle pietre, le raccolgono divotamente, ne fanno
un monumento al povero defunto, e cantano un inno di lode a questi,
e d’imprecazioni ai loro antecessori, non omettendo però di gettar
pietre a chiunque di loro ardisca d’imitarlo e di precederli. Omettendo
le persecuzioni dei potenti, non fu scrittor morale di prim’ordine
che non abbia avuto a dolersi de’ suoi pari; i quali, invece di esser
riconoscenti a chi li amava e li bramava migliori, invece di consolarlo,
cogli amorevoli applausi, del dolore più intenso che lo spettacolo dei
mali cagiona a tali animi, invece _di ajutarlo a portare la croce del
genio_, lo satollarono di odj e di scherni e di sospetti, peggio che non
avrebbero fatto ad un nemico. Ben è vero che il più di questi scrittori
ricordano talvolta, con una cert’aria d’indifferenza e di tranquillo
disprezzo, tutte queste contradizioni; ma io non son di parere che
si debba loro affatto credere in questo: chè essi mostrarono questi
sentimenti o per ingannare i loro disgusti, o per non rallegrare i nemici
del vero e del bello, ai quali par troppo gran trionfo il contristare
un uomo tanto a loro superiore. Io stimo che ognuno di questi abbia
provato una continua amaritudine dal contegno dei suoi contemporanei:
perchè è una dote dolorosa dei sommi ingegni, il desiderio irrequieto
e ardente che gli uomini ricevano la verità che essi mettono in luce:
perchè negli animi elevati regna un senso di benevolenza, che si affligge
dell’inimicizia; perchè a questi animi ogni giudizio della mente d’un
uomo pare di una tale importanza e dignità, che non si possono ridurre a
non farne conto per quanto traviati essi sieno, e quando son tali che è
loro forza disprezzarli, questo disprezzo riesce loro penosissimo; perchè
infine nessuno è tanto forte e sicuro in sè medesimo, che possa far senza
gli applausi e l’incoraggiamento de’ suoi simili.

       *       *       *       *       *

L’emulazione letteraria fra le nazioni, che anima gli scrittori dell’una
a vituperare gli scrittori delle altre, è picciola, illiberale e dannosa.
Quando avrete creduto provare che la nazione tale non ha poesia, non
ha versi, non ha una bella lingua (lasciando da parte che l’assunto
è assurdo), non darete già più pregio alla vostra poesia, ai vostri
versi, alla vostra lingua; farete credere anzi che voi siete tanto
poco sicuri della vostra gloria patria, che non potete farla comparir
grande che comprimendo le altre. Gli uomini animati dal vero amore
del bello, considerano ogni progresso nelle arti letterarie e in ogni
cosa appartenente all’uomo, come un guadagno comune; e se in un’altra
contrada, in un’altra lingua, sorge, per esempio, un gran poeta, si
rallegrano che il genere umano ha un gran poeta di più. Poichè uno non
può esser grande in queste facoltà, che dicendo cose utili a tutti gli
uomini.

       *       *       *       *       *

Allora le belle lettere saranno trattate a proposito, quando le si
riguarderanno come un ramo delle scienze morali. Le lettere ebbero per
anni, anzi per secoli, un singolare destino in Italia: d’essere cioè
pregiate e magnificate oltremodo da quelli che le coltivavano, e tenute
in vilissimo conto da quelli che attendevano a studj diversi. Il che
procedeva dall’essere le lettere male esercitate dagli uni, e male intese
dagli uni e dagli altri. Scorrendo le poesie di più di due secoli, vi
si vede predominare una stima preponderante per la poesia stessa e pei
poeti quali essi sieno, non mancando il poeta quasi mai di parlare di
sè come di un uomo sovrumano. Il parlare coi fati, l’alzare monumenti
indistruttibili, il dar da fare al tempo edace, il farsi beffe della
morte, sono le solite canzoni che vi si trovano per entro. Nello stesso
tempo si parla con disprezzo quasi d’ogni altra cosa, salvo sempre i
potenti vivi. Egli è strano udire un uomo, in un componimento fatto per
cantare, verbi grazia, le nozze del signor tale colla signora tale, o
altro fatto di simile importanza, l’udirlo, dico, parlare con disprezzo
di coloro che per sete d’oro tentano l’elemento infido, e tali altre
bazzecole; le quali non voglion dire altro se non che il commercio è
una corbelleria, anzi una peste, e l’uomo che vuole ben meritare dei
contemporanei e dei posteri, deve starsene a scander versi per le nozze
del signor tale colla signora tale. Così, nei libri di scienze, scritti
da un di quegli uomini che vedono una cosa sola e non sanno distinguere
nemmeno le più vicine a quella, è parlato della poesia come di una baja
da fanciulli. E non è raro di trovare l’epiteto _poetico_ per qualificare
una immaginazione falsa, non fondata, o stravagante. Il che non vuol dire
altro se non che questi scrittori non sanno che sia, che sia stata, e che
possa essere, la poesia[1081].

       *       *       *       *       *

Le scienze morali tendon, come tutte le altre scienze, a riunire in corpo
una serie di verità naturalmente collegate, e ad escludere le false
opinioni che si contrappongono ad esse. E perciò progrediscono assai più
lentamente delle altre scienze, perchè non basta a far ricevere le verità
che vi si propongono che si persuada l’intelletto, ma è d’uopo vincere le
passioni che odiano queste verità, e le abitudini che non vogliono essere
sconciate da esse. E non è raro vedere uno, che proponga una di queste
tali verità, non trovare chi gli possa opporre una buona ragione, e dover
essere contento di avere in risposta un sorriso o il titolo di sognatore.

Gli scrittori in fatto di queste scienze si dividono in due classi assai
distinte. L’una, e la più scarsa, è di coloro che cercano in esse la
verità, e raggiunta che l’hanno, essa o la sua immagine, la espongono
quale essa appare all’intelletto loro, non badando allo stupore, alle
contradizioni, che è per far levare; e che, nè per questo nè per altri
riguardi, non si compongono in nulla con quello che essi stimano errore.
L’altra è di quelli che scelgono, tra le verità non divulgate, quelle che
nel corso dell’intelletto umano sono più vicine alle ultime ricevute, e
che quindi troveranno manco ostacoli; quelle che ne troveranno nel minor
numero o nel manco autorevole; e le mischiano pure con qualche opinione
che essi tengono falsa, ma che, essendo assioma presso i moltissimi, può
dar di loro opinione che sieno uomini savj: e queste opinioni ch’essi
tengono false, sono quelle che metton fuori con maggiore asseveranza.
Questi fanno più pronti effetti, ed ottengono una gloria più precoce;
quella degli altri è più tarda, ma d’assai maggiore......

[1078] _Il Conte di Carmagnola_, nella cui Prefazione le idee che seguono
sono assai brevemente accennate. [BONGHI].

[1079] S’intende _nel racconto_. Le parole _fuorchè.... rappresentati_
sono state aggiunte tra le linee dal Manzoni, dopo scritte quelle che
precedono e quelle che seguono. [BONGHI].

