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Title: La vita Italiana nel Seicento
Author: Various
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita Italiana nel Seicento" ***

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La vita italiana nel Seicento.



AVVERTENZA.


Alcune conferenze di questa serie intitolata “_Vita Italiana nel
Seicento_„ si ricollegano con avvenimenti del secolo precedente.



                                   LA
                             VITA ITALIANA

                                  NEL

                                SEICENTO


                 _Conferenze tenute a Firenze nel 1894_

                                   DA

     Guido Falorsi, Ernesto Masi, Domenico Gnoli, Pompeo Molmenti,
           Guido Mazzoni, Giovanni Bovio, Isidoro Del Lungo,
           Enrico Panzacchi, Olindo Guerrini, Adolfo Venturi,
         Enrico Nencioni, Michele Scherillo, Alessandro Biaggi.



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1895.



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                      _Riservati tutti i diritti._

                         Tip. Fratelli Treves.



                                   LA
                             VITA ITALIANA
                                  NEL
                                SEICENTO


                                   I.

                                STORIA.

      Dalla pace di Castel Cambrese         GUIDO FALORSI
        a quella dei Pirenei
      La reazione cattolica                 ERNESTO MASI
      Roma e i Papi nel seicento            DOMENICO GNOLI
      La decadenza di Venezia               POMPEO MOLMENTI


                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1895.



                          PROPRIETÀ LETTERARIA
                      _Riservati tutti i diritti._
                         Tip. Fratelli Treves.



DALLA PACE DI CASTEL CAMBRESE

A QUELLA DEI PIRENEI (1559-1659)


                               CONFERENZA
                                   DI
                             GUIDO FALORSI


I.

Posciachè nella giostra, indarno deprecata da Caterina de' Medici,
giacque, per l'asta infelice del Montgomery, Enrico II, lasciando
a un adolescente infermiccio, e dopo questo a fanciulli fracidi di
corpo e di spirito, il gran pondo della corona di Francia; gli effetti
delle battaglie di San Quintino, e di Gravelines, mal contrappesati
dal racquisto di Calais, parvero farsi di due cotanti più gravi, e
stendersi più tetra e gigantesca che mai sulla pavida Europa l'ombra di
Filippo II.

Egli allora sembrava attingere a un fastigio di grandezza, da
gareggiare con quella dell'Impero romano ne' suoi giorni migliori; e
superarla per taluni rispetti.

Sua la Spagna, tuttavia fremente nell'orgoglio delle recenti vittorie;
suoi, pressochè per intiero, gli Stati, colla ricchezza e floridezza
de' quali i Duchi di Borgogna s'erano avvisati di far fronte insieme
e alla Monarchia francese e all'Impero germanico; suoi i Regni,
prosperosi sino a que' giorni, di Napoli, Sicilia, Sardegna; e la
pingue Lombardia; e i porti della Toscana, freno alle velleità Papali
o Medicee; suoi i galeoni che„ carichi d'oro, gl'inviavano dagl'immensi
possedimenti d'America i Vicerè senza scrupoli e senza ritegno; legato
a lui dalla tema del particolarismo tedesco, della Riforma, de'
Turchi, l'Impero germanico, colle austriache dipendenze d'Ungheria
e Transilvania; stretto a lui dall'intento di ricuperare nell'unità
della Fede il dominio delle coscienze, o di vietare almeno ulteriori
conquiste ai Riformati, il Papato; vicino a cadergli in grembo, colle
amplissime colonie d'America, d'Asia, d'Affrica, il Portogallo; dedita
a lui, contro le ambizioni Savojarde e Francesi, Genova; poco meno che
vassalli suoi Savoja, Farnesi, Medici; tenuta in briglia dalla minaccia
turca la stessa Venezia; devoto a lui un partito in Francia, e sino in
Inghilterra. La Monarchia Universale, di cui le due Diete d'Augusta
(1550 e 1555), tenendo ferme le ragioni di Ferdinando I alla Corona
imperiale, avevano sfatato il sogno, poteva parere anco una volta a
Filippo una meta, che, volendo saldamente, e sapendo, sarebbesi pur
conseguita.

Nè il volere gli faceva difetto; cupo insieme ed ardente, impetuoso
e meditato; se gli facesse difetto il sapere, nella scelta e nell'uso
dei mezzi, o se gli ostacoli fossero tali da non superarsi con forza
ed arti maggiori di quelle adoperatevi da Filippo, mal potrebbesi dire
di primo tratto; ma chi rimediti altri periodi storici, che con questo
hanno più prossime analogie, s'accorgerà che la tradizione della Torre
di Nimrud si perpetua, rinnovellata, per le intrinseche leggi, ond'è
governato l'universo delle Nazioni.

Per quel ch'è di Filippo, nell'anima, alta no, ma vasta, egli
accolse il disegno di dominazione tanto ampia ed intiera in ogni sua
parte, quanto altra mai ne potè esser concepita da umana superbia e
temerità. Dominare su tutti, dominare in tutto; penetrare gli arcani
delle volontà; e a quelle dettar legge, e al pensiero, frugato con
assidua scaltrezza ne' suoi recessi profondi; sradicare dall'anime,
esterrefatte al bagliore de' roghi e al luccicare delle mannaie,
sin la facoltà di creder possibile la ribellione; far parere norma
alle coscienze, nell'ordine civile come nel religioso, la coscienza
dell'Imperante; premio la sua approvazione; Ministri, Familiari
adoperare come strumenti passivi, e, alla minima renitenza, annientarli
coll'esilio, col veleno, col ferro; questa la visione che, nel delirio
della sua oltrepotenza, vagheggiò e potè per un istante imaginarsi
d'avere incarnata; questa la Torre babelica, che credette d'avere
inalzata pei secoli lo sconoscente figliuolo di Carlo V.

Se il biblico “_transivi, et ecce non erat_„ ha trovato mai, per le
meste profondità della Storia, una luminosa esemplificazione, ella è
questa.

    “E voi pensate

fa dire lo Schiller al suo marchese di Posa (nel _Don Carlos_)

                 “E voi pensate,
    Seminando la morte e la sventura,
    Piantar per gli anni eterni? Oltre lo spirto
    Dell'artefice suo la vïolenta
    Opra non vive!„

Filippo potè vedere cogli occhi proprî i primi vacillamenti ed i crolli
dell'edificio, ch'egli aveva reputato imperituro; cogli occhi proprî,
facendo accortamente buon viso a cattiva fortuna, vide rientrare ne'
porti spagnuoli i miserabili avanzi dell'_Armada_, ch'erasi predicata
_invincibile_; dovette egli, che aveva steso allo scettro di Francia,
caduto, e non senza sua colpa, nel fango e nel sangue, l'artiglio
rapace; e s'era lusingato d'avere almeno a porlo nella mano della
figlia prediletta, d'un genero, alla peggio in quella d'un usurpatore
per necessità legato a lui; dovette egli segnare la pace di Vervins,
che quello scettro fermava in pugno al Monarca più odioso a lui dopo
la Tudor, e contro al quale aveva scatenato tante ire e papali e
granducali e duchesche. E morendo poco appresso, dovè portarsene nel
paventato oltretomba il presentimento che, allettate invano colle tarde
promesse d'una fallace e malsicura autonomia, le Fiandre erano sfuggite
per sempre alla signoria degli Habsburgo.

L'orgoglio forse gli fece velo ad intendere e pesar tutti i danni
di quella Spagna, che Carlo V gli aveva trasmesso in parvenze così
floride. Non misurò il vuoto, che la migrazione de' più audaci, e
intraprendenti a cercar repentine fortune in America lasciava nelle
campagne, con ruina, irreparata sin qui, della pastorizia e della
agricoltura; non quello lasciato da' Mori, traenti seco nella loro fuga
al Marocco la industria delle pelli e delle armi; o da' Protestanti,
che all'ospitale Inghilterra portavano, migliorata nel trapiantarsi,
la industria de' tessuti; non lo svilimento de' metalli preziosi, che
recati in copia, madidi di sangue e di lacrime, dal Nuovo Mondo, mal
bastavano a comprar fuori i prodotti un tempo dalla Spagna esportati;
nè capì, pago a noverare i monasteri e le chiese, a misurare gli
amplissimi latifondi ecclesiastici, quanto la sua ipocrisia feroce
aveva nuociuto alla nobile indole degli Spagnuoli; quante calunnie e
quanto odio aveva accumulato su quella Fede, cui toccò, fra le altre,
la sventura d'esser professata e protetta da lui.


II.

Colla morte di Filippo II, e coll'avvento d'Enrico IV in Francia, pare
d'un tratto che un incubo letale siasi tolto di sul cuore all'Europa,
e che, alleggeritane, l'Umanità si avvii più spedita a' suoi migliori
destini.

Se il _gran disegno_ avesse proprio toccato la perfezione di quella
_Repubblica Cristiana_ che, benedicente, o almeno annuente il Papa,
sarebbesi, per le armi d'Enrico vittoriose su' due rami d'Habsburgo,
formata confederando, con leggi certe e pacificatrici, Germania,
Ungheria, Boemia, Polonia, Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra,
Spagna, Francia, Regno di Lombardia, Venezia, Stato Pontificio con
Napoli, Repubblica italiana comprendente Toscana, Genova, Lucca,
Parma, Mantova, Modena (federazione di federazioni), non potrebbesi
con piena sicurezza affermare, quanto a' particolari; ma del concetto,
in genere, fanno fede molte testimonianze contemporanee, pubblicate e
diligentemente illustrate in tempi prossimi a' nostri. Ad Enrico IV,
dunque, che certo non aveva letto il _De Monarchia_ di Dante, spetta
l'onore d'avere ammodernato e tratto quasi dal campo delle remote
speranze in quello della politica pratica quel concetto degli Stati
uniti d'Europa, cui sospirava il grande Poeta sociologo, ed a cui,
mutato l'estrinseco, intendono, fra tanto clangore d'armi, e mentre
echeggia ancora in Europa l'urlo di codarde stragi impunite, non pochi
nobili cuori, fatti pensosi de' moltissimi, cui il luccichìo delle
parate militari costa lacrime e stenti diuturni.

Ma i destini d'Europa e del mondo civile non erano, e di gran lunga,
ancora maturi.

                “La sacra vita
    Del quarto Arrigo un empio spense;„[1]

e, istigatrici o no ch'esse fossero del Ravaillac, le due case
Austriache esultarono

    “Quando l'Eroe nel lacrimato avello
    Portò i fati d'Europa e le speranze.„

Una nuova minorità, una nuova Reggenza, ben più fiacca, per sè, e
misera che non quella di Caterina, incombevano per anni alla Francia.
La sospettosa turbolenza de' Calvinisti, dalle fortezze che la Pace
di Saint-Germain en Laye aveva loro concesse, e l'Editto di Nantes
confermate; la insolenza feudale, che dalle contese religiose traeva
in vario senso pretesti, minacciavano anco una volta disfar l'opera
d'Enrico, e de' suoi ministri. La Francia stava per essere riaperta a'
nemici d'oltre Reno e d'oltre Pirenei; e mentre in Germania, contro
le rideste e cresciute ambizioni di Casa Austro-tedesca, Riformati,
Danesi, Svedesi, avrebbero fatto di sè una prova, che il rabbassamento
della Francia rendeva dubitosa assai, pareva che sull'Italia misera
avesse ad estendersi ed aggravarsi la dominazione spagnuola, tanto più
ladra, indecorosa e corruttrice, quanto più fiacca e guasta e bisognosa
s'era fatta la Potenza dominatrice; quanto più insolentemente arbitrarî
i Ministri e Rappresentanti di lei.

La spietata energia esercitata dal Richelieu all'interno della Francia,
con intenti altamente patriottici, ma con mezzi informati più assai al
desiderio di toccar presto la meta, che ad una scrupolosa moralità; —
il conflitto che, con meno d'impeto e più di scaltrezza, il Mazarino
sostenne, durante una terza Reggenza, non co' Calvinisti, che non
facevano ormai più Stato nello Stato, ma colla Nobiltà riottosa,
sognante il racquisto de' vetusti privilegi mercè la mutazione del ramo
dinastico; la sua resistenza allo fugaci velleità della Magistratura,
aspirante a trapiantare in Francia le libertà riaffermate testè
dall'Inghilterra; ripararono a' pericoli delle due Reggenze, alla
pochezza dello sbiadito Luigi XIII, e serbarono alle armi di Francia,
nella guerra di Valtellina, in quella del Monferrato, nell'ultimo
periodo dei Trenta anni, una efficacia preponderante.

La politica e le armi di Francia ebbero, la mercè del Richelieu e del
Mazarino, una parte segnalata ad assicurare colla pace di Westfalia
l'indipendenza olandese, a salvare dal temuto assorbimento austriaco le
autonomie germaniche, a guarentire da violenze liberticide la coscienza
religiosa dei Riformati; come già l'avevano avuta a vietare che
l'acquisto della Valtellina stabilisse fra gli Stati Austro-tedeschi
e la Lombardia spagnuola una continuità di territorî, minacciosa a
Venezia e a' Grigioni, pericolosa a Savoja. Ma quando poi, salvati
in Westfalia quelli ch'erano, dal suo punto di vista, i più vitali
interessi d'Europa, il Mazarino proseguì, dal 1648 al 1659, in un
interesse esclusivamente francese, la guerra colla Spagna, e trasse
Filippo IV alla Pace de' Pirenei, egli apparecchiava all'Europa tutta
minaccie e pericoli di poco minori da quelli, che la oltrepotenza ed
oltracotanza spagnuola le avevano fatto correre.

Perduta l'Olanda; in procinto di perdere il Portogallo, che gli
Olandesi avevano intanto spogliato delle sue migliori Colonie; co' suoi
Vicereami d'Italia esausti da una amministrazione ignorante, rapace,
e impotente nonchè a fare, a voler pure il bene; ridotta a un'ombra di
quella marina con cui aveva, _obtorto collo_, contribuito alla gloriosa
vittoria di Lepanto, e acquistato per troppo breve tempo la signoria di
Tunisi; umiliata dalla pochezza di cui fece prova nella prima guerra
Monferrina contro Carlo Emanuele la Monarchia spagnuola non era tale,
che i piccoli Dinasti italiani osassero assalirla scopertamente; ma
bene era impotente a vietare ai piccoli Dinasti italiani una politica
disforme dalla sua. La smisurata mole, precipitata da una fervida
virilità ad una senilità repentina, occupava tuttavia grande spazio di
suolo; ma su quello, più assai che non vi sorgesse, giaceva, inerte,
incresciosa a se stessa.

Mentre la Spagna precipitava, dall'altro pendio de' Pirenei, tratta
dagli aviti castelli a Versailles e fatta cortigiana la già ribellante
nobiltà; facendole, colla gloria militare, col fasto, col buon gusto,
colle eleganti frivolezze dimenticare la licenza d'un tempo; colla
sapiente e feconda operosità giustificando quasi l'oblio di quello che
delle antiche libertà rimaneva alla Francia; due Ministri di primo
ordine, e una plejade d'altri minori disciplinavano, incameravano
alla Monarchia, senza fiaccarle o umiliarle, le mirabili energie
della Nazione. Così, di fronte a quel povero Carlo II, decrepito
dall'infanzia; di fronte a que' vacillanti Stuardi, che, per reggersi
compravano a prezzo de' veri interessi inglesi la sua protezione,
le sue munificenze; Luigi XIV, raccolto personalmente dalle mani del
morente Mazarino il potere, poteva slanciarsi per la sua via, avido di
gloria, di autorità assoluta in patria, di incontrastato predominio
in Europa; tanto simigliante a Filippo II, quanto la viva genialità
francese glielo consentiva; unendo all'ingegno politico di Filippo
II il coraggio militare, che allo Spagnuolo, cosa singolare in tal
famiglia, in tal gente! mancò.


III.

Tra i primordi di Filippo II e quelli del potere personale di Luigi XIV
corre un secolo stipato d'avvenimenti per modo, che il solo enumerarli
chiederebbe troppo più tempo, di quanto possa dall'altrui pazienza
concedermisi. Nè s'intende qui di quelle vicende della Filosofia,
delle Scienze, dell'Arte, della pubblica Economia, che hanno co' fatti
più propriamente politici, un alterno perpetuo vincolo di cagioni e
di effetti; ma di soli gli eventi politici, i quali per altro, hanno
tutti, in questo periodo, uno strettissimo legame colla dissidenza
religiosa, suscitata dalla Riforma, ch'è di ciascun d'essi cagione,
occasione, pretesto. L'Europa tutta, nel sistema politico della
quale incominciano ora ad entrare, per effetto appunto della contesa
religiosa, Danimarca, Svezia, Polonia, è divisa in due campi; nell'un
de' quali stanno i Dissidenti e coloro che, avendo per nemici i nemici
loro, se ne fanno alleati; nell'altro quelli, che o convincimento
religioso o interesse politico induce a mostrarsi teneri della unità
cattolica. Senonchè tal Potentato che cerca fuori l'alleanza de'
Dissidenti, in casa sua li perseguita come ribelli; tale altro, che
perseguita i Cattolici come ribelli, si procura fuori l'alleanza
d'uno Stato cattolico; perchè, non libertà si vuole da Cattolici o
da Dissidenti; ma esclusiva preponderanza della Confessione propria,
oppressione dell'altrui entro i confini del proprio Stato.

Ond'è che, animati Principi e Popoli, Governanti e Ribelli, dal più
eccitabile e comprensivo degli umani affetti, convinti di non aver via
di mezzo fra l'opprimere e l'essere oppressi, vengono al conflitto
con tutto il furore e tutte le forze loro; si valgono talora senza
scrupolo di tutti i mezzi, per quanto condannati dalla Fede medesima
che professano; perchè, con inumano sofisma, fingono a sè stessi posto
fuori della Legge, che fanno procedere da essa Fede, chi da quella Fede
o da quella Legge dissenta; poi, alterati i criterî, trattano in ugual
modo l'avversario religioso e quello puramente politico, l'avversario
politico ed il nemico personale. Di qui le congiure, in quel secolo sì
frequenti, non meno contro gl'individui rivestiti di pubblici ufficî,
che contro Repubbliche e Principati; di qui le giustizie, che malamente
esercitate prendono aspetto di vendette; e le vendette, che usurpano
le forme e la solennità della Giustizia; guerre condotte da briganti;
brigantaggi che assumono importanza ed ampiezza di guerre vere e
proprie; e ceppi, e roghi, e mannaie, che tutto improntano il secolo di
una efferata tragicità.


IV.

Nemmeno le declamazioni volgarmente rettoriche di Liberi pensatori
da strapazzo valsero a scemare l'orrore e il ribrezzo di quegli
_auto-da-fè_, ne' quali la sinistra fantasia di Filippo e de' suoi
toccò, colla squisitezza de' tormenti e colla scenica atrocità
dell'apparato, per così dire, il sublime della ferocia. “La coscienza
umana, esclama uno scrittore cattolico francese, non se ne consolerà
mai!„ Ma col suo Sovrano che, in pericolo d'affogare, faceva voto al
Dio delle misericordie,, se lo avesse tratto salvo al lido di Spagna,
d'immolargli il più splendido _auto-da-fè_ che avesse fino a que'
giorni fatto fremere le viscere della Umanità, ardisce contendere
in efferatezza il suo Duca d'Alba; il quale, spedito nelle Fiandre
ribelli,

                   .... il general perdono,
    Tutti escludendo, ai Batavi bandisce,[2]

e dal suo “Tribunale di sangue„ manda in pochi mesi al patibolo 17
000 vittime, costringendo all'eroismo della disperazione e inalzando
alla grandezza di un'epica perduranza e di favolosi combattimenti quel
_gueux_, che nel principio s'erano mostrati sì cautelosi, e preoccupati
delle loro comodità ed interessi. Dicono che quando su due pali ferrati
vide infisse le teste dei Conti di Egmont e di Hornes, già fidi e cari
amici di Carlo V, copertisi di gloria per Filippo II a San Quintino
ed a Gravelines, anco il Duca, nel lutto universale, piangesse; ma
le lacrime non gli vietarono di proseguire implacato la mostruosa
opera sua; sinchè, più che il grido d'Europa, più che la voce della
coscienza, la manifesta inefficacia di cotali mezzi non ebbe indotto
Filippo a sostituirgli il Requesens, che all'aperta brutalità faceva
seguire ipocrita e ormai non creduta dolcezza.

La Parte cattolica che, aggredita, reagì prima; che, cullatasi nella
fiducia ormai più volte secolare di un incontrastato dominio, rimbalzò
con tutte le energie della stupore, del terrore, della indignazione,
contro chi veniva a sturbarnela; che, nella difesa delle proprie
dottrine e in quella, pur troppo non meno acre, dei proprî interessi
temporali, procedette con tanto più inesorata, energia, quanto più
era convinta di provvedere per tal modo alla salute eterna di que'
medesimi, a' quali faceva fronte, la Parte cattolica, dico, porta in
generale la maggiore, anzi presso i più, l'unica odiosità di quelle
scene di sangue. Cattolico, io deploro, più che non possa qualsiasi
Libero pensatore, che il Cattolicesimo abbia stimato potersi e doversi
difendere nel modo, in che s'avvisarono di difenderlo Filippo, il
Granuela, il Duca d'Alba, e altrettali; deploro che allora (come
oggi, del resto) tanta scoria terrena si mescolasse allo zelo di
certi difensori ed apologisti; ma, nel vero, i Cattolici, maggioranza
numerica ed aggrediti, fecero quello che, dov'erano maggioranza,
facevano i Dissidenti aggressori.

Il rogo, sul quale Calvino fece ardere Michele Servet, può parere poca
cosa (al Servet non pareva certo) di fronte alle migliaia accesine
dall'Inquisizione; ma Scrittori protestanti deplorano quel pazzo furore
iconoclasta, che, indarno contrastato dallo stesso Principe d'Orange,
sino dal principio della sollevazione spinse alla devastazione delle
chiese cattoliche e al sangue i Calvinisti fiamminghi. Alla Dieta di
Spira si era dovuto espressamente sancire che, ne' paesi ove dominava
il Protestantesimo (ove cioè era Protestante il Capo dello Stato, qual
che si fosse poi la credenza dell'universale o della maggioranza), non
si vietasse da loro la Messa a' Cattolici. Alla Dieta di Augusta, dove
Ferdinando I d'Habsburgo si dimostrò il più sincero amatore di pace, e
fautore di reciproca tolleranza (o che così sentisse, o che così gli
dettassero la tema de' Turchi e la brama di ricuperar l'Ungheria), i
Protestanti non si mostrarono meno acri a oppugnare che i Cattolici a
sostenere il _Riservato ecclesiastico_, vietante il passaggio de' beni
ecclesiastici dalla Confessione cattolica alla dissidente, per mutata
Fede del titolare. Nella stessa Dieta i Luterani non furono men fermi
de' Cattolici a escludere dalla pacificazione religiosa i Calvinisti,
i Sacramentarî, gli Anabattisti odiatissimi, gli Utraquisti di Boemia.
Ferdinando adoperavasi bensì a fermare il principio che, negli Stati
ecclesiastici dell'Impero, officialmente cattolici, fosse guarentita
contro le persecuzioni del Principe la coscienza dei Dissidenti, che
potevano anco divenir maggioranza o quasi totalità; ma i Casisti sì
dell'una che dell'altra parte, i quali, secondo l'espressione d'un
nostro Cronista, “cominciarono a interpretare„ si trovarono, d'accordo,
beati loro! Cattolici e Dissidenti, su questo unico punto: che a'
professanti Fede diversa da quella del proprio Sovrano restasse la
invidiabile libertà di vendere i proprî beni, ed andarsene altrove.
Le persecuzioni d'Elisabetta contro i Cattolici inglesi eran tali,
che Filippo II osò raccomandarle maggior tolleranza. Non è detto se
proponesse ad esempio sè stesso!

E per un pezzo e in più luoghi ad un tempo si proseguiva collo stesso
sistema, e co' criterî medesimi. Pel trionfo de' suoi _Indipendenti_
il Cromwell percuoteva di colpi non meno aspri i _Cavalieri_
aristocratici, che i _Livellatori_ ultra democratici; ma, più che
questi, desolava con sistematiche devastazioni la cattolica Irlanda, le
cui miserie datano dal Governo di questo alleato del Re Cristianissimo.
In Svezia Erick XIV perseguitava i Cattolici; a Mosca Ivan IV concedeva
bensì la erezione di un tempio Calvinista e d'uno Luterano, ma il furor
popolare imponevasi anco al _terribile_, che doveva farli trasferire
a due _verste_ fuor di Città; le Carte costitutive di quelle colonie
nord-americane, nelle quali i Dissidenti inglesi si rifuggivano dalla
tirannide dello Stato, e della sua Chiesa officiale (established
Church), consacravano solennemente la più esclusiva intolleranza
religiosa.

V'era in Europa, dopo la pacificazione d'Augusta, una Confessione di
più; che i Principi potevano abbracciare senza esser messi al bando
dell'Impero, al bando del Diritto pubblico; ma che poi un Suddito
potesse professare altra Fede da quella del suo Sovrano senza farsi
ribelle, non si voleva ammettere; i diritti della coscienza religiosa
individua di fronte allo Stato, la incompetenza della Società civile
a conoscere in materia di Fede, l'obbligo dello Stato di restringere
al campo sociale e politico l'azione propria, erano lungi dal venire
riconosciuti.

Ove peraltro ambizioni e cupidigie politiche si trovassero, come
in Francia, in più intimo accordo coi risentimenti cattolici; ivi,
segnatamente se vi soffiava dentro lo spirito di Filippo II, l'odio
proruppe più atroce. Dopochè, a Parigi, il supplizio dell'onesto e
saggio Consigliere Anne Dubourg, predicatore di tolleranza, aveva, il
23 dicembre 1559, contrassegnato lugubremente il cominciamento delle
influenze dei Guisa, l'aperta guerra religiosa divampava nel 1562,
per mano dei Guisa stessi, colla gratuita, spietata strage di Vassy.
Nello stesso anno i compagni del Calvinista Ribault, recatisi, per
consiglio del Coligny, a colonizzar la Florida, v'eran sorpresi dallo
spagnuolo Mendez de Aviles, e impiccati tutti quanti colla scritta:
“Non come Francesi, ma come Calvinisti.„ Per Filippo II, nel Piemonte
non anco restituito al suo Duca, il Governatore Spagnuolo di Milano
faceva strage di quei Valdesi, che dovevan più tardi sentir l'ira,
non meno feroce, di Luigi XIV. Della Saint-Barthèlemy, cui non scema o
accresce orrore qualche centinaio di morti che gli Scrittori dell'una
parte scemino quelli dell'altra accrescano al noverò, consigliatori e
inspiratori, furono, questo è certo, Filippo II e il suo Duca d'Alba.
L'uno e l'altro potevano ben ravvisare un degno loro discepolo in quel
Duca di Feria, che' da Milano, eccitando al Sacro Macello (19 luglio
1520) contro i Grigioni i Cattolici di Valtellina, sperava assicurare
con quello alla Spagna l'ambita conquista della Valle superiore
dell'Adda. Loro degnissimo alunno quel Bedmar, la cui congiura contro
Venezia non è chiaro, qualora avesse sortito i suoi micidialissimi
effetti, se sarebbe servita a incremento massimo della dominazione
spagnuola in Italia, o ad ingrossare di tanta e tal preda lo Stato
indipendente, che il Vicerè di Napoli Ossuna sognava di procurare a
sè stesso (1618). Il Governo Veneto, decadente già, ma non peranco del
tutto degenere, represse l'insano tentativo con maggiore agevolezza e
prontezza, che non lo stesso Governo, genovese, allorchè questo, dieci
anni più tardi, ebbe a sfatare l'oscena congiura di quel Vachero, con
cui si direbbe incredibile che fosse entrato in accordi tal uomo, quale
era Carlo Emanuele.


V.

Le congiure, inspirate alle reminiscenze classiche d'Aristogitone e
di Bruto nel periodo della Erudizione, perdono pregio, per copia, per
ampiezza, raffrontate a quelle che, nel secolo di cui trattiamo, furono
mandate ad effetto, e delle altre non poche, che furono senza effetto
tramate.

In Italia, con serotina larghezza d'intenti riformatori e repubblicani,
congiurava a Lucca, per una sognata federazione di repubbliche
antipapali, Francesco Burlamacchi, consegnato da Cosimo alla scure
spagnuola. Nel 1559 (per non risalire al 1537 e all'insano tentativo
degli Strozzi, concluso colla scaramuccia di Montemurlo, e colla
misteriosa morte di Filippo Strozzi) contro Cosimo I congiurava a
Firenze, senza altro danno che della sua testa, un Pandolfo Pucci. Una
congiura animata da risentimenti politici e da fanatismo religioso
contro Pio IV scuoprivasi, e punivasi severissimamente, in Roma,
l'anno 1564. Nel 1575 un altro Pucci (Orazio) con Ridolfi, Alamanni,
Machiavelli, Capponi, tramava di spegner Francesco I e tutta la stirpe
medicea; scoperto, pagava egli col capo suo; gli altri fuggivano;
e le grosse confische de' loro patrimonî fecero dire, che Francesco
aveva a bello studio esagerato il numero de complici; il che si disse
puranco nel 1609, quando, conscii i Gonzaga e gli Estensi, si ordì in
Parma altra nobilesca congiura contro Rinuccio II Farnese, che dette
assai animosamente di piglio nel sangue e negli averi degli accusati,
colpevoli o no.

Fuor d'Italia, la infelicissima Maria Stuarda, che il Bothwell
aveva, coll'assassinio d'Enrico Darnley, cacciata in un abisso di
vergogne e di guai, diveniva, fuggiasca in Inghilterra e prigioniera
a Fotheringay, eccitamento o pretesto a congiure senza fine
contro Elisabetta, che le sventava e ne faceva suo pro. Un duca di
Norfolk che, giudice di Maria, vinto dalla bellezza di lei, strette
intelligenze con la Spagna, aveva sognato sposarla, finiva nel 1572
col Northumberland suo complice sul patibolo, provocando rappresaglie
crudeli contro i Cattolici. Una congiura dei Guisa, tramante uno sbarco
sulle coste inglesi, fu, pare, denunziata ad Elisabetta da Filippo
medesimo, cui la soverchia potenza di quei suoi clienti glie li avrebbe
sottratti, e forse voltati contro. Ad incrudir nuovamente contro i
Cattolici porgeva argomento la congiura del Somerville, preparatosi
empiamente co' Sacramenti alla uccisione di Elisabetta. Il fantasioso
Don Giovanni d'Austria, conscio questa volta Filippo II (che sperava
o perderci il troppo intraprendente fratello, o porlo in difficoltà
che glie lo assoggettassero del tutto), sognava anch'egli uno sbarco
in Inghilterra, le nozze della Stuarda, il trono de' regni Cambrici,
il ristabilimento del culto cattolico in Inghilterra. La congiura del
Babington colmò finalmente la misura, e mentre a Fotheringay la testa
bellissima della Stuarda cadeva sotto la mannaia (1587), ed il popolo
di Londra s'abbandonava alla esultanza e incendiava fuochi d'artifizio,
Elisabetta, fingendosi sorpresa, simulava una indignazione e un
rammarico, che non ingannavan nessuno. Lo Schiller le fa riassumere
abilmente in un meraviglioso monologo i pretesti, co' quali ella poteva
coonestare le sue regali paure, e le sue femminili vendette; e quel
tratto d'altissima poesia è profonda e nitida visione della realtà
psicologica e storica. Del resto era fato antico di questi Stuardi
il finire tragicamente: Giacomo I, il poeta, assassinato da' nobili;
Giacomo II, morto all'assedio di Roxburgh per lo scoppio d'un cannone;
Giacomo III, caduto a Bannockburn, combattendo contro il proprio
figlio ribelle Giacomo IV; che doveva anch'egli poi morire contro
il cognato Enrico VIII a Flodden; sinchè nel 1648 la fredda, plebea,
beffarda crudeltà del Cromwell porgeva all'attonita ma inerte Europa lo
spettacolo, non più veduto dal tempo d'Agide spartano, d'un Re tratto
giudizialmente al patibolo da' sudditi proprî.

In Francia (per non ricordare ora il Clement, uccisore di Enrico III,
nè la fallita Congiura d'Amboise), nel 1602, il Maresciallo Biron, già
così benemerito d'Enrico IV, intrigava cogli stranieri contro il suo Re
glorioso, macchinava la spartizione della Francia in Governi, con un
Re elettivo, e dipendente da una specie di Dieta; e, ciò nonostante,
il parricida avrebbe trovato grazia appo Enrico, solo che si fosse
indotto, come n'era sollecitato, a chiederla. Ben più frequenti è
naturale che si tramassero le congiure contro al Richelieu. Nel 1626,
il Talleyrand di Chalais veniva decapitato; strangolato o avvelenato
a Vincennes J. B. d'Ornano, nipote della celebre Vanina, creatura
del duca d'Orleans. Nella congiura del 1632 il Motmorency, vilmente
abbandonato dallo stesso Duca suo inspiratore, sarebbe stato graziato
da Luigi XIII, se altri, in mal punto, non avesse additato al Re,
in una Bibbia rimasta aperta sopra un leggío, lo scempio di Achad,
Re degli Amaleciti. Nel 1642 il solito Gastone d'Orleans, furente
per Maria Gonzaga negatagli in moglie, abbandonava alle vendette del
Cardinale e al carnefice il Cinq-Mars, il De Thou, e determinava in
Spagna la caduta dell'Olivarez, partecipe della brutta macchinazione.

Maggiori conseguenze, sebbene non sortisse il suo pieno effetto, ebbe
sullo spirito pubblico inglese, e sulla condizione de' Cattolici nei
Regni Cambrici, la Congiura delle polveri (1604); tuttochè Giacomo I,
de' Cattolici odiator grande, dichiarasse egli medesimo in Parlamento
non potersi a una intiera Confessione religiosa apporre la insensata
efferatezza di pochi.

Anco in Olanda, lo Stautembourg, per vendicare il padre suo Barneveldt,
cospirava contro Maurizio di Orange; che, sfuggito al colpo, non
potendo Guglielmo, il reo, già postosi in salvo, mandava al supplizio
l'innocente fratello di lui.

Tutti questi furono tentativi andati a vuoto, e ricaduti sulla testa
de' colpevoli autori; ma a vuoto non andò il colpo che in Delft,
presenti la moglie e la sorella, spengeva, per mano di Balthazar
Gèrard, con tre palle di pistola, Guglielmo d'Orange (1584); il quale,
scampato già, quantunque ferito sconciamente, all'attentato dello
spagnuolo Javregny; sottrattosi, col duca d'Anjou, a quello del Salcède
(che veniva squartato poi in piazza di Grève a Parigi), spirava,
pregando Dio “che avesse misericordia dell'anima sua, e del suo povero
popolo„. A vuoto non andarono i replicati colpi del Ravaillac, pei
quali potè la Francia temere le si apparecchiassero giorni peggiori di
quelli conseguiti immediatamente alla catastrofe di Enrico II.

E a queste tragiche morti di sovrani, quante altre si alternano
d'uomini cospicui; talune macchinate da' Re, e da' pubblici Poteri
fatti assassini, come quella del Duca Enrico e del Cardinale di Guisa,
di cui Enrico III non s'era vergognato di proporre la esecuzione
al valoroso Crillon (_le brave Crillon_), che gli aveva profferto,
invece, di sfidare il Guisa a duello; l'assassinio del Concini, sagace
precursore del Richelieu nel combattere l'alleanza della Feudalità
e del Calvinismo cospiranti contro la potestà Regia, al quale
l'oscitante Luigi XIII fu spinto dall'avido orgoglioso Luynes; quello
del Sampiero da Bastelica, lo strangolatore dell'amatissima bellissima
Vannina d'Ornano, voluto dal Governo genovese, sperante invano così
la pacificazione della Corsica; e celebre sopra le altre, tipica, nel
fiero genere suo, la morte del Wallenstein, ordinata da Ferdinando
II, che affrettavasi, peraltro, a far celebrare per la requie del
turbolento suo generale ben tremila Messe.

Altri eccidî sono compiuti da privati, sotto l'impero quasi sempre
del fanatismo religioso, caratteristico di quella età: come quello
del Condè prigioniero, perpetrato a freddo, dopo la battaglia di
Saint-Denis, dal capitano Montesquiou (1569); del Duca Francesco di
Guisa, al quale il Poltrot du Merè si dispose, durante l'assedio di
Orléans, con sì lunga e raffinata simulazione (1563); del Buckingham,
in cui il puritano Felton s'imaginava di spengere poco meno che
l'Anticristo.

Nè mancava al pugnale omicida il plauso delle Muse, e la severa
approvazione de' Maestri in Israello. La storia del Genere umano ha
da registrare, tra le altre miserie, i versi latini, con cui da dotti
Protestanti fu cantato il Poltrot du Merè; le lodi officiali della
Sorbona per Bathazar Gérard; l'elogio che Famiano Strada, non volgar
narratore delle guerre fiamminghe, tesse, nel suo bel latino, del
Javregny; le apologie che il Boucher scrisse, prima, del Clement, poi
dello Chatel, provatosi fin dal 1594 ad assassinare Enrico IV.


VI.

E quando, a far giustizia, Repubbliche e Re non sdegnavano armare
e stipendiare mani assassine, non fa meraviglia che la scure della
Giustizia divenisse per contro lo strumento di private vendette, la
pubblica ed ufficiale esecutrice di misfatti. Caterina de' Medici
aspettò sino al 1574, ma riuscì pure finalmente, còltolo fra i
Protestanti, a far decapitare sulla piazza di Grève il Montgomery,
involontario uccisore di Enrico II. Giacomo I, odiator di Cattolici in
Inghilterra, mendicante fuori l'alleanza e la parentela della cattolica
Spagna, immolava agli sdegni spagnuoli lo importatore della patata,
il colonizzatore della Virginia, arricchita da lui col tabacco; e la
testa dell'antico favorito di Elisabetta, sir Walter Raleigh, come già
quella dell'Essex, cadeva per mano del carnefice. Maurizio d'Orange
traeva pretesto dalla disputa fra Gomaristi e Arminiani per mandare
al patibolo, come reo d'aver difeso nel campo teologico la libertà
morale, quel glorioso Barneveldt, che nel campo politico difendeva la
libertà civile dell'Olanda contro le ambizioni orangiste (1619). Per
le cagioni stesse imprigionavasi quel grandissimo Grozio, che, fuggito
mercè l'accorta pietà della moglie, rifiutava di tornare in patria
alle indegne condizioni propostegli. E se tanto osavasi nella Olanda
repubblicana, non farà meraviglia che il Richelieu ponesse segno alle
sue meditate e non fallibili vendette il Marillac, preconizzato per
breve ora, nella _Journée des dupes_, a succedergli nel Ministero,
e ch'egli colse nel 1683, e commise a Giudici, de' quali lo stesso
Richelieu beffardamente ammirò l'acume, quando ebbero saputo scuoprire
le concussioni, sotto il cui carico mandarono a morte quel valentuomo.
A un altro valentuomo, al Bassompierre, sagace nel penetrare i riposti
disegni del Ministro, costava la Bastiglia l'aver detto: _Vous verrez,
que nous serons assez fous pour prendre la Rochelle._ Chiuderemo la
serie col ricordare, notabilissimo fra gli altri, pel mistero che lo
avvolse, per la mancanza d'ogni legale parvenza, per lo spietato modo
in cui fu perpetrato, l'assassinio, che del Monaldeschi ordinò, nemmeno
più Regina ormai, la mal lodata Cristina di Svezia.

Neanche gli orrori del parricidio fanno difetto alla lugubre età.
Filippo II consegnava ai carnefici il vanitoso inetto Don Carlo, da cui
temeva fosse un giorno sovvertita l'opera propria; e col convincimento
d'aver fatto la pura necessaria giustizia, fra gl'incensi d'una
devozione obbrobriosa, alloppiava i rimorsi. Ivan IV, in un impeto
cieco, colla mazza ferrata che, barbarico scettro!, sempre aveva in
pugno, spegneva il figlio prediletto, suo auspicato continuatore; e di
questa, almeno, tra le sue efferatezze provò disperato ribrezzo.

Se tal gente, mossa da tali passioni, assuefatta a tali spettacoli,
potesse esercitare con quella minore inumanità ch'è desiderabile
il funesto dritto di guerra, e far dimenticare i sacchi, onde vanno
sinistramente famose le guerre del secolo precedente (Brescia, Capua,
Prato, Ravenna, Roma), lo dicano gli eccidî d'Anversa per mano
degli Spagnuoli, onde per alcun tempo quella dei Belgi s'unì alla
insurrezione dei Batavi; lo dicano le rappresaglie di quella guerra
Moresca negli Alpujarras, che la pietà dell'arcivescovo Talavera
si studiò indarno d'evitare; e l'atroce sacco di Magdeburgo, che lo
spietato Tilly paragonava, gloriandosene, alla presa di Troja e di
Gerusalemme; e quello di Mantova (1630), perpetrato dalle milizie
imperiali del Collalto. Ben è vero che costoro non potevano aver letto
ancora il libro del Grozio; il quale, invece, doveva pure esser noto a
Luigi XIV quando, mezzo secolo dopo, calcando freddamente sotto il pie'
superbo ogni legge d'umanità, egli ordinava le replicate devastazioni
del Palatinato (1674-1689).


VII.

Eppure, per quel Fato storico, o meglio per quella legge di
Provvidenza, che guida, infrena, completa, corregge l'opera del Libero
Arbitrio umano (i due massimi coefficienti della Storia), da' roghi,
da' patiboli, dalle Città devastate, da' campi di battaglia, da'
Consigli de' despoti, l'Umanità prendeva l'abbrivio a nuove e migliori
conquiste. Una necessità ineluttabile costringe chi perseguita in casa
ad allearsi fuori colla setta o confessione perseguitata. E come già
Francesco I ed Enrico II coi Collegati smalkaldici, e sulle traccie di
quell'accordo di Friedwald, che negoziato co' Luterani da un vescovo
di Bajona faceva Enrico II (1551) _vindicem libertatis Germaniæ et
Principum captivorum_; così Padre Giuseppe de la Tremblay (l'Eminenza
Grigia, il rigido istitutore delle _Figlie del Calvario_) negoziava
pel Richelieu, in nome del Re Cristianissimo, accordi coi Protestanti
tedeschi e colla Svezia; e s'adoperava a far togliere al Wallenstein
il comando delle milizie imperiali. Giacomo I cercava (lo abbiamo già
veduto) la amicizia, anzi la parentela della cattolica Spagna, contro
la Francia cattolica, per rivolgersi poi nuovamente a questa contro la
Spagna. I Turchi, le rivalità dell'una coll'altra Potenza cattolica,
l'ambizione, il pericolo di veder congiunti coi Dissidenti religiosi
i rivendicatori delle violate od obliterate franchigie politiche,
imponevano più o men parziali Editti, e pratica più o meno costante di
tolleranza. Enrico III, il vincitore de' Calvinisti francesi a Jarnac
e a Montcontour, chiamato, perchè cattolico e perchè buon soldato, sul
trono di Polonia, doveva, tra gli altri _pacta conventa_, giurare la
osservanza delle libertà religiose. Poco appresso (1594), Sigismondo,
Re cattolico nella Svezia protestante, doveva fare altrettanto; nè Casa
d'Austria potè ad altro prezzo tener l'Ungheria, cui nel 1608 Mattia,
nel 1637, e nuovamente nel 1647, Ferdinando III dovevano confermare
la libertà di coscienza. Quanta parte l'essersene violati i patti in
Boemia avesse alla guerra dei Trent'anni, è inutile il dire. Orrore
delle stragi, per tanti anni e in sì larga parte d'Europa rinnovellate;
temenza che una piena vittoria in Germania ribadisse ai polsi d'Italia
la catena spagnuola; legittimo sospetto che, assicurata per altre
parti, la Potestà imperiale tornasse ad accampare in faccia alla
papale antiche pretese, e a tiranneggiare, sotto colore di protezione,
la Chiesa; fecero che la Diplomazia pontificia s'adoperasse non
inutilmente a procurar quella Pace, che fu poi conclusa in Westphalia.

Frutto d'alleanze inspirate da altro che da idealità di Confessione
religiosa, e di conflitti politici fra popoli professanti la
Confessione medesima, questa Pace, che sanciva l'ammissione di
Danimarca e Svezia nella famiglia delle genti civili d'Europa;
conferendo a' Calvinisti in Germania i dritti medesimi, che la Dieta
d'Augusta a' Luterani; assicurando la indipendenza dell'Olanda,
sottratta così alla pericolosa intraprendenza degli Orange; agevolando
al Portogallo il futuro riacquisto della sua autonomia, consacrava nel
Diritto pubblico europeo il principio della tolleranza religiosa, la
incompetenza dello Stato in materia di Fede, i diritti della coscienza
religiosa individua in faccia al Potere civile; accennava ad una più
ampia e fraterna consociazione di popoli, tra' quali l'aspirazione a
una Fede comune potesse farsi vincolo e argomento d'amore, non laccio
omicida, non pietra di scandalo, non face d'incendio divoratore.

Il trattato di Westphalia (1648), il _De jure Belli_ (libri tres, Hanau
1598) di Alberico Gentili, il _De Jure Belli et Pacis_, ed il _Mare
liberum_ di Ugo Grozio, sono tra i migliori legati, che abbia trasmesso
il secolo di cui parliamo alle età future. Felici se ritroveranno, più
che nella polvere degli Archivî, nell'intimo della coscienza umana,
anche il _gran disegno_ di Enrico IV, e fondamento alla umana felicità
cercheranno, non ne' bilanci di guerra ogni dì più onerosi, ma nella
pace sicura e nelle “giustizie pie del lavoro!„

Come de' nostri Cari, che la morte c'invola, tornano a noi le imagini
fatte più auguste e serene, e non i loro momentanei sviamenti, e gli
sdegni fuggevoli, ma ci stanno dinanzi, in pura luce, le virtù, che al
viver loro furono guida ed inspirazione; così de' secoli discesi negli
ipogei della Storia, le età successive raccolgono in eredità la parte
positiva e migliore, e quella come sacra eredità si trasmettono.

Perciò, quando, con armi ed arti diverse, sorgerà in cospetto
all'Europa un nuovo Filippo II, Olanda e Spagna, testè nemiche da
parere irreconciliabili, s'armeranno l'una per l'altra, e coll'Olanda,
la Svezia muoverà contro quella Francia, ch'era stata sì lungamente
alleata sua contro l'Impero. Le armi dell'Impero concorreranno esse
medesime a difendere da Luigi XIV il nuovo Diritto, sancito a Munster e
ad Osnabruok.


VIII.

Quale la condizione, quale la parte dell'Italia in un'Europa siffatta?

Lo abbiamo accennato già prima; la Pace di Gateau Cambrèsis
abbandonava l'Italia alla Spagna dominatrice; e, pareva, senza
riparo o difesa. Venezia aveva sulle braccia la forza navale de'
Turchi, e, per schermirsene, bisogno dell'alleanza Austro-tedesca e
dell'Austro-spagnuola; il conflitto colla Riforma legava ad entrambi
i rami d'Habsburgo, ma più particolarmente all'Austro-spagnuolo, il
Papato; comprati a Spagna col Monferrato sino dal 1535, e come la
Repubblica genovese, tenuti in fede dalla paura delle poco platoniche
ambizioni savojarde, i Gonzaga; fatti cosa tutta spagnuola, con in mano
di Spagna quel mirabile Alessandro, che di soli diciassette anni aveva
effettivamente partecipato alla battaglia di San Quintino, i Farnesi;
legati a Spagna, per la nemicizia cogli Strozzi e co' Francesi, e
pel vassallaggio di Siena, i Medici; imbrigliata dalla nimistà de'
Gonzaga, da quella di Genova, Casa Savoja; fatte così ausiliarie alla
dominazione spagnuola in Italia le nimistà, le gelosie, le reciproche
paure italiane.

Nè, in paese così diviso politicamente, poteva esser segnacolo
comune di riscossa, una qualsiasi dissidenza religiosa dalla potenza
dominatrice. I parziali moti, i conati individuali non contano;
l'Italia era rimasta cattolica, più assai che per meditato e cosciente
convincimento, per quella gioconda indifferenza verso i grandi problemi
religiosi, ch'era una fra le più infelici conseguenze del Rinascimento;
gli effetti, del resto considerevoli assai, della contro-riforma o
rimbalzo cattolico, bastavano ad acquietare le coscienze di coloro, pe'
quali in qualche cosa altro, che nelle estrinseche pomposità del culto,
consisteva la Religione.

Ogni comune centro di vita, ogni vessillo, sotto cui tutta si fosse
potuta raccogliere ad impresa che, per la mole dell'avversario, e
per la sua situazione nella Penisola, tutte avrebbe richieste le
forze della Nazione, mancava dunque all'Italia. Si portavano ora, nel
servaggio, le pene delle antiche colpe. Le forze abusate e sfrenate,
le idee, con colpevole leggerezza sfatate, mancavano all'opera del
riscatto, più per la difficoltà di adattare ad essa una disciplina, che
per reale esaurimento delle energie nazionali, che inquiete s'agitano,
anzi, si sviano, e traviano; mancava, e questo era il peggio, a una
gran parte di quella Nobiltà, senza la quale Popoli o Dinasti nulla in
tale età avrebbero potuto tentare, la misura del vilipendio, in cui
s'era lasciata cadere la Patria; della Patria stessa e della dignità
propria s'era oscurata l'idea negli animi, compri dalle bugiarde
onorificenze e da' ciondoli, che tanta bile muovevano all'Autore,
qualch'egli sia, delle _Filippiche_, e a quello della _Pietra del
Paragone Politico_.

E ogni giorno arrogeva al danno. Non m'attenterò a rifare il quadro,
che con mano maestra fu condotto da Alessandro Manzoni, della impotenza
arrogante, della insipienza presuntuosa, con cui gli Spagnuoli
sgovernavano il Ducato di Milano. Da quello, ben noto, può ciascuno
argomentare qual si fosse la condizione dei Regni meridionali;
dove, avendo meno da temere di Potentati vicini, i quali degli
errori spagnuoli e del malcontento eccitatone facessero loro pro, la
rapacia, e la insolenza spagnuola si sfrenavano bene altrimenti; e
dove la mole dell'ufficio alle ree loro mani commesso, e le forze di
cui disponevano, inanimavano i Vicerè o a farsi belli a Madrid con
più feroci esazioni, o ad assumere in esizio dei popoli miserrimi,
e a sodisfacimento di loro ree cupidigie, gli atteggiamenti d'una
indipendenza, che taluno fra loro sognò, forse, completa. E ben
potevasi sognare in Napoli dal duca d'Ossuna, una corona indipendente
se, nel dimezzato Ducato di Milano, il governatore Fuentes aveva potuto
rifiutarsi di mandare in Fiandra i 30000 soldati, che, finito l'affare
di Saluzzo tra Enrico IV e Carlo Emanuele I, gli si ridomandavano
dal suo Sovrano. Ai moti, che nel Popolo la fame e la tracotanza
degli esattori destò, la Nobiltà venne meno, dedita, più che in altra
parte d'Italia, a Spagna, che la pasceva di vento; tenera de' fumosi
privilegi, e, per la varietà delle origini sue, difficile a consentire
in un unico simbolo. Di volgersi a un Principe italiano, nè Grandi, nè
Popolo avrebbero fatto il pensiero, chè saria parsa loro dedizione di
loro autonomia, assoggettamento di Provincia vassalla a Stato sovrano;
Principi chiamati di fuora, come i Guisa, avrebbero avuto per sè,
sola quella parte che risaliva ad origini francesi, o a spagnuole.
In Sicilia le rivalità feroci tra Messina e Palermo, e nella stessa
Messina le opposte fazioni di Malvezzi (liberali) e Merli (assolutisti)
guarentivano a' Re spagnuoli la inanità finale d'ogni risentimento,
meglio e più che un esercito.

Meno nota in genere, perchè difficile a cogliersi in un prospetto
sintetico, più lunga a narrarsi, che non paia consentito dalla relativa
picciolezza di certi eventi, la condizione de' Principati, cui rimaneva
dopo il 1559 un'ombra di indipendenza.

D'essi, alcuni erano Dinastie recenti; come Farnesi e Medici; altri di
recente, dopo procelle terribili, tornati in Stato, come casa Savoja;
altri, infine, oltre le italiane, avevano sulle braccia faccende di
gran momento fuori d'Italia, come il Papa e Venezia. Si trattava per
loro di assicurarsi con una buona amministrazione la tranquillità
interna; d'evitare all'interno ed all'estero conflitti, ne' quali il
recente o il rinnovellato edifizio fosse posto a troppo duri cimenti,
od offrisse opportunità all'altrui cupidigia sempre sollecita e
intraprendente.

Ed invero, quanto ad amministrar bene lo Stato, taluni di quei
fondatori o rinnuovatori di Dinastie porsero meditabili esempî. Le
cure di Emanuele Filiberto per italianizzare di lingua, di cultura,
d'interessi il suo Stato, ritolto tutto di mano a' prepotenti
occupatori, e accresciuto della contea d'Oneglia comprata a' Doria;
i provvedimenti per aver molte e pronte e buone armi, senza invocar
mercenarî, col vietare a' suoi nobili di farsi mercenarî essi negli
eserciti altrui, sono le ben note sue glorie. Meno noti, ma non meno
gloriosi sono gli accorgimenti con cui, tolti di mezzo gli Stati
generali, ch'erano omai custodi di vieti privilegi nobileschi e
preteschi, anzichè di libertà, sciolse da ogni rimanenza di vincoli
feudali le persone; e la giustizia distributiva con cui, gravando più
ugualmente la mano su tutti gli ordini della cittadinanza, triplicò in
breve le entrate del Ducato. Nè sono da tacere le molteplici cure date
all'annona, all'igiene, all'agricoltura, alla sericoltura (promosse con
le leggi e col proprio ducale esempio), agli studî sì di Scienze, che
di Lettere e d'Arte; nè il freno posto alle intemperanze clericali, e
la libertà restituita a' Valdesi.

“Bella e cappata gente„ chiama il Botta, nel suo antiquato ma vigoroso
linguaggio, le milizie di quel Cosimo I, che nelle galee di San Stefano
trovò un utile sfogo al Patriziato fiorentino, i cui vivaci spiriti
piacevagli bensì rimuovere dal tentar nuovità interne, ma non sviare,
o fiaccare. La Maremma senese, ch'egli ebbe con settemila abitanti,
ne contava già, alla sua morte, circa a venticinque mila. Gli altri
provvedimenti per la finanza, rispondevano a questi. Grande il merito
suo nel tenere, come tenne, tranquillo senza efferatezze il paese,
tutt'altro che quieto per sè; e si parve sotto il troppo minore suo
figlio Francesco, quando nei primi diciotto mesi del governo di costui
quasi duecento tra ferimenti e omicidî funestarono la sola Città di
Firenze. Men felice la casa Farnese; nella quale potò bensì la buona
amministrazione d'Ottavio far dimenticare in parte a' Piacentini e a'
Parmensi le nequizie di Pier Luigi; ma Alessandro, più che a' sudditi
suoi, prodigò, mal rimeritato, l'alto ingegno e la forte anima a Spagna
nello sterile affanno del debellare le Fiandre; Rinuccio primo, tra'
sospetti e le vendette imbestiò; sinchè quella gente parve ravviarsi a
una politica estera ed interna più sana con Odoardo.

Il virgiliano _Res dura et regni novitas me talia cogunt Moliri_,
ben s'addice alla prontezza colla quale Cosimo, ed altri di que'
Principi novelli, s'affrettavano a spegnere ogni favilla d'incendio.
Lo stento con cui, tuttochè Generalissimo di Spagna, vincitore di San
Quintino per una parte, cognato del Re di Francia per l'altra, Emanuele
Filiberto ricuperava da Francesi e da Spagnuoli gli Stati suoi, e la
stessa Torino destinatane capitale; la agevolezza colla quale, dopo la
uccisione del mostruoso Pier Luigi, s'era disciolto, tra Ecclesiastici
e Spagnuoli, lo Stato Farnesiano, e le pene che c'eran volute a
ricomporlo, e le condizioni sotto le quali Spagna aveva restituito
Piacenza, ammonivano a guardarsi da agitazioni, chi volesse conservarsi
lo Stato; e l'interesse de' Principi era qui interesse de' Popoli, che
certo da Estensi, da Medici, da Farnesi non avevano mai da temere quel
che da Spagna; e che in ogni caso, restavano almeno italiani.

Se la Spagna vegliava, e se conscia a sè stessa d'una già incipiente
disproporzione fra le formidabili parvenze e la limitata realtà
delle posse, ell'era ferma nel non tollerare incrementi de' Principi
italiani, anco devoti apparentemente a lei, lo mostrarono i suoi
sordi furori e le minaccie iraconde allorchè seppe della profferta
che, stanchi della oppressione genovese, avevan fatta di sè a Cosimo
i Còrsi, e la inclinazione di Cosimo ad accoglierli sotto il suo non
libero ma ordinato Governo.

Ond'è da ammirarsi insieme la sagacia e il felice ardimento di Pio V
e di Cosimo, nel conferimento del titolo e della corona granducale,
con cui volevasi por termine alla contesa della precedenza fra
Toscana, Casa d'Este e Savoja; contesa incresciosa, non oziosa; quando
trattavasi di crescere autorità e forza a un libero Stato italiano,
men saldo sino a que' dì che Savoja, men coperto che gli Estensi
dalla sovranità papale. È da ammirarsi Cosimo in quel matrimonio tra
Francesco I e Giovanna d'Austria, che riuscì infelice non per colpa
di lui, e che ad ogni modo poneva sagacemente l'un contro l'altro
i due rami di Habsburgo, e metteva Cosimo in grado di lentare, per
una parte, i lacci spagnuoli; per l'altra, di rispondere non senza
fermezza all'Imperatore stesso, che scriveva altezzoso a proposito del
trattamento fatto a Giovanna.

L'alleanza francese, o il bilanciarsi, con una politica di matrimonî
francesi, di interventi e mediazioni diplomatiche tra Francia e Spagna,
era sin oltre la Pace di Vervins, malsicuro; e malsicuro segnatamente
a Cosimo, sinchè erano in credito alla corte francese gli Strozzi, a'
quali il Re di Francia diceva: _mon cousin_. Ed argomenti di timore
non lievi porgeva quel Ducato senese, di cui, morto Cosimo, volevasi
negare la investitura a Francesco, e che poteva da un momento all'altro
divenire cosa spagnuola; od esser conceduto a quell'inquietissimo
Pietro de' Medici, di cui tanto si valsero gli Spagnuoli per tenere il
suo maggior fratello Francesco in soggezione; o divenir, magari in mano
degli Strozzi, prezzo d'accomodamento tra Francia e Spagna.

Sotto Francesco, per la tema che, mentre travagliavasi nelle interne
sue guerre il Regno francese, la Spagna incuteva più che mai agli
Stati italiani, ed anco per l'indole prava del governante, la Toscana
spagnoleggiò, e vide giorni per diverso modo nefasti; chè, oltre
la frequenza de' delitti comuni notata di sopra, l'assassinio del
Buonaventuri, primo marito di Bianca Cappello; l'uccisione, che della
moglie Eleonora di Toledo perpetrò il già ricordato Piero, cliente di
Spagna; la morte di Elisabetta, altra figlia di Cosimo I, per mano
del marito Giordano Orsini, non a torto geloso; sono ben più certe
tragedie, che non la favoleggiata morte di Garzia e di Giovanni, od
altrettali.

Ma non appena la Francia s'avviò al suo scampo, e prima ancora che
l'abjura di Mantes desse modo a Clemente VIII di trattare apertamente
con Enrico IV, Ferdinando I, felicemente succeduto a Francesco,
entrava mediatore tra Clemente ed Enrico; Venezia tornava all'antica
alleanza francese; il Papa affrettava co' voti e coll'opera il giorno
della pacificazione; le nozze di Maria de' Medici col Re di Francia,
l'attivo intervento papale nella faccenda di Saluzzo, l'accorta e non
disinteressata sapienza d'Enrico IV nella pace di Lione, davano segno
manifesto che la esclusiva preponderanza spagnuola sugli Stati italiani
era scossa.

Delle stipulazioni di Brusolo pare fossero bene informati e paghi
Venezia, il Papa e il Granduca; non la Corte Farnese, veramente
raccostatasi a Francia solo al tempo di Rinuccio II. Senonchè, prima
ancora che la repentina morte d'Enrico IV richiamasse i piccoli Dinasti
italiani a più cautelosi pensieri, e lasciasse Carlo Emanuele in quel
terribile impaccio, da cui, colla tardità, che una mal dissimulata
decadenza ingenerava in ogni moto di Spagna, contribuirono a trarlo
i buoni ufficî della Diplomazia papale, erasi fatto manifesto come,
pur di fronte alla decisa politica e al saldo animo d'Enrico IV,
questi Dinasti non credessero avere completa identità d'interessi, da
potersi tutti ugualmente alienare la Spagna. La cessione di Saluzzo
a Savoja, frutto non meno del perseverante coraggio del Duca, che
della accorta temperanza del Re, spiacque a' Medici e agli altri,
perchè ne pareva fatto men pronto e presente il sussidio francese. Nè
di ciò sembrava ad essi compenso sufficiente l'incremento sabaudo in
Italia. Che se poi questo fosse stato, per avventura, maggiore, e più
se ne sarebbero doluti; perchè meglio s'acconciavano a conseguire una
relativa indipendenza mercè il contrapporsi d'uno ad un altro Potentato
straniero in qualche parte d'Italia, che a subire la egemonia d'uno
fra gli Stati italiani, cresciuto abbastanza per tutelar gli altri da
qualsiasi straniero; al quale ufficio era manifesto oramai non potere,
per la situazione a confine con Francia, per la mole dello Stato, pe'
suoi ordinamenti militari accingersi, con qualche speranza di successo,
se non casa Savoja. E di questa misera e colpevole gelosia non sono da
riprendere soli que' Principi italiani, a taluni de' quali converrebbe
anzi fosse più equamente pietosa la Storia, e che, conosciuti più da
presso (Cosimo II, Ferdinando II, Edoardo I, Rinuccio II), guadagnano;
ma ne sono da riprendere, per lo meno al pari di loro, i Popoli, ne'
quali il particolarismo, ambizioso, sospettoso, era vivo pur troppo;
tantochè, quando, nella guerra di Valtellina, pareva che le armi di
Carlo Emanuele si vantaggiassero soverchiamente in Lombardia contro
alle spagnuole, il Senato milanese, in tante altre faccende sì corrivo
e sì docile, fece pervenire a Madrid le alte e veramente patriottiche
sue lagnanze, perchè il governatore Duca di Feria capitanava con poca
fortuna contro il Principe italiano le genti di Spagna. Tal quale
come quando, sollecitandosi, un secolo e mezzo prima, per Pio II, una
lega di Stati italiani, che formata contro il Turco, sarebbe stata
efficace contro ogni altro Straniero, lo ammonivano del _pericolo (?!)_
di far tutta veneziana l'Italia gli Oratori fiorentini; a' quali il
Papa rispondeva: meglio in ogni modo farla veneziana, che turca, o
comechessia straniera.

La Storia italiana, di questo periodo almeno così poco divertente, non
è, o abbastanza nota o meditata abbastanza. Più nota o più meditata
avrebbe, FORSE! risparmiato all'Italia il vano conato del federalismo
neo-guelfo, chiarendo impossibile a conseguire od a conservare col
buon volere di Dinastie, tutte recenti, e aventi fuor d'Italia le
loro radici e la nativa ragione dell'esser loro, quello, che non erasi
potuto o saputo volere, sotto la ignominia e la rapina spagnuola, da
antiche Famiglie italiane, congiunte le più in parentela fra loro,
e strette anche con casa Savoja da quella “catena d'amore„ di cui le
figlie di Carlo Emanuele avrebbero dovuto essere gli anelli. Più nota
o più meditata, questa Istoria ci farebbe meno corrivi e più oculati a
tutela della conseguita unità.

Chè se i Lombardi, calpestati, dissanguati dagli Spagnuoli, delle
vittorie savojarde si contristavano e si querelavano a Madrid, resta
agevole intendere le fiere ripugnanze di Genova repubblicana contro
le monarchiche insidie di Carlo Emanuele; intendere come co' Sovrani
loro consentissero i Popoli in quelle gare di precedenza, che fecero,
anche dopo la coronazione di Cosimo I Granduca, spargere tanti fiumi
d'inchiostro, e minacciarono fare spargere fiumi di sangue fra Estensi
e Toscani; intendere il furore della guerricciuola fra Lucca e gli
Estensi, omai ridotti a Modena e Reggio, per la Garfagnana. E s'intende
per questo modo quel correre addosso a Carlo Emanuele per vietargli
l'acquisto del Monferrato; e quella suprema vergogna del lasciarlo
solo, quando, non più pel Monferrato, ma sosteneva la guerra con
Spagna, ed a quella invitava, come a debito loro, gli altri Principi
d'Italia, per la indipendenza italiana, ch'egli ad un modo e quei
Principi intendevano a un altro, e stimavano forse minacciata non
meno che dalla Spagna, da lui, che della eventuale vittoria avrebbe
raccolto in aumenti territoriali il massimo frutto. Il fatto è che
mentre per la Francia, per la Spagna, per l'Austria, contro i Turchi,
contro i sollevati Fiamminghi, contro gl'Inglesi troviamo a combattere
volontarî di varie parti d'Italia, e taluni, per vero merito militare,
ne' primissimi gradi, niuno ne troviamo con Carlo Emanuele in quella,
che a lui sembrava guerra d'indipendenza nazionale; a troppi altri
guerra di mero interesse dinastico. Degli altri Stati italiani lo Stato
ecclesiastico, arrotondatosi cogli incameramenti di Ferrara e d'Urbino,
protetto dalla maestà della Religione, e sperante da uno sconquasso
degli Spagnuoli un incremento d'influenza sul Regno meridionale,
si mostrava il meno geloso de' possibili ingrandimenti sabaudi. Gli
errori e le colpe del Governo pontificio, che tanto contribuirono a
far possibile la unificazione italiana, gli sono stati rimproverati
abbastanza; è ufficio della Storia veridica ed equanime il riconoscere
che, nè alla indipendenza d'Italia, nè all'ufficio di potenza
moderatrice e conciliatrice, cui i Papi aspiravano fra gli Stati
italiani, nocquero i predetti incameramenti d'Urbino e di Ferrara, nè
il nepotismo politico, di cui furono frutto i Medici ed i Farnesi, e
avrebbe potuto esser frutto un principato Barberino od Aldobrandino
di Valtellina. Le generose illusioni sono da rispettare; e la difesa,
che delle loro libertà repubblicane fecero Firenze e Siena, onora i
Fiorentini, i Senesi, l'Italia; ma erano illusioni! Se la Lega, che il
Burlamacchi sognò più tardi, si fosse potuta stringere cinquant'anni
prima, se la voce di Pio II e di Paolo II non fosse andata perduta fra
i pettegolezzi delle Repubbliche e delle Signorie tuttora immuni da
contagio straniero, Firenze, che fu percossa da' grossi cannoni forniti
agli Imperiali da Siena; Siena che cadde sotto le armi di Firenze
collegate alle Spagnuole, avrebbero combattuto effettivamente per
conservare i loro ordinamenti repubblicani; ma nel 1530 per Firenze,
nel 1554 per Siena, si trattava, non già di rimanere Repubbliche o di
diventar Principati; sibbene d'essere o Spagnuole o Medicee, e fu gran
ventura che rimanessero a' Medici; gran ventura che tornasse a' Farnesi
Piacenza.

S'intende che qui si risguardano il nepotismo e i suoi effetti sotto
il rispetto della politica positiva italiana; non sotto quello più
generale de' morbi, da cui giova sperare che la catastrofe del Poter
temporale sia per far monda la Curia romana.

Ai torti del Papato temporale nella guerra Barberina, bruttissima,
fanno contrappeso, durante il secolo, che ho cercato ritrarre nel
suo complesso, meriti religiosi e civili non piccoli. Pio IV, forse
soverchiamente severo agli orgogliosi Caraffa, mentre, animato dal
nipote Carlo Borromeo concludeva il Concilio di Trento, fortificava
contro i Turchi, sbarcati testè a Manfredonia, la città Leonina,
Ancona, Civitavecchia; aiutava pur contro a' Turchi di denaro, di navi,
di gente, Malta e l'Impero; ampliava il Vaticano; ornava Porta Pia.
Pio V, oltre il sagace ardimento d'avere, colla incoronazione, contro
le proteste del Corpo germanico, contro le rinforzate guarnigioni
spagnuole, ed i clamori d'Este e Savoja, contribuito alla autorità e
grandezza di Cosimo, che purtroppo consegnavagli il Carnesecchi, ma
dava puranco galere per le guerre turchesche; ed oltre l'accorgimento
con cui difese contro le insidie di Don Giovanni d'Austria la libertà
genovese, ha il merito sommo d'avere, nonostante tutto il malvolere di
Filippo II, menata a conclusione la gran Lega cristiana, e preparata
quella battaglia di Lepanto, mercè la quale, sebbene non se ne
raccogliesse a gran pezza ogni debito frutto, si protrasse la vita, e
vita non tutta ingloriosa, a Venezia. Se pur non è più giusto il dire
che quella Lega, come l'altra, che più tardi Innocenzo XI Odescalchi
stringeva fra l'imperatore Leopoldo e re Giovanni di Polonia,
salvassero per secoli dalla barbarie turca la civiltà cristiana.

La fama popolare predica ancora flagellator grande di banditi, e severo
riordinatore dello Stato Sisto V. E meritamente invero; quantunque
i buoni effetti dell'opera sua non durassero tutti, e gl'inquieti
spiriti di certe popolazioni italiche tornassero a prorompere nelle
geste epicamente brigantesche di quel Battistella, le cui imprese nella
Maremma grossetana finirono solo quando la Spagna n'ebbe prese a' suoi
stipendî le masnade nello Stato de' Presidî; o di quel Marco Sciarra,
arcifamoso, che, dopo fatta contro a Pontificî e Toscani vera e propria
guerra guerreggiata, finì al soldo de' Veneziani, mandatone, pe'
giusti reclami di Clemente VIII, a militare in Candia. Co' quali, tra
i prosecutori ed eredi di Ghino di Tacco, che il confine ecclesiastico
e toscano fecero teatro d'imprese vive pur troppo ancora nella memoria
e nella imaginazione del popolo nostro, convien noverare quell'Alfonso
Piccolomini duca di Marciano, che prima negoziò col Papa da potenza
a potenza la consegna del suo complice Pietro Leoncillo, poi, vinto
da' Toscani in battaglia campale, a San Giovanni in Bieda, era da
Ferdinando I, reclamandolo invano i Tribunali ecclesiastici, fatto
impiccare.

Ma, per tornare alla politica italiana de' Papi, se lo zelo
intemperante di Paolo V dette luogo alla nota contesa della Repubblica
veneziana, restano ad onore suo e d'altri Papi le sapienti ed efficaci
sollecitudini loro per tutti i Principi italiani, ed in specie quelle
d'Urbano VIII per Carlo Emanuele I; ch'egli chiamò replicatamente
“Onore d'Italia„ “Difensore della libertà italiana.„ Poichè, infine, a
quel più di “libertà italiana„ che i tempi lasciavano allora sperare,
indirizzarono i Papi la loro azione politica: e la egemonia, alla quale
aspiravano sugli altri Stati italiani, si esercitò tutt'altro che in
detrimento di questi.

Del resto, questi piccoli Stati, che unirsi ad impresa di comune
indipendenza contro la Spagna non seppero o vollero mai, per una
troppo gelosa cura di loro autonomie e precedenze; che insensibilmente
declinarono col declinare di lor dinastie locali, presto degenerate;
potevano tutti, al precipitar della mole spagnuola dire, come
quell'uomo di Stato francese al cessar del Terrore: _Ho vissuto!_
E l'aver vissuto, l'aver saputo vivere quando, morendo, sarebbesi
fatto luogo a un incremento di dominazione straniera, di dominazione
obbrobriosa, corruttrice, rapace, era già qualchecosa.

Ma se i singoli Stati italiani s'erano ridotti a _vivere_ nel più
modesto significato della parola, il pensiero italiano visse nel
significato più alto e fecondo. Affermando contro la pervadente
Teologia i diritti della Scienza, separando dal campo della Fede quello
dell'esperienza e del raziocinio, contrapponendo alle fole di uno
pseudo-aristotelismo i procedimenti del metodo sperimentale, Galileo
Galilei recava alla famiglia umana beneficio di poco minore da quello,
che le aveva recato la libertà di coscienza.

E di che vita fremessero ancora, non ostante le vecchie colpe paesane
e la ignorante oppressione straniera, le viscere della gran Madre
Italia, ben si pare dalla perseveranza e dal coraggio con cui, in nome
della Verità scientifica, Gentiluomini, a' quali le vie dilettose de'
facili onori erano aperte, Scienziati che dovevano, fatti nuovamente
discepoli, disdire sè stessi, affrontarono le contrarietà, gli scherni,
e le minaccie di peggio; si pare da que' luoghi del Galilei, e degli
altri scrittori della sua scuola, ne' quali l'animo loro, commosso a
portenti di che erano o ritrovatori o testimoni novelli, chiama a Dio,
che di tanto dono li aveva privilegiati.

Nè già potevano essi allora prevedere, o solo in parte assai piccola
le applicazioni, che della verità per essi certificata sarebbersi
fatte alla industria, con aumento di comodità a' men privilegiati dalla
fortuna, e con appressamento della umana famiglia a quella _æqualitas_,
che San Paolo auspicò, e alla quale è preciso debito nostro il
cooperare colla parola e co' fatti. Ma amore del Vero li scaldava;
del Vero per sè medesimo, supremo Bene dell'anima umana dal quale,
non cercati, non sperati o intraveduti talvolta, tutti gli altri Beni
derivano; perocchè a ogni ordine d'umano pensiero, opera, affetto, si
convenga quell'evangelico: “Zelate la giustizia ed il Regno di Dio, ed
il resto verrà da sè.„

Lacera, conculcata, travolta dagli errori e dalle colpe proprie, e
da necessità poco meno che ineluttabili, la Patria nostra aveva, pure
nel secolo per lei sì melanconico, che dalla pace di Cateau Cambrèsis
va a quella de' Pirenei, recato alla universa civiltà il cospicuo suo
contributo.



LA REAZIONE CATTOLICA


                               CONFERENZA
                                   DI
                             ERNESTO MASI.


Permettetemi, cominciando, di ricordare che l'anno scorso, parlando
del come e quanto fosse risentita in Italia la Rivoluzione Protestante
Tedesca, ebbi a distinguere tre tendenze diverse manifestatesi allora
in Italia, la prima, che senz'altro aderisce al Protestantismo e
molte volte lo oltrepassa; la seconda, che, allarmata delle disastrose
conseguenze del Rinascimento nell'ordine morale e religioso, mira ad
un tal rinnovamento interiore della Chiesa Cattolica da rendere anche
possibile una conciliazione pacifica col Protestantismo e quindi il
ristabilimento dell'unità nella Chiesa Cristiana; la terza, che vuole e
organizza la resistenza ad ogni costo e la reazione a tutta oltranza.

La prima di queste tendenze è domata colla violenza. La seconda e la
terza camminano per alcun tempo parallele: pare anzi che si diano la
mano e si aiutino scambievolmente; ma infine la terza, quella della
resistenza e della reazione, ha il sopravvento e rimane l'ultima e
definitiva trionfatrice.

È di questa, che dobbiamo ora più specialmente occuparci.

Essa, come fatto politico, piglia le prime mosse dall'accordo
stabilitosi nel convegno di Bologna fra Clemente VII e Carlo V, ove si
conferma non solo la servitù dell'Italia, ma s'offre alla Roma dei Papi
la possibilità di rifarsi, dopo che la Rivoluzione Protestante avea già
staccato dalla sua dominazione spirituale tanta parte d'Europa ed il
suo principato temporale s'era per un momento, nel 1527, ridotto agli
spaldi di Castel Sant'Angelo, donde il Papa potè vedere messa a ferro
ed a fuoco la sua città.

Deserta, spopolata, con pochi erranti a guisa di ombre fra muraglie
crollanti e affumicate dagli incendi, Roma, a questo punto della sua
storia, pare veramente la gran tomba del Rinascimento. Eppure è da
questa tomba che la Roma dei Papi risorge a contrastare trionfalmente,
e per secoli, ai suoi nemici il dominio spirituale del mondo!!

Il fatto è grande, signore, e sa di prodigio!

Consideriamolo nondimeno obbiettivamente; consideriamolo nella sua
realtà e possibilmente senza passione e senza indifferenza.

Il troppo zelo o il non sentire affatto la potenza degli ideali
religiosi e delle loro manifestazioni nella storia stroppiano
egualmente in questi casi. Bisogna mirare, se non altro, ad un modello
più alto e più sereno di storica imparzialità; e tra i moderni ce lo
porge il Ranke, lo storico filosofo della Reazione Cattolica, se anche
non vogliamo lasciarci andare agli entusiasmi dello storico artista,
il Macaulay, che, Protestante al pari del Ranke, ma nondimeno rapito
appunto dallo spettacolo di quella strapotente riscossa Cattolica,
depone il suo orgoglio d'Inglese ai piedi di Roma e profetizza che Roma
perdurerà sempre giovine e vigorosa, anche quando un pellegrino della
Nuova Zelanda, sedendo su un arco rotto del ponte di Londra, in mezzo
ad una solitudine desolata, disegnerà sul suo albo di viaggio i ruderi
della chiesa di San Paolo.

In settant'anni e non più, quanti passano dal convegno di Bologna alla
fine del secolo XVI, la Reazione Cattolica è compiuta; i suoi effetti
religiosi, morali, politici sono già manifesti, e se potessi indugiarmi
tra via, varrebbe la pena di farvi vedere appunto accozzati dal caso
al convegno di Bologna, che fu delle maggiori e più caratteristiche
solennità del Cinquecento, i superstiti dell'età del Rinascimento cogli
uomini destinati ad inaugurare la Reazione Cattolica.

Vi vedreste, per dir solo d'alcuni, il successore di Clemente VII,
Alessandro Farnese, che dovrà, suo malgrado, aprire il Concilio di
Trento, il Cardinal Gonzaga e Monsignor Giberti, ai quali spetterà
in quel Concilio una parte importantissima, Gaspare Contarini, il
generoso utopista della Conciliazione fra Cattolici e Protestanti,
e insieme, Pietro Bembo, il maggiore rappresentante dei fervori
letterari e dell'indifferenza religiosa del Rinascimento, e con
altre gran dame italiane del tempo la principale di tutte, Isabella
Gonzaga, che rappresenta il passato in quello che ebbe di più
squisitamente artistico e gentile, mentre le damigelle della sua corte
lo rappresentano in quello che ebbe di più spensieratamente giocondo,
perchè quelle care ragazze s'abbandonano in quella occasione a tale
intemperanza d'amori cosmopoliti da contarsi per le vie di Bologna fino
a diciotto morti fra gli intraprendenti gentiluomini, che si disputano
a colpi di spada i loro favori.

Ma non andrà molto, ripeto, e la Reazione Cattolica avrà trionfato,
sicchè essa è già in tutta la sua forza, quando il Cinquecento è in
sul finire e s'apre il Seicento, l'età, vale a dire, che è il colmo
e l'espressione più legittima e più genuina così della piena servitù
dell'Italia sotto la Spagna, come della rinnovata energia Cattolica,
la quale ferma di colpo i progressi, rapidissimi in sulle prime, del
Protestantismo e riconquista tanta parte del terreno o minacciato o
perduto.

L'uno e l'altro di questi due aspetti del grande fatto storico, che
stiamo esaminando, svegliano in noi, come uomini e come Italiani, tale
tumulto di pensieri e di sentimenti, tal cumulo di dolorose memorie,
tale impulso spontaneo anche di postume ribellioni; che comprimere
tutto ciò in fondo all'anima per narrare e giudicare con la maggior
possibile serenità non è facile. Tanto è vero, che a scrittori
Italiani non è riuscito quasi mai, e fra gli stranieri, per citar
qualche esempio recente, il Philippson, Tedesco, che espressamente
se lo propone, scatta ad ogni momento, ed il Symonds, Inglese, se
per altezza e sincerità di mente mette in piena luce tutta la vastità
dell'argomento, non può trattenersi però, invertendo le parti, dallo
scomunicare in nome del Rinascimento, di cui è innamorato, la Reazione
Cattolica, ch'egli detesta.

Eppure si rischia così di fraintenderla o d'intenderla a mezzo!

Facciamoci ora una prima domanda. La Reazione Cattolica è essa tutta
dovuta all'occasione, allo stimolo della ribellione Protestante
Tedesca, od ha altresì altre cagioni, da questa indipendenti, e
che sorgono spontanee dal seno stesso della Chiesa Cattolica? Sì, o
signore, le ha; e se così non fosse, non credo che la sua forza sarebbe
stata, come fu, così grande ed intensa.

Quando il Rinascimento è ancora in tutto il suo fiore, una specie
di arcana preoccupazione, una specie di vago presentimento di guai
imminenti, immalinconisce, loro malgrado, le fisonomie dei più
caratteristici attori dello stesso Rinascimento. C'è mestizia, come ha
notato il Carducci, sul dolce viso di Raffaello, corruccio su quello di
Michelangelo, l'interna pena si tradisce nelle figure del Machiavelli
e del Guicciardini, una tristezza invincibile e quasi ira nel sorriso
dell'Ariosto e del Berni!

