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Title: Orlando innamorato
Author: Boiardo, Matteo Maria
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Orlando innamorato" ***

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Orlando innamorato

Libro primo

Canto primo

Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quïeti, ed ascoltati
La bella istoria che 'l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L'alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.

Non vi par già, signor, meraviglioso
Odir cantar de Orlando inamorato,
Ché qualunche nel mondo è più orgoglioso,
È da Amor vinto, al tutto subiugato;
Né forte braccio, né ardire animoso,
Né scudo o maglia, né brando affilato,
Né altra possanza può mai far diffesa,
Che al fin non sia da Amor battuta e presa.

Questa novella è nota a poca gente,
Perché Turpino istesso la nascose,
Credendo forse a quel conte valente
Esser le sue scritture dispettose,
Poi che contra ad Amor pur fu perdente
Colui che vinse tutte l'altre cose:
Dico di Orlando, il cavalliero adatto.
Non più parole ormai, veniamo al fatto.

La vera istoria di Turpin ragiona
Che regnava in la terra de orïente,
Di là da l'India, un gran re di corona,
Di stato e de ricchezze sì potente
E sì gagliardo de la sua persona,
Che tutto il mondo stimava nïente:
Gradasso nome avea quello amirante,
Che ha cor di drago e membra di gigante.

E sì come egli avviene a' gran signori,
Che pur quel voglion che non ponno avere,
E quanto son difficultà maggiori
La desïata cosa ad ottenere,
Pongono il regno spesso in grandi errori,
Né posson quel che voglion possedere;
Così bramava quel pagan gagliardo
Sol Durindana e 'l bon destrier Baiardo.

Unde per tutto il suo gran tenitoro
Fece la gente ne l'arme asembrare,
Ché ben sapeva lui che per tesoro
Né il brando, né il corsier puote acquistare;
Duo mercadanti erano coloro
Che vendean le sue merce troppo care:
Però destina di passare in Franza
Ed acquistarle con sua gran possanza.

Cento cinquanta millia cavallieri
Elesse di sua gente tutta quanta;
Né questi adoperar facea pensieri,
Perché lui solo a combatter se avanta
Contra al re Carlo ed a tutti guerreri
Che son credenti in nostra fede santa;
E lui soletto vincere e disfare
Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.

Lassiam costor che a vella se ne vano,
Che sentirete poi ben la sua gionta;
E ritornamo in Francia a Carlo Mano,
Che e soi magni baron provede e conta;
Imperò che ogni principe cristiano,
Ogni duca e signore a lui se afronta
Per una giostra che aveva ordinata
Allor di maggio, alla pasqua rosata.

Erano in corte tutti i paladini
Per onorar quella festa gradita,
E da ogni parte, da tutti i confini
Era in Parigi una gente infinita.
Eranvi ancora molti Saracini,
Perché corte reale era bandita,
Ed era ciascaduno assigurato,
Che non sia traditore o rinegato.

Per questo era di Spagna molta gente
Venuta quivi con soi baron magni:
Il re Grandonio, faccia di serpente,
E Feraguto da gli occhi griffagni;
Re Balugante, di Carlo parente,
Isolier, Serpentin, che fôr compagni.
Altri vi fôrno assai di grande afare,
Come alla giostra poi ve avrò a contare.

Parigi risuonava de instromenti,
Di trombe, di tamburi e di campane;
Vedeansi i gran destrier con paramenti,
Con foggie disusate, altiere e strane;
E d'oro e zoie tanti adornamenti
Che nol potrian contar le voci umane;
Però che per gradir lo imperatore
Ciascuno oltra al poter si fece onore.

Già se apressava quel giorno nel quale
Si dovea la gran giostra incominciare,
Quando il re Carlo in abito reale
Alla sua mensa fece convitare
Ciascun signore e baron naturale,
Che venner la sua festa ad onorare;
E fôrno in quel convito li assettati
Vintiduo millia e trenta annumerati.

Re Carlo Magno con faccia ioconda
Sopra una sedia d'ôr tra' paladini
Se fu posato alla mensa ritonda:
Alla sua fronte fôrno e Saracini,
Che non volsero usar banco né sponda,
Anzi sterno a giacer come mastini
Sopra a tapeti, come è lor usanza,
Sprezando seco il costume di Franza.

A destra ed a sinistra poi ordinate
Fôrno le mense, come il libro pone:
Alla prima le teste coronate,
Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,
Molto nomati in la Cristianitate,
Otone e Desiderio e Salamone;
E li altri presso a lor di mano in mano,
Secondo il pregio d'ogni re cristiano.

Alla seconda fôr duci e marchesi,
E ne la terza conti e cavallieri.
Molto fôrno onorati e Magancesi,
E sopra a tutti Gaino di Pontieri.
Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
Perché quei traditori, in atto altieri,
L'avean tra lor ridendo assai beffato,
Perché non era come essi adobato.

Pur nascose nel petto i pensier caldi,
Mostrando nella vista allegra fazza;
Ma fra se stesso diceva: "Ribaldi,
S'io vi ritrovo doman su la piazza,
Vedrò come stareti in sella saldi,
Gente asinina, maledetta razza,
Che tutti quanti, se 'l mio cor non erra,
Spero gettarvi alla giostra per terra."

Re Balugante, che in viso il guardava,
E divinava quasi il suo pensieri,
Per un suo trucimano il domandava,
Se nella corte di questo imperieri
Per robba, o per virtute se onorava:
Acciò che lui, che quivi è forestieri,
E de' costumi de' Cristian digiuno,
Sapia l'onor suo render a ciascuno.

Rise Rainaldo, e con benigno aspetto
Al messagier diceva: - Raportate
A Balugante, poi che egli ha diletto
De aver le gente cristiane onorate,
Ch'e giotti a mensa e le puttane in letto
Sono tra noi più volte acarezate;
Ma dove poi conviene usar valore,
Dasse a ciascun il suo debito onore. -

Mentre che stanno in tal parlar costoro,
Sonarno li instrumenti da ogni banda;
Ed ecco piatti grandissimi d'oro,
Coperti de finissima vivanda;
Coppe di smalto, con sotil lavoro,
Lo imperatore a ciascun baron manda.
Chi de una cosa e chi d'altra onorava,
Mostrando che di lor si racordava.

Quivi si stava con molta allegrezza,
Con parlar basso e bei ragionamenti:
Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,
Tanti re, duci e cavallier valenti,
Tutta la gente pagana disprezza,
Come arena del mar denanti a i venti;
Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Fe' lui con gli altri insieme sbigotire.

Però che in capo della sala bella
Quattro giganti grandissimi e fieri
Intrarno, e lor nel mezo una donzella,
Che era seguìta da un sol cavallieri.
Essa sembrava matutina stella
E giglio d'orto e rosa de verzieri:
In somma, a dir di lei la veritate,
Non fu veduta mai tanta beltate.

Era qui nella sala Galerana,
Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,
Clarice ed Ermelina tanto umana,
Ed altre assai, che nel mio dir non spando,
Bella ciascuna e di virtù fontana.
Dico, bella parea ciascuna, quando
Non era giunto in sala ancor quel fiore,
Che a l'altre di beltà tolse l'onore.

Ogni barone e principe cristiano
In quella parte ha rivoltato il viso,
Né rimase a giacere alcun pagano;
Ma ciascun d'essi, de stupor conquiso,
Si fece a la donzella prossimano;
La qual, con vista allegra e con un riso
Da far inamorare un cor di sasso,
Incominciò così, parlando basso:

- Magnanimo segnor, le tue virtute
E le prodezze de' toi paladini,
Che sono in terra tanto cognosciute,
Quanto distende il mare e soi confini,
Mi dan speranza che non sian perdute
Le gran fatiche de duo peregrini,
Che son venuti dalla fin del mondo
Per onorare il tuo stato giocondo.

Ed acciò ch'io ti faccia manifesta,
Con breve ragionar, quella cagione
Che ce ha condotti alla tua real festa,
Dico che questo è Uberto dal Leone,
Di gentil stirpe nato e d'alta gesta,
Cacciato del suo regno oltra ragione:
Io, che con lui insieme fui cacciata,
Son sua sorella, Angelica nomata.

Sopra alla Tana ducento giornate,
Dove reggemo il nostro tenitoro,
Ce fôr di te le novelle aportate,
E della giostra e del gran concistoro
Di queste nobil gente qui adunate;
E come né città, gemme o tesoro
Son premio de virtute, ma si dona
Al vincitor di rose una corona.

Per tanto ha il mio fratel deliberato,
Per sua virtute quivi dimostrare,
Dove il fior de' baroni è radunato,
Ad uno ad un per giostra contrastare:
O voglia esser pagano o battizato,
Fuor de la terra lo venga a trovare,
Nel verde prato alla Fonte del Pino,
Dove se dice al Petron di Merlino.

Ma fia questo con tal condizïone
(Colui l'ascolti che si vôl provare):
Ciascun che sia abattuto de lo arcione,
Non possa in altra forma repugnare,
E senza più contesa sia pregione;
Ma chi potesse Uberto scavalcare,
Colui guadagni la persona mia:
Esso andarà con suoi giganti via. -

Al fin delle parole ingenocchiata
Davanti a Carlo attendia risposta.
Ogni om per meraviglia l'ha mirata,
Ma sopra tutti Orlando a lei s'accosta
Col cor tremante e con vista cangiata,
Benché la voluntà tenìa nascosta;
E talor gli occhi alla terra bassava,
Ché di se stesso assai si vergognava.

"Ahi paccio Orlando!" nel suo cor dicia
"Come te lasci a voglia trasportare!
Non vedi tu lo error che te desvia,
E tanto contra a Dio te fa fallare?
Dove mi mena la fortuna mia?
Vedome preso e non mi posso aitare;
Io, che stimavo tutto il mondo nulla,
Senza arme vinto son da una fanciulla.

Io non mi posso dal cor dipartire
La dolce vista del viso sereno,
Perch'io mi sento senza lei morire,
E il spirto a poco a poco venir meno.
Or non mi val la forza, né lo ardire
Contra d'Amor, che m'ha già posto il freno;
Né mi giova saper, né altrui consiglio,
Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio."

Così tacitamente il baron franco
Si lamentava del novello amore.
Ma il duca Naimo, ch'è canuto e bianco,
Non avea già de lui men pena al core,
Anci tremava sbigotito e stanco,
Avendo perso in volto ogni colore.
Ma a che dir più parole? Ogni barone
Di lei si accese, ed anco il re Carlone.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,
Mirando quella con sommo diletto;
Ma Feraguto, il giovenetto ardito,
Sembrava vampa viva nello aspetto,
E ben tre volte prese per partito
Di torla a quei giganti al suo dispetto,
E tre volte afrenò quel mal pensieri
Per non far tal vergogna allo imperieri.

Or su l'un piede, or su l'altro se muta,
Grattasi 'l capo e non ritrova loco;
Rainaldo, che ancor lui l'ebbe veduta,
Divenne in faccia rosso come un foco;
E Malagise, che l'ha cognosciuta,
Dicea pian piano: "Io ti farò tal gioco,
Ribalda incantatrice, che giamai
De esser qui stata non te vantarai."

Re Carlo Magno con lungo parlare
Fe' la risposta a quella damigella,
Per poter seco molto dimorare.
Mira parlando e mirando favella,
Né cosa alcuna le puote negare,
Ma ciascuna domanda li suggella
Giurando de servarle in su le carte:
Lei coi giganti e col fratel si parte.

Non era ancor della citade uscita,
Che Malagise prese il suo quaderno:
Per saper questa cosa ben compita
Quattro demonii trasse dello inferno.
Oh quanto fu sua mente sbigotita!
Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!
Poi che cognobbe quasi alla scoperta
Re Carlo morto e sua corte deserta.

Però che quella che ha tanta beltade,
Era figliola del re Galifrone,
Piena de inganni e de ogni falsitade,
E sapea tutte le incantazïone.
Era venuta alle nostre contrade,
Ché mandata l'avea quel mal vecchione
Col figliol suo, ch'avea nome Argalia,
E non Uberto, come ella dicia.

Al giovenetto avea dato un destrieri
Negro quanto un carbon quando egli è spento,
Tanto nel corso veloce e leggieri,
Che già più volte avea passato il vento;
Scudo, corazza ed elmo col cimieri,
E spada fatta per incantamento;
Ma sopra a tutto una lancia dorata,
D'alta ricchezza e pregio fabricata.

Or con queste arme il suo patre il mandò,
Stimando che per quelle il sia invincibile,
Ed oltra a questo uno anel li donò
Di una virtù grandissima, incredibile,
Avengaché costui non lo adoprò;
Ma sua virtù facea l'omo invisibile,
Se al manco lato in bocca se portava:
Portato in dito, ogni incanto guastava.

Ma sopra a tutto Angelica polita
Volse che seco in compagnia ne andasse,
Perché quel viso, che ad amare invita,
Tutti i baroni alla giostra tirasse,
E poi che per incanto alla finita
Ogni preso barone a lui portasse:
Tutti legati li vôl nelle mane
Re Galifrone, il maledetto cane.

Così a Malagise il dimon dicia,
E tutto il fatto gli avea rivelato.
Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia,
Che al Petron di Merlino era arivato.
Un pavaglion sul prato distendia,
Troppo mirabilmente lavorato;
E sotto a quello se pose a dormire,
Ché di posarse avea molto desire.

Angelica, non troppo a lui lontana,
La bionda testa in su l'erba posava,
Sotto il gran pino, a lato alla fontana:
Quattro giganti sempre la guardava.
Dormendo, non parea già cosa umana,
Ma ad angelo del cel rasomigliava.
Lo annel del suo germano aveva in dito,
Della virtù che sopra aveti odito.

Or Malagise, dal demon portato,
Tacitamente per l'aria veniva;
Ed ecco la fanciulla ebbe mirato
Giacer distesa alla fiorita riva;
E quei quattro giganti, ogniuno armato,
Guardano intorno e già nïun dormiva.
Malagise dicea: "Brutta canaglia,
Tutti vi pigliarò senza battaglia.

Non vi valeran mazze, né catene,
Né vostri dardi, né le spade torte;
Tutti dormendo sentirete pene,
Come castron balordi avreti morte."
Così dicendo, più non si ritiene:
Piglia il libretto e getta le sue sorte,
Né ancor aveva il primo foglio vòlto,
Che già ciascun nel sonno era sepolto.

Esso dapoi se accosta alla donzella
E pianamente tira for la spada,
E veggendola in viso tanto bella
Di ferirla nel collo indugia e bada.
L'animo volta in questa parte e in quella,
E poi disse: "Così convien che vada:
Io la farò per incanto dormire,
E pigliarò con seco il mio desire."

Pose tra l'erba giù la spada nuda,
Ed ha pigliato il suo libretto in mano;
Tutto lo legge, prima che lo chiuda.
Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,
Per la potenzia dello annel sì cruda.
Malagise ben crede per certano
Che non si possa senza lui svegliare,
E cominciolla stretta ad abbracciare.

La damisella un gran crido mettia:
- Tapina me, ch'io sono abandonata! -
Ben Malagise alquanto sbigotia,
Veggendo che non era adormentata.
Essa, chiamando il fratello Argalia,
Lo tenìa stretto in braccio tutta fiata;
Argalia sonacchioso se sveglione,
E disarmato uscì del pavaglione.

Subitamente che egli ebbe veduto
Con la sorella quel cristian gradito,
Per novità gli fu il cor sì caduto,
Che non fu de appressarse a loro ardito.
Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,
Con un troncon di pin l'ebbe assalito,
Gridando: - Tu sei morto, traditore,
Che a mia sorella fai tal disonore. -

Essa gridava: - Legalo, germano,
Prima ch'io il lasci, che egli è nigromante;
Ché, se non fosse l'annel che aggio in mano,
Non son tue forze a pigliarlo bastante. -
Per questo il giovenetto a mano a mano
Corse dove dormiva un gran gigante,
Per volerlo svegliar; ma non potea,
Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

Di qua, di là, quanto più può il dimena;
Ma poi che vede che indarno procaccia,
Dal suo bastone ispicca una catena,
E de tornare indrieto presto spaccia;
E con molta fatica e con gran pena
A Malagise lega ambe le braccia,
E poi le gambe e poi le spalle e il collo:
Da capo a piede tutto incatenollo.

Come lo vide ben esser legato,
Quella fanciulla li cercava in seno;
Presto ritrova il libro consecrato,
Di cerchi e de demonii tutto pieno.
Incontinenti l'ebbe diserrato;
E nello aprir, né in più tempo, né in meno,
Fu pien de spirti e celo e terra e mare,
Tutti gridando: - Che vôi comandare? -

Ella rispose: - Io voglio che portate
Tra l'India e Tartaria questo prigione,
Dentro al Cataio, in quella gran citate,
Ove regna il mio padre Galafrone;
Dalla mia parte ce lo presentate,
Ché di sua presa io son stata cagione,
Dicendo a lui che, poi che questo è preso,
Tutti gli altri baron non curo un ceso. -

Al fin delle parole, o in quello instante,
Fu Malagise per l'aere portato,
E, presentato a Galafrone avante,
Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.
Angelica col libro a ogni gigante
Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.
Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio,
Forte ammirando il passato periglio.

Mentre che qua fôr fatte queste cose,
Dentro a Parigi fu molta tenzone,
Però che Orlando al tutto se dispose
Essere in giostra il primo campïone;
Ma Carlo imperatore a lui rispose
Che non voleva e non era ragione;
E gli altri ancora, perché ogni om se estima,
A quella giostra volean gire in prima.

Orlando grandemente avea temuto
Che altrui non abbia la donna acquistata,
Perché, come il fratello era abattuto,
Doveva al vincitore esser donata.
Lui de vittoria sta sicuro e tuto,
E già li pare averla guadagnata;
Ma troppo gli rencresce lo aspettare,
Ché ad uno amante una ora uno anno pare.

Fu questa cosa nella real corte
Tra il general consiglio essaminata;
Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,
Fu statuita al fine e terminata,
Che la vicenda se ponesse a sorte;
Ed a cui la ventura sia mandata
D'essere il primo ad acquistar l'onore,
Quel possa uscire alla giostra di fore.

Onde fu il nome de ogni paladino
Subitamente scritto e separato;
Ciascun segnor, cristiano e saracino,
Ne l'orna d'oro il suo nome ha gettato;
E poi ferno venire un fanciullino
Che i breve ad uno ad uno abbia levato.
Senza pensare il fanciullo uno afferra;
La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.

Dopo costui fu tratto Feraguto,
Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;
E poi Grandonio, quel gigante arguto,
L'un presso all'altro, e Belengiere e Otone;
Re Carlo dopo questi è for venuto;
Ma per non tenir più lunga tenzone,
Prima che Orlando ne fôr tratti trenta:
Non vi vo' dir se lui se ne tormenta.

Il giorno se calava in ver la sera,
Quando di trar le sorte fu compito.
Il duca Astolfo con la mente altiera
Dimanda l'arme, e non fu sbigottito,
Benché la notte viene e il cel se anera.
Esso parlava, sì come omo ardito,
Che in poco d'ora finirà la guerra,
Gettando Oberto al primo colpo in terra.

Segnor, sappiate ch'Astolfo lo Inglese
Non ebbe di bellezze il simigliante;
Molto fu ricco, ma più fu cortese,
Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.
La forza sua non vedo assai palese,
Ché molte fiate cadde del ferrante.
Lui suolea dir che gli era per sciagura,
E tornava a cader senza paura.

Or torniamo a la istoria. Egli era armato,
Ben valeano quelle arme un gran tesoro;
Di grosse perle il scudo è circondato,
La maglia che se vede è tutta d'oro;
Ma l'elmo è di valore ismesurato
Per una zoia posta in quel lavoro,
Che, se non mente il libro de Turpino,
Era quanto una noce, e fu un rubino.

Il suo destriero è copertato a pardi,
Che sopraposti son tutti d'ôr fino.
Soletto ne uscì fuor senza riguardi,
Nulla temendo se pose in camino.
Era già poco giorno e molto tardi,
Quando egli gionse al Petron di Merlino;
E ne la gionta pose a bocca il corno,
Forte suonando, il cavalliero adorno.

Odendo il corno, l'Argalia levosse,
Ché giacea al fonte la persona franca,
E de tutte arme subito adobosse
Da capo a piedi, che nulla gli manca;
E contra Astolfo con ardir se mosse,
Coperto egli e il destrier in vesta bianca,
Col scudo in braccio e quella lancia in mano
Che ha molti cavallier già messi al piano.

Ciascun se salutò cortesemente,
E fôr tra loro e patti rinovati,
E la donzella lì venne presente.
E poi si fôrno entrambi dilungati,
L'un contra l'altro torna parimente,
Coperti sotto a i scudi e ben serrati;
Ma come Astolfo fu tocco primero,
Voltò le gambe al loco del cimero.

Disteso era quel duca in sul sabbione,
E crucioso dicea: - Fortuna fella,
Tu me e' nemica contra a ogni ragione:
Questo fu pur diffetto della sella.
Negar nol pôi; ché s'io stavo in arcione,
Io guadagnavo questa dama bella.
Tu m'hai fatto cadere, egli è certano,
Per far onore a un cavallier pagano. -

Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,
E lo menarno dentro al pavaglione;
Ma quando fu de l'arme dispogliato,
La damisella nel viso il guardone,
Nel quale era sì vago e delicato,
Che quasi ne pigliò compassïone;
Unde per questo lo fece onorare,
Per quanto onore a pregion si può fare.

Stava disciolto, senza guardia alcuna,
Ed intorno alla fonte solacciava;
Angelica nel lume della luna,
Quanto potea nascoso, lo amirava;
Ma poi che fu la notte oscura e bruna,
Nel letto incortinato lo posava.
Essa col suo fratello e coi giganti
Facea la guardia al pavaglion davanti.

Poco lume mostrava ancor il giorno,
Che Feraguto armato fu apparito,
E con tanta tempesta suona il corno,
Che par che tutto il mondo sia finito;
Ogni animal che quivi era d'intorno
Fuggia da quel rumore isbigotito:
Solo Argalia de ciò non ha paura,
Ma salta in piede e veste l'armatura.

L'elmo affatato il giovanetto franco
Presto se allaccia, e monta in sul corsieri;
La spada ha cinto dal sinistro fianco,
E scudo e lancia e ciò che fa mistieri.
Rabicano, il destrier, non mostra stanco,
Anzi va tanto sospeso e leggieri,
Che ne l'arena, dove pone il piede,
Signo di pianta ponto non si vede.

Con gran voglia lo aspetta Feraguto,
Ché ad ogni amante incresce lo indugiare;
E però, come prima l'ha veduto,
Non fece già con lui lungo parlare;
Mosso con furia e senza altro saluto,
Con l'asta a resta lo venne a scontrare;
Crede lui certo, e faria sacramento,
Aver la bella dama a suo talento.

Ma come prima la lancia il toccò,
Nel core e nella faccia isbigotì;
Ogni sua forza in quel punto mancò,
E lo animoso ardir da lui partì;
Tal che con pena a terra trabuccò,
Né sa in quel punto se gli è notte o dì.
Ma come prima a l'erba fu disteso,
Tornò il vigore a quello animo acceso.

Amore, o giovenezza, o la natura
Fan spesso altrui ne l'ira esser leggiero.
Ma Feraguto amava oltra misura;
Giovanetto era e de animo sì fiero,
Che a praticarlo egli era una paura;
Piccola cosa gli facea mestiero
A volerlo condur con l'arme in mano,
Tanto è crucioso e di cor subitano.

Ira e vergogna lo levâr di terra,
Come caduto fu, subitamente.
Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,
Né si ricorda del patto nïente;
Trasse la spada, ed a piè se disserra
Ver lo Argalia, battendo dente a dente.
Ma lui diceva: - Tu sei mio pregione,
E me contrasti contro alla ragione. -

Feraguto il parlar non ha ascoltato,
Anci ver lui ne andava in abandono.
Ora i giganti, che stavano al prato,
Tutti levati con l'arme se sono,
E sì terribil grido han fuor mandato,
Che non se odì giamai sì forte trono
(Turpino il dice: a me par meraviglia),
E tremò il prato intorno a lor due miglia.

A questi se voltava Feraguto,
E non credeti che sia spaventato.
Colui che vien davanti è il più membruto,
E fu chiamato Argesto smisurato;
L'altro nomosse Lampordo il veluto,
Perché piloso è tutto in ogni lato;
Urgano il terzo per nome si spande,
Turlone il quarto, e trenta piedi è grande.

Lampordo nella gionta lanciò un dardo,
Che se non fosse, come era, fatato,
Al primo colpo il cavallier gagliardo
Morto cadea, da quel dardo passato.
Mai non fu visto can levrer, né pardo,
Né alcun groppo di vento in mar turbato,
Così veloci, né dal cel saetta,
Qual Feraguto a far la sua vendetta.

Giunse al gigante in lo destro gallone,
Che tutto lo tagliò, come una pasta,
E rene e ventre, insino al petignone;
Né de aver fatto il gran colpo li basta,
Ma mena intorno il brando per ragione,
Perché ciascun de' tre forte il contrasta.
L'Argalia solo a lui non dà travaglia,
Ma sta da parte e guarda la battaglia.

Fie' Feraguto un salto smisurato:
Ben vinti piedi è verso il cel salito;
Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,
Che 'l capo insino a i denti gli ha partito.
Ma mentre che era con questo impacciato,
Argesto nella coppa l'ha ferito
D'una mazza ferrata, e tanto il tocca,
Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

Esso per questo più divenne fiero,
Come colui che fu senza paura,
E messe a terra quel gigante altiero,
Partito dalle spalle alla cintura.
Alor fu gran periglio al cavalliero,
Perché Turlon, che ha forza oltra misura,
Stretto di drieto il prende entro alle braccia,
E di portarlo presto se procaccia.

Ma fosse caso, o forza del barone,
Io no 'l so dir, da lui fu dispiccato.
Il gran gigante ha di ferro un bastone,
E Feraguto il suo brando afilato.
Di novo si comincia la tenzone:
Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,
Con maggior forza assai ch'io non vi dico;
Ogni om ben crede aver còlto il nemico.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,
Ché quel gigante con forza rubesta
Giunselo in capo e l'elmo gli fraccassa,
E tutta quanta disarmò la testa;
Ma Feraguto con la spada bassa
Mena un traverso con molta tempesta
Sopra alle gambe coperte di maglia,
Ed ambedue a quel colpo le taglia.

L'un mezo morto, e l'altro tramortito
Quasi ad un tratto cascarno sul prato.
Smonta l'Argalia e con animo ardito
Ha quel barone alla fonte portato,
E con fresca acqua l'animo stordito
A poco a poco gli ebbe ritornato;
E poi volea menarlo al pavaglione,
Ma Feraguto niega esser pregione.

- Che aggio a fare io, se Carlo imperatore
Con Angelica il patto ebbe a firmare?
Son forsi il suo vasallo o servitore,
Che in suo decreto me possa obligare?
Teco venni a combatter per amore,
E per la tua sorella conquistare:
Aver la voglio, o ver morire al tutto. -
Queste parole dicea Feragutto.

A quel rumore Astolfo se è levato,
Che sino alora ancor forte dormia,
Né il crido de' giganti l'ha svegliato
Che tutta fe' tremar la prataria.
Veggendo i duo baroni a cotal piato,
Tra lor con parlar dolce se mettia,
Cercando de volerli concordare:
Ma Feraguto non vôle ascoltare.

Dicea l'Argalia: - Ora non vedi,
Franco baron, che tu sei disarmato?
Forse che de aver l'elmo in capo credi?
Quello è rimaso in sul campo spezzato.
Or fra te stesso iudica, e provedi
Se vôi morire, o vôi esser pigliato:
Che stu combatti avendo nulla in testa,
Tu in pochi colpi finira' la festa. -

Rispose Feraguto: - E' mi dà il core,
Senza elmo, senza maglia e senza scudo,
Aver con teco di guerra l'onore;
Così mi vanto di combatter nudo
Per acquistare il desiato amore. -
Cotal parole usava il baron drudo,
Però ch'Amor l'avea posto in tal loco,
Che per colei s'arìa gettato in foco.

L'Argalia forte in mente si turbava,
Vedendo che costui sì poco il stima
Che nudo alla battaglia lo sfidava,
Né alla seconda guerra né alla prima,
Preso due volte, lo orgoglio abassava,
Ma de superbia più montava in cima;
E disse: - Cavallier, tu cerchi rogna:
Io te la grattarò, ché 'l ti bisogna.

Monta a cavallo ed usa tua bontade,
Ché, come digno sei, te avrò trattato;
Né aver speranza ch'io te usi pietade,
Perch'io ti vegga il capo disarmato.
Tu cerchi lo mal giorno in veritade,
Facciote certo che l'avrai trovato;
Diffendite se pôi, mostra tuo ardire,
Ché incontinente ti convien morire. -

Ridea Feraguto a quel parlare,
Come di cosa che il stimi nïente.
Salta a cavallo e senza dimorare
Diceva: - Ascolta, cavallier valente:
Se la sorella tua mi vôi donare,
Io non te offenderò veracemente;
Se ciò non fai, io non ti mi nascondo,
Presto serai di quei de l'altro mondo. -

Tanto fu vinto de ira l'Argalia,
Odendo quel parlar che è sì arrogante,
Che furïoso in sul destrier salia,
E con voce superba e minacciante
Ciò che dicesse nulla se intendia.
Trasse la spada e sprona lo aferante,
Né se ricorda de l'asta pregiata,
Che al tronco del gran pin stava apoggiata.

Così cruciati con le spade in mano
Ambi co 'l petto de' corsieri urtaro.
Non è nel mondo baron sì soprano,
Che non possan costor star seco al paro.
Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,
Non vi serìa vantaggio né divaro;
Però un bel fatto potreti sentire,
Se l'altro canto tornareti a odire.

Canto secondo

Io vi cantai, segnor, come a battaglia
Eran condotti con molta arroganza
Argalia, il forte cavallier di vaglia,
E Feraguto, cima di possanza.
L'uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,
L'altro è fatato, fuor che nella panza;
Ma quella parte d'acciarro è coperta
Con vinte piastre, quest'è cosa certa.

Chi vedesse nel bosco duo leoni
Turbati, ed a battaglia insieme appresi,
O chi odisse ne l'aria duo gran troni
Di tempeste, rumore e fiamma accesi,
Nulla sarebbe a mirar quei baroni,
Che tanto crudelmente se hanno offesi;
Par che il celo arda e il mondo a terra vada,
Quando se incontra l'una e l'altra spada.

E' si feriano insieme a gran furore,
Guardandosi l'un l'altro in vista cruda;
E credendo ciascuno esser megliore
Trema per ira, e per affanno suda.
Or lo Argalia con tutto suo valore
Ferì il nemico in su la testa nuda,
E ben si crede senza dubitanza
Aver finita a quel colpo la danza.

Ma poi che vidde il suo brando polito
Senza alcun sangue ritornar al celo,
Per meraviglia fu tanto smarito
Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo.
In questo Feraguto l'ha assalito;
Ben crede fender l'arme come un gelo,
E crida: - Ora a Macon ti raccomando,
Ché a questo colpo a star con lui ti mando. -

Così dicendo, quel barone aitante
Ferisce ad ambe man con forza molta;
Se stato fosse un monte de diamante,
Tutto l'avria tagliato in quella volta.
L'elmo affatato a quel brando troncante
Ogni possanza di tagliare ha tolta.
Se Feragù turbosse, io non lo scrivo;
Per gran stupor non sa se è morto o vivo.

Ma poi che ciascadun fu dimorato
Tacito alquanto, senza colpezare
(Ché l'un de l'altro è sì meravigliato,
Che non ardiva a pena di parlare),
L'Argalia prima a Ferragù dricciato
Disse: - Barone, io ti vo' palesare,
Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,
Sono incantate, quante tu ne vedi.

Però con meco lascia la battaglia,
Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. -
Feragù disse: - Se Macon mi vaglia,
Quante arme vedi a me sopra ed intorno,
E questo scudo e piastre, e questa maglia,
Tutte le porto per essere adorno,
Non per bisogno; ch'io son affatato
In ogni parte, fuor che in un sol lato.

Sì che, a donarti un ottimo consiglio,
Benché nol chiedi, io ti so confortare
Che non te metti de morte a periglio;
Senza contesa vogli a me lasciare
La tua sorella, quel fiorito giglio,
Ed altramente tu non puoi campare.
Ma se mi fai con pace questo dono,
Eternamente a te tenuto sono. -

Rispose lo Argalia: - Barone audace,
Ben aggio inteso quanto hai ragionato,
E son contento aver con teco pace,
E tu sia mio fratello e mio cognato:
Ma vo' saper se ad Angelica piace,
Ché senza lei non si faria il mercato. -
E Feragù gli dice esser contento,
Che con essa ben parli a suo talento.

A benché Feragù sia giovanetto,
Bruno era molto e de orgogliosa voce,
Terribile a guardarlo nello aspetto;
Gli occhi avea rossi, con batter veloce.
Mai di lavarse non ebbe diletto,
Ma polveroso ha la faccia feroce:
Il capo acuto aveva quel barone,
Tutto ricciuto e ner come un carbone.

E per questo ad Angelica non piacque,
Ché lei voleva ad ogni modo un biondo;
E disse allo Argalia, come lui tacque:
- Caro fratello, io non mi ti nascondo:
Prima me affogarei dentro a quest'acque,
E mendicando cercarebbi 'l mondo,
Che mai togliessi costui per mio sposo.
Meglio è morir che star con furïoso.

Però ti prego per lo dio Macone,
Che te contenti de la voglia mia.
Ritorna a la battaglia col barone,
Ed io fra tanto per necromanzia
Farò portarme in nostra regïone.
Volta le spalle, e vieni anco tu via
(Destrier non è che 'l tuo segua di lena:
Io fermarommi alla selva de Ardena)

Acciò ch'insieme facciamo ritorno
Dal vecchio patre, al regno de oltra mare.
Ma se quivi non giongi il terzo giorno,
Soletta al vento me farò passare,
Poi che aggio il libro di quel can musorno,
Che me credette al prato vergognare.
Tu poi adaggio per terra venrai;
La strata hai caminata, e ben la sai. -

Così tornarno e baroni al ferire,
Dapoi che questo a quello ha referito
Che la sorella non vôle assentire;
Ma Feragù perciò non è partito,
Anci destina o vincere o morire.
Ecco la dama dal viso florito
Subito sparve a i cavallier davante:
Presto sen corse il suspettoso amante.

Però che spesso la guardava in volto,
Parendogli la forza radoppiare;
Ma poi che gli è davanti così tolto,
Non sa più che si dir, né che si fare.
In questo tempo lo Argalia rivolto,
Con quel destrier che al mondo non ha pare
Fugge del prato e quanto può sperona,
E Feraguto e la guerra abandona.

Lo inamorato giovanetto guarda,
Come gabato si trova quel giorno.
Esce del prato correndo e non tarda,
E cerca il bosco, che è folto, d'intorno.
Ben par che nella faccia avampa ed arda,
Tra sé pensando il recevuto scorno,
E non se arresta correre e cercare;
Ma quel che cerca non può lui trovare.

Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,
Come sapete, rimase alla Fonte.
Mirata avea la pugna con diletto,
E de ciascun guerrer le forze pronte;
Or resta in libertà senza suspetto,
Ringrazïando Iddio con le man gionte;
E per non dare indugia a sua ventura
Monta a destrier con tutta l'armatura.

E non aveva lancia il paladino,
Ché la sua nel cadere era spezzata.
Guardasi intorno, ed al troncon del pino
Quella de lo Argalia vidde appoggiata.
Bella era molto, e con lame d'ôr fino,
Tutta di smalto intorno lavorata;
Prendela Astolfo quasi per disaggio,
Senza pensare in essa alcun vantaggio.

Così tornando a dietro allegro e baldo,
Come colui che è sciolto di pregione,
Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo,
E tutto il fatto appunto gli contone.
Era il figlio de Amon d'amor sì caldo,
Che posar non puotea di passïone:
Però fuor della terra era venuto,
Per saper che aggia fatto Feraguto.

E come odì che fuggian verso Ardena,
Nulla rispose a quel duca dal pardo.
Volta il destriero e le calcagne mena,
E di pigricia accusa il suo Baiardo.
De l'amor del patron quel porta pena;
E chiamato è rozone, asino tardo,
Quel bon destrier che va con tanta fretta,
Ch'a pena l'avria gionto una saetta.

Lasciamo andar Ranaldo inamorato.
Astolfo ritornò nella citade;
Orlando incontinente l'ha trovato,
E dalla lunga, con sagacitade,
Dimanda come il fatto sia passato
Della battaglia, e de sua qualitade.
Ma nulla gli ragiona del suo amore,
Perché vano il cognosce e zanzatore.

Ma come intese ch'egli era fuggito
L'Argalia al bosco e seco la donzella,
E che Rainaldo lo aveva seguito,
Partisse in vista nequitosa e fella;
E sopra al letto suo cadde invilito,
Tanto è il dolor che dentro lo martella.
Quel valoroso, fior d'ogni campione,
Piangea nel letto come un vil garzone.

"Lasso, - diceva - ch'io non ho diffesa
Contra al nemico che mi sta nel core!
Or ché non aggio Durindana presa
A far battaglia contra a questo amore,
Qual m'ha di tanto foco l'alma accesa,
Che ogni altra doglia nel mondo è minore?
Qual pena è in terra simile alla mia,
Che ardo d'amore e giazo in zelosia?

Né so se quella angelica figura
Se dignarà de amar la mia persona;
Ché ben serà figliol della ventura,
E de felice portarà corona,
Se alcun fia amato da tal creatura.
Ma se speranza de ciò me abandona,
Ch'io sia sprezato da quel viso umano,
Morte me donarò con la mia mano.

Ahi sventurato! Se forse Rainaldo
Trova nel bosco la vergine bella,
Ché ben cognosco io come l'è ribaldo,
Giamai di man non gli uscirà polcella.
Forse gli è mo ben presso il viso saldo!
Ed io, come dolente feminella,
Tengo la guancia posata alla mano,
E sol me aiuto lacrimando in vano.

Forse ch'io credo tacendo coprire
La fiamma che me rode il core intorno?
Ma per vergogna non voglio morire.
Sappialo Dio ch'allo oscurir del giorno
Sol di Parigio mi voglio partire,
Ed andarò cercando il viso adorno,
Sin che lo trovo, e per state e per verno,
E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno."

Così dicendo dal letto si leva,
Dove giaciuto avea sempre piangendo;
La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,
E su e giù si va tutto rodendo.
Uno atimo cento anni li rileva,
Or questo avviso or quello in sé facendo.
Ma come gionta fu la notte scura,
Nascosamente veste l'armatura.

Già non portò la insegna del quartero,
Ma de un vermiglio scuro era vestito.
Cavalca Brigliadoro il cavalliero,
E soletto alla porta se ne è gito.
Non sa de lui famiglio, né scudero;
Tacitamente è della terra uscito.
Ben sospirando ne andava il meschino,
E verso Ardena prese il suo cammino.

Or son tre gran campioni alla ventura:
Lasciali andar, che bei fati farano,
Rainaldo e Orlando, ch'è di tanta altura,
E Feraguto, fior d'ogni pagano.
Tornamo a Carlo Magno, che procura
Ordir la giostra, e chiama il conte Gano,
Il duca Namo e lo re Salamone,
E del consiglio ciascadun barone.

E disse lor: - Segnori, il mio parere
È che il giostrante ch'al rengo ne viene,
Contrasti ciascaduno al suo potere,
Sin che fortuna o forza lo sostiene;
E 'l vincitor dipoi, come è dovere,
Dello abbattuto la sorte mantiene,
Sì che rimanga la corona a lui,
O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. -

Ciascuno afferma il ditto de Carlone,
Sì come de segnore alto e prudente:
Lodano tutti quella invenzïone.
L'ordine dasse: nel giorno seguente
Chi vôl giostrar se trovi su l'arcione.
E fu ordinato che primieramente
Tenesse 'l rengo Serpentino ardito
A real giostra dal ferro polito.

Venne il giorno sereno e l'alba gaglia:
Il più bel sol giamai non fu levato.
Prima il re Carlo entrò ne la travaglia,
Fuor che de gambe tutto disarmato,
Sopra de un gran corsier coperto a maglia,
Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.
Intorno a' pedi aveva per serventi
Conti, baroni e cavallier possenti.

Eccoti Serpentin che al campo viene,
Armato e da veder meraviglioso:
Il gran corsier su la briglia sostiene;
Quello alcia i piedi, de andare animoso.
Or qua, or là la piaza tutta tiene,
Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso;
Ringe il feroce e non ritrova loco,
Borfa le nari e par che getti foco.

Ben lo somiglia il cavalliero ardito,
Che sopra li venìa col viso acerbo;
Di splendide arme tutto era guarnito,
Nello arcion fermo e ne l'atto superbo.
Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;
Di tal valor si mostra e di tal nerbo,
Che ciascadun ben iudica a la vista,
Che altri che lui quel pregio non acquista.

Per insegna portava il cavalliero
Nel scudo azuro una gran stella d'oro;
E similmente il suo ricco cimiero,
E sopravesta fatta a quel lavoro,
La cotta d'arme e il forte elmo e leggiero
Eran stimati infinito tesoro;
E tutte quante l'arme luminose
Frixate a perle e pietre precïose.

Così prese l'arengo quel campione,
E poi che l'ebbe intorno passeggiato,
Fermosse al campo, come un torrïone.
Ma già suonan le trombe da ogni lato;
Entrono giostratori a ogni cantone,
L'un più che l'altro riccamente armato,
Con tante perle e oro e zoie intorno,
Che il paradiso ne sarebbe adorno.

Colui che vien davanti, è paladino;
Porta nel blavo la luna de argento,
Sir di Bordella, nomato Angelino,
Maestro di guerra e giostra e torniamento.
Subitamente mosse Serpentino,
Con tal velocità che parve un vento.
Da l'altra parte, menando tempesta,
Viene Angelino, e pone l'asta a resta.

Là dove l'elmo al scudo se confina,
Ferì Angelino a Serpentino avante;
Ma non se piega adietro, anze se china
Adosso al colpo il cavalliero aitante,
E lui la vista incontra in tal ruina,
Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante.
Levasi il grido in piaza, ogni om favella
Che 'l pregio al tutto è di quel dalla Stella.

Ora se mosse il possente Ricardo,
Che signoreggia tutta Normandia.
Un leon d'oro ha quel baron gagliardo
Nel campo rosso, e ben ratto venìa.
Ma Serpentino a mover non fu tardo,
E rescontrollo a mezo della via,
Dandogli un colpo de cotanta pena,
Che il capo gli fe' batter su l'arena.

O quanto Balugante se conforta,
Veggendo al figliol sì franca persona!
Or vien colui che i scacchi al scudo porta,
E d'oro ha sopra l'elmo la corona:
Re Salamone, quella anima acorta.
Stretto a la giostra tutto se abandona;
Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,
E lui getta per terra e il suo destriere.

Astolfo alla sua lancia diè de piglio,
Quella che l'Argalia lasciò su il prato.
Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio,
Ben ne venìa su l'arcione assettato.
Ma egli incontrò grandissimo periglio,
Ché il destrier sotto li fu trabuccato.
Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede,
E dislocosse ancora il destro piede.

Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,
E forse più che a gli altri a Serpentino,
Perché sperava gettarlo al rivaggio;
Ma certamente era falso indovino.
Il duca fu portato al suo palaggio,
E ritornògli il spirto pelegrino;
E similmente il piede dislocato
Gli fu raconcio e stretto e ben legato.

E benché Serpentin tanto abbia fatto,
Danese Ogier di lui non ha spavento.
Mosse il destrier sì furïoso e ratto,
Quale è nel mar di tramontana il vento.
Era la insegna del guerrero adatto
Il scudo azzurro e un gran scaglion d'argento;
Un basalisco porta per cimero
Di sopra a l'elmo lo ardito guerrero.

Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta
E vengonsi a ferir quei duo campioni.
Non fu quel giorno botta sì rubesta,
Ché parve nel colpir scontro de troni.
Danese Ogieri con molta tempesta
Ruppe di Serpentin ambi li arcioni:
E per la groppa del destrieri il mena,
Sì che disteso il pose in su l'arena.

Così rimase vincitore al campo
Il forte Ogieri, e la renga difende.
Re Balugante par che meni vampo,
Sì la caduta del figliol lo offende.
Anco egli ariva pur a quello inciampo,
Perché il Danese per terra il distende.
Ora si move il giovine Isolieri:
Bene è possente e destro cavallieri.

Era costui di Feragù germano;
Tre lune d'oro avea nel verde scudo.
Mosse 'l destriero, e la lancia avea in mano:
Nel corso l'arestò quel baron drudo.
Il pro' Danese lo mandò su 'l piano
De un colpo tanto dispietato e crudo,
Che non se avede se gli è morto o vivo,
E ben sette ore stie' del spirto privo.

Gualtiero da Monleon dopo colui
Fu dal Danese per terra gettato.
Un drago era la insegna di costui,
Tutto vermiglio nel campo dorato.
- Deh non facciamo la guerra tra nui, -
Diceva Ogieri - o popol battizato!
Ch'io vedo caleffarci a' Saracini,
Perché facciamo l'un l'altro tapini. -

Spinella da Altamonte fu un pagano,
Ch'era venuto a provar sua persona
A questa corte del re Carlo Mano:
Nel scudo azuro ha d'oro una corona.
Questo fu messo dal Danese al piano.
Or Matalista al tutto se abandona:
Fratello è questo a Fiordespina bella,
Ardito, forte e destro su la sella.

Costui portava il scudo divisato
Di bruno e d'oro, e un drago per cimiero;
E cadde sopra al campo riversato.
A vota sella ne andò il suo destriero.
Mosse Grandonio, il cane arabïato:
Aiuti Ogieri Iddio, ché gli è mistiero!
Ché in tutto il mondo, per ogni confino,
Non è di lui più forte Saracino.

Avea quel re statura de gigante,
E venne armato sopra a un gran ronzone;
Il scudo negro portava davante,
E d'ôr scolpito ha quel dentro un Macone.
Non vi fu Cristïan tanto arrogante
Che non temesse di quel can felone:
Gan da Pontier, come lo vide in faza,
Nascosamente uscì fuor della piaza.

Il simil fe' Macario de Lusana,
E Pinabello e il conte de Altafoglia,
Né già Falcon da gli altri se alontana:
Parli mille anni che de qui se toglia.
Sol della gesta perfida e villana
Grifon rimase fermo in su la soglia,
O virtute o vergogna che il rimorse,
O che al partir degli altri non se accorse.

Ora torniamo a quel pagano orribile,
Che per il campo tal tempesta mena.
La sua possanza par cosa incredibile;
Porta per lancia un gran fusto de antena.
Né di lui manco è il suo corsier terribile,
Che nella piazza profonda l'arena,
Rompe le pietre, fa tremar la terra,
Quando nel corso tutto se disserra.

Con questa furia andò verso il Danese,
E proprio a mezo il scudo l'ha colpito:
Tutto lo spezza, e per terra il distese
Col suo destriero insieme e sbalordito.
Il duca Naimo sotto il braccio il prese,
E con lui fuor del campo si ne è gito;
E fêgli medicare e braccio e petto,
Che più che un mese poi stette nel letto.

Grande fu il crido per tutta la piaza,
E più de gli altri i Saracin se odirno.
Grandonio al rengo superbo minaza,
Ma non per questo gli altri isbigotirno.
Turpin di Rana adosso a lui si caza,
E nel mezo del corso se colpirno;
Ma il prete uscì de arcion con tal martìre,
Che ben fu presso al ponto del morire.

Astolfo ne la piaza era tornato
Sopra a un portante e bianco palafreno;
Non avea arme, fuor che 'l brando a lato,
E tra le dame, con viso sereno,
Piacevolmente s'era solacciato,
Come quel che de motti è tutto pieno.
Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone
Fu da Grandonio messo in sul sabbione.

Era costui di casa di Maganza,
Che porta in scudo azuro un falcon bianco.
Crida Grandonio con molta arroganza:
- O Cristïani, è già ciascadun stanco?
Non gli è chi faccia più colpo de lanza? -
Allor se mosse Guido, il baron franco,
Quel de Borgogna, che porta il leone
Negro ne l'oro; e cadde dello arcione.

Cadde per terra il possente Angelieri,
Che porta il drago a capo de donzella.
Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,
L'un dopo l'altro fur tolti di sella.
L'acquila nera portan per cimeri,
La insegna a tutti quattro era pur quella;
Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era,
Come oggi ancora è l'arma di Bavera.

Ad Ugo di Marsilia diè la morte
Questo Grandonio, che è tanto gagliardo.
Quanto più giostra, più se mostra forte;
Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,
Svilaneggiando Carlo e la sua corte,
Chiamando ogni cristian vile e codardo.
Ben sta turbato in faccia lo imperieri;
Eccoti gionto il marchese Olivieri.

Parve che il ciel se aserenasse intorno,
Alla sua gionta ogni omo alciò la testa.
Venìa il marchese in atto molto adorno;
Carlo li uscitte incontra con gran festa.
Non vi sta queta né tromba, né corno,
Piccoli e grandi de cridar non resta:
- Viva Olivier, marchese di Vïena! -
Ride Grandonio e prende la sua antena.

Or se ne va ciascun de animo acceso,
Con tanta furia quanta si può dire;
Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,
Aspetta il colpo di quel gran ferire;
Né solo una parola avresti inteso,
Tanto par che ciascuno attento mire.
Ma nello scontro Olivier di possanza
Nel scudo ad alto li attaccò la lanza.

Nove piastre de acciaro avea quel scudo:
Tutte le passa Olivier de Vïena.
Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo
Ben mezo il ferro gl'inchiavò con pena.
Ma quel gigante dispietato e crudo
Ferì in fronte Olivier con quella antena;
E con tanto furor di sella il caccia,
Che andò longe al destrier ben sette braccia.

Ogni om crede di certo che 'l sia morto,
Perché l'elmo per mezo era partito,
E ciascadun che l'ha nel viso scorto,
Giura che il spirto al tutto se n'è gito.
Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!
E piangendo dicea: - Baron fiorito,
Onor della mia corte, figliol mio,
Come comporta tanto male Iddio? -

Se quel pagano in prima era superbo,
Or non se può se stesso supportare,
Cridando a ciascadun con atto acerbo:
- O paladini, o gente da trincare,
Via alla taverna, gente senza nerbo!
Io de altro che di coppa so giuocare.
Gagliarda è questa Tavola Ritonda,
Quando minaccia e non vi è chi risponda! -

Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,
E di sua corte così fatto scorno,
Turbato nella vista e nel coraggio,
Con gli occhi accesi se guardava intorno.
- Ove son quei che me dièn fare omaggio,
Che m'hanno abandonato in questo giorno?
Ov'è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo?
Ove ene Orlando, traditor bastardo?

Figliol de una puttana, rinegato!
Che, stu ritorni a me, poss'io morire,
Se con le proprie man non t'ho impiccato! -
Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire.
Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato,
Occultamente se ebbe a dispartire,
E torna a casa, e sì presto si spaccia,
Che in un momento gionse armato in piaccia.

Né già se crede quel franco barone
Aver vittoria contra del pagano,
Ma sol con pura e bona intenzïone
Di far il suo dover per Carlo Mano.
Stava molto atto sopra dello arcione,
E somigliava a cavallier soprano;
Ma color tutti che l'han cognosciuto,
Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! -

Chinando il capo in atto grazïoso
Davante a Carlo, disse: - Segnor mio,
Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso,
Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. -
Il re, turbato d'altro e disdegnoso,
Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! -
E poi, tra' soi rivolto, con rampogna
Disse: - E' ci manca questa altra vergogna. -

Astolfo quel pagano ha minacciato
Menarlo preso e porlo in mar al remo,
Onde il gigante sì forte è turbato,
Che cruccio non fu mai cotanto estremo.
Nell'altro canto ve averò contato,
Se sia concesso dal Segnor supremo,
Gran meraviglia e più strana ventura
Ch'odisti mai per voce, o per scrittura.

Canto terzo

Segnor, nell'altro canto io ve lasciai
Sì come Astolfo al Saracin per scherno
Dicea: - Briccone, non te vantarai,
Se forse non te vanti ne l'inferno,
Di tanti alti baron che abattuto hai.
Sappi, come io te piglio, io ti governo
Nella galea. Poi che sei gigante,
Farotte onore, e serai baiavante. -

Il re Grandonio, che sempre era usato
Dire onta ad altri, e mai non l'ascoltare,
Per la grande ira tanto fu gonfiato,
Quanto non gonfia il tempestoso mare
Alor che più dal vento è travagliato
E fa il parone ardito paventare.
Tanto Grandonio se turba e tempesta,
Battendo e denti e crollando la testa,

Soffia di sticcia che pare un serpente,
Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;
E rivoltato nequitosamente,
Arresta quel gran fusto e smisurato;
E ben se crebbe lui certanamente
Passarlo tutto, insin da l'altro lato,
O de gettarlo morto in sul sabbione,
O trarlo in duo cavezzi de l'arcione.

Or ne viene il pagano furïoso.
Astolfo contra lui è rivoltato,
Pallido alquanto e nel cor pauroso,
Bench'al morir più che a vergogna è dato.
Così con corso pieno e ruïnoso
Se è un barone e l'altro riscontrato.
Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso
Alla caduta qual fu quel fraccasso.

Levosse un grido tanto smisurato,
Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini.
Ciascun ch'è sopra a' palchi, è in piè levato,
E cridan tutti, grandi e piccolini.
Ogni om quanto più può s'è là pressato.
Stanno smariti molto i Saracini;
L'imperator, che in terra il pagan vede,
Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

Nella caduta che fece il gigante,
Perché egli uscì d'arcion dal lato manco,
Quella ferita ch'egli ebbe davante,
Quando scontrosse col marchese franco,
Tanto s'aperse, che questo africante
Rimase in terra tramortito e bianco,
Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,
Che una fontana più d'acqua non mena.

Chi dice che la botta valorosa
De Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo.
Altri pur dice il ver, come è la cosa.
Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo.
Fu via portato in pena dolorosa
Il re Grandonio; il qual, sì com'io odo,
Occise Astolfo al fin per tal ferita,
Benché ancor lui quel dì lasciò la vita.

Stavasi Astolfo nel rengo vincente,
Ed a se stesso non lo credea quasi.
Eraci ancor della pagana gente
Duo cavallier solamente rimasi,
Di re figlioli, e ciascadun valente,
Giasarte il bruno e 'l biondo Pilïasi.
Il padre de Giasarte avea acquistata
Tutta l'Arabia per forza de spata.

Ma quel de Pilïasi la Rossìa
Tutta avea presa, e sotto Tramontana
Tenea gran parte de la Tartaria,
E confinava al fiume della Tana.
Or, per non far più longa diceria,
Sol questi duo della fede pagana
Giostrorno con Astolfo, e in breve dire
L'un dopo l'altro per terra fe' gire.

In questo un messo venne al conte Gano,
Dicendo che Grandonio era abbattuto.
Lui creder non può mai che quel pagano
Sia per Astolfo alla terra caduto;
Anci pur stima e rendesi certano,
Che qualche caso strano intervenuto
A quel gigante, fuor d'ogni pensata,
Sia stato la cagion di tal cascata.

Onde se pensa lui mo d'acquistare
Di quella giostra il trïonfale onore;
E per voler più bella mostra fare,
Con pompa grande e con molto valore,
Undeci conti seco fece armare,
Ché di sua casa n'avea tratto il fiore.
Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo
Fa molta scusa del suo gionger tardo.

O sì o no che Carlo l'accettasse,
Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera.
Parme che Gano ad Astolfo mandasse;
Poi che non gli è pagano alla frontera,
Che la giostra tra lor se terminasse;
Perché, essendo valente come egli era,
Dovea agradir quante più gente vano
A riscontrarlo, per gettarli al piano.

Astolfo, che è parlante di natura,
Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:
Tra un Saracino e lui non pongo cura,
Ché sempre il stimai peggio che pagano,
De Dio nimico e d'ogni creatura,
Traditor, falso, eretico e villano.
Venga a sua posta, ch'io il stimo assai meno
Che un sacconaccio di letame pieno. -

Il conte Gano che ode quella ingiuria,
Nulla risponde; ma tutto fellone
Verso de Astolfo se ne va con furia;
E fra se stesso diceva: "Giottone!
Io te farò di zanze aver penuria."
Ben se crede gettarlo dello arcione,
Perché ciò far non gli era cosa nova,
Ed altre volte avea fatto la prova.

Or non andò come si crede il fatto:
Gano le spalle alla terra mettia.
Macario dopo lui si mosse ratto,
E fe', cadendo, a Gano compagnia.
- Potrebbe fare Iddio, che questo matto -
Diceva Pinabello - a cotal via
Vergogna tutta casa di Magancia? -
Così dicendo arresta la sua lancia.

Questo ancor cadde con molta tempesta.
Non dimandar se Astolfo si dimena,
Forte gridando: - Maledetta gesta,
Tutti alla fila vi getto a l'arena. -
Conte Smiriglio una grossa asta arresta,
Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena,
Che fo portato per piede e per mano.
Oh quanto se lamenta il conte Gano!

Questo surgendo, diceva Falcone:
- Ha la fortuna in sé tanta nequizia?
Può farlo il celo che questo buffone
Oggi ce abbatta tutti con tristizia? -
Nascosamente sopra dello arcione
Legar si fece con molta malizia,
E poi ne viene Astolfo a ritrovare:
Legato è in sella, e già non può cascare.

Proprio alla vista il duca l'incontrava,
Ed hallo in tal maniera sbarattato,
Che ora da un canto, or da l'altro pigava,
Sì come al tutto de vita passato.
Ogni omo attende se per terra andava.
Alcun se avidde che gli era legato,
Unde levosse subito il rumore:
- Dàgli, ché gli è legato il traditore. -

Fu via menato con molta vergogna
De tutti e suoi, e con suo gran tormento.
Non vi vo' dir se 'l conte Gano agogna.
Astolfo crida con molto ardimento:
- Venga chi vôl ch'io gli gratti la rogna,
E legase pur ben, ch'io son contento;
Perché legato, senza alcuna briga,
Meglio che sciolto, il paccio si castiga. -

Anselmo della Ripa, il falso conte,
Nella sua mente avea fatto pensieri
Di vendicarse a inganno di tante onte:
Che, come Astolfo colpisce primeri,
Esso improviso riscontrarlo a fronte.
A lui davanti va il conte Raineri,
Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle:
Credese ben mandare Astolfo a valle.

Astolfo con Raineri è riscontrato.
A gambe aperte il trasse dello arcione;
E non essendo ancor ben rassettato
Pel colpo fatto, sì come è ragione,
Anselmo de improviso l'ha trovato,
Con falso inganno e molta tradigione,
Avvengaché sì fece quel malvaso,
Che non apparve voluntà, ma caso.

Nulla di manco Astolfo andò pur gioso;
Sopra la sabbia distese la schena.
Pensati voi se ne fo doloroso:
Ché, come in piedi fu dricciato apena,
Trasse la spada irato e disdegnoso,
E quella intorno fulminando mena
Contra di Gano e di tutta sua gesta.
Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa.

Da morte il campò l'elmo acciarino.
Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,
Perché Gaino, Macario ed Ugolino
Adosso a Astolfo con l'arme se caccia.
Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino
Di darli aiuto ciascun se procaccia;
Di qua, di là se ingrossa più la gente.
Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

Dando gran bastonate a questo e quello,
Che a più di trenta ne ruppe la testa.
- Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,
Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? -
Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,
Né di menar per questo il baron resta.
Ciascun fa largo a l'alto imperatore,
O li fugge davanti, o fagli onore.

Dicea lui a Gano: - Ahimè! che cosa è questa? -
Dicea ad Astolfo: - Or diessi così fare? -
Ma quel Grifon che avea rotta la testa,
Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare,
E con voce angosciosa, alta e molesta,
- Iustizia! - forte comincia a cridare
- Iustizia, segnor mio, magno e preziato,
Ch'io sono in tua presenzia assassinato.

Sappi, segnor, da tutta questa gente,
Ch'io te ne prego, come il fatto è andato;
E, stu ritrovi che primeramente
Fosse lo Anglese da mi molestato,
Chiamomi il torto, e stommi pacïente:
Su questa piazza voglio esser squartato.
Ma se il contrario sua ragione agreva,
Fa che ritorni il male onde se leva. -

Astolfo era per ira in tanto errore,
Che non stima de Carlo la presenza;
Anci diceva: - Falso traditore,
Che sei ben nato da quella semenza!
Io te trarò del petto fora il core,
In prima che de qui facciam partenza. -
Dicea Grifone a lui: - Temote poco,
Quando seremo fuor di questo loco.

Ma qui me sottometto alla ragione,
Per non far disonore al segnor mio. -
Segue il duca dicendo: - Can felone,
Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -
Turbosse ne la faccia il re Carlone,
Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,
Se non te adusi a parlar più cortese,
Farotte costumato alle tue spese. -

Astolfo al re non attende de niente,
Sempre parlando con più vilania,
Come colui che offeso è veramente,
Avvengaché altri ciò non intendia.
Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,
Per mala sorte inanti gli venìa.
Più non se puote Astolfo contenire,
Ma con la spada quel corse a ferire.

E certamente ben l'arebbe morto,
Se non l'avesse il re Carlo diffeso.
Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto,
E volse lo imperier ch'el fusse preso,
E subito al castello a furia scorto.
Nella pregion portato fu di peso,
Dove di sua paccìa buon frutto tolse,
Perché vi stette assai più che non volse.

Or lasciamo star lui, poi che sta bene
A rispetto de' tre altri inamorati,
Che senton per Angelica tal pene,
Né giorno o notte son mai riposati.
Ciascun di lor diverso camin tiene,
E già son tutti in Ardena arivati.
Prima vi giunse il principe gagliardo,
Mercè de' sproni del destrier Bagliardo.

Dentro alla selva il barone amoroso
Guardando intorno se mette a cercare:
Vede un boschetto d'arboselli ombroso,
Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.
Preso alla vista del loco zoioso,
In quel subitamente ebbe ad intrare,
Dove nel mezo vide una fontana,
Non fabricata mai per arte umana.

Questa fontana tutta è lavorata
De un alabastro candido e polito,
E d'ôr sì riccamente era adornata,
Che rendea lume nel prato fiorito.
Merlin fu quel che l'ebbe edificata,
Perché Tristano, il cavalliero ardito,
Bevendo a quella lasci la regina,
Che fu cagione al fin di sua ruina.

Tristano isventurato, per sciagura
A quella fonte mai non è arivato,
Benché più volte andasse alla ventura,
E quel paese tutto abbia cercato.
Questa fontana avea cotal natura,
Che ciascun cavalliero inamorato,
Bevendo a quella, amor da sé cacciava,
Avendo in odio quella che egli amava.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,
Quando fu giunto alla fiorita riva
Pien di sudore il principe Ranaldo;
Ed invitato da quell'acqua viva
Del suo Baiardo dismonta di saldo,
E de sete e de amor tutto se priva;
Perché, bevendo quel freddo liquore,
Cangiosse tutto l'amoroso core.

E seco stesso pensa la viltade
Che sia a seguire una cosa sì vana;
Né aprezia tanto più quella beltade,
Ch'egli estimava prima più che umana,
Anci del tutto del pensier li cade;
Tanto è la forza de quella acqua strana!
E tanto nel voler se tramutava,
Che già del tutto Angelica odïava.

Fuor della selva con la mente altiera
Ritorna quel guerrer senza paura.
Così pensoso, gionse a una riviera
De un'acqua viva, cristallina e pura.
Tutti li fior che mostra primavera,
Avea quivi depinto la natura;
E faceano ombra sopra a quella riva
Un faggio, un pino ed una verde oliva.

Questa era la rivera dello amore.
Già non avea Merlin questa incantata;
Ma per la sua natura quel liquore
Torna la mente incesa e inamorata.
Più cavallieri antiqui per errore
Quella unda maledetta avean gustata;
Non la gustò Ranaldo, come odete,
Però che al fonte se ha tratto la sete.

Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
Destina quivi alquanto riposare;
E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
Pascendo intorno al prato il lascia andare.
Esso alla ripa senz'altro riguardo
Nella fresca ombra s'ebbe adormentare.
Dorme il barone, e nulla se sentiva;
Ecco ventura che sopra gli ariva.

Angelica, dapoi che fu partita
Dalla battaglia orribile ed acerba,
Gionse a quel fiume, e la sete la invita
Di bere alquanto, e dismonta ne l'erba.
Or nova cosa che averite odita!
Ché Amor vôl castigar questa superba.
Veggendo quel baron nei fior disteso,
Fu il cor di lei subitamente acceso.

Nel pino atacca il bianco palafreno,
E verso di Ranaldo se avicina.
Guardando il cavallier tutta vien meno,
Né sa pigliar partito la meschina.
Era dintorno al prato tutto pieno
Di bianchi gigli e di rose di spina;
Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,
E danne in viso al sir de Montealbano.

Pur presto si è Ranaldo disvegliato,
E la donzella ha sopra a sé veduta,
Che salutando l'ha molto onorato.
Lui ne la faccia subito se muta,
E prestamente nello arcion montato
Il parlar dolce di colei rifiuta.
Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
Lei monta il palafreno e segue apresso.

E seguitando drieto li ragiona:
- Ahi franco cavalier, non me fuggire!
Ché t'amo assai più che la mia persona,
E tu per guidardon me fai morire!
Già non sono io Ginamo di Baiona,
Che nella selva ti venne assalire,
Non son Macario, o Gaino il traditore;
Anci odio tutti questi per tuo amore.

Io te amo più che la mia vita assai,
E tu me fuggi tanto disdignoso?
Vòltati almanco, e guarda quel che fai,
Se 'l viso mio ti die' far pauroso,
Che con tanta ruina te ne vai
Per questo loco oscuro e periglioso.
Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
Contenta son più tarda a te seguire.

Che se per mia cagion qualche sciagura
Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
Serìa mia vita sempre acerba e dura,
Se sempre viver mi fosse mistiero.
Deh volta un poco indrieto, e poni cura
Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
Non merta la mia etade esser fuggita,
Anci, quando io fuggessi, esser seguìta. -

Queste e molte altre più dolci parole
La damigella va gettando invano.
Bagliardo fuor del bosco par che vole,
Ed escegli de vista per quel piano.
Or chi saprà mai dir come si dole
La meschinella e batte mano a mano?
Dirottamente piange, e con mal fiele
Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

Ma chiama più Ranaldo crudel molto,
Parlando in voce colma di pietate.
"Chi avria creduto mai che quel bel volto -
Dicea lei - fosse senza umanitate?
Già non me ha il cor amor fatto sì stolto
Ch'io non cognosca che mia qualitate
Non se convene a Ranaldo pregiato;
Pur non die' sdegnar lui de essere amato.

Or non doveva almanco comportare
Ch'io il potessi vedere in viso un poco,
Ché forse alquanto potea mitigare,
A lui mirando, lo amoroso foco?
Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
Ma dove è amor, ragion non trova loco,
Per che crudel, villano e duro il chiamo;
Ma sia quel che si vôle, io così l'amo."

E così lamentando ebbe voltata
Verso il faggio la vista lacrimosa:
- Beati fior, - dicendo - erba beata,
Che toccasti la faccia grazïosa,
Quanta invidia vi porto a questa fiata!
Oh quanto è vostra sorte aventurosa
Più della mia! Che mo torria a morire,
Se sopra lui me dovesse venire. -

Con tal parole il bianco palafreno
Dismonta al prato la donzella vaga,
E dove giacque Ranaldo sereno,
Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
Così stimando il gran foco far meno;
Ma più se accende l'amorosa piaga.
A lei pur par che manco doglia senta
Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.

Segnori, io so che vi meravigliati
Che 'l re Gradasso non sia gionto ancora
In tanto tempo; ma vo' che sappiati
Che più tre giorni non faran dimora.
Già sono in Spagna i navigli arrivati.
Ma non vo' ragionar de esso per ora,
Ché prima vo' contar ciò che è avvenuto
De' nostri erranti, e pria de Feraguto.

Il giovanetto per quel bosco andava,
Acceso nella mente a dismisura;
Amore ed ira il petto gli infiammava.
Lui più sua vita una paglia non cura,
Se quella bella donna non trovava,
O l'Argalia dalla forte armatura;
Ché assai sua pena gli era men dispetta,
Quando con lui potesse far vendetta.

E cavalcando con questo pensiero,
Guardandose de intorno tuttavia,
Vede dormire a l'ombra un cavalliero,
E ben cognosce ch'egli è l'Argalia.
Ad un faggio è legato il suo destriero.
Feragù prestamente il dissolvia,
Indi con fronde lo batte e minaccia,
E per la selva in abandono il caccia.

E poi fu presto in terra dismontato,
E sotto un verde lauro ben se assetta,
Al quale aveva il suo destrier legato,
E che Argalia se svegli, attento aspetta;
Avvengaché quello animo infiammato
Male indugiava a far la sua vendetta;
Ma pur tra sé la collera rodìa,
Parendoli il svegliarlo vilania.

Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto,
E vede che fuggito è il suo destriero.
Ora pensati quanto gli è molesto,
Poi che de andare a piè gli era mestiero.
Ma Feraguto a levarse fu presto,
E disse: - Non pensare, o cavalliero,
Ché qui convien morire o tu, o io:
Di quei che campa serà il destrier mio.

Lo tuo disciolsi per tuorti speranza
Di potere altra volta via fuggire;
Sì che col petto mostra tua possanza,
Ché nelle spalle non dimora ardire.
Tu me fuggesti e facesti mancanza,
Ma ben mi spero fartene pentire.
Esser gagliardo e diffenderti bene,
Se non, lassar la vita te conviene. -

Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio,
Che 'l mio fuggir non fosse mancamento;
Ma questa man ti giuro, e questo braccio,
E questo cor che nel petto mi sento,
Ch'io non fuggiti per battaglia saccio,
Né doglia, né stracchezza, né spavento,
Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere
Per far a mia sorella quel piacere.

Sì che prendila pur come ti piace,
Che a te sono io bastante in ogni lato.
Sia a tuo piacere la guerra e la pace,
Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -
Così parlava il giovanetto audace;
Ma Feraguto non è dimorato,
Forte cridando con voce de ardire:
- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.

L'un contra l'altro de' baron se mosse,
Con forza grande e molta maistria.
Il menar delle spade e le percosse
Presso che un miglio nel bosco se odìa.
Or l'Argalia nel salto se riscosse,
Con la spada alta quanto più potia,
Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire,
Ma tramortito a terra il farò gire."

Menando il colpo l'Argalia minaccia,
Che certamente l'averia stordito;
Ma Feraguto adosso a lui se caccia,
E l'un con l'altro presto fu gremito.
Più forte è lo Argalia molto di braccia,
Più destro è Feraguto e più espedito.
Or alla fin, non pur così di botto,
Feragù l'Argalia messe di sotto.

Ma come quel che avea possanza molta,
Tenendo Feragù forte abracciato
Così per terra di sopra se volta,
Battelo in fronte col guanto ferrato.
Ma Feragù la daga avea in man tolta,
E sotto al loco dove non è armato,
Per l'anguinaglia li passò al gallone.
Ah, Dio del cel, che gran compassïone!

Ché se quel giovanetto aveva vita,
Non serìa stata persona più franca,
Né di tal forza, né cotanto ardita:
Altro che nostra Fede a quel non manca.
Or vede lui che sua vita ne è gita;
E con voce angosciosa e molto stanca
Rivolto a Feragù disse: - Un sol dono
Voglio da te, dapoi che morto sono.

Ciò te dimando per cavalleria:
Baron cortese, non me lo negare!
Che me con tutta l'armatura mia
Dentro d'un fiume tu debbi gettare,
Perché io son certo che poi si diria,
Quando altro avesse queste arme a provare:
Vil cavallier fu questo e senza ardire,
Che così armato se lasciò morire. -

Piangea con tal pietate Feraguto,
Che parea un giaccio posto al caldo sole,
E disse a l'Argalia: - Baron compiuto,
Sappialo Iddio di te quanto mi dole.
Il caso doloroso è intravenuto:
Sia quel che 'l celo e la fortuna vôle.
Io feci questa guerra sol per gloria:
Non tua morte cercai, ma mia vittoria.

Ma ben di questo te faccio contento:
A te prometto sopra la mia Fede,
Che andarà il tuo volere a compimento,
E se altro posso far, comanda e chiede.
Ma perch'io sono in mezo al tenimento
De' Cristïani, come ciascun vede,
E sto in periglio, s'io son cognosciuto,
Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta,
Che poi lo gettarò senza mentire. -
Lo Argalia già morendo alcia la testa,
E parve alla dimanda consentire.
Qui stette Ferragù ne la foresta
Sin che quello ebbe sua vita a finire;
E poi che vide che al tutto era morto,
In braccio il prende quel barone acorto.

Subito il capo gli ebbe disarmato,
Tuttor piangendo, l'ardito guerrero:
E lui quello elmo in testa se ha allacciato,
Troncando prima via tutto il cimero.
E poi che sopra al caval fu montato,
Col morto in braccio va per un sentiero
Che dritto alla fiumana il conducia;
A quella giunto, getta l'Argalia.

E stato un poco quivi a rimirare,
Pensoso per la ripa se è aviato.
Or vogliovi de Orlando racontare,
Che quel deserto tutto avea cercato,
E non poteva Angelica trovare;
Ma crucioso oltra modo e disperato,
E biastemando la fortuna fella,
Apunto giunse dove è la donzella.

La qual dormiva in atto tanto adorno,
Che pensar non si può, non che io lo scriva.
Parea che l'erba a lei fiorisse intorno,
E de amor ragionasse quella riva.
Quante sono ora belle, e quante fôrno
Nel tempo che bellezza più fioriva,
Tal sarebbon con lei, qual esser suole
L'altre stelle a Dïana, o lei col sole.

Il conte stava sì attento a mirarla,
Che sembrava omo de vita diviso,
E non attenta ponto di svegliarla;
Ma fiso riguardando nel bel viso
In bassa voce con se stesso parla:
"Sono ora quivi, o sono in paradiso?
Io pur la vedo, e non è ver nïente,
Però ch'io sogno e dormo veramente."

Così mirando quella se diletta
Il franco conte, ragionando in vano.
Oh quanto sé a battaglia meglio assetta
Che d'amar donne quel baron soprano!
Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta,
Spesso se trova vota aver la mano:
Come al presente a lui venne a incontrare,
Che perse un gran piacer per aspettare.

Però che Feraguto caminando
Dietro alla riva in sul prato giongia,
E quando quivi vede il conte Orlando,
Avvengaché per lui nol cognoscia,
Assai fra sé si vien meravigliando.
Poi vede la donzella che dormia:
Ben prestamente l'ebbe cognosciuta;
Tutto nel viso e nel pensier se muta.

Certo se crede lui, senza mancanza,
Che 'l cavallier se stia lì per guardarla;
Unde con voce di molta arroganza,
A lui rivolto, subito gli parla:
- Questa prima fu mia che la tua manza,
Però delibra al tutto de lasciarla.
Lasciar la dama o la vita con pene,
O a mi tuorla al tutto ti conviene. -

Orlando che nel petto se rodìa
Vedendo sua ventura disturbare,
Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,
E non voler del mal giorno cercare,
Perché io te giuro per la fede mia,
Che mai alcun non volsi ingiurïare,
Ma il tuo star qui me offende tanto forte,
Che forza mi serà darti la morte. -

- O tu, o io si converrà partire,
Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco;
Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire,
E tu non li potrai star più sì poco,
Che te farò sì forte sbigotire,
Che se dinanzi ti trovasti un foco,
Dentro da quel serai da me fuggito. -
Così parlava Feraguto ardito.

Il conte se è turbato oltra misura,
E nel viso di sangue se è avampato.
- Io sono Orlando, e non aggio paura
Se 'l mondo fosse tutto quanto armato;
E di te tengo così poca cura
Come de un fanciullino adesso nato,
Vil ribaldello, figlio de puttana! -
Così dicendo trasse Durindana.

Or se incomincia la maggior battaglia
Che mai più fosse tra duo cavallieri.
L'arme de' duo baroni a maglia a maglia
Cadean troncate da quei brandi fieri.
Ciascun presto spacciarse si travaglia,
Perché vedean che li facea mistieri;
Ché, come la fanciulla se svegliava,
Sua forza in vano poi se adoperava.

Ma in questo tempo se fu risentita
La damigella da il viso sereno;
E grandemente se fu sbigotita,
Veggendo il prato de arme tutto pieno,
E la battaglia orribile e infinita.
Subitamente piglia il palafreno,
E via fuggendo va per la foresta.
Alora Orlando de ferir se arresta.

E dice: - Cavallier, per cortesia
Indugia la battaglia nel presente,
E lasciami seguir la dama mia,
Ch'io ti serò tenuto al mio vivente;
E certo io stimo che sia gran folìa
Far cotal guerra insieme per nïente.
Colei ne è gita, che ci fa ferire:
Lascia, per Dio! ch'io la possa seguire. -

- Non, non, - rispose crollando la testa
Lo ardito Ferragù - non gli pensare.
Stu vôi che la battaglia tra nui resta,
Convienti quella dama abandonare.
Io te fo certo che in questa foresta
Un sol de noi la converrà cercare;
E s'io te vinco, serà mio mestiero:
Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. -

- Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, -
Rispose Orlando - per lo Dio beato! -
Ora se fece la crudel baruffa,
Come ne l'altro canto avrò contato:
Vedrete come l'un l'altro ribuffa.
Più che mai fosse, Orlando era turbato;
Di Feraguto non dico nïente,
Che mai non fu senza ira al suo vivente.

Canto quarto

L'altro cantar vi contò la travaglia
Che fu tra' duo baroni incominciata;
E forse un altro par di tanta vaglia
Non vede il sol che ha la terra cercata.
Orlando con alcun mai fe' battaglia
Che al terzo giorno gli avesse durata,
Se non sol duo, per quanto abbia saputo:
L'un fu don Chiaro, e l'altro Feraguto.

Or se tornano insieme ad afrontare,
Con vista orrenda e minacciante sguardo.
Ogniun di lor più se ha a meravigliare
De aver trovato un baron sì gagliardo.
Prima credea ciascun non aver pare;
Ma quando l'uno a l'altro fa riguardo,
Iudica ben e vede per certanza
Che non v'è gran vantaggio di possanza.

E cominciarno il dispietato gioco,
Ferendose tra lor con crudeltate.
Le spade ad ogni colpo gettan foco,
Rotti hanno i scudi e l'arme dispezzate;
E ciascadun di loro a poco a poco
Ambe le braccie se avean disarmate.
Non pôn tagliarle per la fatasone,
Ma di color l'han fatte di carbone.

Così le cose tra quei duo ne vano,
Né v'è speranza de vittoria certa.
Eccoti una donzella per il piano,
Che de samito negro era coperta.
La faccia bella se battia con mano;
Dicea piangendo: - Misera! diserta!
Qual omo, qual Iddio me darà aiuto,
Che in questa selva io truovi Feraguto? -

E come vide li duo cavallieri,
Col palafreno in mezo fu venuta.
Ciascun di lor contiene il suo destrieri;
Essa con riverenzia li saluta,
E disse a Orlando: - Cortese guerrieri,
A benché tu non m'abbi cognosciuta,
Né io te cognosco, per mercè te prego
Che alla dimanda mia non facci nego.

Quel ch'io te chiedo si è che la battaglia
Sia mo compiuta, c'hai con Feraguto,
Perch'io mi trovo in una gran travaglia,
Né me è mestier d'altrui sperare aiuto.
Se la fortuna mai vorà ch'io vaglia,
Forse che un tempo ancor serà venuto
Che di tal cosa te renderò merto.
Giamai nol scordarò: questo tien certo. -

Il conte a lei rispose: - Io son contento,
(Come colui che è pien di cortesia),
E se de oprarme te viene in talento,
Io te offerisco la persona mia;
Né me manca per questo valimento.
Abenché Feragù forse non sia,
Nulla di manco per questo mistiero
Farò quel che alcun altro cavalliero. -

La damisella ad Orlando se inchina,
E volta a Feragù disse: - Barone,
Non me cognosci ch'io son Fiordespina?
Tu fai battaglia con questo campione,
E la tua patria va tutta in ruina;
Né sai, preso è tuo patre e Falsirone;
Arsa è Valenza e disfatta Aragona,
Ed è lo assedio intorno a Barcellona.

Uno alto re, che è nomato Gradasso;
Qual signoreggia tutta Sericana,
Con infinita gente ha fatto il passo
Contra al re Carlo e la gente pagana.
Cristiani e Saracin mena a fracasso,
Né tregua o pace vôl con gente umana.
Discese a Zebeltaro, arse Sibilia;
Tutta la Spagna del suo foco impiglia.

Il re Marsilio a te solo è rivolto,
E te piangendo solamente noma;
Io vidi il vecchio re battersi il volto,
E trar del capo la canuta chioma.
Vien; scodi il caro patre che ti è tolto,
E il superbo Gradasso vinci e doma.
Mai non avesti e non avrai vittoria
Che più de ora te acquisti fama e gloria. -

Molto fu stupefatto il Saracino,
Come colui che ascolta cosa nova;
E volto a Orlando disse: - Paladino,
Un'altra volta farem nostra prova.
Ma ben te giuro per Macon divino
Che alcun simile a te non se ritrova;
E se io te vinco, io non te mi nascondo,
Ardisco a dir ch'io sono il fior del mondo. -

Or se parton d'ensieme i cavallieri;
Orlando se dricciò verso Levante,
Ché tutto il suo disire e il suo pensieri
È di seguir de Angelica le piante;
Ma gran fatica li farà mestieri,
Perché, come se tolse a lor davante
La damigella, per necromanzia
Portata fu, che alcun non la vedia.

Va Feraguto con molto ardimento
Per quella selva menando fracasso,
Ché ciascuna ora li parea ben cento
Di ritrovarse a fronte con Gradasso;
Però ne andava ratto come un vento.
Ma il ragionar di lui ora vi lasso,
E tornar voglio a Carlo imperatore,
Che della Spagna sente quel rumore.

Il suo consiglio fece radunare:
Fuvi Ranaldo ed ogni paladino;
E disse loro: - Io odo ragionare,
Che, quando egli arde il muro a noi vicino,
De nostra casa debbiam dubitare.
Dico che, se Marsilio è saracino,
Ciò non attendo; egli è nostro cognato,
Ed ha vicino a Francia gionto il stato.

Ed è nostro parere e nostra intenza
Che si li dona aiuto ad ogni modo,
Contra alla estrema ed orribil potenza
Del re Gradasso, il qual, sì come io odo,
Minaccia ancor di Francia a la eccellenza,
Né della Spagna sta contento al sodo.
Ben potemo saper che per nïente
Non fa per noi vicin tanto potente.

Vogliamo adunque per nostra salute
Mandar cinquanta millia cavallieri;
E cognoscendo l'inclita virtute
Del pro' Ranaldo, e come è buon guerrieri,
Nostro parer non vogliam che si mute,
Ché a megliorarlo non faria mestieri:
In questa impresa nostro capitano
Sia generale il sir di Montealbano.

Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione,
Linguadoca e Guascogna a governare,
Mentre che durarà questa tenzone;
E quei segnor con lui debbiano andare. -
Così dicendo, gli porge il bastone.
Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare,
Dicendo: - Forzaromme, alto segnore,
Di farme degno di cotanto onore. -

Egli avea pien di lacrime la faccia
Per allegrezza, e più non può parlare;
Lo imperator strettamente lo abbraccia,
E dice: - Figlio, io ti vo' racordare
Ch'io pono il regno mio nelle tue braccia,
Il quale è in tutto per pericolare.
Via se ne è gito, e non so dove, Orlando:
Il stato mio a te lo racomando. -

Questo li disse ne l'orecchia piano.
Ciascun se va con Ranaldo allegrare:
Ivone ed Angelin, che con lui vano,
E gli altri ancor, che seco hanno a passare.
Ranaldo a tutti con parlare umano
Proferir si sapeva e ringraziare.
Subitamente se pose in vïaggio,
E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.

Ciascun bon cavallier, ch'è di guerra uso,
Segue Ranaldo e la Francia abandona.
Montano l'alpe, sempre andando in suso,
E già vedon fumar tutta Aragona.
Essi vargarno al passo del Pertuso,
In poco tempo gionsero a Sirona.
Il re Marsilio quivi era fermato;
Grandonio in Barcelona avea mandato,

Per riparare al tenebroso assedio,
Benché si creda non poter giovare,
Né lui sa imaginare alcun remedio,
Che non convenga il regno abandonare;
E per malanconia e molto atedio
Sol se ne sta, né si lascia parlare.
Ora ad un tempo li viene lo aiuto
Di Carlo Magno, e gionse Feraguto.

Era con lui già prima Serpentino,
Isoliere e Spinella e il re Morgante,
E Matalista, il franco Saracino,
Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante.
Ogni altro baron grande e piccolino,
Che al re Marsilio obediva davante,
Coi fratel Balugante e Falsirone,
Tutti son morti, o son nella pregione.

Imperoché Gradasso smisurato,
Da poi che se partì de Sericana,
Tutto il mar de India avea conquistato,
E quella isola grande Taprobana,
La Persia con la Arabia lì da lato,
Terra de' negri, che è tanto lontana;
E mezo il mondo ha circuito in mare,
Pria che 'l stretto di Spagna abbia intrare.

E tanta gente avea seco adunata,
E tanti re, che adesso non vi naro,
Che più non ne fu insieme alcuna fiata.
Discese in terra, e prese Zibeltaro,
Arse e disfece il regno di Granata;
Sibilia né Toledo fier' riparo.
Venne dapoi a Valenzia meschina;
Con Aragona la pose in ruina.

Sì come io dissi, aveva in sua pregione
Ogni baron che a Marsilio obedia,
Tratti coloro de cui fei ragione,
Che dentro da Sirona seco avia,
E de Grandonio, che in opinïone
De esser ben presto preso se vedia:
Ché Barcellona da sera a matina
È combattuta, e mai non se rafina.

Ora tornamo al re Marsilïone,
Che riceve Ranaldo a grande onore,
E molto ne ringrazia il re Carlone.
Ma Feraguto bacia con amore,
Dicendo: - Figlio, io tengo opinïone
Che la tua forza e l'alto tuo valore
Abbatterà Gradasso, quel malegno,
A noi servando il nostro antiquo regno. -

Ordine dasse, che il giorno seguente
Se debba verso Barcellona andare,
Perché Grandonio continuamente
Con foco aiuto aveva a dimandare.
Così fôrno ordinate incontinente
Le schiere, e chi le avesse a governare.
La prima che se parte al matutino,
Guida Spinella e il franco Serpentino.

Vinti millia guerreri è questa schiera.
Segue Ranaldo, il franco combattente:
Cinquanta millia sotto sua bandiera.
Matalista vien drieto e il re Morgante,
Con trenta millia di sua gente fiera;
Ed Isolier da poi con lo Amirante,
Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto
Trenta milliara mena Feraguto.

Il re Marsilio l'ultima guidava,
Cinquanta millia de bella brigata.
Ciascuna schiera in ordine ne andava,
L'una da l'altra alquanto separata.
Era il sol chiaro e a l'ôra sventillava
Ogni bandiera, che è ad alto spiegata;
Sì che al calar del monte fôr vedute
Dal re Gradasso, e da' soi cognosciute.

Quattro re chiama, e lor così ragiona:
- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,
Combattete alle mura Barcellona,
E questo giorno ponitele a terra.
Non vi rimanga viva una persona;
E quel Grandonio che fa tanta guerra,
Io voglio averlo vivo nelle mane
Per farlo far battaglia col mio cane. -

Questi son de India sopra nominati.
Di negra gente seco ne avean tanti,
Quanti mai non seriano annumerati:
Ed oltra a questo duo millia elefanti,
Di torre e di castella tutti armati.
Ora Gradasso fa venirse avanti
Un gran gigante, re di Taprobana,
Che ha una giraffa sotto per alfana.

Più brutta cosa non se vide mai
Che 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera.
A lui disse Gradasso: - Ne anderai,
Fa che me arrechi la prima bandiera;
Tutta la gente mena, quanta n'hai. -
E poi, rivolto con la faccia altiera
Al re de Arabia, che gli è lì da lato,
(Faraldo è quel robusto nominato),

A questo re comanda a mano a mano
Che gli meni Ranaldo per presone,
E la bandiera del re Carlo Mano:
- Ma guarda che non scampi il suo ronzone
Ch'io te faria impiccar come un villano;
Ché quel cavallo è stato la cagione
Che me ha fatto partir de Sericana,
Per aver quello e insieme Durindana. -

Al re di Persia fa comandamento
Che prenda Matalista e il re Morgante:
Framarte è questo, il re di valimento.
Ecco il re di Macrobia, ch'è gigante,
Che tutto negro è come un carbon spento:
Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.
Destrier non ha, ma sempre va pedone
Questo gigante, ed ha nome Orïone.

Re de Etïopia fu un gigante arguto,
Che quasi un palmo avea la bocca grossa.
Davanti al re Gradasso fu venuto
(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa);
Comandagli che prenda Feraguto.
Ultimamente pone alla riscossa
Li Sericani ed ogni suo barone:
Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

Diciamo de Marsilio e di sua gente,
Che sopra al campo vengono arivare,
Vedendo il piano de sotto patente,
Che è pien de omini armati insino al mare.
E' non credeano già primeramente
Che tanta gente potesse adunare
Il mondo tutto, quanto è quivi unita;
Né la posson stimar, perché è infinita.

L'un campo a l'altro più se fa vicino,
Ché le bandiere a l'incontro se vano.
Ciascun dalle due parte è saracino,
Fuor che la gente del re Carlo Mano.
Spinella de Altamonte e Serpentino
Con la lor schiera son gionti nel piano;
Levasi il crido de una e d'altra gente,
Che par che il cel profondi veramente.

Risuona il monte e tutta la rivera
Di trombe, di tamburi e d'altre voce.
Serpentin sta davanti alla frontera,
Sopra a corsier terribile e veloce.
Ora si move il gran gigante Alfrera:
Cosa non fu giamai tanto feroce,
Quanto è colui, che trenta piedi è altano
Su la zirafa, ed ha un bastone in mano.

Di ferro è tutto quanto quel bastone:
Tre palmi volge intorno per misura.
Serpentin contra lui va di rondone
Con l'asta a resta, e già non ha paura.
Ferì il gigante e ruppe il suo troncone;
Ma quella contrafatta creatura
Ha con tal forcia Serpentin ferito,
Che lo distese in terra tramortito.

Nulla ne cura e lascialo disteso;
Con la zirafa passa entro la schiera.
Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso;
Via nel portò, come cosa leggiera.
Tutta la gente, di furore acceso,
Col baston batte, e branca la bandiera,
E quella al re Gradasso via mandone,
Insieme con Spinella, chi è prigione.

Ranaldo la sua schiera avea lasciata
In man de Ivone e del fratello Alardo,
E la battaglia avea tutta guardata,
E quanto il grande Alfrera era gagliardo.
Veggendo quella gente sbarattata,
Tempo non parve a lui de esser più tardo:
Manda a dire ad Alardo che si mova;
Lui con la lancia il gran gigante trova.

Or che li potrà far, che quel portava
Un coi' di serpa sopra la coraccia?
Ma pur con tanta furia lo inscontrava,
Che la ziraffa e lui per terra caccia.
Poi tra la schiera Bagliardo voltava,
E ben de intorno con Fusberta spaccia.
Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;
Non vi fu a' Saracini alcun riparo.

Vanno per la campagna in abandono;
Rotta, stracciata fu la sua bandiera,
Benché dugento millia armati sono.
Or di terra si leva il forte Alfrera,
Più terribile assai ch'io non ragiono;
Ma poi che vide in volta la sua schera,
Con la ziraffa se messe a seguire,
Non so se per voltarli o per fuggire.

Ranaldo è con lor sempre mescolato,
Ed a destra e sinistra il brando mena;
Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato,
Le teste in l'elmi cadeno a l'arena.
Come un branco di capre disturbato,
Cotal Ranaldo avanti sé li mena:
Ora convien che 'l faccia maggior prove,
Ché il re Faraldo la sua schiera move.

Era quel re de Arabia incoronato,
E non aveva fin la sua possanza.
Or non può suo valore aver mostrato,
Perché Ranaldo de un contro di lanza
L'ha per il petto alle spalle passato.
Tocca Bagliardo, e con molta arroganza
Dà tra gli Arabi, ché nulla li preza:
Con l'urto atterra e con la spada speza.

Era però Ranaldo accompagnato,
Per le più volte, de assai buon guerreri;
Guizardo e Ricciardetto li era a lato,
E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri;
Ed ora Serpentino era arivato,
Chi è risentito e tornato a destrieri.
Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore;
De ogni bel colpo lui solo ha l'onore.

Tutta la gente de li Arabi è in piega,
Gambili e dromendarii a terra vano;
Ranaldo li cacciò più de una lega.
Or vien Framarte, il gran re persïano,
La sua bandiera d'oro al vento spiega,
Ben lo adocchia il segnor di Montealbano.
Adosso a lui con la lancia se caccia;
Dopo le spalle il passa ben tre braccia.

Quel gran re cade morto alla pianura,
Fuggeno i suoi per la campagna aperta.
Ranaldo mena colpi a dismisura:
Non dimandar se 'l frappa con Fusberta.
Ecco Orïone, la sozza figura;
Mai non fu visto cosa più deserta:
Negro fra tutti, e nulla porta indosso,
Ma la sua pelle è dura più che un osso.

Venne il gigante nudo alla battaglia,
Uno arbor avea in mano il maledetto;
Tutta la schiera de' Cristian sbaraglia,
Non ve ha diffesa scudo o bacinetto.
Avea d'intorno a sé tanta canaglia,
Che per forza Ranaldo fu costretto
Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta,
Per ritornar più stretto l'altra volta.

Ma mentre con li altri se consiglia,
Ed halli il suo partito dimostrato,
E già la lancia su la cossa piglia,
Giunse l'Alfrera, quello ismisurato,
Con tanta gente, che è una meraviglia.
Ed eccoti arivar da l'altro lato
L'alto Balorza; e tanta gente viene,
Che in ogni verso sette miglia tiene.

Venian cridando con tanto rumore,
Che la terra tremava e il celo e il mare.
Ivone e Serpentino e ogni segnore
Dicean che aiuto si vôl domandare.
Dicea Ranaldo: - E' non serebbe onore.
Voi vi potete adietro retirare:
Ed io soletto, come io son, mi vanto
Metter quel campo in rotta tutto quanto. -

Né più parole disse il cavalliero,
Ma strenge i denti e tra color se caccia;
Rompe la lancia lo ardito guerriero,
Poi con Fusberta se fa far tal piaccia,
Che aiuto de altri non li fa mestiero;
E con voce arrogante li minaccia:
- Via! populaccio vil, senza governo!
Che tutti ancòi vi metto nello inferno. -

Il re Marsilio da il monte ha veduto
Movere a un tratto cotanta canaglia;
Per un suo messo dice a Ferraguto
Che ogni sua schiera meni alla battaglia.
Ranaldo già de vista era perduto:
Lui tra la gente saracina taglia,
Tutta la sua persona è sanguinosa;
Mai non se vide più terribil cosa.

Or si comincia la battaglia grossa.
A tutti Feraguto vien davante:
Giamai non fu pagan di tanta possa.
Isolier, Matalista e il re Morgante,
Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l'ossa.
L'Argalifa vien drieto e lo Amirante;
Prima entrato era Alardo e Serpentino,
Ivone e Ricciardetto ed Angelino.

Il re Balorza, con la faccia scura,
Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;
Combatte tutta fiata, e non ha cura
De aver nel braccio manco il giovanetto.
Ogniun ben de aiutarlo se procura,
Ma il gigante il porta al lor dispetto.
Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno:
Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

Il terribile Alfrera avea levato,
Al suo dispetto, Isolier dello arcione.
Feraguto li è sempre nel costato,
Né vôl che 'l porta senza questïone.
Vero è che 'l suo destriero è spaventato,
Né può accostarse con nulla ragione:
Per la ziraffa, lo animal diverso,
Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.

Il crudel Orïone alcun non piglia,
Ma con l'arbore occide molta gente,
E petto e faccia ha di sangue vermiglia;
Lancie, né spade non cura nïente,
Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia.
Ora tornamo a Ranaldo valente,
Che forte se conturba nello aspetto,
Perché Balorza porta Ricciardetto.

Se or non mostra Ranaldo il suo valore,
Giamai nol mostrarà il barone accorto;
Ché a Ricciardetto porta tanto amore,
Che per camparlo quasi serìa morto.
Dente con dente batte a gran furore,
L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto.
Ma al presente io lascio sua battaglia,
Per ricontarvi un'altra gran travaglia.

Io ve contai pur mo che in Barcellona
Stava Grandonio, e facea gran diffesa;
Come a quei de India e soi re de corona
Fo comandato che l'avesser presa.
Turpin di questa cosa assai ragiona,
Perché non fu giamai più cruda impresa.
Forte è la terra, intorno ben murata;
Or se è la gran battaglia incominciata.

Da mezodì, dove la batte il mare,
Era ordinato un naviglio infinito;
Da terra gli elefanti hanno a menare,
Di torre e di beltresche ogniom guarnito.
Fanno quei Negri sì gran saettare,
Che ciascun nella terra è sbigottito;
Ogni om s'asconde e fugge per paura,
Grandonio solo appar sopra alle mura.

Comincia il crido orribile e diverso,
Ed alle mura s'accosta la gente.
Non è Grandonio già per questo perso,
Ma se diffende nequitosamente;
Tira gran travi dritto ed a traverso;
Pezzi di torre e merli veramente,
Colonne integre lancia quel gigante;
Ad ogni colpo atterra uno elefante.

E va d'intorno facendo gran passo,
Salta per tutto quasi in un momento;
Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso,
Getta gran foco con molto spavento;
Perché la gente, che era gioso al basso,
Che e soi fatti vedea e suo ardimento,
Solfo gli dànno con pegola accesa;
Lui tra' la vampa fuora alla distesa.

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,
Che nella mente tutto se rodia;
Tanto è di scoter Ricciardetto caldo,
Che se dispera e non trova la via.
Quel gran gigante sta lì fermo e saldo,
E un gran baston di ferro in man tenìa;
Armato è tutto da capo alle piante,
E per destriero ha sotto uno elefante.

Or non gli vale il furïoso assalto,
Non vale a quel barone esser gagliardo,
Però che non puotea gionger tanto alto.
Subitamente smonta di Baiardo,
E nella croppa se gitta d'un salto
A quel gigante, che non gli ha riguardo;
L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia,
Né pone indugia che 'l colpo ridoppia.

Par che si batta un ferro alla fucina;
Quella gran testa in due parte disserra.
Cadde 'l gigante con tanta roina,
Che a sé d'intorno fie' tremar le terra.
Or ne fugge la gente saracina,
Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra,
Come la lepre fugge avanti al pardo:
Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

Aveva Feraguto tuttavia
Più de quattro ore cacciato l'Alfrera;
Ardea ne gli occhi pien de bizaria,
Perché non trova modo, né maniera
Per la quale Isolier riscosso sia.
Quella ziraffa, contraffatta fera,
Via ne lo porta, correndo il trapasso;
E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

Ferragù segue dentro al paviglione.
L'Alfrera, che se vide al ponto stretto,
Getta Isoliero e mena del bastone,
Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,
E sbalordito il fe' cader de arcione:
Quel gran gigante li fu presto al petto.
Così fu preso l'ardito guerreri.
Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.

Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore,
Che nostra gente è rotta ad ogni modo,
Ché quel Ranaldo è di troppo valore.
Mal volentiera un tuo nemico lodo;
Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore,
E poco d'ora fa, sì come io odo,
Partì la testa al gigante Balorza;
Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.

A chi te piace de' tuoi ne dimanda,
Benché anch'io sappia della sua possanza,
Ché 'l re Faraldo d'una ad altra banda
Vidi io passato d'un scontro de lanza.
Il re di Persia a Macon racomanda,
Che fu pur gionto a simigliante danza.
Debb'io tacer di me, che andai per terra,
Che mai non mi intervenne in altra guerra? -

Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare,
Che quel Ranaldo sia tanto potente?
Chi me volesse del cel coronare
(Perché la terra io non stimo nïente),
Non me potrebbe al tutto contentare,
S'io non facessi prova de presente,
Se quel barone è cotanto gagliardo
Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. -

Così dicendo chiede l'armatura,
Quella che prima già portò Sansone.
Non ebbe il mondo mai la più sicura;
Da capo a piedi se arma il campïone.
Ecco la gente fugge con paura,
Dietro gli caccia quel figlio d'Amone.
Non pô Gradasso star sì poco saldo,
Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.

Più non aspetta, e salta su l'alfana.
Questa era una cavalla smisurata:
Mai non fu bestia al mondo più soprana;
Come Baiardo proprio era intagliata.
Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,
In mezo della gente sbaratata.
Oh quanto ben d'intorno il camin spaza,
Troncando busti e spalle e teste e braza!

Ora se move il forte re Gradasso
Sopra l'alfana, con tanta baldanza,
Che tutto il mondo non stimava un asso.
Verso Ranaldo bassava la lanza,
E nel venir menava tal fraccasso,
Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza.
Sedeci piedi salì suso ad alto;
Non fo mai visto il più mirabil salto.

Il re Gradasso assai si meraviglia,
Ma mostra non curare, e passa avante;
Tutta la gente sparpaglia e scombiglia,
Per terra abbatte Ivone e il re Morgante.
L'Alfrera, che gli è dietro, questi piglia,
Ché sempre lo seguiva quel gigante.
Trova Spinella, Guizardo e Angelino:
Tutti gli abbatte il forte Saracino.

Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare,
E vide quel pagan tanto gagliardo.
Una grossa asta in man se fece dare,
E poi dicea: - O destrier mio Baiardo,
A questa volta, per Dio! non fallare,
Ché qui conviensi avere un gran riguardo.
Non già, per Dio! ch'io mi senta paura;
Ma quest'è un omo forte oltra misura. -

Così dicendo serra la visiera,
E contra al re ne vien con ardimento.
Videl Gradasso, la persona altiera:
Mai, da che nacque, fo tanto contento;
Ché a lui par cosa facile e leggiera
Trar de l'arcion quel sir de valimento.
Ma nella prova l'effetto si vede:
Più fatica li avrà ch'el non si crede.

Fo questo scontro il più dismisurato
Che un'altra volta forse abbiate udito.
Baiardo le sue croppe misse al prato,
Che non fu più giamai a tal partito,
Benché se fo de subito levato.
Ma Ranaldo rimase tramortito;
L'alfana trabuccò con gran fracasso:
Nulla ne cura il potente Gradasso.

Spronando forte la facea levare,
Tra l'altra gente dà senza paura.
Dice a l'Alfrera che debba pigliare
Ranaldo, e che 'l destrier mena con cura.
Ma certo e' gli lasciò troppo che fare,
Perché Baiardo per quella pianura
Via ne portava il cavalliero ardito;
In poco de ora se fo risentito.

Credendosi ancora esser là dove era
Il re Gradasso, prende il brando in mano;
Con la zirafa lo seguia l'Alfrera,
Che quasi ancora l'ha seguìto in vano.
Sopra Baiardo, la bestia leggiera,
Ranaldo va correndo per il piano;
Per tutto va cercando, e piano e monte,
Sol per trovarse con Gradasso a fronte.

Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto
Fuor de l'arcione il suo fratello Alardo.
Esso non ha Ranaldo ancor veduto,
Ché in quella parte non facea riguardo.
Ma de improviso li è sopra venuto,
E punto nel ferir non fu già tardo.
A due man mena con tanta flagella,
Che sel crede partir fin su la sella.

Non fu il gran colpo a quel re cosa nova,
Ché di valor portava la ghirlanda;
Né crediati per questo che si mova,
Né arma si spezzi, né sangue si spanda.
Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova,
E dir potrai, se alcun te ne dimanda,
Qual sia di noi più franco feritore.
Se ora mi campi, io te dono l'onore. -

Così ragiona il forte saracino,
E mena della spada tutta fiata;
Cade Ranaldo tramortito e chino,
Ché mai tal botta non ha lui provata.
Lo elmo affatato, che fu de Mambrino,
Gli ha questa volta la vita campata.
Presto Baiardo adietro si è voltato,
Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.

Gradasso quasi un miglio l'ha seguìto,
Ché ad ogni modo lo volea pigliare;
Ma poi che for di vista gli fu uscito,
È delibrato adrieto ritornare.
Ora Ranaldo se fu risentito,
E ben destina de se vendicare.
Non è Gradasso rivoltato apena,
Ranaldo un colpo ad ambe man li mena

Sopra de l'elmo con tanto furore,
Che ben li fece batter dente a dente.
Tra sé ridendo, quel re di valore
Dicea: "Questo è un demonio veramente.
Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore,
Ognior cerca la briga parimente.
Ma sempre mai non li andarà ben còlta:
Se non adesso, il giongo un'altra volta."

Così parlando quel Gradasso altiero
Li viene adosso con gli occhi infiammati.
Ranaldo tenìa l'occhio al tavoliero:
Se 'l bisogna, segnor, non dimandati.
Un colpo mena quel gigante fiero
Ad ambe mani, ed ha i denti serrati.
Il baron nostro sta su la vedetta:
Trista sua vita se quel colpo aspetta!

Ma certamente e' n'ebbe poca voglia;
Con un gran salto via se fu levato.
Radoppia il colpo il gigante con doglia;
Baiardo se gittò da l'altro lato.
- Può fare Iddio ch'una volta non coglia? -
Diceva il re Gradasso disperato;
E mena 'l terzo; ma nulla li vale:
Sempre Baiardo par che metta l'ale.

Poi che assai se ebbe indarno affaticato,
Delibra altrove sua forza mostrare,
E nella schiera de' nemici entrato
Cavagli e cavallier fa trabuccare.
Ma cento passi non è dislongato,
Che Ranaldo lo vene a travagliare;
E benché molto stretto non lo offenda,
Forza li è pur che ad altro non attenda.

Tornati sono alla cruda tenzone:
Bisogna che Ranaldo giochi netto.
Ecco venire il gigante Orïone,
Che se ne porta preso Ricciardetto.
Per li piedi il tenìa quel can fellone:
Forte cridava aiuto il giovanetto.
Quando Ranaldo a tal partito il vede,
Della compassïon morir si crede.

Così nel viso li abondava il pianto,
Che veder non poteva alcuna cosa;
Mai fu turbato alla sua vita tanto.
Or li monta la colora orgogliosa.
Ed io vi narrarò ne l'altro canto
Il fin della battaglia dubitosa,
Che, come io dissi, cominciò a l'aurora,
E durò tutto il giorno, e dura ancora.

Canto quinto

Voi vi doveti, segnor, racordare
Come Ranaldo forte era turbato
Veggendo Ricciardetto via portare.
Gradasso incontinente ebbe lasciato,
E il gran gigante viene ad afrontare.
Era quello Orïone ignudo nato;
Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura,
Che de coperta de arme nulla cura.

Ranaldo dismontò subito a piede,
Perché forte temeva di Baiardo
Per il gran tronco che al gigante vede;
Esser non li bisogna pigro o tardo.
Apena che Orïone estima o crede
Che si ritrova in terra un sì gagliardo
Che ardisca far con lui battaglia stretta:
Però si sta ridendo, e quello aspetta.

Ma non aveva Fusberta assaggiata,
Né le feroce braccia di Ranaldo,
Ché l'armatura se avrebbe augurata.
A due man mena il principe di saldo,
E nella cossa fa grande tagliata.
Quando Orïone sente il sangue caldo,
Tra' contra terra forte Ricciardetto,
Mugiando come un toro, il maledetto.

Stava disteso Ricciardetto in terra,
Senza alcun spirto, sbigotito e smorto;
E quel gigante il grande arboro afferra:
Ranaldo in su l'aviso stava accorto.
Quando Orïone il gran colpo disserra,
Non che lui solo, un monte ne avria morto;
Ranaldo indietro si retira un passo.
Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.

Non sa Ranaldo già più che si fare,
E certamente gli tocca paura.
Lui, che di core al mondo non ha pare,
Mena un gran colpo fuor d'ogni misura:
Fusberta se sentiva zuffellare.
Gionse Orïone al loco de cintura;
A meza spada nel fianco lo afferra:
Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.

Nulla dimora fa il franco barone,
Né pur guarda il gigante che è cascato,
Subitamente salta su l'arcione,
E contra di Gradasso se n'è andato.
Ma non se può levar de opinïone
Quel re il colpo che ha visto ismisurato;
Con la man disarmata ebbe a cignare
Verso Ranaldo, che li vôl parlare.

E ragionando poi con lui dicia:
- E' sarebbe, barone, un gran peccato
Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia,
Quanto ne hai oggi nel campo mostrato,
Perisse con sì brutta villania;
Ché tu sei da mia gente intornïato.
Come tu vedi, non te pôi partire:
Convienti esser pregione, o ver morire.

Ma Dio non voglia che cotal diffetto
Per me si faccia a un baron sì gagliardo;
Unde per mio onore io aggio eletto,
Da poi che 'l giorno de oggi è tanto tardo,
Che noi veniamo dimane allo effetto,
Io senza alfana, e tu senza Baiardo;
Ché la virtute de ogni cavalliero
Si disaguaglia assai per il destriero.

Ma con tal patto la battaglia sia,
Che stu me occidi o prendime pregione,
Ciascun chi è preso di tua compagnia,
O sia vasallo al re Marsilïone,
Seran lasciati su la fede mia;
Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone.
O vinca, o perda, poi me abbia a partire,
Né più in ponente mai debba venire. -

Ranaldo già non stette altro a pensare,
Ma subito rispose: - Alto segnore,
Questa battaglia che debbiamo fare,
Essere a me non può se non de onore.
E di prodecia sei sì singulare,
Che, essendo vinto da tanto valore,
Non mi serà vergogna cotal sorte,
Anci una gloria aver da te la morte.

Quanto alla prima parte, te rispondo
Che ben te voglio e debbo ringraziare,
Ma non che già mi trovi tanto al fondo,
Che da te debba la vita chiamare;
Perché, se armato fosse tutto 'l mondo,
Non potrebbe al partir mio divetare,
Non che voi tutti; e se forse hai talento
Farne la prova, io son molto contento. -

Incontinente se ebbeno accordare
Della battaglia tutto il conveniente:
Il loco sia nel litto apresso il mare,
Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente.
Ciascuno al suo talento se può armare
De arme a diffensa e di spada tagliente;
Lancia né mazza o dardo non si porta,
E denno andar soletti e senza scorta.

Ciascuno è molto bene apparecchiato
Per domatina alla zuffa venire;
Ogni vantaggio a mente hanno tornato,
Le usate offese e l'arte del scrimire.
Ma prima che alcun de essi venga armato,
De Angelica vi voglio alquanto dire;
La qual per arte, come ebbe a contare,
Dentro al Cataio se fece portare.

Benché lontana sia la giovanetta,
Non può Ranaldo levarse del core.
Come cerva ferita di saetta,
Che al lungo tempo accresce il suo dolore,
E quanto il corso più veloce affretta,
Più sangue perde ed ha pena maggiore:
Così ognor cresce alla donzella il caldo,
Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.

E non poteva la notte dormire,
Tanto la strenge il pensiero amoroso;
E se pur, vinta dal longo martìre,
Pigliava al far del giorno alcun riposo,
Sempre sognando stava in quel desire.
Ranaldo gli parea sempre crucioso
Fuggir, sì come fece in quella fiata
Che fu da lui nel bosco abandonata.

Essa tenea la faccia in ver ponente,
E sospirando e piangendo talora
Diceva: "In quella parte, in quella gente
Quel crudel tanto bello ora dimora.
Ahi lassa! Lui di me cura nïente!
E questo è sol la doglia che me accora:
Colui, che di durezza un sasso pare,
Contra a mia voglia a me il conviene amare.

Io aggio fatto ormai l'ultima prova
Di ciò che pôn gli incanti e le parole,
E l'erbe strane ho còlto a luna nova,
E le radice quando è oscuro il sole;
Né trovo che dal petto me rimova
Questa pena crudel, che al cor mi dole,
Erba né incanto o pietra precïosa:
Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.

Perché non venne lui sopra a quel prato,
Là dove io presi il suo saggio cugino?
Che certamente io non avria cridato.
Ora è pregione adesso quel meschino.
Ma incontinente serà liberato,
Acciò che quello ingrato peregrino
Cognosca in tutto la bontate mia,
Che dà tal merto a sua discortesia."

E detto questo se ne andò nel mare,
Là dove Malagise era pregione;
Con l'arte sua là giù si fe' portare,
Ché andarvi ad altra via non c'è ragione.
Malagise ode l'uscio disserrare,
E ben si crede in ferma opinïone,
Che sia il demonio, per farlo morire,
Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.

Gionta che fu là dentro la donzella,
Di farlo portar sopra ben si spaccia;
E poi che l'ebbe entro una sala bella,
La catena li sciolse dalle braccia;
E nulla per ancora gli favella,
Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia.
Come fu sciolto, li disse: - Barone,
Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.

Sì che, volendo una cortesia fare
A me, che fuor te trassi di quel fondo,
Da morte a vita mi pôi ritornare,
Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:
Dico Ranaldo, che mi fa penare.
A te la mia gran doglia non nascondo:
Penar fa me de amore in sì gran foco,
Che giorni e notte mai non trovo loco.

Se me prometti nel tuo sacramento
Far qua Ranaldo inanti a me venire,
Io te farò de una cosa contento,
Che forse de altra non hai più desire:
Darotti il libro tuo, se n'hai talento.
Ma guarda, stu prometti, non mentire;
Perché te aviso che uno annello ho in mano,
Che farà sempre ogni tuo incanto vano. -

Malagise non fa troppo parole,
Ma come a quella piace, così giura;
Né sa come Ranaldo non ne vôle,
Anci crede menarlo alla sicura.
Già se chinava allo occidente il sole;
Ma, come gionta fu la notte scura,
Malagise un demonio ha tolto sotto,
E via per l'aria se ne va di botto.

Quel demonio li parla tutta fiata
(E va volando per la notte bruna)
Della gente che in Spagna era arivata,
E come Ricciardetto ebbe fortuna,
E la battaglia come era ordinata.
Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna
Che quel demonio non la sappia dire;
Anci più dice, perché sa mentire.

E già son gionti presso a Barcellona
(Forse restava un'ora a farse giorno),
E Malagise il demonio abandona.
E per quei paviglion guardando intorno,
Dove sia de Ranaldo la persona,
E' dormir vede il cavallier adorno;
Nella trabacca sua stava colcato.
Malagise entra, ed ebbelo svegliato.

Quando Ranaldo vide la sua faccia,
Non fu nella sua vita sì contento;
Del trapontin se leva e quello abbraccia,
E delle volte lo baciò da cento.
Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia,
Ch'io son venuto sotto a sacramento.
Piacendo a te, me pôi deliberare:
Non te piacendo, in pregion vo' tornare.

Non aver nella mente alcun sospetto
Ch'io voglia che tu facci un gran periglio;
Con una fanciulletta andrai nel letto,
Netta come ambro, e bianca come un giglio.
Me trai di noia, e te poni in diletto.
Quella fanciulla dal viso vermiglio
È tal, che tu nol pensaresti mai:
Angelica è colei di cui parlai. -

Quando Ranaldo ha nominare inteso
Colei che tanto odiava nel suo core,
Dentro dal petto è di alta doglia acceso,
E tutto in viso li cangiò il colore.
Ora un partito, ora un altro n'ha preso
Di far risposta, e non la sa dir fuore;
Or la vôl fare, ora la vôl differire;
Ma nello effetto e' non sa che si dire.

Al fin, come persona valorosa
Che in zanze false non se sa coprire,
Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa
(E non ne trago il mio dover morire),
Ogni fortuna dura e spaventosa,
Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire,
Ogni periglio, per te liberare:
Dove Angelica sia, non voglio andare. -

E Malagise tal risposta odìa,
Qual già non aspettava in veritate.
Prega Ranaldo quanto più sapìa,
Non per merito alcun, ma per pietate,
Che nol ritorna in quella pregionia.
Or gli ricorda la sanguinitate,
Or le proferte fatte alcuna volta;
Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta.

Ma poi che un pezzo indarno ha predicato,
Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire,
Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingrato
Se non buttarli in occhio il ben servire.
Quasi per te ne l'inferno m'ho dato:
Tu me vôi far nella pregion morire.
Guârti da me; ch'io ti farò uno inganno,
Che ti farà vergogna, e forse danno. -

E, così detto, avante a lui se tolse.
Subitamente se fo dispartito;
E come fo nel loco dove volse
(Già caminando avea preso il partito),
Il suo libretto subito disciolse.
Chiama i demonii il negromante ardito;
Draginazo e Falsetta tra' da banda:
Agli altri il dipartir presto comanda.

Falsetta fa adobar com'uno araldo,
Il qual serviva al re Marsilïone.
L'insegna avea di Spagna quel ribaldo,
La cotta d'arme, e in mano il suo bastone.
Va messagiero a nome de Ranaldo,
E gionse di Gradasso al paviglione,
E dice a lui che a l'ora de la nona
Avrà Ranaldo in campo sua persona.

Gradasso lieto accetta quello invito,
E d'una coppa d'ôr l'ebbe donato.
Subito quel demonio è dipartito,
E tutto da quel che era, è tramutato;
Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito,
E molto drappo al capo ha inviluppato,
La veste lunga e d'ôr tutta vergata;
E di Gradasso porta l'ambasciata.

Proprio parea di Persia uno almansore,
Con la spada di legno e col gran corno;
E qui, davanti a ciascadun segnore,
Giura che all'ora primera del giorno,
Senza nïuna scusa e senza errore,
Serà nel campo il suo segnore adorno,
Solo ed armato, come fo promesso;
E ciò dice a Ranaldo per espresso.

In molta fretta se è Ranaldo armato;
E suoi gli sono intorno d'ogni banda.
Da parte Ricciardetto ebbe chiamato,
Il suo Baiardo assai gli racomanda.
- O sì, o no, - dicea - che sia tornato,
Io spero in Dio, che la vittoria manda;
Ma se altro piace a quel Segnor soprano,
Tu la sua gente torna a Carlo Mano.

Fin che sei vivo debbilo obedire,
Né guardar che facesse in altro modo.
Or ira, or sdegno m'han fatto fallire;
Ma chi dà calci contra a mur sì sodo,
Non fa le pietre, ma il suo piè stordire.
A quel segnor, dignissimo di lodo,
Che non ebbe al fallir mio mai riguardo,
S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. -

Molte altre cose ancora gli dicia;
Forte piangendo, in bocca l'ha baciato.
Soletto alla marina poi s'invia;
A piedi sopra il litto fo arivato.
Quivi d'intorno alcun non apparia.
Era un naviglio alla riva attaccato,
Sopra di quel persona non appare:
Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.

Or ecco Draginazo che s'appara;
Proprio è Gradasso, ed ha la sopravesta
Tutta d'azurro e d'ôr dentro la sbara,
E la corona d'ôr sopra la testa,
L'armi forbite e la gran simitara,
E 'l bianco corno, che giamai non resta,
E per cimero una bandiera bianca;
In summa di quel re nulla gli manca.

Questo demonio ne vene sul campo:
Il passeggiare ha proprio di Gradasso;
Ben dadovero par ch'el butti vampo.
La simitara trasse con fraccasso.
Ranaldo, che non vôle avere inciampo,
Sta su l'aviso e tiene il brando basso;
Ma Draginazo con molta tempesta
Li calla un colpo al dritto della testa.

Ranaldo ebbe quel colpo a riparare:
D'un gran riverso gli tira alla cossa.
Or cominciano e colpi a radoppiare;
A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa.
Mo comincia Ranaldo a soffïare,
E vôl mostrare a un punto la sua possa:
Il scudo che avea in braccio getta a terra,
La sua Fusberta ad ambe mane afferra.

Così crucioso, con la mente altiera,
Sopra del colpo tutto se abandona.
Per terra va la candida bandiera;
Calla Fusberta sopra alla corona,
E la barbuta getta tutta intiera.
Nel scudo d'osso il gran colpo risuona,
E dalla cima al fondo lo disserra;
Mette Fusberta un palmo sotto terra.

Ben prese il tempo il demonio scaltrito:
Volta le spalle, e comincia a fuggire.
Crede Ranaldo averlo sbigotito,
E de allegrezza sé non può soffrire.
Quel maledetto al mar se n'è fuggito;
Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire,
Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo:
Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.

Or debbe far un re sì fatta prova?
Non te vergogni le spalle voltare?
Torna nel campo e Baiardo ritrova:
La meglior bestia non puoi cavalcare.
Ben è guarnito ed ha la sella nova,
E pur ier sira lo feci ferrare.
Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada?
Eccolo quivi, in ponta a questa spada. -

Ma quel demonio nïente l'aspetta,
Anci pariva dal vento portato.
Passa ne l'acqua, e pare una saetta,
E sopra quel naviglio fo montato.
Ranaldo incontinente in mar se getta,
E poi che sopra al legno fo arivato,
Vede il nemico, e un gran colpo gli mena:
Quel per la poppa salta alla carena.

Ranaldo ognior più drieto se gl'incora,
E con Fusberta giù pur l'ha seguìto.
Quel sempre fugge, e n'esce per la prora.
Era 'l naviglio da terra partito,
Né pur Ranaldo se n'avede ancora,
Tanto è dietro al nemico invellenito;
Ed è dentro nel mar già sette miglia,
Quando disparve quella meraviglia.

Quello andò in fumo. Or non me domandate
Se meraviglia Ranaldo se dona.
Tutte le parte del legno ha cercate:
Sopra al naviglio più non è persona.
La vella è piena, e le sarte tirate;
Camina ad alto e la terra abandona.
Ranaldo sta soletto sopra al legno:
Oh quanto se lamenta il baron degno!

"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccato
M'hai tu mandato cotanta sciagura?
Ben mi confesso che molto ho fallato,
Ma questa penitenzia è troppo dura.
Io son sempre in eterno vergognato,
Ché certo la mia mente è ben sicura
Che, racontando quel che me è accaduto,
Io dirò il vero, e non serà creduto.

La sua gente mi dette il mio segnore,
E quasi il stato suo mi pose in mano:
Io, vil, codardo, falso, traditore,
Gli lascio in terra e nel mar me allontano;
Ed or mi par d'odir l'alto romore
Della gran gente del popol pagano;
Parmi de' miei compagni odir le strida,
Veder parmi l'Alfrera che gli occida.

Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso
Sì giovanetto, tra cotanta gente?
E voi, che pregion seti di Gradasso,
Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente?
Or foss'io stato della vita casso,
Quando in Spagna passai primeramente!
Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto:
Questa vergogna ha l'onor mio coperto.

Io me ne vado; or chi farà mia scusa,
Quando serò de codardia appellato?
Chi non sta al paragon, se stesso accusa:
Più non son cavallier, ma riprovato.
Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa,
E per lui nel suo loco impregionato!
Per lui dovessi in tormento morire!
Ch'io non ne sentirei mità martìre.

Che se dirà di me nella gran corte,
Quando serà sentito il fatto in Franza?
Quanto Mongrana se dolerà forte
Che il sangue suo commetta tal mancanza!
Come trionfaranno in su le porte
Gaino con tutta casa di Maganza!
Ahimè! Già puote dirli traditore:
Parlar non posso più; son senza onore."

Così diceva quel baron pregiato,
Ed altro ancora nel suo lamentare;
E ben tre volte fu deliberato
Con la sua spada se stesso passare;
E ben tre volte, come disperato,
Come era armato, gettarse nel mare:
Sempre il timor de l'anima e lo inferno
Li vetò far di sé quel mal governo.

La nave tutta fiata via camina,
E fuor del stretto è già trecento miglia.
Non va il delfino per l'onda marina,
Quanto va questo legno a meraviglia.
A man sinistra la prora se inchina,
Volto ha la poppa al vento di Sibiglia;
Né così stette volta, e in uno istante
Tutta se è volta incontra di levante.

Fornita era la nave da ogni banda,
Eccetto che persona non li appare,
Di pane e vino ed ottima vivanda.
Ranaldo ha poca voglia di mangiare:
In genocchione a Dio si racomanda;
E così stando, se vede arivare
Ad un giardin, dove è un palagio adorno;
Il mare ha quel giardin d'intorno intorno.

Or qui lasciar lo voglio nel giardino,
Che sentirete poi mirabil cosa,
E tornar voglio a Orlando paladino,
Qual, come io dissi, con mente amorosa
Verso levante ha preso il suo camino;
Giorno né notte mai non se riposa,
Sol per cercare Angelica la bella,
Né trova chi di lei sappia novella.

Il fiume della Tana avea passato,
Ed è soletto il franco cavalliero.
In tutto il giorno alcun non ha trovato:
Presso alla sera riscontra un palmiero.
Vecchio era assai e molto adolorato,
Cridando: - Oh caso dispietato e fiero!
Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio?
Figliol mio dolce, te acomando a Dio! -

- Se Dio te aiute, dimme, peregrino,
Quella cagion che te fa lamentare. -
Così diceva Orlando; e quel meschino
Comincia il pianto forte a radoppiare,
Dicendo: - Lasso! misero! tapino!
Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. -
Orlando di pregarlo non vien meno
Che il fatto gli raconti tutto a pieno.

- Dirotti la cagion perch'io me doglio, -
Rispose lui, - da poi che il vôi sapere.
Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio,
Che a la tua vista pô chiaro apparere;
Non a me, che non vedo come io soglio,
Per pianger molto e per molti anni avere.
La ripa di quel scoglio è d'erba priva,
E di colore assembra a fiamma viva.

Alla sua cima una voce risuona,
Non se ode al mondo la più spaventosa;
Ma già non te so dir ciò che ragiona.
Corre di sotto una acqua furïosa,
Che cinge il scoglio a guisa di corona.
Un ponte vi è di pietra tenebrosa,
Con una porta che assembra a diamante;
E stavvi sopra armato un gran gigante.

Un giovanetto mio figliuolo ed io
Quivi dapresso passavam pur ora;
E quel gigante maledetto e rio,
Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora,
Sì de nascoso prese il figliol mio;
Hassel portato, e credo che il divora.
La cagion de che io piango, or saverai;
Per mio consiglio indietro tornarai. -

Pensossi un poco, e poi rispose Orlando:
- Io voglio ad ogni modo avanti andare. -
Disse il palmiero: - A Dio ti racomando,
Tu non debbi aver voglia di campare.
Ma credi a me, che il ver te dico: quando
Avrai quel fier gigante a remirare,
Che tanto è lungo e sì membruto e grosso,
Pel non avrai che non ti tremi adosso. -

Risene Orlando, e preselo a pregare
Che per Dio l'abbia un poco ivi aspettato,
E se nol vede presto ritornare,
Via se ne vada senza altro combiato.
Il termine de un'ora li ebbe a dare,
Poi verso il scoglio rosso se n'è andato.
Disse il gigante, veggendol venire:
- Cavallier franco, non voler morire.

Quivi m'ha posto il re di Circasia,
Perch'io non lasci alcuno oltra passare;
Ché sopra al scoglio sta una fera ria,
Anci un gran mostro se debbe appellare,
Che a ciascadun che passa in questa via,
Ciò che dimanda, suole indivinare;
Ma poi bisogna che anco egli indivina
Quel che la dice, o che qua giù il roina. -

Orlando del fanciullo adimandone:
Rispose averlo e volerlo tenire;
Onde per questo fu la questïone,
E cominciorno l'un l'altro a ferire.
Questo ha la spada, e quell'altro il bastone:
Ad un ad un non voglio i colpi dire.
Al fine Orlando tanto l'ha percosso,
Che quel si rese e disse: - Più non posso. -

Così riscosse Orlando il giovanetto,
E ritornollo al padre lacrimoso.
Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,
Che nella tasca tenìa nascoso.
Di questo fuor sviluppa un bel libretto,
Coperto ad oro e smalto luminoso;
Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto,
Sempre in mia vita ti serò tenuto.

E s'io volessi te remeritare,
Non bastarebbe mia possanza umana.
Questo libretto voglilo accettare,
Che è de virtù mirabile e soprana,
Perché ogni dubbioso ragionare
Su queste carte si dichiara e spiana. -
E, donatogli il libro, disse: - Addio! -
E molto allegro da lui se partio.

Orlando s'arestò col libro in mano,
E fra se stesso comincia a pensare;
Mirando al scoglio che è cotanto altano,
Ad ogni modo in cima vôl montare,
E vôl veder quel mostro tanto istrano,
Che ogni dimanda sapea indivinare.
E sol per questo volea far la prova,
Per saper dove Angelica si trova.

Passa nel ponte con vista sicura,
Ché già non lo divieta quel gigante.
Egli ha provata Durindana dura,
Dàgli la strata: Orlando passa avante.
Per una tomba tenebrosa e oscura
Monta alla cima quel baron aitante,
Dove, entro a un sasso rotto per traverso,
Stava quel mostro orribile e diverso.

Avea crin d'oro e la faccia ridente
Come donzella, e petto di lione,
Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,
Le braccie d'orso e branche di grifone,
E busto e corpo e coda di serpente;
L'ale depinte avea come pavone.
Sempre battendo la coda lavora,
Con essa e sassi e il forte monte fora.

Quando quel mostro vede il cavalliero,
Distese l'ale e la coda coperse:
Altro che il viso non mostrava intiero.
La pietra sotto lui tutta se aperse.
Orlando disse a lui con viso fiero:
- Tra le provenze e le lingue diverse,
Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora,
Dimmi ove adesso Angelica dimora. -

Dolce parlando, la maligna fiera
Così risponde a quel che Orlando chiede:
- Quella per cui tua mente se dispera,
Presso al Cataio in Albraca si vede.
Ma tu respondi ancora a mia manera:
Qual animal passeggia senza piede?
E poi qual altro al mondo se ritrova,
Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -

Pensa Orlando alla dimanda strana,
Né sa di quella punto sviluppare:
Senza dire altro trasse Durindana.
Quella comincia intorno a lui volare;
Or lo ferisce tutta subitana,
Or lo minaccia e fallo intorno andare,
Or di coda lo batte, or dello ungione:
Ben li è mistiero aver sua fatasone.

Che se non fosse lui stato afatato,
Come era tutto, il cavalliero eletto,
Ben cento volte l'arebbe passato,
D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto.
Quando fu Orlando assai ben regirato,
L'ira li monta e crescegli il dispetto;
Adocchia il tempo e, quando quella cala,
Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.

Cridando il crudel mostro cade a terra;
Longe d'intorno fu quel crido odito.
Le gambe a Orlando con la coda afferra,
E con le branche il scudo li ha gremito.
Ma presto fu finita questa guerra,
Perché nel ventre Orlando l'ha ferito;
Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato,
Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.

Smonta la ripa e prende il suo destriero,
Forte camina, come inamorato;
E cavalcando li venne in pensiero
De ciò che il mostro l'avea dimandato.
Tornagli a mente il libro del palmiero,
E fra sé disse: "Io fui ben smemorato!
Senza battaglia potea satisfare.
Ma così piacque a Dio che avesse andare."

E guardando nel libro, pone cura
Quel che disse la fera indivinare;
Vede il vecchio marino e sua natura,
Che con l'ale che nota, ha a passeggiare;
Poi vede che l'umana creatura
In quattro piedi comincia ad andare,
E poi con duo, quando non va carpone;
Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.

Leggendo il libro gionse a una rivera
De una acqua negra, orribile e profonda.
Passar non puote per nulla maniera,
Ché derupata è l'una e l'altra sponda.
Lui de trovare il varco pur se spera,
E, cavalcando il fiume alla seconda,
Vede un gran ponte e un gigante che guarda:
Vassene Orlando a lui, ché già non tarda.

Come 'l gigante il vide, prese a dire:
- Misero cavallier! Malvagia sorte
Fu quella che ti fece qui venire.
Sappi che questo è il Ponte della Morte;
Né più di qui ti potresti partire,
Perché son strate inviluppate e torte,
Che pur al fiume te menan d'ogniora:
Convien che un di noi doi sul ponte mora. -

Questo gigante che guardava il ponte,
Fu nominato Zambardo il robusto:
Più de duo piedi avea larga la fronte,
Ed a proporzïon poi l'altro busto.
Armato proprio rasembrava un monte,
E tenea in man di ferro un grosso fusto;
Dal fusto uscivan poi cinque catene,
Ciascuna una pallotta in cima tiene:

Ogni pallotta vinte libbre pesa.
Da capo a piede è di un serpente armato,
Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;
La simitara avea dal manco lato.
Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa,
Perché, quando alcun l'abbia contrastato,
Ed abbia ardire e forza a meraviglia,
Con la rete di ferro al fine il piglia.

E questa rete non si può vedere,
Perché coperta è tutta ne l'arena;
Lui col piede la scocca a suo piacere,
E il cavallier con quella al fiume mena.
Rimedio non si pote a questo avere;
Qualunche è preso, è morto con gran pena.
Non sa di questa cosa il franco conte:
Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.

Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,
Guarda il nemico grande ed aiutante;
Tanto ne cura il senator romano,
Quanto quel fusse un piccoletto infante.
Dura battaglia fu sopra quel piano.
Ma in questo canto più non dico avante,
Ché quello assalto è tanto faticoso,
Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.

Canto sesto

Stati ad odir, segnor, la gran battaglia,
Che un'altra non fu mai cotanto oscura.
Di sopra odisti la forza e la taglia
De Zambardo, diversa creatura.
Ora odireti con quanta travaglia
Fu combattuto, e la disaventura
Che intravenne ad Orlando senatore,
Qual forse non fu mai, né fia maggiore.

Lo ardito cavallier monta su il ponte;
Zambardo la sua mazza in mano afferra.
A mezza cossa non li aggiunge il conte,
Ma con gran salti si leva da terra,
Sì che ben spesso li tien fronte a fronte.
Ecco il gigante che il baston disserra:
Orlando vede il colpo che vien d'alto,
Da l'altro canto se gittò de un salto.

Forte se turba quel saracin fello;
Ma ben lo fece Orlando più turbare,
Perché nel braccio il gionse a tal flagello,
Che il baston fece per terra cascare.
Subitamente poi parve uno uccello,
Che l'altro colpo avesse a radoppiare;
Ma tanto è duro il cor' di quel serpente,
Che sempre poco ne tocca, o nïente.

La simitara avea tratto Zambardo,
Da poi ch'in terra gli cadde il bastone.
Ben vide quel barone esser gagliardo,
E de adoprar la rete fa rasone;
Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo.
Or mena della spada un riversone;
A meza guancia fu il colpo diverso:
Ben vinti passi Orlando andò in traverso.

Per questo è il conte forte riscaldato,
Il viso gli comincia a lampeggiare;
L'un e l'altro occhio aveva stralunato.
Questo gigante ormai non può campare:
Il colpo mena tanto infulminato,
Che Durindana facea vinculare,
Ed era grossa, come Turpin conta,
Ben quattro dita da l'elcio alla ponta.

Orlando lo colpisce nel gallone,
Spezza le scaglie e il dosso del serpente.
Avea cinto di ferro un corrigione:
Tutto lo parte quel brando tagliente.
Sotto lo usbergo stava il pancirone,
Ma Durindana ciò non cura niente;
E certamente per mezo il tagliava,
Se per lui stesso a terra non cascava.

A terra cadde, o per voglia, o per caso,
Io nol so dir; ma tutto se distese.
Color nel volto non gli era rimaso,
Quando vidde il gran colpo sì palese;
Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso.
Il suo baston, ch'è in terra, ancor riprese;
Così a traverso verso Orlando mena,
E gionsel proprio a mezo alla catena.

Il conte di quel colpo andò per terra,
E l'un vicino a l'altro era caduto.
Così distesi, ancora se fan guerra;
Più presto in piedi Orlando è rivenuto.
Nella barbuta ad ambe man lo afferra;
Lui anco è preso dal gigante arguto,
E stretto se lo abbraccia sopra al petto;
Via ne 'l porta nel fiume il maledetto.

Orlando ad ambe man gli batte il volto,
Ché Durindana in terra avea lasciata;
Sì forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto:
Cadde il gigante in terra un'altra fiata.
Incontinente il conte si è rivolto
Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata.
Balordito è il gigante, e non gli vede,
Ma al dispetto de Orlando salta in piede.

Or si rinova il dispietato assalto:
Questo ha il bastone, e quello ha Durindana.
Già nol puotea ferire Orlando ad alto,
Standose fermo in su la terra piana,
Ma sempre nel colpire alciava un salto:
Battaglia non fu mai tanto villana.
Vero è che Orlando del scrimire ha l'arte;
Già ferito è il gigante in quattro parte.

Mostra Zambardo un colpo radoppiare,
Ma nel ferire a mezo se rafrena;
E, come vede Orlando indietro andare,
Passagli adosso, e forte a due man mena.
Non vale a Orlando il suo presto saltare;
Sibilla il cielo e suona ogni catena.
Non se smarisce quel conte animoso,
Col brando incontra 'l colpo roïnoso:

Ed ha rotto il bastone e fraccassato.
E non crediati poi ch'el stia a dormire;
Ma d'un riverso al fianco gli ha menato,
Là dove l'altra volta ebbe a colpire.
Quivi il cor' del serpente era tagliato:
Or che potrà Zambardo ben guarnire?
Ché Durindana vien con tal furore,
Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore.