[1080] Le parole _Quegli.... universale_ sono state scritte dal Manzoni
in un diverso momento dalle precedenti: _Cangiamento.... componimento_,
come appare dal carattere. [BONGHI].

[1081] Qui il Bonghi rimandava all’uscita di Renzo, già brillo, nel cap.
XIV dei _Promessi Sposi_: «To’, è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’
poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta
ne dico delle curiose....»; e all’umoristico commento che vi ricama sù
il romanziere: «Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna
sapere che presso il volgo di Milano, e del contado ancora più poeta
non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un
abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro
e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e
del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è
ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal
loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare
poeta con cervello balzano?».—Sennonchè i due luoghi hanno un’ispirazione
diversa, e quasi opposta; e meglio forse si potrebbe confrontare questo
col passo della _Colonna Infame_, dove si biasima il _Frammento_ del
Parini.—SCH.


III.

Se io fossi giunto a provare, com’era mio desiderio, che la regola delle
due unità è arbitraria e falsa, e che può quindi essere trascurata,
verrei ad avere in un tratto dimostrato ch’ella è nocevole all’arte e che
dev’essere trascurata. Poiché ogni legge che non risulti dalla natura
stessa dell’arte, che non sia richiesta dalla costituzione del soggetto,
altererà necessariamente l’organizzazione del soggetto medesimo. Ma non
sarà fuor di proposito il cercare, negli esempj dell’uno e dell’altro
genere di comporre, qualche prova di quest’assunto. Si osservi in che
diverso modo procedano due scrittori di opposto sistema.

L’uno, scoprendo in un racconto storico di varj avvenimenti un centro
principale d’interesse, sente che questi avvenimenti possono formare
soggetto di azione drammatica. L’effetto che essa può fare, lo argomenta
dall’effetto prodotto in lui dalla contemplazione di quei fatti. Esamina
il concetto che gliene è rimasto, e procura di copiarlo, per dir così;
e per ciò fare, egli sceglie appunto quelle parti principali che vede
averlo formato in lui. Egli imita lo storico nella scelta dei fatti, se
lo storico ha colto egli stesso il punto di unità; e al pari di questo,
egli tralascia gli eventi estranei all’azione benché uniti di luogo e
tempo, e raccoglie in un fascio i lontani, quando sieno congiunti al nodo
dell’azione. Perchè il poeta cederebbe il più bel pregio dell’arte sua,
se consentisse di porre in un’azione meno cause o meno effetti di uno
storico, quando queste non nuocano[1082], ma conducano invece all’unità.
Egli vede, per esempio, le cagioni per cui la guerra sostenuta da Bruto,
dopo la morte di Cesare, fu inutile al suo scopo. Vede in Plutarco come
questi due fatti, benchè disgiunti di tempo e di luogo, si avvicinano
all’intelletto che li contempla, e giudica che se nel racconto di
Plutarco egli ha sentito questa relazione, potrà farla sentire, e assai
più fortemente, in un’opera dove quegli che v’ebbero parte s’introducano
a parlare. Appunto come Plutarco ha scritto le Vite di uomini illustri,
raccontando di ciascuno di essi quelle cose che tendono a mostrare in lui
un carattere, uno scopo ecc., così il poeta drammatico potrà alle volte
rappresentare l’intera vita di un uomo, facendo la stessa scelta.

Legge Shakespeare la novella nona della giornata seconda del
_Decamerone_. Alquanti mercatanti italiani, trovandosi in Parigi, parlano
delle donne loro: Bernabò Lomellin da Genova esalta la castità della
sua, Ambrogiuolo da Piacenza se ne ride, e si vanta di potere, quando il
voglia, vincere la virtù di essa; propone una scommessa. Bernabò accetta
la disfida. Ambrogiuolo parte per Genova, tenta invano la virtuosa
donna; per non essere svergognato, trova modo di dare a Bernabò un segno
falso, che persuade a lui d’essere tradito. Egli, credulo e disperato,
ordina che si uccida la moglie. Essa è salvata dalla pietà del sicario,
fugge, e dopo varj accidenti si trova in luogo dove scopre al marito
l’innocenza sua, e confonde lo scellerato vantatore. Shakespeare, dico,
leggendo questa novella, sente ciò che di vero, di grande, di commovente,
di terribile, si può supporre che personaggi dotati di tale animo, e
posti in queste circostanze, ponno aver detto; lo sente, e col sovrumano
suo ingegno lo descrive in una tragedia.[1083] Ma egli si guarda bene
dall’alterare le parti essenziali di questo fatto, perchè da queste
appunto nasce la verisimiglianza e la forza della sua azione. Perchè
questa si spieghi, è necessario che si rappresenti la parte accaduta in
un luogo e quella accaduta in un altro. Egli ritiene adunque Parigi e
Genova (o Roma e Londra), come condizioni indispensabili al suo soggetto.

Se il lettore è stanco di questi esempj, salti alcuni fogli, perchè io
stimo di doverne, colla maggior brevità possibile, proporre un altro
pure di Shakespeare, cavato dalla storia d’Inghilterra; ed è quello su
cui è ordito il _Riccardo Secondo_. Questa tragedia[1084] riunisce gli
avvenimenti dei due ultimi anni della vita di quel re, e al pari di quasi
tutte le altre di quel sommo poeta, segue assai fedelmente la storia. Le
bellezze maravigliose che vi splendono per ogni parte, si devono certo
al genio maraviglioso di Shakespeare; ma io stimo si possa affermare che
il suo sistema drammatico era una condizione essenziale perchè queste
bellezze vi potessero stare. Perchè i discorsi fossero sì veri e sì
profondi, perchè i caratteri fossero sì scolpiti e sì interessanti, e
sì continuati, era necessario che i personaggi fossero posti in quelle
circostanze disegnate di tempo, e in quei luoghi diversi in cui la storia
ce li ha rappresentati.

Alcuni critici del secolo scorso riponevano il sommo pregio nel vincere
le difficoltà, e asserivano che il diletto del lettore nasce dalla
contemplazione della virtù del poeta in questa vittoria; ma egli è il
vero che, quando la difficoltà viene da una disproporzione tra i mezzi e
il fine, il pregio dell’arte sta nello schivarla, come hanno fatto tutti
i sommi scrittori.

La lettura del _Riccardo_ è la miglior prova ch’io possa dare di quello
che io ho affermato intorno a questa tragedia, onde ad essa con fiducia
rimetto il lettore; giacchè io non intendo di qui tutto analizzarlo, che
sarebbe lungo e difficile assunto. Mi sembra nulladimeno che, toccandone
appena i capi principali, si possa brevemente mettere in evidenza la mia
proposizione.