Per altri è peggio, e allarmati, ripeto, delle conseguenze che
possono recare l'immoralità pagana e l'indifferenza filosofica
del Rinascimento, s'agitano e promuovono, per quanto possono, un
rinnovamento del sentimento religioso, che a questo tempo, in cui
i limiti che separano il Cattolicismo dal Protestantismo non sono
ancora del tutto determinabili e determinati, sa spesse volte di
eretico e di Protestante, o per lo meno è trattato per tale, se non
s'affretta a travestirsi, a confondersi nella Reazione Cattolica, come
dimostrano due esempi solenni: quello del Cardinal Gaspare Contarini
che, dopo avere inutilmente tentata una conciliazione fra Cattolici e
Protestanti, va a morir solitario in un convento di frati a Bologna
nel 1542, e quello del Cardinal Giovanni Morone, che, processato e
carcerato per eretico sotto Paolo IV, finisce invece ad essere il
diplomatico di fiducia di Pio IV e la maggior figura forse del Concilio
di Trento.

Questo rinnovato sentimento religioso, che andava serpeggiando, a guisa
di latente cospirazione, per entro la più elevata società Italiana
del Rinascimento e che dovea avere di certo larghe diramazioni fra
il popolo, il quale partecipò sempre poco coll'animo ad un moto,
tutto di cultura e d'arte, com'era il Rinascimento, questo rinnovato
sentimento religioso, dico, parve vicino a trionfare, sotto l'immediato
successore di Leone X, sotto Adriano VI, l'ultimo Tedesco, anzi
l'ultimo straniero, che abbia seduto sulla cattedra di San Pietro. È
lui di fatto, che pronuncia la gran parola: _occorrere che la riforma
vada dal capo alle membra_, e vi si accinge con tale severità e
tenacità, che mette i brividi a tutti i gaudenti della Corte Romana, i
quali si disperdono maledicendo a questo barbaro del Nord con un coro
d'improperi e di beffe, di cui ci resta l'eco nella satira del Berni:

    O poveri infelici cortigiani,
      Usciti dalle man dei Fiorentini
      E dati in preda a Tedeschi e marrani.
    .... Ecco che personaggi, ecco che Corte,
      Che brigate galanti cortigiane,
      Copis, Vinci, Corinzio e Trincheforte!
    Nomi da fare sbigottire un cane.
                  .... Or ecco chi presume
      Signoreggiare il bel nome latino!

Ma dopo il carnevale di Leone X, la tetra quaresima di Adriano VI
fu breve. Quei gaudenti, per vendicarsi, gli tribolarono la vita, lo
vilipesero, lo impedirono. Morì dopo un anno, nè gli restò che farsi
incidere sul sepolcro l'amara espressione del suo disinganno: “ahimè!
in che tempi mi sono imbattuto!„

Non si può dire tuttavia, che la sua fugace apparizione fosse inutile
del tutto, perchè quel rinnovato sentimento religioso perdurò, e
se anche andò poi confuso e travolto nella grande fiumana della
Reazione Cattolica, pure avendo questa innegabilmente riformata
in molte parti la Chiesa, se ne deve concludere che quel rinnovato
sentimento religioso cooperò non poco a determinare questo movimento di
controriforma, quasi ponendo esso alla propria Chiesa questo trilemma,
che bisognava o conciliarsi coi Protestanti, o riformarsi, o perire.
Un altro coefficiente della Reazione Cattolica, indipendente anch'esso
dalla ribellione Tedesca, è il venir meno grado a grado dei primitivi
impulsi, che avevano in Italia fatta la grandezza del Rinascimento.
L'umanismo, riavuti i classici e dato vita ad un nuovo ideale di
cultura, imbozzacchisce nell'erudizione, nel pedantismo accademico, e
nell'imitazione. La pittura e la scultura, dopo Michelangelo, declinano
nel manierismo. L'architettura s'immobilizza nei tipi fissi del
Palladio e del Barozzi. Dopo l'Ariosto, la poesia non dà più guizzo di
luce fino al Tasso, ma il Tasso è figlio, suo malgrado, d'altra civiltà
e d'altro tempo. Ed ultimo coefficiente della Reazione Cattolica è esso
finalmente il consenso, la partecipazione diretta, che l'Italia presta
alla Riforma Luterana e Calvinista?

Credo, aver indicati l'anno scorso i limiti di questo consenso e
di questa partecipazione; credo (tale almeno era di certo la mia
intenzione) di non averli nè scemati, nè ingranditi; credo aver
dimostrato soprattutto che una storia della Riforma Protestante
in Italia non solo esiste, ma è importantissima, e che negarle il
posto che le spetta nello svolgimento del pensiero e della coscienza
italiana, è un'intolleranza assurda in sè, incivile, ed irriverente
ai martiri eroici e agli esuli venerandi, che il Protestantismo ebbe
in Italia; ma contuttociò non si può dire, che, quanto a determinare
la grande Reazione Cattolica o Controriforma, che dir vogliate,
quest'ultimo coefficiente abbia avuto il valore e l'efficacia degli
altri, meno che mai del maggiore di tutti, di quello che, quantunque
non unico, sorpassa di gran lunga tutti gli altri, vale a dire
della ribellione Protestante Tedesca, che vittoriosa, indomabile,
progrediente d'anno in anno, costringe la Chiesa Latina, nonostante
tutte le ripugnanze e le resistenze dei Papi e della Curia, nonostante
tutte le ambagi della politica, a persuadersi della necessità di
opporre una riforma sua propria a quella di Lutero, di Zuinglio e di
Calvino per salvare ciò che le resta, riassodare ciò che vacilla, e
riguadagnare in tutto o in parte, se possibile, il terreno perduto.

Ad ogni modo il trapasso dall'età del Rinascimento a quella della
Reazione Cattolica, quantunque breve, non è a data fissa, senza
oscillazioni e senza contrasti. Gli ideali del Rinascimento si vanno
oscurando bensì, ma non tutti ugualmente, nè tutti ad un tratto, perchè
questi mutamenti a scatto d'orologio nella storia non si danno, ed è
già troppo, a mio avviso, assegnare per la sola pittura, ad esempio, il
principio della sua decadenza al 1530, come fa il Burckhardt nel suo
_Cicerone_, e non dico nulla del Ruskin, scrittore di grande ingegno,
ma critico paradossale e Puritano intrattabile, il quale non si
contenta dei fulmini e delle contumelie, che scaglia sulla povera arte,
svoltasi poi sotto l'influsso della Reazione Cattolica, ma giudica già
una decadenza lo stesso Rinascimento ed un manierista Raffaello!

In quella vece da Paolo III a Clemente VIII occorrono non meno
di dodici regni di Papi, quattro dei quali bensì brevissimi
o insignificanti, perchè si possa dire spostato il centro del
Rinascimento, di cui va via via scemando in Italia ogni spontaneità
creatrice, e perchè Roma ridivenga alla sua volta centro d'un altro
gran moto, cioè della Reazione Cattolica, e così prevalga ancora
nuovamente nel mondo.

Comunque, il termine di tempo è pur sempre cortissimo per così enormi
risultamenti, settant'un anni e non più, anche calcolando non dal
convegno di Bologna alla fine del secolo XVI, ma dal Papato di Paolo
III, durante il quale si avverte appena che il Rinascimento sta per
finire, a quello di Clemente VIII, in cui Roma e l'Italia sono talmente
mutate da non riconoscerle più per quelle di prima.

Pur troppo il tempo cammina svelto nella eterna Roma, e strani giuochi
di fortuna prepara, tanto più sbalorditoi, quanto più Roma vi dà
l'ammaliante illusione che il tempo non passi mai e che si possa sempre
fare a fidanza con esso!

Ne volete altra prova? Per certo la maggior parte di voi conosce Roma
e per conseguenza San Pietro. Or bene, viaggiando colla fantasia,
entriamo in San Pietro e nell'abside di fondo fermiamoci a sinistra
dinanzi al monumento sepolcrale di Paolo III Farnese. Quella nobile
e bellissima figura di Papa barbuto e meditabondo, quelle altre due
figure di donna, coricate davanti al sarcofago, l'una vecchia e l'altra
giovine, e rappresentanti la Prudenza e la Giustizia, vi dicono, nella
loro composta e vigorosa magnificenza, che siamo ancora in piena arte
del Rinascimento. Tanto più ve lo dice la tradizione storica, la quale
riconosce nell'una di quelle donne il ritratto di Giulia Farnese, la Du
Barry dei tempi Borgiani, e nell'altra il ritratto di Giovanna Caetani
di Sermoneta, la madre del Papa; curioso accozzo in verità e di una
disinvoltura quasi sacrilega in quell'occasione e in quel luogo. — Ora
voltiamoci indietro e guardiamo all'altro monumento sepolcrale, che
sta di fronte al primo. È il sepolcro di Papa Barberini, Urbano VIII.
La testa del Papa col triregno è bella; è anch'esso barbuto, ma non
colla barba all'Enrico IV o coi mustacchi alla Wallenstein di altri
Papi del secolo XVII. Pur tuttavia quello scheletraccio alato e dorato,
che, seduto a sghimbescio su un'urna nera, registra il nome del Papa
nel libro dei morti, tutto quello svolazzo e tormento di pieghe nelle
vesti, tutti quegli atteggiamenti teatrali, cascanti e manierati delle
altre figure, non solo vi dicono che siamo già a tutt'altro tempo,
a tutt'altra arte, ma il nome stesso del Papa, che per sua sventura
condannò Galileo, che ebbe assai più sentimento di gran principe che di
Papa, che, durante la guerra dei Trent'anni, per odio alla grandezza
degli Absburgo, badò assai più ai motivi politici che non ai motivi
religiosi di quella titanica lotta, vi dice altresì che il tempo
della Reazione Cattolica è esso stesso oltrepassato e che il Papato
s'incammina già per quella via di sfarzo principesco e di assolutismo
monarchico, per la quale fu avviato bensì dalla Reazione Cattolica
contro la Riforma Protestante, ma, seguendo la quale, dovrà poi
scontrarsi a tutt'altri ostacoli ed a tutt'altre resistenze. Eppure tra
l'una e l'altra età, a cui si riferiscono que' due monumenti, tra l'uno
e l'altro di quei due Papi, tra Farnese e Barberini, neppure un secolo
è corso, ottantanove anni e non più!!

Un singolare destino ebbe Paolo III! Ch'esso sia il vero Papa della
transizione fra il Rinascimento e la Reazione Cattolica lo dimostrano
dall'un de' lati essere stato fatto cardinale (e per che vie!) da Papa
Borgia, essere stato educato all'umanismo nell'Accademia di Pomponio
Leto e al gusto dell'arte nella Corte di Lorenzo il Magnifico, aver
fatto compire a Michelangelo il _Giudizio_ e voltare la cupola, fatto
lavorare il Cellini, edificato il Palazzo Farnese e, non scoraggiato
dall'esempio dei Borgia, aver mirato ed essere riescito a fondare
un regno ai nipoti, e dall'altro lato aver esso creato cardinali il
Sadoleto, il Polo, il Giberti, il Fregoso, il Contarini, il Caraffa,
i primi quattro inchinevoli bensì a conciliazione coi Protestanti,
ma tutti zelantissimi di una riforma interna della Chiesa, ed il
quinto il rappresentante della repressione e della resistenza a tutta
possa, aver introdotta in Italia l'Inquisizione spagnuola, approvata
la Compagnia di Gesù, la riforma e l'istituzione di altri ordini
religiosi, e finalmente avere aperto il Concilio di Trento, con che
si può dire che Paolo III, quantunque per indole e per gusti fosse di
suo assai mediocremente zelante e appartenesse più al Rinascimento che
alla Reazione Cattolica, pure, spinto dalla forza delle circostanze e
soprattutto dal risveglio dello spirito religioso manifestatosi nella
Chiesa, organizzò sotto il suo pontificato tutti i principali e più
formidabili strumenti della Reazione Cattolica.

All'apertura del Concilio però non s'indusse che con la maggior
ripugnanza e resistette sinchè potè. Ricordava con terrore gli
ultimi quattro: quello di Pisa, che avea deposti due Papi; quello
di Costanza, che sotto la presidenza dell'Imperatore avea condannata
bensì l'eresia di Giovanni Huss e di Girolamo da Praga, ma s'era poi
trasformato in vero tribunale giudicante il Papa e il Papato, avea
costretto tre Papi ad abdicare ed accentuata all'estremo la tendenza
delle Chiese nazionali ad emanciparsi da Roma mediante i concordati;
quello di Basilea, che era stata una vera ribellione alla supremazia
dell'autorità Papale; e finalmente il Lateranense, opposto da Giulio
II ad una ripresa del vecchio conciliabolo Pisano, e che Leone X avea
dovuto con disinvoltura Medicea affrettarsi a chiudere, affinchè non
uscisse di carreggiata.

Paolo III quindi resistette, ripeto, sinchè potè, e quando piegò
per forza alla deliberata volontà di Carlo V, che già alle prese coi
Protestanti di Germania lo imponeva ad ogni patto, traccheggiò ancora,
ed il Concilio, dopo infiniti sì e no, convocato a Trento nel 1542, si
prorogò al 1543 è in realtà non fu aperto che nel 1545.

Se non che fin dalla prima sessione nè corrispose ai desideri di Carlo
V, il quale, benchè Cattolico fervente, vagheggiava qualche mezzo
termine, che gli consentisse d'intendersi coi Protestanti e pacificare
la Germania, tutta in subbuglio, nè giustificò le timide apprensioni
del Papa, se pure anzi non superò ogni sua aspettazione.

Per mia e vostra fortuna, signore, io non posso neppure compendiarvi
la storia esteriore del Concilio di Trento, nonchè entrare nel merito
delle sue discussioni. Il Concilio di Trento ebbe, come sapete, due
grandi storici italiani, l'uno Fra Paolo Sarpi, l'altro, il cardinale
Pallavicini, gesuita. Sono due storici classici, ma due storici di
partito, e chi si colloca su questo terreno (una trista esperienza
ce lo mostra ogni giorno) non può, non vuole nè conoscere, nè dire la
verità. Tant'è che queste due storie sono non solamente l'opposto l'una
dell'altra, ma il mondo Cristiano è, dice il Ranke, diviso in due nel
giudicarle, nello stesso modo che è diviso in due nell'apprezzare pro o
contro l'opera del Concilio di Trento.

Certo l'uno, il Sarpi, tira tutto al peggio e interpreta tutto
sinistramente, l'altro, il Pallavicini, difende tutto e, scrivendo
per confutare il Sarpi, non gli lascia passare una parola, un fatto
senza contraddirlo, e dove la verità di ciò che ha scritto il Sarpi
salta agli occhi, allora gira largo, o ricorre alle fiorettature, agli
sbalzi, ai bagliori incerti dello stile, dei quali gli scrittori del
suo Ordine sono sempre stati maestri, e nei quali in Italia purtroppo
hanno fatto tanti discepoli.

In buona fede piena non lo sono nessuno dei due, perchè il Sarpi,
acceso d'amore per la sua Venezia, che lotta contro le usurpazioni di
Roma, detesta la Roma di Paolo V Borghese, quell'orgoglioso, che ha
scritto il suo nome di famiglia sul frontone di San Pietro, non meno
del Concilio di Trento, che ha costituita Roma qual egli la vede al suo
tempo, ed il Pallavicini scrive per commissione del suo Ordine, ch'era
stato il grande inspiratore e maneggiatore del Concilio di Trento.

Quanto a me però dico il vero, il Pallavicini lo intendo e me lo
spiego. Tutto invece nel Sarpi, tranne il suo patriottismo Veneziano,
mi rimane, come ad Edgardo Quinet, un enigma. Il suo libro somiglia
al _Principe_ del Machiavelli. Nel _Principe_, coi fatti della storia
alla mano si mostra con che arti si fondi e si mantenga uno Stato in
tempi corrotti. Nel libro del Sarpi si mostra con che arti si pretenda
riformare una religione, quand'essa ed il tempo sono corrotti del pari.

Se non che il Machiavelli almeno ci avverte che la morale non ha
da far nulla coll'arte di Stato, e che la religione sarebbe bensì
un grande aiuto, se ci fosse, ma quando non c'è, si fa a meno anche
della religione. Il Sarpi invece rimane sacerdote di questa religione;
respinto anzi da essa, le rimane fedele a costo anche della vita e
tutto ciò nell'atto stesso ch'egli scruta questa religione nelle sue
fondamenta, la sorprende in peccato e la denunzia al mondo. Come si
spiega questo mistero? Con motivi volgari, no certo, perchè questo
povero frate non chiede nulla per sè, non esce mai dal convento,
vive povero e virtuoso e muore, augurando soltanto alla sua Venezia
di durare eterna. Ma è Protestante il Sarpi? è Cattolico? è un
precursore di Portoreale e dei Giansenisti? anticipa puramente i
giurisdizionalisti del secolo XVIII? è un precursore dei _Vecchi
Cattolici_ odierni? Noi sappiamo i suoi odii, perchè ce li ha detti
lui. Delle sue predilezioni conosciamo soltanto quella a Venezia. Il
resto è uno dei soliti enigmi del pensiero Italiano, che n'ebbe tanti
in quei tempi.

Il Sarpi ha chiamato il Concilio di Trento l'_Iliade_ del suo secolo,
denominazione che può avere molti significati e gli è stata molto
rimproverata. Considerandolo soltanto sotto l'aspetto umano e storico,
mi pare però che sì per la lunga durata, come per l'importanza e le
strane vicende, quella denominazione non gli disconvenga del tutto. Si
protrasse per quasi ventidue anni, si adunò a intervalli per diciotto
anni tre volte, senza contare la sua momentanea traslazione a Bologna
nel 1547, fu interrotto da paci, da tregue, da guerre, e quando, dopo
inconciliabili discordie fra i Padri stessi del Concilio, parve perduta
ogni speranza di tenerlo unito e tirarlo a conclusione, fu appunto
allora, che con uno sforzo eroico ed un'arte sopraffina approdò. Dopo
di che ognuno giudicò dei risultamenti del Concilio secondo le proprie
speranze, le proprie tendenze intellettuali e le proprie aspirazioni
religiose, positive o negative che fossero.

A me basta dire che superato il disgusto del veder precorsi in
quell'assemblea tutti gli artifizi, i lacciuoli, i giuochetti, i
retroscena, le divisioni per gruppi e sottogruppi, le comparse che
votano, le infornate che spostano le maggioranze, tutte le macchinette
insomma del parlamentarismo moderno, e giudicando il fatto con
criterio umano, ma pure ammettendo che i più dei membri del Concilio
erano sinceri, dotti e di tutto cuore aspiranti ad una seria riforma
della Chiesa, due forze mi sembrano aver prevaluto a far riescire
il Concilio come riescì: i Gesuiti, tutta colpa o tutto merito dei
quali è la inespugnabile rigidità dottrinale, in cui il Concilio si
contenne, e la Corte di Roma, la cui finissima arte diplomatica rese
essa sola possibile fra tante difficoltà politiche, che ad ogni poco
l'interrompevano, la continuazione e la fine del Concilio.

Corrispose esso alle speranze degli spiriti più temperati fra i
dissidenti e dei più elevati fra i Cattolici? Per me dico: no. Altri
dirà: sì; e saranno due convinzioni egualmente rispettabili. Certo
è che i risultamenti immediati, se si guarda soltanto al fine che
ebbe Roma nel riunirlo, furono grandissimi. Determinato cioè per
sempre il dogma Cattolico, ristabilita la gerarchia e la disciplina
ecclesiastica, tolta la confusione d'idee, che fra gli stessi Cattolici
regnava prima del Concilio, arrestate le tendenze centrifughe
nazionali, l'autorità Papale riconosciuta superiore ai Concilii e
grandemente aumentata, il clero inferiore sottomesso ai Vescovi,
scartata ogni novità nel culto, dato al Papato un nuovo carattere,
diversissimo da quello che ebbe nel Medio Evo e nel Rinascimento,
migliorato coi Seminari il valor morale e intellettuale del clero,
disciplinati i Conventi, imbrigliata la stampa coll'_Indice_.

In tutto questo è il bene e il male del Concilio. Quanto all'Italia, la
sua servitù politica era già piena, allorchè il Concilio incominciò.
Le si aggiunse ora la piena servitù del pensiero e della coscienza,
con tutti i guai che ne conseguono alla civiltà, al carattere ed alla
vita d'un popolo, e Roma ebbe fidi e terribili strumenti a quest'opera
l'Inquisizione ed i Gesuiti.

Dei cinque Papi, che regnarono durante il Concilio di Trento, tre soli
meritano particolare attenzione, Paolo III, Paolo IV e Pio IV. Degli
altri due, Giulio III rappresenta una parentesi volgare nella Reazione
Cattolica, e Marcello II, che regnò tre settimane, non potè se non
dare il suo nome alla famosa _Messa_, con cui tra le prescrizioni e i
divieti del Concilio il Palestrina riescì (e fu un grande trionfo) a
portar fuori salva la musica sacra.

Ma notate bene, o signore, a conferma di quanto io vi diceva, che non
due Papi zelanti, ma due Papi politici, Paolo III e Pio IV, sono quelli
che iniziano e conducono a fine il Concilio.

Paolo IV, che sta fra i due, il fondatore dei Teatini e quegli che
da cardinale persuase Paolo III a trapiantare in Roma l'Inquisizione
Spagnuola, era troppo fiero e troppo invadente personaggio da
sopportare l'aiuto del Concilio, sebbene fosse stato il _leader_ della
sua prima sessione, e non sapendo piegarsi neppure alla dominazione
Spagnuola, tentò levarsela di dosso, gettandosi con uno scarso aiuto
Francese nella più disperata avventura guerresca, che mai si potesse
immaginare.

Per sua fortuna Carlo V, stanco e disgustato della sua stessa
grandezza, aveva abdicato, e Filippo II, il suo successore Spagnuolo,
era un Tiberio bigotto, che al Duca d'Alba, il quale guidava gli
Spagnuoli, ordinò di trattare il Papa vinto, come se fosse stato
vincitore. Da quel momento il Papa mutò; i nipoti, che avevano
fomentate le sue aberrazioni politiche, furono esiliati; Roma, la
Corte, la Curia, la Chiesa, la città si trasformarono sotto l'impulso
di rigori, quali potea imporli un Paolo IV umiliato e forse pentito;
l'Inquisizione in tutta Italia e in Ispagna fece il resto. In queste
due nazioni fu quindi soffocata ogni velleità eterodossa, ma in questo
tempo medesimo il Cattolicismo perde l'Inghilterra e la Scandinavia;
quasi tutta la Germania è divenuta Protestante; la Polonia e l'Ungheria
balenano; Ginevra s'atteggia a piccola Roma Protestante, e la Riforma è
già in armi e già combatte in Francia e nei Paesi Bassi.

In tali condizioni cominciò a regnare Pio IV. Se non che ebbe
un'idea chiara ed ardita: riaprire il Concilio, fidarsi ad esso in
apparenza, ma regolarlo lui d'accordo coi Principi, persuadendoli
che l'assolutismo Papale e l'assolutismo Monarchico erano l'uno il
necessario sostegno dell'altro.

Troppo dovrei dire, se volessi mostrarvi che capolavoro diplomatico sia
la condotta di Pio IV col Concilio e colle Potenze Europee in relazione
al Concilio; con che mano leggera e vellutata egli sappia toccare
tutti i tasti e far loro rendere il suono che gli conviene; come
superi, ora cedendo, ora resistendo, ogni difficoltà. Fu aiutato dal
cardinale Morone, indole mansueta e quasi timida, ma ferma, intelletto
acutissimo, anima onesta e schiettamente religiosa e che, figlio del
famoso cancelliere degli Sforza, l'arte diplomatica, si può dire,
l'avea nel sangue. Fatto è che a fronte di questi due preti, Filippo
II, il Duca d'Alba, Caterina de' Medici, il cardinale di Lorena,
Ferdinando I non sono che dilettanti di bassa sfera.

Le discussioni nel Concilio sono tempestose; ogni giorno minaccia di
sfasciarsi; e nondimeno tutto sempre ripiglia e finisce dove e come il
Papa ha voluto. La satira contemporanea si sfogò a dire che lo Spirito
Santo viaggiava in posta da Roma a Trento. Sarebbe stata del pari
irriverente, ma più esatta, se avesse detto che da Roma faceva il giro
d'Europa e portava a Trento la volontà del Papa, quand'era divenuta la
volontà di tutti.

Così il Concilio potè chiudersi; così Roma ricostruì il suo colossale
edificio, circondandolo di tali muraglie, appiè delle quali venne ad
infrangersi l'onda, fino a quel momento irresistibile, della Riforma
Protestante, e da questa rocca Roma uscì di nuovo con un esercito
rifatto di entusiasmo, di disciplina e di fede e tutto stretto nella
sua mano, come un'unica spada, alla riconquista del mondo.

Non direi il vero, signore, contribuirei anzi colle mie parole a
darvi un falso concetto della Reazione Cattolica, se arrecassi tutti
i suoi effetti prossimi e remoti a sola arte di regno, a sola finezza
diplomatica della Corte di Roma. Ciò che assicura anzi quegli effetti
è principalmente il fervore di quel nuovo sentimento religioso, ch'io
dissi già ricomparso, quando il Rinascimento incominciava ad allarmare
le coscienze più timorate; è una successione di Papi irreprensibili
e di una terribile severità, come quella che va da Pio V, Gregorio
XIII e Sisto V a Clemente VIII; è un clero presente in ogni dove e
dopo il Concilio migliorato d'assai; è l'apparizione quasi simultanea
di uomini di una fede ardente, di una carità veramente apostolica, di
una abnegazione a tutta prova, quali Ignazio di Lojola, Francesco di
Sales, Carlo Borromeo, Filippo Neri, il Calasanzio, il Saverio e tanti
altri; è la riforma degli ordini religiosi antichi e la creazione di
nuovi, dei quali si contano diciannove dallo scoppio della Rivoluzione
Protestante nel 1521 alla pace di Vestfalia nel 1648; è la repressione
inesorabile dell'Inquisizione e dell'Indice, che ne è una propaggine,
la quale spegne ogni libertà di coscienza e di pensiero; è finalmente
la furia di combattimento e di espansione dei Gesuiti. Tutto questo
coopera ad un sol fine, obbedisce ad un solo comando, si muove com'un
uomo solo, e se confrontate la nostra presente confusione ideale e
morale con quella salda e tremenda compagine, sarà il miglior mezzo
di convincervi non della nostra debolezza, chè forse non ne avrete
bisogno, ma della enorme potenza di quella organizzazione.

Dell'Inquisizione, dico chiaro, mi ripugna a parlare. È un'instituzione
abietta ed odiosa fino dai suoi principii, durante il Medio Evo,
come ha tanto bene dimostrato di recente e con grande imparzialità un
illustre storico Americano, Enrico Carlo Lea, e tale si conservò, anche
quando, nel 1542 fu trapiantata in Italia.

Non è così dei Gesuiti. Per quanto è dato discernere il vero fra tanto
furore di accuse e di difese, a cui furono fatti segno in ogni tempo,
per quanto sembri provato che la Compagnia di Gesù incominciasse a
deviare dal proprio instituto quasi subito dopo la morte di Ignazio
di Lojola, per quanto sia certo che in progresso di tempo, inebbriata
della propria potenza, ricca, intrigante, presente e agitantesi ovunque
dalle reggie ai tuguri, ne deviò sempre più, e si corruppe e intristì
nella setta; pure ne' suoi primordi, o in relazione almeno al momento
storico, di cui ci stiamo occupando, quand'essa cioè incarnava ancora,
al pari del Lojola, lo spirito cavalleresco e il misticismo Spagnuolo,
l'uno e l'altro fecondati da un ardente ambizione, quando colla più
strana mescolanza di pietà, d'abnegazione, di fanatismo, d'astuzia,
d'energia selvaggia, senza scrupoli sulla scelta dei mezzi, come senza
esitanza, si gettava a corpo perduto nella lotta, quando alla fine
del secolo XVI si vedeva già sparsa nelle quattro parti del mondo,
dominare in Italia, in Spagna, in Portogallo, guadagnare in Francia un
terreno contrastatole palmo a palmo, e serrare da presso in Germania
il focolare del Protestantismo da Vienna, da Praga, da Ingolstadt e da
Monaco, non possiamo, comunque si pensi, difenderci da un sentimento
d'ammirazione per questo audace manipolo d'uomini, che giustamente
furono chiamati i Giannizzeri del Papato e della Reazione Cattolica.
Esagera bensì il Macaulay attribuendo loro ogni merito d'avere salvato
il Cattolicismo, fermati i progressi della Riforma e respintala dai
piedi dell'Alpi alle coste del Baltico, perchè si dimenticano così
Filippo II, l'Inquisizione, il Concilio di Trento, la Casa d'Austria
e quella dei Wasa di Polonia, le grandi forze insomma, senza le quali
poco o nulla avrebbero potuto Ignazio di Lojola e la sua milizia.

Non è men vero ad ogni modo che in quel momento, in cui la Chiesa
Cattolica si trasforma tutta in una grande _missione_, i Gesuiti,
tipo vero di quella nuova specie di frati, non più puramente ascetici
e contemplativi, ma in continuo contatto con la vita, i Gesuiti,
operosi, instancabili, sono all'avanguardia della parte più militante,
e nel tempo stesso che disfanno il passato, preparano l'avvenire,
sottentrando colla loro azione, che sa trasformarsi in mille guise
alla libera azione individuale, non per sopprimerla, ma per dominarla e
avviarla ai fini soltanto che si propone la Chiesa.

Or eccovi, signore, il grande edificio della Reazione Cattolica
compiuto in tutte le sue parti. L'assolutismo Spagnuolo dal 1559 al
1700, dal trattato di Castel Cambrese alla prima guerra di successione,
domina quasi tutta l'Italia. L'assolutismo papale, ritempratosi nella
Controriforma, stende la sua azione al di là delle Alpi e del mare,
ma strettamente unito al dominatore Spagnuolo, fa sentire in Italia
più immediata e continua la sua potenza. La quale è in realtà così
grande, che con Pio V sembra quasi ridestare lo spirito delle Crociate
e oppone ai Turchi una Lega, vincente a Lepanto l'ultima gran battaglia
cristiana, e con Sisto V pare non avere più confini ne' suoi sogni
d'ambizione e vagheggia un'alleanza colla Persia e la Polonia per
abbattere l'Impero Turco, congiungere il Mediterraneo al mar Rosso
per restituire il primato marittimo all'Italia, conquistare il Santo
Sepolcro, di cui il Tasso cantava la liberazione, e trasportarlo a
Montalto, l'umile paesello presso Ascoli, dove Sisto V era nato. Sogni,
deliri di potenza, e non più, perchè se l'Italia, sotto la duplice
dominazione, da cui è compressa, perde quasi la coscienza dell'esser
suo, la Spagna si accascia via via sotto il peso della grandezza in
una decadenza irrimediabile, ed il Papato devia, durante il Seicento,
dal concetto religioso, che gli avea rifatte le forze, in un concetto
sempre più personale ed esclusivamente principesco, che ha bensì nello
splendido _San Pietro_, come ha dimostrato Giacomo Barzellotti, la
sua più caratteristica e monumentale espressione, che fonda in Roma
bensì col nepotismo finanziario una aristocrazia nuova, ma dischiude al
Papato altre lotte, alle quali non potrà più opporre il sentimento, la
vigoria e la rinnovata giovinezza di prima, quantunque sia riescito per
ora nient'altro che a far di tutti gli Stati Cattolici un istrumento
della Chiesa.

Innanzi che incominciasse questa seconda fase della Reazione Cattolica,
i Papi e la Corte, Roma e l'Italia, a dar retta almeno a quanto scrive
nel 1576 l'ambasciator Veneto, Paolo Tiepolo, erano già divenuti
modelli di pietà, d'onesto vivere e di cristiani costumi. Ma c'è da
fidarsi del tutto a queste impressioni di viaggiatore? Non v'ha dubbio
che un gran mutamento era avvenuto, un gran fervore di sentimento
religioso s'era ridestato, ma c'è d'altra parte il terrore, che domina
ovunque; c'è l'ombra dell'Inquisizione, che aduggia tutto; c'è il fare
accomodante, procacciante, instancabile dei Gesuiti, che s'insinua
per tutto; c'è il costume Spagnuolo, tutto cerimonie e sussiego
nobilesco, tutto boria e gale di titoli, di privilegi e di pretesi
dogmi cavallereschi, che nella vita di Corte accentra ogni ideale delle
alte classi e sempre più le separa dal popolo, sfruttato a sangue, e
cui non rimane altro conforto, che la rassegnazione consigliatagli
da un cappuccino, o altra speranza, che quella della vita eterna,
annunziatagli dal campanile della parrocchia; c'è finalmente il vecchio
scetticismo pratico Italiano, il quale o combina il di dentro e il di
fuori in modo da non aver seccature, e avete la falsità nei caratteri
e l'ipocrisia nei rapporti sociali, o non piega e si ribella, e allora
avete i martiri, che sfidano la tortura ed il rogo, oppure avete la
vita eslege del brigante, frutto indigeno dell'Italia e della Spagna, o
la vita, eslege del pari, del signorotto violento, gli _Innominati_ e i
_Don Rodrighi_ dei _Promessi Sposi_.

Questo in pieno Seicento. Prima c'è un tempo d'intervallo, di contrasto
spasmodico fra il vecchio e il nuovo e di tale contrasto il tipo e
la vittima è Torquato Tasso. Una volta la storia di lui era assai
semplice. Un gran poeta innamorato d'una principessa; un tiranno
spietato, che lo castiga del suo ardimento collo spedale dei matti,
colla carcere, colle beffe dei pedanti e dei cortigiani, e il poeta che
muore di sfinimento in un convento di Roma, mentre s'odono di lontano
le campane del Campidoglio suonare a festa per la sua coronazione.
Ora questa leggenda è sfatata. Non per questo il Tasso è divenuto un
felice di questo mondo, ma è infelicissimo per tutt'altre cagioni:
perchè non può mettere pace nell'animo suo, nè come uomo nè come poeta,
fra i ricordi del Rinascimento e le violenze della Reazione Cattolica;
perchè dubita e crede; perchè vorrebbe esser uom libero e la vita di
Corte è per lui come certe donne, con le quali non si può vivere nè
viver senza di loro; perchè si sente originale e grande e nello stesso
tempo indulge e piega per vanità e per paura ai cattivi gusti del
tempo; perchè è mistico e sensuale; perchè ha ragione il Carducci di
definirlo il solo Cristiano del Rinascimento, come ha ragione il Quinet
di definirlo il solo umanista della Reazione Cattolica. Di tutto questo
contrasto, che gli avvelena la vita, impazza e muore.

Non più in contrasto fra due tempi, ma in pieno accordo col Seicento,
è invece il Marini con la sua vita e con l'opera sua. Si giunge a lui,
passando a traverso l'idillio sensuale e musicale dell'_Aminta_ del
Tasso e del _Pastor fido_ del Guarini, e la sua intima correlazione
col tempo non sta tanto nella goffa e proverbiale esagerazione della
forma, quanto e più nel fatto che il suo poema, l'_Adone_, è il
vero poema epico del Seicento, il poema della voluttà sentimentale,
dissimulata sotto il velo ipocrita dell'allegoria, il poema della
pace, ma dell'ignobile pace dell'Inquisizione, del Gesuitismo e della
dominazione Spagnuola. È lui, il Marini, il dittatore universale, nè
gli si oppone che il poema eroicomico, la _Secchia Rapita_ del Tassoni,
della cui misteriosa ironia l'Inquisizione diffida, ma non sapendo
bene da che lato colpirla, processa il poeta per aver regalato alla
sua serva un diavoletto chiuso in una boccia d'acqua, che a premerne il
tappo sgranava gli occhi e andava su e giù, come se fosse vivo.

Opposizione vana ad ogni modo quella del Tassoni; al pari della satira
politica del Boccalini e di qualche nobile accento di Salvator Rosa,
poichè il Marini fa scuola e le due caratteristiche del Marinismo, la
sentimentalità voluttuosa e lo sforzo della forma, cogli svolazzi, le
riprese, i trilli, i gorgheggi variati all'infinito, si rispecchiano
nell'architettura barocca del Maderna e del Bernini, artisti grandi,
ma compiutamente travolti dalla corrente del loro tempo, e nella
scultura e nella pittura, barocche esse pure ed insieme enfaticamente
sentimentali, del Maderna e del Bernini stessi e dei Carracci e dei
Carracceschi.

L'architettura barocca non ha più leggi nè limiti, neppure di buon
senso, nella sua smania decorativa, di cui sono tipo le chiese dei
Gesuiti col

    grosso angel paffuto,

dice il Carducci,

    Che nelle chiese del Gesù stuccate
    Su le nubi s'adagia
    Su le nubi dorate e inargentate,
    Che paion di bambagia,

e sembra presa invero d'una specie di frenesia, anche quando, come
spesso in Roma, e soprattutto in San Pietro, riesce pure a intonarsi di
qualche guisa, e, se non altro, colla grandiosità, alle belle linee del
Rinascimento.

La scultura e la pittura, per lo più di soggetto sacro, non possono
più contenersi neppure esse e anche nelle opere migliori, nella
_Santa Cecilia_ del Maderna in Trastevere, nella _Pietà_ del Bernini
o Berniniesca della Cappella Corsini in Laterano e peggio ancora
nella _Santa Teresa_ a Santa Maria della Vittoria, al pari che nelle
pitture dei Carracci, di Guido e del Guercino, pare che nulla più basti
allo sforzo, alla posa, al gigantesco di questa scultura e di questa
pittura, e la divozione diventa delirio, l'estasi agonia, il martirio
carnificina.

Letteratura ed arte, le quali dimostrano pur troppo che sotto a tutto
questo eccesso di forme, sotto a tutto questo spettacolo esteriore
di reazione Cattolica (i cui effetti morali lo Schiller ha con tanta
poesia rappresentati nell'ascetismo erotico di _Mortimero_ nella _Maria
Stuarda_) un gran vuoto s'è fatto nel pensiero, nella fantasia e nella
coscienza italiana. E con questo vuoto un silenzio di tomba. Restano
vive ancora la musica e la scienza: la musica, che è accusata d'aver
cullato il sonno degli schiavi e divertito i padroni, ma che sarà il
capolavoro artistico del Settecento e ricorderà di nuovo il sacro
nome d'Italia all'Europa: la scienza, che rivendica i suoi diritti
all'avvenire colle divinazioni e il sacrificio eroico di Giordano Bruno
e che con Galileo, umiliato ma non persuaso, intima, misteriosamente
minacciosa, alla Reazione Cattolica: “_hai vinto sì, ma di troppo!_„



ROMA E I PAPI NEL SEICENTO


                               CONFERENZA
                                   DI
                            DOMENICO GNOLI.


Ciascuna città riflette principalmente, nella pianta, nei monumenti,
nel fabbricato, nella decorazione, nei prodotti dell'arte e perfin
dell'industria, il gusto e l'indole d'un'età; di quell'età in cui
essa raggiunse il massimo grado della prosperità e dello splendore.
Così qui a Firenze tutto palpita della vita del Rinascimento, e
nella Roma moderna impera sovrano il Seicento: esso le ha impresso
il suo carattere, l'ha animata del suo spirito: il che specialmente
è vero se, non attenendoci strettamente al rigor delle cifre, si
faccia incominciare il Seicento dal pontificato di Sisto V, cioè
dal 1585. Le antiche basiliche, le fabbriche del Rinascimento quel
secolo ha trasformato in gran parte, secondo il suo ideale estetico,
colla sicurezza di renderle più belle e magnifiche; e quel che resta
d'intatto, si nota quasi come monumento storico, difforme dal carattere
dominante. L'età posteriore ha camminato sull'orme di quel secolo.

Il Cinquecento aveva dato con San Pietro il tipo della Chiesa Romana,
e col palazzo Farnese quello del palazzo. Il Seicento applica, estende
a tutta la città quei due tipi con una serie di variazioni degli
stessi motivi. Chi dalla balaustrata del Pincio guardi il panorama
di Roma, è colpito da una popolazione di cupole sorgenti grandi e
solenni sovra il piano dei tetti. Quella di San Pietro, che campeggia
gigante sull'orizzonte, fu voltata da Sisto V; seguirono quelle di
Sant'Andrea della Valle, di San Carlo a' Catinari, di San Carlo al
Corso, di Sant'Agnese ed altre. Sulle piazze e per le vie della
città v'incontrate a ogni passo in una di quelle enormi facciate
di chiesa, tutte di travertino, a due piani, selve di pilastri e di
colonne, con angeli e santi agitati dal vento, quali Sant'Andrea della
Valle, Sant'Ignazio, la Chiesa Nuova e tante altre; e se entrate in
quelle chiese, quasi tutte le troverete a croce latina, con arcate
intramezzate da pilastri; e sugli altari una orientale ricchezza di
marmi colorati, d'oro e di bronzo uniti con un senso maraviglioso della
policromia; sulle piazze i grandi obelischi eretti da Sisto V, e i
minori della Minerva e del Pantheon da Alessandro VII e da Clemente XI.
E i palazzi giganti tra il vecchio fabbricato, semplici e severi, senza
lusso di decorazione nè ornato d'ordini architettonici e le fontane
nelle piazze, e le grandi mostre dell'Acqua Felice, dell'Acqua Paola e
dell'Acqua di Trevi, quest'ultima, opera d'arte secentistica nel secolo
successivo, tutto infine quello che più apparisce all'occhio, che prima
colpisce il visitatore, è opera del Seicento.

E chi si affacci a quel gran teatro della Chiesa Romana che è la
piazza di San Pietro, si trova innanzi a quel periodo della storia e
dell'arte. Alessandro VII erigeva i portici, Paolo V la facciata della
chiesa, Sisto V trasportava l'obelisco e voltava la cupola, Innocenzo
XI compieva le due fontane. E nell'interno, l'opera di Bramante era
trasformata in quel secolo: prolungata la chiesa, mutandone la pianta
da croce greca a latina, decorata di stucchi e di marmi, aggiuntovi
il grande altare della confessione e la cattedra; e sugli altari,
opere del Domenichino, del Guercino, dell'Algardi, de' più famosi
artisti del secolo. E lì, nelle grandi tombe, giacciono per la maggior
parte i papi di quel periodo, di cui le figure grandeggiano, non più
distese sull'urna, ma ritte in piedi o sedute, fra gli svolazzi delle
statue allegoriche, i drappi di marmi colorati, e il bronzo e l'oro,
ostentando morti la grandiosità, la magnificenza ed il lusso che
professarono vivi.

Interprete del sentimento e della vita romana, scultore e architetto
officiale del papato, domina tutto quel secolo, tutta l'arte di
Roma Lorenzo Bernini, che operò senza posa sotto nove pontificati.
Egli fu detto corruttore, che meglio dovrebbe dirsi rigeneratore.
Nelle acque stagnanti dell'arte con cui si apriva il secolo XVII,
grande senza grandiosità, scorretta senza novità, egli portò il
soffio potente del genio; la agitò, la mosse, fino a sconvolgerla
in tempesta. Il grande, il magnifico, l'ingegnoso, l'appariscente,
il maraviglioso, l'eccessivo, era lo spirito, l'ideale del tempo;
e questo, Michelangelo meridionale, egli tradusse nell'arte. Non si
guardi all'opera della vecchiezza, quando esaurite le forze, cercò nel
bizzarro e nell'esagerato l'effetto; nè egli deve rispondere della
turba scapigliata de' suoi seguaci; nè dei deliri dell'emulo suo,
il Borromini, che gelosia pazza spinse a farsi della stravaganza una
legge: ma nella gioventù e nella virilità egli seppe svolgere l'ideale
del suo tempo entro i confini del bello; e come che si voglia giudicare
quello stato della civiltà, egli ne fu certo il più grande interprete
artistico. Ad una ricchezza esuberante di fantasia accoppiando una
maravigliosa padronanza dei mezzi tecnici, egli profuse in Roma le
sue opere immortali. La piazza di San Pietro, degna della cupola di
Michelangelo, la scala regia del Vaticano, la fontana dei fiumi sulla
piazza Navona, sono opere che sorpassano i termini dell'ingegno per
entrare nel campo del genio. E i papi di quel secolo, dalla faccia
marziale, dai mustacchi alla Wallenstein, dal pizzo alla cavaliera,
sono ancora nei marmi da lui scolpiti assai più vivi che non quelli di
nessun altro secolo.

                                   *

Ma se le città pigliano forma dal periodo della loro maggior grandezza
e prosperità, che diritto aveva il secolo XVII d'imprimere a Roma le
sue fattezze? Non ha forse periodi di maggior grandezza il papato?

Il secolo decimosettimo per la Chiesa e pel papato non fu senza
gloria. Il distacco di tanti popoli dal Vaticano per opera della
Riforma, aveva risvegliato nella Chiesa una vigoria di cui non la si
sarebbe creduta capace. Fu un lungo periodo di guerra, che dev'essere
perciò giudicato coi criteri che governano lo stato di guerra; a
questo stato corrispondono la dittatura del papato, e i tribunali
dell'Inquisizione, veri tribunali marziali. Il mondo cattolico fu messo
in istato d'assedio. La politica del Vaticano non ebbe altro fine
che di far argine allo estendersi della Riforma, di soffocare ogni
favilla che minacciasse un nuovo incendio. Nessuna libertà, nessuna
debolezza di fronte al nemico; ma unità di comando, ma obbedienza
cieca, ma disciplina di ferro. E il nemico non era solo oltre i confini
del mondo cattolico; chè il moto violento della Riforma aveva scosso
tutta l'anima cristiana, agitato gl'intelletti, turbato le coscienze;
e d'ogni parte pullulavano dottrine violente, bizzarre, contrarie,
minacciando di rompere l'organismo cattolico, di dissolvere l'unità
della Fede. La gerarchia episcopale era strumento insufficiente
alla urgenza, alla gravità dei bisogni e dei pericoli. I nunzi
apostolici, vero Stato Maggiore della Chiesa, teologi e canonisti,
abili diplomatici, recavano a principi e a vescovi la parola del Papa,
trattavano i più ardui negozi, stringevano alleanze, portando nel
grembo, ora pieghevoli ora alteri, benedizioni e scomuniche. Gli Ordini
Regolari, e sopra tutti i Gesuiti, posti sotto la diretta dipendenza
del Papa, formavano la milizia mobile della Chiesa. Predicatori dai
pulpiti, maestri nei collegi dei nobili e nelle scuole del popolo,
assistenti negli ospedali, accorrenti dove ci fossero piaghe da lenire
e miserie da sollevare, ad ogni bisogno della società corrispondeva
l'Ordine, la Congregazione religiosa. La riforma interna della Chiesa,
invocata invano per secoli dai Santi e dai popoli, ordinata dal
Concilio di Trento, ebbe in gran parte nel Seicento la sua esecuzione.
In quella guerra fieramente combattuta colle armi spirituali e le
temporali, fu salva bensì l'unità della Fede, ma a prezzo del pensiero
soffocato, della libertà strozzata.

                                   *

Ma altro è la storia del papato altro è quella di Roma.

Città e papi non vissero nel medio evo di buon accordo; ma fu anzi un
avvicendarsi di lotte e di convenzioni malfide. Ora i papi stettero
in Roma racchiusi sospettosamente entro le mura della città Leonina,
ora trasportarono altrove la loro sede. Col ritorno di Martino V,
e meglio nel 1443 con quello d'Eugenio IV, ultimo papa cacciato dai
Romani, i papi si stabilirono definitivamente in Roma. Ma la città e
la Curia erano due cose distinte. Da una parte la vecchia popolazione
scarsa di numero e di ricchezza; baroni, rozzi e guerrieri, che
risiedevano spesso ne' loro castelli; nobili famiglie cittadine,
date la maggior parte alla pastorizia e all'agricoltura, non ricche
e prive di coltura e d'arti civili; plebe irrequieta e miserabile.
Questa era la città che attorniava il Campidoglio. Dall'altra parte,
al Vaticano, c'era un santuario, e una corte ecclesiastica: una specie
di convento, dove le istituzioni permanevano intatte, e un popolo di
celibi vi passava dentro senza lasciare nè nome nè discendenza. Come
nel palazzo pontificio, così in quelli de' cardinali, e ne' palazzetti
de' protonotari apostolici, degli abbreviatori, degli officiali della
Curia, continuamente cambiavano gli ospiti; mutava nome il palazzo, e
spesso anche la piazza che gli stava innanzi e la strada; i potenti, i
ricchi di ieri, sparivano senza lasciar traccia, nuovi sottentravano
diversi di paesi, di costumi, di lingue, mentre altri s'affollavano,
nella speranza di raccoglier presto la successione. Quando il Papa e la
Curia si allontanavano da Roma, la città ne restava pressochè deserta.

Nello splendido pontificato di Leone X e sotto Clemente VII, alla
vigilia del Sacco, ho trovato per un documento che vedrà in breve la
luce, che la popolazione di Roma superava di poco i cinquantacinquemila
abitanti; se ne togli la Corte papale e quelle dei cardinali, e i
prelati e le corporazioni religiose e i seguaci della Curia Romana,
_Romanam Curiam sequentes_, tutta cioè la popolazione mobile raccolta
intorno al papato, di Roma non resta che un grosso villaggio. Dopo il
Sacco, cioè nel 1528, la popolazione di Roma era ridotta a poco più
che trentamila abitanti. Ma da quel punto incomincia un lungo periodo
di pace, interrotta solo dalla breve guerra del reame sotto Paolo
IV; i baroni son ridotti a vivere civile; si ordina a poco a poco
lo Stato, e l'autorità s'accentra maggiormente, dopo il Concilio di
Trento, nelle mani del papa. Ridotto, per la Riforma, il suo carattere
d'universalità, la Chiesa diviene principalmente latina, si afferma
ostentatamente romana; e nella grandezza esteriore e nella pompa essa
cerca di nascondere, se non di compensare, le gravi sue perdite.

Tre papi del Seicento, cosa non più vista da parecchi secoli, sono
romani di nascita.

Il celibato della Curia impediva il costituirsi in Roma di nuove
famiglie, il formarsi d'una nuova città. Venne il periodo del
nepotismo. Il frazionamento dei popoli in piccoli Comuni e in piccole
signorie, rese possibile a pazzi ambiziosi di tentare, con intrighi
diplomatici, con tradimenti, con armi raccogliticce, di formare a
beneficio delle loro famiglie uno Stato. Ma dei papi del Rinascimento,
nessuno lasciò in Roma una grande famiglia; e gli ambiziosi nepoti
dei Cibo, dei Borgia, dei Della Rovere, dei Medici, dopo avere
sconvolto mezza Italia, scomparvero dalla città eterna coi papi a
cui s'appoggiava la loro potenza. Cresceva la Curia di ricchezza e di
splendore, aumentava la popolazione mobile; ma la cittadinanza stabile
delle famiglie restava presso a poco la stessa.

Nè la città nuova si sarebbe formata, se non era il trasformarsi del
nepotismo papale da politico in domestico. Quando, per le condizioni
politiche d'Italia, era follia il tentare di formare alla famiglia uno
stato, i Papi volsero l'animo a fondar ciascuno in Roma una grande
famiglia principesca, che gareggiasse di ricchezza e di fasto colle
Case regnanti. L'esempio del nepotismo papale seguirono cardinali
e prelati, e tutti si diedero a fondare in Roma una famiglia in
linea trasversale, quando non potevano in linea diretta. Da circa
trentacinque mila abitanti, la popolazione saliva nel 1600 a circa
centodiecimila. Continuava poi più lentamente ad aumentare per tutto il
Seicento: nel 1650 superava i centoventiseimila, nel 1700 s'avvicinava
ai centocinquantamila.

La nuova forma del nepotismo papale non fu sul principio più fortunata
dell'altra, e i nepoti del Carafa finirono tragicamente. Rimase però la
famiglia Buoncompagni; rimase, benchè non durasse a lungo, la Peretti o
Montalto fondata da Sisto V, e imparentata colle due case baronali de'
Colonna e degli Orsini; e quella degli Aldobrandini, che rientra pure
nel secolo successivo.

Al secolo di cui discorriamo era riservato di fondare la più gran
parte della nuova aristocrazia: dodici pontificati, uno de quali durò
meno che un mese, lasciarono nove grandi famiglie. Convien dire però
che una di queste, la Odescaichi, non venne in grandezza per opera del
papa, Innocenzo XI, severo promotore di moralità nella Chiesa, e nella
riforma del costume severo talora fino al grottesco. L'ultimo dei papi
del Seicento, Innocenzo XII, Pignatelli, nobile figura di pontefice
fu immune dal vizio de' suoi predecessori, e non volle presso di sè
i suoi parenti; gli altri furono tutti macchiati di quella pece: e se
Alessandro VII, Chigi, nel cardinalato censore austero del nepotismo,
sul principio del pontificato tenne lontani i parenti, cedette poi alla
corrente, lasciando a compiacenti consiglieri la cura di giustificare
in lui quello che negli altri egli aveva condannato. Nella via del
nepotismo nessuno arrivò agli eccessi del Barberini (Urbano VIII),
nella persona del quale il papa parve un accessorio del principe.
Per opera del nepotismo, uomini senza capacità, nuovi de' pubblici
negozi, occupavano d'un tratto tutte le cariche più alte e lucrose,
e il cardinal nepote governava lo Stato, infeudato ad una famiglia.
Le entrate della Camera Apostolica servivano alla grandezza della
famiglia papale, e lo Stato s'immiseriva per formare quella nuova
aristocrazia. Diciassette milioni di scudi d'oro diceva papa Odescalchi
essere costato già quel nepotismo: e in seguito costò dell'altro. E si
vide perfino una donna avara e intrigante, donna Olimpia Maidalchini,
regnare in Vaticano, dominando il debole cognato Innocenzo X, e la
corte bizantineggiare in una umiliazione di pettegolezzi e di scandali,
che davano largo pascolo ai lazzi e alle risate di maestro Pasquino.

La parte di Roma coperta di fabbricati, entro il vasto recinto
aureliano, colle vie anguste e la popolazione densa, non aveva spazio
per le nuove reggie, per le grandi chiese di questa nuova aristocrazia
papale, dominata dall'idea del grandioso e del magnifico. E però la
città, sorta e cresciuta sui sette colli, poi nel medio evo discesa al
piano e distesasi lungo il fiume e intorno al colle capitolino, e nel
Rinascimento piegatasi verso il ponte Sant'Angelo, porta del Vaticano,
nei rioni di Parione e di Ponte, si allargava con Sisto V al Quirinale,
al Viminale, all'Esquilino, e coi successori occupava con immensi
edifici, sul Quirinale e nel Campo Marzio, l'area già coperta d'orti e
di vigne. Nei palazzi edificati dalle famiglie pontificie noi possiamo
seguire quasi ad uno ad uno i pontefici del Seicento. Apre la serie
un papa che dopo aver regnato otto anni nel secolo XVI, entrò con soli
cinque nel XVII, cioè Clemente VIII, Aldobrandini; e il suo palazzo era
quello oggi Salviati, sul Corso. Dopo Leone XI, Medici, che regnò meno
di un mese, ecco il primo papa secentista, Paolo V Borghese, romano,
col suo splendido palazzo di Campomarzo; poi quello incominciato dai
Ludovisi, oggi sede del Parlamento Nazionale; il Barberini, una vera e
splendida reggia; il Panfili in piazza Navona, che forma un complesso
principesco colla chiesa di Sant'Agnese e le stupende fontane; il
Chigi, sulla piazza Colonna, per l'edificazione del quale fu allargata
e dirizzata la via del Corso, che divenne da allora la principale
della città; il Rospigliosi sul Quirinale; l'Altieri sulla piazza del
Gesù. Non parlo di quello dell'Odescalchi, che non fu edificato, ma
acquistato più tardi dalla famiglia, nè di quello Ottoboni, oggi Fiano,
che s'incominciò a riedificare, ma che rimase interrotto per la morte
troppo sollecita d'Alessandro VIII.

Alla grandezza e magnificenza esterna di questi palazzi, corrispondeva
il lusso e la pompa interna. Splendide sale decorate di stucchi, di
dorature, di affreschi, mobili riccamente intagliati, tavole ornate
di bronzo e di marmi, grandi storie d'arazzi, cortinaggi di stoffe
fiorate, tutto quello che dessero di più sontuoso le arti e le
industrie italiane e straniere. Ma non bastava di raccogliere il meglio
che quell'età, producesse; i cortili e le scale eran ridotte a musei di
statue e di marmi antichi, e dalle pareti delle sale pendevano dipinti
di Raffaello e di Tiziano, de' più grandi pittori dell'età scorsa,
e i palazzi ducali di Ferrara e d'Urbino, e i minori de' principotti
delle Marche, dell'Umbria, delle Romagne, si spogliavano per ornare
la splendida sede della famiglia papale, e l'onnipotenza del cardinale
nepote si adoperava a raccogliervi libri e codici preziosi, traendoli
dalle antiche corti principesche, dai conventi, dalle chiese, dalle
abbazie, e formando così, tra altre minori, le biblioteche famose dei
Barberini e de' Chigi.

Ai palazzi magnifici corrispondevano non meno magnifiche le ville
Aldobrandini, Borghese, Ludovisi, Barberini, Panfili; e sui colli
ameni d'Albano e del Tuscolo più sontuose e più splendide quelle degli
Aldobrandini, di Paolo V, del cardinale Borghese, dei Ludovisi, dei
Barberini.

Col costituirsi delle famiglie papali, Roma acquistava così la
stabilità delle città laiche, incominciava a vivere di vita propria.
Intorno a quelle si stabilivano interessi durevoli e tradizioni e
costumi, si formava una cittadinanza romana accanto alla mobile della
Curia papale.

Ma disgraziatamente questa nuova aristocrazia, se non aveva uguali
nella ricchezza e nello splendore, era per ogni altro titolo troppo
diversa da quelle gloriose dell'antica Roma, di Venezia, d'Inghilterra.
Venuta su non per valore d'armi, o per merito d'opere e d'ingegno,
non per attività di commerci o d'industrie, ma per favor di fortuna,
essa non aveva nè tradizioni da conservare, nè fini da raggiungere.
Assicurata l'integrità del patrimonio di primogenito in primogenito
colla istituzione del fidecommesso, esclusa da ogni partecipazione
alla vita pubblica, riservata unicamente al clero, ad essa non restava
altro pensiero che del come spendere le accumulate ricchezze, come
impiegare i suoi ozi infecondi. Se qualche personaggio ragguardevole
diede l'aristocrazia romana, ciò avvenne nonostante le istituzioni e
non già per esse. Aristocrazia d'apparato, decorativa, essa adempiè
egregiamente a questo suo ufficio.

Come le commedie scritte pei collegi senza donne, così la storia di
Roma è per lo più storia di soli uomini. Dopo Lucrezia Borgia, di
cui la figura bionda s'intravede in seconda linea tra le ampolle di
veleni e i pugnali, nessuna ne apparisce, per tutto il Cinquecento
nella corte di Roma. Nè c'era posto conveniente alla donna in una
corte ecclesiastica. Ma nel Seicento, collo stabilirsi della nuova
aristocrazia laica, essa non vi si trova più fuor di luogo. Dopo
donna Olimpia, un'altra entra nella vita di Roma, argomento di tutti
i cicalecci, oggetto di tutti gli sguardi, portandovi coll'ingegno
arguto e la non comune coltura la bizzarria, la violenza, l'indocilità
nativa del suo carattere. Abdicato il trono, abiurata la religione
luterana, Cristina regina di Svezia, era condotta trionfalmente a Roma
dai Gesuiti. Il lato interno della porta del Popolo, colla grande
iscrizione: _Felici faustoque ingressui_, resta ancora a monumento
della sua entrata solenne. Ma quale non fu il disinganno del papa e
della Corte di Roma; che quando pensavano di poter profittare della
regia neofita a edificazione dei fedeli e richiamo dei protestanti,
dovettero invece affannarsi a coprire gli scandali, a riparare le
stravaganze di quel cervello balzano. È curioso di conoscere come la
reale neofita giudicasse quella Roma papale, dalla quale era stata
accolta con tanta festa. “Non crediate, scriveva alla contessa di
Sparre, che quantunque io sia in un paese abitato già dai più grandi
uomini della terra, e dove ancora restano maravigliosi, splendidi
avanzi delle azioni di quegli eroi, non crediate, mia bella, che sia
questo il paese de' sapienti e degli eroi, nè l'asilo degl'ingegni e
della virtù. O Cesare, o Catone, o Cicerone! o padroni del mondo, la
vostra patria così illustre per le virtù e le imprese vostre, doveva
dunque, per vituperio e sventura dell'umanità, cadere un giorno in
preda all'ignoranza grossolana, alla cieca e assurda superstizione!
O bella contessa, qui non ci sono che statue, obelischi e palazzi
sontuosi, ma uomini non ci sono.„ Non c'è male, per una neofita! Ma
quale che fosse il suo giudizio sulla Corte e la società romana, essa
trovò pure da divertircisi, e rifarsi del tempo speso in patria ad
ascoltar prediche. “Le mie occupazioni qui, essa scriveva, sono di
mangiar bene, dormir bene, studiare un poco, chiacchierare, ridere,
veder le commedie francesi, italiane e spagnole, e passare il tempo
piacevolmente. Infine non ascolto più prediche: secondo che sentenzia
Salomone, tutto il resto è sciocchezza; perchè ciascuno deve viver,
contento, mangiando, bevendo e cantando.„ E in certe postille fatte
a margine d'un'edizione del _Principe_ di Machiavelli, dove questi
dice che i Collegati d'Italia tenevano gli uni pel Papa gli altri
pe' Veneziani, essa notava: “Oggi, chi teme più il Papa?„ Tale era
l'acquisto che, per opera de' Gesuiti, aveva fatto la religione!

Cristina destò nelle famiglie aristocratiche una gara di spettacoli e
di feste. Erano commedie dai Panfili e dai Barberini, erano tragedie
al palazzo Mazzarino, erano melodrammi ne' palazzi de' cardinali; dei
quali però la regina, col suo sacro orrore per le prediche, si doleva
talora, che fossero delle prediche in musica. Protetto dalla regina,
l'Alibert democratizzava il teatro, facendolo discendere dalle sale
principesche alle sale a pagamento. Alessandro Cecconi, detto per
antonomasia Alessandro, _virtuoso_ di musica, era l'astro più fulgido
delle feste romane. La regina stessa imparava musica. Al palazzo
Riario alla Longara, dove oggi è il palazzo Corsini, era un continuo
succedersi di serenate, di giostre, di spettacoli, di saltatori e di
saltimbanchi. Ivi la regina fondava l'Accademia d'Arcadia, in cui la
poesia si sposava alla musica; e i poeti, primo fra essi il Guidi,
gonfiavano di vento, in onore, della Pallade di Svezia, le vesciche
delle loro canzoni. Corteggiata da una schiera di cardinali, circondata
di nobili spiantati, e di ribaldi riparati nella franchigia del suo
palazzo per salvarsi dai birri, tra i musici, i poeti e gli alchimisti,
più volte partitasi da Roma e più volte tornatavi, gelosa degli onori
reali, lorda del sangue di Monaldeschi, la Regina che aveva costato ai
papi tanto danaro, morì finalmente, nel 1689, liberandoli da infiniti
fastidi, e procurando al popolo l'ultimo spettacolo, quello de' suoi
funerali. Si celebrarono per l'anima della regina ventimila messe!

Le feste mondane di Roma ebbero una interruzione sotto il pontificato
dell'austero Odescalchi. Sollecito di sollevare la dignità del
pontificato, alle pretese di Francia resistè virilmente; il marchese
di Lavardino suo ambasciatore, minaccioso e in arme dentro Roma
stessa, scomunicò. Egli vagheggiava di far di Roma un convento. Fra
i suoi provvedimenti per la riforma del costume, noterò l'editto con
cui ordinava “che nessuna zitella, vedova o maritata, di qualsivoglia
stato, grado e conditione, possa imparare a cantare, nè Professore
alcuno, Musico, Regolare o Secolare, possa più alle suddette insegnare
la musica, sotto pena di scudi cinquanta.„ Ma più che ogni altra cosa
gli stava a cuore la verecondia del vestire. Mandò fuori editti feroci,
ordinò a' confessori di non assolvere le donne che non vestissero colla
debita modestia. E ciò non bastando, gettò improvvisamente i birri
addosso alle lavandaje, e fece loro sequestrare tutte le camicie che
fossero aperte al collo e non avessero lunghe le maniche. Ma ne venne
un guaio. Molte, per quella fiera ordinanza, rimasero con quella sola
che portavano indosso.

                                   *

Come le principali famiglie dovevano la loro grandezza all'improvvisa
fortuna, così la instabile dea era venerata nella città eterna
assai più che non il lavoro intelligente e perseverante. Industrie
non c'erano: le antiche famiglie della nobiltà cittadina vivevano,
come ho detto, dell'agricoltura primitiva e della pastorizia che
esercitavano nei latifondi della Campagna romana; i bisogni della Corte
e dell'aristocrazia mantenevano il piccolo commercio. Ma chi lavorava
per vivere era tenuto quasi in disprezzo: la via degli onori e della
fortuna era quella delle dignità ecclesiastiche, l'arte più proficua
quella d'entrare in grazia ai potenti. Le famiglie cittadine avviavano
un de' figli per la via del sacerdozio, e in esso speravano: un prelato
in casa era una provvidenza che la nobilitava e ne alzava le sorti.
Un immenso servitorame sparlava de' padroni che lo sfamavano, e nelle
oziose anticamere pullulava la pasquinata mordace. Poichè al torso
famoso si è fatto un onore immeritato rappresentandolo come censore
e vindice popolare: ora scipito, ora arguto, esso è ordinariamente
un passatempo di sfaccendati, l'eco de' cicalecci delle sacrestie
e delle anticamere de' palazzi. Più in basso una plebe miserabile,
indolente, superstiziosa, che applaudisce o fischia lo spettacolo delle
pompe continue, e che s'affolla, si pigia, si schiaccia a raccogliere
le briciole cadute dalla mensa dei grandi. Eppure non può sfuggire
all'osservatore che quella plebe, per quanto tenuta a vile, è però
già cresciuta di grado. Nelle corti del Rinascimento, generalmente,
la plebe, _degna prima che nasca di morire_, secondo l'espressione
dell'Ariosto, non ha valore neppure come spettatrice: essa è tenuta
lontana dalle feste di Corte, o se v'interviene nessuno si dà pensiero
di quel ch'ella pensi o dica. Tocca ai palafrenieri e ai valletti
di tenerla indietro coi bastoni, o ai birri di trarla in prigione.
Adesso la plebe forma la platea, i grandi ne studiano l'approvazione
e l'applauso, e il cronista ne prende nota con compiacenza. È un
personaggio abbietto, ma è pure un personaggio.

                                   *

In un secolo passionato del fasto, delle pompe, della magnificenza,
Roma tenne incontrastata il primato, fu il più gran teatro del mondo.
Quella scena di colonnati, di facciate enormi di travertino, di palazzi
grandi come reggie, di fontane sonanti nelle grandi conche, di colonne,
di obelischi, di statue, e l'interno delle chiese, cariche d'oro e
di marmi, fra gli angeli volanti sulle nuvole e i santi agitati da
celesti bufere, era la scena che ci voleva per quelle grandi azioni
coreografiche scintillanti d'oro, splendide di colori. Era una
continua successione di grandiosi spettacoli, un passaggio continuo
di maraviglia in maraviglia. Alle annuali solennità del Vaticano dove
il Vicario di Cristo, il rappresentante della divinità sulla terra,
appariva in una grandezza e maestà che pareva trascendere l'umano,
si aggiungevano frequenti le solennità straordinarie, le creazioni di
cardinali, le morti di papa, i possessi del papa nuovo, i giubilei, le
entrate solenni degli ambasciatori, i ritorni dalle caccie. E qui, come
al cuore del mondo cattolico, si ripercuotevano tutti gli avvenimenti
d'Europa: nascite e morti di regnanti, paci e trattati, vittorie
sugl'infedeli. Agli occhi del popolo, abituato a quel succedersi
continuo di solennità, spariva la ragione della festa, e la festa sola
restava. Tutto era buono ugualmente: il catafalco e la benedizione, la
luminaria e la processione, la cavalcata e i fuochi d'artificio. Esso
contava le carrozze e le torcie, giudicava la ricchezza de' parati e
delle livree. Ma specialmente gl'importava che si distribuisse pane, si
gettasse in quantità _moneta bianca_ o d'argento, ci fosse da mangiare
e da bere, e da saccheggiare le macchine de' fuochi d'artifizio.
L'antico _panem et circenses_ era il motto della Roma del Seicento.
Il popolo amava i papi vecchi, perchè davano speranza di spettacoli
prossimi.

Meglio che dai volumi degli storici, lo spirito e la vita romana di
quel secolo risulta dagli avvisi e dalle cronache contemporanee; e
andrò perciò spigolando qua e là da queste fonti inedite quello che
meglio giovi all'intelligenza di quei costumi.

Le potenze cattoliche sentivano quanto in Roma valesse il lusso e la
pompa, e però miravano, per mezzo de' loro ambasciatori, a sopraffarsi
l'una l'altra, e imporsi alla Curia. Le descrizioni delle entrate
solenni degli ambasciatori paiono racconti delle _Mille e una notte_.
Restò famosa, pel numero de' cavalli e la ricchezza de' costumi
persiani, quella dell'Oratore di Polonia nel 1643; il cardinale de'
Medici, ambasciatore di Toscana, entrava nel 1687 con centododici
carrozze tirate ciascuna da sei cavalli, cioè seicentosettantadue
cavalli. I principi Colonna, grandi di Spagna, sfoggiavano ogni anno
nella cavalcata con cui portavano al Papa il tributo della _chinea_,
e la sera sulla piazza de' Santi Apostoli s'incendiavano fuochi
d'artifizio con macchine di sempre nuove invenzioni, delle quali
fortunatamente ci rimangono le stampe, ora d'argomento simbolico, ora
mitologico, ora biblico ed ora cavalleresco.

E le fontane di vino, che si direbbero una fantasia di bevitori
che sognino il paradiso, erano il compimento obbligato di quelle
allegrezze continue, con accompagnamento ugualmente obbligato di
gente schiacciata e di costole rotte. Le fontane solevano ornarsi
riccamente e con bizzarre invenzioni. Sulla piazza di Spagna, che per
la splendidezza degli ambasciatori di quella nazione era il teatro
delle feste più sontuose, la sera dei 29 di giugno 1690 s'ammirava una
fontana bellissima, e davano da bere al popolo sei gobbi con ramini
inargentati. Quella novità dei gobbi parve un'invenzione di spirito;
ma ordinariamente erano i servi, in fastose livree, che ministravano
al popolo intorno al bancone o allo steccato da cui la fontana era
recinta.

Altra volta l'aquila bicipite dell'impero versava vino da' suoi due
becchi; ma nell'aprile del 1687, per la ricuperata salute del Re di
Francia, eran fontane di vino alla Trinità de' Monti, sulla piazza del
Popolo, a piazza Madama, riccamente ornata di torcie e di gigli, e a
Campo de' Fiori, “con gran giubilo de' birbanti, narra un cronista, et
copia di imbriachi et gran concorso di popolo.„ Come può imaginarsi,
con quel po' di vino in corpo, le feste finivano spesso in tumulti;
così avvenne nel 1680 per la venuta dell'Ambasciatore di Polonia: che
dopo i fuochi d'artifizio e la fontana di vino, incominciò una tremenda
sassaiolata del popolo contro i Polacchi, con buon numero di morti e
feriti. E il peggio era quando, alcune volte, le dame, nell'ebbrezza
della festa, dalle finestre e dai balconi gettavano al popolo
merangoli, canditi, pasticcini e perfino i guanti, gli scuffini e gli
scacciamosche.

I grandi erano spettacolo al popolo, e il popolo ai grandi, che
si divertivano a vederlo azzuffarsi e rompersi le costole per un
bicchier di vino, per un candito, o per un mezzo giulio, coll'avidità
brutale della miseria. Nel febbraio 1662, l'Ambasciatore di Spagna
fece nella piazza dello stesso nome una macchina che mai non s'era
veduta l'eguale. Il carro del Sole con quattro superbi cavalli,
che doveva muoversi e rappresentare la levata e il tramonto, e due
fenici, e selve, e grotte con leoni e un albero di palma e cento altre
meraviglie.

La macchina era appoggiata al palazzo di Propaganda; e a far più
bello lo spettacolo, l'ambasciatore aveva pubblicato che, finito
il fuoco d'artifizio, macchina, torcie, sole, cavalli, travi, mille
tavole di castagno, ogni cosa infine andrebbe a sacco, e chi piglia
piglia. Nessuno volle restare a casa, e “di certo, dice un cronista,
sariano succedute gran morti e ferite„ specialmente nella lotta del
popolo cogli operai addetti alla macchina e co' soldati spagnuoli che
la circondavano, i quali avrebbero voluto esser soli al bottino. Ma
accadde che gli operai che eran dietro al castello, nel sollevare il
sole sbagliassero un movimento; e i luminelli e i razzi appiccarono
fuoco alla macchina, con gravissimo pericolo che s'appiccasse a
Propaganda e alle case circostanti. La fuga del popolo e delle
carrozze, delle quali la piazza era stipata, fu, anche per quei tempi,
qualcosa di spaventoso.

Nelle feste di Francia, di Spagna e dell'Impero, facevano luminarie,
fuochi, spari e fontane di vino non solo gli ambasciatori, ma i loro
affezionati, e clienti, principi e cardinali; e nelle gare dei partiti,
che procuravano al popolo sollazzi continui e sempre più splendidi,
s'avverava il proverbio che tra i due litiganti il terzo gode. Ed
esso era sempre del partito di chi facesse le fontane di spillo più
grosso, più sfarzose le macchine, più ricche le livree. Ma quando nel
luglio del 1688 giunse a Roma l'annunzio della nascita di un maschio
al re d'Inghilterra, allora, non bastando il bere, si volle anche
dar da mangiare al popolo; e nella piazzetta di San Girolamo della
Carità, dov'era la Chiesa della Trinità degl'Inglesi, e presso al
palazzo del cardinale di Norfolch, fu alzato nel mezzo un terrapieno
dell'altezza di un uomo, recinto d'uno steccato; e su quello, sopra
due assi, infilzato ad un enorme spiedo un giovenco intero, ripieno
di castrati, capretti e galline, che due uomini giravano sopra una
fornace di carboni. La cucina omerica durò dalle cinque alle venti ore;
e allora comparve sul terrapieno un uomo vestito di bianco, con un gran
coltellaccio in mano, che, tagliate le parti migliori del giovenco, le
mandò ai padroni dei palazzi vicini; e dopo, due uomini con casacconi
di tela rossa e gran berrettone in capo, incominciarono a tagliare
pel popolo, a cui gettarono pezzi di carne con mezze pagnotte di pane
bianco. Chi può imaginare la ressa e il tumulto di quella piazzetta!
Ma, nota il cronista, “poco buona detta carne, e puzzolente, per non
haverla saputo cuocere.„ Ivi presso, nella via di Monserrato, presso
il Collegio degl'Inglesi, era una fontana di vino bellissima coll'arme
del Re, e la sera furono accese trecentosei torcie e gran numero di
fiaccole, e spari e razzi che fu un inferno.

Simile _cocitura di bove_ fu fatta fare dall'Agente d'Inghilterra,
che abitava sulla piazza della Trinità de' Monti, ma là le cose non
passarono così liscie. “Successo, scrive con molta indifferenza il
cronista, il rubbamento di tutto il bove già arrostito, sassajolata
horribile con molti feriti, due morti et sbirri fuggiti.„

Anche nelle due sere seguenti ci furono a Monserrato, avanti al palazzo
del cardinal d'Inghilterra, fontane di vino, trombe, timpani e razzi a
mano; ma poco fu il concorso del popolo, poichè in quelle sere stesse
l'Ambasciatore di Spagna festeggiava con fontane di vino e fuochi
artificiali l'onomastico della regina Anna Luigia.

Fu uno splendore! Dietro alla fontana della Barcaccia sorgeva uno
scoglio alto sessanta palmi, in mezzo al quale era Angelica, legata
i piedi e le mani: un enorme drago usciva colla bocca aperta per
ingoiarla, e in aria era un cavaliere armato di lancia. Seicento
torcie, su tripodi di legno, rischiaravano la piazza, e il popolo
occupava la via Condotti fino a piazza Borghese. Fu una vista, narra
il cronista, _mirabilissima_. Il dragone ebbe un bel gittar fiamme
contro la giovinetta, che il cavaliere lo fulminò colla lancia e la
liberò! Morta nella letteratura la poesia cavalleresca, essa però
viveva tuttavia più che mai rigogliosa come ispiratrice delle arti, e
argomento di spettacoli pubblici.

Così i nostri avi si spassavano allegramente: e l'anticamera fruttava
meglio che l'officina; e il vivere in ozio non impediva di buscarsi una
minestra alla porta de' conventi, e vino e pane e qualche giulio nelle
occasioni solenni.

Qualche volta però si facevano ai poveri delle burle non molto
piacevoli. Nel maggio del 1685 i poveri accorsi per la distribuzione
all'ambasciata di Francia, che era al palazzo Farnese, vi furono
serrati dentro; e dopo lungo tempo, riaperte le porte, licenziati senza
un centesimo.

E solennissima era la festa della incoronazione dei nuovi papi,
in cui si faceva in Vaticano larga distribuzione di danaro, che si
ripeteva poi ogni anno nell'anniversario in proporzione minore. Si
dava mezzo giulio a ciascuno che si presentasse a richiederlo, e la
somministrazione aumentava per ciascuno dei figli: le donne incinte
contavano per due. Come può imaginarsi, si prestavano, si affittavano i
figli, e i guanciali moltiplicavano le gravidanze. Le più procaccianti
riuscivano a ripresentarsi più volte, e mettere insieme un bel
gruzzoletto d'argento. Alla distribuzione di danaro si sostituì quella
del pane; ma il popolo ne fu malcontento, e si tornò all'uso antico.
Il costume è durato tanto, che rientra ne' miei ricordi d'infanzia.
Triste ricordo quelle turbe di megere co' bambini sulle braccia, co'
ragazzi alle gonnelle, urlanti, incalzanti in una gara furiosa, dove
era premiata l'impudenza e l'inganno.

Pane e spettacoli! Dalle incoronazioni si passava, collo stesso animo,
ai funerali, dove alla porta del palazzo o della chiesa si distribuiva
l'elemosina, e si rissava per le candele. I giubilei o anni santi
erano fonte di nuovi guadagni e di spettacoli nuovi. Nel 1675 dalle
città e dai paesi circostanti affluivano a Roma confraternite in
processione; quella del SS. Sacramento di Viterbo, centoventi persone,
entrava solennemente dalla porta del Popolo fra una calca infinita, col
cappuccio calato, ed un teschio in mano. Ma le Compagnie che venivano
così devote e compunte alle tombe degli apostoli, poi s'azzuffavano fra
di loro, e i bordoni da pellegrini divenivano arme da guerra. Pareva il
campo d'Agramante. Risse a San Pietro, risse a San Giovanni, risse per
le strade, e seguito di morti e feriti.

Le feste più clamorose del secolo ebbero occasione dalla liberazione
di Vienna, e dalla presa di Buda e di Belgrado; eco carnevalesca di
avvenimenti gloriosi. Fu bruciato un fantoccio rappresentante il Bassà;
e Stefanaccio, un buffone grottesco famoso tra la plebe, vestito da
Bassà, cavalcò per le vie sopra un somaro fra risa e chiasso d'inferno.
Quell'entusiasmo religioso andò da ultimo a sfogarsi sopra gli ebrei,
con furore brutale d'uccisioni e d'incendi. Convien dirlo: un editto
fu emanato perchè non si molestassero, e i frati corsero in Ghetto a
frenare l'eccidio.

                                   *

E le cronache ci parlano pure quasi ad ogni pagina d'una vera malattia
di quel secolo, le questioni d'etichetta e di precedenza. Dagli
ambasciatori, dagli alti uffici dello Stato quel contagio si estende
agli uffici più umili, alle più modeste corporazioni. Vogliono tutti la
precedenza; onde questioni interminabili, e non di rado risse e sangue.
Per le contese fra le confraternite spesso non era neppur possibile di
fare le processioni.

Ed altra materia di quotidiani discorsi, di delitti e di disordine,
era quella delle franchigie, massime degli ambasciatori; i quali
pretendevano che non solo i loro palazzi, ma anche una zona intorno
ad essi fosse immune dalla giurisdizione del Governo papale. Invano,
fin dal secolo precedente, parecchi papi, e principalmente Sisto V,
ne avevano dichiarato l'abolizione; che se si riuscì ad abolirla pei
palazzi dei cardinali, non così per quelli degli ambasciatori. Ivi
i ribaldi e i malviventi trovavano asilo e protezione, beffandosi
dell'autorità pontificia; e i soldati degli ambasciatori, specialmente
quelli di Francia, giunsero a tanta audacia da assalire e pigliar
prigionieri i birri e soldati del papa che passassero nelle vicinanze
dell'Ambasciata.

La rissa dei Francesi coi soldati Corsi a servizio del papa fu un
degli avvenimenti più famosi di quel secolo. Un de' Francesi restò
morto, parecchi feriti. L'ambasciatore Créqui partì da Roma, e la
Francia volle soddisfazione. Rade volte un Governo si piegò a tanta
umiliazione, a quanta Alessandro VII nella convenzione di Pisa. Fra
le altre condizioni, ci fu quella che il papa licenziasse la Guardia
dei Corsi, che aveva quartiere presso la Trinità de' Pellegrini; e
avanti al quartiere fu eretta nel 1664 una piramide con una iscrizione,
la quale diceva che, in esecrazione dell'abbominevole delitto contro
l'ambasciatore di Francia, la nazione dei Corsi era dichiarata inabile
e incapace a servire la Sede apostolica. Quel monumento di vergogna, fu
poi fatto demolire dal papa Altieri.

