Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: Ben Hur - Una storia di Cristo
Author: Wallace, Lew
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Ben Hur - Una storia di Cristo" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



                             LEWIS WALLACE


                                BEN HUR

                          UNA STORIA DI CRISTO


                      _Prima Traduzione Italiana_

                   di H. MILDMAY e GASTONE CAVALIERI



                                 MILANO
                 CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.º
                   _Galleria Vittorio Emanuele 17-80_
                                  1900



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

  Milano — Stabilimento Tipografico BASSI & PROTTI, — Via V. Monti, 31



AL LETTORE


_Dopo che il =Quo Vadis= ha portato una vera rivoluzione nel campo
dei romanzi storici, parrà per lo meno ardito presentare al pubblico
una nuova opera dello stesso genere sostenendo che, per elevatezza
di concetti ispiratori, e per larghezza di erudizione, l'autore di
essa non sia meno raccomandabile ed encomiabile dello Sienckievicz.
Non facciamo vane parole. Le quattrocento edizioni inglesi, francesi,
tedesche, svedesi, rispondono del nostro giudizio. _Ben Hur_ è la
produzione meravigliosa di un più meraviglioso ingegno; Lewis Wallace,
noto come valoroso ufficiale distintosi nella guerra di secessione,
dimorante attualmente a Crowfordsville Indiana (S. U. A.), ex
diplomatico, è divenuto uno dei più popolari scrittori dei suo paese;
nel volume, Gerusalemme, Antiochia; tutto l'Oriente, a differenza
degli altri libri che pongono la scena principale in Roma; costumi e
vita del tempo di Cristo, sono magnificamente descritti. Il prologo,
l'introduzione del primo libro, benchè traducendo dal testo inglese,
sono stati da noi ridotti a proporzioni alquanto più brevi e più
conformi all'indole del nostro pubblico, il quale, se non li salterà
a piè pari, farà cosa buona, e se ne troverà contento per la bellezza
che riscontrerà nei libri seguenti, cui, Prologo e prima parte, sono
necessaria seppur lunga preparazione._

                                                         I TRADUTTORI



                             . . . . . . .

  Ma questa ripetizione della vecchia storia è appunto il fascino più
    bello del racconto famigliare. Se noi ci ripetiamo sovente dolci
    pensieri senza provarne noia perchè non permetteremmo ad altri di
    destarli in noi?

                                           J. PAUL RICHTER — _Hesp._


    _Ve' d'Orïente per le vie, lontani,_
    _attraversando l'aria profumata,_
    _corrono i saggi addotti da le stelle..,_
    . . . . . . . . . . . . .
    _Ma già tranquilla era la notte quando_
    _Nacque il Bambino annunciator di pace._
    _Tacevan l'aure di stupor percosse_
    _e s'acquetavan l'onde a le carezze_
    _dolci de i venti, in murmure soave_
    _narranti nove gioie al cheto mare:_
    _torme d'augelli s'assidean su l'onde_
    _calme, trillando cantici festosi._

          _La natività di Cristo._ — L'Inno — _di_ MILTON



LIBRO PRIMO



CAPITOLO I.


Jebel es Zubleh è una catena di monti dell'estensione di oltre
cinquanta miglia ma così breve in larghezza da figurare sulle carte
geografiche come un misero bruco che segua, strisciando, la sua via,
dal Nord al Sud. Essa sta, immobile, eretta sulle sue rupi rosse e
bianche, guardando verso il disco pallido del sole nascente, e dalle
sue vette si scorge solo il deserto dell'Arabia, dove i venti dell'est,
così dannosi ai vigneti di Gerico, hanno, fin dai tempi più remoti,
creato un campo propizio alle loro orribili battaglie. Le falde della
catena del Jebel son ricoperte da uno strato fitto di sabbia lasciatevi
dall'Eufrate, e destinate a rimanervi, essendo essa una linea di
divisione alle praterie di Moab e Ammon all'ovest, praterìe che, una
volta, facevan parte del deserto.

L'arabo si parla in tutto il sud e in tutto l'oriente della Giudea:
epperò, in lingua araba, Jebel significa letto d'innumerevoli canali,
che, interrompendo la strada Romana — ora un semplice sentiero a
paragone di una volta — strada polverosa per i pellegrini siriani
provenienti dalla Mecca o diretti ad essa, formavano dei solchi,
approfondentisi sempre più nel loro corso, e riversanti i torrenti
nella stagione piovosa, nel Giordano, oppure nel Mar Morto.

Da uno di questi canali, e più precisamente da quello che nasce ai
piedi del Jebel e si estende in direzione nord-est, si forma il letto
del fiume Iablok; per questo letto passava, diretto all'infinita stesa
del deserto, di buon mattino, un viaggiatore, cui occorre rivolgere la
nostra attenzione.

All'apparenza dimostrava quarantacinque anni, e la sua barba, per
l'addietro di un nero castagno, faceva bella mostra di sè fluendo,
brizzolata, sul suo petto.

Il suo viso era scuro come cioccolatte, e nascosto da un rosso
_Kufiyeh_, nome dato dai figli del deserto, anche al giorno d'oggi, ai
fazzoletti che servon loro da copricapo.

Di quando in quando alzava gli occhi, ed essi erano grandi e scuri.
Era vestito con abiti comunissimi nell'oriente, abiti di cui però
non può esser fatta una descrizione minuta, perchè egli era nascosto
sotto una piccola tenda sul dorso di un dromedario bianco, gigantesco.
I popoli dell'occidente forse non si sono ancora abituati a veder i
cammelli in assetto per la traversata del deserto. Altre cose, può
essere, li avrebbero disinteressati a poco a poco, non questa, per la
quale, ogni volta, si sentono massimamente attratti. Anche alla fine
di lunghi viaggi, compìti insieme a carovane, anche dopo anni ed anni
di permanenza fra i Beduini, i nativi dell'ovest, in qualunque posto
si trovino, si fermano ed attendono i cammelli quando sanno ch'essi
debbono passare. Il fascino di questi enormi quadrupedi non è nella
figura ridicola, nei movimenti poco aggraziati, nel passo silenzioso, o
nel camminare pesante: come le navi forman l'ornamento più gentile del
mare, così gli animali del deserto sono, per il deserto, l'ornamento
migliore. Nel cammello esso ha un misterioso rappresentante, di
modo che, mentre noi lo guardiamo, il nostro pensiero si trasporta
di riflesso sui misteri che incarna e in ciò consiste il miracolo
dell'attrazione inspirataci.

Il quadrupede, che usciva ora dal canale, avrebbe potuto pretendere
il solito omaggio dei curiosi. Il colore e l'altezza del corpo,
la grandezza del piede, un complesso, non grasso ma muscoloso; un
collo lungo, sottile, ricurvo come quello di un cigno; il muso, con
uno spazio largo fra gli occhi, e terminato a punta, in modo che
un braccialetto femminile avrebbe potuto rinchiuderlo; l'andatura a
passi lenti, cauta e sicura; tutto certificava il suo sangue siriano,
assolutamente impareggiabile. Portava il solito frontale, che gli
copriva la fronte, con una frangia scarlatta, e gli guarniva il collo
con delle catene di rame, pendenti, ognuna delle quali terminava con
un campanello d'argento dai leggeri tintinnii; però, al frontale, non
si accompagnavano le redini per il cavaliere nè la cinghia di cuoio
pel servo conducente. La sella, posta sul dorso, era una meraviglia,
e presso qualsiasi popolo, che non fosse stato quello dell'Oriente,
sarebbe derivata fama d'inventore a chi ne avesse costruita una di
simile. Consisteva in due casse di legno, appena lunghe un quattro
piedi, bilanciate, e pendenti una per parte; all'interno erano
foderate, tappezzate, ed accomodate in modo da permettere al padrone di
sedere o di giacere, mezzo sdraiato; sopra tutto questo ammennicolo,
poi, era distesa una tenda verde, assai larga di dietro, tenuta ferma
da cinghie e da correggie di cuoio strette fra loro da innumerevoli
nodi. Così gl'ingegnosi figli di Cush avevano cercato di rendere comoda
la via soleggiata del deserto lungo la quale si recavano tanto per loro
dovere come per loro piacere.

Quando il dromedario uscì dal canale, che era già giunto allo sbocco,
il viaggiatore aveva passato il confine dell'El Belka, l'antico
Ammon. Dinanzi a sè egli aveva il sole coperto da vapori di nebbia,
e il deserto sterminato; non le regioni delle sabbie in balìa del
Simun, le quali eran più lontane, ma la regione ove il verde si fa
meno frequente, e dove il terreno è cosparso di ciottoli e di pietre
grigie e brune. Qua e là delle acacie languenti, dei ciuffi d'erbe,
dei piccoli arbusti. Quercie, rovi, e vari alberelli, eran rimasti
addietro, al confine del deserto, quasi allineati, a gruppo, come se
fossero venuti fin lì e poi si fossero fermati a guardare l'arida
stesa, spauriti, senz'aver il coraggio d'inoltrarsi. Il giorno era
alto. Quella parte di strada che era ben mantenuta stava per terminare.

Il cammello sembrava più che mai seguire una direzione costrettovi
dalla mano dell'uomo, tanto allungava ed affrettava il passo col muso
rivolto all'ampio orizzonte, aspirando l'aria a più riprese per le
larghe narici. La lettiga dondolava, si sollevava e s'abbassava come
un battello alla mercè delle onde. S'udiva il fruscìo delle foglie
secche calpestate e, di quando in quando, un profumo simile all'odore
d'assenzio raddolciva l'aria. Allodole e rondini svolazzavano intorno,
e pernici bianche s'allontanavano emettendo strani sibili. Meno di
frequente una volpe od una iena correvano veloci per venir a studiare
gli ospiti intrusi a una relativa distanza.

A destra sorgevano le montagne della catena del Jebel; il velo
grigio-perla che le copriva, cambiava, da un momento all'altro, in un
colore di porpora che il sole poco dopo rendeva anche più rosso. Sopra
le più alte cime un avvoltoio si aggirava, con lentezza, librandosi
sulle grandi ali, ma il viaggiatore, rannicchiato sotto alla sua tenda
verde, pareva non occuparsi di quanto succedeva all'intorno. I suoi
occhi fissi, immobili, sembravano essere in preda ad un sogno. Uomo ed
animale procedevano come guidati da una mano invisibile.

Per due ore il dromedario camminò, certo della propria via, rivolto ad
oriente. E il viaggiatore non cambiò mai di posizione e non guardò nè a
destra nè a sinistra.

Nei deserti le distanze non si misurano a miglia o a leghe, ma a _saat_
(ore) o a _manzil_ (tappe); il _saat_ corrisponde a tre leghe e mezza,
il _manzil_ a quindici o venticinque; e il _saat_ è, su per giù, la
velocità dei cammelli comuni. Un cammello siriano da trasporto, può,
facilmente, compiere in un'ora tre leghe e mezza, e, a gran fatica,
competere di velocità col vento ordinario. Il paesaggio, lungo il
cammino, subì una completa trasformazione. Il Jebel si stendeva
lunghissimo, come un nastro color celeste chiaro. Mucchi d'argilla e
di sabbia calcarea si trovavano ad ogni passo. Di quando in quando
si vedevano delle masse di pietre basaltiche, sentinelle avanzate
della montagna ai confini della pianura. E, infine, stese immense
di sabbia, ora piana, ora ammucchiata, ora come divisa in solchi,
e simile al fondo d'un mare non molto prima agitato dalla tempesta.
Anche l'atmosfera non era più la stessa di poco innanzi. Il sole, già
alto, aveva trionfato della nebbia e riscaldata l'aria; pareva che, coi
raggi, volesse baciar con dolcezza il viaggiatore sotto la tenda; la
terra tutt'all'ingiro era illuminata da una luce biancastra, e anche il
cielo aveva degli splendidi riflessi.

Due ore trascorsero senza alcuna sosta e senza mutar direzione. Ormai
tutto era sterile ed arido intorno. La sabbia stessa era così indurita
e formava una leggiera crosta che si rompeva crepitando ad ogni passo
del cammello.

Il Jebel era scomparso in lontananza e pareva di essere nel letto di
un oceano sconfinato. L'ombre del cammello e del suo cavaliere, che
prima si disegnavano dietro ad essi, ora si riproducevano davanti,
e continuavano ad essere le loro uniche compagne. Il viaggiatore
però, non vedendo alcuna oasi, si sentiva preso da un forte
scoraggiamento. Nessuno, è bene ricordarlo, traversa il deserto per
semplice piacere. Chi compie il tragitto, costrettovi dal commercio
o da ragioni famigliari, lo compie per sentieri cosparsi di ossa di
morti, dimenticate a guisa di tristi emblemi funebri. Tali sono le
strade interminabili che disgiungono l'ultima sorgente dalla sorgente
più prossima, e pascolo da pascolo. Il cuore del più vecchio sceicco
batte forte quando lo sceicco si trova solo nei tratti senza sentiero.
Così il nostro amico non poteva certo essere in viaggio per puro
divertimento, nè aveva l'aspetto di un fuggitivo poichè non guardava
mai dietro a sè. Allorchè uno si trova in una situazione come questa,
sente paura e curiosità, ma egli non era nè pauroso nè curioso. L'uomo
quando si trova solo, si adatterebbe, in genere, a qualunque compagnia;
il cane gli diviene un buon camerata, il cavallo un amico, ed egli
non si vergognerebbe di colmarli di carezze e parlar loro d'affetto.
Il cammello però non riceveva mai dall'uomo un simile tributo, una
carezza, una parola gentile.

A mezzogiorno preciso, il dromedario si fermò, spontaneamente,
emettendo un lamento pietoso. Pareva volesse protestare per il peso
soverchio e chieder un trattamento cortese e un po' di sonno. Il
padrone si scosse come se si destasse dall'aver dormito a lungo. Alzò
la tenda del _houdah_, guardò il sole, esaminò il paese da tutte le
parti, minutamente, come per identificare la posizione. Soddisfatto
poi dell'esame, respirò a pieni polmoni e scrollò il capo come per
dire: «Finalmente! Finalmente!» Un momento dopo incrociò le mani sul
petto, chinò la testa e pregò in silenzio. Compiuto questo dovere, si
preparò a discendere. Gli uscì di bocca un suono gutturale, famigliare
senza dubbio ai cammelli di Giobbe: _Ikh! Ikh!_ cioè il segnale
d'inginocchiarsi. Lentamente il cammello ubbidì, prorompendo in un
lungo urlo. Il cavaliere, fattosi un punto d'appoggio del magro collo
dell'animale, scese sulla sabbia.



CAPITOLO II.


Il nostro uomo era ammirevole per le proporzioni del corpo, più
tarchiato che alto. Slegando la corda di seta che gli stringeva
il _kufiyeh_ alla testa, lo cacciò indietro in modo da lasciar
completamente scoperto il viso, un viso energico, abbronzito; la fronte
era bassa e spaziosa, il naso aquilino, gli occhi fatti a mandorla;
i capelli fitti, ruvidi, di un lucido metallico, gli scendevano sulle
spalle in molte treccie e gli davano un'aria originale. Assomigliava ai
Faraoni o agli ultimi Tolomei: a Mizraim, padre della razza egiziana.
Indossava il _kamis_, camicia di un tessuto di cotone bianco, scendente
fino ai piedi, dalle maniche strette, aperta davanti, e ricamata sul
collo e sul petto. Sopra questa portava un soprabito di lana marrone,
chiamato _aba_, con sottana lunga, maniche corte, foderato intieramente
di stoffa di seta e di cotone ed orlato tutt'all'ingiro da una lista
giallo scura. I piedi erano calzati da sandali legati con striscie
di pelle morbida. Una fusciacca gli attorniava la vita e fermava il
_kamis_.

Bisogna notare che il viaggiatore dimostrava un gran coraggio, giacchè
s'arrischiava solo nella traversata del gran deserto, ch'è ritrovo di
leoni, di leopardi e di uomini selvaggi. Non portava con sè alcun'arma,
nemmeno il bastone adoperato per guidare i cammelli. Quindi si poteva
dedurne la sua missione pacifica: o egli era straordinariamente audace
o godeva di una straordinaria protezione.

Le membra del viaggiatore erano indolenzite per il lungo e faticoso
cammino; si stropicciò le mani, battè i piedi per terra come per
isgranchirli, passeggiò in su e in giù davanti al quadrupede fedele,
che s'era sdraiato socchiudendo gli occhi, felice di quel po' d'erba
che aveva trovato. L'uomo, ogni tanto, si fermava, facendosi ombra
col palmo della mano, e, scrutando in lontananza, il suo volto si
rannuvolava come per un disinganno subìto, di guisa che chi lo avesse
osservato avrebbe capito com'egli avesse atteso qualcuno e avrebbe
nel medesimo tempo provato la curiosità di conoscere il motivo che
aveva condotto un viaggiatore in un paese così poco civile. Sebbene
ad osservarlo paresse il contrario pure non era da metter in dubbio
ch'egli fosse certo dell'arrivo della persona attesa. Nel frattempo si
diresse alla lettiga e, dalla cassa opposta a quella ch'egli medesimo
aveva occupata, tolse una spugna, un piccolo recipiente d'acqua, e lavò
gli occhi, le narici e il muso del cammello. Dalla stessa cassa tolse
un panno rotondo, a righe bianche e rosse, un mucchio di bacchette ed
un grosso bastone. Quest'ultimo era composto di diversi pezzi posti
l'uno dentro l'altro, i quali, poi, uniti insieme, formavano un bastone
più alto della sua persona. Dopo aver piantato il bastone in terra e
averlo circondato di bacchette, lo coprì col panno, a guisa di tenda,
e gli parve, lì sotto, di essere in una casa, molto più piccola, è
vero, di quella degli Arabi, ma simile, sotto ogni aspetto, ad una
di esse. Sempre dalla cassa, prese un tappeto di forma quadra, e ne
ricoprì il suolo entro la capanna testè fabbricata. Preparata in tal
modo la tenda, uscì, e si mise a spazzare con cura il terreno che
la circondava. Eccettuato uno sciacallo che scorrazzava in distanza,
e un'aquila che si dirigeva verso il sasso di Akaba, il deserto era
silenzioso e vuoto come silenziosa e vuota era la volta del cielo.

Il viaggiatore si rivolse al cammello dicendo a voce bassa e in una
lingua sconosciuta al deserto:

— «Siamo lontani da casa, o veloce mio corsiero, ma Dio è con noi.
Bisogna aver pazienza.» —

Levò dei fagioli da una tasca della sella, li mise in un sacco che
appese sotto al collo dell'animale, e, quand'ebbe visto l'accoglienza
fatta al cibo, si guardò intorno e tornò a scrutare l'immensità del
deserto sul quale il sole dardeggiava infuocato.

— «Verranno — disse assai calmo fra sè. — Colui che mi ha guidato li
guida. Mi terrò pronto a riceverli.» —

Dalle tasche interne della tenda e da un cesto di vimini che formava
parte del mobilio, levò il necessario per approntare una colazione:
piatti di terra, intessuti di paglia, vino in piccoli fiaschi di pelle,
carne di montone affumicata, _shami_ o melagrane siriane, piene di
semi, datteri dell'_El Shelebi_, eccellenti, cresciuti nei _nakhil_ o
frutteti dell'Arabia Centrale; formaggio come le «fette di latte» di
Davide, e pane, fatto col lievito, proveniente dal forno della città.

Tutto questo egli aveva portato con sè, ed ora poneva premurosamente
sotto la tenda, sul tappeto. In fine prese tre pezze di seta per
coprire, secondo l'uso delle persone più altolocate dell'Oriente,
le ginocchia degli invitati durante il pasto, e da ciò si poteva
comprendere quante fossero le persone da lui attese a partecipare alla
sua colazione. Tutto era pronto. Egli uscì dalla tenda e un punto nero
gli apparve lontano, nel deserto. Rimase come pietrificato a quella
vista; gli occhi gli si dilatarono, sentì un brivido pervadere la sua
persona. Il punto nero si avvicinava sempre più, mutava colore ed era
divenuto grande, quasi quanto una mano; infine, a poco a poco, prese
proporzioni definite. Era un dromedario quasi uguale a quello del
nostro viaggiatore, alto e bianco, portante un _houdah_, o lettiga dei
passeggieri dell'Indostan.

L'Egiziano incrociò le mani sul petto e guardò verso il cielo.

— «Dio solo è grande» — esclamò reverentemente e cogli occhi pieni di
lagrime.

Lo straniero s'accostò e si fermò. Sembrava si ridestasse da un lungo
sonno. Osservò il cammello inginocchiato, la capanna, e l'uomo che
se ne stava fermo davanti alla porta, in atto di supplica; incrociò
le mani, abbassò il capo e si mise a pregare silenziosamente. Poco
dopo scese dal collo del cammello, e, posto il piede sulla sabbia,
si avanzò verso l'Egiziano nel medesimo momento che questi muoveva ad
incontrarlo. Si guardarono fissi, per un momento, poi si abbracciarono,
e ognuno mise il braccio destro sulla spalla dell'altro ed il sinistro
sui fianchi, posando il mento sul petto, reciprocamente, prima a
sinistra, poi a destra.

— «Pace sia con te, o servo del vero Dio!» — esclamò lo straniero.

— «Sii il ben giunto, o fratello della vera fede! Anche a te pace» —
rispose l'Egiziano con fervore.

Il nuovo venuto era un uomo alto e magro, dal viso grande, dagli occhi
infossati, dai capelli e dalla barba bianca, dalla carnagione di un
colore tra la cannella ed il bronzo. Anch'egli era privo d'armi.

Il suo costume era Indiano; gli copriva il capo uno scialle che
scendeva sulla nuca a pieghe profonde, a guisa di turbante; il suo
vestito era come quello dell'Egiziano, eccettuata l'_aba_, ch'era più
corta, e lasciava intravvedere dei larghi calzoni ben aderenti, però,
al collo del piede. In luogo dei sandali portava delle mezze scarpe di
pelle rossa, terminate a punta. Meno le scarpe, dalla testa ai piedi,
era vestito di tela bianca. Aveva un bel portamento, un'aria dignitosa,
severa. Visvamitra, uno dei più grandi eroi ascetici dell'Iliade
orientale, avrebbe potuto aver in lui un perfetto rappresentante. Era
un uomo degno, in sapienza, di esser figlio di Brahma e ne incarnava la
devozione.

Nei suoi occhi era rispecchiata una grande vitalità, ma quando rialzò
il viso dal petto dell'Egiziano, essi erano pieni di lagrime.

— «Dio solo è grande!» — esclamò sciogliendosi dall'abbraccio.

— «E benedetti siano quelli che lo servono!» — rispose l'Egiziano
meravigliato della parafrase della sua esclamazione di poc'anzi. — «Ma
attendiamo — aggiunse — attendiamo: l'altro viene laggiù.» —

Si volsero verso il nord ov'era già in vista un terzo cammello, bianco
come i precedenti, e che s'avanzava dondolandosi come una nave in alto
mare.

Attesero, rimanendo vicini l'uno all'altro e silenziosi, finchè giunse
il nuovo viaggiatore che discese ed avanzò ad incontrarli.

— «Pace a te, o mio fratello» — egli disse mentre abbracciava
l'Indiano. E l'Indiano rispose: — «Sia fatto il volere di Dio!» —

L'ultimo arrivato non rassomigliava affatto ai suoi amici; la sua
persona era più snella; la carnagione bianca; un volume di capelli
chiari ondulati coronava la sua testa piccola ma bella, e i suoi grandi
occhi neri davano segno di molta intelligenza, di natura sincera e di
un carattere forte.

Aveva il capo scoperto ed era privo di armi. Sotto le pieghe della
coperta bianca, ch'egli indossava con grazia, appariva una tunica
scollata e dalle maniche corte, fermata alla vita da una cintura che
gli scendeva quasi fino alle ginocchia, lasciando nudi il collo, le
braccia, e le gambe. I piedi calzavano dei sandali. Aveva cinquant'anni
e forse anche di più ma non li dimostrava. Gli anni avevano dato solo
una certa austerità al suo contegno e una certa moderazione alla sua
parola, ma non gli avevano aggrinzito il viso o imbiancati i capelli.

Aveva un fisico robusto e un'immensa intelligenza. Non fa mestieri il
dire di che paese egli fosse: s'egli non era di Atene dovevan essere
Greci per lo meno i suoi antenati.

Quando l'Egiziano ebbe terminato di abbracciarlo disse con voce tremula:

— «Iddio mi fece arrivare qui per il primo; quindi io so di essere
scelto come ospite dei miei fratelli. La tenda è al suo posto
e la tavola è preparata per noi. Lasciatemi esercitare le mie
mansioni.» —

Prendendoli per mano li fece entrare; tolse loro i sandali, lavò loro
i piedi, e gettò dell'acqua sulle loro mani, ch'essi quindi asciugarono
con salviette.

Poi, dopo aver lavate anche le proprie mani, egli disse;

— «Bisogna aver cura della nostra persona, fratelli, come lo richiede
il nostro ufficio, e mangiare per renderci forti onde compiere il
nostro dovere durante il rimanente della giornata. Mentre mangeremo
impareremo a conoscerci vicendevolmente, e ci diremo l'un l'altro i
nostri nomi, le nostre patrie, e i nostri intenti.» —

Li accompagnò al posto che aveva loro destinato e li fece sedere in
modo che si potessero trovare di fronte.

Contemporaneamente le loro teste si chinarono, le loro mani
s'incrociarono sul petto, ed essi recitarono, in coro, ad alta voce,
questo semplice ringraziamento:

— «O padre dell'Universo, o nostro Dio! Tutto quello che abbiamo qui
è tuo; accetta i nostri ringraziamenti e benedicici, perchè possiamo
continuare sempre ad agire secondo i tuoi desideri.» —

All'ultima parola essi alzarono gli occhi e si guardarono in faccia
meravigliati. Ognuno di loro aveva parlato in una lingua sconosciuta
agli altri; eppure tutti e tre avevan compreso perfettamente ciò che
s'era detto. Le loro persone tremarono per l'emozione, perchè, dal
miracolo, essi dicevano di riconoscere la presenza divina.



CAPITOLO III.


L'incontro di cui sopra avvenne nell'anno di Roma 747. Si era nel mese
di dicembre e l'inverno regnava sopra tutte le regioni orientali del
Mediterraneo.

Quelli che attraversano il deserto in questa stagione non possono
proseguire molto tempo senza sentirsi presi da un grande appetito.
La compagnia sotto la piccola tenda non faceva certo eccezione alla
regola. Aveva molta fame e quindi mangiava di gusto; dopo che fu
mesciuto il vino i tre principiarono a discorrere.

— «Nulla riesce di più gradito ad un viaggiatore del sentirsi chiamare
per nome da un amico in paese sconosciuto» — disse l'Egiziano che aveva
voluto esser l'anfitrione del pasto.

«Resteremo molti giorni insieme e sarebbe ora d'incominciare a
conoscerci. Così, se vi aggrada, l'ultimo venuto sarà il primo a
parlare.»

Principiando pian piano, come un individuo prudente, il Greco
incominciò:

— «Quello ch'io ho da dire, fratelli, è così strano che non so proprio
donde principiare e in qual guisa parlar correttamente. Io non capisco
ancora me stesso. Son tanto sicuro che ciò che sto facendo, sia ciò che
vuole il maestro, che il servirlo è per me una costante estasi. Quando
penso allo scopo cui debbo adempiere provo una gioia così grande che
riconosco essere ciò il volere divino.»

Il buon uomo si fermò, incapace di proseguire, mentre gli altri, come
lui, abbassarono gli occhi.

— «Nel lontano Occidente — proseguì — vi è un paese che non potrà mai
esser dimenticato. Il mondo gli deve troppo ed il potersi sdebitare è
cosa che arreca all'uomo un grande piacere. Non parlerò di belle arti,
di filosofia, d'oratoria, di poesia, di guerra. O miei fratelli, la
gloria è quella che splenderà luminosamente, e, per mezzo di essa,
Colui che noi cerchiamo sarà conosciuto su tutta la terra. Il paese
di cui vi parlo è la Grecia. Io sono Gaspare, figlio di Cleonte,
ateniese. I miei antenati si dedicarono interamente allo studio,
e da essi io ho ereditata la stessa inclinazione. Due dei nostri
filosofi, i maggiori, insegnano, l'uno, che esiste un'anima in ogni
uomo, e ch'essa è immortale, l'altro che vi è un Dio solo il quale
è infinitamente giusto. Io scelsi fra le molte teorie quelle dei due
filosofi come le sole degne di attenzione, giacchè mi pareva che vi
potesse essere un legame sconosciuto fra Dio e l'anima. Su questo tema
la mente può discutere fin ad un certo punto ma poi trova una barriera
insormontabile, giunti alla quale si è obbligati a chieder aiuto. Così
feci ma non ebbi alcuna risposta. Disperato mi allontanai dalle scuole
e dalle città.» —

A queste parole l'Indiano ebbe un sorriso di approvazione.

— «In Tessaglia, verso settentrione, — continuò il Greco — v'è una
catena di montagne famosa per esser riputata dimora degli Dei, chiamata
l'Olimpo, dove Zeus, ch'era considerato il sommo di essi dai miei
compatrioti, abitava. — Andai sulla vetta di quelle montagne. Trovai
una caverna nel monte, dove la catena, che principia ad occidente,
piega a sud-est, e là mi fermai abbandonandomi a meditare, anzi no, mi
abbandonai attendendo, sapendo che ogni sospiro era una preghiera, una
rivelazione. Credendo in Dio, invisibile ma supremo, credevo anche che,
qualora io mi fossi commosso, egli avrebbe avuto compassione di me e mi
avrebbe risposto.»

— «Ed egli rispose! ed egli rispose!» — esclamò l'Indiano alzando le
mani dalla pezza di seta che teneva sulle ginocchia.

— «Ascoltatemi, fratelli» — disse il Greco calmandosi con difficoltà —
La porta del mio eremitaggio guardava verso il mare sopra il golfo di
Thermaic. Un giorno vidi cader da un battello che navigava non molto
lontano, un uomo. Egli nuotò verso la riva. Io lo raccolsi e ne presi
cura. Era un Ebreo, sapiente nella storia e nella legge del suo popolo;
da lui appresi come esistesse davvero il Dio delle mie preghiere e
come avesse composto le sue leggi e fosse stato per secoli padrone e re
degli Ebrei. Ciò non era forse la Rivelazione di cui avevo sognato? La
mia fede mi aveva fruttato. Iddio mi aveva risposto.» —

— «Com'Egli risponde a tutti quelli che lo implorano con tale fede!» —
disse l'Indiano.

— «Ma ahimè! esclamò l'Egiziano, vi son pochi saggi abbastanza per
capire quando egli risponda!» —

— «Questo non è tutto — continuò il Greco. — L'uomo che mi è stato
inviato mi ha detto di più. Disse che i profeti, che nell'epoca
che seguì la prima Rivelazione passeggiavano e parlavano con Dio,
dichiararono ch'egli sarebbe ritornato. Mi diede i nomi dei profeti
e dei libri sacri e mi citò le loro parole. Mi disse anche che
la seconda venuta era vicina ed attesa da un momento all'altro in
Gerusalemme.» —

Il Greco si fermò e il suo viso si rabbuiò.

— «È vero — disse dopo una breve pausa — è vero che l'uomo mi ha detto
che come Dio e la Rivelazione di cui mi parlava erano stati solo per
gli Ebrei così lo sarebbero ancora questa volta. — «E non avverrà nulla
pel resto del mondo? — chiesi — «No — fu la risposta che mi diede con
voce altera. — «No, noi siamo il suo popolo preferito.» — La risposta
però non mi scoraggiò. Perchè dovrebbe un simile Dio limitare il suo
amore e la sua beneficenza ad un regno solo e ad una sola razza? Mi
ripromisi di venir a capo d'ogni verità. Penetrai il suo orgoglio e
trovai che i suoi padri erano stati tutti servi eletti per mantenere la
Verità in vita perchè il mondo imparasse a conoscerla e fosse salvato.
Quando l'Ebreo se ne fu andato, e mi ritrovai solo ancora, innalzai
al cielo una nuova preghiera! cioè che mi fosse permesso di vedere il
Re al suo arrivo e di imparare ad idolatrarlo. Una notte mi sedetti
sulla soglia della porta della mia camera cercando di avvicinarmi ai
misteri della mia esistenza, conoscendo ciò che significa conoscere
Dio; tutto ad un tratto, nel mare ch'era sotto di me, o piuttosto
nell'oscurità che copriva la sua superficie, vidi una stella che
cominciava a brillare; lentamente essa spuntò; si avvicinò e si
fermò sopra la collina e sopra la mia porta, di guisa che la sua luce
splendeva pienamente su di me. Io caddi a terra, mi addormentai e udii
in sogno una voce che mi diceva: — «O Gaspare! La tua fede ha vinto!
Che tu sia benedetto! con due altre persone venute dalle estreme parti
del mondo, vedrai Colui che deve venire, sarai testimonio della sua
venuta, e, in qualsiasi occasione potrai testimoniare in suo favore. Di
buon mattino alzati e va ad incontrarlo, fidandoti dello Spirito che ti
guiderà.» —

Di buon mattino mi destai sentendo in me lo Spirito e provando una luce
in me assai maggiore di quella del sole.

Mi tolsi il vestito da eremita e mi abbigliai da vecchio, levando da un
nascondiglio il denaro che mi ero portato dalla città.

Una nave passò poco lontana; le feci cenno d'arrestarsi, fui accolto a
bordo, e mi feci sbarcare ad Antiochia. Là acquistai un cammello colle
relative bardature. Fra i giardini e gli orti che coprono le spiaggie
dell'Oronte soggiornai a Emesa, a Damasco, a Boston, a Filadelfia;
quindi venni a questa volta. E così, o fratelli, voi conoscete la mia
storia per intero. Ora lasciate che io ascolti la vostra.» —



CAPITOLO IV.


L'Egiziano e l'Indiano si guardarono reciprocamente; il primo fece un
cenno colla mano; il secondo salutò e principiò: — «Nostro fratello ha
parlato bene. Possan le mie parole essere così saggie come le sue.» —
Egli s'interruppe, riflettè un istante, poi ricominciò:

— «Voi potete chiamarmi, fratello, col nome di Melchiorre. Io vi
parlo in una lingua che, se non è la più vecchia del mondo, fu almeno
la prima a scriversi — intendo dire il Sanscrito dell'India. Io son
Indiano di nascita. Il mio popolo fu il primo ad avviarsi pel cammino
della sapienza, il primo a distinguerla nei varî rami delle scienze,
il primo a renderla bella. Checchè avvenga d'ora in poi i quattro Vedi
devono essere conservati perchè son le prime fonti della religione
e della cultura dello spirito. Da essi derivarono gli Upa-Vedi, che
come furon dettati da Brahma, trattano di medicina dell'arte della
guerra, dell'architettura, della musica e delle 64 arti meccaniche: i
Vedi Angas dettati da saggi ispirati e dedicati all'astronomia, alla
grammatica, alla prosodia, alla pronuncia, alle bellezze ed incanti,
ai riti religiosi e alle cerimonie: gli Upa-Angas scritti dal sapiente
Vyâsa e dedicati alla cosmogonia, alla cronologia, e alla geografia;
inoltre il Ramayana e il Mahabhârata, poemi eroici, sono destinati alla
perpetuazione dei nostri Dei e dei nostri semi Dei. Questi, o fratello,
sono i sûtra, o grandi libri di riti sacri. Per me ora non servono
più; tuttavia in eterno resteranno ad illustrare il genio incomparabile
della mia razza. Essi erano promesse di rapida perfezione. Voi chiedete
perchè le promesse caddero? Ahimè! I libri stessi chiusero tutte le
porte del progresso e sotto pretesto di cura delle anime i loro autori
divulgarono il principio fatale che un uomo non deve dedicarsi alle
scoperte o alle invenzioni perchè Iddio lo ha provveduto di tutte le
cose che gli abbisognano. Quando tale comandamento divenne legge sacra
la lucerna Indiana si sprofondò in un pozzo, ove, d'allora in poi,
rischiarò strette mura ed acque amare. Queste allusioni, fratello, non
provengono dall'orgoglio come ben capirète quando vi avrò detto che
i sûtra insegnarono che v'è un Dio supremo chiamato Brahma, e anche
che i Purâna o poemi sacri degli Upa-Angas, ci parlano della virtù,
delle opere buone, e dell'anima. Così se mio fratello mi concederà di
parlare — e l'oratore s'inchinò rispettosamente davanti al Greco — dirò
che secoli avanti che il suo popolo fosse conosciuto, le due idee Dio
ed Anima assorbivano già tutte le forze dell'intelletto Indiano. Per
spiegarmi meglio lasciatemi dire che Brahma è indicato dagli stessi
libri sacri come una triade — Brahma — Vishnù — Shiva. Di questi Brahma
si dice sia stato l'autore della nostra razza, creando la quale egli
la divise in quattro rami. Prima egli popolò la terra, e i cieli; indi
preparò la terra per gli spiriti terrestri; dalla di lui bocca furon
poi create le caste Brahmine a lui più prossime per somiglianza, più
sublimi e più nobili, uniche maestre esplicatrici dei Vedi, che, nel
medesimo tempo egli dettava ordinatissimi e pieni di utili cognizioni.
Dalle sue braccia uscirono i Kshatriya o guerrieri; dal suo petto,
la sede della vita, vennero i Vaisya, o pastori, o coltivatori, o
mercanti; dal suo piede, in segno di degradazione, scaturirono i sudra,
o schiavi, destinati a servire le altre classi, lavoratori, artigiani
e così via. Prendete nota per di più, che la legge, nata con loro,
proibiva all'uomo di una data classe di divenire membro di un'altra; il
Brahmino non poteva iniziarsi ad un ordine più basso; s'egli violava le
leggi del suo grado diveniva un bandito, abbandonato da tutti meno chè
dai banditi compagni a lui.

A questo punto l'imaginazione del Greco, precorrendo sopra a
tutte le conseguenze di tale degradazione, ebbe uno slancio
superiore all'interesse fin qui dimostrato ed esclamò: — «In
tale stato, o fratello, si trovano quanti abbisognano di un Dio
misericordioso!» —

— «Sì, aggiunse l'Egiziano, di un Dio misericordioso come il
nostro.» —

Le ciglia dell'Indiano si contrassero dolorosamente ma quando
l'emozione fu passata egli procedette con voce raddolcita.

— «Io nacqui Brahmino. La mia vita, per conseguenza, fu regolata da
leggi fino al minimo atto, fino alla mia ultima ora. Il primo mio
cibo, il mio battesimo, la prima volta che vidi il sole, l'iniziazione
mia nel primo ordine, furono celebrati con testi sacri e con rigide
cerimonie. Io non potevo camminare, mangiare e dormire senza la tema
di violare una legge. E vi sarebbe stato, o fratello, un castigo per
l'anima mia! A seconda dei gradi di peccato, la mia anima sarebbe
andata nell'uno o nell'altro dei cieli; in quello d'Idra ch'è il più
basso, o nel più alto che è quello di Brahma; oppure sarebbe stata
respinta per risorger alla vita sotto il corpo di un verme, d'una
mosca, di un pesce, oppure di un bruto. La ricompensa per la perfetta
osservanza sarebbe stata la Beatitudine, o l'assorbimento nell'Essere
di Brahma che non sarebbe stato tanto un'altra esistenza quanto
piuttosto un assoluto riposo.» —

L'Indiano si fermò un momento per pensare, poi, continuando, disse:
«Il compito dello stadio della vita di un Brahmino chiamato del primo
ordine è quello della vita di studioso. Quando fui pronto ad entrare
nel second'ordine — cioè quando fu il momento di ammogliarmi, di
divenire capo di famiglia io dubitavo di tutto persino di Brahma: ero
un eretico. Dalla profondità del pozzo, cioè dall'oscurità in cui mi
trovavo nella mia ignoranza, avevo scoperto una luce verso l'alto,
verso l'orifizio di esso, e desideravo intensamente di salire a livello
di quella fiamma luminosa. Finalmente — oh con quali anni di fatiche
affannose! — potei trovarmi in pieno giorno e ammirai il principio
della vita, l'elemento principale delle religioni, il vincolo migliore
fra l'anima e Dio: l'amore!»

La faccia del buon uomo, tutta grinze, s'imporporò all'improvviso ed
egli congiunse le mani con forza. Ne seguì un silenzio durante il quale
gli altri lo guardavano, e il Greco in ispecie, cogli occhi pieni di
lagrime.

Finalmente egli ripigliò:

— La felicità dell'amore sta nell'azione; la prova è ciò che uno è
disposto di fare per altri. Io non poteva trovar un minuto di riposo.
Brahma aveva riempito il mondo di tante persone misere. I Sûdra
chiedevano consigli a me e così facevano i devoti e le vittime. L'isola
di Gang e Lagor era situata ove le acque sacre del Gange scompaiono
nell'oceano Indiano. All'ombra del tempio costruitovi pel sapiente
Kapila, in una riunione di preghiere coi discepoli che la memoria
beatificata dell'uomo santo tiene intorno alla casa, tentai di trovar
riposo. Ma due volte all'anno venivano pellegrinaggi Indiani. La loro
miseria rinforzò il mio amore. Contro il suggerimento che mi spingeva
a parlare tenni il silenzio poichè una parola contro Brahma o la
triade dei Sûtra mi avrebbe perduto, e mi avrebbe condannato un atto
di gentilezza coi banditi Brahmini che ogni tanto si trascinavano a
morire sopra le sabbie ardenti, o una benedizione concessa, o una tazza
d'acqua data; ed io sarei divenuto uno di coloro che son paria per la
famiglia, per il paese, per la propria casta. L'amore vinse! Io parlai
ai discepoli nel tempio; mi trascinarono fuori; parlai ai pellegrini;
mi cacciarono a sassate dall'isola. Sulle strade maestre tentai di
predicare: i miei uditori mi fuggivano o attentavano alla mia vita.
In tutta l'India infine non v'era luogo ov'io potessi trovare asilo o
salvezza. Nemmeno fra i banditi, perchè, nonostante fossero caduti in
peccato credevano tuttora in Brahma.

Nella mia miseria cercavo un po' di solitudine, nella quale nascondermi
da tutti meno che da Dio. Seguii il corso del Gange fino alla sorgente
all'Hymalaya. Quando entrai nel valico a Hurdwar, dove il fiume, nella
sua immacolata purezza, slancia la sua corrente fra le bassure melmose,
pregai per la mia razza, e mi credetti perduto a lei per sempre. Fra
gole, fra rupi, attraverso ghiacciai, vicino a cime che sembravano
attingere le stelle, continuai la mia via fino al Lang Tso, un lago
di meravigliose bellezze, addormentato ai piedi del Tigri Gange,
e del Kailas Parbot, giganti che sfoggiano la loro corona di neve
biancheggiante in eterno di faccia al sole. Là, al centro della terra,
dove l'Indo, il Gange ed il Brahmaputra, nascono per correre nei loro
alvei rispettivi; dove l'umanità prese la sua dimora e si divise per
popolare il mondo, lasciando Balk, la madre delle città, ad attestare
il gran fatto; dove la Natura, ritornata alle sue primitive condizioni
e sicura nelle sue immensità, invita il sapiente e l'esiliato con
promessa di salvezza ad uno e di solitudine all'altro, là io mi
recai per restar solo con Dio, pregando, digiunando, attendendo la
morte.» —

La sua voce si abbassò e le mani ossute si strinsero in una fervida
stretta.

— «Una notte camminavo presso la spiaggia del lago e parlavo al
silenzio ascoltatore: — «Quando verrà Iddio a redimerci? Non vi sarà
mai salvezza?» — allorchè, all'improvviso una luce cominciò ad ardere
tremula fuori dell'acqua; una stella si sollevò e si mosse verso di me,
soffermandosi sul mio capo. Lo splendore mi abbagliò. Mentre giacevo
a terra udii una voce di dolcezza infinita: — «Il tuo amore ha vinto.
Che tu sia benedetto, o figlio dell'India! La Redenzione è prossima.
Con due altri dell'estreme parti della terra tu vedrai il Redentore
e sarai testimone della sua venuta. Di buon mattino alzati, va ad
incontrare queste due persone e poni tutta la tua fede nello Spirito
che ti guiderà.» — E da allora la luce rimase meco: così sapevo ch'era
la presenza visibile dello Spirito. Il mattino dopo cominciai a far
ritorno nel mondo abitato, dalla via donde ero venuto. In una fenditura
della montagna avevo trovato una pietra di notevole valore che vendetti
a Hurdwar. Da Lahwe, per Cabul, e Yezd giunsi ad Ispahan. Là comperai
il cammello e quindi fui condotto a Bagdad, non aspettando le carovane.
Viaggiai solo senza paura perchè lo Spirito era ed è tuttora con me.
Quale gloria è la nostra, o fratelli! Noi vedremo il Redentore, gli
parleremo, lo adoreremo! Ho finito.» —



CAPITOLO V.


Il Greco proruppe in vivaci espressioni di gioia e congratulazioni;
dopo le quali l'Egiziano prese a dire con gravità caratteristica:

— «Vi saluto, mio fratello, voi avete molto sofferto ed io gioisco del
vostro trionfo. Se entrambi desiderate ascoltarmi vi dirò chi sono
e come fui indotto a venire. Attendetemi un momento.» — Uscì; diede
un'occhiata ai cammelli e poi riprese il suo posto.

— «Le vostre parole, fratello, le aveva dettate lo Spirito — disse
per incominciare — e lo Spirito me le fa comprendere. Ciascuno di voi
parlò particolarmente dei vostri paesi: in ciò v'era un gran motivo che
adesso vi spiegherò: lasciatemi ora dirvi di me e del mio popolo. Io
sono Balthasar, Egiziano.» —

Le ultime parole furon dette adagio ma con tale dignità che ambedue gli
uditori s'inchinarono all'oratore.

— «Vi sono parecchie glorie che posso attribuire alla mia razza —
continuò — ma io mi contenterò di una. La storia cominciò con noi. Noi
fummo i primi a perpetrare gli eventi tenuti dagli annali. Così noi
non abbiamo tradizioni, ed invece della poesia vi offriamo certezza.
Sulle facciate dei palazzi e dei templi, sugli obelischi, sulle pareti
delle tombe, noi scrivemmo i nomi dei nostri re e le loro gesta; e ai
delicati papiri noi confidammo la sapienza dei nostri filosofi ed i
segreti della nostra religione — tutti i segreti meno uno — del quale
vi parlerò ora. Più antico dei Vedi, o Melchiorre; più antico delle
canzoni d'Omero o delle metafisiche di Platone, o mio Gaspare, più
vecchie dei libri Sacri o dei re dei Chinesi, o di quelli di Syddàrtha,
più vecchio della Genesi di Mosè l'Ebreo; più vecchio di tutti
insomma gli annali umani sono le scritture di Menes, il nostro primo
Re.» —

Riposando un istante egli fissò i suoi grandi occhi dolcemente sul
Greco dicendo: — «Nella giovinezza dell'Ellade quali, o Gaspare, furono
i Maestri dei suoi maestri?» —

Il Greco s'inchinò sorridendo.

— «Da questi annali» — continuò Balthasar — «noi sappiamo che quando i
padri vennero dal lontano deserto, dalle fonti dei tre fiumi Sacri, —
dal vecchio Iran del quale voi parlaste, o Melchiorre — recarono con
sè la storia del mondo e del Diluvio quale fu tramandata dai figli
di Noè agli Ariani, e insegnarono i concetti di Dio, del Creatore,
dell'Anima, immortale come Dio. Quando il compito, che ora ci chiama,
sarà felicemente terminato, se vorrete venire con me, vi mostrerò la
biblioteca Sacra del nostro sacerdozio; fra tanti il Libro dei Morti,
nel quale è il rituale che deve essere osservato dall'anima dopo che la
Morte l'ha inviata al Giudizio eterno.

Queste idee — Dio e l'anima Immortale — furon portate da Mizraim al
di là del deserto, sino alle rive del Nilo, facili e semplici nella
loro primitiva purezza, come è tutto ciò che proviene direttamente
dalle mani di Dio. Tale era pure il primo rito — una canzone ed
una preghiera, adatta per un'anima gioconda, piena di speranze ed
innamorata del suo Creatore.» A questo punto il Greco alzò le mani
esclamando:

— «Oh la luce si fa dinanzi ai miei occhi!»

— «Ed in me pure» — disse l'Indiano con egual fervore.

L'Egiziano li guardò benignamente, poi proseguì dicendo:

— «La religione è soltanto una legge che lega l'Uomo al suo Creatore:
nella sua purezza non ha che questi elementi: Dio, l'anima e il loro
mutuo riconoscimento, dai quali, allorchè sono messi in pratica,
nascono l'Adorazione, l'Amore e la Ricompensa.

Tale, fratelli miei, era la religione di nostro padre Mizraim nella sua
primitiva semplicità. La maledizione delle maledizioni è che gli uomini
non la lasciarono stare così.» —

Egli si fermò come pensando in che modo dovesse continuare.

— «Parecchie nazioni hanno amato le dolci acque del Nilo» — aggiunse —
«l'Etiope, l'Ebrea, l'Africana, la Persiana, la Macedone, la Romana,
delle quali nazioni, tutte, eccettuata l'Ebrea, ne furono, ora l'una
ora l'altra, padrone. Tale succedersi di popoli corruppe l'antica fede
Mizraimica. La Valle delle Palme divenne una Valle degli Dei. Di un Dio
se ne fecero otto ognuno rappresentante un principio costitutivo della
Natura, con Ammon Re alla testa. Poi vennero Isis e Osiris, poi furono
divinizzate le qualità umane come la Forza, la Sapienza, l'Amore ed il
Piacere».

— «In tutto ciò spirava l'antica follìa!» — gridò il Greco, con moto
istintivo.

L'Egiziano s'inchinò e procedette:

— «Ancora qualche parola, o fratelli: gli annali mostrano come Mizraim
abbia trovato il Nilo in possesso degli Etiopi, un popolo di genio e
di fantasia, totalmente dato all'adorazione della natura. Il poetico
Persiano, sacrificò al Sole come l'imagine più perfetta di Ormuzd,
suo Dio. I devoti figli del lontano Oriente, intagliarono nel legno
e nell'avorio le loro divinità; ma l'Etiopia, senza scritture, senza
libri, si abbassava al culto degli animali, degli uccelli, e degli
insetti, tenendo il gatto sacro per il Re, il toro per Iris, lo
scarabeo per lo Phtah. Così nacque la religione del nuovo impero.
Allora s'innalzarono i magnifici monumenti che ingombrano la spiaggia
del fiume ed il deserto: l'obelisco, il labirinto, la piramide e la
tomba del re, confusa con la tomba del coccodrillo.

In tale profondo avvilimento, o fratelli, erano caduti i figli di Ario!»

Qui per la prima volta la calma abbandonò l'Egiziano; sebbene il suo
aspetto fosse tranquillo la sua voce lo tradiva.

— «Non disperate troppo, o miei amici — ricominciò — non tutti
dimenticarono Dio. Poco fa dissi, forse vi ricorderete, che ai papiri
confidammo tutti i segreti della nostra religione, meno uno: di
quello parlerò adesso. Una volta avemmo per Re un certo Faraone che si
prestava ad ogni genere di riforme e di innovazioni. Per stabilire il
nuovo sistema cercò di far dimenticare intieramente quello vecchio.

Gli Ebrei allora abitarono con noi come schiavi. Si ostinarono ad
adorare il loro Dio, e quando la persecuzione divenne intollerabile,
furono liberati in un modo che mai si potrà dimenticare. Mosè,
anch'egli un Ebreo, venne al palazzo e domandò il permesso che gli
schiavi, milioni di numero, lasciassero il paese. La domanda veniva a
nome del Dio d'Israele. Faraone si rifiutò. Sentite ciò che ne seguì.

Prima, tutta l'acqua, tanto quella dei laghi e dei fiumi come quella
nei pozzi e nei recipienti si cambiò in sangue. Ancora il monarca si
rifiutò. Allora nacquero delle rane che coprirono tutta la terra.
L'altro si mantenne sempre ostinato. Allora Mosè gettò un pugno di
cenere nell'aria e la peste prese gli Egiziani.

Poi tutto il bestiame tranne quello degli Ebrei venne a morire. Le
locuste divorarono quanto di verde era nella valle. A mezzodì il
giorno si mutò in un'oscurità così profonda che le lampade non facevano
luce. Finalmente durante la notte tutti i primogeniti degli Egiziani
morirono; neppur quello di Faraone si salvò. Allora egli cedette. Ma
quando gli Ebrei se ne andarono egli li inseguì col suo esercito.

All'ultimo momento il mare si divise, cosicchè i fuggitivi poterono
scampare.

Quando i persecutori vollero imitarli le onde si precipitarono loro
addosso e travolsero cavalli, cocchieri e Re. Voi avete parlato di
rivelazioni, o mio Gaspare...» —

Gli occhi celesti del Greco brillarono.

— «Io appresi qual'era la storia degli Ebrei — gridò egli — voi la
confermate, o Balthasar!» —

— «Sì, ma per bocca mia parla l'Egitto, non Mosè. Io interpreto i
marmi. I sacerdoti di quell'epoca scrivevano alla loro maniera ciò di
cui eran testimoni.

Così vengo al segreto non riferito dagli annali. Al nostro paese
abbiamo sempre avuto, dai tempi di quello sfortunato Faraone due
religioni, una privata, l'altra pubblica; una di Dei innumerevoli
adottata dal popolo; l'altra di un Dio solo adorato dal clero.

Rallegratevi con me, o fratelli! Tutti i flagelli inventati dai
tiranni, furono vani. La verità gloriosa è vissuta; e proprio questo è
il suo giorno!» —

Il corpo deperito dell'Indiano si curvò in segno di gioia ed il Greco
gridò forte:

— «Mi sembra di sentire il deserto stesso cantare.» —

Da un vicino ruscelletto d'acqua l'Egiziano bevve un sorso e procedette:

— «Io nacqui ad Alessandria, principe e sacerdote, ed ebbi
un'educazione adatta alla mia classe. Ben presto però mi disgustai.
Parte della fede imposta, era che dopo la morte, oltre la distruzione
del corpo, l'anima cominciasse la sua lenta ascensione sino alla più
alta ed ultima esistenza; e questo indipendentemente dalla vita vissuta
in terra.

Quando udii del Regno della Luce del Persiano, del suo paradiso
attraverso il ponte Chinevat, ove vanno solo i buoni, il pensiero mi
tormentò, ed in tale modo che tanto di giorno come di notte fantasticai
sulle idee della transmigrazione Eterna.

Se, come m'insegnò il mio maestro, Dio era giusto, perchè non v'era
alcuna distinzione tra i buoni e i cattivi? Finalmente venni alla
conclusione che la morte fosse soltanto il punto di separazione fra
i cattivi, che venivano abbandonati e puniti, e i fedeli che venivano
innalzati ad una vita più nobile; non il ricovero di Budda nè il riposo
negativo di Brahma, o Melchiorre; nè il soggiorno agli Elisi, ch'è
tutto ciò che il Cielo permette secondo la fede olimpica, o Gaspare; ma
vita — vita attiva, allegra, eterna. Vita assieme a Dio! — La scoperta
mi trascinò ad un'altra inchiesta. Perchè deve la verità esser tenuta
come un segreto a conforto egoista del clero?

Il motivo per tale segreto non v'era più. La filosofia ci aveva almeno
data la tolleranza. In Egitto avevamo Roma invece di Rameses. Un giorno
nel Bruccheio, il quartiere più bello e più abitato di Alessandria,
predicai. L'Oriente e l'Occidente mi diedero uditori. Studenti che
frequentavano la Biblioteca, sacerdoti del Serapeo, oziosi del Museo,
patroni dello stadio, paesani del Rhacotis, una folla, insomma, si
fermò per sentirmi.

Predicai su Dio, sull'anima, sul giusto e l'ingiusto e sul Cielo,
ricompensa alle vite virtuose. Voi, o Melchiorre, foste preso a
sassate: i miei uditori dapprima furono sorpresi, poi risero.

Parlai di nuovo ed essi mi fecero bersaglio di epigrammi, coprirono il
mio Dio di ridicolo ed offuscarono il mio paradiso collo scherno. Per
non dilungarmi troppo, io cedetti dinanzi a loro.» —

L'Indiano sospirò dicendo: — «L'uomo è nemico dell'uomo, o fratelli!» —
Balthasar riprese:

«Io pensai a lungo intorno alla ragione dell'insuccesso dell'impresa.

Rimontando il fiume, ad una giornata di viaggio dalla città, si trova
un villaggio di pastori e di orticultori; presi un battello e mi vi ci
recai. Sul far della sera chiamai a raccolta la popolazione, uomini e
donne, i poveri tra i poveri; tenni loro il medesimo discorso che avevo
tenuto nel Bruccheio: essi non risero.

Alla terza riunione, venne formata una società religiosa. Allora tornai
in città.

Andando alla riva del fiume, sotto le stelle che mi sembravano così
brillanti e vicine, mi venne quest'idea:

D'incominciare una riforma, di non andare nei palazzi dei grandi e
dei ricchi, bensì nei tuguri dei poveri e degli umili. Mi proposi
di sacrificare la mia vita. Come primo passo affittai le mie vaste
proprietà affinchè il reddito fosse certo aiuto ai sofferenti. Da quel
dì, o fratelli, peregrinai lungo il Nilo, nei villaggi, e presso tutte
le tribù, predicando un Dio, una vita retta, e la ricompensa in Cielo.
Feci del gran bene; non sta a me il dirlo. Io pure so che una parte del
mondo è pronta per ricevere Colui che noi andiamo a cercare.» —

Un rossore si diffuse sulle guancie abbronzate dell'oratore, ma passato
che fu, egli riprese:

— «Gli anni trascorsi così, o fratelli miei, furon tormentati da
un solo pensiero. Qualora morissi che diverrebbe, della causa
da me iniziata? Finirebbe con me? Avevo sognato tante volte di
un'organizzazione come della meta conveniente a coronare il mio lavoro.
Per non nascondervi nulla vi dirò che avevo provato a metterla ad
effetto, ma fallii. Fratelli, il mondo è ora in tali condizioni che
per ristorare la fede Mizraimica il riformatore deve avere di più
dell'umana sanzione; non deve venire solamente in nome di Dio, egli
deve avere le prove soggette alla sua parola; egli deve dimostrare
tutto ciò che dice, perfino Iddio. Così preoccupata è la mente di
miti e di sistemi, è tale l'affluire ovunque di false divinità in
terra, nell'aria, nel cielo, che il ritorno alla prima religione
non può compiersi che attraverso vie sanguinose, attraverso campi di
persecuzione; cioè come dire che i convertiti devono essere disposti a
morire piuttosto che disdirsi.

E chi, in quest'epoca, può portare la fede degli uomini a tal punto se
non Dio medesimo?

Per redimere la razza, non intendo dire di distruggerla; per
redimerla, Egli deve manifestarsi ancora una volta: Egli deve venire in
persona.» —

Un'emozione intensa s'impadronì di tutti e tre.

— «Non andiamo noi forse a cercarlo?» — esclamò il Greco.

— «Voi comprenderete perchè fallii nell'impresa d'organizzare —
disse l'Egiziano allorchè l'emozione fu passata. — Io non avevo
l'approvazione divina. Il sapere che il mio lavoro si sarebbe perduto
mi rendeva estremamente infelice. Io credevo nella preghiera, e, per
rendere le mie orazioni pure e forti, come voi, fratelli miei, mi
ritirai dal mondo abitato e cercai conforto nella solitudine.

Andai al di là della quinta cataratta, al di là dell'incontro dei
fiumi in Sennar, al di là di Bahr el Abiad, nella parte più sconosciuta
dell'Africa. In quei luoghi, una montagna celeste come il cielo, getta
una fresc'ombra su tutta la parte occidentale del deserto, e, con le
sue cascate di neve disciolta alimenta un vasto lago formatosi all'est
della sua base. Il lago è la sorgente del gran fiume.

Per più di un anno la montagna mi diede ricetto. I datteri mi
nutrirono: le preghiere sollevarono il mio spirito. Una sera andai
nell'orto vicino al lago e pregai così: — «Il mondo sta per morire.
Quando verrai? Perchè non potrò io vedere la Redenzione, o mio Dio?»
— L'acqua cristallina brillava al riflesso delle stelle. Una di esse
parve abbandonare il suo posto e innalzarsi alla superficie dove
diventò di uno splendore tale da abbagliare gli occhi. Poi si mosse
verso di me e si fermò sopra il mio capo, apparentemente a portata di
mano. Caddi a terra e mi coprii il viso. Una voce che non era terrena
mi disse: — «Le tue fatiche hanno vinto. Che tu sia benedetto, o
figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altri, venuti dalle
estreme parti del mondo, tu vedrai il Salvatore. Di buon mattino alzati
e va ad incontrarli e quando sarete giunti tutti alla città santa
di Gerusalemme, chiedete al popolo: «Dov'è colui ch'è nato Re degli
Ebrei? Poichè noi abbiamo veduto la sua stella sorgere dall'Est e siamo
inviati qui per adorarlo.» — Poni tutta la tua fiducia nello Spirito
che ti guiderà.» —

E la luce divenne per me una Rivelazione indubitabile e rimase mia
unica inspiratrice ed unica guida.

Essa mi condusse per la via del fiume a Memfi dove mi preparai ad
attraversare il deserto. Comperai il mio cammello e venni qua senza
riposarmi dalla via di Suez e Kufileh attraverso le pianure di Moab ed
Ammon. Iddio è con noi, o fratelli.» —

Egli fece una pausa; poi con prontezza insolita si alzarono tutti e si
guardarono.

— «Dissi che v'era un motivo che c'inspirava a dire in un certo modo
dei nostri popoli e delle loro tradizioni — proseguì. — Colui che
noi andiamo a cercare era chiamato Re degli Ebrei; con quel nome noi
dobbiamo chiedere di lui. Ma ora che ci siamo incontrati, che ci siamo
uditi, possiamo conoscerlo come Redentore, non solo degli Ebrei, ma
di tutte le nazioni della terra. Il Patriarca, che sopravvisse al
Diluvio, aveva seco tre figli, e le loro famiglie, dalle quali il
mondo fu ripopolato. Nella vecchia Ariana Vaêjo, la conosciutissima
regione di Siria nel cuor dell'Asia, essi si divisero. L'India e il
lontano Oriente ricevettero i figli del primo figlio; i discendenti del
minore, dal Nord, sbarcarono in Europa; quelli del secondo (attraverso
i deserti vicino al mar Rosso), passarono in Africa: e, sebbene per la
massima parte abitino ancora in tende nomadi, alcuni di essi divennero
edificatori di case lungo il Nilo.» —

I tre unirono le palme mossi da un medesimo impulso.

— «Potrebbe esservi alcunchè di meglio ordinato? di più chiaramente
divino?» — esclamarono ad una voce.

Balthasar continuò:

— «Quando avremo trovato il Signore, o fratelli, tutte le generazioni
venture s'inginocchieranno a lui in segno di omaggio, imitandoci. E
quando ci divideremo, per andar ognuno per la nostra via, il mondo avrà
imparato una nuova dottrina — e cioè che il Paradiso può esser meritato
non solo colla spada, non solo colla saggezza umana, ma bensì colla
Fede, coll'Amore, colle Opere Buone.» —

Vi fu un silenzio interrotto da sospiri e santificato con lagrime
poichè la gioia che li riempiva tutti era ineffabile.

Le loro mani si disgiunsero ed insieme si protesero fuor della tenda.
Il deserto era calmo come il cielo. Il sole tramontava rapidamente.
I cammelli dormivano. Poco dopo la tenda fu levata, e gli avanzi dei
viveri rimessi nelle casse; gli amici montarono in sella e s'avviarono
in fila diretti dall'Egiziano. Il loro cammino nella rigida notte
era rivolto all'occidente. I cammelli camminavano a trotto sicuro
mantenendo le distanze e la linea retta così esattamente che quelli
che seguivano parevano camminare sulle orme del capo. I cavalieri non
parlarono una sol volta durante il tragitto.

A poco a poco spuntò la luna. E mentre le tre bianche ed alte figure
avanzavano a passo silenzioso, sembravano, alla luce d'opale, spettri
in fuga dinanzi ad ombre odiose. Tutto ad un tratto, nell'aria, avanti
a loro, sulla cima di una bianca collina, scintillò una fiamma sottile;
mentre la guardavano l'apparizione si mutò in un fuoco di un immenso
splendore. I loro cuori batterono forte; le loro anime fremettero; essi
gridarono ad una voce sola:

— «La stella! La stella! Iddio è con noi!» —



CAPITOLO VI.


Ad oriente, nelle mura di Gerusalemme, si trovano le porte di Betlemme
e di Joppa. Il recinto che le circonda è uno dei posti più importanti
della città. Molto prima che Davide aspirasse a Sion, si trovava in
quel posto una cittadella. Quando il figlio di Jesse scacciò Jebusite,
e cominciò a fabbricare, la cittadella divenne l'estremità nord-ovest
della nuova mura, difese da una torre più imponente di quella antica.
Tanto il campo come la porta, non di meno, non furon toccati, per la
ragione che le strade le quali s'incontravano e si dividevano davanti
ad essi non potevan essere trasportate a nessun altro punto, mentre
il recinto che le circondava era diventato un vero centro di mercato.
Ai tempi di Salomone v'era in quella località gran traffico dovuto
in parte ai commercianti Egiziani e ai ricchi negozianti di Tiro e di
Sidone. Sono passati quasi tremila anni; eppure ancor oggi v'esistono
traccie di commercio. Un pellegrino in cerca di merce non ha che a
rivolgersi alla porta di Joppa. Qualche volta la scena riesce assai
animata e fa pensare che cosa dev'esser stato questo sito ai giorni di
Erode il Costruttore. Il lettore deve trasportarsi col pensiero a quei
tempi, e a quel mercato.

Secondo il Calendario degli Ebrei l'incontro degli uomini saggi,
descritto nei capitoli precedenti, ebbe luogo nel pomeriggio del 25º
giorno del terzo mese dell'anno, cioè il 25 di dicembre; l'anno era
il secondo della 193.ma Olimpiade o il 747 di Roma, il 67º di Erode
il Grande, ed il 35º anno del suo regno; il quarto prima dell'Era
Cristiana. L'ora del giorno, secondo il costume giudaico cominciava col
sole, la prima ora essendo la prima dopo il levar del sole; così, per
esser precisi, il mercato di Joppa, durante la prima ora del giorno,
era molto animato. Le porte massiccie eran state aperte fino dall'alba.

Il commercio sempre crescente aveva invaso anche un vicolo stretto
ed una corte sotto le mura della grande torre. Siccome Gerusalemme
è situata sulla parte montuosa del paese, l'aria del mattino era
piuttosto fredda. I raggi del sole, che promettevano di riscaldare
l'aria, si fermavano provocanti sui merli delle torri, dalle quali
s'udiva il tubare dei piccioni e lo stormire delle loro ali. Per far
conoscenza col popolo della città santa, e per comprendere le pagine
seguenti, sarà necessario di fermarsi alla porta e di passare in
rivista la scena.

Migliore opportunità di questa non può esser offerta per conoscere
il popolino. La scena appare, a tutta prima, una gran confusione, di
rumori, di colori e di cose. Questo avviene specialmente nel vicolo e
nella corte. Il terreno è selciato da larghe ed irregolari piastre che
ripercuotono il calpestìo ed il vocìo. Unendoci alla folla e prendendo
un po' di famigliarità cogli affari del mercato, ci sarà possibile di
fare l'analisi di questo popolo.

In un angolo, un asino, sonnecchiava sotto il peso dei panieri ricolmi
di lenticchie, di fagiuoli, di cipolle e di citrioli, provenienti
freschi dalle terrazze e dai giardini di Galilea. Quando non era
occupato a servire ai clienti, il padrone gridava, vantando ai
passanti la sua merce. Nulla di più semplice del suo costume: portava
dei sandali; aveva una greggia coperta incrociata su di una spalla
e fermata alla vita da una cintura di cuoio. Là vicino, assai più
imponente e grottesco, sebbene non così paziente come l'asino, stava
inginocchiato un cammello, ossuto, grigio, con dei lunghi, irti peli
rossicci sotto alla gola, il collo ed il corpo; e carico di ceste e di
scatole curiosamente accomodate su di un'enorme sella. Il proprietario
era un Egiziano piccolo e snello. La sua carnagione aveva preso il
colore delle strade polverose e delle sabbie del deserto. Portava uno
smunto _tarbooshe_, una blusa sciolta, senza maniche, senza cintura,
e cadente, larga, dal collo alle ginocchia. I suoi piedi erano nudi.
Il cammello, irrequieto pel carico, si lagnava, di quando in quando,
mostrando i denti, e l'uomo passeggiava, indifferentemente, in su ed
in giù, tenendo le briglie e vantando i suoi frutti freschi provenienti
dagli orti di Kedron: uva, datteri, fichi, mele e melagrane.

Ad un lato, ove la strada sboccava nella corte, eran sedute delle donne
colle spalle rivolte al muro. Il loro abito era quello comune alla
classe più modesta del paese; una veste di tela che s'estendeva per
tutta la lunghezza della persona, leggermente attillata alla vita, ed
un velo abbastanza ricco perchè, dopo aver coperto la testa, potesse
avvolgere le spalle. La loro merce era contenuta in una quantità di
vasi di terra come quelli tuttora adoperati in Oriente per trasportare
l'acqua dei pozzi, ed in bottiglie di pelle. In mezzo ai vasi e alle
bottiglie, rotolando sul terreno sabbioso, noncurante della folla e del
freddo, giuocava, spesso in pericolo, ma incolume, una mezza dozzina
di bambini, seminudi, coi corpi abbronzati, e che cogli occhi neri
lucenti come perle nere, e i folti capelli neri attestavano il sangue
d'Israele. Qualche volta le madri mostravano i visi liberi dai loro
veli e con ostentazione gridavano la propria merce: nelle bottiglie
vino, nei vasi bevande spiritose. Le loro preghiere si perdevano
di solito tra il frastuono generale esse ricavavano un ben meschino
guadagno a cagione dei molti concorrenti: uomini tarchiati, dalle gambe
nude, dalle tuniche sudicie, dalla barba lunga, erranti di qua e di là
colle bottiglie legate dietro le spalle, gridando: «vino dolce! uva di
Engaddi!»

I venditori di uccelli non fanno meno chiasso — colombe, anitre, spesso
usignuoli, ma più di frequente piccioni, sono venduti ai compratori
che, ricevendoli, non pensano alla vita pericolosa di coloro che li
prendono, arrampicandosi sulle più alte rupi, sospesi ora all'orlo dei
precipizi colle mani e coi piedi, e ora dondolanti in una cesta fra i
crepacci delle montagne. Confusi con essi, dei merciaiuoli ambulanti
di gioielli, uomini furbi, vestiti di scarlatto e di bleu, con dei
turbanti bianchi, e coscienti dell'abbaglio che produce un nastro colla
lucentezza dell'oro, o un braccialetto, o una collana, o un anello
per le dita o pel naso; girovaghi venditori d'utensili domestici,
venditori di vesti, venditori al minuto d'unguenti per ungere i corpi
delle persone, venditori insomma di qualsiasi articolo sì di lusso che
d'uso, i quali tirando, qua e là con forza delle corde, ora con grida,
ora con lusinghe, s'affaticavano; venditori d'animali, asini, cavalli,
vitelli, pecore, capre belanti, e goffi cammelli; animali di tutte le
specie eccettuato il maiale, che era proibito dalle leggi ebraiche.
Tutte queste scene potevano vedersi, a ogni piè sospinto per l'antico
mercato.



CAPITOLO VII.


Fermiamoci alla porta, appena fuori di essa, dove la gente affluiva e
donde partiva; guardiamo ed ascoltiamo aprendo bene occhi ed orecchie.

Giungiamo proprio in tempo opportuno! Ecco due uomini ragguardevoli che
si avanzano in modo da esserci bene in vista.

— «Dio, come fa freddo!» — diceva uno di essi ch'era ricoperto d'una
gagliarda armatura e portava sul capo un elmo di rame e sul petto
una corazza lucente. — «Come fa freddo! ti ricordi, mio caro, quel
sotterraneo nel Comitium, che la storia dice servire d'entrata al mondo
intero? Per Plutone! Io potrei fermarmi lì questa mane, finchè mi sono
scaldato!» —

L'individuo interrogato lasciò cadere il cappuccio del suo mantello
militare, e, scoprendo il viso, rispose con un sorriso ironico: — «Gli
elmi delle legioni che vinsero Marco Antonio eran ricoperti di neve
Gallica; ma tu — mio povero amico — sei appena giunto dall'Egitto ed
hai ancor vivo il ricordo dell'estate.» —

Dette queste parole sparvero entrando in città. Quando anche non
avessero parlato, dall'armatura e dal passo pesante, si sarebbero
giudicati soldati romani. Dietro ad essi veniva un Ebreo, magro di
statura, dalle spalle ricurve, vestito d'una tonaca rossa; gli occhi e
il viso erano ombreggiati dalla lunga capigliatura scomposta. Egli era
solo. Quelli che l'incontravano ridevano, se non facevano di peggio,
perchè egli era un Nazzareno appartenente alla setta spregevole che
rifiutava i Libri di Mosè e si dedicava ai riti e non si tagliava i
capelli mentre duravano i voti. Mentre questa abbominevole figura
si allontanava, avveniva un improvviso tumulto nella folla che si
divideva prontamente a destra e a sinistra con pungenti esclamazioni.
Cagione di ciò era un individuo che lineamenti e costume rivelavano
Ebreo. Il suo mantello di tela bianca, era allacciato al collo con dei
cordoni di seta gialla svolazzanti liberamente sulle spalle; il suo
abito riccamente ricamato, una fusciacca rossa con frangie d'oro gli
girava parecchie volte intorno alla vita; la sua fisonomia era calma,
egli sorrideva anche a coloro che in modo rozzamente frettoloso, gli
facevano largo. Un lebbroso? No; egli era solo un Samaritano. La folla
che si allontanava, se interrogata, avrebbe risposto che egli era un
mulatto, un assiro; il solo contatto del suo abito era così ripugnante
che un Israelita, nemmeno se in agonia, avrebbe a prezzo di tale
contatto accettata la vita. Quando Davide pose sul monte Sion il suo
trono col solo aiuto di Giuda, le dieci tribù si stabilirono a Sheckem,
una città molto più vecchia e a quel tempo infinitamente più ricca
di sacre memorie. L'unione finale delle tribù non acquetò la disputa
cominciata. I Samaritani difendevano i loro tabernacoli per Gerizim
e mentre sostenevano superiore la loro santità, ridevano degli irati
dottori di Gerusalemme. Il tempo non mitigò il loro odio. Sotto Erode
la conversione alla fede era aperta a tutto il mondo eccetto che ai
Samaritani. A loro soli era proibita assolutamente, e per sempre, la
comunanza cogli Ebrei.

Mentre il Samaritano si incamminava sotto l'arco della porta di là
uscirono tre uomini così diversi da tutti quelli da noi finora veduti.

Essi erano di una statura straordinaria, e di una straordinaria
complessione; i loro occhi erano azzurri e la loro carnagione tanto
delicata che il loro sangue traspariva attraverso la pelle come azzurre
pennellate; i loro capelli pure chiari e corti, le teste piccole e
rotonde, riposavano ferme sui colli come tronchi d'albero, tuniche di
lana aperte sul petto, senza maniche, fermate con una larga cintura,
avvolgevano il loro corpo lasciando scoperte le braccia e le gambe
talmente forti che si sarebbero dette di gladiatori; e quando vi
aggiungessimo i loro modi trascurati, confidenziali ed insolenti,
non ci meraviglieremo che il popolo lasciasse loro il passo, si
fermasse e si voltasse addietro dopo che erano passati per dar loro
un'ultima occhiata. Erano giuocatori nell'arena, lottatori, corridori,
pugillatori, schermidori, professionisti sconosciuti nella Giudea prima
della venuta dei Romani, i quali, eccettuato il tempo che dedicavano
all'addestrarsi e al gironzolare pei giardini reali, si facevano vedere
seduti in compagnia delle guardie alla porta del palazzo, o forse erano
ospiti provenienti dalla Cesarea, Sebaste o Gerico, dove Erode, più
Greco che Ebreo, e con tutto l'amore di un Romano amante di giuochi e
di spettacoli sanguinosi, aveva fabbricato vasti teatri e vi teneva ora
delle scuole di scherma come quelle d'uso nelle provincie galliche, o
nelle tribù slave del Danubio.

— «Per Bacco! — esclamò uno di essi, portando il pugno all'altezza
della spalla — i cranî degli avversarî non hanno lo spessore di un
guscio d'ovo!» —

Lo sguardo brutale che accompagna quel gesto ci disgusta e noi siamo
lieti di rivolgerci a qualche cosa di più piacevole.

Di rimpetto a noi sta un banco di frutta. Il proprietario è calvo, ha
il viso lungo e un naso fatto a guisa del becco di un falco. È seduto
sopra un tappeto disteso sulla sabbia e volge le spalle al muro; sopra
la sua testa pende una misera tenda; intorno a lui, alla mano, disposti
sopra piccoli sgabelli, stanno scatole piene di mandorle, uva, fichi e
melegrane. Gli si avvicina un uomo che non possiamo a meno di guardare,
ma per ben altra ragione di quella che ci fece alzare gli occhi sui
gladiatori: egli è veramente bello, un bellissimo Greco. Una corona di
mirto alla quale sono ancora attaccati pallidi fiori e bacche mature,
gli tiene fermi i capelli e circonda le sue tempia. La sua tunica
scarlatta è fatta di una morbida stoffa di lana; sotto alla cintura di
cuoio di bufalo, allacciata davanti da una fibbia d'oro lucente, gli
cade la sottana fino alle ginocchia con profonde pieghe e guarnizioni
dello stesso metallo; una sciarpa, pure di lana, mista di bianco e di
giallo, gli circonda il collo. Le braccia e le gambe sono scoperte,
sono bianche come l'avorio, d'un candore che rivela l'uso continuo di
bagni, d'olio, di spazzole e di forbici. Il venditore, fermo al suo
posto, si piega in avanti, e alzando le mani, colle palme all'ingiù e
le dita distese.

— «Che hai questa mattina, o figlio di Pafo?» — gli domandò il giovane
Greco guardando più alle scatole che al Cipriotto. — «Io ho fame; che
hai da colazione?» —

— «Frutta genuine del Pedio, come ne fanno uso solo i cantanti di
Antiochia ogni mattina per rinforzare la loro voce» — rispose il
venditore in tono lento e nasale.

— «Non me ne importa un fico dei cantanti di Antiochia» — esclamò il
Greco. — «Tu sei, come sono io, un adoratore di Afrodite, quindi ti
assicuro che le loro voci sono fredde come il vento del Caspian. Vedi
tu questa cintura? è un regalo della grande Salomè.» —

— «La sorella del Re!» — esclamò il Cipriotto con un altro inchino.

— «È di un gusto regale e ammirevole. E perchè no? Essa è più greca del
Re. Ma... la mia colazione? Ecco il tuo danaro. Rame rosso di Cipro.
Dammi dell'uva e...» —

— «Non vuoi anche dei datteri?» —

— «Non sono arabo.» —

— «Neppure dei fichi?» —

— «Questo sarebbe come prendermi per un Ebreo. No, solo dell'uva
desidero. Per i Greci nulla vi è di migliore del vino.» —

Questo cantore azzimato, in mezzo alla confusione del mercato è
una figura che difficilmente si dimentica, ma, come per sfidarci
al paragone, un'altra persona lo segue destando tutta la nostra
meraviglia.

Egli s'avanza piano piano, colla testa bassa; si ferma ad intervalli,
rivolgendo gli occhi al cielo, come per pregare. Un simile tipo non può
trovarsi che in Gerusalemme. Appesa ad un nastro che gli tiene fermo
il mantello sporge sulla fronte una busta di pelle, di forma quadrata;
un'altra uguale è legata da una fettuccia al braccio sinistro, gli orli
del suo abito sono ornati di una frangia alta: e da questi indizi, dal
suo costume e dall'odore di santità intensa che si diffonde intorno
a lui, lo riconosciamo per un Fariseo di una società religiosa, una
setta politica, il cui bigottismo e il cui potere porteranno in breve
tempo molti dispiaceri al mondo. La folla è assai densa al di là delle
porte sulla strada di Joppa. Lasciando il Fariseo siamo attratti da
alcuni gruppi di persone, le quali, ad agevolare il nostro studio, se
ne stanno opportunamente in disparte. Vediamo, primo fra essi, un uomo
di nobile aspetto, dalla carnagione chiara e fine, dagli occhi neri
e lucenti, dalla barba lunga ed abbondante, ricco d'unguenti, vestito
riccamente in modo adatto alla stagione. Teneva in mano un bastone e
portava sospeso al collo, per mezzo di un cordone un grande sigillo
d'oro. Era scortato da parecchi servi; alcuni di essi portavano delle
piccole spade alle cinture, e, quando gli rivolgevano la parola, lo
facevano col massimo rispetto.

Il resto della carovana consisteva in due Arabi genuini, magri come un
filo, col viso abbronzato, colle guancie infossate, e cogli occhi d'una
lucidezza quasi malvagia; sopra alla loro testa portavano dei rossi
_tarbooshes_; sopra i loro _abas_, avviluppanti la spalla sinistra ed
il braccio destro, delle coperte di lana. C'era un gran contrattare
perchè gli Arabi stavano vendendo i cavalli offrendoli con tutto il
loro ardore e con voci squillanti. Il personaggio elegante lasciava
parlare i suoi servi, di quando in quando rispondeva con gran dignità;
ad un tratto, scorgendo il Cipriotto, si fermò e comprò dei fichi.

Se dopo che l'intera compagnia ha passata la porta vicino al Fariseo
noi ci portiamo dal venditore di frutta, egli ci racconterà con grandi
reverenze come lo straniero fosse un Ebreo, uno dei principi della
città che ha viaggiato ed imparato a distinguere la differenza che
passa tra l'uva comune di Siria e quella di Cipro.

E così, fin verso mezzodì, e qualche volta più tardi, vi è costante
corrente d'affari alla porta di Joppa, affari d'ogni sorta, che fanno
intervenire al mercato rappresentanti di ogni tribù di Israele,
di tutte quelle sette fra cui l'antica fede è stata suddivisa e
frazionata, di tutte le religioni e le divisioni sociali, di tutta la
plebe avventurosa, che, gaudente e tumultuante, gozzoviglia alle spalle
d'Erode e dei Cesari suoi successori.

In altre parole, Gerusalemme, ricca nella storia sacra, più ricca nelle
sacre profezie, — la Gerusalemme di Salomone, nella quale l'argento era
abbondante come le pietre, e i cedri numerosi come i siccomori della
valle — non era che una copia di Roma, un centro di pratiche profane,
una sede di potere pagano. Un re Ebreo indossò un giorno vestiti
sacerdotali ed andò nel Tempio a offrire incenso. Ne venne fuori un
lebbroso; ma, nell'epoca della quale parliamo, Pompeo entrò nel tempio
di Erode ed anche nell'ehal, e sortì senza timore, non trovando che una
stanza vuota, e di Dio non una vestigia.



CAPITOLO VIII.


Torniamo alla corte descritta come parte del mercato della porta
di Joppa. Erano le tre di giorno e parecchia gente era andata via;
nondimeno la folla continuava ad accorrere senz'alcun'apparente
diminuzione. Dei nuovi venuti, v'era un gruppo laggiù vicino alla
parete, composto di un uomo, una donna e un asino, gruppo che meritava
di essere notato. L'uomo era vicino alla testa dell'animale e teneva in
mano una redine di cuoio appoggiandosi sopra un bastone che sembrava
fosse stato scelto per il doppio uso di pungolo e di sostegno; il suo
abito era come quello degli Ebrei che gli erano attorno, eccetto che
aveva l'apparenza d'essere nuovo. Il mantello lo ravvolgeva fino alla
testa, e la veste, che copriva la sua persona dal collo alle calcagna,
era, probabilmente, quella ch'ei soleva indossare alla Sinagoga nei
giorni festivi. Il viso però era scoperto e dimostrava una cinquantina
d'anni, ciò che confermava il grigio screziante la sua barba nera.
Guardava intorno a sè, per metà curioso e per metà smarrito, come un
forestiere od un provinciale.

L'asino mangiava tranquillamente una bracciata d'erba della quale vi
era abbondanza al mercato. Il suo naturale restìo non ammetteva che lo
si disturbasse e non si rammentava già più della donna seduta sul suo
dorso e accoccolata sulla sella imbottita. Una veste di stoffa di lana
scura copriva completamente la persona di lei, mentre un bianco velo
le adornava il capo ed il collo. Ogni tanto, spinta dalla curiosità di
vedere e di sentire qualche cosa, ella si tirava da parte il velo, ma
così poco che il volto non restava del tutto visibile.

Finalmente vi fu chi si accostò all'uomo e gli chiese:

— «Non siete voi Giuseppe da Nazareth?» —

Chi lo interrogava gli stava proprio vicino.

— «Così mi chiamo — rispose Giuseppe voltandosi con gravità. — E voi?
Ah! pace sia con voi, amico mio, Rabbi Samuele!» —

— «Lo stesso v'auguro anch'io». —

Il Rabbi si fermò guardando la donna, poi aggiunse:

— «Pace a voi, alla vostra casa, e ai vostri servi». —

Ciò detto egli si mise una mano sul petto, e abbassò il capo in segno
di saluto verso la donna, che, vedendolo, aveva già sollevato il velo
abbastanza per lasciar scorgere un viso d'adolescente. Giuseppe e il
Rabbi si porsero le destre come per avvicinarle vicendevolmente alle
labbra; però, all'ultimo momento, le mani si lasciarono e ognuno baciò
la propria, portando poi le palme alla fronte.

— «V'è così poca polvere sopra i vostri abiti — disse il Rabbi,
famigliarmente, che arguisco voi abbiate passata la notte in questa
città dei nostri padri.

— «No, — rispose Giuseppe, — poichè non potendo arrivare che a
Betania prima che sopraggiungesse la notte rimanemmo laggiù nel Khan e
ripigliammo il cammino allo spuntar del giorno». —

— «Il viaggio che dovrete fare sarà lungo allora; non sarà terminato a
Joppa spero». —

— «No, terminerà a Betlemme». —

Il contegno del Rabbi, prima aperto ed amichevole, divenne chiuso e
minaccioso, ed egli emise una specie di grugnito anzichè tossire come
di consueto.

— Sì, sì, capisco — diss'egli. Voi siete nato a Betlemme e vi ci recate
con vostra figlia per esser computati fra i pagatori di tasse come
ordinò Cesare. I figli di Giacobbe sono come erano le tribù in Egitto:
solo essi non hanno nè un Mosè nè un Giosuè. Come son decaduti i
possenti!» —

Giuseppe rispose senza scomporsi:

— «La donna non è mia figlia». —

Ma il Rabbi s'era infatuato in politica e proseguì senza notare la
spiegazione:

— «Cosa stanno facendo i fanatici laggiù nella Galilea?» —

— «Io sono un falegname, e Nazareth è un villaggio — disse Giuseppe
prudentemente. — La strada sulla quale si trova il mio banco di operaio
non è una via che conduce ad alcuna città. Spaccando e segando assi non
trovo tempo per prender parte alle discussioni dei partiti».

— «Ma voi siete un Ebreo» — disse con serietà il Rabbi — e siete
un'Ebreo discendente di Davide. Possibile che voi possiate trovar
piacere nel pagar qualsiasi tassa all'infuori del siclo dato per antico
costume a Jeova?» —

Giuseppe si mantenne calmo.

— «Io non mi lamento» — continuò l'altro — dell'aumento della tassa.
Un denario è una bagatella. È l'imposizione che io ritengo un'offesa.
Che cos'è il pagarla se non una sottoscrizione alla tirannia? Ditemi:
è vero che Giuda pretende esser il Messia? Voi vivete fra i suoi
seguaci.» —

— «Io intesi dire dai suoi seguaci ch'egli era il Messia.» —

Il velo della donna si alzò con rapidità e per un secondo tutto il suo
volto fu visibile. Gli occhi del Rabbi si volsero verso di lei e fecero
in tempo a vedere un sembiante di rara bellezza, reso più attraente da
uno sguardo di intenso interesse; ma un lieve rossore si sparse per le
sue gote e sulla sua fronte ed il velo tornò a coprirla agli occhi dei
curiosi.

Colui che discorreva di politica dimenticò il suo tema favorito.

— «Vostra figlia è avvenente» — disse parlando quasi fra sè.

— «Non è mia figlia» — replicò Giuseppe.

La curiosità del Rabbi era aumentata; accortosene il Nazareno si
affrettò a soggiungere.

— «Essa è figlia di Ioachim e d'Anna di Betlemme dei quali avrete
almeno udito parlare, poichè erano gente di gran fama.» —

«Sì, — rimarcò il Rabbi rispettoso — ne ho udito parlare. Erano
discendenti in linea retta da Davide e li conobbi, assai bene.» —

— «Ebbene ora sono morti» — procedette il Nazareno. «Morirono a
Nazareth. Ioachim non era ricco, pure lasciò una casa e un giardino da
dividersi tra le sue figlie, Marianna e Maria. Queste è una delle due
figlie, e per salvare la sua parte di proprietà, la legge l'obbligò a
sposare un prossimo parente. Adesso essa è mia moglie.» —

— «E voi eravate suo parente?» —

— «Ero suo zio.» —

— «Comprendo. E siccome siete nati a Betlemme così Cesare vi
obbliga a condurre colà vostra moglie per computarla tra le persone
tassabili.» —

Il Rabbi giunse le mani e guardò sdegnosamente il cielo esclamando:

— «Il Dio d'Israele vive ancora! La vendetta è sua!» —

Detto ciò si voltò e bruscamente partì. Un forestiero lì vicino,
osservando lo sbigottimento di Giuseppe, disse tranquillamente:

— «Il Rabbi Samuele è un fanatico. Giuda stesso non è più
feroce.» —

Giuseppe non volendo parlare con quell'uomo, finse di non sentire
e si affacendò a raccogliere il fascio d'erba che l'asino aveva
sparpagliato; poi s'appoggiò al suo bastone, aspettando.

Dopo un'oretta la comitiva oltrepassò il cancello, e, voltandosi
a sinistra, prese la via che conduce a Betlemme. La discesa della
valle di Hinnom era abbastanza scoscesa, ed era adorna qua e là,
di olivi selvatici. Con molta sollecitudine e tenerezza il Nazareno
camminava a fianco della donna tenendo nelle mani la cinghia di cuoio
del somarello. Alla loro sinistra, a sud est, attorno al Monte Sion,
sorgevano le mura della città, e alla loro destra si vedevano delle
ripide colline che formavano i confini della valle.

Lentamente passarono il basso stagno del Gihon nel quale il sole
rifletteva l'ombre rimpicciolite dei colli, e procedettero adagio
adagio tenendosi paralleli all'acqua dallo stagno di Salomone sino al
luogo ove era un casino rustico, luogo detto oggi Colle del Cattivo
Consiglio. Giunti colà principiarono a discendere verso il piano di
Refraim. Il sole riverbava i suoi raggi fortissimi sulla facciata della
famosa località e al bacio dei suoi raggi Maria lasciò cader addietro
il velo e scoprì il capo.

Giuseppe le raccontò la storia dei Filistei qui sorpresi nel campo
da Davide. Ma nel suo racconto era minuzioso e parlava dandosi
un'aria solenne e modi che parevano quelli di uno sciocco. Ella
non lo ascoltava sempre. Tanto per mare che per terra gli Ebrei,
ove s'incontrino, sono riconoscibili. Il tipo fisico della razza è
stato sempre il medesimo; però, fra individuo e individuo, vi sono
delle dissomiglianze. Il figlio di Jesse ci fu descritto rubicondo e
bellissimo di aspetto. Gli uomini, d'allora in poi, si regolarono su
quel tipo per giudicare gli Ebrei e dalla fisonomia dell'antenato,
pretesero di conoscere quella dei discendenti. Così tutti i nostri
Salomoni hanno bei visi e capelli e barba castagna, quando sono
all'ombra, e color d'oro quando sono al sole. Così ci fanno credere
che fossero le ciocche di Assalonne, il prediletto di Davide. E, non
essendovi una storia autentica, la tradizione ci ha detto non meno
bene di lei della quale discorriamo ora e che seguiremo nella città del
biondo re che fu così bello.

Ella non aveva più di quindici anni. Le sue fattezze, la sua voce e
i suoi modi eran quelli tra la fanciullezza e l'età dello sviluppo.
Il suo viso era di un'ovale perfetto; la sua carnagione più chiara
che bella; il naso regolare; le labbra, leggermente dischiuse, erano
rosse come fragole mature, dando alla bocca ardore e tenerezza; gli
occhi erano celesti e grandi, dalle lunghe palpebre, e dalle lunghe
ciglia, ed in armonia con tutto ciò un volume immenso di capelli d'oro,
tenuti nel modo concesso alle giovani spose Ebree, spioventi cioè per
la vita sino a toccar la sella sulla quale essa sedeva. La gola ed
il collo erano morbide, lanuginose, come talvolta si può osservare
in alcune donne, e che mettono in un'artista il dubbio se si tratti
di un effetto di linee o di colori. Aveva anche altre indefinibili
bellezze, ad esempio un'aria di purezza che solo un'anima angelica
può dimostrare, e un certo che di etereo che sembrava non poter essere
toccato da mani mortali. Spesso, aveva le labbra tremule, e sollevava
i begli occhi al cielo, divenuto anch'esso più chiaro; o incrociava,
le mani sul petto come in atto di adorazione o di preghiera o alzava
il capo come chi ascolta attento una voce che chiami dall'alto. Ogni
tanto, interrompendo le sue noiose narrazioni, Giuseppe si voltava a
guardarla, e, ammirando l'espressione del suo viso irraggiato di luce,
dimenticava i suoi ragionamenti, e, chinando il capo, fantasticando,
continuava a camminare.

Così essi terminarono di percorrere la gran pianura e infine
raggiunsero il colle Mar Elias, dal quale, attraverso la valle,
ammirarono Betlemme. Là si fermarono e riposarono, mentre Giuseppe
indicava a Maria i luoghi sacri. Poi scesero nella valle e andarono
ad un pozzo che recava istoriato uno dei meravigliosi fatti d'armi di
Davide. Lo spazio angusto era pieno di gente e di animali. Giuseppe
ebbe il dubbio, se la città fosse così affollata, che la gentile sua
compagna, avesse potuto trovarvi ricovero. Senza por tempo in mezzo
egli corse avanti, passò la colonna marmorea che indicava la tomba di
Rachele, e, pel versante fiorito, non salutando alcuna delle persone
che incontrò per via, continuò a correre finchè si fermò davanti alla
porta del Khan che allora era fuori dalle mura del villaggio vicino a
un crocicchio di strade.



CAPITOLO IX.


Per capire a fondo ciò che accade al Nazareno il lettore deve
ricordarsi che le taverne dell'Oriente eran ben diverse da quelle
dell'occidente. Esse erano dai Persiani chiamate Khan e fatte nel
modo più semplice; erano recinti chiusi, senza casa o tetto, spesso
privi di un cancello o d'una porta. Le loro abitazioni erano scelte a
seconda dell'ombra, della sicurezza, o della possibilità di attinger
acqua. Tali erano le taverne che ripararono Giacobbe allorchè andò in
Paden Aran per cercarvi moglie. Simili a quella possono oggi vedersene
delle altre nelle oasi del deserto. Però alcune di esse, in ispecie
quelle sulla strada che divideva due grandi città, come Gerusalemme ed
Alessandria, erano edifici principeschi che constatavan la pietà dei
Re che li avevano fabbricati. Solitamente però non erano che la casa
od il podere di uno sceicco nei quali, come in quartieri generali,
egli conduceva la sua tribù. L'ospitare i viaggiatori era l'ultimo dei
loro usi; erano mercati, fattorie, e fortezze; luoghi d'assemblea, ed
abitazioni per i mercanti ed artigiani, come luoghi di ricovero per i
viandanti vagabondi e sorpresi dalla notte. La conduzione di questi
alberghi colpiva singolarmente i forestieri. Non v'era nè oste nè
ostessa, nè cameriere, nè cuoco, nè cucina; nè guardiano alla porta.
Gli ospiti che arrivavano, vi dimoravano quanto volevano. Ma bisognava
che si portassero con sè i cibi e gli utensili da cucina oppure che li
comperassero dai venditori del Khan. La stessa regola valeva pel letto
e per il foraggio per le bestie. Acqua, ricovero, riposo e protezione
eran tutto ciò che si poteva richiedere dal proprietario, ed era
gratuito. La pace della Sinagoga era talvolta disturbata da disputanti
schiamazzatori, ma quella dei Khan mai. Le case e tutte le loro
attinenze erano sacre: un pozzo non lo era di più.

Il Khan, a Betlemme, davanti al quale Giuseppe e sua moglie si
fermarono, era un buon esemplare della sua specie, non essendo nè molto
primitivo nè molto principesco. L'edifizio era puramente orientale;
cioè era un blocco quadrangolare di pietre greggie ad un solo piano,
col tetto piatto, esternamente non interrotto da alcuna finestra, con
una sola entrata principale, un portone fatto a volta, dal lato est o
facciata. La strada era così vicina alla porta che la polvere copriva
per metà l'architrave. Un riparo fatto di roccie cominciava all'angolo
sud-est del fabbricato, si estendeva per molti metri giù pel pendìo, ad
un punto del quale si divideva all'ovest verso un promontorio di pietra
calcarea, formando ciò ch'è più essenziale ad un Khan ragguardevole,
cioè una sicura staccionata per gli animali. In un villaggio come
Betlemme, siccome non v'era che uno sceicco, non ci poteva essere
più di un Khan; e sebbene nato in quel luogo, il Nazareno, dopo aver
a lungo vissuto altrove, non aveva alcun diritto ad ospitalità nella
città. Inoltre, l'enumerazione per la quale egli veniva poteva essere
lavoro di settimane o di mesi. I legati Romani, nelle provincie, erano
conosciuti per pigri, e, mettere sè stesso e la moglie per un periodo
così incerto a carico di conoscenti o di parenti, non era possibile.
Così, prima di avvicinarsi alla gran casa, mentre saliva il versante,
cercando nei posti più scoscesi di sollecitare l'asino, il timore di
non poter trovare da accomodarsi nel Khan divenne una dolorosa ansietà,
perchè egli trovò la via affollata di uomini e di ragazzi, che, con
gran chiasso, spingevano il loro bestiame, cavalli e cammelli, su e
giù per la valle, alcuni per abbeverarli, altri alle vicine caverne.
Ed allorchè si avvicinò, il timore non si mitigò scoprendo una folla
che stipava la porta dello stabile, mentre l'attiguo recinto, largo
com'era, sembrava già pieno.

— «Noi non possiamo arrivare alla porta. — disse Giuseppe col suo
parlare lento — fermiamoci qui e cerchiamo di sapere, se possiamo, ciò
che è accaduto.» —

La moglie, senza rispondere, tranquillamente si tirò indietro il velo.

L'aspetto affaticato che prima mostrava il suo viso mutò, assumendo un
che di interessante.

Ella si trovò vicino ad un gruppo di persone che non potean esser altro
che un oggetto di curiosità per lei, benchè fosse abbastanza frequente
il ritrovarne nei Khan comuni agli stradoni che le gran carovane
solevano attraversare. V'erano uomini a piedi che correvano di qua e di
là parlando con voce stridula e in tutte le lingue di Siria; uomini a
cavallo che urlavano; uomini sui cammelli; uomini che si affaticavano
dietro ai buoi infuriati e alle pecore impaurite; uomini che vendevano
pane e vino; e, fra la moltitudine, una turba di ragazzi apparentemente
a caccia di una muta di cani. Tutti e tutto sembravano muoversi nel
medesimo tempo. Forse la bella spettatrice era troppo stanca per
esser a lungo attratta da quella scena; dopo un po' ella sospirò e si
accomodò sul suo cuscino, e, come se fosse un ora di pace e di riposo,
o in aspettativa di qualcuno, guardò lontano al sud e alle alte rupi
del monte del Paradiso, che eran leggermente arrossate dal sole che
tramontava.

Mentre ella stava guardando un uomo si spinse fuori della folla
e fermandosi vicino all'asino osservò, incuriosita, il gruppo. Il
Nazareno gli chiese:

— «Poichè io sono ciò che credo voi siate, buon amico, — un figlio di
Giuda — posso domandarvi la causa di questo assembramento?» —

Lo straniero si voltò bruscamente, ma, visto l'aspetto solenne di
Giuseppe, fu così compreso della sua profonda, lenta voce e dal suo
discorso che alzò la mano in cenno di saluto e rispose:

— «Pace sia con voi, o Rabbi! Io sono un figlio di Giuda e vi
risponderò. Abito in Beth-Dagon che, voi sapete, è ciò che una volta
era la terra della tribù di Dan.» —

— «Sulla via fra Joppa e Modin — interruppe Giuseppe.» —

— «Oh voi siete stato in Beth-Dagon — disse l'uomo raddolcendo sempre
più il suo viso. — Che persone girovaghe siamo sempre noi, figli di
Giuda! Son parecchi anni che manco dal luogo — il vecchio Ephrath
come lo chiamava nostro padre Iacob. Ci ritorno ora che si è diffuso
l'editto che richiede agli Ebrei d'esser computati per le tasse
nella città della loro nascita. Questo è ciò che vengo a far qui,
Rabbi.» —

Il viso di Giuseppe rimase impassibile mentre osservò:

— «Io pure venni per questo con mia moglie.» —

Lo straniero lanciò uno sguardo a Maria e tacque. Ella guardava in
alto, verso la nuda cima del Gedor. Il sole accarezzò il suo viso
rivolto all'insù e le illuminò gli occhi; sulle sue labbra dischiuse
corse un fremito. In quel momento tutta l'umanità della sua bellezza
sembrava purificata: ell'era come sono immaginati da noi coloro che
siedono vicino alle porte del Cielo. I Beth-Dagon videro l'originale di
ciò che secoli dopo divenne una visione pel genio di Sanzio il divino e
lo rese immortale.» —

— «Di che cosa stavo parlando? Ah! ora mi ricordo. Stavo per dire che
allorquando udii dell'ordine di venir qui andai in collera. Ma pensai
poi alla vecchia collina, alla città e alla valle sovrastante alla
profondità del Kedron; ai vigneti e agli orti e ai campi di grano,
fruttiferi fin dai giorni di Booz e di Ruth; alle montagne conosciute —
Gedor qua — Gibeah un po' più lontano e Mar Elias là — che, quando ero
ragazzo, erano per me i confini del mondo; perdonai i tiranni e venni
— io con Rachele, mia moglie — e Deborah e Micol le nostre rose di
Sharon.» —

L'uomo si fermò di nuovo guardando bruscamente Maria, che ora lo
guardava e lo ascoltava.

Poi disse: — «Rabbi, non vorrebbe vostra moglie andar dalla mia?

La potete veder laggiù coi bambini, sotto all'olivo, allo svolto della
strada.

Vi accerto — egli si voltò verso Giuseppe e parlò in tono sicuro — che
il Khan è pieno. È inutile chiederlo alla porta.» —

La volontà di Giuseppe era malferma e la sua mente vagolava nel vuoto;
egli esitò ma rispose:

«L'offerta è gentile. Che vi sia o no posto per noi nella casa verremo
a trovar la vostra famiglia. Lasciatemi discorrere col portinaio. Torno
subito.» —

E mettendo le redini nelle mani dello straniero si spinse fra la folla
rumorosa. Il portinaio sedeva sopra un ceppo di cedro fuor della porta.
Al muro, dietro di lui, stava appesa una freccia. Un cane gli era
accovacciato vicino, sul ceppo.

— «La pace di Jeova sia con voi» — disse Giuseppe, finalmente,
affrontando il portinaio.

— «Ciò che dite vi sia ricambiato e qualora lo sia si moltiplichi molte
volte per voi e per i vostri figli — replicò il guardiano gravemente,
però senza muoversi.

— «Io son di Betlemme — disse Giuseppe nel modo più calmo — non vi
sarebbe posto per me?» —

— «Non ce n'è più.» —

— «Voi avrete udito parlare di me, Giuseppe di Nazareth. Questa è la
casa dei miei padri. Io son discendente di Davide.» —

Queste parole davano speranza al Nazareno. Se gli fallivano, sforzi
ulteriori sarebbero stati vani, anche quelli dell'offerta di molti
sicli. L'essere un figlio di Giuda era una cosa grande nell'opinione
della stessa tribù ma l'esser della casa di Davide era anche cosa
maggiore; su lingua di Ebreo non vi poteva esser vanto più fiero.
Mille anni e più erano trascorsi da che il pastore fanciullo era
divenuto successore di Saul e aveva fondato una famiglia. — Guerre,
calamità, altri re ed innumerevoli fatti, causa della mutevole
fortuna, ritornarono i suoi dipendenti al medesimo livello degli
Ebrei comuni; il pane ch'essi mangiarono venne dal lavoro penoso se
non dal più umile; non di meno essi ebbero sempre il prestigio della
gloriosa tradizione, prestigio mantenuto religiosamente, e vantarono
la genealogia; non avrebbero potuto rimaner oscuri perchè dovunque si
recavano pel regno d'Israele godevano di un riverente rispetto. Così
avveniva a Gerusalemme e altrove; certo uno della sacra discendenza
poteva con ragione fare assegnamento su ciò per entrare alla porta del
Khan di Betlemme.

Dicendo come disse Giuseppe: — «Questa era la casa dei miei padri» —
era dir la verità, semplice e pura, poichè quella era la stessa casa
ove aveva signoreggiato Ruth come moglie di Booz; la stessa nella quale
eran nati Jesse ed i suoi dieci figli, Davide il minore; la stessa casa
in cui Samuele era venuto a cercare il re e lo aveva trovato; la stessa
che Davide aveva dato al figlio di Barzillai; la stessa casa dove
Geremia, con la preghiera, aveva salvato i fuggiaschi della sua razza
che rinculavano innanzi ai Babilonesi.

Il tentativo non rimase senz'effetto. Il portinaio scese dal ceppo e
appoggiandosi la mano sulla barba disse con rispetto:

— «Rabbi, io non vi posso dire quando si sia aperta questa porta per
dar il benvenuto al viaggiatore, ma fu più di mill'anni fa, e in tutto
questo tempo non vi è alcun uomo che l'abbia trovata chiusa, salvo
quando non vi era posto per dargli da riposare.

Perciò una giusta ragione deve avere il guardiano che dica di no ad uno
della discendenza di Davide. Se vorrete venire con me vi farò vedere
che non v'è un posto per dormire libero in tutta la casa; nè nelle
camere, nè nelle stalle, nè nella corte e neppure sul tetto. Posso
chiedervi quando siete arrivato?» —

— «Proprio ora.» —

Il guardiano sorrise.

— «Lo straniero che abita con te sarà come uno nato insieme a te e tu
l'amerai come te stesso. Non è questa la legge?» —

Giuseppe era silenzioso.

— «Se questa è la legge posso io dire ad uno arrivato da tempo: va per
la tua via perchè v'è qui un altro a prendere il tuo posto?» —

Giuseppe si mantenne sempre calmo.

— E se così dicessi, a chi pretendesse il posto? guardate quanti stanno
aspettando; alcuni attendono da mezzogiorno.» —

— «Chi è tutta questa gente? — domandò Giuseppe additando la folla. — E
perchè è qui a quest'ora?» —

— «Verrà per quello che indubbiamente avrà condotto qui voi, Rabbi;
pel decreto di Cesare — e il guardiano gettò uno sguardo interrogativo
al Nazareno poi continuò: — tale motivo portò la maggior parte di
coloro che alloggiano qui. E ieri arrivò la carovana diretta da Damasco
all'Arabia e al Basso Egitto. Questi che voi vedete appartengono a
quella carovana, uomini e cammelli.» —

Giuseppe persisteva.