Enrico Bolingbroke, cugino del re Riccardo, accusa di traditore Tommaso
Mowbray, e s’impegna in presenza del re di provarlo tale in un duello,
secondo l’uso d’allora. Il re, tentato invano di rappattumarli, statuisce
il campo e il giorno. Giunto questo e mentre i due rivali stanno per
prendere le mosse, il re si frappone, proibisce il combattimento e li
esiglia entrambi, Mowbray in vita, e Bolingbroke per dieci anni. Il
pretesto si è l’amor della pace, il motivo è il desiderio di allontanare
Bolingbroke, di cui il re non si tiene sicuro. Bolingbroke parte,
Giovanni di Gaunt Duca di Lancastro, suo padre, inferma. Riccardo lo
visita, sprezza gli ultimi consigli del buon vecchio, di cui pochi
momenti dopo gli viene annunziata la morte. Il re, acciecato dal potere,
corrotto ed aggirato dai suoi favoriti, propone di appropriarsi i beni di
esso, dovuti al figlio Bolingbroke, e servirsene per la guerra d’Irlanda.
Il Duca di York, zio del re, tenta invano dissuaderlo. Bolingbroke
coglie il destro di ritornare in Inghilterra a valersi del suo partito,
e di presentarsi non come un ribelle o un ambizioso, ma per ripetere
un suo diritto. Un suo amico annunzia il suo imbarco ad alcuni altri.
Il re è partito per l’Irlanda. Si annunzia alla regina che Bolingbroke
è sbarcato in Inghilterra. Il vecchio York si dispone a combatterlo.
Bolingbroke compare nella contea di Gloucester. I suoi partigiani gli si
fanno incontro. Si abbocca con York; questi, veggendolo già forte, dopo
averlo assai rimbrottato, si contenta di dichiararsi neutrale.—Questo a
un dipresso è il disegno dell’atto primo, nel quale gli avvenimenti si
distendono appunto coll’ordine storico, voglio dire coll’ordine che la
mente nostra desidera scorgere in una serie di fatti. E già in quest’atto
si trovano discorsi e situazioni, che non si potevano certamente inserire
così proprj, se non si seguiva quest’ordine.

Nel secondo, appare Bolingbroke, il quale condanna due favoriti del
re Riccardo a morte. Nel suo parlare si vede a poco a poco spiegarsi
la sua ambizione, moderata dalla ipocrisia secondo le circostanze. Il
primo discorso è, come gli altri, mirabile per l’arte con cui egli
va crescendo le sue pretese a misura che gli cresce la forza; e il
passaggio dal suddito che si richiama di un torto, al potente che
comanda, è maestrevolmente disegnato. York segue pure quella via, e
il luogotenente di Riccardo si vede diventare suddito e fautore di
Bolingbroke, con quell’arte cortigianesca che sa unire la quiete e la
fortuna colla riputazione di uomo probo. Egli va per gradi così eguali e
insensibili, che al fine del dramma lo spettatore trova, senza stupirsi,
in quell’uomo, che udì con tanta indegnazione lo sbarco di Bolingbroke,
un buon servitore di questo divenuto re. Mutazioni che non avvengono, nè
si immaginano avvenute, in un giorno; e pittura finissima di caratteri,
che non si può trovare nei drammi tessuti colle ridette regole.

Giunta l’azione a questo punto, io domando: dove si rivolge la curiosità
e l’interesse dello spettatore? che desidera egli ora d’intendere? qual
personaggio vorrebb’egli considerare, se non Riccardo? Egli è quegli
sull’anima del quale i fatti fin ora rappresentati devon produrre il
più grande effetto, e quest’effetto appunto aspetta di contemplare
lo spettatore. Qui dunque entra in iscena Riccardo. E mi si permetta
di avvertire di passaggio, che Shakespeare è eccellente nell’arte di
presentare agli occhi quelle cose appunto alle quali egli ha rivolta
l’attenzione, e che questo pregio lo deve, come gli altri, parte
all’ingegno suo e parte al suo sistema. Appare dunque Riccardo; ma
in qual luogo si figura ch’egli appaja? Non avrà egli certo voluto
sbarcare nella contea di Gloucester dove si trova il suo emulo, chè nè
la sicurezza sua, nè il cammino, lo conducevano a questa unità di luogo.
Egli scende sulle coste del paese di Galles. Avrebbe forse potuto
l’autore fare in modo che si trovassero i due rivali successivamente
nello stesso luogo, e non mancano esempj di simili orditure; vi avrebbe
messo grandissimo studio, e vi sarebbe riuscito alla meglio: ma montava
egli il pregio di farlo?

Riccardo, posto piede a terra, si consulta cogli amici che gli rimangono.
E qui cominciano quelle scene, dove si vede il re orgoglioso, leggiero,
dispotico, irreflessivo, temperato da quel gran maestro che è la
sventura: da quel maestro, che sarebbe tanto utile ai potenti ed ai
deboli, se le sue lezioni non fossero sempre dimenticate al momento
ch’egli depone la sferza, e s’egli potesse produrre un sol fatto per
mille proponimenti. Mirabili scene! Mirabile Shakespeare, se esse sole
rimanessero del tuo divino intelletto, che rara cosa non sarebbero
tenute! Ma l’intelletto tuo ha potuto tanto trascorrere per le ambagi
del cuore umano, che bellezze di questa sfera diventano comuni nelle tue
opere.

Il carattere del re si è cangiato, o per dir meglio, i casi hanno
fatto comparire quello che nel suo carattere v’era di più nascosto
e di più profondo. Il corso di questo carattere, i pensieri che
dall’annunzio della disgrazia fino allo sbarco sono succeduti nella sua
mente, s’indovinano quasi, e certo la storia, direi così, dell’animo
di Riccardo, abbraccia più di qualche ora. Questa situazione poteva
trattarsi, a quello ch’io vi posso scorgere, in tre modi: o tralasciare
questo rivolgimento d’animo prodotto dal rivolgimento della fortuna; o
ristringerne e menomarne i segni, in modo che non richiedesse più spazio
di qualche ora; o supporre il tempo che non è rappresentato, e dare il
carattere compiuto. Quale di questi tre modi abbia eletto Shakespeare,
ognuno il vede; e come io spero, ognuno vede ch’egli ha fatto ottimamente.

[1082] Il Bonghi avverte: «Qui una crocetta richiama questa citazione,
trascritta nel margine superiore [_Gerus. Lib._ XIX, 14]:

    ....e, visto il lato [fianco] infermo,
  Grida: Lo schermitor vinto è di schermo».

[1083] Nel _Cymbeline_.—SCH.

[1084] L’analisi n’è fatta anche, non in diverso modo, ma per un fine
diverso, nella _Lettre à M. C... sur l’unité de temps etc._ [BONGHI].


IV.