Quasi il parte da l'uno a l'altro fianco
(Da un lato se tenea poco, o nïente).
Venne il gigante in faccia tutto bianco,
E vede ben che è morto veramente.
Forte la terra batte col piè stanco,
E la rete si scocca incontinente,
E con tanto furor agrappa Orlando,
Che nel pigliar de man li trasse 'l brando.

Le braccia al busto li strenge con pena,
Che già non si poteva dimenare;
Tanto ha grossa la rete ogni catena,
Che ad ambe man non si puotria pigliare.
- O Dio del celo, o Vergine serena, -
Diceva il conte - debbiame aiutare! -
Alor che quella rete Orlando afferra,
Cadde Zambardo morto in su la terra.

Solitario è quel loco e sì diserto,
Che rare volte gli venìa persona.
Legato è il conte sotto il celo aperto;
Ogni speranza al tutto l'abandona.
Perduto è de l'ardire ogni suo merto:
Non gli val forza, né armatura buona.
Senza mangiare un dì stette in quel loco,
E quella notte dormì molto poco.

Così quel giorno e la notte passava;
Cresce la fame, e la speranza manca.
A ciò che sente d'intorno, guardava:
Ed ecco un frate con la barba bianca.
Come lo vidde, il conte lo chiamava,
Quanto levar puotea la voce stanca:
- Patre, amico de Dio, donami aiuto!
Ch'io sono al fin della vita venuto. -

Forte si meraviglia il vecchio frate,
E tutte le catene va mirando;
Ma non sa come averle dischiavate.
Diceva il conte: - Pigliate il mio brando,
E sopra a me questa rete tagliate. -
Rispose il frate: - A Dio te racomando,
S'io te occidessi, io serìa irregulare;
Questa malvagità non voglio fare. -

- Stati securo in su la fede mia, -
Diceva Orlando - ch'io son tanto armato,
Che quella spada non mi tagliaria. -
Così dicendo tanto l'ha pregato,
Che il monaco quel brando pur prendia:
Apena che di terra l'ha levato.
Quanto può l'alcia sopra alla catena:
Non che la rompa, ma la segna apena.

Poi che se vidde indarno affaticare,
Getta la spada, e con parlare umano
Comincia 'l cavalliero a confortare:
- Vogli morir - dicea - come cristiano,
Né ti voler per questo disperare.
Abbi speranza nel Segnor soprano,
Ché, avendo in pacïenzia questa morte,
Te farà cavallier della sua corte. -

Molte altre cose assai gli sapea dire,
E tutto il martilogio gli ha contato,
La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:
Chi crucifisso, e chi fo scorticato.
Dicea: - Figliolo, il te convien morire:
Abbine Dio del celo ringraziato. -
Rispose Orlando, con parlar modesto:
- Ringraziato sia lui, ma non di questo;

Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto.
Mal aggia l'asinel che t'ha portato!
Se un giovane venìa, non serìa morto:
Non potea giunger qui più sciagurato. -
Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto,
Io vedo ben che tu sei disperato.
Poi che ti è forza la vita lasciare,
L'anima pensa, e non l'abbandonare.

Tu sei barone di tanta presenza,
E lascite alla morte spaventare?
Sappi che la divina Provvidenza
Non abandona chi in lei vôl sperare:
Troppo è dismisurata sua potenza!
Io di me stesso ti voglio contare,
Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:
Odi da qual fortuna io son campato.

Tre frati ed io di Ermenia se partimo,
Per andar al perdono in Zorzania;
E smarrimo la strata, come io stimo,
Ed arivamo quivi in Circasia.
Un fraticel de' nostri andava primo,
Perché diceva lui saper la via.
Ed ecco indietro correndo è rivolto,
Cridando aiuto, e pallido nel volto.

Tutti guardamo; ed ecco giù del monte
Venne un gigante troppo smisurato.
Un occhio solo aveva in mezo al fronte;
Io non ti sapria dir de che era armato:
Pareano ungie di draco insieme agionte.
Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;
Ma ciò non bisognava a nostra presa,
Che tutti ce legò senza contesa.

A una spelonca dentro ce fe' entrare,
Dove molti altri avea nella pregione;
Lì con questi occhi miei viddi io sbranare
Un nostro fraticel, che era garzone;
E così crudo lo viddi mangiare,
Che mai non fo maggior compassïone.
Poi volto a me dicea: "Questo letame
Non se potrà mangiar, se non con fame";

E con un piè mi trabuccò del sasso.
Era quel scoglio orribile ed arguto:
Trecento braccia è dalla cima al basso.
In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;
Perché ruinando io giù tutto in un fasso,
Me fo un ramo de pruno in man venuto,
Che uscia del scoglio con branchi spinosi;
A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.

Io stavo queto e pur non soffiava,
Fin che venuto fu la notte oscura. -
Mentre che 'l frate così ragionava
Guardosse indietro, e con molta paura
Fuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava
- Ecco la maladetta creatura,
Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio.
Franco barone, io te acomando a Dio. -

Così li disse, e più non aspettava,
Ché presto nella selva se nascose.
Quel gigante crudel quivi arivava:
La barba e le mascielle ha sanguinose;
Con quel grande occhio d'intorno guardava.
Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;
Sul col lo abbranca e forte lo dimena,
Ma nol può sviluppar della catena.

- Io non vo' già lasciar questo grandone, -
Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato;
Debbe esser sodo come un bon montone:
Integro a cena me lo avrò mangiato,
Sol de una spalla vo' fare un boccone. -
Così dicendo, ha il grande occhio voltato,
E vede Durindana su la terra:
Presto se china e quella in mano afferra.

E soi tre dardi e il suo baston ferrato
Ad una quercia avea posati apena,
Che Durindana, quel brando afilato,
Con ambe mano adosso a Orlando mena;
Lui non occise, perché era fatato,
Ma ben gli taglia adosso ogni catena;
E sì gran bastonata sente il conte,
Che tutto suda dai piedi alla fronte.

Ma tanto è l'allegrezza de esser sciolto,
Che nulla cura quella passïone.
Dalle man del gigante è presto tolto;
Corre alla quercia, e piglia il gran bastone.
Quel dispietato se turbò nel volto,
Ché se 'l credea portar come un castrone:
Poi che altramente vede il fatto andare,
Per forza se il destina conquistare.

Come sapiti, essi hanno arme cambiate.
Orlando teme assai della sua spada,
Però non se avicina molte fiate;
Da largo quel gigante tiene a bada.
Ma lui menava botte disperate:
Il conte non ne vôl di quella biada;
Or là, or qua giamai fermo non tarda,
E da sua Durindana ben se guarda.

Batte spesso il gigante del bastone,
Ma tanto viene a dir come nïente,
Ché quello è armato d'ungie de grifone:
Più dura cosa non è veramente.
Per lunga stracca pensa quel barone
Che nei tre giorni pur sarà vincente;
E mentre che 'l combatte in tal riguardo,
Muta pensiero, e prende in mano un dardo.

Un di quei dardi che lasciò il gigante;
Orlando prestamente in man l'ha tolto.
Non fallò il colpo quel segnor d'Anglante,
Ché proprio a mezo l'occhio l'ebbe còlto.
Un sol n'avea, come odisti davante,
E quel sopra del naso in cima al volto:
Per quello occhio andò il dardo entro al cervello;
Cade il gigante in terra con flagello.

Non fa più colpo a sua morte mistiero:
Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia.
Ora ritorna il frate in sul sentiero,
Ma come vede quel gigante in faccia,
Ben che sia morto, li parve sì fiero,
Che ancor fuggendo nel bosco si caccia.
Ridendo Orlando il chiama ed assicura:
E quel ritorna, ed ha pur gran paura.

E poi diceva: - O cavallier de Dio,
Ché ben così ti debbo nominare,
Opera de un baron devoto e pio
Serà de morte l'anime campare
Che avea nella pregion quel mostro rio:
Alla spelonca te saprò guidare.
Ma se un gigante fosse rivenuto,
Da me non aspettare alcuno aiuto. -

Così dicendo alla spelonca il guida,
Ma de entrar dentro il frate dubitava.
Orlando in su la bocca forte crida:
Una gran pietra quel buco serrava.
Là giù se odino voce in pianto e strida,
Ché quella gente forte lamentava.
La pietra era de un pezzo, quadra e dura;
Dece piedi è ogni quadro per misura.

Aveva un piede e mezo di grossezza,
Con due catene quella si sbarava.
In questo loco infinita fortezza
Volse mostrare il gran conte di Brava;
Con Durindana le catene spezza,
Poi su le braccia la pietra levava;
E tutti quei prigion subito sciolse,
Ed andò ciascadun là dove volse.

De qui se parte il conte, e lascia il frate;
Va per la selva dietro ad un sentiero,
E gionse proprio dove quattro strate
Faceano croce; e stava in gran pensiero
Qual de esse meni alle terre abitate.
Vede per l'una venire un correro;
Con molta fretta quel correro andava:
Il conte de novelle il dimandava.

Dicea colui: - Di Media son venuto,
E voglio andare al re di Circasia;
Per tutto il mondo vo' cercando aiuto
Per una dama, che è regina mia.
Ora ascoltati il caso intravenuto:
Il grande imperator di Tartaria
De la regina è inamorato forte,
Ma quella dama a lui vôl mal di morte.

Il patre della dama, Galifrone,
È omo antiquo ed amator di pace;
Né col Tartaro vôl la questïone,
Ché quello è un segnor forte e troppo audace.
Vôl che la figlia, contra a ogni ragione,
Prenda colui che tanto li dispiace:
La damigella prima vôl morire
Che alla voglia del patre consentire.

Ella ne è dentro ad Albraca fuggita,
Che longe è dal Cataio una giornata;
Ed è una rocca forte e ben guarnita,
Da fare a lungo assedio gran durata.
Lì dentro adesso è la dama polita,
Angelica nel mondo nominata;
Ché qualunche è nel cel più chiara stella,
Ha manco luce ed è di lei men bella. -

Poi che partito fo quel messagiero,
Orlando via cavalca alla spiccata;
E ben pare a se stesso nel pensiero
Aver la bella dama guadagnata.
Così pensando, il franco cavalliero
Vede una torre con lunga murata,
La qual chiudeva de uno ad altro monte;
Di sotto ha una rivera con un ponte.

Sopra a quel ponte stava una donzella,
Con una coppa di cristallo in mano.
Veggendo il conte, con dolce favella
Fassigli incontra, e con un viso umano
Dice: - Baron, che seti su la sella,
Se avanti andati, vo' andareti in vano.
Per forza o ingegno non si può passare:
La nostra usanza vi convien servare.

Ed è l'usanza che in questo cristallo
Bever conviensi di questa rivera. -
Non pensa il conte inganno o altro fallo:
Prende la coppa piena, e beve intera.
Come ha bevuto, non fa lungo stallo
Che tutto è tramutato a quel che egli era;
Né sa per che qui venne, o come, o quando,
Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.

Angelica la bella gli è fuggita
Fuor della mente, e lo infinito amore
Che tanto ha travagliata la sua vita;
Non se ricorda Carlo imperatore.
Ogni altra cosa ha del petto bandita,
Sol la nova donzella gli è nel core;
Non che di lei se speri aver piacere,
Ma sta suggetto ad ogni suo volere.

Entra la porta sopra a Brigliadoro,
Fuor di se stesso, quel conte di Brava.
Smonta a un palagio de sì bel lavoro,
Che per gran meraviglia il riguardava;
Sopra a colonne de ambro e base d'oro
Una ampla e ricca logia se posava;
Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,
Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto.

Davanti della logia un giardin era,
Di verdi cedri e di palme adombrato,
E de arbori gentil de ogni maniera.
Di sotto a questi verdeggiava un prato,
Nel qual sempre fioriva primavera:
Di marmoro era tutto circondato;
E da ciascuna pianta e ciascun fiore
Usciva un fiato di suave odore.

Posesi il conte la logia a mirare,
Che avea tre facce, ciascuna depinta.
Sì seppe quel maestro lavorare,
Che la natura vi serebbe vinta.
Mentre che il conte stava a riguardare,
Vide una istoria nobile e distinta.
Donzelle e cavallieri eran coloro:
Il nome de ciascuno è scritto d'oro.

Era una giovanetta in ripa al mare,
Sì vivamente in viso colorita,
Che, chi la vede, par che oda parlare.
Questa ciascuno alla sua ripa invita,
Poi li fa tutti in bestie tramutare.
La forma umana si vedia rapita;
Chi lupo, chi leone e chi cingiale,
Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale.

Vedevasi arivar quivi una nave,
E un cavalliero uscir di quella fuore,
Che con bel viso e con parlar suave
Quella donzella accende del suo amore.
Essa pareva donarli la chiave,
Sotto la qual si guarda quel liquore,
Col qual più fiate quella dama altera
Tanti baron avea mutati in fera.

Poi si vedea lei tanto accecata
Del grande amor che portava al barone,
Che dalla sua stessa arte era ingannata,
Bevendo al napo della incantasone;
Ed era in bianca cerva tramutata,
E da poi presa in una cacciasone
(Circella era chiamata quella dama):
Dolesi quel baron che lei tanto ama.

Tutta la istoria sua ve era compita,
Come lui fugge, e lei dama tornava.
La depintura è sì ricca e polita,
Che d'ôr tutto il giardino aluminava.
Il conte, che ha la mente sbigotita,
Fuor de ogni altro pensier quella mirava.
Mentre che de se stesso è tutto fore,
Sente far nel giardino un gran romore.

Ma poi vi contarò di passo in passo
Di quel romore, e chi ne fu cagione.
Ora voglio tornare al re Gradasso,
Che tutto armato, come campïone,
Alla marina giù discese al basso.
Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone:
Or pensati se il debbe aspettare,
Ché quel dua millia leghe è longe in mare.

Ma poi che vede il cel tutto stellato,
E che Ranaldo pur non è apparito,
Credendo certamente esser gabato
Ritorna al campo tutto invelenito.
Diciam de Ricciardetto adolorato,
Che, poi che vede il giorno esserne gito,
E che non è tornato il suo germano,
O morto, o preso lo crede certano.

De l'animo che egli è, voi lo pensati;
Ma non lo abatte già tanto il dolore,
Che non abbia i Cristian tutti adunati,
E del suo dipartir conta il tenore;
E quella notte se ne sono andati.
Non ebbeno i Pagani alcun sentore;
Ché ben tre leghe il sir di Montealbano
Dal re Marsilio aloggiava lontano.

Via caminando van senza riposo,
Fin che son gionti di Francia al confino.
Or tornamo a Gradasso furïoso:
Tutta sua gente fa armare al matino.
Marsilio da altra parte è pauroso,
Ché preso è Ferraguto e Serpentino,
Né vi ha baron che ardisca di star saldo:
Fugirno i Cristïan, perso è Ranaldo.

Viene lui stesso, con basso visaggio,
Avante al re Gradasso ingenocchione;
De' Cristïani raconta lo oltraggio,
Che fuggito è Ranaldo, quel giottone.
Esso promette voler fare omaggio,
Tenir il regno come suo barone;
Ed in poche parole èssi acordato;
L'un campo e l'altro insieme è mescolato.

Uscì Grandonio fuor de Barcellona;
E fece poi Marsilio il giuramento
Di seguir de Gradasso la corona
Contra di Carlo e del suo tenimento.
Esso in secreto e palese ragiona
Che disfarà Parigi al fondamento,
Se non gli è dato il suo Baiardo in mano;
E tutta Francia vôl gettare al piano.

Già Ricciardetto con tutta la gente
È gionto dal re Carlo imperatore;
Ma di Ranaldo non sa dir nïente.
Di questo è nato in corte un gran romore.
Quei di Magancia assai vilanamente
Dicono che Ranaldo è un traditore.
Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire,
E vôl battaglia con chi lo vôl dire.

Ma il re Gradasso ha già passati i monti,
Ed a Parise se ne vien disteso.
Raduna Carlo soi principi e conti,
E bastagli lo ardir de esser diffeso.
Nella cità guarnisce torre e ponti,
Ogni partito della guerra è preso.
Stanno ordinati; ed ecco una matina
Vedon venir la gente saracina.

Lo imperatore ha le schiere ordinate
Già molti giorni avanti nella terra.
Or le bandiere tutte son spiegate,
E suonan gl'instrumenti de la guerra.
Tutte le gente sono in piaza armate,
La porta di San Celso se disserra;
Pedoni avanti, e dietro i cavallieri:
Il primo assalto fa il danese Ogieri.

Il re Gradasso ha sua gente partita
In cinque parte, ognuna è gran battaglia.
La prima è de India una gente infinita:
Tutti son negri la brutta canaglia.
Sotto a duo re sta questa gente unita:
Cardone è l'uno, e come cane abaglia;
Il suo compagno è il dispietato Urnasso,
Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.

A Stracciaberra la seconda tocca.
Mai non fu la più brutta creatura:
Dui denti ha de cingial fuor della bocca,
Sol nella vista a ogni om mette paura.
Con lui Francardo, che con l'arco scocca
Dardi ben lunghi e grossi oltra misura.
Di Taprobana è poi la terza schiera;
Conducela il suo re, e quello è l'Alfrera.

La quarta è tutta la gente di Spagna,
Il re Marsilio ed ogni suo barone.
La quinta, che empie il monte e la campagna,
È proprio di Gradasso il suo penone;
Tanta è la gente smisurata e magna,
Che non se ne può far descrizïone.
Ma parlamo ora del forte Danese,
Che con Cardone è già gionto alle prese.

Dodeci millia di bella brigata
Mena il danese Ogieri alla battaglia,
E tutta insieme stretta e ben serrata;
La schiera de quei negri apre e sbaraglia.
Contra a Cardone ha la lancia arestata:
Quel brutto viso come un cane abaglia;
Sopra un gambilo armato è il maledetto.
Danese lo colpisce a mezo il petto.

E non li vale scudo o pancirone,
Ché giù di quel gambilo è ruinato;
Or tra' di calci al vento sul sabbione,
Perché da banda in banda era passato.
Movese Urnasso, l'altro compagnone:
Verso il Danese ha de un dardo lanciato.
Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo,
Ed andò il ferro insino al petto nudo.

Ogier turbato li sperona adosso;
Quel lanciò l'altro con tanto furore,
Che li passò la spalla insino a l'osso,
E ben sente il Danese un gran dolore,
Fra sé dicendo: "Se accostar mi posso,
Io te castigarò, can traditore!"
Ma quello Urnasso e dardi in terra getta,
E prende ad ambe mani una gran cetta.

Segnor, sappiate che il caval de Urnasso
Fu bon destriero e pien de molto ardire:
Un corno aveva in fronte lungo un passo,
Con quel suoleva altrui spesso ferire.
Ma per adesso di cantar vi lasso,
Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire:
E la battaglia, ch'ora è cominciata,
Serà crudele e lunga e smisurata.

Canto settimo

Dura battaglia e crudele e diversa
È cominciata, come ho sopra detto;
Ora il Danese Urnasso giù riversa:
Partito l'ha Curtana insino al petto.
Questa schiera pagana era ben persa;
Ma quel destrier de Urnasso maledetto
Ferì il Danese col corno alla coscia:
Lo arnese e quella passa con angoscia.

Era il Danese in tre parte ferito,
E tornò indrieto a farse medicare.
Lo imperator, che 'l tutto avea sentito,
Fa Salamone alla battaglia entrare,
E dopo lui Turpino, il prete ardito;
Il ponte a San Dionigi fa callare,
E mette Gaino fuor con la sua scorta:
Ricardo fece uscir de un'altra porta.

De un'altra uscitte il possente Angelieri,
Dudon quel forte, che a bontà non mente:
E da Porta Real vien Olivieri,
E di Bergogna quel Guido possente;
Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,
Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,
Chi da una porta e chi da l'altra vene,
Per dare a' Saracin sconfitta e pene.

Lo imperator, de gli altri più feroce,
Uscitte armato, e guida la sua schiera,
Racomandando a Dio con umil voce
La cità di Parigi, che non piera.
Monaci e preti con reliquie e croce
Vanno de intorno, e fan molte preghera
A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi
Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi.

Ora suona a martello ogni campana,
Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;
E da ogni parte la gente pagana
Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati.
Battaglia non fu mai cotanto strana,
Ché tutti insieme son ramescolati.
Olivier tra la gente saracina
Un fiume par che fenda la marina.

Cavalli e cavallier vanno a traverso,
E questo occide, e quel getta per terra;
Mena Altachiera a dritto ed a roverso,
Più che mille altri ai Saracin fa guerra:
Non creder che un sol colpo egli abbia perso.
Ecco scontrato fu con Stracciaberra,
Quel negro de India, re di Lucinorco,
C'ha for di bocca il dente come porco.

Tra lor durò la battaglia nïente,
Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,
Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente,
Partendo in mezo quella faccia nera;
Poi dà tra li altri col brando tagliente,
Mete in ruina tutta quella schiera;
E mentre che 'l combatte con furore,
Ariva quivi Carlo imperatore.

Avea quel re la spada insanguinata,
Montato era quel giorno in su Baiardo;
La gente saracina ha sbarattata,
Mai non fu visto un re tanto gagliardo.
Ripone il brando e una lancia ha pigliata,
Però che ebbe adocchiato il re Francardo:
Francardo, re d'Elissa, l'Indïano,
Che combattendo va con lo arco in mano.

Sagittando va sempre quel diverso:
Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.
Lo imperatore il gionse su il traverso,
E tutto lo passò da fianco a fianco;
De l'anima pensati, il corpo è perso.
Ma già non parve allor Baiardo stanco;
Col morto era il gambilo in sul sentiero,
Sopra de un salto li passò il destriero.

- Chi mi potrà giamai chiuder il passo,
Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? -
Dicea il re Carlo; e con molto fracasso
Parea fra' Saracin di foco un vampo.
Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,
Andava a vota sella per il campo.
Col corno in fronte va verso Baiardo:
Non si spaventa quel destrier gagliardo.

Senza che Carlo lo governi o guide,
Volta le groppe e un par de calci sferra;
Dove la spalla a ponto se divide,
Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.
Oh quanto Carlo forte se ne ride!
Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,
Perché de' Saracin gionge ogni schiera;
Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera.

Su la zirafa viene il smisurato,
Menando forte al basso del bastone:
Turpin de Rana al campo ebbe trovato,
Sotto la cinta se il pose al gallone;
Tal cura n'ha se non l'avesse a lato.
Dopo lui branca Berlengiere e Otone:
De tutti tre dopo ne fece un fasso,
Legati insieme li porta a Gradasso.

E ritornò ben presto alla campagna,
Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare.
Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;
Or si comincia le man a menare.
La vita o il corpo qua non si sparagna,
Ciascun tanto più fa, quanto può fare.
Già tutti i paladini ed Olivieri
Sono redutti intorno allo imperieri.

Egli era in su Baiardo, copertato
A zigli d'ôr da le côme al tallone;
Oliviero il marchese a lato a lato,
Alle sue spalle il possente Dudone,
Angelieri e Ricardo apregïato,
Il duca Naimo e il conte Ganelone.
Ben stretti insieme vanno con ruina
Contra a Marsilio e gente saracina.

Ferraguto scontrò con Olivieri:
Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,
Ma non che lo piegasse de il destrieri;
Poi cominciorno con le spade in mano.
E scontrorno Spinella ed Angelieri;
E il re Morgante se scontrò con Gano,
E lo Argalifa e il duca di Bavera,
E tutta insieme poi schiera con schiera.

Così le schiere sono insieme urtate.
Grandonio era afrontato con Dudone;
Questi si davan diverse mazate,
Però che l'uno e l'altro avea il bastone.
Par che le gente siano acoppïate;
Re Carlo Mano è con Marsilïone:
E ben l'arebbe nel tutto abattuto,
Se non gli fosse gionto Ferraguto,

Che lasciò la battaglia de Oliviero,
Tanto gl'increbbe di quel suo cïano.
Ma quel marchese, ardito cavalliero,
Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.
Or ciascun di lor quattro è bon guerrero,
Di core ardito e ben presto di mano;
Re Carlo era quel giorno più gagliardo
Che fosse mai, perché era su Baiardo.

Ciascuno è gran barone, o re possente,
E per onore e gloria se procaccia;
Non se adoprano i scudi per nïente,
Ogni om mena del brando ad ambe braccia.
Ma in questo tempo la cristiana gente
La schiera saracina in rotta caccia;
Del re Marsilio è in terra la bandiera.
Ecco alla zuffa è tornato l'Alfrera.

Quella gente de Spagna se ne andava
A tutta briglia fuggendo nel piano.
Marsilio, né Grandonio li voltava,
Anci con gli altri in frotta se ne vano.
E lo Argalifa le gambe menava,
E il re Morgante, quel falso pagano;
Spinella si fuggiva alla distesa:
Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.

Lui ritornava a guisa di leone,
Né mai le spalle al tutto rivoltava.
Adosso a lui sempre è il franco Dudone,
Olivieri e il re Carlo martellava.
Lui or de ponta, or mena riversone,
Or questo, or quel di tre spesso cacciava;
Ma, come egli era punto dai soi mosso,
A furia tutti tre gli eran adosso.

E certamente l'avrian morto, o preso,
Ma, come è detto, ritornò l'Alfrera.
Mena il bastone di cotanto peso,
Al primo colpo divide una schiera.
Già Guido di Bergogna a lui si è reso,
Con esso il vecchio duca di Bavera;
Ma Olivïer, Dudone e Carlo Mano
Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.

Chi di qua, chi di là li viene a dare,
Ciascun li è intorno con fronte sicura;
Lui la zirafa non può rivoltare,
Ch'è bestia pigra molto per natura.
Colpi diversi ben potea menare:
Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura;
Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso
Con la ziraffa fugge di trapasso.

Il re Gradasso lo vede venire,
Che l'avea prima in bona opinïone.
Verso di lui se afronta, e prese a dire:
- Ahi brutto manigoldo! vil briccone!
Non te vergogni a tal modo fuggire?
Tanto sei grande e sei tanto poltrone?
Va nel mio paviglion, vituperato!
Fa che più mai io non ti veda armato. -

E così detto, tocca la sua alfana;
Al primo scontro riversò Dudone.
Mostra Gradasso forza più che umana:
Ricardo abatte e lo re Salamone.
Movesi la sua gente sericana,
A tutti fa il suo core di dracone;
Di ferro intorno è cinta la sua lanza:
Mai non fu al mondo sì fatta possanza.

E' se fu riscontrato al conte Gano:
Gionse nel scudo, a petto del falcone;
A gambe aperte lo gittò sul piano.
Da longe ebbe veduto il re Carlone:
Spronagli adosso, con la lancia in mano,
Al primo colpo il getta de l'arcione;
La briglia de Baiardo in mano ha tolta:
Presto le groppe quel destrier rivolta.

Forte cridando, un par de calci mena,
Di sotto dal genocchio il colse un poco;
La schinera è incantata e grossa e piena,
Pur dentro se piegò gettando foco.
Mai non sentì Gradasso cotal pena:
Tanto ha la doglia, che non trova loco.
Lascia Baiardo e la briglia abandona:
Dentro a Parigi va la bestia bona.

Gradasso si ritorna al pavaglione;
Non dimandati se l'ha gran dolore.
S'è radotto nel campo ier un vecchione,
Che della medicina avea l'onore.
Legò il genocchio con molta ragione;
Poi de radice e d'erbe avea un liquore,
Che, come il re Gradasso l'ha bevuto,
Par che quel colpo mai non abbia avuto.

Or torna alla battaglia assai più fiero:
Non è rimedio alla sua gran possanza.
Venegli addosso il marchese Oliviero,
Ma lui lo atterra de un colpo de lanza.
Avolio, Avino e Guido ed Angeliero
Van tutti quattro insieme ad una danza:
A dire in summa, e' non vi fu barone
Che non l'avesse quel giorno pregione.

Il popol cristïano in fuga è volto.
Né contra a' Saracin più fan diffesa.
Ogni franco baron di mezzo è tolto,
L'altra gentaglia fugge alla distesa.
Non vi è chi mostri a quei pagani il volto;
Tutta la bona gente è morta, o presa;
Gli altri tutti ne vanno in abandono.
Sempre alle spalle e Saracin li sono.

Or dentro da Parigi è ben palese
La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione.
Salta del letto subito il Danese,
Forte piangendo, quel franco barone.
Fascia la coscia, vestise l'arnese,
Ed a la porta ne viene pedone;
Ché, per non indugiare, il sir pregiato
Comanda che il destrier li sia menato.

Come qui gionge, la porta è serrata,
Di fuor da quella se odeno gran stride;
Morta è tutta la gente battizata.
Non vôle aprir quel portiero omicide;
Perché la Pagania non vi sia entrata,
Comporta che i Pagan sua gente occide.
Il Danese lo prega e lo conforta
Che sotto a sua diffesa apra la porta.

Quel portier crudo con turbata faccia
Dice al Danese che non vôle aprire,
E con parole superbe il minaccia,
Se dalla guardia sua non se ha a partire.
Il Danese turbato prende una accia;
Ma, come quello il vede a sé venire,
Lascia la porta e fugge per la terra:
Presto il Danese quella apre e disserra.

Il ponte cala lo ardito guerrero;
Sopra vi monta lui con l'accia in mano.
Ora di aver boni occhi li è mestiero,
Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano,
E ciascadun vôle essere il primero.
Meschiato è tra lor seco alcun pagano;
Ben lo cognosce il Danese possente,
E con quella accia fa ciascun dolente.

Gionge la furia de' pagani in questa:
Avanti a tutti gli altri è Serpentino.
Sopra del ponte salta con tempesta,
L'accia mena il Danese paladino,
E gionge a Serpentino in su la testa.
Tutto se avampa a foco l'elmo fino,
Perché di fatasone era sicura
Del franco Serpentin quella armatura.

Sente il Danese la folta arivare:
Gionge Gradasso e Ferragù possente.
Ben vede lui che non può riparare,
Tanto gli ingrossa d'intorno la gente;
Il ponte alle sue spalle fa tagliare.
Giamai non fu un baron tanto valente;
Contra tanti pagan tutto soletto
Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.

Intorno li è Gradasso tutta fiata,
E ben comanda che altri non se impaccia.
Sente il Danese la porta serrata:
Ormai più non si cura, e mena l'accia.
Gradasso con la man l'ebbe spezzata;
Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.
Grande è il Danese e forte campïone,
Ma pur Gradasso lo porta prigione.

Dentro alla terra non è più barone,
Ed è venuto già la notte scura.
Il popol tutto fa processïone,
Con veste bianche e con la mente pura:
Le chiesie sono aperte e le pregione.
Il giorno aspetta con molta paura;
Né altro ne resta che, alla porta aperta,
Veder se stesso e sua cità deserta.

Astolfo con quelli altri fo lasciato,
Né se amentava alcun che 'l fosse vivo;
Perché, come fu prima impregionato,
Fu detto a pieno che de vita è privo.
Era lui sempre di parlar usato,
E vantatore assai più che non scrivo;
Però, come odì 'l fatto, disse: - Ahi lasso!
Ben seppe come io stava il re Gradasso.

Se io me trovavo della pregion fuora,
Non era giamai preso il re Carlone:
Ma ben li ponerò rimedio ancora.
Il re Gradasso vo' pigliar pregione;
E domatina, al tempo de l'aurora,
Armato e solo io montarò in arcione;
Stati voi sopra a' merli alla vedetta.
Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! -

Di for se allegra quella gente fiera,
E stanno al re Gradasso tutti intorno.
Lui sta nel mezzo con superba ciera,
Per prender la citade al novo giorno;
Per allegrezza perdonò a l'Alfrera.
Or condutti e pregion davanti fôrno:
Come Gradasso vide Carlo Mano,
Seco lo assetta e prendelo per mano.

Ed a lui disse: - Savio imperatore,
Ciascun segnor gentil e valoroso
La gloria cerca e pascese de onore.
Chi attende a far ricchezze, o aver riposo,
Senza mostrare in prima il suo valore,
Merta del regno al tutto esser deposo.
Io, che in Levante mi potea possare,
Sono in Ponente per fama acquistare.

Non certamente per acquistar Franza,
Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria:
Lo effetto ne farà testimonianza.
A me basta mia antiqua segnoria;
Equale a me non voglio di possanza.
Adunque ascolta la sentenzia mia:
Un giorno integro tu con toi baroni
Voglio che in campo me siati prigioni;

Poi ne potrai a tua cità tornare,
Ché io non voglio in tuo stato por la mano,
Ma con tal patto: che me abbi a mandare
Il destrier del segnor di Montealbano;
Ché de ragione io l'ebbi ad acquistare,
Abenché me gabasse quel villano.
E simil voglio, come torni Orlando,
Che in Sericana mi mandi il suo brando. -

Re Carlo dice de darli Baiardo,
E che del brando farà suo potere;
Ma il re Gradasso il prega senza tardo
Che mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere.
Così ne viene a Parigi Ricardo;
Ma come Astolfo questo ebbe a sapere
(Lui del governo ha pigliato il bastone),
Prende Ricardo e mettelo in pregione.

Di fuor del campo manda uno araldo
A disfidar Gradasso e la sua gente;
E se lui dice aver preso Ranaldo,
O ver cacciato, o morto, che il ne mente,
E disdir lo farà come ribaldo;
Che Carlo ha a fare in quel destrier nïente.
Ma se lo vôle, esso il venga acquistare;
Doman su il campo ge l'avrò a menare.

Gradasso domandava a re Carlone
Chi fosse questo Astolfo e di che sorte.
Carlo gli dice sua condizïone,
Ed è turbato ne l'animo forte.
Gano dicea: - Segnor, egli è un buffone,
Che dà diletto a tutta nostra corte;
Non guardare a suo dir, né star per esso
Che non ci attendi quel che ci hai promesso. -

Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene,
Ma non creder però per quel ben dire
Di andarne tu, se Baiardo non viene.
Sia chi si vôle, egli è de molto ardire.
Voi seti qui tutti presi con pene,
E lui vôl meco a battaglia venire.
Or se ne venga, e sia pur bon guerrero,
Ch'io son contento; ma mena il destriero.

Ma s'io guadagno per forza il ronzone,
Io pur far posso de voi il mio volere,
Né son tenuto alla condizïone,
Se non m'aveti il patto ad ottenere. -
O quanto era turbato il re Carlone!
Ché, dove il crede libertade avere,
E stato, e robba, ed ogni suo barone,
Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.

Astolfo, come prima apparve il giorno,
Baiardo ha tutto a pardi copertato;
Di grosse perle ha l'elmo al cerchio adorno
Guarnito, e d'ôr la spada al manco lato.
E tante ricche petre aveva intorno,
Che a un re de tutto il mondo avria bastato:
Il scudo è d'oro; e su la coscia avia
La lancia d'ôr, che fu de l'Argalia.

Il sole a punto alora si levava,
Quando lui giunse in su la prataria.
A gran furore il suo corno sonava,
E ad alta voce dopo il suon dicia:
- O re Gradasso, se forse te grava
Provarti solo alla persona mia,
Mena con teco il gran gigante Alfrera,
E, se te piace, mille in una schiera.

Mena Marsilio e il falso Balugante,
Insieme Serpentino e Falsirone;
Mena Grandonio, che è sì gran gigante,
Che un'altra volta il tratai da castrone,
E Ferraguto, che è tanto arrogante:
Ogni tuo paladino, ogni barone
Mena con teco, e tutta la tua gente;
Ché te con tutti non temo nïente. -

Con tal parole Astolfo avea cridato:
Oh quanto il re Gradasso ne ridia!
Pur se arma tutto e vassene sul prato,
Ché de pigliar Baiardo voglia avia.
Cortesemente Astolfo ha salutato,
Poi dice: - Io non so già che tu ti sia;
Io domandai de tua condizïone:
Gano me dice che tu sei buffone.

Altri m'ha detto poi che sei segnore
Leggiadro, largo, nobile e cortese,
E che sei de ardir pieno e di valore:
Quel che tu sia, io non faccio contese,
Anci sempre ti voglio fare onore;
Ma questo ti so ben dirti palese,
Ch'io vo' pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo:
Altro del tuo non voglio, che Baiardo. -

- Ma tu fai senza l'osto la ragione, -
Diceva Astolfo - e convienla riffare;
Al primo scontro te levo de arcione,
E, poi che te odo cortese parlare,
Del tuo non voglio il valor d'un bottone,
Ma vo' che ogni pregion m'abbi a donare;
E te lasciarò andare in Pagania
Salvo, con tutta la tua compagnia. -

- Io son contento, per lo Dio Macone, -
Disse Gradasso - e così te lo giuro. -
Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone,
Cinto di ferro e tanto grosso e duro,
Che non di tôrre Astolfo del ronzone,
Ma credia di atterrare un grosso muro.
Da l'altra parte Astolfo ben se afranca;
Forza non ha, ma l'animo non manca.

Già su la alfana se move Gradasso,
Né Astolfo d'altra parte sta a guardare;
L'un più che l'altro viene a gran fraccasso,
A mezo 'l corso si ebbeno a scontrare.
Astolfo toccò primo il scudo abasso,
Che per nïente non volìa fallare:
Sì come io dissi, al scudo basso il tocca,
E fuor de sella netto lo trabocca.

Quando Gradasso vede ch'egli è in terra,
Apena che a sé crede che il sia vero:
Ben vede mo che è finita la guerra,
E perduto è Baiardo, il bon destriero.
Levasi in piede, e la sua alfana afferra,
Vòlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero,
Con meco hai tu vinta la tenzone:
A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. -

Così ne vanno insieme a mano a mano;
Gradasso molto li faceva onore.
Carlo né i paladini ancor non sano
Di quella giostra che è fatta, il tenore;
Ed Astolfo a Gradasso dice piano,
Che nulla dica a Carlo imperatore,
Ed a lui sol de dir lassi l'impaccio,
Ché alquanto ne vôl prender di solaccio.

E gionto avanti a lui, con viso acerbo
Disse: - E peccati te han cerchiato in tondo.
Tanto eri altiero e tanto eri superbo,
Che non stimavi tutto quanto il mondo.
Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo,
Sempre cercasti di metterli al fondo;
Ecco: usurpato te avevi Baiardo,
Or l'ha acquistato questo re gagliardo.

A torto me ponesti in la pregione,
Per far careze a casa di Magancia:
Or dimanda al tuo conte Ganelone
Che ti conservi nel regno di Francia.
Or non v'è Orlando, fior de ogni barone,
Non v'è Ranaldo, quella franca lancia;
Che se sapesti tal gente tenire,
Non sentiresti mo questo martìre.

Io ho donato a Gradasso il ronzone,
E già mi son con lui bene accordato;
Stommi con seco, e servo da buffone,
Mercè di Gano, che me gli ha lodato:
So che li piace mia condizïone.
Ogni om di voi li avrò racomandato:
Lui Carlo Mano vôl per ripostieri,
Danese scalco, e per coquo Olivieri.

Io li ho lodato Gano di Maganza
Per omo forte e digno de alto afare,
Sì che stimata sia la sua possanza:
Le legne e l'acqua converrà portare.
Tutti voi altri poi, gente da zanza,
A questi soi baron vi vôl donare;
E se a lor serà grata l'arte mia,
Farò che avreti bona compagnia. -

Già non rideva Astolfo de nïente,
E proprio par che 'l dica da davera.
Non dimandar se il re Carlo è dolente,
E ciascadun che è preso in quella schiera.
Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente!
Hai tu lasciata nostra fede intiera? -
A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone,
Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -

Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco:
Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.
Ma poi che Astolfo di beffare è stanco,
Avanti a Carlo ingenocchion se tira,
E disse: - Segnor mio, voi seti franco;
E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,
Per pietate e per Dio chiedo perdono,
Ché, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono.

Ma ben ve dico che mai per nïente
Non voglio in vostra corte più venire.
Stia con voi Gano ed ogni suo parente,
Che sanno il bianco in nero convertire.
Il stato mio vi lascio obidïente;
Io domatina mi voglio partire,
Né mai me posarò per freddo o caldo,
In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -

Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero:
Tutti l'un l'altro se guardano in volto;
Sin che Gradasso, quel segnor altiero,
Comanda che ciascun via se sia tolto.
Gano fu il primo a montare a destriero:
Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto,
E disse a lui: - Non andate, barone:
Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -

- Di cui sono io pregion? - diceva Gano;
Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. -
Alor Gradasso fa palese e piano
Come sia stata tra lor duo la guerra.
Astolfo il conte Gano prende a mano,
Con lui davanti di Carlo se atterra,
E ingenocchiato disse: - Alto segnore,
Costui voglio francar per vostro amore.

Ma con tal patti e tal condizïone,
Che in vostra mano e' converrà giurare,
Per quattro giorni de entrare in pregione,
E dove, e quando io lo vorò mandare.
Ma, sopra a questo, vuo' promissïone,
Perché egli è usato la fede mancare,
Da' paladini e da vostra corona,
Darmi legata e presa sua persona. -

Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! -
E fecelo giurare incontinente.
Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.
Altro che Astolfo non se ode nïente:
E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,
Ed a lui solo va tutta la gente:
Campato ha Astolfo, ed è suo quest'onore,
La fè de Cristo e Carlo imperatore.

Carlo si forza assai de il ritenire:
Irlanda tutta li volea donare.
Ma lui se è destinato di partire,
Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare.
Qua più non ne dirò, lasciatel gire,
Che assai di lui avrò poi a contare:
Or quella notte, inanti al matutino,
Partì Gradasso ed ogni Saracino.

Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio,
Con la sua gente ed ogni suo barone.
Gradasso ivi montò sopra al naviglio,
Che era una quantità fuor di ragione.
Or di narrarvi fatica non piglio
Il suo vïaggio e quelle regïone
Di negra gente sotto il cel sì caldo;
Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.

E conterovi de una alta ventura
Che li intravenne, e ben meravigliosa,
E di letizia piena e di sciagura,
Che forse sua persona valorosa
Mai non fu a sorte sì spietata e dura.
Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,
E poi vi contarò ne l'altro canto
Cose mirabil di allegrezza e pianto.

Canto ottavo

Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso
(Così se avea quella isola a chiamare),
Ove la nave fie' il primo riposo,
La nave che ha il nocchier che non appare.
Era quello un giardin de arbori ombroso,
Da ciascun lato in cerco batte il mare;
Piano era tutto, coperto a verdura;
Quindeci miglia è intorno per misura.

Di ver ponente, aponto sopra al lito,
Un bel palagio ricco se mostrava,
Fatto de un marmo sì terso e polito,
Che il giardin tutto in esso se specchiava.
Ranaldo in terra presto fu salito,
Ché star sopra alla nave dubitava;
Apena sopra il litto era smontato,
Ecco una dama, che l'ha salutato.

La dama li dicea: - Franco barone,
Qua ve ha portato la vostra ventura;
E non pensati che senza cagione
Siati condotto, con tanta paura,
Tanto di longe, in strana regïone;
Ma vostra sorte, che al principio è dura,
Avrà fin dolce, allegro e dilettoso,
Se avete il cor, come io credo, amoroso. -

Così dicendo per la mano il piglia,
E dentro al bel palagio l'ha menato:
Era la porta candida e vermiglia,
E di ner marmo, e verde, e di meschiato.
Il spazo che coi piedi se scapiglia,
Pur di quel marmo è tutto varïato;
Di qua, di là son logie in bel lavoro,
Con relevi e compassi azuro e de oro.

Giardini occulti di fresca verdura
Son sopra a' tetti e per terra nascosi;
Di gemme e d'oro a vaga depintura
Son tutti e lochi nobili e zoiosi;
Chiare fontane e fresche a dismisura
Son circondate d'arboscelli ombrosi;
Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore
Da tornar lieto ogni affannato core.

La dama entra una logia col barone,
Adorna molto, ricca e delicata,
Per ogni faccia e per ogni cantone
Di smalto in lama d'oro istorïata;
Verdi arboscelli e di bella fazione
Dal loco aperto la teneano ombrata;
E le colonne di quel bel lavoro
Han di cristallo il fusto e il capo d'oro.

In questa logia il cavalliero intrava.
Di belle dame ivi era una adunanza;
Tre cantavano insieme, e una suonava
Uno instrumento fuor de nostra usanza,
Ma dolce molto il cantare acordava;
L'altre poi tutte menano una danza.
Come intrò dentro il cavalliero adorno,
Così danzando lo acerchiarno intorno.

Una di quelle con sembianza umana
Disse: - Segnor, le tavole son pose,
E l'ora della cena è prossimana. -
Così per l'erbe fresche ed odorose
Seco il menarno a lato alla fontana
Sotto un coperto di vermiglie rose:
Quivi è apparato, che nulla vi manca,
Di drappo d'oro e di tovaglia bianca.

Quattro donzelle se fôrno assettate,
E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio.
Ranaldo sta smarito in veritate;
Di grosse perle adorno era il suo segio.
Quivi venner vivande delicate,
Coppe con zoie di mirabil pregio,
Vin di bon gusto e di suave odore:
Servon tre dame a lui con molto onore.

Poi che la cena comincia a finire,
E fôr scoperte le tavole d'oro,
Arpe e leuti se poterno udire.
A Ranaldo se acosta una di loro,
Basso alla orecchia li comincia a dire:
- Questa casa real, questo tesoro
E l'altre cose che non pôi vedere,
Che più son molto, sono a tuo piacere.

Per tua cagione è tutto edificato,
E per te solo il fece la regina;
Ben ti dei reputare aventurato,
Che te ami quella dama pellegrina.
Essa è più bianca che ziglio nel prato,
Vermiglia più che rosa in su la spina;
La giovenetta Angelica se chiama,
Che tua persona più che il suo core ama. -

Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza,
Ode nomar colei che odiava tanto,
Non ebbe alla sua vita tal tristezza,
E cambiosse nel viso tutto quanto;
La lieta casa ormai nulla non prezza,
Anci li assembra un loco pien di pianto.
Ma quella dama li dice: - Barone,
Anci non pôi disdir, ché sei pregione.

Qua non te val Fusberta adoperare,
Né te varìa, se avesti il tuo Baiardo:
Intorno ad ogni parte cinge il mare;
Qui non te vale ardir né esser gagliardo.
Quel cor tanto aspro ti convien mutare:
Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo.
Se de mirarla il cor non ti conforta,
Come vedrai alcun che odio ti porta? -

Così dicea la bella giovanetta,
Ma nulla ne ascoltava il cavalliero,
Né quivi alcuna de le dame aspetta,
Anci soletto va per il verziero.
Non trova cosa quivi che 'l diletta;
Ma con cor crudo, dispietato e fiero
Partir de quivi al tutto se destina,
E da ponente torna alla marina.

Trova il naviglio che l'avea portato,
E sopra a quel soletto torna ancora,
Perché nel mar si serebbe gettato
Più presto che al giardin far più dimora.
Non se parte il naviglio, anzi è acostato,
E questo è la gran doglia che lo acora;
E fa pensier, se non se pô partire,
Gettarse in mare ed al tutto morire.

Ora il naviglio nel mar se alontana,
E con ponente in poppa via camina;
Non lo potria contar la voce umana
Come la nave va con gran ruina.
Ne l'altro giorno una gran selva e strana
Vede, ed a quella il legno se avicina.
Ranaldo al litto di quella dismonta:
Subito un vecchio bianco a lui se afronta.

Forte piangendo quel vecchio dicia:
- Deh non me abandonar, franco barone,
Se onor te move di cavalleria,
Che è la diffesa di iusta ragione!
Una donzella, che è figliola mia,
Emme rapita da un falso latrone,
E pur adesso presa se la mena:
Ducento passi non è longe apena. -

Mosse pietate quel baron gagliardo:
Benché sia a piedi, armato con la spada
A seguire il ladron già non fu tardo;
Coperto d'arme corre quella strada.
Come lo vide quel ladron ribaldo,
Lascia la dama, e già non stette a bada;
Pose alla bocca un grandissimo corno:
Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno.

Venne Ranaldo la vista ad alciare:
A sé davanti vede un monticello,
Che facea un capo piccoletto in mare.
Alla cima di quello era un castello,
Che al suon del corno il ponte ebbe a calare;
Fuor ne venne un gigante iniquo e fello:
Sedeci piedi è da la terra altano,
Una catena e un dardo tiene in mano.

Quella catena ha da capo un uncino:
Or chi potrà questa opra indovinare?
Come fu gionto il gigante mastino,
Il dardo con gran forza ebbe a lanciare.
Gionge nel scudo, che è ben forte e fino,
Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare;
Usbergo e maglia tutto ebbe passato:
Ferì il barone alquanto nel costato.

Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a mente
Chi meglio de noi duo di spada fiera! -
E vàlli addosso iniquitosamente.
Come il gigante il vide nella ciera,
Volta le spalle e non tarda nïente;
Forte correndo fugge a una riviera.
Questa riviera un ponte sopra avia:
Una sol pietra quel ponte facìa.

Nel capo di quel ponte era uno annello;
Dentro li attacca il gigante l'oncino.
E già Ranaldo è sopra 'l ponticello,
Ché, correndo, al pagano era vicino.
Tirò lo ingegno con gran forza il fello:
La pietra se profonda. - O Dio divino -
Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! -
Così dicendo va nella caverna.

Era la tana oscura e tenebrosa,
E sopra ad essa la fiumana andava;
Una catena dentro vi era ascosa,
Che il caduto baron presto legava.
E quel gigante già non se riposa;
Così legato in spalla sel portava,
A lui dicendo: - E perché davi impaccio
Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. -

Non respondia Ranaldo alcuna cosa,
Ma nella mente tristo ne dicia:
"Or ti par che fortuna ruïnosa
Una disgrazia dietro a l'altra invia!
Qual sorte al mondo è la più dolorosa
Non se paragia alla sventura mia,
Ch'in tal miseria mi vedo arivare,
Né con qual modo lo sapria contare."

Così dicendo, già sono su il ponte
Che del crudel castello era l'intrata:
Teste de occisi nella prima fronte,
E gente morta vi pende apiccata;
Ma, quel che era più scuro, eran disionte
Le membra ancora vive alcuna fiata.
Vermiglio è lo castello, e da lontano
Sembrava foco, ed era sangue umano.

Ranaldo sol pregando Idio se aiuta:
Ben vi confesso che ora ebbe paura.
Già davanti una vecchia era venuta,
Tutta coperta de una veste oscura,
Macra nel volto, orribile e canuta,
E di sembianza dispietata e dura.
Lei fa Ranaldo alla terra gettare
Così legato, e comincia parlare.

- Forse per fama avrai sentito dire, -
Dicea la vecchia - la crudele usanza
Che questa rocca ha preso a mantenire.
Ora nel tempo che a viver te avanza,
Poi che a diman s'indugia il tuo morire,
(Ché già de vita non aver speranza),
In questo tempo ti voglio contare
Qual cagion fece la usanza ordinare.

Un cavallier di possanza infinita
Di questa rocca un tempo fu segnore.
Vita tenea magnifica e fiorita,
Ad ogni forastier faceva onore;
Ciascun che passa per la strada invita,
Cavallier, dame e gente di valore.
Avea costui per moglie una donzella,
Che altra al mondo mai fu tanto bella.

Quel cavalliero avea nome Grifone;
Questa rocca Altaripa era chiamata,
E la sua dama Stella, per ragione,
Ché ben parea del celo esser levata.
Era di maggio alla bella stagione;
Andava il cavalliero alcuna fiata
A quella selva che è in su la marina,
Dove giungesti tu in questa mattina.

E passar per lo bosco ebbe sentito
Un altro cavallier, che a caccia andava.
Sì come a tutti, fie' il cortese invito,
Ed alla rocca qua suso il menava.
Fu quest'altro ch'io dico, mio marito:
Marchino, il sir de Aronda, se chiamava.
Lui fu menato dentro a questa stanza,
Ed onorato assai, come era usanza.

Or, come volse la disaventura,
Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato,
E fo preso de amore oltra misura,
E seco pensò il viso delicato
Di quella mansueta creatura;
In summa, è dentro il cor tanto infiammato,
Ch'altro nol stringe, né d'altro ha pensiero,
Se non di tuor la donna al cavalliero.

Da questa rocca si parte fellone;
Torna cambiato in viso a meraviglia:
Altro che lui non sapea la cagione.
Parte da Aronda con la sua famiglia;
Porta le insegne seco di Grifone,
E di persona alquanto il rasomiglia.
E soi compagni nel bosco nascose,
Le insegne e l'arme pur con essi pose.

Lui, come a caccia, tutto disarmato
Va per la selva, e forte suona un corno;
Il cortese Grifon l'ebbe ascoltato,
Ch'era nel bosco ancora lui quel giorno.
In quella parte presto ne fu andato:
Marchino il falso si guardava intorno,
E, come non avesse alcun veduto,
Forte diceva: "Io l'averò perduto."

Poi ver Grifon se ne vene a voltare.
Come il vedesse allor primeramente,
Diceva: "Io vengo un mio cane a cercare,
Ma in questo loco non so andar nïente."
Or vanno insieme, e vengon a rivare
Ove Marchino ha nascoso la gente;
E, per venir più presto al compimento,
Occiserlo costoro a tradimento.

Con la sua insegna la rocca pigliaro,
Né dentro vi lasciâr persona viva;
Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo,
Ed ogni dama fu de vita priva.
La bella Stella qua dentro trovaro,
Che la sventura sua forte piangiva.
Molte carezze li facea Marchino:
Mai non se piega quel cor pellegrino.

Ella pensava lo oltraggio spietato
Che li avea fatto il falso traditore,
E Grifon, che da lei fu tanto amato,
Sempre li stava notte e dì nel core;
Né altro desia che averlo vendicato,
Né trova qual partito sia il megliore.
Infin li offerse il suo voler crudele
Quello animal che al mondo è di più fele.

Lo animal che è più crudo e spaventevole,
Ed è più ardente che foco che sia,
È la moglie che un tempo fu amorevole,
Che, disprezata, cade in zelosia:
Non è il leon ferito più spiacevole,
Né la serpe calcata è tanto ria,
Quanto è la moglie fiera in quella fiata
Che per altrui sé vede abandonata.

Ed io ben lo so dir, che lo provai,
Quando avvisata fui di questa cosa.
Io non sentetti maggior doglia mai,
E quasi venni in tutto rabbïosa:
Ben lo mostrò la crudeltà che usai,
Che forse ti parrà meravigliosa;
Ma dove zelosia strenge lo amore,
Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.

Duo fanciulletti avevo di Marchino;
Il primo lo scanai con la mia mano.
Stava a guardarme l'altro piccolino,
E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano."
Io presi per li piedi quel meschino,
E detti il capo a un sasso prossimano.
Te par ch'io vendicassi il mio dispetto?
Ma questo fu un principio, e non lo effetto.

Quasi vivendo ancora lo squartai;
De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core.
Le piccolette membra minuzzai:
Pensa se, ciò facendo, avia dolore!
Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai.
Servai le teste, non già per amore,
Ché in me non era amor, né anco pietade:
Servalle per usar più crudeltade.

Quelle portai qua suso de nascoso;
La carne che feci io, poi posi al foco:
Tanto poté lo oltraggio dispettoso!
Io stessa fui beccaro, io stessa coco.
A mensa li ebbe il patre doloroso,
E quelle se mangiò con festa e gioco.
Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato,
Che comportò veder tanto peccato!

Io mi parti' dapoi nascosamente,
Le mani e il petto di sangue macchiata.
Al re de Orgagna andai subitamente,
Che già lunga stagion m'aveva amata
(Era costui della Stella parente),
E racontai l'istoria dispietata.
Quel re condussi io armato in su l'arcione
A far vendetta del morto Grifone.

Ma non fo questa cosa così presta,
Che, come io fui partita dal castello,
La cruda Stella, menando gran festa,
A Marchin va davanti in viso fello,
E li appresenta l'una e l'altra testa
De' figli, ch'io servai dentro a un piatello.
Benché per morte ciascuna era trista,
Pur li cognobbe 'l patre in prima vista.

La damisella aveva il crin disciolto,
La faccia altiera e la mente sicura,
Ed a lui disse: "L'uno e l'altro volto
Son de' toi figli: dàgli sepoltura.
Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto:
Tu il divorasti: non aver più cura."
Ora ha gran pena il falso traditore,
Ché crudeltà combatte con amore.

Lo oltraggio ismisurato ben lo invita
A far di quella dama crudo strazio;
Da l'altra parte la faccia fiorita
E lo afocato amor gli dava impazio.
Delibra vendicarse alla finita:
Ma qual vendetta lo potria far sazio?
Ché, pensando al suo oltraggio, in veritade
Non v'era pena di tal crudeltade.

Il corpo di Grifon fece portare,
Che, così occiso, ancor giacea nel piano;
Fece la dama a quel corpo legare,
Viso con viso stretto, e mano a mano:
Così con lei poi se ebbe a dilettare.
Or fu piacer giamai tant'inumano?
Gran puza mena il corpo tutta fiata;
La damisella a quel stava legata.

In questo tempo venne il re de Orgagna,
Ed io con esso, con molta brigata;
Ma come fumo visti alla campagna,
Marchin la bella Stella ebbe scanata.
Né ancor per questo dapoi la sparagna,
Ma usava con lei morta tutta fiata.
Credo io che il fece sol per darse vanto
Che altro om non fusse scelerato tanto.

Noi qui vennemo, e con cruda battaglia
La forte rocca alfin pur fo pigliata;
E Marchin preso, di ardente tenaglia
Fu sua persona tutta lacerata:
Chi rompe le sue membra, e chi le taglia.
La bella dama poi fu sotterrata
Intra un sepolcro adorno; per ragione
Posto fu seco il suo caro Grifone.

Il re de Orgagna poi se ne fu andato,
Ed io rimasi in questa rocca oscura.
Era lo octavo mese già passato,
Quando sentimo in quella sepoltura
Un grido tanto orribile e spietato,
Ch'io non vo' dir che gli altri abbian paura;
Ma tre giganti ne fôr spaventati,
Che il re de Orgagna meco avea lasciati.

Un de essi, alquanto più di core ardito,
Volse la sepoltura un poco aprire,
Ma ben ne fo poi presto repentito;
Però che un mostro, che non puote uscire,
Pur for gettò una branca, ed ha 'l gremito:
In poco d'ora lo fece morire.
Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa
La carne devorò con tutte l'ossa.

Non se trovò più om tanto sicuro,
Che dentro a quella chiesia voglia entrare;
Cinger poi la feci io d'un forte muro,
Quello sepolcro a ingegno disserrare.
Uscinne un mostro contrafatto e oscuro,
Tanto che alcun non li ardisce a guardare:
La orribil forma sua non te descrivo,
Perché sarai da lui di vita privo.

Noi poi servamo così fatta usanza,
Che ciascun giorno qualcuno è pigliato,
E lo gettamo dentro a quella stanza,
Perché la bestia l'abbia devorato.
Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza;
Alcun se scanna, alcun vien impiccato;
Squartansi vivi ancora alcuna fiata,
Come veder potesti in su la entrata. -

Poi che la usanza cruda, ismisurata,
Fu per Ranaldo pienamente intesa,
E l'orribil cagione e scelerata
Che fie' la bestia, a chi non val diffesa,
Rivolto a quella vechia dispietata,
Disse: - Deh! matre, non mi far contesa.
Concedime, per Dio, che dentro vada,
Armato come io sono, e con la spada. -

Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia!
Quante arme vôi, ti lasciarò portare;
Ché il mostro con suo dente il ferro taglia,
Né contra alle ungie sue se pote armare.
A te convien morir, non far battaglia,
Ché la sua pelle non se può tagliare;
Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta,
Perché la bestia più lo armato stenta. -

Sì come apparve il giorno il sol lucente,
Ranaldo dentro al muro è giù calato,
E fu una porta alciata: incontinente
Esce 'l mostro diverso e sfigurato.
Sì forte batte l'uno a l'altro dente,
Che ciascun sopra al muro è spaventato,
Né di star tanto ad alto se assicura:
Altri se asconde e fugge per paura.

Solo è Ranaldo lui senza spavento:
Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta.
Ma credo io che a voi tutti sia in talento
Di quel mostro saper la forma aperta.
Acciò che abbiati il suo cominciamento,
Fièllo il demonio, questa è cosa certa,
Del seme de Marchin, che 'n corpo porta
Quella donzella che da lui fu morta.

Egli era più che un bove di grandezza:
Il muso aveva proprio di serpente;
Sei palme avea la bocca di longhezza,
Ben mezo palmo è lungo ciascun dente.
La fronte ha de cingiale, in tal fierezza
Che non si può guardarla per nïente;
E di ciascuna tempia usciva un corno,
Che move a suo piacere e volge intorno.

Ciascuno corno taglia come spata;
Mugia con voce piena di terrore,
La pelle ha verde e gialla e varïata
Di negro e bianco e di rosso colore;
Avea la barba sempre insanguinata,
Occhi di foco e guardo traditore;
La mano ha d'omo ed armata de ungione
Maggior che quel de l'orso o del leone.

Ne l'ungie e dente avea cotanta possa,
Che piastra o maglia non li può durare;
E la pelle sì dura e tanto grossa,
Che nulla cosa la potria tagliare.
Questa bestia feroce ora se è mossa,
E va con furia Ranaldo a trovare
Su duo piè ritta, con la bocca aperta.
Mena Ranaldo un colpo con Fusberta,

E proprio a mezo il muso l'ebbe còlta.
Or par di foco la bestia adirata,
E con più furia a Ranaldo rivolta
Con la mano alta tira una ciampata.
Troppo non gionse avanti quella volta,
Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata,
Tanto avea duro il dispietato ungione!
Sino alla carne disarmò il barone.

Ora per questo Ranaldo non resta:
Benché abbia il peggio, pur non si spaventa;
Tira a due mani al dritto della testa.
Quella bestia crudel par che non senta,
Anci a ogni colpo mena più tempesta;
Salta de intorno, né giamai se allenta:
Or de una zampa, ora de l'altra mena
Con tal prestezza che si vede apena.

In quattro parte è già il baron ferito,
Ma non ha il mondo così fatto core;
Vedesi morto, e non è sbigotito:
Perde il suo sangue, e cresce il suo furore.
Lui certamente avea preso il partito
Che al disperato caso era megliore;
Però che, se nol fa il mostro perire,
Pur lì di fame li convien morire.

Già se faceva il giorno alquanto scuro,
E dura la battaglia tutta fiata.
Ranaldo se è accostato a l'alto muro:
Il sangue ha perso, e la lena è mancata,
E ben è del morir certo e sicuro,
Ma mena pur gran colpi della spata;
Vero è che sangue al mostro non ha mosso,
Ma fraccassato li ha la carne e l'osso.

Or se 'l destina in tutto di stordire:
Mena un gran colpo quel baron soprano.
La mala bestia il brando ebbe a gremire:
Or che dee far il sir di Montealbano?
Diffender non si può, né può fuggire,
Perché Fusberta li è tolta di mano.
Ma poi vi dirò come andò il fatto:
In questo canto più di lui non tratto.

Canto nono

Odito aveti la sozza figura
Che avea la fiera orribile e deserta,
Qual con Ranaldo alla battaglia dura,
E come li ha di man tolto Fusberta.
E lui lasciamo in quella gran paura,
Ché bisogna che altrove io mi converta:
Or de una dama lo amoroso caldo
Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo.

Voi vi doveti, segnor, racordare
Di Angelica, la bella giovanetta,
E come Malagise ebbe a lasciare;
E giorno e notte stava alla vedetta.
Or quanto gli rencresce lo aspettare,
Sappialo dir colui che il tempo aspetta:
Dico che aspetta promessa d'amore,
Perché ogni altro aspettare è rose e fiore.

Ella guardava verso la marina,
Verso la terra, per monte e per piano;
Se alcuna nave vede, la meschina,
O scorge vela molto di lontano,
Lei, compiacendo a se stessa, indivina
Che dentro vi è il segnor di Montealbano;
Se vede in terra bestia o ver carretta,
Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.

Ed ecco Malagise a lei ritorna
(E già non ha Ranaldo in compagnia),
Pallido, afflitto e con barba musorna:
Gli occhi battuti alla terra tenìa;
Non ha di drappo la persona adorna,
Ma par che n'esca alor di pregionia.
La dama, che in tal forma l'ebbe scorto,
- Ahimè, - cridava - il mio Ranaldo è morto! -

- Anci non è già morto per ancora, -
Rispose Malagise alla donzella
- Ma non puotrà già far lunga dimora,
Che non sia occisa la persona fella.
Che maledetto sia quel giorno e l'ora
Che fece una alma sì de amor ribella! -
Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto,
Come alla rocca crudel l'avea gionto;

E come ad ogni modo vôl che 'l mora,
E che quel mostro l'abbia divorato.
Non domandati se la dama acora,
Che quasi il spirto al tutto li è mancato.
Ella parea di vita al tutto fora,
Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato;
Ma, poi che fu tornata in suo vigore,
A Malagise disse: - Ahi traditore!

Traditor, crudo, perfido, ribaldo,
Che ancora ardisci a dimorarmi a canto,
Ed hai condotto il tuo cugin Ranaldo
Vicino a morte, con periglio tanto!
Ma se l'aiuto non gli dài di saldo,
Non ti varan demonii, né tuo incanto;
Ché incontinente ti farò bruciare,
E la tua polver gettarò nel mare.

Non pigliar scusa, falso truffatore,
De aver ciò fatto per la mia querella.
Ora non era partito megliore
Che, avendo uno a morire, io fossi quella?
Lui di beltate e di prodezza è il fiore,
Io vile e sciagurata feminella.
Ma, oltra a questo, non debbi pensare
Che senza lui io non puotria campare? -

Diceva Malagise: - Ancor soccorso,
Volendo tu, se li potrà donare;
Ma te bisogna prender questo corso,
E tu sia quella che il vada a campare;
Ché, benché sia crudel più che alcuno orso,
A suo dispetto converratti amare;
Sì che spazzati pure e sii ben presta,
Ché nostra indugia forse lo molesta. -

Così dicendo li porge una corda,
Di lacci ad ogni palmo ragroppata,
E una gran lima, che segava sorda,
E uno alto pan di cera impegolata:
Come le debbia adoprar li racorda.
Angelica dal vento è via portata,
Sopra a un demonio, che ha la faccia nera;
A Crudel Rocca gionse quella sera.

Ora voglio a Ranaldo ritornare,
Che era condutto a caso tanto scuro,
Che della morte non potea campare:
Perduto ha il brando che 'l facea sicuro.
Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare;
Ed ecco avanza, quasi a mezo 'l muro,
Un travo fitto dece piedi ad alto.
Prese Ranaldo un smisurato salto,

E gionse al travo, e con la man l'ha preso,
Poi con gran forza sopra li montava;
Così tra celo e terra era sospeso.
Or quel mostro crudel ben furïava;
Avenga che sia grosso e di tal peso,
Spesso vicino a Ranaldo saltava,
E quasi alcuna volta un poco il tocca:
Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.

Era venuta già la notte bruna.
Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,
Né sa veder qual senno o qual fortuna
Lo possa di quel loco aver campato.
Ed ecco, sotto il lume de la luna,
Però che era sereno e il cel stellato,
Sente per l'aria non sa che volare:
Quasi una dama ne l'ombra li pare.

Angelica era quella, che venìa
Per dar soccorso al franco cavalliero;
Poi che in faccia Ranaldo la vedia,
Gettarsi a terra prese nel pensiero,
Perché tanto odio a quella dama avia,
Che più non li dispiace il mostro fiero:
Ello esser morto stima minor pene
Che veder quella che a campare il viene.

Ella si stava ne l'aria sospesa,
E ingenocchiata diceva: - Barone,
Sopra d'ogni altra doglia il cor mi pesa
Che tu sia gionto qui per mia cagione.
Ben ti confesso ch'io son tanto accesa,
Ch'io potrebbi uscir fuor d'ogni ragione;
Ma che nocer potessi a tua persona,
Questo pensiero al tutto lo abandona.

Fu la mia stima che con tuo diletto,
Con apiacere e riposo e con zoglia
Fussi condotto avanti al mio cospetto;
Ora te vedo de cotanta noglia
E da periglio estremo sì costretto,
Che quasi mi ne uccido di gran doglia;
Ma sia ogni timor pur da te rimosso,
Ch'io il seppi ad ora che campar ti posso.

Non te rincresca de venirmi in braccio,
Che via per l'aria te possa portare.
Vedrai di terra uno infinito spaccio
Sotto a' tuoi piedi in un punto passare;
Te potrai far de un alto disio saccio,
Se mai ti venne voglia di volare.
Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:
Forse non son peggior del tuo Baiardo. -

Era Ranaldo tanto addolorato,
Che con gran pena la puoteva odire.
Pur li rispose: - Per lo Dio beato,
Più son contento di dover morire,
Che per tuo mezo vederme campato;
E quando non ti vogli pur partire,
Di questo loco me voglio gettare:
Or statte e vanne, e fa come ti pare. -

Non crediati che sia maggior iniuria
Che alla donna che chiede, esser sprezzata.
Tutte hanno in odio che la sua lussuria
Gli possa essere in viso improperata;
Ma questa dispettosa e trista furia
Angelica non mosse in questa fiata:
Tanto portava a quel barone amore,
Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.

Ella rispose: - Io farò il tuo volere,
E se altro far volessi, io non potrei:
S'io pensassi morendo a te piacere,
Adesso con mia man me occiderei.
Ma tu m'hai bene in odio oltra al dovere!
A ciò me en testimonii omini e dei;
Sol il sprezarmi è 'l mal che mi pôi fare,
Ma che io non te ami, non me pôi vetare. -

Così dicendo nel campo discende,
Ove rugiava lo animal spietato,
E la corda alaciata giù distende,
Poi quel pan della cera ebbe gettato.
Quel crudel mostro in bocca presto il prende:
L'un dente e l'altro insieme è impegolato;
Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:
Al primo salto fu gionto nel laccio.

Così legato il lasciò la donzella,
E lei si dipartì subitamente.
Era levato già la chiara stella
Che vien davanti al sole in orïente:
Vede Ranaldo quella bestia fella,
Che ha la bocca di pece piena e il dente;
E poi legata per cotal maniera,
Che mover non si può dal loco ove era.

Subitamente salta gioso al piano,
Dove è la fiera fera di natura,
Che facea un crido tant'orrendo e strano,
Che al mur de intorno potea far paura.
Ranaldo prende sua Fusberta in mano,
E de assalire 'l mostro si assicura;
Ma quella bestia si scote sì forte,
Che par che debbia romper le ritorte.

Ranaldo non li lascia prender fiato,
Or la ferisce in capo, or nella panza,
Or da il sinestro, ora da il destro lato;
Il ferir de quel mostro era una cianza.
Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,
Ma quella pelle ogni durezza avanza.
Per ciò non è Ranaldo sbigotito,
Ma subito pigliò questo partito:

A quella bestia salta sopra al dosso,
La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,
E le genocchie strenge a più non posso:
Mai non se vide il più fier cavalcare.
Era il barone in faccia tutto rosso:
Quivi ogni suo valor convien mostrare;
E quivi più che altrove l'ha mostrato,
Ché con le mani il mostro ha strangolato.

Poi che la bestia al tutto è suffocata,
Pensa Ranaldo della sua partita;
Ma quella piazza intorno era serrata
De un grosso muro e de altezza infinita.
Sol di verso il castello era una grata,
Che de travi accialin tutta era ordita;
Ben la assagiò Ranaldo con la spata,
Ma troppo è sua grossezza smisurata.

Ora Ranaldo se vide pregione,
Che già di questo non pensava in prima,
E del suo scampo manca ogni ragione,
Ché di morir di fame lui se estima.
Guarda d'intorno per ogni cantone,
Ed ha veduta in terra la gran lima,
La lima che la dama avea portata;
Stima il baron che Dio l'abbia mandata.

Con quella lima la pregione apriva,
E poco manca che non possa uscire.
Ciascuna stella nel cel se copriva,
E cominciava il giorno ad apparire;
Ed eccoti un gigante quivi ariva,
Ma de venire a lui non ebbe ardire;
Anci, come il barone ebbe veduto,
Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -

In questo avea Ranaldo sbarattato
Tutto il serraglio, e quella grata aperta;
Ma per il crido di quel smisurato
Gionge la gente crudele e diserta.
E già Ranaldo fuora era saltato;
Or li conviene adoperar Fusberta,
Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo:
Già son più che seicento senza fallo.

Nulla ne cura quel franco barone,
Se ben sei tanto fosse il populaccio.
Davanti a gli altri stava un gigantone,
Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.
Mai non fu visto il più falso poltrone;
Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio:
Sotto il genocchio un colpo li disserra,
E senza gambe il fie' cadere in terra.

Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,
E sua Fusberta mena con ruina;
Presto a lui sol rimase quella piaccia,
Via ne fuggia la gente saracina.
Chi senza capo va, chi senza braccia,
Piena è di sangue la piaza meschina.
La vecchia nel palazo era serrata,
E dentro ha con lei molta brigata.

L'altro gigante ancora è dentro chiuso;
Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare:
Rompe la porta e favi entro un gran buso,
Poi con la man la prende a dimenare.
Il gran gigante se vede confuso,
Tema e vergogna il fanno dubitare.
Da capo a piedi egli era tutto armato:
Apre la porta, e fuora fu saltato.

E nella gionta mostra molto ardire;
Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato.
Ridendo quel baron li prese a dire:
- Io son contento di averti onorato.
Il sir de Montealban te fa morire:
Giù nello inferno tu serai lodato;
Ché ben lì trovarai gran compagnia,
Che io li ho mandato con Fusberta mia. -

Così dicendo quel baron valente
Mena un gran colpo fuor de ogni misura,
Fende al gigante il capo insino al dente;
Or fuggon gli altri tutti con paura.
Intra Ranaldo, e occide l'altra gente;
Ma quella vecchia dispietata e scura
Stava assettata sopra de un balcone;
Giù si gettò, come vide il barone.

Ben cento pedi quel balcone era alto:
Se la vecchia se occise, io nol domando.
Quando Ranaldo vide quel gran salto,
- Va - disse - al diavol, ch'io te racomando. -
Fatta è la sala già di sangue un smalto:
Sempre mena Ranaldo intorno il brando.
Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva,
Non rimase al castello anima viva.

Da poi se parte, e torna alla marina:
Non ha più voglia nel naviglio entrare,
Ma così a piedi nel litto camina;
Ed una dama venne a riscontrare,
Che dicea: - Lassa! misera! tapina!
La vita voglio al tutto abandonare. -
Ma parlar più di ciò lascia Turpino,
E torna a dir de Astolfo paladino.

Era partito Astolfo già di Franza:
Baiardo il buon destrier menato avia;
L'arme ha dorate, e dorata ha la lanza,
E va soletto e senza compagnia.
Già passato ha il paese di Maganza,
E già la Magna grande e la Ongaria;
Passa il Danubio nella Transilvana,
La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana.

Alla man destra volta giuso al basso,
E ne la Circasia fece la intrata.
Or quella regïone era in conquasso,
Tutta la gente se vedeva armata;
Però che Sacripante, il re circasso,
Una gran guerra aveva incominciata
Contra Agricane, re di Tartaria;
L'uno e l'altro segnor gran possa avia.

La cagione era di questo rumore
Non odio antiquo o zelosia di stato,
Né lo confin di regno o disonore,
Né lo esser per vittoria reputato;
Ma l'arme li avea posto in mano Amore,
Perché Agricane al tutto è destinato
Angelica per moglie di ottenire:
Essa ha proposto più presto morire.

Ed ha mandato in ogni regïone,
Presso e lontano, e per ogni paese;
O sia re grande, o sia picciol barone,
Invita ciascaduno a sue diffese;
E già molte migliaia di persone,
Per aiutar la dama, han le armi prese;
Ma prima assai de gli altri Sacripante,
Che lungamente li era stato amante.

Egli era innamorato oltra a misura
Della donzella, e lei lui poco amava;
Ma questa è più d'amor la gran sciagura,
Che il non essere amato non disgrava.
Or, per non far più lunga la scrittura,
Re Sacripante sua gente adunava,
E già se stava nel campo attendato,
Quando li venne Astolfo apresentato.

Perché aveva quel re fatto ordinare
Per ogni passo e per ogni sentiero
Dove persone potea capitare,
Che ciascun, paesano o forastiero,
Avanti a lui se debba appresentare;
E se de lui li faceva mestiero,
Con bono accordio seco il retenia;
Non se accordando, andava alla sua via.

Venne Astolfo da lui sopra Baiardo,
E fu da Sacripante assai mirato;
E ben lo stimò fior de ogni gagliardo,
Tanto lo vede gentilmente armato.
Già non aveva la insegna da il pardo,
Ma sopravesta e scudo avea dorato;
E perciò sempre per quel tenitoro
Nomossi il cavallier da il scudo d'oro.

Disseli Sacripante: - Sir valente,
Che soldo chiedi per la tua persona? -
Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente,
Quanta ne è in campo sotto tua corona.
Altro partito non voglio nïente:
Così mi piglia, o così me abandona;
In altro modo non sapria servire,
Perché io so comandar, non obedire.

Ma acciò che pensi se me la dei dare
(Perché forse me stimi per un paccio),
Voglio una prova nel presente fare:
Che me leghi di dietro il manco braccio;
Questo esercito poi voglio pigliare,
Da tua persona a l'ultimo ragaccio;
E perché meraviglia non te mova,
Adesso adesso ne farò la prova. -

Il re, rivolto a' soi baron, dicia
Che li incresciva di quel cavalliero,
Che a tal partito il senno perso avia;
E che potrebbe anco esser de legiero
Che lo intelletto li ritornaria,
Quando di lui se pigliasse pensiero.
Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare!
Poco de un paccio se può guadagnare. -

E così Astolfo fu licenziato,
E via cavalca senza altro pensiero.
Quel re di Circasia molto ha guardato
L'arme dorate e Baiardo il destriero;
E ne l'animo suo si ha destinato
De andar soletto dietro al cavalliero:
Poca fatica a quello alto re pare
L'arme ad Astolfo e quel caval levare.

De sopra a l'elmo trasse la corona,
Ché già non voleva esser cognosciuto;
Lo usato scudo e le insegne abandona.
Era questo re grande e ben membruto,
E forte a meraviglia di persona,
Molto avisato in guerra e proveduto:
Ma poi racontaremo sue prodece
Nella gran guerra che a Albraca se fece.

Lui segue Astolfo, come è sopra detto,
Che era davanti bene una giornata,
E cavalcava via tutto soletto.
Ed ecco scontra a mezo della strata
Un Saracin, che un altro sì perfetto
Non ha la terra, che è dal mar voltata;
Sua gran virtù conviene che se scopra
A quella guerra ch'io dissi di sopra.

Quel saracino ha nome Brandimarte,
Ed era conte di Rocca Silvana;
In tutta Pagania per ogni parte
Era sua fama nobile e soprana.
Di torniamenti e giostra sapea l'arte;
Ma, sopra tutto, la persona umana
Era cortese, il suo leggiadro core
Fu sempre acceso di gentile amore.

Costui menava seco una donzella,
Alor che con Astolfo se scontrava,
Che tanto cara gli è quanto era bella,
E di bellezza le belle avanzava.
Or come Astolfo il vide in su la sella,
Subitamente a giostra lo invitava:
- Prendi del campo, - Astolfo li dicia
- O ver lascia la dama, e va a tua via. -

Diceva Brandimarte: - Per Macone,
Prima vi voglio la vita lasciare;
Ma io te aviso, franco campïone,
Poi che donzella non hai a menare,
Che, se io te abato, te torò il ronzone,
E converratti a pedi caminare;
E già non stimo farti villania:
Tu non hai dama, e vôi tormi la mia. -

Aveva quel barone un gran destriero,
Che fu ben certo delli avantaggiati.
Or volta l'uno e l'altro cavalliero,
Da poi che insieme fôrno desfidati,
E ritrovârsi al mezo del sentiero,
E de gran colpi se fôrno atrovati.
Ma Brandimarte cadde con tempesta,
E scontrarno e destrier testa per testa.

Morì quel del barone incontinente:
Baiardo non curò di quella urtata.
Ciò non estima il cavallier valente;
Ma di perder la dama delicata
Al tutto se dispera nella mente,
Ché più che 'l proprio cor l'aveva amata.
Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto,
Trasse la spada per darse nel petto.

Astolfo, che a quello atto ben comprese
Che il cavallier moriva disperato,
Subitamente di Baiardo scese,
E con parole assai l'ha confortato.
- Credi, - diceva - ch'io sia sì scortese,
Ch'io te toglia quel ben che hai tanto amato?
Teco giostrai per vittoria e per fama:
Mio sia l'onore, e tua sia questa dama. -

Il cavallier che a piedi l'ascoltava,
E prima di dolor volea morire,
Or di tanta allegrezza lacrimava,
Che non poteva una parola dire,
Ma e piedi al duca e le gambe baciava,
E forte singiottendo disse: - Sire,
Or se radoppia la vergogna mia,
Poi ch'io son vinto ancor di cortesia.

Ed io ben son contento tutta fiata
Di avere ogni vergogna per tuo onore;
Tu m'hai la vita al presente campata:
Sempre perder la voglio per tuo amore.
Io non posso mostrarti mente grata,
Ché di servirti non aggio valore;
E tu sei de ogni cosa sì compiuto,
Che a l'altri servi, e tu non chiedi aiuto. -

Mentre che stanno in questo ragionare,
Re Sacripante ariva alla foresta;
E quando la fanciulla ebbe a mirare,
Destina di lasciar la prima inchiesta,
Ché quella dama volìa conquistare,
Fra sé dicendo: "Oh che ventura è questa!
Io feci aviso avere arme e destriero;
Or far meglior guadagno è di mestiero."

Con alta voce crida il Saracino:
- Di qualunche di voi la dama sia,
A me la lascia, e vada al suo cammino,
O che si prova alla persona mia. -
- Tu non sei cavallier, ma sì assassino, -
Il franco Brandimarte li dicia
- Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi,
Ed a robarme a battaglia mi chiedi. -

E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare,
E li dimanda con ogni preghiere
Che il suo destrier li piaccia di prestare.
Ridendo Astolfo con piacevol ciere
Disse: - Il mio per nïente non vo' dare,
Ma il suo ti donerò ben voluntiere;
E guadagnar lo voglio per tuo amore:
Tuo fia il cavallo, e mio serà l'onore. -

A Sacripante poi disse: - Barone,
Prima che acquisti questa damigella,
Convienti fare un'altra questïone;
E se io ti getto fora de la sella,
Io te farò partir senza ronzone;
Se tu me abbatti, serò pure a quella,
E tu te pigliarai questo destriero;
Poi della dama a te lascio il pensiero. -

- O Dio Macon, - diceva Sacripante
- Quanto aiutarme tua mente procura!
Per l'arme venni e per quello afferante,
E trovai questa bella creatura!
Ed ora mi guadagno in uno instante
La dama col destriero e l'armatura! -
Così dicendo da Astolfo si scosta,
E, vòlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. -

Ora son mossi con molto furore;
Nel corso ciascadun sua lancia aresta:
L'un se crede de l'altro esser megliore,
E vannose a ferir con gran tempesta.
Ma Sacripante cadde con dolore,
Sopra del prato percosse la testa.
Astolfo quivi in terra lo abandona:
Il suo destriero a Brandimarte dona.

- Odisti mai più piacevol novella, -
Diceva Astolfo - di questo barone,
Che se credette levarmi di sella,
Ed esso ne convien andar pedone? -
Così ne va parlando; e la donzella
Gli dice: - Il fiume della oblivïone
È qui davanti; sicché, cavallieri,
Pigliàti al nostro aiuto bon pensieri.

Se ogni om de noi non è cauto e prudente,
Noi siam tutti perduti questa sera;
Lo ardir, né l'arma non varrà nïente,
Ché qui presso a tre miglia è una rivera,
Che tra' l'omo a se stesso de la mente:
Non se può racordar più quel che egli era.
Onde io mi penso che assai meglio sia
Tornare a dietro e lasciar questa via;

Ché la rivera non si può passare,
Perché ciascuna ripa ha uno alto monte;
Da l'uno a l'altro una muraglia appare,
Che le due rocche tiene insieme agionte.
Stavi una dama nel mezo a mirare,
Sotto una torre, ch'è in guardia del ponte;
Con una coppa lucida e pulita
Ciascun che ariva a ber del fiume invita.

Come ha bevuto, perde ogni memoria,
Tanto che il proprio nome ha smenticato;
Ma se alcun più superbo, per sua boria,
Volesse a forza il ponte esser passato,
Serìa impossibil lui acquistar vittoria,
Ché sempre alcun barone appregïato
Tien quella dama fuora d'intelletto,
Per far vendetta d'ogni suo dispetto. -

Con tal parole la dama procura
Che il suo vïaggio si debba mutare.
Ciascun de' cavallier non ha paura,
Ed ha diletto tal cosa trovare;
E per veder quella strana ventura,
De esser là gionti mille anni li pare;
E cavalcando, vicino alla sera
Gionsero al ponte sopra alla rivera.

La damisella ch'era guardïana,
A loro incontra sopra al ponte è gita,
E con gentil sembiante, in voce umana,
A ber del fiume ciascadun invita.
- Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana!
Ché l'arte tua malvaggia è pur finita:
Morir convienti, tientene ben certa,
Ché la tua fraude al tutto è discoperta. -

La damisella che il parlare intese,
Lascia cader il cristal che avea in mano.
Un sì gran foco nel ponte se accese,
Che il volervi passar serebbe vano.
L'altra donzella ben quello atto intese,
Ed ambi i cavallier prese per mano:
L'altra dama, dico io, di Brandimarte,
Che sa di questa ogni malizia ed arte.

Lei prese a mano ciascun cavalliero,
E quanto ne pô gir, tanto ne andava,
Drieto alla ripa, per stretto sentiero.
L'acqua incantata quivi si vargava
Sopra de un ponte che passa al verziero.
Per altrui quella porta non se usava,
Ma la nova donzella, che è ben scorta
Di questo incanto, sapea quella porta.

Brandimarte gettò la porta in terra,
E già se vede quel falso giardino,
Che tanti cavallier dentro a sé serra.
Quivi era chiuso Orlando paladino,
E il re Ballano, quel mastro di guerra,
E Chiarïone, il franco saracino;
Era lì dentro Oberto dal Leone,
Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

Eravi ancora il forte re Adrïano,
Ed eravi Antifor de Albarosia;
Non cognoscon l'un l'altro, e insieme vano,
Né sapria dire alcun quel che lui sia,
Né se egli è saracino, o cristïano:
Tutti son persi per negromanzia.
Tutti li ha persi quella falsa dama,
Che Dragontina per nome se chiama.

Or se incomincia una gran questïone,
Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati.
Il re Ballano e il forte Chiarïone
Per Dragontina stan quel giorno armati.
Adrïano e Antifor e ogni barone
Son tutti insieme, li altri smemorati;
Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto,
Che la logia mirava per diletto.

Era ancor tutto armato il cavalliero,
Perché gionto era pur quella matina;
E Brigliadoro, il suo franco destriero,
Legato è tra le rose ad una spina.
Lui de altra cosa non avea pensiero;
Ed eccoti qui gionge Dragontina,
Dicendo: - Cavallier, per lo mio amore
Non anderai dove odi quel rumore? -

Altro non pensa il cavallier soprano,
Salta in arcione e la visera serra:
Alla zuffa ne va col brando in mano.
Già Brandimarte ha Chiarïon per terra,
Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano,
Ed a cavallo e a pedi se fan guerra.
Ma, come prima gionse il conte Orlando,
Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

E crida forte: - O cavallier pregiato,
Fiore e corona de ogni paladino!
Oh sempre Dio del cel ne sia lodato!
Non me cognosci ch'io son tuo cugino,
Che tanto per il mondo te ho cercato?
Chi te condusse per questo giardino? -
Il conte de nïente non lo ascolta,
Né se ricorda vederlo altra volta;

Ma con gran furia e senza alcun riguardo
Un grandissimo colpo a due man mena;
E se non fosse che il destrier Baiardo
È di tal senno e di cotanta lena,
Serebbe ucciso quel duca gagliardo,
Ché morto l'avria Orlando con gran pena:
Ben che il mur del giardin fosse molto alto,
Baiardo a un tratto lo passò de un salto.

Orlando fuor del ponte se ne uscia,
Ché quel nemico al tutto vôl pigliare;
E benché Brigliador forte corria,
Già con Baiardo non puotea durare,
Ma pur lo segue quanto più puotia.
Or non più adesso per questo cantare;
Ne l'altro avreti, se tornati a odire,
Del duca Astolfo un smisurato ardire.

Canto decimo

Orlando segue Astolfo a tutta briglia,
Forte spronando, ma nulla gli vale;
Corre Baiardo più che a meraviglia:
Giurato avria ciascun che l'avesse ale.
Il duca in ver levante il camin piglia,
Benché di Brandimarte gli par male,
Che gli era stato un pezo compagnone;
Or lo lasciava peggio che pregione.

Ma lui tanto temeva Durindana,
Che avria lasciato un suo carnal germano.
Or poi che Orlando per la selva strana
Vede averlo seguìto un pezo invano,
E che da lui più sempre se alontana
(Già quasi più nol vede sopra al piano),
Nella campagna lui non fe' dimora:
Verso il giardin correndo torna ancora.

La battaglia là dentro ancor durava,
Però che Brandimarte stava in sella,
Ed or Ballano, or Chiarïone urtava,
E ciascadun di loro a lui martella.
Ma la sua dama piangendo il pregava
Ch'el lascia la battaglia iniqua e fella,
E coi duo cavallier faccia la pace,
Facendo quel che a Dragontina piace;

Perché altramente non puotrà campare,
Quando non beva de l'acqua incantata;
Né se curi al presente smemorare,
Ma così aspetti la sua ritornata,
Che certamente lo verrà aiutare.
Né più nïente se fu dimorata,
Ma volta il palafreno alla pianura,
E via camina per la selva oscura.

Or la battaglia subito se parte,
E son finite le crudel contese;
E Dragontina piglia Brandimarte,
E dàgli il beveraggio lì palese
Della fiumana che è fatto per arte.
Più oltra il cavallier mai non intese,
Né se ricorda come qui sia gionto:
Tutto divenne un altro in su quel ponto.

Dolce bevanda e felice liquore,
Che puote alcun della sua mente trare!
Or sciolto è Brandimarte dello amore
Che in tanta doglia lo facea penare.
Non ha speranza più, non ha timore
Di perder lodo, o vergogna acquistare;
Sol Dragontina ha nel pensier presente,
E de altra cosa non cura nïente.

Orlando è ritornato nel giardino,
Avanti a Dragontina è ingenocchiato,
E fa sua scusa con parlar tapino,
Se quell'altro baron non ha pigliato.
Tanto li sta sumesso il paladino,
Che ad un piccol fantin serìa bastato.
Ora tornamo de Astolfo a contare,
Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

Unde camina continuamente,
E notte e giorno, il cavallier soprano.
Il primo giorno non trovò nïente
Per quel diserto inospite e silvano,
Ma nel secondo vede una gran gente,
Che era attendata sopra di quel piano:
Ad uno araldo Astolfo dimandava
Che gente è questa che quivi accampava.

Lo araldo gli mostrava una bandera,
Che quasi il mezo de il campo tenìa,
E dice: - Quivi aloggia con sua schera
Il re de' re, segnor de Tartaria. -
(Era quella bandera tutta nera,
Un caval bianco dentro a quella avia,
D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:
Non avea il mondo più ricco lavoro.)

- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco,
È del re de Mongalia, Saritrone,
Che non ha il mondo un baron tanto franco.
Vedi la verde da il bianco leone?
Quella è del smisurato Radamanto,
Che vinti piedi è lungo il campïone,
E signoreggia sotto tramontana
Mosca la grande e la terra Comana.

Quella vermiglia, che ha le lune d'oro
È del gran Polifermo, re de Orgagna,
Che di stato è possente e di tesoro,
Ed è gagliardo sopra a la campagna.
Io te vo' racontar tutti costoro,
Né vo' che alcun stendardo vi remagna,
Che nol cognoschi e nol possi contare,
Se in altre parte forse hai arrivare.

Vedi là il forte re della Gotìa,
Che Pandragon per nome era chiamato.
Vedi lo imperator de la Rossia,
Che ha nome Argante, ed è sì smisurato.
Vedi Lurcone ed il fier Santaria;
Il primo è di Norvega incoronato,
Il secondo de Sueza; e prossimana
Ha la bandera del re de Normana.

Quel re per nome è chiamato Brontino,
Che porta nel stendardo verde un core.
Il re di Danna li aloggia vicino,
Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.
Costoro a l'India prendono il camino,
Perché Agricane è de tutti il segnore,
E tutti sottoposti a sé li mena,
Per dare a Galifrone amara pena.

Quel Galifrone in India signoreggia
Una gran terra, che ha nome il Cataio,
Ed ha una figlia, a cui non se pareggia
Rosa più fresca de il mese de maio.
Ora Agricane per costei vaneggia,
Né tiene altro pensiero intro il coraio
Che de acquistar quella bella fanciulla;
Di regno o stato non si cura nulla.

Vero è ch'iersera il vecchio Galifrone
Mandò nel campo una sua ambasciaria,
Facendo molto d'escusazïone,
Se non li dava la figlia in balìa;
Però che quella, contro ogni ragione,
La rocca de Albracà tolto li avia,
E che, radotta in quella terra forte,
Dicea volervi star fino alla morte.

Or potrebbe esser che tutta la gente
Andasse a Albraca per porvi l'assedio;
Ché il patre non ha colpa de nïente,
Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.
Ma io m'estimo bene e certamente
Che la fanciulla non vi avrà remedio
A far con questo già lunga contesa:
Meglio è per lei che subito sia resa. -

Dapoi che Astolfo la cagione intende
Perché era quivi la gente adunata,
Subitamente il suo vïaggio prende;
Forte cavalca ciascuna giornata,
Fin che alla rocca di Albraca discende,
Dove stava la dama delicata;
La qual, sì come Astolfo vide in faccia,
Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

- Per mille volte tu sia il benvenuto, -
Dicea la dama - franco paladino,
Che sei giunto al bisogno dello aiuto!
Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!
Questo castello avessi io poi perduto,
E tutto il regno (io non daria un lupino),
Pur che qua fosse quel baron iocondo,
Che più val sol che tutto l'altro mondo. -

Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare,
Che un franco cavallier non sia Ranaldo;
Ma questo ben ti voglio racordare,
Che a la battaglia son di lui più saldo.
Alcuna fiata avemmo insieme a fare,
Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,
Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso,
E dire: "Io te mi rendo, e più non posso."

E il simil ti vo' dire ancor de Orlando,
Che della gagliardia se tien stendardo;
Ma se mancasse Durindana il brando,
Come a quell'altro è mancato Baiardo,
Non se andarebbe pel mondo vantando,
Né se terrebbe cotanto gagliardo;
Non con meco però, ché in ogni guerra
Che ebbi con seco, lo gettai per terra. -

La dama non sta già seco a contendere,
Perché sapea come era solaccevole;
Né di Ranaldo lo volse reprendere,
Benché odirlo biasmar li è dispiacevole;
E ben ne sapea lei la ragion rendere,
Perché era di quel tempo racordevole
Quando vide a Parigi ogni barone,
E di lor tutti la condizïone.

La dama fa ad Astolfo un grande onore,
E dentro dalla rocca lo aloggiava.
Ed eccoti levare un gran romore,
Per un messagio che quivi arivava;
Di polvere era pieno e di sudore:
- A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava.
Dentro alla terra se arma ogni persona,
Perché a martello ogni campana suona.

Eran qui dentro cavallier tre millia,
Dentro alla rocca avea mille pedoni.
La dama con Astolfo se consiglia,
E con li principal de' soi baroni;
Ed alla fine il partito se piglia
De diffender le mure e' torrïoni.
La terra è di fortezza sì mirabile,
Che per battaglia al tutto è inespugnabile.

Delibrâr che la terra se guardasse,
Che per ben quindeci anni era fornita.
Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse
Perdere un giorno qui della mia vita,
Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,
Voria che l'alma mia fosse finita;
Ed allo inferno me voglio donare,
Se questo giorno non li faccio armare. -

E così detto le sue arme prende,
Sopra Baiardo al campo se abandona;
Dice cose mirabile e stupende,
Da far meravigliare ogni persona.
- Forsi ch'io vi farò sficar le tende,
Soletto come io son! - così ragiona.
- Nïun non camparà, questo è certano:
Tutti vi voglio occider di mia mano. -

Vintidue centenara di migliara
De cavallier avia quel re nel campo;
Turpino è quel che questa cosa nara.
Astolfo non li estima, e getta vampo.
Dice il proverbio: "Guastando se impara":
Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,
Che alquanto se mutò de opinïone,
Governandosi poi con più ragione.

Ma nel presente tutti li disfida,
Chiamando Radamanto e Saritrone;
Polifermo ed Argante forte iscrida,
E Brontino dispreza e Pandragone;
Ma più Agricane, che de li altri è guida,
E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;
Con quisti il re di Sueza, Santaria:
A tutti dice oltraggio e vilania.

Or se arma tutto il campo a gran furore.
Non fo mai vista cosa tanto oscura
Quanto è quel populaccio, pien de errore,
Che de un sol cavallier se mette in cura.
Tanto alto è il crido e sì grande il romore,
Che ne risuona il monte e la pianura,
E spiegan le bandiere tutte quante;
Dece re insieme a quelle vanno avante.

E quando Astolfo viderno soletto,
Pur vergognando andârli tutti adosso;
Argante imperator, senza rispetto,
Fuor della schiera subito se è mosso.
Largo sei palmi è tra le spalle il petto:
Mai non fo visto un capo tanto grosso;
Schizzato il naso e l'occhio piccolino,
E il mento acuto, quel brutto mastino.

E sopra un gran destrier, che è di pel sôro,
Con la testa alta Astolfo riscontrava.
Il franco duca con la lancia d'oro
For della sella netto il trabuccava:
Ben fe' meravigliar tutti coloro.
Il forte Uldano sua lancia abassava,
Che fu segnor gagliardo e ben cortese:
Cugin carnale è questo de il Danese.

Astolfo con la lancia l'ha scontrato;
Disconzamente in terra il trabuccava.
Ciascun dei re ben se è meravigliato,
E più l'un l'altro già non aspettava.
Movesi un crido grande e smisurato:
- Adosso! adosso! - ciascadun cridava;
E tutti insieme quella gran canaglia
Contra de Astolfo viene alla battaglia.

Lui d'altra parte sta fermo e securo,
E tutta quella gente solo aspetta,
Come una rocca cinta de alto muro;
Sopra Baiardo a gran fatti se assetta.
Per la polvere il celo è fatto scuro,
Che move quella gente maledetta;
Quattro vengono avanti: Saritrone,
Radamanto, Agricane e Pandragone.

Or Saritrone fu il primo incontrato,
E verso il cel rivolse ambe le piante;
Ma Radamanto da il dritto costato
Percosse il duca; e quasi in quello instante
Agricane il ferì da l'altro lato;
E nella fronte de l'elmo davante
Pur in quel tempo il gionse Pandragone:
Questi tre colpi lo levâr d'arcione.

E tramortito in terra se distese,
Per tre gran colpi che avea ricevuti.
Radamanto è smontato, e lui lo prese,
Benché sian l'altri quivi ancor venuti.
Vero è che Astolfo non fece diffese,
Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti.
Ebbe Agricane assai meglior riguardo,
Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.

Io non so dir, segnor, se quel destriero,
Per aver perso il suo primo patrone,
Non era tra' Pagan più tanto fiero;
O che lo essere in strana regïone
Gli tolse del fuggire ogni pensiero;
Ma prender se lasciò come un castrone:
Senza contesa il potente Agricane
Ebbe il caval fatato in le sue mane.

Or preso è Astolfo e perduto Baiardo
E il ricco arnese e la lancia dorata;
In Albraca non è baron gagliardo
Che ardisca uscir di quella alcuna fiata.
Sopra le mura stan con gran riguardo,
Col ponte alciato e la porta serrata;
E mentre che così stanno a guardare,
Vedeno un giorno gran gente arivare.

Se volete saper che gente sia
Questa che gionge con tanto romore,
Questo è quel gran segnor di Circasia,
Re Sacripante, lo animoso core;
Ed ha seco infinita compagnia:
Sette re sono, ed uno imperatore,
Che vengon la donzella ad aiutare;
Il nome de ciascun vi vo' contare.

Il primo che è davanti, è cristïano,
Benché macchiato è forte de eresia:
Re de Ermenia, ed ha nome Varano,
Che è de ardir pieno e d'alta vigoria.
Sotto sua insegna trenta millia vano,
Che tutti al saettare han maestria:
E l'altro, che ha la schiera sua seconda,
È l'alto imperator de Tribisonda,

Ed è per nome Brunaldo chiamato:
Vintisei millia ha di fiorita gente.
Il terzo è di Roase incoronato,
Che ha nome Ungiano, ed è molto possente:
Cinquanta millia è il suo popul armato.
Poi son duo re, ciascuno è più valente:
Ogniom di loro ha molta signoria,
L'un tien la Media, e l'altro la Turchia.

Quel de la Media ha nome Savarone:
Torindo il Turco per nome si spande.
Questo ha quaranta millia di persone,
E il primo trentasei dalle sue bande.
Odito hai nominar la regïone
Di Babilonia, e Baldaca la grande:
Di quella gente è venuto il segnore,
Re Trufaldino, il falso traditore.

E le sue gente mena tutte quante,
Che son ben cento millia, in una schiera.
Re di Damasco, schiatta di gigante,
Ne ha vinti millia sotto sua bandiera.
Bordacco ha nome; e segue Sacripante,
Re de' Cercassi, quella anima fiera,
Di corpo forte, de animo prudente;
Ottanta millia è tutta la sua gente.

Giunsero ad Albracà quella matina
Che la presa di Astolfo era seguìta;
Ed assalirno il campo con roina,
Benché Agricane ha una gente infinita.
Era nella prima ora matutina,
E l'alba pur allora era apparita,
Quando se incominciò la gran battaglia,
Che a l'una e l'altra gente diè travaglia.

Or chi potrà la quinta parte dire
Della battaglia cruda e perigliosa?
E l'aspro scontro, e il diverso colpire,
E il crido della gente dolorosa,
Che d'una e da altra parte hanno a morire?
Chi mostrarà la terra sanguinosa,
L'arme suonante e bandiere stracciate,
E il campo pien di lancie fraccassate?

La prima zuffa fu del re Varano,
Che senza alcun romor sua schiera guida.
Comandamento fa di mano in mano
Che pregion non si pigli, e ogni om se occida.
Fu lo assalto improviso e subitano,
Il campo tutto - A l'arme! a l'arme! - crida;
Chi si diffende, e chi prende armatura,
Chi se nasconde e fugge per paura.

Ma non bisogna già star troppo a bada,
Ché li inimici entro alle tende sono;
Vanno e Tartari al taglio de la spada,
Né trovan delli Ermeni alcun perdono;
Per boschi e per campagna, e fuor di strada
Fugge tutta la gente in abandono.
Ecco la furia adosso più li abonda:
Gionto è lo imperator de Trebisonda.

Con la sua gente e Tartari sbaraglia.
Ora ecco Ungiano, il forte campïone,
Ch'è gionto con quest'altri alla battaglia;
E già Torindo e il franco Savarone
La gente tartaresca abatte e taglia;
Alla riscossa sta sotto il penone
Re Sacripante, e Bordaco è rimaso
Con Trufaldino, il traditor malvaso.

La battaglia era tutta inviluppata:
Chi qua, chi là per lo campo fuggia.
La polvere tanto alto era levata,
Che l'un da l'altro non se cognoscia;
Ed è la cosa sì disordinata,
Che non giova possanza o vigoria
Del re Agricane, che è cotanto forte;
Ma a lui davanti son sue gente morte.

Quel re di gran dolor la morte brama;
Soletto fuor de schiera se tra' avante,
Ciascun de' soi baron per nome chiama:
Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante,
E Pandragone, degno di gran fama,
Lurcone, e Radamanto, che è gigante,
Polifermo e Brontino e Santaria
Ad alta voce chiama tutta via.

Montato era Agrican sopra Baiardo;
Davanti a tutti vien con l'asta in mano.
Apre ogni schiere quel destrier gagliardo,
Con tanta furia vien sopra del piano;
Abatte ciascadun senza riguardo:
Ed ecco riscontrato ha il re Varano.
Avanti lo colpisce entro la testa,
Gettalo a terra con molta tempesta.

Brunaldo fu cacciato dello arcione
Da Polifermo; ed ecco il forte Argante
Che con la lancia atterra Savarone;
E Radamanto, quel crudo gigante,
Abatte Ungiano sopra del sabbione.
Or vede bene il franco Sacripante
Tutta sua gente morta e sbigotita,
Se sua persona non li porge aita.

Lascia sua schiera il re pien di valore
Sopra il destriero, ed abassa la lanza,
E Polifermo atterra con furore;
Brontino e Pandragon poco li avanza,
E questo Argante, che era imperatore,
Ché tutti in terra vanno ad una danza;
E poi ch'egli ha la spada in sua man tolta,
La gente tartaresca fugge in volta.

In altra parte combatte Agricane,
E meraviglia fa di sua persona;
Vede sua gente per coste e per piane
Fuggire in rotta, e che il campo abandona.
Per la grande ira morde ambe le mane,
E in quella parte crucïoso sprona;
Urta ed occide chi li viene avante,
O sia de' suoi, o sia de Sacripante.

Come di verno, nel tempo guazoso,
Giù de un gran monte viene un fiume in volta,
Che va sopra a la ripa ruinoso,
Grosso di pioggia e di neve disciolta:
Cotal veniva quel re furïoso,
Con ira grande e con tempesta molta.
Una gran prova poi, che egli ebbe a fare,
Vi vo' ne l'altro canto racontare.

Canto decimoprimo

Di sopra odisti il corso e la roina
Del re Agricane, quella anima fiera.
Come un gran fiume fende la marina,
Sì come una bombarda apre una schiera,
Così quel re col brando non afina,
Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;
Taglia e nimici e spezza la sua gente,
Né l'un né l'altro non cura nïente.

Né Tartaro o Circasso lui riguarda,
Né de amici o nemici fa pensiero;
A quel vôl mal, che il camino gli intarda.
Ora è pur gionto quel segnor altiero
Dove discerne la prova gagliarda
Che fa il re Sacripante in sul destriero:
Vede fuggire e soi con alte stride,
E il re circasso vede, che li occide.

- Fuggitevi de qui, vituperati! -
Disse Agricane - popol da nïente;
Né miei vasalli più vi nominati,
Ch'io non voglio esser re de cotal gente.
Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;
Ché io molto meglio restarò vincente
Sol, come io sono, de questa battaglia,
Che in compagnia de voi, brutta canaglia. -

Così dicendo, si fa largo fare,
E Sacripante alla battaglia invita.
Or non doveti, segnor, dubitare
Se ben l'accetta quella anima ardita;
E incontinente un messo ebbe a mandare
Dentro alla terra, alla dama fiorita;
Pregando lei che su la rocca saglia,
Per radoppiarli il core alla battaglia.

Venne la damisella sopra al muro,
E mandò un brando al re di Circasia,
Ad ogni prova tagliente e sicuro.
Il re Agricane gran doglia ne avia,
Pur diceva ghignando: - Io non mi curo,
Ché quella spada al fin serà la mia,
E Sacripante insieme, e quel castello,
Con quella ria putana de bordello.

Non se vergogna, brutta incantatrice,
Ad altro più che a me portare amore,
Ché se puotea chiamar tanto felice
E aver del mondo la parte maggiore.
Certo il ver de le femine si dice,
Che sempre mai se apprendeno al peggiore:
Il re de' re puotea aver per marito,
E un vil circasso tol per appetito. -

Così dicendo, turbato se volta,
Ed al nemico assai se è dilungato:
La grossa lancia su la coscia ha tolta.
E già da l'altra parte è rivoltato
Re Sacripante, e vien con furia molta;
E l'uno e l'altro insieme è riscontrato
Con tal romore e con tanta roina
Che par che il cel profondi e il mondo afina.

L'un l'altro in fronte a l'elmo se è percosso,
Con quelle lancie grosse e smisurate,
Né alcun per questo se è de l'arcion mosso;
L'aste fino alla resta han fraccassate,
Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.
Già fan rivolta, ed hanno in man le spate,
E furïosi tornansi a ferire.
Ché ciascun vôle o vincere o morire.

Chi mai vide due tori alla verdura
Per una vacca accesi di furore,
Che a fronte a fronte fan battaglia dura
Con voce orrenda e piena di terrore;
Veggia qui duo guerrer senza paura,
Che non stiman la vita per amore,
Anci hanno e scudi per terra gettati,
E la lor guerra fan da disperati.

Or Sacripante al tutto se abandona,
A due man mena un colpo dispietato.
Gionselo in testa, e taglia la corona:
Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.
Ma Agrican il colpisce alla persona,
E sopra a un fianco l'ha forte piagato.
Ciascun di vendicarse ben procaccia,
E rendonsi pan fresco per fogaccia.

Né sì spesso la pioggia, o la tempesta,
Né la neve sì folta da il cel cade,
Quanto in quella battaglia aspra e molesta
Se odino spesso e colpi delle spade.
E' da l'arcion son sangue insin la testa:
Mai non se vide tanta crudeltade.
Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,
E cresce ognor lo assalto furïoso.

Vero è che Sacripante sta pur peggio,
Perché versa più sangue il fianco fore;
Ma lui della sua vita fa dispreggio,
E riguardando Angelica, il bel fiore,
Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggio
Che quel ch'io faccio per soperchio amore
Angelica lo veda, e siagli grato;
Poi son contento di morir nel prato.

Io son contento al tutto de morire,
Pur ch'io compiaccia a quella creatura.
Oh se lei nel presente avesse a dire:
'Certo io son ben spietata e troppo dura,
Facendo un cavallier de amor perire,
Che per piacermi sua vita non cura!'
Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,
E morto e vivo poi serìa beato."

E sopra a tal pensier tanto se infiama,
Che non fu cor giamai così perverso;
Ad ogni colpo Angelica pur chiama,
E mena il brando a dritto ed a roverso.
Altro non ha nel cor che quella dama:
Piaga non cura, o sangue che abbia perso;
Ma pur il spirto a poco a poco manca,
Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.

Li altri re intorno stavano a guardare
La gran battaglia piena di spavento.
A ciascaduno un gran dalmaggio pare
Veder morir quel re pien de ardimento.
Ma sopra a tutti nol può comportare
Torindo il Turco, ed ha molto tormento
Di veder Sacripante in tal travaglia,
Né sa come sturbar quella battaglia.

E tra li cavallier comincia a dire
Come egli è certamente un gran peccato
Veder quel franco re così morire.
E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato!
Potrai tu forse con gli occhi soffrire
Di veder morto quel che t'ha campato?
Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:
Esso ce ha reso e l'onore e la vita.

Deh non abbiate di color spavento,
Benché sia innumerabil quantitate.
Diamo pur dentro a lor con ardimento,
Che poco lì faren noi con le spate.
Né vi crediati di far tradimento,
Perché questa battaglia disturbate,
Ché tradimento non si può appellare
Quel che si fa per suo segnor campare.

Sia mia la colpa, se colpa ne viene,
E vostre sian le lode tutte quante. -
Così dicendo più non se ritiene,
Ma con ruina sprona il suo aferrante.
La grossa lancia alla resta sostiene;
Primo e secundo che li viene avante,
E il terzo e il quarto abatte con furore:
Or se comincia altissimo romore.

Ché ciascun turco e ciascadun circasso,
Ciascun di Tribisonda e di Soria,
E gli altri tutti che al presente lasso,
Perché dietro a Torindo ognun seguia,
Ne' Tartari ferirno con fraccasso,
Contra a quei de Mongalia e di Rossia.
Ecco di sopra si lieva il polvino,
Ché da quel canto gionge Trufaldino,

Quel di Baldache, ch'è tanto potente.
Or comincia la zuffa smisurata,
Ché cento millia è tutta la sua gente,
Che in una schiera vien stretta e serrata.
Agricane a tal cose pone mente,
E vede la sua gente sbarattata;
E, vòlto a Sacripante, disse: - Sire,
Le vostre gente han fatto un gran fallire.

A te ben ne darò bon guidardone:
Tu prova contra a' mei quel che pôi fare. -
L'un va di qua, di là l'altro barone,
E comincia le schiere a sbarattare,
Menando i brandi con distruzïone.
Mai tanta gente se ebbe a consumare,
Ché trenta falcie più non fan nel prato,
Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

Agricane inscontrò con Trufaldino.
Vede quel falso che non può campare;
Fassegli inanzi sopra del camino,
Dicendo: - Ben di me ti pôi vantare,
Se tu me abatti sopra de un roncino,
E il tuo destriero al mondo non ha pare!
Lascia il vantaggio, come il dover chiede,
Che alla battaglia te desfido a piede. -

Era Agricane assai di fama caldo:
Subito smonta alla verde campagna;
A un conte dà il destrier del bon Ranaldo,
Ché già non vôl che altrui quel se guadagna.
Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:
Volta la briglia, e mena le calcagna;
E prima che Agrican sia rimontato,
Lui tra sua gente è già remescolato.

Or si riversa tutta la battaglia
Verso la terra, e fuggono e Circassi.
Quei di Baldache, la brutta canaglia,
Fuggono e Sorïan dolenti e lassi,
Gettan per terra lancie e scudi e maglia,
E gettan le saette con turcassi.
Non vi è chi contra a' Tartari risponde:
Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

E già son gionti ove il fosso confina
Sotto alla terra, che è cotanto forte.
Là gioso ogni om se getta con roina,
Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte.
Che debbe fare Angelica meschina,
Che vede le sue gente tutte morte?
Apre la porta e il ponte fa callare,
Ché già soletta lei non vôl campare.

Come la porta in quel ponte se apria,
Sia maledetto chi a drieto rimane.
La gente tartaresca che seguia,
È mescolata con loro alle mane.
Or la porta gataia giù cadia,
E restò dentro il forte re Agricane;
Trecento cavallier de sue masnate
Fôr con lui chiusi dentro alla citate.

Egli era in su Baiardo copertato:
Mai non fu visto un baron tanto fiero.
Bordaco il Damaschino era tornato
Dentro alla terra, e vede il cavalliero,
E con molta arroganza li ha parlato:
- Or tua possanza ti farà mestiero:
Non te varrà Baiardo a questo ponto.
Ve' che una volta pur vi fosti gionto!

In ogni modo te convien morire,
Né pôi mostrar valor né far deffesa. -
Il re Agrican ridendo prese a dire:
- Non facciam di parole più contesa,
Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:
Della mia morte pigliane l'impresa,
Ché tu serai il primo a caminare
Là giù, dove molti altri aggio a mandare. -

Portava il re Bordaco una catena,
Che avea da capo una palla impiombata;
Con quella ad Agricane a due man mena,
Ma lui riscontra al colpo con la spata,
Né parve pur che lo toccasse apena,
Ché quella cadde alla terra tagliata.
Dicea il Tartaro a lui: - Sapra' mi dire
Qual sappia de noi duo meglio ferire. -

Così dicendo, quel baron possente
A due man mena sopra al bacinetto,
E quel fraccassa, e mette il brando al dente
E parte il mento e il collo insino al petto.
Veggendo quel gran colpo, l'altra gente
Tutti fuggian, turbati nello aspetto,
E tutti in fuga se pongono in caccia;
Il re Agrican li segue e li minaccia.

Egli è di core ardente e tanto fiero,
Che sempre voluntate lo trasporta;
Però che, se egli aveva nel pensiero
Tornare adrieto, ed aprir quella porta,
Prender la terra assai gli era leggiero,
Ed Angelica avere, o presa o morta.
Ma la ira, che ciascun di senno priva,
Dietro il pose alla gente che fuggiva.

Battaglia è ancora di fuor tutta fiata,
Molto crudele, orribile e diversa;
Qui l'una e l'altra gente è radunata:
Chi more, e chi del ponte se sumersa.
Tanto è quivi de' morti la tagliata,
Che il sangue che de' corpi fuor riversa,
Sparge per tutto e corre tanto grosso,
Che insino a l'orlo ha già cresciuto il fosso.

Ma dentro dalla terra altro terrore
E più crudel partito se apresenta.
Quel re sopra Baiardo con furore,
Terribile a vedere, ogniun spaventa.
Non fu battaglia al mondo mai maggiore,
Né dove tanta gente fosse spenta;
Tanti ne occise quel pagan gagliardo,
Che a pena e corpi passa con Baiardo.

Prima che fosse in Albraca serrato,
Come intendesti, il re de Tartaria,
Già se era prima dentro recovrato
Re Sacripante, pien di gagliardia.
Medicar se faceva disarmato,
E tanto sangue già perduto avia,
Che di star dritto non avea potere,
Ma sopra al letto stavasi a giacere.

Ora torniamo al potente Agricane,
Che assembra una fortuna di marina.
Il brando sanguinoso ha con due mane:
Mai non fo vista cotanta roina.
Oditi e gran lamenti e voce strane,
Ché tutta è occisa la gente tapina,
Re Sacripante, e in letto, con dolore,
Dimanda la cagion di quel romore.

Piangendo un suo scudier li prese a dire:
- Intrato è re Agricane, il maledetto,
Che la citade pone a gran martìre. -
Ciò odendo Sacripante esce del letto.
Ciascun de' suoi ben lo volea tenire,
Ma lui saltò di fuora al lor dispetto;
Né altre arme porta che il sol brando e il scudo,
Vestito di camisa, e il resto nudo.

E riscontra le schiere spaventate:
Nïun per tema sa quel che se faccia.
Lui li cridava: - Ah gente svergognate!
Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,
Come nel fango non vi sotterrate?
Come osati ad alcun mostrar la faccia?
Gettati l'arme, e andati alla poltrogna,
Poi non sapeti quel che sia vergogna.

Vedeti come io vado disarmato
E quasi nudo, per avere onore. -
Il popol che fuggiva se è firmato,
Di meraviglia pieno e di stupore:
Ciascuno alle sue spalle è rivoltato,
Perché la fama del suo gran valore
Era tanto alta, e i fatti a non mentire,
Che a questi spaventati dava ardire.

Ecco Agricane in mezo della strata,
Che mena in rotta quella gente persa,
Ed ha quest'altra schiera riscontrata
Con Sacripante, che il passo attraversa.
Nova battaglia qui se è cominciata,
Più de l'altra feroce, e più diversa,
Benché e Tartari sono poca gente;
Ma dà a lor core il suo segnor valente.

Da l'altra parte tanto eran spronati
Quei della terra da quel re circasso,
Che se stimano al tutto svergognati,
Se son cacciati adesso di quel passo.
Quivi de frezze e de dardi lanciati,
Di mazze e spade ve era tal fraccasso,
Qual più giamai stimar se puote in guerra;
Altri che morti non se vede in terra.

Sopra a tutti l'ardito Sacripante
Di sua persona fa prova sicura.
Senz'arme indosso agli altri sta davante,
Che meraviglia è pur che ancora dura.
Ma tanto è destro, e di gambe aiutante,
Che alcuna cosa non gli fa paura;
Né con il scudo copre sol se stesso,
Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

Ora un gran sasso mena, or getta un dardo
Ora combatte con la lancia in mano,
Or coperto del scudo, con riguardo,
Col brando sta a' nemici prossimano;
E tanto fa, che Agricane il gagliardo
Ogni sua forza adoperava in vano:
Né vi vale il vigor, né lo ardimento;
Già morti sono e soi più de trecento.

Né lui se può da tanti riparare,
Dardi e saette adosso li piovia;
Re Sacripante sol gli dà che fare,
E li altri lo tempestan tutta via.
Rotto è il cimer, ché penne non appare,
E il scudo fraccassato in braccio avia;
L'elmo di sasso al capo li risuona,
De arme lanciate ha piena la persona.

Qual, stretto dalla gente e dal romore,
Turbato esce il leon della foresta,
Che se vergogna di mostrar timore,
E va di passo torcendo la testa;
Batte la coda, mugia con terrore,
Ad ogni crido se volge ed arresta:
Tale è Agricane, che convien fuggire,
Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

Ad ogni trenta passi indietro volta,
Sempre minaccia con voce orgogliosa;
Ma la gente che il segue è troppo molta,
Ché già per la cità se sa la cosa,
E da ogni parte è qui la gente colta.
Ecco una schiera che se era nascosa,
Esce improviso, come cosa nova,
Ed alle spalle a quel re se ritrova.

Ma ciò non puote quel re spaventare,
Che con furia e roina se è addricciato.
Pedoni e cavallier fa a terra andare;
Prende il brando a due mane il disperato.
Or quivi alquanto lo voglio lasciare,
Ed a Ranaldo voglio esser tornato,
Che da Rocca Crudele è già partito,
E sopra al mar camina a piè sul lito.

Ciò me sentisti ben di sopra dire,
E come riscontrato ha quella dama,
Che par che di dolor voglia morire.
Cortesemente quel baron la chiama,
E prega lei per ogni suo desire,
Per quella cosa che più nel mondo ama,
E per lo Iddio del celo, e per Macone,
Che del suo dôl li dica la cagione.

Piangendo respondia la sconsolata:
- Io farò tutto il tuo voler compiuto.
Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,
Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!
Tutta la terra cerco, ed ho cercata,
Né ancor cercando spero alcuno aiuto;
Però che ritrovarme è di mestieri
Un che combatta a nove cavallieri. -

Dicea Ranaldo: - Io non mi vo' dar vanto,
Già de duo cavallier, non che di nove;
Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto
Tanta pietate nel petto mi move,
Che, se io non son bastante a un fatto tanto,
L'ardir mi basta a voler far le prove;
Siché del caso tuo prendi conforto,
Ché certo o vinceraggio, o serò morto. -

Disse la dama: - A Dio ti racomando!
Della proferta ti ringrazio assai;
Ma tu non sei colui ch'io vo cercando,
Ch'io credo ben che nol trovarò mai.
Sappi che tra quei nove è il conte Orlando.
Forse per fama cognosciuto l'hai;
E gli altri ancor son gente de valore:
Di questa impresa non avresti onore. -

Quando Ranaldo ascolta la donzella,
Ed ode il conte Orlando nominare,
Piacevolmente ancora a sé l'appella,
Prega che Orlando li voglia insegnare.
Così da lei intese la novella
De il fiume che non lascia ricordare;
E il tutto li contò de ponto in ponto,
Come Orlando con gli altri lì fo gionto.

Intende che la dama che parlava,
È quella che partì da Brandimarte.
Ranaldo strettamente la pregava
Che lo voglia condure in quella parte;
E prometteva in sua fede, e giurava
Che faria tanto, o per forza o per arte,
O combattendo o simulando amore,
Che traria quei baron tutti di errore.

Vedea la dama quel barone adatto,
E di persona sì bene intagliato,
Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,
Ed era ancora non vilmente armato.
Ma questo canto più breve vi tratto,
Però che l'altro vi fia prolongato
Nel racontar d'una lunga novella
Che a narrar prese questa damigella.

Canto duodecimo

Io ve ho contato la battaglia oscura,
Che ancor mi trona in capo quel romore
De Sacripante, che è senza paura,
E de Agricane, il franco e alto segnore;
Più quella cruda voce non me dura,
E dolcemente contarò de amore:
Teneti voi, segnor, nel pensier saldo
Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.

La damisella subito dismonta,
E il palafreno a lui donar volìa.
Dicea Ranaldo a lei: - Tu mi fai onta
Ad invitarme a tanta vilania. -
Lei rispondeva con parole pronta,
Che seco a piedi mai nol menaria:
Al fin, per far questa novella corta,
Lui montò in sella e quella in groppa porta.

La dama andava alquanto spaventata,
Per la temenza che avea del suo onore;
Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata,
Né mai Ranaldo ragionò de amore,
Alquanto nel parlar rasicurata,
Disse a lui: - Cavallier pien di valore,
Or entrar nella selva si conviene,
Che cento leghe di traverso tiene.

Acciò che men te incresca il caminare
Per questa selva orribile e deserta,
Una novella te voglio contare,
Che intravenne, ed è ben cosa certa.
In Babilonia potrai arivare,
Dove la istoria manifesta è aperta;
Però (quel ch'io ti narro è veritade)
Fu fatto dentro de quella citade.

Un cavallier, che Iroldo era chiamato,
Ebbe una dama nomata Tisbina;
Ed era lui da questa tanto amato,
Quanto Tristan da Isotta la regina.
Esso era ancor di lei inamorato,
Che sempre, dalla sera alla mattina,
E dal nascente giorno a notte oscura,
Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.

Vicino ad essi un barone abitava,
Di Babilonia stimato il maggiore;
E certamente ciò ben meritava,
Ché è di cortesia pieno e di valore.
Molta ricchezza, de che egli abondava,
Dispendea tutta quanta in farsi onore;
Piacevol nelle feste, in l'arme fiero,
Leggiadro amante e franco cavalliero.

Prasildo nominato era il barone.
Quello invitato è un giorno ad un giardino,
Dove Tisbina con altre persone
Faceva un gioco, in atto peregrino.
Era quel gioco di cotal ragione,
Che alcun li tenea in grembo il capo chino;
Quella alle spalle una palma voltava:
Chi quella batte a caso indivinava.

Stava Prasildo a riguardare il gioco:
Tisbina alle percosse l'ha invitato;
Ed in conclusïon prese quel loco,
Perché fo prestamente indivinato.
Standoli in grembo, sente sì gran foco
Nel cor, che non l'avrebbe mai pensato;
Per non indivinar mette ogni cura,
Ché di levarse quindi avea paura.

Dapoi che il gioco è partito e la festa,
Non parte già la fiamma dal suo core,
Ma tutto 'l giorno integro lo molesta,
La notte lo assalisce in più furore.
Or quella cagion trova, ed ora questa
Che al volto li è fuggito ogni colore,
Che la quïete del dormir gli è tolta,
Né trova loco, e ben spesso si volta;

Ora li par la piuma assai più dura
Che non suole apparere un sasso vivo.
Cresce nel petto la vivace cura,
Che d'ogni altro pensiero il cor l'ha privo.
Sospira giorno e notte a dismisura,
Con quella affezïon ch'io non descrivo,
Perché descriver non se può lo amore
A chi nol sente e a cui non l'ha nel core.

E correnti cavalli, e cani arditi,
De che molto piacer prender suolia,
Li sono al tutto del pensier fuggiti.
Or se diletta in dolce compagnia,
Spesso festeggia e fa molti conviti,
Versi compone e canta in melodia,
Giostra sovente, ed entra in torniamenti
Con gran destrieri e ricchi paramenti.

E benché pria cortese fosse assai,
Ora è cento per un multiplicato,
Ché la virtude cresce sempre mai,
Che se ritrova in l'omo inamorato:
E nella vita mia già non trovai
Un ben che per amor sia rio tornato;
Ma Prasildo, che è tanto d'amor preso,
Sopra a quel che se stima, fo corteso.

Egli ha trovato una sua messagiera,
Che avea molta amicizia con Tisbina,
Che la combatte e il mattino e la sera,
Né per una repulsa se rafina.
Ma poco viene a dir, ché quella altiera
A preghi né a pietade mai se inchina;
Perché sempre interviene in veritate
Che la alterezza è gionta con beltate.

Quante volte li disse: "O bella dama,
Cognosci l'ora della tua ventura,
Dapoi che un tal baron più che sé te ama,
Ché non ha il cel più vaga creatura.
Forse anco avrai di questo tempo brama,
Ché il felice destin sempre non dura;
Prendi diletto, mentre sei su il verde,
Ché lo avuto piacer mai non se perde.

Questa età giovenil che è sì zoiosa,
Tutta in diletto consumar si deve,
Perché quasi in un ponto ce è nascosa.
Come dissolve il sol la bianca neve,
Come in un giorno la vermiglia rosa
Perde il vago colore in tempo breve,
Così fugge la età come un baleno,
E non se può tenir, ché non ha freno."

Spesso con queste e con altre parole
Era Tisbina combattuta in vano.
Ma, quale in prato le fresche vïole
Nel tempo freddo pallide se fano,
Come il splendido giaccio al vivo sole,
Cotal se disfacea il baron soprano,
E condotto era a sì malvagia sorte,
Che altro ristor non spera che la morte.

Più non festeggia, sì come era usato:
In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.
Palido molto e macro è diventato,
Né quel che esser suolea, pareva adesso.
Altro diporto non ha ritrovato,
Se non che della terra usciva spesso,
E suolea solo in un boschetto andare
Del suo crudele amore a lamentare.

Tra l'altre volte avenne una matina
Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,
Ed avea seco la bella Tisbina;
E così andando, ciascuno ascoltava
Pianto dirotto con voce meschina.
Prasildo sì soave lamentava,
E sì dolce parole al dir gli cade,
Che avria spezzato un sasso di pietade.

"Odeti, fiori, e voi, selve, - dicia -
Poi che quella crudel più non me ascolta,
Dati odïenza alla sventura mia.
Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,
Voi, chiare stelle, e luna che vai via,
Oditi il mio dolor solo una volta:
Ché in queste voce estreme aggio a finire
Con cruda morte il lungo mio martìre.

Così farò contenta quella altiera,
A cui la vita mia tanto dispiace,
Poi che ha voluto il celo un'alma fiera
Coprire in viso de pietose face.
Essa ha diletto che un suo servo pèra,
Ed io me occiderò, poi che li piace;
Né de altre cose aggio io maggior diletto,
Che di poter piacer nel suo cospetto.

Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa
Tra queste selve, e non se sappia mai
Che la mia sorte è tanto dolorosa,
(Né mai palese non me lamentai),
Ché quella dama in vista grazïosa
Potria de crudeltà colparsi assai;
Ed io così crudel l'amo a gran torto,
Ed amarolla ancor poi che io sia morto."

Con più parole assai se lamentava
Quel baron franco, con voce tapina,
E dal fianco la spada denudava,
Palido assai per la morte vicina;
E il suo caro diletto ognior chiamava.
Morir volea nel nome di Tisbina;
Ché, nomandola spesso, gli era aviso
Andar con quel bel nome in paradiso.

Ma essa col suo amante ha bene inteso
Di quel barone il suo pianto focoso.
Iroldo di pietate è tanto acceso,
Che ne avea il viso tutto lacrimoso;
E con la dama ha già partito preso
Di riparare al caso doloroso.
Essendo Iroldo nascoso rimaso,
Mostra Tisbina agionger quivi a caso.

Né mostra avere inteso quei richiami,
Né che tanto crudel l'abbia nomata;
Ma, vedendol giacer tra i verdi rami,
Quasi smarita alquanto se è firmata.
Poi disse a lui: "Prasildo, se tu me ami,
Come già dimostrasti averme amata,
A tal bisogni non me abandonare,
Perché altramente io non posso campare.

E se io non fossi a l'ultimo partito
Insieme della vita e dello onore,
Io non farebbi a te cotale invito,
Ché non è al mondo vergogna maggiore
Che a richieder colui che hai deservito.
Tu m'hai portato già cotanto amore,
Ed io fui sempre a te tanto spietata;
Ma ancor col tempo te serò ben grata.

Ciò ti prometto su la fede mia,
E già de l'amor mio te fo sicuro,
Pur quel ch'io cheggio da te fatto sia.
Or odi, e non ti para il fatto duro:
Oltra alla selva della Barbaria
È un bel giardino, ed ha di ferro il muro;
In esso intrar si può per quattro porte,
L'una la Vita tien, l'altra la Morte,

Un'altra Povertà, l'altra Ricchezza:
Convien chi ve entra, alla opposita uscire.
In mezo è un tronco a smisurata altezza,
Quanto può una saetta in su salire;
Mirabilmente quello arbor se apprezza,
Ché sempre perle getta nel fiorire,
Ed è chiamato il Tronco del Tesoro,
Che ha pomi de smeraldi e rami d'oro.

Di questo un ramo mi conviene avere,
Altramente son stretta a casi gravi;
Ora palese ben potrò vedere
Se tanto me ami quanto demostravi.
Ma se impetro da te questo apiacere,
Più te amarò che tu me non amavi;
E mia persona ti darò per merto
Di tal servigio: tientine ben certo."

Quando Prasildo intende la speranza
Esserli data di cotanto amore,
De ardire e di desio se stesso avanza,
Promette il tutto senza alcun timore.
Così promesso avria, senza mancanza,
Tutte le stelle, il celo e il suo splendore;
E l'aria tutta, con la terra e il mare,
Avria promesso senza dubitare.

Senza altro indugio si pone a camino,
Lasciando ivi colei che cotanto ama;
In abito va lui de peregrino.
Or sappiati che Iroldo e la sua dama
Mandavano Prasildo a quel giardino,
Che l'Orto di Medusa ancor se chiama,
Acciò che il molto tempo, al longo andare,
Li aggia Tisbina de l'animo a trare.

Oltra di ciò, quando pur gionto sia,
Era quella Medusa una donzella
Che al Tronco del Tesor stava a l'ombria.
Chi prima vede la sua faccia bella,
Scordasi la cagion de la sua via;
Ma chiunche la saluta, o li favella,
E chi la tocca, e chi li sede a lato,
Al tutto scorda del tempo passato.

Quello animoso amante via cavalca
Soletto, o ver da Amore acompagnato.
Il braccio de il mar Rosso in nave varca,
E già tutto lo Egitto avea passato,
Ed era gionto nei monti di Barca,
Dove un palmier canuto ebbe trovato;
E ragionando assai con quel vecchione,
Della sua andata dice la cagione.

Diceva il vecchio a lui: "Molta ventura
Or t'ha condotto meco a ragionare;
Ma la tua mente pavida assicura,
Ch'io te vo' far il ramo guadagnare.
Tu sol de entrare a l'orto poni cura;
Ma quivi dentro assai è più che fare:
Di Vita e Morte la porta non se usa,
E sol per Povertà viense a Medusa.

Di questa dama tu non sai la istoria,
Ché ragionato non me n'hai nïente;
Ma questa è la donzella che se gloria
Di avere in guardia quel Tronco lucente.
Chiunche la vede, perde la memoria,
E resta sbigotito nella mente;
Ma se lei stessa vede la sua faccia,
Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.

A te bisogna un specchio aver per scudo,
Dove la dama veda sua beltade.
Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,
Perché convien entrar per Povertade.
Di quella porta è lo aspetto più crudo
Che altra cosa del mondo in veritade;
Ché tutto il mal se trova da quel lato,
E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.

Ma a l'opposita porta, ove hai a uscire,
Ritrovarai sedersi la Ricchezza,
Odiata assai, ma non se gli osa a dire;
Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza.
Parte del ramo qui convienci offrire,
Né si passa altramente quella altezza,
Perché Avarizia apresso lei lì siede;
Benché abbia molto, sempre più richiede."

Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto
Di quel giardino, e ringraziò il palmiero.
Indi se parte e, passato il deserto,
In trenta giorni gionse al bel verziero;
Ed essendo del fatto bene esperto,
Intra per Povertate de leggiero.
Mai ad alcun se chiude quella porta,
Anci vi è sempre chi de entrar conforta.

Sembrava quel giardino un paradiso
Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.
De un specchio avea il baron coperto il viso,
Per non veder Medusa e sua figura;
E prese nello andar sì fatto aviso,
Che all'arbor d'oro agionse per ventura.
La dama, che apoggiata al tronco stava,
Alciando il capo nel specchio mirava.

Come se vide, fu gran meraviglia,
Ché esser credette quel che già non era;
E la sua faccia candida e vermiglia
Parve di serpe terribile e fera.
Lei paurosa a fuggir se consiglia,
E via per l'aria se ne va leggiera;
Il baron franco, che partir la sente,
Gli occhi disciolse a sé subitamente.

Quinci andò al tronco, poi che era fuggita
Quella Medusa, falsa incantatrice,
Che, de la sua figura sbigotita,
Avea lasciata la ricca radice.
Prasildo un'alta rama ebbe rapita,
E smontò in fretta, e ben si tien felice;
Venne alla porta che guarda Ricchezza,
Che non cura virtute o gentilezza.

Tutta de calamita era la entrata,
Né senza gran romor se puote aprire.
Il più del tempo si vede serrata:
Fraude e Fatica a quella fa venire.
Pur se ritrova aperta alcuna fiata,
Ma con molta ventura convien gire.
Prasildo la trovò quel giorno aperta,
Perché de mezo il ramo fece offerta.

De qui partito torna a caminare;
Or pensa, cavallier, se egli è contento,
Che mai non vede l'ora de arrivare
In Babilonia, e parli un giorno cento.
Passa per Nubia, per tempo avanzare,
E varcò il mar de Arabia con bon vento;
Sì giorno e notte con fretta camina,
Che a Babilonia gionse una matina.

A quella dama fece poi assapere
Come a sua volontade ha bon fin messa;
E, quando voglia il bel ramo vedere,
Elegia il loco e il tempo per se stessa.
Ben gli ricorda ancor come è dovere
Che li sia attesa l'alta sua promessa;
E quando quella volesse disdire,
Sappiasi certo di farlo morire.

Molto cordoglio e pena smisurata
Prese di questo la bella Tisbina;
Gettasi al letto quella sconsolata,
E giorno e notte di pianger non fina.
"Ahi lassa me! - dicea - perché fui nata?
Ché non moritti in cuna, piccolina?
A ciascadun dolor rimedio è morte,
Se non al mio, che è fuor d'ogni altra sorte.