— «La corte è grande» — disse.

— «Sì, ma è ingombra di merci e di balle di seta, di caffè, di aromi e
di ogni qualità d'oggetti.» —

Allora, per un momento, il viso del richiedente perdette la sua
passività; gli occhi immobili e alteri s'abbassarono. Con calore egli
disse: «Non importa per me, ma io ho mia moglie con me e la notte è
fredda, più fredda su quest'altura che non la notte di Nazareth. Mia
moglie non può già rimanersene all'aria aperta. Che vi sia posto in
città?» —

— «Questa gente — il guardiano fece un cenno colla mano additando la
folla davanti alla porta — ha investigato la città in tutti i sensi e
trovò ogni casa piena.» —

Giuseppe guardò ancora una volta a terra dicendo mezzo fra sè:

— «Ella è così giovane! se le facessi un letto sulla collina il gelo
l'ucciderebbe!»

Poi parlò di nuovo al guardiano:

— «Può essere che abbiate conosciuti i di lei genitori, Joachim e
Anna, una volta stabiliti a Betlemme, e, come me, discendenti da
Davide.» —

— «Sì, li conobbi. Erano buona gente. Li conobbi quand'ero
giovane.» —

Questa volta gli occhi del guardiano si chinarono a terra come per
riflettere. Ad un tratto alzò il capo:

— «Se non posso trovarvi un posto non posso mandarvi via. Rabbi,
farò tutto ciò che potrò per voi. Di quanti è composta la vostra
carovana?» —

Giuseppe esitò un po' e poi rispose:

— «Mia moglie ed un amico con la sua famiglia proveniente da
Beth-Dagon, una piccola città vicino a Joppa; in tutto siamo in
sei.» —

— «Va bene, non rimarrete fuori; conducete qui gli altri, ma fate
presto perchè quando il sole scende, dalla montagna vien subito la
notte e la notte dev'esser vicina: il sole è quasi sceso.» —

— «Vi do la benedizione del forestiere, quella dell'ospite
seguirà.» —

Così dicendo il Nazareno ritornò felice a Maria e all'uomo di
Beth Dagon. Quest'ultimo condusse con sè la sua famiglia; le donne
cavalcavano degli asini.

La moglie aveva l'aspetto di una matrona; le figlie eran imagine di ciò
che essa doveva esser stata in gioventù.

Mentre si avvicinavano alla porta il guardiano li giudicò a prima vista
per gente di condizione mediocre.

— «Questa è colei della quale vi parlai — disse il Nazareno — e questi
sono i nostri amici.» —

Il velo di Maria, si rialzò.

— «Occhi celesti e capelli d'oro» — mormorò il guardiano tra sè non
osservando che lei. «Così era il giovine Re allorchè andò a cantare
davanti a Saulle.» —

Poi prese le redini di cuoio dalle mani di Giuseppe e disse a Maria:

— «Pace a voi, o figli di Davide, — poi rivolgendosi agli altri: — Pace
a voi tutti! — poi a Giuseppe: — Rabbi, seguitemi.» —

La carovana fu condotta in un andito lastricato di pietra dal quale
entrarono nella corte del Khan. Per un forestiero la scena sarebbe
stata curiosa ma gli ospiti non osservavano che i porticati che si
offrivano ai loro sguardi da tutti i lati affollati come la corte.
Da un vicolo riservato a deposito di mercanzie, e poi da un passaggio
simile a quello dell'ingresso, essi entrarono nel recinto vicino alla
casa e passarono vicino ai cammelli, agli asini ed ai cavalli legati
a gruppi e assonnati; in mezzo ad essi v'erano guardiani e uomini di
paesi diversi; ed essi pure dormivano o sorvegliavano silenziosamente.
Gli ospiti andavano adagio adagio giù pel declivio del cortile
affollato, perchè gli asini, pigri, avevano dei ghiribizzi affatto
originali. Finalmente voltarono per una via che conduceva al grigio
promontorio calcareo dominante il Khan all'ovest.

— «Andiamo nella grotta» — disse Giuseppe laconicamente.

La guida indugiò finchè Maria gli giunse al fianco.

— «La grotta alla quale noi andiamo — egli le disse — deve essere
stata un tempo appartenente al vostro antenato. Dal campo sotto di noi
e dal pozzo giù nella valle egli soleva condurvi il suo greggie per
sicurezza, e poi, quando fu Re, ritornò qui, nella vecchia casa, per
riposo e per salute portandosi dietro molti animali. Le mangiatoie sono
ancor tali e quali erano allora. È meglio un letto per terra dove dormì
lui che uno nel cortile o fuori sulla via. Ah! ecco la casa dinanzi
alla grotta!» —

Questo discorso non deve esser giudicato come giustificazione
all'alloggio offerto. Non v'era bisogno di giustificazioni. Il sito
era il migliore che ci fosse a loro disposizione. Gli ospiti eran gente
semplice che si accostumava facilmente alle evenienze della vita. Eran
Ebrei di Betlemme, abituati a quelle caverne, perchè le loro località
abbondavano di grotte grandi e piccole, alcune delle quali servivano di
abitazione fin dal tempo degli Emim e degli Horites. Non v'era alcuna
offesa per loro nel fatto che la caverna dove erano stati messi era
stata ed era una scuderia. Essi appartenevano ai discendenti di una
razza di pastori, le greggie dei quali abitualmente dividevano coi
padroni le abitazioni ed i viaggi.

Seguendo l'uso derivato da Abramo, i padiglioni dei Beduini ricevevano
tuttora egualmente cavalli e persone. Giuseppe e gli altri obbedirono
volentieri il guardiano, ed ammirarono la casa provando una gran
curiosità. Tutto ciò che si associava alla storia di Davide li
interessava.

L'edificio era basso e stretto, senza finestre, e di poco sporgente
dalla roccia alla quale era unito per di dietro. Nella bianca facciata
v'era una porta fissata su enormi cardini e imbrattata di creta
ocracea.

Mentre si toglieva la stanga di legno dalla serratura, le donne si eran
appoggiate ai loro cuscini. All'aprirsi della porta il guardiano gridò;

— «Entrate!» —

Gli ospiti entrarono e si guardarono attorno. Capirono subito che la
casa non era che una fabbrica posta a dissimulare l'ingresso di una
caverna probabilmente di quaranta piedi di lunghezza, nove o dieci di
altezza e dodici o quindici di larghezza.

La luce raggiava attraverso alla porta sopra un pavimento ineguale,
piovendo sopra a dei mucchi di grano, di foraggio, di terraglie e di
masserizie che occupavano il centro della caverna.

Ai lati si trovavano delle mangiatoie abbastanza basse per le pecore,
e fatte di pietra, murate con della calcina resistente. Non vi
erano fiancate o stalli di alcun genere. Polvere e piccole paglie
ingiallivano il pavimento e riempivano tutti i crepacci ed i vani
ingombri di ragnatele che scendevano dal soffitto come pezzi di tela
sucida. Il luogo era abbastanza pulito ed in apparenza comodo quanto
può essere una qualunque delle stalle di un Khan vero e proprio.
Difatti il primo progetto dei costruttori era stato di fare una
caverna, non una stalla.

— «Entrate — disse la guida. — Questi mucchi di paglia che son per
terra servono per far riposare dei viaggiatori quand'essi capitano qui
come siete capitati voi. Prendete tutto ciò che avete bisogno.» —

Poi si rivolse a Maria.

— «Credete di poter riposare qui?» —

— «Il sito è santificato» — ella rispose.» —

— «Allora io vi lascio. Pace sia con voi tutti!» —

Quando se ne fu andato essi si affaccendarono per rendere la caverna
abitabile.



CAPITOLO X.


Ad una certa ora, durante la sera, le grida e lo strepito della gente
cessarono. Ogni Israelita, se non era già in piedi, si alzò assumendo
un'aria solenne, e, guardando verso Gerusalemme, incrociò le mani sul
petto pregando: era la nona ora sacra allorchè i sacrifici venivano
offerti nel tempo sul Moriah e si supponeva che Dio fosse là. Quando
le mani degli adoratori s'abbassarono la commozione seguì di bel nuovo
e tutti si affrettarono a mangiare e a preparare il loro misero letto.
Poco più tardi i lumi vennero spenti, e tutti tacquero addormentandosi.

Verso la mezzanotte qualcuno sul tetto gridò:

— «Che luce è quella del Cielo? Svegliatevi fratelli, svegliatevi e
guardate!» —

La gente, mezzo addormentata, s'alzò e guardò; poi si svegliò del
tutto, quasi sbalordita. E lo strepito si sparse per la corte a basso,
e nelle stalle; in breve tutti gli abitanti della casa, della corte e
del recinto, erano fuori fissando il cielo.

Un raggio di luce al di sopra delle più vicine stelle, declinava
obliquamente verso la terra; e diffondeva intorno un rosso di uno
splendore elettrico. L'apparizione parve riposarsi sulla vicina
montagna a sud-est della città formando una pallida corona lungo la
cima del colle. Il Khan fu toccato luminosamente di modo che quelli
che erano sul tetto si videro reciprocamente i visi tutti pieni di
meraviglia. Per parecchi minuti la luce rimase ferma, poi si affievolì
e allora la meraviglia si cangiò in terrore e timore; i timidi
tremarono; i più forti si parlarono a bassa voce.

— «Vedeste voi mai nulla di eguale?» — chiese uno.

— «Sembrava proprio che la luce fosse su quelle montagne. Non posso
dire che cosa sia, nè vidi mai alcun che di simile» — fu la risposta.

— «Che possa essere una stella scoppiata e caduta?» — chiese un altro.

— «Quando una stella cade la sua luce si spegne.» —

— «Ho capito! — gridò uno. — I pastori han visto un leone e hanno
acceso un fuoco per tenerlo lontano dal loro gregge.» —

Gli uomini che stavan dietro a chi aveva parlato così, diedero in un
lungo sospiro di sollievo e dissero:

— «Si, dev'essere così. Le greggie pascolavano giù nella valle
oggi». —

Un astante tornò a rannuvolare gli animi.

— «No, no; anche se tutte le legne che si trovan nella valle di Giuda
fossero riunite in un enorme fascio e venisse loro appiccato il fuoco,
la fiamma non darebbe una luce così intensa e così alta.» —

Dopo si fece un silenzio sul tetto della casa, interrotto solo una
volta, mentre il mistero continuava a rimaner impenetrato.

— «Fratelli! — esclamò un Ebreo di aspetto venerando: ciò che noi
vedemmo era la scala che nostro padre Giacobbe vide in sogno. Benedetto
sia il Signore dei nostri Padri!» —



CAPITOLO XI.


Ad un miglio e mezzo, forse a due miglia al sud-est di Betlemme, v'è
una pianura separata dalla città da una lieve salita. Essendo ben
riparata dai venti del nord, la valle era ricoperta di siccomori, di
quercie nane e di pini, mentre, nelle vallette e nei burroni attigui,
v'erano boschi d'olivi e di gelsi; tutto ciò insomma che in tale
stagione è prezioso per il sostentamento delle pecore, e delle capre.
Dalla parte più lontana della città, vicinissimo ad un promontorio,
v'era un altura detta _màràh_ o capanna per le pecore, vecchia
di parecchi secoli. In qualche incursione, da lungo dimenticata,
l'edificio era stato scoperto e quasi demolito. L'umile recinto rimase
tuttavia intatto il che era la cosa più importante pei pastori che
pascolavan i loro armenti più in là della casa stessa. Il muro di
pietra, attorno al recinto era dell'altezza di un uomo, però non così
alto da impedire talvolta ad una pantera o ad un leone, affamati dalla
solitudine, di saltar dentro arditamente. Nella parte interna del muro,
come sicurezza maggiore al pericolo continuo, era stata piantata una
siepe, idea assai fortunata perchè ora una rondine non poteva penetrare
nei cespugli più alti, muniti com'erano di enormi spine puntute al
pari dei chiodi. Il giorno degli avvenimenti, che si compirono nei
precedenti capitoli, un certo numero di pastori in cerca di strade
nuove pel loro gregge, si dirigevano a questa pianura e sin dal mattino
di buon'ora i boschetti avevan echeggiato di chiamate, di colpi di
scure e di belati di pecore e di capre, dei tintinnii di campanelli,
del mugghiar del bestiame e dell'abbaiar dei cani.

Quando il sole tramontò, essi si diressero verso il _màràh_ e verso
il cader della notte avevan tutto in salvo nei campi; poi accesero il
fuoco più vicino alla porta, fecero una modesta cena e si sedettero a
chiacchierare lasciando uno di essi a far la guardia. Ve n'erano sei
di codesti uomini, escludendo il guardiano, e, poco dopo, si riunirono
in gruppo vicino al fuoco, alcuni sedendosi, altri giacendo bocconi.
Siccome, abitualmente, essi andavano a capo scoperto, i loro capelli
pendevano a fitte ciocche, ruvidi, bruciati dal sole, sui loro colli.
La barba copriva loro le gole e scendeva fluente sul petto; mantelli
dalla pelle di capretto e di agnello, con sopra il vello, li coprivano
dalla nuca fino alle ginocchia lasciando le braccia scoperte; larghe
cinture attillavano il vestito alla vita; i sandali eran della qualità
più ordinaria; dalle loro spalle destre pendevano dei sacchetti
contenenti viveri e pietre, scelte per servire alle fionde, delle quali
eran armati; per terra, vicino a ciascuno, giaceva il proprio arco,
come arma di difesa.

Tali erano i pastori della Giudea!

In apparenza ruvidi e selvaggi come i cani magri che sedevano vicino a
loro, attorno al fuoco; venendoli però a conoscere erano schietti e di
cuore tenero: conseguenza questa dovuta in parte alla vita primitiva
che conducevano, ma principalmente al loro pensiero costante delle cose
belle e gentili.

Essi si posero a parlare fra loro; ed i loro discorsi non s'aggiravan
che sul loro greggie, tema alquanto arido pel mondo, pure un tema che
rappresentava tutto il mondo per essi.

I grandi eventi che maturarono le nazioni e cambiarono i padroni del
mondo, sarebbero state bagatelle per loro, se per caso essi fossero
venuti a conoscerli. Di quello che stava facendo Erode in questa
o quella città, costruendo palazzi e ginnasi e seguendo pratiche
proibite, giungeva loro notizia di tanto in tanto. Come era uso di
quei tempi, Roma non attendeva che le persone si informassero di lei:
essa faceva sì che tutti sapessero della sua potenza. Sopra le colline
lungo le quali egli conduceva il suo greggie, o nelle corti ov'egli lo
ricoverava, non di rado il pastore era sorpreso dal suono di trombe e
facendo capolino dalla capanna scorgeva una coorte, qualche volta una
legione in marcia; e quando i brillanti pennacchi scomparivano e le
truppe eran passate, egli pensava al significato delle aquile, agli
elmi dorati dei soldati, e alla bellezza di una vita così diversa dalla
sua.

Pure questi uomini, rozzi e semplici com'erano, avevano cognizioni e
saggezza tutte proprie.

Al sabato solevano purificarsi, ed andare nelle Sinagoghe, a sedersi
sulle panche più lontane dall'arca.

Quando il _hazan_ portava la Torah in giro, nessuno la baciava con
maggior zelo; allorchè lo sheliach leggeva il testo, nessuno ascoltava
l'interprete con fede più assoluta; e nessuno riteneva più di lui del
discorso del predicatore, o se ne dava pensiero dopo. In un verso del
Shema essi trovarono tutte le dottrine e tutta la legge della loro
modesta vita; seppero che il loro Signore era un Dio, e che dovevano
amarlo con tutta l'anima. Ed essi l'amavano, e tale era la loro
saggezza, che sorpassava quelle dei Re.

Mentre chiaccheravano e avanti che la prima veglia fosse finita, uno
dopo l'altro, i pastori si addormentarono, ciascuno sdraiato nel posto
ove era seduto. La notte, come la maggior parte delle notti d'inverno
nei paesi montuosi, era chiara, frizzante, e splendente di stelle.
Non v'era vento. L'atmosfera non era mai stata così pura, e la calma
regnava silenziosa; era un sacro raccoglimento, pareva che il cielo si
chinasse per sussurrare qualche cosa di buono alla terra che ascoltava.

Presso la porta, rannicchiato nel suo mantello, il guardiano
passeggiava; a volte si fermava, attratto da un rumore fra il gregge
addormentato, o dallo strido di uno sciacallo vagante lontano sui
monti. La mezzanotte non giungeva mai; ma finalmente suonò. Il suo
compito era terminato; ora incominciava l'ora del sonno col quale
il lavoro benedice i suoi figli affaticati! Egli si mosse verso il
fuoco, ma si fermò; attorno a lui splendeva una luce delicata e bianca
come quella della luna. Aspettò ansioso. La luce si ingrandì; le cose
dapprima invisibili, apparvero; egli vide tutto il campo, e tutto ciò
che esso conteneva di messi. Un brivido più acuto di quello dell'aria
frizzante — un brivido di timore — lo pervase. Egli guardò in alto; le
stelle non c'erano più; la luce si affievoliva languidamente; mentre
egli guardava, assunse un color argenteo vivo: allora, terrorizzato,
gridò, — «Svegliatevi, svegliatevi!» —

I cani si alzarono ed abbaiando si misero a correre. Il gregge si riunì
sbalordito.

Gli uomini balzarono in piedi, con le armi in mano.

— «Cos'è accaduto?» — domandarono ad una voce.

— «Guardate!» — gridò il guardiano, — «il cielo arde!» —

Tutto ad un tratto la luce divenne di uno splendore abbagliante, e essi
si coprirono gli occhi, e s'inginocchiarono; poi, mentre le loro anime
erano accasciate dal timore, coprendosi il volto, caddero accecati e
tramortiti, e sarebbero certamente morti dallo spavento, se una voce
non avesse esclamato:

— «Non temete!» —

Essi ascoltarono.

— «Non temete. Porto delle buone nuove che procureranno a tutti una
gioia immensa.» —

La voce, d'una dolcezza e d'una serenità più che umana, bassa, e
chiara, penetrò in tutto il loro essere, e li rassicurò. Si alzarono
sulle ginocchia, e, guardando rispettosamente, videro, nel centro di un
globo luminoso, l'apparizione di un uomo, coperto di una veste tutta
bianca; sopra le spalle aveva le ali lucenti e spiegate; sulla fronte
gli splendeva una stella, di uno splendore incessante, lucente come
Espero le sue mani erano rivolte a loro in atto di benedizione; il suo
viso era sereno e divinamente bello.

Essi avevano sovente udito parlare, ed avevano loro stessi, nella loro
ignoranza, parlato di angeli; ed ora non dubitarono, ma si dissero
internamente che la gloria di Dio era a loro vicina, e che questi era
colui, che, in antico, era comparso innanzi al profeta, sulle rive
dell'Ulai.

Subito l'angelo continuò:

— «Per voi è nato, in questo giorno, nella città di Davide, un
Salvatore, ch'è Cristo, il nostro Dio!» —

Ancora vi fu una pausa, mentre le parole si infiggevano nelle loro
menti.

— «E questo sia per voi un indizio», — disse poi il messo celeste.
— «Voi troverete il bambino, avvolto in fascie, coricato in una
greppia.» —

L'angelo non parlò più; le buone nuove erano state date; però rimase
lì, per un po'. Ad un tratto la luce, della quale egli era il centro,
divenne rosea ed incominciò ad oscillare; poi, più in alto, a una
distanza visibile, gli uomini videro uno sfolgorìo di ali bianche, ed
un andirivieni di forme radiose, e udirono voci come di una riunione di
persone, che cantassero all'unisono.

— «Gloria a Dio nel cielo, e sulla terra pace e benevolenza verso gli
uomini.» —

Non una volta ma molte volte ciò fu ripetuto, poi l'araldo, alzò
gli occhi; le sue ali si aprirono maestosamente, mostrando la parte
superiore bianca come la neve e l'inferiore variopinta come madreperla.
Quando furon aperte del tutto egli si librò lentamente, e, senza
sforzo, si allontanò cinto dalla luce come da un nembo sfolgorante. Per
lungo tempo ancora, dopo ch'egli se n'era andato, dal cielo si udì il
ritornello, diventato fioco per la distanza: — «Gloria a Dio in cielo,
e in terra pace, e benevolenza verso gli uomini.» —

Allorchè i pastori ritornarono completamente in sè, si fissarono l'un
l'altro stupiti, finchè uno di essi disse: — «Era Gabriele, il messo
che Dio invia agli uomini.» —

Nessuno rispose.

— «Cristo il Signore, è nato; non disse egli così?» — insistè quegli.

Allora un altro: — «Questo è infatti ciò ch'egli disse.» —

— «E non disse anche che egli nacque nella città di Davide, ch'è la
nostra Betlemme, laggiù? E che troveremmo un bambino in fascie?» —

— «E coricato in una greppia.» —

Colui che aveva parlato per primo, contemplò pensosamente il fuoco, poi
finalmente disse, come uno cui fosse venuta un'improvvisa risoluzione:
— «Non v'è che un sito in Betlemme ove siano greppie e, cioè la caverna
vicino al vecchio Khan. Fratelli, andiamo dunque a vedere questo
miracolo. I preti ed i dottori hanno, per lungo tempo, cercato Cristo.
Adesso egli è nato, ed il Signore ci ha dato un'indizio pel quale noi
lo conosceremo. Andiamo ad adorarlo.» —

— «Ma il gregge?» —

— «Il Signore lo proteggerà. Facciamo presto.» —

Allora tutti si alzarono e lasciarono il _màràh_.

                             . . . . . . .

Discesero il monte ed attraverso la città arrivarono alle porte del
Khan, ov'era un uomo che vigilava.

— «Cosa volete?» — egli domandò.

— «Abbiamo visto ed udito delle grandi cose, stanotte,» — essi
risposero.

— «Ebbene, noi pure abbiamo visto grandi cose, ma non abbiamo udito
nulla. Che cosa avete udito?» —

— «Andiamo nella caverna ch'è nel recinto, onde potercene accertare; là
vi diremo tutto.» —

— «Guardate per conto vostro. Perderete il vostro tempo.» —

— «No; Cristo è nato.» —

— «Cristo? Come lo sapete voi?» —

— «Andiamo, se volete, a vedere!» —

L'uomo rise ironicamente.

— «Proprio Cristo? Come farete a conoscerlo?» —

— «Egli nacque questa notte e giace in una greppia, così ci fu detto; e
non v'è che un sito in Betlemme con greppie.» —

— «La caverna?» —

— «Sì. Venite con noi.» —

Essi attraversarono la corte senza che alcuno se n'accorgesse, benchè
parecchi fossero alzati e parlassero della luce meravigliosa. La porta
della caverna era aperta. Una lanterna la rischiarava all'interno, ed
essi entrarono senza cerimonie.

— «Pace a voi,» — disse il guardiano a Giuseppe ed all'uomo di
Beth-Dagon. — «Qui v'è della gente in cerca di un bambino, nato
stanotte, e che dovrà riconoscere col trovarlo in fascie e giacente
nella greppia.» —

Il viso del Nazareno ebbe una contrazione improvvisa, ma poi,
voltandosi, egli disse:

— «Il bambino è qui.» —

Essi furono condotti davanti ad una delle greppie, dove era il bambino.
Fu portata una lanterna, ed i pastori rimasero muti. Il piccolo non si
mosse: era come tutti gli altri neonati.

— «Dov'è la madre?» — domandò il guardiano.

Una delle donne prese il bambino, ed andò da Maria, coricata lì vicino,
e lo mise nelle sue braccia. Allora gli astanti si riunirono vicino ai
due.

— «È Cristo!» — disse un pastore, infine.

— «Cristo!» — tutti ripeterono, inginocchiandosi in atto d'adorazione.
Uno di essi ripetè, per parecchie volte:

— «È il Signore, e la sua gloria è al di sopra della terra e del
cielo.» —

E gli uomini, fiduciosi, baciarono l'orlo della veste di Maria, e, coi
visi radianti di gioia, partirono.

Nel Khan, a tutta la gente alzata, che si spingeva fra di loro, essi
raccontarono questa storia; per la città, e per tutta la via di ritorno
al _màràh_, essi cantarono il ritornello degli angeli: — «Gloria a Dio
in cielo, e in terra pace e benevolenza verso gli uomini!» —

L'eco del fatto andò lontana, confermata dalla luce da tutti veduta;
ed il giorno appresso, e per i giorni seguenti, la caverna fu visitata
da folla curiosa, della quale alcune persone credettero, mentre, la
maggior parte, risero e canzonarono.



CAPITOLO XII.


L'undicesimo giorno dalla nascita del bambino nella caverna, press'a
poco a metà giornata, i tre Re Magi si avvicinarono a Gerusalemme,
per la via del Schekem. Dopo aver traversato Brook Cedron, essi
incontrarono molte persone, delle quali nessuna mancò di fermarsi e di
seguirli curiosamente con lo sguardo.

La Giudea era, per necessità, un passaggio internazionale; essa era
un rialzo stretto di terra, formato probabilmente dalla pressione del
deserto all'est e dal mare all'ovest; sopra l'altura, pertanto, la
natura aveva tracciato la linea di traffico tra l'est ed il sud; in
questo consistevano le sue ricchezze.

In altre parole, le ricchezze di Gerusalemme eran costituite dalle
tasse che essa metteva sul commercio di transito. In nessun altro
posto, per conseguenza, meno che in Roma, v'erano assemblee sì
costanti di tante persone di diverse nazioni; in nessun'altra città il
forestiero era più famigliare agli abitanti, che nelle sue mura e nei
suoi dintorni. Eppure questi tre uomini eccitarono la meraviglia di
tutti quelli che incontrarono sulla via che conduce alle porte.

Un bambino, che faceva parte di un gruppo di donne sedute sul
margine della strada, di faccia alle Tombe dei Re, e vide arrivare la
compagnia, immediatamente cominciò a battere le sue manine, e gridò: —
«Guarda, guarda! Che bei campanelli! Che enormi cammelli!» —

I campanelli erano d'argento; i cammelli, come già abbiamo veduto,
erano di una bianchezza e di una dimensione rara, e si movevano con
dignità singolare; i finimenti rivelavano la traversata fatta del
deserto, i lunghi viaggi, ed anche la ricchezza dei padroni, che
sedevano sotto ai loro piccoli baldacchini, precisamente come quando
si incontrarono al di là del Jebel. Pure non erano nè i campanelli nè
i cammelli, nè i loro finimenti, nè il portamento dei cavalieri, che
destarono tanto stupore; era la domanda che fece l'uomo che cavalcava
pel primo.

L'accesso a Gerusalemme, dal nord, si compie attraverso una pianura
che s'abbassa verso il sud, lasciando la porta che conduce a Damasco
in una valle o conca. La via è stretta, ma assai frequentata, ed in
certi punti alquanto difficile a cagione dei ciottoli sparpagliati qua
e là dall'acqua piovana. — Tuttavia, sopra ogni lato, anticamente, si
estendevano dei campi ricchi e dei magnifici boschetti d'olivi, che
devono esser stati, per la rigogliosa vegetazione, molto ammirati,
specialmente dai viaggiatori stanchi della desolazione del deserto.

In questa via i tre uomini si fermarono davanti alla compagnia ch'era
di fronte alle Tombe.

— «Buona gente» — disse Balthasar, dando una lisciatina alla
sua barba increspata, e piegandosi sulla sella: — «non è vicina
Gerusalemme?» —

— «Sì,» — rispose la donna, nelle braccia della quale erasi rifugiato
il bambino. — «Se gli alberi, su quell'altura, fossero un po' più
bassi, potreste vedere le torri della piazza del mercato.» —

Balthasar lanciò un'occhiata al Greco ed all'Indiano, poi domandò:

— «Dov'è colui che è nato Re degli Ebrei?» — Le donne si guardarono
senza rispondere.

— «Non avete udito parlare di lui?» —

— «No.» —

— «Ebbene; dite a tutti che noi abbiamo veduto la sua stella nell'est,
e che siamo venuti per adorarlo.» —

Dopo ciò gli amici proseguirono per la loro via. Ad altri essi fecero
la medesima domanda, con uguale risultato. Una gran compagnia che
incontrarono e che si recava alla grotta di Geremia, fu così stupita
dall'inchiesta e dall'aspetto dei viaggiatori, che tornò indietro, e li
seguì in città.

I tre uomini eran tanto preoccupati dall'idea della loro missione,
che non si accorsero del panorama che ora si offriva innanzi a loro,
in tutta la sua magnificenza: il villaggio che pel primo li ricevette
sul Bezetha; Mizpah e Olivet, alla loro sinistra; le mura dietro il
villaggio, con le sue quaranta alte e solide torri, costruite in parte
come fortificazioni ed in parte per ornamento; le stesse mura elevate,
piegantisi a destra, con parecchie svolte, e qua e là una porta che
conduceva ai tre bianchi e grandi edifizi, Fasel, Marianna, e Ippico;
Sion, la più alta delle colline, coronata di palazzi di marmo, e mai sì
bella; i terrazzi rilucenti del tempio sul Moriah, riconosciuti come
una delle meraviglie del mondo; le montagne regali che accerchiavano
la città sacra, la quale sembrava costruita nel fondo di un'immenso
bacino.

Essi arrivarono, alfine, ad una torre di grande altezza che dominava
la porta, la quale, a quel tempo, corrispondeva alla presente Porta
di Damasco, e segnava l'incontro delle tre vie da Sheckem, Serico, e
Gibeon. Una guardia romana custodiva il passaggio.

Intanto, le persone che seguivano i cammelli, formavano una carovana,
sufficiente per attirare gli oziosi sulla porta; cosicchè, quando
Balthasar si fermò per parlare alla sentinella, i tre uomini divennero
il centro di un circolo, ansioso di sapere tutto ciò che era accaduto.

— «A voi sia pace», — disse l'Egiziano, con voce chiara.

La sentinella non rispose.

— «Noi siamo venuti da lontano in cerca di uno ch'è nato Re degli
Ebrei. Potete dirci dove egli sia?» —

Il soldato rialzò la visiera del suo elmo, e chiamò forte. Alla destra
del passaggio, apparve un ufficiale.

— «Lasciate passare», — egli gridò, alla folla che ora si era accostata
ancor più; e, siccome sembrava restia ad obbedire, si avanzò, facendo
girare rapidamente la sua lancia, ora a destra, ora a sinistra, e così
fece del largo.

— «Che cosa vorreste?» — domandò a Balthasar, parlando nella lingua
della città.

E Balthasar rispose nella medesima lingua:

— «Dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» —

— «Erode?» — domandò l'ufficiale, confuso. — «Il regno di Erode è di
Cesare; non di Erode. Non v'è altro Re degli Ebrei.» —

— «Ma noi abbiamo visto la sua stella, e siamo venuti per
adorarlo.» —

Il Romano rimase perplesso.

— «Proseguite», — egli disse, finalmente. — «Proseguite il vostro
cammino. Io non sono un Ebreo. Portate la questione davanti ai dottori,
nel tempio od a Hannas, il sacerdote, oppure, e ciò sarà meglio
ancora, a Erode stesso. Se v'è un'altro Re degli Ebrei egli lo saprà
trovare.» —

Ciò detto, fece largo agli stranieri, onde passassero oltre la porta.

Ma prima di entrare nella via angusta, Balthasar indugiò e trattenne
gli amici dicendo: — «Ci siamo sufficientemente annunziati. A
mezzanotte tutta la città avrà udito parlare di noi e della nostra
missione. Adesso andiamo al Khan». —



CAPITOLO XIII.


Quella sera, prima del tramonto, alcune donne lavavano della
biancheria, sull'ultimo gradino della scalinata che conduceva allo
stagno di Siloam. Ognuna di esse era inginocchiata davanti ad un
gran vaso di terra. Una ragazzina ai piedi della scala, forniva loro,
dell'acqua, e riempiva l'anfore mentre cantava. La canzone era allegra,
e, senza dubbio, allietava il loro lavoro. Di tanto in tanto esse si
alzavano sulla punta dei piedi e guardavano su per l'altura di Ophel,
ed attorno alla cima di quel che ora è il monte dell'Offesa, allora
debolmente rischiarato dal sole morente. Mentre esse affaticavano le
mani, strofinando e torcendo la biancheria nei bacini, due altre donne
vennero a loro, ognuna con un'anfora vuota sulle spalle.

— «La pace sia con voi» — disse una delle nuove venute.

Le lavandaie tralasciarono il lavoro e si alzarono, asciugandosi le
mani, e scambiando il saluto.

— «È quasi notte. — È ora di tralasciare.» —

— «Non v'è fine al lavoro,» — fu la risposta.

— «Ma v'è un'ora per riposare, e....» —

— «Per sentire ciò che vi può esser di nuovo» — suggerì un'altra.

— «Che novità avete?» —

— «Come? non avete sentito nulla?» —

— «No.» —

— «Dicono che sia nato Cristo,» — disse l'altra principiando a
raccontare.

Era curioso il vedere i visi delle lavandaie illuminarsi per
l'interesse; le anfore, in un attimo, furono tramutate in sedili per le
proprietarie che sedettero in giro e si fecero attente.

— «Cristo?» interruppero le ascoltatrici curiose.

— «Così dicono». —

— «Chi lo dice?» —

— «Tutti; è una voce comune». —

— «V'è almeno chi lo creda?» —

— «Ieri tre uomini attraversarono Cedron sulla via di Sheckem» —
rispose l'oratrice cercando di dissipare l'incertezza. — «Ognuno di
essi guidava un cammello d'un bianco candido e più grande di alcun
altro mai visto in Gerusalemme». —

Gli occhi e le bocche delle donne si spalancarono.

Per provare com'erano grandi e ricchi gli uomini la narratrice
continuò: — «Essi sedevano sotto a tende di seta, le fibbie delle loro
selle erano d'oro, come la frangia delle loro briglie; i campanelli
erano d'argento, e sembravano produrre col loro suono una vera armonia.
Nessuno li conosceva. Uno di essi parlò e rivolse a tutti quelli che
si trovavano sulla strada, anche alle donne ed ai fanciulli, questa
domanda: — «dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» — Nessuno rispose,
nessuno capì quello che volevano dire; così essi passarono oltre
dicendo questa frase: — «Noi abbiamo visto la sua stella a levante,
e siamo venuti ad adorarlo.» — Lasciarono la questione da decidere al
Romano ch'era alla porta; e questi, certo sapiente non più dei semplici
viandanti, la lasciò chiarire ad Erode.» —

— «Dove sono essi adesso?» —

— «Al Khan. Centinaia di persone sono già state a vederli e ve ne vanno
ancora a centinaia.» —

— «Chi sono?» —

— «Nessuno lo sa. Si dice che siano Persiani, uomini sapienti i quali
parlano colle stelle. — Profeti forse come Elia e Geremia.» —

— «Che cosa vogliono dire, dicendo Re degli Ebrei?» —

— «Intendono Cristo, e dicono ch'egli sia appena nato.» —

Una delle donne sorrise e riprese il suo lavoro dicendo:

— «Bene, dopo che l'avrò visto ci crederò.» —

Un'altra seguì il suo esempio: — «Bene, quando io lo vedrò far
risuscitare un morto ci crederò,» —

Una terza disse calmamente: — «Egli è stato annunciato da molto tempo.
Mi basterà vedergli risanare un lebbroso.» —

Esse si fermarono a discorrere finchè calò la notte, e, favorite
dall'aria frizzante, si diressero verso casa.

                             . . . . . . .

A sera avanzata, sul principio della prima veglia, ebbe luogo nel
palazzo del monte Sion un'assemblea di forse cinquanta persone, le
quali non si riunivano mai se non per ordine d'Erode, e solo quando
egli chiedeva di conoscere qualcheduno dei misteri più profondi della
legge e della storia ebraica. Era insomma un'assemblea composta dei
maestri dei collegi sacri, dei principali sacerdoti e dei dottori più
conosciuti per fama nella città, dei capi dei differenti partiti, dei
commentatori delle differenti credenze, principi dei Sadduce, oratori
farisei, calmi e posati filosofi del Socialismo degli Esseni.

La camera dove si teneva l'adunanza apparteneva ad una delle corti
interne del palazzo. Essa era abbastanza vasta e di stile romano. Il
terreno era pavimentato in marmo; le pareti, senza finestre, erano
dipinte a quadri color giallo zafferano; un divano ricoperto di cuscini
gialli, formato in guisa da formare la lettera U, coll'insenatura
rivolta alla porta, occupava il centro della camera. Nell'arco del
divano, o per meglio dire nella curva della lettera, si trovava un
immenso tripode d'oro, curiosamente intarsiato d'oro e d'argento.
Appeso a metà del soffitto, con sette braccia, ognuna delle quali
portava una lampada accesa, v'era un gran lampadario trattenuto da una
corda. Tanto il divano come la lampada erano di stile ebraico puro. La
comitiva dai costumi uniformi, eccettuato nei colori, si accomodò sul
divano secondo l'uso Orientale. Era composta in gran parte di uomini
d'età avanzata; i loro visi erano coperti da folte barbe; avevano
nasi larghi e grandi occhi neri, ombreggiati da folte ciglia; il loro
portamento era grave, dignitoso, quasi patriarcale. In breve questa era
l'adunanza del Sinedrio.

Quegli che sedeva davanti al tripode, nel posto che si può chiamare
il centro del divano, avendo tanto a destra che a sinistra i suoi
colleghi, evidentemente era il presidente dell'adunanza, e avrebbe
subito attirata l'attenzione dello spettatore. Egli era di una
complessione gigantesca, ma ridotto ad una magrezza spaventosa; dalla
veste bianca, che gli scendeva dalle spalle formando profonde pieghe,
non si scorgevano indizi di carne: non si vedeva null'altro che un
orribile ed angoloso scheletro. Le sue mani, mezzo nascoste dalle
maniche di seta rigata in bianco e rosso, erano appoggiate sulle
ginocchia.

Mentre parlava alzava di quando in quando, tremando, il pollice della
mano destra e sembrava incapace d'altri movimenti. La sua testa era
calva e lucida; pochi capelli, d'un bianco argenteo, gli circondavano
la nuca; le sue tempia erano profondamente incavate; profonde rughe
gli solcavano la fronte sporgente; gli occhi avevano lo sguardo velato
e smarrito; il naso era affilato; la parte inferiore del volto era
coperta da una barba fluente e bianca come quella d'Aronne. Tale era
Hillele il Babilone! Alla stirpe dei profeti, da lungo tempo estinti
in Israele, succedettero molti dottori fra i quali egli primeggiava
per saggezza, e assomigliava ad un profeta in tutto, meno che nella
sua ispirazione divina. All'età di centosei anni, egli era ancora il
Rabbino maggiore del Grande Collegio.

Sulla tavola davanti a lui era disteso un rotolo di pergamena, vergata
in caratteri ebraici, e ritto, dietro a lui, stava un paggio riccamente
vestito.

Una discussione aveva avuto luogo, ed ora ch'era finita, ciascuno stava
in attitudine di riposo. Il venerando Hillele, senza muoversi, chiamò
il paggio:

— «Vien qui.» —

Il giovane s'avanzò rispettosamente.

— «Va e di' al Re che siamo pronti a dargli una risposta.» —

Il ragazzo ubbidì.

Poco dopo entrarono due ufficiali, e si fermarono ritti uno a ciascun
lato della porta. Li seguiva lentamente un personaggio strano: un
vecchio avvolto in un abito di porpora, orlato di scarlatto, stretto
alla vita da una fascia d'oro, sottile e pieghevole come pelle; le
fibbie delle sue scarpe luccicavano di pietre preziose, una stretta
corona di filigrana splendeva da una _tarbooshe_ della più soffice
felpa cremisi, che, avvolgendogli la testa, gli scendeva sulle spalle e
sulla nuca, lasciando scoperti la gola ed il collo. Un pugnale pendeva
al suo fianco. Camminava con passo titubante appoggiandosi con tutto il
suo peso ad un bastone. Raggiunto il divano si fermò ed alzò gli occhi
da terra: accorgendosi solo allora della compagnia, vivamente eccitato
dalla presenza d'essa, si alzò volgendo lo sguardo altero, tetro,
sospettoso e minaccioso, come di persona spaventata ed in cerca d'un
nemico.

Tale era Erode il Grande, una persona avvilita dalle orribili malattie,
una coscienza macchiata di delitti, una mente intelligentissima,
un'anima gemella a quella di Cesare: aveva sessantatre anni, ma
custodiva con gelosa vigilanza il suo trono, spadroneggiando con
potenza assoluta e inesorabile crudeltà.

Vi fu un'agitazione generale nell'assemblea; i più vecchi si
inchinavano riverenti, i più nobili si alzavano, o s'inginocchiavano
colle braccia sul petto.

Dopo aver osservato intorno a sè, Erode s'avanzò sino al tripode
dirimpetto al venerabile Hillele che incontrò il suo freddo sguardo
abbassando la testa ed alzando le mani.

— «La risposta» — disse il Re, con aria altera, rivolgendosi a
Hillele, e, piantandoglisi davanti col suo bastone, ripetè: — «La
risposta!» —

Gli occhi del patriarca, splendevano dolcemente: egli rispose
alzando la testa e fissando l'inquisitore, mentre i suoi colleghi gli
prestavano una speciale attenzione:

— «La pace del Signore, d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe sia teco, o
Re!» —

Dal tono della voce sembrava che invocasse qualcheduno, poi, avendo
cambiato tono, continuò:

— «Tu ci hai chiesto dove si suppone sia per nascere Cristo.» —

Il Re fece un segno d'approvazione, sebbene i suoi occhi malvagi
restassero fissi sul saggio: — «Questa è la domanda» — disse.

— «Allora, o Re, io parlo per me e pei miei fratelli qui presenti, e
dico: — «in Betlemme, nella Giudea.» — Hillele diede un'occhiata alla
pergamena sul tripode, e facendo cenno col suo dito tremulo, continuò.
— «In Betlemme nella Giudea, com'è scritto dal profeta: «E tu, Betlemme
nella terra di Giudea, non sei affatto l'ultima fra le terre di Giuda
perchè da te uscirà un governatore che saprà dominar il mio popolo
Israele.» —

Il viso d'Erode si rannuvolò, e mentre pensava i suoi occhi si
posarono sulla pergamena. I presenti non respiravano nemmeno, ed erano
silenziosi come lui. Finalmente egli si volse e lasciò la camera.

— «Fratelli» — Hillele disse — «abbiamo terminato.» —

La compagnia si alzò e partì in gruppi.

— «Simeone» — chiamò Hillele.

Un uomo, sulla cinquantina, ma ancora nel fior della vitalità, gli
rispose e si diresse verso di lui che soggiunse: — «Prendi la sacra
pergamena, figlio mio, ed arrotolala accuratamente.» —

L'ordine fu eseguito.

— «Offrimi il tuo braccio; monterò in lettiga.» —

L'uomo robusto s'inchinò; il vecchio accettò l'aiuto offertogli, e si
diresse con fatica alla porta.

Così se ne andarono il famoso Rabbino e Simeone, suo figlio, il quale
doveva essere il suo successore in saggezza e sapienza.

                             . . . . . . .

I re magi si trovavano ancora svegli a sera avanzata sotto un'arcata
del Khan. Le pietre che servivano loro da giacigli erano alte in
modo ch'essi potevano guardare, attraverso l'arco della finestra,
l'immensità del cielo. Mentre ammiravano le stelle scintillanti,
pensavano alla prossima Rivelazione.

Cosa accadrebbe? Si trovavano alfine in Gerusalemme; alla porta avevano
chiesto di Colui che cercavano; avevano annunziata la sua nascita;
ora non restava loro che di trovarlo. Colla speranza di riuscire
s'affidarono allo Spirito, ed in attesa d'udire la voce di Dio od un
segno dal cielo, non potevano prender sonno.

Mentre si trovavano così agitati e commossi, un uomo s'avanzò:

— «Svegliatevi» — disse loro, — «vi porto un messaggio che non può
essere protratto.» —

I tre si alzarono.

— «Per parte di chi?» — domandò l'Egiziano.

— «Di Erode, il Re.» —

Ognuno si sentì correre un fremito nelle ossa.

— «Siete forse il custode del Khan?» — chiese Balthasar.

— «Sì.» —

— «Cosa desidera il Re?» —

— «Il messaggero aspetta; egli vi risponderà.» —

— «Allora ditegli d'attenderci.» —

— «Voi avevate detto il giusto, buoni fratelli!» — soggiunse il Greco
dopo che il custode se ne fu andato. — «La domanda che fu diretta ai
viandanti ed alle guardie alla porta, ci ha resi oggetto di curiosità.
Io sono impaziente; facciamo presto.» —

Si alzarono; calzarono i loro sandali, si misero i mantelli e
s'avviarono.

— «Vi saluto; la pace sia con voi, e scusatemi; il mio padrone, il
Re, mi ha mandato ad invitarvi al palazzo, dove egli desidera parlarvi
segretamente.» —

Così il messaggero adempì il suo dovere.

Essi si guardarono a vicenda, alla luce d'una lampada appesa
nell'entrata, e s'accorsero che lo Spirito era con loro.

L'Egiziano si diresse verso il custode, e disse piano, in modo da non
essere udito dagli altri: — «Voi sapete in che posto si trova la nostra
roba nella corte, e dove riposano i nostri cammelli. Preparate, durante
la nostra assenza, tutto l'occorrente per la nostra partenza se essa
sarà necessaria.» —

— «Potete andarvene sicuri; fidate in me,» — rispose il custode.

— «La volontà del Re è la nostra» — disse Balthasar al messaggero. —
«Noi vi seguiremo.» —

Le strade della città santa erano strette come lo sono ora, ma non così
neglette e sudicie; perchè Erode non soddisfatto dalla sola bellezza,
voleva pulizia e comodità.

Guidati dalla luce pallida delle stelle essi ascesero lentamente
la collina. Giunsero, finalmente, ad una porta innalzata nel
mezzo della strada. Alla luce dei fuochi che ardevano in due gran
bracieri, intravvidero la struttura dell'edificio, e le guardie che
s'appoggiavano ai lati della porta.

Entrarono nell'edificio senza che la sentinella li fermasse;
attraversarono passaggi, porte e cortili, alcuni in piena oscurità;
salirono molte scale, passarono per innumerevoli corridoi e per
infinite camere, e furono condotti ad una torre d'una immensa altezza.
Ad un tratto la guida si fermò, ed additando una porta aperta, disse
loro:

— «Entrate. Il Re è là.» —

L'aria della camera era impregnata dal profumo del legno di sandalo, e
tutto all'intorno era ordinato e disposto riccamente.

Un tappeto era disteso nel bel mezzo del pavimento, e, sopra al
tappeto, era collocato un trono. I visitatori ebbero solo il tempo di
ricevere una confusa idea del luogo, di un'insieme di ottomane e di
letti intarsiati e dorati, di ventagli, di vasi, di strumenti musicali,
di candele d'oro brillanti di luce intensa; di mura dipinte nello stile
della voluttuosa scuola Greca, un solo sguardo alle quali avrebbe fatto
nascondere con sacro orrore la testa ad un Fariseo. Erode ch'era seduto
sul trono per riceverli, vestito come alla conferenza coi dottori e coi
sacerdoti, richiamò tutta la loro attenzione.

Essi s'avanzarono e s'inginocchiarono, senza essere invitati, sull'orlo
del tappeto. Il Re toccò un campanello.

Un servitore entrò e posò tre sgabelli davanti al trono.

— «Sedetevi» — disse il monarca, benignamente.

— «Dalla porta del Nord» — egli continuò quando essi si furono
accomodati — «ho avuto in questo pomeriggio l'avviso dell'arrivo di tre
stranieri, curiosamente vestiti come se fossero provenienti da lontani
paesi. Siete voi?» —

L'Egiziano, dopo di aver rivolto un'occhiata al Greco ed all'Indiano,
rispose facendo una profonda riverenza:

— «Di certo se noi non fossimo quegli stranieri, il potente Erode, la
cui fama corre pel mondo intero, non ci avrebbe fatti chiamare.» —

Erode approvò con un cenno della mano.

— «Chi siete, donde venite?» — domandò, ed aggiunse in tono espressivo:
— «Lasciate che ognuno parli di se stesso.» —

Essi si spiegarono, alludendo brevemente alle città, ai loro paesi
nativi ed alla strada percorsa sino a Gerusalemme. Non soddisfatto,
Erode aggiunse:

— «Cosa domandaste all'ufficiale che si trovava alla porta?» —

— «Gli domandammo dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei.» —

— «Comprendo ora perchè il popolo era così curioso. Voi mi
meravigliate. C'è un'altro Re degli Ebrei?» —

L'Egiziano non impallidì:

— «Ce n'è uno appena nato.» —

Il viso scuro del monarca assunse un'espressione di dolore come s'egli
si rammentasse d'un episodio straziante.

— «Non a me, non a me» — esclamò.

Forse gli passavano davanti le immagini accusatrici dei figli uccisi;
riavendosi dall'emozione chiese con voce ferma: — «Dov'è il nuovo
Re?» —

— «Questo, o Re, è ciò che desideriamo sapere.» —

— «Voi mi dite di un miracolo — un enigma di molto superiore a quello
di Salomone» — disse poi: — «Come vedete, sono in quel periodo di vita
in cui la curiosità è sfrenata come lo è nell'infanzia, allorchè lo
scherzare con essa è crudeltà. Proseguite, ed io vi rispetterò come i
Re si rispettano l'un l'altro. Ditemi tutto ciò che sapete del nuovo
Re, ed io mi unirò a voi nel cercarlo; e quando l'avremo trovato, farò
ciò che vorrete; lo porterò a Gerusalemme e l'alleverò nella reggia;
adoprerò la mia grazia con Cesare per la sua promozione e la sua
gloria. La gelosia non albergherà fra noi, ve lo giuro. Ma prima ditemi
come, separati sì ampiamente da mari e deserti, sieti arrivati ad udire
parlare di lui.» —

— «Ve lo diremo sinceramente, o Re.» —

— «Parlate,» — disse Erode.

Balthasar si alzò in piedi, e disse dolcemente:

— «V'è un Dio Onnipotente.» —

Erode si scosse in modo impercettibile.

— «Egli ci disse di venire in qua, assicurandoci che avremmo trovato il
Redentore del mondo; che l'avremmo veduto ed adorato, di prestar fede
ch'Egli era venuto; e, come segnale, ognuno di noi doveva vedere una
stella. Il suo Spirito rimase con noi, o Re, il suo Spirito è con noi
anche adesso!» —

Una commozione irresistibile, opprimente, s'impossessò dei tre.
Il Greco a stento represse un grido. L'occhio di Erode si fissò
rapidamente dall'uno all'altro; egli era più sospettoso e scontento di
prima.

— «Credo che voi mi canzoniate» — egli disse — «ma, se non è,
continuate. Che cosa produrrà la venuta del nuovo Re?» —

— «La salvezza degli uomini.» —

— «Da che cosa?» —

— «Dalla loro malvagità.» —

— «Come?» —

— «Per mezzo delle azioni divine — l'Amore, la Fede, e le opere
Buone.» —

— «Allora» — Erode si fermò, e nel suo sguardo nessun uomo avrebbe
potuto leggere quale sentimento spirasse — «voi siete gli araldi di
Cristo. È questo tutto?» —

Balthasar s'inchinò lentamente:

— «Noi siamo i vostri servi, o Re.» —

Il monarca toccò un campanello, e l'inserviente apparve. — «Portate i
regali» — gli disse.

L'inserviente uscì, ma ritornò poco dopo, ed inginocchiandosi innanzi
agli ospiti, diede a ciascheduno un manto azzurro e rosso scarlatto,
e una cintura d'oro. Essi espressero la loro gratitudine con inchini
all'orientale.

— «Ancora una parola» — disse Erode allorchè la cerimonia finì. —
«All'ufficiale della porta, e poc'anzi innanzi a me, voi parlaste
d'aver veduto uno stella nell'Oriente.» —

— «Sì» — disse Balthasar — «la sua stella, la stella del
neonato.» —

— «Quando vi apparve?» —

— «Quando fummo comandati di venire qua.» —

Erode si alzò, significando che l'udienza era finita. Scendendo dal
trono verso di loro, disse con grande amabilità:

— «Se, come credo, o uomini illustri, voi siete gli araldi di Cristo
appena nato, sappiate che ho consultato coloro che sono i più sapienti
riguardo alle cose ebraiche, ed essi dissero concordi che dovrebbe
essere nato nella Betlemme di Giudea. Io vi dico: — «Andate oltre,
andate e cercate diligentemente il giovane bimbo: e quando l'avrete
trovato, avvisatemi, affinchè io possa venire ad adorarlo. Che il
vostro tragitto non venga disturbato da alcun ostacolo. Pace sia con
voi!» — E avvoltosi nel suo manto lasciò la stanza.

La guida li diresse verso la strada, e poscia al Khan, alla porta del
quale il Greco disse:

— «Andiamo a Betlemme, o fratelli, come ci consigliò il Re.» —

— «Sì» — gridò l'Indiano — «lo Spirito ci protegge.» —

— «Così sia» — disse Balthasar, con egual ardore. — «I cammelli sono
pronti.» —

Essi diedero dei regali al castaldo, montarono in sella, richiesero le
indicazioni per andare alla Porta di Joppa, e partirono. Al loro arrivo
le grandi porte erano socchiuse ed essi entrarono in aperta campagna,
prendendo la via ultimamente fatta da Giuseppe e Maria. Mentre si
avanzavano sulla pianura di Rephaim, apparve una luce dapprima debole
e lontana. I loro cuori battevano forte. La luce si faceva rapidamente
più intensa; essi chiusero gli occhi allo splendore ardente; quando
si azzardarono a guardare nuovamente, ecco che la stella, bella come
nessun'altra nel cielo, si abbassò, e, lentamente, si avvicinò a loro.
Essi giunsero le loro mani, e gridarono, godendo di una gioia immensa:

— «Iddio è con noi! Iddio è con noi!» — e così ripeterono per tutta la
via, finchè la stella, innalzatasi sulla valle, al di là del Mar Elias,
ristette ancora al di sopra d'una casa, sulla cima della collina,
vicino alla città.



CAPITOLO XIV.


Cominciava la terza veglia, ed a Betlemme albeggiava sopra i monti,
ad oriente, ma così debolmente, che nella valle era ancora notte.
Il guardiano, sul tetto del vecchio Khan, tremando dal freddo, stava
ascoltando i primi suoni coi quali la vita, svegliandosi, accoglie il
giorno, allorchè una luce si mosse dalla collina verso la casa. Egli
la credette una torcia in mano a qualcheduno; dopo un momento la prese
per una meteora: lo splendore crebbe, pertanto, finchè divenne una
stella. Atterrito egli gridò e condusse tutti quelli ch'erano entro
le mura, sul tetto. Il fenomeno, con movimento curioso, continuava
ad avvicinarsi; le rupi, gli alberi, e le vie al disotto di esso,
splendevano come se rischiarate dalla luce del lampo; subito il suo
splendore divenne acciecante.

I più timidi fra gli ammiratori, caddero in ginocchio e pregarono, coi
loro visi nascosti; i più arditi, coprendosi gli occhi, s'appiattarono,
ed ogni tanto gettavano paurosamente delle occhiate furtive. Dopo
un po', il Khan, tutto all'intorno, era rischiarato da una luce
insopportabile pel suo vivo bagliore.

Quelli che si azzardarono a guardare, videro la stella ancora ferma
sopra la casa, di fronte alla caverna dove era nato il Bambino.

Nel bel mezzo di questa scena, vennero i tre Re Magi, ed alla porta
smontarono dei loro cammelli, e chiesero di entrare. Appena il
guardiano ebbe potuto frenare il suo terrore per badare a loro, levò
la stanga ed aprì la porta. I cammelli sembravano spettri, alla luce
soprannaturale, e, oltre all'aspetto fantastico, v'erano nei visi e nei
modi dei tre visitatori una veemenza ed una esaltazione che eccitarono
ancor più i timori del guardiano; egli per un po' non potè rispondere
alla domanda che gli venne fatta:

— «Non è questa Betlemme della Giudea?» —

Ma nel frattempo altri vennero, e diedero in vece sua la risposta.

— «No, questo non è che il Khan; la città si trova più in là.» —

— «Non v'è qui un bambino appena nato?» —

Gli astanti si guardarono reciprocamente meravigliandosi, mentre alcuni
di essi risposero: — «Sì, sì.» —

— «Mostratecelo!» — disse il Greco impazientemente.

— «Mostratecelo!» — gridò Balthasar, interrompendo la sua gravità;
— «poichè noi abbiamo veduto la sua stella, quella che voi ammirate
laggiù sopra alla casa, e siamo venuti per adorarlo.» —

L'Indiano giunse le mani, esclamando: — «Iddio realmente esiste! Fate
presto, fate presto! Il Salvatore è trovato. Benedetti, benedetti siamo
noi sopra tutti gli uomini!» —

La gente venne giù dal tetto, e seguì i forestieri, mentre essi furono
condotti, attraverso la corte, nel recinto; alla vista della stella
ancora sopra la caverna, benchè meno incandescente di prima, alcuni si
volsero spaventati; la maggior parte però li seguì. Mentre i forestieri
si avvicinavano alla casa, la stella si alzò; quando furono alla porta,
essa andava dileguandosi in alto; quando entrarono era sparita. E
nei testimoni di ciò che allora accadde, entrò la convinzione che una
divina relazione passasse fra la stella e gli stranieri.

Quando la porta si aprì tutti affollarono la caverna.

La stanza era illuminata da una lanterna, abbastanza luminosa per porre
in grado i forestieri di trovare la madre, ed il bambino, sveglio sulle
sue ginocchia.

— «È tuo il bambino?» — domandò Balthasar a Maria.

Essa rispose:

— «Egli è mio figlio!» —

Ed essi caddero in ginocchio e l'adorarono.

Era un bambino come gli altri bambini: sulla sua testa non v'era
nè un'aureola nè una corona; le sue labbra si aprivano, ma non per
parlare; se udiva le loro espressioni di gioia, le loro invocazioni, le
loro preghiere, non faceva segni di sorta. Il bambino guardava più alla
fiamma della lanterna che a loro.

Dopo un po' essi si alzarono, e, ritornando ai cammelli, tolsero
dalle selle regali di oro, d'incenso e di mirra, che posero davanti al
bambino, riverenti.

Essi lo adoravano senza esitare.

Perchè?

La loro fede si basava sui segni mandati da Colui, che, d'allora in
poi, si rivelò come nostro Padre; e, per essi, la sua promessa bastava.

Pochi v'erano che videro i segni e li compresero — a Madre e Giuseppe,
i pastori ed i Re; pure tutti credettero ugualmente, che cioè, Iddio
per ora era tutto, ed il Bambino nulla. Ma verrà un tempo che tutto
dipenderà dal Figlio.

Felici coloro che crederanno in Lui!...


  FINE DEL LIBRO PRIMO.



LIBRO SECONDO

    Arde una fiamma in cor, che non si appaga
    Dell'angusta prigion, ma inquieta aspira
    A volar oltre i consueti fini
    Del desiderio, ed una volta accesa,
    Eternamente, inestinguibil, brucia,
    E l'uom sospinge ad avventate eccelse,
    Nè mai si stanca tranne di quïete.

             PELLEGRINAGGIO DI AROLDO.



CAPITOLO I.


È necessario che il lettore si porti innanzi venticinque anni, al
principio dell'amministrazione di Valerio Grato, quarto governatore
imperiale della Giudea. — Un periodo notevole per le agitazioni
politiche che angustiarono Gerusalemme, prodromi del conflitto finale
fra i Romani e gli Ebrei.

Nell'intervallo erano avvenuti parecchi cambiamenti, specie d'ordine
politico. Erode il grande era morto un anno dopo la nascita del Bambino
e morto così miseramente da giustificare l'opinione che correva nel
mondo cristiano, che egli fosse cioè stato colpito dall'ira divina.
Come tutti i grandi reggitori di popoli che dedicano tutta la loro
vita a rafforzare la potenza che hanno creato, egli aveva sognato
di tramandare il trono e la corona, di diventare il fondatore di una
dinastia. Con questo intento, nel suo testamento, spartì le terre fra
i suoi tre figli Antipate, Filippo ed Archelao, e, a quest'ultimo,
diede la dignità regia. Il testamento fu necessariamente sottoposto ad
Augusto imperatore, il quale ne ratificò tutte le disposizioni, tranne
una sola: rifiutò ad Archelao il titolo di Re finchè non avesse dato
prova di capacità e fedeltà.

Lo creò invece Etnarca, e come tale lo lasciò governare nove anni, a
capo dei quali, essendosi egli dimostrato impari all'alto ufficio e
inabile a frenare gli elementi turbolenti che si agitavano intorno a
lui, lo mandò in esilio nelle Gallie.

Cesare non si accontentò di deporre Archelao. Colpì il popolo di
Gerusalemme in un modo che ferì nel vivo l'orgoglio dei superbi custodi
del Tempio. Ridusse la Giudea in provincia Romana e la aggiunse alla
prefettura di Siria.

Di modo che, in vece di un principe governante regalmente nel palazzo
che Erode aveva costruito sul monte Sion, la città cadde nelle mani
di un ufficiale subordinato, di un impiegato chiamato Procuratore, il
quale comunicava con la corte di Roma per via del Legato di Siria,
residente in Antiochia. — Per rendere più dolorosa la ferita, al
Procuratore non fu permesso di stabilirsi a Gerusalemme; questo onore
fu invece concesso a Cesarea. Ma la maggior umiliazione di tutte,
la più irritante, la più voluta, fu l'annessione della Samaria, —
la disprezzata Samaria, unita alla Giudea come parte della stessa
provincia! Quale dolore per i bigotti separatisti o Farisei il vedersi
sospinti e derisi alla presenza del Procuratore in Cesarea, dai devoti
di Gerizim!

Fra tante lagrime una consolazione sola rimaneva al popolo caduto: Il
Pontefice occupava il palazzo di Erode sulla Piazza del Mercato e vi
teneva la sembianza d'una corte. Quale fosse in realtà la sua autorità
si può facilmente comprendere.

Il Procuratore si riserbava il diritto di vita e di morte. La giustizia
era amministrata in suo nome e secondo i decreti di Roma.

Sintomo ancora più significante: il palazzo reale era
contemporaneamente occupato dagli ufficiali delle imposte imperiali con
tutto il suo corpo di assistenti, registratori, collettori, informatori
e spie. Ciò non di meno agli ostinati sognatori di una libertà futura,
era di una certa soddisfazione il pensare che il principale personaggio
nel palazzo era un Ebreo. La sua sola presenza in esso, giorno per
giorno, rammentava loro i patti e le promesse dei profeti e i tempi in
cui Jeova reggeva le tribù per mano dei figli d'Aronne: era per essi un
segno visibile che Egli non li aveva abbandonati; così le loro speranze
li tenevan desti e li abituavano a sopportare pazientemente la servitù,
mentre aspettavano sempre l'avvento del figlio di Giuda che doveva
regnare in Israele.

La Giudea era stata provincia di Roma per oltre ottant'anni — periodo
di tempo più che sufficiente per far conoscere ai Cesari il carattere
del popolo, per fargli apprendere che l'Ebreo con tutto il suo
orgoglio, poteva essere governato quietamente purchè venisse rispettata
la sua religione. — Ispirandosi a questi concetti i predecessori di
Grato si erano costantemente guardati dall'ingerirsi nelle pratiche
religiose dei loro sudditi. Egli invece seguì un'indirizzo diverso; uno
dei suoi fatti fu quello di spogliare Hannas delle sue dignità di primo
Sacerdote, e di dare il suo posto ad Ismaele figlio di Fabo.

Sia che quest'atto fosse emanato da Augusto o procedesse da Grato
medesimo, la sua sconvenienza divenne ben presto apparente. Non
esporremo al lettore un capitolo di politica Ebrea, ma due parole
sopra questo argomento sono essenziali per la retta intelligenza del
racconto.

In questo tempo esistevano in Giudea due partiti: il partito dei
nobili, e il partito separatista o popolare. Alla morte di Erode,
i due partiti si collegarono contro Archelao: combattendolo nei
templi e nel palazzo, a Gerusalemme e a Roma, qualche volta con gli
intrighi, qualche volta con le armi, in aperta guerra. Più d'una
volta i tranquilli colonnati del Moriah risuonarono delle grida dei
combattenti. Finalmente riuscirono a cacciarlo in esilio.

Durante tutta questa lotta gli alleati miravano ai vari loro scopi: i
nobili odiavano Jvazar, il primo Sacerdote; mentre i Separatisti erano
suoi gelosi seguaci. Quando crollò l'edificio di Erode con Archelao,
Jvazar condivise la sua sorte. Hannas, figlio di Set, fu scelto dai
nobili a coprire l'alto ufficio. Questo produsse la scissura violenta
dei due partiti, che si fronteggiarono in fiera inimicizia.

Nel corso della loro lotta contro lo sfortunato Etnarca i nobili
avevano creduto opportuno di piegarsi dalla parte di Roma.

Prevedendo che, quando si fosse abbandonato l'attuale ordinamento,
sarebbe stato necessario un nuovo assetto politico, suggerirono
la conversione della Giudea in provincia. Questo fatto fornì ai
separatisti un nuovo pretesto ed una nuova arma; e quando la Samaria
fu incorporata nella provincia, i nobili decaddero ad una esigua
minoranza, con nessuno che li sorreggesse all'infuori della corte
imperiale, del prestigio della loro casta e della loro ricchezza. Ad
onta di tutto ciò per quindici anni, sino all'avvento di Valerio Grato,
riuscirono a mantenersi tanto nel palazzo quanto nel Tempio.

Hannas, l'idolo del suo partito, aveva usato fedelmente del suo potere
nell'interesse del suo imperiale patrono. Una guarnigione romana
occupava la torre di Antonia; una guardia romana presidiava le porte
del palazzo; un giudice romano amministrava la giustizia in materia
civile e penale; il sistema fiscale romano, applicato senza pietà,
gravava sulla città e sulla campagna.

Ogni giorno, ogni ora, in mille modi, il popolo era angariato ed
offeso, imparando a sue spese la differenza fra una vita indipendente
e una vita di servitù. Pure Hannas lo conteneva in una tranquillità
relativa. Roma non aveva amico più fedele, e la sua mancanza si fece
subito sentire. Dopo aver consegnato i suoi indumenti ad Ismaele, il
nuovo Sacerdote, egli passò difilato dai cortili del Tempio ai concilî
dei Separatisti, mettendosi alla testa di una nuova coalizione.

Grato, il Procuratore, privato così di ogni sostegno, vide i fuochi,
che in quindici anni si erano andati gradatamente spegnendo, divampare
improvvisamente. Dopo un mese da che Ismaele aveva assunta la nuova
carica, il Romano trovò necessario visitarlo in Gerusalemme. Quando,
dall'alto delle mura, accolta da un coro di fischi e di urli, gli Ebrei
videro la sua guardia entrare per la porta settentrionale della città
e marciare verso la torre di Antonia, compresero il vero scopo della
visita. — Una intiera coorte di legionari fu aggiunta alla guarnigione,
e il giogo poteva ora essere aggravato impunemente.

Se il Procuratore avesse stimato opportuno di dare un esempio, Dio solo
avrebbe potuto salvare la prima vittima!



CAPITOLO II.


Tenendo presenti queste spiegazioni, il lettore è invitato a recarsi in
uno dei giardini del palazzo sul monte Sion. L'ora è la meridiana di un
giorno di luglio, quando il calore dell'estate è più intenso.

Il giardino è limitato da ogni banda da fabbricati, alcuni dei quali a
due piani, il primo con le porte e le finestre ombreggiate da verande,
il superiore terminante con terrazzi adornati insieme e protetti da
forti balaustre. Qua e là la continuità degli edifici è interrotta da
bassi colonnati che permettono la circolazione dei venti, e lasciano
intravvedere altri lati del palazzo, ponendone in rilievo tutta la
maestà e la ricchezza.

Il giardino non è meno bello. Viottoli ombrosi serpeggiano attraverso
prati e cespugli, sopra i quali si elevano alcuni alberi altissimi,
rari esemplari di palme e gruppi di carrubi, noci e albicocchi. Il
terreno va lentamente degradando dal centro, dove è scavato un profondo
bacino di marmo, interrotto tratto tratto da piccole bocche, che,
aperte, versano l'acqua nei rigagnoli scorrenti paralleli al sentiero,
sapiente artificio per sottrarre il luogo all'aridità troppo prevalente
in tutta quella regione.

Non lontano dalla fontana scintilla la superficie di un piccolo stagno
che alimenta un gruppo di canne e di leandri, sul genere di quelli che
crescono sulle rive del Giordano e del mar Morto. Fra le piante e lo
stagno, indifferenti ai raggi che il sole piove loro addosso attraverso
l'aria afosa, due giovani, uno di diciannove, l'altro di diciasette
anni, ragionano fra loro in serio colloquio.

A prima vista si direbbero fratelli: belli l'uno e l'altro, entrambi
neri di chiome e di occhi, dai volti abbronzati, di statura
proporzionata alla differenza della loro età. Il maggiore ha la
testa scoperta. Una tunica sciolta, cadente fino ai ginocchi, e un
mantello azzurro, gettato negligentemente per terra, formavano il
suo abbigliamento. Il costume lascia esposte le braccia e le gambe,
brune come il volto: ciò nonostante una certa grazia di modi, il
taglio aristocratico del viso, l'inflessione della voce, dimostrano
chiaramente la sua condizione. La tunica, di soffice lana, grigia al
bavaro e alle maniche, con gli orli listati di rosso, stretta intorno
alla vita da una corda di seta, lo dice Romano. E se nel discorrere,
lancia tratto tratto uno sguardo pieno di alterigia sopra il compagno,
e gli parla come ad un inferiore, lo si può quasi scusare, perchè
appartiene ad una stirpe nobile persino in Roma, una circostanza che in
quei tempi giustificava ogni arroganza.

Nelle terribili guerre fra il primo Cesare e i suoi grandi nemici, un
Messala era stato amico di Bruto. Dopo Filippi, senza disdoro al suo
nome, egli si riconciliò col vincitore, e più tardi, quando Ottavio
lottò per l'impero, Messala gli diede il suo appoggio. Ottavio,
diventato imperatore Augusto, si ricordò dei servigi resi da lui,
e colmò la sua famiglia di onori. Fra le altre cose, essendo stata
la Giudea ridotta in provincia, mandò il figlio del suo vecchio
cliente a Gerusalemme, coll'incarico di riscuotere le imposte della
regione e in questo ufficio egli era rimasto, dividendo il palazzo
col Primo Sacerdote. Il giovane di cui parliamo era figlio all'uomo
testè descritto, e nel volto e negli atti, mostrava troppo spesso di
ricordarsi dei rapporti corsi fra l'avo e i più illustri romani del suo
tempo.

Il compagno di Messala era di corporatura più esile, e le sue vesti,
di finissima e candida tela di lino, erano tagliate secondo la foggia
allora prevalente in Gerusalemme. Un panno gli copriva la testa,
stretto con un nastro giallo, e disposto in modo da partirsi sulla
fronte, e cadere indietro sulla nuca.

Un osservatore, esperto nelle distinzioni delle razze, e studioso più
dei tratti che degli abbigliamenti, avrebbe tosto notata la sua origine
Ebrea. La fronte del Romano era alta e stretta, il naso acuto ed
aquilino, le labbra erano fine e diritte, gli occhi freddi e prossimi
alle sopracciglia. La fronte dell'Israelita invece era bassa ed ampia,
il naso era lungo e con le narici tumide; il labbro superiore sporgente
leggermente sopra l'inferiore, curvandosi agli angoli come l'arco di
Cupido: fattezze che aggiunte, alla rotondità del mento, agli occhi
grandi, al puro ovale delle guancie soffuse di rosso, davano al suo
volto tutta la dolcezza, la forza e la venustà proprie alla sua razza.

La bellezza del Romano era castigata e severa, quella dell'Ebreo ricca
e voluttuosa.

— «Non dicevi che il nuovo Procuratore doveva arrivare domani?» —

La domanda proveniva dal minore degli amici ed era formulata in greco,
a quel tempo linguaggio dominante nella buona società della Giudea. Era
passato dal palazzo all'accampamento e nella scuola, e di là, nessuno
seppe bene, come e quando, nel Tempio medesimo, nei sacri corridoi e
nei chiostri del Tempio.

— «Sì, domani» — rispose Messala.

— «Chi te lo ha detto?» —

— «Ho inteso Ismaele, il nuovo governatore del Palazzo — voi lo
chiamate Primo Sacerdote — che ne parlava a mio padre jeri sera.
Certo la notizia sarebbe stata più attendibile se fosse venuta da un
Egiziano, la cui razza ha dimenticato ciò che sia la verità, o anche da
un Idumeo, il cui popolo non ha mai saputo ciò che la verità fosse; ma
per essere proprio certo, ho veduto un centurione della Torre stamane,
e mi disse che stavano facendo preparativi per il suo ricevimento;
che gli armajuoli stavano forbendo gli elmi, gli scudi, e indorando
le aquile e le sfere; che gli appartamenti, da lungo tempo disabitati,
venivano spolverati ed arieggiati come per un aumento della guarnigione
— la guardia del corpo, probabilmente, del grande uomo.» —

È impossibile di rendere perfettamente il modo con cui questa risposta
fu data, perchè i punti più notevoli e più caratteristici sfuggono
costantemente al potere della penna. La fantasia del lettore dovrà
venire in suo aiuto; e a questo fine dobbiamo ricordare che la
riverenza era una qualità che tramontava rapidamente nel mondo romano,
o meglio che andava giù di moda. La vecchia religione aveva quasi
cessato di essere una fede; tutt'al più era una semplice veste, o
un'espressione del pensiero, protetta principalmente dai sacerdoti che
trovavano il loro tornaconto nei servizi del Tempio, e dai poeti, che,
nei loro versi, non potevano far senza le loro divinità famigliari: vi
sono cantori in questa età che loro assomigliano. Come la filosofia
prendeva il posto della religione, la ironia sostituiva rapidamente
la riverenza, tantochè, nell'opinione dei Latini, essa era, in ogni
discorso, anche nelle piccole diatribe famigliari, ciò che è il sale
per le vivande, l'aroma pel vino.

Il giovane Messala, educato in Roma, e tornato da poco, aveva
acquistato queste abitudini e questi modi: il movimento quasi
impercettibile della palpebra inferiore, lo sdegnoso arricciar delle
labbra, la languida pronuncia affettata come il miglior modo per
esprimere l'idea di una generale indifferenza, ma più ancora per le
occasioni che porgeva per certe pause rettoriche, si stimavano di
prima importanza, affinchè l'ascoltatore afferrasse bene il concetto
e gustasse appieno il frizzo di un epigramma. Una tale pausa avvenne
nella risposta testè riferita alla fine dell'allusione all'Egiziano e
all'Idumeo.

Il rosso sulle guancie del giovanetto Ebreo si fece più scuro, ed egli
non rispose, guardando distrattamente nella profondità dello stagno.

— «Noi ci dicemmo addio in questo giardino». — «La pace del Signore sia
con te!» — furono le ultime tue parole. — «Gli Dei ti salvino!» — dissi
io. — «Ti ricordi? quanti anni sono trascorsi da quel tempo?» —

— «Cinque» — rispose l'altro, fissando l'acqua.

— «Ebbene, tu hai ragione di essere riconoscente verso — chi dovrei
dire? — gli Dei? Non importa chi. — Tu sei cresciuto assai bene; i
Greci ti chiamerebbero bellissimo — felice creazione degli anni! Se
Giove si accontentasse di un solo Ganimede, quale coppiere saresti per
l'imperatore!» —

— «Dimmi o mio Giuda, perchè ti interessa tanto la venuta del
Procuratore?» —

Giuda fissò gli occhi sopra il suo interlocutore collo sguardo grave,
pensieroso, penetrante in quello del Romano, mentre rispose: — «Sì,
cinque anni. Io ricordo la tua partenza; tu andavi a Roma; io ti vidi
partire e piansi, perchè ti amavo. Gli anni sono passati, e tu ritorni
a me come un principe — non lo dico per celia; e pure — pure — io
desidererei che tu fossi il Messala di quando partisti!» —

Le narici del Romano si contrassero in un movimento ironico, e più
affettata del solito suonò la sua voce, quando rispose:

— «Non un Ganimede, ma un oracolo o mio Giuda. Qualche lezione dal mio
maestro di rettorica presso il Foro — io ti darò una lettera per lui,
quando nella tua saggezza ti piegherai a seguire i miei consigli — un
po' di pratica nell'arte del mistero, e Delfo ti accoglierà come Apollo
medesimo. Al suono della tua voce solenne, la Pizia scenderà dal suo
tripode. Seriamente, o mio amico, in che cosa differisco dal Messala
che partì? Io intesi discutere una volta il più grande logico della
terra. Il tema della sua dissertazione era la disputa. Ricordo un suo
detto: «Comprendi bene il tuo avversario prima di rispondergli.» — E,
francamente, non ti comprendo.» —

Il giovane arrossì sotto lo sguardo cinico dell'altro; ma rispose con
fermezza: «Tu hai approfittato delle occasioni che ti furono offerte,
vedo; dalle tue scuole hai riportato molta sapienza e molte grazie. Tu
parli con la scioltezza di un maestro, ma il tuo dire punge. Il mio
Messala, quando mi abbandonò, non aveva veleno nella sua natura; per
tutto l'oro del mondo non avrebbe voluto offendere la sensibilità di un
amico.» —

Il Romano sorrise, come se avesse inteso un complimento, e rialzò
ancora più fieramente la bella testa patrizia.

— «O mio austero Giuda, non siamo a Dodona o a Pito. Abbandona quel
tuo fare da oracolo e discendi a spiegazioni terrene. In che ti ho
offeso?» —

L'altro respirò a lungo, e giuocherellando con la corda che gli
stringeva la vita: — «In questi anni anch'io appresi qualche cosa.
Hillele non sarà pari al filosofo che tu ascoltasti, e Simeone e
Sciamma sono, senza dubbio, inferiori al tuo maestro presso il Foro.
La loro sapienza non batte strade vietate; quelli che seggono ai loro
piedi si alzano ricchi soltanto della scienza di Dio, della Legge e di
Israele, imbevuti di amore e di rispetto per tutto ciò che a quelli si
riferisce.

Frequentando il Grande Collegio e meditando su quanto vi ascoltai, ho
appreso che la Giudea d'oggi non è più quella d'una volta. Io apprezzo
la differenza che corre fra un regno indipendente e una piccola
provincia soggetta. Sarei più vile, più abbietto di un Samaritano, se
non risentissi umiliazione pel mio paese. Ismaele non è il legittimo
Sacerdote, e non lo potrà mai essere, vivo l'illustre Hannas. Eppure
egli è un Levita, uno di quei devoti che per migliaia d'anni hanno
servito il Signore Iddio e la nostra religione. La sua....» —

Messala lo interruppe con un riso mordace.

— «Ora ti comprendo! Ismaele, tu dici, è un usurpatore. Ciò non di
meno ti fa male che si possa prestar fede ad un Idumeo piuttosto che a
lui. È questo che ti ha punto! Per l'ebbro figlio di Semele, che cosa
significa esser Ebreo! Cambiano gli uomini e le cose, il cielo stesso e
la terra; ma un Ebreo mai. Per lui non vi ha passato o futuro; egli è
oggi ciò che i suoi avi furono prima di lui. Guarda! su questa sabbia
io descrivo un cerchio. Ora dimmi che altro è la vita di un Ebreo?
Gira e rigira, qui Abramo, là Isacco, Giacobbe; Dio nel mezzo. Per il
Tonante, il cerchio è troppo grande. Lo rifaccio....» —

Si arrestò, puntò il pollice per terra e descrisse con le dita un
cerchio intorno ad esso.

— «Vedi, questa impronta del pollice è il Tempio, la linea formata
dalle dita la Giudea. All'infuori di questo spazio non esiste nulla di
buono! Le arti? Erode fu costruttore di palazzi, quindi è maledetto.
La pittura, la scoltura Guardarle è un peccato. La poesia l'avete
inchiodata sugli altari. In guerra tutto ciò che conquistate in sei
giorni lo perdete nel settimo. Questa è la vostra vita e la vostra
mèta. E non vuoi che rida? contento dell'adorazione di un tal popolo,
che cosa è mai il vostro Dio a petto del nostro Giove romano, che ci
presta le sue aquile perchè le nostre armi conquistino l'universo?
Hillele, Simeone, Sciammai, Abtalione, che valgono essi di fronte a
quei maestri che insegnano che tutto ciò che si può apprendere è degno
di essere appreso?» —

L'Ebreo balzò in piedi, con le guancie rosse al pari del fuoco.

— «No, no; siediti, mio Giuda, siediti.» — esclamò Messala,
stendendogli la mano.

— «Tu mi schernisci.» —

— «Ascoltami ancora un poco. Presto, — il Romano sorrise con disprezzo
— mi verranno in mente Giove e tutta la sua famiglia greca e romana,
come al solito, e allora addio serietà! Io ti sono riconoscente d'esser
venuto dalla vecchia casa de' tuoi padri per darmi il benvenuto e
rinnovare l'affetto della nostra infanzia, se possiamo.» — «Andate,» —
disse il mio maestro, nell'ultima sua lezione. — «Andate, e se volete
raggiunger la mèta, ricordatevi che Marte regna ed Eros ha ricuperata
la vista.» — Egli voleva dire che l'amore è nulla, la guerra tutto.
Così è in Roma. Il matrimonio è il primo passo verso il divorzio. La
virtù è una qualità da bottegaio. Cleopatra, morendo, ci legò le sue
arti, ed è vendicata. Essa ha un successore sotto il tetto di ogni
Romano. Il mondo corre per la stessa strada. Abbasso Eros, evviva
Marte! Io sarò soldato, ma tu, o mio Giuda, — io ti compiango, — che
cosa sarai tu?» —

L'Ebreo si avvicinò allo stagno. Messala continuò.

— «Sì, ti compiango, mio bellissimo Giuda. Dal collegio alla
Sinagoga; poi al Tempio, quindi — oh, gloria suprema! — ad un seggio
nel Sinedrio. Una bella vita, davvero! Gli dei ti aiutino! Mentre
io....» —

Giuda lo guardò e vide l'orgoglio imporporargli le gote e sfavillare
negli occhi, mentre ei proseguiva;

— «Ah, la terra non è tutta quanta conquistata! Il mare chiude isole
ignote. Nel settentrione vi sono popoli ancora sconosciuti. La gloria
di continuare la marcia d'Alessandro nell'ultimo Oriente offre nuovi
allori. Vedi quante vie si aprono ad un Romano?» —

Tacque un istante, e poi riprese col solito tono di persona annoiata:

— «Una campagna nell'Africa, un'altra contro gli Sciti, poi il comando
di una legione! Qui terminano i sogni di molti. Non il mio. Per Giove,
che idea! Rinuncierò alla legione per una prefettura. Pensa alla vita
di un Romano danaroso — oro, vino, donne, giuochi, poeti a banchetto,
intrighi di corte, dadi tutto l'anno. — Questa sarebbe una degna mèta
alla mia esistenza. Una grassa prefettura? O mio Giuda, ecco la Siria!
La Giudea è ricca e Antiochia è una capitale degna degli Dei. Io sarò
il successore di Cirenio, e tu, — tu dividerai la mia fortuna.» —

I sofisti e i retori che affollavano i pubblici ritrovi di Roma, e che
avevano quasi il monopolio dell'istruzione della gioventù patrizia,
avrebbero approvato questi detti di Messala nei quali avrebbero
riconosciuto gran parte dei loro insegnamenti; ma nel giovane Ebreo
facevano l'impressione di una sgradevole novità, ben diversa dalla
solennità dei discorsi e delle conversazioni a cui era abituato.
Di più, egli apparteneva ad una razza le cui leggi, costumanze
ed abitudini di pensiero, vietavano la ironia e lo scherno. Molto
naturalmente quindi egli ascoltò l'amico con varî sentimenti; sdegno
dapprima, poi incertezza nel come dovesse prenderlo. Quelle arie di
superiorità assunte da Messala lo avevano offeso sin da principio.
Presto divennero insopportabili. Anche quella pioggia frizzante di
detti satirici destò la sua ira. Per l'Ebreo dell'età di Erode il
patriotismo era una passione selvaggia appena celata sotto il manto
di una velata pacatezza di modi, e così connessa con la sua storia,
con la religione e con Dio, da balzare fuori immediatamente al menomo
dileggio di essi. Non è quindi esagerazione l'affermare che il discorso
di Messala, progredendo lentamente fino all'ultima sua pausa, cagionò
la più acuta tortura al suo uditore, il quale a questo punto, lo
interruppe con un sorriso studiato.

— «Sono pochi coloro che permettono che il proprio avvenire sia fatto
oggetto di scherno. Io non sono di quelli o Messala.» —

Il Romano lo osservò un istante, poi rispose: — «Perchè non si dovrebbe
dire il vero scherzando, anche sotto forma di parabola? La grande
Fulvia andò a pescare l'altro giorno, pigliò più pesci di tutte le
sue compagne. Si disse che essa avesse fatta indorare la punta del suo
amo.» —

— «Allora tu non scherzavi soltanto?» —

— «Mio Giuda, m'accorgo che non ti ho offerto abbastanza,» — rispose il
Romano rapidamente, con gli occhi scintillanti. — «Quando sarò Prefetto
e dominerò sulla Giudea, ti farò primo Sacerdote.» —

L'Ebreo si voltò adirato.

— «Non andare in collera» — disse Messala.

L'altro si fermò irresoluto.

— «Per gli Dei, mio Giuda, come scotta il sole!» — esclamò
il patrizio, osservando la perplessità dell'altro. — «Andiamo
all'ombra». —

Giuda rispose freddamente:

— «È meglio che ci lasciamo, sarebbe stato anche meglio che io non
fossi venuto. Cercavo un amico, e trovo....» —

— «Un Romano» — disse Messala.

L'Ebreo strinse i pugni, ma, padroneggiandosi con uno sforzo, si
allontanò.

Messala si alzò, prese il mantello dal sedile, e gettatoselo sopra
le spalle, seguì Giuda. Raggiuntolo, gli pose una mano sulla spalla e
continuò il cammino.

— «Con la mia mano sulla tua spalla, eravamo avvezzi a camminare da
fanciulli. Procediamo così fino al cancello.» —

Messala cercava d'esser serio e gentile, ma non poteva cancellare dal
suo volto la solita espressione satirica. Giuda lo lasciò fare.

— «Tu sei un ragazzo, io sono un uomo; lasciami parlare come
tale.» —

La compiacenza del Romano rasentava la superbia. Mentore consigliando
il giovane Telemaco non avrebbe potuto parlare con più disinvoltura.

— «Credi tu nelle Parche? Ah, dimenticavo! tu sei un Sadduceo: gli
Esseni sono i soli che abbiano giudizio fra voi: essi credono nelle
tre sorelle. Così faccio io. Costantemente esse ci attraversano il
sentiero. Se covo un grande disegno, se lavoro per attuarlo, proprio
quando sto per stringere il mondo nel pugno, intendo dietro di me
lo stridere delle forbici. Mi volto, e la scorgo, Atropo maledetta!
Ma, mio Giuda, perchè andasti in collera quando parlai di succedere
al vecchio Cirenio? Tu pensavi che io volessi arricchirmi depredando
questa tua Giudea? Supponiamolo; ciò è quanto farà forse un'altro
Romano. Perchè non lo dovrei fare io?» —

Giuda rallentò il passo.

— «Altri stranieri, prima dei Romani, dominarono sulla Giudea,» — disse
alzando la mano. — «Dove sono ora, o Messala? Essa ha sopravvissuto a
tutti. Ciò che è stato avverrà ancora.» —

Messala disse ancora con pacatezza:

— «Le Parche hanno seguaci anche all'infuori degli Esseni. Ben tornato,
o Giuda, nel grembo della fede!» —

— «No, Messala, non contarmi fra quelli. La mia fede poggia sulla rocca
che fu il fondamento della fede de' miei padri prima di Abramo; sopra
la parola del Signore Iddio di Israele.» —

— «Troppa foga, mio Giuda. Come un simile scoppio di passione da parte
mia, avrebbe incollerito il mio maestro! Io vorrei giovarti, o bello al
pari di Ganimede; seriamente vorrei giovarti. Io ti voglio bene, tutto
il bene di cui sono capace. Ti dissi che ho intenzione di diventar
soldato. Perchè non vuoi fare altrettanto? Perchè non uscire dal
cerchio angusto, che, come ti ho dimostrato, è tutta quanta la vita che
permettono le tue leggi e i tuoi costumi?» —

L'Ebreo non gli diede alcuna risposta.

— «Chi sono i saggi ai giorni nostri?» — continuò Messala. — «Non
quelli che esauriscono le loro forze in vane dispute intorno a
cose morte; intorno a Baal, Giove e Jeova, o intorno a filosofie e
religioni. Citami un grande nome, o Giuda; non mi importa dove tu possa
cercarlo; in Roma, nell'Egitto, in Oriente, o qui in Gerusalemme, —
e Plutone mi prenda, se non appartenne ad un uomo che foggiò la sua
fama con gli strumenti che gli fornì il presente; che nulla tenne per
sacro che non contribuisca a questo fine; che nulla sprezzò di quanto a
questo fine condusse.

Non fu così di Erode, non fu così dei Maccabei? E il primo, e il
secondo Cesare? Segui il loro esempio. Comincia subito. Ecco Roma,
pronta ad aiutarti, come aiutò l'Idumeo Antipatro.» —

Il giovanetto Ebreo tremò di collera, e, trovandosi già vicino al
cancello del giardino, affrettò i suoi passi, desideroso di fuggire.

— «O Roma, Roma!» — mormorò.

— «Sii saggio» — continuò Messala. — «Abbandona le fole di Mosè e le
tradizioni; guarda in faccia alle cose. Guarda in faccia alle Parche, e
ti diranno che Roma è il mondo. Chiedi loro che cosa è la Giudea, e ti
risponderanno che è ciò che Roma vuole.» —

Erano giunti all'uscita. Giuda si fermò e tolse dolcemente la mano
dell'amico dalla sua spalla, poi si voltò verso Messala, con le lacrime
agli occhi.

— «Io ti comprendo, perchè sei Romano; tu non puoi comprender me.
Io sono un Israelita. Tu mi hai cagionato un grande dolore, oggi,
convincendomi che non potremo mai essere gli amici di una volta, mai!
Dividiamoci. La pace del Dio dei miei padri sia con te!» —

Messala gli tese la mano: l'Ebreo passò sotto il portone. Quando
egli si fu allontanato il Romano, rimase muto un istante; poi varcò
anch'egli la porta, crollando la testa.

— «Sia,» — mormorò. — «Eros è morto, Marte regni!» —



CAPITOLO III.


Dall'ingresso della città Sacra, corrispondente all'attuale porta di
Santo Stefano, volgeva verso occidente una via parallela alla facciata
settentrionale della Torre di Antonia e non molto distante da questo
celebre castello. Continuando nella medesima direzione fino alla valle
Tiropea, che seguiva per un breve tratto verso sud, essa piegava di
nuovo ad occidente fino ad arrivare a quella che la tradizione chiama
porta del Giudizio, per quindi volgersi decisamente verso Sud.

Il viaggiatore, o lo studioso famigliare con la sacra località,
riconoscerà in questa strada una parte della via Dolorosa, di tanto
e così melanconico interessamento per tutti i Cristiani. Siccome per
lo scopo nostro non necessita la descrizione di tutta la via, sarà
sufficiente di indicare una casa, la quale merita un esame più attento,
sorgente all'ultimo angolo di essa.

L'edificio guardava verso occidente e verso settentrione, forse
quattrocento piedi di lunghezza per ciascun lato, e, come la maggior
parte delle case di una certa pretesa in Oriente, aveva due piani, ed
era perfettamente quadrangolare. La via dal lato occidentale misurava
circa dodici piedi di larghezza, quella a nord non più di dieci; e chi
fosse passato rasente a quelle mura e avesse guardato in alto, sarebbe
stato colpito dalla rude, incompleta, ma forte ed imponente apparenza
che presentavano, perchè erano formate da larghi blocchi di pietra non
tagliati, ma posti l'uno sull'altro come uscivano dalla cava. Un perito
dell'epoca lo avrebbe chiamato stile fortilizio, se le finestre, adorne
fuor dell'usato, e la finitezza e l'eleganza delle porte non avessero
mitigata questa impressione.

Le finestre verso occidente erano in numero di quattro, quelle a
settentrione soltanto due, tutte all'altezza del secondo piano. Le
porte erano semplici interruzioni delle mura del piano inferiore, ed
oltre ad essere tempestate di chiodi e difese da catenacci quasi a
resistere ai colpi d'un ariete, erano protette da cornici di marmo
artisticamente lavorate e di così ardita proiezione da rivelare
apertamente al visitatore non ignaro degli usi del popolo, che il ricco
proprietario del palazzo era un Sadduceo in politica ed in religione.

Dopo essersi separato dal Romano sulla Piazza del Mercato, il giovane
Ebreo aveva risalita questa strada e s'era fermato davanti alla porta
occidentale del palazzo da noi descritto. Gli fu aperta la porta ed
egli entrò frettolosamente senza rispondere all'inchino rispettoso del
guardiano. Per renderci conto della struttura interna della casa e per
apprendere le ulteriori vicende del giovane, seguiamolo.

Il passaggio in cui era stato accolto rassomigliava ad una stretta
galleria, con tavolati di legno alle pareti e volta adorna di trafori.
Panche di pietra, lucide per lungo uso, la fiancheggiavano. Una
quindicina di passi lo portava ad un cortile limitato ad ogni lato
da edifici a due piani; il pian terreno era circondato da colonnati,
mentre il superiore terminava in una terrazza difesa da una robusta
balaustrata.

I servitori che andavano e venivano sui terrazzi, il rumore dei
macinatoi in lavoro, la biancheria svolazzante su corde tese da parte
a parte; le galline e i piccioni liberi e vaganti per il cortile;
le capre, le mucche, gli asini e i cavalli posti sotto i colonnati;
un grande serbatoio d'acqua evidentemente destinato all'uso comune,
rivelavano gli scopi domestici del cortile.

Nel lato orientale il muro era interrotto da un altro passaggio simile
al primo, e, attraverso a questo, il giovane pervenne in una seconda
corte, spaziosa e quadrata, allietata da cespugli fioriti e da viti,
cui, un bacino di marmo, aggiungeva bellezza e frescura.

I colonnati, qui, erano più alti, ombreggiati da cortine a strisce
gialle e rosse, e le colonne avevano sembianza di steli intrecciati.
Una gradinata verso sud immetteva ai terrazzi del piano superiore,
sopra i quali erano tese grandi tende a proteggerli contro i raggi del
sole. Un'altra gradinata conduceva dai terrazzi sul tetto, l'orlo del
quale, per tutta la periferia, era adorno di una cornice scolpita e
di un parapetto di terracotta rosso vivo. Dappertutto si scorgeva una
scrupolosa pulizia che non permetteva alla polvere di adunarsi negli
angoli, e non lasciava una foglia secca sopra i cespugli, contribuendo
così ad accentuare l'impressione complessivamente deliziosa; tantochè,
un visitatore, respirando quell'aria tranquilla e dolce, riceveva
un'idea della raffinatezza e della coltura della famiglia che andava a
trovare.

Fatti alcuni passi nel secondo cortile, il giovine piegò a destra,
e scegliendo un sentiero attraverso i cespugli, giunse alla scala ed
ascese al terrazzo, il pavimento del quale era coperto di piastrelle
bianche e nere, rese lucide dallo stropiccìo continuo dei piedi.
Alzando le tende di una portiera situata a settentrione, entrò in un
appartamento che il cadere della tenda ripiombò nell'oscurità. Ciò non
di meno procedette con passo sicuro verso un divano sopra il quale
si gettò bocconi, riposando con la fronte appoggiata alle braccia
incrociate.

Verso il crepuscolo una donna venne alla porta e chiamò; non avendo
ottenuta risposta, sospinse la portiera ed entrò.

— «La cena è pronta e cade la notte. Non hai fame?» — gli chiese.

— «No» — rispose egli.

— «Sei ammalato?» —

— «Ho sonno.» —

— «Tua madre ha chiesto di te.» —

— «Dov'è?» —

— «Nel padiglione sopra il tetto.» —

Egli si scosse e si alzò.

— «Bene, portami qualche cosa da mangiare.» —

— «Che cosa desideri?» —

— «Quel che ti piace, Amrah. Non sono ammalato, ma sono indifferente
alla vita. Essa non mi sembra così piacevole come mi apparve stamane.
Un nuovo male, o mia Amrah; e tu che mi conosci così bene, tu che non
mi sei mai venuta meno, pensa a ciò che può sostituire i cibi e le
medicine. Portami ciò che vuoi!» —

Le domande di Amrah, e la voce con cui erano state fatte, bassa,
dolce e premurosa, rivelavano rapporti di famigliarità fra quei due.
Essa pose la mano sulla fronte di lui, e poi, quasi fosse soddisfatta
dell'esame, uscì dicendo: — «Vedrò.» — In breve ritornò recando su
di un vassoio di legno una scodella di latte, alcune focaccie di pane
bianco, un delicato pasticcio di grano macinato, un uccello lessato,
miele e sale. Ad una estremità del vassoio stava una coppa d'argento
piena di vino, all'altra una lucerna di bronzo accesa.

Così illuminata, la stanza era visibile: le pareti di stucco levigato,
la volta interrotta da grandi travi di quercia, annerite e macchiate
dalla pioggia e dal tempo; il pavimento coperto di piccole piastrelle
azzurre e bianche, resistenti e ben conservate. Alcune sedie con le
gambe intagliate a somiglianza di gambe di leoni; un divano di poco
rialzato sopra il suolo, guarnito di stoffa azzurra e in parte coperto
da un immenso scialle di lana — in una parola, una camera da letto
ebrea.

La luce lasciò vedere anche la donna. Avvicinando una sedia al
divano, essa vi pose il vassoio e poi si inginocchiò vicino al suo
signore, pronta a servirlo. Il suo volto era quello di una persona
di cinquant'anni, scura di carnagione, nera d'occhi, i quali, in quel
momento, erano raddolciti da un'espressione di tenerezza quasi materna.
Un turbante bianco copriva la sua testa, lasciando esposta parte delle
orecchie e in quelle i segni che rivelavano la sua condizione, — dei
fori praticati con una grossa lesina. Era una schiava, di origine
Egiziana, alla quale neppure il sacro cinquantesimo anno avrebbe potuto
portare la libertà; nè essa l'avrebbe accettata, perchè il ragazzo,
cui stava attendendo, formava la gioia della sua vita. Essa lo aveva
allattato infante, lo aveva curato bambino, e non poteva tralasciare di
servirlo. Per il suo affetto egli non sarebbe mai stato un uomo.

Egli parlò una sola volta durante il pasto.

— «Ti ricordi, o mia Amrah» — disse — «di quel Messala che soleva
venire a trovarmi per giorni intieri?» —

— «Lo rammento.» —

— «Egli andò a Roma alcuni anni fa, ed è ritornato oggi. Sono stato a
fargli visita.» —

Un brivido scosse il giovane.

— «Io avevo indovinato che ti era accaduto qualche cosa di grave.»
— disse Amrah, con profonda sollecitudine. — «Io non ho mai amato
Messala. Dimmi tutto.» —

Ma egli era tornato sopra pensieri, e alle sue ripetute domande rispose
soltanto:

— «Egli è molto mutato, ed io non voglio aver nulla più a che fare con
lui.» —

Quando Amrah portò via il vassoio, egli uscì insieme a lei, e salì dal
terrazzo sopra il tetto.

Il lettore saprà qualche cosa degli usi a cui si adibiscono i tetti
delle case, in Oriente. In quanto ai costumi, il clima è dappertutto il
miglior legislatore. L'estate Siriaca, di giorno, costringe le persone
a cercare riparo sotto i colonnati ombrosi; ma di notte ne li chiama
fuori non appena l'ombre cominciano ad avvolgere lentamente i fianchi
delle montagne, come i veli che coprono i cantori Circei. Ma quelle
sono lontane, mentre il tetto è vicino, abbastanza rialzato sopra il
livello della pianura scintillante, per essere visitato dai freschi
venticelli notturni, e per lasciar mirare in tutto il suo splendore la
volta stellata del cielo. Così tutta la famiglia si raduna sul tetto,
che diviene luogo di giuochi, camera da letto, alcova, sala da musica,
da danza, da conversazione, da meditazione e da preghiera.

Le ragioni che, in climi più freddi, suggeriscono la decorazione
dell'interno delle case, in Oriente consigliano l'abbellimento del
tetto. Il parapetto ordinato da Mosè divenne un trionfo dell'arte
vasellaria e statuaria. Più tardi, sopra di esso, si elevarono
torri, semplici e fantastiche; più tardi ancora principi e imperatori
adornarono le sommità delle loro case di padiglioni di marmo e di oro.
L'ultimo portato di questo lusso stravagante furono i giardini pensili
di Babilonia.

Il giovane attraversò lentamente in tutta la sua lunghezza il tetto e
si avvicinò ad una torre costruita sull'angolo nord-est del palazzo.
Se fosse stato un forestiero avrebbe gettato uno sguardo sull'edificio
e avrebbe veduto, per quanto l'ombra crepuscolare lo permetteva, un
ammasso oscuro di pietre, con finestre a pilastri e graticci, terminato
da una cupola. Egli, rapido, entrò passando invece sotto una cortina
mezzo rialzata. Nell'interno regnava l'oscurità, tranne che ai quattro
lati ove erano delle aperture arcuate attraverso le quali appariva il
cielo illuminato di stelle. In uno dei vani, appoggiata ad un cuscino
del divano, appariva la figura di una donna, confusamente, attraverso
bianchi drappeggiamenti. Al suono dei suoi passi, il ventaglio che
ella teneva in mano cessò di agitarsi, luccicando là dove i raggi delle
stelle si rifrangevano nelle gemme di cui era tempestato. La donna si
alzò a sedere e chiese:

— «Giuda, mio figlio, sei tu?» —

— «Sono io, madre,» — egli rispose, accelerando il passo. Si avvicinò,
e si inginocchiò dinanzi a lei, mentr'essa lo cinse con le sue braccia
e lo strinse al petto colmandolo di baci.



CAPITOLO IV.


La madre riprese la sua comoda posizione, sopra il cuscino, mentre
il figlio prese posto sul divano, appoggiandole il capo sul grembo.
Entrambi, guardando fuori attraverso la finestra, potevano vedere
un mare di tetti più bassi: più lontano, verso occidente, le cime
nereggianti dei monti, e il cielo, brulicante di stelle. La città era
tranquilla. Non si udiva che il fruscìo del vento.

— «Amrah mi dice che t'è successo qualche cosa di grave» — essa
cominciò, accarezzando le sue guancie. — «Quando il mio Giuda era
bambino, io lasciava che piccole cose lo infastidissero, ma ora egli è
un uomo. Egli non deve dimenticare» — la sua voce si fece molto dolce —
«che un giorno egli dovrà essere il mio eroe.» —

Essa parlava un idioma quasi caduto in disuso nel paese, ma che alcuni
pochi, ricchi di cuore come di beni, conservavano nella sua purezza
per distinguersi ancora meglio dai Pagani, — l'idioma in cui Rebecca e
Rachele cantarono a Beniamino.

Queste parole sembrarono render il giovane pensieroso, ma, dopo qualche
istante, egli prese la mano con cui essa gli faceva vento, e disse
— «Oggi, o madre, ho dovuto riflettere su molte cose che prima non
avevano rattristata la mia mente. Dimmi, anzitutto, che cosa dovrò
diventare un giorno?» —

— «Non te l'ho già detto? Devi diventare il mio eroe.» —

Egli non poteva scorgere il volto di lei, ma sapeva che essa scherzava.
Divenne ancora più serio.

— «Tu sei molto buona, molto cara, o madre. Nessuno ti amerà più di
me.» —

Le baciò e ribaciò più volte la mano.

— «Io credo di intendere perchè cerchi di evitare la mia domanda,» —
continuò. — «Fin'ora la mia vita ti ha appartenuto. Come dolce, come
soave è stato il tuo impero su di me! Io vorrei che durasse in eterno.
Ma ciò non deve essere. È volontà del Signore che un giorno io divenga
padrone di me stesso; sarà un giorno di separazione, e quindi un giorno
crudele per te. Siamo serî e coraggiosi. Io sarò il tuo eroe, ma tu
devi indicarmi il cammino per divenirlo. Tu conosci la legge: — «Ogni
figlio di Israele deve avere una occupazione.» — Io non sono esente
dalla legge, e domando ora: Devo occuparmi degli armenti, o coltivare
i campi, o segar legna, o diventare dottore od avvocato? Che cosa devo
essere? Cara, buona mamma, aiutami a rispondere.» —

— «Gamaliele ti ha forse tenuto un discorso,» — essa osservò,
pensierosa.

— «Se è così, io non lo intesi.» —

— «Allora sei andato a passeggio con Simeone, il quale, mi dicono,
eredita l'ingegno della sua famiglia.» —

— «No, io non l'ho veduto. Io sono stato sul Mercato e non nel Tempio.
Ho fatto visita al giovane Messala.» —

Un certo cambiamento nella sua voce, attirò l'attenzione della madre.
Un presentimento affrettò i battiti del suo cuore; il ventaglio si
arrestò di nuovo.

— «Messala? E che cosa potè egli dirti per turbarti così?» —

— «Egli è molto mutato.» —

— «Vuoi dire che è ritornato Romano.» —

— «Sì.» —

— «Romano!» — essa continuò, quasi fra sè. — «Per tutto il mondo,
questo significa tiranno! Quanto tempo è rimasto assente?» —

— «Cinque anni.» —

Essa alzò il capo e guardò lontano, nella notte.

— «I costumi della Via Sacra vanno bene nella strade dell'Egiziano e
in Babilonia; ma in Gerusalemme, nella nostra Gerusalemme, impera il
Patto.» —

E assorta in questo pensiero, ricadde indietro sui cuscini. Egli fu il
primo a parlare.

— «Ciò che disse Messala fu abbastanza mordace in sè; ma, se
aggiungi il modo in cui si espresse, alcuni dei suoi detti furono
intollerabili.» —

— «Credo di intenderti. Roma, i suoi poeti, i suoi oratori, i suoi
senatori, i suoi cortigiani, sono pazzi per l'affettazione di ciò che
essi chiamano satira...» —

— «Io suppongo che tutti i grandi popoli siano orgogliosi,» — egli
proseguì, senza badare all'interruzione; — «ma l'orgoglio di quel
popolo è diverso da ogni altro. In questi ultimi tempi è cresciuto a
tal misura che appena ne sfuggono gli Dei.» —

— «Gli Dei ne sfuggono!» — riprese la madre. — «Più d'un Romano
ha accettato l'adorazione dei suoi simili come un suo diritto
divino.» —

— «Messala ha sempre avute le sue qualità cattive. Quando era bambino
io l'ho visto schernire stranieri che persino Erode riceveva con
onori: ma almeno risparmiava la Giudea. Per la prima volta, quest'oggi,
scherzò sui nostri costumi e su Dio. Come tu mi avresti imposto, io mi
sono separato per sempre da lui. Ed ora, o mia cara madre, io vorrei
sapere con maggiore certezza se vi è qualche giusto fondamento nel
disprezzo del Romano. In che sono io il suo inferiore? Siamo forse un
popolo più vile? Perchè dovrei io, anche al cospetto di Cesare, provare
la paura dello schiavo? Dimmi specialmente perchè, se io ho un'anima, e
così credo, non posso andare alla conquista degli onori di questo mondo
ovunque essi siano? Perchè non posso brandire la spada e combattere in
guerra? Poeta, perchè non potrò cantare tutti i temi? Io potrò lavorare
il metallo, potrò essere guardiano di armenti, mercante, e perchè non
anche artista come i Greci? Dimmi, o mia madre, e questo è il riassunto
dei miei dolori, — perchè non potrà un figlio di Israele fare tutto ciò
che può un Romano?» —

Il lettore rintraccierà l'origine di queste domande al colloquio
sulla Piazza del Mercato; la madre, ascoltandolo con l'attenzione di
tutte le sue facoltà, da indizî che sarebbero sfuggiti ad un uditore
più indifferente, dalle connessioni del soggetto, dallo scopo delle
domande, forse dall'accento stesso e dal tono della sua voce, non fu
meno rapida nel balzare alla medesima illazione. Essa si alzò diritta e
con voce rapida e penetrante come quella del figlio, rispose:

— «Vedo, vedo! — Per le amicizie della sua infanzia Messala era quasi
un Ebreo; se fosse rimasto fra noi si sarebbe, forse, convertito,
tanto possono, su di noi, le influenze che maturan la nostra vita.
Ma gli anni passati in Roma hanno prevalso. Io non mi meraviglio del
mutamento: pure, — la sua voce si abbassò — avrebbe potuto trattare
più benignamente almeno te. È un indole dura e crudele quella che può
dimenticare i primi affetti di gioventù!» —

Con la mano gli sfiorò leggermente la fronte, le dita si impigliarono
nei capelli di lui, e indugiarono amorevolmente in essi, mentre
gli occhi fissavano le stelle più alte e più splendenti. Fra il suo
orgoglio e quello del figlio passava una corrente di perfetta simpatia.
Voleva rispondergli; nello stesso tempo non avrebbe voluto per nulla al
mondo che la risposta non lo accontentasse, nè fargli una confessione
di inferiorità che avrebbe potuto fiaccare il suo spirito per tutta la
vita. Esitò, temendo di affidarsi alle proprie forze.