Perchè le discussioni tornassero davvero a profitto delle lettere, si
vorrebbe tener conto degli argomenti della contraria parte; e quando
una questione è messa in campo, non la porre da un canto prima di
scioglierla. Ma invece si usa assai, come si è usato sempre, di ripetere
molte volte le stesse ragioni, senza badare a quelle che altri vi abbia
contrapposto. S’ode verbigrazia dire ogni giorno che Shakespeare è
un genio rude ed indisciplinato, che, senza regole, senza intenzione
premeditata, scorre qui e là, e s’incontra talvolta in qualche bellezza
straordinaria. Questa opinione tanto ripetuta è espressamente e
lungamente confutata dal sig. Schlegel (_Cours de Litt. dram._). Questa
confutazione pare a me tale da distruggere affatto questa opinione; ma ad
ogni modo è certo che non conviene più ad uomo che nelle lettere cerchi
il vero di quelle, il ridire questa tale opinione, senza mostrare come
ella sia vera a malgrado di quello che ne ha detto il sig. Schlegel. Se
alcuno trova argomenti più in là dei suoi, sarà da rendergli grazie; ma
non curarli, è un troppo esser certo della opinione propria e volgare:
giacchè senza dubbio questi meritano d’essere, se non ricevuti, almeno
confutati......


V.

[Pel _Conte di Carmagnola_].

Lessing (_Dramaturgie_, t. 2º, pag. 54, a proposito del _Riccardo III_,
tragedia del Weiss)[1085] vuole provare, contro il Corneille, che in ogni
caso è vera la massima di Aristotele, che «le malheur, tout-à-fait exempt
de faute, d’un homme vertueux, n’est point un sujet pour la tragédie; car
cela est odieux». Rivedere accuratamente questo passo sì in Aristotele
che in Lessing, e averlo presente nella composizione del carattere e dei
patimenti della moglie del Conte.

Esaminare più ponderatamente quel passo del Lessing [pag. 57]: «La pensée
qu’il puisse y avoir des hommes malheureux sans la moindre faute de leur
part, est en elle-même affreuse. Les Payens avoient cherché à éloigner
d’eux cette noire idée autant que possible; et nous voudrions la
nourrir, et nous amuser à des spectacles qui la confirment? Nous, à qui
la Religion et la raison doivent avoir persuadé qu’elle est aussi fausse
que blasphématoire?».—Questo motivo della Religione cristiana, che il
Lessing cita per confermare il suo sistema, mi pare anzi che gli faccia
contro. Il Cristianesimo,

  Venendo in terra a illuminar le carte,

ha talmente cambiate le idee e i sentimenti intorno al bene e al male,
all’utile e al dannoso, che mi pare che convenga andar sempre cauti
assai nell’applicazione dei principj morali degli scrittori Gentili.
Questa vita mortale, che il Gentilesimo rappresentava come avente il
principio e il fine in sè stessa, il Cristianesimo ce la fa considerare
come vita di preparazione. Quindi gli avvenimenti si riguardano non
solo pel diletto o pel dolore che arrecano con sè, ma ancora, anzi
principalmente, pei rapporti loro colla vita futura, nella quale sola noi
possiamo concepire il compimento d’ogni nostro destino. Quindi quegli
accidenti pei quali agli Ateniesi un uomo pareva _un homme malheureux_,
non bastano perchè appaja a noi tale nel più esteso senso: perchè noi
sappiamo considerare i dolori presenti come espiazione dei falli, da cui
nemmeno i più puri vanno esenti, stromento di perfezionamento in chi
soffre, come preparazione a beni futuri, e quindi come veri beneficj
della Provvidenza. Questi mali poi, oltre che non sono assoluti perchè
compiscono il destino di chi gli sopporta, sono anche temperati assai da
due virtù, che sono de’ più bei doni che Dio abbia fatto agli uomini: la
speranza, e la rassegnazione che da essa viene.

[1085] Ho tra mani l’edizione di cui si serviva il Manzoni: _Dramaturgie
ou observations critiques sur plusieurs pièces de théâtre tant anciennes
que modernes; ouvrage intéressant, traduit de l’allemand de feu M.
LESSING par un François, revu corrigé et publié par M. JUNKER, premier
professeur de droit public à l’Ecole royale militaire et censeur royal_.
_A Paris_, 1785; in due parti.—SCH.


VI.[1086]

«Entrambi hanno fatto il loro dovere». Questo si è detto molte volte, e
si dice tuttavia in molti casi, nei quali si suppongono a due persone
doveri contrarj su uno stesso oggetto. Supposizione assurda. Si osservino
tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri supposti sono fondati su
opinioni speciali e temporanee, su istituzioni ecc., e che si dimentica
sempre il fine che si deve cercare nella determinazione da prendersi
dalle due persone. Ora, il fine giusto non può essere che uno. Esempio:
la scena, per tanti rapporti bellissima, del _Tiberio_ di Chénier, nella
quale Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre di
Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di perderlo,
e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo sentimento è
falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere egualmente buone e
giuste. Ora, donde viene il falso in questo caso? Dall’essersi il poeta
applicato puramente ai rapporti personali delle due parti, alla sorte di
Pisone e alla vendetta di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e
la giustizia, e il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i
tribunali e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione
ai parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla sua
perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo padre.

Dalla stessa assurda confusione nasce il sentimento, posto sovente in
bocca ai personaggi tragici virtuosi: cioè il desiderio di non riuscire
in un’impresa alla quale dirigono i loro sforzi.—Contradittorio e falso:
sinonimi.

[1086] Questo frammento si trova scritto nella prima pagina d’un mezzo
foglio, nella cui seconda è trascritto il seguente passo di Montesquieu,
quantunque fra i due non vi sia relazione: «La lecture des ouvrages
distingués, écrits dans des époques plus ou moins éloignées de la
nôtre, doit souvent faire réfléchir bien tristement sur les bornes et
l’incertitude des connaissances humaines. On voit dans un livre le cachet
d’un esprit supérieur, on y trouve des idées tres-avancées pour le temps
dans lequel elles furent découvertes, et on n’en reconnaît pas moins
que ces idées sont legères, superficielles, fausses. On dit: c’était
admirable pour le temps. Quoi! il est donc des erreurs inévitables,
et qu’il faut traverser pour arriver à la vérité? Et que deviendra
un jour cette masse de lumières que nous croyons être le domaine de
l’époque actuelle, et dont nous nous glorifions? Peut-être un sujet de
pitié pour les générations futures. On pourrait peut-être tirer de ces
réflexions un résultat utile, en observant quel est le caractère de ces
idées excellentes pour un temps, et qu’on est forcé de rejeter dans un
autre: on y trouverait, je crois, quelque chose de local, de spécial;
on verrait dans l’esprit de ceux qui les ont mises en avant un défaut
de logique et de courage dans l’application rigoureuse et suivie des
grands principes qu’ils avaient eux-mêmes reconnus; on y verrait un
sacrifice à des opinions dominantes, à des institutions puissantes; une
frayeur de paradoxes, frayeur déraisonnable, et qui ne produit rien de
bon, et n’empêche rien, puisque ces conséquences qui paraissent hardies
seront tirées un jour infailliblement si elles découlent logiquement des
principes». V. _L’Esprit des Lois, et son commentaire moderne_. [Nota del
BONGHI].


VII.