Un altro effetto curioso, per non dir peggio, delle franchigie, era
questo: che quando una nazione avesse bisogno di levar soldati,
faceva pigliare a forza i giovani che passassero nelle vicinanze
dell'ambasciata. Nel settembre del 1677 gli Spagnoli davano la caccia
ai passanti in piazza di Spagna; onde si cantava ad alta voce per Roma:

          Hai inteso? hai inteso?
    Non passare a piazza di Spagna che sarai preso.

Ma in seguito di ciò, il papa fu costretto a mandar fuori un bando che
minacciava dieci anni di galera a chi dicesse motti contro chicchessia.
Più tardi, nel 1690, i Veneziani pigliavano tutti gli atti alle armi
che passassero avanti al palazzo di Venezia; onde nacque tal tumulto di
popolo che si dovè smettere.

Del resto, gli stranieri che si conducevano a Roma, ci narrano che la
vita vi era tranquilla e piacevole, e le notti risuonavano di viole
e di canti. Non infrequente il delitto per vendetta o per altri fini
perversi, ma non per furto; onde il forastiero passeggiava tranquillo.
Ma nelle Sedi vacanti, sospesa l'autorità del Governo, allora le
vendette covate, allora i torvi disegni uscivano al sole. Nel Conclave
del 1691, da cui uscì papa il Pignatelli, un cronista nota con tutta
indifferenza, in data 16 maggio: “Dal 1.º febbraio ch'è sede vacante,
di ammazzati per la città di giorno e di notte, n.º 180.„ Questi 180
ammazzati vanno divisi, per circa cento giorni, sopra una popolazione
di circa centotrentamila abitanti.

Il secolo che si era aperto col rogo di Giordano Bruno, non poteva
mancare degli spettacoli della Santa Inquisizione. Del processo
e dell'abiura di due eretici sono piene le cronache. Il milanese
Gian Francesco Borri, medico, alchimista, astrologo, entrò in
grazia di Cristina di Svezia, e con essa lavorò alla scoperta della
pietra filosofale. Conosciutosi che professava idee ereticali fu
preso dal Sant'Uffizio, processato e bruciato in effigie. Egli
abiurò solennemente nella chiesa della Minerva. Ma nella fantasia
popolare, ed anche delle classi superiori, egli rimase il mago, il
misterioso dominatore di forze occulte. Più volte il Papa permise che,
accompagnato da' carcerieri del Sant'Uffizio, egli si recasse a curar
malati; e nel 1675, infermato l'ambasciatore di Francia e disperato
da' medici, si ricorse al Borri, che lo salvò. Il popolo s'accalcava
intorno al palazzo Farnese, dove abitava l'ambasciatore, a vedere il
Borri, tanto che gli si dovette permettere di mostrarsi sulla loggia.
In veste lunga di color verdesanto, quello strano _Ecce homo_, tra le
guardie del Sant'Uffizio, apparve al popolo commosso, plaudente. Tutti
volevano esser curati da lui. La popolarità e il prestigio del mago
mise in pensiero il Vaticano, sicchè fu dato ordine che più non uscisse
dalla prigione di Castel Sant'Angelo, dove morì nel 1695. L'altro
eretico famoso fu lo spagnolo Michele Molinos, autore del quietismo;
una comoda dottrina che, sollevato lo spirito a Dio, abbandonava i
sensi al piacere. Venuto in gran fama di dottrina e di pietà, capo dei
confessori di Cristina di Svezia, egli aveva dato origine ad una setta
che, in Roma e fuori, vogliono contasse molte migliaia di persone.
Scoperta dal padre Segneri, o secondo altri dal cardinale d'Estré, la
fallacia delle sue dottrine, fu carcerato dal Sant'Uffizio e fattogli
processo. Sui primi di settembre del 1687 il popolo era accorso di
buon'ora alla chiesa della Minerva per assistere alla lunga e solenne
cerimonia dell'abiura; durante la quale, imbandite sulle sedie o sulle
balaustrate le mense, in lieti capannelli, si mangiava e si beveva
allegramente.

Ma quando si fu giunti alla lettura dei Capitoli dell'abiura, un
grido formidabile risuonò per la chiesa: Al fuoco! al fuoco! — Non era
alcuno speciale risentimento contro il dottor Molino, che il popolo
non conosceva, e di cui ignorava nè poteva intendere le dottrine; quel
grido, che soleva ripetersi anche nelle altre abiure, era lo scoppio
dell'indignazione popolare contro la mitezza del Sant'Uffizio, era il
feroce desiderio d'un più acre spettacolo.

Innanzi allo stesso tribunale, circa mezzo secolo prima, era passato un
vecchio glorioso. Anch'egli fu rinchiuso in quelle carceri, anch'egli,
non però in forma solenne, dovette innanzi ai cardinali della Sacra
Congregazione, far la sua abiura, e genuflesso, vestito della camicia
degli eretici, toccando i santi vangeli, aveva pronunziato le parole: —
maledico e detesto l'errore e l'eresia del moto della terra. —

Non si accorsero allora ch'egli era un reo ben diverso dagli altri; che
dietro la dottrina, del resto non nuova, del moto della terra, c'era un
metodo nuovo chiamato a rinnovare il mondo, c'era la scienza.

Con questa parola noi siamo soliti di esprimere due concetti affatto
diversi. Un tempo si diceva scienza lo apprendere quello che già era
stato trovato. La verità era dietro di noi, era nel passato lontano: il
teologo e il filosofo l'apprendevano, la commentavano, l'insegnavano.
Per Dante, la vita dell'Universo non ha misteri; ogni fatto ha la sua
spiegazione indiscutibile. L'Umanesimo guardava indietro, col Petrarca,
col Boccaccio, col Machiavelli, ai Greci e ai Romani. Nei libri sacri,
in Aristotile, negli antichi scrittori era la sapienza e la verità
tutta intera: ufficio del filosofo lo scovarla e l'intenderla.

Con Galileo la mente umana muta orientazione e si volge verso il
futuro. La verità è da trovare; la scienza è il cammino lento, per via
d'esperimento, dal noto all'ignoto.

Se io non parlassi a Firenze, lascerei qui liberamente prorompere
l'inno alla gran madre che si direbbe predestinata a fornire di
condottieri la civiltà. Ma il luogo mi tiene a freno; e chiudo con un
semplice saluto alla città dell'Arno che, dopo Dante e Michelangelo,
compieva la sua triade con Galileo, con esso apriva la via a una nuova
visione dell'universo, dava al mondo la formola della scienza, la
formola della civiltà nuova.



LA DECADENZA DI VENEZIA


                               CONFERENZA
                                   DI
                            POMPEO MOLMENTI.


Il dì 4 maggio 1597, Venezia festeggiava con pompa meravigliosa
l'incoronazione della moglie del doge Marino Grimani. Mentre la
primavera accendeva bagliori nel cielo veneziano, passavano, fra
il popolo tripudiante, i patrizi vestiti d'oro e di broccato e le
gentildonne scintillanti di gioielli. Le corporazioni delle arti
sventolavano i serici gonfaloni lungo il canal grande, su barche parate
di stoffe a colori smaglianti, di veli stelleggiati d'oro, di piume, di
fiori, di ornamenti.

La dogaressa, già matura d'anni, dall'abito di broccato giallo,
splendida di gemme, circondata da gran numero di patrizie
biancovestite, porgea veramente l'immagine di Venezia, che sotto
un aureo manto di paramenti e di cerimonie copriva le offese della
senilità.

Infatti la soverchia agiatezza, derivata dai lauti e secolari guadagni,
e il lusso cominciavano a grado a grado a intiepidire prima e poscia
ad infiacchire l'operosità dei nobili. Il commercio avea preso altre
vie, e quando, nel luglio del 1501, si seppe a Venezia che le navi
portoghesi reduci dalle Indie erano rientrate a Lisbona, _cadauno ne
rimaxe stupefact_o, dice un cronista contemporaneo, il Priuli. “Fu
la peggior nuova _dal perdere la libertà in fuora_,„ aggiunge con
nobilissima frase lo stesso cronista, a cui la rovina minacciante
Venezia non facea dimenticare che tolta la libertà ogni altro bene è
per niente.

La lotta di Cambrai, in cui Venezia sola avea sostenuto l'urto di
tutta Europa collegata ai suoi danni, avea diminuite le sue ricchezze,
logorate le sue forze. Nè potea colla pace riacquistare la gagliardia
dinanzi alle continue minacce del turco e fra le incessanti agitazioni
d'Italia. Ma Venezia disdegnava mostrare il suo scadimento e con la
magnificenza volea abbagliare il popolo e far credere agli stranieri
di non essere per anco discesa da quel culmine di possanza, ove avea
posato alto un giorno, arbitra del destino di Europa. E invero alla
rovina del commercio potea contrapporre la gloria, se non sempre la
fortuna delle armi e l'accorta saggezza della sua diplomazia. E la
militare virtù e i meditati partiti degli statisti sovvennero la patria
di opera e di consigli anche nel secolo XVII, mentre a quest'ultimo
riparo delle libertà italiane sempre più oscuravansi i fati, e
rapidamente scemavano il dominio e il tesoro.

Seicento è sinonimo di decadenza e di corruzione, e come si dice che
le arti in quella età delirarono, così una parzial critica afferma
che l'Italia cadde nell'abisso dell'avvilimento e della putredine. E
infatti chi guardi un aspetto solo del gran quadro della vita italiana
e veneziana in ispecie, non potrà negare che il giudizio sia ingiusto.

Ma la vita degli Stati si porge molto complessa e chi soltanto un
lato ne esamini non potrà farsene un'idea esatta. Così nel seicento a
Venezia, accanto a vizi, a colpe, ad errori, che non sono il triste
privilegio di quel secolo, ma che le condizioni particolari di quel
secolo fecero crescere con fecondità esuberante, noi vediamo pur
brillare virtù e pregi di sì viva luce, da trovarne radi esempi simili
nelle forti età precedenti, da non trovarne di eguali nei susseguenti
anni di maggior decadenza. In quel crepuscolo della vita veneziana,
fra le recenti memorie di gloria e di conquista e la decrepitezza,
conseguenza delle leggi inevitabili della fatalità storica, cessa il
composto vivere civile, le forze morali si spiegano con effetti vari
ed opposti, e uomini e cose vivono di una vita procellosa, eccessiva.
Mancando quella serenità nell'animo e negli ingegni, che dà un corso
ordinato e quasi armonico alla vita, l'uomo crescendo nell'esuberanza
di quel mondo invano trova l'equilibrio morale ed è quasi agitato
da scosse convulse. Ma come nel regno fisiologico molte regressioni
sono compensate da un grande sviluppo in altre direzioni, così virtù
e vizî, eroismi e codardie, sacrifizi e prepotenze si manifestano in
strano viluppo, con energia esagerata e nel male e nel bene. Perciò
guerrieri fortissimi che rendono alla patria la vita gloriosa e
malvagi violenti, che fanno servire la spada alla soddisfazione dei
capricci più iniqui; severi pensatori nei quali l'altezza della mente
è pari a quella dell'animo e uomini che abbassano l'ingegno alle
cupidigie più infami; scrittori temperati, sereni, e poeti artificiosi,
turgidi, falsi. E la cupidigia dei materiali godimenti di rincontro
al desiderio dell'idealità, la protervia al sacrifizio, l'ira cieca
ed impetuosa al vigilante sentimento della giustizia, l'energia delle
passioni all'abbiettezza dei sentimenti, i febbrili desideri agli
ozii infecondi, le generose fidanze agli sterili disinganni, tutto un
movimento turbinoso, di concepimenti, di aspirazioni, di sensazioni,
a cui per essere fecondo non mancano se non la misura e l'equilibrio.
Quanti aspetti offre la vita veneziana!

Sotto i portici del Palazzo, patrizi che ravvolgono meditabondi nella
mente qualche trattato utile alla patria e patrizi che mercanteggiano
il voto: su la piazza belle dame dalle vesti piene di gioielli e
dagli occhi pieni di sorrisi e folla gaia, allegra, operosa, intrighi
politici e intrighi d'amore, odi violenti e piaceri raffinati,
discussioni letterarie e racconti guerreschi, battaglie gloriose e
infami violenze.

Fra esorbitanze e contraddizioni, che parrebbero escludere il senso
della misura e della giustizia, il governo veneziano seppe mostrarsi
freddo, risoluto, concorde, appunto in sull'aprirsi del seicento, di
questo secolo generalmente considerato un'età di spiriti fiacchi e
avviliti. Ora tra le pagine della storia veneta ve ne sono molte più
insigni, per fatti guerreschi, per ardui conquisti, per accorgimenti
diplomatici, ma non certo una più nobile per energia di convinzioni e
per indipendenza di sentimenti di quella che scrisse il governo veneto
col suo contegno rispettoso, ma fermo colla corte di Roma, durante
l'interdetto di Paolo V.

Dissapori fra Venezia e Roma esistevano da lungo tempo. Il fatto di
due ecclesiastici, il canonico vicentino Saraceni e l'abate di Narvesa
Marco Antonio Brandolin, voluti esaminare e processare dai Dieci non
badando alle proteste del vescovo e del nunzio, che li richiedevano
come soggetti a sè, fu l'ultima occasione delle fiere intimazioni
del papa. Alle quali rispondendo il Senato non voler ribellarsi
alla Chiesa, nè promuovere scismi, ma voler salva l'integrità delle
patrie leggi, il pontefice, il 16 aprile 1606, sottopose Venezia
all'interdetto. Il Senato accettò la sfida senza eccessi di fierezza,
ma anche senza quella mitezza la quale è una qualità che in certi casi
sa di poco; vietò severamente ad ognuno di accettare e pubblicare le
bolle pontificie; bandì cappuccini, gesuiti, teatini, che a ciò non
s'adattavano, e fe' pubblicare la difesa delle sue ragioni. Venezia
dichiarando sempre la sua fedeltà alle dottrine cattoliche, ordinò al
clero di non smettere gli atti del culto, non badando all'interdetto
del papa, perchè contrario alla Scrittura e ai canoni della Chiesa.

La coscienza pubblica approvava un tale contegno ed aiutava il governo
nella sua lotta: il popolo continuava ad assistere alle funzioni
religiose, come se nulla fosse.

Io non ripeterò la storia dell'Interdetto, che tutti conoscono, non
dirò come il Senato facesse rispettare i suoi ordini, e come, ad
esempio, al prete che per sapersi regolare aspettava l'inspirazione
dallo Spirito Santo, i Decemviri rispondessero di essere già stati
inspirati dallo Spirito Santo di impiccar tutti i disobbedienti. Non
ripeterò altri aneddoti troppo noti, in cui la Repubblica dimostrò
quella forza di governo, che non è già nervosità morbosa, ma viva
energia, che alle volte s'intreccia a certa arguzia maliziosa. Nè dirò
come Venezia sia uscita dignitosamente vittoriosa.

Vittoriosa da una lotta per incontrarne un'altra, non meno ardua. Una
nazione rivale mirava ai danni della Repubblica: la Spagna — forse
perchè Venezia, sola in Italia, avea mantenuto alta la dignità contro
la burbanza spagnuola, che mirava al dominio di tutta la penisola.
Spagna soffiava fra gli accesi litigi di Venezia con Roma. E i torbidi
suggerimenti di Spagna davano coraggio all'Austria per alimentare la
lunga guerra degli Uscocchi, che correvano l'Adriatico tentando di
ruinare il commercio di Venezia e logorarne le forze. La selvaggia
fierezza di quei pirati giovava all'Austria per tener desta la lotta
fra le due nazionalità italiana e tedesca pel dominio dell'Adriatico. E
così le onde di quel mare italiano erano tinte del sangue dei figli di
una medesima terra: perchè erano in molta parte dalmati gli Uscocchi,
erano in molta parte dalmati i marinai delle navi veneziane. Se da
quelle lotte trascorriamo ai nostri tempi, curiosi raffronti si offrono
alla mente! Lissa non fu vittoria dell'armata austriaca. Gli equipaggi
delle navi austriache erano in gran parte composti di dalmati figli
e nepoti di quei fedeli sudditi di San Marco che furono consorti a
Venezia per quanti secoli quasi la storia rammenta. E cresciuti alle
antiche tradizioni marinaresche venete erano molti degli ufficiali
al servizio degli Absburgo. Lo stesso Tegethoff era stato allievo
dell'antico collegio di Sant'Anna a Venezia, ove avea contratto coi
suoi colleghi amicizia fraterna. E quando, fra il rumor della mischia e
il fumo dei cannoni, vide sommergersi il _Re d'Italia_ chiese con ansia
notizia dei naufraghi, fra i quali credea fossero alcuni suoi antichi e
affezionati compagni di collegio.

Ma contro Venezia non posava il mal animo di Spagna e ne è prova la
congiura che il marchese di Bedmar, ambasciatore spagnolo presso la
Repubblica, ordì insieme coll'Ossuna vicerè di Napoli e col Toledo
governatore di Milano. Al governo di San Marco dovea succedere
la sovranità di re Filippo III: ardersi l'Arsenale, invadersi il
Palazzo ducale, uccidersi i maggiorenti. La congiura fu scoperta e la
Repubblica non andò lenta nel punire colla morte i rei principali. Con
mente deliberata e cuor fermo sentiva essa che l'indulgenza comprende
molte volte in sè offesa alla legge e turbamento agli ordini sociali, e
che nella severità delle leggi sta la salvezza della patria.

Certo questa alta idea del dovere che imprime negli animi il sentimento
di una fatale necessità suggerì la condanna di Antonio Foscarini,
il cui nome, circondato dalla pietosa fantasia dei poeti, è divenuto
una leggenda romantica, che servì di tema alla tragedia di un poeta e
patriota illustre. È nota la tragedia del Nicolini.

Antonio Foscarini, innamorato di Teresa Navagero, parte per straniere
contrade, in servizio della Repubblica. Teresa intanto è costretta a
maritarsi con un Contarini. Quando il Foscarini ritorna, sfoga la sua
disperazione cantando in gondola, sotto i veroni dell'amata. Teresa
si decide ad accordargli segreto colloquio, _certa per la purità dei
costumi di lui, ch'essa non correva alcun rischio nell'onore_. Mentre
il Foscarini e Teresa ricordano dolori senza rimedio, affetti senza
speranze, sopraggiunge il marito, e ad Antonio, per salvar la vita e la
fama alla sua donna, non resta altra via, se non quella offertagli dal
contiguo palazzo dell'ambasciatore di Spagna.

Ora bisogna sapere che una legge dichiarava reo di morte chi entrava
furtivo nel palazzo di un ambasciatore straniero.

Il Foscarini è scoperto dagli sgherri dell'Inquisizione di Stato,
dinanzi alla quale tace il motivo, per cui entrò nella casa
dell'ambasciatore, e nol svela nemmeno al padre suo, che è doge.
Veramente doge era allora Antonio Priuli (1618-1623), ma son licenze
poetiche. Infine Antonio Foscarini è condannato a morte e Teresa
Navagero si uccide.

E così anche dal Niccolini, come dal Byron, da Victor Hugo, dal
Manzoni, per parlar solo dei maggiori, si scrisse la storia di
Venezia.... in versi.

È vero, l'innocenza del Foscarini fu confessata dal Consiglio dei Dieci
con atto solenne e nella chiesa di Sant'Eustachio si pose al nome dello
sventurato patrizio un ricordo marmoreo che ne riabilita la memoria. Ma
la calunnia dovea essere con abile malvagità preparata, se la sua reità
era così comunemente creduta da non trovar fra i giudici uno solo che
parlasse in sua difesa. E se innocente veramente egli fu, il governo
che riconobbe l'innocenza del Foscarini, con esempio unico nella
storia, potea giustificare il suo errore con le vicende dei patrizi
Angelo Badoer, Giambattista Bragadin, Giovanni Minotto, che mostrano la
perfidia di Spagna e la corruzione di taluni patrizi.

Certo è, nè la storia il nega, che fra i nobili serpeggiava profonda la
corruzione: il lusso era fomite a basse azioni, la scellerata avidità
dell'oro spingeva a infedeltà, a intrighi, a brogli nelle elezioni, a
concussioni, a rapine, a sozzure.

Parecchi, intenti ai grossolani piaceri della vita, rotti alle
lascivie, occupavano il tempo fra mascherate, ridotti, conviti,
giuochi, balli, feste, teatri. Le esigenze ognor crescenti del lusso
assottigliavano le ricchezze accumulate dagli avi, come il voluttuoso
vivere scemava le energie dell'animo e del braccio.

Le donne ci appaiono tra mille colori e sprazzi e barbagli d'oro
e d'argento, tra una lieta fantasmagoria di lunghe vesti seriche,
di broccato, di drappo d'oro, di velluto ricamato. Le carni rosee
traspaiono a traverso i merletti finissimi di Burano, o tra i lembi
delle camicie leggiadramente lavorate in oro, in argento, in seta;
i busti gioiellati disegnano le forme, e dalle spalle cadono cappe
e robboni, foderati di pelli preziose. Nè a tanto scialacquo possono
opporsi in alcun modo le leggi suntuarie, che prescrivono un limite al
valore dei panni, delle vesti e a quello delle minuterie.

La bizzarra calzatura degli alti zoccoli, che le donne aveano inventato
nei primi tempi per non imbrattarsi col fango delle vie e che fu
poscia causa di un lusso sfrenato, si andava abolendo. Uno scrittore
francese del seicento narra, a questo proposito, un aneddoto curioso.
Le figlie del doge Domenico Contarini furono le prime veneziane che
smettessero quest'uso e un ambasciatore discorrendo un dì col doge
e coi consiglieri degli altissimi zoccoli usati dalle veneziane,
incomodi così da aver mestieri per camminare d'essere sostenute, lodò
le due patrizie Contarini, che avevano prescelto le scarpette, senza
paragone più comode. _Pur troppo comode, pur troppo!_ esclamò con
faccia scontenta uno dei consiglieri, che sarà stato probabilmente un
marito e avrà ritenuto quella specie di alti trampoli un'invenzione
prudente a garanzia della felicità coniugale. Infatti la donna scende
dal suo piedestallo, perde a poco a poco l'aria di cerimonia rigida
e obbligatoria, si mesce alla folla, corre ai convegni allegri, ride
del suo più gaio e gentile sorriso, contenta dell'oggi, fiduciosa del
domani.

Le donne eleganti, briose, allegre, nervose, diverse d'indole, di
pensieri, di costume dalle veneziane gravi e maestose dei secoli
precedenti incominciano una vita di dolci imprudenze, di sensazioni
inebrianti, di desiderî, di concupiscenze, di eccitazioni, fra i
complimenti e le riverenze, le visite e le conversazioni, fra lo
svolazzare delle penne e dei nastri.

In una relazione _Della città e Repubblica di Venezia_, che si conserva
nella biblioteca Ambrosiana, sono scritte queste significanti parole:
_in materia di donne basta in Venetia haver maniera, pacienza e
denari_.

Negli stessi conventi, dove da lungo tempo era penetrata la licenza
del costume, il lusso e la corruzione toccavano l'eccesso. Molte
fanciulle prendevano il velo costrette dai genitori e nella solitudine
del chiostro vagheggiavano mille immagini di bellezza e di piacere.
_Vestono alcune monache_, dice una scrittura contemporanea, _più
lascivamente, con ricci, con petti scoperti qual dell'istesse secolari
e molte hano loro innamorati, i quali uano spesso a uisitarle e
confabulare, essendo tra loro continuo trafico de presenti, e perchè
quasi tutti Monasteri hano quatro o cinque conuerse che uano per la
città cercando elemosine e facendo altri seruitij, molte ne servono
come per...._ e lasciamo la brutta parola nella penna dello scrittore
anonimo.

Quando il principe di Toscana, poi granduca col nome di Cosimo III,
venne il 1628 in Venezia, ammirò le monache vestite leggiadramente,
con abito bianco alla francese, busto di bisso a piegoline e trine
altissime, il seno mezzo scoperto, e su la fronte un velo piccolo,
sotto il quale uscivano i capelli arricciati.

Nella citata relazione su Venezia della Biblioteca Ambrosiana sta
ancora scritto: _Essere la salute della repubblica l'avere il popolo
effeminato che viene ad essere infingardo_.

Nelle repubbliche come presso i sovrani fu sempre arte di stato
addormentar coi piaceri le passioni e i pericolosi desideri
di soverchia libertà. Ma le passioni alle volte si risvegliano
all'improvviso, e quando non sono volte a nobili indirizzi trascorrono
sovente ai fatti più atroci, ai capricci più iniqui. Il coraggio quando
non serve a onesti intenti si muta spesso in ferocia, e destandosi alla
fierezza impara crudeltà. Così in mezzo alla vita veneziana molle,
gioconda, che pare un carnevale continuo, ci arrestano le avventure
di alcuni tracotanti, che si arrischiano ad imprese per le quali si
stimerebbe appena che vi fosse stato in quei tempi animo di divisarle e
braccio da eseguirle.

Proviamoci a risuscitare una di quelle scene di prepotenza e di
delitti, che, meglio di lunghe descrizioni, possono dare una idea del
tempo e del costume.

La sera del 28 febbraio 1601, v'era festa di nozze nella casa dei
patrizi Minotto. Sapete, una di quelle mirabili feste veneziane, in
cui gli appartamenti suntuosi dalle stanze tappezzate di broccato e di
arazzi, scintillanti di vetri e di specchi di Murano, erano condegna
cornice alle belle donne vestite di raso e di damasco, scintillanti
di perle e di gioielli. I suoni erano incominciati e la novella
sposa, ballando sola una specie di minuetto, avea dato principio
alle danze, quando entrava nella sala un giovine patrizio di membra
vigorose e spigliate, Leonardo Pesaro, tipo di suprema scelleratezza.
Il tracotante giovine vide in un angolo un altro patrizio, Paolo Lion,
col quale avea vecchia ruggine, e accostatosi all'avversario, che stava
insieme alla sua fidanzata, lo insultò. Il Lion rimbeccò pronto al
Pesaro, che uscì di casa Minotto, si armò, si unì ad alcuni altri amici
arroganti e soverchiatori di professione, e tutti insieme mascherati
ed armati si avviarono al palazzo dei Minotto, irruppero nella sala da
ballo e spietatamente uccisero il Lion. Non paghi ancora, il Pesaro
e i suoi continuarono gli insulti, le grida, lo schiamazzo, mettendo
sossopra la sala, correndo per le stanze con le spade sguainate,
ferendo quanti incontravano. Ne nacque uno scompiglio infernale. Le
torcie erano tutte spente, tranne una tenuta dal Minotto, che, roteando
con l'altra mano una sedia, difendeva la sua sposa adorna di perle e
di gioielli d'inestimabile valore. Un soldato straniero, che tentava
proteggere con la spada gli sposi Minotto, ebbe tagliate tre dita di
una mano.

Finalmente quelli che non poterono fuggire riuscirono a salvarsi
rinchiudendosi nelle stanze. Più volte bandito, il Pesaro non rimetteva
di sfidare la giustizia impotente ad agguantarlo, e coll'aiuto di
alcuni amici pari suoi e di una mano di bravi, che teneva nelle
campagne vicine a Venezia, commetteva d'ogni sorta violenze e rapine,
ammazzando, ricattando, aiutando assassini, involando e stuprando
fanciulle, rubando mercanzie, bastonando donne e preti e pagando i
creditori con _arcobusate_. Leonardo Pesaro fu il più audace, ma non il
solo illustre malandrino d'alto affare di Venezia nel secolo XVII. Fra
i più bei nomi dell'aristocrazia veneziana troviamo molti banditi per
colpe ignominiose.

Dinanzi alla pittura di una società così corrotta e al racconto delle
imprese di tai briganti blasonati, si può credere, a ragione, ciò che
taluni affermano che la vecchia repubblica fosse caduta al fondo della
abbiezione più obbrobriosa.

Ma in questa età di violenti contrasti, alla decadenza morale, alle
ribalderie dei soperchiatori, si possono contrapporre la nobile energia
e i sacrifizi magnanimi di molti, nel cui cuore palpito supremo era la
patria, però che la virtù non fosse inusitata nelle signorili dimore,
e il senno pratico, acuto, previdente, guidasse i provvedimenti dei
governanti.

Chi consideri l'accortezza e la prudenza con cui Venezia seppe uscire
dai litigi con Roma e dalle insidie di Spagna deve dar lode alla
Repubblica. Ma può anche sorgere agevole l'osservazione che negli
Stati tanto più intensa fiammeggia la luce del pensiero, quanto più
intorpidiscono le virtù civili e militari. E in vero lo scorto maneggio
e l'acuta osservazione della diplomazia celano alle volte la codardia
dei popoli.

Un patrizio veneziano, Antonio Querini (m. 1608), narrando la storia
della scomunica fulminata da Paolo V, faceva l'osservazione seguente:
_Saranno sempre alla Repubblica consigli salutari, per la forma del suo
governo, per la natura et conditione de' suoi sudditi, et per molte
inhabilità sue a imprese belliche, l'attender a conservar l'imperio,
anzi con la prudenza civile, che con il valor militare, et abhorrir
tanto la guerra, quanto farebbe la sua destrutione_. Quel veneziano
calunniava inconsciamente la sua patria, però che anche nel decadimento
del più grande stato italiano risplenda il valore guerresco. Certo la
pagina più sanguinosa ma più grande, più infelice ma più gloriosa della
veneta storia è la guerra di Candia.

I Turchi già signori dell'Arcipelago agognavano al conquisto di Candia,
importantissima isola, che i Veneti aveano comperata nel 1204 dal
marchese di Monferrato. Colto un pretesto, l'armata turca ruppe la
guerra nel 1645 e prese la Canea. La vecchia repubblica seppe ancora
trovare consigli audaci e opere gagliarde, e dal 1645, per ventitrè
anni continui, seppe combattere, senza posa, battaglie marittime da
giganti, rifulgenti d'eroismi, che hanno qualchecosa del leggendario
e non sono vinti in paragone dai più memorabili fatti di Grecia e di
Roma.

Dalla guerra di Candia, Venezia era uscita bella d'eroismo e di
sciagura, vuota di sangue e di denari. L'erario pubblico era stremo e
per adunare denaro e rinverdire il credito scaduto, il governo prese il
partito di aprire il libro d'oro.

Così molti popolani doviziosi poterono per denaro essere ammessi
al Maggior Consiglio. In questa conciliazione del vecchio sangue
e del nuovo, in questa mescolanza d'idee, la Repubblica avrebbe
potuto trovare una causa di vigoroso ringiovanimento, una feconda
trasformazione nell'ordine nobilesco. A canto al rigido patrizio si
trovava ora chi era giunto all'altissimo grado, aiutato solo da quella
forza che resiste a tutti gl'impedimenti: la forza del lavoro.

A Venezia, asilo sicuro d'artisti e d'operai, venivano a fecondare
le loro energie molti uomini operosi e costanti, e coll'abito del
risparmio, coi frutti dello ingegno aveano fondato famiglie potenti.
Dopo aver raggiunto le materiali agiatezze, potevano ora assidersi nei
consigli della Repubblica. Ma questi nuovi ricchi assunti al titolo
nobiliare, nel contatto colla vecchia aristocrazia, non seppero con
giovanile ardimento dominarla e ne subirono invece l'azione. I difetti
dei risaliti non seppero evitare, non attesero più alle pratiche della
mercatura, credendo avvilirsi, e presero a schifo la parsimonia nel
vivere. Sentendo l'ambizione del nuovo stato in cui erano stati posti
dalla fortuna, cercarono le delicature della vita, guastarono i costumi
fra il lusso, e volendo emulare le vecchie casate, per far dimenticare
la loro origine, instituirono fidecommessi pei primogeniti, destinando
al sacerdozio e al celibato gli altri figli. Per modo che, dopo due
generazioni, quasi tutte queste famiglie scompaiono senza lasciare
alcuna traccia nella storia. — Non nella storia, nell'arte sì. Traccia
inavvertita, azione nascosta, ma non per questo meno importante.

Le raffinatezze della civiltà, il desiderio acuto dei godimenti, lo
sfoggio di genti spensierate prodighe dei risparmi accumulati dagli avi
furono incremento all'arte, nella quale era, come nella vita sociale e
politica, una dimostrazione infinitamente estesa di bene e di male.

La temperanza armonica delle varie facoltà dello spirito, che avea
brillato di luce splendidissima nel quattrocento e non era scomparsa
del tutto nel cinquecento, cessa nel secolo XVII. Quindi concetti
meravigliosamente grandiosi a canto a pomposa lascivia di forma, la
quale nasconde meschini pensieri; artefici riboccanti di fantasia
che ora trascorrono a tutte le stravaganze, ora studiano il vero con
intendimenti che formano l'aspirazione e il tormento dell'arte moderna;
e una soverchianza di vita giovanile a canto al delirar senile della
decrepitezza.

L'arte trovava larghi incoraggiamenti nei nuovi nobili, che voleano
dorare il recente blasone con ogni maniera di magnificenza. Così
sorsero le maestose moli del palazzo dei Labia, ammessi al Maggior
Consiglio nel 1646, del palazzo dei Rezzonico, ascritti al patriziato
nel 1687, delle fantastiche decorazioni dell'appartamento degli
Albrizzi, divenuti nobili veneti nel 1667, e via via.

L'arte barocca ha in Venezia un'impronta originale e stupenda. Nelle
sue origini essa è come signoreggiata da un poderoso ingegno, che
pur lasciando libero ogni freno alla fantasia ebbe pieno ed efficace
il senso del reale. L'azione esercitata da Alessandro Vittoria sui
decoratori e statuarî veneti durò lunga pezza e l'arte, fra le lagune,
continuò per molto tempo a modellarsi sull'esempio di quel grande. È
questo un periodo non ancora ben definito della nostra storia artistica
e merita di essere considerato meglio che non si sia fatto sinora.
La critica badando al male non si è curata del bene, si è limitata
ad osservare e a biasimare quell'affettazione di forza che tien
del convulso, senza indagare l'anelito segreto che avea bisogno di
esplicarsi in nuove forme, in espressioni nuove, il desiderio acuto di
ardimentosa originalità, che in mezzo ad errori è pur sempre indizio
di forte pensare. Si volea rovesciar tutta l'arte precedente; la brama
d'investigare, di provare, di esperimentare, rivelatasi così cocente
nella scienza, si manifestava anche nell'arte, brama non tenuta in
freno dall'armonia e dalla compostezza della concezione. Si volea
muover guerra alle linee rette palladiane e si cercava il bello nel
difficile: alla purezza degli ordini romani si voleano contrapporre le
pompe più trasmodate; alle fredde saviezze della sesta, le licenze di
un'arte bizzarra.

Fra le sregolatezze dell'architettura e le incomposte bravure dello
scalpello, che vuole emulare il pennello, la licenza non appare priva
di magnificenza e di grandiosità.

E nella enfatica decorazione, complemento della vita fastosa, vi
sono vizi e intendimenti non ordinari, vi è qualche cosa che non si
può esprimere se non colla parola _genialità_. Imperocchè nulla di
più falso che la genialità indichi sempre il massimo dell'equilibrio
mentale; essa molte volte anzi rampolla da disquilibrio e da
ineguaglianze.

L'arte secentistica, colla sua varietà e ricchezza, improntò Venezia
di un suggello, che ne compie l'aspetto e senza il quale sarebbe
men pittoresca la meravigliosa città. E le aeree cupole, gli archi
fastosi, gli ampi loggiati hanno effetti di così fantastica eleganza da
parere inverosimile. Eppure gli artefici del seicento, che parea non
dovessero sentire se non emozioni fuggitive e veementi, sapeano anche
faticare il cervello e la mano nell'irritazione acre della ricerca,
nella minuziosa, paziente investigazione del vero, cercando l'indole
intima, la fibra nascosta delle cose, il cuore dalla realtà. Vi sono
alcuni busti di Alessandro Vittoria, così meravigliosi per vita, da
sembrar gettati sul vero. Lo studio della natura in taluni artefici di
questo tempo, prende l'aspetto di un'acuta ed ansiosa curiosità, di una
tormentosa analisi di tutte le deformità. Mi passa dinanzi alla mente —
disgustosa visione! — un mascherone colossale, che chiude a serraglio
la piccola porta del campanile di Santa Maria Formosa. È una testa
enorme, mostruosa, ignobile, con una espressione di osceno sarcasmo.
“Il pensiero umano„ dice il Ruskin, “non può cadere in uno stato più
triste di degradazione.„ — Ebbene, quel mascherone osceno ha fermata
l'attenzione d'uno dei più grandi scienziati del secolo nostro, d'uno
dei medici più insigni, che abbiano studiato le malattie morali delle
moderne generazioni e strappato i più tenebrosi segreti della vita —
il Charcot. L'illustre medico francese, guardando l'opera dell'ignoto
scultore veneto, afferma che quella distorsione di lineamenti, che dà
alla maschera un aspetto così schifoso e grottesco, non è l'effetto
di una immaginazione bestiale. Lo scultore ha veduto co' suoi occhi
quel tipo, l'ha colpito a volo, e l'ha riprodotto con una fedeltà,
che ci permette di discernere una deformazione patologica speciale,
una affezione nervosa così nettamente qualificata che è impossibile
confonderla con nessun'altra. Come spiegare questa osservazione
minutamente ricercatrice e questa insaziabile curiosità di spirito, che
appena potrebbero comprendersi in un raffinato artefice moderno, con
le impressioni rapide, affrettate, fantastiche, esagerate nella vita e
nell'arte del seicento?

Così nè la morbida sonorità di alcuni poeti, nè le vacuità declamatorie
di parecchi prosatori, poteano togliere gagliardia al pensiero e alla
forma di Paolo Sarpi e di Battista Nani. La tranquilla armonia, la
serenità imperturbata di taluni, formano singolar contrapposto col
disquilibrio di passioni, colla violenza di idee, col fare artificioso,
concettoso, scolastico di altri scrittori, che non hanno se non
il culto esteriore della frase. Nulla affatica più di quest'enfasi
laboriosamente sublime, che mal copre l'assenza delle idee e per cui
l'unica risorsa sembra essere una disperata ricerca di artificiose
immagini e di metafore incoerenti.

Fra i rimatori di questo tempo, che andavano a caccia di metafore,
di antitesi, di scherzi di parole, di equivoci, gli eruditi citano il
procurator Simone Contarini, il cardinale Giovanni Delfino, Giovanni
Quirini, Filippo Paruta, Bartolomeo Malombra, Francesco Contarini,
Nicolò Crasso, Andrea Valiero, Sebastiano Quirini, Pietro Michiel e
altri molti, che vivono solo fra i tarli delle biblioteche. Un solo
nome è ancora ricordato e anche questo è un esempio di quei disaccordi,
che danno l'impronta agli uomini e alle cose di questo secolo.
Marco Boschini scrisse in versi veneziani un'opera, il cui titolo è
veramente degno dei versi: _La Carta del Navegar Pittoresco, dialogo
tra un Senator venetian deletante, e un professor de Pitura, soto
nome d'Eselenza e de Compare, compartìo in oto venti con i quali la
Nave Venetiana vien conduta in l'alto Mar de la Pitura, come assoluta
dominante de quelo a confusion de chi non intende el bossolo de la
calamita._

Ma fra la vana magniloquenza del poeta, il critico dà savi e giusti
giudizi, specie guardando al gusto dominante. Era allora in gran voga
Palma il giovane, facile e troppo fecondo artefice, ma dalla tavolozza
lieta di vivide trasparenze, lo Zanchi pieno di audace bravura, Dario
Varotari non indegno discepolo del Veronese, il Liberi, che ebbe il
nome specchio all'indole sua, libero pittore di belle veneri ignude.
— Tutti questi artefici compiono la decadenza, che il secolo XVI,
coll'adorazione della forma, avea iniziata. In essi v'è il movimento,
l'azione, la bellezza, lo splendore esterno, le energie dell'effetto,
rado o mai l'intimo pensiero. Le bellezze opulenti si muovono in
atteggiamenti procaci, in pose coreografiche. L'artefice non ha cura
se non dell'effetto. Arte gaia, ricca d'immagini e povera d'idee,
simile a donna il cui volto leggiadro non sia avvivato dal calore
del pensiero, i cui occhi non rispecchino la luce dell'anima. Allegra
e sensuale rappresentazione della vita, in cui i toni rossi, rosei,
gialli, azzurri, si fondono in una stupenda armonia, che fa scintillare
le tele, per dirla proprio col Boschini, d'oro, di perle, di rubini,
di smeraldi, di diamanti, uniti ai fiori più smaglianti dell'oriente.
Certo, specie nella pittura, l'arte scema di valore e si gonfia di
boria: il colore non entra più, come nel secolo precedente, nelle
profondità del vero, ma si arresta alla superficie. Fra quel delirio
e quella vertigine di tinte, l'arte abbaglia non crea, inebria, non
commuove. Le rosee donne dalle fulve capigliature di Paolo e Tintoretto
sono diventate anche più procaci nelle farragginose composizioni
mitologiche. Le veneri mostrano, senza l'ombra del velo candidissimo,
nudità di rosa e di velluto; i numi s'atteggiano muscoleggiando in
enfatiche contorsioni; le ninfe e le nereidi danzano in un regno
fantastico, fabbricato sulle nubi dei sogni. Pure in mezzo a tante
stonature artistiche quante armonie pittoriche! Armonie che non
esistono in natura, ma seducono, e alle quali s'uniscono l'effetto
fascinatore, la prodigiosa abbondanza nel comporre, la grande abilità
di mano. Ora fra il luminoso sfarzo di quell'arte che è una gaia festa
per gli occhi, ma lascia senza emozioni il cuore, tra l'occhio educato
alle movenze strane, agli scorci audaci, alle apoteosi di nubi, ai
lucenti olimpi, dovea sembrare fredda e uggiosa l'aurora dell'arte
veneziana, così ricca d'originalità, di sentimento, di fede.

Lodovico Dolce, molti anni prima, quando il lusso sfarzoso non avea
ancora cacciato in bando la pura eleganza, avvertiva come, fra i
trionfi dell'arte veneziana, si dimenticassero i _pittori goffi_ del
quattrocento, e le _cose morte e fredde di Giovanni Bellini, di Gentile
e del Vivarino, le quali erano senza movimento e senza rilevo_. Marco
Boschini, venuto dopo, pur accogliendo le idee e i desideri dell'età
sua, si mostrava più imparziale e più largo e abbracciava in uno stesso
affetto il quattrocentista e il secentista, le delicate diligenze e
le ardite trascuraggini, l'austerità e l'opulenza, Vettor Carpaccio e
Palma il giovane. Sono arti diverse ma che hanno tutte e due i loro
fascini. L'una parla al cuore — l'altra agli occhi — l'una vi dà
il rapimento dello spirito — l'altra il fascino della carne. Certo
il Boschini avea nella mente un concetto di un'arte libera e varia,
un'arte che i trionfi del rinascimento e le bizzarrie della decadenza,
la casta eleganza del segno e le febbrili fantasie rapidamente pensate,
rapidamente eseguite, potesse unire nell'affetto medesimo e nel
medesimo culto, ma l'ardito concetto del critico era soffocato dalla
forma falsa, viziata, artificiosa, rettorica.

Fu cercato da molti il doloroso perchè di tale traviamento nell'arte,
ma le spiegazioni a me paiono più ingegnose che vere. Si ripete che il
decadimento dell'arte nostra si deve all'influsso dell'arte spagnuola e
non si pensa che gli stessi difetti, le stesse colpe, gli stessi errori
s'incontrano anche nella letteratura d'Inghilterra e di Francia. Non
si pensa che è proprio della razza latina la ricerca di concettini,
di freddure, di giuochi di parole, di antitesi, non si pensa che tale
corruzione, da cui Dante non andò esente, come non andò esente il
Petrarca, abbondò nella letteratura cortigiana del quattrocento, s'acuì
nel cinquecento, per svolgersi poi in licenziosa pompa nel secolo XVII.
Il secentismo fu una gravosa eredità dei secoli precedenti e l'ebbero
indipendentemente e contemporaneamente Spagna e Italia, Inghilterra e
Francia.

Solo in questo tempo l'antitesi tra l'amore del semplice e del vero e
il desiderio del manierato, dello strano, del concettoso si palesa con
tinte più forti. In Ispagna accanto a Luigi di Gongora, principe dei
poeti gonfi e manierati, sorgeva Velasquez, pittore calmo, chiaro, ben
equilibrato, paziente osservatore della natura.

Così a Venezia, se fra il pattume delle accademie imputridivano le
buone e forti idee, se la vacuità declamatrice della plebe letterata
trovava libero sfogo nelle verbose dispute, in altri convegni altri
ragionari erano riscaldati dalla fede in ciò che è vero e buono.
L'animo si esalta pensando alle alte cose che si saranno discusse in
casa di Andrea Morosini storico e politico insigne, che accoglieva
fraternamente Galileo, Paolo Sarpi, Giordano Bruno, Leonardo Donato,
Nicolò Contarini, Santorre Santorio, fra Fulgenzio Micanzio e altri
illustri. E mentre l'Italia nella servitù di Spagna perdeva armi,
sostanze, ed are e patria e tutto, anche la memoria, in questo estremo
lembo della penisola si rifugiavano come a sicuro porto gli animi, nei
quali vibrava tutto ciò che è più eccelso e nobile nella natura umana.
Mentre il pensiero italiano andava oscurandosi, nella casa tranquilla
del Morosini si raccoglievano uomini, i cui nomi ricordano quanta parte
di sapere per essi si innovasse nel mondo.

E mentre la letteratura, vuota di concetti e di passioni, si riduceva a
un giuoco di forme, a una pazza ridda di metafore, nelle limpide notti
veneziane Galileo affissava le stelle, e le stelle mormoravano alle
orecchie dell'uomo i segreti del cielo.


                                   LA
                             VITA ITALIANA
                                  NEL
                                SEICENTO


                                  II.

                              LETTERATURA.

      La battaglia di Lepanto e la
        poesia politica                    GUIDO MAZZONI
      Il pensiero italiano nel sec. XVII   GIOVANNI BOVIO
      Galileo: sua vita e suo pensiero     ISIDORO DEL LUNGO
      Giambattista Marini                  ENRICO PANZACCHI
      Alessandro Tassoni                   OLINDO GUERRINI



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1895.



                          PROPRIETÀ LETTERARIA
                      _Riservati tutti i diritti._
                         Tip. Fratelli Treves.



LA BATTAGLIA DI LEPANTO

E LA POESIA POLITICA NEL SECOLO XVI


                               CONFERENZA
                                   DI
                             GUIDO MAZZONI.


  _Signore e signori,_

I germi della poesia sono come quelli de' fiori, che il vento leva su
in alto e lascia ricadere qua e là, dove vanno vanno: de' fiori e della
poesia i germi non mancano mai, ma spesso cadono dove non troveranno
terriccio ed acqua ed aria quanto basti: i più non attecchiscono
neppure; pochi crescono sì, ma gracili e pallidi; delle migliaia uno
solo riesce un bel fiore, gioia a vederlo. Un anno fa, quando ebbi
l'onore di parlarvi sulla lirica del secolo decimosesto, anche a costo
d'incappare nella censura d'irriverente dispregiatore, dovei mostrare
come quella lirica fu generalmente, con le sue tante eleganze di
stile e di suono, vuota e fredda: parlandovi quest'anno della poesia
politica in quel secolo stesso, non mi sarà dato mutare, valga quel
che può valere, il mio giudizio. Ma voi rammenterete forse, perchè un
anno passa presto, che dal coro delle voci artificiosamente educate
a cantare tediose melodie, ne distinguemmo alcune poche, fresche o
robuste, che cantarono per conto proprio di dolore e d'amore, della
patria e di Dio; rammenterete forse che io chiusi la mia lettura con
le strofette in lode dei Venzonesi perchè seppero nel 1509 ricacciare
indietro dalla Chiusa i Tedeschi del duca di Brunswick; porgendo loro
le munizioni, durante la battaglia, una gentildonna che fuse a tale
uopo, come ebbe poi a fare pel Perseo il Cellini, le scodelle di stagno
delle sue cucine. Fiore di campo, quelle strofette; pur mi valsero, con
qualche altro esempio, ad attestare che talvolta la poesia proruppe
dai fatti nel verso. E così ci accadrà oggi, di non poter vantare
capilavori, e di dovere anzi riconoscere che troppa fu la sproporzione
tra la bellezza della materia e gli artefici, tra la poesia de' fatti
e quella de' versi: nondimeno, oltre l'utile che si ha sempre dal
vedere in che modo l'arte rispecchiò la vita, alcun che di meglio che
mediocre, sia pur poco, io confido non sarà per mancarci.


I.

Torniamo, per prima cosa, alla storia italiana del secolo decimosesto,
non già a studiarla da scienziati nella sua corrente larga e profonda,
e neppure, da geografi descrittori, nel suo corso lungo e vario, ma
come viaggiatori che a diporto ne ammirino questa o quella veduta
ne' luoghi più belli. E qui, poi che me la sono assunta, ho da far
subito la parte pedantesca del cicerone, avvertendovi che non dovete
aspettarvi più di quanto il nostro cammino ci possa dare; il che
vuol dire che non potremo considerare come materia poetica buona pe'
contemporanei tutto quel pittoresco e direi bizzarro che oggi appare
a noi ne' costumi, nel linguaggio, nelle idee stesse talvolta, di tre
e quattro secoli fa. Pittoresco e bizzarro soltanto perchè lontano:
mero effetto di prospettiva. Nulla, per ciò, che possa dilettar noi,
per descrizione ricca e vivace di cose aliene dalle solite che abbiamo
intorno, come, ad esempio, ci diletta _La leggenda de' secoli_ di
Victor Hugo. Apriamola a caso. “Quando passa il reggimento degli
Alabardieri, l'aquila dalle due teste, l'aquila dall'artiglio rapace,
l'aquila d'Austria, dice: Ecco il reggimento de' miei alabardieri che
si fa innanzi superbo. I pennacchi loro fanno accorrere a' balconi le
belle: ed essi se ne vanno tutti d'un pezzo, protendendo la punta delle
ghette, d'un passo sì preciso, senza mai ritardarlo o affrettarlo, che
par di vedere tante forbici che si aprano e che si chiudano. Ed oh che
bella musica, calda e soldatesca! le trombe rivibrano dal suolo; le
risate orgogliose trionfanti che il soldato è costretto a soffocare
in cuor suo quando marcia, muto, compresso nelle file, ne sfuggono
e si liberan su da' campanellini metallici del cappello cinese;
rumoreggia il tamburo con fasto orientale, e mette un fremito sonoro
dalla fascia d'ottone sì che par di sentire nella sua voce chiara e
gaia tintinnare allegramente gli zecchini della paga. La fanfara si
spande in un fruscìo di svolazzi.„ Voi li avete già riconosciuti: è la
guardia imperiale degli Svizzeri, il reggimento del barone Madruzzo,
i nipoti di quelli che cent'anni prima combatterono a Marignano; ma a
nessuno nel 1515, dopo Marignano, poteva venire in mente di descrivere
in versi gli avi, e a nessuno nel 1615 i nepoti, come la _Leggenda
de' secoli_, appunto perchè leggenda, ha fatto con la sua baldanza
mirabile. Gli Svizzeri allora non erano un pretesto a sfoggiare colori
ed armonie imitative! Per contrario, quel che importava a' poeti
del Cinquecento, quando rimavano di politica, non corrisponde più, o
rare volte, al sentimento nostro: amavano e odiavano, benedicevano e
maledicevano uomini e avvenimenti, che a noi sono ormai soltanto nomi
e date storiche, se pur ce ne rammentiamo o se per virtù di ricerche
erudite riusciamo, dove essi non fecero che accennare, a veder chiaro.
La poesia politica d'ogni tempo ha pertanto in sè una doppia ragione
di non piacere ai posteri; i quali sono indotti a chiederle ciò che
essa non può dare, e si rifiutano dal sentire ciò che essa desiderò
far sentire. Soltanto l'eccellenza dell'arte è balsamo che mantiene,
se non la vita, le apparenze della vita; se non la storia, è il
monumento della storia; ma, per l'appunto, i grandi poeti non amano di
solito mischiarsi tra i confratelli minori, pronti sempre a inneggiare
quando sperano che l'occasione esterna dia ai versi loro la voga che
chiederebbero invano all'intimo pregio.

Non ci indugiamo, detto questo, in altre considerazioni che facilmente
se ne dedurrebbero, e guardiamo la storia. La quale ripensata nella
successione inevitabile delle cause e degli effetti (quale è di
rado indovinata da' presenti, ed appare invece palese ai posteri) è
tutta un'alta materia poetica; ma i contemporanei non possono neppur
ripensarla, perchè la vivono. Guardiamola, dunque, soltanto in quello
che a loro stessi dovè sembrare singolarmente poetico, o poteva.
Comincia il secolo, e quasi subito, nel settembre 1502, Baiardo,
il cavaliere senza nè macchia nè paura, combatte a Trani un torneo
d'undici contro undici, Francesi e Spagnoli, e rimasto con un compagno
solo tien testa fino a sera contro sette avversarii; l'anno dopo, nel
febbraio, a Barletta son tredici contro tredici, Italiani e Francesi,
e vincono i nostri; Luigi XII di Francia entra a Milano nel 1509 tra
più di mille cavalieri, coperti sopra le armi d'un saione di broccato
d'oro, egli tutto di bianco; passano tre anni, e i soldati francesi
gavazzano nella magnanima Brescia, che si è difesa, com'ella sa,
disperatamente, e per castigo se ne spartiscono a elmi pieni l'oro
e le gemme; Baiardo, che vi è rimasto ferito, si fa confortare la
convalescenza da letture e da canzoni sul liuto, e nell'accomiatarsi
largheggia alle giovinette che nel compiacquero, i ducati d'oro offerti
a lui dalla gentildonna onde era stato ricovrato, in premio ch'ei
l'avesse salvata dalle ingiurie del sacco; a Marignano, Francesco I
gli s'inginocchia dinanzi e vuole esserne armato cavaliere, ed egli
trae la spada, gli batte tre colpi sulla spalla, lo consacra cavaliere,
esclama: “Oh spada mia ben avventurata, poi che hai dato l'ordine di
cavalleria a sì bello e sì possente signore! certo ch'io ti avrò come
reliquia, nè più t'impugnerò se non contro Turchi, Saracini e Mori!„;
ferito a morte nel passo della Sesia, sentendosi compiangere dal duca
di Borbone, lo rampogna: “Non io, signore, devo esser compianto, che
muoio da uomo dabbene; voi compiango, che portate le armi contro il
principe, la patria, il giuramento„; re Francesco, a Pavia, ferito
nel volto e nella mano, e scavalcato, si arrende al vicerè, da cui in
atto reverente è accettato prigione in nome dell'imperatore, e subito
scrive a sua madre: “Tutto è perduto fuor che l'onore e la vita ch'è
salva„; e il successore di lui, Enrico II, tosto che sale sul trono,
invia a quell'imperatore il primo araldo del Reame, che gl'ingiunga
di recarsi in Francia, a giorno e luogo fissato, per adempiervi gli
officii di Pari di Francia, come conte di Fiandra ch'egli era, al che
Carlo V risponde, vi si troverebbe con cinquantamila uomini a fare il
dover suo. Ma questi, può dirsi, son atti di persone, non pubblici
fatti: certo è, a ogni modo, che furono in sè stessi poesia e la
mostrano viva. Che se diamo un'occhiata ai fatti pubblici, ecco la
ribellione di Genova nel 1507 contro i Francesi, e il re che v'entra
trionfalmente, e innanzi alla porta sguaina la spada, nel vanto:
“Genova la superba, io t'ho domata con le armi!„ e le seimila donzelle
che gli si fanno incontro, vestite di bianco e con l'olivo in mano, a
gridargli pietà, e le forche piantate per ogni dove; ecco la difesa
di Padova nel 1509, e il bastione donde Citolo da Perugia ributta
gl'imperiali deridendoli con la gatta famosa per la canzone che, un
anno fa, vi citai; ecco nel '11 la breccia della Mirandola per la
quale entra il vecchio pontefice Giulio II; ecco nel '12, la battaglia
di Ravenna, innanzi alla quale monsignor Gastone di Foix manda a don
Raimondo di Cardona “lo insanguinato guanto della battaglia, che fu da
lui ricevuto con lietissimo volto„, e dove don Raimondo mantiene con
suo danno la promessa fatta ai Francesi di non cominciare la zuffa fin
che non avessero passato tutti quanti il fiume; nel '13 Marignano, la
battaglia de' giganti, per tre giorni e tre notti, in cui re Francesco
assetato attinge acqua ch'è più sangue che acqua; e gli orrori, e gli
strazii del sacco di Roma, nel '27; e il duello del '29, in cospetto
a tutta Firenze assediata, combattuto “con una spada e un guanto
di maglia corto nella mano della spada, senza niente in testa, arme
veramente onorata e da gentiluomo„ come scrive il Varchi; e poi nel
'55 le gentildonne di Siena che, partendosi in tre schiere distinte
ciascuna d'un suo colore, aiutano le difese e cantano nel lavoro le
lodi di Siena e di Francia. La Francia, che proprio allora aveva in
Luisa Labé uno strano soldato, _le capitaine Loys_; fuggita a sedici
anni di casa, e andata all'assedio di Perpignano, dove ella che sapeva
sonare di liuto, e le dolcezze dell'italiano e dello spagnolo, combattè
bravamente a lancia e spada. “Chi mi avesse veduta allora, mi avrebbe
tolta per Bradamante o per l'alta Marfisa, la sorella di Ruggiero.„
Così l'epopea cavalleresca viveva ancora, pure in quelle che potrebbero
parere non altro che fantasie di cantastorie.


II.

Or mentre in questi e in altrettali uomini e casi tanto porgeva la
vita all'arte, l'arte poco e male se ne giovò, salvo qua e là quasi per
eccezione. La poesia politica, seguendo le sorti della lirica amatoria
e religiosa, nei metri, nello stile, negl'intendimenti e ne' criterii
estetici, perorò in canzoni, meditò o invocò in sonetti, discorse ne'
capitoli; seguendo le forme del poema romanzesco, narrò con l'ottava
rima, sì da comporre nelle _Guerre orrende d'Italia_ con varii poemetti
una cronaca sterminata; senza trasmutare quasi mai in immagini il
fatto bruto, in accenti vivaci il sentimento. Ciò pei colti poeti:
gli umili rimatori del popolo fecero meglio, chè incolti come erano
riuscirono più schietti, e almeno ci conservarono alcun che del reale;
ma l'arte che sovrabbondava a quelli, sì da nuocere agli effetti, era
troppo scarsa e confusa in questi, e impediva una compiuta ed efficace
espressione. Non ci meraviglieremo quindi della messe che offrì alla
poesia la politica del secolo decimosesto; paglia molta, grano poco.

      Viva viva el gran leone
    Che con piede in mar si bagna,
    E con l'ale la campagna
    Cuopre e tien sotto l'ongione!

cantavano i Veneziani del loro Leon di San Marco; ma se le ali non
furono tarpate dalla lega di Cambrai, gli unghioni persero, per essa
lega, la forza d'un tempo: e Marin Sanuto, il grande diarista che
raccoglieva a mano a mano i fatti e le canzoni che importassero alla
città sua, doveva anche trascrivere il _Lamento e desperatione del
populo venitiano_, e il _Lamento de' Veneciani_, su cui un'incisione in
legno mostrava una barca in mare, e il leone dentro, senza nessuno che
la guidasse e governasse, “et è in pericolo di anegarsi.„ I _Lamenti
di Venezia_ ebbero a crescere ancora: e dentro vi crebbero di nuove
sciagure le enumerazioni che erano tanta parte di sì fatto genere,
da cui il popolo si dilettava attingere le notizie politiche, cantate
su per le piazze con l'accompagnamento del violino: enumerazioni per
antitesi tra le vittorie e le conquiste d'un tempo e le disfatte
e le perdite presenti. Onde un Messer Simeone Litta faceva che la
Serenissima disperata minacciasse di volgersi al Turco, da che i
Cristiani la tormentavano tanto:

      Su, Venetia sconsolata,
    Posta in pianto e gran dolore:
    Franza e Spagna e Imperatore
    M'àno tutta disolata.

Eppure se è chiaro oggi che la Repubblica ebbe dalla lega irreparabili
danni, tale fu il senno de' suoi reggitori ch'ella non solo durò
ancora, e con onore, più secoli, ma parve a molti, per tutto quel
secolo decimosesto, fosse in lei la speranza più certa delle fortune
d'Italia, il baluardo più saldo della sua indipendenza. In fin de'
conti, era uno Stato italiano, non soggetto a stranieri, gagliardo
ancora, se poteva, dopo Agnadello, contrastare alle insidie spagnole
in terraferma e alle violenze del Turco in Oriente. Prima di volgersi
a casa Savoia, come fecero sul principiare del secolo seguente,
quando fu chiaro che Venezia reggersi poteva, ma non arrischiarsi a
ingrandimenti, era naturale che i cuori italiani si volgessero a lei.
E qui troviamo tra gli altri un poeta grave, l'autore d'uno de' più
tediosi poemi epici che ebbe il Cinquecento, l'Olivieri (Dio ne scampi
dalla sua _Alamanna_!) che, pur ammirando Carlo V, invocava Venezia
liberatrice di tutta Italia:

    Oh secol d'or s'ella 'l tuo scettro attinge!
      Canzon, vedrai nel mare
    Ch'Histria e la Marca bagna, una Cittade
    Rara al mondo di forza e di beltade.
    Quivi ti ferma e grida
    Che, fra voglie sì avare,
    Esser d'Italia guida
    Non nieghi: ond'ella in pace
    Goda 'l terren ch'a tutto 'l mondo piace.

La canzone dell'Olivieri è del 1551; e già un trent'anni innanzi,
gl'imperiali e i pontificii avevano ammonita la Repubblica a
staccarsi da' Francesi e ad accostarsi all'Imperatore “perchè così
si assicurerebbe in perpetuo, e l'Italia sarebbe degli Italiani„; e,
d'altra parte, il re di Francia si era accusato reo dell'aver turbato
Italia “per la quale sarebbe guerra sempre, finchè non fosse posseduta
dagli Italiani„: belle parole che i fatti smentivano con le prepotenze
d'ogni anno.

Che cosa infatti volessero gli stranieri, imperiali o regii che si
fossero, sapevano ormai nel 1551 Brescia, Genova, Prato, Roma, Firenze:
ed eccovi la _Barzelletta nova de Bressa_ e la _Canzone de Prato_, del
'12, il _Lamento di Genova et il doloroso pianto d'Italia_, del '22;
il _Pianto d'Italia e delle città saccheggiate in quella_, dell'anno
stesso; _La presa e lamento di Roma_ e la _Romae lamentatio_; il
_Lamento d'Italia_, del '27; il _Lamento di Firenze_, del '29; e via
dicendo; chè nè io vorrei farvi nè voi tollerereste una bibliografia.
Notevoli e qua e là curiosi documenti per la storia; ma di poesia non
v'è lume quasi mai. Que' cantastorie popolari hanno anch'essi, come
i loro confratelli più nobili, uno stampo, e tutto battono su quello;
presentazione del personaggio che si duole, enumerazione de' beni che
costui si godeva un tempo, enumerazione de' mali che l'opprimono ora:
chè se invece di _lamenti_, fanno, come le chiamavano, _canzonette_ o
_barzellette_, datosi un ritornello di viva, viva! o di morte, morte!
vi lavorano intorno le strofe di esaltazione o di minaccia, come
dipanassero sopra un rocchetto un'arruffata matassa di rime. Se poi
narrano, non pensano pur da lontano a rinfrescare i moduli consueti al
vecchio poema cavalleresco: invocato Dio o la Vergine, o il santo della
città, espresso l'argomento, tiran giù ottave su ottave in un racconto
che non ha di poesia più che la veste del ritmo, ed è veste che va in
brandelli. Non chiedete a quella povera gente che si guadagna il pane
facendo da gazzettiere ambulante, come allora si usava, non chiedete
immagini vive, non chiedete accenti commossi: quando vi abbiano dato
due o tre paragoni con gli eroi più famosi del ciclo di Carlo o di
Artù, quando vi abbiano schidionata una serie di ahi o di oh per otto
o sedici versi che tutti comincino ad un modo, han toccato l'eccellenza
dell'arte loro, l'estremo di lor possa. Per ciò se ci capita innanzi un
rimatore quale, ad esempio, Baldassarre Olimpo, l'ingegnoso giovane da
Sassoferrato, come lo dicevano, ben venga l'autore della _Brunettina_
attribuita nientemeno che ad Angelo Poliziano, e di tanti arguti
strambotti. Anche egli fa una litania di Piangi Italia, Piangi Genova,
Piangi Brescia, e Prato, e Fabriano e Fermo, e più oltre; e dal volgo
attinge, per compiacergli, più di quel che possa riuscire gradito a
gusti meno incolti; ma almeno leva alto la voce e parla con efficace
chiarezza:

    Italia bella, oimè, chi te divora,
      Chi t'assassina, o Dio! chi ti svergogna,
      Chi ti disface e manda a la mal'ora?
    Unitevi, signor, perchè bisogna,
      E discacciate tutti i tramontani,
      Che lascian sempre a voi danno e vergogna.
    Pigliate i passi, i monti, i luoghi strani,
      Fate di queste genti un carnerile,
      Di lor empiendo valle e pozzi e piani.
    Essi son allevati nel porcile,
      E vengono a robbar in casa vostra
      Dispreggiando l'Italia signorile.

Dove non è soltanto l'amore della patria, ma il ribrezzo, a così dire,
dell'italiano ingentilito dal Rinascimento, per quei barbari che si
eran fatti signori di casa sua e vi gozzovigliavano bestialmente.


III.

Questo ribrezzo, misto e accresciuto d'orrore, appare più manifesto
a chi legga i racconti di Roma, la città nostra, la città santa,
messa a ruba da' Tedeschi luterani e dagli Spagnuoli cristiani che
fecero peggio di loro. Eppure le terzine della _Romae lamentatio_, le
ottave della _Presa e lamento di Roma_, il _Successo di Pasquino_, che
parlò allora sul serio, e gli altri componimenti di quella occasione,
narrando, piangendo, invocando, non toccano l'animo: non mai poeta ebbe
materia più pietosa di quella, e non fu mai meglio palese che la poesia
delle cose non basta di per sè a far poesia d'arte, quando l'artefice
non l'accolga nella mente sua, non la scaldi sì dà liquefarla in
massa rovente e fumante, non la getti allora entro le forme pure dello
stile e del metro, e poi non vi lavori attorno a polirla con l'opera
paziente del martello e della lima. L'assalto alle mura, predetto da
un predecessore di David Lazzaretti “uno di vilissima condizione del
contado di Siena, d'età matura, di pelo rosso, nudo e macilento„,
che a forza di profezie s'era fatto mettere in carcere; la morte del
Borbone; l'irrompere de' Cesarei nel grido — Spagna Spagna, Impero
Impero, ammazza, ammazza! —; il ripararsi tumultuoso del papa e de'
cardinali in Castel Sant'Angelo; uno, più morto che vivo, cacciatovi
dentro per una finestra, un altro tiratovi su con funi in un corbello;
gl'incendii, il sacco, gli strazii per tutta la città; vivono anche
oggi in qualche pagina del Cellini, del racconto di Luigi Guicciardini,
in altre scritture di contemporanei, e fanno raccapricciare. La
efferatezza umana, nella sede maggiore della religione di Cristo,
cristiani contro cristiani, trionfò. Ma se dagli storici si passa a'
poeti, per orrore che i casi abbiano in sè, è difficile non sorridere:

      Fu ucciso un sacerdote, ahi gente rea!
    Per non voler a un asino vestito
    Dar l'ostia sacra che all'altare avea.
      Un altro fraticel, ch'era fuggito,
    Gli fur l'orecchie tronche e tronco il naso;
    Poi fatto gli è mangiar caldo arrostito.
      Ahi sorte rea, ahi sfortunato caso!

Soltanto il Berni e il Guidiccioni piansero Roma degnamente. Il Berni,
che anche nella satira politica è miglior poeta che nelle buffonerie,
sia che vituperi papa Adriano VI con tanta veemenza, sia che derida
papa Clemente VII con tanta malizia, rammentò nel rifacimento
dell'_Orlando_ come “allo spagnolo, al tedesco furore, a quel d'Italia
in preda Iddio la dette„; il Guidiccioni ne meditò con gravità accorata
le vicende dal sommo imperio d'un tempo all'estremo della presente
miseria:

    Questa, che tanti secoli già stese
      Sì lungi il braccio del felice impero,
      Donna delle province, e di quel vero
      Valor, che 'n cima d'alta gloria ascese,
    Giace vil serva...............

Gli altri tutti riuscirono troppo inferiori all'impresa; e,
certo, non cercheremo poesia, ma soltanto un gioco, che non ha
il merito dell'arguzia e neppure quello della novità, nel _Credo_
composto allora, intercalando le frasi del Credo latino, in terzine
d'endecasillabi, a mo' di serventese. Dal Medio Evo in poi, le orazioni
del popolo nostro furono cucinate a quel modo in tutte le salse; e il
_Pater noster_, da che i Francesi calarono in Italia sulla fine del
Quattrocento, a quando i Milanesi cacciarono nel 1848 gli Austriaci,
seguì in sì fatte parafrasi tutti i nostri dolori:

      Vègnino a casa nostra
    Cum gran manaze
    Che paren lupi rapaze,
    Et ni mangiano
                _panem nostrum._
      Se questa fosse anchora
    Una volta in septimana,
    Ne parerebe cosa vana.
    Ma questo è
                _quotidianum!_

Così ne' primi del Cinquecento si lagnavano i depredati dai Francesi; e
un po' meglio in un'altra forma del genere stesso:

    Quando lor vèneno in le terre nostre
      Tanto pietosi et honesti se fano
      Che pareno con soi officioli in mano
                         _Santificetur._
    Poi che in casa sono arrivati
      Pareno orsi e leoni descadenati;
      Biastemano como cani rinegati
                         _Nomen tuum._
    Poi subito comentiano a gridare:
      “Baliate le claves del granare,
      Et quella de la casa et del solare
                           _Adveniat._„
    Fan poi de' nostri ben tal masaria,
      Questa crudel et perfida genia,
      Che in un giorno se consumaria
                           _Regnum tuum._

Ma giova confortarci ripensando che, alla preghiera de' Veneziani nei
primi decennii del Cinquecento:

    Tutta l'Italia bella ha desipato
      Questa gente crudel, acerba e dura:
      Fa' che 'l tuo soccorso, o Dio increato,
                           _Adveniat!_

risponde quella italiana del 1848 esaudita:

    _Non ci lasciar cadere in tentazione_
      Ma rinforza in noi tutti e cuore e mente,
      E vincerem nel dì della tenzone
                         Sicuramente:
    _Tu scampaci dal male_ e dai Tedeschi:
      Deh salva l'infelice Lombardia
      Dall'aulico consiglio e da Radetski,
                         _E così sia._

I gerghi barbarici, di cui il _Pater noster de' Lombardi_ ci ha
dato un'eco, e che da Gian Giorgio Alione erano più per disteso
rappresentati facendo parlare uno svizzero di quelli di Marignano:

    My passer la montagne,
    My mater Mont Cerviz,
    My brusler la champagne,
    My squarcer fior de liz,
    My pigler San-Deniz,
    My scacer Roy Francisque,
    My voler jusqu'à Paris;
    Tout spreke a la todisque;

questi gerghi, che anche qui in Firenze risonarono contro i Lanzi
ne' canti carnascialeschi, si stringevano poi, Tedeschi e Spagnoli,
intorno, alla città dove più pura suona la lingua d'Italia. Chi
credesse di trovare nella poesia nostra, colta o incolta, un sospiro
per la passione che Firenze sofferse, resterebbe deluso. _Il Lamento
di Fiorenza qual supplica la santità del papa ad unirsi con essa
lei, con invocazione di tutte le potenze cristiane_ è una delle
solite filastrocche d'invocazioni; e un altro poemetto, _L'assedio
di Fiorenza_, non fa che spiegare in rima l'occasione per la quale
si venne ai patti che lo seguono in prosa, con espresso rimando:
“Come vedrete qui nei patti scritti.„ Se qualcuno disse alcun che di
meno insulso, fu non in lode di Firenze eroica, sì in lode de' suoi
conquistatori. E quando invece delle canzoni e dei capitoli d'arte
pensata piacesse a noi ascoltare un umile popolano, un drappiere,
Lorenzo de' Buonafedi, che pur dette un capitolo all'assedio, lo
udiremmo lamentarsi soltanto del gran caro de' viveri e rallegrarsi che
fosse cessato: è un pover uomo, costui, che, riflettendo alle paghe
scroccate a danno del popolo, esclamava in versi: “Cosa da dargli
un pugno in su quel muso!„; e non si peritava di confessare, quando
furon chiesti ai cittadini gli ori e gli argenti “Io fui di quei che
non v'andai altrimenti„, nè altro dell'assedio rammentò se non che in
quella carestia “le veccie molle furno un buon boccone„.

    E delli gatti non vo' ragionare;
    E' topi, si toccava il ciel col dito.

Onde, ora che “d'ogni cosa per tutto, si trova — A tutte l'ore per ogni
confino„ concludeva: “Viva il Settimo Clemente — Col nostro Duca ch'è
di grande affare!„ Ma costui era un nemico de' Piagnoni: orbene, se si
prenda _L'assedio di Firenze_, poema di Mambrino Roseo, che vi militò
pe' Fiorentini, neppur là ci sarà dato trovare nulla che sorpassi
una narrazione pedestre. Perfino la morte del Ferrucci vi è accennata
senza un grido in cui si senta l'anima del poeta. Un grido di poesia
nell'assedio vi fu; ma, gittandolo, Claudio Tolomei imprecò a Firenze
ch'ei voleva distrutta, e così ne supplicava l'Orange:

    Volta l'artiglieria tutta alla terra,
    E fa' sentir le grida fin al cielo
    Dell'uno e l'altro sesso insieme misto.

Cade Firenze, e il duca Alessandro la padroneggia con licenza
ostentata: Lorenzino lo uccide ferocemente; e non manca _Il pietoso
lamento che fa in sè stesso Lorenzo Medici_, maledicendo la colpa sua
e volendo per forza riparare all'Inferno donde il diavolo lo respinge;
e neppure manca _Il lamento del duca Alessandro Medici_, che dice
addio, per filo e per segno, a tutti i parenti e gli amici, e a tutte
le città e terre del suo bel ducato. Li daremmo tutt'e due volentieri
que' capitoli, e più altri per giunta, in cambio della canzone che
Biagio di Montluc, il forte campione di che la Francia soccorse Siena,
attesta aver udito dalle gentildonne senesi in lode della patria sua,
mentre lavoravano alle fortificazioni. “Vorrei per averlo e metterlo
qui (scriveva poi ne' suoi _Commentarii_) poter dare il miglior
cavallo ch'io mi abbia„; noi, con que' _Lamenti_, ce la caveremmo a
troppo miglior patto! Un contadino di Monsummano, che sapeva comporre
ottave, ma scriverle no, inveì contro la minacciata repubblica, quasi a
dispetto che altri ne avesse cantata nel '26 la vittoria su' Fiorentini
con versi tanto migliori de' suoi: _La guerra di Camollia_ è uno,
infatti, de' migliori componimenti narrativi di quel tempo. Ma il
valore non bastò, nel '55, contro gli imperiali e i ducali:

    Se mi volto al Pastor Santo
      Non ne vorrà udir novella,
      Tal che fo dirotto pianto
      Giorno e notte meschinella;
      D'altro già non si favella
      Che di Siena in ogni luoco;
      Ognun grida sangue e fuoco
      Contra me disconsolata.
    Sono Siena sconsolata.

Quello di Piero Stronzi fu l'ultimo sforzo della libertà italiana: gli
esuli fiorentini e senesi si spensero o si assoggettarono; e mancò
con loro non dirò il sentimento nazionale, che era allora soltanto
in un'aspirazione vaga di pochi, più letteraria che politica, ma
l'amore all'indipendenza repubblicana, sopravissuto in Firenze e in
Siena con nobile tenacia. Ciò spiega perchè scarseggino le poesie, che
sembrerebbero dover abbondare, di nostalgia, di disperazione, in chi
ripensava la terra natale. Due soli sonetti possono essere raffrontati
con quello bellissimo in cui un trecentista, Pietro de' Faitinelli,
prometteva a sè stesso, se mai gli avvenisse rientrare nella sua Lucca,
di baciarne gli uomini per le vie, di baciarne le mura, piangendo
d'allegrezza; e sono, l'uno di Galeazzo da Tamia, che esclamava:

    Oh felice colui che un breve e colto
    Terren tra voi possiede e gode un rivo,
    Un pomo, un antro!....

l'altro, di Luigi Alamanni che, dopo sei anni d'esilio, si affacciava
dalle Alpi nevose all'Italia, per rivederla almeno.

Il fato d'Italia era nel '55 ormai compiuto. Quando Siena stava
per cadere, uscì un quadro allegorico in cui una figura di donna
piangente, l'Italia, scrittovi sopra _Italia fui_, è circondata dai
simboli delle varie sue regioni, insidiate o afferrate dai “fieri
Oltramontani„, galli francesi, orsi tedeschi, veltri spagnoli: sola
Venezia, in alto del quadro, resta intatta. E l'augurio che già vedemmo
espresso dall'Olivieri torna qui in mente, e se ne intende meglio il
valore, come rispondente all'ammirazione degli Italiani oppressi, per
chi sapeva difendersi. Tanto piacque quella stampa, che nel 1617 la
riprodussero; e il padre Lancellotti, grande encomiatore dell'_Hoggidì_
a dispetto di tutto e di tutti, se ne arrabbiava, affermando che i
tempi erano anche in ciò, come in tutto il resto, mutati in meglio. Ma,
a dir vero,

      ..... il Turco crudel che d'hora in hora
    Per la discordia de' principi adopra
    Sempre a mio danno et quasi mi divora,

di che l'Italia si era doluta nel '54, aveva continuato, anche dopo
Lepanto, a minacciarla, e i fieri Oltramontani, o le fiere che fossero,
a dilacerarla.


IV.

Ai veltri spagnoli, come a supplizio inevitabile, l'Italia dopo il
1555 si adattò rassegnata; e per un trentennio, finchè non cominciò a
sperare in Carlo Emanuele I di Savoia, non chiese rimedio per sè, lo
chiese per tutta la cristianità. Il sentimento patriottico, compresso e
vilipeso, taceva; parve si ridestasse il sentimento religioso: se non
che la paura del Turco aveva in ciò più parte della fede. Correvano
le fuste barbaresche il Mediterraneo dall'un capo all'altro; le navi
del Sultano, reputate invincibili, predavano i possedimenti veneziani
in Oriente, gli spagnoli in Italia. I terrori privati crescevano forza
ai sospetti e ai lutti pubblici; nel '58 Cornelia, sorella di Torquato
Tasso, sposa novella, poco mancò non cadesse nelle mani de' Turchi,
sbarcati improvvisamente a Sorrento; e Bernardo, sapendo di questo
sbarco, tremava che la figlia bellissima non fosse riserbata “per lo
presente del Turco„: due anni dopo, alle Gerbe, l'armata cristiana
fu distrutta tutta quanta; passati a fil di spada o fatti schiavi i
soldati delle galee che non vi perirono. Una lega possente appariva
sempre più necessaria a frenar l'audacia de' Mussulmani: se Venezia
ne soffriva politicamente più che gli altri stati cristiani, neppur
essi potevano senza timore scorgere il rapido avanzarsi in Europa
di sì tremendo nemico; le terre del littorale, nelle isole e nelle
provincie meridionali, invocavano d'esser salvate; sul pontefice
ricadeva dolorosamente quel flagello della cristianità. Flagello
meritato davvero. Chi crederebbe, se la parola del pontefice stesso non
ne facesse fede, che i Cristiani nel combattere i Turchi, facevano su'
confratelli loro peggio che i Turchi? “Non sono mancati taluni (dovè
ammonire Pio V con minacce di scomunica) tanto immemori della cristiana
fratellanza che, assaltando le terre dei Turchi mostri nemici, han
fatti schiavi pur i Cristiani di quelle parti, e spogliatili dei loro
beni e sostanze li hanno incatenati nelle galee, messi al remo, ed
anche imposto il taglione per il loro riscatto. Donde è seguito che
i fedeli redenti col sangue di Gesù Cristo, i quali avevano con le
loro orazioni e voti affrettata la venuta e la vittoria de' Cristiani,
tali cose abbian avuto a patire dai Cristiani istessi loro fratelli e
vincitori, quali appena dai Turchi aspettar si potevano.„

L'assedio di Malta (occasione anch'esso a rime narrative e liriche),
la cattura delle navi de' Veneziani fatta da Selim sultano, e la
domanda di lui che gli avessero senz'altro a cedere il regno di
Cipro, precipitarono le cose; onde, auspice Pio V, si fece la lega
tra Venezia, Spagna, il pontefice, aderendovi i cavalieri di Malta,
il granduca di Toscana, Genova, Savoia; lega voluta dal sentimento
pubblico cristiano, voluta anche, fino a un certo segno, dalla utilità
comune, ma patteggiata con sospetti e con gherminelle, mantenuta
soltanto per la bontà del pontefice e per la longanimità che il loro
tornaconto consigliava ai Veneziani. Re Filippo, che li desiderava
deboli, voleva più far mostra di aiutarli che aiutarli in effetto;
ed essi, difendere i loro possedimenti più che la croce di Cristo.
Nondimeno, stretta la lega, parve all'Europa cristiana che stesse
finalmente per armarsi quella crociata che ecclesiastici e poeti non
si erano mai stancati d'invocare, dal Medio Evo in poi, interpretando
la coscienza religiosa e l'aspirazione all'ideale che viveva
nelle moltitudini fin da quando si erano mosse alla liberazione di
Gerusalemme, e vi avean fatto pellegrinare Carlo Magno, e poi liberarla
col suo Orlando per forza d'armi, e avean confuso co' paladini Goffredo
di Buglione, sì da narrare che per amore della sorella del re pagano
si fosse travestito e introdottosi nella corte di lei. Ma anche nelle
forme più consuete che prese fra i popoli neolatini la leggenda di
Carlo Magno, che altro erano quelle sue guerre contro i Saracini se
non una grande e vittoriosa crociata occidentale? Quando si consideri
da questo lato la storia del nostro poema romanzesco, si vedrà
facilmente, per una ragione di più, come a torto i teorici lo volessero
distinto dall'epico propriamente detto: il Boiardo e l'Ariosto non
interpretarono meno del Tasso il sentimento nazionale e cristiano;
tanto più, perchè essi scrivevano nelle memorie recenti delle guerre
contro i Mussulmani di Spagna. Fattisi minacciosi i Mussulmani di
Costantinopoli, e venuta la guerra ad Oriente, fu meglio opportuno
allora che la _Gerusalemme liberata_ rammentasse le imprese già
combattute gloriosamente colà. Del resto, anche l'Ariosto che chiedeva
ai re di Francia e Spagna:

    Se Cristianissimi esser voi volete
    E voi altri Cattolici nomati,
    Perchè di Cristo gli uomini uccidete?
    Perchè de' beni lor son dispogliati?

accennava loro ad Oriente più giusta occasione di adoprare l'armi:

    Perchè Gerusalem non riavete,
    Che tolto è stato a voi da rinnegati?
    Perchè Costantinopoli e del mondo
    La miglior parte occupa il Turco immondo?