— «Ciò che tu proponi, o mio Giuda, non è argomento che possa esser
trattato degnamente da una donna. Lascia che sospendiamo il discorso
sino a domani, e ci consiglieremo col saggio Simeone....» —

— «Non mandarmi dal Rabbino,» — egli disse seccamente.

— «Lo farò venire da noi.» —

— «No, io cerco qualche cosa di più di una semplice informazione. Egli
potrebbe darmela forse meglio di te, o madre, ma tu puoi darmi ciò che
egli non può — la risolutezza che è l'anima della nostra anima.» —

Mentre i suoi occhi vagavano pel firmamento, ella cercò di comprendere
tutto il significato di quelle domande.

— «Abbi coraggio, o mio figlio. Messala discende da una stirpe
illustre. La sua famiglia si distinse attraverso a molte generazioni.
Nei giorni della Roma repubblicana — quanti anni fa non so — i suoi
antenati erano famosi per virtù civili e militari.

Io mi ricordo di un solo console di quel nome; ma la sua famiglia
era fra quelle dei senatori e la protezione ne era ricercata come
quella di uomini influenti e ricchi. Ma se oggi il tuo amico si
vantò dei suoi avi, avresti potuto ridurlo al silenzio enumerando i
tuoi. Se egli parlò delle età attraverso le quali si possono seguire
il suo lignaggio, le gesta, la potenza, la ricchezza, della sua
famiglia, — e queste allusioni, tranne nel caso che grandi ragioni lo
richieggano, sono indizî d'un'anima piccina — avresti potuto sfidarlo
al paragone.» —

Dopo una breve pausa, in cui raccolse i pensieri, la madre proseguì:

— «Una delle idee prevalenti in questa età è l'importanza data alla
nobiltà delle stirpi e delle famiglie. Un Romano che vanti per questo
la sua superiorità sopra un figlio di Israele sarà sempre sconfitto.
La sua origine data dalla fondazione di Roma; i più illustri fra di
essi non possono ripeterla ad un tempo più remoto; alcuni pretendono di
farlo ma non possono convalidare il loro asserto con altre prove, che
col riferirsi alla tradizione. Messala in ogni modo non lo potrebbe.
Veniamo a noi. Noi lo potremmo?» —

Se un poco più di luce vi fosse stata nella stanza si sarebbe visto
l'orgoglio imporporare le gote della donna e scintillarle negli occhi.

— «Immaginiamo che il Romano ci sfidasse, io potrei rispondergli senza
millanteria e senza paura.» —

La sua voce esitò; una mesta ricordanza mutò la forma del suo discorso.

— «Tuo padre, o mio Giuda, dorme in pace coi padri suoi; ma io mi
rammento, come se fosse jeri, il giorno in cui, lui ed io, accompagnati
da molti amici festanti, ci recammo al Tempio, alla presenza del
Signore. Sacrificammo le colombe, e, al sacerdote, diedi il tuo nome
che egli scrisse davanti a me: «Giuda, figlio di Iamar, della Casa dei
Hur.» Questo nome fu poi ricopiato nel registro messo a parte per gli
atti della santa famiglia.[1]

  [1] In questi giorni fu scoperta presso Babilonia un'iscrizione
  ebraica col nome di _Ur_, compagno di Giosuè. (_N. d. T._)

Io non so quando ebbe principio questa costumanza della registrazione.
So che era già in uso prima della fuga dall'Egitto. Hillele afferma
che Abramo fece fare questi annali per proprio conto col suo nome e i
nomi de' suoi figli, mosso dalla promessa del Signore che separò lui
e la sua stirpe da tutte le altre razze, e la creò la prima, la più
grande, l'eletta della terra. Il patto con Giacobbe, diceva la stessa
cosa. «Nella tua semenza tutte le nazioni del mondo saranno benedette».
Così disse l'Angelo ad Abramo: «E la terra su cui giaci, io la dono
a te ed alla tua semenza.» Così parlò il Signore istesso a Giacobbe
addormentato a Bethel sulla strada di Haran. Più tardi uomini saggi
cominciarono a pensare ad una giusta partizione della terra promessa,
e, affinchè fosse conosciuto chi in quel giorno avesse diritto ad una
porzione, fu iniziato il Libro delle Generazioni. — Il beneficato
avrebbe potuto essere il più umile della famiglia eletta, perchè
il Signore Iddio non conosce distinzioni di rango e di ricchezza.
Così, affinchè la verità apparisse chiara agli uomini che dovevano
esser testimoni al grande avvenimento, ed essi potessero attribuirne
la gloria a chi spettava, si richiese la tenuta degli annali con
scrupolosa esattezza. Furono così tenuti?» —

Il ventaglio si agitò in silenzio qualche minuto, finchè egli
impazientito, ripetè la domanda della madre: — «Gli annali sono
perfettamente esatti?» —

— «Hillele disse che lo sono, e di quanti si occuparono dell'argomento
egli è il meglio edotto. Il nostro popolo fu spesso negligente di
alcune parti della legge, ma mai di questa. Il buon Rabbino ha egli
stesso studiato il Libro delle Generazioni attraverso tre periodi,
dalla promessa sino all'apertura del Tempio, sino alla cattività e sino
ai giorni nostri. Solo una volta furono interrotti gli annali, e questo
avvenne verso la fine del secondo periodo. Ma quando la nazione ritornò
dal lungo esiglio, quale primo dovere verso Dio, Zerubbabele ristaurò
i Libri, permettendoci nuovamente di seguire la discendenza delle
famiglie Ebree per duemil'anni. Ed ora....» —

Si arrestò un istante, come per agevolare al suo ascoltatore la
comprensione di quanto aveva detto.

— «Ed ora che cosa diviene il superbo vanto del Romano? per questo
paragone i figli d'Israele che vegliano sugli armenti sul monte
Rephaim, laggiù, sono più nobili del più illustre dei Marcii.» —

— «Ed io, madre? che dicono i Libri di me?» —

— «Ciò che io ho detto sin'ora aveva relazione colla tua domanda. Io ti
risponderò. Se Messala fosse presente, egli potrebbe dire, come altri
han detto, che la traccia del tuo lignaggio si smarrisce quando gli
Assiri presero Gerusalemme, e distrussero il Tempio, con tutti i suoi
cimelii preziosi. Ma tu potresti opporgli il pio lavoro di Zerubbabele,
e rispondere, in verità, che la genealogia Romana terminò quando i
barbari d'occidente entrarono in Roma e si accamparono, sei mesi,
nelle sue vie desolate. Il Governo teneva forse gli annali gentilizî?
Se fu così che avvenne di essi in quei giorni funesti? No, no; la
verità parla, alla fondazione del Tempio, e indietro, fino, alla marcia
dall'Egitto, onde abbiamo l'assoluta certezza che tu discendi in linea
diretta da Hur, compagno di Giosuè. In quanto agli antenati, il tuo
onore non è dunque grande? Desideri di indagare più oltre? Prendi la
_Torah_ ed apri il Libro dei Numeri, e settantadue generazioni dopo
Adamo troverai il capostipite della tua casa.» —

Il silenzio regnò per qualche tempo, nella stanza sopra il tetto.

— «Io ti ringrazio, o madre» — disse Giuda stringendo le mani di lei
nelle sue — «io ti ringrazio di tutto cuore. Avevo ragione di non
chiamare il buon Rabbino; egli non avrebbe potuto soddisfarmi come tu
lo hai fatto. Ma, per nobilitare veramente una famiglia, basta il solo
tempo?» —

— «Ah, tu dimentichi, tu dimentichi! Le nostre pretese non poggiano
unicamente sul tempo; il favore del Signore è la nostra gloria
precipua.» —

— «Tu parli della razza, ed io, madre, della famiglia, della nostra
famiglia. Negli anni dopo Abramo che cosa ha operato, che cosa ha
conseguito? Quali sono le grandi gesta che la innalzano sopra il
livello de' suoi pari?» —

Essa esitò, pensando che forse si era tutto questo tempo ingannata
sul conto suo. I ragguagli che egli cercava potevano avere uno scopo
ulteriore, che non la soddisfazione dell'orgoglio offeso. La gioventù
non è che un guscio dipinto in cui risiede quella meraviglia che è lo
spirito dell'uomo il quale non aspetta che una certa età per far pompa
di sè, più precoce negli uni che negli altri. Essa tremava pensando che
questo poteva essere il momento decisivo della vita di Giuda; che, come
i bambini appena nati tendono le loro mani inesperte ad afferrare le
ombre e piangendo, così l'anima sua, ancora cieca, brancolava in cerca
del suo ignoto avvenire. Quelli a cui un giovane viene chiedendo: «Chi
sono io e che cosa devo essere?» hanno bisogno di usare di tutta la
loro prudenza. Ogni parola della loro risposta potrà essere, nella vita
futura, ciò che l'impronta delle dita dell'artefice è per la creta che
egli sta modellando.

— «Io provo il sentimento, o mio Giuda» — ella disse, accarezzandogli
il capo con la mano che egli aveva stretta fra le sue — «io provo il
sentimento di chi lotta contro un avversario ancora sconosciuto. Se
Messala è il tuo nemico, dimmi tutto quanto ti ha detto.» —



CAPITOLO V.


Il giovane Israelita raccontò il suo colloquio con Messala, fermandosi
specialmente sulle espressioni di scherno usate da costui contro gli
Ebrei, i loro costumi e la loro vita.

Temendo di parlare, la madre ascoltò in silenzio. Giuda si era recato
in Piazza del Mercato attratto dall'affetto per un suo compagno
d'infanzia che egli credeva di trovare quale era cinque anni prima,
quando egli era partito: aveva all'opposto incontrato un uomo, che
invece di ricordargli le risa ed i trastulli passati, gli aveva
parlato del futuro, gli aveva fatto balenare alla mente la gloria dei
conquistatori, le loro ricchezze, la loro potenza, e il visitatore
era tornato a casa ferito nell'orgoglio, ma animato da una naturale
ambizione; la madre, gelosa, lo intuì, e non sapendo quale piega
potessero prendere le aspirazioni del figlio, s'intimorì subito.
Se ella lo avesse distolto dalla fede dei suoi padri? Agli occhi
di lei questa conseguenza apparve più terribile di tutte le altre.
Non scorgeva che un solo mezzo per evitarla, e si accinse a questo
compito con tutte le forze della sua intelligenza, acuite a tal punto
dall'affetto, che, il suo dire, diventò quasi maschile nella foga, e, a
momenti, assunse quasi l'ispirazione di un poeta.

— «Non v'è mai stato un popolo» — cominciò — «che non si sia creduto
almeno pari a qualunque altro; mai una grande nazione che non si sia
creduta massima fra tutte. Quando il Romano, guarda dall'alto in basso
Israele non fa che ripetere la follìa dell'Egizio, dell'Assiro, del
Macedone; e siccome Dio è dalla nostra parte, il risultato è sempre il
medesimo.» —

La sua voce divenne più sicura.

— «Non vi è una legge che determini la superiorità dei popoli; quindi
vana è la pretesa e inutili sono le dispute. Un popolo sorge; percorre
il suo cammino, e muore o di morte naturale o per insidia di un altro
che gli succede nella sua potenza, occupa il suo posto, e sopra i suoi
monumenti scrive nomi nuovi; tale è la storia. Se dovessi esprimere
simbolicamente Dio e l'uomo nella forma più semplice, io traccerei una
linea retta ed un cerchio; e della linea direi: — «Questo è Dio, perchè
egli solo procede diritto in eterno; e del cerchio: Questo è l'uomo:
tale è il suo cammino.» — Io non intendo dire che non vi sia differenza
fra la vita delle singole nazioni; non ve ne sono due che abbian vite
compagne. Tuttavia la differenza non consiste, come alcuni sostengono,
nell'ampiezza del cerchio che descrivono o nello spazio di terra che
coprono, ma dall'altezza della sfera ove si compie il loro ambito, le
più alte sfere essendo le più vicine a Dio.

Se ci fermassimo qui, o mio figlio, abbandoneremmo il tema della nostra
conversazione senza averlo trattato. Continuiamo. Vi sono dei segni coi
quali si misura l'altezza del cerchio che compie ogni nazione del quale
dirò solo che è base a questi, paragoniamo l'Ebreo col Romano. La vita
quotidiana del popolo è il più semplice di tali segni del quale dirò
solo che Israele ha dunque talora dimenticato Dio, mentre il Romano non
lo ha mai conosciuto; il paragone dunque non regge.

Il tuo amico, — il tuo amico d'una volta, — ci rimproverò — se bene
intesi, — la mancanza di poeti, artisti e guerrieri; col che volle
significare che noi non abbiamo avuto grandi uomini, un altro dei
segni di cui parlo. Per comprendere bene questa accusa è necessario
premettere una definizione. Un grande uomo, o mio figlio, è uno che
nella sua vita dimostra di esser stato protetto, se non chiamato da
Dio. Il Signore adoperò un Persiano per punire i nostri padri apostati,
riducendoli in cattività; un altro Persiano fu eletto per ricondurre i
loro figli in Terra Santa; più grande di entrambi, però, fu il Macedone
per opera del quale fu vendicata la devastazione della Giudea e la
rovina del Tempio. Lo speciale merito di questi uomini fu che ciascuno
di loro fu scelto dal Signore per eseguire un disegno divino; nè scema
la loro gloria pel fatto che furono pagani. Tieni presente questa
definizione mentre procedo.

Vi è un'opinione, secondo la quale la guerra costituisce la più nobile
occupazione dell'uomo, e che antepone la gloria dei campi di battaglia
a tutte le altre. Non ti inganni questa comune opinione del mondo.
È una legge che finchè vi sia qualche cosa che non intendiamo, noi
dobbiamo adorarla. La preghiera del barbaro è un urlo di paura di
fronte alla forza, la sola qualità divina che egli arriva chiaramente
a concepire; d'onde la sua fede negli eroi. Che cosa è Giove se non
un eroe Romano? La grande gloria dei Greci è d'aver posto pei primi
l'Intelligenza sopra la Forza. In Atene l'oratore e il filosofo furono
più venerati del guerriero. L'auriga e il corridore veloce sono ancora
gli idoli dell'arena, ma le corone di semprevivi sono riserbate al
più dolce cantore. Sette città si contesero l'onore di aver dato i
natali ad un poeta. Ma l'Elleno non fu il primo a negare la vecchia
fede barbarica. No, mio figlio; quella gloria è nostra: Dio si rivelò
ai nostri padri; nella nostra religione l'urlo della paura ha ceduto
il posto all'Osanna e al Salmo. Così l'Ebreo ed il Greco, alla testa
dell'umanità, l'avrebbero condotta sempre più in alto ed avanti. Ma,
ahimè! L'ordinamento del mondo poggia sulla guerra come sopra una
condizione eterna. Perciò, sopra l'Intelligenza, e sopra Dio, il Romano
ha innalzato il suo Cesare, la concentrazione di tutta la potenza
conseguibile, la negazione di ogni altra grandezza.

L'impero dei Greci fu la primavera dell'ingegno. Quale schiera di
pensatori l'Intelletto produceva in cambio della libertà che godeva!
Ogni cosa ottima aveva la sua gloria, e in ogni cosa regnava una
perfezione così assoluta che in tutto, tranne in guerra, il Romano,
ha piegato la testa, e si è abbassato all'imitazione. Un Greco è ora
il modello degli oratori nel Foro; ascolta, e in ogni canzone Romana
intenderai il ritmo del Greco; se un Romano parla saggiamente di
morale, di astrazioni, o di misteri della natura, o è un plagiario, o
un discepolo di qualche scuola che ebbe un Greco a suo fondatore. In
null'altro che nella guerra, lo ripeto, Roma può accampare pretese di
originalità. I suoi giuochi e i suoi spettacoli sono invenzioni greche
rese più feroci col sangue per appagare la ferocia della plebaglia;
la sua religione, se così si può chiamare, è un centone a cui hanno
contribuito le fedi di tutti i popoli; i suoi Dei più venerati sono
quelli dell'Olimpo, — lo stesso Marte, lo stesso Giove che vantano
tanto. Così avviene, o mio figlio, che solo in tutto il mondo il nostro
Israele può lottare con la superiorità del Greco, e contendergli la
palma dell'originalità dell'Intelletto.

L'egoismo del Romano è cieco, impenetrabile come la sua corazza,
davanti alle buone qualità degli altri popoli. Oh, predoni spietati!
Sotto l'urto dei loro talloni la terra trema come il grano battuto
dalla grandine!

Noi siamo caduti insieme agli altri, — ahi, ch'io debba dirtelo,
figliuol mio! — Essi si sono impadroniti delle nostre cariche più
eccelse, occupano i luoghi più sacri, e chi ne prevede la fine? Ma,
questo io so, — potranno ridurre la Giudea come una mandorla frantumata
dai martelli, e divorare Gerusalemme, che ne è l'olio e la dolcezza;
ma la gloria degli uomini di Israele rimarrà come un faro nei cieli,
inarrivabile alle loro mani; perchè la nostra storia è la storia di
Dio, che scrisse con le nostre mani, parlò con le nostre lingue, fonte
suprema egli medesimo di tutto il bene che fu nostro; che visse con
noi, legislatore sul Sinai, guida nel deserto, in guerra duce, Re nel
governo; che nei momenti di dubbio sollevò le tende del padiglione
lucente in cui dimora, e, come uomo che parli ad uomini, ci indicò il
giusto e retto cammino della vita, e con solenni promesse ci avvinse
a Lui con patti eterni. O mio figlio, può darsi che coloro con cui
Jeova dimorò, terribile famigliare, non abbiano nulla appreso da Lui?
Che nella loro vita e nelle loro azioni le comuni qualità degli uomini
non siano state conservate in qualche modo e colorite dall'influenza
divina? che il loro genio, anche dopo tanto lasso di secoli, non
ritenga in sè qualche scintilla celeste?» —

Per qualche tempo il silenzio della stanza non fu rotto che dal fruscìo
del ventaglio.

— «Nell'arte scultoria e della pittura,» — proseguì — «Israele non ha
avuto cultori.» —

La confessione era fatta con rammarico, perchè dobbiamo ricordare
che essa apparteneva alla setta dei Sadduei, la fede dei quali, a
differenza di quella dei Farisei, permetteva l'amore per il bello
in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue
origini.

— «Pure, chi non vuol condannarci ingiustamente,» continuò, «non
deve dimenticare che l'abilità delle nostre dita fu contenuta dal
divieto: «Tu non farai per te alcuna figura scolpita, o la immagine
di chicchessia,» il che i Sopherim malvagiamente estesero oltre lo
spirito della disposizione. E neppure dobbiamo dimenticare che molto
tempo prima che Dedalo apparisse nell'Attica e con le sue immagini di
legno trasformasse la scoltura in modo da rendere possibili le scuole
di Corinto e di Egina e i trionfi del Pecile e del Campidoglio, molto
tempo prima di Dedalo, dico, due Israeliti, Bezaleel ed Aholiab, i
mastri-artefici del primo tabernacolo, rinomati per la loro perizia
in tutti i rami dell'arte, foggiarono i cherubini che troneggiavano
sopra l'arca. D'oro battuto, non cesellato, erano fatte quelle statue,
divine insieme ed umane nell'aspetto. «Ed esse stenderanno le loro ali
dall'alto.... e i loro volti si guarderanno....» Chi nega che fossero
bellissime? o che non fossero le prime statue?» —

— «Ora comprendo perchè i Greci ci hanno sorpassato,» — disse Giuda,
con profondo interesse.» — E l'Arca? Maledetti siano i Babilonesi che
l'hanno distrutta!» —

— «Non dir così, Giuda; sii credente. Non fu distrutta, solo andò
perduta, nascosta troppo bene in qualche caverna nei monti. Un
giorno, — Hillele e Sciammai lo assicurano entrambi, — un giorno,
quando il Signore vorrà, sarà trovata, ed Israele danzerà davanti
ad essa, cantando come nei tempi andati. E quelli che allora
guarderanno in volto i cherubini d'oro, quantunque si siano già beati
dell'aspetto della marmorea Minerva, saranno pronti a baciare la mano
dell'Ebreo, per amore del suo genio sopito pel corso di tante migliaia
d'anni.» —

La madre, trasportata da varie passioni, aveva parlato con la foga e la
veemenza di un oratore; ed ora, per riposarsi, e ricuperare il filo dei
suoi pensieri, fece una breve pausa.

— «Tu sei tanto buona, o mia madre,» — egli disse con riconoscenza,
— «che non mi stancherò mai di ripetertelo. Nè Sciammai, nè Hillele
avrebbero potuto parlar meglio. Io sono ritornato un vero figlio di
Israele.» —

— «Adulatore!» — esclamò. Tu non sai che io non ho fatto che ripetere
gli argomenti che intesi esporre da Hillele in una conversazione che
egli ebbe in mia presenza con un sofista di Roma.» —

— «Ma almeno la foga della parola era tua.» —

Essa riprese:

— «Dove eravamo? Ah sì! Rivendicavo ai nostri padri Ebrei la gloria
di aver costruito le prime statue. Ma l'abilità dello scultore, o
mio Giuda, non esaurisce l'arte, come l'arte non è che una parziale
estrinsecazione della grandezza.

Io m'immagino la processione dei grandi uomini discendere la scalea
dei secoli, divisi in gruppi a seconda delle nazionalità. Qui gli
Indiani, là gli Egizii, più in là gli Assiri. Li accompagna il suono di
fanfare; stendardi sventolano sopra i loro capi. A destra e sinistra,
spettatrici riverenti, stanno le innumere generazioni. Mentre avanzano,
mi par d'intendere il Greco esclamare: — «Largo! Alla testa di tutti
vengono gli Elleni!» — E il Romano protesta: — «Silenzio! il posto
che fu tuo ora è mio; vi abbiamo lasciato indietro come la polvere che
calcammo sotto i piedi!» —

E durante tutto questo tempo, dalla coda della processione al principio
di essa, perdentesi nel lontano futuro, splende una luce sconosciuta
al cuore dei contendenti, ma che li guida e li spinge eternamente: la
luce della Rivelazione. E chi sono i lampadofori? Ah, il vecchio sangue
Giudeo! Come esso brulica e fermenta al solo pensarvi! Per questa luce
vi riconosciamo, o tre volte benedetti, padri della nostra stirpe,
servi del Signore, custodi dei patti! Voi siete i duci dell'umanità,
morta e vivente. Vostra è l'avanguardia: e quand'anche ogni Romano
fosse per Cesare, non la perderete!» —

Giuda era profondamente commosso.

— «Non arrestarti, ti prego. Io odo la musica dei tamburelli. Attendo
Miriam e le donne che seguirono il suo canto e la sua danza!» —

Essa rientrò in perfetta padronanza di sè e con prontezza di spirito
seppe approfittare della commozione del giovine.

— «Sta bene, mio figlio. Se tu senti il tamburello della profetessa,
puoi fare ciò che ti domando. Immagina di trovarti con me al ciglio
della strada per cui passano gli eletti di Israele alla testa della
processione. Ecco che avanzano, — prima i patriarchi, poi i padri
della tribù. Mi par quasi d'intendere il tinnire dei sonagli dei loro
cammelli e il muggito degli armenti. Chi è quegli che cammina da solo
fra le schiere? Un vegliardo, ma dallo sguardo limpido, dall'andatura
franca. Egli vide il Signore faccia a faccia! Guerriero, poeta,
oratore, legislatore, profeta, la sua grandezza è come quella del
sole in sul mattino, che col suo splendore offusca tutte le altre
faci, anche quella del primo e più illustre dei Cesari. Dopo di lui i
giudici. Quindi i Re, — il figlio di Jesse, l'eroe nei combattimenti,
il cantore di carmi imperituri come la _canzone del mare_; e suo
figlio, che, avanzando tutti gli altri principi in ricchezza e
sapienza, e mutando il deserto in fertili campi e floride città, non si
dimenticavano di questa Gerusalemme che il Signore elesse per sua sede
terrena. Piega il capo, mio figlio! Questi che vengono sono i primi e
gli ultimi della loro razza.

I loro visi sono rivolti in alto, quasi intendessero una voce dal Cielo
e stessero in ascolto. La loro vita fu piena di afflizioni. Le loro
vesti esalano il tanfo della tomba e della caverna.

Una donna parla fra di essi. — «Esaltate la gloria del Signore, perchè
suo è il trionfo!» — China la fronte nella polvere davanti a loro!

I principi impallidirono al loro appressarsi, le nazioni tremarono al
suono della loro voce e gli elementi divennero loro docili servitori e
flessibili stromenti. Nelle loro mani recavano ogni bene ed ogni male.
Vedi il Tisbita e il suo servitore Elia! Vedi il mesto figliuolo di
Hilkiah, e lui, il Reggente di Chebar! E dei tre figli di Giuda che
ripudiarono l'immagine del Babilonese, vedi Colui, che, alla cena dei
mille capitani, confuse gli astrologhi! E più in là, — o mio figlio,
bacia nuovamente la polvere! — Ecco il cortese figlio di Amoz, dalle
cui labbra uscì la promessa del Messia venturo!» —

Mentre parlava, il ventaglio si agitava violentemente; adesso si
arrestò, ed ella, abbassando la voce:

— «Tu sei stanco,» — disse.

— «No» — egli rispose. — «Stavo ascoltando una nuova canzone di
Israele.» —

La madre, desiderosa di raggiungere il suo intento, lasciò cadere, come
se le tornasse inosservato, il complimento.

— «Come meglio ho potuto, o Giuda, ho fatto passare innanzi ai tuoi
occhi i grandi uomini della nostra nazione, — patriarchi, legislatori,
guerrieri, poeti, reggenti. Ora veniamo a Roma. A Mosè contrapponi
Cesare; a Davide, Tarquinio; Silla ai Maccabei; ai migliori fra
i consoli i giudici; ad Augusto, Salomone, e avrai finito; il
paragone cessa a questo punto. Ma pensa ai profeti — grandi fra i
grandi!» —

Rise sdegnosamente.

— «Scusami. Mi venne in mente quell'indovino, che ammonì Caio Giulio
contro gli Idi di Marzo, ed ebbe il presagio cercando nelle viscere
dei polli gli auspicî che il suo padrone sprezzava. Pensa invece ad
Elia seduto sulla vetta della collina che fronteggia la strada di
Samaria, in mezzo ai corpi fumanti di capitani e soldati, nell'atto
d'ammonire il figlio di Ahab, predicendogli l'ira di Dio. Finalmente,
o mio Giuda, se un tale paragone è lecito — come giudicheremo Jeova e
Giove se non dagli atti dei loro fedeli? Quanto al tuo avvenire, mio
figlio...» —

La sua voce ebbe un tremito e le parole uscivano, a stento, dalle sue
labbra:

— Quanto al tuo avvenire, mio figlio, servi Iddio, il Signore Iddio
d'Israele, non Roma. Per un figlio di Abramo non vi ha gloria se non
sul cammino di Dio....» —

— «Potrò dunque andare soldato?» — chiese Giuda.

— «Perchè no? Mosè non chiamò il Signore: «Dio delle armi?» —

Seguì un lungo silenzio.

— «Hai il mio permesso, — «essa disse finalmente» — purchè tu serva il
Signore, e non Cesare.» —

Egli fu soddisfatto della condizione impostagli, e, dopo un poco, si
addormentò. Allora essa si alzò, gli mise un cuscino sotto la testa, e,
copertolo con uno scialle, lo baciò teneramente, ed uscì.



CAPITOLO VI.


L'uomo probo, come il malvagio, deve morire; ma sicuri nei dettami
della nostra fede, noi diciamo di lui: — «Non importa, aprirà gli occhi
in Cielo.» — Affine a questo risveglio è in questa vita il destarsi da
un sonno salutare alla piena coscienza!

Quando Giuda si svegliò, il sole era già alto sulle montagne; i
piccioni volavano a stormi per l'aria, con le ali bianche, aperte e
tese; e, verso oriente, egli vide il Tempio, monumento d'oro in risalto
coll'azzurro del cielo. Ma questi essendo oggetti famigliari ai suoi
occhi, non ricevettero da lui che un rapido sguardo.

Sulla sponda del divano una fanciulla appena quindicenne sedeva,
accompagnando il canto al suono di un _nebel_, appoggiato sopra le
ginocchia, e che essa toccava con grazia. A lei si volse, ascoltando, e
questo è quanto udì:

    Non ti svegliare, ascoltami,
    E sopra i flutti azzurri
    Manda il tuo spirto a me;
    Con placidi sussurri
    Viene il corteo dei sogni
    A ragionar con te.

    Tu scegli il più bel sogno
    Di quanti il paradiso
    Dischiude oggi per te;
    Scegli, e mi dica, cara.
    Mi dica il tuo sorriso
    Che in sogno pensi a me.

Essa depose l'istrumento, e, piegando le sue mani sopra le ginocchia,
aspettò ch'egli parlasse. Noi approfitteremo di questo momento per
aggiungere alcuni particolari intorno alla famiglia, nella vita
domestica della quale siamo penetrati.

I favori di Erode avevano accumulato, nelle mani di alcuni, vastissimi
beni. Quando a queste sostanze si aggiungeva una nobiltà di lignaggio,
la discendenza per esempio da qualche famoso capo tribù, il felice
individuo, nelle cui mani le ricchezze si concentravano, era reputato
Principe di Gerusalemme, distinzione che gli meritava l'omaggio dei
suoi compaesani più poveri, e il rispetto, se non altro, di quei
Gentili, coi quali gli affari o le funzioni sociali lo mettevano
in contatto. In questa classe nessuno s'era, nella vita pubblica
e privata, guadagnata più alta stima del padre del giovanetto di
cui abbiam seguito i passi. Pur serbando vivo il ricordo della sua
nazionalità, egli aveva fedelmente servito il suo Re in patria e
all'estero. I suoi doveri lo condussero qualche volta a Roma, dove
la sua condotta gli attirò l'attenzione di Augusto, che gli concesse
intera la sua amicizia. La casa era piena di testimonianze di questi
favori regali; toghe di porpora, scranni d'avorio, _paterae_ d'oro,
pregevoli sopra tutto perchè provenienti dall'imperatore. Un uomo
siffatto non poteva che essere ricco; ma la sua ricchezza non derivava
interamente dalla generosità dei suoi reali protettori. Egli aveva
obbedito la legge che gli prescriveva di abbracciare una professione,
ma invece di una, ne seguì parecchie. Centinaia di pastori che curavano
gli armenti sulle pianure e sui colli, fino alle lontane falde del
Libano, lo chiamavano padrone. Nelle città e nei porti di mare aveva
fondato case commerciali; le sue navi gli recavano l'argento della
Spagna, che allora possedeva le più ricche miniere conosciute; mentre,
le sue carovane, arrivavano due volte all'anno dall'oriente, cariche
di sete e di droghe. Egli era un Ebreo in tutto il significato della
parola, ossequioso della legge e dei riti; fedele al suo posto nella
Sinagoga e nel Tempio, profondamente versato nelle sacre Scritture. Si
compiaceva della compagnia dei dotti, e la sua ammirazione per Hillele
confinava con l'adorazione. Non di meno non era affatto separatista; la
sua ospitalità accoglieva stranieri di ogni terra, e i bigotti Farisei
lo accusavano di avere più volte invitato a cena dei Samaritani. Se
fosse stato un pagano, e fosse vissuto più a lungo, il mondo avrebbe
forse udito parlare di lui come del rivale di Erode Attico; invece egli
morì in mare, dieci anni prima del secondo periodo del nostro racconto,
nel fiore dell'età, con dolore di tutta la Giudea. Conosciamo già due
membri della sua famiglia, la vedova e il figlio; non rimane che a
conoscer la figlia, la giovinetta che abbiamo udito cantare al letto
del fratello.

Essa aveva nome Tirzah, e, nel vedere quei due l'uno accanto all'altro,
si comprendeva come fossero fratelli. Le sembianze della giovinetta
avevano la regolarità di quelli di Giuda e denotavano il tipo ebraico,
possedendo inoltre il medesimo fascino dell'ingenuità dell'espressione,
propria ai giovani. La vita casalinga e la semplicità dei costumi
ebraici, permettevano un'abbigliamento confidenziale come quello in cui
ora appariva. Una camicetta, che era abbottonata sulla spalla destra
e passava sotto il braccio sinistro, celava a mezzo il busto, mentre
lasciava nude le braccia. Una cintura raccoglieva le pieghe della
veste, indicando il principio della sottana. L'acconciatura del capo
era semplice e graziosa: un berretto di seta di Tiro, e, sopra ad esso
un velo, della medesima stoffa, multicolore, stupendamente ricamato
e disposto in tenui pieghe così da porre in rilievo la forma del
capo, senza renderla goffa; il tutto terminato da un fiocco pendente
dalla cima del berretto. Portava anelli alle dita e alle orecchie,
braccialetti d'oro ai polsi e alle caviglie; e, intorno al suo collo,
pendeva una collana d'oro con una rete curiosa di catenelle da cui
pendevano ciondoli di perle. Gli orli delle ciglia erano dipinte come
pure le estremità delle dita. I capelli cadevano in lunghe treccie
sopra le spalle, mentre due riccioli scendevano su ciascuna gota a
coprire le orecchie. In complesso, una creatura di sorprendente grazia,
eleganza e bellezza.

— «Gentilissima, mia Tirzah» — disse Giuda guardandola.

— «Chi è gentile? La canzone?» — chiese quella.

— «Sì, e anche la cantatrice. Il concetto è greco. Dove l'hai
imparata?» —

— «Ti ricordi quel Greco che cantò in teatro il mese scorso? Dicevano
che era stato cantante alla corte di Erode e di sua sorella Salomè.
Sai, venne proprio dopo i lottatori, e il teatro risuonava di clamori.
Alla prima nota si fece un così profondo silenzio, che potei udire ogni
parola. Ecco come ho potuto imparare la canzone.» —

— «Ma egli cantava in greco.» —

— «Ed io la canto in ebraico.» —

— «Oh! oh! Io sono orgoglioso della mia sorellina. Ne sai delle
altre?» —

— «Molte, ma adesso non ce ne occupiamo. Amrah mi manda a te per dirti
che ti porterà la colazione e che non è necessario che tu discenda.
Deve essere qui a momenti. Essa ti crede ammalato, dice che una
terribile disgrazia ti è capitata ieri. Che cos'è stato? Dimmelo, ed
io aiuterò Amrah a curarti. Essa conosce tutti i farmaci degli Egizî,
che furono sempre degli stupidi; ma io ho molte ricette degli Arabi, i
quali....» —

— «Sono ancora più stupidi degli Egizi» — osservò egli, crollando il
capo.

— «Credi? Sta bene, allora,» — replicò essa, avvicinando la mano
all'orecchia sinistra, — «non ce ne occuperemo. Io ho qui qualche cosa
di meglio e di più sicuro, l'amuleto, che, molti anni fa, quanti non
ricordo, un mago persiano diede alla nostra gente. Guarda, l'iscrizione
è quasi cancellata.» —

Gli porse l'orecchino, che egli prese, e le restituì ridendo.

— «Fossi anche moribondo, o mia Tirzah, non potrei adoperare l'amuleto.
È una reliquia pagana, vietata ad ogni figlia o figlio d'Abramo.
Prendilo, ma non portarlo più.» —

— «Vietato? Baie! Ho veduto la madre di nostro padre portarlo tutte le
domeniche di sua vita. Ha guarite non so quante persone, ma certo più
di tre. È stato approvato, vedine il segno, dai Rabbini.» —

— «Io non ho fede negli amuleti.» —

Essa alzò gli occhi meravigliati sul viso del fratello.

— «Che cosa direbbe Amrah?» —

— «Il padre e la madre di Amrah credevano nei rimedi e nei
sortilegi.» —

— «E Gamaliele?» —

— «Egli le chiama maledette invenzioni di miscredenti.» —

Tirzah guardò l'anello dubbiosamente.

— «Che cosa devo farne?» —

— «Portalo, sorellina. Accresce la tua bellezza, quantunque credo che
tu non ne abbia bisogno.» —

Soddisfatta, ritornò l'amuleto all'orecchio proprio nel momento in cui
Amrah entrò nella stanza recando il vassoio col catino, coll'acqua e
coll'asciugamano.

Non essendo Giuda un Fariseo, le abluzioni furono semplici e brevi.
La schiava uscì e Tirzah si accinse ad acconciargli i capelli, tirando
fuori di tanto in tanto un piccolo specchio metallico che portava alla
cintura, alla foggia delle donne ebraiche, e porgendoglielo affinchè
egli si accertasse della maestrìa con cui procedeva nell'artistico
lavoro. Frattanto la conversazione non languiva.

— «Che cosa ne dici, Tirzah? Io parto.» —

Essa lasciò cadere le mani per lo stupore.

— «Parti? Quando? Dove? Perchè?» —

Egli rise.

— «Quante domande in una volta sola! come sei curiosa!» — Poi
facendosi più serio: — «Tu conosci la legge; essa prescrive a ciascuno
una professione. Nostro padre ce ne fornì l'esempio. Tu stessa mi
disprezzeresti se io consumassi nell'ozio quanto la sua industria e la
sua sapienza accumularono. Vado a Roma.» —

— «Oh, voglio venir con te!» —

— «Tu devi tener compagnia alla mamma. Se la lasciassimo entrambi, ne
morrebbe.» —

Il volto di Tirzah impallidì.

— «Ah sì, ma tu? è proprio necessario che tu vada? Anche qui in
Gerusalemme puoi trovare tutto quanto è necessario per diventar
commerciante, se è questo il tuo ideale.» —

— «Io non penso a questo. La legge non richiede che il figlio segua la
professione del padre.» —

— «Che altro vuoi diventare?» —

— «Soldato!» — rispose egli con una certa fierezza.

— «Ma ti uccideranno!» —

— «Sia, se tale è la volontà di Dio. Ma, Tirzah, tutti i soldati non
muoiono uccisi!» —

Essa gli gettò le braccia al collo come per trattenerlo:

— «Siamo tanto felici! Resta a casa, fratello!» —

— «La casa non rimarrà sempre così. Tu stessa la abbandonerai fra
breve.» —

— «Mai!» —

Egli sorrise della violenza colla quale eran state pronunciate le sue
parole.

— «Uno di questi giorni verrà un principe di Giuda o di qualche altra
tribù a chiedere la mia Tirzah, e la porterà con sè, a illuminare col
suo sorriso un'altra casa. Che sarà allora di me?» —

Essa rispose con un sorriso.

— «La guerra è un mestiere» — egli continuò. — «Per impararlo bene
bisogna andare a scuola, e la migliore delle scuole è un accampamento
romano.» —

— «Vuoi combattere per Roma?» — chiese Tirzah spaventata.

— «Anche tu, così giovane, lo temi? Tutto il mondo dunque la odia! Sì,
mia Tirzah, voglio combattere per essa, purchè in compenso mi insegni
un giorno come combattere contro di lei.» —

— «Quando partirai?» —

In quella si udirono i passi di Amrah che ritornava.

— «Sst!» — fece egli. — «Non farle saper nulla.» —

La schiava fedele recava la colazione che depose sopra uno sgabello.
Poi attese coll'asciugamano sulle braccia.

Essi immersero le dita in una ciotola e le stavano sciacquando, quando
un rumore li colpì. Stettero in ascolto ed intesero i suoni d'una
musica militare proveniente dalla strada che fronteggiava il lato
settentrionale della casa.

— «Sono soldati del Pretorio! Voglio vederli!» — egli gridò, ballando
dal divano e correndo verso l'uscio. In un attimo si trovò chino sopra
il parapetto di tegole che fronteggiava il tetto, così intento nello
spettacolo da non accorgersi della presenza di Tirzah, che lo aveva
seguito, ed ora stava al suo fianco.

Dal punto dove si trovavano si godeva un'ampia vista di tetti e di
comignoli, spingentisi fin sotto alla mole irregolare della Torre di
Antonia, la quale, come abbiamo già osservato, serviva di cittadella
alla guarnigione ed era sede del governatore. La strada, larga non
più di dieci piedi, era attraversata da ponti, quali coperti, quali
no, e questi cominciavano ad affollarsi di uomini, donne e fanciulli,
allettati dalla _musica_. Adoperiamo questa parola, quantunque non sia
la più propria. Era piuttosto un clamore confuso di fanfare, misto alle
note più acute dei _litui_, tanto cari ai soldati.

La processione si avvicinava alla casa degli Hur. Dapprima
un'avanguardia di fanteria leggiera, in maggioranza arcieri e
frombolieri, marcianti a larghi intervalli tra le file; quindi un corpo
di legionari pesantemente armati, con larghi scudi, ed _hastae longae_,
o giavellotti identici a quelli usati nella lotta davanti a Troia.
Poi i suonatori; poi un ufficiale a cavallo, alla testa di un gruppo
di cavalieri; dopo di lui ancora fanteria pesante, marciante in fila
serrate e prolungantesi a perdita d'occhio.

Le membra abbronzate degli uomini; il movimento cadenzato degli
scudi, ondeggianti da destra a sinistra; lo scintillìo delle squame,
delle fibbie, delle corazze, degli elmi, perfettamente politi; le
piume sventolanti sopra i cimieri; la selva di insegne e di picche
serrate; il portamento, grave insieme e vigile; l'unità quasi meccanica
dell'intera massa, fecero una profonda impressione sopra Giuda. Due
oggetti attirarono specialmente la sua attenzione.

Anzitutto l'aquila della prima legione, un'immagine dorata sopra
un'asta, con le ali ripiegate sopra il capo. Egli sapeva che, tratta
dall'arsenale nella torre, era stata ricevuta con onori divini.

Poi l'ufficiale che cavalcava da solo in testa alla colonna. Aveva
un'armatura che lo rivestiva tutto ed aveva solo il capo scoperto.
Al fianco destro gli pendeva una corta spada, mentre, in mano, teneva
un bastone di comando, che sembrava un rotolo di carta bianca. Invece
di seder sulla sella sedeva su un pezzo di stoffa purpurea, la quale,
insieme ai finimenti terminanti con un morso dorato e le redini di seta
gialla con fiocchi, completava la bardatura del cavallo.

Già, da lontano, Giuda potè osservare che la presenza di quest'uomo
metteva un grande fermento negli spettatori. Si chinavano sopra i
parapetti o si rizzavano in piedi audacemente, tendendo i pugni contro
di lui; lo eseguivano con urla e strida; gli sputavano sopra dai ponti
e dalle finestre; le donne gli lanciavano addosso fino i loro sandali,
talora colpendolo. Quando si avvicinò le grida si fecero distinte: —
«Ladro, tiranno, cane di un Romano! Abbasso Ismaele! Rendici il nostro
Hannas!» —

Giuda osservò che, come era naturale, l'uomo così apostrofato, non
condivideva l'indifferenza superbamente affettata dai soldati; il
suo volto era oscuro e imbronciato, e gli sguardi che lanciava tratto
tratto ai suoi persecutori erano pieni di minaccia. I più timidi si
ritraevano spaventati.

Il giovane conosceva la costumanza iniziata dal primo Cesare, secondo
la quale i generali supremi, per indicare il loro rango, ornavano il
capo di un solo ramo d'alloro. Da ciò riconobbe l'ufficiale: _Valerio
Grato, il Nuovo Procuratore della Giudea!_

A dire il vero, il Romano, procedente sotto questo infuriare collerico
non provocato, godeva la simpatia del giovane Ebreo; così, quando egli
voltò l'angolo della casa, Giuda protese il suo corpo ancora di più
sopra il parapetto per vederlo passare, e, in quell'atto, appoggiò
una mano sopra una tegola da lungo tempo spaccata. Sotto il peso del
suo corpo, il pezzo esterno si distaccò e cadde. Un brivido di terrore
pervase il giovane. Cercò di afferrare la tegola. In apparenza l'atto
aveva l'aria di chi gettasse qualche cosa. Lo sforzo fallì, anzi servì
ad accrescere veemenza al coccio. Giuda ruppe in un grido altissimo. I
soldati della guardia alzarono il capo. Lo stesso fece l'ufficiale, e,
in quella, il coccio lo colpì, ed egli cadde, come morto, di sella.

La coorte si fermò; le guardie balzarono da cavallo, e si affrettarono
a coprire il loro duce con gli scudi. D'altra parte il popolo,
testimone dell'atto, non dubitando un istante che il colpo fosse
meditato, applaudiva calorosamente il giovane, che, chino ancora sul
parapetto, bersaglio a migliaia di occhi, rimaneva immobile, come
inebetito, mentre le conseguenze della sua azione involontaria gli
balenavano davanti al cervello con terribile evidenza.

Uno spirito di rivolta corse con incredibile rapidità di tetto in tetto
per tutta la lunghezza della strada, e invase indistintamente tutto il
popolo.

Furono smantellati i parapetti, strappate le tegole e le piastrelle
di terra cotta che coprivano i tetti, e una grandine di proiettili
discese sopra i legionari sottostanti. Ne seguì una battaglia,
nella quale, naturalmente, prevalsero la disciplina e le armi della
truppa. Sorvoliamo la lotta, la strage, l'abilità dall'una parte, la
disperazione e il coraggio dall'altra, inutili al nostro racconto.
Osserviamo piuttosto l'infelice autore di tutto questo male.

Egli si ritrasse dal parapetto, pallido come un morto.

— «O Tirzah, Tirzah, che avverrà di noi?» —

Ella non aveva veduto l'incidente, ma con le orecchie intente alle
grida e al clamore seguiva con l'occhio la pazza attività della gente
sui tetti.

Sapeva che qualche cosa di terribile avveniva, ma ignorava chi ne era
stata la causa o in che modo la disgrazia potesse toccare i suoi cari.

— «Che cosa è stato? Che cosa significa?» — chiese, presa da subito
terrore.

— «Ho ucciso il governatore Romano. La tegola gli è caduta
addosso.» —

Il volto di lei si fece color cenere. Gli gettò le braccia al collo e
lo fissò, senza dir parola, negli occhi. I timori di lui erano passati,
in lei, ma il veder Tirzah atterrita infuse coraggio in Giuda.

— «Non l'ho fatto a bella posta, Tirzah — è stato un accidente,» — egli
disse con più calma.

— «Che cosa faranno?» — chiese la giovinetta.

Egli si chinò nuovamente e guardò il tumulto crescente nella via
pensando alla faccia imbronciata di Grato. Se non fosse morto, quale
vendetta sarebbe stata la sua? E, se fosse morto, a quali estremità la
furia e la violenza del popolo non spingerebbe i legionari? Guardò giù
nella strada e vide le guardie che aiutavano a rimettere il Romano a
cavallo.

— «Egli vive, egli vive, Tirzah! Benedetto sia il Signore Iddio dei
nostri padri!» —

Con questo grido, e rasserenato in volto, si ritrasse e rispose alle
domande di lei.

— «Non temere, Tirzah. Gli spiegherò come avvenne; si ricorderà di
nostro padre e dei suoi servigi, e non ci farà del male.» —

Stava conducendola verso il padiglione, quando il tetto tremò sotto i
loro piedi, e udirono un fracasso come di legna spaccata, seguito da
grida di sorpresa e di agonia, provenienti dal cortile sottostante.
Si arrestarono e stettero in ascolto. Le grida furono ripetute; poi
intesero lo stropiccìo di molti piedi, e il suono di voce iraconde
mescolate ad altre come di preghiera; poi urli di donne prese da pazzo
terrore. I soldati avevano sfondata la porta settentrionale e si erano
impadroniti della casa.

L'affanno che coglie una belva inseguita lo prese. Il primo impulso fu
di fuggire; ma dove? Solo le ali lo avrebbero salvato. Tirzah, cogli
occhi dilatati dalla paura, lo afferrò per il braccio e gli chiese:

— «O Giuda, che avviene?» —

I servitori venivano ammazzati — e sua madre? Non era quella la sua
voce? con tutta la forza di volontà che gli rimaneva, Giuda esclamò: —
«Fermati qui, Tirzah. Io vado a vedere che cosa succede laggiù, e poi
tornerò da te.» —

La sua voce tremava. Essa gli si avvicinò di più.

Alto, stridulo, non più opera della sua fantasia, sorse il grido di sua
madre. Egli non esitò più a lungo:

— «Vieni, andiamo insieme!» —

Il terrazzo ai piedi della scala era gremito di soldati. Altri soldati,
con le spade sguainate frugavano nelle stanze. Un gruppo di donne
inginocchiate piangeva in un angolo. In disparte, una donna, con le
vesti stracciate, i capelli in disordine, si dibatteva fra le braccia
di un soldato che stentava a trattenerla. Le sue grida erano più acute
di tutte, ed erano pervenute fin sopra il tetto. Giuda si slanciò
verso di essa. — «Madre, Madre!» — gridò. Essa gli stese le braccia,
ma quando stava quasi per toccarla, egli fu allacciato da due braccia
robuste e respinto da lei. Una voce disse:

— «È lui!» —

Giuda guardò, e vide.... Messala!

— «Che! l'assassino quello?» — esclamò un uomo di alta statura, a
giudicarsi dall'armatura un legionario. — «Ma se è un ragazzo!» —

— «O Dei!» — replicò Messala col solito tono affettato — «Che cosa
direbbe Seneca a questa nuova teoria che un uomo debba esser vecchio
prima di odiare ed uccidere? Voi lo tenete; questa è sua madre, e
quella sua sorella. Avete tutta la famiglia.» —

Per amore d'essi Giuda dimenticò la sua disputa.

— «Aiutali, o mio Messala! Rammenta la nostra infanzia, e aiutali. Io,
Giuda, ti prego.» —

Messala gli voltò le spalle.

— «Io non posso servirvi più oltre» — disse all'ufficiale. — «C'è da
divertirsi di più là abbasso. Eros è morto, evviva Marte!» —

Con queste parole sparì. Giuda lo comprese, e nell'amarezza dell'anima
sua pregò il Cielo:

— «Nell'ora della tua vendetta, o Signore, sia mia la mano che lo
colpisca.» —

Con grande sforzo si avvicinò all'ufficiale.

— «O signore quella donna è mia madre. Risparmiatela, risparmiate mia
sorella. Dio è giusto e compenserà la vostra pietà.» —

L'ufficiale sembrò commuoversi.

— «Conducete le donne alla Torre» — esclamò — «ma non fate loro
del male. Voi ne rispondete.» — Poi voltosi a quelli che tenevano
Giuda: — «Legategli i polsi colle corde. Il castigarlo è serbato ad
altri.» —

La madre fu condotta via. La piccola Tirzah, nelle sue vesti di casa,
stupita pel terrore, accompagnò passivamente i suoi custodi. Giuda
gettò ad esse un ultimo sguardo, e coprì gli occhi con le mani, come
per imprimersi indelebilmente quella scena nel cervello. Forse pianse,
ma nessuno vide le lacrime.

Una metamorfosi avveniva in lui. Il lettore che avrà studiato con
attenzione queste pagine avrà conosciuto abbastanza il carattere del
giovane Ebreo, per discernere la mitezza e la bontà quasi femminili,
qualità che l'amore produce ed alimenta. Le circostanze non avevano
mai svegliato gli elementi più aspri della sua indole, se pur ne aveva.
Qualche volta aveva provato il pungolo dell'ambizione, e aveva sognato
grandi cose, come sognano i fanciulli che passeggiano lungo la riva
del mare e vedono arrivare e partire navi maestose. Ma ora, era un caso
diverso. Se possiamo immaginare un idolo, consapevole dell'adorazione
quotidiana di cui è fatto segno, strappato improvvisamente dal suo
altare e giacere in mezzo alle rovine del suo piccolo mondo di affetti,
potremo farci un'idea di quanto era accaduto a Ben Hur, e l'impressione
che ne riportava. Nessun segno esteriore tradiva questo mutamento,
tranne che, quando alzava il capo nell'atto di stendere le mani alle
corde che lo legavano, le labbra avevan perduto la loro somiglianza
con l'arco di Cupido. In quell'istante aveva abbandonato la sua
fanciullezza, e s'era fatto un uomo.

Una tromba squillò nel cortile. Quando tacque, la stanza si vuotò dei
soldati, molti dei quali, non osando comparire nella fila col bottino,
lo gettarono per terra, coprendo il suolo di oggetti preziosi. Quando
Giuda discese, il quadrato era già formato, e l'ufficiale attendeva
all'esecuzione dei propri ordini. La madre, la figlia, e tutta la
servitù furono fatti uscire dalla porta settentrionale, le cui rovine
ingombravano ancora il passaggio. Le grida di alcuni domestici, nati
e cresciuti nella casa, erano strazianti. Quando anche i cavalli e
gli altri animali furono cacciati via, Giuda cominciò a comprendere
la portata della vendetta del Procuratore. L'edificio stesso sarebbe
sacro a quella. Nessun essere vivente doveva rimanere fra le sue mura.
Se nella Giudea si fosse trovato un altro temerario che vagheggiasse
l'assassinio di un governatore Romano, la sorte della principesca
Casa di Hur, doveva servirgli di ammonimento, e la rovina della dimora
avrebbe perpetuato la memoria della vendetta.

L'ufficiale aspettava di fuori, mentre un distaccamento dei suoi
soldati accomodava temporaneamente la porta. Nella strada il
combattimento era quasi cessato. Sopra le case nuvole di polvere
indicavano i luoghi dove continuava la lotta sui tetti. La coorte,
immobile e risplendente nelle sue armi, stava in posizione di riposo.
Giuda non aveva occhi che pei prigionieri, ma invano cercò di sua madre
e di Tirzah.

Improvvisamente, dal suolo dove giaceva, una donna si alzò e ritornò
rapidamente verso la porta. Alcune guardie cercarono di afferrarla, e
un grande clamore salutò il mancato tentativo. Essa corse verso Giuda
e cadendogli ai piedi, gli abbracciò le ginocchia, mentre i suoi ruvidi
capelli neri bruttati di polvere le velavano gli occhi.

— «O Amrah, buona, Amrah» — egli le disse. — «Dio ti aiuti; io non lo
posso.» —

Essa non potè articolar parola.

Egli si chinò su di lei, e sussurrò: — «Vivi, Amrah, per Tirzah e per
mia madre. Esse torneranno, e....» —

Un soldato la afferrò. Essa si divincolò e corse attraverso la porta,
nella casa vuota.

— «Lasciatela andare!» — gridò l'ufficiale. — «Suggelleremo la casa, e
morrà di fame.» —

Gli uomini ripresero il loro lavoro, e, quando fu terminato, passarono
dalla parte occidentale. Anche questa porta fu inchiodata, e il palazzo
dei Hur chiuso per sempre.

La coorte ritornò alla Torre, dove giaceva il Procuratore per guarire
delle sue ferite e disporre dei prigionieri. Il decimo giorno dopo
questi avvenimenti rientrò in città.



CAPITOLO VII.


All'indomani una pattuglia di legionarii si avvicinò al palazzo
desolato. Dopo aver chiuse le porte, stuccò i lati con cera, e sul
tavolato inchiodò il seguente cartello in latino:

                      _Proprietà dell'Imperatore_

Il giorno susseguente, verso mezzodì, un decurione col suo seguito di
dieci cavalieri, si avvicinò a Nazareth da oriente, cioè in direzione
di Gerusalemme. La località era allora occupata da un piccolo villaggio
appollaiato sopra una collina, e così insignificante che la sua unica
via era appena battuta dagli zoccoli dei cavalli dei soldati, e dai
piedi dei pochi abitanti. La grande pianura di Esdraelon si stendeva
a sud, e dalle alture orientali si potevano scorgere le coste del
Mediterraneo e le regioni oltre il Giordano e il Hermon. La vallata
sottostante e la campagna tutto all'ingiro erano coltivate a giardini,
vigne, orti e prati. Gruppi di palme davano un colorito orientale al
paesaggio. Le case, irregolarmente disposte, erano povere d'apparenza,
quadrate, a un sol piano, inghirlandate da viti verdissime. La siccità
che aveva ridotto le colline della Giudea ad una tinta bruna, uniforme,
s'era arrestata ai confini della Galilea.

Lo squillo di una tromba, suonata all'appressarsi dei cavalieri, ebbe
un magico effetto sopra gli abitanti, che affollarono le porte e i
cancelli, curiosi e desiderosi di afferrare il significato di una
visita così nuova.

Dobbiamo ricordare che Nazareth, non solo si trovava lontano dalle vie
maestre, ma apparteneva al dominio di Giuda di Gamala; quindi possiamo
immaginare quali impressioni destò l'appressarsi dei legionari. Ma
quando furono più vicini, e il loro scopo divenne manifesto, la paura e
l'odio cedettero il posto alla curiosità, sotto l'impulso della quale,
il popolo sapendo che i loro ospiti si sarebbero fermati alla fonte
nella parte settentrionale della città, abbandonò la case e seguì i
soldati.

L'oggetto della loro curiosità era un prigioniero che camminava in
mezzo alla truppa, colla testa scoperta, mezzo nudo, le mani legate
sulla schiena. Una coreggia assicurata ai suoi polsi lo avvinceva alla
sella di uno dei cavalieri. La polvere che sollevavano i cavalli lo
avviluppava tratto tratto come una nube gialla.

Si trascinava a stento, penosamente. Sembrava molto giovane. Alla
fontana il decurione si fermò, e, insieme alla maggior parte dei
soldati, scese da cavallo. Il prigioniero si lasciò cadere sulla
polvere della strada, istupidito, senza chiedere nulla. Era affranto.

I popolani avvicinatisi e vedendo che egli era quasi un ragazzo
avrebbero voluto soccorrerlo, ma non osavano.

Mentre stavano dubbiosi, e mentre le anfore correvano di mano in mano
fra i soldati, fu visto venire un uomo per la strada di Sephoris. Al
vederlo una donna esclamò: — «Guardate! Ecco il falegname che viene;
ora sapremo qualche cosa!» —

La persona a cui si alludeva era un vecchio di venerabile aspetto.
Rari riccioli bianchi uscivano dal suo turbante e un'ampia barba ancor
più bianca gli fluiva sopra il petto e sopra la ruvida tunica grigia.
Procedeva lentamente, perchè, oltre al peso dei suoi anni portava
parecchi utensili, un'ascia, una sega, un coltello di rozza fattura, ed
evidentemente veniva da lontano. Si arrestò, osservando la folla.

— «O Rabbi, buon Rabbi Giuseppe!» — esclamò una donna, correndogli
incontro. — «Qui c'è un prigioniero; domandane conto ai soldati,
affinchè sappiamo ciò che ha commesso, e chi egli sia.» —

Il volto del Rabbi rimase impassibile; guardò il prigioniero e quindi
si avvicinò all'ufficiale.

— «La pace del Signore sia con te!» — disse con inflessibile gravità.

— «E quella degli Dei con voi» — rispose il decurione.

— «Venite da Gerusalemme?» —

— «Sì» —

— «Il vostro prigioniero è giovane.» —

— «D'anni, sì» —

— «Posso domandare ciò che egli ha commesso?» —

— «È un assassino» —

Il popolo ripetè la parola con stupore, ma Rabbi Giuseppe proseguì le
sue domande.

— «Egli è un Israelita?» —

— «È un Ebreo,» — ripetè il Romano seccamente.

La compassione degli spettatori riprese il sopravvento.

— «Io non so nulla delle vostre tribù, ma posso dirvi qualcosa della
sua famiglia. Avete sentito parlare di un principe di Gerusalemme, di
nome Hur? — Ben Hur lo chiamavano. Visse ai tempi di Erode.» —

— «Io l'ho veduto» — disse Giuseppe.

— «Questi è suo figlio.» —

Vi fu uno scoppio generale di esclamazioni, che il decurione si
affrettò a frenare.

— «Nelle strade di Gerusalemme, avant'ieri, egli cercò di assassinare
il nobile Grato, lanciandogli una tegola sul capo dal tetto di un
palazzo, — dal palazzo di suo padre, credo.» —

— «Lo uccise?» — domandò il Rabbi.

— «No» —

— «La sua condanna?» —

— «Le galere a vita.» —

— «Il Signore lo aiuti» — esclamò Giuseppe, scosso dalla sua
immobilità. Nel mentre, un giovane che aveva accompagnato Giuseppe,
ma che si era tenuto modestamente dietro di lui, depose la scure che
teneva in mano, e avvicinandosi alla fonte, ne tolse una ciotola piena
d'acqua. L'atto fu così tranquillo, che prima ancora che le guardie
intervenissero, o avessero voluto intervenire, egli si era già chinato
sopra il prigioniero, offrendogli un sorso d'acqua.

La mano leggermente posata sulla sua spalla destò il misero Giuda, che
alzando gli occhi vide un volto che non dimenticò mai più, il volto di
un ragazzo della sua età, incorniciato da riccioli castani con riflessi
biondi; un volto illuminato da due occhi azzurri, così dolci, così
traboccanti d'amore e di santità di propositi da posseder tutta la
potenza di un comando e d'una volontà. L'anima dell'Ebreo indurita da
giorni e notti di sofferenze, e così amareggiata da abbracciare tutto
il mondo nei suoi pensieri d'odio e vendetta, si intenerì sotto lo
sguardo dello straniero, e divenne timida come quella di un fanciullo.
Appressò il suo labbro alla ciotola e bevve a larghi sorsi. Nessuna
parola corse fra di loro.

Quando ebbe terminato, la mano che riposava sulla sua spalla si pose
sopra il suo capo e rimase fra i riccioli polverosi il tempo necessario
per impartirvi una benedizione; quindi lo straniero riaccostò la
ciotola alla pietra della fontana, e riprendendo la sua scure, ritornò
al fianco di Giuseppe. Tutti gli sguardi lo seguirono, quelli dei
popolani come quelli del decurione.

La scena pietosa ebbe termine. Quando gli uomini e i cavalli ebbero
bevuto, la marcia fu ripresa. Ma un mutamento era avvenuto nell'animo
del decurione; egli stesso sollevò il prigioniero dalla polvere e
lo aiutò a salire sopra il cavallo di uno dei soldati. I Nazareni
ritornarono alle loro dimore, e insieme ad essi Rabbi Giuseppe e il suo
discepolo.

Così avvenne il primo incontro di Giuda col figlio di Maria.


  FINE DEL LIBRO SECONDO.



LIBRO TERZO

  CLEOPATRA.      . . . . Se la misura
                Del dolor nostro la sua fonte eguaglia
                Oh come grande...

                       (_entra Diomede_)

                                  È dunque morto? Parla!

  DIOMEDE. La morte il tiene nei ferrati artigli,
                Ma non è morto ancora.

         _Ant. e Cleopatra._ — Atto IV. — Scena VIII.



CAPITOLO I.


La città di Miseno corona il promontorio dello stesso nome alcune
miglia a sud-est di Napoli. Oggi non rimangono che poche rovine
ad attestarne l'esistenza, ma nell'anno di grazia 24, al quale
trasportiamo ora il lettore, era uno dei porti più importanti del
litorale occidentale d'Italia.

Il viaggiatore che si fosse recato al promontorio per godere la vista
che esso offriva, avrebbe dovuto salire sopra un muro, e, volgendo le
spalle alla città, avrebbe spaziato con gli occhi sulla baia di Napoli,
bella allora come oggi; avrebbe ammirata la linea impareggiabile
della costa, avrebbe veduto il cono fumante del monte, l'azzurro
dolcissimo e profondo del cielo e del mare; ma, abbassandoli verso il
mare sottostante, avrebbe osservato uno spettacolo ignoto al turista
moderno; metà della flotta Romana di riserva, ancorata ai suoi piedi.
Considerata da questo punto, Miseno non sembrava un teatro indegno per
l'incontro dei tre padroni di Roma, intenti a spartirsi il dominio del
mondo.

In quei tempi il muro era interrotto ad un certo punto in faccia al
mare, formando una specie di passaggio cui metteva capo una via, la
quale, quindi, a forma di un grande molo, si stendeva per parecchi
stadii nel mare.

La sentinella di guardia a questo passaggio, fu destata dal suo riposo
una fresca mattina di settembre da una compagnia che discendeva,
conversando animatamente e rumorosamente, la piccola via. La degnò di
uno sguardo e quindi ritornò ai suoi sogni interrotti.

Era una ventina di persone, la maggior parte costituita da schiavi,
con torcie che illuminavano poco, ma, in compenso, fumavano molto, e
che lasciavano nell'aria un acre profumo di nardo Indiano. I padroni
li precedevano tenendosi a braccetto. Uno di essi, dall'apparente età
di cinquanta anni, alquanto calvo, e portante fra i radi capelli una
corona d'alloro, sembrava, dalle attenzioni prodigategli, l'oggetto
di qualche affettuosa cerimonia. Portavano tutti ampie toghe di lana
bianca con larghe balze di porpora. Uno sguardo era bastato alla
sentinella. Conobbe, senza domandare, che erano personaggi di alta
condizione che scortavano un loro amico al porto, dopo una notte
festevolmente trascorsa. Spiegazioni più ampie potremo trovare seguendo
i loro discorsi.

— «No, mio Quinto» — disse uno, parlando all'uomo dalla corona d'alloro
— «è crudele la Fortuna che ti strappa così presto da noi. Solo ora
tornasti dai mari oltre le Colonne. Non hai neppure avuto il tempo di
abituarti alla terra ferma.» —

— «Per Castore! — se un uomo può adoperare la bestemmia di una donna!»
— esclamò un altro, alquanto alticcio. — «Non lamentiamoci. Il nostro
Quinto va a ricuperare nel mare ciò che ha perduto in terra ieri sera.
Giuocare a dadi sopra una nave che rulla, è qualche cosa di diverso dai
dadi giuocati qui. Non è vero Quinto?» —

— «Non ingiuriare la Fortuna!» — esclamò un terzo. — «Essa non è nè
cieca nè, incostante. Ad Anzio quando il nostro Arrio la interroga, gli
risponde annuendo, e sul mare lo accompagna, dirigendo il timone della
sua nave. Essa lo strappa dalle nostre braccia, è vero, ma non ce lo
riconduce poi sempre ricco di nuovi allori?» —

— «Sono i Greci che lo portano via» — interruppe un altro. — «Accusiamo
loro, non gli Dei. Con l'apprender l'arte del commercio, dimenticarono
quella del combattere.» —

Con queste parole, la brigata attraversò il passaggio, e giunse al
molo prolungantesi innanzi a loro nella baia bellissima, che l'alba
incominciava a illuminare. Per le orecchie del vecchio marinaio la
risacca delle onde era come il saluto dell'amico. Respirò a lungo, come
per riempire i polmoni del profumo delle acque, ed alzò la mano:

— «I miei doni io li ebbi a Preneste, non ad Anzio, — ma vedete! spira
vento di ponente. Io ti ringrazio, o Fortuna, mia madre!» — egli disse
con riverenza.

Gli amici ripeterono l'esclamazione, e gli schiavi agitarono le torcie.

— «Eccola, viene!» — continuò, indicando una galera che si moveva
dall'estremità del molo. — «Un marinaio non ha bisogno di altra amante.
La tua Lucrezia è forse più graziosa, mio Caio?» —

Osservò la nave, che avanzava, con uno sguardo pieno di giustificato
orgoglio. All'albero più basso era fissata una sola vela, e i remi si
tuffavano, si alzavano, scintillavano un istante, immobili nell'aria,
poi si immergevano nuovamente, come le ali di un uccello, con ritmo
perfetto.

— «Sì, rispettate gli Dei» — egli disse con gli occhi rivolti alla
nave — «essi ci mandano buone occasioni. Nostra è la colpa se le
trascuriamo. Quanto ai Greci, tu dimentichi, o mio Lentulo, che i
pirati che vado a punire sono Greci. Una vittoria sopra di essi ne vale
cento sugli Africani.» —

— «Allora ti rechi nell'Egeo?» —

Il marinaio non aveva occhi che per la nave.

— «Che grazia, che venustà! un cigno non si muoverebbe più maestoso
sulle onde. Guardate!» — Ma tosto aggiunse: — «Perdonami Lentulo. Io
vado nell'Egeo; e siccome la mia partenza è ormai vicina, ve ne dirò
la ragione — soltanto tenetela segreta. Io non vorrei che incontrando
il mio buon amico il duumviro gliene faceste una colpa. Voi sapete che
il commercio fra la Grecia ed Alessandria non è inferiore a quello
fra Alessandria e Roma. Il popolo in quelle parti del mondo si è
dimenticato di celebrare le feste Cereali, e Trittolemo li ha puniti
con un miserabile raccolto. Ad ogni modo il commercio è così cresciuto
da non arrestarsi per un sol giorno. Avrete anche sentito parlare
dei pirati del Chersoneso, che si annidano nell'Eusino; gente audace,
per le Baccanti! Giorni fa arrivò la notizia a Roma che, riunitisi in
una flotta numerosa, avevano disceso il Bosforo, affondate le galere
davanti a Bisanzio e a Calcedonia, invasa la Propontide, occupato
l'Egeo. I mercanti di grano che hanno navi nel Mediterraneo sono
spaventati. Ottennero udienza dall'Imperatore medesimo, ed oggi da
Ravenna partono cento galere, e da Miseno — fece una breve pausa, come
per pungere maggiormente la curiosità degli amici — una.» —

— «Beato Quinto! Le nostre congratulazioni!» —

— «Bene auguriamo per questa scelta. Ti salutiamo sin d'ora
duumviro.» —

— «Quinto Arrio duumviro, suona meglio di Quinto Arrio tribuno.» —

Con queste parole si strinsero festosamente intorno a lui.

— «Io mi rallegro insieme agli altri» — disse l'amico avvinazzato — «mi
rallegro assai. Ma voglio essere pratico, o mio duumviro, e finchè io
non vedrò che la promozione ti abbia valso una maggior conoscenza delle
_tesserae_ riservo il mio giudizio sulla tua fortuna, in questo... in
questo affare.» —

— «Vi ringrazio tutti!» — disse Arrio rivolgendosi collettivamente ad
essi — «se aveste delle lanterne, direi che siete auguri. Farò di più.
Vi mostrerò che avete colpito nel segno. Qui, leggete.» —

Dalle pieghe della sua toga estrasse un rotolo di carta e lo porse
a loro, dicendo: — «L'ho ricevuto ieri mentre ero a tavola, da
Seiano.» —

Questo nome era già grande nel mondo Romano; grande e non ancora così
infame come divenne di poi.

— «Seiano!» — esclamarono in coro, stringendosi attorno a chi leggeva
la lettera. Ecco il tenore di essa:

  Seiano a C. Cecilio Rufo, Duumviro,

                                                 Roma, XIX Kal. Sept.

Cesare conosce l'abilità di Quinto Arrio, tribuno, e, specialmente, ha
udito esaltare il coraggio manifestato da lui nei mari d'occidente. È
sua volontà che il detto Arrio sia sull'istante trasferito in Oriente.
È ancora volontà di Cesare che raduniate cento triremi di prima classe,
perfettamente allestite, e le spediate senza indugio contro i pirati
dell'Egeo, e che Quinto sia posto al comando di tale flotta.

I dettagli sono tua cura, mio Cecilio.

Il momento è urgente, come vedrai dalle relazioni che accludo per te, e
pel nominato Quinto.

                                                              SEIANO.

Arrio non badò alla lettura. A mano a mano che la nave si avvicinava
crebbe il fascino che essa esercitava sopra di lui. Ne seguiva i
movimenti con l'occhio di un innamorato. Finalmente agitò le falde
della sua toga; in risposta al segnale, sopra l'_aplustre_, arnese
in forma di ventaglio sulla poppa della nave, sventolò una bandiera
scarlatta; nel mentre parecchi marinai apparvero sul ponte, si
arrampicarono rapidamente sulle corde fino all'antenna, ed ammainarono
la vela. La prua fu girata, e la velocità dei remi crebbe di mezzo
tempo, cosicchè la nave si avvicinò al molo con la rapidità di un
uccello.

Egli osservò la manovra con gli occhi scintillanti. La pronta risposta
al timone, la docilità e fermezza con cui la nave teneva la sua rotta,
sarebbero state qualità di grande importanza in battaglia.

— «Per le Ninfe!» — disse uno degli amici, restituendo la lettera.
— «Non possiamo più dire che l'amico sarà grande; egli lo è già. Il
nostro amore deve esser contemperato di rispetto. Che altro hai da
dirci?» —

— «Null'altro!» — replicò Arrio. — «Ciò che voi avete appreso oggi è
già roba vecchia a Roma, specialmente nel palazzo di Cesare e nel foro.
Il duumviro è un uomo discreto. Le mie istruzioni, la località dove
dovrò incontrare la flotta, si trovano a bordo in un plico suggellato.
Se però questa sera sacrificate agli altari, non dimenticate di
innalzare una preghiera per un amico che i remi e il vento sospingono
alla volta di Sicilia. Ma ecco la nave che sta per approdare. I suoi
ufficiali mi interessano, poichè dovrò combattere e viaggiare con
essi. Non è cosa facile approdare con una nave di questa mole ad una
spiaggia come questa. Lasciatemi giudicare la loro disciplina e la loro
abilità.» —

— «Come, ti è nuova la nave?» —

— «Non l'ho mai veduta prima d'oggi, e non so ancora se vi troverò un
solo amico.» —

— «È bene questo?» —

— «Non importa. Noi uomini del mare facciamo presto conoscenza. Il
nostro amore e i nostri odii nascono nei comuni pericoli.» —

La nave apparteneva alla classe chiamata _naves liburnicae_, lunghe,
strette, basse ai lati, e foggiate per velocità di corso e rapidità di
manovra. I suoi fianchi eran stupendi. Un doppio getto d'acqua saliva
spumeggiando, dinanzi ad essa, e spruzzando le curve audaci della
prora, i lati della quale erano adorni di figure di Tritoni soffianti
in conchiglie marine.

Sotto la prua, infissa nella chiglia e spingentesi infuori, sotto il
livello del mare, era il _rostrum_, ordigno di legno rinforzato ed
armato di ferro, che in battaglia adoperavasi come un ariete.

Una poderosa cornice, artisticamente scolpita partendo dalla prua
abbracciava tutta la lunghezza della nave, e, sorpassando la coperta,
serviva di baluardo. Sotto la cornice correva un triplice ordine di
vani, ciascuno protetto da uno scudo di cuoio, dai quali si scorgevano
i remi, sessanta per ciascun lato. La prora torreggiante era inoltre
ornata di caducei, mentre due corde, raccolte ai fianchi, segnavano il
numero delle ancore assicurate sul ponte di trinchetto.

La semplicità dell'attrezzatura rivelava che la nave si affidava
principalmente al lavoro dei remi. L'albero, piantato bene innanzi,
era assicurato da spranghe e gomene agli anelli fissi alle pareti
interne del baluardo. Il sartiame era quello strettamente necessario
per manovrare l'unica grande vela rettangolare e l'antenna da cui
dipendeva.

Eccettuati i marinai, che erano saliti per ammainare la vela ed
indugiavano ancora fra le sartie, un sol uomo era visibile sul ponte,
presso la prora, completamente armato, con elmo, spada e scudo.

Le centoventi lame di quercia, che le onde e le frequenti puliture di
pomice avevan rese bianche e lucenti, si alzavano e cadevano come mosse
da una mano sola, e spingevano innanzi il battello con la velocità di
un vapore moderno.

Così rapido, e, apparentemente, così temerario, era il corso della
nave, che gli amici del tribuno se ne spaventarono. Improvvisamente
l'uomo a prua tese la mano con un gesto speciale; tosto tutti i remi si
alzarono, si librarono un istante nell'aria, poi caddero verticalmente.

L'acqua si agitò spumeggiando intorno ad essi, e la galera ebbe un
tremito, e s'arrestò come atterrita. Un altro gesto della mano, e i
remi si alzarono di nuovo, ma, questa volta, quelli di destra, spinsero
avanti, mentre i remi di sinistra, avanzando verso la prua, lavorarono
contr'acqua. Tre volte i remi ripeterono questa manovra. La nave girò
come su un cardine; poi, favorita dal vento, approdò dolcemente al
molo.

Una tale mossa mise in vista la poppa, con tutti i suoi ornamenti.
V'erano dei tritoni come quelli di prua; il nome era scritto in lettere
cubitali in rilievo; il timone, la piattaforma elevata su cui sedeva
il timoniere, maestosa figura ricoperta da un'armatura, la mano sulle
corde del timone; e l'_aplustre_, alto, dorato, scolpito, che si
curvava sopra il timoniere come una grande foglia arabescata.

Si udì lo squillo acuto di una tromba, e, dai boccaporti si riversarono
sul ponte i soldati, tutti superbamente armati, con elmi di bronzo,
scudi e giavellotti scintillanti. Mentre essi si schieravano sul ponte
in ordine di battaglia, i marinai si arrampicarono sulle sartie e si
allinearono lungo l'antenna.

Gli ufficiali e i suonatori di tromba occuparono i loro posti senza
confusione e senza rumore. Quando i remi toccarono il molo, una
passerella fu abbassata dal ponte del timoniere.

Il tribuno si volse ai compagni e con una gravità dapprima non
dimostrata, disse:

— «Ora mi attende il dovere, o miei amici!» —

Si tolse la corona dal capo e la porse al giuocatore di dadi.

— «Prendi questo mirto, o favorito dalle _tesserae_! — esclamò. Se
ritorno, verrò a riprendere i miei sesterzii: se la vittoria non
m'arride, non ritornerò. Appendi la corona nel tuo atrio.» —

Spalancò le braccia agli amici, ed essi vennero ad uno a ricevere
l'abbraccio dell'addio.

— «Gli Dei ti accompagnino, o Quinto!» — esclamarono.

— «Salvete!» — rispose.

Salutò con la mano gli schiavi, che agitarono le torcie; poi si volse
alla nave, bellissima per l'ordine perfetto del suo equipaggio, in
ranghi serrati, coi cimieri che ondeggiavano e gli scudi e le lancie
scintillanti. Quando mise il piede sul ponte, le trombe squillarono,
e sopra l'_aplustre_ sventolò il _vexillum purpureum_, bandiera
dell'ammiraglio della flotta.



CAPITOLO II.


Il tribuno, ritto sul ponte del timone, con l'ordine del duumviro
spiegato nelle mani, parlò all'_hortator_, o capo dei rematori.

— «A che forza comandi?» —

— «Duecento cinquantadue rematori; dieci supplenti.» —

— «Con ricambi di....» —

— «Ottantaquattro uomini.» —

— «E il servizio che adottavi?» —

— «Due ore di lavoro, due di riposo.» —

Il tribuno pensò alquanto.

— «La disposizione è dura, ed io la riformerò, ma non ora. I remi
devono lavorare giorno e notte. Il vento è favorevole: la vela aiuti i
remi.» —

Poi voltosi al primo pilota, o _rector_, gli chiese:

— «Quanti anni hai servito?» —

— «Trentadue anni.» —

— «In quali mari principalmente?» —

— «Fra Roma e l'Oriente.» —

— «Tu sei l'uomo che fa per me.» —

Il tribuno consultò gli ordini ricevuti.

— «Dopo la punta della Campanella la nostra rotta sarà verso Messina.
Quindi seguendo la curva della costa Calabra fino a Melito, poi...
conosci tu le costellazioni che governano il Mar Jonio?» —

— «Le conosco.» —

— «Allora da Melito piega a levante, verso Citera. Se gli Dei sono
propizi getterò àncora solo nella baia di Antimona. Il tuo compito è
importante, e io mi fido di te.» —

Un uomo prudente era Arrio; e mentre arricchiva gli altari di Anzio e
Preneste, stimava che il favore della Dea bendata dipendesse più dal
giudizio e dalla cura del fedele che dai proprî doni votivi. Tutta
notte, quale anfitrione della cena, egli aveva banchettato e giocato,
ma l'odore del mare gli fece rinascere l'istinto e l'abitudine del
marinaio, e non volle riposare finchè non conoscesse perfettamente la
sua nave. La scienza nulla abbandona al caso. Avendo principiato col
capo dei vogatori, e col pilota, in compagnia degli altri ufficiali,
cioè il comandante della truppa, il custode dei viveri, il capo delle
macchine, il sopraintendente delle cucine e dei fuochi, visitò i varî
quartieri della nave. Nulla sfuggiva alla sua ispezione. Quando ebbe
terminato, egli solo di tutta la piccola società chiusa fra quelle
anguste mura di legno, conosceva a puntino tutta la potenzialità della
nave, le sue provvigioni, le sue eventuali risorse in guerra. Non gli
mancava che la conoscenza esatta dell'equipaggio sotto il suo comando,
la parte più delicata e difficile del suo compito.

A mezzogiorno la galera si trovava all'altezza di Pesto. Il vento
continuava a soffiare da occidente, gonfiando le vele ed aiutando
materialmente i rematori. Le sentinelle erano state poste sopra
coperta. L'altare sul ponte di trinchetto era stato cosparso di sale e
di avena; davanti ad esso il tribuno aveva alzate preghiere solenni a
Giove, a Nettuno, e a tutte le Oceanine, confermando i suoi voti con
vino ed incenso. Ed ora, per meglio studiare i suoi uomini, sedeva
nella sua grande cabina.

Questa cabina si trovava nel mezzo della galera, e misurava
settantacinque piedi di lunghezza per trenta di larghezza. Era
illuminata da tre ampi boccaporti, sostenuta da una doppia fila di
vigorosi puntelli, nel centro dei quali appariva l'albero della nave,
tutto adorno di ascie, lancie e giavellotti. A ciascun boccaporto si
accedeva da due scale mobili, che erano allora sollevate e fissate al
soffitto.

Questo era il centro della nave, il ritrovo comune di tutto
l'equipaggio, la sala da pranzo, il dormitorio, il campo
d'esercitazione e il luogo di riposo e di recreazione in quanto questa
era permessa dalla dura e implacabile disciplina di bordo.

In fondo alla cabina si trovava una piattaforma alla quale conducevano
parecchi gradini. Su questa sedeva il capo dei rematori, che aveva
dinanzi a sè un tavolo sonoro sul quale batteva il tempo con un
martello di bronzo, e, a sinistra una clessidra, od orologio ad acqua,
per distribuire le ore di lavoro e stabilire i cambi. Sopra di lui,
su un'altra piattaforma ancora più rialzata, protetta da una ringhiera
dorata, era il quartiere del tribuno, fornito di un letto, un tavolo,
una _cathedra_, o scranna bene imbottita, il tutto di squisita e ricca
eleganza.

Seduto comodamente in questa poltrona, cullato dal rullìo uniforme
della nave, il mantello militare negligentemente gettato sopra una
spalla, e colla spada al fianco, Arrio osservava con occhio vigile il
suo equipaggio, e ne era con uguale attenzione osservato. L'occhio
critico di lui abbracciava ogni cosa, ma con maggiore insistenza si
posava sopra i rematori. I lettori avrebbero fatto lo stesso; soltanto
che nel loro interessamento ci sarebbe stata della simpatia e della
compassione; mentre il pensiero del tribuno li considerava soltanto
come ingranaggi importanti della grande macchina alla quale era
preposto.

Lo spettacolo era abbastanza semplice. Lungo i lati della cabina,
fisso al pavimento della nave, correva ciò che a prima vista sembrava
una triplice fila di banchi; un esame più attento rilevava invece
molte serie di sedili, in ciascuna delle quali il secondo sedile
era posteriore e più alto del primo, il terzo posteriore e più alto
del secondo. Per collocare i sessanta rematori di ciascun lato, lo
spazio ad essi destinato era diviso in venti banchi ad un intervallo
di un metro l'uno dall'altro. Questa disposizione dava ampio spazio
ai rematori che dovevano prendere il tempo l'uno dagli altri come
una schiera di soldati marcianti con passo cadenzato in fila serrata.
Questa disposizione permetteva ancora un eventuale aumento dei sedili,
limitati soltanto dalla lunghezza della galera.

Quanto ai rematori, quelli del primo e secondo sedile, erano seduti,
quelli del terzo, dovendo maneggiare remi più lunghi, stavano in
piedi. I remi avevano all'impugnatura contrappesi di piombo, ed erano
appesi a correggie mobili, che rendevano possibili i più delicati
movimenti, ma, d'altra parte, richiedevano una abilità maggiore,
perchè una ondata violenta da un momento all'altro poteva cogliere il
rematore sbadato e scaraventarlo dal suo sedile. Dalle finestre entrava
aria in abbondanza, mentre la luce pioveva attraverso il graticcio
che costituiva il pavimento del passaggio tra il ponte e i baluardi
laterali. Sotto alcuni riguardi dunque la condizione di questi uomini
non poteva dirsi cattiva. Ma non dobbiamo per questo credere che fosse
una vita di piacere. Era loro interdetto di parlarsi. Giorno e notte
occupavano i proprî posti senza scambiarsi una parola, senza vedere i
volti dei vicini. I brevi momenti di intervallo erano dati al sonno, o
al cibo. Non ridevano mai; nessuno li aveva sentiti cantare. La vita di
quei miserabili era come un fiume sotterraneo che muova lentamente, a
fatica, verso una foce ignota.

O Figlio di Maria! Oggi anche i soldati hanno un cuore, e tua ne è la
gloria! Ma in quei giorni prigionia significava una vita di stenti
sulle mura, nelle strade, nelle miniere, nelle navi. Quando Duilio
vinse la prima battaglia navale del suo popolo, Romani maneggiavano
i remi, e la gloria della giornata era divisa fra il rematore e il
soldato. Questi banchi, che ora osserviamo, erano indizii delle mutate
sorti di Roma, seguite alla conquista del mondo, ed illustravano
insieme la politica e il coraggio dei Romani. Quasi tutti i popoli vi
erano rappresentati da qualcuno dei loro figli, per lo più prigionieri
di guerra, scelti per la loro forza. Qui un Britanno; più innanzi
un Libio, più indietro un Sarmata, più in là uno Scita, un Gallo,
un Greco. Forzati romani insieme a Goti, Longobardi, Ebrei, Etiopi,
Egiziani, e barbari delle rive della Meotide. Qui un Ateniese, là un
selvaggio dell'Ibernia rosso-chiomato, là un gigante Cimbro dagli occhi
azzurri.

Il lavoro dei rematori era troppo materiale per dare occupazione
alla loro intelligenza. Spingere innanzi il corpo, sollevare il
remo, librarlo, immergerlo, ecco tutto; movimenti che raggiungevano
la massima perfezione quando diventavano automatici. Anche la
sollecitudine del pericolo derivante dalle onde riottose divenne
col tempo meramente istintiva. Il risultato del lungo servizio era
un armento di povere creature abbrutite, pazienti, avvilite; corpi
muscolosi e intelligenze esaurite, che vivevano di memorie, poche in
genere, ma care, decadendo finalmente ad uno stato semi-incosciente,
in cui il dolore si ottunde e diventa abitudine e l'anima acquista una
straordinaria tenacia.

Da destra a sinistra, un'ora dopo l'altra, il Tribuno volgeva i suoi
sguardi, pensoso di tutto tranne dell'infelicità degli schiavi sopra
i loro banchi. I loro movimenti precisi, uguali dall'una e dall'altra
parte del bastimento, in breve divennero monotoni; allora egli si
divertì ad osservare i singoli individui. Col suo stilo notava tratto
tratto le deficienze di alcuni, pensando che avrebbe trovato fra i
pirati dei sostituti migliori.

Non v'era bisogno di ricordare i nomi degli schiavi, che entravano
nella galera come in un sepolcro; bastavano, per distinguerli, dei
numeri segnati sopra i sedili ai quali ciascuno era destinato. Nel loro
viaggio di esplorazione gli occhi del grand'uomo arrivarono finalmente
sopra il numero sessanta, e vi si arrestarono.

Il sedile del numero sessanta era alquanto più alto della piattaforma
e distava da lei pochi passi. La luce che scendeva attraverso il
graticcio sul capo del rematore lo rivelava intieramente allo sguardo
del Tribuno — dritto, e nudo fino alla cintola come i suoi compagni.
Parecchi tratti parlavano tuttavia in suo favore. Era molto giovane,
non più che ventenne. Arrio non era poi solamente dedito ai dadi, ma
era conoscitore di uomini fisicamente, e, quando era a terra, amava
visitare i ginnasi e le palestre per vedere ed ammirare gli atleti più
famosi. Un professore gli aveva detto una volta che la forza dipendeva
piuttosto dalla qualità che dalla quantità dei muscoli, e che qualunque
esercizio richiedeva una certa dose di intelligenza come di forza.
Avendo fatto sua questa teoria, come la maggior parte degli uomini che
hanno un'idea fissa, cercava continuamente illustrazioni pratiche in
suo appoggio.

Nel corso di questi studi raramente aveva incontrato un soggetto che
lo soddisfacesse completamente; certo era che nessuno aveva arrestato i
suoi sguardi così a lungo come questo.

Al dar mano ad ogni movimento del remo, il corpo ed il volto del
rematore, apparivano di profilo all'osservatore sulla piattaforma;
l'azione terminava col corpo spinto innanzi. La grazia e la facilità
di questo movimento dapprima suggerivano dei dubbi intorno all'onestà
dello sforzo; ma questi venivano subito dissipati: la fermezza con
cui il remo era afferrato in ciascun movimento, il piegarsi che
faceva sotto la spinta, rivelavano la forza impiegata; allo stesso
tempo provavano l'arte del rematore, e indussero tosto il critico
a riflettere dalla poltrona sull'unione di forza e intelligenza che
formava il nocciolo della sua teoria.

Pensando a ciò Arrio osservò la giovinezza dell'uomo; senza provar
soverchia tenerezza per questa scoperta, vide che la sua statura era
alquanto superiore della media altezza, e che le membra, tanto le
superiori che le inferiori erano, di singolare bellezza. Forse le
braccia erano troppo lunghe, ma questo difetto scompariva sotto la
mole dei muscoli, che in alcuni movimenti si gonfiavano come gruppi di
corde. Ogni costola si disegnava chiaramente sopra al corpo rotondo; ma
questa era la sana magrezza tanto ricercata nelle palestre. Finalmente,
nel complesso dei movimenti del rematore, vi era una tale armonia, che
oltre combaciare con la nota teoria del tribuno, stimolava vivamente la
sua curiosità.

Provò il bisogno di vedere il volto dell'uomo, di cui non scorgeva che
la testa formosa piantata sopra un collo, largo alla base, ma di grande
pieghevolezza e grazia. I tratti osservati di profilo erano orientali,
e avevano quella delicatezza di espressione che accompagna solitamente
l'aristocrazia del sangue e dello spirito. Queste osservazioni resero
più intenso l'interessamento del tribuno.

— «Per gli Dei» — pensò fra sè — «quell'individuo ha fatto colpo! Egli
promette bene. Voglio conoscerlo.» —

In quella il rematore si voltò, guardandolo, e il tribuno potè
contemplarne il viso.

— «È Ebreo ed è un ragazzo!» —

Sotto lo sguardo scrutatore fissato sopra di lui, gli occhi dello
schiavo si allargarono e il sangue gli imporporò le gote. Il remo
rimase inerte nelle sue mani, ma tosto il martello dell'_hortator_,
cadendo rumorosamente, lo richiamò al dovere. Il vogatore trasalì, e,
come se il rimprovero fosse stato personalmente indirizzato a lui,
immerse il remo. Quando guardò nuovamente il tribuno, fu stupito di
incontrare un sorriso.

Frattanto la galera entrava nello stretto di Messina, e, passando
davanti alla città di quel nome, volse la prora verso oriente, finchè
la nuvola sopra l'Etna divenne come una macchia sull'orizzonte.

Spesso mentre Arrio dalla piattaforma scendeva alla cabina, si voltava
per studiare il rematore, dicendo fra sè:

— «È un giovane animoso. Un Ebreo non è un barbaro. Voglio conoscerlo
meglio.» —



CAPITOLO III.


Da quattro giorni durava il viaggio, e l'_Astraea_ — così si chiamava
la galera — solcava rapidamente le onde del mar Ionio: il cielo era
sereno, ed il vento, soffiando costante dall'occidente attestava il
favore degli Dei.

Arrio sperava di raggiungere la flotta prima che questa toccasse la
baia ad oriente dell'isola di Citera, designata per l'incontro, e,
impaziente della lunga attesa, passava tutta la giornata sopra coperta,
notando con diligenza ogni particolare della sua nave. Nella cabina,
seduto sopra il suo seggio, i suoi pensieri correvano sovente al
rematore numero sessanta.

— «Conosci tu quell'uomo che ha abbandonato or ora quel banco?» —
chiese finalmente all'hortator.

Gli schiavi s'erano appunto dato il cambio.

— «Numero sessanta?» — domandò il capo.

— «Sì.» —

Il capo guardò attentamente il rematore che passava.

— «Come tu sai, la nave è uscita dal cantiere un mese fa, e gli uomini
mi sono nuovi come il bastimento.» —

— «È un ebreo» — osservò Arrio, pensoso.

— «Il nobile Arrio ha l'occhio penetrante.» —

— «È molto giovane» — continuò Arrio.

— «Ma è il nostro miglior rematore» — disse l'altro. — «Ho veduto il
suo remo piegarsi quasi a rompersi in due.» —

— «Come si comporta?» —

— «È obbediente; altro non so. Una volta mi chiese un favore.» —

— «Quale?» —

— «Voleva che gli cambiassi posto, alternandolo da destra a
sinistra.» —

— «Spiegò le sue ragioni?» —

— «Aveva osservato che gli uomini che lavorano sempre dalla
medesima parte diventano deformi. Aggiunse che in un giorno di
tempesta o di battaglia avrebbe potuto sorgere la necessità di
cambiargli improvvisamente di posto, e allora egli sarebbe stato
inservibile.» —

— «_Per Pol!_ L'idea è nuova. Che altro hai osservato in lui?» —

— «È più pulito dei suoi compagni.» —

— «In questo egli è Romano» — approvò Arrio. — «Non conosci la sua
storia?» —

— «Neppure una parola.» —

Il tribuno rimase pensieroso alcuni istanti e si volse per tornare al
suo posto.

— «Se io fossi sul ponte quando egli ritorna al lavoro» — disse, —
«mandalo a me. Venga solo.» —

Due ore dopo Arrio si trovava sotto l'aplustre della galera, nella
condizione d'animo di chi, sentendosi trascinato rapidamente verso un
evento importante, non può far nulla fuorchè aspettare, condizione
d'animo in cui la filosofia investe l'uomo di quella calma ed
indifferenza di cui ha tanto bisogno. Il pilota teneva in mano le corde
che governavano le due ruote del timone, una a ciascun fianco della
nave. Alcuni marinai dormivano all'ombra che proiettava la vela, e
in alto, sopra l'antenna, vigilava una sentinella. Alzando gli occhi
dall'orologio a sole fisso sotto l'apalustre, che serviva a indirizzare
il corso della nave, Arrio vide avvicinarsi il rematore.

— «Il capo ti chiama il nobile Arrio, e mi disse che tu hai chiesto di
me. Son venuto.» —

Arrio esaminò la figura, alta muscolosa, colorita dal sole e dal
sangue che tumultuava impetuoso nelle vene, la guardò con ammirazione,
pensando all'arena; ma il portamento e la voce non rimasero senza un
certo effetto. La voce rivelava una vita trascorsa in un ambiente
elevato e fine; gli occhi erano chiari ed aperti, più curiosi che
fieri, e allo sguardo sapiente, scrutatore, imperioso, del tribuno,
non's'abbassarono nè mostrarono alcun segno di vergogna, d'ira o di
minaccia. Come tacito riconoscimento dell impressione favorevole in lui
prodotta, il Romano parlò non come padrone a schiavo, ma come uomo più
vecchio ad uno più giovane.

— «L'hortator mi dice che tu sei il suo miglior rematore.» —

— «L'hortator è molto buono» — rispose il forzato.

— «Hai servito a lungo?» —

— «Quasi tre anni.» —

— «Ai remi?» —

— «Non mi rammento un giorno di interruzione.» —

— «La fatica è grande: pochi uomini la sopportano un anno senza
ammalarne, e tu... tu sei ancora un ragazzo!» —

— «Il nobile Arrio dimentica che lo spirito aggiunge tenacia al corpo.
Col suo aiuto talora il debole vive là dove un forte perirebbe.» —

— «Il tuo accento ti dice Ebreo.» —

— «I miei avi furono Ebrei prima che Roma esistesse.» —

— «L'ostinato orgoglio del tuo popolo non ti manca» — disse Arrio,
osservando un lampo nell'occhio del rematore.

— «L'orgoglio è più vivo quando è cinto di catene.» —

— «E quale ragione hai d'essere orgoglioso?» —

— «L'essere Ebreo.» —

Arrio sorrise.

— «Non fui mai a Gerusalemme» — disse; — «ma ho sentito parlare dei
suoi principi. Ho conosciuto uno di essi. Era mercante e veleggiava sui
mari. Era degno di essere un Re. Di qual condizione sei tu?» —

— «Devo risponderti dal banco della galera. Sono uno schiavo. Mio padre
era un principe di Gerusalemme, e quale mercante, veleggiava sui mari.
Era conosciuto e stimato nel palazzo del grande Augusto.» —

— «Il suo nome?» —

— «Ithamar, della casa di Hur.» —

Il tribuno alzò la mano in atto di stupore.

— «Un figlio di Hur, tu?» —

Dopo una pausa, domandò:

— «Qual delitto ti ha condotto qui?» —

Giuda lasciò cadere il capo sul petto che ansava come per schiantarsi.
Quando ebbe ripreso padronanza di sè, guardò in faccia il tribuno, e
rispose:

— «Fui accusato di aver voluto assassinare Valerio Grato,
Procuratore.» —

— «Tu! — «esclamò Arrio, ancor più stupito e facendo un passo indietro.
— «Tu quell'assassino! Tutta Roma parlò di quel fatto. La notizia
giunse alla mia nave sul fiume di Londra.» —

I due si guardarono in silenzio.

— «Io credevo che la famiglia Hur fosse scomparsa dalla faccia della
terra,» — riprese Arrio.

Un fiume di meste rimembranze attraversò il cuore del giovane,
abbattendo il suo orgoglio; lacrime gli scintillarono negli occhi.

— «Madre! Madre! O piccola Tirzah! Dove sono? O tribuno, nobile
tribuno, se tu sai qualche cosa di loro — giunse le mani in atto di
preghiera — dimmi tutto, tutto. Dimmi se sono in vita, e dove, e in
qual condizione? Ti supplico, parla!» —

Si avvicinò ad Arrio, sino a toccargli il mantello.

— «Oh! il terribile giorno di tre anni fa,» — continuò — «tre anni, o
tribuno, e ogni giorno tutta una intera vita di miseria — una vita di
patimenti allietata da nessun raggio di speranza, da nessuna parola.
Oh, se, dimenticati, potessimo dimenticare! Se potessi obliare quella
scena: mia sorella strappata a me, l'ultimo sguardo di mia madre!
Io ho sentito l'alito della peste, e il cozzo di navi in battaglia;
ho udito l'uragano flagellare le onde, ed ho riso, riso mentre gli
altri pregavano: la morte era un dono invocato. Chino sul remo, nello
sforzo quotidiano delle braccia, tentavo di cancellare dalla mia
mente quei ricordi... Scusa, o tribuno. Poca cosa ti domando! Dimmi
almeno che sono morti, perchè felici non possono essere finchè sanno
che io sono perduto. Io ho udito la loro voce chiamarmi di notte;
li ho visti camminare sulle acque. O inestinguibile amore materno! E
Tirzah, innocente come un giglio, come il giovine ramo della palma,
così fresca, così graziosa, così bella! Era il sole della mia giornata.
La sua voce era una musica. E mia fu la mano che le trasse in rovina!
Io....» —

— «Ammetti la tua colpa?» — chiese Arrio severamente.

Un cambiamento improvviso avvenne in Ben Hur. La sua voce si fece
squillante; le mani si alzarono coi pugni serrati; ogni fibra trasalì;
gli occhi scintillarono.

— «Tu hai udito parlare del Dio dei miei padri,» — egli disse, —
«dell'infinito Jeova. Per la sua verità e onnipotenza, per l'affetto
con cui ha protetto Israele, io giuro che sono innocente!» —

Il tribuno era commosso.

— «O nobile Romano!» — continuò Ben Hur — «dammi un po' di fede,
rischiara la densa oscurità ch'è scesa su di me!» —

Arrio camminò pensieroso sul ponte.

— «Fosti condannato in giudizio?» — chiese improvvisamente.

— «No.» —

Il Romano alzò la mano, stupito.

— «Nessun giudizio, nessun testimonio! Chi ti condannò?» —

Ricordiamo che il culto della giustizia presso i Romani fu fortissimo
appunto nel periodo della loro decadenza.

— «Mi legarono, e mi trascinarono in una prigione della Torre. Non vidi
nessuno. Nessuno mi parlò. Il giorno dopo mi portarono sulla riva del
mare. Sono stato un galeotto da allora in poi.» —

— «Che cosa avresti potuto provare in tua discolpa?» —

— «Ero un ragazzo troppo giovane per esser cospiratore. Grato mi era
sconosciuto. Se io voleva assassinarlo, quello non era il momento o
il luogo. Cavalcava di pieno giorno in mezzo a una legione; la fuga
sarebbe stata impossibile. Io apparteneva ad una famiglia fedele
amica di Roma. Mio padre godeva l'affetto di Augusto. Eravamo ricchi,
e la rovina certa, per me, per mia madre e mia sorella. Finalmente
la legge, che per un figlio d'Israele è come l'aria per i polmoni,
mi avrebbe arrestato la mano, se avessi avuto tale intento. Non ero
pazzo. La morte era preferibile alla vergogna, e, credimi, lo è ancora
oggi.» —

— «Chi era teco quando avvenne il fatto?» —

— «Io mi trovava sul tetto del palazzo, il palazzo di mio padre.
Tirzah era con me, al mio fianco, tutta candore e gentilezza. Insieme
sporgemmo il capo sopra il parapetto per vedere passare la legione. Una
tegola scivolò sotto la mia mano e cadde sopra Grato. Credetti d'averlo
ucciso. Oh quale spavento fu il mio!» —

— «Dov'era tua madre?» —

— «Nella sua camera.» —

— «Che avvenne di lei?» —

Ben Hur strinse i pugni e con voce strozzata rispose:

— «Non so. La vidi trascinata via dai soldati e nulla ne seppi
più. Dalla casa cacciarono ogni creatura vivente, fino gli animali
domestici, e sigillarono le porte, con l'intento che essa non
ritornasse. Io pure chiesi di lei. Oh una sola parola! Essa almeno era
innocente. Io posso perdonare, ma.... ti chieggo scusa, nobile tribuno!
Uno schiavo come me non dovrebbe parlare di perdono o di vendetta. Sono
condannato al remo per tutta la vita!» —

Arrio aveva ascoltato con grande attenzione. Chiamò in aiuto la
sua grande esperienza in materia di schiavi. Se i sentimenti così
dimostrati erano falsi, il forzato era un istrione perfetto; d'altra
parte, se fossero veri, l'innocenza dell'Ebreo non era dubbia, e,
se innocente, quale terribile vendetta era stata presa di un atto
fortuito! Un'intera famiglia soppressa! Questo pensiero lo fece
raccapricciare.

La vita rozza e spesso sanguinosa del tribuno non aveva soffocato
le sue buone qualità morali. Poteva essere inesorabile quando il
suo dovere lo richiedeva, ma era anche giusto. E contro qualunque
ingiustizia l'animo suo si ribellava. Gli equipaggi delle navi in
cui aveva tenuto comando lo chiamavano il _buon tribuno_, ottima
definizione del suo carattere.

In questo caso molte circostanze militavano in favore del giovane.
Forse Arrio conosceva Valerio Grato senza amarlo; forse aveva
conosciuto il padre Hur. Giuda gli aveva fatta questa domanda, e, il
lettore se lo ricorderà, egli non aveva risposto.

Il tribuno si trovava in imbarazzo ed esitava. Il suo potere era
illimitato; era padrone del bastimento. La pietà e la giustizia insieme
lo spingevano a compiere un atto di doverosa riparazione. Ma, d'altra
parte, diceva fra sè, non c'era fretta, o piuttosto c'era fretta,
per arrivare a Citera; non si poteva privare la nave del suo miglior
rematore; poteva aspettare; apprendere qualche cosa d'altro; almeno
avrebbe voluto assicurarsi che fosse il principe Ben Hur. Di solito gli
schiavi erano bugiardi.

— «Sta bene» — disse finalmente. — «Ritorna al tuo posto.» —

Ben Hur s'inchinò; levò gli occhi in faccia al suo padrone, ma non vi
lesse motivo di sperare, fece per andarsene, poi si voltò e disse:

— «Se tu ti ricorderai ancora di me, o tribuno, pensa che io ti
pregai solo di una parola che mi rivelasse ove fossero mia madre, mia
sorella.» — Poi continuò il suo cammino.

Arrio lo seguì con l'ammirazione negli occhi.

— «_Per pol!_» — pensò — «Che corpo adatto per l'arena! Che corridore!
O Dei, che braccio per la spada ed il cesto! — «Fermati,» — soggiunse
ad alta voce.

Ben Hur si fermò, ed il tribuno gli si avvicinò.

— «Se fossi libero, che cosa faresti?» —

— «L'illustre Arrio si prende giuoco di me!» — esclamò Giuda con le
labbra tremanti.

— «No, per gli Dei, no!» —

— «Allora risponderò con gioia. La mia vita avrebbe un solo scopo:
Cercare mia madre e Tirzah. Ogni giorno, ogni ora destinerei a questo
intento, finchè non le restituissi alla felicità. Le servirei come
uno schiavo. Molto hanno perduto; ma, per il Dio de' miei padri,
procaccerei loro il doppio!» —

Questa risposta non era attesa dal Romano. Per un istante smarrì la sua
presenza di spirito.

— «Io parlava alla tua ambizione» — disse — «se tua madre e tua sorella
fossero morte o irreperibili, che cosa faresti?» —

Un pallore cinereo apparì sul volto di Ben Hur, e i suoi occhi vagavano
sul mare. Con uno sforzo vinse la momentanea debolezza e si volse al
tribuno.

— «Che professinone seguirei?» — chiese.

— «Sì.» —

— «Tribuno, ti parlerò apertamente. La prima notte di quella terribile
giornata di cui ti parlai, ottenni il permesso di diventar soldato.
Non ho mutato pensiero; e in tutto il mondo vi è una sola scuola di
guerra...» —

— «La palestra!» — esclamò Arrio.

— «No; un campo romano.» —

— «Ma prima devi impratichirti nel maneggio delle armi.» —

Un padrone non dovrebbe consigliare il suo schiavo.