L’inquietudine, connaturale all’uomo finch’egli rimane su questa terra
dove non può giungere al suo ultimo fine, fa sì ch’egli sia sempre
scontento del proprio stato, e supponga che maggior riposo si trovi
nelle altre condizioni[1087]. Quindi quella opinione, comune agli
uomini che vivono nell’agitazione degli affari e nelle pompe mondane,
che nelle condizioni che si chiamano inferiori si trovi maggior
contentezza d’animo. Il fatto è però che anche in esse domina la medesima
inquietudine. Mi sembra dunque che i poeti rappresentino al vero la
natura, quando dipingono i potenti mossi da una certa invidia degli
uomini privati e oscuri, in quelle circostanze però in cui sentono più
vivamente il dolore e il vuoto dello splendore mondano. Ma quando il
Tasso rappresenta il famoso pastore che accoglie Erminia, pago della sua
sorte, cade, mi sembra, in un errore volgare, immaginando l’animo del
pastore non quale doveva essere, ma quale doveva sembrare ad Erminia.
Ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale, è dissimile dal vero.
Essa tende a confermarci nel costume che abbiamo, pur troppo, di dedurre
una falsa conseguenza da un fatto pur troppo reale; cioè dal non esser
noi sodisfatti che altri, in circostanze diverse dalle nostre, possano
esserlo.—Vedi, per confronto, la famosa scena di Agamennone col vecchio
nella _Ifigenia in Aulide_ di Euripide.—AG: _Beatum te judico, o senex:
Beatum judico virorum quicumque non periculosam Vitam transegit ignotus,
inglorius: Eos vero qui in honore versantur, minus beatos judico_.—SENEX:
_Atqui decus est ibi vitae_».

Poetica è quindi assai la rappresentazione delle rimembranze meste
del passato che ci sembra essere stato più felice per noi, e delle
speranze dell’avvenire; ma deve il poeta far sentire la vanità di questi
sentimenti. A chi dicesse che la poesia è fondata sull’immaginazione e
sul sentimento, e che la riflessione la raffredda, si può rispondere che
più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell’uomo, più si trova
poesia vera. Non è però che non si possa godere una certa tranquillità in
questo mondo, ma essa viene da principj soprannaturali, ed è falso che
sia tolta dalla natura stessa delle cose e dei desiderj nostri.

       *       *       *       *       *

Se gli uomini seguissero i precetti del Vangelo, godrebbero fra loro
tutta quella pace che si può avere a questo mondo. Le gare vengono dal
volere ognuno possedere quelle cose che il mondo chiama beni: il Vangelo
insegna a sprezzarli. Ognuno se ne ritirerebbe, e aspirerebbe a quei beni
per cui non ci può esser gara litigiosa, essendo essi infiniti, e potendo
ognuno acquistarli, non solo senza privarne gli altri, ma cooperando a
farli acquistare agli altri. Mirabile sapienza del Vangelo! e mirabile
corruttela dell’uomo!

[1087] Cfr. nei _Promessi Sposi_, cap. ultimo, la similitudine del letto.
[B.].


VIII.

  Non fu sì santo, nè benigno Augusto,
  Come la tuba di Virgilio suona:
  L’avere avuto in poesia buon gusto,
  La proscrizione iniqua gli perdona.

  _Orlando Furioso._ Canto 35, st. 26.

Dio liberi! La poesia è uno dei più nobili ornamenti della natura
umana. Coltivata da tutti i popoli e in tutti i tempi, ella è la viva
espressione dei più alti, dei più intimi sensi che possano capire
nell’animo dell’uomo. Essa serve mirabilmente a rappresentare come
esistente quel bello morale, che è così vero nei nostri desiderj e
nelle nostre idee, ma che non ci è dato vedere in questa vita così
interamente come noi lo immaginiamo; e a questo modo consola e migliora
gli uomini. Ma se ella dovesse stortare i nostri giudizj, pervertire i
nostri sentimenti sul bene e sul male, sarebbe una peste, un vitupero, un
flagello. «La proscrizione iniqua gli perdona»! Mai no, messer Ludovico.
Virgilio all’incontro non ha potuto far perdonare a sè medesimo la sua
indegna adulazione. Per quanto gli uomini amino i bei versi, amano
ancor più la sicurezza e la vita, e le eterne idee della giustizia; e
le orribili carneficine non si dimenticano per le lodi d’un poeta. Se
l’indegnazione contro l’ingrato, vile, e crudele pupillo di Cicerone,
non si è manifestata sempre così vivamente nella memoria dei secoli
come si conveniva, è da attribuirsi non già al giudizio di Virgilio, ma
sibbene alla potenza de’ suoi successori, come avverte il Machiavelli. Ma
tanto è vero che le lodi dei poeti non bastano a corrompere il giudizio
dei posteri sulle azioni dei potenti, come vorrebbe qui far credere
l’Ariosto, ch’egli medesimo mostra di non dar nessun peso a quelle lodi,
dicendo che

  Non fu sì santo, nè benigno Augusto,
  Come la tuba di Virgilio suona;

e facendo così vedere ch’egli s’informa dei fatti non dai poeti, ma dagli
storici, e che vuole anche in questi distinguere il vero dal falso.

Due ottave più sù aveva egli detto che i Signori

        del sepolcro uscirian vivi,
  Ancor che avesser tutti i rei costumi,
  Purchè sapesson farsi amica Cirra.

Bell’ufficio della poesia! Egli è come un dire agli uomini che non hanno
la sorte di nascer poeti: Fratelli, anzi non fratelli; questi Signori
vi hanno fatto del male assai: essi hanno calpestata la giustizia e
l’umanità, e voi avete dovuto sopportarli e sentirne dir bene: veramente
parrebbe almeno che la morte dovesse venire a fare le parti più giuste,
e che l’abbominazione dei posteri fosse almeno il castigo di costoro;
ma dovete sapere ch’essi hanno fatto del bene a noi poeti, cioè ci
hanno accarezzati e pasciuti, e noi, che siamo più poeti che uomini,
vogliamo che, per ricompensa, alle azioni triste di costoro si dia il
premio dovuto alle buone, la gloria e la benedizione dei posteri. Noi,
abbandonando la confederazione che unisce gli uomini di cuor retto al
sostegno delle massime virtuose, quella confederazione nella quale gli
uomini di alto intelletto dovrebbero essere i primi, ci studiamo di dar
forza al vizio.—Ah! messer Ludovico, quando scrivevate quelle ottave
non vi avete pensato bene, o avete parlato per baja: il che sta male in
argomento così serio!


Della Unità di Tempo.

Benchè la regola della così detta Unità di Tempo sia stata combattuta
presso altre nazioni, io credo ch’ella sia tenuta in Italia per legge in
fatto e in dottrina, almeno per la Tragedia, giacchè tutte le tragedie
lodate sono ordinate secondo essa, e non conosco scrittore che di
proposito vi abbia contradetto. Io non so se l’opinione siasi (come
accade sovente) internata in questa questione più che gli scritti, ma in
iscritto io la credo questione nuova. Ma siccome appunto gli stranieri,
come dissi sopra ed ognuno sa, la vanno da qualche tempo ventilando, non
è possibile trattarla senza ridire cose già dette da essi. Non sapendo
io medesimo sceverare, astrarre, e dispiccare, per così dire, le idee
mie proprie su questo soggetto da quelle che possono essere ricavate o
suggerite da opere anteriori, e non volendo essere nè parere plagiario,
cito a piè di pagina quelle di queste opere che io ho lette[1088].