Ché se io me uccido e manca la mia fede,
Non se copre per questo il mio fallire.
Deh quanta è paccia quella alma che crede
Che Amor non possa ogni cosa compire!
E celo e terra tien sotto il suo piede,
Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire.
Prasildo da Medusa è rivenuto:
Or chi l'avrebbe mai prima creduto?

Iroldo sventurato, or che farai,
Dapoi che avrai la tua Tisbina persa?
Benché tu la cagion data te ne hai:
Tu nel mar di sventura m'hai sumersa.
Ahi me dolente! perché mai parlai?
Perché non fu mia lingua alor riversa
Tutta in se stessa e perse le parole,
Quando impromessi quel che ora mi dole?"

Aveva Iroldo il lamento ascoltato
Che facea la fanciulla sopra al letto,
Però che egli improviso era arivato,
Ed avea inteso ciò ch'ella avea detto.
Senza parlare a lei si fo accostato,
Tiensela in braccio e strenge petto a petto;
Né solo una parola potean dire,
Ma così stretti se credean morire.

E sembravan duo giacci posti al sole,
Tanto pianto ne li occhi gli abondava;
La voce venìa meno a le parole,
Ma pur Iroldo alfin così parlava:
"Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole
Che del mio dispiacer tanto ti grava,
Perché aver non potrebi alcun dispetto
Che a me gravasse, essendo a te diletto.

Ma tu cognosci bene, anima mia,
Che hai tanto senno e tal discrezïone,
Che, come amor se gionge a zelosia,
Non è nel mondo maggior passïone.
Or così parve alla sventura ria
Ch'io stesso del mio mal fossi cagione;
Io sol te indussi la promessa a fare,
Lascia me solo adunque lamentare.

Soletto portar debbo questa pena,
Ché ti feci fallire al tuo mal grato;
Ma pregoti, per tua faccia serena
E per lo amor che un tempo m'hai portato,
Che la promessa attendi integra e piena,
E sia Prasildo ben remeritato
Della fatica e del periglio grande
A che se pose per le tue dimande.

Ma piacciati indugiar sin ch'io sia morto,
Che serà solamente questo giorno.
Facciami quanto vôl Fortuna torto,
Ch'io non avrò mai, vivo, questo scorno,
E nello inferno andrò con tal conforto
De aver goduto solo il viso adorno;
Ma quando ancor saprò che me sei tolta,
Morrò, se morir pôssi, un'altra volta."

Più lungo avria ancor fatto il suo lamento,
Ma la voce mancò per gran dolore;
Stava smarito e senza sentimento,
Come de il petto avesse tratto il core.
Né avea di lui Tisbina men tormento,
Ed avea perso in volto ogni colore;
Ma, avendo esso la faccia a lei voltata,
Così rispose con voce affannata:

"Adunque credi, ingrato a tante prove,
Ch'io mai potessi senza te campare?
Dove è l'amor che me portavi, e dove
È quel che spesso solevi iurare,
Che, se tu avesti un celo, o tutti nove,
Non vi potresti senza me abitare?
Ora te pensi de andar nello inferno
E me lasciare in terra in pianto eterno?

Io fui e son tua ancor, mentre son viva,
E sempre serò tua, poi che sia morta,
Se quel morir de amor l'alma non priva,
Se non è in tutto di memoria tolta.
Non vo' che mai se dica, o mai se scriva:
'Tisbina senza Iroldo se conforta.'
Vero è che de tua morte non mi doglio,
Perché ancora io più in vita star non voglio.

Tanto quella convengo differire
Ch'io solva di Prasildo la promessa,
Quella promessa che mi fa morire;
Poi me darò la morte per me stessa.
Con te ne l'altro mondo io vo' venire,
E teco in un sepolcro serò messa.
Così ti prego ancora, e strengo forte,
Che morir meco vogli de una morte.

E questo fia de un piacevol veneno,
Il qual sia con tale arte temperato,
Che il spirto nostro a un ponto venga meno,
E sia cinque ore il tempo terminato;
Ché in altro tanto fia compiuto e pieno
Quel che a Prasildo fo per me giurato.
Poi con morte quïeta estinto sia
Il mal che fatto n'ha nostra pacìa."

Così della sua morte ordine dànno
Quei duo leali amanti e sventurati,
E col viso apoggiato insieme stanno,
Or più che prima nel pianto afocati,
Né l'un da l'altro dipartir se sanno,
Ma così stretti insieme ed abbracciati.
Per il venen mandò prima Tisbina
Ad un vecchio dottor di medicina.

Il qual diede la coppa temperata,
Senz'altro dimandare alla richiesta.
Iroldo, poi che assai l'ebbe mirata,
Disse: "Or su, ché altra via non c'è che questa
A dar ristoro a l'alma adolorata.
Non mi serà Fortuna più molesta,
Ché morte sua possanza al tutto serba:
Così se doma sol quella superba."

E poi che per mitade ebbe sorbito
Sicuramente il succo venenoso,
A Tisbina lo porse sbigotito.
Lui non è di sua morte pauroso
Ma non ardisce a lei far quello invito;
Però, volgendo il viso lacrimoso,
Mirando a terra, la coppa gli porse,
E de morire alora stette in forse,

Non del tossico già, ma per dolore,
Che il venen terminato esser dovia.
Ora Tisbina con frigido core,
Con man tremante la coppa prendia,
E biastemando la Fortuna e Amore,
Che a fin tanto crudel li conducia,
Bevette il succo che ivi era rimaso,
Insino al fondo del lucente vaso.

Iroldo se coperse il capo e il volto,
E già con gli occhi non volìa vedere
Che il suo caro desio li fosse tolto.
Or se comincia Tisbina a dolere,
Ché non è il suo cordoglio ancor dissolto;
Nulla la morte li facea al parere
Il convenirgli da Prasildo gire:
Questa gran doglia avanza ogni martìre.

Nulla di manco, per servar sua fede,
A casa del barone essa ne è andata,
E di parlare a lui secreto chiede:
Era di giorno, e lei accompagnata.
Apena che Prasildo questo crede,
E fattosegli incontro in su la entrata,
Quanto più puote, la prese a onorare,
Né di vergogna sa quel che si fare.

Ma poi che solo in un loco secreto
Se fo con lei ridotto ultimamente,
Con un dolce parlare e modo queto,
E quanto più sapea piacevolmente,
Se forza de tornarli il viso lieto,
Che lacrimoso a sé vede presente.
Lui per vergogna ciò crede avenire,
Né il breve tempo sa del suo morire.

Essa da lui al fin fu scongiurata,
Per quella cosa che più al mondo amava,
Che li dicesse perché era turbata
E di tal noglia piena si mostrava,
Ad essa proferendo tutta fiata
Voler morir per lei, se il bisognava;
Ed a risposta tanto la stringia,
Che odete quel che odir già non volia.

Perché Tisbina li disse: "Lo amore
Che con tanta fatica hai guadagnato,
È in tua possanza, e serà ancor quattr'ore.
Per mantenirte quel che te ho giurato,
Perdo la vita, ed ho perso l'onore;
Ma, quel ch'è più, colui che tanto ho amato
Perdo con seco, e lascio questo mondo;
E a te, cui tanto piacqui, me nascondo.

S'io fossi stata in alcun tempo mia,
Avendomi tu amata, sì come hai,
Avrei commessa gran discortesia
A non averte amato pur assai;
Ma io non puotevo, e non se convenia:
Duo non se ponno amare, e tu lo sai;
Amor non ti portai giammai, barone,
Ma sempre ebbi di te compassïone.

E quello aver pietà della tua sorte
M'ha di questa miseria centa intorno;
Ché il tuo lamento mi strense sì forte,
Allora che te odiva al bosco adorno,
Che provar mi convien che cosa è morte,
Prima che a sera gionga questo giorno."
Con più parole poi raconta a pieno
Sì come Iroldo e lei preso ha il veleno.

Prasildo ha di tal doglia il cor ferito,
Odendo questo che la dama dice,
Che sta senza parlargli sbigotito;
E dove se credeva esser felice,
Vedese gionto a l'ultimo partito.
Quella che del suo core è la radice,
Colei che la sua vita in viso porta,
Vedesi avanti agli occhi quasi morta.

"Non è piaciuto a Dio, né a te, Tisbina,
Della mia cortesia farne la prova, -
Dice il barone - accioché una roina
De amor crudele il nostro tempo trova.
Gionger duo amanti di morte tapina
Non era al mondo prima cosa nova;
Ora tre insieme, sì come io discerno,
Seran sta sera gionti nello inferno.

Di poca fede, or perché dubitasti
Di richiedermi in don la tua promessa?
Tu dici che nel bosco me ascoltasti
Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa,
Ché già nol credo; e questa prova basti,
Che, per farme morir, morta hai te stessa.
Or che me sol almanco avessi spento,
Ch'io non sentissi ancor di te tormento!

Tanto ti spiacque ch'io te volsi amare,
Crudel, che per fuggirme hai morte presa?
Sasselo Idio ch'io non puote' lasciare,
Benché io provassi, di amarte l'impresa.
Me nel bosco dovevi abandonare,
Se de amarme cotanto al cor ti pesa;
Chi te sforzava de quel proferire
Che poi con meco al fin te fa morire?

Io non volevo alcun tuo dispiacere,
Né lo volsi giamai, né il voglio adesso;
Che tu me amassi cercai di ottenere,
Né altro da te mai chiesi per espresso.
E se altrimenti ti desti a vedere,
Di scoprirne la prova sei apresso,
Perch'io te asolvo da ogni giuramento,
E stare e andar ne puoi a tuo talento."

Tisbina, che il baron cortese odìa,
Di lui fatta pietosa, prese a dire:
"Da te son vinta in tanta cortesia,
Che per te solo io non voria morire.
Volse Fortuna che altrimenti sia,
Né posso farti un lungo proferire,
Però che il viver mio debbe esser poco;
Ma in questo tempo andria per te nel foco."

Prasildo di gran doglia sì se accese,
Avendo già sua morte destinata,
Che le dolci parole non intese,
E con mente stordita e adolorata
Un bacio solamente da lei prese,
Poi l'ebbe a suo piacer licenzïata.
E lui se levò ancor dal suo cospetto:
Piangendo forte se pose su il letto.

Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta,
Ritrovandol col capo ancora involto,
La cortesia di quel baron li conta,
E come solo ha un bacio da lei tolto.
Iroldo dal suo letto a terra smonta,
E con man gionte al celo adriccia il volto;
Ingenocchiato, con molta umiltate
Prega Dio per mercede e per pietate,

Che Lui renda a Prasildo guiderdone
Di quella cortesia dismisurata.
Ma, mentre che lui fa la orazïone,
Cade Tisbina, e pare adormentata;
E fece il succo la operazïone
Più presto ne la dama delicata;
Ché un debil cor più presto sente morte
Ed ogni passïon, che un duro e forte.

Iroldo nel suo viso viene un gelo,
Come vede la dama a terra andare,
Che avea davanti a gli occhi fatto un velo:
Dormir soave, e non già morte appare.
Crudel chiama lui Dio, crudel il celo,
Che tanto l'hanno preso ad oltraggiare;
Chiama dura Fortuna, e duro Amore,
Che non lo occida, ed ha tanto dolore.

Lasciàn dolersi questo disperato:
Stimar puoi, cavallier, come egli stava.
Prasildo nella ciambra se è serrato,
E così lacrimando ragionava:
"Fu mai in terra un altro inamorato
Percosso da fortuna tanto prava?
Ché, se io voglio la dama mia seguire,
In piccol tempo mi convien morire.

Così quel dispietato avria solaccio,
Che è tant'amaro e noi chiamiamo Amore.
Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio,
Vien, sàziati, crudel, del mio dolore!
Ma al tuo mal grato io ne uscirò d'impaccio
Ché aver non posso un partito peggiore,
E minor pene assai son nello inferno
Che nel tuo falso regno e mal governo."

Mentre che se lamenta quel barone,
Eccoti quivi un medico arivare.
Dimanda di Prasildo quel vecchione,
Ma non ardisce alcuno ad esso entrare.
Diceva il vecchio: "Io, stretto da cagione,
Ad ogni modo li voglio parlare;
Ed altramente, io vi ragiono scorto,
Il segnor vostro questa sera è morto."

Il camarier, che intese il caso grave,
Di entrar dentro alla zambra prese ardire,
(Questo teneva sempre un'altra chiave,
Ed a sua posta puotea entrare e uscire);
E da Prasildo con parlar soave
Impetra che quel vecchio voglia odire.
Benché ne fece molta resistenza,
Pur lo condusse nella sua presenza.

Disse il medico a lui: "Caro segnore,
Sempremai te aggio amato e reverito;
Ora ho molto sospetto, anzi timore
Che tu non sia crudelmente tradito;
Però che zelosia, sdegno ed amore,
E de una dama il mobile appetito,
Ché è raro a tutte il senno naturale,
Possono indurre ad ogni estremo male.

E ciò te dico, perché stamatina
Me fo veneno occulto dimandato
Per una cameriera de Tisbina.
Or poco avanti me fu racontato
Che qua ne venne a te la mala spina.
Io tutto il fatto ho bene indivinato;
Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda:
Lasciale tutte, che il mal fuoco l'arda.

Ma non sospicar già per questa volta,
Ché in veritade io non gli diè veneno:
E se quella bevanda forse hai tolta,
Dormirai da cinque ore, o poco meno.
Così quella malvaggia sia sepolta,
Con tutte l'altre de che il mondo è pieno!
Dico le triste, ché in questa citate
Una vi è bona, e cento scelerate."

Quando Prasildo intende le parole,
Par che se avivi il tramortito cuore.
Come dopo la pioggia le vïole
Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore;
Poi, quando al cel sereno appare il sole,
Apron le foglie, e torna il bel colore:
Così Prasildo alla lieta novella
Dentro se allegra e nel viso se abella.

Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato,
A casa de Tisbina se ne andava;
E, ritrovando Iroldo disperato,
Sì come stava il fatto li contava.
Ora pensati se costui fu grato!
Colei che più che la sua vita amava,
Vuol che nel tutto de Prasildo sia,
Per render merto a sua gran cortesia.

Prasildo ne fie' molta resistenza,
Ma mal se può disdir quel che se vôle;
E benché ciascun stesse in continenza,
Come tra duo cortesi usar se suole,
Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza
Sino alla fine, ed in poche parole
Lascia a Prasildo la dama piacente;
Lui de quindi se parte incontinente.

Di Babilonia se volse partire,
Per non tornarvi mai nella sua vita.
Da poi Tisbina se ebbe a resentire,
La cosa seppe, sì come era gita;
E benché ne sentisse gran martìre,
E fosse alcuna volta tramortita,
Pur cognoscendo che quello era gito
Né vi è remedio, prese altro partito.

Ciascuna dama è molle e tenerina
Così del corpo come della mente,
E simigliante della fresca brina,
Che non aspetta il caldo al sol lucente.
Tutte siàn fatte come fu Tisbina,
Che non volse battaglia per nïente,
Ma al primo assalto subito se rese,
E per marito il bel Prasildo prese. -

Parlava la donzella tutta fiata,
Quando davanti a lor nel bosco folto
Odirno una alta voce e smisurata.
La damigella sbigotita è in volto,
Benché Ranaldo l'abbia confortata.
Or questo canto è stato lungo molto;
Ma a cui dispiace la sua quantitate,
Lasci una parte, e legga la mitate.

Canto decimoterzo

Io vi dissi di sopra come odito
Fu quel gran crido di spavento pieno.
Di nulla se è Ranaldo sbigotito;
Smonta alla terra, e lascia il palafreno
A quella dama dal viso fiorito,
Che per gran tema tutta venìa meno;
Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante.
La cagion di quella era un gran gigante,

Che stava fermo sopra ad un sentiero,
Dietro a una tomba cavernosa e oscura,
Orribil di persona e viso fiero,
Per spaventare ogni anima sicura.
Ma non smarrite già quel cavalliero,
Che mai non ebbe in sua vita paura,
Anci contra gli va col brando in mano;
Nulla si move quel gigante altano.

Di ferro aveva in pugno un gran bastone,
De fina maglia è tutto quanto armato;
Da ciascun lato li stava un grifone,
Alla bocca del sasso incatenato.
Or, se volete saper la cagione
Che tenea quivi quel dismisurato,
Dico che quel gigante in guardia avia
Quel bon destrier che fu de l'Argalia.

Fu il caval fatto per incantamento,
Perché di foco e di favilla pura
Fu finta una cavalla a compimento,
Benché sia cosa fuora de natura.
Questa dapoi se fie' pregna di vento:
Nacque il destrier veloce a dismisura,
Che erba di prato né biada rodea,
Ma solamente de aria se pascea.

Dentro a quella spelonca era tornato,
Sì come lo disciolse Ferraguto:
Però che in quella prima fu creato,
E chiuso in essa sempre era cresciuto.
Dapoi, per forza de libro incantato,
L'Argalia un tempo l'avea posseduto
Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno
Fece il cavallo al suo loco ritorno.

E quel gigante in sua guardia si stava,
Con fronte altiera, crudo e pertinace;
E seco due grifoni incatenava,
Ciascun più ongiuto, orribile e rapace.
Quella catena a modo se ordinava,
Che solver li può ben quando a lui piace;
Ogni grifon di quelli è tanto fiero,
Che via per l'aria porta un cavalliero.

Ranaldo alla battaglia se appresenta
Con grande aviso e con molto riguardo;
Né crediati però che il se spaventa,
Perché vada sospeso, a passo tardo.
L'alto gigante nel core argumenta
Che questo sia un baron molto gagliardo;
Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte,
Ché a più de mille avea data la morte;

E tutto il campo intorno biancheggiava
De ossi de morti dal gigante occisi.
Or la battaglia dura incominciava:
Preso è il vantaggio e li apensati avisi.
Ma colpi roïnosi se menava:
Non avea alcun di lor festa né risi;
Anci cognoscon ben, senza fallire,
Che l'uno o l'altro qui convien morire.

Il primo feritor fo il bon Ranaldo,
E gionse a quel gigante in su la testa.
Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo,
Che nulla quel gran colpo lo molesta.
Ora esso di superbia e de ira caldo
Mena il bastone in furia con tempesta;
Ranaldo al colpo riparò col scuto:
Tutto il fraccassa quel gigante arguto.

Ma non li fece per questo altro male;
Ranaldo colpì lui con gran valore
De una ferita ben cruda e mortale,
Che fo nel fianco, assai vicina al core.
Subitamente par che metti l'ale,
Rimena l'altra con più gran furore,
Rompe di ponta quella forte maglia,
Sino alle rene passa la anguinaglia.

Per questo fo il gigante sbigotito,
E vede ben che li convien morire;
De le due piaghe ha un dolore infinito,
Né quasi in piedi se può sostenire;
Onde turbato prese il mal partito
Di far con seco Ranaldo perire:
Corre alla tana, e con molto fraccasso
Dislega i duo grifon dal forte sasso.

Il primo tolse quel gigante in piede,
E via per l'aria con esso ne andava;
Tanto è salito, che più non se vede.
L'altro verso Ranaldo se aventava,
Ché di portarsi il baron forse crede;
Con le penne aruffate zuffellava,
L'ale ha distese ed ogni branca aperta;
Ranaldo mena un colpo di Fusberta.

E già non prese in quel ferire errore:
Ambe le branche ad un tratto tagliava.
Sentì quello uccellaccio un gran dolore;
Via va cridando, e mai più non tornava.
Ecco di verso il celo un gran romore:
L'altro grifone il gigante lasciava.
Non so se camparà di quel gran salto:
Più de tre mila braccia era ito ad alto.

Roïnando venìa con gran tempesta:
Ranaldo il vede giù del cel cadere;
Pargli che al dritto venghi di sua testa,
E quasi in capo già sel crede avere.
Lui vede la sua morte manifesta,
Né sa come a quel caso provedere;
Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare,
Sembra il gigante in quella parte andare.

E già vicino a terra è gionto al basso:
Poco è Ranaldo da lui dilungato,
Che li cade vicino a men d'un passo.
Percosse al capo quel dismisurato,
E mena nel cader sì gran fraccasso,
Che tremar fece intorno tutto il prato.
Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno;
Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno.

Però che quel grifone in giù venìa
Ad ale chiuse, con tanto romore,
Che il celo e tutta l'aria ne fremia,
Ed oscurava il sole il suo splendore,
Così grande ombra quel campo copria:
Mai non fo vista una bestia maggiore.
Turpin lo scrive lui per cosa certa,
Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.

Ranaldo fermo il grande uccello aspetta,
Ma poco tempo bisogna aspettare,
Perché, quale è di foco una saetta,
Cotal vide il grifon sopra arivare.
Lui si stava ben scorto alla vedetta;
Nella sua gionta un colpo ebbe a menare:
Sotto la gorga, a ponto al canaletto
Gionse un traverso, e fese assai nel petto.

Non fu quel colpo troppo aspro e mortale,
Però che al suo voler non l'ebbe còlto;
Quel torna al cel battendo le grande ale,
E furïoso ancor giù se è rivolto.
Gionse ne l'elmo quel fiero animale,
E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto,
Né 'l rompe, né lo intacca, tanto è fino!
Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino.

Su vola spesso, e giù torna a ferire;
Ranaldo non la puote indovinare,
Che una sol volta lo possa colpire.
Stava la donna la pugna a guardare,
E di paura se credea morire,
Non già di sé, che non gli avia a pensare,
Né de esser quivi lei se ricordava:
Del baron teme, e sol per lui pregava.

Per la notte vicina il giorno oscura,
E la battaglia ancora pur durava.
Di questo sol Ranaldo avea paura,
De non veder la bestia che volava;
Onde per trarne fin pone ogni cura,
Ogni partito in l'animo pensava;
Al fin non trova quel che debba fare,
Poi che per l'aria lui non puote andare.

Alfin su il prato tutto se distende
Giù riversato, come fusse morto;
Quello uccellaccio subito discende,
Ché non si fu di tale inganno accorto,
Ed a traverso con le branche il prende.
Stava Ranaldo in su lo aviso scorto;
Non fu sì presto da l'uccel gremito,
Che menò il brando il cavalliero ardito.

Proprio sopra alla spalla il colpo serra,
E nervi e l'osso Fusberta fraccassa;
Di netto una ala li mandò per terra,
Ma per questo la fiera già nol lassa.
Con ambedue le grife il petto afferra,
E sbergo e maglia e piastra tutte passa
E l'uno e l'altro ungion strenge sì forte,
Che pare a quel baron sentir la morte.

Ma non per tanto lascia de ferire;
Or nella pancia il passa or nel gallone,
Di tante ponte, che il fece morire;
Poi si levava in piede quel barone.
Gran periglio ha portato, a non mentire;
Lui Dio ringrazia con devozïone;
E già la dama al palafren lo invita,
Parendo a lei la cosa esser finita.

Ma Ranaldo quel loco avia veduto,
Dove stava il destrier meraviglioso;
Se non avesse il fatto a pien saputo,
Serìa stato in sua vita doloroso.
Era quel sasso orribile ed arguto:
Dentro vi passa il principe animoso;
Da cento passi vicino alla intrata
Era di marmo una porta intagliata.

Di smalto era adornata quella porta,
Di perle e di smiraldi, in tal lavoro
Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta
Cosa de un pregio di tanto tesoro.
Stava nel mezo una donzella morta,
Ed avea scritto sopra in lettre d'oro:
'Chi passa quivi, arà di morte stretta,
Se non giura di far la mia vendetta;

Ma se giura lo oltraggio vendicare,
Che mi fu fatto con gran tradimento,
Avrà quel bon destriero a cavalcare,
Che di veloce corso passa il vento.'
Or non stette Ranaldo più a pensare,
Ma a Dio promette, e fanne giuramento,
Che quanta vita e forza l'avrà scorto,
Vendicherà la dama occisa a torto.

Poi passa dentro, e vede quel destriero,
Che de catena d'oro era legato,
Guarnito aponto a ciò che fa mestiero,
Di bianca seta tutto copertato.
Egli come un carbone è tutto nero,
Sopra la coda ha pel bianco meschiato;
Così la fronte ha partita de bianco,
La ungia di dietro ancora al pede manco.

Destrier del mondo con questo si vanta
Correre al paro, e non ne tro Baiardo,
Del qual per tutto il mondo oggi si canta.
Quello è più forte, destro e più gagliardo;
Ma questo aveva leggierezza tanta,
Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo,
Uno uccel che volasse, una saetta,
O se altra cosa va con maggior fretta.

Ranaldo fuor di modo se allegrava
Di aver trovato tanto alta ventura;
Ma la catena a un libro se chiavava,
Che avea di sangue tutta la scrittura.
Quel libro, a chi lo legge, dichiarava
Tutta la istoria e la novella oscura
Di quella dama occisa su la porta,
Ed in che forma, e chi l'avesse morta.

Narrava il libro come Trufaldino,
Re di Baldaco, falso e maledetto,
Aveva un conte al suo regno vicino,
Ardito e franco, e de virtù perfetto;
Ed era tanto de ogni lodo fino,
Che il re malvaggio n'avea gran dispetto.
Fo quel baron nominato Orrisello;
Montefalcone ha nome il suo castello.

Avea il conte Orrisello una sorella,
Che de tutt'altre dame era l'onore,
Perché è di viso e di persona bella;
Di leggiadria, di grazia e di valore
Se alcuna fo compita, lei fu quella.
Essa portava a un cavalliero amore,
Nobil di schiatta e famoso de ardire,
Leggiadro e bello a più non poter dire.

Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno,
Non vedea un altro par de amanti in terra
Sì de beltade e de ogni lode adorno.
Una voglia, uno amor questi duo serra,
E cresce ogniora più di giorno in giorno.
Or Trufaldino a possanza di guerra
Mai non puotria pigliar Montefalcone,
Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione.

Sopra de un sasso terribile e duro,
Un miglio ad alto, per stretto sentiero,
Se perveniva al smisurato muro;
Né a questo s'apressava di leggiero,
Perché un profondo fosso e largo e scuro
Volge il castello intorno tutto intiero;
Ciascuna porta ove dentro si vane,
Ha di tre torre fuora un barbacane.

Con incredibil cura si guardava
Questa fortezza de il franco Orrisello;
Lui temea Trufaldin che lo odïava,
E fatto ha già più assalti a quel castello,
E con vergogna sempre ritornava.
Or sapeva quel re de ogni altro fello
Che la sorella del conte, Albarosa,
Polindo amava sopra ogni altra cosa.

Polindo il cavallier è nominato,
Albarosa la dama delicata,
Quella de che aggio sopra ragionato
Che amava tanto, ed era tanto amata.
Ora quel cavalliero inamorato
Andava alla ventura alcuna fiata,
Cercando e regni per ogni confino:
In corte si trovò di Trufaldino.

Era quel re malvaggio e traditore,
Ciascuna cosa sapea simulare:
A Polindo faceva molto onore,
Con gran proferte e cortese parlare;
E prometteli aiuto e gran favore,
Quando Albarosa voglia conquistare.
Diversa cosa è lo amor veramente!
Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.

Chi altri mai che Polindo avria creduto
A quel malvaggio mancator di fede,
Che così da ciascuno era tenuto?
Il cavallier nol stima e ciò non crede;
Anci di avere il proferito aiuto
Sempre procaccia, e mai l'ora non vede
Che Albarosa la bella tenga in braccio;
E de altra cosa non se dona impaccio.

Poi che la dama fu tentata in vano
Che dentro dalla rocca toglia gente,
A Polindo promette e giura in mano
Una notte partirse quietamente,
Al piè del sasso scender gioso al piano,
Ed esserli in sua vita obedïente,
Andar con lui, e far tutte sue voglie:
Esso promette a lei tuorla per moglie.

L'ordine dato se pone ad effetto.
Avea già Trufaldin prima donata
A Polindo una rocca da diletto,
Longe a Montefalcone una giornata.
Qui dentro intrarno senza altro rispetto
Quel cavalliero e la giovene amata.
Cenando insieme con gran festa e riso,
Eccoti Trufaldin quivi improviso.

Vaga fortuna, mobile ed incerta,
Che alcun diletto non lascia durare!
Sotto la terra è una strata coperta,
Per quella nella rocca se può andare.
Avea il malvaggio questa cosa esperta,
Perciò li volse la rocca donare.
Così cenando, e doi de amore accesi
Fuor de improvviso crudelmente presi.

Polindo di parlar già non ardiva,
Per non far seco la dama perire;
Ma di grande ira e rabbia se moriva,
Ché non può a Trufaldin sua voglia dire.
Quel re comanda alla dama che scriva
Al suo german che a lei debba venire,
Fingendo che Polindo l'ha menata
Dentro a una selva grande e smisurata;

E quivi a forza rinchiusa la tene,
Sotto la guarda di tre suoi famigli;
Ma se lui quivi secreto ne viene,
Vôl che Polindo e quelli insieme pigli;
Che le cagion diragli intiere e piene
Di sua partita, e non se meravigli;
Che poi lo chiarirà che il suo camino
Campato ha lui di man di Trufaldino.

La dama dice de voler morire
Più presto che tradire il suo germano;
Né per minaccie o per piacevol dire
Può far che prenda pur la penna in mano.
Il re fa incontinente qui venire
Un tormento aspro, crudo ed inumano,
Che con ferro affocato e membri straccia:
Quella fanciulla prende nella faccia.

Nella faccia pigliò col ferro ardente:
Non se lamenta lei, né getta voce;
Alla richiesta risponde nïente.
Quel focoso tormento assai più coce
Polindo, che vi stava di presente;
E benché fosse de animo feroce,
E de uno alto ardir pieno in veritate,
Pur cade in terra per molta pietate.

Narrava il libro tutte queste cose,
Ma più destinto, e con altre parole;
Ché vi erano atti con voci pietose,
E quel dolce parlar che usar se suole
Tra l'anime congionte ed amorose.
Eravi che Polindo assai se dole
Più de Albarosa che del proprio male;
E lei fa del suo amante un altro tale.

Legge Ranaldo quella istoria dura,
E molto pianto da gli occhi li cade;
Nel viso se conturba sua figura
Per quell'estremo caso de pietade.
Una altra fiata sopra al libro giura
Di vendicar quella aspra crudeltade;
E torna fuora il cavallier soprano
Con quel destrier che ha nome Rabicano.

Sopra di quello è il cavallier salito,
E via cavalca con la damisella,
Ma poco andâr, e il giorno fo sparito:
Ciascun di lor dismonta dalla sella.
Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito,
Dorme vicino a lui la dama bella;
Lo incanto della Fonte de Merlino
Ha tolto suo costume al paladino.

Ora li dorme la dama vicina:
Non ne piglia il barone alcuna cura.
Già fo tempo che un fiume e una marina
Non avrian posto al suo desio misura;
A un muro, a un monte avria data roina
Per star congionto a quella creatura;
Or li dorme vicina e non gli cale:
A lei, credo io, ne parve molto male.

Già l'aria se schiariva tutta intorno
Abenché il sole ancor non se mostrava;
Di alcune stelle è il cel sereno adorno,
Ogni uccelletto agli arbori cantava;
Notte non era, e non era ancor giorno.
La damisella Ranaldo guardava,
Però che essa al mattino era svegliata;
Dormia il barone a l'erba tutta fiata.

Egli era bello ed allor giovenetto,
Nerboso e asciutto, e de una vista viva,
Stretto ne' fianchi e membruto nel petto:
Pur mo la barba nel viso scopriva.
La damisella il guarda con diletto,
Quasi, guardando, di piacer moriva;
E di mirarlo tal dolcezza prende,
Che altro non vede ed altro non attende.

Sta quella dama di sua mente tratta,
Guardandosi davanti il cavalliero.
Or dentro quella selva aspra e disfatta
Stava un centauro terribile e fiero;
Forma non fo giamai più contrafatta,
Però che aveva forma di destriero
Sino alle spalle, e dove il collo uscia
E corpo e braccie e membra d'omo avia.

De altro non vive che di cacciasone,
Per quel deserto che è sì grande e strano;
Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone,
Sempre cacciando andava per quel piano;
Alora alora avea preso un leone,
E così vivo sel portava in mano.
Rugge il leone e fa gran dimenare;
Per questo se ebbe la dama a voltare,

Ed altramenti sopra li giongìa
Tutto improviso il diverso animale.
E forse che Ranaldo occiso avria:
Molto comodo avia di farli male.
La damisella un gran crido mettia:
- Donaci aiuto, o Re celestïale! -
A quel crido se desta il baron pronto,
E già il centauro è sopra di lor gionto.

Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia,
Benché il gigante l'avea fraccassato;
E quel centauro di spietata faccia
Getta il leon, che già l'ha strangolato.
Ranaldo adosso a lui tutto se caccia:
Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato,
E con molta roina lancia un dardo;
Stava Ranaldo con molto riguardo,

Sì che nol puote a quel colpo ferire.
Or lancia l'altro con molta tempesta;
L'elmo scampò Ranaldo dal morire,
Ché proprio il gionse a mezo della testa;
L'altro ancor getta, e nol puote colpire.
Ma già per questo la pugna non resta,
Perché il centauro ha preso il suo bastone,
E va saltando intorno al campïone.

Tanto era destro, veloce e leggiero,
Che Ranaldo se vede a mal partito;
Lo esser gagliardo ben li fa mestiero.
Quello animal il tien tanto assalito,
Che apressar non se puote al suo destriero;
Girato ha tanto, che quasi è stordito.
A un grosso pin se accosta, che non tarda:
Questo col tronco a lui le spalle guarda.

Quello omo contrafatto e tanto strano
Saltando va de intorno tuttavia;
Ma il principe, che avia Fusberta in mano,
Discosto a sua persona lo tenìa.
Vede il centauro afaticarsi in vano,
Per la diffesa che il baron facìa;
Guarda alla dama dal viso sereno,
Che di paura tutta venìa meno.

Subitamente Ranaldo abandona,
E leva dello arcion quella donzella;
Fredda nel viso e in tutta la persona
Alor divenne quella meschinella.
Ma questo canto più non ne ragiona;
Ne l'altro contarò la istoria bella
Di questa dama, e quel ch'io dissi avante,
Tornando ad Agricane e Sacripante.

Canto decimoquarto

Aveti inteso la battaglia dura
Che fa Ranaldo, la persona accorta,
E come la diversa creatura
Prese la dama, e in groppa se la porta.
Non domandati se ella avea paura:
Tutta tremava, e in viso parea morta;
Ma pur, quanto la voce li bastava,
Al cavalliero aiuto dimandava.

Via va correndo lo animal legiero
Con quella dama in groppa scapigliata;
A lei sempre ha rivolto il viso fiero,
Ed a sé stretta la tiene abracciata.
Or Ranaldo se accosta al suo destriero;
Ben se âgura Baiardo in quella fiata,
Ché quel centauro è tanto longe assai,
Che averlo gionto non se crede mai.

Ma poi che ha preso in man la ricca briglia
Di quel destrier che al corso non ha pare,
De esser portato da il vento asimiglia:
A lui par proprio di dover volare.
Mai non fu vista una tal meraviglia;
Tanto con l'occhio non se può guardare
Per la pianura, per monte e per valle,
Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.

E non rompeva l'erba tenerina,
Tanto ne andava la bestia legiera;
E sopra alla rugiada matutina
Veder non puossi se passato vi era.
Così, correndo con quella roina,
Gionse Ranaldo sopra una rivera,
Ed allo entrar de l'acqua, a ponto a ponto,
Vede il centauro sopra al fiume gionto.

Quel maledetto già non l'aspettava,
Ma, via fuggendo, nequitosamente
La bella dama nel fiume gettava:
Giù ne la porta il fiumicel corrente.
Che di lei fosse, e dove ella arivava,
Poi lo odirete nel canto presente;
Ora il centauro a quel baron se volta,
Poi che di groppa se ha la dama tolta;

E cominciorno a l'acqua la battaglia,
Con fiero assalto, dispietato e crudo;
Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia,
E quel centauro è tutto quanto nudo:
Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia,
Che coperto se tien tutto col scudo;
E il destrier del segnor de Montealbano
Corrente è assai, ma mal presto alla mano.

Grosso era il fiume al mezo dello arcione,
De sassi pieno, oscuro e roïnoso.
Mena il centauro spesso del bastone,
Ma poco nôce al baron valoroso,
Che gioca di Fusberta a tal ragione
Che tutto quello ha fatto sanguinoso;
Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito,
E già da trenta parte l'ha ferito.

Esce del fiume quello insanguinato,
Ranaldo insieme con Fusberta in mano,
Né se fu da lui molto dilungato,
Che gionto l'ebbe quel destrier soprano;
Quivi lo occise sopra al verde prato.
Or sta pensoso il sir de Montealbano,
Non sa che far, né in qual parte se vada:
Persa ha la dama, guida de sua strada.

A sé d'intorno la selva guardava,
E sua grandezza non puotea stimare;
La speranza de uscirne gli mancava,
E quasi adrieto volea ritornare,
Ma tanto ne la mente desïava
Da quello incanto il conte Orlando trare,
Che sua ventura destina finire,
O, questa impresa seguendo, morire.

Ver Tramontana prende la sua via,
Dove il guidava prima la donzella;
Ed ecco ad una fonte li apparia
Un cavalliero armato in su la sella.
Or Turpin lascia questa diceria,
E torna a raccontar l'alta novella
Del re Agricane, quel tartaro forte,
Che è chiuso in Albracà dentro alle porte.

Dentro a quella citade era rinchiuso,
E fa soletto quella ardita guerra:
Il popol tutto quanto ha lui confuso.
Sappiati che Albracà, la forte terra,
Da uno alto sasso calla al fiume giuso,
E da ogni lato un mur la cinge e serra,
Che se dispicca da il castello altano,
Volgendo il sasso insino al monte piano.

Sopra del fiume ariva la murata,
Con grosse torre e belle a riguardare.
Quella fiumana Drada è nominata,
Né estate o verno mai se può vargare.
Una parte del muro è qui cascata:
Quei della terra non hanno a curare,
Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente,
Che di battaglia non temon nïente.

Ora io vi dissi sì come Agricane
Fa la battaglia dentro alla citate;
Re Sacripante è con seco alle mane,
Con gente della terra in quantitate.
Prove se fier' dignissime e soprane
Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate;
E lasciai proprio che una schiera nova
Dietro alle spalle de Agrican se trova.

Nulla ne cura quel re valoroso,
Ma con molta roina è rivoltato;
Mena a due mane il brando sanguinoso.
Questo novo trapel che ora è arivato,
Era un forte barone ed animoso,
Torindo il Turco, che era ritornato
Con molta di sua gente in compagnia;
Per altre parte gionse a questa via.

Quel tartaro ne' Turchi urta Baiardo,
Getta per terra tutta quella gente;
Ora ecco Sacripante, il re gagliardo,
Che l'ha seguito continüamente.
Tanto non è legier cervo ni pardo,
Quanto è quel re circasso veramente;
Non vale ad Agrican sua forza viva,
Tanta è la gente che adosso gli ariva.

Già son le bocche delle strate prese,
Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia;
Le schiere dalle mure son discese,
E corre ciascaduno alla battaglia:
Non vi rimase alcuno alle diffese.
Or quei del campo, quella gran canaglia,
Chi per le mure intrò, chi per le porte,
Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! -

Onde fu forza a l'aspro Sacripante
Ed a Torindo alla rocca venire;
Angelica già dentro era davante,
E Trufaldin, che fo il primo a fuggire.
Morte son le sue gente tutte quante;
La grande occisïon non se può dire:
Morto è Varano, e prima Savarone,
Re della Media, franco campione.

Morirno questi fora delle porte,
Dove la gran battaglia fo nel piano.
Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte:
Radamanto lo occise de sua mano.
Quel Radamanto ancor diede la morte
Dentro alle mura al valoroso Ungiano;
Tutta la gente di sua compagnia
Fo il giorno occisa alla battaglia ria.

E tutta la citate hanno già presa:
Mai non fu vista tal compassïone.
La bella terra da ogni parte è incesa,
E sono occise tutte le persone;
Sol la rocca di sopra se è diffesa
Ne l'alto sasso, dentro dal zirone:
Tutte le case in ciascuno altro loco
Vanno a roina, e son piene di foco.

La damisella non sa che si fare,
Poi che è condotta a così fatto scorno;
In quella rocca non è che mangiare,
Apena evi vivande per un giorno.
Chi l'avesse veduta lamentare
E battersi con man lo viso adorno,
Uno aspro cor di fiera o di dragone
Seco avria pianto di compassïone.

Dentro alla rocca son tre re salvati
Con la donzella, e trenta altre persone,
Per la più parte a morte vulnerati.
La rocca è forte fora di ragione,
Onde tra lor se son deliberati
Che ciascuno occidesse il suo ronzone,
E far contra de' Tartari contesa,
Sin che Dio li mandasse altra diffesa.

Angelica dapoi prese partito
Di ricercare in questo tempo aiuto;
Lo annel meraviglioso aveva in dito,
Che chi l'ha in bocca, mai non è veduto.
Il sol sotto la terra ne era gito,
E il bel lume del giorno era perduto:
Torindo e Trufaldino e Sacripante
La damisella a sé chiama davante.

A lor promette sopra alla sua fede
In vinti giorni dentro ritornare,
E tutti insieme e ciascadun richiede
Che sua fortezza vogliano guardare;
Che forse avrà Macon di lor mercede,
Perché essa andava aiuto a ricercare
Ad ogni re del mondo, a ogni possanza,
Ed ottenerlo avia molta speranza.

E così detto, per la notte bruna
La damisella monta al palafreno,
Via camminando al lume della luna,
Tutta soletta, sotto al cel sereno.
Mai non fo vista da persona alcuna,
Benché di gente fosse intorno pieno;
Ma a questi la fatica e la vittoria
Li avea col sonno tolto ogni memoria.

Né bisogno ebbe di adoprar lo annello,
Ché, quando il sol lucente fo levato,
Ben cinque leghe è longe dal castello,
Che era da' suoi nemici intornïato.
Lei sospirando riguardava quello,
Che con tanto periglio avea lasciato;
E così caminando tutta via,
Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.

Gionse alla ripa di quella rivera,
Dove il franco Ranaldo occiso avia
Lo aspro centauro, maledetta fiera.
Come la dama nel prato giongia,
Un vecchio assai dolente nella ciera
Piangendo forte contro a lei venìa,
E con man gionte ingenocchion la chiede
Che del suo gran dolore abbia mercede.

Diceva quel vecchione: - Un giovenetto,
Conforto solo a mia vita tapina,
Mio unico figliolo e mio diletto,
Ad una casa che è quindi vicina,
Con febre ardente se iace nel letto,
Né per camparlo trovo medicina;
E se da te non prende adesso aiuto,
Ogni speranza e mia vita rifiuto. -

La damigella, che è tanto pietosa,
Comincia il vecchio molto a confortare:
Che lei cognosce l'erbe ed ogni cosa
Qual se apertenga a febre medicare.
Ahi sventurata, trista e dolorosa!
Gran meraviglia la farà campare.
La semplicetta volge il palafreno
Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.

Ora sappiati che il vecchio canuto,
Che in quella selva stava alla campagna,
Per prender qualche dama era venuto,
Come se prende lo uccelletto a ragna;
Per ciò che ogni anno dava di tributo
Cento donzelle al forte re de Orgagna.
Tutte le prende con inganno e scherno,
E prese poi le manda a Poliferno.

Però che ivi lontano a cinque miglia
Sopra de un ponte una torre è fondata:
Mai non fo vista tanta meraviglia,
Ché ogni persona che è quivi arivata,
Dentro a quella pregion se stesso piglia.
Quivi n'avea il vecchio gran brigata,
Che tutte l'avea prese con tale arte,
Fuor quella sol che fu di Brandimarte.

Però che quella, come io vi contai,
Fo dal centauro gettata nel fiume.
Essa nel fondo non andò giamai,
Però che de natare avea costume.
Quella onda, che è corrente pur assai,
Giù ne la mena, come avesse piume;
Al ponte la portò, che mai non tarda,
Dove la torre è de quel vecchio in guarda.

Lui dal fiume la trasse meza morta,
E fecela curar con gran ragione
Da quella gente che avea seco in scorta,
Ché medici lì aveva, e più persone;
Poi la condusse dentro a quella porta,
Dove con l'altre stava alla pregione.
De Angelica diciamo, che venìa
Con quel falso vecchione in compagnia.

Come alla torre fo dentro passata,
Quel vecchio fora nel ponte restava.
Incontinente la porta ferrata,
Senza che altri la tocchi, se serrava.
Alor se avide quella sventurata
Del falso inganno, e forte lamentava;
Forte piangia, battendo il viso adorno:
L'altre donzelle a lei son tutte intorno.

Cercano tutte con dolce parole
La dolorosa dama confortare;
E, come in cotal caso far si sôle,
Ciascuna ha sua fortuna a racontare;
Ma sopra a l'altre piangendo si dole,
Né quasi può per gran doglia parlare,
De Brandimarte la saggia donzella,
Che Fiordelisa per nome se appella.

Lei sospirando conta la sciagura
Di Brandimarte da lei tanto amato:
Come, andando con essa alla ventura,
Fo con Astolfo al giardino arrivato,
Dove tra fiori, a la fresca verdura,
L'ha Dragontina ad arte smemorato;
E, in compagnia de Orlando paladino,
Sta con molti altri presi nel giardino.

E come essa dapoi, cercando aiuto,
Se gionse con Ranaldo in compagnia;
E tutto quel che gli era intravenuto,
Senza mentire, a ponto lo dicia;
E del gigante, e del grifone ungiuto,
E de Albarosa la gran villania,
E del centauro al fin, bestia diversa,
Che l'avia dentro a quel fiume sumersa.

Piangeva Fiordelisa a cotal dire,
Membrando l'alto amor de che era priva.
Eccoti odirno quella porta aprire,
Che un'altra dama sopra al ponte ariva.
Angelica destina di fuggire;
Già non la può veder persona viva:
Lo incanto dello annel sì la coperse,
Che fuora uscì, come il ponte se aperse.

Non fo vista da alcuno in quella fiata,
Tanta è la forza dello incantamento;
E fra se stessa, andando, èssi apensata
E fatto ha nel suo cor proponimento
Di voler gire a quella acqua fatata
Che tira l'omo fuor de sentimento,
Là dove Orlando ed ogni altro barone
Tien Dragontina alla dolce prigione.

E caminando senza alcun riposo,
Al bel verzier fo gionta una matina.
In bocca avia lo annel meraviglioso:
Per questo non la vede Dragontina.
Di fora aveva il palafreno ascoso,
Ed essa a piede fra l'erbe camina,
E caminando, a lato ad una fonte,
Vede iacerse armato il franco conte.

Perché la guarda faceva quel giorno,
Stavasi armato a lato alla fontana.
Il scudo a un pino avea sospeso e il corno;
E Brigliadoro, la bestia soprana,
Pascendo l'erbe gli girava intorno.
Sotto una palma, a l'ombra prossimana,
Un altro cavallier stava in arcione:
Questo era il franco Oberto dal Leone.

Non so, segnor, se odisti più contare
L'alta prodezza de quel forte Oberto;
Ma fu nel vero un baron de alto affare,
Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto.
Tutta la terra intorno ebbe a cercare,
Come se vede nel suo libro aperto.
Costui facea la guarda alora quando
Gionse la dama a lato al conte Orlando.

Il re Adrïano e lo ardito Grifone
Stan ne la loggia a ragionar de amore;
Aquilante cantava e Chiarïone,
L'un dice sopra, e l'altro di tenore;
Brandimarte fa contra alla canzone.
Ma il re Ballano, ch'è pien di valore,
Stassi con Antifor de Albarosia:
De arme e di guerra dicon tutta via.

La damisella prende il conte a mano,
Ed a lui pose quello annello in dito,
Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano.
Or se è in se stesso il conte risentito,
E scorgendosi presso il viso umano
Che gli ha de amor sì forte il cor ferito,
Non sa come esser possa, e apena crede
Angelica esser quivi, e pur la vede.

La damisella tutto il fatto intese:
Sì come nel giardino era venuto,
E come Dragontina a inganno il prese,
Alor che ogni ricordo avia perduto.
Poi con altre parole se distese,
Con umil prieghi richiedendo aiuto
Contra Agricane, il qual con cruda guerra
Avea spianata ed arsa la sua terra.

Ma Dragontina, che al palagio stava,
Angelica ebbe vista giù nel prato.
Tutti e suoi cavallier presto chiamava,
Ma ciascun se ritrova disarmato.
Il conte Orlando su l'arcion montava,
Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato,
Avengaché da lui quel non se guarda;
Lo annel li pose in dito, che non tarda.

E già son accordati i duo guerrieri
Trar tutti gli altri de incantazïone.
Or quivi racontar non è mestieri
Come fosse nel prato la tenzone.
Prima fôr presi i figli de Olivieri,
L'uno Aquilante, e l'altro fo Grifone;
Il conte avante non li cognoscia:
Non dimandati se allegrezza avia.

Grande allegrezza ferno i duo germani,
Poi che se fo l'un l'altro cognosciuto.
Or Dragontina fa lamenti insani,
Ché vede il suo giardino esser perduto.
Lo annel tutti e suoi incanti facea vani:
Sparve il palagio, e mai non fo veduto;
Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta:
Tutti e baron restarno alla foresta.

Ciascun pien di stupor la mente avia,
E l'uno e l'altro in viso si guardava;
Chi sì, chi non, di lor se cognoscia.
Primo di tutti il gran conte di Brava
Fece parlare a quella compagnia,
E ciascadun, pregando, confortava
A dare aiuto a quella dama pura,
Che li avea tratti di tanta sciagura.

Raconta de Agricane il grande attedio,
Che avea disfatta sua bella citade,
Ed intorno alla rocca avia lo assedio.
Già son quei cavallier mossi a pietade,
E giurâr tutti di porvi rimedio,
In sin che in man potran tenir le spade,
E di fare Agricane indi partire,
O tutti insieme in Albraca morire.

Già tutti insieme son posti a camino,
Via cavalcando per le strate scorte.
Ora torniamo al falso Trufaldino,
Che dimorava a quella rocca forte.
Lui fu malvagio ancor da piccolino,
E sempre peggiorò sino alla morte;
Non avendo i compagni alcun suspetto,
Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.

Non valse al bon Torindo esser ardito,
Né sua franchezza a l'alto Sacripante,
Ché ciascadun de loro era ferito
Per la battaglia de il giorno davante,
E per sangue perduto indebilito;
E fur presi improvisi in quello istante.
Legolli Trufaldino e piedi e braccia,
E de una torre al fondo ambi li caccia.

Poi manda un messagiero ad Agricane,
Dicendo che a sua posta ed a suo nome
Avia la rocca e il forte barbacane,
E che due re tenìa legati; e come
Volea donarli presi in le sue mane.
Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome;
Con gli occhi accesi e con superba faccia,
Così parlando, a quel messo minaccia:

- Non piaccia a Trivigante, mio segnore,
Né per lo mondo mai se possa dire
Che allo esser mio sia mezo un traditore:
Vincer voglio per forza e per ardire,
Ed a fronte scoperta farmi onore.
Ma te con il segnor farò pentire,
Come ribaldi, che aviti ardimento
Pur far parole a me di tradimento.

Bene aggio avuto avviso, e certo sollo,
Che non se può tenir lunga stagione;
A quella rocca impender poi farollo,
Per un de' piedi, fuora de un balcone,
E te col laccio ataccarò al suo collo;
E ciascadun li è stato compagnone
A far quel tradimento tanto scuro,
Serà de intorno impeso sopra al muro. -

Il messagier, che lo vedea nel volto
Or bianco tutto, or rosso come un foco,
Ben se serebbe volentier via tolto,
Ché gionto si vedeva a strano gioco;
Ma, sendosi Agricane in là rivolto
Partisse de nascoso di quel loco.
Par che il nabisso via fuggendo il mene;
De altro che rose avea le brache piene.

Dentro alla rocca ritorna tremando,
E fece a Trufaldin quella ambasciata.
Ora torniamo al valoroso Orlando,
Che se ne vien con l'ardita brigata,
E giorno e notte forte cavalcando,
Sopra de un monte ariva una giornata:
Dal monte se vedea, senza altro inciampo,
La terra tutta e de' nimici il campo.

Tanta era quivi la gente infinita,
E tanti pavaglion, tante bandiere,
Che Angelica rimase sbigotita,
Poi che passar convien cotante schiere
Prima che nel castel faccia salita.
Ma quei baron dricciâr le mente altiere,
E destinarno che la dama vada
Dentro alla rocca per forza di spada.

E nulla sapean lor del tradimento,
Che il falso Trufaldin fatto li avia;
Ma sopra al monte, con molto ardimento,
Dànno ordine in qual modo ed in qual via
La dama se conduca a salvamento
A mal dispetto di quella zinia.
Guarniti de tutte arme e suo' destrieri,
Fan lo consiglio li arditi guerreri.

Ed ordinâr la forma e la maniera
Di passar tutta quella gran canaglia.
Il conte Orlando è il primo alla frontera
Con Brandimarte a intrare alla battaglia:
Poi son quattro baroni in una schiera,
Che de intorno alla dama fan serraglia:
Oberto ed Aquilante e Chiarïone,
E il re Adrïano è il quarto compagnone.

Quelli hanno ad ogni forza e vigoria
Tenir la dama coperta e diffesa.
Poi son tre, gionti insieme in compagnia,
Che della drietoguarda hanno la impresa:
Grifone ed Antifor de Albarosia,
E il re Ballano, quella anima accesa.
Or questa schiera è sì de ardire in cima,
Che tutto il resto del mondo non stima.

Calla de il monte la gente sicura,
Con Angelica in mezo di sua scorta,
La qual tutta tremava de paura,
E la sua bella faccia parìa morta;
E già son giunti sopra alla pianura,
Né si è di loro ancor la gente accorta.
Ma il conte Orlando, cavalliero adorno,
Alcia la vista, e pone a bocca il corno.

A tutti quanti li altri era davante,
E suonava il gran corno con tempesta:
Quello era un dente integro di elefante.
Lo ardito conte de suonar non resta;
Disfida quelle gente tutte quante,
Agrican, Poliferno e ogni sue gesta:
E tutti insieme quei re di corona
Isfida a la battaglia, e forte suona.

Quando fu il corno nel campo sentito,
Che in ciel feriva con tanto rumore,
Non vi fu re, né cavalliero ardito
Che non avesse di quel suon terrore;
Solo Agricane non fu sbigotito,
Che fu corona e pregio di valore;
Ma con gran fretta l'arme sue dimanda,
E fa sue schiere armar per ogni banda.

Fu in gran fretta il re Agricane armato:
Di grosse piastre il sbergo se vestia,
Tranchera la sua spada cense al lato,
E uno elmo fatto per nigromanzia
Al petto ed a le spalle ebbe alacciato.
Cosa più forte al mondo non avia:
Salomone il fie' far col suo quaderno,
E fu collato al foco dello inferno.

E veramente crede il campïone
Che una gran gente mo li viene adosso,
Però ch'inteso avia che Galafrone
Esercito adunava a più non posso,
Perché era quel castel di sua ragione,
E destinava di averlo riscosso.
Costui stimava scontrare Agricane,
Non con Orlando venire alle mane.

Già son spiegate tutte le bandiere,
E suonan li instromenti da battaglia;
Il re Agricane ha Baiardo il destriere
Da le ungie al crine coperto di maglia,
E vien davanti a tutte le sue schiere.
Ne l'altro canto dirò la travaglia,
E de nove baroni un tale ardire,
Che mai nel mondo più se odette dire.

Canto decimoquinto

Stati ad odir, segnor, se vi è diletto,
La gran battaglia ch'io vi vo' contare.
Ne l'altro canto di sopra ve ho detto
De nove cavallier, che hanno a scontrare
Due millïon de popol maledetto;
E come e corni se odivan suonare,
Trombe, tamburi e voce senza fine,
Che par che il mondo se apra e 'l cel roine.

Quando nel mar tempesta con romore
Da tramontana il vento furïoso,
Grandine e pioggia mena e gran terrore,
L'onda se oscura dal cel nubiloso.
Con tal roina e con tanto furore
Levasi il crido nel cel polveroso;
Prima de tutti Orlando l'asta aresta,
Verso Agrican viene a testa per testa.

E se incontrarno insieme e due baroni,
Che avean possanza e forza smisurata,
E nulla se piegarno de li arcioni,
Né vi fo alcun vantaggio quella fiata.
Poi se voltarno a guisa de leoni;
Ciascun con furia trasse for la spata,
E cominciâr tra lor la acerba zuffa.
Or l'altra gente gionge alla baruffa;

Sì che fu forza a quei duo cavallieri
Lasciar tra lor lo assalto cominciato,
Benché se dipartîr mal volontieri,
Ché ciascun se tenea più avantaggiato.
Il conte se retira ai suoi guerreri,
Brandimarte li è sempre a lato a lato;
Oberto, Chiarïone ed Aquilante
Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.

Ed è con loro il franco re Adrïano,
Segue Antifor e lo ardito Grifone,
Ed in mezo di questi il re Ballano.
Or la gran gente fora di ragione
Per monte e valle, per coste e per piano,
Seguendo ogni bandiera, ogni pennone,
A gran roina ne vien loro adosso,
E con tal crido, che contar nol posso.

Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia,
E vostri cridi non varran nïente;
Vostro furor serà foco di paglia,
Tutti sereti occisi incontinente. -
Or se incomincia la crudel battaglia
Tra quei nove campioni e quella gente;
Ben se puotea veder il conte Orlando
Spezzar le schiere e disturbar col brando.

Il re Agricane a lui solo attendia,
E certamente assai li dà che fare;
Ma Brandimarte e l'altra compagnia
Fan con le spade diverso tagliare,
E tanto uccidon di quella zinia,
Che altro che morti al campo non appare.
Verso la rocca vanno tutta fiata,
E già presso li sono ad una arcata.

Nel campo de Agricane era un gigante,
Re di Comano, valoroso e franco,
Ed era lungo dal capo alle piante
Ben vinti piedi, e non è un dito manco:
Di lui ve ho racontato ancor davante
Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto.
Costui se mosse con la lancia in mano,
E riscontrò su il campo il re Ballano.

Ferì quel re di drieto nelle spalle
Il malvaggio gigante e traditore,
Che del destrier il fie' cadere a valle,
Né valse al re Ballan suo gran valore.
Allo ardito Grifon forte ne calle,
E volta a Radamanto con furore;
E comenciâr battaglia aspra e crudele,
Con animo adirato e con mal fiele.

Levato è il re Ballan con molto ardire,
E francamente al campo si mantiene;
Ma già non puote al suo destrier salire,
Tanto è la gente che adosso li viene.
Esso non resta intorno de ferire,
La spada sanguinosa a due man tiene;
Lui nulla teme e i compagni conforta:
Fatto se ha un cerchio della gente morta.

Il re de Sueza, forte campïone,
Che per nome è chiamato Santaria,
Con una lancia d'un grosso troncone
Scontrò con Antifor di Albarossia;
Già non lo mosse ponto dello arcione,
Ché il cavalliero ha molta vigoria,
E se diffende con molta possanza;
A prima giunta li tagliò la lanza.

Argante di Rossia stava da parte,
Guardando la battaglia tenebrosa;
Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,
Che facea prova sì meravigliosa,
Che contar non lo può libro né carte.
Tutta la sua persona è sanguinosa;
Mena a due mane quel brando tagliente,
Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.

A lui se driccia il smisurato Argante
Sopra a un destrier terribile e grandissimo,
E ferì il scudo a Brandimarte avante.
Ma lui tanto era ardito e potentissimo,
Che nulla cura de l'alto gigante,
Benché sia nominato per fortissimo,
Ma con la spada in mano a lui s'affronta;
Ogni lor colpo ben Turpin raconta.

Ma io lascio de dirli nel presente:
Pensati che ciascun forte se adopra.
Ora tornamo a dir de l'altra gente;
Benché la terra de morti se copra,
Quelle gran schiere non sceman nïente.
Par che lo inferno li mandi di sopra,
Da poi che sono occisi, un'altra volta,
Tanto nel campo vien la gente folta.

Fermi non stanno e nove cavallieri,
Ma ver la rocca vanno a più non posso;
La strata fanno aprir coi brandi fieri,
Ducento millia n'ha ciascuno adosso.
Lasciar Ballano a forza li è mestieri,
Ché fo impossibil de averlo riscosso;
Li altri otto ancora son tornati insieme,
Tutta la gente adosso di lor preme.

E detti re son con loro alle mane,
Ciascun di pregio e gran condizïone.
Lurcone e Radamanto ed Agricane
E Santaria e Brontino e Pandragone,
Argante, che fo lungo trenta spane,
Uldano e Poliferno e Saritrone;
Tutti eno insieme, e con gran vigoria
Atterrâr Antifor de Albarossia.

La schiera de quei quattro, che io contai
Che copriva la dama, in sua diffesa
Facea prodezze e meraviglie assai,
Ma troppo è disegual la lor contesa.
Agrican di ferir non resta mai,
Ché vôl la dama ad ogni modo presa,
E gente ha seco di cotanto affare
Che a lor convien la dama abandonare.

Ed essa, che se vede a tal partito,
Di gran paura non sa che si fare,
Scordase dello annel che aveva in dito,
Col qual potea nascondersi e campare.
Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,
Che de altra cosa non può racordare;
Ma solo Orlando per nome dimanda,
A lui piangendo sol se racomanda.

Il conte, che alla dama è longi poco,
Ode la voce che cotanto amava;
Nel core e nella faccia viene un foco,
Fuor de l'elmo la vampa sfavillava;
Batteva e denti e non trovava loco,
E le genocchie sì forte serrava,
Che Brigliadoro, quel forte corsiero,
Della gran stretta cade nel sentiero;

A benché incontinente fo levato.
Ora ascoltati fuora di misura
Colpi diversi de Orlando adirato,
Che pure a racontarli è una paura.
Il scudo con roina avia gettato,
Ché tutto il mondo una paglia non cura;
Scrolla la testa quella anima insana,
Ad ambe man tiene alta Durindana;

Spezza la gente per tutte le bande.
Or fuor delli altri ha scorto Radamanto
(Prima lo vide, perché era il più grande):
Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco,
In duo cavezzi per terra lo spande;
Né di quel colpo non parve già stanco,
Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone,
E tutto il fese insino in su l'arcione.

Non prende alcun riposo il paladino,
Ma fulminando mena Durindana,
E non risguarda grande o piccolino,
Li altri re taglia e la gente mezzana.
Mala ventura lì mostrò Brontino,
Che dominava la terra Normana:
Dalla spalla del scudo e piastre e maglia
Sino alla coscia destra tutto il taglia.

Ora ecco il re de' Goti, Pandragone,
Che viene a Orlando crucïoso avante;
Questo se fida nel suo compagnone,
Perché alle spalle ha il fortissimo Argante.
Orlando verso lor va di rondone,
Che già bene adocchiato avia il gigante;
Ma perché a Pandragone agionse in prima,
Per il traverso delle spalle il cima.

A traverso del scudo il gionse a ponto,
E l'una e l'altra spalla ebbe troncata.
Argante era con lui tanto congionto,
Che non puotè schiffarsi in questa fiata,
Ma proprio di quel colpo, come io conto,
Li fo a traverso la panza tagliata;
Però ch'Argante fu di tanta altura,
Che Pandragon li dava alla cintura.

Quel gran gigante volta il suo ronzone
E per le schiere se pone a fuggire,
Portando le budelle su lo arcione.
Mai non se arestò il conte di ferire;
Non ha, come suolea, compassïone,
Tutta la gente intorno fa morire;
Pietà non vale, o dimandar mercede:
Tanto è turbato, che lume non vede.

Non ebbe il mondo mai cosa più scura
Che fo a mirare il disperato conte;
Contra sua spada non vale armatura;
Di gente occisa ha già fatto un gran monte,
Ed ha posto a ciascun tanta paura,
Che non ardiscon di mirarlo in fronte.
Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda:
Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -

Agrican combattea con Aquilante
Alor che Orlando mena tal roina;
Angelica ben presso gli è davante,
Che trema come foglia la meschina.
Eccoti gionto quel conte de Anglante;
Con Durindana mai non se raffina:
Or taglia omini armati, ora destrieri,
Urta pedoni, atterra cavallieri.

Ed ebbe visto il Tartaro da canto,
Che facea de Aquilante un mal governo,
Ed ode della dama il tristo pianto:
Quanta ira allora accolse, io nol discerno.
Su le staffe se riccia, e dassi vanto
Mandar quel re de un colpo nello inferno;
Mena a traverso il brando con tempesta,
E proprio il gionse a mezo della testa.

Fu quel colpo feroce e smisurato,
Quanto alcuno altro dispietato e fiero;
E se non fosse per lo elmo incantato,
Tutto quanto il tagliava de legiero.
Sbalordisce Agricane, e smemorato
Per la campagna il porta il suo destriero;
Lui or da un canto, or dall'altro si piega,
Fuor di se stesso andò ben meza lega.

Orlando per lo campo lo seguia
Con Brigliadoro a redina bandita;
In questo il re Lurcone e Santaria
Con gran furor la dama hanno assalita.
Ciascun de' quattro ben la diffendia,
Ma non vi fu rimedio alla finita:
Tanto la gente adosso li abondaro,
Che al mal suo grado Angelica lasciaro.

Re Santaria davante in su l'arcione
Dal manco braccio la dama portava,
E stava a lui davanti il re Lurcone;
Poliferno ed Uldano il seguitava.
Era a vedere una compassïone
La damigella come lacrimava;
Iscapigliata crida lamentando,
Ad ogni crido chiama il conte Orlando.

Oberto, Clarïone ed Aquilante
Erano entrati nella schiera grossa,
E di persona fan prodezze tante,
Quante puon farsi ad aver la riscossa;
Ma le lor forze non eran bastante,
Tutta è la gente contra de lor mossa.
Ora Agricane in questo se risente:
Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.

Verso de Orlando nequitoso torna
Per vendicare il colpo ricevuto;
Ma il conte vede quella dama adorna,
Che ad alta voce li domanda aiuto.
Là se rivolta, che già non soggiorna,
Ché tutto il mondo non l'avria tenuto;
Più de una arcata se puotea sentire
L'un dente contra a l'altro screcienire.

Il primo che trovò, fo il re Lurcone,
Che avanti a tutti venìa per lo piano.
Il conte il gionse in capo di piatone,
Però che 'l brando se rivolse in mano;
Ma pur lo gettò morto dello arcione,
Tanto fo il colpo dispietato e strano.
L'elmo andò fraccassato in sul terreno,
Tutto di sangue e di cervello pieno.

Or ascoltati cosa istrana e nova,
Che il capo a quel re manca tutto quanto,
Né dentro a l'elmo o altrove se ritrova,
Così l'aveva Durindana infranto.
Ma Santaria, che vede quella prova,
Di gran paura trema tutto quanto,
Né riparar se sa da il colpo crudo,
Se non se fa de quella dama scudo.

Però che Orlando già gli è gionto adosso,
Né diffender se può, né può fuggire;
Temeva il conte di averlo percosso,
Per non far seco Angelica perire.
Essa cridava forte a più non posso:
- Se tu me ami, baron, famel sentire!
Occidi me, io te prego, con tue mane;
Non mi lasciar portare a questo cane. -

Era in quel ponto Orlando sì confuso,
Che non sapeva apena che se fare.
Ripone il brando il conte di guerra uso,
E sopra a Santaria se lascia andare,
Né con altra arma che col pugno chiuso
Se destina la dama conquistare;
Re Santaria, che senza brando il vede,
Di averlo morto o preso ben se crede.

La dama sostenia da il manco lato,
E nella destra mano avea la spada.
Con essa un aspro colpo ebbe menato;
Ma benché il brando sia tagliente e rada,
Già non se attacca a quel conte affatato.
Esso non stette più nïente a bada:
Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra,
E morto il gettò sopra della terra.

Per bocca e naso uscia fuora il cervello,
Ed ha la faccia di sangue vermiglia.
Or se comincia un altro gran zambello,
Però che Orlando quella dama piglia,
E via ne va con Brigliadoro isnello,
Tanto veloce, che è gran meraviglia.
Angelica è sicura di tal scorta,
E del castello è già gionta alla porta.

Ma Trufaldino alla torre se affaccia,
Né già dimostra di volere aprire;
A tutti e cavallier crida e minaccia
Di farli a doglia ed onta ripartire;
Con dardi e sassi a giù forte li caccia.
La dama di dolor volea morire;
Tutta tremava smorta e sbigotita,
Poi che se vede, misera! tradita.

La grossa schiera de' nemici ariva:
Agricane è davante e il fiero Uldano;
Quella gran gente la terra copriva
Per la costa del monte e tutto il piano.
Chi fia colui che Orlando ben descriva,
Che tien la dama e Durindana in mano?
Soffia per ira e per paura geme;
Nulla di sé, ma de la dama teme.

Egli avea della dama gran paura,
Ma di se stesso temeva nïente.
Trufaldin li cacciava dalle mura,
Ed alla rocca il stringe l'altra gente.
Cresce d'ogni ora la battaglia dura,
Perché da il campo continüamente
Tanta copia di frezze e dardi abonda,
Che par che il sole e il giorno se nasconda.

Adrïano, Aquilante e Chiarïone
Fanno contra Agrican molta diffesa;
E Brandimarte, che ha cor di leone,
Par tra' nemici una facella accesa.
Il franco Oberto e l'ardito Grifone
Molte prodezze ferno in quella impresa.
Sotto la rocca stava il paladino,
Ed umilmente prega Trufaldino,

Che aggia pietade di quella donzella
Condotta a caso di tanta fortuna;
Ma Trufaldino per dolce favella
Non piega l'alma di pietà digiuna,
Ché un'altra non fu mai cotanto fella
Né traditrice sotto della luna.
Il conte priega indarno: a poco a poco
L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.

Sotto la rocca più se fu appressato,
E tien la dama coperta col scudo;
E verso Trufaldin fu rivoltato
Con volto acceso e con sembiante crudo.
Ben che non fusse a minacciare usato,
Ma più presto a ferire, il baron drudo
Or lo scridava con tanta bravura,
Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.

Stringeva e denti e dicea: - Traditore!
Ad ogni modo non puotrai campare,
Ché questo sasso in meno de quattro ore
Voglio col brando de intorno tagliare,
E pigliarò la rocca a gran furore,
E giù nel piano la vo' trabuccare;
E struggerò quel campo tutto quanto,
E tu serai con loro insieme afranto. -

Cridava il conte in voce sì orgogliosa,
Che non sembrava de parlare umano.
Trufaldino avia l'alma timorosa,
Come ogni traditore ha per certano;
E vista avia la forza valorosa,
Che mostrata avea il conte sopra al piano;
Ché sette re mandati avia dispersi,
Rotti e spezzati con colpi diversi.

E già pareva a quel falso ribaldo
Veder la rocca de intorno tagliata,
E roinar il sasso a giù di saldo
Adosso ad Agricane e sua brigata,
Perché vedeva il conte de ira caldo,
Con gli occhi ardenti e con vista avampata.
Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire,
Piacciati un poco mia ragione odire.

Io non lo niego, e negar non sapria,
Ch'io non abbia ad Angelica fallito;
Ma testimonio il celo e Dio me sia
Che mi fu forza a prender tal partito
Per li duo miei compagni e sua folìa,
Benché ciascun da me si tien tradito;
Ché vennerno con meco a questïone,
Ed io li presi, e posti li ho in pregione.

E benché meco essi abbiano gran torto,
Da loro io non avria perdon giamai;
E come fosser fuora, io serìa morto,
Perché di me son più potenti assai;
Onde per questo io te ragiono scorto,
Che mai qua dentro tu non intrarai,
Se tua persona non promette e giura
Far con sua forza mia vita sicura.

E simil dico de ogni altro barone,
Che voglia teco nella rocca entrare:
Giurarà prima de esser campïone
Per mia persona, e la battaglia fare
Contra a ciascuno, e per ogni cagione
Che alcun dimanda o possa dimandare;
Poi tutti insieme giurareti a tondo
Far mia diffesa contra tutto il mondo. -

Orlando tal promessa ben li niega,
Anci il minaccia con viso turbato;
Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega,
E stretto al collo lo tiene abracciato;
Onde quel cor feroce al fin se piega.
Come volse la dama, ebbe giurato;
E similmente ogni altro cavalliero
Giura quel patto a pieno e tutto intiero.

Sì come dimandar si seppe a bocca,
Fu fatto Trufaldin da lor sicuro.
Lui poi apre la porta e il ponte scocca,
Ed intrò ciascun dentro al forte muro.
Or più vivande non è nella rocca,
Fuor che mezo destrier salato e duro.
Orlando, che di fame venìa meno,
Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.

Li altri mangiorno il resto tutto quanto,
Sì che bisogna de altro procacciare.
Brandimarte e Adrïan se tran da canto;
Chiarïone ed Oberto de alto affare
Col conte Orlando insieme se dan vanto
Gran vittualia alla rocca portare:
Ad Aquilante e il suo fratel Grifone
Restò la guarda de il forte girone.

Perché alcun cavallier non se fidava
Di Trufaldin, malvaggia creatura,
Però la guardia nova se ordinava
E la diffesa intorno a l'alte mura.
E già l'alba serena se levava,
Poi che passata fo la notte oscura,
Né ancora era chiarito in tutto il giorno,
Che Orlando è armato, e forte sona il corno.

Ode il gran suono la gente nel piano,
Che a tutti quanti morte li minaccia.
Ben se spaventa quel popol villano;
Non rimase ad alcun colore in faccia.
Ciascun piangendo batte mano a mano;
Chi fugge, e chi nasconder se procaccia,
Però che il giorno avanti avian provato
Il furor crudo de Orlando adirato.

Per questo il campo, la parte maggiore,
Per macchie e fossi ascosi se apiatava;
Ma il re Agricane e ciascun gran segnore
Minacciando sua gente radunava.
Non fu sentito mai tanto rumore
Per la gran gente che a furor se armava;
Non ha bastone il re Agrican quel crudo,
Ma le sue schiere fa col brando nudo;

E come vede alcun che non è armato,
O che se alonghi alquanto della schiera,
Subitamente il manda morto al prato.
Guarda de intorno la persona altiera,
E vede il grande esercito adunato,
Che tien da il monte insino alla riviera.
Quattro leghe è quel piano in ogni verso:
Tutto lo copre quel popol diverso.

Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero
Che quella gente, grande oltra misura,
Sia spaventata da un sol cavalliero;
Perché ciascun tremava di paura,
Ed esso per se solo in sul destriero
Di contrastare a tutti si assecura;
Quei cavallieri e Orlando paladino
Manco li stima che un sol fanciullino.

E sol se avanta il campo mantenire
A quanti ne uscirà di quella rocca;
Tutti li sfida e mostra molto ardire,
Forte suonando col corno alla bocca.
Ne l'altro canto potereti odire
Come l'un l'altro col brando se tocca,
Che mai più non sentisti un tal ferire:
Poi di Ranaldo tornarovi a dire.

Canto decimosesto

Tutte le cose sotto della luna,
L'alta ricchezza, e' regni della terra,
Son sottoposti a voglia di Fortuna:
Lei la porta apre de improviso e serra,
E quando più par bianca, divien bruna;
Ma più se mostra a caso della guerra
Instabile, voltante e roïnosa,
E più fallace che alcuna altra cosa;

Come se puote in Agrican vedere,
Quale era imperator de Tartaria,
Che avia nel mondo cotanto potere,
E tanti regni al suo stato obedia.
Per una dama al suo talento avere,
Sconfitta e morta fu sua compagnia;
E sette re che aveva al suo comando
Perse in un giorno sol per man di Orlando.

Onde esso al campo, come disperato
Suonando il corno, pugna dimandava,
Ed avea il conte Orlando disfidato,
Con ogni cavallier che il seguitava;
E lui soletto, sì come era, al prato
Tutti quanti aspettarli se vantava.
Ma della rocca già se calla il ponte,
Ed esce fuora armato il franco conte.

Alle sue spalle è Oberto da il Leone,
E Brandimarte, che è fior di prodezza,
Il re Adrïano e il franco Chiarïone:
Ciascun quella gran gente più disprezza.
Angelica se pose ad un balcone,
Perché Orlando vedesse sua bellezza;
E cinque cavallier con l'asta in mano
Già son dal monte giù callati al piano.

Quel re feroce a traverso li guarda:
Quasi contra a sì pochi andar se sdegna;
Par che tutta la faccia a foco li arda,
Tanto ha l'anima altiera de ira pregna.
Voltasi alquanto a sua gente codarda,
In cui bontade né virtù non regna,
Né a lor se digna de piegar la faccia,
Ma con gran voce comanda e minaccia:

- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville,
Che si movesse già per darmi aiuto!
Se ben venisser mille volte mille
Quanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha già auto,
Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille,
Ciascun fia da me preso ed abattuto;
E come occisi ho quei cinque gagliardi,
Ogni om di voi da me poi ben si guardi.

Ché tutti quanti, gente maledetta,
Prima che il sole a sera gionto sia,
Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta,
E spargerove per la prataria;
Perché in eterno mai non se rasetta
A nascer de voi stirpe in Tartaria
Che faccia tal vergogna al suo paese,
Come voi fate nel campo palese. -

Quel populaccio tremando se crola
Come una legier foglia al fresco vento,
Né se avrebbe sentito una parola,
Tanto ciascuno avea de il re spavento.
Trasse Agricane sua persona sola
Fuor della schiera, e con molto ardimento
Pone alla bocca il corno e suona forte:
Ribomba il suono e carne e sangue e morte.

Orlando, che ben scorge in ogni banda
Del re Agricane il smisurato ardire,
A Iesù Cristo per grazia dimanda
Che lo possa a sua fede convertire.
Fassi la croce e a Dio si racomanda,
E poi che vede il Tartaro venire,
Ver lui se mosse con molto ardimento:
Il corso de il destrier par foco e vento.

Se forse insieme mai scontrâr due troni,
Da levante a ponente, al cel diverso,
Così proprio se urtarno quei baroni;
L'uno e l'altro a le croppe andò riverso.
Poi che ebber fraccassato e lor tronconi
Con tal ruina ed impeto perverso,
Che qualunque era d'intorno a vedere,
Pensò che il cel dovesse giù cadere.

Del suo Dio se ricorda ogni om di loro,
Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede.
Fu per cadere a terra Brigliadoro:
A gran fatica il conte il tiene in piede.
Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro,
Che la polver de lui sola se vede;
Nel fin del corso se voltò de un salto,
Verso de Orlando, sette piedi ad alto.

Era ancor già rivolto il franco conte
Contra al nemico, con la mente altiera;
La spada ha in mano che fu del re Almonte.
Così tratto Agricane avea Tranchera;
E se trovarno due guerreri a fronte,
E di cotali al mondo pochi ne era;
E ben mostrarno il giorno, alla gran prova,
Che raro in terra un par de lor se trova.

Non è chi de essi pieghi o mai se torza,
Ma colpi adoppia sempre, che non resta;
E come lo arboscel se sfronde e scorza
Per la grandine spessa che il tempesta,
Così quei duo baron con viva forza
L'arme han tagliate, fuor che della testa;
Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri,
Né l'un né l'altro ha in capo più cimieri.

Pensò finir la guerra a un colpo Orlando,
Perché ormai gli incresceva il lungo gioco,
Ed a due man su l'elmo menò il brando;
Quel tornò verso il cel gettando foco.
Il re Agrican fra' denti ragionando,
A lui diceva: "Se me aspetti un poco,
Io ti farò la prova manifesta
Chi de noi porta megliore elmo in testa."

Così dicendo un gran colpo disserra
Ad ambe mano, ed ebbe opinïone
Mandare Orlando in due parte per terra,
Ché fender se 'l credea fin su lo arcione.
Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra,
Ché anco egli era opra de incantazïone.
Fiello Albrizac, il falso negromante,
E diello in dono al figlio de Agolante;

Questo lo perse, quando a quella fonte
Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano.
Or non più zanze: ritornamo al conte,
Che ricevuto ha quel colpo villano.
Da le piante sudava insin la fronte,
E di far sua vendetta è ben certano;
A poco a poco l'ira più se ingrossa,
A due man mena con tutta sua possa.

Da lato a l'elmo gionse il brando crudo,
E giù discese della spalla stanca;
Più de un gran terzo li tagliò del scudo,
E l'arme e' panni, insin la carne bianca,
Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo;
Calla giù il colpo, e discese ne l'anca,
E carne e pelle aponto li risparma,
Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.

Quando quel colpo sente il re Agricane,
Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare.
S'io non me affretto di menar le mane,
A questa sera non credo arivare;
Ma sue prodezze tutte seran vane,
Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare;
E non è maglia e piastra tanto grossa,
Che a questo colpo contrastar mi possa."

Con tal parole a la sinestra spalla
Mena Tranchera, il suo brando affilato;
La gran percossa al forte scudo calla,
E più de mezo lo gettò su il prato.
Gionse nel fianco il brando che non falla,
E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato;
Manda per terra a un tratto piastre e maglia,
Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.

Stanno a veder quei quattro cavallieri
Che venner con Orlando in compagnia,
E mirando la zuffa e i colpi fieri,
E tutti insieme e ciascadun dicia
Che il mondo non avia duo tal guerreri
Di cotal forza e tanta vigoria.
Gli altri pagan, che guardan la tenzone,
Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! -

Ciascun le botte de' baron misura,
Ché ben iudica e colpi a cui non dole;
Ma quei duo cavallier senza paura
Facean de' fatti, e non dicean parole.
E già durata è la battaglia dura
A l'ora sesta da il levar del sole,
Né alcun di loro ancor si mostra stanco,
Ma ciascun di loro è più che pria franco.

Sì come alla fucina in Mongibello
Fabrica troni il demonio Vulcano,
Folgore e foco batte col martello,
L'un colpo segue a l'altro a mano a mano;
Cotal se odiva l'infernal flagello
Di quei duo brandi con romore altano,
Che sempre han seco fiamme con tempesta;
L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.

Orlando gli menò d'un gran riverso
Ad ambe man, di sotto alla corona,
E fu il colpo tanto aspro e sì diverso,
Che tutto il capo ne l'elmo gli intona.
Avea Agricane ogni suo senso perso;
Sopra il col di Baiardo se abandona,
E sbigotito se attaccò allo arcione:
L'elmo il campò, che fece Salamone.

Via ne lo porta il destrier valoroso;
Ma in poco de ora quel re se risente,
E torna verso Orlando, furïoso
Per vendicarse a guisa di serpente.
Mena a traverso il brando roïnoso,
E gionse il colpo ne l'elmo lucente:
Quanto puote ferire ad ambe braccia,
Proprio il percosse a mezo della faccia.

Il conte riversato adietro inchina,
Ché dileguate son tutte sue posse;
Tanto fo il colpo pien di gran roina,
Che su la groppa la testa percosse;
Non sa se egli è da sera, o da matina,
E benché alora il sole e il giorno fosse,
Pur a lui parve di veder le stelle,
E il mondo lucigar tutto a fiammelle.

Or ben li monta lo estremo furore:
Gli occhi riversa e strenge Durindana.
Ma nel campo se leva un gran romore,
E suona nella rocca la campana.
Il crido è grande, e mai non fo maggiore:
Gente infinita ariva in su la piana
Con bandiere alte e con pennoni adorni,
Suonando trombe e gran tamburi e corni.

Questa è la gente de il re Galafrone,
Che son tre schiere, ciascuna più grossa.
Per quella rocca, che è di sua ragione,
Vien con gran furia ad averla riscossa;
Ed ha mandato in ogni regïone,
E meza la India ha ne l'arme commossa;
E chi vien per tesor, chi per paura,
Perché è potente e ricco oltra a misura.

Dal mar de l'oro, ove l'India confina,
Vengon le gente armate tutte quante.
La prima schiera con molta roina
Mena Archiloro il Negro, che è gigante;
La seconda conduce una regina,
Che non ha cavallier tutto il levante
Che la contrasti sopra della sella,
Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.

Marfisa la donzella è nominata,
Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera,
Che ben cinque anni sempre stette armata
Da il sol nascente al tramontar di sera,
Perché al suo dio Macon se era avotata
Con sacramento, la persona altiera,
Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia,
Sin che tre re non prenda per battaglia.

Ed eran questi il re de Sericana,
Dico Gradasso, che ha tanta possanza,
Ed Agricane, il sir de Tramontana,
E Carlo Mano, imperator di Franza.
La istoria nostra poco adietro spiana
Di lei la forza estrema e la arroganza,
Sì che al presente più non ne ragiono,
E torno a quei che gionti al campo sono.

Con romor sì diverso e tante crida
Passato han Drada, la grossa riviera,
Che par che il cel profondi e se divida.
Dietro alle due venìa l'ultima schiera;
Re Galifrone la governa e guida
Sotto alle insegne di real bandiera,
Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro.
Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,

Che fo gigante di molta grandezza,
Né alcuna cosa mai volse adorare,
Ma biastema Macone e Dio disprezza,
E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare.
Questo Archiloro con molta fierezza
Primeramente il campo ebbe assaltare;
Come un demonio uscito dello inferno
Fa de' nemici strazio e mal governo.

Portava il Negro un gran martello in mano,
(Ancude non fu mai di tanto peso),
Spesso lo mena, e non percote in vano:
Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso.
Contra di lui è mosso il franco Uldano
E Poliferno, di furore acceso,
Con due tal schiere, che il campo ne è pieno;
Ciascuna è cento millia, o poco meno.

E quei duo re, non già per un camino,
Ché l'un de l'altro alora non se accorse,
Ferirno al Negro nel sbergo acciarino,
E quel si stette di cadere in forse,
E fu per traboccar disteso e chino;
Ma quel ferir contrario lo soccorse,
Ché Poliferno già l'avea piegato,
Quando il percosse Uldano a l'altro lato.

Sopra alle lancie il Negro se suspese,
Ma già per questo di colpir non resta;
Però che il gran martello a due man prese,
E ferì il Poliferno nella testa,
E tramortito per terra il distese.
Poi volta l'altro colpo con tempesta,
E nel guanciale agionse il forte Uldano,
Sì che de arcione il fie' cadere al piano.

Quei re distesi rimasero al campo.
Passa Archiloro e mostra gran prodezza;
Come un drago infiammato adduce vampo,
Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza,
Né a lui si trova alcun riparo o scampo:
Tutta la gente occide con fierezza;
Fugge ciascuno e non lo può soffrire.
Vede Agricane sua gente fuggire,

E volto a Orlando con dolce favella
Disse: - Deh! cavalliero, in cortesia,
Se mai nel mondo amasti damisella,
O se alcuna forse ami tuttavia,
Io te scongiuro per sua faccia bella,
(Così la ponga amore in tua balìa!):
Nostra battaglia lascia nel presente,
Perch'io doni soccorso alla mia gente.

E benché te più oltra non cognosca
Se non per cavallier alto e soprano,
Da or ti dono il gran regno di Mosca,
Sino al mar di Rossia, che è l'Oceano.
Il suo re è nello inferno a l'aria fosca:
Tu ve il mandasti iersira con tua mano;
Radamanto fo quel, di tanta altura,
Che col brando partisti alla cintura.

Liberamente il suo regno ti dono,
Né credo meglio poterlo alogare,
Ché non ha il mondo cavallier sì bono,
Qual di bontate ti possa avanzare:
Ed io prometto e giuro in abandono
Che un'altra volta me voglio provare
Teco nel campo, per far certo e chiaro
Qual cavalliero al mondo non ha paro.

Più che omo me stimava alora quando
Provata non avea la tua possanza;
Né mi credetti aver diffesa al brando,
Né altro contrasto al colpo de mia lanza;
Ed odendo talor parlar de Orlando,
Che sta in Ponente nel regno di Franza,
Ogni sue forze curavo io nïente,
Me sopra ogni altro stimando potente.

Questa battaglia e lo assalto sì fiero
Che è tra noi stato, e l'aspere percosse
Me hanno cangiato alquanto nel pensiero,
E vedo ch'io sono om di carne e d'osse.
Ma domatina sopra de il sentiero
Farem la ultima prova a nostre posse;
E tu in quel ponto o ver la mia persona
Serà del mondo il fiore e la corona.

Ma or ti prego che per questa fiata
Andar me lascia, cavallier, sicuro;
Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata,
Per quella sol te prego e te scongiuro.
Vedi mia gente tutta sbaratata
Da quel gigante smisurato e scuro,
E s'io li dono, per tuo merto, aiuto,
Serò in eterno a te sempre tenuto. -

A benché il conte assai fosse adirato
Pel colpo recevuto a gran martìre,
E volentier se avesse vendicato,
Alla dimanda non seppe disdire,
Perché uno omo gentil e inamorato
Non puote a cortesia giamai fallire.
Così lo lasciò Orlando alla bona ora,
Ed aiutarlo se proferse ancora.

Esso, che aiuto non cura nïente,
Come colui che avea molta arroganza,
Volta Baiardo ch'è tanto potente,
Ed a un suo cavallier tolse una lanza.
Quando tornare il vide la sua gente,
Ciascun riprese core e gran baldanza;
Levasi il crido e risuona la riva:
Tutta la gente torna, che fuggiva.

Il re Agricane alla corona d'oro
Ogni sua schiera di novo rasetta;
Lui davanti se pone a tutti loro
Sopra a Baiardo, che sembra saetta,
E forïoso vòlto ad Archiloro;
Fermo il gigante in su duo piè lo aspetta
Col scudo in braccio e col martello in mano,
Carco a cervelle e rosso a sangue umano.

Il scudo di quel negro un palmo è grosso,
Tutto di nerbo è di elefante ordito.
Sopra di quello Agrican l'ha percosso,
Ed oltra il passa col ferro polito;
Per questo non è lui de loco mosso.
Per quel gran colpo non se piega un dito,
E mena del martello a l'asta bassa:
Giongela a mezo e tutta la fraccassa.

Quel re gagliardo poco o nulla il stima,
Benché veggia sua forza smisurata,
Né fo sua lancia fraccassata in prima,
Che egli ebbe in mano la spada affilata,
E col destrier che di bontade è cima,
Intorno lo combatte tutta fiata;
Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda,
Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.

Sopra a duo piedi sta fermo il gigante,
Come una torre a cima de castello;
Mai non ha mosso ove pose le piante,
E solo adopra il braccio da il martello.
Or gli è lo re di drieto, ora davante,
Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello;
Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo,
Tanto è legiero e destro quel cavallo.

Stava a vedere e l'una e l'altra gente,
Dico quei de India e quei di Tartaria,
Sì come a lor non toccasse nïente,
Ma sol fosse da duo la pugna ria.
Così sta ciascadun queto e pon mente,
Lodando ogniuno il suo di vigoria:
Mentre che ciascun guarda e parla e cianza,
Mena Archiloro un colpo di possanza.

Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena,
Ma non gionse Agrican, ché l'avria morto;
Tutto il martello ascose ne l'arena.
Ora il gigante è ben gionto a mal porto:
Callate non avea le braccie apena,
Che il re, qual stava in su lo aviso scorto,
Con tal roina il brando su vi mise,
Che ambe le mane a quel colpo divise.

Restâr le mane al gran martello agionte,
Sì come prima a quello eran gremite;
Fu po' lui morto di taglio e di ponte,
Ché ben date li fôr mille ferite;
E parve a ciascun vendicar sue onte,
Perché egli uccise il dì gente infinite.
Agricane il lasciò, quel segnor forte,
Non se dignando lui darli la morte.

Sì che fo occiso da gente villane,
Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso.
Poi che l'ebbe lasciato, il re Agricane
Urta Baiardo tra quel popol grosso,
E pone in rotta le gente indïane,
Con tal ruina che contar nol posso.
Quel re li taglia e sprezali con scherno,
E già son gionti Uldano e Poliferno.

Questi duo re gran pezzo sterno al prato
Sì come morti e fuor di sentimento,
Ché ciascuno il martello avea provato,
Come io ve dissi, con grave tormento.
Or era l'uno e l'altro ritornato,
E sopra all'Indïan, con ardimento,
De il colpo ricevuto fan vendetta,
E chi più può, col brando e Nigri affetta.

Non fanno essi riparo, ad altra guisa
Che se diffenda da il fuoco la paglia;
Agrican lor guardava con gran risa,
Ché non degna seguir quella canaglia.
Or sappiati che la dama Marfisa
Ben da due leghe è longi alla battaglia;
Alla ripa del fiume sopra a l'erba
Dormia ne l'ombra la dama superba.

Tanto il core arrogante ha quell'altiera,
Che non volse adoprar la sua persona
Contra ad alcuno, per nulla mainera,
Se quel non porta in capo la corona;
E per questo ne è gita alla rivera,
E sotto un pin dormendo se abandona;
Ma prima, nel smontar che fie' di sella,
Queste parole disse a una donzella,

(Era questa di lei sua cameriera):
Disse Marfisa: - Intendi il mio sermone:
Quando vedrai fuggir la nostra schiera,
E morto o preso lo re Galafrone,
E che atterrata fia la sua bandiera,
Alor me desta e mename il ronzone;
Nanzi a quel ponto non mi far parola,
Ché a vincer basta mia persona sola. -

Dopo questo parlare il viso bello
Colcasi al prato, e indosso ha l'armatura;
E come fosse dentro ad un castello,
Così dormiva alla ripa sicura.
Ora torniamo a dire il gran zambello
De li Indïani, che di alta paura
Vanno a roina, senza alcun riguardo,
Sino alla schiera de il real stendardo.

Re Galafrone ha la schiuma alla bocca,
Poi che sua gente sì vede fuggire;
Ben come disperato il caval tocca,
E vôl quel giorno vincere, o perire.
La figlia sua, che stava nella rocca,
Lo vide a quel gran rischio di morire,
E temendo de ciò, come è dovuto,
Al conte Orlando manda per aiuto.

Manda a pregarlo che senza tardanza
Gli piaccia aiuto al suo patre donare;
E se mai de lui debbe aver speranza,
Voglia quel giorno sua virtù mostrare;
E che debbia tenire in ricordanza
Che dalla rocca lo puotria guardare;
Sì che se adopri, se de amore ha brama,
Poiché al iudicio sta della sua dama.

Lo inamorato conte non si posa,
E trasse Durindana con furore,
E fie' battaglia dura e tenebrosa,
Come io vi conterò tutto il tenore.
Ma al presente io lascio qui la cosa,
Per tornare a Ranaldo di valore,
Qual, come io dissi, dentro un bel verziero
Vide giacersi al fonte un cavalliero.

Piangea quel cavallier sì duramente,
Che avria fatto un dragon di sé pietoso;
Né di Ranaldo si accorgea nïente,
Perché avea basso il viso lacrimoso.
Stava il principe quieto, e ponea mente
Ciò che facesse il baron doloroso;
E ben che intenda che colui se dole,
Scorger non puote sue basse parole.

Unde esso dismontava dello arcione,
E con parlar cortese il salutava;
E poi li adimandava la cagione
Perché così piangendo lamentava.
Alciò la faccia il misero barone:
Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava,
Poi disse: - Cavallier, mia trista sorte
Me induce a prender voluntaria morte.

Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro,
Che non è ciò quel che mi fa dolere;
Anzi alla morte ne vado sicuro,
Come io gissi a pigliare un gran piacere;
Ma solo ene al mio cor doglioso e duro
Quel che morendo mi convien vedere;
Però che un cavallier prodo e cortese
Morirà meco, e non vi avrà diffese. -

Dicea Ranaldo: - Io te prego, per Dio,
Che me raconti il fatto come è andato,
Poi de saperlo m'hai posto in disio,
Veggendo il tuo languir sì sterminato. -
Alciò la fronte con sembiante pio
Quel cavallier che giacea sopra il prato,
E poi rispose con doglioso pianto,
Come io vi conterò ne l'altro canto.

Canto decimosettimo

Io vi promisi contar la risposta,
Ne l'altro canto, di quel cavalliero
Che avea l'alma a sospirar disposta,
Quando Ranaldo lo trovò al verziero,
Presso alla fonte di fronde nascosta;
Ora ascoltati il fatto bene intiero.
Quel cavallier in voce lacrimose
Con tal parole a Ranaldo rispose:

- Vinte giornate de quindi vicina
Sta una gran terra de alta nobiltade,
Che già de l'Orïente fo regina;
Babilonia se appella la citade.
Avia una dama nomata Tisbina,
Che in lo universo, in tutte le contrade,
Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,
Cosa più bella non se può mirare.

Nel dolce tempo di mia età fiorita
Fu'io di quella dama possessore,
E fu la voglia mia sì seco unita,
Che nel suo petto ascoso era il mio core.
Ad altri la concessi alla finita:
Pensa se a questo fare ebbi dolore!
Lasciar tal cosa è dôl maggiore assai
Che desïarla e non averla mai.

Come una parte de l'anima mia
Da il cor mi fosse per forza divisa,
Fuor di me stesso vivendo moria,
Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!
Due volte tornò il sole alla sua via
Per vinte e quattro lune, alla recisa,
Ed io, sempre piangendo, andai mischino
Cercando il mondo come peregrino.

Il lungo tempo e le fatiche assai
Ch'io sosteneva al diverso paese,
Pur me alentarno gli amorosi guai
De che ebbi l'osse e le medolle accese;
E poi Prasildo, a cui quella lasciai,
Fo un cavallier sì prodo e sì cortese,
Che ancor me giova avermi per lui privo,
E sempre giovarà, se sempre vivo.

Or, seguendo la istoria, io me ne andava
Cercando il mondo, come disperato,
E, come volse la fortuna prava,
Nel paese de Orgagna io fu' arivato.
Una dama quel regno governava,
Ché il suo re Poliferno era asembrato
Con Agricane insieme, a far tenzone
Per una figlia de il re Galafrone.

La dama che quel regno aveva in mano,
Sapea de inganni e frode ogni mistiero;
Con falsa vista e con parlare umano
Dava recetto ad ogni forastiero.
Poi che era gionto, se adoprava in vano
Indi partirse, e non vi era pensiero
Che mai bastasse di poter fuggire,
Ma crudelmente convenia morire.

Però che la malvaggia Falerina
(Ché cotal nome ha quella incantatrice
Che ora de Orgagna se appella regina)
Avea un giardino nobile e felice;
Fossa nol cinge, né sepe di spina,
Ma un sasso vivo intorno fa pendice,
E sì lo chiude de una centa sola,
Che entro passar non puote chi non vola.

Aperto è il sasso verso il sol nascente,
Dove è una porta troppo alta e soprana;
Sopra alla soglia sta sempre un serpente,
Che di sangue se pasce e carne umana.
A questo date son tutte le gente
Che sono prese in quella terra strana:
Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,
E là li manda; e il drago li divora.

Or, come io dissi, in quella regïone
Fui preso a inganno, e posto a la catena;
Ben quattro mesi stetti in la pregione,
Che era de cavallieri e dame piena.
Io non ti dico la compassïone
Che era a vederci tutti in tanta pena;
Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,
Come la sorte se voltava intorno.

Il nome de ciascuno era signato
Insieme de una dama e cavalliero;
E così ne era a divorar mandato
Quel par che alla pregione era primiero.
Or, stando in questa forma impregionato,
Né avendo de campare alcun pensiero,
La ria fortuna che me avia battuto,
Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.

Perché Prasildo, quel baron cortese
Per cui dolente abandonai Tisbina
E Babilonia, il mio dolce paese,
Ebbe a sentir de mia sorte meschina.
Io non sapria già dir come lo intese;
Ma giorno e notte lui sempre camina,
E, con molto tesoro, iscognosciuto
Fu ne' confini de Orgagna venuto.

Ivi se pose quel baron soprano
Per il mio scampo molto a praticare,
E proferse grande oro al guardïano,
Se di nascosto me lasciava andare;
Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano,
Né a prieghi o prezo lo pote piegare,
Ottenne per danari o per bel dire
Che, per camparmi, lui possa morire.

Così fui tratto della pregion forte,
E lui fo incatenato al loco mio.
Per darmi vita, lui vôl prender morte:
Vedi quanto è il baron cortese e pio!
Ed oggi è il giorno della trista sorte,
Che lui serà condotto al loco rio
Dove il serpente e miseri divora;
Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.

E bench'io sappia e cognosca per certo
Che bastante non sono a darli aiuto,
Voglio mostrare a tutto il mondo aperto
Quanto a quel cor gentile io sia tenuto
A render guidardon di cotal merto;
Però che, come quivi fia venuto,
Con quei che il menan prenderò battaglia,
Benché sian mille e più quella canaglia.

E quando io sia da quella gente occiso,
Serami quel morir tanto iocondo
Ch'io ne andarò di volo in paradiso,
Per starmi con Prasildo a l'altro mondo.
Ma quando io penso che serà diviso
Lui da quel drago, tutto mi confondo,
Poi ch'io non posso, ancor col mio morire,
Tuorli la pena di tanto martìre. -

Così dicendo, il viso lacrimoso
Quel cavalliero alla terra abassava.
Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso,
Con lui teneramente lacrimava,
E con parlar cortese ed animoso,
Proferendo se stesso, il confortava,
Dicendo a lui: - Baron, non dubitare,
Che il tuo compagno ancor puotrà campare.

Se dua cotanta fosse la sbiraglia
Che qua lo conduranno, io non ne curo;
Manco gli stimo che un fascio di paglia,
E per la fè di cavallier te giuro
Ch'io te li scoterò con tal travaglia,
Che alcun di lor non si terrà securo
De aver fuggita da mia man la morte,
Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -

Guardando il cavalliero e sospirando,
Disse: - Deh vanne a la tua via, barone!
Ché qua non se ritrova il conte Orlando,
Né il suo cognato, che è figlio de Amone.
Noi altri facciamo assai alora quando
Tenemo campo ad un sol campïone;
Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole:
Lascia pur dir, ché tutte son parole.

Pàrtite in cortesia, ché già non voglio
Che tu per mia cagion sia quivi gionto;
Parte non hai di quel grave cordoglio
Che me induce a morir, come io t'ho conto;
Ed io non posso mo, sì come io soglio,
Renderti grazia, a questo estremo ponto,
Del tuo bon core e de la tua proferta:
Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -

Disse Ranaldo: - Orlando non son io,
Ma pure io farò quel che aggio proferto;
Né per gloria lo faccio o per desio
D'aver da te né guidardon né merto;
Ma sol perché io cognosco, al parer mio,
Che un par de amici al mondo tanto certo
Né ora se trova, né mai se è trovato:
S'io fossi il terzo, io me terria beato.

Tu concedesti a lui la donna amata,
E sei del tuo diletto al tutto privo;
Egli ha per te sua vita impregionata,
Or tu sei senza lui di viver schivo.
Vostra amistate non fia mai lasciata,
Ma sempre serò vosco, e morto e vivo;
E se pur oggi aveti ambo a morire,
Voglio esser morto per vosco venire. -

Mentre che ragionarno in tal maniera,
Una gran gente viddero apparire,
Che portano davanti una bandiera,
E due persone menano a morire.
Chi senza usbergo, chi senza gambiera,
Chi senza maglia si vedea venire,
Tutti ribaldi e gente da taverna;
E peggio in ponto è quel che li governa.

Era colui chiamato Rubicone,
Che avia ogni gamba più d'un trave grossa;
Seicento libre pesa quel poltrone,
Superbo, bestïale e di gran possa;
Nera la barba avea come un carbone
Ed a traverso al naso una percossa;
Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:
Mai sol nascente nol trovò digiuno.

Costui menava una donzella avante,
Incatenata sopra un palafreno,
E un cavallier cortese nel sembiante,
Legato come lei, né più né meno.
Guarda Ranaldo al palafreno amblante,
E ben cognobbe quel baron sereno
Che la meschina è quella damisella
Che gli contò de Iroldo la novella;

Poi li fo tolta ne la selva ombrosa
Da quel centauro contrafatto e strano.
Lui più non guarda, e senza alcuna posa
De un salto si gettò su Rabicano.
Diciamo della gente dolorosa,
Che erano più de mille in su quel piano:
Come Ranaldo viddero apparire,
Per la più parte se derno al fuggire.

Già l'altro cavalliero era in arcione,
Ed avia tratta la spada forbita;
Ma il principe se driccia a Rubicone,
Ché tutta l'altra gente era smarita
E lui faceva sol deffensïone.
Questa battaglia fo presto finita,
Perché Ranaldo de un colpo diverso
Tutto il tagliò per mezo del traverso.

E dà tra li altri con molta tempesta,
Benché de occider la gente non cura,
E spesso spesso de ferir se arresta,
Ed ha diletto de la lor paura;
Ma pur a quattro gettò via la testa,
Duo ne partite insino alla cintura;
Lui ridendo e da scherzo combattia,
Tagliando gambe e braccie tuttavia.

Così restarno al campo e due pregioni,
Ciascun legato sopra il suo destriero,
Poi che fuggiti fôrno quei bricconi,
Che de condurli a morte avian pensiero.
Su il prato, tra bandiere e gonfaloni
E targhe e lancie, è Rubicone altiero,
Feso per mezo e tagliato le braccia:
Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.

Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contai
Che stava alla fontana a lamentare,
Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,
Corse quei duo pregioni a dislegare.
Più non fu lieto alla sua vita mai;
Prasildo abraccia, e non puotea parlare,
Ma, come in gran letizia far si suole,
Lacrime dava in cambio di parole.

Il principe era longe da due miglia,
Sempre cacciando il popol spaventato,
Quando quei duo baron con meraviglia
Guardano a Rubicon, che era tagliato
Per il traverso, alla terra vermiglia.
Essi mirando il colpo smisurato,
Dicean che non era omo, anzi era Dio,
Che sì gran busto col brando partio.

Callava già Ranaldo giù del monte,
Avendo fatta gran destruzïone;
Ciascun de' due baron con le man gionte
Come idio l'adorarno ingenocchione,
E a lui devotamente, in voce pronte,
Diceano: - O re del celo, o Dio Macone,
Che per pietate in terra sei venuto
In tanta nostra pena a darci aiuto!

Per cagion nostra giù del cel lucente
Or sei disceso a mostrarci la faccia;
Tu sei lo aiuto de l'umana gente
Né mai salvarli il tuo volto si saccia;
Fa ciascadun di noi recognoscente,
Dapoi che ce hai donata cotal graccia,
Sì che per merto al fin se troviam degni
Di star con teco nelli eterni regni. -

Ranaldo se turbò nel primo aspetto,
Veggendosi adorare in veritate;
Ma, ascoltandoli poi, prese diletto
Del paccio aviso e gran simplicitate
De questi, che il chiamavan Macometto,
E a lor rispose con umilitate:
- Questa falsa credenza via togliete,
Ch'io son di terra, sì come voi sete.

Tutto è di fango il corpo e questa scorza:
L'anima non, che fo da Cristo espressa;
Né ve maravigliati di mia forza,
Ché esso per sua pietà me l'ha concessa.
Lui la virtute accende, e lui la smorza,
E quella fede, che il mio cor confessa,
Quando si crede drittamente e pura,
De ogni spavento l'animo assicura. -

Con più parole poi li racontava
Sì come egli era il sir de Montealbano;
E tutta nostra fede predicava,
E perché Cristo prese corpo umano;
Ed in conclusïon tanto operava,
Che l'uno e l'altro se fie' cristïano,
Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,
Macon lasciando ed ogni falso errore.

Poi tutti tre parlarno alla donzella,
A lei mostrando diverse ragione
Che pigliar debba la fede novella,
La falsità mostrando di Macone.
Essa era saggia sì come era bella,
Però, contrita e con devozïone,
Coi cavallieri insieme, a la fontana
Fo per Ranaldo fatta cristïana.

Esso da poi con bel parlare espose
Che egli intendeva de andare al giardino,
Qual fatto ha tante gente dolorose,
E con lor se consiglia del camino.
Ma la donzella subito rispose:
- Da tal pensier te guarda Dio divino!
Non potresti acquistare altro che morte,
Tanto è lo incanto a meraviglia forte.

Io aggio un libro, dove sta depinto
Tutto il giardino a ponto, con misura;
Ma nel presente solo avrò distinto
Della sua entrata la strana ventura;
Però che quello è de ogni parte cinto
De un'alta pietra, tanto forte e dura,
Che mille mastri a botta de picone
Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.

Dove il sol nasce, a mezo un torrïone
Evi una porta de marmo polito;
Sopra alla soglia sta sempre il dragone,
Qual, da che nacque, mai non ha dormito,
Ma fa la guarda per ogni stagione;
E quando fosse alcun d'entrare ardito,
Convien con esso prima battagliare:
Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;

Ché incontinente la porta se serra,
Né mai per quella si può far ritorno,
E cominciar conviensi un'altra guerra,
Perché una porta se apre a mezo giorno;
Ad essa in guardia n'esce della terra
Un bove ardito, ed ha di ferro un corno,
L'altro di foco: e ciascun tanto acuto,
Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.

Quando pur fosse questa fiera morta,
Che serìa gran ventura veramente,
Come la prima, è chiusa quella porta,
E l'altra se apre verso lo occidente,
Ed ha diffesa niente a la sua scorta:
Uno asinel, che ha la coda tagliente
Come una spada, e poi l'orecchie piega
Come li piace, e ciascuno omo lega.

E la sua pelle è di piastre coperta,
E sembra d'oro, e non si può tagliare;
Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta:
Come egli è morto, mai più non appare.
Ma poi la quarta, come il libro acerta,
Subito s'apre, e là conviensi andare;
Questa risponde proprio a tramontana,
Dove non giova ardire o forza umana.

Ché sopra a quella sta un gigante fiero,
Qual la difende con la spada in mano;
E se egli è occiso de alcun cavalliero,
Della sua morte duo ne nasce al piano.
Duo ne nasce alla morte del primiero,
Ma quattro del secondo a mano a mano,
Otto del terzo, e sedici del quarto
Nascono armati del lor sangue sparto.

E così crescerebbe in infinito
Il numero di lor, senza menzogna;
Sì che lascia, per Dio! questo partito,
Che è pien d'oltraggio, danno e di vergogna.
Il fatto proprio sta come hai sentito,
Sì che farli pensier non ti bisogna.
Molti altri cavallier lì sono andati:
Tutti son morti, e mai non son tornati.

Se pur hai voglia di mostrare ardire,
E di provare un'altra novitate,
Assai fia meglio con meco venire
A fare una opra di molta pietate,
Come altra fiata io t'ebbi ancora a dire;
E tu mi promettesti in veritate
Venir con meco, ed esser mio campione,
Per trare Orlando e li altri di pregione. -

Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso,
E nulla alla donzella respondia,
Perché entrare al giardin meraviglioso
Sopra ogni cosa del mondo desia,
E non è fatto il baron paüroso
Del gran periglio che sentito avia;
Ma la difficultà quanto è maggiore,
Più li par grata e più degna d'onore.

Da l'altra parte, la promessa fede
Alla donzella, che la ricordava,
Forte lo strenge; e quella ora non vede
Ch'el trovi Orlando, che cotanto amava.
Oltra di questo, ben certo si crede
Un'altra volta, come desïava,
A quel giardino soletto venire,
Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.

Sì che nel fin pur se pose a camino
Con la donzella e con quei cavallieri.
Sempre ne vanno, da sira al matino,
Per piano e monte e per strani sentieri;
E della selva già sono al confino,
Dove suolea vedersi il bel verzieri
Di Dragontina, sopra alla fiumana,
Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.

Come io vi dissi, il giardin fu disfatto,
E il bel palagio, e il ponte, e la riviera,
Quando fo Orlando con quelli altri tratto;
Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era,
E però non sapea di questo fatto,
E trovar Brandimarte ella se spera,
E con lo aiuto del figliuol de Amone
Trarlo con li altri fuor della pregione.

E cavalcando per la selva scura,
Essendo mezo il giorno già passato,
Viddon venir correndo alla pianura
Sopra un cavallo uno omo tutt'armato,
Che mostrava alla vista gran paura;
Ed era il suo caval molto affannato,
Forte battendo l'uno e l'altro fianco;
Ma l'omo trema, ed è nel viso bianco.

Ciascadun di novelle il dimandava,
Ma lui non respondeva alcuna cosa,
E pure adietro spesso risguardava.
Dopo, alla fine, in voce paürosa,
Perché la lingua col cor li tremava,
Disse: - Male aggia la voglia amorosa
Del re Agricane, ché per quello amore
Cotanta gente è morta a gran dolore!

Io fui, segnor, con molti altri attendato
Intorno ad Albracà con Agricane;
Fo Sacripante de il campo cacciato,
Ed avemmo la terra nelle mane;
Solo il girone ad alto fo servato.
Ed ecco ritornare una dimane
La dama, che la rocca diffendia,
Con nove cavallieri in compagnia:

Tra i quali io vi conobbi il re Ballano
E Brandimarte e Oberto da il Leone;
Ma non cognosco un cavallier soprano,
Che non ha di prodezza parangone.
Tutti soletto ce cacciò del piano;
Occise Radamanto e Saritrone
Con altri cinque re, che in quella guerra
Tutti in duo pezi fece andar per terra.

Io vidi (e ancor mi par ch'io l'aggia in faccia)
Giongere a Pandragone in sul traverso;
Tagliolli il petto e nette ambe le braccia.
Da poi ch'io vidi quel colpo diverso,
Dugento miglia son fuggito in caccia,
E volentier me avria nel mar sumerso,
Perché averlo alle spalle ognior mi pare.
A Dio sïàti; io non voglio aspettare,

Ch'io non mi credo mai esser sicuro,
Sin ch'io non sono a Roccabruna ascoso;
Levarò il ponte, e starò sopra al muro. -
Queste parole disse il paüroso,
E fuggendo nel bosco folto e scuro
Uscì de vista nel camino umbroso.
La damisella e ciascun cavalliero
Rimase del suo dire in gran pensiero.

E l'un con l'altro insieme ragionando
Compreser che e baroni eran campati,
E che quel cavalliero è il conte Orlando,
Che facea colpi sì disterminati;
Ma non sanno stimare o come o quando,
E con qual modo e' siano liberati;
Ma tutti insieme sono de un volere:
Indi partirsi ed andarli a vedere.

Fuor del deserto, per la dritta strada,
Sopra il mar del Bacù van tuttavia.
Essendo gionti al gran fiume di Drada,
Videro un cavallier, che in dosso avia
Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada:
Una donzella il suo destrier tenìa;
Però che alor montava in arcïone,
Quella teniva il freno al suo ronzone.

Ai compagni se volse Fiordelisa
Dicendo: - S'io non fallo al mio pensiero,
E se io ramento ben questa divisa,
Quel che vedeti, non è un cavalliero,
Anci una dama, nomata Marfisa,
Che in ogni parte, per ogni sentiero,
Quanto la terra può cercarsi a tondo,
Cosa più fera non si trova al mondo.

Unde a voi tutti so ben racordare
Che non entrati di giostra al periglio:
Spacciànci pur de adrieto ritornare.
Credeti a me, che bene io vi consiglio:
Se non ci ha visto, potremo campare,
Ma se adosso vi pone il fiero artiglio,
Morir conviensi con dolore amaro,
Ché non si trova a sua possa riparo. -

Ride Ranaldo di quelle parole,
E del consiglio la dama ringraccia,
Ma veder quella prova al tutto vôle;
Prende la lancia, il forte scudo imbraccia.
Era salito a mezo il celo il sole,
Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia,
Ciascun tanto animoso e sì potente
Che non stimava l'un l'altro nïente.

Marfisa riguardava il fio de Amone,
Che li sembrava ardito cavalliero;
Già tien per guadagnato il suo ronzone,
Ma sudar prima li farà mestiero.
Fermosse l'uno e l'altro in su lo arcione
Per trovarse assettato al scontro fiero;
E già ciascuno il suo destrier voltava,
Quando un messaggio in su il fiume arivava.

Era quel messagiero vecchio antico,
E seco avea da vinti omini armati.
Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemico
Ce ha tutti al campo rotti e dissipati.
Morto è Archiloro, e non vi valse un fico
Il suo martello e i colpi smisurati;
E fo Agricane che occise il gigante:
Tutta la gente a lui fugge davante.

Re Galafrone a te se racomanda,
Ed in te sola ha posta sua speranza,
L'ultimo aiuto a te sola dimanda.
Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza
In questo giorno per nome si spanda;
E il re Agricane, che ha tanta arroganza
Che crede contrastare a tutto il mondo,
Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. -

Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane,
Ch'io vengo al campo senza far dimora;
Ora che questi tre mi sono in mane,
Darotegli prigioni in poco de ora;
Poi prenderaggio presto il re Agricane,
Che bene aggia Macone e chi lo adora!
Vivo lo prenderò, non dubitare,
Ed alla rocca lo farò filare. -

E più non disse la persona altiera,
Ma verso il cavallier se ebbe a voltare;
E poi con voce minacciante e fiera
Tutti tre insieme li ebbe a disfidare.
Fo la battaglia sopra alla rivera
Terribile e crudele a riguardare,
Ché ciascun oltra modo era possente,
Come odirete nel canto seguente.

Canto decimottavo

Nel canto qua di sopra aveti odito
Quando Marfisa, quella dama acerba,
Tre cavallier in su il prato fiorito
Avea sfidati con voce superba.
Prasildo era omo presto e molto ardito,
Subitamente se mise per l'erba:
Benché Ranaldo fosse il più onorato,
Lui prima mosse, senza altro combiato.

Quello scontrar che fie' con la donzella
Roppe sua lancia, e lei già non ha mossa;
Ma lui de netto uscì fuor della sella,
E cadde al prato con grave percossa.
Alor parlava quella dama bella:
- Su, presto, a li altri! che partir me possa.
Vedete qua il messaggio che me affretta,
Ché il re Agricane a battaglia me aspetta. -

Iroldo, come vide il compagnone
Al crudo scontro in su la terra andare,
E tra li armati menarlo pregione,
Corse alla giostra senza dimorare;
E così cadde anco esso dello arcione.
Ora nel terzo più serà che fare;
Se vi piace, segnor, state ad odire
La fiera mossa e l'aspero colpire.

Una grossa asta portava Marfisa
De osso e de nerbo, troppo smisurata;
Nel scudo azuro aveva per divisa
Una corona in tre parte spezzata;
La cotta d'arme pure a quella guisa,
E la coperta tutta lavorata;
E per cimer ne l'elmo, al sommo loco,
Un drago verde, che gettava foco.

Era il foco ordinato in tal maniera
Che ardeva con romore e con gran vento;
Quando essa entrava alla battaglia fiera,
Più gran furor menava e più spavento;
Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera
Tutti eran fatti per incantamento;
Da capo a piedi per questa armatura
Era diffesa la dama e sicura.

Fu il suo ronzone il più dismisurato
Che giamai producesse la natura:
Era tutto rosigno e saginato,
Con testa e coda ed ogni gamba scura;
Benché non fosse per arte affatato,
Fu di gran possa e fiero oltra a misura.
Sopra di questo la forte regina
Con impeto se mosse e gran roina.

Da l'altra parte il franco fio de Amone
Con una lancia a meraviglia grossa
Vien furïoso, quel cor di leone,
E proprio nella vista l'ha percossa;
Ma, come avesse gionto a un torrïone,
Non ha piegata Marfisa, né mossa.
A tronchi ne andò l'asta con romore,
Né restò pezzo de un palmo maggiore.

Gionse Ranaldo la dama diversa
In fronte a l'elmo, con molta tempesta;
Sopra alle groppe adietro lo riversa,
Tutta ne l'elmo gli intona la testa.
Ora ha Marfisa pur sua lancia persa,
Perché se fraccassò sino alla resta;
In cento e sei battaglie era lei stata
Con quella lancia, e sempre era durata.

Ora se roppe al scontro furïoso:
Ben se ne meraviglia la donzella,
Ma più la ponge il crucio disdegnoso,
Perché Ranaldo ancora è in su la sella.
Chiama iniquo Macone e doloroso,
Cornuto e becco Trivigante appella:
- Ribaldi, - a lor dicea - per qual cagione
Tenete il cavalliero in su lo arcione?

Venga un di voi, e lasciasi vedere,
E pigli a suo piacer questa diffesa,
Ch'io farò sua persona rimanere
Qua giù riversa e nel prato distesa.
Voi non voliti mia forza temere,
Perché là su non posso esser ascesa;
Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso,
Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. -

Mentre che la orgogliosa sì minaccia,
E vuol disfare il celo e il suo Macone,
Ranaldo ad essa rivolta la faccia,
Che era stato buon pezzo in stordigione,
E de gire a trovarla se procaccia;
Ma lei, che non stimava quel barone,
Quando contra di sé tornare il vide,
Altieramente disdignando ride.

- Ora ché non fuggivi, sciagurato,
Mentre che ad altro il mio pensiero attese?
Forse hai diletto indi esser pigliato,
Perché altrimente non trovi le spese?
Ma, per mia fede! sei male incapato,
Ed al presente te dico palese,
Come io te avrò tutt'arme dispogliate,
Via cacciarotte a suon di bastonate. -

Cotal parole usava quella altera;
Il pro' Ranaldo risponde nïente.
Esso zanzar non vôl con quella fera,
Ma fa risposta col brando tagliente;
E, come fu con seco alla frontera,
Non pose indugia al suo ferir nïente,
Ma sopra a l'elmo de Fusberta mena:
Marfisa non sentì quel colpo apena.

Lei per quel colpo nïente se muta,
Ma un tal ne dette al cavalliero ardito,
Che batter li fie' il mento alla barbuta:
Calla nel scudo, e tutto l'ha partito.
Maglia, né piastra, né sbergo lo aiuta,
Ma crudelmente al fianco lo ha ferito.
Quando Ranaldo sente il sangue ch'esce,
L'ira, l'orgoglio e l'animo gli cresce.

Mai non fo gionto a così fatto caso,
Come or se trova, il sir de Montealbano.
Getta via il scudo che li era rimaso,
E furïoso mena ad ambe mano:
Benché il partito vide aspro e malvaso,
Non ha paura quel baron soprano;
Ma con tal furia un colpo a due man serra,
Che tutto il scudo li gettò per terra,

E sopra al braccio manco la percosse,
Sì che li fece abandonar la briglia.
Molto de ciò la dama se commosse,
E prese del gran colpo meraviglia;
Sopra alle staffe presto redricciosse
Tutta nel viso per furor vermiglia,
Ed un gran colpo a quel tempo menava,
Quando Ranaldo l'altro radoppiava.

Perché ancora esso già non stava a bada,
Anci li rispondeva di bon gioco;
Ora se incontra l'una a l'altra spada,
E quelle, gionte, se avamparno a foco.
Tagliente è ben ciascuna, e par che rada,
Ma fie' l'ultima prova questo loco;
Fusberta come un legno l'altra afferra,
Più de un gran palmo ne gettò per terra.

Quando Marfisa vide che troncata
Era la ponta di sua spada fina,
Che prima fu da lei tanto stimata,
Rimena colpi de molta ruina
Sopra Ranaldo, come disperata;
Ma lui, che del scrimire ha la dottrina,
Con l'occhio aperto al suo ferire attende,
E ben se guarda e da lei se diffende.

Menò Marfisa un colpo con tempesta,
Credendo averlo còlto alla scoperta;
Se lo giongeva la botta rubesta,
Era sua vita nel tutto deserta.
Lui, che ha la vista a meraviglia presta,
Da basso se ricolse con Fusberta,
E gionse il colpo nella destra mano,
Sì che cader li fece il brando al piano.

Quando essa vide la sua spada in terra,
Non fu ruina al mondo mai cotale;
Il suo destrier con ambi sproni afferra,
Urta Ranaldo a furia di cingiale,
E col viso avampato un pugno serra:
Dal lato manco il gionse nel guanziale,
E lo percosse con tanta possanza,
Che assai minor fu il scontro de la lanza.

Io di tal botta assai me maraviglio,
Ma come io dico, lo scrive Turpino;
Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio,
Per naso e bocca a quel baron tapino.
Campar lo fece dal mortal periglio
Lo elmo afatato che fo de Mambrino;
Ché se un altro elmo in testa se trovava,
Longe dal busto il capo li gettava.

Perse ogni sentimento il cavalliero,
Benché restasse fermo in su la sella.
Or lo portò correndo il suo destriero,
Né mai gionger lo puote la donzella,
Ché quel ne andava via tanto legiero,
Che per li fiori e per l'erba novella
Nulla ne rompe il delicato pede;
Non che si senta, ma apena si vede.

Marfisa de stupore alciò le ciglia,
Quando vide il destrier sì presto gire;
Ritorna adrieto e il suo brando repiglia,
E poi di novo se il pose a seguire;
Ma già longe è Ranaldo a meraviglia,
E come prima venne a resentire,
Verso Marfisa volta con gran fretta,
Voluntaroso a far la sua vendetta.

E' se sentia di sangue pien la faccia,
Ed a se stesso se lo improperava,
Dicendo: "Ove vorrai che mai se saccia
La tua codarda prova, anima prava?
Ecco una feminella che te caccia!
Or che direbbe il gran conte di Brava,
Se me vedesse qua nel campo stare
Contro una dama e non poter durare?"

Così dicendo il principe animoso
Stringe Fusberta, il suo tagliente brando,
E vien contra a Marfisa forïoso.
Ora voglio tornar al conte Orlando,
Qual, come io dissi, sì come amoroso
De Angelica, se mosse al suo comando
Per dare al prodo Galafrone aiuto,
Che alla battaglia avea il campo perduto.

Chi lo vedesse entrare alla baruffa,
Ben lo iudicarebbe quel che egli era;
Lui questo abatte e quell'altro ribuffa,
Atterra ogni pennone, ogni bandiera.
Or se incomincia la terribil zuffa;
Fuggia degl'Indïan rotta la schiera,
E va per la campagna in abandono:
Sempre alle spalle i Tartari li sono.

Rotta e sconfitta la brutta canaglia
A tutta briglia fuggendo ne andava;
E Galafrone per quella prataglia
Via più che li altri e sproni adoperava.
Ora cangiosse tutta la battaglia,
E fugge ciascadun che mo cacciava,
Ché Orlando è gionto, e seco in compagnia
Il re Adrïano, fior de vigoria,

E Brandimarte e il forte Chiarïone,
Ciascun di guerra più voluntaroso,
E seco in frotta Oberto da il Leone.
Ferno assalto crudel e furïoso,
E de' nemici tanta occisïone,
Che tornò il verde prato sanguinoso:
Già prima Poliferno e poscia Uldano
Da Brandimarte fur gettati al piano.

Orlando ed Agricane un'altra fiata
Ripreso insiem avean crudel battaglia;
La più terribil mai non fo mirata:
L'arme l'un l'altro a pezo a pezo taglia.
Vede Agrican sua gente sbaratata,
Né li pô dare aiuto che li vaglia,
Però che Orlando tanto stretto il tene,
Che star con seco a fronte li conviene.

Nel suo secreto fie' questo pensiero:
Trar fuor di schiera quel conte gagliardo,
E poi che occiso l'abbia in su il sentiero
Tornar alla battaglia senza tardo;
Però che a lui par facile e legiero
Cacciar soletto quel popol codardo;
Ché tutti insieme, e il suo re Galafrone,
Non li stimava quanto un vil bottone.

Con tal proposto se pone a fuggire,
Forte correndo sopra alla pianura;
Il conte nulla pensa a quel fallire,
Anci crede che il faccia per paura;
Senza altro dubbio se il pone a seguire.
E già son gionti ad una selva oscura;
Aponto in mezo a quella selva piana
Era un bel prato intorno a una fontana.

Fermosse ivi Agricane a quella fonte,
E smontò dello arcion per riposare,
Ma non se tolse l'elmo della fronte,
Né piastra o scudo se volse levare;
E poco dimorò che gionse il conte,
E come il vide alla fonte aspettare,
Dissegli: - Cavallier, tu sei fuggito,
E sì forte mostravi e tanto ardito!

Come tanta vergogna pôi soffrire
A dar le spalle ad un sol cavalliero?
Forse credesti la morte fuggire:
Or vedi che fallito hai il pensiero.
Chi morir può onorato, die' morire;
Ché spesse volte aviene e de legiero
Che, per durare in questa vita trista,
Morte e vergogna ad un tratto s'acquista. -

Agrican prima rimontò in arcione,
Poi con voce suave rispondia:
- Tu sei per certo il più franco barone
Ch'io mai trovassi nella vita mia;
E però del tuo scampo fia cagione
La tua prodezza e quella cortesia
Che oggi sì grande al campo usato m'hai,
Quando soccorso a mia gente donai.

Però te voglio la vita lasciare,
Ma non tornasti più per darmi inciampo!
Questo la fuga mi fe' simulare,
Né vi ebbi altro partito a darti scampo.
Se pur te piace meco battagliare,
Morto ne rimarrai su questo campo;
Ma siami testimonio il celo e il sole
Che darti morte me dispiace e duole. -

Il conte li rispose molto umano,
Perché avea preso già de lui pietate:
- Quanto sei - disse - più franco e soprano,
Più di te me rincresce in veritate,
Che serai morto, e non sei cristïano,
Ed andarai tra l'anime dannate;
Ma se vôi il corpo e l'anima salvare,
Piglia battesmo, e lasciarotte andare. -

Disse Agricane, e riguardollo in viso:
- Se tu sei cristïano, Orlando sei.
Chi me facesse re del paradiso,
Con tal ventura non lo cangiarei;
Ma sino or te ricordo e dòtti aviso
Che non me parli de' fatti de' Dei,
Perché potresti predicare in vano:
Diffenda il suo ciascun col brando in mano. -

Né più parole: ma trasse Tranchera,
E verso Orlando con ardir se affronta.
Or se comincia la battaglia fiera,
Con aspri colpi di taglio e di ponta;
Ciascuno è di prodezza una lumera,
E sterno insieme, come il libro conta,
Da mezo giorno insino a notte scura,
Sempre più franchi alla battaglia dura.

Ma poi che il sole avea passato il monte,
E cominciosse a fare il cel stellato,
Prima verso il re parlava il conte:
- Che farem, - disse - che il giorno ne è andato? -
Disse Agricane con parole pronte:
- Ambo se poseremo in questo prato;
E domatina, come il giorno pare,
Ritornaremo insieme a battagliare. -

Così de acordo il partito se prese.
Lega il destrier ciascun come li piace,
Poi sopra a l'erba verde se distese;
Come fosse tra loro antica pace,
L'uno a l'altro vicino era e palese.
Orlando presso al fonte isteso giace,
Ed Agricane al bosco più vicino
Stassi colcato, a l'ombra de un gran pino.

E ragionando insieme tuttavia
Di cose degne e condecente a loro,
Guardava il conte il celo e poi dicia:
- Questo che or vediamo, è un bel lavoro,
Che fece la divina monarchia;
E la luna de argento, e stelle d'oro,
E la luce del giorno, e il sol lucente,
Dio tutto ha fatto per la umana gente. -

Disse Agricane: - Io comprendo per certo
Che tu vôi de la fede ragionare;
Io de nulla scïenzia sono esperto,
Né mai, sendo fanciul, volsi imparare,
E roppi il capo al mastro mio per merto;
Poi non si puotè un altro ritrovare
Che mi mostrasse libro né scrittura,
Tanto ciascun avea di me paura.

E così spesi la mia fanciulezza
In caccie, in giochi de arme e in cavalcare;
Né mi par che convenga a gentilezza
Star tutto il giorno ne' libri a pensare;
Ma la forza del corpo e la destrezza
Conviense al cavalliero esercitare.
Dottrina al prete ed al dottore sta bene:
Io tanto saccio quanto mi conviene. -

Rispose Orlando: - Io tiro teco a un segno,
Che l'arme son de l'omo il primo onore;
Ma non già che il saper faccia men degno,
Anci lo adorna come un prato il fiore;
Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno,
Chi non pensa allo eterno Creatore;
Né ben se può pensar senza dottrina
La summa maiestate alta e divina. -

Disse Agricane: - Egli è gran scortesia
A voler contrastar con avantaggio.
Io te ho scoperto la natura mia,
E te cognosco che sei dotto e saggio.
Se più parlassi, io non risponderia;
Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio,
E se meco parlare hai pur diletto,
De arme, o de amore a ragionar t'aspetto.

Ora te prego che a quel ch'io dimando
Rispondi il vero, a fè de omo pregiato:
Se tu sei veramente quello Orlando
Che vien tanto nel mondo nominato;
E perché qua sei gionto, e come, e quando,
E se mai fosti ancora inamorato;
Perché ogni cavallier che è senza amore,
Se in vista è vivo, vivo è senza core. -

Rispose il conte: - Quello Orlando sono
Che occise Almonte e il suo fratel Troiano;
Amor m'ha posto tutto in abandono,
E venir fammi in questo loco strano.
E perché teco più largo ragiono,
Voglio che sappi che 'l mio core è in mano
De la figliola del re Galafrone
Che ad Albraca dimora nel girone.

Tu fai col patre guerra a gran furore
Per prender suo paese e sua castella,
Ed io qua son condotto per amore
E per piacere a quella damisella.
Molte fiate son stato per onore
E per la fede mia sopra alla sella;
Or sol per acquistar la bella dama
Faccio battaglia, ed altro non ho brama. -

Quando Agricane ha nel parlare accolto
Che questo è Orlando, ed Angelica amava,
Fuor di misura se turbò nel volto,
Ma per la notte non lo dimostrava;
Piangeva sospirando come un stolto,
L'anima, il petto e il spirto li avampava;
E tanta zelosia gli batte il core,
Che non è vivo, e di doglia non muore.

Poi disse a Orlando: - Tu debbi pensare
Che, come il giorno serà dimostrato,
Debbiamo insieme la battaglia fare,
E l'uno o l'altro rimarrà sul prato.
Or de una cosa te voglio pregare,
Che, prima che veniamo a cotal piato,
Quella donzella che il tuo cor disia,
Tu la abandoni, e lascila per mia.

Io non puotria patire, essendo vivo,
Che altri con meco amasse il viso adorno;
O l'uno o l'altro al tutto serà privo
Del spirto e della dama al novo giorno.
Altri mai non saprà, che questo rivo
E questo bosco che è quivi d'intorno,
Che l'abbi riffiutata in cotal loco
E in cotal tempo, che serà sì poco. -

Diceva Orlando al re: - Le mie promesse
Tutte ho servate, quante mai ne fei;
Ma se quel che or me chiedi io promettesse,
E se io il giurassi, io non lo attenderei;
Così potria spiccar mie membra istesse,
E levarmi di fronte gli occhi miei,
E viver senza spirto e senza core,
Come lasciar de Angelica lo amore. -

Il re Agrican, che ardea oltra misura,
Non puote tal risposta comportare;
Benché sia al mezo della notte scura,
Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare;
Ed orgoglioso, con vista sicura,
Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare,
Dicendo: - Cavallier, la dama gaglia
Lasciar convienti, o far meco battaglia. -

Era già il conte in su l'arcion salito,
Perché, come se mosse il re possente,
Temendo dal pagano esser tradito,
Saltò sopra al destrier subitamente;
Unde rispose con l'animo ardito:
- Lasciar colei non posso per nïente,
E, se io potessi ancora, io non vorria;
Avertila convien per altra via. -

Sì come il mar tempesta a gran fortuna,
Cominciarno lo assalto i cavallieri;
Nel verde prato, per la notte bruna,
Con sproni urtarno adosso e buon destrieri;
E se scorgiano a lume della luna
Dandosi colpi dispietati e fieri,
Ch'era ciascun di lor forte ed ardito.
Ma più non dico: il canto è qui finito.

Canto decimonono

Segnori e cavallieri inamorati,
Cortese damiselle e grazïose,
Venitene davanti ed ascoltati
L'alte venture e le guerre amorose
Che fer' li antiqui cavallier pregiati,
E fôrno al mondo degne e glorïose;
Ma sopra tutti Orlando ed Agricane
Fier' opre, per amore, alte e soprane.

Sì come io dissi nel canto di sopra,
Con fiero assalto dispietato e duro
Per una dama ciascadun se adopra;
E benché sia la notte e il celo oscuro,
Già non vi fa mestier che alcun si scopra,
Ma conviensi guardare e star sicuro,
E ben diffeso di sopra e de intorno,
Come il sol fosse in celo al mezo giorno.

Agrican combattea con più furore,
Il conte con più senno si servava;
Già contrastato avean più de cinque ore,
E l'alba in orïente se schiarava:
Or se incomincia la zuffa maggiore.
Il superbo Agrican se disperava
Che tanto contra esso Orlando dura,
E mena un colpo fiero oltra a misura.

Giunse a traverso il colpo disperato,
E il scudo come un latte al mezzo taglia;
Piagar non puote Orlando, che è affatato,
Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia.
Non puotea il franco conte avere il fiato,
Benché Tranchera sua carne non taglia;
Fu con tanta ruina la percossa,
Che avea fiaccati i nervi e peste l'ossa.

Ma non fo già per questo sbigotito,
Anci colpisce con maggior fierezza.
Gionse nel scudo, e tutto l'ha partito,
Ogni piastra del sbergo e maglia spezza,
E nel sinistro fianco l'ha ferito;
E fo quel colpo di cotanta asprezza,
Che il scudo mezo al prato andò di netto,
E ben tre coste li tagliò nel petto.