Arrio si accorse dell'errore, e continuò con voce fredda:

— «Ora va» — disse. — «E non fantasticare troppo su quanto è passato
fra noi. Forse non ho fatto che scherzare con te, oppure, se ci pensi»
— continuò dopo una pausa — «scegli fra la fama di un gladiatore e il
servizio militare. Il favore dell'imperatore potrebbe accompagnare la
prima, ma non c'è ricompensa per te nel secondo. Tu non sei romano.
Va!» —

Poco tempo dopo Ben Hur si trovava nuovamente sul suo banco.

La fatica è lieve se il cuore è leggiero. Il remo sembrò meno pesante a
Giuda. La speranza gli ferveva nel cuore. Le ultime parole del tribuno
— «Forse non ho fatto che scherzare con te» — erano dimenticate. Il
fatto rimaneva che egli era stato chiamato dal grand'uomo e richiesto
della sua storia. Questo era il pane di cui Giuda cibava il suo spirito
affamato. Qualche cosa di giocondo ne doveva nascere, e le sue labbra
mormorarono la preghiera:

— «O Dio! Io sono un figlio di quell'Israele che tu hai tanto amato.
Aiutami, ti prego!» —



CAPITOLO IV.


Nella baia di Antimona, ad Oriente dell'isola di Citera, erano raccolte
le cento galere. Dopo aver occupato il primo giorno passandole in
rivista, il tribuno fece vela per Nasso, la maggiore delle Cicladi, a
mezza strada fra le coste della Grecia e quelle dell'Asia. Da questo
punto avrebbe potuto inseguire i pirati sia che rimanessero nell'Egeo o
si volgessero al Mediterraneo.

Mentre la flotta, in ordine di battaglia, muoveva verso all'isola,
fu vista una galera solitaria avvicinarsi da settentrione. Arrio le
andò incontro e dal capitano apprese quei particolari di cui aveva
sommamente bisogno.

I pirati appartenevano alle ultime rive dell'Eusino, e della palude
Meotide. Avevano fatto i loro preparativi con la massima segretezza,
cosicchè la prima notizia che si ebbe di loro fu quando passarono il
Bosforo e distrussero la flotta che vi stazionava. Di là all'Ellesponto
tutto quanto galleggiava sul mare divenne loro preda. La flotta era
composta di circa sessanta galere, quasi tutte triremi, ottimamente
armate ed equipaggiate. L'ammiraglio era Greco e Greci erano i piloti,
che si dicevano famigliari con tutti i mari d'oriente. Il bottino
era incalcolabile. Grande la paura che destavano non solo sul mare ma
nei porti. Le città sbarravano le loro porte e di notte armavano di
sentinelle le mura. Il commercio era quasi impedito.

— «Dove si trovavano precisamente i pirati?» —

A questa domanda, la più vitale di tutte, Arrio ebbe questa risposta:

— «Dopo aver saccheggiato Efestia sull'isola di Lemno il nemico aveva
costeggiato la Tessaglia, e, secondo le ultime notizie, era sparito nei
golfi fra l'Eubea e l'Ellade.

Allora la popolazione dell'isola raccolta sulle sommità dei colli, per
meglio assistere al raro spettacolo di cento navi procedenti in ordine
e di perfetto accordo, vide la prima divisione improvvisamente volgersi
a nord, seguita dalle altre, come squadroni di cavalleria moventi in
colonna. La notizia delle scorrerie dei pirati era giunta all'isola,
e nell'osservare le vele bianche che sparivano lentamente fra Nene e
Siro, i più pensierosi fra gli abitanti si rallegravano dello scampato
pericolo.

Ciò che Roma afferrava con la mano poderosa sapeva anche difendere: in
compenso delle tasse, dava ai popoli sicurezza e protezione.

Il tribuno era più che felice avendo appreso le mosse del nemico, e
ringraziò riverente la Fortuna. Essa gli aveva portate notizie certe
e rapide, e aveva condotto i nemici in una posizione dove la loro
sconfitta sarebbe stata più rapida e completa. Egli sapeva quanto danno
una sola galera poteva fare in un mare aperto come il Mediterraneo,
e quali erano le difficoltà di rintracciarla e punirla. Più facile
sarebbe stata la vittoria e maggiore il merito se avesse potuto d'un
colpo distruggere tutta la flotta dei corsari.

Se il lettore esamina una carta qualunque della Grecia e dell'Egeo,
vedrà che l'isola d'Eubea o Negroponte giace quasi parallela lungo
la classica costa dell'Ellade, come un baluardo avanzato contro
l'Asia, lasciando fra sè ed il continente un canale lungo centoventi
miglia e largo in media circa otto. Dall'imboccatura settentrionale
era passata la flotta di Serse, e da quella erano passati gli audaci
corsari dell'Eusino, attratti dalla ricchezza delle città lungo i
golfi Pelasgici e Meliei. Arrio pensava di trovarli non distanti
dalle Termopili, e decise di accerchiarli da nord e da sud. Il tempo
stringeva, e, abbandonando le frutta, i vini e le donne di Nasso, fece
spiegare immantinente le vele, spingendo le navi alla loro massima
velocità, finchè, sul far della sera, il monte Ocha apparve nero
sull'orizzonte e il pilota annunziò vicina la costa dell'Eubea.

Ad un segnale della nave ammiraglia la flotta si arrestò. Quando
il cammino fu ripreso, Arrio guidava una divisione di cinquanta
galere, con le quali entrò nello stretto, mentre, un'altra divisione,
composta di egual numero di navi, rivolse le prore al lato esterno
dell'isola, con l'ordine di costeggiarla e di penetrare nello stretto
dall'imboccatura settentrionale.

È vero che nessuna delle divisioni eguagliava il numero delle navi
nemiche, ma questo svantaggio era compensato da altre considerazioni,
non ultima fra le quali la superiorità che alla flotta romana davano
la disciplina e l'esperienza militare. Inoltre l'astuto tribuno aveva
calcolato, che, se per caso una delle due divisioni fosse sconfitta,
l'altra, trovando il nemico fiaccato e malconcio dopo la vittoria, ne
avrebbe avuto facilmente ragione.

Intanto Ben Hur continuava la sua vita di rematore. Il riposo nella
baia di Antimona gli aveva giovato e lavorava di buona lena. Il capo,
sulla piattaforma, era soddisfatto.

In generale gli uomini non sanno quanto conferisca al proprio benessere
l'esatta conoscenza di dove si trovano e di dove vanno. La sensazione
d'esser perduti è dolorosa; peggio ancora è quella di sentirsi spinti
ciecamente verso un punto ignoto.

L'abitudine non aveva a tal punto offuscati i sensi di Ben Hur da non
fargli provare questa sofferenza, e, chiuso nel suo carcere angusto,
lavorando talora per giorni e notti intere, gli veniva irresistibile
il desiderio di conoscere a quale meta ignota si dirigeva la nave; su
quali mari, vicina a quali terre si trovava. Ma ora questa curiosità
era acuita dalla speranza che il colloquio col tribuno aveva destato
nel suo petto. Tendeva l'orecchio ad ogni suono, quasicchè lo
scricchiolìo di ogni legno, il sibilo del vento fossero voci che gli
potessero parlare; guardava il graticcio sopra il suo capo e quel poco
di luce che gli era concessa, come attendendo una spiegazione; e più
volte era in procinto di cedere all'impulso di parlare al capo sulla
piattaforma, cosa che avrebbe altamente meravigliato quello stolido
funzionario.

Nel corso del suo lungo servizio, osservando i pochi raggi del sole
che penetravano fin sul pavimento della cabina, aveva imparato a
conoscere con una certa approssimazione la direzione in cui moveva la
nave. Questo avveniva soltanto nei giorni sereni come quelli che la
Fortuna largiva al tribuno, e l'esperimento non aveva fallito dopo la
partenza da Citera. Sapendo che si avvicinava alla sua patria, alla
Giudea, badava ad ogni deviazione dalla rotta, ed ebbe una vera fitta
al cuore quando s'accorse dell'improvvisa piega verso nord, avvenuta,
come abbiamo osservato, dopo la partenza da Nasso. La ragione del
cambiamento gli era ignota come lo era ai suoi compagni di schiavitù.

Solo una volta in tre anni era salito sul ponte e aveva veduto il mare,
e sappiamo quando. Egli non immaginava neppure che dietro alla nave che
egli aiutava a spingere veniva una grande flotta in perfetto ordine.

Quando cadde la notte, la direzione continuava ad esser la medesima.

Un profumo d'incenso penetrò dai boccaporti.

— «Il tribuno è davanti all'altare» pensò. — «Siamo dunque alla vigilia
di una battaglia?» —

Egli era stato in molte battaglie senza averne veduta una sola. Dal
suo banco ne aveva udito il clamore, finchè quei suoni erano diventati
famigliari alle sue orecchie come note di musica. Così pure aveva
imparato a conoscere molti dei preliminarii della battaglia, principale
fra questi, così pei Greci come pei Romani, il sacrifizio agli Dei. I
riti erano uguali a quelli che si celebravano all'inizio di un viaggio,
e, per lui, come abbiamo visto, erano sempre un indizio e un preavviso.

Una battaglia possedeva per lui e per gli altri forzati un interesse
affatto diverso che per i marinai e i soldati. Per quelli poteva
significare vittoria o sconfitta, per gli schiavi poteva arrecare
un mutamento nella loro condizione, forse la libertà, certamente un
miglioramento.

Quando le tenebre si fecero più dense furono accese le lanterne
sulle scale, e il tribuno discese dal ponte. Al suo comando i soldati
vestirono le loro armature, le macchine furono esaminate; giavellotti,
lancie, e freccie ammucchiati sopra il pavimento, insieme a vasi d'olio
infiammabile e pece, e a balle di cotone filamentoso.

Da ultimo Ben Hur vide il tribuno salire sopra la sua piattaforma e
indossare l'elmo e la corazza, segni indubbi che il combattimento era
vicino.

Ad ogni banco era fissa una catena pesante, e con queste l'hortator
cominciò ai assicurare i piedi dei rematori, obbligandoli così
all'obbedienza, e precludendo, in caso di disastro, ogni possibilità di
salvezza.

Un profondo silenzio si fece nella cabina, rotto dapprima solo dal
rumore dei remi giranti nei loro sostegni di cuoio. Ogni forzato
sentiva l'ignominia dell'atto, e Ben Hur più acutamente degli altri. Ad
ogni costo avrebbe voluto evitarlo. Il cigolare crescente delle catene
annunziava l'avvicinarsi del capo. Arriverebbe anche a lui; ma il
tribuno non sarebbe intervenuto in suo favore?

Questo pensiero, derivante da orgoglio o da egoismo, come il lettore
vorrà, si era impadronito violentemente di Ben Hur.

Egli credeva che il Romano sarebbe intervenuto; in ogni modo questa
circostanza avrebbe rivelato i sentimenti e le intenzioni di lui.
Se, intento com'era alla battaglia imminente, avesse pensato a Giuda,
sarebbe stato un indizio dell'opinione favorevole che s'era formato,
indizio ch'egli lo innalzava tacitamente sopra i suoi compagni, e un
tale indizio avrebbe giustificato ogni speranza.

Ben Hur aspettava con angoscia. L'intervallo sembrava un'eternità.
Ad ogni colpo di remo, guardava verso il tribuno, che, terminati i
preparativi, si era disteso sopra il suo letto a riposare; vedendo
la qual cosa il numero sessanta ebbe un impeto d'ira e giurò di non
voltarsi più da quella parte.

L'hortator si avvicinava. Era giunto al numero uno, e il cigolar delle
catene aveva un suono orribile. Finalmente era la volta del numero
sessanta! Calmo nella sua disperazione, Ben Hur arrestò il suo remo e
tese il piede all'ufficiale. In quella il tribuno si mosse, si alzò a
sedere, fece un cenno al capo.

Un impeto di gioia assalì l'Ebreo. Il grande uomo girò gli occhi sopra
di lui e disse alcune parole al capo. Egli non le intese, ma quando
tuffò nuovamente il suo remo nell'acqua tutta la nave gli sembrava
illuminata da una luce vivissima e nuova. La catena pendeva inerte
al suo fianco, e il capo, ritornando alla sua piattaforma cominciò a
battere il suo tavolo sonoro. I colpi del martello gli sembravano note
di musica. Col petto appoggiato all'impugnatura di piombo, spingeva
il remo con tutte le sue forze, finchè il legno si piegava quasi a
spezzarsi.

Il capo si avvicinò al tribuno e con un sorriso indicò il numero
sessanta.

— «Che forza!» — egli disse.

— «E che animo!» — il tribuno rispose. «_Per Pol!_ Egli lavora meglio
senza i ferri. Non mettiglieli più.» —

Così dicendo si adagiò nuovamente sopra il suo letto.

La nave continuava ad avanzare, spinta dai soli remi, attraverso l'onde
appena increspate dal vento. Tutto l'equipaggio, tranne le sentinelle,
dormiva: Arrio nella sua cabina, i soldati sopra il pavimento.

Una volta, due volte, s'era fatto lo scambio dei rematori, ma Ben
Hur non poteva dormire. Tre anni di tenebre ed ora un filo di luce
finalmente! Naufrago già sbattuto dalle onde ed ora in vista di
un porto! Come un morto che si sveglia improvvisamente alla vita,
sentiva in sè tutto il fremito e i brividi della resurrezione. Non era
questo il momento di dormire. La speranza del futuro fa dimenticare
le suggestioni e gli impulsi che vengono dal presente e dal passato.
Partendo dal favore del tribuno, essa lo trascinava per vie fiorite
verso orizzonti di porpora e d'oro. Le sofferenze ricompensate;
restaurata la sua casa e la fortuna della famiglia; la madre e la
sorella strette nuovamente fra le sue braccia, — queste erano le sue
idee su cui si imperniavano le sue splendide fantasticherie. Le visioni
che la speranza gli dettava, non erano amareggiate da alcun dubbio.
Esse esistevano veramente per lui, assumevano tutta la consistenza di
cose vere, riempiendo il suo petto di una gioia così profonda, così
perfetta, da non lasciare alcun posto a pensieri di vendetta. Messala,
Grato, Roma e tutte le tristi memorie che ad essi si connettevano,
erano spariti per lui, come cose morte, — miasmi della terra sopra i
quali egli s'innalzava leggiero e sicuro, ascoltando il canto delle
stelle.

La profonda oscurità che precede l'alba avviluppava le acque e
l'Astraea continuava la sua rotta, quando una sentinella, scendendo
rapidamente dal ponte, si avvicinò ad Arrio e lo destò. Il tribuno
balzò in piedi, indossò l'elmo, la spada e lo scudo e andò dal capo dei
soldati.

— «I pirati sono vicini. Affrettatevi!» — egli disse, e, con passo
fermo e confidente, salì, per le scale, sul ponte.



CAPITOLO V.


Tutto l'equipaggio era desto e si preparava al combattimento. Gli
ufficiali erano al loro posto. I soldati avevano impugnate le armi
e munivano i baluardi, in doppia fila, come i legionarî. Casse di
giavellotti e faretre piene di freccie erano ammucchiate sul ponte.
Presso al boccaporto centrale erano disposti serbatoi d'olio, e
proiettili incandescenti, pronti ad essere lanciati sopra il nemico.
Altri fanali furono accesi; apprestate secchie d'acqua per servire in
caso d'incendio. I rematori di ricambio stavano schierati davanti al
capo ed erano custoditi da alcune guardie. Ben Hur, che fortunatamente
si trovava fra essi, tendeva l'orecchio al rumore degli ultimi
preparativi e vedeva i marinai che ammainavano le vele, spiegavano
le reti, caricavano le macchine, e appendevano gli scudi di cuoio ai
parapetti della nave. Quindi un profondo silenzio si fece sulla galera,
un silenzio pieno di incerta paura e di attesa.

Un ordine fu dato sul ponte e comunicato attraverso un boccaporto al
capo degli schiavi. I remi si arrestarono di colpo.

Che cosa significava ciò?

Ciascuno dei centoventi schiavi incatenati ai banchi si fece questa
domanda. Non erano animati da alcun sentimento di amor di patria,
da alcun senso d'onore o di dovere. Provavano soltanto il fremito
di uomini che una forza cieca e inesorabile spinge incontro ad un
pericolo. Il più ottuso di essi si fece questa domanda, ma nessuno
pensava a ciò che ne poteva derivare per loro. Incatenati ai banchi,
la vittoria non avrebbe che ribadito le loro catene; mentre, in caso di
disastro, incendiata o mandata a picco la nave, ne dividevano la sorte.

Ma Ben Hur pensava ad altro. Un suono come un tuffo di molti remi
nell'acqua intorno a lui, attirò la sua attenzione. L'_Astraea_
dondolava come in mezzo ad onde che si urtavano da parti opposte. Gli
balenò l'idea che una grande flotta fosse vicina, una grande flotta che
manovrasse, che si preparasse probabilmente all'attacco. Il sangue gli
bollì nelle vene a quel pensiero.

Un altro ordine fu dato sul ponte. I remi si tuffarono nell'acqua e la
nave riprese lentamente il suo cammino. Non un rumore si udiva a bordo,
non un rumore veniva dal mare, eppure ogni uomo nella cabina si preparò
istintivamente all'urto; la nave medesima sembrava averlo intuito e
rimaneva silenziosa.

Finalmente un sonoro e prolungato squillo di tromba sul ponte ruppe il
silenzio. Il capo abbassò il martello, e i rematori, chini sui remi,
raddoppiarono i loro sforzi. La nave si slanciò innanzi, tremando
come una creatura animata. Altre trombe si unirono al clamore, quali
a destra e a sinistra, quali di dietro; nessuna suonò davanti, donde
veniva solo un confuso tumulto di voci e di rumori. Vi fu una scossa
violenta. I rematori in piedi, dinanzi al capo, vacillarono; alcuni
caddero. La nave rinculò, riprese la spinta e si avventò con novello
impeto. Grida alte ed acute di uomini atterriti sorsero d'ogni parte
più forti degli squilli delle fanfare e del fracasso dello scontro.
Poi, sotto ai piedi, sotto la chiglia, Ben Hur sentì l'urto e il rumore
sordo di legname frantumato. I forzati si guardarono in viso. Un urlo
di trionfo sorse dal ponte — la prua della nave Romana aveva vinto! Ma
chi erano gli infelici che il mare aveva inghiottito? Di qual paese, di
qual lingua erano essi?

Nessuna pausa, nessuna fermata. L'_Astraea_ continuò la sua corsa.
Alcuni marinai discesero a precipizio le scale, tuffarono le balle di
cotone nei serbatoi d'olio e li passarono gocciolanti ai compagni sul
ponte. Il fuoco doveva aggiungersi ai terrori del combattimento.

In quella la galera si piegò improvvisamente sopra un fianco cosicchè
i rematori della parte opposta a stento poterono conservare il loro
equilibrio. Un altra volta risuonò l'urrà dei Romani. Una nave nemica,
afferrata dai ganci della grande gru girante sulla prua, veniva alzata
nell'aria per esser poi ripiombata nelle onde ed affondata.

Il clamore aumentava d'ogni lato. Di tanto in tanto altri scrosci
seguiti da urli di terrore narravano di altre navi mandate a picco con
tutto il loro equipaggio.

Ma il combattimento non era tutto favorevole ai Romani. Sovente un
soldato o un marinaio erano portati nella cabina e adagiati feriti,
talvolta moribondi, sul suolo.

Spesso nuvole di fumo e di vapore, appestate dall'odore di carne
abbruciata, si versavano attraverso i boccaporti, avvolgendo la cabina
in una densa oscurità, rotta soltanto dal bagliore di qualche fiamma
gialla.

Ansando e boccheggiando, Ben Hur sapeva che passavano attraverso
le vampe di una nave incendiata, che ardeva con tutti i rematori
incatenati ai loro posti.

Improvvisamente l'_Astraea_ si arrestò. I remi balzarono dalle mani
dei forzati, ed essi medesimi furono rovesciati dai sedili. Sul ponte
risuonò il calpestìo furioso di molti piedi, e ai fianchi si udì lo
stritolìo di navi e il frantumarsi di remi. Gli schiavi, si gettarono
per terra o strisciarono in cerca di nascondigli. In mezzo a questo
panico un corpo umano fu lanciato a capofitto attraverso il boccaporto,
ai piedi di Ben Hur.

Egli vide un busto seminudo, una massa di capelli neri spioventi
sul viso, e, sotto, uno scudo di vimini e di cuoio: Un barbaro del
settentrione, cui la morte aveva tolto vendetta e bottino. Come era
venuto in questo luogo? Gli uncini ferrati lo avevano strappato
dal ponte nemico? No, l'_Astraea_ era stata arrembata! I Romani
combattevano sul proprio ponte. Un brivido prese l'Ebreo. Forse Arrio
era assalito, lottava per la propria vita. Se fosse ucciso! Il Dio
d'Abramo non lo voglia! Che sarebbero divenute le speranze ed i sogni
vagheggiati? Madre, sorella, casa, patria, dovrebbe perderli di bel
nuovo? Il tumulto raddoppiò sopra il suo capo; nella cabina tutto era
confusione, i rematori paralizzati sui loro banchi, uomini correnti
qua e là all'impazzata; solo il capo, seduto davanti al suo tavolo,
aspettava impassibile un ordine del tribuno, esempio di quella mirabile
disciplina che aveva soggiogato il mondo.

L'esempio fece bene a Ben Hur. Si padroneggiò abbastanza per
riflettere. Onore e dovere costringevano il Romano al suo posto, ma
per lui queste ragioni non esistevano. Egli era uno schiavo e forse
questo era il momento di riacquistare la libertà. A che pro' il
sacrificio? Per lui il vivere era un dovere, non il morire. La sua vita
apparteneva ai suoi cari. Essi gli apparirono davanti alla fantasia
accesa, palpitanti in carne ed ossa, con le mani tese verso di lui.
Egli li salverebbe. Si mosse, fece due passi, si arrestò: ahimè! Una
condanna romana lo costringeva al suo destino. Mentre essa perdurava,
la fuga era inutile. In tutto il mondo non v'era un cantuccio in cui
egli potesse dirsi sicuro, in cui non lo avrebbe raggiunto la vendetta
di Roma! Inoltre egli aveva bisogno della libertà concessa secondo
tutte le formalità della legge, per poter girare senza molestia la
Giudea e rintracciare la madre. O Dio! Quanto aveva sperato e pregato
per una tale liberazione! Finalmente era apparsa vicina stando alle
parole del buon tribuno. E se quel benefattore venisse ucciso? I morti
non ritornavano a mantenere le promesse dei vivi. No. Arrio non doveva
morire. Meglio, in ogni caso, perire con lui che continuare la vita di
forzato.

Un'altra volta Ben Hur girò gli occhi intorno a sè. Sul tetto della
cabina la mischia continuava; i fianchi della galera urtavano ancora
con quelli della nave nemica. Sui banchi gli schiavi si agitavano,
cercando di strappare le loro catene, e tornando vani i loro sforzi,
urlavano come pazzi. Le guardie erano salite sopra coperta; la
disciplina aveva ceduto il posto al panico. No, il capo sedeva ancora
al suo posto, calmo, impassibile, senz'altra arma che il suo martello,
col quale invano cercava di richiamare all'ordine gli schiavi. Ben Hur
gli rivolse un ultimo sguardo, poi si mosse, non per fuggire, ma per
cercare il tribuno.

In due salti si trovò a mezzo della scala e potè vedere alla sfuggita
un lembo di cielo infocato, alcune navi vicine, il mare coperto di
rottami, il combattimento sulla nave fervente intorno al quartiere
del pilota, dove un pugno di Romani si difendeva contro gran numero
di assalitori. Quindi, improvvisamente, il terreno gli mancò sotto i
piedi, ed egli fu balzato indietro con violenza. Il pavimento della
cabina gli sembrò alzarsi e sfasciarsi; poi in un batter d'occhio tutta
la parte posteriore dello scafo si divise in due, e sprofondò in mezzo
a un tumulto di onde e di spume, nel mare, che avidamente si rinchiuse
sopra di esso, trascinandola seco come una paglia.

Non possiamo affermare che il giovane Ebreo avesse contribuito
attivamente alla sua salvezza. La sua forza straordinaria e le
indescrivibili risorse che la natura tiene in riserbo per momenti
di estremo pericolo a nulla gli valsero in quella oscurità, in quel
vortice di acqua e di rottami. Lo stesso atto di trattenere il respiro
fu un atto meramente istintivo.

Il flusso dell'acqua lo aveva cacciato indietro nella cabina, dove
sarebbe morto annegato se non ne fosse stato rigettato per il riflusso
seguente. Nell'affondarsi, la enorme massa lo vomitò da uno dei
boccaporti e gli permise di riguadagnare la superficie.

Il tempo che aveva passato sott'acqua gli era sembrato un'eternità.
Con la bocca spalancata respirò a pieni polmoni l'aria vivificatrice,
e gocciolando acqua dai capelli e dagli occhi, si arrampicò sopra una
trave che galleggiava dappresso.

La morte lo aveva seguito con avide mani sott'acqua. La morte sotto
mille aspetti lo insidiava alla superficie.

Sul mare giaceva una gran nube di fumo, dalla quale tratto tratto
apparivano dei punti luminosi, che egli riconobbe per navi incendiate.

La battaglia continuava tuttavia, non si sapeva con quale fortuna.
Di tanto in tanto qualche nave gli passava vicino come un'ombra
gigantesca. Attraverso la nebbia si udivano scrosci e frastuoni di navi
cozzanti.

Ma un altro pericolo più immediato attrasse la sua attenzione.
Quando l'_Astraea_ si era sfasciata, il combattimento fra assalitori
e assaliti ferveva sopra il suo ponte, il quale era sprofondato
insieme con le altre parti della nave. Molti di questi combattenti
erano ritornati a galla e avevan ripreso la lotta, servendosi degli
appoggi precarî di assi, travi e pezzi d'alberatura. Stretti insieme
in abbraccio mortale, si contorcevano disperatamente, si assalivano
con spade e giavellotti, sbattuti tutto il tempo dalle onde agitate,
trascinati ora in una ora in un'altra direzione da correnti opposte
e da vortici, ora all'oscuro, ora illuminati dalla luce macabra delle
navi incencendiate.

Ben Hur non aveva nulla a che vedere con quella lotta, e si sforzò di
allontanarsi al più presto possibile.

In quella udì il rumore di remi in ritmico movimento e vide una galera
avvicinarsi rapidamente. La prora maestosa sembrava doppiamente alta, e
la luce rossa che la illuminava le dava l'apparenza di un drago o di un
mostro marino. Sotto di essa il mare saliva spumeggiante.

Cacciando la trave innanzi a sè, cercò di portarsi in salvo. Il tempo
stringeva, ogni istante era prezioso. In quel momento, a portata della
sua mano vide uscire dall'acqua un elmo dorato, poi due mani con le
dita tese, mani larghe e forti che cercavano di aggrapparsi alla sua
trave. Ben Hur si ritrasse atterrito. Un'altra volta l'elmo si sollevò,
poi due braccia si agitarono violentemente. La testa si rovesciò sulle
spalle esponendo il volto alla luce. La bocca spalancata, gli occhi
aperti, esterrefatti, la pelle divenuta di un pallore cinereo, da
moribondo; una visione orribile! Ma Ben Hur diede un grido di gioia a
quella vista, e, prima che l'uomo si sprofondasse per la terza volta,
l'afferrò per la catena che assicurava l'elmo sotto il mento, e lo tirò
verso la trave.

Quell'uomo era Arrio, il tribuno.

Per un istante l'acqua si alzò spumeggiante intorno ad essi,
avvolgendoli come in un vortice, durante il qual tempo Ben Hur ebbe
molta difficoltà per aggrapparsi alla trave e allo stesso tempo
sostenere il corpo del Romano. La galera era passata, e i suoi remi
avevan quasi sfiorato i due naufraghi. Dritta in mezzo ai corpi
galleggianti dei combattenti era passata, lasciando dietro di sè una
scìa che le vampe vicine tingevano di rosso, come la coda fiammeggiante
di un serpente. Si udì un fracasso a cui tenne dietro un grido
altissimo, disperato. Ben Hur provò un sentimento di gioia selvaggia;
l'_Astraea_ era vendicata.

La battaglia si andava allontanando. La resistenza s'era mutata in
fuga. Ma chi erano i vincitori? Ben Hur comprendeva che la sua libertà
e la vita del tribuno dipendevano dalla risposta. Adagiò il Romano
sulla trave e aspettò. L'alba veniva lentamente. Egli ne seguiva il
sorgere con una grande speranza, ma anche con timore. Che cosa gli
avrebbe essa portato? Se i pirati avessero vinto, la vita del Romano
era perduta.

Finalmente la luce sorse in tutta la sua potenza. A sinistra vide la
terra, ma troppo lontana per potervi arrivare a nuoto. Qua e là sul
mare altri naufraghi come lui galleggiavano aggrappati a rottami. In
alcuni punti masse nere e fumanti ingombravano il verde delle acque. A
destra, molti cubiti distanti, una galera giaceva sopra il suo fianco,
la vela a brandelli, i remi inerti. Più lontano potevasi scorgere
delle piccole macchie che si movevano, forse navi che fuggivano o che
s'inseguivano, forse uccelli marini dalle ali bianche.

Un'ora passò in questo modo e la sua angoscia crebbe. Se il soccorso
tardava, Arrio poteva morire. Qualche volta sembrava già morto
nella sua fredda immobilità. Gli tolse l'elmo dal capo, e con grande
difficoltà gli sciolse anche la corazza. Il cuore batteva leggermente.
Questo segno aumentò le speranze di Ben Hur, che, più fiducioso, si
dispose all'attesa.



CAPITOLO VI.


Il riaversi dallo stato di quasi annegamento è un processo più lungo e
più doloroso che non l'annegare medesimo, e Ben Hur provò un intensa
gioia quando Arrio fu finalmente in grado di articolare qualche
parola. Dopo le prime domande intorno al luogo dove si trovava e come
era stato salvato, il pensiero del tribuno corse subito all'esito
della battaglia. Il dubbio intorno alla battaglia stimolava la sua
intelligenza e contribuì a ristabilirlo in forze come pure l'obbligato
riposo a cui lo astringeva la breve superficie della trave. Fra poco
potè parlare continuamente.

— «La nostra salvezza dipende dall'esito della battaglia. Io riconosco
ciò che tu hai fatto per me. Tu mi hai salvato la vita a prezzo della
tua. Io lo risconosco pienamente, e, qualunque cosa avvenga, abbi i
miei ringraziamenti. Se la fortuna mi favorisce io farò per te tutto
ciò che un Romano autorevole e potente può fare per dimostrare la sua
gratitudine. Tuttavia non è ancor detto che con tutta la tua buona
volontà tu mi abbia reso un servigio; anzi facendo appello al tuo buon
volere» — egli esitò — «debbo chiederti un favore. Tu devi promettermi,
nel caso che avvenga un certo evento, di compiere per me il più
grande favore che un uomo può rendere a un altr'uomo. Dammi la tua
parola.» —

— «Se il favore che mi chiedi è cosa lecita, lo farò» — disse Ben Hur.

Arrio riposò nuovamente.

— «Sei tu davvero un figlio di Hur, l'Israelita?» — chiese poi.

— «Lo sono, come ti dissi.» —

— «Io conobbi tuo padre.» —

Giuda s'avvicinò al tribuno la cui voce si affievoliva. Si avvicinò
ascoltando con attenzione. Forse stava per aver notizie di casa.

— «Lo conobbi e lo amai» — continuò Arrio.

Vi fu un'altra pausa, durante la quale i pensieri del tribuno volarono
altrove.

— «È impossibile» — proseguì — «che tu, suo figlio, non abbia udito
parlare di Catone e di Bruto. Essi furono grandi uomini, massime nella
loro morte. Morendo essi lasciarono questa legge: che un Romano non
deve sopravvivere alla sua buona fortuna. Mi ascolti?» —

— «Intendo.» —

— «I gentiluomini Romani usano portare un anello. Ne tengo uno al mio
dito. Prendilo.» —

Tese la mano verso Giuda che eseguì il suo ordine.

— «Ora metti l'anello al tuo dito.» —

Ben Hur obbedì.

— «Quel gioiello ha un valore» — disse Arrio. — «Io posseggo terre
e denaro. Sono un uomo ricco anche secondo i concetti Romani. Non ho
famiglia. Mostra l'anello al mio liberto, che amministra i miei beni
durante la mia assenza; lo troverai in una villa a Miseno. Digli come
ti pervenne, e domandagli quello che vuoi; egli non rifiuterà. Se
io vivo farò di più. Ti renderò la libertà, ti restituerò alla tua
famiglia; oppure potrai scegliere la professione che più ti aggrada. Mi
intendi?» —

— «Ti ascolto.» —

— «Allora giura. Per gli Dei...» —

— «No, tribuno, io sono Ebreo.» —

— «Per il tuo Dio, allora, o secondo la formola più sacra della tua
fede, giura che tu farai ciò che io dico. Dammi la tua parola.» —

— «Nobile Arrio, la tua voce mi ammonisce che tu stai per chiedermi
cosa di grave momento. Esponi dapprima il tuo desiderio.» —

— «Prometterai?» —

— «Non lo posso prima di sapere ciò che vuoi, e... Benedetto sia il Dio
dei miei padri! Ecco una nave!» —

— «Da qual direzione?» —

— «Dal Nord.» —

— «Puoi riconoscere la sua nazionalità da qualche segno
esteriore?» —

— «No. Ho servito ai remi.» —

— «Porta una bandiera?» —

— «Non ne vedo.» —

Arrio rimase silenzioso qualche tempo, pensando.

— «Continua la sua rotta verso di noi?» — chiese finalmente.

— «Sì.» —

— «Guarda se vedi la bandiera.» —

— «Non ne ha.» —

— «Nessun altro segno?» —

— «Ha la vela spiegata, ha tre ordini di remi, e corre con grande
velocità. Non vedo altro.» —

— «Una nave Romana dopo una vittoria sarebbe coronata di molte
bandiere. Deve essere una galera nemica. Ascoltami» — disse Arrio,
abbassando ancor più la voce.

— «Ascoltami, finchè posso ancora parlare. Se la galera appartiene
ai corsari, la tua vita è salva; forse non ti renderanno la libertà;
forse ti porranno ancora al remo, ma non ti uccideranno. D'altra parte
io....» —

Il tribuno esitò.

— «_Per Pol!_» — continuò risolutamente. — «Io sono troppo vecchio per
sopportare il disonore. Devi dire a Roma che Quinto Arrio, andò a picco
colla sua nave, in mezzo ai nemici, come si conveniva a un tribuno
Romano. Questo devi dire. Se la galera si rivela una nave corsara,
spingimi giù dalla trave e lasciami annegare. Mi intendi? Giurami che
lo farai.» —

— «Io non voglio giurare,» — disse Giuda con fermezza — «e non farò
una tale azione. La legge, che governa noi figli d'Israele me lo vieta.
Riprendi il tuo anello, o tribuno» — disse togliendosi il sigillo dal
dito — «riprendi il tuo anello e tutte le tue promesse. Il giudizio
che mi condannò al remo per tutta la vita mi fece schiavo; ma io non
sono uno schiavo, e neppure tuo liberto. Sono un figlio d'Israele,
e, in questo momento almeno, libero e padrone di me. Riprendi il tuo
anello.» —

Arrio non rispose.

— «Non vuoi?» — continuò Giuda. — «Non per collera, o per stizza,
intendi, ma per liberarmi da un'obbligazione che mi pesa, io donerò il
tuo regalo al mare. Guarda, o tribuno!» —

E gettò l'anello nell'acqua. Arrio udì il tonfo, ma non alzò gli occhi.

— «Tu hai commesso una sciocchezza» — egli disse. — «Pensa alla tua
condizione. Io non dipendo da te per morire. La vita è un filo tenue
che posso spezzare anche senza il tuo aiuto; e se lo faccio, che
avverrà di te? Chi vuol morire, preferisce che la morte gli venga
data da altri, perchè, come Platone ci insegna, l'anima si ribella
al pensiero del suicidio. Se quella nave appartiene ai pirati, io
abbandonerò il mondo. Ho deciso. Sono Romano, e, per me, la fortuna
e l'onore sono tutto. Ma io avrei voluto giovarti. Quell'anello era
l'unica prova della mia volontà. Tu l'hai buttato via. Ora siamo
perduti entrambi. Io morirò col rammarico della vittoria e della
gloria strappate; tu vivrai col rimorso di aver rigettato un dono
della fortuna che ti avrebbe permesso il compimento de' tuoi doveri. Ti
compatisco.» —

Ben Hur vide più chiaramente di prima le conseguenze della sua azione,
ma non esitò.

— «In tre anni della mia servitù, o tribuno, tu fosti il primo a
rivolgermi uno sguardo gentile. No, no! Ce ne fu un altro.» — La sua
voce si abbassò, si fece dolcissima; gli occhi gli si inumidirono, e
vide come se la avesse dinanzi, il volto del giovanetto che gli aveva
offerto da bere alla fonte di Nazareth. — «Almeno — egli proseguì —
tu fosti il primo che mi chiedesti il mio nome; e quando ti afferrai
svenuto e quasi annegato, quantunque pensassi ai molti modi in cui
potresti essermi utile, la mia azione non fu interamente interessata,
credimi.

Di più; i disegni che Dio manifesta devono esser attuati solo con mezzi
onesti.

Sulla mia coscienza, preferirei morire con te che ucciderti. La mia
risoluzione è ferma al pari della tua, e se tu mi offrissi tutta Roma,
o tribuno, e fosse in tuo potere il donarmela, io non ti ucciderei.
I tuoi Catoni e i tuoi Bruti sono piccoli fanciulli a petto del
Legislatore Ebreo, a cui dobbiamo obbedienza.» —

— «Ma la mia preghiera. Hai tu...» —

— «Il tuo comando avrebbe avuto maggior peso, e neppur quello, mi
avrebbe mosso. Ho detto.» —

Tacquero entrambi, aspettando.

Ben Hur osservava la nave. Arrio riposava con gli occhi chiusi,
indifferente.

— «Sei sicuro che essa sia una vela nemica?» — chiese Ben Hur.

— «Lo credo» — fu la risposta.

— «Essa si è fermata e ha calato in mare una scialuppa.» —

— «Vedi la sua bandiera?» —

— «Non vi è altro segno da cui si potrebbe conoscere se essa sia
Romana?» —

— «Se è Romana, porterebbe un elmo all'estremità dell'albero.» —

— «Rallegrati allora; io vedo l'elmo.» —

Ma Arrio non si rasserenò.

— «Gli uomini della scialuppa stanno raccogliendo i naufraghi. I
corsari non sarebbero così pietosi.» —

— «Possono aver bisogno di rematori» — rispose Arrio, pensando forse ad
occasioni in cui aveva fatto lo stesso egli medesimo.

Ben Hur osservava attentamente la nave.

— «Essa si muove» — disse.

— «Per dove?» —

— «Alla nostra destra vi è una galera abbandonata. La nave si avvicina
ad essa. Le è presso. Manda uomini a bordo.» —

Allora Arrio spalancò gli occhi e si alzò a sedere sulla trave.

— «Ringrazia il tuo Dio,» — disse a Ben Hur, — «come io oggi ringrazio
i miei Dei. Un corsaro avrebbe affondata, non salvata quella nave. Da
quest'atto e dall'elmo sopra il suo albero, io la riconosco per una
galera Romana. La vittoria è mia. La Fortuna non mi ha abbandonato.
Siamo salvi. Agita la mano, chiamali. Io sarò duumviro, e tu! Io
conobbi tuo padre, e lo amai. Egli era un principe davvero! Egli
m'insegnò che un Ebreo non è un barbaro. Io ti condurrò con me, ti
adotterò per figlio. Ringrazia il tuo Dio, e chiama i marinai. Presto!
Dobbiamo inseguire i pirati. Non uno deve sfuggire.» —

Giuda si alzò sulla trave, agitò la mano, e chiamò con tutto il fiato
dei suoi polmoni. Finalmente i marinai della scialuppa lo videro e i
naufraghi furono tosto raccolti.

Arrio fu ricevuto a bordo della galera con tutti gli onori dovuti a un
vincitore così favorito dalla fortuna. Steso sopra un giaciglio sul
ponte udì i particolari della fine della battaglia. Quando gli altri
superstiti galleggianti furono salvati, e una guardia posta sulla nave
catturata, la galera issò la bandiera ammiraglia, e corse, con quante
navi potè raccogliere, a compiere la vittoria. Gli altri cinquanta
vascelli discendendo il canale, incontrarono i pirati fuggitivi, e
li sconfissero completamente. L'intera loro flotta fu sommersa, venti
galere furono catturate.

Al suo ritorno in patria Arrio ebbe una calda accoglienza a Miseno.
Il giovane che lo accompagnava attirò tosto l'attenzione degli amici,
e alle loro domande per sapere chi egli fosse, il tribuno rispose,
narrando con affetto e commozione la storia del suo salvataggio, e
presentò lo straniero, omettendo di accennare tutto ciò che si riferiva
alla sua vita di forzato. Terminato il suo racconto, chiamò a sè Ben
Hur, e disse, ponendogli la mano sulla spalla.

— «Buoni amici, questo è mio figlio ed erede, il quale, dovendo
succedermi nella proprietà dei miei beni, — se gli Dei permetteranno
ch'io ne lasci — dovrà d'ora innanzi portare il mio nome. Io vi prego
di amarlo come amate me stesso.» —

A pena l'occasione si offrì, l'adozione fu formalmente eseguita.
In questo modo il nobile Romano tenne la sua promessa con Ben Hur,
presentandolo al mondo imperiale. Nel mese successivo al ritorno
di Arrio, nel teatro di Scauro fu celebrata con ogni solennità
la cerimonia dell'_Armilustrium_. Fra i trofei più ammirati che
occupavano un lato del vasto recinto, spiccavano venti prore e i loro
corrispondenti _Aplustra_, tolti dalle galere catturate; e sopra
di esse, in caratteri visibili a tutti gli ottantamila spettatori
risaltava scolpita l'iscrizione:

                  TOLTO AI PIRATI NEL GOLFO DI EURIPO
                                   DA
                              QUINTO ARRIO
                               DUUMVIRO.


  FINE DEL LIBRO TERZO.



LIBRO QUARTO

  ALBA.             Che se il monarca ingiusto
                  Si rivelasse?

  REGINA.             Allora attenderei
                  La sua giustizia; e quei felici i quali
                  Possono farlo con coscienza franca.

                                         _Schiller_ — Don Carlos.



CAPITOLO I.


Il mese nel quale ci troviamo è quello di Luglio, nell'anno di grazia
29; il luogo Antiochia, allora regina d'oriente, e, dopo Roma, la più
potente, se non la più popolosa città del mondo.

Vuolsi da alcuni che la stravaganza e la dissolutezza di quell'età
abbiano avuto la loro origine in Roma, e che di là si siano diffuse in
tutto l'impero, di modo che le grandi città non facevano che riflettere
i costumi della metropoli Tiberiana.

Su ciò è permesso il dubbio. Sembra piuttosto che la reazione della
conquista si sia ripercossa sulla morale dei conquistatori, i quali, in
Grecia ed in Egitto, trovarono un'ampia fonte di corruzione; cosicchè
lo studioso, che consideri attentamente questo periodo, riporterà
l'impressione che la corrente demoralizzatrice movesse da oriente ad
occidente, e che appunto questa città di Antiochia, sede antichissima
della potenza e dello splendore Assiro, fosse una delle principali
sorgenti di questo fiume letale.

Una galera da trasporto avanzava nelle acque turchine del mare,
rimontando alla foce dell'Oronte. Era prima di mezzodì, e faceva
un caldo intenso, ma ciò non ostante tutti coloro cui era concesso
d'occupare il ponte vi si trovavano, e, fra essi, Ben Hur. Cinque anni
trascorsi avevano portato il giovane Israelita a perfetta maturità.
Quantunque la veste di tela bianca che lo avvolgeva, mascherasse in
parte le sue forme, l'aspetto suo poteva dirsi dei più attraenti.
Per oltre un'ora egli era rimasto a sedere all'ombra della vela e,
durante quel tempo, i suoi compagni di viaggio e i suoi connazionali
avevano indarno tentato di farlo parlare. Alle loro domande egli
aveva risposto con gravità cortese sì, ma brevemente ed in lingua
latina. La purezza del suo accento, la distinzione dei modi e la
sua riservatezza, stimolavano vieppiù la loro curiosità. Chiunque
attentamente lo osservava non poteva a meno di rimaner colpito del
contrasto fra il suo portamento che rispecchiava l'elegante semplicità
del patrizio, con certe particolarità personali. Per esempio le sue
braccia erano sproporzionatamente lunghe, ed allorquando il rullìo
della nave l'obbligava ad afferrare un punto d'appoggio, la grandezza
delle sue mani, e la loro straordinaria forza, risaltavano agli occhi;
per cui, alla curiosità di sapere chi egli fosse, aggiungevasi quella
di conoscere le vicende della sua vita. In altre parole l'aspetto suo
indicava chiaramente che egli era un uomo che aveva avuto un passato
pieno di avventure.

La galera, nel suo viaggio, aveva toccato uno dei porti di Cipro e
ricevuto a bordo un Israelita dall'aspetto rispettabile, tranquillo,
riservato e paterno; Ben Hur si azzardò a fargli qualche domanda; le
risposte sue gli ispirarono fiducia e diedero luogo ad un colloquio più
amichevole. Volle il caso che, mentre la galera avanzavasi nella baja
dell'Oronte, due altre navi, già scorte da lontano, la raggiungessero,
e nel passare spiegassero delle piccole bandiere gialle, provocando
infinite congetture circa il significato di quei segnali. Finalmente
un passeggiero si rivolse al rispettabile Israelita per chiedergli
schiarimenti in proposito.

— «Sì, conosco benissimo il significato delle bandiere, egli rispose;
esse non indicano alcuna nazionalità ma solo i distintivi del
proprietario.» —

— «E questo proprietario possiede molte navi?» —

— «Sicuro.» —

— «Voi lo conoscete? —

— «Ho avuto con lui rapporti d'affari.» —

I passeggeri rivolsero uno sguardo interrogativo all'Israelita
come in attesa d'altri particolari. Ben Hur ascoltava con grande
interessamento.

— «Egli abita in Antiochia» — proseguì tranquillamente l'Ebreo. — «Le
sue ricchezze lo hanno reso assai noto ed i commenti sopra il suo conto
non sono sempre benevoli.

V'era una volta in Gerusalemme un principe d'antichissima famiglia,
di nome Hur....» — Giuda si sforzò di mostrarsi calmo, ma il suo cuore
batteva forte.

— «Il principe era un negoziante dotato del genio degli affari. Iniziò
molte imprese tanto nel lontano Oriente quanto nei porti d'Occidente.
Nelle grandi città possedeva figliali, e quella d'Antiochia era
affidata ad un tale, portante il nome greco di Simonide, ma Ebreo di
nazionalità il quale si vuole fosse stato uno schiavo della famiglia.

Il padrone annegò in mare, ma, ciò non ostante, il commercio suo
continuò senza diminuzione di prosperità. Poco dopo una sventura colpì
la famiglia. L'unico figlio del principe, appena adolescente, attentò
alla vita del procuratore Grato in una delle vie di Gerusalemme. Il
colpo fallì, e del giovane si perdettero le traccie. La vendetta
del Romano coinvolse tutta la famiglia e nessun membro di essa fu
risparmiato. Il palazzo, chiuso, non serve ormai più che di rifugio ai
piccioni; le terre furono confiscate e così pure ogni possesso degli
Hur. Fu così che il Procuratore credette d'indennizzarsi della ferita
ricevuta, applicandovi un cataplasma d'oro.» —

I passeggieri ridevano.

— «Volete dire ch'egli tenne per sè parte dei beni» — esclamò uno di
loro.

« — Così dicono,» — replicò l'Ebreo; — «ripeto solo ciò che ho udito
dire, e, per continuare la mia storia, aggiungerò che Simonide, già
agente del principe in Antiochia, si mise in breve a commerciare per
proprio conto ed in un lasso di tempo incredibilmente breve divenne
il primo negoziante della città. Seguendo l'esempio del suo padrone,
mandò carovane nell'India ed ora egli ha in mare tante galere quante
basterebbero a costituire una flotta regale. Dicono che nessun
affare gli sia mai andato a male. I suoi cammelli non muoiono che di
vecchiaia, le sue navi non fanno naufragio. Se egli getta un pezzo di
legno nel fiume, esso ritorna a lui cangiato in oro.» —

— «E questo da quanto tempo dura?» —

— «Da più di dieci anni.» —

— «Deve pur aver avuto dei mezzi per incominciare.» —

— «Già. Fu detto che il Procuratore non si pigliò che i beni del
principe che potè trovare pronti a soddisfare la sua rapacità, cioè
cavalli, bestiame, case, terre, stoviglie e messi. Di danaro contante
non si trovò traccia, quantunque ve ne debba essere stato in gran
quantità. Ciò che ne sia divenuto è tuttora un mistero.» —

— «Ma non per me» — interruppe con un sogghigno un passeggero.

— «Capisco quello che volete dire» — replicò l'Ebreo. — «Lo stesso
sospetto è venuto ad altri; anzi è credenza generale che il denaro
scomparso abbia costituito il primo capitale del vecchio Simonide.
Lo stesso Procuratore è, o almeno era, del medesimo parere, poichè
due volte in cinque anni egli ha sottoposto il negoziante alla
tortura.» —

Ben Hur strinse con maggior forza la corda alla quale con una mano
s'era aggrappato.

— «Si dice» — continuò il narratore — «che quell'uomo abbia tutte le
ossa spezzate. L'ultima volta ch'io lo vidi era seduto sopra un divano
e sembrava una massa informe sprofondata fra i guanciali.» —

— «Torturato fino a tal punto!» — esclamarono contemporaneamente alcuni
uditori.

— «Gli acciacchi naturali non avrebbero potuto deformarlo in quella
guisa. Eppure le sofferenze non sortirono alcun effetto. Le uniche
parole che gli si poterono strappare, furono che tutto quanto egli
possedeva era legalmente suo e ch'egli ne faceva legittimo uso. Egli
però è ora garantito contro ogni ulteriore persecuzione da una licenza
di commercio firmata nientemeno che da Tiberio.» —

— «Chi sa che cosa l'avrà pagata!» —

— «Quelle navi sono sue» — proseguì l'Israelita, senza badare
all'interruzione. — «È uso dei naviganti, allorchè s'incontrano,
d'issare bandiere, come per dire: «abbiamo fatto una traversata
fortunata.» —

E qui finì la narrazione. Allorchè la galera si trovò più innanzi fra
le due sponde del fiume, Giuda chiese all'Ebreo.

— «Come si chiamava il padrone del negoziante?» —

— «Ben Hur, principe di Gerusalemme.» —

— «Che avvenne della famiglia del Principe?» —

— «Il figlio fu imbarcato sulle galere, il che equivale a dire che
è morto. Un'anno è il limite ordinario di resistenza. Della vedova e
della figlia non si ha contezza e chi ne sa qualcosa non vuol parlare.
Probabilmente perirono nelle celle d'uno dei castelli che costeggiano
le strade della Giudea.» —

Giuda salutò e si diresse verso il posto del pilota. Egli era così
profondamente assorto nei suoi pensieri, che appena s'accorse delle
amene sponde del fiume, che per tutto il tratto fra il mare e la città
apparivano di una sorprendente bellezza, adorne com'erano di ville
ricche al pari di quelle di Napoli, e circondate di orti abbondanti
di frutta e di vigneti. Neppure badò alle innumerevoli navi che
gli sfilarono davanti, nè ai canti dei marinai. Tutto il cielo era
illuminato di una luce rosea, che avvolgeva voluttuosamente la terra e
l'acqua; solo egli gemeva, cupo ed oscuro nel volto.

Un istante solamente si scosse, quando qualcuno additò il boschetto di
Dafne, visibile da un risvolto del fiume.



CAPITOLO II.


Allorchè la città fu in vista, i passeggeri, desiderosi di nulla
perdere dello spettacolo, si portarono tutti sopra coperta.

— «Il fiume, qui, scorre verso occidente» — spiegava l'Ebreo
dall'aspetto venerando, già presentato al lettore. — «Io mi rammento
quando le sue acque bagnavano lo zoccolo delle mura; ma come sudditi
romani noi abbiamo vissuto in pace, e, come suol avvenire in tempi
tranquilli, il commercio si è imposto, ed ora tutta la riva del fiume
è occupata da moli e da cantieri. Là — accennando verso mezzogiorno — è
il monte Casio, o, come questo popolo preferisce chiamarlo, la montagna
d'Oronte, che guarda in faccia al suo gemmello Amno a settentrione; fra
loro due giace la pianura d'Antiochia. Più in giù sono le Montagne Nere
dalle quali gli acquedotti dei Re ci portano acqua freschissima per
inaffiare le strade e per bere, esse sono coperte da foreste piene di
uccelli e di belve.» —

— «Ov'è il lago?» — chiese qualcuno.

— «Là, al nord. Vi ci potete recare a cavallo se desiderate vederlo, o
meglio, in battello, poichè è unito al fiume da un canale tributario.

— «Il boschetto di Dafne» — disse in risposta ad un terzo
interrogatore, — «fu incominciato da Apollo e da lui condotto a
termine. Egli lo preferisce all'Olimpo. Chi vi ci si reca e gli dà uno
sguardo, uno solo, non se ne parte più. Vi è un proverbio che ne dà la
spiegazione:

— «Meglio essere, un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che esser
l'ospite d'un Re.» —

— «Allora mi consigliate di starne lontano?» —

— «Io no, vi andrete. Tutti ci vanno; filosofi cinici, baldi giovani,
donne e sacerdoti. Sono talmente certo di ciò che farete che oso darvi
un consiglio. Non alloggiate in città — sarebbe una perdita di tempo;
andate direttamente al villaggio situato al confine del boschetto. Il
cammino conduce attraverso un giardino e fra amene fontane. Le amanti
del Dio e la figliuola di Peneo lo costruirono; nei suoi porticati, nei
sentieri e nei mille ritrovi voi v'imbatterete in tipi, in abitudini,
in attrattive, impossibili altrove. Ma ecco le mura della città! Ecco,
sono il capolavoro di Xeres, il maestro dell'arte muraria.» —

Tutti gli occhi seguirono la direzione della sua mano.

— «Questa parte fu eretta per ordine del primo dei Seleucidi. Nel corso
di 300 anni ha finito col formare una massa sola colla roccia, sulla
quale riposa.» —

L'encomio era ben meritato. Alte, solide, e con molti angoli arditi, si
curvavano maestosamente in direzione di mezzogiorno.

— «Là, in cima, vi sono quattrocento torri, ognuna delle quali è un
serbatoio d'acqua» — continuò l'Ebreo. — «State attenti e vedrete al di
là del muro, per quanto alto egli sia, due colline in lontananza, dette
le creste rivali di Sulpio, di cui avrete sentito parlare. L'edificio
su quella più lontana è la cittadella, occupata costantemente da una
legione romana. Dirimpetto, venendo verso di noi, è il tempio di Giove,
ed al disotto, la facciata del palazzo del legato, e insieme fortezza,
contro la quale un'attacco popolare riuscirebbe innocuo come un soffio
di scirocco.» —

Mentre i marinai cominciavano ad ammainare le vele, l'Ebreo proruppe in
queste parole: — «Attenti! voi che odiate il mare, e voialtri che avete
fatto dei voti, preparate le vostre maledizioni e le vostre preghiere.
Quel ponte, laggiù, sul quale passa la strada che conduce a Seleucia,
segna il limite della nostra navigazione.

Qui le navi scaricano le merci che vengono poi trasportate a dorso di
cammello. Al di là del ponte incomincia l'isola sulla quale Calinico
costruì la sua nuova città, congiungendola con cinque grandi viadotti
così solidi che gli anni non vi lasciarono alcuna traccia, come nessuna
traccia vi lasciarono le innondazioni ed i terremoti. Quanto alla città
principale poi, amici miei, basti il dirvi che il ricordo d'averla
veduta sarà per tutta la nostra vita una sorgente di felicità.» —

Com'egli finiva di parlare, la nave girò e s'appressò lentamente al
molo volgendo il fianco alle mura, e ponendo così in maggior rilievo
lo spettacolo pieno d'ammirazione presentato dal fiume in quel punto.
Finalmente si gettarono le corde e si ritirarono i remi: il viaggio era
compiuto. Ben Hur andò in cerca dell'Ebreo.

— «Permettetemi una parola, prima di accomiatarmi da voi.» —

L'altro acconsentì con un inchino.

— «La storia del vostro negoziante mi ha reso desideroso di vederlo. Il
suo nome è Simonide non è vero?» —

— «Sì. Egli è Israelita, quantunque il suo nome sia greco.» —

— «Dove lo si può trovare?» —

L'interrogato gli diede uno sguardo scrutatore prima di rispondere,
poi disse: — «Vorrei risparmiarvi una mortificazione. Egli non presta
danaro.» —

— «Nè io ne voglio a prestito» — rispose Ben Hur, cui la perspicacia
del compagno strappò un sorriso.

Quegli rialzò il capo e si trattenne un momento a riflettere.

— «Si dovrebbe ritenere» — riprese l'Ebreo — «che il più ricco
negoziante d'Antiochia dimorasse in una casa degna di tanta ricchezza,
ma non è così. Se volete trovarlo di giorno, seguite il corso del fiume
fino a quel ponte, laggiù, poi ch'egli si è stabilito in una specie
di fabbricato che sembra il contrafforte della muraglia. Di fronte
all'entrata vi è un vasto approdo costantemente ingombrato da merci
che vanno e vengono. La flottiglia che vi è ancorata è sua. Non potete
sbagliare.» —

— «Abbiatevi i miei ringraziamenti.» —

— «La pace dei nostri padri vi accompagni.» —

— «E accompagni voi pure.» —

Così dicendo si separarono.

Due facchini portanti il bagaglio di Ben Hur ricevettero da questi i
suoi ordini.

— «Alla cittadella» — esclamò, e quest'indirizzo dava a supporre che
egli avesse relazioni militari.

Due grandi vie intersecantisi ad angoli retti dividevano la città in
quartieri. Un curioso ed immenso edificio, detto il Ninfeo, sorgeva a
capo della via che correva da nord a sud. I facchini lo precedettero
camminando alacremente. Quantunque il nuovo arrivato giungesse da
Roma, rimase sbalordito alla vista della magnificenza di quella strada.
Dall'un lato e dall'altro sorgevano palazzi, e nel mezzo stendevansi
doppî colonnati di marmo, con divisioni speciali pel passaggio di
pedoni, animali e cocchi; alberi frondosi, fontane a getto continuo,
rinfrescavano l'aria. Ben Hur non era in vena di apprezzare pienamente
quello spettacolo. La storia di Simonide non gli dava pace. Giunto
all'Onfalo — monumento a quattro arcate larghe come le stesse vie,
superbamente illustrate da bassorilievi, erette, ed a sè stesso
dedicate da Epifane, ottavo dei Seleucidi, — mutò divisamento e disse
ai facchini: — «Non andrò alla cittadella questa sera; conducetemi
al Khan più vicino al ponte sulla strada di Seleucia.» — La comitiva
ritornò sopra i suoi passi ed in breve egli si trovò in una locanda
primitiva sì, ma di ampia struttura, a poca distanza dal ponte sotto il
quale il vecchio Simonide aveva stabilito la sua dimora. Tutta la notte
Ben Hur rimase a giacere sul terrazzo, sempre agitato dallo stesso
pensiero, e di tempo in tempo ripetendo a sè stesso «Ora, ora avrò
notizie dei miei, di mia madre, della cara piccola Tirzah. Se esse sono
ancora al mondo saprò trovarle!» —



CAPITOLO III.


All'indomani, per tempo, sprezzando le belle vie della città, Ben
Hur andò in cerca della casa di Simonide. Dopo essere penetrato sotto
l'arco di una torre merlata, passò una fila di moli: di là continuò
a camminare lungo il fiume fra una folla di affacendati, finchè,
raggiunto il Ponte Seleucio si fermò e diede un'occhiata all'ingiro.
Là, immediatamente sotto al ponte, stava la casa del negoziante, una
mole di pietra grigia a pareti ruvide, senza alcuno stile, e, come
disse appunto il viaggiatore, formando apparentemente il contrafforte
della muraglia alla quale s'appoggiava. Due portoni immensi aprentisi
sulla facciata, davano accesso al palazzo. Alcuni vani, nella parte
superiore muniti di forti inferriate tenevano luogo di finestre. Dai
crepacci dondolavano erbe ed arbusti mentre in altri punti un muschio
nerastro copriva la pietra nuda. Le porte erano spalancate: attraverso
ad esse fluiva ininterrotta e frettolosa la doppia corrente del vasto
commercio di Simonide.

Sul molo stavano ammonticchiate merci imballate in varia guisa, e
gruppi di schiavi, nudi sino alla cintola, si aggiravano intorno ad
esse, intenti al lavoro.

A valle del ponte trovavasi una flottiglia di galere, alcune in atto
di caricare, altre di scaricare merci. Da ogni albero sventolava una
bandiera gialla. Dalla flottiglia al molo, da nave a nave, gli schiavi
passavano e ripassavano chiassosamente. Sull'opposta sponda del fiume,
dall'altro capo del ponte, sorgeva dall'acqua una muraglia, al disopra
della quale dominavano i fantastici cornicioni e le torricelle del
palazzo imperiale occupante l'intiera area dell'isola di cui aveva
fatto cenno l'Ebreo nella sua descrizione. Ma per quanto suggestivo
fosse lo spettacolo Ben Hur, appena se ne accorse. Egli era tutto
assorto nel pensiero che fosse finalmente giunta l'ora d'avere contezza
dei suoi, se, come era certo, Simonide era stato in realtà lo schiavo
di suo padre. Ma riconoscerebbe egli questi rapporti passati? Ciò
equivarrebbe all'abbandono delle sue ricchezze e di quella sovranità
commerciale di cui facevan regal mostra il molo ed il fiume, e ciò
che era più doloroso ancora, rovinerebbe la sua fortuna, mentre si
trovava all'apice di una bellissima carriera. Sarebbe inoltre stato
un dichiararsi volontariamente schiavo. L'idea sola d'una tal domanda
appariva mostruosa: infatti, ridotta ai minimi termini, essa suonava
così: — «Tu sei mio schiavo, dammi tutto quello che hai, te stesso
compreso.» — Ciò nonostante Ben Hur attingeva forza per l'imminente
colloquio dalla coscienza dei proprii diritti e dalla speranza che gli
batteva in cuore. Se la storia narratagli era vera, Simonide e tutti
i suoi beni gli appartenevano. Ma le ricchezze, ad onor del vero, non
gl'importavano affatto. Allorchè si avanzò risoluto verso la porta
egli aveva già in cuor suo giurato, che, purchè ottenesse notizie di
sua madre e di Tirzah, avrebbe lasciato libero Simonide, nè altro gli
avrebbe chiesto.

Senza esitare più oltre, penetrò nella casa.

L'interno era semplicemente quello d'un vasto deposito, diviso
in riparti ove in buon ordine merci d'ogni genere si trovavano
immagazzinate. Quantunque la luce fosse fioca e l'aria soffocante,
vi si lavorava alacremente, e qua e là scorgevansi operai con seghe
e martelli occupati a preparare casse d'imballaggio. Egli seguì
lentamente una specie di sentiero attraverso i cumuli di merci,
chiedendo a sè stesso se veramente l'uomo, del cui genio vedeva intorno
a sè tante prove, era mai stato lo schiavo di suo padre: se sì, a
qual classe egli aveva appartenuto? Se Israelita, era egli figlio
d'un servo? Forse un debitore o figlio d'un debitore? ovvero sarebbe
egli mai stato condannato e venduto per furto? Questi pensieri, che
gli attraversavano la mente non scemarono — forse sembrerà strano —
menomamente il rispetto e l'ammirazione che sentiva crescere in sè pel
negoziante.

Un uomo gli venne incontro e gli chiese:

— «Che cosa desiderate?» —

— «Vorrei parlare con Simonide, il negoziante.» —

— «Favorite da questa parte.» —

Percorrendo parecchi vani, lasciati sgombri dalle casse o dalle balle
di mercanzia, arrivarono ai piedi di una scala, che li condusse sopra
il tetto del magazzeno. Ad un lato di questo sorgeva l'abitazione di
Simonide, un ampio fabbricato dal tetto pure terminante a terrazza,
dall'ampio cornicione del quale Ben Hur vide con sorpresa pendere
fiori ed arbusti bellissimi. Anche il terrazzo del magazzeno era
ordinato a giardino, adorno di cespugli di rose persiane, delle quali
Ben Hur aspirava con voluttà il dolcissimo profumo. Entrati nella
casa e passato una specie di corridoio, tenuto in semi-oscurità, si
arrestarono davanti ad una cortina in parte sollevata, mentre la guida
annunziò ad alta voce:

— «Un forestiero che vuol vedere il padrone.» —

Una voce limpida rispose:

— «Lasciatelo entrare, in nome di Dio.» —

Il locale in cui Ben Hur entrò sarebbe stato chiamato _atrium_ da
un Romano. Le pareti erano rivestite di tavolati di legno, da cui
sporgevano scaffali e riparti, come si usano ancor oggi nelle case di
commercio, ripieni di fogli polverosi ed ingialliti dal tempo. Al di
sopra e al di sotto dei tavolati, correvano eleganti cornici di legno,
in origine bianche, ora brune e polite. Il soffitto era a volta, con
una cupola centrale ricoperta da centinaia di lastre di mica violacea,
che diffondeva una luce deliziosamente tranquilla per tutta la stanza.
Il pavimento era coperto da tappeti grigi, dal pelo così lungo e
morbido che i piedi vi si sprofondavano e il rumore dei passi era
inavvertibile. In mezzo alla camera, rischiarate da quella luce calma,
stavano due persone; un uomo seduto in un seggiolone dallo schienale
alto e foderato da soffici cuscini; alla sua destra, appoggiata alla
seggiola, una fanciulla nella primavera della età. Alla loro vista Ben
Hur sentì il sangue martellargli le tempie ed arrossirgli le gote. Si
inchinò, parte per rispetto, parte per guadagnar tempo. Così facendo
vide un gesto di sorpresa dell'individuo seduto, e un tremito che al
suo apparire ne scosse la persona. Quando Ben Hur rialzò il capo,
questi segni di emozione erano spariti, e l'unico cambiamento del
quadro dinanzi a sè era avvenuto nell'atteggiamento della giovinetta,
che ora teneva la mano appoggiata leggermente alla spalla del vecchio.
Entrambi lo guardavano attentamente.

— «Se siete Simonide, ed Ebreo» — Ben Hur esitò — «che la pace del Dio
di nostro padre Abramo sia con voi e coi vostri.» — Quest'ultima parte
era rivolta alla giovine.

— «Io sono Simonide, Ebreo di nascita» — rispose l'altro con voce
chiara e sonora. — «Vi contraccambio i saluti e nello stesso tempo vi
prego di dirmi con chi ho l'onore di parlare.» —

Ben Hur guardò il suo interlocutore, e invece di una figura umana vide
un corpo deforme, sprofondato nei cuscini, coperto d'un mantello di
seta scura trapunta; ma su quelle povere carni si ergeva una testa
di apparenza regale — la testa ideale d'un uomo di Stato o di un
conquistatore — una testa larga alla base e dalla fronte nobile ed
ampia, quale Michelangelo avrebbe modellato in una statua di Cesare.
Bianchi capelli inanellati gli scendevano sulle tempie accentuando
l'intensità dello sguardo di due occhi nerissimi e lucenti. Il volto
era scolorito. Le gote gonfie erano poste in maggiore rilievo da
profonde rughe. In una parola la testa ed il volto indicavano essere
quegli un uomo più atto a muovere il mondo che a lasciarsene smuovere,
un uomo capace di sopportare dodici volte le torture che lo avevano
ridotto in quello stato, senza lasciarsi sfuggire un lamento e molto
meno una confessione; un uomo che rinuncerebbe alla vita ma non mai a
un suo proponimento; un uomo invulnerabile tranne nei suoi affetti. A
lui Ben Hur stese la mano col palmo rivolto all'insù come offrente pace
nel tempo stesso che pace chiedeva.

— «Io sono Giuda, figliuolo di Ithamar, l'ultimo capo della casa di
Hur, principe di Gerusalemme.» —

La destra del negoziante uscì dal mantello; era una mano lunga e
sottile, dalle articolazioni deformate dai tormenti. Essa si schiuse
con forza, ma fu quello l'unico segno di sorpresa e d'emozione dato dal
vecchio. Con voce calma egli disse:

— «I principi di Gerusalemme, principi del sangue, sono sempre i
benvenuti in questa casa; siatelo voi pure. Ester appressa una sedia
per questo giovane.» —

La fanciulla avanzò un'ottomana che le era vicina, ed in quest'atto i
suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Ben Hur.

— «La pace del Signore sia con voi» — diss'ella modestamente — «sedete
e riposate.» —

Essa non aveva indovinato lo scopo della sua visita. Le facoltà
della donna non si spingono molto lontano. È solo nei sentimenti più
delicati, come la pietà, la compassione, la riconoscenza che il suo
intuito ha del meraviglioso. La giovine era semplicemente convinta che
il forastiero soffrisse di qualche ignoto dolore, e che fosse venuto
in cerca di sollievo e di conforto. Ben Hur non approfittò del sedile
offertogli, ma continuò in tono di profondo rispetto.

— «Prego messer Simonide di non ritenermi importuno. Nel risalire il
fiume appresi che egli conobbe mio padre.» —

— «Conobbi infatti il principe Hur. Fummo associati in parecchie
imprese commerciali, in terre lontane, alcune oltre il mare e il
deserto. Ma vi prego, sedete; tu, Ester, dagli del vino. Neemia parla
di un figlio di Hur che ai suoi tempi era padrone di mezza Gerusalemme;
è una stirpe antica, molto antica ed illustre. Persino ai tempi di
Mosè e Giosuè qualcuno del loro sangue trovò grazia negli occhi del
Signore, e divise gloria ed onore con quei sommi. Non sia detto che
il discendente di una tal famiglia rifiuti un calice del puro vino di
Sorek, cresciuto sui fianchi delle colline di Ebron.» —

Appena terminate queste parole, Ester si avvicinò a Ben Hur con
un calice d'argento che essa aveva riempito da un'anfora posta sul
tavolo vicino e glielo presentò, abbassando gli occhi. Egli le toccò
leggermente la mano in segno di diniego. Di nuovo i loro sguardi si
incontrarono, e questa volta egli notò che la fanciulla era piccola di
statura, arrivando a pena alle sue spalle, ma assai graziosa, con un
volto regolare, al quale due occhi neri davano l'espressione di una
grande soavità. — «Essa è bella e buona» — mormorò Hur. — «E forse
Tirzah le assomiglierebbe se fosse viva. Povera Tirzah!» — Quindi a
voce alta:

— «No. Tuo padre, se egli è tuo padre....» —

— «Io sono Ester, figlia di Simonide» — rispose con dignità la
fanciulla.

— «In tal caso, buona Ester, tuo padre, dopo aver ascoltata la mia
storia, non mi stimerà meno per aver esitato ad accettare questo suo
prezioso liquore, come pure spero di non scapitare ai tuoi occhi. Ti
prego, rimani qui un istante ancora.» —

Entrambi, quasi provassero lo stesso impulso, si rivolsero
simultaneamente al negoziante: — «Simonide!» — esclamò con fermezza Ben
Hur — «mio padre aveva alla sua morte un servo fidato dello stesso tuo
nome e mi si è detto che tu sei quello!» —

Vi fu un sussulto delle povere membra martirizzate e di nuovo la scarna
mano si chiuse.

— «Ester, Ester!» — tuonò la voce severa del vecchio — «Qui, vicino a
me, se sei figlia di tua madre; Qui, dico, non là!» —

La ragazza guardò un istante or l'uno or l'altro; poscia ripose il
calice sulla tavola e, sommessa, riprese il suo posto presso il padre,
con un'espressione di meraviglia, non scevra di apprensione.

Simonide alzò la mano sinistra e la pose in quella della figlia
che affettuosamente gli accarezzò la spalla, indi soggiunse
tranquillamente: — «Sono invecchiato nel commercio cogli uomini —
invecchiato innanzi tempo; è un'amara ma salutare lezione che ho
appreso con gli anni e la diffidenza verso i miei simili. Che il Dio
d'Israello abbia pietà di chi sul finire della vita è costretto a
parlare così! Gli oggetti della mia affezione sono pochi. Uno di essi
è questa creatura, la quale» — qui avvicinò alle labbra la mano che
teneva nella propria, con un'espressione sul cui significato non poteva
esservi dubbio — «a tutt'oggi fu disinteressatamente mia, e che mi fu
di sì dolce conforto che il suo abbandono mi ucciderebbe.» —

Il capo d'Ester s'abbassò e la guancia sua sfiorò il volto del padre.

— «L'altro oggetto del mio affetto non è che una memoria, di cui posso
dire, che, pari a una benedizione di Dio, essa potrebbe abbracciare una
intera famiglia, purchè» — qui la sua voce si fece fioca e tremula —
«purchè sapessi dove questa si trova.» —

Acceso in volto, Ben Hur fece un passo avanti e proruppe con impeto: —
«Mia madre e mia sorella! oh sì, è di loro che parlate!» —

Ester, quasicchè quelle parole fossero state rivolte a lei, alzò
il capo, ma Simonide, ripresa la sua calma abituale, rispose con
freddezza:

— «Ascoltatemi fino alla fine. In nome di quegli oggetti del mio amore
a cui accennai, prima ch'io ti risponda circa i miei rapporti col
principe Hur, dammi le prove della tua identità. Le tue testimonianze
sono atti scritti o persone viventi?» —

La domanda era chiara e la sua ragionevolezza indiscutibile. Ben
Hur arrossì, giunse le mani, balbettò e si smarrì. Simonide continuò
incalzandolo.

— «Le prove, le prove, dico! Portamele e mettile davanti ai miei
occhi.» —

Ben Hur ammutolì. Egli non aveva preveduto questa domanda, ed ora
per la prima volta gli si affacciò la terribile verità che i tre anni
trascorsi sulla galera lo avevano privato di tutte le prove circa la
sua identità. Quinto Arrio era il solo che conoscesse la sua storia
e che avrebbe potuto deporre in suo favore. Ma, come risulterà qui
appresso, il prode romano era morto. Giuda aveva altre volte provato il
peso della sua condizione solitaria, ma, mai come in questo momento, ne
provò tutta la gravezza.

Compreso della propria superiorità Simonide rispettò il suo dolore e lo
guardò in silenzio.

— «Messer Simonide» — diss'egli alfine. — «Io posso narrarvi la mia
storia. Ma voi dovete promettermi di sospendere il vostro giudizio fino
al suo termine, e di ascoltarmi con benevolenza.» —

— «Parla,» — fece Simonide, ora padrone della situazione. — «Parla,
ed io t'ascolterò tanto più volentieri che non ho negato che tu sia la
persona che affermi d'essere.» —

Ben Hur imprese a raccontare le sue vicende a sommi capi e rapidamente,
ma con quel calore e intensità di sentimento che sono fonte d'ogni
eloquenza.

Siccome i casi suoi ci sono noti fino al suo sbarco a Miseno in
compagnia di Arrio ritornato vittorioso dall'Egeo, lo seguiremo nel suo
racconto solo a partire da quel punto.

— «Il mio benefattore era amato e stimato dall'imperatore il quale lo
colmò di meritate ricompense. I mercanti d'Oriente contribuirono con
magnifici doni ed egli divenne ricchissimo fra i ricchi di Roma. Ma
può un'Ebreo dimenticare la propria religione, o il proprio luogo di
nascita, la terra santa dei suoi padri? L'ottimo uomo mi adottò qual
figlio secondo il rito formale della legge ed io lo rimeritai del mio
meglio; nessun figlio fu più scrupoloso nell'adempiere ai suoi doveri
verso il proprio padre. Egli voleva fare di me un'erudito. Nell'arte,
nella filosofia, nella rettorica, e nell'eloquenza, egli m'avrebbe
fatto istruire da famosi maestri. Rifiutai perchè ero Ebreo, perchè non
potevo dimenticare il Signore Iddio, la gloria dei Profeti e la città
costruita sui colli da Davide e da Salomone. Oh, voi mi domanderete
perchè io accettai i beneficii del Romano? Io l'amava, e poi io pensava
mercè il suo aiuto, di porre in moto tali influenze che mi svelassero
il mistero avvolgente il destino di mia madre e di mia sorella. A
queste ragioni se ne aggiunse una terza, di cui altro non dirò se non
che io desiderava di conoscer l'arte della guerra. Nelle palestre e
nei circhi mi affaticai non meno che sul campo, e tanto negli uni come
negli altri resi illustre il mio nome, nome che però non è quello dei
miei padri. Meritai corone in gran copia, che ora fregiano le pareti
della villa di Miseno, e tutte mi vennero nella mia qualità di figlio
del duumviro Arrio. Solo sotto quel nome sono conosciuto dai Romani.
Io non perdeva mai di vista il mio segreto; intanto lasciai Roma
per venire ad Antiochia per accompagnare il console Massenzio nella
campagna ch'egli sta preparando contro i Parti.

Pratico dell'uso di tutte le armi, voglio ora procurarmi quelle
cognizioni superiori necessarie ad un duce alla testa di eserciti. Il
console mi ha ammesso nella sua famiglia militare. Ma ieri, mentre
la nostra nave entrava nell'oriente incontrammo due legni spieganti
bandiere gialle. Un mio connazionale, e compagno di viaggio da Cipro,
ci spiegò che quelle navi appartenevano a Simonide, il gran negoziante
d'Antiochia, ci parlò della sua vita e dei meravigliosi successi
ch'egli ha riportati nei suoi commerci, ci parlò delle sue flotte,
delle sue carovane e dei loro viaggi; finalmente, ignorando ch'io fossi
più interessato nell'argomento degli altri uditori, disse che Simonide
era un Ebreo, altre volte servo del principe Hur e neppure tacque delle
crudeltà di Grato nè dello scopo di tali crudeltà.» —

A quest'allusione Simonide lasciò cadere il capo fra le mani, e sua
figlia, come per nascondere l'emozione di entrambi abbassò il volto
sul collo del padre. Questi alzò subito gli occhi e con voce chiara
esclamò:

— «Sto ascoltando.» —

— «Oh, buon Simonide,» — replicò Ben Hur facendosi avanti ed esprimendo
nel volto la sua interna commozione. — «Io vedo che tu non sei convinto
e che ancora diffidi di me.» —

Il negoziante si mantenne rigidamente immobile e muto.

— «E vedo non meno chiaramente le difficoltà della mia posizione» —
continuò Ben Hur. — «Posso bensì provare le mie relazioni con Roma;
non ho che a rivolgermi al console attualmente ospitato dal governatore
della città, ma non posso darti le prove che tu mi domandi. Non posso
provare che io sono il figlio di mio padre. Coloro che lo potrebbero
attestare sono tutti morti o scomparsi.» —

Si nascose il volto fra le mani, finchè Ester, porgendogli nuovamente
il calice che prima aveva respinto, gli disse: — «Il vino è della
patria nostra che tanto amiamo. Bevi, te ne prego.» —

La sua voce era dolce come quella di Rebecca quando offerse l'acqua al
pozzo di Nahor.

Egli scorse le lacrime che le inumidivano gli occhi, e bevve, dicendo:

— «Figlia di Simonide, il tuo cuore è simbolo di bontà, e buona tu sei
davvero avendo compassione dello straniero. Il signore ti benedica. Io
ti ringrazio.» —

Indi, rivoltosi nuovamente al negoziante:

— «Siccome io non ho prove d'esser figlio di mio padre, ritiro la
domanda che ti feci, o Simonide, e mi ritiro da questa soglia che la
mia persona non oscurerà più mai: solo lascia che io ti dica che non
ero venuto a ridurti in schiavitù e prendere la tua fortuna, che in
nessun caso toccherei: essa è il prodotto del tuo lavoro e del tuo
genio, e ti appartiene. Allorchè il buon Quinto, mio secondo padre,
s'imbarcò pel viaggio che gli fu fatale, mi lasciò erede di una fortuna
principesca. Se pertanto tu penserai qualche volta a me, ti sovvenga
della domanda che io ti feci e la quale, sui profeti di Jeova, tuo
Signore e mio, io giuro è l'unico scopo della mia visita: che cosa sai
dirmi di mia madre e di Tirzah, mia sorella, della fanciulla che per
anni e bellezza dovrebbe essere pari a questa tua figlia, consolazione
e nettare della tua vita? Oh, che cosa puoi dirmi di loro?» —

Le lacrime scorrevano lungo le guancie di Ester; ma il padre continuò a
rimanere impassibile, e con voce chiara e limpida rispose:

— «Dissi d'aver conosciuto il principe Ithamar di Hur. Ricordo d'aver
udito parlare della disgrazia che colpì la sua famiglia e del dolore
che provai nell'apprendere quella notizia. Colui che fu causa di
tanta sciagura alla vedova e ai figli dell'amico mio, è quel medesimo
che mi colpì della sua ira implacabile. Io ho fatto indagini per
scoprire la sorte della famiglia, ma a nulla servirono; non ne rimase
traccia.» —

Ben Hur non potè reprimere un gemito di dolore.

— «Un'altra speranza svanita!» — articolò con voce strozzata. — «Sono
abituato ai disinganni. Vi chiedo perdono del disturbo arrecatovi.
Ormai non mi resta che vivere per la vendetta. Addio!» —

Nell'atto di alzare le cortine della porta, si volse indietro
ancora una volta e disse con semplicità commovente: — «Vi ringrazio
entrambi.» —

— «La pace sia con voi» — rispose il negoziante.

Ester non potè parlare per i singhiozzi.

E così si separarono.



CAPITOLO IV.


Appena Ben Hur fu partito, Simonide parve destarsi da un lungo sonno;
il suo volto si accese, gli occhi si animarono, e con voce tremante di
gioia chiamò:

— «Ester, Ester! Presto!» —

Essa si avvicinò alla tavola e suonò un campanello. Uno dei tavolati
del muro si aperse per dare accesso ad un uomo, il quale inchinatosi
davanti a Simonide con rispetto orientale, aspettò i suoi ordini.

— «Malluch, — qui — più vicino!» — disse in tono di comando il
negoziante. — «Ti devo dare una commissione, a cui non devi mancare
quandanche il sole si spegnesse in cielo. Ascolta. Un giovane sta
in questo istante scendendo nel magazzino. — Alto, di bell'aspetto,
vestito alla foggia di Israele. Seguilo, come l'ombra del suo corpo,
ed ogni sera fammi sapere dove egli si trova, che cosa fa, con chi
pratica.

Cerca di avvicinarlo, di parlargli, se puoi, senza destar sospetto.
Ascolta le sue parole, e ritienile insieme ad ogni altro particolare
atto a rivelare l'indole sua, le sue abitudini, i suoi intenti. Hai
capito? Spicciati! E, senti Malluch, s'egli lasciasse la città, seguilo
e, nota bene Malluch, diventagli amico. S'egli ti interroga, digli
quello che ti sembra opportuno al momento, ma ch'egli non sappia che
tu sei al mio servizio; di questo non una parola.» — L'uomo s'inchinò
nuovamente e sparì.

Allora Simonide si fregò le scarne mani e rise.

— «Che giorno è questo, figliuola?» — esclamò interrompendosi nella
sua manifestazione d'allegria. — «Che giorno è? Desidero ricordarmene
come di un giorno di gioia. Va, cercalo ridendo, e ridendo dimmelo,
Ester.» —

Quest'allegria le ripugnava come cosa non naturale, e come per
distorvelo rispose melanconicamente: — «Pur troppo, padre, non mi
sarebbe possibile dimenticare questo giorno.» —

Appena pronunciate queste parole, il vecchio lasciò cadere le mani, ed
il mento, appoggiandosi sul petto, si perdette nelle pieghe della carne
floscia che incorniciavano la parte inferiore del suo volto.

— «Vero, verissimo, figlia mia!» — esclamò senza alzare gli occhi. —
«Questo è il ventesimo giorno del quarto mese. In questo stesso giorno,
cinque anni addietro, la mia Rachele, tua madre, morì. Mi portarono a
casa ridotto qual tu mi vedi e la trovammo morta di dolore. Oh, essa
era per me come la canfora nei vigneti di Engaddi! Come il miele del
favo! — L'abbiamo sepolta lontano, in luogo solitario, in una tomba
scavata nella montagna. Ed essa non mi lasciò che un lumicino ad
illuminare la scura notte, il quale è cresciuto con gli anni ed ora è
diventato il sole della mia vita.» —

Alzò la mano e l'appoggiò sul capo della figliuola. — «Buon Dio, io
ti ringrazio di aver fatto rivivere nella mia Ester la mia perduta
Rachele!» —

Ad un tratto, sollevò il capo e disse, come colpito subitamente da
un'idea. — «Il tempo è sereno?» —

— «Così era, prima che entrasse il giovane.» —

— «Allora chiama Abimelech, che mi conduca in giardino ond'io possa
vedere il fiume e le navi, e dove ti racconterò, mia diletta Ester,
il perchè poc'anzi il riso si posò sulle mie labbra, e la mia lingua
mosse al canto e lo spirito divenne leggiero quale gazzella o daino dei
monti.» —

In risposta al campanello, venne il servo che per ordine della giovane
spinse la seggiola munita appositamente di rotelle, fuori della camera,
sul tetto del caseggiato inferiore, e che il padrone chiamava giardino.
Simonide venne condotto ad una parte dove egli poteva vedere i tetti
dei palazzi dell'isola dirimpetto, il ponte di esso ed al disotto il
fiume, ove una nave solcava le onde scintillante sotto il magnifico
sole mattutino. Colà il servo lo lasciò solo con Ester.

Il gridìo degli operaj ed il rumoroso lavoro non li disturbavano
affatto come non li disturbava il movimento sul ponte che era quasi al
disopra di loro; il loro orecchio s'era assuefatto a quel frastuono
come il loro occhio s'era abituato alla vista che si stendeva loro
davanti.

Ester sedutasi accanto a lui gli accarezzava la mano in attesa della
comunicazione annunciata. Simonide incominciò con la sua consueta
calma:

— «Mentre il giovane parlava, Ester, io ti osservava e mi parve ch'egli
ti piacesse.» —

Essa rispose abbassando gli occhi:

— «Padre egli mi ispirò fiducia, e gli credetti.» —

— «Ai tuoi occhi, egli sarebbe il perduto figlio del principe?» —

— «S'egli non lo fosse....» — si fermò esitando.

— «S'egli non lo fosse?» — ripetè Simonide.

— «Io sono stata la tua ancella, padre, sin da quando mia madre morì,
e stando vicino a te, ti ho veduto ed udito trattare con saggezza con
ogni genere d'uomini, venissero per cause legittime od illecite; ed ora
ti dico, se quel giovine non è il principe Hur, la menzogna non ha mai
con tanta abilità indossata la veste della verità.» —

— «Per la gloria di Salomone, figliuola mia, tu parli con convinzione.
Credi tu che tuo padre sia stato suo schiavo?» —

— «Se ben mi ricordo egli non disse questo. Vi accennò come a cosa che
aveva udito dire.» —

Per qualche istante gli sguardi di Simonide andavano vagando fra le
navi sottostanti. Poi disse:

— «Ester, tu sei una buona figliola, e possiedi in discreta dose il
nostro discernimento Ebraico; non sei una bambina ed hai abbastanza
forza d'animo per ascoltare un racconto doloroso. Sta attenta, e ti
narrerò la mia storia e quella di tua madre, ed altre vicende della
nostra vita a te sconosciute, e sospettate da nessuno.

Io nacqui in una capanna della valle di Hinnom, a mezzogiorno di Sion.
I miei genitori erano servi addetti alla coltivazione delle viti,
degli ulivi e dei fichi nel giardino reale di Siloam, e nella prima
giovinezza io li aiutai in quel lavoro. Essi erano schiavi a vita. Fui
raccomandato al principe Hur, allora, dopo re Erode, l'uomo più ricco
di Gerusalemme, il quale mi impiegò nei suoi magazzeni in Alessandria
d'Egitto, ove raggiunsi la maggiore età. Lo servii sei anni e nel
settimo, secondo la legge di Mosè, divenni libero.» —

Ester battè leggermente le mani:

— «Oh, tu non sei adunque più il servo di tuo padre?» —

— «Ascolta figliuola. V'erano in quei giorni degli avvocati nei
chiostri del Tempio i quali fieramente contesero essere i figli di
coloro che sono obbligati a servire per la durata della vita soggetti
alla stessa servitù, ma il principe Hur era uomo giusto in tutte
le cose, ed interpretava la legge secondo la setta più rigorosa,
quantunque non appartenesse ad essa. Egli disse ch'io ero un servo
ebreo comperato, nel vero significato del Gran Legislatore, e con
documenti suggellati che ancora conservo egli mi fece libero.» —

— «E mia madre?» — chiese Ester.

— «Udrai tutto, Ester, abbi pazienza. Prima ch'io abbia finito vedrai
come mi sarebbe più facile dimenticar me stesso che tua madre.... Al
finire del mio servizio venni a Gerusalemme per le feste di Pasqua.
Il mio padrone mi ospitò, e, poichè l'amavo chiesi di continuarlo a
servire. Egli acconsentì ed io lo servii altri sette anni, ma come
Ebreo e figlio di Israele, salariato. Per conto suo ebbi la direzione
d'imprese commerciali di mare e di terra, e mandai carovane oltre Susa
e Persepoli nei paesi della seta. Viaggi pericolosi erano quelli figlia
mia, ma il Signore benedì le mie fatiche. Procurai immensi guadagni al
principe e vaste cognizioni a me stesso, senza le quali non mi sarebbe
stato possibile assumere le responsabilità che mi presi in seguito. Un
giorno ch'io ero suo ospite in Gerusalemme, un'ancella entrò, portando
un vassojo. Essa si rivolse a me, e fu quella la prima volta che vidi
tua madre, e la amai.

Dopo qualche tempo andai dal principe e la chiesi in moglie. Egli mi
disse che essa era schiava a vita, ma che se io lo desiderava l'avrebbe
affrancata per compiacermi. Ma essa, Ebrea, pur corrispondendo al mio
amore, si disse felice nella condizione e nel luogo ove si trovava, e
rifiutò la libertà! La pregai, la scongiurai a più riprese, ma invano.
Avrebbe solo consentito a diventare mia moglie qualora io diventassi
suo compagno di servitù. Nostro padre Giacobbe servì sette anni per la
sua Rachele. Io avrei potuto fare altrettanto. Ma tua madre richiedeva
che io diventassi schiavo per tutta la mia vita. Mi strappai allora da
lei, mi recai in altre contrade cercando di dimenticarla; ma l'amor mio
fu troppo forte: ritornai. Guarda qui, Ester, Guarda!» —

E sollevando una ciocca di capelli le additò un buco nell'orecchio
sinistro.

— «Vedi la cicatrice della lesina?» —

— «La vedo» — disse Ester — «e vedo pure a qual punto tu amasti mia
madre!» —

— «Amarla, Ester! — Essa era per me più della Sulamita per il Re
Cantore; più bella, più pura di una fontana, di una sorgente del
Libano. Quando seppe la mia volontà, il padrone mi presentò ai giudici
davanti ai quali esposi la mia intenzione; poi mi condusse a casa,
e trapassando il mio orecchio colla lesina, la conficcò come è d'uso
nella porta. Così divenni suo schiavo per tutta la durata della vita.
Così conquistai la mia Rachele, e dimmi: vi fu mai amore come il
mio?» —

Ester si chinò sopra di lui e lo baciò. Tacquero entrambi pensando alla
tomba che aveva troncato quel grande amore.

— «Il mio padrone annegò in mare; e fu questa la mia prima sventura»
— continuò il negoziante. — «Il lutto della sua famiglia fu lutto
mio, nella mia casa ad Antiochia dove già dimoravo. Ora ascoltami,
Ester. Quando il principe venne a morte, io era a capo della sua
amministrazione, e tutti i suoi beni erano nelle mie mani. Da questo
puoi argomentare l'affetto e la fiducia ch'egli riponeva in me.

Accorsi a Gerusalemme per render conto della mia gestione alla vedova
ed essa mi riconfermò al mio posto. Raddoppiai di diligenza e gli
affari prosperarono di anno in anno. Trascorsero così dieci anni. Poi
venne la catastrofe di cui il giovine parlò — l'accidente, com'egli
disse, toccato al procuratore Grato. — Il Romano invece lo chiamò un
tentativo d'assassinio e ne tolse pretesto, col consenso di Roma, di
confiscare a proprio beneficio l'immensa fortuna della vedova e dei
figli. Nè questo gli bastò. Per prevenire un'appello contro la sentenza
egli soppresse tutte le parti interessate. Da quel giorno nefasto
la famiglia di Hur scomparve. Il figlio, ch'io vidi fanciullo, fu
condannato alle galere. La vedova e la figlia si suppone siano state
sepolte in una delle molte carceri sotterranee di Giudea, veri sepolcri
per chi ne ha varcata la soglia. Esse scomparvero come se il mare
le avesse inghiottite. Non potemmo sapere come morirono, ma neppure
sappiamo se veramente sono morte.» —

Gli occhi di Ester erano gonfi di lagrime.

— «Il tuo cuore è buono, Ester, buono come quello di tua madre; e prego
Iddio che non gli tocchi un simile destino — d'essere calpestato dagli
spietati e dai ciechi. Ma ascoltami ancora: — Andai a Gerusalemme per
soccorrere la mia benefattrice ma alle porte della città fui arrestato
e condotto nei sotterranei della Torre d'Antonia. Non ne seppi la
cagione, finchè Grato in persona venne a chiedermi i denari della
casa di Hur, poi ch'egli, conoscendo le pratiche ebraiche, sapeva che
io possedeva somme tratte sulle diverse piazze del mondo. M'impose
di firmare le tratte a suo favore. Rifiutai. Egli aveva le case, le
terre, le merci, le navi e tutta la proprietà mobile dei miei padroni,
meno i denari. Compresi che se continuassi a trovar grazia agli occhi
del Signore avrei potuto ricostruire la loro fortuna e respinsi la
richiesta del tiranno. Mi mise alla tortura, ma tenni fermo, cosicchè
dovette rilasciarmi senza aver nulla ottenuto. Ritornai a casa e
ricominciai a trafficare per conto e nel nome di Simonide d'Antiochia
anzichè in quello del principe Hur di Gerusalemme. Ester, tu sai come
prosperarono i miei affari, in che modo miracoloso si moltiplicarono
nelle mie mani i milioni del principe. Sai pure che, a capo di tre
anni, mentre mi recava a Cesarea, fui di nuovo arrestato e torturato
per la seconda volta da Grato. Neppur questa volta ottenne da me la
confessione intorno alla sorte dei denari di Hur. Fisicamente rovinato
feci ritorno a casa, dove trovai che la mia Rachele era morta di
dolore e di spavento per me. La volontà del Signore mi tenne in vita.
Dall'imperatore medesimo comperai una licenza di libero traffico in
ogni paese del mondo. Oggi — sia lodato l'Altissimo! — oggi, Ester, la
mia ricchezza è tale da far invidia a un Cesare.» —

Con un moto d'orgoglio sollevò il capo, e incontrò gli sguardi della
fanciulla.

— «Che cosa intendo di fare con questa fortuna?» — chiese,
interpretando i suoi pensieri.

— «Padre mio, disse ella sommessamente, non venne oggi a chiederla
il legittimo proprietario? E non sono io pure, o padre, la sua
schiava? E non dobbiamo noi piegarci innanzi a lui come la legge
prescrive?» —

Un raggio d'ineffabile gioia rischiarò il volto dell'infermo.

— «Il Signore è stato buono con me. In molti modi ha mostrato la
sua benevolenza, ma tu Ester, sei il dono più bello di quanti mi ha
prodigato.» —

Così dicendo l'attirò a sè e la baciò.

— «Ascoltami,» — proseguì — «ed udrai perchè io risi poc'anzi. Quando
il giovane si presentò innanzi a me, mi parve di veder suo padre
ringiovanito. L'animo mio ebbe uno slancio, come se volesse andargli
incontro. Sentii entro di me che i miei giorni di prova e le mie
fatiche erano giunte al termine. A stento trattenni l'impulso del
mio cuore che mi spingeva a rivelare la mia gioia. Ero impaziente di
prenderlo per mano, di mostrargli i registri ed i conti e di dirgli:
— «Tutto questo è tuo ed io sono il tuo schiavo. Ho compiuto il dover
mio, posso aspettare la voce del Signore che mi chiami a sè.» — E così
avrei fatto, Ester, sì proprio così avrei fatto, se, tutto ad un tratto
tre pensieri non m'avessero assalito ad un tempo. Il primo diceva:
Assicurati prima ch'egli è proprio il figlio del tuo padrone. S'egli
è il figlio del tuo padrone, studia prima e conosci un poco l'indole
sua, — mi suggerì il secondo. Pensa, Ester quanti sono gli eredi
di colossali ricchezze, che sperperano i loro denari, e li riducano
a semi di maledizioni.» — La voce gli si fece stridula, e sostò un
momento, accasciato da questa riflessione. — «Ester pensa ai patimenti
inflittimi dal Romano, e non solo da Grato; gli spietati esecutori
dei suoi ordini tanto la prima quanto la seconda volta erano tutti
Romani e tutti ridevano udendomi urlare dal dolore. Pensa alle mie
membra rotte, al mio corpo deformato; pensa a tua madre laggiù nella
tomba solitaria, ai dolori della famiglia del mio padrone, se è ancor
vivo o alla sua morte forse; pensa a tutto questo, o figliuola mia,
e dimmi tu s'è giusto che nulla succeda in espiazione e vendetta di
tante crudeltà? Non dirmi come ripetono i predicatori, che la vendetta
è del Signore. Non fa egli valere la sua volontà per mezzo degli uomini
nell'infliggere pene come nel conferire benefici? Non ha egli i suoi
guerrieri, più numerosi dei profeti? Non è sua la legge — occhio per
occhio, mano per mano, piede per piede? Ah, nel corso di tanti anni ho
sospirata la vendetta, l'ho implorata nelle preghiere. Nell'accumular
le mie ricchezze, fu questo il mio pensiero, il mio sogno costante.
Come è vero che vi è Iddio, io mi diceva, esse dovranno servirmi per
castigare quei malfattori. E quando, accennando alla sua destrezza nel
maneggio delle armi, il giovane disse, ch'essa non aveva nessun scopo
definitivo, io indovinai quello scopo: era la vendetta! Fu questo,
o Ester, il terzo pensiero che mi impose il silenzio e mi diede la
forza di ascoltare impassibile la sua perorazione, finchè, partito il
giovane, le mie emozioni proruppero in un riso di giubilo.» —

Ester continuava ad accarezzargli le mani ischeletrite.

— «Egli è partito o padre. Ritornerà ancora?» —

— «Sì. Il fedele Malluch lo sorveglia e lo ricondurrà quando tutto sarà
pronto.» —

— «E quando lo sarà, o padre? —

— «Non subito, figlia mia. Egli crede che tutti i testimoni della sua
identità siano morti. Ma uno vive ancora, il quale non mancherà di
riconoscerlo, s'egli è veramente figlio di suo padre.» —

— «Sua madre?» —

— «No, io stesso gli presenterò quel testimonio. Intanto Dio ci
protegga. Chiama Abimelech.» —

Ester chiamò il servo, e i tre si ritrassero.



CAPITOLO V.


Allorchè Ben Hur uscì dal vasto magazzeno, il pensiero prevalente in
lui era quello di un altro disinganno aggiuntosi ai molti che aveva già
sofferto nella ricerca dei suoi cari. Questo pensiero lo riempì di una
grande desolazione. Si sentì solo al mondo, e, giovane e ricco com'era,
la vita gli parve divenuta un peso troppo grave da sopportarsi.

Facendosi strada fra la folla ed i mucchi di mercanzia, giunse al
termine dell'approdo. Le acque del fiume apparivano più profonde e più
oscure in quel punto per l'ombra delle case e degli alberi vicini:
ed egli ne provò il fascino insidioso. La pigra corrente sembrava
arrestarsi nel suo cammino, quasi lo attendesse; — ma a rompere
l'incanto venne il ricordo delle parole del suo compagno di viaggio,
che gli parve di riudire:

— «Meglio un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite di
un Re.» — Si volse, e camminando rapidamente, fece ritorno al Khan.

— «La via per Dafne?» — esclamò l'albergatore, sorpreso dalla
domanda di Ben Hur. — «È la prima volta che venite in questa città?
Allora questo giorno è fra i più felici della vostra vita. Non
potete sbagliare la strada. La prima via verso mezzogiorno conduce
direttamente al monte Sulpio sulla vetta del quale sono l'altare di
Giove e l'anfiteatro; pigliate la terza via trasversale chiamata la
colonnata d'Erode; là, voltate a destra e seguite la via attraverso la
grande città di Seleucia fino alle porte di bronzo d'Epifane. In quel
punto incomincia la via di Dafne — e che gli Dei vi proteggano.» —

Dopo aver dato alcuni ordini relativi al suo bagaglio, Ben Hur si pose
in cammino.

Non ebbe difficoltà a trovare la colonnata d'Erode; da quella, alle
porte di bronzo correva un lungo porticato di marmo, che egli percorse
fra mezzo ad una folla di gente composta dei rappresentanti di tutte le
nazioni commerciali del mondo.

Era la quarta ora del giorno, quando oltrepassò le porte e si trovò
in mezzo ad una interminabile processione diretta al bosco famoso. La
strada era divisa in vie separate, una pei pedoni, una pei cavalieri
e i cocchi; ed anche queste erano suddivise in due altre vie parallele
per le quali due correnti di persone si movevano in direzione opposta.
Le linee di demarcazione erano segnate da basse balaustrate interrotte
da statue poggianti su solidi piedestalli. A destra ed a sinistra della
strada estendevansi magnifici prati ed aiuole, accuratamente tenuti,
alternati di quando in quando da gruppi di quercie, di siccomori e
da pergolati di viti che invitavano i passeggieri a riposare. Le vie
riservate ai pedoni erano lastricate di pietra rossiccia e quelle
pei cavalieri erano cosparse di bianca arena compressa in modo da
darle la consistenza di un marciapiede, senza però che, come questo,
echeggiasse lo scalpitar dei cavalli ed il frastuono delle ruote.
Innumerevoli fontane di varie e meravigliose foggie lanciavano i loro
zampilli nell'aria; erano doni di Re che avevano voluto così eternare
il ricordo delle loro visite. All'ingresso del bosco, a sud-ovest, fino
alla città, questa magnifica strada misurava oltre quattro miglia in
lunghezza.

Nello stato d'animo in cui si trovava Ben Hur, lo splendore regale
della via passò quasi inosservato; e i suoi sguardi non si arrestarono
neppure sulla folla che s'avviava insieme a lui come in processione.
A dire il vero alla sua preoccupazione si univa anche una buona dose
di quella compiacenza orgogliosa propria del Romano che visitava la
provincia, mentre erano ancora fresche in lui l'impressioni della vita
fastosa che s'agitava quotidianamente intorno alla colonna d'oro posta
da Augusto nel Foro, come per indicare il perno del mondo. Non era
possibile che le provincie offrissero uno spettacolo più grandioso.

Impaziente per la lentezza dei suoi vicini, egli spiava ogni varco
della folla, per approfittarne e portarsi avanti più rapidamente.
Quando giunse ad Eraclea, villaggio suburbano a mezza strada fra la
città ed il bosco, il movimento della folla festante cominciò a far
sentire i suoi effetti sopra di lui, predisponendo il suo animo ad
accogliere impressioni più gioconde. La sua attenzione fu dapprima
attirata da un paio di capre guidate da una avvenente fanciulla; tanto
le bestie come la loro guida erano festosamente ornate di nastri o
fiori. Poi si fermò ad osservare un toro immenso, bianco come la neve,
inghirlandato di viti e portante sull'ampia groppa un fanciullo nudo,
immagine del giovane Bacco, il quale, seduto in un canestro, teneva in
mano un calice colmo di vino.

A quali altari avrebbero servito quelle offerte? si domandò
rimettendosi in cammino. Passò un cavallo con la criniera mozzata come
lo esigeva la moda, montato da un cavaliere vestito con sfarzo. Ben Hur
sorrise vedendo l'orgoglio dell'uno rispecchiarsi nell'altro. Cavalli
e cocchi in grande numero continuarono a passare dinanzi a lui sulla
strada a loro riservata, e, inconsciamente, quel moto e quella festa
cominciarono ad interessarlo. Le persone che l'attorniavano erano di
tutte le età, sessi e condizioni, tutti vestiti dei loro abiti di
festa. Un gruppo era abbigliato uniformemente di bianco, un'altro
di nero; alcuni portavano bandiere, altri turribuli fumanti; altri
cantavano inni, ed eran seguiti da individui con flauti e tamburelli.
Quale luogo meraviglioso doveva essere questo di Dafne, se ogni giorno
vi si recava tanta gente!

Finalmente vi fu un batter di mani ed uno scoppio di grida gioconde;
e, seguendo l'indicazione di molte dita, egli scorse sulla cima di
una collina il tempio che serviva d'ingresso al bosco consacrato. Gli
inni s'inalzarono con maggior foga, la musica accelerò i tempi, e Ben
Hur, dividendo l'impazienza della folla, e trascinato dall'impetuosa
corrente, mosse verso il tempio, oltrepassata la soglia del quale,
romanizzato com'era nei costumi, il suo primo impulso fu quello di
cadere in adorazione davanti a quel luogo.

A tergo dell'edificio che ornava l'ingresso, d'una costruzione di
stile severamente greco, si stendeva una larga spianata lastricata di
pietre luccicanti, ora quasi nascoste sotto una moltitudine di persone
gaie ed irrequiete, spiccante sopra uno sfondo di iridescenti zampilli
prorompenti da fontane marmoree.

Dinanzi a lui in direzione di sud-ovest si diramavano gli innumerevoli
sentieri di un giardino, il quale si mutava più in là in una foresta,
sulla quale, in quel momento, aleggiava una nube di un leggero vapore
turchino. Ben Hur contemplava il panorama, pensoso ed incerto, quando
una donna vicino a lui esclamò: — «Bellissimo spettacolo! ma dove si
deve andare adesso?» — Un uomo col capo cinto di bacche d'alloro e
che la accompagnava, rise e rispose: — «Bellissima barbara! La tua
domanda mi sa di paura terrena, e abbiamo convenuto di lasciare questi
pensieri in Antiochia. I venti che qui soffiano sono l'alito degli Dei.
Abbandoniamoci ad essi.» —

— «Ma se ci smarrissimo?» —

— «Oh, paurosa! nessuno si è mai perduto in Dafne eccetto quelli sui
quali le sue porte si sono chiuse per sempre.» —

— «E chi son costoro?» — chiese la donna tuttora conturbata.

— Son quelli che si sono abbandonati al fascino del luogo e lo hanno
scelto a dimora per la vita e per la morte. Ascolta! Fermiamoci qui, e
ti mostrerò quelli di cui parlo.» —

Sul marmoreo pavimento risuonò uno stropiccìo di piedi calzati di
sandali; la folla si aprì e lasciò l'adito ad un gruppo di ragazze,
le quali, accerchiati i due interlocutori, intonarono un canto; indi
agitando i tamburelli cominciarono a ballare. La donna, sbigottita,
s'aggrappò all'uomo, il quale, cintale la vita con un braccio,
acceso in volto, batteva coll'altro il tempo della musica. I capelli
delle danzatrici svolazzavano liberamente e le loro membra rosee
s'intravvedevano sotto le vesti di garza che imperfettamente le
coprivano. Non è concesso alla parola il descrivere la voluttà di
quella danza.

Dopo un breve giro si aprirono un varco nella sala e scomparvero
rapidamente come erano venute.