Sì che anche innanzi venisse in mente al Muzio di cantare in un poema
italiano la liberazione di Gerusalemme, e il Bargeo la cantasse in un
poema latino, gli incitamenti ad una crociata orientale erano divenuti
uno de' luoghi comuni della poesia nostra; e come l'autore del rozzo
_Mambriano_ aveva sperato che vi si mettesse un nuovo Carlo, Carlo
VIII, così da Carlo V la invocava Danese Cattaneo, e da Luigi d'Este,
per quando fosse divenuto pontefice, il Tasso giovinetto. Il quale,
studente a Padova, si compiaceva nel _Rinaldo_ descrivere il campo di
Carlo Magno e raffrontarlo con le corti e i campi del tempo suo, per
concludere:

    Che meraviglia è poi se 'l rio serpente
      Sotto cui Grecia omai languendo muore,
      Orgoglioso minaccia a l'Occidente
      E par che 'l prema già, che già il divore?
      Ma dove or fuor di strada inutilmente
      Mi torcon giusto sdegno, aspro dolore?
      Dove, amor e pietà, mi trasportate?
      Deh! torniamo a calcar le vie lasciate.

La promessa da lui fatta nel '62 al cardinale, di celebrarlo liberatore
del Sepolcro di Cristo, riapparve nella _Liberata_ per Alfonso

    ..... s'egli avverrà ch'in pace
    Il buon popol di Cristo unqua si veda,
    E con navi e cavalli al fero Trace
    Cerchi ritôr la grande ingiusta preda;

scomparve dagli augurii della _Conquistata_ al cardinale Aldobrandini.
Ormai la battaglia di Lepanto aveva mostrato la potenza delle forze
cristiane unite, ma anche la impossibilità del tenerle unite.

Non si erano ancora raccolte tutte le navi della Lega, che già
i collegati tentavano l'uno il danno dell'altro con insidie
diplomatiche, e si azzuffavano per le vie di Napoli con le armi.
Or mentre s'indugiano essi in tal modo, Famagosta cade nelle mani
de' Turchi, e Marcantonio Bragadino, dopo tormenti di più giorni,
v'è scorticato vivo. Vanamente il Papa aveva pianto quando gli era
toccato vedere con gli occhi proprii quali fossero gli animi ch'egli
voleva concordi; le gelosie di Spagna contro Venezia, le puerili
questioni di precedenza tra Malta e Savoia, l'invidia di Giannandrea
Doria per Marcantonio Colonna, troppe altre passioni attraversano
l'impresa. Indettato secretamente da re Filippo, il capo dell'armata,
Don Giovanni d'Austria, per animoso che fosse e desideroso di gloria,
cercava piuttosto lasciar indebolire Venezia che debellare quei che
la indebolivano: onde consulte che duravano ore: “che io premetto a
Vostra Signoria illustrissima (scriveva il Colonna a un cardinale) che
da che si comincia a consultare, può un'armata nemica far duecento
miglia.„ Peggio; chè Don Giovanni, una volta che si poteva cogliere
insieme all'improvviso e sull'àncore tutta quanta l'armata turchesca,
non volle, e fingendo fosse errore notturno de' timonieri, navigò e fe'
navigare deviando dal nemico! E questo accadde dopo Lepanto, quando
cioè un'altra vittoria avrebbe facilmente confermati all'Europa i
frutti, non voluti cogliere subito, di quella grande giornata.

Quanta poesia sfolgora dai fatti del 7 ottobre 1571! Ma non la
cerchiamo, per carità, ne' poemi epici che si sforzarono riverberarla;
nel frammento che ci è rimasto della _Vittoria Navale_ del Cattaneo,
nella _Cristiana Vittoria marittima_ di Francesco Bolognetti,
nell'_Austria_ di Ferrante Caraffa, nella _Vittoria Navale_ di
Francesco di Terranova, nella _Vittoria Navale_ di Guidobaldo Benamati,
nella _Vittoria Navale_ di Ottavio Tronsarelli, e neppure negli
episodii o accenni che ne trassero, con vani artificii, Curzio Gonzaga
pel suo _Fidamante_, Girolamo Garopoli pel suo _Carlo Magno_, e,
maggiore di tutti perchè poeta vero, Alonzo Ercilla, l'epico di Spagna,
per _La Araucana_. Avvezzo come sono da più anni a farmi un diletto
della noia degli studî eruditi, in fe' mia, signori, non ci ho retto;
e potete fidarvi a me quando v'affermo che i poeti epici di Lepanto
sono uno peggiore dell'altro. Valgono meglio i lirici? Ne ho numerati
novantotto in latino, non computando trentacinque componimenti anonimi;
e molti han più d'una poesia: de' verseggiatori italiani vi sono tre
copiose raccolte a stampa, uscite tutt'e tre a Venezia nel 1572, e,
non è molto, fu indicata un'altra miscellanea che ne offre a sè sola
trentanove certi, ventidue anonimi, sei pseudonimi, e due poetesse per
giunta. Altri non tarderanno a venir fuori: troppa grazia. Nè epici
nè lirici (parrebbe impossibile, se non avessimo sott'occhio l'esempio
de' giorni nostri, che pur furono così ricchi di elementi poetici nelle
imprese del Risorgimento, e sì miseri poeti hanno dato a cantarle) nè
epici nè lirici, in tanti che vi si misero, trasformarono in poesia
di parole la poesia de' fatti. Il migliore tra quegli epici italiani
è forse il Benamati; eppure non seppe trovar meglio che narrare,
a proposito della battaglia, in ventinove libri, gli amori d'una
donzella che va travestita da uomo a cercare tra le armi la morte per
punirsi dell'avere ucciso, com'ella crede, l'amante suo: la battaglia
è verseggiata negli ultimi tre: nè, secondo i moduli d'allora, manca
l'arrivo dell'armata cristiana, per una diabolica tempesta, sulle
spiaggie dove fioriscono i giardini di Venere. Il migliore tra quei
lirici si direbbe dovesse essere Torquato Tasso; eppure nelle poche sue
rime che più o meno direttamente accennano a Lepanto, ei riuscì, non
che inferiore a sè stesso, inferiore ad altri. Insomma verseggiatori
molti, troppi; poeti neppur uno. Anche qui chi volesse rivivere il
fatto, non si volga a loro, sì agli storici contemporanei.


V.

Venivano la mattina del 7 ottobre 1751 per le placide acque di Lepanto
a mischiarsi e urtarsi duegentotredici navi cristiane, da un lato,
duegentottanta navi turche dall'altro: v'eran sopra ottantamila
cristiani, ottantottomila turchi. “Venendo ad incontrarsi (scrive il
Diedo) amendue l'armate sì spaventevoli, gli elmi lucidi e i corsaletti
dei nostri, gli scudi d'acciaio come specchi, e l'altre arme lucenti,
percosse da' raggi solari, che insieme con le spade nude forbite,
allora tratte ad arte, e a studio vibrate, ripercotevano assai lontano
nel viso di questo e di quello; non meno minacciavano i nimici, nè
arrecavano loro minor paura, che arrecasse a' nostri maraviglia
e diletto l'oro di tanti fanò e bandiere, molto risplendenti e
riguardevoli assai per la varietà di mille vaghi e bei colori.„ Ed ecco
un colpo di cannone dalla capitana de' Turchi; è il segno della sfida
a Don Giovanni d'Austria e alla Lega; la capitana nostra risponde. E
allora dagli alberi delle galee cristiane scendono le bandiere dei
principi, e si alza, unico vessillo, su quella di Don Giovanni, il
grande stendardo benedetto dal Papa pel giorno della battaglia; in
campo di seta cremisina Cristo crocifisso: e comincia sulle galee,
inginocchiandosi tutti, la confessione generale fatta da' cappuccini
che assolvono sommariamente schiera per schiera, e taluno di que' padri
arrampicarsi ne' cordami e cominciare di là conforti e incoramenti che
proseguirono nel folto della mischia bociati di tra le palle fischianti
a quelli che, sul ponte invaso dal nemico e più volte sbrattato a colpi
di archibugio e di picche, combattevano ferocemente. Perchè ormai,
arrancando di tutta lena sotto le sferzate continue degli aguzzini,
gli schiavi han sospinte le navi innanzi innanzi, senza saper dove,
aspettandosi di secondo in secondo l'urto orrendo nell'avversario,
e forse l'ondata che irrompe dal fianco squarciato sottocoperta, e
soffoca in bocca l'urlo della disperazione, e travolge giù nell'abisso.

Don Giovanni, quando ha visto che la battaglia non si può più evitare
come le istruzioni secrete di Filippo I gli raccomandavano, dà libero
sfogo all'impeto giovenile: si poteva finalmente menar le mani! e sulla
piazza d'arme della sua galea balla sfrenatamente con due cavalieri
una gagliarda. Le galeazze piantate innanzi all'armata cristiana
come antemurali cannoneggiano lo sciame mussulmano che le avvolge
e le oltrepassa: ormai il cozzo è di tutti contro tutti: i legni si
aggrappano l'uno all'altro, e se ne forma come una spianata su cui
passano e ripassano confusamente vincitori e inseguiti; e i ridotti
barricati vomitan fuoco, piove fuoco dagli alberi. Fu attorno alla
reale sì folta la mischia che i tanti alti turbanti, narra qui il
Diedo, parevano un turbante solo. Agostino Barbarigo, che per farsi
meglio sentire aveva gittata la rotella con cui si copriva il volto, e
a chi ne lo rimproverava, rispose: “Meglio esser ferito che non esser
udito!„, colto da una freccia in un occhio, cade; ma si rialza, dà
comandi ancora; e poi scende nella cabina, da sè stesso si strappa il
ferro dall'occhio, ringrazia Dio e muore. Un cappuccino, a veder que'
be' colpi non regge; si arma di un roncone, e spaventando i nemici non
men con quello che con l'aspetto feroce (tra il cappuccio e la barba
lunga dovean luccicargli gli occhi come carboni) sette ne sconcia e fa
che altri si buttino in mare. A tanto furore si giunse e così cieco,
che in una galea turchesca, mancando ormai ogni munizione di guerra,
diedero di piglio perfino a' cedri e agli aranci de' quali avevano gran
copia, e cercavano con quelli offendere i nostri; “alcuni de' quali per
beffa e per ischerno, rimandavano contro loro detti cedri e aranci: ed
era venuto a tanto in molti luoghi verso il fin del conflitto quella
zuffa, che il vederla era anzi cosa da ridere che no.„

In sei ore la potenza del Sultano sul mare fu distrutta; ventimila de'
suoi periti, cinquemila fatti prigioni; dodicimila cristiani liberati;
morti de' nostri tremila, e perdute diciassette galere, ma centosette
del nemico. Ed ecco salire sulla capitana di Don Giovanni l'ammiraglio
di Venezia, il vecchio Sebastiano Venier, che era con lui da più tempo
in aspra contesa, e il giovane precipitarglisi fra le braccia; ecco
presentarsi il grave Marc'Antonio Colonna, e tutti e tre baciarsi in
fronte. Non vo' togliervi il piacere che ha dato a me una frase del
Guglielmotti, storico eloquente di quella giornata: “Il viril romano,
il giovanetto spagnuolo, e il vecchio veneziano, espressero con quel
bacio la letizia di tutte le età.„ Insieme si recarono il giorno dopo
a rivedere il campo della battaglia che pur da lontano si scorgeva per
l'acqua stranamente colorata, dove ardevano due galere abbandonate, e
le onde trabalzavano rottami e cadaveri, sospingendoli alla spiaggia.
Quivi per lungo tratto non si vedevano che teste rase di Turchi.


VI.

    Cantiam cantiamo il fortunato giorno
      De le nostre vittorie alme e felici

esclamò un de' nostri poeti, e un altro subito:

    Suonin le cetre, gli organi, e ogni coro,
      Canti il basso, il tenor, l'alto e il soprano;
      Rida il pianto, il dolor si faccia sano,
      Et l'Adice ci innondi arene d'oro.

Come furono esauditi, ho detto sopra: non solo le cetre e gli organi
veneziani ma le chitarre e gli organetti bresciani, bergamaschi,
pavani e friulani gareggiarono fra loro a chi facesse più chiasso.
I poeti dialettali, toccando le note che a noi suonan burlesche,
non riescono, almeno, tediosi. Chi legga il _Pianto et Lamento de
Selim_, che per disperazione dà a Maometto del “busaro, iniquo e can„
e si vuol convertire al Cristianesimo, se non ammira il poeta, sente
qualcuna delle risate sarcastiche, che a Venezia doveron prorompere
quando, undici giorni dopo la battaglia, fu vista entrare nel bacino
di San Marco la galea che ne recava la novella, sparando a festa le
artiglierie e strascicando per l'acqua le conquistate bandiere. — Il
leone ha graffiato sul vivo questa volta! Selim si pensava venir qua
a “piar cappe longhe e tuor melloni„: viva San Marco! — Invece se,
lasciando da parte con gli altri minori e minimi il _Trionfo di Cristo_
di Celio Magno, che fu più che altro un pretesto a sfoggiare apparati,
vi ponete innanzi la canzone di uno dei migliori che poetassero allora,
Giovanni Andrea dell'Anguillara, e cominciate:

    Apollo, se gioir unqua s'udio
      Pe' dolci accenti tuoi Cinto e Parnaso,
      Esci del sacro vaso
      Di Teti, e scopri il tuo bel carro d'oro.
      E cantando vien poi verso l'occaso
      U' n'invita Talia Polimnia e Clio,
      Acciò del vero Dio
      Gli eletti orniam di trionfale alloro

c'è il caso che gettiate via il libro press'a poco come fece l'Alfieri
quando s'imbattè in quel primo “conciosiafossecosachè„ di Monsignor
Della Casa. L'autunno del 1571 diede (e parve presagio miracoloso) non
solo rose in copia come se fosse estate, “ma i pomi, le ciriegie, le
pera, gli armillini ed i prugni„: a dar fiori di poesia ci vogliono
miracoli troppo maggiori di una stagione ben temprata di caldo! Ciò
che noi chiamiamo a torto il secentismo, era già allora in pieno
vigore. Dopo il Paruta che _In laude de' morti nella vittoriosa
battaglia contro a' Turchi_ rinnovò l'eloquenza di Pericle pe' morti
del Peloponneso, uno di quei poeti, Luigi Groto, ebbe il coraggio di
affermare, innanzi al Doge e alla Signoria, che egli aveva profetizzato
il successo, traendolo dai penetrali della cabala, coll'ordinare le
lettere della data MILLE CINQUECENTO SETTANTA UNO così: IL LEON VENETO
VA A LE TESTE OTTOMANE E VINCE QUEI CANI. E chiedeva costui: “E perchè
crediam noi che le piove sian sute questa primavera e questa state sì
rare? Non per altro, se non perchè essendo queste un pianto dell'aria,
ella, di tanta vittoria presaga, non potea piangere.„ Pensate ora di
che fosse capace costui, in versi!

Le feste pel ritorno de' collegati furono infinite: il Colonna ebbe
a Roma gli antichi onori del trionfo, di che Spagna si adombrò. Ma i
soldati, licenziati, come allora si usava, prima di essere ricondotti
in patria, furono costretti per giungervi a vendere le armi e a
mendicare; Michele Cervantes, che a Lepanto era rimasto storpio d'una
mano, altro guadagno non ne ebbe che quella viva testimonianza del suo
valore. E poi già troppo si era vinto; Venezia ripigliava le forze;
meglio era lasciarla ancora alle prese col Turco.

E il secolo decimosesto, che a Lepanto avea dato l'estrema prova
del valore medievale, la rinnegò. Quanto esso aveva avuto di poesia
negli avvenimenti, può infatti considerarsi come una conseguenza
di tradizioni, di costumanze, di affetti medievali: i poeti educati
alla scuola retorica del Rinascimento, non erano forse più capaci di
raccogliere dalla storia la poesia, il che vuol dire interpretare e
rappresentare la storia nella sua rispondenza col sentimento umano; e
forse è in ciò la spiegazione del perchè que' casi epici non trovarono
a celebrarli la voce che meritavano. Acuto scrutatore delle ragioni
de' fatti, non poteva il Machiavelli trasformarli in fantasmi poetici
ne' suoi _Decennali_: i lirici d'arte, che cantavano della patria a
diletto, non potevano esserne la voce viva. Quando, ad esempio, il
Coppetta esortava i signori d'Italia a unirsi insieme per difenderla,
non pensava tanto al bene di lei quanto alle lodi che avrebbe da
Guidobaldo d'Urbino, capitano generale della Chiesa, cui egli si
volgeva. L'Italia, per bocca della Notte di Michelangelo, diceva
allora:

    Grato m'è il sonno....
    Infin che il danno e la vergogna dura;
    Non veder, non sentir m'è gran ventura.

L'anima italiana aveva bisogno di due secoli di riposo per risvegliarsi
ancora gagliarda.



IL PENSIERO ITALIANO

NEL SECOLO XVII


                               CONFERENZA
                                   DI
                            GIOVANNI BOVIO.


I.

Ad Andrea Cesalpino medico del Papa non fu dato a leggere in Roma
l'_Erbario_ del Brunfelsius senza licenza dell'inquisitore e senza
aggiungervi _deletis delendis_. Oggi a Roma sono convenuti seimila
medici da tutte le parti del mondo a parlare — senza licenza —
delle leggi della materia e della vita. Un congresso di tutta questa
dottrina mondiale in Roma era più che un desiderio una previsione del
secolo XVII e un filosofo di quel tempo lo prefiniva quasi Concilio
dell'umanità a correzione del Concilio di Trento.

Il presagio di quel filosofo, sepolto vivo per 27 anni, è adempito,
proprio per opera di quelli che egli deputava a migliorare la razza
umana. È forse il solo vaticinio adempito della filosofia di quel
secolo?

Delirava quel secolo — scrisse Alfieri. — Delirava come lui, o signori,
e sono i grandi delirii che rinnovano la storia, spoltriscono il
pensiero e preparano l'avvenire. Se voi ripetete con Bruno che l'_Uno_
nel quale coincidono i contrarî non è trascendente, ma immanente nella
natura, voi delirate. E delirate, se, allogandovi nel tempo e nella
sede di Galilei, affermate che più mondi rotano e la terra con quelli.
E così circola — delira Sarpi — il sangue intorno al cuore. E così
tutta l'umanità circolerà intorno ad una mente, ad un pensiero solo —
questo era il delirio del filosofo calabrese indicatore di un Concilio
pensante. Tu, o Vittorio, posando austero in Santa Croce, t'inspiravi
ne' magnanimi delirî tu, e delirando evocavi tempi che ti parevano
passati e non erano stati mai. Vedesti vacillare la libertà da te
eretta sopra un trofeo di pugnali, e ti accorgesti che c'era stato un
delirio più chiaroveggente del tuo — quello che l'avea fondata sulla
scienza.

Tal era il pensiero dominante del secolo XVII. — Fissiamolo ben
chiaro; fissiamolo fuori degli aneddoti e degli episodî, prendendo
la massa della produzione scientifica, letteraria e politica di quel
tempo, interrogando le istorie, scrutando attraverso i tanti dissidî
e contraddizioni l'idea che vince, quella cioè che sopravvive e si
trasmette.

Par troppo per una conferenza? Il tema è vostro, ed è segno che
vi basta l'animo di decuplicare il pensiero in ogni parola e di
preoccupare con la mente i sottintesi.


II.

Entriamo in questo secolo dando uno sguardo alla produzione politica. E
chi primamente incontriamo in questa Firenze che dettò con Machiavelli
le regole dello Stato e con Guicciardini le regole dell'_io_, che
in mezzo alla decadenza comune cerca in sè rifugio e indipendenza?
Incontriamo qui nel 1603 un Lorenzo Ducci che c'insegna l'arte di farci
cortigiani, indicandoci — modello inaspettato — Sejano.

Tutta la scienza della viltà vi è messa innanzi, perchè questo
cortigiano del Ducci non si propone a suo fine lo Stato o il Principe
ma l'_io_; e questo non è l'_io_ di Guicciardini — un ultimo rifugio
alla indipendenza — ma è l'estratto del servilismo utilitario, secondo
il quale si può essere cittadino disonorato purchè si resti avveduto
cortigiano.

E poichè Ducci ha da Firenze capovolto Tacito per presentarvi un Sejano
rifatto, perchè venti anni dopo non sarà lecito da Bologna a Matteo
Pellegrini capovolgere Platone per rifare nella politica il tipo del
filosofo? Orsù, mano all'opera: il filosofo non sarà più il capo dello
Stato, il fondatore della libertà sulla virtù, il disprezzatore della
momentanea fortuna, il modello agli altri; ma capirà una buona volta
che il mondo è fuori, non dentro di lui, e che bisogna a due mani
pigliarlo come va. Servi vuole e servi bisogna farsi, eruditamente,
graziosamente, giovialmente servi, e servendo si domina, si comanda
al padrone, si è più liberi di chi comanda, con meno responsabilità e
talvolta con più gloria e ricchezza. Ecco il savio.

Ma per salire a tanto bisogna che egli sappia adulare. Quale forma
di adulazione sarà più penetrante? Ci è la ristucchevole e ci è la
disdegnosa. Questa è la buona — rispondono entrambi — e questa era già
stata consigliata nel secolo precedente da Agostino Nifo, filosofo
adulatore di Carlo V. Avevano questi scrittori trovato in Tacito un
esempio mirabile. _Doversi ogni anno rinnovare il giuramento a Tiberio_
— proponeva Messala cortigiano in Senato. _Te l'ho chiesto io?_
domandava Tiberio. E il cortigiano: _Ho parlato spontaneo e del mio
cervello userò nelle cose dello Stato, anche a rischio di spiacerti._
Oh, dice Tacito: _Ea sola species adulandi supererat!_ È appunto la
specie buona, soggiungono Nifo, Ducci e Pellegrini.

E c'è la specie migliore — osserva Sigismondi. — Ancora? la logica
della viltà non ha detto l'ultima parola? Voi non avete provveduto
al migliore trinciante, al più svelto pincerna del Principe, alle più
belle... E questa che si chiama l'adulazione muta sarà sempre in Corte
la più eloquente.

Ora, signori, non sono tre che parlano così all'aprirsi dei seicento;
que' tre ho indicato per saggio; la lista ignominiosa è lunga; dal tipo
Sejano al trinciante presenta tutta la scala dell'abiezione e presenta
qualche altra cosa: il colore politico del tempo. Ma ricordate che il
colore politico non tinge mai tutto l'orizzonte. E spieghiamoci.


III.

Quella, è la produzione politica perchè quella è la storia politica di
quel tempo. Non mi parlate del Boccalini, del Tassoni, del conte Verna,
perchè il riso, demolitore più potente del sillogismo, non costruisce.
C'è più costruzione nel paradosso di Rousseau che nel sarcasmo di
Voltaire.

Il secolo XVII è partito a mezzo dal gran fatto della pace di
Westfalia, che dopo un secolo e mezzo di lotte religiose, significa
finite per sempre le guerre di religione. Il secolo XVIII potrà
presentare guerre di successione, il secolo XIX guerre di nazionalità,
il secolo imminente guerre non guerreggiate bensì ideali, ma il vanto
di aver chiuso il ciclo delle guerre religiose tocca al secolo XVII.

Fu picciol vanto? E che significa aver chiuso il periodo delle guerre
di religione senza consenso del Papa e per grido di popoli? Significa
che la vittoria, pur non proclamata, restò ad un gran principio, alla
libertà di coscienza, che fu vittoria del pensiero.

Significa anche più: che se nelle nazioni cattoliche il potere —
troppo assoluto ancora — riusciva ad asservire la politica, a creare i
Ducci, i Sigismondi, i Pellegrini, voci roche ed ultime della Ragion di
Stato, il pensiero n'era fuori del tutto, tanto fuori da non essere nè
cattolico nè protestante, ed ivi più libero dove più cattolico durava
il culto, più assoluto il potere.

Quindi accanto alla logica della viltà scorre nel medesimo tempo
e luogo la logica de' supremi ardimenti, nella città medesima dove
Ducci scrive Galilei insegna, in Roma dove Sigismondi è ospite di un
cardinale, Campanella è ricoverato dall'ambasciatore di Francia, per
Bologna dove Pellegrini serpe passa Paolo Sarpi verso Roma, e in mezzo
ai più umili precetti di ossequio simulanti la politica erompe l'utopia
più larga ed audace che resterà codice a qualunque cervello impaziente.
La politica potè riuscire a testimoniare servilmente il potere
indiscutibile d'ignoti signori, il pensiero ad indicare nel trattato
di Westfalia le clausole della propria indipendenza; e dove l'una
consiglia l'esecuzione muta di qualunque ordine superiore, l'altro
condanna Arrigo VIII protestante e Aldobrandini papa se l'uno consegna
alla mannaia Tommaso Moro cattolico e l'altro al rogo Bruno eresiarca.

La più vasta e più cattolica potenza era la Spagna; il paese su cui più
incumbeva era l'Italia; qui più servile era la politica, qui più tenace
la resistenza del pensiero. In nessun tempo forse come nel seicento fu
così spiccato il dissidio tra quelli che chiamano uomini pratici ed i
pensatori.

Questo dissidio, nella letteratura, che non vuol servire e non arriva
a pensare, che spagnuola non vuol essere ed italiana non può, diventa
la più strana licenza formale; e nella filosofia, dove il pensiero è
destinato ad affermarsi o a spegnersi, diventa quella magnanima eresia
intellettuale che sconvolse le scienze, segnando le conclusioni massime
al naturalismo aperto da Telesio nel secolo precedente.

Non è però soltanto estrinseco il dissidio che tormenta la filosofia
in quel secolo, è più grave, è intimo. Non trovate nessun pensatore
de' più celebrati che mentre lotta contro la Chiesa e la scuola,
contro la Spagna e i politici che la rappresentano non lotti con
più affanno contro sè stesso. E contro sè deve difendersi assai più
che dall'inquisitore, dal pedante aristotelico, dal cortigiano, dal
vicerè. Questo contrasto intimo ne' pensatori del seicento è degno di
uno studio speciale che tocca davvero meno alla critica logicale che
all'esame psicologico e storico.

In fatti il secolo che metteva innanzi arditamente i più grandi
problemi naturali e non ancora poteva chiaramente vederne la soluzione,
e che nella posizione istessa de' problemi presenta lo spirito nuovo
e ribelle sotto la soma delle vecchie forme, crea negli animi quella
contraddizione che non è più l'irresolutezza — paralisi degli animi
fiacchi — ma è l'antilogia, tormento degli animi forti, che accolgono
in sè le due grandi voci dell'epoca, e in sè rifanno il dialogo
dell'età loro. Un medesimo uomo allora vi par due, con due lingue e
due tendenze, come se doppia fosse la coscienza sua, che è pure la più
semplice ed elevata.

Questo fenomeno, signori, è veramente d'ogni tempo e di ogni cervello
poderoso. Nessuno di voi può sottrarsi a questa influenza delle due
voci che vi fanno pensosi su problemi già risoluti facilmente dal volgo
che da un lato guarda le cose. In ogni mente ogni giorno si ripete la
tenzone tra il sì e il no, tra il vecchio e il nuovo, tra l'educazione
e l'osservazione, e chi, per saltare, si affretta a risolvere è
condannato a tornare indietro. Il certo è che questa doppiezza è umana,
ed ogni valentuomo in sè porta sè stesso e qualche altro, e più porta
di sè quanto ei più comporti dell'altro.

Questo dissidio intimo fu maggiore nel secolo XVII, il quale nella
prima metà rappresentò il secondo periodo del risorgimento e nella
seconda il transito dal risorgimento all'età moderna.

Confrontate, per esempio, lo spiritismo de' tempi nostri col
mistagogismo campanelliano e avvertirete meglio le differenze di
più e di meno. Voi incontrerete un darvinista che vi parlerà della
legge evolutiva onde la materia sale sino alla dignità e funzione di
pensiero, e a lui potete negare i santi e Dio senza che la terra e
i cieli se ne commovano; ma gli spiriti ci hanno a restare. Non per
testimonio altrui egli li conosce: li ha veduti, ha parlato, è in buona
dimestichezza con un mondo ignoto. Negate ancora? Ed egli vi dice che
la vostra esperienza è incompleta, la vostra incredulità è metafisica.
Lo spiritismo, dunque, è un capitolo del suo metodo sperimentale,
il mondo ignoto non è una superstizione nata sulla rovina di una
religione, è invece una continuazione del mondo noto, un ultimo grado
quasi della evoluzione superorganica. Egli ha sentito la contraddizione
e crede averla superata; egli può affermare che veramente Amleto ha
parlato col re morto di Danimarca, ma nella tendenza ei resta monista.

Non così Campanella. Per lui la contraddizione tra il mondo delle
credenze e il mondo dell'esperienza resta intatta. Egli non la turba,
non sa se siavi un punto verso cui le due linee convergano, non vuol
saperlo, non sogna il monismo. Possiede tutta l'ispirazione de' profeti
ed è uno; esercita tutta l'osservazione dello sperimentalista ed è un
altro. Può avere nella sua cella sotterranea l'uno accanto all'altro
i ritratti di Telesio e di Santa Brigida; e può tentare una congiura
calabrese con la fede ne' miracoli di Giovanna d'Arco.

Questo dissidio intimo non è vinto da lui, ma forse dall'ultima parola
del suo secolo.


IV.

Io apro una delle tante opere di Campanella, l'_Atheismus triumphatus_,
e vi leggo che la famiglia degl'increduli è composta di filosofi
osservatori della legge naturale, e che di questi appena quattro egli
ha sospettato nel secolo suo, e venticinque ne ha veduto in tutta la
storia universale.

I venticinque non ci riguardano. I quattro chi sono? Ei non li nomina e
ci sforza a moltiplicare il suo sospetto. Se egli guarda fuori Italia,
sarà difficile seguirlo; se all'Italia del suo secolo, ognuno corre con
la mente a Sarpi, a Galilei, a Bruno, a Campanella istesso, i quattro
singrafi del nuovo vangelo naturale.

Consentite che io rapidamente delinei queste quattro figure.

E comincio da Sarpi. Non è un individuo nè una scienza, è uno Stato.
Quello che fu, che doveva essere lo Stato di Venezia, la sua ragione di
essere, quello è in atto la mente di Fra Paolo.

Egli conosce tutte le scienze, ma sotto nessuna scoperta, sotto
nessuna dottrina egli ha posto il suo nome. Per via di amplificazioni
arriverete a dargli il titolo di precursore, ma il nome d'inventore, di
sistematore non tocca a lui.... Se lo sottraete allo Stato di Venezia,
voi non troverete più il nome di Sarpi.

E la storia del Concilio di Trento? Svela il Concilio — il cui disegno
era noto ai principi del tempo — e se non un cattolico, un protestante
l'avrebbe scritta; ma nessuna idea nuova balena, non una idea che
possiate aggiungere a Machiavelli, non una da aggiungere al Bellarmino.

Scritto chiaro, schietto dal consultore de' dieci, frate cattolico per
giunta, il libro corre pel mondo. Un protestante poteva accettarlo, un
cattolico non poteva condannarlo. Ma dov'è Fra Paolo veramente?

Sia o no suo, certo ispirato da lui è l'_Opinione del come si abbia
a governare la repubblica di Venezia per avere il perpetuo dominio_.
Voi non siete più innanzi al Ducci e al Sigismondi, voi finalmente
comprendete come una capitale sorta sul fango e senza soldati proprii
potè alzarsi gigante tra due imperi. _Venezia è l'Anti-Roma_: in questo
motto la missione è definita, e s'intende nella grande rivoluzione la
catastrofe contemporanea del papato e di Venezia.

Venezia è l'Anti-Roma; è la repubblica del rinascimento; la mente n'è
Fra Paolo. Il suo andare, il suo vivere ti mostra il servita; il suo
occhio ti dice il consultore di stato; la sua discussione ti apre tutte
le parti del rinascimento. La contraddizione in lui è muta; egli non ve
la svelerà mai; e il suo labbro è chiuso a voi come in Cosenza la bocca
di Telesio era per sempre chiusa a Campanella.


V.

In Venezia Sarpi discute con Galilei intorno alle nuove applicazioni
delle matematiche, ed in Venezia Bruno era prigioniero della
Inquisizione. Come!... nella repubblica del rinascimento è carcerato —
proprio in quel tempo — il più gran filosofo del rinascimento? Signori,
ricordate che l'Inquisizione di Venezia non voleva consegnarlo a quella
di Roma; ricordate che la consegna avvenne nell'assenza di Sarpi; e
ricordate pure che anche le repubbliche più indipendenti sottostanno
all'ora della ragion di Stato. Potete fingere la scoperta di un'isola
introvabile, ma non la fingerete separata dal mondo.

Ciò che tra Sarpi e Galilei era un dialogo, in Bruno era già un
sistema; e ciò che tra que' due si discorreva sommesso l'altro aveva
già divulgato nel mondo.

Lunga e crudele fu l'espiazione, e grande dovè essere il peccato.
Certo, quando avete affermato che i mondi sono innumerabili e che
l'assoluto è nell'universo, avete detto l'ultima bestemmia.

Ne uscì la natura divinizzata e l'uomo, sciolto dalle contemplazioni
monastiche, restituito alle virtù civili. Mai forse, da Lucrezio in
fuori, la natura fu celebrata con versi così belli, fusione mirabile di
filosofia e poesia; mai forse come in lui si avverò che la filosofia
è una poesia sistemata e la poesia è una filosofia intuita; mai
l'universalità del genio fu così contemperata coll'indole meridionale,
che è di filosofi poeti. L'indicazione istessa della filosofia è in lui
una poesia che sgara qualunque poema filosofico antico. Bisogna udirlo:
_Nuda è la divina Sofia, e nuda irradia luce da tutto il corpo.... Deh!
non la velate, chè gran peccato è velare questo santo corpo. Essa fa
fede di sè._

    Nuda est illa, nublis circumque stipula maniplis,
    Nudaque de toto jaculatur corpore lucem,
    Magna est velari sanctum hoc injuria corpus.
    Ipsa fidem facit ipsa sibi. . . . . . . . . . . .

                                _De Univer. et Immen._

La sua spiccata natura di filosofo poeta dovea dargli una qualità che
dicono esclusiva della gente nordica, specialmente dell'anglo-sassone;
l'umore. Non credo che in Italia ve ne siano due, vedo che in lui
questa facoltà scintilla quando ei si mette di fronte al pedante.
Quali motti e quanta finezza! Ciò che in Socrate era ironia di fronte
al sofista, in Bruno è umore in faccia al pedante. La brevità non mi
consente allargarmi in questo esame, che non è senza importanza.

Pur non manca in lui la contraddizione del suo tempo: non sono le due
correnti di Campanella, ma è un dissidio intimo tra l'uomo nuovo e
molte vecchie reminiscenze, attraverso le quali il morto soprannaturale
tenta miracoli di resurrezione. I ricordi tomistici, la difficoltà
di certe soluzioni, l'oscurità di certi problemi, e que' freni che
qualunque età impone anche ai fortissimi più d'una volta insidiano la
trama della ragione.

Il dissidio però in Bruno è raro e più alla superficie che nella cosa.
Il monismo in lui è sostanziale e questa forte unità dell'intelletto in
contrasto coi poteri costituisce il suo carattere eroico.

Il carattere, signori, non è qualcosa di sovrapposto alla mente, è la
mente istessa, e nel filosofo è il testimonio della sua filosofia. Se
oscilla, se volta qua e là la faccia, se sale per la via men buona,
se gonfia o supplica, sarà erudito, abile, avveduto, sarà politico
pure, filosofo no. Le opere di Bruno sono filosofia e poesia, e sono un
autobiografia: vi si legge l'universo e l'uomo. In quella autobiografia
è il suo destino, i trionfi, il carcere, la sentenza. Prima che i
giudici la firmassero, ei l'aveva scritta, e quella de' giudici ei
poteva sprezzarla.


VI.

Telesio vi dice che il libro della filosofia è la natura; Bruno afferma
che questo libro è infinito; Galilei conchiude che il libro è scritto
in “caratteri assoluti cioè matematici. Quindi voi dovete leggere in
quel libro _e non parlar voi prima di aver letto, perchè la natura
prima fece le cose a suo modo e poi i discorsi umani, che saranno
sinceri o falsi secondo l'accorgimento del lettore_. Quando la natura
fu fatta parlare per voce di teologi, fu medio evo; quando per voce
di metafisici, fu il primo periodo del risorgimento; ora deve parlare
per voce propria, cioè di naturalisti, ed è il periodo conclusivo del
risorgimento.

L'inizio dunque dev'essere sperimentale e matematica la conclusione.
Così egli sale agile dall'oscillare di una lampada all'isocronismo
del pendolo, dalla caduta di una grandine alla caduta de' gravi, dal
fischio di un ferro raschiato alle proporzioni delle onde sonore. È un
relativista dunque Galilei come sono molti positivisti di oggi? No: se
la conclusione è matematica è del pari necessaria per Dio e per l'uomo,
per l'oggi e pel domani, per Pisa e pel mondo. La differenza sarà di
estensione e di numero, non di valore.

Vi è chiaro già il carattere dell'uomo: potrà inginocchiarsi, non
disdirsi; potrà accettare da Aristotile l'universo fondato sul moto,
ma inducendo non costruendo, trasformando cioè il moto, creando
la meccanica terrestre, sgombrando la via della meccanica celeste
all'anglo _che tanta ala vi stese_.

Nondimeno egli il gran matematico della natura, per questo appunto
forse che è troppo matematico, riesce dualista, dando alle scienze
naturali _geometrizzate_ un valore di necessità e a tutte le altre
scienze un valore, dirò, troppo ipotetico. Si potrebbe dire che il nome
di scienza a quelle altre è una concessione di uso, un traslato quasi.
E come, se quelle altre sono capitoli di quel libro unico, almeno
un'appendice? e se le leggi matematiche sono universali, chi ne limita
l'applicazione qua o là? Non intravide egli ne' _Dialoghi delle Scienze
nuove_ la possibilità di una Scienza nuova d'intorno alla comune
natura delle nazioni? Vico è vivo non meno di Galilei e le _degnità_
dell'uno possono essere un riflesso degli _assiomi_ dell'altro. Il
certo è che il concetto dell'unità naturale nel tempo stesso si traduce
nel concetto della unità umana, e siamo già di fronte all'utopia di
Campanella.


VII.

Ecco la grande utopia del secolo XVII. La parola è del 1516 — _De
nova insula utopia_ — ma il concetto è antico, è della Grecia, dove
il pensiero nato come pensiero, supera le istituzioni contemporanee;
e si determina dal VII libro in poi della _Repubblica_ di Platone.
Dal comunismo platonico alla pace universale di Kant, dall'imperatore
universale di Dante al pontefice universale di Campanella voi non
incontrate nessun grande ingegno senza una utopia. Ma l'utopia che
vince le altre di estensione e di ardimento è la _Città del Sole_,
che il frate di Stilo oppone al dominio universale della Spagna e
all'oligarchia universale della Compagnia di Gesù.

Questa del frate calabrese resterà codice ai comunisti di ogni tempo.

Contro tutte le utopie sorgerà la _Ragion di Stato_ — opera di un abate
— il codice della mediocrità, che si adagia sempre sul presente.

I caratteri comuni alle più grandi utopie sono la oosmopolitia
e il comunismo; i caratteri comuni ai politici di Stato, sono il
particolarismo politico e l'individualismo economico.

Differiscono altresì i metodi.

Il metodo degli utopisti è evolutivo, accettando anche la rivoluzione
come un momento dell'evoluzione istessa; il metodo della Ragion di
Stato è preservativo, e ne' casi pericolosi ricorre a Sallustio:
_Imperium his artibus facile retinetur, quibus initio partum est._

L'Italia è la terra classica delle utopie, che nascono spontanee in un
paese che ebbe dominio universale e cadde nella peggiore servitù. Ma
l'utopia tipica — come ho detto — è quella che nasce nel secolo XVII,
sotto la servitù ispana e in mezzo ai politici servili.

Entrando nella Città del Sole, che è un'isola oceanica, troviamo a
guida un pontefice che non è il papa, un culto che non è quello di
Roma, armi che non sono un esercito stanziale, una libertà che non è
eretta sopra un trofeo di pugnali, un bilancio che non è quello dello
Stato, e magistrati che non rappresentano il diritto, ma la morale, i
costumi, l'igiene. E che città è questa? È il miluogo dove la scienza,
la libertà, la morale fanno uno, fanno l'uomo.

Con Platone fece comuni tante cose che il diritto romano fece private,
ma oltre Platone, oltre gli Stoici, oltre i cristiani primitivi corse
verso l'universalità umana. Oltre i socialisti de' nostri tempi corse
verso la misura del lavoro: questi vogliono otto ore, egli quattro:
il resto all'educazione della mente. Tanto è vero che nessuna utopia
è più liberale della filosofia. Chi oserebbe dire che Galilei, Bruno,
Campanella, furono borghesi? Il pensiero non è una classe, è l'uomo.

Quei quattro furono invece il manipolo più eroico della tragedia del
nostro pensiero; e niente i più arditi potranno desiderare che la mente
di quelli non abbia o affermato o intraveduto.


VIII.

Dove sono più, o signori, i nomi de' Ducci, de' Sigismondi, del
Pellegrini? Cancellateli pure, e se toglierete qualche cosa alla legge
de' contrasti, non toglierete nulla alla storia del nostro pensiero.
Possiamo dire altrettanto del Bruno, di Galilei, di Campanella?
Toccateli: la mano vi trema. Ben ci è chi vorrebbe cancellarli, ma
le sillabe del pensiero sono immortali, e ciascuna fa parte di quel
discorso continuo che si chiama progresso. Trasferendovi, in fatti, col
pensiero dal secolo XVII ai seguenti, voi trovate che il principio di
causalità, come fu integrato da Bruno diviene la legge di evoluzione
de' nostri tempi. Evolversi è causarsi. Trovate che la matematica
di Galilei si estende a poco a poco nel campo delle altre scienze,
che non possono essere pagine sparse di un libro insignificante,
ma debbono farsi capitoli e corollarî del libro unico indicato da
Telesio e misuratamente determinato da Galilei. Già il tentativo di
allargare la matematica alle altre scienze fu cominciato immediatamente
nella scuola istessa di Galilei, dal suo discepolo Vincenzo Viviani.
Trovate, in ultimo, che l'unità umana vaticinata da Campanella
diventa dichiarazione de' diritti dell'_uomo_ nel secolo passato e
dichiarazione de' doveri dell'_uomo_ nel secolo nostro. Al secolo
che si avvicina — voi lo presentite — non toccano dichiarazioni ma
soluzioni, e questa, prima di ogni altra, l'equilibrio tra' doveri e i
diritti, il quale si chiama giustizia.

Tra il comunismo del filosofo calabrese e l'individualismo della
prudenza conservatrice la lotta fu e durerà lunga. Ma considerate
che la storia non ha dato assolutamente ragione a nessuna delle due
parti, e che il secolo nostro cerca una risultante, ora col nome di
collettivismo, ora con altri nomi e provvedimenti. Non curate il nome,
certo è che la risultante s'impone.

Comunisti no, individualisti neppure, e il secolo nostro si affatica
alla ricerca di un equilibrio, di un contemperamento. Ma di risultante
non si parlerebbe, se già que' due termini estremi non fossero stati
posti dal pensiero, il quale quello è che dopo aver tocco gli estremi
si adagia nel medio.

Badiamo, dunque, alla parola _modernità_. Se è fondata sulla
evoluzione, deve riconoscere i germi ond'è formata, e non può ignorare
i pensieri e le fatiche de' nostri grandi: se no, è moda, è leggerezza,
non è modernità. Con quale animo eleveremo un monumento a Galilei a
Pisa, a Bruno in Roma, ad Arnaldo in Brescia, a Dante in Ravenna, senza
averli prima allogati nella série dei nostri pensieri, senza avere
inteso il significato della Città terrena in Petrarca, della Città
filosofica in Campanella, insomma del _regnum hominis_ di Bacone?

Troppo — tenuto conto del tema così vasto e del poco tempo — io sento i
vuoti dell'esposizione, ma sento non inutili le poche faville, come voi
sentite che ho parlato di cose che ho letto con amore e per molti anni.
Compirò il mio pensiero a Pisa, parlando di Galilei.

Altrove sarei riuscito oscuro. A Firenze no: qui parla l'aria, ogni
pietra commenta ed illustra le mie parole. E parlando di quelli, io
mi esalto e mi sottraggo all'oscurità di questa ora. Sul pensiero di
quelli è fondata l'Italia e non può perire. Nel nome di quelli in me
in voi è incrollabile la fede nella missione, nell'avvenire del nostro
paese. Chi dubita, chi insidia non ha vissuto la vita del nostro
pensiero, non conosce l'eredità trasmessaci e che dobbiamo, aumentata,
trasmettere. La crisi è momentanea. Noi siamo appena all'alba della
nostra giornata.



GALILEO

LA SUA VITA E IL SUO PENSIERO (1564-1642)


                               CONFERENZA
                                   DI
                           ISIDORO DEL LUNGO

Letta la prima volta in Roma, dinanzi alla Maestà della Regina
d'Italia, nell'Aula del Collegio Romano, per la _Società per la
Istruzione della Donna_; poi letta a Firenze nelle Conferenze sulla
Vita Italiana.


I.

  _Maestà_,

  _Signore e Signori_,

Il 18 di febbraio del 1564 moriva in Roma, glorioso nonagenario,
Michelangelo Buonarroti. Il corpo, trasferito, o si può dire piuttosto
trafugato, a Firenze, vi ebbe onori solenni: l'Accademia de' pittori e
scultori, istituita pochi anni innanzi con lui per primo accademico, ne
adornava l'esequie in San Lorenzo con apparati e figure, prestandovi
l'opera loro, pei pittori il Bronzino e il Vasari, per gli scultori
il Cellini e l'Ammannati; oratore, il Varchi; Vincenzio Borghini,
rappresentante il Duca: al trasporto in Santa Croce, fatto a spalla
dai giovani artisti, tutti essi gli artisti, tutta Firenze. Erano le
esequie alla grande arte italiana, che in sè aveva raccolto le possenti
ispirazioni medievali del risorgimento dalla barbarie, e le splendide
visioni del rinascimento assorgente all'antico: — l'arte che seppe
avere le intuizioni dello spirito oltreveggenti, e le apprensioni
vigorose del senso; — che alle più remote idealità conciliava, senza
discendere, la plasticità più rilevata; — l'arte, alla quale era stato
istinto irraggiare di bellezza l'umano, umanizzare il divino; e che nel
baldo giovanile esercizio della sua potenza avea toccata quella suprema
linea di là dalla quale è lo sforzo, generatore d'una bellezza che può
esser compresa dall'intelletto, ma non trova le vie del cuore. Dante
e Giotto, Tommaso d'Aquino e i Pisani, il Petrarca e il Boccaccio,
Leonardo e Raffaello, il Tiziano e l'Ariosto, erano stati i sommi
artefici dell'ingegno italiano in quest'opera di civiltà universale,
alla quale un altro dei grandissimi nostri, il Colombo, dischiudeva
le regioni di un nuovo mondo, acquistava la porzione ignorata
dell'umanità. Michelangelo, signore delle tre arti e poeta; — cittadino
e propugnatore di repubblica, e avuto in luogo di eguale o di maggiore
da sovrani e da pontefici; — scultore del David al Palagio del Popolo,
e del Mosè pel sepolcro d'un papa agitatore di popoli e guerriero;
— che impronta il fato pagano nell'omerica trinità delle Parche, e
le vendette di Cristo giudice sulle pagine dantesche della Sistina;
— che disegna con severità claustrale la libreria Medicea ai tesori
del senno antico, e nel palazzo Farnese attua le dottrine di Vitruvio
con la più fiorita adornezza che forse si sia mai posata su linee di
palazzo regale; — che passa tra quella corruzione di ordini politici
e di anime, di Stato e di Chiesa, ripensando al Savonarola e amando
Vittoria Colonna; — che sulle tombe dei Medici scolpisce il Pensiero
del tenebroso avvenire, e verso Dio onnipotente solleva nel sereno
de' cieli le curve superbe della cupola Vaticana; — Michelangelo, avea
quasi assommato in sè le energie, i contrasti, i lutti, i trionfi, di
quei tre secoli della vita d'Italia, e circondato dal loro splendore
scendeva nella tomba.

Tre giorni prima ch'egli morisse, un altro fiorentino aveva, in Pisa,
veduto la luce: Galileo Galilei.


II.

In quella età media, che occupano successivamente il Risorgimento
e il Rinascimento, l'arte, atto immediato dello spirito verso i tre
connaturati amori, ciò che è bello, ciò che è buono, ciò che è, aveva
dominato le manifestazioni della vita intellettuale, era stata essa il
verbo della civiltà e dell'umano progresso. La scienza, la quale di ciò
che è cerca e dimostra le ragioni, non aveva potuto più che questo, ed
era già molto: raccogliere ed assumere la tradizione che la barbarie
aveva spezzato; e dalla sapienza antica, che il genio universale
d'Aristotile avea piena di sè, derivare, lungo le traccie luminose
impresse dai Padri e dai Dottori della Chiesa benemerita conservatrice,
una filosofia, la quale, innanzi tutto, era un conserto di autorità
e testimonianze intorno alla verità delle cose, ai problemi nella cui
soluzione si è sempre affaticato, in qualsivoglia età, per sua gloria
e tormento, il pensiero degli uomini. Questo conserto era bensì stato
solidato ed eretto in maestoso edificio dalla mano poderosa di San
Tommaso, l'Aristotile cristiano; e la scolastica, nella gran mente
di lui, fu invero un organismo di propria vita animato, nel quale la
ragione naturale delle cose e l'ordine ideale che ad esse sovrasta, i
postulati della scienza e i dommi della fede, avevano ricevuto coesione
e armonia di sistema. Ma quella filosofia teologica, già fin dal suo
nascere rumorosa di dispute e molteplice di sette; — disdegnata dagli
eruditi del Rinascimento, i quali, risalendo alle fonti dell'antichità
classica, sovrapponevano al contenuto disputabile lo studio positivo
del testo, al modo stesso che nelle vagheggiate conciliazioni di
Aristotile con Platone cercavano un cristianesimo geniale, a cui meglio
si adattasse la latinità di Cicerone e di Virgilio; — la filosofia
teologica, che con frate Rogero Bacone e il cardinale Cusano si
era pure inoltrata fin sulle soglie della indagine sperimentale; —
sopraffatta per gli assalti di quello che, dal Pomponazzi al Bruno, mi
sembra possa chiamarsi il reagire del misticismo negativo; conchiudeva
il periodo della sua attività, feconda, ne' secoli pe' quali cosiffatto
filosofare fu proprio, e benefica. Non però che se a tale sua
attività cessava il favore delle condizioni esteriori e storiche, la
filosofia teologica potesse essa stessa cessare. Ella rimaneva, perchè
congiunta ad una funzione naturale dello spirito, che è la fede, e
ad una istituzione di fatto, la Chiesa: ma in atteggiamento rimaneva
di difesa (tanto più sospettoso ed ostile, in quanto la grande e
possente unità della Chiesa Romana era stata smembrata, ed era tuttavia
minacciata, dalla Riforma), in atto di difesa e di repugnanza contro il
procedimento ulteriore del pensiero, e disgraziatamente, in comunione
d'interessi e in coalizione colla tirannide civile, che nella rovina
delle libertà di Comune veniva costituendo, e duramente calcando
sulle nazioni e sulla società, un diritto che si usurpava il titolo
di divino. E il procedimento ulteriore dello spirito, fu la filosofia
del dubbio; dico del dubbio, non della negazione, che è anch'essa
una servitù del pensiero: fu la filosofia del dubbio, disciplinato
dal metodo, e applicato alla enciclopedia dello scibile: — furono, la
induzione che Francesco Bacone vuole applicata, mediante l'esperienza,
alle cose reali; e la deduzione, le cui affermazioni il Cartesio chiede
al proprio pensiero: — realismo e idealismo critici, che atteggiati
in varietà di sistemi (e sopr'essa si librano le visioni radiose del
Leibnitz e del Vico), faranno capo al Kant, dal quale, o contro il
quale, si svolge, per diversi rami, tutta la filosofia moderna.

Ma a cotesto procedimento chi assicurò, non per teoria e come verità
di senso comune e _a priori_, sibbene con l'opera e l'esempio propri,
l'istrumento e il beneficio dell'esperienza; — il filosofo che attuò il
metodo sperimentale, così sui fatti e fenomeni più semplici attinenti
alle cose che tocchiamo, come per lo studio e la rivelazione della
macchina universale, di cui ciascuno degli esseri umani non attinge
che una menoma particella; — il dialettico, che ridusse a impotenza
perpetua gli arbitrii dei sofisti e i delirii degli allucinati, che il
ragionevole ossequio all'autorità subordinò alla legittima confidenza
dell'umano intelletto nelle proprie forze; — il pensatore che fece
della logica una matematica, e restituì alla metafisica lo studio
dei fatti interni e della idealità, togliendole l'abusivo ingerimento
nell'argomentazione dagli effetti naturali alle cause; — che alla voce
effimera degli uomini sostituì quella immortale delle cose e di Dio; —
questo, più che filosofo, liberatore del pensiero, fu Galileo.

Invitato a dire di lui, in Roma, dinanzi alla maestà e al fiore della
gentilezza italiana, — fra queste pareti, dove aleggia quasi la voce
che v'è risonata del gran pensatore e incombe il peso e il delitto
della sua persecuzione, — ritrarrò rapidamente dai fatti l'idealità
della sua vita, quale si disegna, con tanta gloria d'Italia, nella
storia dell'umano pensiero. Un altro studio, più ricco di particolari
e d'analisi, che rimarrebbe da farsi sul filosofo e lo scrittore —
La mente e l'arte di Galileo, — aspetterà, non uditorio più degno,
ma un oratore che possa affrontare con minor trepidanza il soggetto,
nobilissimo ed arduo sempre.


III.

Studente di medicina, e già male accetto ai Peripatetici dello Studio
di Pisa, de' quali se esemplava fedelmente (in un latino tutt'altro che
aureo) il dettato dalla cattedra, non si asteneva tuttavia dall'opporre
ai loro assiomi le evidenze de' fatti, Galileo non da quelle scuole
fallaci, sibbene nel silenzio delle segrete comunicazioni fra l'anima
e l'infinito, ha, sotto le vôlte austere del duomo, la prima vocazione
alla scienza vera; e misura ai battiti del polso le oscillazioni
isòcrone della lampada sacra. E pochi anni dopo, fatta prova di sè
in attuazioni diritte e ingegnose de' principii di Archimede, del suo
“divino„ Archimede, torna in Pisa lettore di Matematiche: è collega non
meglio accetto, di quel che fosse discepolo; e mentre quei barbassori
strascicano pe' loro atrii la toga professorale, egli motteggia loro
dietro giovenilmente in versi bernieschi, e a cotesta scienza umbratile
sostituisce la scienza interrogatrice delle cose in piena luce solare,
e aspirante a larghi polmoni la libertà, fra le bellezze della natura,
le meraviglie dell'arte, le realtà della vita. Inventa la cicloide; e
dimostra a dito, pel disegno del nuovo ponte sull'Arno, com'ella sia da
applicarsi nel dar forma agli archi dei ponti: espone il trattato _del
moto_, di Aristotile; e dopo averne dalla cattedra, con la reverenza
dovutagli, combattuto le conchiusioni, lascia il libro in iscuola, e,
seguito dagli scolari e dagli stessi attoniti cattedranti, sperimenta
dall'alto del campanile pendente la caduta de' gravi: séguita a
conversare amichevolmente con gli studiosi, e discendendo lungo le
rive del fiume sino a Bocca d'Arno, là dinanzi al mare immenso e
raggiante, traccia con platonica genialità le prime linee di quelli che
fra cinquant'anni, nello sconsolato tramonto della sua vita, saranno
i _Dialoghi di Scienza Nuova_, il primo codice legislativo della
dinamica.


IV.

Ma teatro della sua gloria cattedratica era destinata Padova. Nello
Studio padovano, l'alto e geloso sentimento che la Serenissima aveva di
sè e di quanto emanasse da lei, produceva effetti sommamente benefici
alla scienza e al pensiero. Sotto il dominio di San Marco, come la
ragion di Stato era, per secolari tradizioni, tirannica, così, nel giro
ben chiuso e inviolabile di questa, tutto si moveva con una libertà,
che negli altri Stati italiani, o la tradizione politica personale
e irresponsabile, in un d'essi teocratica, — o la recente loro e
artificiosa costituzione e le eventualità inerenti alla forma, sia
dinastica sia subordinata, de' loro governi, — rendevano malagevole
o addirittura impossibile. Galileo, che fin da quando, dismessi gli
studi della Medicina, si era dato alla speculazione matematica, aveva
aspirato ad una Lettura, dapprima nello Studio di Bologna (e furono
forse quelle pratiche l'occasione, perchè egli nell'87 venne la prima
volta a Roma), poi nello Studio appunto di Padova; dovè riflettere
come in questo allo sperimentare (fosse pure non metodico) nelle
cose naturali si lasciava agevolezza che altrove non era consentita;
come l'Aristotelismo vi aveva manifestazioni originali e sino a un
certo grado non vincolate da preconcetti; — come la vita scolastica,
massime per la frequenza di studiosi da ogni nazione d'Europa, vi era
la più gagliardamente animata, e la più geniale altresì, che forse in
nessun altro degli Studi d'Italia; — ed infine, quanto desiderabil
signore ad un filosofo che cercava le applicazioni della scienza al
mondo sensibile e alla vita, fosse il Senato d'una Repubblica, i cui
gentiluomini e reggitori sedevano uditori negli scanni della scuola, e
le sue navi portavano ancora pe' mari di tutto il mondo la memoria e il
retaggio d'una potenza cooperatrice gagliarda di civiltà.

E gli anni del soggiorno padovano, dal 1592 al 1610, furono, com'egli
poi ebbe a dire, “li diciotto anni migliori di tutta la sua vita.„
Glieli fecero tali la lieta giovinezza, e il mescolarsi coi giovani
che accorrevano volenterosi alla sua scuola e, come a luogo di studio
domestico, alla sua mensa ospitale; — l'agiatezza, quasi signorile,
che il lavoro procurava a lui, bisognoso non tanto per sè quanto per la
famiglia paterna, al suo cuore buono dilettissima sempre (e la famiglia
gli fu sempre, per tutta la vita, cagione di cure e travagli); — la
scienza, che da lui restituita alla retta osservazione de' fatti e
fenomeni naturali, rivelava per la prima volta a' veggenti suoi occhi
i misteri del cielo; — la indipendenza fatta al suo speculare, o, come
que' gentiluomini sovrani gli dicevano con frase caratteristica, “la
libertà e monarchia di sè stesso„, a tutti, ma più ad un pensatore e
più ancora in que' duri tempi, preziosa; — la splendida cortesia, la
gaia cordialità, la socievolezza letteraria, di quella cittadinanza; —
l'amicizia, l'amore. Egli insegna meccanica, idraulica, fortificazioni,
cosmografia: e le sue lezioni si moltiplicano, di copia in copia,
per le mani degli studiosi: e nella sua casa, in Borgo de' Vignali,
presso al Santo, agiata di spazio, amena di sito, circondata d'orto
e di vigna, che lo stesso giovane filosofo si diletta a coltivare,
sono ospitati quelli che egli chiama “scolari domestici„, la più parte
oltramontani, e v'alloggia un meccanico per la fabbricazione degli
strumenti, il compasso, l'armatura delle calamite, il termometro.
L'Università e le Accademie si onorano del suo nome: la Repubblica lo
rafferma nella Lettura delle Matematiche, con partiti di volta in volta
più onorevoli e vantaggiosi. La stessa filosofia Aristotelica, che
nello Studio di Pisa annebbiava i cervelli con la esegesi vaporosa e
pesante del già suo maestro Buonamico, in Padova almeno gli s'impersona
dinanzi in un cattedrante di vasto e valido ingegno, il Cremonino, il
quale, con l'assolutezza rigorosa e la pertinace bizzarria della sua
fede sistematica contro tutto e tutti, compresi anche, occorrendo, i
teologi e l'Inquisizione, nega sì all'avversario la sodisfazione del
combattere con le armi sperimentali, ma gli procura quella di sostenere
in faccia ad un carattere d'uomo, a una coscienza di ragionatore,
sia pur deviata, propugnare, contro l'autorevolezza d'una fama non
immeritata, i diritti del vero e prepararne l'irrepugnabil vittoria.

Quando nel 1604 una nuova stella comparve in cielo con grande spavento
dei Peripatetici, che da simili apparizioni vedevano messa in pericolo
la teoria del loro Aristotile, che il cielo fosse “inalterabile ed
esente da qualunque accidentaria mutazione„, Galileo dai sentimenti
di terrore superstizioso e di curiosità umana suscitati negli animi,
prese opportunità per esporre dalla cattedra, a un uditorio d'oltre
mille persone, i principii dell'esperienza applicati alle cose celesti;
e dalle sciocchezze che si venivan filosofando su tale argomento, per
combattere quella falsa scienza anche popolarmente, fino a collaborare
ad una arguta scrittura in dialetto padovano contadinesco. Era la
rivendicazione, scientifica a un tempo e sanamente democratica, non
pure della indagine sperimentale ma del senso comune, dalla tirannia
di quella che egli soleva chiamare “speculazione cartacea„; ed era
altresì il primo rivolgersi espressamente del grande osservatore verso
le regioni del cielo. Ma con quale animo Galileo si sia affacciato alla
contemplazione, ben si può dire, dell'universo, quando costruito nel
1609, sull'esempio venutone d'oltremonti, l'occhiale o cannocchiale;
e per prima cosa sperimentatolo ad uso semplicemente topografico coi
patrizi veneti dal campanile di San Marco, e donatane alla Repubblica
quella prima costruzione; — perfezionatolo pochi mesi appresso, e
fattolo essere il telescopio; — quando potè rivolgere la mirabile virtù
del nuovo istrumento verso le regioni luminose del cielo stellato,
rimaste sino a quel momento a disperata distanza da' nostri occhi
mortali; lo dica, non la inefficace parola nostra, ma il grido suo di
trionfo che suona e tripudia nel titolo della scrittura, latina perchè
fosse di universale intelligenza fra i dotti, con la quale annunziava
al mondo le cose vedute: “_Sidereus Nuncius_, Il messaggero del cielo
stellato, che manifesta grandi e altamente ammirabili vedute, e le
presenta alla osservazione di ciascuno, massime de' filosofi e degli
astronomi; le quali da Galileo Galilei, patrizio fiorentino, pubblico
Matematico dello Studio di Padova, mediante l'occhiale testè ritrovato
da lui, sono state osservate nella faccia della luna, nelle stelle
fisse innumerevoli, nella Via Lattea, nelle nebulose; principalmente
poi in quattro pianeti che intorno alla stella di Giove a intervalli
e periodi dispari con celerità maravigliosa si avvolgono; i quali, a
nessuno conosciuti sin oggi, l'autore ha per primo testè scoperti, e
imposto loro il nome di Stelle Medicee.„ Ed invero il nuovo satellizio,
che la scoperta di Galileo dava a Giove, spostava i termini assegnati
dal sistema Tolemaico alla costituzione dell'universo; inquantochè
la centralità assoluta ed immobile della Terra, intorno alla quale
siccome la Luna così anche girassero gli altri corpi celesti, veniva ad
essere sostanzialmente infirmata dal vedere che uno di questi era esso
medesimo il centro d'una circolazione. Nel _Messaggero_, od _Avviso
sidereo_, è senza dubbio piena di attrattiva, anche per noi profani
alla scienza degli astri, la narrazione di quanto il telescopio,
“il mio scopritore„ com'ei lo chiamava “delle novità celesti„, gli
vien rivelando; sia nella Luna, dove le parti oscure e le chiare gli
raffigurano le acque e le terre di quel corpo “similissimo alla Terra„,
divinato tale dai Pitagorici; sia nelle Stelle, il cui numero gli si
dimostra dieci volte maggiore di quello creduto, e il loro corpo gli
apparisce limitato e spoglio della criniera luminosa, e tra i pianeti e
le fisse esser diversità di semplice irradiazione e di scintillazione;
sia nella Via Lattea, favoleggiamento perpetuo e non di soli poeti, ora
nel fatto non altro che “una congerie di innumerevoli stelle insieme
ammucchiate.„ Ma quando la narrazione, che par quella d'un viaggiatore
nell'avanzarsi per regioni inesplorate, assume andamento di diario,
dal 7 gennaio 1610, che per la prima volta gli appariscono, piccole ma
lucidissime, quella notte tre, due in altre notti, finalmente quattro,
le stelle di Giove; e successivamente di notte in notte, fino alla
seconda del marzo, teniam dietro non tanto alle osservazioni dello
scienziato, quanto alle ansietà dell'uomo, che dinanzi a' suoi occhi
vede decifrarsi il mistero dell'universo, e i cieli narrare, secondo
il sublime concetto biblico, narrare a lui pel primo, la gloria del
Creatore; — e pensiamo che questo scienziato conquistava la riprova
del ragionato e sostenuto da lui, la conferma del suo metodo, il
coronamento del suo pensiero; — che quest'uomo, al quale la fede al
vero fruttava già tante molestie, e che forse presentiva quanto per
quella sua fede era destinato a soffrire, che quest'uomo, pieno di
ardore per la scienza e della religione degli alti intelletti verso il
principio delle cose supremo, poteva in quella maravigliosa rivelazione
riconoscere, col resultato dell'opera propria, anche il premio di Dio;
— allora dalla vivace e pittoresca latinità del _Nuncius Sidereus_
corriamo col cuore commosso a poche linee d'una sua lettera scritta il
dì 30 di quel gennaio memorabile, da Venezia, che dicon così: “Rendo
grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore
di cosa così ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta.„

Il rumore levato dalla scoperta galileiana fu immenso da ogni
parte del mondo civile: “il moto„ scriveva Galileo “è stato ed è
grandissimo.„ I Peripatetici avevano un bell'alzar le spalle, e
sorridere di commiserazione, alle audacie di costui che affrontava la
natura delle cose senza stillare i ragionamenti pel lambicco delle
autorità; avean voglia di polemizzare con opuscoli e diatribe più o
men velenose; avevano un bell'ingegnarsi (così lo stesso Galileo al
Keplero) di sconficcare, a forza d'argomenti loici, come per arte
magica, i nuovi pianeti dal cielo: i pianeti seguitavano la loro danza
giuliva; e i Peripatetici restavano a vedere. Anzi a non vedere: perchè
il Cremonino, il terribile Cremonino, sempre lo stesso, ricusava
di volgervi gli occhi, dicendo: “Quel mirare per quelli occhiali
m'imbalordisce la testa„; e seguitava imperturbato, dalla cattedra
e per la stampa, le sue argomentazioni più che mai aristoteliche
_sulla faccia della Luna_, sulla _Via Lattea_, sul _Denso e 'l Rado_,
preparando volumi preziosi (“semilibri„ li chiamava Galileo) per la
biblioteca del dottissimo don Ferrante, destinati ad esumarsi fra due
secoli dall'arte maestra di Alessandro Manzoni. Della cui signorile
ironia era degno questo motto che usciva in que' giorni dalla bocca di
Galileo: “Cotesti filosofi non vogliono in terra veder le mie ciancie:
le vedranno forse nel passarsene al cielo.„ Meno ostinati, o più
accorti, de' Peripatetici i Teologi, da queste mura stesse del Collegio
Romano, a Galileo, che attendeva trepidando, mandavano per bocca del
gesuita Clavio (valentuomo, ma poc'anzi ancor egli motteggiatore),
sul cadere pur del 1610, dopo osservazioni fatte con occhiali che
Galileo medesimo aveva loro provvisti, la dichiarazione d'aver veduto,
e “veduto distintamente,„ riconoscendogli “la gran lode dell'aver
egli osservato pel primo.„ Ma ricognizione più degna era la parola del
Keplero, il grande scienziato alemanno, col quale fin dal 1597, quando
questi pubblicava la sua Cosmografia, aveva Galileo avuta opportunità
di manifestare la convinzione, comune ad entrambi, delle dottrine
Copernicane: e l'uno aveva salutato l'altro fraternamente, siccome
“valoroso compagno nell'indagare e amare la verità„; e avevano augurato
il trionfo del sistema di Copernico “maestro nostro„, essi dicono “nel
cui sistema son rivissute le tradizioni platoniche e pitagoriche„; e
il Keplero a Galileo, che con presago sgomento guardava nell'augurato
avvenire, si era profferto per la divulgazione delle comuni dottrine:
ed ora, fedele alla promessa, curava una ristampa del _Nuncius_ con
una sua propria dissertazione; e appena potuto drizzare il telescopio
verso i nuovi pianeti, manifestava con un motto storico: _Galilæe,
vicisti!_ (o Galileo, vincesti!), la sua esultanza per quella che
davvero era una vittoria della esperienza sull'affermazione, della
scienza sulle opinioni, della verità sull'errore. E alla vittoria
non mancavano i cantici: canzoni toscane, odi latine; e da Napoli, di
dentro alle carceri spagnuole, un'allocuzione entusiastica di frate
Tommaso Campanella. Galileo fissava pure il cielo col suo telescopio:
e a quella de' Satelliti di Giove aggiungeva la scoperta di Saturno
tricorporeo, delle macchie solari, delle fasi di Venere.


V.

Ma intanto le Stelle Medicee, proprio esse, lo riconducevano, non
con propizio influsso, in Toscana. Non trattenuto dalla conferma a
vita fattagli con abbondante stipendio dal Senato Veneto; non dalla
affettuosa venerazione che in quella sua miglior patria lo circondava;
non dall'amicizia di alti e liberi intelletti, il Sarpi; di nobilissime
anime, Gianfrancesco Sagredo; non dall'avere Venezia e Padova dato a
lui le ebbrezze dell'amore e le cure soavi della paternità; Galileo,
che alienatosi dallo Studio di Pisa aveva bensì conservate co' propri
Principi, e alimentate d'anno in anno nel suo recarsi a Firenze,
relazioni non pur di suddito ma di scienziato, in quello stesso anno
1610 rinunziava alla cattedra padovana, e accettava da Cosimo II,
recente successore di Ferdinando I, l'ufficio e il titolo di “Primario
Matematico dello studio di Pisa e Primario Matematico e Filosofo del
Granduca di Toscana.„ Tale era da qualche tempo (come il cuore degli
uomini è a' loro danni irrequieto!) la segreta ambizione del sommo
filosofo: aveva preso a stancarlo la cattedra, lo allettava la Corte; e
in capo a questo precoce riposo dalle fatiche dell'insegnamento, negli
agi d'una condizione indipendente dal servigio pubblico, travedeva egli
la comodità di attendere alle grandi opere il cui disegno gli occupava
la mente, e i modi più efficaci di assicurare al suo pensiero la
combattuta via della conoscenza e del consentimento fra gli uomini. Non
era certamente (e come avrebbe potuto essere?) una volgare ambizione la
sua: il che non toglie però che la Corte, questo barbaglio adescatore
di cuori e d'ingegni, delle cui illusioni la grande e tragica vittima
era stata pochi anni innanzi Torquato Tasso, la Corte, prima quella di
Mantova (ed erano state pratiche vuote d'effetto), poi quella della sua
Firenze, attirasse anche questa grande anima di pensatore, vincolasse
a sè l'opera di questo spezzator di catene. A tali disposizioni
dell'animo suo non fu certamente estraneo il pensiero di denominare
dai Medici quelle stelle, che meglio avrebber portato il nome stesso
del loro rivelatore: e fu certamente questo omaggio, graditissimo al
giovane principe già suo alunno, che affrettò la conchiusione alla
pratica del suo rimpatriare. Tornava Galileo a Firenze, lieto (sono
queste le sue parole) “di non più servire al pubblico„ dalla cattedra,
di non dover più nel privato insegnamento “esporre le sue fatiche al
prezzo arbitrario d'ogni avventore„: lieto della comodità a' propri
studi, che “solo un principe assoluto poteva dargli„, e di aver così
“messo il chiodo allo stato futuro della vita che gli avanzava„.
“Condurrò a fine tre opere grandi che ho alle mani„ (due di queste
erano certamente i _Massimi Sistemi_ e le _Nuove Scienze_): “darò forma
ai segreti particolari, de' quali ho tanta copia, che la sola troppa
abbondanza mi nuoce ed ha sempre nociuto: conferirò a Sua Altezza tante
e tali invenzioni, che forse niun altro principe ne ha delle maggiori;
delle quali io non solo ne ho molte in effetto, ma posso assicurarmi di
esser per trovarne molte ancora alla giornata, secondo le occasioni che
si presentassero: _magna longeque admirabilia apud me habeo_; grandi e
altamente ammirabili cose ho io presso di me....„ Ahimè, non pensava il
povero grand'uomo, che diciotto anni innanzi, tanto meno glorioso, la
Repubblica Veneta lo aveva ricevuto onorevolmente, senza infliggergli
l'affanno di tante profferte; non gli si affacciava alla mente che
quella libertà filosofica, per la quale il Keplero, facendosi incontro
a' suoi timori, gli si era esibito, avrebbe all'occorrenza trovato
tanto più valida e già da altri sperimentata protezione nell'invisibile
e paventato braccio di San Marco, che dallo scettro gemmato d'un
principe. Il suo Sagredo rimpiangeva l'immensa perdita che esso e gli
amici avean fatta; gli augurava felicità con parole piene, verso il
nuovo padrone dell'amico, di veneta ossequente magnificenza; ma, con
l'occhio proprio altresì di que clarissimi, gli rammentava “la libertà
e monarchia di sè stesso„, le miserie cortigiane, e per ultimo i
pericoli, diciamo con una sola parola, teologici, disegnandogli come in
lontana prospettiva la sinistra figura, dal veneto orizzonte sbandita,
dei Gesuiti.


VI.

I Gesuiti, la forte e compatta e valorosa milizia della Curia Romana
dopo la scissione della unità della Chiesa; il sodalizio che ne' nuovi
tempi proseguiva, con modi secondo l'età diversa mutati, quell'impero
sulle menti e sui cuori, che altri ordini religiosi di tutt'altro
stampo avevano esercitato nella età media; non derogarono neanche
questa volta al loro istituto, di seguire attentamente e far suoi,
adattandoli a' propri intendimenti, i portati dell'umano intelletto,
tenersi in prima fila nel procedimento della scienza verso la verità,
e, a tutti gli effetti, disciplinarlo. Così è che nella primavera del
1611 noi troviamo Galileo, qui in questa loro poderosa cittadella,
assistere, festeggiato e acclamato, alla lettura d'un _Nuncio Sidereo
del Collegio Romano_, in persona del quale il padre Clavio e i suoi
valenti discepoli parlavano latinamente agli uditori in tal forma: —
Essere condizione degli uomini il dubitare della verità delle grandi
scoperte; le prime e più frettolose notizie voler essere confermate
dalle posteriori, che arrivino magari a piè zoppo. A confermar quelle
recate pel mondo dal Messaggero di Galileo, eccomi qua io, secondo
corriere, ancor io dalle stelle, che vi riferisco ed attesto il veduto
palesemente da noi. — Ciò avveniva dopo che essi medesimi, i Gesuiti,
interrogati dal loro cardinale Bellarmino, valente ed erudito ed
anche comprensivo ingegno, ma subordinatore assoluto de' resultati
scientifici al criterio dell'autorità, avevano riconosciute le scoperte
galileiane. Le quali poichè si collegavano strettamente col sistema
Copernicano, che poneva il sole centro d'attrazione de' pianeti,
compresa fra questi la Terra, e de' loro satelliti; — col sistema
Copernicano, che non ancora condannato, oscillava però sul dubbio e
pericoloso limitare di una possibile apparenza di contradizione con
la lettera delle Sacre Scritture; — così, fin dal principio, Galileo
più che de' Peripatetici aveva avuto apprensione de' teologi, la
cui potenza, non obbligata non che a cimento di esperienze ma quasi
neanco a dibattito di argomentazioni, costituita _pro tribunali_,
aveva per propri istrumenti l'ammonizione, il divieto, la condanna,
fino all'estremo atto del sostituirsi al braccio secolare e punire col
carcere, con la corda, col rogo. E per ciò stesso, appena rimpatriato,
egli avea chiesto al Granduca la licenza di questo viaggio romano (il
suo secondo), non con altro proposito che di far palesi ed accette
ai potenti della città eterna, e sicure per l'ulteriore svolgimento,
le sue scoperte e le dottrine che ne conseguivano. Ora egli poteva,
tornando al suo Principe, chiamarsi sodisfatto di quei più che due
mesi di soggiorno in Roma. Il Collegio Romano; — il Quirinale, ne'
cui giardini aveva a cardinali ed altri prelati e a gentiluomini
mostrato col telescopio i Pianeti Medicei; — il principe Federico
Cesi, e l'Accademia de' Lincei che si era onorata del suo nome; — la
conversazione amichevole specialmente de' cardinali Dal Monte e Maffeo
Barberini, suo anche encomiaste poetico; — infine, la presentazione
fatta di lui a papa Paolo V dall'ambasciatore toscano; — erano i
lieti ricordi del suo trionfo. Tale invero possiamo chiamarlo, quando
in una lettera di quel cardinale Dal Monte al Granduca leggiamo:
“Se noi fussimo ora in quella repubblica Romana antica, credo certo
che gli sarebbe stata eretta una statua in Campidoglio, per onorare
l'eccellenza del suo valore.„ Ma in “quella repubblica Romana antica„
non si era più; la via trionfale del Campidoglio metteva erba da un
pezzo: e da un'altra via, assai più battuta, là dietro la Basilica di
San Pietro, la Sacra Romana Inquisizione, in que' giorni stessi che
Galileo era in Roma, mandava una lettera all'Inquisizione di Padova,
la quale avea dovuto mescolarsi nelle trascendenze aristoteliche del
Cremonino, una lettera che dimandava: “Veggasi se nel processo del
Cremonino sia nominato Galileo.„ In quel terribile registro, scienza
vecchia e scienza nuova, Aristotile e Archimede, Cremonino e Galileo,
erano scritti sulla medesima linea: ma Cesare Cremonino era sempre
filosofo e pubblico lettore della Serenissima; e le vicende alle quali
si congiunge il nome di fra Paolo Sarpi, erano storia recente.


VII.

Giova, a questo punto del nostro rapido discorso sopr'una delle
più nobili vite che mai abbiano onorata ed esaltata l'umana natura,
soffermarsi un tratto, e considerare. Galileo, non ancora toccato il
suo cinquantesimo anno, aveva ormai in pugno l'intento nobilissimo
di tutte le sue fatiche. Aveva dissotterrato dalla congerie de'
vacui e speciosi filosofemi il principio sovrano dell'esperienza, e
del ragionamento matematico sui dati genuini di lei; e dopo molte e
varie e squisite applicazioni di tale principio ai fenomeni naturali,
aveva, sempre mediante l'uso di quello, resa sensibile, al lume della
razionale evidenza e dello splendore degli astri, invitta a qualsiasi
impugnamento, la costituzione dell'universo. D'ora innanzi, ed era nel
vigore d'una sana e ben complessa virilità, la parte ch'egli aveva da
Dio verso gli uomini era la divulgazione della nuova dottrina, il suo
svolgimento compiuto, la dimostrazione de' particolari, le riprove
molteplici del già dimostrato o argomentato, le induzioni ulteriori;
ed inoltre, come genialmente egli concepiva il proprio ufficio,
l'abbellimento di quella verità coi lumi dell'arte, con le attrattive
del sentimento: che fu il creare la prosa scientifica italiana. A ciò
fare gli erano sembrate meno atte od anguste le aule della scuola,
e aveva traveduto mezzo più efficace la immediata dipendenza da un
Principe: aveva presentito ostacoli da Roma, e si era subito mosso a
remuoverli o prevenirli. Questa parte, che egli teneva da Dio, doveva
essergli contrastata dagli uomini; e più duramente da quelli, fra gli
uomini, che parlavano nel nome di Dio.