Come rugge il leon per la foresta,
Allor che l'ha ferito il cacciatore,
Così il fiero Agrican con più tempesta
Rimena un colpo di troppo furore.
Gionse ne l'elmo, al mezo della testa;
Non ebbe il conte mai botta maggiore,
E tanto uscito è fuor di cognoscenza
Che non sa se egli ha il capo, o se egli è senza.

Non vedea lume per gli occhi nïente,
E l'una e l'altra orecchia tintinava;
Sì spaventato è il suo destrier corrente,
Che intorno al prato fuggendo il portava;
E serebbe caduto veramente,
Se in quella stordigion ponto durava;
Ma, sendo nel cader, per tal cagione
Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.

E venne di se stesso vergognoso,
Poi che cotanto se vede avanzato.
"Come andarai - diceva doloroso
- Ad Angelica mai vituperato?
Non te ricordi quel viso amoroso,
Che a far questa battaglia t'ha mandato?
Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire,
Servendo poi, fa il guidardon perire.

Presso a duo giorni ho già fatto dimora
Per il conquisto de un sol cavalliero,
E seco a fronte me ritrovo ancora,
Né gli ho vantaggio più che il dì primiero.
Ma se più indugio la battaglia un'ora,
L'arme abandono ed entro al monastero:
Frate mi faccio, e chiamomi dannato,
Se mai più brando mi fia visto al lato."

Il fin del suo parlar già non è inteso,
Ché batte e denti e le parole incocca;
Foco rasembra di furore acceso
Il fiato che esce fuor di naso e bocca.
Verso Agricane se ne va disteso,
Con Durindana ad ambe mano il tocca
Sopra alla spalla destra de riverso;
Tutto la taglia quel colpo diverso.

Il crudel brando nel petto dichina,
E rompe il sbergo e taglia il pancirone;
Benché sia grosso e de una maglia fina,
Tutto lo fende in fin sotto il gallone:
Non fo veduta mai tanta roina.
Scende la spada e gionse nello arcione:
De osso era questo ed intorno ferrato,
Ma Durindana lo mandò su il prato.

Da il destro lato a l'anguinaglia stanca
Era tagliato il re cotanto forte;
Perse la vista ed ha la faccia bianca,
Come colui ch'è già gionto alla morte;
E benché il spirto e l'anima li manca,
Chiamava Orlando, e con parole scorte
Sospirando diceva in bassa voce:
- Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.

Batteggiame, barone, alla fontana
Prima ch'io perda in tutto la favella;
E se mia vita è stata iniqua e strana,
Non sia la morte almen de Dio ribella.
Lui, che venne a salvar la gente umana,
L'anima mia ricoglia tapinella!
Ben me confesso che molto peccai,
Ma sua misericordia è grande assai. -

Piangea quel re, che fo cotanto fiero,
E tenìa il viso al cel sempre voltato;
Poi ad Orlando disse: - Cavalliero,
In questo giorno de oggi hai guadagnato,
Al mio parere, il più franco destriero
Che mai fosse nel mondo cavalcato;
Questo fo tolto ad un forte barone,
Che del mio campo dimora pregione.

Io non me posso ormai più sostenire:
Levame tu de arcion, baron accorto.
Deh non lasciar questa anima perire!
Batteggiami oramai, ché già son morto.
Se tu me lasci a tal guisa morire,
Ancor n'avrai gran pena e disconforto. -
Questo diceva e molte altre parole:
Oh quanto al conte ne rincresce e dole!

Egli avea pien de lacrime la faccia,
E fo smontato in su la terra piana;
Ricolse il re ferito nelle braccia,
E sopra al marmo il pose alla fontana;
E de pianger con seco non si saccia,
Chiedendoli perdon con voce umana.
Poi battizollo a l'acqua della fonte,
Pregando Dio per lui con le man gionte.

Poco poi stette che l'ebbe trovato
Freddo nel viso e tutta la persona,
Onde se avide che egli era passato.
Sopra al marmo alla fonte lo abandona,
Così come era tutto quanto armato,
Col brando in mano e con la sua corona;
E poi verso il destrier fece riguardo,
E pargli di veder che sia Baiardo.

Ma creder non può mai per cosa certa
Che qua sia capitato quel ronzone;
Ed anco nascondeva la coperta,
Che tutto lo guarnia sino al talone.
"Io vo' saper la cosa in tutto aperta, -
Disse a se stesso il figliol di Milone
- Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia;
Ma se egli è desso, io n'ho gran meraviglia."

Per saper tutto il fatto il conte è caldo,
E verso del caval se pone a gire;
Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo,
Gli viene incontra e comincia a nitrire.
- Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo?
Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! -
Così diceva Orlando, ma il ronzone
Non puotea dar risposta al suo sermone.

Non avea quel destrier parlare umano,
Benché fosse per arte fabricato.
Sopra vi monta il senator romano,
Che già l'avea più fiate cavalcato.
Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano,
Subitamente uscì fuora del prato,
Ed entrò dentro de la selva folta;
Ma così andando un gran romore ascolta.

Senza dimora atacca Brigliadoro
A un tronco de una quercia ivi vicina.
Ma voglio che sappiate che coloro
Che entro a quel bosco fan tanta roina,
Son tre giganti; ed han molto tesoro,
E sopra de un gambelo una fantina
Tolta per forza a l'Isole Lontane:
Un cavallier con loro era alle mane.

Quel cavalliero è di soperchia lena,
E per scoder la dama se travaglia.
Un de' giganti la donzella mena,
E li altri duo con esso fan battaglia.
Poi vi dirò la cosa integra e piena,
Ma di saperla adesso non ve incaglia;
Presto ritornarò dove io ve lasso:
Or vo' contar del campo il gran fraccasso.

Del campo, dico, che, come io contai,
Andava a schiere in mille pezzi sparte;
Più scura cosa non se vidde mai:
Occisa è la gran gente in ogni parte,
Con più roina ch'io non conto assai.
Il re Adrïan li segue e Brandimarte;
Risuona il celo e del fiume la foce
Di cridi, de lamenti e de alte voce.

La gente de Agrican, senza governo,
Poi che perduto è il suo forte segnore,
Che mai nol vederanno in sempiterno,
Fugge dal campo rotta con romore.
Tutti son morti e callano allo inferno;
Il vecchio Galafron, pien de furore,
Di quella gente già non ha pietade,
Anci li pone al taglio delle spade.

Non vôl che campi alcun di quella gente;
Tutti li occide il superbo vecchione.
E già son gionti ove primeramente
Stava il re Agricane; il paviglione
Gettato fo per terra incontinente,
Dove trovarno Astolfo, che è prigione,
E il re Ballano, pien de vigoria;
Con seco è Antifor de Albarossia.

Tutti tre insieme, come eran legati,
Fôrno condutti ad Angelica avanti;
Ma la donzella li ha molto onorati,
Ché ben li cognosceva tutti quanti.
E poi che fôr disciolti e scatenati,
Con bel parlare e con dolci sembianti,
Mostrandoli carezze e bella faccia,
Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.

Diceva Astolfo: - Star quivi non posso,
Ch'io me vo' vendicar con ardimento
De quella gente, che mi venne addosso
E mi gettarno in terra a tradimento.
Io non serìa per tutto il mondo mosso,
E più de un millïon n'avrebbi spento,
Ma fui tradito da il falso Agricane:
Oggi l'occiderò con le mie mane.

Fa che aggia l'arme e prestami un destriero,
Ché incontinente giù voglio callare;
E ben ti giuro che al colpo primiero
Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare.
Prenderò vivo l'altro cavalliero,
Intorno al capo me il voglio aggirare,
Poi verso il cel tanto alto il lascio gire,
Che penarà tre giorni a giù venire. -

Ballano ed Antifor, che eran presenti
Quando in tal modo Astolfo braveggiava,
Nol cognoscendo per fama altrimenti
Ciascun fuor de intelletto il iudicava.
Ambi eran poderosi, ambi valenti,
E perciò ciascun l'arme adimandava.
Nel castello era molta guarnigione;
Presto se armorno e montarno in arcione.

Astolfo prima gionse alla pianura,
Sempre suonando con tempesta il corno;
Ben mostra cavallier senza paura,
Sì zoioso veniva e tanto adorno.
Ora ascoltati che bella ventura
Li mandò avanti Dio del cel quel giorno,
Ché proprio nella strata se incontrava
In un che l'arme e sua lancia portava.

Quelle arme che valeano un gran tesoro
Un Tartaro le tiene in sua balìa,
E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro
Che primamente fu dello Argalia.
Il duca Astolfo, senza altro dimoro,
Per terra a gran furor quello abattia,
Fuor delle spalle sei palmi passato;
Smontò alla terra ed ebbel disarmato.

Esso fu armato ed ha sua lancia presa,
E fatta prova grande oltra misura,
Benché e nemici non faccian diffesa,
Ché de aspettarlo alcun non se assicura.
Tutti ne vanno in rotta alla distesa
Quella gente del campo con paura;
Ma presso al fiume è guerra de altra guisa
Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa.

Già combattuto avian tutto quel giorno,
Né l'un, né l'altro n'ha ponto avanzato.
Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno,
Che non sia rotto e in più parte fiaccato.
Mor di vergogna e pargli aver gran scorno,
E sé del tutto tien vituperato,
Poi che una dama lo conduce a danza,
E più li perde assai che non avanza.

Da l'altra parte è Marfisa turbata
Assai più de Ranaldo nella vista,
E non vorrebbe al mondo esser mai nata,
Poi che in tant'ore il baron non acquista.
Spezzato ha il scudo e la spata troncata,
Tutta ha dolente la persona e pista,
Benché le membre non abbia tagliate;
Non gettan sangue per l'arme affatate.

Mentre che l'uno e l'altro combattia,
Né tra lor se cognosce alcun vantaggio,
La dolorosa gente che fuggia,
Gionge sopra di loro in quel rivaggio.
Re Galafron, che sempre li seguia
Con animo adirato e cor malvaggio,
Fermosse riguardando il crudo fatto:
Marfisa ben cognobbe al primo tratto.

Ma non cognosce il sir de Montealbano,
Che seco combattea con arroganza;
Iudica ben che egli è un omo soprano,
Di summo ardire e di molta possanza.
Guardando iscorse il destrier Rabicano,
Che fu del suo figliolo occiso in Franza;
Feraguto lo occise con gran pena,
Come sapeti, alla selva de Ardena.

Il vecchio patre assai si lamentava,
Come ebbe Rabicano il destrier scorto.
Per nome l'Argalia forte chiamava:
- O stella de virtute, o ziglio de orto,
Che più che la mia vita assai te amava:
È questo il traditor che ti m'ha morto?
Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento,
Che ti tolse la vita a tradimento.

Ma sia squartata e sia pasto di cane
La mia persona, e sia polver di saldo,
Se de tua morte per le terre istrane
Vantando se andarà questo ribaldo! -
Così dicendo col brando a due mane
Va furïoso adosso di Ranaldo,
E lo ferisce con tanta ruina,
Che sopra al collo a quel destrier l'inchina.

Quando Marfisa vede quel vecchione
Che sua battaglia viene a disturbare,
Forte se adira, e pargli che a ragione
Se debba de tal onta vendicare;
Vanne turbata verso a Galafrone.
Or Brandimarte quivi ebbe arivare,
E con esso Antifor de Albarossia;
Nïun di lor la dama cognoscia.

Stimâr che quella fosse un cavalliero
Del campo de Agrican, senza contesa,
E veggendo lo assalto tanto fiero,
Del vecchio re se posero in diffesa,
Ché già l'avea battuto de il destriero
Quella superba di furore accesa;
E se sua spada se trovava ponta,
Morto era Galafrone a prima gionta.

Morto era Galafron, come io vi naro,
Che già fuor de lo arcione era caduto;
Ma Brandimarte vi pose riparo
Ed Antifor, che gionse a darli aiuto,
Benché costasse a l'uno e a l'altro caro.
Gionse Antifor in prima, e fo abattuto;
Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito,
Che il fece andare a terra tramortito.

Assai fu più che far con Brandimarte,
Ché non era tra lor gran differenza;
Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte,
Ma questa dama ha grande soa potenza.
Ranaldo alora se trava da parte,
Pensando che la eterna Providenza
Voglia che l'uno e l'altro insieme mora,
Ché son pagani e di sua legge fuora.

E la battaglia fiera riguardava,
E chi meglio de il brando se martella;
E l'uno e l'altro prodo iudicava,
Ma più forte stimava la donzella.
Ecco Antifor de terra se levava
E saliva ben presto in su la sella,
E seco è Galafron col brando in mano:
Verso Marfisa ratti se ne vano.

Ecco venire Oberto da il Leone
E il forte re Ballan, che alora è gionto,
E il re Adrïano e il franco Chiarïone,
Che tutti quanti arivano ad un ponto:
Ciascadun segue lo re Galafrone.
Tre re, tre cavallier, come io vi conto,
Ne vanno adosso alla dama pregiata,
Che già con Brandimarte era attaccata.

Essa, come un cingial tra can mastini,
Che intorno se ragira furïoso,
E nel fronte superbo adriccia e crini,
E fa la schiuma al dente sanguinoso;
Sembrano un foco gli occhi piccolini,
Alcia le sete e senza alcun riposo
La fiera testa fulminando mena;
Chi più se gli avicina, ha magior pena:

Non altramente quella dama altiera
De dritti e de riversi oltra misura
Facea battaglia sì crudele e fiera,
Che a più de un par de lor pose paura.
Già più de trenta sono in una schiera,
Lei contra a tutti combattendo dura;
Crescono ogniora e già son più de cento:
Contra a questi altri va con ardimento.

Al pro' Ranaldo, che stava a guardare,
Par che la dama riceva gran torto,
Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare,
Se ben dovessi teco esserne morto. -
Quando Marfisa lo sente arivare,
Ne prese alta baldanza e gran conforto,
Ed a lui disse: - Cavallier iocondo,
Poi che sei meco, più non stimo il mondo. -

Così dicendo la crudel donzella
Dà tra coloro e tocca il franco Oberto,
E tutto l'elmo in capo li flagella;
Gionse nel scudo, e in tal modo l'ha aperto,
Che da due bande il fe' cader di sella.
Non valse al re Ballano essere esperto:
Marfisa con la man l'elmo gli afferra,
Leval di arcione e tral contra alla terra.

Fie' maggior prova ancora il fio de Amone,
Ma non se ponno in tal modo contare,
Ché con lui se afrontarno altre persone,
Che Turpin non le seppe nominare.
Cinque ne fese insin sopra al gallone,
Ed a sette la testa ebbe a tagliare;
Dodeci colpi fe' fuor di misura,
Onde ciascun di lui prese paura.

Ma crescìa ognora più la gente nova,
E sopra de lor duo sempre abondava,
Ché quei di drieto non sapean la prova
Qual sopra a' primi Ranaldo mostrava.
- Voi non potreti far che indi mi mova! -
Ad alta voce Marfisa cridava
- Il mio tesoro e il mio regno vi lasso,
Se me forzati a ritornare un passo. -

Or vien distesa sopra alla riviera
Una gran gente con molta roina,
Che han la corona rotta alla bandiera,
Com'è la insegna di quella regina;
Ed era di Marfisa questa schiera,
Che vien correndo e mai non se raffina,
E voglion sua madama aver diffesa,
Temendo di trovarla o morta o presa.

Qui cominciosse la fiera battaglia,
Né stata vi era più crudel quel giorno.
Intrò Marfisa tra questa canaglia,
E furïosa se voltava intorno;
Spezza la gente in ogni banda e taglia;
Né men Ranaldo, il cavalliero adorno,
Braccie con teste e gambe a terra manda;
Ciascun che 'l vede, a Dio se racomanda.

Iroldo con Prasildo e Fiordelisa
Stavan discosti, con quella donzella
Qual era cameriera de Marfisa,
Longe due miglie alla battaglia fella.
La cameriera alli altri tre divisa
Quanto sua dama è forte in su la sella;
E quanti cavallieri ha messo al fondo
Ed in qual modo, gli raconta a tondo.

Per questo Fiordelisa fu smarita,
Temendo che non tocca a Brandimarte
Provar la forza de Marfisa ardita.
Subitamente da gli altri se parte;
Dove è la gran battaglia se ne è gita;
Vede le schiere dissipate e sparte,
Che ver la rocca in sconfitta ne vano;
Dentro li caccia il sir de Montealbano.

Ma lei sol Brandimarte va cercando,
Ché già de tutti gli altri non ha cura;
E mentre che va intorno remirando,
Vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
Fu cominciata la battaglia dura;
Ché a lui parria vergogna e cosa fella
Cotanta gente offender la donzella.

Però stava da largo a riguardare,
E di vergogna avea rossa la faccia.
De' compagni se aveva a vergognare,
Non già di sé, che di nulla se impaccia;
Ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
Corsegli incontra e ben stretta l'abbraccia;
Già molto tempo non l'avea veduta:
Credia nel tutto di averla perduta.

Egli ha sì grande e subita allegrezza,
Che ogni altra cosa alor dimenticava;
Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza.
Né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l'elmo via gettò con frezza,
E mille volte la dama baciava;
Stretta l'abbraccia in su quella campagna:
De ciò la dama se lamenta e lagna.

Molto era Fiordelisa vergognosa,
Ed esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
Da Brandimarte, con dolce parole,
De gir con esso ad una selva ombrosa,
Dove eran l'erbe fresche e le vïole:
Staran con zoia insieme e con diletto,
Senza aver tema, o di guerra sospetto.

Prese ben presto il cavallier lo invito,
E, forte caminando, fôrno agionti
Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
Che d'ogni lato è chiuso da duo monti,
De fior diversi pinto e colorito,
Fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
Presto smontarno in su l'erba novella.

E la donzella con dolce sembiante
Comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
Che se potesse un pezzo d'arme trare;
Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
Che quella abraccia, e non puote aspettare;
Ma ancor di maglia e de le gambe armato
Con essa in braccio si colcò su il prato.

Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
Che l'aria non potrebbe tra lor gire;
E l'uno e l'altro sì forte se preme,
Che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
De alta dolcezza, non saprebbi io dire;
Lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
Che ciascaduno avea due lingue in bocca.

Parve nïente a lor il primo gioco,
Tanto per la gran fretta era passato;
E, nel secondo assalto, intrarno al loco
Che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
Se fu ciascun di loro abandonato,
Con la faccia suave insieme stretta,
Tanto il fiato de l'un l'altro diletta.

Sei volte ritornarno a quel danzare,
Prima che il lor desir ben fosse spento;
Poi cominciarno dolce ragionare
De' loro affanni e passato tormento;
Il fresco loco gli invita a posare,
Perché in quel prato sospirava un vento,
Che sibillava tra le verde fronde
Del bel boschetto che li amanti asconde,

E un ruscelletto di fontana viva
Mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
Per molto affanno in quel giorno durato,
Nel bel pensar de amor qui se adormiva;
E Fiordelisa che gli era da lato,
Che di guardarlo uno attimo non perde,
Se dormentò con lui su l'erba verde.

Sopra de l'un de' monti ch'io contai
Che al verde praticello eran d'intorno,
Stava un palmier, che Dio gli doni guai!
Che dette a Brandimarte un grave scorno.
Ma questo canto è stato lungo assai,
Ed io vi contarò questo altro giorno,
Se tornati ad odir, la bella istoria:
Tutti vi guardi il re de l'alta gloria.

Canto ventesimo

Credo, segnor, che ben vi racordati
Che a l'altro canto io dissi del diletto
Ch'ebbero insieme quegli inamorati,
E come al prato, senza altro sospetto,
Presso alla fonte giacquero abracciati.
Stava a lor sopra un vecchio maledetto,
Ad una tana nel monte nascoso,
Che scopria tutto quel boschetto ombroso.

Era quel vecchio di mala semenza,
Incantatore e di malizia pieno;
Per Macometto facea penitenza,
Credendo gir con lui nel ciel sereno.
Sapea de tutte l'erbe la potenza,
Qual pietra ha più virtute e qual n'ha meno;
Per arte move un monte de legiero
E ferma un fiume quel falso palmiero.

Standosi questo ad adorar Macone
Vide li amanti solacciar nel piano,
E prese a quel mirar tentazïone,
Tal che li cadde il libracciol di mano;
E seco pensa il modo e la ragione
Di tuor la dama al cavallier soprano.
Poi che fatto ha il pensier, questo infelice
Smonta la costa e porta una radice:

Una radice de natura cruda,
Che fa l'omo per forza adormentare;
Ma conviensi toccar la carne nuda,
Quella che al sol scoperta non appare,
Chi vôl che la persona gli occhi chiuda:
Né si puote altramente adoperare,
Perché toccando il collo, o testa, o mano,
Adoprarebbe sua virtute in vano.

Poi che fu al prato quel vecchio canuto,
E vide Brandimarte nella faccia,
Ch'era un cavallier grande e ben membruto,
Tirossi adietro quel vecchio tre braccia,
E già se pente de esser giù venuto,
Né per gran tema sa quel che si faccia;
Pur prese ardire, e vanne alla donzella,
E pianamente gli alcia la gonella.

Né si attentava de spirare il fiato,
Perché non aggia il cavallier sentito.
Parea la dama avorio lavorato
In ogni membro, o bel marmo polito,
Quando scoperta d'intorno e da lato
Fu da quel vecchio, come aveti odito.
Lui se chinava piano a terra, e poscia
Con la radice li tocca una coscia.

Così legata al sonno per una ora
Fu la donzella da quel rio vecchiaccio;
E, per non fare al suo desio dimora,
Subitamente se la prese in braccio.
Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora
Se il cavallier se leva a darli impaccio;
Con la radice non l'avea tocco esso,
Né pur li basta il cor de girli apresso.

Ora il vecchio la dama ne portava,
Ed era entrato in un bosco maggiore.
Tanto andò, che la dama se svegliava,
E per gran novità tremava il core.
Poi vi dirò la cosa come andava,
E come tratta fu de tanto errore,
Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito,
Che un gran romor dormendo ebbe sentito.

A quel romore è il cavallier svegliato,
E pauroso se ebbe a risentire;
Come la dama non se vide a lato,
Della gran doglia credette morire.
Piglia il destriero e fu subito armato,
E verso quel romor ne prese a gire,
Ché proprio odir la voce gli assembrava
De una donzella che se lamentava.

Come fo gionto, vide tre giganti
Che avean molti gambeli in su la strata:
Duo venian drietro, ed un giva davanti,
Menando una donzella scapigliata;
E parve a Brandimarte ne' sembianti
Che Fiordelisa sia la sciagurata,
Che sopra a quel gambel cridava forte
Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.

Più Brandimarte sua vita non cura,
Poi che crede la dama aver perduta;
Di scoterla o morire a Macon giura,
Ma certo è morto, se altri non lo aiuta.
Ciascun gigante è grande oltra misura
Ed ha la faccia orribile e barbuta;
Duo di lor se voltarno al cavalliero
Con aspra voce e con parlare altiero.

- Dove ne vai, - dicean - dove, briccone?
Getta la spada, ché sei morto o preso. -
Nulla risponde quel franco barone,
Ma vagli adosso di furore acceso.
Un de' giganti alciava un gran bastone,
Che era ferrato e de incredibil peso;
Mena a due mani adosso a Brandimarte,
Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l'arte.

Da canto se gettò come uno uccello,
Sì che gionger nol puote per quel tratto;
L'altro gigante, con maggior flagello,
Crede al suo colpo de averlo disfatto.
Ma il cavallier, che tien l'occhio al pennello,
Fanne al secondo come al primo ha fatto,
Salta da questo e da quell'altro canto:
Se l'ale avesse, non farebbe tanto.

Ma lui ferì di spada quel gigante,
Che li avea data la prima percossa,
Che li spezzò le piastre tutte quante,
E feceli gran piaga entro una cossa.
Questo superbo avea nome Oridante,
Terribile e crudel e di gran possa;
L'altro compagno avea nome Ranchiera:
Del primo avea più forza e peggior ciera.

Questo Ranchiera col bastone in mano
Menò un traverso a Brandimarte al basso
Con gran ruina, e gionse al campo piano,
Ché il cavallier saltò davante un passo.
Oridante il crudel non menò in vano,
Anci gionse il destriero, e con fraccasso
Dietro alla sella su le groppe il prese,
Sì che sfilato in terra lo distese.

Subito è in piede lo ardito guerrero,
Né de esser vinto per questo se crede.
A terra morto rimase il destriero,
Lui con la spada se diffende a piede,
Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero,
Se Dio de darli aiuto non provede,
Perché i giganti l'hanno in mezo tolto:
È morto al primo colpo che egli è còlto.

Ma gionse Orlando al ponto bisognoso,
Come io contai (non so se il ricordati),
Quando tornava dal bosco frondoso,
Dove Agricane e lui se eran sfidati.
Or quivi gionse quel conte animoso,
E vide e duo giganti inanimati
Intorno a Brandimarte a darli morte,
E del suo affanno gli rencrebbe forte;

Ché incontinente l'ebbe cognosciuto
A l'arme ed alla insegna che avea indosso,
Onde destina de donarli aiuto:
Sopra a Baiardo subito fu mosso.
Ranchiera vide Orlando che è venuto,
Venneli incontra quel gigante grosso;
Con Brandimarte Oridante se aresta:
Or cresce la battaglia, e più tempesta.

La battaglia comincia più orgogliosa
Che non fu prima, e de un'altra maniera.
Oridante ha la coscia sanguinosa,
E di far la vendetta al tutto spera;
Orlando de altra parte non se posa,
Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera;
Par che l'aria se accende e il celo introna,
De sì gran colpi quel bosco risuona.

L'altro gigante se fermò da parte,
Ed alla dama attende ed al tesoro,
Che tolto avean per forza e con grand'arte
De le Isole Lontane a un barbasoro.
Ora ascoltati come Brandimarte
Con Oridante fa crudel lavoro:
Più non li appreza un dinarel minuto,
Poi che de Orlando se vede lo aiuto.

Menò un gran colpo quel cavallier franco
E gionse ad Oridante in su il gallone,
E tagliò tutto il sbergo al lato manco
E le piastre de acciaro e il pancirone,
E gran ferita gli fece nel fianco.
Il gigante gridando alciò il bastone,
E mena ad ambe mani a Brandimarte;
Ma lui di salto se gettò da parte.

Così li va de intorno tutta via,
E sempre la battaglia prolungava;
Ad Oridante, che il sangue perdia,
A poco a poco la lena mancava.
Lui furïoso non se ne avedia,
E sempre maggior colpi radoppiava;
Il cavallier, di lui molto più esperto,
Li andava intorno e tenìa l'occhio aperto.

Da l'altra parte è la pugna maggiore
Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando.
Quel mena del bastone a gran furore,
E questo li risponde ben col brando.
Già combattuto avean più de quattro ore,
L'un sempre e l'altro gran colpi menando,
Quando Ranchera gettò il scudo in terra
E ad ambe mano il gran bastone afferra.

E menò un colpo sì dismisurato
Che, se dritto giongeva quel gigante,
Non si serìa giamai raffigurato
Per omo vivo quel segnor de Anglante;
Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato,
E tutto lo spezzò sino alle piante,
Le rame e il tronco, dalla cima al basso;
Odito non fu mai tanto fraccasso.

Vide la forza quel conte gagliardo
Che avea il gigante fuor d'ogni misura;
Subitamente smontò di Baiardo,
Ché sol di quel destriero avea paura.
Quando Ranchera li fece riguardo,
Veggendolo pedone alla verdura:
- Ben aggia Trivigante! - prese a dire
- Ché oramai questo non puotrà fuggire.

Prima che rimontar possi in arcione,
Te augurerai sei leghe esser lontano.
Or chi t'ha consigliato, vil stirpone,
Smontar a piede e combatter al piano?
E non mi giongi col capo al gallone,
Stroppiato bozzarello e tristo nano!
Che se io te giongo un calcio ne la faccia,
De là del mondo andrai ducento braccia. -

Così parlava quel superbo al conte:
Lui non rispose a quella bestia vana;
Menò del brando, e quante arme ebbe gionte,
Mandò tagliate in su la terra piana.
Or se strengono insieme a fronte a fronte:
Questo mena il baston, quel Durindana;
Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto,
Che colpir non se puon più con effetto.

Tanto è il gigante de Orlando maggiore,
Che non li gionge al petto con la faccia;
Ma il conte avea più ardire e più gran core,
Ché gagliardezza non se vende a braccia.
Pigliârsi insieme con molto furore,
Ciascun de atterrar l'altro se procaccia;
Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso,
Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.

Sopra del petto il tien sempre levato,
E sì forte il stringea dove lo prese,
Che il sbergo in molte parte fu crepato.
Sembravan gli occhi al conte bragie accese;
E poi che intorno assai fu regirato,
Quel gran gigante alla terra distese,
Con più ruina assai ch'io non descrivo;
Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.

Avea il gigante in capo un gran capello,
Ma nol diffese dal colpir del conte,
Che col pomo del brando a gran flagello
Roppe il capello e l'osso de la fronte;
Per naso e bocca uscir fece il cervello.
Due anime a l'inferno andâr congionte,
Perché Oridante allor, né più né meno,
Pel sangue perso cadde nel terreno.

E Brandimarte li tagliò la testa,
Lasciando in terra il smisurato busto;
Poi corse al conte e fecegli gran festa
E grande onor, come è dovuto e iusto.
L'altro gigante è mosso con tempesta,
Più fier de' primi, ed ha nome Marfusto:
Brandimarte dal conte ottenne graccia
Far con costui battaglia a faccia a faccia.

Crida Marfusto: - Se proprio Macone
Te con quello altro volesse campare,
Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone;
Quel de mia mano voglio scorticare,
E te squartarò a guisa de castrone.
Rendi la spada senza dimorare,
Perché se te diffendi, io te avrò preso,
E vivo arrostirotti al foco acceso. -

Brandimarte non fece altra risposta
Alle parole del gigante arguto,
Ma con molto ardimento a lui se accosta
Col brando in mano, e coperto del scuto.
Marfusto un colpo solamente aposta,
E gionsel proprio dove avria voluto;
Col bastone a due man il colse in testa,
E spezzò il scudo e l'elmo con tempesta.

Esso tremando alla terra cascava,
Usciva il sangue fuor de l'elmo aperto.
Piangeva il conte forte, ché pensava
Che Brandimarte sia morto di certo.
A quel gigante crudo minacciava:
- Ladron, - diceva - io ti darò, per merto
De l'onta che m'hai fatto in questo loco,
Morte nel mondo e nello inferno il foco. -

Così cridando salta alla pianura,
Tra' Durindana e il forte scudo imbraccia.
Quando il gigante vide sua figura,
Che parea vampa viva ne la faccia,
Prese a mirarlo con tanta paura,
Che le spalle voltò fuggendo in caccia;
Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando:
Ambe le coscie li tagliò col brando.

Poi morite il gigante in poco d'ora,
Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato.
Lasciamo lui, che in sul prato adolora:
Diciam del conte, che avia ritrovato
Che il franco Brandimarte è vivo ancora.
Molto fu lieto ed ebbel rilevato;
Dando acqua fresca al viso sbigotito,
Torna il colore e il spirto che è fuggito.

Poi vi dirò come quella donzella
Medicò Brandimarte, e con qual guisa;
Come lui di dolor la morte appella,
Credendo aver perduta Fiordelisa:
Ma nel presente io torno alla novella
Che davanti lasciai, quando Marfisa
Col pro' Ranaldo insieme e con sua schiera
Mena fraccasso per quella rivera.

Correva grossa e tutta sanguinosa
La rivera de Drada per quel giorno,
E piena è della gente dolorosa,
Cavalli e cavallier, con tanto scorno,
Che fuggian da Marfisa furïosa.
Lei con la spada fulminava intorno;
Come il foco la stoppia secca spazza,
Così col brando se fa far lei piazza.

Da l'altra parte il franco fio de Amone
Avea smariti sì quei sciagurati,
Che, come storni a vista de falcone,
Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati.
Davanti a tutti fuggia Galafrone
E il re Adrïano; e tra li spaventati
Antifor ed Oberto se ne vano;
A spron battuti fugge il re Ballano.

Io non vi sapria dir per qual sciagura
Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire;
Ché Astolfo, che non suole aver paura,
Fu a questo tratto de' primi a fuggire.
Chiarïon scapinava oltra misura,
E molti altri baron che non so dire;
Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca,
Sin che son gionti al ponte della rocca.

Intrò ciascun barone e gran signore,
Levando il ponte con molto sconforto;
Ma chi non ebbe destrier corridore,
Fu sopra al fosso da Marfisa morto;
La quale era montata in gran furore,
Perché essa aveva chiaramente scorto
Che il falso Galafrone era campato
Dentro alla rocca, e il ponte era levato.

Onde essa andava intorno, minacciando
Con calci quella rocca dissipare,
Ché avea vergogna di adoprarvi il brando.
L'altro bravare io non puotria contare,
Che eran assai maggior di questo; e quando
Più gente viva intorno non appare,
Ché ogni om per tema fugge dalle mura,
Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

E giù tornando, a Ranaldo parlava
Dicendo: - Cavalliero, in quel girone
Stavvi una meretrice iniqua e prava,
Piena di frode e de incantazïone;
Ma quel che è peggio ed ancor più m'agrava,
Un re vi sta, che non ha paragone
De tradimenti, inganni e di mal fele:
Trufaldino è nomato quel crudele.

E quella dama Angelica se appella,
Che ha ben contrario il nome a sua natura,
Perché è di fede e di pietà ribella.
Onde io destino mettere ogni cura
Che non campi né 'l re né la donzella,
Che pur son chiusi dentro a quelle mura;
Poi che disfatto avrò la rocca a tondo,
Vo' pigliar guerra contra a tutto il mondo.

Primo Gradasso voglio disertare,
Che è re del gran paese Siricano;
Poi Agricane vado a ritrovare,
Che tutta Tartaria porta per mano.
Sin in Ponente mi conviene andare,
E disfarò la Franza e Carlo Mano;
Nanti a quel tempo levarmi di dosso
Maglia né usbergo né piastra non posso.

Ché fatto ho sacramento a Trivigante
Non dispogliarme mai di questo arnese
Insin che le provincie tutte quante,
E castelle e citade non ho prese;
Sì che, barone, tuoteme davante,
O prometti esser meco a queste offese,
Ché chiaramente e palese te dico:
Chi non è meco, quello è mio nemico. -

Per tal parole intese il fio de Amone
Che Angelica è la dentro e Trufaldino;
E in vero al mondo non ha due persone
Ché più presto volesse a suo domìno.
Al re ben portava odio per ragione,
Alla dama non già, per Dio divino!
Perché essa amava lui più che 'l suo core;
Ma incanto era cagion di tanto errore.

Voi la maniera sapeti e la guisa,
Però qua non la voglio replicare.
Ora rispose il principe a Marfisa:
- Con teco son contento dimorare
E star sotto tua insegna e tua divisa,
Sin che abbi Trufaldino a conquistare;
Ma già più oltra il partito non piglio,
Ché il loco e il tempo mi darà consiglio. -

Così acordati, se accamparno intorno
L'alta Marfisa e tutta la sua gente.
Senza far guerra via passò quel giorno,
Ma come a l'altro uscitte il sol lucente,
Ranaldo armosse e pose a bocca il corno,
Chiamando Trufaldino il fraudolente;
Crida nel suono, e con molto rumore
Renegato lo appella e traditore.

Quando il malvaggio da la rocca intese
Che giù nel campo a battaglia è appellato,
De l'alte mura subito discese
Pallido in viso e tutto tramutato,
Chiamando e' cavallieri in sue diffese,
Racordando a ciascun quel che ha giurato,
Di combatter per lui sino alla morte,
Alor che prima intrarno a quelle porte.

Angelica la dama in questo istante
Era in consiglio col re Galafrone,
Tratando di trar fuora Sacripante
E Torindo il gran Turco di pregione;
Fur le ragione audite tutte quante,
E ciascun disse la sua opinïone;
De trarli di pregione a tutti piace,
Purché al re Trufaldin faccian la pace.

E così fu concluso e statuito:
La dama fu mezana al praticare.
Sacripante de amore era ferito,
Quel che piace ad Angelica vôl fare.
Ma il re Torindo non volse il partito,
Pur parve a tutti di lasciarlo andare,
Con questo: che egli uscisse fuor del muro,
Perché ciascun là dentro sia securo;

E che tra lor non nasca più rumore,
E solo a quei di for guerra si faccia.
Uscì Torindo adunque a gran furore,
Ed aspramente a Trufaldin minaccia,
Chiamandolo per nome traditore.
Presto del poggio scender se procaccia;
Ed a Macon giura, mordendo il dito,
Che punirà colui che l'ha tradito.

Venne nel campo, e disse la cagione
Che l'avea fatto de là su partire;
E giura a Trivigante ed a Macone
Che ne farebbe Angelica pentire;
Perché a sua posta fu messo in pregione,
Ed era stato al rischio de morire;
Ora tal guidardon glie n'avia reso,
Che tenìa il traditor là sù diffeso.

Queste parole a Marfisa dicia,
Perché al suo pavaglion fu apresentato.
Ranaldo suona il corno tuttavia,
Chiamando Trufaldin can renegato.
Or se apresenta la battaglia ria,
Tal che Ranaldo, il sire aprezïato,
Non ebbe in altra mai più affanno tanto;
Ma questo narrarò ne l'altro canto.

Canto ventesimoprimo

Cantando qui di sopra, io vi lasciai
Come Ranaldo è sopra allo afferrante,
E con vergogna e vituperio assai
Disfida Trufaldino a sé davante;
E nella fin del canto io vi contai
Come fu spregionato Sacripante,
E fece pace col re Trufaldino;
Ma il re Torindo tenne altro camino.

Ora pone Ranaldo il corno a bocca,
E tal parole al tintinar risuona:
- O campioni, che seti nella rocca
In compagnia della mala persona,
Oditi quel che a tutti quanti tocca,
Sia cavalliero, o sia re de corona:
Chi non punisce oltraggio e tradigione,
Potendo farlo, lui ne è la cagione.

Ciascun che puote e non diveta il male,
In parte del deffetto par che sia;
Ed ogni gentilomo naturale
Viene obligato per cavalleria
Di esser nemico ad ogni disleale
E far vendetta de ogni villania;
Ma ciascuno de voi questo dispreza,
Ché pietà non aveti o gentileza.

Anci teneti vosco uno assassino,
Quel falso cane de Dio maledetto,
Dico il re di Baldaca, Trufaldino,
Malvaggio, traditor, pien de diffetto.
Ora me intenda il grande e il piccolino:
Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto;
E vo' provarvi, con la spada in mano,
Che ognom de voi è perfido e villano. -

Con tal parole e con altre minaccia
Tutti quei cavallieri il fio de Amone;
Lor se guardavan l'uno e l'altro in faccia,
Ché chiaro aveano inteso quel sermone;
De loro alcun non è che ben non saccia
Che a torto prenderà la questïone;
Ché Trufaldin da tutti era stimato
Iniquo, traditore e scelerato.

Ma la promessa fede e il giuramento
Li fece uscire armati de le porte;
E benché avessen tutti alto ardimento,
E non stimassen, per onor, la morte,
Andarno alla battaglia con spavento;
E non vi fu baron cotanto forte
Che, vedendo Ranaldo a sé davante,
Non se stordisse insin sotto le piante.

Sei cavallieri uscîr di quel girone,
E calarno de il sasso alla pianura:
Primo Aquilante e il suo fratel Grifone,
Che hanno e destrier fatati e l'armatura,
Oberto e il re Adrïano e Chiarïone;
In mezo è Trufaldin con gran paura.
Come nel campo fôr gionti di saldo,
Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.

Verso Aquilante disse: - Odi, germano:
Se io vedo drittamente, ora mi pare
Che questo sia il segnor di Montealbano;
E ben serebbe de girlo a trovare,
E con carezze e con parlare umano
Veder se pace se puote trattare;
Però che, a dirti il vero, io me sconforto
Per la battaglia che prendiamo a torto. -

Disse Aquilante: - A me pare ancora esso,
E più proprio me par quanto più guardo;
Ma non ardisco a dirlo per espresso,
Ché non ha sotto il suo destrier Baiardo.
Or cavalchiam pur, ché gionti da presso
Ben lo cognosceremo senza tardo:
E parla poi con lui, come te piace,
De accordo o di battaglia, o guerra o pace. -

Così van verso lui, sempre parlando,
E già l'un l'altro se recognoscia;
Unde andarno da parte, e ragionando
La sua sorte avenire, ogni om dicia
Perché qua fosse gionto, e come, e quando;
Ma ciascadun de' tre gran pena avia,
Poi che trovar non san ragion che vaglia,
Che tra lor cessi la mortal battaglia.

Di Chiaramonte sono e di Mongrana,
Gentile ischiatte e de un sangue discese;
Or per altrui e per cagione istrana
Vengono insieme alle mortale offese.
Dicea il franco Grifon con voce umana
Verso Ranaldo: - Deh baron cortese!
Mal aggia la fortuna e trista sorte
Che per altrui te adduce a prender morte.

Perché sette baroni hanno giurato
Diffender Trufaldin da tutto il mondo,
Ciascuno d'alto pregio e nominato.
Caro fratello, io non te me nascondo:
Morto ti veggio e disteso nel prato,
Ché dopo il primo venirà il secondo,
E il terzo e il quarto senza dimorare:
Contra de tanti non puotrai durare. -

Disse Ranaldo: - A fede di leanza,
Aver guerra con voi molto me pesa;
E ciò non dico già per dubitanza,
Ché tutti andreti in terra alla distesa;
Ed è la vostra sì grande arroganza,
Poi contra a tutto il mondo aveti impresa,
Che non doveti già meravigliare
Se io solo a sette voglio contrastare.

Ma noi facciamo ormai troppo parole,
Ed io non voglio star tutto oggi armato;
Qualunche Trufaldin diffender vôle,
Prenda del campo, ché io l'ho desfidato.
Certo non passarà quel monte il sole,
Che ad uno ad un vi stenderò sul prato,
E mostrarovi chiaro il parangone
Che ve moveti contra alla ragione. -

Poi che ebbe così detto, il cavalliero
Più non aspetta e volta Rabicano:
E dilungato con sembiante altiero
Fermossi al campo con la lancia in mano.
Or vedon li altri al tutto esser mestiero
De insanguinar le spade in su quel piano,
Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo;
Alla battaglia dànno ordine e modo.

E, vergognando andarli tutti adosso,
Ordinorno che Oberto dal Leone
Fosse contra de lui soletto mosso;
E quando avesse il peggio alla tenzone,
Il re Adrïano l'avesse riscosso;
E, bisognando, movesse Grifone,
Al qual donasse aiuto il suo germano;
E Chiarïone a lui, de mano in mano.

Aveva Oberto una estrema possanza,
E fu de' digni cavallier del mondo;
Sprona il destriero ed impugna la lanza.
Non fu mai corso tanto foribondo
Quanto hanno e duo baron pien de arroganza
Credendo metter l'uno l'altro al fondo;
Poco vantaggio fu nel gionger saldo,
Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.

E ritornarno con brandi taglienti
Alla terribil zuffa, inanimati
Per darsi morte, a guisa de serpenti,
Sempre menando colpi disperati.
Avean tagliati tutti e guarnimenti,
E rotti e scudi e li usberghi spezzati;
Ma Ranaldo con lui de maestria
E ancor di forza vantaggio avia.

Menando le botte aspere e diverse,
Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto;
Però che, come Oberto se scoperse,
Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto.
La barbuta e il guancial tutto li aperse,
E crudelmente lo ferì nel volto;
E fu il colpo sì fiero e smisurato,
Che come morto lo distese al prato.

Questo veggendo il franco re Adrïano,
Che stava apparecchiato alla riscossa,
Mosse a gran furia, correndo nel piano
Con una lanza smisurata e grossa.
Era senza asta il sir de Montealbano,
Ché l'avea rotta alla prima percossa,
Ma correndo ne vien col brando nudo;
Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.

La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi,
Né se mosse Ranaldo più che un sasso.
Or ben vi sazo dir che e due ronzoni
Non venian di galoppo né di passo,
Anci se urtarno insieme come troni,
Petto per petto, con molto fraccasso;
Ma quel del re Adrïano andò per terra:
Grifone incontinente il brando afferra.

Non volse lancia il cavallier pregiato,
E quasi ancor de andar se vergognava,
Parendoli Ranaldo affaticato.
Or, come io dissi, la spada pigliava;
L'arme avea tutte e il destriero affatato,
Né d'altra cosa lui se dubitava,
Salvo de non potersi indi partire
Che non facesse Ranaldo morire.

E dolcemente lo volea pregare
Che li piacesse de lasciar la impresa.
Disse Ranaldo a lui: - Non predicare;
Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. -
Quando Grifone intese quel parlare,
La faccia li vampò di foco accesa,
Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire,
Ma tua superbia ti farà morire. -

Compìto non avea queste parole,
Che il principe il ferì con tal roina,
Che veder non sapea se è luna o sole,
Né se gli era da sera o da matina.
Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vôle
Che il destrier bianco e l'armatura fina
A voler esser bon combattitore!
Lena bisogna ed animoso core. -

Quando Grifone intese con oltraggio
Dal sir de Montealbano esser schernito,
Turbato oltra misura nel coraggio
Ferilli ad ambe man l'elmo forbito;
E benché a quel non facesse dannaggio,
Ché era incantato, come avete odito,
Fu il colpo di tal furia e tal tempesta
Che tutta quanta gli stordì la testa.

Non pone indugia, che un altro li mena,
Con più roina assai de quel primiero;
Non sentì mai Ranaldo maggior pena,
E tutto fraccassato avea il cimiero.
- Io ti farò sentir se ho core e lena,
E se altro vôlsi che un bianco destriero,
Vil ribaldo, di strata rio ladrone! -
Queste parole diceva Grifone.

E menò il terzo colpo assai maggiore,
Così come era tutto invelenito,
E tanta fretta mena e tal furore,
Che Ranaldo non può prender partito.
Ma come piacque a l'alto Creatore,
Sempre ne l'elmo l'aveva ferito,
Ché, se l'avesse gionto in altro loco,
Serìa durata la battaglia poco;

Però che avria spezzata ogni armatura:
Ma l'elmo stette alle percosse saldo.
Turbato era Grifone oltra misura,
Né mai fu de grande ira tanto caldo;
Ma d'altra parte a voi lascio la cura
Di pensar come stesse il pro' Ranaldo;
Ché Mongibel non arde né Vulcano,
Più che facesse il sir de Montealbano.

Sembrava gli occhi suoi faville accese,
E parea nel soffiar tempesta e vento;
Cridando ad ambe man Fusberta prese,
E ferisce a Grifon con ardimento.
Sette armature non serian diffese,
Se non vi fosse stato incantamento;
Ma quella fatasone era sì forte
Che campò il giovanetto dalla morte.

Abenché se stordì della percossa,
Ed alle crine del destrier s'inchina;
E non avendo ancor l'alma riscossa,
Ranaldo lo ferì con gran ruina.
Ma il giovanetto, che avea tanta possa,
Ed è guarnito di armatura fina,
Come risente, di nulla si cura,
E mena colpi grandi oltra misura.

E sì crudel battaglia han cominciata,
Che un'altra non fu mai cotanto dura;
Né mai chiesen ripossa alcuna fiata,
Né di doglia o de affanno alcun si cura.
La faccia avea ciascun tanto infiammata,
Che solo a riguardarli era paura;
E, chi mirava da lontano un poco,
Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.

Né si scorgìa vantaggio di nïente,
Benché meglio Grifone fosse armato.
Cresce d'ognor lo assalto più fervente,
Qual già presso a cinque ore avea durato.
Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente,
Se bene in altra cosa aggio peccato,
Non ne volere in questo far amendo,
Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!

Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa,
Ché a te menzogna se direbbe in vano;
Grifon de un Saracino ha la diffesa
Contra di me, che pur son cristïano.
Per un can Saracin lui fa contesa,
Crudele, iniquo, perfido e inumano:
Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda
Che la iustizia per te se diffenda. -

Così parlava; ed ancora Grifone,
Tuttavia combattendo a gran ruina,
Mirava al celo con devozïone.
- Vergine, - dicea lui - del cel regina,
Abbi del mio fallir compassïone,
Né abandonar questa anima tapina!
Che, benché in altre cose aggia peccato,
In questo è pur il dritto dal mio lato.

Sempre parlai con Ranaldo de pace,
E lui me oltraggia con tal villania,
Che adoprar mi convien quel che me spiace
E far battaglia contra a voglia mia.
Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace
Me hanno condutto a questa pugna ria;
E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto,
Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. -

In tal forma pregavan con pietate,
Tuttavia combattendo, quei guerreri;
Né mai se vedean ferme le sue spate,
Ma colpi sopra colpi ognor più fieri;
Né se temean l'un l'altro in veritate,
Tanto eran prodi e de virtute altieri,
Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione,
Potean con ciascun stare al paragone.

Ma nel presente io voglio differire
Il fin di questa pugna sì rubesta;
De Orlando e Brandimarte vi vo' dire,
Che son con quella dama alla foresta,
Quale han campata da crudel martìre,
E tre giganti occisi con tempesta,
Come doveti aver nella memoria;
Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.

Brandimarte giacea sopra a quel prato,
Come io vi dissi, tutto sanguinoso,
Con l'elmo rotto e scudo fraccassato
Pel colpo di Marfusto furïoso.
Orlando in braccio se l'avea recato,
E piangea forte quel conte pietoso.
Ma quella damisella a mano a mano
Giù del gambelo discese nel piano,

Ed andò prestamente ivi alla fonte,
Ch'era nel mezo del prato fiorito,
E gettando acqua a Brandimarte in fronte
Ritornar fece il spirto sbigotito:
E dolcemente ragionando al conte
Dicea voler pigliare altro partito,
Ché poco longe una erba avea veduta,
Qual racquista la vita ancor perduta.

Dentro alla selva che girava intorno
La damisella se pone a cercare,
Né stette molto, che fece ritorno
Con l'erba che a virtute non ha pare.
Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno,
La notte poi se vede lampeggiare;
Il fior vermiglio ha la pianta felice,
E come argento è bianca sua radice.

Avea il baron la testa dissipata
Per il gran colpo, come aveti odito;
Posevi dentro quella erba fatata
La damisella, e chiusela col dito.
Fu incontinente la piaga saldata,
Né pur se vede dove era ferito;
Ma, come il spirto li fu ritornato,
Di Fiordelisa il conte ha dimandato.

- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando
- Lei sola ti campò veracemente. -
Così rispose il conte al suo dimando,
Perché de l'altra non sapea nïente.
Brandimarte mirò la dama, e quando
Vide che non è quella, un dolor sente
Sì smisurato e sì nocivo al core,
Che quel del trapassar serìa minore.

Volgendo al cel le luce lacrimose:
- Chi mi campò, - dicea - da mortal sorte
Per darmi pene tanto dolorose?
Or non me era assai meglio aver la morte?
Spirti dolenti ed anime piatose
Che stati del morir sopra le porte,
Pietà vi prenda della pena mia,
Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!

Non voglio viver, non, senza colei,
Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto;
Vivendo, mille volte io morirei.
Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto
Presa hai la guerra contro a' fatti miei!
Or che te giovarà poi che sia morto?
Che farai poi, crudel, senza lïanza?
Ché morte finirà la tua possanza.

Tolto m'hai del paese ove fui nato,
Ché ancor me odiasti essendo fanciullino;
Di mia casa reale io fui robato,
E venduto per schiavo piccolino;
Il nome de mio patre aggio scordato
E il mio paese, misero! tapino!
Ma solo il nome de mia matre ancora
Fermo nella memoria mi dimora.

Fortuna dispietata, iniqua e strana,
Tu me facesti servo ad un barone,
Quale era conte di Rocca Silvana;
E poi, per darmi più destruzïone,
Con falso viso ti mostrasti umana:
E il conte, che mi desti per padrone,
Franco mi fece; e, non avendo erede,
Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

E per fingerti a me più grata e sciolta,
Dama me desti de tanta beltate:
Quella me desti che adesso m'hai tolta,
Per farmi ora morir con crudeltate.
Odi, fallace, e il mio parlare ascolta:
Nocer non posso alla tua vanitate,
Ma sempre biasmarotti ed in eterno
Di te me andrò dolendo nello inferno. -

Così parlando sì forte piangia,
Che avria spezzato un sasso di pietate.
Il conte Orlando gran dolor n'avia,
E quella dama con umanitate
Dolcemente parlando gli dicia:
- Molto me incresce di tua aversitate,
E debbo avere assai compassïone,
Perché a dolermi teco aggio cagione.

E vo' che intendi se le cose istrane
Son date ad altri ancor dalla Fortuna.
Mio padre è re delle Isole Lontane,
Dove il tesor del mondo se raduna;
E tanto argento ed oro ha in le sue mane,
Che altro tanto non è sotto la luna,
Né ricchezza maggior al sol si vede;
Ed io restavo a tanto bene erede.

Ma non se puote indivinar giammai
Quel che sia meglio a desïare al mondo.
Di re figliola e bella mi trovai,
Ricca de avere e de stato iocondo;
E ciò mi fu cagion de molti guai,
Come te contaraggio il tutto a tondo,
Perché cognosci a quel che èmmi incontrato,
Che anzi alla morte alcun non è beato.

Era la fama già sparta de intorno
Della ricchezza del mio patre antico;
E nominanza del mio viso adorno,
O vera o falsa, pur come io te dico,
Menò duo amanti a chiedermi in un giorno,
Ordauro il biondo e il vecchio Folderico;
Bello era il primo dal zuffo alla pianta,
L'altro de li anni avea più de sessanta.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile;
Ma Folderico sagio era tenuto
E de uno antiveder tanto sotile,
Che come a Dio del cel gli era creduto.
Ordauro era di forza più virile,
E grande di persona e ben membruto;
Io, che a quel tempo non chiedea consiglio,
Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

Non era tutta mia la libertate,
Però che il patre mio vi tenea parte;
Vergogna rafrenò la voluntate,
Che presto in nave avria tratto le sarte.
Ed anco mi stimava in veritate
Poter mandar mia voglia al fin con arte,
Ed ottenire Ordauro di leggiero;
Ma fallito me andò questo pensiero.

Nelli antichi proverbii dir se suole
Che malizia non è che donna avanze;
Salamon disse già queste parole,
Ma al nostro tempo se ritrovan cianze.
Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole,
Ch'aggio perduto l'ultime speranze,
Per confidarme alla malizia mia;
Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.

Perché, fingendo la faccia vermiglia
E gli occhi quanto io pote vergognosi,
Con quel parlar che a pianto se assomiglia,
Nanti al mio patre ingenocchion mi posi,
E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia,
Se sempre il tuo volere al mio preposi,
Come fatto ho di certo in abandono,
Non mi negare a l'ultimo un sol dono.

Questo serà che non me dia marito
Che prima meco al corso non contenda;
E sia per legge fermo e stabilito
Che il vincitor per sua moglie mi prenda;
Ma fa che 'l vinto sappia che il partito
Sia di lasciar la vita per amenda,
E sia palese per tutte le bande:
Chi non è corridor, non me domande."

Questa richiesta fu crudele e dura,
Ma non la seppe il mio patre negare,
E fecela per voce e per scrittura
Quasi per l'universo divulgare.
Ora me tenni lieta e ben secura
Poter marito a mia voglia pigliare,
Perché io son tanto nel corso legiera,
Che apena è più veloce alcuna fiera.

E mi ricordo che nel prato piano
Che è presso alla città di Damosire,
Presi una cerva, correndo, con mano,
Ed altre cose assai che non vo' dire.
Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano,
Con Folderico insieme ebbe a venire.
L'uno è canuto e di molti anni pieno,
L'altro nel viso angelico e sereno.

Pensa tu, cavalliero, a qual s'accosta
Lo amoroso voler de una fanciulla.
Io tutta al giovanetto ero disposta,
E di quel vecchio mi curavo nulla.
Più non se dette al fatto indugia o sosta;
Venne il vecchiardo sopra ad una mulla,
E de alto carco se mostrava stanco;
Una gran tasca avea dal lato manco.

Il giovanetto viene con gran festa
Sopra un corsier, che de oro era guarnito;
Salta su il campo ed al corso s'apresta.
Ciascun mostrava Folderico al dito,
Dicendo: "Il saggio perderà la testa,
Ché qua non gioverà esser scaltrito;
Di tanta astuzia al mondo era tenuto,
Or per amore egli ha il senno perduto."

Fuor della terra smontamo ad un prato
Per far di nostro corso ultima prova:
Folderico la tasca avea da lato.
E prima che dal segno alcun se mova,
Fu il patto nostro ancora ricontato,
E la condizïon qui se rinova;
La turba sta d'intorno alla vedetta,
E sol la mossa al terzo suono aspetta.

Ciascun di noi dal segno fo partito.
Folderico davanti via passava:
Io il comportai, per averlo schernito.
Come lui vide che a passarlo andava,
Un pomo d'oro lucido e polito
Fuor della tasca subito cavava;
Io, che invaghita fui di quel lavoro,
Lasciai la corsa e venni al pomo d'oro.

Ché quel metallo in vista è sì iocondo,
Che la più parte del mondo disvia;
Ed era sì volubile e ritondo,
Che de pigliarlo gran fatica avia.
Io presi il primo, e lui gettò il secondo,
Fuggendomi davanti tuttavia,
Dove ebbi assai fatica, e ad un ponto
Questo pigliai ed ebbilo ancor gionto.

Io l'ebbi gionto, ed eravamo al fine
Della affannata corsa e faticosa;
E già le tende bianche eran vicine,
Dove, compìto il corso, se riposa.
Fra me dicea: "Convien che io me destine
A dietro non tornar per altra cosa;
Non tornaria per tutto il mondo un dito,
Ché un vecchio non voglio io per mio marito.

Passar me lassaraggio al giovanetto,
E lui davante vo' lasciare andare;
E questo brutto vecchio e maledetto,
Che è sì canuto e vôlsi maritare,
La forma lasciarà del bacinetto;
E già questa ora mille anni a me pare
Che Ordauro meco nel corso contenda,
Ed io lo baci e per vinta mi renda."

Così parlava meco nel mio core,
Alegra, già vicina alla speranza,
Quando il vecchio malvaggio e traditore
Il terzo pomo della tasca lanza;
E tanto me abagliò col suo splendore,
Che, benché tempo al corso non me avanza,
Pur venni adietro e quel pomo pigliai,
Né Folderico più gionsi giamai.

Lui forte ansando alle tende arivava;
E soi gli sono intorno con letizia.
Tutta la gente di fuora cridava:
"Adoprata ha il volpone alta malizia."
Or tu pôi mo pensar se io biastemava,
Ch'io piansi il sangue vivo per gran stizia;
E nel mio cor dicea: "Se egli è volpone,
Farollo essere un becco, per Macone.

Ché mai non intrò a giostra cavalliero,
Né a torniamento per farsi vedere,
Che avesse in capo tanto alto il cimiero,
Come io farò di corne al mio potere.
Ponga a guardarme tutto il suo pensiero,
Che non gli giovarà lo antivedere;
E s'egli avesse uno occhio in ciascun dito,
Ad ogni modo rimarrà schernito."

Feci il pensiero e missilo ad effetto.
Ma voi aveti forse altro che fare,
Perché io vedo entrambi nello aspetto
Esser sospesi e de intorno guardare;
Sì che io verrò con voi, e con diletto
La mia novella voglio seguitare,
Qual or vi piace. Prendite la via,
Ch'io serò presta a farvi compagnia. -

Rispose Brandimarte: - Il danno mio
M'ha tratto della mente al tutto fuore,
E de mia dama tanto mi sa rio,
Come perduto avessi proprio il core;
Sì che a cercarla è tutto il mio desio,
E sento per la indugia tal dolore
E tanta pena e tanta angoscia e guai,
Ch'io non ho inteso ciò che detto m'hai. -

E così tutti tre fôrno accordati
Di cercar Fiordelisa in quel deserto,
E non posar giamai son destinati,
Sin che di lei non sanno al tutto il certo;
E cavalcando se fôrno invïati
Nel bosco ombroso e di rame coperto.
Ma il lor camino e i fatti e il ragionare
Dirovi a ponto in questo altro cantare.

Canto ventesimosecondo

Erano entrati alla gran selva folta
Quei tre, come di sopra io vi contai:
Ciascun, dintorno remirando, ascolta
Se Fiordelisa sentisse giamai,
Che fo dal rio palmier dormendo tolta;
E di lei ragionando io ve lasciai,
Che essendo in braccio a quel palmier villano
Cridava aiuto adimandando in vano.

Brandimarte il suo drudo allor non vi era,
Che gli potesse soccorso donare;
Anci era travagliato in tal maniera,
Che per se stesso avea troppo che fare;
Perché in quel tempo alla battaglia fera
Con quei giganti prese a contrastare,
Con Ranchera e Marfusto ed Oridante,
Come io ve dissi nel cantar davante.

Senza soccorso, adunque, la meschina
Empìa de pianti la selva dintorno,
Né mai de aiuto chieder se rafina,
Battendosi con mano il viso adorno.
Via la portava il vecchio a gran ruina
Sempre temendo averne onta e gran scorno,
Né mai sua mente al tutto ebbe sicura
Sin che fu gionto ad una tomba scura.

Nel sasso entrava quel falso vecchione,
Cridando la donzella ad alta voce.
Lui ha ben ferma e certa opinïone
Di sfocar quel disio che il cor gli coce;
Ma ne la tomba alor stava un leone
Ismisurato, orribile e feroce;
Il quale, odendo il crido e gran rumore,
Uscì fremendo con molto furore.

Come lo vide il vecchio fuora uscire,
Non domandati se egli ebbe paura;
Pallido in faccia se pose a fuggire,
Lasciando quella bella creatura,
Che di spavento credette morire;
Ma, come volse sua bona ventura,
Lasciolla quel leone, e via passava,
Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,
E tutto quanto l'ebbe a dissipare.
La dama non restò morta né viva,
Né di paura sa quel che si fare;
Pur così quatta per la verde riva
Nascosamente prese a caminare,
E già callato avendo il monte al piano
Ritrovò uno omo contrafatto e strano.

Questo era grande e quasi era gigante,
Con lunga barba e gran capigliatura,
Tutto peloso dal capo alle piante:
Non fu mai visto più sozza figura.
Per scudo una gran scorza avia davante,
E una mazza ponderosa e dura;
Non avea voce de omo né intelletto:
Salvatico era tutto il maladetto.

Come la dama riscontrò nel prato,
Presela in braccio; e, caminando forte,
Ad una quercia che era lì da lato,
La legò stretta con rame ritorte.
Poi là vicino a l'erba fu colcato,
Mirando lei, che ognior chiedea la morte;
Lei chiedendo morir sempre piangea,
Ma questo omo bestial non la intendea.

Lasciamo il dir di quella sventurata,
Che de l'un male in l'altro era caduta;
Ella di stroppe alla quercia è legata,
E sol piangendo il suo dolore aiuta.
Ora ascoltati de l'altra brigata,
Che per cercarla al bosco era venuta:
Orlando e Brandimarte e la donzella
Per lor campata da fortuna fella.

In croppa la portava il conte Orlando,
E dolcemente la prese a pregare
Che gli contasse, così caminando,
Quel che promesso avea di ragionare.
Lei, prima leggermente sospirando,
Disse: - D'ognor che senti racontare
De alcun vecchio marito beffa nova,
Tientela certa, e non chieder più prova.

Perché tante ne son fatte nel mondo,
Strane e diverse, come aggio sentito,
Che per vergogna già non me nascondo
Se anch'io ne feci un'altra al mio marito;
Anci mi torna l'animo iocondo
D'ognor ch'io mi ramento a qual partito
Fo da me scorto quel vecchio canuto,
Che sì scaltrito al mondo era tenuto.

Sì come alla fontana io te contai,
Quel vecchio di me fece il male acquisto;
Il celo e la fortuna biastemai,
Ma ad esso assai toccava esser più tristo,
Ché ne dovea sentire eterni guai,
Né fu dal suo gran senno assai provvisto
A prender me fanciulla, essendo veglio;
Che tuorla antica o star senza era meglio.

Lui me condusse con solenne cura,
Con pompa e con trionfo glorïoso,
Ad una rocca che ha nome Altamura,
Dove il suo gran tesor stava nascoso.
Di quel che gli intravenne ebbe paura,
Né ancor vista m'avea, che era zeloso;
Però me pose dentro a quel girone,
Intro una ciambra, peggio che pregione.

Là mi stavo io, de ogni diletto priva,
E campi e la marina a riguardare,
Perché la torre è posta in su la riva
D'una spiaggia deserta, a lato al mare:
Non vi puotria salir persona viva
Che non avesse l'ale da volare,
E sol da un lato a quel castello altiero
Salir se puote per stretto sentiero.

Ha sette cinte e sempre nova intrata
Per sette torrïoni e sette porte,
Ciascuna piccoletta e ben ferrata.
Dentro a questo giron cotanto forte
Fo' io piacevolmente impregionata,
Sempre chiamando, e notte e giorno, morte;
Né altro speravo che desse mai fine
Al mio dolore e a mie pene meschine.

Di zoie e de oro e de ogni altro diletto
Ero io fornita troppo a dismisura,
Fuor de il piacer che si prende nel letto,
Del quale avea più brama e maggior cura;
E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto,
Sempre tenea le chiave alla cintura,
Ed era sì zeloso divenuto,
Che avendol visto non serìa creduto.

Perciò che sempre che alla torre entrava,
Le pulice scotea del vestimento,
E tutte fuor de l'uscio le cacciava;
Né stava per quel dì più mai contento,
Se una mosca con meco ritrovava;
Anzi diceva con molto tormento:
È femina, over maschio questa mosca?
Non la tenire, o fa ch'io la cognosca.

Mentre ch'io stavo da tanto sospetto
Sempre guardata e non sperando aiuto,
Ordauro, quel legiadro giovanetto,
Più volte a quella rocca era venuto,
E fatto ogni arte e prova; ed in effetto
Altro mai che il castel non ha veduto;
Ma Amor, che mai non è senza speranza,
Con novo antiveder li die' baldanza.

Egli era ricco di molto tesoro,
Ché senza quel non val senno un lupino;
Onde con molto argento e con molto oro
Fe' comprare un palagio in quel confino
Dove me tenìa chiusa il barbasoro,
E manco de due miglia era vicino.
Non dimandati mo se al mio marito
Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.

Esso temea del vento che soffiava,
E del sol che lucea da quella parte,
Dove Ordauro al presente dimorava;
E con gran cura, diligenzia ed arte
Ogni picciol pertugio vi serrava,
Né mai d'intorno dal giron se parte;
E se un occello o nebbia nel ciel vede,
Che quel sia Ordauro fermamente crede.

Ogni volta salia con molto affanno
Sopra alla torre, e trovandomi sola
Diceva: "Io temo che me facci inganno,
Ché non so che qua su de intorno vola.
Io ben comprendo la vergogna e il danno,
E non ardisco a dirne una parola:
Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto,
Nome ha zeloso, ed è stimato un matto."

Così diceva; e poi che era partito,
Rodendo andava intorno a quel rivaggio;
E per spiare ancor tal volta è gito
Dove abitava Ordauro al bel palaggio;
E a lui diceva: "Quel riman schernito,
Che più stima sapere ed esser saggio.
Se una vien còlta, non te ne fidare,
Ché l'ultima per tutte può pagare."

Queste parole e molte altre dicia
Sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
Ma con mente scaltrita ed amorosa
Sotto la terra avea fatto una via,
A ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
Gionse una notte dentro ad Altamura.

E benché egli arivasse d'improviso,
Ch'io non stimavo quella cosa mai,
Io il ricevetti ben con meglior viso
Ch'io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
Quando ramento come io lo baciai,
E come lui baciomme nella bocca;
Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Questo ti giuro e dico per certanza,
Ch'io ero ancora vergine e polzella;
Ché Folderico non avea possanza,
Ed essendo io fanciulla e tenerella,
Me avea gabata con menzogna e zanza,
Dandomi intender con festa novella,
Che sol baciando e sol toccando il petto
De amor si dava l'ultimo diletto.

Alora il suo parlar vidi esser vano,
Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
Sì che al principio pur mi parve strano,
Come io avessi morduto un pomo acerbo;
Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
Ch'io me disfeci e credetti morire.

Io credetti morir per gran dolcezza,
Né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
Altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
E il viver dilettoso e star iocondo;
Chi vôle onore o robba con affanno,
Me non ascolti, ed abbiasene il danno.

Più fiate poi tornammo a questo gioco,
E ciascun giorno più crescia il diletto;
Ma pur il star rinchiusa in questo loco
Mi dava estrema noia e gran dispetto;
E il tempo del piacer sempre era poco,
Però che quel zeloso maladetto
Me ritornava sì ratto a vedere,
Che spesso me sturbò di gran piacere.

Unde facemmo l'ultimo pensiero
Ad ogni modo de quindi fuggire;
Ma ciò non puotea farsi de legiero,
Ché avea quel vecchio sì spesso a salire
Là dove io stava nel castello altiero,
Che non ci dava tempo di partire.
Al fin consiglio ce donò lo amore,
Che dona ingegno e sotigliezza al core.

Ordauro Folderico ebbe invitato
Al suo palagio assai piacevolmente,
Mostrandoli che se era maritato,
Per trarli ogni sospeto della mente.
Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato,
Ch'io non potessi uscirne per niente,
Né sapendo di che, pur sbigotito,
Ne andò dove era fatto il gran convito.

Io già prima de lui ne era venuta
Per quella tomba sotterra nascosa,
E d'altri panni ornata e proveduta
Sì come io fossi la novella sposa;
Ma come il vecchio m'ebbe qui veduta,
Morir credette in pena dolorosa;
E vòlto a Ordauro disse: "Ahimè tapino!
Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino!

Io non occisi già il tuo patre antico,
Né abruciai la tua terra con roina,
Che esser dovessi a me crudel nemico
E far la vita mia tanto meschina.
Ahi tristo e sventurato Folderico,
Che sei gabato al fin da una fantina!
Ora a mio costo vadase a impiccare
Vecchio che ha moglie, e credela guardare."

Mentre che lui dicea queste parole
De ira e de sdegno tutto quanto acceso,
Ordauro assai de ciò con lui se dole,
Mostrando in vista non averlo inteso;
E giura per la luna e per il sole,
Che egli è contra ragion da lui ripreso;
E che per il passato e tutta via
Gli ha fatto e falli onore e cortesia.

Cridava il vecchio ognior più disperato:
"Questa è la cortesia! questo è l'onore!
Tu m'hai mia moglie, mio tesor robbato,
E poi, per darmi tormento maggiore,
M'hai ad inganno in tua casa menato,
Ladro, ribaldo, falso, traditore,
Perch'io veda il mio danno a compimento
E la mia onta, e mora di tormento."

Ordauro se mostrava stupefatto,
Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno,
Come hai costui de l'intelletto tratto,
Che fu de tal prudenza e senno pieno?
Or de ogni sentimento è sì disfatto,
Come occhi non avesse, più né meno.
Odi (diceva), Folderico, e vedi:
Questa è mia moglie, e che sia tua credi.

Essa è figliola del re Manodante,
Che signoreggia le Isole Lontane;
Forse che in vista te inganna il sembiante,
Perché aggio inteso che fôr due germane
Tanto di faccia e membre simigliante,
Che, veggendole 'l patre la dimane
E la sua matre, che fatte le avia,
L'una da l'altra non ricognoscia.

Sì che ben guarda e iudica con teco,
Prima che a torto cotanto ti doglie,
Perché contra al dover turbato èi meco."
Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie,
Ch'io vedo pur di certo, e non son ceco,
Che questa è veramente la mia moglie:
Ma pur, per non parer paccio ostinato,
Vado alla torre, e mo serò tornato.

E se non la riveggio in quel girone,
Non te stimar di aver meco mai pace:
In ogni terra, in ogni regïone
Te perseguitarò, per Dio verace;
Ma se io la ritrovo, per Macone
De averti detto oltraggio mi dispiace;
Ma fa che questa quindi non si mova
Insin ch'io torni e vedane la prova."

Così dicendo, con molta tempesta,
Trottando forte, alla torre tornava;
Ma io, che era de lui assai più presta,
Già dentro dalla rocca lo aspettava;
E sopra il braccio tenendo la testa,
Malanconosa in vista me mostrava.
Come fu dentro ed ebbemi veduta,
Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta!

Chi avria creduto mai tal meraviglia,
Né che tanto potesse la natura,
Che una germana sì l'altra somiglia
De viso, de fazione e di statura?
Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia,
Ed ho, senza cagione, alta paura,
Però che io credo, e certo giurarei,
Che quella che è là giù, fosse costei."

Poi verso me diceva: "Io te scongiuro,
Se mai speri aver ben che te conforte:
Fosti oggi ancor di for da questo muro?
Chi te condusse, e chi aperse le porte?
Dimmi la verità, ch'io te assicuro
Che danno non avrai, pena, né morte;
Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai,
Da me non aspettare altro che guai."

Ora non dimandar come io giurava
Il celo e' soi pianeti tutti quanti:
Quel che si fa per ben, Dio non aggrava,
Anci ride il spergiuro degli amanti.
Così te dico ch'io non dubitava
Giurare e l'Alcorano e' libri santi,
Che dapoi ch'era intrata in quel girone
Non era uscita per nulla stagione.

Lui, che più non sapea quel che se dire,
Torna di fora, e le porte serrava.
Io d'altra parte non stavo a dormire,
Ma per la tomba ascosa me ne andava,
E a nova guisa m'ebbi a rivestire.
Quando esso gionse, e quivi mi trovava:
"Il cel - diceva - e Dio non faria mai
Che questa è quella che là su lasciai."

Così più volte in diversa maniera
Al modo sopradetto foi mostrata,
E sì for di sospetto il zeloso era,
Che spesso me appellava per cognata.
Fo dapoi cosa facile e legiera
Indi partirsi; perché una giornata
Ordauro a Folderico disse in breve
Che quella aria marina è troppo greve;

E che non era stato una ora sano,
Dapoi che venne quivi ad abitare;
Sì che al giorno sequente e prossimano
Nel suo paese volea ritornare,
Ch'era da tre giornate indi lontano.
Or Folderico non se fie' pregare,
Ma per se stesso se fo proferito
A farce compagnia for de quel sito.

E con noi venne forse da sei miglia,
E poi con fretta adietro ritornava.
Ora io non so s'egli ebbe meraviglia,
Quando alla rocca non me ritrovava.
La lunga barba e le canute ciglia,
Maledicendo il cel, tutte pelava;
E destinato de averme o morire,
Nostro camino se pose a seguire.

E non avendo possa, né ardimento
Di levarme per forza al giovanetto,
Veniaci dietro con gran sentimento,
Del qual troppo era pieno il maledetto.
Ora ciascun di noi era contento,
Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto,
Che senza altro pensier ne andamo via;
Forse da trenta eramo in compagnia.

Scudieri e damiselle eran costoro,
Tutti senza arme caminando adaggio;
Emo la vittualia e argento ed oro
Posto sopra gambeli al carrïaggio;
Perché tutta la robba e il gran tesoro
Che possedeva quel vecchio malvaggio,
Avevamo noi tolta alla sicura,
Là dove io venni per la tomba oscura.

Già la prima giornata caminando
Aveàn passata senza impedimento;
Ordauro meco ne venìa cantando,
Ed avea indosso tutto il guarnimento
Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando;
Ma la sua lancia e il bel scudo d'argento
E l'elmo adorno di ricco cimero
Gli eran portati apresso da un scudero:

Quando davanti, in mezo del camino,
Scontramo un damigello in su l'arcione.
Quel veniva cridando: "Ahimè tapino!
Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone";
Ed era alle sue spalle uno assassino
(Così sembrava in vista quel fellone);
Correndo a tutta briglia per il piano
Seguiva il primo con la lancia in mano.

Per il traverso di quel bosco ombroso
Passarno e duo, correndo a gran flagello.
Ordauro de natura era pietoso,
Onde gli increbbe di quel damigello,
E posesi a seguir senza riposo;
Ma ciascun di color parea uno uccello,
Ch'eran senza arme e scarchi e lor destrieri,
Però veloci andavano e legieri.

Ordauro il suo ronzone avea coperto
Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno:
E per esser lui di malizia experto,
Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno;
Perché, come io conobbi poi di certo,
Sol Folderico avea fatto ad inganno
Quel giovanetto e quel ladron venire,
Acciò che Ordauro gli avesse a seguire.

E come fu da noi sì dilungato,
Che di gran lunga più non si vedia,
Il falso vecchio se fu dimostrato,
Con circa a vinti armati in compagnia.
Ciascun de' nostri se fu spaventato,
Chi qua chi là per lo bosco fuggia,
Né fu chi se ponesse alle diffese,
Onde il vecchiardo subito me prese.

Se io ero in quel ponto dolorosa,
Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare.
Per una strata de bronchi spinosa,
Dove altri non suolea mai caminare,
Me conducea quel vecchio alla nascosa,
E cento macchie ce fe' traversare,
Perché de Ordauro avea molta paura;
Or noi giongemo ad una valle oscura.

Stata ero io presa duo giorni davanti,
Quando giongemmo a l'ombroso vallone;
Io non avea giamai lasciato e pianti,
Benché me confortasse quel vechione.
Eccote uscir del bosco tre giganti,
Ciascuno armato e con grosso bastone;
Un d'essi venne avanti e cridò forte:
"Getti giù l'arme chi non vôl la morte." -

Stava la dama in questo ragionare
Col conte Orlando, ed ancora seguia,
Però che li voleva racontare,
Come e giganti l'ebbero in balìa,
E come il vecchio la volse aiutare;
E lui fu morto e la sua compagnia,
E sua ventura poi de parte in parte,
Sin che soccorsa fu da Brandimarte;

Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Qual sturbò il ragionar della donzella;
Ché un cervo al verde prato vedean gire
Pascendo intorno per l'erba novella.
Come era vago non potrebbi io dire,
Ché fiera non fu mai cotanto bella;
Quel cervo è della Fata del Tesoro,
Ambe le corne ha grande e de fino oro.

Lui come neve è bianco tutto quanto,
Sei volte il giorno di corno se muta;
Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto,
Se forse quella fata non lo aiuta;
Ed essa è bella ed è ricca cotanto,
Che omo non ama e ciascadun riffiuta;
Ché beltate e ricchezza a ogni maniera
Per sé ciascuna fa la donna altiera.

Or questo cervo pascendo ne andava,
Quando fo visto dai duo cavallieri
E dalla dama, che ancor ragionava.
Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri,
Ma non già il conte, perché egli estimava
Quelle ricchezze per cose legieri;
E però apena li fece riguardo,
Abenché avesse il bon destrier Baiardo.

Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte,
Qual, come il cervo vide, in su quel ponto
Dal conte Orlando subito se parte,
Ché de acquistarlo avea l'animo pronto;
Ma quello era fatato con tal arte,
Che non l'arìa volando alcuno agionto
Però il seguiva Brandimarte in vano
Quel giorno tutto quanto per il piano.

Poiché venuta fu la notte oscura,
Lui perse il cervo per le fronde ombrose,
E veggendosi al fin de sua ventura,
Poscia che 'l giorno la luce nascose,
Vestito sì come era de armatura
Nel verde prato a riposar se pose;
E poi nel tempo fresco, al matutino,
Monta il destriero e torna al suo camino.

Quel che poi fece con l'omo selvaggio
Che la sua Fiordelisa avea legata,
Nel canto che vien drieto conteraggio,
E dirò la battaglia cominciata
Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio.
Per Dio, tornate a me, bella brigata,
Ché volentieri ad ascoltar vi aspetto,
Per darvi al mio cantar zoia e diletto.

Canto ventesimoterzo

Seguendo, bei segnori, il nostro dire,
Brandimarte dal conte era partito,
E perse il cervo e posese a dormire;
Ma poi, al novo giorno resentito,
Al suo compagno volea rivenire;
E già sopra il destrier sendo salito,
Ascoltando li parve voce umana
Che si dolesse, e non molto lontana.

E poi che un pezzo per odir fu stato,
Verso quel loco se pose ad andare;
E come aveva alquanto cavalcato,
Stavasi fermo e quieto ad ascoltare;
E così andando gionse ad un bel prato,
E colei vide, che odìa lamentare,
Legata ad una quercia per le braccia;
Come la vide, la cognobbe in faccia.

Perché quella era la sua Fiordelisa,
Tutto il suo bene e vita del suo core;
Sì che pensati voi or con qual guisa
Se cangiò Brandimarte de colore.
Era l'anima sua tutta divisa:
Parte allegrezza e parte era dolore,
Ché d'averla trovata era zoioso,
Ma del suo mal turbato e doloroso.

Più non indugia, che salta nel piano,
E lega Brigliadoro ad una rama;
Va con gran fretta il cavallier soprano
Per discioglier colei che cotanto ama;
Ma quello omo bestiale ed inumano
Ch'era nascoso in guardia de la dama,
Come lo vide, uscì de quel macchione,
E imbraccia il scudo ed impugna il bastone.

Era quel scudo tutto de una scorza
Ben atto a sostenire ogni percossa,
Né dubbio è che se piega o che se torza,
Perché de un gran palmo egli era grossa.
Omo non ave mai cotanta forza,
Cavalliero, o gigante di gran possa,
Quanto ha quello omo rigido e selvaggio:
Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio.

Abita in bosco sempre, alla verdura,
Vive de frutti e beve al fiume pieno;
E dicesi ch'egli ha cotal natura,
Che sempre piange, quando è il cel sereno,
Perché egli ha del mal tempo alor paura,
E che 'l caldo del sol li venga meno;
Ma quando pioggia e vento il cel saetta,
Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta.

Vene questo omo adosso a Brandimarte,
Col scudo in braccio e la maza impugnata;
Non ha di guerra lui senno né arte,
Ma legerezza e forza smisurata.
Non era il baron vòlto in quella parte,
Ma là dove la dama era legata;
E se lei forse non se ne avedia,
Quello improviso adosso li giongia.

De ciò non se era Brandimarte accorto,
Ma quella dama, che 'l vide venire,
Cridò: - Guârti, baron, che tu sei morto! -
Non se ebbe il cavalliero a sbigotire;
E più d'esso la dama ebbe sconforto
Che di se stessa, né del suo morire,
Perché con tutto il cor tanto lo amava
Che, sé scordando, sol di lui pensava.

Presto voltosse il barone animoso
E se ricolse ad ottimo governo;
E quando vide quel brutto peloso,
Beffandolo fra sé, ne fie' gran scherno;
E stette assai sospeso e dubbïoso
Se questo era omo o spirto dello inferno;
Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura,
E vallo a ritrovar senza paura.

A prima gionta il salvatico fiero
Menò sua mazza, che cotanto pesa,
E gionse sopra il scudo al cavalliero,
Che ben stava coperto in sua diffesa;
E come quel che è scorto a tal mestiero,
Taglia quella col brando alla distesa.
Come lui vide rotta la sua mazza,
Saltagli adosso e per forza l'abbrazza.

E lo tenìa sì stretto e sì serrato,
Che non puoteva se stesso aiutare.
Più volte il cavallier se fo provato
Con ogni forza de sua man campare;
Ma quanto un fanciulletto adesso nato
Potrebbe a petto a uno omo contrastare,
Tanto il selvaggio di estrema possanza
E di gran forza Brandimarte avanza.

Via ne 'l portava e stimavalo tanto
Quanto fa il lupo la vil pecorella.
Ora chi odisse il smisurato pianto
Che facea lamentando la donzella,
A Dio chiamando aiuto, ad ogni Santo
In cui sperava, alla Fede novella:
Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone,
Ciascuno avria di lei compassïone.

Tuttavia quel selvaggio omo il portava;
Per le braccia a traverso l'avia preso;
Lui quanto più puotea si dimenava,
D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso;
Ma quel suo dimenar poco giovava,
Perché il selvaggio lo tenìa sospeso
Alto da terra, perché era maggiore,
Correndo tuttavia con gran furore.

Gionse correndo, col barone in braccio,
Dove era un'alta pietra smisurata;
Correa nella radice un gran rivaccio,
Che l'avea da quel canto dirupata,
Sì che da cima al fondo avea di spaccio
Seicento braccia la ripa tagliata.
Quivi il selvaggio ne portò il barone
Per trabuccarlo giuso a quel vallone.

Come fo gionto a l'orlo del gran sasso,
Via lo lancia da sé senza riguardo;
Poco mancò che non gionse al fraccasso
Del dirupo alto il cavallier gagliardo,
E ben gli fo vicino a men d'un passo.
Ma presto saltò in piede e non fo tardo;
Perché egli aveva ancora in mano il brando,
Verso il selvaggio se ne andò cridando.

Quel non aveva scudo né bastone,
L'uno era rotto, l'altro avea lasciato;
Corse ad uno olmo e prese un gran troncone,
E non l'avendo ancor tutto spiccato,
Brandimarte il ferì sopra al gallone,
E di gran piaga l'ebbe vulnerato.
Lui, ch'è orgoglioso ed ha superbia molta,
Quel troncon lascia ed al baron si volta.

Voltasi quel selvaggio furïoso
A Brandimarte per saltargli adosso;
Il cavallier col brando sanguinoso,
Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso;
Via tagliò un braccio, che è tutto peloso,
E gionse al busto smisurato e grosso;
Giù per le coste insieme alla ventraglia
Tutte col brando ad un colpo gli taglia.

Quel non se puote alor più sostenire,
Cade cridando in su la terra dura;
E' non sapea parole proferire,
Ma facea voce terribile e oscura.
Quando il barone lo vide morire,
Quivi lo lascia e più non ne dà cura,
Anci correndo a quel prato ne andava,
Dove il destriero e la sua dama stava.

Come fu gionto ove era la donzella,
Di gran letizia non sa che si fare;
Tienla abbracciata e già non li favella,
Ché de allegrezza non puotea parlare.
Or per non far de ciò longa novella,
Quella disciolse ed ebbe a cavalcare,
E posesela in groppa, e a lei rivolto
Parlando andava per quel bosco folto.

E l'uno e l'altro insieme racontava,
Questa come fu tolta dal vecchione
Che per la selva oscura la portava,
E come fu poi morto dal leone;
E così a lei Brandimarte narrava
De' tre giganti quella questïone
Che fatta aveano al prato della fonte,
E de la dama che portava il conte.

E così l'uno e l'altro ragionando
De lor travaglio e de la lor paura,
Veniano a ritrovare il conte Orlando.
Ma ad esso era incontrata altra ventura,
Qual poi a tempo vi verrò contando;
Ora al presente poneti la cura
Ad ascoltar la zuffa e la tenzone
Che ebbe Ranaldo col franco Grifone.

Né so se vi ricorda nel presente,
Segnor, come io lasciassi quella cosa
De' due baron, che nequitosamente
Facean cruda battaglia e tenebrosa,
E stimavan la vita per nïente,
E quello e questo mai non se riposa,
Né sparma colpi alcun, né si nasconde,
Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde.

Tutta la gente quivi se adunava,
Pedoni e cavallieri a poco a poco;
Sì ciascun de veder desiderava,
Che strettamente li bastava il loco.
Marfisa avanti agli altri riguardava,
Tutta nel viso rossa come un foco;
Ma, mentre che mirava, ecco Ranaldo
Mena un gran colpo furïoso e saldo;

E sopra l'elmo gionse de Grifone,
Ch'era affatato, come aveti odito;
Se alora avesse gionto un torrïone,
Sin gioso al fondo l'arebbe partito;
Ma quello incanto e quella fatasone
Campò da morte il giovanetto ardito,
Benché a tal guisa fu del spirto privo,
Che non moritte e non rimase vivo.

Però che, briglia e staffe abandonando,
Pendea de il suo destriero al destro lato,
E per il prato strasinava il brando,
Perché l'aveva al braccio incatenato.
Quando Aquilante il venne remirando,
Ben lo credette di vita passato,
E sospirando di dolore e d'ira
Verso Ranaldo furïoso tira.

Questo era anch'esso figlio de Olivero,
Come Grifone, e di quel ventre nato,
Né di lui manco forte né men fiero,
E come l'altro aponto era fatato:
L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero,
Benché a contrario fosse divisato,
Ché questo tutto è nero, e quello è bianco,
Ma l'un e l'altro a meraviglia è franco.

Sì che non fo questo assalto minore,
Ma più crudele assai ed inumano,
Perché Aquilante avea molto dolore,
Credendo essere occiso il suo germano;
E come disperato a gran furore
Combattea contra il sir de Montealbano,
Ferendo ad ambe man con molta fretta,
Per morir presto o far presto vendetta.

Da l'altra parte a Ranaldo parea
Ricever da costoro a torto ingiuria,
Però più dello usato combattea
Terribilmente, acceso in maggior furia;
Contra sé tutti quanti li vedea,
E lui soletto non ha chi lo alturia
Se non Fusberta e il suo core animoso,
Però combatte irato e furïoso.

- Or via, - diceva lui - brutta canaglia!
Mandati ancor de li altri a ricercare,
Che vengano a fornir vostra battaglia;
O venitene insieme, se vi pare,
Che tutti non vi stimo un fil de paglia.
Come poteti gli occhi al celo alciare
De vergogna, o vedere vi lasciati,
Sendo tra gli altri sì vituperati? -

Non respondeva Aquilante nïente,
Benché egli odisse quel parlar superbo,
Ma, stringendo de orgoglio dente a dente,
Con quanta possa aveva e quanto nerbo
Ferì Ranaldo ne l'elmo lucente
De un colpo furïoso e tanto acerbo,
Che Ranaldo le braccia al celo aperse
Per la gran pena che al colpo sofferse.

E se il suo brando non fosse legato
Al destro braccio, come lui portava,
Ben li serìa caduto al verde prato.
Or Rabicano a gran furia ne andava,
Perché Ranaldo il freno avea lasciato,
Né dove fosse alor se ricordava;
Ma di profondo spasmo e di dolore
Ave perduto lo intelletto e il core.

Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno,
Per tutto intorno al campo lo seguìa;
Ed avea preso al cor tanto veleno,
Che così volontier morto l'avria,
Come fosse un pagan, né più né meno.
Ma ritornò Ranaldo in sua balìa;
Proprio alor che Aquilante l'avea gionto,
In sé rivenne vigoroso e pronto.

E, ritrovato il brando che avea perso,
Voltò contra Aquilante il corridore,
Acceso di furor troppo diverso;
Con quanta forza mai puote maggiore,
Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso.
Non valse ad Aquilante il suo valore,
Né l'arme fatte per incantamento,
Ché stramortito perse il sentimento.

Ranaldo già nïente indugiava,
Perché era d'ira pieno a quella fiata,
E l'elmo prestamente li slaciava,
E ben gli avrebbe la testa tagliata:
Ma Chiarïone la lancia arrestava,
Così come era la cosa ordinata;
Né de lui se accorgendo il fio d'Amone,
Di traverso il ferì sopra il gallone.

Piastra non lo diffese o maglia grossa,
Ma crudelmente al fianco l'ha ferito.
Alor che ebbe Ranaldo la percossa,
Grifone aponto se fo risentito,
Ch'era stato gran pezzo in molta angossa
E fuora de intelletto sbalordito;
Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia,
Ché tenire il destrier non ha possancia.

Or, come io dissi, Grifon se risente,
Alor che via ne andava Chiarïone,
E non sapea de Aquilante nïente,
Né de questo altro ancor la questïone,
Ché mosso non serebbe certamente;
Ma così come uscì de stordigione,
Per vendicarse il colpo che avea còlto
Verso a Ranaldo furïoso è vòlto.

Non era ancora il sir de Montealbano
Aconcio ne l'arcione e rassettato,
Per quello incontro sì crudo e villano
Che quasi fuor di sella andò nel prato,
Quando gionse Grifon col brando in mano;
Trovandolo improviso e sbarattato,
Gli donò un colpo orribile e possente:
Voltosse il fio de Amon come un serpente.

Come un serpente per la coda preso,
Che gonfia il collo e il busto velenoso,
Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso,
A Grifon se rivolse nequitoso;
E ben l'avrebbe per terra disteso,
Tanto menava un colpo furïoso;
Se non che Chiarïon, ch'era voltato,
Giongendo sturbò il gioco cominciato.

E sopra il braccio destro lo percosse,
Come ebbe de improviso ad arivare,
E con tanta ruina lo commosse,
Che quasi il fece il brando abandonare.
Pensati se Ranaldo ora adirosse,
Che perder non vo' tempo al racontare;
Forte cridando, giura a Dio divino
Che tutti non gli stima un vil lupino.

E se rivolta contra a Chiarïone,
E darli morte al tutto è delibrato;
Ma già per questo non resta Grifone,
Né il lascia prender lena e trare il fiato.
Ecco Aquilante ariva alla tenzone,
Che era de stordigion già ritornato,
Ma non già al tutto, perché veramente
Non s'accorgea de gli altri duo nïente:

De gli altri duo che, ciascadun più fiero,
Stanno d'intorno Ranaldo a ferire;
Ciò non pensa Aquilante, quello altiero,
Ma sua battaglia destina finire.
Spronando a gran ruina il suo destriero
Lascia sopra a Ranaldo un colpo gire
Tanto feroce, dispietato e crudo,
Che tagliò tutto per traverso il scudo.

Sotto il scudo la piastra del bracciale
Sopra un cor' buffalino era guarnita;
La manica de maglie nulla vale,
Ché gli fece nel braccio aspra ferita.
A' circonstanti ciò parea gran male;
Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita,
Va correndo, ché apena ritenuto
Se era sin ora di donargli aiuto.

Onde se mosse lui con la regina
Che di prodezza al mondo non ha pare.
Qual vento, qual tempesta di marina
Se puote al gran furore equiperare?
Quando Marfisa mosse con ruina,
Parea che e monti avessero a cascare,
E' fiumi andasser nello inferno al basso,
Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso.

A quel furor terribil e diverso
Serebbe tutto il mondo sbigotito;
Per ciò non ha Grifon l'animo perso,
Né il suo german, che fo cotanto ardito;
Ma ciascun de gli altri ha il cor summerso
Quando vider colei sopra a quel sito,
Qual con tal furia nel giorno davanti
Gli avea cacciati e rotti tutti quanti.

Venner contra Marfisa e duo germani,
Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia;
E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani,
Al re Adrïano e a Chiarïon minaccia;
E fôr Torindo ed Oberto alle mani,
Ben che ferito è Oberto nella faccia.
Trufaldin sta da parte e pone mente,
Come avesse de questo a far nïente.

L'una e poi l'altra zuffa voglio dire,
Perché in tre lochi a un tempo se travaglia,
E il rumore è sì grande ed il ferire
E il spezzar delle piastre e della maglia,
Che apena se potrebbe il trono odire.
Or, cominciando alla prima battaglia,
Grifone ed Aquilante alla frontera
Tolsero in mezo la regina fiera.

Lei, come una leonza che di pare
Se veggia in mezo a duo cervi arivata,
Che ad ambo ha il core e non sa che si fare,
Ma batte i denti, e quello e questo guata;
Cotal Marfisa se vedea mirare,
Adosso l'uno e l'altro inanimata,
Sol dubitando la regina forte
A cui prima donar debba la morte.

Ma star sospesa non li fa mestiero,
Ché ben gli diè Grifone altro pensare;
Ad ambe mani il giovanetto fiero
Un colpo smisurato lasciò andare.
Il drago, che ha la dama per cimiero,
Fece in due parte alla terra callare;
Non fo Marfisa per quel colpo mossa,
Benché sentisse al capo gran percossa.

Verso Grifon turbata un colpo mena,
Con quel gran brando che ha tronca la ponta;
Ma non è verso lui voltata apena,
Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta.
Pensati or se ella rode la catena,
E se a tal cosa prese sdegno ed onta,
Perché quel colpo orribile e improviso
Batter li fece contra a l'elmo il viso.

E gli uscì il sangue da' denti e dal naso,
Che non gli avvenne in battaglia più mai.
Dricciandosi cridò: - Giotton malvaso,
Se tu sapesti quel che tu non sai,
Voresti nel girone esser rimaso:
Or vo' che sappi che tu morirai
Per le mie mane, e non è in celo Iddio
Che te possa campar dal furor mio. -

Mentre che ella braveggia a suo volere,
Non ha il franco Grifone il tempo perso,
Ma con ogni sua forza e suo potere
In fronte la ferì de un gran riverso.
Io non sapria cantando far vedere
Di lei lo assalto orribile e diverso,
Ché, non curando più la sua persona,
Verso Aquilante tutta se abandona.

Ferì con tal superbia la adirata,
Con tal ruina e con furor cotanto,
Che, se non fosse la piastra incantata,
Fesso l'avria per mezzo tutto quanto.
Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata,
Tu non te donarai al mondo il vanto
Che promisso hai, de occider mio germano:
Ma serà tuo zanzar bugiardo e vano. -

Così dicendo la ferì del brando
Con gran tempesta ne l'elmo lucente.
Or, bei segnori, a Dio ve racomando,
Perché finito è il mio dire al presente;
E, se tornati, verrovi contando
Questa battaglia nel canto sequente,
Qual fo tra gente di cotanto ardire,
Che ve fia gran diletto odendol dire.

Canto ventesimoquarto

Se non me inganna, segnor, la memoria,
Seguir convene una zuffa grandissima,
Ché a l'altro canto abandonai la istoria
Della dama terribile e fortissima,
Quale ha tanta arroganza e sì gran boria,
Che vergognata se stima e vilissima
E che beffando ogni om dietro gli rida,
Se tutto il mondo a morte non disfida.

Da l'altra parte Aquilante e Grifone
Eran duo cavallier di tanto ardire,
Che lo universo non avea barone
Qual gli potesse entrambi sostenire:
Dico né Orlando, né il figlio de Amone,
O di qual altro più se possa dire,
Perché ciascun di lor, fronte per fronte,
Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte.

Onde una zuffa sì pericolosa
Non fo nel mondo più fatta giamai,
Come fu tra Marfisa valorosa
E i duo guerrer, che avean prodezza assai.
Per ordine vi voglio or dir la cosa,
Ché, se ben mi ramento, io ve lasciai
Come la dama ne l'elmo forbito
Era percossa da Grifone ardito.

A lui se volta con tanta ruina,
Che lo credette al tutto dissipare;
Gionse nel scudo la forte regina,
E quel spezzato fa per terra andare;
E se non era l'armatura fina
Che quella fata bianca ebbe a incantare,
Tagliava lui con tutto il suo destriero,
Tanto fu il colpo dispietato e fiero.

Ben gli rispuose il franco giovanetto
Ed a due man ne l'elmo la percosse,
E callò il brando ne lo armato petto.
Aquilante a quel tempo ancor se mosse;
Ma la regina con molto dispetto
Contra di lui turbata rivoltosse,
E nel viso il ferì con tal tempesta,
Che su le groppe il fie' piegar la testa.

Né pone indugia, che a Grifon se volta,
E mena un colpo tanto disperato,
Che al giovanetto avria la vita tolta,
Se quel non fusse per incanto armato.
Mentre a quel colpo è la dama disciolta,
Aquilante arivò da l'altro lato,
E con gran furia ne l'elmo la afferra,
Credendo a forza metterla per terra.

Forte tira Aquilante ad ambe braccia;
Marfisa abranca lui di sopra al scudo,
E via dal petto con la mano il straccia.
Allor Grifone, il giovanetto drudo,
De aiutare Aquilante se procaccia,
E menò un colpo dispietato e crudo,
Tal che col brando il scudo gli fracassa;
Lei se rivolta ed Aquilante lassa.

Lascia Aquilante e voltasi al germano,
E lo ferì de un colpo furïoso;
Or chi più presto può, gioca de mano,
Né indugia vi si pone, o alcun riposo.
Come in un tempo oscuro e subitano,
Che vien con troni e vento ruïnoso,
Grandine e pioggia batte in ogni sponda,
Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;

Così son essi, ed era il suo colpire:
Nïun de' duo quella dama abandona,
Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire.
Lei da altra parte è sì franca persona,
Che il lor vantaggio poco viene a dire.
Alle spesse percosse il cel risuona;
Né vinti fabri a botta di martello
Farian tanto rumore e tal flagello.

Vicino a questi, proprio in su quel piano,
Era un'altra terribil questïone,
Però che 'l franco sir de Montealbano
Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone.
Benché ferito è quel baron soprano
Forte nel braccio manco e nel gallone,
Pure è sì fiero e sì di guerra saggio,
Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.

Tra il forte Oberto e quel re de Turchia
La zuffa cominciata ancor durava;
Torindo la battaglia mantenia,
Abenché Oberto forte lo avanzava.
Più fier cresce lo assalto tutta via,
In quei tre lochi ogni om se adoperava;
Vero è che con più ardore ed altra guisa
Se combattea là dove era Marfisa.

Ma poi de tutte tre queste battaglie
Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto;
Or convengo narrarvi altre travaglie
De il conte Orlando, che giva soletto
Tra l'aspre spine e le sassose scaglie,
Dove il lasciai, in quel folto boschetto;
Sol di trovare il suo compagno ha cura,
Sempre cercando insino a notte scura.

Da poi che 'l giorno al tutto fu passato,
E già splendia nel cel ciascuna stella,
E non trova colui che egli ha cercato,
Né scontra che de quel sappia novella,
Smonta Baiardo e discese nel prato,
Ed avea seco quella damigella
Di cui longo parlare aveti odito,
Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.

Lei de essere assalita dubitava,
E forse non gli avria fatto contrasto;
Ma questo dubbio non gli bisognava,
Ché Orlando non era uso a cotal pasto.
Turpino affirma che il conte de Brava
Fo ne la vita sua vergine e casto.
Credete voi quel che vi piace ormai;
Turpin de l'altre cose dice assai.

Colcossi a l'erba verde il conte Orlando,
Né mai se mosse insino al dì nascente.
Lui dormia forte, sempre sornachiando;
Ma la donzella non dormì nïente,
Perché stava sospesa, imaginando
Che questo cavallier tanto valente
Non fosse al tutto sì crudo de core,
Che non pigliasse alcun piacer de amore.

Ma poi che la chiara alba era levata,
E vide del baron le triste prove,
In groppa gli montò disconsolata,
E se saputo avesse andare altrove,
Via volentieri ne serebbe andata;
Ma, come io dico, non sapeva il dove.
Malinconiosa e tacita si stava:
Il conte la cagion gli domandava.

Ella rispose: - Il vostro sornacchiare
Non mi lasciò questa notte dormire,
Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. -
Dicendo questo e volendo altro dire,
Avanti a loro una donzella appare,
Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire,
Sopra de un palafren di seta adorno;
Un libro ha in mano ed alle spalle un corno.

Bianco era il corno e d'un ricco lavoro,
Troppo mirabilmente fabricato;
Di smalto colorito e splendido oro
Da ciascun capo e in mezo era legato;
E ben valeva infinito tesoro,
De tante ricche pietre era adornato:
E, come io dissi, il porta una donzella
Sopra de l'altre grazïosa e bella.

Come fu giunta, ad Orlando se inchina,
E con parlar cortese e voce pura
Gli disse: - Cavallier, questa matina
Trovato aveti la maggior ventura
Che abbia la terra e tutta la marina;
Ma a ciò bisogna un cor senza paura,
Quale aver debbe un cavallier perfetto,
Sì come voi mostrati nello aspetto.

Questo libro la insegna ad acquistare,
Ma il modo e la maniera convien dire.
Prima il bel corno vi convien suonare,
Poi de improviso questo libro aprire,
E leggeriti quel che avriti a fare
Di quella cosa che abbia ad apparire;
Perché, suonando il corno, a prima voce
Verrà qualcosa orribile e feroce.

Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto,
Come vi abbiate in quella a governare;
E non crediati già di aver diletto,
Ma converravi il brando adoperare.
Come sereti fuor di quel sospetto,
Non vi bisogna ponto indugïare,
Ché vostra libertà vi serìa tolta;
Ma il corno suonareti un'altra volta.

Ed a quel suono ancor qualche altra cosa
Vedreti uscire e qualche gran periglio;
E voi, come persona valorosa,
Aprite il libro e prendite consiglio;
Ma se teneti l'alma paurosa,
A tal ventura non dati de piglio;
Perché ardito principio e mala fine
Fatto ha più volte assai gente tapine.

E ciò ve dico per questa ragione:
Il corno per incanto è fabricato,
E se alcun cavalliero è sì fellone,
Che dopo il primo suon sia spaventato,
Sempre seranne in sua vita pregione,
Ché a la Isola del Lago fia menato;
Né a cui spiace il finir, die' cominciare:
Tre volte il corno se convien sonare.

Alle due prime incontra gran travaglia,
Pena e fatica troppo smisurata,
Ed a ciascuna convien far battaglia;
Ma, suonando da poi la terza fiata,
Non bisogna adoprar brando né maglia,
Che uscirà cosa tanto aventurata,
Qual, se campasti ancor de li anni cento
In vostra vita, vi farà contento. -

Da poi che il conte dalla dama intese
L'alta ventura e la gran meraviglia,
De trarla al fine entro al suo cor se accese,
Né fra sé pensa o con altrui consiglia,
Ma con gran voluntà la man distese,
E prestamente il libro e il corno piglia;
E per meglio acconciarse a quella guerra,
La dama che avea in groppa pose a terra.

Poi messe a bocca il corno in abandono,
Come colui che ciò ben far sapiva.
Sembrava quasi quella voce un trono,
E ben da longe de intorno se odiva;
Ed ecco nella fin del primo suono
Una gran pietra in due parte se apriva;
La pietra a cento braccia era vicina:
Tutta se aperse con molta ruina.

Rotta che fo la pietra per traverso,
Duo tori uscirno con molto rumore,
Ciascun più fiero orribile e diverso,
Con vista cruda e piena di terrore.
Le corne avian di ferro, e il pel riverso
Tutto alla testa, e di strano colore,
Però che or verde, or negro se mostrava,
Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.

Aperse Orlando il libro incontinente;
Così diceva a ponto la scrittura:
'Cavallier, sappi che serai perdente,
Se ad occider quei duo tu poni cura,
Ché con la spada faresti nïente;
Ma se vôi trare a fin questa ventura,
Pigliarli te convien con molta pena
E legarli ambi insieme a una catena.

Poi che sian gionti, ti conviene andare
Là dove vedi la pietra intagliata,
E il campo ivi de intorno tutto arare;
E questo è quanto alla prima sonata.
Nella seconda torna a riguardare,
Perché il modo e la via te fia mostrata
De aver de questa impresa onore o morte.
Via! via! barone; e fa che te conforte.'

Non fece Orlando al libro più riguardo,
Ma se rivolse al fraccassato sasso;
Né certo bisognava esser più tardo,
Però che e tori uscirno a gran fracasso.
Esso era già smontato di Baiardo,
E lor contra ne andava a fermo passo.
Or gionse il primo ed abassa la testa
E ferì in fianco il conte a gran tempesta.

Più de otto braccia ad alto l'ha gettato,
E cade in terra con grave percossa.
Gionse il secondo, e col corno ferrato
Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa,
E un'altra fiata al cel lo ebbe levato,
E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa;
Vero è che alcun di lor non l'ha ferito,
Perché è fatato il cavalliero ardito.

Or se lui se turbò, non dimandate,
Ché contar non puotria la voce umana;
Come ebbe in terra le piante fermate,
Ben dimostrava sua forza soprana,
Botte menando tanto desperate
Che sibillar faceva Durindana;
E per le corne e pel dosso peloso
Mena a traverso il conte furïoso.

Ma, come il brando suo fosse de un fusto,
Non li puotea tagliar la pelle adosso;
Così fatato avean quei tori il busto,
Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso;
E benché 'l conte fosse aspro e robusto,
L'avean di qua, di là tanto percosso,
Con le corne di ferro sì pistato,
Che a gran fatica puotea trar il fiato.

Pur, come quel che è fiero oltra a misura,
Facea del suo dolore aspra vendetta;
Sempre combatte con vista secura,
E de ferire a l'uno e a l'altro afretta;
E benché abbian la pelle e grossa e dura,
Muggiavan molte fiate per gran stretta,
Ché lui feriva con tanta roina,
Che spesso a terra or questo or quello inchina.

E cominciavan già de rinculare,
A testa bassa facendo diffesa;
Ma, come il conte gli andava a trovare,
Era di novo sua superbia accesa.
Così tre volte se ebbero a fermare,
E tre volte tornarno alla contesa:
Al fine Orlando, per finir la guerra,
Un d'essi in fronte per un corno afferra.

Con la sinistra man nel corno il piglia,
E quel, forte mugiando, furïava
Facendo salti grandi a meraviglia,
E già per questo Orlando nol lasciava.
Esso avea tratto a Baiardo la briglia
E sotto la cintura la portava.
Questa era aredinata di catena:
Prendela il conte e il toro intorno mena.

E mentre che così questo ragira,
Tenendol tuttavia preso nel corno,
Quell'altro toro, acceso de molta ira,
Sempre ferendo a lui giva d'intorno.
Il conte con gran forza il primo tira
Dove è un pilastro de marmore adorno,
Che fu del re Bavardo sepultura,
Come mostrava intorno la scrittura.

Con questa briglia il primo ebbe legato,
E similmente ancor prese il secondo;
E poi che l'ebbe a quel sasso menato,
Tanto gli batte al colpo furibondo,
Che a l'uno e l'altro è l'orgoglio mancato.
Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo,
Ma sì fra e tori attacca la sua spada,
Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada.

Poi se fece d'un tronco una gran mazza,
E come biolco se pone ad arare;
Quei duo feroci tori avanti cazza
E dritto il solco li fa caminare.
Sempre col tronco li batte e minazza:
Mai non fu visto il più bel lavorare.
Per terra è Durindana e par che rada,
Radice e pietre taglia quella spada.

Poi che fu il campo nelle sue confine
Arato tutto, Orlando fie' gran festa,
Dio ringraziando e sue virtù divine,
Che gli avea dato onor de tanta inchiesta.
Poi lasciò e tori, e non se vidde il fine
De lor, che se ne andarno con tempesta;
Muggiando forte via passarno un monte,
E uscîr de vista alle donzelle e al conte.

Benché sofferto avesse molto affanno
Il franco conte alla battaglia dura,
A lui pareva ciascuna ora uno anno
De poter trare a fin tanta ventura;
Né stima che per forza o per inganno
Possa esser vinta sua mente sicura.
Senza altramente adunque riposare,
Prende il bel corno e comincia a suonare.

Era smontata giù del palafreno
Quella donzella che portava il corno,
E nel bel prato de fioretti pieno
Se avea d'una ghirlanda il capo adorno;
Ma, come il suon del conte venne meno,
Tremò quella campagna tutta intorno,
E un piccol monticel ch'era in quel loco,
Se aperse in cima e fuor gettò gran foco.

Stavasi queto il figlio di Melone,
Per veder ciò che al fine avesse a uscire.
Ecco fuor di quel monte esce un dragone,
Terribil tanto, ch'io nol posso dire.
La dama, che sapea la fatasone,
Tenne quell'altra, che volea fuggire,
Dicendo: - Sopra me stati sicura,
Ché solo al cavallier tocca paura.

Questa facenda a noi non apartiene,
Ma quel barone al tutto fia deserto. -
Rispose l'altra: - Ben se gli conviene,
Ché un più malvaggio al mondo non è certo. -
Adunque ciascadun m'intenda bene,
Perché il caso de Orlando mostra aperto
Che ogni servigio di dama si perde
Chi non adacqua il suo fioretto verde.

Or torno a ragionar di quel serpente
Che un altro non fu mai visto maggiore.
Di scaglie verde e d'oro era lucente,
L'ale ha depinte in diverso colore.
Tre lingue avea ed acuto ogni dente,
Battea la coda con molto rumore,
Sempre gettava foco e fiamma viva,
Che da l'orecchie e di bocca li usciva.

Come il serpente in tutto si scoperse,
Il conte, che teniva il libro in mano,
Gli vide scritto ove prima lo aperse:
' Nel mondo tutto, per monte e per piano,
Tanta fatica mai altrui sofferse
Come tu soffrirai, baron soprano;
Ma forse ancora potresti campare,
Se quel ch'io dico, te amenti di fare.

Questa battaglia conviene esser presta,
Perché il serpente è di tossico pieno,
E getta fumo e fiamma sì molesta,
Che ti farebbe tosto venir meno;
Ma stu potesti tagliarli la testa,
Non dubitar di foco o di veleno,
E piglia pur quel capo arditamente:
Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.

E questi denti tu seminerai
In questa terra per te lavorata,
E poi mirabil cosa vederai:
Di tal semente nascer gente armata,
Forte ed ardita, e tu lo provarai.
Or va, che se tu campi a questa fiata
E se tu porti di tal guerra onore,
Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.'

Non par che in quel libro altro più se scriva:
Il conte prestamente lo serrava,
Perché il serpente già sopra gli ariva
Con l'ale aperte, e gran furia menava,
Gettando sempre foco e fiama viva.
Con alto ardire Orlando l'aspettava;
La bocca aperse il diverso dragone,
Credendosi ingiottirlo in un boccone.

Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese,
E tutto quanto l'ebbe dissipato.
Era di legno, e sì forte se accese,
Che presto e incontinente fu bruciato;
E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese
Venne quasi rovente ed affocato:
Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero
Ardea tuttora in capo al cavalliero.

Non ebbe il conte mai cotal battaglia,
Poi che a quel foco contrastar conviene;
Forza non giova o arte di scrimaglia,
Perché gran fumo, che con fiamma viene,
Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia,
Né apena vede il brando che in man tiene;
Ma, ben che abbia il veder quasi già perso,
Pur mena il brando a dritto ed a roverso.

Così di qua di là sempre menando
In quella zuffa oscura e tenebrosa,
Nel collo il gionse pure al fin col brando,
E via tagliò la testa sanguinosa;
Quella poi prese il conte e, remirando,
Ben gli parve quel capo orribil cosa,
Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno;
Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.

L'elmo se trasse poi quel conte ardito
E dentro i denti di quel drago pose;
Dapoi nel campo arato se ne è gito,
Sì come il libro nel suo canto espose.
Dove Bavardo il re fu sepellito,
Seminò lui le seme venenose;
Turpin, che mai non mente in alcun loco,
Dice che penne uscirno a poco a poco.

Penne depinte, dico, de cimieri
Uscirno a poco a poco de la terra,
E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri
E tutto il busto integro si disserra.
Prima pedoni, e poscia cavallieri
Uscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! -
Con trombe e con bandiere, a gran tempesta:
Ciascun la lancia verso Orlando arresta.

Veggendo il conte la cosa sì strana,
Disse fra sé: "Questa semenza ria
Mieter mi converrà con Durindana,
Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia,
Perché diletto ha pur la gente umana
Lamentarsi d'altrui per sua follia:
Ma colui pianger debbe a doppie doglie
Che per mal seminar peggio raccoglie."

Così dicendo il conte non fu tardo,
Perché a guarnirsi tempo non gli avanza;
L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo,
E non aveva più scudo né lanza.
Di piana terra salta su Baiardo
E quel percote con molta arroganza
Contra alla gente che gli ariva intorno,
Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.

Or che bisogna ch'io vada contando
E colpi ad un ad uno e il lor ferire,
Dapoi che contra a Durindana il brando
Non val coperta, né arme, né scrimire?
Però concludo in fin che il conte Orlando
Tutti li fece in quel giorno morire;
Come nel campo fur morti e dispersi,
L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.

Da poi che il conte per tutto ivi intorno
Vide la gente morta e dissipata,
Che in vita fatto avea poco soggiorno,
E dove nacque se era sotterrata,
Lui non indugia e pone a bocca il corno,
Per donar fine alla terza suonata,
E darsi a tal ventura ultimo vanto,
Come io vi contarò ne l'altro canto.

Canto ventesimoquinto

Il conte Orlando il corno a bocca pose,
Sì come a l'altro canto io vi lasciai,
Ché trare al fine in tutto se dispose
L'alte aventure, e non posarsi mai
Sin che quelle opre sì meravigliose
Che apparevano al suon, come contai,
Non fussero apparite tutte quante;
Però suonava quel segnor de Anglante.

Tanto suonava, che al suonar si stanca
Quel vago corno il cavallier ardito.
Nulla d'intorno appare e il giorno manca,
E già temeva lui d'esser schernito,
Quando una cucciarella tutta bianca
Gionse latrando nel prato fiorito;
Il conte alla cuccietta pone cura,
Dicendo: "Dio me doni alta ventura!

Tanta fatica adunque e tanto stento
Aver durato me incresce per certo;
Ma tardo ormai ed indarno mi pento,
Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto.
È questo ciò che me die' far contento?
È questo il guidardone? È questo il merto,
Qual promise la dama in abandono,
Che doveva apparire al terzo suono?"

Così dicendo ratto si voltava
Per girne altrove, tutto disdegnoso;
Il conte il corno per terra gettava
E via fugiva a corso roïnoso.
Ma la donzella a gran voce il chiamava:
- Aspetta, aspetta, baron valoroso!
Ché non è al mondo re né imperatore,
Che abbia ventura di questa maggiore.

Ascolta adunque il mio parlar, che spiana
Di questa cucciarella il bel lavoro.
Una isoletta non molto lontana
Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro;
Ivi è una fata, nomata Morgana,
Che alle gente diverse dona l'oro;
Quanto per tutto il mondo or se ne spande,
Convien che ad essa prima se dimande.

Lei sotto terra il manda a l'alti monti,
Dove se cava poi con gran fatica;
E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti,
E in India, dove il coglie la formica.
Abada e guarda ben che sian disgionti,
Ché ciascaduno un pesce ne nutrica;
E vo' che sappi il nome per ragione:
Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone.

Questi due pesci viveno d'ôr fino.
Ora, per seguitar la mia novella,
Dico che ogni metallo ha in suo domìno
De oro e de argento Morgana la bella;
Ed è venuto per questo confino
Da lei mandata quella cucciarella
Per farte sempre in tua vita beato,
Poiché tre volte il suo corno hai suonato.

Ché non fo al mondo mai più cavalliero,
Qual lo suonasse la seconda volta,
Benché molti provarno tal mestiero,
Ma sempre a tutti fu la vita tolta.
Or lascia adunque ogni tristo pensiero,
Franco barone, e il mio parlare ascolta,
Accioché sappi la cosa compiuta,
Perché la cuccia al corno sia venuta.

Morgana, della quale io t'ho parlato,
Quale è regina delle cose adorne,
Ha per il mondo un suo cervo mandato,
Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne.
Quel per incanto a modo è fabricato,
Che in alcun loco mai non si soggiorne,
Ma sempre, via fuggendo a meraviglia,
Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.

Né se potrebbe per forza pigliare,
Senza l'aiuto di quella cuccietta;
Lei primamente lo sa ritrovare,
Poi lo caccia cridando con gran fretta.
Conviensi quella voce seguitare,
Perché lor van legier come saetta;
La cuccia il caccia in pista con tempesta
Sei giorni integri, e al settimo s'arresta.

Perché quel giorno, giongendo alla fonte
Dove se tuffa il cervo pauroso,
Quivi si prende senza oltraggio ed onte,
E fa il suo cacciatore aventuroso,
Però che muta e corni dalla fronte
Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso
Di trenta bronchi; e la rama distesa
Con bronchi insieme cento libre pesa.

Sì che tanto tesoro adunarai,
Come abbi preso quel cervo afatato,
Che ne serai contento sempre mai,
Se la ricchezza fa l'omo beato.
Forse che ancor l'amore acquisterai
Di quella fata che t'aggio contato:
Dico Morgana da quel viso adorno,
Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -

Orlando sorridendo l'ascoltava
Ed a gran pena la lasciò finire,
Perché esso le ricchezze non curava,
Qual gli ebbe la donzella a proferire,
Sì che rispose: - Dama, non mi grava
Avermi posto a rischio de morire,
Però che di periglio e di fatica
L'onor de cavallier sol se nutrica.

Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento
Non m'avria fatto mai il brando cavare;
Però chi pone ad acquistar talento,
Lui se vôl senza fine affaticare;
E come acquista più, manco è contento,
Né si può lo appetito sazïare;
Ché qualunche n'ha più, più ne desia:
Adunque senza capo è questa via.

Senza capo è la strata ed infinita,
De onore e de diletto al tutto priva.
Chi va per essa, a caminar s'aita,
Ma dove gionger vôl, mai non ariva;
Sì che la voglio al tutto aver smarita,
Né gli vo' caminar per sin ch'io viva;
E accioché meglio intendi il mio parlare,
Dico che 'l cervo non voglio cacciare.

Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui
Questa ventura di tanta ricchezza,
Perch'io ora non sono e mai non fui
Da cortesia partito e gentilezza;
E vile e discortese è ben colui
Qual la sua dama più che 'l cor non prezza;
Ed io so che m'aspetta or la mia dama,
E parmi odir la voce che mi chiama.

(Ben me ricorda come io la lasciai
Con guerra nella rocca assedïata:
Ora che indovinar me sapria mai
Come sia quella zuffa aterminata?
Il campo e la battaglia abandonai
Per seguire Agrican quella giornata;
E combatteva l'una e l'altra gente,
Sì che non so di lor chi sia perdente.) -

Così con seco istesso ragionava
Il conte, assai pensoso ne la ciera,
E la donzella alla croppa invitava,
La qual pur vi salì mal volentiera.
Lasciò quell'altra, e già via caminava;
Ecco ad un ponte, sopra una rivera,
Passava un cavalliero in vista arguta:
Cortesemente Orlando lo saluta.

Ma il cavallier, che vide la donzella,
Ben presto la cognobbe nel sembiante,
Che questa è Leodilla, quella bella,
Quale è figliola del re Manodante;
Onde ad Orlando subito favella
Con minaccevol voce ed arrogante:
- Questa è mia dama, che robbata m'hai!
Presto la lascia, o presto morirai. -

- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia,
Ché già per lei non voglio prender brica;
Totila, per Macone! e vanne via,
Che me pare alle spalle aver l'ortica;
E te ringrazio di tal cortesia,
Poi che me assolvi di tanta fatica.
Con essa ove te piace ne puoi gire,
Pur che con meco non voglia venire. -

Il cavalliero, odendo il ragionare
Che facea Orlando, di tanta viltade,
Qual ne la vista sì feroce appare,
Gran meraviglia ne ebbe in veritade.
Prese la dama, e senza altro parlare
Via caminarno per diverse strade;
L'uno a levante ad Albraca ne gia,
L'altro a ponente verso Circasia.

Ordauro era nomato il cavalliero,
Questo che al conte la donzella tolse,
Né tolta già l'avria per esser fiero,
Ma perché Orlando contrastar non volse,
Quale avea ad Angelica il pensiero;
Però dalla battaglia se disciolse,
E parli più d'uno anno ciascuna ora,
Che arivi dove Angelica dimora.

Lasciamo lui che ben forte camina,
Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa,
Qual più sempre s'accende a gran ruina,
Né mai se vide più terribil cosa.
Vedevasi Marfisa la regina
Di qua di là voltar sì furïosa,
Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiato
La combatteano atorno in ciascun lato.

E vedeasi il feroce fio de Amone,
Ferito crudelmente e sanguinoso,
Cacciare il re Adrïano e Chiarïone;
Vedevasi Torindo valoroso
Combatter contra Oberto dal Leone:
Stavasi Trufaldin solo in riposo.
Questo ne l'altro canto io vi contai:
Ora voglio finir quel ch'io lasciai.

Come andasse la cosa in su quel piano
De le tre zuffe, vi voglio contare.
Sì come io dissi, Trufaldin villano
Stava da parte la guerra a guardare;
E quando Chiarïone ed Adrïano
Cominciâr per Ranaldo a rinculare,
Come colui che avea molta paura
Ne la rocca fuggì dentro alle mura.

Ranaldo non lo vide in su quel ponto,
Ché certamente non serìa campato,
Ben presto Rabican l'avrebbe gionto;
Ma tanto era alla zuffa riscaldato,
Che nol vide partir, come io vi conto;
Ma solo il vide alla porta arivato,
E, vòlto ai duo baron, con gran furore
Disse: - Fuggito è pur quel traditore.

Sì che ascoltati quel che vi vo' dire,
E procurati metterlo ad effetto,
Se non voleti al presente morire,
Ché ben ve occiderò senza rispetto;
Ma se me prometteti far venire
Con voi doman nel campo il maledetto,
Voglio che questa guerra cominciata
Or sia fornita per questa giornata.

E tutti voi, che aveti la difesa
Del vostro glorïoso Trufaldino,
Come serà del sol la luce accesa,
Verriti giù nel campo al bel matino
E quivi finirà nostra contesa,
E morirà quel perfido assassino;
O veramente ch'io vi serò morto,
Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -

Queste parole diceva Ranaldo,
Ed altro ch'io non curo arricontare;
Onde l'accordo fo fatto di saldo,
A benché con Marfisa fo da fare,
Perché essa aveva il core acceso e caldo,
Né la battaglia mai volse lasciare,
Sin che Aquilante non giura e Grifone
Tornar per l'altro giorno alla tenzone,

E mantener battaglia per un giorno,
Sin che serà nel mare il sole ascoso.
Così dentro alla rocca fier' ritorno
Ciascun barone afflitto e doloroso,
E non avevan pezzo d'arme intorno
Che non fosse percosso e sanguinoso;
Né stavan quei di fuori ad altra guisa,
Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.

Ciascuno attese con solenne cura
A sua persona ed a sua guarnisone.
Quei della rocca tutti avean paura,
Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone;
E ragionavan della guerra dura,
Come era stato ciascun compagnone.
Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito;
In tal forma ha ogniom de voi schernito. -

- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai
Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano.
Noi lo pregammo con parole assai
Che non venisse con noi alle mano;
Ma lui non se lasciò parlar giamai,
Tanto è feroce e di cor subitano;
E così domattina a l'altra guerra
O noi, on esso andrà morto alla terra. -

Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato,
Ché ad ogni modo rimarrai perdente,
Perché io me trovarò da l'altro lato,
E vado da Ranaldo incontinente.
Quando nel campo me vedriti armato,
So ben che non voriti per nïente,
Né serà alcun di voi tanto sicuro,
Che esca tre passi fuor longe dal muro. -

Rise Aquilante che lo cognoscia,
Ed al duca rispose: - Alla bon'ora,
Dapoi che esser convene, e così sia! -
Astolfo non fie' già lunga dimora,
Ché della rocca fuora se ne uscia;
Né oscurato era in tutto il giorno ancora,
Quando e cugini insieme se trovaro,
E con gran festa insieme se abracciaro.

Lasciamo questi insieme al pavaglione,
Che se posarno insino alla matina,
E ritornamo al fïo di Melone,
Qual con gran voluntà sempre camina,
Tanto che ad Albracà gionse al girone;
E già il sole alla sera se dichina,
Quando quel cavallier cotanto forte
Gionse alla rocca dentro dalle porte.

E già non par che venga dalla danza;
L'arme ha spezzato ed è senza cimiero,
Arsa è la sopravesta, e non ha lanza
E non ha scudo l'ardito guerrero;
Ma pur mostrava ancor grande arroganza,
Tanto superbo avea lo aspetto fiero,
E qualunche il mirasse in su Baiardo
Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.

Come fo gionto dentro a l'alta rocca,
Angelica la bella l'incontrava.
Lui salta de l'arcion, che nulla tocca;
La dama di sua mano il disarmava,
E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca:
Non dimandati come Orlando stava;
Ché, quando presso si sentì quel viso,
Credette esser di certo in paradiso.

Avea la dama un bagno apparecchiato,
Troppo gentile e di suave odore,
E di sua mano il conte ebbe spogliato,
Baciandol spesse fiate con amore.
Poi l'ungiva d'uno olio delicato,
Che caccia de la carne ogni livore;
E quando la persona è afflitta e stanca,
Per quel ritorna vigorosa e franca.

Stavasi 'l conte quieto e vergognoso,
Mentre la dama intorno il maneggiava;
E benché fosse di questo gioioso,
Crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
E sé dal collo in giù tutto lavava,
E poi che asciutto fu, con gran diletto
Per poco spazio se colca nel letto.

E dopo questo la donzella il mena
Intro una ricca zambra ed apparata,
Dove posarno con piacere a cena,
Ché vi era ogni vivanda delicata.
Nel fin la dama con faccia serena,
Standosi al collo a quel conte abracciata,
Lo prega e lo scongiura con bel dire
Che d'una cosa la voglia servire.

- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia
- Fammi promessa, e non me la negare,
Se vôi che più sia tua ch'io non son mia,
Ché a tal servigio me puoi comparare;
Né creder che aggia tanta scortesia,
Che da te voglia quel che non puoi fare;
Ma sol cheggio da te che per mio amore
Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.

E che non abbi al mondo alcun riguardo,
Ma ch'io veda di te l'ultima prova,
Perch'io starò a veder se sei gagliardo,
Né creder che d'adosso occhio te mova,
Sin che a terra non vada ogni stendardo
De la gente che in campo se ritrova;
E ben so che farai ciò, se tu vôi,
Perché io conosco quel che vali e pôi.

Una dama feroce, arabïata,
Qual venne col mio patre in mia diffesa,
Senza cagione alcuna è ribellata,
Di mal talento e di furore accesa;
Come vedi, m'ha quivi assedïata,
E, se tu non me aiuti, io serò presa
Da la crudel, che tanto odio mi porta
Che con tormento e strazio serò morta. -

Così disse la dama, e lacrimando
Il viso al cavallier tutto bagnava.
Apena se ritenne il conte Orlando
Che alor alora tutto se armava;
E rispondea nïente, e fulminando
Gli occhi abragiati d'intorno voltava.
Poi che la furia fu passata un poco
Il volto a lei rivolse, e parea foco:

Né già puote la dama sofferire
Di riguardare alla terribil faccia.
Dissegli il conte: - Dama, a te servire
Mi reputo dal cel a tanta graccia;
E quella dama che me avesti a dire,
Fia da me morta, o presa, o messa a caccia;
E quando fosse il mondo tutto quanto
Con seco armato, ancor de ciò me vanto. -

Rimase assai contenta la donzella
Veggendo il proferir di quel barone,
Ché ben sapea quel che lui vale in sella.
Frutti e confetti di molta ragione
Furno portati a quella zambra bella;
Gionsero in questa Aquilante e Grifone,
E ciascun con Orlando fo abracciato;
Angelica di poi tolse combiato.

Ella se parte zoiosa e festante
Per la promessa di quel cavalliero,
Tanto superba di cotale amante,
Che di Marfisa più non ha pensiero.
Come partita fu, disse Aquilante
Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero
Domane esser gagliardo sopra il piano,
Perché avrai contra il sir de Montealbano.

Egli è venuto e non so la cagione,
Ma fuor de l'intelletto al tutto pare,
Ché tutti quanti qua dentro al girone
Ci ha preso con vergogna a disfidare.
Io lo pregai, ed ancora Grifone,
Ma lui non si lasciò giamai parlare,
Né dir se li può mai ragion che vaglia,
Onde c'è forza far seco battaglia. -

- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando
- E che per lui non abbi altro avisato? -
Disse Aquilante: - A Dio mi racomando,
Stato son seco a fronte e gli ho parlato,
E combattei con lui brando per brando;
E tu me stimi tanto smemorato,
E sì fuor d'intelletto e di ragione,
Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -

Grifone quel medesimo dicia,
Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto;
E quando il conte tal cosa intendia,
Tutto cambiosse nel sembiante arguto,
E prese nel pensier gran zelosia,
Che qua non fusse Ranaldo venuto
Sol per amor de Angelica la bella;
Onde gran doglia dentro il cor martella.

Presto dette combiato ai duo germani,
E ne la zambra se chiuse soletto,
E giva intorno stringendo le mani,
Ardendo di gran sdegno e di dispetto;
E con lamenti e con sospiri insani
Senza spogliarse se gettò sul letto,
Ove con pianti e dolente parole
In cotal forma si lamenta e dole:

"Ahi vita umana, trista e dolorosa,
Nella qual mai diletto alcun non dura!
Sì come a la giornata luminosa
Vien drieto incontinente notte oscura;
Così non fu giamai cosa gioiosa,
Che non fusse meschiata di sventura;
Ma ogni diletto è breve e via trapassa,
La doglia sempre dura e mai non lassa.

E questo si può dir per me, tapino,
Qual con tanto piacere e tanto onore
Accolto fui da quel viso divino,
Ch'io non credetti aver più mai dolore;
Ma poi fu ciò per farme più meschino,
E che la pena mia fusse maggiore;
Ché perder l'acquistato è maggior doglia,
Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.

Io son venuto nella fin del mondo
Per l'amor d'una dama conquistare,
Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo,
Quanto m'avria saputo imaginare:
Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo,
Perché Ranaldo me viene a sturbare.
E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto:
Ma certo l'un de noi rimarrà morto.

Sempre a mia possa l'aggio favorito
Nella gran corte de lo imperatore;
E mille volte che è stato bandito,
L'ho ritornato in grazia al mio segnore.
Lui amato non m'ha né reverito;
Pur, a sua onta, io son di lui maggiore,
Ché egli è di piccol terra castellano,
Ed io son conte e senator romano.

Lui non mi porta amore o riverenza,
Bench'io m'abbia de ciò poco a curare,
E sempre io volsi che la mia prudenza
La sua pacìa dovesse temperare;
Or romper mi convien la pacïenza,
Ché a tal taglier non puon duo giotti stare,
Sì che finirla io son deliberato,
Ché compagnia non vôle amor né stato.

Se lui campasse, egli ha tanta malizia,
Ch'io resterebbi di mia vita privo;
Lui sa del lusingare ogni tristizia,
E più che alcun demonio egli è cattivo;
E se io volessi alciare una pelizia
Di donna, io non serìa morto né vivo:
Se lei non m'insegnasse o desse ardire,
Cominciar non saprebbi io né finire.

Ché! dico io, adunque fia abattuta
La lunga parentezza ed amistade,
Che fu da' nostri antiqui mantenuta?
Mal faccio, e lo cognosco in veritade;
Ma da dritta ragione amor mi muta,
E fia partita al tutto con le spade
Nostra amistade antiqua e parentella,
E l'amor nostro di questa donzella."

Così col cor di doglia tutto ardente
Il conte seco stesso ragionava,
E quella notte non dormì nïente,
Ma spesso a ciascun lato si voltava.
Il tempo via trapassa e lui non sente,
Ma la luna e le stelle biasimava,
Che al suo occidente non faccian ritorno
Per donar loco al luminoso giorno.

Più de tre ore avanti al matutino
Il conte a gran ruina fu levato;
Una tempesta sembra il paladino,
Passeggiando d'intorno tutto armato.
L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino,
E Durindana il suo buon brando a lato;
Giù nella stalla va il conte gagliardo,
E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.

E su ritorna nella rocca ancora,
Guardando se il giorno esce a l'orïente,
E non può comportar nulla dimora,
Ma rodendo si va l'ongie col dente.
Ora andati, segnori, alla bona ora,
Perché io riservo nel canto sequente
Un smisurato assalto ed inumano,
Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.

Canto ventesimosesto

Sin qui battaglie e colpi smisurati,
Che fôr tra l'uno e l'altro cavalliero,
E terribili assalti aggio contati;
Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero,
Ché duo baroni a fronte sono armati,
Che me fanno tremar tutto il pensiero.
Se vi piace, segnori, oditi un poco
De' duo guerreri uno animo di foco.

Di sopra vi contai sì come Orlando
Solo aspettando il giorno si dispera;
Di qua di là va sempre fulminando,
E batte e denti quella anima fiera;
Trasse con ira Durindana il brando,
Come davante a lui fosse la ciera
Del re Agolante e del figliol Troiano,
Sì furïoso mena ad ambe mano.

Dice la istoria che a lui era davante
Un gran Macon di pietra marmorina:
Era intagliato a guisa d'un gigante.
In questo gionse il conte a gran ruina,
Sì che dal capo insin sotto le piante
Tutto il fraccassa Durindana fina;
Tanti colpi li dà dritto e a roverso,
Che a terra in pezzi lo mandò disperso.

Con questa furia il senator romano
Stava aspettando il giorno luminoso;
Ma giù nel campo il sir de Montealbano
Non prende già di lui maggior riposo,
Ché è tutto armato ed ha Fusberta in mano,
E tempestando va quel furïoso:
Arbori e piante con la spada taglia,
Tanto desire avea di far battaglia.

Era ancora la notte molto oscura,
Né in alcun lato si mostrava il giorno,
Quando Ranaldo, ch'è senza paura,
Monta a destriero e pone a bocca il corno.
Ben par che 'l monte tremi e la pianura,
Sì forte suona quel barone adorno;
E 'l conte Orlando cognobbe di saldo
A quel suonare il corno di Ranaldo.

E tanta fiamma li soggionse al core,
Che più non pose a l'ira indugio o sosta,
E prese il corno; e con molto romore
Gli fece minacciando aspra risposta,
Dicendo nel suonar: - Can traditore,
Come te piace ormai vieni a tua posta,
Ch'io smonto al piano, e ben te sazio dire
Che di tua gionta ti farò pentire. -

Già l'aria se rischiara a poco a poco,
E vien l'alba vermiglia al bel sereno;
Le stelle al sol nascente donan loco,
De le quali era il ciel prima ripieno.
Alora il conte, come avesse il foco
Veduto intorno a sé, né più né meno,
Battendo e denti e crollando la testa
L'elmo s'allaccia con molta tempesta.