— «Che te ne pare?» — chiese l'uomo alla sua compagna.

— «Chi son desse?» — chiese a sua volta la donna.

— «Devadasi — sacerdotesse dedicate al Tempio d'Apollo. Ve ne sono
eserciti. Sono esse che cantano in coro nelle feste. Questa è la loro
dimora. Qualche volta visitano altre città, ma tutto quanto raccolgono
è portato qui ad arricchire la casa del divino cantore. Dobbiamo
andare?» —

Ben Hur, lieto di sapere che nessuno s'era mai perduto nel bosco di
Dafne, infilò una qualunque delle vie che gli si aprivano dinanzi
e penetrò nel giardino. Una statua, innalzata sopra un magnifico
piedestallo attrasse per primo i suoi sguardi. — Raffigurava un
centauro e un'iscrizione spiegava ai visitatori meno eruditi che quello
era Chirone, amato da Apollo e Diana, da loro iniziato ai misteri
della caccia, della medicina, della musica e della profezia. Nelle
mani teneva un rotolo sul quale erano incisi in caratteri greci alcuni
paragrafi di un avviso:

      — «_Viaggiatore!_

      — _Sei tu straniero?_» —

  I. Ascolta il mormorìo dei ruscelli e non temere la pioggia delle
  fontane. Così le naiadi impareranno ad amarti.

  II. Zeffiro ed Austro sono le brezze amiche di Dafne; gentili
  riformatrici della vita esse ti preparano infinite dolcezze.
  Quand'Euro soffia, Diana è a caccia; se Borea sibila, nasconditi,
  perchè Apollo è corrucciato.

  III. Le ombre del Bosco sono tue di giorno: di notte appartengono
  a Pane ed alle sue Driadi. Non turbarle.

  IV. Cibati parcamente del loto lungo le sponde dei rivi, se non
  vuoi perdere la memoria, il che equivale a diventare figlio di
  Dafne.

  V. Non toccare il ragno che tesse. È Aracne che lavora per
  Minerva.

  VI. Vuoi tu contemplare le lacrime di Dafne? Strappa un germoglio
  da un ramoscello di lauro, e morrai.

      — «_Sta in guardia!_

      _Fermati e sii felice._» —

Ben Hur lasciò la cura d'interpretare il mistico avviso ad altri che
facevano ressa intorno a lui, e si ritrasse nell'istante stesso in cui
si avvicinava il toro bianco.

Il fanciullo sedeva sulla cesta seguito da una processione; dietro a
questa veniva la donna colle capre e dietro a lei i suonatori di flauto
e tamburelli, con un'altra processione di apportatori d'offerte.

— «Ove vanno costoro?» — chiese un astante.

Un altro rispose:

— «Il toro al padre Giove; le capre...» —

— «Non custodiva una volta Apollo il gregge di Admeto?» —

— «Appunto, le capre sono per Apollo.» —

Alla bontà del lettore chiediamo indulgenza per concederci una
spiegazione. Una certa facilità di tolleranza in fatto di religione
suol formarsi in noi dopo aver per molto tempo praticato con persone
di divina fede; a poco a poco veniamo a riconoscere che ogni credenza
vanta uomini buoni e degni del nostro rispetto, e che non ci è
possibile rispettarli senza al tempo stesso estendere una certa
deferenza anche alla loro religione.

A questo punto era giunto Ben Hur. Gli anni trascorsi a Roma e quelli
vissuti nella galera avevano lasciato intatta la sua fede religiosa;
egli era sempre Ebreo, ma, a suo modo di vedere, non eravi empietà
alcuna nel contemplare il bello nel bosco di Dafne. — Ciò non toglie
per altro che quand'anche, i suoi scrupoli fossero stati più rigidi,
egli li avrebbe in quel momento probabilmente soffocati. Era concitato,
non come gli esseri irascibili che un'inezia irrita; nè la sua collera
era quella dello stordito, che, attinta alla fonte del nulla, si
disperde in rimproveri e bestemmie; l'ira sua era quella propria delle
indoli ardenti, destatasi di soprassalto pel subitaneo annientamento
d'una speranza. —

In simili casi e con tali nature la lotta non termina perchè ha urtato
contro un ostacolo, ma continua col destino, e sarebbe bene il destino
medesimo rivestisse una forma materiale e tangibile, da potersi
spezzare con uno sguardo o con un colpo, ovvero quella di un essere
vivente col quale fosse possibile sfogarsi apostrofandolo con parole
roventi. L'anima umana soffrirebbe meno combattendo un tale avversario.

A mente fredda Ben Hur non si sarebbe recato solo al Bosco, o, se vi
fosse venuto solo, si sarebbe valso del posto da lui occupato nella
famiglia del console, per procacciarsi una specie di pianta della
località, facendosi indicare i punti di speciale interesse. Se poi
avesse voluto abbandonarsi più a lungo agli ozii ed alle delizie di
quel soggiorno, si sarebbe anzitutto presentato con una lettera di
credenza a chi ne aveva la direzione.

Ma nella condizione d'animo in cui si trovava, non era uno spettatore
uguale alla massa volgare che schiamazzava tutto all'intorno.

La Divinità del Bosco non gli ispirava rispetto, nè i misteri che vi si
celavano provocavano la sua curiosità. Era un uomo smarrito dal dolore
di un crudele disinganno, insofferente di indugi, animato da un cieco
desiderio di incontrare il proprio fato, e di sfidarlo.

Il suo era quello stato mentale che rende possibile di compiere atti
arditi con apparente tranquillità.



CAPITOLO VI.


Ben Hur s'inoltrò insieme alla processione. Non aveva la curiosità
di chiedere ove si andava, e bastava, per appagarlo, la vaga
impressione che fossero tutti avviati verso i templi, magnifici centri
d'attrazione.

Ad un tratto, egli tornò a mormorare: — «Meglio essere un verme e
nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite d'un Re,» — e ripetendo
quelle parole come un ritornello chiese fra sè: — «Era poi così dolce
la vista nel Bosco? In che consisteva l'incanto? Forse in quella
dottrina filosofica spiegata dai sacerdoti dei templi? O era essa
una realtà, non percettibile ai sensi? Ogni anno migliaia d'esseri
rinunciavano al mondo per entrare qui. Lo trovavano essi il fascino?
E quando lo avevan trovato bastava esso a generare un oblìo tale da
escludere dalla mente tutti i tedi e i dolori della vita? Se il Bosco
era loro così benefico perchè non lo sarebbe anche a lui? Egli era
Ebreo: possibile che le cose buone del mondo fossero per tutti fuorchè
pei figli d'Abramo?

Le sue facoltà si concentrarono per sciogliere il quesito, senza badare
ai canti degli oblatori ne ai motteggi dei suoi compagni.

Volse gli occhi al cielo come per trovarci una soluzione; era turchino,
sì molto turchino; l'aria risuonava dei garriti delle rondini; ma lo
stesso colore aveva il cielo sovrastante alla città.

Più in là, fuori dei boschi, a destra, una deliziosa brezza, carica di
profumi, lo accarezzò per un istante, ed egli, insieme agli altri, si
fermò a guardare la direzione donde la brezza proveniva.

— «Forse da quel giardino laggiù?» — chiese ad un suo vicino.

— « Piuttosto da qualche cerimonia sacerdotale: un sacrificio in onore
di Diana, di Pane o di qualche Divinità silvestre.» —

La risposta era nella sua lingua nativa. Ben Hur guardò sorpreso lo
sconosciuto.

— «Un Ebreo?» — gli chiese.

L'individuo rispose con un sorriso rispettoso.

— «Nacqui a pochi passi dalla piazza di Gerusalemme.» —

Ben Hur era sul punto di continuare il discorso, quando, un
improvviso movimento della folla lo spinse da una parte e trascinò
in un'altra direzione il suo interlocutore. La solita veste, una
tela bruna in capo, legata con una corda gialla, ed un volto ebraico
pronunciatissimo, fu quanto Ben Hur potè ricordare dello sconosciuto.

Era arrivato a un punto ove i sentieri cominciavano a internarsi nei
boschi e offrivano pertanto una favorevole occasione per staccarsi
dall'assordante processione. Ben Hur non tardò ad approfittarne.

Incominciò col penetrare in una folta boscaglia, canora pei canti
di molti uccelli. I cespugli erano, o in fiore, o portavano frutti.
Al piede degli alberi si stendeva un soffice tappeto erboso, mentre
piante di gelsomini e d'edera si arrampicavano su tralci, ricadendo
dai rami in forma di pergolato. L'aria era pregna dei profumi della
siringa-persica, della rosa, del giglio, del leandro, della fragola,
e, perchè nulla mancasse alla felicità delle ninfe e delle najadi, un
ruscelletto serpeggiava lentamente frammezzo ai fiori.

Procedendo oltre lo salutò il grido del piccione e il tubare delle
tortorelle; alcuni merli non si mossero neppure al suo avvicinarsi
e un usignuolo rimase tranquillamente al suo posto, quantunque egli
passasse a un braccio di distanza dal ramo su cui posava. Una quaglia,
seguita dai suoi piccini, lo precedeva saltellando. Essendosi fermato
un istante per non spaventarli, vide improvvisamente sbucare da una
siepe una forma umana, trasalì. Gli era dato veramente di vedere un
satiro? Osservò più attentamente, e là suggestione del luogo essendosi
dissipata, rise fra di sè, vedendo un innocente agricoltore che teneva
in mano un falcetto da potar viti. La pace senza il timore, era questo
l'epitome e il significato del tempio di Dafne!

Sedette all'ombra di un cedro, le cui radici grigiastre pescavano
in parte nell'acque di un ruscello. Il nido d'una cingallegra si
specchiava nelle limpide onde, e la cingallegra stessa, facendo
capolino, lo fissava negli occhi, come esprimendo un muto invito. —
«Sembra che voglia dirmi:» — pensò Ben Hur — «Non ho paura di te. La
legge che governa questi luoghi è l'Amore.» — Sì, l'incanto del bosco
gli appariva ormai chiaro; ne fu contento, e decise di unirsi alla
schiera dei perduti di Dafne. Incaricato della custodia dei fiori e
degli arbusti, cercando lo sviluppo delle miti bellezze di quei luoghi,
non potrebbe egli, come l'uomo del falcetto, rinunciare ai triboli
della vita, rinunciarvi dimenticando e dimenticato?

Ma il suo sangue Ebraico si ribellò a questo progetto. L'incanto di
Dafne poteva bastare a certa gente; sarebbe stato sufficiente per lui?
L'amore è delizioso, ah sì, massime dopo tante sofferenze che egli
aveva provate, ma era poi tutto nella vita, tutto?

Una profonda differenza correva fra di lui e quegli spensierati seguaci
di Dafne. Essi non avevano doveri, non potevano averne avuti mai,
mentre egli...

— «Dio d'Israele!» — gridò a voce alta, balzando in piedi con le
guancie infocate — «Madre, Tirzah! Maledetto il luogo, maledetto il
pensiero, che mi distacca da voi!» —

A passi precipitati uscì dal boschetto degli aromi, e pervenne ad un
corso d'acqua dagli argini murati, sopra il quale metteva un ponte; vi
salì e da questo vide una serie di ponti, ciascuno di foggia diversa
dagli altri, prolungantisi infinitamente seguendo i molteplici meandri
del fiume. L'acqua limpida, profonda e tranquilla sotto di lui, un poco
più in giù si gettava rumorosa e spumeggiante da un banco di scogli,
formando una piacevole cascata. Il paesaggio che si stendeva davanti
ai suoi occhi era incantevole: ampie vallate e colline ondeggianti
con boschi, laghi, edifici fantastici, collegati gli uni con gli altri
da bianchi sentieri, e scintillanti torrenti. I prati erano verdi ed
ingemmati di fiori; qua e là greggi di pecore candide brucavano l'erba.
I loro belati, le voci e i canti dei pastori si udivano tratto tratto
portati dal vento. Sopra ogni sommità sorgevan altari a cielo scoperto,
ognuno dei quali era servito da una figura bianco-vestita, e ai quali
traevano numerose processioni di persone pure vestite di bianco. Quali
misteri dovevano celarsi in un quadro così meravigliosamente bello!
Lentamente Ben Hur ricuperò la padronanza de' suoi pensieri e si scosse
dalla specie di estasi in cui era caduto.

Una rivelazione gli balenò tutto ad un tratto alla mente. Allora
soltanto si accorse che il bosco era tutto un tempio, un tempio
vastissimo senza mura nè tetto!

Mai nessuno aveva veduto un simile tempio.

L'architetto non si era preoccupato di colonne e di porticati, di
proporzioni e di misure. Egli si era semplicemente ed assai bene
servito della natura. L'arte non poteva far dippiù. Fu così che
l'astuto figliuolo di Giove e di Calisto creò l'Arcadia, e, nell'un
caso come nell'altro, trionfò il genio ideatore Greco.

Dal ponte Ben Hur passò nella valle più vicina. Si appressò ad un
gregge di pecore, custodito da una fanciulla che con un gesto gli fece:
— «Vieni!»

Più in là il sentiero circuiva un'altura, un piedestallo di nero
gnais, avente per cappello una lastra di marmo bianco artisticamente
tagliata, sopra il quale sorgeva un braciere di bronzo. Poco discosta,
una donna, vedutolo, agitò una verga di salice ed al suo passaggio
gli disse: — «Fermati» — accompagnando la parola con un'irresistibile
sorriso di voluttuose promesse. Più lungi ancora s'imbattè in una
delle processioni, alla testa della quale una turba di piccole
fanciulle, nude e inghirlandate, cantavano, con vocine stridule,
seguite da un gruppo di giovinetti, nudi anch'essi ed abbronzati dal
sole, accompagnanti colle danze il canto delle fanciulle; dietro ad
essi veniva la processione, formata tutta di donne che recavano agli
altari cesti di spezie e di dolci, donne vestite con una semplicità
che poco celava allo sguardo. Mentre egli passava, alzarono le mani ed
esclamarono in coro: — «Fermati e vieni con noi!» — ed una Greca recitò
una strofa d'Anacreonte:

    Poichè oggi io prendo e dono,
    Poichè lieto è il mio cammino,
    Vieni e godi o pellegrino:
    Chi t'accerta del diman?

Ma, indifferente, egli proseguì la sua via finchè si trovò all'ingresso
di un rigoglioso boschetto nel cuor della valle donde questa apparve
più bella ed incantevole all'occhio dell'osservatore.

Dall'ombra degli alberi emanava una molle seduzione. L'erba ai
loro piedi era pochissima e soffice. Tutte le varietà orientali
d'alberi e di cespugli erano rappresentate da splendidi esemplari,
che s'alternavano con piante esotiche e strane; gruppi di palme dai
pennacchi regali; siccomori e lauri; quercie frondose e cedri più
maestosi dei loro classici prototipi del Libano; gelsi e terebinti e
semprevivi; un paradiso terrestre. In mezzo ad una radura sorgeva una
statua di meravigliosa bellezza, raffigurante Dafne, la Dea protettrice
del luogo. Ai piedi della statua, coricati sopra una pelle di tigre,
addormentati, Ben Hur vide una fanciulla ed un giovane abbracciati in
un amoroso amplesso. Un falcetto ed un canestro rovesciato giacevano
loro appresso, e, da quest'ultimo, usciva un mucchio di rose formando
una cascata di fiori sopra il prato.

Ben Hur si ritrasse con un senso di profonda vergogna. Nel boschetto
degli aromi egli aveva creduto di scoprire l'incanto misterioso del
luogo ove regnasse pace senza timore e quasi aveva ceduto a quel
fascino dolce e sereno; ora, da quell'esotico amplesso in pieno
giorno, lì, ai piedi di Dafne, ebbe una nuova rivelazione. Il principio
imperante nel luogo era l'amore, ma l'amore fuori della legge.

Questa era la pace dolcissima di Dafne!

Questo lo scopo della vita dei suoi ministri!

A questo segno un clero astuto aveva asservito la natura, gli uccelli
dell'aria, i fiumi, i fiori, il lavoro dell'uomo, la santità degli
altari, il fecondo bacio del sole!

I seguaci della Ninfa, i devoti di quel gran tempio a cielo scoperto,
anche quelli che col lavoro delle loro braccia lo mantenevano in
quello stato di magnificenza e di perfezione, destarono un senso di
disgusto e di sdegno nel petto di Ben Hur, ora che il movente delle
loro azioni non gli era più un mistero. Certo v'eran stati alcuni
che, gemendo sotto un fardello di triboli troppo gravi a sopportarsi
si erano lasciati attirare dalle promesse di pace che offriva loro
il soggiorno in un luogo consacrato, alla cui bellezza, in mancanza
d'altri doni, essi pagavano un tributo col loro lavoro; ma, certamente,
non era di questi che si componeva la grande maggioranza dei fedeli.
Ampie e dorate erano le reti che Apollo tendeva in ogni parte ai suoi
seguaci, e sotto le maghe; ma nessuna eguagliava lo splendore del Bosco
di Dafne. A questo traevano tutti i libanti del mondo, i sensualisti
d'oriente e d'occidente. I loro voti non si ispiravano a nessuna
nobile esaltazione, a nessun zelo pel Dio del canto o per l'infelice
sua amante, a nessun principio filosofico che prescrivesse la calma
dell'eremo e il raccoglimento della natura, il conforto della religione
e i riti di un amore elevato e sereno. In quell'età due soli popoli
sarebbero stati capaci di assurgere a tale altezza di concezione:
quello retto dalle leggi di Mosè, e quello cui Brama reggeva. Essi soli
avrebbero potuto esclamare: — «Meglio la legge senza amore che l'amore
senza la legge.» —

Ben Hur continuò la sua strada, tenendo la testa alta, come chi,
pure apprezzando le delizie che lo attorniano, sa contemplare con la
calma derivante da una chiara percezione del suo valore. Il pensiero
d'essersi quasi lasciato adescare da quelle fallaci insidie, richiamava
di tanto in tanto un sorriso sulle sue labbra.



CAPITOLO VII.


Giunse ad una foresta di cipressi alti e diritti come colonne, da cui
procedevano le note gaie d'una cornetta. Sdraiato sull'erba, all'ombra
di un albero, vide quel tale a lui incognito nel quale s'era imbattuto
poc'anzi.

Lo sconosciuto si alzò e gli venne incontro.

— «Di nuovo la pace sia con voi.» — disse in tono cordiale.

— «Vi ringrazio» — rispose Ben Hur — «facciamo forse la stessa
strada?» —

— «Io sono diretto allo stadio, e voi?» —

— «Lo stadio?» —

— «Sì; la cornetta che avete udito poc'anzi è un appello pei
competitori.» —

— «Amico» — fece Ben Hur — «Confesso la mia ignoranza, e se vorrete
servirmi da guida, vi sarò grato.» —

— «Volontieri. — Ascoltate! — Mi par di udire il rumore dei cocchi.
Stanno per entrare nella pista.» —

Ben Hur stette in ascolto un momento; poi riprese la presentazione
interrotta al crocicchio innanzi ai templi: — «Io sono figlio del
duumviro Arrio — e tu?» —

— «Io mi chiamo Malluch, negoziante di Antiochia.» —

— «Ebbene, buon Malluch; il corno, lo strepito delle ruote; la
prospettiva di uno spettacolo hanno destato la mia curiosità. Ho
qualche cognizione di quegli esercizî e non sono sconosciuto nelle
palestre di Roma. Andiamo alla gara.» —

Malluch lo guardò stupito: — «Il duumviro era Romano; pure vedo suo
figlio vestito da Ebreo.» —

— «L'illustre Arrio era mio padre adottivo.» — spiegò Ben Hur.

— «Ah, comprendo! Perdonate.» —

Uscendo dalla foresta la quale formava come il bordo di una vasta
radura si trovarono davanti a uno stadio. La pista era di terra
compressa e bagnata, ed il tracciato n'era segnato da corde appese
negligentemente fra lancie confitte nel suolo. Per gli spettatori si
erano eretti dei _podia_ riparati da fitte tende e forniti di sedili
degradanti.

Sopra uno di quei podia i due nuovi arrivati si sedettero. Ben Hur
contò i cocchi mentre sfilavano — erano nove.

— «Mi piacciono!» — esclamò, — «Credeva che qui in Oriente non si
aspirasse oltre la biga, ma vedo che si è ambiziosi e che ci si
esercita anche colle quadrighe. Osserviamoli bene!» —

Otto quadrighe passarono, alcune al trotto, altre al passo e tutte
guidate in modo ineccepibile; la nona venne al galoppo ed al suo
apparire Ben Hur non potè trattenere la propria ammirazione.

— «Sono stato nelle stalle dell'Imperatore, Malluch, ma, pel nostro
padre Abramo, di benedetta memoria, non ho mai veduto cavalli più
belli.» —

I quattro cavalli si trovavano proprio di fronte al podio dei due
ebrei, quando, tutto ad un tratto, si scompigliarono. Un grido
acuto partì da uno degli spettatori sul podio e Ben Hur vide un
vecchio alzarsi a metà dal suo sedile, stringere i pugni, mandar
lampi inferociti dagli occhi, mentre il tremolìo della lunga barba
bianca tradiva l'agitazione di tutta la sua persona. — Alcuni vicini
incominciarono a ridere.

— «Dovrebbero rispettare almeno le sue canizie. Chi è costui?» — chiese
Ben Hur.

— «Un potente del deserto, dimorante oltre il Moab, proprietario
di mandre di cammelli e di cavalli, e discendente, si afferma, dai
cavalieri del primo Faraone — lo sceicco Ilderim.» — rispose Malluch.

L'auriga frattanto faceva vani sforzi per domare i cavalli ed ogni
tentativo esacerbava sempre più lo sceicco.

— «Che Abaddon se lo pigli!» — urlò l'infuriato patriarca. «correte!
volate, figli miei!» l'ordine veniva dato ad alcuni servi, appartenenti
evidentemente alla sua tribù. «Ma non avete capito? Essi son figli del
deserto come voi. Animo, afferrateli subito!» —

Frattanto lo scompiglio andava aumentando.

— «Maledetto romano!» — continuò lo sceicco protendendo il pugno verso
l'auriga. — «Non mi ha egli giurato che saprebbe guidarli — sì, giurato
per tutti gli Dei bastardi del suo paese? Eh, dico, giù le mani! —
Mi ha assicurato ch'essi correrebbero colla velocità dell'aquila e
colla docilità delle pecore! Ch'egli sia maledetto e con lui quella
madre di menzogne di cui è figlio! Guardateli, che splendidi animali!
Ch'egli si permetta di solo toccarli colla frusta e....» e le sue
parole terminarono in un digrignar di denti. «Si metta alla loro
testa, uno di voi, e parli con essi: una sola parola nel linguaggio del
deserto basta ad acquetarli. Pazzo, pazzo che fui nell'affidarmi ad un
romano!» —

Alcuni fra i più accorti del suo seguito si cacciarono fra lui ed
i suoi cavalli mentre un violento colpo di tosse troncò la voce del
vecchio.

Ben Hur che credette di comprendere lo sceicco, si sentì attratto
verso di lui — più che l'orgoglio della proprietà più che il timore pel
risultato della gara, scorgeva nel patriarca un'infinita tenerezza pei
suoi cavalli.

Erano tutti bai, senza una macchia, perfettamente accoppiati e di
splendide proporzioni. Delicatissime le orecchie e piccole le teste; i
musi larghi; le narici, quando s'arricciavano, mostravano la membrana
di un rosso vivo fiammante; arcati i colli e fregiati d'una criniera
così abbondante da coprirne le spalle ed il petto. Dalle ginocchia
in giù le gambe erano sottili e diritte, ma, al disopra, esse si
arrotondavano per lo sviluppo di forti muscoli, quali si richiedevano
per sopportare la bella e complessa corporatura superiore: gli
zoccoli splendevano come coppe di lucente agata; nell'impennarsi e nel
ricalcitrare i nobili corsieri sferzavano l'aria e qualche volta la
terra colle lunghe code. Lo sceicco li aveva chiamati splendidi, ed
aveva detto bene.

Un secondo e più attento esame dei cavalli rivelò a Ben Hur qual fosse
la ragione dell'affetto del loro padrone per essi: erano cresciuti
sotto i suoi occhi, oggetto delle sue cure durante il giorno, sogno
delle sue notti, sotto i padiglioni nel deserto, quasi fratelli coi
membri della sua famiglia, e da lui amati quali figli. Perchè essi
gli offrissero campo di riportare una vittoria sull'odiato romano,
quel vecchio li aveva condotti in città, non dubitando del loro
successo purchè guidati da mano esperta; ma qui stava la difficoltà,
poichè occorreva, oltre l'ordinaria esperienza, un intuito speciale,
una corrente di intima simpatia fra l'auriga e le bestie. Alla calda
natura dello sceicco non era possibile l'uniformarsi al costume dei
freddi abitatori d'occidente, di protestare cioè senz'altro l'auriga
e tranquillamente licenziarlo; come arabo e come sceicco gli era forza
dar clamoroso sfogo al suo risentimento e riempir l'aria d'improperii.

Prima ancora che il patriarca avesse vuotato il sacco d'ingiurie di
cui era ben fornito, una dozzina di mani aveva afferrati i cavalli pel
morso, e la quiete si era ristabilita. Nello stesso istante un nuovo
cocchio comparve sulla pista presentando un aspetto diverso dagli
altri in quanto che, cocchio, guidatore e corsieri, erano addobbati
come nel giorno della gara finale. Per una ragione, che apparirà in
seguito, fa d'uopo descrivere alquanto minutamente il nuovo arrivato.
Il veicolo apparteneva alla classica e ormai nota categoria di bighe
romane: Basse le ruote e unite da una sala larga, su cui poggiava
un cassone aperto di dietro. Tale era il modello primitivo delle
bighe: il genio artistico dei Greci e di Romani riuscì col tempo a
dare al rozzo veicolo quella forma elegante, che raggiunse la sua più
perfetta estrinsecazione, nella raffigurazione plastica del cocchio
dell'Aurora. I guidatori antichi, non meno accorti ed ambiziosi dei
moderni, solevano chiamare il loro più umile attacco una _biga_ ed il
più signorile un _quadriga_; con quest'ultima essi concorrevano alle
solennità dei giuochi olimpici e ad altre gare sorte ad imitazione di
quelle.

Essi poi preferivano guidare i quattro cavalli allineati di fronte,
e per distinguerli solevano chiamare i due immediatamente vicini al
timone _cavalli da giogo_ e gli altri _cavalli da tiro_. Era pure
loro avviso che col lasciare la massima libertà d'azione si ottenesse
la massima velocità, per cui i finimenti in uso erano d'una notevole
semplicità; essi si riducevano infatti ad un collare, ad un tirante
che teneva il collare alla cavezza, ed alle redini. Volendo attaccare
i cavalli si assicurava un giogo di legno all'estremità del timone
mediante cinghie passate entro appositi anelli. I tiranti dei cavalli
da giogo venivano assicurati alla sala, quelli degli altri alla
sporgenza superiore del telaio. In quanto alle redini esse venivano
raccolte da un'anello all'estremità del timone, donde si partivano in
forma di ventaglio in modo da terminare al morso di ogni cavallo. Il
lettore potrà facilmente rilevare ulteriori particolari in proposito
seguendo gl'incidenti che siamo sul punto di narrare.

I primi competitori erano stati accolti in silenzio, ma il nuovo
arrivato ebbe maggior fortuna. Il suo avanzarsi verso il podio dal
quale noi assistiamo alla scena, fu salutato da clamorose acclamazioni
che attirarono su di lui gli sguardi di tutti. I cavalli di mezzo erano
neri, quelli ai lati bianchi come la neve. In conformità alle esigenze
della moda romana, le loro code erano state tosate, mentre le mozze
criniere erano divise in treccie fregiate di nastri rossi e gialli.

Giunto ad un punto ove il cocchio si offriva tutto intiero alla
vista degli spettatori sul podio, questi dovettero convenire che le
grida d'ammirazione erano pienamente giustificate. Le ruote erano
di meravigliosa costruzione: robuste fascie di bronzo brunito ne
rinforzavano i perni leggerissimi; i raggi erano costituiti da zanne
d'avorio montate colla loro naturale curvatura all'esterno, onde
ottenere la maggior perfezione di concavità, considerata sin d'allora
cosa importantissima; i cerchi erano d'ebano colla lastra esterna
in bronzo; la sala, in armonia colle ruote, aveva alle estremità
una testa di tigre, e, tutta la parte superiore del cocchio era di
vimini dorati. L'arrivo di questo splendido equipaggio indusse Ben
Hur a guardare con qualche interesse l'auriga. Chi era egli? Mentre
facevasi questa domanda non poteva ancora vedergli il volto, e nemmeno
l'intiera figura, eppure qualche cosa nel suo aspetto generale e nelle
sue movenze non gli pareva nuovo. — Chi poteva mai essere? I cavalli
si avvicinavano al trotto. Dallo splendore dell'equipaggio e dal
clamore ch'esso sollevava era lecito supporre si trattasse di qualche
gran dignitario o di un principe illustre. La presenza di un magnate
in quel posto non sarebbe stata in contraddizione alcuna con la sua
condizione sociale: è noto come più tardi Nerone e Commodo guidassero
i loro cocchi nel circo. Ben Hur si alzò e si fece strada fra la folla
fino ad arrivare davanti alla cancellata che divideva il podio dalla
pista. Il suo volto esprimeva serietà e i suoi movimenti tradivano
l'impazienza. Il cocchio passò davanti al cancello: su di esso erano
due persone; l'auriga e un compagno, il Mirtilo, come classicamente
solevano chiamarli i gran signori appassionati per le corse; ma Ben Hur
non aveva occhi che per il primo, ritto in piedi, colle redini avvolte
attorno al corpo formoso, solo in parte coperto da una tunica di panno
rosso-chiaro. Nella destra stringeva una frusta, nell'altra mano,
leggermente sollevata e protesa, le quattro redini. Piena di grazia è
di forza era la posa. Gli applausi non avevano la virtù di scuoterne
l'impassibilità. Ben Hur provò una fitta al cuore; il suo istinto e la
sua memoria non l'avevano ingannato — _l'auriga era Messala!_

La rara bellezza dei cavalli, la magnificenza del cocchio,
l'atteggiamento altiero della persona, ma sopratutto la fredda
espressione del volto, le fattezze marcate ed aquiline, caratteristiche
della razza dominatrice, proclamavano a chiare note che il tempo non
aveva in nulla modificato il carattere sprezzante, audace, cinico, ed
ambizioso del giovanetto Romano.



CAPITOLO VIII.


Allorchè Ben Hur scese dai gradini del podio, un arabo sorse in piedi e
disse ad alta voce a guisa di proclama:

— «Uomini d'oriente e d'occidente, statemi ad udire! — Il buon sceicco
Ilderim vi saluta. — Con quattro corsieri, figli dei favoriti di
Salomone il Sapiente, egli è venuto qui per gareggiare coi migliori
campioni. Egli ha bisogno di un auriga; grandi ricchezze aspettano chi
saprà guidare degnamente i suoi cavalli. Qui ed altrove, nella città
e nei circhi, ovunque sogliono adunarsi i forti, fate nota questa sua
offerta. Così vuole Ilderim, il generoso sceicco, mio signore.» —

L'invito sollevò un mormorio confuso nel popolo affollato sotto la
tenda. Prima di sera quell'invito sarebbe stato diffuso in tutti
i ritrovi frequentati dai dilettanti di giuochi olimpici e dai
professionisti. Ben Hur sostò un momento guardando indeciso ora
l'araldo ora lo sceicco, e Malluch credette ch'egli fosse sul punto
d'accettare l'offerta. Fu pertanto con un senso di sollievo ch'egli
lo vide invece rivolgersi a lui colla domanda: — «Buon Malluch, ove
andremo ora?» —

Rispose Malluch ridendo: — «Se volete seguire l'esempio di tutti quelli
che vengono qui per la prima volta andrete subito a farvi predire la
vostra fortuna.» —

— «La mia fortuna? Per quanto il suggerimento m'abbia un certo sapore
d'infedeltà, andiamo pure dalla Dea.» —

— «Adagio, adagio figlio d'Arrio: questi sacerdoti di Apollo non
fanno le cose così. Invece di mettervi a contatto con una Pizia o
con una Sibilla, essi vi vendono un papiro e v'invitano ad immergerlo
nell'acqua d'una certa fontana, dopo di che potrete leggere in versi il
vostro avvenire.» —

L'espressione di fugace curiosità che aveva animato il volto di Ben Hur
scomparve.

— «Vi sono creature» — osservò amaramente, — «che non hanno bisogno di
preoccuparsi del loro avvenire.» —

— «Allora preferite visitare i templi?» —

— «I templi sono Greci, nevvero?»

— «Li chiamano Greci.» —

— «Gli Elleni erano in arte maestri del bello, ma nell'architettura
essi sacrificarono la varietà alla rigidità della linea. I loro templi
si rassomigliano tutti. Come chiamate la fontana?» —

— «Castalia.» —

— «Ah! la sua fama è universale. Andiamo colà.» —

Malluch il quale osservava il suo compagno lungo il cammino, s'accorse
ch'egli s'era fatto mesto e distratto. Non guardava le persone che
gli passavano vicino e mostravasi indifferente alle meraviglie che gli
sorgevano d'intorno; camminava silenzioso, rannuvolato, a passo lento.

Il fatto si è che la vista di Messala lo perseguitava evocando dolorose
memorie. Gli pareva che sole poche ore fossero trascorse dacchè egli
era stato strappato dalle braccia della madre ed i suggelli eran stati
apposti alla casa paterna. Ripensava ai sogni di vendetta maturati
durante i lunghi anni passati nella galera, e che avevano per oggetto
principale appunto quel Messala. Poteva esservi misericordia per
Grato, ma per Messala, mai! E per raffermarsi nella sua risoluzione
egli soleva ripetere a sè stesso: — «Chi ci additò ai persecutori? e,
quando implorai soccorso, e non per me, chi mi abbandonò sogghignando?»
— Sempre il sogno terminava colle stessa terribile invocazione: — «Il
giorno ch'io m'imbatterò in lui, Dio dei miei padri, aiutami a compiere
adeguata vendetta!» —

E l'incontro era prossimo, imminente.

Forse s'egli avesse ritrovato Messala povero ed infelice, i suoi
sentimenti sarebbero stati diversi; ma così non era. Lo ritrovava più
prosperoso che mai, e più che mai insolente nella sua prosperità.

Così avvenne che mentre Malluch lo credeva distratto egli stava invece
pensando in qual modo avrebbe avuto luogo l'agognato incontro ed a
quali mezzi egli ricorrerebbe per renderlo memorabile.

Si diressero poco dopo verso un viale di quercie ove il pubblico andava
e veniva in gruppi di pedoni di cavalieri, e di donne in lettighe
portate da schiavi, e dove, di tempo in tempo, transitavano cocchi
trascinati con velocità vertiginosa da focosi cavalli. All'estremità,
del viale la strada, con lieve pendenza, scendeva fiancheggiata a
destra da un'irta scarpa di roccia grigia, ed, a sinistra, da un
vasto prato di singolare freschezza; qui si offriva alla vista dello
spettatore la famosa Fontana di Castalia.

Spintosi a forza di gomiti attraverso la folla, Ben Hur si trovò
dinanzi ad un getto d'acqua, che, dalla sommità di una roccia, si
versava in un bacino di marmo nero dove scompariva spumeggiante come in
un imbuto.

Presso al bacino, sotto un piccolo porticato scavato nel sasso, stava
seduto un sacerdote vecchio, barbuto, grinzoso ed incappucciato, un
vero tipo d'eremita. Dal contegno del pubblico sarebbe stato difficile
l'indovinare quale fosse la principale attrattiva, per esso: se la
fontana o il suo custode. Egli udiva, osservava ed era osservato, ma
non parlava mai.

Di quando in quando qualche devoto gli porgeva una moneta. Con un
rapido e scaltro luccicar degli occhi egli la pigliava e dava in cambio
un foglio di papiro.

Subito il devoto immergeva il papiro nel bacino, poi, alzatolo e
guardandolo contro i raggi del sole, vi leggeva un verso. Pare che la
fama della Fontana non avesse a soffrire per la povertà dei versi.
— Prima che Ben Hur potesse a sua volta consultar l'oracolo, altri
visitatori s'avanzarono, il cui aspetto eccitò la sua curiosità non
meno di quella dei suoi compagni.

Precedeva un cammello altissimo e completamente bianco, condotto da un
uomo a cavallo che lo teneva per la briglia. L'_houdah_, o sedile, sul
dorso del cammello era straordinariamente grande e rivestito di porpora
e d'oro. Due altri cavalieri seguivano il cammello, armati di lancie.

— «Che cammello meraviglioso!» — esclamò uno degli astanti.

— «Qualche principe venuto da lontano,» — osservò un altro.

— «Forse un Re.» —

— «I Re sono portati da elefanti e non da cammelli.» —

— «Un cammello, e per di più un cammello bianco!» fece un terzo.

— «Per Apollo, vi dirò io di che si tratta. Coloro che voi vedete non
sono nè Re nè principi; sono donne.» —

E qui la discussione fu troncata dall'arrivo della comitiva. Il
cammello, visto da vicino, non ismentì l'impressione destata da
lontano. Nessuno dei presenti aveva mai veduto un'animale più alto e
più maestoso. Che occhi neri! Come era fine e morbido quel suo pelo
bianco! Come armonizzava bene colle bardature dorate! Un tintinnio di
campanelli d'argento lo accompagnava ed egli si moveva come inconscio
del peso che portava. — Ma chi erano l'uomo e la donna sotto il
baldacchino dell'_houdah_? Ogni sguardo era rivolto su di essi. Se
l'uomo era un principe bisognava proprio convenire dell'imparzialità
del tempo, che non fa distinzione fra potenti ed umili, poichè
l'aspetto del vecchio che nulla rivelava circa la sua nazionalità, era
quello di una mummia: i curiosi radunati alla fontana non trovarono
nulla da invidiargli all'infuori del ricco sciallo che ne avvolgeva la
persona.

La donna se ne stava seduta secondo il costume orientale fra finissimi
veli e merletti. Al dissopra dei gomiti portava braccialetti in
forma di serpentelli uniti con catenelle d'oro ad altri braccialetti
ai polsi. Salvo questi ornamenti le braccia erano nude e di forma
oltremodo seducente, cui facevano degno complemento due manine
quasi infantili, una delle quali scintillava pei numerosi anelli
che l'adornavano. Il velo o reticella che le copriva il capo era
tempestato di bacche di corallo e legato con una filza di monete, in
parte accerchiantile la fronte, in parte scendentile sulle spalle,
confuse in una folta massa di capelli neri. Dal suo seggio elevato essa
contemplava il pubblico con curiosità ed apparentemente senz'accorgersi
della curiosità ch'essa stessa destava. Il più singolare poi si era
che, contrariamente al costume delle signore, essa aveva il viso
scoperto.

Ed era veramente bello quel viso, bello per la giovanile freschezza,
per la forma ovale, per la carnagione trasparente, per gli occhi
grandi, per le labbra coralline e pei bianchissimi denti. A queste
attrattive aggiungasi la distinzione di una testolina classicamente
modellata e d'un volto aristocratico, che le davano un'aria veramente
regale.

Cosichè fosse rimasta soddisfatta dell'esame del luogo e delle persone,
la vaga creatura diede un ordine al servo, un tarchiato etiope,
nudo sino alla cintola, il quale avvicinò il cammello alla fontana e
l'obbligò a piegare le ginocchia. Poscia, ricevuto dalle mani della
sua signora una coppa, stava per riempirla, allorchè un forte rumor di
ruote e uno scalpitar di cavalli al galoppo venne a rompere l'incanto
prodotto dall'apparizione della bella straniera e, con un grido
d'allarme, il pubblico si sbandò per lasciar libero il passo.

— «Quel Romano pare che voglia travolgerci, badate a voi!» — gridò
Malluch a Ben Hur, spiccando un salto per porsi in salvo.

Quest'ultimo si volse, e vide Messala che, a gran carriera, dirigeva
il suo cocchio sulla folla. Questa, sbandandosi, lasciò scoperto il
cammello, il quale, o inconscio o incurante del pericolo, non si mosse.
L'Etiope era paralizzato dal terrore. Il vecchio fece un vano tentativo
per uscire dal suo _houdah_, ma nè egli nè la donna erano più in tempo
a salvarsi. Ben Hur, balzò davanti a loro e tuonò rivolto a Messala:

— «Fermati! indietro, indietro.» —

Un sorriso illuminò il volto del patrizio.

Non vedendo altra via di scampo Ben Hur, si precipitò innanzi ed
arrestò di botto il cocchio afferrando due dei cavalli pel morso:
«Cane d'un Romano, tieni in così poco conto la vita?» gridò, mentre con
sforzi erculei obbligava i cavalli a retrocedere. — La subìta scossa
fece traballare il carro. Messala fu appena in tempo ad evitare di
cadere, ma il compiacente suo Mirtilo andò a ruzzolare lungo la via,
fra le risa di scherno degli spettatori.

L'impareggiabile disinvoltura del Romano non venne meno in
quest'occasione. Sciogliendosi dalle redini in cui era avviluppato,
le gettò da banda; fece il giro del cammello, guardò Ben Hur, e parlò
rivolgendosi al vecchio ed alla donna.

— «Chiedo venia ad entrambi: io son Messala, e per la nostra madre
terra vi giuro che non vi aveva veduti. In quanto a questa buona gente,
ho forse fatto troppo a fidanza sulla mia destrezza: voleva ridere
a loro spese e sono essi invece che ridono di me; — buon pro' lor
faccia.» —

Il sorriso bonario, lo sguardo ed il gesto indifferente col quale
s'era rivolto al pubblico s'accordavano bene con quelle parole. Tutti
tacquero in attesa di quanto egli direbbe ancora. Fatto allontanare
il cocchio di pochi passi dal buon Mirtilo, egli proseguì guardando
arditamente la fanciulla:

— «Ti prego d'intercedere per me presso questo brav'uomo il cui perdono
chiederò con maggior insistenza più tardi se ora non l'ottengo. — È tuo
padre nevvero?» —

Essa non rispose.

— «Per Pallade, sei pur bella! Bada che Apollo non ti scambii pel
suo perduto amore. Sarei curioso di sapere qual paese può vantarsi
d'averti per figlia. Non torcere lo sguardo. Il sole d'india è riflesso
nei tuoi occhi e l'Egitto ha impresso sulle tue gote i segni d'amore.
Per Polluce, non preoccuparti di colui, bella incognita, prima d'aver
perdonato a questo schiavo che prega ai tuoi piedi.» —

La giovane donna lo aveva interrotto per chiamare d'un cenno Ben Hur,
il quale le si appressò:

— «Ti prego, prendi la coppa e riempila» — gli disse — «mio padre ha
sete.» —

— «Ti servirò con piacere» — rispose il giovine, e rivolgendosi per
rendere il chiesto servizio si trovò faccia a faccia con Messala. I
loro sguardi s'incrociarono: quello dell'Ebreo era provocante, mentre
gli occhi del Romano altro non esprimevano che una beffarda bonarietà.

— «Bella straniera, altrettanto crudele quanto bella» — continuò
Messala con un saluto della mano — «se Apollo non ti rapisce nel
frattempo, mi rivedrai. Non conoscendo il tuo paese non so a qual
Dio raccomandarti, cosicchè, per tutti gli Dei! non mi resta che a
raccomandarti a me stesso.» —

Visto che Mirtilo aveva acquetati i cavalli e che li teneva pronti
per la partenza, risalì sul cocchio. La donna lo seguì collo sguardo,
nel quale invero non si leggeva alcuna espressione di risentimento,
poscia ricevette la coppa e la passò al padre che gliela restituì
dopo aver bevuto un sorso; allora anch'essa vi appressò le labbra,
e poi tendendola con un gesto pieno di grazia a Ben Hur, disse, con
ineffabile dolcezza:

— «Tienla, te ne preghiamo! essa è piena di benedizioni per te.» —

Il cammello fu fatto alzare e stava per muovere di là quando il vecchio
chiamò Ben Hur.

Questi gli si avvicinò rispettosamente.

— «Tu hai oggi reso un gran servigio a uno straniero» — disse.

— «Non v'è che un Dio solo e nel suo santo nome io ti ringrazio. Mi
chiamo Balthazar, l'Egiziano. Nel grande Orto delle Palme, oltre il
villaggio di Dafne, lo sceicco Ilderim il Generoso ha piantate le
proprie tende e noi siamo suoi ospiti. Vieni colà a chiedere di noi. Vi
troverai il benvenuto della riconoscenza.» —

Ben Hur rimase meravigliato della voce chiara e della dignità di quel
vecchio venerando.

Mentre stava osservando la partenza della comitiva vide di nuovo
Messala.

Il Romano allontanavasi come era venuto, ridendo con indifferenza
beffarda.



CAPITOLO IX.


D'ordinario uno dei mezzi più sicuri per farsi odiare da una persona,
è quello di comportarsi bene in un'occasione in cui quella persona s'è
comportata male.

Fortunatamente Malluch faceva eccezione alla regola.

L'incidente di cui era stato testimonio aveva anzi aumentata la sua
stima per Ben Hur rivelatogli uomo coraggioso e destro.

Se ora avesse potuto apprendere qualche cosa della storia del giovane
avrebbe, pensava egli, un'interessante rapporto della giornata da
sottoporre all'ottimo messer Simonide.

Intanto due fatti gli constavano già. Il suo compagno era Ebreo e
figlio adottivo di un celebre Romano. Un altro pensiero germogliava
nella sua mente. Messala ed il figlio del duumviro non dovevano essere
estranei l'uno all'altro. Di qual natura erano i loro rapporti? Come
venirne in chiaro?

Per quanto ei si lambiccasse il cervello, non riusciva a trovare
un'addentellato per entrare in argomento, e già rassegnavasi a
rinunciare ad ogni tentativo quando Ben Hur stesso venne in suo
soccorso.

Egli prese Malluch per un braccio e con lui si scostò dalla folla la
quale ormai volgeva di nuovo la propria attenzione al vecchio sacerdote
ed alla mistica fontana.

— «Buon Malluch,» — chiese Ben Hur arrestandosi, — «può un'uomo
dimenticare la propria madre?» —

Questa domanda, fatta a bruciapelo e senza applicazione diretta, non
poteva a meno d'imbarazzare l'interrogato, il quale, guardando il
compagno come per leggergli in volto il vero significato delle sue
parole, vi scorse invece tali segni di sincera emozione da sentirsene
scosso.

— «No,» — rispose con calore. — «No, mai,» — indi, ripreso
completamente possesso di se stesso soggiunse con calma: — «mai s'egli
è Israelita. Una delle prime lezioni ch'io imparai alla Sinagoga fu la
venerazione pei genitori, poichè, come disse il figliuolo di Sirach: —
«Venera tuo padre con tutta l'anima e non dimenticare le sofferenze di
tua madre.» —

Il volto di Ben Hur si fece più acceso. — «Quelle parole,» — disse con
voce commossa, — «mi richiamano alla mente la mia infanzia ed esse mi
provano pure che tu sei un buon Ebreo. Tu m'ispiri fiducia.» —

Abbandonò il braccio, al quale sin qui s'era tenuto stretto, e con ambe
le mani compresse le pieghe della veste che gli copriva il petto, quasi
a soffocare un'acuto dolore che lo straziava, indi proseguì:

— «Mio padre, portava un nome distinto e godeva di non poca
considerazione a Gerusalemme ov'egli abitava. Mia madre, alla morte
di lui, era ancora nel fiore dell'età, e io non saprei davvero trovar
parole per descrivere quanto buona ella fosse e bella. Io aveva
anche una sorellina, e noi tre componevamo la famiglia, una famiglia
così felice da giustificare le parole del vecchio Rabbi: — «Dio non
potendo essere da per tutto, creò le madri.» — Un giorno una disgrazia
accidentale toccò ad un'alto funzionario romano, mentre passava davanti
alla nostra casa accompagnato da una coorte; i legionarii abbatterono
la porta, si precipitarono in casa e ci arrestarono. Da quel giorno non
ho riveduto mia madre e mia sorella. Non posso dire s'esse siano vive o
morte e non so che cosa sia avvenuto di esse. Ma, Malluch, quell'uomo,
laggiù nel cocchio, era presente alla nostra separazione; fu egli
stesso che ci consegnò ai soldati, sogghignando barbaramente, mentre
mia madre, invocante pietà pei suoi figli, veniva trascinata a viva
forza. Non ti saprei dire se in me prevalga l'odio o l'amore. Oggi lo
riconobbi da lontano e — qui riafferrò il braccio dell'altro — Malluch,
quell'uomo conosce il segreto ch'io darei la mia vita per scoprire; sì,
egli potrebbe dirmi ove trovansi le poverette, se siano vive, ed ove,
se morte, io potrei ritrovare le loro ossa.» —

— «E non vuol parlare?» —

— «No.» —

— «Perchè?» —

— «Perchè io sono Ebreo ed egli è Romano.» —

— «Ma i Romani hanno pure una lingua e gli Ebrei, per quanto
disprezzati, dispongono di mezzi efficacissimi.» —

— «Non per casi di questo genere. Trattasi d'un segreto di Stato. Devi
sapere che tutti i beni di mio padre furono confiscati e divisi fra i
nostri nemici.» —

Malluch chinò il capo come per significare che comprendeva
perfettamente tutta la forza del ragionamento; poscia domandò: — «Ti ha
egli riconosciuto?» —

— «Non gli era possibile. Fui condannato alle galere in vita e da gran
tempo sono creduto morto.» —

— «Mi stupisce che tu non l'abbia ucciso» — fece Malluch cedendo ad un
momentaneo impeto di sdegno.» —

— «Se lo avessi ucciso lo avrei messo nell'impossibilità di servirmi.
La morte costudisce un segreto più gelosamente della coscienza d'un
Romano.» —

L'uomo cui incombeva la vendetta di sì atroci offese e che nondimeno
sapeva padroneggiare se stesso al punto di rinunciare all'occasione
che gli si era presentato di compierla, doveva aver gran fiducia
nel proprio avvenire, oppure covava un piano migliore: — pertanto i
pensieri di Malluch presero un nuovo indirizzo. Egli cessò da quel
momento d'essere unicamente l'agente d'una terza persona e si sentì
attratto verso Ben Hur per conto proprio. In altre parole Malluch si
predisponeva a servirlo di tutto cuore per l'ammirazione che Ben Hur
gl'ispirava.

Dopo una breve pausa, Ben Hur riprese:

— «Non voglio togliergli la vita, buon Malluch; — contro una tale
misura estrema lo garantisce per ora il segreto che egli chiude nella
nera sua anima; ma so un modo di punirlo, e se tu vuoi aiutarmi, mi ci
proverò.» —

— «Egli è Romano,» — rispose Malluch senza esitare, — «ed io sono della
tribù di Giuda. T'aiuterò. Se vuoi da me un giuramento, prescrivimelo
pure nella forma che a te sembri più solenne.» —

— «Dammi la tua mano; questo mi basta.» —

Scambiata la stretta di mano Ben Hur, con un senso di sollievo,
proseguì: — «Ciò ch'io vorrei da te, mio buon amico, non è cosa
difficile nè tale da turbarti la coscienza. Proseguiamo il nostro
cammino.» —

Presero la via che a destra conduceva attraverso il prato cui fu già
accennato nella breve descrizione precedente l'arrivo alla fontana.
Dopo qualche istante Ben Hur ricominciò:

— «Conosci tu lo sceicco Ilderim il Generoso?» —

— «Sì.» —

— «Ove trovasi l'Orto delle Palme? o, piuttosto a che distanza è desso
dal villaggio di Dafne?» —

Malluch fu punto da un sospetto. Rievocando l'immagine della bella
fanciulla alla fontana e l'inclinazione ch'essa aveva graziosamente
dimostrata per Ben Hur, si chiese se mai il compito di colui che voleva
salvare o vendicare la propria madre, non correva il rischio di essere
dimenticato per una avventura d'amore; — ciò nonostante rispose:

— «A cavallo, l'Orto delle Palme si raggiunge in due ore, ma un buon
cammello percorre quello distanza in un'ora sola.» —

— «Grazie. Puoi dirmi ancora se agli annunzii dei giuochi di cui mi
parlasti fu data grande pubblicità e quando essi avranno luogo?» —

Le interrogazioni erano suggestive, e se non ebbero l'effetto di
riassicurare Malluch, egli è certo che ne stimolarono vivamente la
curiosità.

— «Oh, sì, i giuochi saranno splendidi. Il Prefetto è ricco e,
quantunque sia indipendente dalla carica, egli, come la maggior parte
degli uomini prosperosi, non è null'affatto insensibile all'aumento
delle sue ricchezze, per cui, non foss'altro che per farsi un'amico
a Corte, si è messo in gran faccende per festeggiare il console
Massenzio, qui atteso per ultimare i preparativi contro i Parti. I
ricchi abitanti d'Antiochia, che in questi preparativi hanno il loro
tornaconto, ottennero dal Prefetto il permesso di contribuire alle
feste. Già da un mese gli araldi proclamano l'apertura del circo per
la cerimonia. Il nome del Prefetto basterebbe da solo a garantire la
varietà e la magnificenza dei giuochi, particolarmente in oriente,
ma quando alle sue promesse si aggiungono quelle dei maggiorenti
d'Antiochia, si può esser certi che il concorso sarà straordinario. I
premi offerti sono principeschi.

— «E il Circo? mi fu detto essere secondo solo al Circo Massimo.» —

— «A quello di Roma vuoi dire. Ecco: il nostro può accogliere duecento
mila spettatori e il vostro ne accoglie settantamila di più; tanto
quello di Roma come il nostro sono di marmo e la distribuzione interna
è perfettamente eguale.» —

— «E il regolamento è esso pure eguale?» —

Malluch sorrise.

— «Se l'Antiochia osasse fare da sè, figlio d'Arrio, Roma non terrebbe
il dominio che tiene. Il regolamento del Circo Massimo è quello che
regge, anche qui, in ogni particolare salvo uno solo; a Roma ogni
singola gara è limitata a quattro cocchi; qui invece non v'è limite di
numero.» —

— «Ah, l'usanza dei Greci.» —

— «Sicuro, Antiochia è più Greca che Romana.»

— «Per cui, Malluch, io sarei libero di scegliermi il mio
cocchio?» —

— «Il tuo cocchio e i tuoi cavalli, — non v'è alcuna restrizione in
proposito.» —

Mentre rispondeva alle domande di Ben Hur, Malluch non potè a meno
d'accorgersi della crescente soddisfazione colla quale le sue parole
venivano accolte.

— «Ancora una cosa, Malluch, quando avrà luogo la solennità?» —

— «Ah, sì, me ne era scordato,» — s'affrettò a dire l'interrogato, «se,
per dirla in istile romano, gli Dei del mare sono propizii, di qui a
sei giorni comincieranno i giuochi.» —

— «Il tempo è breve Malluch, ma mi basta;» — queste ultime parole
vennero pronunciate con forza; — «pei profeti d'Israele! riprenderò le
redini; però, un momento! Come possiamo noi essere sicuri che Messala
sarà fra i concorrenti?» —

Malluch vide d'un tratto il piano escogitato per umiliare il
Romano, e, da degno discendente di Giacobbe, dimenticando ogni altra
considerazione, corse subito col pensiero a valutarne le probabilità
pro e contro. La sua voce ebbe quasi un tremito, quando domandò: — «Sei
tu abbastanza addestrato?» —

— «Non temere, amico mio. — Da tre anni i vincitori del Circo Massimo
devono i loro allori unicamente alla mia condiscendenza. Chiedilo
a loro stessi e ti diranno ch'io non esagero. Alle ultime gare
l'Imperatore in persona mi offrì la sua particolare protezione a patto
ch'io guidassi i suoi cavalli.» —

— «E tu non accettasti?» — chiese con vivo interesse Malluch.

— «Io,» — proseguì Ben Hur, e qui la sua voce si fece esitante, — «io
sono Ebreo e non osai, quantunque portassi un nome romano, assumermi
professionalmente un'ufficio che avrebbe suonato onta al nome di mio
padre nei chiostri e nelle corti del Tempio. — Nulla mi vietava di
addestrarmi nelle palestre, ma il circo mi avrebbe disonorato, e se qui
faccio un'eccezione, Malluch, ti giuro che non è per il premio o per la
mercede riservata al vincitore.» —

— «Fermati, non giurare così,» — lo interruppe Malluch, — «la mercede è
di diecimila sesterzi, una fortuna per tutta la vita.» —

— «Non per me, quand'anche il Prefetto la triplicasse cinquanta
volte. Io voglio ben altro; voglio ciò che vale più di tutti i redditi
imperiali dal primo anno dell'impero a tutt'oggi. Voglio umiliare il
mio nemico. Tu sai che la vendetta è permessa dalla legge.» —

Con un sorriso d'approvazione, come volesse dire, «Benissimo,
benissimo, fra noi Ebrei c'intendiamo» Malluch rispose: — «Messala
correrà, non dubitarne. Egli si è già troppo impegnato annunciando
il suo concorso in tutti i pubblici ritrovi, e d'altronde il
suo nome figura sulle tavolette di tutti i giovani giuocatori
d'Antiochia.» —

— «Il suo nome è impegnato in scommesse, dici tu?» —

— «Sicuro, ed ogni giorno egli viene qui con ostentazione ad
esercitarsi.» —

— «Ah! quello adunque è il cocchio e quelli sono i cavalli di cui si
servirà? Sta bene; sii ringraziato buon Malluch. Tu m'hai già reso un
gran servigio ed io ho di che rallegrarmene. Ora siimi guida all'Orto
delle Palme e presentami allo sceicco Ilderim il Generoso.» —

— «Quando?» —

— «Oggi stesso. Domani i suoi cavalli potrebbero essere già affidati ad
altri.» —

— «Ti piacciono tanto?» —

Ben Hur rispose con entusiasmo: — «Li vidi dal podio per un solo
istante, poichè subito sopraggiunse Messala, e non potei più veder
altro, ma quello sguardo mi bastò per riconoscerli d'un sangue che è la
meraviglia e la gloria del deserto. Non vidi esemplari di quella razza
fuorchè nelle stalle di Cesare, ma, veduti una volta, si riconoscono
sempre. Se domani per esempio t'incontrassi, Malluch, quantunque tu
non mi salutassi, io ti riconoscerei al tuo viso, alla tua figura,
ai tuoi modi. Ebbene, colla stessa certezza ed alli stessi segni io
riconoscerei quei cavalli. Se è vero la metà di quanto si dice di loro
e io riesca a piegarli alla mia volontà, potrò...» —

— «Vincere i sesterzi?» — interrogò Malluch ridendo.» —

— «No,» — rispose vivamente Ben Hur, — «farò quello che meglio s'addice
ad un figlio di Giacobbe: umilierò il mio nemico in pubblico. Ma,
soggiunse impaziente, noi perdiamo tempo. In qual modo possiamo con
tutta sollecitudine raggiungere la tenda dello sceicco?» —

Malluch riflettè un momento.

— «Il meglio si è d'andar diritto al villaggio che fortunatamente è qui
vicino; se possiamo trovare due buoni cammelli non avremo che un'ora di
viaggio.» —

— «Andiamo dunque.» —

Il villaggio era formato da palazzi circondati da giardini, con qua
e là dei Khan, o alberghi, principeschi. Non fu difficile trovare due
dromedarii, e, montati su di essi, i due Ebrei s'avviarono alla volta
dell'Orto delle Palme.



CAPITOLO X.


Passato il villaggio, il terreno si presentava ondulato e coltivato
con gran cura; esso era infatti l'Orto d'Antiochia ove d'ogni palmo di
terra si faceva tesoro. Gl'irti fianchi delle colline erano tagliati a
terrazzi, e persino le alte siepi rallegravano la vista colle viti che
vi erano allacciate, dalle quali pendevano bellissimi grappoli d'uva
porporina. — Al di là d'innumerevoli letti di poponi, e di boschetti
d'aranci e limoni, si scorgevano le bianche dimore degli affittaiuoli.
Ovunque si girava lo sguardo, si vedeva l'Abbondanza, sorridente
figliuola della Pace, vestita dei suoi più lieti ed attraenti colori.

Di tempo in tempo poi le accidentalità del terreno lasciavano
intravvedere qualche punto del Tauro e del Libano, fra i quali l'Oronte
placidamente seguiva il proprio corso.

I nostri viaggiatori arrivarono al fiume e lo costeggiarono seguendone
le sinuosità, ora vincendo rapide salite, ora scendendo in qualche
valle, a traverso terreni segnati come aree per costruzione di ville.
Ora si godeva l'ombra piacevole proiettata dalle fronde delle quercie,
dei siccomori e dei mirti, ed ora il profumo delle piante aromatiche.
Alla poesia dell'ambiente contribuiva poi in particolar modo la
vicinanza del fiume nel quale specchiavansi gli obliqui raggi del sole.

Innumerevoli navi e navicelle solcavano le acque in ogni senso, emblemi
e veicoli di vita, ricchi di suggestioni ed evocanti immagini di città
lontane, di popoli stranieri e di commerci.

I due amici proseguirono in silenzio la loro via, finchè arrivarono
ad un lago formato dal rigurgito del fiume e di cui l'acqua era
limpida, profonda ed immobile. Un vecchio palmizio dominava l'angolo
dell'insenatura, e Malluch, girando a sinistra dell'albero, battè le
mani e gridò: — «Guarda, guarda, ecco l'Orto delle Palme.» —

La scena che si offrì ai loro sguardi avrebbe solo potuto avere
riscontro in qualche oasi favorita d'Arabia o in qualche fattoria sulle
sponde del Nilo. — Ben Hur trovò innanzi a sè una vasta pianura coperta
d'un tappeto verde di rara freschezza.

Gruppi di palme secolari, di mole colossale, dai rami regolari, dalle
fronde piumate, e come modellate in cera, spiccavano contro il cielo
azzurro.

Il lago, fresco e limpido, alimentava con le sue acque vitali le radici
dei vecchi alberi. Era forse una ripetizione del Bosco di Dafne? — Le
palme, come se avessero indovinato il pensiero di Ben Hur e volessero a
loro modo sedurlo, sembravano agitarsi al suo passaggio e spruzzarlo di
fresca rugiada.

La via correva parallela alla riva del lago dalla quale si vedeva
la sponda opposta ombreggiata parimenti da palme; ogni altra qualità
d'alberi era esclusa.

— «Guarda quel dattero» — esclamò Malluch, additando una gigantesca
palma. — «Ogni anello sul suo tronco segna un'anno di vita. Contali
dalla radice fino alla cima, e se lo sceicco ti dice che il bosco fu
piantato prima che in Antiochia si conoscessero i Seleucidi, tieni per
certo ch'egli ti dice il vero.» —

Non è possibile contemplare una palma rigogliosa senza sentirsi
penetrati dalla sottile suggestione che emana questo superbo vegetale,
il quale sembra trasformarsi agli occhi del contemplatore, e infondere
un senso di compiacimento e di ammirazione.

Così si spiega gli omaggi prodigati alla palma da tutto l'oriente,
incominciando dagli artefici dei primi Re, i quali non seppero trovare
miglior modello per i pilastri dei loro palazzi e dei loro templi. Ben
Hur chiese:

— «Allorchè oggi vidi Ilderim allo stadio ei mi fece l'effetto d'un
uomo comunissimo, che i nostri Rabbini di Gerusalemme avrebbero
disprezzato siccome un cane di Edom. Come mai venne egli in possesso
dell'Orto e come fa egli a salvarsi dall'avidità dei governatori
Romani?» —

— «Se il tempo nobilita il sangue» — rispose con calore Malluch, — «il
vecchio Ilderim, o figlio d'Arrio, è un uomo nel miglior senso della
parola, quantunque un Edomita non circonciso. I suoi padri furono tutti
sceicchi. Uno di essi, vissuto in non so quale epoca prestò soccorso
una volta ad un Re, che molti nemici inseguivano.

La leggenda narra ch'egli gli prestasse a sua difesa mille cavalieri,
cui erano noti tutti i sentieri e nascondigli del deserto. Essi tennero
celato il Re finchè l'occasione si presentò di distruggere il nemico e
di rimettere il monarca sul trono. — Questi, per riconoscenza diede al
figlio del deserto questo luogo delizioso, per sè e suoi successori,
in perpetuo. Nessuno pensò mai di turbarne il possesso. I governatori
trovano che è del loro interesse il mantenere buone relazioni con
una tribù alla quale Iddio ha accordato uomini, cavalli, cammelli
e ricchezze, rendendola così padrona di molte fra le arterie che
collegano Antiochia con le altre città; — poichè è dal buon volere di
questi uomini che dipende la libertà di passaggio e la sicurezza delle
strade. Persino il Prefetto si reputa felice ogniqualvolta Ilderim,
soprannominato il Generoso pei molti suoi atti di liberalità, si reca a
fargli visita in compagnia delle sue donne, dei suoi figli o dei suoi
dipendenti, tutti montati su cammelli e cavalli, come solevano fare i
nostri padri Abramo e Giacobbe.

— «Come spieghi adunque» — chiese Ben Hur che aveva ascoltato con
vivo interessamento, senza accorgersi della lentezza dei dromedarii —
«ch'egli oggi si strappava la barba dalla rabbia e malediva sè stesso
per aver prestato fede ad un Romano? Se Cesare l'avesse udito avrebbe
avuto ragione di dire: «Non amo tali amici, liberatemene.» —

— «E non avrebbe sbagliato di certo» — rispose Malluch sorridendo.
— «Ilderim non ama Roma, ed ha un motivo di lagnarsene. Tre anni fa
i Parti catturarono una carovana sulla strada da Bozza a Damasco, la
quale portava, fra l'altro, il tributo d'un intiero distretto. Essi
uccisero tutti gli uomini della carovana, ciò che i censori a Roma
avrebbero facilmente perdonato purchè i denari imperiali fossero stati
rispettati. Gli appaltatori delle tasse, chiamati a rispondere del
danno, ricorsero a Cesare il quale tenne responsabile Erode. Questi se
ne indennizzò sequestrando dei valori di Ilderim col pretesto ch'egli
avrebbe dovuto invigilare la sicurezza delle strade imperiali. Lo
sceicco si appellò a Cesare e Cesare gli diede una risposta degna in
tutto della sfinge. D'allora in poi il vecchio si strugge di rabbia e
non manca mai un'occasione di darvi sfogo.» —

— «Ciò non gli serve a nulla, Malluch.» —

— «Questo» — continuò l'altro — «richiede un'altra spiegazione che
ti fornirò, se ti accosterai; ma, parliamo sottovoce; — l'ospitalità
dello sceicco ha già principio, guarda quelle fanciulle che ti
parlano.» —

I dromedarii si fermarono e Ben Hur guardando giù, vide alcune bambine
vestite alla foggia delle contadine siriache, che gli offrivano
canestri di datteri. La frutta era stata appena colta e non poteva
venir rifiutata. Egli si abbassò, ne prese, ed in quell'istante un
uomo, accovacciato sull'albero presso il quale le bestie s'erano
fermate, gridò: — «La pace sia con voi e siate i benvenuti.» — Dopo
aver ringraziato le due fanciulle i due amici continuarono per la loro
strada.

— «Devi sapere» — proseguì Malluch, interrompendosi di tanto in tanto
per mostrare un dattero — «che Simonide, il negoziante, mi onora della
sua fiducia, e ch'egli, qualche volta, si degna consigliarsi meco,
per cui, frequentando io la sua casa, feci la conoscenza di molti
suoi amici, i quali sapendo di questa nostra domestichezza, parlarono
liberamente in mia presenza. Fu in questo modo ch'io entrai in qualche
intimità collo sceicco Ilderim.» —

Per un istante l'attenzione di Ben Hur divagò. Alla sua mente
s'affacciò l'immagine pura, gentile e supplichevole d'Ester. Gli occhi
neri della fanciulla, risplendenti di quella luce caratteristica delle
donne Ebree, si fissarono modestamente sui suoi; — gli parve d'udire
il fruscio delle vesti e la melodiosa sua voce mentre gli porgeva la
coppa di vino. Ricordò con compiacenza la pietà del suo sguardo più
espressivo di qualunque parola e si beò di quel ricordo. La visione,
piena d'ineffabile dolcezza, sparì come d'incanto allorchè egli si
volse verso Malluch.

— «Alcuni giorni fa» — continuò quest'ultimo — «il vecchio arabo
venne da Simonide e mi trovò da lui. Non mi sfuggì un suo certo qual
turbamento, ond'io, per deferenza, feci atto di ritirarmi, ma egli
stesso mi trattenne. — «Se sei Israelita» — disse — «fermati perchè
ho una storia strana da narrarti.» — L'enfasi colla quale accentuò
la parola _Israelita_, eccitò la mia curiosità e rimasi. Devo essere
breve, poichè ci avviciniamo alla tenda; eccoti in poche parole il
sunto della sua narrazione. — «Molti anni fa, tre stranieri convennero
alla tenda d'Ilderim nel deserto; un Indiano, un Greco, un Egiziano.
Viaggiavano su cammelli, i più grandi ch'egli avesse mai veduti e
completamente bianchi. Ilderim diede loro il benvenuto e li ospitò.

«La mattina seguente si alzarono ed intonarono una preghiera affatto
nuova per Ilderim, indirizzata a Dio ed al figliuol suo. Il loro
contegno era misterioso. Dopo rotto il digiuno, l'Egiziano spiegò chi
fossero e donde venissero. Ognuno di loro aveva veduto una stella,
dalla quale s'era fatta udire una voce che comandava loro di recarsi
a Gerusalemme e di chiedere: «_Ov'è colui che è nato Re dei Giudei?_»
— «Essi obbedirono. Da Gerusalemme la stella li guidò a Betlemme,
dove, in una grotta, trovarono un neonato ch'essi adorarono cadendo
in ginocchio davanti a lui: — compiuto quest'atto d'adorazione,
accompagnato da preziosi regali, e proclamato chi Egli fosse, essi
fuggirono coi loro cammelli e si rifugiarono presso lo sceicco, non
essendo dubbio che, se Erode, colui che era detto il Grande, li avesse
presi, li avrebbe condannati a morte. Fedele al suo costume, lo sceicco
li ricoverò e li tenne celati per un anno intero, in capo al quale,
essi partirono lasciandogli doni di gran valore, e prendendo ognuno una
direzione diversa.» —

— «È una storia meravigliosa» — esclamò Ben Hur — «Che cosa dicesti che
essi dovevano chiedere una volta arrivati a Gerusalemme?» —

«Dovevano chiedere: «Dov'è colui che è nato Re dei Giudei?» —

— «E null'altro?» —

— «V'erano altri particolari ma non li ricordo.» —

— «Ed essi trovarono il bambino?» —

— «Sì, e lo adorarono.» —

— «Malluch, quest'è un miracolo.» —

— «Ilderim è uomo posato quantunque eccitabile come tutti gli Arabi.
Egli è incapace d'una menzogna.» —

Malluch parlava con sicurezza. Dopo una pausa, di cui i dromedarii
approfittarono per pascolare, scostandosi dalla strada, Ben Hur chiese
di nuovo:

— «Non sa più nulla Ilderim dei tre uomini? Che avvenne di loro?» —

— «Ah, sì, questo fu precisamente il motivo della visita a Simonide.
Alla vigilia di quel giorno era ricomparso l'Egiziano.» —

— «Dove?» —

— «Qui all'entrata della tenda alla quale ci rechiamo.» —

— «Come lo riconobbe?» —

— «Nello stesso modo che riconoscesti oggi i cavalli; dal suo
aspetto.» —

— «Da null'altro?» —

— «Egli era in groppa allo stesso cammello bianco, e portava lo stesso
nome — Balthasar, l'Egiziano.» —

— «Sarebbe mai questo un miracolo del Signore?» — chiese Ben Hur
agitato.

— «E perchè?» — domandò a sua volta sorpreso l'amico.

— «Non dicesti Balthasar?» —

— «Sì, Balthasar l'Egiziano.» —

— «Ma quello è il nome del vecchio che vedemmo oggi alla
fontana.» —

— «È vero» — proruppe vivamente Malluch, cui subito si comunicò
l'agitazione del compagno, — «il cammello era il medesimo e tu salvasti
la vita a quell'uomo.» —

— «E la donna,» — continuò Ben Hur, come parlasse fra sè, — «la donna
era sua figlia,» — e fattosi pensoso, tacque.

Non sarà difficile al lettore l'indovinare come il dialogo precedente
avesse evocato una seconda visione di donna nella quale Ben Hur rimase
più a lungo assorto che non nella prima; ma egli si sbagliarebbe se
da questa circostanza concludesse che Ben Hur ne fosse maggiormente
affascinato. La seguente domanda ch'egli rivolse a Malluch dopo una
lunga pausa, indica il procedere del suo pensiero.

— «Dimmi Malluch, dovevano quei tre chiedere dove fosse colui che
doveva essere Re dei Giudei?» —

— «Non precisamente in questi termini, ma bensì ove fosse colui _nato
per essere Re dei Giudei_. Quelle erano le parole udite dal vecchio
sceicco nel deserto, e, da quel giorno, egli attende l'avvento del Re;
e nessuno potrebbe scrollare la sua fede.» —

— «Ma.... proprio un Re?» —

— «Già. E con lui la caduta di Roma: così disse il vecchio.» —

Seguì un nuovo periodo di silenzio, di cui Ben Hur sentiva bisogno per
raccogliere le proprie idee e frenare l'agitazione dell'animo, indi
riprese:

— «Quel vecchio è uno dei molti milioni d'uomini che avranno gravi
offese da vendicare, e pertanto questa sua strana teoria, Malluch, è di
prezioso alimento alle sue speranze, visto che, durante la dominazione
di Roma, solo un Erode può essere Re dei Giudei. Udisti tu ciò che
Simonide rispose?» —

— «Se Ilderim è uomo serio, Simonide dal canto suo è uomo saggio,»
— replicò Malluch; — «udii infatti il suo parere e... ma, ascolta,
qualcuno ci segue.» —

Udivasi in fatti un rumore di cavalli e di ruote avvicinantesi
rapidamente, in breve i due Ebrei furono raggiunti da Ilderim, che,
a cavallo e seguito da un lungo corteo nel quale figuravano i quattro
cavalli arabi, ritornava dal boschetto di Dafne. La testa dello sceicco
era china sul petto come quella di una di persona accasciata, ma alla
vista dei due che l'avevano preceduto nel ritorno, il vecchio si animò
e li salutò con affabilità.

— «La pace sia con voi! ah, il mio amico Malluch! Dimmi che sei
d'arrivo e non di partenza e che mi porti qualche messaggio da parte
del buon Simonide cui auguro che il Signore dei suoi padri mantenga per
molti anni in vita. Seguitemi entrambi. Ho pane e frutta ad offrirvi, e
se meglio v'aggrada, arrack e carne di capretto. Venite.» —

Lo seguirono fino all'entrata della tenda ov'egli scese da cavallo,
e li ricevette con un vassojo sul quale stavano tre coppe riempite
d'un liquido schiumante versatovi da un'otre annerita dal fumo, appesa
all'antenna centrale. — «Bevete,» — disse cordialmente, — «bevete,
poichè questo è il talismano che garantisce l'incolumità a chi penetra
nelle tende dei figli del deserto.» —

Ognuno prese una coppa e la vuotò.

— «Entrate ora: in nome di Dio.» —

Appena entrati, Malluch chiamò da parte lo sceicco e gli parlò
sommessamente, poi andò verso Ben Hur e si scusò.

— «Ho parlato di te allo sceicco e domattina egli ti lascerà provare
i cavalli. Avendo ormai fatto tutto quanto stava in me, ti lascio la
cura del rimanente e me ne ritorno ad Antiochia. Un tale mi aspetta
questa sera, e mi è forza recarmi da lui. Ritornerò domani e farò
in modo, se tutto andrà bene, di rimaner teco finchè termineranno i
giuochi.» —

E dopo uno scambio di saluti e di benedizioni, Malluch si allontanò.



CAPITOLO XI.


All'ora in cui due terzi della popolazione d'Antiochia riposava
dalle fatiche del giorno, godendosi, sui terrazzi delle case, l'aria
rinfrescata dalla brezza serale, Simonide, adagiato nel seggiolone
ormai diventatogli indispensabile, stava contemplando dal proprio
terrazzo il fiume, ed i navigli che vi erano ancorati. La muraglia
che ergevasi dietro di lui proiettava la sua ombra sull'acqua fino
a raggiungere la sponda opposta, ed al disopra continuava il solito
rumore dell'andirivieni sul ponte. Ester, presso al padre, gli teneva
dinanzi un piatto contenente la sua cena frugale, composta di focaccie
leggiere come ostie, un po' di miele ed una tazza di latte nella quale
Simonide immergeva le focaccie dopo averle spalmate di miele.

— «Malluch ritarda questa sera» — mormorò egli scoprendo così il
pensiero che lo preoccupava.

— «Credi tu ch'egli verrà?» — chiese Ester.

— «A meno ch'egli non abbia dovuto prendere la via del mare o del
deserto, verrà.» —

Simonide parlava tranquillamente da uomo sicuro del fatto suo.

— «Potrebbe invece scrivere.» — suggerì timidamente la ragazza.

— «No, Ester. Egli mi avrebbe già avvertito con lettera se si fosse
accorto di non poter ritornare e poichè non m'ha avvertito sono certo
che verrà.» —

— «Speriamolo» — sospirò la giovine.

V'era un non so che nel tono col quale ella si lasciò sfugire questa
parola, che colpì il vecchio. Il più piccolo uccellino non può posarsi
sopra un ramoscello senza comunicare una vibrazione, per quanto
leggiera, a tutte le fibre dell'albero, e l'organismo umano non è meno
sensibile qualche volta alle più insignificanti parole.

— «Tu desideri ch'egli ritorni, Ester?» —

— «Sì, rispose ella» — guardandolo negli occhi.

— «Perchè? potresti dirmelo?» — persistette il padre.

— «Perchè...» — essa sostò, poi riprese: — «perchè il giovane è...» — e
qui di nuovo si fermò.

— «Il nostro padrone, tu vuoi dire.» —

— «Sì.» —

— «E tu sei sempre d'avviso ch'io non dovrei lasciarlo partire senza
dirgli che, se egli vuole, può prendere possesso di noi e di tutto —
capisci Ester? di tutto — delle merci, dei denari, delle navi, degli
schiavi e del credito potente, che è un mantello d'oro e d'argento
tessuto per me da quella Divinità tanto adorata dagli uomini, il
Successo!» —

Essa non rispose.

— «Non te ne commovi affatto?» — insistè egli, non senza una tinta
d'amarezza. — «Sta bene, Ester. Ho sempre trovato che per quanto
terribile sia la realtà essa non è mai insopportabile una volta
squarciate le nere nubi attraverso le quali essa ci atterriva dapprima
— no, mai, neppure la tortura. Suppongo che sarà così anche della
morte. Alla stregua di questa filosofia è presumibile che la schiavitù
cui andiamo incontro finisca per esserci dolce. Mi è grato sin d'ora il
pensare alla felicità del nostro padrone. Le ricchezze non gli saranno
costate nulla, non un momento d'angoscia, non una stilla di sudore,
neppure un pensiero! Esse gli cadranno in grembo mentr'egli è nel fior
degli anni senza averle nemmeno sognate. E, perdona questo piccolo
sfogo alla mia vanità, Ester, se aggiungo ch'egli andrà inoltre al
possesso di ciò che tutto l'oro del mondo non potrebbe dargli; parlo
di te, mio tesoro, mio adorato fiorellino germogliato dalla tomba della
mia perduta Rachele.» —

L'attirò amorosamente a sè e la baciò due volte; un bacio per lei, uno
per la povera morta.

— «Non parlar così» — disse la ragazza allorchè il vecchio ritrasse
la mano che le aveva accarezzato il collo, — «quel giovane merita una
migliore opinione; egli pure ha sofferto, e ci renderà liberi.» —

— «Ah, Ester, tu sei di nobili istinti e sai com'io ad essi mi affidi
ogniqualvolta mi trovo perplesso nel giudicare del carattere di
qualcuno, ma» — e qui la sua voce si fece più vibrata — «ma non sono
solo queste povere membra, questo corpo lacerato e straziato fino a
non aver più forma umana, che gli darò. Io gli arrecherò un'anima
che ha saputo trionfare dei tormenti e della malignità Romana,
più crudele degli stessi tormenti; io gli porterò una mente che sa
scoprire l'oro ad una distanza maggiore di quella cui arrivarono le
navi di Salomone, una mente esercitata nel concepire vari disegni» —
qui sorrise di compiacenza, poi continuò sempre più animandosi: — «ma
non sai, Ester, che prima ancora che la nuova luna entri nel prossimo
quarto io potrei scuotere il mondo così da farne sussultare lo stesso
Cesare? Poichè tu devi sapere, figliuola, ch'io posseggo quella facoltà
più preziosa d'un corpo perfetto, più preziosa del coraggio, della
volontà, dell'esperienza, quella facoltà divina che neppure i grandi
sanno abbastanza apprezzare, mentre il volgo non la conosce affatto,
la facoltà d'aggiogare gli uomini ai miei propositi e di mantenerveli
fino al loro compimento, di modo che la mia persona si moltiplica in
legioni di centinaia e di migliaia di persone. E così i capitani delle
mie navi attraversano i mari e mi portano il premio d'oneste fatiche;
così Malluch segue quel giovane nostro padrone e mi porterà...» —
qui il rumore di passi avvicinantisi alla terrazza lo interruppe.» —
Ah, Ester, non te lo dissi? eccolo qui, ed ora avremo notizie. Per
te, mia dolcissima figliuola, mio candido giglio, prego Iddio, il
quale non ha dimenticato il ramingo gregge d'Israele, ch'esse siano
confortanti.» —

Malluch si presentò.

— «La pace sia con te, mio buon padrone» — disse inchinandosi — «ed
anche a te, Ester, la più virtuosa delle figlie.» —

Egli stava loro davanti in atto rispettoso. Col contegno suo, umile
come quello d'un servo, faceva contrasto la famigliare cordialità delle
sue parole onde sarebbe stato difficile il determinare di qual natura
fossero i suoi rapporti cogli altri due.

Simonide, da uomo pratico, appena ricambiato il saluto, entrò subito in
argomento.

— «Che cosa mi riferisci intorno a quel giovane, Malluch?» —

I particolari della giornata vennero narrati tranquillamente e con
tutta semplicità, senza interruzione da parte del vecchio, la cui
immobilità non fu scossa un solo istante.

— «Grazie, buon Malluch» — esclamò poscia, quando questi ebbe finito.
— «Nessuno avrebbe potuto far meglio di te. Che hai da dirmi sulla
nazionalità del giovane?» —

— «Egli è Israelita, mio buon padrone, e della tribù di Giuda.» —

— «Ne sei sicuro?» —

— «Certissimo.» —

— «Eppure pare ch'egli non t'abbia narrato gran che della sua
vita.» —

— «Ha imparato ad esser prudente, vorrei anzi dire diffidente. Egli
eluse tutti i miei tentativi per farlo parlare finchè partimmo dalla
fontana di Castalia pel villaggio di Dafne.» —

— «Un luogo abbominevole! perchè vi andò?» —

— «Direi per curiosità, come si può dire della maggior parte di chi
vi si reca per la prima volta; ma ciò che è strano si è ch'egli non
s'interessò a quanto vide. Per esempio non si curò di visitare il
tempio, e chiese solamente s'esso era Greco. A dirti il vero quel
giovane ha un dolore ch'egli vorrebbe nascondere ed andò al Bosco di
Dafne per dimenticarlo.» —

— «Se fosse così sarebbe bene» — mormorò Simonide, poi soggiunse più
forte: — «Malluch, la maledizione dei nostri tempi è la prodigalità; —
i poveri s'impoveriscono di più per scimmiottare i ricchi, ed i ricchi
s'atteggiano a principi. Scorgesti tu traccie di una tale debolezza nel
giovane? Ostentò egli possesso di dovizie sfoggiando monete di Roma o
d'Israele?» —

— «Nulla affatto.» —

— «Eppure, Malluch, in un luogo simile, ove abbondano gl'incentivi
alle gozzoviglie, egli non può a meno d'averti fatto qualche offerta
di generoso trattamento, giustificabile, del resto, dalla sua
gioventù.» —

— «Egli non mangiò nè bevette in mia compagnia.» —

— «Dalle sue parole potesti tu scoprire quale fosse l'idea dominante in
lui? Come tu sai noi non parliamo, non operiamo e non decidiamo alcuna
questione grave che ci riguarda, senza obbedire ad un movente. Che cosa
puoi dirmi in proposito?» —

— «Riguardo a ciò, Messer Simonide, posso rispondere con perfetta
sicurezza. Egli in primo luogo è spinto dal desiderio di ritrovare sua
madre e sua sorella; — poi v'è della ruggine fra lui e Roma e, siccome
vi ha gran parte, quel Messala di cui ti parlai, il suo scopo presente
è di umiliarlo. L'incontro alla fontana gliene porse l'occasione ma non
volle approfittarne perchè non sufficientemente pubblica.» —

— «Quel Messala è influente» — osservò gravemente Simonide.» —

— «Sì, ma il loro prossimo incontro sarà nel circo.» —

— «Ebbene?» —

— «Il figlio d'Arrio vincerà.» —

— «Come lo sai tu?» —

Malluch sorrise.

— «Giudico dalle sue parole.» —

— «Da null'altro?» —

— «Lo giudico anche da ciò che vale assai più, dallo spirito che lo
anima».

— «Sta bene; ma dimmi, Malluch, questa sua idea di vendetta a che tende
essa? Ha egli di mira solo i pochi che lo offesero o comprende egli
anche la massa? — e poi non sarebbe questo desiderio di vendetta il
sogno transitorio d'un ragazzo sensibile anziché il fermo proposito
d'una irremovibile volontà? Sai bene, Malluch, che l'idea di vendetta,
se è un semplice parto del pensiero, altro non è che una bolla di
sapone, mentre, la vera passione, è una malattia del cuore, che
da quello sale sino al cervello, e che dell'uno e dell'altro si
nutre.» —

Fu qui che per la prima volta Simonide diede segni di agitazione,
parlando rapidamente e colla vivacità che doma la convinzione.

— «Mio buon padrone,» — rispose Malluch, — «una delle ragioni che mi
convinsero essere il giovane un Ebreo, fu precisamente l'intensità
del suo odio. M'accorsi ch'egli stava in guardia, il che è naturale,
visto ch'egli visse tanto tempo in un ambiente così sospettoso come il
Romano, ma, malgrado la sua prudenza, due volte quell'odio gli trasparì
dagli occhi; la prima quando volle conoscere i sentimenti d'Ilderim
riguardo a Roma, poi, quando, raccontandogli la storia dello sceicco e
dell'uomo saggio, venni a dire della domanda — «ov'è colui che è nato
Re dei Giudei?» —

Simonide trasalì e chiese avidamente:

— «Buon Malluch, ripetemi le sue parole, le precise sue parole,
ond'io possa giudicare dell'impressione che quel mistero fece su di
lui.» —

— «Insistette per conoscere esattamente i termini in cui era formulata
la domanda, se cioè «essere» o «nato per essere». Pareva colpito da
un'apparente differenza nelle due espressioni.» —

Simonide riprese la sua calma e continuò ad ascoltare attentamente.

— «Allora,» — proseguì Malluch, — «gli spiegai il parere d'Ilderim, e
cioè che il Re edificherebbe il suo trono sopra le rovine di Roma, ed
il volto del giovane si fece di bragia mentre con voce concitata mi
domandò — «Chi mai se non un Erode può essere Re finchè dura il dominio
di Roma?» —

— «Che voleva egli dire?» —

— «Che l'impero dev'essere distrutto prima che vi possa essere un nuovo
regno.» —

Simonide lasciò vagare per qualche tempo lo sguardo sulle navi
galleggianti; poco dopo congedò Malluch con queste parole: — «Basta,
Malluch, va a mangiare ed a prepararti a far ritorno all'orto delle
Palme. Devi aiutare il giovane nella lotta alla quale egli si accinge.
Vieni da me domattina e ti darò una lettera per Ilderim,» — poscia
soggiunse come parlando a se stesso, — «può darsi ch'io pure mi rechi
al Circo.» —

Dopo che Malluch, scambiate le benedizioni d'uso, se ne fu andato,
Simonide trangugiò un buon sorso di latte e ne parve ristorato. Voltosi
poi ad Ester, le dichiarò che non gli occorreva altro, e l'invitò a
riprendere il solito suo posto vicino alla seggiola.

— «Il Signore è buono con me, molto buono» — prese egli a dire con
fervore; — «È suo costume avvolgere i proprii atti nel mistero, ma
qualche volta egli li lascia però intravvedere. Io son vecchio, cara,
e dovrò andarmene; ma, mentre l'ultima ora si avvicina, e la mia
speranza incominciava a svanire, egli mi manda questo suo messaggero
per infondermi nuova fiducia. Io vedo spianarsi la via ad una cosa
così grande che il mondo intero ne emergerà come rinato a nuova vita.
Sì, sì, ben veggo ora per quale ragione speciale io fui favorito di
tante ricchezze, e quale è lo scopo cui esse sono destinate. In verità,
figliuola mia, un nuovo soffio di vita è entrato in me.» —

Ester gli si strinse più dappresso come per frenare quel divagamento
della mente.

— «Il Re è nato» — continuò egli, — «ed a quest'ora deve aver raggiunto
il fiore della virilità. Balthasar disse ch'egli era un bambino in
grembo alla madre quand'egli lo vide, lo adorò e lo colmò di doni. —
Ilderim afferma che nel mese di Dicembre erano trascorsi ventisette
anni dacchè Balthasar ed i suoi compagni vennero a rifugiarsi nella
sua tenda per salvarsi da Erode; per cui l'avvento non può di molto
tardare; questa stessa notte, — forse domani. — Santi padri d'Israele,
quale felicità al solo pensarvi! Parmi di udire il fragore delle mura
crollanti e lo strepito dell'universale rovina — si, e il gaudio degli
uomini acclamanti lo spalancarsi della terra per inghiottirvi Roma,
il riso ed i canti delle masse accoglienti la stupefacente novella che
Roma non è più», — qui s'arrestò per l'eccesso della gioia esultante e
che terminò in uno scroscio di risa — poi riprese rivolto alla figlia
— «Che ti pare di me, Ester? devo proprio essere invaso dalla passione
dei cantori e dai fremiti di Miriam e di Davide! Nella mia mente di
lavoratore, che solo dovrebbe accogliere cifre e fatti, regna in questo
momento un frastuono di cimbali, d'arpe e di grida di gente affollata
attorno ad un trono. Basta, voglio provarmi a non pensarci più per ora,
però senti, cara mia, quando il Re verrà egli avrà bisogno di denari
e di uomini, perchè, come nato da donna, egli è al postutto un uomo, e
pertanto obbligato a seguire vie umane, come te e come me. Pel denaro
gli occorreranno procuratori e custodi e per gli uomini avrà d'uopo
di duci. Non vedi tu quale orizzonte si schiude a me ed al giovane
nostro padrone, qual messe di gloria e di vendetta ci attende, e poi,
e poi....» — qui s'arrestò come colpito dall'egoismo d'una visione
nella quale la sua diletta figlia non aveva parte alcuna, e concluse
baciandola — «e poi, qual messe di felicità per la figlia di tua
madre!» —

Essa non disse una parola. Allora il vecchio si risovvenne della
diversità della loro natura e della legge per la quale ciò che è causa
di gioia o di timore per gli uni non sempre lo è per gli altri. — La
sua compagna non era che una fanciulla.

— «A che pensi Ester?» — le chiese riprendendo il tono di voce che
gli era abituale. — «Qualunque sia il tuo desiderio, dimmelo finchè
è ancora in mia facoltà di appagarlo — il potere nostro lo sai, è
incostante. Domani può essere troppo tardi.» —

Essa gli rispose con ingenuità quasi infantile:

— «Mandalo a chiamare, padre. Manda questa stessa notte, non lasciarlo
andare al Circo!» —

— «Ah!» — sospirò il padre, e di nuovo percorse collo sguardo il fiume
ormai debolmente rischiarato dalle stelle, essendosi la luna nascosta
dietro il monte Sulpio.

Dobbiamo dirlo, lettore? Un'acre gelosia rodeva Simonide. Ch'essa già
amasse il giovane padrone? no, ciò non poteva essere, ell'era troppo
giovane! Ciononostante non gli riusciva di liberarsi da quell'idea che
continuava a pungerlo. La ragazza aveva sedici anni. Egli lo ricordava
bene. L'ultimo anniversario della sua nascita erasi recato con lei nel
quartiere ov'era una nave da varare; la bandiera gialla della nuova
nave portava il nome di Ester, e così avevano assieme festeggiato quel
giorno. Eppure in questo momento il ricordo dell'età lo sorprese come
una rivelazione. Vi sono delle realtà che si affacciano producendo
in noi un senso di tristezza come, per esempio, il fatto che andiamo
invecchiando, e, più terribile ancora, l'idea che dobbiamo morire. Fu
appunto una riflessione di questo genere che gli penetrò nel cuore e
gli strappò un sospiro, quasi un lamento. Non bastava che quella sua
idolatrata creatura, nel fiore della primavera, facesse il sacrificio
della propria libertà, ma persino il suo cuore, di cui egli conosceva
l'infinita tenerezza, doveva diventare proprietà del giovane padrone!
Il demone che ha il compito di torturarci con timori ed angustie,
ben di rado s'accontenta di fare le cose per metà. Nell'amarezza del
momento, il coraggioso vecchio si scordò dei suoi vasti disegni e del
suo Re miracoloso; riuscendo peraltro a dominare se stesso chiese con
calma apparente:

«Non lasciarlo andare al Circo, Ester! e perchè?» —

— «Perchè non è quello il luogo per un figlio d'Israele, padre.» —

— «Oh, mia religiosa Ester! e per nessun altro motivo?» —

Il tono indagatore della domanda penetrò profondamente nel cuore della
fanciulla e ne accelerò i battiti, così che ella ammutolì: sì sentì
indignata e nello stesso tempo invasa da una strana sensazione di
benessere.

— «Quel giovane deve avere le ricchezze» — fece Simonide prendendole la
mano parlandole con crescente tenerezza — «egli deve avere le navi, i
denari, tutto, tutto, mia Ester. Eppure, vedi, mi parve che non sarei
rimasto povero abbandonandogli tutto, perchè mi restava il tuo affetto,
che tanto mi rammenta quello della morta mia Rachele. Dimmi, figlia
mia, dovrà egli avere anche quello?» —

Essa si chinò su di lui e tacque.

— «Parla, Ester. Sono forte sai. Parla, è meglio ch'io lo
sappia.» —

Essa allora rialzò il capo e pronunciò solennemente queste parole: —
«Padre, confortati. Io non ti abbandonerò mai; quand'anche io avessi ad
amarlo, sarò sempre, come ora, la tua ancella.» —

E chinandosi sopra di lui, lo baciò.

— «Sì» — ella continuò. — «Egli parve bello ai miei occhi; la sua
voce supplichevole toccò la mia pietà; ed io fremo quando penso che
un pericolo, lo minaccia. Lo rivedrei volentieri. Ma, padre, l'amore
che non è corrisposto non è amore perfetto, e quindi attenderò con
pazienza, ricordandomi ch'io sono figlia tua e di mia madre.» —

— «Una benedizione del Signore, sei tu, Ester! Una benedizione che mi
renderebbe ricco, quand'anche tutta la mia fortuna andasse perduta.
Iddio ti protegga o mia figlia.» —

Un po' più tardi, dietro suo ordine, un domestico spinse la sua
poltrona nuovamente nella stanza, dov'egli restò a lungo nella penombra
crepuscolare pensando all'avvento del Re, mentre essa si ritirò nella
sua camera a dormirvi il sonno degli innocenti.



CAPITOLO XII.


Il palazzo che fronteggiava la casa di Simonide dall'altra parte del
fiume, si dice fosse stato costruito dal celebre Epifanio, architetto
cresciuto alla scuola dei Persiani, non dei Greci, ed amante più del
colossale che del classico. Un grande muro circondava l'isola e serviva
al doppio scopo di proteggerla contro l'inondazione del fiume e contro
gli assalti della popolazione. Ciò nonostante, i legati la avevano
abbandonato quale residenza allegando l'insalubrità dell'aria in quel
punto, e s'erano costruiti un altro palazzo sul fianco occidentale
del monte Sulpio. Non mancarono i maligni che attribuirono questo
sgombero non a ragioni igieniche, ma alla maggior sicurezza che offriva
ai governatori Romani la vicinanza delle grandi caserme o cittadelle
sorgenti sul pendio orientale del monte. Il sospetto era abbastanza
ragionevole. La pretesa insalubrità del palazzo sopra l'isola, non
impediva di fatti che esso fosse tenuto in perfetto ordine, e quando
un console, generale d'esercito, Re o principe forestiero, visitava
Antiochia, che lo si ospitasse nelle sue sale.

Era un labirinto di giardini, bagni, atrii, stanze, padiglioni, tutti
splendidamente adorni ed adobbati, come si conveniva alla residenza
principesca della prima città d'oriente; ma siccome noi non abbiamo da
fare che con una sola delle sue stanze, lasciamo la particolareggiata
descrizione del palazzo alla fervida immaginazione del lettore.

L'appartamento in cui ci portiamo era un'ampia sala, pavimentata di
marmo lucente, e illuminata, di giorno, da ampie finestre nelle quali
lastre di mica colorate servivano da vetri: alle pareti una serie di
cariatidi, rappresentanti giganti in diversi atteggiamenti di dolorosa
fatica, portavano una cornice arabescata, sopra la quale spiccava la
volta dipinta a vari colori — azzurro, verde, porpora di Siro ed oro.
Intorno alla sala correva un divano, coperto di sete indiane e di
scialli del Cachemir. Il mobiglio era costituito da alcuni tavoli e
sgabelli di foggia Egiziana, grottescamente intagliati.

Noi abbiamo lasciato Simonide, nella sua poltrona, rivolgendo disegni
per aiutare il re miracoloso, il cui avvento credeva vicino. Ester
dorme. Abbandonando quella tranquilla dimora, attraversiamo il fiume
e oltrepassando gli scolpiti leoni a guardia della porta, ed altri
innumerevoli atrii e cortili babilonesi, penetriamo nella sala che
abbiamo descritta.

Cinque candelieri pendono dal soffitto, attaccati a catene di bronzo,
una per ciascun angolo, e il quinto nel mezzo, immense piramidi di
luce, che illuminano anche i volti degli Atlanti e gli arabeschi del
cornicione. Intorno ai tavoli, in piedi, o seduti, o movendo irrequieti
da gruppo a gruppo, sono raccolte circa cento persone che dobbiamo
esaminare con una certa attenzione.

Sono tutti giovani, alcuni quasi ragazzi, Italiani di nascita, quasi
tutti Romani di nazionalità. Parlano l'idioma latino in tutta la sua
purezza, e indossano abiti tagliati secondo l'ultima foggia tiberina;
cioè tuniche corte di manica e appena scendenti oltre il ginocchio.
Sui divani e sopra gli sgabelli giacciono le toghe e le _lacernae_,
di cui si sono spogliati in causa del caldo; alcune di esse listate
dell'ambita porpora. Sopra i divani sono distesi anche alcuni corpi
addormentati, vinti dal sonno o dai fumi di Bacco.

Il vocìo è alto e continuo, qualche volta interrotto da scoppi di risa,
o da un grido di rabbia o di tripudio; ma sopra tutti gli altri suoni
prevale lo strepito secco dei dadi o _tesserae_, d'avorio, agitati nei
bossoli e gettati rumorosamente sui tavoli, o delle pedine, _hostes_,
mosse sullo scacchiere.

Di chi è formata la società?

— «Buon Flavio» — dice un giuocatore tenendo sospeso il suo pezzo —
«vedi tu quella _lucerna_ là sul divano? è appena uscita dalle mani del
sarto, e la fibbia ne è d'oro massiccio.» —

— «E poi?» — chiese Flavio, intento al suo giuoco. Ne ho viste altre
consimili. Che vuoi dire?» —

«Nulla. Io la darei volentieri in cambio di un uomo che sapesse ogni
cosa.» —

— «Un bel cambio davvero. Ma giuoca....» —

— «Ecco, partita.» —

— «È vero per Giove! Ancora? —

— «Volentieri.» —

— «E la posta?»

— «Un sesterzio.» —

Estrassero le loro tavolette e con uno stilo notarono la scommessa, e
mentre rimettevano a posto i pezzi, Flavio ritornò sull'osservazione
dell'amico:

— «Un uomo che sappia ogni cosa! _Hercle!_ gli oracoli morirebbero di
fame. Che cosa vorresti fare di un simile miracolo?» —

— «Fargli rispondere a una sola domanda, mio Flavio; poi buttarlo nel
fiume.» —

— «E la domanda?» —

— «Vorrei che mi dicesse l'ora e il minuto in cui arriverà domani il
console Massenzio.» —

— «Ottimo, ottimo! e perchè anche il minuto?» —

— «Hai tu mai provato a startene a capo scoperto sotto la sferza del
sole Siriaco, sul molo, aspettando; i fuochi di Vesta sono tiepidi
al paragone; e, per Giove Statore, se debbo morire, preferisco di
morire a Roma. Questo è un inferno; là, stando in mezzo al Foro, con
la mano tesa così, mi parrebbe di toccare la volta degli Dei. Ah, per
Venere, mio Flavio, ho parlato troppo. — Ho perduto di nuovo, o cattiva
Fortuna!»

— «Ancora?» —

— «Naturalmente. Devo riconquistare il mio sesterzio.» —

— «Sia.» —

I due continuarono a giuocare, finchè la luce del giorno che sorgeva
cominciò a fare impallidire il chiarore delle candele.

Come la maggior parte della compagnia, essi erano degli _attachés_
militari al servizio del console, di cui attendevano la venuta.

Durante questa conversazione un nuovo gruppo era entrato nella stanza,
e dapprima inosservato, si avvicinò al tavolo di mezzo.

I suoi componenti portavano traccie di aver passato la notte a
banchetto. Alcuni si reggevano a stento sulle gambe.

Intorno alle tempia del loro duce pendeva una ghirlanda che lo indicava
come anfitrione della festa trascorsa. In questi il vino non aveva
fatto impressione, se non fosse per aumentare la rara bellezza del suo
volto, del più puro tipo Romano.

Camminava a testa alta: il sangue gli imporporava le labbra e le gote;
gli occhi scintillavano, e dalle pieghe della candida toga e da tutto
il portamento della persona spirava un'aura regale.

Nell'avvicinarsi al tavolo si fece largo fra la folla, spingendo
a destra e sinistra chi gli ingombrava il cammino, con la massima
noncuranza e senza chiedere scusa; quando finalmente si arrestò
chinandosi sopra i giuocatori, tutti si voltarono a lui con un grido
altissimo:

— «Messala! Messala!» —

I più lontani fecero eco a quel grido. I gruppi si sciolsero, tavoli e
giuochi furono abbandonati, e tutti fecero circolo intorno a lui.

Messala accolse questa dimostrazione con la massima indifferenza, e
procedette immediatamente a dare un saggio dei metodi che gli avevano
acquistata tanta popolarità.

— «Salute, a te, Druso, mio amico,» disse ad un giuocatore alla sua
destra. — «Salute, e dammi un momento le tue tavolette.» —

Guardò la superficie cerata delle tavolette, e le annotazioni di
giuoco, poi le buttò sdegnosamente sul tavolo.

— «Denarii, soltanto denarii, — la moneta dei carrettieri e dei
beccai!» — disse con un riso di disprezzo. — «Per l'ebbra Semele, come
è decaduta Roma, se un Cesare passa le sue notti pregando la Fortuna
che gli conceda di vincere un denario!» —

Il discendente dei Drusi arrossì fino ai capelli, ma gli spettatori
coprirono la sua voce, stringendosi intorno al tavolo con grida di:
«Messala, Messala!» —

— «Uomini del Tevere» — continuò Messala, — «strappando un bossolo di
dadi dalle mani di un giuocatore.» — «Chi è il più favorito dagli Dei?
Il Romano. Chi è il legislatore delle nazioni? Il Romano. Chi è, per
diritto di spada, il padrone del mondo?» —

La compagnia era facilmente esaltata, e il pensiero di supremazia
espresso da Messala era loro famigliare fin dalla nascita. Esclamarono
in coro:

— «Il Romano, il Romano!» —

— «Eppure, eppure, vi è qualche cosa di superiore al Romano.» —

Il patrizio scosse il capo e, dopo una pausa studiata, ripetè con
ischerno:

— «Avete udito? Vi è qualcuno più grande del miglior Romano.» —

— «Ercole!» esclamò uno.

— «Bacco!» — gridò un altro.

— «Giove, Giove!» — tuonò la folla.

— «No,» — disse Messala, — «parlo di uomini.» —

— «Il nome, il nome!» — essi chiesero.

— «Lo dirò,» disse: — «È colui che alla perfezione di Roma ha aggiunto
la perfezione dell'Oriente; è colui che al braccio del conquistatore sa
sposare l'arte di godere.» —

— «_Per Pol!_ Dopo tutto egli è un Romano ancora!» — esclamò uno. Vi fu
uno scroscio d'applauso, e Messala continuò:

— «Nell'oriente, non abbiamo divinità: imperano solo Bacco, Venere e
Fortuna, e la maggiore di esse è la Fortuna. Donde il nostro motto: Chi
osa ciò che io oso?

Parole degne del Senato, degne della battaglia, degne massimamente di
chi come me cerca il meglio e non teme, sfidandolo, il peggio.» —

La sua voce da declamatoria si fece più bassa e famigliare, senza
perdere il conquistato ascendente.

— «Nella cassa forte della cittadella io tengo cinque talenti. Eccone
le ricevute.» —

Dal seno della sua tunica estrasse un rotolo, e, gettandolo sul tavolo,
proseguì fra religioso silenzio, bersaglio di tutti gli sguardi della
sala.

— «Quella somma vi darà la misura di quanto io osi. Chi osa
altrettanto? Silenzio! La posta è troppo grande? Ritirerò un talento.
Che! Tutti muti? Andiamo: Tre talenti, solo tre; due, uno, — uno
almeno, uno solo per l'onore del fiume sulle cui sponde siete nati!
La Roma d'Oriente sfida la Roma d'Occidente. Suvvia: Il barbaro Oronte
contro il sacro Tevere!» —

Agitò i dadi, aspettando.

— «L'Oronte contro il Tevere» — ripetè con enfasi sprezzante.

Nessuno si mosse. Allora buttò il bossolo per terra, e, ridendo,
raccolse le sue ricevute.

— «Ah, ah! Per Giove Olimpico. Ora so che siete venuti a cercar fortuna
in Antiochia, Cecilio!» —

— «Son qui Messala!» — gridò un uomo dietro di lui. — «Sono qui, che
muoio fra la folla, cercando la elemosina di un _dramma_ pel barcaiuolo
d'Averno. Ma per Plutone, questi uomini nuovi non posseggono un obolo
fra tutti.» —

La sortita provocò uno scoppio di risa. Solo Messala non vi si unì, ma
disse con gravità:

— «Va, Cecilio, nella stanza donde venimmo, ed ordina ai domestici di
portar qui le anfore e le tazze. Se questi nostri compatrioti pezzenti
di Siria non hanno denari, voglio almeno vedere se posseggono una gola.
Spicciati.» —

Poi si volse a Druso, con una risata che echeggiò per la stanza.

— «Ah, ah, mio amico! Non ti offendere se abbassai Cesare al livello
di un denario. Lo feci per svergognare questi aquilotti della nostra
vecchia Roma. Vieni, Druso, vieni!» — Raccolse il bossolo ed agitò
allegramente i dadi.

— «Per che posta giuochiamo?» —

Il modo era franco, cordiale, seducente. Druso cedette immediatamente.

— «Per le Ninfe, sì; accetto!» — esclamò ridendo.