Le maggiori opere di quei tre ultimi decennii della sua vita, le
“grandi opere„ che gli abbiam sentito annunziare, non tanto al
desiderato Principe quanto con gioiosa fiducia a sè stesso, nel
trasferirsi da Padova a Firenze, furono il _Dialogo de' Massimi
Sistemi_ e i _Dialoghi delle Scienze Nuove_: — il _Dialogo de' Massimi
Sistemi_, in dichiarazione e dimostrazione del sistema Copernicano
comparato al Tolemaico, interlocutori i due suoi grandi amici e
patroni, il Sagredo veneto e il fiorentino Filippo Salviati, e un buon
diavolo di peripatetico, che da uno de' commentatori di Aristotile
ha il nome, al quale fa molto onore, di Simplicio: — l'altra opera,
i _Dialoghi delle Scienze Nuove_, pur co' medesimi interlocutori,
lavoro eroico de' suoi estremi anni, da cieco infermo e perseguitato,
dove, ripigliando i suoi giovanili studi sul Moto, “suggetto eterno„
son sue parole “e principalissimo in natura, speculato da tutti i
gran filosofi„, su questo, e “sulla resistenza de' corpi solidi ad
essere per violenza spezzati„, pone i principii o, com'egli dice
quasi affacciandosi all'avvenire, “apre le prime porte di due nuove
scienze, che gl'ingegni speculativi ne' seguenti secoli accresceranno
con progresso e trapasso da quelle proposizioni ad altre infinite.„
Insomma, ne' _Massimi Sistemi_ la costituzione della macchina mondiale:
nelle _Nuove Scienze_ le fondamenta della fisica moderna. E frammezzo
a queste monumentali opere, il cui concepimento occuperebbe esso solo
degnamente la vita intera d'un uomo, s'interpongono, materia adeguata
all'operosità di tutta intera la vita d'un altro, gli studi (e le
incresciose ma pur feconde controversie che li conseguitano) sulle
macchie solari, quelli sulle cose galleggianti, quelli sul flusso e
riflusso del mare, la trasformazione del telescopio in microscopio
e il perfezionamento di questo, il ritrovato per la determinazione
delle longitudini in mare, gli studi sulle comete, e da questi
quella maraviglia di scrittura polemica che è il _Saggiatore_: nè
la enumerazione è completa: e vi si aggiunge un immenso indefesso
carteggio, prezioso del pari per quant'altro contiene di contributo
alla scienza, e per essere in troppe pagine il desolato giornale d'un
sublime martirio.


VIII.

Martirio, che può dirsi incominciato segretamente fin da quando tutto
nell'ordine e nel progresso mirabile de' suoi studi lo portava a
confermare e proclamare le verità Copernicane; e tutto, nel triste
ambiente che lo avvolgeva, contrastava e ricacciava indietro questa
libera espansione della sua coscienza scientifica. A Pisa, nella
degna conversazione del filosofo e letterato Iacopo Mazzoni, a Padova
nella altrettanto degna corrispondenza col Keplero, questo sentimento
avea sempre pesato su lui: “non oso„ scriveva al Keplero “non oso
pubblicare quanto potrei su tale argomento; la sorte di quel nostro
maestro mi sgomenta.„ Ma la vittoria del _Nunzio Sidereo_ gli dette
animo, lo sospinse, gl'impose: quel suo prospero viaggio a Roma lo
confortò: il consenso e l'affetto de' suoi seguaci, fra' quali uomini
di Chiesa rispettabilissimi, il favore del giovine Principe e della
madre sua Cristina di Lorena, parvero quasi dischiudergli la via.
E mentre dal pulpito volgari cerretani della pietà profanavano essi
la parola di Dio che accusavano lui d'impugnare, e contro di lui la
appuntavano, vociando “Uomini Galilei, che state voi a guardare nel
cielo?,„ e contro di lui eccitavano la falange de' semplici, de'
timorati e degli ignoranti; egli in lettere, che erano manifesti e
programmi della sua dottrina stupendi, in lettere al padre Castelli
suo benaffetto discepolo, a monsignore Piero Dini, alla granduchessa
Cristina, designava con mano sicura i limiti fra la scienza e la fede:
— rivendicava “ai sensi, al discorso, all'intelletto„ il diritto e
il dover loro di strumenti datici da Dio per conoscere il vero; alla
scienza astronomica il privilegio di essere la libera dimostratrice de'
misteri (sono sue parole) di quella “gloria e grandezza del Creatore,
che mirabilmente si scorge in tutte le sue fatture, e divinamente
si legge nell'aperto libro del cielo„: avere lo Spirito Santo, per
comune sentenza de' Padri e Dottori, raccolta in un'arguta frase dal
dottissimo cardinale Baronio, voluto ammaestrarci “come si vada al
cielo, e non come vada il cielo„: doversi ben guardare dall'erigere
“ad articoli di fede le conclusioni naturali che sono in balía del
senso e delle ragioni dimostrative„; — e protestandosi cattolico
migliore e più provvido che non i suoi detrattori, scongiurava,
come atto malaugurato e funesto, la minacciata condanna del libro di
Copernico. La quale infatti può dirsi avere, nella storia del pensiero,
inaugurato formalmente il dissidio tra la fede e la scienza; tardi,
e inefficacemente riparato dai condannatori stessi, ne' primi lustri
del secolo che ora volge al suo termine, con la cancellazione di quel
marchio inconsulto dai libri e di Copernico e di Galileo.

Il marchio fu impresso sul libro di Copernico; e Galileo, generosamente
accorso a Roma alla difesa, ben si può dire oggi, non solamente della
scienza ma anche della religione, fu dal cardinale Bellarmino, per
commissione del Sant'Ufizio, ammonito che abbandonasse quella dottrina:
come a dire, che abbandonasse la coscienza del proprio pensiero. Era
il 26 febbraio del 1616; e Galileo si trattenne ancora alcuni mesi,
non per altro forse se non perchè la personale benevolenza che papa
Paolo gli addimostrava lo illudesse a credere di poter egli, restando
qua, favorito anche come si vedeva dai possenti Barberini, attenuare
le conseguenze del fatto ormai consumato, ad impedire il quale anche
Tommaso Campanella, il filosofo prigioniero, aveva assunto volonteroso,
ma senza alcun pro, l'apologia e di Copernico e di Galileo. Nè tornò in
Roma (poichè tali stazioni segnano ormai la sua via dolorosa) che nel
1624, per rendere omaggio al nuovo Pontefice Maffeo Barberini, asceso
l'anno innanzi sulla cattedra di San Pietro col nome di Urbano VIII.
Quel suo ritorno avveniva dopo pubblicato, in occasione della disputa
sulle Comete, il _Saggiatore_, cioè dopo perduta la grazia de' Gesuiti,
uno de' quali, il padre Grassi, era in quel capolavoro di dialettica
e d'ironia staffilato fieramente: e cotesta conversione di animi ne'
filosofi del Collegio Romano, i quali Galileo riconosceva “sapere
assai sopra le comuni lettere de' frati,„ cotesta mutazione d'aura in
queste sale che risonavano ancora delle festose accoglienze al _Nunzio
Sidereo_, doveva pur troppo, volgendo “i lieti onori in tristi lutti„,
ridondare in maligni influssi sull'ardimentoso censore. Tenne sospesi
tali influssi l'amicizia che Maffeo Barberini conservava da papa per
l'uomo che da cardinale avea favorito, da poeta aveva esaltato, e
che, attestata a Galileo dalla continuazione di non scarsi favori, pe'
quali egli forse s'illuse oltre il ragionevole, gli giovò tuttavia ad
ottenere nel 1630, tornato a Roma la quinta volta, la licenza di stampa
al _Dialogo de' Massimi Sistemi_. Ma quando nel 1632 il Dialogo fatale
fu pubblicato; e che in esso, di sotto al tormento del trattarsi come
mere ipotesi, accompagnate da epifonemi di esteriore disapprovazione,
le conchiusioni più evidenti che logica umana abbia mai elaborate dai
fatti; di sotto allo strazio di quella pressione indegna; la povera
angustiata verità balzava fuori più intera e gagliarda che mai, e
circondata altresì dalla possente attrattiva della patita violenza; e
con altrettanto disdoro per la caparbietà de' violentatori; — e peggio
poi, dopo che una pia calunnia ebbe insinuato a papa Urbano, come
l'antica sua affettuosa ammirazione verso il filosofo fiorentino fosse
ricambiata nel modo più sleale ed abietto, perchè fra i personaggi del
Dialogo l'interlocutore dalle opposizioni per lo più inconcludenti
e dalle inani sottigliezze scolastiche, l'uomo di paglia della
conversazione, il “buon peripatetico„ Simplicio, era proprio lui Maffeo
Barberini; — e badasse bene Sua Santità, che “quel libro di Galileo
era più esecrando e più pernicioso a Santa Chiesa che le scritture di
Lutero e di Calvino„; — allora il Pontefice, nel cui animo (non volgare
nè cattivo, fiero bensì quanto di qualsivoglia altro de' Pontefici più
tempestosi) facevano magnifica e pericolosa alleanza tutto il fastoso
orgoglio d'un Principe del secolo XVII, e l'irritabile vanità d'un
letterato..... di tutti i secoli; e che si sentiva parlare a nome
sì de' suoi doveri spirituali e sì delle sue passioncelle mortali;
trapassò dall'affezione reverente al più fiero risentimento: e da quel
giorno la rovina di Galileo fu irrevocabile. Perocchè la questione
era addivenuta, non tanto della condanna o assoluzione, quanto della
esemplarità del gastigo su quest'uomo, che sapeva il modo di vincere
anche disarmato, e che dai decreti del tribunale Romano si appellava
tacitamente, e trionfalmente, a quelli della umana coscienza.

Il 1632 è, nella vita di Galileo, l'anno che segna, insieme con la
pubblicazione del Dialogo immortale, il suo ammalarsi in quello
de' sensi che gli avevan partecipate le meraviglie del cielo, e
sul declinare dell'anno l'intimazione del Commissario generale del
Sant'Ufizio a comparire in Roma dinanzi a lui, ripetuta, poichè egli
indugiava a muoversi, con la minaccia di esservi condotto prigioniero
e in catene. Inutili le pratiche e le rimostranze del suo Principe,
che era il novello Granduca Ferdinando II: nè, del resto, dal Granduca
di Toscana poteva Galileo attendersi quella più efficace difesa di
resistenza, che sola forse degli Stati italiani la Repubblica Veneta
avrebbe potuta e voluta; la Repubblica, che l'anno innanzi ovviava
volonterosa alle difficoltà da lui incontrate per la stampa del
Dialogo, offrendoglisi per tale pubblicazione e per ricondurlo Lettore
nel mal abbandonato Studio di Padova. Nel cuor del verno, fra i disagi
del crudo gennaio e i sospetti vessatorii della moría, infermo e
prostrato, Galileo per la sesta ed ultima volta era in cammino verso
Roma: non più apportatore di nuovi trovati e di scoperte celesti,
maestro di osservazione e di metodo; non più gratulante al Pontefice,
e dai pontificali favori animato ad alte speranze per l'intento
supremo della sua vita: ma in qualità di colpevole, contravventore
alle ammonizioni del 1616, divulgatore di dottrina ormai condannata,
esposto ai rigori del tribunale più universalmente temuto. De' quali
se fu mitigata sulle membra cadenti del misero vecchio l'applicazione
materiale, consentendogli, nei cinque mesi che qua dimorò, il più lungo
soggiorno nel palazzo dell'Ambasciata toscana a Villa Medici, e a sola
una ventina di giorni, in due volte, riducendo la sua stanza a modo di
prigioniero nel palazzo stesso dell'Inquisizione; e risparmiandogli la
tortura, che quasi certamente lo avrebbe ucciso; — se, evidentemente,
la sodisfazione di vederselo a' piedi, dovuto dal suo stesso Principe
a malincuore commettere alla mercè della onnipotenza teocratica,
portò nel successivo procedimento, più miti consigli; — rimane poi
sempre, che questa menomissima parte di giustizia salvatagli fu
congiunta e subordinata all'atroce tortura, che egli da sè medesimo
dovesse infliggersi, di ritrattare le verità conquistate, mentire a sè
medesimo, sconfessare l'opera sua rivelatrice dell'universo. Fra quelle
mani inflessibili, il venerando settuagenario discese tutta la china
dolorosa delle proteste sulla sua retta “intenzione„, che la logica
autoritaria e grossolana de' giudicatori convertiva in altrettante
rinnegazioni del suo pensiero scientifico; fino alla profferta, discese
pur troppo, di profanare il Dialogo, con l'apposizione d'una quinta e
una sesta giornata, nelle quali avrebbe ripigliato gli argomenti già
recati a favore della opinione falsa e dannata, per confutargli “in
quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato.„
La sciagurata profferta non fu (sia detto, imparzialmente, a lode di
coloro) non fu raccolta; e il Dialogo non patì l'indegna profanazione:
ma se questa si adempiva, non Dio benedetto, che è fonte di luce,
l'avrebbe “somministrato„, sì lo spirito delle tenebre che in quella
ora nefasta vinceva. E quando in altro interrogatorio, e fu il terzo,
di pochi giorni appresso, dalla bocca di Galileo, dopo fatto presente
il peso degli anni e delle infermità, i disagi del viaggio, la vita
da quelle amarezze scorciatagli, uscirono parole come queste — “aver
egli fede nella clemenza e benignità degli Eminentissimi giudici; con
speranza che quello che potesse “parere alla loro intera giustizia,
che mancasse a tanti patimenti per adeguato gastigo de' miei delitti,
lo siano, da me pregati, per condonare alla cadente vecchiezza, che
pur anch'essa umilmente se gli raccomanda„; — queste parole, da quella
bocca, le riceveva, cancelliere invisibile, l'Angelo di giustizia e
di misericordia, che avvolgeva delle sue ali l'augusto imputato, e
scriveva sopra un libro che non era quello della Sacra Inquisizione
Romana. Per tal modo l'infelicissimo filosofo seguiva le istruzioni
ricevute, a sua salvezza, dal pietoso ambasciatore Niccolini; il
buono e zelante ambasciatore toscano, che lui confortò, insieme con
la gentildonna sua moglie, delle più amorevoli cure, per lui spese
presso la Curia e presso il Papa quei più valevoli uffici, che dalla
condizion delle cose e dalla qualità delle persone erano consentiti.
A Galileo, che, nella onesta baldanza del sovrano intelletto, “si
confidava di difender molto bene„ le sue opinioni scientifiche, le
quali egli, sinceramente cattolico, non riputava, nè voleva per nulla,
contraddicenti alle locuzioni figurate e interpretabilissime della
Sacra Scrittura, aveva il Niccolini, con la premura di salvarlo a ogni
costo, raccomandato che, “per finirla più presto„, non si curasse
di sostener quelle opinioni: “sottomettersi„ gli diceva “a quel che
vegga che posson desiderare sia veduto o tenuto da lei.„ Parole non
meno piene di intimo dispregio pei tormentatori, che di affannosa
pietà pel tormentato. Ma al primo riceverle, al vedersi con esse,
inesorabilmente, posta la menzogna prezzo della salvezza, il misero
vecchio era precipitato in tale turbamento e abbandono, “che„ avea
scritto l'Ambasciatore, “da ieri in qua si dubita grandemente della
sua vita.„ Quella notte di supremo strazio, alla quale appartiene la
vera tortura di Galileo; e lo aver sopravvissuto a dettare i _Dialoghi
delle Nuove Scienze_; lo assolvono dinanzi ad ogni anima generosa, e il
disonore della violenta menzogna fanno cader tutto sopr'altro capo che
il suo.

Era il 21 giugno 1633; e in un ultimo interrogatorio, agli assalti
dell'“inquirente„, Galileo dichiarava l'opinione sua essere quella de'
“Superiori„, cioè stabile la Terra, mobile il Sole: — contestatogli
il tenore e il procedimento del Dialogo incriminato, replicava essere
in quello, “esplicazion di ragioni„ dall'una e dall'altra parte, non
“conchiusione dimostrativa„; questa essere riserbata “a più sublimi
dottrine„: cioè alle dottrine di coloro dinanzi ai quali si trovava
condotto: — per la terza volta incalzato, aversi forte presunzione
del contrario; “e perciò, se non si risolva a confessare la verità, si
deverrà “contro di lui agli opportuni rimedi di diritto e di fatto„,
risponde: “Io non tengo nè ho tenuta questa opinione del Copernico,
dopo che mi fu intimato con precetto che io dovessi lasciarla.
Del resto son qua nelle loro mani: faccino quello gli piace:„ — e
minacciatogli in ultimo, che “dica la verità; se no, si deverrà alla
tortura„, il suo rispondere si estingue lamentosamente così: “Io
son qua per far l'obedienza, e non ho tenuta questa opinione dopo
la determinazione fatta, come ho detto.„ E l'obbrobrioso dramma ha
lì fine. Ma la sottoscrizione di Galileo, su quella carta 453 del
processo, è questa volta vergata con mano tremante.

Il giorno dipoi, nella gran Sala dei Domenicani alla Minerva, gli
era data lettura della sentenza che proibiva il suo libro, e a lui
infliggeva il carcere ad arbitrio, nelle prigioni del Tribunale; e
ricevevano, stando lui inginocchione, l'abiura impostagli, che egli
recitava di parola in parola, e sottoscriveva. Il motto sdegnoso
“_Eppur si muove!_„ è una postuma vendetta della umana coscienza.
Galileo non lo pronunziò. Ma il Galileo che abiurava i diritti
imprescrittibili del pensiero, non era più lui! Il vero, l'autentico
Galileo, che ancora per nove anni sopravvisse a quel povero vecchio
conculcato e disfatto, nulla abiurò, nulla rinnegò, non mentì mai a Dio
e a sè stesso: e i personaggi del Dialogo maledetto rivissero (proprio
lo stesso Sagredo, lo stesso Salviati, lo stessissimo Simplicio) in un
altro Dialogo, _Le Nuove Scienze_; rivissero imagini fedeli e immutate
del suo alto pensiero, testimoni per lui e accusatori immortali contro
i giudici suoi.


IX.

Ma la vita di que' nove anni! — La prigionia nella propria casa; la
segregazione dalla cittadinanza e dal mondo; l'essergli o vietata, o
sospettata, o largita a misura, o minacciosamente redarguitagli, la
comunicazione del pensiero con gli amici, coi discepoli, coi pensanti
le medesime cose: — e la sua villa del Gioiello in Arcetri, sperato e
sudato rifugio e conforto alla stanca vecchiaia, vicina a un povero
convento che accoglie monache, ombre del sogno della vita, le due
sue figliuole, convertitagli in luogo di gastigo, fatta, com'egli
ne data più lettere, “la mia carcere d'Arcetri„: — e non giovargli
l'obbedienza, la sottomissione, il baciar la mano che lo percuote; non
il remuover da sè la gloria che scende da ogni parte di mondo civile
a illuminare de' suoi raggi que' bianchi capelli; non l'aver ricusato
(con sodisfazione del Papa) dagli Stati d'Olanda la collana d'oro,
omaggio agli studi e proposte per la determinazione delle longitudini;
nulla giovargli, perchè quella schiavitù, nonostante il tre e quattro
volte raccomandarsi, sia tolta; anzi minacciarglisi, se persisterà
in tali suppliche che “mi faranno tornare, là, al carcere vero del
Santo Ufizio„: — a mala pena, e solamente dopo bene accertato, e con
visita dell'Inquisitore e del medico, il suo progressivo declinare
verso il sepolcro, ottenere di trasferirsi nella sua casetta di città,
concederglisi la preghiera in chiesa; ma solamente i giorni festivi,
e alla chiesuola vicina, e che non ci sia gente: — intanto, prima da
uno poi da tutt'e due gli occhi, accecare: “talmente che quel cielo,
quel mondo è quell'universo, ch'io con mie maravigliose osservazioni
e chiare dimostrazioni aveva ampliato per cento e mille volte più del
comunemente creduto da' sapienti di tutti i secoli passati, ora per me
si è diminuito e ristretto, ch'e' non è maggiore di quello che occupa
la persona mia„: — e intanto, ancora, morirgli a trentatrè anni la
sua suor Maria Celeste, un angelo di figliuola, che ne' silenzi del
chiostro, ha della vita di lui fatta la vita sua; che dal gentile
e pronto ingegno ha derivato tesori d'ammirazione per la paterna
grandezza, e dal suo cuore di santa tesori d'affetto e di consolazione
per le sventure di lui; che gli annunziava, povera monacella, aver
prescelto lui, il processato per veemente sospezion d'eresia, a suo
Patrono nella corte di que' cieli “i quali Vossignoria ha penetrati„;
che aveva attratta a sè la condanna del Santo Ufizio, e addossatasene
le penitenze spirituali; che mandandogli fiori di dicembre, “Le
siano„ gli dice “simbolo di primavera celeste di là dal breve e oscuro
inverno della vita presente„: — morirgli una tale figliuola, morirgli
d'accoramento per quella inesorabile persecuzione, e rimanergli
nell'anima la voce di lei, “della mia figliuola diletta,„ scrive egli
piangendo, “che mi chiama, mi chiama continuamente„: — così, lungo
questa agonia di vita, finir di morire; o veramente “mutar la mia
presente carcere in quella comune, angustissima ed eterna„: — ecco i
nove ultimi anni della vita di Galileo!

Eppure anche durante que' nove anni, anche fra quelle ombre che gli
avvolgono l'anima, e di mezzo alle tenebre che gli si aggravano sulle
spente pupille, quale eroico combattere con l'arme invitta del pensiero
pel trionfo, sia pur lontano, sia pur disperato, della verità! Eppure
appartengono a que' nove ultimi anni: i _Dialoghi delle Scienze Nuove_,
coronamento del suo pensiero scientifico, che si pubblicano, come se
di contrabbando, in Leida nel 1638; — il continuamento delle pratiche
per la determinazione delle longitudini in mare; un catalogo delle
operazioni astronomiche; gli studi sulla titubazione del disco lunare
e sul candore o luce secondaria della luna; l'applicazione del pendolo
all'orologio; — le risposte ai quesiti, incessanti e molteplici, dei
curiosi e dei dotti; — le oneste e liete accoglienze, quando e quanto
era possibile in quella sua condizione di custodito e sospetto, verso
i visitatori (un d'essi, giovane non ancora trentenne, eternò poi il
ricordo di quella visita in una linea d'un suo Poema, il _Paradiso
perduto_!); — la ripresa e continuazione del carteggio con vigore e
genialità giovanile sino agli ultimi giorni; — i disegni suoi, e il
conferir sugli altrui, per la pubblicazione di tutti i suoi scritti;
— la trasmissione e conferma, o diciam meglio la consacrazione, del
suo pensiero ne' giovani (e quali giovani! Evangelista Torricelli,
Vincenzio Viviani!), che vegliavano e scrivevano accanto a cotesto
letticciuolo di martirio. Insomma, nel supremo sfolgorare di quel gran
lume d'anima umana, par quasi che ella si sdoppi; rimanendo la parte
affettiva sotto il peso di que' dolori ineffabili, e la intellettuale
perdurando sino all'ultimo non alterata e non doma.

Forse il segreto di questo trionfo che in lui ebbe sulla umana la
particella nostra divina, è nelle memorabili parole, che ad uno de'
nobili spiriti adoperatosi inutilmente a mitigargli i rigori della
condanna, con severa rassegnazione e con alterezza degna scriveva:
“Non spero sollevamento alcuno; e questo, perchè non ho commesso
delitto nessuno.... Sopra uno innocentemente condannato conviene, per
coperta d'avere operato giuridicamente, mantenere il rigore.... Due
conforti mi assistono perpetuamente: non aver mai declinato dalla
pietà e dalla reverenza alla Chiesa; e la mia propria coscienza,
da me solo pienamente conosciuta in terra, e in cielo da Dio.„ E
ad un altro: “La rabbia de' miei potentissimi persecutori si va
continuamente inasprendo: i quali finalmente hanno voluto per sè stessi
manifestarmisi„: e ciò (prosegue) mediante le parole di un matematico
del Collegio Romano, il quale aveva dichiarato, che “s'egli si avesse
saputo mantenere l'affetto dei Padri di questo Collegio, nulla sarebbe
stato delle sue disgrazie, e avrebbe potuto scrivere ad arbitrio suo
così del moto della Terra come d'ogni altra materia. — Sì che non è
questa nè quella opinione quello che mi ha fatto e mi fa la guerra, ma
l'essere in disgrazia de' Gesuiti.„

Morì perdonando. Una lettera al fido Castelli, che incomincia da
filosofo “Il dubitare in filosofia è padre dell'invenzione, facendo
strada allo scoprimento del vero„, finisce da cristiano: “Gli ricordo
il continuare le orazioni appresso il Dio di misericordia e d'amore,
per l'estirpazione di quelli odii intestini, de' miei maligni infelici
persecutori.„ Così la benedizione di papa Urbano, che l'8 gennaio
del 1642 si posava sul suo capezzale, nel carcere di Arcetri, vi
trovò consumato il sacrifizio della vittima, intatta la coscienza del
pensatore, non un sentimento di rancore nè d'odio.

Nel dicembre di quel medesimo anno nasceva il Newton, che sarà l'autore
dei _Principii matematici di filosofia naturale_. Dei grandi sacerdoti
dell'umanità, l'uno consegna all'altro, di secolo in secolo, la lampada
inestinguibile: _lampada tradunt!_


X.

I funerali e la tumulazione di Galileo furono celebrati novantacinque
anni dopo la morte: perchè la degna onoranza, alla quale subito si era
profferto il fiore degli ingegni e de' cuori di Firenze, fu impedita,
presso il debole Principe, dalla parola del Papa, di papa Urbano VIII
sempre, che ricordò Galileo esser morto condannato dall'Inquisizione
e durante la pena. Tentatosi di negargli financo la sepoltura
ecclesiastica, Santa Croce, dov'eran le tombe de' suoi, e nel cui
monastero sedeva l'Inquisizione, non fu permesso gli offrisse se non un
oscuro angolo, fuori, si può dir, della chiesa, in uno stanzino annesso
alla cappella del Noviziato, dove qualche anno appresso la pietà d'un
buon francescano osò porgli un ricordo. Passati i novantacinque anni
che ho detto, nel 1737, mutata di Medicea in Lorenese la dinastia, e
nel secolo che doveva fra breve vedere la soppressione de' Gesuiti, gli
avanzi suoi e del suo più figliuolo che discepolo Vincenzio Viviani,
che aveva voluto esser sepolto con lui, e lasciato agli eredi l'obbligo
di un monumento al Maestro, furono trasportati condegnamente al loro
proprio luogo. Come al trasferimento di Michelangelo, così a questo
di Galileo, nella medesima Santa Croce, destinata tempio della gloria
italiana, partecipava, ne' suoi migliori intelletti, la cittadinanza:
ma quale abisso, di quanto maggiore spazio che del tempo numericamente
intercesso, si frappone tra que' due secoli, il XVI e il XVIII! Di là,
l'ingegno italiano, non ancora dalla servitù mortificato, che percorsa
fra gli splendori dell'arte una curva sempre più alto ascendente, ha
improntato del suo stampo la civiltà del mondo. Di qua, una discesa
cupa e rovinosa, dove la brutal forza de' pochi, abusato il cieco e
oblioso assentimento de' molti, ha trascinato e compresso, sempre più
giù, sempre più giù, con la libertà le coscienze, con la ispirazione
gl'ingegni. Ma disotto a quelle rovine, ribelle indomita, fra le catene
non mai ribadite vittoriosamente, per entro alla cenere de' roghi
vivificatrice, si agita la scienza: e per virtù di lei risorgeranno
l'ingegno, le coscienze, la libertà.

E allora, non che il dovuto sepolcro, ma a Galileo, presso la reggia
che fu de' suoi Medici, sorgerà, tempio suo e della Scienza, la Tribuna
che s'intitolerà dal suo nome: nel suo nome, sul compirsi del secondo
secolo dalla morte, converrà in quella Tribuna, dinanzi alla sua statua
e alle effigie de' suoi discepoli e continuatori, il terzo di quei
Congressi, per la cui opera il fato provvidenziale d'Italia, dalle
prigioni e dai patiboli, penetrava nelle aule de' sovrani e de' dotti:
e del raccogliere splendidamente le carte galileiane, e del promuoverne
e patrocinarne la pubblicazione, l'ultimo dei Granduchi farà gloria
al principato civile. Ma quanto più caro, noi lo sentiamo, quanto più
caro alla tua ombra placata, o padre della scienza italiana, quanto più
degno e della scienza e della patria, che il tuo pensiero abbia oggi
l'omaggio del culto nazionale nella Edizione (così ella risponda alla
grandezza dell'assunto!) nella Edizione delle tue opere che porta in
fronte, col tuo, il santo nome d'Italia, scrittovi, e scritto in Roma,
dalla mano auspicatrice del Re d'Italia!



GIAMBATTISTA MARINI

(1569-1625)


                               CONFERENZA
                                   DI
                            ENRICO PANZACCHI

Conferenza tratta dal resoconto stenografico


I.

  _Signori! Signore!_

In una calda giornata del giugno 1624, il cavalier Giambattista Marino
tornava a Napoli, dove era nato nel 1569, e donde era stato lontano
molti anni, dimorando molto a Roma e moltissimo in Francia. Ritornava,
come suol dirsi, carico di lauri e alla guisa di un trionfatore
antico. Ma la forma del suo trionfo era oltre ogni dire spettacolosa e
bizzarra.

Fra tanto popolo, egli, sgraziato cavaliere, solo a cavallo. Dintorno
a lui, dai lazzaroni ai gentiluomini, tutti facevano calca gridando
evviva e tenendo il capo scoperto sotto quel sole cocentissimo. Avanti
al corteggio era spiegata una gran bandiera su cui si leggevano in
caratteri d'oro queste parole a foggia di epigrafe: _Al nome del
cavaliere Giovan Battista Marino, mare di incomparabile dottrina, di
feconda eloquenza, di faconda erudizione, anima della poesia, spirito
delle cetere, norma dei poeti, scopo delle penne, materia degli
inchiostri, facondissimo, fecondissimo, tesoro dei preziosi concetti,
delle peregrine invenzioni, felice fenice dei letterati, miracolo
degli ingegni, splendor delle Muse, decoro della letteratura, gloria
di Napoli, degli oziosi cigni principe meritissimo, dell'italica
musa Apollo non favoloso, dalla cui gloriosa penna il poema ritrova i
proprî pregi, l'orazione i naturali colori, il vero la vera armonia,
la poesia il perfetto artifizio, ammirato dai dotti, onorato dai regi,
acclamato dal mondo, celebrato dalle cose. In questi pochi inchiostri,
picciol tributo di povero rivolo, Donato Facciuti, meritamente dona e
consacra._

L'epigrafe è un po' lunga, ma mi pare che serva a metterci, come suol
dirsi, nell'ambiente. In sostanza il Marino era il più celebre poeta
che vivesse allora nel mondo.

Ricordiamoci che allora viveva anche in Inghilterra un certo Guglielmo
Shakespeare. Ma chi l'aveva mai sentito solamente nominare dalle
nostre parti? Bisognava che trascorressero molti e molti anni perchè
Shakespeare avesse almeno una sinistra reputazione, quando il signor di
Voltaire lo ebbe chiamato _un barbaro ubriaco_.

Il Marino, ho detto, era unanimemente riconosciuto per il primo poeta
del mondo. Claudio Achillini, bolognese, uno dei suoi più celebri
imitatori, gli scriveva, quando era in Francia: “Nella più pura parte
dell'anima, mi sta viva questa opinione che voi siete il maggiore poeta
tra quanti ne nascessero o fra i latini, o fra i greci, o fra i caldei,
o fra gli ebrei. Questa affermazione difendo e professo colla lingua
qualora ne parlo, e colla penna quando ne scrivo. Le api pandee non
sanno stillare favi più dolci di quelli che si fabbricano nella vostra
bocca, e la vostra fama poetica non sa volare con altre penne che
colle vostre.„ E un degno collega dell'Achillini, anch'esso di Bologna,
anch'esso scrittore celebratissimo, Girolamo Preti, gli scriveva: “Col
vostro ingegno voi avete sorpassato tutti gli scrittori non solamente
di questa, ma anche dell'età antica, i quali scrittori dell'età antica
(così soglio dire sempre) se vedere potessero gli scritti del signor
Marino, io mi fo a credere che gli scritti loro tanto meno piacerebbero
a loro stessi, quanto più piacevano al loro secolo....„ E di questo
gran concetto del Marino erano partecipi e facevano ad esso eco fedele
i letterati più insigni delle altre nazioni. E mi basterà citarne uno
solo, il Lopez De-Vega, il più gran poeta spagnuolo di quel secolo,
il quale in frequenti passi ha del Marino lodi sperticate, che possono
riassumersi in questo suo distico:

    Joan Battista Marino es sol del Tasso,
    Si bien che el Tasso lo servio de aurora.

E di questa fama ora dal tempo molto sfrondata, riman pure qualche
cosa, o signore! Rimane non solamente nei libri delle storie
letterarie, ma anche là dove il sopravvivere dell'opera sembra che sia
un infallibile segno di grandezza. Girando per la vostra Toscana, forse
non troverete più dei contadini che ricordino le terzine della Divina
Commedia; e per la Laguna veneta i gondolieri hanno ormai dimenticate
le ottave che celebrano i dolori di Erminia e gli amori di Clorinda; ma
in qualunque regione d'Italia, penetrando nelle umili classi popolari e
massime delle campagne, voi facilmente troverete ancora un poemetto di
Giovanni Battista Marini, _La strage degli Innocenti_. Per tutte queste
ragioni, il trattare di Giovanni Battista Marini parve conveniente
a voi quando decideste i temi delle conferenze di quest'anno; ed io,
onorato dell'incarico di parlarvene, cercherò di corrispondere come
meglio potrò alla fiducia dimostratami, non tralasciando di ricordarvi
che è un grande ausiliare di chi parla l'essere animato d'entusiasmo
per il proprio argomento. Entusiasmo, ve lo confesso avanti, per il mio
soggetto io proprio non ne ho! Mi sta dinanzi un clamoroso e complicato
fenomeno letterario; ed io mi propongo di descriverlo in brevi tratti
nelle sue origini e nelle sue fasi, lasciando naturalmente a voi il
giudizio del come io l'avrò trattato.

Credo bene premettere che bisogna evitare delle confusioni molto
dannose in questo argomento. Da alcuni si adoperano con molta facilità,
alla rinfusa, i vocaboli _seicento_, _seicentismo_, _marinismo_. Il
confondere i significati di questi vocaboli, è di grande ingiuria alla
realtà dei fatti.

Il _Seicento_ è ben altra cosa del _seicentismo_; o, se volete, il
seicentismo non è che degenerazione del seicento, il quale ha lasciato
le sue pagine gloriose nella storia d'Italia. Il Cinquecento instaurò
nel mondo latino l'intuito, il sentimento del reale, sgombrandolo
dalle nebbie del Medio Evo. Ora a questo sentimento, vivo ma sempre un
po' vago e indeterminato, il Seicento fece seguire la dimostrazione
sperimentale; e questo basterebbe per la gloria di un secolo. A
rappresentare poi questa gloria basterà ricordare Galileo Galilei e
l'Accademia del Cimento.

Anche nell'arte figurativa il Seicento ha glorie insigni. Fu esso
un secolo di generosi contrasti, di sforzi erculei per rattenere
nella china fatale le arti che precipitavano. E in questo contrasto
le arti erano rappresentate da uomini di grande ingegno e di
fortissimo sentire, come il Bernini, il Domenichino, Guido Reni
ed altri. Da questo contrasto uscì fuori una nuova forma d'arte
italica che intimamente corrisponde al periodo tragico; una conquista
importantissima, che, nella loro artistica serenità, i secoli anteriori
non si erano curati di afferrare.

Rimane dunque a parlare del seicentismo letterario; e anche qui, per
avere un'idea esatta, bisogna allargare i confini geografici. Non è
vero che il seicentismo fosse fenomeno prettamente italiano. Tutte le
nazioni ebbero in quel tempo il loro Seicento. Lo ebbero gli Spagnuoli,
col nome di _gongorismo_; lo ebbero gl'inglesi col nome di _eufuismo_;
lo ebbero i Francesi col nome di _preziosismo_. E quando, per esempio,
Filarete Chasles ci dice che il cavalier Marino andò a fare scuola a
Parigi chiamatovi dal maresciallo D'Ancre e protettovi da Maria de'
Medici, dice una cosa grandemente inesatta. Bisognerebbe anzi invertire
i termini del fatto. Fu la gran consonanza fra il gusto del Marino e i
gusti prevalenti già da tempo in Francia, che determinò la chiamata del
poeta e causò il suo incredibile trionfo. L'_Hôtel Rambouillet_ era già
pieno da un pezzo dei suoi _preziosi_ e delle sue _preziose_; ed essi
pendevano dalle labbra dell'autore dell'_Adone_ appunto perchè nelle
sue metafore e ne' suoi “concetti„ sentivano quello che era accetto al
gusto loro e lusingava le loro più vive predilezioni. Potremo anzi dire
di più; e cioè che il Marino stesso (e questo lo si rileva leggendo con
ordine cronologico parecchi dei suoi componimenti più importanti) che
il Marino stesso attinse dalle preziosità francesi degli elementi nuovi
che al focoso napoletano prima erano sfuggiti. È vero che il Cottin
e il Voiture e il De Portes e Balzac e gli altri presero da lui senza
dubbio; ma se presero dal Marino, qualche cosa anche a lui dettero; e
tanto dettero che il Marino, ci ritornò di Francia non solamente come
autore delle sperticate metafore e delle smisurate fantasie, ma anche
come il poeta di certi vezzi e di certe raffinatezze, che hanno la loro
origine nella mente e nel gusto della Francia di quel tempo; tutto un
edificio letterario di pessimo gusto, che doveva poi esser assalito
dall'umorismo potente di Molière e dagli anatemi del Boileau.

Questo dunque bisogna mettere in chiaro. Il _seicentismo_ non fu un
malanno esclusivo di noi altri Italiani; fu invece una specie di lebbra
universale, che invase le letterature europee di quel tempo.

Quale l'origine di questo male comune? Io credo che esso debba
considerarsi come una mala conseguenza dell'umanismo, pigliato, ben
inteso, non nella sua pura e gagliarda essenza, ma nella sua parte
caduca e facilmente degenerativa. Orazio ha detto una sentenza feconda
di grandissimi significati: _facile est inventis addere_. Ora il
dare ad un popolo una letteratura che non nasca tutta intera dalle
sue viscere, che non sia tutta inspirata dalle condizioni vive e
presenti dell'epoca, ma che sia formata per la più parte di splendidi
e seducenti ricordi, lascia nell'organismo di questo popolo delle
facoltà latenti ed inerti, che poi pel vizio stesso dell'inerzia
sono tratte o ad intorpidirsi o a sovvraeccitarsi. Da questo doppio
difetto nacquero e la rinuncia ad ogni bella e vigorosa iniziativa e
un fatuo e sregolato amore di novità. Condotti da questi due istinti
viziosi, i poeti si dettero con predilezione a lavorare le materie già
loro somministrate dall'antico; poi, come non si può sempre ripetere
quello che è stato detto, ma bisogna qualche cosa aggiungere, divenne
inevitabile che essi, aggiungendo, guastassero. Per cui a poco a
poco si formò un fenomeno semplicissimo e naturalissimo; che cioè
l'artista si venne a mano a mano obliando nell'opera sua, facendo a
sè stesso spettacolo dilettoso del proprio artifizio. Ed una volta
messo su questa strada, si lasciò andare a una specie di degenerazione
inavvertita e istintiva. Aggiungete che a questa degenerazione si
aggiunse lo stimolo potentissimo dell'emulazione, perchè se uno passava
di una linea il giusto segno, l'altro doveva passarlo di due. Pur
troppo è con l'aumento e con l'incremento materiale delle proporzioni
e dei colori che l'opera d'arte riesce a richiamare l'attenzione del
grosso pubblico!

Però non è da meravigliarsi se tutte le nazioni moderne, le quali, per
l'esempio e per l'impulso dell'Italia, hanno ricominciato a rivivere
nel culto e nell'imitazione di letterature morte, hanno tutte preso la
medesima china e se il seicentismo fu un guaio comune.

Credete poi che frugando un po' attentamente entro la letteratura del
Medio Evo, non ritrovereste nei residui della bassa latinità, degli
eccessivi e puerili artifici ricorrenti ad ogni piè sospinto? Massime
gli scritti puramente mistici sono pieni di ogni fatta di manierismi;
e a tradurli in italiano ci parrebbe di essere già da un pezzo in
pieno Seicento. Lasciamo da parte le preziosità latine eredità dei
provenzali, e certe ricercatezze a cui non seppe sfuggire nemmeno
il genio austero di Dante Alighieri. Lasciamo da parte i giochetti a
cui si lasciò tanto volentieri andare il Petrarca sul nome di Laura,
e certi contrasti che fanno parer lui, piuttosto che il principe dei
poeti amorosi italiani, l'ultimo arrivato dei trovatori provenzali. Ma
fermiamoci a contemplare un aspetto solo dell'arte del dire, quello che
più si presta ai ragguagli ed ai confronti istruttivi: il sentimento
della natura. Voi vedete come il sentimento della natura nei nostri
poeti del Trecento è, in generale, schietto ed efficace. Dante con una
terzina ha la potenza di rendervi un paesaggio in termini così sobrii e
insieme così rilevati che la fantasia e il gusto non domandano di più.
Ma come venite al quattrocento, ecco che già il manierismo comincia a
far capolino. Il Poliziano, per esempio, l'adorabile nostro Poliziano,
non vorremo noi dire che qualche volta si lascia andare alle vaghezze
d'un artificio troppo palese?

    Trema la mammoletta verginella
    Con occhi bassi, onesta e vergognosa,
    Ma vie più lieta, più ridente e bella
    Ardisce aprire il seno al sol la rosa.
    Questo di verde gemme s'incappella;
    Quella si mostra allo sportel vezzosa,
    L'altra che in dolce fuoco ardea pur ora,
    Languida cade e il bel pratello infiora.

    ... L'alba nutrica d'amoroso nembo
    Gialle, sanguigne e candide viole;
    Descritto ha il suo dolor Giacinto in grembo;
    Narciso al rio si specchia come suole;
    In bianca vesta con purpureo lembo
    Si gira Clizia pallidetta al sole;
    Adon rinfresca a Venere il suo pianto;
    Tre lingue mostra Croco, e ride Acanto.

Adorabili ottave! ma un principio artifizioso, qua e là, sarebbe
impossibile dissimularlo. E quella tanto decantata ottava dell'Ariosto
intorno alla rosa, chi negherà che non abbia qualche cosa di
eccessivo, quando dice che a questo fiore la terra e il cielo e il sole
s'inchinano? Troppo grande atteggiamento dell'Universo intorno a così
piccolo oggetto!

Ebbene, a questi accenni e a questi spunti si attaccarono con una
specie di furia tutti gl'ingegni minori. E noi in pieno Quattrocento
abbiamo un vero e proprio seicentismo, tanto che il mio maestro e
amico, vanto non bugiardo dell'erudizione e della critica italiana,
Alessandro d'Ancona, descrivendoci le rime del Cariteo, del
Tribaldeo, dell'Alunno, di Serafino Aquilano, del Sessa, del Notturno,
dell'Altissimo ed altri poeti minori di quell'epoca, non fa altro che
venire su bel bello passando dai loro sonetti a quelli dell'Achillini
e del Marini. Questa esposizione ci mostra che il trapasso riuscì
nella storia agevolissimo; anzi parecchie volte si rimane in forse
se, nel confronto, i meno seicentisti non debbono considerarsi il
Marini e l'Achillini. Naturalmente poi nel suo ascendere questa
artificiosità arriva ad un punto che sa di mostruoso e di grottesco.
E per darvi un'idea di questa specie di vertice sciagurato a cui si
potè arrivare, non faccio che prendere alcune ottave del nostro Marino
attorno alla rosa e vi consiglio di ascoltarle avendo presente l'ottava
dell'Ariosto.

    Rosa, riso d'amor del ciel fattura,
    Rosa dal sangue mio fatta vermiglia
    Pregio del mondo e fregio di natura,
    De la terra e del sol vergine figlia,
    D'ogni ninfa e pastor delizia e cura
    Onor de l'odorifera famiglia,
    Tu tien d'ogni beltà le palme prime,
    Sopra il volgo de' fior donna sublime.
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Porpora dei giardin, pompa dei prati,
    Gemma di primavera, occhio d'aprile.
    Di te le Grazie e gli Amoretti alati
    Son ghirlanda alle chiome, al sen monile.
    Tu, qualor torna agli alimenti usati
    Ape leggiadra o zeffiro gentile,
    Dai lor da bere in tazze di rubini
    Rugiadosi licori e cristallini.
    . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Non superbisca ambizïoso il Sole
    Di trionfar fra le minori stelle,
    Che ancor tu fra i ligustri e le vïole
    Scopri le pompe tue superbe e belle.
    Tu sei con tue bellezze uniche e sole
    Splendor di queste piagge, egli di quelle;
    Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
    Tu sole in terra, egli rosa in cielo!

Vedete a che punto, salendo di grado in grado, può arrivare
l'artificiosità. Un altro esempio, perchè io credo che valga meglio
valersi degli esempi anzichè procedere per elaborate dimostrazioni
teoriche, lo abbiamo in un altro argomento anche più attraente, molto
trattato dalla letteratura italiana: il bacio.

Dante Alighieri scolpì e condensò tutta la poesia del bacio con un
verso solo:

    La bocca mi baciò tutto tremante.

Quante perifrasi, quanti allungamenti e aggiunte dal manierismo poetico
a quel tocco rapido e potente in cui sentiamo tutte le suggestioni
del dramma d'amore! Ora andate a leggere (preferisco, o signore, che
leggiate voi) come sottilmente teorizzi e pindarizzi sul bacio uno dei
poeti più cari alla propria generazione e che mantenne fino a noi una
meritata fama, voglio dire G. B. Guarini, Fautore del _Pastor Fido_,
l'emulo di Torquato Tasso nella poesia nell'idillio campestre:

    Quello è morto bacio a cui
    La baciata beltà bacio non rende......

E tutta quella melliflua onda di baci si chiude col distico di cadenza:

    E son come d'amor baci baciati,
    Gl'incontri di due cori innamorati.


II.

Contro tutto questo esagerare e sconfinare dell'artificio in Italia,
non esisteva un argine sicuro. L'umanismo per sè stesso era stato un
forte coefficente di vita italiana, anzi l'aveva eretta e rialzata a
più nobili ideali; ma questo accadde soltanto fino che perdurarono in
Italia certe date condizioni. Ma pur troppo la vita italiana, voi lo
sapete, decadde miseramente per tante cause che sarebbe fuori di luogo
qui l'enumerare. La vita italiana si venne rapidamente fatturando e
artificiando oltre ogni dire in tutti i suoi elementi. Se voi esaminate
tutti gli strati di questa vita, voi vedrete perchè la cultura dovesse
diventare inevitabilmente un futile fine a sè stessa. L'Italia mancò
al proprio destino, mentre altre Nazioni lo raggiungevano; e avvenne
che tutte le forze residuali di questo grande organismo, invece di
esercitarsi ed effondersi nel bene, si ripiegarono sopra loro stesse,
e in qualche guisa scambievolmente si macerarono e si corruppero.
In tutti gli strati della vita italiana, voi vedete l'artificio e la
falsità. Mancò il gran tentativo del rifacimento religioso, o riuscì
solamente in parte. Mancò in tutto e per tutto il nobile sforzo
balenato a qualche mente generosa della ricostituzione politica; e
noi rimanemmo un paese che non poteva più bastare a sè stesso, perchè
non aveva più un avvenire. Ed è doloroso insieme e curioso il vedere
come, più noi penetriamo nella essenza della vita italiana d'allora,
più risaltano l'artificio e la corruttela che prende il posto del
suo sano e spontaneo svolgimento. Bisogna rifarsi da gli usi della
casa, principiando dalla cucina, dove la droga e il pigmento portano
una specie di guerra micidiale agli stomachi. Certe morti celebri e
poeticamente immaginate (o miseria!) non sono altro che delle morti
di indigestioni. Chi oserà più scrivere romanzi e tragedie pietose
sul fato di Bianca Capello e di Ferdinanda de' Medici? Poi andate su
su per tutte le forme esteriori della vita e sempre e da per tutto si
affaccia il medesimo fenomeno sconsolante. Un povero principe di Casa
d'Este voleva che i suoi figliuoli intraprendessero un viaggio per
l'Italia; dovette rinunziarvi perchè non si riuscì mai a combinar bene
le precedenze nel passo degli usi fra lui e i Principi delle altre Case
d'Italia!

A questa vita affatturata, ammanierata e finta, doveva corrispondere
una falsa poesia, perchè la poesia, non bisogna mai dimenticarlo, è
il riflesso ingenuo, spontaneo delle condizioni morali di un popolo.
Questa poesia che non aveva più grandi ideali da cantare, dovette
profondere i suoi tesori di melodia e di immagini intorno alle
frivolezze; e più l'argomento era frivolo e più bisognava che il
tono si alzasse, e le immagini si gonfiassero, e i sentimenti fossero
manifestati con goffa ostentazione. Mancato lo scopo civile e lo scopo
religioso; ossia tenuti in basso luogo l'uno e l'altro; subordinati i
grandi e serî uffici della vita alle pompose esteriorità, anche l'arte,
anche la poesia dovevano risentirne; e a tutti gli altri ideali doveva
essere preferito quello della sorpresa; e a preferenza di tutti gli
altri effetti, doveva esserne ricercato uno solo, _lo stupore_.

La poesia del Seicento non è che una continua ricerca di questo unico
intento: _lo stupore_. Il Marino, a buon dritto, fu salutato il grande
poeta dell'epoca, appunto perchè egli diede insieme la poesia e la
poetica del suo tempo.

    È del poeta il fin la meraviglia.
    Chi non sa far stupir, vada alla striglia.

E fedele a questa sua massima, voi lo vedrete sempre tormentare ed
agitare il suo ingegno di poeta nato (perchè sarebbe ingiustizia grande
il negare che il Marino fosse poeta nato), lo vedrete arrovellarsi
a pungere e a sovreccitare tutte le sue facoltà preziose per non
raggiungere che questa esteriorità: _lo stupore_; per contentare
sempre e solo questa facoltà di secondo ordine: _lo stupore_. Perchè,
bisogna riconoscerlo, o signore, la meraviglia, lo stupore se non
s'accompagnano ad un grande e nobile sentimento, per sè stesse hanno
qualche cosa di puerile e di frivolo, e si confondono facilmente
colla curiosità prevalente nelle donnicciuole e nei bambini. Si tratta
insomma di una facoltà umana di second'ordine; e ben a ragione Dante
ebbe a dire che lo stupore “negli alti cor tosto s'attuta.„

E per raggiungere lo stupore, quali i mezzi? I mezzi furono molti
e furono molto ingegnosamente usati; ma prevalsero i così detti
_concetti_. Che cos'è il concetto, poeticamente parlando? Ecco:
una delle grandi magie della tavolozza poetica è il traslato. Ma il
traslato ha in sè stesso una vivacità esauriente, come quello che
rampolla nella nostra fantasia momentaneamente eccitata per l'effetto
di qualche oggetto esteriore o interiore che ci colpisca. Bisogna
dunque che il traslato abbia come una limitazione e una ragion d'essere
fuori di sè stesso. Se per il contrario noi prendiamo il traslato come
punto di partenza e come fine; se moviamo da esso per procedere alla
conquista d'un traslato ulteriore, si forma un soverchio, che ingombra
la nostra fantasia e offende il nostro gusto. La immagine invocata
opportunamente dall'artista per abbellire e dar rilievo all'oggetto
si converte in una specie di miraggio perturbatore, il quale,
frapponendosi fra la mente e l'oggetto, induce effetto contrario.

Permettetemi un esempio usuale. Se io di un bel praticello di
aprile dico che esso è “ridente„ adopro un traslato che corrisponde
perfettamente al caso mio, perchè appunto si collega con quella
vivacità di emozione che la cosa ha risvegliato in me. Ma se,
attaccandomi a questo traslato, ne adopro un altro e dico che i
fiorellini bianchi del prato sono i denti e i fiorellini rossi sono
le labbra manifestanti quel sorriso, ecco che do in una goffaggine che
abbuia e distrugge l'effetto per cui ho adoprato la prima metafora.

Orbene di queste goffaggini fecero la loro delizia e il loro vanto
continuo i poeti seicentisti; ed a tutti loro andò di sopra per
ardimento, per audacia, per maliziosa abilità tecnica Giovan Battista
Marini.

Alle volte si tratta di semplici allitterazioni, di puerili giuochi di
parole:

    La vite, onde la vita è sostenuta,
    D'ogni calamità fia calamita.

Oppure:

    Se il crine è un Tago e son due soli i lumi,
    Non vide mai più bel prodigio il cielo,
    Bagnar coi soli ed asciugar coi fiumi.

E qui non c'è solo giuoco di parole, ma c'è appunto quella
sovrapposizione e quell'amalgama di più traslati a cui accennavo più
sopra, che distrugge tutta la vaghezza della prima immagine.

Ma il Marino non effuse tutta quanta la sua potenza di poeta nel
giuoco lirico dei concetti. Egli ambì di trattare i diversi soggetti
poetici cogli espedienti dell'arte sua, in modo da potersi cimentare
coi poeti più insigni che lo avevano preceduto. E qui egli manifestò,
ottenendo un infelice primato sovra i suoi contemporanei, la mancanza
di ogni misura, dandoci nel modo più rilevato il secondo carattere del
Seicento; voglio dire, oltre l'artificiosità, l'intemperanza.

Confuse lo sfarzo colla forza; confuse l'abbondanza tumultuaria colla
ricchezza vera. Il dire una cosa venti, trenta volte, parve a lui vanto
migliore che il dirla una volta sola sobriamente ed efficacemente.

Non si stanca mai di amplificare, di gonfiare, di esagerare. E quando è
arrivato al vertice della sua infelice piramide, come quel re Salmonèo
che voleva imitare Giove, lampeggia e tuona a tutto andare. Ma se
guardate bene per entro al bagliore e al fumo, troverete un concettino
che mette il burlesco accanto all'elefantesco, accanto al mostruoso il
puerile.

Questo il Marinismo ne' suoi punti più decisivi e più caratteristici.
Riprendiamo gli esempi. A dare un'idea del grandioso i veri poeti
dell'antichità ci avevano avvezzato con tocchi rapidi ed efficacissimi.

Ricordatevi Dante che ci mette davanti vivo e scolpito un gigante
smisurato:

    E com'albero di nave si levò;

oppure ci fa vedere la statura orrenda e gigantesca di Lucifero con due
versi:

    E più che ad un gigante io mi convegno
    Che un gigante non fan colle sue braccia.

Il Marino si accinge ad emulare questa potenza di rappresentazione
e si illude di riuscirvi, profondendo a piene mani gli epiteti più
significativi pigliati alla rinfusa da tutto ciò che può associarsi
all'idea di grandezza smisurata. Ecco una sua descrizione a proposito
d'Apollo che prostra il serpente Pitone:

    Già l'ingordo Piton, che avea pur dianzi
    Co' fiati ardenti e con gli acuti fischi
    Secche le selve, impoveriti i prati,
    Decisi i fiori e consumate l'erbe,
    E con la bocca e con la lingua immonda
    Distrutti i fonti ed asciugati i fiumi,
    Infetta l'acqua ed infamati i lidi,
    Con un bosco di strali in su la scorza
    Per man del biondo Dio giacea trafitto.
    E il superbo Cadavere che, ancora
    l'ali e la fronte orribilmente adorno
    D'aurate conche di purpuree creste
    E l'aspra coda e lo scoglioso tergo
    Tinta di nera e squallida verdura,
    La foresta cuopria di fiera pompa,
    Svolte le immense e smisurate spire
    Distesi gli orbi e rallentati i nodi,
    Sotto il suo vasto sen lo spaziò intero
    Occupato tenea di cento campi.

Il verso di Dante ci ha dato una pittura viva; i diciannove versi
del Marino ci danno una farraggine di particolari sconfinata ed
inverosimile, che lascia la nostra fantasia fredda e vuota.

E questa sua emulazione nei temi ove meglio prevalsero i grandi poeti
che lo avevano preceduto, è realmente un suo infelice proposito.
Infatti egli non tralascia nelle lettere che scrive agli amici di
vantarsi d'aver messo il piede dove l'avevano messo i poeti grandi suoi
predecessori, e di essersela cavata con molto onore! Per esempio, egli
scrive all'Achillini che è molto contento del suo idillio _L'Orfeo_,
e che gli pare di averlo trattato in guisa che egli non abbia a
scapitare, per quanti poeti, e sono tanti e così insigni, si possano
ricordare che hanno trattato il medesimo soggetto.

Alla mente qui subito si affaccia, come una ironica condanna, quel
gioiello d'ispirazione e di freschezza poetica che è l'_Orfeo_ del
Poliziano. Voi ricordate certo la semplicità melodica, l'effusione
passionata e schietta del lamento di Aristeo:

    Udite selve mie dolci parole
    Poichè la bella Ninfa udir non vuole!

    La bella Ninfa sorda al mio lamento
    Il suon di nostra fistola non cura;
    Però si lagna il mio cornuto armento
    Nè vuol bagnare il ceffo in acqua pura
    Nè toccar la tenera verdura,
    Tanto del suo pastor gl'incresce e duole.

Udite selve mie dolci parole Poichè la bella Ninfa udir non vuole!

Ebbene, al Marino pareva di aver fatto qualche cosa di meglio
dell'_Orfeo_ del Poliziano! Ed io vi darò per tutto saggio dello stile
alcuni versi nei quali descrive la fuga di Euridice. Euridice fugge
davanti al pastore Aristeo, che ha cercato invano di espugnare il
suo cuore con un interminabile e stucchevolissimo lamento. La bella
Ninfa per tutta risposta, si mette a fuggire e incontra la morte,
perchè, come sapete, trovò per istrada il serpente che la punse e la
mandò al di là delle acque di Lete dove lo sposo doveva poi andare a
riconquistarla. Ecco ora come il Marino descrive la fuga di Euridice:

    Facean le bionde trecce
    (Amorosi trofei de' bianchi ordegni)
    Lacerate, grondanti ai negri busti
    De le ruvide querce aurei monili;
    E volando d'intorno
    A quelle belle e lucide catene
    Vi restò prigionier più d'un augello....

Che ne dite, o signore, di questi capelli della Ninfa convertiti in un
paretaio?


III.

Però, dopo avere enumerati tanti difetti, non si può negare al Marino
di aver portato qualche cosa di suo e di buono nella poesia italiana;
ed è, a mio creder, una seducente musicalità, per cui fu detto che egli
deve considerarsi come il vero ispiratore di Pietro Metastasio, che
trovò poi modi e forme così confacenti allo svolgersi della melodia
italiana nel secolo passato. Veramente io questo particolare merito
al Marino non mi pare che con giustizia possa esser fatto. Maestri di
Metastasio furono piuttosto i greci e Torquato Tasso, della cui indole
tanto egli risentiva, della cui più sobria e più nitida musicalità
tanto hanno impronta i suoi versi, massime dove, lasciato il movimento
degli sciolti, si riassumono e si condensano in quelle eleganti
strofette, le quali così a ragione ci sorprendono per quella che il
poeta chiamava “la sua difficile facilità.„

Ad ogni modo nel poetare di Gian Battista Marini c'è veramente qualche
cosa di nuovo; c'è una gamma musicale che la poesia italiana può
vantare come una nuova conquista:

    Io chiamo te, per cui si volle e muove
    La più benigna e mansueta sfera,
    Santa madre d'amor figlia di Giove,
    Bella Dea d'Amatunta e di Citera
    Te la cui stella, onde ogni grazia piove,
    De la notte e del giorno è messaggera,
    Te lo cui raggio limpido e profondo
    Serena il cielo ed innamora il mondo.
    . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Dettami tu del giovinetto amato
    Le venture e le glorie alte e superbe;
    Qual teco in prima vissi, indi qual fato
    L'_estinse_ e _tinse_ del suo sangue l'erbe,
    E tu m'insegna del tuo cor piagato
    A dir le pene dolcemente acerbe,
    E le dolci parole e il dolce pianto;
    E tu de' cigni tuoi m'impetra il canto.

E tutta quella pròtasi del poema è veramente una magnifica sinfonia.
A quest'onda melodiosa il senso del lettore si lascia trascinare e
volentieri oblia.... Tante cose oblia!

Oblia per esempio la finezza più riposta, ma tanto più pregevole dei
variati e melodici atteggiamenti che i poeti avevano saputo indurre nei
loro versi. Non c'è più quella indefinita, varia, libera accentuazione
che tanto piace nei trecentisti e nei quattrocentisti. Si direbbe che
il Marino è come il precursore di certi musicisti superficiali del suo
paese, e che con un mezzo solo, al par di essi, egli vuol trascinare e
conquidere il sentimento del suo lettore.

Un altro pregio è certo la affettività, la esuberanza del sentimento
tutta meridionale che trabocca dall'animo del Marino, massime quando
descrive certi affetti e certe commozioni di un'indole, a dir vero,
non nobilissima. Talvolta egli ha realmente una foga di sensualità
che nessun poeta italiano aveva ancora raggiunto. E qui vi chiedo, o
signore, che mi crediate sulla parola anzichè indurmi a citarvi degli
esempi!

Dopo avere emulate le pagine soavissime, seducentissime del suo
conterraneo il Pantano che, per dir vero, aveva stracciato quasi
tutti i veli che cuoprivano l'amore, Giovan Battista Marini, volendo
mantenere il primato fra i poeti del suo tempo, non poteva mancare
ad un assunto, che era ancora, pur troppo, obbligatorio dinanzi
al pubblico italiano. Anch'egli, il poeta lirico che tutti i paesi
acclamavano ed invidiavano all'Italia, non si sentiva completo se non
impugnando l'epica tromba, dando all'Italia il suo poema epico.

Tutti già da tempo l'aspettavano. Ed egli lasciava dire promettendolo;
e di mano in mano faceva vedere con molta diplomazia qualche saggio
di quello che sarebbe stato il suo lavoro, enunciandolo come il
coronamento dell'edificio. E venne l'_Adone_. Ed è appunto in questo
poema, o signore, che appare manifesta la grande deficenza di questo
poeta; e la grande sproporzione che esistè fra la sua fortuna e il suo
merito.

La macchina dell'_Adone_ è tuttociò che si può pensare di più frivolo
e di più meschino. Tutto si riduce alle peripezie ed alle avventure
amorose della Dea del piacere col giovinetto figlio di Mirra. E
poichè da questo magro idillio non si poteva cavare un poema, se
non gonfiandolo ed imbottendolo in tutti i sensi, così la macchina
è ingrandita ed allargata introducendo le più strane e futili
immaginazioni che mai si possano escogitare dalla mente di un poeta
perdigiorni.

E non crediate che per questo il Marino declinasse da nessuna pretesa
degli epici suoi contemporanei e predecessori. Egli crede di aver
fatto un vero poema epico in tutta la serietà della sostanza e
con tutte le grazie della forma. A nulla egli rinuncia; nemmeno al
concetto dell'allegoria. Voi sapete che al Tasso, fatta la _Gerusalemme
Liberata_, i suoi critici dicevano: non c'è poema epico perfetto, se
non ha la sua allegoria, che dia ragione dell'insieme e di tutte le
sue parti. Dov'è la allegoria della _Gerusalemme_? E il povero Torquato
dovette stillarsi il cervello e contentarli!

Al suo poema il Marino diede dunque un'allegoria; e la diede
eminentemente morale. Ci voleva davvero tutta quanta la sua
sfacciataggine! Il poema è tessuto di scene tutt'altro che eccellenti
per morale austerità, come potete immaginare; ma egli sa così bene trar
partito dalla disinvoltura del suo ingegno che riesce a cavar fuori
delle formule morali da quel soggetto.

Per esempio, al canto VIII vi descrive le più intime scene d'amore tra
i due eroi del poema. Immaginate voi di che possa trattarsi. Ebbene:
anche il canto VIII ha in testa la sua brava allegoria, così spiegata
dal Marino:

   Il Piacere, che nel giardino del Tatto sta in compagnia della
   Licenza, allude alla scellerata opinione di coloro che danno al
   Senso una indebita signoria sulla Ragione.

Il che ci fa pensare a quel gesuitismo artistico tanto di moda a quel
tempo, in virtù del quale si dipingevano, per esempio, delle Veneri
licenziosette anzi che no e poi, messoci accanto un teschio di morto,
si facevano passare per Maddalene pentite e penitenti. A che non
s'arriva sottilizzando e distinguendo? Ricordiamoci di quel frate che
trovandosi di venerdì con avanti un cappone arrosto sclamava: _baptipzo
te carpam_! E battezzatolo per pesce se lo mangiava con la coscienza
tranquilla.

Il fatto è che viene un senso di profondo dolore a pensare come la
materia epica, così nobilmente materiata di spiriti cavallereschi
dall'anima di Torquato Tasso, potesse cadere tanto in basso. Veramente
fa pena il doverlo dire, ma bisogna pur dirlo. Ogni paese, ha il poema
che si merita; e se l'_Adone_ è il poema delle classi colte dalla
società italiana del Seicento, è forza convincersi che queste classi
erano troppo scadute e meritavano e doveano aspettarsi ogni peggior
castigo.

Vi basti sapere, o signore, che quest'eroe, di cui nella protasi il
poeta si propone di cantare le gesta “alte e superbe„ in sostanza non
ha che due sentimenti che in lui prevalgono: la cupidità e la paura.

La paura di Adone è descritta dal Marino con termini che fanno stupore
veramente, perchè non si intende come mai il poeta non abbia avuto
l'accorgimento di dissimularla per quel naturale e pietoso amore che
doveva professare al proprio eroe.

Sopraggiunge Marte geloso. Sentite come l'eroe s'atteggia dinanzi al
suo rivale, sotto gli occhi della donna amata.

    Pallido più che marmo, è freddo e muto
    Mentre ch'apre le braccia e parlar vuole,
    In quella guisa che talor, veduto
    Dalla lupa del bosco il pastor suole!

    Ed è sì oppresso dal dolor che l'ange
    Che al pianto della Dea punto non piange!

Miserabile vigliacco! Vi ricordate in Omero Paride sfuggito al telo
d'Aiace e piangente al cospetto di Elena? Ma Paride è un vero eroe di
fronte a questo Adone che non sa che piagnucolare all'appressarsi del
suo rivale; ed è tanto preoccupato della sua paura che nemmeno lo tocca
il pianto della Dea che egli ama!

Vi ripeto: se il poema _Adone_ dovesse essere simbolo dell'Italia del
proprio tempo, bisognerebbe spiegare un altro grande miracolo; cioè
come un popolo caduto così in basso abbia potuto trovare delle vie
recondite e meravigliose per rialzarsi.

Fatto è, o signore, che l'Italia si rialzò dal suo grande decadimento
politico, morale ed artistico. Come questo sia avvenuto non è assunto
mio il dimostrare. Il miracolo avvenne; e noi dobbiamo compiacerci
che sia avvenuto, e tanto più quanto la nostra caduta era stata più
miserevole e profonda.

La poesia apparve rinvigorita dalla cultura dell'umanesimo, quando
dietro ad esso vi era il nerbo di una vita forte nazionale consapevole
di sè e degna di un grande avvenire. La poesia mancò completamente a sè
stessa quando non rimasero avanti a lei che dei modelli freddi, non più
animati dai forti spiriti di una vita attuale.

Noi avevamo profusi i tesori della nostra vita arricchendone
le altre nazioni; avevamo comunicate ad esse tutte le forze del
nostro risorgimento; e quella che seguì al di là delle Alpi fu una
resurrezione in molta parte aiutata dall'opera degl'Italiani. Ma le
altri nazioni, accanto e sotto alle spoglie del vecchio umanismo,
sentivano vigoreggiare una giovane vita, e seppero innestare
gagliardamente il nuovo sull'antico.

La Spagna, l'Inghilterra, la Francia, ebbero la loro vita nuova.
Noi, pur troppo, l'avevamo avuta. Nessuna meraviglia quindi che delle
fiorenti letterature sorgessero in quei paesi; e la nostra declinasse e
quasi si spegnesse. Ma quelle nazioni non dovevano troppo inorgoglirsi
e non dovevano dimenticare l'Italia. Noi avevamo dato, per così dire,
l'olio della nostra lampada per illuminare le lampade altrui, rimanendo
quasi al buio. Ma per vie provvidenziali a poco a poco la coscienza
nazionale si rifece anche in noi; si rifece dapprima in forma effimera
ed appena osservabile, poi, a poco a poco, si venne determinando e
rafforzando. La vita tornò ad avere uno scopo civile per l'Italia, e la
sua coscienza si rinnovò.

Ed allora vedemmo insieme alla coscienza della nazione risorgere
la poesia vera. Il _marinismo_ rimase un fenomeno patologico degno
d'essere studiato dagli storici. La poesia italica riprese le sue
grandi tradizioni con Vittorio Alfieri, con Giuseppe Parini, con
Vincenzo Monti. E dico appositamente, anche con Vincenzo Monti, poichè,
per opera sua e del suo gruppo, riannodandosi agli spiriti dell'antico
umanesimo, mostrò come l'anima moderna di tutti i gloriosi ricordi
dell'antico anzichè indebolirsi si fortifichi e trovi in essi un aiuto
alle nuove energie che le abbisognano per dare origine ad un'arte
veramente nuova e vitale.



ALESSANDRO TASSONI

(1565-1635)


                               CONFERENZA
                                   DI
                            OLINDO GUERRINI.


  _Signore e Signori,_

Ricordo che, alcuni anni sono, tenni questa Società di letture a
battesimo, facendo un poco di prefazione alle dotte ed applaudite
conferenze che vennero di poi. Mi rivolsi specialmente alle Signore,
scongiurandole a prendere sotto la protezione loro la associazione che
nasceva, perchè le donne sono il sale che conserva le instituzioni
e perchè il loro buono e santo istinto materno protegge ed alimenta
i nati da poco. E mi compiaccio con amore di padrino di rivedere
così prospera la figlioccia e mi congratulo con lo squisito gusto
fiorentino e con la costante ed affettuosa gentilezza delle dame le
quali crebbero e mantennero amorosamente questa società che oramai ha
una storia gloriosa, mentre tante altre sorelle sue italiane dormono
o cloroformizzate o morte. E di questo titolo di padrino mi glorio
e mi valgo per raccomandarmi ancora alla vostra cortese ed ambita
benevolenza, poichè io e l'argomento che tratto ne abbiamo troppo
bisogno.

Alessandro Tassoni, di cui debbo intrattenervi, nacque e visse in tempi
di così basso decadimento che peggiori non potranno farci vergogna
mai più. L'Italia non fu mai più serva, più abietta, più fracida.
La religione degli avi, la religione santa e pura, per la quale da
San Francesco al Savonarola tante anime avevano spasimato sino al
delirio, era morta allora allora, affogata nel Concilio di Trento, e
la Compagnia di Gesù cresceva già lieta di trionfi terreni, e Filippo
II, laudando le pie ed atroci carneficine del duca d'Alba, accendeva
i roghi benedetti da Pio V, non Pontefice ma Inquisitore, e Carlo
IX assassinava con la sua mano i sudditi acattolici la notte di San
Bartolomeo. Dalle anime sgomente esulava la fede cedendo il posto alle
piccole divozioni, alle sottigliezze della casuistica, alle reliquie
diventate talismani, al meccanismo rituale e cerimoniale delle pratiche
esterne. Si dimenticava il Vangelo e si diceva il Rosario, e Giordano
Bruno e Lucilio Vanini erano arsi pel delitto di pensare, e Galileo
Galilei era costretto ad abiurare e a rinnegare la scoperta verità.

Nè a tanti mali, se pure l'avessero voluto, potevano metter riparo i
Pontefici, avviluppati come erano in troppe cure terrene, interessi
di nipoti, contese con principi, difficoltà di governo in uno Stato
impoverito dai balzelli, guasto dai banditi che nemmeno le innumerabili
forche di Sisto V poterono sterminare. E tutta l'Italia era così, se
non peggio. Napoli e Lombardia, dominio spagnolo, eran spremuti da
Governatori o da Vicerè avidi, imbroglioni, prepotenti, il cui potere
dipendeva dall'instabile capriccio di una corte, dove l'autorità non
era che insolenza violenta. Le piccole dinastie agonizzavano nei vizi,
come i Gonzaga e i Della Rovere, impiccolivano nei raggiri come i
Medici, diventavan bastarde, come gli Estensi. Decadeva Venezia che
vide la pelle del suo eroico Bragadino appesa all'albero di una galera
turca, portata a ludibrio sui mari, mostrata a vergogna lungo le coste
che furon già di San Marco. Gli Uscocchi corrono il Golfo impuniti,
Dragutte infesta il Mediterraneo e i Turchi scendono in Italia a
saccheggiare le città ed a bruciarle, facendone schiavi gli abitatori.
Era troppo e la virtù latina fu costretta all'ultimo sforzo di Lepanto,
dove tanto sangue e tanto valore furono gloriosamente ma inutilmente
prodigati. Le galere trionfatrici non erano ancora tornate al porto e
già le vele degli infedeli erano in vista del lido italiano. Pochi anni
dopo, Manfredonia e parecchie altre città erano arse dai Turchi e le
belle latine rapite veleggiavano per l'harem del Gran Signore.

Solo il Piemonte era immune da tanta lue. Chiuso tra la Francia e il
dominio spagnolo, era costretto a viver sempre con l'orecchio teso
e l'armi pronte. La razza forte, l'ambizione tenace dei principi, la
potenza pericolosa dei vicini, lo costringevano alla vigilanza assidua,
della sentinella che sa di aver presso il nemico e, in simile attesa,
nè un soldato nè un popolo possono addormentarsi. Emanuel Filiberto,
indi Carlo Emanuele, non pensarono che a negoziati ed armi, e guatando
oltre i confini, meditarono e prepararono accrescimenti di spazio e
di potenza, non paurosi della formidabile arroganza spagnuola, non
disavveduti tra le insidie degli ausili francesi. Il pericolo educava
alla fortezza e nel laido sfacelo della Italia di quel tempo, unica
regione non putrida fu quel Piemonte al quale si dovette poi in gran
parte il miracolo della risurrezione di un cadavere, l'unità d'Italia.

Nè la morale aveva di che invidiare alla politica. Se i re
assassinavano i sudditi, c'erano assassini anche pei re, e il Clément
uccise Enrico III e il Ravaillac, Enrico IV. Il pugnale non faceva
orrore nemmeno a Roma e frate Paolo Sarpi lo seppe. Era il tempo
dei bravi assoldati per servire l'iniquità dei signori, era il tempo
dei duelli mortali per quistioni di preminenza e di etichetta; era
il tempo dei banditi, della immoralità bestiale trionfante dovunque
fosse potente e prepotente. Immoralità in alto e in basso, poichè il
popolo si lorda di delitti atroci e di vizi turpissimi non soffocati
dal capestro e dal rogo, e la nobiltà ci offre la tragedia dei Cenci,
e Bianca Cappello è granduchessa di Toscana. Venezia è piena delle
orgie e della crapula in che abbrutiscono i discepoli dell'Aretino;
i conventi, come quello di suor Virginia de Leva, sono scuole di
lussuria e di veneficio; le Corti d'Urbino e di Mantova, già onore
della gentilezza italiana, non hanno più gentildonne ma cortigiane, e
in tutta Italia trionfa la brutalità più lurida, la perversione degli
istinti più sfacciata.

L'arte stessa è tutta una rovina. Michelangelo e Tiziano si
sopravvivono e in questi anni si spegne la loro geniale decrepitezza;
ma da loro e per loro nascono la corruzione, l'esagerazione, la
falsità. L'energia diventa contorsione, l'audacia stravaganza, e
impera oramai il barocco tumido e vuoto, che non ha più espressioni ma
smorfie. Le lettere, malate del gongorismo imbecille che infierisce su
tutta l'Europa, impazziscono nella ricerca di stranezze inaudite, nella
caccia puerile ai concetti sbalorditivi, alle freddure scempiate, e il
Marino è l'astro maggiore di questo povero cielo, dove l'Achillini,
il Preti e mille altri, anfanando dietro alle vesciche sonore, alle
ampollosità bislacche, sperano di meritare un posto alla lor volta.
L'artificio e la falsità si accoppiano, e dalle nozze nefaste nascono i
mostri che ora ci muovono al riso o alla noia mentre allora destavano
l'ammirazione sincera di un pubblico di matti. Solo la musica,
vellicatrice degli orecchi avidi di nuove lussurie, rallegratrice delle
feste o rinnovata compagna delle pompe ecclesiastiche, la musica che
non fa paura nè ai governi nè alla Inquisizione, esce di nido in quei
giorni e comincia a spiegare il dilettoso volo. Ma tutto il resto non
è che un mucchio di oscene macerie, un enorme sterquilinio in cui male
si cercherebbe una piccola perla. Religione, politica, costumi, arte,
tutto è lezzo di corruzione, fracidume di cimitero.

Tali furono i dolorosi tempi in cui visse Alessandro Tassoni, il quale
ebbe anche nemica la fortuna in questo, che nato (1565) da una famiglia
di buona nobiltà e già ben fornita di censo, al suo avvento nel mondo
la trovò spiantata. Così, orfano di buon'ora, le sue prime impressioni
della vita non dovettero esser piacevoli certo ed i suoi più antichi
ricordi d'infanzia dovevano condurgli in mente un lungo e malauguroso
andirivieni di avvocati, di procuratori e di notai che, rodendo le
ultime briciole della fortuna sua, infestavano la casa con allegazioni,
libelli e liti senza fine. Triste infanzia non consolata da carezze
materne, non protetta da vigile affetto di padre, che dovette lasciar
nell'anima del Tassoni quel sapore amaro che gli sale tante volte alle
labbra mal curvate al sorriso. La povertà fin d'allora gli fu compagna
assidua ed anche quando riuscì per poco a tenerla lontana, ebbe
sempre meno pecunia che desideri ed aspirazioni. Finalmente spuntò il
raggio della fortuna anche per lui e raccolse una eredità che lo mise
nell'agiatezza; finalmente! Ma egli aveva tanto usato dello scherno
e dell'ironia che i fati gli reser la pariglia. L'eredità aspettata e
benedetta gli capitò solo pochi giorni prima della morte.

Tanto però gli restava, da giovane, che potè studiare, prima in patria,
poi girovago in varie Università italiane. Fu a Bologna, a Ferrara, a
Pisa e forse altrove, finchè, addottorato, ritornò a Modena. Pare che
a Bologna gli si appiccasse il malo morbo di compor versi, o almeno
i primi che ci restano di lui vengono appunto di là e sono gonfi,
idropici di bisticci e di arguzie come li voleva la moda, poichè
corteggiando in un sonetto certe signore Orsi, madre e figlia, le
paragona all'Orsa maggiore e minore, e altrove, poichè piovve durante
il funerale di una bella signora, esclama:

    Velò di nubi il sol, versando al basso
    Lagrime amare in doloroso nembo
    E sospiri esalò con tutti i venti.

Queste scioccherie delle nubi che piangono ed altrettali parevano
allora squisitezze, ma il Tassoni che aveva il gusto fine e molti
studi, presto se ne ritrasse, nè lo si vide più cadere in simili
sguaiataggini. Era però caduto quasi in miseria e gli era pur forza
trovare qualche occupazione che gli desse profitto. In tali casi, pei
gentiluomini pari suoi, spiantati e letterati, la via era indicata
dalla tradizione: il servigio dei principi. Già gli umanisti avevano
rimesso in moda Mecenate ed Augusto e servirono in corte senza
sentirsene umiliati. Gli esempi di Orazio e di Virgilio scusavano
tutto, fino la domesticità, e la divinità delle lettere non lasciava
sentire nemmeno le offese alla dignità personale. L'esempio del
commendatore Annibal Caro era recente e in quelle pompose corti
del seicento erano numerosi i gentiluomini poveri e talora gli
avventurieri, diventati ricchi e potenti. Perciò il Tassoni si acconciò
al servizio del cardinale Ascanio Colonna, figlio di quel Marcantonio
che aveva onorato il nome italiano a Lepanto; principe ricco e
splendido, è vero, ma bizzarro perchè malsano, imperioso perchè conscio
della grandezza della sua casa, insofferibilmente superbo perchè
educato in Spagna, spagnolo nell'animo e, nell'alterigia, imitatore ed
emulo di quella nobiltà.

Il Tassoni lo servì in qualità di segretario, con diligenza se non con
affetto. Lo seguì in Spagna e di là tornò parecchie volte in Italia
per affari del suo padrone che era stato creato vicerè d'Aragona. Ma se
non si guastò col cardinale, si guastò colla Spagna; e da quell'epoca
comincia l'avversione, anzi l'odio feroce del Tassoni contro la nazione
che preponderava allora in Italia. Egli che poco tempo prima in un
sonetto un po' pretenzioso aveva pur pianto la morte di Filippo II,
scaraventò due sonetti, l'uno più lurido e sucido dell'altro, contro
Madrid e Valladolid, infamandone l'aspetto, i costumi e le donne.
Semplice antipatia non dovette essere, e facilmente il bizzarro
poeta che era pronto al risentimento, tra quella nobiltà superba e
dominatrice dovette ricever qualche urto le cui lividure gli rimasero
per sempre.

Si congedasse egli dal cardinale, come crede il Muratori, o lo servisse
fin che lo vide morire, come pare al Tiraboschi, certo è che quelli
furono gli anni della sua attività letteraria più feconda, gli anni
anzi in cui concepì, o cominciò, o scrisse le sue opere maggiori,
tenendo onorato luogo nelle Accademie dei Lincei e degli Umoristi.
Forse, servendo così splendido padrone, aveva raggruzzolato qualche
peculio, poichè per qualche tempo non volle nuove catene e visse a suo
modo studiando, scrivendo e litigando, libero, bizzarro e mordace,
non risparmiando invettive e libelli ai suoi avversari che non ne
risparmiavano a lui e dimenandosi in queste baruffe ora elegantemente,
ora trivialmente, ma sempre con un non so che di originale, di tutto
suo, che lo leva in alto anche come polemista tra la turba de' suoi
coetanei competitori. Ma questi bei giorni di libertà non potevano
durar molto. La necessità picchiava all'uscio e bisognava trovare un
nuovo padrone e una nuova catena.