Prese Baiardo alla sella ferrata,
Sopra gli salta con molta arroganza;
E tanta fretta avea quella giornata,
Che seco non portò scudo né lanza.
Venne alla porta, e quella era serrata,
Perché la rocca avea cotale usanza,
Che ponte non callava o porta apriva,
Sin che il sol chiaro il giorno non usciva.

Avrebbe il conte quel ponte reciso
E spezzata la porta e misso al piano,
Se non che la sua dama n'ebbe aviso,
E venne ad esso con sembiante umano.
Quando lui vide l'angelico viso,
Quasi li cadde il bon brando di mano,
E poi che fu saltato della sella
Ingenocchiosse avanti alla donzella.

Lei abbracciava quel franco guerriero,
Dicendoli: - Baron, dove ne vai?
Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero;
Questo giorno per me combattarai,
E per l'amor di me questo cimiero
E questo ricco scudo portarai.
Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona,
Ed opra ben per lei la tua persona. -

Così dicendo gli donava un scudo,
Che 'l campo è d'oro e l'armelino è bianco,
E un bel cimier, che è un fanciulletto nudo
Con l'arco e l'ale, e le saette al fianco.
Quel conte, che pur mo fu tanto crudo,
Mirando la donzella venìa manco,
E tanta zoia sentì e tal disire,
Che d'allegrezza si sente morire.

In questo ragionar gionse Grifone
Per gire alla battaglia, tutto armato;
Ed Aquilante è seco e Chiarïone,
Il re Adrïano a l'elmo incoronato.
Venir non puote Oberto dal Leone,
Perché la piaga il viso avea gonfiato,
E per non la curare e farne stima
Più noia n'ebbe ne la fin che prima.

Or lui restava. E venne Trufaldino,
Per cui far si dicea la gran battaglia.
Smarito era nel volto il malandrino,
Ma non sa ritrovar scusa che vaglia,
Ché pur gli convien fare il mal camino
Là giù nel piano, alla aperta prataglia;
E pensando di sé l'oltraggio e il torto,
Parea nel volto sfigurato e morto.

Lasciàn costor, che del forte girone
Aprian la porta, e il ponte fan callare;
E ritornamo a Ranaldo de Amone,
Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare;
E, benché egli abbia il dritto e la ragione,
Già non voria con lui battaglia fare,
Perché lo amava di coraggio fino,
Come germano e suo carnal cugino.

E nel suo cor pensoso era turbato
Come dovesse terminar la impresa,
Ché occider Trufaldino avea giurato,
E il conte l'avea tolto in sua diffesa.
Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato
E la regina di valore accesa;
Seco Prasildo ed Iroldo venìa,
Con lor Torindo, re della Turchia.

Come fôr giunti dove era Ranaldo,
- Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora!
Batter si vôle il ferro, mentre è caldo. -
Disse il principe: - Pian ben se lavora.
Stati, cugin mio bello, un poco saldo,
Che voi non seti ove credeti ancora;
Perch'io ve aviso che a noi qui davante
Vedreti armato il fier conte de Anglante. -

Marfisa a quel parlare alciò la fronte,
Quasi ridendo, con vista sicura,
E disse al fio d'Amon: - Chi è questo conte,
Qual non è gionto e già ti fa paura?
Se proprio fosse quel che occise Almonte
Con tutti e paladin, non ne do cura;
Ma quel conte d'Angante che detto hai,
Io non lo oditi nominar più mai. -

Non rispose Ranaldo al suo parlare,
Che ad altra cosa avea maggior pensiero,
Perché vedea del monte giù callare
Que' sei baroni: Orlando era il primero,
Che terribil parea solo a guardare,
Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero.
Quando Marfisa a lui fece riguardo,
Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. -

Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima,
Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo.
Benché èi d'ardire e di prodezza in cima,
Io ti saggio acertar ch'egli è un mal guerzo.
Tu, se te piace, andrai contra a lui prima,
Questo serà il secondo, io serò il terzo.
So che seriti a terra riversati,
Ma ben vi scoderò, non dubitati. -

Disse Marfisa: - Certo assai mi pesa
Ch'io non possa provarme a quel valetto,
Perché mi convien fare altra contesa.
Ma sopra la mia fede io ti prometto,
Se io non son da quei duo morta ni presa,
Ch'io vederò de lui l'ultimo effetto. -
Così stan questi ragionando in vano,
Ma il conte Orlando è già gionto nel piano.

Come fu gionto alla ripa del prato,
Sua lancia arresta, che è grosso troncone.
Stava Aquilante da lui al destro lato,
Ed al sinistro veniva Grifone.
Trufaldin che color avea mutato
Per la paura, e possa Chiarïone,
Tutti di para insieme, e il re Adrïano
Vengon spronando con le lance in mano.

Da l'altra parte Marfisa se mosse:
Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta;
Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse,
Torindo e il duca Astolfo con tempesta.
Tutti han le lancie smisurate e grosse:
La giostra se incomincia, aspra e robesta.
Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire,
E tutto il fatto, come ebbe a seguire.

Marfisa se scontrò con Aquilante,
Ciascun parve di pietra una colona;
Né a drieto se riversa o piega avante,
Tanto avevan quei duo franca persona:
Le lancie fraccassarno tutte quante.
Il duca Astolfo ratto se abandona,
E quella lancia che è tutta d'ôr fino,
Spronando abassa contra a Trufaldino.

Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte,
Come l'un l'altro al scontro se avicina,
Malvagiamente se piegò da parte;
Poi da traverso, quella mala spina
(Come scrive Turpino alle sue carte)
Feritte Astolfo con tanta roina,
Che suo ardir non gli valse né sua possa,
Ma cadde al prato con grave percossa.

Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra,
Ch'io voglio adesso agli altri seguitare,
Poi che contar convien tutta la guerra.
Prasildo al re Adrïan s'ebbe a incontrare;
Contra de Iroldo Chiarïon si serra,
Né bon iudicio si potrebbe dare
Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno,
Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.

Torindo fo colpito da Grifone,
E netto se n'andò fuor della sella;
Il franco Orlando e il forte fio d'Amone
Se vanno addosso con tanta flagella,
Che profondar l'un l'altro ha opinïone.
Ora ascoltate che strana novella:
Il bon Baiardo cognobbe di saldo,
Come fu gionto, il suo patron Ranaldo.

Orlando il guadagnò, come io ve ho detto,
Allor che il re Agrican fece morire;
E quel destrier, come avesse intelletto,
Contra Ranaldo non volse venire;
Ma voltasi a traverso a mal dispetto
De Orlando, proprio al contro del ferire.
Sua lancia cadde al conte in su l'arcione,
Ranaldo lo colpì sopra al gallone;

E fu per roversarlo a l'altro lato.
Or chi saprebbe a ponto ricontare
L'alto furor di quel conte adirato?
Ché, quando a più tempesta mugia il mare,
E quando a maggior foco è divampato,
E quando se ode la terra tremare,
Nulla serebbe a l'ira smisurata
Che in sé raccolse Orlando in quella fiata.

Non vedea lume per li occhi nïente,
Benché gli avesse come fiamma viva;
E sì forte battea dente con dente,
Che di lontan il gran romor se odiva.
Del naso gli uscia fiato sì rovente,
Che proprio il riguardar foco appariva.
Or più di ciò contar non è mestiero:
Con ambi sproni afferra il bon destriero.

Ed a quel tempo ben ricolse il freno,
Credendolo a tal guisa rivoltare;
Non si muove Baiardo più ni meno,
Come fosse nel prato a pascolare.
Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno,
Comincia al conte in tal modo a parlare:
- Gentil cugin, tu sai che a Dio verace
Ogni iniustizia e mal fatto dispiace.

Ove hai lasciata quella mente pura
E l'animo gentil che avevi in Franza,
Diffensor di bontade e di drittura,
E di fraude nemico e dislïanza?
Caro mio conte, io ho molta paura
Che cambiato non sii per mala usanza,
E che questa malvaggia meretrice
T'aggia stirpato il cor de la radice.

Voresti mai che si sapesse in corte
Che hai la diffesa per un traditore?
Or non te serìa meglio aver la morte,
Che avere in fronte tanto disonore?
Deh lascia Trufaldino, o baron forte,
E di quella ribalda il falso amore!
Che in veritate, a non dirti menzogna,
Non so de qual acquisti più vergogna. -

Orlando gli dicea: - Ecco un ladrone,
Che è divenuto bon predicatore.
Or può ben star sicuro ogni montone,
Da poi che il lupo si è fatto pastore.
Tu mi conforti con bella ragione
Abandonar de Angelica lo amore;
Ma guardar die' ciascun d'esser ben netto,
Prima che altrui riprenda de diffetto.

Io non venni già qui per dir parole,
A ben ch'io non mi possa adoperare,
E sopra ogni sventura ciò mi dole;
Ma fami al peggio ormai che tu pôi fare,
Ché non serà nascoso il giorno il sole,
Che molta pena ti farò portare
Di quel villan parlare e discortese,
Qual de mia dama avesti ora palese. -

Così parlando ogniun sta dal suo lato.
Non era il conte a dismontare ardito:
Ché, prima a terra fosse dismontato,
Via ne serebbe Baiardo fuggito.
Sendo bon pezzo ciascun dimorato,
Che l'uno a l'altro non avea ferito,
Ranaldo, riguardando in quel confino,
Ebbe veduto il falso Trufaldino,

Che aveva Astolfo abattuto nel piano.
Esso a destriero d'intorno il feriva:
Quel se deffende con la spada in mano;
Ecco Ranaldo che sopra gli ariva.
Quando venire il vidde quel villano,
Che avea d'ogni virtù l'anima priva,
Come fugge il colombo dal falcone
Così prese a fuggir dal fio d'Amone.

Esso fuggendo a gran voce cridava:
- Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri -
E la promessa fede adimandava;
E ben soccorso gli facea mestieri,
Ché già quasi Ranaldo lo arivava.
Ma tutti quanti quelli altri guerreri
Abandonarno sua prima tenzone,
Tirando tutti adosso al fio d'Amone.

Orlando nol seguia, come io vi conto,
Perché Baiardo non puotea guidare;
Ma ben gionse Grifone a ponto a ponto
Che apena Trufaldin dovea campare.
Come Ranaldo lo vidde esser gionto,
Subitamente se ebbe a rivoltare,
E ferisce a Grifon sì gran riverso,
Che quello ha il spirto e l'intelletto perso.

Qua non se indugia, e segue Trufaldino,
Che tuttavia fuggiva per quel piano;
Ma fece in quel fuggir poco camino,
Ché ebbe a le spalle il destrier Rabicano,
E venuto era di morte al confino:
Ma soccorso gli dava il re Adrïano.
Ranaldo lo ferì con tanta possa,
Che a terra lo fe' andar quella percossa.

Trufaldin se ne andava tuttavia
Ben mezo miglio a Ranaldo davante;
Ma Rabicano a tal modo seguia,
Come avesse ale in loco delle piante.
Ranaldo gionto il traditore avia,
Ma di traverso ancor gionse Aquilante,
E l'un ferisce l'altro con tempesta.
Ranaldo colse lui sopra la testa,

Sì che alle croppe lo mandò roverso,
Fuor di se stesso e pien di stordigione;
Né ancora ha Trufaldin di vista perso,
Quando alla zuffa è gionto Chiarïone.
Menò Ranaldo un colpo sì diverso,
Che gettò quel ferito de l'arcione;
E segue Trufaldin con tanta fretta,
Che apena è più veloce una saetta.

Mentre che così caccia quel ribaldo,
Il conte con Marfisa s'azuffava,
Però che, mentre che non vi è Ranaldo,
A suo piacer Baiardo governava.
Ciascuno alle percosse era più saldo,
Né alcun vantaggio vi se iudicava;
Vero è che 'l conte avea suspizïone,
Non se fidando al tutto del ronzone.

E però combattea pensoso e tardo,
Usando a suo vantaggio ciascuna arte:
E benché se sentisse ancor gagliardo,
Chiese riposo e trassese da parte.
Mentre che intorno faceva riguardo,
Vidde nel campo gionto Brandimarte,
E ben se rallegrò nel suo pensiero,
Ché Brigliadoro ha questo, il suo destriero.

Subitamente a lui se ne fu andato;
Ciascun raconta la sua disventura,
E fu tra loro alfin deliberato
(Ché Brandimarte ha rotto l'armatura)
Che nella rocca lui sia ritornato,
E là meni Baiardo a bona cura.
Su Brigliadoro il conte valoroso
È già montato, e non vôl più riposo.

Non vôl riposo più quel sir d'Anglante,
Anci si mosse con molta roina;
E con parlar superbo e minacciante
Isfida a morte la forte regina.
L'un mosse verso l'altro lo afferrante,
Ciascun morire o vincer se destina:
Questa zuffa dirò poi tutta aponto,
Ma torno a Trufaldin, ch'era già gionto.

Ranaldo il gionse a la rocca vicino,
E non crediati che 'l voglia pregione,
Benché vivo pigliò quel malandrino,
E legòl stretto con bona ragione;
Indi con le gambe alto e il capo chino
Alla coda lo attacca del ronzone;
Poi per il campo corre a gran furore
Cridando: - Or chi diffende il traditore? -

Era il franco Grifon già risentito,
E Chiarïon montato e il re Adrïano,
Quando Ranaldo fu da loro odito,
E posensi a seguirlo per quel piano.
Ma sì presto ne andava ed espedito,
Ch'era seguìto da costoro in vano;
Così ne andava Rabicano isteso,
Come alla coda non avesse il peso.

Sempre Ranaldo a gran voce cridava:
- Ove son quei che avean cotanto ardire,
Che de un sol cavallier non li bastava,
Ma volean tutto il mondo sostenire?
Or vedon Trufaldino, e non li grava
Che in sua presenzia lo faccio morire?
Se alcun v'è ancora a cui piaccia l'impresa,
Venga a staccarlo e prenda sua diffesa. -

Così diceva il barone animoso,
Via strasinando Trufaldino al basso,
Che era già mezo morto il doloroso,
Percotendo la testa ad ogni sasso;
Ed era tutto il campo sanguinoso,
Dove correa Ranaldo a gran fraccasso;
Ed ogni pietra acuta e ciascun spino
Un pezzo ritenia de Trufaldino.

Moritte quel malvaggio a cotal guisa,
E ben lo meritava in veritate,
Come la istoria sopra vi divisa,
Ch'era d'inganni pieno e falsitate.
Or torno al conte Orlando ed a Marfisa,
Che nel secondo assalto a nude spate
Fan sì crudel battaglia e sì diversa,
Che par che 'l celo e il mondo se sumersa.

A disusato modo e troppo orribile
Tra loro era inasprita la battaglia;
Ed al contar serìa cosa incredibile
Quelle arme che Marfisa al conte taglia.
Lui d'altra parte ognior vien più terribile,
Benché romper non può piastra, né maglia;
Pur mena colpi di tanta roina,
Che a forza fa piegar quella regina.

Cresce ogni ora lo assalto più diverso,
E' crudel colpi fuor d'ogni misura.
Ecco passar Ranaldo in sul traverso,
Proprio davanti alla battaglia scura;
E Trufaldino avea tutto disperso
La testa e il busto insino alla cintura;
Ché per le spine e' sassi in quel distretto
Rimase eran le braccia, il capo e il petto.

A gran furor Ranaldo trapassava,
Cridando sì che intorno è bene inteso;
E dicea: - Cavallieri, or non vi grava
Che non abbiati questo re diffeso,
Qual di bontate vi rasomigliava?
Ove è lo ardire e quello animo acceso
Che dimostraste ne l'estremo vanto,
Quando sfidasti il mondo tutto quanto? -

Orlando intese quel parlare altiero,
Che lo spronava in tanta villania,
Onde a Marfisa disse: - Cavalliero
(Perché altramente non la cognoscia),
Io me sfidai con quello altro primiero,
Compir voglio con lui l'impresa mia;
Come io lo occido, se 'l mio Dio mi vaglia,
Con teco fornirò l'altra battaglia. -

Disse Marfisa a lui: - Tu sei errato,
Se presto credi occider quel barone,
Perché io, che l'uno e l'altro aggio provato,
Di te nol tengo in manco opinïone.
Tu de la vita altrui hai bon mercato,
E senza l'oste fai questa ragione;
Ma tu pôi ben vantarti ed aver caro
Se questa sera vi trovati al paro.

Or vanne, ch'io mi fermo a riguardare
Qual abbia di voi duo maggior possanza;
Ma se i compagni tuoi per aiutare
Vengano a te, come è la lor usanza,
Quell'alta rocca vi farò trovare,
Né so se avreti ben tempo a bastanza:
Se tu combatti come il dritto chiede,
Offeso non serai su la mia fede. -

Non so se Orlando il tutto puote odire,
Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia;
Sempre cridando l'aveva a seguire:
- Aspetta, ché chi fugge mal minaccia;
E chi desidra gli altri sbigotire,
Non die' voltar le spalle, ma la faccia;
Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto,
Ché hai bon destriero e non credi esser gionto. -

A quel cridar del conte il fio d'Amone
Iratamente se ebbe a rivoltare,
Dicendo: - Io non vo' teco questïone,
E tu per ogni modo la vôi fare;
Unde te dico che, avendo ragione,
Omo del mondo non voglio schiffare;
Ma siami testimonio Dio verace
Che aver guerra con te m'incresce e spiace. -

- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante
- Che te rincresce di tal guerra assai,
Ché non avrai a far con mercadante,
Né un pover forastier dispogliarai.
Or non usiamo parole cotante:
Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai;
Perché io te acerto e sazote ben dire
Che a te bisogna vincere o morire. -

Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio,
Né voglio aver con teco, il mio cugino;
Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio,
Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino!
E se onta ti repùti o ver dannaggio
Ch'io abbia preso e morto Trufaldino,
A ciascun tuo piacer farò palese
Che non te ritrovasti in sue diffese. -

Rispose il conte ad esso: - Animo vile,
Che ben de chi sei nato hai dimostranza,
Mai non fusti figliol d'Amon gentile,
Ma del falso Genamo di Maganza.
Pur mo te dimostravi sì virile
E ragionavi con tanta arroganza:
Or che condutto al paragon ti vedi,
Mercé piangendo e perdonanza chiedi. -

Perse la pazïenza a quel parlare
Il fio de Amone, e con terribil guardo
Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare,
Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo,
Che ogni om ti teme e convienti onorare;
Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo,
Presto potrai veder, come io ti dico,
Ch'io non ti temo e non te stimo un fico.

Come l'abbi robbato io non ho cura:
Rendime il mio destriero, e sìate onore.
Tu ne l'hai via mandato per paura,
Ché di tenerlo non ti dava il core;
Ma, se egli avesse de intorno le mura
Tutte de acciaro, lo trarò di fore;
Ed odi come io parlo chiaro e sodo:
Io lo voglio per forza ad ogni modo. -

- La prova vederemo incontinente -
Rispose Orlando, sorridendo un poco:
E non avea già faccia de ridente,
Ma battea labre e gli occhi come foco.
Or, bei Segnori, io vi lascio al presente,
E se voi tornareti in questo loco,
Dirò questa battaglia dove io lasso,
Che un'altra non fu mai di tal fraccasso.

Canto ventesimosettimo

Chi mi darà la voce e le parole,
E un proferir magnanimo e profondo?
Ché mai cosa più fiera sotto il sole
Non fu mirata a lo universo mondo.
L'altre battaglie fôr rose e vïole:
A ricontar di questa io mi confondo,
Perché il valor e il pregio della terra
A fronte son condutti in questa guerra.

Era ciascun di lor tanto adirato,
Che facean sbigotir chi gli guardava;
E molti se partîr senza comiato,
E poca gente se gli avicinava;
Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato,
E nel suo ragionar l'aria tremava;
E chiunque stava di lontano un poco,
Giurava che lor volti eran di foco.

E si facean l'un l'altro orribil guardi,
Parlando con voce aspra e minacciante;
E benché al cominciar paresser tardi,
Come io ve dimostrai nel dir davante,
Ciò fu che di persona sì gagliardi
E di cor fu ciascun tanto arrogante,
Che ragionando si stavano adaggio,
Mostrando non curar alcun vantaggio.

Ma poi che Orlando trasse Durindana
Forte cridando: - Or se vedrà la prova,
Se a tua prodezza, che è tanto soprana,
Un altro pare in terra se ritrova! -
La cosa più non va suave e piana;
Ponto è Ranaldo: convien che si mova.
Però prende Fusberta ad ambe mano,
E verso il conte sprona Rabicano.

E menò un colpo terribile e fiero,
Come colui che ha forza oltra misura;
Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero,
Volò con l'ale rotte alla pianura.
L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero,
Ché qua la affatason non lo assicura,
Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca,
Che gli avria posto le cervelle in bocca.

Ma il conte, che d'orgoglio è troppo caldo,
Quella percossa non cura un lupino;
E, stretto come un scoglio a l'onde saldo,
Che non se crolla dal vento marino,
Lui con gran forza percosse Ranaldo
Sopra de l'elmo, che fu de Mambrino;
Ma lui, che è tanto fiero e sì possente,
Per quel gran colpo se mosse nïente.

E risposene un altro con roina,
Dov'è il scudo e la lancia discoperta,
E piastra non vi valse, o maglia fina,
Ché via la tagliò tutta con Fusberta;
Seco la giuppa alla terra dechina,
Sì che fece mostrar la carne aperta.
Per questo d'ira il conte più s'accese,
Ed a Ranaldo un gran colpo distese.

Gionse a traverso del manco gallone,
E misse a terra gran parte del scudo,
E usbergo e piastra e grosso pancirone
Fraccassa con roina il brando crudo;
Portò seco la giuppa e il camisone,
Sì che mostrar li fece il fianco nudo.
Ciascun de ira se accende e di mal fele,
E la battaglia ognior vien più crudele.

Ranaldo prese un cruccio sì diverso,
Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto;
E menò ad ambe mano un gran roverso,
Tal che, se l'elmo non fosse de incanto,
Tutto l'avrebbe spezzato e disperso;
E per quel colpo orribile e tamanto
Orlando se stordì per tal maniera,
Che non sapea quel loco dove egli era.

Il suo destrier correndo andava intorno,
Portandol stramortito in su la sella.
Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno
Non durarà fra noi questa novella. -
E per darli di morte ultimo scorno
Un altro colpo adosso li martella;
Io non saprebbi ben dir la cagione,
Ma il conte alora uscì de stordigione.

E risentito, cognobbe Ranaldo,
Qual gli era sopra per farlo morire.
Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo,
Mala ventura te ha fatto venire,
Però che morto sei se tu stai saldo,
E vergognato se prendi a fuggire.
Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio,
Ché averti alcun riguardo più non voglio. -

Così dicendo il conte a due man prese,
Forte turbato, Durindana dura,
E percosse ne l'elmo, e quel se accese
A foco e fiamma con molta paura.
Ranaldo su le croppe se distese
Per quel gran colpo fuor d'ogni misura:
Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano;
Via ne l'arcione il porta Rabicano.

Ma non fu giamai drago ni serpente,
Che racogliesse in sé tanto veleno,
Quanto Ranaldo alor che si risente:
Il cor avea di foco e il viso pieno.
Verso de Orlando iniquitosamente
Prende a due mano il brando e lascia il freno;
E similmente il senator romano
Contra lui vene, e mena ad ambe mano.

Ferîr l'un l'altro con alto romore,
Ciascun più furïoso e disperato;
E sempre cresce la zuffa maggiore,
E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato;
Né scorger ben se può chi aggia il megliore,
Ché in poco tempo cangiasi il mercato;
Or se veggion ferir de animo accesi,
Or su le croppe andar morti e distesi.

E si feriano con tanta nequizia
Che a vendetta crudel serìa bastante,
E con aspro parlar l'un l'altro astizia.
Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante:
- Oggi hai trovato il brando di iustizia!
Confessa le tue amende tutte quante;
Che sei per fama publico ladrone,
Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -

- Tu te credi tuttora essere in Franza, -
Disse Ranaldo - e gli altri minacciare.
Chi cambia terra, die' cambiare usanza;
Re Carlo quivi non può comandare.
Tu me di' villania con arroganza,
E credi ch'io te 'l voglia comportare?
Ed a farne la prova in ogni loco,
Io son meglior di te molto, e non poco.

Di che hai superbia, dimme, bastardone?
Perché occidesti Almonte alla fontana,
Che era legato in braccio al re Carlone,
Ora te vanti, e porti Durindana
Come acquistata per dritta ragione.
Ben sei proprio figliol d'una puttana,
Qual, perso che ha l'onor, più non lo stima
E più sfacciata è dopo il fal che in prima.

Datte forse arroganza il re Troiano?
Né ti vergogni di quella novella,
Che, ancor ferito a morte e senza mano,
Te trasse a tuo dispetto de la sella?
Tu insieme lo occidesti in su quel piano:
Va, ti nascondi, va, vil feminella!
Tra gli omini apparere hai ardimento,
E sei condutto a tanto tradimento? -

Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero
De la nostra bontade disputare;
Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero,
E tutto il mondo lo sa iudicare;
E bene aggio ragion s'io sono altiero
De Almonte e de Troian, che hai a contare,
Che fur di tanto pregio e di tal raccia,
Che non gli avresti tu guardati in faccia.

Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro
Che era corona d'ogni paladino,
Quai stati non serian con un tuo paro,
Ché alcun di lor non era malandrino.
Or tu te vanti, e pôi bene aver caro,
De avere occiso il forte re Mambrino;
Ma non sa dir alcun come andò il fatto,
Perché tu pur fuggisti al primo tratto.

Quella battaglia fu molto nascosa
Là dopo il monte, e senza testimonio;
Chi giurarà come andasse la cosa,
E se il tuo Malagise col demonio
Te dette la vittoria sì pomposa?
Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio,
Che il fratel Constantin pur fu ferito
Dopo le spalle, e fu da te tradito. -

Così l'un l'altro con grave rampogna
Se oltraggiavano insieme e cavallieri;
Ora altro che parole ivi bisogna,
Perché dal ragionare a i colpi fieri
Eran venuti, e l'ira e la vergogna
Gli avea spronati e fatti tropp'altieri;
E se ferian con tanta crudeltade,
Che ad ogni colpo fan foco le spade.

Ferì con ira Orlando ad ambe mano,
Sopra Ranaldo gran colpo martella;
Poco mancò che non andasse al piano
E stramortito uscisse de la sella.
Come rivenne il sir de Montealbano,
Non se accese mai lampa né facella,
Che non sembrasse del suo lume priva,
Tant'ha di foco lui la faccia viva.

Ad Orlando ferì con gran furore
Sopra di l'elmo, a forza sì diversa,
Che 'l paladin, che avea tanto vigore,
Ha il sentimento e la memoria persa;
E per la passïone e gran dolore
Sopra le croppe tutto si riversa;
E for de l'arcion tanto se disserra,
Che ogniom credette che l'andasse a terra.

E non fu più giamai leon ferito,
Né drago acceso tanto velenoso
Come divenne Orlando risentito;
E ben mostrava in viso furïoso,
Ché non era a quel colpo sbigotito,
Ma più fier divenuto ed animoso;
Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo,
E più del terzo gli tagliò del scudo.

Rotto a traverso il scudo andò nel prato,
Né in questo resta la tagliente spada,
Ma la maglia gli strazia dal costato,
E convien che ogni piastra a terra vada.
La zuppa e il camison tutto è straziato,
Par che ogni cosa Durindana rada,
Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone;
E feritte nel fianco il fio de Amone.

Ma non se avide alor de la ferita,
Tanto era riscaldato alla battaglia;
Ferisce al conte quella anima ardita,
De cima al fondo il scudo gli sbaraglia.
Ogni piastra de usbergo ebbe partita,
E tutto il panciron fraccassa e smaglia;
E se non fusse che il conte è fatato,
Gran piaga gli avria fatto nel costato.

S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno,
Che facean sempre foco e le faville,
Verrà la sera e il cel si farà bruno,
Perché furon i colpi più di mille;
Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascuno
Che non Ettor di Troia e non Achille,
Né Ercole il grande, né il forte Sansone
Potrian con questi star al parangone.

E qual misèr Tristano e qual Gallasso,
Qual altro cavallier de la ventura
D'un tanto travagliar non serìa lasso,
Per l'estrema battaglia orrenda e dura?
Ché sempre combattero a gran fraccasso
Da sol nascente insino a notte oscura,
Né mai chiesen riposo a quel furore,
Ché l'un de l'altro crede esser megliore.

Ed era il ciel de stelle tutto pieno
Prima che alcun parlasse del partire,
Però che aveano al cor tanto veleno,
Che se credean l'un l'altro far morire.
Poi che la luce venne al tutto meno,
Restarno, per vergogna, di ferire,
Perché in quel tempo combattere al scuro
Opra non era di baron sicuro.

Diceva Orlando: - Pôi ringrazïare
Il giorno che è partito, e il vivo sole,
Che alquanto t'ha la morte a indugïare,
E certamente me ne incresce e dole. -
Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare:
Io vo' che meco vinci di parole;
Ma già di fatto vantaggio non hai,
Né creder, fin ch'io viva, averlo mai.

E fino ad ora io sono apparecchiato
(Per mostrar ch'io non ho di te paura)
Di trare al fin lo assalto cominciato,
Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. -
Rispose il conte: - Ladro, scelerato,
Che pur convien mostrar la tua natura,
Come sei uso, tristo, doloroso,
Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.

Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro,
Perché tu vedi il tuo dolor palese,
E che prender non possi alcun riparo,
Né fuggirti da me, né far diffese. -
Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caro
Esser tanto lontano al mio paese,
Per non dar quel dolore al duca Amone,
Poi che morir convengo a ogni rasone.

Io so combatter nel bosco nascoso,
E nel monte alto e all'aperta pianura,
E fo battaglia al giorno luminoso,
Matina e sera e ne la notte scura.
Or tu sei solo al mondo glorïoso,
Ed hai de l'onor tuo cotanta cura,
Che non combatti se no' al sole altiero,
Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -

Stavan gli altri baroni a lor d'intorno,
Quei de la rocca e quei de la regina,
Che avean lasciata sua battaglia il giorno
Per mirar de costor l'alta ruina.
Tra questi fo ordinato far ritorno
Sopra quel campo ne l'altra matina,
E diffinir la ultima battaglia,
Chi più de ardire e di possanza vaglia.

Così tornorno questi nel girone,
Orlando, dico, e la sua compagnia;
E gli altri ciascadun al pavaglione.
Or suonar trombe e gran corni se odìa,
Diversi cridi de istrane persone;
Ed alti fuochi al campo se vedia,
E per le mura d'intorno alla rocca
Spesse lumere; e la campana ciocca.

Angelica, di dame accompagnata,
Venne a trovare Orlando paladino
Dentro alla zambra ricca ed apparata:
Quivi ha frutti, confetti e bon vino.
La sopravesta il conte avea stracciata,
E rotto il scudo d'ôr da l'armelino,
E perduto il cimier del dio d'amore,
Unde di doglia gli crepava il core.

Ed aveva tal doglia nel pensiero,
Che non sa dir se egli è morto né vivo,
Se quella dama chiedesse il cimiero,
O domandasse come ne fo privo.
Ma de ciò dubitar non fo mestiero,
Ché lei, ad antiveder troppo cativo,
Ciò che vedeva che al conte gradava,
Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.

Ma, così ragionando con diletto
De la battaglia che era stata al piano,
Non so come, ad Orlando venne detto,
Che là giuso era il sir de Montealbano.
La dama se commosse nello aspetto,
Odendol nominare a mano a mano;
Ma come quella che era saggia e trista,
Coperse il suo pensier con falsa vista.

E disse al conte: - Io ho malenconia,
Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno,
E mai tra gli altri io non te cognoscia,
Cotanta gente ti stava d'intorno.
Ma se volesse la ventura mia
Che una sol fiata, de tutte arme adorno,
Io te vedessi bene adoperare,
Dio d'altra cosa non voria pregare.

Benché spietata sia Marfisa e dura,
Io certamente pur voglio provare
Se per un giorno mi farà sicura,
Tanto ch'io possa una zuffa mirare;
E solo or penso a cui doni la cura
Che vada la salvezza ad impetrare.
Qual serà quel che a lei ne vada avante?
Io mandarò lo ardito Sacripante. -

Così fu dimandato incontinente
Re Sacripante ad Angelica bella.
Questo avea il core e le medolle ardente
D'amor soperchio per quella donzella,
Come odireti nel libro sequente.
Or, seguitando la nostra novella,
La dama, ragionando a lui, divisa
Quel che impetrar desidri da Marfisa.

E lui se parte, ed al campo se accosta,
Benché sia oscuro il cel, come io vi conto;
E fece alla regina la proposta,
Come davante a lei fo prima gionto.
Ebbe subito grata e tal risposta,
Qual seppe dimandare a ponto a ponto;
La littra è suggillata, e con bel dire
Fu ogniom securo al ritornare e al gire.

Ogni stella del celo era partita,
Fuor quella che va sempre al sol davante;
E la rugiada per l'aria fiorita
Se vedea cristallina e lustrigiante;
Il celo, a la bell'alba ora apparita,
D'oro e di rose avea preso sembiante;
E, per dir questo in simplice parole,
La notte è gita e non è gionto il sole,

Quando la dama, mossa di quel caldo
Che agiaccia l'intelletto ed arde il core,
De Angelica dico io, che per Ranaldo
Se consumava nel foco d'amore,
Fuora del letto se levò di saldo;
E non aspetta il giorno o il suo splendore,
Ché ogni altro tempo li par speso invano
Fuor che a vedere il sir de Montealbano.

E poi che seppe, come io ve contai,
Che esso nel campo al basso dimorava,
Tutta la notte non dormì giamai,
Né prese possa, e sol di lui pensava.
Sperando in zoia e sospirando in guai
L'alba serena e il bel giorno aspettava,
Però che ogni sua voglia e suo desire
È di veder Ranaldo, e poi morire.

Ma il conte Orlando, senza altro pensiero,
Era dormendo nel letto colcato,
E sempre, in sogno, quello animo fiero
Stava alla zuffa del giorno passato;
Né credo che sia al mondo cavalliero
Che non si fosse alquanto spaventato
Mirando il conte in quel sonno dissolto,
Tanto feroce e orribile è nel volto.

La damigella venne a lui soletta,
E ponto non l'ardiva risvegliare;
Ma come fa qualunche il tempo aspetta,
Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare,
Così la dama, che avea maggior fretta
Che 'l conte Orlando assai de cavalcare,
Or col viso suave, or con la mano,
Svegliò, toccando, il cavallier soprano.

- Su, - disse ella - baron! Non più dormire,
Ché da ogni parte già se scopre il giorno;
Io me levai, ché me parve de odire
Là giù nel campo al basso uno alto corno;
E perché io voglio con teco venire
E, se a Dio piace, far teco ritorno,
Son venuta a svegliarti per me stessa;
E da te voglio un dono in tua promessa. -

Il conte al suo bel viso remirando
Tutto se accese de amoroso foco,
E la dama abracciò tutto tremando,
Benché soletti fussero in quel loco.
Dicea la dama: - Io son al tuo comando;
Ma se me ami, barone, aspetta un poco,
Ché quel ch'io dico per farti sicuro,
Su la mia fede ti prometto e giuro.

Io ti prometto che a ogni tuo volere
Soletta in questo loco, come io sono,
Ti lasciarò di me prender piacere,
Se me prometti ed attendi un sol dono,
Perch'io voglio comprendere e vedere
Stu me ami come mostri in abandono;
E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando,
È una battaglia sola al mio comando.

Ma se tu forse sei tanto inumano,
Che prenda il tuo piacere al mio dispetto,
Tenuto ne sarai sempre villano,
E tornarate in pianto quel diletto,
Perch'io me occiderò con la mia mano,
E passaromme in tua presenza il petto;
Sì ch'in te solo e in tuo arbitrio dimora
Se vôi ch'io mora, o vôi che viva ancora. -

Al fin delle parole lacrimando
Abassò il viso con molta pietate;
Non puotè più soffrire il conte Orlando,
Ma più di lei piangeva in veritate;
E con somessa voce ragionando,
Sempre chiedea perdon con umiltate,
Dando la colpa del passato errore
Al core ardente ed al superchio amore.

Poi l'un promesse a l'altro in sacramento
Di servar le dimande tutte a pieno.
Il lume della luna era già spento,
E il sole uscia del mare al ciel sereno,
Quando quel cavallier pien de ardimento,
Che mai di sua bontà non venne meno,
Per provvederse alla cruda battaglia
Tutto di piastra si copre e di maglia.

E benché fusse d'animo virile
E non temesse il mondo tutto quanto,
Pur tutte l'arme guarda per sotile,
Ambedue le scarpette e ciascun guanto,
Ché ben cognosce il cavallier gentile
Che 'l suo inimico si donava il vanto
D'alta prodezza in ogni baronaggio;
Però non vôl ch'egli abbia alcun vantaggio.

Poi che di piastra fu tutto coperto
Ed ebbe il suo bon brando al fianco cinto,
Angelica la bella gli ebbe offerto
Un cimiero alto e un scudo d'ôr destinto.
Era il cimiero uno arboscello inserto,
E il scudo a tale insegna ancor dipinto.
L'elmo s'allaccia quel baron soprano,
Monta a destriero e prende l'asta in mano.

Li altri, per fare ad esso compagnia,
Senza arme in dosso giù calarno al piano;
Quivi Aquilante e Grifon se vedìa,
Brandimarte vien presso e il re Ballano;
Il conte dopo questi ne venìa,
Ed Angelica seco a mano a mano
Sopra d'un palafren bianco ed amblante;
Il re Adrïan vien dietro e Sacripante.

Rimase nella rocca Galafrone,
E seco Chiarïon, che era ferito.
Or diciamo de Orlando campïone:
Come fo gionto nel prato fiorito,
Sonando il corno sfida il fio d'Amone,
Qual già nella campagna era apparito
Tutto coperto a piastra e maglia fina;
E seco al par Marfisa la regina.

Lei senza l'elmo el viso non nasconde:
Non fu veduta mai cosa più bella.
Rivolto al capo avea le chiome bionde,
E gli occhi vivi assai più ch'una stella;
A sua beltate ogni cosa risponde:
Destra ne gli atti, ed ardita favella,
Brunetta alquanto e grande di persona:
Turpin la vide, e ciò di lei ragiona.

Angelica a costei già non somiglia,
Che era assai più gentile e delicata:
Candido ha il viso e la bocca vermiglia,
Suave guardatura ed affatata,
Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia:
La chioma bionda al capo rivoltata,
Un parlar tanto dolce e mansueto,
Ch'ogni tristo pensier tornava lieto.

Questa ne andava con Orlando a mano,
Come poco di sopra io ve ho contato;
E quella col segnor de Montealbano,
Che incontra gli venìa da l'altro lato,
Con l'arme in dosso sopra Rabicano.
Torindo e il duca Astolfo disarmato,
Prasildo e Iroldo pien di vigoria,
Fanno a Ranaldo onore e compagnia.

Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati,
Ciascun si stette dal suo lato alquanto;
Suonando il corno si fôrno sfidati
Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto.
Pregovi, bei segnor, che ritornati
Ad ascoltarme nel seguente canto,
Perché de l'altre zuffe ch'io contai
Questa è più fiera ed è maggior assai.

Canto ventesimottavo

Chi provato non ha che cosa è amore,
Biasmar potrebbe e due baron pregiati,
Che insieme a guerra con tanto furore
E con tanta ira se erano afrontati,
Dovendosi portar l'un l'altro onore,
Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati:
Massimamente il figlio di Melone,
Che più della battaglia era cagione.

Ma chi cognosce amore e sua possanza,
Farà la scusa di quel cavalliero;
Ché amore il senno e lo intelletto avanza,
Né giova al provedere arte o pensiero.
Giovani e vecchi vanno alla sua danza,
La bassa plebe col segnore altiero;
Non ha remedio amore, e non la morte;
Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte.

E ciò se vide alora manifesto,
Ché Orlando, qual di senno era compito,
Di sua natura si cangiò sì presto,
E venne impazïente allo appetito;
Ed a Ranaldo se fece molesto,
Col qual fu de amistà già tanto unito.
Ora nel campo a morte lo desfida,
Suonando il corno ad alta voce crida:

- Non hai vicino il forte Montealbano,
Che possa con sue mure ora camparte;
Non è teco il fratel de Vivïano,
Qual ti possa giovar con sua mala arte.
Chi te potrà levar dalla mia mano?
Come andarai fuggendo ed in qual parte?
Non è citade al mondo o tenimento,
Ove non abbi fatto un tradimento.

Belisandra robbasti in Barbaria,
Quando gli andasti come mercadante.
Vôi tu forse tornar per quella via,
O fuggir per il regno de Levante
Dove sette fratei per tua folìa
E per le fraude tue, che son cotante,
A tradimento son condutti a morte?
Forse in Tesaglia andar te riconforte?

Re Pantasilicor da te fo preso,
Né usata fu più mai tanta viltate,
Perché, essendo pregion, da te fu impeso,
Sì che non passarai per sue contrate.
E già non posso a pieno aver inteso
Tutte le tue magagne e crudeltate;
Ma so che a Montalbano a notte scura
Né al chiaro giorno è la strata sicura.

So che robbasti il tesoro indïano,
Che a me toccava per dritta ragione,
Perché il re de India, Durastante, al piano
Fu da me morto, e non da te, ladrone.
Sotto la tregua del re Carlo Mano
Robbasti al re Marsilio il suo Macone.
Ora te penti, e fa che ben m'intenda:
Oggi di tanto mal farai l'amenda. -

Ranaldo fece al conte aspra risposta,
Forte suonando il suo corno bondino,
Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta,
Ché or sei vasso ed eri paladino,
E poi che la tua mente è pur disposta
Far la vendetta d'ogni Saracino,
Di qualunque sia morto in ogni lato,
Preso o disfatto, o sia da me robbato.

Ma a te ramento che aggio a vendicare
La morte iniqua d'ogni cristïano.
Don Chiaro il paladin vo' ricordare,
Che l'occidesti in campo di tua mano;
Perciò se ebbe Girardo a disperare,
E per tua colpa divenne pagano.
Ascolta, renegato e maledetto:
Chi dà cagione al mal, lui n'ha il diffetto.

Il padre de Olivier, malvaggio cane,
Venne per tua cagion da Carlo occiso;
Ranaldo di Bilanda per tue mane
Avanti al vecchio patre fo diviso.
E tu quando ti levi la dimane,
Credi acquistar zanzando il paradiso
Con croce e patrinostri? Altro ci vôle
Che per rei fatti dar bone parole.

Ricordate, crudel, che a Monteforte,
Per prender quel castello a tradimento,
Il franco re Balante ebbe la morte,
E ciò fu ben di tuo consentimento,
Ché stavi apresso a Carlo Magno in corte;
Né ti bastando il core o l'ardimento
Di scontrarti con lui sopra al sentiero,
Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. -

Queste parole ed altre più diverse
Dicea Ranaldo con voce rubesta.
Ora più oltra il conte non sofferse,
Ma contra lui se mosse a gran tempesta;
Ciascadun sotto il scudo si coperse,
E con alto furor la lancia arresta,
E vengonsi a ferir con ardimento:
Sembrâr quei duo destrier folgor e vento.

Come nel celo o sopra la marina
Duo venti fieri, orribili e diversi
Scontrano insieme con molta roina,
E fan conche e navigli andar roversi;
E come un rivo dal monte declina,
Con sassi rotti ed arbori dispersi;
Così quei duo baron pien di valore
Se urtarno con altissimo rumore.

Non fu piegato alcun di loro un dito,
A benché delle lancie smisurate
Ciascun troncone insino al celo è gito.
Già son rivolti ed han tratto le spate;
Né intorno fu pagan cotanto ardito
Che non se sbigotisse in veritate,
Quando l'un l'altro rivoltò la faccia
Piena de orrore e de ira e de minaccia.

Non vide il mondo mai cosa più cruda
Che il fiero assalto di questa battaglia,
E ciascun sol mirando trema e suda:
Pensati che fa quel che se travaglia!
In più parte avean lor la carne nuda,
Ché mandate han per terra piastra e maglia.
Ranaldo sopra al conte se abandona,
Nel forte scudo il gran colpo risuona.

Il scudo aperse e il brando dentro passa:
Sopra la spalla gionse al guarnimento,
La piastra del braccial tutta fraccassa.
Sente a quel colpo il conte un gran tormento;
Adosso de Ranaldo andar se lassa,
E ben sembra al soffiar tempesta e vento;
A man sinestra gionge il brando crudo,
Sino alla spalla rompe e parte il scudo.

A poco a poco più l'ira s'accende:
Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte;
Taglio del brando a questo non offende,
Però che era incantato e fu de Almonte,
Ma il cavallier stordito se distende
Per quel colpo superbo che ebbe in fronte,
E rivenne in se stesso in poco d'ora;
Ira e vergogna al petto lo divora.

Stringendo e denti, il forte paladino
Mena a Ranaldo un colpo nella testa:
Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino;
Non fu veduta mai tanta tempesta.
Quel baron tramortito andava e chino,
Via fugge Rabicano, e non s'arresta,
Intorno al campo, e par che metta l'ale;
Al conte Orlando il suo spronar non vale.

Non fu veduto mai tanto peccato,
Quanto era di Ranaldo valoroso,
Ch'era sopra l'arcione abandonato,
E strasinava il brando al prato erboso;
Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato,
Però che a quel gran colpo furïoso
Tanta angoscia sofferse e tanta pena,
Che 'l sangue gli crepò fuor d'ogni vena.

Fuor della bocca usciva e fuor del naso,
Già ne era l'elmo tutto quanto pieno;
Spirto nel petto non gli era rimaso,
Correndo il suo destriero a voto freno.
E così stette in quel dolente caso
Quasi una ora compita, o poco meno;
Ma non fu giamai drago ni serpente
Quale è Ranaldo, allor che se risente.

Non fu ruina al mondo mai maggiore,
Ché l'altre tutte quante questa passa;
Strazia dal petto il scudo, e con rumore
Contro alla terra tutto lo fraccassa.
Fusberta, il crudo brando, a gran furore
Stringe a due mane e le redine lassa,
E ferisce cridando al forte conte:
Proprio lo gionse al mezo della fronte.

Non puotè il colpo sostenire Orlando,
Ma su le croppe la testa percosse;
Le braze a ciascun lato abandonando,
Già non mostra d'aver l'usate posse.
Di qua di là se andava dimenando,
Ed ambe l'anche di sella rimosse;
Poco mancò che 'l stordito barone
Fuor non uscisse al tutto de l'arzone.

Ma come quel che avea forza soprana,
Ben prestamente uscì di quello affanno,
E, riguardando la sua Durindana,
Dicea: "Questo è il mio brando, o ch'io m'inganno;
Questo è pur quel ch'io ebbi alla fontana,
Che ha fatto a' Saracin già tanto danno.
Io me destino veder per espresso
S'io son mutato o pur se 'l brando è desso."

Così diceva: ed intorno guardando,
Vidde un petron di marmore in quel loco;
Quasi per mezo lo partì col brando
Persino al fondo, e mancòvi ben poco.
Poi se volta a Ranaldo fulminando;
Torceva gli occhi, che parean di foco,
D'ira soffiando sì come un serpente;
Mena a due mani e batte dente a dente.

O Dio del celo, o Vergine regina,
Diffendete Ranaldo a questo tratto,
Ché 'l colpo è fiero e di tanta ruina,
Che un monte de diamanti avria disfatto.
Taglia ogni cosa Durindana fina,
Né seco ha l'armatura tregua o patto;
Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone,
Fece che 'l brando colse di piatone.

Se gionto avesse la spada di taglio,
Tutto il fendeva insino in su l'arcione;
Sbergo ni maglia non giovava uno aglio,
Ed era occiso al tutto quel barone.
Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio,
Ché il colpo gli donò tal stordigione,
Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca;
Con tanta furia sopra l'elmo il tocca.

Tutta la gente che intorno guardava
Levò gran crido a quel colpo diverso;
E Marfisa tacendo lacrimava,
Perché pose Ranaldo al tutto perso.
Il conte ad ambe mano anco menava
Per tagliar quel baron tutto a traverso;
E ben puoteva usar di cotal prove:
Ranaldo è come morto e non se move.

Quel colpo sopra lui già non discese,
Ché Angelica alla zuffa era presente.
Lei tenne il conte, e per il braccio il prese,
Ed a lui volta con faccia ridente,
Disse: - Barone, egli è chiaro e palese
Che tra gentile e generosa gente
Solo a parole se osserva la fede:
Senza giurare l'uno a l'altro crede.

Questa matina promisi e giurai
Per una volta di farti contento,
E come e quando tu comandarai;
Ma prima tu dèi trare a compimento
Una impresa per me, come tu sai,
La qual comandar posso a mio talento;
Sì che io te dico, franco paladino,
Incontinente pòneti a camino.

Prendi la strata per questa campagna,
Né te curar de indugia né de posa,
Sin che sei gionto nel regno de Orgagna,
Là dove trovarai mirabil cosa;
Ché una regina piena di magagna
(Così Dio ne la faccia dolorosa!)
Ha fabricato un giardin per incanto,
Per cui destrutto è il regno tutto quanto.

Perché alla guarda del falso giardino
Dimora un gran dragone in su la porta,
Qual ha deserto intorno a quel confino
Tutta la gente del paese, e morta;
Né passa per quel regno peregino,
Né dama o cavalliero alla sua scorta,
Che non sian presi per quelle contrate,
E dati al drago con gran crudeltate.

Onde te prego, se me porti amore,
Come ho veduto per esperïenza,
Che questa doglia me levi del core,
De la qual più non posso aver soffrenza;
E so ben che cotanto è il tuo valore
E 'l grande ardire e l'alta tua potenza,
Che, abenché il fatto sia pericoloso,
Pur nella fin serai vittorïoso. -

Orlando alla donzella presto inchina,
Né se fece pregar più per nïente,
E con tanto furor ratto camina,
Che uscito è già di vista a quella gente.
Or, menando fraccasso e gran roina,
Il fio d'Amon turbato se risente;
Strenge a due mano il furïoso brando
Credendo vendicarse al conte Orlando.

Ma quello è già lontan più de una lega:
Ranaldo se 'l destina di seguire,
Ché mai non vôl con lui pace né trega,
Sin che l'un l'altro non farà morire.
Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega,
E tanto ogniom di lor seppe ben dire,
Che Ranaldo, che avea la mente accesa,
Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.

Questo fin ebbe la battaglia fella.
Tornò Ranaldo a farse medicare;
Parlar li volse Angelica la bella,
Lui per nïente la volse ascoltare,
Ché tanto odio portava a la donzella,
Che apena la puoteva riguardare.
Or lei si parte e vien sopra al girone;
Ranaldo in campo torna al paviglione.

Su nella rocca ritornò la dama,
E de amor si lamenta e di fortuna;
Piange dirottamente e morte chiama,
Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna
Per l'universo una donzella grama,
O nello inferno passò anima alcuna,
Che avesse tanta pena e tale ardore,
Quale io sostengo a l'affannato core?

Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta,
Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire,
Ed è tanto crudel, che non m'ascolta.
Che al manco gli potessi io fare odire
Li affanni che sostengo, una sol volta,
E di poi presto mia vita finire!
Ché dopo morte ancor sarei contenta,
Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.

Ma ciascuna alma disdegnosa e dura
Amando e lacrimando al fin se piega,
Sì che speranza ancor pur mi assicura
Che a un tempo mi darà quel che or mi niega;
E sol di quello è la bona ventura,
Che pacïenzia segue e piange e priega;
E, s'io son fuor di tal condizïone,
Pur stato non serà per mia cagione.

Io vincerò la sua discortesia;
Ancor se placherà, se ben fia tardo,
Faràgli ancor pietà la pena mia,
E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo.
Poi che seguir conviensi questa via,
Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo,
Ché, come intendo e per ciascun se nara,
Cosa del mondo a lui non è più cara.

Orlando più non tornarà giamai,
Ché non giovarà forza né sapere,
Allo estremo periglio ove il mandai:
Far posso del destriero il mio parere.
Ahi re del cel! come forte fallai
A far perir colui che ha tal potere!
Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrire
Quel che tanto amo vederlo morire.

Ora fia morto il bon conte di Brava,
Sol per campar la vita al fio d'Amone.
Quel molto più che sua vita me amava,
Questo non ha di me compassïone;
E certo conscïenza assai me grava,
E vedo ch'io fo pur contra ragione:
Ma la colpa è d'Amor, che senza legge
E soi subietti a suo modo corregge."

Così dicendo chiede una donzella,
Che fu con lei creata piccolina,
Di aria gentile e di dolce favella;
Alla sua dama davanti se inchina.
Disse Angelica a lei: - Va, monta in sella
Calla nel campo di quella regina,
Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione,
Sta nello assedio di questo girone.

Tu montarai sopra il tuo palafreno:
Baiardo, quel destrier, menalo a mano.
Di tende e paviglioni il campo è pieno:
Cerca tu quel del sir de Montealbano.
A lui del bon destrier dà in mano il freno,
E digli, poi ch'egli è tanto inumano
Che comporta ch'io pèra in tante brame,
Non vo' che il suo ronzon mora di fame.

Io non potrebbi mai già comportare,
Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio,
A benché lui mi venne assedïare,
E femmi oltra al dover cotanto oltraggio.
Sol d'una cosa me può biasimare:
Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggio
Sin che avrò spirto in core e sangue adosso,
O voglio o non, però che altro non posso.

A lui ragionarai in cotal guisa,
Ed a trarne risposta abbi lo ingegno;
Ché tanto è la pietà da quel divisa,
Che forse di parlarti avria disdegno.
Partendoti da lui, vanne a Marfisa,
Né far de onore o reverenzia un segno;
Senza smontar d'arcione a lei te accosta,
E da mia parte fa questa proposta.

Diragli ch'io credetti che Agricane
Dovesse per suo esempio spaventare
E le genti vicine e le lontane
Dal non dover con me guerra pigliare;
Ma da poi ch'essa ancor non se rimane,
Che gli altri se potranno ammaestrare
Per lo esempio di lei, che tanto è paccia,
Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. -

La damisella uscì di quel girone,
E giù nel campo subito discese;
La sua ambasciata fece al fio d'Amone
Con bassa voce e ragionar cortese:
Sempre parlando stette ingenocchione.
Io non so dir se ben Ranaldo intese,
Ché, come prima odì chi la mandava,
Voltò le spalle e più non l'ascoltava.

Era con lui Astolfo al paviglione,
Il qual, veggendo la dama partire,
Che seco ne menava il bon ronzone,
Subitamente la prese a seguire,
Dicendo a lei che per dritta ragione
Questo destrier potrebbe ritenire
Come sua cosa, poi che era palese
Che esso l'avea condutto in quel paese.

A concluder, la dama puotea meno,
E il modo non avea da contrastare,
Onde se lasciò tuor di mano il freno:
Adietro l'ebbe Astolfo a remenare.
Or per quel campo d'arme tutto pieno
La messagiera se pone a cercare:
Cerca per tutto, e mai non se rafina,
Sin che fu gionta avanti alla regina.

E non se sbigotì di sua presenzia,
Ma fece sua proposta alteramente,
Con ardire mestiato di prudenzia.
Quella regina, che ha l'animo ardente,
La odìa parlar con poca pacïenzia,
E sol rispose: - Bene è tostamente
Il minacciar d'altrui; ma il fin del gioco
È di cui fa de' fatti e parla poco. -

Lasciamo il ragionar della donzella,
La qual, nel modo che aviti sentito,
Tornò davanti ad Angelica bella;
E ragionamo di quel conte ardito,
Che per li fiori e per l'erba novella
Via caminando è de una selva uscito;
Fuor della selva, a ponto in su quel piano,
Armato è un cavallier con l'asta in mano.

Sopra d'una acqua un ponte marmorino
Tenìa quel cavallier in sua diffesa;
Alla ripa del fiume, ad un bel pino
Stava una dama per le chiome impesa,
La qual facea lamento sì tapino,
Che avrebbe di dolor quella acqua accesa;
Sempre soccorso e mercede domanda,
Di pianto empiendo intorno in ogni banda.

Di lei molta pietà si venne al conte,
E per ella sligare al pino andava.
Ma il campïon, che armato era sul ponte,
- Non andar, cavallier! - forte cridava
- Ché fai a tutto il mondo oltraggio ed onte,
Dando soccorso a quella anima prava;
Perché l'antiqua etade e la novella
Non ebbe mai più falsa damigella.

Per sua malizia sette cavallieri
Sono perduti e per sua fellonia.
Ma ciò contarti non mi fa mestieri,
Che troppo è lungo: vanne alla tua via;
Lasciala stare e prendi altri pensieri. -
Cari segnori e bella baronia,
Stati contenti a quel che aveti odito:
Per questa fiata il canto è qui finito.

Canto ventesimonono

Ne l'altro canto io ve contai che Orlando
Vide il bel pino a lato alla riviera,
Dove la dama impesa lacrimando
Avria mosso a pietate un cor di fiera;
E mentre che lui stava riguardando,
Quello altro campïon con voce altiera
Gli disse: - Cavallier, va alla tua via,
Né dare aiuto a quella dama ria.

La quale adesso ha ben tutta sua voglia,
Poi che sta impesa con le chiome al vento,
E voltasi leggier come una foglia;
E ben fo questo sempre il suo talento:
Or con vana speranza, or certa doglia
Tenir li amanti in estremo tormento.
Come al vento si volge per se stessa,
Così sempre rivolse ogni promessa. -

Rispose il franco conte: - In veritate,
Nella mia mente non posso pensare,
Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate;
In ogni modo la voglio campare,
Né credo che abbi in te tanta viltate,
Che a questa cosa debbi contrastare.
Se offeso sei e di vendetta hai brama,
Ciò non conviene oprar sopra a una dama. -

- Questa donzella - disse il cavalliero
- Fo sempre sì crudele e dispietata,
E tanto vana e d'animo leggiero,
Che drittamente è quivi condennata.
Ma tu forse, baron, tu forastiero
Non sai la istoria di questa contrata,
Però pietà te muove a dar soccorso
A quella che è crudel più che alcuno orso.

Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera
Ben iustamente e per dritta ragione
Fosse nel pino impesa quella fiera.
Lei nacque meco in una regïone,
E fo per sua beltade tanto altiera,
Che mai non fo mirato alcun pavone
Che avesse più superbia nella coda,
Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.

Origille è il suo nome, e la citade
Dove nascemmo Batria è nominata.
Io l'amai sempre dalla prima etade,
Come piacque a mia sorte isventurata;
Lei or con sdegni, or con finta pietade,
Promettendo e negando alcuna fiata,
Me incese di tal fiamma a poco a poco,
Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

Un altro giovanetto ancor l'amava;
Non più di me, ché più non se può dire,
Ma giorni e notti sempre lacrimava,
Quasi condutto a l'ultimo morire.
Locrino il cavallier si nominava,
Qual soffrea per amor tanto martìre,
Che giorno e notte, lacrimando forte,
Chiedea per suo ristor sempre la morte.

Lei l'uno e l'altro con bone parole
E tristi fatti al laccio tenìa preso,
Mostrandoci nel verno le vïole,
E il giaccio nella state al sole acceso;
E benché spesso, come far si suole,
Fosse l'inganno suo da noi compreso,
Non fo l'amor d'alcuno abandonato,
Credendo più ciascuno essere amato.

Più volte avante a lei mi presentai,
Formando le parole nel mio petto,
Ma poi redirle non puote' giamai,
Ché, come io fu' condutto al suo cospetto,
Quel che pensato avea, domenticai,
E sì perdei la voce e l'intelletto
E tutti e sentimenti per vergogna,
Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.

Pur mi diè amore al fin tanta baldanza,
Che un tal parlare a lei da me fu mosso:
"Se voi credesti, dolce mia speranza,
Ch'io potessi soffrir quel che io non posso,
E che la vita mia fosse a bastanza
Del foco che m'ha roso insino a l'osso,
Lasciati tal pensiero in abandono,
Ché se aiuto non ho, morto già sono.

Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno;
E pensar ben doveti in vostro core
Che l'uom die' sostener l'estremo danno
Prima che 'l provi il suo amico maggiore;
Perché essendo ingannato, ogni altro affanno,
Anci la morte, è ben pena minore,
Perché alla fine ogni martìre avanza
Trovarsi vana l'ultima speranza.

Ben lo sa Dio che in altri non ho spene,
E che voi seti quella che più amo;
Soffrir non posso ormai cotante pene:
A l'estremo dolor mercè vi chiamo.
Camparme al vostro onor ben si conviene,
Ché sol per voi servir la vita bramo,
E, se aiuto non dati al mio gran male,
Io moro, e voi perdeti un cor leale."

Non fuor queste parole simulate,
Anci tratte al mio cor della radice;
Lei, che femina è ben in veritate,
(Che tutte son peggior che non se dice),
Fece risposta con gran falsitate,
Per farme più dolente ed infelice,
Dicendo: "Uldarno - (ché così mi chiamo)
- Più che 'l mio spirto e più che gli occhi v'amo.

E se io potessi mostrarne la prova,
Come io posso in voce proferire,
Cosa non ho nel cor che sì me mova,
Quanto al vostro desio poter servire;
E se alcun modo o forma se ritrova,
Ch'io possa contentar questo disire,
Io sono apparecchiata a tutte l'ore,
Pur che si servi insieme il nostro onore.

Ma certamente io vedo una sol via
(Volendo, come io dico, riservare
Nel vostro onor la nominanza mia)
Che ce possiamo insieme ritrovare.
Come sapete, la fortuna ria
Fece a la morte insieme disfidare
Oringo, il cavallier tanto inumano,
Contra a Corbino, mio franco germano.

E fo quel damigello al campo morto,
Dico Corbino, e contra alla ragione,
Ché ancor non era ben ne l'arme scorto,
E l'altro fo più volte al parangone.
Ora per vendicar cotanto torto
Mio patre va cercando un campïone,
Proferendo a ciascuno estremo merto,
Ed hal trovato, o trovaral di certo.

Voi, che portate adunque l'arme indosso
D'Oringo e la sua insegna e il suo cimero,
Fuor de la terra vi serete mosso,
Là dove scontrarete un cavalliero.
Poi che l'un l'altro ve areti percosso,
Pigliar vi lasciareti di legiero,
E questo è solo il modo e la maniera
A far contenta vostra voglia intiera.

Però che quivi sereti menato
Da l'altro cavallier, che ve avrà preso;
Sotto mia guarda stareti legato,
E non temeti già de essere offeso,
Ché a vostra posta vi darò combiato.
E benché 'l patre mio sia d'ira acceso,
Ed abbia molta voluntate e fretta
Di far del suo figliolo aspra vendetta,

Nulla di manco ho già preso il partito
Di poter vosco alquanto dimorare,
Poi mostrarò che via siati fuggito."
Così la falsa m'ebbe a ragionare,
Ed io ben presto presi questo invito,
Né a periglio o fatica ebbi a pensare,
Ché, per trovarme seco ad un sol loco,
Passato avria per mezo un mar di foco.

Addobbato mi fu' subitamente
L'arme de Oringo ed ogni sua divisa;
Ma, come io fu' partito, incontinente
Costei, che del mio mal facea gran risa,
Come quella che è troppo fraudolente
E perfida e crudel for d'ogni guisa,
Partito, come io dico, a lei davante,
Fece chiamare a sé quell'altro amante.

Ciò fu Locrino, de chi ragionai,
Che a un tempo meco questa falsa amava,
E con promesse e con parole assai,
Come sapea ben far, lo alosingava,
Dicendo, se sperar dovea giamai
Guidardon de l'amor che gli mostrava,
Che per un giorno sia suo campïone:
Dïagli Oringo morto, o ver pregione.

Il loco li raconta, ove mandato
M'avea lei stessa fuor de la citate,
E tanto fece al fin, che l'ebbe armato
De insegne contrafatte e divisate,
E fuora venne per trovarmi al prato.
Nel scudo verde ha due corne dorate
E nella sopravesta e nel cimiero,
Come portava un altro cavalliero.

Quel cavallier avea nome Arïante,
Che per insegna le corne portava,
Tanto animoso e di membre aiutante
Che forse un altro par non attrovava.
Questo era d'Origille anco esso amante,
Ed averla per moglie procacciava;
E già col patre de essa stabilito
Avea per patto d'esser suo marito.

Ma prima Oringo dovea conquistare,
Ed a lui presentarlo, o morto o preso.
Or, per far breve il nostro ragionare,
Questo ne venne a quel prato, disteso,
Là dove io stava armato ad aspettare:
Dopo lieve battaglia io mi fui reso.
Credendo a questa falsa esser menato,
Feci poca diffesa e fui pigliato.

Locrino, in questo tempo, il giovanetto,
Nel vero Oringo a caso fu inscontrato,
Né menarno la zuffa da diletto,
Questo d'amore e quel ch'era infiammato.
Fu ferito Locrino a mezo il petto,
Oringo nella testa e nel costato;
E fu l'assalto lor sì crudo e forte,
Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte;

Abench'al fine Oringo fu pregione,
Ché uno amoroso cor vince ogni cosa.
Ora intervenne che 'l crudo vecchione,
Il quale è patre a questa dolorosa,
Avea di far vendetta il cor fellone,
E notte e giorno mai non stava in posa.
Sempre guardando, cerca con gran pena
Se 'l suo campione Oringo ancor li mena.

Ed ecco avanti lo vide venire,
Con la man disarmata e senza brando,
Come colui ch'è preso, a non mentire.
Andogli incontra pallido e tremando,
E apena se ritenne de ferire;
Ma poi, dapresso con lor ragionando,
Cognobbe nella voce e nel sembiante
Che Locrino era quel, non Arïante.

Ben sapea il vecchio che quel giovanetto
La sua figliola avea molto ad amare,
E però gli diceva: "Io ti prometto,
Se questo tuo pregion me vôi donare,
Contento ti farò di quel diletto
Qual più nel mondo mostri desïare.
Se vero è che mia figlia cotanto ami,
Io te contentarò di quel che brami."

Locrino paccio fu presto accordato,
Benché darli il pregion non gli era onore;
Tanto già lui d'amore era spronato,
Che gli avria dato parte del suo core.
Essendo già tra lor fatto il mercato,
La nostra gionta gli pose in errore,
Perché Arïante ed io, che ero pregione,
Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.

Quivi la cosa fu tutta palese
E la cagion de l'arme tramutate.
Alora Oringo molto me riprese,
Che in dosso le sue insegne avea portate;
E tra noi quattro fur molte contese,
E quasi ne venemmo a trar le spate,
Perché Arïante ancor se lamentava
Pur de Locrin, che sua insegna portava.

Nel regno nostro è legge manifesta
Che chiunque porta scudo o ver cimero
D'un altro campïone o d'altra gesta,
È disfamato con gran vitupero,
E se non ha perdon, perde la testa.
Benché 'l statuto sia crudele e fero,
Ché la pena è maggior che la fallanza,
Pur è servata per antiqua usanza.

Avanti al re fu tratta la querella;
Il qual, veggendo tutta la cagione
Essere uscita da questa donzella,
Qual li avea indotto a quella guarnisone,
E con le insegne altrui montare in sella,
Prese consiglio, con molta ragione,
Che, avendo ogniom di noi fatto gran male,
Tutti dian voce a pena capitale:

Oringo, perché morto avea Corbino,
Ch'era garzone, e lui già di gran fama;
Ed Arïante, sì come assassino,
Qual per avere il prezo d'una dama
Avea promesso a quel vecchio mastino
La morte di colui che tanto brama.
Così meco Locrino ad una guisa,
Ché avevamo portata altrui divisa.

Sì iudicati tutti quattro a morte,
Fummo obligati sotto a sacramento
Non uscir for de Batria delle porte,
Sin che non è il iudicio a compimento;
E fece il re da poi ponere a sorte
Chi menar debba la dama al tormento,
Perché lei, che è cagion di tanto errore,
Non aggia morte, ma pena maggiore.

Come tu vedi, per le chiome impesa
Sopra a quel pino al vento se trastulla,
E per farla campare è bene attesa
D'ogni vivanda, e non gli manca nulla.
La prima sorte a me dette la impresa
De stare in guardia alla falsa fanciulla,
E così già tre giorni ho combattuto
Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.

E sette cavallieri ho tratto a fine:
E nomi tutti non te vo' contare;
Mira quei scudi e l'armi peregrine,
Qual ciascadun di lor suolea portare.
Tutti han perduto l'anime tapine
Per voler questa dama liberare;
Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno
Sono attaccati a quel troncon d'intorno.

E se caso averrà ch'io pur sia morto,
Oringo e poi Locrino ed Arïante
Verran l'un dopo l'altro a questo porto,
Ciascun di me più fiero ed aiutante;
E però, cavalliero, io te conforto
Che non te curi di passare avante,
Perché qualunche al ponte non se attiene,
Aver battaglia meco li conviene. -

Orlando stava attento al cavalliero
Che avea contata lunga diceria;
Ma la donzella da quel pino altiero
Forte piangendo il cavallier mentia,
Dicendo che malvaggio era e sì fiero,
Che la tormenta sol per fellonia,
E perché è dama e non può far diffesa,
La tien per crudeltate al pino appesa.

E che sette baroni a tradimento
Aveva occiso, e non per sua virtute,
E per dar tema agli altri e gran spavento
Tenea quei scudi in mostra e le barbute.
Così dicea la dama, e con lamento
Parlava al conte per la sua salute,
Per Dio pregando e sempre per pietate,
Che non la lasci in tanta crudeltate.

Non stette Orlando già molto a pensare,
Perché pietà lo mosse incontinente,
Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare,
O che prenda battaglia di presente.
Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare;
Ciascadun volta il suo destrier corrente,
E vengonsi a ferir con cruda guerra:
Al primo incontro Orlando il pose in terra.

Poi che fu il cavallier caduto al piano,
Il conte prestamente al pino andava.
Sopra una torre a quel ponte era un nano,
Che incontinente un gran corno suonava;
Dopo quel suono apparve a mano a mano
Un cavalliero armato, che cridava,
E morte al conte e gran pena minaccia,
Se s'avicina al pino a vinte braccia.

Il conte aveva integra ancor sua lanza;
Presto se volta, e quella al fianco arresta,
E ferisce al baron con tal possanza,
Che sopra al prato il fie' batter la testa.
Ma far nova battaglia ancor gli avanza,
Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta,
E gionge il terzo cavalliero armato:
Sì come gli altri andò disteso al prato.

Sopra la torre il nano il corno suona:
Il quarto cavallier ne vien palese.
Orlando contra lui forte sperona,
E con fraccasso a terra lo distese.
Poi tutti come morti li abandona,
E passa il ponte senza altre contese,
E gionge al pino e smonta della sella:
Salisce al tronco e spicca la donzella.

Giù per le rame la portava in braccio,
E quella dama lo prese a pregare,
Poiché tratta l'avea di tale impaccio,
Che via con seco la voglia portare,
Perché di lei serìa fatto gran straccio,
Se quivi se lasciasse ritrovare.
Orlando la assicura e la conforta,
In croppa se la pone, e via la porta.

Era la dama di estrema beltate,
Malicïosa e di losinghe piena;
Le lacrime teneva apparecchiate
Sempre a sua posta, com'acqua di vena.
Promessa non fie' mai con veritate,
Mostrando a ciascadun faccia serena;
E se in un giorno avesse mille amanti,
Tutti li beffa con dolci sembianti.

Come io dissi, la porta il conte Orlando;
E già partito essendo di quel loco,
Lei con dolci parole ragionando
Lo incese del suo amore a poco a poco.
Esso non se ne avide e, rivoltando
Pur spesso il viso a lei, prende più foco,
E sì novo piacer gli entra nel core,
Che non ramenta più l'antiquo amore.

La dama ben s'accorse incontinente,
Come colei che è scorta oltra misura,
Che quel baron d'amore è tutto ardente,
Onde a infiamarlo più pone ogni cura;
E con bei motti e con faccia ridente
A ragionar con seco lo assicura;
Però che 'l conte, ch'era mal usato,
D'amor parlava come insonnïato.

Mille anni pare a lui che asconda il sole,
Per non avere al scur tanta vergogna;
Perché, benché non sappia dir parole,
Pur spera de far fatti alla bisogna;
Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole,
E fra se stesso quel giorno rampogna,
Qual più de gli altri gli par longo assai,
Né a quella sera crede gionger mai.

E così cavalcando a passo a passo,
Ragionando più cose intra di loro,
A mezo il prato ritrovarno un sasso,
Che è scritto tutto intorno a littre d'oro,
E trenta gradi, dalla cima al basso,
Avea tagliato con netto lavoro;
Per questi gradi in cima se saliva
A quel petron, che asembra fiamma viva.

Disse la dama al conte: - Or te assicura,
Se hai, come io credo, la virtù soprana,
Che in questo sasso è la maggior ventura
Che sia nel mondo tutto, e la più strana.
Monta quei gradi e sopra quella altura:
La pietra è aperta a guisa di fontana;
Ivi te appoggia, e giù callando il viso
Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. -

Il conte non vi fece altro pensiero:
Certo il demonio e Dio veder si crede,
Ed alla dama lascia il suo destriero.
Lei, come gionto sopra il sasso il vede,
Forte ridendo disse: - Cavalliero,
Non so se seti usato a gire a piede,
Ma so ben dir che usar ve gli conviene:
Io vado in qua; Dio ve conduca bene. -

Così dicendo volta per quel prato,
E via fuggendo va la falsa dama.
Rimase il conte tutto smemorato,
E sé fuor d'intelletto e paccio chiama,
Benché serìa ciascun stato ingannato,
Ché di legier si crede a quel che s'ama;
Ma lui la colpa dà pure a se stesso,
Locchio e balordo nomandosi spesso.

Non sa più che se fare il paladino,
Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro.
Torna a guardare il sasso marmorino,
E va leggendo quelle littre d'oro.
Quivi ritrova che sepolto è Nino,
Qual fu già re di questo tenitoro,
E fece Ninivè, l'alta citate,
Che in ogni verso è lunga tre giornate.

Ma lui, che de guardare ha poca cura,
Poi che ha perduto il suo destrier soprano,
Smonta dolente della sepoltura;
E, caminando a piede per il piano,
La notte gionge e tutto il cel se oscura.
Vede una gente, e non molto lontano;
E così andando ognior più s'avicina,
Perché la gente verso lui camina.

Dirovi tutta quanta poi la cosa,
Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco,
E serà di piacere e dilettosa;
Ma poi la contaremo in altro loco,
Perché il cantar della storia amorosa
È necessario abandonare un poco,
Per ritornare a Carlo imperatore,
E ricontarvi cosa assai maggiore.

Cosa maggior, né di gloria cotanta
Fu giamai scritta, né di più diletto,
Ché del novo Rugier quivi si canta,
Qual fu d'ogni virtute il più perfetto
Di qualunche altro che al mondo si vanta.
Sì che, segnori, ad ascoltar vi aspetto,
Per farvi di piacer la mente sazia,
Se Dio mi serva al fin la usata grazia.

Libro secondo

Canto primo

Nel grazïoso tempo onde natura
Fa più lucente la stella d'amore,
Quando la terra copre di verdura,
E li arboscelli adorna di bel fiore,
Giovani e dame ed ogni creatura
Fanno allegrezza con zoioso core;
Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa,
Fugge il diletto e quel piacer si lassa.

Così nel tempo che virtù fioria
Ne li antiqui segnori e cavallieri,
Con noi stava allegrezza e cortesia,
E poi fuggirno per strani sentieri,
Sì che un gran tempo smarirno la via,
Né del più ritornar ferno pensieri;
Ora è il mal vento e quel verno compito,
E torna il mondo di virtù fiorito.

Ed io cantando torno alla memoria
Delle prodezze de' tempi passati,
E contarovi la più bella istoria
(Se con quïete attenti me ascoltati)
Che fusse mai nel mondo, e di più gloria,
Dove odireti e degni atti e pregiati
De' cavallier antiqui, e le contese
Che fece Orlando alor che amore il prese.

Voi odireti la inclita prodezza
E le virtuti de un cor pellegrino,
L'infinita possanza e la bellezza
Che ebbe Rugiero, il terzo paladino;
E benché la sua fama e grande altezza
Fu divulgata per ogni confino,
Pur gli fece fortuna estremo torto,
Ché fu ad inganno il giovanetto morto.

Nel libro de Turpino io trovo scritto
Come Alessandro, il re di gran possanza,
Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto
E visto il mare e il cel per sua arroganza,
Fu d'amor preso nel regno de Egitto
De una donzella, ed ebbela per manza;
E per amor che egli ebbe a sua beltade,
Sopra il mar fece una ricca citade.

E dal suo nome la fece chiamare,
Dico Alessandria, ed ancor si ritrova;
Dapoi lui volse in Babilonia andare,
Dove fu fatta la dolente prova,
Che un suo fidato l'ebbe a velenare,
Onde convien che 'l mondo si commova,
E questo un pezzo e quello un altro piglia;
Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.

Stava in Egitto alora la fantina,
Che fu nomata Elidonia la bella,
Gravida de sei mesi la meschina.
Quando sentitte la trista novella,
Veggendo il mondo che è tutto in ruina,
Intrò soletta in una navicella,
Che non avea governo di persona,
Ed a fortuna le vele abandona.

Lo vento in poppa via per mar la caccia,
In Africa quel vento la portava.
Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia,
La barca a poco a poco in terra andava.
Quella donzella, levando la faccia,
Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava:
A questo aiuto piangendo dimanda,
E per mercede se gli racomanda.

Quel la ricolse con umanitate,
E poi che 'l terzo mese fu compito,
Ne la capanna di sua povertate
La dama tre figlioli ha parturito.
Quivi fu fatta poi quella citate
Che Tripoli è nomata, in su quel lito,
Per gli tre figli che ebbe quella dama;
Tripoli ancora la cità se chiama.

E come il cel dispone gioso in terra,
Fôrno quei figli di tanto valore,
Che il re Gorgone vinsero per guerra,
Qual de l'Africa prima era segnore.
L'un d'essi fu nomato Sonniberra,
Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore;
Il secondo Attamandro, e il terzo figlio
Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.

E tre germani preser segnoria
De Africa tutta, come io ho contato,
E la rivera della Barberia
E la terra de' Negri in ogni lato.
Non per prodezza né per vigoria,
Non per gran senno acquistâr tutto il stato,
Ma la natura sua, ch'è tanto bona,
Tirava ad obedirli ogni persona.

Perché l'un più che l'altro fu cortese,
E sempre l'acquistato hanno a donare;
Onde ogni terra e ciascadun paese
Di grazia gli veniva a dimandare.
E così subiugâr senza contese
Dallo Egitto al Morocco tutto il mare,
Ed infra terra quanto andar si puote
Verso il deserto, alle gente remote.

Morirno senza eredi e duo maggiori,
E solo Argante il regno tutto prese,
Che ebbe nel mondo trïonfali onori;
E di lui l'alta gesta poi discese,
Della casa Africana e gran segnori,
Che ferno a' Cristïan cotante offese,
E preser Spagna con grande arroganza,
Parte de Italia, e tempestarno in Franza.

Nacque di questo il possente Barbante,
Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano;
E fu di questa gente re Agolante,
Di cui nacque il feroce re Troiano,
Qual in Bergogna col conte d'Anglante
Combattè e con duo altri sopra il piano,
Ciò fu don Chiaro e 'l bon Rugier vassallo:
Da lor fu morto, e certo con gran fallo.

Del re Troiano rimase un citello,
Sette anni avea quando fu il patre occiso:
Di persona fu grande e molto bello,
Ma di terribil guardo e crudel viso.
Costui fu de' Cristian proprio un flagello,
Sì come in questo libro io ve diviso.
State, segnori, ad ascoltarme un poco,
E vederiti il mondo in fiamma e in foco.

Vinti duo anni il giovanetto altiero
Ha già passati, ed ha nome Agramante,
Né in Africa si trova cavalliero
Che ardisca di guardarlo nel sembiante,
Fuor che un altro garzone, ancor più fiero,
Che vinti piedi è dal capo alle piante,
Di summo ardire e di possanza pieno;
Questo fu figlio del forte Ulïeno.

Ulïeno di Sarza, il fier gigante,
Fu patre a quel guerrier di cui ragiono,
Qual fu tanto feroce ed arrogante,
Che pose tutta Francia in abandono;
E dove il sol si pone e da levante
De l'alto suo valor odise il suono.
Or vo' contarvi, gente pellegrine,
Tutta la cosa dal principio al fine.

Fece Agramante a consiglio chiamare
Trentaduo re, che egli ha in obidïenzia;
In quattro mesi gli fie' radunare,
E fuor tutti davanti a sua presenzia.
Chi vi gionse per terra e chi per mare.
Non fu veduta mai tanta potenzia;
Trentadue teste, tutte coronate,
Biserta entrarno, in quella gran citate.

Era in quel tempo gran terra Biserta,
Che oggi è disfatta al litto alla marina,
Però che in questa guerra fu deserta:
Orlando la spianò con gran roina.
Or, come io dissi, alla campagna aperta
Fuor se accampò la gente saracina;
Dentro a la terra entrarno con gran festa
Trentaduo re con le corone in testa.

Eravi un gran castello imperïale,
Dove Agramante avea sua residenzia:
Il sol mai non ne vide uno altro tale,
Di più ricchezza e più magnificenzia.
A duo a duo montarno i re le scale,
Coperti a drappi d'ôr per eccellenzia;
Intrarno in sala, e ben fu loro aviso
Veder il celo aperto e il paradiso.

Lunga è la sala cinquecento passi,
E larga cento aponto per misura:
Il cel tutto avea d'oro a gran compassi,
Con smalti rossi e bianchi e di verdura.
Giù per le sponde zaffiri e ballassi
Adornavan nel muro ogni figura,
Però che ivi intagliata, con gran gloria,
Del re Alessandro vi è tutta la istoria.

Lì si vedea lo astrologo prudente,
Qual del suo regno se ne era fuggito,
Che una regina in forma de serpente
Avea gabbata, e preso il suo appetito.
Poi se vedeva apresso incontinente
Nato Alessandro, quel fanciullo ardito,
E come dentro ad una gran foresta
Prese un destrier che avea le corna in testa.

Buzifal avea nome quel ronzone:
Così scritto era in quella depintura;
Sopra vi era Alessandro in su l'arcione,
E già passato ha il mar senza paura.
Qui son battaglie e gran destruzïone:
Quel re di tutto il mondo non ha cura;
Dario gli venne incontra in quella guerra,
Con tanta gente che coprì ogni terra.

Alessandro il superbo l'asta abassa,
Pone a sconfitta tutta quella gente,
E più Dario non stima ed oltra passa;
Ma quel ritorna ancora più possente,
E di novo Alessandro lo fraccassa.
Poi se vedeva Basso il fraudolente,
Che a tradimento occide il suo segnore,
Ma ben lo paga il re di tanto errore.

E poi si vede in India travargato,
Natando il Gange, che è sì gran fiumana;
Dentro a una terra soletto è serrato,
Ed ha d'intorno la gente villana.
Ma lui ruina il muro in ogni lato
Sopra a' nemici e quella terra spiana;
Passa più oltra e qui non se ritiene;
Ecco il re d'India, che adosso gli viene.

Porone ha nome, ed è sì gran gigante:
Non ritrova nel mondo alcun destriero,
Ma sempre lui cavalca uno elefante.
Or sua prodezza non gli fa mestiero,
Né le sue gente, che n'avea cotante,
Perché Alessandro, quel segnore altiero,
Vivo lo prende; e, com'om di valore,
Poi che l'ha preso, il lascia a grande onore.

Eravi ancora come il basilisco
Stava nel passo sopra una montagna,
E spaventa ciascun sol col suo fisco,
E con la vista la gente magagna;
Come Alessandro lui se pose a risco
Per quella gente ch'era alla campagna,
E, per consiglio di quel sapïente,
Col specchio al scudo occise quel serpente.

In somma ogni sua guerra ivi è depinta
Con gran ricchezza e bella a riguardare.
Possa che fu la terra da lui vinta,
A duo grifon nel cel si fa portare
Col scudo in braccio e con la spada cinta;
Poi dentro a un vetro se calla nel mare,
E vede le balene e ogni gran pesce,
E campa, e ancor quivi di fuora n'esce.

Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa,
Vedesi lui che è vinto da l'amore;
Perché Elidonia, quella grazïosa,
Con soi begli occhi gli ha passato il core.
Evi da poi sua morte dolorosa,
Come Antipatro, il falso traditore,
L'ha avelenato con la coppa d'oro;
Poi tutto 'l mondo è in guerra e gran martoro.

Fugge la dama misera tapina,
Ed è ricolta dal vecchio cortese,
E parturisce in ripa alla marina
Tre fanciulletti alle rete distese;
Ed evi ancor la guerra e la roina
Che fanno e tre germani in quel paese,
Sonniberra, Attamandro e il bello Argante:
L'opre di lor sono ivi tutte quante.

Intrarno e re la gran sala mirando,
Ciascun per meraviglia venìa meno;
Genti legiadre e donzelle danzando
Aveano il catafalco tutto pieno.
Trombe, tamburi e piffari sonando,
Di romor dolce empian l'aer sereno.
Sopra costoro ad alto tribunale
Stava Agramante in abito reale.

Ad esso fier' quei re gran riverenzia,
Tutti chinando alla terra la faccia;
Lui gli racolse con lieta presenzia,
E ciascadun di lor baciando abraccia.
Poi fece a l'altra gente dar licenzia.
Incontinente la sala se spaccia:
Restarno i re con tutti e consiglieri,
Duci e marchesi e conti e cavallieri.

Di qua di là da l'alto tribunale
Trentadue sedie d'ôr sono ordinate;
Poi l'altre son più basse e diseguale,
Pur vi sta gente di gran dignitate.
Là più si parla, chi bene e chi male,
Secondo che ciascuno ha qualitate;
Ma, come odirno il suo segnor audace,
Subitamente per tutto si tace.

Lui cominciò: - Segnor, che ivi adunati
Seti venuti al mio comandamento,
Quanto cognosco più che voi me amati,
Come io comprendo per esperimento,
Più debbo amarvi ed avervi onorati;
E certamente tutto il mio talento
È sempre mai d'amarvi, e il mio disio
Che 'l vostro onor se esalti insieme e il mio.

Ma non già per cacciare, o stare a danza,
Né per festeggiar dame nei giardini,
Starà nel mondo nostra nominanza,
Ma cognosciuta fia da tamburini.
Dopo la morte sol fama ne avanza,
E veramente son color tapini
Che d'agrandirla sempre non han cura,
Perché sua vita poco tempo dura.

Né vi crediate che Alessandro il grande,
Qual fu principio della nostra gesta,
Per far conviti de ottime vivande
Vincesse il mondo, né per stare in festa.
Ora per tutto il suo nome si spande,
E la sua istoria, che è qui manifesta,
Mostra che al guadagnar d'onor si suda,
E sol s'acquista con la spada nuda.

Onde io vi prego, gente di valore,
Se di voi stessi aveti rimembranza,
E se cura vi tien del vostro onore,
S'io debbo aver di voi giamai speranza,
Se amati ponto me, vostro segnore,
Meco vi piaccia di passare in Franza,
E far la guerra contra al re Carlone
Per agrandir la legge di Macone. -

Più oltra non parlava il re nïente,
E la risposta tacito attendia.
Fu diverso parlar giù tra la gente,
Secondo che 'l parer ciascuno avia.
Tenuto era fra tutti il più prudente
Branzardo, quel vecchion, re di Bugia,
E, veggendo che ogni om solo a lui guarda,
Levasi al parlamento e più non tarda.

- Magnanimo segnor, - disse il vecchione,
- Tutte le cose de che se ha scïenzia,
O ver che son provate per ragione,
O per esempio, o per esperïenzia;
E così, rispondendo al tuo sermone,
Dapoi ch'io debbo dir la mia sentenzia,
Dirò che contra del re Carlo Mano
Il tuo passaggio fia dannoso e vano.

Ed evi a questo ragion manifesta.
Carlo potente al suo regno si serra,
Ed ha la gente antiqua di sua gesta,
Che sempre sono usati insieme a guerra;
Né, quando la battaglia è in più tempesta,
Lasciaria l'un compagno l'altro in terra;
Ma a te bisogna far tua gente nova,
Qual con l'usata perderà la prova.

Esempio ben di questo ci può dare
Il re Alessandro, tuo predecessore,
Che con gente canuta passò il mare,
Ma insieme usata con tanto valore.
Dario di Persia il venne a ritrovare,
E messe molta gente a gran romore:
Perché l'un l'altro non recognoscia,
Morta e sconfitta fu quella zinia.

La esperïenzia voria volentieri
Poterla dimostrare in altra gente
Che nella nostra, perché Caroggieri,
Qual del bisavol tuo fu discendente,
Passò in Italia con molti guerreri.
Tutti fôr morti con pena dolente:
Fu morto Almonte e Agolante il soprano,
E dopo tutti il tuo patre Troiano.

Sì che lascia per Dio! la mala impresa,
E frena l'ardir tuo con tempo e spaccio.
Dolce segnor, s'io te faccio contesa,
Sicuramente più de gli altri il faccio,
E d'ogni danno tuo troppo mi pesa,
Ché piccoletto t'ho portato in braccio;
E tanto più me stringe il tuo periglio,
Ch'io te ho come segnore e come figlio. -

Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato,
Poi nel suo loco ritorna a sedere.
In piedi un altro vecchio fu levato,
Ch'è 'l re d'Algoco, ed ha molto sapere:
Nostro paese avea tutto cercato,
Però che fu mandato a provedere
Dal re Agolante ogni nostro confino,
Ed è costui nomato il re Sobrino.

- Segnor, - disse costui - la barba bianca,
Qual porto al viso, dà forse credenza
Che per vecchiezza l'animo mi manca;
Ma per Macon ti giuro e sua potenza,
Che, a bench'io senta la persona stanca,
De l'animo non sento differenza
Da quel ch'egli era nel tempo primiero,
Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.

Sì che non creder che per codardia
Il tuo passaggio voglio sconfortare,
Né per la tema della vita mia,
Che in ogni modo poco può durare.
Benché di piccol tempo e breve sia,
Spender la voglio sì come ti pare;
Ma, come quel che son tuo servo antico,
Quel che meglio mi par, conseglio e dico.

Sol per duo modi in Franza pôi passare:
Quei lochi ho tutti quanti già cercati.
L'uno è verso Acquamorta il dritto mare:
Partito serìa quel da disperati,
Ché, come in terra vogli dismontare,
Staranno al litto e Cristïani armati,
Tutti ordinati nel suo guarnimento:
Dece di lor varran de' nostri cento.

Par l'altro modo più convenïente,
Passando giù nel stretto al Zibeltaro:
Marsilio re di Spagna, il tuo parente,
Avrà questa tua impresa molto a caro,
E teco ne verrà con la sua gente,
Né avrà Cristianitate alcun riparo.
Così se dice, ma il mio core estima
Che più serà che fare al fin, che prima.

Nella Guascogna scenderemo al piano,
E quella gente poneremo al basso;
Ma qui ritrovaremo a Montealbano
Ranaldo il crudo, che diffende il passo.
Dio guardi ciascadun dalla sua mano!
Non si può contrastare a quel fraccasso;
Poi che l'avrai sconfitto e discacciato,
Ancor te assalirà da un altro lato.

Carlo verrà con tutta la sua corte:
Non è nel mondo gente più soprana.
Né stimar che sian dentro da le porte,
Ma sotto alle bandiere, in terra piana.
Verrà quel maladetto che è sì forte,
Che ha il bel corno d'Almonte e Durindana:
Non è riparo alcuno a sua battaglia,
Ché ciò che trova, con la spada taglia.

Cognosco Gano e cognosco il Danese,
Che fu pagano, e par proprio un gigante,
Re Salamone e Oliviero il marchese,
Ad uno ad un lor gente tutte quante.
Nui se trovamo seco alle contese,
Quando passò tuo avo, il re Agolante;
Io gli ho provati: possote acertare
Che 'l bon partito è de lasciargli stare. -

Parlò in tal forma quel vecchio canuto,
Quale io ve ho racontata, più né meno.
Il re de Sarza fu un giovane arguto:
Questo era il figlio del forte Ulïeno,
Maggiore assai del patre e più membruto.
Nullo altro fu d'ardir più colmo e pieno,
Ma fu superbo ed orgoglioso tanto,
Che disprezava il mondo tutto quanto.

Levossi in piede e disse: - In ciascun loco
Ove fiamma s'accende, un tempo dura
Piccola prima, e poi si fa gran foco;
Ma come viene al fin, sempre se oscura,
Mancando del suo lume a poco a poco.
E così fa l'umana creatura,
Che, poi che ha di sua età passato il verde,
La vista, il senno e l'animo si perde.

Questo ben chiar si vede nel presente
Per questi duo che adesso hanno parlato,
Perché ciascun di lor già for prudente,
Ora è di senno tutto abandonato,
Tanto che niega al nostro re potente
Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato;
Così dà sempre ogni capo canuto
Più volentier consiglio che lo aiuto.

Non vi domanda consiglio il segnore,
Se ben la sua proposta aveti intesa,
Ma per sua riverenza e vostro onore
Seco il passaggio alla reale impresa.
Qualunque il niega, al tutto è traditore,
Sì che ciascun da me faccia diffesa,
Qual contradice al mandato reale,
Ch'io lo disfido a guerra capitale. -

Così parlava il giovanetto acerbo,
Che è re di Sarza, come io vi contai.
Rodamonte si chiama quel superbo,
Più fier garzon di lui non fu giamai;
Persona ha de gigante e forte nerbo:
Di sue prodezze ancor diremo assai.
Or guarda intorno con la vista scura,
Ma ciascun tace ed ha di lui paura.

Era in consiglio il re di Garamanta,
Quale era sacerdote de Apollino,
Saggio, e de gli anni avea più de nonanta,
Incantatore, astrologo e indovino.
Nella sua terra mai non nacque pianta,
Però ben vede il celo a ogni confino:
Aperto è il suo paese a gran pianura;
Lui numera le stelle e il cel misura.

Non fu smarito il barbuto vecchione,
A benché Rodamonte ancor minaccia,
Ma disse: - Bei segnor, questo garzone
Vôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia.
Pur che esso non ascolti il mio sermone,
Il mal che mi può far, tutto mi faccia;
Ascoltati de Dio voi le parole,
Ché non di lui, ma de gli altri mi dole.

Gente devota, odeti ed ascoltati
Ciò che vi dice il dio grande Apollino:
Tutti color che in Francia fian portati,
Dopo la pena del lungo camino
Morti seranno e per pezzi tagliati,
Non ne camparà grande o picciolino:
E Rodamonte con sua gran possanza
Diverrà pasto de' corbi de Franza. -

Poi che ebbe detto, se pose a sedere
Quel re, che ha molta tela al capo involta.
Ridendo Rodamonte a più potere
La profezia di quel vecchione ascolta.
Ma quando quieto lo vide e tacere,
Con parlare alto e con voce disciolta
- Mentre che siam qua, - disse - io son contento
Che quivi profetezi a tuo talento;

Ma quando tutti avrem passato il mare,
E Franza struggeremo a ferro e a foco,
Non me venistù intorno a indovinare,
Perch'io serò il profeta di quel loco.
Male a quest'altri pôi ben minacciare,
A me non già, che ti credo assai poco,
Perché scemo cervello e molto vino
Parlar te fa da parte de Apollino. -

Alla risposta di quello arrogante
Riseno molti e odirla volentieri.
Giovani assai della gente africante
A quell'impresa avean gli animi fieri;
Ma e vecchi, che passâr con Agolante
E che provarno e nostri cavallieri,
Mostravan che questo era per ragione
De Africa tutta la destruzïone.

Grande era giù tra quelli il ragionare,
Ma il re Agramante, stendendo la mano,
Pose silenzio a questo contrastare;
Poi con parlar non basso e non altano
Disse: - Segnor, io pur voglio passare
In ogni modo contra a Carlo Mano,
E voglio che ciascun debbia venire,
Ch'io soglio comandar, non obedire.

Né vi crediate, poi che la corona
Serà di Carlo rotta e dissipata,
Aver riposo sotto a mia persona.
Vinta che sia la gente battizata,
Adosso a li altri il mio cor se abandona,
Fin che la terra ho tutta subiugata;
Poi che battuta avrò tutta la terra,
Ancor nel paradiso io vo' far guerra. -

Or chi vedesse Rodamonte il grande
Levarsi allegro con la faccia balda,
- Segnor, - dicendo - il tuo nome si spande
In ogni loco dove il giorno scalda;
Ed io te giuro per tutte le bande
Tenir con teco la mia mente salda;
In celo e ne l'inferno il re Agramante
Seguirò sempre, o passarogli avante. -

Questo affirmava il re di Tremisona,
Sempre seguirlo per monte e per piano:
Alzirdo ha nome, ed ha franca persona.
Questo affirmava il forte re de Orano,
Che pur quello anno avea preso corona;
E 'l re de Arzila, levando la mano,
Promette a Macometto e giura forte
Seguire il suo segnor sino alla morte.

Che bisogna più dir? ché ciascun giura:
Beato chi mostrar si può più fiero!
Non vi si vede faccia di paura,
Ciascun minaccia con sembiante altiero.
Benché a quei vecchi par la cosa dura,
Pur ciascadun promette di legiero;
Ma il re di Garamanta, quel vecchione,
Comincia un'altra volta il suo sermone

- Segnor, - dicendo - io voglio anch'io morire
Poi che al tutto è disfatta nostra gente;
Teco in Europa ne voglio venire.
Saturno, che è segnor dello ascendente,
Ad ogni modo ci farà perire;
Sia quel che vôle, io non ne do nïente,
Ché in ogni modo ho tanti anni al gallone,
Che campar non puotria lunga stagione.

Ma ben ti prego per lo Dio divino,
Che al manco in questo me vogli ascoltare.
Ciò te dico da parte de Apollino,
Da poi che hai destinato di passare.
Nel regno tuo dimora un paladino,
Che di prodezza in terra non ha pare;
Come ho veduto per astrologia,
Il megliore omo è lui che al mondo sia.

Or te dice Apollino, alto segnore,
Che se con teco avrai questo barone,
In Francia acquistarai pregio ed onore,
E cacciarai più volte il re Carlone.
Se vuoi sapere il nome e il gran valore
Del cavalliero e la sua nazïone,
Sua matre del tuo patre fu sorella,
E fu nomata la Galacïella.

Questo barone è tuo fratel cugino,
Che ben provisto t'ha Macon soprano
De far che quel guerrier sia saracino,
Ché, quando fusse stato cristïano,
La nostra gente per ogni confino
Tutta a fraccasso avria mandato al piano.
Il patre di costui fu il bon Rugiero,
Fiore e corona de ogni cavalliero.

E la sua matre misera, dolente,
Da poi che fu tradito quel segnore,
E la città de Rissa in foco ardente
Fu ruïnata con molto furore,
Tornò la tapinella a nostra gente,
E parturì duo figli a gran dolore;
E l'un fu questo di cui t'ho parlato:
Rugier, sì come il patre, è nominato.

Nacque con esso ancora una citella,
Ch'io non l'ho vista, ma ha simiglianza
Al suo germano, e fior d'ogni altra bella,
Perché esso di beltate il sole avanza.
Morì nel parto alor Galacïella,
E' duo fanciulli vennero in possanza
D'un barbasore, il quale è nigromante,
Che è del tuo regno, ed ha nome Atalante.

Questo si sta nel monte di Carena,
E per incanto vi ha fatto un giardino,
Dove io non credo che mai se entri apena.
Colui, che è grande astrologo e indovino,
Cognobbe l'alta forza e la gran lena
Che dovea aver nel mondo quel fantino,
Però nutrito l'ha, con gran ragione,
Sol di medolle e nerbi di leone;

Ed hallo usato ad ogni maestria
Che aver se puote in arte d'armeggiare;
Sì che provedi d'averlo in balìa,
A bench'io creda che vi avrai che fare.
Ma questo è solo il modo e sola via
A voler Carlo Mano disertare;
Ed altramente, io te ragiono scorto,
Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. -

Così parlava quel vecchio barbuto:
Ben crede a sue parole il re Agramante,
Perché tra lor profeta era tenuto
E grande incantatore e nigromante,
E sempre nel passato avea veduto
Il corso delle stelle tutte quante,
E sempre avanti il tempo predicia
Divizia, guerra, pace, caristia.

Incontinente fu preso il partito
Quel monte tutto quanto ricercare,
Sin che si trovi quel giovane ardito,
Che deggia seco il gran passaggio fare.
Questo canto al presente è qui finito;
Segnor, che seti stati ad ascoltare,
Tornati a l'altro canto, ch'io prometto
Contarvi cosa ancor d'alto diletto.

Canto secondo

Se quella gente, quale io v'ho contata
Ne l'altro canto, che è dentro a Biserta,
Fusse senza indugiar di qua passata,
Era Cristianità tutta deserta,
Però che era in quel tempo abandonata
Senza diffesa: questa è cosa certa,
Ché Orlando alora e il sir de Montealbano
Sono in levante al paese lontano.

De Orlando io vi contai pur poco avante,
Che Brigliadoro avea perso, il ronzone,
Quando la dama con falso sembiante
L'avea fatto salire a quel petrone.
Ora lasciamo quel conte d'Anglante,
Ch'io vo' contar de l'altro campïone,
Dico Ranaldo, il cavalliero adorno,
Qual con Marfisa a quel girone è intorno.

E mentre che Agramante e sua brigata
Va cercando Rugier, qual non se trova,
Ranaldo, che ha la mente anco adirata,
Poi che visto non ha l'ultima prova
Della battaglia ch'io ve ho racontata,
Sempre il sdegno crudel più si rinova:
Dico della battaglia ch'io contai,
Ch'ebbe col conte con tormento assai.

Né sa pensar per qual cagion partito
Sia il conte Orlando da quella frontera,
Perché né l'un né l'altro era ferito,
Poco o nïente d'avantaggio vi era.
Ben stima lui che non serìa fuggito
Mai con vergogna per nulla maniera:
Ma, sia quel che si voglia, è destinato
Sempre seguirlo insin che l'ha trovato.

Poi che venuta fu la notte bruna,
Armase tutto e prende il suo Baiardo,
E via camina al lume della luna.
Astolfo a seguitarlo non fu tardo,
Ché vôl con lui patire ogni fortuna.
Iroldo è seco e Prasildo gagliardo;
E già non seppe la forte regina
De lor partita insino alla mattina.

E mostrò poi d'averne poca cura,
O sì o no che ne fusse contenta.
Cavalcano e baroni alla pianura
D'un chiuso trotto, che giamai non lenta.
Ora passata è via la notte scura,
E l'aria de vermiglio era dipenta,
Perché l'alba serena, al sol davante,
Facea il ciel colorito e lustrigiante.

Davanti a gli altri il figlio del re Otone,
Astolfo dico, sopra a Rabicano,
Dicendo sue devote orazïone,
Come era usato il cavallier soprano.
Ecco davanti sede in su un petrone
Una donzella e batte mano a mano;
Battese 'l petto e battese la faccia
Forte piangendo, e le sue treccie straccia.

- Misera me! - diceva la donzella
- Misera me! tapina! isventurata!
O parte del mio cor, dolce sorella,
Così non fosti mai nel mondo nata,
Poi che quel traditor sì te flagella!
Meschina me! meschina! abandonata!
Poi che fortuna mi è tanto villana,
Ch'io non ritrovo aiuto a mia germana. -

- Qual cagione hai, - Astolfo gli diciva
- Che ti fa lamentar sì duramente? -
In questo ragionar Ranaldo ariva,
Gionge Prasildo e Iroldo di presente.
La dama tutta via forte piangiva,
Sempre dicendo: - Misera! dolente!
Con le mie mane io mi darò la morte,
S'io non ritrovo alcun che mi conforte. -

Poi, vòlta a quei baron, dicea: - Guerrieri,
Se aveti a' vostri cor qualche pietate,
Soccorso a me per Dio! che n'ho mestieri
Più che altra che abbia al mondo aversitate.
Se drittamente seti cavallieri,
Mostratimi per Dio! vostra bontate
Contra a un ribaldo, falso, traditore,
Pien di oltraggio villano e di furore.

Ad una torre non quindi lontana
Dimora quel malvaso furibondo,
Di là da un ponte, sopra a una fiumana
Che poi fa un lago orribile e profondo.
Io là passava ed una mia germana,
La più cortese dama che aggia il mondo;
E quel ribaldo del ponte discese,
La mia germana per le chiome prese,

Villanamente quella strascinando,
Sin che di là dal ponte fu venuto.
Io sol cridavo e piangia lamentando,
Né gli puotea donare alcuno aiuto.
Lui per le braccia la venne legando
Al tronco de un cipresso alto e fronduto,
E poi spogliata l'ebbe tutta nuda,
Quella battendo con sembianza cruda. -

Abondava alla dama sì gran pianto,
Che non puotea più oltra ragionare.
A tutti quei baron ne incresce tanto
Quanto mai si potrebbe imaginare;
E ciascadun di lor si dona vanto,
Sapendo il loco, de ella liberare,
Ed in conclusïone il duca anglese
A Rabicano in croppa quella prese.

E forse da due miglia han cavalcato,
Quando son gionti al ponte di quel fello.
Quel ponte per traverso era chiavato
De una ferrata, a guisa di castello,
Che arivava nel fiume a ciascun lato;
Nel mezo a ponto a ponto era un portello.
A piedi ivi si passa de legieri,
Ma per strettezza non vi va destrieri.

Di là dal ponte è la torre fondata
In mezo a un prato de cipresso pieno;
Il fiume oltra quel campo se dilata
Nel lago largo un miglio, o poco meno.
Quivi era presa quella sventurata,
Ch'empiva di lamenti il cel sereno;
Tutta era sangue quella meschinella,
E quel crudele ognior più la flagella.

A piede stassi armato il furïoso:
Dalla sinistra ha di ferro un bastone,
Il flagello alla destra sanguinoso;
Batte la dama fuor de ogni ragione.
Iroldo di natura era pietoso:
Ebbe di quella tal compassïone,
Che licenzia a Ranaldo non richiede,
Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,

Perché a destrier non se puote passare,
Come io ve ho detto, per quella ferrata.
Quando il crudele al ponte il vide entrare,
Lascia la dama al cipresso legata.
Il suo baston di ferro ebbe a impugnare,
E qui fo la battaglia incominciata;
Ma durò poco, perché quel fellone
Percosse Iroldo in testa del bastone;

E come morto in terra se distese,
Sì grande fu la botta maledetta.
Quello aspro saracino in braccio il prese,
E via correndo va come saetta,
Ed in presenzia a gli altri lì palese
Come era armato dentro il lago il getta.
Col capo gioso andò il barone adorno:
Pensati che già su non fie' ritorno.

Ranaldo de l'arcione era smontato
Per gire alla battaglia del gigante,
Ma Prasildo cotanto l'ha pregato,
Che fu bisogno che gli andasse avante.
Quel maledetto l'aspetta nel prato,
E tien alciato il suo baston pesante;
Questa battaglia fu come la prima:
Gionse il bastone a l'elmo nella cima.

Quel cade in terra tutto sbalordito;
Via ne 'l porta il Pagano furibondo,
E, proprio come l'altro a quel partito,
Gettalo armato nel lago profondo.
Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito,
Poiché quel par d'amici sì iocondo
Tanto miseramente ha già perduto,
E presto sì, che a pena l'ha veduto.

Turbato oltra misura, il ponte passa
Con la vista alta e sotto l'arme chiuso;
Va su l'aviso e tien la spada bassa,
Come colui che è di battaglia aduso.
Quell'altro del bastone un colpo lassa,
Credendol come e primi aver confuso;
Ma lui, che del scrimire ha tutta l'arte,
Leva un gran salto e gettasi da parte.

Lui d'un gran colpo tocca quel fellone,
Ferendo a quel con animo adirato;
Ma l'arme di colui son tanto bone,
Che non han tema di brando arrodato.
Durò gran pezzo quella questïone:
Ranaldo mai da lui non fu toccato,
Cognoscendo colui che è tanto forte,
Che gli avria dato a un sol colpo la morte.

Esso ferisce di ponta e di taglio,
Ma questo è nulla, ché ogni colpo è perso,
E tal ferire a quel non nôce uno aglio.
Mosse alto crido quello omo diverso,
E via tra' il suo bastone a gran sbaraglio
Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso,
E tutto gli fraccassa in braccio il scudo:
Cade Ranaldo per quel colpo crudo.

A benché in terra fo caduto apena,
Che salta in piedi e già non se sconforta;
Ma quel feroce, che ha cotanta lena,
Prendelo in braccio e verso il lago il porta.
Ranaldo quanto può ben se dimena,
Ma nel presente sua virtute è morta:
Tanto di forza quel crudel l'avanza,
Che de spiccarsi mai non ha possanza.

Correndo quel superbo al lago viene,
E come gli altri il vol gioso buttare;
A lui Ranaldo ben stretto si tiene,
Né quel si può da sé ponto spiccare.
Cridò il crudel: - Così far si conviene! -
Con esso in braccio giù se lascia andare;
Con Ranaldo abracciato il furïoso
Cadde nel lago al fondo tenebroso.

Né vi crediati che faccian ritorno,
Ché quivi non vale arte di notare,
Perché ciascuno avea tante arme intorno,
Che avrian fatto mille altri profondare.
Astolfo ciò vedendo ebbe tal scorno,
Che è come morto e non sa che si fare.
Perso Ranaldo ed affocato il vede,
Né, ancor vedendo, in tutto bene il crede.

Presto dismonta e passa la ferrata,
In ripa al lago corse incontinente.
Una ora ben compita era passata,
Dentro a quell'acqua non vede nïente.
Or s'egli aveva l'alma adolorata
Dovetelo stimar certanamente;
Poi che perduto ha il suo caro cugino,
Più che si far non sa quel paladino.

Passava il ponte ancor quella donzella
Ed a l'alto cipresso se ne è gita;
Dal troncon desligò la sua sorella,
E de' soi panni l'ebbe rivestita.
Astolfo non attende a tal novella,
Preso di doglia cruda ed infinita:
Crida piangendo e battese la faccia,
Chiedendo morte a Dio per sola graccia.

E tanto l'avea vento il gran dolore,
Che se volea nel lago trabuccare,
Se non che le due dame con amore
L'andarno dolcemente a confortare.
- Che? - dician lor - Baron d'alto valore,
Adunque ve voleti disperare?
Non se cognosce la virtute intera
Se non al tempo che fortuna è fiera. -

Molti saggi conforti gli san dare,
Or l'una or l'altra con suave dire,
E tanto seppen bene adoperare,
Che da quel lago lo ferno partire.
Ma come venne Baiardo a montare,
Credette un'altra volta di morire,
Dicendo: - O bon ronzone! egli è perduto
Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? -

Molte altre cose a quel destrier dicia
Piangendo sempre il duca amaramente;
In mezo de due dame ne va via,
Baiardo ha sotto il cavallier valente.
Sopra de Rabican l'una venìa,
L'altra de Iroldo avea il destrier corrente;
Quel de Prasildo, tutto desligato
E senza briglia, rimase nel prato.

E caminando insino a mezo il giorno,
Ad un bel fiume vennero arivare,
Dove odirno suonare uno alto corno.
Ora de Astolfo vi voglio lasciare,
Perché agli altri baron faccio ritorno,
Che ad Albraca la rocca hanno a guardare,
E sempre fan battaglia a gran diffesa
Contra a Marfisa di furore accesa.

Torindo era di fuor con la regina,
Ed ha un messaggio a Sebasti mandato,
Alla terra di Bursa, che confina
A Smirne, a Scandeloro in ogni lato:
Per tutta la Turchia con gran roina
Ciascun che può venir ne venga armato.
Questi conduce il forte Caramano,
Che de Torindo è suo carnal germano.

Egli ha giurato mai non si partire
D'intorno a quella rocca al suo vivente,
Sin che non vede Angelica perire
Di fame o foco, e tutta la sua gente;
Però sì gran brigata fie' venire,
Per esser fuor nel campo sì potente,
Che non possan gir quei de dentro intorno,
Che or mille volte n'escon fuora il giorno.

Perché il fiero Antifor e il re Ballano
Stan sempre armati sopra dello arcione;
Oberto dal Leone e re Adrïano,
Re Sacripante e il forte Chiarïone
Sopra la gente di Marfisa al piano
Callano spesso a gran destruzïone;
La dama esser non puote in ogni loco,
Ché ben fuggian da lei come dal foco.

Acciò che 'l fatto ben vi sia palese,
Aquilante non vi era, né Grifone,
Né Brandimarte, il cavallier cortese.
Questo fo il primo che lasciò il girone,
Perché l'amor de Orlando tanto il prese,
Nel tempo che con lui fu compagnone,
Che, come sua partenza oditte dire,
Subitamente se 'l pose a seguire.

E figli de Olivieri il simigliante
Ferno ancor lor la seguente matina,
Dico Grifone e 'l fratello Aquilante:
E tanto ogni om de' duo forte camina,
Che al conte Orlando trapassarno avante.
Essendo gionti sopra a una marina,
In mezo ad un giardin tutto fiorito
Trovarno un bel palagio su quel lito.

Una logia ha il palagio verso il mare,
Davanti vi passarno e duo guerreri;
Quivi donzelle stavano a danzare,
Ché vi avean suon diversi e ministeri.
Grifon passando prese a dimandare
A duo, che tenian cani e sparavieri,
Di cui fosse il palagio; e l'un rispose:
- Questo si chiama il Ponte dalle Rose.

Questo è il mar del Baccù, se nol sapeti.
Dove è il palagio adesso e 'l bel giardino,
Era un gran bosco, ben folto de abeti,
Dove un gigante, che era malandrino,
Stava nel ponte che là giù vedeti;
Né mai passava per questo confino
Una donzella o cavalliero errante,
Che lor non fusse occisi dal gigante.

Ma Poliferno fu bon cavalliero,
E da poi fatto re per suo valore,
Occise quel gigante tanto fiero;
Tagliò poi tutto il bosco a gran furore,
Dove fece piantar questo verziero,
Per fare a ciascadun che passi, onore.
Ciò vedreti esser ver, come io vi dico;
Al ponte anco ha mutato il nome antico.

Ché 'l Ponte Periglioso era chiamato,
Or dalle Rose al presente si chiama:
Ed è così provisto ed ordinato,
Che ciascun cavalliero ed ogni dama,
Quivi passando, sia molto onorato,
Acciò che se oda nel mondo la fama
Di quel bon cavallier, che è sì cortese
Che merta lodo in ciascadun paese.

Là non potreti adunque voi passare,
Se non giurati, a la vostra leanza,
Per una notte quivi riposare;
Sì ch'io ve invito a prender qui la stanza,
Prima che indrieto abbiati a ritornare. -
Disse Grifon: - Questa cortese usanza
Da me, per la mia fè, non serà guasta,
Se 'l mio germano a questo non contrasta. -

Disse Aquilante: - Sia quel che ti piace. -
E così dismontarno alla marina.
Verso il palagio va Grifone audace,
Ed Aquilante apresso li camina.
Gionti a la logia, non se pôn dar pace,
Tanta era quella adorna e peregrina.
Dame con gioco e festa, ministreri
Vennero incontra a quei duo cavallieri.

Incontinenti fôrno disarmati,
E con frutti e confetti e coppe d'oro
Se rinfrescarno e cavallier pregiati,
Poi nella danza entrarno anche con loro.
Ecco a traverso de' fioriti prati
Venne una dama sopra Brigliadoro;
Istupefatto divenne Grifone,
Come alla dama vide quel ronzone.

Similmente Aquilante fu smarito,
E l'uno e l'altro la danza abandona,
E verso quella dama se ne è gito,
E ciascadun di lor seco ragiona,
Dimandando a qual modo e a qual partito
Abbia il destriero, e che è della persona
Che suolea cavalcar quel bon ronzone.
Lei d'ogni cosa li rende ragione,

Come colei che è falsa oltra misura,
E del favolegiare avea il mestiero.
Dicea che sopra un ponte alla pianura
Avea trovato morto un cavalliero,
Con una sopravesta di verdura
E uno arboscello inserto per cimiero;
E che un gigante apresso morto gli era,
Feso d'un colpo insino alla gorgiera;

Che già non era il cavallier ferito,
Ma pista d'un gran colpo avea la testa.
Quando Aquilante questo ebbe sentito,
Ben gli fuggì la voglia di far festa,
Dicendo: - Ahimè! baron, chi t'ha tradito?
Ch'io so ben che a battaglia manifesta
Non è gigante al mondo tanto forte,
Qual condutto se avesse a darti morte. -

Grifon piangendo ancor se lamentava,
E di gran doglia tutto se confonde;
E quanto più la dama dimandava,
Più de Orlando la morte gli risponde.
La notte oscura già s'avicinava,
Il sol di drieto a un monte se nasconde;
E duo baron, ch'avean molto dolore,
Nel palagio alogiarno a grande onore.

La notte poi nel letto fuor' pigliati,
E via condutti ad una selva oscura,
Dove fôrno a un castello impregionati,
Al fondo d'un torrion con gran paura,
Dove più tempo sterno incatenati,
Menando vita dispietata e dura.
Un giorno il guardïan fuora li mena,
Legati ambe le braccia di catena.

Seco legata mena la donzella
Che sopra Brigliadoro era venuta;
Un capitano con più gente in sella
In questa forma quei baron saluta:
- Oggi aveti a soffrir la morte fella,
Se Dio per sua pietate non ve aiuta. -
La dama se cambiò nel viso forte,
Come sentì che condutta era a morte.

Ma già non se cambiarno e duo germani,
Ciascuno è bene a Dio racomandato.
Avanti a sé scontrarno in su quei piani
Un cavalliero a piedi e tutto armato.
Eran da lui ancor tanto lontani,
Che non l'avrebbon mai rafigurato;
Ma poi dirovi a ponto questo fatto,
Che nel presente più di lor non tratto;

E tornovi a contar di quel castello
Qual era assedïato da Marfisa.
Chiarïone ogni giorno era al zambello
Con gli altri che la istoria vi divisa;
La regina cacciava or questo or quello,
Ma non la aspetta alcun per nulla guisa;
Già tutti quanti, eccetto Sacripante,
L'avian provata nel tempo davante.

Esso non era della rocca uscito,
Però che nella prima questïone
De una saetta fu alquanto ferito,
Sì che non può vestir sua guarnisone.
Già tutto un mese integro era compito
Poi che qua gionto fu il re Galafrone,
Quando tutti e baroni una matina
Saltâr nel campo di quella regina.

Cridan le gente: - Ad arme! - tutte quante;
Ciascun di quei baron sembra leone.
Il re Ballano a tutti vien davante,
Poi Antifor e Oberto e Chiarïone,
Il re Adrïano è drieto e Sacripante:
Di quella gente fan destruzïone.
Ben ha cagion ciascun de aver paura,
Tutta è coperta a morti la pianura.

L'un doppo l'altro de quei baron fieri
Venian di qua di là, gente tagliando;
I scudi hanno alle spalle e bon guerrieri,
E ciascuno a due man mena del brando.
Vanno a terra pedoni e cavallieri,
Ogniom davanti a lor fugge tremando;
Rotti e spezzati vanno a gran furore:
Ecco Marfisa gionta a quel rumore.

Giunse alla zuffa la dama adirata:
Già non bisogna tempo a lei guarnire,
Però che sempre se trovava armata.
Quando Ballano la vide venire,
Che ben sapea sua forza smisurata,
In altra parte mostra di ferire,
E più li piace ciascuno altro loco
Che la presenza di quel cor di foco.

Già tutti insieme avean prima ordinato
Che l'un con l'altro se debba aiutare,
Perché la dama ha l'animo adirato
E contra a tutti vôlse vendicare.
Come Ballano adunque fu voltato,
Lei prende dietro a quello a speronare,
Cridando: - Volta! volta! can fellone,
Ché oggi non giongi tu dentro al girone. -

Così cridando il segue per il piano;
Ma il forte Antifor de Albarossia
Di drieto la ferisce ad ambe mano;
Lei non mostra curare e tira via.
Disposta è di pigliare il re Ballano,
Che a spron battuti innanzi le fuggia;
Vien di traverso Oberto a gran tempesta,
E lei ferisce al mezo della testa.

Non se ne cura la dama nïente,
Ché dietro al re Ballano in tutto è volta.
Or Chiarïone a guisa di serpente
Mena a due mani e ne l'elmo l'ha còlta,
Ma lei non cura il colpo e non lo sente;
Tutta a seguir Ballano è lei disciolta.
Lui, che a le spalle sente la regina,
Voltasi e mena un colpo a gran ruina.

Mena a due mano e le redine lassa,
Gionse nel scudo alla dama rubesta;
Come una pasta per traverso il passa,
E mezo il tira a terra a gran tempesta.
Lei gionse lui ne l'elmo e lo fraccassa,
E ferillo aspramente nella testa;
Sì come morto l'abatte disteso,
Dalle sue gente incontinente è preso.

Ma non vi pone indugio la donzella,
Per la campagna caccia Chiarïone;
Ciascun de gli altri adosso a lei martella;
Non gli stima lei tutti un vil bottone.
Già tolto Chiarïone ha fuor di sella,
E via lo manda preso al paviglione;
Questo veggendo quel de Albarossia,
A più poter davanti li fuggia.

Ma lei lo gionse e ne l'elmo l'afferra;
Al suo dispetto lo trasse de arcione,
E poi tra le sue gente il getta a terra
Come fusse una palla di cottone.
Or comincia a finirse la gran guerra,
Però che 'l re Adrïano è già pregione;
Re Sacripante qui non se ritrova,
Altrove abatte e fa mirabil prova.

Oberto dal Leon, quel sire arguto,
Mette a sconfitta sol tutta una schiera.
Marfisa da lontan l'ebbe veduto,
Spronagli adosso la donzella fiera;
Da cima al fondo gli divise il scuto,
E fende sotto il sbergo ogni lamiera,
E maglia e zuppa tutta disarmando
Sino alla carne fie' toccare il brando.

Quel cavallier, turbato oltra misura,
Lascia a due mano un gran colpo di spata.
Di cotal cosa la dama non cura,
Né parve aponto che fosse toccata:
Ché l'elmo che avea in capo e l'armatura
Tutta era per incanto fabricata;
Ma lei contra de Oberto s'abandona,
Sopra de l'elmo un gran colpo gli dona.

Con tal roina quel colpo discende,
Che l'elmo non l'arresta de nïente;
La fronte a mezo il naso tutta fende,
Il brando calla giù tra dente e dente,
E l'arme e busto taglia, e ciò che prende.
Mena a fraccasso la spada tagliente,
Né mai si ferma insino in su l'arcione:
Cadde in due parte Oberto dal Leone.

Re Sacripante col brando a due mano
Fende e nemici e taglia per traverso;
Tuttavia combattendo, di lontano
Ebbe veduto quel colpo diverso,
Quando Oberto in due parte cadde al piano.
Non ha l'animo lui per questo perso,
Ma, speronando con molta roina,
Col brando in mano afronta la regina;

E nella gionta un gran colpo li mena:
Non ebbe mai la dama uno altro tale,
Che quasi se stordì con grave pena.
Par che il re Sacripante metta l'ale,
Né l'estrema possanza e l'alta lena
Della regina a questo ponto vale;
Tanto è veloce quel baron soprano,
Che ciascun colpo della dama è vano.

Egli era tanto presto quel guerrero,
Che a lei girava intorno come occello,
E schiffava e soi colpi de legiero,
Ferendo spesso a lei con gran flagello.
Frontalate avea nome quel destriero,
Qual fu cotanto destro e tanto isnello,
Che quando Sacripante a quello è in cima,
Gli omini tutti e il mondo non istima.

Quel bon destrier, che fu senza magagna,
E sì compito che nulla gli manca,
Baglio era tutto a scorza di castagna,
Ma sino al naso avea la fronte bianca.
Nacque a Granata, nel regno di Spagna:
La testa ha schietta e grossa ciascuna anca;
La coda e côme bionde a terra vano,
E da tre piedi è quel destrier balzano.

Quando gli è sopra Sacripante armato,
De aspettar tutto il mondo si dà vanto;
Ben ha di lui bisogno in questo lato,
Né mai ne la sua vita ne ebbe tanto,
Dapoi che con Marfisa èssi afrontato.
La zuffa vi dirò ne l'altro canto,
Che per l'uno e per l'altro, a non mentire,
Assai fu più che far ch'io non so dire.

Canto terzo

Marfisa vi lasciai, ch'era affrontata
Ne l'altro canto al re de Circasia.
Benché sia forte la dama pregiata,
Quel re circasso un tal destriero avia,
Che non vi era vantaggio quella fiata.
De ira Marfisa tutta se rodia,
E mena colpi fieri ad ambe mano;
Ma nulla tocca e ciascaduno è vano.

Ecco il re che ne vien come un falcone,
Gionge a traverso quella nel guanzale;
Essa risponde a lui d'un riversone
Quanto puote più presto, ma non vale,
Ché via passa de un salto quel ronzone
Da l'altro lato, come avesse l'ale.
Mena a quel canto ancor la dama adorna:
De un altro salto lui di qua ritorna.

Il re percosse lei sopra una spalla,
Ma non se attacca a quella piastra il brando,
E giù nel scudo con fraccasso calla,
Quanto ne prende a terra roïnando.
Or se Marfisa un sol colpo non falla,
Per sempre il pone della vita in bando;
Se una sol volta a suo modo l'afferra,
Feso in due pezzi lo distende a terra.

Come un castello in cima d'un gran sasso
Intorno è d'ogni parte combattuto,
Giù manda pietre e travi a gran fraccasso,
Chiunche è di sotto sta ben proveduto;
Mentre che la roina calla al basso,
Ciascun cerca schiffando darsi aiuto:
Questa battaglia avea cotal sembiante,
Che è tra Marfisa e il forte Sacripante.

Lei sembrava dal celo una saetta,
Quando menava sua spada tagliente,
E mettia nel ferir cotanta fretta,
Che l'aria sibillava veramente.
Ma giamai Sacripante non l'aspetta,
Mai non è in terra quel destrier corrente;
Di qua, di là, da fronte e da le spalle,
Quasi in un tempo col brando l'assalle.

Tutto il cimier gli avea tagliato in testa
E rotto il scudo a quella zuffa dura;
Stracciata tutta avea la sopravesta,
Ma non puotea falsar quella armatura.
Intorno da ogni canto li tempesta:
Lei di suo tempestar nulla si cura;
Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera
Finire a un colpo quella guerra fiera.

Tra loro il primo assalto era finito,
Ed era l'uno e l'altro retirato;
Un messagier nel viso sbigotito
Nel campo ariva ed è molto affannato.
Dove era Sacripante esso ne è gito,
E stando a lui davanti ingenocchiato,
Piangendo disse con grave sconforto:
- Male novelle del tuo regno porto.

Re Mandricardo, che fu de Agricane
Primo figliol e del suo regno erede,
Ha radunato le gente lontane
E nella Circassia già posto ha il piede,
E morto ha il tuo fratel con le sue mane.
Te solamente el tuo regno richiede;
Come ti veda nel campo scoperto
Re Mandricardo, fuggirà di certo.

Perché venne novella in quel paese
Della tua morte, e gran malenconia.
Quel re malvaso, come questo intese,
Passò nel regno con molta zenia;
Al fiume di Lovasi il ponte prese,
Ed arse la cità di Samachia;
Quivi Olibandro, il tuo franco germano,
Come io t'ho detto, occise di sua mano.

Poi tutto il regno come una facella
Mena a roina e mette a foco ardente;
E tu combatti per una donzella,
Né te muove pietà della tua gente,
Che sol te aspetta e sol di te favella,
E de altro aiuto non spera nïente.
La tua patria gentil per tutto fuma,
Il fer la strazia e il foco la consuma. -

Cangiosse il re gagliardo al viso altiero,
E lacrimava di dolore e de ira,
E rivoltava in più parte il pensiero;
Sdegno ed amore il petto gli martira.
L'uno a vendetta il muove de legiero,
L'altro a diffesa di sua dama il tira;
Al fin, voltando il core ad ogni guisa,
Ripone il brando e va nanti a Marfisa.

A lei raconta la cosa dolente
Che questo messagier gli ha riportata,
E la destruzïon della sua gente,
Contra a ragione a tal modo menata;
Onde la prega ben piatosamente,
Quanto giamai potesse esser pregata,
Con dolce parolette e bel sermone,
Che indi se parta e lasci quel girone.

Marfisa li comincia a proferire
Tutta sua gente e la propria persona;
Ma de volerse quindi dipartire
Non vôl ch'altri, né lui mai ne ragiona:
Sin che non veda Angelica perire,
Quella impresa giamai non abandona.
Adunque mal d'acordo più che prima,
Ciascun de l'ira più salisce in cima.

E cominciarno assalto orrendo e fiero
Più che mai fosse stato ancor quel giorno.
Re Sacripante ha quel presto destriero,
A modo usato le volava intorno,
E ben comprende lui che di legiero
Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno;
Ché, se molta ventura non l'aita,
Ad un sol colpo è sua guerra finita.

Ma de straccarla al tutto se destina
O ver morir per sua mala ventura,
E ferisce la dama a gran roina;
Ma non se attacca il brando a l'armatura,
E non se move la forte regina,
Come colei che tal cosa non cura.
E' mena colpi orrendi ad ambe mano,
Ma sempre falla e se affatica in vano.

Tanto lunga tra lor fu la battaglia,
Che altro tempo bisogna al ricontare.
Adesso di saperla non ve incaglia,
Ché a loco e a tempo ve saprò tornare;
Ma nel presente io torno alla travaglia
Del re Agramante, che ha fatto cercare
Il monte di Carena a ogni sentiero,
E non si trova il paladin Rugiero.

Mulabuferso, che è re di Fizano,
Fier di persona e d'ogni cosa esperto,
Cercato ha tutto quel gran monte invano,
Qua verso il mare e là verso il deserto,
Sì che nel fuoco poneria la mano,
Che in cotal loco non è lui di certo;
Onde a Biserta torna ad Agramante,
E con tal dire a lui si pone avante:

- Segnor, per fare il tuo comandamento
Cercato ho di Carena il monte altiero;
Dopo lunga fatica e grave stento
Visto ho l'ultimo dì quel che il primiero.
Onde io te acerto e affermo in iuramento,
Che là non se ritrova alcun Rugiero;
Quel già fu morto a Rissa con gran guai,
Né altro credo io che sia più nato mai.

Sì che, piacendo al re di Garamanta,
Dove il dimori puote indovinare,
Poi che quella arte di saper si vanta;
Ma noi ben siam più pacci ad aspettare
Questo vecchiardo, che le serpe incanta,
Ché già dovremmo aver passato il mare.
Lui va cercando quel che non se trova,
Perché tua gente a guerra non se mova. -

Re Rodamonte, come l'ebbe odito,
A gran fatica lo lasciò finire.
Forte ridendo, con sembiante ardito
Disse: - Ciò prima ben sapevo io dire,
Che quello aveva il nostro re schernito,
Volendo questa guerra differire.
Mal aggia l'omo che dà tanta fede
Al ditto di altri e a quel che non si vede!

Nova maniera al mondo è di mentire,
E tanto è già di ciò poca vergogna,
Che a misurare il celo han preso ardire
Per far più colorita sua menzogna,
Annunzïando quel che die' venire.
E' conta a ciascadun quel che si sogna,
Dicendo che Mercurio e Iove e Marte
Qua faran pace, e guerra in quelle parte.

Se egli è alcun dio nel cel, ch'io nol so certo,
Là stassi ad alto, e di qua giù non cura:
Omo non è che l'abbia visto esperto,
Ma la vil gente crede per paura.
Io de mia fede vi ragiono aperto
Che solo il mio bon brando e l'armatura
E la maza ch'io porto, e 'l destrier mio
E l'animo ch'io ho, sono il mio dio.

Ma il re di Garamanta, nella cenere
Segnando cerchi con verga d'olivo,
Dice che quando il sol fia gionto a Venere,
Sarà d'ogni malizia il mondo privo;
E quando a primavera l'erbe tenere
Seran fiorite nel tempo giolivo,
Alor non debba il re passare in Franza,
Ma stiasi queto e grattasi la panza.

Del mio ardito segnor mi meraviglio,
Che queste zanze possa supportare;
Ma se questo vecchion nel zuffo piglio,
Che qua ce tiene e non ce lascia andare,
In Franza il ponerò senza naviglio.
Per l'aria lo trarò di là dal mare;
Non so che me ritenga, e manca poco
Ch'io non vi mostri adesso questo ioco. -

Sorrise alquanto quel vecchio canuto,
Poi disse: - Le parole e il viso fiero
Che mi dimostra quel giovane arguto,
Non mi pôn spaventare a dirvi il vero.
Come vedeti, egli ha il viso perduto,
Benché mai tutto non l'avesse intiero,
Né se cura di Dio, né Dio de lui;
Lasciànlo stare e ragionam d'altrui.

Io ve dissi, segnore, e dico ancora,
Che sopra la montagna di Carena
Quel giovane fatato fa dimora,
Che al mondo non ha par di forza e lena;
Né so se ve ricorda, io dissi alora
Che se avrebbe a trovarlo molta pena,
Però che 'l suo maestro è negromante,
E ben lo guarda, ed ha nome Atalante.

Questo ha un giardino al monte edificato,
Quale ha di vetro tutto intorno il muro,
Sopra un sasso tanto alto e rilevato
Che senza tema vi può star sicuro.
Tutto d'incerco è quel sasso tagliato;
Benché sia grande a maraviglia e duro,
Da gli spirti de inferno tutto quanto
Fu in un sol giorno fatto per incanto.

Né vi si può salir, se nol concede
Quel vecchio che là sopra è guardïano.
Omo questo giardin giamai non vede,
O stiali apresso o passi di lontano.
Io so che Rodamonte ciò non crede:
Mirati come ride quell'insano!
Ma se uno annel ch'io sazo, pôi avere,
Questo giardino ancor potrai vedere.

L'annello è fabricato a tal ragione
(Come più volte è già fatto la prova)
Che ogni opra finta de incantazïone
Convien che a sua presenzia se rimova.
Questo ha la figlia del re Galafrone,
Qual nel presente in India se ritrova,
Presso al Cataio, intra un girone adorno,
Ed ha l'assedio di Marfisa intorno.

Se questo annello in possanza non hai,
Indarno quel giardin se può cercare,
Ma sii ben certo non trovarlo mai.
Dunque senza Rugier convien passare,
E tutti sosterriti estremi guai,
Né alcun ritornarà di qua dal mare;
Ed io ben vedo come vôl fortuna
Che Africa tutta sia coperta a bruna. -

Poi che ebbe il vecchio re così parlato
Chinò la faccia lacrimando forte.
- Più son - dicea - de gli altri sventurato,
Ché cognosco anzi il tempo la mia sorte;
Per vera prova di quel che ho contato,
Dico che gionta adesso è la mia morte:
Come il sol entra in cancro a ponto a ponto,
Al fine è il tempo di mia vita gionto.

Prima fia ciò che una ora sia passata;
Se comandar volete altro a Macone,
A lui riportarò vostra ambasciata.
Tenete bene a mente il mio sermone,
Ch'io l'aggio detto e dico un'altra fiata:
Se andati in Franza senza quel barone
Qual ve ho mostrato che è la nostra scorta,
Tutta la gente fia sconfitta e morta. -

Non fu più lungo il termine o più corto,
Come avea detto quel vecchio scaltrito:
Nel tempo che avea detto cadde morto.
Il re Agramante ne fu sbigotito,
E preseno ciascun molto sconforto;
E qualunche di prima era più ardito,
Veggendo morto il re nanti al suo piede,
Ciò che quel disse, veramente crede.

Ma sol de tutti Rodamonte il fiero
Non se ebbe di tal cosa a spaventare,
Dicendo: - Anco io, segnor, ben che legiero,
Avria saputo questo indovinare;
Ché quel vecchio malvaggio e trecolero
Più lungamente non puotea campare.
Lui, che era de anni e de magagne pieno,
Sentia la vita sua che venìa meno.

Or par che egli abbi fatto una gran prova,
Poi che egli ha detto che 'l debbe morire.
È forse cosa istrana o tanto nova
Vedere un vecchio la vita finire?
Stative adunque, e non sia chi si mova;
Di là dal mare io vo' soletto gire,
E provarò se 'l celo ha tal possanza,
Che me diveti incoronare in Franza. -

E più parole non disse nïente,
Ma quindi se partì senza combiato.
In Sarza ne va il re che ha il core ardente,
E poco tempo vi fu dimorato,
Che alla città de Algier è con sua gente,
Per travargare il mar da l'altro lato.
Dipoi vi contarò del suo passaggio,
E la guerra che 'l fece e il gran dannaggio.

Li altri a Biserta sono al parlamento:
Diverse cose se hanno a ragionare.
Il re Agramante ha ripreso ardimento,
E vole ad ogni modo trapassare.
Ciascuno andar con esso è ben contento,
Purché Rugier si possi ritrovare;
Non si trovando, ogniom vi va dolente:
Il re Agramante anco esso a questo assente.

E nel consiglio fa promissïone,
Se alcun si trova che sia tanto ardito
Che a quella figlia del re Galafrone
Vada a levar l'annel che porta in dito,
Re lo farà di molte regïone,
E ricco di tesor troppo infinito.
Tutti han la cosa molto bene intesa,
Ma non se vanta alcun di tale impresa.