In esse si vuol provare che questa regola è arbitraria e nocevole
all’arte; e per quello che a me sembra, ciò vi è provato più che a
sufficienza. Ma egli è certamente un danno pel progresso delle idee
intorno alla drammatica, che gli argomenti posti in mezzo da questi
scrittori non sieno nè generalmente ricevuti, nè confutati. Essi hanno
discusse le ragioni di coloro che tengono l’opinione contraria, hanno
addotte le ragioni per cui quelle sembrano loro insussistenti; e queste
ragioni essi (singolarmente i tre più moderni) le hanno ricavate da
principj certo più alti e più riposti che quelli a cui gli avversarj
loro fossero giunti mai. Eppure si ode sovente ripetere la regola, ed i
principj su cui essa è fondata, come se le opposizioni non meritassero
il pregio di farne parola. Ciò si vede sovente nelle dispute letterarie.
Eppure esse meritano d’essere, se non ricevute, almeno confutate. Questi
scrittori avranno in qualche parte errato trattando questa questione;
ma se non hanno trovato sempre la verità, sono iti a cercarla, per vie
nuove, profonde e difficili, in quella lontana e vasta regione ov’ella
si trova; essi portano novelle di quel paese, e all’aria loro, ai loro
discorsi, fanno sentire di esservi stati.

La regola dell’Unità di Tempo è stata difesa prima colla autorità e
poscia coi principj. A questi tempi, quando uno cita Aristotele in
questa questione, io credo che lo nomini non come giudice, ma, dirò
così, come testimonio: voglio dire che non lo fa per confermare la
regola coll’autorità dell’opinione di quel filosofo, ma perchè il nome
suo è stato tante volte unito a questa, che va con essa per abitudine.
Egli è riconosciuto ormai che l’autorità degli uomini non vale che
a confermar quelle cose, che quegli uomini soli potevano sapere per
mezzi che non sieno concessi agli altri. Così, per esempio, l’autorità
storica, la quale, benchè fallibile, pure si segue, quando non ripugni
alla ragione; e in questo si largheggia assai per l’innato amore alla
certezza. Il fondamento di quest’autorità non è altro che il non poter
noi con altri mezzi renderci sicuri dei fatti accaduti prima di noi, che
per l’attestato di quelli che ne furono testimonj. Un altro genere di
autorità, il quale non è più tanto in vigore, si è quello appunto per
cui tante opinioni di Aristotele, o credute di Aristotele, furono tenute
giudizj irrefragabili; ed è fondato su questo argomento: quell’uomo vide
tanto addentro nelle cose, che è difficilissimo, quasi impossibile,
che egli si sia ingannato. Ma siccome Aristotele non è testimonio di
fatti veduti da lui solo, ma della verità di idee le quali rimangono in
perpetuo esposte alla contemplazione degli uomini, così doveva venire,
e venne assai prima d’ora, il momento in cui fossero ascoltati coloro
che dissero: Esaminiamo le idee e le ragioni di Aristotele col giudizio
nostro. E a quelli che dissero che l’autorità di Aristotele era superiore
a questo, risposero perentoriamente che quest’autorità stessa era fondata
sul solo giudizio nostro; poichè l’idea di questa autorità deriva
dall’esame e dal paragone delle cose trattate da Aristotele colle idee di
Aristotele intorno ad esse, e dal giudizio della conformità tra quelle
cose e queste idee. Questo giudizio adunque, dissero essi, è potente a
scoprire alcune verità nella natura delle cose, poichè vi ha scoperto la
uniformità con le idee di Aristotele: serviamocene adunque per cercare
di scoprire la natura delle cose. D’allora in poi, se uno propone di
provare che Aristotele, per esempio, ha detto uno sproposito, il lettore
sta attento bene agli argomenti, e li vuole di peso, prima di arrendersi
a credere che un tale la indovini meglio di Aristotele; quando prima non
si ammetteva alcuno a provare che Aristotele avesse detto uno sproposito.
Io vo ricantando cose vecchie, ma forse non del tutto inutili, poichè
questo modo di valersi dell’autorità, benchè non sostenuto da alcuno
in principio, è usitatissimo in pratica; e quando in una discussione
letteraria, o altra che sia, uno può citare l’opinione conforme alla sua
d’un uomo riputato, se ne serve ordinariamente più che la ragione nol
comporti, e fa di tutto per poter chiudere la disputa con questa come
ultima ragione.

E anche in questo caso, gli scrittori che non vogliono ammettere
l’Unità del Tempo, non solo enumerarono le ragioni contro di essa, ma
dovettero combattere l’autorità di Aristotele con argomenti estrinseci
alla questione particolare; facendo vedere in sostanza che Aristotele,
colla sola esperienza del teatro greco, non poteva comprendere tutti i
possibili modi di verosimiglianza teatrale: ed enumerando molti altri
motivi, per cui un uomo non poteva fare questa legge all’arte.

Ma uno di questi, il signor Schlegel, non solo nega il diritto di far la
legge, ma nega l’esistenza della legge stessa. Il codice c’è, e ognuno
puo accertarsi del fatto. Il signor Schlegel cita il solo passo della
_Poetica_, dove si tratta di questa Unità di Tempo; ed io lo trascrivo
qui dalla traduzione del Castelvetro: «Ora l’Epopea accompagnò la
Tragedia in fino a questo termine solo, che con parole è rassomiglianza
de’ nobili. Ma[1089] sono differenti in questo, che quella ha il verso
misurato semplice, ed è raccontativa e fornita di lunghezza, e questa si
sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole, o di mutarne
poco; ma l’Epopea è smoderata per tempo, e in ciò è differente dalla
Tragedia. Egli è vero che da prima similmente facevano questo stesso
nelle Tragedie e ne’ versi Epici». (_Parte principale seconda, particella
settima_).