Forse il suo aborrimento verso la Spagna gli persuase di cercar
servizio presso la corte di Torino, poichè il duca Carlo Emanuele
era il solo principe italiano che avesse l'ardire di resistere alla
prepotenza spagnola. Ma se Carlo Emanuele era allora il principe più
illustre d'Italia e non alieno dalle lettere, stimava più i soldati
che i letterati. Resisteva alla Spagna, è vero, e la combattè spesso,
ma non dimenticava la politica tradizionale della sua casa e, dietro
sè, teneva sempre una porta aperta alla ritirata, volendo esser
libero di cambiare parte e bandiera secondo l'interesse suo e de' suoi
richiedeva. Irrequieto, impetuoso, avvolto sempre in guerre infelici
che gli rodevano il tesoro, non poteva essere Mecenate troppo splendido
e, pel Tassoni specialmente, sciolse di rado e di malavoglia i cordoni
della borsa. Poetava anch'egli in italiano, in francese, in spagnolo,
in piemontese e cantava:

    Italia, ah, non temer! Non creda il mondo
    Ch'io mova a' danni tuoi l'oste guerriera,

egli che trovava la famosa formula del carciofo italiano che vuol
esser mangiato foglia per foglia, e i suoi successori lo mangiarono
così bene! Ma il peggio è che si dilettava sopratutto di poesie
satiriche e, mietendo così appunto nel campo del Tassoni, è naturale
che lo guardasse un po' di traverso. Infatti in tutta la condotta di
Carlo Emanuele verso il Tassoni si sente una freddezza che spesso pare
antipatia e qualche volta canzonatura. Ordinò che gli fossero pagati
dugento scudi, ma da levarsi dalle entrate che la Casa di Savoia
aveva nel regno di Napoli. Ora gli Spagnoli che tenevano il regno,
non pagavano affatto, e nessuno meglio del Duca lo sapeva, per cui il
dono dovette parere al Tassoni un pessimo scherzo. Altre provvigioni
sfumarono così, finchè fu messo come gentiluomo presso il cardinale
Maurizio di Savoia, giovane splendido, anzi prodigo, che dovette esser
cagione di buone speranze al povero poeta. Ma ahimè, il cardinale
prodigo con tutti fu avaro col Tassoni pel quale anch'egli sembra aver
provato una certa avversione. Complimenti e promesse ne largì senza
fine, ma quattrini pochi o punti.

Il Tassoni tirava innanzi alla meglio col suo cardinale in Roma quando
fu richiamato a Torino (1620). Nuove speranze, poichè l'ufficio di
segretario cui era destinato, apriva l'adito a miglior fortuna; ma
all'arrivo, il duca gli si mostrò freddo, anzi avverso. Il poeta
aveva lo scilinguagnolo sciolto e la lingua lunga e bene affilata, per
cui si può ben credere che trattato e pagato a quel modo, ne dicesse
delle sue. Il duca inclinava di nuovo alla Spagna, ed al Tassoni, che
protestava del contrario, erano attribuite le ferocissime _filippiche_;
sì che i competitori del poeta al posto di segretario, ingrossando
tutte queste faccende, fecero sì che anche l'ufficio sperato gli fosse
negato. Dovette tornare a Roma dal cardinale che lo accolse male e lo
pagò peggio, così che il Tassoni, perduta la pazienza e la speranza,
sciolse il freno alla lingua e scrisse un certo oroscopo mordacissimo
del suo padrone che gli valse il congedo e un breve esilio da Roma.

I sogni ambiziosi erano così finiti e il Tassoni dovè cercarsi, non
più un principe, non più una corte, ma un cardinale qualunque pur
che pagasse; e l'eminentissimo Ludovisi pare che fosse buon pagatore
poichè il Tassoni lo servì per sette anni, in capo ai quali, morto il
cardinale, si ridusse in patria a servire il duca Francesco I, ai cui
stipendi morì nel 1635. Ultimi anni in cui il Tassoni schizzò fuori
tutto l'aceto e il fiele di cui si era abbeverato nella passione della
vita, ultimi anni, torbidi per polemiche feroci, che per poco non
finirono a coltellate. Un frate almeno ne riportò un carico di legnate
solenni. E chi sa con quanta amaritudine il poeta moribondo riandò la
vita sua così sciupata e si dolse di non aver colto più ricchi frutti
dall'ingegno grande! Ed ecco, ultima ironia della fortuna, egli che
aveva ramingato, servito, scritto tanto per fuggire la miseria, ecco,
poco prima di morire, quando il denaro non serve più a nulla, eredita e
diventa ricco. Tristi tempi e triste vita che devono farci intendere e
scusare quel che nel Tassoni vorremmo di più generoso, di più delicato,
di più buono.

Come scrittore, la prima cosa di lui che vedesse la luce fu una _Parte
dei Quesiti_ che protestò edita contro sua voglia e che corresse ed
ampliò in seguito sino a farne i dieci libri dei _Pensieri diversi_.
Ivi ragiona di tutto, di astronomia, di fisica, di politica, di
morale, di letteratura, capricciosamente, e con quella ricerca della
singolarità che non è impronta di cervello originale, ma artificio
freddo e voluto per attirare le occhiate; quel che oggi dicono _posa_.
L'argomento di molti pensieri è pensatamente stravagante, come là dove
ragionando di cose fisiche cerca perchè il pane sembri più bianco
freddo che caldo o il biscotto sia più duro caldo che freddo. Tra i
pensieri di cose naturali si cerca perchè incanutiscano i vecchi,
perchè non nascano peli verdi, perchè le donne non abbiano barba,
perchè i gamberi camminino all'indietro, perchè fossero create le
mosche. Per la morale, si chiede perchè chi si vergogna tenga gli
occhi bassi, perchè le donne vadano vestite di lungo (dice press'a poco
che è per nascondere le gambe storte), perchè si amino anche le donne
brutte e finisce col sostenere che il mestiere di boia non è infame;
e per la letteratura, basti che egli addenta caninamente Omero, al
quale, in più luoghi, antepone il Tasso, e mette in burla il Villani
al quale, come stilista, preferisce il Guicciardini. E tutti questi
pensieri, la cui enunciazione è ora buffa, ora paradossale, sono
mescolati con altri più gravi e seri, ma sono svolti tecnicamente lo
stesso, cioè con un apparato d'erudizione greca e latina che pesa come
un monumento. Il vero pensiero dell'autore si coglie difficilmente,
avviluppato com'è da cento allegazioni e citazioni, annegato in un
mare di testi odiosi e noiosi, in cui si sente troppo l'ostentazione.
Anche Michele Montaigne, prima di lui, aveva proceduto con lo stesso
metodo ne' suoi meravigliosi _Saggi_ e forse il Tassoni non lo ignorò;
ma quale immensa distanza tra il moralista benevolmente scettico e il
pedante che affetta ghiribizzi eruditi, conditi spesso da una ignoranza
e da una credulità, anche per quei tempi veramente calandrinesca! Il
Tassoni infatti credeva all'astrologia, all'alchimia, agli oroscopi
ed alla pietra filosofale; credeva che i corpi dei fulminati non si
putrefacessero, perchè lo dice Plutarco, e che l'anno sessagesimoterzo
fosse climaterico o pericoloso, perchè l'imperatore Augusto lo credeva.
I _Pensieri_ riveduti e accresciuti, vennero in luce quando gli studi
copernicani erano nel primo fervore e il Galilei spiegava già i nuovi
sistemi. Se la bizzarria del Tassoni fosse stata vera e non affettata,
la novità lo avrebbe subito sedotto; ma invece egli, Accademico Linceo,
sostiene ancora che la terra è immobile e mobile il sole, rifriggendo
i vecchi testi tolemaici e biblici in un lungo e verboso ragionamento
che ricorda quello di don Ferrante sulla peste nei _Promessi Sposi_. Il
libro fu accolto da un sordo brontolìo, foriero di prossime burrasche,
ma non suscitò polemiche o risposte. I filosofi inorridirono del poco
rispetto usato verso Aristotele che allora era testo infallibile, gli
eruditi arrabbiarono per le insolenti beffe ad Omero, i letterati ed i
linguisti inferocirono per le canzonature alla lingua del trecento, ma
per allora tacquero. I tempi non erano maturi e il libro, forse, non
ebbe gran voga.

Ma se i _Pensieri_ passarono in silenzio, non fu così delle
_Considerazioni_ sul Petrarca, scritte in gran parte viaggiando col
cardinal Colonna. Il Tassoni, rivedendo le chiose del Castelvetro,
altro bizzarro ingegno modenese, più secco ma più serio del Tassoni,
chiosava alla sua volta alcune rime. Qua e là era qualche osservazione
mordace, come: “questa non mi pare comparazione da invaghirsene„
oppure “questi son due quaternari da far venir l'asma a chi non
ha buon petto„; ma a noi, ora, queste non paion punture da levarne
strilli disperati. Altre e ben più gravi discussioni e critiche hanno
assalito idoli più venerati del Petrarca, e oramai ci abbiamo fatto
il callo; ma allora non era così. Bisogna pensare a quel che era il
Petrarca nel concetto dei letterati di quel tempo, arca santa che non
si poteva toccare, Adonai venerando di cui si poteva appena pronunciare
il nome tra due genuflessioni. Il dubbio solo, come in religione, era
eresia e sacrilegio, e quelle _Considerazioni_ che a noi sembrano, ora
lambiccate e cavillose, ora giuste e calzanti, parvero un sovvertimento
della santità della tradizione e della ragion poetica, un nero delitto
di lesa maestà. Un Giuseppe degli Aromatari, sotto il nome di Falcidio
Melampodio, rispose criticando le osservazioni del Tassoni, il quale,
alla sua volta, sotto il pseudonimo di Crescenzio Pepe, si difese.
Replicò l'Aromatari, inspirato ed aiutato dai devoti del Petrarca
scandolezzati, e il Tassoni, col nome di Girolamo Nomisenti, mise
fuori un volumetto che intitolò la _Tenda rossa_, dove, rotto ogni
freno, inveì fieramente contro le idee e le persone, assalendo e
mordendo senza riguardi. La discussione letteraria si era così per via
inacidita ed invelenita fino a ricordare le invettive degli umanisti
e, diventando più piccina, era diventata più feroce. Non avevano
certo i letterati d'allora la tempra dura del Poggio e del Filelfo,
e i tempi diversi e gli occhiali dei revisori nol consentivano, ma il
lievito c'era, e basta ricordare le contese del Marino col Murtola e
con lo Stigliani, in cui si sparse sangue. Ad ogni modo l'Aromatari
si tacque, perchè aveva la lingua meno aguzza del Tassoni e minor
coltura, ma rimase un lungo strascico di rancori e di libelli infami
pei quali un Bisaccioni fu carcerato e il conte Brusantini inspiratore
e collaboratore di costui, se fuggì al bargello, non fuggì alla
vendetta atroce del poeta che lo infamò col nome di conte di Culagna
nella _Secchia Rapita_. Il Tassoni ebbe il disopra perchè più ardito e
perchè più dotto, come si vede dallo studio sui poeti provenzali che
egli fece, cosa rara allora, per trarne chiose e confronti alle rime
del Petrarca; ma a poco a poco i libri incendiari andarono a dormire
sotto la polvere delle biblioteche. Tuttavia l'idolo, se non era caduto
infranto, aveva però perduto l'aureo nimbo della santità impeccabile.
Il Petrarca tornò fin d'allora qual era, uomo e poeta. E se il Tassoni
rimpicciolì troppo la contesa e non vide quel che di alto e di severo
poteva derivare da una discussione ragionata e ragionevole, ebbe però
il inerito di scuotere, sia pure per capriccio, per umor nero, per
bizza, il fastidio di un culto cieco che addormentava nella noia la
lirica italiana.

Di altre sue opere minori è inutile dire. Le _Considerazioni_ sul
vocabolario della Crusca che vanno sotto il suo nome, non sono sue, ma
dell'Ottinelli, come provò bene il Muratori e come del resto si sento
bene dalla mancanza di causticità e di punte in quel libro pregevole.
Il Tassoni avrebbe fatto un volume di motti e di arguzie, non un posato
e serio studio lessicografico e d'altronde, essendo Accademico della
Crusca, non avrebbe voluto dar troppe noie ai colleghi, già nel poema
abbastanza stuzzicati. Anche le _filippiche_, biliose e furibonde
diatribe contro la Spagna e gli Spagnoli, non sono forse tutte sue, od
almeno egli, o per interesse o per paura, le rifiutava, e d'altronde
sono opera più politica che letteraria. Il suo capolavoro, al quale è
ormai tempo di venire, è la _Secchia rapita_, poema pel quale il suo
nome fu e rimase glorioso, meritamente.

Tutti sanno quel che sia la _Secchia rapita_ e non importa raccontarla.
Solo è da notare che si può dividere in due parti. Nella prima sono
descritte le zuffe tra i Bolognesi e i Modenesi a proposito _d'una
infelice e vil secchia di legno_ tolta per forza; passati in rassegna
le genti ed i capitani con un lusso di cognomi regionali che dovette
contribuire assai alla voga del poema; narrate le ambascierie, messo in
caricatura il concilio degli Dei, l'assedio di Castelfranco, insomma
beffeggiato, stravolto, parodiato, il contenuto eroico dei poemi
cavallereschi. Nella seconda parte e specialmente nei canti VIII, IX,
X ed XI, prevale invece l'elemento schiettamente comico che si svolge
come episodio sproporzionato nei canti del cieco Scarpinello e nelle
avventure del conte di Culagna che diventa protagonista. Il Tassoni
disse di aver trovato una nuova forma di poema, e invero il suo è il
primo dove per deliberato proposito, in un tutto organico, primeggi
e domini la comicità. Egli diceva che nell'opera sua era un innesto
dell'eroico col comico, e così dicendo stabiliva forse la divisione
del poema in due parti, cui si è accennato. Infatti nel canto VI, per
esempio, poche sono le facezie e, salvo che in alcune ottave, leggiamo
un frammento di poema serio: ma tuttavia il ridicolo penetra da per
tutto e l'intonazione burlesca non lascia mai in pace l'ascoltatore
anche quando si crede tra i paladini.

Per questo il poema era veramente una novità e gli antecedenti che gli
si possono trovare non gli levano quel che ha di originale. Non importa
risalire alla _Battaglia delle vecchie con le giovani_ del Sacchetti o
disseppellire la _Nanea_ o la _Gigantea_ o la _Contesa di Parione_ per
questo. Già accenni alla canzonatura de' propri eroi se ne trovano nel
Pulci, nel Boiardo e nell'Ariosto e non pochi; ma sono sorrisi e non
risate, incidenti, episodi, non intenzioni principali e sostenute. Più
vicini alla _Secchia_ sono l'_Orlandino_ del Folengo, dove il ridicolo
è cercato nella trivialità del turpiloquio erotico e scatologico,
l'_Orlandino_ frammentario dell'Aretino dove c'è il travestimento dei
paladini in gaglioffi e non altro, la _Vita di Mecenate_ del Caporali,
conosciuta certo dal Tassoni, che è piuttosto una sfilata di capitoli
bernieschi che un poema organico, e forse il _Poemone_ del Bardi,
poichè il Tassoni ne conobbe l'autore (_Secchia r._ XII, 15), scherzo
idiomatico e noioso in cui la festività è affidata alla parola, non
al concetto. Ma se può dirsi che qualcuno di questi poemi sia stato
presente agli occhi della memoria del Tassoni, certo l'influsso fu ben
tenue e a troppe sottigliezze condurrebbe il cercarne le tracce.

L'inspirazione la trasse dal suo tempo e l'indole del suo ingegno
fece il resto. In quella putrefazione di ogni cosa bella e grande,
che poteva fare un uomo della sua tempra? Ridere; amaramente,
velenosamente, ma ridere. Le forme invecchiate si canzonano volontieri,
le mode antiquate destano l'ilarità e il poema cavalleresco era oramai
decrepito. Dove trovar più gli ingenui ascoltatori delle imprese
d'Orlando in un secolo malizioso, in un paese nel quale è spenta sino
l'ammirazione istintiva della forza, del valore, della generosità,
poichè non ha soldati se non forestieri, principi se non vigliacchi? E
la produzione di poemi eroici dopo il Tasso era stata così eccessiva
da diventar seccatura e render necessaria la natural reazione del
ridicolo. Molti lo sentirono e meglio di tutti il Cervantes che ebbe
ben altra e più geniale tempra ed altezza di cuore che non il Tassoni,
quando faceva ardere la libreria del suo eroe, condotto in mezzo a
cento eroicomiche avventure ad una dolorosa vendemmia di bastonate.
Il Tassoni conobbe il _Don Chisciotte_, e il conte di Culagna nel suo
duello col romanesco Titta, reca

    Il brando famosissimo e perfetto
    Di Don Chisotto e il fodro ha il suo padrino.

Ahimè, no, questo è inverosimile! Troppo sarebbe pesata la spada
del buon Cavaliere della Trista Figura alle mani ignobili del conte.
Don Chisciotte è una idea, il conte di Culagna una persona, anzi una
personalità. Don Chisciotte è ridicolo, ma non vile; pazzo, ma non
volgare. Affronta, è vero, i mulini a vento, ma li crede giganti
e, pur credendolo, non ha paura. Si macera in buona fede, attira
le risa e le legnate, ma sempre col cuore alto, con la illusione di
difendere il debole e di onorare la dama. Invece il conte di Culagna
è stomachevolmente vigliacco, bestialmente basso e triviale. In tutto
il poema cerchereste invano una figura che sotto al ridicolo abbia il
cuor nobile e fiero. La stessa Renoppia, che dovrebbe esser la Clorinda
e la Bradamante del poema, non è che una figura senza plasticità,
una Marfisa di stoppa. Sin da principio è deformata con una infermità
ridicola e più avanti riprende il cieco Scarpinello con un linguaggio
sboccato, sconveniente non che ad una gentildonna, ad una vituperata.
Non c'è nemmeno una rassomiglianza lontana, o nella vita, o nelle
opere, tra i due demolitori dei romanzi cavallereschi. Il Cervantes,
soldato valoroso, storpiato a Lepanto, schiavo dei mori, è dignitoso
nella miseria del suo mantello stracciato, mentre il Tassoni, servo
di principi, impiegato di cardinali, è querulo ed amaro lamentatore
della Sua povertà mal celata dal saio del cortigiano o dalla veste
talare dell'ecclesiastico. Il _Don Chisciotte_ non è solo un assalto ad
un genere letterario invecchiato, ma proposizione di una letteratura
nuova, più umana e più vera. La _Secchia_ invece è negativa affatto,
nuova solo nella parte formale, scherzo, bello certamente, ma scherzo
soltanto.

Perchè io non riesco a scoprire i riposti intenti civili e morali che
alcuni videro nella _Secchia rapita_, non parendomi da ciò nè i tempi
nè il poeta. Ci fu chi, vedendo intenti simili un po' da per tutto,
disse che se i contemporanei avessero inteso il Tassoni, il poema non
avrebbe potuto veder la luce. Altri, al polo opposto, negò, non solo
ogni seconda intenzione, ma ogni efficacia alla _Secchia_. I più,
tenendosi ad una via di mezzo, riconoscono qualche effetto, ma negano
l'intenzione.

Si disse per esempio che questi intenti civili sono dimostrati dalla
scelta dell'argomento. Il mettere in canzone una di quelle sciocche
e feroci guerre di città a città che insanguinarono il medio evo,
era mostrare i mali della divisione, la necessità dell'unione fra gli
stati italiani per cacciare lo straniero, era, si direbbe, precorrere
al Mazzini. Esagerazione. Dov'erano più, al tempo del Tassoni, le
lotte tra comune e comune, o anzi, dove erano i comuni, i Guelfi
e i Ghibellini, il potestà, il carroccio e sopra tutto dov'era la
libertà? A chi si rivolgeva egli, al popolo o ai principi? Al popolo no
certamente, poichè il Tassoni non lo capiva che come plebe, e del resto
non ci voleva gran testa per intendere che gli Italiani del seicento
potevano levarsi a qualche sommossa, ma ad una rivoluzione mai. E
nemmeno poteva rivolgersi ai principi, senza forze e senza volontà di
scuotere il giogo spagnolo. Avrebbe quindi predicato al deserto il
verbo della unità nazionale; ma il vero è che all'unità non pensava
allora nessuno, nè il Tassoni, nè il popolo, nè i principi, se pure
nei torbidi sogni dell'ambizione non ci pensava Carlo Emanuele, non per
fare un poema, ma per fare un regno.

Per gli intenti morali che sarebbero nascosti nella _Secchia_ basti
il ricordare l'episodio di Bacco e di Venere, i canti del cieco
Scarpinello e le sciagure coniugali del conte di Culagna. Chi volesse
sillogizzare potrebbe sostenere che l'intento non fu morale, ma
immorale; il vero è che non fu nè l'uno nè l'altro.

No, io non mi posso persuadere che il Tassoni fosse un carbonaro o
un riformatore. Certo che volendo far ridere bisogna pur trovare un
argomento adatto, e gli Dei di Omero e i paladini di Carlo Magno erano
frolli abbastanza per essere cucinati a quel modo. Certo che frustando
a destra e a manca, qualche frustata colpisce chi se la merita; ma
l'intenzione del poeta non era nè politica nè etica, era solamente
artistica.

La _Secchia rapita_ è dunque soltanto un'opera letteraria, una parodìa
indovinata dei poemi cavallereschi, una caricatura dell'Olimpo di
cartone abusato dai poeti, una morsicatura ai cruscanti della rigida
osservanza in quei tempi dell'Infarinato e dell'Inferigno. Tale fu
il primo poema eroicomico, forma facile e volgare dell'arte, segno di
decadimento letterario come la satira e il romanzo, secondo ci mostrano
le letterature decadenti di Grecia e di Roma. I popoli e i tempi hanno
l'arte che meritano, e quando i poeti non cantano più per Mecenate o
per Leone X, ma per la folla, bisogna pure che cerchino di piacerle,
che respirino nell'ambiente suo e che da lei s'inspirino e scelgano
le forme artistiche della decadenza quando la società è decrepita.
Così fece il Tassoni, e l'opera sua rimane come pietra miliare che
segna la civiltà e l'arte di un'epoca, opera di buon gusto, di ingegno
vivo, di facile vena, ma opera di second'ordine. Già, nel suo secolo,
se mancava la fiamma sacra, se gli scrittori insanivano dietro ai
concettini artificiosi od alle iperboli tonanti, la tecnica ad ogni
modo era posseduta a perfezione. A frugare nelle montagne di versi
che ci lasciarono mille poetastri, non se ne trova uno duro, stonato,
enarmonico. Se si potessero gustare i versi come la musica e fare
astrazione dalle parole, la poesia avrebbe raggiunto il suo culmine nel
seicento, tanta è la sonorità musicale che anche nei mediocri si trova.
Ma purtroppo le parole bisogna sentirle e sono troppo noiosamente
sciocche nei più per non sentirne l'uggia. Pochi non impazzirono, e fra
questi il Tassoni, che pure alle bizzarrie era inclinato e da giovane
aveva poetato come gli altri ubriachi. Si mantenne anche nel poema
castigato e naturale e bisogna tenergli buon conto di questa prova di
gusto artistico eccellente, poichè mantenersi immuni dal vizio tra i
viziosi è difficile. C'è più merito ad esser Lot puro in Sodoma che
Aron puro nel tempio.

Il poema ebbe un effetto enorme, maggiore forse di quel che il poeta
avrebbe voluto, poichè ammazzò il poema eroico forandolo proprio nel
cuore, mentre anch'egli meditava e cominciava un _Oceano_ che doveva
cantare le glorie del Colombo. Dopo la _Secchia_ non fu più possibile
e tollerabile in Italia poema che non fosse eroicomico, e tanto
son pecore matte ed imitatrici i poeti, che alla colluvie dei poemi
eroici successe ben presto il flusso degli eroicomici, e l'imitazione
dilagò, valicò i monti e figliò a suo tempo buona prole come il
_Riccio rapito_, il _Lutrin_ e la _Pulcella d'Orleans_. Tutta questa
letteratura vanta per solo padre il Tassoni, poichè le querele del
Bracciolini, che mal gli contese la priorità, furono giudicate, e del
resto lo _Scherno degli Dei_, principe nel regno dei libri noiosi, non
poteva avere e non ebbe effetto alcuno.

Ma la trivialità che nel Tassoni di rado è sguaiata, peggiorò nei
figli e nei nepoti, e quasi subito dopo, vediamo l'incanagliamento
della _Secchia_ nel _Lambertaccio_ del Bocchini che vorrebbe essere
una risposta bolognese al poema modenese e non è che una seccatura
grondante volgarità. Si cade sempre più in basso, come a ruzzoloni
per una scala, lo spirito diventa sboccatura, le frasi si razzolano
in mercato e il comico diventa buffoneria di pagliaccio. Eppure la
storia delle lettere poteva indicare l'esempio della Nencia dove il
rozzo parlare dei villani e la bassezza dei sentimenti sono con tanto
gusto lavorati dall'arte, che lo scherzo talora olezza della soavità
dell'idillio. Ma siamo sempre lì; erano i tempi del Gran Duca Cosimo
II, non quelli del magnifico Lorenzo, e l'arte era come quei tempi la
volevano e la meritavano. E questi furono i tempi, questa la vita,
queste le opere di Alessandro Tassoni. Quel che fosse come uomo lo
dicono l'acredine mordace ed il pessimismo bizzarro, i quali, anche
nello scherzo, ci lasciano la bocca amara. Il perchè è da cercare
così nell'indole come nelle vicende sue di gentiluomo decaduto e
bisognoso, costretto in servitù e inacetito dalle delusioni delle
corti, dalle umiliazioni del servire, dalle lividure della emulazione
e dell'invidia. Un carattere ed una vita così fatti non dispongono
l'animo alla benevolenza, all'amore, al rispetto del proprio simile, e
il Tassoni non rispettò nessuno, nemmeno i preti, coi quali allora non
si scherzava. Conscio del proprio ingegno, si rodeva dentro vedendo
il poco frutto che ne poteva cavare, e quando poteva scioglier la
lingua, la sua parola putiva di fiele. Un altro perchè si può cercare
nell'assenza dell'eterno femminino nelle sue opere e nella sua vita.
Qual poeta, per piccino che sia stato, non cercò una donna per la
rima e pel bacio, madonna Bice purissima e ideale o mona Belcolore
fiorente e tangibile? Ma nel Tassoni la donna si cerca indarno e da
per tutto, specialmente ne' _Pensieri_, trasuda da lui una itterica
persuasione della imperfezione e della inferiorità muliebre, traspare
una antipatica ottusità di sentimento che gli cela ogni fior di
gentilezza. Pare che abbia il gusto malato e pervertito perchè sente
l'odor del concio, non quello delle rose, e l'unica donna che traversa
per poco la sua vita fegatosa è una Lucia Graffagnina, più serva che
druda, la quale lo compromette col Santo Ufficio e gli partorisce il
bastardo Marzio da lui trascurato, riconosciuto, maltrattato, scacciato
e quasi aborrito. Anima arida, cuore di legno, in nessuna pagina delle
sue opere, in nessuna ora della sua vita manda un fioco barlume di
sentimento. Chiuso in tutte le piccole vigliaccherie dell'egoismo,
non ha una frase per la patria o per l'amore che non sia di scherno,
e tanti, minori di lui, l'avevano pure; contorta, affettata, barocca,
ma l'avevano. Solo il riso amaro, il sarcasmo, l'ironia sono nella sua
bocca e i fiori che ci porge grondano di veleno e l'arte squisita è
scelleratamente tentatrice a cose non degne.

Non è questa l'arte da imitare, sia pure nel furore delle polemiche,
non è questa l'arte che è sogno di tutte le anime; che se l'arte deve
esser questa, muoia pur l'arte. Se dobbiamo serrarci in una Atlantide
bieca, dove l'odio vinca la bontà, dove i baci diventino morsicature,
dove tutto goccioli tossico e bava, muoia pur l'arte. Ma non morrà
perchè voi, Donne e Signore, nell'arte ci siete pure per qualche cosa
e gli occhi vostri parlano e dicono: “o non verrà anche per l'arte il
giorno dell'amore?„ E pure il sole ride ancora sui colli verdi d'ulivi
e fragranti di rose: e pure in fondo ai cuori vigila sempre il vivo, il
santo, il giocondo desiderio d'amare; e pure in voi, Donne e Signore,
è sempre l'anima buona e misericorde di Beatrice, di Laura e, nol
dico per male, anche di Fiammetta. Che, dovremo odiar sempre, maledir
sempre, morire come cani arrabbiati mordendoci le viscere a vicenda?
No, voi, Donne e Signore, nol consentirete. Voi non vorrete l'insipido
e perpetuo miele d'Arcadia, ma nemmeno il vituperio di questo livore
giallo che avvelena l'arte e la vita. Non lo vorrete, non lo volete,
poichè nella luce serena de' vostri occhi, ciascuno di noi legge: “Ecco
la primavera. Amiamo!„


                                   LA
                             VITA ITALIANA
                                  NEL
                                SEICENTO


                                  III.

                                 ARTE.

      I Carracci e la loro scuola    ADOLFO VENTURI
      Barocchismo                    ENRICO NENCIONI
      La commedia dell'arte          MICHELE SCHERILLO
      La musica del secolo XVII      ALESSANDRO BIAGGI


                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                 1895.



                          PROPRIETÀ LETTERARIA
                      _Riservati tutti i diritti._
                         Tip. Fratelli Treves.



I CARRACCI E LA LORO SCUOLA


                               CONFERENZA
                                   DI
                            ADOLFO VENTURI.


Nel secolo decimoquinto, l'arte rispecchiava la varietà dei caratteri
dei comuni, delle regioni, della vita d'Italia: la gentilezza toscana e
la gravità lombarda, l'umiltà umbra e la magnificenza veneziana. Ogni
provincia allora tesseva ghirlande per la madre Italia; e la terra,
nell'arte che la ritrasse, sembra tutta fiorita, lieta di giovani, di
danze, di suoni, di amori. A questa terra il nuovo secolo, il secolo
decimosesto, apparve come il sole folgoreggiante ch'esca dalle onde del
mare, e salga su nel cielo senza nubi. Salutarono la novella aurora
i genii, ultimi figli del secolo precedente: la salutarono Leonardo,
il profeta; Michelangelo, il gigante; Giorgione, il cavaliere dei
tempi nuovi. Giovinetti ancora la videro Raffaello con occhi di vita
fulgidi, e Tiziano, colorandosi del suo fuoco; e le sorrise infine
Correggio fanciullo. Quell'aurora prometteva l'azzurro eterno; ma poi
che sparvero i genii, eredi del secolo precedente, la cappa di cielo
plumbea rinchiuse la terra brulla. E col disparire dei genii, venne
meno la varietà dell'arte delle regioni italiche: ai caratteri si
sostituirono i tipi, alla sincerità dell'ispirazione le formule. Sembra
che Raffaello trionfasse in ogni luogo, nelle imitazioni di un popolo
d'artisti; ma il suo spirito non era più, la soavità sua non alitava
disotto la scorza di stucco degli imitatori. Sembra che Michelangelo
dominasse il mondo, che al suo verbo s'inchinassero le turbe; ma
non ebbero il forte respiro de' suoi atleti e la terribilità del suo
pensiero le statue degli acrobati seguaci. Sembra pure che l'antichità
classica donasse i suoi esemplari dissepolti dai fori e dalle terme a
tutta l'arte; ma non le gittò che gli elmi, i palii, i paludamenti,
le tuniche per mascherare i nuovi armigeri, i nuovi filosofanti,
i colendissimi signori. E così l'arte, verso la metà del secolo
decimosesto, ci appare quasi senz'anima più: cerca la grandiosità
delle masse, affine di stordire con gli effetti, non avendo più forza
di attrarre gli animi; sente il freddo rabbrividire le sue opere
grandiose, e tenta di avvivarle col forte chiaroscuro, incamminandosi
irrequieta a stravolgere, contorcere, martoriare ogni forma. Invoca
il sorriso della grazia, e trova la smorfia; vuole pararsi con gran
magnificenza, e cade per pesantezza; si sforza a copiare l'antico,
e ne fa la parodia: nelle convenzioni si offusca il vero, non brilla
l'anima più, non arride l'ideale: tutta quell'arte, che non segue la
natura, che sta oppressa sotto il peso delle memorie, si raggomitola,
si raggrinza e raffredda, quasi le venissero meno i battiti della vita.

                                   *

Il colore non cantava più! Io penso che il sentimento del colore si
modifichi secondo i differenti momenti della vita di un popolo. Quando
fiorisce la primavera dell'arte, i colori si equilibrano, si baciano,
si fondono nella luce, e sembrano spirare raccoglimento nei chiostri,
echeggiare salmodie nelle chiese, sciogliere inni all'aria e al sole
nei palazzi. In seguito, alla semplicità e alla sincerità di quelle
tinte, si sostituisce di mano in mano una ricerca di impercettibili
differenze di colore: violetti, azzurri smorzati e opachi, colori
inusitati, cangianti; e intanto l'arte perde la vivezza de' suoi
smalti, e si copre di cenere. Come in ogni stagione svolazzano farfalle
di tinte speciali, così gli artisti di tempi diversi, diversamente si
colorano. Gli scolari del Francia bolognese, del Costa di Ferrara, di
Leonardo a Milano, di Raffaello in Roma, del Perugino, già vecchio,
nell'Umbria, soffiano nelle carni il fuoco di un tizzone ardente.
Arrivano quindi i pittori iridati; poi sopraggiungono i pittori rosei,
che stillano carmino da tutte parti. Quando i Carracci sorsero, il
Barrocci ritenuto per il pittore più compito del tempo, dipingeva i
piani delle figure di rosso cinabro e i mezzi piani di cobalto, in
modo che le sue figure sembrano illuminate da fiamme al chiaro di
luna. Proprio l'arte che si allontanava dal vero, perdeva il senso del
colore, aveva ogni di più lo sguardo appannato e triste.

                                   *

Alle cause naturali di decadenza, si aggiunse una causa nuova, la
Contro-riforma, che spinse indietro l'arte nel suo cammino, lontano,
nel medioevo barbaro, coll'amore del simbolo, con la ripugnanza al
nudo, con l'espressione viva del martirio della carne. Una pittura
o una scultura non doveva essere che una pagina della bibbia, del
catechismo o del panegirico d'un Santo figurata; e il nudo doveva
essere soffocato sotto gli ampli drappi. Eppure, benchè si mettessero
le brache alle figure del Giudizio Universale di Michelangelo, benchè
si coprissero di veli i Cupidi e le Veneri, l'arte non divenne
pudica; anzi creò le Susanne coi Vecchioni, le figlie di Lot nel
delirio bacchico, Giuseppe con la moglie di Putifarre: composizioni
ripugnanti per la naturalistica brutalità. Il tormento della carne,
voluto dalla Contro-riforma nelle rappresentazioni delle immagini
sacre, fu sfuggito dai primitivi Cristiani, che, in vece di tristi
soggetti, si compiacquero di contemplare scene di pace e di gioia, i
fratelli nella fede in un'eterna oasi, ove le acque zampillavano tra
i gigli, ove i pavoni, simbolo dell'immortalità, spiegavano la coda
gemmata tra i frutteti. Nell'età barbariche invece, l'arte pretese
di ispirare più la pietà che la fede, e si spinse addentro nella
rappresentazione dei patimenti fisici del Cristo e dei Martiri. Il
Rinascimento rigettò tutte quelle forme spettrali; il dramma della
Passione divenne una scena di tenerezza e di amore; l'arte, rivolta
alla ricerca del bello, rifuggì dall'espressione degli effetti
violenti che alterano, contorcono, contraggono le linee dei volti e
dei corpi. Ecco la Contro-riforma a turbare la serenità delle figure,
la tranquillità del Dio martire e degli eroi del Cristianesimo! E si
rivedono i Cristi lividi, insanguinati del Medioevo, i Santi martoriati
crudelmente, coi ventri squarciati, boccheggianti nel sangue. Sante
Peranda, per dipingere un San Giovanni decollato, pregò il duca della
Mirandola di lasciare troncare innanzi a lui il capo d'un condannato al
patibolo; e un padre gesuita raccomandava calorosamente al Pomarance di
rappresentare bene al vivo la scorticatura di San Bartolomeo, perchè
attirasse a divozione i cuori. Ecco quindi rappresentati dall'arte i
santi anacoreti scarni, quasi fossili; ecco le Sante nell'esaurimento
nervoso e nella catalessi; ed ecco la morte arrancata sui monumenti o
rattrappita sotto lo stemma dei Chigi nel pavimento della cappella di
Santa Maria del Popolo in Roma, ove già Raffaello, sotto il pretesto
dei segni dello Zodiaco, aveva raffigurato Giove sogguardante,
dall'alto della cupola, Mercurio, Marte e la stessa Venere.

                                   *

Tali erano le condizioni generali, allorchè Ludovico Carracci e i
suoi due cugini Annibale ed Agostino entrarono nel campo dell'arte a
Bologna. Quivi l'arte non aveva avuto mai, neppure nei giorni felici
del Rinascimento, un rigoglio conforme ad altre città italiane.
Fino alla seconda metà del quattrocento, una pleiade di pittori
bolognesi seguiva materialmente, come per forza d'inerzia, le forme
trecentistiche; e solo il Francia, alla fine del quattrocento, surse
a rappresentare degnamente l'arte bolognese, come il Borgognone in
Lombardia, come Lorenzo di Credi in Toscana e il Perugino nell'Umbria;
ma i suoi dugento e più scolari furono quasi tutti poveri di spirito,
che strapparono dalle sue forme la mitezza, il raccoglimento monacale,
l'umile atteggiamento, la carità umana. Quanto il Francia era
stato diligente, tanto i discepoli furono spregiatori d'ogni cura,
o convenzionali come Innocenzo da Imola, o squilibrati come Amico
Aspertini, che il Vasari descrive in atto di tenere con una mano
il pennello del chiaro e nell'altra quello dello scuro, e con una
cinta intorno intorno a cui erano attaccati “pignatti pieni di colori
temperati, di modo che pareva il diavolo di San Macario con quelle sue
tante ampolle.„

Bologna, come Roma, aveva ricevuto i tributi dell'arte, pochi ne
aveva recati di proprii alla bellezza; Bologna nel Rinascimento può
considerarsi quale un bacino, entro cui affluissero e stagnassero i
rivi dell'arte di altri luoghi, di Ferrara e Firenze, di Venezia e
Milano. Per la morte del Francia, agli artisti bolognesi venne meno
l'esperto nocchiero, così che furono balzati qua e là come naufraghi.
Alcuni si diedero a tradurre in una prosa scorretta le immagini del
maestro; altri si foggiarono all'ingrosso una maniera raffaellesca,
specialmente sulle incisioni di Marcantonio, ed altri si misero a
gonfiare i muscoli delle figure come vesciche, credendo di imitare
Michelangelo. Il Manierismo produsse le cose più bislacche, corpi per
aria sgambettanti, figure lunghe lunghe tagliate nel legno o coperte
di piombo, drappeggiamenti che sembrano carta scompisciata, colori
cangianti di camaleonti. A Bologna quindi aveva potuto metter piede il
Calvaert fiammingo, presentare al pubblico que' suoi quadri con grande
stridore di rosso e con lo sguaiato giallo canarino; avevano potuto
salire in fama i Samacchini, i Procaccini, Bartolomeo Passerotti ed
altri, che molto peccarono, molto oltraggiarono la maestà dell'arte. I
Carracci si proposero di rivendicarla, di ridare all'arte derelitta la
corona regale.

                                   *

Ludovico Carracci aveva visitata Venezia, e là aveva veduto, innanzi
alle opere di Tiziano e del Tintoretto, il tramonto di fuoco dell'arte
veneziana; a Firenze poi aveva ammirato il crepuscolo dell'arte nelle
penombre di Andrea del Sarto; a Parma l'aurora boreale fiammeggiante
nelle opere del Correggio e del Parmigianino; a Mantova i fuochi della
sera riflessi negli affreschi di Giulio Romano. Sprovvisto di naturale
facilità al disegno, così che il Fontana bolognese e il Tintoretto
lo dissuasero a dedicarvisi, si volse all'imitazione, vagheggiò la
fusione della maniera romana con la lombarda e la veneta, di Raffaello
col Correggio e con Tiziano. I suoi due cugini gli vennero in aiuto,
Annibale col suo ardore, Agostino co' suoi calcoli. Ludovico però
fu il più proteiforme nell'artistico triumvirato bolognese, e si
studiò di far sue le forme più diverse, come si vede d'un tratto
nella pinacoteca di Bologna, ove nel Cristo tra i Farisei s'ispira
finanche ai tipi degli avari del fiammingo Quentin Matsys, e nel
San Giovanni che predica alle turbe imita l'arte di Paolo Veronese.
Mentre però la scuola di Paolo in un quadro dello stesso soggetto,
similmente condotto, fa pispigliare la luce tra le fronde degli
alberi, diffondersi nell'aria con onde argentine, scintillare sui manti
orientali delle figure, Ludovico Carracci avvolge quasi ogni figura
nell'ombra, che spegne i colori, e rende sordo quel rosso carraccesco
di cinabro. La tendenza a cercare gli effetti col chiaroscuro, più
che coi gradi delle tinte, rende le sue figure nerastre, con gli
occhi cerchiati e talvolta cavernosi: non più raggi di sole avvolgono
le Vergini del Cielo, ma chiarori di tra la nebbia o luce di luna
tra i vapori acquei. Quelle Vergini, ora grossolane e schematiche,
ora espressive e gentili, non rendono tuttavia sì nell'uno che
nell'altro modo, il tipo dell'ideale femminino idoleggiato nell'anima
dell'artista, ma ricordano molto le donne degli altri. Tutta l'arte
di Ludovico era presa a prestito dell'arte altrui, e dimostra come la
forza creatrice della pittura italiana fosse esaurita sullo scorcio
del secolo decimosesto; l'arte del passato non penetrava dagli occhi
al cuore, non si mesceva nel sangue; le immagini antiche rimanevano
separate, senza fondersi insieme, senza comporne di nuove: rimanevano
quali saggi od esemplari, non davano vita a nuove creazioni; erano
pollini di fiori non mutati dalle api industri in favi di miele.
Parve comprendere Agostino Carracci, il filosofo della compagnia, che
quell'accattar motivi dagli antichi pittori non fosse buon partito: “se
il Correggio„ disse agli altri due, “se il Tiziano, se il Tibaldi, se
Paolo Veronese sono andati contro il gusto comune, era il lor naturale,
era un proprio, che in essi quanto riusciva bene, tanto in altri
si dirà sempre posticcio ed imprestito.„ Eppure, crollando il capo
rispondeva Annibale, “se piace tanto il Correggio, se tanto Tiziano,
il nome de' quali fa contrasto a quello di Raffaello, perchè piacer non
dovrem noi, che di tutti e tre la strada battiamo?„ Agostino fu vinto,
e mise in versi le teoriche eclettiche dei colleghi con questo sonetto
in lode di Niccolò dell'Abbate:

    “Chi farsi un buon pittor cerca e desia
      Il disegno di Roma habbia alla mano,
      La mossa, coll'ombrar veneziano,
      E il degno colorir di Lombardia.
    “Di Michel Angiol la terribil via,
      Il vero natural di Tizïano,
      Del Correggio lo stil puro e sovrano
      E di un Rafel la giusta simmetria.
    “Del Tibaldi il decoro, e il fondamento,
      Del dotto Primaticcio l'inventare,
      E un po' di gratia del Parmigianino.
    “Ma senza tanti studi e tanto stento
      Si ponga solo l'opre ad imitare
      Che qui lasciocci il nostro Nicolino.„

Cioè Nicola dell'Abate, un altro camaleonte, che s'ispirò ai Dossi
e a Giulio Romano, che andò brancicando in cerca delle forme degli
altri. La ricetta era scritta; e i Carracci ne fecero uso, al dire del
Bernini, come un cuoco che metta in una pentola un po' di ogni sostanza
contenuta in altre pentole poste sui fornelli. Ma come la mescolanza di
varii colori dà un brutto grigio, così in quell'unione delle differenti
maniere artistiche; si spense la forza individuale, il carattere. Ad
ogni modo, poi chè il carattere non si rilevava più nella forma, poichè
la forza individuale era impotente a determinarsi, i Carracci mettendo
insieme cose belle, raccogliendo le reminiscenze della grand'arte
fuggita, disegnando molto e con diligenza, meglio fecero che molti loro
predecessori e contemporanei, che, sotto la pompa delle composizioni,
nascondevano la incertezza della forma.

                                   *

Fu un nobile proposito quello dei Carracci di rinnovare l'arte,
riportandola se non alle fonti, innanzi a forme assolute del bello. E
Annibale, che più degli altri fu bene dotato dalla natura, si sforzò
di stringere alle tradizioni antiche l'arte del suo tempo, o almeno
di nasconderne l'aspetto raggrinzato ed ebete sotto una maschera
lusingatrice. Annibale aveva sentito l'angelica beltà del Correggio,
di quei putti della cupola di Parma che, com'egli stesso scriveva,
“spirano, vivono e ridono con una gratia e verità, che bisogna con essi
ridere e rallegrarsi„; a Venezia, aveva conosciuto Paolo Veronese,
di cui vantò la facilità e la copia delle invenzioni; era entrato
nella casa di Giacomo Bassano, ove stese, tratto in inganno, la mano
ad un libro ch'era dipinto; aveva ammirato il Tintoretto, che a lui
parve “ora eguale a Tiziano e ora minore... del Tintoretto.„ Tanto a
Parma, come a Venezia, lo raggiunse Agostino suo fratello, più intento
all'incisione che alla pittura, facile a' contrasti, a sofisticare
intorno a tutto, a ciarlare di politica, a dissertare di filosofia,
a sciorinare le sue ricche cognizioni di letteratura, di astrologia,
di medicina. “Ma venga a Parma,„ gli aveva fatto dire Annibale,
“che staremo in pace, nè vi sarà che dire fra noi, che lo lascierò
dire tutto quello che vole, attenderò a dipingere, e non ho paura
che anch'esso non faccia il medesimo.„ Tornati a Bologna, dopo quel
bagno nell'arte del Rinascimento fiorente, dopo quel bagno di sole,
Agostino promosse la creazione di un'Accademia del disegno, quella dei
Desiderosi, che fu il primo tipo delle Accademie delle arti belle. Si
cominciarono a disegnare nasi e bocche e orecchie staccate dai volti,
disgregando così, a furia di analisi, l'insieme del vero; si studiarono
i canoni della bellezza sui busti e sui bassorilievi antichi, senza
por mente che il fiore della bellezza spunta nel fondo dei cuori,
non si ottiene soltanto coi compassi e le squadre. Non si vedeva più
fiorire spontanea l'arte nelle zolle d'Italia, e si volle ottenerla
artificialmente; ma nelle serre, di tra i lambicchi e i prismi, l'arte
perdette la vita propria: dalle serre uscì il fiore senza profumo;
dalle storte uscì l'acido carbonioso, non il cristallo di diamante; nei
prismi si scompose la luce dell'arte antica, invece di ricomporsi in
una forma nuova, armonica, potente.

                                   *

Annibale Carracci, più degli altri due triumviri, senti il colorito
e l'equilibrio delle sue figure. Nella “Visione della Vergine„ della
pinacoteca di Bologna (n. 36), un fulgore argentino circonda il
capo della Madonna, le cui carni sono del colore di madreperla; i
paludamenti e i manti delle figure dei Santi sono a lacche rosse e
verdi segnate con pennello libero e franco: le luci giallo-dorate delle
vesti degli angioli ricordano subito Paolo Veronese, il prototipo
di Annibale Carracci a Venezia; mentre il San Giovanni, che addita
la Vergine, ricorda il Correggio, il suo prototipo a Parma. Quanto
superò in questo quadro il fratello Agostino, tutto schematico e
calcolatore, così che tagliava come in una palla le tonde teste delle
figure della sua “Comunione di San Girolamo!„ e quanto il cugino
Ludovico, che caricava troppo gli scuri, e mutava di forme ad ogni
mutar di vento! Lavorarono tutti e tre nelle sale dei Signori Favi
a Bologna, per colorirvi le imprese di Giasone, e nel palazzo dei
Magnani, per frescarvi le istorie di Romolo. Ma Annibale, sempre meno
impacciato degli altri due, trovava accenti naturalistici. Mentre
Ludovico era grave nel portamento, bramoso di onori e dei titoli, e
Agostino trattava con poeti, novellieri e cortigiani, Annibale vestiva
selvaticamente, “col collar torto„ dice un suo contemporaneo, “col
cappello a quattr'acque, mantello mal rassettato, barba rabuffata.„
Annibale, noncurante di sè, perchè più assorto degli altri nelle
opere, lasciò più degli altri memoria dell'arte sua, specialmente nella
galleria di palazzo Farnese in Roma, il più splendido saggio decorativo
del Seicento in Italia.

A Roma, quando vi giunse Annibale Carracci, si disputavano il campo
della pittura Michelangelo da Caravaggio, lanzichenecco dell'arte, che
si godeva tra giuocatori, bari e zingare, e il cav. Giuseppe d'Arpino,
il Marino della pittura, corrotto e corruttore, falso nel disegno, nel
colorito, nell'anima. Annibale Carracci gettò tra i due contendenti la
formula che le meraviglie della Roma dei Cesari e della Roma di Leone
X gli suggerirono: tornare all'antico! Non all'antico vagheggiato a
Bologna, ma ad una sua forma più scultoria e monumentale. I resti
dell'antichità classica avevano colpita la fantasia dell'artista,
tanto che, avendogli Agostino vantato con gran calore il Laocoonte,
e fatte le meraviglie di vederlo taciturno, egli prese un carbone,
e disegnò sul muro il gruppo sì giustamente, come se l'avesse avuto
dinanzi per imitarlo; e rivoltosi al fratello, disse ridendo: “Noi
altri dipintori habbiamo da parlar con le mani.„ Osservando l'antico,
parve ad Annibale che, tra gli avi dell'arte sua, Raffaello sopra tutti
avesse sentita la bellezza classica, nel dare forma monumentale alle
sue composizioni pittoriche, nel disporre le sue figure sur uno stesso
piano, come bassorilievi policromi. Ne seguì l'esempio nella galleria
Farnese, ispirandosi principalmente alla sala della Psiche della
Farnesina, a quel risaltare delle figure tra loro, a quell'artificio
con cui si riempiono gli spazi dell'affresco, a quelle classiche forme.
Non ha tuttavia la disposizione della vôlta della galleria Farnese la
semplicità, la gaiezza della sala della Psiche, ove Raffaello immaginò
uno scomparto formato di festoni di fiori e frutta a frondi; fece
volare, negli spazi vuoti, sui lembi di cielo azzurro, le divinità
dell'Olimpo; e stese nella vôlta, per mettere come al coperto la
sala del banchetto, due finti arazzi attaccati ad anella. Leon X,
i Cardinali, i prelati, la diva Imperia entravano così dal giardino
della Farnesina nella loggia, come sotto a un pergolato, e si sedevano
alla mensa scintillante di piatti d'oro e d'argento, fatta ammannire
da Agostino Chigi, il mercante magnifico, mentre gli Dei a convito,
rappresentati sopra al loro capo, bevevano il nettare, festeggiavano
gli sponsali di Amore e Psiche.

La sala di Annibale Carracci a palazzo Farnese in parte è a finta
scultura: sul cornicione si solleva il fregio con pilastri a
chiaroscuro, medaglioni di bronzo e termini di finto rilievo che
reggono la vôlta; sui basamenti dei pilastri stanno giovani coloriti
al naturale, senza un significato proprio, vere accademie o studii
dal nudo, in atto di tenere festoni pendenti da maschere sceniche.
Al ricchissimo fregio sembra non corrispondere la decorazione della
vôlta, dove si stendono quadri con cornici dorate o a mo' di stucco;
e la composizione non ha l'unità, che nella sala della Psiche vi
spirò Raffaello, svolgendo la _fabula grecanica_ di Apuleio, che pare
racconto di una fata. Annibale Carracci volle figurare la guerra e la
pace tra l'amore celeste e l'amore terreno; ma l'allegoria filosofica
di Platone portava troppo all'astrazione, e non poteva trasparire
chiaramente nelle rappresentazioni degli amori di Ercole, di Anchise,
di Diana, di Polifemo, ecc. L'allegoria è composta come da citazioni
affastellate con grande affanno da un erudito secentista; e tuttavia
Annibale Carracci, nella galleria del palazzo Farnese, ottenne il suo
scopo, tradusse l'antico con abilità mirabile, fece sporgere pel forte
chiaroscuro i termini del cornicione, rese con armonia e riccamente
le scene mitologiche, ispirandosi nel disegno all'ultima maniera di
Raffaello, ottenendo una vivezza e un chiarore nuovo di colorito,
variando i motivi decorativi con una signorile larghezza. Nel Baccanale
a mezzo la vôlta però non folleggia il piacere, come nei Baccanali di
Tiziano; e Venere seduta sul talamo, mentre Anchise le leva un coturno,
non è come la Rossane della Farnesina, il venustissimo fiore, dipinto
da Antonio Bazzi, detto il Sodoma, a cui intorno scherzano gli amori,
a cui si appressa rischiarato dalla face d'Imene, con la fiamma del
desiderio negli occhi, l'eroe, Alessandro. Non vi sono insomma le
allegorie e le scene mitologiche, quali seppe renderle il Rinascimento,
combinando l'arte classica col senso fresco, spontaneo della natura;
non traspare, sotto il velo della finzione, l'anima dell'artista con
le sue passioni; non riluce nella scena la vita gaia e libera della
società.

Raffaello diede talora agli Dei dell'Olimpo la cristiana dolcezza
sulle labbra, Michelangelo l'ombra del pensiero sotto le arcate
delle sopracciglia, Correggio la grazia nei corpi snelli, Paolo
Veronese un'atmosfera di faville tutt'intorno. Annibale Carracci non
riuscì, in quella prima decade del seicento, in quel disgregarsi e
squagliarsi d'ogni forma, non riuscì che a ridare agli antichi eroi,
agli Dei dell'Olimpo l'equilibrio dei corpi, traendoli fuori da una
buona stampa accademica, inquadrandoli in una splendida cornice,
salvandoli dalla brutalità artistica invadente. Quasi che Annibale
Carracci vedesse non alitare intorno alle sue figure l'aria fresca e
serena, che ondeggiava la chioma della Galatea di Raffaello; quasi
che l'afa del seicento ne opprimesse lo spirito, divenne di umore
malinconico e cupo. “Si giuoca„, scriveva l'ambasciatore estense Fabio
Masetti, “a indovinare per trovarl'in casa, oltre che s'è ritirato
in una habitatione, segregato da ogni commercio dietro la Vigna
dei Riarii alla Lungara„. Morì l'anno 1609, salutato restauratore
e principe dell'arte, “restituita e innalzata da lui„, scrive il
Bellori, “nuovamente alla vita del disegno e del colore, dopo averla
raccolta per terra in Lombardia e in Roma„. La sua salma fu portata
nel Pantheon, esposta sopra un catafalco, a capo del quale si collocò
un quadro di Annibale, come al letto di morte di Raffaello fu posta la
sublime “Trasfigurazione„ dai discepoli riverenti; e “il popolo accorse
a vedere le esequie lugubri e le morte spoglie di Annibale, quasi
nel luogo stesso si mirasse di nuovo Raffaello disteso sulla bara„. E
là nel Pantheon dorme presso alla tomba di Raffaello, che vissuto in
un tempo felice, nella fiorente primavera dell'arte, era salito tra
gl'immortali: Annibale giace come l'adoratore presso il suo Dio.

E del suo Dio egli aveva predicato il verbo alle turbe, onde per tutto
il secolo decimosettimo all'arte napoletana focosa, naturalistica e
tetra si contrappose l'arte dei Carracci sospirante il decoro e la
bellezza antica.

                                   *

Nei palazzi principeschi d'Italia, nelle vaste chiese erette dalla
Contro-riforma trionfante, l'arte dei Carracci penetrò: salì nelle
cupole, si stese lungo gli archi, apparve sugli altari tra il fumo
dell'incensi, lo scintillio dell'oro, l'agitarsi delle statue barocche;
e nei palazzi, nelle sale, ove convenivano i grandi d'Italia, esaltò
i ricordi della patria, il fasto delle famiglie, con un linguaggio
pieno d'enfasi, rumorosamente. Tutt'all'intorno delle storie magnanime
gettarono corone, volarono, caddero rovescio sui nuvoloni, virtù
simboliche, angeli e demoni.

Da Bologna a Madrid, tra gli ornati dell'Escuriale, ad Anversa tra i
fuochi e le fiamme di Rubens, a Parigi traverso le istorie di Nicola
Poussin giunsero i Carracci, s'inoltrarono nel tempo per la via delle
Accademie, e batterono sino alle porte del nostro secolo. I moderni, in
estasi innanzi alle verginali cose del Rinascimento, li bestemmiano,
disconoscendo che il loro tentativo di incamminare l'arte verso
l'antico era animato da un sentimento simile a quello che volge noi a
contemplare e ad amare l'arte dei giorni felici. Il Ruskin, che scrive
d'arte gettando sulle pagine la sua spugna impregnata di colori, e il
Leroi, nell'organo magno dell'arte parigina, ed altri ed altri in coro
bestemmiano i Carracci, non accorgendosi del loro nobile sforzo di
innestare dignità e vigore sulla pianta già verde e con bacche d'oro,
nell'annosa pianta isterilita dell'arte italiana.

                                   *

Gli sforzi non andarono a vuoto: ecco Guido Reni educato dai Carracci
meglio determinare l'idea della bellezza ne' suoi angioli, in quelli
di San Gregorio in Roma ad esempio, con lunghe chiome inanellate, coi
grandi occhi nuotanti nell'azzurro. Il concento dei liuti e delle viole
e dei cembali sale dalla tribuna della cappella nel cielo luminoso, ove
si appuntano gli sguardi e le amplissime ali candide degli angioli.

Guido Reni non fu un mistico, ma neppure si lasciò conquidere dallo
spirito realistico della Contro-Riforma. Le teste de' suoi Cristi
coronati di spine, con le pupille che languono smarrite sotto le
palpebre, con le labbra semiaperte, rendono il dolore dell'anima; ma
i bei capelli ondulati ricadenti sugli omeri, le carni alabastrine non
dicono la tortura del corpo: nell'espressione spira la tranquillità del
martire cristiano, negli occhi supplici da cui sfuggono lacrime e preci
la rassegnazione divina. Mentre la Contro-riforma chiedeva all'arte
le immagini di Cristo livide, rosse di grumi di sangue, coperte dalle
ombre della morte, Guido Reni volge le teste del Redentore al cielo,
come se lo spirito fosse per esalare e tornare alla luce. Purtroppo
il pittore abusò di quell'espressione, e molti suoi Santi si affisano
ugualmente nel cielo, e divengono forme convenzionali, stereotipate;
purtroppo la forza di Guido, quella che lo aveva assistito in San
Gregorio a Roma, nella grandiosa scena del Sant'Andrea che adora la
croce, cadendo ginocchioni sulla strada del martirio, tra manigoldi,
soldati e popolani, quella forza a poco a poco gli venne meno; e le
sue figure biancastre, vuote, tondeggianti, le sue donne dal volto di
Niobe e dai capelli di stoppa, rendono dilavata, fredda l'idea della
bellezza quale rifulse negli anni giovanili alla mente di Guido. Quando
egli si provò ad imitare Raffaello nella “Fortuna„ dell'Accademia di
San Luca o nel San Michele della chiesa dei Cappuccini in Roma, cadde
miseramente; quando invece colorì l'Aurora di Palazzo Rospigliosi,
e specialmente quando compose le ancone con Madonne e Santi (quella
della pinacoteca di Faenza è mirabile esempio), si innalzò maestoso.
L'equilibrio di Annibale Carracci regna nelle sue tele, nel moto
ordinato delle figure grandiose, nel ricadere degli ampli drappi e dei
manti, nel raggrupparsi delle figure tra loro, anche quando la passione
sembra dare strappi all'euritmia della composizione. Così, ad esempio,
si vede nella “Strage degli Innocenti„ a Bologna, ove nel pavimento
giacciono due morticini, che fanno pensare ai due nati di Eduardo, di
cui i sicarii di re Riccardo raccontano, nel dramma di Shakespeare,
la morte, “la distruzione„, dicono essi, “della più bell'opera che
la natura avesse formata dopo la creazione„. Le parole degli sgherri
angosciati di re Riccardo potevano sfuggire agli stessi manigoldi nel
raccontare l'eccidio dei fanciulli. Dicevano quelli: “Stavano adagiati
in un medesimo letto.... abbracciati si tenevano con le loro braccia
innocenti e candide come l'alabastro. Le loro labbra sembravano quattro
rose sopra un solo stelo, che si baciassero l'uno con l'altro nel loro
più vermiglio splendore.„

                                   *

Compagno di Guido Reni fu l'Albani, minore di gran lunga d'ingegno,
sempre in cerca di piccoli espedienti. Sarebbe stato un pittore di
genere, se i Carracci non lo avessero rivolto alla pittura sacra e alla
mitologica; tuttavia anche nel sacro cercava le scenette graziose,
gli accessori eleganti, le espressioni zuccherine, e nelle scene
mitologiche impiccioliva tutto, dava sorrisetti a tutte le teste,
un'aria civettuola alle Grazie. Dopo aver dipinto a Roma, fece ritorno
a Bologna sua patria, ed ebbe dalla seconda moglie bellissima, della
nobile famiglia Fioravanti, numerosa prole, di cui si servì per modello
nel ritrarre, là nella sua villa di Meldola e di Querciola, abbellita
di fonti e di peschiere, le deità del cielo e della terra e del mare,
i suoi genietti ed amorini, gli elementi, in vaghi paesi e giardini,
boscaglie, prati fioriti, collinette apriche, con limpide lontananze
marine.

Fu secentisticamente detto l'Anacreonte della pittura; ma ad ogni
modo quelle galanterie di putti ricciutelli, che giuocano e scherzano,
quelle ninfe leziosette sono una forma non priva di genialità, benchè
non irrompa la vita negli amorini accarezzati, ordinati, educati; non
iscroscino le risa delle ninfe pettinate, levigate, con le lustre carni
d'avorio. Eppure la fonte dell'Albani non mancava di freschezza, le
composizioni mitologiche del Domenichino, a cui si ispirava il pittore,
erano gioconde e festevoli.

                                   *

Domenico Zampieri, detto il Domenichino, fu un quattrocentista
smarrito nel seicento, di un candore, di una ingenuità, d'una timidezza
singolare in mezzo all'assordante clamore dei barocchi. Ci sembra di
vederlo in tutte le sue opere come Ludovico Carracci lo vide ancora
in tenera età, nella sua Accademia, il giorno in cui solevasi dare il
premio ai disegni: egli se ne stava solo, ritirato in un canto, dopo
aver messo l'olio nelle lampade della scuola, e senza pronunciar motto;
e quando il suo disegno fu giudicato il migliore di tutti, “non ardiva
di farsi avanti, ma solo manifestossi col berrettino in mano, e con
voce sommessa e vergognosa„ (_Bellori_). Restò sempre modesto, pauroso
quasi dell'opera sua; ma disse giustamente il Bellori, si vantino
pure gli altri pittori della facilità, della grazia, del colorito
e delle altre lodi della pittura che a lui toccò la gloria maggiore
di lineare gli animi e di colorire la vita. Egli comprese come ogni
linea, prima che dalla mano, dovesse essere mossa dall'intelletto;
come al pittore convenisse non solo osservare gli affetti umani, ma
sentirli in sè. Mentre dipingeva a San Gregorio, in concorrenza di
Guido, Annibale Carracci lo vide, entrando nella cappella, adirato
e in preda allo sdegno, che si studiava di esprimere nel volto del
manigoldo minacciante il santo martire Andrea. E gli affetti traspaiono
ne' suoi fanciulletti, che si stringono impauriti alle gonnelle delle
tenere madri, negli angioli che sporgono tra le nuvole la testolina
curiosa, nei garzoncelli che stendono supplici le mani a Santa
Cecilia benefattrice: da per tutto in quegli occhietti vivaci, in
quell'ingenuità di moti, in quel candore di volti.

Gli altri secentisti si affannarono a cercare il nuovo, e forme
strane non vedute mai; il Domenichino invece si provò a continuare, a
perfezionare l'opera de' suoi predecessori, e come nella Santa Cecilia
a San Luigi de' Francesi in Roma, s'ispirò al quadro dell'“Elemosina
di San Rocco„ di Annibale, nella “Comunione di San Girolamo„, ora
nella galleria vaticana, tenne di mira il quadro dello stesso soggetto
di Agostino Carracci. Però nel Santo Anacoreta egli seppe esprimere
lo sfasciarsi delle membra per gli stenti e la decrepitezza, e gli
ultimi aneliti di lui negli occhi dilatati, che guardano al Sacerdote
apprestante il pane divino. A tutte le figure del quadro par che tremi
il cuore, e financo piange il leone, compagno dell'eremita, con la
testa china sugli artigli e le sopracciglia increspate dal dolore.

Profondo sempre e sempre candido, il Domenichino dà alle sue Sibille
l'aspetto di vergini rapite nella visione del futuro, fa inchinare i
Santi con divozione ed umanità, soffrire i Martiri con rassegnazione
divina, gioire le sue ninfe innocenti come in un paradiso terrestre. Le
invidie, le persecuzioni abbatterono quel grande, che, nel seicento,
anche sotto gl'involucri pesanti della forma, anche sotto lo strato
del colore senza guizzi di luce, fece trasparire la sua anima buona.
Sant'Agata a Bologna, nella Pinacoteca, Sant'Agata che stende le
bianche manine nell'aria, e inoltra lo sguardo tremulo nell'azzurro
dei cieli e nella gloria, che apre le piccole labbra scolorite da
cui l'anima si fugge per ondeggiare incorporea negli spazi celesti, è
simbolo dell'arte di Domenichino casta e gentile, anche sotto il pondo
delle spoglie, sotto lo stucco del seicento. Se l'arte dei Carracci non
avesse spirato vita che al Domenichino, grande e infelice, coscienzioso
in un tempo in cui la coscienziosità sembrava povertà di spirito,
timido fra i contemporanei audaci, l'arte dei Carracci sarebbe degna
anche per questo di onore.

                                   *

Nè l'anima del Domenichino, nè il pensiero di Guido, nè il sorriso
dell'Albani rispecchiansi soli nelle forme diffuse dai Carracci; ma
sì tutta l'opera d'una legione d'artisti, che per l'Italia sventolano
le insegne dei maestri di Bologna: di Giovanni Lanfranco di Parma, co'
suoi colossi rapidamente elevantisi su le cupole e gli archi e le ampie
moli, del Tiarini di una sincerità popolana, di Sisto Badalocchio, di
Antonio Maria Panico, di Antonio Carracci, di Innocenzo Tacconi, di
Lucio Massari, di Lorenzo Garbieri, del Cavedoni, del Guercino, ecc.

Gli ultimi due, Cavedoni e Guercino, errano per differenti vie:
il Cavedoni cerca il fuoco e lo splendore dei quadri veneziani,
il Guercino avvolge le sue composizioni nelle tenebre, e qua e là
le rischiara da bianche livide luci. Sembrano giunti col Guercino
i giorni funebri del colore; ma l'arte continuò a far tesoro
dell'eredità dei Carracci, a sentire il loro impulso di ricercare, di
ritornare all'antico. Dalle Accademie, ove ancora germinavano i semi
carracceschi, l'arte si mosse verso l'antichità classica, nel secolo
scorso; verso il Medioevo e il Rinascimento, nel secolo che ora volge
al suo termine. Ma nè i Cincinnati, nè i Coriolani ingessati dell'arte
del Regno Italico; nè i cavalieri dal collo torto, nè le dame dagli
occhi di triglia morta del ciclo romantico; nè le lunghe fanciulle
col collo tirato, nè i Santi con le teste su scudi d'oro agganciate a'
panni de' preraffaellisti, espressero la vita nuova.

L'arte del passato non può renderla con gli echi delle sue epopee, e
a noi basta di venerarla nei musei; l'arte del presente senza unità,
incerta del suo fine, ora si aggrappa al passato come alla tavola di
salvamento, ora ne rifugge per navigare senza bussola nel regno dei
sogni; l'arte dell'avvenire ci dirà senza convenzioni, senza miscugli
l'ideale delle anime? Torneremo a' giorni lieti, in cui la vita
prorompa nelle immagini dell'arte giovani, fresche, sane? Allora sarà
giusto ricordare, come ricordiamo oggi, nell'ansia dell'attesa, chi
tentò nella società guasta e degenere del seicento ricondurre l'arte
alla bellezza, chi con i piedi nel fango fissò gli occhi nel cielo.



BAROCCHISMO


                               CONFERENZA
                                   DI
                            ENRICO NENCIONI.


I.

  _Signore e signori_,

Il barocco è la caratteristica del secolo XVII, più particolarmente
in Spagna e in Italia; e non solo nella Letteratura e nell'Arte, ma
nella Vita; nei costumi, nelle mode, nel cerimoniale, negli spettacoli,
nella religione, nell'amore, nella guerra, perfin nei delitti.... Due
cose essenziali bisogna però ricordare quando si parla del barocchismo
letterario ed artistico; cioè, che nei suoi principii, nel Bernini,
per esempio, esso fu una reazione del genio individuale contro il
sistematico classicismo accademico e dottrinario degli ultimi anni
del _Rinascimento_. “Meglio ippogrifi che pecore!„ parvero dirsi quei
primi arditi nuovatori. Bisogna poi ben distinguere fra barocchi
e barocchi: fra quelli fioriti nella prima metà del secolo XVII, e
quelli della seconda: non confondere gli audaci coi deliranti, il
Bernini col Borromino, il padre Bartoli col padre Orchi. Certo, un
po' di barocchismo è in tutti quanti i Secentisti: unica e gloriosa
eccezione, il gran Galileo. Ma gli stessi discepoli di Galileo non
ne sono affatto immuni. Il Torricelli, per esempio, scrive che “la
forza della percussione porta sulla scena delle maraviglie la corona
del principato„. Ma il vero delirio, nella lirica, nel teatro,
nell'architettura, comincia nella seconda metà del Seicento. Tipi
supremi, la facciata del San Moisè del Tremignone, a Venezia; e le
prediche del padre Orchi.

Queste sono il vero _colmo_ del barocchismo letterario, e disgradano
gli stessi Preti e Achillini. E notate che destarono l'entusiasmo degli
uditori e furono applaudite nel Duomo di Milano. Bastano i titoli soli
delle prediche per esilararci. Eocone uno: “Le bevande amatorie date
a bevere alla sposa dal suo servitore, per farla adulterare„ che vuol
dire i diletti del corpo che distaccano l'anima da Dio. È lui che in
un panegirico di Santa Maria Maddalena, disse che, prima di udire la
parola di Cristo, essa era “sollevata di fronte, sfrontata di faccia,
e sfacciata d'aspetto„ ma dopo ascoltato il Salvatore, “le si svegliò
nel meriggio del cuore l'austro piovoso del tenero compungimento, e
sollevando i vapori dei confusi pensieri, le strinse nel cielo della
mente i nuvoli del dolore„. Questo bravo padre Orchi farebbe oggi
furore a Parigi fra certi _simbolisti_, non meno stravaganti, e più
sibillini di lui.

Un giorno paragonò la confessione a una lavandaia, la quale “nudata
il gomito, succinta il fianco, prende il panno sucido, ginocchione si
mette presso d'una fiumara, curva si piega su d'una pietra pendente,
insciuppa il panno nell'acqua, lo stropiccia coi pugni, con le palme
lo batte, lo sciacqua, lo aggira, lo avvolge, lo scuote, lo aggroppa,
lo torce; indi, postolo entro un secchione, poi al fervore del fuoco
in un caldaio, fatto nell'acqua con le ceneri forti un mordente liscìo,
bollente glielo cola di sopra; giuoca di nuovo di schiena, rinforza le
braccia, rincalza la mano, liberale di sudore non meno che di sapone;
e finalmente, fattasi all'acqua chiara, in quattro stropicciate, tre
scosse, due sciacquature, una storta, candido più che prima e delicato
ne cava il pannolino„.

L'uditorio proruppe in applausi, ed egli, il giorno dopo, riconoscente,
confessò che “non poteva più contenere in seno il grande amore pei suoi
ascoltatori....„ “La vostra attenzione, esclamava, ha fatto da balia a
questo amore; lo ha fasciato e cullato; e ora, divezzato dal poppare
mercè l'aloe amaro della partenza, si pascerà col solido cibo delle
memorie. La brama di tornare a voi è una gravidanza matura, sicchè io
sto con la doglia del parto, finchè la grazia del Cielo non mi servirà
da Lucina, per figliare un nuovo maschio Quaresimale.„

Ora io domando: sarebbe giusto confondere sotto la stessa denominazione
di barocche queste prediche del padre Orchi e quelle contemporanee del
padre Segneri? le pagine descrittive, sovrabbondanti, ma pittoresche
e musicali, del Bartoli, coi leziosi _Disinganni_ del Lancellotti?
le enfatiche ma possenti strofe del Testi e del Filicaia, con le
insulsaggini del Ceva? Eppure anche il Segneri e il Bartoli e il
Filicaia sono, in gran parte, _barocchi_. E barocco, ma sempre
grandioso e geniale anche nel suo barocchismo, è spesse volte il
Bernini. Ora chi oserebbe confonderlo coi Tremignoni, i Borromini, i
Buonvicino e i Rusconi? Il Bernini è artista unico nel suo genere:
l'ultimo veramente grande e originale artista italiano: con lui
l'Italia abdica gloriosamente il suo _primato_ nell'Arte, e assume
quello scientifico con Galileo.


II.

Nel secolo XVII, come nel XVI e poi nel XVIII, Roma è città sterile
d'arte e di artisti proprii; ma è come il gran mercato dove si
eseguivano, o si trasportavano, le opere dei più insigni artisti
italiani e stranieri: un gran centro di ecletticismo. Lorenzo Bernini,
nato di famiglia fiorentina a Napoli, visse e lavorò quasi sempre in
Roma. Fa spavento il pensare quanti sono i lavori di lui nella sola
Roma; fra chiese, palazzi, colonnati, archi, fontane, scale, statue,
gruppi, busti, mausolei.... Si direbbe una legione di artisti. Nella
prodigiosa fecondità gli sono solo paragonabili Rubens e il Tintoretto.
Genio veramente creatore e moderno, dipinse nel marmo, e mise nei suoi
ritratti la vita ed il movimento; rilevando con possente efficacia la
fisonomia caratteristica dei personaggi. Nell'architettura, spirò una
trionfale grandezza. Le sole fontane basterebbero a immortalare il
suo nome. Prima di lui, nessuno, nè antichi nè moderni, avevan capito
la poesia e il carattere dell'acqua, messa in movimenti armonici e
pittoreschi. Chi non è stato a Roma non ha idea di fontane. Le più
celebri fuori di Roma, e in Italia e all'estero, non sono che spruzzi
d'acqua, o docce da bagno, o saliere. Vuotatele, e potrete figurarvele,
senz'alcuna repugnanza, piene di qualunque altro materiale; — vuotate
quelle del Bernini, e a nessuno verrà il minimo dubbio che lì c'era, e
doveva essere, il fluido irrequieto elemento — la fresca abbondante e
sonante acqua romana. Alcuni critici d'arte chiamano _bella ma barocca_
la fontana di Piazza Navona, dove sono le grandi statue del Danubio,
del Nilo, del Gange, del Rio della Plata, in attitudini ondeggianti e
serpentine come l'acqua. Se veramente questa fontana è _barocca_, vuol
dire allora che l'ideale di una fontana è il barocchismo, — che una
fontana per essere bella e caratteristica e pittoresca, _deve_ esser
barocca. Ma vi son taluni pei quali ogni nuovità, ogni ardimento è
barocchismo.

A proposito delle statue del Bernini, e ne ha delle stupende e perfette
come la Santa Bibiana ed il Davide, si è fatto un gran declamare
contro gli svolazzi dei manti del suo Apollo, dei suoi Angioli del
Colonnato. Ma hanno mai pensato cotesti rigidi censori che Apollo è
in atto di inseguire una Ninfa, e che questo Apollo inseguente Dafne,
era destinato a una villa, all'aria aperta, e non alla sala di un
Museo come lo vediamo ora, fra le dee greche dai pepli corretti e
dalle tuniche aderenti? Era possibile e logico che il manto del Dio
non svolazzasse? L'Apollo è ammirabile nel suo movimento impetuoso,
come la Dafne nello stupore di sentirsi conversa in pianta, e i piedi
tramutarsi in radici, e fiorirle i capelli, e il sangue aggelarsi, e
la carne attonita diventar vegetale. E quei santi e angeli sui culmini
di San Pietro, del Colonnato, di San Giovanni Laterano, campati in
aria, dai gesti drammatici violenti, agitanti delle croci gigantesche
con movimenti aerei, saranno barocchi quanto volete, ma _lì dove sono_
stanno bene, e spiccano a cinque miglia di distanza, e armonizzano
con la Cupola e con la immensa campagna. Metteteci invece delle belle
figure corrette e composte, non si vedrebber nemmeno. I barocchi,
anche i più decadenti, ebbero un vivo sentimento dell'_ambiente_, come
i grandi artisti moderni. Così le _Susanne_ del Bernini bisognerebbe
vederle là per dove eran fatte, presso la vasca di una villa romana,
all'ombra verdastra delle elci secolari, e non nelle sale d'un
Museo. Come certi grandi vasi da fiori del _Secento_, ammirabili come
decorazione (i Barocchi e i Giapponesi sono i più insigni decoratori
del mondo), non si possono giudicare vedendoli vuoti, e in una
collezione — ma bisognerebbe vederli sulle scalee di una villa, o in
un grande giardino dell'epoca e pieni di fiori, non vuoti. Ogni opera
d'arte, o signori, anche se perfetta in sè stessa, perde di pregio,
quando la contempliamo in un ambiente troppo diverso da quello nel
quale e per il quale fu fatta. Pochi giorni fa, in una visita al
nostro Museo Nazionale, vidi murate alle grandi pareti di due immense
sale, una moltitudine di Madonne dei Robbia; bellissime e adorabili
ciascuna per sè, ma lì tutte in fila, mi parvero a un certo momento,
Dio mi perdoni, tanti soldatini delle scatole di Nurimberga.... E
pensavo all'effetto grande, inevitabile e delizioso, che una sola di
quelle Madonnine faceva quando era dove doveva essere, in un chiostro
solitario dell'Appennino, o nella penombra mistica di una chiesa.

Anche per apprezzare equamente la Santa Teresa del Bernini, bisogna
rammentare e il carattere religioso della Riforma Cattolica, e il
misticismo _rêveur_ del Secento, e Molinos e Madama Guyon. Questa
Santa Teresa non è una santa del Medio Evo, ma una gran dama devota
del secolo XVII; avvezza ai grandi cerimoniali liturgici del _Gesù_ e
di _San Pietro_, all'odore degl'incensi, al sacro lume dei ceri, alle
melodie dell'organo, all'oro dei piviali, alla penombra mistica del
confessionale, al monotono gemito delle salmodie. Guardatela sotto
questo aspetto e la troverete ammirabile. Dicono troppo adulto ed
equivoco l'angelo che la ferisce con lo strale del divino amore. Sarà.
Però, è abbastanza curioso, che per giudicare della bellezza della
santa, si debba prima esaminare la fede di nascita di quell'angelo,
il quale, qualunque età abbia, è piuttosto bruttino. Ma che ardor
di passione in questa Santa Teresa! “Elle a séchè dans le feu, dans
les larmes„, attendendo lo Sposo celeste. Svenuta d'amore, gli occhi
semichiusi, è caduta in un'estasi dolorosa e voluttuosa ad un tempo.
Il bel viso è magro, la bocca sospira, le mani sono languidamente
abbandonate. Vista una volta, non si dimentica più. Il Taine,
credibilissimo giudice, e piuttosto severo per il Bernini, ha scritto
di questa statua: “Bernini a trouvé ici la sculpture moderne, toute
fondée sur l'expression.„


III.

E che dire della gran piazza di _San Pietro_, tutta opera del Bernini?
Lo Shelley scriveva: “Più vedo _San Pietro_ e più mi sembra inferiore
alla sua fama; ma la piazza è stupenda.„ E il Taine: “Non v'è una
piazza eguale, o solamente comparabile a questa, in tutta Italia e
in tutta Europa. Nessuna bellezza più solida, più sana di questa: il
nostro Louvre, la piazza della Concordia non sono al suo confronto
che decorazioni da _Opera_. Essa monta leggermente, e si abbraccia
tutta in un colpo d'occhio. Due superbe colonnate in triplice linea
la cingono con la loro curva. Un obelisco nel centro, e ai lati due
fontane che agitano i loro pennacchi di schiuma popolano soli la sua
immensità.„ Ma l'interno della grande Basilica apparve al Taine come
allo Shelley, al Ruskin ed al Symonds, una enorme combinazione di
effetti _barocchi_: grandiosa ma teatrale, possente ma enfatica. “Una
grande opera architettonica dev'essere, dice il Taine, una parola
sincera, come un grido che esprima immediatamente un sentimento.„ E il
Taine ha ragione: ed è anche innegabile che il carattere cristiano di
dolore e di sacrifizio è meglio espresso dai chiaroscuri, dalle tenebre
mistiche, dai vetri colorati, dalle selve di colonne e di guglie di una
cattedrale gotica; che, senza uscir d'Italia, come opere d'arte una
e omogenea, Santa Maria del Fiore, San Marco di Venezia, il Duomo di
Pisa, il Duomo di Milano, son superiori al _San Pietro_. Ma guardiamo
_San Pietro_ da un altro punto di vista. Non vi cerchiamo nè i
terrori, nè le mistiche tenerezze della Chiesa militante e sofferente:
cerchiamoci invece lo splendore e la magnificenza della Chiesa
trionfante e _cattolica_; e allora essa ci apparirà, come apparve a
Byron e a Chateaubriand, a Browning e a Hawthorne, la vera _Cattedrale
del mondo_. Anch'essa ha una parola sincera, esprimente un sentimento
vero: solamente, questa parola, questo grido, non sono un _Miserere_,
o una profetica lamentazione — ma un glorioso _Te Deum_ espresso in
pietra ed in marmo, in oro ed in bronzo.