Il re de Fiessa, che è tutto canuto,
Disse: - Segnor, io voglio un poco uscire,
E spero che Macon mi doni aiuto:
Un mio servente ti vuo' fare odire. -
Già lungo tempo non fu ritenuto,
E fece un ribaldello entro venire,
Che altri sì presto non fu mai di mano;
Brunello ha nome quel ladro soprano.

Egli è ben piccioletto di persona,
Ma di malicia a meraviglia pieno,
E sempre in calmo e per zergo ragiona:
Lungo è da cinque palmi, o poco meno,
E la sua voce par corno che suona;
Nel dire e nel robbare è senza freno.
Va sol di notte, e il dì non è veduto,
Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto.

Come fu dentro, vidde zoie tante
E tante lame d'ôr, come io contai;
Ben se augura in suo core esser gigante
Per poter via di quel portare assai.
Poi che fu gionto al tribunale avante,
Disse: - Segnore, io non posserò mai,
Sin che con l'arte, inganni, o con ingegno
Io non acquisti il promettuto regno.

Lo annello io l'averò ben senza errore,
E presto il portaraggio in tua masone;
Ma ben ti prego che in cosa maggiore
Ti piaccia poi di me far parangone.
Tuor la luna dal cel giù mi dà il core,
E robbare al demonio il suo forcone,
E per sprezar la gente cristïana
Robberò il Papa e 'l suon de la campana. -

Il re se meraviglia ne la mente
Veggendo un piccolin tanto sicuro;
Lui ne va per dormire incontinente,
Che poi gli piace de vegiare al scuro.
Non se ne avide alcun di quella gente
Che molte zoie dispiccò del muro.
Ben se lamenta di sua poca lena;
Tante ne ha adosso, che le porta apena.

Tutto il consiglio fu da poi lasciato,
E fu finito il lungo parlamento;
Ciascun nella sua terra è ritornato
Per adoprarsi a l'alto guarnimento.
Quel re cortese avea tanto donato,
Che ciascadun de lui ne va contento;
E zoie e vasi d'oro, arme e destrieri
Donava, e a tutti cani e sparavieri.

Ogni om zoioso se parte cantando,
Coperti a veste de arïento e d'oro.
Lasciogli gire e torno al conte Orlando,
Lo qual lasciai con pena e con martoro
Per la campagna ai piedi caminando,
Poiché ha perduto il destrier Brigliadoro.
Lamentase di sé quel sire ardito,
Poi che si trova a tal modo schernito,

Dicendo: "Quella dama io dispiccai
Di tanta pena e della morte ria,
E lei poi m'ha condutto in questi guai
Ed hamme usato tanta scortesia.
Sia maledetto chi se fida mai
Per tutto il mondo in femina che sia!
Tutte son false a sostenir la prova:
Una è leale, e mai non se ritrova."

La bocca se percosse con la mano,
Poi che ebbe detto questo, il sire ardito,
A sé dicendo: "Cavallier villano,
Chi te fa ragionare a tal partito?
Eti scordato adunque il viso umano
Di quella che d'amor te ha il cor ferito?
Ché per lei sola e per la sua bontate
L'altre son degne d'esser tutte amate."

Così dicendo vede di lontano
Bandiere e lancie dritte con pennoni;
Ver lui van quella gente per il piano,
Parte sono a destrier, parte pedoni.
Davanti a gli altri mena il capitano
Duo cavallieri a guisa de prigioni,
Di ferro catenati ambe le braccia.
Ben presto il conte li cognobbe in faccia;

Perché l'uno è Grifon, l'altro Aquilante,
Che son condotti a morte da costoro.
Una donzella, poco a quei davante,
Era legata sopra a Brigliadoro.
Pallida in viso e trista nel sembiante,
Condutta è con questi altri al rio martoro:
Orrigille è la dama, quella trista.
Ben lei cognobbe il conte in prima vista;

Ma nol dimostra, e va tra quella gente,
E chiede di tal cosa la cagione.
Un che avea la barbuta ruginente
E cinto bene al dosso un pancirone,
Disse: - Condutti son questi al serpente
Il qual divora tutte le persone
Che arrivan forastiere in quel paese,
Dove fôr questi ed altre gente prese.

Questo è il regno de Orgagna, se nol sai,
E sei presso al giardin de Fallerina.
Cosa più strana al mondo non fu mai:
Fatto l'ha per incanto la regina;
E tu securo in queste parte vai?
Ma serai preso con molta roina
E dato al drago, come gli altri sono,
Se presto non te fuggi in abandono. -

Molto fu alegro alora il paladino,
Poi che cognobbe in questo ragionare
Che egli era pervenuto a quel giardino,
Qual convenia per forza conquistare.
Ma quel bravel, che ha viso di mastino,
Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare?
Come qui t'abbia il capitano scorto,
Incontinente serai preso e morto. -

Finito non avea questo sermone,
Che 'l capitano, che l'ebbe veduto,
Gridò: - Pigliàti presto quel bricone,
Che in soa mala ventura è qui venuto.
Adrieto il menarete alla pregione,
Poi che 'l drago per oggi fia pasciuto
De questi tre che or ne vanno alla morte:
Domane ad esso toccarà la sorte. -

Ciascun presto pigliarlo se procura:
Tutta se mosse la gente villana.
Il conte, che de lor poco se cura,
Imbracciò il scudo e trasse Durindana.
Adosso li venian senza paura,
Ché non sapean sua forza sì soprana;
Ciascun s'affretta ben d'esservi in prima,
Perché aver l'arme del guerrier se stima.

Ma presto fe' cognoscer quel ch'egli era,
Come fo gionto con seco alla prova,
Tagliando questo e quello in tal maniera,
Che dove è un pezzo, l'altro non si trova.
Un grande, che portava la bandiera:
- Saldo! - diceva - e non sia che si mova.
Saldo, brigata! - a gran voce cridava;
Ma lui di dietro e ben largo si stava.

Per questo suo cridare alcun non resta,
A furia tutti quanti se ne vano;
Orlando è sempre in mezo a gran tempesta,
E gambe, e teste, e braccie manda al piano.
Gionse a quel grande, e dàgli in su la testa
Un grave colpo col brando a due mano.
Tutto lo fende insino alla cintura:
Non domandar se gli altri avean paura.

Il capitano fo il primo a fuggire,
Perché degli altri avea meglior ronzone,
E fuggendo al compagno prese a dire:
- Questo è colui che occise Rubicone,
E tutti quanti ce farà morire,
Se Dio non ce dà aiuto ed il sperone.
Tristo colui che in quel brando s'abatte!
Gli omini e l'arme taglia come un latte. -

Fu Rubicone da Ranaldo occiso;
Non so, segnor, se più vi ricordati,
Che fu a traverso de un colpo diviso,
Quando Iroldo e Prasildo fôr campati.
Or questo capitano ha preso aviso,
Mirando quei gran colpi smisurati,
Che quello una altra volta sia tornato;
Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.

Ma il conte Orlando non lo seguitava,
Poi che sconfitta quella gente vede.
- Via! Via, canaglia! - dietro li cridava;
E poi tornava, sì come era, a piede
Verso e pregioni. Ciascun lacrimava,
Né apena esser campato alcun se crede.
Ma la donzella, che cognobbe il conte,
Morta divenne ed abassò la fronte.

Bella era, come io dissi, oltre misura,
Ed a beltate ogni cosa risponde,
Sì che ancor la vergogna e la paura
La grazia del suo viso non asconde.
Veggendo il conte sua bella figura,
Dentro nel spirto tutto se confonde;
Né iniuria se ramenta né l'inganno,
Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno.

Or che bisogna dir? Tanto gli piace,
Che prima che i nepoti la disciolse;
Ma lei, ch'è tutta perfida e fallace,
Come sapea ben fare, il tempo colse;
Piangendo ingenocchion chiedea la pace.
Il conte sostenir questo non volse
Che ella più stesse in quel dolente caso,
Ma rilevolla e fie' pace de un baso.

In questa forma repacificati,
Il conte rimontò nel suo ronzone,
Da poi quei duo guerreri ha desligati.
La dama sol tenìa gli occhi a Grifone,
Ché già se erano insieme inamorati
Nel tempo che fôr messi alla prigione;
Né mancato era a l'uno o l'altro il foco,
Ben che sian stati in separato loco.

E non doveti avere a meraviglia
Se, più che 'l conte lei Grifone amava;
Però che Orlando avea folte le ciglia,
E d'un de gli occhi alquanto stralunava.
Grifon la faccia avea bianca e vermiglia,
Né pel di barba, o poco ne mostrava;
Maggiore è bene Orlando e più robusto,
Ma a quella dama non andava al gusto.

Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene,
E lui guardava lei con molto affetto,
Con sembianze piatose e d'amor piene;
Con sospir caldi da lei fende il petto;
E sì scoperta questa cosa viene,
Che Orlando incontinente ebbe sospetto;
E, per non vi tenire in più sermoni,
Il conte diè licenzia a quei baroni,

Dicendo che quel giorno convenia
Condurre a fine un fatto smisurato,
Dove non ha bisogno compagnia,
Perché fornirlo solo avea giurato.
Che bisogna più dir? Lor ne van via;
E già non si partîr senza combiato,
E da tre volte in sù, senza fallire,
Il conte li ricorda il dipartire.

Orlando giù dismonta della sella,
Poi che è Grifon partito ed Aquilante,
E con la dama sol d'amor favella,
Benché fosse mal scorto e sozzo amante.
Eccoti alora ariva una donzella
Sopra d'un palafren bianco ed amblante.
Poi che ebbe l'uno e l'altro salutato,
Verso del conte disse: - Ahi sventurato!

Disventurato! - disse - qual destino
Te ha mai condutto a sì malvaggia sorte?
Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino,
Né sei due miglia longe dalle porte?
Fugge presto, per Dio! fugge, meschino,
Ché tu sei tanto presso dalla morte,
Quanto sei presso a l'incantato muro;
E tu qua zanzi e stai come sicuro! -

Il conte a lei rispose sorridendo:
- Voglioti sempre assai ringrazïare,
Perché, al dir che me fai, chiaro comprendo
Che a te dispiace il mio pericolare;
Ma sappi che fuggirme io non intendo,
Ché dentro a quel giardino io voglio intrare.
Amor, che ivi mi manda, me assicura
Di trare al fine tanta alta aventura.

Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto,
Come aggia in cotal cosa fare, o dire,
Estremamente ti serò tenuto.
Quel che abbia a fare, io non posso sentire,
Ché omo non trovo che l'abbia veduto,
Né che me dica dove io debba gire;
Sì che per cortesia ti vo' pregare
Che me consigli quel ch'io debba fare. -

La damigella, ch'era grazïosa,
Smontò nel prato il bianco palafreno,
Ed a lui ricontò tutta la cosa,
Ciò che dovea trovar, né più, né meno.
Questa aventura fu maravigliosa,
Come io vi contarò ben tutto apieno
Nel canto che vien dietro, se a Dio piace;
Bella brigata, rimanete in pace.

Canto quarto

Luce de gli occhi miei, spirto del core,
Per cui cantar suolea sì dolcemente
Rime legiadre e bei versi d'amore,
Spirami aiuto alla istoria presente.
Tu sola al canto mio facesti onore,
Quando di te parlai primeramente,
Perché a qualunche che di te ragiona,
Amor la voce e l'intelletto dona.

Amor primo trovò le rime e' versi,
I suoni, i canti ed ogni melodia;
E genti istrane e populi dispersi
Congionse Amore in dolce compagnia.
Il diletto e il piacer serian sumersi,
Dove Amor non avesse signoria;
Odio crudele e dispietata guerra,
Se Amor non fusse, avrian tutta la terra.

Lui pone l'avarizia e l'ira in bando,
E il core accresce alle animose imprese,
Né tante prove più mai fece Orlando,
Quante nel tempo che de amor se accese.
Di lui vi ragionava alora quando
Con quella dama nel prato discese;
Or questa cosa vi voglio seguire,
Per dar diletto a cui piace de odire.

La dama, che col conte era smontata,
Gli dicea: - Cavalliero, in fede mia,
Se non che messagiera io son mandata,
Dentro a questo giardin teco verria;
Ma non posso indugiare una giornata
Del mio camino, ed è lunga la via.
Or quel ch'io te vo' dire, intendi bene:
Esser gagliardo e saggio ti conviene.

Se non vôi esser di quel drago pasto,
Che d'altra gente ha consumata assai,
Convienti di tre giorni esser ben casto,
Né camparesti in altro modo mai.
Questo dragone fia il primo contrasto
Che alla primiera entrata trovarai:
Un libro ti darò, dove è depinto
Tutto 'l giardino e ciò ch'è dentro al cinto. -

Il dragone che gli omini divora,
E l'altre cose tutte quante dice,
E descrive il palagio ove dimora
Quella regina, brutta incantatrice.
Ier entrò dentro e dimoravi ancora,
Perché con succo de erbe e de radice
E con incanti fabrica una spata
Che tagliar possa ogni cosa affatata.

In questo non lavora se non quando
Volta la luna e che tutto se oscura.
- Or te vo' dir perché ha fatto quel brando
E pone al temperarlo tanta cura.
In Ponente è un baron, che ha nome Orlando,
Che per sua forza al mondo fa paura:
La incantatrice trova per destino
Che costui desertar debbe il giardino.

Come se dice, egli è tutto fatato
In ogni canto, e non si può ferire,
E con molti guerreri è già provato,
E tutti quanti gli ha fatto morire;
Perciò la dama il brando ha fabricato,
Perché il baron che io ho detto, abbia a perire,
Benché lei dica che pur sa di certo
Che il suo giardin da lui serà deserto.

Ma quel che più bisogna avea scordato,
E speso ho il tempo con tante parole.
Non se può entrare in quel loco incantato
Se non aponto quando leva il sole.
Poi ch'io son quivi, è bon tempo passato:
Più teco star non posso, e me ne dole.
Or piglia il libro e ponevi ben cura:
Iddio te aiuti e doneti ventura. -

Così dicendo gli dà il libro in mano,
E da lui tol combiato la fantina;
Ben la ringrazia il cavallier soprano:
Lei monta il palafreno e via camina.
Va passeggiando il conte per il piano,
Poi che indugiar conviene alla mattina;
Ben gli rincresce il gioco che gli è guasto
Ch'esser conviene a quella impresa casto:

Perché Origille, quella damigella
Che avea campata, seco dimorava.
Amore e gran desio dentro il martella,
Ma pur indugïar deliberava.
La luna era nel celo ed ogni stella,
Il conte sopra a l'erba si posava,
Col scudo sotto il capo e tutto armato;
La damigella a lui stava da lato.

Dormiva Orlando, e sornacchiava forte
Senz'altra cura il franco cavalliero;
Ma quella dama, che è di mala sorte
Ed a seguir Grifone avea il pensiero,
Fra sé deliberò dargli la morte;
E, rivolgendo ciò l'animo fiero,
Vien pianamente a lui se approssimando,
E via dal fianco gli distacca il brando.

Tutto è coperto il conte d'armatura:
Non sa la dama il partito pigliare,
Né de ferirlo ponto se assicura,
Onde destina di lasciarlo stare.
Lei prende Brigliadoro alla pastura,
E prestamente su vi ebbe a montare,
E via camina e quindi s'alontana,
E porta seco il brando Durindana.

Orlando fu svegliato al matutino,
E del brando s'accorse e del ronzone.
Pensati se de questo fu tapino,
Che 'l credette morir di passïone;
Ma in ogni modo entrar vôle al giardino:
E bench'egli abbia perduto il ronzone
E il brando di valor tanto infinito,
Non se spaventa il cavalliero ardito.

Via caminando come disperato,
Verso il giardino andava quel barone;
Un ramo d'uno alto olmo avea sfrondato,
E seco nel portava per bastone.
Il sole aponto alora era levato,
Quando lui gionse al passo del dragone;
Fermossi alquanto il cavallier sicuro,
Guardando intorno del giardino al muro.

Quello era un sasso de una pietra viva,
Che tutta integra atorno l'agirava;
Da mille braccie verso il ciel saliva,
E trenta miglia quel cerchio voltava.
Ecco una porta a levante s'apriva:
Il drago smisurato zuffellava,
Battendo l'ale e menando la coda;
Altro che lui non par che al mondo s'oda.

Fuor della porta non esce nïente,
Ma stavi sopra come guardïano;
Il conte se avicina arditamente
Col scudo in braccio e col bastone in mano.
La bocca tutta aperse il gran serpente,
Per ingiottire quel baron soprano;
Lui, che di tal battaglia era ben uso,
Mena il bastone e colse a mezo 'l muso.

Per questo fu il serpente più commosso,
E verso Orlando furïoso viene;
Lui con quel ramo de olmo verde e grosso
Menando gran percosse gli dà pene.
Al fin con molto ardir gli salta adosso,
E cavalcando tra le coscie il tiene;
Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta
Colpi radoppia a colpi in su la testa.

Rotto avea l'osso, e il suo cervello appare,
Quella bestia diversa, e cadde morta.
Il sasso, che era aperto a questo intrare,
S'accolse insieme, e chiuse questa porta.
Or non sa il conte ciò che debba fare,
E nella mente alquanto se sconforta;
Guardasi intorno e non sa dove gire,
Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire.

Era alla sua man destra una fontana,
Spargendo intorno a sé molta acqua viva;
Una figura di pietra soprana,
A cui del petto fuor quella acqua usciva,
Scritto avea in fronte: 'Per questa fiumana
Al bel palagio del giardin se ariva.'
Per infrescarse se ne andava il conte
Le man e 'l viso a quella chiara fonte.

Avea da ciascun lato uno arboscello
Quel fonte che era in mezo alla verdura,
E facea da se stesso un fiumicello
De una acqua troppo cristallina e pura;
Tra' fiori andava il fiume, e proprio è quello
Di cui contava aponto la scrittura,
Che la imagine al capo avea d'intorno;
Tutta la lesse il cavalliero adorno.

Onde si mosse a gire a quel palaggio,
Per pigliare in quel loco altro partito;
E caminando sopra del rivaggio
Mirava il bel paese sbigotito.
Egli era aponto del mese di maggio,
Sì che per tutto intorno era fiorito,
E rendeva quel loco un tanto odore,
Che sol di questo se allegrava il core.

Dolce pianure e lieti monticelli
Con bei boschetti de pini e d'abeti,
E sopr'a verdi rami erano occelli,
Cantando in voce viva e versi queti.
Conigli e caprioli e cervi isnelli,
Piacevoli a guardare e mansueti,
Lepore e daini correndo d'intorno,
Pieno avean tutto quel giardino adorno.

Orlando pur va drieto alla rivera,
Ed avendo gran pezzo caminato,
A piè d'un monticello alla costera
Vide un palagio a marmori intagliato;
Ma non puotea veder ben quel che gli era,
Perché de arbori intorno è circondato.
Ma poi, quando li fu gionto dapresso,
Per meraviglia uscì for di se stesso.

Perché non era marmoro il lavoro
Ch'egli avea visto tra quella verdura,
Ma smalti coloriti in lame d'oro
Che coprian del palagio l'alte mura.
Quivi è una porta di tanto tesoro,
Quanto non vede al mondo creatura,
Alta da diece e larga cinque passi,
Coperta de smiraldi e de balassi.

Non se trovava in quel ponto serrata,
Però vi passò dentro il conte Orlando.
Come fu gionto nella prima entrata,
Vide una dama che avea in mano un brando,
Vestita a bianco e d'oro incoronata,
In quella spada se stessa mirando.
Come lei vide il cavallier venire,
Tutta turbosse e posesi a fuggire.

Fuor della porta fuggì per il piano;
Sempre la segue Orlando tutto armato,
Né fu ducento passi ito lontano,
Che l'ebbe gionta in mezo di quel prato.
Presto quel brando gli tolse di mano,
Che fu per dargli morte fabricato,
Perché era fatto con tanta ragione,
Che taglia incanto ed ogni fatagione.

Poi per le chiome la dama pigliava,
Che le avea sparse per le spalle al vento,
E di dargli la morte minacciava
E grave pena con molto tormento,
Se del giardino uscir non gl'insegnava.
Lei, ben che tremi tutta di spavento,
Per quella tema già non se confonde,
Anci sta queta e nulla vi risponde;

Né per minaccie che gli avesse a fare
Il conte Orlando, né per la paura
Mai gli rispose, né volse parlare,
Né pur di lui mostrava tenir cura.
Lui le lusenghe ancor volse provare,
Essa ostinata fo sempre e più dura;
Né per piacevol dir né per minaccia
Puote impetrar che lei sempre non taccia.

Turbossi il cavallier nel suo coraggio,
Dicendo: - Ora me è forza esser fellone;
Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio,
Benché di farlo io ho molta ragione. -
Così dicendo la mena ad un faggio,
E ben stretta la lega a quel troncone
Con rame lunghe, tenere e ritorte,
Dicendo a lei: - Or dove son le porte? -

Lei non risponde al suo parlar nïente,
E mostra del suo crucio aver diletto.
- Ahi, - disse il conte - falsa e fraudolente!
Ch'io lo posso sapere al tuo dispetto.
Or mo di novo mi è tornato a mente
Che in un libretto l'aggio scritto al petto,
Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. -
Così dicendo sel trasse di seno.

Guardando nel libretto ove è depento
Tutto il giardino e di fuore e d'intorno,
Vede nel sasso, ch'è d'incerco acento,
Una porta che n'esce a mezogiorno;
Ma bisogna a l'uscir aver convento
Un toro avanti, che ha di foco un corno,
L'altro di ferro, ed è tanto pongente,
Che piastra o maglia non vi val nïente.

Ma prima che vi ariva, un lago trova,
Dove è molta fatica a trapassare,
Per una cosa troppo strana e nova,
Sì come apresso vi vorò contare;
Ma il libro insegna vincer quella prova.
Non avea il conte a ponto a indugïare,
Ma via camina per l'erba novella,
Lasciando al faggio presa la donzella.

Via ne va lui per quelle erbe odorose,
E poi che alquanto via fu caminato,
L'elmo a l'orecchie empì dentro di rose,
Delle qual tutto adorno era quel prato.
Chiuse l'orecchie, ad ascoltar si pose
Gli occei, ch'erano intorno ad ogni lato:
Mover li vede il collo e 'l becco aprire,
Voce non ode e non potrebbe odire,

Perché chiuso se aveva in tal maniera
L'orecchie entrambe a quelle rose folte,
Che non odiva, al loco dove egli era,
Cosa del mondo, ben che attento ascolte;
E caminando gionse alla rivera,
Che ha molte gente al suo fondo sepolte.
Questo era un lago piccolo e iocondo
D'acque tranquille e chiare insino al fondo.

Non gionse il conte in su la ripa apena,
Che cominciò quell'acqua a gorgoliare;
Cantando venne a sommo la Sirena.
Una donzella è quel che sopra appare,
Ma quel che sotto l'acqua se dimena
Tutto è di pesce e non si può mirare,
Ché sta nel lago da la furca in gioso;
E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso.

Lei comincia a cantar sì dolcemente,
Che uccelli e fiere vennero ad odire:
Ma, come erano gionti, incontinente
Per la dolcezza convenian dormire.
Il conte non odìa de ciò nïente,
Ma, stando attento, mostra di sentire.
Come era dal libretto amaestrato,
Sopra la riva se colcò nel prato.

E' mostrava dormir ronfando forte:
La mala bestia il tratto non intese,
E venne a terra per donarli morte;
Ma il conte per le chiome ne la prese.
Lei, quanto più puotea, cantava forte,
Ché non sapeva fare altre diffese,
Ma la sua voce al conte non attiene,
Che ambe l'orecchie avea di rose piene.

Per le chiome la prese il conte Orlando,
Fuor di quel lago la trasse nel prato,
E via la testa gli tagliò col brando,
Come gli aveva il libro dimostrato,
Sé tutto di quel sangue rossegiando,
E l'arme e sopraveste in ogni lato.
L'elmo se trasse e dislegò le rose;
Tinto di sangue poi tutto se 'l pose.

Di quel sangue avea tocco in ogni loco,
Perché altramente tutta l'armatura
Avrebbe consumata a poco a poco
Quel toro orrendo e fora di natura,
Che avea un corno di ferro ed un di foco.
Al suo contrasto nulla cosa dura,
Arde e consuma ciò che tocca apena:
Sol se diffende il sangue di sirena.

Di questo toro sopra vi ho contato,
Che verso mezogiorno è guardïano.
Il conte a quella porta fu arivato,
Poi che ebbe errato molto per il piano.
Il sasso che 'l giardino ha circondato,
S'aperse alla sua gionta a mano a mano,
E una porta di bronzo si disserra:
Fuora uscì il toro a mezo della terra.

Muggiando uscitte il toro alla battaglia,
E ferro e foco nella fronte squassa,
Né contrastar vi può piastra né maglia,
Ogni armatura con le corne passa.
Il conte con quel brando che ben taglia,
A lui ferisce ne la testa bassa,
E proprio il gionse nel corno ferrato:
Tutto di netto lo mandò nel prato.

Per questo la battaglia non s'arresta;
Con l'altro corno, ch'è di foco, mena
Con tanta furia e con tanta tempesta,
Che il conte in piede si mantiene apena.
Arso l'avria da le piante alla testa,
Se non che il sangue di quella sirena
Da questa fiamma lo tenìa diffeso,
Che avrebbe l'arme e il busto insieme acceso.

Combatte arditamente il conte Orlando,
Come colui che fu senza paura;
Mena a due mano irato e fulminando
Dritti e roversi fuor d'ogni misura.
Egli ha gran forza ed incantato ha il brando,
Onde a' suoi colpi nulla cosa dura;
Ferendo e spalle e testa ed ogni fianco,
Fece che 'l toro al fin pur venne manco.

Le gambe tagliò a quello e il collo ancora,
Con gran fatica se finì la guerra.
Il toro occiso senza altra dimora
Tutto se ascose sotto della terra;
La porta, che era aperta alora alora,
A l'asconder di quel presto si serra;
La pietra tutta insieme è ritornata,
Porta non vi è, né segno ove sia stata.

Il conte più non sa quel che si fare.
Ché de l'uscita non vede nïente;
Prende il libretto e comincia a guardare,
D'intorno al cerchio va ponendo mente;
Vede il vïaggio che debbe pigliare
Dietro ad un rivo che corre a ponente,
Ove di zoie aperta è una gran porta;
Uno asinello armato è la sua scorta.

Ma presto narrarò com'era fatto
Questo asinello, e fu gran meraviglia.
Dio guardi il conte Orlando a questo tratto,
Che alla riva del fiume il camin piglia.
Via ne va sempre caminando ratto,
E seco nella mente se assotiglia,
Perché 'l libro altro ancor gli avea mostrato,
Prima che gionga a l'asinello armato.

Così pensando, a mezo del camino
Uno arbore atrovò fuor di misura:
Tanto alto non fo mai faggio né pino,
Tutto fronzuto di bella verdura.
Come da longe il vide il paladino,
Ben si ricorda di quella scrittura
Che gli mostrava il suo libretto aponto,
Però provede prima che sia gionto.

Fermosse sopra il fiume il cavalliero,
E 'l scudo prestamente desimbraccia,
Da l'elmo tolse via tutto il cimiero,
Alla fronte di quello il scudo allaccia,
Sì che 'l copria davanti tutto intiero,
Verso la vista e sopra della faccia.
Dinanti ai piedi aponto in terra guarda:
Altro non vede e il suo camin non tarda.

E come il loco avea prima avisato,
Al tronco drittamente via camina.
Un grande occello ai rami fu levato,
Che avea la testa e faccia di regina,
Coi capei biondi e il capo incoronato;
La piuma al collo ha d'oro e purpurina,
Ma il petto, il busto e le penne maggiore
Vaghe e dipente son d'ogni colore.

La coda ha verde e d'oro e di vermiglio,
Ed ambe l'ale ad occhi di pavone;
Grande ha le branche e smisurato artiglio,
Proprio assembra di ferro il forte ungione.
Tristo quello omo a chi dona di piglio,
Ché lo divora con destruzïone.
Smaltisce questo occello una acqua molle,
Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle.

Levosse dalle rame con fraccasso
Quel grande occello, e verso il conte andava,
Il qual veniva al tronco passo passo
Col scudo in capo, e gli occhi non alciava,
Ma sempre a terra aveva il viso basso;
E l'occellaccio d'intorno agirava,
E tal rumor faceva e tal cridare,
Che quasi Orlando fie' pericolare.

Ché fu più volte per guardare in suso;
Ma pur se ricordava del libretto,
E sotto il scudo se ne stava chiuso.
Alciò la coda il mostro maledetto,
E l'acqua avelenata smaltì giuso.
Quella cade nel scudo, e per il petto
Calla stridendo, come uno oglio ardente;
Ma nella vista non toccò nïente.

Orlando se lasciò cadere in terra,
Tra l'erbe, come ceco, brancolando.
Calla l'occello e nel sbergo l'afferra,
E verso il tronco il tira strasinando.
Il conte a man riversa un colpo serra;
Proprio a traverso lo gionse del brando,
E da l'un lato a l'altro lo divise,
Sì che, a dir breve, quel colpo l'occise.

Poi che mirato ha il conte quello occello,
Sotto il suo tronco a l'ombra morto il lassa,
E raconcia il cimiero alto a pennello,
E 'l scudo al braccio nel suo loco abassa.
Verso la porta dove è l'asinello,
Drieto a ponente, in ripa al fiume passa,
E poco caminò che ivi fu gionto,
E vide aprir la porta in su quel ponto.

Mai non fo visto sì ricco lavoro
Come è la porta nella prima faccia.
Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro;
Non la diffende né spata né maccia
Ma uno asino coperto a scaglie d'oro,
Ed ha l'orecchie lunghe da due braccia:
Come coda di serpe quelle piega,
E piglia e strenge a suo piacere e lega.

Tutto è coperto di scaglia dorata,
Come io vi ho detto, e non si può passare;
Ma la sua coda taglia come spata,
Né vi può piastra né maglia durare;
Grande ha la voce e troppo smisurata,
Sì che la terra intorno fa tremare.
Ora alla porta il conte s'avicina:
La bestia venne a lui con gran roina.

Orlando lo ferì de un colpo crudo,
Né lo diffende l'incantata scaglia;
Tutto il scoperse insino al fianco nudo,
Perché ogni fatason quel brando taglia.
L'asino prese con l'orecchie il scudo,
E tanto dimenando lo travaglia,
Di qua di là battendo in poco spaccio,
Che al suo dispetto lo levò dal braccio.

Turbosse oltra misura il conte Orlando,
E mena un colpo furïosamente;
Ambe l'orecchie gli tagliò col brando,
Ché quella scaglia vi giovò nïente.
Esso le croppe rivoltò cridando,
E mena la sua coda, che è tagliente,
E spezza al franco conte ogni armatura:
Lui è fatato, e poco se ne cura;

E de un gran colpo a quel colse ne l'anca
Dal lato destro, e tutta l'ha tagliata,
E dentro agionse nella coscia stanca.
Non è riparo alcuno a quella spata;
Quasi la tagliò tutta, e poco manca.
Cadde alla terra la bestia incantata,
Cridando in voce di spavento piena,
Ma il conte ciò non cura e il brando mena.

Mena a due mano il conte e non s'arresta,
Benché cridi la bestia a gran terrore.
Via de un sol colpo gli gettò la testa
Con tutto il collo, o la parte maggiore.
Alor tutta tremò quella foresta,
E la terra s'aperse con rumore,
Dentro vi cadde quella mala fiera;
Poi se ragionse, e ritornò com'era.

Or fora il conte se ne vuole andare,
Ed alla ricca porta èsse invïato,
Ma dove quella fosse non appare:
Il sasso tutto integro è riserrato.
Lui prende il libro e comincia a mirare;
Poi che ogni volta rimane ingannato
E dura indarno cotanta fatica,
Non sa più che se facci o che se dica.

Ciascuna uscita sempre è stata vana
E con arisco grande di morire;
Pur la scrittura del libretto spiana
Che ad ogni modo non se puote uscire
Per una porta volta a tramontana,
Ma là non vi val forza, e non ardire,
Né 'l proprio senno né l'altrui consiglio,
Ché troppo è quello estremo e gran periglio.

Perché un gigante smisurato e forte
Guarda la uscita con la spata in mano,
E se egli avvien che dato li sia morte,
Duo nascon del suo sangue sopra il piano,
E questi sono ancor de simil sorte:
Ciascun quattro produce a mano a mano,
Così multiplicando in infinito
Il numero di lor forte ed ardito.

Ma prima ancor che se possa arivare
A quella porta, che è tutta d'argento,
Per quella serrata, vi è molto che fare,
E bisognavi astuzia e sentimento.
Ma il conte a questo non stette a pensare,
Come colui che avea molto ardimento,
Seco dicendo a sua mente animosa:
"Chi può durare, al fin vince ogni cosa."

Così fra sé parlando il camin prese
Giù per la costa verso tramontana,
E vide, come al campo giù discese,
Una valle fiorita e tutta piana,
Ove tavole bianche eran distese,
Tutte apparate intorno alla fontana;
Con ricche coppe d'oro in ogni banda
Eran coperti de ottima vivanda.

Né quanto intorno se puote mirare,
Disotto al piano e di sopra nel monte,
Non vi è persona che possi guardare
Quella ricchezza che è intorno alla fonte;
E le vivande se vedean fumare.
Gran voglia di mangiare aveva il conte;
Ma prima il libracciol trasse del petto,
E, quel leggendo, prese alto sospetto.

Guardando quel libretto, il paladino
Vide la cosa sì pericolosa.
Di là dal fonte è un boschetto di spino,
Tutto fiorito di vermiglia rosa,
Verde e fronzuto; e dentro al suo confino
Una Fauna crudel vi sta nascosa:
Viso di dama e petto e braccia avia,
Ma tutto il resto d'una serpe ria.

Questa teneva una catena al braccio,
Che nascosa venìa tra l'erba e' fiori,
E facea intorno a quella fonte un laccio,
Acciò, se alcun, tirato da li odori,
Intrasse alla fontana dentro al spaccio,
Fosse pigliato con gravi dolori;
Essa, tirando poi quella catena,
A suo mal grado nel boschetto il mena.

Orlando dalla fonte si guardava,
E verso il verde bosco prese a gire.
Come la Fauna di questo si addava,
Uscì cridando e posesi a fuggire;
Per l'erba, come biscia, sdrucellava,
Ma presto il conte la fece morire
De un colpo solo e senza altra contesa,
Ché quella bestia non facea diffesa.

Poi che la Fauna fu nel prato morta,
Ver tramontana via camina il conte,
E poco longi vide la gran porta,
Che avea davanti sopra un fiume un ponte.
Su vi sta quel che ha tanta gente morta,
Col scudo in braccio e con l'elmo alla fronte;
Par che minacci con sembianza cruda,
Armato è tutto ed ha la spada nuda.

Orlando se avicina a quel gigante,
Né de cotal battaglia dubitava,
Perché in sua vita ne avea fatto tante,
Che poca cura di questa si dava.
Quello omo smisurato venne avante,
Ed un gran colpo de spata menava.
Schifollo il conte e trassese da lato,
E quel ferisce col brando affatato.

Gionse al gigante sopra del gallone,
Non lo diffese né piastra né maglia,
Ma, fraccassando sbergo e pancirone,
Insino a l'altra coscia tutto il taglia.
Ora se allegra il figlio di Melone,
Credendo aver finita ogni battaglia,
E prese de l'uscir molto conforto,
Poi che vide il gigante a terra morto.

Quello era morto, e 'l sangue fuora usciva,
Tanto che ne era pien tutto quel loco;
Ma, come fuor del ponte in terra ariva,
Intorno ad esso s'accendeva un foco.
Crescendo ad alto quella fiamma viva
Formava un gran gigante a poco a poco;
Questo era armato e in vista furibondo,
E dopo il primo ancor nascìa il secondo.

Figli parean di 'l foco veramente,
Tanto era ciascun presto e furïoso,
Con vista accesa e con la faccia ardente.
Ora ben stette il conte dubbïoso;
Non sa quel che far debba nella mente:
Perder non vôle, e 'l vincere è dannoso,
Però, ben che li faccia a terra andare,
Rinasceranno, e più vi avrà che fare.

Ma de vincere al fin pur se conforta,
Se ne nascesser ben mille migliara,
Ed animoso se driccia alla porta.
Quei duo giganti avean presa la sbara;
Ciascuno aveva una gran spada torta,
Perché eran nati con la simitara.
Ma il conte a suo mal grado dentro passa,
Prende la sbarra e tutta la fraccassa.

Unde ciascun di lor più fulminando
Percote adosso del barone ardito;
Ma poca stima ne faceva Orlando,
Ché non puotea da loro esser ferito.
Lui riposto teneva al fianco il brando,
Perché avea preso in mente altro partito;
Adosso ad un di lor ratto se caccia,
E sotto l'anche ben stretto l'abbraccia.

Aveano entrambi smisurata lena,
Ma pur l'aveva il conte assai maggiore.
Leval il conte ad alto e intorno il mena,
Né vi valse sua forza, o suo vigore,
Ché lo pose riverso in su l'arena.
L'altro gigante con molto furore
Di tempestare Orlando mai non resta
Da ciascun lato e basso e nella testa.

Lui lascia il primo, com'era disteso,
E contra a questo tutto se disserra;
Sì come l'altro a ponto l'ebbe preso,
E con fraccasso lo messe alla terra.
L'altro è levato de grande ira acceso:
Orlando lascia questo e quello afferra;
E mentre che con esso fa battaglia,
Levasi il primo e intorno lo travaglia.

Andò gran tempo a quel modo la cosa,
Né se potea sperare il fin giamai;
Non può prendere il conte indugia o posa,
Ché sempre or l'uno or l'altro gli dà guai.
Durata è già la zuffa dolorosa
Più che quattro ore, con tormento assai
Per l'uno e l'altro; a benché 'l conte Orlando
A duo combatte e non adopra il brando.

Per non multiplicarli, il cavalliero
Batteli a terra e non gli fa morire,
Ma per questo non esce del verziero,
Ch'e duo giganti il vetano a partire.
Lui prese combattendo altro pensiero
Subitamente, e mostra di fuggire;
Per la campagna va correndo il conte,
Ma quei due grandi ritornarno al ponte.

Ciascun sopra del ponte ritornava,
Come de Orlando non avesse cura;
E lui, che spesso in dietro si voltava,
Credette che restasser per paura;
Ma quella fatason che li creava
Quivi li tenea fermi per natura.
Sol per diffesa stan di quella porta,
E fanno al fiume ed al suo ponte scorta.

Il conte questo non aveva inteso,
Ma via da lor correndo se alontana;
Alla valletta se ne va disteso,
Che ha 'l bel boschetto a lato alla fontana,
Dove la Fauna avea quel laccio teso
Per pascerse de sangue e carne umana.
Tavole quivi son da tutte bande;
Il laccio è teso intorno alle vivande.

Era quel laccio tutto di catena
Come di sopra ancora io v'ho contato.
Orlando lo distacca e dietro il mena,
Strasinando alle spalle, per il prato:
Tanto era grosso, che lo tira appena.
Con esso al ponte ne fu ritornato,
E pose un de' giganti a forza a terra,
E braccie e gambe a quel laccio gl'inferra.

Benché a ciò fare vi stesse buon spaccio,
Perché l'altro gigante lo anoiava;
Ma a suo mal grado uscì di quello impaccio,
Ed ancora esso per forza atterrava;
Come l'altro il legò proprio a quel laccio.
Ora la porta più non se serrava,
E puote Orlando a suo diletto uscire;
Quel che poi fece, tornati ad odire.

Perché se dice che ogni bel cantare
Sempre rincresce quando troppo dura,
Ed io diletto a tutti vi vo' dare
Tanto che basta, e non fuor di misura;
Ma se verreti ancora ad ascoltare,
Racontarovi di questa ventura
Che aveti odita, tutto quanto il fine,
Ed altre istorie belle e pellegrine.

Canto quinto

Vita zoiosa, e non finisca mai,
A voi che con diletto me ascoltati.
Segnori, io contarò dove io lasciai,
Poi che ad odire sete ritornati,
Sì come Orlando con fatica assai
Quei duo giganti al ponte avea legati.
Vinto ha ogni cosa il franco paladino,
Ed a sua posta uscir può del giardino.

Ma lui tra sé pensava nel suo core
Che se a quel modo fuora se n'andava,
Non era ben compito de l'onore,
Né satisfatto a quella che 'l mandava;
Ed era ancora al mondo un grande errore,
Se quel giardino in tal forma durava,
Ché dame e cavallier d'ogni contrate
Vi erano occisi con gran crudeltate.

Però si pose il barone a pensare
Se in alcun modo, o per qualche maniera
QuesQo verzier potesse disertare;
Così la lode e la vittoria intiera
Ben drittamente acquistata gli pare,
Poi che l'usanza dispietata e fiera
Che struggea tante gente pellegrine,
Per sua virtute sia condutta a fine.

Legge il libretto, e vede che una pianta
Ha quel giardino in mezzo al tenimento,
A cui se un ramo de cima se schianta,
Sparisce quel verziero in un momento;
Ma di salirvi alcun mai non si vanta,
Che non guadagni morte o rio tormento.
Orlando, che non sa che sia paura,
Destina de compir questa ventura.

Ritorna adietro per una vallata,
Che proprio ariva sopra al bel palaggio
Ove la dama prima avea trovata,
Che mirandosi al brando stava ad aggio;
E lui lì presso la lasciò legata,
Come sentesti, a quel tronco di faggiog
Così la ritrovò legata ancora:
Ivi la lascia e non vi fa dimora.

De gionger alla pianta avea gran fretta;
Ed ecco in mezo di quella pianura
Ebbe veduta quella rama eletta,
Bella da riguardare oltra misura.
D'arco de Turco non esce saetta
Che potesse salire a quella altura;
Salendo e rami ad alto e' fa gran spaccio,
Né volta il tronco alla radice un braccio.

Non è più grosso, ed ha li rami intorno
Lunghi e sotili, ed ha verde le fronde;
Quelle getta e rinova in ciascun giorno,
E dentro spine acute vi nasconde.
Di vaghe pome d'oro è tutto adorno;
Queste son grave e lucide e rotonde,
E son sospese a un ramo piccolino:
Grande è il periglio ad esser lì vicino.

Grosse son quanto uno omo abbia la testa,
E come alcuno al tronco s'avicina,
Pur sol battendo i piedi alla foresta,
Trema la pianta lunga e tenerina;
E cadendo le pome a gran tempesta,
Qualunche è gionto da quella roina
Morto alla terra se ne va disteso,
Perché non è riparo a tanto peso.

Alti li rami son quasi un'arcata;
Il tronco da lì in gioso è sì polito,
Che non vi salirebbe anima nata,
E se alcun fosse di salire ardito,
Non serìa sostenuto alcuna fiata,
Perché alla cima non è grosso un dito.
Ogni cosa sapeva Orlando a ponto:
Letto nel libro aveva ciò che io conto.

E lui prende nel cor tanto più sticcia
Quanto le cose son più faticose,
E per trar questo al fin la mente adriccia.
Taglia de un faggio le rame frondose
Subitamente, e fece una gradiccia;
Crosta di prato e terra su vi pose,
Poi sopra alle sue spalle e alla testa
Stretta la lega, e va che non s'arresta.

Aveva il conte una forza tamanta,
Che già portava, come Turpin dice,
Una colonna integra tutta quanta
D'Anglante a Brava per le sue pendice.
Or, come gionto fu sotto la pianta,
Tutta tremò per sino alla radice.
Le sue gran pome, ciascuna più greve,
Vennero a terra e spesse come neve.

Il conte va correndo tutta fiata,
E de gionger al tronco ben s'appresta,
Ché già tutta la terra è dissipata,
Né manca di cader l'aspra tempesta.
Ora era carca tanto quella grata,
Che sol di quel gran peso lo molesta,
E se ben presto al tronco non ariva,
Quella roina della vita il priva.

Come fu gionto a quella pianta gaglia,
Non vi crediati che voglia montare;
Tutta a traverso de un colpo la taglia:
La cima per quel modo ebbe a schiantare.
Come fu in terra, tutta la prataglia
D'intorno intorno cominciò a tremare;
Il sol tutto se asconde e il celo oscura,
Coperse un fumo il monte e la pianura.

Ove sia il conte non vede nïente,
Trema la terra con molto romore.
Eravi per quel fumo un fuoco ardente,
Grande quanto una torre, ancor maggiore;
Questo è un spirto d'abisso veramente,
Che strugge quel giardino a gran furore,
E, come al tutto fu venuto meno,
Ritornò il giorno e fiesse il cel sereno.

La pietra che 'l verzier suolea voltare,
Tutta è sparita e più non se vedia;
Ora per tutto si può caminare.
Largo è il paese, aperto a prateria,
Né fonte né palagio non appare;
De ciò che vi era, sol la dama ria,
Io dico Falerina, ivi è restata,
Sì come prima a quel tronco legata.

La qual piangendo forte lamentava,
Poi che disfatto vidde il suo giardino.
Né come prima tacita si stava
Negando dar risposta al paladino;
Ma con voce pietosa lo pregava
Che aggia mercè del suo caso tapino,
Dicendogli: - Baron, fior de ogni forte,
Ben ti confesso ch'io merto la morte.

Ma se al presente me farai morire,
Sì come io ne son degna in veritade,
E dame e cavallier farai perire,
Che son pregioni, e fia gran crudeltade.
Acciò che intendi quel che ti vo' dire,
Sappi che io feci con gran falsitade
Questo verziero e ciò che gli era intorno,
In sette mesi; ora è sfatto in un giorno.

Per vendicarme sol de un cavallero
E de una dama sua, falsa, putana,
Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero,
Ha consumata molta gente umana;
Né ancora mi bastò questo verzero:
Io feci un ponte sopra a una fiumana,
Dove son prese e dame e cavallieri,
Quanti ne arivan per tutti e sentieri.

Quel cavalliero è nomato Arïante,
Origilla è la falsa che io contai.
Or de costoro io non dico più avante,
A benché vi serìa da dire assai.
Per mia sventura tra gente cotante
Alcun de questi duo non gionse mai,
E già più gente è morta a tal dannaggio
Che non ha rami o fronde questo faggio.

Perché al giardin, che fu meraviglioso,
Tutti eran morti quanti ne arivava;
Ma il numero più grande e copïoso,
Il ponte ch'io t'ho detto mi mandava,
Perché avea in guardia un vecchio doloroso,
Che molta gente sopra vi guidava.
Il ponte non bisogna che io descriva,
Ma per se stesso chiude chi ve ariva.

Né è molto tempo che una incantatrice,
Quale è figliola del re Galafrone,
Che ora col patre, sì come se dice,
Assedïata è dentro ad un girone,
Passando alor di qua, quell'infelice,
Al ponte fo condutta dal vecchione,
E poi, con modo che io non sazo dire,
Partisse, e tutti gli altri fie' fuggire.

Ma molti vi ne sono ora al presente,
Perché ne prende sempre il vecchio assai,
E come io serò occisa, incontinente
Il ponte e lor non si vedran più mai,
E meco perirà cotanta gente:
E tu cagion di tutto il mal serai.
Ma se mi campi, io ti prometto e giuro
Che lasciarò ciascun franco e sicuro.

E se non dài al mio parlar credenza,
Menami teco, come io son, legata,
(Presa o disciolta, io non fo differenza,
Ché ad ogni modo io son vituperata),
E disfarò la torre in tua presenza,
E tutta salvarò quella brigata.
Piglia il partito, adunque, che ti pare,
O fa l'altri morire, o mi campare. -

Presto questo partito prese il conte,
Ché morta non l'avrebbe ad ogni guisa;
Ni per grave dispetto ni per onte
Avrebbe Orlando una donzella occisa.
D'acordo adunque se ne vanno al ponte,
Ma più di lor la istoria non divisa,
E torna ove lasciò, poco davante,
Marfisa alla battaglia e Sacripante.

La zuffa per quel modo era durata,
Che io vi contai ne l'assalto primiero;
Marfisa di tal arme era adobbata,
Che di ferirla non facea mistiero
Ponta di lancia ni taglio di spata;
E Sacripante aveva il suo destriero
Che è sì veloce che si vede apena,
Onde la dama indarno e colpi mena.

Ma mentre che tra lor sopra quel piano
È la battaglia de più colpi spessa,
A benché ciascadun al tutto è vano,
Ché essa non nôce a lui né lui ad essa,
Brunello il ladro, il quale era Africano,
E fo servente del gran re de Fiessa,
Avea passate molte regïone,
E de improviso è già gionto al girone.

Agramante mandò questo Brunello,
Perché davanti a lui se era avantato
Venire ad Albracà dentro al castello,
Ove è la dama dal viso rosato,
E tuore a lei di dito quello annello,
Quale era per tale arte fabricato,
Che ciascaduno incanto a sua presenza
Perdea la possa con la appariscenza.

Fatto era questo per trovar Rugiero,
Che era nascoso al monte di Carena,
E però questo ladro tanto fiero
Vien con tal fretta e tal tempesta mena.
Sopra a quel sasso n'andava legiero,
Che non vi avria salito un ragno a pena,
Però che quel castello in ogni lato
A piombo, come muro, era tagliato.

E sol da un canto vi era la salita,
Tutta tagliata a botta di piccone,
E sol da questa è la intrata e la uscita,
Dove alla guarda stan molte persone;
Ma verso il fiume è la pietra polita,
Né di guardarvi fasse menzïone,
Però che con ingegno né con scale,
Né se vi può salir, se non con l'ale.

Brunello è d'araparsi sì maestro,
Che su ne andava come per un laccio;
Tutta quella alta ripa destro destro
Montava, e gionse al muro in poco spaccio.
A quello ancor se attacca il mal cavestro,
Menando ambi dui piedi e ciascun braccio
Come egli andasse per una acqua a nôto,
Né fu bisogno al suo periglio un voto;

Perché montava cotanto sicuro,
Come egli andasse per un prato erboso.
Poi che passato fu sopra del muro,
A guisa de una volpe andava ascoso;
E non credati che ciò fosse al scuro,
Anci era il giorno chiaro e luminoso;
Ma lui di qua e di là tanto si cella,
Che gionto fu dove era la donzella.

Sopra la porta quella dama gaglia
Si stava ascesa riguardando il piano,
E remirava attenta la battaglia
Che avea Marfisa con quel re soprano.
Gran gente intorno a lei facea serraglia:
Chi parla, e chi fa cenno con la mano,
Dicendo: - Ecco Marfisa il brando mena,
Re Sacripante la camparà apena. -

Altri diceva: - E' farà gran diffese
Contra quella crudele il buon guerrero,
Pur che non venga con seco alle prese,
E guardi che non pèra il suo destriero. -
A questo dire il ladro era palese,
Che alla notte aspettar non fa pensiero;
Tra quella gente se ne va Brunello
Tutto improviso, e prese quello annello.

E non l'arebbe la dama sentito,
Se non che sbigotì della sua faccia.
Lui con l'anel che gli ha tolto de dito,
Di fuggir prestamente si procaccia,
Correndo al sasso dove era salito.
Dietro tutta la gente è posta in caccia;
Ché Angelica piangendo se scapiglia
Cridando: - Ahimè tapina! piglia! piglia!

Piglia! piglia! - cridava - ahimè tapina!
Ché consumata son, s'el non è preso. -
Ciascun per agradire alla regina
A suo poter avrebbe il ladro offeso.
Lui passa il muro e salta la roina,
Per quella pietra se ne va sospeso,
E per la ripa va mutando il passo
Come per gradi, e gionge al fiume basso.

Né vi crediati che fusse confuso,
Benché quella acqua sia grossa e corrente:
Come un pesce a natare egli era aduso;
Entra nel fiume, e di lui par nïente.
Fuor de l'acqua teniva aponto il muso,
E pareva una rana veramente;
Quei del castel, guardando in ogni lato
E nol veggendo, il credeno affocato.

Angelica per questo se dispera,
E ben se batte il viso la meschina.
Brunello uscì dapoi della rivera,
Per la campagna via forte camina;
Gionse dove era la battaglia fiera
Tra il re circasso e la forte regina.
Ivi firmosse alquanto per mirare,
Ma l'uno e l'altro alor se vôl posare;

Perché il secondo assalto era bastato,
E ciascadun di lor vôl prender posa.
Dicea Brunello: "Io non serò firmato,
Che io non guadagni vosco alcuna cosa.
Se non vi spoglio, aveti bon mercato;
Ma poi che seti gente valorosa,
Io voglio usarvi alquanta cortesia:
Ciò che io vi lascio, è della robba mia."

Così dicea Brunello in la sua mente,
E vede a Sacripante quel destriero,
Il qual da parte si stava dolente
Avendo del suo regno gran pensiero,
Che gli parea vedere in foco ardente,
Come contato avea quel messaggiero;
E tal doglia di questo ha Sacripante,
Che non se avede quel che abbi davante.

Diceva lo Africano: "Or che omo è questo
Che dorme in piede, ed ha sì bon ronzone?
Per altra volta io lo farò più desto."
E prese in questo dire un gran troncone,
E la cingia disciolse presto presto,
E pose il legno sotto dello arcione;
Né prima Sacripante se ne avede,
Che quel se parte, e lui rimane a piede.

A questa cosa mirava Marfisa,
Ed avea preso tanta meraviglia,
Che, come fosse dal spirto divisa,
Stringea la bocca ed alciava le ciglia.
Il ladro la trovò tutta improvisa
In tal pensiero, e la spata li piglia;
Quella attamente li trasse di mano,
E via spronando fugge per il piano.

Marfisa il segue e cridando il minaccia,
- Giotton, - dicendo - e' ti costarà cara! -
Ma lui si volta e fagli un fico in faccia;
E fuggendo dicea: - Così se impara! -
Il campo è tutto in arme e costui caccia,
Cridando: - Piglia! piglia! para! para! -
Ma lui, che si trovava un tal destriero,
De lo esser preso avea poco pensiero.

Or Sacripante rimase stordito
Per meraviglia, e non avria saputo
Dire a qual modo sia quel fatto gito,
Se non che esso il destriero avea perduto.
"Dove è colui, - dicea - che m'ha schernito?
Or come fece, ch'io non l'ho veduto?
Esser non puote che uno inganno tanto
Non sia da spirti fatto per incanto.

E se gli è ciò, mia dama con l'annello
Ancor farami avere il bon destriero.
Ben mi è vergogna: ma quale omo è quello
Che possa riparare a tal mestiero?"
Così dicendo tornasi al castello
Pensoso, anzi turbato nel pensiero;
Ma, come gionto fu dentro alla porta,
Angelica trovò che è quasi morta:

Quasi morta di doglia la donzella,
Pensando che riceve un tal dannaggio.
Re Sacripante per nome l'appella,
Dicendo: - Anima mia, chi te fa oltraggio? -
Lei sospirando, piangendo favella,
Dicendo: - Ormai diffesa più non aggio.
Presto nelle sue man me avrà Marfisa,
E serò in pena e con tormento occisa.

Aggio perduta tutta la diffesa
Che aver suoleva a l'ultima speranza,
E so che prestamente serò presa,
E poco tempo de viver me avanza.
E tanto questo danno più mi pesa,
Quanto io l'ho recevuto come a cianza,
E più non sazo, trista, dolorosa,
Chi m'abbia tolta così cara cosa. -

Non sapea il re di quel fatto nïente,
Ché era nel campo, come aveti odito;
Ma detto gli fu poi da quella gente
Come il ladro l'annel tolse de dito
E fuggitte alla ripa prestamente,
E fu impossibil de averlo seguito,
Perché se era gettato giù del sasso,
Sì che egli era affocato al fiume basso.

Il re diceva: - Se Macon mi vaglia,
Che costui non deve esser affocato
(Così foss'egli!), perché alla battaglia
Il mio destrier di sotto m'ha robbato,
E fuggito ne è via per la prataglia.
Benché Marfisa l'abbia seguitato,
Non serà preso, e ben lo so di certo,
Ché del destrier ch'egli ha ne sono esperto. -

Mentre che tra costor se ragionava,
E 'l dir de l'una cosa l'altra spiana,
Colui che in guarda a l'alta rocca stava,
- A l'arme! - crida, e suona la campana;
E dà risposta a chi lo dimandava,
Che una gran gente ariva in su la piana,
Con tante insegne grande e piccoline,
Che ne stupisce e non ne vede il fine.

Or questa gente che là giù venìa,
Perché sappiati il fatto ben certano,
Venuta è tutta quanta de Turchia
(Qua la conduce il forte Caramano):
Ducento millia e più quella zinia,
Che con gran cridi se accampa nel piano.
Torindo questa gente fa venire,
Ché vôl vedere Angelica perire.

Sono accampati sopra alla pianura,
E ciascadun giurando se destina
Mai non partirse, che di quella altura
Verà la rocca al basso con roina.
Angelica tremava di paura
Veggendosi diserta la meschina,
Ché il campo de' nemici è sì cresciuto;
Lei de alcuno altro non aspetta aiuto.

Or si va di quel tempo racordando
Che la soccorse il franco paladino
Con tanti bon guerreri, io dico Orlando,
Che avea mandato a quel falso giardino;
La fortuna e se stessa biastemando,
E l'amor de Ranaldo e il rio destino,
Qual l'ha tanto infiammata e tanto accesa,
Che gli ha tolto ogni aiuto e ogni diffesa.

Sol seco è Sacripante, il bon guerriero,
Ma questo alla battaglia non uscia,
Poi che perduto aveva quel destriero
Che contra di Marfisa il mantenia,
E stava del suo regno in gran pensiero,
Che avea perduto, e in gran malenconia;
Ma più pena sentiva e più dolore
Veggendo quella dama in tanto errore.

Del destriero e del regno che è perduto
Non avrebbe quel re doglia né cura,
Pur che potesse dare alcuno aiuto
A quella dama che è in tanta paura.
Il castel per tre mesi è proveduto
Di vittualia dentro a l'alte mura;
Prima adunque che 'l tempo sia finito,
Bisogno è di pigliare altro partito.

Venne in consiglio lo re Galafrone
Col re circasso e sua figlia soprana.
Disse quel vecchio: - Oditi una ragione,
Ché ogni altra di soccorso mi par vana.
Un mio parente tiene la regione
Di là da l'India, detta Sericana,
E lui Gradasso si fa nominare,
Qual di prodezza al mondo non ha pare.

Settanta dui reami in sua possanza
Ha conquistato con la sua persona,
E vinto ha tutto il mare e Spagna e Franza;
Per lo universo il suo nome risuona.
Ora di novo per molta arroganza
Ha tolto dal suo capo la corona,
Ed ha giurato mai non la portare
Se non compisce quel ch'egli ha da fare.

Perché al tempo passato, alora quando
Vinse la Franza e prese Carlo Mano,
Quel gli promise de mandare un brando
Che al mondo non è un altro più soprano,
Qual era de un baron che ha nome Orlando.
Ora ha aspettato molto tempo in vano,
Onde destina tornare in Ponente,
E prender Carlo e tutta la sua gente.

E dentro alla città di Druantuna,
Che è la sua sedia antiqua e stabilita,
Per far passaggio gran gente raduna;
E, secondo che intendo per odita,
Tanta non ne fui mai sotto la luna
Un'altra fiata ad arme insieme unita;
Benché reputo quella gente a cianza,
Dico a rispetto de la sua possanza.

Sì che a camparci de man di Marfisa,
Questo serebbe lo ottimo rimedio;
Ma non ritrovo il modo né la guisa
A far sapere a lui di questo assedio;
Ch'io so che lui verrebbe alla recisa,
Né mai mi lasciarebbe in tanto attedio:
Ma non so trovar modo né vedere
Che questa cosa gli faccia asapere. -

Seguiva Galafron con questo dire
A Sacripante voltando le ciglia:
- Tu sei, figliolo, uno omo di alto ardire,
E tanto amor mi porti ed a mia figlia,
Che tu sei posto più volte a morire,
Né Mandricardo, che 'l tuo regno piglia,
Né il tuo caro Olibandro, che hai perduto,
Mai ti puote distor dal nostro aiuto.

Dio faccia che una volta meritare
Possiamo te con degno guidardone,
Ben ch'io non credo mai poterlo fare;
Ma ciò che abbiamo e le proprie persone
Seran disposte nel tuo comandare.
Ciò te giuro a la fede di Macone,
Che la mia figlia e tutto il regno mio
Seran disposti sempre al tuo desio.

Ma questo proferirti fia perduto,
Ché serà il regno e noi seco diserti,
Se non trovamo a qualche modo aiuto;
Ed io che tutti quanti li aggio esperti
E lungamente ho il fatto proveduto
E i soccorsi palesi e li coperti,
Dico che siamo a l'ultimo perire,
Se 'l re Gradasso non se fa venire.

Sì che, figlio mio caro, io te scongiuro
Per nostro amore e tua virtù soprana,
Che non ti para questo fatto duro
Di ritrovar Gradasso in Sericana;
E questa sera, come il cel sia scuro,
Potrai callar nell'oste in su la piana,
Ché quella gente ne stima sì poco,
Che non fa guarda al campo in verun loco. -

Sacripante non fie' molte parole,
Come colui che ha voglia de servire,
E de altro nella mente non si dole,
Se non che presto non si può partire;
Ma come a ponto fu nascoso il sole,
E cominciosse il celo ad oscurire,
Iscognosciuto, come peregrino,
Per mezo l'oste prese il suo camino.

Né mai sopra di lui fu riguardato;
Va di gran passo e porta il suo bordone,
Ma sotto la schiavina è bene armato
Di bona piastra, ed ha il brando al gallone.
Rimase Galafrone assedïato
Con la sua figlia nel forte girone;
E Sacripante, che de andare ha cura,
Trovò nel suo vïaggio alta ventura.

Questa odirete, come l'altre cose
Che insieme tutte quante sono agionte.
E seran ben delle meravigliose,
Perché fu in India al Sasso della Fonte;
Ma primamente, gente dilettose,
Io ve vorò contar di Rodamonte:
Di Rodamonte vo' contarvi in prima,
Che una vil foglia il suo Macon non stima,

E meno ancor s'accosta ad altra fede:
Tien per suo Dio l'ardire e la possanza,
E non vôle adorar quel che non vede.
Questo superbo, che ha tanta arroganza,
Pigliar soletto tutto il mondo crede,
Ed al presente vôl passar in Franza,
E prenderla in tre giorni si dà vanto,
Come odirete dir ne l'altro canto.

Canto sesto

Convienmi alciare al mio canto la voce,
E versi più superbi ritrovare;
Convien ch'io meni l'arco più veloce
Sopra alla lira, perch'io vo' contare
De un giovane tanto aspro e sì feroce,
Che quasi prese il mondo a disertare:
Rodamonte fu questo, lo arrogante,
Di cui parlato ve ho più volte avante.

Alla cità d'Algeri io lo lasciai,
Che di passare in Franza se destina,
E seco del suo regno ha gente assai:
Tutta è alloggiata a canto alla marina.
A lui non par quella ora veder mai
Che pona il mondo a foco ed a roina,
E biastema chi fece il mare e il vento,
Poi che passar non puote al suo talento.

Più de un mese di tempo avea già perso
De quindi in Sarza, che è terra lontana,
E poi che è gionto, egli ha vento diverso,
Sempre Greco o Maestro o Tramontana;
Ma lui destina o ver di esser sumerso,
O ver passare in terra cristïana,
Dicendo a' marinari ed al patrone
Che vôl passare, o voglia il vento, o none.

- Soffia, vento, - dicea - se sai soffiare,
Ché questa notte pure ne vo' gire;
Io non son tuo vassallo e non del mare,
Che me possiati a forza retenire;
Solo Agramante mi può comandare,
Ed io contento son de l'obidire:
Sol de obedire a lui sempre mi piace,
Perché è guerrero, e mai non amò pace. -

Così dicendo chiamò un suo parone
Che è di Moroco ed è tutto canuto;
Scombrano chiamato era quel vecchione,
Esperto di quella arte e proveduto.
Rodamonte dicea: - Per qual cagione
M'hai tu qua tanto tempo ritenuto?
Già son sei giorni, a te forse par poco,
Ma sei Provenze avria già posto in foco.

Sì che provedi alla sera presente
Che queste nave sian poste a passaggio,
Né volere esser più di me prudente,
Ché, s'io me anego, mio serà il dannaggio;
E se perisce tutta l'altra gente,
Questo è il minor pensier che nel core aggio,
Perché, quando io serò del mare in fondo,
Voria tirarmi adosso tutto il mondo. -

Rispose a lui Scombrano: - Alto segnore,
Alla partita abbiam contrario vento;
Il mare è grosso e vien sempre maggiore.
Ma io prendo de altri segni più spavento,
Ché il sol callando perse il suo vigore,
E dentro a i novaloni ha il lume spento;
Or si fa rossa or pallida la luna,
Che senza dubbio è segno di fortuna.

La fulicetta, che nel mar non resta,
Ma sopra al sciutto gioca ne l'arena,
E le gavine che ho sopra alla testa,
E quello alto aeron che io vedo apena,
Mi dànno annunzio certo di tempesta;
Ma più il delfin, che tanto se dimena,
Di qua di là saltando in ogni lato,
Dice che il mare al fondo è conturbato.

E noi se partiremo al celo oscuro,
Poi che ti piace; ed io ben vedo aperto
Che siamo morti, e de ciò te assicuro;
E tanto di questa arte io sono esperto,
Che alla mia fede te prometto e giuro,
Quando proprio Macon mi fésse certo
Ch'io non restassi in cotal modo morto,
"Va tu, - direbbi - ch'io mi resto in porto."-

Diceva Rodamonte: - O morto o vivo,
Ad ogni modo io voglio oltra passare,
E se con questo spirto in Franza arivo,
Tutta in tre giorni la voglio pigliare;
E se io vi giongo ancor di vita privo,
Io credo per tal modo spaventare,
Morto come io serò, tutta la gente,
Che fuggiranno, ed io serò vincente. -

Così de Algeri uscì del porto fuore
Il gran naviglio con le vele a l'orza;
Maestro alor del mare era segnore,
Ma Greco a poco a poco se rinforza;
In ciascaduna nave è gran romore,
Ché in un momento convien che si torza:
Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto
Urtarno il mare insieme a rio baratto.

Allor se cominciarno e cridi a odire,
E l'orribil stridor delle ritorte;
Il mar cominciò negro ad apparire,
E lui e il celo avean color di morte;
Grandine e pioggia comincia a venire,
Or questo vento or quel si fa più forte;
Qua par che l'unda al cel vada di sopra,
Là che la terra al fondo se discopra.

Eran quei legni di gran gente pieni,
De vittuaglia, de arme e de destrieri,
Sì che al tranquillo e ne' tempi sereni
Di bon governo avean molto mestieri;
Or non vi è luce fuor che di baleni,
Né se ode altro che troni e venti fieri,
E la nave è percossa in ogni banda:
Nullo è obedito, e ciascadun comanda.

Sol Rodamonte non è sbigotito,
Ma sempre de aiutarse si procaccia;
Ad ogni estremo caso egli è più ardito,
Ora tira le corde, or le dislaccia;
A gran voce comanda ed è obedito,
Perché getta nel mare e non minaccia;
Il cel profonda in acqua a gran tempesta,
Lui sta di sopra e cosa non ha in testa.

Le chiome intorno se gli odìan suonare,
Che erano apprese de l'acqua gelata;
Lui non mostrava de ciò più curare,
Come fusse alla ciambra ben serrata.
Il suo naviglio è sparso per il mare,
Che insieme era venuto di brigata,
Ma non puote durare a quella prova:
Dov'è una nave, l'altra non si trova.

Lasciamo Rodamonte in questo mare,
Che dentro vi è condutto a tal partito:
Ben presto il tutto vi vorò contare;
Ma perché abbiati il fatto ben compito,
Di Carlo Mano mi convien narrare,
Che avea questo passaggio presentito,
E benché poco ne tema o nïente,
Avea chiamata in corte la sua gente.

E disse a lor: - Segnori, io aggio nova
Che guerra ci vuol fare il re Agramante.
Né lo spaventa la dolente prova,
Ove fur morte de sue gente tante;
Né par che dalla impresa lo rimova
L'esempio de suo patre e de Agolante,
Che morti fur da noi con vigoria:
Or ne viene esso a fargli compagnia.

Ma pure in ogni forma ce bisogna
Guarnir per tutto il regno a bona scorta,
Perché, oltra al vituperio e alla vergogna,
La trista guarda spesso danno porta.
Costor verranno o per terra in Guascogna,
O per mare in Provenza, o ad Acquamorta,
E però voglio che con gente armata
Ogni frontiera sia chiusa e guardata. -

Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone,
Ed a lui disse: - Poi che se ne è andato
Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone,
Farai che Montealban sia ben guardato.
Manda tua gente fore a ogni cantone,
E fa che incontinente io sia avisato
Ciò che se faccia in terra ed in marina
Per tutta Spagna, dove te confina.

Là son toi figli; ogniuno è bon guerrero,
Sì che non te bisogna una gran gente;
Se pure aiuto te farà mestiero,
Io commetto ad Ivone, il tuo parente,
E qui presente impono ad Angelero
Che ciascadun te sia tanto obediente
Come proprio serìano a mia persona,
Sotto a l'oltraggio di questa corona.

Così Guielmo, il sir de Rosiglione,
Ed Ariccardo, quel di Perpignano,
Con tutte le sue gente e sue persone
Vengano ad aloggiare a Montealbano. -
Di questo non si fece più sermone;
Lo imperator, rivolto a l'altra mano,
Disse: - Segnori, or con più providenza
Convien guardarsi il mar verso Provenza.

Però voglio che il duca de Bavera
Di quella regïone abbia la impresa:
In mare, in terra tutta la rivera
Contra questi Africani abbia diffesa.
Benché sia cosa facile e leggiera
Vetare a' Saracin la prima scesa,
La gran fatica fia de indovinare
Il loco a ponto ove abbino a smontare.

Per questo voglio che con seco mena
Tutti quattro i suoi figli a quel riparo,
Ed oltra a questi il conte de Lorena,
Dico Ansuardo, il mio paladin caro,
E Bradiamante, la dama serena,
Ché di Ranaldo vi è poco divaro
Di ardire e forza a questa sua germana;
Così Dio sempre me la guardi sana!

Ed Amerigo, duca di Savoglia,
E Guido il Borgognon vada in persona,
E la sua gesta seco si raccoglia
Roberto de Asti e Bovo de Dozona.
Chi non obedirà, sia chi si voglia,
Serà posto ribello alla corona.
Ora, Naimo mio caro, intendi bene:
Tenire aperti gli occhi ti conviene.

In molte parte te convien guardare
Per non essere accolto allo improviso,
Ché, stu li lasci a terra dismontare,
Non andarà la cosa più da riso.
Tien la vedetta per terra e per mare,
E fa che de ogni cosa io n'abbia aviso,
Ch'io starò sempre in campo proveduto
A dare, ove bisogni, presto aiuto. -

Fu in cotal forma il consiglio fermato,
Sì come avea disposto Carlo Mano,
E ciascadun da lui tolse combiato,
Ed andò il duca Amone a Montealbano,
Da molti bon guerreri accompagnato;
E il duca Naimo per monte e per piano,
Con pedoni e cavalli in quantitade,
Gionse in Marsiglia dentro alla citade.

Trenta migliara avea de cavallieri,
Ed ha vinti migliara de pedoni;
E tra lor cominciarno a far pensieri
Qual terra ciascadun de quei baroni
Tenesse al suo governo volentieri;
Né già vi fôr tra lor contenzïoni,
Ma ciascun, come a Naimo fu in talento,
Prese la guarda e rimase contento.

Torniamo a Rodamonte, che nel mare
Ha gran travaglia contra alla fortuna;
La notte è scura e lume non appare
De alcuna stella, e manco della luna.
Altro non se ode che legni spezzare
L'un contra a l'altro per quella onda bruna,
Con gran spaventi e con alto romore:
Grandine e pioggia cade con furore.

Il mar se rompe insieme a gran ruina,
E 'l vento più terribile e diverso
Cresce d'ognor e mai non se raffina,
Come volesse il mondo aver somerso.
Non sa che farsi la gente tapina,
Ogni parone e marinaro è perso;
Ciascuno è morto e non sa che si faccia:
Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia.

Gli altri fan voti con molte preghiere,
Ma lui minaccia al mondo e la natura,
E dice contra Dio parole altiere
Da spaventare ogni anima sicura.
Tre giorni con le notte tutte intiere
Sterno abattuti in tal disaventura,
Che non videro al cielo aria serena,
Ma instabil vento e pioggia con gran pena.

Al quarto giorno fu maggior periglio,
Ché stato tal fortuna ancor non era,
Perché una parte di quel gran naviglio
Condotta è sotto Monaco in rivera.
Quivi non vale aiuto né consiglio;
Il vento e la tempesta ognior più fiera
Ne l'aspra rocca e nel cavato sasso
Batte a traverso e legni a gran fracasso.

Oltra di questo tutti e paesani,
Che cognobber l'armata saracina,
Cridando: - Adosso! adosso a questi cani! -
Callarno tutti quanti alla marina,
E ne' navigli non molto lontani
Foco e gran pietre gettan con roina,
Dardi e sagette con pegola accesa;
Ma Rodamonte fa molta diffesa.

Nella sua nave alla prora davante
Sta quel superbo, e indosso ha l'armatura,
E sopra a lui piovean saette tante
E dardi e pietre grosse oltra a misura,
Che sol dal peso avrian morto un gigante;
Ma quel feroce, che è senza paura,
Vôl che 'l naviglio vada, o male o bene,
A dare in terra con le vele piene.

Aveano e suoi di lui tanto spavento,
Che ciascaduno a gran furia se mosse,
Ed ogni nave al suo comandamento
Sopra alla spiagia alla prora percosse.
Traeva Mezodì terribil vento
Con spessa pioggia e con grandine grosse;
Altro non se ode che nave strusire
Ed alti cridi e pianti da morire.

Di qua di là per l'acqua quei pagani
Con l'arme indosso son per anegare,
E gettan frezze e dardi in colpi vani;
Mai non li lascia quella unda fermare.
In terra stanno armati e paesani,
Né li concedon ponto a vicinare,
E di Monico uscì, che più non tarda,
Conte Arcimbaldo e la gente lombarda.

Questo Arcimbaldo è conte di Cremona,
E del re Desiderio egli era figlio;
Gagliardo a meraviglia di persona,
Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio.
Costui la rocca a Monico abandona
Sopra un destrier coperto di vermiglio,
E con gran gente calla alla riviera,
Ove apizzata è la battaglia fiera.

A Monico il suo patre l'ha mandato,
Ch'è sopra alle confine di Provenza,
Perché intenda le cose in ogni lato,
E dàlli avviso in ciascuna occorrenza.
Il re dentro a Savona era fermato,
Dov'ha condutta tutta sua potenza
Con bella gente per terra e per mare,
Ché ad Agramante il passo vôl vetare.

Ora Arcimbaldo con molti guerrieri,
Come io vi dico, sopra al mar discese,
E fie' tre schiere de' suoi cavallieri,
E sopra al litto aperto le distese.
Esso con soi pedoni e ballestrieri
Andò in soccorso a questi del paese,
Dove è battaglia orribile e diversa,
Benché l'armata sia rotta e somersa.

Ché Rodamonte, orrenda creatura,
Fa più lui sol che tutta l'altra gente;
Egli è ne l'acqua fino alla centura,
Adosso ha dardi e sassi e foco ardente.
Ciascaduno ha di lui tanta paura,
Che non se gli avicina per nïente,
Ma da largo cridando con gran voce
Con lancie e frizze quanto può li nôce.

Esso rassembra in mezo al mar un scoglio,
E con gran passo alla terra ne viene,
E per molta superbia e per orgoglio
Dove è più dirupato il camin tiene.
Or, bei Segnori, io già non vi distoglio
Ch'e Cristïan non se adoprassen bene;
Ma non vi fo remedio a quella guerra:
Al lor dispetto lui discese in terra.

Dietro vi viene di sua gente molta,
Che da le nave e da i legni spezzati
Mezo somersa insieme era ricolta,
A benché molti ne erano affondati,
Ché non ne campò il terzo a questa volta;
E questi che alla terra eno arivati,
Son sbalorditi sì dalla fortuna,
Che non san s'egli è giorno o notte bruna.

Ma tanto è forte il figlio de Ulïeno,
Che tutta la sua gente tien diffesa,
Come fu gionto asciutto nel terreno,
E comincia dapresso la contesa;
Tra' Cristïan facea né più né meno
Che faccia il foco nella paglia accesa,
Con colpi sì terribili e diversi
Che in poco d'ora quei pedon dispersi.

In quel tempo Arcimbaldo era tornato,
Per condur sopra al litto e cavallieri,
E giù callava in ordine avisato,
Come colui che sa questi mestieri.
Ogni penone al vento è dispiegato,
Di qua di là se alciarno e cridi fieri;
Il conte di Cremona avanti passa,
Ver Rodamonte la sua lancia abassa.

Fermo in due piedi aspetta lo Africante;
Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo,
E non lo mosse ove tenìa le piante,
Benché fu il colpo smisurato e crudo;
Ma il Saracin, che ha forza de gigante,
E teneva a due mane il brando nudo,
Ferisce lui d'un colpo sì diverso,
Che tagliò tutto il scudo per traverso.

Né ancor per questo il brando se arrestava,
Benché abbia quel gran scudo dissipato,
Ma piastra e maglia alla terra menava,
E fecegli gran piaga nel costato.
Certo Arcimbaldo alla terra n'andava,
Se non che da sua gente fu aiutato,
E fu portato a Monico alla rocca,
Come se dice con la morte in bocca.

Tutti quei paesani e ogni pedone
Fôr da' barbari occisi in su l'arena,
Che eran sei miglia e seicento persone:
Non ne campâr quarantacinque apena.
Li cavallier fuggîr tutti al girone:
Non dimandar s'ogniom le gambe mena;
Ma se quei saracini avean destrieri,
Perian con gli altri insieme e cavallieri.

Sino al castel fu a lor data la caccia,
Poi giù callarno quei pagani al mare,
Il quale era tornato ora a bonaccia:
Qua Rodamonte li fece aloggiare.
Ciascun de aver la robba se procaccia
Che somersa da l'onde al litto appare;
Tavole e casse ed ogni guarnimento
Sopra a quella acqua va gettando il vento.

Fôr le sue nave intra grosse e minute
Che se partîr de Algier cento novanta;
Meglio guarnite mai non fôr vedute
Di bella gente e vittuaglia tanta;
Ma più che le due parte eran perdute,
Né se atrovarno a Monico sessanta;
E queste più non son da pace o guerra,
Ché 'l più de loro avean percosso in terra.

Morti eran tutti quanti e lor destrieri,
E perduta ogni robba e vittuaglia;
Rodamonte al tornar non fa pensieri,
Né stima tutto il danno una vil paglia.
Va confortando intorno e suoi guerreri
Dicendo: - Compagnoni, or non vi incaglia
Di quel che tolto ce ha fortuna o mare,
Ché per un perso, mille io vi vuo' dare.

E quivi non farem lungo dimoro,
Ché povra gente son questi villani.
Io vo' condurvi dove è il gran tesoro,
Giù nella ricca Francia a i grassi piani.
Tutti portano al collo un cerchio d'oro,
Come vedreti, questi fraudi cani,
Sì che del perso non vi dati lagno,
Ché noi siam gionti al loco del guadagno. -

Così la gente sua va confortando
Re Rodamonte con parlare ardito;
Questo e quello altro per nome chiamando,
Gli invita a riposar sopra a quel lito.
Or de Arcimbaldo vi verrò contando,
Che nel castel di Monico è fuggito,
Rotto e sconfitto ed a morte piagato,
Come di sopra a ponto io ve ho contato.

Come alla rocca fu dentro alle mura,
Al patre un messaggiero ebbe mandato,
Che gli contasse di questa sciagura
El fatto tutto, come era passato.
De avvisar Naimo ancora ha preso cura,
Qual già dentro a Marsilia era arivato,
E mandò ad esso un altro messaggiero,
Che gli raconta il fatto tutto intero.

Re Desiderio fu molto dolente,
Quando egli intese la novella fiera;
Uscitte de Savona incontinente,
Spiegando al vento sua real bandiera;
A Monico ne vien con la sua gente.
Da l'altra parte il duca di Bavera
Si mosse di Marsilia con gran fretta,
Per far de' Saracini aspra vendetta.

Ciascuna schiera a gran furia camina,
Dico Francesi e gente italïana,
E l'una vidde l'altra una matina
Da due vallette non molto lontana.
In mezo è Rodamonte alla marina,
Dove accampata ha sua gente africana.
Quel forte saracin dal crudo guardo
Vidde nel monte gionto il re lombardo,

Con tante lancie e con tante bandiere
Che una selva de abeti se mostrava;
Tutta coperta di piastre e lamiere
La bella gente il poggio alluminava.
Cridando Rodamonte in voce altiere
Chiama sua gente e l'armi dimandava,
E in un momento fu tutto guarnito
Di piastra e maglia il giovanetto ardito.

Fuor salta a piedi, e non avea destriero,
Ché per fortuna l'ha perso nel mare.
Or se leva a sue spalle il crido fiero
Per l'altra gente che nel poggio appare,
Io dico Naimo, Ottone e Belengiero,
Che d'altra parte vengono arivare,
Roberto de Asti e 'l conte di Lorena
Con Bradamante, che la schiera mena.

Avanti a gli altri vien quella donzella,
E bene al suo german tutta assomiglia;
Proprio assembra Ranaldo in su la sella,
E di bellezza è piena a meraviglia.
Costei mena la schiera a gran flagella;
Ma Rodamonte, levando le ciglia,
Gionta la gente vede in ogni lato,
Che quasi intorno l'ha chiuso e serrato.

A' suoi rivolto con la faccia oscura,
Disse: - Prendeti qual schiera vi piace,
O questa o quella, ch'io non ne do cura;
L'altra soletto, per lo Dio verace,
Voglio mandare in pezzi alla pianura. -
Così parlava quel giovane audace,
Ma la sua gente, che ha per lui gran core,
Verso e Lombardi è mossa con furore.

Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri
Oditi fôrno intorno ad ogni lato;
Re Desiderio e' soi bon cavallieri
Mena a roina il popol rinegato;
A benché e Saracin eran sì fieri
Per la prodezza del suo re appregiato,
Che, ancor che fusser de' Lombardi meno,
Perdiano a palmo a palmo il suo terreno.

Ma in questo loco è la battaglia zanza,
Dico a rispetto de l'altra vicina,
Dove contra ai baron che eran di Franza
Combatte Rodamonte a gran roina.
Costui ben certo di prodezza avanza
Quanta fôr mai di gente saracina;
In guerra non fu mai tanto fraccasso,
Però contar lo voglio a passo a passo.

Il duca Naimo, che è saggio e prudente,
Come vede e nemici alla pianura,
Fermò sopra del monte la sua gente,
E divisela in terzo per misura.
La schiera che venìa primeramente,
Fu Bradiamante, ch'è senza paura;
La figliola de Amon, quella rubesta,
Venìa spronando con la lancia a resta.

E seco al paro il conte de Lorena,
Ciò fu Ansuardo, de battaglia esperto,
Che giù callando gran tempesta mena,
E 'l conte de Asti, quel franco Roberto.
Questa è la prima schiera, che è ben piena:
Sedeci millia e più son per il certo.
Poi mosse la seconda con gran crido,
Sotto il duca Americo e il duca Guido.

L'un di Savoia e l'altro è di Bergogna,
Ciascadun d'essi ha più franca persona.
Contarvi e capitani mi bisogna:
Con loro è gionto Bovo di Dozona;
Per fare a' Saracini onta e vergogna,
Questa schiera seconda s'abandona;
La terza guida Naimo il bon vecchione,
E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone.

Il padre e' quatro figli a questa schiera
Son posti di quel campo al retroguardo,
Con tutta la sua gente di Baviera.
Ora tornamo al saracin gagliardo,
Che non avea stendardo né bandiera,
Ma tutto solo a mover non fu tardo
Contra alla gente che il monte discende;
Solo ed a piede la battaglia prende.

Piacciavi, bei segnor, di ritornare
Ad ascoltar la zuffa che io vo' dire,
Ché se mai prove odesti racontare
E colpi orrendi e diverso ferire,
E gente rotte a terra trabuccare,
Tutto è nïente a quel ch'io vo' seguire.
Nel fin del canto tornerò ad Orlando:
Adio, segnori; a voi mi racomando.

Canto settimo

Non fu, signor, contato più giamai
Battaglia sì diversa e tanto orribile,
Perché, come di sopra io vi contai,
Rodamonte di Sarza, quel terribile,
Contra de Naimo, che avea gente assai,
Solo è afrontato, che è cosa incredibile;
Ma Turpin, che dal ver non se diparte,
Per fatto certo il scrisse alle sue carte.

Né so se 'l fu piacer del celo eterno
Donar tanta prodezza ad un Pagano,
O se 'l demonio, uscito dell'inferno,
Combattesse per lui quel giorno al piano;
E' pose nostra gente in tal squaderno,
Che non fu data, al ricordare umano,
Cotal sconfitta a nostra gente santa,
Quale in quel giorno che il mio dir vi canta.

Tutte le schiere, come io ve ho contato,
Giù della costa son callate al basso;
Da l'altra parte Rodamonte armato
Ha fesa la battaglia a gran fraccasso.
La nostra gente come erba di prato
Taglia a traverso e manda morta al basso;
Pedoni e cavallier, debili e forti
L'un sopra a l'altro van spezzati e morti.

Sempre ferendo va quello africante
Dritti e roversi, e cridando minaccia;
Egli ha i nemici di dietro e davante,
Ma lui col brando se fa ben far piaccia.
Ecco gionta alla zuffa Bradamante,
Quella donzella ch'è di bona raccia;
Come fùlgor del cielo, o ver saetta,
Ver Rodamonte la sua lancia assetta.

Dal lato manco il gionse nel traverso
E passò il scudo questa dama ardita,
E quasi a terra lo mandò riverso,
Benché non fece a quel colpo ferita;
Ché 'l saracin, che fu tanto diverso,
Ed avea forza incredibile e infinita,
Portava sempre alla battaglia indosso
Un cor di serpe, mezo palmo grosso.

Ma non di manco pur fo per cadere,
Come io ve dissi, per quella incontrata,
Quando la dama che ha tanto potere
Lo ferì al fianco con lancia arrestata;
Tutta la gente che l'ebbe a vedere,
Levò gran crido e voce smisurata;
Né già per questo al pagan se avicina,
Ma sol cridando aiuta la fantina.

Lei già rivolto ha il suo destrier coperto,
E torna adosso a quel saracin crudo.
Or fuor de schiera uscì il conte Roberto
E ferì Rodamonte sopra il scudo,
Ed Ansuardo de battaglia esperto,
Egli sprona anco adosso a brando nudo;
Onde la gente, che ha ripreso core,
Tutta se mosse insieme a gran furore,

- Adosso! adosso! - ciascadun cridando,
Con sassi e lancie e dardi oltra misura.
Rideva il saracin questo mirando,
Come colui che fu senza paura;
Mena a traverso il furïoso brando,
E gionse proprio a loco di cintura
Quello Ansuardo, conte di Lorena,
E morto a terra il pose con gran pena.

Mezo alla terra e mezo nell'arcione
Rimase il busto di quel paladino:
Non fu mai vista tal destruzïone.
A Brandimante mena il saracino;
Lei non accolse, ma gionse il ronzone,
Che era coperto de usbergo acciarino;
Non giova usbergo né piastra né maglia,
Ché col e spalle a quel colpo li taglia.

Onde rimase a terra la donzella,
Ché 'l suo destriero è in duo pezi partito.
Adosso a gli altri il saracin martella;
Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito:
De un colpo il fende insino in su la sella.
Alor fu ciascaduno sbigotito,
Mirando il colpo di tanta tempesta:
Chi può fuggire, in quel campo non resta.

Rimase, com'io dico, Brandimante
Col destrier morto adosso in su l'arena
Tra quelle genti occise, che eran tante,
Che più morta che viva era con pena.
E Rodamonte, busto de gigante,
Col brando tutto il resto a morte mena;
Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano,
E manda pezzi da ogni banda al piano.

Pezzi de omini armati e de destrieri
Da ciascun canto in su la terra manda:
Contarvi e colpi non vi fa mestieri,
Né quanto sangue per terra si spanda.
Vanno a fraccasso e nostri cavallieri,
Ciascun fuggendo a Dio si racomanda;
Ed a dir presto e ben la cosa intera,
Tutta a roina è già la prima schiera.

E gionto è quel pagano alla seconda,
E rinovata è qui l'aspra battaglia,
Ché gente sopra a gente più ve abonda,
E fatto ha intorno al saracin serraglia;
Ma lui col brando tutti li profonda,
E men gli stima che un covon de paglia.
Il duca Naimo, che ogni cosa vede,
Per la gran doglia di morir se crede.

- Segnor del cel, - dicea - se alcun peccato
Contra de noi la tua iustizia inchina,
Non dar l'onore a questo rinegato,
Che così strazia tua gente meschina! -
Questo dicendo, un messo ebbe mandato,
Che racontasse a Carlo la roina
Che era incontrata, e dimandasse aiuto,
Benché se tenga ormai morto e perduto,

Poi che 'l pagano ha sì franca persona,
Che non trova riparo a sua possanza.
Ecco scontrato ha Bovo de Dozona,
E tutto feso l'ha fin nella panza.
Sua gente morto in terra lo abandona,
E ciascadun che avea prima baldanza,
Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere,
Volta le spalle e fugge a più potere.

Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero:
Tutti li occide senza alcun riguardo.
Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero,
Ma nanti al saracin ciascuno è tardo,
Ché Rodamonte è sì presto e legiero,
Che al corso avea più volte gionto un pardo.
Non vi giova fuggire e non diffesa:
Tutti li manda morti alla distesa.

Come al decembre il vento che s'invoglia,
Quando comincia prima la freddura:
L'arbor se sfronda e non vi riman foglia;
Così van spessi e morti a la pianura.
Ecco Americo, il duca di Savoglia,
Ch'è rivoltato in sua mala ventura,
E gionse a mezo il petto lo Africano,
Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano;

Ché a lui ferì il pagan sopra la testa,
E tutto il parte insin sotto al gallone.
Or fugge ciascaduno e non se arresta;
Mai non se vidde tal confusïone.
Il duca Naimo una grossa asta arresta,
E move la sua schiera il bon vecchione,
E seco ha quattro figli, ogniom più fiero,
Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.

Cresce la zuffa e il crido se rinova,
E levasi il rumore e 'l gran polvino.
Primeramente Avorio il pagan trova,
E ben rompe sua lancia il paladino;
Ma Rodamonte sta fermo alla prova,
E non se piega il forte saracino;
E similmente nel colpir de Ottone
Stette in duo piedi saldo al parangone.

L'un dopo l'altro Avino e Belengero
A lui feriano adosso arditamente,
E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero;
Ma, come gli altri, pur fece nïente.
Al quinto colpo quel saracin fiero
Alciò la faccia a guisa de serpente;
Crollando il capo disse: - Via, canaglia!
Ché tutti non valeti un fil di paglia. -

Né più parole; ma del brando mena,
E gionse nella testa al franco Ottone.
Come a Dio piacque e sua Matre serena,
Voltosse il brando e colse de piattone,
E fo quel colpo di cotanta pena,
Che tramortito lo trasse d'arzone;
Né sopra a questo il saracin se arresta,
Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta.

E misse a terra duo de quei gagliardi,
Avorio e Belengier, feriti a morte;
E gli altri tutti, e nobili e codardi,
Seriano occisi da quel pagan forte,
Se Desiderio e' suoi franchi Lombardi
Non avesser turbata quella sorte,
Perché a quel tempo con sua gente scorta
La ria canaglia avea sconfitta e morta;

E gionto era alle spalle al saracino,
Che roïnando gli altri avanti caccia
E già per terra avea disteso Avino,
Ferito crudelmente nella faccia.
Come un gran vento nel litto marino
Leva l'arena e il campo avanti spaccia,
Così quel crudo con la spada in mano
Tutta la gente manda morta al piano.

Per l'aria van balzando maglie e scudi,
Ed elmi pien di teste, e braccie armate,
Ma benché taglia come corpi nudi
Sbergi e lameri e le piastre ferrate,
Pur rivoltava spesso gli occhi crudi
Alle sue gente rotte e dissipate,
E tutta via mirando alla sua schiera,
Facea battaglia avanti orrenda e fiera.

Quale il forte leone alla foresta,
Che sente alle sue spalle il cacciatore,
Squassando e crini e torzendo la testa
Mostra le zanne e rugge con terrore;
Tal Rodamonte, odendo la tempesta
Che faceano e Lombardi, e 'l gran furore
Della sua gente rotta e posta in caccia,
Rivolta a dietro la superba faccia.

Sua gente fugge, e chi più può sperona:
Beato se tenìa chi era il primiero.
Re Desiderio mai non li abandona,
Anci li caccia per stretto sentiero.
A lui davanti è il conte di Cremona,
Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero,
Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano
Vien Rigonzone, il forte parmesano.

Era costui feroce oltra a misura,
Ma legier di cervel come una paglia;
O ver guarnito, o senza l'armatura,
Battendo gli occhi intrava alla battaglia;
Né della vita né de onor si cura,
Ché sua ballestra non avea serraglia,
Dico, perché scoccava al primo tratto:
A dire in summa, el fu gagliardo e matto.

Or questi duo la gente saracina,
Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone,
Cacciano in rotta con molta roina.
Del re di Sarza in terra è 'l confalone,
Ch'era vermiglio, e dentro una regina,
Quale avea posto il freno ad un leone:
Questa era Doralice de Granata,
Da Rodamonte più che il core amata.

Però ritratta nella sua bandiera
La portava quel re cotanto atroce,
Sì naturale e proprio come ella era,
Che altro non li manca che la voce.
E lei mirando, alla battaglia fiera
Più ritornava ardito e più feroce,
Ché per tal guardo sua virtù fioriva,
Come l'avesse avante a gli occhi viva.

Quando la vidde alla terra caduta,
Mai fu nella sua vita più dolente;
La fiera faccia di color si muta,
Or bianca ne vien tutta, or foco ardente.
Se Dio per sua pietate non ce aiuta,
Perduto è Desiderio e la sua gente,
Perché il pagano ha furia sì diversa,
Che nostra gente fia sconfitta e persa.

Questa battaglia tanto sterminata
Tutta per ponto vi verrò contando,
Ma più non ne vo' dire in questa fiata,
Perché tornar conviene al conte Orlando,
Quale era gionto al fiume della fata,
Sì come io vi lasciai alora quando
Con Falerina se pose a camino,
Poi che disfatto fu quel bel giardino:

Quel bel giardino ove era guardïano
Il drago, il toro e l'asinello armato,
E quel gigante, che era ucciso in vano
Come di sopra vi fu racontato.
Tutto il disfece il senator romano,
Benché per arte fosse fabricato,
Ed alla dama poi dette perdono,
Per trar dal ponte quei che presi sono:

Quei cavallier, che presi erano al ponte
Dal vecchio ingannator, come io contai.
Quivi n'andava drittamente il conte,
Per trar cotanta gente di tal guai,
Via caminando per piani e per monte;
Con seco è Falerina sempre mai,
A piede, come lui, né più né meno,
Ché non avean destrier né palafreno.

Perduto aveva il conte Brigliadoro,
Come sapiti, e insieme Durindana;
Or, così andando a piè ciascun de loro,
Gionsero un giorno sopra alla fiumana,
Ove la falsa Fata del Tesoro
Avea ordinata quella cosa strana,
Più strana e più crudel che avesse il mondo,
Perché il fior de' baroni andasse al fondo.

Fu profondato quivi il fio de Amone,
Come di sopra odesti raccontare,
E seco Iroldo e l'altro compagnone,
Che ancor mi fa pietate a ricordare;
Né dopo molto vi gionse Dudone,
Il qual venìa questi altri a ricercare,
Ché comandato li avea Carlo Mano
Che trovi Orlando e il sir de Montealbano.

Caminando il baron senza paura,
Cercato ha quasi il mondo tutto quanto;
E, come volse la mala ventura,
Gionse a quel lago fatto per incanto,
Ove Aridano, orrenda creatura,
Cotanta gente avea condutta in pianto,
Perché ogni cavalliero e damigella
Getta nel lago la persona fella.

Così fu preso e nel lago gettato
Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa,
Perché Aridano in tal modo è fatato,
Che ciascadun che avea seco contesa,
Sei volte era di forza superchiato,
Onde veniva ogni persona presa;
Perché, se alcun baron ha ben possanza,
E lui sei tanta di poter lo avanza.

Tanta fortezza avea quel disperato
Che, come spesso se potea vedere,
Natava per quel lago tutto armato,
E tornava dal fondo a suo piacere;
E quando alcuno avesse profondato,
Giù se callava senz'altro temere,
E poi, notando per quella acqua scura,
Di lor portava a soma l'armatura.

E tanto era superbo ed arrogante,
Che delle gente occise e da lui prese
L'arme che avea spogliate tutte quante
A sé d'intorno le tenea suspese;
Ma a tutte l'altre se vedea davante,
Sopra a un cipresso bene alto e palese,
La sopravesta e l'arme de Ranaldo,
Che avea spogliato il saracin ribaldo.

Or, come io dissi, in su questa riviera
Ne gionge il conte caminando a piede,
E Falerina sempre a canto gli era;
Ma quando quella dama il ponte vede,
Tutta se turba e cangia ne la ciera,
Biastemando Macone e chi li crede;
Poi dice: - Cavallier, con duol amaro
Tutti siam morti, e più non c'è riparo.

Questo voluto ha il perfido Apollino
(Così poss'el cader dal celo al basso!)
Che ce ha guidato per questo camino,
Per roïnarce a quel dolente passo.
Or, perché intendi, quivi è un malandrino
Che già robbava ogniomo a gran fraccasso,
Crudele, omicidiale ed inumano,
E fu il suo nome, ed è ancora, Aridano.

Ma non avea possanza e non ardire,
Ché è de rio sangue e de gesta villana;
Or tanto è forte, e il perché ti vo' dire,
Ché cosa non fu mai cotanto strana.
Dentro a quel lago che vedi apparire,
Stavi una fata, che ha nome Morgana,
Qual per mala arte fabricò già un corno,
Che avria disfatto il mondo tutto intorno.

Perché qualunche il bel corno suonava,
Era condutto alla morte palese.
Sì lunga istoria dirti ora mi grava,
Come le gente fusser morte, o prese.
In poco tempo un barone arivava
(Il nome suo non so, né il suo paese):
Lui vinse e tori, il drago e la gran guerra
Di quella gente uscita della terra.

Quel cavallier, persona valorosa,
Così disfece il tenebroso incanto,
Onde la fata vien sì desdignosa
Che mai potesse alcun darsi tal vanto;
E fie' questa opra sì meravigliosa,
Che, ricercando il mondo tutto quanto,
Non serà cavallier di tanto ardire,
Qual non convenga a quel ponte perire.

Ella si pensa che quel campïone
Che suonò il corno, quindi abbia a passare,
O ver che per ardir, come è ragione,
Venga questa aventura a ritrovare;
Così l'averà morto, o ver pregione,
Ché omo del mondo non potria durare.
Per far perir quel cavallier Morgana
Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.

E ricercando tutte le contrate
De uno om crudel, malvaggio e traditore,
Trovò Arridano senza pïetate
Che già la terra non avea peggiore,
E ben guarnito l'ha de arme affatate
E d'una maraviglia ancor maggiore,
Che qualunche baron seco s'affronta,
Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.

Onde io mi stimo il vero, anci son certa
Che a tale impresa non potria durare;
Ed io con teco, misera, diserta
Dentro a quella acqua me vedo affogare,
Ché noi siam gionti troppo a la scoperta,
E non c'è tempo o modo di campare.
Non è rimedio ormai: noi siam perduti,
Come Aridano il fier ce abbia veduti. -

Il conte, sorridendo a tal parole,
Disse alla dama ragionando basso:
- Tutta la gente dove scalda il sole,
Non mi faria tornare adietro un passo.
Sasselo Idio di te quanto mi dole,
Poi che soletta in tal loco te lasso;
Ma sta pur salda e non aver temanza:
Il ferro è il mezo a l'om che ha gran possanza. -

La dama ancor piangendo pur dicia:
- Fuggi per Dio, baron, campa la morte!
Ché il conte Orlando qua non valeria,
Né Carlo Mano e tutta la sua corte.
Lasciar m'incresce assai la vita mia,
Ma de la morte tua mi dôl più forte,
Ché io son da poco e son femmina vile,
Tu prodo, ardito e cavallier gentile. -

Il franco conte a quel dolce parlare
A poco a poco si venìa piegando,
E destinava dietro ritornare.
Oltra quel ponte d'intorno guardando
L'arme cognobbe che suolea portare
Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando:
- Chi mi ha fatto - dicea - cotanto torto?
O fior d'ogni baron, chi te me ha morto?

A tradimento qua sei stato occiso
Dal falso malandrin sopra quel ponte,
Ché tutto il mondo non te avria conquiso,
Se teco avesse combattuto a fronte.
Ascoltami, baron; dal paradiso,
Ove or tu dimori, odi il tuo conte,
Qual tanto amavi già, benché uno errore
Commesse a torto per soperchio amore.

Io te chiedo mercè, damme perdono,
Se io te offesi mai, dolce germano,
Ch'io fui pur sempre tuo, come ora sono,
Benché falso suspetto ed amor vano
A battaglia ce trasse in abandono,
E l'arme zelosia ce pose in mano.
Ma sempre io te amai ed ancor amo;
Torto ebbi io teco, ed or tutto me 'l chiamo.

Che fu quel traditor, lupo rapace,
Qual ce ha vetato insieme a ritornare
Alla dolce concordia e dolce pace,
A i dolci baci, al dolce lacrimare?
Questo è l'aspro dolor che mi disface,
Ch'io non posso con teco ragionare
E chiederti perdon prima ch'io mora;
Questo è l'affanno e doglia che me accora. -

Così dicendo Orlando con gran pianto
Tra' for la spada, e il forte scudo imbraccia:
La spada a cui non vale arme né incanto,
Ma sempre dove gionge il camin spaccia.
Il fatto già vi contai tutto quanto,
Sì che non credo che mistier vi faccia
Tornarvi a mente con quale arte e quando
Da Falerina fusse fatto il brando.

Il conte, de ira e de doglia avampato,
Salta nel ponte con quel brando in mano;
Spezza il serraglio e via passa nel prato,
Ove iaceva il perfido Aridano.
Sotto al cipresso stava il renegato,
Quelle arme del segnor de Montealbano,
Che erano al tronco de intorno, mirando,
Quando li gionse sopra 'l conte Orlando.

Smarrisse alquanto il malandrino in viso,
Quando a sé vide sopra quel barone,
Però che adosso gli gionse improviso;
Pur saltò in piede e prese il suo bastone,
E poi dicea: - Se tutto il paradiso
Te volesse aiutare e idio Macone,
E' non avrian possanza e non ardire,
Ché in ogni modo ti convien morire. -

Al fin delle parole un colpo lassa
Con quel baston di ferro il can fellone;
Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa,
E cadde Orlando in terra ingenocchione.
A braccia aperte il saracin se abassa,
Credendolo portar sotto al gallone,
Come portar quelli altri era sempre uso
E poi nel lago profondarli giuso.

Ma il conte così presto non si rese,
Benché cadesse, e non fu spaventato;
Per il traverso un gran colpo distese,
E gionse a mezo del scudo afatato.
A terra ne menò quanto ne prese,
E cadde il brando nel gallone armato,
Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto,
Ché a quella spada non vi vale incanto.

E se non era il saracin chinato,
Ché ben non gionse quella spata a pieno,
Tutto l'avrebbe per mezo tagliato,
Come un pezzo di latte, più né meno;
Pur fu Aridano alquanto vulnerato,
Onde li crebbe al cor alto veleno,
E mena del bastone in molta fretta;
Ma il conte l'ha assaggiato, e non l'aspetta.

Gettosse Orlando in salto de traverso
E menò il brando per le gambe al basso,
Ed a quel tempo il saracin perverso
Callava il suo bastone a gran fraccasso.
Tirando l'uno e l'altro di roverso
Ben se gionsero insieme al contrapasso,
Ma il brando, che non cura fatasone,
Duo palmi e più tagliò di quel bastone.

Mosse Aridano un crido bestïale,
E salta adosso al conte, d'ira acceso.
Nulla diffesa al franco Orlando vale,
Con tanta furia l'ha quel pagan preso,
E vien correndo, come avesse l'ale.
Alla riviera nel portò di peso,
E così seco, come era abracciato,
Giù nel gran lago se profonda armato.

Da l'alta ripa con molta roina
Caderno insieme per quella acqua scura.
Quivi più non aspetta Falerina,
Ma via fuggendo su per la pianura
Giva tremando come una tapina,
Guardando spesso adietro con paura,
E ciò che sente e vede di lontano,
Sempre alle spalle aver crede Aridano.

Ma lui bon tempo stette a ritornare,
Ché gionse con Orlando insino al fondo.
Più nel presente non voglio cantare,
Ché al tanto dir parole me confondo:
Piacciavi a l'altro canto ritornare,
Che la più strana cosa che abbia il mondo
E la più dilettosa e più verace
Vi contarò, se Dio ce dona pace.

Canto ottavo

Quando la terra più verde è fiorita,
E più sereno il cielo e grazïoso,
Alor cantando il rosignol se aita
La notte e il giorno a l'arboscello ombroso;
Così lieta stagione ora me invita
A seguitare il canto dilettoso,
E racontare il pregio e 'l grand'onore
Che donan l'arme gionte con amore.

Dame legiadre e cavallier pregiati,
Che onorati la corte e gentilezza,
Tiratevi davanti ed ascoltati
Delli antiqui baron l'alta prodezza,
Che seran sempre in terra nominati:
Tristano e Isotta dalla bionda trezza,
Genevra e Lancilotto del re Bando;
Ma sopra tutti il franco conte Orlando,

Qual per amor de Angelica la bella
Fece prodezze e meraviglie tante,
Che 'l mondo sol di lui canta e favella.
E pur mo vi narrai poco davante
Come abracciato alla battaglia fella
Con Aridano, il perfido gigante,
Cadde in quel lago nel profondo seno;
Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.

Cadendo della ripa a gran fraccasso
Callarno entrambi per quella acqua scura,
Dico Aridano e lui tutti in un fasso.
Già giuso erano un miglio per misura,
E, roïnando tutta fiata a basso,
Cominciò l'acqua a farsi chiara e pura,
E cominciarno di vedersi intorno:
Un altro sol trovarno e un altro giorno.

Come nasciuto fosse un novo mondo,
Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato,
E sopra sé vedean del lago il fondo,
Il qual, dal sol di suso aluminato,
Facea parere il luogo più iocondo;
Ed era poi d'intorno circondato
Quel loco d'una grotta marmorina
Tutta di pietra relucente e fina.

Era la bella grotta a piede al monte:
Tre miglia circondava questo spaccio.
Ora torniamo a ragionar del conte,
Ch'è qui caduto col gigante in braccio,
Seco sempre ristretto a fronte a fronte,
E ben se aiuta per uscir de impaccio,
Ma pur se sbatte e se dimena invano:
Sei tanto è più de lui forte Aridano.

Né l'un da l'altro si potean spiccare,
Sin che fur gionti in sul campo fiorito.
Quivi Aridano il volse disarmare,
Credendo averlo tanto sbigotito,
Che più diffesa non dovesse fare;
A benché tal pensier li andò fallito,
Però che non l'avea lasciato a pena,
Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena.

Alor se incominciò l'aspra tencione
E l'assalto crudele e dispietato.
Il saracino adopra quel bastone
Che avrebbe a un colpo un monte dissipato.
Da l'altra parte il fio di Melone
Avea quel brando ad arte fabricato,
Che cosa non fu mai cotanto fina,
E ciò che trova taglia con roina.

Orlando a lui ferì primeramente,
Come li uscitte a ponto delle braccia,
E roppe avanti l'elmo relucente,
Benché non gionse il colpo nella faccia.
Diceva il saracin tra dente e dente:
- A questo modo la mosca se caccia,
A questo modo al naso si fa vento;
Ma ben ti pagarò, s'io non mi pento. -

Tra le parole un gran colpo disserra,
Ma già non gionse il conte a suo talento,
Ché ben lo avria disteso morto a terra,
E tutto rotto con grave tormento.
Or se rinforza la stupenda guerra:
Quello ha possa maggior, questo ardimento,
E ciascadun de vincer se procura:
Battaglia non fu mai più orrenda e scura.

Benché gran colpi menasse Aridano,
Non avea ponto Orlando danneggiato,
E giva sempre il suo bastone invano.
Ma il conte, che è di guerra amaestrato,
Menava bene il gioco d'altra mano,
E già l'aveva in tre parte impiagato,
Nel ventre, nella testa, nel gallone:
Fuora uscia il sangue a grande effusïone.

E, per non vi tenire a notte scura,
L'ultimo colpo che Orlando li dona,
Tutto lo parte, insino alla centura,
Onde la vita e il spirto lo abandona,
E cadde morto sopra a la pianura.
Quivi d'intorno non era persona;
Altro che il monte e il sasso non appare,
Pur guarda il conte e non sa che si fare.

La bianca ripa che girava intorno,
Non lasciava salire al monticello,
Quale era verde e de arboscelli adorno,
Tutto fiorito a meraviglia e bello.
E dalla parte ove apparisce il giorno,
Era tagliata a punta di scarpello
Una porta patente, alta e reale:
Più mai ne vidde il mondo un'altra tale.

Guardando, come ho detto, intorno Orlando
Scorse nel sasso la porta tagliata,
E verso quella a piede caminando
Vien prestamente e gionse su l'intrata;
E de ogni lato quella remirando,
Vide una istoria in quella lavorata
Tutta di pietre precïose e d'oro,
Con perle e smalti di sotil lavoro.

Vedeasi un loco cento volte cinto
De una muraglia smisurata e forte;
Chiamavasi quel cerchio il Labirinto,
Che avea cento serraglie e cento porte;
Così scritto era in quel smalto e depinto.
E tutto parea pieno a gente morte,
Ché ogni persona che è d'intrare ardita,
Vi more errando e non trova la uscita.

Mai non tornava alcuno ove era entrato,
E, come è detto, errando si moria;
O ver, dalla fortuna al fin guidato,
Dopo l'affanno della mala via,
Era nel fondo occiso e divorato
Dal Minotauro, bestia orrenda e ria,
Che avea sembianza d'un bove cornuto:
Più crudel mostro mai non fu veduto.

Ritratta era in disparte una donzella,
Che era ferita nel petto de amore
De un giovanetto, e l'arte gli rivella
Come potesse uscir di tanto errore.
Tutta depinta vi è questa novella,
Ma il conte, che a tal cosa non ha il core,
Alle sue spalle quella porta lassa,
E per la tomba caminando passa.

Via per la grotta va senza paura,
Ed era gito avante da tre miglia
Senza alcun lume per la strata oscura,
Alor che gl'incontrò gran meraviglia;
Perché una pietra relucente e pura,
Che drittamente a foco se assimiglia,
Gli fece luce mostrandoli intorno,
Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.

Questa davanti gli scoperse un fiume
Largo da vinte braccia, o poco meno;
Di là da lui rendea la pietra il lume,
In mezo a un campo sì de zoie pieno,
Che solo a dir di lor serìa un volume;
E non ha tante stelle il cel sereno,
Né primavera tanti fiori e rose,
Quante ivi ha perle e pietre precïose.

Avea quel fiume ch'è sopra contato,
Di sopra un ponte di poca largura,
Che non è mezo palmo misurato.
Da ciascun lato stava una figura
Tutta di ferro, a guisa d'omo armato.
Di là dal fiume aponto è la pianura,
Ove posto il tesoro è di Morgana;
Ora ascoltati questa cosa strana.

Non avea posto il piede su la intrata
Del ponticello il figlio di Melone,
Che la figura ad arte fabricata
Levò da l'alto capo un gran bastone.
Bene avea il conte sua spata fatata
Per incontrare il colpo di ragione;
Ma non bisogna che a questo risponda,
Che dà nel ponte e tutto lo profonda.

A questa cosa riguardava il conte
Meravigliando assai nel suo pensiero,
Ed ecco a poco a poco uno altro ponte
Nasce nel loco dove era il primiero.
Su vi entra Orlando con ardita fronte,
Ma de quindi varcar non è mistiero,
Ché la figura mai passar non lassa
Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.

Il conte avea de ciò gran meraviglia,
Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare?
Se il fiume fusse largo diece miglia,
In ogni modo voglio oltra passare."
Al fin delle parole un salto piglia:
Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare
A prender corso; e, come avesse piume,
D'un salto armato andò di là dal fiume.

Come fu gionto alla ripa nel prato
Ove Morgana ha posto il gran tesoro,
A sé davante vidde edificato
Un re con molta gente a concistoro.
Ciascun sta in piede, ed esso era assettato;
Tutte le membre avean formato d'oro,
Ma sopra eran coperti tutti quanti
Di perle, de robini e de diamanti.

Parea quel re da tutti riverito;
Avanti avea la mensa apparecchiata
Con più vivande, a mostra di convito,
Ma ciascadun di smalto è fabricata.
Sopra al suo capo avea un brando forbito,
Che morte li minaccia tutta fiata;
Ed al sinistro fianco, a men d'un varco,
Un che avea posto la saetta a l'arco.

Avea da lato un altro suo germano,
Che lo rasomigliava di figura,
E tenea un breve scritto nella mano.
Così diceva a ponto la scrittura:
' Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano
Qual se possede con tanta paura;
Né la possanza giova, né il diletto,
Quando se tiene o prende con sospetto.'

Però stava quel re con trista ciera,
Guardando intorno per suspizïone.
A lui davanti, ne la mensa altiera,
Sopra de un ziglio d'oro era il carbone,
Che dava luce a guisa de lumiera,
Facendo lume per ogni cantone;
Ed era il quadro di quella gran piaccia
Per ciascun lato cinquecento braccia.

Tutta coperta de una pietra viva
Era la piazza e d'intorno serrata;
Per quattro porte di quella se usciva,
Ciascuna riccamente lavorata.
Non vi ha fenestra e d'ogni luce è priva,
Se non che è dal carbone aluminata,
Qual rendeva là giù tanto splendore,
Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore.

Il conte, che di questo non ha cura,
Verso una porta prese il suo camino,
Ma quella nella entrata è tanto scura,
Che non sa dove andare il paladino.
Ritorna adietro e d'intorno procura
De l'altre uscite per ogni confino;
Tutte le cerca senza alcuna posa:
Ciascuna è più dolente e tenebrosa.

Mentre che pensa e sta tutto suspeso,
Andogli il core a quella pietra eletta,
Che nella mente parea foco acceso,
Onde a pigliarla corse con gran fretta;
Ma la figura che avea l'arco teso,
Subitamente scocca la saetta,
E gionse drittamente nel carbone,
Spargendo il lume a gran confusïone.

Cominciò incontinente un terremoto,
Scotendo intorno con molto rumore.
Mugiava in ogni lato il sasso voto:
Odita non fu mai voce maggiore.
Fermosse il conte stabile ed immoto,
Come colui che fu senza terrore:
Ecco il carbone al ziglio torna in cima,
E rende il lume adorno come in prima.

Orlando per pigliarlo torna ancora,
Ma, come a ponto con la mano il tocca,
Lo arcier che è a lato al re, senza dimora
Una saetta d'oro a l'arco scocca;
E durò il terremoto più d'un'ora,
Squassando con rumor tutta la rocca;
Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio
Tornò come era avanti in cima al ziglio.

Or fa pensiero il bon conte de Anglante
Avere al tutto quella pietra fina.
Trasse a sé il scudo e quel pose davante
Ove l'arciero il suo colpo destina;
Poi prese il bel carbone, e 'n quello istante
Gionse la frizza al scudo con roina,
Ma non puote passarlo il colpo vano:
Via ne va Orlando col carbone in mano.

E come lo guidava la fortuna,
Non prese a destra mano il suo vïaggio,
Che serìa uscito de la grotta bruna
Salendo sempre suso, il baron saggio.
Là gioso ove non splende sol né luna,
Né se può ritornar senza dannaggio,
Callava il conte, verso la pregione
Ove Ranaldo stava con Dudone.

Fôr questi presi sopra la rivera,
Sì come già davanti io vi contai,
E Brandimarte ancora con questi era,
Ed altri cavallieri e dame assai,
Ch'eran più de settanta in una schiera,
Che non avean speranza uscir giamai
Di quello incanto orribile e diverso,
Ma ciascadun si tiene al tutto perso.

E sappiati che il franco Brandimarte
Non fu per forza, come gli altri, preso;
Ma Morgana la fata con mala arte
L'avea d'amor con falsa vista acceso;
E seguendola lui per molte parte,
Non fu da alcun giamai con arme offeso,
Ma con carezze e con viso iocondo
Fu trabuccato a quel dolente fondo.

Or, come io dissi, il bon conte di Brava
Giù nella tomba alla sinistra mano
Per una scala di marmo callava
Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano;
E col carbone avanti alluminava,
Perché altramente serìa gito invano,
Ché quel camino è sì malvaggio e torto,
Che mille fiate errando serìa morto.

Poi che fu gionto in su la terra piana
Il conte, che a quel lume si governa,
Parbe vedere a lui molto lontana
Una fissura in capo alla caverna;
E, caminando per la strata strana,
A poco a poco pur par che discerna,
Che quella era una porta al fin del sasso,
Qual dava uscita al tenebroso passo.

L'aspra cornice di quel sasso altiero
Con tal parole a lettre era tagliata:
' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero,
Sappi che quivi facile è la entrata,
Ma il risalir da poi non è legiero
A cui non prende quella bona fata,
Qual sempre fugge intorno e mai non resta,
E dietro ha il calvo alla crinuta testa.'

Il conte le parole non intese,
Ma passa dentro quella anima ardita,
E, come a ponto nel prato discese,
Voltando gli occhi per l'erba fiorita
Alto diletto riguardando prese;
Perché mai non se intese per odita,
Né pNr veduta in tutto quanto il mondo
Più vago loco, nobile e iocondo.

Splendeva quivi il ciel tanto sereno,
Che nul zaffiro a quel termino ariva,
Ed era d'arboscelli il prato pieno,
Che ciascun avea frutti e ancor fioriva.
Longe alla porta un miglio, o poco meno,
Uno alto muro il campo dipartiva,
De pietre trasparente e tanto chiare,
Che oltra di quello il bel giardino appare.

Orlando dalla porta se alontana,
E mentre che per l'erba via camina,
Vidde da lato adorna una fontana
D'oro e di perle e de ogni pietra fina.
Quivi distesa stavasi Morgana
Col viso al cielo e dormiva supina,
Tanto suave e con sì bella vista
Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.

Le sue fattezze riguardava il conte
Per non svegliarla, e sta tacitamente.
Lei tutti etcrini avea sopra la fronte,
E faccia lieta, mobile e ridente;
Atte a fuggire avea le membre pronte,
Poca trezza di dietro, anzi nïente;
Il vestimento candido e vermiglio,
Che sempre scappa a cui li dà de piglio.

- Se tu non prendi chi te giace avante,
Prima che la se sveglia, o paladino,
Frustarai a' tuoi piedi ambe le piante
Seguendola da poi per mal camino;
E portarai fatiche e pene tante,
Prima che tu la tenghi per il crino,
Che serai reputato un santo in terra
Se in pace soffrirai cotanta guerra. -

Queste parole fur dette ad Orlando,
Mentre che attento alla fata mirava,
Onde se volse adietro, ed ascoltando
Verso la voce tacito ne andava;
E forse trenta passi caminando
A piè de l'alto mur presto arivava,
Qual tutto di cristallo è tanto chiaro,
Che oltra si vede senza alcun divaro.

Così cognobbe lo ardito barone
Come colui che avanti avea parlato,
Di là da quel cristallo era pregione,
E prestamente l'ha rafigurato,
Perché quello era il suo franco Dudone;
Ed ora l'un da l'altro è separato
Forse tre piedi, o poco meno, o tanto:
Pensati che ciascun facea gran pianto.

Ben distendevan l'una e l'altra mano
Per abracciarse insieme ad ogni parte.
Dice a Dudone: - Io me affatico invano,
Ché in nulla forma mai potria toccarte. -
In quello giunse il sir de Montealbano,
Che a braccio ne venìa con Brandimarte,
E non sapevan del conte nïente;
Ciascun di lor piangendo fu dolente.

Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso,
E tiene al fianco ancor la spata cinta:
Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso,
Ché sua prodezza non serà mai vinta;
Abenché rallegrar pur non mi posso,
Perché io non so se l'ira ancora è estinta,
Quando per colpa mia quasi fui morto,
Alor che seco combatteva a torto.

Ch'io non doveva per nulla cagione
Prender con seco alcuna differenza;
Egli è di me maggiore, e di ragione
Lo debbo sempre avere in riverenza. -
Diceva Brandimarte al fio d'Amone:
- Di questo ditto non aver temenza;
Così quindi te tragga Dio verace,
Come tra voi farò presto la pace. -

E così l'un con l'altro ragionando,
Come vi dico, assai pietosamente,
Per caso allor se volse il conte Orlando,
Ed ambi li cognobbe incontinente;
E piangendo di doglia e sospirando,
Con parlar basso e con voce dolente
Li adimandava con qual modo e quanto
Fusser già stati presi a quello incanto.

E poi che intese la fortuna loro,
Che ciascadun piangendo la dicia,
Prese dentro dal core alto martoro,
Perché forza né ingegno non valìa
A romper quel castello e il gran lavoro,
Qual chiudea intorno quella pregionia;
E tanto più se turba il conte arguto,
Che gli ha davanti e non può darli aiuto.

Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo
E gli altri tutti che cotanto amava,
Onde di doglia e di grande ira caldo
Per dar nel mur col brando il braccio alzava;
Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo!
Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava,
- Ché, come ponto si spezzasse il muro,
Giù nella grotta caderemo al scuro. -

Seguiva poi parlando una donzella,
La qual di doglia in viso parea morta,
E così scolorita era ancor bella;
Costei parlava al conte in voce scorta:
- Se trar ce vuoi di questa pregion fella,
Conviente gir, baron, a quella porta
Che de smiraldi e de diamanti pare;
Per altro loco non potresti entrare.

Ma non per senno, forza, o per ardire,
Non per minaccie, o per parlar soave
Potresti quella pietra fare aprire,
Se non te dona Morgana la chiave;
Ma prima se farà tanto seguire,
Che ti parrebbe ogni pena men grave
Che seguir quella fata nel deserto
Con speranza fallace e dolor certo.

Ogni cosa virtute vince al fine:
Chi segue vince, pur che abbia virtute;
Vedi qua tante gente peregrine,
Che speran per te solo aver salute.
Tutte noi altre misere, tapine,
Prese per forza al fondo siàn cadute:
Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato,
In questo loco sei venuto armato.

Sì che bona speranza ce conforta
Che avrai di questa impresa ancor l'onore,
Ed aprirai quella dolente porta,
Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore.
Or più non indugiar, ché forse accorta
Non se è di te la fata, bel segnore;
Volgite presto e torna alla fontana,
Ché forse ancor vi trovarai Morgana. -

Il conte, che d'entrare avea gran voglia,
Subitamente al fonte ritornava;
Quivi trovò Morgana, che con zoglia
Danzava intorno e danzando cantava.
Né più legier se move al vento foglia,
Come ella senza sosta si voltava,
Mirando ora alla terra ed ora al sole,
Ed al suo canto usava tal parole:

- Qualunche cerca al mondo aver tesoro,
O ver diletto, o segue onore e stato,
Ponga la mano a questa chioma d'oro
Ch'io porto in fronte, e quel farò beato;
Ma quando ha il destro a far cotal lavoro,
Non prenda indugia, ché il tempo passato
Più non ritorna e non se ariva mai,
Ed io mi volto, e lui lascio con guai. -

Così cantava de intorno girando
La bella fata a quella fresca fonte,
Ma come gionto vidde il conte Orlando,
Subitamente rivoltò la fronte.
Il prato e la fontana abandonando,
Prese il vïaggio suo verso de un monte,
Qual chiudea la valletta piccolina;
Quivi fuggendo Morgana camina.

Oltra quel monte Orlando la seguia,
Ché al tutto di pigliarla è destinato,
Ed essendoli dietro tutta via,
Se avidde in un deserto essere entrato,
Che strata non fu mai cotanto ria,
Però che era sassosa in ogni lato;
Ora alta, or bassa è nelle sue confine,
Piena de bronchi e de malvaggie spine.

Del rio vïaggio Orlando non se cura,
Ché la fatica è pasto a l'animoso.
Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura,
E levasi un gran vento furïoso;
Pioggia mischiata di grandine dura
Batte per tutto il campo doloroso;
Perito è il sole e non si vede il giorno,
Se il ciel non s'apre fulgorando intorno.

Tuoni e saette e fùlgori e baleni
E nebbia e pioggia e vento con tempesta
Aveano il cielo e i piani e i monti pieni:
Sempre cresce il furore e mai non resta.
Quivi la serpe e tutti i suoi veleni
Son dal mal tempo occisi alla foresta,
Volpe e colombi ed ogni altro animale:
Contra a fortuna alcun schermo non vale.

Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio,
Né ve impacciati de sua mala sorte,
Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio:
Fuggir se vôle il mal sino alla morte;
Abenché lui tornasse in bon vïaggio,
Perché ogni cosa vince l'omo forte;
Ma chi può, scampar debbe al tempo rio.
Bella brigata, io ve acomando a Dio.

Canto nono

Odeti ed ascoltati il mio consiglio,
Voi che di corte seguite la traccia:
Se alla Ventura non dati de piglio,
Ella si turba e voltavi la faccia;
Alor convien tenire alciato il ciglio,
Né se smarir per fronte che minaccia,
E chiudersi le orecchie al dir de altrui,
Servendo sempre, e non guardare a cui.

A che da voi Fortuna è biastemata,
Ché la colpa è di lei, ma il danno è vostro?
Il tempo viene a noi solo una fiata,
Come al presente nel mio dir vi mostro;
Perché, essendo Morgana adormentata
Presso alla fonte nel fiorito chiostro,
Non seppe Orlando al zuffo dar di mano,
Ed or la segue nel diserto in vano,

Con tanta pena e con fatiche tante,
Che ad ogni passo convien che si torza.
La fata sempre fugge a lui davante;
Alle sue spalle il vento se rinforza
E la tempesta, che sfronda le piante
Giù diramando fin sotto la scorza.
Fuggon le fiere e il mal tempo li caccia,
E par che il celo in pioggia si disfaccia.

Ne l'aspro monte e ne' valloni ombrosi
Condutto è il conte a perigliosi passi.
Callano rivi grossi e roïnosi,
Tirando giù le ripe, arbori e sassi,
E per quei boschi oscuri e tenebrosi
S'odon alti rumori e gran fraccassi,
Però che 'l vento, il trono e la tempesta
Dalle radici schianta la foresta.

Pur segue Orlando e fortuna non cura,
E prender vôl Morgana a la finita,
Ma sempre cresce sua disaventura,
Perché una dama de una grotta uscita,
Pallida in faccia e magra di figura,
Che di color di terra era vestita,
Prese un flagello in mano aspero e grosso,
Battendo a sé le spalle e tutto il dosso.

Piangendo se battea quella tapina,
Sì come fosse astretta per sentenzia
A flagellarsi da sera e matina.
Turbosse il conte a tal appariscenzia,
E dimandò chi fosse la meschina.
Ella rispose: - Io son la Penitenzia,
De ogni diletto e de allegrezza cassa,
E sempre seguo chi ventura lassa.

E però vengo a farte compagnia,
Poi che lasciasti Morgana nel prato,
E quanto durarà la mala via,
Da me serai battuto e flagellato,
Né ti varrà lo ardire o vigoria,
Se non serai di pacïenza armato. -
Presto rispose il figlio di Melone:
- La pacïenza è pasto da poltrone.

Né te venga talento a farmi oltraggio,
Ché pacïente non serò di certo.
Se a me fai onta, a te farò dannaggio,
E se mi servi ancor, ne avrai buon merto:
Dico de accompagnarme nel vïaggio
Dove io camino per questo diserto. -
Così parlava Orlando, e pur Morgana
Tuttavia fugge ed a lui se alontana.

Onde, lasciando mezo il ragionare,
Dietro alla fata se pose a seguire,
E nel suo cor se afferma a non mancare
Sin che vinca la prova, o de morire.
Ma l'altra, di cui mo vi ebbi a contare,
Qual per compagna se ebbe a proferire,
Se accosta a lui con atti sì villani,
Che de cucina avria cacciati i cani.

Perché, giongendo col flagello in mano,
Disconciamente dietro lo battia.
Forte turbosse il senator romano,
E con mal viso verso lei dicia:
- Già non farai ch'io sia tanto villano,
Ch'io traga contra a te la spata mia;
Ma se a la trezza ti dono di piglio,
Io te trarò di sopra al celo un miglio. -

La dama, come fuor di sentimento,
Nulla risponde, ed anco non lo ascolta;
Il conte, a lei voltato in mal talento,
Gli mena un pugno alla sinestra golta.
Ma, come gionto avesse a mezo il vento,
O ver nel fumo, o nella nebbia folta,
Via passò il pugno per mezo la testa
De un lato ad altro, e cosa non l'arresta.

Ed a lei nôce quel colpo nïente,
E sempre intorno il suo flagello mena.
Ben se stupisce il conte nella mente,
E ciò veggendo non lo crede apena.
Ma pur, sendo battuto e de ira ardente,
Radoppia pugni e calci con più lena;
Qua sua possanza e forza nulla vale,
Come pistasse l'acqua nel mortale.

Poi che bon pezzo ha combattuto in vano
Con quella dama che una ombra sembrava,
Lasciolla al fine il cavallier soprano,
Ché tuttavia Morgana se ne andava,
Onde prese a seguirla a mano a mano.
Ora quest'altra già non dimorava,
Ma col flagello intorno lo ribuffa,
E lui se volta, e pur a lei s'azuffa.

Ma, come l'altra volta, il franco conte
Toccar non puote quella cosa vana,
Onde lasciolla ancora, e per il monte
Se puose al tutto a seguitar Morgana;
Ma sempre dietro con oltraggio ed onte
Forte lo batte la dama villana.
Il conte, che ha provato il fatto a pieno,
Più non se volta e va rodendo il freno.

"Se a Dio piace, - diceva - on al demonio
Ch'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia:
Ma siame il mondo tutto testimonio
Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia.
Qual frenesia di mente o quale insonio
Me ha qua giuso condutto in questa gabbia?
Dove entrai io qua dentro, o come e quando?
Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?"

Così diceva, e con molta roina
Sempre seguia Morgana il cavalliero.
Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,
Lasciando dietro a sé largo il sentiero;
Ed alla fata molto se avicina,
E già de averla presa è il suo pensiero;
Ma quel pensiero è ben fallace e vano,
Però che presa ancor scappa di mano.

Oh quante volte gli dette di piglio
Ora ne' panni ed or nella persona!
Ma il vestimento, ch'è bianco e vermiglio,
Ne la speranza presto l'abandona.
Pure una fiata rivoltando il ciglio,
Come Dio volse e la ventura buona,
Volgendo il viso quella fata al conte,
Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.

Alor cangiosse il tempo, e l'aria scura
Divenne chiara e il cel tutto sereno;
E l'aspro monte si fece pianura,
E dove prima fo di spine pieno,
Se coperse de fiore e de verdura;
E 'l flagellar de l'altra venne meno,
La qual, con meglior viso che non suole,
Verso del conte usava tal parole:

- Attienti, cavalliero, a quella chioma,
Che nella mano hai volta, de Ventura,
E guarda de iustar sì ben la soma,
Che la non caggia per mala misura.
Quando costei par più quïeta e doma,
Alor del suo fuggire abbi paura,
Ché ben resta gabbato chi li crede,
Perché fermezza in lei non è, né fede. -

Così parlò la dama scolorita,
E dipartisse al fin del ragionare;
A ritrovar sua grotta se n'è gita,
Ove se batte e stasse a lamentare.
Ma il conte Orlando l'altra avea gremita,
Come io vi dissi, e, senza dimorare,
Or con minaccie or con parlar suave
De la pregion domanda a lei la chiave.

Ella con riso e con falso sembiante
Diceva: - Cavalliero, al tuo piacere
Son quelle gente prese tutte quante,
E me con seco ancor potrai avere;
Ma sol de un figlio del re Manodante
Te prego che me vogli compiacere;
O mename con seco, o quel mi lassa,
Ché senza lui serìa de vita cassa.

Quel giovanetto m'ha ferito il core,
Ed è tutto il mio bene e 'l mio disio,
Sì che io te prego per lo tuo valore
Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio,
Se a dama alcuna mai portasti amore,
Non trar di quel giardin l'amante mio.
Mena con teco gli altri, quanti sono,
Ché a te tutti li lascio in abandono. -

Rispose il conte ad essa: - Io te prometto,
Se mi doni la chiave in mia balìa,
Qua teco restarà quel giovanetto,
Poi che averlo il tuo cor tanto desia;
Ma non te vo' lasciar, ché aggio sospetto
De ritornare a quella mala via
Ove io son stato; e però, se 'l te piace,
Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. -

Avea Morgana aperto il vestimento
Dal destro lato e dal sinistro ancora,
Onde la chiave, che è tutta d'argento,
Trasse di sotto a quel senza dimora,
E disse: - Cavallier de alto ardimento,
Vanne alla porta e sì aconcio lavora,
Che non se rompa quella serratura,
Ché caderesti nella tomba oscura,

E teco insieme tutti e cavallieri,
Sì che seresti in eterno perduto,
Ché trarti quindi non serìa mestieri,
Né l'arte mia varrebbe, on altro aiuto. -
Per questo intrato è il conte in gran pensieri,
Da poi che per ragione avea veduto,
Che mal se trova alcun sotto la luna
Che adopri ben la chiave di Fortuna.

Tenendo al zuffo tuttavia Morgana,
Verso al giardino al fin se fu invïato,
E traversando la campagna piana
A quella porta fu presto arivato.
Con poco impaccio la serraglia strana
Aperse, come piacque a Dio beato,
Perché qualunche ha seco la Ventura,
Volta la chiave a ponto per misura.

Già Brandimarte e il sir de Montealbano
E tutti gli altri che fôr presi al ponte,
Avean veduto Orlando di lontano,
Che tenea presa quella fata in fronte;
Onde ogni saracino e cristïano
Ringraziava il suo dio con le man gionte.
Or ciascadun de uscir ben si conforta,
Sentendo già la chiave nella porta.

Da poi che aperto fu il ricco portello,
Tutta la gente uscitte al verde prato.
Il conte adimandò del damigello
Quale era tanto da Morgana amato,
E vide il giovanetto bianco e bello,
Nel viso colorito e delicato,
Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo,
E fo il suo nome Zilïante il biondo.

Costui rimase dentro lagrimando,
Veggendo tutti gli altri indi partire,
E ben che ne dolesse al conte Orlando,
Pur sua promessa volse mantenire;
Ma ancor tempo sarà che sospirando
Se converrà di tal cosa pentire,
E forza li serà tornare ancora,
Per trar del loco il giovanetto fuora.

Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti
Uscirno del giardino alla ventura;
Facea quel bel garzone estremi pianti,
E biastemava sua disaventura.
Ora alla porta che io dissi davanti,
Che ritornava nella tomba scura,
Intrarno tutti, e 'l conte andava prima;
Montâr la scala e presto fôrno in cima.

E dentro a l'altra porta eran passati,
Ove sta ne la piazza il gran tesoro:
Quel re che siede e gli altri fabricati
De robini e diamanti e perle ed oro.
Tutti color che furno impregionati
Miravan con stupore il gran lavoro;
Ma non ardisce alcun porve la mano
Temendo incanto o qualche caso istrano.

Ranaldo, che non sa che sia dotanza,
Prese una sedia, che è tutta d'ôr fino,
Dicendo: - Questa io vo' portare in Franza,
Ché io non feci giamai più bel bottino.
A' miei soldati io donarò prestanza,
Poi non affido amico, né vicino,
O prete, o mercatante, o messaggero;
Qualunche io trova, io manderò legiero. -

Il conte li dicea che era viltate
A girne carco a guisa de somiero.
Disse Ranaldo: - E' mi ricordo un frate
Che predicava, ed era suo mestiero
Contar della astinenza la bontate,
Mostrandola a parole de legiero;
Ma egli era sì panzuto e tanto grasso,
Che a gran fatica potea trare il passo.

E tu fai nel presente più né meno,
E drittamente sei quel fratacchione,
Che lodava il degiuno a corpo pieno,
E sol ne l'oche avea devozïone.
Carlo ti donò sempre senza freno,
E datti il Papa gran provisïone,
Ed hai tante castelle e ville tante,
E sei conte di Brava e sir de Anglante.