«Il faut remarquer d’abord», aggiunge il signor Schlegel [_lez. X_],
«qu’Aristote ne donne ici aucun précepte, mais qu’il assigne à deux
genres un caractère distinctif, tiré historiquement des exemples qu’il
a sous les yeux». E ciò che dimostra che qui non è precetto, si è che
Aristotele non ne dà ragione alcuna; e quelle che si sono addotte per
provare che questo è un precetto, sono state cavate fuori da quelli
che, ritenendo esser questo un precetto perchè lo videro esser conforme
alla pratica più usuale dei Greci, credettero essere necessario di
ragionarlo. Nè questo è il solo caso che questioni lunghissime, passate
d’una in altra generazione, e agitate ancora, si sieno fatte sopra un
libro, che appunto non sia letto da una millesima parte di coloro che
pigliano parte nella questione. Forse che gli uomini amano di tenere
oscuri gli argomenti disputati, per timore di venire ad accordo?[1090]

       *       *       *       *       *

«Dans les lettres et dans les arts, les règles sont les leçons de
l’expérience, le résultat de l’observation sur ce qui doit produire
l’effet qu’on se propose». (MARMONTEL, _Elem. de Litt._, alla parola
_Règles_).—Come le parole influiscono sul senso, accade sovente che
ad una voce, presa per analogia da un’altra serie d’idee, e che è
metaforica, si dia tutto il valore che ha nel suo significato proprio.
Così accadde alle Regole; e dietro a questo nome, è venuto nelle lettere
il corredo degli altri nomi che vanno con esso, quando è preso nel senso
naturale. Quindi si ode dire: _trasgressione_, _osservanza_ ecc. Si dice:
_pigliarsi una licenza_, quando uno scrittore non segue strettamente il
modo dimostrato in questa _scuola dell’esperienza_; e ciò per ottenere un
maggior effetto. E questo vocabolo _licenza_ è improprio assai, perchè
il giudizio di quel tal modo di trattare l’argomento non deve ricavarsi
dalla esperienza del modo con cui furon trattati gli argomenti anteriori,
ma dal modo con cui si gusti quello di cui si tratta; e così le Regole
non ci hanno che fare. Le Regole risultano da ogni particolare soggetto,
e sono per esso il modo con cui piace agli uomini di concepirlo. Ogni
cosa difforme da questo modo è fallo, e ogni cosa conforme non è licenza,
ma convenienza, non dovendosi raffrontare che col soggetto stesso.

Per convincersi che la regola arbitraria delle due Unità nuoce
all’arte, basti osservare la progressione dei loro effetti nelle
opere di Corneille[1091]. Nel _Cid_, egli tralasciò quella di Luogo,
evidentemente; e quella di Tempo la seguì più in apparenza che in
realtà, poichè diede e ai sentimenti e ai fatti un corso, che non si
può comprendere verisimilmente in un giorno. E come sì gli uni che gli
altri sono dedotti con progressione non men naturale e verisimile che
maravigliosa, la regola non ha fatto danno, e basterebbe cangiare le
parole che accennano l’unità per toglierne l’idea, come gli effetti non
ci sono. Il grand’uomo fu, come ognun sa, straziato da uomini, il cui
giudizio la posterità non vede senza fremito essere stato anteposto al
suo (benchè sia pronta a far lo stesso). Allora egli, per aver pace e per
godere senza ostacoli quella riputazione che aspettava dai suoi lavori,
difese prima quella divina tragedia dagli oppositori, non già provando
che i principj loro erano sciocchezze, ma che la tragedia era conforme a
quei loro principj; d’indi in poi, egli si attenne sempre alle Regole, e
storpiò gli argomenti, e abbandonò quelli che non si potevano storpiare
così facilmente. E quale è quella sua tragedia dove si trovino quei pregi
originali, e di un carattere moderno e nuovo, come nel Cid?... (Verificar
questo, rileggendo le tragedie e le prose di Corneille, e distinguere
meglio la differenza tra il _Cid_ e le altre)[1092].

       *       *       *       *       *

Veniamo ora alle ragioni, colle quali si è voluto provare che la
regola dell’Unità di Tempo non è punto arbitraria, ma che deriva dalla
costituzione organica del Dramma. Siccome il fondamento che si pone a
questa regola e a quella dell’Unità di Luogo è il medesimo, così verrà
a trattarsi dell’una e dell’altra insieme, e gli esempj si prenderanno
promiscuamente dall’una e dall’altra.

La necessità intrinseca che il fatto rappresentato nella Tragedia non
oltrepassi lo spazio d’un giorno, e che la rappresentazione si mantenga
sempre in un luogo, è dedotta da un solo principio. Io lo rapporterò
colle parole di un celebre spositore della _Poetica_, il Castelvetro;
benchè, a dir vero, le ragioni per cui sembra a lui che sia inverisimile
la rappresentazione che oltrepassi quello spazio e quel luogo, vi sieno
enumerate con maggior diligenza che delicatezza.

Ecco quello ch’egli dice, nella sposizione al passo della _Poetica_
citato poco sopra: «Aristotele parla spezialmente dello spazio che può
al più occupare la Tragedia, che è un giro del sole, là dove lo spazio
dell’azione dell’Epopea non è determinato. Perciocchè l’Epopea, narrando
con parole sole, può raccontare un’azione avvenuta in molti anni ed
in diversi luoghi senza sconvenevolezza niuna, presentando le parole
all’intelletto nostro le cose distanti di luogo e di tempo; la qual cosa
non può fare la Tragedia, la quale conviene avere per soggetto un’azione
avvenuta in picciolo spazio di luogo ed in picciolo spazio di tempo, cioè
in quel luogo ed in quel tempo dove e quando i rappresentatori dimorano
occupati in operazione, e non altrove, nè in altro tempo. Ma così come il
luogo stretto è il palco, così il tempo stretto è quello che i veditori
possono a loro agio dimostrare sedendo in teatro, il quale io non veggo
che possa passare il giro del sole, cioè ore dodici: conciosia cosa che
per la necessità del corpo, come è mangiare, bere, diporre i superflui
pesi del ventre e della vescica, dormire, e per altre necessità, non
possa il popolo continuare oltre il predetto termine così fatta dimora
in teatro. Nè è possibile dargli ad intendere che sieno passati più dì
e notti, quando essi sensibilmente sanno che non sono passate se non
poche ore, non potendo l’inganno in loro aver luogo, il quale è tuttavia
riconosciuto dal senso».

Se questa è la vera cagione della pretesa inverisimiglianza, che nasce
dalla differenza fra il corso del tempo supposto ed il reale, possiamo
noi moderni a ragione vantarci di avere, colla bene intesa costruzione
dei nostri teatri, allargati del doppio i confini della illusione
teatrale. Poichè noi abbiamo teatri ove si può con ogni agio fare, e
tuttavia si fanno, quelle cose di cui parla il Castelvetro, e che
non giova ripetere; e quindi (almeno per una parte degli uditori, e
per quella appunto che naturalmente dev’essere la più attenta) si può
supporre che la dimora in teatro sia di due giorni. Ma io non vorrei
essere tacciato di avere scelto un testo sguajato, per toglier fede al
principio e forza alla difficoltà: chè, a dir vero, essa, comunque in
altri modi espressa, non viene a dire altro in tutti gli scritti dove
io possa averla rinvenuta. Tutti convengono in questo, che essendo nel
Dramma i fatti posti dinnanzi agli occhi dello spettatore, a differenza
della Epopea che li narra con parole, perchè in esso si trovi quel
grado di verisimiglianza che crea l’illusione, devono i fatti esser
rappresentati come se accadessero realmente. Ora, siccome se quei fatti
accadessero realmente non potrebbe lo spettatore assistere in poche ore
a quelli che occupano mesi o anni, nè assistere senza muoversi a quelli
che avvengono in diversi luoghi, così, perchè lo spettatore possa essere
veramente illuso, deve il tempo e il luogo dell’azione conformarsi a quel
tempo che lo spettatore sente veramente trascorrere, a quella unità di
luogo in cui egli sente veramente di rimanere.