La grande basilica sembra sorridere ai suoi critici, nella sua calma
serenità; e dire per tutta risposta: “_Guardatemi!_„ e ridirlo con una
continua, insistente ripetizione: “Guardatemi, guardatemi _bene_, in
_silenzio_, senza preconcetti e senza prevenzioni, e poi giudicatemi!„

In certe giornate di rito solenne essa ci appare sovrumanamente
sublime — per esempio quando la sua immensità è piena e animata dai
canti liturgici del Palestrina — o nella notte di Natale, o per Pasqua
di Risurrezione. Eccola descritta dal poeta di _Christmas-Eve and
Easter-Day_, appunto nel giorno di Pasqua:

“Che cosa è questa mole che si eleva su colonne di prodigiosa
larghezza? È realmente sulla terra, questo stupendo Duomo di Dio? Il
metro misuratore dell'Angiolo che, gemma per gemma, numerò i cubiti
della Nuova Gerusalemme, lo ha forse misurato, e i figliuoli dell'uomo
hanno eseguito ciò ch'egli delineò? — disponendo così in giro i fusti
del colonnato, che apre le grandi braccia come invitando l'umanità a
cercare un rifugio in questo tempio?... A quest'ora io vedo la intera
Basilica piena e vivente come un popoloso alveare. Uomini ai balaustri,
nel centro, nelle navate; uomini sugli architravi delle colonne, sulle
statue, sulle tombe che chiudono papi e re nel loro grembo di porfido —
tutti ansiosamente aspettando il momento della consacrazione dall'altar
maggiore: perchè, vedete, il gran momento è vicino in cui al più puro
fromento della terra si mescola il cielo: i grandi ceri palpitano, le
enormi spire di bronzo sollevano più superbo il baldacchino; i respiri
dell'incenso finora compressi, esalano in nuvole; l'organo muggendo
e trascinandosi in bassi suoni, trattiene la voce possente come se il
dito di Dio lo acchetasse, sfiorandolo; ed ecco, al suono argentino del
campanello, il pavimento improvvisamente è coperto dalle facce adoranti
della moltitudine prosternata.„


IV.

Roma è la città unica che simboleggia e comprende le cose più
disparate. Vi sono in Roma cinque o sei Rome che hanno il loro
carattere particolare e i loro speciali visitatori ed ammiratori.
Winckelmann e Overbeck, Goethe e Chateaubriand, Shelley e Lamartine,
Byron e Ruskin, Veuillot e Mazzini, l'hanno adorata con eguale
entusiasmo. Dall'Apollo di Belvedere ai mosaici bizantini; dal semplice
altare scavato nel tufo delle catacombe, alle magnificenze liturgiche
di _San Pietro_; dal palazzo dei Cesari, dal Colosseo e dalle Terme,
alle chiese dei gesuiti e ai palazzi e fontane del Bernini; dalla
desolata e pittoresca solitudine della _Campagna_, ai _parterres_
ricamati e agli alberi pettinati delle ville principesche; esistono in
Roma i più spiccati contrasti. È la città _dialettica_ per eccellenza:
concilia tutte le espressioni della storia e della vita, nella solenne
unità della sua grandezza, e nella infinita malinconia delle sue
memorie.

Ma la Roma del _barocco_ grandioso, non ancora delirante, ma ardito
e solenne, è quella che più apparisce, e direi quasi _s'impone_, a
chi visita per la prima volta l'eterna città. Nè la democratica vita
contemporanea, nè il movimento sociale e politico di capitale del
Regno, hanno minimamente alterato quel carattere di una grandissima
parte di Roma. Noi rivediamo anche oggi tal quale la Roma delle vecchie
stampe, che facevan tanto fantasticare Gœthe fanciullo: anzi, nelle
vecchie incisioni ritroviamo Roma più vera e rassomigliante che nelle
moderne fotografie. Una fotografia è cosa troppo elegante, troppo
nuova, troppo lustra, per rappresentarci la vecchia Roma barocca,
pontificale e blasonica. Quelle immense piazze con un obelisco e una
fontana nel mezzo, traversate da carrozzoni stemmati a sei cavalli,
e da qualche cavaliere in cappa, spada e parrucca — quelli scaloni
popolati di mendicanti — quei muraglioni di convento a cui s'affaccia
la punta di qualche cipresso — quei palazzi enormi, dai cui cancelli
di ferro arrugginito s'intravedono delle rose e si ode il murmure di
una fontana — quelle rovine di acquedotti tra cui sono sdraiati dei
ciociari e dei bufali — quelle architetture strane ma sempre grandiose
e indimenticabili; periodi ciceroniani scanditi in pietra ed in marmo
— tutte queste _romanità_ non si possono sentire e gustare che nelle
vecchie stampe.

E questa Roma barocca o baroccheggiante (scusate il vocabolo) è
quella che meglio mi riesce di ripopolare, di risuscitare con la mia
immaginazione. Passeggiando in certe ville romane ho rivisto quei
principi, quelle dame, quei cardinali antiquari e latinisti, quelle
file di servi gallonati, quelle grandi carrozze dorate fin su le ruote.
Queste ville sono come il guscio di un animale sparito, lo scheletro
fossile di una vita durata più di due secoli, vita che consisteva quasi
tutta nella rappresentazione cerimoniosa, nella decorazione pomposa,
nella etichetta di anticamera e di Corte. Essi non s'interessavano nè
alla natura nè all'arte per sè medesime, nè a un bell'albero o a un bel
tramonto, nè a una bella statua o a un bel quadro, per un sentimento
disinteressato e istintivo di ammirazione; ma li riguardavano come
elementi necessari alla decorazione, e ne facevano come l'appendice
della propria vita. Ville fatte non per viverci in libertà, per amare
o _rêver_, ma per passeggiare e conversare in _buona compagnia_,
scambiandosi riverenze e saluti.

Che abisso, o signori, fra quella gente e noi! La Rivoluzione francese,
come un formidabile terremoto, ha spezzato e separato due mondi: di
mezzo, vi corre oggi un terribile mare, che non sarà mai superato.

O cavalieri e dame del Secento, dal gran sussiego e dalla scrupolosa
etichetta, principi di baldacchino, grandi di Spagna, Conti zii
e Cardinali nipoti, Eccellenze e Eminenze!... E voi incipriati,
_rubantés_ e profumati cicisbei del Settecento, dame dai nèi e dai
_poufs_, dai _volants_ e dai guardinfanti. Come vi ritrovo in queste
ville romane! In villa Albani ho sentito l'eco delle _toccate_
del Galluppi e dei duettini dello Scarlatti. — Dillo, o caro.... —
Dillo, o cara.... — Se tu m'ami — S'io t'adoro — e la voce esciva dal
torace di un cicisbeo che potea far da modello per Ercole, e dalla
superba abbondanza di un petto di donna che pareva quello della madre
Cibèle. Ah! essi non logoravano la vita quei cari nostri antenati....
Non avevano nè letteratura naturalista, nè romanzi estetici e
psicologici, nè teatro educatore, nè discorsi delle Camere, nè musica
dell'avvenire.... e prima che la ipocondria di Rousseau mettesse di
moda l'_aurora_, si levavano sempre a mezzogiorno. Le passioni eran
capricciosi _volani_, scambiati a leggeri colpi di racchetta. Il buon
Goldoni lo attesti.


V.

Subito dopo le prime opere del Bernini, e lui ancor vivente, il barocco
trionfò, divenuto un contagioso delirio, nelle lettere, nelle arti
e nella vita: nei poemi, nei drammi, negli edifizi, nelle statue,
nei quadri, nel lusso, negli spettacoli, nelle mode, nelle questioni
d'onore, nel cerimoniale, a Corte, in chiesa, nei conventi, in casa,
dappertutto. Chiese e palazzi a piante poligone, come il _San Francesco
di Paola_ in Milano, che rappresenta un violoncello; colonne festonate
e bistorte, un perpetuo aborrire dalle linee rette, ondulazioni
che danno il capogiro, come se i marmi patissero di convulsioni;
frontispizi rotti, e sul loro pendìo santi e angeli coricati; figure
sedenti sui cornicioni a gambe spenzolate, che è una passione a
vederle....

Fu allora che i cantanti si cominciarono a chiamar _virtuosi_, e
Ferdinando di Mantova spese per una bella _virtuosa_ quanto aveva
ricavato dal vender Casale! Il macchinismo teatrale era veramente
prodigioso nel suo barocchismo. Nel 1648 nel giorno natalizio di
Madama Reale in Torino si rappresentò il _Vascello della Felicità_. —
“Allo scuoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero
in Cielo gli Dei propizi, ciascun dei quali cantava un recitativo,
a cui rispondeva il coro: venivan poi gli Elementi, simboleggiati
l'acqua in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco,
nell'iride l'aria. Ed ecco il palco riempirsi d'acqua a guisa di mare,
e un vascello lentamente inoltrarsi portando a prora un ricchissimo
trono per la Corte; ai lati di qua e di là gli stemmi delle provincie
soggette al duca di Savoia, e in mezzo una tavola per cinquanta
persone, che invitate dal dio del mare furon servite di sontuosa cena
dai Tritoni portanti le vivande sul dorso di mostri marini.„ (CANTÙ,
_Storia di Milano_. Vol. III).

Dopo le prediche del P. Orchi un esempio veramente unico, il _colmo_
del barocchismo dell'epoca, ce lo danno i libri sulle questioni
d'onore, sul _punto d'onore_, come dicevano. In uno di quei libri
intitolato _Conclusioni del duello e della pace, evangelisti della
umana reputazione, le cui parole servono ad empire di tanti dogmi di
fede d'onore i margini delle cavalleresche scritture_, si comincia
da sottili definizioni dell'onore e delle sue opere, e se stia
nell'onorante o nell'onorato; altrettanto si fa dell'ingiuria,
considerata nella qualità, quantità, relazione, azione, passione,
tempo, luogo, moto, distinguendo le ingiurie voltate, rivoltate,
compensate, raddoppiate, propulsate, ritorte, necessitate, volontarie,
volontario-necessitate, e miste. Suprema era la dottrina del _carico_,
cioè dell'obbligo di risentirsi, ributtare, ripulsare, provare,
riprovare; ed era aforismo che il _carico_ alcune volte nasce dalla
ingiuria, ma non mai l'ingiuria dal _carico_. Altrettanto si sottilizza
nel distinguere e definire l'inimicizia e il risentimento; e qui
figurano la vendetta _trasversale_, il vantaggio, la soperchieria,
l'assassinio. Cardine di questa scienza era la _mentita_, la quale può
essere affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata,
assoluta, privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca,
singolare; generale per la persona, generale per l'ingiuria, generale
per l'una e per l'altra; cadente sulla volontà, sulla affermazione,
sulla negazione; valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva,
circoscritta, coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente,
falsa, data falsamente; ve n'ha di legittime, ve n'ha d'impertinenti
o ridicole, o disordinate, o universali di cosa particolare, o
particolari di cosa universale.... (V. CANTÙ — _Storia degl'Italiani_,
Vol. III). E credo vi basterà.

Questo _punto d'onore_ e le leggi del cerimoniale e dell'etichetta
intralciavano tutti gli affari di Stato e di municipio. Muore in Napoli
una Principessa nel 1658, e le esequie sono impedite da Commissari
regi, perchè ha stemmi e insegne da più del suo grado; e bisogna
deporre in disparte il cadavere, finchè arrivino le decisioni _da
Madrid_! A una solennità, il vicerè si leva indispettito di chiesa,
perchè vede posare due cuscini sotto i piedi dell'Arcivescovo, che
avea diritto a un cuscino solo. Ottantadue anni contesero ai tribunali
e nei libri Cremona e Pavia, qual delle due dovesse avere il passo su
l'altra; finchè il Senato di Milano “dopo gravissima consideratone ed
maturità de consilio„ decise.... di non decidere nulla. Contagiosissimo
esempio, e fedelissimamente imitato anche da altri Senati!

Vien da ridere a pensare all'effetto che dovean fare su questi schiavi
dell'etichetta, del lusso barocco, e del sussiego spagnuolo, le
selvaggie abitudini dei principi Moscoviti, quando passavan d'Italia.

In un recente libro di Francesco Pera, intitolato _Curiosità
Livornesi_, si legge una Relazione sugli Ambasciatori Moscoviti
in Livorno che è una delle più curiose Curiosità del volume.
L'ambasciata si componeva di trentadue persone; ma i veri capi eran
due: _il gran Principe_, bel vecchio di settant'anni, e il Segretario
dell'Ambasciata. Fra i componenti il corteggio vi è un _Papasso_ che
porta sempre attaccato al collo un gran tabernacolo con le immagini
della Madonna e di San Nicolò, da cui volevan le grazie per forza, sino
a frustarne l'effigie se non le ottenevano. Mangiavan tanto caviale,
anche fuori dei pasti consueti, che di dove passavano lasciavan
traccio così acute, da dovere adoprare potenti profumi per dissiparle.
Erano avarissimi. Agli schiavi del _Bagno_ che andaron loro incontro
per festeggiarli “con pive e strumenti alla Turca„ dettero in tutti
quindici crazie; e ad altri musicisti che si trattennero assai suonando
e cantando sotto le loro finestre, due paoli. Invitati a pranzo da
Sua Eccellenza il Governatore, vedendo che questi mangiava la minestra
col cucchiaio, essi non assuefatti a quell'arnese, la prendevano con
le mani, poi la mettevan nel cucchiaio, e quindi in bocca. Ecco un
saggio di barocchismo.... gastronomico moscovita. Nè, quasi cent'anni
dopo, i Reali di Russia erano meno selvatici e primitivi. Pietro il
Grande mentre disciplinava eserciti, fondava scuole, dettava codici,
organizzava tribunali, edificava città nei deserti, congiungeva
mari distanti per mezzo di fiumi artificiali, tracciava strade di
migliaia di miglia, e creava uno dei più potenti Imperi del mondo,
viveva nel suo palazzo come un maiale in una stalla. Racconta il
Macaulay che quando lo Czar era ospitato da altri Sovrani, lasciava
sempre sulle tappezzate pareti e nei letti di trine e velluto “non
dubbi segni che vi era stato un selvaggio„. La principessa Wilhelmina
di Prussia scriveva: “Oggi lo Czar ha voluto prendermi in collo, e
mi ha baciata in modo da spellarmi il viso con la sua barba di tre
giorni.„ La Czarina lo accompagnava con un corteggio di quattrocento
dame in ricchissimi e sudicissimi abiti. Queste dame d'onore facevano
il bucato, cucinavano, facevano anche qualche altra cosa.... In
una adunanza di gran cerimonia, alla Corte di Berlino, lo Czar alla
vista della bella e grassissima duchessa di Magdeburgo, non sa più
contenersi, la prende fra le braccia.... ma basta, è cosa troppo....
_Samoieda_, per insistervi sopra.


VI.

Gli anni che corsero dal 1670 al 1715, anno in cui finalmente si spense
la funesta luce del _roi-soleil_, son gli anni più lugubri, i più
pesanti, i più inumani, perchè i più artificiosi, che ci presenti la
storia. Una cupa, severa e monotona etichetta sembra dirigere tutte
le azioni umane. Un mostruoso barocchismo invade la letteratura,
l'arte, il teatro, le mode, il mobiliare.... persino i sepolcri. Uno
sbadiglio enorme va da un capo all'altro d'Europa. Guerre freddamente
sterminatrici, senza il pittoresco movimento e la passione dell'epoche
precedenti; lotte di casuisti e di teologi; una religione diventata
una idolatrica superstizione, imposta e mantenuta col nerbo, la galera,
le _dragonnades_ e gli _auto-da-fè_; conventi-prigione e terribili _in
pace_ soffoganti i gemiti di lunghe agonie; amori galanti ed equivoci,
Gomorra rivivente tra le dorate alcove di Versailles e del _Buen
Retiro_, tra i veleni della Voisin e il confessionale della Maintenon:
tale è la seconda metà del Secento.

Tutto quell'odioso secolo decimosettimo, anche prima di precipitare al
mostruoso suo fine, è un secolo falso e barocco. I suoi più illustri
uomini di guerra, eccetto Gustavo Adolfo, hanno tutti un non so che
di sinistro nella calcolata ferocia, dal demonio Wallenstein al lupo
Louvois. Nessuno fra i grandi scrittori di Luigi XIV si avvicina
alla sublime altezza di un Eschilo, di un Dante, di uno Shakespeare,
di un Cervantes. In tutti sembra pesare l'incubo del proprio tempo.
Come son tristi tutti quei grandi! Molière e Pascal muoiono di nera
malinconia: nessuno ha la gioia serena e il riso divino degli eroi
del Rinascimento, dei veri inventori e creatori. Hobbes e Molinos,
la paralisi ed il _fatalismo_ in politica ed in morale, sono i veri
rappresentanti di quell'epoca tenebrosa.

E da noi, che contraccolpo continuo di miserie inaudite e di ridicole
e pompose vanità! Che cosa sia stata l'Italia nel primo quarto di quel
secolo, lo ha descritto in modo sovrano, e immortalmente inciso nella
memoria degl'Italiani, Alessandro Manzoni: ma l'Italia della fine del
secolo XVII, aspetta ancora la sua resurrezione; e verrà lo storico, il
romanziere, il poeta che la dipinga. I materiali non mancano.

Entrate nella galleria di un principe Romano. Fra i tanti ritratti di
famiglia, tra le belle e nobili, fiere e minacciose, franche ed ardite
figure dipinte dal Tiziano e dal Veronese, guardate là in fondo quei
quadri buî, dove la sola cosa visibile a primo aspetto sono due grandi
facciole di un bianco sudicio. Osservate meglio, e vedrete che quelle
tenebre sono una toga, e una parrucca enorme, sotto cui apparisce il
viso cachettico di un magistrato, che appoggia il gomito a una catasta
di libroni, e nella destra tiene un foglio che _non_ legge, benchè lo
guardi con due occhi, spenti di pesce morto.... Ecco il Secento.

E avete notato quei libroni? Li potete rivedere se volete, alla
Casanatense o alla Magliabechiana, fra i libri di Legge e di Teologia
di quel secolo. Son volumi che per levarli dallo scaffale ci vuole
un facchino, e fanno scricchiolare la sedia o la tavola su cui si
depongono. Scritti per lo più in un barocco latino, irti di testi,
corazzati di argomenti, velenosi di invettive, sono di mille pagine
l'uno....

Vi siete mai trovati per caso, in certi quartieri di Roma, di Napoli,
o di Milano, dove la strada è come incassata fra una doppia linea di
enormi edifizi grigi, con poche finestre mezze murate, e da cui sembra
colarvi addosso una nebbia di tedio? Sono i muraglioni dei conventi
del Secento, dove annualmente si seppellivano migliaia di ardenti
giovinette, a benefizio del _giovin signore_, l'orgoglioso e spesso
stupido erede dei titoli e della fortuna. Quei cupi casoni hanno tutti
l'aspetto di spedale o di carcere. Non un segno d'arte, non un fiore
del Rinascimento, ne interrompe e consola la spietata monotonia; e
vi sentite mancare il respiro, attraversando quei deserti e desolati
quartieri.

E finalmente, se volete avere un'idea complessiva di quell'epoca
odiosamente barocca, guardate di quali immagini, di quali simboli, di
quali forme, circondavano il luogo dell'ultimo riposo; di quale immenso
catafalco di pesanti vanità e di dorate menzogne volevan coperti i
loro nobili scheletri! Non vi è grande chiesa di Roma, di Napoli,
di Venezia, di Milano e di Firenze, che non sia profanata (è la vera
parola) da uno di questi monumenti pomposi della vanità impotente, e
della ridicola adulazione. Sono ammassi di marmo e di stucco dorato,
cariatidi di Mori orribili in marmo nero, draghi impossibili che
sorreggono un barocco sarcofago, e sopra, in alto, l'eroe guerriero
o magistrato o erudito, in armi o in toga, ma sempre in parrucca,
stendente il braccio con un gesto di attore applaudito, sotto un gran
tendone di marmo giallo o sanguigno. Ai suoi lati, figure allegoriche
vestite alla Romana, la Virtù, il Valore, la Vittoria, la Giustizia
con le solite bilancie da droghiere, la Fama con la solita tromba di
saltimbanco, gesticolano e si contorcono come prese da un attacco di
epilessia. La iscrizione in pomposo latino, incisa a lettere cubitali,
è anche più barocca del monumento.

E quali i quadri, quali le statue, di quella grottesca _fin de siècle_!
Una decrepita galanteria, che vorrebbe sorridere, e fa dei versacci;
delle occhiate ridicole, dei gesti da manicomio. Artisti senza ideale,
grossolanamente carnali, e che non sanno più rappresentare la carne:
le loro opere sono la loro condanna. Grazie al cielo, l'arte almeno
è inaccessibile alla menzogna. Figlia del cuore e della ispirazione,
l'arte non si lascia violentare e violare dal falso; e quando questo
trionfa, essa muore.


VII.

Non vi è parola bastante ad esprimere fino a che punto fu in quelli
anni barocco e ridicolo il cerimoniale di Corte. Pare accertato
che Filippo IV morisse di una resipola perchè un braciere troppo
ardente e troppo vicino gli infiammò il viso, e il grande di Spagna
incaricato della custodia del monarca in quel giorno, non fu lì pronto
ad allontanare il caldano, nè alcuno _osò_ farlo in sua vece. Madama
d'Aulnoy, testimone oculare, racconta nella famosa sua _Relazione_
che “quando suonan le dieci, se la Regina è sempre a cena, le sue dame
cominciano a spettinarla; altre sotto la tavola, le levan le scarpe;
poi l'alzano, la spogliano e la mettono a letto come una bambola,
mantenendo un religioso silenzio.„ Il levarsi e vestirsi, o meglio
farsi levare e vestire, del re, durava due ore. Un vero dramma, diviso
in quattro atti. Venti personaggi, principi del sangue e grandi di
Spagna, agiscono nella grande scena della _camisa_, e nel lavargli
le mani. Vi sono quattro _entrate_ di spettatori titolati, durante la
reale toeletta, e tutto ciò si compie in un _sepolcrale_ silenzio....

Eppure, tra questo stupido formalismo e tra questo putridume — come
tra il fermento del concime e tra l'erba grassa dei cimiteri, si vedono
talvolta spuntare dei fiori strani, dalle foglie lustre e metalliche —
brillavano i grandi occhi neri e le svelte figure delle più pericolose
donne del mondo. Le loro toelette, le loro abitudini, hanno del
barocchismo orientale. Eccole descritte da madama D'Aulnoy: “Elles
sont plutôt maigres et fort brunes, et c'est une beauté parmi elles
de n'avoir point de gorge. Elles disparaissent sous une profusion de
jupes qui traînent par devant et sur les côtés, en etoffes fort riches
et chamarrées de galons et de dentelles d'or et d'argent, jusqu'à
la ceinture. Tout cela bouffe et tombe à terre autour d'elles, quand
elles sont assises, les jambes croisées, sur des carreaux. Les petites
mains fluettes sortent des grandes manches en étoffe d'or et d'argent
mêlé de rouge et de vert. La ceinture est bosselée de réliquaires
et de médailles. Sur leurs manches et leurs épaules sont des _agnus
dei_ et des petites images.... An dessus de cet échafaudage compliqué
et éblouissant, se dresse la tête, maigre et ardente, constellée de
mouches de diamants et de papillons de pierrerie. Les cheveux noirs et
superbes sont si brillants qu'on pourrait s'y mirer. Le visage, lavé
avec un mélange de blanc d'oeuf et de sucre candi, est si luisant qu'
il semble vernissé. Les sourcils, peints, se rejoignent au milieu du
front. Les joues, le menton, le dessous du nez, le dessus des sourcils,
le bout des oreilles, la paume des mains, les doigts, les épaules,
sont avivés de rouge. Une fumée de pastilles brûlées, et la pénétrante
odeur de la fleur d'oranger, s'exhalent des robes et de la personne.„
Lo strano e tremendo fascino di Faustina e di Teodora doveva somigliar
quello di queste spagnuole.

In Francia, negli ultimi anni del Secento, prevaleva e si ammirava
un tipo femminile affatto opposto. Quelle grandi dame a cui predicava
Bossuet, sono un olimpo di classiche divinità: dee giunonesche dalla
fronte bassa e stretta che contrasta col turgidissimo seno: naso
leonino, labbra carnose: lo sguardo duro e incisivo indica, più che il
desiderio voluttuosamente passionato, l'acre ardor sensuale; ed hanno
tutte una inesorabile salute di ferro.

In pochi anni, che differenza di tipi e di mode! Guardavo pochi giorni
fa certi _Studi di donna_ del Watteau. Gracili, svelte, hanno tutte dei
grandi occhi ardenti che sembrano illuminare i loro volti espressivi:
il naso è affilato, e sulla bocca sottile erra quel sorriso magnetico
che Leonardo fermò immortalmente sulle labbra della _Gioconda_: sorriso
ineffabile, che accusa tanti dolori, e avviva tante speranze! Qui veli
e trine aeree, invece delle pesanti stoffe e dei plumbei velluti:
qualche fiore fresco tra i capelli, o sul seno — un _négligé_ più
adorabile di ogni raffinata toeletta, e la grazia e la voluttà che
respirano in tutta l'attitudine della persona.

Son veramente belle? No: le grandi dame di Luigi XIV sono senza dubbio
più scultorie e più belle: ma ad eccezione della Vallière e della
Longueville, son piuttosto belle statue che belle donne. Parlando
delle nervose e simpatiche donne della _Reggenza_, — _Sono dei piccoli
scheletri_ — disse un vecchio marchese. E c'è del vero nell'epigramma.
Ma in compenso, che passione e che vita! Com'è rapido e grazioso ogni
movimento, com'è ritmico e alato il passo di quelle parigine della
_Reggenza_! Al piombo, succedon le ali; alla paralisi, il volo.

E l'azione, il movimento, la _causerie_, succedono alle sonnolente
sieste dopo i pantagruelici pasti di Versailles, e ai tedî dello
stupido cerimoniale. I letti immensi rimpiccoliscono, si mobilizzano.
La signora _riceve_ di mattina non più da letto, ma alla sua toeletta e
nel suo _boudoir_. Essa si alza e si muove alla fine: non è più sempre
sdraiata sopra un divano, e intirizzita in un busto-corazza: si asside
sopra una sedia manevole ed elegante, s'interessa a tutto, discute di
tutto, (anche di politica, ohimè!), e vuol tutto sapere, con avida e
intelligente curiosità. I _salons_ diventano il focolare che riflette e
rimanda, riceve ed emana, e mantiene sempre viva la corrente simpatica
della opinione pubblica.

Dopo la _Reggenza_ e _Louis quinze_, torna di moda un altro barocco
anche più inestetico di quello della fine del regno di _Louis
quatorze_. Prima c'era il torturante _busto-corazza_ della Montespan, e
i plumbei abiti della Maintenon. Ma nei primi anni del regno di Luigi
XVI, l'assurdo, l'inaudito, il mostruoso, predominano. Guardate le
stampe delle mode dell'epoca (1774-84). O deliri del gusto! o epopee
del capriccio! È l'epoca in cui la duchessa di Chartres nella colossale
architettura dei suoi capelli porta un ritratto, un pappagallo, un
mazzo di ciliegie, un piccolo negro, e una nave a vele spiegate... è
l'epoca in cui nella _coiffure à la circonstance_ le signore eleganti
hanno in testa un cipresso, e un fastelletto di grano; e in quella _à
l'inoculation_, un serpente, un sole levante, e due olivi. È l'epoca in
cui la marchesa di Boufflers regge in capo un _mappamondo_ che disegna
sui suoi capelli le cinque parti del mondo; e in cui la contessa di
Lamballe (che dovea poi morire così pietosamente, così tragicamente,
così _eroicamente_), scuote uno _Zodiaco_ fra le sue chiome d'oro, e
porta in testa il sole, la luna, e le stelle... È l'epoca in cui le
donne galanti somigliavano a delle acquaiole che abbiano dei secchi
sotto le sottane; e in cui i _paniers_ davano alle signore tali
circonferenze, da render necessario che per ogni dama fosser destinate
_tre_ sedie.

Ma torniamo al _Seicento_.


VIII.

I delitti stessi sembrano in quell'epoca funesta assumere qualcosa di
strano, di raffinato, stavo per dire di _barocco_... Chi non ricorda
la storia di Virginia de Leyva, di Lucrezia Buonvisi, del Monaldeschi?
Chi non ripensa con fremiti d'orrore al terribile lusso di supplizi
in quel tempo, a quel che patirono i poveri _Untori_, alle migliaia
e migliaia di streghe — cioè di innocenti — torturate e arse vive? e
a quei pedanteschi e diabolici libri di Martino del Rio e di Giacomo
Sprenger — _Le Disquisizioni Magiche_ — _Il Martello delle Streghe_,
che costarono più vite umane di tutte le guerre napoleoniche? Come
nota abbastanza caratteristica, ecco un passo del _Diario_ del Ghezzi,
citato dall'Ademollo nel suo libro delle _Giustizie a Roma_.

“Quando un condannato moriva in carcere, la sentenza si eseguiva
_sul cadavere_: ma ad evitare quanto fosse possibile questo caso, pei
condannati in procinto di morte naturale si affrettava il supplizio e
si mandavano al patibolo _anche moribondi_, facendoli portare in una
sedia d'appoggio con stanghe, da uomini _mascherati_, e si tiravano su
per la forca _con le girelle_.„

Che dire degli uomini _mascherati_ in una processione funerea? Nè
si creda che fosse una maschera purchessia, tanto da celare il viso.
“Un giovane che _non voleva acconciarsi a morire_, scrive lo stesso
Ghezzi, fu trascinato sopra la carretta, perchè si era indebolito; e
dietro gli andavano due mascherati, con _maschere di traccagnino et
abito di pulcinella_, con girelle e corde per tirarlo sul patibolo se
bisognava.„ Pare però che quella volta non vi fosse bisogno dell'aiuto
dei _pulcinelli_.... Peccato per altro che si fosse in quaresima! Se
invece era di carnevale, i pulcinelli dal patibolo potevano andare a
far baccano nel Corso senza cambiar di vestiario.

Cristina di Svezia è un tipo di donna che riassume tutto lo
stravagante, l'ingegnoso, il ridicolo, il pomposo, il falso, il
barocco e il crudele di quell'epoca: dai suoi primi studii, alla
sua conversione e ingresso trionfale in Roma; dal freddo e barbaro
assassinio di Monaldeschi, alla sua morte teatrale. Piena d'ingegno,
di spirito e di dottrina — un po' gobba e calva — nera come una
talpa — superba come Lucifero — intrigante e prepotente, simulatrice
e sfacciata — omicida e devota — un vero _maschiaccio_, come la
chiamavano i trasteverini. E che avesse più aria di maschio che di
femmina, lo attesta un ammirabile busto di lei, scolpito dal Bernini,
e che si vede in Firenze in casa del marchese Piero Azzolino. — E
dire che il povero Bernini; moribondo, supplicò che si facesse pregare
per lui da S. M. la regina Cristina di Svezia “stimando, diceva, che
quella gran signora avesse un _linguaggio suo particolare_ con Dio, da
essere sempre intesa„. (V. Baldinucci). Questo è veramente il re dei
_colmi_: il Bernini morente che spera nella intercessione e nei meriti
di Cristina di Svezia, e nel _volapuk_ di questa nuova santa col Padre
Eterno!...


IX.

Tre insigni paesisti del secolo XVII dimorarono lungamente in Roma:
Poussin, Claude Lorrain, Salvator Rosa. Il paesaggio dei primi due,
sopratutto del primo, ha carattere essenzialmente romano. Poussin,
benchè metta troppa architettura e troppa archeologia nelle sue
tele, ebbe vivissimo il sentimento della campagna romana. Claudio
mise primo nei suoi paesaggi effetti di sole e di luce, prospettive
aeree, la diversa poesia dei cieli, i fasci di raggi luminosi, le rose
dell'aurora, gli incendî del tramonto, le forme varie e incessantemente
mutabili delle nuvole. Salvatore è il pittore delle foreste —
misteriose, sinistre, minacciose — popolate di banditi, e di querci
fulminate o atterrate. Lo accusan perciò di non essere abbastanza
meridionale: ma l'accusa non ha fondamento; perchè i boschi e molti
paesaggi meridionali sono in realtà più sinistri e paurosi dei paesaggi
del Nord. Sparse di spenti vulcani e di viventi solfatare, certe selve
meridionali somigliano alla selva dei suicidi di Dante; e gli alberi
sembrano agonizzare in attitudini disperate. Salvatore li vide così, e
così li dipinse.

_Ce damnnè Salvator_, come lo chiama Michelet, è il pittore delle
selvagge solitudini, del furore degli elementi scatenati, dei boschi
tormentati dalla bufera, delle piagge flagellate dai flutti sconvolti,
delle irte scogliere, degli antri tenebrosi, delle battaglie feroci
combattute su terreni desolati, o fra selve incendiate....

Ha talvolta del manierato, del barocco; verissimo; ma noi ci troviamo
dinanzi a una possente personalità. Tale l'artista. L'uomo poi era
superbo, violento, chiuso ai domestici affetti — ma rimane nonostante
uno dei pochissimi caratteri virili e sinceri in un'epoca di falsità
e di barocchismo. Ha una fierezza indomabile in quel secolo adulatore
e cortigianesco: e nelle sue satire strappa il velo a tutte le piaghe
civili, sociali, ed artistiche: attacca la triplice tirannia feudale,
sacerdotale, e soldatesca, con generosi rabbuffi, con invettive larghe
ed eloquenti, con un impeto tribunesco, che se talora diventa un po'
declamatorio, è sempre di una penetrante efficacia.

Quest'uomo _crede_ a qualche cosa; è come ammalato alla vista delle
miserie e delle vergogne di quella Italia Spagnola; dell'agonia
delle plebi, languenti negli stenti e nella fame.... Ha un ideale
religioso, un ideale patriottico, un ideale estetico, fra tutti quei
contemporanei che non credono a nulla; è un uomo-realtà fra tutti
quelli uomini-fantasmi. Tra il fracidume d'allora sente l'alito dei
tempi nuovi; e sembra stender la mano al Parini ed al Beccaria.

Di alcune sue satire può dirsi davvero che _facit indignatio
versum_. Ecco come egli apostrofa i poeti contemporanei, cortigiani e
voluttuosi, e che facevan dell'arte un trastullo o un pervertimento:

    “Uscite fuor dei favolosi intrichi,
      Accordate la lira ai pianti, ai gridi,
      Di tanti orfani, vedove e mendichi!
    Dite senza timor gli orridi stridi
      Della terra, che invan geme abbattuta,
      Spolpata affatto da tiranni infidi.
    Dite la vita infame e dissoluta
      Che fanno tanti Roboàm moderni,
      La giustizia negata o rivenduta.
    Dite che ai tribunali ed ai governi
      Si mandan solo gli avvoltoi rapaci.
      . . . . . . . . . . . . . . . . .
      . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Dite che sol dai principi si pensa
      A bandir pésche e cacce, onde gli avari
      _Su la fame comune alzan la mensa_.
      . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Dite che ognor degli Epuloni al soglio
      I Lazzeri cadenti e semivivi
      Mangian pane di segala e di loglio.
    Dite che il sangue giusto scorre a rivi,
      Che esenti dalle pene in faccia al cielo
      Son gl'iniqui, ed i rei felici e vivi.
    Queste cose v'inspiri un santo zelo,
      Nè state a dir quanto diletta e piace
      Chioma dorata sotto un bianco velo!

È una voce isolata e magnanima, _clamans in deserto_. Poi la notte
s'addensa anche più buia, e l'Italia per quasi due secoli sembra
morta. Per quanti lunghi anni parlarono con insultante leggerezza
di lei, come di persona profondamente sepolta fra i morti! “Sì, essa
fu, essi dicevano, — così il poeta di _Atalanta_ e di _Mary Stuart_ —
essa fu, quando i tempi eran giovani; ma ora più non è. I brandelli
del suo sudario tremolano nell'aria sepolcrale: remote stagioni di
anni immemorabili avvolgono ormai il suo antico e freddo cadavere,
su cui son passati tanti vènti d'inverno, e tante pallide primavere;
essa non è più una cosa di questo mondo. Nè importa che la sua morta
testa conservi sempre, come una viva ghirlanda, l'aurea lunga chioma
che le scorre giù sul petto fino ai piedi. Morte regine, la cui vita
era stata lieta e trionfale, furon trovate così fredde, così composte,
così coronate, con ogni cosa appassita addosso e d'attorno, eccetto una
sola cosa bella, — la loro antica chioma immortale, — mentre la carne
e l'ossa diventavan polvere, appena esposte alla luce. E l'Italia è
morta come loro!.... Ma mentre essi parlavan così, l'Italia riebbe a
un tratto il suo possente respiro; e il latino sangue gentile ricircolò
nelle esauste sue vene.„


X.

Ed ora concludendo, o signori, queste mie rapide impressioni, questa
_causerie_ sul Barocchismo, permettetemi un'ultima considerazione;
discutibile, discutibilissima, lo so; ma a che serve una Conferenza, se
non eccita qualche discussione; se non è una suggestione, un invito, a
esaminare, a riflettere, a conversare sopra un dato argomento?

Questo barocchismo, di cui vi ho esposto qualcuno dei molteplici
aspetti che ha nelle varie sue fasi del grandioso e dell'ardito, dello
stravagante e del ridicolo, del molle e del triste; è essenzialmente
_moderno_, nella sua passionata ricerca del _nuovo_ a ogni costo:
e certe sue espressioni, prima che esso _deliri_ assolutamente, ci
simpatizzano più della inappuntabile _symmetria prisca_. Dimenticate
per un momento i _Manuali_, le lezioni, le _Guide_, e quel che _si
deve_ dire, e quel che _si deve_ ammirare; guardate coi vostri occhi,
pensate con la vostra testa, sentite col vostro cuore; e _forse_ vi
parrà d'essere più vicini alla Dafne del Bernini, che alla Giunone di
Villa Ludovisi; alla Santa Teresa, che alla Venere Capitolina. Forse
Gœthe, il Foscolo, e Keats, son stati gli _ultimi_ che hanno sentito od
espresso in plastici versi la divina _Euritmia_. Noi siamo oggi tutti
un po' barbari, un po' bizantini, un po' barocchi.... Nelle statue
greche perfette, vediamo eternato nel marmo il felice equilibrio dei
sensi e dei sentimenti: queste statue ci rammentano la primavera del
mondo. L'anima umana era sana e giovine allora; non era ancora venuta
meno sotto l'oppressione dei propri sogni: nè ancora l'intelligenza
era stata torturata da trenta secoli di precetti, di sistemi, e di
dubbi: nè il cuore affranto da trenta secoli di dolori. Nessuna penosa
dottrina, nessuna crisi interiore, avevan alterato la felice armonia
della vita e della forma umana, e il bel corpo cresceva come una bella
pianta sempre esposta alla luce. Oggi invece, la nostra vita è tutta
artificiale e sempre agitata: l'organismo nervoso è continuamente
sovreccitato, e rimane sempre irrequieto e assetato di sensazioni
nuove, strane, eccessive. La lampada della vita non è più una fiamma
pura e tranquilla, nutrita di liquore d'oliva, ma una face resinosa
e fumosa che manda torbide e rosse faville.... Tu avevi visto poco
dell'immenso universo, poco amato e poco sofferto, e però, o divina
Euritmia, il tuo volto è così calmo e sereno! Ma noi moderni, sentiamo
qua dentro qualche cosa che mancava agli antichi; che è il tormentoso,
eppur glorioso, nostro retaggio: il sentimento dell'Infinito, e la
coscienza dell'umanità. L'uomo moderno è meno egoista; e non sa godere
e sperare senza, un palpito di fratellanza. Non ha limitato il suo
ideale della Vita e dell'Arte a poche leghe di terra privilegiata,
ma indaga ed ama ogni plaga dove un altro uomo respiri, soffra, ed
ami. Secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore: e nelle voci
stesse della Natura, noi ascoltiamo la solenne e malinconica musica
dell'Umanità.



LA COMMEDIA DELL'ARTE


                               CONFERENZA
                                   DI
                           MICHELE SCHERILLO.


I.

Quel fiorentino bizzarro del Lasca fu tra i pochissimi italiani che
nel secolo decimosesto avessero un concetto chiaro e concreto di ciò
che fosse e di ciò che dovess'essere il genere drammatico. Non che
riuscisse a scriver lui delle commedie vitali; ma, pur non avendo
scritta nè una _Drammaturgia_ nè un _Nathan il saggio_, egli ebbe in
sè qualcosa del Lessing: una scarsa vena poetica, cioè, e un'acuta
vista critica, snebbiata dagli uggiosi e letali pregiudizi della
imitazione classica. E fu una nuova iattura per l'arte nostra che gli
sprazzi di luce, emananti dai prologhi delle sue commedie o dalle
poesie burlesche, non valessero a trattenere qualcuno dei nostri
tanti commediografi dall'inoltrarsi per quella via senza uscita della
imitazione di Plauto e di Terenzio.

Poichè, mi preme dirvelo subito, noi abbiamo speciale obbligo a codeste
due nostre glorie passate se siamo privi d'un vero teatro nazionale.
Come fummo gli ultimi a tollerare che un nuovo volgare si sostituisse
a quella lingua con cui i nostri maggiori avean governato il mondo;
così ancora noi non sapemmo staccarci in tempo da quelle tradizioni
letterarie, che il mondo ancor venerava e c'invidiava. E mentre una
gente nuova, senza scrupoli e senza doveri, ci guadagnava la mano, noi,
con gli scrupoli ed i doveri di eredi d'una nobile razza, ci attaccammo
al passato; e nella poesia drammatica ci persuademmo che s'avessero
a prendere a modello le commedie degli antichi anzichè la natura e la
vita che ci s'agitava d'intorno.

Quando da un poeta come l'Ariosto ci sentiamo dire nel prologo dei
suoi _Suppositi_: “vi confessa l'autore havere in questo et Plauto
et Terentio seguitato...., perchè non solo nelli costumi, ma nelli
argumenti anchora delle fabule vuole essere degli antichi et celebrati
poeti a tutta sua possanza imitatore; et come essi Monandro et
Appollodoro et gli altri greci nelle lor latine comedie seguitaro,
egli così nelle sue volgari i modi et processi de' latini scrittori
schifar non vuole„; quando, dico, ci sentiamo dichiarar di codeste
cose dal poeta che con un sorriso tra scettico e bonario ravvivò la
già stracca materia cavalleresca mettendone in rilievo il lato comico
senza sdrucciolare nella caricatura, da quel virtuoso della forma che
illuminò della luce della rinascenza tutto un informe e caotico mondo
germogliato nelle fantasie medievali: ci si stringe il cuore, e ci
corre sulle labbra l'angosciosa esclamazione del falconiere dantesco:
“ohimè, tu cali!„ E l'Ariosto calava davvero; giacchè nel prologo della
prima sua commedia, la _Cassaria_, egli aveva levato baldo il volo e
bravamente affrontati quei pregiudizi dov'ora s'impigliava:

    Nova commedia v'appresento, piena
      Di varii giochi, che nè mai latine
      Nè greche lingue recitarno in scena.
    Parmi veder che la più parte incline
      A riprenderla, subito ch'ho detto
      Nova, senza ascoltarne mezzo o fine;
    Chè tale impresa non li par suggetto
      Delli moderni ingegni, e solo stima
      Quel che li antiqui han detto esser perfetto.
    È ver che nè volgar prosa nè rima
      Ha paragon con prose antique o versi,
      Nè pari è l'eloquentia a quella prima;
    Ma gl'ingegni non son però diversi
      Da quel che fûr; ch'ancor per quell'artista
      Fansi, per cui nel tempo addietro fêrsi!

Ohimè! dopo, egli dovea rimetter le mani su questa medesima _Cassaria_,
e, per renderla meglio rispondente agl'ideali classici, ritoglierle
la nativa freschezza e quel colorito giovanile onde a un giudice ben
difficile e competentissimo, al Machiavelli, era parsa “una gentil
composizione„, traducendone perfino il dialogo in quei fastidiosi versi
sdruccioli che avrebbero dovuto arieggiare i giambi! Il pubblico fu
poco grato al poeta per codeste nuove cure; e il Lasca dava ragione al
pubblico:

    In fino ad oggi non s'è recitata
      Commedia in versi mai che sia piaciuta;
      E la _Cassaria_, in versi trasmutata,
      Nel recitarsi non fu conosciuta.

Ma l'Ariosto aveva della poesia drammatica un concetto troppo
aristocratico,per preoccuparsi del giudizio di spettatori che non
fossero al caso di apprezzar degnamente le finezze e l'arte squisita
ond'egli l'avea trapiantata sul suolo italiano dai verzieri fiorenti
del mondo classico. Per festeggiare la seconda discesa in Italia di
Carlo V, il duca di Mantova richiese l'Omero ferrarese di qualche nuova
commedia; ed egli si affrettò a mandargliene quattro, scusandosi se
le sue occupazioni non gli permettessero di correggerle “delli errori
circa la lingua„. Ma gli furono rimandate tutte e quattro, accompagnate
da una letterina del Duca, nella quale dichiarava che “avenga che
l'inventione de tutte siano belle, et scritte benissimo, nondimeno a
me non piace de farle recitare in rima„; e gli chiedeva: “se havete
le due ultime scritte in prosa, ed anche la _Cassaria_ reconcia et
mutata com'è questa in versi, haverò piacer me ne facciate copia; et
aggiongerò questo all'obbligo che vi ho de haverle mandate a questo
modo, quale è veramente de maggior arte e scienza, ma nel recitar pare
non reuscisca, come fa la prosa„. L'Ariosto dovette rimanerci male.
Al Duca si contentò di rispondere, con un laconismo che mal cela il
dispetto: “a me pareva che stessero così meglio che in prosa; ma i
giudicii sono diversi„. Questa volta però il giudicio del Duca aveva
per sè il suffragio del maggior numero; e, questa volta almeno, il
senso comune era equivalente a buonsenso!


II.

Che stanchezza a quelle monotone rifritture dell'angusto repertorio
classico! Perchè dalla folla che vi accorreva si sbaglierebbe ad
argomentare ch'esse divertissero molto. Avidi di spettacoli, a quegli
spassoni dei nostri bisnonni non si concedeva libertà di scelta.
E del resto non era davvero la commedia che li attirasse, bensì la
magnificenza e la sontuosità dell'apparato scenico, lo sfarzo delle
dame e dei cavalieri che v'intervenivano, e le fantastiche pantomime
ed i graziosi balletti che tramezzavan la recita. Che questa poi,
nel più dei casi, annoiasse, non si osava dire, sia pel timore di
passar per dappochi ed ignoranti, sia per non parere ingrati verso gli
splendidi signori che avean data la festa. Tuttavia, nella intimità,
quanti sfoghi di sbadigli repressi! Nel 1502, la marchesana di Mantova
era tornata nella casa paterna di Ferrara per prender parte alle
nozze di suo fratello con Lucrezia Borgia; e, avendo assistito a una
rappresentazione della _Bacchide_ plautina, scriveva al marito che
questa “fu tanto longa et fastidiosa et senza balli intramezzi, che più
volte me augurai a Mantua„. Lo stesso diletto è presumibile le abbian
dato le altre quattro commedie, pur di Plauto, recitate in quella
occasione; le quali, a buon conto, non serviron che di pretesto al duca
di Ferrara per isfoggiare la sua ricchissima guardaroba. “Dopo desnar„,
racconta l'Isabella Gonzaga, “levassimo la sposa da camera, et se
reducessimo in la sala grande, dove era tanta moltitudine di persone,
che non li restava loco da ballare: pure, al meglio che si potè, si
ballò dui balli. Poi, il Signor mio padre fece la monstra de tutti li
vestimenti che intrano in cinque Comedie, a fine che se conoscesse che
li vestimenti fussero facti a posta, et che quelli de una Comedia non
havessero ad servir le altre. Sono in tutto cento diece, fra uomini
e donne: li habiti sono de cendale, et qualche uno di zambellotto a
la morescha. Inanzi era uno in forma de Plauto, che recitò il sogetto
di tutte. La prima de _Epidico_, la seconda la _Bachide_, la terza il
_Soldato glorioso_, la quarta la _Asinaria_, et la quinta la _Casina_.
Facto questo, andassimo in su l'altra sala, et inanti un'hora de nocte
se principiò lo _Epidico_, el quale de voci et versi non fu già bello,
ma le _moresche_ che fra li atti furono facte, comparsero molto bene et
cum grande galanteria„.

Le _moresche_ erano appunto i balletti e le pantomime, interamente
estranee al dramma; e la marchesana si ferma lungamente a descriverle,
come la parte meglio gustata. Se vi piace averne un'idea, state a
sentire ancora un brano d'una di codeste lettere. L'Isabella parla
delle due sole moresche tramezzate alla _Bacchide_:

   Una de dece homini, fincti nudi, cum un velo a traverso, il capo
   capillato di stagnolo, cum corni de divicia in mano, cum quatro
   dopiroli accesi dentro, pieni de vernice, quali nel movere de li
   corni se avampavano. Nanti a questa era uscita una giovene che
   passò spaventosamente senza sono, et andò in capo de la scena.
   Uscitte poi uno dracone, et andò per divorarla; ma appresso
   lei era uno homo d'arme a pede che la difese, et combattendo
   col dracone, lo prese, et menandolo ligato, la giovene a brazo
   cum uno giovene lo seguitava; et intorno andavano quelli nudi,
   ballando et gettando in foco quella vernice. La seconda fu de
   matti, cum una camisa indosso, cum le calze loro, in testa uno
   scartozo, in mane una vesica schionfa, cum la quale batendosi,
   fecero triste spettaculo.


III.

In Firenze, dove — non ve ne abbiate a male — un tanto lusso di
apparati non era possibile, la commedia, non potendo contare che
sulle forze proprie, dovè venire a patti, se volle vivere. Ed essa
si rivolse, con filiale fiducia, al più insigne autor comico che
abbia mai avuto la nostra letteratura; e nelle cento novelle trovò
una larga copia di argomenti, d'intrecci, di scene, di caratteri,
di caricature, di tipi, di motti, di arguzie. Lo stampo in cui i
comici gettaron codesta nuova materia era sempre il plautino e il
terenziano; ma l'antica monotonia era insomma interrotta. Così, la
_Calandria_, se da un lato non è che una ricucinatura dei popolarissimi
_Menechmi_ (così popolari che si finivan generalmente col chiamare _i
Menechini_!), dall'altro essa è tutta rinfronzolita di episodi desunti
dal _Decamerone_; e la _Mandragola_, la più squisita certo delle
nostre antiche commedie, se in fondo non fa che sceneggiare e ravvivare
intrecci e personaggi creati o coloriti da quel nostro grande parigino
del secolo decimoquarto che l'ammirazione per Dante e pel Petrarca
ribattezzò italiano, nel magistero scenico non si stacca dai modelli
latini.

    Un Amante meschino,
    Un Dottor poco astuto,
    Un Frate mal vissuto,
    Un Parassito di malizia il cucco,
    Fien questo giorno il vostro badalucco:

diceva il poeta nel Prologo.

Non crediate però che a Firenze mancassero i pedanti, i quali facevano
il viso dell'armi a ogni più piccola condiscendenza verso i nuovi
gusti. Il Varchi, ch'era il Varchi, nel prologo della _Suocera_
osava ancora dire che la sua commedia non era “nè del tutto antica,
nè moderna affatto, ma parte moderna e parte antica„; e, aggiungeva,
“benchè ella sia in lingua fiorentina, è però cavata in buona parte
dalla latina: cavata dico e non tradotta, se non in quel modo che
traducevano i Latini dai Greci„. E il Salviati, che non era il Varchi,
declamava nel prologo del _Granchio_:

                              Nuova
    Dunque è questa Commedia, e a tutto
    Potere di colui, che l'ha fatta,
    Fatta a imitazione delle antiche;
    Di quelle antiche però che gli antichi
    Chiamavan nuove: adunque non in prosa,
    Ma in versi..........

Figuriamoci le smanie di chi, essendo venuto per divertirsi, dovea
invece succhiarsi di codeste insipide ed ambiziose filastrocche! Anche
allora però il buon pubblico sapea far valere i suoi diritti:

    E Lionardo Salviati muor di duolo
    Perchè il suo _Granchio_ fu tanto schernito!

ci fa sapere il Lasca.

Si desiderava veder riprodotta sul teatro la vita contemporanea,
e magari le piazze e le vie della propria città; si era stufi di
assistere a garbugli tramati da servi astuti a padroni goffi, ad
amorazzi di soldati vanagloriosi, a nauseanti vanterie di parassiti,
a riconoscimenti che pur quando fossero verosimili in astratto
erano lontani oramai dalla realtà. E si applaudiva al Gelli che nel
prologo della _Sporta_, rompendola con la tradizione ed ormeggiando
il Machiavelli, diceva: “La commedia, per non essere elleno altro
che uno specchio di costumi della vita privata e civile, sotto una
immagine di verità non tratta d'altro che di cose che tutto il giorno
accaggiono al viver nostro.... Il luogo, ov'ella si finge, è Firenze
vostra; e questo ha fatto l'autore per due cagioni: l'una, perchè e'
non saprebbe eleggere luogo dov'ei credesse che a voi e a lui piacesse
più la stanza, l'altra, perchè la maggior parte dei casi, che voi
vedrete, sono a suo tempo corsi e forse corrono in Firenze, e, quando
bisognasse, vi saprebbe dire a chi e come.„ E si faceva festa a un
altro comico calzaiuolo

    (Apollo vuol che sempre un calzaiuolo
    Per lui tenga in Firenze il principato,
    E sia nel far commedie unico e solo,

osservava il Lasca), a Lotto,

    Ch'Ulisse e Turno da parte lasciando,
    Dimostra solo a questa età presente
    Ruggier, Gradasso, Marfisa ed Orlando
    E Menandro e Terenzio ha per nïente,
    Ma sol Giovan Boccaccio va imitando;
    Onde moderne fa con gran ragione
    Commedie che non hanno paragone.

E si levava a cielo il fecondissimo Cecchi, in ispecie quando
coll'_Assiuolo_ presentò una commedia, non iscevra per verità di
elementi boccacceschi, ma ch'egli affermava “nuova nuova„ e “non cavata
nè da Terenzio nè da Plauto, ma da un caso nuovamente accaduto in Pisa
tra certi giovani studianti e certe gentildonne„.

    A giudizio del popol fiorentino
      E delle donne, che più pesa e grava,
      Il Cecchi ha vinto e superato il Cino
      Che prima era un poeta a scaccafava.


IV.

Ma — che è, che non è? — mentre codesta gara ferveva tra' letterati
fiorentini, ecco che cápita qui una compagnia d'istrioni. Il popolo
corse subito in frotta alla _Stanza_ (chiamavano così il loro povero
teatro), lasciando in asso e il Cecchi e Lotto e il Cino e il Buonanni.
I quali rimasero con tanto di naso quando il nuovo salone della
commedia fu concesso da inaugurare a quegl'istrioni vagabondi. Il Lasca
se ne frega le mani e ride alle loro spalle.

    Tutti i comici nostri fiorentini
      Son per questa cagione addolorati:
      Prima il Buonanni e la casa de' Cini
      Sì favoriti e tanto adoperati;
      E Lotto e il Cecchi alfin, piccin piccini,
      Con tutti gli altri dotti, son restati,
      Parendo questa sorba loro arcigna,
      E il Lasca chiude l'occhiolino e ghigna.
    Pensando il primo ognuno esser richiesto,
      La sua commedia aveva apparecchiato:
      Chi l'avea mostra a quello e chi a questo,
      Sperando d'ora in ora esser chiamato;
      Ma il popol poi veggendo manifesto
      l'onor dei Zanni in fino al cielo alzato,
      Senza più altro intendere o sapere,
      Altre commedie non vuol più vedere.
    Sì che chi n'ha composte ne dia loro.
      Pregando che le vogliano accettare;
      Poi che ne fanno tanto buon lavoro,
      Ch'ogni cosuzza una gran cosa pare.
      La voce, gli atti e i gesti di costoro
      Sì grazïosi fan maravigliare
      La gente alfin fuor d'ogni umana guisa,
      quasi quasi crepar delle risa.
    Non credo mai che gl'istrion passati,
      Volete in Roma o volete in Atene,
      Sì capricciosi giuochi e sì garbati
      Rappresentasser nell'antiche scene.
      Se quei fur buon, questi son vantaggiati,
      Questi fan meglio se quei fecer bene;
      Onde assai più di lor fieno i _Gelosi_
      Nei secoli avvenir sempre famosi.

Era dunque giunta allora a Firenze nientemeno che la Compagnia dei
_Gelosi_! A quanti di voi questo nome riesce indifferente, e parrà
fors'anco ridicolo! Eppure, codesta fu la Compagnia più famosa
di quante per due secoli recitarono in Italia e fuori la Commedia
dell'arte; ed ebbe per insegna un Giano bifronte col motto che dava
ragione del suo nome:

    _Virtù, fama ed onor ne fêr Gelosi._

“Trappola mio,„ — esclamava in un suo dialogo chine fu per molti anni
il condottiero — “di quelle compagnie non se ne trovano più; e ciò
sia detto con pace di quelle che hanno solamente tre o quattro parti
buone e l'altre sono de pochissimo, valore, e non corrispondono alle
principali, come facevano tutte le parti di quella famosa compagnia,
le quali erano tutte singolari. Insomma ella fu tale che pose termine
alla drammatica arte, oltre del quale non può varcare niuna moderna
compagnia de comici„, e mostrò “a i comici venturi il vero modo di
comporre e recitar commedie, tragicomedie, tragedie, pastorali,
intermedii apparenti, et altre inventioni rappresentative, come
generalmente si veggono nelle scene„.

Com'è tristamente efimera la gloria di chi valse per un momento a
scuotere la nostra anima o ad allietare la nostra vita, ricreandone
sulla scena una immaginaria e dando corpo e voce a' fantasimi che
parevan fiochi nelle pagine dei poeti! Che resta ora più di quell'arte
onde Gustavo Modena rapiva ed inebbriava i nostri padri? E pensate che
nella storia i _Gelosi_ lasciarono una traccia più profonda che non
il grande attore del nostro secolo; anche per questo, che la Compagnia
del Modena rassomigliò sempre a una monarchia assoluta, mentre quella
dei _Gelosi_ fu come un consesso di pari. Povero Andreini! che amara
delusione lo aspetterebbe se potesse levare il capo dal suo sepolcro
mantovano, egli che nel suo stile enfatico, espressione però sincera
del suo entusiasmo, avea vaticinato che il grido dei _Gelosi_ non
avrebbe mai vista “l'ultima notte!„


V.

Purtroppo a noi non è giunta che l'eco degli applausi; poichè il meglio
della Commedia dell'arte, ciò che veramente deliziava gli ascoltatori,
è stato portato via, com'un mondan rumore, da un fiato di vento! Del
dramma non era tracciata che la sceneggiatura, lo _scenario_; il resto
era affidato all'improvvisazione dei comici. E il resto era tutto.
Gl'intrecci per lo più si desumevan da novelle, o addirittura dalle
commedie sostenute e perfin dalle classiche; e invece il dialogo ogni
attore lo improvvisava ogni volta, così che riusciva necessariamente
diverso pur da una replica all'altra della stessa commedia. Una parola,
un accento, un gesto dell'interlocutore poteva suggerire un motto
o un'uscita nuova ed inaspettata; un avvenimento della giornata, la
presenza in teatro d'un signore amico o d'una dama.... che non fosse
una dama, poteva ispirare lì per lì un'allusione piccante; l'esser
di buono o di cattivo umore poteva all'attore accendere o smorzare
l'estro. Ogni attore era un poeta estemporaneo; anzi, soggiunge il
comico _Beltrame_, al secolo Nicolò Barbieri, “i comici italiani
partecipano del compositore e del rappresentante, poi che inventano
favole, e molti le adornano con discorsi partoriti da' loro talenti„.
Perciò la Commedia dell'arte non fu possibile che in Italia. E in
verità non fu chiamata _dell'arte_ per significare che la fosse la
perfetta tra le commedie, il _nec plus ultra_ dell'arte, come affermò
Maurice Sand, bensì perchè, a differenza della commedia scritta, essa
non era e non poteva esser rappresentata che da attori di mestiere.

Non ce ne restano che gli _scenari_, lo scheletro: “il più divin
s'invola!„ E innanzi a quelle mute liste di attori, a quelle scarne
indicazioni d'un'azione che s'intreccia e si snoda, proviamo quel senso
di malinconia che faceva esclamare al poeta contemplante l'effigie
sepolcrale d'una bella donna:

    Tal fosti: or qui sotterra
    Polve e scheletro sei!

Ascoltate, per saggio, il primo atto d'uno dei migliori scenari del
repertorio dei _Gelosi_. È intitolato _Il Cavadenti_.

   “ATTO PRIMO. — _Pantalone_ dice a _Pedrolino_ (servo) l'amor
   che porta ad _Isabella_ vedova, e dubitar che _Oratio_ suo
   figlio non gli sia rivale, e che di ciò dubitando haver risoluto
   di mandarlo allo studio. — _Pedrol._ lo riprende, tenendo da
   quella d'_Oratio_; s'attaccano di parole e di fatti. _Pant._ dà
   a _Pedrol._, et egli le morde un braccio, mostrando d'haverlo
   morduto forte. _Pant._, minacciando, parte, dicendo che per
   suo conto parli con _Franceschina_ (serva). Via. — _Pedrol._,
   di vendicarsi del morso che gli ha dato _Pant._ — In quello,
   _Franc._ va per cercar _Oratio_ per ordine della sua padrona;
   vede _Pedrol._ e da lui intende la cagione del suo dolor del
   braccio; s'accordano di fingere che a _Pant._ puzzi il fiato,
   per vendicarsi. — _Franc._ in casa, _Pedrol._ rimane. — In quello
   _Flavio_ (fratello d'_Isabella_) scopre a _Pedrol._ l'amor suo,
   urtandolo nel braccio. _Pedrol._ grida; poi s'accordano di finger
   che a _Pant._ puzzi il fiato. _Flavio_ via, _Pedrol._ rimane.
   — In quello, _Dottore_ che ha d'haver d. 25 da _Pant._, piglia
   _Pedrol._ per lo braccio, e gli grida, e seco fa l'istesso
   accordo del fiato puzzolente, promettendoli farli havere i suoi
   d. 25. _Dott._ via, _Pedrol._ va per trovar _Oratio_. Via.

   _Capitano Spavento_, l'amor d'_Isab._ e le sue bravure. — In
   quello, _Arlecchino_ servo d'_Isab._ fa seco scena ridicolosa, et
   entra per far venir fuora _Isab._ — _Cap._ aspetta.

   _Flaminia_ (figlia di _Pant._), che dalla finestra ha veduto il
   _Cap._ da lei amato, lo prega all'amor suo. — In quello, _Isab._
   fuora credendosi di trovar _Oratio_. _Cap._ la prega all'amor
   suo; ella lo scaccia, et egli fa il simile con _Flam._, facendo
   scena interzata. Alla fine _Isab._ entra in casa scacciando
   il _Cap._ Egli fa il simile con _Flam._, e parte. Ella riman
   dolente. — In quello, _Pedrol._, che in disparte ha sentito il
   tutto, minaccia dirlo a suo padre; poi s'accordano della cosa
   del fiato con suo padre. Ella se n'entra. _Pedrol._, che li
   duole il braccio più che mai, se bene s'è fatto medicare, e di
   volersi vendicare a tutte le vie. — In quello, _Arlecch._ arriva.
   _Pedrol._ con dinari l'induce a fingersi cavadenti; lo manda
   a vestirsi; _Arlecch._ via. _Pedrol._ si ferma. — In quello,
   _Oratio_ intende da _Pedrol._ come _Pant._ suo padre concorre
   seco nell'amar _Isab._, e che lo vuol mandar allo studio.
   _Oratio_, dolente di cotai nuove, si raccomanda a _Pedrol._,
   il qual le promette aiuto, e s'accordano della cosa del fiato.
   _Oratio_, che vorrebbe ragionar con _Isab._ _Pedrol._ la chiama.

   _Isab._ intende dell'amor suo e della sua dura dipartenza. Ella
   se ne attrista. — In quello, _Pant._ parlando forte. _Isab._,
   sentendolo, se n'entra. _Pedrol._ brava con _Oratio_ perchè
   non vuole andare a Perugia. _Pant._ vede il figlio, al quale
   ordina che si vada a metter all'ordine subito subito, perchè
   vuole che vada a Perugia. _Oratio_, tutto timoroso, entra per
   mettersi all'ordine, guardando _Pedrol._ — _Pant._ intende come
   _Pedrol._ ha parlato con _Franc._; poi sente _Pedrol._ che dice:
   ohibò, padrone, il fiato vi puzza fuor di modo! _Pant._ se ne
   ride. — In quello, _Franc._ fa il simile, dicendo che se il
   fiato non le puzzasse, che _Isab._ l'amerebbe; et entra. _Pant._
   si maraviglia. — In quello, _Flavio_ passa et, a' cenni di
   _Pedrol._, fa il simile con _Pant._, e via. _Pant._ si maraviglia
   di tal mancamento. — In quello, _Dott._ arriva. _Pedrol._ li
   fa cenno della cosa del fiato. _Dott._ fa il simile, et via.
   _Pant._, di voler domandar a sua figlia s'è vero di quel puzzore.
   La chiama. — _Flam._ confessa a suo padre come li puzza il fiato
   fuor di modo; et entra. Essi rimangono. — In quello, _Oratio_,
   di casa, conferma l'istesso, poi ritorna in casa. — _Pant._ si
   risolve farsi cavar quel dente che cagiona il fetore. Ordina
   a _Pedrol._ che li conduca un cavadenti, et entra. _Pedrol._
   rimane.

   _Arlecch._ vestito da cavadenti. _Pedrol._ ordina ad _Arlecch._
   che cavi tutti i denti a _Pant._, dicendoli che sono guasti. Si
   ritira. _Arlecch._ sotto le fenestre grida: chi ha denti guasti?
   — In quello, _Pant._ dalla fenestra lo chiama. Poi esce fuora.
   _Arlecch._ cava fuora i suoi ferri, i quali sono tutti ferri
   da magnano, nominandoli ridicolosamente. Lo fa sedere, e con
   la tenaglia li cava quattro denti buoni. _Pant._, dal dolore,
   s'attacca alla barba del cavadenti, la quale, essendo posticcia,
   li rimane in mano. _Arlecch._ fugge. _Pant._ li tira dietro la
   sedia. Poi, lamentandosi del dolore dei denti, entra in casa.

   E qui finisce l'atto primo.„

_Sunt lacrimæ rerum!_ Codesta non è che la trama, il _canavaccio_,
d'un tessuto che da chi lo vide sentiam celebrare per la squisita
varietà, vivezza e contrasto delle tinte; non è che la feccia d'un
vino inebriante da cui si sia evaporato lo spirito; non è che la pianta
topografica d'una città, famosa nella storia, oramai distrutta. Anzi,
uno scenario rispetto alla sua rappresentazione è qualcosa di meno
che la moderna Pompei comparata alla deliziosa città che s'adagiava,
fidente nei suoi vezzi, ai piedi dell'infido Vesuvio. Là dove, per
esempio, è semplicemente detto: _Capitano Spavento, l'amor d'Isabella
e le sue bravure_, nella rappresentazione Francesco Andreini sfoggiava
uno di quei suoi monologhi che bastavan da sè soli ad assicurare il
successo alla commedia, e che il dotto comico distese per iscritto
e tramandò ai posteri col titolo: _Le bravure del Capitano Spavento
divise in molti ragionamenti in forma di dialogo_ (Venezia, 1624). Sono
stramberie, esagerazioni, goffaggini, inventate ed accozzate insieme
da un fanfarone che ha una grande paura, e che mentre si vanta d'avere
sfondato l'Inferno, riceve le bastonate da Arlecchino. A leggerle
non ci fanno più ridere; anzi ci fa quasi dispetto che un tempo si
sia potuto ridere a sentir, per esempio, quest'ordine del Capitano al
cartolaio: “per foglio di carta mi mandi la pelle del dragone Hesperio,
per penna il corno del rinoceronte, per inchiostro il pianto del
coccodrillo, per polvere il mar della sabbia, per cera la schiuma di
Cerbero e per sigillo la sassifica testa di Medusa„. Ma non bisogna
dimenticare e che i nostri gusti letterari son molto mutati, e che
certe allusioni o ci sfuggono o ci arrivan fredde, e che soprattutto
quelle goffaggini non ci è dato sentirle della bocca, e accompagnate
dagli atti e versacci, di quei comici ch'eran maestri di mimica. Si
può ad ogni modo indovinare quanto riuscisse saporito per un pubblico
della fine del Cinquecento l'ordine del Capitano al cuoco perchè gli
prepari da pranzo tre piatti di carne: “il primo sia di carne d'Hebrei,
il secondo di carne di Turchi, ed il terzo di carne di Luterani„; o
il racconto che, quante volte si era “trovato a desinare e a cena con
Plutone re dell'inferno, tante volte gli era toccato a mangiare qualche
Luterano arrosto e qualche Calvinista a guazzetto„.

La Commedia dell'arte è specialmente opera di attori, i quali erano
autori ed interpreti della propria parte. Sceglievano quella per cui
credevano di aver maggiori attitudini, e con essa s'identificavano così
che il dramma doveva adattarsi a loro, non essi al dramma. Ritenevano
il nome con cui eran la prima volta riesciti accetti al pubblico; e
nello scenario che abbiam letto, come in tutti gli altri dei _Gelosi_,
_Flavio_ indicava Flaminio Scala, il _Capitano Spavento_ Francesco
Andreini, _Orazio_ Orazio Nobili, _Isabella_ Isabella Andreini. Poichè
spesso il nome scelto pel teatro era quello di battesimo. Quando si
diceva che nella commedia prendeva parte _Flavio_ o l'_Isabella_,
non s'indicava solo che ci sarebbero stati quei personaggi ma quegli
attori. I quali, anche nella vita privata e nelle loro corrispondenze
coi prìncipi e coi loro segretari, finivano con l'adoperare il
nomignolo teatrale, spesso da solo, spesso aggiungendolo al proprio
casato. E del resto anche ora voi tutti conoscete il nomignolo di
Molière, ma non tutti forse il suo nome di famiglia.

Quando la parte assunta non avea nulla di veramente caratteristico,
come quella dell'innamorato più o meno smanceroso o ardito o
cavalleresco, il nomignolo tramontava con l'attore: e non c'è stato
che un _Flavio_, un _Orazio_, un'_Isabella_. Ma spesso il comico
sapeva felicemente cogliere una caricatura locale, o il tipo d'una
certa classe di persone; e allora il personaggio sopravviveva
all'attore, e quel primo nomignolo si perpetuava. E chi, dopo, avesse
voluto rappresentare il vecchio veneziano o il servo bergamasco o
il pedante bolognese o il contadino napoletano, avea l'obbligo di
chiamarsi _Pantalone_, _Brighella_ o _Arlecchino_, _Dottor Graziano_,
_Pulcinella_, di vestirsi nel modo tradizionale, di parlar quello
speciale dialetto con quelle speciali inflessioni di voce, di dir
perfino certi motti e di far certi movimenti e certe smorfie. Così la
Commedia dell'arte veniva a mancare di varietà, e i comici degeneravano
in marionette. Un bel giorno, anzi, gli attori di carne e d'ossa non
sembreranno più necessari, e saranno sostituiti dai fantocci. Voi lo
sapete: è appunto nel casotto dei burattini che oramai agonizza la
gloriosa Commedia che dovea rendere immortale il nome dei _Gelosi_!


VI.

Ma torniamo indietro, a tempi più lieti. Quando, nel 1578, la celebre
Compagnia venne a Firenze con tanto piacere del Lasca e tanto dispetto
degli altri commediografi, essa tornava dalla Francia, dove aveva
mietuta una larga messe di allori. Vi era stata invitata da una regina
italiana, Caterina de' Medici, che nella Corte francese avea portati i
suoi gusti e la sua coltura di dama fiorentina della Rinascenza.

Ci si rispettava come sovrani nel regno dell'arte pure allora che ci si
vedeva così bassi politicamente! E chi oltre monti ed oltre mare avesse
cuore gentile, apprendeva con la lingua dei nostri avi la nostra, per
poter gustare l'armonia del periodo del Boccaccio o del Machiavelli,
la melodia soave dei sonetti del Petrarca o del Bembo, la cadenza
arguta o malinconica delle ottave dell'Ariosto e fra poco del Tasso.
Che stupore in quel popolo, che ora pare arrogarsi il monopolio d'ogni
cosa che si riferisca al teatro, quando, nel 1548, potette assistere
alla rappresentazione della _Calandria_, che la “natione fiorentina„
fece dare a Lione dai migliori comici che vivessero allora in Italia,
e che essa avea fatti venire con grandi spese per onorare la regale
concittadina! Il testimone Brantôme confessa quello spettacolo essere
“chose que l'on n'avoit encores veu, et rare en France, car paradvant
on ne parloit que des farceurs, des connardz de Rouan, des joueurs
de la Basoche, et autres sortes de badins et joueurs de badinages,
farces, mommeries et sotteries„. Che incanto quegli apparati e quelle
prospettive di Firenze, dipinte dal fiorentino Nannoccio! E che
maraviglia quei commedianti, e specialmente quelle commedianti “qui
estoient très-belles, parloient très-bien et de fort bonne grâce!„
Dopo quell'anno, nel 1555, erano stati recitati alla Corte, da alcuni
gentiluomini, i _Lucidi_ del Firenzuola e la _Flora_ dell'Alamanni; e
nel '60, dalle figliuole stesse del Re e da altre dame e damigelle, la
_Sofonisba_ tradotta dal Saint Gelais. Ma su codesta tragedia la Regina
“eut opinion qu'elle avoit porté malheur aux affaires du royaume„,
e di tragedie non volle più saperne; “mais ouy bien des comédies et
tragicomédies, et mesmes celles de _Zanni_ et _Pantalons_, y prenant
grand plaisir, et y rioit son saoûl comme une autre, car elle rioit
volontiers„.

Correva l'anno 1571 allorchè questa prima Compagnia di comici
dell'arte passò in Francia, chiamatavi in occasione delle feste per
l'entrata in Parigi del re Carlo IX con la sua sposa. La vivacità
e gaiezza dei nuovi comici, la facilità e spontaneità della loro
improvvisazione, i vezzi delle servette e le virtuose galanterie
delle prime donne, conquistaron tutti, prìncipi e cortigiani; e
l'ambasciatore d'Inghilterra si affrettò a darne conto, in un dispaccio
ufficiale, alla sua Regina, che tra' suoi sudditi contava già il
giovanetto Shakespeare. In Francia però le rappresentazioni teatrali
eran di privativa di alcune confraternite religiose; e, profittando
dell'assenza del Re, queste si querelarono ai magistrati. I quali,
troppo timorati di coscienza per voler partecipare all'ammirazione
dei loro sovrani per gl'istrioni d'oltremonti, furon lieti di fulminar
contro di essi multe ed ostracismo. La protezione regale bastò appena a
quella povera gente per salvarla dalle multe.

Sennonchè l'anno appresso riapparvero a Parigi, per allietare le nozze
del re di Navarra con una delle sorelle del Re. La Compagnia, che
sembra avesse già allora il titolo dei _Gelosi_, era condotta da un
bergamasco Alberto, noto pel suo nome o soprannome di _Ganassa_; al
quale oltre tutto il resto, si deve fors'anche l'invenzione della parte
e del nome del secondo Zanni, cioè dell'_Arlecchino_. A Mantova, prima
di passar le Alpi, avea dovuto, per volere del Duca, fondere la sua
antica Compagnia con l'altra condotta da _Pantalone_; onde il Brantôme
accennava alle loro commedie come “celles de Zanni et Pantalons„, e un
signor De la Fresnaye Vauquelin immortalerà nei suoi versi

    Ou le bon _Pantalon_, ou _Zany_ dont Ganasse
    Nous a représenté la façon et la grâce.

È d'un effetto tragicomico il leggere, con una data anteriore di solo
qualche giorno alla terribile tragedia di San Bartolomeo, una nota
di pagamento del Tesoriere di Corte “à Albert Ganasse,' joueur de
commédies...., tant à luy que à ses compaignons, en considération du
plaisir qu'ilz ont donné à Sa Majesté.... en plusieurs commédies qu'ilz
ont représentées par diverses fois devant sa dicte Majesté„.

Nell'ottobre, la Compagnia era ancora a Parigi. Poi sembra si
riscindesse; chè, nel 1572, sentiam parlare di _Gelosi_ a Genova e,
nel '74, a Venezia, e intanto il Ganassa va a cercar fortuna di là dai
Pirenei. Egli che avea fatto tanto ridere i francesi contraffacendo un
borioso gentiluomo spagnuolo col nomignolo di _baron de Guenesche_ a
cui faceva parlare un misto di bergamasco e di spagnuolo, ora va alla
Corte di Filippo II, a far ridere, se non il Re che dicon non ridesse
mai, appunto quei baroni _valamediós_!

Da qualche anno un misterioso dramma si era chiuso in quella Corte:
la primogenita di Caterina de' Medici, promessa sposa al principe
don Carlos ma sposata poi dal re Filippo, si era spenta d'un male
arcano nella fiorente giovinezza di ventitrè anni; e con lei era
stato spento il principe amante. Isabella o Elisabetta di Francia
avea fatto da spettatrice e da attrice nelle recite che s'eran date
nella Corte francese; e in Ispagna, per quegli anni che vi rimase,
fece forse brillare il sorriso delle Muse che s'eran ridestate così
vezzose nel fiorito nido del suo casato materno. Certo, la compagnia
“des comediantes italianos, cuya cabeza y autor era Alberto Ganassa„,
vi ebbe lieta accoglienza. Rappresentava “comedias italianas, mímicas
por la mayor parte y bufonescas de asuntos triviales y populares„,
nelle quali figuravano “las personas de _Arlequin_, del _Pantalon_, del
_Dotore_, etc.„ E un contemporaneo ci fa fede che, sebbene il Ganassa
non vi fosse “bene e perfettamente inteso, nondimeno, con quel poco
che s'intendeva, faceva ridere consolatamente la brigata; onde guadagnò
molto in quelle città, e dalla pratica sua impararono poi gli Spagnuoli
a fare le commedie all'uso hispano, che prima non facevano„.

Non vogliate credere che codesta sia una vuota vanteria. La commedia
popolare italiana fece colà l'effetto d'una folata di vento che
spazzasse via la nebbia dei pregiudizi. E non è forse senza merito del
Ganassa se Lope de Vega, che allorchè questi andò in Ispagna era sui
dodici anni, potè dire: “Quand'io mi metto a scrivere una commedia,
chiudo le regole sotto dieci chiavi e mando fuori della mia stanza
Plauto e Terenzio per paura che non mormorino contro di me. Scrivo
seguendo la maniera che hanno inventata quelli che ricercano gli
applausi del pubblico. Giacchè infine, visto ch'è lui che paga, mi
sembra giustissimo parlargli, magari da ignorante, sempre però in modo
da divertirlo.„


VII.

Quei compagni del Ganassa che non lo aveano seguito di là dai Pirenei,
recitarono nel carnevale del 1574 a Venezia, e nella primavera
trapiantaron le tende a Milano, dove concorsero alle feste che la città
celebrò in onore di don Giovanni d'Austria, l'eroe di Lepanto. Ma nel
luglio erano richiamati sulle lagune.

Doveva passar per Venezia il secondogenito di Caterina de' Medici,
Enrico re di Polonia, che, morto il fratello Carlo, correva ad occupare
il trono ereditario. La Serenissima si diede un gran da fare per
riceverlo degnamente; e, tra l'altro, mandò ai confini quattro patrizi
per sapere dalla bocca del Re quali divertimenti gli andassero più a
sangue. E quel principe, ch'era fuggito di notte, per una porticina
segreta, dalla reggia di Varsavia, venendo così meno ai suoi regali
impegni verso quel popolo generoso che se l'era eletto a sovrano;
quel principe, a cui la madre ingiungeva di affrettarsi per venire ad
impadronirsi della corona più temuta d'Europa; tra le cure e le ansie
d'un viaggio fortunoso, trovò il modo di far sapere al governo della
Repubblica che egli aveva un ardente desiderio di sentir recitare i
commedianti che erano stati a Venezia nell'inverno: specialmente la
prima donna, della quale la fama era giunta sino a lui! Particolare
degno della fantasia di Shakespeare! E com'è comico quel futile
affaccendarsi dell'ambasciatore repubblicano perchè non manchi la
bramata donna agli svaghi del Re Cristianissimo; e del residente
milanese perchè i commedianti si trovin pronti a Venezia pel giorno
dell'arrivo!