Io tengo, poverello! un monte apena,
Ché altro al mondo non ho che Montealbano,
Onde ben spesso non trovo che cena,
S'io non descendo a guadagnarlo al piano;
Quando ventura o qual cosa mi mena,
Ed io me aiuto con ciascuna mano,
Perch'io mi stimo che 'l non sia vergogna
Pigliar la robba, quando la bisogna. -

Così parlando gionsero al portone,
Che era la uscita fuor di quella piaccia;
Quivi un gran vento dette al fio de Amone
Dritto nel petto e per mezo la faccia,
E dietro il pinse a gran confusïone,
Longi alla porta più de vinte braccia.
Quel vento agli altri non tocca nïente,
E sol Ranaldo è quel che il fiato sente.

Lui salta in piede e pur torna a la porta,
Ma come gionto fu sopra alla soglia,
Di novo il vento adietro lo riporta,
Soffiandolo da sé come una foglia.
Ciascun de gli altri assai si disconforta,
E sopra a tutti Orlando avea gran doglia,
Però che de Ranaldo temea forte
Che ivi non resti, o riceva la morte.

Il fio de Amone senza altro spavento
Pone giù l'oro e ritorna alla uscita;
Passa per mezo, e più non soffia il vento,
E via poteva andare alla polita.
Ma lui portar quello oro avea talento,
Per dar le paghe a sua brigata ardita;
Benché più volte sia provato in vano,
Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano.

Ma poi che indarno assai fu riprovato,
Né carco puote uscir di quella tomba,
Trasse la sedia contra di quel fiato
Che dalla porta a gran furia rimbomba.
La sedia d'ôr, di cui sopra ho parlato,
Sembrava un sasso uscito de una fromba,
Benché è seicento libbre, o poco manco:
Cotanta forza avea quel baron franco.

Trasse la sedia, come io ve ragiono,
Credendola gettar del porton fore,
Ma il vento furïoso in abandono
La spense adietro con molto rumore.
Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono,
E ciascadun lo prega per suo amore
Ch'egli esca for con essi di pregione,
Lasciando l'oro e quella fatasone.

Sì che alla fine abandonò la impresa,
E con questi altri de la porta usciva.
Era la strata un gran miglio distesa,
Sin che alla scala del petron se ariva,
Ed è trea miglia la malvaggia ascesa.
Sempre montando per la pietra viva,
E con gran pena, uscirno al cel sereno,
In mezo a un prato de cipressi pieno.

Ciascun cognobbe incontinente il prato
E gli cipressi e 'l ponte e la riviera
Ove stava Aridano il disperato;
Ma quivi nel presente più non era,
Anzi è nel fondo, de un colpo tagliato
Da cima al capo insino alla ventrera,
E più non tornarà suso in eterno:
Là giuso è il corpo, e l'anima allo inferno.

Quivi eran l'armi de ciascun barone
Ne' verdi rami d'intorno distese.
Roverse le avea poste quel fellone,
Per far la lor vergogna più palese;
Ranaldo incontinente e poi Dudone
E insieme ogniom de gli altri le sue prese,
E tutti quanti se furno guarniti
De' loro arnesi e cavallieri arditi.

Tutti quei gran baroni e re pagani,
Che fôrno presi all'incantato ponte,
Ne andarno chi vicini e chi lontani,
Ma prima molto ringraziarno il conte;
E sol restarno quivi e Cristïani,
Ove Dudone con parole pronte
Espose che Agramante e sua possanza
Eran guarniti per passare in Franza.

E come lui, mandato da Carlone,
Avea cercate diverse contrate
Per ritrovar lor duo franche persone,
Che eran il fior de corte e la bontate,
E per condurle, come era ragione,
Alla diffesa de Cristianitate.
Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando,
Ed a lor proprio lo venìa contando.

Ranaldo incontinente se dispose
Senza altra indugia in Francia ritornare.
Il conte a quel parlar nulla rispose,
Stando sospeso e tacito a pensare,
Ché il core ardente e le voglie amorose
Nol lasciavan se stesso governare;
L'amor, l'onore, il debito e 'l diletto
Facean battaglia dentro dal suo petto.

Ben lo stringeva il debito e l'onore
De ritrovarse alla reale impresa;
E tanto più ch'egli era senatore
E campïon della Romana Chiesa.
Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore,
Gli avea di tal furor l'anima accesa,
Che stimava ogni cosa una vil fronda,
Fuor che vedere Angelica la bionda.

Né dir sapria che scusa ritrovasse,
Ma da' compagni si fu dispartito;
E non stimar che Brandimarte il lasse,
Tanto l'amava quel barone ardito.
Or di lor duo convien che oltra mi passe,
Perch'io vo' ricontare a qual partito
Ranaldo ritornasse a Montealbano:
Lunga è la istoria, ed il camin lontano.

E prima cercarà molte contrate,
Strane aventure e diversi paesi;
Ma il tutto contaremo in brevitate
E con tal modo che seremo intesi;
E mostraremo il pregio e la bontate
De Iroldo e de Prasildo, e duo cortesi,
La possa de Dudone, il baron saldo,
Che tutti son compagni di Ranaldo.

Erano a piedi quei quattro baroni,
De piastre e maglia tutti quanti armati,
(Perduti aveano al ponte e lor ronzoni,
Quando nel lago fôrno trabuccati),
Onde ridendo e con dolci sermoni
Tra lor scherzando se fôrno invïati,
E la fatica de la lunga via
Minor li pare essendo in compagnia.

Ed era già passato il quinto giorno
Poi che lasciarno quel loco incantato,
Quando da lunge odîr suonare un corno
Sopra ad un castello alto e ben murato.
Nel monte era il castello, e poi d'intorno
Avea gran piano, e tutto era de un prato;
Intorno al prato un bel fiume circonda:
Mai non se vidde cosa più ioconda.

L'acqua era chiara a meraviglia e bella,
Ma non si può vargar, tanto è corrente.
A l'altra ripa stava una donzella
Vestita a bianco e con faccia ridente;
Sopra a la poppa d'una navicella
Diceva: - O cavallieri, o bella gente,
Se vi piace passare, entrati in barca,
Però che altrove il fiume non si varca. -

E cavallier, che avean molto desire
Di passare oltra e prender suo vïaggio,
La ringraziarno di tal proferire,
E travargarno il fiume a quel passaggio.
Disse la dama nel lor dipartire:
- Da l'altro lato si paga il pedaggio,
Né mai de quindi uscir se può, se prima
A quella rocca non saliti in cima.

Perché questa acqua che qua giù discende
Vien da due fonte da quel poggio altano,
E da l'un lato a l'altro se distende,
Tanto che cinge intorno questo piano;
Sì che uscir non si può chi non ascende
A far prima ragion col castellano,
Ove bisogna avere ardita fronte:
Eccovi lui, che fuora esce del ponte. -

Così dicendo li mostrava a dito
Una gran gente che del ponte usciva.
Alcun de' nostri non fo sbigotito;
La gente armata sopra al piano ariva.
Ranaldo è avanti, il cavalliero ardito,
E ben ciascun de gli altri lo seguiva;
Con le spade impugnate e' scudi in braccio
Ben se apprestarno uscir de tal impaccio.

Era tra quella gente un bel vecchione,
Che a tutti gli altri ne venìa davante,
Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone.
Costui con voce queta e bon sembiante
Disse: - Sappiati voi, gentil persone,
Che questa è terra del re Manodante,
Ove ora entrasti, e non potresti uscire
Se non volesti un giorno a lui servire.

E quel servigio è di cotal manera
Quale io vi contarò, se me ascoltati.
Ove discende al mar questa rivera
Son duo castelli a un ponte edificati;
Ivi dimora una persona fiera,
Che molti cavallieri ha dissipati:
Balisardo se appella quel gigante,
Malvaggio, incantatore e negromante.

Re Manodante lo voria pregione,
Perché al suo regno ha fatto assai dannaggio,
Ed ha ordinato che ciascun barone
Che varca al passo di quel bel rivaggio,
Promette stare un giorno al parangone,
Sin che sia preso o prenda quel malvaggio;
Onde anco a voi là giuso convien gire,
O in questo prato di fame morire. -

Disse Ranaldo: - Là vogliamo andare,
Né andiamo cercando altro che battaglia;
Ed io questo gigante vo' pigliare,
E manco il stimo che un fascio de paglia;
E incanti incanta pur, se sa incantare,
Ché non trovarà verso che li vaglia.
Or facce pur guidar via senza tardo,
Sì che io me azuffi a questo Balisardo. -

Il castellano senza altra risposta
Chiamò la dama de bianco vestita,
Ed a lei disse: - Fa che senza sosta
Tu porti al ponte questa gente ardita. -
Ella ben presto alla ripa s'accosta,
E sorridendo quei baroni invita
Ad entrar ne la nave picciolina:
Lor saltâr dentro, e lei gioso camina.

Giù per quella acqua come una saetta
Fo giù la barca dal fiume portata,
Di qua di là girando la isoletta;
Pur se piegarno al mar l'ultima fiata,
Là dove del gran ponte ebber vedetta,
Che avea tra due castelle alta murata,
E sopra a l'arco di quella gran foce
Sta Balisardo, saracin feroce.

Proprio un fuste de torre a mezo il ponte
Sembrava quel pagan di cui ragiono,
Barbuto in faccia e crudo nella fronte;
Il crido de sua voce parea un trono.
Convien che altrove il tutto ve raconte,
Ché al presente al fin del canto sono;
Ne l'altro contarò tal meraviglia,
Che altra nel mondo a quella non somiglia.

Canto decimo

Se onor di corte e di cavalleria
Può dar diletto a l'animo virile,
A voi dilettarà l'istoria mia,
Gente legiadra, nobile e gentile,
Che seguite ardimento e cortesia,
La qual mai non dimora in petto vile.
Venite ed ascoltati lo mio canto,
De li antiqui baroni il pregio e il vanto.

Tirative davanti ed ascoltate
Le eccelse prove de' bon cavallieri,
Che avean cotanto ardire e tal bontate
Che ne' perigli devenian più fieri.
Vince ogni cosa la animositate,
E la fortuna aiuta volentieri
Qualunche cerca de aiutar se stesso,
Come veduto abbiam lo esempio spesso.

E nel presente dico de Ranaldo,
Che, essendo apena de un periglio uscito,
A sotto entrare a l'altro era più caldo,
Né se fu per incanto sbigotito.
Benché Aridano, il saracin ribaldo,
Lo avesse già per tale arte schernito,
Con Balisardo or torna al parangone,
Spezzando incanto ed ogni fatasone.

Come io ve dissi nel canto passato,
Là giù per l'acqua il paladin sicuro
Alla foce del fiume fu portato,
Ove tra due castella è lo gran muro;
E come vidde quel dismisurato,
Qual sopra 'l ponte con sembiante scuro
Strideva in voce di tanta roina,
Che ne tremava il fiume e la marina.

Ciascun de quei baron che lo han veduto,
De azuffarse con lui prese disio,
Benché fusse tanto alto e sì membruto,
E nel sembiante sì superbo e rio.
Sopra l'arco del ponte era venuto
Quel maledetto e sprezzator di Dio,
Sol per veder chi fusse questa gente
Che giù callava per l'acqua corrente.

Quando la dama il vide da lontano,
Pallida in viso venne come terra,
E dal timone abandonò la mano,
Tanta paura l'animo li afferra;
Ma Dudon franco e il sir di Montealbano
E gli altri dui, che han voglia di far guerra,
Lasciâr la dama né morta né viva,
E for di barca uscirno in su la riva.

Longi al primo castel forse una arcata
Smontarno a terra e franchi campïoni,
E caminando gionsero all'entrata,
Che avea a tre porte grossi torrïoni:
Ma dentro non appare anima nata,
Giù ne la strata, o sopra nei balconi;
Senza trovar persone andarno avante
Sino al gran ponte; e quivi era il gigante.

Entro le due castelle il fiume corre,
L'arco del ponte sopra a lui voltava,
Ed avea ad ogni lato una alta torre;
In mezzo Balisardo aponto stava,
Né se potrebbe a sua persona apporre,
Né a l'armatura che in dosso portava.
Gigante non fu mai di meglior taglia,
Coperto è a piastre ed a minuta maglia.

Forbite eran le piastre e luminose,
E questa maglia relucente e d'oro,
Con tante perle e pietre prezïose,
Che 'l mondo non avea più bel tesoro.
Ora torniamo alle gente animose,
Dico a' nostri baron, che ogniom di loro,
Volontaroso e di animo più fiero,
Vôle azuffarse ed esser il primiero.

Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco,
E fo percosso dal gigante e preso,
E Prasildo ancor lui pur durò poco,
E fu nel fine a Balisardo reso.
Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco,
D'ira nel core e di furore acceso;
Ma quel gigante ne menò prigioni
Di là dal ponte e duo franchi baroni.

Poi tornò fuora squassando il bastone,
E minacciando pugna adimandava.
Allor se mosse il franco fio de Amone,
E con roina adosso a lui ne andava;
Ma avanti ingenocchiato avea Dudone,
Che per mercede e grazia dimandava
De gir primo de lui nel ponte avante
A far battaglia contra a quel gigante.

Ranaldo consentì mal volentiera,
Ma pur non seppe a' soi colpi disdire.
Questa baruffa fia d'altra maniera
Che le passate, e de un altro ferire,
Né passarà la cosa sì legiera
Come le due davante, vi so dire;
Però che 'l giovanetto de cui parlo,
È di gran pregio nei baron di Carlo.

Turpin loda Dudone in sua scrittura
Tra' primi cavallier di quella corte;
E quasi era gigante di statura,
Destro e legiero, a meraviglia forte,
E con sua mazza ponderosa e dura
A molti saracin dette la morte:
Ma poi di tal bontà si dava il vanto,
Che era appellato in sopranome il Santo.

Or sopra il ponte il campïon se caccia,
Di piastra e maglia armato e ben coperto;
E Balisardo il forte scudo imbraccia,
Come colui che è di battaglia esperto.
L'uno e l'altro di loro avea la maccia,
Sì che un bel gioco cominciâr di certo,
Menando botte de sì gran fraccasso
Che 'l fiume risuonava al fondo basso.

Feritte a lui Dudon sopra la testa,
E ruppe il cerchio a quello elmo forbito,
E fu il gran colpo di tanta tempesta,
Che Balisardo cadde sbalordito.
Dudon mena a due mane, e non s'arresta
Sopra il pagano il giovanetto ardito;
Gionse nel scudo, che è d'argento fino,
Tutto lo aperse il franco paladino.

Ma, come fusse dal sonno svegliato
Per l'altro colpo, il saracino altiero
Salta di terra, e subito è dricciato
Ed alla zuffa ritornò primiero.
Mena a Dudone, e gionselo al costato
Col suo baston, che già non è ligiero,
Anci è ben cento libre e più de peso:
Cadde alla terra il giovane disteso.

Per quel gran colpo andò Dudone a terra,
E non poteva trare il fiato apena,
Ma non per questo abandonò la guerra,
Come colui che avea soperchia lena;
Presto se riccia e la sua mazza afferra,
Sopra de l'elmo a Balisardo mena,
E la farsata al capo ben gli accosta,
Poi che adocchiato ha sempre quella posta.

Sempre alla testa toccava Dudone,
Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia;
E quel menava ancora il suo bastone,
Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia.
Risuona il celo alla cruda tenzone,
E par che 'l mondo a foco se disfaccia:
Quando l'un l'altro ben fermo se ariva,
Tra ferro e ferro accende fiama viva.

Tira Dudone adosso a quel malvaso,
Sopra il frontale ad ambe mani il tocca;
Roppe ad un colpo tutto quanto il naso,
E ben tre denti li cacciò di bocca.
Senza sapone il mento gli ebbe raso,
Perché la barba al petto gli dirocca,
E menò il tratto sì dolce e ligiero,
Che seco trasse il zuffo tutto intiero.

Quando se vidde il falso Balisardo
De una percossa tanto danneggiare,
Poi che il franco Dudone è sì gagliardo
Che a sua prodezza non puotea durare,
Verso l'alto castel fece riguardo,
E prestamente se ebbe a rivoltare;
Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa,
E per il ponte via fuggendo passa.

Segue Dudone e nel castel se caccia,
Ché non temeva il giovane altro scorno.
Come fu dentro, gionse entro una piaccia
Edificata di colonne intorno,
Con volte alte e dorate in ogni faccia.
Il sôl di sotto è di marmoro adorno,
Né persona si vede in verun lato
Fuor che 'l gigante, che è già disarmato.

Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente,
E tutto quanto ignudo se mostrava,
Ed avea il collo e il capo di serpente,
E 'l resto a poco a poco tramutava.
Ambe le braccia fece ale patente,
E l'una gamba e l'altra se avingiava,
E fiersi coda; e poi d'ogni gallone
Uscirno branche armate e grande ongione.

Mutato, come io dico, a poco a poco,
Tutto era drago il perfido gigante,
Gettando per l'orecchie e bocca foco,
Con tal romore e con fiaccole tante,
Che le muraglie intorno di quel loco
Pareano incese a fiamma tutte quante.
Ben puotea fare a ciascadun paura,
Perché era grande e sozzo oltra misura.

Ma non smarritte la persona franca
Del giovanetto, degno d'ogni loda.
Viensene il drago e nel scudo lo branca,
E per le gambe volta la gran coda,
Sì che, prendendo intorno ciascuna anca,
Giù per le coscie insino ai piè l'annoda;
Non se spaventa per questo Dudone,
Getta la mazza e prende quel dragone.

Nel collo il prese, a presso de la testa,
Ad ambe mani, e sì forte l'afferra,
Che a quella bestia, che è tanto robesta,
Il fiato quasi e l'anima gli serra.
Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta
Lo gira ad alto e trallo in su la terra,
Che era la strata a pietra marmorina;
Sopra vi batte il drago a gran roina.

Là dove gionse, se aperse la piaccia,
Tutto si fese il marmo da quel lato;
Sotto la terra il serpente se caccia,
Benché di fora è subito tornato.
Ma già cangiata avea persona e faccia,
Ed era istranamente trasformato,
Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale:
Mai non se vidde il più crudo animale.

Fatto avea il capo de porco salvatico
Costui, che in ogni forma sapea vivere,
E non serìa poeta, né grammatico
Che lo sapesse a ponto ben descrivere.
Ora, ben che de ciò poco sia pratico,
Dal muso al piè convien che tutto il livere:
Poi che io cominciai sua forma a dire,
Come era fatto vi voglio seguire.

Lunghi duo palmi avea ciascadun dente
E gli occhi accesi de una luce rossa,
Piloso il busto e d'orso veramente,
Con le zampe adongiate e di gran possa;
La coda ritenuta ha di serpente,
Sei braccia lunga ed a bastanza grossa;
L'ale avea grande e la testa cornuta:
Più strana bestia mai non fu veduta.

Venne mugiando adosso al giovanetto,
Né lui per tema le spalle rivolse,
Ma ben coperse sotto il scudo il petto,
E prestamente in man sua mazza tolse.
Or gionse il negromante maledetto,
E con le corne a mezo il scudo acolse;
Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre,
E lui disteso abatte in su le lastre.

Subitamente si fu rilevato,
Sì come cadde il giovanetto franco;
Ma quel malvagio che era tramutato,
Per lo traverso lo ferì nel fianco.
Con uno dente il gionse nel costato,
Sì che gli fece il fiato venir manco;
Il fiato venne manco e crebbe l'ira:
Alcia la mazza ad ambe mane e tira.

Sopra del capo a l'animal diverso
Tira sua mazza il paladino adorno;
Dal destro lato il gionse de roverso,
E con fraccasso manda a terra un corno.
Or ben si tiene Balisardo perso,
E per la loggia va fuggendo intorno;
Per le colonne d'intorno alla piazza
Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.

Battendo l'ale basso basso giva,
Né mai spiccava da terra le piante;
Così fuggendo, a la marina usciva
Fuor del castello; ed ecco in quello istante
Una alta nave dentro al porto ariva.
Sopra di quella il falso negromante
Fu prestamente de un salto passato;
E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.

Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato,
Proprio alla prora stava un laccio teso,
Ove Dudone intrando fu incappato,
Né so a qual modo subito fu preso;
E per ambe le braccia incatenato,
Sotto la poppa fu posto di peso
Da molti marinari e dal parone;
Or più di lui non dico, che è pregione.

De Balisardo voglio racontare,
Che nella forma sua presto tornò,
E fece il giovanetto disarmare,
Poi di quelle arme tutto se adobbò.
Proprio Dudone alla sembianza pare;
Prese la mazza e il suo baston lasciò,
E se cambiò la voce e la fazione,
Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone."

Con tal fazione il perfido ribaldo
Passò il primo castello, e nel secondo
Vicino al ponte ritrovò Ranaldo,
Che lo aspettava irato e furibondo.
Ma, come il vidde, il dimandò di saldo
Se Balisardo avea tratto del mondo,
Perché lui crede senza altra mancanza
Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.

E quel rispose: - Il gigante è fuggito,
Ed io gli ho dato tre miglia la caccia.
Prima l'aveva nel capo ferito,
E rotto il muso e 'l mento con la faccia:
Fuor della rocca l'ho sempre seguito,
Sino ad un fiume largo cento braccia.
Dentro a quella acqua se gettò il malvaso,
Ove ogni altro che lui serìa rimaso.

Ma non te sapria dir per qual ragione
A l'altra ripa lo viddi passato,
Là dove stava Iroldo, che è pregione,
E Prasildo, che apresso era legato.
Ambo gli viddi sotto al pavaglione,
Là dove Balisardo era fermato,
Ma non mi dette il core a trapassare
L'acqua, che al corso una roina pare. -

Ranaldo non lasciò più oltra dire,
Ma sopra il ponte subito è passato,
A lui dicendo: - Io voglio anzi morire,
Che vivo rimaner vituperato;
Né mai nel mondo se puotrà sentire
Ch'io abbi un mio compagno abandonato,
Sì come tu facesti, omo da poco,
Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -

Mostrò il gigante in forma de Dudone
Forte adirarse per queste parole,
Onde rispose: - Paccio da bastone!
Ché sempre alla tua vita fusti un fole,
E stimi esser tenuto un campïone
Con questo tuo zanzare; altro ci vôle
Che per se stesso tenersi valente
Stimando gli altri poco e da nïente.

Or vanne tu, ch'io non voglio venire,
E varca il fiume, poi che sai natare. -
Ranaldo, non curando del suo dire,
Subitamente il ponte ebbe a passare.
Lasciollo Balisardo alquanto gire,
Mostrando a quella porta riposare;
Poi di nascoso il falso malandrino
Per darli morte prese il mal camino.

Per l'altra strata lui gionse improviso,
E ferì del bastone ad ambe mano;
Né già se gli mostrò davanti al viso,
Anci alle spalle il perfido pagano,
E ben credette de averlo conquiso,
E roïnarlo a quel sol colpo al piano;
Ma lui, che avea possanza smisurata,
Non andò a terra per quella mazzata.

Anci se volse, e con voce cortese
Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare?
Se io non guardassi al tuo padre Danese,
Sotto la terra ti farebbi entrare.
Vanne in malora e cerca altro paese! -
Così dicendo s'ebbe a rivoltare,
Ma nel voltarsi il saracin fellone
Sopra la coppa il gionse del bastone.

Ranaldo se avampò nel viso de ira,
E disse: - Testimonio il ciel mi sia,
Che contra al mio voler costui mi tira
A darli morte sol per sua folìa. -
Così parlando di pietà sospira,
Tanto lo stringe amore e cortesia;
Benché dritta ragione e sua diffesa
Lo riscaldasse alla mortal impresa.

Trasse Fusberta e cominciò la zuffa,
Com' quel che crede che lui sia Dudone.
Or s'io vi conto come se ribuffa
L'un colla spata e l'altro col bastone,
E tutti e colpi di quella baruffa,
Che ben durò cinque ore alla tenzone,
A ricontarvi tutto io staria tanto,
Che avria finito questo e un altro canto.

Ma per conclusïon vi dico in breve:
Benché il gigante sia de ardire acceso,
E l'abbi quel baston cotanto greve,
Che un altro non fu mai de cotal peso,
Pure alla fine, come un om di neve,
Serebbe da Ranaldo morto o preso,
Se per incanto o per negromanzia
Non ritrovasse al suo scampo altra via.

Perché in cento maniere Balisardo
Se tramutava per incantamento;
Fiesse pantera con terribil guardo,
Ed altre bestie assai di gran spavento.
Tramutosse in ïena, in camelpardo,
E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento,
E fie' battaglia in forma de griffone,
De cocodrillo e in mille altre fazone.

E dimostrosse ancor tutto de foco,
Qual sfavillava come de fornace.
Ranaldo, in cui dotanza non ha loco,
Saltò nel mezo, il paladino audace,
E la rovente fiamma estima poco,
Ma con Fusberta tutta la disface;
E già trenta ferite ha quel pagano,
Benché più volte è tramutato invano.

Al fin tutto deserto e sanguinoso
Fuor della porta se pose a fuggire;
Or sendo occello, ora animal peloso,
E in tante forme ch'io non saprei dire.
Ranaldo sempre il segue furïoso,
Che destinato è di farlo morire.
Già sono alla marina; senza tardo
Sopra alla nave salta Balisardo.

Dalla ripa alla nave è poco spaccio,
De un salto Balisardo fu passato;
E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio,
Dietro gli salta tutto quanto armato;
E nella intrata se incappò nel laccio,
Ove Dudone prima fu pigliato.
Sue braccie e gambe avengia una catena;
Ben se dibatte invano e si dimena.

Non valse il dimenar, ché preso fu
Da duo poltron coperti de pedocchi,
E sotto poppa lo menarno giù,
Là dove il sole gli abagliava gli occhi.
Tre onze avrà Ranaldo e non già più
De biscotella, che è senza fenocchi,
Vivendo a pasto come un Fiorentino,
Né brïaco serà per troppo vino.

In cotal modo stette un mezo mese,
Incatenato per piedi e per mane,
Con altre gente che seco eran prese,
Dico e compagni e più persone istrane;
Sin che arivarno a l'ultimo paese
De Manodante, a l'Isole Lontane,
Ove furno alloggiati a una pregione
Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.

Ben forte il guardïan dentro gli serra,
Ma ciascuno avea prima dislegato.
Molta altra gente quivi eran per terra
Giacendo e in piede, d'intorno e da lato;
Tra questi stava Astolfo de Anghilterra,
Che pur da Balisardo fu pigliato;
El modo a dir serìa lunga novella,
Perché lo prese in forma de donzella.

Quando partisse là dove Aridano
Cadette con Ranaldo a quel profondo,
Lui con Baiardo e il destrier Rabicano
E con due dame andò cercando il mondo,
Sempre piangendo e sospirando invano,
Poi che ha perduto il suo cugin iocondo;
E così caminando gionse un giorno
Ove al castello odì suonare il corno:

A quel castello ove era la riviera
Che al verde piano intorno lo girava;
E quella dama, che era passaggiera,
Da Balisardo al ponte lo guidava.
Quivi fu preso per strana maniera,
Ché in forma de donzella lo gabbava:
Or non vi è tempo racontarvi il tutto
Come in la nave al laccio fu condutto.

Però che mi conviene ora tornare
Al conte Orlando, qual, come io contai,
Volse questi compagni abandonare,
Sol per colei che gli dona tal guai,
Che giorni e notte nol lascia posare;
E quel pensier non l'abandona mai,
Ma sempre a rivederla lo retira:
Sol di lei pensa e sol per lei sospira.

Con Brandimarte il franco paladino
A rivedere Angelica tornava,
E per contar che strutto avea il giardino,
Ed esser presto se altro comandava.
Al terzo giorno di questo camino,
Che 'l sole a ponto alora si levava,
Trovarno a lato un fiume una pianura
Tutta di prato e di bella verdura.

Stative queti, se voleti odire
De' duo che ritrovarno in questo loco,
Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire:
A riguardarli mai non fu tal gioco.
Or chi fosser costoro io vo' dire,
Se ve amentati della istoria un poco,
Quando a Marfisa quel ladro africano
Tolse, Brunello, il bon brando di mano.

E lei seguìto l'ha sino a quel giorno,
E de impiccarlo sempre lo minaccia.
Lui la beffava ogniora con gran scorno,
E cento fiche gli avea fatto in faccia.
A suo diletto la menava intorno,
Già sei giornate gli ha dato la caccia;
Esso, per darle più battaglia e pena,
Sol per gabbarla dietro se la mena.

Lui ben serìa scampato de legiero,
Che a gran fatica pur l'avria veduto,
Però che egli era sopra quel destriero
Che un altro non fu mai cotanto arguto;
Né credo che a contarvi sia mestiero,
Come l'avesse l'Africano avuto:
Alor che ad Albracà se fu condotto,
A Sacripante lo involò di sotto.

Or, come io dico, sempre intorno giva,
Beffando con più scherni la regina;
E lei di mal talento lo seguiva,
Perché pigliarlo al tutto se destina.
Trista sua vita se adosso gli ariva!
Ché lo fraccasserà con tal ruina,
Che il capo, il collo, il petto e la corata
Tutte fian peste sol de una guanzata.

A questa cosa sopragionse Orlando,
Come io vi dissi, insieme e Brandimarte,
E l'uno e l'altro alquanto remirando,
Senza fare altro, se tirarno in parte.
Or, bei segnori, a voi mi racomando,
Compìto ha questo canto le sue carte,
Ed io per veritate aggio compreso
Che il troppo lungo dir sempre è ripreso.

Canto decimoprimo

Gente cortese, che quivi de intorno
Seti adunati sol per ascoltare,
Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno
Vostra ventura venga a megliorare;
Ed io cantando a ricontar ritorno
La bella istoria, e voglio seguitare
Ove io lasciai Marfisa sopra al piano,
Che è posta in caccia dietro allo Africano:

Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,
Che già dal re Agramante fu mandato
Per involar de Angelica lo annello;
Ma lui più fie' che non fu comandato,
Perché un destriero il falso ribaldello
De sotto a Sacripante avea levato,
Ed a Marfisa di man tolse il brando;
So che sapeti il tutto, e come, e quando.

E lei, che a meraviglia era superba,
Sì come già più volte aveti inteso,
L'avea seguito in quel gran prato de erba
Già da sei giorni, ed anco non l'ha preso;
Onde di sdegno la donzella acerba
Se consumava ne l'animo acceso,
Poi che con tante beffe e tanto scorno
Li agira il capo quel giottone intorno.

Perché, fuggendo e mostrando paura,
Gli stava avanti e non si dilungava;
Ed or, voltando per quella pianura,
Spesso alle spalle ancor se gli trovava;
E per mostrar di lei più poca cura,
La giuppa sopra al capo rivoltava,
E poi se alciava (intenditime bene)
Mostrando il nudo sotto dalle rene.

Il conte Orlando, che stava da parte
E cognosciuta avea prima Marfisa,
Mirando l'atto, ed esso e Brandimarte
Di quel giottone insieme fier' gran risa;
Ma la regina per forza o per arte
Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa,
Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:
E lui fuggendo sembra una saetta.

Fuggeva, spesso il capo rivoltando,
E truffava di lengua e delle ciglia.
Nel passar di traverso vidde Orlando,
E di torli qualcosa se assotiglia.
L'occhio gli corse incontinenti al brando,
Che fu già fatto con tal meraviglia
Da Falerina de Orgagna al giardino:
Brando nel mondo mai fu tanto fino.

Egli era bello e tutto lavorato
D'oro e de perle e de diamanti intorno:
Ben si serebbe il ladro disperato,
Se avuto non avesse il brando adorno.
Subitamente lo trasse da lato;
Mai non se vidde al mondo maggior scorno,
Ché 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta,
Io torno per il corno a l'altra volta. -

Del brando non se avidde alora il conte,
Ma alla minaccia sol del corno attese.
Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,
Che il trasse a uno elefante in suo paese,
Poi lo perse morendo in Aspramonte
(Sì come io credo che vi sia palese),
Allor che Brigliadoro e Durindana
Acquistò Orlando sopra alla fontana.

Come la vita il conte l'avea caro,
Però lo prese prestamente in mano;
Ma non valse a tenerlo alcun riparo,
Tanto è malvaggio quel ladro Africano.
E ben che aponto io non sappia dir chiaro
Come passasse il fatto in su quel piano,
Pur vi concludo senza diceria
Che 'l ladro tolse il corno e fuggì via.

Benché Marfisa l'ha sempre seguito,
Lui ne va via col corno e con la spata.
Quivi rimase il conte sbigotito,
Né sa come la cosa sia passata.
Già de sua vista è quel ladro partito,
Con Marfisa alle spalle tutta fiata;
Né lui, né Brandimarte ormai lo vede,
Né lo posson seguir, ché sono a piede.

Onde, biasmando tal disaventura,
Via se ne vanno, e non san che se fare.
Ciascuno aveva indosso l'armatura,
Che a piede è mala cosa da portare.
Or, caminando per quella pianura,
Sopra de un fiume vennero arivare.
Oltre a quella acqua, in un bel prato piano,
Stava una dama col destriero a mano.

Da l'altra ripa, aponto ove si varca,
Era la dama del destrier discesa;
In mezo il fiume, sopra de una barca,
Un'altra dama avea seco contesa.
Quella di là quest'altra molto incarca
De biasmi, e de ogni inganno l'ha ripresa,
- Perfida, - a lei dicendo - a che cagione
M'hai qua passata a ponermi in pregione? -

Altre parole usarno ancor tra loro,
Sì come l'una dama a l'altra dice.
Mentre che contendeano a tal lavoro,
Orlando gionse in su quella pendice,
Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro,
Che già gli tolse quella traditrice;
Non so se aveti alla istoria il pensiero,
Quando Origilla a lui tolse il destriero.

Quella Origilla che già sopra al pino
Si stava impesa per le chiome al vento,
E poi, campata dal bon paladino,
Gli tolse Brigliadoro a tradimento;
Né molto dopo in Orgagna al giardino,
Ove fu l'opra dello incantamento,
Di novo ancor la perfida villana
Li tolse il bon destriero e Durindana.

Orlando quivi la trovò contendere
Con l'altra, come io ho detto pur mo.
Or, bei segnor, voi doveti comprendere
Che la fiumana di cui parlato ho,
È quella ove Ranaldo volse scendere
Con tre compagni, e mai non ritornò,
Ma fu ad inganno ne la nave preso
Da Balisardo, come aveti inteso.

Sì come il conte vidde la donzella
Che col destriero a l'altra ripa stava,
Amor di novo ancora lo martella,
Né il doppio inganno più si ramentava,
Che gli avea fatto quella anima fella;
Lui fuor di modo più che inanzi amava.
Chiese di grazia a quella passaggiera
Che per mercè lo varca la riviera.

Ed Origilla, che cognobbe il conte,
Ben se credette alora de morire;
Pallida viene ed abassa la fronte,
E per vergogna non sa che se dire.
Intorno ha il fiume senza varco o ponte,
E gionta è in loco che non può fuggire;
Ma non bisogna a lei questa paura,
Ché Orlando l'ama fuor d'ogni misura.

E ben ne fece presto dimostranza,
Come a lei gionse, con dolci parole.
Essa piangendo, o facendo sembianza,
Sì come far ciascuna donna suole,
Al conte dimandava perdonanza,
E tanto invilupò frasche e vïole,
Come colei che a frascheggiare era usa,
Che al suo fallire aritrovò la scusa.

Mentre che fu tra loro il ragionare
Alla riviera sopra al verde piano,
Odirno ad alto un corno risuonare
Del castelletto sopra al poggio altano;
E poi vidderno al ponte giù callare
E scendere alla costa il castellano.
Senz'arme quel vecchione in arcion era,
Ma seco avea d'armati una gran schiera.

Come fu gionto, al conte fie' riguardo,
E salutollo assai cortesemente;
Poi, sì come era usato, quel vecchiardo
Narrò la loro usanza e conveniente
Del ponte ove dimora Balisardo,
Qual consumata avea cotanta gente;
Come era incantator, falso e ribaldo,
E ciò che prima avea detto a Ranaldo.

Senza longare in più parole il fatto,
Giù per quel fiume Orlando fu portato,
E seco in nave Brandimarte adatto,
Ed Origilla gli sedea da lato;
E volse il conte sopra ad ogni patto
Che Brigliador ben fusse governato.
Il castellano il tolse, a giuramento
Ciò promettendo; e 'l conte fu contento.

Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare
E sotto il ponte roïnoso corre,
Già sotto a l'arco Balisardo appare,
Che quasi pareggiava quella torre.
A questo ponto vi serà che fare,
Perché tutto l'inferno all'un soccorre,
E l'altro è sì gagliardo di natura,
Che omo del mondo contra a lui non dura.

Voi doveti, segnori, avere a mente
Come era fabricata la muraglia
Ove se varca quella acqua corrente:
Quivi discese Orlando alla battaglia.
Sopra alla entrata non era altra gente,
Né porta chiusa avanti, né serraglia.
Poi che fu tutto quel castel passato,
Trovarno al ponte Balisardo armato.

Benché pregasse Brandimarte assai
Di poter gire alla battaglia avante,
Non volse Orlando aconsentir giamai,
Ma trasse il brando ed isfidò il gigante.
Sua Durindana, come io vi contai,
Ha racquistata il bon conte d'Anglante,
E comencion battaglia aspra e feroce
A mezo il ponte sopra quella foce.

Or chi sentesse la destruzione
De l'arme rotte, e l'elmi risuonare,
E vedesse il gigante col bastone,
Con Durindana il conte martellare,
E piastre e maglia a gran confusïone
Tirare a terra e per l'aria volare,
Il mondo non ha cor cotanto ardito,
Che a tal furor non fusse sbigotito.

Ambi gli scudi a quello assalto fiero
Per la più parte a terra erano andati,
Né l'un né l'altro avea in capo cimiero,
Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati;
Né contar ve potrebbi de legiero
Tutti per ponto e colpi smisurati,
Ma sempre al conte cresce ardire e possa,
A l'altro ormai la lena e il fiato ingrossa;

Ed è ferito ancora in molte parte,
Ma più disconciamente nel costato,
Onde malvaggio torna alle sue arte
Per tramutarse, come era adusato;
L'arme, che intorno avea tagliate e sparte,
Gettarno foco e fiamma in ogni lato,
Facendo sopra loro un fumo scuro;
Tremò la terra in cerco e tutto il muro.

Lui si fece demonio a poco a poco:
Come un biscione avea la pelle atorno,
Da nove parte fuor gettava il foco,
E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno;
Tutte le membre avea nel primo loco,
Ma sfigurato dalla notte al giorno,
Perché ha la faccia orrenda e tanto scura,
Che puotea porre a ciascadun paura.

E l'ale grande avea di pipastrello,
E le mane agriffate come uncino,
Li piedi d'oca e le gambe de ocello,
La coda lunga come un babuïno.
Un gran forcato prese in mano il fello,
Con esso vien adosso al paladino,
Soffiando il foco e degrignando e denti,
Con cridi ed urli pien d'alti spaventi.

Fecesi il conte il segno della croce,
Poi sorridendo disse: - Io me credetti
Già più brutto il demonio e più feroce.
Via nell'inferno va, tra' maledetti,
Là dove è il fuoco eterno che vi coce;
E certo io provarò, se tu me aspetti
Alla battaglia, come sei gagliardo,
O vogli esser demonio, o Balisardo. -

Così ricominciò nuova tenzone,
Né l'un da l'altro poco s'allontana.
Orlando gionse un colpo nel forcone,
E tutto lo tagliò con Durindana.
Or ben se avidde il perfido giottone
Che non gli può giovar quella arte vana,
Onde si volta e fugge verso il mare;
Battendo l'ale par che aggia a volare.

Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso,
Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza;
E Balisardo se afrettava anco esso:
Trista sua vita se ponto scapuzza!
La coda alciava per la strata spesso,
Lasciando vento e foco con gran puzza;
Soffia per tutto, tal spavento il tocca,
La lingua più d'un palmo ha fuor di bocca.

Brandimarte ancor lui dietro si andava,
Sol per veder di questa cosa il fine.
L'un dopo l'altro correndo arivava
Sopra al bel porto; e tra l'onde marine
Presso la ripa la nave si stava,
Che l'altre gente avea fatte tapine.
Sopra di quella Balisardo passa,
E il conte apresso, che giammai nol lassa.

Il negromante, che è di mala mena,
D'un salto sopra il laccio fu passato,
Ma il conte trabuccò ne la catena,
E tutto intorno fu presto legato;
Né fu disteso in su la prora apena,
Che e marinari uscirno ad ogni lato.
Tutti cridano insieme col parone:
- Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. -

Lui se scotteva e già non stava in posa,
Perché esser preso da tal gente agogna,
Morta di fame, nuda e pedocchiosa;
Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna.
Vermiglia avea la faccia come rosa
Il conte Orlando per cotal vergogna;
Due galiofardi grandi l'ebber preso
Sopra alle spalle, e lo portâr di peso.

Ma Brandimarte gionse in su la riva,
Che, come io dissi, avea questi seguiti;
Quando la voce del suo conte odiva,
Non fôr bisogno a quel soccorso inviti;
Sopra alla nave de un salto saliva,
E quei ribaldi, tutti sbigotiti,
Lasciano Orlando e non san che si fare:
Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.

E certo di ragione avean paura,
Ché come al libro de Turpino io lezo,
Duo pezzi fece de uno alla centura,
E partì uno altro nel petto per mezo,
Sì come avesse a ponto la misura.
Lor, ciò mirando e temendo di pezo,
Fuggian ciascun tremando e sbigotito;
Or fuor di novo è Balisardo uscito.

Fuor della poppa uscì l'alto gigante,
Che in la sua propria forma era tornato;
Le gente della zurma, che eran tante,
Chi se pose a sue spalle, e chi da lato.
L'arme avean ruginente tutte quante,
Quale è discalcio, e quale era strazato,
Ben che sian gente al navicar maestre;
E tutti han tarche e dardi e gran balestre.

Per Balisardo avean ripreso core,
Cridando tutti insieme la canaglia,
Che non se odì giamai tanto romore.
Nel mezo della nave è la battaglia;
Tra lor dà Brandimarte a gran furore,
Ché tutti non li stima una vil paglia;
Man roverso e man dritto il brando mena:
Tutta la nave è già di sangue piena.

Così menava Brandimarte ardito,
Fendendo a chi la testa a chi la panza.
Ora ecco Balisardo ebbe cernito,
Che de una torre armata avea sembianza.
Già non bisogna che si mostri a dito,
Ché undeci palmi sopra gli altri avanza;
E Brandimarte verso lui s'accosta,
E dietro a meza coscia il colpo aposta.

Più basso alquanto il brando fu disceso,
Ché e colpi non si ponno indovinare;
Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso
La nave se piegò per affondare.
Il busto sopra il legno andò disteso,
Ed ambe due le gambe andarno in mare;
Qua non vale arte de negromanzia,
Ché Brandimarte il tocca tuttavia.

Lui chiamava il demonio con tempesta,
Alïel, Libicocco e Calcabrina;
Ma Brandimarte gli tagliò la testa,
E via nel mar la trasse con roina.
Or se incomincia de' morti la festa
Tra la zurmaglia misera e tapina:
Chi salta in mare, e chi nella carena,
Chi per le corde scappa in su l'antena.

Tutta la gente misera e diserta
Fu dissipata, come io vi ho contato,
E non rimase sopra la coperta
Se non il conte, che era incatenato,
E Balisardo, concio come il merta,
E Brandimarte, che era già montato
Sopra la poppa, e là trovò il parone,
Che avante a lui se pose ingenocchione,

Misericordia sempre dimandando,
Ed acquistò perdono umanamente;
E tornò Brandimarte al conte Orlando
E tutto il dislegò subitamente.
Poi col parone entrambi ragionando,
E fatta ritornar quella altra gente,
De ciò che è fatto, non se dànno affanno:
Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.

E poi che insieme fôr pacificati,
Come io ho detto, incominciò il parone:
- Segnori, io so che ve meravigliati,
Ché da meravigliare è ben ragione,
De questo loco ove seti arivati,
Quando per forza de incantazïone
Se facea Balisardo trasformare,
Ch'è quivi occiso, e gettarenlo in mare.

Perché intendiati il fatto meglio avante,
Il tutto vi farò palese e piano.
Un vecchio re, nomato Manodante,
A Damogir se sta, ne l'occeàno,
Ove adunate ha già ricchezze tante,
Che stimar nol potria lo ingegno umano;
Ma la Fortuna in tutto a compimento
Né lui né altrui giamai fece contento.

Però che per duo figli il re meschino
È stato e stanne ancora in gran dolore;
Il primo fu involato piccolino
Da un suo schiavo malvaggio e traditore.
Io viddi il schiavo, e nomase Bardino,
Picchiato in faccia e rosso di colore,
Coi denti radi e col naso schiazato:
Portò il fanciullo, e mai non è tornato.

A l'altro giovanetto ène incontrata,
Come odireti, una sventura strana,
Perché pregione è fatto de una fata.
Non so se odesti mai nomar Morgana;
Quella del giovanetto è inamorata,
Quale ha beltate angelica e soprana,
Per ciò l'ha chiuso in un loco profondo:
Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.

Ma lei fatto have al re promissïone
Lasciare il giovanetto salvo e sano,
Se un cavallier gli può donar pregione,
Che Orlando è nominato, il Cristïano;
Però che un'opra de incantazione,
Fabricata in un corno troppo istrano,
Che serebbe a contar molta lunghezza,
Disfece il cavallier per sua prodezza.

Onde lo vôl pregione a ogni partito
La fata, e ben lo avrà, s'io non me inganno;
Ma, perché egli è feroce e tanto ardito,
Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno;
Per ciò quel Balisardo che è perito
(Così se n'abbi in sua malora il danno),
Presente il nostro re se dette il vanto
De dargli Orlando preso per incanto.

Ma sino ad or non gli è venuto fatto,
Benché ha pigliate già gente cotante,
Che io non potrei contarle a verun patto.
Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,
Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,
E fu preso un Ranaldo poco avante,
E seco un altro giovane garzone;
Se ben ramento, egli ha nome Dudone.

L'altra gente ch'è presa, è molta troppa,
Né mi basta a contarli lo argumento;
Tutti son scritti là sotto la poppa,
E legger vi si pôn, chi n'ha talento.
Ma tante foglie non lascia una pioppa
Là nel novembre, quando soffia il vento,
Quanti ènno e cavallier che quel gigante
Fatto ha condur pregioni a Manodante. -

Mentre che quel paron così parlava,
Orlando dentro se turbò nel core,
Perché color che costui nominava
Della Cristianitate erano il fiore,
Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,
Ed avea di sua presa gran dolore;
E destinò tra sé quel franco sire
De trargli di prigione, o de morire.

E poi che quel paron si stette queto,
Che alcun di lor più non stava ascoltare,
Parlò con Brandimarte di secreto,
A lui dicendo ciò che voglia fare;
Poi mostrandosi il conte in volto lieto
Prega il paron che lo voglia portare
Avanti al re, però che al suo comando
Gli dava il cor de appresentargli Orlando.

E così, navicando con bon vento,
Fôrno condutti a l'Isole Lontane;
E quei duo cavallier pien de ardimento
Al re s'appresentarno una dimane
Sopra una sala, che d'oro e d'argento
Era coperta de figure strane;
Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto,
Là dentro era intagliato e posto a smalto.

Lor fierno la proposta a Manodante,
Contando che per sua deffensïone
Balisardo avean morto, il fier gigante,
Promettendoli Orlando dar pregione.
Per questo gli fu fatto bon sembiante
Ed alloggiati fôrno a una maggione
Ricca, adobbata, lì presso al palagio,
Ove si sterno con diletto ad agio.

Era con seco la falsa donzella,
Ché 'l conte non la volse mai lasciare,
Qual è tanto fallace e tanto bella,
Quanto di sopra odesti racontare.
Or questa intese tutta la novella
Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare,
Perché qualunche a cui se porta amore
Tra' gli secreti insin de mezo il core.

Or questa dama assai Grifone amava
(So che il sapeti, ché già lo contai),
E di vederlo tutta sfavillava,
Né d'altro pensa giorno e notte mai;
E ben sa che in pregione ora si stava.
Ma questo canto è stato lungo assai:
Posati alquanto e non fati contese,
Che a dir nell'altro io vi serò cortese.

Canto decimosecondo

Stella de amor, che 'l terzo cel governi,
E tu, quinto splendor sì rubicondo,
Che, girando in duo anni e cerchi eterni,
De ogni pigrizia fai digiuno il mondo,
Venga da' corpi vostri alti e superni
Grazia e virtute al mio cantar iocondo,
Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia,
Poi ch'io canto de amor e di battaglia.

L'uno e l'altro esercizio è giovenile,
Nemico di riposo, atto allo affanno;
L'un e l'altro è mestier de omo gentile,
Qual non rifuti la fatica, o il danno;
E questo e quel fa l'animo virile,
A benché al dì de ancòi, se io non m'inganno,
Per verità de l'arme dir vi posso
Che meglio è il ragionar che averle in dosso,

Poi che quella arte degna ed onorata
Al nostro tempo è gionta tra villani;
Né l'opra più de amore anco è lodata,
Poscia che in tanti affanni e pensier vani,
Senza aver de diletto una giornata,
Si pasce di bel viso e guardi umani;
Come sa dir chi n'ha fatto la prova,
Poca fermezza in donna se ritrova.

Deh! non guardate, damigelle, al sdegno
Che altrui fa ragionar come gli piace;
Non son tutte le dame poste a un segno,
Però che una è leal, l'altra fallace;
Ed io, per quella che ha il mio core in pegno,
Cheggio mercede a tutte l'altre e pace;
E ciò che sopra ne' miei versi dico,
Per quelle intendo sol dal tempo antico:

Come Origilla, quella traditrice,
Qual per aver Grifone in sua balìa
(Ché il cor gli ardea d'amor ne la radice)
A Manodante andò, la dama ria;
E ciò che Orlando a lei secreto dice
Per trar fuor quei baron de pregionia,
E le cose ordinate tutte quante,
Lei le rivela e dice a Manodante.

Quando il re intese che quivi era Orlando,
Nella sua vita mai fu più contento.
Se stesso per letizia dimenando,
Già parli avere il figlio a suo talento;
Ma poi nella sua mente anco pensando
Del cavallier la forza e lo ardimento,
Comprende bene e già veder gli pare
Che nel pigliarlo assai serà che fare.

Alla donzella fece dar Grifone,
Sì come a lei promesso avea davante,
Ma lui non volse uscir mai de prigione,
Se seco non lasciava anco Aquilante;
E fu lasciato a tal condizïone,
Che loro ed Origilla in quello istante
Si dipartin dal regno alora alora,
Senza più fare in quel loco dimora.

Così lor se partirno a notte oscura:
Ancor vi contarò del suo vïaggio.
Or torno a Manodante, che ha gran cura
D'aver quel cavallier senza dannaggio,
Perché di sua prodezza avea paura;
Onde fece ordinare un beveraggio,
Che dato a l'omo subito adormenta
Sì come morto, e par che nulla senta.

A quei baron, che non avean sospetto,
Fu meschiato nel vino a bere a cena,
E poi la notte fôr presi nel letto
E via condotti, né il sentirno a pena;
Però che 'l beveraggio che io vi ho detto,
Sì gli avea tolto del sentir la lena,
Che fôr portati per piedi e per mane,
Né mai svegliarno insino alla dimane.

Quando se avidder poi quella matina
In un fondo di torre esser legati,
Ben se avisarno che quella fantina
Li avea traditi, essendosi fidati.
- O re del celo, o Vergine regina, -
Diceva il conte - non me abandonati! -
Chiamando tutti e Santi ch'egli adora,
Quanti n'ha il celo e poi degli altri ancora.

E come se amentava de pittura
A Roma, in Francia, o per altra provenzia,
A quella facea voto, per paura,
De digiunare, o de altra penitenzia.
Esso avea a mente tutta la Scrittura,
De orazïon e salmi ogni scïenzia;
Ciò che sapea, diceva a quella volta,
E Brandimarte sempre mai l'ascolta.

Era quel Brandimarte saracino,
Ma de ogni legge male instrutto e grosso,
Però che fu adusato piccolino
A cavalcare e portar l'arme in dosso;
Onde, ascoltando adesso il paladino
Che a Dio se aricomanda a più non posso,
Chiamando ciascun Santo benedetto,
Li adimandava quel che avesse detto.

E benché il conte fosse in tal tormento,
Pur, per salvar quella anima perduta,
Prima narrògli il vecchio Testamento,
E poi perché Dio vôl che quel se muta;
Gli narrò tutto il novo a compimento,
E tanto a quel parlare Idio l'aiuta,
Che tornò Brandimarte alla sua Fede,
E come Orlando drittamente crede.

Benché lì non se possa battizare,
Pur la credenza avea perfetta e bona,
E poi che alquanto fu stato a pensare,
Verso del conte in tal modo ragiona:
- Tu m'hai voluto l'anima salvare,
Ed io vorei salvar la tua persona,
S'io ne dovessi ancor quivi morire;
Or se 'l te piace, il modo pôi odire.

Tu dèi comprender così ben come io,
Che per te solo è fatta questa presa,
Perché tra Saracini èi tanto rio,
E de Cristianità sola diffesa.
Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio,
Non avendo altri questa cosa intesa,
Né essendo alcun di noi qua cognosciuto,
Forse serai lasciato, io ritenuto.

Io dirò sempre mai ch'io sono Orlando,
Tu de esser Brandimarte abbi la mente;
Guârti che non errasti ragionando,
Ché guastaresti il fatto incontinente.
Ma, se esci fuore, a te mi racomando:
Cerca di trarme del loco presente;
E se io morissi al fondo dove io sono,
Prega per l'alma mia tu che sei bono. -

Quasi piangendo quel baron soprano
In cotal modo il suo parlar finia.
Allora il conte, che era tanto umano:
- Non piaccia a Dio, - dicea - che questo sia!
Speranza ha ciascadun ch'è Cristïano,
Nel re del celo e nella Matre pia;
Lui ce trarà per sua mercè de guai,
Ma senza te non uscirò giamai.

Ma se tu uscissi, io restaria contento,
Pur che tu me prometta tutta fiata,
Per preghi, né minacce, né spavento
De non lasciar la fede che hai pigliata.
La nostra vita è una polvere al vento,
Né se debbe stimar né aver sì grata,
Che per salvarla, on allungarla un poco,
Si danni l'alma nello eterno foco. -

Diceva Brandimarte: - Alto barone,
Già molte volte odito ho racontare
Che del servigio perde il guiderdone
Colui che for de modo fa pregare;
Io ti cheggio, per Dio di passïone,
Che quel che ho detto, tu lo vogli fare;
E quando far nol vogli, io te prometto
Ch'io tornarò di novo a Macometto. -

Orlando non rispose a quei sermoni,
Né acconsentitte e non volse desdire.
Eccoti gente armate de ronconi
Che alla pregion la porta fanno aprire.
Diceva il caporale: - O campïoni,
Quale è Orlando di voi, debba venire;
Quel che è desso, lo dica e venga avante,
Ché appresentar conviense a Manodante. -

Brandimarte rispose incontinente,
Che apena non avea colui parlato;
Il conte Orlando diceva nïente,
Ma sospirando si stava da lato.
Or tolse Brandimarte quella gente,
E così proprio come era legato
(Che far non può diffesa né battaglia)
Al re lo presentò quella sbiraglia.

Manodante era di natura umano,
Però piacevolmente a parlar prese,
Dicendo: - Ria fortuna e caso istrano
A mio dispetto mi fa discortese;
E ben ch'io sappia che sei cristïano,
Nemico a nostra legge di palese,
Sapendo tua virtute e il tuo valore,
Assai me incresce a non te fare onore.

Ma la natura mi strenge sì forte
E la compassïon de un mio figliolo,
Che, a dirti presto con parole corte,
A te per lui convien portar il dôlo.
Crudel destino e la malvaggia sorte
De duo mi avea lasciato questo solo;
Dece ed otto anni ha di ponto il garzone:
Morgana entro ad un lago l'ha pregione.

Questa Morgana è fata del Tesoro;
E perché par che già tu dispregiasti
Non so che cervo che ha le corne d'oro,
E sue aventure e soi incanti li hai guasti,
(Ti debbi ramentar questo lavoro,
Onde ogni breve dir credo che basti),
Per questo te persegue in ogni banda,
E sol de averti a ciascadun dimanda.

Onde per fare il cambio di mio figlio
In questa notte ti feci pigliare,
E per trare esso di cotal periglio
A quella fata ti voglio mandare;
A benché di vergogna io sia vermiglio,
Pensando ch'io te fo mal capitare,
Sapendo che tu merti onore e pregio;
Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. -

Tenendo il re chinato a terra il viso
Fece fine al suo dir, quasi piangendo.
Rispose Brandimarte: - Ogni tuo aviso
Sempre servire ed obedire intendo,
Se mille miglia ancor fossi diviso
Da questo regno; or tuo pregione essendo,
Disponi a tuo volere ed a tuo modo,
Ch'io vo' di te lodarme ed or mi lodo.

Ma ben ti prego per summa mercede
Che, potendo campare il tuo figliolo
Per altra forma, come il mio cor crede,
Che tu non me conduchi in tanto dôlo.
Or, se te piace, alquanto ascolta e vede:
Termine da te voglio un mese solo,
E che tu lasci l'altro compagnone,
Ed io starò tra tanto alla pregione,

Pur che il compagno che meco fo preso,
Subitamente sia da te lasciato.
Sopra alle forche voglio essere impeso,
Se in questo tempo ch'io ho da te pigliato
Non ti è il tuo figliol sano e salvo reso,
Perché in quel loco il cavalliero è stato.
Sopra alla Fede mia questo ti giuro,
Ed andarane e tornarà securo. -

Queste parole Brandimarte usava
Ed altre molte più che qui non scrivo,
Come colui che molto ben parlava
Ed era in ogni cosa troppo attivo.
Al fin quel vecchio re pur se piegava;
A benché fosse di quel figlio privo,
E lo aspettare a rivederlo un mese
Paresse uno anno, e' pur l'accordio prese.

Brandimarte si pose ingenocchione,
Il re di questo assai ringrazïando,
E poi fu rimenato alla prigione,
E tratto fuor di quella il conte Orlando.
Or chi direbbe le dolci ragione
Che ferno e due compagni lacrimando,
Allor che il conte convenne partire?
Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.

Sapean già il patto com'era fermato,
Che al termine de un mese die' tornare;
Onde, avendo da lui preso combiato,
Con una nave si pose per mare.
In pochi giorni a terra fu portato,
Poi per la ripa prese a caminare,
Dietro a l'arena, per la strata piana,
Tanto che gionse al loco di Morgana.

Quel che là fece, contarò da poi,
Se la istoria ascoltati tutta quanta:
Ora ritorno a Manodante e' soi.
Chi mena zoia, chi suona e chi canta;
Chi promette a Macon pecore e boi.
Chi darli incenso e chi argento si vanta,
Se gli concede di veder quel giorno
Che Zilïante a lor faccia ritorno.

Nome avea il giovanetto Zilïante,
Come di sopra in molti lochi ho detto.
A quelle feste che io dico cotante,
Ne la cità per zoia e per diletto
Accese eran le torre tutte quante
De luminari; e su per ciascun tetto
Suonavan trombe e corni e tamburini,
Come il mondo arda e tutto il cel ruini.

Era là preso Astolfo del re Otone
Con altri assai, sì come aveti odito,
E benché fosse al fondo de un torione,
Pur quello alto rumore avea sentito,
E de ciò dimandando la cagione
A quel che per guardarli è stabilito,
Colui rispose: - Io vi so dir palese
Che indi uscirete in termine de un mese.

E voglio dirvi il fatto tutto intiero,
Perché più non andati dimandando.
Al nostro re non fa più de mistiero
La presa de' baroni andar cercando,
Però che in corte è preso un cavalliero,
Qual per il mondo è nominato Orlando;
Or potrà aver per contracambio il figlio,
Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.

Ma bene è ver che un cavallier pagano,
Qual mostra esser di lui perfetto amico,
Lasciato fu dal nostro re soprano,
E tornar debbe al termine ch'io dico,
E menar Zilïante a mano a mano,
Benché io non stimo tal promessa un fico;
Ma il re certo avrà il figlio a suo comando,
Se in contraccambio là vi pone Orlando. -

Astolfo se mutò tutto di faccia
E più di core, odendo racontare
Che il conte era pur gionto a quella traccia,
E il guardïano alor prese a pregare,
- German, - dicendo - per Macon ti piaccia
Una ambasciata a l'alto re portare,
Che sua corona in ciò mi sia cortese,
Ch'io veda Orlando, che è di mio paese. -

Sempre era Astolfo da ciascuno amato,
Or non bisogna ch'io dica per che;
Onde il messaggio subito fu andato,
E l'ambasciata fece ben al re.
Già Brandimarte prima era lasciato,
Entro una zambra sopra a la sua fè,
Ma disarmato; e sempre mai de intorno
Stava gran guarda tutta notte e 'l giorno.

Il re ne viene a lui piacevolmente,
E dimandò chi fosse Astolfo e donde;
Turbosse Brandimarte ne la mente,
E, pur pensando, al re nulla risponde,
Perché cognosce ben palesemente
Che, come è giorno, indarno se nasconde,
Onde sua vita tien strutta e diserta,
Poi che la cosa al tutto è discoperta.

Al fin, per più non far di sé sospetto,
Disse: - Io pensava e penso tuttavia
S'io cognosco l'Astolfo de che hai detto,
Né me ritorna a mente, in fede mia,
Se non ch'io vidi già in Francia un valletto,
Qual pur mi par che cotal nome avia;
Stavasi in corte per paccio palese,
E nomato era il gioculare Anglese.

Grande era e biondo e di gentile aspetto,
Con bianca faccia e guardatura bruna;
Ma egli avea nel cervello un gran diffetto,
Perché d'ognior che scemava la luna,
Divenia rabbïoso e maledetto,
E più non cognoscea persona alcuna,
Né alor sapea festar, né menar gioco:
Ciascun fuggia da lui come dal foco. -

- Lui proprio è questo, - disse Manodante
- De sue piacevolezze io voglio odire. -
Così dicendo via mandava un fante,
Che lo facesse alor quindi venire.
Questo, giognendo ad Astolfo davante,
Incontinenti gli cominciò a dire
Sì come il re l'avrebbe molto caro,
Poi che egli era buffone e giocularo,

E come il cavallier del suo paese,
Quale era Orlando, al re l'have contato.
Astolfo de ira subito s'accese,
E così come egli era infurïato,
Col fante ver la corte il camin prese.
Benché da molti dreto era guardato,
Lui non restava de venir cridando
Per tutto sempre: - Ove è il poltron de Orlando?

Ov'è, - diceva - ove è questo poltrone,
Che de mi zanza, quella bestia vana?
Mille onze d'oro avria caro un bastone
Per castigar quel figlio de putana. -
Il re con Brandimarte ad un balcone
Odîr la voce ancora assai lontana,
Tanto cridava il duca Astolfo forte
Di dare a Orlando col baston la morte.

E Brandimarte alor molto contento
Dicea al re: - Per Dio, lasciànlo stare,
Perché ponerà tutti a rio tormento:
Poco de un paccio si può guadagnare.
Adesso in tutto è fuor di sentimento:
Questo è la luna, che debbe scemare;
Io so com'egli è fatto, io l'ho provato:
Tristo colui che se gli trova a lato! -

- Adunque sia legato molto bene, -
Diceva il re - dapoi qua venga in corte;
Di sua pacìa non voglio portar pene. -
Eccoti Astolfo è già gionto alle porte,
E per la scala su ratto ne viene.
Ma nella sala ogniom cridava forte,
Sergenti e cavallieri in ogni banda:
- Legate il paccio! Il re così comanda. -

Ma quando Astolfo se vidde legare,
Ed esser reputato per lunatico,
Cominciò l'ira alquanto a rafrenare,
Come colui che pure avea del pratico.
Quando fu gionto, il re prese a parlare
A lui, dicendo: - Molto sei selvatico
Con questo cavallier de tuo paese,
Benché lui sia di Brava, e tu sia Anglese. -

Astolfo alor, guardando ogni cantone,
- Ma dove è lui - diceva - quel fel guerzo,
Il qual ardisce a dir ch'io son buffone,
Ed egual del mio stato non ha il terzo?
Né lo torria per fante al mio ronzone,
Abench'io creda ch'el dica da scherzo,
Sapendo esso di certo e senza fallo
Che di lui faccio come di vassallo.

Ove sei tu, bastardo stralunato,
Ch'io te vo' castigar, non so se il credi? -
Il re diceva a lui: - Che sventurato!
Tu l'hai avante, e par che tu nol vedi. -
Alora Astolfo, guardando da lato
E dietro e innanci ogniom da capo a piedi,
Dicea da poi: - Se alcun non l'ha coperto
Di sotto al manto, e' non è qua di certo.

E tra coteste gente, che son tante,
Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. -
Meravigliando dicea Manodante:
- Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto!
Or non è questo Orlando, che hai davante?
Io credo che sei paccio divenuto. -
E Brandimarte alquanto sbigotito
Pur fa bon volto con parlare ardito,

Al re dicendo: - Or non sai che al scemare
Che fa la luna, il perde lo intelletto?
Io credea che 'l dovesti ramentare,
Perché poco davante io l'avea detto. -
Alora Astolfo cominciò a cridare:
- Ahi renegato cane e maledetto!
Un calcio ti darò di tal possanza,
Che restarà la scarpa ne la panza. -

Diceva il re: - Tenitelo ben stretto,
Però che 'l mal li cresce tutta via. -
Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto,
E fu salito in tanta bizaria,
Che minacciava a roïnar il tetto,
E tutta disertar la Pagania,
E cinquecento miglia intorno intorno
Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.

Comandò il re che via fosse condutto;
Ma quando lui se vidde indi menare
Ed esser reputato paccio al tutto,
Cominciò pianamente a ragionare.
Dapoi che non aveva altro redutto,
Con voce bassa il re prese a pregare
Che ancor non fusse de quindi menato,
E mostrarebbe a lui che era ingannato;

Però che, se mandava alla pregione,
E facesse Ranaldo qua venire,
O veramente il giovane Dudone,
Da lor la verità potrebbe odire;
E che lui volea stare al parangone,
E se mentisse, voleva morire,
Ed esser strascinato a suo comando,
Ché questo è Brandimarte e non Orlando.

Il re, pur dubitando esser schernito,
Cominciò Brandimarte a riguardare,
Il quale, in viso tutto sbigotito,
Lo fece maggiormente dubitare.
Il cavallier, condutto a tal partito
Che non potea la cosa più negare,
Confessa per se stesso aver ciò fatto,
Acciò che Orlando sia da morte tratto.

Il re di doglia si straziava il manto
E via pelava sua barba canuta,
Per il suo figlio ch'egli amava tanto;
De averlo è la speranza ormai perduta.
Ne la cità non se ode altro che pianto,
E la allegrezza in gran dolor se muta;
Crida ciascun, come di senno privo,
Che Brandimarte sia squartato vivo.

Fu preso a furia e posto entro una torre,
Da piedi al capo tutto incatenato;
In quella non se suole alcun mai porre
Che sia per vivo al mondo reputato.
Se Dio per sua pietate non soccorre,
A morir Brandimarte è iudicato.
Astolfo, quando intese il conveniente
Come era stato, assai ne fu dolente.

E volentier gli avria donato aiuto
De fatti e de parole a suo potere,
Ma quel soccorso tardo era venuto,
Sì come fa chi zanza oltra al dovere.
Quel gentil cavalliero ora è perduto
Per sue parole e suo poco sapere;
Or qui la istoria de costor vi lasso,
E torno al conte, ch'è gionto a quel passo:

Al passo di Morgana, ove era il lago
E il ponte che vargava la rivera.
Il conte riguardando assai fu vago,
Ché più Aridano il perfido non vi era.
Così mirando vidde morto un drago,
Ed una dama con piatosa ciera
Piangea quel drago morto in su la riva,
Come ella fusse del suo amante priva.

Orlando se fermò per meraviglia,
Mirando il drago morto e la donzella,
Che era nel viso candida e vermiglia.
Ora ascoltati che strana novella:
La dama il drago morto in braccio piglia,
E con quello entra in una navicella,
Correndo giù per l'acqua alla seconda,
E in mezo il lago aponto se profonda.

Non dimandati se il conte avea brama
Di saper tutta questa alta aventura.
Ora ecco di traverso una altra dama
Sopra de un palafreno alla pianura.
Come ella vidde il conte, a nome il chiama
Dicendo: - Orlando mio senza paura,
Iddio del paradiso ha ben voluto
Che qua vi trovi per donarmi aiuto. -

Questa donzella che è quivi arrivata,
Come io vi dico, sopra il palafreno,
Era da un sol sergente accompagnata.
Di lei vi contarò la istoria apieno,
Se tornarete a questa altra giornata,
E di quella del drago più né meno,
Qual profondò nel fiume; or faccio ponto,
Però che al fin del mio cantar son gionto.

Canto decimoterzo

Il voler de ciascun molto è diverso:
Chi piace esser soldato, e cui pastore,
Chi dietro a robba, a lo acquistar è perso,
Chi ha diletto di caccia e chi d'amore,
Chi navica per mare e da traverso,
E quale è prete e quale è pescatore;
Questo in palazo vende ogni sua zanza,
Quello è zoioso, e canta e suona e danza.

A voi piace de odir l'alta prodezza
De' cavalieri antiqui ed onorati,
E 'l piacer vostro vien da gentilezza,
Però che a quel valor ve assimigliati.
Chi virtute non ha, quella non prezza;
Ma voi, che qua de intorno me ascoltati,
Seti de onore e de virtù la gloria,
Però vi piace odir la bella istoria.

Ed io seguir la voglio ove io lasciai,
Anci tornare a dietro, per chiarire
De le due dame, quale io vi contai;
L'una era al lago, l'altra ebbe a venire.
Or per voi stessi non sapresti mai
Chi fosser queste, non lo odendo dire;
Ma io vi narrerò la cosa piana:
Quella dal drago morto era Morgana,

E l'altra è Fiordelisa, quella bella
Che fu da Brandimarte tanto amata.
Di questa vi dirò poi la novella,
Ma torno prima a quella della fata;
La qual, perché era de natura fella,
Sopra del lago a quella acqua incantata,
Ove nel fondo fu Aridano occiso,
Aveva poi pigliato uno altro aviso.

Perché con succi de erbe e de radice
Còlte ne' monti a lume della luna,
E pietre svolte de strana pendice,
Cantando versi per la notte bruna,
Cangiato avea la falsa incantatrice
Quel giovanetto in sua mala fortuna,
Io dico Zilïante, e fatto drago,
Per porlo in guardia al ponte sopra al lago.

Ed avea tramutata sua figura,
Acciò che quella orribile apparenzia
Sopra del ponte altrui ponga paura;
Ma, fusse o per l'error de sua scienzia,
O per strenger lo incanto oltra misura,
Ebbe il garzone estrema penitenzia,
Perché, come tal forma a ponto prese,
Gettò un gran crido, e morto se distese.

Onde la fata, che tanto lo amava,
Seco di doglia credette morire;
Però piatosamente lacrimava,
Come ne l'altro canto io vi ebbi a dire,
E con la barca al fondo lo portava,
Per farlo sotto il lago sepelire.
Or più di lei la istoria non divisa,
Ma torna a ricontar de Fiordelisa.

La qual, sì come Orlando ebbe veduto,
Gli disse: - Idio del cel per sua pietate
Qua te ha mandato per donarmi aiuto,
Sì come avea speranza in veritate.
Or bisognarà ben, baron compiuto,
Che a un tratto mostri tutta tua bontate;
Ma, perché sappi che far ti conviene,
Io narrarò la cosa: intendi bene.

Dapoi ch'io mi parti' da quello assedio,
Che ancora ad Albracà dimora intorno,
Con superchia fatica e maggior tedio
Cercato ho Brandimarte notte e giorno,
Né a ritrovarlo è mai stato rimedio;
Ed io faceva ad Albracà ritorno,
Per saper se più là sia ricovrato,
Ma nel vïaggio ho poi costui trovato.

Costui che meco vedi per sargente,
Io l'ho trovato a mezo del camino,
Ed è venuto a dir per accidente
Che portò Brandimarte piccolino,
Qual fu figlio de un re magno e potente;
Ma, come piacque a suo forte destino,
Costui lo tolse a l'Isola Lontana,
E diello al conte de Rocca Silvana.

Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,
Lui pur rimase in casa per servire;
Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto,
Venne in gran forza e di soperchio ardire,
E per tutto d'intorno era temuto.
Per questo il conte avanti al suo morire,
Non avendo né moglie né altro erede,
Figlio se il fece e quel castel gli diede.

Brandimarte da poi per suo valore
Cercato ha il mondo per monte e per piano,
E nella terra per governatore
Lasciò costui che vedi e castellano.
Ora un altro baron pien di furore,
Qual sempre fu crudele ed inumano,
Scoperto a Brandimarte è per nimico:
Rupardo ha nome il cavallier ch'io dico.

Costui con più sergenti e soi vassalli
Lo assedio ha intorno de Rocca Silvana.
E de assalirla par che mai non calli,
Per ruïnarla tutta in terra piana.
E' crida: "Brandimarte per soi falli
Adesso è preso al lago de Morgana.
Io son per questo a prendervi venuto;
Da lui non aspettati alcuno aiuto."

Onde costui, che temea de aver morte,
Quando non fosse a quel Rupardo reso
(E d'altra parte ancor gl'incresce forte
Che 'l suo segnor da lui mai fusse offeso),
Con molti incanti fie' gettar le sorte,
Ed ha con quelle ultimamente inteso
Che vero è ciò che dice quel fellone,
E Brandimarte è nel lago in pregione.

Ora ti prego, conte, se mai grazia
Aver debbe da te nulla donzella,
Che ciò che si può far, per te si fazia,
Tanto che egli esca di questa acqua fella.
Così ti renda ogni tua voglia sazia
Quanto desidri, Angelica la bella;
Così d'amor s'adempia ogni tua brama,
Vivendo al mondo in glorïosa fama. -

Il conte narrò a lei con brevitate
Di Brandimarte ciò che ne sapea,
E tutte aponto le cose passate,
E come al lago ritornar volea
Per Zilïante trar de aversitate,
Qual l'altra fiata giù lasciato avea,
E poi, per cambio di quel bel garzone,
Trar Brandimarte fuor de la pregione.

De ciò la dama assai se contentava,
E smontò il palafreno alla rivera;
Standosi ingenocchione il cel guardava,
Divotamente a Dio facea preghiera
Che la ventura che il conte pigliava
Se ritrâsse in bon fine e tutta intiera;
E già alla porta Orlando era arivato:
Ben la sapea, ché prima anco vi è stato.

Nascosa era la porta dentro a un sasso,
Di fuor tutta coperta a verde spine;
Discese Orlando giù, callando al basso,
Sin che fu gionto della scala al fine;
Poi caminò da un miglio passo passo
Sopra del suol de pietre marmorine,
E gionse nella piazza del tesoro,
Ove è il re fabricato a zoie ed oro.

Quivi trovò la sedia che Ranaldo
Avea portata già sino alla uscita;
Ora a contarvi più non mi riscaldo
Di questa cosa, ché l'avete odita.
Il conte uscì della piazza di saldo
E gionse nel giardino alla finita,
Ove abita Morgana e fa suo stallo,
Ed è partito al mezo de un cristallo.

Apresso a quel cristallo è la fontana
(Quel loco un'altra fiata ho ricontato);
A questa fonte ancor stava Morgana,
E Zilïante avea resucitato,
E tratto fuor di quella forma strana.
Più non è drago, ed omo è ritornato;
Ma pur per tema ancora il giovanetto
Parea smarito alquanto nello aspetto.

La fata pettinava il damigello,
E spesso lo baciava con dolcezza;
Non fu mai depintura di pennello
Qual dimostrasse in sé tanta vaghezza.
Troppo era Zilïante accorto e bello,
Ed esso è in volto pien di gentilezza,
Ligiadro nel vestire e dilicato,
E nel parlar cortese e costumato.

Però prendea la fata alto solaccio
Mirando come un specchio nel bel viso,
E così avendo il giovanetto in braccio
Gli sembra dimorar nel paradiso.
Standosi lieta e non temendo impaccio,
Orlando gli arivò sopra improviso,
E come quello che l'avea provata,
Non perse il tempo, come a l'altra fiata;

Ma nella gionta diè de mano al crino,
Che sventillava biondo nella fronte.
Alor la falsa con viso volpino,
Con dolci guardi e con parole pronte
Dimanda perdonanza al paladino
Se mai dispetto gli avea fatto on onte,
E per ogni fatica in suo ristoro
Promette alte ricchezze e gran tesoro.

Pur che gli lascia il giovanetto amante,
Promette ogni altra cosa alla sua voglia;
Ma il conte sol dimanda Zilïante
E stima tutto il resto una vil foglia.
Or chi direbbe le parole tante,
Il lamentare e i pianti pien di doglia,
Che faceva Morgana in questa volta?
Ma nulla giova: il conte non l'ascolta.

Ed ha già preso Zilïante a mano,
E fora del giardin con esso viene,
Né della fata teme incanto istrano,
Poi che nel zuffo ben presa la tiene.
Lei pur se dole e se lamenta invano,
E non trova soccorso alle sue pene;
Ora lusinga, or prega ed or minazza,
Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.

Quella passarno, e cominciarno a gire
Su per la scala e tra que' sassi duri,
E quando furno a ponto per uscire
Fuor della porta e de quei lochi oscuri,
Allora il conte a lei cominciò a dire:
- Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri
Per lo Demogorgone a compimento
Mai non mi fare oltraggio o impedimento. -

Sopra ogni fata è quel Demogorgone
(Non so se mai lo odisti racontare),
E iudica tra loro e fa ragione,
E quello piace a lui, può di lor fare.
La notte se cavalca ad un montone,
Travarca le montagne e passa il mare,
E strigie e fate e fantasime vane
Batte con serpi vive ogni dimane.

Se le ritrova la dimane al mondo,
Perché non ponno al giorno comparire,
Tanto le batte a colpo furibondo,
Che volentier vorian poter morire.
Or le incatena giù nel mar profondo,
Or sopra al vento scalcie le fa gire,
Or per il foco dietro a sé le mena,
A cui dà questa, a cui quella altra pena.

E però il conte scongiurò la fata
Per quel Demogorgon che è suo segnore,
La qual rimase tutta spaventata,
E fece il giuramento in gran timore.
Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata;
Orlando e Zilïante uscirno fuore,
E trovâr Fiordelisa ingenocchione,
Che ancor pregava con divozïone.

Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti,
Molto ringrazïava Iddio divino;
E caminando insieme, ne fôr giti
Insino al mar che quindi era vicino.
Poscia che nella nave fôr saliti,
Con vento fresco entrarno al lor camino,
Fendendo intra levante e tramontana
Sin che son gionti a l'Isola Lontana.

Smontarno a Damogir, l'alta citate,
Quale avea tra due torre un nobil porto.
Quando le gente nel molo adunate
Ebbero in nave il giovanetto scorto,
Alciarno un crido allegro di pietate,
Perché prima ciascun lo tenea morto:
Crida ciascuno, e piccolino e grande;
Ognior di voce in voce più se spande.

A Manodante gionse la novella,
Qual già per tutta la cità risuona.
Lui corse là vestito di gonnella,
E non aspetta manto ni corona.
Non vi rimase vecchia, ni donzella:
Ogni mestiero ed arte se abandona;
Giovani, antiqui ed ogni fanciullina,
Per veder Zilïante ogni om camina.

Tanta adunata quivi era la gente,
Che avea coperto il porto marmorino;
E Zilïante uscì primeramente,
Poi Fiordelisa e Orlando paladino;
Il quarto ne lo uscir fu quel sergente.
Come fu visto, ogni om crida: - Bardino!
Bardino! ecco Bardino! - ogni om favella
- De l'altro figlio il re saprà novella. -

Quando la calca fu tratta da banda,
De gire avante Orlando se argumenta;
Umanamente al re se racomanda,
Il suo figliol avante gli appresenta.
Di Brandimarte poi presto dimanda;
Ma il re di dar risposta non se attenta,
Parendo a tal servigio essere ingrato,
Poi che il compagno avea sì mal trattato.

Pur gli rispose che era salvo e sano:
Ma per vergogna è nel viso vermiglio.
Così tornando, con Orlando a mano,
Venne per caso a rivoltare il ciglio,
E veggendo Bardin disse: - Ahi villano!
Or che facesti, ladro, del mio figlio?
Pigliàti presto presto il traditore,
Qual già mi tolse il mio figliol maggiore. -

A quella voce fu il sargente preso,
E lui dimanda sol de essere odito,
Onde di novo avanti al re fu reso,
E contò a ponto come era fuggito
Per mare in barca; ed in terra disceso,
Il figlio entro una rocca avea nutrito,
Né si sapendo il nome in quella parte
De Bramadoro il fece Brandimarte.

Nome avea Bramadoro, essendo infante,
Quel Brandimarte che or era pregione.
El fu figliolo a questo Manodante;
E quel Bardino per desperazione
Ché 'l re il battette dal capo alle piante,
Fosse per ira, o per sua fallisone,
Ciò non so dir, ma via fuggì Bardino
E Bramador portò, quel fanciullino.

Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,
Dico a Rocca Silvana, come ho detto,
E' fu del male alquanto repentuto,
E là rimase sol per suo rispetto;
E, sin che 'l giovanetto fu cresciuto,
Non se partitte mai de quel distretto,
E Brandimarte a lui sempre ebbe amore,
Onde il lasciò per suo governatore.

E tutto ciò contò Bardino a ponto,
Narrando a lui la istoria del figliolo:
Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto,
Il re sentì nel cor superchio dôlo,
Perché posto l'avea, come vi conto,
Al fondo de un torrion, su tristo sôlo.
Là giù posto l'avea discalzo e nudo:
Or se lamenta de esser stato crudo.

E benché prima avesse ancor mandato,
Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore,
Ora a mandarvi è ben più riscaldato,
Sempre piangendo de piatoso amore;
Per allegrezza il crido è dupplicato,
Non se sentì giamai tanto rumore:
Per tetti, per li balchi e per le torre,
Ciascun con lumi accesi intorno corre.

De cimbaletti e d'arpe e di leuti
E de ogni altra armonia fan mescolanza.
Il re, che duo figlioli avea perduti,
Or gli ha trovati, e non avea speranza;
E citadini insieme son venuti
Tutti alla piazza, e chi suona e chi danza;
E le fanciulle e le dame amorose
Gettano ad alto gigli fiori e rose.

Fra tanta gioia e tra tanta allegrezza
Condotto è Brandimarte avante al padre,
Che fu nudo in pregione, ora è in altezza:
Era coperto di veste legiadre.
Piangeva ciascadun di tenerezza.
Il re lo dimandò chi fu sua madre.
- Albina, - disse a lui - ciò mi ramenta,
Ma del mio padre ho la memoria spenta. -

Non puote il re più oltra sostenire,
Ma piangendo dicea: - Figliol mio caro,
Caro mio figlio, or che debbo mai dire,
Ch'io te ho tenuto in tanto dôlo amaro?
Ciò che a Dio piace se convien seguire;
A quel che è fatto, più non è riparo. -
Così dicendo ben stretto l'abbraccia,
Avendo pien de lacrime la faccia.

Poi s'abbracciarno ed esso a Zilïante,
E ben che sian germani ogni om avisa,
Però che l'uno a l'altro è simigliante,
Benché la etate alquanto li divisa.
Or chi direbbe le carezze tante
Che Brandimarte fece a Fiordelisa?
E poi che tutti in festa e zoia sono,
Bardino ebbe ancor lui dal re perdono.

Gionti dapoi nel suo real palagio,
Che al mondo de ricchezza non ha pare,
A festeggiar se attese e stare ad agio;
E 'l conte in summa fece battizare
Il re coi figli e tutto il baronagio,
A benché alquanto pur vi fu che fare;
Ma Brandimarte seppe sì ben dire,
Che 'l patre e gli altri fece seco unire.

Fôrno anche tratti della prigion fuore
Ranaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti,
E fu lor fatto imperïale onore,
E tutti rivestiti a ricchi manti.
Una donzella con occhi d'amore,
Leggiadra e ben accorta nei sembianti,
Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa,
Che sol da lei splendea tutta la festa.

Ciascun guardava il viso colorito,
Ma non la cognosceano assai né poco,
Eccetto Orlando e Brandimarte ardito:
Lor duo l'avean veduta in altro loco.
Questa gabbò già il suo vecchio marito
(Non so se ve amentati più quel gioco),
Quando fu presa con le palle d'oro;
E lei ne fece poi doppio ristoro,

Facendo Ordauro sotterra venire,
Che istoria non fu mai cotanto bella.
Voi la sapeti e più non la vo' dire,
Se non contarvi che questa donzella
Brandimarte la trasse di martìre,
Né alor sapea che fusse sua sorella,
Quando da lui e dal conte de Anglante
Occisi fôr Ranchera ed Oridante.

E quivi la cognobbe per germana,
Abbracciandosi insieme con gran festa,
E ramentando a lei l'erba soprana
Che già l'avea guarito della testa,
Quando Marfusto a lato alla fontana
L'avea ferito con tanta tempesta;
Ed altre cose assai che io non diviso
Dicean tra lor con festa e zoia e riso.

Dapoi che molti giorni fôr passati,
Che tutti consumarno in suono e in danza,
Dudone una matina ebbe chiamati
Tutti quei cavallieri in una stanza,
Narrando a loro e populi adunati
Con Agramante per passare in Franza,
E come era già armato mezo il mondo
Per por re Carlo e i Cristïani al fondo.

Ranaldo e Astolfo s'ebbe a proferire
Alla difesa de Cristianitate,
Per la sua fede e legge mantenire,
Insin che in man potran tenir le spate.
Seco non volse Orlando allora gire,
Né so dir la cagione in veritate,
Se non ch'io stimo che superchio amore
Li desviasse da ragione il core.

Il dipartir di lor non fu più tardo;
Passarno insieme il mare a mano a mano.
Ranaldo salì poi sopra a Baiardo,
E 'l duca Astolfo sopra Rabicano.
Orlando a Brandimarte fie' riguardo,
E molto il prega con parlare umano
Che ritornasser Zilïante ed esso
A star col patre, che ha la morte apresso.

Ma non si trova modo né ragione
Che Brandimarte voglia ritornare;
Pur Zilïante se piegò; il garzone
Di novo a Damogir tornò per mare.
E Brandimarte è salito in arcione,
Ché Orlando mai non vôle abandonare;
Ambi passarno via quel tenitoro
Sino al castello ove era Brigliadoro.

Al conte fu il destrier restituito,
E fatto molto onor dal castellano.
Il duca Astolfo prima era partito,
E Dudon seco e il sir de Montealbano.
Quel figlio del re Otone era guarnito
De l'arme d'oro, e la sua lancia ha in mano,
E cavalcando gionse una matina
Al castel falso de la fata Alcina.

Alcina fu sorella di Morgana,
E dimorava al regno de gli Atàrberi,
Che stanno al mare verso tramontana,
Senza ragione immansueti e barberi.
Lei fabricato ha lì con arte vana
Un bel giardin de fiori e de verdi arberi,
E un castelletto nobile e iocondo,
Tutto di marmo da la cima al fondo.

E tre baroni, come aveti odito,
Passarno quindi acanto una matina,
E mirando il giardin vago e fiorito,
Che a riguardar parea cosa divina,
Voltarno gli occhi a caso in su quel lito
Ove la fata sopra alla marina
Facea venir con arte e con incanti
Sin fuor de l'acqua e pesci tutti quanti.

Quivi eran tonni e quivi eran delfini,
Lombrine e pesci spade una gran schiera;
E tanti ve eran, grandi e piccolini,
Ch'io non so dire il nome o la manera.
Diverse forme de mostri marini,
Rotoni e cavodogli assai vi ne era;
E fisistreri e pistrice e balene
Le ripe aveano a lei d'intorno piene.

Tra le balene vi era una maggiore,
Che apena ardisco a dir la sua grandeza,
Ma Turpin me assicura, che è lo autore,
Che la pone due miglia di lungheza.
Il dosso sol de l'acqua tenea fuore,
Che undici passi o più salia d'alteza,
E veramente a' riguardanti pare
Un'isoletta posta a mezo il mare.

Or, come io dico, la fata pescava,
E non avea né rete né altro ordegno:
Sol le parole che all'acqua gettava
Facea tutti quei pesci stare al segno;
Ma quando adietro il viso rivoltava,
Veggendo quei baron prese gran sdegno
Che l'avesser trovata in quel mestiero,
E de affocarli tutti ebbe in pensiero.

Mandato avria ad effetto il pensier fello,
Ché una radice avea seco recata,
Ed una pietra chiusa entro uno annello,
Quale averia la terra profondata;
Solo il viso de Astolfo tanto bello
Dal rio voler ritrasse quella fata,
Perché mirando il suo vago colore
Pietà gli venne e fu presa d'amore.

E cominciò con seco a ragionare
Dicendo: - Bei baroni, or che chiedete?
Se qua con meco vi piace pescare,
Bench'io non abbia né laccio né rete,
Gran meraviglia vi potrò mostrare
E pesci assai che visti non avete,
Di forme grande e piccole e mezane,
Quante ne ha il mare, e tutte le più strane.

Oltra a quella isoletta è una sirena:
Passi là sopra chi la vôl mirare.
Molto è bel pesce, né credo che apena
Dece sian visti in tutto quanto il mare. -
Così Alcina la falsa alla balena
Il duca Astolfo fece trapassare,
Quale era tanto alla ripa vicina,
Che in su il destrier varcò quella marina.

Non vi passò Ranaldo, né Dudone,
Ché ognom di loro avea de ciò sospetto,
E ben chiamarno il figlio del re Otone,
Ma lui pur passò oltra a lor dispetto.
Ben se 'l tenne la fata aver pregione
E poterlo godere a suo diletto:
Come salito sopra al pesce il vide,
Dietro li salta e de allegrezza ride.

E la balena se mosse de fatto,
Sì come Alcina per arte comanda.
Non sa che farsi Astolfo a questo tratto,
Quando scostar se vidde in quella banda;
Lui ben se pone al tutto per disfatto,
E sol con preghi a Dio si racomanda,
E non vede la fata né altra cosa,
Benché li presso a lui si era nascosa.

Ranaldo, poi che il vidde via portare
In quella forma, fu bene adirato;
Pur se destina in tutto de aiutare,
Benché contra sua voglia ivi era andato:
Sopra Baiardo se caccia nel mare
Dietro al gran pesce, come disperato.
Quando Dudone il vidde in quella traccia,
Urta il destriero, e dietro a lui se caccia.

Quella balena andava lenta lenta,
Ché molto è grande e de natura grave;
De giongerla Ranaldo se argumenta,
Natando il suo destrier come una nave.
Ma io già, bei segnor, la voce ho spenta,
Né ormai risponde al mio canto suave,
Onde convien far ponto in questo loco.
Poi cantarò, ch'io sia posato un poco.

Canto decimoquarto

Già molto tempo m'han tenuto a bada
Morgana, Alcina e le incantazïoni,
Né ve ho mostrato un bel colpo di spada,
E pieno il cel de lancie e de tronconi;
Or conviene che il mondo a terra vada,
E 'l sangue cresca insin sopra a l'arcioni,
Ché il fin di questo canto, s'io non erro,
Seran ferite e fiamme e foco e ferro.

Ranaldo e Rodamonte alla frontiera
Se vederanno insieme appresentati,
E la battaglia andar schiera per schiera;
Ma stati un poco quieti, ed aspettati,
Ché io vo' prima tornar là dove io era,
De' duo baron che al mare erano intrati.
S'io non me inganno, doveti amentare
Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare,

Dietro ad Astolfo che su la balena
Avanti era portato per incanto.
Dudon le gambe per quelle onde mena,
E già per l'acque avea seguìto tanto,
Che ormai più non vedea Ranaldo apena,
E fu per ruïnare in tristo pianto,
Però che il suo destrier per più non posso
Trabuccò al fondo e portòl seco adosso.

E nel cader che fie'il giovane arguto
Fece a sé sopra il segno de la croce,
E cridò: - Matre pia, donami aiuto! -
Ranaldo se rivolse a quella voce,
E quasi il pose al tutto per perduto.
Ora diversa doglia al cor gli coce:
Astolfo avante a lui via ne è portato,
Alle sue spalle è questo altro affondato.

Pure il periglio grande de Dudone
Il fece adietro rivoltar Baiardo;
Come pesce natava quel ronzone
Per la marina, tanto era gagliardo.
Quando fu gionto dove era il garzone,
Non bisognava che fusse più tardo,
Ché ormai più non puoteva trare il fiato;
Ben sapea dir se il mare era salato.

Ranaldo fuor d'arcione il tolse in braccio,
E portòl sopra 'l litto alla sicura,
E poi che questo ha tratto fuor de impaccio,
Di seguitare Astolfo prese cura.
Ma la balena era ita un tanto spaccio,
Che a riguardar sì longe era paura,
E l'aria cominciò di farsi bruna,
Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.

Con tutto ciò Ranaldo vôle entrare,
Ma Prasildo facea molta contesa;
Dudone, Iroldo sì seppon pregare,
Che al fin piangendo abandona la impresa.
Stasse nel litto e non sa che si fare,
Poi che non trova al suo cugin diffesa;
Il mar più leva l'onde, e giù dal cielo
Cade tempesta ed acqua con gran gelo.

Ora sappiati che questa roina,
Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire,
Era ad incanto fatta per Alcina,
Perché alcun altro non possa seguire.
Or vo' lasciare Astolfo alla marina,
Di lui poi molte cose avremo a dire;
Torno a Ranaldo, che in su la riviera
Sol se lamenta e piange e se dispera.

Da poi che molto in quel litto diserto
Fu stato a lamentar, come io ve ho detto,
Con quella pioggia adosso, al discoperto,
Ché ivi non era né loggia, né tetto,
E lui non era del paese esperto,
Però che mai non fu per quel distretto,
Pur, seguitando a lato alla marina,
Verso ponente più giorni camina.

Li Atàrberi passò, gente inumana,
Di qua da loro il monte de Corubio,
E per la Tartaria venne alla Tana.
Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio,
Se non che gionse nella Transilvana,
E passò ad Orsua il fiume del Danubio,
Giongendo in Ongheria quella giornata,
Ove trovò gran gente insieme armata.

Era adunata quella guarnisone
Di gente ardita e forte alla sembianza,
Perché Otachier, figliol de Filippone,
Era assembrato per passare in Franza,
Ché l'avea già richiesto il re Carlone,
Sentendo d'Agramante la possanza.
Quel re mandava il figlio, com'io dico,
Perch'era infermo ed anco molto antico.

Nella terra di Buda entrò Ranaldo,
Ove il re lo ricolse a grande onore,
Però che cognosciuto fu di saldo,
Sapendosi per tutto il suo valore;
Ed Otachier assai divenne baldo,
Parendo alla sua andata un gran favore
Ed un gran nome trïonfale e magno
Lo aver Ranaldo seco per compagno.

Fu fatto capitano in quel consiglio
Il pro' Ranaldo, e fu ciascun contento;
E già le liste a candido e vermiglio
Ne' lor stendardi se spiegarno al vento.
Ben racomanda Filippone il figlio
Molto a Ranaldo, e tutto il guarnimento,
E dopo, dietro alle real bandiere,
Verso Ostreliche se dricciâr le schiere.

Passâr Bïena, e per la Carentana
Vargano le Alpi fredde in quel confino,
E giù scendendo nella Italia piana,
Andarno avanti e gionsero a Tesino.
Tre giorni manco de una settimana
Re Desiderio avea preso il camino;
E, come là per tutto se ragiona,
Con la sua gente è dentro de Savona.

Onde Ranaldo insieme ed Otachieri
Seguir deliberarno il re lombardo.
Essi avean trenta miglia cavallieri,
L'un più che l'altro nobile e gagliardo,
Che a quella impresa venian volentieri,
Né avean de' Saracini alcun riguardo.
Passarno e monti, e giù nel Genoese
Sopra del mar la gente se distese.

Là dietro caminando molti giorni,
Già di Provenza sono alle confine,
E, vagheggiando quei colletti adorni,
Tra cedri, aranci e palme pellegrine,
Odirno risuonare e trombe e corni
Oltra a quel monte, e par che il cel roine:
Di tal strida e furore è l'aria pieno,
Che par che il mondo abissi e venga meno.

Ranaldo presto se trasse davante
Ed Otachiero, e seco il bon Dudone,
E lor gente lasciarno tutte quante,
Tanto che gionti son sopra al vallone,
Là dove Rodamonte lo africante
Mena e Lombardi a gran destruzïone.
Prima sconfitti alla battaglia fiera
Avea i Francesi e il duca di Baviera.

E quattro figli soi feriti a morte
Eran distesi al campo sanguinoso;
Né avendo esso riparo a quella sorte,
Era fuggito tristo e doloroso.
E sempre il saracin torna più forte,
Dissipando ogni cosa il forïoso.
Già il duca di Savoglia e di Lorena
Avea spezzati e morti con gran pena.

A Bradamante, che è figlia de Amone,
Occiso avea il destriero e posto a terra,
E più gente tagliata in quel sabbione
Che giamai fosse morta in altra guerra.
Tutta la cosa a ponto e per ragione
Già vi contai, se il mio pensier non erra,
Insin che sua bandiera cadde al campo,
Onde lui prese il disdegnoso vampo.

Quella bandiera, che è vermiglia e d'oro,
Nel mezo a sopraposte è ricamata;
Una dama e un leone ha quel lavoro:
La dama è Doralice di Granata.
Questo è di Rodamonte il suo tesoro;
Né cosa al mondo avea più cara o grata,
Perché colei che ha quella somiglianza,
Era suo amore e tutta sua speranza.

Quando la vide a terra Rodamonte,
Della gran doglia non trovava loco,
Ed arrufârsi e crini alla sua fronte,
Mostrando gli occhi rossi come il foco.
Quale un cingial che a furia esce del monte,
Che cani e cacciatori estima poco,
Fiacca le broche e batte ambe le zane:
Tristo colui che a canto gli rimane!

Cotal se mosse allora quel pagano,
Sopra a' Lombardi tutto se abandona,
E ben si sbarattò presto quel piano,
Né vi rimase de intorno persona.
Gli omini e l'arme taglia ad ogni mano,
Della ruina il ciel tutto risuona,
Perché scudi ferrati e piastre e maglia
Spezza e fracassa a quella aspra battaglia.

De la sua gente ognior cresce la folta,
Che venne prima in fuga e sbigotita.
Ora torna cridando: - Volta! Volta! -
E sopra a' Cristïan se mostra ardita.
Intorno al franco re tutta è ricolta;
Ma nostra gente quasi era stordita,
Mirando il saracin cotanto audace;
De' suoi gran colpi non si puon dar pace.

Nel campo de' Lombardi è un cavalliero
Nato di Parma, e nome ha Rigonzone,
Forte oltra modo e di natura fiero,
Ma non avea né senno né ragione.
Da morte a vita avea poco pensiero;
Ov'è il periglio e la destruzïone,
E dove il scampo apena se ritrova,
Più volentier si pone a far sua prova.

Costui, veggendo il forte saracino
Che sopra al campo mena tal tempesta,
Non lo stimando più che un fanciullino,
Gli sprona adosso con la lancia a resta.
Cridando: - A terra! a terra! - in sul camino
A ritrovar l'andò testa per testa;
Ruppe sua lancia, che è grosso troncone,
Ed urta via nel corso del ronzone.

Col petto del ronzone urta il pagano
A briglia abandonata l'animoso,
E ben credette trabuccarlo al piano,
Ma troppo è Rodamonte ponderoso.
Nel freno al gran destrier dette di mano,
E quel ritenne al corso furïoso;
Perciò non stette Rigonzone a bada:
Rotta la lancia, ha già tratta la spada.

Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano
Feritte il saracin di tutta possa,
Ma ciascun colpo adosso a quello è vano;
Quella pelle del drago è tanto grossa,
Che da possanza o da valore umano
Non teme taglio, o ponta, né percossa.
Mentre ch'a lo Africano il colpo tira,
Lui prende il suo destriero e intorno il gira.

E poi che l'ebbe alquanto regirato,
Con furia via lo trasse di traverso,
E quello andò per caso in un fossato,
E sopra Rigonzon cadde riverso.
Lasciamo lui, che vivo è sotterrato,
E ritorniamo al saracin diverso,
Che abatte sopra al campo ogni persona.
Ecco afrontato ha il conte di Cremona,

Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio,
Che vien col brando in mano alla distesa,
Giovane ardito e degno de uno imperio,
Ed atto a trare a fine ogni alta impresa;
Né già gli attribuisco a vituperio
Se fu perdente di questa contesa,
Perché quel saracino ha tal possanza,
Che tutti gli altri di prodezza avanza.

Egli abatte Arcimbaldo de l'arcione,
Ferito crudelmente nella testa.
Or se incomincia la destruzïone
Di nostra gente e l'ultima tempesta;
E destrier morti insieme e le persone
Cadeno al campo, e quel pagan non resta
Menare il brando da la cima al basso:
Battaglia non fu mai di tal fracasso.

Ranaldo che nel monte era venuto,
E Dudon seco e 'l giovene Otachieri,
Quasi per maraviglia era perduto,
Mirando del pagano e colpi fieri,
E ben s'avede che bisogna aiuto;
Né porre indugia vi facea mestieri,
Ché de ogni parte è persa la speranza,
Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza.

Le lor bandiere al campo sanguinoso
Squarzate a pezzi se vedeano andare;
Nel mezo è Rodamonte il furïoso,
Che sembra un vento di fortuna in mare,
Ed ha quel brando sì meraviglioso,
Qual già Nembroto fece fabricare,
Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia
Sfidò già Dio con seco a la battaglia.

Poi quel superbo per la sua arroganza
Fece in Babel la torre edificare,
Ché de giongere in celo avea speranza,
E quello a terra tutto ruïnare.
Costui, fidando nella sua possanza,
Il brando de cui parlo, fece fare,
Di tal metallo e tal temperatura
Che arme del mondo contra a lui non dura.

Re Rodamonte nacque di sua gesta,
E dopo lui portò quel brando al fianco,
Qual mai non fu portato in altra inchiesta,
Perché ogni altro portarlo venìa stanco,
Né di brandirlo alcuno avia podesta;
E 'l suo patre Ulïeno, ardito e franco,
Benché di sua bontade avesse inteso,
L'avea lasciato per superchio peso.

Or, come io dico, Rodamonte il porta,
E sopra al campo mena tal ruina,
Che avea più gente dissipata e morta,
Che non han pesci e fiume e la marina;
E gli altri tutti, senza guida e scorta,
Per monti e per valloni ogniom camina;
Pur che si toglia a lui davanti un poco,
Non guarda ove se vada, o per qual loco.

Ranaldo che era gionto alla montagna,
Mirando giuso la sconfitta al basso,
Ché già de morti è piena la campagna
E gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso,
Forte piangendo quel baron se lagna,
- Ahimè, - dicendo sconsolato e lasso,
- Che io non spero più mai de aver conforto!
Tra quella gente il mio segnore è morto!

Or che debbo più far, tristo, diserto,
Che certamente morto è il re Carlone?
Già pur in qualche guerra io sono esperto,
E mai non vidi tal destruzïone.
Re Carlo è là giù morto, io so di certo,
E debbe avere apresso il duca Amone,
Che gli portava sì fidele amore;
Io so che occiso è apresso al suo segnore.

Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese,
Re di Bertagna, il duca di Baviera?
Ove la falsa gesta maganzese,
Che si mostrava sì superba e altiera?
Alcun non vedo che faccia diffese,
Né sola al campo ritta una bandiera.
Tutti son morti, e non potria fallire;
Ed io con seco al campo vo' morire.

Né so stimar chi sia quello Africano,
Che occiso ha nostre gente tutte quante,
Se forse non è il figlio di Troiano,
Re di Biserta, che ha nome Agramante.
Sia chi esser vôle, io vado a mano a mano
Ad affrontarme con quello arrogante;
Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro,
Prendèti a nostra gente alcun riparo;

Ché io callo al campo come disperato,
E son senza intelletto e coscïenza.
O tu, mio Dio, che stai nel cel beato,
Donami grazia nella tua presenza;
Ché io te confesso che molto ho fallato,
Ed or ritorno a vera penitenza.
La fede che io ti porto, ormai mi vaglia,
Ch'io son senza il tuo aiuto una vil paglia. -

Così parlava quel baron gagliardo,
Piangendo tutta volta amaramente;
Giù della costa sprona il suo Baiardo,
E batte per furor dente con dente.
Tornarno e due compagni senza tardo,
Per condur sopra al poggio l'altra gente;
Ma il pro' Ranaldo menando tempesta
Gionse nel campo e pose l'asta a resta.

Ver Rodamonte abassa la sua lanza,
E ben l'avea nel campo cognosciuto,
Ché tutto il petto sopra agli altri avanza,
Ne la sua faccia orribile ed arguto,
E gli occhi avea di drago alla sembianza.
Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto
Con quella lancia sì nerbuta e grossa
Che avria gettato un muro alla percossa.

Un muro avria gettato il fio de Amone,
Con tal furore è dal destrier portato,
E gionse Rodamonte nel gallone,
E roverso il mandò per terra al prato.
Come caduto fosse un torrïone,
O il iugo de un gran monte roïnato,
Cotal parve ad odir quel gran fraccasso,
Quando giù cadde l'Africano al basso.

Non si puotria contar l'alta roina,
Ché suonâr l'arme che ha il pagano in dosso,
E tremò il campo insino alla marina
Di quel gran busto quando fu percosso.
Or se mosse la gente saracina,
Tutti a Ranaldo s'aventarno addosso;
Per aiutare il suo segnor ch'è a terra,
Adosso de Ranaldo ogniom si serra.

Lui già del fodro avea tratto Fusberta,
E dà tra lor, ché non gli stima un fico;
De prima urtata ha quella schiera aperta,
Né discerne il parente da lo amico,
Perché la gente misera e diserta
Taglia senza rispetto, come io dico;
A chi la testa, a chi rompe le braccia:
Non dimandar se intorno al campo spaccia.

Ma Rodamonte, la anima di foco,
Di novo si era in piedi redricciato,
E per grande ira non trovava loco,
Chiamandosi abattuto e vergognato.
Già tutta la sua gente a poco a poco,
Rotta per forza, abandonava il prato,
Quando vi gionse il superbo Africante,
Ed a Ranaldo se oppose davante.

A prima gionta de la spada mena
Giù per le gambe del destrier Baiardo,
E quel ronzon scappò de un salto a pena,
Né bisognava che fusse più tardo;
E Rodamonte il suo brando rimena
A gran roina, e non pone riguardo
De giongere a cavallo o cavalliero;
Tanto è turbato e disdegnoso il fiero.

- Ahi falso saracin, - disse Ranaldo
- Che mai non fusti di gesta reale!
Non ti vergogni, perfido, ribaldo,
Ferir del brando a sì digno animale?
Forse nel tuo paese ardente e caldo,
Ove virtute e prodezza non vale,
De ferire il destriero è per usanza;
Ma non se adopra tal costume in Franza. -

Parlò Ranaldo in lenguaggio africano,
Onde ben presto il saracin lo intese,
E disse: - Per ribaldo e per villano
Non ero io cognosciuto al mio paese;
Ed oggi dimostrai col brando in mano
A queste genti che ho intorno distese,
Che de vil sangue non nacqui giammai;
Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai.

Se io non te pongo con seco a giacere
Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato,
Più mai al mondo non voglio apparere,
E tengome a ciascun vituperato;
Ma sino ad ora te faccio sapere
Che il tuo destrier da me non fia servato;
La usanza vostra non estimo un fico,
Il peggio che io so far, faccio al nimico. -

Questo che io dico tuttavia parlava,
E cominciò a ferir con tanta fretta
Che, se Ranaldo ponto l'aspettava,
Era ad un colpo fatta la vendetta.
Ma lui verso del poggio rivoltava,
E corse forse un tratto di saetta;
E smontò quivi e lasciovvi Baiardo,
Tornando a piedi il principe gagliardo.

Quando il pagano il vidde ritornare
Soletto, a piede, senza quel ronzone
Che via correndo lo puotea campare,
Ben se lo tenne aver morto o pregione.
Ma già le gente sopra al poggio appare,
Qual conduce Otachieri e il bon Dudone,
Li Ungari, dico, armati a belle schiere,
Con targhe ed archi e lancie e con bandiere

Venian cridando quei guerreri arditi
Giù della costa, e menando tempesta.
Quando li vidde il re sì ben guarniti
De arme lucente e con le penne in testa,
Come gli avesse già presi e gremiti
Saltava ad alto e faceva gran festa:
Menando il brando intorno ad ogni mano
Ferìa gran colpi sopra al vento in vano.

Poi se mosse qual movese il leone
Che vede e cervi longi alla pastura,
E già venendo fa tra sé ragione
Cacciar da sé la fame alla sicura.
Cotal quel saracin, cor di dragone,
Che spreza tutto il mondo e non ha cura,
Lasciò Ranaldo che già presso gli era,
E rivoltosse incontra a quella schiera.

Tutta sua gente dietro a lui se mosse,
Ed è per suo valor ciascuno ardito,
E l'una schiera a l'altra se percosse
A tutta briglia, nel campo fiorito.
Del fraccasso de' scudi e lancie grosse
Non fu giamai cotal rumore odito.
A cui stava a mirare era gran festa
Petto per petto urtar, testa per testa.

E corni e trombe e tamburi e gran voce
Facean la terra e il cel tutto stremire,
E li Africani e' nostri da la Croce
Né l'un né l'altro avante puotea gire.
Sol Rodamonte, il saracin feroce,
Facea d'intorno a sé la folta aprire,
Tagliando braccie e busti ad ogni lato
Come una falce taglia erba di prato.

Non se vide giamai cotal spavento
Che 'l ferir del pagano in quella guerra.
Come ne l'Alpe la ruina e il vento
Abatte e faggi con furore a terra:
Cotale il saracin pien d'ardimento
Tra' cavallieri a piedi se disferra,
Non li stimando più che l'orso e bracchi:
Già sono in rotta Ungari e Valacchi.

Benché Otachier se adoperasse assai
Per farli rivoltare alla battaglia,
Non fu rimedio a voltarli giamai,
Ma van fuggendo avanti alla canaglia;
E Rodamonte, come io vi contai,
Di qua di là nel campo li sbaraglia,
Né vi è chi contra lui volti la fronte;
Già gli ha cacciati insino a mezo il monte.

Il giovanetto fio de Filippone
Per la vergogna se credea morire,
E già di vista avea perso Dudone,
Che in altra parte avea preso a ferire.
Ranaldo era smontato de l'arcione,
Sì come poco avante io vi ebbi a dire,
Ed a quel loco non era presente,
Ove egli è in volta tutta la sua gente.

Però si volse come disperato
Verso il pagano e la sua lancia arresta,
E gionse il saracin sopra al costato,
E fiaccò tutta l'asta con tempesta.
Ma lui conviene andar disteso al prato,
Ferito sconciamente nella testa:
Nel capo Rodamonte l'ha ferito,
E fuor d'arcion lo trasse tramortito.

Non era indi Dudone assai lontano,
E prestamente fu del fatto accorto.
Quando vidde Otachier andare al piano,
Senza alcun dubbio lo pose per morto;
E già lo amava lui come germano,
Onde ne prese molto disconforto,
E destinò nel cor senza fallire
Di vendicarlo, o con seco morire.

E' non portò mai lancia il giovanetto,
Per quanto da Turpino io abbia inteso,
Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto
E la mazza ferrata di gran peso.
Con quella viene adosso al maledetto,
E sì come era di furore acceso
Tutto se abandonò sopra al pagano
Con ogni forza, e tocca de ambe mano.

Ad ambe mano il tocca il damisello
Sopra de l'elmo che è cotanto fino,
E roppe la corona e 'l suo cerchiello,
Né vi rimase perle né rubino.
Tutto il frontale aperse a quel flagello,
E cadde ingenocchione il saracino.
Ma la sua gente che intorno li stava,
Li dette aiuto; e ben gli bisognava.

Tutti cridando avanti al suo segnore,
Coperto lo tenian co e scudi in braccio.
E Dudon la sua mazza a gran furore
Mena a due mano adosso al populaccio;
E non curando grande né minore,
Fiacca e profonda chi gli dona impaccio;
Abatte e spezza, e de altro già non bada
Se non di farsi a Rodamonte strada.

Ma lui già se era in piedi redricciato,
E mena il brando a cui non val diffesa;
Il scudo de Dudone ebbe spezzato,
E strazia piastra e maglia alla distesa,
E tutto il disarmò dal manco lato,
Benché non fosse a quel colpo altra offesa:
Ma non avea callato il brando apena,
Che l'altro colpo a gran fretta rimena.

Dudon, che vede non poter parare,
Però che troppo gli è il pagano adosso,
Subitamente il corse ad abracciare.
Or era l'uno e l'altro grande e grosso,
Sì che un bon pezzo assai vi fo che fare,
Ma Dudon alla fin per più non posso
Fu posto a terra da quel saracino,
Preso e legato come un fanciullino.

Come volse Fortuna o Dio Beato,
Ranaldo se trovò presente al fatto,
E veggendo Dudone incatenato,
Quasi per gran dolor divenne matto.
Strenge Fusberta come disperato,
Né prende alcun riguardo a questo tratto,
Né stima più la vita o la persona;
Ver Rodamonte tutto se abandona.

Egli era a piedi, come aveti odito,
Ché al poggio avea lasciato il suo Baiardo;
L'uno e l'altro de questi è tanto ardito,
Che dir non vi saprei chi è più gagliardo.
Ora il canto al presente è qui finito,
Ed è gionto Ranaldo tanto tardo,
Che non può far battaglia questo giorno;
Doman la contarò: fati ritorno.

Canto decimoquinto

A cui piace de odire aspra battaglia,
Crudeli assalti e colpi smisurati,
Tirase avante ed oda in che travaglia
Son due guerreri arditi e disperati,
Che non stiman la vita un fil de paglia,
A vincere o morire inanimati.
Ranaldo è l'uno, e l'altro è Rodamonte,
Che a questa guerra son condutti a fronte.

Avea ciascun di lor tanta ira accolta,
Che in faccia avean cangiata ogni figura,
E la luce de gli occhi in fiamma volta
Gli sfavillava in vista orrenda e scura.
La gente, che era in prima intorno folta,
Da lor se discostava per paura;
Cristiani e Saracin fuggian smariti,
Come fosser quei duo de inferno usciti.

Siccome duo demonii dello inferno
Fossero usciti sopra della terra,
Fuggia la gente, volta in tal squaderno,
Che alcun non guarda se il destrier si sferra;
E poi da largo, sì come io discerno,
Se rivoltarno a remirar la guerra
Che fanno e due baroni a brandi nudi,
Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi.

Ciascun più furïoso se procaccia
De trare al fine il dispietato gioco;
Al primo colpo se gionsero in faccia
Ambi ad un tempo istesso e ad un loco.
Or par che 'l celo a fiamma se disfaccia,
E che quegli elmi sian tutti di foco;
Le barbute spezzâr, come di vetro:
Ben diece passi andò ciascuno adietro.

Ma l'uno e l'altro degli elmi è sì fino,
Che non gli nôce taglio né percossa;
Quel de Ranaldo già fo de Mambrino,
Che avea due dita e più la piastra grossa;
E questo che portava il Saracino,
Fo fatto per incanto in quella fossa
Ove nascon le pietre del diamante;
Nembroto il fece fare, il fier gigante.

Sopra a questi elmi spezzâr le barbute
Al primo colpo, come io vi ho contato;
Mai non son ferme quelle spade argute,
Disarmando e baron; da ogni lato
Le grosse piastre e le maglie minute
Vanno a gran squarci con roina al prato;
Ogni armatura va de mal in pezo,
Del scudo suo non ha più alcun lì mezo.

Ranaldo, a cui non piace il stare a bada,
Mena a duo mano al dritto della testa,
E Rodamonte, che il ferire agrada,
Mena anch'esso a quel tempo, e non s'arresta;
Ed incontrosse l'una a l'altra spada,
Né se odette giamai tanta tempesta;
E ben de intorno per quelle confine
Par che il mondo arda e tutto il cel ruine.

Re Rodamonte, che sempre era usato
Mandare al primo colpo ogniomo ad erba,
Essendo con Ranaldo ora affrontato,
Che rende agresto a lui per prugna acerba,
Crucciosse fuor di modo, e desdignato
Sprezava il cel quella anima superba,
- Dio non ti puotria dar - dicendo - iscampo,
Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo. -

Così dicendo quel saracin crudo
Mena a due mani un colpo di traverso;
Ranaldo mena anch'esso il brando nudo,
E non crediati che abbia tempo perso,
Onde l'un gionse l'altro a mezo il scudo.
Fu ciascun colpo orribile e diverso,
Fiaccando tutti e scudi a gran ruina,
Né il lor ferir per questo se raffina.

Ché l'un non vôl che l'altro se diparta
Con avantaggio sol de un vil lupino;
E come l'arme fossero de carta,
Mandano a squarci sopra del camino.
La maglia si vedea per l'aria sparta
Volar de intorno sì come polvino,
E le piastre lucente alla foresta
Cadean sonando a guisa de tempesta.

Stava gran gente intorno a remirare,
Come io vi dissi, la battaglia oscura,
Né alcun vantaggio vi san iudicare,
Pensando e colpi a ponto e per misura.
Ecco una schiera sopra al poggio appare,
Che scende con gran cridi alla pianura,
Con tanti corni e tamburini e trombe,
Che par che 'l mare e il cel tutto rimbombe.

Mai non se vidde la più bella gente
Di questa nova che discende al piano,
Di sopraveste ed arme relucente,
Con cimeri alti e con le lancie in mano.
Perché sappiati il fatto intieramente,
Vi fo palese che il re Carlo Mano
È quel che viene, il magno imperatore,
Ed ha con seco de' Cristiani il fiore;

Più de settanta millia cavallieri
(Ché còlto è, dico, il fior d'ogni paese),
Sì ben guarniti, e sì gagliardi e fieri,
Che tutto il mondo non ve avria diffese:
Avanti a tutti il marchese Olivieri,
E seco a paro a paro il bon Danese,
E della corte tutto il concistoro,
Con le bandiere azurre a zigli d'oro.

Quello African, che ha tutto il mondo a zanza,
Ranaldo dimandò di quella gente,
E quando intese ch'egli è il re di Franza,
Divenne allegro in faccia e nella mente,
Come colui che avea tanta arroganza,
Che tutti gli stimava per nïente;
E senz'altro parlar né altro combiato,
Verso questi altri subito è dricciato.

Di corso andava il saracin gagliardo,
E già Ranaldo non puotea seguire,
Ché facea salti assai maggior de un pardo.
Gionto è tra nostri, e comincia a ferire;
E se non era il giorno tanto tardo,
Facea de' fatti suoi molto più dire;
Ma la luce, che sparve a notte scura,
Impose fine alla battaglia dura.

Pur vi rimase ferito il Danese
Nel braccio manco e sopra del gallone;
Ed Olivieri assai ben se diffese,
Benché perdesse il scudo dal grifone
E fossegli spezzato ogni suo arnese.
Grande tra gli altri fu la occisïone:
Coperti erano a morti tutti e piani
De nostra gente ed anco de pagani.

La oscura notte, come io vi contai,
Partitte al fin la zuffa cominciata.
Or ben mi fa meravigliare assai;
Quel fier pagan, che tutta la giornata
Ha combattuto e non se posò mai,
E, poi che la battaglia è raquietata,
Va roïnando tutto il monte e 'l piano
Per ritrovar il sir de Montealbano.

Avanti fa condurse ogni pregione,
Ché molti ne avea presi alla catena,
E lor dimanda del figliol de Amone,
E qual spaventa, e qual forte dimena;
Un per paura, o per altra cagione,
Disse che era ito nel bosco de Ardena,
E già non eran sue parole vere:
Né lo sapea, né lo potea sapere.

Però che il bon Ranaldo era tornato
A rimontar Baiardo, il suo destriero.
Ma poi che al saracin fu ciò contato,
Lascia sua gente e più non gli ha pensiero.
Il caval de Dudone ebbe pigliato,
Quale era grande a maraviglia e fiero;
Sopra vi salta il forte saracino,
E verso Ardena prende il suo camino.

Una grossa asta e troppo sterminata
Fuor de la nave sua fece arrecare,
E non aspetta luce né giornata,
Ma quella notte prese a caminare;
Onde sua gente, che era abandonata,
Senza il suo aiuto non sa che si fare;
Tutti smariti e pien de alto spavento
Entrarno in nave e dier le vele al vento.

Ogni pregione e tutto il loro arnese
Portavan alle nave con gran fretta;
Dudon tra' primi, il giovane cortese,
Menava via la gente maledetta.
Ma chi fu tardo a distaccar le prese,
Sopra di lor discese la vendetta,
Perché Ranaldo, a destrier risalito,
Con gran ruina gionse in su quel lito.

De Rodamonte va il baron cercando
Per ogni loco a lume della luna;
A nome lo dimanda e va cridando
Ad alta voce per la notte bruna;
E sopra alla marina riguardando
Vede la gente che l'arnese aduna:
A più poter ciascun forte se tràffica
Per porlo in nave e via passare in Africa.

Ranaldo dà tra lor senza pensare,
Ché ben cognobbe che eran Saracini;
Quivi de intorno fo il bel sbarattare,
Fuggendo tutti in rotta quei meschini.
Chi ne la nave, e chi saltava in mare,
L'un non aspetta che l'altro se chini
A prender cosa che gli sia caduta;
Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.

Gli altri che a terra avean volto il timone,
Via se ne andarno, abandonando il lito,
E seco ne menâr preso Dudone,
Che, se Ranaldo l'avesse sentito,
Avria menata gran destruzïone,
E forse entro a quel mar l'avria seguito;
Ma lui non si pensava di tale onte,
Sol dimandando ove era Rodamonte.

Un saracin ben forte spaventato,
Che anti a Ranaldo inginocchion si pose,
Di Rodamonte essendo dimandato,
La pura verità presto rispose:
Come al bosco de Ardena era invïato,
Tutto soletto per le piaggie ombrose,
Essendo detto a lui che a quel camino
Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.

Il Fonte de Merlino era in quel bosco,
Sì come un'altra volta vi contai,
Che era a gli amanti un velenoso tosco,
Ché, ivi bevendo, non amavan mai;
Benché lì presso a quel loco fosco
Passava una acqua che è megliore assai:
Meglior de vista e de effetto peggiore;
Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore.

Quando Ranaldo intese che a quel loco
Andava Rodamonte a ricercarlo,
Di questa gente si curava poco,
E più presto partì che io non vi parlo.
Il cuor gli fiammeggiava come un foco
Del gran desio che avea di ritrovarlo,
E via trottando a gran fretta camina
Verso ponente, a canto alla marina.

E Rodamonte simigliantemente
De giongere ad Ardena ben se spaccia;
E parlava tra sé nella sua mente,
Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia,
Pur che ritrovi quel baron valente,
O ch'io l'occida, o torni seco in graccia;
Ché, essendo morto, in terra non ho pare,
E se egli è meco, il cel voglio acquistare.

Né creder potrò mai che 'l conte Orlando
Abbia di questo la mera bontate.
Io l'ho provato, e di lancia e di brando
Non è il più forte al mondo in veritate.
O re Agramante, a Dio ti racomando,
Se tu discendi per queste contrate!
Essendote io, come serò, lontano,
Tutta tua gente fia sconfitta al piano.

Come diceva il vero il re Sobrino!
Sempre creder si debbe a chi ha provato.
Or, s'egli è tale Orlando paladino
Come costui che meco a fronte è stato,
Tristo Agramante ed ogni saracino
Che fia di qua dal mar con lui portato!
Io, che tutti pigliarli avea arroganza,
Assai ne ho de uno, e più che di bastanza."

Così parlando andava il re pagano,
E non sapendo a ponto quel vïaggio,
Nel far del giorno gionse in un bel piano
Là dove un cavallier veniva adaggio;
E Rodamonte con parlare umano
Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio
Quanto indi fusse alla selva de Ardena,
Se lo sapesse, e qual strata vi mena.

Rispose prestamente il cavalliero:
- Nulla te so contar di quel camino,
Perché io, sì come tu, son forastiero,
E vo piangendo, misero e tapino,
Non riguardando strata né sentiero,
Ma dove mi conduce il mio destino,
A strugimento, a morte, a ogni dolore,
Poi che se piace al deslïale amore. -

Perché sappiati il fatto ben compiuto,
Quel cavallier che fa tal lamentanza
Dolendosi de amore, è Feraguto,
Che fu al suo tempo un raggio di possanza;
Ed ora travestito era venuto
Nascosamente nel regno di Franza,
Sol per saper, quella anima affocata,
Se giamai fusse Angelica tornata.

Egli anco amava quella damigella,
Come potesti odir primeramente,
E non potendo aver di lei novella,
Benché ne dimandasse ad ogni gente,
Or per questa ventura ed or per quella
Se consumava dolorosamente,
E giorno e notte non avia mai bene,
Sempre languendo e sospirando in pene.

Or, come aveti inteso, il giovanetto
Trovò quel re pagano alla campagna,
E sterno insieme alquanto a lor diletto,
E ciascadun de Amor si dole e lagna.
Pur, così ragionando, venne detto
A Feraguto come era di Spagna,
E che pur mo tornava di Granata,
Ove una dama avea gran tempo amata;

E come era chiamata Doralice
Quella, figliola del re Stordilano.
- Non più parole, - Rodamonte dice
- Ma prendi la battaglia a mano a mano.
Chi te ha condotto, misero, infelice,
A morire oggi sopra a questo piano?
Ché comportar non voglio e non potrei
Che altri che me nel mondo ami colei. -

Rispose Feraguto: - Essendo grande,
Lo esser cucioso assai ti disconviene;
Ma poi che la battaglia me domande,
Tra noi la partiremo, o male o bene,
E l'alterezza tua che sì se spande,
Potria tornarti in dolorose pene.
Amai colei; lo amore ebbe a passare:
Per tuo dispetto voglio ancora amare. -

Con tal parole e con de l'altre assai
Se furno insieme e duo baron sfidati.
Ambi avean lancie, come io vi contai:
Con esse a resta se fôr rivoltati.
Più crudel scontro non se udì giamai;
E due destrier, di petto insieme urtati,
Andarno a terra, e i cavallieri adosso,
Con tal fraccasso che contar non posso.

E le lor lancie grosse oltra a misura
Se fragellarno insin presso alla resta;
Ciascun de svilupparsi se procura
Per rimenar col brando un'altra festa.
Or si comincia la battaglia dura
De' colpi sterminati e la tempesta
De l'arme rotte e piastre con ruina,
Come battesse un fabro alla fucina.

Non avea indugia o sosta il lor ferire,
Ma quando l'un promette, e l'altro dona;
E ben da longe se potrebbe odire,
Perché ogni colpo de intorno risuona.
E certamente io non saprei ben dire
Qual sia più ardita e più franca persona;
Tanto son de alto core e di gran lena,
Che un altro par non trovo al mondo apena.

Ciascuno è de ira e di superbia caldo,
E però combattean con molto orgoglio,
L'un più che l'altro alla battaglia saldo.
Ma quella nel presente dir non voglio,
Perché convien contarvi di Ranaldo;
Dapoi ritornarò, sì come io soglio,
A dirvi questa zuffa alla distesa,
Sì che vi fia diletto averla intesa.

Giva Ranaldo, come aveti odito,
In verso Ardenna, alla ripa del mare,
Credendo Rodamonte aver seguito,
Ma lui giamai non puote ritrovare,
Perché il dritto vïaggio avea smarito,
E poi con Feraguto ebbe che fare;
Onde lui caminando avanti passa,
Ed a sé drieto Rodamonte lassa.

Quando fu gionto alla selva fronzuta,
Dritto ne andava al Fonte di Merlino:
Al Fonte che de amore il petto muta,
Là dritto se n'andava il paladino.
Ma nova cosa che egli ebbe veduta,
Lo fece dimorare in quel camino:
Nel bosco un praticello è pien de fiori
Vermigli e bianchi e de mille colori.

In mezo il prato un giovanetto ignudo
Cantando sollacciava con gran festa.
Tre dame intorno a lui, come a suo drudo,
Danzavan, nude anch'esse e senza vesta.
Lui sembianza non ha da spada o scudo,
Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa;
Le piume della barba a ponto ha messe:
Chi sì, chi no direbbe che le avesse.

Di rose e de vïole e de ogni fiore
Costor che io dico, avean canestri in mano,
E standosi con zoia e con amore,
Gionse tra loro il sir de Montealbano.
Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, -
Come l'ebber veduto - ecco il villano!
Ecco il disprezator de ogni diletto,
Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! -

Con quei canestri al fin de le parole
Tutti a Ranaldo se aventarno adosso:
Chi getta rose, chi getta vïole,
Chi zigli e chi iacinti a più non posso.
Ogni percossa insino al cor li duole
E trova le medolle in ciascuno osso,
Accendendo uno ardore in ogni loco
Come le foglie e i fior fosser di foco.

Quel giovanetto che nudo è venuto,
Poi che ebbe vòto tutto il canestrino,
Con un fusto di ziglio alto e fronzuto
Ferì Ranaldo a l'elmo de Mambrino.
Non ebbe quel barone alcuno aiuto,
Ma cadde a terra come un fanciullino;
E non era caduto al prato a pena,
Che ai piedi il prende e strasinando il mena.

De le tre dame ogniuna avea ghirlanda
Chi de rosa vermiglia e chi de bianca;
Ciascuna se la trasse in quella banda,
Poi che altra cosa da ferir li manca;
E benché il cavallier mercè dimanda,
Tanto il batterno, che ciascuna è stanca,
Però che al prato lo girarno intorno,
Sempre battendo, insino a mezo giorno.

Né il grosso usbergo né piastra ferrata
Poteano a tal ferire aver diffesa;
Ma la persona avea tutta piagata
Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa,
Che ne lo inferno ogni anima dannata
Ha ben doglia minor senza contesa,
Là dove quel baron de disconforto,
Di tema e di martìr quasi era morto.

Né sa se omini o dei fosser costoro:
Nulla diffesa o preghera vi vale;
E, standosi così, senza dimoro
Crescerno in su le spalle a tutti l'ale,
Quale erano vermiglie e bianche e d'oro,
E in ogni penna è un occhio naturale,
Non come di pavone, o de altro occello,
Ma di una dama grazïosa, e bello.

E, poco stando, se levarno a volo,
L'un dopo l'altro verso il cel saliva.
Ranaldo a l'erba si rimase solo;
Amaramente quel baron piangiva,
Perché sentia nel cor sì grande il dôlo,
Che a poco a poco l'anima gli usciva,
E tanta angoscia nella fine il prese,
Che come morto al prato se distese.

Mentre che tra quei fior così iacea,
E de morire al tutto quivi estima,
Gionse una dama in forma de una dea,
Sì bella che contar nol posso in rima,
E disse: - Io son nomata Pasitea,
De le tre l'una che te offese in prima:
Compagna dello Amore e sua servente,
Come vedesti e provi di presente.

E fu quel giovanetto il dio d'Amore,
Qual te gettò de arcion come nemico;
Se contrastar ti credi, hai preso errore,
Ché nel tempo moderno o ne l'antico
Non si trova contrasto a quel segnore.
Ora attendi al consiglio che io te dico,
Se vôi fuggir la dolorosa morte;
Né sperar vita o pace in altra sorte.

Amore ha questa legge e tal statuto,
Che ciascun che non ama, essendo amato,
Ama po' lui, né gli è l'amor creduto,
Acciò che 'l provi il mal ch'egli ha donato.
Né questo oltraggio che te è intravenuto,
Né tutto il mal che puote esser pensato,
Se può pesar con questo alla bilancia,
Ché quel cordoglio ogni martìre avancia.

Il non essere amato ed altri amare
Avanza ogni martìr, come io te ho detto,
E questa legge converrai provare,
Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto.
Or, perché intenda, a te conviene andare
Per questo bosco ombroso a tuo diletto,
Sin che ritrovarai sopra a una riva
Uno alto pino ed una verde oliva.

La rivera zoiosa indi dechina
Per li fioretti e per l'erba novella;
Ne l'acqua trovarai la medicina
A quel dolor che al petto ti martella. -
Così parlò la dama peregrina,
Poi ne l'aria volò come una occella;
Salendo sempre in su, del celo acquista,
Onde a Ranaldo uscì presto di vista.

Lui doloroso non sa che si fare,
Poi che incontrata ha sì forte ventura,
Né tra se stesso puote imaginare
Come tal cosa sia fuor de natura,
Che veda gente per l'aria volare,
Né contra a lor val forza né armatura.
Da gente ignuda è vento il suo valore
Con zigli e rose e con foglie di fiore.

A gran fatica il suo corpo tapino
Levò dove languendo l'avea messo,
E con più pena si puose in camino,
Cercando intorno il bosco ombroso e spesso;
E trovò verso il fiume l'alto pino
E l'arbor de l'oliva a quello apresso.
Da le radice stilla una acqua chiara,
Dolce nel gusto e dentro al core amara;

Perché de amore amaro il core accende
A chi la gusta l'acqua delicata;
E però già Merlin per fare amende
La fonte avea qua presso edificata,
Che fa lasciar ciò che a questa se prende,
Come io vi racontai quella giornata
Quando Ranaldo bevette alla fonte,
Ove Angelica poi n'ebbe tante onte.

Or nel presente non se racordava
Più il cavallier di quel tempo passato,
Ma come aponto in su 'l fiume arivava,
Essendo doloroso ed affannato,
Ché ogni percossa gran pena li dava,
Sopra alla ripa fu presto chinato,
E per gran sete il principe gagliardo
Assai bevette e non vi ebbe riguardo.

Bevuto avendo ed alciando la facia,
Da lui se parte ogni passata doglia,
Benché la sete perciò non se sacia,
Ma, più bevendo, più di bere ha voglia.
Lui di questa ventura Idio ringracia,
E standosi contento e con gran zoglia
Li torna nella mente a poco a poco
Che un'altra fiata è stato in questo loco;

Quando, dormendo ne l'erba fiorita,
Con zigli e rose Angelica il svegliò,
E ricordosse che l'avea fuggita,
Dil che acramente se ripente mo.
De amor avendo l'anima ferita,
Vorebbe adesso quel che aver non pô,
La bella dama, dico, in quel verziero,
Ché nel presente non serìa sì fiero.

E biasmando la sua crudelitate
E le grande onte fatte a quella dama,
Tutte le amenta quante ne ha già usate,
E sé crudele e dispietato chiama.
Già la odïava poche ore passate,
Più che se stesso nel presente l'ama;
E tanta voglia ha dentro al core accolta,
Che vôl tornare in India un'altra volta.

Sol per vedere Angelica la bella
Un'altra volta in India vôl tornare.
Venne a Baiardo per salire in sella,
Che poco longi il stava ad aspettare:
E così andando vidde una donzella,
Ma non la potea ben rafigurare,
Perché era dentro al bosco ancor lontana,
Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.

Le chiome avea rivolte al lato manco,
E la cima increspata e sparta al vento;
Sopra de un palafren crinuto e bianco,
Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento,
Un cavallier gli stava armato al fianco,
Ne la sembianza pien de alto ardimento,
Che ha per cimero un Mongibello in testa,
Ritratto al scudo e nella sopravesta.

Dico che quel barone ha per cimero
Una montagna che gettava foco;
E 'l scudo e la coperta del destriero
Avean pur quella insegna nel suo loco.
Ora, cari segnori, egli è mestiero
Questa ragione abbandonare un poco,
Per accordar la istoria ch'è divisa:
Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.

Non lo abandona la donzella altiera,
Ma giorno e notte senza fine il caccia,
Né monte alpestro, né grossa riviera,
Né selva, né palude mai lo impaccia.
Ma Frontalate, la bestia legiera,
Li facea indarno seguitar tal traccia:
Quel bon destrier, che fu di Sacripante,
Come un uccello a lei fugge davante.

Quindeci giorni già l'avea seguito,
Né d'altro che di fronde era pasciuta.
Il falso ladro, che è forte scaltrito,
Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta;
Perché era tanto presto e tanto ardito,
Che ogni taverna che avesse veduta,
Dentro ve intrava e mangiava di botto,
Poi via fuggiva e non pagava il scotto.

E benché i teverneri e' lor sergenti
Dietro li sian con orci e con pignate,
Lui se ne andava stropezando e denti,
E faceva a ciascun mille ghignate.
A le qual fare avea tanti argomenti,
Che donne spoletane o folignate,
Qual porton l'ovo da matina a cena,
Se avrian guardate da' suoi tratti apena.

E pur Marfisa sempre il seguitava,
Quando più longi, e quando più dapresso.
- Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava,
E ciascun rispondeva: - Egli è ben desso. -
Ogniom di quel giotton se lamentava,
Perché e miglior boccon pigliava spesso,
E loro il menacciavan pur col dito.
Ora non più, ché il canto è qui finito.