— «Io giuocherò con te, Messala, — per un denario.» —

Un giovinetto dal volto quasi infantile osservava la scena da un capo
del tavolo. Improvvisamente Messala si volse a lui:

— «Chi sei?» — gli chiese.

Il giovine si ritrasse timidamente.

— «No, per Castore, no! Non intesi di offenderti. Ho bisogno d'un
segretario che tenga nota delle mie scommesse. Vuoi servirmi?» —

Il giovine tirò fuori le sue tavolette e si avvicinò prontamente a
Messala.

— «Fermati, Messala, fermati!» — esclamò Druso. — «Io non so se porti
sfortuna arrestare i dadi con una domanda; ma mi è balenato un'idea
e devo comunicartela quand'anche Venere mi frustasse con la sua
cintura.» —

— «No, mio Druso; quando Venere si toglie la cintura, è Venere
amorosa.» —

— «Ma la tua domanda. — Aspetta che getti, avvenga ciò che deve
avvenire. Così.» —

Rovesciò il bossolo sul tavolo e lo tenne fermo sopra i dadi.

Druso chiese: — «Hai tu mai veduto un tale Quinto Arrio?» —

— «Il duumviro?» —

— «No, suo figlio.» —

— «Non sapeva che avesse un figlio.» —

— «Bene, non importa,» — soggiunse Druso; — «soltanto sappi che questo
Arrio ti assomiglia come Castore a Polluce.» —

L'osservazione scatenò una tempesta di conferme.

— «È vero, è vero! I suoi occhi e il suo viso,» — gridarono.

— «Che?» insinuò uno con disprezzo. — «Messala è Romano; Arrio è un
Ebreo.» —

— «Hai ragione» — esclamò un terzo. — «Egli è Ebreo.» —

Messala interruppe la disputa che stava per sorgere.

— «Il vero non è ancor giunto, mio Druso; e come vedi, tengo la Fortuna
pei capelli. Quanto ad Arrio, accetterò il tuo parere, purchè tu mi dia
qualche altro particolare su di lui.» —

— «Ebreo o Romano — pel grande dio Pane, senza mancarti di rispetto, o
Messala! — questo Arrio è bello, coraggioso e sagace. L'imperatore gli
offrì il suo favore, ed egli lo rifiutò. Un'aria di mistero lo circonda
ed egli si tiene lontano dagli altri come se si stimasse superiore o
nemmeno di essi. Nelle palestre non aveva rivali; scherzava coi giganti
del Reno e coi tori della Sarmazia come fossero balocchi. Il duumviro
lo lasciò erede di una sostanza colossale. La sua passione è quella
delle armi, e non pensa che alla guerra.

Massenzio lo accolse nella sua famiglia e doveva arrivare insieme a
noi, ma lo perdemmo di vista a Ravenna. Ciò non ostante è arrivato.
Ne udimmo parlare stamattina. _Per Pol!_ Invece di venire al palazzo o
presentarsi alla cittadella, ha lasciato i suoi bagagli ad un Khan ed è
sparito nuovamente.» —

Messala aveva ascoltato il principio di questo racconto con
indifferenza cortese; ma la sua attenzione crebbe a poco a poco,
e alla conclusione tolse la mano dal bossolo e gridò: — «Caio! mi
ascolti?» —

Un giovane al suo fianco, — il suo Mirtilo, o compagno di cocchio della
mattina, rispose:

— «T'ascolto, Messala, poichè ti son vicino ed amico.» —

— «Ti ricordi dell'uomo che ti procurò quel capitombolo oggi?» —

— «Pei riccioli di Bacco! Non dovrei ricordarmene, con una spalla
ammaccata che me ne tiene fresca la memoria?» —

— «Allora ringrazia il Fato: ho trovato il tuo nemico. Ascolta.» —

Messala si rivolse a Druso.

— «Dammi altri ragguagli di costui — _Per Pol!_ — di costui che è
insieme Romano ed Ebreo, una bella combinazione davvero. Che vesti
porta, o mio Druso?» —

— «Di foggia Ebraica.» —

— «Lo senti, Caio? L'individuo è giovine, — uno; ha l'aspetto di
un Romano — due; ama vestirsi da Ebreo — tre; nella palestra si è
guadagnato corone con la forza del braccio, di cui ha dato un saggio
col nostro cocchio — quattro. Prosegui Druso, ed illumina maggiormente
l'amico.

Senza dubbio questo Arrio avrà una certa conoscenza di lingue,
altrimenti non potrebbe essere Ebreo oggi, domani Romano; ma l'idioma
d'Atene, lo conosce?» —

— «Con tale purezza, Messala, che potrebbe concorrere nelle gare
Istmie.» —

— «Mi segui, o Caio?» — disse Messala. — «Il tuo amico conosce il
greco, il che, secondo il mio calcolo, fa cinque. Che ne dici?» —

— «Tu l'hai scoperto, o Messala» — rispose Caio.

— «Perdonami, Druso; perdonatemi tutti di parlare di enigmi e
indovinelli» — disse Messala nel suo modo seducente. — «Ma devo fare
ancora appello alla tua cortesia. Guarda!» — coprì di nuovo con la
mano il bossolo dei dadi. — «Guarda come celo i secreti della Pizia!
Tu dicevi, io credo, che un certo mistero circondi la persona di questo
Arrio. Spiegati.» —

— «Non è nulla, Messala, nulla» — replicò Druso — «È quasi una
leggenda: quando il vecchio Arrio partì per combattere i pirati, non
aveva nè moglie nè figli; ritornò con un giovine, questi di cui ti
parlo — e il giorno dopo lo adottò.» —

— «Lo adottò?» — ripetè Messala. — «Per gli dei, Druso, tu stimoli
la mia curiosità. E dove trovò il duumviro questo ragazzo? E chi era
costui?» —

— «Chi potrà risponderti meglio, o Messala, del giovine Arrio in
persona? _Per Pol!_ Nella battaglia il duumviro — allora soltanto
tribuno — perde' la sua galera. Nella sua nave trovò lui ed un altra
persona — i soli superstiti dell'equipaggio, — aggrappati alla medesima
trave. Dicono che il compagno del duumviro fosse un Ebreo....» —

— «Un Ebreo!» — ripetè Messala.

— «.... e uno schiavo.» —

— «Come... Druso? Uno schiavo?» —

— «Quando i due furono raccolti e portati sul ponte, il tribuno vestiva
la sua corazza, e l'altro indossava la tunica del rematore.» —

Messala si alzò in piedi.

— «Un gale....» — Non terminò la parola degradante, e guardò in volto
ai compagni, come trasognato.

In quella entrarono i servitori con fiaschi di vino, cesta di frutta
e di dolci, tazze e coppe d'argento e d'oro. Vi fu un movimento nella
folla. Messala si riebbe e, salito sopra una sedia:

— «Uomini del Tevere» — disse con voce squillante — «aspettando il
console, nostro capo, non offendiamo Bacco, nostro Dio. Chi sarà il
nostro anfitrione?» —

Druso si alzò.

— «Chi sarà nostro anfitrione se non colui che darà la festa?
Rispondete, Romani.» —

Un grido unanime rispose.

Messala prese la ghirlanda dal capo e la diede a Druso, il quale si
arrampicò sopra il tavolo, e, in vista di tutti, la ripose sul capo di
Messala, consacrandolo Re della festa.

— «Mi accompagnarono» — egli disse — «alcuni amici che avevano
banchettato con me questa notte. Affinchè la nostra festa proceda
secondo i sacri riti, portatemi qui il più briaco fra loro.» —

Un clamore di voci rispose: — «Egli è qui, egli è qui!» —

E dal pavimento dov'era caduto sollevarono un giovane di così squisita
ed effeminata bellezza che avrebbe potuto passare pel Dio del vino in
persona, soltanto che la corona gli sarebbe scivolata dal capo ed il
tirso dalle mani.

— «Sollevatelo sopra il tavolo» — comandò il Re.

Si constatò che non poteva stare seduto.

— «Aiutalo, Druso, se vuoi che la bella Nione un giorno ti
aiuti.» —

Druso prese l'ebbro fra le sue braccia.

Allora Messala, in mezzo ad un religioso silenzio, così parlò
all'assopito:

— «O Bacco! Massimo fra gli Dei, sii propizio questa notte a noi, tuoi
fedeli. Per me e per i miei compagni io appenderò questa ghirlanda» —
sollevandola riverentemente dal capo — «io appenderò questa ghirlanda
domani al tuo altare nel Bosco di Dafne.» —

Fede un inchino, riordinò la ghirlanda sulle sue tempie, poi, alzando
il bossolo, scoprì i dadi, esclamando:

— «Guarda, o mio Druso! Per l'asino di Sileno, il denario è mio!» —

Vi fu scroscio di applausi che fece tremar la volta e gli Atlanti che
la sorreggevano, e l'orgia incominciò.



CAPITOLO XIII.


Lo sceicco Ilderim era un personaggio di troppa importanza per
viaggiare senza un seguito degno della sua condizione di capo tribù, e
primo patriarca dei deserti ad ovest della Siria. Tale era la sua fama
fra i figli del deserto; alle popolazioni delle città era semplicemente
noto come uno dei più ricchi signori d'oriente, e ricco egli era
infatti di denari e di servitù, di cammelli, cavalli, e armenti d'ogni
genere, ch'egli amava sfoggiare con l'orgoglio fanciullesco del barbaro
orientale. Quindi il lettore non s'inganni quando lo udirà parlare
della sua tenda nell'Orto delle Palme, in verità egli vi possedeva uno
splendido _dovar_, formato da tre grandi padiglioni, — uno per sè, uno
per gli ospiti, uno per la moglie favorita e le sue donne, — e da una
diecina di tende minori occupate dai suoi servitori e da alcuni membri
della sua tribù, uomini di sperimentato coraggio, periti nel maneggio
della lancia e dell'arco ed eccellenti cavalieri.

A dire il vero questo apparato militare non era richiesto da alcun
pericolo che corressero i suoi beni nell'Orto delle Palme, ma le
abitudini dell'uomo erano tali da non poterne fare senza. Aumentava il
sentimento della sua dignità e nel medesimo tempo l'accertava della
sicurezza dei cammelli, cavalli e pecore pascolanti nel recinto del
_dovar_.

Ilderim era uno scrupoloso osservatore dei costumi del deserto e la sua
vita nell'Orto delle Palme era un'esatta riproduzione di quelli delle
antiche costumanze patriarcali praticate ai tempi di Israele.

Quando era arrivato la mattina precedente all'Orto, aveva arrestato il
suo cavallo e conficcato la sua lancia nel terreno come un generale che
prenda possesso della terra conquistata, dicendo: — «Qui piantate la
mia tenda. La porta verso sud; il lago davanti, così; e sotto questi
alberi i figli del deserto potranno aspettare il tramonto.» —

A queste parole s'era avvicinato a un gruppo di palme, accarezzando uno
dei grossi tronchi come fosse il collo d'un cavallo o la guancia del
suo figliuolo favorito.

Chi, se non uno sceicco può di pieno diritto dire alla carovana: —
«Alt! Qui piantate le tende!» — Dove la lancia era stata conficcata, fu
affondato il primo pilastro del suo padiglione. Quindi altri otto pali
furono piantati, formando in tutto tre file di tre pali ciascuna. Poi
furono chiamate le donne e i fanciulli che scaricarono il canovaccio
dai dorsi dei cammelli. Questo compito spettava alle donne. Non avevano
esse tosate le brune capre del gregge? Non avevano ridotto la lana in
filo, e il filo in tessuto, e unite le singole pezze fino a formare
tutta la grande impermeabile copertura del tetto, di color bruno, ma
che, in lontananza, sembrava nero, come le tende di Kedar? Con risa e
grida gioconde, la copertura fu distesa sopra i pali, e le estremità
furono assicurate con corde al suolo. E quando le pareti di vimini
coperte di stoffa rossa, furono collocate al loro posto — ultima
pietra usata dall'architettura del deserto — con quale muta ansietà
l'intero seguito dello sceicco aspettò il giudizio del grand'uomo!
Egli era entrato nella casa, l'aveva esaminata confrontandola con la
direzione del sole, degli alberi e del lago, e fregandosi le mani
aveva esclamato: — «Bene! Terminate il dovar come sapete, e questa
sera _arrak_ e miele e carne di capretto allieteranno le nostre
mense. Andate con Dio, miei figlioli, e non dimenticate i cavalli e i
cammelli. Andate!» —

Solo alcuni servitori erano rimasti per completare l'interno della
tenda. Lungo la fila dei pali di mezzo appesero una cortina, dividendo
la tenda in due appartamenti, uno sacro ad Ilderim medesimo, l'altro
pei suoi cavalli, i gioielli di Salomone, che egli stesso fece entrare
conducendoli per mano, liberandoli poi, dopo molti baci e carezze.

Intorno al palo centrale erano ordinati dei trofei d'armi e fra
le quali spiccavano lo scudo e la scimitarra del padrone, la cui
lama rivaleggiava in splendore con le gemme di cui era tempestata
l'impugnatura.

Quando ebbero portato nella stanza ed appesi i finimenti dei cavalli e
le vesti dello sceicco, questi si dichiarò soddisfatto e li licenziò.

Frattanto erano tornate le donne le quali gli apprestarono il divano
indispensabile alla sua dignità personale, quasi come la barba bianca e
fluente che gli copriva il petto. Intorno al divano stesero tappeti che
prolungarono fino all'entrata della tenda. Quindi riempirono d'acqua le
brocche e appesero le otri di _arrak_ a portata di mano.

Così fu eretta la tenda dello sceicco Ilderim, presso il lago d'acqua
dolce nell'Orto delle Palme.

Noi abbiamo lasciato Ben Hur alla porta di questa tenda. Tosto ne
uscirono servitori che slacciarono i suoi sandali, e lo fecero entrare.

— «Che tu sii il benvenuto. Siediti e riposa» — disse il padrone di
casa con molta cordialità, e parlando il dialetto di Gerusalemme: —
«Noi abbiamo un proverbio nel deserto,» — continuò Ilderim, passando le
dita attraverso i peli della candida barba, il quale dice che un buon
appettito è la promessa di una lunga vita. Lo conosci tu?» —

— «Secondo questa norma, sceicco, io vivrò cento anni. Sono un lupo
affamato» — rispose Ben Hur.

— «Ebbene, non ti scacceremo come un lupo. Ti daremo il più tenero
boccone del gregge.» —

Ilderim battè le mani.

— «Cerca lo straniero nella tenda degli ospiti, e digli che io,
Ilderim, gli auguro che la sua pace sia eterna come lo scorrere delle
acque.» — Il servitore si inchinò.

— «Digli ancora» — continuò lo sceicco, — «che ho condotto un amico, e
che se Balthasar il Saggio vuol dividere il nostro pane, esso basterà
per tre, e ancora ne rimarrà per gli uccelli del bosco.» —

Il servitore uscì.

— «Ed ora riposiamoci.» —

Ilderim si accovacciò sul divano incrociando le gambe sotto di sè; poi
chiese con gravità: — «Tu sei mio ospite, e stai per assaggiare il mio
sale; quindi mi perdonerai la domanda: Chi sei tu?» —

— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur, sopportando con calma lo sguardo
scrutatore dell'altro, — «non credere che io voglia scherzare con la
tua giusta richiesta, ma dimmi, non vi fu mai un tempo nella tua vita
in cui il rispondere a una simile domanda sarebbe stato per te un
delitto?» —

— «Per lo splendore di Salomone, sì» — rispose Ilderim. — «Il tradire
se stessi è talora maggior delitto che non il tradimento della propria
tribù.» —

— «Io ti ringrazio buon sceicco!» — esclamò Ben Hur. — «La tua risposta
mi rivela che tu cercavi di garantirti contro le pretese di un ignoto,
e non già di indagare le vicende della mia povera vita.» —

Lo sceicco s'inchinò e Ben Hur proseguì:

— «In primo luogo io non sono Romano, come il mio nome parrebbe
indicare.» —

Ilderim afferrò la sua barba con ambe le mani e fissò il suo compagno
con gli occhi scintillanti argutamente sotto le ciglie contratte.

— «In secondo luogo» — continuò Ben Hur, — «io sono Ebreo, della tribù
di Giuda.» —

La sceicco alzò un poco le ciglia.

— «E non basta. Sceicco, io sono un Ebreo, a cui i Romani hanno fatto
un torto, a petto del quale il tuo è un dispetto da fanciulli.» —

Il vecchio si tirava la barba con velocità nervosa, e gli occhi
sembravano chiusi.

— «Ancora: io giuro a te, Ilderim sceicco, io giuro sul Patto che Dio
strinse coi miei padri, che se tu mi darai la vendetta che io cerco,
l'oro e la gloria saranno interamente per te.» —

Ilderim aperse gli occhi, sollevò la testa, sorrise. La soddisfazione
gli si leggeva in ogni tratto del volto.

— «Basta!» — egli disse. — «Se nelle parole dette dalla tua lingua
si nasconde una menzogna, nemmeno Salomone la potrebbe scovare. Io
credo che tu non sia Romano e che, quale Ebreo, abbia un torto da
vendicare sopra i Romani, e su questo punto basta. Ma quanto alla
tua destrezza? Quale esperienza hai tu nelle gare dei cocchi? E i
cavalli — puoi piegarli al tuo volere, fare che essi ti conoscano, ti
amino? Sai tu con una parola spingerli al galoppo, alla carriera? E
poi nell'ultimo momento, dalle profondità della tua anima comunicar
loro il fremito della vittoria, spronarli all'ultimo supremo sforzo?
Questo dono, mio figlio, non è concesso a tutti. Per lo splendore di
Dio, io conobbi un Re che dominava un milione d'uomini, e non sapeva
guadagnarsi il rispetto di un cavallo. Intendimi! Io non parlo di quei
bruti ottusi il cui volgar destino è di servire l'uomo come schiavi,
avviliti nel sangue e nell'anima senza uno scatto e senza un'ambizione,
— ma di cavalli come i miei, i Re della loro specie, il cui lignaggio
rimonta agli allevamenti dei primi Faraoni; i miei amici e compagni,
che dividono la mia mensa e la mia tenda, divenuti quasi umani nei
loro rapporti con me; che al loro istinto hanno aggiunto la nostra
intelligenza, ai loro sensi hanno compenetrato l'anima nostra, sicchè
provano tutti i nostri sentimenti, ambizione, amore, odio o disprezzo;
eroi in guerra, in pace fedeli e mansueti come donne. Olà!» —

Un servitore si presentò.

— «Fate venire i miei Arabi.» —

L'uomo sollevò un lembo della cortina di divisione, esponendo un gruppo
di cavalli i quali indugiarono un momento come per assicurarsi che
l'invito era fatto sul serio.

— «Venite!» — disse Ilderim. — «Perchè vi fermate? Tutto ciò che io
posseggo non è vostro? Venite, dico!» —

Essi si avvicinarono lentamente.

— «Figlio d'Israele,» — disse lo sceicco, — «il tuo Mosè era un
grand'uomo, ma — ah! ah! — io devo ridere quando penso ch'egli diede ai
tuoi padri il bove lento e lo stolido asino, e vietò loro di possedere
cavalli. Ah, ah! Credi tu che avrebbe fatto lo stesso se avesse veduto
quello là, e questo — e questo?» —

Così dicendo tese le mani verso i cavalli ed accarrezzò con infinito
orgoglio e tenerezza la testa del più vicino.

— «Non è vero, sceicco, non è vero!» — esclamò Ben Hur con calore. —
«Oltre ad essere un legislatore amato da Dio, Mosè era un guerriero; e
come avrebbe potuto sprezzare simili animali?» —

Una testa meravigliosamente tornita, con occhi grandi, dolci come
quelli di un cervo e quasi celati da un denso ciuffo, con orecchie
piccole e appuntite, si avvicinò a Ben Hur allargando le narici e
muovendo il labbro superiore. — «Chi sei tu?» — parve chiedere, come se
avesse avuto il dono della parola. Ben Hur riconobbe uno dei quattro
corridori che aveva veduti aggiogati al cocchio dello sceicco, e gli
tese il palmo della mano.

— «Vi diranno, i calunniatori! — siano brevi i loro giorni!» — esclamò
lo sceicco, quasi rigettasse un affronto personale. — «Vi diranno,
dico, che i nostri migliori cavalli vengono dai pascoli Nesei, nella
Persia.» — È falso! Iddio diede al primo Arabo una smisurata distesa
di sabbia, alcune montagne senz'alberi, e qua e là un amara fontana, e
gli disse: — «Ecco il tuo paese!» — E quando il pover'uomo si lamentò,
l'Onnipotente sentì pietà di lui e gli disse ancora: — «Rallegrati! Io
ti benedirò e ti esalterò sopra tutti gli altri uomini.» — L'arabo udì,
e ringraziando, si mise in traccia della benedizione. Dapprima esplorò
i confini della sua terra, e non trovò nulla. Poi percorse la via del
deserto, e camminò, camminò, finchè nel mezzo di esso vide un isola
verdeggiante e bellissima; e, nel cuore dell'isola, ecco pascolare
una mandra di cammelli, ed eccone un'altra di cavalli! Con gioia li
accolse e li tenne cari — essi erano i doni di Dio. E da quell'isola
verde uscirono tutti i cavalli del mondo, ad oriente fino ai prati
Nesei, a settentrione fino alle terre flagellate dai venti gelati. Non
dubitare del mio racconto, se vuoi che un Arabo presti fede a te. Ora
ti mostrerò le prove.» —

Battè le mani. — «Portami gli annali della tribù,» — ordinò a un
servitore.

Mentre aspettava, lo sceicco scherzava coi cavalli, passando le sue
dita attraverso le loro criniere, palpando e accarezzandone il collo e
la fronte. Di lì a poco comparvero sei uomini trascinando alcune casse
di cedro rinforzate da spranghe di ferro.

— «No» — disse Ilderim, quando furono deposte per terra. — «Non fa
bisogno di tutte, solo dei registri dei cavalli — aprite quella lì, e
riportate indietro le altre.» —

La cassa fu aperta, rivelando una serie di tavolette d'avorio, infilate
in anelli d'argento; e siccome lo spessore delle tavolette era come
quello d'un ostia, ogni anello ne contava centinaia.

— «Io so,» — disse Ilderim, prendendo in mano gli anelli. — «Io so con
quanta cura e zelo, mio figlio, i sacerdoti del Tempio della tua città
tengono nota di ogni neonato della tua nazione, cosicchè ogni figlio
d'Israele può seguire l'ordine dei suoi maggiori sino ai tempi dei
patriarchi. I miei padri — la loro memoria sia florida in eterno, —
non credettero peccaminoso di applicare quell'idea anche ai loro muti
servitori, guarda!» —

Ben Hur prese gli anelli, e separando le tavolette, vide che portavano
l'impronta di rozzi geroglifici arabi, disegnati nell'avorio con la
punta di un ferro rovente.

— «Puoi leggerli, figlio d'Israele?» —

— «No, spiegami il loro significato.» —

— «Sappi dunque che ogni tavola ricorda il nome di un cavallo puro
sangue, nato nei secoli passati sotto le tende dei miei padri, insieme
al nome dello stallone e della madre. Osserva la loro età.» —

Alcune delle tabelle erano quasi consumate, e la scrittura invisibile.
Tutte erano gialle per gli anni.

— «In quella cassa io ho tutta la storia documentata di quella razza
di cui questi cavalli sono i discendenti; e come questi cerca ora la
tua attenzione e le tue carezze, così i suoi padri, secoli e secoli
addietro vennero nelle tende dei padri miei a ricevere dalle loro
mani la misura d'avena, e i baci dalle loro labbra. Ed ora, o figlio
d'Israele, mi crederai, quando dichiaro, che, come io sono il Re del
deserto, questi sono i miei ministri! Toglimi quelli, ed io sono come
l'ammalato che la carovana lascia dietro di sè a morire nel deserto.
Per la spada di Salomone, io potrei narrarti meraviglie compiute da
questi cavalli sulla patria arena; — ma ora, attaccati al cocchio, —
aggiogati per la prima volta — non so perchè, ma ho paura; il successo
mi sembra così difficile, che io ti giuro che il giorno nel quale tu
ti presentassi a me, se vincerai, sarà il più felice della tua vita. Ed
ora parliamo di te.» —

— «Io comprendo ora» — disse Ben Hur — «perchè l'Arabo ama i suoi
cavalli come i suoi figli; e so pure perchè i cavalli arabi sono i
primi del mondo; ma, buon sceicco, io vorrei che tu mi giudicassi non
dalle parole soltanto, ma dai fatti. Le promesse sono talora fallaci;
lascia ch'io provi i tuoi cavalli sopra una pianura vicina.» —

Il viso di Ilderim raggiò di gioia, e aprì la bocca per parlare.

— «Attendi, buon sceicco, attendi!» — disse Ben Hur. — «Lascia ch'io
continui. Dai maestri di Roma io appresi molte cose, non pensando che
verrebbe un tempo in cui io ne approfitterei contro di essi. Io ti
dico che questi figli del deserto, quand'anche abbiano ciascuno da sè
la velocità di aquile e la resistenza del leone, non faranno nulla se
non sono abituati a correre insieme sotto il giogo. Perchè rifletti,
o sceicco, che dei quattro, uno è il più rapido, uno il più tardo, e
mentre la velocità della corsa è determinata da questo, i maggiori
imbrogli sono dati dal primo. Così avvenne oggi; l'auriga non potè
farli procedere in armonia. Il mio tentativo potrà avere lo stesso
risultato, ma se è così, tu stesso lo vedrai. Se invece mi riesce di
far correre i quattro come un solo cavallo, docili alla mia volontà,
ti giuro che tu avrai i tuoi sesterzii e la corona: io la mia vendetta.
Che ne dici?» —

Ilderim ascoltò, lisciandosi la barba. Poi disse ridendo: — «Io ti
credo, figlio di Israele. Noi abbiamo un proverbio del deserto che
dice: Se vorrai condire la cena con parole, io ti prometto un oceano di
burro. Domani proverai i cavalli.» —

In questo momento si udirono dei passi fuori dalla tenda.

— «La cena — eccola! Ed ecco pure il mio amico Balthasar, che ti
farò conoscere. Egli sa raccontare una storia che un Israelita non si
stancherà mai d'ascoltare.» —

E ai servitori disse:

— «Portate via i registri e riconduci i miei gioielli nel loro
appartamento.» —

Gli ordini furono eseguiti.



CAPITOLO XIV.


Se il lettore vorrà ricorrere col pensiero alla cena dei tre saggi al
loro primo incontro nel deserto, potrà farsi un'idea del pasto che si
preparava sotto alla tenda di Ilderim. La differenza consisteva più
nella perfezione del servizio che nella qualità dei cibi. Tre coperte
vennero distese sopra il tappeto in prossimità del divano; vicino a
questo fu collocato un tavolo alto non più di un piede, coperto da una
tovaglia. In un angolo della tenda v'era un forno portatile, sotto
la cura di una ancella che attendeva a rifornire gli ospiti di pane
fresco, o piuttosto di una specie di focaccia calda che teneva luogo di
quello.

Frattanto Balthasar fu condotto al divano dove Ben Hur ed Ilderim lo
ricevettero in piedi. Un ampio mantello nero avvolgeva il magro suo
corpo; il passo era debole, ogni movimento cauto e lento. Un bastone lo
sorreggeva da un lato, un servitore dall'altro.

— «Pace sia con te» — disse Ilderim rispettosamente. — «Pace e salute.»
— L'Egiziano alzò la testa: — «Ed a te, buon sceicco ed ai tuoi, la
pace e la benedizione dell'unico Dio.» —

Il modo era cortese e devoto, e fece una profonda impressione su Ben
Hur. Inoltre la benedizione era stata in parte rivolta a lui, e mentre
parlava il vecchio, lo fissava coi grandi occhi luminosi, destandogli
in petto un'emozione nuova e misteriosa. Più volte nel corso della
cena Ben Hur guardò furtivamente quel volto scarno e rugoso, e sempre
vi scorse un'espressione blanda, placida, fiduciosa come quella di un
bambino.

— «Questo giovine, o Balthasar» — disse Ilderim, ponendo la mano sul
braccio di Ben Hur, spezzerà oggi il suo pane con noi.» —

L'Egiziano guardò nuovamente il giovine ed un'espressione di dubbio
e di sorpresa apparve sopra il suo volto. Lo sceicco spiegò: — «Io ho
promesso di dargli in prova i miei cavalli domani; e se tutto va bene
egli li guiderà nelle corse del Circo.» —

Balthasar continuava ad osservarlo.

— «Egli mi è stato ben raccomandato,» — continuò Ilderim, imbarazzato
da quell'esame. — «Sappi ch'egli è figlio di Arrio, illustre ammiraglio
romano, quantunque,» — lo sceicco esitò, poi rise — «egli si dichiari
Israelita della tribù di Giuda; e, per lo splendore di Dio, io gli
credo.» —

Balthasar non potè trattenere più oltre la spiegazione.

— «Oggi, o generoso sceicco, la mia vita corse pericolo, e sarebbe
stata perduta, se un giovine, in tutto rassomigliante a questo,
non fosse intervenuto, e mentre gli altri fuggivano, non mi avesse
salvato.» — Poi indirizzandosi direttamente a Ben Hur — «Non fosti
tu?» —

— «Io non posso affermarlo in questi termini» — rispose modestamente
Ben Hur. — «Io ho fermato semplicemente i cavalli dell'insolente Romano
quando correvano addosso al tuo cammello presso la Fontana di Castalia.
Tua figlia mi lasciò una coppa d'argento.» —

Dal seno della sua tunica estrasse la coppa e la porse a Balthasar. Il
volto dell'Egiziano si illuminò.

— «Iddio ti ha mandato in mio aiuto oggi presso la fontana» — egli
disse con voce tremante, tendendo la mano a Ben Hur, — «ed ora ti manda
nuovamente a me. Io lo ringrazio, e ringrazialo tu pure, perchè il
favore di cui Egli mi colma mi permette di darti una larga ricompensa.
— La coppa è tua, tienila.» —

Ben Hur riprese il dono, e Balthasar, leggendo un'interrogazione sul
viso dello sceicco, raccontò quanto era accaduto alla fontana.

— «Perchè non me ne hai fatto parola?» — disse Ilderim a Ben Hur. —
«Non avresti potuto trovare una migliore raccomandazione. Non sono io
Arabo e sceicco della mia tribù? E non mi è un'ospite sacro, e la sua
protezione non è mio dovere? Ciò che tu hai fatto per lui, hai fatto
per me, e da me deve venire la ricompensa.» —

La sua voce s'era fatta acuta e stridula per l'emozione.

— «Perdonami, buon sceicco, ti prego. Io non cerco ricompensa di sorta.
Il servizio ch'io resi a quest'uomo eccellente, avrei reso al tuo più
umile schiavo.» —

— «Ma egli è mio amico e mio ospite, non mio servo; non disprezzar la
fortuna.» — Poi volgendosi a Balthasar: — «Ah, per lo splendore di Dio,
ti ripeto: egli non è Romano.» —

Poi si allontanò per sorvegliare i domestici che avevano quasi
terminati i preparativi della cena.

L'Egiziano fece un passo verso Ben Hur e gli parlò con la sua blanda
voce infantile:

— «Come disse lo sceicco che io debbo chiamarti? Hai un nome Romano se
non erro.» —

— «Arrio, figlio di Arrio.» —

— «Ma tu non sei Romano.» —

— «Tutta la mia famiglia fu Ebrea.» —

— «Fu, dici? Non sono essi in vita?» —

La domanda era indagatrice nella sua semplicità; ma Ilderim risparmiò a
Ben Hur la risposta.

— «Venite» — disse — «la cena è pronta.» —

Ben Hur offrì il braccio a Balthasar, e lo condusse vicino al tavolo,
intorno al quale i tre si sedettero, incrociando le gambe alla foggia
orientale. I servitori portarono ciotole piene d'acqua, e quando tutti
si furono lavate le mani, a un cenno dello sceicco si fece profondo
silenzio, e la voce dell'Egiziano sorse tremula e solenne:

— «Padre di tutti, Dio! Ciò che possediamo è tuo; accetta i nostri
ringraziamenti, e concedici la tua benedizione, affinchè possiamo
continuare a fare la tua volontà.» —

Era la preghiera che il buon uomo aveva innalzata al cielo con Gaspare
il Greco, e Melchiorre, l'Indiano, sotto la tenda del deserto. Le
medesime parole dette contemporaneamente in tre lingue diverse avevano
attestato il miracolo della presenza Divina.

La cena a cui ora rivolsero la loro attenzione era ricca di tutti i
prelibati cibi d'Oriente: focaccie fresche uscite dal forno, legumi,
carni semplici e pasticci, latte, miele e burro: tutto questo senza
l'apparato moderno di piatti, forchette, coltelli e cucchiai. Durante
il pasto si parlò poco. Ma quando furono nuovamente portate le ciotole
per lavarsi le mani e incominciò la seconda parte del pasto, il
_dessert_, gli animi si disposero ad ascoltare e parlare.

In una tale compagnia — un Arabo, un Ebreo, un Egiziano, tutte e tre
credenti in un unico Dio — non vi poteva essere in quell'epoca che
un solo tema di conversazione; e dei tre, chi doveva essere l'oratore
se non colui al quale la Divinità si era rivelata? di che cosa doveva
parlare se non di quanto egli era stato chiamato a testimoniare?



CAPITOLO XV.


Il sole tramontava dietro le montagne che proiettavano le loro ombre
gigantesche sopra l'Orto delle Palme, e al brevissimo crepuscolo
successe rapidamente l'oscurità della morte. I domestici portarono
nella tenda quattro candelieri di bronzo e li posero sul tavolo, uno
per ciascun angolo. Ogni candeliere aveva quattro braccia, e da ciascun
braccio scendeva una piccola lampada d'argento. La luce brillante
illuminava il gruppo che continuò la conversazione iniziata parlando in
dialetto siriaco, famigliare alle popolazioni d'Oriente.

L'Egiziano raccontò la storia dell'incontro dei tre nel deserto,
e convenne con lo sceicco che fu in dicembre, ventisette anni fa,
quand'egli e i suoi compagni, fuggendo da Erode, chiesero ospitalità
alla sua tenda. Il racconto fu ascoltato con intenso interessamento;
gli stessi domestici, indugiavano più che potevano per afferrare ogni
dettaglio. Ben Hur lo accolse come si conveniva ad un uomo che udiva
una rivelazione di grande importanza per tutta l'umanità e specialmente
pel popolo d'Israele. Nella sua mente, come vedremo, andava formandosi
un'idea che doveva mutare tutta la corrente della sua vita, ed
assorbire tutte quante le sue forze.

Le parole di Balthasar fecero una profonda impressione nel giovine
Ebreo, il quale non dubitò per un istante della verità di quanto aveva
udito.

Per lo sceicco Ilderim la storia non era nuova. L'aveva udita
raccontare dai tre sapienti in circostanze che non permettevano il
dubbio. Vi aveva creduto ed aveva scampato i fuggiaschi dall'ira
d'Erode. Oggi uno dei tre sedeva nuovamente, ospite riverito, al suo
desco, e le sue labbra ripetevano la medesima narrazione. Ma nella
mente di Ilderim quei fatti non avevano l'importanza con cui apparivano
a Ben Hur. Egli era un Arabo, e l'interessamento suo non poteva che
essere d'ordine generale; Ben Hur invece era Ebreo.

Fin dalla culla egli aveva inteso parlare del Messia; gli studi nel
Collegio lo avevano reso famigliare con tutto ciò che riguardava
l'Essere, che formava insieme la speranza, il timore e la gloria
speciale del popolo eletto; i profeti lo avevano annunziato; e il suo
avvento formava il tema di interminabili disquisizioni da parte dei
Rabbi; nelle sinagoghe, nelle scuole, nel Tempio, nei giorni di festa e
di digiuno, in pubblico ed in privato, i dottori lo predicavano, finchè
tutti i figli d'Abramo, qualunque fosse la loro condizione, vivevano in
aspettazione del Messia, e spesso con ferrea severità disciplinavano la
loro vita in conformità a quell'evento.

Certamente v'erano molti dubbi ed incertezze e grandi controversie fra
gli Ebrei medesimi circa il Messia, ma le controversie vertevano sopra
un solo punto: quando sarebbe venuto?

Unanime poi era la persuasione fra il popolo eletto, che, qualunque
fosse l'ora della sua venuta, egli sarebbe stato il _Re degli Ebrei_,
il loro Re politico, il loro Cesare. Egli avrebbe guidate le loro
armi alla conquista della terra, e pel bene loro e in nome di Dio,
vi avrebbe dominato in eterno. Su questa credenza, i Farisei o
Separatisti — questa parola aveva un senso più politico che religioso
— fantasticavano negli anditi e intorno agli altari del Tempio, e vi
avevano costruito sopra un edificio di speranze più colossali dei sogni
del Macedone. Quelli non abbracciavano che la terra; il loro edificio
copriva la terra e toccava coi suoi pinnacoli il cielo. Nella audace,
sfrenata fantasia di quell'empio egoismo, Iddio onnipotente doveva
essere un semplice strumento per l'espandersi vittorioso del nome
Giudeo.

Ritornando a Ben Hur, dobbiamo osservare che due circostanze della sua
vita lo avevano tenuto relativamente immune dagli effetti di questa
audace religione predicata dai suoi compaesani Separatisti.

In primo luogo suo padre apparteneva alla setta dei Sadducei, che
si potrebbero chiamare i Liberali del loro tempo. Essi rispettavano
rigorosamente i libri della legge tramandati da Mosè, ma tenevano
in alto disprezzo le aggiunte e i commenti della scienza Rabbinica.
Quantunque formassero una setta, la loro religione era più una dottrina
filosofica che non una fede; non fuggivano i piaceri della vita e
sapevano ammirare le bellezze artistiche e letterarie delle razze
pagane. In politica erano gli avversari più tenaci dei Separatisti.

Questi principî paterni erano discesi nel figlio, quantunque la
catastrofe che lo aveva raggiunto in giovine età, avesse impedito la
loro consolidazione. Ma qui si fece sentire la seconda delle influenze
a cui abbiamo fatto allusione.

Cinque anni di soggiorno in Roma avevano lasciato una profonda
impressione nell'animo di Ben Hur. Roma era allora all'apogeo della
sua gloria se non della sua potenza, il ritrovo politico e commerciale
di tutte le nazioni. Intorno all'aurea pietra miliare del Foro — oggi
così deserto — si incontravano tutte le correnti dell'attività umana.
Le raffinatezze sociali, le opere dell'ingegno, la gloria delle imprese
militari e civili non avrebbero potuto lasciare indifferente il figlio
di Arrio, che, dalla sua magnifica villa di Miseno, passava nel palazzo
di Cesare, in mezzo alla folla di Re, principi, ambasciatori, ostaggi,
delegati, clienti, convenuti da ogni parte del mondo, ed aspettanti
ansiosi la risposta di un uomo. Certo, le feste di Pasqua raccoglievano
a Gerusalemme assemblee non meno splendide e non meno numerose; ma
quando egli sedeva sotto il purpureo velario del Circo Massimo, uno dei
trecentocinquantamila spettatori, era impossibile che non gli balenasse
il pensiero che, forse, nella grande famiglia umana esistevano dei
rami non meno degni, per le loro sofferenze e per la loro pazienza nel
sopportarle, d'esser fatti segno della pietà divina e di dividere col
piccolo popolo d'Israele la gloria promessa.

Ma se questo pensiero gli era venuto, egli non poteva certo dimenticare
un'importante considerazione. La miseria delle masse, l'abbiettezza
del loro stato, non avevano alcuna relazione con la religione; i loro
lamenti non derivavano certo da mancanza di Dei. Nei querceti della
Britannia predicavano i Druidi; Odino e Freia tenevano inconcusso
dominio nelle Gallie e in Germania; l'Egitto si accontentava dei suoi
coccodrilli e dei suoi gatti; i Persiani erano devoti ad Ormuzd e
Arimane, tenendoli in pari onore; la speranza del Nirvana sorreggeva
ancora l'Indiano sopra l'arido cammino di Brama; la bellissima anima
Greca quando non disputava di filosofia, cantava gli Dei e gli eroi
d'Omero; mentre, in Roma, nulla era più comune o a miglior mercato
degli Dei. Secondo il capriccio dei momento questi padroni del mondo
portavano la loro adorazione e i loro sacrifici ora a questo ora a
quell'altare, rallegrandosi e deridendo il caos che avevano creato.
Dopo aver usurpate tutte le divinità del mondo, deificavano i loro
Cesari, davan loro altari e sacerdoti. No, la infelicità dei tempi
non era cagionata dalla religione, ma dal mal governo, dalle infinite
angherie e delle usurpazioni dei tiranni. Il baratro acheronteo in
cui gli uomini erano caduti e da cui imploravano un uomo liberatore,
derivava da cause politiche soltanto. La preghiera, uguale dappertutto,
a Londra, al Alessandria, ad Atene, a Gerusalemme, era per un Re
liberatore e vittorioso, non per un Dio da adorarsi.

Studiando quell'epoca dopo il lasso di duemil'anni, noi vediamo e
riconosciamo che, solo sul terreno religioso, solo per l'avvento del
vero Dio potevano diradarsi le tenebre e la confusione di quell'età, ma
gli uomini d'allora, anche le menti più acute e serene, non scorgevano
altra salvezza fuorchè nella rovina, nell'umiliazione di Roma; con
la caduta del tiranno tutto sarebbe mutato; da ciò le preghiere, le
congiure, le rivolte, i sacrifici, le morti, le lacrime ed il sangue
invano prodigati.

Ben Hur conveniva perfettamente con l'opinione prevalente fra i suoi
contemporanei non Romani.

I cinque anni trascorsi nella metropoli gli avevano offerto modo di
studiare da vicino le sventure degli oppressi, e lo avevano persuaso
che i mali che affliggevano il mondo erano essenzialmente d'ordine
politico e potevano essere guariti soltanto con la spada. Con questo
intento, per potere un giorno applicare al mondo questo rimedio eroico,
era venuto in Oriente.

Nelle palestre di Roma s'era reso famigliare con l'uso delle armi; ma
l'arte della guerra ha bisogno di altre scuole, dove l'intelligenza si
acuisce e si addestra non meno del corpo.

Il compito del duce, il più arduo di tutti, non poteva essere studiato
che sui campi di battaglia.

Questo disegno inoltre abbracciava anche i minori propositi di vendetta
ch'egli covava.

Egli pensava, e non senza ragione, che i suoi torti individuali
sarebbero più sicuramente vendicati in guerra che in pace.

I sentimenti coi quali ascoltò la narrazione di Balthasar potranno ora
essere facilmente intesi.

Il racconto toccava i tasti più sensibili dell'animo suo. Il suo cuore
palpitò; una gioia profonda, quasi feroce lo prese pensando che quel
fanciullo così meravigliosamente trovato era il Messia.

Pieno di stupore che Israele fosse restato così indifferente davanti
alla rivelazione di un tanto evento e ch'egli medesimo non ne avesse
udito parlare prima d'allora, due domande gli si presentarono, nelle
quali si concentrava per il momento tutta l'importanza del fatto:

Dove era il fanciullo?

Qual'era la sua missione?

Ben Hur si rivolse a Balthasar.



CAPITOLO XVI.


— «Oh se io potessi rispondervi!» — disse Balthasar col suo fare
semplice e devoto. — «E se io sapessi dov'egli si trova come volontieri
lo raggiungerei! Nè mari nè montagne mi saprebbero dividere da
lui!» —

— «Avete dunque tentato di trovarlo?» — chiese Ben Hur.

Un sorriso fugace illuminò il volto dell'Egiziano.

— «Il primo compito al quale attesi dopo aver lasciato il rifugio
del deserto.» — Balthasar rivolse uno sguardo pieno di gratitudine ad
Ilderim — «fu di sapere ciò che era avvenuto del fanciullo.

Ma un anno era passato a pena, ed io non ardiva recarmi nuovamente in
Giudea, perchè Erode il sanguinario vi regnava tuttora.

In Egitto, al mio ritorno, raccontai la storia del miracolo ad
alcuni amici, i quali vi credettero e non si stancarono mai di udirla
ripetere.

Questi andarono per mio conto in traccia del fanciullo. Prima si
portarono a Betlemme e trovarono il Khan e la caverna; ma il custode, —
che sedeva accanto al cancello la notte in cui apparì la stella, — era
sparito.

Il Re lo aveva mandato a chiamare ed egli non era più stato
veduto.» —

— «Ma trovarono qualche prova, certamente,» — disse Ben Hur.

— «Sì, prove scritte nel sangue — un villaggio in lutto; madri che
piangevano i loro bambini. Voi dovete sapere che quando Erode ebbe
certezza della nostra fuga, ordinò ai soldati di uccidere i più
giovani fra i fanciulli di Betlemme. Non uno scampò. I miei messaggeri
tornarono credenti più di prima, ma annunziandomi che il Bambino era
morto, ucciso con gli altri innocenti.» —

— «Morto!» — esclamò Ben Hur, atterrito. — «Hai detto morto?» —

— «No, mio figlio, non ho detto così. Io ho detto che i miei
messaggeri, mi riportarono che il Bambino era morto. Io non vi prestai
fede allora; io non vi credo ora.» —

— «Comprendo. Hai avuto qualche notizia posteriore.» —

— «No,» — disse Balthasar, abbassando gli occhi. — «Lo Spirito non
doveva guidarci che fino al fanciullo. Quando uscimmo dalla caverna,
dopo aver veduto il neonato e depositato ai suoi piedi i nostri regali,
cercammo subito la stella, ma era sparita.

L'ultima ispirazione dell'Altissimo, di cui mi ricordo, fu quella che
ci mandò ad Ilderim, per cercare la salvezza.» —

— «Sì,» — disse lo sceicco, lisciandosi nervosamente la barba: — «Voi
mi diceste che uno Spirito vi mandava a me. Mi ricordo.» —

— «Io non ho avuta alcuna notizia posteriore» — continuò l'Egiziano,
osservando lo scoraggiamento di Ben Hur; — «ma, figlio mio, ho
riflettuto molto sulla cosa, e la mia fede nella sua esistenza è così
ferma oggi come lo fu nell'ora in cui lo Spirito mi chiamò sulle sponde
del lago. Se volete ascoltarmi, vi dirò perchè credo che il Bambino sia
in vita.» —

Ilderim e Ben Hur chinarono il capo in atto di assenso, e chiamarono a
raccolta tutte le forze dell'intelletto per intendere.

Anche i domestici furono presi dalla medesima curiosità e si
avvicinarono trepidanti al divano. Un silenzio profondo regnava nella
tenda.

— «Noi tre crediamo in Dio.» —

Balthasar chinò il capo dicendo queste parole:

— «Ed egli è la Verità» — continuò. — «I monti potranno crollare nella
polvere, i mari potranno disseccarsi; ma la sua parola sarà, perchè
essa è la verità.» — Il tono della sua voce era oltremodo solenne e il
suo dire conciso.

La sua voce che mi parlò sulla sponda del lago, disse: — «Benedetto
sei tu, figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altre persone
provenienti da diverse parti del mondo, tu vedrai il Salvatore.» —
Io ho veduto il Salvatore, ma la prima parte della promessa non si è
ancora avverata. Comprendi ora? Se il Bambino è morto, la Redenzione
non può avvenire, la promessa è vana, e Dio... no, io non oso
pensarlo!» —

Sollevò le mani raccapricciando.

— «La Redenzione è il compito per cui nacque il Bambino; e finchè dura
la promessa nemmeno la morte può frapporsi e dividerlo dal suo lavoro,
finchè non è terminato. Questa è la ragione della mia fede.» —

Il buon uomo fece una pausa.

— «Non vuoi bere? Il vino è qui, guarda,» — disse Ilderim
rispettosamente.

Balthasar accostò le labbra alla coppa, poi continuò.

— «Il Salvatore, ch'io vidi era nato dal grembo di una donna, ed era
soggetto come noi a tutte le malattie della carne, anche alla morte.
Considera ora il compito che lo attendeva: non è questa un'opera che
richiede un uomo, un uomo nel pieno vigore delle sue forze, saggio,
fermo, discreto? Per diventar tale Egli, doveva crescere come cresciamo
noi. Rifletti quanti pericoli correva l'intervallo fra la sua infanzia
e la sua maturità: Erode gli era nemico; non meno nemica gli sarebbe
stata Roma; e quanto ad Israele, l'affetto, e la fede del popolo in
lui, sarebbe stata una ragione di più perchè i tiranni lo avessero
ad uccidere. Tu vedi dunque, che il miglior mezzo per proteggere i
deboli anni della sua adolescenza si era quello di tenerlo celato
nell'oscurità. Quindi io dico a me ed alla mia fede ch'Egli non è
morto, ma solo perduto, e ch'Egli verrà ancora, perchè il suo compito
lo richiede. Queste sono le mie ragioni. Non sono esse buone?» —

I piccoli occhi neri di Ilderim scintillarono d'intelligenza, e Ben
Hur, sollevato dal suo abbattimento, disse con fermezza e cordialità: —
«Io almeno non le combatterò. Continua, ti prego.» —

— «Bene,» — continuò in tono più calmo l'Egiziano, — «vedendo che il
Bambino viveva e che era la manifesta volontà di Dio che Egli fosse
ritrovato, mi armai di pazienza, ed attesi. Io aspetto ancor oggi.
Egli vive, celando in sè il suo grande segreto. Che mi importa se io
non posso andare a Lui, o ignoro la valle e la parte del mondo ove
dimora? Egli vive; come credo nella promessa di Dio e nell'esistenza
dell'Altissimo: Egli vive.» —

Un fremito scosse Ben Hur. Le ultime traccie di dubbio erano svanite.

— «Dove credi tu ch'egli si trovi?» — chiese a voce bassa ed esitando,
come chi sente sulle sue labbra l'oppressione di un sacro silenzio.

Balthasar lo guardò con bontà, e rispose

— «Alcuni giorni or sono io sedeva nella mia casa sulle sponde del
Nilo, e pensava. Un uomo di trent'anni, — dissi a me stesso — dovrebbe
già avere arato il suo campo e piantati i suoi semi; altrimenti il
tempo della maturanza o del raccolto è troppo breve.

Il fanciullo ha ora ventisette anni, — il tempo di operare deve esser
vicino per lui.

Io mi feci la medesima domanda, o mio figlio, e venni a questo luogo,
quale tappa opportuna per recarmi alla terra dei tuoi padri.

Dove, infatti, dovrebbe egli apparire se non nella Giudea e in
quale città se non in Gerusalemme? Quali saranno i primi a ricevere
le benedizioni che egli porta, se non i figli di Abramo, Isacco e
Giacobbe? i diletti del Signore?

Se io dovessi cercarlo, frugherei nei villaggi e nelle capanne sulle
falde dei monti di Giudea e Galilea, che prospettano ad Oriente la
valle del Giordano. Egli è là in questo momento.

Fermo sulla soglia di una porta o sopra il vertice di una collina, egli
ha veduto questa sera scendere il sole dietro le montagne; un altro
giorno è passato, e si avvicina il tempo in cui egli medesimo sarà la
luce del mondo.» —

Balthasar tacque, con la mano alzata e il dito teso in direzione della
Giudea.

Tutti i suoi uditori, anche i servi intorno al divano, furono tocchi
dal suo fervore, e trasalirono come se una maestosa figura fosse
improvvisamente apparsa nella tenda.

Per lungo tempo la sensazione rimase; i tre, seduti intorno al tavolo,
stavano muti e pensierosi. Finalmente Ben Hur ruppe il silenzio:

— «O Balthasar,» — egli disse, — «io vedo che tu sei stato
singolarmente favorito. Io vedo ancora che tu sei davvero un uomo
saggio. Non è nelle mie forze poterti esprimere la riconoscenza
che ti porto per tutto quanto mi hai detto. Tu mi hai avvertito
dell'appressarsi di un grande avvenimento; hai trasfusa la tua fede
nel mio petto. Completa l'opera, ti prego, e palarmi della missione di
Colui che aspetti, cosicchè possa anch'io d'ora innanzi aspettare con
la fede e la pazienza di un figlio di Israele. Tu dicesti che Egli sarà
un Salvatore; non dovrà essere anche Re degli Ebrei?» —

— «Figliuol mio,» — disse Balthasar, col suo fare benigno, — «la Sua
missione è ancora in grembo a Dio. Tutto ciò che io ne penso l'ho
dedotto da quanto mi disse la voce in risposta alla mia preghiera. Devo
ripeterti ciò che mi disse?» —

— «Siimi Maestro.» —

— «La ragione che mi spinse a predicare in Alessandria e nei villaggi
del Nilo, che mi cacciò nella solitudine donde mi trasse lo spirito, fu
la misera condizione in cui erano caduti gli uomini per aver smarrito,
io credo, la retta conoscenza di Dio.

Io m'accorai dei dolori dei miei simili — non di una classe, ma di
tutti.

In così basso luogo erano caduti che non mi pareva esistesse salvezza
per loro se Dio stesso non tendesse loro la mano, e io pregai ch'egli
venisse, e ch'io potessi vederlo. — «Le tue buone opere hanno vinto.
La Redenzione verrà; tu vedrai il Salvatore.» — Così disse la Voce,
e con essa che mi risuonava nelle orecchie, andai a Gerusalemme. E
per chi dev'essere la Redenzione? Per tutto il mondo! E in che modo
si manifesterà? Fortifica il tuo spirito, mio figlio! Io so che gli
uomini credono che non vi sarà gioia sulla terra finchè Roma non sarà
rasa dai suoi colli; che cioè i mali che ci affliggono non derivano,
come io credo, dall'ignorare il Vero Dio, ma dal malgoverno dei
principi. Ma non sappiamo noi che tutti i governi sono sempre cattivi,
sprezzatori di Dio e della religione? Quanti Re conosci i quali furono
miglior dei loro sudditi? Ah no! La Redenzione non può avvenire con
intenti politici, per abbattere governanti e potenze, gettare statue
da piedestalli che saranno tosto occupati da altre! Se fosse così la
sapienza di Dio non sarebbe più miracolosa e insuperscrutabile. Io vi
dico, quantunque io sia un cieco che parla a ciechi, che la Redenzione
significa la venuta di Dio sulla terra, per migliorare e riscattare le
anime di tutti.» —

La disillusione era scolpita Sul volto di Ben Hur — il suo capo si
chinò, ma, quantunque non fosse convinto, non si trovò capace di
combattere l'opinione dell'Egiziano. Per Ilderim fu un'altra cosa.

— «Per lo splendore di Dio!» — egli gridò impulsivamente, — «Il cammino
del mondo è prestabilito, e non può essere mutato. In ogni comunione di
individui vi deve essere un capo visibile, rivestito di piena autorità,
altrimenti ogni riforma è vana.» —

Balthasar rispose con gravità.

— «La tua sapienza, buon sceicco, è mondana; e tu dimentichi che
appunto dagli errori del mondo noi dobbiamo essere redenti. L'uomo,
quale soggetto, obbedisca ai suoi Re; ma l'anima e la salvezza sua
appartengono a Dio.» —

Ilderim, tacque, e scosse il capo. Ben Hur continuò per lui.

— «Padre, se così ti posso chiamare» — egli disse. — «Di chi chiedesti
alle porte di Gerusalemme?» —

Lo sceicco gli rivolse uno sguardo riconoscente.

— «Mi fu ordinato di domandare al popolo,» — disse Balthasar
tranquillamente — «dove è quegli che è nato Re degli Ebrei?» —

— «E tu lo vedesti nella caverna presso Betlemme?» —

— «Lo vedemmo, lo adorammo, e ciascuno di noi gli diede regali,
Melchiorre, oro; Gaspare, incenso; ed io, mirra.» —

— «Quando tu parli di fatti, o padre, intenderti e credere sono
una cosa sola» — disse Ben Hur, — «ma quanto ad opinioni, io non
posso capire che sorta di Re tu vorresti far diventare il Bambino;
io non posso separare un principe dai suoi doveri e dalla sua
autorità.» —

— «Mio figlio» — disse Balthasar — «noi vediamo meglio le cose piccole
e vicine che non le grandi e lontane. Tu non guardi che al titolo —
_Re degli Ebrei_; se alzerai gli occhi e guarderai oltre il mistero,
l'ostacolo sparirà. Una parola riguardo al titolo. Il tuo Israele
ha visto giorni più felici, giorni in cui Dio chiamò la tua gente
suo popolo, e parlò con esso per bocca dei profeti. In quei giorni
egli promise il Salvatore che io vidi, chiamandolo _Re degli Ebrei_;
l'apparenza deve concordare con la promessa, se non altro per amore
della parola. Perciò chiesi di lui sotto questo nome alla porta di
Gerusalemme. Ma passiamo oltre. Forse pensi alla dignità del fanciullo;
se è così rifletti, che è poco gloria essere il successore d'Erode.
Iddio può far meglio per i suoi diletti: se il Padre Onnipotente avesse
avuto bisogno di un titolo e si fosse chinato a raccoglierlo fra le
vanità degli uomini, oh perchè non scelse la corona di Cesare, e perchè
non mi impose di cercare il Redentore sotto quel nome? Pensa piuttosto
alla sostanza, o mio figlio, e chiediti di che cosa sarà Re colui che
aspettiamo. Questa è la chiave del mistero.» —

Balthasar sollevò devotamente gli occhi al cielo.

— «Vi è un regno sulla terra, ma che non è della terra, — un regno
che trascende i confini del mondo. La sua esistenza è un fatto, che,
invisibile a noi ci circonda dalla culla alla morte. Nessun uomo lo
vedrà prima ch'egli abbia conosciuto la propria anima, perchè quel
regno non è per lui ma per la sua anima. Davanti alla gloria di quel
regno i più grandi imperi del mondo sono tenebre e silenzio.» —

— «Ciò che tu dici, padre» — disse Ben Hur — «è un enigma per me. Io
non intesi mai parlare di un simile regno.» —

— «Neppur io» — disse Ilderim.

— «Io non posso spiegarmi più oltre,» — soggiunse Balthasar, abbassando
umilmente gli occhi. — «Ciò che esso sia, e come ci si possa arrivare,
nessuno saprà prima che il Bambino ne abbia preso possesso. Egli reca
la chiave dell'invisibile porta, ed egli la schiuderà per gli eletti,
che lo avranno amato, e questi soli saranno i redenti.» —

Dopo queste parole vi fu un lungo silenzio, che Balthasar interpretò
come la fine della conversazione.

— «Buon sceicco,» — egli disse, colla sua voce tranquilla, — «domani, o
dopo domani io andrò in città per qualche tempo. Mia figlia desidera di
vedere i preparativi dei giuochi. In quanto a te, mio figlio, ti vedrò
ancora. A voi tutti pace e buona notte.» —

Essi si alzarono in piedi. Lo sceicco e Ben Hur contemplarono
l'Egiziano finchè la cortina cadde dietro di lui.

— «Sceicco Ilderim,» — disse Ben Hur. — «ho udito strane cose questa
sera. Permettimi, ti prego, che io cammini lungo le sponde del lago,
affinchè possa meditarci sopra.» —

— «Va pure; ti seguirò fra breve.» —

Si lavarono nuovamente le mani; dopo di che, a un segno del padrone, un
domestico portò i sandali di Ben Hur, il quale uscì dalla tenda.



CAPITOLO XVII.


Non lontano dal dovar sorgeva un gruppo di palme che proiettavano la
loro ombra parte sulla terra e parte sull'acqua. Un usignolo cantava
fra le fronde: Ben Hur si fermò ad ascoltare: in un altro momento le
note dell'uccello avrebbero scacciata ogni sua preoccupazione, ma il
racconto dell'Egiziano era troppo grave perchè egli lo dimenticasse.

La notte era placida. Non un soffio increspava la superficie delle
onde. Tutte le stelle d'Oriente splendevano in cielo. L'estate regnava
sovrano.

La fantasia di Ben Hur era accesa, ogni suo nervo teso, la sua volontà
titubante. In questo stato d'anima le palme, il cielo, l'aria gli
sembravano quelle della lontana zona meridionale in cui aveva cercato
rifugio Balthasar nella sua disperazione; lo specchio tranquillo dello
stagno gli faceva pensare al piccolo lago tributario del Nilo sulle cui
sponde lo spirito era apparso al sant'uomo. E se non a caso si fosse
presentata questa somiglianza? Se la visione fosse per apparire anche
a lui? Si fermò, desideroso insieme e spaurito. Quando alfine questa
febbre si calmò e gli permise di rientrare in se stesso, cominciò a
pensare.

Lo scopo della sua vita gli era stato spiegato. In tutte le sue
riflessioni anteriori, la visione di una grande voragine gli si
era presentata dinanzi, così grande che non gli era stato possibile
colmarla o girarvi attorno. Quand'egli sarebbe stato perfezionato
nell'arte della guerra, e avesse conosciuto e bene il mestiere del
capitano come quello del soldato, a quale scopo avrebbe dirette le sue
forze? Naturalmente sognava la rivoluzione. Ma per spingere gli uomini
alla rivolta, per assicurarsi l'appoggio degli amici od aderenti, oltre
alle cause generali di odio e di malcontento, erano necessarie cause
immediate, pretesti, e sopratutto una mèta. Bene combatte chi ha un
affronto da lavare, un torto da vendicare; ma ancor meglio combatte,
chi, spronato dai torti ricevuti, vede chiaramente davanti a sè la mèta
gloriosa dei suoi sforzi, una mèta che gli darà insieme balsamo per le
sue ferite, ricompensa al valore, riconoscenza dopo morte.

Naturalmente il suo esercito lo avrebbe trovato fra i suoi campaesani.
Le sofferenze di Israele erano comuni a tutti i figli di Abramo,
ed erano una leva sufficiente per muovere la nazione. — Sì la causa
esisteva; — ma il fine quale doveva essere?

Ore, giorni interi, aveva dedicato allo studio di questa parte del
suo piano, e, sempre, con la medesima conclusione, una vaga, incerta
idea d'indipendenza nazionale. Bastava questa? Non poteva rispondere
negativamente, perchè avrebbe abbattuto d'un colpo tutte le sue
speranze; non poteva rispondere di si, perchè il suo giudizio glielo
vietava. Non era neppur sicuro che Israele sarebbe bastata da sola
a combattere vittoriosamente contro Roma. Bene conosceva le immense
risorse del suo nemico; le sue armi, le sue arti, superiori alle armi.
Un'alleanza universale — ahimè! era cosa impossibile, tranne che —
quante volte vi aveva pensato! — un eroe sorgesse dal seno di una delle
nazioni oppresse, e, con le sue vittorie, riempisse il mondo del suo
nome, chiamando tutti i popoli sotto al suo stendardo. Quale gloria per
la sua Giudea se essa fosse chiamata ad esser la Macedonia di questo
nuovo Alessandro! Ma ancora, ahimè! sotto il governo dei Rabbini, il
coraggio era possibile, non la disciplina. L'antico scherno di Messala
nel giardino d'Erode gli risuonava nell'orecchio: — «Tutto ciò che gli
Ebrei conquistano nei primi sei giorni lo perdono nel settimo.» —

Così avvenne che ogni volta che giungeva davanti a quella voragine,
si soffermava irresoluto sull'orlo di essa. Aveva finito col deporre
la speranza e fidarsi nel caso, che, Dio volente, avrebbe fatto saltar
fuori il sospirato eroe.

Tale essendo lo stato dell'anima sua non è necessario di indugiarci
sopra gli effetti della sommaria esposizione che Malluch gli aveva
fatta del racconto di Balthasar. L'aveva udita con una immensa,
stupefacente soddisfazione, col sentimento che qui finalmente era la
soluzione di tutto il problema, che l'eroe ricercato era qui ed era un
figlio della tribù leonina, e Re degli Ebrei! Dietro l'eroe, il mondo
in armi!» —

Il Re implicava un regno; egli sarebbe stato un guerriero glorioso come
Davide, saggio e magnifico come Salomone; il suo regno sarebbe stato lo
scoglio contro il quale si sarebbe frantumata la potenza Romana. Una
guerra colossale si sarebbe accesa, e dopo l'agonia di un mondo, la
pace — la pace sotto il dominio Giudeo.

Il cuore di Ben Hur palpitava forte, apparendogli improvvisamente la
visione di Gerusalemme, capitale del mondo, e Sion il trono del Padrone
Universale.

Gli era sembrata una grande fortuna dover trovare nella tenda l'uomo
che aveva veduto il Re. Lo avrebbe udito parlare, avrebbe appreso
da lui i particolari del grande mutamento futuro, e specialmente il
tempo in cui avrebbe avuto luogo. Se fosse imminente, egli avrebbe
abbandonata la campagna di Massenzio, e avrebbe intrapresi subito i
lavori di organizzazione e d'armamento delle tribù d'Israele.

Ora, come abbiamo visto, Ben Hur aveva inteso dalle labbra di Balthasar
medesimo il miracoloso racconto. Era egli soddisfatto?

Una grande incertezza lo turbava ed oscurava i suoi pensieri intorno al
futuro. L'incertezza riguardava più il regno che il Re.

«Che cosa sarebbe mai questo regno?» — quest'era la domanda che gli
martellava incessantemente il cervello.

Così di buon'ora sorgevano quelle questioni che dovevano accompagnare
il Bambino alla sua morte e sopravvivere a lui — incomprensibile ai
giorni suoi, oggetto di controversia ai tempi nostri — un enigma a
tutti quelli che non sanno comprendere la dualità dell'essere umano: —
l'anima immortale nel corpo perituro.

— «Che cosa sarà mai?» — egli si chiedeva.

Per noi o lettore, la risposta è stata data dal Bambino medesimo; ma
Ben Hur non aveva udite che le parole di Balthasar. — «Su questa terra,
vi è un regno che non è terreno — non per gli uomini ma per le loro
anime, tuttavia un dominio di impareggiabile gloria.» —

Qual meraviglia, se alla mente di un giovine quelle parole suonavano
come un indovinello?

— «La mano dell'uomo non c'entra.» — egli disse, con la disperazione
nel cuore. — «Il Re di un tal regno non ha bisogno d'uomini, nè
d'operai, nè di consiglieri, nè di soldati. La terra deve finire,
essere poi rifatta, e nuovi principî di governo devono essere
sostituiti agli antichi. — Qualche cosa di superiore alle armi deve
trovarsi che scalzi dal suo trono la Forza. Ma che cosa?» —

O lettore!

Ciò che noi non possiamo vedere egli non poteva comprendere. La potenza
dell'Amore non era ancora apparsa chiaramente ad alcun uomo. E nessuno
era venuto a predicare che pel governo degli uomini e per gli scopi di
quello — la pace e l'ordine — l'Amore è più grande e più efficace della
Forza.

In mezzo a queste fantasticherie, una mano gli fu posta leggermente
sulle spalle.

— «Io devo dirti una parola, o figlio di Arrio» — disse Ilderim,
fermandosi al suo fianco. — «Una parola e poi mi ritirerò, perchè la
notte sta per venire.» —

— «Io ti do il benvenuto, sceicco.» —

— «Quanto alle cose che hai udito or ora» — continuò Ilderim, senza
interrompersi — «presta fede a tutto, tranne a ciò che riguarda
il Regno che il Bambino inizierà sulla terra. Non prendere alcuna
risoluzione finchè non avrai udito Simonide, mercante, e ottimo uomo
qui in Antiochia, al quale ti presenterò. Egli ti citerà tutti i
detti dei tuoi profeti, indicando pagina e libro, cosicchè nessuno
potrà negare che il Bambino sarà Re degli Ebrei in realtà — sì, per lo
splendore di Dio! un Re come lo fu Erode, ma migliore e più grande. E
allora, vedi, tu assaporerai la dolcezza della vendetta. Ho detto. La
pace sia con te.» —

— «Fermati, sceicco!» —

Ilderim non udì.

— «Ancora Simonide!» — disse Ben Hur con amarezza — «Simonide qui,
Simonide lì, ora dalla bocca di uno, ora dalla bocca di un altro.
Questo servo di mio padre non vuol dunque lasciarmi in pace più mai?
Ma egli è ricco, e in ciò almeno è più sapiente dell'Egiziano. Ah,
pel sacro Patto! non è all'uomo che tradì la fede che un suo simile ha
riposto in lui, che io andrò a cercare conforto! Ma ascolta! un canto!
— è la voce di una donna, o di un angelo? Si avvicina.» —

Dal lago, nella direzione del dovar, venivano le note di una canzone.
La voce melodiosa correva lungo l'acque e fra i tronchi delle palme;
presto si distinse il tuffo di remi, muoventisi in ritmo lento; poi
si udirono le parole — parole in lingua greca purissima, l'idioma
che meglio di ogni altro linguaggio di quel tempo si prestava
all'espressione degli affetti.

    IL LAMENTO (dall'Egiziano).

      O terra profumata di mistero
    Oltre il Sirìaco mare,
    O quando sarà dato al mio pensiero
    Poterti rimirare?
      Sussurrano le palme esili al vento
    Di Memfi alle ruine,
    Il Nilo passa e un suono di lamento
    S'effonde alle colline.

      O Nilo, Nilo l'anima ti vuole
    O fiume de' miei padri e de' miei Re,
    O verdi sponde sorridenti al sole,
    O suoni ed inni tumultuanti in me!

      Odo da lungi di Memnone il canto
    E di Simbele perdersi laggiù;
    M'innonda il ciglio l'impotente pianto;
    O Nilo, Nilo, ti vedrò mai più?

L'ultime parole furono pronunciate in prossimità al gruppo di palme,
all'ombra delle quali Ben Hur s'era arrestato. — La mestizia di
quegli accenti si comunicò allo spirito suo. La barca che passò,
nera e silenziosa, sullo specchio scintillante delle acque, sembrava
il passaggio di un fosco pensiero, attraverso il limpido e giocondo
orizzonte di un'anima.

Ben Hur sospirò.

— «La riconosco al suo canto — la figlia di Balthasar. — Com'era bello!
e come è bella essa pure!» —

Si ricordò dei grandi occhi di lei sotto le lunghe ciglia, l'ovale
delle rosee guancie, le labbra rosse e piene, e tutta la grazia della
persona esile e slanciata.

— «Come è bella essa pure!» — ripetè.

E il suo cuore rispose palpitando più velocemente.

Allora, quasi nel medesimo istante, un altro viso, più giovine, di
uguale bellezza — ma più infantile e dolce — gli apparve dinanzi, come
se sorgesse dal fondo del lago.

— «Ester!» — disse sorridendo. — «Una stella è sorta per me, come io
desiderava.» —

Egli si voltò, e a passi lenti ritornò verso la tenda.

La sua vita era stata afflitta da sofferenze e irta di pensieri di
vendetta, — non c'era stato posto per l'amore. — Era questo l'inizio di
un'era più felice?

Due donne avevano, contemporaneamente, attraversato il suo cammino.

Ester gli aveva offerto una coppa.

Lo stesso aveva fatto l'Egiziana.

Tutte e due gli erano apparse simultaneamente sotto i palmizii.

Quale delle due avrebbe prevalso? Quale?


  FINE DEL LIBRO QUARTO.



LIBRO QUINTO

      Coscienza m'assecura
    La buona compagnia che l'uom francheggia
    Sotto l'usbergo del sentirsi pura.

                                  DANTE.

      E nel tumulto del conflitto osserva
    Calmo la legge e gli occhi avanti spinse
    Prevedendo gli eventi.

                              WORDSWORTH.



CAPITOLO I.


La mattina dopo i baccanali celebrati nella gran sala del Palazzo,
il divano era ingombro di giovani patrizi addormentati. Massenzio
potrebbe arrivare e tutta la città andargli incontro, la legione
discendere dal Monte Sulpio e presentare le armi; dal Ninfeo ad Omfalo
svolgersi processioni e feste splendide e fastose come l'Oriente sapeva
allestire; ma quei giovani avrebbero continuato a dormire i loro sonni
ignominiosi sul divano, dov'erano caduti, o dove erano stati buttati
dalle braccia degli schiavi indifferenti.

Non tutti però coloro che avevano partecipato all'orgia si trovavano
in questo stato vergognoso. Quando la luce del giorno cominciò a
far capolino attraverso le fessure delle imposte, Messala si alzò e
si tolse la ghirlanda dal capo significando la fine dei bagordi; si
ravvolse poi nella sua toga e, con un ultimo sguardo alla scena, senza
una parola, uscì per raggiungere i suoi appartamenti. Cicerone non
avrebbe potuto ritirarsi con maggiore gravità da una notturna seduta
senatoriale.

Tre ore dopo due corrieri entrarono nella sua stanza e dalle sue mani
ciascuno di essi ricevette un dispaccio suggellato contenente una
lettera per Valerio Grato, Procuratore, ancora residente a Cesarea.
L'importanza della lettera e della sua pronta consegna appariva dagli
ordini impartiti; un corriere doveva andare per mare, l'altro per
terra, entrambi procedere con la massima celerità.

È necessario che il lettore prenda conoscenza del contenuto della
lettera.

                                        ANTIOCHIA, XII. KAL. IUL.

                            MESSALA a GRATO.

      _O mio Mida!_

  Non offenderti, ti prego, a questo indirizzo, poichè deriva
  dall'affetto e dalla riconoscenza che ti porto, ed è insieme una
  confessione che tu sei il più fortunato fra gli uomini. Del resto
  le tue orecchie sono quali tua madre te le ha date e tu non ne
  hai colpa alcuna.

  O mio Mida!

  Io devo raccontarti cose meravigliose, le quali, se per ora
  poggiano ancora su mere congetture, saranno nondimeno degne della
  tua attenzione.

  Permettimi in primo luogo che io rinfreschi la tua memoria.
  Tu ricorderai, molti anni fa, la famiglia di un principe di
  Gerusalemme, assai antica e straordinariamente ricca — di nome
  Ben Hur. Se la tua memoria è tarda nel rammentarti questo fatto,
  credo che una certa cicatrice che adorna ancor oggi il tuo
  illustre capo ti sarà stimolo ed aiuto efficace.

  Come punizione del tuo tentato assassinio, — per la pace
  della mia coscienza tolgano gli Dei che si sia trattato di
  un accidente! — la famiglia fu fatta scomparire e i suoi beni
  confiscati.

  La nostra azione fu approvata da Cesare — non manchino mai fiori
  alla sua tomba! — quindi non è vergogna alludere alle somme
  che da quella fonte entrarono nei nostri forzieri, per la qual
  cosa la mia gratitudine sarà eterna, come spero sarà eterno
  il godimento di quella parte di beni che la tua munificenza mi
  largì.

  Per rivendicare la tua saggezza — qualità per la quale non
  brillava il figlio di Gordio a cui ti ho paragonato — richiamerò
  anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della
  famiglia Hur, affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il
  tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo
  il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la tenera
  coscienza. Ti ricorderai di ciò che hai fatto della madre e della
  sorella del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se
  esse vivono o sono morte, la gentilezza dell'animo tuo mi saprà
  facilmente perdonare.

  Ma per venire a ciò che si riferisce più essenzialmente
  all'affare presente, io mi prendo la libertà di ricordarti che il
  reo fu mandato alle galere perpetue, — così suonò la condanna,
  sentenza che io vidi coi miei propri occhi e consegnata al
  tribuno comandante la galera.

  Ed ora stammi attento, o eccellentissimo Frigio!

  Se calcoliamo in base al limite comune della vita di un galeotto,
  l'assassino da te così giustamente colpito dovrebbe esser morto,
  o, per usare una forma più poetica, una delle tremila Oceanine
  avrebbe dovuto prenderlo a marito, almeno cinque anni fa. E se tu
  mi perdonerai questa momentanea debolezza, o eccellente fra gli
  uomini, — per l'amore che io gli portai in gioventù ed anche per
  la sua grande bellezza (io soleva chiamarlo il mio Ganimede) egli
  avrebbe di diritto dovuto cadere nelle braccia della più bella
  fra le figliuole di Nereo. In tale opinione ho vissuto tutti
  questi anni nel pacifico e tranquillo godimento della fortuna di
  cui gli sono in parte debitore. — Faccio questa confessione senza
  intendere di scemare per nulla il debito di riconoscenza che ho
  verso di te.

  Vengo al punto più interessante.

  La scorsa notte, io fungeva da anfitrione in una festa di alcuni
  giovani appena venuti da Roma, — la loro tenera età e la loro
  inesperienza avevano fatto appello alla mia compassione — quando
  mi venne fatto di udire una storia singolare. Oggi, come sai,
  arriva Massenzio, il Console, per dirigere la campagna contro
  i Parti. Fra gli ambiziosi che lo accompagnano vi è un tale,
  figlio del defunto duumviro Quinto Arrio. Intorno a lui ebbi
  alcuni particolari curiosi. Quando Arrio partì contro i Pirati,
  la sconfitta dei quali gli procurò le ultime onorificenze, non
  possedeva famiglia: quando tornò dalla spedizione condusse seco
  un erede.

  Prepara l'animo tuo ad udire grandi cose.

  L'erede di cui parlo è colui che tu mandasti in galera, e che
  avrebbe dovuto, secondo i nostri calcoli, esser morto cinque anni
  fa, e che invece ritorna ricco, potente, e probabilmente con la
  cittadinanza Romana, per.... Ecco, tu sei abbastanza altamente
  locato per non temere, ma io, o Mida, io sono in pericolo, non è
  bisogno ch'io dica il perchè: Chi dovrebbe saperlo se non tu? Che
  cosa dici di tutto ciò?

  Quando Arrio, il padre adottivo di questa apparizione Oceanica,
  attaccò battaglia coi Pirati, la sua nave andò a picco, e tutto
  l'equipaggio perì, tranne due persone — Arrio medesimo, e questo
  suo erede.

  Gli ufficiali, i quali li raccolsero dalla trave su cui
  galeggiavano, dicono che il compagno del fortunato tribuno era un
  giovane, e vestisse abiti da forzato. Questo dovrebbe bastare per
  convincerti; ma, nel caso che tu, ottimo Mida non fossi ancora
  interamente persuaso, aggiungerò che ieri la Fortuna mi fece
  incontrare faccia a faccia questo figlio di Arrio, e io ti giuro
  che quantunque non lo riconoscessi sull'istante, egli è quel
  Ben Hur che fu per anni mio compagno d'infanzia; quel Ben Hur,
  fatto uomo, il quale, fosse anche l'ultimo degli schiavi, deve
  in questo momento rivolgere disegni di vendetta — così farei io
  al suo posto — vendetta che non si arresterebbe neppure davanti
  alla morte; vendetta per la patria, per la madre, per la sorella,
  perdute, per gli anni passati al remo, per la fortuna infine di
  cui noi lo spogliammo.

  A quest'ora, o mio benefattore ed amico, il pericolo che corrono
  i tuoi sesterzi, se non la tua pelle, avrà scosso il tuo abituale
  scetticismo, e la tua potente intelligenza si sarà messa a
  riflettere.

  Sarebbe banale di chiederti che cosa dovremmo fare. Piuttosto
  lasciami dire che io sono il tuo cliente; o meglio, sii tu il mio
  Ulisse, dalla cui bocca attendo sapienti consigli.

  Mi rimetto completamente a te. Sii celere come Mercurio, pronto
  come Cesare.

  Il sole è già alto. Fra un ora due messaggeri partiranno dalla
  mia stanza, ciascuno con una copia suggellata, di questa lettera;
  uno viaggerà per terra, l'altro per mare; di tanta importanza
  stimo l'apparire del nostro nemico in questa parte del mondo
  Romano.

  Io attenderò la tua risposta in questa città.

  Le mosse di Ben Hur saranno naturalmente regolate dal Console, il
  quale, quand'anche lavori giorno e notte, non sarà pronto alla
  partenza prima di un mese. Tu conosci la fatica di riunire un
  esercito e di provvederlo di tutto il necessario per una campagna
  in un paese lontano e deserto.

  Io incontrai ieri l'Ebreo nel Boschetto di Dafne, e se egli non
  vi è tuttora, dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè sarà
  facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu chiedessi dove sia in questo
  momento, io giuocherei che egli si trova all'Orto delle Palme;
  sotto la tenda di quel canuto traditore, lo sceicco Ilderim, il
  quale non sfuggirà a lungo alle nostre mani. Non ti sorprenda se
  Massenzio, come passo preliminare, farà imbarcare l'Arabo sulla
  prima galera di ritorno e lo manderà a Roma.

  Io sono così sollecito di tenerti a giorno sul nostro amico,
  perchè è di alta importanza per te, o illustre, dove egli si
  trovi; poichè già sotto la tua abile guida ho appreso tanto di
  saggezza umana quanto basta per conoscere che in ogni impresa,
  tre elementi si devono massimamente considerare — tempo — luogo —
  mezzo.

  Se tu credi che questo sia il luogo opportuno, non esitare ad
  affidare l'attuazione dei tuoi piani al tuo amico e discepolo:

                                                        «MESSALA»



CAPITOLO II.


Presso a poco alla medesima ora che i corrieri partivano dalla stanza
di Messala, essendo ancora di buon mattino, Ben Hur entrò nella tenda
di Ilderim. Aveva fatto un bagno nel lago, aveva mangiato, ed ora
appariva vestito di una semplice tunica, senza maniche, che appena gli
copriva le ginocchia.

Lo sceicco lo salutò dal divano.

— «La pace sia con te, figlio di Arrio» — diss'egli con ammirazione; e
in verità egli non aveva mai veduto un così splendido rappresentante di
virile bellezza e di gioventù. Poi continuò: — «I cavalli sono pronti,
ed io pure. Lo sei tu?» —

— «La pace che tu mi auguri, buon sceicco, te la contraccambio. Sono
pronto.» —

Ilderim battè le mani.

— «Farò condurre i cavalli. Siediti.» —

— «Sono aggiogati?» —

— «No.» —

— «Allora permetti ch'io mi serva da me stesso» — disse Ben Hur. — «È
necessario che io faccia la conoscenza de' tuoi Arabi, che io sappia i
loro nomi, o sceicco, affinchè possa parlare a ciascuno di essi. Così
pure devo conoscere bene i loro caratteri, perchè essi sono come tutti
gli uomini; se audaci, vanno frenati, se timidi, la lode li anima e li
sprona.» —

— «E il cocchio?» — chiese lo sceicco.

— «Per oggi lascerò stare il cocchio. Invece mi apprestino un quinto
cavallo, se ne hai senza sella, e rapido come il lampo.» —

La curiosità di Ilderim era stata stimolata, e perciò egli chiamò
subito un domestico.

— «I finimenti per quattro cavalli» — ordinò — «e la briglia di
Sirio.» —

Ilderim si alzò.

— «Sirio è il mio cavallo favorito, o figlio di Arrio. Siamo stati
compagni per venti anni nella tenda, in battaglia, nella carovana. Te
lo farò vedere.» —

Si avvicinò alla cortina di divisione, e la sollevò. Ben Hur vi passò
sotto.

I cavalli vennero verso Ilderim in gruppo. Uno, dalla testa piccola,
dagli occhi luminosi, del collo arcuato, dalla criniera morbida e
ondeggiante, come la chioma d'una fanciulla, diede un nitrito di gioia
nel vederlo.

— «Buon cavallo» — disse lo sceicco, accarezzandogli il muso. — «Buon
cavallo, ti saluto.» — e voltandosi a Ben Hur aggiunse: — «Questi è
Sirio, padre degli altri quattro. Mira, la madre, troppo preziosa
perchè la si esponga ai pericoli di un viaggio in terre che non
sono le nostre, è rimasta a casa. E io dubito, o figlio di Arrio,» —
continuò, ridendo — «io dubito, che la tribù avrebbe potuto sopportare
la sua assenza. Essa è la nostra gloria e il nostro vanto. Diecimila
cavalieri, figli del deserto, si chiederanno oggi: — «Come sta Mira?»
— E alla risposta: — «Sta bene.» — essi diranno: «Dio è grande! Sia
lodato il nome di Dio!» —

— «Mira — Sirio — non sono nomi di stelle, o sceicco?» — domandò Ben
Hur, offrendo il palmo della mano ai cavalli.

— «E perchè no?» — replicò Ilderim. — «Non fosti tu mai nel deserto di
notte?» —

— «No.» —

— «Allora tu non puoi sapere di quanto noi Arabi siamo debitori alle
stelle. Noi prendiamo i loro nomi per riconoscenza, e li diamo ai
nostri cari in segno di affetto. I miei padri chiamavano tutti i loro
cavalli, col nome di stelle. Anche questi quattro che tu vedi portano
nomi d'astri, Rigel, Antares, Atair ed Aldebran, il minore, ma non il
meno rapido dei fratelli. Egli ti porterà a gara col vento, l'aria ti
fischierà nelle orecchie. Egli andrà dove tu vuoi, o figlio di Arrio, —
sì, per la gloria di Salomone, sfiderà la morte con te!» —

I finimenti furono portati. Con le proprie mani Ben Hur apparecchiò i
cavalli, li condusse fuori dalla tenda, e pose loro le redini.

— «Portatemi Sirio» — disse.

Un Arabo non avrebbe saputo meglio saltare sulla schiena del cavallo.

— «Ed ora le redini.» —

Gli furono date, ed egli le separò accuratamente.

— «Buon sceicco» — egli disse — «sono pronto. Lascia che una guida mi
preceda sul campo, e mandami alcuni uomini con l'acqua.» —

La partenza avvenne senza difficoltà. I cavalli non avevan paura. Già
sembrava che una corrente di mutua simpatia si fosse stabilita fra essi
e il nuovo auriga, il quale aveva compiuto la sua parte con la calma e
la confidenza che generano il rispetto. Ben Hur, a cavallo di Sirio, li
guidava come se fosse in piedi sul cocchio. Ilderim esultò. Si lisciò
la barba e sorrise di soddisfazione nel mentre mormorava: — «Egli non
è un Romano, no, per lo splendore di Dio!» — Egli seguiva a piedi, e
l'intera popolazione del dovar, uomini, donne e fanciulli, si precipitò
fuori dalle tende per assistere allo spettacolo.

Il campo era ampio e piano, ottimamente adatto per le esercitazioni che
Ben Hur intraprese senza indugio, dapprima guidando i quattro cavalli
lentamente, su linee perpendicolari, poi in larghi cerchi. Quindi li
spinse al trotto poi al galoppo, sempre restringendo i cerchi, infine
facendoli piegare irregolarmente ora a destra, a sinistra, in tutte le
direzioni. In questo modo passò un'ora. Mettendo i cavalli al passo,
egli si avvicinò ad Ilderim.

— «Il lavoro è compiuto, ora non ci vuole che l'esercizio» — egli
disse — «Io mi rallegro con te, sceicco Ilderim, che possiedi tali
servitori. Guarda» — continuò, smontando e accarezzando i cavalli, —
«guarda, non una macchia di sudore sui loro mantelli; respirano come se
cominciassero or ora a correre. Mi rallegro con te, sceicco, e se Dio
ci protegge» — e fissò gli occhi scintillanti in faccia al vecchio —
«avremo la vittoria e....» —

Si arrestò, arrossì, fece un inchino. Al fianco di Ilderim osservò ora
per la prima volta Balthasar, appoggiato al suo bastone, e due donne
velate. Una di queste egli guardò più attentamente, con un palpitare
veloce del cuore, e disse fra sè: — «È dessa — l'Egiziana!» —

Ilderim continuò il periodo lasciato in sospeso. — «Avremo lo vittoria
e la vendetta.» —

Poi soggiunse ad alta voce:

— «Io non ho paura. Sono felice, figlio di Arrio; tu sei l'uomo per
me. Se il risultato corrisponde al principio tu non avrai ragione di
lamentarti della generosità degli Arabi.» —

— «Io ti ringrazio, buon sceicco,» — rispose Ben Hur, con modestia, —
«Lascia che i tuoi servi portino da bere ai cavalli.» —

Con le proprie mani diede loro dell'acqua.

Poi rimontando Sirio, ripigliò il suo corso d'istruzione, passando,
come prima, dal passo al trotto, e dal trotto al galoppo. Finalmente,
fece entrare i cavalli sulla pista, spingendoli a tutta carriera. Gli
spettatori si animarono e proruppero in frequenti applausi per la rara
abilità del guidatore e per l'elegante andatura dei cavalli, che non
mostravano alcun segno di stanchezza.

Durante questa esercitazione, Malluch apparve sul campo, passando
inosservato attraverso la folla, e si avvicinò allo sceicco:

— «Ho un messaggio per te, o sceicco,» — egli disse quando credette
giunto il momento opportuno di parlare — «Un messaggio da parte di
Simonide mercante.» —

— «Simonide!» — esclamò l'Arabo. — «Ah! sta bene. Che Abaddon uccida
tutti i suoi nemici!» —

— «Egli mi commise di augurarti in primo luogo la pace del Signore,» —
continuò Malluch; — «e poi di darti questo dispaccio, con preghiera che
tu lo legga immediatamente.» —

Ilderim, senza muoversi dal posto, ruppe il suggello del plico
consegnatogli, e da un involto tolse due lettere che cominciò a
leggere.

                     SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.

      «_O amico!_

  In primo luogo sta certo che occupi sempre un posto nel mio
  cuore. Poi prestami attenzione.

  Vi è attualmente nel tuo _dovar_ un giovine di nobile aspetto,
  che dicono sia figlio di Arrio; e tale egli è in verità per via
  di adozione.

  Egli è assai caro a me.

  La storia della sua vita è meravigliosa, ed io te la racconterò,
  se verrai da me oggi o domani. Ho pure bisogno dei tuoi consigli.

  Frattanto asseconda tutti i suoi desiderii purchè non vadano
  contro la legge e l'onore. Se avesse bisogno di danari, rispondo
  io.

  Tieni celato che io mi prendo cura di lui.

  Ricordami all'altro tuo ospite. Egli, sua figlia, tu stesso e
  tutti coloro che vorrai invitare, saranno miei ospiti al Circo il
  giorno della gara. Ho già fissato i posti.

  A te ed ai tuoi pace.

      Tuo amico in eterno,

                                                        SIMONIDE»

                     SIMONIDE ALLO SCEICCO ILDERIM.

      «_O amico!_

  Devo metterti in guardia — Sta all'erta!

  Quando un alto personaggio Romano, investito di regale autorità
  si avvicina, tutti coloro che non sono Romani e posseggono beni
  e denaro, è bene abbiano cura delle cose loro. Oggi arriva il
  Console Massenzio.

  All'erta!

  Un'altra parola di avvertimento. Se una congiura è ordita
  contro di te, deve avvenire di concerto con gli Erodi, poichè tu
  possiedi grandi beni nei loro dominii.

  Manda stamane alcuni tuoi messi fidati sulle strade a sud della
  città, i quali fermino e frughino tutti i corrieri che incontrano
  per o da Antiochia, e, se trovano qualche dispaccio che si
  riferisca a te, te lo portino.

  Avresti dovuto ricevere la presente ieri sera, ma ancora, non è
  troppo tardi se ti affretti.

  Se i corrieri hanno lasciato Antiochia stamattina, i tuoi Arabi
  conoscono le scorciatoie e li potranno raggiungere.

  Non esitare.

  Abbrucia questa mia appena letta.

  O mio amico, il tuo amico,

                                                       SIMONIDE».

Ilderim rilesse le lettere una seconda volta, le piegò, e le celò sotto
la sua cintura. Le esercitazioni sul campo terminarono di li a poco,
essendo durate in tutto quasi due ore. Ben Hur, rallentando il passo
dei cavalli, li diresse verso Ilderim.

— «Con tua buona grazia, o sceicco,» — egli disse — «ricondurrò i tuoi
Arabi nella tenda, e questa sera ripeteremo gli esercizi.» —

Ilderim lo accompagnò al passo. — «Fanne ciò che vorrai, figliuol mio.
Tu hai ottenuto da loro in due ore ciò che il Romano — gli sciacalli
divorino le sue ossa! — non potè trarne in altrettante settimane.
Vinceremo, per lo splendore di Dio, vinceremo!» —

Giunti alla tenda, Ben Hur sorvegliò i cavalli mentre venivano
strigliati e puliti; poi dopo un bagno nel lago e un sorso di arrak
bevuto con lo sceicco, egli indossò nuovamente le sue vesti Ebraiche e
passeggiò con Malluch nell'orto.

Dopo alcuni particolari di poco rilievo, Ben Hur disse al compagno:

— «Io ti darò un ordine per procurarti le mie valigie giacenti in un
Khan presso il ponte Seleucio. Portamele oggi stesso, se puoi. Spero,
buon Malluch, che ciò non ti sia di peso.» —

Malluch si dichiarò pronto a qualunque servigio.

— «Grazie, Malluch, grazie» — disse Ben Hur. — «Ti prenderò in parola,
ricordando che apparteniamo alla medesima tribù, e che il nostro nemico
è Romano. In primo luogo, tu sei un uomo d'affari, mentre temo che il
nostro sceicco non lo sia.» —

— «Gli Arabi lo sono raramente» — osservò Malluch.

— «No, io non parlo della loro avvedutezza, Malluch. Ma è bene
vegliare su di essi. Per impedire che un ostacolo o un fastidio sorga
all'ultim'ora riguardo alla corsa, tu dovresti recarti agli ufficii
del Circo, e vedere s'egli ha compiuto tutte le formalità richieste; e
se puoi ottenere una copia del regolamento mi farai un grande favore.
Vorrei sapere quali colori dovrò portare, e specialmente il numero
della partenza, se sarò vicino a Messala, a destra o a sinistra, e
se non lo sono, cerca di ottenere che mi cambino di posto così da
collocarmi presso a lui. Hai buona memoria, Malluch?» —

— «Mi è venuta meno qualche volta, o figlio di Arrio, ma mai quando,
come in questo caso, il cuore l'ha aiutata.» —

— «Allora oserò gravarti di un altra commissione. Io vidi ieri che
Messala era assai orgoglioso del suo cocchio, ed a ragione, perchè
neppure quelli di Cesare lo avanzano di bellezza ed eleganza. Non
potresti approfittare di questa sua debolezza in modo da apprendere
se è leggero o pesante? Desidererei di avere la certezza del suo peso
e delle sue misure — e, Malluch, tralascia, se vuoi, ogni altra cosa,
ma portami l'altezza dell'asse dal suolo. Comprendi, Malluch? Io non
voglio ch'egli abbia alcun vantaggio su di me. Io voglio vincerlo non
solo, ma umiliarlo. Solo così il mio trionfo sarà completo.» —

— «Vedo, vedo!» — disse Malluch. — «Tu vuoi un filo tirato
perpendicolarmente sopra il suolo dal mozzo della ruota.» —

— «Sì, mio Malluch, e rallegrati; è l'ultima delle mie commissioni. Ora
facciamo ritorno al dovar.» —

Poco dopo Malluch tornò in città.

Nel frattempo un messaggero montato su un rapido cavallo, era stato
mandato, secondo le istruzioni di Simonide, sulla strada che da
Antiochia conduce a Gerusalemme. Era un Arabo, e non portava ordini
scritti.



CAPITOLO III.


— «Iras, figlia di Balthasar, t'invia saluti e un messaggio» — disse un
servitore a Ben Hur, che stava riposando nella sua tenda.

— «Dimmi il messaggio.» —

— «Ella chiede se tu vuoi accompagnarla in barca sul lago.» —

— «Le porterò io stesso la risposta. Grazie.» —

Gli furono recati i sandali, e, dopo qualche istante, Ben Hur uscì in
cerca della bella Egiziana. L'ombra delle montagne andava strisciando
sull'Orto delle Palme, precorrendo la notte. Da lontano, attraverso
gli alberi, veniva il tintinnio di campane, il muggito degli animali,
e le grida dei pastori che riconducevano a casa gli armenti. La
vita all'Orto delle Palme era sotto ogni riguardo la vita semplice e
pastorale degli Arabi nelle oasi del deserto.

Lo sceicco Ilderim, dopo avere assistito alle esercitazioni del
pomeriggio, che furono una ripetizione di quelle del mattino, s'era
recato in città a trovare Simonide, e, probabilmente, non sarebbe
ritornato quella notte. Ben Hur, lasciato solo, aveva dato un'ultima
occhiata ai cavalli, s'era lavato e vestito a nuovo, e, dopo aver
cenato, stava riavendosi delle fatiche della giornata.

Non è saggio nè onesto cercare di scemare importanza alla bellezza come
qualità. Nessun'anima elevata può sottrarsi al suo fascino. La storia
di Pigmalione e della sua statua è poetica nella forma, ma ha la sua
base nella natura umana. La bellezza è una potenza; e la sua forza
trascinava Ben Hur.

L'Egiziana era per lui una donna meravigliosamente bella di forme. Egli
la rivedeva come essa gli apparì la prima volta presso la fontana; e
sentiva l'influenza della sua voce, dolce nelle sue espressioni di
riconoscenza, subiva tutto l'incanto di quegli occhi grandi, neri,
umidi, tagliati a mandorla, occhi eloquenti più della parola; vedeva
la sua figura alta, snella, piena di grazia e di eleganza, avviluppata
nelle ricche pieghe della sua veste, e pensava che se la mente fosse
pari al corpo che l'albergava, ella sarebbe, veramente, come la
Sulamita, e, nel medesimo senso, terribile come un'oste schierata in
campo. E ogni qual volta la sua immagine gli si presentava davanti
alla fantasia, tutta l'appassionata canzone di Salomone, veniva con
lei, come ispirata dalla sua presenza. Con tali sentimenti egli voleva
vedere se essa avrebbe giustificata l'impressione destata. Non era
amore quello che egli provava, ma ammirazione e curiosità, che spesso
sono gli araldi preannunciatori dell'amore.

L'approdo consisteva in una breve scala scendente al lago, e di una
piattaforma illuminata da alcuni lampioni; giunto alla sommità dei
gradini egli si arrestò, colpito da ciò che vide.

Una scialuppa riposava leggermente sulle onde come un guscio d'uovo che
galleggi. Un Etiope, il guidatore del cammello alla fontana Castalia,
sedeva al posto del rematore, vestito in bianchissimi lini che facevano
risaltare ancor più l'ebano del suo viso. La poppa dell'inbarcazione
era imbottita di cuscini e tappeti tinti col color rosso di Tiro.
Al timone sedeva l'Egiziana medesima, sprofondata in una massa di
scialli Indiani, cinta come da una nube di veli e di nastri delicati.
Le sue braccia, nude fino alle spalle, di impeccabile purezza di
linea, avevano un non so che di provocante nella posa, nei movimenti,
nell'espressione; le mani tese e le dita erano dotate di una grazia
eloquente e suggestiva. Le spalle e il collo erano difese contro
l'aria serale da un ampio velo, che non riusciva però a celare le forme
opulenti.

Nello sguardo che le rivolse, Ben Hur non afferrò tutti questi
dettagli. Ebbe l'impressione confusa e deliziosa che l'insieme di essi
produceva, e il suo cuore battè più veloce.

— «Vieni» — essa disse, vedendolo arrestarsi. — «Vieni, o dovrò credere
che tu sia un povero marinaio.» —

Il rossore delle sue guancie si approfondì. Conosceva essa qualche cosa
della sua vita di mare? Discese tosto sulla piattaforma.

— «Io temeva» — egli disse, sedendo al fianco di lei.

— «Di che?» —

— «Di affondare la barca» — egli rispose sorridendo.

— «Aspetta quando saremo in mezzo al lago» — diss'ella, facendo un
segno all'Etiope, che tosto immerse i remi nell'acqua.

Se l'Amore e Ben Hur erano nemici, quest'ultimo non corse mai maggior
pericolo di sconfitta. L'Egiziana sedeva presso a lui, ed egli non
poteva fare a meno di guardarla, essa che già aveva richiamato alla sua
mente l'ideale della Sulamita. Con quegli occhi fissi nei suoi, egli
non avrebbe scorto le stelle che a poco a poco apparivano in cielo;
la notte avrebbe potuto avvolgere ogni cosa; quegli sguardi avrebbero
gettata una luce attraverso le tenebre più dense. E poi, chi non sa
come conferiscano ai pensieri d'amore la tranquillità delle acque d'un
lago, sotto la volta ingemmata del firmamento, in una tiepida notte
d'estate, quando i cuori che battono l'uno appresso all'altro, sono
giovani, e i cervelli pieni di sogni?

— «Dammi il timone» — egli disse.

— «No» — essa rispose — «questo sarebbe un mutar le parti. Io ti ho
invitato, e tu sei mio ospite. Voglio cominciare a liquidare il debito
che io ti devo. Tu puoi parlare e io ascolterò, oppure parlerò io e tu
ascolta. Questa scelta spetta a te.

Io invece deciderò dove anderemo e che via dobbiamo tenere.» —

— «E dove andiamo?» —

— «Ecco che sei di nuovo spaventato.» —

— «O bella Egiziana, ho fatto la prima domanda naturale ad un
prigioniero.» —

— «Chiamami Egitto.» —

— «Preferirei chiamarti Iras.» —

— «Puoi pensarmi con quel nome, ma chiamami Egitto.» —

— «L'Egitto è un paese e comprende molti popoli.» —

— «Sì! Sì! e qual paese!» —

— «Ho capito; noi andiamo in Egitto.» —

— «Almeno vi andassimo davvero! Sarei felice.» — Sospirò, così dicendo.

— «Non pensi affatto a me allora» — egli disse.

— «Ah, da ciò comprendo che tu non ci sei mai stato!» —

— «Non ci fui mai.» —

— «Oh, è una terra dove l'infelicità è ignota, meta e desiderio
degli altri popoli, madre di tutti gli Dei, e quindi in sommo
grado benedetta. Là, o figlio di Arrio chi è felice trova la sua
felicità raddoppiata; la sventurato che attinge una volta all'acqua
del sacro fiume, dimentica il suo dolore, e canta e ride come i
fanciulli.» —

— «Non vivono poveri colà come altrove?» —

— «I poveri nell'Egitto hanno desiderii modesti e pochi
bisogni,» — essa rispose. — «Un Greco o un Romano non potrebbe
comprenderli.» —

— «Ma io non sono nè Greco, nè Romano.» — Egli protestò.

Essa rise.

— «Io ho un giardino di rose, e in mezzo ad esso sorge una pianta,
e, suoi fiori vincono tutti gli altri. Da dove credi provenga quella
pianta?» —

— «Dalla Persia patria delle rose?» —

— «No.» —

— «Dall'India allora.» —

— «No.» —

— «Ah! da un'isola dell'Ellade.» —

— «Te lo dirò. Un viaggiatore la trovò languente e mezza morta lungo la
via sulla pianura di Rephaim.» —

— «Oh, nella Giudea!» —

— «Io la piantai nella terra che il Nilo ritirandosi aveva lasciata
scoperta, e dove il tiepido vento del sud poteva cullarla, e il sole
baciarla; ed essa crebbe piena di gratitudine e di affetto. Ora mi
seggo alla sua ombra, ed essa mi ringrazia col suo profumo. Come
avviene delle rose, così è con gli uomini d'Israele. Dove potranno
toccare la perfezione se non in Egitto?» —

— «Mosè fu uno fra mille.» —

— «No, ti dimentichi del grande interprete di sogni.» —

— «I Faraoni sono morti.» —

— «Ah sì! Il fiume, sulle sponde del quale abitavano, ora mormora le
sue nenie presso le loro tombe. Ma il medesimo sole riscalda la stessa
aria al medesimo popolo.» —

— «Alessandria altro non è che una città Romana.» —

— «Essa ha solo mutato scettro. Cesare le divelse la spada, e in suo
luogo le lasciò il calice della sapienza. Vieni con me nel Bruccheio
ed io ti mostrerò le scuole delle nazioni; al Serapeo, a vedere le
meraviglie dell'architettura; alla Biblioteca per leggere i libri
immortali; al Teatro per udire, i versi dei Greci e degli Indiani;
al porto per ammirare i trionfi del commercio; discendi con me nelle
strade, o figlio di Arrio, e quando i filosofi si saranno dispersi, e
i maestri dell'arte saranno partiti, e gli Dei tornati ai loro altari,
e del giorno che si spegne non rimarranno che i ricordi, tu udirai le
storie che hanno dilettato l'umanità dalla sua culla, e i canti, che
non morranno mai.» —

Mentre la ascoltava, Ben Hur corse col pensiero a quell'altra notte
stellata; sulla terrazza della casa in Gerusalemme, quando sua madre,
con lo stesso fervore poetico che il patriottismo dettava, predicava le
tramontate glorie d'Israele.

— «Ora comprendo perchè vuoi essere chiamato Egitto. Vuoi cantarmi
una canzone, se io ti chiamerò con quel nome? Io ti intesi cantare ier
notte.» —

— «Era una canzone del Nilo,» — essa rispose, — «un lamento che io
canto quando mi sembra di respirare il profumo del deserto, e il
mormorìo del vecchio fiume; piuttosto lascia che io ti canti qualche
cosa di Indiano.

Quando verrai ad Alessandria ti condurrò sull'angolo di quella strada
donde potrai udire cantare la figliuola del Gange che me l'apprese.
Kapila, tu sai, fu uno dei più grandi sapienti dell'India.» —

Poi, come se il canto fosse la sua forma abituale di esprimersi,
cominciò:

    KAPILA.

      Kapila, illustre eroe,
    Fiore di gioventù,
    Come potrò uguagliare,
    Dimmi, la tua virtù?

      Sorridendo rispose,
    Frenando il corridor:
    — Chi ama tutte cose
    Non conosce timor.

      Kapila, vecchio e bianco,
    Pontificava all'altar:
    — Dimmi, la tua sapienza
    Come potrò emular?

      Kapila, vecchio e bianco,
    Disse con gravità:
    — Chi ama Iddio soltanto
    Tutte le cose sa. —

Ben Hur non ebbe il tempo di esprimere la sua riconoscenza per la
canzone, quando la chiglia della barca rasentò la sabbia, e la prua
toccò terra.

— «Un viaggio corto, o Egitto!» — egli esclamò.

— «E un soggiorno ancora più breve!» — essa rispose, mentre un forte
colpo di remi li rimandò di nuovo nell'acqua libera.

— «Ora mi darai il timone» — egli disse.

— «Oh no! A te il cocchio, a me la barca. Non siamo che a metà del
lago. Hai rotto il patto e io non canterò più. Poichè siamo stati in
Egitto, andiamo ora al boschetto di Dafne.» —

— «Senza un canto che ci allieti la via?» — egli supplicò.

— «Dimmi qualche cosa intorno al Romano dal quale oggi ci salvasti la
vita,» — essa chiese.

La domanda sembrò spiacevole a Ben Hur.

— «Vorrei che questo fosse il Nilo» — egli disse, eludendo la domanda.
— «I Re e le Regine, dopo aver dormito tanti anni, potrebbero uscire
dalle loro tombe e viaggiare con noi.» —

— «Appartenevano alla razza dei colossi e avrebbero affondata la barca.
Preferirei dei pigmei. Ma parlami del Romano. Egli è molto cattivo,
nevvero?» —

— «Non lo so.» —

— «È di nobile famiglia? È ricco?» —

— «Non posso parlare delle sue ricchezze.» —

— «Come erano belli i suoi cavalli! E il suo cocchio era d'oro, e
le ruote d'avorio. E quale audacia! Gli spettatori risero quand'egli
partì, — essi che per poco non sarebbero stati travolti sotto le zampe
dei suoi cavalli!» —

Essa rise al ricordo.

— «Era plebaglia» — disse Ben Hur con amarezza.

— «Egli deve essere uno di quei mostri che si dice crescano oggi in
Roma, Apolli voraci come Cerberi. Vive in Antiochia?» —

— «Nell'Oriente.» —

— «L'Egitto gli converrebbe di più.» —

— «Ne dubito. Cleopatra è morta.» —

In quell'istante apparvero le lampade che ardevano davanti ai
padiglioni di Ilderim.

— «Il dovar» — essa mormorò.

— «Ah, dunque noi siamo andati in Egitto. Non ho veduto Karnac, Pile od
Abido. Questo non è il Nilo. Ho udito un canto dell'India, e il viaggio
è stato un sogno.» —

— «Pile — Karnac! Piuttosto ti dolga di non aver veduto i Ramessidi di
Simbele, che ti fanno pensare a Dio creatore del cielo e della terra. O
piuttosto perchè dolertene affatto? Andiamo sul fiume, e se non potrò
cantare» — essa rise — «perchè ho detto che non vorrei cantare, ti
posso però raccontare storie dell'Egitto.» —

— «Continua! Sì, fino che spunta il mattino, e ritornerà la sera e
sorga il sole di un altro giorno,» — egli soggiunse con calore.