Non ci fu tempo che di rappresentar due commedie improvvise e una
“molto grata et gratiosa„ tragicommedia. Anche di questa dicono
sentisse “mirabil piacere„ quel re tragicomico. Ma non pare che
della donna rimanesse molto sodisfatto. Eppure, che perfezione quella
signora Vittoria! “Divina Vittoria„ — esclama un contemporaneo — “che
fa metamorfosi di sè stessa in scena; .... bella maga d'amore che
alletta i cori di mille amanti con le sue parole; .... dolce sirena
che ammaglia con soavi incanti l'alma dei suoi divoti spettatori; e
senza dubbio merita d'esser posta come un compendio dell'arte, avendo
i gesti proportionati, i moti armonici e concordi, gli atti maestevoli
e grati, le parole affabili e dolci, i sospiri leggiadri ed accorti, i
risi saporiti e soavi, il portamento altiero e generoso, e in tutta la
persona un perfetto decoro, quale spetta e s'appartiene a una perfetta
commediante„. E un altro contemporaneo che fece da cronista di quelle
feste, Thomaso Porcacchi, la disse “unica„. Tuttavia il re Enrico,
quando qualche anno dopo ebbe dato assetto agli affari di Stato e potè
ripensare ai bei giorni trascorsi a Venezia, non richiese più di lei
con l'antico entusiasmo; scrisse invece di suo pugno all'ambasciatore
francese presso la Repubblica questo biglietto:

   Maintenant que la paix est faite en mon royaume, je désire faire
   venir par de ça le _Magnifique_ qui est celuy qui me vint trouver
   à Venise lors de mon retour de Pologne avec tous les comédiens
   de la compagnie des _Gelosi_. Je vous prie faire chercher le
   dit _Magnifique_, et luy dire qu'il me vienne trouver suivant la
   lettre que je luy escris, laquelle vous luy ferez bailler: vous
   luy ferez aussy fournir l'argent qui luy sera nécessaire pour son
   voyage et me mandant ce que vous luy aurez baillé. Je commanderay
   à ceux de mes finances qu'il vous soit aussy tost rendu...

                                                            HENRY.

Giulio Pasquati era in verità un _Magnifico_ non soltanto di nome.
Il cronista aveva già detto di star in dubbio, nella sua maniera
di recitare “qual sia maggiore in lui, o la gratia o l'acutezza de'
capricci spiegati a tempo et sententiosamente„. Per il momento però
non era a tiro: deliziava un altro monarca, l'imperatore d'Austria;
e bisognò aspettare che terminasse colà i suoi impegni. Ad ogni modo,
il 25 gennaio del 1577 egli insieme coi _Gelosi_ era a Blois, dove il
re Enrico aveva convocati gli Stati Generali; e quella stessa sera
recitarono, innanzi al miglior fiore dell'aristocrazia francese e
nella medesima sala, superbamente addobbata con arazzi istoriati a fil
d'oro, dove si radunavano i rappresentanti della nazione. Giungevan
con un po' di ritardo, anche perchè per via, nelle vicinanze della
Charité sur Loire, eran caduti nelle mani degli Ugonotti, che avean
preteso ed ottenuto dal Re un considerevole riscatto; ma sempre in
tempo per far girar la testa a quegli affaccendati oziosi. Nè valse
che un ardimentoso predicatore della Corte spingesse la sua audacia
sino a biasimare, alla presenza stessa del Re, chi interveniva a quegli
spettacoli profani e scandalosi; poichè quel giorno medesimo i sovrani
e la Corte si recarono alla commedia!

Condottiero della Compagnia sembra che fosse Flaminio Scala, insigne,
come dice il suo biografo, “per essere stato il primo che alle commedie
dell'arte improvvisa abbia dato un ordine aggiustatissimo con tutta
la buona regola, ed avendone inventate un gran numero„. Suo è lo
scenario del _Cavadenti_, di cui vi ho letta una parte; e suoi son
pure gli altri quarantanove, che compongono tutti insieme _Il teatro
delle favole rappresentative overo la ricreatione comica boscareccia e
tragica divisa in cinquanta giornate_, ch'è la più antica raccolta di
scenari e il fior fiore del repertorio dei _Gelosi_.

Chiusi il 7 marzo gli Stati Generali, lo Scala, prima di tornare
in Italia, diede delle rappresentazioni a Parigi, in quella sala
del Petit-Bourbon dove alcuni anni dopo, nel 1614, si sarebbero
tenuti gli ultimi Stati Generali della Francia monarchica anteriore
all'Ottantanove, e dove fra meno d'un secolo il figlio del tappezziere
Poquelin avrebbe inaugurata la vera commedia moderna, cementando le
macerie scomposte della nostra Commedia dell'arte. Ma la Compagnia si
attirò anch'essa contro le ire delle confraternite e dei magistrati.
E questa volta con maggior ragione, perchè i comici attiravano ai
loro spettacoli tanta folla quanta non era quella che accorreva alle
prediche dei quattro migliori predicatori di Parigi messa insieme!
Lo attesta, brontolando nel segreto del suo diario, un membro del
Parlamento. Il Re però fece sentire la sua voce e pesare la sua
protezione; e quel magistrato brontolone notò: “la corruption de ce
temps estant telle que les farceurs, bouffons, mignons,... avaient tout
crédit auprès du roi„.


VIII.

Era codesta Compagnia appunto che nei primi giorni del 1578 veniva a
Firenze a metter lo scompiglio tra quei commediografi rivali. Il Lasca
compose una specie di cartello per annunziarne l'arrivo, e sempre a
strazio dei suoi prosuntuosi colleghi:

    Facendo il _Bergamasco_ e 'l _Veneziano_,
      N'andiamo in ogni parte,
      E 'l recitar commedie è la nostr'arte....
    Questi vostri dappochi commediai
      Certe lor filastroccole vi fanno,
      Lunghe e piene di guai,
      Che rider poco e manco piacer dànno;
      Tanto che per l'affanno,
      Non solamente agli uomini e alle donne,
      Ma verrebbero a noia alle colonne.

E invitava a più riprese i concittadini a venir

      . . . . . alla Stanza ad udir _Zanni_,
    La _Nespola_, il _Magnifico_ e 'l _Graziano_,
      E _Francatrippa_ che vale un tesoro,
      E gli altri dicitor di mano in mano,
      Che tutti fanno bene gli atti loro!

Il _Magnifico Pantalone_ era ancora quel medesimo che aveva destata
l'ammirazione di Enrico III. Il _Graziano_, vale a dire il pedante
bolognese, era Lodovico de' Bianchi, il più famoso interprete ma non il
creatore di quel tipo dacchè già col Ganassa recitava un Lus Burchiello
Gratià. Il Lasca descrive il modo onde si cavava la berretta:

    Che gentilmente la piglia con mano,
      Poi la scuote e dimena con gran fretta;
      E quanto l'usa più di dimenare
      Più vuol amico o signore onorare.

_Francatrippa_, che parlava il dialetto bolognese turbato da qualche
toscanesimo, era Gabriello Panzanini. E poi, un altro bolognese,
Simone, recitava da _Arlecchino_, e si trova segnalato come osservatore
del “vero dicoro de la Bergamasca lingua„. E non mancava una caricatura
locale, _Zanobio da Piombino_, affidata a Girolamo Salimbeni.

Conduceva tutta questa brava gente il pistoiese Francesco Andreini,
il _Capitano Spavento_. Non contava che trent'anni; ma li aveva molto
ben vissuti. Imbarcatosi giovanissimo sulle galee toscane, era caduto
nelle mani dei Turchi; donde non riuscì a scappare che dopo otto anni
di schiavitù. In grazia della sua coltura e del suo talento, aveva
trovata buona accoglienza nella Compagnia dello Scala. Recitò prima da
Innamorato, ma rivelò meglio sè stesso nella parte di _Capitan Spavento
da Vall'inferna_ (_Valdinferna_ è una città che occorre sentir nominare
nei romanzi cavallereschi); e, a volte, si provava ad inventarne anche
qualche altra. A Milano, per esempio, ei racconta d'aver rappresentata
“la parte d'un _Dottor Siciliano_, molto ridicola„ e quella “d'un
Negromante detto _Falsirone_, molto stupenda per le molte lingue
ch'egli possedeva, come la francese, la spagnuola, la schiava, la
greca, la turchesca„, e “maravigliosamente poi la parte d'un pastore
nominato _Corinto_ nelle pastorali, suonando varii e diversi stromenti
da fiato, composti di molti flauti, cantandovi sopra versi boscarecci e
sdruccioli ad imitazione del Sannazaro„.

A Firenze, nei primi mesi di quel 1578, ebbe la fortuna di sposarsi
all'artista che ha lasciato il più illustre nome nella storia del
nostro teatro, a quella maravigliosa Isabella “bella di nome,
bella di corpo e bellissima d'animo„ (lo attesta il marito che
lo doveva sapere!) “monarchessa delle donne belle e virtuose„, la
quale adoperava “per rocca il libro, per fuso la penna e per ago
lo stile„. Aveva allora sedici anni (era nata a Padova nel 1562). E
non vorrei sospettaste che nelle parole del comico marito ci fosse
dell'esagerazione. Tommaso Garzoni — il lodatore della _divina
Vittoria_, che pare quindi fosse specialista pei panegirici delle
prime donne — la dichiarava “decoro delle scene, ornamento de' theatri,
spettacolo superbo non meno di virtù che di bellezza„, e prognosticava
che “mentre il mondo durerà, mentre staranno i secoli, mentre havranno
vita gli ordini e i tempi, ogni voce, ogni lingua, ogni grido risuonerà
il celebre nome d'Isabella„. Il Bayle riferisce ch'essa “chantait bien
et joüait admirablement des instrumens„; il Della Chiesa, che “scriveva
benissimo in latino, spagnolo e francese, et haveva non poca cognitione
delle cose di filosofia„; il Quadrio, che alla sua arte, “riputata
universalmente pericolosa per l'onor delle donne, seppe ella una somma
pudicizia e un costume innocentissimo accompagnare„. E a lei viva
inneggiò il Chiabrera quando l'ebbe sentita recitar a Savona nel 1584;
a lei morta, il Marino. E se vi par poco, sappiate ch'ella commosse
anche la musa del Tasso; il quale — in un banchetto dal cardinale
Aldobrandini dato in onore di lei, a cui erano pure invitati altri sei
cardinali, Antonio Ongaro “ed altri poeti chiarissimi„ — potè sederle
vicino, ed indirizzarle un sonetto olezzante di raffinata galanteria.


IX.

E della signora Vittoria che cosa era mai avvenuto? Non risulta che
andasse in Francia coi _Gelosi_ nè che venisse a Firenze; il che vuol
quasi dire che non fosse più con loro: una stella così sfolgorante
non sarebbe rimasta inosservata! Nel 1580 la ritroviamo a Mantova,
condottrice d'una Compagnia, ch'essa chiamava dei _Confidenti_ ma il
pubblico non sapeva indicare meglio che come la Compagnia della signora
Vittoria; e par che godesse tutte le simpatie del Duca. Il quale, per
la benedetta smania che avevano un po' tutti quelli della sua famiglia,
di rimpastare e rimaneggiare le Compagnie, in quell'anno diede anche
qualche dolore alla diva. Commuove anche noi la lettera scrittagli il
22 giugno dal pietoso segretario. Vi si tocca d'una certa donna, forse
della Compagnia di _Pedrolino_, a cui il Duca sembra cominciasse a far
l'occhiolino.

   Andai dalla sig.ra Vittoria per darli il buon giorno; et la
   trovai di tanta mala voglia, che quasi mi fece lacrimare,
   dicendomi che il s.r Principe Ser.mo ha detto ad alcuni della
   sua Compagnia, con pena della sua disgratia, debano andare nella
   Compagnia di quella donna (forsi non troppo sana, per quanto
   mi vien detto), lamentandosi detta sig.ra, dicendo non saper
   la causa perchè il Ser.mo sig.r Principe li voglia dare questo
   danno di smambrare la sua Compagnia, non havendo mai lasciato
   di servirlo, nè di giorno nè di notte et d'ogni hora, et poi per
   guiderdone di questo, habbia a meritarsi tale afronte.

Il Duca, fortunatamente, non aveva il cuore di pietra; e quei dolci
ricordi, e fors'anche l'abile insinuazione che la rivale della
Vittoria non fosse “troppo sana„, lo piegarono a più umani consigli;
e nel dicembre di quello stesso anno, in occasione delle nozze del
figliuolo, richiedeva ancora che la signora Vittoria, la quale con la
sua Compagnia avea ripreso un giro per le varie città, si trovasse pel
carnevale a Mantova.

Ma la vera rivale d'arte della signora Vittoria era l'Isabella; e nel
maggio del 1589, per le nozze di Ferdinando de' Medici con Cristina di
Lorena, ecco che, per volere del Granduca, sono tutte e due a fronte,
in Firenze. La Vittoria, “che in quel tempo era il miracolo delle
scene„ come attesta anche il Baldinucci, recitò nella commedia sua
“favorita„, _La Zingana_, il 6 maggio; il 13, l'Isabella fece stupir
tutti pel suo “valore ed eloquenza„ rappresentando una commedia di sua
invenzione, _La Pazzia_. Dopo, ognuna riprese la sua via: la signora
Vittoria coi _Confidenti_ e gli _Uniti_, l'Isabella coi _Gelosi_.

Non sarebbe nè agevole nè interessante accompagnar codeste Compagnie
in tutte le loro fortunose peregrinazioni e peripezie. Basterà dirvi
che, lasciata Firenze nei primi giorni del '79, i _Gelosi_ andarono
in quel carnevale a Venezia, dove per parecchie sere ebbero tra gli
spettatori il principe Ferdinando di Baviera. Era questi un antico
ammiratore della commedia italiana, chè aveva già nel '65, in occasione
delle nozze di Francesco de' Medici con Giovanna d'Austria, goduta a
Verona la recita d'un Zanni, a Mantova d'una commedia, a Firenze una
splendida rappresentazione preceduta da un prologo fatto da un dottore
montato sur un asinello, e a Verona, nel ritorno, d'un'altra commedia
molto ridicola e piacevole. Presero, dopo, la via di Mantova, che
allora, in grazia della protezione di quei duchi, era come il quartier
generale dei comici. Ma ohimè! qui l'accoglienza non fu lieta! Con la
data del 5 maggio un decreto ducale ordinò “che tosto abbiano ad essere
cacciati dalla città e dallo Stato di Mantova i comici detti _Gelosi_
che alloggiano all'insegna del Bissone, e similmente il sig.r Simone,
che recita la parte di Bergamasco, e il sig.r Orazio e il sig.r Adriano
che recitano la parte _amantiorum_, e Gabriele detto dalle Haste loro
amico„. Fortunatamente degli Andreini non si parla. Nè vi saprei dire
che cosa abbiano fatto gli altri per meritare una tal misura di rigore
da un principe che viveva sempre in mezzo ai comici: certo, stinchi di
santi questi non erano!

Li ritroviamo a Genova, nel luglio; donde risalirono a Milano.
Nel maggio del 1580 vi erano di nuovo, forniti di legale licenza
del Governatore; ma nel luglio fu loro proibito di più recitare.
Avevano colà un formidabile nemico, nientemeno che il cardinale Carlo
Borromeo, che ne avrebbe voluto veder lo sterminio. Ma essi ne seppero
dire e far tante, che il Governatore accordò loro di riprendere le
rappresentazioni “a partire dal settembre„. Il carnevale dell'81 erano
a Venezia; dove tornarono nell'aprile dell'83. Nell'86, a Mantova;
e il principe Vincenzo rese alla Isabella “il singolar benefitio et
segnalatissimo favore dell'haver accettato Lavinia sua figliola per sua
umilissima serva„ cioè di avergliela tenuta a battesimo. Nel gennaio
dell'anno appresso, sono a Firenze; dove all'Isabella, feconda oltre
che faconda, si presenta l'occasione di richiedere il Granduca di
accordarle per una nuova figliuola la grazia che le avea già concessa
il principe genero.

Una miglior fortuna toccò alla Compagnia sulla fine del 1602. La
novella regina di Francia pur della casa Medicea, Maria, la invitò,
con lusinghiera preferenza, d'andare a quella Corte. E fino a che
punto l'Isabella vi facesse perdere i lumi e l'intelletto ai nonni
di Molière, basteranno a mostrarlo questi versi sciancateli da lei
ispirati a un Isaac du Ryer:

    Je ne crois point qu'Isabelle
      Soit une femme mortelle;
      C'est plutôt quelqu'un des dieux
      Qui s'est déguisé en femme
      Afin de nous ravir l'âme
      Par l'oreille et par les yeux.

Nell'aprile del 1604 richiesero ed ottennero licenza dal Re; e la
graziosa Regina volle provvedere d'un onorevole benservito la non
meno graziosa attrice, “vous pouvant assurer„, scriveva alla duchessa
di Mantova, “que pendant qu'elle a demeuré de de ça, Elle a donné
tout contantement d'elle et de sa troupe au Roy Monseigneur et à
moy„. Ma sulla via del ritorno, a Lione, ecco che l'Isabella s'ammala
gravemente; e pochi giorni dopo, il 10 giugno, muore, o, se vi piace
meglio, il suo spirito “faussa compagnie au corps, qu'il laissa à
la terre pour s'envoler au ciel, sans que les vœux et les cris de
ceux qui l'avoient admirè le peuvent retenir„, come dice il più
autorevole storico di quei tempi. Allora, e per circa due secoli dopo,
in Francia era contesa ai comici la sepoltura in terra benedetta;
ma la morte d'Isabella commosse perfino il curato, che scrisse nei
suoi registri: “Elle est décédée avec le commun bruit d'estre une des
plus rares femmes du monde tant pour estro docte que bien disante
en plusieurs sortes de langues„. Fu portata al sepolcro con tutti
gli onori, “favorita„, come attesta Beltrame, “dalla Communità di
Lione.... d'insegne e di mazzieri, e con doppieri da' Signori Mercanti
accompagnata, et hebbe un bellissimo epitafio scritto in bronzo per
memoria eterna„.

Francesco Andreini, perduta la cara compagna, sciolse anche la
Compagnia, e da quel giorno non attese che alla pubblicazione delle
proprie opere in versi e in prosa, tutte, più o meno direttamente,
consacrate alla memoria della donna adorata.

Ma alla sua gloria e all'onore di quell'arte di cui era stata tanto
decoro, l'Isabella avea provveduto meglio da sè stessa; e in verità
non colle sue commedie e i suoi poemi, bensì mettendo al mondo, in
Firenze, sulla fine di quello stesso anno 1578 in cui il Lasca vi avea
così festosamente salutato l'arrivo dei _Gelosi_, il suo primogenito,
Giambattista. Erede delle virtù e delle virtuosità materne, questi,
rispetto a suo padre, sta come il poeta dell'_Aminta_ rispetto a
quel dell'_Amadigi_. Sul teatro si chiamò _Lelio_, e fu lungamente a
capo della Compagnia dei _Fedeli_, che nel 1604 si ricompose in gran
parte con i comici di quella disciolta dei _Gelosi_. Nel 1601 sposò,
a Milano, la diciottenne Virginia Ramponi, che, sotto la intelligente
direzione del marito, dovea ben presto, col nome di _Florinda_, far
sembrare non del tutto irreparabile la perdita della suocera. Lo
affermava al dolente figliuolo uno di quei tanti rimatori che si
sciolsero in lagrime sulla tomba d'Isabella:

    Vive la madre tua ne la tua sposa,
      Chè de lo suo divin dandole parte,
      In Virginia respira e in lei si cole.

E con migliore eloquenza lo dissero i fatti. Celebrandosi nella
primavera del 1608 in Mantova le nozze del principe Francesco con
Margherita di Savoia figlia di Carlo Emanuele I, una delle romanine, la
Caterinuccia Martinelli, doveva cantarvi l'_Arianna_, opera di Ottavio
Rinuccini colle arie del Monteverdi e i recitativi del Peri. Nei primi
giorni di marzo, colpita di vaiolo, la cantatrice muore. Dove e come
trovare in sì poco tempo chi potesse sostituirla? Ecco che si offre la
Virginia Andreini! Antonio Costantini, l'amico del Tasso, scriveva di
là il 18 marzo:

   Iddio ha inspirato di far prova se la _Florinda_ fosse abile in
   far questa parte; la quale in sei giorni l'ha benissimo a mente,
   e la canta con tanta grazia ed affetto, che ha fatto maravigliare
   Madama, il signor Rinuccini e tutti i signori che l'hanno udita.

Tra codesti ultimi c'era fors'anche il Marino, che nell'_Adone_ (VII,
68), parlando degli effetti della Lusinga, ne lasciò ricordo:

    E in tal guisa _Florinda_ udisti, o Manto,
      Là nei teatri de' tuoi regi tetti,
      D'Arïanna spiegar gli aspri martiri,
      E trar da mille cor mille sospiri.

La Florinda fu gran parte dei trionfi dei _Fedeli_ in Italia e in
Francia, fino a che, nel 1627, scomparve dalla scena del mondo.
L'infedele capo dei _Fedeli_ non seppe però imitare l'esempio
paterno, e rimase a diriger la Compagnia fino al 1652, quando, vecchio
settantenne e rimaritato per di più alla commediante Lidia, abbandonò
finalmente il teatro.

Egli lasciò dietro di sè un gran fardello di poemi lirici ed eroici,
commedie, tragedie sacre e profane, tragicommedie, pastorali, sonetti,
dialoghi, visioni; e se per essere un gran poeta gli mancaron parecchi
numeri, non fu di sicuro uno di questi il numero delle produzioni.
Qualcosa però gli sopravvisse; e attira ancora su di sè gli occhi
curiosi degli eruditi e dei dilettanti quella sacra rappresentazione
l'_Adamo_, che par certo servisse di scenario al _Paradiso Perduto_.
“Il y a souvent„, dice il Voltaire, “dans des choses où tout paraît
ridicule au vulgaire, un coin de grandeur qui ne se fait apercevoir
qu'aux hommes de génie„; e Milton “découvrit, à travers l'absurditè de
l'ouvrage, la sublimitó cachée du sujet„.


X.

La Commedia dell'arte nè fu un monopolio degli Andreini nè finì con
essi. Ed io dovrei parlarvi di comici insigni come i Riccoboni, i
Fiorillo, Domenico Biancolelli, Tommaso Visentino detto _Tommasino_,
Carlo Bertinazzi detto _Carlino_; di donne celebri come la Maria
Malloni detta _Celia_, di cui il Marino:

    _Celia_ s'appella, e ben del Ciel nel volto
    Porta la luce e la beltà Celeste;
    Ed oltre ancor, chè come il Cielo è bella
    E ha l'armonia del Ciel nella favella,

e la _Flaminia_ Riccoboni e l'_Aurelia_ Bianchi; di dilettanti come
Salvator Rosa che, diceva il Lippi,

      pittor, passa chiunque tele imbiacca,
    Tratta d'ogni scïenza _ut ex professo_,
    E in palco fa sì ben _Coviel Patacca_,
    Che, sempre ch'ei si muove o ch'ei favella,
    Fa proprio sgangherarti le mascella,

ed Evangelista Torricelli, il Viviani, il Bernini:

    Ma son giunto a quel segno, il qual s'io passo,
    Vi potria la mia istoria esser molesta.

Devo però aggiungere che letterariamente la nostra Commedia produsse
i suoi frutti più duraturi oltre i confini della patria. Avvenne per
essa l'inverso di ciò ch'era avvenuto per la poesia cavalleresca; e
l'Ariosto che elaborò fuori d'Italia quella materia comica inventata
dagl'improvvisatori nostri, fu, voi lo sapete, il Molière. “Nous ne
devons jamais oublier que la priorité de ce calque ingénieux et piquant
de la nature appartient à l'Italie, et que, sans ce riche et curieux
précédent, Molière n'eût pas créé la véritable comédie française„, dice
George Sand; e non son mancati i Rajna a frugare nelle reliquie della
Commedia dell'arte, e a ritrovarvi abbozzati intrecci, scene, episodi,
tipi, personaggi, che nelle mani del geniale commediografo divennero
il _Tartufe_, _le Malade imaginaire_, _George Dandin_, _Trissotin_,
_Sganarelle_, _Scapin_. Sui cartoni disegnati con la carbonella, il
grande artista ha rimesse le tinte, la cui vivacità oramai non è più
caduca.

Certo, il teatro di Molière fu il più squisito prodotto della
Commedia dell'arte; la quale ebbe nell'ospitale Francia quasi una
seconda patria. Ma essa può vantare anche altre benemerenze ed altre
benevolenze. Ho già accennato alla Spagna ed a Lope de Vega. Un po'
prima che colà; nel 1568, un Giovanni Tabarino avea portata la nostra
commedia a Linz sul Danubio, dond'egli era passato a Vienna con la
qualità ufficiale di comico di Sua Maestà. Vi rimase, pare, fino al
'74, facendo nel febbraio '71 una scappata in Francia; ma codesto più
antico Tabarino non è da confondere col famoso buffone dello stesso
nome che fu di moda a Parigi dal 1618 al '30. E nel tempo ch'egli
rimase a Vienna, vi capitarono pure i fiorentini Antonio Soldino,
proveniente dalla Francia, e Orazio; e poi Giulio, Giovanni veneziano,
Giovan Maria romano, e i trevisani Silvestro e quel Battista che
recitava da _Franceschina_; e, più tardi, Pier Maria Cecchini, poeta
e trattatista oltrechè attore col nomignolo di _Frittellino_, il quale
l'imperatore Mathias “fece nobile...., habilitandolo ad ogni essercizio
cavalleresco, facendolo capace di quanto ad ogni titolato si concede„.

Nella Corte di Baviera la Commedia dell'arte fu, qualche anno innanzi
al 1568, fatta gustare da un musicista fiammingo vissuto per lungo
tempo tra noi, Orlando di Lasso, e da un musicista napoletano,
Massimo Trojano, che ce ne dà conto. Si celebravan le nozze del duca
Guglielmo IV con Renata di Lorena; e un bel giorno al Duca “venne
in fantasia.... di udir una commedia la sera seguente„. Ne pregò il
maestro Orlando, che a sua volta pregò il collega Trojano d'aiutarlo.
Detto fatto, inventarono “il dilettevole suggetto„ e recitarono la
sera appresso una “comedia all'improvisa alla italiana...., in presenza
de tutte le serenissime Dame; che, quantunque le più che vi erano non
intendevano lo che si dicevano, pure feze tanto bene e con tanta gratia
il _Magnifico Venetiano_ messer Orlando di Lasso, col suo _Zanne_,
che smascellare della risa a tutti fece„. Le parti erano state così
distribuite: messer Orlando, dunque, “fu il _Magnifico messer Pantalone
di Bisognosi_; m. Gio. Battista Scolari da Trento, il _Zanne_; Massimo
Trojano fece tre personaggi, il prolago da goffo villano (un villano,
alla cavajola, tanto goffamente vestito che parea l'Ambasciatore delle
risa), il _Polidoro_ innamorato, e lo spagnuolo disperato sotto nome
di _Don Diego di Mendozza_; lo servitore di _Polidoro_ fu Don Carlo
Livizzano; lo servitore del _Spagnuolo_, Giorgio Dori da Trento;
la _Cortigiana_ innamorata di _Polidoro_, chiamata _Camilla_, fu
il Marchese di Malaspina; la sua serva, Ercole Terzo; et un servo
francese„. Per meglio allietare lo spettacolo, alla commedia furono
intramezzati dei madrigali musicati dal Lasso.

Ma in Germania non può dirsi che i semi della Commedia dell'arte
cadessero su un terrena fecondo. Invece, nel 1577 passò la Manica una
Compagnia condotta da un _Arlecchino_ mantovano, Drusiano Martinelli,
fratello d'un ben più celebre _Arlecchino_, che chiamava sè stesso
_dominus Arlecchinorum_, e, per essersi fatta tenere a battesimo
dalla regina di Francia una figliuola, le dava della “commare„ e si
sottoscriveva “Arlecchino compadre christianissimo„. Alla Corte di
Elisabetta è probabile imparassero da lui ad improvvisare su semplici
scenari, ed a comporne, i due buffoni rivali Tarleton e Wilson.

Shakespeare non venne a Londra che circa otto anni dopo. È risaputo
com'avesse famigliari i nostri novellieri e i nostri commediografi,
e come a quella fonte attingesse intrecci, scene, situazioni. Gli
_Equivoci_ derivano dai _Menechmi_ attraverso un'imitazione italiana;
la _Selvatica ammansata_ è ricalcata in gran parte sui _Suppositi_
dell'Ariosto; e perfin la _Giulietta e Romeo_ ricorda in più d'un luogo
(pel lodevole zelo di parer discreti non bisogna esser poi ingiusti!)
l'_Hadriana_ di Luigi Groto. Nè sono scarse od occulte nel suo teatro
le tracce dell'imitazione dalla nostra commedia popolare. Già, quando
nell'_Otello_ (I, 2) Jago chiama Brabanzio “il _Magnifico_„, a me
pare ch'ei gli voglia dare del _Pantalone_ anzichè indicare con quel
titolo semplicemente il grado senatoriale di lui, come gli annotatori
interpretano. Ma c'è ben di meglio. Il capitano _Parolle_, nella
commedia _È tutto bene quel che ben finisce_, il quale porta “tutta
quanta la dottrina teorica della guerra nel nodo della sua sciarpa,
e tutta l'arte pratica nel fodero della daga„, non è che il nostro
_Capitano Spavento_; e la scena in cui, essendo per vigliaccheria
caduto nelle mani dei propri soldati che gli hanno fatto paura e
che affettano un linguaggio barbaresco, è trascinato con la benda
sugli occhi innanzi al proprio generale ch'ei crede quel dei nemici,
e spiattella i segreti del campo e svilisce i colleghi, si direbbe
addirittura desunta da uno scenario. Com'è in fondo il nostro _Capitano
spagnuolo_ quello spagnuolo fanfarone e galante delle _Pene d'amore
perdute_. Basta sentirlo come del suo amore dà conto al valletto:

   Voglio farti una confidenza: io sono innamorato; e com'è cosa
   abbietta in un soldato l'amore, così mi sono innamorato d'una
   vile contadina. Se potessi sguainar la spada contro codesta mia
   trista affezione, per sottrarmi a tali reprobi pensieri, farei
   prigioniera la mia passione amorosa, e la cederei a qualche
   cortigiano francese in cambio d'una riverenza alla moda. Mi
   par cosa spregevole il sospirare, e penso che dovrei rinnegare
   Cupido. Consolami tu, paggio mio: quali furono i grandi uomini
   schiavi d'amore?

Il pedante _Oloferne_ della medesima commedia è talquale il nostro
_Graziano_; ed è curioso ch'ei citi con malinconica ammirazione il
principio d'un'egloga latina d'un oscuro umanista mantovano, cui fa
seguire in italiano due versi d'una canzonetta:

   Ah, buon vecchio mantovano! io di te posso dire quel che di
   Venezia il viaggiatore:

       _Vinegia, Vinegia,_
       _Chi non te vede, ei non ti pregia._

   Vecchio mantovano! vecchio mantovano! Chi non ti intende non ti
   ama!

Nella _Selvatica ammansata_ poi, oltre alle tante parole italiane
che vi ricorrono e perfino un po' di dialogo (“Con tutto il core ben
trovato„, dice un amico all'altro; o questi: “Alla nostra casa bene
venuto, molto amato signor mio Petronio„), ed oltre pure un certo
_Pedagogo_ che della nostra maschera non ha che la pusillanimità e
l'improntitudine, c'è una scena a cui della Commedia dell'arte non
manca neppure il nome d'uno dei suoi più caratteristici tipi. Un
giovane s'è gabellato maestro di grammatica per dichiarare il suo amore
alla giovinetta amata. È presente un vecchio galante, cotto anch'esso.

   BIANCA. Dove eravamo?

   LUCENZIO. Qui, signorina:

       _Hic ibat Simois; hic est Sigeia tellus,_
       _Hic steterat Priami regia celsa senis._

   BIANCA. Vogliate spiegarlo.

   LUCENZIO. _Hic ibat_, come prima v'ho detto — _Simois_, io sono
   Lucenzio — _hic est_, figlio di ser Vincenzo di Pisa — _Sigeia
   tellus_, così travestito per ottenere l'amor vostro — _Hic
   steterat_, e quel Lucenzio che venne a corteggiarvi — _Priami_, è
   il mio valletto Tranio — _regia_, che ha pigliato il mio luogo —
   _celsa senis_, per ingannar meglio il vecchio _Pantalone_....

   BIANCA. Ora vediamo se riesco a tradurre: _Hic ibat Simois_, io
   non vi conosco — _hic est Sigeia tellus_, non mi fido di voi —
   _Hic steterat Priami_, badate ch'egli non ci senta — _regia_, non
   presumete di troppo — _celsa senis_, non disperate.

E pur nelle _Donne allegre di Windsor_, quel medico francese che
lardella il suo discorso di frasi e parole della sua lingua, e quel
parroco che cinguetta l'inglese da buon gallese, e quello scioccherello
che parla sempre in punta di forchetta, han tutti i loro prototipi
nella commedia nostra improvvisata.

Con la quale Shakespeare ebbe comune anche qualche vizio. Beltrame, per
esaltare i suoi colleghi, dichiarava, nei primi decenni del Seicento,
che essi “studiano et si muniscono la memoria di gran farragine
di cose, come sentenze, concetti, discorsi d'amore, rimproveri,
disperazioni e deliri, per haverli pronti all'occasioni„. Di qui quel
loro stile così colorito; e forse di qui ancora, per lo meno in parte,
lo stile enfatico ed ampolloso che il gran drammaturgo mette sempre
in bocca ai personaggi italiani. Non era certo nei nostri novellieri
ch'egli trovava il modello di quelle caricature.

Ma non son da porre sulla coscienza dei nostri poveri comici, già
così aggravata, tutte le scurrilità onde son lerci i primi lavori
del capocomico inglese. I buffoni di Elisabetta, quanto a facezie
grossolane e sboccate, non avean bisogno di maestri! E chi sa che
non appartengano a loro, per lo meno in gran parte, quelle che son
passate alla posterità di contrabbando, appiattate nei ricchi bauli
del sommo poeta? Il quale avrà lasciato che in certe scene i buffoni si
sbizzarrissero a loro agio, per contentare il pubblico grosso, sempre
avido di quei motti salati che magari si sentiva ripetere da anni: alla
stessa guisa che i predecessori di Rossini abbandonavano i trilli e
le rifioriture alla virtuosità dei cantanti. Dopo, quelle trivialità
saranno state trascritte sui copioni e tutte gabellate come opera del
commediografo. Cresciuto in autorità ed ammaestrato dall'esperienza,
anche questi, come Rossini i trilli, avrà provveduto a disciplinare
le scene buffonesche, perchè non turbassero l'azione del dramma,
e perchè almeno avessero quel sapore tra ariostesco e rabelaisiano
che hanno, per esempio, nell'_Otello_ e nell'_Amleto_. Ricordate gli
ammaestramenti del principe danese ai comici:

   Badino quelli che fan da buffoni a non dir nulla di più di quel
   che devono. C'è tra essi qualcuno che si mette a snocciolar
   buffonerie, per far ridere un certo numero di spettatori idioti,
   proprio nel punto che il dramma richiederebbe che si stesse ad
   ascoltarlo con la maggiore attenzione. Ciò è indegno, e rivela
   nel commediante una miserevole ambizione.

Erano abusi codesti a cui certo anche la nostra Commedia dell'arte
avviava; poichè ogni libertà può degenerare in licenza quando sia
concessa anche a chi non trovi il necessario freno nella propria indole
o nella propria educazione. Ma non si vogliano, per i cattivi effetti
della licenza, dimenticare gl'ineffabili benefizi della libertà. Tra
mezzo all'ossequioso servilismo delle nostre lettere a un passato
irrevocabile, quei nostri comici apostoli corsero il mondo predicando
e praticando la libertà: umili ma rumorosi ed efficaci guastatori di
quella via per cui poi dovevan trionfalmente passare Lope de Vega,
Shakespeare e Molière.



LA MUSICA NEL SECOLO XVII


                               CONFERENZA
                                   DI
                         G. ALESSANDRO BIAGGI.


Questa conferenza venne accompagnata dalla esecuzione de' seguenti
pezzi per pianoforte: _La Frescobalda_ del Frescobaldi; — _Les
Moissonneurs_ di F. Couperin; — un _Adagio_ del Tartini; — una _Giga_
del Corelli; — una _Pastorale_ e un _Capriccio_ di D. Scarlatti
(esecutore l'esimio prof. Buonamici); — la “_Povera pastorella_„ d'A.
Scarlatti, e la romanza “_Raggio di sol_„ del Caldara.

                            Arte, raggio de' cieli, a noi tu scendi
                            Per mill'astri diffusa in mille lampi,
                            Libero spiro nel tuo vol comprendi
                            Le vie dell'etra e di natura i campi.
                            Arcano verbo, all'anima t'apprendi
                            E di tue fantasie l'orma vi stampi,
                            Luce, spiro, parola, agli occhi miei
                            Armonia del creato, arte, tu sei.

                            Nelle immagini tue, ne' tuoi divini
                            Intendimenti mi favelli al core
                            Il culto della fede, i miei destini,
                            Le patrie glorie ed il desìo d'onore.
                            Bellezza e verità ti son confini.
                            L'ordine è legge, la virtù splendore.
                            E quel che ha più di generoso e santo
                            La vita degli affetti egli è tuo vanto.

                                                L. VENTURI.

Il sano ed alto concetto dell'arte che esce luminoso da questi
bellissimi versi di Luigi Venturi, non cominciò ad animare la musica
che ne' primi anni appunto del secolo XVII.

Sino allora, e rimontando ai Greci, nella musica s'era costantemente
mantenuta una taglientissima divisione: — _di sopra_ (signoreggiante e
dominante) la musica delle teoriche, dei sapienti, e delle scuole, che
direbbesi _aulica_; — e _di sotto_ (tenuta in nessun conto e spregiata)
quella cui l'uomo è portato dall'istinto e che muove spontaneamente
dalle naturali sue facoltà.

Di questa musica (che è la sola _vera_!) s'ebbero manifestazioni
in ogni tempo. Eran tali, ad esempio, le _Romanze_, i _Pianti_, le
_Cobole_ de' menestrelli; le _canzoni_ de' _cantori a Liuto_, e via
via. Ma pei teorici e per le scuole, quella non era e non poteva esser
musica; — era troppo semplice e, in conseguenza, come dicevano, troppo
volgare.

Se ora si considera: che l'arte musicale non ha legami di sorta col
mondo fisico; che è al tutto eterea, impalpabile e forse non altro
che una _sensazione_ sposata ad un _sentimento_, è facile vedere quale
ardua impresa sia quella di piegarla e legarla ad un sistema teoretico
che non la impedisca e non la snaturi.

La difficoltà di questa impresa è dimostrata a luce meridiana dal
fatto: che riuscirono quasi a nulla i tentativi, gli studi e le
speculazioni che vi si spesero intorno nel corso di ventiquattro
secoli! Nessuno dirà (è a credere) che ai teorici sia mancato il tempo!

Che cos'è la musica? Di dove e da che viene il fascino irresistibile
ch'ella esercita sull'uomo? Qual'è la legge prima e fondamentale per
la quale ella riesce all'uomo un linguaggio ministro di profonde e
svariatissime commozioni, e che lo ricrea, lo calma, lo agita, lo
esalta, lo delizia?

I primi teorici (come dovevano) queste domande se le son fatte di
sicuro. Ma a chi e a che chiesero le risposte? Errore fatalissimo, le
chiesero alla _fisica_ e alla _matematica_; all'essenza e a' fenomeni
del suono, cioè, e alle proporzioni e alle ragioni de' numeri; mentre
dovevansi chiedere alla _fisiologia_; all'uomo, voglio dire, a' suoi
istinti, al suo organismo, a' suoi modi di percepire e di sentire.

Presa quella falsa via, i teorici vi si ostinarono ingannati dalla
necessità in cui si trovarono di mettere a base di tutto il processo
tecnico: la _scala_. È quella una necessità imprescindibile. Senza la
scala, l'assetto teorico della musica è addirittura impossibile.

Ma la teoria è una cosa, e la pratica è un'altra.

Nella pratica la _scala_ non è più e non è per nulla una base; è una
successione di suoni qualunque; è uno schema melodico puro e semplice,
e, come tale, è anch'esso un portato di quella prima legge fisiologica
che rimase sin qui, e che forse rimarrà sempre, uno de' tanti misteri
della natura.

Per dimostrare a che approdasse il primo errore de' trattatisti, e
per dare un'idea delle nuove e singolari condizioni in cui si trovò la
musica sul principio del seicento, debbo trattenermi ancora su quella
tediosa materia che è la teoria.

Farò d'esser breve; ma, ad ogni buon conto, voi o Signore e Signori,
fate d'aver lunga la pazienza.

Dalla scala, naturalmente, si passò ai così detti _Toni_ o _Modi_.
Nessuno ignora quale importanza s'assegni dai pratici alla conoscenza
dei _Toni_.

Per qualificare un musicista imperito e inetto, s'è detto sempre: _Non
distingue nemmeno i Toni; — non sa mai in che tono canti o suoni_.

Or bene, ecco quale fu dal secolo IV sino a tutto il XVI, la stabilità
della teorica de' Toni. — Non fo quistione che di numeri!

Sant'Ambrogio ne riconobbe _quattro_. — Cassiodoro, poco dopo, ne
riconobbe _quindici_. — San Gregorio, cui i quindici parevano troppi,
li ristrinse ad _otto_. — Ma a soli otto, parecohi musicisti d'allora
non ci volevan stare; e quindi, specialmente fra gli addetti alle
cappelle italiane e gli addetti alle cappelle francesi, dissidii,
controversie, dispute acri e violenti, tanto e per modo, ch'ebbe ad
intromettersi (o, piuttosto, a sopramettersi) l'Imperatore Carlomagno,
il quale, tutto ben considerato e ponderato, decretò che i _Toni_ non
erano nè _quattro_, nè _quindici_, nè _otto_; ma bensì _dodici_, non
uno più non uno meno! Se non che alcuni anni dopo, vedendo o credendo
di vedere che le cose della musica andavano alla peggio, Carlomagno
non dubitò di disdirsi, decretando invece che dovevasi ritornare agli
_otto_ di San Gregorio.

Pure, tuttochè imperiale, quel decreto non tenne. — Il Bernon (un
dotto benedettino del secolo X) affermò che i Toni erano _nove_; — e il
Glareano (poeta, matematico, storico, filosofo famosissimo del secolo
XVI) dopo aver spesi vent'anni di studi intorno a quella materia (così
egli racconta) ebbe a convincersi che, come aveva detto Carlomagno nel
primo suo decreto, i Toni eran proprio _dodici_.

E ai dodici si tennero: lo Zarlino e il canonico Artusi, il quale non
dubitò di dichiarare che, su quel punto, la sua dottrina era _posta nel
primo grado di certezza_.

Tuttavia, quel _primo grado di certezza_ non persuase il padre
Banchieri che, di Toni (curiosissimo temperamento!) ne voleva _otto_
e _dodici_ insieme; — non persuase il padre Penna che invece, ne
voleva _tredici_; e in seguito (molto più tardi) non persuase nè il
Kirnberger, che contentavasi di _sei_; nè l'abate Baini che ne' codici
ne trovava _quattordici_; nè l'abate Alfieri che ne' libri corali ne
trovava _undici_.

E non è tutto qui.

Per correggere in qualche modo la perplessità e la intrinseca
manchevolezza di quella teorica, non si lasciò mai d'aggiungere
distinzioni a distinzioni, classificazioni a classificazioni. — Per
cui s'ebbero i _Toni Perfetti_, i _più che Perfetti_, gli _Imperfetti_,
e i _più che Imperfetti_, i _Naturali_, i _Finti_, i _Trasportati_, i
_Misti_, i _Commisti_, i _Figurati_, gli _Affini_, gli _Armoniali_ ed
altri più.

E il bello è, che con tutto quel subisso di Toni, ne' libri corali
s'incontrano molte e molte cantilene, le quali, modulando in
un'estensione di sole tre o quattro note, a giudizio de' teorici non
sono di nessun tono.

E c'è di più, che sul conto di parecchie composizioni, i dotti e anche
i dottissimi non riuscirono mai a stabilire in quali toni sono scritte.

_Exempli gratia:_ il padre Martini dice che il Madrigale del Palestrina
_Alla riva del Tebro_, è del secondo Tono, e l'abate Baini dice che è
del quinto e del sesto.

Tale, e in tutto secondo verità, era la teoria dei Toni sullo
scorcio del mille e cinquecento. E del pari instabili, arbitrarie,
contradicenti ad ogni buon principio d'arte, erano le teoriche
dell'armonia e del contrappunto, cui s'era aggiunto il gusto smodato
per gli artifizii meccanici, diffuso e portato al delirio dalle scuole
fiamminghe.

Uscita, nel 1594, la prima opera della riforma melodrammatica
fiorentina (la _Dafne_ del Rinuccini e del Peri): — uscito il
_Recitativo_ (la declamazione musicale a voce sola); e, dal
_Recitativo_, uscita la _Melodia_; — tutte quant'erano quelle arruffate
ed eteroclite teoriche, caddero come di sfascio. La musica trovò
finalmente la sua via. E, subito, cominciò a cercare la luce, ad aver
ordine e forma, a farsi parola rivelatrice d'affetti. Cominciò insomma
ad esser musica, e ad esser l'arte dichiarata dalle ottave del Venturi
che presi ad epigrafe: l'arte, _raggio de' cieli_!

Tanto operò la _Melodia_. La quale, della musica non è solamente un
principale elemento di bellezza, come vogliono l'Hanslik ed altri; —
ma è tutto: è il principio, è la ragione di essere, è l'ultimo _fine_.
Di tutto ciò che entra a costituire la musica, non v'ha nulla che
non dipenda dalla _Melodia_. Le doti che più si cercano e si pregiano
ne' compositori: la fantasia, l'estro, la inspirazione, non han modo
d'esplicarsi che con la _Melodia_. Senza _melodia_ non v'ha musica.

E intanto oggi si sente dire ogni momento che la melodia è _finita_!!

Proprio così. S'è sempre creduto che, alito divino, la melodia
venisse dal cuore commosso e dalla fantasia ispirata di quegli uomini
privilegiati (quasi profeti) le cui labbra furon tocche coi carboni
ardenti.... e signor no!

L'odierno progresso ci tolse dall'errore e c'insegnò invece che la
melodia non fu mai altro che il portato delle materiali combinazioni
de' _sette suoni_, e che, dàlli e dàlli a scrivere a cantare e a
suonare, quelle combinazioni si son trovate e messe fuori tutte. E da
questo la malinconica conclusione: che la melodia è spacciata e morta;
e che oramai la musica deve rassegnarsi a farne senza. Quanto dire,
all'ultimo, che il mondo deve rassegnarsi a far senza musica!

Ma non ci sgomentiamo. La melodia, come disse il De Musset, _viene dal
cielo ed è eterna_. E in quel modo che i veri eletti e i genii l'han
sempre trovata e la trovano ancora (il Verdi informi) è a ritenere che
la troveranno sempre.

S'osservi però che v'ha melodia e melodia! V'ha quella che ha un fermo
valore artistico, e quella che non vai nulla.

La melodia allora soltanto è pregevole, quando i suoni, grati
all'orecchio per la vaghezza degli effetti acustici e per la venustà
della forma, hanno la virtù di parlare al cuore dell'uditore e di
trasportare la sua mente dal mondo materiale al mondo de' sentimenti e
della poesia.

La melodia, ho detto or ora, fu un germoglio del _Recitativo_ cui
giunsero le ricerche e gli studi della Camerata del Conte Bardi.

Ma, com'era seguito delle canzoni popolari, dell'idillio teatrale
(essenzialmente melodico) _Robin et Marion_ di Adamo della Hale, e
di tutta la musica de' Cantori a Liuto, molto probabilmente (se già
non certamente), anche quel recitativo sarebbe stato non curato e
messo in oblio, se a tenerlo vivo e a salvarlo non concorrevano due
fortunatissime circostanze: — la naturale applicazione del recitativo
alla rappresentazione scenica; — e la istituzione (ch'ebbe luogo
precisamente in que' giorni) de' teatri pubblici.

Al fatto (pur tanto notevole) della istituzione de' teatri pubblici,
gli storici, i tecnici e i critici non badarono più che tanto nè allora
nè mai. E in conseguenza non videro mai a che dovevasi attribuire
la grande e così pronta azione che esercitarono in tutto il campo
dell'arte musicale.

Sino al principio del seicento l'esercizio della musica fu
circoscritto: _alle scuole_, dove naturalmente imperavano i maestri;
— _alle chiese_, dove il rispetto dovuto alla santità del luogo,
impediva la manifestazione d'ogni giudizio; — _alle sale de' sovrani
e de' ricchi_, dove per un elementare principio di educazione e
di convenienza, non potevasi che approvare e lodare. Da questo, il
lunghissimo ed assoluto dominio della musica aulica.

Dai teatri aperti al pubblico, la piena libertà dei giudizi. E però,
fra la musica lenta, grave e incolora che veniva dagli strettoi
delle teoriche, e quella che moveva dall'estro animato da un intento
estetico, non fu ombra di lotta; come ne' compositori, non fu ombra
di esitazione a scegliere fra l'elogio compassato de' musicisti e gli
applausi inebbrianti del teatro.

I barbassori del contrappunto e l'armento innumerevole de' pedanti,
badavano a protestare, a censurare e a strepitare. Ma i nuovi
musicisti, sicuri del fatto loro, procedevan franchi e par lavan chiaro
ed alto.

Il Caccini scrisse e stampò, che dai dotti colloqui tenuti coi
componenti la _Camerata_ del Conte Bardi: _aveva imparata la musica
assai più e meglio che dallo studio del contrappunto cui aveva
consacrati trent'anni della sua vita_.

Negli avvertimenti posti innanzi all'opera: _Rappresentazione di anima
e di corpo_, pubblicata nell'anno 1600, Emilio De' Cavalieri, alla
barba de' scolastici, stampò queste parole: Le _dissonanze e le Quinte_
(intervalli e modi proscritti) _si sono fatte apposta_.

Col Caccini, col De' Cavalieri e cogli aderenti della Camerata
Bardi, le cose passarono abbastanza quiete. Ma non così con Claudio
Monteverdi, la cui opera _Arianna_ rappresentata a Mantova nel 1607,
fu fatta segno (specialmente per parte di Giovanni Maria Artusi) ad
acerbe censure e a tali dileggi che, pel compositore, erano insulti
addirittura ed ingiurie.

L'Artusi (canonico, per verità, ben poco reverendo) ebbe mente,
studi, erudizione; e alla pedagogia musicale, se non ad altro, avrebbe
potuto giovare. Ma non riuscì a nulla di bene. Pedante cocciutissimo,
presuntuoso all'eccesso, arrogante, bizzoso, accattabrighe, egli passò
fra i musicisti del suo tempo, come un lupo di mezzo ad una muta di
cani: _morsicando e morsicato!_

Sul conto del Monteverdi nelle biografie e nelle storie corrono giudizi
disparatissimi. — Per me fu un compositore di polso. I suoi recitativi
e, per certi rispetti, la sua strumentazione, potrebbero ancora
servir di modello. — Noto che nell'opera _Orfeo_, v'ha una specie di
cantabile, sulle parole _De' sommi Dei_, il quale così per le note come
per l'andamento, fa pensare all'_Addio, cigno gentil_ del _Lohengrin_.

Il Gevaert, ora direttore del Conservatorio di Bruxelles, del
Monteverdi dà questo giudizio: “Da più di due secoli le sue opere
dormono nel più profondo obblio; e ciò non ostante a' giorni nostri
il suo nome ha riconquistata una popolarità negata a compositori senza
nessun dubbio più grandi. Devesi dirlo: la sua influenza nell'arte del
secolo XVII non è stata così grande e così decisiva come generalmente
si crede.„

Come credettero e credono, cioè, tutti quegli storici e critici
dilettanti che senza esame e proprio ad occhi chiusi, ebbero piena
fede nel Fètis (dotto del resto e d'alto ingegno), quando nel 1825
annunziò una grande sua scoperta. “Il Monteverdi, egli affermò, con
l'opera _Arianna_ mutò radicalmente e interamente la stessa essenza
dell'arte, rendendo graditissimo a noi ciò che riusciva incomportabile
ai nostri padri; e rendendo a noi incomportabile ciò che pei nostri
padri era sorgente di sensazioni dolcissime. Nel Monteverdi è dunque a
riconoscersi _l'inventore e il creatore della Tonalità moderna_.„

Non si tratta di poco, o Signori! Si tratta di una radicale
trasformazione della essenza stessa della musica, e insieme, per
conseguenza necessaria, di una radicale trasformazione dell'orecchio
umano. Chi ci vuol credere, padrone. Ma a chi non vuol credere,
non mancano nè buone ragioni, nè saldi argomenti, nè fatti provati,
provatissimi, per dimostrare che la pretesa scoperta del Fètis è tutta
un bel sogno, o per dir pane al pane, una gran frottola.

Mi tengo ai fatti. — Quella Tonalità che il Fètis vuole inventata e
creata dal Monteverdi, la si trova manifestamente nelle prime opere
della Riforma melodrammatica. Benchè inceppata e snaturata dalle false
teoriche, la si trova nella musica del Palestrina e de' compositori
fiamminghi. La si trova, aperta e libera, nell'opera di Adamo della
Hale, e in tutte le canzoni popolari de' bassi secoli che pervennero
sino a noi.

La Tonalità che si pretende inventata e creata dal Monteverdi nel 1607
e che dicesi _Moderna_, è invece _antichissima_; è la prima e la sola;
è quella, in breve, cui il Creatore ha informato l'orecchio d'Adamo.

Dopo l'_Arianna_ del Monteverdi, di opere teatrali degne di attenzione
ne troviamo due scritte da una donna: _La liberazione di Ruggero
dall'isola d'Alcina_, e _Rinaldo innamorato_, di Francesca Caccini, nei
Signorini Malaspina.

Schopenhauer ha sentenziato che le donne non sono fatte per le arti
belle. — Lasciando dire a posta sua quel filosofo _pessimista_ (o
pessimo filosofo, come lo qualificano i suoi contradditori) io sto
coll'universale a credere che le facoltà estetiche della donna, non
sono in nulla e per nulla minori di quelle dell'uomo.

Venendo alla musica, arte dei sentimenti e degli affetti, come potran
dirsi disadatte le donne, cui i sentimenti e gli affetti sono la vita?!

Educata alla scuola del padre (Giulio, l'autore della _Euridice_), la
Caccini fu una esimia cantatrice; la migliore anzi del suo tempo, se
stiamo a ciò che ne scrisse il Doni.

Di lei, come compositrice, oltre le opere teatrali, abbiamo un _Primo
libro delle musiche ad una e a due voci_, pubblicato in Firenze nel
1618.

Nella _Liberazione di Ruggero_, la Caccini vince il padre così pel
sentimento drammatico, come per la strumentazione evidentemente
modellata su quella del Monteverdi. Ma del padre non ha nè la
ricchezza armonica nè le grazie del canto. Come nelle opere del padre
e del Monteverdi, anche nella _Liberazione di Ruggero_ abbondano i
_Recitativi_; ma fra questi e fra i cori, v'han tratti misurati e
cantabili singolarmente pregevoli.

Più si procede, stretti alla cronologia, nell'esame delle opere scritte
nel seicento, e più la linea melodica acquista in ampiezza, in vaghezza
e, sopratutto, in espressione.

Di questi pregi fanno specialmente fede: l'_Erminia sul Giordano_ di
Michelangelo Rossi; la _Catena d'Adone_ di Virgilio Mazzocchi; — e
più specialmente ancora il _S. Alessio_ di Stefano Landi, scritto su
libretto del cardinale Barberini, poi papa Urbano VIII.

“Il S. Alessio (stampò l'abate Baini) è l'opera più drammatica e più
sentimentale ch'io abbia veduto di que' tempi, sia per le sinfonie, sia
per l'accompagnamento degli strumenti uniti alle voci, sia anche per
gli _a solo_, pei duetti, pei terzetti, e pei cori!„

A questo giudizio (giudiziosissimo) del Baini, può aggiungersi che
nel S. Alessio sono frequenti i modi di recitativo che preludono
ai _recitativi obbligati_ dello Scarlatti, e le pagine, quali così
espressive e quali così briose, che si direbbero scritte, cent'anni
dopo, dal Pergolesi e dal Cimarosa.

S'aggiunga ancora (ad accrescerne il valore e la importanza storica)
che il _S. Alessio_ è evidentemente condotto col proposito d'improntare
nella melodia il carattere de' personaggi; tanto che nella parte di
Satana v'han tratti che ricordano il Beltramo del _Roberto il Diavolo_.

Col Landi, Pierfrancesco Caletti-Bruni, detto Cavalli, che portò il
melodramma a forme più simmetriche, e la melodia a maggiori e più
geniali svolgimenti.

A' giorni stessi del Cavalli, Marco Antonio Cesti meno vario e
originale, ma dotato di un gusto non meno eletto specialmente in ciò
che si riferisce al canto.

Della storia del melodramma que' due compositori chiudono il periodo
che dirò _preparatore_, — periodo fecondissimo di opere, di tentativi,
di felici trovate. — Giunti qui, non siamo ancora alla grand'arte, nè
a quelle espansioni melodiche ch'hanno potenza d'esaltare e di destare
l'entusiasmo; ma ne siamo (e sanamente), agli inizi. Con la musica, non
siamo ancora ad una piena e splendida fioritura; ma, come all'aprirsi
della primavera, siamo al rinverdire delle piante, ai bocci e ai fiori
socchiusi.

Proponendomi di riprenderlo più innanzi, lascio il melodramma per dire
della musica strumentale, la quale più presto e forse meglio della
vocale, seppe fare suo profitto della libertà lasciata alla fantasia e
all'estro dal nuovo indirizzo preso dall'arte.

I filosofi moderni assegnano alla musica strumentale una importanza
grandissima. _È la vera musica_ (dicono), _è la musica per eccellenza_,
ed è tale, perchè vive e spazia nelle regioni dell'ideale puro; perchè
è affatto indipendente da ogni ordine di cose reali.

La parola (aggiungono) avvalora senza dubbio e dà forza al linguaggio
della musica. Ma lo avvalora circoscrivendolo.

Il _dramma_ offre alla musica un'infinita varietà d'immagini, di
affetti, di passioni. Ma le leggi della verosimiglianza e le esigenze
della scena, trascinano imperiosamente la musica su vie che non sono le
sue.

Le eleganze e le grazie del canto, la quadratura de' pezzi, le
ripetizioni e la simmetria, alla musica necessarissime, sconvengono non
di rado ai procedimenti del dramma.

Il dramma, intanto, procede per analisi, e la musica per sintesi. Il
dramma, anche quando è tutto d'invenzione, pretende di rappresentare il
_Vero_ e d'esser _Storia_. La musica, al contrario, è tutta e sempre
_Poesia_; nient'altro che _Poesia_. E però frequentissimi i casi di
discordia e d'inconciliabilità.

La musica Vocale e la Strumentale sono sorelle gemelle, la cui nascita
rimonta forse alla creazione del mondo. Nulla s'oppone a credere che
l'uomo, il quale, pel primo, cominciò a cantare, fosse contemporaneo di
quello che, pel primo, cominciò a cercare i suoni soffiando nelle canne
e nelle tibie.

Tuttavia, il progresso di una di quelle sorelle fu lentissimo. Sino
agli ultimi anni del mille e cinquecento, la musica strumentale non
ebbe un'esistenza sua propria che nelle _Gighe_, nelle _Sarabande_,
nelle _Gavotte_ e in altre forme della musica da ballo. Quanto al
resto, fu tenuta sempre alla materiale ripetizione, al _raddoppio_
cioè, delle parti vocali. Le Messe,i Salmi,i Madrigali, ecc., nel
millecinquecento si scrivevano: per _cantare_ e per _suonare_.

L'autonomia della musica strumentale è anch'essa un portato della
_Riforma melodrammatica fiorentina_.

Subito aperta la nuova via, ecco procedervi sicuro un insigne
musicista: Girolamo Frescobaldi; il più valente di quanti furono
prima di lui e con lui, i valenti organisti. La sua fama fu tale,
che, invitato a suonare in San Pietro Vaticano, gli uditori accorsi
passavano i trentamila.

Eppure de' titoli di gloria del Frescobaldi, quello d'organista è forse
il minore.

Egli fu compositore, per organo specialmente e per clavicembalo,
d'altissimo merito. Le sue composizioni: le _Toccate_, i _Ricercari_,
le _Partite d'intavolatura_, le _Canzoni da suonare_, van ricche di
bellezze native e peregrine. In tutte (fatta sempre ragione ai tempi,
s'intende) la melodia si svolge e discorre con naturalezza; ha forme
simmetriche, è quasi sempre originale. E di sotto alla melodia, nuovo
in parecchi atteggiamenti e di castigatissimo gusto, il magistero
armonico.

Alla musica strumentale, il Frescobaldi ha dato il _La_. E a quel _La_
si tennero tutti i cultori di quel ramo dell'arte suoi contemporanei,
e i loro successori immediati: il Torelli, il Vivaldi, il Geminiani,
il Bassani, il Corelli, lo Scarlatti (Domenico) e tanti e tant'altri,
a dire dei quali anche per soli accenni, non che un discorso mal
basterebbe un volume.

Da quei compositori (dal Bassani segnatamente e dal Corelli) la musica
ebbe la _Sonata_; forma che è viva vivissima ancora così nella _Sonata_
propriamente detta, come in tutta la musica strumentale _da camera_,
ne' Terzetti, Quartetti, ecc., e nella stessa _Sinfonia da Concerto_.

Que' sublimi poemi che sono le nove Sinfonie del Beethoven, quanto a
forma sono _Sonate per orchestra_.

Oltre la Sinfonia da Concerto o classica, abbiamo la Sinfonia Teatrale;
quella che usa mettersi innanzi ai melodrammi, e che molti credono
d'origine francese, grazie al vocabolo _Ouverture_, col quale viene
comunemente designata.

Altra forma musicale dovuta al secolo XVII, la Sinfonia-_ouverture_
ebbe vita in Francia senza nessun dubbio; ma è italiana, italianissima;
perchè la prima di quelle Sinfonie, venne ideata e scritta da un
fiorentino, da Giovanni Battista Lulli: il compositore-favorito di
Luigi XIV; autore di opere teatrali acclamatissime.

Il movimento che nel secolo XVII animò il melodramma e la musica
strumentale, animò pure la musica religiosa; ma per ben poco.

A rendere incerti i compositori sul cammino da seguire ed a
paralizzarli, sorse, rumorosissima, una controversia.

Sedotti dagli effetti nuovi e bellissimi dell'orchestra, i compositori
la portarono in chiesa; e fu, per molti, uno scandalo.

_L'orchestra è del teatro_ (picchiarono e ripicchiarono gli oppositori)
_e tutto ciò che è del teatro o che lo ricorda, in chiesa non può
essere che una profanazione, un sacrilegio._

Certo è che tolta di mezzo l'orchestra, restan pur tolti di mezzo non
pochi e ben prossimi pericoli di cadere con la musica negli effetti
teatrali.

Ma quel provedimento, non è chi nol vegga, rifiuta una parte dei
poteri della musica e la stringe in termini prescritti; mentre la
Chiesa, associandola alle sue cerimonie e alle sue preghiere, vuole
un'arte libera; vuole un ausiliario, atto a cattivare l'attenzione e a
commuovere il cuore, affinchè riesca e _più pronta_ la intelligenza e
_più profonda_ la impressione delle verità che ella predica e insegna.

Ora, vincolata a forme determinate e prescritte, la musica troppo
facilmente non potrebbe ottenere quegli effetti, e troppo facilmente
mancherebbe a sè stessa.

Vietare alla musica religiosa l'uso dell'orchestra perchè serve al
teatro, non è forse lo stesso che vietare alla pittura religiosa l'uso,
poniamo, o del rosso o del turchino perchè servirono o possono servire
a dipingere la veste di una Frine? Non è lo stesso che vietare alla
poesia e all'eloquenza sacra i vocaboli degli affetti e del cuore,
perchè possono esser diretti a tutt'altri che a Dio?

Nè la Chiesa del resto, pensò mai a limitare i mezzi naturali delle
arti. Dalle nude e anguste cripte delle catacombe, ella venne alla
magnificenza delle basiliche e delle cattedrali. Dagli informi
dipinti e dai rozzi intagli con cui, nel suo grembo, si svolsero le
moderne arti del disegno, ella venne a Raffaello, a Michelangiolo, al
Canova. E, in ordine alla musica, ben distinta sempre la _liturgica_
dall'_artistica_; — applicato alla prima (_al canto fermo_) il
precetto: _Nec plus, nec minus, nec aliter_, — accettò dalla seconda
tutti i progressi, e venne al Palestrina, al Pergolesi, al Mozart, al
Cherubini, al Rossini, al Verdi.

Non mai definita, quella controversia è viva anche a' dì nostri. I
compositori odierni, però, non se ne danno per intesi e tiran via come
vien viene.

I compositori del seicento, al contrario, quando scrivevano musica
religiosa, si toglievano d'ogni incertezza, tornando di netto alle
vecchie formule delle scuole e agli artifizi (anche ai più astrusi) del
contrappunto.

Da una controversia passo ad un'altra per riportarmi al melodramma.

Careggiato, applaudito, acclamato come una festa dei sensi e della
intelligenza, come la più splendida e la più attraente delle forme
dell'arte, il melodramma pure al suo primo apparire, fu assalito da
un gran numero di oppositori, i cui argomenti erano que' medesimi de'
quali si valsero le lancie spezzate del Wagner per combattere la scuola
italiana che, pel melodramma, soprastava ad ogni altra un gran tratto.

Di quegli argomenti, ecco il principalissimo:

“Volendo che i suoi personaggi parlino, pensino, amino, soffrano e
anche muoiano _cantando_, il melodramma cade, e in pieno, nel _falso_
e nell'_assurdo_. L'uomo qual è nella natura, l'uomo _vero_, non parla
_cantando_; e molto meno se è dominato dalle passioni; e meno ancora se
muore.„

Grazie della notizia!

Ma quell'argomento non mena già, come vorrebbero gli oppositori, ad una
modificazione o ad una riforma, mena bensì (e inevitabilmente) alla
negazione ed alla condanna del melodramma in sè stesso. Perchè, non
ammessa la _convenzione_ che i suoi personaggi parlano _cantando_, il
melodramma si rende impossibile, non può essere.

E se ben si guarda, con quell'argomento si negano e si condannano tutte
le arti belle; perchè tutte s'appoggiano ad una _convenzione_; perchè
in quello stesso modo e in quella stessa misura che è falso ed assurdo
il personaggio del melodramma che parla _cantando_, è falso ed assurdo
quello della tragedia che parla in versi, e quello della pittura che
_non si muove e non parla mai_, e quello della scultura che _non si
muove, non parla ed è tutto di un colore solo_.

Di quante sono le arti, nessuna prende tanto dal _vero_ e può darne
tanto, quanto la drammatica. — Ma anche la drammatica ha le sue
_convenzioni_. Ed è in grazia di esse che il drammaturgo può stringere
e condensare in due o tre ore, la rappresentazione di fatti i quali,
nel _vero_, non potrebbero svolgersi che in parecchi giorni e in
mesi e in anni. È in grazia di quelle _convenzioni_ che delle tante
circostanze che accompagnano i fatti, il drammaturgo, secondo quello
speciale intento che s'è proposto di ottenere, può lasciar quelle e
prender queste, può prenderne una sola o nessuna se gli torna; e che
nello svolgimento così dell'azione come de' caratteri, può far uso
di un ordine di artifizi analoghi a quelli che i pittori chiamano
_scorci_; e pei quali lo spettatore _vede_ ciò che realmente non c'è.

E nella commedia e nel dramma, che cosa sono rispetto al _vero_, i
_soliloqui_? Che cosa sono quegli “_a parte_„ così frequenti, che si
vogliono uditi da tutti gli spettatori, e che gli spettatori devono
credere _non uditi_ dai personaggi che sono sulla scena e ai quali,
magari, son detti proprio sul viso? Con questo non è forse stabilito
e accettato: che il personaggio della commedia e del dramma, pensa,
riflette e sente, — _parlando_?

Gli oppositori del melodramma non hanno osservato: che il _fine_ delle
arti belle, non è già la sola ed esatta riproduzione del _vero_, ma sì
la esplicazione, per mezzo del _vero_, di un sentimento o di un'idea!

Non hanno osservato: che all'opera d'arte non si cerca già la
commozione, in genere, che può destare il _vero_, ma sì quella
commozione che il vero ha destato nell'artista; e dall'artista
fecondata e portata ad espressione di bellezza.

Da cui quella commozione _sui generis_ che dicesi _estetica_.

Gli oppositori del melodramma non hanno osservato: che il sentimento
e l'amore dell'arte sono insiti nella natura dell'uomo; che sono
inerenti alle sue facoltà e a' suoi bisogni intellettuali; che
muovono, in conclusione, da un istinto. E non hanno osservato: che
le _convenzioni fondamentali_ delle arti sono il primo e necessario
portato di quell'istinto appunto. Del che s'ha una dimostrazione che
non ammette replica, nel fatto: che quelle _convenzioni_, non pure
senza ripugnanza, ma con vivo desiderio vennero accettate in tutti i
tempi, da tutti gli uomini, in tutti i gradi di cultura: dai Greci come
dai Barbari; dagli adulti come dai fanciulli.

Certo è che uno scultore ritrarrebbe meglio il _vero_, se alle forme
del marmo aggiungesse i colori. Ma qual è uomo di gusto, o così
naturalmente infelice o così corrotto, che non veda e non senta che
l'arte sarebbe qui disviata, che ne sarebbe invertito l'assunto, che il
_vero_ sarebbe non già imitato ma contraffatto?

Così, chi assiste alla rappresentazione del _Mosè_ o del _Guglielmo
Tell_, non domanda già alla scena nè il _Mosè_ proprio quello del
Pentateuco, nè il _Tell_ montanaro e non poeta, nè musicista, nè
cantante, ma domanda il ritratto _fantastico_ di que' personaggi,
animato dalle attrattive della poesia e dagli incanti della musica.

E dopo aver dichiarata assurda la convenzione del melodramma, a qual
partito s'appigliano gli oppositori?

Per me s'appigliano ad un partito che è apertamente contrario al buon
discorso della logica e agli intendimenti dell'arte: condannano e
proscrivono il _canto_ che _canta_, che viene a dire la _melodia_,
per mettere al suo posto quella maniera di recitativo che chiamano
_melopèa_.

Della convenzione prima e fondamentale, non ne prendono che una parte.
Come se con questo puerile mezzo termine non si riuscisse ad un'altra
_convenzione_! Come se nella materia di cui trattasi il _falso_ e
l'_assurdo_ potessero stare nel _più_ e non nel _meno_! Come se non
volendo ammettere l'uomo che parla _cantando_ il _canto_, perchè
non _vero_, si potesse poi ammettere l'uomo che parla _cantando la
melopèa_, che non è _vero_ nello stesso stessissimo modo!

E della nuova teorica, quali i frutti?

Questi: la musica spogliata de' più efficaci suoi attributi; costretta
a seguire pedestre la declamazione e a gonfiarne le inflessioni e
gli accenti. Il dramma inceppato e fatto lentissimo dalla _melopèa_,
nascosto e abbuiato dalla orchestra. La recitazione falsata e portata
a termini che si contradicono: a non voler _cantare_ per poter _dire_;
e a non poter dire che con gli elementi del _canto_: — un ibridismo che
mai in arte il più arbitrario, il più infecondo, il più strano!

Di compositori melodrammatici che fiorirono nella seconda metà del
seicento, la storia ne ricorda moltissimi, valenti i più, valentissimi
non pochi. Ma come ho fatto sin qui, mi terrò alle cime; a quelli
che più giovarono all'incremento dell'arte: ad Agostino Stefani e ad
Alessandro Scarlatti.

Lo Stefani (ora interamente dimenticato) nel disegno euritmico delle
arie e dei pezzi concertati, fu il precursore dello Scarlatti; nella
musica vocale da camera fu il precursore del Clari; e in tutto ciò che
spetta alla verità della espressione drammatica, e a quegli intenti
che si riferiscono al così detto _color locale_, fu il precursore
de' tedeschi. Di due de' quali, del Keiser (grande) e dell'Händel
(grandissimo) fu pure maestro. — Le migliori sinfonie dell'Händel,
quali sono deduzioni e quali sono calchi di quelle dello Stefani.

Le opere: _Marco Aurelio_, _Servio Tullio_, _Enrico detto il Leone_ e
_Rolando_, dello Stefani, aprirono la Germania all'arte italiana.

Sopra tutti i compositori che ho nominati, s'alza gigante Alessandro
Scarlatti: il Mozart e il Rossini del suo tempo: un _Genio_! Ottimo
cantante, ottimo suonatore di violino, di clavicembalo, d'organo,
di arpa, lo Scarlatti fu compositore di profondissima dottrina, di
fantasia vivace e originale, di squisito gusto, e miracolosamente
fecondo. — Fra serie, semiserie e buffe, scrisse dalle cento alle
centoventi opere teatrali, pressochè tutte acclamate. Scrisse oltre a
dugento opere di musica religiosa; otto oratorii, e un gran numero di
_cantate_.

Lo Scarlatti piegò e strinse in una sintesi sapiente la dottrina
del Palestrina e la naturale libertà della melodia. Guidato dalla
indefettibilità del _genio_, gettò le basi di quella scuola che, detta
da principio _Napoletana_, fu in seguito la _Italiana_.

Nella musica delle opere dello Scarlatti, altezza e originalità di
concetti, d'intenti, di aspirazioni; — limpidezza, culta ed elegante di
stile; — ricchezza inesauribile di partiti; — naturalezza d'andamenti;
— abbondanza di idee melodiche native, geniali, informate al carattere
voluto dalla _poesia_ cui s'applicavano, e piene d'espressione; —
varietà ed efficacia ne' giri degli accordi, ed una _strumentazione_
così savia e sana, così bene intesa, che, senza faticose ricerche, vi
si trovano in germe tutte quelle _novità_ che usciron dopo, e delle
quali si menò e si mena quel vanto e quello scalpore che tutti sanno.

Come il Monteverdi, anche lo Scarlatti assegnò non di rado
all'accompagnamento del canto di ciascun personaggio un gruppo speciale
di strumenti, da cui, col colore drammatico, una bella varietà di
effetti acustici. Per questo rispetto, sono degne di studio tutte le
sue opere, ma più specialmente: _Tigrane_, e più specialmente ancora
_La caduta dei Decemviri_, nella quale l'aria: _Ma il mio ben che
farà_, è accompagnata da soli violini, divisi in _quattro parti_.

Dalla bontà de' criteri estetici che lo guidavano nella pratica, la
bontà del suo insegnamento.

Chiamato alla direzione di uno de' conservatorii di Napoli, il culto
del bel canto, della buona armonia e della buona disposizione _delle
parti_, dalla sua scuola, sempre popolatissima d'allievi, non che
a Napoli e in Italia, si diffuse subito in tutt'Europa. — E il suo
insegnamento (s'avverta) non appoggiavasi a nessun Trattato, a nessun
sistema teorico. Era essenzialmente pratico. Musicista nato, e uomo
di molta cultura, lo Scarlatti sapeva troppo bene che cosa erano e che
cosa potevano essere, in fatto di musica, le teoriche e i trattati.

Con lo Scarlatti siamo alla grand'arte; all'arte (ripeto) _raggio de'
cieli, e quasi nipote a Dio_!

Genio _fecondatore_ (come poi il Rossini) intorno allo Scarlatti fu
in breve una legione di peritissimi cantanti, sui quali primeggia
Baldassare Ferri, detto da' biografi il cantante Taumaturgo.

E con quella de' cantanti, un'altra legione di compositori; de' quali
vogliono essere distinti: l'Angelini Bontempi, Bernardo Pasquini,
Giovanni Bononcini e Antonio Caldara; un compositore quest'ultimo che
nel seicento e sino al Pergolesi, rimase insuperato, nella rivelazione
degli affetti più delicati, de' sentimenti più intimi e, se così posso
dire, de' bisbigli dell'anima.

Qual più qual meno, tutti quei compositori vennero dimenticati, ma più
che per altro, per le condizioni d'esistenza in cui trovavasi la musica
nel seicento; condizioni ben diverse da quelle in cui trovasi oggi.

In quel tempo le pubblicazioni della stampa erano infinitamente minori
di quelle d'ora. Le più belle opere rimanevano manoscritte, tolte per
ciò alla circolazione e quindi facilmente sconosciute.

In quel tempo non usavano i giornali; tanto utili a mantener vive le
rinomanze e le glorie; (e anche ad inventarle).

E a far dimenticare le opere non che all'universale, agli stessi
compositori, concorreva il fatto che dei _Diritti d'autore_ in quel
tempo non s'aveva nemmeno idea. — Scritta e fatta rappresentare
un'opera, i compositori mettevan mano ad un'altra, e a quella scritta
non ci pensavan più, perchè passata, _de jure_, in dominio pubblico.

Dura legge era quella pei poveri compositori; dura, ingiusta, leonina,
— lo riconosco. Ma per un altro verso, era provvida e benefica,
in quanto preservava l'arte dal farsi una industria commerciale, e
preservava gli artisti dal farsi mestieranti e bottegai.

La scuola dello Scarlatti, ha stabilita la musica pratica su basi
razionali, ferme, armonizzanti coi postulati più accettati della
estetica, e con la melodia e col canto l'ha avviata sui fioriti
sentieri della poesia, ben diversi dalle viottole scabrose e cieche
per le quali (e a gran fatica!) si trascinò sempre la musica delle
teoriche.

Pure anche questa, nel seicento, ha guadagnato non poco, ed ha fatto
non breve cammino.

Aperta la via alla melodia, quella legge prima e fondamentale cui
la natura ha informato l'orecchio dell'uomo, e per la quale i suoni
acquistano senso ed espressione, quella legge, dico, senza cessare
d'essere mistero quanto al suo principio, venne rivelandosi nella
pratica co' suoi effetti. I musicisti ben dotati la seguirono per
istinto; e non andò molto che le vecchie teoriche non trovaron più modo
d'applicarsi e che con la pratica non ebbero più nulla a vedere.

I _Toni_, che abbiam trovati così numerosi e fiancheggiati da tante
e così sottili distinzioni e classificazioni, a poco a poco sparirono
tutti, sopraffatti da soli _Due!_ messi in luce e imposti dalla ragione
melodica.

Que' due _Toni_ (e senza che si sentisse mai il bisogno nè di aggiunte
nè di modificazioni) bastarono alle fantasie, alle ispirazioni e ai
voli del Bach, del Mozart, del Beethoven, del Rossini. Bastarono al
Wagner; bastano ancora; e bastano, quel che è più, a classificare
prontamente e senza difficoltà, tutta l'antica musica conosciuta, e
anche quella che i teorici dissero _inclassificabile_. Può volersi
di più per mettere in sodo che con que' due _Toni_ (il maggiore, e il
minore) siamo nel giusto e nel vero? che siamo dove ci volle natura?

Mi resterebbe ancora a dire molto, ma per non abusare più oltre della
vostra pazienza, o Signori, eccomi a concludere.

Nel secolo XVII, più che un _rinnovamento_ della musica, è a vedere
una _rigenerazione_, preso il vocabolo nel più ampio suo significato;
una _rigenerazione_ che si estese a tutti gli elementi costitutivi
dell'arte; a tutte le sue forme; così all'indirizzo estetico, come al
teorico; e, soprattutto, al _Gusto_, giacchè, sciolta da ogni regola
e interamente abbandonata alla fantasia, dal Landi allo Scarlatti, la
musica di quel secolo si mantenne sempre semplice, naturale, casta. Nè
amplificazioni, nè stemperatezze, nè gonfiezze, nè eccessi, mai.

E sì che il _barocchismo_, imperversante allora in tutte le arti, s'era
pur fatta strada in teatro, con la esecuzione de' cantanti, tutta a
passaggi di difficoltà, e coll'apparato scenico che volevasi tutto a
macchine, a voli, a sparizioni, a cascate d'acqua, a incendi, ecc.,
e che volevasi scortato, non esagero, da centinaia e centinaia di
ballerini, di corifei e di comparse.

Quando il Verdi ha detto: _Torniamo all'antico_ (parole d'oro) per me
ha certamente voluto dire: Torniamo ai forti compositori del seicento:
che seppero liberarsi dalle tenebre e portarsi alla luce; — che seppero
togliere la musica dai bassi fondi degli artifizi meccanici e alzarla,
agile, piena di vita e splendida, a dignità di arte.



INDICE.


  VOLUME I: Storia.

                                                         Pag.

  Guido FALORSI          Dalla pace di Castel Cambrese
                           a quella dei Pirenei             1
  Ernesto MASI           La reazione cattolica             57
  Domenico GNOLI         Roma e i Papi nel Seicento        93
  Pompeo MOLMENTI        La decadenza di Venezia          133

  VOLUME II: Letteratura.

  Guido MAZZONI          La battaglia di Lepanto e la
                           poesia politica nel sec. XVI.  165
  Giovanni BOVIO         Il pensiero italiano nel secolo
                           XVII.                          209
  Isidoro DEL LUNGO      Galileo la sua vita e il suo
                           pensiero                       233
  Enrico PANZACCHI       Giambattista Marini              285
  Olindo GUERRINI        Alessandro Tassoni               317

  VOLUME III: Arte.

  Adolfo VENTURI         I Carracci e la loro scuola      349
  Enrico NENCIONI        Barocchismo                      381
  Michele SCHERILLO      La Commedia dell'Arte            425
  G. Alessandro BIAGGI   La musica nel secolo XVII.       481



NOTE:


[1] NICCOLINI, _Ant. Foscarini_.

[2] LEOPARDI, _Paralip._



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La vita Italiana nel Seicento" ***

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