Canto decimosesto

La bella istoria che cantando io conto,
Serà più dilettosa ad ascoltare,
Come sia il conte Orlando in Franza gionto
Ed Agramante, che è di là dal mare;
Ma non posso contarla in questo ponto,
Perché Brunello assai me dà che fare;
Brunello, il piccolin di mala raccia,
Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.

Ed avea tolto il corno al conte Orlando,
Sì come io vi contai, quella matina,
E Balisarda, lo incantato brando
Che fabricato fu da Falerina;
E nel canto passato io dicea quando
Intrava quel giottone a ogni cucina,
Non aspettando a' figatelli inviti,
Pigliando e grossi sempre e rivestiti.

Come ha bevuto, sen porta la taccia,
E parli a ponto aver pagato l'oste
Con dir, quando sen va: - Bon pro vi faccia! -
Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste,
E de impiccarlo ogniora lo minaccia.
Quel mal strepon le fa ben mille poste:
Lasciandola appressar va lento lento,
Da poi la lascia e fugge come un vento.

Quindeci giorni sempre era seguita,
Com'io vi dissi, la donzella acerba;
Ed era estremamente indebilita,
Perché de fronde si pasceva e de erba,
Ma pur volea pigliarlo alla finita.
Tanto ha sdegnoso il cor quella superba,
Che il segue in vano, e pur non se ne avede,
Essendo egli a destriero ed essa a piede,

Perché al ronzon di lei mancò la lena,
E cadde morto alla sesta giornata.
Dapoi le gambe per tal modo mena
Così come era del suo sbergo armata,
Che mai non uscì veltra di catena,
Né mai saetta de arco fu mandata,
Né falcon mai dal cel discese a valle,
Che non restasse a lei dietro alle spalle.

Ma per lunga fatica e debilezza
L'armatura che ha in dosso, assai gli pesa,
Onde se la spogliò con molta frezza,
Né teme che Brunel faccia diffesa.
Poi che ebbe posto giù quella gravezza,
Sì ratta se ne andava e sì distesa,
Che più volte a Brunel fece spavento,
Benché ha il destrier che fugge come vento.

Perché assai volte fo tanto vicina,
Che la credette in su la croppa avere;
Alor ne andava lui con gran roina,
Spronando il buon destriero a più potere.
Dietro lo segue la forte regina;
Ma nova cosa che ebbe ad apparere,
Sturbò Marfisa, che lo seguia forte,
E seguìto l'avria sino alla morte.

Però che riscontrarno una donzella,
Che adagio ne venìa sopra a quel piano,
Vestita a bianco e a meraviglia bella,
E seco un cavalliero a mano a mano.
Di lor vi contarò poi la novella,
Ché io vo' seguire adesso l'Affricano,
Qual via fuggendo per monte e per valle
Sempre Marfisa aver crede alle spalle.

Essa rimase ed ebbe gran travaglia,
Come a bell'agio vi vorò contare,
Benché tal briga fo senza battaglia.
Ma già Brunel non ebbe ad aspettare,
E sopra al bon destrier coperto a maglia
In pochi giorni fu gionto in su il mare;
E, trovato un naviglio a suo convegno,
In Africa passò senza ritegno.

Dentro a Biserta gionse ad Agramante,
Quale adirato stava in gran pensiero,
Ché de le gente che ha adunate tante
Non vôl passare alcun senza Rugiero;
E lui guardato è da quel negromante,
Che mai de averlo non serìa mestiero,
Né pur se può vedere il damigello,
Chi non ha pria de Angelica lo annello.

Or gionse il ladro e menando gran festa
Avanti al re zoioso se appresenta;
E poi la bretta si trasse di testa,
E di contare il fatto se argumenta.
Ogni re grande e principe di gesta
Per ascoltare intorno se appresenta,
E lui dice ridendo a qual partito
Tolse a la dama quello annel di dito;

Come di sotto al re de Circasia,
Non se accorgendo lui, tolse il destriero;
E di Marfisa, che fu tanto ria
Che il fece uscir più fiate del sentiero;
E de quel brando e del corno che avia
Tolto con tal prestezza a un cavalliero;
E l'altre cose ancor di ponto in ponto
Sin che davanti al re quivi era gionto.

Avendo il suo parlar poscia compiuto,
Ad Agramante il bel corno donava,
Il qual fu incontinente cognosciuto,
Però che Almonte in Africa il portava;
Poi se sapea che Orlando l'avea avuto,
Onde forte ciascun meravigliava,
E l'un con l'altro assai di ciò contende.
Perciò Brunello a questo non attende,

Ma pose al re quello annelletto in mano,
Qual fo con tal virtute fabricato,
Che a sua presenzia ogn'incanto era vano.
Il re Agramante in piede fo levato,
E in presenzia di tutti a mano a mano
Ebbe Brunello il ladro incoronato,
Donando a lui de Tingitana il regno,
Populi e terre ed ogni suo contegno.

Questo reame allo estremo ponente
Da gente negra se vede abitare.
Or non se pose indugio di nïente,
Ma de Rugiero ogni om prese a cercare,
Il re Agramante e tutte le sue gente,
Né il re Brunello il volse abandonare;
E passando il deserto de l'arena
Gionsero un giorno al monte di Carena.

Quella montagna è grande oltra misura
E quasi con la cima al celo ascende,
Al summo de essa ha una bella pianura,
Che cento miglia o quasi se distende,
De arbori ombrosa e di bella verdura;
Per mezo a quella un gran fiume discende,
Qual giù di monte in monte cade al piano,
E fa un bel porto al mar de l'oceano.

A lato di quel fiume era un gran sasso,
Nel mezo di quel pian ch'io vi ho contato
Quasi alto un miglio dalla cima al basso,
De un mur di vetro intorno circondato;
Né da salirvi su si vedde il passo,
Perché tutto de intorno è dirupato,
Ma, per quel vetro riguardando un poco,
Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.

Era il vago giardino in su la cima
De verdi cedri e di palme fronzuto.
Mulabuferso, ch'ivi è stato in prima
E non aveva il gran sasso veduto,
Incontinente prese per estima
Che per incanto ciò fosse avenuto,
E che lo incantator detto Atalante
L'avesse ascoso a gli occhi suoi davante.

Ora per lo annelletto era scoperto,
Che a sua presenzia ogni incanto guastava,
Onde ciascun di lor tenne per certo
Che là Rugier di sopra dimorava.
Quando Atalante, quel vecchione esperto,
Vidde la gente che là su mirava,
Dolente for di modo entra in pensiero
De aver già perso il paladin Rugiero.

E va de intorno e non sa che si fare
A ritenere il giovene soprano;
Sempre piangendo lo attende a pregare
Che non discenda in modo alcuno al piano.
Ma il re Agramante pur stava a mirare,
E tutti gli altri, quel gran sasso in vano;
Non sa che fare alcun, né che se dire:
Lì su senza ale non si può salire.

Brunello, il novo re de Tingitana,
Poi che salire assai se fo provato,
E che sua forza e sua destrezza è vana,
Tanto era lisso quel vetro incantato,
Posesi alquanto in su la terra piana,
Ed avendo fra sé molto pensato,
Levossi in piedi e disse: - Iddio ne lodo,
Ché aver Rugiero ho pur trovato il modo.

Ma bisogna che tutti me aiutati,
E che il mio dir sia fatto a compimento.
Cento di voi, sì come seti armati,
Cominciareti insieme un torniamento,
E quanto più potete, vi provati
Mostrar alto valore ed ardimento,
Urtandovi l'un l'altro alla travaglia
Con trombe e corni, a guisa di battaglia. -

Dicea ciascun: - Questa è cosa legiera! -
Ma non sapean comprender la cagione,
Onde, partiti a canto alla rivera,
Ciascun sotto sua insegna e suo penone,
Prima Agramante fece la sua schiera,
Che ciascuno era re, duca, o barone:
Cinquanta campïoni usati a guerra
Sopra a destrier coperti insino a terra.

Ma il re del Garbo e di Bellamarina,
E il franco re de Arzila e quel de Orano,
E il giovanetto re de Constantina,
Il re di Bolga con quel di Fizano,
Urtarno e lor destrieri a gran ruina
Contra Agramante con le spade in mano.
Cinquanta eran costor, né più né meno,
Ciascun de ardire e di prodezza pieno.

E l'una e l'altra schiera a gran furore
Scontrarno insieme con molto fracasso,
Con cridi e trombe, e con tanto romore
Quanto caduto fosse il celo al basso.
La schiera de Agramante ebbe il peggiore,
Perché atterrati furno al primo passo
Da venti cavallier de la sua gente,
E de questi altri sette solamente.

E quasi fu pigliata la bandiera,
Ch'era portata avanti al re di poco,
E sì stretta era la sembraglia e fiera,
Che non mostrava, sì come era, un gioco.
Sobrin di Garbo, la persona altiera,
Che ha per insegna e per cimero un foco,
Benché canuto sia forte il vecchione,
In quel tornero assembra un fier leone.

Ma il re Agramante, che porta il quartero
Nel scudo e sopravesta azuro e d'oro,
Sopra di Sisifalto, il gran destriero,
Se muove furïoso e dà tra loro.
Mulabuferso, quel forte guerrero,
Che regge de Fizano il tenitoro,
Fu da Agramante de uno urto percosso,
E cadde a terra col destrier adosso.

Ed Agramante per questo non resta,
Ma per la schiera volta il gran ronzone,
E gionse Mirabaldo in su la testa,
E tramortito lo trasse de arcione.
Questo era re di Borga e di gran gesta:
La insegna di sua casa era un montone
Ritratto in campo bianco a bel lavoro;
Negro è il montone ed ha le corne d'oro.

Lui cadde a terra, e il re non si rafina
Ferendo intorno e di furore acceso;
Il re Gualcioto di Bellamarina
De un colpo abatte alla terra disteso.
Questo nel scudo avea la colombina,
Con un ramo de oliva in bocca preso;
Bianca è la colombina e il scudo nero,
Ed a tal guisa ancor fatto il cimero.

Facea Agramante prove a meraviglia,
E benché sia da molti accompagnato,
Alcun già di prodezza nol simiglia.
Il re di Tremison gli era da lato,
Che al scudo d'oro ha la rosa vermiglia:
Alzirdo il campïone è nominato;
E Folvo era con seco, il re di Fersa,
Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;

Molti altri ancora che io non vo' contare,
Che aspetto a dirli poi più per bell'agio:
E nomi e l'arme lor vo' divisare,
Quando faranno in Francia il gran passagio.
Ma voglio nel presente seguitare
Del torniamento fatto al bel rivagio
Tra que' re saracini a gran furore,
Ove mostra Agramante il suo valore.

Alla sinistra e alla destra si volta,
E questo abatte e quello urta per terra,
Facendo col destriero aprir la folta,
E l'uno al braccio e l'altro a l'elmo afferra.
Tutta sua compagnia stava ricolta,
E lui soletto fa cotanta guerra:
Per dimostrar la sua fortezza ed arte
Gli altri suoi tutti avea tratti da parte.

E prese il re de Arzila nel cimiero,
Al suo dispetto lo trasse d'arcione;
E non ritrova re né cavalliero
Qual seco durar possa al parangone.
Stava nel sasso a riguardar Rugiero
Questa sembraglia, a lato a quel vecchione;
A lato a quel vecchion che l'ha nutrito,
Stava mirando il giovanetto ardito.

Ma per l'altezza lontano era un poco
Ove quelle arme son meschiate al piano,
E per gran doglia non trovava loco,
Battendo e piedi e stringendo ogni mano;
Ed avea il viso rosso come un foco,
Pregando pure il negromante in vano
Che giù lo ponga, e ripregando spesso,
Sì che quel gioco più vegga di presso.

- Deh, - diceva Atalante - filiol mio,
Egli è un mal gioco quel che vôi vedere!
Stati pur queto e non aver disio
Tra quella gente armata de apparere;
Però che il tuo ascendente è troppo rio,
E, se de astrologia l'arte son vere,
Tutto il cel te minaccia, ed io l'assento,
Che in guerra serai morto a tradimento. -

Rispose il giovanetto: - Io credo bene
Che 'l celo abbia gran forza alle persone;
Ma se per ogni modo esser conviene,
Ad aiutarlo non trovo ragione.
E se al presente qua forza mi tiene,
Per altro tempo o per altra stagione
Io converrò fornire il mio ascendente,
Se tue parole e l'arte tua non mente.

Onde io ti prego che calar mi lassi,
Sì ch'io veda la zuffa più vicina,
O che io mi gettarò de questi sassi,
Trabuccandomi giù con gran roina;
Ché ognior ch'io vedo per que' lochi bassi
Sì ben ferir la gente peregrina,
Serebbe la mia gioia e il mio conforto
Star seco un'ora, ed esser dapoi morto. -

Veggendo il vecchio quella opinïone,
Che gire ad ogni modo è destinato,
Andò di quel giardino ad un cantone,
Ove un picciol uscietto ha disserrato;
E menando per mano il bel garzone
Per una tomba discese nel prato,
A piè del sasso, a lato alla fiumana,
Ove si stava il re de Tingitana.

Dico che il re Brunello alla riviera
Stava soletto ove il vecchio discese,
E come vidde il giovanetto in ciera,
Che sia Rugiero subito comprese.
Mirando il suo bel viso e la maniera,
La atta persona e l'abito cortese,
Cognobbe il re Brunel, che è tanto esperto,
Che era Rugiero il giovane di certo.

E, preso Frontalate, il suo destriero,
Accorda il speronar bene alla briglia;
Onde quel, ch'era sì destro e legiero,
Facea bei salti e grandi a meraviglia.
A ciò mirando il giovane Rugiero,
Tanto piacere e tanta voglia il piglia
De aver quel bel destrier incopertato,
Che del suo sangue avria fatto mercato.

E pregava Atalante, il suo maestro,
Che gli facesse aver quel bon ronzone;
Or, per non vi tener troppo a sinestro,
E racontarvi la conclusïone,
Benché Atalante avesse il core alpestro,
E dimostrasse con molta ragione
La sua misera sorte al giovanetto,
Perché e destrieri e l'arme abbia in dispetto,

Lui tal parole più non ascoltava
Che ascolti il prato che ha sotto le piante,
Anci di doglia ognior si consumava,
Mostrando di morirse nel sembiante.
Onde a sua voglia il vecchio se piegava,
E come il re Brunel fu loro avante,
Dimandarno il destriero e guarnimento,
Per cambio di tesoro a suo talento.

Il re, che fuor di modo era scaltrito,
Veggendo andare il fatto a suo disegno,
- Se l'ôr - dicea - del mondo fosse unito,
Non vi darebbi il mio destrier per pegno,
Però che un gran passaggio è stabilito,
Ove ogni cavallier d'animo degno,
Che desidri acquistar fama ed onore,
Potrà mostrare aperto il suo valore.

Ora è venuta pur quella stagione
Che desidrava ciascun valoroso;
Or vederasse a ponto il parangone
Di chi vôl loda, e chi vôl stare ascoso.
Or si vedranno e cor de le persone,
Qual serà vile, e qual sia glorïoso;
Chi restarà di qua, come schernito
Da' fanciulletti fia mostrato a dito;

Però che 'l re Agramante vôl passare
Contra al re Carlo ed alla sua corona,
Tutto di velle è già coperto il mare,
La Africa tutta a furia se abandona.
Gionto è quel tempo che può dimostrare
Ciascun suo ardire e sua franca persona;
Ogni bon cavalliero a tondo a tondo
Farà di sé parlar per tutto il mondo. -

Mentre che sì parlava il re Brunello,
Rugier, che attentamente l'ascoltava,
Più volte avea cangiato il viso bello,
E tutto come un foco lampeggiava,
Battendo dentro al cor come un martello:
E 'l re pur ragionando seguitava:
- Non se vidde giamai, né in mar né in terra,
Cotanta gente andare insieme a guerra.

E già trentaduo re sono adunati:
Ciascun gran gente di sua terra mena;
Già sono e vecchi e' fanciulletti armati,
Retien vergogna le femine apena.
Però, segnor, non vi meravigliati
Se il mio ronzon, che è di cotanta lena,
Non voglio darvi a cambio di tesoro,
Perché io nol venderebbi a peso d'oro.

Ma se io stimassi che tu, giovanetto,
Restassi per destrier di non venire,
Insino adesso ti giuro e prometto
Che de queste armi ti voglio guarnire,
E donerotti il mio destriero eletto;
E so che certamente potrai dire,
Che 'l principe Ranaldo o il conte Orlando
Non ha meglior ronzon né meglior brando. -

Non stette il giovanetto ad aspettare
Che Atalante facesse la risposta,
Come colui che mille anni gli pare
Di esser sopra lo arcion senz'altra sosta,
E disse: - Se il destrier mi vôi donare,
Nel foco voglio intrare a ogni tua posta;
Ma sopra a tutto te adimando in graccia
Che quel che far si die', presto si faccia;

Ché là giù vedo quella gente armata,
Qual tanto ben si prova in su quel piano,
Che ogni atimo mi pare una giornata
Di trovarmi tra lor col brando in mano;
Onde io ti prego, se hai mia vita grata,
Damme l'armi e il destriero a mano a mano
Ché, se io vi giongo presto, e' mi dà il core
O di morire, o de acquistare onore. -

Il re rispose sorridendo un poco:
- Non si vôl far là giù destruzïone,
Perché la gente che vedi in quel loco,
De Africa è tutta ed adora Macone.
Quello armeggiare è fatto per un gioco,
E sol si mena il brando di piattone;
Di taglio, né di ponta non si mena:
Ciò comandato è sotto grave pena. -

- Damme pur il destriero e l'armatura, -
Dicea Rugiero - ed altro non curare,
Però che io ti prometto alla sicura
Che io saprò come loro il gioco fare.
Ma tu me indugiarai a notte oscura,
Prima che io possa a quel campo arivare.
Male intende colui che in tempo tiene,
Ché mezo è perso il don che tardi viene. -

Odendo questo il vecchione Atalante,
Però che era presente a le parole,
Biastemava le stelle tutte quante,
Dicendo: - Il celo e la fortuna vôle
Che la fè di Macone e Trivigante
Perda costui, che è tra' baroni un sole,
Che a tradimento fia occiso con pene;
Or sia così, dapoi che esser conviene. -

Così parlava forte lacrimando
Quel negromante, e con voce meschine
Dicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! -
Poi se ascose lì presso tra le spine.
Ma il giovanetto avea già cento il brando,
E guarnito era a maglie e piastre fine,
E preso al ciuffo il bon destriero ardito
Sopra lo arcion de un salto era salito.

Il mondo non avea più bel destriero,
Sì come in altro loco io vi contai.
Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero,
Più vaga cosa non se vidde mai.
E, mirando il cavallo e il cavalliero,
Se penarebbe a iudicare assai
Se fosser vivi, o tratti dal pennello,
Tanto ciascuno è grazïoso e bello.

Era il destrier ch'io dico, granatino:
Altra volta descrissi sua fazone.
Frontalate il nomava il saracino,
Qual lo perdette ad Albraca al girone;
Ma Rugier possa l'appellò Frontino,
Sin che seco fu morto il bon ronzone;
Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome,
Avendo altro segnore ebbe altro nome.

Quel che facesse il giovanetto fiero
Sopra questo ronzon di che vi conto,
E come sparpagliasse il gran torniero,
Quando nel prato subito fu gionto,
Più largo tempo vi farà mestiero,
Onde al canto presente faccio ponto;
E nel seguente conterovi a pieno
Come il fatto passò, né più né meno.

Canto decimosettimo

Come colui che con la prima nave
Trovò del navicar l'arte e l'ingegno,
Prima alla ripa e ne l'onda suave
Andò spengendo senza vella il legno;
A poco a poco temenza non have
De intrare a l'alto, e poi, senza ritegno
Seguendo al corso il lume de le stelle,
Vidde gran cose e glorïose e belle;

Così ancora io fin qui nel mio cantare
Non ho la ripa troppo abandonata;
Or mi conviene al gran pelago intrare,
Volendo aprir la guerra sterminata.
Africa tutta vien di qua dal mare,
Sfavilla tutto il mondo a gente armata;
Per ogni loco, in ogni regïone
È ferro e foco e gran destruzïone.

Assembrava in Levante il re Gradasso,
In Ponente Marsilio, il re di Spagna,
Che ad Agramante ha conceduto il passo,
Ed esso è in mezo giorno alla campagna.
Tutta Cristianitate anco è in fraccasso,
La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna;
Né Tramontana in pace se rimane:
Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.

Tutti vengono adosso a Carlo Mano
Da ogni parte del mondo, a gran furore;
Allor fia pien di sangue il monte e il piano,
E se odirà nel cel l'alto romore;
Ma nel presente io me affatico in vano,
Ché a questo fatto io non son gionto ancore,
E, volendol chiarire, egli è mestiero
Prima che io conti il tutto di Rugiero.

Il qual lasciai in su il destriero armato,
Con Balisarda il bon brando al gallone,
Qua già fu con tale arte fabricato,
Che taglia incanto ed ogni fatasone;
Or, perché il fatto ben vi sia contato,
Che l'intendiati a ponto per ragione,
Quel torniamento de che vi contai,
Era nel prato più caldo che mai.

Ché Pinadoro, il re de Constantina,
E il re di Nasamona, Pulïano,
Veggendo de Agramante la ruina,
Qual solo abatte la sua schiera al piano
(Ché il re di Bolga e di Bellamarina,
E quel d'Arzila con quel di Fizano,
Qual d'urto avea atterrato e qual di spada,
E ben tra gli altri se facea far strada;

E la schiera di lui stava da lato,
Come tal fatto non toccasse a loro):
Onde e due franchi re ch'io v'ho contato,
Io dico Pulïano e Pinadoro,
Avendo il campo alquanto circondato,
Ferirno a tutta briglia tra costoro,
E ferno aprir per forza quella schiera,
Gettando a terra la real bandiera.

Alla guardia di quella era Grifaldo
Re di Getula, e 'l re de la Alganzera:
Bardulasto avea nome quel ribaldo,
Di cor malvaggio e di persona fiera.
Né l'un né l'altro al gioco stette saldo:
Fo lor squarciata in braccio la bandiera,
E fo Grifaldo tratto de l'arcione
Da Pulïano a gran confusïone.

E Bardulasto quasi tramortito
Fu per cadere anch'esso alla foresta;
Ché Pinadoro, il giovanetto ardito,
A gran roina il gionse in su la testa;
Onde, al colpo diverso imbalordito,
Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta;
E Pinadoro a gli altri se disserra,
E questo abatte e quello urta per terra.

Gionse alla fronte il forte re di Fersa,
Fiaccando sopra a l'elmo la corona,
Che ne andò a terra in più parte dispersa;
Poi verso Alzirdo tutto se abandona,
E tramortito al campo lo riversa.
Questo Alzirdo era re di Tremisona;
Gettollo a terra il re di Constantina,
Che sopra al campo mena tal roina.

Fo costui figlio a l'alto re Balante,
Che da Rugier Vassallo ebbe la morte,
Vago di faccia e di core arrogante,
Maggior del patre e più destro e più forte.
Ora la gente a lui fugge davante,
Né se ritrova alcun che se conforte
Di star con seco voluntieri a faccia,
Ma come capre avante ogniom se caccia.

Il re Agramante non era vicino,
Ed intendea di tal fatto nïente,
Però che avea afrontato il re Sobrino,
E quel se diffendeva arditamente;
Ma vidde di lontano il gran polvino
Che menava fuggendo la sua gente.
Fuggia sua gente a Pinadoro avante:
Forte turbosse in faccia il re Agramante,

E rivoltato con la spada in mano
Ne l'elmo a Pinadoro un colpo lassa,
E tramortito lo distese al piano;
Ma, mentre che turbato avanti passa,
Gionse a lui nella coppa Pulïano,
E la coperta a l'elmo li fraccassa,
Scendendo sì gran colpo in su le spalle,
Che quasi il pose del destriero a valle.

Pur, come quel che avea soperchia lena,
Se tenne per sua forza nello arcione,
E verso Pulïano il brando mena,
E qui se cominciò l'aspra tenzone.
Or, mentre che ciascun più se dimena,
Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione,
El re de Arzila, ch'era rimontato,
Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.

Adosso ad Agramante ogniom si serra,
E quando l'un promette, e l'altro dona,
Come fosse mortal l'odio e la guerra;
Pur che si possa, alcun non se perdona.
Tutto il cimiero avean gettato a terra
Ad Agramante e rotta la corona
Quei cinque re ch'io dissi; ogniom martella,
Cercando trarlo al fin for della sella.

E certo l'avrian preso al suo dispetto,
A benché fosse sì franco guerrero,
Ché avere a far con uno egli è un diletto,
Ma cinque son pur troppo, a dire il vero.
Ora vi gionse il forte giovanetto,
Qual giù callava, io dico il bon Rugiero,
Che l'arme avea del re de Tingitana;
Callò la costa e gionse in su la piana.

Come fo gionto, tutto se abandona
Ove stava Agramante a mal partito;
Frontino, il bon destrier, forte sperona
E dà tra loro il giovanetto ardito;
Gionse alla testa il re di Nasamona,
E fuor d'arcione il trasse tramortito,
E toccò dopo lui quel re Fizano;
Sì come al primo, lo distese al piano.

Alto da terra volta il suo Frontino,
Che proprio un cervo a' gran salti somiglia;
Alcun già non cognosce il paladino:
Che sia Brunello ogniom si meraviglia.
Ora ecco gionto ha d'urto il re Sobrino,
Correndo l'uno e l'altro a tutta briglia;
Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso,
Il suo destriero e lui tutto in un fasso.

Dopo lui pose a terra Prusïone,
Quale era re de l'Isole Alvaracchie.
Come da l'aria giù scende il falcone,
E dà nel mezo a un groppo di cornacchie:
Lor, sparpagnate a gran confusïone,
Cridando van per arbori e per macchie;
Così tutta la gente in quel torniero
Fuggia davanti al paladin Rugiero.

Il re de Arzila, io dico Bambirago,
Fu da Rugier colpito in su la testa;
Costui portava per cimiero un drago:
Con quel percosse il capo alla foresta.
Sempre più viene il giovanetto vago
Di ben ferire, e menando tempesta
Pose Tardoco e Marbalusto al piano,
L'un re de Alzerbe e l'altro re d'Orano.

E Baliverzo, il re di Normandia,
Fo tratto dello arcione al suo dispetto.
Quando Agramante e gran colpi vedia,
Per meraviglia usciva de intelletto,
Ché 'l re de Tingitana esser credia,
Per l'arme che avea indosso il giovanetto;
Ma prima nol tenea gagliardo tanto,
Or ben li dava di prodezza il vanto.

Perché sappiati il fatto ben compito,
Ordinato è il torniero a tal ragione,
Che non poteva alcuno esser ferito,
Menando tutti e brandi de piatone,
Ed altrimente a morte era punito
Chiunque facesse al gioco fallisone.
Di taglio né di ponta alcun non mena:
Sapea Rugiero e l'ordine e la pena.

Però menava sol di piatto il brando,
E gionse il fio d'Almonte, Dardinello,
Che portava il quarter sì come Orlando,
E for de arcion lo trasse a gran flagello.
Dicea Agamante: - A Dio mi racomando,
Ch'io non credetti mai che quel Brunello
Un regno meritasse per valore:
Ma ben serebbe degno imperatore. -

Queste parole diceva Agramante,
E stavasi da parte a riguardare
E colpi orrendi e le prodezze tante,
Quanto potesse alcuno imaginare.
Ecco Rugiero abatte a lui davante
Argosto, che armiraglio era del mare,
Argosto de Marmonda, il pagan fiero,
Che avea il timone a l'elmo per cimiero.

Gionse Arigalte, il re de l'Amonia,
E 'l re de Libicana, Dudrinasso,
E seco Manilardo in compagnia,
Re di Norizia, e mena gran fraccasso.
Eran costoro il fior de Pagania,
Che non curavan tutto il mondo uno asso;
Veggendo che colui fa tanta guerra,
Se destinâr di porlo al tutto in terra.

Ciascun percosse il giovanetto franco,
Ma lui trasse Arigalte de la sella,
Qual porta senza insegna il scudo bianco,
E per cimero un capo di donzella.
Al primo colpo non parbe già stanco,
Ché Dudrinasso sì forte martella,
Che gli roppe 'l cimero e la corona,
E tramortito a terra lo abandona;

Ed avantosse contra a Manilardo,
Né più de' primi fu questo diffeso;
Benché tra gli altri assai fusse gagliardo,
Rimase allora in su il prato disteso.
Quando Agramante a ciò fece riguardo,
Fu ben de invidia grande al core acceso,
Che un altro avesse più di lui valore,
Stimando assai per questo esser minore.

E destinato veder se Brunello
Potesse il campo contra a lui durare,
Mossese ratto, che parbe uno uccello.
Sopra a Rugiero un colpo lascia andare,
E gionse di traverso il damigello,
E quasi il fece a terra trabuccare;
Ma pur se tenne nello arcion apena,
Presto se volta ad Agramante e mena.

Era il cimero e la insegna reale
Tre fusi da filare e una gran rocca;
Rugier, che gionse il re sopra al frontale,
Roppe le fuse e a terra lo trabocca.
A' soi sequaci ciò parbe gran male,
Onde ciascuno il giovanetto tocca:
Alzirdo, Bardulasto e Sorridano,
Ciascun quanto più pô, mena a due mano.

Quel Sorridano è re della Esperia,
Ove il gran fiume Balcana discende,
Qual crede alcun che il Nil d'Egitto sia,
Ma chi ciò crede, poco se n'intende.
Or questi tre che io dissi, tuttavia
Ciascun quanto più pô Rugiero offende;
Chi di qua chi di là mena tempesta,
L'un per le braccie e l'altro per la testa.

Voltosse verso Alzirdo il pro' Rugiero,
E quel ferì de un colpo sì diverso,
Che a gambe aperte il trasse del destriero;
Poi mena a Sorridano un gran roverso,
E lui distese sì come il primiero.
Allor fu Bardulasto tutto perso,
Né gli bastando d'affrontarsi il core
Venne alle spalle il falso traditore;

E ferì de una ponta nel costato
Quel franco giovanetto a tradimento.
Quando Rugier si sente innaverato,
Forte adirosse e non prese spavento;
E verso Bardulasto rivoltato,
Lo vidde ritornar di mal talento
Per donarli la morte a l'altro tratto;
Ma non andò come credette il fatto.

Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero,
Non lo sofferse di guardare in faccia,
Che era in sembianza sì turbato e fiero,
Che par che al mondo e 'l cel tutto minaccia;
Onde esso, rivoltato il suo destriero,
Fuggendo avante a lui si pose in caccia.
Rugiero il segue, e sembra una saetta,
Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! -

Ma quel, che non volea ponto aspettare,
Giva ad un bosco assai quindi vicino,
Credendo di nascondersi e campare;
Ma troppo corridore era Frontino.
Non valse a Bardulasto il speronare,
Ché presso al bosco il gionse il paladino,
Là dove al suo dispetto essendo gionto,
Venne animoso a quello estremo ponto;

E rivoltato con molto furore
Menò più colpi in vano al giovanetto,
Ma durò la battaglia poco d'ore,
Ché presto fu partito insino al petto.
Così il re de Algazera traditore
Rimase morto a canto a quel boschetto;
Rugier, spargendo il sangue for del fianco,
A poco a poco quasi venìa manco.

Ma per pigliare a ciò rimedio e cura
Tornava al sasso dove era Atalante,
Il qual sapea de l'erbe la natura
E le virtute e l'opre tutte quante;
Onde di cavalcar ben se procura
Per ritrovarsi presto a lui davante,
Ché tanto la ferita lo adolora,
Che non bisogna far lunga dimora.

Così ne andò Rugier, che era ferito;
E gli altri che restarno al torniamento,
Non se accorgevan che fosse partito,
Tanto gli avea percossi alto spavento.
Ma il re Agramante tutto sbigotito
A destrier rimontò con gran tormento,
Perché avea di vergogna un tal sconforto,
Che avria pena minore ad esser morto.

Or lasciamo costor tutti da parte,
Ché nel presente ne è detto a bastanza,
Però che il conte Orlando e Brandimarte
Mi fa bisogno di condurli in Franza,
Accioché queste istorie che son sparte,
Siano raccolte insieme a una sustanza;
Poi seguiremo un fatto tanto degno
Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.

Andava Brandimarte e il conte Orlando
Per ritrovare Angelica al girone,
Sì come io vi contava alora quando
Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone;
Or là ritorno e dico, seguitando,
Che in diversi paesi e regïone
Per aventure strane ebber che fare,
Come io vi voglio a ponto racontare.

Insieme cavalcando una matina;
In India, se trovarno ad un gran sasso,
Ove presso a una fonte una regina
Tenea piangendo forte il viso basso;
Sopra ad un ponte che quivi confina,
Guardava un cavalliero armato il passo.
Fermârsi e duo baron, pur con pensiero
Di aver battaglia con quel cavalliero.

Ma ciascun d'essi, io dico il paladino
E Brandimarte, in prima volea gire;
E, standosi in contesa, un peregrino
Col suo bordone in man vedon venire.
Quel mostrava aver fatto un gran camino,
E passandosi via senz'altro dire,
Più non pensando, al ponte se ne entrava,
Ma il cavallier di là forte cridava:

- Tòrnati adietro, se non vôi morire,
Tòrnati adietro, - cridava - poltrone,
Ché non è cavallier di tanto ardire,
Qual commettesse questa fallisone!
Se tu non torni, io te farò partire
Con sì fatto combiato, vil giottone,
Che mai non vederai ponte né sasso
Qual non te torni a mente questo passo. -

Il peregrin, mostrandosi tapino,
Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare,
Ch'io aggio un voto al tempio de Apollino,
Il quale è in Sericana a lato al mare.
Se un altro ponte qua fosse vicino,
Ove questa acqua si possa vargare,
E me lo mostri, io te ringrazio e lodo;
Se non, qua passar voglio ad ogni modo. -

- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! -
Rispose il cavallier forte adirato,
E verso lui se mosse con ruina,
Per averlo del ponte trabuccato;
Ma il peregrin, gettando la schiavina,
Di sotto si scoperse tutto armato;
Lasciando andare a terra il suo bordone,
Trasse con furia un brando dal gallone.

E' non se vidde mai livrer né pardo,
Il qual levasse sì legiero il salto,
Come faceva il peregrin gagliardo,
E quanto il cavallier sempre è tanto alto.
Né questo a quello avea ponto riguardo,
Ma con feroce e dispietato assalto
L'un l'altro avea ferito in parte assai,
E pur van drieto e non s'arrestan mai.

Il cavallier smontato era de arcione,
Temendo che il destrier gli fosse occiso,
E, se non fosse sì forte barone,
Dal peregrin serìa stato conquiso.
Ciò riguardando il figlio di Melone
E Brandimarte, fo ben loro aviso
Non aver visti al mondo duo guerrieri
Che sian de questi più gagliardi e fieri.

E benché a ciascun d'essi un'altra volta
Sembri aver visto il peregrino altronde,
Lo abito strano e la gran barba e folta
Non gli lascia amentare il come o il donde.
Or la battaglia è ben stretta e ricolta,
Né abatte il vento sì spesso le fronde,
Né si spessa la neve o pioggia cade,
Come son spessi e colpi de le spade.

Il peregino ognior del ponte avanza,
Come colui che a meraviglia è fiero,
Ed era de alto ardire e gran possanza,
Onde avea già ferito il cavalliero
Nel braccio, nella testa e nella panza,
Sì che ritrarsi gli facea mestiero;
E benché ancor mostrasse ardita fronte,
Pur se ritrava abandonando il ponte.

Era di là dal ponte una pianura
Intorno al sasso di quella fontana;
Quivi era un marmo de una sepoltura,
Non fabricata già per arte umana,
E sopra, a lettre d'oro, una scrittura,
La qual dicea: ' Bene è quella alma vana,
Qual s'invaghise mai del suo bel viso;
Quivi è sepolto il giovane Narciso.'

Narciso fu in quel tempo un damigello
Tanto ligiadro e di tanta bellezza,
Che mai non fu ritratta con pennello
Cosa che avesse in sé cotal vaghezza;
Ma disdegnoso fu come fu bello,
Però che la beltate e l'alterezza
Per le più volte non se lascian mai,
Dil che perita è gran gente con guai:

Sì come la regina de Orïente
Amando il bel Narciso oltra misura,
E trovandol crudel sì de la mente,
Che di sua pieta o di suo amor non cura,
Se consumava misera, dolente,
Piangendo dal matino a notte oscura,
Porgendo preghi a lui con tal parole,
Che arian possanza a tramutare il sole.

Ma tutte quante le gettava al vento,
Perché il superbo più non l'ascoltava
Che aspido il verso de lo incantamento,
Onde ella a poco a poco a morte andava,
E gionta infin allo ultimo tormento
Il dio d'Amore e tutto il cel pregava,
Ne gli estremi sospir piangendo forte,
Iusta vendetta a la sua iniusta morte.

E ciò gli avenne, però che Narciso
Alla fontana, de che io ve contai,
Cacciando un giorno fo gionto improviso,
E corso avendo dietro a un cervo assai,
Chinosse a bere, e vide il suo bel viso,
Il qual veduto non avea più mai;
E cadde, riguardando, in tanto errore,
Che de se stesso fu preso d'amore.

Chi odì giamai contar cosa sì strana?
O iustizia de Amor, come percote!
Or si sta sospirando alla fontana,
E brama quel che avendo aver non pote.
Quell'anima che fu tanto inumana,
A cui le dame ingenocchion devote
Si stavano adorar come uno Dio,
Or mor de amore in suo stesso desio.

Esso, mirando il suo gentile aspetto,
Che di beltate non avea pariglio,
Se consumava di estremo diletto,
Mancando a poco a poco, come il ziglio
O come incisa rosa, il giovanetto,
Sin che il bel viso candido e vermiglio
E gli occhi neri e 'l bel guardo iocondo
Morte distrusse, che destrugge il mondo.

Quindi passava per disaventura
La fata Silvanella a suo diporto,
E dove adesso è quella sepoltura
Iacea tra' fiori il giovanetto morto.
Essa, mirando sua bella figura,
Prese piangendo molto disconforto,
Né se sapea partire; e a poco a poco
Di lui s'accese in amoroso foco.

Benché sia morto, pur di lui s'accese,
Avendo di pietate il cor conquiso,
E lì vicino a l'erba se distese,
Baciando a lui la bocca e il freddo viso,
Ma pur sua vanitate al fin comprese,
Amando un corpo dal spirto diviso,
E la meschina non sa che si fare:
Amar non vôle, e pur conviene amare.

Poi che la notte e tutto l'altro giorno
Ebbe la fata consumato in pianto,
Un bel sepolcro di marmoro adorno
In mezo il prato fece per incanto;
Né mai poi se partitte ivi de intorno,
Piangendo e lamentando, infino a tanto
Che a lato alla fontana in tempo breve
Tutta se sfece, come al sol la neve.

Ma per aver ristoro o compagnia
A quel dolor che a morte la tirava,
Struggendosi de amor, fu tanto ria,
Che la fontana in tal modo affatava,
Che ciascun, qual passasse in quella via,
Se sopra a l'acqua ponto rimirava,
Scorgea là dentro faccie di donzelle,
Dolce ne gli atti e grazïose e belle.

Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia,
Che chi le vede, mai non può partire,
Ma in fin convien che amando se disfazia,
Ed in quel prato è forza de morire.
Ora ivi arivò già per sua disgrazia
Un re gentile, accorto e pien d'ardire,
Quale era in compagnia de una sua dama:
Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

Essendo questo alla fonte arivato,
E dello incanto non essendo accorto,
Per la falsa sembianza fu ingannato,
E sopra l'erbe ivi rimase morto.
La dama, che l'avea cotanto amato,
Abandonata de ogni suo conforto,
Si pose a lacrimare in quella riva,
E star si vôle insin che serà viva.

Questa è la dama che piangeva al sasso,
E il ponte al cavallier facea guardare,
Accioché ogni altro che arivava al passo
Non se potesse a quel fonte mirare.
Da poi che il suo Larbin dolente e lasso
Per quello incanto vidde consumare,
Pietà gli prese de ogni altra persona,
E stassi al fonte, e mai non l'abandona.

E questa istoria, quale io v'ho contata,
Del bel Narciso e di sua morte strana,
Lei tutta la narrò, come era stata,
Al conte Orlando presso alla fontana,
Poscia che vidde la disconsolata
Alla battaglia orribile e inumana
Quel franco peregrino esser sì forte,
Che al suo barone avria dato la morte.

Temendo che sia morto il suo barone,
Aiuto o pace dimandava al conte,
Mostrando a lui che per compassïone
De ogni altra gente fa guardare il ponte;
Onde a bona drittura di ragione
Non debbe il cavallier ricevere onte,
Qual non dimora là per fellonia,
Ma per campare altrui da morte ria.

Cognosce il conte che ella dice il vero,
Però ben presto se trasse davante,
E tra quel peregrino e il cavalliero
Spartì la fiera zuffa in uno istante;
Poi, riguardando a lor con più pensiero,
Cognobbe che l'uno era Sacripante
E l'altro, che in più parte fu ferito,
Era Isolieri, il giovanetto ardito;

Qual, per guardare a Calidora il passo,
Insin di Spagna a l'India era venuto,
Che pur pensando al gran camin son lasso;
Amor l'avea condutto e ritenuto.
Ma Sacripante andava al re Gradasso,
Da Angelica mandato per aiuto,
Come io vi dissi alora che Brunello
A lui tolse il destriero, a lei lo anello.

Alor contai come prese il camino:
Non so se a ponto ben lo ricordati,
Che l'abito pigliò di peregrino.
Avendo già più regni oltra passati,
Gionse alla fonte in su questo confino.
Segnor, che intorno e mei versi ascoltati,
Se alcun de voi de odire ha pur talento,
Ne l'altro canto io lo farò contento.

Canto decimottavo

Fo glorïosa Bertagna la grande
Una stagion per l'arme e per l'amore,
Onde ancora oggi il nome suo si spande,
Sì che al re Artuse fa portare onore,
Quando e bon cavallieri a quelle bande
Mostrarno in più battaglie il suo valore,
Andando con lor dame in aventura;
Ed or sua fama al nostro tempo dura.

Re Carlo in Franza poi tenne gran corte,
Ma a quella prima non fo sembïante,
Benché assai fosse ancor robusto e forte,
Ed avesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante.
Perché tenne ad Amor chiuse le porte
E sol se dette alle battaglie sante,
Non fo di quel valore e quella estima
Qual fo quell'altra che io contava in prima;

Però che Amore è quel che dà la gloria,
E che fa l'omo degno ed onorato,
Amore è quel che dona la vittoria,
E dona ardire al cavalliero armato;
Onde mi piace di seguir l'istoria,
Qual cominciai, de Orlando inamorato,
Tornando ove io il lasciai con Sacripante,
Come io vi dissi nel cantare avante.

Dapoi che il conte intese dove andava
Re Sacripante, ed ove era venuto,
E come in tema Angelica si stava
Non aspettando d'altra parte aiuto,
Il franco cavallier ben sospirava,
E tutto se cambiò nel viso arguto;
E senza fare al ponte altro pensiero,
Calidora lasciò con Isoliero.

E Sacripante prese la schiavina
E la tasca e il cappello e il suo bordone;
Al re Gradasso via dritto camina.
Ma torno adesso al figlio di Melone,
Che cavalcando gionse una matina
Con Brandimarte ad Albraca il girone;
Ma non san come far quivi l'intrata,
Cotanta gente intorno era acampata.

Torindo, il re de' Turchi, e 'l Caramano
Quivi era in campo, e 'l re di Santaria
E Menadarbo, il quale era Soldano,
Che tenne Egitto e tutta la Soria;
Coperto era a trabacche e tende il piano:
Non se vidde giamai tanta genia;
Solo adunata è quella gente fella
Per donar pena e morte a una donzella.

Ma chi per una e chi per altra iniuria
Intorno a quella dama era attendato;
Torindo il Turco menava tal furia
Per Trufaldino, il qual fo spregionato;
E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia,
Però che fo gran tempo inamorato
De Angelica la bella; e sempre mai
Ebbe repulsa e beffe e scorni assai.

Onde l'amore avea in odio rivolto,
E sol per disertarla venuto era.
Veggendo Orlando il gran popolo accolto,
Che avea coperto il piano e la costiera,
Benché egli ardisse e disïasse molto
Di far battaglia più che voluntiera,
Tanto vedere Angelica li piace
Che provar volse di passare in pace.

Però se ascose in un bosco vicino,
E là si stette insino a notte oscura,
Poi, come quel che ben sapea il camino,
Intrò dentro alla rocca alla sicura.
Quando la dama vidde il paladino,
Di tutto il mondo ormai non ha più cura;
Non dimandati se ella ebbe conforto,
Perché certo credea che 'l fusse morto.

Molte fôr le carezze e l'accoglienza
Che Angelica li fece a quel ritorno.
Il conte di narrarle indi comenza
Poscia che se partitte il primo giorno,
Insin che è gionto nella sua presenza;
Come trovò Marfisa e perse il corno,
E de Origille quelle beffe tante,
Sin che in prigion lo pose Manodante;

Come Ranaldo quindi era partito
Per gire in Franza, ed Astolfo e Dudone;
E ciò che prima e poscia era seguito
Li disse Orlando a ponto per ragione.
La dama, benché il tutto avesse odito,
Pure ascoltando che il figlio d'Amone
Era tornato in Franza al suo paese,
De rivederlo ancor tutta se accese.

Onde cominciò il conte a confortare,
Mostrando a lui per diverse cagione
Come doveva in Francia ritornare;
E che ormai più dentro a quel girone
Non è vivanda che possa durare,
Sì che star non vi può lunga stagione,
Ed è bisogno aritrovar rimedio
Onde si campi for di quello assedio.

E che ella seco ne volea venire,
Ove ad esso piacesse, in ogni loco.
Or quivi non fu già molto che dire,
Né il conte vi pensò troppo né poco;
Ma quella notte se ebbero a partire,
E nella rocca in molte parte il foco
Lasciarno, che alle torre e nei merli arda,
Per dimostrar che ancor vi sia la guarda.

E poi per l'aria scura e tenebrosa
Tutto passarno senza impaccio il campo;
Ma possa che ogni stella fu nascosa,
E del giorno vermiglio apparbe il lampo,
Non gli coprendo ormai la notte ombrosa,
Pigliâr rimedio ed ordine al suo scampo:
Tutta lor compagnia forse è da venti,
Tra dame e cavallieri e lor sargenti.

E questa alora tutta se disparte,
Chi qua, chi là, ciascuno a suo comando;
Rimase Fiordelisa e Brandimarte
Ed Angelica bella e il conte Orlando.
Or questi quattro se trasse da parte,
E tutto il giorno appresso cavalcando
Ne andarno insino a l'ora della nona
Senza trovare impaccio de persona.

Essendo alora il giorno riscaldato,
Ciascadun de essi del destrier discese
Sotto l'ombra de un pin, ad un bel prato,
Ma non che se spogliasse alcun l'arnese;
E, stando il conte e Brandimarte armato,
Né temendo ormai più de altre offese,
Stavano ad agio parlando d'amore,
Quando a sue spalle odirno un gran rumore.

Onde levati, un poco di lontano
Videro una gran gente a belle schiere,
Che via ne vien distesa per il piano,
Ed ha spiegato al vento le bandiere.
Questo era Menadarbo, il gran Soldano,
E 'l re de' Turchi e l'altre gente fiere,
Che avean l'assedio a quella rocca intorno,
Anci l'han presa ed arsa pur quel giorno.

Perché, essendo aveduti la mattina
Che più persona non era in quel loco,
Intrarno tutti dentro con roina,
La bella rocca abandonarno in foco;
Poi Menadarbo al tutto se destina
Aver la dama e di farli un mal gioco,
E Torindo gli è dietro e 'l Caramano,
E tutti gli altri poi di mano in mano.

Quando se accorse Orlando de la gente
Che ratta ne venìa per la pianura,
Turbosse for di modo nella mente,
Però che de le dame avea paura;
Ma Brandimarte se cura nïente,
Anci diceva al conte: - Or te assicura
Che, piacendoti far quel che io te dico,
Quella canaglia non estimo un fico.

Io ho, come tu vedi, un bon destriero,
Quanto alcun altro che n'abbia il Levante,
E non è tra costor già cavalliero,
Che ad un per uno io non li sia bastante.
Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero;
Tu con le dame passarai avante,
Io con parole e fatti sì faraggio
Che prenderai andando alcun vantaggio. -

A benché il conte cognoscesse a pieno
Che quello è vero e bon provedimento
Qual dice Brandimarte, nondimeno
Lo abandonarlo parria mancamento;
Ma pur rivolse ne la fine il freno,
Per far di questo quel baron contento;
In mezo a le due dame avanti passa,
E Brandimarte in su quel prato lassa.

La gente sterminata ne venìa
Per la campagna senza alcun riguardo;
Secondo che il destrier ciascun avia,
Chi giongeva più presto, e chi più tardo;
Ma avanti a gli altri il re di Satalia
Venìa, broccando un gran ronzon leardo;
Sopra la briglia già non se ritiene,
Più de una arcata avanti a gli altri viene.

Sembrava proprio al corso una saetta
Quel re, che era appellato Marigotto;
E Brandimarte stava alla vedetta.
Come lo scorse ben, disse di botto:
"Costui ha di morire una gran fretta,
Ché avanti a gli altri vôl pagare il scotto."
Così dicendo e crollando la testa
Sprona il destriero e la sua lancia arresta.

E Marigotto fece il simigliante:
Verso di questo venne, e l'asta abassa;
Ma Brandimarte, che 'l gionse davante,
Dopo alle spalle con la lancia il passa;
E d'urto dapoi gionse lo afferante,
E con ruina a terra lo fraccassa,
Là dove Marigotto e 'l suo ronzone
Ne andarno in fascio, a gran destruzïone.

Già Brandimarte avea sua spata tratta,
E dà tra gli altri senza alcun riparo.
Oh come bene intorno se sbaratta,
Facendo de lor pezzi da beccaro!
Onde alla gente che venìa sì ratta,
Cominciava il terreno a parer caro,
E non mostrano ormai cotanta fretta,
Ché più che voluntier l'un l'altro aspetta.

Ma Menadarbo vi gionse, adirato
Che un sol barone arresti tanta gente,
E stringendo la lancia al destro lato
Ne vien spronando il suo destrier corrente;
E colse Brandimarte nel costato,
Ma de arcione il piegò poco o nïente:
La lancia rotta in pezzi cade a terra,
E Brandimarte adosso a lui si serra.

Levando alto a due mano il brando nudo,
Mena con furia al mezo della testa.
Or lui coperto avea l'elmo col scudo:
Né l'un né l'altro quel gran colpo arresta,
Ché il scudo e l'elmo ruppe il brando crudo,
E cadde Menadarbo alla foresta,
Partito dalla fronte insino ai denti;
Or vi so dir che gli altri avean spaventi.

Ma non di manco gli stavano intorno,
E chi lancia da longi e chi minaccia.
Poco gli stima il cavalliero adorno,
Ed ora questi ed or quelli altri caccia;
Così gran parte è passata del giorno,
Perché la gente che seguia la traccia
Crescendo ne venìa di mano in mano:
Ecco gionto è Torindo e il Caramano.

Prima gionse Torindo a gran baldanza:
Con l'asta bassa Brandimarte imbrocca,
E spezzò sopra al scudo la sua lanza;
Ma Brandimarte ad una spalla il tocca,
E quasi lo partì insino alla panza,
E dello arcione a terra lo trabocca.
Vedendo quel gran colpo il Caramano
Volta il destriero e fugge per il piano.

Ma quel fuggire avria poco giovato,
Se non avesse avuto a volar piume.
Venne la notte, e il giorno era passato,
Né per quel loco si vedea più lume;
E 'l Caramano avanti era campato,
Natando per paura un grosso fiume;
Poi molte miglia per le selve ombrose
Andò fuggendo ed al fin se nascose.

E Brandimarte, che l'avea seguito
Cacciando a tutta briglia il suo destriero,
Dapoi che vide ch'egli era fuggito
E che a pigliarlo non era mestiero,
Guardando al prato dove era partito
Non vi sa più tornare il cavalliero,
Perché la notte che ha scacciato il giorno
Avea oscurato per tutto d'intorno.

Intrato adunque per la selva alquanto,
E non sapendo mai di quella uscire,
Smontò di sella e trassese da un canto,
Sopra alle fronde se pose a dormire;
Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto,
Qual quindi presso li parve de odire,
E sembrava la voce de una dama,
Che a Dio mercede lacrimando chiama.

Chi sia la dama qual mena tal guai,
Poi oderiti stando ad ascoltare.
Ma sia de Brandimarte detto assai,
Ché al conte Orlando mi convien tornare,
Il qual, partito come io vi contai,
Verso Ponente prese a caminare,
Né passato era avanti oltre a sei miglia,
Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.

Però che, intrato essendo in duo valloni,
Chinandosi già il sole in ver la sera,
Trovò sopra a que' sassi e Lestrigioni,
Gente crudele e dispietata e fiera.
Costoro han denti ed ungie de leoni,
Poi son come gli altri omini alla ciera,
Grandi e barbuti e con naso di spana:
Bevono il sangue e mangian carne umana.

Il conte entrato gli vede a sedere
Ad una mensa che è posta tra loro,
E sopra quella da mangiare e bere,
Con gran piatti d'argento e coppe d'oro.
Come ciò scorse Orlando, a più potere
Sprona il ronzon per giongere a costoro,
E ben seguìto lo tenean le dame,
Ché l'una più che l'altra ha sete e fame.

Via van trottando per giongere a cena,
Ma prestamente fia ciascuna sacia.
Or vanne il conte, e con faccia serena
A que' ribaldi disse: - Pro vi facia.
Poi che fortuna a tale ora mi mena
In questo loco, prego che vi piacia
Per li nostri dinari, o in cortesia,
Che siamo a cena vosco in compagnia. -

Il re de' Lestrigoni, Antropofàgo,
Odendo le parole levò il muso.
Questo avea gli occhi rossi come un drago,
E tutto di gran barba il viso chiuso;
De veder gente occisa è troppo vago,
Come colui che tutto il tempo era uso
Matina e sera di farne morire,
Per divorarli e il suo sangue sorbire.

Quando costui odì il conte parlare,
Veggendolo a destriero e bene armato,
Dubitò forse nol poter pigliare,
Onde li fece loco a sé da lato,
Pregando che volesse dismontare;
Ma il conte aveva già deliberato,
Se lo invitasse, de accettar lo invito,
Se non, pigliar da cena a ogni partito.

Onde discese de il destriero al basso,
Ma non se assetta, le dame aspettando,
Le qual venian però più che di passo.
Ora odì il conte lor, che mormorando
Dicevan l'uno a l'altro: - Egli è ben grasso. -
E quel rispose: - Io nol so, se non quando
Io il vedo a rosto, o ver quand'io l'attasto;
E sapròl meglio se io ne piglio un pasto. -

Non attendeva Orlando a tal sermone,
Come colui che alle dame guardava,
Ma in questo Antropofàgo il Lestrigone
Da mensa pianamente se levava,
E, preso avendo in mano un gran bastone,
Venne alle spalle del conte di Brava,
E sopra l'elmo ad ambe mano il tocca,
Sì che disteso a terra lo trabocca.

Molti altri se aventarno anco di fatto
Verso le dame dai visi sereni,
Perché volevan tutti ad ogni patto
Aver di quella carne e corpi pieni;
Ma lor, che se smarirno di quello atto,
Voltarno incontinente i palafreni,
E l'una in qua e l'altra in là fuggiva;
La mala gente apresso le seguiva.

Givan piangendo e lamentando forte
Le damigelle con molta paura,
E, non essendo nel paese scorte,
Andarno errando per la selva oscura.
Tornamo al conte, che è presso alla morte:
Già tratta gli han di dosso l'armatura,
E non è ancora in sé ben rinvenuto
Per il gran colpo che ha nel capo avuto.

Antropofàgo, il re crudo e superbo,
Gli pose adosso il dispietato ungione,
Dicendo a gli altri: - Questo è tutto nerbo:
Da gli occhi in fora non c'è un buon boccone. -
Sentendo Orlando lo attastare acerbo,
Per quella doglia uscì de stordigione,
E saltò in piede il cavallier soprano;
Come a Dio piacque, a lor scappò di mano.

Dietro gli è il re con molti Lestrigoni,
Cridando a ciascadun ch'e passi chiuda;
Chi gli tra' sassi, e chi mena bastoni:
Tutta gli è adosso quella gente cruda,
Né lo lascia partir de que' cantoni.
Ora ecco ha vista Durindana nuda,
Che avean lasciata quei ribaldi a terra;
Ben prestamente il conte in man l'afferra.

Quando se vidde la sua spada in mano,
Pensati pur tra voi se il fo contento.
Ove se imbocca quel vallone a piano,
Eran firmati di costor da cento,
Tutti di viso ed abito villano;
Né scudo o brando o altro guarnimento,
Ma pelle d'orsi e di cingiali in dosso
Avea ciascun, e in mano un baston grosso.

Il conte Orlando tra costor se caccia,
Menando il brando a dritto ed a roverso,
E l'un getta per terra, e l'altro amaccia,
Questo per lungo e quel taglia a traverso;
Spezza e bastoni e seco ambe le braccia,
Ma quel rio populaccio è sì perverso
Che, avendo rotto e perso e piedi e mane,
Morde co' denti, come fa lo cane.

Convien che spesso il conte se ritorza,
Perché ciascun de intorno l'aggraffava.
Ora il suo re, sì come avea più forza,
Maggior baston de gli altri assai portava,
Ed era tutto armato de una scorza;
Giù per la barba gli cadea la bava,
Che colava di bocca e del gran naso,
Come un cane arabito, a quel malvaso.

Più di tre palmi sopra gli altri avanza
Questo re maledetto che io vi conto;
Orlando lo assalì con gran possanza,
E dritto a mezo il capo l'ebbe gionto;
Callò il brando nel petto e nella panza,
Sì che in due parte lo divise a ponto,
E cadde da due bande alla foresta;
Il conte dà tra gli altri e non s'arresta.

E fece un tal dalmaggio in poco de ora,
Che di quella canaglia maledetta
Non vi è persona che faccia dimora
Avanti al conte: tristo chi lo aspetta!
Perché col brando in tal modo lavora,
Che non si trova né pezzo né fetta
De alcun, che morto al campo sia rimaso,
Qual sia maggior che prima fosse il naso.

Onde lui restò solo in quel vallone,
Ed era il giorno quasi tutto spento,
Quando esso se adobbò sue guarnisone;
E di mangiare avendo un gran talento,
Venne alla mensa, a quelle imbandisone,
Le qual mirando quasi ebbe spavento,
Però che quelle gente disoneste
Cotte avean bracie umane e piedi e teste.

Ben vi so dir che gli fuggì la fame
A quel convito dispietato e fiero,
Se ben ne avesse avuto maggior brame.
Ma torna adietro e prende il suo destriero,
Deliberato di cercar le dame,
Ché ritrovarle avea tutto il pensiero.
E diceva piangendo: "Or chi me aiuta
Forza né ardir, se mia dama è perduta?

Se mia dama è perduta, or che mi vale
Aver morto costor dal brutto viso?
Che se io non la ritrovo, era men male
Esser da lor con quei bastoni occiso.
O Patre eterno! o Re celestïale!
O Matre del Segnor del paradiso!
Datime presto l'ultimo conforto,
Ch'io la ritrovi, o che io presto sia morto."

Piangendo il conte parlava così,
Come io vi ho detto, e nella selva intrò;
Errando andò per quella in sino al dì,
Ma ciò ch'el va cercando non trovò.
Essendo l'alba chiara, ed ello odì
Cridar: - Va là! va là! ché ella non può
Scappare ormai più fuora di quel passo,
Ché là davanti è ruïnato il sasso. -

Dricciosse Orlando ove colui favella,
E presto del cridar vidde lo effetto,
Perché cognobbe quella gente fella
De' Lestrigoni, il popol maledetto,
Che avean cacciata Angelica la bella
Ove se era condutta al passo stretto,
Che arendersi bisogna a chi la caccia,
O roïnarsi da ducento braccia.

Quando la vidde il conte a tal periglio,
Non dimandati se fretta menava.
Era per ira in faccia sì vermiglio,
Che poco longi un foco dimostrava.
Urtò il destriero e al brando diè di piglio,
E quel de intorno a gran furia menava,
Lasciando ove giongeva un tal segnale,
Che per guarirlo medico non vale.

Eran costor che io dico, da quaranta,
Che avean stretta la dama in su quel sito,
Né già de tutti quanti un sol si vanta
Che senza la sua parte sia partito.
Se la canaglia fosse due cotanta,
Ciascuno a bon mercato era fornito
Di squarci per la testa e per la faccia:
A chi troncò le gambe, a chi le braccia.

Angelica fu scossa in questa via,
La quale era fuggita in ver ponente;
Ma Fiordelisa, che a levante gìa,
Pur fu seguita ancor da questa gente.
Tutta la notte la brigata ria
L'avea cacciata, sino al sol nascente,
E proprio l'ha condutta in quella parte
Ove dormiva il franco Brandimarte.

Ella piangendo a Dio se accomandava,
Ed era già sì stracco il palafreno,
Che, pur fuggendo, indarno il speronava.
De Lestrigoni intorno il bosco è pieno,
Ché ciascun de pigliarla procacciava,
Onde essa di paura venìa meno,
E già, ponendo il corpo per perduto,
A Dio per l'alma adimandava aiuto.

Già riluceva alquanto pure il giorno,
Come io vi dissi, e l'alba era schiarita,
E Brandimarte, il cavalliero adorno,
Dormia lì presso in su l'erba fiorita,
Onde svegliosse; e guardando de intorno
Vidde la dama trista e sbigotita,
Che da que' Lestrigoni avia la caccia;
Ben la cognobbe incontinenti in faccia.

Onde fo presto al suo destrier salito,
E con roina verso lei si mosse;
Avendo tratto il suo brando forbito,
Incontrò un Lestrigone e quel percosse.
Non vi restava apena integro un dito,
Ché tagliate gli avrebbe ambe le cosse,
Né a quel ch'è in terra il cavalliero attende,
Ma tocca un altro e insino al petto il fende.

Erano allora trenta Lestrigoni,
O forse qualcun manco, a dire il vero,
E qual tutti con sassi e con bastoni
Chi dava a Brandimarte e chi al destriero,
Ma lui facea de lor tanti squarcioni,
Che pieno avea de intorno a quel sentiero
Di teste e braccia; e tuttavia tagliando,
Carco avea tutto di cervelle il brando.

Ivi de intorno alcun più non appare
Di quella gente brutta e maledetta;
Lui Fiordelisa corse ad abracciare,
E ben mez'ora a sé la tenne stretta,
Prima che insieme potesse parlare;
Ma poi piangendo quella tapinetta
Contava al cavallier con disconforto
Come alla terra Orlando ha visto morto.

Così dicea perché l'avea veduto
Tra i Lestrigoni alla terra disteso;
Or Brandimarte per donarli aiuto
A quella parte se ne va disteso.
Ma io sono al fin del canto già venuto:
Segnori e dame, che l'avete inteso,
Dio vi faccia contenti e di tal voglia,
Che ritornati a l'altro con più zoglia.

Canto decimonono

Già me trovai di maggio una matina
Intro un bel prato adorno de fiore,
Sopra ad un colle, a lato alla marina
Che tutta tremolava de splendore;
E tra le rose de una verde spina
Una donzella cantava de amore,
Movendo sì soave la sua bocca
Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Toccami il core e fammi sovenire
Dal gran piacer che io presi ad ascoltare;
E se io sapessi così farme odire
Come ella seppe al suo dolce cantare,
Io stesso mi verrebbi a proferire,
Ove tal volta me faccio pregare;
Ché, cognoscendo quel ch'io vaglio e quanto,
Mal volentieri alcuna fiata io canto.

Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai,
Come vedeti, è nel vostro comando,
E con più voglia e più piacer che mai
La bella istoria vi verrò contando;
Ove, se me ramenta, vi lasciai
Nel ragionar di Brandimarte, quando
Con Fiordelisa, di bellezza fonte,
Tornava adietro a ritrovare il conte.

Tornando adietro il franco cavalliero
Con Fiordelisa, a mezo la giornata
Trovarno un varletino in su un destriero,
Che avea dietro una dama iscapigliata.
Lui via ne andava sì presto e legiero,
Che mai saetta de arco fu mandata
Con tanta fretta, o da ballestra il strale,
Qual non restasse a lui dietro a le spale.

La dama, che era a piedi, pur seguia,
A benché fosse a lui molto lontana.
Il cavalliero incontra gli venìa
Con Fiordelisa per la terra piana;
E l'altra dama, che questa vedia,
Cridando incominciò: - Falsa puttana!
Non ti varrà costui ch'è la tua scorta,
Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. -

Lasciò la briglia, battendo ogni mano,
E ben se tenne morta Fiordelisa,
Perché cognobbe presto aperto e piano
Che quella dispietata era Marfisa,
La qual seguito avea Brunello invano
(Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa);
Avendo quel giottone assai seguito,
Trovò la dama e il cavalliero ardito.

Era Brunello adunque il varletino
Ch'è sopra a quel destrier di tanta lena;
Lui via passò, fuggendo al suo camino,
Né con la vista lo seguirno apena.
Quando Marfisa l'occhio serpentino
Voltò, di doglia e di grande ira piena,
Mirando Brandimarte e la sua dama
Far la vendetta sopra a questi ha brama.

E le parole che ho sopra contate
A Fiordelisa disse minacciando;
E benché l'arme avesse dispogliate,
E senza destrier fusse e senza brando,
Di sommo ardire avea tanta bontate
Che, Brandimarte armato riguardando,
Volea seco battaglia a ogni partito;
Ma a lui non piacque de accettar lo invito.

Ché a ferire una dama disarmata
A lui parea vergogna e grande iscorno.
Era una pietra in quel campo piantata,
Ove seguito avea Brunello il giorno,
Da trenta passi, o quasi, diruppata,
E cento ne voltava, o più, de intorno;
Per un scaglione alla cima se sale:
Altronde non, chi non avesse l'ale.

Questa adocchiata avea l'aspra donzella,
Né pose alcuna indugia al pensamento,
Ma trasse Fiordelisa de la sella
E, via fuggendo ratta come un vento,
Montò la pietra, che parbe una occella;
A benché Brandimarte non fu lento
A seguitarla, come vidde il fatto,
Ma pur rimase in asso a questo tratto.

Perché il scaglione è tanto diruppato,
Che non che alcun destrier possa salire,
Ma non vi puote lui montare armato,
Onde si cominciava a disguarnire.
Marfisa dal più sconcio ed alto lato
Portò la dama per farla morire:
In braccio la portò sopra a quel sasso
Per trabuccarla dalla cima al basso.

E Fiordelisa menava gran pianto,
Come colei che morta se vedia,
E 'l cavallier ne faceva altro tanto,
E de ira e de dolor quasi moria.
Egli è coperto de arme tutto quanto,
E di camparla non vede la via;
Se ben salisse, salirebbe invano,
Ché a suo mal grato fia gettata al piano.

Onde con pianto e con dolce preghiera
Incominciò Marfisa a supplicare
Che non voglia esser sì spietata e fiera,
Sé proferendo e ciò che potea fare.
Sorrise alquanto la donzella altiera,
Poi disse: - Queste zanze lascia andare:
Se costei vôi campare, egli è mestiero
Che l'arme tu me doni e il tuo destriero. -

Or non fu molta indugia a questo fatto,
Ché ciascaduno il prese per megliore.
A Brandimarte parve un bon baratto
Se ben cambiasse per sua dama il core;
Così Marfisa ancora attese il patto,
E, preso che ebbe l'armi e il corridore,
Lasciò la dama che avea giù portata,
E salta in sella e via cavalca armata;

E via passando con molta baldanza,
Come colei che fu senza paura,
Trovò duo che èno armati a scudo e lanza
Sopra duo gran ronzoni alla pianura.
Costor fôr quei che la menarno in Franza.
Ma poi vi conterò questa aventura,
E torno a Brandimarte e Fiordelisa,
Come Turpin la istoria a me divisa.

Brandimarte montò nel palafreno
Della sua dama, e quella tolse in groppa,
E cavalcando assai per quel terreno
Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa,
E nella cima, o ver nel mezo almeno,
Stava un ribaldo e cridava: - Galoppa,
Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno,
Ché qua di sotto è robba da guadagno. -

Il cavallier, che intese tal latino,
Fermosse a quello, e non sa che si fare,
Perché cognobbe che egli è un malandrino,
Qual chiamava e compagni per robbare;
E lui se trova sopra a quel ronzino,
Né vede modo a poterse aiutare,
Ché non ha spata né scudo né maglia;
Trovar non sa diffesa che li vaglia.

E già scoperti son forse da sette,
Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente.
"Or non bisogna che quivi gli aspette!"
Diceva Brandimarte in la sua mente;
E per la selva correndo se mette,
E lor non lo abandonan per nïente,
Ma chi dice: - Sta forte! - e chi minaccia:
Già più di trenta sono a dargli caccia.

Oh quanto se vergogna il cavalliero
Fuggir davante a gente sì villana!
Che se egli avesse l'arme e il suo destriero,
Non se trarebbe adietro a meza spana.
Or via fuggendo per stretto sentiero
Gionse intra un prato, ove era una fontana:
Cinto d'intorno è da la selva il prato,
E uno altissimo pino a quello a lato.

Fuggendo il cavallier con disconforto,
Come io vi dico, e molto mal contento,
Un re vidde alla fonte, che era morto,
Ed avea in dosso tutto il guarnimento;
E Brandimarte come ne fo accorto,
Ad accostarsi ponto non fu lento,
E prese il brando, che avea nudo in mano,
E giù del palafren saltò nel piano.

Il manto se rivolse al braccio manco,
E con la spada e malandrini affronta.
Mai non fu campïon cotanto franco:
Questo tocca di taglio, e quel di ponta,
A l'uno il petto, a l'altro passa il fianco.
Or che bisogna che più ve raconta?
Tutti e ladroni occise in poco de ora,
Sì ben col brando intorno egli lavora.

Camponne solamente un sciagurato
(Già non campò, ma poco uscì de impaccio),
Il qual fuggì ferito nel costato,
E via di netto avea tagliato un braccio.
Alla capanna subito fo andato,
Ove si stava il crudo Barigaccio,
Barigaccio, il figliol di Taridone:
Corsar fo il patre, ed esso era ladrone.

Ma Barigaccio grande di statura
Fo più del patre, e forte di persona.
Ora a lui gionse con molta paura
Lo inaverato, e il tutto gli ragiona
Come passata è la battaglia scura,
Poi morto a lui davante se abandona;
Essendo uscito il sangue de ogni vena,
Cadegli avante e più non se dimena.

Onde turbato Barigaccio il fiero
Fo a maraviglia, e prese un gran bastone;
De arme adobato, come era mestiero,
Salta sopra Batoldo, il suo ronzone.
Troppo era smesurato quel destriero:
La pelle nera avea come un carbone,
E rossi gli occhi, che parean di foco;
Sol nella fronte avea di bianco un poco.

E Barigaccio, poi che fu montato,
Di speronarlo mai non se rimane.
Or Brandimarte, che rimase al prato
Poi che spezzato ha quelle gente istrane,
Guardando il re che stava al fonte armato,
Cognobbe al scudo ch'egli era Agricane,
Qual fo occiso da Orlando alla fontana:
Già vi contai l'istoria tutta piana.

Egli avea ancor la sua corona in testa,
D'oro e di pietre de molto valore,
Ma Brandimarte nulla li molesta,
Ché ancor portava al corpo morto onore.
De arme il spogliò, ma non di sopravesta,
E baciandoli il viso con amore:
- Perdonami, - dicea - ché altro non posso,
Se ora queste arme ti toglio di dosso.

Né la temenza di dover morire
Mi pone di spogliarti in questa brama,
Ma nella mente non posso soffrire
Veder poner a morte la mia dama;
E ben son certo, se potessi odire,
Se sì fosti cortese, come hai fama,
Odendo la cagion perché io ti prego,
Non mi faresti a tal dimanda niego. -

Parlava in questo modo il cavalliero
A quel re morto con piatoso core,
Il quale era ancor bello e tutto intiero,
Sì come occiso fosse di tre ore;
E stando Brandimarte in quel pensiero,
Sentì davanti al bosco un gran romore,
Qual facea Barigaccio per le fronde,
Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.

Presto adobosse il cavalliero ardito
Di piastra e maglia e de ogni guarnisone,
Prese Tranchera, il bel brando forbito,
E lo elmo che far fece Salamone.
De tutte l'armi a ponto era guarnito,
Quando sopra gli gionse quel ladrone,
Il qual, mirando de intorno e da lato,
E suoi compagni vidde in pezzi al prato.

Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti,
Disse: - In malora, gente da bigonci!
Ché non me incresce de avervi perduti,
Poi che un sol cavallier così vi ha conci;
Ché io voria prima, se Macon me aiuti,
Ne la mia compagnia cotanti stronci.
Colui voglio impicar senza dimora,
E voi con seco, così morti, ancora. -

Così parlando, verso del gran pino,
Ove era Brandimarte, se voltava.
Come lo vidde a piede in sul cammino,
Subito a terra anch'esso dismontava;
Né per virtù ciò fece il malandrino,
Ma perché forte il suo ronzone amava:
Dubitò forse che quel campïone
Non lo occidesse, essendo esso pedone.

Senza altramente adunque disfidare,
Adosso a Brandimarte fu invïato:
Proprio un gigante alla sembianza pare,
Tutto di coio e di scagliette armato.
Col scudo de osso che suolea portare
E il suo baston di ferro e il brando a lato
Venne alla zuffa, e senza troppo dire
Se cominciarno l'un l'altro a ferire.

Sopra del scudo a Brandimarte colse
Menando ad ambe mano il rio ladrone;
E quanto ne toccò tanto via tolse,
Come spezzasse un pezzo di popone.
Il cavalliero ad esso si rivolse
Col brando, e gionse a mezo del bastone,
E come un gionco lo tagliò di netto:
Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.

E saltò adietro forse da sei braccia,
E trasse il brando senza dimorare,
E biastemando il cavallier minaccia
Di farli quel baston caro costare.
Ma Brandimarte adosso a lui se caccia;
Or se comincia l'un l'altro a menare
Ponte, tagli, mandritti e manroversi:
Mai non fu visto colpi sì diversi.

Il cavallier se maraviglia assai
Come abbia un malandrin tanta bontade,
Perché in sua vita non vidde più mai
Tanta fierezza ad altri in veritade.
Ambi avean l'arme, quale io vi contai;
Già tutte l'han falsate con le spade,
Né di ferire alcun di lor se arresta,
Ma la battaglia cresce a più tempesta.

Cresce più forte la battaglia fiera,
Per colpi sterminati orrenda e scura,
E Barigaccio il crudo se dispera,
Che tanto il cavallier contra li dura.
Or Brandimarte il tocca di Tranchera,
E portò seco un squarcio de armatura;
Lui fu gionto anco dal forte ladrone,
Che l'arme gli tagliò insino al giuppone.

A tal percossa piastra non vi vale,
Né grossa maglia, né sbergo acciarino,
Né cor de adante, il quale è uno animale,
Di che armato era il forte saracino.
Ora pareva a Brandimarte male
Che sì prodo uomo fusse malandrino;
Onde, essendo uno assalto assai durato,
Così parlando se trasse da lato:

- Io non so chi tu sia, né per qual modo
T'abbia condutto a tal mestier fortuna,
Ma per più prodo campïon te lodo
Ch'io sappia al mondo, sotto della luna;
E ben me avedo che fermato è il chiodo,
Che prima che sia sera o notte bruna,
O l'uno o l'altro fia nel campo morto;
E spero che serà colui che ha il torto.

Ma stu volessi lasciar quel mestiero,
Qual nel presente fai, di robbatore,
Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero:
In ogni parte vo' portarti onore.
Or che farai? Hai tu forse pensiero
Che manchi giamai robba al tuo valore?
Lascia questo mestier: non dubitare,
Ché a tal come sei tu, non può mancare. -

Rispose il malandrin: - Questo che io faccio,
Fallo anco al mondo ciascun gran signore;
E' de' nemici fanno in guerra istraccio
Per agrandire e far stato maggiore.
Io solo a sette o dece dono impaccio,
E loro a dieci millia con furore;
Tanto ancora di me peggio essi fanno,
Togliendo quel del che mestier non hanno. -

Diceva Brandimarte: - Egli è peccato
A tuor l'altrui, sì come al mondo se usa;
Ma pur quando se fa sol per il stato,
Non è quel male, ed è degno di scusa. -
Rispose il ladro: - Meglio è perdonato
Quel fallo onde se stesso l'omo accusa;
Ed io te dico e confessoti a pieno
Che ciò che io posso, toglio a chi può meno.

Ma a te, qual tanto sai ben predicare,
Non voglio far di danno quanto io posso
Se quella dama che là vedo stare
Mi vôi donare e l'arme che hai indosso.
E ne la borsa te voglio cercare,
Ché io non me trovo di moneta un grosso;
Poi te lasciarò andar legiero e netto.
Ma voglio baratare anche il farsetto,

Però che questo è rotto e discucito;
Tu te 'l farai conciar poi per bell'agio. -
E Brandimarte, quando l'ebbe odito,
Disse nel suo pensier: "L'omo malvagio
Non se può stor al male onde è nutrito;
Né di settembre, né il mese di magio,
Né a l'aria fredda, né per la caldana
Se può dal fango mai distor la rana."

E senza altra risposta disdegnoso
Imbracciò il scudo ed isfidò il ladrone;
E fu questo altro assalto furïoso,
Spezzando e scudi ed ogni guarnisone,
Ed era l'uno e l'altro sanguinoso,
Crescendo ogniora più la questïone;
Né più vi è di concordia parlamento,
Ma trarse a fine è tutto il lor talento.

Or Brandimarte afferra il brando nudo,
Ché destinato è di donarli il spaccio,
E disserra a due mano un colpo crudo
Per il traverso adosso a Barigaccio,
E tagliò tutto con fraccasso il scudo,
Quale era de osso, e sotto a quello il braccio.
A quel gran colpo ogni arma venne manco,
E sino a mezo lo tagliò nel fianco.

Lui cadde a terra biastemando forte,
Ed al demonio se racomandava,
E benché Brandimarte lo conforte,
Con più nequizia ognior se disperava;
Ma il cavallier non volse darli morte,
E così strangosciato lo lasciava,
Partendosi di qua senza dimora;
Ma lui moritte appresso in poco d'ora.

Il cavallier, lasciando il ladro fello,
Con la sua dama si volea partire,
Quando Batoldo, il suo destrier morello,
Ch'era nel prato, cominciò a nitrire;
Veggendol Brandimarte tanto bello,
Con la sua Fiordelisa prese a dire:
- Il palafren serìa troppo gravato
Se te portasse e me, che sono armato,

Sì che io me pigliarò quel bon destriero,
Come pigliato ho il brando e l'armatura,
Perché serebbe pazzo e mal pensiero
Lasciar quel che appresenta la ventura.
Quei morti più de ciò non han mestiero,
Ché sono usciti fuor de ogni paura. -
Così dicendo se accosta al ronzone,
Prende la briglia e salta in su lo arcione.

E via con Fiordelisa cavalcando
Trovò due cose spaventose e nove,
Tal che gli fie' mistiero avere il brando.
Ma questo fatto contaremo altrove
Ché or mi convien tornare al conte Orlando,
Quale avea fatto le diverse prove
Contra de Antropofàgo e' Lestrigoni,
Come contarno avanti e miei sermoni.

Campata avendo Angelica la bella,
Troppo era lieto di quella aventura.
Via caminando assai con lei favella,
Ma di toccarla mai non se assicura.
Cotanto amava lui quella donzella,
Che di farla turbare avea paura;
Turpin, che mai non mente, de ragione
In cotale atto il chiama un babïone.

Essendo in questo modo costumato,
L'un giorno apresso a l'altro via camina.
Già il paese de' Persi avea passato,
E la Mesopotamia che confina;
Poi, lasciando li Armeni al destro lato,
Soria vargò giongendo alla marina;
E tutto questo ricco e bel paese
Passò senza trovar guerre o contese.

Essendo gionto, come io dico, al mare,
Nel porto di Baruti ebbe trovato
Un bel naviglio, che volea passare;
Ma troppo estremamente era ingombrato,
Però che in Cipri convenea portare
Un giovanetto re, che era assembrato
A dimostrar ne l'arme il suo valore,
Per una dama a cui portava amore.

Era re di Damasco il giovanetto
Quale io ve dico, e nome ha Norandino,
Ardito e forte e di nobile aspetto,
Quanto alcun altro fosse in quel confino.
Regnava, in questo tempo che io vi ho detto,
Ne la isola de Cipri un Saracino,
Che avea una figlia di tanta beltate,
Quanta alcuna altra di quella citate.

Lucina fu nomata la donzella
De cui io parlo, e il patre Tibïano.
Sendo la dama a meraviglia bella,
Era da molti adimandata in vano;
E sol di sua beltate si favella
Ivi de intorno per monte e per piano,
Onde l'ama chi è longi e chi è vicino,
Ma sopra a tutti la ama Norandino.

Re Tibïano avea preso pensiero
Di voler la sua figlia maritare,
Ed avea ordinato un bel torniero,
Come in quel tempo se usava di fare,
Ove ogni re, barone e cavalliero
Potesse sua prodezza dimostrare,
Ed ha invitate e dame e le regine
Tutte de intorno per quelle confine.

Ciascun voluntaroso in Cipri andava,
Come fu il bando per de intorno inteso.
Chi de provarsi a l'arme procacciava,
Chi per mirare avea quel camin preso;
Ma più de gli altri gran fretta menava
Re Norandino, avendo il core acceso,
Fornito ben de ciò che fa mestieri,
De paramenti e de arme e de destrieri.

E seco ne menava in compagnia
Da vinti cavallier, ciascuno eletto.
Or quando il conte in su il ponto giongia,
Il re si stava a nave per diletto;
Onde rivolto a' suoi baron dicia:
- Se costui non me inganna ne lo aspetto,
Debbe esser cima e fior de ogni valente,
Se la apparenza e lo animo non mente. -

E poi lo fece al paron dimandare,
Se volea seco andare al torniamento.
Esso rispose senza dimorare
Che egli era per servirlo a suo talento
O ver per giostra, o sia per tornïare,
O sia per guerra ed ogni struggimento:
Pur che lo possa a suo modo servire,
In ogni cosa è presto ad obedire.

Il re lo adimandò che nome avia,
De sua condizïone e del paese.
E lui rispose: - Io son de Circassia,
Ove perdei per guerra ogni mio arnese,
Eccetto l'arme e quella dama mia
Di che fortuna me è stata cortese.
Mio nome è Rotolante; e quel che io posso,
È a tuo comando insin che ho sangue adosso. -

Il giovanetto re molto ebbe grato
Il cortese parlar che fece Orlando,
Ed in sua compagnia l'ebbe accettato,
Poi di più cose li andò dimandando,
Sin che il vento da terra fu levato.
Segnori e donne, a voi mi raccomando;
Finito è un canto, e l'altro io vo' seguire,
Cose più belle e vaghe per odire.

Canto ventesimo

Quella stagion che in cel più raserena,
E veste di verdura gli arborscelli,
Ed ha l'aria e la terra d'amor piena
E de bei fiori e de canti de occelli,
Gli amorosi versi anco mi mena,
E vôl che a voi de intorno io rinovelli
L'alta prodezza e lo inclito valore
Qual mostrò un tempo Orlando per amore.

Di lui lasciai sì come Norandino
Lo prese per compagno al torniamento;
Ben vi andò volentieri il paladino,
Ché di passare avea molto talento.
Ora s'aconciò il tempo al lor camino
Intra Levante e Greco, ottimo vento,
Qual via gli portò in Cipri alla spiegata,
Ove gran gente in prima era assembrata.

Però che e Greci insieme con Pagani
Alla gran festa se erano adunati,
E degli circonstanti e de' lontani;
Baroni e cavallieri erano armati,
Ma pur fra tutti quanti e più soprani
E de maggiore estima e più onorati
Eran Basaldo e Costanzo e Morbeco:
Li duo fôr turchi e quel di mezo greco.

Costanzo fu filiol di Vatarone,
Che alor de' Greci lo imperio tenìa,
E quei duo turchi avean due regïone,
Di che erano amiragli, in Natolia.
Ora Costanzo avea seco Grifone
Ed Aquilante pien di vigoria;
Ben me stimo io che abbiati già sentito
Come Aquilante fu seco nutrito,

Quando la Fata Nera il damigello
Mandò primeramente in quella corte,
Poi che 'l levò di branche al fiero occello,
Ché condotto l'avrebbe in trista sorte.
Di questa cosa più non vi favello,
Ché so che avete queste istorie scorte;
Grifone in Spagna ed in Grecia Aquilante
Furno nutriti, e più non dico avante.

Se non che, essendo poscia spregionati,
Come io contai, da le Isole Lontane,
Ed avendo più giorni caminati
Per diversi paesi e gente istrane,
Nel porto di Blancherna erano intrati,
Ove con festa e con carezze umane
Fôr recevuti da lo imperatore
E da Costanzo, e fatto molto onore.

E volendo esso andare a quel torniero,
Ebbe la lor venuta molto grata,
Cognoscendo ciascun bon cavalliero
Per farli un grande onore a quella fiata;
Avengaché Grifone è in gran pensiero,
Perché Origilla, sua dama, infirmata
Era di febre tanto acuta e forte,
Che quasi è stata al ponte de la morte.

Ma pure, essendo migliorata alquanto,
Partì da lei, benché gli fusse grave,
Né se puotè spiccar già senza pianto,
Ed intrò con Costanzo alla sua nave.
Indi passarno ove il fiume di Xanto
Ha foce in mare, e con vento soave
Gionsero in Cipri, come io vi ho contato,
Ciascun bene a destriero e ben armato.

Molti altri ancora che io non vi racconto,
Baroni e cavallieri e damigelle,
Eran venuti, e tutti bene in ponto
De arme e destrieri e de robbe novelle.
Quando fu Norandino in Cipri gionto,
Le cose de ciascun parvon men belle,
Perché è sì ben guarnito e adorno tanto,
Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto.

Nel porto a Famagosta poser scale,
E via ne andâr di lungo a Nicosia,
Quale è fra terra la cità reale,
E Tibïano il seggio vi tenìa.
Quivi con festa e pompa trïonfale,
Con duci e conti e molta baronia
Intrò il re di Damasco tutto armato,
Con trombe avanti e bene accompagnato.

Un monte acceso portava nel scuto
E similmente nel cimero in testa;
E ciascun che con esso era venuto
Avea pur tale insegna e sopravesta.
Così fu degnamente recevuto
Con molto onor da tutti e con gran festa;
Ma sopra gli altri lo onorò Lucina,
Ché più che sé lo amava la tapina.

E già, passando il tempo, è gionto il giorno
Che 'l tornier dovea farsi in su la nona,
Ed ogni cavaliero andava intorno
Facendo mostra della sua persona,
L'un più che l'altro a meraviglia adorno.
De trombe e de tamburi il cel risuona;
Per ben vedere avante ogniom si caccia:
Preso è ogni loco intorno della piaccia.

Ma da l'un capo uno alto tribunale
Per le dame e regine era ordinato,
Ove Lucina in abito reale
E l'altre vi sedean da ciascun lato.
Mostravan poco il viso naturale,
Le più l'avean depinto e colorato:
Turpino il dice, io nol so per espresso,
Benché sian molte che ciò fanno adesso.

Angelica là sopra era tra loro,
Qual se mostrava un sole infra le stelle;
Con una vesta bianca, adorna d'oro,
Senza alcun dubbio è il fior de l'altre belle.
Re Tibïano e il suo gran concistoro
Da l'altro lato incontra alle donzelle
Se stava al tribunal, che era adornato
Di seta e drappi d'oro in ogni lato.

Or cominciano a entrare e cavallieri:
Ben vi so dir che ciascuno è forbito,
Con ricche sopraveste e con cimieri;
Ogniom se mostra nel sembiante ardito,
Di qua de là spronando e gran destrieri,
Perché il torniero in due schiere è partito:
Costanzo de una parte è capitano,
De l'altra Norandino il Sorïano.

Gnacare e corni e tamburini e trombe
Suonorno a un tratto intorno della piaccia;
Trema la terra e par che il cel rimbombe,
E che lo abisso e il mondo se disfaccia.
Tutte, le dame, a guisa de colombe,
Per l'alto crido se smarirno in faccia;
Ma i cavallier con furia e con tempesta
A tutta briglia urtâr testa per testa.

Né si vedean l'un l'altro e campïoni,
Benché ciascuno avesse a l'urto accolto;
Ma il fremir delle nare de' ronzoni
Avea sì grande il fumo a l'aria involto,
E sì la polve alciata in que' sabbioni,
Che avea il vedere a tutti avanti tolto,
Né se guardava l'ordine o la schiera,
Ciascun menando a chi più presso gli era.

Ma poi che il fatto fu atutato un poco
E cominciò l'un l'altro a discernire,
Apparve in quella piazza il crudo gioco,
E colpi dispietati, il gran ferire;
Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco,
Si vedea gente de gli arcioni uscire;
Per tutto è gran travaglia e grave affanno,
Ma chi è di sotto è quel che porta il danno.

Orlando per vedere il fatto aperto
Non volse ne la folta troppo intrare;
Ma quel Morbeco turco, che era esperto
In tal mestiero e ben lo sapea fare,
Se trasse avante in su un destrier coperto,
E sopra gli altri si facea mirare;
Qualunche giongie o de urto, o de la spada,
Sempre è mestier che al tutto a terra vada.

E già da sei de quei di Norandino
Avea posti roverso in su il sabbione,
Né ancor s'arresta, ma per quel confino
Più furia mena e più destruzïone;
Onde turbato quel re saracino
A tutta briglia sprona il suo ronzone,
E sopra di Morbeco andar si lassa,
E di quello urto a terra lo fraccassa.

Dapoi Basaldo, che più presso gli era,
Percosse ad ambe mano in su la testa;
Né lo diffese piastra ni lamiera,
Ché a terra lo mandò con gran tempesta.
Tutta a roina pone quella schiera,
A lui davante alcun più non s'arresta.
Oh quanto è lieta Lucina la dama
Vedendo far sì bene a chi tanto ama!

Costanzo il greco, che vede sua gente
Sì mal condutta da quel Sorïano,
Turbato for di modo nella mente,
Gli sprona adosso con la spada in mano.
L'uno e l'altro di loro era valente,
Onde alcun tratto non andava in vano;
Al fin menò Costanzo un colpo fiero
E ruppe il monte e il foco del cimiero.

Sino alla croppa lo fece piegare
Al colpo smisurato che io vi conto,
Ni stette già per questo a indugïare,
Ma mena l'altro e in fronte l'ebbe gionto;
Ed era Norandin per trabuccare,
Se non che Orlando allor se mosse a ponto,
E tanto fece, che il trasse de impaccio
Sin che il rivenne, e lo sostenne in braccio.

Onde Costanzo per questo adirato
Adosso al conte gran colpi menava;
Ma lui, come in arcion fosse murato,
Di cotal cosa poco se curava.
Ma sendo Norandino in sé tornato,
Che a sostenirlo più non lo impacciava,
Verso Costanzo se rivolse il conte,
E lui percosse in mezo della fronte.

Qualunche ha un cotal colpo, non vôl più,
Ché bene è paccio chi il secondo aspetta.
Ora Costanzo al primo andò pur giù,
Di lui rimase la sua sella netta.
Diceva ad esso il conte: - Or va là tu,
Che menavi a ferirme tanta fretta,
Quando io stavo occupato ad altra posta;
Or vien adesso e con meco te accosta. -

Lui già non se accostò, ma cadde a terra,
Come io vi dico, col capo davante;
Ma 'l conte adosso a un altro se disserra,
Sì che lo fece al cel voltar le piante.
Grifone in altra parte facea guerra
Da l'un de' lati, e da l'altro Aquilante;
Né se avedean de tal destruzïone,
Né de Costanzo che ha tratto de arzone.

Ma il crido della gente che era intorno
Voltar fece Grifone in primamente,
E combattendo là fece ritorno,
Benché sapesse del fatto nïente;
E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno,
Poi che abattuto è il capo di sua gente,
Onde adirato il suo destrier sperona;
A Norandino adosso se abandona.

Da l'altra parte ancor gionse Aquilante,
E quando il suo Costanzo vidde a terra,
Turbato fieramente nel sembiante
Con ambi e sproni il suo destriero afferra,
E riscontrosse col conte de Anglante;
E qui se cominciò la orrenda guerra,
Benché lui non cognosce il paladino,
Perché la insegna avea di Norandino.

Né lui fu cognosciuto anco da Orlando,
Ché di Costanzo la insegna portava.
Ora, segnori, a voi non ve domando
Se ciascun de essi ben se adoperava,
Cotal ruina e tal colpi menando
Che l'aria per de intorno sibillava,
Come la cosa andasse a tutto oltraggio,
Né se vi scorge ponto di vantaggio.

Vero è, perché Aquilante era turbato,
Mostrò maggior prodezza allo affrontare;
Ma poi che l'uno e l'altro è riscaldato,
Ben vi so dir che assai vi fu che fare,
Di qua di là menando ad ogni lato,
Che par che il mondo debba ruïnare,
Con dritti e con roversi aspri e robesti;
E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.

Gionse Aquilante a Orlando nella fronte,
Sopra la croppa lo mandò roverso;
Ma ben rispose a quella posta il conte,
E lui ferì de un colpo sì diverso,
Che sua baldanza e quelle forze pronte
E l'animo e l'ardir tutto ebbe perso;
Di qua di là piegando ad ogni mano,
Le gambe aperse per cadere al piano.

E certamente ben serìa caduto,
Ché più non se reggea che un fanciullino,
Se non che Grifon gionse a darli aiuto,
Il quale avea lasciato Norandino.
Lasciato l'avea quasi per perduto,
Ché ormai non potea più quel saracino;
Ma per donare aiuto al suo germano
Lasciò Grifone andar quel sorïano.

E de giongere al conte se procura
Spronando a tutta briglia il suo ronzone.
Or qui si fece la battaglia dura
Più ch'altra mai de Orlando e de Grifone,
Qual durò sempre insino a notte oscura,
Né se potea partir la questïone,
Sin che gli araldi con trombe d'intorno
Bandirno il campo insino a l'altro giorno.

Ciascun tornò la sera a sua masone,
E de' fatti del giorno si favella.
Ora a Costanzo parlava Grifone
Dicendo: - Io so contarti una novella,
Che là su tra le dame, a quel verone,
Veder mi parve Angelica la bella;
E se ella è quella, io te dico di certo
Che Orlando è quel che quasi te ha deserto.

Ed anco io l'ho compreso a quel ferire,
Che cresce nella fine a maggior lena,
E però ti consiglio a dipartire,
Prima che ne abbi più tormento e pena;
Omo non è che possa sostenire
A la battaglia e colpi che lui mena;
Onde lasciar la impresa ce bisogna,
Non ne volendo il danno e la vergogna. -

Diceva a lui Costanzo: - Or datti il core,
S'io faccio che colui ne vada via,
Poi de acquistare a nostra parte onore
E in campo mantenir l'insegna mia? -
Grifon rispose a lui, che per suo amore
Quel che potesse far, tutto faria;
E che egli aveva fermamente ardire
Contra ad ogni altro il campo mantenire.

Il Greco, che era di malizia pieno
(Come son tutti de arte e di natura),
Quando la luce al giorno venne meno,
Uscì de casa per la notte scura,
E via soletto sopra a un palafreno
Ove era Orlando di trovar procura,
E trovato che l'ebbe, queto queto
Lo trasse in parte e a lui parlò secreto;

E dimostrògli che il re Tibïano
Secretamente facea gente armare,
Perché era gionto un messaggio di Gano,
Il qual cercava Orlando far pigliare;
Però, se egli era desso, a mano a mano
Vedesse quel paese disgombrare;
E perciò a ritrovarlo era venuto,
Per palesarli questo e dargli aiuto;

E ch'egli aveva una sua fusta armata
Nascosta ad una spiaggia indi vicina,
Qual via lo portarebbe alla spiegata
In Franza a qualche terra di marina.
Fu questa cosa sì ben colorata
Dal Greco, che sapea cotal dottrina,
Che il conte a ponto ogni cosa li crede,
Ringraziandolo assai con pura fede.

E, fatta presto Angelica svegliare,
Con essa alla marina se ne gìa,
Ove Costanzo il volse accompagnare,
E là il condusse ove la fusta avia.
Facendosi il parone a dimandare,
Gli impose che il baron portasse via
Ove più gli piacesse al suo talento;
E lor ne andarno avendo in poppa il vento.

Quel che si fusse poi di Norandino
Né di Costanzo, non saprebbi io dire,
Perché di lor non parla più Turpino;
Ma ben del conte vi saprò seguire,
Il qual sopra alla fusta al suo camino,
Fu per fortuna a risco di morire,
E stette sette giorni a l'aria bruna,
Che mai non vidde il sole, e men la luna.

E questo sopportò con pazïenza,
Poscia che altra diffesa non può fare;
Ma poi che ebbe di terra cognoscenza,
Ed avendo in fastidio tutto il mare,
Posar se fece al lito de Provenza,
Ché de esser fuora mille anni gli pare,
Per trovarsi a Parigi a mano a mano,
E dar di sua amistate al conte Gano.

Ché ben l'avria trattato, vi prometto,
Come dovea trattarlo il can fellone,
Ma non piacque al demonio maledetto,
Che lo avea tolto in sua protezïone;
Al manco male il facea stare in letto
Cinque o sei mesi rotto dal bastone;
Ma Lucifer che lo ha preso a guardare,
Al conte Orlando dette altro che fare.

Però che cavalcando il paladino,
Come fortuna o sua ventura il mena,
Arivò un giorno al Fonte di Merlino,
Che è posto in mezo del bosco di Ardena.
Del Fonte vi ho già detto il suo destino,
Sì che a ridirlo non torrò più pena,
Se non che quel Merlin, qual fu lo autore,
Lo fece al tutto per cacciar l'amore.

Essendo gionti qua quella giornata,
Come io vi dico, Orlando e la donzella,
Essa, che più del conte era affannata,
Smontò il suo palafren giù della sella;
E poi, bevendo quell'acqua fatata,
Sua mente in altra voglia rinovella,
E, dove prima ardea tutta de amore,
Ora ad amar non può dricciare il core.

Or se amenta lo orgoglio e la durezza,
Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata,
Né gli par tanta più quella bellezza
Che soprana da lei fu già stimata;
Ed ove il suo valore e gentilezza
Lodar suoleva essendo inamorata,
Ora al presente il sir de Montealbano
Fellone estima sopra a ogni villano.

Ma, parendo già tempo de partire,
Però che era passato alquanto il caldo,
Volendo aponto della selva uscire,
Viddero un cavalliero ardito e baldo.
Or tutto il fatto me vi convien dire:
Quel cavalliero armato era Ranaldo,
Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte
Era venuto presso a questa fonte.

Ma non vi gionse, perché il fiume in prima
Che raccende lo amore, avea trovato.
Ora io non vi saprei contare in rima
Come se tenne alora aventurato,
Quando vidde la dama, perché estima
Sì come egli ama lei, de essere amato.
Visto ha per prova ed inteso per fama
Ciò che per esso ha già fatto la dama.

Non cognosceva il conte, che era armato
Con quella insegna dal monte di foco;
Ché sì palese non se avria mostrato,
Serbando il suo parlare in altro loco.
Perché, essendo ad Angelica accostato,
Cortesemente e sorridendo un poco
Disse: - Madama, io non posso soffrire
Che io non vi parli, s'io non vo' morire,

Abench'io sappia a qual modo e partito
Mi sia portato e con tal villania,
Ch'io non meritarei de essere odito.
Ma so che seti sì benigna e pia,
Che, a benché estremamente aggia fallito,
Perdonarete a quel che per folìa
Contro de lo amor vostro adoperai,
Del che contento non credo esser mai.

Or non se può distor quel che è già fatto,
Come sapeti, dolce anima bella,
Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto;
E ben cognosce l'alma meschinella
Che io non serebbi degno in alcun atto
Di essere amato da cotal donzella,
Ma de esser dal mio lato vostro amante
Sol vi dimando, e più non cheggio avante. -

Orlando stava attento alle parole,
Le quale odì con poca pazïenza,
Né più soffrendo disse: - Assai mi dole
Che a questo modo ne la mia presenza
Abbi mostrato il tuo pensier sì fole,
Ché ad altri non avria dato credenza,
Però che volentier stimar voria
Che ciò non fosse vero, in fede mia!

Io voria amarti e poterti onorare,
Sì come di ragione ora non posso;
Tu per sturbarme già passasti il mare,
E per altra cagion non fusti mosso,
Benché a me zanze volesti mostrare,
Stimandomi in amor semplice e grosso.
Or che animo me porti io vedo aperto,
Ma sallo Iddio che già teco nol merto. -

Quando Ranaldo vidde che costui,
Qual seco ragionava, è il conte Orlando,
De uno ed altro pensier stette entra dui,
O de partirse o de seguir parlando.
Ma pur rispose al fine: - Io mai non fui
Se non quel che ora sono, al tuo comando;
Né credo de aver teco minor pace
Se ciò che piace a te non mi dispiace.

Non creder che più vaga a gli occhi tuoi
Paia che a gli altri questa bella dama;
Ed estimar ne la tua mente puoi
Che ogni om, sì come tu, de amarla brama.
Quanto sei paccio adunque, se tu vuoi
Aver battaglia con ciascun che l'ama,
Perché con tutto 'l mondo farai guerra;
Chi non la amasse, ben serìa di terra.

Ma se tu mostri che sia tua per carta,
O per ragion che non gli abbia altri a fare,
Comandar mi potrai poi che io mi parta
E che io non debba seco ragionare;
Ma prima soffrirei de avere isparta
L'anima al foco e il corpo per il mare,
Che io mi restassi mai de amar costei,
E se restar volessi io non potrei. -

Rispose alora il conte: - E' non è mia.
Così fosse ella, come io son de lei!
Ma non voglio adamarla in compagnia
E in ciò disfido il mondo, e boni e rei.
Stata è la tua ben gran discortesia
Che, avendoti scoperti e pensier mei,
Fidandomi di te come parente,
Poi me hai tradito sì villanamente. -

Disse Ranaldo: - Questo è pur assai,
Che sempre vogli altrui villaneggiare;
Da me non fu tradito alcun giamai,
E ciascun mente che il vôle affirmare.
Sì che comincia pur, se voglia ne hai,
E pigliati a quel capo che ti pare:
Se ben se' tra baron tenuto il primo,
Più d'uno altro uomo non ti temo o stimo. -

Orlando per costume e per natura
Molte parole non sapeva usare,
Onde, turbato ne la ciera oscura,
Trasse la spada senza dimorare,
E sospirando disse: - La sciagura
Pur ce ha saputi in tal loco menare,
Che l'un per man de l'altro serà morto;
Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! -

Come Ranaldo vidde il conte Orlando
Mostrarsi alla battaglia discoperta,
Poi che avea tratto Durindana il brando,
Lui prestamente ancor trasse Fusberta.
Ne l'altro canto vi verrò contando
Questa battaglia orribile e diserta,
Ed altre cose degne e belle assai;
Dio vi conservi in gioia sempre mai.

Canto ventesimoprimo

O soprana Virtù, che e' sotto al sole,
Movendo il terzo celo a gire intorno,
Dammi il canto soave e le parole
Dolci e ligiadre e un proferire adorno,
Sì che la gente che ascoltar mi vôle,
Prenda diletto odendo di quel giorno
Nel qual duo cavallier con tanto ardore
Fierno battaglia insieme per amore.

Tra gli arbori fronzuti alla fontana
Insieme gli afrontai nel dir davanti;
L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana:
Chi sian costor, sapeti tutti quanti.
Per tutto il mondo ne la gente umana
Al par di lor non trovo che se vanti
De ardire e di possanza e di valore,
Ché veramente son de gli altri il fiore.

Lor comenciarno la battaglia scura
Con tal destruzïone e tanto foco,
Che ardisco a dir che l'aria avea paura,
E tremava la terra di quel loco.
Ogni piastra ferrata, ogni armatura
Va con roina al campo a poco a poco,
E nel ferir l'un l'altro con tempesta
Par che profondi il celo e la foresta.

Ranaldo lasciò un colpo in abandono
E gionse a mezo il scudo con Fusberta:
Parve che a quello avesse accolto un trono,
Con tal fraccasso lo spezza e diserta.
Tutti gli uccelli a quello orribil suono
Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta;
E le fiere del bosco, come io sento,
Fuggian cridando e piene di spavento.

Orlando tocca lui con Durindana
Spezzando usbergo e piastre tutte quante,
E la selva vicina e la lontana
Per quel furor crollò tutte le piante;
E tremò il marmo intorno alla fontana
E l'acqua, che sì chiara era davante,
Se fece a quel ferir torbida e scura,
Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;

Anci più grandi gli ha sempre a menare.
Cotal ruina mai non fu sentita;
Onde la dama, che stava a mirare,
Pallida in faccia venne e sbigotita,
Né gli soffrendo lo animo di stare
In tanta tema, se ne era fuggita;
Né de ciò sono accorti e cavallieri,
Sì son turbati alla battaglia e fieri.

Ma la donzella, che indi era partita,
Toccava a più potere il palafreno,
E de alongarsi presto ben se aita,
Come avesse la caccia, più né meno.
Essendo alquanto de la selva uscita,
Vidde là presso un prato, che era pieno
De una gran gente a piede e con ronzoni,
Che ponean tende al campo e paviglioni.

La dama di sapere entrò in pensiero
Perché qua stesse e chi sia quella gente,
E trovando in discosto un cavalliero,
Del tutto il dimandò cortesemente.
Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero,
E sono agionto pur mo di presente
Con Carlo imperatore e re di Franza,
Che ivi adunata ha tutta sua possanza.

Però che un saracin passato ha il mare
E rotto in campo il duca di Bavera;
Ora è sparuto, e non si può trovare,
Né comparisce uno omo di sua schiera;
Ma quel che ancor ci fa maravigliare,
Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera,
Venendo de Ongheria con gente nuova,
Morto né vivo in terra se ritrova.

Tutta la corte ne è disconsolata,
Perché ci manca il conte Orlando ancora,
Qual la tenea gradita e nominata
Con sua virtù che tutto il mondo onora;
E giuro a Dio, se solo una fiata
Vedessi Orlando, e poi senza dimora
Io fossi morto, e' non me incresceria,
Ché io l'amo assai più che la vita mia. -

Quando la dama a tal parlare intese
De il cavallier la voglia e il gran talento,
A lui rispose: - Tanto sei cortese,
Che il mio tacer serebbe un mancamento;
Onde io destino de aprirte palese
Quel che tu brami, e di farti contento:
Ranaldo e Orlando insieme con gran pena
Sono in battaglia alla selva de Ardena. -

Quando Oliviero intese quel parlare
Ne la sua vita mai fu così lieto,
E presto il corse in campo a divulgare.
Or vi so dir che alcun non stava queto.
Re Carlo in fretta prese a cavalcare;
Chi gli passa davante e chi vien drieto.
Ma lui tien seco la dama soprana,
Che lo conduca a ponto alla fontana.

E così andando intese la cagione
Che avea condutti entrambi a tal furore.
Molto se meraviglia il re Carlone,
Che il conte Orlando sia preso de amore,
Perché il teneva in altra opinïone;
Ma ben Ranaldo stima anco peggiore
Che non dice la dama, in ciascuno atto,
Perché più volte l'ha provato in fatto.

Così parlando intrarno alla foresta,
Dico de Ardena, che è d'arbori ombrosa;
Chi cerca quella parte e chi per questa
De la fontana che è al bosco nascosa.
Ma così andando odirno la tempesta
De la crudel battaglia e furïosa;
Suonano intorno i colpi e l'arme isparte,
Come profondi il celo in quella parte.

Ciascun verso il romore a correr prese,
Chi qua chi là, non già per un camino;
Primo che ogni altro vi gionse il Danese,
Dopo lui Salamone, e poi Turpino;
Ma non però spartirno le contese,
Ché non ardisce il grande o il piccolino
De entrar tra i duo baroni alla sicura:
Di que' gran colpi ha ciascadun paura.

Ma come gionse Carlo imperatore,
Ciascun se trasse adietro di presente;
E benché egli abbian sì focoso il core,
Che de altrui poco curano o nïente,
Pur portavano a lui cotanto onore,
Che se trassero adietro incontinente.
Il bon re Carlo con benigna faccia,
Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.

Intorno a loro in cerchio è ogni barone,
E tutti gli confortano a far pace,
Trovando a ciò diverse e più ragione,
Secondo che a ciascuno a parlar piace.
E similmente ancora il re Carlone
Or con losinghe or con parole audace
Tal volta prega e tal volta comanda,
Che quella pace sia fatta di banda.

La pace serìa fatta incontinente,
Ma ciascadun vôl la dama per sé,
E senza questo vi giova nïente
Pregar de amici e comandar del re.
Or de qua si partia nascosamente
La damisella, e non so dir perché,
Se forse l'odio che a Ranaldo porta
A star presente a lui la disconforta.

Il conte Orlando la prese a seguire,
Come la vidde quindi dipartita;
Né il pro' Ranaldo si stette a dormire,
Ma tenne dietro ad essa alla polita.
Gli altri, temendo quel che può avenire,
Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguita
Per trovarsi mezani alla baruffa,
Se ancor la questïon tra lor se azuffa.

E poco apresso li ebber ritrovati
Con brandi nudi a fronte in una valle,
A benché ancor non fussero attaccati,
Ché troppo presto gli fôrno alle spalle;
Ed altri che più avanti erano andati,
Trovâr la dama, che per stretto calle
Fuggia per aguatarsi in un vallone,
E lei menarno avanti al re Carlone.

Il re da poscia la fece guardare
Al duca Namo con molto rispetto,
Deliberando pur de raconciare
Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto,
Promettendo a ciascun di terminare
La cosa con tal fine e tal effetto,
Che ogniom iudicherebbe per certanza
Lui esser iusto e dritto a la bilanza.

Poi, ritornati in campo quella sera,
Fece gran festa tutto il baronaggio,
Però che prima Orlando perduto era,
Né avean di lui novella né messaggio.
Or la matina la real bandera
Verso Parigi prese il bon vïaggio.
Io più con questi non voglio ire avante,
Perché oltra al mare io passo ad Agramante.

Il qual lasciai nel monte di Carena
Con tanti re meschiati a quel torniero,
E forte sospirando se dimena,
Perché abattuto al campo l'ha Rugiero;
Ed esso ancora stava in maggior pena,
Ché era ferito il giovanetto fiero:
La cosa già narrai tutta per ponto,
Sì che ora taccio e più non la riconto.

E sol ritorno che, essendo ferito,
Come io vi dissi, il giovenetto a torto
Da Bardulasto, qual l'avea tradito,
Benché da lui fu poi nel bosco morto,
Nascosamente si fu dipartito,
Né alcun vi fu di quel torniero accorto,
E gionse al sasso, sopra alla gran tana,
Ove è Atalante e 'l re de Tingitana.

Quando Atalante vidde il damigello
Sì crudelmente al fianco innaverato,
Parve esso al cor passato di coltello,
Cridando: - Ahimè! che nulla me è giovato
Lo antivedere il tuo caso sì fello,
Benché sì presto non l'avea stimato. -
Ma il pro' Rugier facendo lieto viso
Quasi il rivolse da quel pianto in riso.

- Non pianger, non, - dicea - né dubitare,
Che, essendo medicato con ragione,
Sì come io so che tu saprai ben fare,
Non avrò morte, e poca passïone;
E peggio assai mi parve alor di stare
Quando occise nel monte quel leone,
E quando prese ancora l'elefante
Che tutto il petto mi squarciò davante. -

Il vecchio poi, veggendo la ferita,
Che non era mortal, per quel che io sento,
Poi che la pelle insieme ebbe cusita,
La medica con erbe e con unguento.
Ora Brunello avea la cosa udita,
Sì come era passato il torniamento,
E prestamente immaginò nel core
De aver di quello il trïonfale onore.

Subitamente prese la armatura
Che avea portata il giovane Rugiero.
Benché sia sanguinosa, non se cura,
Salta sopra Frontino, il bon destriero,
E via correndo giù per la pianura
Gionse che ancor ogniom era al torniero;
Ma, come gli altri il viddero arivare,
Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.

Ed Agramante, il quale era turbato
Per la caduta, come io vi contai,
Avendo il brando suo riposto a lato,
Dicea: - Per questo giorno è fatto assai,
Se pur Rugier se fosse ritrovato;
Ma ben credo io che non si trovi mai. -
E fatto ritrovare il re Brunello,
A sé lo dimandò con tale appello:

- Io credo per mostrar tua vigoria
Che oggi dicesti colui ritrovare,
Il qual non credo ormai che al mondo sia,
Se non è sopra al celo o sotto al mare;
E ben te giuro per la fede mia,
Che io te ho veduto in tal modo provare
Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero,
Non se andrebbe cercando altro Rugiero. -

Rispose a lui Brunello: - Al vostro onore
Sia fatto quel ch'io feci o bene o male;
E tutta mia prodezza o mio valore
Tanto me è grata, quanto per voi vale;
Ma più voglio alegrarvi, alto segnore,
Perché trovato è il giovane reale,
Dico Rugiero. È disceso dal sasso;
Prima lo avriti che sia il sole al basso. -

Quando Agramante intese così dire,
Nella sua vita mai fu più contento;
Con gli altri verso il sasso prese a gire,
Né se ricorda più de torniamento;
A benché molti non potean soffrire,
Mirando il piccolin che pare un stento,
Aver contra di lui quel campo perso,
Onde ciascun lo guarda de traverso.

Or, così andando, gionsero al boschetto,
Ove era Bardulasto de Alganzera,
Partito da la fronte insino al petto.
Sopra al suo corpo se fermò la schiera,
Però che il re, turbato ne lo aspetto,
A' circonstanti dimandò chi egli era;
E benché avesse il viso fesso e guasto,
Pur cognosciuto fu per Bardulasto.

Non se mostrò già il re di questo lieto,
Anzi turbato cominciava a dire:
- Chi fu colui che contra al mio deveto
Villanamente ardito ha di ferire? -
A tal parlar ciascun si stava queto,
Né alcuno ardiva ponto de cetire;
Veggendo il re che in tal modo minaccia,
Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia.

E come far se suole in cotal caso,
Mirando ognuno or quella cosa or questa,
Fu visto il sangue il quale era rimaso
Ne l'arme de Brunello e sopravesta.
Per questo fu cridato: - Ecco il malvaso
Che occise Bardulasto alla foresta! -
Né avendo ciò Brunello apena inteso,
Da quei de intorno subito fu preso.

Esso cianzava, e ben gli fa mestiero,
E sol la lingua gli può dare aiuto,
Dicendo a ponto sì come Rugiero
Con quelle arme nel campo era venuto;
Ma sì rado era usato a dire il vero,
Che nel presente non gli era creduto.
Ciascun cridando intorno a quella banda,
Sopra alle forche al re l'aricomanda.

Onde esso, che se trova in mal pensero,
Del re e de gli altri se doleva forte,
Narrando come era ito messaggero
Per quello annello a risco de la morte.
Gli altri ridendo il chiamano grossero,
Poi che servigi ramentava in corte;
Però che ogni servire in cortesano
La sera è grato e la matina è vano.

Proprio è bene un om dal tempo antico
Chi racordando va quel ch'è passato;
Ché sempre la risposta è: "Bello amico,
Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato";
E per questo Brunel, come io vi dico,
Era da tutti intorno caleffato,
E ciascadun di lui dice più male,
Come intraviene a l'om che troppo sale.

Ora fu comandato al re Grifaldo
Ch'incontinente lo faccia impiccare;
Onde esso, che a tal cosa era ben caldo,
Diceva: - S'altri non potrò trovare,
Con le mie mani lo farò di saldo. -
E prestamente lo fece menare
Di là dal bosco, a quel sasso davante
Ove Rugier si stava ed Atalante.

Il giovanetto, che il vide venire,
Ben prestamente l'ebbe cognosciuto;
Lui non era di quelli, a non mentire,
Che scordasse il servigio recevuto,
Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire,
In ogni modo io gli vo' dare aiuto.
Costui mi prestò l'arme e il bon ronzone:
Non lo aiutando, ben serìa fellone. -

Ed Atalante ben cridava assai
Per distorlo da ciò che avea pensato,
Dicendo: - Ahimè, filiol, dove ne vai?
Or non cognosci che sei disarmato?
Se ben giongi tra loro, e che farai?
Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato.
Tu non hai lancia né brando né scudo:
Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? -

Il giovanetto a ciò non attendia,
Ma via correndo fu gionto nel piano,
E, perché alcun sospetto non avia,
Tolse una lancia a un cavallier di mano.
Avea Grifaldo molti in compagnia,
Ma non gli stima il giovane soprano,
L'uno occidendo e l'altro trabuccando;
E da quei morti tolse un scudo e un brando.

Come ebbe il brando in mano, ora pensati
Se egli mena da ballo il giovanetto;
Non fôrno altri giamai sì dissipati:
Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto.
Grifaldo e' duo compagni eran campati,
Ma treman come foglia, vi prometto,
Veggendo far tal colpi al damigello,
Il qual ben presto desligò Brunello.

Ora Grifaldo ritornò piangendo
Al re Agramante e non sapea che dire,
Ma per vergogna, sì come io comprendo,
Non se curava ponto de morire.
Ma maravigliosse il re questo intendendo
Ed in persona volse al campo gire,
Ché a lui par cosa troppo istrana e nova
Avendo fatto un giovane tal prova.

Ma quando vidde e colpi smisurati,
Per meraviglia se sbigotì quasi,
Perché tutti in duo pezzi eran tagliati
Quei cavallier che al campo eran rimasi;
Poi sorridendo disse: - Ora restati
Ne la malora qua, giotton malvasi,
Ché, se Macon me aiuti, io do nïente
De aver perduta così fatta gente. -

Come Brunello ha visto il re Agramante,
In ogni modo via volea scampare;
Ma Rugier l'avea preso in quello istante,
Dicendo: - Converrai mia voglia fare,
Ch'io vo' condurti a quel segnore avante.
E ad esso e agli altri aperto dimostrare,
Che fan contra a ragione e loro avisi,
Perché io fui quel che Bardulasto occisi. -

E, questo ditto, se ne venne al re
Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato
- Segnor, - dicendo - io non so già perché
Fosse costui alla forca mandato;
Ma ben vi dico che sopra di me
La colpa toglio e tutto quel peccato,
Se peccato se appella alla contesa
Occidere il nemico in sua diffesa.

Da Bardulasto fui prima ferito
A tradimento, ché io non mi guardava,
Ed essendo da poscia lui fuggito,
Io qua lo occisi, e ben lo meritava;
E se egli è quivi alcun cotanto ardito
(Eccetto il re, o se altri lui ne cava)
Qual voglia ciò con l'arme sostenere,
Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. -

Parlando in tal maniera il damigello,
Ciascun lo riguardava con stupore,
Dicendo l'uno a l'altro: - È costui quello,
Che acquistar debbe al mondo tale onore?
E veramente ad un cotanto bello
Convien meritamente alto valore,
Perché lo ardir, la forza e gentilezza
Più grata è assai ne l'om che ha tal bellezza. -

Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero
Di riguardarlo in viso non se sacia,
Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!"
E di ciò tutto il celo assai ringracia.
Or più parole qua non è mestiero;
Subitamente lo bacia ed abracia.
Di Bardulasto non se prende affanno:
Se quello è morto, lui se n'abbi il danno.

Il giovanetto, di valore acceso,
Di novo incominciò con voce pia
- Parmi - dicendo - aver più volte inteso
Che il primo officio di cavalleria
Sia la ragione e il dritto aver diffeso:
Onde, avendo io ciò fatto tuttavia,
Ché di campar costui presi pensiero,
Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

E l'arme e il suo destrier me sian donate,
Ché altra volta da lui me fu promesso,
Ed anco l'ho dapoi ben meritate,
Ché per camparlo a risco mi son messo. -
Disse Agramante: - Egli è la veritate,
E così sarà fatto adesso adesso. -
Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero,
Con molta festa il fece cavalliero.

Era Atalante a quel fatto presente,
E ciò veggendo prese a lacrimare,
Dicendo: - O re Agramante, poni mente,
E de ascoltarmi non te desdignare;
Perché di certo al tempo che è presente
Quel che esser debbe voglio indovinare;
Non mente il celo, e mai non ha mentito,
Né mancarà di quanto io dico, un dito.

Tu vôi condurre il giovane soprano
Di là dal mare ad ogni modo in Francia;
Per lui serà sconfitto Carlo Mano,
E cresceratti orgoglio e gran baldancia;
Ma il giovanetto fia poi cristïano.
Ahi traditrice casa di Magancia!
Ben te sostiene il celo in terra a torto;
Al fin serà Rugier poi per te morto.

Or fusse questo lo ultimo dolore!
Ma restarà la sua genologia
Tra Cristïani, e fia de tanto onore,
Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia.
Da quella fia servato ogni valore,
Ogni bontate ed ogni cortesia,
Amore e legiadria e stato giocondo,
Tra quella gente fiorita nel mondo.

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto,
Che giù discende al campo paduano,
De arme e di senno e de ogni gloria esperto,
Largo, gentile e sopramodo umano.
Odeti, Italïani, io ve ne acerto:
Costui, che vien con quel stendardo in mano,
Porta con seco ogni vostra salute;
Per lui fia piena Italia di virtute.

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino,
Né vi so iudicar qual sia maggiore,
Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino,
E l'altro ha rotto Enrico imperatore.
Ecco uno altro Ranaldo paladino:
Non dico quel di mo, dico il segnore
Di Vicenzia e Trivisi e di Verona,
Che a Federico abatte la corona.

Natura mostra fuor il suo tesoro:
Ecco il marchese a cui virtù non manca.
Mondo beato e felici coloro
Che seran vivi a quella età sì franca!
Al tempo di costui gli zigli d'oro
Seran congionti a quella acquila bianca
Che sta nel celo, e seran sue confine
Il fior de Italia a due belle marine.

E se l'altro filiol de Amfitrïone,
Qual là si mostra in abito ducale,
Avesse a prender stato opinïone,
Come egli ha a seguir bene e fuggir male,
Tutti li occei, non dico le persone,
Per obedirlo avriano aperte l'ale.
Ma che voglio io guardar più oltra avante?
Tu la Africa destruggi, o re Agramante,

Poi che oltra mar tu porti la semente
De ogni virtù che nosco dimorava;
De qui nascerà il fior de l'altra gente,
E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,
Che esser conviene, e non serà altramente! -
Così piangendo il vecchio ragionava;
Il re Agramante al suo dir bene attende,
Ma di tal cosa poco o nulla intende.

Anci rispose, come ebbe finito,
Quasi ridendo: - Io credo che lo amore,
Il qual tu porti a quel viso fiorito,
Te faccia indovinar sol per dolore.
Ma a questa cosa pigliarem partito,
Ché tu potrai venir con seco ancore,
Anci verrai: or lascia questo pianto. -
Addio, segnor, ché qua finito è il canto.

Canto ventesimosecondo

Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria,
Come Alessandro e Cesare romano,
Che l'uno e l'altro corse con vittoria
Dal mar di mezo a l'ultimo oceàno,
Non avesse soccorso la memoria,
Serìa fiorito il suo valore invano;
Lo ardire e senno e le inclite virtute
Serian tolte dal tempo e al fin venute.

Fama, seguace de gli imperatori,
Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti,
Che dopo morte ancor gli uomini onori
E fai coloro eterni che tu vanti,
Ove sei giunta? A dir gli antichi amori
Ed a narrar battaglie de' giganti,
Mercè del mondo che al tuo tempo è tale,
Che più di fama o di virtù non cale.

Lascia a Parnaso quella verde pianta,
Ché de salirvi ormai perso è il camino,
E meco al basso questa istoria canta
Del re Agramante, il forte saracino,
Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta
Pigliar re Carlo ed ogni paladino.
D'arme ha già il mare e la terra coperta:
Trentaduo re son dentro da Biserta.

E poi che ritrovato è quel Rugiero,
Qual di franchezza e di beltate è il fiore,
L'un più che l'altro a quel passaggio è fiero:
Non fu veduto mai tanto furore.
Or ben se guardi Carlo lo imperiero,
Ché adosso se gli scarca un gran romore;
Contar vi voglio il nome e la possanza
Di ciascadun che vôl passar in Franza.

Venuto è il primo insin de Libicana,
Re Dudrinaso, che è quasi un gigante:
Tutta senz'arme è sua gente villana,
Ricciuta e negra dal capo alle piante;
Ma lui cavalca sopra ad una alfana,
Armato bene è di dietro e davante,
E porta al paramento e sopra al scudo
In campo rosso un fanciulletto nudo.

E Sorridano è gionto per secondo,
Qual signoreggia tutta la Esperia;
Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo,
Ed è pur negra ancor la sua zinia.
Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo
Costui che io dico e i labri grossi avia;
Sotto ha una alfana, sì come il primiero.
Or viene il terzo, che è spietato e fiero:

Tanfirïone, il re de l'Almasilla,
Anci nomar si può re del diserto,
Ché non ha quel paese o casa o villa,
Ma tutta sta la gente al discoperto.
Chi me donasse l'arte de Sibilla,
Indovinando io non sarrìa di certo
Della sua gente scegliere il megliore,
Ché senza ardir son tutti e senza core.

Non vi meravigliati poi se Orlando
Caccia costor tal fiata alla disciolta,
E se cotanti ne taglia col brando,
Ché nuda è quasi questa gente istolta;
E sempre è bon cacciare alora quando
Fugge la torma e mai non se rivolta.
Ma dal proposto mio troppo mi parto:
Dett'ho del terzo, odeti per il quarto,

Ch'è Manilardo, il re de la Norizia,
La qual di là da Setta è mille miglia;
De pecore e di capre ha gran divizia,
E la sua gente a ciò se rassomiglia.
Non han moneta e non hanno avarizia
De oro e de argento; e non è maraviglia,
Che tra noi anco il bove né il montone
Ciò non desia, perché è senza ragione.

Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo,
Che è longi al mare ed abita fra terra.
Grande è il paese, tutto ardente e caldo,
Sempre sua gente con le serpe han guerra.
Il giorno va ciascun sicuro e baldo,
La notte ne le tane poi si serra;
D'erba se pasce, e non so che altro guste:
Scrive Turpin che vive de locuste.

Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa:
Non trovo gente di questa peggiore;
Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa,
Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore.
La feccia qua del mondo se roversa,
Per dar travaglia a Carlo imperadore.
Or vengano pur via, gente balorda,
Che ogni cristian ne avrà cento per corda.

E se nulla vi manca, per aiuto
Già Pulïano, il re di Nasamona,
Con gente di sua terra è qua venuto.
Non trovaresti armata una persona;
Chi porta mazza e chi bastone acuto,
Trombe ni corni a sua guerra si suona;
Avengaché il suo re sia bene armato,
Di molto ardire e gran forza dotato.

Il re de le Alvaracchie è Prusïone,
Che le Isole Felice son chiamate,
E tra gli antiqui ne è larga tenzone,
E ne le istorie molto nominate.
Ma lui condusse alla terra persone
Ignude quasi, non che disarmate;
Ciascun portava in mano un tronco grosso,
E sol di pelle avean coperto il dosso.

Venne Agrigalte, il re de la Amonia,
Qual ha il suo regno in mezo de la arena.
Una gran gente detro a lui seguia,
Ma tutta quanta de pedocchi è piena.
Apresso di questo altro ne vien via
Re Martasino, e la sua gente mena,
Qual più de altre de arme non se vanta:
Il giovanetto è re di Garamanta.

Perché, dopo che morto fu il vecchione,
Quale era negromante e incantatore,
Il re concesse questa regïone
A Martasino, a cui portava amore.
Apresso a questo venne Dorilone;
Aveva pur costui gente megliore,
Ché è re di Septa ed ha porto su il mare;
La gente sua selvatica non pare.

Vennevi ancora Argosto di Marmonda,
Che stimato è guerrer molto soprano.
Il suo paese di gran pesci abonda,
Perché è disteso sopra allo oceàno,
Tornando dietro al mare, alla seconda.
Bambirago d'Arzila, a destra mano.
La gente di costor è de una scorza
Nera, come è il carbon quando se smorza.

Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo,
Che, via passando, non me venne a mente.
Lontano è al mare il suo paese caldo,
Populo ignudo, tristo e da nïente.
Bardulasto era morto, quel ribaldo,
Ma novo re fu posto alla sua gente,
La qual condotta venne da Alghezera;
Questa tra l'altre è ben gagliarda e fiera.

Vero è che non han ferro in sua provenza,
Ma tutti portano ossa de dragoni
Tagliente e acute, e non vedresti un senza;
Per elmi in capo han teste de leoni,
Sì che a mirarli è strana appariscenza.
In Francia periran questi poltroni;
Tutti han scoperte le gambe e le braccia;
Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.

Bucifaro il suo re fu nominato,
Qual di prodezza è tra' baroni il terzo.
Il re di Normandia gli viene a lato,
Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo;
Ma il popol che ha condotto è sciagurato,
Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo:
Gente non fu giamai cotanto istrana;
Poi vien Brunello, il re de Tingitana.

Più sozza fronte mai non fie' natura,
E ben li ha posti del mondo in confino,
Ché a l'altra gente potria far paura,
Che se scontrasse avante al matutino.
Né già il suo re gli avanza di figura,
Negretto come loro e piccolino;
Più volte vi narrai come era fatto,
Però lo lascio e più de lui non tratto.

E torno ver ponente alla marina,
Ove è il paese più domesticato,
Benché la gente è negra e piccolina,
Né trovaresti tra mille uno armato.
Di là vien Farurante di Maurina;
Feroce è lui, ma male accompagnato.
Ora nel nostro mar mi volto adesso:
Il re di Tremison gli viene apresso

(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata
Di lancie e scudi, e de archi e de saette),
E Marbalusto, la anima dannata,
Che seco ha tante gente maledette,
E per menarle meglio alla spiegata
La Francia tutta in preda gli promette,
Onde quei pacci volentier vi vano;
Costui de cui ragiono, è re d'Orano.

Un altro, che al suo regno gli confina,
Venne con gente armata con vantaggio:
Ciò fu Gualciotto di Bellamarina,
Forte ne l'armi e di consiglio saggio.
Poi Pinadoro, il re di Costantina;
Questo dal mare è longi in quel vïaggio:
Quando già fece con gli Arabi guerra,
Fie' Costantino al monte quella terra.

Non par, segnor, che io ne abbia detto assai
Che lasso son cercando ogni confino?
E parmi ben ch'io non finirò mai;
Pur mo se me apresenta il re Sobrino,
Che è re di Garbo, come io vi contai.
Non è di lui più savio saracino;
Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso.
Tre vi ne sono ancora, io ve 'l confesso.

Quel Rodamonte che è passato in Francia,
È re di Sarza, ed è tanto gagliardo,
Che non è pare al mondo di possancia.
Ora vi venne ancora il re Branzardo
Con belle gente armate a scudo e lancia;
Re di Bugia se appella quel vecchiardo.
Lo ultimo venne, perch'è più lontano,
Mulabuferso, che è re di Fizano.

Era già prima in corte Dardinello,
Nato di sangue e di casa reale,
Che fu figlio de Almonte il damigello,
Destro ne l'arme, come avesse l'ale,
Molto cortese, costumato e bello,
Né se potrebbe apponervi alcun male.
Il re Agramante, che gli porta amore,
Re de Azumara l'ha fatto e segnore.

Io credo ben che serà notte bruna
Prima che tutti possa nominare,
Perché giamai non fu sotto la luna
Tal gente insieme, per terra o per mare.
Re Cardorano a gli altri anco se aduna:
Chi gli potrebbe tutti ramentare?
E vien con seco il nero Balifronte:
Quasi il lor regno è fuor de l'orizonte.

Il primo ha in Cosca la sua regïone,
Mulga se appella poi l'altro paese.
Africa tutta e le sue nazïone
Intorno de Biserta son distese,
Varii di lingue e strani di fazone,
Diversi de le veste e de lo arnese;
Né se numerarebbe a minor pena
Le stelle in celo o nel litto l'arena.

Fece Agramante e re tutti alloggiare
Dentro a Biserta, che è di zoie piena;
Là con baldanza stanno ad armeggiare
Con balli e canti e con festa serena;
Altro che trombe non se ode suonare,
L'un più che l'altro gran tempesta mena;
Chi a destrier corre, e chi l'arme si prova,
Cresce nel campo ognior più gente nova.

Da Tripoli e Bernica e Tolometta
Vien copia de pedoni e cavallieri;
Questa è ben tutta quanta gente eletta
Con arme luminose e bon destrieri.
Quivi il re di Canara anco se aspetta,
Ma già non son cotali e suoi guerrieri,
Ché alle lor lancie non bisogna lima;
Corne di capre gli han per ferri in cima.

Era il suo re nomato Bardarico,
Terribil di persona e bene armato;
Or quando fu giamai nel tempo antico
Per tale impresa un popolo adunato,
Tanto diverso quanto è quel che io dico,
La terra e il mar coperto in ogni lato?
Oh quanto era superbo il re Agramante,
Che a suo comando avea gente cotante!

Benché gli Arabi e il suo re Gordanetto
Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi;
Questi non hanno né casa né tetto,
Ma ne le selve stan come selvatichi;
Ragione e legge fanno a suo diletto,
Né son tra loro astrologi o gramatichi.
Non è de questi alcun paese certo,
Robbano ogniuno e fuggono al diserto.

E chi volesse dietro a lor seguire,
Serìa perdere il tempo con affanno;
Essi de frutti se sanno nutrire
E vivere al scoperto senza panno;
Però fan gli altri di fame morire,
Né se acquista a seguirli se non danno;
Onde Agramante per questa paura
De subiugarli mai non prese cura.

E standosi in Biserta a sollacciare,
Come io vi dissi, con molto conforto,
Un messo li aportò come nel mare
Son più nave apparite sopra al porto,
Le qual già Rodamonte ebbe a menare,
Ma de lui non se sa se è vivo o morto;
E che seco avean loro un gran pregione,
Che è cristiano ed ha nome Dudone.

Il re turbato incominciò gran pianto,
Stimando che sia morto Rodamonte;
Ma io il vo' piangendo abandonare alquanto,
Per tornare a que' duo che a fronte a fronte
De ardire e de fortezza se dàn vanto.
Forse stimati che io parli del conte,
Qual con Ranaldo a guerra era venuto;
Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,

Che non ha tutto il mondo duo pagani
Di cotal forza e tanta vigoria.
Crudel battaglia quei baron soprani
Menata han sempre e menan tuttavia.
De arme spezzate avean coperti i piani,
Né alcun de lor sa già chi l'altro sia;
Ma ciascun giuraria senza riguardo
Non aver mai trovato un più gagliardo.

De l'altro è Feraguto assai minore,
Ma non gli lasciaria del campo un dito,
Ché a lui non cede ponto di valore,
Perché ogni piccoletto è sempre ardito;
Ed èvi la ragion, però che il core
Più presso a l'altre membra è meglio unito;
Ma ben vorebbe aver la pelle grossa
Il cane ardito, quando non ha possa.

Durando anco tra lor lo assalto fiero,
Per l'aspri colpi orribile a guardare,
Passava per quel campo un messaggiero,
Qual, fermo un poco, gli prese a parlare:
- Se alcun di voi de corte è cavalliero,
Male novelle vi sazo contare,
Ché 'l re Marsilio, il perfido pagano,
Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.

E dissipato in campo ha il duca Amone,
E con soi figli l'ha dentro cacciato,
Seco Anzoliero e il suo parente Ivone:
Alardo è preso, e non so se è campato;
E quel paese è in gran destruzïone,
Ché tutto intorno l'hanno arso e robbato.
Questo vidi io, che son de là venuto
Per dimandare a Carlo Mano aiuto. -

Non fece alcuna indugia quel corriero,
Che dopo le parole è caminato.
Assai turbosse Feraguto il fiero,
Poi che a quel fatto non se era trovato;
E stato essendo alquanto in tal pensiero
Da Rodamonte al fin fu domandato
Se di tal guerra avea ponto che fare,
Ché non vi avendo, è da lasciarla andare.

E Feraguto a ponto gli contava
Come era il re Marsilio suo cïano,
E poi cortesemente lo pregava
Che seco voglia pace a mano a mano;
Né mai più de impicciarsi gli giurava
Per la figliola del re Stordilano.
Non lasciò già per tema cotal prova,
Ma sol per gire a quella guerra nova.

Re Rodamonte, che l'avea provato
Di tal franchezza e di tanto ardimento,
Assai nel suo parlar l'ebbe onorato,
Facendo il suo volere a compimento;
E poi se furno