— «Di che cosa devo parlare? Dei matematici?» —

— «Oh, no.» —

— «Dei filosofi?» —

— «No, no.» —

— «Dei maghi e dei genii?» —

— «Se vuoi.» —

— «Di guerra?» —

— «Sì.» —

— «D'amore?»

— «Sì.»

— «Ti racconterò di un rimedio contro l'amore. È la storia di una
regina. Ascolta con attenzione e rispetto. Il papiro, ora proprietà dei
sacerdoti di Pile, fu tolto dalle mani stesse della regina.» —

                              NE-NE HOFRA

  I.

  _Le vite umane non corrono parallele._

  _Nessuna vita percorre una linea retta._

  _La più perfetta esistenza si sviluppa come un cerchio, e termina
  dove comincia._

  _Le vite perfette sono i tesori di Dio; nei giorni di festa egli le
  porta nell'anulare della mano sinistra, quella vicina al suo cuore._

  II.

  _Ne-Ne-Hofra dimorava in una casa presso Essuan, vicino alla prima
  cataratta, e il frastuono dell'eterna battaglia fra il fiume e le
  roccie risuonava come una musica alle sue orecchie._

  _Essa cresceva in bellezza ogni giorno; cosicchè si diceva di lei
  come dei papaveri nel giardino di suo padre: Che cosa sarà mai
  al tempo della fioritura? Ogni anno della sua vita era come il
  principio di una canzone più deliziosa della precedente._

  _Essa era figlia del nord e del sud; l'uno le aveva dato il suo
  ingegno, l'altro le sue passioni, e quando Borea e lo Scirocco la
  vedevano ridevano, dicendo: «È nostra.»_

  _Tutte le cose più belle della natura contribuivano alla sua
  bellezza, e si rallegravano della sua presenza. Quando passava,
  gli uccelli scendevan a posarsi sulle sue spalle, gli zefiri la
  baciavano in volto; il candido loto si tendeva sui lunghi steli per
  guardarla; il fiume solenne indugiava nel suo cammino; le palme
  accennavano da lontano sventolando le cime frondose; e gli uni
  sembravano dire: Io le diedi la mia grazia; gli altri: Io le diedi
  la mia purezza; l'altro ancora: Io le diedi la mia bellezza._

  _A dodici anni Ne-Ne-Hofra era la delizia di Essuan; a sedici anni
  la fama della sua bellezza s'era sparsa per l'Universo; a venti non
  passava giorno che alla sua porta non venissero principi del deserto
  sopra rapidi cammelli, e signori d'Egitto su galere dorate, e tutti
  partivano desolati, dicendo: — «Io l'ho veduta; e non è una donna,
  ma Ator in persona.» — _

  III.

  _Dei trecentotrenta successori del buon re Menes, diciotto furono
  Etiopi, di cui Orete era l'ultimo. Egli aveva cento dieci anni, e
  ne aveva regnato settantasei. Sotto di lui il popolo fu prosperoso
  e la terra piena di abbondanza. Egli praticava la saggezza, perchè,
  avendo vedute tante cose, la conosceva bene. Viveva a Menfi, dove
  aveva i suoi palazzi, i suoi arsenali, e i suoi tesori._

  _La moglie del buon Re venne a morire. Egli l'amava e la pianse
  amaramente, finchè un sacerdote si fece coraggio e gli disse:_

  _ — «Orete, io mi meraviglio che un Re così saggio e potente, non
  sappia trovare rimedio a un male come questo.» — _

  _ — «Dimmi un rimedio,» — disse il Re._

  _Tre volte baciò la terra, e disse: — «Ad Essuan vive Ne-Ne Hofra,
  bella come Ator. Mandala a chiamare. Essa ha rifiutato la mano di
  principi e Re; ma chi può rifiutare Orete?» — _

  IV.

  _Ne-Ne-Hofra discese il Nilo in una galera tutta oro e gemme,
  scortata da una flotta di barche variopinte. Tutta la Nubia e
  l'Egitto, miriadi di persone dalle terre dei Monti della Luna, erano
  accorse alle sponde del fiume per veder passare il corteo._

  _Attraverso un'allea di sfingi e una doppia fila di leoni alati,
  essa fu portata dinanzi al trono d'Orete. Egli la rialzò, la fece
  sedere al suo fianco, le cinse il braccio con l'ureo, la baciò e la
  fece sua regina._

  _Ciò non bastava al saggio Orete; egli voleva l'amore, e che la
  regina fosse felice nell'amor suo. Quindi la trattò con grande
  dolcezza, le mostrò tutti i suoi beni, città, popoli, palazzi, i
  suoi eserciti e le sue flotte; la condusse attraverso i sotterranei
  dove erano ammucchiati i suoi gioielli, dicendo: — «O Ne-Ne-Hofra!
  Dammi un bacio d'amore, e tutto questo è tuo.» — _

  _Ed essa, pensando che se non lo amava allora, avrebbe potuto
  amarlo in seguito, lo baciò non una, ma tre volte, nonostante i suoi
  centodieci anni._

  _Il primo anno fu felice, e sembrò assai breve; il terzo anno fu
  molto infelice, e le sembrò assai lungo. Allora comprese che ciò
  che essa credeva fosse amore per Orete, non era che ammirazione
  per la sua potenza. La gioia si partì dal suo cuore, lacrime
  sgorgavano continuamente dai suoi occhi e le rose delle sue guance
  s'incenerirono; essa languiva ed appassiva lentamente. Alcuni
  dissero che le Erinni la perseguitavano per la sua crudeltà contro
  qualche amante; altri, che era colpita dall'invidia di un dio,
  geloso di Orete. Qualunque fosse la ragione, tutti i rimedi degli
  astrologhi e dei maghi, riuscirono vani; Ne-Ne-Hofra era condannata
  a morire._

  _Orete scelse una cripta nella montagna, dove erano le tombe delle
  regine, e avendo chiamato i primi artefici di Menfi, ordinò loro di
  costruire un sepolcro più magnifico dei Mausolei dei Re._

  _ — «O mia regina, bellissima come ator!» — diceva il re, a cui i
  centotredici anni non avevano spento le fiamme d'amore. — «Dimmi, ti
  prego, il male di cui soffri. Tu muori davanti ai miei occhi!» — «Tu
  non mi amerai di più se io te lo dicessi» — essa rispose tremando di
  paura._

  _ — «Non amarti? Io ti amerò ancor di più! Io lo giuro per i genii
  di Amente e per l'occhio di Osiride! Parla!» — egli disse con la
  passione di un amante, con l'autorità di un re._

  _ — «Ascolta allora,» — essa rispose. — «In una caverna presso
  Essuan vive un anacoreta, il più vecchio e il più santo della sua
  classe. Egli si chiama Menofa, e fu mio maestro ed amico. Chiamalo,
  Orete, ed egli ti dirà ciò che tu desideri sapere; egli ti aiuterà
  parimenti a trovare un rimedio al mio male.» — _

  _Orete si dipartì giubilante: Gli pareva di aver cento anni di
  meno._

  V.

  _ — «Parla!» — disse Orete a Menofa, nel palazzo di Menfi._

  _E Menofa rispose: — «Potentissimo sovrano, se tu fossi giovine io
  non ti risponderei, perchè mi preme ancora la vita; così invece ti
  risponderò che la regina, come ogni altro mortale, paga il fio di un
  delitto.» — _

  _ — «Di un delitto!» — urlò il re._

  _Menofa si inchinò profondamente._

  _ — «Si, un delitto contro se stessa.» — _

  _ — «Non sono d'umore di sciogliere enigmi.» — _

  _ — «Ciò che dico non è un enigma. Ne-Ne Hofra crebbe sotto i miei
  occhi, e confidava ogni particolare della sua vita a me, fra gli
  altri che essa amava un tale Barbec, figlio del giardiniere di suo
  padre.» — _

  _La fronte di Orete si rasserenò._

  _ — «Con quell'amore in petto, o re, essa venne alle tue braccia. Di
  quell'amore sta per morire.» — _

  _ — «Dove è il figlio del giardiniere?» — chiese Orete._

  _ — «Ad Essuan.» — _

  _Il re uscì ed impartì due ordini. A un ufficiale disse: — «Va ad
  Essuan e conducimi qui un giovine di nome Barbec. Lo troverai nel
  giardino del padre di Ne-Ne Hofra.» — _

  _e costruisci per me nel lago Chemmis un'isola con un tempio,
  un palazzo, e un giardino pieno di fiori e alberi, che galleggi
  liberamente dove il vento la sospinge. Costruisci l'isola, e che
  essa sia finita al tempo della luna piena.»_

  _Poi disse alla regina:_

  _«Rallegrati. Io so tutto, e ho mandato a chiamare Barbec.»_

  _Ne-Ne Hofra gli baciò le mani._

  _ — «Tu lo avrai tutto per te sola un anno intiero, e nessuno
  disturberà i vostri amori.» — _

  _Essa gli baciò i piedi; egli la rialzò, le diede un bacio. Le rose
  tornarono sulle guancie, lo scarlatto alle labbra, il riso al suo
  cuore._

  VI.

  _Per un anno Ne-Ne-Hofra e Barbec il giardiniere, galleggiarono in
  balìa degli zefiri sull'azzurro lago di Chemmis. L'isola era una
  meraviglia, e per un anno, un anno intero, vi dimorarono come in
  paradiso, non vedendo nessuno. Poi la regina ritornò al palazzo di
  Menfi._

  _ — «Chi ami tu di più, ora?» — chiese il re._

  _Essa gli baciò la guancia e disse: — «Riprendimi, buon re, io sono
  risanata.» — _

  _Orete rise, malgrado i suoi centoquattordici anni._

  _ — «Dunque Menofa aveva ragione» — egli disse. — «Ah, ah! Il
  rimedio per l'amore è l'amore.» — _

  _ — «Così è» — essa rispose._

  _Tutto ad un tratto la sua fronte si corrugò e la sua voce divenne
  terribile:_

  _ — «Io non lo trovai così» — disse._

  _Essa lo guardò atterrita._

  _ — «Donna rea!» — egli continuò — «La tua offesa ad Orete l'uomo,
  io perdono; ma la tua offesa ad Orete il re, deve esser punita.» — _

  _Essa gli si prostrò ai piedi._

  _ — «Silenzio,» — egli disse: — «Tu sei morta!» — _

  _Egli battè le mani, e una terribile processione sfilò nella stanza,
  una processione di parachisti, o imbalsamatori, ciascuno con qualche
  strumento della sua arte disgustosa._

  _Il re indicò Ne-Ne Hofra._

  _ — «Essa è morta. Fate il vostro dovere.» — _

  _Dopo settantadue giorni, Ne-Ne-Hofra, bella come Ator, fu condotta
  nella cripta per lei scelta l'anno prima, e messa a dormire insieme
  alle sue regali campagne. Ma nessun funebre corteo in suo onore
  attraversò il sacro lago._

Alla conclusione del racconto, Ben Hur era seduto ai piedi
dell'Egiziana, e la mano con cui essa guidava il timone era stretta
nella sua.

— «Menofa aveva torto,» — egli disse.

— «Perchè?» —

— «L'amore vive amando.» —

— «Dunque non vi è rimedio contro di esso?» —

— «Sì, Orete lo trovò.» —

— «Quale?» —

— «La morte.» —

— «Tu sei un buon ascoltatore, o figlio di Arrio.» —

E così conversando e raccontando favole e novelle ingannarono le ore.
Quando scesero a terra, essa disse:

— «Domani andiamo in città.» —

— «Ma ti troverai ai giuochi?» — egli chiese.

— «Oh, sì.» —

— «Ti manderò i miei colori.» —

E così si divisero.



CAPITOLO IV.


Ilderim ritornò al dovar il giorno appresso circa all'ora terza. Quando
smontò, un uomo della sua tribù lo accostò e gli disse: — «O sceicco,
mi fu consegnato questo plico con l'ordine di recarlo a te, affinchè tu
lo legga immediatamente. Se c'è risposta, devo attendere la tua buona
grazia.» —

Ilderim aprì subito il pacco, il sigillo del quale era già stato rotto.

L'indirizzo diceva: _A Valerio Grato, Cesarea._

— «Abaddon lo pigli!» — mormorò lo sceicco, scorgendo che la lettera
era in latino.

Se l'Epistola fosse stata in Greco o in Arabo, egli non avrebbe avuto
difficoltà nel leggerla. Così potè tutto al più decifrare la firma,
scritta in grandi caratteri Romani — MESSALA, — che lesse strizzando
l'occhio.

— «Dov'è il giovine Ebreo?» — egli chiese.

— «Al campo coi cavalli» — rispose un domestico.

Lo sceicco ripose i papiri nella loro busta, e nascondendo il pacco
nella cintura, rimontò a cavallo. In quel momento un forestiero,
proveniente, all'apparenza, dalla città si presentò davanti a lui.

— «Cerco lo sceicco Ilderim, chiamato il Generoso» — disse il
forestiero.

La sua lingua e le sue vesti lo rivelavano Romano.

Se Ilderim non sapeva leggere il latino, lo sapeva però parlare.

Il vecchio Arabo rispose con dignità: — «Io sono lo sceicco
Ilderim.» —

Gli occhi dell'uomo si abbassarono; li rialzò e con compostezza forzata
disse:

— «Ho inteso che siete in cerca di un auriga per i giuochi.» —

Il labbro di Ilderim si contrasse sdegnosamente sotto i bianchi baffi.

— «Va per la tua strada» — egli disse. — «Ho già trovato un
auriga.» —

Si voltò, in atto di partire, ma l'uomo indugiando riprese a parlare:

— «Sceicco, io amo i cavalli, e dicono che i vostri siano i più belli
del mondo.» —

Il vecchio era tocco; arrestò il cavallo, e stava quasi per cedere
davanti all'adulazione, poi rispose: — «No, non oggi, non oggi. Te li
mostrerò un'altra volta. Ora sono troppo occupato.» —

Mise il cavallo al trotto, mentre lo straniero riprese lentamente il
cammino della città, sorridendo come un uomo contento di sè. Aveva
eseguito la sua commissione.

Ed ogni giorno, fino alla grande giornata dei giuochi, un uomo, qualche
volta due o tre — venivano dallo sceicco nell'Orto delle Palme, sotto
il pretesto di cercare un'impiego come auriga.

In questo modo Messala vigilava sopra Ben Hur.



CAPITOLO V.


Lo sceicco aspettò, ben soddisfatto, finchè Ben Hur, ebbe terminate le
esercitazioni del mattino.

— «Questo pomeriggio, o sceicco, potrai riprenderti Sirio» — disse Ben
Hur, accarezzando il collo del vecchio cavallo. — «Lo puoi riprendere,
e darmi il cocchio.» —

— «Così presto?» — chiese Ilderim.

— «Con cavalli come i tuoi basta una giornata. Non hanno paura; hanno
l'intelligenza di un uomo, ed amano l'esercizio. Questo, egli scosse
le redini sul dorso al più giovine dei quattro, — tu lo chiamasti
Aldebran, credo, — è il più veloce. In un giro di stadio avanzerebbe
gli altri di tre lunghezze.» —

Ilderim si lisciò la barba, con gli occhi scintillanti.

— «Aldebran è il più veloce» — disse. — «E il più tardo?» —

— «Eccolo.» — Ben Hur scosse le redini sopra Antares. — «Ma egli
vincerà, perchè, vedi, sceicco, egli correrà tutto il giorno, e in sul
calar del sole potrà raggiungere la sua massima velocità.» —

— «Hai nuovamente ragione» — disse Ilderim.

— «Io ho un solo dubbio, o sceicco.» —

Lo sceicco si fece serio.

— «Nella sua avidità di trionfare, un Romano transige anche con
l'onore. Nei loro giuochi, — in tutti i loro giuochi, praticano
una infinità di tranelli e di frodi; nelle gare dei cocchi, la loro
furfanteria non risparmia nè i cavalli, nè l'auriga, nè il padrone.
Quindi, buon sceicco, bada bene a quanto tu fai. Finchè la gara non sia
terminata, non lasciare che nessun estraneo si avvicini ai cavalli. Per
esser più sicuri, fa di più: — metti una guardia armata che li invigili
notte e giorno. Allora non avrò paura per l'esito.» —

Alla porta della tenda smontarono.

— «Ciò che tu dici sarà fatto. Per lo splendore di Dio, nessuna mano
dovrà avvicinarsi a loro tranne quella dei fedeli. Stanotte medesima
porrò le sentinelle. Ma guarda, figlio di Arrio,» — Ilderim estrasse il
plico dalla cintura e lo svolse lentamente, sedendo sopra il divano, —
guarda, figlio di Arrio, e aiutami col tuo latino.» —

Egli consegnò il dispaccio a Ben Hur.

— «Ecco; leggi, leggi ad alta voce, traducendo le parole nella lingua
de' tuoi padri. Il latino è un abbominio.» —

Ben Hur era di buon umore e intraprese la lettura con leggerezza.

_Messala a Grato!_ Si arrestò. Ebbe come un presentimento e il cuore
gli cominciò a palpitare fortemente. Ilderim osservò la sua agitazione.

— «Dunque? Aspetto.» —

Ben Hur domandò scusa e ricominciò la lettura del papiro, che il
lettore avrà già indovinato essere una copia della lettera con tanta
cura spedita da Messala a Grato, la mattina dopo l'orgia nel palazzo.

I primi paragrafi erano solo notevoli in quanto che rivelavano che lo
scrittore non aveva perduto quelle qualità di scherno e d'ironia che
adornavano il suo dire giovanile. Ma quando il lettore arrivò ai passi
intesi a rammentare a Grato la famiglia dei Hur, la sua voce tremò,
e due volte dovette arrestarsi, per riprendere padronanza di sè. Con
uno sforzo continuò. — «Richiamerò anche le disposizioni che prendesti
riguardo ai membri della famiglia Hur» — qui la voce del lettore
fu rotta come da un singhiozzo — «affinchè il silenzio della tomba
ci assicurasse il tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo
stesso tempo il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la
coscienza.» —

Ben Hur non potè continuare. Il papiro scivolò dalle sue mani ed egli
si coprì il volto.

— «Sono morte — morte. Io sono solo!» —

Lo sceicco era stato muto ma commosso spettatore del dolore del giovine.

Egli si alzò e disse: — «Figlio di Arrio, io devo chiederti perdono.
Leggi la lettera da solo. Quando ti sarai riavuto abbastanza per
comunicarmi il resto del contenuto, mandami a chiamare.» —

Egli uscì dalla tenda. Il pensiero delicato era degno di lui.

Ben Hur si gettò sul divano e si abbandonò alla foga della sua passione.

Quando si fu rimesso alquanto, si ricordò che parte della lettera non
gli era ancora conosciuta, e ne riprese la lettura. — «Ti ricorderai di
ciò che hai fatto della madre e della figlia del malfattore, e se ora
cedo alla curiosità di sapere se vivano o siano morte....» — Ben Hur
trasalì, rilesse il passo: — «Egli non sa se siano morte; egli non sa!»
— esclamò. — «Benedetto sia il nome del Signore! C'è ancora un po' di
speranza.» — Sorretto da questo pensiero continuò la lettura fino al
fondo.

— «Non sono morte» — egli disse, dopo breve riflessione: — «Non sono
morte; altrimenti egli lo saprebbe.» —

Una seconda lettura, più attenta della prima, lo confermò in questa
opinione. Allora mandò a chiamare lo sceicco.

— «Quando venni la prima volta alla tua tenda ospitale, o sceicco» —
egli incominciò con calma, quando l'arabo ebbe preso posto sul divano,
e furono soli, — «io non aveva l'intenzione di parlarti della mia vita,
tranne che di quella parte necessaria per provarti la mia destrezza ed
esperienza nel guidare i cavalli. Non volli comunicarti la mia storia.
Ma il caso che ha fatto pervenire questa lettera nelle mie mani, è così
strano, che io sento il dovere di rivelarti ogni cosa. Mi conforta in
questo proposito il fatto che siamo entrambi minacciati dal medesimo
nemico, contro il quale è necessario che procediamo d'accordo. Io ti
leggerò la lettera e ti darò la spiegazione, dopo la quale comprenderai
facilmente il motivo della mia emozione. Se la considerasti debolezza o
sentimentalità infantile, saprai ricrederti o scusarmi.» —

Lo sceicco ascoltò in assoluto silenzio finchè Ben Hur arrivò al
paragrafo in cui si faceva speciale menzione della sua persona. — «Io
incontrai ieri l'Ebreo nel boschetto di Dafne» — diceva la lettera — «e
se egli non vi è, tuttavia dimora certamente nelle vicinanze, cosicchè
ti sarà facile tenerlo d'occhio. Anzi, se tu mi chiedessi dove sia
in questo momento, io giuocherei che egli si trova nell'Orto delle
Palme.» —

— «Ah!» — esclamò Ilderim, afferrandosi la barba.

— «Nell'Orto delle Palme,» — ripetè Ben Hur, — «sotto la tenda di quel
canuto traditore, lo sceicco Ilderim....» —

— «Traditore! Io?» — gridò il vecchio con voce fattasi acuta, mentre il
labbro e la barba tremavano d'ira, e le vene della fronte e del collo
si gonfiavano come per scoppiare.

— «Un momento, sceicco» — fece Ben Hur. — «Tale è l'opinione di
Messala, ascolta la sua minaccia»:.... sotto la tenda di quel canuto
traditore, lo sceicco Ilderim, il quale non sfuggirà a lungo alle
nostre mani. Non ti sorprenda se Massenzio, come passo preliminare
faccia imbarcare l'Arabo sulla prima galera di ritorno, e lo mandi a
Roma.» —

— «A Roma! Me — Ilderim, — sceicco di diecimila cavalieri con lancie —
me a Roma!» — Balzò in piedi, le mani tese, le dita che si aprivano e
si stringevano con moto convulso, gli occhi scintillanti come quelli di
un serpente.

— «O Dio! — no, per tutti gli Dei, tranne per quelli di Roma! — quando
finirà questa insolenza? Un uomo libero son io; libero è il mio popolo.
Dobbiamo morire schiavi, o, peggio, dovrò io condurre la vita di un
cane che striscia ai piedi del suo padrone? Devo leccare la sua mano
perchè non mi batta? Ciò che è mio non è più mio, per l'aria che
respiro devo dipendere da Roma. Oh, se fossi giovine un'altra volta!
Oh se potessi scrollare dalle mie spalle venti anni, — o dieci, — o
cinque!» —

Strinse i denti, ed agitò le braccia sopra il capo; poi, sotto
l'impulso di una nuova idea, fece due passi verso Ben Hur e gli afferrò
con veemenza il braccio.

— «Se io fossi come te, figlio di Arrio — giovine, forte, destro nelle
armi; se avessi un torto come il tuo che mi spronasse alla vendetta,
un torto tale da santificare l'odio — giù le maschere! Figlio di Hur,
figlio di Hur, io dico!» —

A quel nome il sangue di Ben Hur quasi si arrestò nelle vene; stupito,
confuso, egli fissò gli occhi in quelli dell'Arabo, ora vicini ai suoi,
e animati da una fiamma selvaggia.

— «Figlio di Hur, io dico, se io fossi, come te, coi tuoi torti, coi
tuoi ricordi, io non avrei, non potrei aver pace. Alle mie sofferenze
aggiungerei quelle del mondo, e mi dedicherei alla vendetta. Per mare
e per terra, in ogni paese, predicherei la rivolta contro il Romano.
Ogni guerra di indipendenza mi troverebbe fra i combattenti, in ogni
battaglia contro Roma brillerebbe la mia spada. Diventerei Parto, in
mancanza di meglio. Che se anche gli uomini mi venissero meno, non
interromperei i miei sforzi, no. Per lo splendore di Dio! Andrei fra
i lupi, le tigri e i leoni nella speranza di aizzarli contro il comune
nemico. Ogni arma sarebbe lecita, ogni eccidio giustificato, purchè le
vittime fossero Romane. Alle fiamme tutto ciò che è Romano! Di notte
pregherei gli Dei, i buoni e i cattivi egualmente, che mi prestassero
i loro terrori, le loro tempeste, le carestie, il freddo, il caldo,
e tutti gli innominabili veleni che essi lasciano liberi nell'aria,
e tutto, tutto scaraventerei sul capo ai Romani. Oh, io non potrei
dormire! Io, io....» —

Lo sceicco si fermò per mancanza di respiro, e rimase muto, ansando,
pallido, coi pugni serrati.

Di tutto questo appassionato scoppio d'ira Ben Hur non ritenne che
una vaga impressione di occhi fiammeggianti, di una voce stridula, di
una collera troppo intensa per essere espressa con coerenza, a parole.
Per la prima volta in otto anni il misero giovane era stato chiamato
col suo vero nome. Un uomo almeno lo conosceva e lo riconosceva senza
chiedere prove, e questi era un Arabo del deserto!

Come era egli venuto a questa cognizione? La lettera? No. Essa
parlava delle crudeltà inflitte alla sua famiglia, narrava la storia
delle proprie sofferenze, ma non diceva che egli era la vittima
provvidenzialmente sfuggita all'ira Romana. Questo anzi egli avrebbe
voluto spiegare allo sceicco dopo terminata la lettura. La gioia e la
speranza gli fiorirono in cuore, e con calma forzata domandò:

— «Buon sceicco, dimmi, come venisti in possesso di questa
lettera?» —

— «La mia gente custodisce le strade fra le città» — rispose Ilderim
bruscamente. — «La tolsero ad un corriere.» —

— «Sanno che quella gente è tua?» —

— «No. Davanti al mondo figurano come predoni, che è mio dovere di
prendere ed impiccare.» —

— «Un'altra domanda, sceicco. Tu mi chiamasti figlio di Hur — il nome
di mio padre. Io mi credeva sconosciuto da tutti. Come apprendesti il
mio nome?» —

Ilderim esitò; poi, rinfrancandosi rispose. — «Io ti conosco, ma non
sono libero di dirti altro.» —

— «Qualcheduno ti tiene sotto padronanza?» —

Lo sceicco tacque e fece per andarsene; ma osservando la disillusione
di Ben Hur, ritornò indietro, e disse: — «Non parliamone più per ora.
Io vado in città; quando ritorno ti parlerò liberamente. Dammi la
lettera.» — Ilderim ripiegò con cura i papiri e li rimise subito nella
loro busta.

— «Che cosa dici» — egli chiese con energìa — «della mia proposta?
Io ti esposi ciò che farei ne' tuoi panni, e tu non mi hai ancora
risposto.» —

— «Io voleva risponderti, sceicco, e ti risponderò.» — Il volto di
Ben Hur si contrasse come sotto lo sforzo di un imperiosa volontà. —
«Tutto ciò che tu hai detto, io farò, — almeno tutto quanto umanamente
è possibile. Io ho dedicata la mia vita alla vendetta. Per cinque anni
questa fu il mio unico pensiero. Senza tregua, senza riposo, sprezzando
gli allettamenti di Roma e le tentazioni della gioventù, ho impiegato
tutte le forze dell'animo mio a questo unico scopo. La mia educazione
ebbe per meta ultima la vendetta. Praticai i più famosi maestri — non
quelli di rettorica e di filosofia — ahimè! Non aveva tempo per questi.
Le arti essenziali all'uomo d'armi erano la mia occupazione; vissi con
gladiatori e con vincitori dell'arena; con centurioni nei campi Romani.
E tutti furono orgogliosi di avermi a scolaro. O sceicco, io sono un
soldato; ma per attuare i sogni ch'io nutrivo, avevo bisogno di essere
un generale. Con questo intento mi sono arruolato nella guerra contro
i Parti; quando essa sarà terminata, allora, se il Signore mi darà vita
e forza, — allora» — egli alzò i pugni stretti, e parlò con veemenza —
«allora, quando sarò un nemico perfezionato alla scuola di Roma, Roma
dovrà pagarmi tutti i miei torti col sangue de' suoi figli. Questa è la
mia risposta, sceicco.» —

Ilderim gli gettò le braccia al collo e lo baciò, dicendo con voce
bassa, quasi strozzata dall'emozione: — «Se il tuo Dio non ti aiuterà
in questo, figlio di Hur, egli sarà morto. Senti ciò che ti prometto,
che ti giuro, se vuoi: Tu avrai me stesso, e tutto ciò che io posseggo
— uomini, cavalli, cammelli, — e il deserto per preparare i tuoi
piani. Io lo giuro! E per ora basta. Mi vedrai, o udrai di me, prima di
sera.» —

Voltandosi bruscamente, lo sceicco uscì dalla tenda, e di lì a poco si
trovò sulla via verso la città.



CAPITOLO VI.


La lettera intercettata era per più ragioni importante per Ben Hur.
Era una confessione che l'autore di essa era stato complice nella
soppressione della famiglia; che egli aveva sanzionato il piano
proposto da Valerio Grato a questo scopo; che egli aveva ricevuto
parte dei beni confiscati e che godeva ancora in quel momento; che egli
temeva la improvvisa comparsa di quegli ch'egli chiamava il principale
malfattore; nella quale vedeva una minaccia per la sicurezza propria
e quella di Grato; infine che egli era pronto ad eseguire qualunque
disegno che il fertile cervello del procuratore di Giudea avrebbe
saputo escogitare, per togliere di mezzo il comune nemico.

Specialmente quest'ultima considerazione, l'avviso di un pericolo
vicino, diede molto a pensare a Ben Hur, rimasto solo nella tenda dopo
la partenza di Ilderim. I suoi avversari erano personaggi potenti ed
astuti. Se essi lo temevano, egli aveva maggior ragione di temerli.
Cercò di chiarirsi bene la situazione e di riflettere sul modo in cui
l'odio di essi avrebbe potuto esplicarsi, ma i suoi pensieri venivano
costantemente turbati dalla visione della madre e della sorella. Poco
importava se il fondamento di questa sua persuasione era debole,
riposando essa interamente sul fatto che Messala non aveva appreso
la loro morte; la gioia che egli provava, soffocava ogni dubbio.
Finalmente aveva trovato una persona la quale sapeva dove esse erano
celate, e, nella esaltazione del momento, la loro scoperta gli sembrava
già vicina, un evento di prossima attuazione. Con tutti questi pensieri
e sentimenti pensava con una specie di mistica certezza che Iddio stava
per presceglierlo al compimento di una grande missione.

Di tanto in tanto, richiamando le parole di Ilderim, egli si
meravigliava donde l'arabo avesse tratte le informazioni sul suo conto;
non da Malluch certamente; non da Simonide, l'interesse del quale
stava al contrario nel celare ogni cosa. Messala? L'idea era ridicola.
Ogni congettura approdava al medesimo risultato negativo. — «Meno
male» — egli pensava consolandosi che da qualunque fonte lo sceicco
avesse appreso il suo nome e i particolari della sua vita, non poteva
essere che da un amico, il quale, come tale, si sarebbe a suo tempo
dichiarato. — «Un po' di pazienza, un po' di attesa» — forse la gita
dello sceicco in città aveva relazione con l'affare; possibilmente la
lettera favorirebbe una completa rivelazione.

E paziente egli sarebbe stato se solamente egli avesse potuto
accertarsi che Tirzah e sua madre lo attendevano in circostanze tali da
permettere anche ad esse le medesime speranze che egli nutriva; se, in
altre parole, la coscienza non lo pungesse con mille accuse per la sua
inazione.

Per isfuggire a questi rimorsi, egli si diede a passeggiare sotto gli
alberi dell'Orto, ora fermandosi a osservare i raccoglitori di datteri,
ora a seguire i voli degli uccelli che andavano a nascondersi nel
fogliame delle palme, ora le corse dello sciame delle api, che ronzando
circondavano i cespugli fioriti e carichi di bacche.

Più a lungo indugiò lungo le sponde del lago. Quelle limpide acque,
appena increspate dal vento, che venivano con mormorìo sommesso
a lambire voluttuosamente le rive, gli richiamavano l'immagine
dell'Egiziana e la sua meravigliosa bellezza, e il ricordo di quella
sera allietata dalle parole e dal canto di lei, gli riempiva il cuore
di una grande dolcezza. Ripensava al fascino dei suoi modi, all'armonìa
del suo riso, alle sue lusinghe e alle sue blandizie, al tepore molle
di quella manina che stringeva la sua sopra il pomo del timone. Da lei
il suo pensiero correva a Balthasar, e alla sua miracolosa narrazione;
e da lui al Re dei Giudei, che il santo uomo con tanta profondità
di convinzione diceva vivo e annunziava vicino. E qui la sua mente
si arrestò, indagando il mistero di quello strano personaggio, e
traendo da quelle riflessioni la soddisfazione di cui andava in cerca.
Nulla è più facile della confutazione di un pensiero contrario ai
nostri desideri, e Ben Hur rifiutò energicamente la definizione data
da Balthasar del regno che doveva venire. Il concetto di un regno
spirituale, se non era intollerabile alle dottrine Sadducee di cui
era imbevuto, gli sembrava una deduzione tratta dalle profondità di
una fede troppo astratta e sognatrice. Un regno della Giudea, ah sì,
quello era più comprensibile; un tale regno era già esistito e per la
stessa ragione potrebbe ritornare! E accarezzava il suo orgoglio il
pensare un regno nuovo, più vasto nei suoi dominii, più ricco e più
splendido dell'antico; un Re sotto il quale egli troverebbe e servizio
e vendetta. In questa condizione d'animo egli ritornò al _dovar_.

Terminata la colazione, per occupare il pomeriggio, Ben Hur fece
condurre davanti alla tenda il cocchio che egli sottopose ad un attento
esame. Questa parola non rende che poveramente lo studio e la cura
ch'egli pose nell'osservare ogni minimo particolare del veicolo. Con
una soddisfazione che apparirà più comprensibile in seguito, vide che
il modello era Greco, a suo avviso preferibile a quello Romano. Era più
ampio nello spazio fra ruota e ruota, più basso di sala e più pesante;
ma lo svantaggio del peso maggiore sarebbe più che compensato dalla
resistenza dei suoi Arabi. In generale i costruttori di cocchi in Roma
fabbricavano solamente veicoli da corsa, sacrificando la sicurezza alla
leggerezza, e la resistenza alla grazia; mentre i carri di Achille e
del _Re degli uomini designati per la guerra e i suoi pericoli_ erano
ancora i tipi preferiti nelle gare Istmiche e d'Olimpia.

Poi attaccò i cavalli e li guidò sul campo delle esercitazioni, dove
per parecchie ore li tenne sotto il giogo, obbligandoli ad ogni genere
di evoluzioni. Quando ritornò al padiglione sul far della sera, il suo
animo si era calmato e aveva deciso di sospendere ogni passo riguardo
a Messala fin dopo la giornata delle corse. Il piacere di misurarsi
col suo nemico al cospetto di tutto l'Oriente era una voluttà di cui
egli non sapeva privarsi. La sua fiducia nella propria abilità e nel
risultato finale era assoluta. Quanto ai cavalli, essi sarebbero stati
i suoi compagni nella gloriosa impresa.

— «Ch'egli stìa all'erta! Ch'egli badi! Nevvero, Antares, Aldebran?
Nevvero Rigel, buon cavallo? E tu Altair, Re dei corsieri, non dovrà
egli temerci? Buoni, buoni!» —

Così parlava ai cavalli negli intervalli di riposo, andando dall'uno
all'altro, e accarezzando loro le guancie e i colli.

Sul far della notte Ben Hur sedeva davanti alla porta della tenda,
aspettando Ilderim, non ancora ritornato dalla città. Non provava
impazienza, nè dubbio, nè timore. Lo sceicco almeno avrebbe parlato.
Anzi, fosse la soddisfazione dell'ottimo lavoro prestato dai cavalli,
o la dolce stanchezza che succede a una giornata di tanta fatica, o
la cena a cui aveva fatto largo onore, o la reazione, che, per una
provvida legge di natura tien sempre dietro al momento di depressione
e di tristezza, il giovane si trovava di ottimo umore, e quasi felice.
Gli sembrava che la Provvidenza lo avesse preso sotto la sua speciale
protezione.

Finalmente si udì lo scalpitare di un cavallo, e Malluch smontò davanti
alla tenda.

Ben Hur non fece domande, ma entrò nel recinto dove pascolavano i
cavalli. Aldebran gli si avvicinò, come profferendo i suoi servigi.
Egli lo accarezzò affettuosamente, ma passò a scegliere un altro
cavallo, non uno dei quattro: questi erano sacri alla gara. In breve
tempo i due cavalieri percorrevano rapidamente e in silenzio la via
della città.

Prima d'arrivare al Ponte Seleucio, essi attraversarono il fiume su di
una barca, e penetrarono nella città dal lato occidentale. Il cammino
era più lungo, ma Ben Hur lo accettò senza far parola, pensando che
fosse una precauzione necessaria.

Passarono il molo di Simonide, e, davanti alla porta del grande
magazzeno, Malluch fermò il suo cavallo.

— «Siamo giunti» — egli disse — «smonta.» —

Ben Hur riconobbe la località.

— «Dov'è lo sceicco?» —

— «Vieni con me. Te lo mostrerò.» —

Un custode prese i cavalli, e quasi prima che Ben Hur si rendesse
chiaramente conto di quanto avveniva, egli si trovò di nuovo davanti
alla porta della casa sopra il terrazzo, e intese una voce: — «In nome
di Dio, entrate.» —



CAPITOLO VII.


Malluch si fermò alla porta; Ben Hur entrò da solo.

La stanza era quella medesima in cui aveva per la prima volta veduto
Simonide, e nulla era mutato della sua apparenza, tranne che, presso
alla poltrona del vecchio, era stato posto un grande candelabro di
bronzo con molte braccia da cui pendevano numerose lampade d'argento,
tutte accese. La luce era chiara e illuminava i tavolati delle pareti,
la cornice dorata, e la volta di mica viola.

Fatti due passi Ben Hur si arrestò.

Tre persone erano presenti e lo guardavano. — Simonide, Ilderim ed
Ester. Egli girò gli occhi dall'uno all'altro come per trovar risposta
alla domanda mezzo formulata dal suo cervello: — «Che cosa vogliono da
me questi tre?» — A questa tenne subito dietro un'altra: — «Sono amici
o nemici?» —

Finalmente i suoi sguardi si fermarono su Ester. I due uomini gli
avevano risposto con espressione bonaria, ma ciò ch'egli lesse nel
volto della fanciulla era qualche cosa di più spirituale, che,
quantunque sfuggisse ad ogni definizione, penetrò profondamente
nell'animo suo. Ebbe per un istante la visione di un altro viso, quella
dell'Egiziana, ma si dileguò subito.

— «Figlio di Hur.» —

Egli si voltò verso Simonide.

— «Figlio di Hur» — ripetè il negoziante, sillabando con enfasi solenne
le parole, come per imprimergli bene in mente tutto il significato
dell'apostrofe — «La pace del Signore Iddio, dei nostri padri sia con
te. Prendila da parte mia e dei miei.» —

Il vecchio sedeva nella sua poltrona. Era la stessa testa regale,
il volto pallido, l'aria imperiosa, sotto l'influenza della quale i
visitatori dimenticavano le sue membra deformi. I bianchi occhi neri
brillavano sopra le bianche sopracciglia. Un momento rimase così, poi
incrociò le braccia sul petto.

L'atto, messo in rapporto col saluto, non poteva essere frainteso, e
non lo fu.

— «Simonide» — rispose Ben Hur, commosso — «la pace che tu offri, io
l'accetto. Come figlio a padre te la ritorno: soltanto intendiamoci
chiaramente fra di noi.» —

Così, delicatamente, egli cercò di eludere la sottomissione del
negoziante, ed invece della relazione fra padrone e schiavo, volle
sostituire un vincolo più elevato e più santo.

Simonide lasciò cadere le mani, e volgendosi ad Ester disse:

— «Una sedia per il padrone, o figlia.» —

Essa si affrettò a portargli una sedia, e rimase in piedi, con le gote
coperte di rossore, guardando ora all'uno, ora all'altro, da Ben Hur a
Simonide, da Simonide a Ben Hur. Dopo una breve pausa Ben Hur prese la
sedia dalle sue mani e l'avvicinò alla poltrona del negoziante.

— «Io siederò qui,» — egli disse.

I suoi occhi incontrarono quelli di lei, per un istante solo, ma egli
ed Ester si sentirono migliori per quello sguardo.

Simonide si inchinò e disse con un sospiro di sollievo:

— «Ester, mia figlia, portami le carte.» —

Essa andò ad un tavolato nella parete, lo aperse e ne estrasse un
rotolo di papiri che porse al padre.

— «Tu dicesti bene, figlio di Hur» — cominciò Simonide, spiegando i
fogli — «intendiamoci chiaramente. In anticipazione della richiesta
— che io avrei offerto spontaneamente se tu l'avessi rifiutata io ho
preparato alcune note che lumeggiano la situazione. Due sono i punti
che hanno bisogno di essere spiegati — la proprietà dapprima, e poi
i nostri rapporti. L'esposizione è chiara riguardo ad entrambi. Vuoi
leggerla?» —

Ben Hur prese le carte, ma diede uno sguardo ad Ilderim.

— «No» — disse Simonide — «la presenza dello sceicco non ti impedisca
di leggere; il conto che troverai ha bisogno di un testimonio. In
calce di esso tu troverai il nome di Ilderim. Egli è al corrente di
tutto ed è tuo amico. Tutto quanto egli è stato per me, sarà anche per
te.» —

Simonide guardò l'arabo con un sorriso che questi gli rese con un grave
cenno del capo, dicendo: — «Tu l'hai detto.» —

Ben Hur rispose: — «Io ho avuto già altre prove della sua amicizia e
toccherebbe a me di mostrarmene degno.» — poi soggiunse: — «Più tardi,
o Simonide, leggerò con attenzione le carte; per ora, riprendile, e, se
ciò non ti stanca, esponi brevemente il loro contenuto.» —

Simonide riprese il rotolo.

— «Qui, Ester, vicino a me, e prendi le pagine man mano che te le
porgo.» —

Essa si pose presso alla sua poltrona, appoggiando la mano destra
leggermente sulla spalla del vecchio. Formavano così un gruppo solo, e,
quando egli parlava, sembrava che il rendiconto procedesse da entrambi.

— «Questo» — disse Simonide, spiegando la prima pagina — «contiene
l'esposizione delle somme che io ebbi da tuo padre, e che salvai dalla
confisca Romana. Non v'erano beni, soltanto danaro, e anche questo i
predoni avrebbero preso, se non fosse stato che, secondo consuetudini
Ebraiche, esso si trovava sotto la forma di cambiali tratte sui
mercati di Roma, Alessandria, Damasco, Cartagine e Valenza ed altre
città minori. La somma così salvata ammontava a centoventi talenti
Ebraici.» —

Egli diede il foglio ad Ester e prese il secondo.

— «Di questo importo io m'incaricai. Ora ascolta i miei crediti. Vedrai
che in questa parola io intendo significar i guadagni ricavati da
quella somma.» —

Da vari fogli lesse le seguenti cifre, che rendiamo, omettendo le
frazioni:

  _Crediti:_

  Navi                                     60 talenti
  Merci nei magazzeni                     110   »
  Carichi di transito                      35   »
  Cammelli, cavalli, ecc.                  20   »
  Magazzini                                10   »
  Cambiali                                 54   »
  Contanti                                254   »
                                          ———
  Totale                                  553 talenti

— «Aggiungi a questi, e ai cinquecento cinquantatre talenti guadagnati,
il capitale originale ricevuto da tuo padre, tu hai SEICENTO
SETTANTATRE TALENTI! — tutti tuoi, che ti fanno, o figlio di Hur, il
suddito più ricco della terra.» —

Egli prese i papiri dalle mani di Ester, tranne uno, e li porse a Ben
Hur.

L'orgoglio che traspariva da quel gesto, non offendeva; poteva derivare
dal sentimento del proprio dovere ben compiuto, o riguardare unicamente
Ben Hur.

— «Ed ora non v'è nulla» — egli aggiunse, abbassando la voce, ma non
gli occhi — «ora non v'è nulla che tu non possa fare.» —

Il momento era solenne. Simonide tornò ad incrociare le braccia sul
petto. Ester era ansiosa. Ilderim si lisciava la barba nervosamente.
Una fortuna che giunga improvvisa è la prova di fuoco del carattere
umano.

Prendendo il rotolo, Ben Hur si alzò, lottando con la sua emozione.

— «Tutto ciò è come una luce del cielo, mandata a dissipare le tenebre
di una notte che io credeva dovesse durare eterna, tanto era lunga e
priva d'ogni speranza» — egli disse con voce rauca. — «Io ringrazio il
Signore, che non mi ha abbandonato, e poi te o Simonide; la tua fedeltà
compensa la crudeltà di altri, e rivendica la natura umana. — «Non v'è
nulla ch'io non possa fare:» — Sia così. Tu mi sei testimonio, sceicco
Ilderim. Ascolta bene le mie parole, e ricordale; e tu pure, Ester,
ottimo angelo di questo buon uomo, ascoltami.» —

Egli tese la mano col rotolo a Simonide.

— «Tutto ciò che queste carte contengono, navi, case, mercanzie,
cammelli, cavalli, denaro, tutto io ti restituisco, o Simonide,
confermandolo a te ed ai tuoi per sempre.» —

Ester sorrise fra le sue lagrime; Ilderim afferrò con ambe le mani
la sua barba, mentre gli occhi gli luccicavano come carboni. Simonide
soltanto rimase calmo.

— «Confermandole a te ed ai tuoi per sempre» — continuò Ben Hur — «con
una eccezione e ad un patto.» —

I suoi ascoltatori trattennero il respiro per ascoltarlo meglio.

— «Tu dovrai restituirmi i centoventi talenti che appartenevano a mio
padre.» —

Il volto di Ilderim si rasserenò.

— «E tu dovrai aiutarmi con tutte le tue forze e con tutti i tuoi beni
nella ricerca di mia madre e di mia sorella.» —

Simonide era commosso. Porgendogli la mano, egli disse: — «Riconosco
l'animo tuo, o figlio di Hur, e sono riconoscente al Signore d'avermi
mandato un uomo come te. Come io ho servito tuo padre, così continuerò
a servirti; ma non posso accettar le tue proposte generose.» —

Spiegando l'ultimo foglio continuò:

— «Tu non hai veduto tutto. Prendi questo e leggi — leggi ad alta
voce.» —

Ben Hur prese il foglio e lesse.

Nota degli schiavi di Hur, tenuta da Simonide suo amministratore.

  1. Amrah, Egiziana, custode del palazzo in Gerusalemme.
  2. Simonide, Agente in Antiochia.
  3. Ester figlia di Simonide.

Ora, in tutte le sue riflessioni intorno a Simonide, Ben Hur non
aveva mai lontanamente pensato che, per legge, i figli seguono la
condizione dei genitori. In tutte le sue visioni la soave persona di
Ester figurava come una rivale dell'Egiziana, oggetto del suo affetto e
forse del suo amore. Egli rabbrividì alla rivelazione così bruscamente
presentatagli, e vedendo la fanciulla arrossire e chinare gli occhi
mentre egli avvoltolava di nuovo il papiro nelle sue mani, egli disse:

— «Un uomo con seicento talenti è ricco in verità, e può fare ciò che
gli piace; ma più preziosi del denaro, più preziosi dei beni, sono
l'intelligenza che ha saputo ammassare quella ricchezza, e il cuore
che, in mezzo a quella ricchezza, non s'è lasciato corrompere.

O Simonide, e tu Ester, non temete. Lo sceicco Ilderim attesterà che da
questo momento io vi dichiaro liberi e affrancati, e questo confermerò
con una scrittura. Vi basta?» —

— «Figlio di Hur» — disse Simonide — «tu rendi dolce anche la servitù.
Ma sappi che io ebbi torto: vi sono cose che tu non puoi fare, nemmeno
con le tue ricchezze. Tu non puoi liberarci. Io sono tuo schiavo,
perchè spontaneamente mi lasciai forare l'orecchio con la lesina per
mano di tuo padre, e i segni rimangono ancora.» —

— «E mio padre fece questo?» —

— «Non biasimarlo,» — si affrettò a dire Simonide. — «Egli mi accettò
quale schiavo di questa categoria, perchè io lo supplicai di fatto.
Non mi sono mai pentito. Fu questo il prezzo che pagai per Rachele, la
madre di mia figlia; perchè Rachele non volle diventare mia moglie, se
io non fossi diventato ciò che essa era.» —

— «Essa era schiava in perpetuo?» —

— «Sì.» —

Ben Hur misurò la stanza con passi concitati.

— «Io era già ricco» — disse, arrestandosi di un colpo — «ricco pei
doni del generoso duumviro; ora mi capita questa fortuna colossale e la
mente che l'ha saputa ammassare. Non v'è il dito di Dio in tutto ciò?
Consigliami, o Simonide! Aiutami a scoprire il vero. Fa che io diventi
degno del mio nome, e se tu sei schiavo nella legge, io sarò tuo servo
di fatto. Tu comanda.» —

Il viso di Simonide era raggiante.

— «O figlio del mio morto padrone! Io farò più che aiutarti; io metterò
al tuo servizio tutta la forza della mia mente e del mio cuore. Il mio
corpo però non giova alla tua causa, ma col cuore e con la mente ti
servirò. Lo giuro, per l'altare del nostro Dio! Soltanto creami con
nomina formale ciò che fin'ora ho finto di essere.» —

— «Che cosa?» — chiese Ben Hur con sollecitudine.

— «Amministratore dei tuoi beni.» —

— «Lo sei da questo istante, o vuoi lo faccia in iscritto?» —

— «La tua parola basta. Così fece tuo padre. Ed ora siamo intesi.» —
Simonide tacque.

— «Lo siamo» — disse Ben Hur.

— «E tu, figlia di Rachele, parla!» — continuò Simonide, sollevando il
braccio di lei dalla sua spalla.

Ester, lasciata così sola, rimase confusa un istante; poi andò da Ben
Hur, e con tutta la grazia della sua femminilità, disse:

— «Io non sono diversa da mia madre; e poichè essa è morta, lascia,
padrone, che io prenda cura di mio padre.» —

Ben Hur prese la sua mano e la condusse presso la poltrona. — «Sei una
buona figliuola» — disse. — «Sia fatta la tua volontà.» —

Essa cinse di nuovo il collo di suo padre e per qualche tempo regnò il
silenzio nella stanza.



CAPITOLO VIII.


Simonide alzò il capo.

— «Ester, egli disse dolcemente, la notte è inoltrata; portaci da bere,
affinchè ciò che ancora dobbiamo dire non ci affatichi.» —

Essa suonò il campanello. Un domestico entrò con vino e pane.

— «Qualche cosa rimane ancora da chiarirsi, mio buon padrone» — disse
Simonide. — «D'ora innanzi le nostre vite dovranno correre insieme come
due fiumi che hanno unite le loro acque e scorrono verso la medesima
foce. È meglio che ogni nube sia dissipata. Quando tu partisti l'altro
giorno dalla mia porta tu credesti che io ti avessi negato quei tuoi
diritti che ora conosco in tutta la loro ampiezza. Ma non fu così,
no, non fu così. Ester può attestare che io ti riconobbi, e che non ti
perdei di vista lo può dire Malluch, il quale...» —

— «Malluch!» — esclamò Ben Hur.

— «Chi è inchiodato come me alla sua poltrona, deve servirsi di molte
mani se vuol muovere il mondo dal quale lo divide una così crudele
barriera.

Io ho molte di queste mani, e Malluch è una delle migliori. E
qualche volta,» — e rivolse uno sguardo riconoscente allo sceicco
— «qualche volta mi rivolgo ad altri cuori generosi, come Ilderim,
buono e coraggioso. Che egli ti dica se ti avevo ripudiato o
dimenticato.» —

Ben Hur guardò l'Arabo.

— «Questi è colui che ti parlò di me, buon Ilderim.» —

Ilderim accennò di sì col capo, e i suoi occhietti scintillarono.

— «Come si può conoscere senza una prova, o mio padrone» — continuò
Simonide, — «ciò che sia un uomo? Io ti ravvisai, per la somiglianza
con tuo padre; ma non conosceva la tua indole e i tuoi costumi. V'è
della gente per la quale le ricchezze sono una maledizione. Eri tu uno
di questi esseri?

Io mandai Malluch per accertarmene, e vidi coi suoi occhi, e ascoltai
con le sue orecchie. Non biasimarlo. Ciò che egli mi riferì era tutto
in tuo favore.» —

— «Io non lo biasimo» — disse Ben Hur, cordialmente. — «Io approvo la
tua saggezza.» —

— «Le tue parole mi sono gradite» — continuò il negoziante, — «gradite
assai. La mia paura di un malinteso è cessata. Ed ora i fiumi scorrano
per la loro via nella direzione che Dio indicherà!» —

Dopo una pausa egli riprese.

— «Come il tessitore seduto al telaio vede scorrere veloci le spole, e
la tela crescere sotto i suoi occhi e coprirsi di figure ed arabeschi,
mentre egli sogna fulgidi sogni nel frattempo; così, nelle mie mani,
si accumulava il denaro, ed io mi meravigliavo di questa prosperità e
spesso me ne chiedevo il perchè. Io vedeva una mano che non era la mia
guidare ogni impresa. Il Simun, che seppelliva le carovane degli altri
nel deserto, risparmiava le mie; le tempeste che riempivano i mari di
naufragi e gettavano i rottami sulle spiaggie, acceleravano il corso
delle mie navi. Più strano di tutto, io, così dipendente dagli altri,
immobile nella mia sedia come una cosa morta, non ho mai patito una
perdita da parte di un agente — mai. Gli elementi sono aggiogati al mio
servizio, e tutti i miei servitori mi sono stati fedeli.» —

— «È strano veramente» — disse Ben Hur.

— «Così io mi diceva. Finalmente, o padrone, venni alla tua
conclusione: Iddio c'entrava — e come te mi chiesi: — «Quale sarà il
suo scopo?» — La mente di Dio non si muove se non con un intento. E
per tutti questi anni mi sono ripetuto questa domanda, aspettando una
risposta, che sapevo Dio avrebbe fatta a suo tempo. E io credo che il
momento sia venuto.» —

Ben Hur ascoltò con attenzione crescente.

— «Molti anni or sono, io sedeva con tua madre, o Ester, sulla strada
ad oriente di Gerusalemme, presso le tombe dei Re, quando tre uomini mi
passarono davanti sopra grandi cammelli bianchi, non mai veduti nella
Città Santa. Questi uomini erano stranieri, e venivano da lontano. Il
primo di essi si fermò e chiese: — «Dov'è colui che è nato Re degli
Ebrei?» —

E come per calmare la mia curiosità continuò: — «Noi abbiamo veduto
la sua stella in Oriente, e siamo venuti per adorarlo.» — Io non
sapeva che cosa rispondere, ma tenni loro dietro fino alla porta
di Gerusalemme, dove ripeterono la loro domanda alla guardia. Tutti
quelli che la intesero, rimasero stupiti e credettero che si trattasse
dell'atteso

Col tempo dimenticai queste circostanze, che ora mi sono state
nuovamente richiamate alla mente. Hai veduto Balthasar?

— «Sì, ed ho udito il suo racconto» — disse Ben Hur.

— «Un miracolo! Un vero miracolo!» — esclamò Simonide. — «Quando
egli me lo narrò, mi parve di ascoltare la risposta che da tanti anni
attendevo. Il pensiero di Dio mi balenò chiaro davanti agli occhi. Il
Re che verrà sarà povero, povero e senza amici; senza seguito, senza
esercito, senza flotte, senza città e piazze forti; c'era un regno
da formare e una Roma da essere abbattuta. Vedi, o padrone, vedi! Tu
pieno di forza, tu addestrato nelle armi, tu ricco; quale opportunità
ti offre il Signore! Non abbraccerai l'occasione e non farai tuo questo
compito? Quale gloria più perfetta potrebbe desiderare un uomo?» —

Simonide aveva pronunciato questo appello con tutta l'anima sua.

— «Ma il regno, il regno!» — Ben Hur rispose. — «Balthasar dice che
sarà delle anime soltanto.» —

L'orgoglio ebraico era forte in Simonide e con un leggiero tono di
disprezzo egli replicò:

— «Balthasar è stato testimonio di cose meravigliose, o padrone; di
miracoli; e, quando egli ne parla, la mia fede si china dinanzi a lui,
perchè egli le ha vedute ed udite. Ma d'altra parte egli è un figlio
di Mizraim, pur non essendone un proselite. Non è dunque credibile
ch'egli possegga cognizioni tali da costringerci a credere ciecamente
tutto ciò che riguarda le intenzioni di Dio con Israele. I profeti
ricevevano la loro luce direttamente dal cielo, come la ebbe lui. Essi
sono molti, egli è solo. Io devo credere ai profeti: Ester, portami la
Torah.» —

Poi continuò senza attenderla:

— «Si può rigettare la testimonianza di tutto un popolo, o padrone? Da
Tiro al Nord, fino alla capitale di Edom all'estremo Sud, non trovai un
pastore o un mendicante che non ti dica che il regno del Re che verrà,
sarà come quello di Davide e di Salomone. Donde trassero la loro fede,
è ciò che vedremo.» —

In quella rientrò Ester, recando una quantità di rotoli entro astucci
ornati di arabeschi e con strane lettere d'oro.

Egli li prese e li ordinò sopra il tavolo. Spiegando ora l'uno ora
l'altro dei vecchi papiri, egli confortò le sue argomentazioni con
copiose citazioni, che noi, per brevità, risparmieremo al lettore.
Dal Libro di Enoch, ai salmi di Davide, dalle profezie di Ezra, di
Geremia e di Daniele, chiare come squilli di tromba uscivano le parole
annunziatrici del Regno del Re che doveva venire, la sua gloria, i suoi
trionfi.

Ben Hur piegò la fronte sopraffatto, convinto, ed esclamò:

— «Io credo, io credo!» —

— «E allora?» — chiese Simonide. — «Se il Re sarà povero, non
lo aiuterà il mio padrone con la ricchezza che possiede in
abbondanza?» —

— «Aiutarlo? Fino all'ultimo siclo e all'ultimo respiro! Ma perchè
credi che verrà povero?» —

— «Ascolta la parola del Signore, quale Zaccaria l'intese. Ecco come
il Re entrerà in Gerusalemme.» — E lesse: — «Rallegrati, o figliuolo
di Sion. Vedi il tuo Re che viene con la giustizia e con la salvezza;
umilmente a cavallo di un asino.» —

Ben Hur torse il capo e guardò altrove.

— «Che cosa vedi, o padrone!» —

— «Roma!» — rispose mestamente. — «Roma e le sue legioni. Io ho vissuto
con esse nei loro accampamenti, e le conosco.» —

— «Ah!» — disse Simonide. — «Tu guiderai le legioni del Re, sarai alla
testa di milioni di uomini.» —

— «Milioni di uomini!» — esclamò Ben Hur.

Simonide stette alquanto sopra pensiero.

— «La questione del numero non ti inquieti» — disse Simonide.

Ben Hur lo guardò.

— «Tu vedi da una parte il Re umile e dimesso, e dall'altra parte le
serrate legioni di Roma, e ti domandi: Che cosa può egli fare?» —

— «Questo era il mio pensiero.» —

— «O mio padrone!» — continuò Simonide — «Tu non conosci la forza
d'Israele. Tu te lo figuri come un vecchio cadente che piange amare
lacrime presso i fiumi di Babilonia. Ma va a Gerusalemme il giorno
di Pasqua, e fermati sullo Xisto o nella Via dei Barattieri, e
conta la gente che passa. La promessa che il Signore fece a nostro
padre Giacobbe si è avverata davvero; noi ci siamo moltiplicati
infinitamente, ad onta della schiavitù in Egitto, della cattività
Babilonese, della dominazione Romana. Ma non solo ai limiti della razza
devi badare; ma pensa allo sviluppo della nostra fede che abbraccia
tanti popoli nell'Asia, conta gli eserciti dei fedeli che aspettano
il vecchio grido d'allarme: Alle tue tende, Israele! A centinaia
e migliaia sono sparsi nella Persia, nell'Egitto, nell'Africa, nei
mercati d'occidente, nella Spagna ed a Londra, nella Grecia e nelle
isole, sul Ponto e qui in Antiochia, e nella stessa maledetta città dei
sette colli. È un corteo di nazioni, è una selva di spade che attende
l'avvento del Re.» —

Le parole furono profferite con fervore ed ispirazione. Sopra Ilderim
fecero l'effetto d'uno squillo di tromba. — «Oh se mi ritornasse la mia
gioventù!» — egli gridò balzando in piedi.

Ben Hur non si mosse. Egli comprendeva che questo discorso mirava ad
invitarlo a sacrificare tutta la sua vita e la sua fortuna al servizio
dell'Essere misterioso nel quale si concentravano le speranze di
Simonide come quelle dell'Egiziano. L'idea, come abbiamo veduto, non
era nuova, ma gli era venuta ripetutamente, dopo le parole di Malluch,
dopo la cena con Balthasar; ma aveva urtato contro ostacoli, e non
si era ancora mutata in una risoluzione certa. Ora non più. Una mano
maestra era venuta a raccogliere la vasta trama, ad ordinarne le fila.
Quelle parole alate ebbero sopra di lui l'effetto come se una porta
invisibile si fosse improvvisamente spalancata, inondandolo di un
fascio di luce, schiudendogli tutto un nuovo splendente avvenire, in
cui il sogno della sua vita, quel sogno careggiato fra le catene e sul
remo, e nelle palestre di Roma, trovava il suo posto e prometteva di
avverarsi. Un ultimo dubbio rimaneva.

— «Ammettiamo tutto quanto tu dici, o Simonide, che cioè il Re verrà
e il suo regno sarà come quello di Salomone. Supponiamo anche che io
sia pronto a mettere me stesso e le mie ricchezze al suo servizio; di
più, che le vicende della mia vita, e la vasta fortuna da te accumulata
siano state davvero ordinate da Dio a quello scopo; dovremo noi forse
lavorare alla cieca? Dobbiamo aspettare l'arrivo del Re? Ch'egli mi
chiami? Tu hai l'esperienza dell'età. Rispondi.» —

Simonide rispose senza esitare.

— «Non abbiamo altra scelta, nessuna. Questa lettera» — così parlando
estrasse il messaggio di Messala — «è il segnale della lotta. Noi non
siamo abbastanza forti per resistere l'alleanza di Messala con Grato;
ci mancano l'influenza a Roma e la forza qui. Essi ti uccideranno se
aspetti. Vedi nella mia persona qual'è la loro misericordia.» —

Un fremito lo scosse al ricordo dei tormenti.

— «O buon padrone» — egli continuò — «L'animo tuo è forte?» —

Ben Hur non lo comprese.

— «Io mi ricordo come bella mi sembrava la vita alla tua età» —
proseguì Simonide.

— «Nondimeno» — disse Ben Hur — «fosti capace di un grande
sacrificio.» —

— «Sì, per amore.» —

— «Non ha la vita altri motivi forti del pari.» —

Simonide scosse la testa.

— «C'è l'ambizione.» —

— «L'ambizione è vietata ai figli d'Israele.» —

— «La vendetta!» —

Era una scintilla cadente in un mare infiammabile. Gli occhi del
vecchio brillarono, le sue dita si strinsero, ed egli rispose con
veemenza:

— «La vendetta è un diritto dell'Ebreo. Così dice la legge.» —

— «Un cammello, fino un cane, ricorda l'offesa!» — gridò Ilderim.

Simonide ripigliò il filo del suo discorso.

— «Vi è un lavoro da compiersi prima dell'avvento del Re, un lavoro
di preparazione. La mano d'Israele sorgerà in sua difesa, non v'ha
dubbio, ma, ahimè, è una mano che la pace ha rattrappita, che la
guerra deve snodare. Fra i milioni non vi è disciplina, non vi sono
capitani. Io non parlo dei mercenari di Erode, che parteggerebbero
pei nostri nemici. Questa pace è cara al Romano, ed è frutto della sua
politica; ma un cambiamento è vicino, in cui il pastore butterà via il
suo bordone e brandirà la spada e la lancia, e gli armenti pascolanti
diverranno branchi di leoni. Qualcheduno, o mio figlio, dovrà occupare
il posto alla destra del Re. E a chi spetterà questo onore se non a
colui che avrà compiuto questo lavoro?» —

Il volto di Ben Hur si accese.

— «Io vedo. Ma parla chiaramente. Altro è dire: una cosa deve farsi;
altro è dire come deve farsi.» —

Simonide bevve un sorso del vino che Ester gli aveva offerto, poi
proseguì:

— «Lo sceicco e tu, mio padrone, avrete ciascuno una parte. Io rimarrò
qui, continuando il mio mestiere affinchè non si esauriscano i fondi,
e starò in vedetta. Tu andrai a Gerusalemme, e di là nei monti, e
comincerai a contare gli uomini d'arme d'Israele, dividendoli in
deche e in centene, scegliendo capitani ed esercitandoli nelle armi,
che io ti manderò e che saranno nascoste in luoghi segreti. Partendo
dalla Perea, andrai fra i Galilei, e quindi a Gerusalemme. Nella Perea
avrai alle tue spalle il deserto con Ilderim e i suoi cavalieri. Egli
proteggerà le retrovie e ti sarà utile in molte guise. Nessuno saprà
nulla di nulla finchè il disegno non è maturo. Ho già parlato ad
Ilderim. Che te ne pare?» —

Ben Hur guardò lo sceicco.

— «Le cose stanno com'egli dice, figlio di Hur,» — rispose l'Arabo. —
«Io gli ho dato la mia parola, ed egli si è dichiarato soddisfatto;
ma tu avrai il mio giuramento e quello di tutte le lancie della mia
tribù.» —

Tutti e tre — Simonide — Ilderim — Ester — fissarono Ben Hur.

— «Ogni uomo» — egli rispose lentamente — «in un momento o l'altro
della sua vita, appressa alle sue labbra la coppa del piacere e ne
assaggia il liquido delizioso, ogni uomo tranne me. Io vedo, Simonide,
e tu, generoso sceicco, a che cosa tendono le vostre proposte. Se io le
accetto ed intrapprendo questo compito, addio pace e belle speranze di
una vita tranquilla! Le porte che ora m'invitano si chiuderanno dietro
di me per non riaprirsi più mai, perchè Roma ne tiene tutte le chiavi;
il suo bando mi seguirà ovunque. Fuggendo i suoi segugi, le tombe e le
caverne saranno la mia dimora, ultimo asilo il deserto.» —

Un singhiozzo interruppe le sue parole. Tutti si voltarono verso Ester,
che celò il volto sul petto del padre.

— «Io non l'avrei creduto di te, Ester» — disse Simonide con dolcezza,
commosso egli medesimo.

— «Sta bene, Simonide» — disse Ben Hur. — «La sentenza sembra men dura
al condannato quando vede la compassione che piange.» —

— «Io stavo dicendo» — egli continuò, — «che non mi rimane altra scelta
che di accettare la parte che voi mi destinate. E siccome, fermandomi
qui, io mi esporrei ad una morte ignobile, imprenderò subito il
lavoro.» —

— «Dobbiamo mettere in iscritto il nostro accordo?» — chiese Simonide,
mosso dalle abitudini commerciali.

— «Mi basta la tua parola» — disse Ben Hur.

— «Ed anche a me» — Ilderim rispose.

Così, semplicemente, fu conchiuso il contratto che doveva mutare la
vita di Ben Hur.

— «Il signore Iddio di Abramo protegga la nostra impresa!» — esclamò
Simonide.

— «Ed ora un'ultima parola, amici» — disse Ben Hur con volto più
lieto. — «Se permettete, voglio essere padrone di me stesso fino dopo i
giuochi. Non è probabile che un pericolo mi minacci da parte di Messala
prima che gli giunga la risposta del procuratore, e questo non può
avvenire che in sette od otto giorni. Il nostro incontro nel Circo è un
piacere che comprerei a qualunque rischio,» —

Ilderim, felicissimo, annuì subito, e Simonide, intento agli affari
soggiunse. — «Va bene, padrone; quest'indugio mi darà agio di renderti
un servigio. Tu parlasti di un'eredità lasciata da Arrio. Consiste essa
in beni?» —

— «Una villa a Miseno e alcune case in Roma.» —

— «Io propongo che siano vendute, e i guadagni depositati in luogo
sicuro. Dammi l'autorizzazione e io manderò subito un agente. Per
questa volta almeno preverremo gli imperiali predoni.» —

— «Domani avrai la nota e la procura.» —

— «Allora se non v'è altro, il lavoro, per questa notte è terminato» —
disse Simonide. Ilderim si lisciò la barba con compiacenza dicendo — «E
ben terminato» —

— «Ester, offri il vino e il pane» — continuò Simonide. — «Lo sceicco
Ilderim ci onorerà con la sua presenza questa notte, e domani; e tu mio
padrone?» —

— «Fa sellare i cavalli» — disse Ben Hur. — «Io ritorno all'Orto. Il
nemico non mi scoprirà se vado ora, e» — diede uno sguardo ad Ilderim —
«i quattro saranno contenti di vedermi.» —

Ai primi albori del giorno, egli e Malluch smontarono davanti alla
porta della tenda.



CAPITOLO IX.


La notte successiva, intorno all'ora quarta, Ben Hur stava sul terrazzo
del grande magazzeno, al fianco di Ester. Sotto di essi si agitava la
medesima folla rumorosa di operai, marinai, facchini, che lavorando
al lume delle torcie avevano l'aspetto di genii di qualche fantastica
favola orientale. Si stava caricando una galera che doveva partire sul
far del giorno. Simonide non era ancora tornato dal suo ufficio, nel
quale, all'ultimo momento, avrebbe consegnato al capitano del vascello
l'ordine di procedere direttamente fino al Porto d'Ostia, sbarcarvi un
passeggero, e continuare, con suo comodo, per Valenza, sulla costa di
Spagna.

Il passeggero è un agente di Simonide e si reca a Roma per vendere i
fondi lasciati dal duumviro Arrio. Quando la nave avrà levata l'ancora,
e la sua prua sarà vôlta ad occidente, Ben Hur sarà irrevocabilmente
astretto all'impresa di cui si è parlato la notte prima. Se egli vuol
mutare pensiero, se egli si pente dell'accordo conchiuso con Ilderim,
egli è ancora in tempo di revocarlo. Egli è il padrone, e non ha che a
dire una parola.

Tali erano i suoi pensieri mentre dall'alto della terrazza, con
le braccia incrociate, guardava fisso dinanzi a sè, come un uomo
agitato dal dubbio. Giovine, bello, ricco, abituato ai circoli più
aristocratici di Roma, con quante voci eloquenti le tentazioni
del mondo gli lanciavano i loro appelli seducenti! Come gravosa
doveva sembrargli la vita di sacrifici e di pericoli ch'egli stava
per abbracciare! Possiamo immaginare anche gli argomenti che lo
incalzavano: L'impresa disperata di una lotta con Cesare, l'incertezza
che velava la venuta del Re, e tutto ciò che a lui si riferiva; gli
agi, gli onori, l'autorità, che le ricchezze gli potevano procurare;
e sopra tutto la vita tranquilla fra i nuovi amici che egli aveva
trovato. Soltanto coloro che per anni hanno pellegrinato soli e
desolati di paese in paese, possono apprezzare la forza di questo
ultimo appello. Aggiungiamo a questi argomenti la voce del mondo,
astuta, carezzevole, che sempre mormora al debole: — «Fermati: non ti
muovere da dove stai bene,» — presentando sempre i lati più attraenti
della vita, la voce del mondo era in questo caso aiutata da quella
d'una donna.

— «Sei mai stata a Roma?» — egli chiese alla sua compagna.

— «No» — rispose Ester.

— «Ti piacerebbe andarvi?» —

— «Non credo.» —

— «Perchè?» —

— «Ho paura di Roma.» — Essa disse, con un lieve tremore nella voce.

Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non
poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte.
L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande
tenerezza lo prese. Così la sorellina perduta stava con lui sopra
il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato.
Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto
ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava,
e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la
massima cortesia e rispetto.

— «Io non posso pensare a Roma» — essa esclamò con voce calma, e
parlando con quel suo dolce fare di donna. — «Io non posso pensare
a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti;
per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre,
che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e
cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue.
Perchè....» —

Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.

— «Continua» — disse Ben Hur, rassicurandola.

Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. — «Perchè
vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere
tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie
dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare
al piacere gli anni che ti rimangono?» —

Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e
avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si
chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:

— Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» —

Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:

— «È molto bella la tua villa presso Roma?» —

— «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane,
statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli,
col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare
possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di
Arrio è più bella.» —

— «E la vita vi è tranquilla?» —

— «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del
soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio
padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa
il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il
canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano,
sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo
a nuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto
qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo
calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un
sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, — a me, che tanto
aveva da fare! —

Essa guardò lontano sul fiume.

— «Perchè hai chiesto?» — egli domandò.

— «Mio buon padrone....» —

— «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono
il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» —

Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di
gioia che le brillò negli occhi.

— «Io non posso comprendere» — essa continuò — «come tu possa preferire
una vita come questa, una....» —

— «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il
periodo.

— «Sì, preferire una tal vita alla lieta esistenza in quella bellissima
villa.» —

— «Ester, tu sbagli. Non si tratta di preferenza. Ahimè! Il Romano
non mi lascia la scelta. Io vado perchè è necessario; s'io resto mi
aspetta la morte nel pugnale di un sicario, in una tazza avvelenata,
nella sentenza di un magistrato corrotto e comprato. Messala e il
procuratore Valerio Grato, sono ricchi col bottino dei miei beni
paterni, e la paura di perdere i loro guadagni li spingerà ad ogni
eccesso. Un accordo pacifico con essi è impossibile, e anche se potessi
comperare la loro amicizia, Ester, non so se lo farei. Io non sono nato
per la pace, e l'irrequietezza ch'io provava sotto gli archi marmorei
della mia villa mi perseguiterebbe dappertutto. Eppoi, non ho io il
sacro compito di cercare i miei cari? Se li trovo, non è mio dovere
vendicarmi sopra coloro che li hanno fatti soffrire; se sono morti,
devo lasciar fuggire i loro assassini? No, il più santo affetto non
potrebbe conciliarmi il sonno della pace, quando la mia coscienza mi
pungesse col rimorso di aver mancato al mio dovere.» —

— «Dunque tutto, tutto è invano?» — essa chiese con voce querula.

Ben Hur prese la sua mano.

— «La mia felicità ti è dunque di tanto momento?» —

— «Si» — essa rispose semplicemente.

La mano era tiepida e piccola, e tremava nella sua palma. Allora
l'immagine dell'Egiziana gli balenò davanti; così slanciata, così
audace, con la sua adulazione sagace, il suo spirito pronto, con la sua
meravigliosa bellezza. Egli portò la mano alle sue labbra e disse:

— «Tu sarai una seconda Tirzah per me, Ester.» —

— «Chi è Tirzah?» —

— «La sorellina che il predone Romano mi rubò e che io devo
ritrovare.» —

In quella un fascio di luce si proiettò sul terrazzo. Si voltarono, e
videro Simonide avvicinarsi nella sua poltrona, spinta da un domestico.
Dalla porta aperta si scorgeva la stanza illuminata.

Allo stesso tempo la galera nel fiume alzò le ancore, girò su sè
stessa, e fra un lungo urlo dei marinai e un confuso agitarsi di torce,
si avviò verso l'alto mare — lasciando Ben Hur avvinto alla causa del
Re che doveva venire.



CAPITOLO X.


Il giorno prima dei giuochi, durante il pomeriggio, tutti i beni mobili
di Ilderim furono trasportati in città e depositati in un Khan vicino
al Circo. I suoi servitori, vassalli armati, cavalli, buoi, pecore,
cammelli formavano una lunga processione pittoresca e rumorosa, che
destò l'ilarità di quante persone la incontrarono per via. D'altra
parte lo sceicco, di solito così irascibile, accoglieva queste
dimostrazioni con la massima equanimità e buon umore. Egli pensava
infatti, che se, come aveva ragione di credere, egli si trovasse sotto
sorveglianza, le spie Romane avrebbero descritto alle autorità, la
pompa semi-barbarica con cui era venuto alle corse. I Romani avrebbero
riso, la città si sarebbe divertita, e i sospetti si sarebbero
acquetati. Il giorno dopo, tutta questa moltitudine di uomini e di
animali si troverebbe sulla via del deserto, non lasciando indietro che
il solo necessario per il buon esito della gara. Ilderim, con altre
parole, stava per partire; le sue tende erano piegate, il dovar era
sciolto; in dodici ore ogni cosa poteva mettersi in salvo. Così il
vecchio Arabo preparavasi ad un eventuale colpo da parte di Messala.

Nè Ben Hur da parte sua deprezzava l'influenza del suo nemico,
quantunque fosse d'opinione che nessun atto d'ostilità sarebbe avvenuto
prima del giorno delle corse. Se Messala vi rimanesse sconfitto, allora
c'era d'aspettarsi il peggio. Probabilmente non avrebbe neppure atteso
le istruzioni di Grato.

Preparati ad ogni evento, cavalcavano l'uno di fianco all'altro sulla
strada per Antiochia. Per via incontrarono Malluch, il quale nè con un
segno nè con una parola diede a vedere di conoscere le nuove relazioni
sorte fra Simonide e Ben Hur, e dell'accordo fra questi due ed Ilderim.
Scambiati i saluti d'uso, estrasse una carta, dicendo allo sceicco:

— «Ecco il programma delle corse, appena uscito; troverai i tuoi
cavalli e l'ordine della partenza. Senza attendere, io mi congratulo,
ottimo sceicco, della tua vittoria.» —

Volgendosi poi a Ben Hur. — «Anche a te figlio di Arrio le mie
congratulazioni. Tutti i preliminari sono stati osservati, ed ora nulla
ti impedisce di misurarti con Messala.» —

— «Io ti ringrazio Malluch» — disse Ben Hur.

Malluch continuò:

— «Il tuo colore è bianco, quello di Messala porpora ed oro. I ragazzi
li vendono nelle strade, e domani ogni Arabo ed ogni Ebreo porterà
il tuo distintivo. Vedrai che nel Circo il bianco ed il rosso si
divideranno la gradinata.» —

— «La gradinata — ma non la tribuna sulla Porta Pompae.» —

— «No; lo scarlatto ed il rosso vi domineranno. Ma se noi vinciamo» —
Malluch si struggeva tutto dalla gioia — «se vinciamo, come tremeranno
quei signori! Essi scommetteranno tutti per Messala naturalmente, e
nel loro disprezzo per tutto ciò che non è Romano, lo quoteranno a
due, a tre, a cinque, perchè egli è uno di loro.» — Abbassando la voce
continuò. — «Non è bene che un Ebreo di buona fama nel Tempio prenda
parte alle scommesse; ma, in confidenza, io avrò, un amico dietro il
posto del console, il quale accetterà le loro offerte a due, a cinque,
a dieci — la loro pazzia potrà salire fino a questo. Ho messo a sua
disposizione seimila sicli.» —

— «No, Malluch» — disse Ben Hur. — «Un Romano non scommette che nella
sua moneta. Se trovi il tuo amico questa sera, metti a suo credito
quanti sesterzi vuoi. E bada, Malluch — digli di concludere scommesse
con Messala ed i suoi amici. I quattro di Ilderim, contro quelli di
Messala.» —

Malluch pensò un momento.

— «Il risultato sarà di concentrare tutto l'interesse della corsa sopra
voi due.» —

— «È proprio quello che desidero, Malluch.» —

— «Vedo, vedo.» —

— «Sì, Malluch, se vuoi aiutarmi, cerca di fissare l'attenzione del
pubblico sulla nostra corsa — quella di Messala e la mia.» —

— «C'è un modo» — disse Malluch con vivacità.

— «Sia fatto» — rispose Ben Hur.

— «Somme enormi offerte in scommesse contro di lui richiamerebbero
l'attenzione di tutta la città. Se sono accettate tanto meglio.» — Così
dicendo Malluch scrutò attentamente il volto di Ben Hur.

— «Non dovrei io ricuperare parte dei beni di cui mi spogliarono?»
— disse Ben Hur quasi fra sè. — «Forse un'altra occasione non si
presenterà. E se potessi infrangere il suo orgoglio e rovinarlo nella
fortuna, il nostro padre Giacobbe potrebbe aversene a male?» —

Un fermo proposito si disegnò nei suoi maschi lineamenti, e accentuando
le parole, continuò: — «Sì, Malluch. Sia così. Non rinculare da
qualunque offerta. Se non bastano i sestersi, talenti. Cinque, dieci,
venti talenti, se trovi chi li accetta; anche cinquanta, purchè la
scommessa sia con Messala.» —

— «È una somma ingente» — disse Malluch. — «Devo avere garanzia.» —

— «L'avrai. Va da Simonide, e digli che voglio si faccia così, che
voglio rovinare il mio nemico, e che una simile occasione non potrà
forse offrirsi mai più. — Va, Malluch. Il Signore dei nostri padri è
con noi.» —

E Malluch, felicissimo, dopo averlo salutato, fece per andarsene, ma,
poi, ravvedendosi, tornò indietro.

— Un'altra cosa volevo dirti, figlio di Arrio. Io non ho potuto
avvicinarmi in persona al cocchio di Messala, ma lo ho fatto misurare
da un altro. Il mozzo della ruota è un palmo più alto da terra che non
il tuo.» —

— «Un palmo! Tanto?» — gridò Ben Hur con gioia.

Poi si chinò verso Malluch.

— «Se tu sei figlio di Giuda, Malluch, e fedele alla tua gente,
prendi posto nella gradinata sopra la Porta del Trionfo, di faccia ai
pilastri, e osserva bene quando facciamo le voltate; osserva bene,
perchè se la fortuna mi favorisce, io — No, Malluch, è meglio non
parlarne! Soltanto assicurati un posto, e sta attento.» —

In quella un grido sfuggì dalla bocca di Ilderim.

— «Ah, per lo splendore di Dio, che cosa significa ciò?» —

Si avvicinò a Ben Hur indicando il programma.

— «Leggi» — disse Ben Hur.

— «No, leggi tu.» —

Ben Hur prese il foglio, firmato dal prefetto della provincia,
quale datore dei giuochi. — Avvertiva il pubblico che in primo luogo
vi sarebbe stata una grandiosa processione, e che dopo i consueti
sacrifici al dio Conso avrebbero avuto principio i giuochi; corse a
piedi, salti, lotta, ciascuno nell'ordine in cui dovevano seguirsi.
— L'elenco conteneva i nomi dei competitori, le loro nazionalità, le
scuole donde uscivano, le gare cui avevano preso parte, i premi già
vinti, e i premi offerti ora. Questi erano vistosi e scritti in grandi
lettere illuminate, testimoniando il tempo trascorso e i costumi mutati
da quando la semplice corona di alloro o di pino, bastava al vincitore,
assetato più di gloria che di ricchezze.

Su questa parte del programma Ben Hur sorvolò rapidamente finchè arrivò
all'annuncio della corsa. Lesse con attenzione. Il colto pubblico
era informato che Antiochia avrebbe allestito uno spettacolo non mai
uguagliato nella storia. Le feste erano date in onore del Console.
Centomila sesterzii e una corona d'alloro formavano il premio. Poi
seguivano i particolari. I competitori erano sei, tutte quadrighe, e
dovevan partire contemporaneamente.

Eccone la descrizione:

  I. Una quadriglia di Lisippo di Corinto — due grigi, un bajo,
  un morello. Iscritti l'anno precedente in Alessandria e Corinto,
  entrambe le volte vincitori. Auriga, Lisippo. Colore, giallo.

  II. Una quadriglia di Messala di Roma — due bianchi, due morelli;
  vincitori del Premio Circense nel Circo Massimo. Auriga, Messala.
  Colore, scarlatto ed oro.

  III. Una quadriglia di Cleante Ateniese — tre grigi, un bajo;
  vincitori nei giuochi Istmici l'anno precedente. Cleante, auriga.
  Colore, verde.

  IV. Una quadriglia di Diceo Bizantino, due morelli, un grigio, un
  bianco; vincitori l'anno scorso a Bisanzio. Auriga, Diceo. Colore,
  nero.

  V. Una quadriglia di Admeto da Sidone — tutti grigi. Tre volte
  vincitori nello stadio di Cesarea. Admeto, auriga. Colore, azzurro.

  VI. Una quadriglia di Ilderim, sceicco del deserto — Tutti baj;
  prima corsa. Ben Hur, Ebreo, auriga. Colore, bianco.

_Ben Hur, Ebreo, auriga!_

Perchè quel nome invece di Arrio? Ben Hur alzò gli occhi a quelli di
Ilderim. Era stata questa la causa dell'esclamazione dell'Arabo. La
medesima idea balenò al cervello di entrambi.

Quella era la mano di Messala!



CAPITOLO XI.


Non era quasi caduta la sera, che già l'Omfalo, il centro della città,
rigurgitava di una folla clamorosa e festante, che si versava in due
correnti, al Ninfeo, ad Oriente, e lungo i colonnati di Erode verso
Occidente. Nessuna cornice più grandiosa e più adatta a questo gaio
e spensierato spettacolo poteva immaginarsi, di queste meravigliose
strade fiancheggiate da porticati marmorei, doni di Principi e Re,
alla città regina d'Oriente. L'oscurità era bandita come la malinconia.
Fiaccole e bracieri illuminavano la massa ondeggiante del popolo, che,
cantando, ridendo, e gridando si abbandonava ai piaceri di Apollo e di
Bacco.

Le molte nazionalità rappresentate, se avrebbero stupito un forestiero,
non erano cosa nuova per Antiochia. Una delle missioni del grande
Impero sembra esser stata la fusione degli uomini e il ravvicinamento
dei popoli lontani. E dove era un centro d'autorità Romana, come a Roma
affluivano i rappresentanti dei diversi paesi, con le loro divinità e
con le loro costumanze.

Un particolare però non avrebbe potuto sfuggire all'osservatore quella
sera in Antiochia. Quasi ogni persona portava i colori di una delle
quadrighe annunciate nelle corse di domani. Ora era un nastro, ora
un distintivo, uno scialle, una piuma, significanti la preferenza e
spesso la nazionalità del portatore: così il verde indicava gli amici
di Cleante, l'Ateniese, il nero quelli del Bizantino. Costume questo
antichissimo, che datava probabilmente fin dalle prime gare ai tempi
di Oreste, e proficuo tema di studio a chi voglia indagare fino a
qual punto di follìa gli uomini possono lasciarsi trascinare. Un esame
superficiale avrebbe dimostrato che i colori predominanti erano tre —
verde, bianco, e misto porpora ed oro.

Ma abbandoniamo la via e rechiamoci nel palazzo sopra l'isola.

I cinque grandi candelabri della gran sala sono accesi di fresco. La
compagnia è quella identica a cui abbiamo già presentato il lettore. Il
divano geme sotto il solito peso dei dormienti e di vestaglie gettatevi
alla rinfusa, e dai tavoli sorge il medesimo rumore di dadi.

Ma questa volta la maggioranza non è occupata al giuoco. I giovani
passeggiano in su e in giù, a due, a tre, o si fermano in crocchi a
discorrere. Molti sbadigliano; gli argomenti sono futili: Che tempo
farà domani? I preparativi pei giuochi sono terminati? Le leggi del
Circo di Antiochia sono come quelle di Roma? A dire il vero, i giovani
patrizi soffrono di una noia terribile. Il gravoso lavoro della
giornata è finito; vale a dire, se potessimo dare un'occhiata alle
loro tavolette, le vedremmo coperte di annotazioni e di scommesse,
— scommesse su tutti i capi del programma, sulle corse pedestri, la
lotta, il pugilato, — tutto, tranne sulla corsa dei cocchi.

E perchè non su quella?

Buon lettore, essi non possono trovare un'anima che voglia arrischiare
un denario contro Messala.

Nella sala non vi sono altri colori dei suoi.

Nessuno pensa alla sua sconfitta.

La sua abilità e destrezza non sono esse conosciute? Non fu egli
educato da un _lanista_ Imperiale? I suoi cavalli non vinsero il Gran
Premio nel Circo Massimo? E poi — ah sì! non è egli Romano?

In un angolo, adagiato comodamente sopra il divano, sta Messala
medesimo.

Intorno a lui, in piedi o seduti, i suoi cortigiani lo tempestano di
domande.

Naturalmente l'argomento è uno solo.

Entrano Cecilo e Druso.

— «Ah!» — esclama il giovine principe, lasciandosi cadere sul divano ai
piedi di Messala: — «Ah, per Bacco, sono stanco!» —

— «Dove sei stato?» — chiede Messala.

— «Nelle vie, fino all'Omfalo, e più in là. Fiumi di gente, ti dico.
La città non è mai stata così affollata. Dicono che tutto il mondo sarà
domani nel Circo.» —

Messala rise con disprezzo.

— «Idioti! Non hanno mai veduto i giuochi Circensi, sotto la direzione
di Cesare medesimo. Ma dimmi, mio Druso, che cosa hai trovato?» —

— «Nulla.» —

— «Cioè — Non ti ricordi?» — disse Cecilo.

— «Che cosa?» — fece Druso.

— «La processione di bianchi.» —

— «Meraviglioso!» — esclamò Druso. — «Abbiamo incontrato un gruppo di
bianchi, con uno stendardo. Ma — ah, ah, ah!» —

Ricadde indietro ridendo.

— «Crudele Druso, perchè non continuare?» — disse Messala.

— «Feccia del deserto, erano, o Messala, e spazzini del Tempio di
Gerusalemme. Che cosa avevano da vedere con me?» —

— «No,» — disse Cecilio — «Druso ha paura che ridiate alle sue spese.
Ma io non temo, o Messala.» —

— «Parla tu, allora.» —

— «Dunque, abbiamo fermato la processione, e....» —

— «Abbiamo loro offerto una scommessa» — disse Druso, interrompendo, e
togliendo le parole di bocca al suo parassita. — «Un piccolo individuo
tutto rugoso uscì dalla fila ed accettò. Io estrassi le mie tavolette.
— «Chi è il tuo campione?» — gli chiesi. — «Ben Hur, l'Ebreo,» —
egli rispose. Io gli faccio: — «La posta? Quanto?» — Egli rispose. —
«Un.... un....» — Scusami Messala, ma pel fulmine di Giove, non posso
continuare dal gran ridere! Ah, ah, ah!» —

Gli ascoltatori si volsero verso Cecilio. Messala lo guardò.

— «Un siclo!» — disse questi.

— «Un siclo! Un siclo!» —

Uno scoppio di risa tenne dietro alla risposta.

— «E che cosa fece Druso?» — chiese Messala.

In questo momento un grande rumore si levò presso la porta e i
giovani si precipitarono in quella direzione. Crescendo il frastuono,
anche Cecilio si strappò dal divano, solo volgendosi per dire: —
«Il nobile Druso, o Messala, intascò le sue tavolette, e rinunciò al
siclo.» —

— «Un bianco! Un bianco!» —

— «Per di qui, per di qui!» —

Queste ed altre esclamazioni echeggiarono nella sala coprendo ogni
altra parola. I giuocatori abbandonarono i bossoli; gli addormentati
si svegliarono, si stropicciarono gli occhi, tirarono fuori le loro
tavolette, e si unirono al gruppo.

— «Io scommetto....» —

— «Ed io....» —

— «Anch'io.» —

La persona fatta segno a questa calorosa accoglienza era il
rispettabile Ebreo di cui facemmo conoscenza insieme a Ben Hur, a bordo
della nave che lo portava da Cipro ad Antiochia.

Il suo portamento era grave, cortese, vigile. La veste era bianchissima
come pure il turbante che gli cingeva il capo. Inchinandosi e
sorridendo, si avvicinò lentamente al tavolo centrale. Arrivatovi,
raccolse con un gesto dignitoso le pieghe della toga, si sedette, e
alzò la mano. Lo scintillare di un gioiello sull'anulare, contribuì non
poco al silenzio che seguì.

— «Romani — illustri Romani — Vi saluto!» — egli disse.

— «Mi piace la sua disinvoltura, per Giove! Chi è?» — chiese Druso.

— «Un cane d'Israele — Samballat di nome — fornitore dell'esercito;
domiciliato in Roma, immensamente ricco; diventato tale defraudando
i Romani. Una testa fina, che ti sa tessere trame più sottili di
quelle dei ragni. Andiamo, per la zona di Venere! Vediamo se possiamo
spillargli denari.» —

Così dicendo, Messala si alzò e con Druso raggiunse la folla che
accerchiava l'Ebreo.

— «Ho saputo in istrada» — egli diceva, tirando fuori le sue tavolette
e collocandole aperte sopra il tavolo, — «che la disperazione regnava
nel palazzo, perchè non si trovava chi accettasse scommesse contro
Messala. Gli Dei, sapete, richiedono sacrifici, ed eccomi pronto.
Vedete il mio colore. Passiamo agli affari. Prima le quotazioni, poi le
somme. A cosa mi date Messala?» —

La sua audacia sembrava sbalordire i suoi ascoltatori.

— «Presto!» — egli disse. — «Ho un appuntamento col Console.» —

Lo stimolo sortì il suo effetto.

— «A due!» — gridò una mezza dozzina di voci.

— «Che?» — esclamò il fornitore, stupito. — «Soltanto a due, un
Romano!» —

— «Tre, allora.»

— «Tre, soltanto tre? — e il mio favorito non è che un cane d'un Ebreo!
Datemi quattro.» —

— «Quattro sia!» — esclamò un ragazzo, punto dallo scherno.

— «Cinque — datemi cinque» — disse subito il fornitore.

Un profondo silenzio cadde sopra l'assemblea.

— «Il Console, padrone mio e vostro, mi attende.» —

Il silenzio parve oltraggioso a molti.

— «Datemi cinque — per l'onore di Roma, cinque.» —

— «Cinque sia» — esclamò una voce.

Un clamoroso urrà accolse le parole. Vi fu un movimento nella folla che
si spartì a destra e sinistra, e Messala apparve.

— «Cinque siano» — egli disse.

E Samballat, sorridendo, si preparò a scrivere.

— «Se Cesare morisse domani, Roma non sarebbe del tutto derelitta. Vi è
almeno uno degno di prendere il suo posto. Dammi sei.» —

— «Siano sei» — rispose Messala.

Vi fu un altro urlo più forte del primo.

— «Sei siano» — ripetè Messala. — «Sei contro uno — la differenza
fra un Romano e un Giudeo. Ed ora che l'hai scoperta, o protettore
della carne suina, passiamo alla posta. — La somma, presto. Il
console potrebbe mandarti a chiamare e noi resteremmo privi della tua
presenza.» —

Samballat prese in buona parte la risata che tenne dietro a queste
parole, e scrisse tranquillamente, poi offrì le tavolette a Messala.

— «Leggi, leggi!» — gridarono tutti.

E Messala lesse:

— «Mem.» — Corsa di cocchi. Messala di Roma, scommette con Samballat
pure di Roma, dicendo che batterà l'Ebreo Ben Hur. Posta, venti
talenti. Quotazione di Messala, uno contro sei.

  _Testimoni._  SAMBALLAT.

Non una parola, non un respiro turbò il profondo silenzio della sala.

Nessuno si mosse.

Messala fissava le tavolette, mentre gli occhi del fornitore fissavano
lui.

Egli sentì quello sguardo, e pensò rapidamente. Da questo posto egli
aveva dettata la legge ai suoi compagni. Essi lo avrebbero ricordato.
Se egli si rifiutava di firmare, la sua superiorità era sparita per
sempre. Eppure egli non poteva firmare, non possedeva la somma di cento
talenti; neppure un quinto di essa. La sua mente si oscurò. La lingua
si rifiutò di parlare, le guancie impallidirono. Un istante rimase in
questo stato, poi gli venne un'idea.

— «Cane di un Ebreo!» — egli disse. — «Dove hai tu venti talenti? falli
vedere.» —

Il sorriso provocante di Samballat si accentuò.

— «Ecco» — disse offrendo un foglio a Messala.

— «Leggi, leggi!» — risuonò tutto all'intorno.

Messala lesse:

                                  — «_Antiochia — Tamuz, 16 giorno._

  Il portatore, Samballat di Roma, è accreditato presso di me per la
  somma di cinquanta talenti, moneta Romana.

                                                   SIMONIDE.» —

— «Cinquanta talenti! Cinquanta talenti!» — vociferò la folla, stupìta.

Druso battè il piede per terra.

— «Per Ercole!» — egli gridò — «il foglio mente, e l'Ebreo è un
bugiardo. Chi, se non Cesare, ha cinquanta talenti all'ordine? Abbasso
il bianco insolente!» —

L'urlo era furioso, e fu ripetuto da venti gole; ma Samballat rimase
tranquillamente seduto, col medesimo sorriso provocante sulle labbra.
Finalmente Messala parlò.

— «Silenzio! Uno contro uno, con cittadini — uno contro uno, per
l'amore del nostro bel nome Romano.» —

Il suo intervento opportuno salvò la sua dignità e gli riconquistò la
vacillante supremazia.

— «O cane circonciso!» — egli continuò verso Samballat. — «Tu dicesti
sei contro uno, nevvero?» —

— «Sì» — rispose tranquillamente l'Ebreo.

— «Allora lasciami scegliere la posta.» —

— «Come vuoi, a condizione, se è una bagatella, di rifiutarla.» —

— «Scrivi cinque in luogo di venti.» —

— «Possiedi tanto?» —

— «Per la madre degli Dei, ti mostrerò le ricevute.» —

— «No, no. Basta la parola di un così illustre Romano. Soltanto
facciamo una cifra pari. Scrivo sei talenti?» —

— «Scrivi.» —

Si scambiarono le scritture.

Samballat si alzò e con un ghigno di scherno in luogo del sorriso di
prima, misurò l'assemblea. Egli conosceva con chi aveva da fare.

— «Romani,» — egli disse, — «un'altra scommessa, se osate. Io punto
cinque talenti contro cinque, sulla vittoria del bianco. Vi lancio una
sfida collettiva.» —

Di nuovo tutti stupirono.

— «Ecchè?» — egli gridò, a voce più alta. — «Dovranno dire domani
nel circo che un cane d'Israele è penetrato in una sala piena di
patrizii Romani, e fra questi un parente di Cesare, ed ha offerto
loro cinque talenti, alla pari, ed essi non hanno avuto il coraggio di
accettare?» —

L'offesa era terribile.

— «Cessa, o insolente!» — disse Druso. — «Scrivi la scommessa e
lasciala sul tavolo. Domani, se avremo trovato che tu possiedi
veramente tanto denaro da buttar via, io, Druso, ti prometto che sarà
accettata.» —

Samballat scrisse nuovamente, e alzandosi, disse, con inalterabile
calma:

— «Ecco, Druso. Io ti lascio l'offerta; quando è firmata, mandamela
prima che incominci la corsa. Mi troverai vicino al Console nella
tribuna sopra la Porta Pompae. Pace a te; pace a voi tutti.» —

Egli fece un inchino e partì, senza badare all'urlo che lo accompagnò
fino alla porta.

Quella notte la storia della scommessa prodigiosa volò di bocca in
bocca per tutte le vie e piazze di Antiochia; e Ben Hur, vegliando
presso i suoi quattro cavalli, la udì raccontare, e seppe anche che
tutta la sostanza di Messala era impegnata in essa.

E si addormentò sorridendo.



CAPITOLO XII.


Il Circo di Antiochia sorgeva sulla sponda destra del fiume, quasi
dirimpetto al Palazzo e non differiva sostanzialmente da tutti gli
altri edifici del genere.

I giuochi erano, nel vero senso della parola, un dono fatto al popolo;
l'entrata era quindi libera a tutti, e, vasta com'era la capacità
dell'anfiteatro, la gente ebbe tanta paura di non ottenervi un posto,
che, fin dalle prime ore del giorno precedente ai giuochi, aveva
occupato tutte le adiacenze del Circo, le quali presentavano l'aspetto
di un grande attendamento militare.

A mezzanotte furono spalancati i cancelli, e la plebaglia si gettò
attraverso le porte occupando rapidamente i posti a lei assegnati. Solo
un terremoto o l'assalto di un esercito avrebbe potuto smuoverla di là.
Passò la notte dormendo sulle gradinate, fece colazione su di esse, e
aspettò pazientemente il principio dello spettacolo.

Verso la prima ora del giorno cominciarono ad arrivare i borghesi più
agiati, che avevano posti numerizzati, i più ricchi e più nobili fra di
essi a cavallo o portati in lettiga con seguiti di domestici in livrea.

All'ora seconda, la via conducente dalla città al Circo presentava
l'aspetto di un vero fiume di persone.

Quando l'indice dell'orologio a sole nella cittadella segnava trascorsa
la prima metà dell'ora seconda, la legione in grande tenuta, con tutti
i suoi stendardi ed insegne, discese dal monte Sulpio, e, quando
l'ultima fila dell'ultima coorte sparì dall'altra parte del ponte,
Antiochia si poteva dire letteralmente abbandonata; non già che il
Circo potesse contenere tutta la moltitudine, ma ciò non ostante tutta
la moltitudine era andata al Circo.

Una galera riccamente addobbata andò a prendere il Console nell'isola,
e quando il grande personaggio discese allo scalo, e la legione
presentò le armi, per un istante la pompa militare fece dimenticare
agli spettatori la maggiore attrattiva del Circo.

All'ora terza l'Anfiteatro poteva dirsi completamente riempito; uno
squillo di fanfara ordinò il silenzio, e tosto gli sguardi di oltre
centomila persone si fissarono sopra un edificio del lato orientale
dello stadio. Quivi sorgeva la celebre Porta Pompae, un arco poderoso
che reggeva la tribuna consolare, magnificamente adorna di vessilli
e di fiori, dove, circondato dalle insegne della legione, siedeva il
console Massenzio. A destra e sinistra dell'arco, a livello del suolo,
si aprivano i _carceres_, o stalli, ciascuno difeso da un proprio
cancello. Sopra gli stalli correva una cornice, coronata da una bassa
balaustrata; quindi si alzavano, una sopra l'altra, le ampie gradinate
di marmo, occupate da una splendida folla di alti dignitari militari
e borghesi. Questa mole occupava tutta la larghezza dell'edificio
del Circo, ed era fiancheggiata da torri, le quali, pure aggiungendo
grazia all'architettura dell'edificio, servivano di punto d'appoggio ai
_velaria_, o grandi tende purpuree, tese dall'una all'altra di esse, e
che gettavano un'ombra piacevolissima sopra l'augusta assemblea della
tribuna.

S'immagini ora il lettore di appartenere ai favoriti che siedono in
questo posto privilegiato. A destra e a sinistra, sotto le due torri,
vedrà le due entrate principali. Immediatamente sotto di lui si stende
l'arena, coperta di sabbia finissima e bianca. Nel centro dell'arena
corre un muro largo dieci o dodici piedi, alto cinque o sei, e lungo
precisamente cento ottanta metri, o uno stadio Olimpico. Ad entrambi i
capi di questo muro, lasciando solo un breve intervallo occupato da un
altare, sorgono sopra piedestalli di marmo tre tozzi pilastri conici di
pietra grigia, riccamente scolpiti. Queste sono le due méte, intorno
alle quali gireranno i contendenti. I corridori entreranno sulla
pista alla destra della mèta più vicina, e avranno il muro sempre alla
loro sinistra. Principio e termine della gara hanno luogo di faccia
alla tribuna Consolare, e per questa ragione quelli sono i posti più
ricercati del Circo.

Il limite esteriore della pista è segnato da un muro liscio, solido,
dell'altezza di circa quindici piedi, terminato da una balaustrata come
quella sopra i _carceres_. Se seguiamo la curva di questo balcone, la
troveremo interrotta in tre punti, dove si aprono altrettante porte,
due a nord, ed una ad ovest; quest'ultima adorna di magnifiche sculture
e bassorilievi, è chiamata la Porta del Trionfo, perchè, a giuochi
finiti, i vincitori passeranno sotto il suo arco, il capo coronato di
lauro, e accompagnati da un corteo trionfale.

Immediatamente dietro alla balaustrata laterale ascendono in lunghe
file parallele, e sovrapposte l'una all'altra, i banchi degli
spettatori, offrendo uno spettacolo curioso ed imponente, quello di una
smisurata massa di popolo, in vesti diverse e variopinte. Erano questi
i posti popolari, non coperti da alcuna tenda, privilegio esclusivo
della tribuna.

Avendo ora sott'occhio tutto il complesso del Circo, s'immagini il
lettore il profondo silenzio tenuto dietro allo squillo delle trombe,
doppiamente avvertibile dopo il vocìo e il frastuono che lo avevano
preceduto, durante il quale gli sguardi della moltitudine erano
concentrati tutti quanti sulla Porta Pompae.

Da questa procede un suono di voci e di strumenti, e subito appare
il coro della processione con la quale s'apre lo spettacolo. Prima
il prefetto e le autorità civiche, padrone della festa, in ampie
vesti e con ghirlande sul capo; poi le immagini degli Dei, alcune su
piattaforme portate sulle spalle da schiavi, altre su grandi carri,
splendidamente addobbati; poi ancora i contendenti nei singoli giuochi,
ciascuno nel suo costume caratteristico.

Attraversando lentamente l'Arena, la processione comincia a
fare il giro del circuito. Lo spettacolo è magnifico, imponente.
Come un'onda che s'ingrossa a mano a mano, la precede un coro di
esclamazioni, esprimenti curiosità e ammirazione. Se i fantocci di
carta rappresentanti gli Dei se ne stanno impassibili e silenziosi,
il direttore dei giuochi e le autorità non si mostrano insensibili
alla voce del plauso popolare. Sorridono e si inchinano a destra e a
sinistra.

Gli atleti sono ricevuti con favore ancora più rumoroso, perchè non
v'è uno fra i centosettantamila spettatori che non abbia scommesso
un siclo od un denario sopra uno dei campioni. I nomi dei favoriti
corrono di labbro in labbro, e ghirlande e fiori sciolti piovono dalla
tribuna e dalle gradinate. Ma se gli atleti sono ricevuti con tali
testimonianze d'ammirazione, che dire dell'ovazione fatta all'apparire
delle quadriglie? allo splendore dei cocchi, alla grazia e alla
bellezza dei cavalli, i guidatori aggiungono il fascino personale della
loro apparenza. Le loro tuniche, corte, senza maniche, sono dei colori
prescritti. Un cavaliere accompagna ogni cocchio, tranne quello di
Ben Hur, che ha rifiutato questo onore — forse per diffidenza. Così
pure gli altri hanno elmi sul capo; egli ha la testa scoperta. Al
loro appressarsi gli spettatori si alzano in piedi sopra i banchi, e
il clamore si fa altissimo, assordante; allo stesso tempo la pioggia
dei fiori dalla balaustrata diventa un diluvio, e copre gli uomini, i
cocchi, i cavalli. Ben presto appare evidente che alcuni dei guidatori
sono più favoriti di altri, e a questa rivelazione tiene dietro
l'altra, che ogni individuo del pubblico, uomini, donne, e fanciulli
è fregiato dei colori di uno dei contendenti, più spesso in forma di
nastro sul petto o nei capelli; ora il nastro è verde, ora giallo,
ora azzurro, ma esaminando attentamente la moltitudine, si vede che i
colori dominanti sono due: il bianco, e il misto porpora ed oro.

In una gara moderna, e in una assemblea come questa, che ha giuocato
somme enormi sui singoli concorrenti, la preferenza sarebbe determinata
dalla qualità dei cavalli e dalla abilità conosciuta dei guidatori; qui
invece la nazionalità dettava le norme.