Due massime erronee sono qui, a parer mio, il fondamento della regola.
L’una, che la presenza materiale dello spettatore sia una delle
condizioni dell’arte; la seconda, che l’arte, per eccitare in noi la
simpatia colla rappresentazione, debba valersi degli stessi mezzi con
cui le cose reali fanno impressione sull’animo nostro. E quanto alla
prima, egli è evidente che la presenza dello spettatore è riguardata
come parte essenziale, poichè la inverisimiglianza si deduce, non dal
volere che un uomo concepisca successivamente fatti successivi per lunghi
intervalli di tempo e di luogo, ma che li veggia senza lunghezza di
tempo e mutazione di luogo. Basterà dunque il dire che la presenza dello
spettatore non deve entrare nella composizione dell’opera. Lo spettatore
non è già una parte dell’azione, è una mente estrinseca ad essa che la
contempla: lo spettatore non è governato coi modi stessi che l’azione, nè
l’azione coi modi dello spettatore; l’azione ha un tempo, il quale deve
parer _verisimile_ allo spettatore considerandolo nell’azione stessa,
ma paragonandolo alle sue proprie modificazioni. Egli è, ripeto, fuori
dell’azione. Se la massima di cui si tratta potesse essere ammessa, ne
verrebbe una strana conseguenza, cioè che il porre in iscena i drammi
nuoce alla perfezione dell’arte loro: poichè è concesso da tutti i
critici che il non astringersi ai modi reali di tempo e di luogo lascia
un più largo campo ad una più varia e più forte imitazione. Quante volte
non s’ode dire: sì, quello scrittore ha grandi bellezze, ma le ottiene a
discapito della verisimiglianza. Ora, se la inverisimiglianza non viene
che dalla presenza dello spettatore, se i dialoghi drammatici che formano
un’azione possono dilettare senza la recita materiale, se letti sono pur
sempre opera dell’arte, convien dire che è possibile una più grande, più
bella Tragedia, che non è quella che si può vedere in teatro. «Tragedia
da tavolino», si dirà; ma l’_Iliade_, l’_Eneide_, l’_Orlando_ non sono
essi poemi da tavolino? Sofocle ed Euripide ci dilettano in altro modo
che per la lettura? E la recita accresce tanto pregio all’arte, che
senz’essa l’arte non produce i suoi più grandi effetti?

Nè si dica che il difetto vi si troverebbe pure alla lettura, perchè la
mente si trasporta alla rappresentazione; poichè io suppongo un genere
di composizione nel quale le cose si rappresentino col solo dialogo, e i
fatti che non si conoscono da esso vi sieno accennati semplicemente, come
il nome di chi parla. E questo genere è possibile, ed ha in sè tutte le
condizioni per esser perfetto, senza la rappresentazione. Ma perchè ho
io detto possibile? Tutto Shakespeare è tale! E se dai lavori prodotti
in un genere si può stimare il genere stesso, nessuno dubiterà che la
Tragedia da leggersi non sia superiore alla Tragedia da rappresentarsi,
perchè nessuno dubiterà che la lettura, verbigrazia, del _Macbeth_ non
produca un più vario, un più profondo effetto di commozione, di simpatia
e d’istruzione morale, che qualunque delle moderne tragedie in cui le
unità sono osservate. Nè io per questo concedo che il _Macbeth_ e tante
altre divine tragedie sieno da togliersi al teatro: io tengo che la
verisimiglianza di cui l’arte abbisogna vi si trovi perfettamente; ma
dalla conseguenza ho voluto far sentire il valore del principio.

Il secondo principio, al parer mio, erroneo, si è: che l’arte, per
formare in noi un’impressione colla rappresentazione, debba valersi degli
stessi mezzi con cui le cose reali fanno impressione sull’animo nostro.
E che questo principio sia sottinteso nelle ragioni che si adducono
per la regola delle Unità, mi sembra chiaro, poichè queste ragioni si
riducono a questo: che siccome nella realtà il mezzo, col quale io posso
assistere agli avvenimenti che occupano una data lunghezza di tempo, si
è di percorrere quel tempo, il mezzo col quale io posso assistere ad
avvenimenti che accadono in diversi luoghi, si è di trasportarmi a quei
luoghi; così l’arte, non potendo usare gli stessi mezzi, non può produrre
gli stessi effetti, e quindi bisogna ristringere gli effetti ai mezzi
reali che io ho e che posso impiegare a quella rappresentazione. Ma il
fatto sta che le arti non si valgono, per farci impressione, degli stessi
mezzi che servono alle cose reali. Le arti imitative non sono venute
da altro che dall’aver gli uomini riflettuto e sentito che si poteva
produrre un’impressione simile al concetto nato in noi dalle cose reali,
senza riprodurle. L’imitazione non consiste adunque nel creare cose
eguali al fatto, ma di modo somiglianti al fatto che sieno il più che
si può eguali al concetto; perchè il fine è questo, e i modi di creare
quest’imitazione sono mezzi subordinati a questo fine.

Io credo di poter dilucidare questo principio coll’esempio d’un’altra
arte; e benchè sappia quanto i paragoni fra esse riescano spesso
fallaci, mi sembra che in questo caso possano condurre al vero, poichè
si tratta di una cosa comune alle arti tutte, che è il concetto umano.
Pigliamo un esempio dunque dalla pittura; e per non uscire di teatro,
pigliamolo da una scena, e sia questa un paese. La pittura è l’arte di
rappresentare agli occhi nostri la somiglianza d’una cosa per mezzo di
un’opera artefatta, che non è la cosa stessa. Quando io contemplo un
paese reale, si crea di esso un idolo, un concetto, nella mia mente. Se
io sciolgo questo concetto nelle varie parti di cui è composto, e per
così dire conflato, se paragono una, o più di queste parti del concetto,
colle parti del paese reale che le ha originate nella mia mente, trovo
che non sono ad esse perfettamente eguali, cioè che l’idolo parziale di
questa parte non corrisponde alla parte che ha nel concetto generale. Per
esempio, una pianta alta sei uomini, distante da me cinquecento braccia,
mi sembra più picciola che una pianta alta quattro e distante cento
braccia. Io veggo qui dunque la distanza alterare nel mio concetto l’idea
della grandezza, e sento che io posso concepire questo paese in due
differenti modi: quale è di questi due modi che l’arte pittorica imita?
Quello analitico, per così dire, non le è dato imitarlo, nè essa tende a
ciò; ma sibbene il modo dell’unico concetto. Può essa bensì avvicinarsi,
più o meno, al modo analitico; ma, a misura che si avvicina a questo,
ella va perdendo il carattere e il nome d’arte. Può, p. es., imitare
un ramo d’albero che si conte