Se il Bizantino ed il Sidonio non avevano che un esiguo numero di
aderenti, la ragione era da ricercarsi nel fatto che le loro città
erano scarsamente rappresentate sui banchi. D'altra parte i Greci,
quantunque assai numerosi, erano divisi fra il Corinzio e l'Ateniese,
facendo uno sfoggio relativamente povero di colori verdi e gialli.
Lo scarlatto ed oro di Messala non avrebbe avuto sorte migliore, se i
cittadini di Antiochia, proverbialmente una razza di cortigiani e di
parassiti, non avessero concesso il favore del loro appoggio ai Romani,
adottando il colore da quelli preferito. Rimanevano la popolazione del
contado, gli Ebrei, i Siri, gli Arabi, e questi, per solidarietà con
Ben Hur ed Ilderim, per la fiducia che nutrivano nei cavalli dello
sceicco, ma massimamente in odio al Romano, che essi speravano di
vedere battuto ed umiliato, portavano il color bianco, e formavano il
partito più rumoroso se non il più numeroso di tutti.

A mano a mano che i cocchi procedono sopra il percorso, l'eccitamento
si accresce; alla seconda mèta, specialmente nelle gallerie, dove
il bianco è il colore dominante, le grida del pubblico scrosciano
altissime e i fiori piovono più fitti.

— «Messala! Messala!» —

— «Ben Hur! Ben Hur!» —

Tali sono le grida.

Passata la processione, le persone riprendono i loro posti e continuano
i discorsi.

— «Ah, per Bacco! com'era bello!» — esclama una donna che il nastro nei
capelli proclama del partito Romano.

— «E come è magnifico il suo cocchio!» — risponde un vicino del
medesimo partito.

— «È tutto oro ed avorio. Giove gli conceda la vittoria!» —

Sul banco di dietro le opinioni erano diverse.

— «Cento sicli sopra l'Ebreo!» — gridò una voce stridula.

— «Non esser troppo temerario» — gli sussurra un amico. — «Questi
giuochi sono vietati dalla legge e la maledizione del Signore potrebbe
cadere sul figlio d'Israele.» —

— «È vero; ma hai tu veduto mai un portamento più sicuro o più
disinvolto? E che braccio è il suo!» —

— «E che cavalli!» — dice un terzo.

— «E dicono ch'egli conosca tutti gli accorgimenti dei Romani» —
aggiunge un quarto.

Una donna completa l'elogio:

— «Sì, ed egli è ancora più bello del Romano!» —

Incoraggiato da queste testimonianze l'uomo grida nuovamente: — «Cento
sicli sopra l'Ebreo!» —

— «Cretino!» — gli grida un cittadino di Antiochia, dalla sicura
distanza di parecchi banchi. — «Non sai che cinquanta talenti sono
giuocati contro di lui, uno contro sei, su Messala. Nascondi i tuoi
sicli se non vuoi che Abramo ti fulmini.» —

— «O asino di Antiochia! cessa di ragliare. Non sai tu che Messala ha
scommesso contro se stesso?» —

Tale la risposta, astutamente bugiarda.

E così di banco in banco si moltiplicavano il vociare e le contese, non
tutte pacifiche.

Quando finalmente la marcia fu terminata, e la Porta Pompae si chiuse
sull'ultimo vessillifero, Ben Hur sapeva che il suo desiderio era
esaudito.

Gli sguardi dell'Oriente erano fissati sopra la sua gara con Messala.



CAPITOLO XIII.


Circa alle ore quindici, per parlare in stile moderno, la prima parte
del programma era esaurita, non rimanendo che la gara dei cocchi. Il
direttore scelse questo momento per fare una breve sosta. I _vomitoria_
furono spalancati, e, tutti coloro che poterono, uscirono sotto il
porticato esterno dove era disposto un servizio di rinfreschi. Quelli
che rimanevano sbadigliavano, chiacchieravano, consultavano le loro
tavolette, e liquidavano le scommesse; ogni distinzione di classe era
dimenticata; la moltitudine era divisa in due grandi categorie; dei
vincitori, allegri e rumorosi, e dei perdenti, accigliati e taciturni.

In questo mentre però una terza classe di spettatori, formata da
cittadini desiderosi soltanto di vedere la corsa dei cocchi, approfittò
dell'intervallo per entrare nel Circo ed occupare i suoi posti
riservati, credendo in questo modo di sfuggire all'attenzione del
pubblico. Fra questi erano Simonide e la sua compagnia, che cercavano
i loro posti nella tribuna sul lato settentrionale, di faccia a quella
consolare.

Quattro servitori portavano il negoziante nella sua sedia su per le
scale, destando la viva curiosità degli spettatori. Qualcuno disse
il suo nome. I vicini lo intesero e lo ripeterono di bocca in bocca.
I più lontani si arrampicarono sui banchi per dare un occhiata
all'uomo intorno al quale la diceria popolare aveva tessuto un romanzo
miracoloso.

Ilderim pure fu accolto calorosamente; ma nessuno conosceva Balthasar e
le due donne che lo seguivano, gelosamente velate.

La gente fece largo rispettosamente alla comitiva, e gli uscieri del
Circo le assegnarono alcuni posti vicino alla balaustra, sui quali
avevano fatto collocare scialli e cuscini.

Le donne erano Iras ed Ester.

Quest'ultima, appena seduta, diede uno sguardo spaventato intorno
al Circo e si ravvolse ancor più dentro al velo; mentre l'Egiziana,
lasciando scivolare il velo sopra le spalle, si offrì liberamente agli
sguardi del pubblico, con la disinvoltura che solitamente è frutto di
lunghe abitudini sociali.

I nuovi venuti erano ancora occupati nell'esame generale del magnifico
spettacolo che si offriva dinanzi a loro, a principiare dal console
e dai suoi vicini, quando alcuni uomini nella livrea del Circo,
cominciarono a stendere una corda ingessata da balcone a balcone in
faccia ai pilastri della prima mèta.

Allo stesso tempo sei uomini uscirono dalla Porta Pompae, e si
fermarono davanti ai _carceres_, uno per ciascun stallo; al che un
lungo mormorìo corse per la folla.

— «Guarda, guarda! Il verde ha il numero quattro a destra; quello è
l'Ateniese.» —

— «E Messala... — sì, egli ha il numero due.» —

— «Il Corinzio.» —

— «Guarda il bianco! Egli si ferma, al numero uno, a sinistra.» —

— «No, è il nero che si è fermato; il bianco è il numero due.» —

— «È vero.» —

Dobbiamo avvertire che ciascuno dei sei uomini indossava una tunica di
color eguale a quello dei guidatori; cosicchè, quando essi si fermavano
davanti ai cancelli, il popolo sapeva subito qual'era lo stallo del suo
favorito.

— «Hai tu mai veduto Messala?» — chiese l'Egiziana, ad Ester.

L'Ebrea ebbe un tremito, e rispose di no. Egli era il nemico di suo
padre, e di Ben Hur.

— «Egli è bello come Apollo.» —

Mentre Iras parlava i suoi grandi occhi scintillavano e il ventaglio si
agitava violentemente. Ester la guardò, pensando:

— «Sarà egli più bello di Ben Hur?» —

Poi udì Ilderim dire a suo padre;

— «Si, il suo stallo è il numero due, a sinistra della Porta Pompae;»
— e credendo che egli parlasse di Ben Hur, essa guardò da quella parte.
Una preghiera le sfiorò le labbra.

Di lì a poco sopraggiunse Samballat.

— «Vengo or ora dagli stalli, o sceicco,» — egli disse facendo un
inchino grave ad Ilderim, il quale si lisciava la barba nervosamente,
e lo osservava con sguardo interrogativo. — «I cavalli sono in perfetto
stato.» —

Ilderim rispose semplicemente: — «Se sono battuti, prego Iddio che lo
siano da qualchedun'altro e non da Messala.» —

Volgendosi a Simonide, ed estraendo una tavoletta, Samballat proseguì:
— «Ti porto qualche cosa che ti interesserà. Ti ricorderai che, quando
ieri sera ti recai la scrittura della prima scommessa, ti dissi che
ne avevo lasciata un'altra sul tavolo del Palazzo, la quale, se,
accettata, doveva venirmi consegnata prima della corsa. Eccola.» —

Simonide prese la tavoletta e lesse attentamente l'annotazione.

— «Lo so» — egli disse. — «Un loro emissario venne oggi da me chiedendo
se tu fossi accreditato per una tal somma presso di me. Conserva bene
la tavoletta. Se perdi, sai dove prendere il denaro; se vinci...» — le
sue ciglia si corrugarono con una espressione di grande risolutezza
— «se vinci, amico, bada, che nessuno ti sfugga, che paghino
fino all'ultimo siclo. Questo si è quanto farebbero gli altri con
noi.» —

— «Fidati in me.» — disse il fornitore.

— «Non vuoi sederti presso di noi?» — chiese Simonide.

— «Ti ringrazio» — rispose l'altro, — «ma se lascio il Console, chi
frenerà i bollori della giovine Roma, là in fondo? La pace sia con te,
e con voi tutti.» —

Alcuni squilli di tromba risuonarono nel circo, annunciando la ripresa
dello spettacolo, e chiamando gli assenti ai loro posti. Allo stesso
tempo alcuni inservienti apparvero nell'arena, e arrampicandosi
sopra il muro di divisione, infissero sopra i pali vicino alla meta
occidentale sette sfere di legno indorato; poi, ritornando alla
prima meta, vi misero altrettanti pezzi di legno scolpiti in forma di
delfino.

— «Che cosa fanno con le sfere ed i pesci, o sceicco?» — chiese
Balthasar.

— «Non hai mai assistito ad una corsa?» —

— «Mai.» —

— «Ebbene, essi servono per contare il numero dei giri; alla fine di
ogni giro, una palla ed un pesce verranno tolti.» —

I preparativi erano terminati, e di lì a poco un trombettiere in
uniforme vistosa si collocò presso il direttore, pronto ad un cenno
di questi a dare il segnale. Subito l'agitarsi della moltitudine
si acquetò, ed il vocìo ristette come per incanto. Ogni viso era
rivolto ad oriente, ed ogni occhio si fissò sopra i sei stalli che
racchiudevano i competitori.

Il rossore insolito che coprì le pallide guancie di Simonide rivelava
che anch'egli condivideva l'eccitazione generale.

— «Attenti al Romano;» — disse la bella Egiziana ad Ester, che non la
udì, perchè col cuore palpitante e gli occhi fissi aspettava Ben Hur.

Dobbiamo ricordare che l'edificio contenente gli stalli aveva la forma
di un segmento di cerchio, e si protendeva innanzi a destra della prima
mèta, segnato dalla corda gessata, di cui parlammo.

La tromba diede uno squillo acuto e prolungato. Gli _starters_, come li
potremmo chiamare in linguaggio sportivo moderno, si schierarono sotto
i pilastri della mèta, pronti ad aiutare i cocchieri nel caso che uno
dei cavalli si spaventasse.

Un secondo squillo risuonò, e i custodi spalancarono i cancelli.
Dapprima uscirono a cavallo i servitori, addetti ai cocchi, cinque
in tutto, perchè Ben Hur aveva rifiutato il suo. La corda gessata
fu lasciata cadere per dar loro il passo, poi rialzata. Quantunque
splendidamente vestiti, nessuno badò a loro, perchè, dietro ad essi,
negli stalli, il calpestìo dei cavalli e le voci dei cocchieri,
attiravan tutti gli sguardi verso i cancelli spalancati.

Un terzo squillo risuonò nel circo.

Gli uscieri sulle gradinate agitarono le mani, e gridarono: — «Seduti!
seduti!» —

Parlavano al vento.

Come proiettili, uscenti dalla bocca di giganteschi cannoni, si
scagliarono le sei quadrighe, e tutta l'immensa moltitudine balzò in
piedi come un sol uomo, riempiendo il Circo di un unico urlo. Per
questo aveva atteso pazientemente tante ore! Questo era il momento
supremo, sogno delle sue notti e argomento dei suoi discorsi dal giorno
della proclamazione dei giuochi!

— «Eccolo, eccolo! guarda!» — esclamò Iras, indicando Messala.

— «Lo vedo.» — rispose Ester guardando Ben Hur.

Il velo era caduto; per un istante la piccola Ebrea si sentì
coraggiosa. Essa comprese la voluttà di compiere un'azione eroica sotto
agli occhi della moltitudine, e come in tali casi sia possibile che gli
uomini ridano in faccia alla morte.

I competitori erano ora visibili da tutte le parti del Circo, ma la
corsa non era ancora cominciata; dovevano prima passare la corda.

Questa aveva lo scopo di pareggiare le condizioni della partenza.

Se i corridori vi si fossero scagliati addosso impetuosamente,
cocchiere e cavalli, impigliati in essa, potevano uscirne malconci; se
d'altra parte si fossero avvicinati timidamente, correvano il rischio
di rimaner distanziati già sull'inizio della corsa, e, in ogni modo,
perdevano la possibilità di conquistare il lato interno della pista,
oggetto dell'ambizione comune.

La difficoltà di quest'impresa, i suoi pericoli e le sue conseguenze,
erano ben note agli spettatori. La vittoria doveva sorridere al più
abile.

                Dunque, o mio caro,
    Tutti richiama al cor gli accorgimenti,
    Se vuoi che il premio di tue man non sfugga:
    L'arte, più che la forza, al fabbro, è buona.

Tale il consiglio di Nestore al figlio Archiloco, consegnandogli
le redini, prima della corsa, consiglio che poteva utilmente essere
richiamato da ciascuno degli auriga.

Ogni guidatore guardava per prima cosa la corda, poi il muro interno.
Dimodochè, mirando al medesimo punto, e correndo a gran carriera, uno
scontro sembrava inevitabile. Non solo. Se il direttore, all'ultimo
momento, malcontento della partenza, non desse il segnale di lasciar
cader la corda? O se non lo desse in tempo?

Lo spazio intermedio era di circa duecentocinquanta piedi in lunghezza.
Guai se, suggestionato dagli sguardi delle migliaia di spettatori o
attratto dall'esclamazione insidiosa di un avversario, o dal grido
animatore, ma non meno pericoloso, di qualche amico, l'auriga avesse
alzati gli occhi un istante! Fermo il polso, le pupille fisse, i
guidatori avanzavano.

Il tocco divino che dà l'ultima perfezione alla bellezza, è
l'animazione.

Che il lettore tenti di immaginarsi quello spettacolo, al quale i
nostri tempi moderni non saprebbero contrapporre nulla di eguale:
guardi dapprima l'arena, immensa distesa luccicante di sabbia bianca,
chiusa nella sua cornice di mura grigie; veda su questo campo perfetto
i sei cocchi leggeri, graziosi, rilucenti, — quello di Messala
splendido di oro e d'avorio; guardi i guidatori, il loro corpo
eretto, rigido, le membra nude e abbronzate; nella destra i lunghi
flagelli, nella sinistra, accuratamente separate, le redini, tese fino
all'estremità dei timoni; osservi i cavalli scelti per bellezza come
per velocità, le criniere al vento, i corpi distesi, le narici tumide,
le gambe fine ma robuste come verghe di ferro, ogni muscolo dei loro
splendidi corpi, pieno di vita, ora teso, ora contratto, giustificando
il mondo che ha preso da essi la sua unità di forza; veda le ombre,
che accompagnando cocchi, auriga e cavalli, radono la terra; veda, con
l'occhio della mente, tutto questo, e potrà comprendere il piacere e
il delirio che invadeva la folla per la quale questo spettacolo non era
vana creazione di fantasia, ma vera, palpitante realtà.

Tutte e sei le quadrighe correvano per la strada più breve verso il
medesimo punto; il muro; cedere sarebbe stato come rinunciare alla
vittoria. E chi avrebbe deviato in mezzo a quella pazza carriera, con
le grida della moltitudine che gli tuonavano nell'orecchio come il
rombo del mare in burrasca?

Il trombettiere presso il direttore diede uno squillo poderoso. — A
venti passi di distanza nessuno lo udì. Ma vedendo l'atto, i giudici di
campo lasciarono cadere la corda a pena in tempo per evitare il cocchio
di Messala, nell'abbassarla, e toccarono lo zoccolo del suo primo
cavallo. L'impavido Romano, agitò il flagello, che si snodò sibilando
nell'aria, allentò le redini, tese il corpo in avanti, e con un grido
di trionfo conquistò il muro.

— «Giove è con noi! Giove è con noi!» — urlò tutta la fazione Romana,
in un delirio di entusiasmo.

Alla voltata, la testa di leone, con cui terminava il mozzo della
sua ruota, urtò la gamba anteriore del cavallo dell'Ateniese,
gettando l'animale spaventato addosso al suo vicino di giogo.
Entrambi vacillarono, s'impennarono. I custodi balzarono innanzi e li
afferrarono per le briglie. Le migliaia di persone sulle gradinate
trattennero il respiro, attente; solo dalla tribuna consolare
continuavano le grida e il clamore.

— «Giove è con noi!» — urlò Druso.

— «Egli vince! Giove è con noi!» — echeggiarono i suoi compagni,
vedendo Messala alla testa del gruppo.

Samballat, con le sue tavolette in mano, si rivolse a loro. Un
frastuono, seguito da grida strazianti lo obbligò a guardare nuovamente
nell'arena. Messala essendo passato, il Corinzio era il solo che
rimanesse alla destra dell'Ateniese, e in quella direzione quest'ultimo
cercò di piegare la sua quadriglia spaventata; proprio in quel momento
sventura volle che la ruota del Bizantino, suo vicino di destra,
incontrasse di fianco il suo cocchio sbalzando l'auriga per terra. Con
un urlo di rabbia e di terrore il misero Cleante cadde sotto le zampe
dei propri cavalli; orribile spettacolo davanti al quale Ester si coprì
gli occhi.

Il Corinzio, il Bizantino, il Sidonio passarono avanti.

Samballat diede uno sguardo a Ben Hur, e si volse nuovamente a Druso e
ai suoi compagni.

— «Cento sesterzi sopra l'Ebreo!» — esclamò.

— «Accettato!» — rispose Druso.

— «Altri cento sull'Ebreo!» — gridò Samballat.

Nessuno gli badava. Gridò nuovamente; lo spettacolo dell'Arena
assorbiva tutta la loro attenzione, ed essi erano troppo occupati ad
urlare: — «Messala! Messala! Giove è con noi!» —

Quando Ester osò guardare nuovamente, alcuni servitori stavano
rimovendo i cavalli e il carro frantumato, mentre altri portavano via
l'auriga; da ogni banco su cui sedeva un Greco partivano urli di rabbia
e preghiere di vendetta.

Essa giunse le mani per la felicità: Ben Hur, incolume volava al pari
col Romano! Dietro a loro, in gruppo, venivano il Sidonio, il Corinzio
e il Bizantino.

La corsa era incominciata. La moltitudine tratteneva il respiro.



CAPITOLO XIV.


Ben Hur, come abbiamo veduto, si trovava all'estrema sinistra dei sei.
Per un momento, come gli altri, fu quasi abbagliato dalla viva luce
dell'arena. Pure riuscì a distinguere i suoi avversari e ne indovinò
l'intento. Diede uno sguardo scrutatore a Messala. Il freddo orgoglio
del patrizio Romano riposava, come d'usato, sul bellissimo volto, alle
cui fattezze l'elmo accresceva maestà; ma, fosse giuoco di fantasia o
effetto dell'ombra bronzea che copriva il suo viso, in quell'istante
l'Ebreo credette di vedere tutta l'anima dell'uomo trasparire
attraverso la venustà di quel corpo, un'anima crudele, scaltra, vigile
e risoluta.

In pari tempo lo spirito di Ben Hur s'irrigidì in un poderoso sforzo di
volontà.

A qualunque costo, a qualunque rischio, egli avrebbe umiliato il suo
nemico!

Premio, amici, scommesse, onori, tutto spariva davanti a quell'unico
deliberato proposito! Neppure la morte lo avrebbe trattenuto!

Con tutto ciò, nessuna passione gli ardeva nel petto; il sangue non
affrettò la sua corsa dal cuore al cervello, dal cervello al cuore; non
provava nessun impulso di gettarsi alla cieca in braccio alla Fortuna,
poichè egli non credeva alla Fortuna. Fidava in sè, nel disegno da
lunga mano preparato, e chiamò a raccolta tutte le forze del suo corpo,
tutte le energie della sua intelligenza, per poter attuare il suo
piano.

A metà percorso egli si avvide che l'impeto di Messala, lo avrebbe,
nel caso che non fosse successo alcuno scontro e la corda fosse caduta,
infallibilmente condotto a rasentare il muro interno; e come un lampo
gli venne il pensiero che Messala _sapesse_ che la corda doveva cadere
all'ultimo momento. Un accordo col direttore avrebbe potuto facilmente
stabilire questo; e l'accordo era abbastanza probabile, quando si
pensi che il prefetto era Romano, e all'interesse che poteva avere
nella vittoria del suo concittadino, il quale, oltre al godere tanta
popolarità, aveva una somma così ingente a repentaglio.

Nessun'altra ragione poteva spiegare la fiducia con cui Messala
spingeva innanzi la sua quadriglia, proprio nell'istante che gli altri
competitori cercavano di frenare le proprie, nessun'altra ragione,
tranne la pazzìa.

Ma vedere una cosa e approfittarne sono due cose diverse.

Pel momento Ben Hur rinunciò al muro.

La corda cadde, e tutte le quadriglie, meno la sua, balzarono sulla
pista, sotto il doppio impulso dei flagelli e delle voci.

Egli piegò a destra, e con tutta la velocità de' suoi Arabi, tagliò
obliquamente la strada ai suoi avversari; dimodochè, mentre la
moltitudine fremeva davanti all'infortunio dell'Ateniese, e il Sidonio,
il Bizantino, e il Corinzio, cercavano con tutta destrezza di sfuggire
alla rovina del compagno, Ben Hur passò loro davanti come una freccia,
e procedette ruota a ruota col cocchio di Messala, ma dalla parte
esterna.

La meravigliosa abilità dimostrata nel portarsi, in questa guisa,
dall'estrema sinistra a destra, non sfuggì ai vigili sguardi delle
gradinate; il Circo minacciò di crollare sotto lo scroscio degli
applausi.

Allora Ester battè le mani; allora Samballat, sorridendo, offrì di
nuovo i suoi cento sesterzi, senza ottenere risposta; e allora, per la
prima volta, i Romani ebbero il dubbio che forse Messala avesse trovato
il suo pari, forse anche il suo superiore, e questi in un Israelita!

L'uno di fianco all'altro, separati da un intervallo quasi
impercettibile, i due cocchi si avvicinavano alla prima mèta.

Il plinto su cui s'ergevano i tre pilastri, veduto da ovest, presentava
l'aspetto di un muro, in forma di semi cerchio, offrendo la convessità
della curva agli spettatori, parallela all'opposta concavità del
balcone di faccia. Questa voltata costituiva la prova di fuoco dei
guidatori; Oreste medesimo vi aveva fallito. Un generale silenzio
regnante nell'assemblea testimoniava l'interessamento con cui il
pubblico seguiva questa fase.

Il calpestìo dei cavalli ed il rumor delle ruote erano distintamente
avvertibili.

Allora, per la prima volta, sembrò che Messala si avvedesse della
presenza di Ben Hur; e subito tutta l'audacia dell'uomo si manifestò in
un modo sorprendente.

— «_Abbasso Eros, evviva Marte!_» — egli gridò, brandendo il flagello.
— «_Abbasso Eros, evviva Marte!_» — egli ripetè, assestando sulla
schiena degli Arabi di Ben Hur, una sferzata, quale essi non avevano
mai ricevuto.

Il colpo era stato veduto da ogni settore, e lo stupore fu generale.

Il silenzio divenne terribile nella sua intensità; sugli scranni
intorno al Console i più coraggiosi trattennero il respiro, aspettando
con gli occhi sbarrati. Solo un istante durò la tensione, poi, come
rombo di tuono, scoppiò l'indignazione del pubblico.

I quattro cavalli trasalirono dallo spavento e balzarono innanzi.
Nessuno li aveva mai toccati, se non in segno di affetto; erano
cresciuti accarezzati come bambini, e la loro fiducia negli uomini era
commovente.

Che cosa dovevano fare quelle delicate creature se non slanciarsi
avanti come pazze?

Il carro traballò.

Non v'ha dubbio che ogni esperienza ci è utile nella vita. Donde
trasse Ben Hur, in questo momento, il suo braccio vigoroso e il suo
pugno di ferro? Donde, se non dai lunghi anni passati al remo? E che
cos'era il sobbalzare del carro in confronto al rullìo improvviso
della nave battuta dall'ebbro furore dei flutti? Egli mantenne il
suo posto, allentò le redini sul capo ai cavalli, parlando loro con
voce carezzevole, cercando unicamente di guidarli incolumi intorno
all'angolo pericoloso; e prima ancora che l'agitazione del pubblico si
fosse sedata, aveva riconquistata la padronanza su di essi.

Non solo: nell'avvicinarsi alla seconda mèta egli si trovò nuovamente
al fianco di Messala, seguìto dalla simpatia e dai voti di tutti gli
spettatori non Romani. Questo sentimento appariva così evidente, che
Messala, con tutta la sua audacia, non stimò opportuno scherzare più
oltre.

Mentre i carri passavano la mèta, Ester vide il volto di Ben Hur — un
po' pallido, un po' rialzato — ma calmo, risoluto.

Subito un uomo si arrampicò sull'estremità occidentale del muro di
divisione, e levò una delle sfere. In pari tempo fu tolto un delfino
dall'altra parte.

Nello stesso modo, scomparvero la seconda sfera e il secondo delfino.

Poi la terza sfera e il terzo delfino.

Tre giri erano stati compiuti; Messala occupava ancora l'interno della
pista; Ben Hur galoppava all'esterno. La corsa assumeva l'aspetto di
una di quelle gare doppie così popolari nel secondo periodo dell'età
imperiale. — Nella prima Messala e Ben Hur; il Sidonio, il Corinzio, il
Bizantino, seconda.

Intanto gli uscieri avevano ottenuto di far sedere la moltitudine,
quantunque il clamore continuasse, precedendo i corridori.

Al quinto giro il Sidonio riuscì a portarsi all'altezza di Ben Hur, ma
perdette subito il vantaggio.

Il sesto giro cominciò senza recare un spostamento nelle posizioni
relative.

Gradatamente la velocità era aumentata; a poco a poco il sangue dei
guidatori si riscaldava. Uomini e cavalli sembravano sapere che la
crisi finale si avvicinava.

L'interessamento che, sul principio della gara, s'era concentrato nella
lotta fra Messala e Ben Hur, accompagnato dall'universale simpatia per
quest'ultimo, si mutò in ansietà e paura per lui. Su tutti i banchi
gli spettatori tendevano gli occhi, seguendo silenziosi e immobili i
cavalli dei due competitori.

Ilderim cessò di lisciarsi la barba, ed Ester dimenticò la sua
timidezza.

— «Cento sesterzii sull'Ebreo!» — gridò Samballat ai Romani sotto alla
tenda consolare.

Nessuno rispose.

— «Un talento — cinque talenti, — dieci, se volete!» —

Agitò le tavolette in atto di sfida.

— «Io vincerò i tuoi sesterzii» — disse un giovine Romano, preparandosi
a scrivere.

— «Non farlo» — lo ammonì un amico.

— «Perchè?» —

— «Messala ha raggiunta la sua massima velocità. Guarda come si
piega sopra l'orlo del cocchio, e libera le redini, ed ora osserva
l'Ebreo.» —

L'altro guardò.

— «Per Ercole!» — egli esclamò impallidendo. — «Il cane fa ogni sforzo
per trattenerli. Lo vedo, lo vedo! Se gli Dei non aiutano il nostro
amico, egli sarà battuto dall'Israelita. — Ma no, non ancora. Guarda!
Giove è con noi, Giove è con noi!» —

Questo grido, che uscì simultaneamente da ogni gola Romana, fece
tremare il velario sopra la testa del Console. Se era vero che Messala
aveva raggiunta la sua massima velocità, il risultato corrispondeva
allo sforzo. Lentamente, ma distintamente, egli guadagnava terreno.
I suoi cavalli correvano con le teste chinate e i colli tesi; dal
balcone sembrava che radessero il suolo: le loro narici parevano
schizzar sangue; gli occhi uscire dalle orbite. Certamente i buoni
cavalli facevano tutto il possibile! Ma per quanto tempo avrebbero
potuto mantenere quel passo? Era il principio del sesto giro soltanto.
Volavano. Nel voltare la seconda mèta i cavalli di Ben Hur piegarono
dietro il cocchio del Romano.

La gioia dei partigiani di Messala non ebbe limiti: gridavano,
urlavano, gettavano per aria i cappelli; e Samballat riempì le
tavolette con le scommesse che essi offrivano. Malluch nella tribuna
sopra la Porta del Trionfo potè a stento frenare le sue lacrime.
Egli aveva fatto tesoro della allusione di Ben Hur, secondo la quale
«qualche cosa» doveva avvenire allo svolto delle colonne occidentali.
Era il quinto giro, il qualche cosa non era ancora avvenuto; ed egli
s'era detto fra sè: — «Aspettiamo il sesto.» — Il sesto era venuto e
Ben Hur galoppava in coda al cocchio nemico.

Nella tribuna orientale, la compagnia di Simonide taceva. La testa
del negoziante era chinata sul petto. Ilderim si tirava la barba, e
corrugava le ciglia quasi a coprirne gli occhi. Ester respirava appena.
Solo Iras sembrava contenta.

Per la penultima volta i cocchi facevano il giro dell'arena. — Messala
alla testa, dietro di lui Ben Hur. Era la vecchia corsa di Omero:

                            Innanzi a tutti
    Le puledre volavano veloci
    Del Fereziade Eumelo; e dopo queste,
    Ma di poco intervallo, i corridori
    Di Troe, guidati dal Titide, e tanto
    Imminenti che ognor parean sul carro
    Montar d'Eumelo, a cui coi flati ardenti
    Già scaldano le spalle, e già le toccano
    Colle fervide teste.

Così arrivarono alla prima mèta e la girarono. Messala, temendo di
perdere il vantaggio conseguito, andò rasente al muro, sino quasi a
toccarlo; un palmo più a sinistra e cocchio ed auriga sarebbero stati
travolti; pure, quando la voltata fu fatta, nessuno, osservando le
carreggiate dei due cocchi, avrebbe potuto dire: — «qui passò Messala,
qui l'Ebreo.» — Uno solo era il solco lasciato dai due.

Ester vide di nuovo il volto di Ben Hur, e le parve più pallido di
prima.

Simonide, più acuto osservatore di Ester, sussurrò nell'orecchio di
Ilderim:

— «Sceicco, io non sono buon giudice, ma credo che Ben Hur covi un
progetto nella sua mente. Il suo viso me lo dice.» —

Al che Ilderim rispose: — «Hai veduto come i cavalli erano freschi e
lucidi? Per lo splendore di Dio, amico, non sembra che abbiano corso!
Ma ora, attento!» —

Una sola sfera e un solo delfino rimanevano; e tutto il popolo respirò,
sapendo che il principio della fine era giunto.

Il Sidonio lasciò cadere le correggie del suo flagello sulla schiena
dei suoi cavalli, e, quasi pazzi dal dolore e dalla paura, i nobili
animali si slanciarono innanzi disperatamente, minacciando di prendere
il primo posto. Ma lo sforzo si esaurì nella promessa. Il Bizantino
ed il Corinzio fecero il medesimo tentativo, con lo stesso risultato,
e d'allora in poi essi si poterono considerare fuori giuoco. Con
una prontezza facilmente spiegabile; tutte le fazioni meno la Romana
accentrarono i loro voti su Ben Hur, animandolo con grida selvagge.

— «Ben Hur! Ben Hur!» — urlarono, e il rombo di migliaia di voci arrivò
come un'onda sino alla tribuna consolare.

— «Avanti, Ebreo!» —

— «Al muro, al muro!» —

— «Forza, Arabi! Frusta e redini!» —

— «Ora o mai!» —

Sull'orlo della balconata si piegavano mille corpi, tendendo le mani
verso di lui.

Forse non udì, forse non potè far di più; in ogni modo l'ultimo giro
era mezzo percorso senza che fosse avvenuto alcun mutamento!

Ed ora per fare l'ultima voltata, Messala cominciò a raccogliere
le redini dei cavalli di sinistra, movimento che necessariamente
rallentò la sua velocità. Il suo cuore batteva in anticipazione della
vicina vittoria. Più d'un altare avevano arricchito i suoi doni. Il
genio Romano doveva prevalere. Sui tre pilastri, a seicento piedi di
distanza, erano fama, fortuna, onori, e un trionfo che l'odio rendeva
ineffabilmente dolce. Tutto ciò l'attendeva! In quell'istante Malluch,
dalla gradinata, vide Ben Hur piegarsi innanzi sull'orlo del cocchio,
e rallentare le redini sulla schiena dei suoi Arabi. Le cinghie del
flagello si snodarono nell'aria, con un lungo sibilo di serpenti. Non
caddero, ma la minaccia di quel suono, sortì il medesimo effetto.
Nel passare dalla sua posizione, rigida e calma, a questa rapidità
di azione, il volto dell'uomo si imporporò, gli occhi scintillarono;
sembrava che la sua volontà, correndo lungo le redini, si comunicasse
ai cavalli, i quali, come animati dal medesimo impulso, risposero con
uno scatto che li portò al fianco del carro Romano. Messala, presso
alla perigliosa voltata della mèta, udì, ma non osò volgere la testa.
Dal pubblico non ricevette alcun avvertimento. Nel profondo silenzio
dell'arena non si udivano che il rumore dei cocchi e la voce di Ben
Hur, che, in pura lingua Amarica, come lo sceicco medesimo, parlava ai
cavalli.

— «Su, Atair! Su, Rigel! Avanti, Antares! Vorresti forse indugiare,
Aldebran, nobile cuore? Io li sento cantare nel deserto; io sento le
donne e i fanciulli cantare la canzone delle stelle: Atair, Antares,
Rigel, Aldebran, vittoria! — e quel canto durerà eterno. Avanti,
cavalli! Domani vi accoglieranno le tende paterne! Avanti, Antares! La
tribù ci aspetta, e il padrone ci guarda! Vittoria, vittoria! E, fatto,
è fatto! Ah, ah! L'orgoglioso è umiliato! La mano che ci colpì è nella
polvere! Nostra la gloria! Ah, ah! — fermi! La fatica è compiuta! —
Adagio — alt!» —

Nulla di più semplice, nulla di più istantaneo.

Nel momento scelto per lo scatto finale, Messala stava girando intorno
alla mèta. Per sorpassarlo, Ben Hur doveva tagliargli la strada,
e, precisamente percorrendo il medesimo cerchio, con un raggio di
poco maggiore. Le migliaia di persone assiepate sopra le gradinate
compresero tutto: videro il segnale dato da Ben Hur; la magnifica
risposta; i quattro cavalli di fianco al cocchio di Messala, la ruota
interna del cocchio di Ben Hur, dietro il carro del Romano, tutto ciò
videro e compresero. Poi udirono un colpo secco che fece fremere tutto
il Circo, e videro una pioggia di scheggie bianche cadere sulla pista.
Il carro del Romano traballò e si piegò sopra il lato destro, urtando
con l'estremità della sala la terra. Due volte rimbalzò, poi tutto
il cocchio andò in frantumi, e Messala, avviluppato nelle redini, fu
precipitato a capo fitto fra i propri cavalli.

Per accrescere l'orrore dello spettacolo, il Sidonio, che rasentava il
muro dietro Messala, non potè arrestarsi o deviare. Con tutta velocità
piombò addosso ai resti del cocchio Romano, in mezzo ai cavalli di
questo, quasi pazzi di terrore. Poco dopo, attraverso la nube di
polvere, che velò per un istante la scena, egli fu visto trascinarsi
carponi, mentre il Corinzio ed il Bizantino seguivano come freccie il
cocchio di Ben Hur. Gli spettatori balzarono in piedi sui banchi con
un lungo grido. Alcuni videro Messala sotto gli zoccoli dei cavalli
tumultuanti e i rottami dei due carri. Non si muoveva; sembrava morto.
Ma la maggior parte non aveva occhio che per Ben Hur. Era loro sfuggita
l'abile mossa, per cui, piegando un poco verso sinistra, egli aveva
urtata la delicata ruota di Messala con la ferrea punta del proprio
mozzo, frantumandola; ma avevano veduto il mutamento avvenuto in lui.
Essi medesimi si sentivano compenetrati dalla subita fiamma del suo
spirito, dall'eroica risoluzione, dalla furiosa energìa, con cui, nel
gesto, nello sguardo, nella voce, aveva improvvisamente inspirato i
suoi Arabi. Correvano essi? O non erano piuttosto i lunghi salti di
leoni aggiogati? Se non fosse stato pel carro pesante, si sarebbe detto
che volassero. Quando il Bizantino ed il Corinzio erano ancora a metà
percorso, Ben Hur voltava l'ultima mèta.

_E la corsa era vinta!_

Il console si alzò, il pubblico gridò con quanta voce aveva in gola; il
direttore discese dal suo scranno incontro ai vincitori.

Il fortunato vincitore del pugilato era un gigantesco Sassone dai
capelli flavi, e con un volto così brutale, da attirare l'attenzione
di Ben Hur, che riconobbe in lui il suo antico maestro in Roma, di
cui era stato l'alunno favorito. Poi alzò gli occhi verso il balcone
di Simonide. La compagnia gli tese le mani. Ester rimase seduta; ma
Iras si alzò e con un grazioso gesto del ventaglio gli mandò un bacio
— favore non meno inebbriante, perchè noi sappiamo, o lettore, che
sarebbe toccato a Messala, se a questi avesse arriso la vittoria.

La processione, salutata da un nuovo scoppio di applausi, attraversò
lentamente la Porta Trionfale.



CAPITOLO XV.


Ben Hur ed Ilderim dovevano, come d'accordo, partire a mezzanotte dello
stesso giorno, e seguire la strada battuta dalla carovana, che li aveva
preceduti di trenta ore.

Lo sceicco era felice; aveva offerto doni principeschi, ma Ben Hur
rifiutò ogni cosa, insistendo che gli bastava l'umiliazione inflitta al
nemico.

La disputa generosa continuò a lungo.

— «Pensa» — diceva lo sceicco — «a quanto tu hai fatto per me.
In ogni tenda nera, dall'Akaba all'Oceano, e attraverso le terre
dell'Eufrate fino al mare degli Sciti, volerà la fama della mia Mira
e dei suoi figli; e quelli che canteranno di loro, mi esalteranno,
e dimenticheranno ch'io sono sul declinar dell'età. Tutte le nomadi
lancie del deserto verranno a me, e mi riconosceranno sceicco. Tu non
sai che cosa significhi il dominio che ora terrò sul deserto. Principi
e commercianti mi pagheranno innumerevoli tributi. Sì, per la spada
di Salomone, Cesare stesso dovrà piegarsi innanzi a me! E tu non vuoi
nulla — nulla?» —

E Ben Hur rispondeva:

— «No, sceicco; non sono io forse amato da te e non ho il tuo aiuto?
L'incremento della tua potenza potrà servire al Re che verrà. Chi
può dire che non ti fu concessa a questo scopo? Nell'opera ch'io
intraprendo avrò bisogno di te. Rifiutando oggi, potrò chiedere più
apertamente in seguito.» —

Mentre essi disputavano con tanta vivacità arrivarono due messaggeri —
Malluch ed uno sconosciuto. Il primo ebbe naturalmente la precedenza.
Dopo aver nuovamente espresso la sua gioia per gli eventi della
giornata, venne allo scopo della sua visita.

— «Simonide mi manda a dirvi, che, terminati i giuochi, alcuni Romani
si affrettarono a reclamare contro il pagamento del premio.» —

Ilderim balzò in piedi, gridando colla sua voce più acuta.

— «Per la potenza di Dio, l'Oriente deciderà se la corsa fu lealmente
guadagnata!» —

— «No, buon sceicco,» — disse Malluch — «Il direttore ha pagato.» —

— «Sta bene.» —

— «Quando dissero che Ben Hur urtò la ruota di Messala, il direttore
rise e rammentò loro la sferzata ricevuta dagli Arabi in principio
della corsa.» —

— «E l'Ateniese?» —

— «È morto.» —

— «Morto!» — esclamò Ben Hur.

— «Morto!» — ripetè Ilderim. — «Solo quei mostri Romani hanno tutte le
fortune. Messala scampò.» —

— «Scampò, — sì, o sceicco, con la vita; ma essa gli sarà di peso. I
medici dicono che vivrà, ma che non potrà mai più camminare.» —

Ben Hur alzò gli occhi al cielo, in silenzio. Ebbe la visione di
Messala, inchiodato alla sua sedia come Simonide, e come lui portato
in giro sopra le spalle degli schiavi. L'infermità dei buoni è facile
a sopportarsi; ma che sarebbe di costui col suo orgoglio e la sua
ambizione?

— «Simonide vi fa sapere inoltre» — continuò Malluch — «che Samballat
ha dei fastidii. Druso e quelli che hanno firmato con lui, hanno
appellato al console Massenzio circa il pagamento dei cinque talenti
perduti, e il Console ha rimandata la decisione a Cesare. Anche Messala
si rifiuta di pagare, e Samballat, seguendo l'esempio di Druso, ha
portato l'affare davanti al console. I migliori Romani dicono che
coloro che protestano dovranno pagare, e tutti i partiti avversarii si
schierano con loro. In città non si parla che dello scandalo.» —

— «E che dice Simonide?» — chiese Ben Hur.

— «Il padrone ride, ed è contento. Se il Romano paga, è rovinato;
se si rifiuta, è disonorato. La politica imperiale deciderà.
Offendere l'Oriente sarebbe un brutto principio nella campagna coi
Parti; offendere lo sceicco Ilderim, significherebbe inimicarsi il
Deserto, attraverso il quale corrono tutte le linee di operazione di
Massenzio. Quindi Simonide vi esorta a star di buon animo: Messala
pagherà.» —

Il volto di Ilderim si rasserenò subito.

— «Ed ora andiamo» — egli esclamò, stropicciandosi le mani. Simonide
ha in mano la cosa, ed essa non può andar male. Intanto la gloria è
nostra. Ordinerò che siano approntati i cavalli.» —

— «Fermati,» — disse Malluch. — «Ho lasciato là fuori un messaggero.
Vuoi vederlo?» —

— «Per lo splendore di Dio! l'avevo dimenticato!» —

Malluch si ritirò, lasciando il passo ad un giovinetto di delicata
apparenza, e modi cortesi, il quale, piegatosi sopra un ginocchio fece
la sua ambasciata.

— «Iras, figlia di Balthasar, manda allo sceicco Ilderim saluti e
felicitazioni per la vittoria ottenuta.» —

— «La figlia del mio amico è assai gentile,» — disse Ilderim con gli
occhi scintillanti. — «Portale questo gioiello in segno della mia
riconoscenza.» —

Così dicendo si tolse un anello dal dito.

— «Farò come tu dici, o sceicco» — continuò il paggio — «La figlia
dell'Egiziano mi ha dato anche un'altra commissione. Essa prega il buon
sceicco Ilderim, di far noto al giovine Ben Hur, che suo padre dimora
attualmente nel palazzo di Idernee, dove essa riceverà il giovine,
domani, dopo l'ora quarta. E se, con le sue congratulazioni, lo sceicco
Ilderim vorrà accettare anche la sua gratitudine per questo secondo
favore, essa sarà felicissima.» —

Lo sceicco guardò Ben Hur, che arrossì di gioia.

— «Che devo rispondere?» — chiese.

— «Se permetti, o sceicco, andrò a trovare la bella Egiziana.» —

Ilderim rise e disse: — «La gioventù non viene che una volta sola; non
deve l'uomo approffittarne?» —

Ben Hur si volse al messaggero.

— «Dirai a colei che ti inviò, che io, Ben Hur, sarò felice di
vederla domani al pomeriggio, nel palazzo di Idernee, dovunque esso si
trovi.» —

Il giovinetto si alzò e, con un profondo inchino, partì.

A mezzanotte Ilderim si mise in cammino, lasciando indietro un cavallo
e una guida per Ben Hur che doveva seguirlo.

E Ben Hur rimase solo in Antiochia.



CAPITOLO XVI.


Il giorno appresso, una buona mezz'ora prima del tempo fissato per
l'appuntamento, Ben Hur, lasciato l'Omfalo, che era nel cuore della
città, ed attraversati i Colonnati di Erode, arrivò al palazzo di
Idernee.

Dalla strada penetrò dapprima in un vestibolo, dai lati del quale si
partivano due scalinate conducenti a una galleria superiore. Leoni
alati fiancheggiavano la scala; nel centro una gigantesca gru in mezzo
a un bacino di marmo lasciava zampillar l'acqua dal becco. I leoni, la
gru, le scale ricordavano l'Egitto. Le pareti e pavimenti, la volta,
la rampa della scala erano di pietra grigia. Sopra il vestibolo,
sul pianerottolo della scala, sorgeva un porticato, così leggero, di
tale grazia, e di così squisite proporzioni, quali solo uno scalpello
Greco avrebbe potuto eseguire. Colonne ed archi di marmo bianchissimo,
spiccavano come gigli sopra il grigio della pietra.

Ben Hur si fermò all'ombra del porticato, per ammirarne la finitezza
del disegno e la purezza del marmo; quindi entrò nel palazzo. L'ampio
portone era spalancato per riceverlo. Il corridoio in cui penetrò, era
alto, ma stretto, pavimentato di mattoni rossi, con le pareti di egual
colore; ma questa stessa semplicità avvertiva e preparava l'animo alle
bellezze che dovevano venire di poi.

Egli camminava lentamente assaporando la quiete signorile del luogo e
pensando al vicino colloquio con Iras. Essa lo aspettava, lo aspettava
col suo canto e i suoi racconti, con la vivacità del suo spirito, con
la sua voce voluttuosamente sommessa e suggestiva. Lo aveva mandato a
chiamare la sera, sul lago, all'Orto delle Palme; ora lo aveva invitato
di nuovo, — nel suo magnifico palazzo di Idernee. Egli procedeva come
in un sogno felice.

Il corridoio lo condusse ad una porta chiusa davanti alla quale egli
si fermò; in quella gli ampî battenti si spalancarono da soli, senza
stridore, silenziosamente. Nessuna chiave era girata nella toppa;
nessuna mano aveva sospinto l'uscio. La singolarità del caso gli passò
inavvertita davanti allo spettacolo che gli si offrì.

Attraverso il vano della porta egli vide il vasto atrio di una casa
Romana, e di una ricchezza e di una magnificenza favolosa.

Era impossibile dire l'ampiezza della sala, mirabilmente celata
dall'armonia delle proporzioni. Abbassando gli occhi, s'avvide
d'essere in piedi sul petto di una Leda che accarezzava il collo di
un cigno, guardando più in là, vide che tutto il pavimento era un
grande mosaico rappresentante soggetti mitologici. Intorno alle pareti,
sparsi in artistico disordine per la sala, erano sedie e sgabelli
di squisita fattura, ciascuno secondo un proprio disegno, e tavoli,
meravigliosamente scolpiti, e giacigli coperti di soffici pelliccie che
invitavano ad adagiarvisi sopra lunghi distesi. Tutti questi oggetti
di mobiglio, insieme alle sculture e ai bassorilievi delle pareti, si
riflettevano sul lucido pavimento, e sembravano quasi galleggiare sulla
trasparente superficie di uno stagno.

Il soffitto era a volta e si incurvava verso il centro, donde
attraverso una grande apertura pioveva la luce del giorno e traspariva
l'azzurro del cielo; l'_impluvium_, sotto l'apertura, era circondato
da grate di bronzo; i pilastri dorati che sopportavano la volta
intorno all'orlo dell'apertura, corruscavano di viva fiamma là dove
erano toccati dal sole, e i loro riflessi sul pavimento sembravano
prolungarsi a profondità infinite.

Strani candelabri pendevano dall'alto, o si partivano in fantastiche
curve dalle pareti, alternandosi con statue e vasellami; il tutto
formando una sala degna della villa sul Palatino che Cicerone comperò
da Crasso, o di quell'altra ancora più celebre per la sua stravagante
magnificenza, la villa Tusculana di Scauro.

Assorto nell'ammirazione di quanto vedeva, Ben Hur girava per la sala,
aspettando. Non era impaziente. Quando Iras sarebbe stata pronta,
sarebbe venuta o l'avrebbe mandato a chiamare. In ogni casa Romana
l'atrio era la sala di ricevimento degli ospiti.

Due, tre volte, fece il giro delle pareti; poi si fermò sotto
all'apertura a contemplare con lo sguardo l'azzurra immensità del cielo
sopra il suo capo; poi ancora, appoggiato contro una colonna, studiò
gli effetti di luce e di ombra. E non veniva nessuno!

L'attesa cominciò a pesargli, e principiò pensare sulle possibili
ragioni del ritardo di Iras. Esaminò di nuovo i disegni del pavimento,
ma ne trasse minore diletto di prima e vi scoprì parecchi difetti.
Di tanto in tanto si fermava ad ascoltare. L'impazienza cominciava a
pungerlo, e il silenzio che lo circondava si fece opprimente. Una vaga
inquietudine lo prese, e cercò invano di soffocarla:

— «Starà dandosi un'ultima pennellata alle sopracciglia, o, forse,
starà facendo una ghirlanda per me; cercherà d'esser più bella onde
farsi perdonare il ritardo!» — Con tali riflessioni tentò di cacciare
la noia e la febbre dell'attesa.

Si sedette per ammirare un candelabro — un plinto di bronzo scorrente
sopra rotelle; all'estremità si elevava lo stelo di una palma,
dall'altra la figura di una donna inginocchiata dinanzi ad un'ara;
le lampade pendevano in guisa di frutti fra le fronde dell'albero; —
un capolavoro del suo genere. Ma l'ansia di quel silenzio non cedeva
davanti alla contemplazione del bellissimo oggetto. Egli tendeva
l'orecchio, ma non si udiva un suono; il palazzo era muto come una
tomba.

Forse vi era stato un errore. No: il messaggiero veniva da parte
dell'Egiziana, e questo era il palazzo di Idernee. Poi si rammentò
che la porta si era aperta in modo misterioso, da sola, senza chiasso.
Andrebbe ad accertarsi!

Mosse verso la porta. Quantunque si sforzasse di camminare in punta di
piedi, i suoi passi risuonarono sgradevolmente, ed egli ne ebbe quasi
paura. Diventò nervoso. Il pesante chiavistello romano resistette al
primo tentativo fatto per smuoverlo; provò una seconda volta — il
sangue gli si agghiacciò nelle vene — finalmente diede uno strappo
alla serratura con tutte le sue forze: invano — la porta non si
mosse neppure. Un senso di timore lo prese, e per un momento rimase
irresoluto.

Chi, in Antiochia, aveva motivo di fargli del male?

_Messala!_

E questo palazzo di Idernee? Aveva veduto l'Egitto nel vestibolo, Atene
nel candido porticato; ma, qui, nell'atrio, era Roma; tutto quanto,
all'ingiro, tradiva l'appartenenza Romana. È vero, il palazzo era
in una delle strade più popolose della città; ma, per questa cagione
appunto, poteva esser stato scelto dal genio audace del suo nemico.

L'atrio subì una metamorfosi; con tutta la sua eleganza e bellezza, non
era che una trappola. Il timore dipinge tutto in nero.

L'idea d'essere stato colto come un uccello nella pania irritava Ben
Hur.

Molte porte apparivano a destra e a sinistra dell'atrio, conducenti
probabilmente alle camere da letto; cercò di aprirle ma senza
riuscirvi. Forse bussando avrebbe chiamato gente; ma vergognoso di far
rumore, si gettò sopra un giaciglio e raccolse i suoi pensieri.

Evidentemente egli era prigioniero; ma a che scopo? e di chi?

Era opera di Messala? Egli si alzò, girò gli occhi attorno, atteggiò
le labbra a un sorriso di scherno. Armi pendevano dalle pareti, e
giacevano sui tavoli; avrebbe saputo difendersi. La fame? Uccelli
erano morti di inedia in gabbie d'oro! ma egli non sarebbe morto là.
Le statue di bronzo ed i mobili gli avrebbero servito da arieti, e la
sua forza, triplicata dall'ira e dalla disperazione, avrebbe sfondata
qualunque porta.

Messala non sarebbe venuto. Egli non poteva muoversi dal letto. Era
paralizzato come Simonide; pure avrebbe potuto mandare altri sicari,
comperati e pronti a qualunque delitto. Ben Hur si alzò ed esaminò
nuovamente le porte. Chiamò una volta; ma il suono della sua voce lo
spaventò. Decise di aspettare con calma qualche tempo, prima di fare un
tentativo estremo.

In simili situazioni la mente ha i suoi flussi e riflussi, con
intervalli di tranquillità fra l'uno e l'altro. Finalmente, dopo
matura riflessione, concluse che dovesse esser successo un errore o un
accidente. Il palazzo doveva appartenere a qualcheduno. Doveva avere
almeno un custode, e questi sarebbe venuto ad aprirgli — fra un ora —
fra due ore. Pazienza.

Così, pensando, attese.

Passò mezz'ora — a Ben Hur essa sembrò assai lunga — quando la porta
per cui era entrato, si aprì e si rinchiuse silenziosamente, senza che
egli se ne avvedesse, seduto com'era dalla parte opposta della sala.

Il rumore dei passi lo fece trasalire.

— «Ecco Iras!» — egli pensò con un fremito di sollievo e di gioia.

I passi erano pesanti e accompagnati dallo stropiccio di rozzi sandali.

Egli si alzò, e, silenziosamente, si appostò dietro le colonne dorate
nel centro della sala. Di lì a poco intese voci — voci di uomini, ma
non potè, comprendere ciò che dicevano, perchè parlavano un linguaggio
sconosciuto all'oriente.

Dopo un esame superficiale della stanza gli stranieri si avanzarono
a sinistra, e Ben Hur li vide: erano due uomini, uno grasso, entrambi
alti di statura, abbigliati con tuniche succinte. Non avevano l'aria nè
di padroni nè di domestici della casa. Tutto ciò che vedevano destava
la loro meraviglia, e si fermavano spesso a toccare gli oggetti con una
curiosità animalesca. Erano due tipi volgari, che sembravano profanare
l'atrio con la loro presenza. D'altra parte la loro aria sicura e
disinvolta rivelava un intento preciso. Quale?

Chiacchierando vivacemente, e arrestandosi ora qui ora lì, si
avvicinarono alla colonna dietro alla quale stava Ben Hur. Un fascio di
luce pioveva sul pavimento, a poca distanza, illuminando un mosaico, ad
osservare il quale essi si fermarono di nuovo, permettendo a Ben Hur di
esaminarli dettagliatamente.

Il lungo silenzio e l'aria di mistero che dominavano sul palazzo
avevano reso Ben Hur alquanto nervoso, e un fremito di paura gli
attraversò ogni fibra, quando riconobbe, nel primo e più grasso degli
stranieri, quel Germano ch'egli aveva conosciuto in Roma, e che aveva
veduto il giorno prima al Circo, vincitore del premio al pugilato;
il volto abbronzato dell'uomo, deturpato dalle cicatrici di molte
battaglie e dalle impronte di vizi brutali; le membra colossali, vere
meraviglie di quanto l'esercizio e la disciplina della palestra possono
produrre, spiravano una minaccia, che era impossibile disconoscere.
L'istinto gli disse che il momento per un assassinio era troppo ben
scelto per essere il frutto di un caso.

Posò lo sguardo ansioso sul compagno del gigante: un giovine, dagli
occhi neri, e dai capelli scuri, Ebreo all'apparenza; osservò che
entrambi indossavano i costumi dell'Arena. Sommando queste diverse
circostanze, Ben Hur non potè che dedurne una conclusione: Egli era
caduto in un trabocchetto. Lontano da ogni aiuto, in questo splendido
carcere, doveva morire!

Dubbioso ed incerto, guardava ora l'uno ora l'altro dei due uomini,
mentre, nella sua mente, si svolgeva quell'ultimo miracolo della
memoria in procinto di oscurarsi per sempre, la quale richiama alla
coscienza del moribondo tutta quanta la vita passata e gli fa sfilare
dinanzi agli occhi ogni minimo dettaglio della sua vita trascorsa,
con tutta l'evidenza della realtà. Sino a pochi giorni fa egli era
il perseguitato, l'agnello. Da poco era avvenuto il grande mutamento
della sua vita che lo avrebbe dovuto rendere aggressore, e che lo
avrebbe avviato a quel grande sogno di vendetta e di gloria, di cui
la giornata di ieri era stato il primo, importantissimo passo. Ieri
aveva trovata la prima sua vittima! Ad uno spirito puramente Cristiano,
questa immagine avrebbe portata la debolezza del rimorso. Non così con
Ben Hur; l'anima sua era stata modellata sulle dottrine del grande
legislatore del suo popolo. Il castigo di Messala era meritato, era
giusto! Iddio stesso gli aveva concessa la vittoria, e questo pensiero
gli accrebbe fiducia.

Non solo. Gli era stato detto, e le circostanze lo avevano
concordemente confermato, che il Cielo lo aveva scelto per una missione
santa, come era santo il Re che doveva venire, — una missione che
rendeva legittima e sacra anche la vendetta, perchè necessaria. Doveva
egli, sulla soglia appena del suo grande compito, temere e disperarsi?

Disfece il nodo della fascia che gli stringeva la vita, e lasciò
scivolare a terra l'ampia vestaglia bianca, che portava, alla foggia
degli Ebrei, rimanendo in una tunica succinta non dissimile da quelle
degli avversari. Incrociando le braccia sul petto, ed appoggiando le
spalle alla colonna, aspettò tranquillamente.

L'esame del mosaico fu breve.

Tosto il Germano si voltò, e disse qualche cosa al compagno; entrambi
guardarono Ben Hur. Scambiate poche altre parole nella loro lingua,
avanzarono verso di lui.

— «Chi siete!» — chiese Ben Hur.

Il Germano sorrise, senza che quest'atto giovasse ad attenuare la
feroce bruttezza del suo volto, e rispose:

— «Barbari.» —

— «Questo è il palazzo di Idernee. Che cosa cercate? Fermatevi e
rispondete.» — La voce era calma ma imperiosa. I due si fermarono, e, a
sua volta, il Germano domandò:

— «Chi sei tu?» —

— «Un Romano.» —

Il gigante rovesciò il capo all'indietro e spalancando la bocca rise:

— «Ah, ah! Ho udito dire che un Dio nacque da una vacca per aver
leccato una pietra salata; ma neanche un Dio può fare Romano un
Giudeo.» —

Poi parlò di nuovo al compagno e i due si avvicinarono.

— «Fermi!» — disse Ben Hur, abbandonando la colonna. — «Una
parola.» —

Si fermarono nuovamente.

— «Una parola?» — ripetè il Sassone, incrociando le braccia poderose
sopra il petto. — «Una parola? Parla.» —

— «Tu sei Thord, il Germano.» —

Gli occhi azzurri del gigante si spalancarono per la sorpresa.

— «Fosti _lanista_ in Roma.» —

Thord accennò di sì.

— «Io fui tuo scolaro.» —

— «No» — disse Thord, crollando il capo. — «Per la barba d'Irmino, non
ho mai avuto nelle mie mani un Ebreo.» —

— «Io posso provare il mio asserto.» —

— «Come?» —

— «Voi veniste qui per uccidermi.» —

— «Questo è vero.» —

— «Allora lascia che quest'uomo lotti con me, da solo, ed io ti fornirò
la prova sopra il suo corpo.» —

Un lampo d'allegrìa scintillò negli occhi del Germano. Disse due parole
al compagno, il quale gli rispose; poi, volgendosi a Ben Hur, disse con
la compiacenza di un fanciullo che si diverte:

— «Aspettate il mio segnale. Poi cominciate.» —

Con ripetuti calci avvicinò uno dei giacigli, e, con tutta
tranquillità, vi si distese sopra comodamente; poi disse semplicemente:

— «Ora cominciate.» —

Senza preamboli, Ben Hur avanzò sopra il suo avversario.

— «Difenditi» — gli disse.

L'avversario alzò le mani e si mise in posizione.

Stando così, l'uno di fronte all'altro, non presentavano nessuna
apparente disparità; al contrario, si rassomigliavano come due
fratelli.

Lo straniero aveva sulle labbra un sorriso fiducioso, mentre il volto
di Ben Hur esprimeva una serietà ed una risoluzione, che avrebbero
suonato avvertimento e minaccia a chi avesse meglio conosciuto la sua
abilità.

Entrambi sapevano che il combattimento era mortale.

Ben Hur fece una finta con la mano destra. Lo straniero parò, avanzando
leggermente il braccio sinistro. Prima ch'egli potesse ritornare alla
posizione di guardia, Ben Hur gli afferrò il polso con una stretta
che gli anni passati al remo avevano reso terribile come una morsa. La
sorpresa fu completa.

Scagliarsi innanzi, spingere il braccio imprigionato sotto il mento
dell'avversario, e sopra la spalla destra, quindi far girare l'uomo in
modo che presentasse il fianco sinistro senza difesa, assestargli un
pugno — un pugno solo — sul collo nudo, sotto l'orecchio, — fu l'affare
di pochi secondi. Il sicario precipitò a terra, pesantemente, senza un
grido, e giacque immobile.

Ben Hur si volse a Thord.

— «Ah! Che? Per la barba d'Irmino!» — gridò questi, attonito,
alzandosi. Poi rise.

— «Ah, ah, ah! Non avrei potuto farlo meglio io stesso.» —

Egli osservò Ben Hur tranquillamente dalla testa ai piedi, e lo
fronteggiò con aperta ammirazione.

— «È il mio colpo — il colpo che per dieci anni praticai nelle scuole
di Roma. — Tu non sei Ebreo. Chi sei?» —

— «Conoscesti Arrio, il duumviro?» —

— «Quinto Arrio? Sì, egli era mio patrono.» —

— «Egli aveva un figlio.» —

— «Sì,» — disse Thord, mentre il suo volto abbrutito fu illuminato da
un lampo di gioia. — «Io conobbi il ragazzo; egli sarebbe diventato il
Re dei gladiatori. Cesare gli offerse il suo favore. Io gl'insegnai
quello stesso colpo che tu hai eseguito su costui, — un colpo
impossibile tranne ad un pugno e ad un braccio come i miei. Mi ha valso
più d'una corona.» —

— «Io sono il figlio di Arrio.» —

Thord si avvicinò, e lo esaminò con attenzione; poi i suoi occhi
azzurri sfavillarono di schietta compiacenza, e, ridendo, gli tese la
mano.

— «Ah, ah, ah! Egli mi disse che troverei un Giudeo — un cane di un
Giudeo — ammazzando il quale avrei servito gli Dei!» —

— «Chi te lo disse?» — chiese Ben Hur, stringendogli la mano.

— «Egli — Messala — ah, ah!» —

— «Quando, Thord?»

— «Ieri notte.» —

— «Credevo che fosse malconcio.» —

— «Egli non camminerà mai più. Mi parlò dal suo letto, tra spasimi ed
urli.» —

Era un quadro vivo, disegnato in pochi tratti; e Ben Hur capì che il
Romano, se fosse sopravvissuto, avrebbe covato un odio inestinguibile,
e gli sarebbe stato sempre pericoloso. Solo la vendetta gli rimaneva
per addolcire la sua vita rovinata; donde quel suo convulso aggrapparsi
alla fortuna, perduta nella scommessa con Samballat.

Ben Hur fissò gli sguardi nel futuro, e vide in quante guise il suo
nemico avrebbe potuto nuocere ai suoi disegni, intralciare la grande
opera intrapresa pel servizio del Re.

Perchè non ricorrere ai metodi del Romano? Questo uomo, prezzolato per
assassinarlo, si poteva comperare per uccidere Messala.

Egli poteva offrirgli un prezzo maggiore.

La tentazione era forte; e, quasi in procinto di cedere, i suoi occhi
incontrarono per caso il cadavere del suo avversario, col pallido volto
scoperto, così simile al suo.

Gli balenò un'idea e chiese:

— «Thord, quanto ti ha dato Messala per uccidermi?» —

— «Mille sesterzii.» —

— «Tu li avrai; e purchè tu eseguisca a puntino i miei ordini, ne
aggiungerò altri tremila dei miei.» —

Il gigante espresse il suo pensiero ad alta voce:

— «Ieri ho vinto cinquemila sesterzii; dal Romano mille — fanno
seimila. Dammene quattro, buon Arrio, — quattro altri — e io t'aiuterò,
quand'anche Thord, il mio divino omonimo, mi dovesse fulminare col
suo martello. Dammene quattro, e, ad una tua parola, ti freddo quel
bugiardo patrizio; ho solo da coprire la sua bocca con la mia mano —
così.» —

Il gesto che accompagnò queste parole era suggestivo.

— «Capisco» — disse Ben Hur: — «diecimila sesterzii sono una fortuna.
Ti permetteranno di andare a Roma e di aprire un nuovo negozio di vino
in prossimità al Circo Massimo, e vivere come si addice al primo dei
_lanisti_.» —

Persino le vecchie cicatrici sul viso del gigante raggiarono di gioia.

— «Io ti darò quattromila sesterzii» — continuò Ben Hur — «e non ti
chiederò di versar sangue. Ascolta. Quel tuo compagno non aveva una
accentuata rassomiglianza con me?» —

— «Vi avrei detto due mele dello stesso albero.» —

— «Ebbene, se io indosso la stessa tunica, e vesto lui coi miei panni,
noi due possiamo andarcene tranquillamente, e tu ricevere ugualmente
i tuoi sesterzii da Messala. Non hai che da dargli ad intendere che il
morto sono io.» —

Thord rise fino alle lacrime.

— «Ah, ah, ah! Diecimila sesterzii in due giorni, guadagnati così
facilmente! E un negozio di vino presso il Circo! tutto per una bugia,
senza una goccia di sangue. Ah, ah, ah! Dammi la tua mano, o figlio di
Arrio. Se mai vieni a Roma, non dimenticarti di visitare la bettola di
Thord, il Germano. Per la barba di Irmino, ti darò il miglior Cecubo di
Roma, dovessi andarlo a rubare nelle cantine di Cesare!» —

Si scambiarono un'altra stretta di mano, dopo la quale compirono il
travestimento del morto, di cui Ben Hur indossò la tunica ed i sandali.
Quando tutto fu finito, il gigante bussò alla porta, che si aperse.
Quindi scesero in istrada e, giunti all'Omfalo, si divisero.

— «Non dimenticarti la bettola presso il Circo, o figlio di Arrio!
Ah, ah, ah! Per la barba di Irmino, non vi fu mai fortuna guadagnata
a miglior mercato. Gli Dei vegliano su di te!» — Questo fu l'addio del
gladiatore.

Nel lasciare l'atrio, Ben Hur diede un ultimo sguardo al sicario,
giacente per terra nel suo costume d'Ebreo, e fu soddisfatto. La
somiglianza era perfetta. Se Thord stava zitto, l'inganno non correva
rischio d'essere scoperto.

Quella notte, nella casa di Simonide, Ben Hur raccontò al negoziante
tutto quanto era avvenuto nel palazzo di Idernee; e fu stabilito, che,
dopo qualche giorno, si sarebbe aperta un'inchiesta per scoprire le
traccie dello scomparso figliuolo d'Arrio. Anzi l'affare doveva essere
portato francamente ai piedi di Massenzio; e allora, se il mistero non
fosse penetrato, Messala e Grato sarebbero rimasti felici e contenti
nella credenza della morte di Ben Hur, mentre questi sarebbe stato
libero di recarsi in Gerusalemme, e iniziare le ricerche intorno alla
sua famiglia.

Alla partenza, Simonide, seduto nella sua poltrona sopra il terrazzo,
impartì al giovine la benedizione del Signore con l'affetto di un
padre; mentre Ester lo accompagnò sino sul pianerottolo della scala.

— «Se io trovo mia madre, Ester, tu verrai da lei a Gerusalemme, e
sarai una sorella per la mia Tirzah.» —

Così dicendo egli la baciò.

Fu solo un bacio fraterno?

Il giovane dopo ripassò il fiume e si recò all'ormai deserto Orto delle
Palme. Qui l'attendeva la guida con due cavalli.

— «Questo è tuo» — disse l'Arabo indicando uno di essi.

Ben Hur guardò: Era Aldebran, il più rapido e il più bello dei figli di
Mira, e, dopo Sirio, il preferito del suo padrone; Ben Hur sapeva che
il cuore del vecchio sceicco accompagnava questo dono.

Il cadavere nell'atrio fu trovato e seppellito; un corriere di Messala
partì lo stesso giorno per Cesarea, annunziando a Valerio Grato la
morte di Ben Hur, questa volta certa e indubitata.

Non molto tempo dopo questi eventi, nelle adiacenze del Circo Massimo,
fu aperta una bettola con questa iscrizione:

                           THORD IL GERMANO.



LIBRO SESTO

    Forse è la Morte? o due forse ven sono?
    Morte è compagna a quella donna forse?
    Terrea nel volto e d'un color simile
    A quel che il viso de i lebbrosi imbianca
    l'incubo ell'era tra vita e tra morte
    che il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia.

                 COLERIDGE. _Il vecchio marinaio._



CAPITOLO I.


Gli avvenimenti che adesso narreremo avvennero tre giorni dopo dalla
notte in cui Ben Hur lasciò Antiochia per recarsi collo sceicco Ilderim
nel deserto.

Un grande avvenimento — grande almeno rispetto alle sorti del nostro
eroe — è accaduto: a Valerio Grato è subentrato Ponzio Pilato.

La destituzione, rammentiamolo, costò a Simonide cinque talenti in
denaro romano, pagati a Seiano che allora era all'apogeo della sua
potenza come favorito imperiale; lo scopo del tentativo era quello
di diminuire i pericoli di Ben Hur durante la sua permanenza in
Gerusalemme e nei suoi dintorni, permanenza dovuta alla ricerca della
famiglia. A questo pietoso fine il servo metteva a disposizione i
guadagni di Druso e de' suoi compagni, i quali, avendo pagate le loro
scommesse, divennero tosto — com'è logico — i nemici di Messala, la
cui riputazione in Roma non aveva ancor ricuperata l'antica fama. Pur
essendo breve il tempo dal quale erano a Gerusalemme i Romani, gli
Ebrei sapevano che il cambio non poteva, così provvisorio, esser di un
gran vantaggio per sè.

Le coorti mandate a sostituire la guarnigione d'Antiochia facevano
la loro entrata in città verso sera; il mattino seguente il primo
spettacolo che s'offrì al popolo fu quello delle mura dell'Antica Torre
ornate di insegne militari che consistevano in busti degli imperatori
adorni di aquile e di sfere rappresentanti il mondo. Una moltitudine
di gente si pose in marcia per recarsi a Cesarea dove Pilato indugiava
e lo supplicò di togliere quelle immagini detestate. Cinque giorni e
cinque notti circondò le porte del suo palazzo; finalmente egli stabilì
di avere un colloquio coi capi, nel Circo. Quando essi si adunarono là,
egli li attorniò di soldati, ma, invece di incontrare resistenza, trovò
umiliazioni e profferte di vite; vinto da questo nuovo metodo, concesse
quel che gli avevano chiesto. Fece riportare le imagini e le insegne a
Cesarea, dove Grato, con giusta riflessione, aveva tenuti celati tali
abbominii durante gli undici anni del suo comando.

Anche gli uomini malvagi, ogni tanto, frammettono delle buone azioni
alle loro malvagità. Pilato ordinò di fatti una ispezione di tutte le
prigioni della Giudea e un elenco di nomi delle persone carcerate,
con una relazione sui delitti dei quali eran state accusate. Senza
dubbio il motivo era quello così comune agli ufficiali appena entrati
in carica: il timore della responsabilità che erano per incontrare;
il popolo, nondimeno, pensando al bene che poteva derivarne, lo
elogiava, e, per un po' di tempo, fu rallegrato e confortato dal fatto.
Avvenivano scoperte stupefacenti nelle inchieste eseguite. Centinaia di
persone vennero liberate perchè incatenate senz'accusa; altre, ritenute
per molti anni per morte, ritornavano a goder la luce della quale in
tristi segrete eran state private; e, peggio ancora, furon trovate
prigioni sotterranee di cui non v'era sentore e di cui le stesse
autorità carcerarie si erano dimenticate. Appunto su una di queste
prigioni ignorate di Gerusalemme, richiamiamo l'attenzione del lettore.

La Torre d'Antonia, che è bene rammentare come occupasse i due
terzi dell'area sacra nel monte Moriah, era, in origine, un castello
fabbricato dai Macedoni. Più tardi, Giovanni Ircano, ridusse il palazzo
ad una fortezza per la difesa del Tempio, ed in quell'epoca esso era
considerato come inespugnabile. Quando però venne Erode, col suo genio
ardito, ne rinforzò le mura e le estese, lasciando un vasto fabbricato
a racchiudere tutte le dipendenze necessarie alla fortezza, vale a dire
scuderia, capanne, armerie, magazzeni, cisterne, e, non ultime per
importanza, prigioni d'ogni qualità. Egli appianò la rupe massiccia
e la forò per porvi le fondamenta di un fabbricato, unendolo con un
enorme colonnato al Tempio, dal tetto del quale si poteva guardare
sopra le corti dell'edificio sacro. In tali condizioni la Torre
cadde alfine dalle sue mani in quella dei Romani che furono pronti ad
intuirne i vantaggi e a convertirla ad usi più degni. Mentre comandava
Grato era una cittadella fortificata e una prigione sotterranea pei
rivoluzionari. Guai se le truppe uscivano da quelle porte per reprimere
un disordine! Guai se un Ebreo v'entrava come arrestato! Ma, dopo
questa piccola divagazione, ci affrettiamo a riprendere il filo della
nostra storia.

L'ordine del nuovo Procuratore, che richiedeva il rapporto
delle persone imprigionate, fu ricevuto alla Torre d'Antonia, e
sollecitamente eseguito; due giorni eran passati dacchè l'ultimo
prigioniero era stato condotto su negli uffici per essere interrogato.
Il rapporto, pronto per esser spedito, giaceva sul tavolo del tribuno;
fra cinque minuti sarebbe stato rimesso a Pilato che abitava il palazzo
sul monte Sion.

L'ufficio del tribuno era spazioso e fresco, ammobiliato in uno
stile atto alla dignità di un comandante investito d'una carica così
importante. Il tribuno sembrava stanco ed impaziente; allorchè gli
fosse giunto il rapporto sarebbe andato sulla terrazza del colonnato
per respirare e per muoversi divertendosi ad osservar gli Ebrei giù
nelle corti del Tempio. I suoi dipendenti e i suoi servi dividevan
la sua impazienza. Mentre attendeva apparve un uomo sulla porta. Egli
faceva risuonare un mazzo di chiavi, ognuna pesante come un martello, e
riuscì così ad attrarre l'attenzione del tribuno.

— «Ah! Gesio! entra pure» — egli gli disse.

Mentre il nuovo venuto s'avvicinava al tavolo dietro al quale il Capo
sedeva in una poltrona a bracciuoli, tutti i presenti lo guardarono, e,
avendo osservata una certa espressione di spavento e di mortificazione
sul suo viso, divennero silenziosi per poter udire ciò che egli avesse
a narrare.

— «O tribuno» — cominciò egli, facendo un profondo inchino — «ho paura
di spiacerti dicendo ciò che dovrò dire.» —

— «Un altro errore commesso, eh, Gesio? Una condanna ingiusta?» —

— «Se potessi persuadermi che non fosse che un semplice errore non
avrei una tal paura.......» —

— «Un delitto allora? oppure una trasgressione a qualche ordine
impartito? tu puoi offendere Cesare e maledire gli Dei, e vivere, ma
non così se l'offesa si riferisce alle aquile.... ah tu sai, Gesio!...,
ma, prosegui!...» —

— «Son ormai otto anni dacchè Valerio Grato mi scelse come custode
dei prigionieri, qui, nella torre» — disse l'uomo, calmo — «Rammento
ancora il giorno in cui entrai in servizio. V'era stato un tumulto
il dì innanzi ed erano accadute delle zuffe per via. Noi uccidemmo
parecchi Ebrei ed avemmo vittime per parte nostra. Il baccano avvenne,
così almeno mi dissero, per un tentato assassinio contro Grato, ch'era
caduto da cavallo a cagione di una tegola gettatagli addosso da un
tetto. Io trovai Grato seduto dove precisamente siedi tu, o tribuno,
con la testa fasciata. Egli mi comunicò la mia nomina e mi diede queste
chiavi, numerate in corrispondenza delle celle; erano i distintivi
del mio ufficio e non avrei mai dovuto abbandonarli. Sul tavolo v'era
un rotolo di pergamena. Chiamandomi a sè, egli aprì il rotolo. — «Qui
vi son le piante delle celle» — disse. Ve ne erano raffigurate tre. —
«Questa — proseguì — mostra la disposizione dell'ultimo piano; questa
vi da a comprendere come sia fatto il secondo piano, e quest'altra è
quella del primo. Ve le affido.» — Io le presi. — Egli continuò:

— «Ora avete le chiavi e le piante; andate subito e famigliarizzatevi
di tutto l'ordinamento delle carceri; visitate ogni cella ed osservate
in che condizioni essa si trovi. Quando occorra qualche riparo, per
assicurarvi meglio del prigioniero, ordinate secondo quel che meglio
vi sembra, poichè, finch'io comanderò, sarete il capo delle prigioni e
niun altro in esse avrà l'autorità vostra.» —

Io lo salutai e mi volsi per andarmene, ma fui richiamato addietro.

— «Ah, mi dimenticavo — soggiunse — datemi la pianta del secondo
piano.» —

Gliela diedi ed egli la distese sul tavolo.

— «Qui, Gesio, vedete una cella» — e pose il dito su quella segnata col
numero V.

— «In essa vi son tre uomini, di carattere rivoluzionario.
Impadronitisi di un segreto di Stato, scontano ora la propria
curiosità, la quale — e mi guardò severamente — è, in casi come questi,
peggiore di un delitto. In pena della colpa commessa son stati resi
ciechi e muti e dovranno rimanere tali per la vita. Non dovranno
ricevere che cibo e bevande attraverso un buco che troverete nel muro.
Comprendete, Gesio?» —

Gli risposi di aver capito.

— «Sta bene» — continuò — «un'altra cosa non dovete dimenticare» — e
mi fissò con cipiglio minaccioso — «la porta della loro cella — cella
numero V sul medesimo piano — questa qui, Gesio — » e mise il dito
sopra il disegno della cella perchè mi rimanesse impressa — «non dovrà
mai esser aperta per qualsivoglia motivo, nè per lasciar entrare o
sortire alcuno, neppur voi stesso.» —

— «Ma se essi muoiono?» — chiesi. —

— «Se muoiono — rispose — la cella sarà la loro tomba. La cella è
infetta di lebbra. Capite?» —

Detto ciò, mi congedò.

Gesio tacque e dalla sua tunica estrasse tre pergamene tutte ingiallite
dal tempo e dall'uso; scegliendone una la stese sul tavolo innanzi al
tribuno dicendo semplicemente:

— «Questo è il primo piano.» —

Tutti quelli che eran lì presenti osservarono la pianta:

+-----------------------------------+-----+
|             CORRIDOIO             |  •  |
+-------+-------+-------+-------+---+-----+
|   V   |   IV  |  III  |  II   |    I    |
+-------+-------+-------+-------+---------+

— «Questa è, precisamente, o tribuno, la pianta così quale la ricevetti
da Grato. — Guarda: qui è la cella numero V» — disse Gesio. —

— «Vedo,» — rispose il tribuno — «Prosegui. La cella è infetta di
lebbra....» —

— «Desidererei chiederti una cosa» — interruppe il carceriere.

Il tribuno fece un segno d'incoraggiamento.

— «Non avevo io il diritto, date le affermazioni fattemi, di presumere
che la pianta fosse esatta?» —

— «Non potevi credere diversamente.» —

— «Ebbene: la pianta non è esatta.» —

Il Tribuno lo guardò sorpreso.

— «Non è esatta — ripigliò il custode. — Non parla che di cinque celle
esistenti in quel piano, mentre ve ne sono sei.» —

— «Sei, dici?» —

— «Vi mostrerò il piano com'è realmente — o come credo ch'esso sia.
Sopra una pagina del suo taccuino disegnò la pianta che segue e la
offrì da osservare al tribuno:

+-----------------------------------+-----+
|             CORRIDOIO             |  •  |
+-------+-------+-------+-------+---+-----+
|   V   |   IV  |  III  |  II   |    I    |
+-------+-------+-------+-------+---------+
|                   VI                    |
+-----------------------------------------+

— «Tu hai fatto bene — disse il tribuno esaminando il disegno e
credendo che la narrazione fosse finita. — «Farò correggere la
pianta, o, meglio ancora, ne farò fare una nuova da dare a te. Vieni a
prenderla domattina.» —

Così dicendo s'alzò.

— «Odimi ancora, o tribuno.» —

— «Domani, Gesio, domani.» —

— «Ciò che ho ancora da dirti è urgente.» —

Il tribuno riprese con bonarietà il suo posto.

— «Mi sbrigherò» — disse il custode umilmente — «solo lascia che
ti domandi ancora una cosa. Non avevo il diritto di credere a Grato
riguardo a quanto mi disse intorno ai prigionieri della cella numero
V?» —

— «Sì, era tuo dovere di credere che vi fossero tre prigionieri nella
cella — prigionieri di Stato — ciechi e muti.» —

— «Ebbene» — disse il carceriere — «neppur quello era vero.» —

— «No?» — interruppe il tribuno con interessamento.

— «Senti e giudica tu stesso, o tribuno. Come mi hai ordinato, visitai
tutte le celle incominciando da quelle dell'ultimo piano e terminando
con quelle del primo. L'ordine che la porta del V. non venisse aperta
era stato rispettato; durante tutti gli otto anni, cibi e bevande per
tre uomini erano stati passati attraverso al buco esistente nel muro.
Ieri andai ad aprir la porta curioso di veder i miserabili che, contro
ogni previsione, eran vissuti così a lungo. La chiave non entrava nella
toppa. Spingemmo un po', e la porta cadde arrugginita sui cardini.
Entrando, non trovai che un uomo, vecchio, cieco, muto, e nudo. I suoi
capelli cadevano in disordine oltre la vita. La sua pelle era indurita
come pergamena. Tendendo le mani mostrava le sue unghie lunghe ed
attorcigliate come gli artigli di un uccello. Gli chiesi ove fossero
i suoi compagni: egli scosse il capo in segno di diniego. Credendo di
trovare gli altri frugammo per la cella. Il pavimento e le mura erano
nude. Se tre uomini fosser stati rinchiusi là dentro, e due di essi
fossero morti, almeno le loro ossa si sarebbero trovate.» —

— «Perciò tu credi...» —

— «Credo, o tribuno, che un solo prigioniero sia stato là per otto
anni.» —

Il tribuno guardò il carceriere scrutandolo profondamente e disse:

— «Bada; tu accusi Valerio Grato di qualche cosa più che d'una
menzogna.» —

Gesio s'inchinò ma disse:

— «Egli potrebbe essersi sbagliato.» —

— «No; egli aveva ragione» — replicò il tribuno vivamente. — «Ciò
risulta dal tuo stesso rapporto. Non hai tu detto or ora, che, per otto
anni, furono somministrati cibi e bevande per tre uomini?» —

Gli astanti approvarono l'avvedutezza del loro capo: tuttavia Gesio non
sembrò darsi per vinto.

— «Tu non hai udito neppur la metà del mio racconto, o tribuno.
Allorchè l'avrai udito per intero sarai del mio stesso parere. Vuoi
sapere che feci di quell'uomo? Gli feci fare un bagno, lo feci calzare
e vestire e poi lo condussi alla porta della torre e gli diedi la
libertà. Credevo di essermene sbrigato. Oggi invece egli tornò indietro
e fu condotto da me. Con cenni e lagrime finì per farmi comprendere che
desiderava far ritorno nella sua cella e gliene diedi il permesso.

Mentre stavano per condurlo via, egli si liberò un momento, mi baciò i
piedi, poi, con una pietosa e muta preghiera, insistette perchè andassi
con lui. Accondiscesi. Il mistero dei tre uomini era tuttavia impresso
nella mia mente. Ero insoddisfatto di non esserne venuto a capo. Ora
son contento di aver ceduto alla preghiera di quel cieco.» —

Tutti i presenti si fecero silenziosi.

— «Allorchè fummo nella cella ed il prigioniero lo seppe, prese la mia
mano premurosamente e mi condusse vicino ad un buco simile a quello
attraverso al quale noi passavamo il cibo dal corridoio. Sebbene avesse
la grandezza d'un elmo, ieri m'era sfuggito. Sempre tenendo la mia
mano nella sua egli accostò il viso al buco e diede in un grido simile
a quello di una belva. Una voce debole rispose. Io ne fui stupito e
chiamai forte: — «Olà!» — a tutta prima non ebbi nessuna risposta.
Chiamai di nuovo e udii queste parole: — «Che tu sia benedetto, o mio
Dio!» — Ancor più sorprendente, o tribuno, la voce era quella di una
donna. Ed io chiesi:

— «Chi siete?» — ed ebbi in risposta:

— «Una donna d'Israele sepolta qui con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo!» —

Dissi loro di star di buon animo e corsi qui per saper la tua volontà.

Il tribuno si alzò frettolosamente.

— «Avevi ragione, Gesio;» — diss'egli, — «e adesso capisco. La pianta
era falsa e bugiarda era pure la storia dei tre uomini. Vi sono stati
dei Romani migliori di Valerio Grato.» —

— «Sì, disse il carceriere, poichè seppi dal prigioniero che
aveva regolarmente dato alla donna i cibi e le bevande che aveva
ricevuti.» —

— «Il perchè ne è chiaro» — disse il tribuno, e osservando il contegno
degli amici e riflettendo che avrebbe fatto bene l'avere dei testimoni,
soggiunse:

— «Salviamo quelle donne. Venite tutti.» —

Gesio era raggiante.

— «Bisognerà che foriamo la parete» — egli disse: — «Io potrei
trovare il posto ove era la porta, ma essa è stata murata con pietre e
calcina.» —

Il tribuno si fermò per dire al suo scrivano:

— «Manda degli uomini dietro a me cogli utensili necessari. Fa presto,
e conserva la pianta che dev'essere corretta.» —

Poco dopo essi erano partiti alla volta del carcere.



CAPITOLO II.


Per comprendere quale fosse la vita della madre e della figlia durante
questi otto anni dobbiamo rammentare la raffinatezza e la coltura
dell'ambiente in cui erano abituate a vivere. Le condizioni ci sono
piacevoli o dolorose a seconda delle nostre abitudini e delle nostre
sensibilità. Non sarebbe un paradosso l'affermare che se avvenisse un
improvviso esodo di tutti gli uomini dal mondo verso il Paradiso, tal
quale com'è raffigurato dalla dottrina cristiana, esso non sarebbe
un paradiso per i più, e, d'altra parte, le sofferenze dell'inferno
non toccherebbero tutti con la medesima intensità. È appunto per dar
un'idea adeguata delle torture morali che attendevano le due donne
nel carcere della torre d'Antonia che noi, al principio del nostro
racconto, ci siamo dilungati nel descrivere il palazzo dei Hur con
tanta ricchezza di particolari, e la scena svoltasi tra Giuda e la
madre sul terrazzo di esso. La compassione e la simpatia del lettore
saranno tanto maggiori, quanto più astraendo dai semplici dolori fisici
potrà immaginare i patimenti morali e intellettuali delle due donne.
Ricordiamo il discorso tra madre e figlio, in cui essa gli parlava di
Dio, del suo popolo prediletto, degli Eroi, ora con la dottrina di un
filosofo, ora con l'ispirazione di un poeta, sempre però col cuore di
madre; e in preda a tali pensieri scendiamo nella loro cella.

— «Una donna d'Israele qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo.» —

Tale fu la risposta che Gesio, il custode, udì dalla cella, la sesta,
come appariva dal disegno da lui consegnato al tribuno. Il lettore
riconoscerà dalla risposta chi fossero le infelici ed esclamerà senza
dubbio: — «Ecco alla fine la madre e la sorella di Ben Hur!» —

Difatti erano esse.

Otto anni prima, la mattina della loro cattura, erano state condotte
alla torre dove Grato aveva destinato che fossero rinchiuse. Egli
aveva scelto quel luogo perchè era quello che rimaneva sotto la sua più
immediata sorveglianza e, in esso, la sesta cella, perchè era lontana
dalle altre, e perchè era infetta dalla lebbra, volendo così che le
prigioniere si trovassero rinchiuse non in un carcere sicuro e sano
ma in una vera tomba. Esse vi furono perciò condotte da schiavi, in
un momento in cui non vi potessero essere testimoni, poi, a compimento
del proposito crudele, gli stessi schiavi, murata la porta, furon fatti
scomparire, nè di loro si seppe più nulla. Perchè le vittime potessero
avere un martirio più prolungato, Grato collocò in una cella vicina ad
esse un condannato cieco e muto ond'egli passasse loro il nutrimento
attraverso ad un foro. Il pover'uomo non avrebbe potuto, in nessuna
circostanza raccontare la sua storia, riconoscere le prigioniere o i
loro giudici.

Così, con un'astuzia dovuta in parte a Messala, il Romano, sotto
pretesto di punire una banda d'assassini, trovò modo di confiscare
i beni dei Hur, dei quali nulla pervenne agli scrigni imperiali.
Come compimento dell'ultima parte del suo progetto, Grato licenziò
il vecchio custode delle prigioni, non per timore che fosse a giorno
dell'accaduto, perchè in realtà nulla poteva saperne, ma perchè,
pratico dei sotterranei com'egli era, sarebbe stato impossibile il
nasconderglielo a lungo; con sorprendente abilità il Procuratore fece
disegnare delle nuove carte topografiche omettendo, come vedemmo, la
sesta cella: le infelici prigioniere potevano considerarsi sepolte per
sempre.

La sesta cella corrispondeva a quella che Gesio aveva disegnata. Non
si son potute avere informazioni esatte sulle sue dimensioni; solo si
sa ch'essa era ristretta, rustica, dal terreno e dalle pareti fatte a
guisa di roccie.

In origine il Castello dei Macedoni era separato dal tempio da una
stretta rupe. Gli operai, desiderosi di fabbricare un certo numero
di camere, incominciarono a forare la facciata al nord di questa
rupe e s'inoltrarono lasciando un soffitto naturale di pietra; poi
continuarono a costruire le celle V, IV, III, II, I, senza nessuna
comunicazione col numero VI. La sola cella numero V aveva un foro
comunicante con essa. Fabbricarono poi il corridoio e la scala che
doveva condurre al piano superiore.

I lavori furono eseguiti nel medesimo modo in cui furono intagliate le
tombe dei Re, visibili anch'oggi a poca distanza di Gerusalemme, solo
che, finiti gli scavi, la VI cella fu chiusa dalla parte esteriore con
un muro in cui si aprivano delle feritoie per il passaggio dell'aria.
Quando Erode s'impadronì del Tempio e della torre, fece ricostruire
queste mura più solidamente e chiuse tutte le feritoie meno una, la
quale, pure immettendo un po' d'aria libera e un po' di luce, lasciava
la cella nella più desolante oscurità.

Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l'una seduta,
l'altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano
completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall'alto, dava
loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci
è rivelato dal vederle l'una nelle braccia dell'altra. La ricchezza,
i conforti, e le speranze, spariscono, ma l'amore rimane. L'amore è
eterno.

Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era
completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo,
durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all'unica
feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava
le loro speranze?

Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava,
quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo
così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella
fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di
un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando
l'una il figlio, l'altra il fratello. Esse lo pensavano navigante
sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un'altra
città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano
attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur
essendo lontane, esse s'incontravan con lui col pensiero! Era una così
dolce lusinga per esse dirsi l'una coll'altra. — «Finchè egli vivrà non
saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!»
— Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla
basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così
miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai
nostri occhi di santità. Anche senz'avvicinarci troppo alla prigione ci
accorgiamo ch'esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo
od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come
giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la
stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente
bianchi; e da tutta la loro persona spirava un'aria di ribrezzo che
avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per
l'aria malsana, per le torture della fame e della sete non avendo avuto
di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era
stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le
cinse il collo dandole un bacio.

— «Quietati, Tirzah, verranno: Dio è buono. Noi ci siamo sempre
ricordati di lui e non ci siamo mai dimenticate di pregarlo ogni
qualvolta udivamo il suono delle trombe nel Tempio. Vedi, è ancora
chiaro e il sole splende, non possono esser che le sette. Qualcuno
verrà. Ne ho fede. Dio è buono!» —

Così parlò la madre.

Le sue parole erano semplici e persuasive, quantunque Tirzah, che
aveva appena compiuti i tredici anni quando noi le vedemmo per l'ultima
volta, ora, aggiungendole gli otto anni di carcere, non fosse più una
bambina.

— «Proverò ad esser forte, mamma,» — disse ella. — «Le tue sofferenze
devono essere grandi quanto le mie ed io voglio assolutamente
vivere per te e per mio fratello! Ma mi sento ardere la lingua e le
labbra!... Chissà dove si trova egli ora, chissà se riescirà mai a
salvarci!» —

Le loro voci impressionavano stranamente: eran dure, pungenti, d'un
suono metallico.

La madre avvicinò a sè la figlia e disse:

— «La notte scorsa ho sognato, Tirzah, e l'ho visto da vicino come
vedo te, ora. Dobbiamo credere nei sogni perchè anche i nostri padri ci
credevano.

Il nostro Signore parlò loro così parecchie volte. Mi sembrava che
ci trovassimo alla Porta delle Donne proprio di fronte alla Porta
Magnifica, in compagnia di molte persone, quando Giuda entrò guardando
di qua e di là; lo vidi ritto all'ombra della Porta. Il mio cuore
palpitò forte forte. M'accorsi ch'egli ci cercava, e gli corsi incontro
aprendogli le braccia e chiamandolo per nome. Egli m'udì, mi scorse, ma
non mi riconobbe. Dopo un attimo la visione scomparve.» —

— «Non accadrebbe forse così, mamma, se noi lo avessimo realmente ad
incontrare? Siamo assai cambiate. Chissà se ci riconoscerebbe!» —

— «Potrebbe darsi che non ci riconoscesse, ma...» — e la madre chinò
il capo: il suo viso si rannuvolò come s'essa fosse colpita da un gran
dolore, poi riprendendo la parola, ella disse: — «.... ma potremmo
anche farci riconoscere!» —

Tirzah alzò le braccia al cielo e supplicò, lamentandosi:

— «Dammi dell'acqua, mamma, un po' d'acqua! Anche una goccia sola mi
basterebbe!» —

La madre si guardò attorno confusa ed impotente a soddisfarla.

Ella aveva nominato Dio così spesso; aveva promesso in nome suo, ed ora
le sembrava che il ripetere la preghiera sarebbe stato uno scherno.

Un'ombra passò davanti alla feritoia, oscurandole la luce fioca, ed
ella pensò alla morte che si avvicinava sempre più e l'attendeva mentre
la sua fede andava man mano scemando.

Inconscia delle sue azioni, parlando come un automa perchè essa doveva
parlare per confortar la figlia, disse di nuovo:

— «Abbi pazienza, Tirzah; vengono; son quasi qui.» —

Le parve di udire un rumore proveniente dalla cella vicina, la loro
unica comunicazione col mondo esterno. Infatti non s'era sbagliata.

Dopo un minuto o due il grido del forzato risuonò attraverso la cella.

Anche Tirzah lo sentì ed entrambe si alzarono tenendosi per mano.

— «Sia ringraziato per sempre il Signore!» — esclamò la madre col
fervore di una persona che avesse ricuperata la fede e la speranza.

— «Olà» — sentirono gridare, e poi: — «Chi siete?» —

La voce era sconosciuta. Che cosa accadeva? Eccettuate le parole
scambiate con Tirzah queste eran le prime e le sole che essa avesse
udito in otto anni. Che gran salto — dalla morte alla vita — e che
salto repentino!

— «Una donna d'Israele, qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo.» —

— «Fatevi animo. Ritornerò.» —

Le donne ruppero in forti singhiozzi. Erano state trovate e si veniva
in loro aiuto.

Di desiderio in desiderio le loro speranze volavano veloci, come le
rondini.

Poichè si sapeva dov'esse erano, verrebbero anche liberate. Avrebbero
ricuperato tutto ciò che avevano perduto: casa, amici, possedimenti,
libertà, figlio e fratello! La scarsa luce celava loro ancora le
bellezze del giorno, ma, immemori delle sofferenze, della sete e della
fame, del pericolo continuo di morte, le due donne caddero per terra
piangenti, tenendosi strette l'una all'altra.

Non aspettarono a lungo; Gesio si sbrigò in due parole e il tribuno era
un uomo d'azione.

— «O voi là dentro — gridò il tribuno dall'apertura — dove
siete?» —

— «Qui» — rispose la madre alzandosi.

Subito essa sentì un rumore proveniente da un'altra parte come di colpi
battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un'arma di ferro.

Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto
ciò; — una via di libertà si apriva loro d'innanzi.

Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l'arrivo
dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone,
esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si
fissavano sul punto donde procedevano i colpi.

Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la
buona volontà non mancava di certo.

I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un
pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s'avvicinava sempre
più. Si udivano le voci degli operai.

E.... o gioia! — Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva
capolino attraverso un crepaccio rompendo l'oscurità con un bagliore
intenso, bello come i primi raggi del mattino.

— «È lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» — gridò Tirzah
colla vivacità della giovinezza.

Ma la madre rispose dolcemente: — «Dio è buono!» —

Una pietra cadde nell'interno della cella, poi un'altra, poi un'ammasso
intero, e la porta si aprì. Entrò un uomo sfigurato dalla polvere e
dalla calcina, sollevando al disopra della propria testa una torcia, e
si fermò. Altri due o tre lo seguirono con parecchie torcie e si posero
in disparte per lasciar entrare il tribuno.

Il rispetto per le donne non è del tutto una cosa convenzionale, ma un
naturale omaggio al loro sesso.

Il tribuno si fermò perchè esse fuggivano in un angolo, non pel timore
ma per la vergogna: e, o lettore, non solo per la vergogna!

Dall'oscurità ov'esse s'erano mezze nascoste s'udirono queste parole,
le più strazianti, le più tristi, le più disperate:

— «Non avvicinatevi! siamo infette! siamo infette!» —

Gli uomini guardandosi nel viso alzarono le loro torcie.

— «Siamo infette! Siamo infette!» — ripeterono le donne con un lungo
gemito.

Con un tal grido possiamo immaginare uno spirito che sia fuggito dalla
porta del Paradiso, e che si volga indietro a guardare la vita.

La vedova e la madre fecero il loro dovere, ma, purtroppo, si
convinsero che la libertà per cui esse avevan tanto sognato e pregato,
non l'avrebbero mai ricuperata intera, non avrebbero mai potuto
avvicinare quel frutto d'oro che vedevano da lontano.

_Essa e Tirzah erano lebbrose!_

Forse il lettore non sa completamente ciò che significa questa parola.
La consideri in rapporto alla durezza della legge del tempo di poco
modificata nel nostro.

— «Quattro disgrazie rendono gli uomini dei paria — la cecità, la
lebbra, la povertà, e la sterilità» — disse il Talmud.

Essere lebbrosi significa essere trattati come morti, allontanati dalla
città, dai parenti, obbligati a parlare solo ad una gran distanza con
quelli che ci sono più cari al mondo, obbligati a rimaner sempre coi
lebbrosi; maltrattati, respinti dalle cerimonie del Tempio o della
Sinagoga; ed obbligati a starsene in vesti logore, colle bocche coperte
tranne che per gridare: — «Siamo infetti, siamo infetti!» — di trovar
forse ricovero in un luogo selvaggio od in una tomba, di divenire come
spettri, d'esser di peso agli altri più che a se stessi, di vivere
sperando solo nella morte.

Una volta, ma la madre non si ricorda nè il giorno nè l'anno, perchè in
quella cella di tortura non potevano aver un'idea del tempo, essa sentì
come una piaga asciutta nella palma della sua mano destra, e cercò
di lavarla. La piaga si allargò, ciò nonostante per tutta la mano,
ma la donna non disse nulla fino a che Tirzah si lamentò del medesimo
male. L'acqua era scarsa, ma esse cercavano di risparmiarne per usarne
come un rimedio. La mano fu a poco a poco interamente inferma, la
pelle si ruppe, e le unghie si distaccarono completamente dalle dita.
Con tuttociò non sentivano un gran dolore ma un continuo e crescente
malessere. Le loro labbra incominciarono a bruciare ed a screpolarsi.
Un giorno la madre, amante della pulizia, pensando che forse il male
dipendesse dalle condizioni della prigione e temendo che il viso di
Tirzah fosse invaso dal terribile nemico ravvicinò alla luce e la
guardò spaventata; le sopracciglia della ragazza erano bianche come la
neve.

Oh! quale angoscia a tale certezza!

La madre rimase per qualche tempo muta, immobile, coll'animo
paralizzato e capace di un sol pensiero: — «Lebbrose, lebbrose!» —

Quando riacquistò un poco di padronanza la madre non pensò a sè stessa,
ma alla figliuola; la sua tenerezza le infuse coraggio e la preparò
all'ultimo ed eroico sacrificio. Essa seppellì nel suo cuore la triste
scoperta, raddoppiò di devozioni per Tirzah, e, con meravigliosa
ed inesauribile costanza continuò a tenerla all'oscuro di quanto le
circondava, cercando di infonderle la speranza che non fosse nulla di
grave. Ripetè i suoi scherzi, raccontò le solite storie, ne inventò
anche di nuove, ascoltò con immenso piacere i canti di Tirzah: giacchè,
sulle sue labbra, i salmi del Re Cantore raddolcivano la solitudine
e mantenevano desto in entrambe il ricordo di Dio, e del mondo che
sembrava le avesse dimenticate.

Lentamente, costantemente, con orribile certezza, l'infezione si
propagava, imbiancando le loro teste, rodendo le labbra, le palpebre,
coprendo i corpi di piaghe; quindi le assalì alla gola, rendendo le
loro voci tremanti e prese pure le loro giunture, indurendo i tessuti
e le cartilagini. La madre era ben sicura che, alla fine, anche i
polmoni, le arterie e le ossa sarebbero state corrose rendendo ad ogni
progresso del male sempre più ributtanti le inferme, e continuando così
fino alla morte che poteva farsi attendere per anni ed anni.

Venne alfine un altro dei giorni tanto temuti dalla madre, il giorno
cioè in cui il dovere le impose di rivelare a Tirzah il nome della
terribile malattia; e, atterrite dalla tremenda agonìa che loro
si preparava, pregarono insieme perchè la morte venisse presto a
liberarle.

Vennero anche i giorni in cui le poverette parlavano ed osservavano con
calma la ripugnante trasfigurazione delle loro persone amando di nuovo
la vita. Un vincolo le legava ancora alla terra. Cercavano di mantenere
alto il morale e dimenticare la loro solitudine parlando e pensando
di Ben Hur. Lusingandosi a vicenda di rivederlo, e non dubitando
ch'egli si sarebbe sempre mantenuto religioso e sarebbe stato felice di
riabbracciarle, trovavano piacere nel torcere e ritorcere questo tenue
filo di speranza. Fu proprio in uno di questi momenti che Gesio venne
in loro soccorso dopo dodici ore di digiuno.

Le torcie fiammeggiarono attraverso la prigione; la liberazione era
giunta. — «Dio è buono?» — gridò la vedova.

Il tribuno entrò immediatamente. Un senso di dovere scosse la più
vecchia delle donne e dall'angolo ove erasi essa rifugiata gridò: —
«Allontanatevi! siamo infette!» —

Quale angoscia costò alla madre il compiere il proprio dovere! Ma la
gioia della liberazione non le impedì di misurare tutte le conseguenze
della prossima libertà. La vita felice d'un tempo non ritornerebbe
mai più! Se per caso fossero passate presso la loro casa sarebbe stato
solo per avvicinarsi al cancello pronunciando il consueto grido! Esse
avrebbero proseguito la loro via coll'ardente desiderio d'un amore più
vivo che mai, più ineffabile perchè non sarebbe mai stato ricambiato.
Anche il figlio, a cui la madre aveva costantemente pensato,
incontrandola, avrebbe dovuto schivarla. Se egli le avesse porta la
mano chiamando: — «Mamma, mamma!» — ella avrebbe dovuto rispondergli
col vero amore di una madre: — «Allontanati! sono infetta!» — E
quest'altra figlia che ella cercava di ricoprire colla sua folta
e bianca capigliatura, doveva dividere la sua miserabile compagna
della sorte unica, maledetta vita che le rimaneva! La coraggiosa
donna accettò il destino e fece risuonare quel grido che, da tempo
immemorabile, era caratteristico dei lebbrosi: — «Siamo infette, siamo
infette!» —

Il tribuno l'udì con un fremito, ma non si mosse.

— «Chi siete?» — domandò.

— «Due donne morenti di fame e di sete. Ma» — non esitò a dire la madre
— «non avvicinatevi, non toccate nè il pavimento nè le pareti: tutto è
infetto, infetto!» —

— «Raccontami la tua storia, o donna, dimmi il tuo nome, dimmi quando,
per che ragione e per opera di chi, tu fosti qui rinchiusa!» —

— «Una volta v'era in questa città di Gerusalemme un principe, chiamato
Ben Hur, l'amico dei generosi Romani; aveva Cesare per suo amico.
Io sono la sua vedova, e questa è la sua figlia. Come posso dirti la
ragione per cui fummo qui rinchiuse quando io stessa non ne so nulla,
se non perchè siamo ricche? Valerio Grato vi potrà dire chi era il
nostro nemico, e quando cominciò la nostra prigionia. Io non posso.
Guardate allo stato in cui siamo ridotte: abbiate pietà di noi!» —

L'aria era diventata pesante causa l'odore ed il fumo delle torcie, ma
il Romano chiamò a sè uno dei portatori e scrisse la risposta, parola
per parola. Essa era chiara e comprensibile, e conteneva insieme una
storia, un'accusa, una preghiera. Una persona comune non avrebbe potuto
farne una uguale, ed egli non poteva fare a meno di crederle ed averne
pietà.

— «Tu sarai aiutata, donna» — disse, chiudendo la sua tavoletta. — «Ti
manderò del cibo e delle bevande.» —

— «E dei vestiti, dell'acqua pura, ve ne preghiamo, o generoso
Romano.» —

— «Come desiderate.» — rispose egli.

— «Dio è buono!» — disse la donna singhiozzando — «Possa la sua pace
esser con voi!» —

— «Ma» — egli aggiunse» — io non posso rivedervi. Fate i vostri
preparativi, e questa sera vi farò accompagnare alla porta della torre
e vi libererò. Voi conoscete la legge, addio.» —

Diede gli ordini agli uomini ed uscì.

Poco dopo altri schiavi entrarono nella cella con un gran recipiente
d'acqua, un catino, dei tovagliuoli ed un piatto con pane e carne.
Portarono pure degli abiti affinchè le donne li potessero indossare,
e li posarono per terra ove le prigioniere avrebbero potuto facilmente
prenderli allontanandosi subito.

Le due donne furono condotte alla porta e poi lasciate sulla strada,
verso la metà della prima veglia. Così il Romano se ne liberò ed esse
furono ancora una volta padrone di sè nella città dei loro padri.

Esse guardarono le stelle, belle e lucenti come per lo passato, e si
domandarono a vicenda:

— «Cosa accadrà ora? e dove anderemo?» —



CAPITOLO III.


Mentre Gesio, il custode, si presentava al tribuno nella Torre di
Antonia, un uomo saliva il declivio orientale del monte degli Ulivi.
La strada era scabrosa e polverosa, e la vegetazione all'intorno era
bruciata dal sole d'estate. Il viaggiatore poteva dirsi fortunato, non
solo perchè era giovane e vigoroso, ma anche per gli abiti leggeri che
indossava.

Procedeva lentamente, guardandosi intorno non con l'occhio cauto
e ansioso di chi non è ben sicuro del suo cammino, ma piuttosto
coll'espressione di colui, che, dopo una lunga assenza, rivede
antiche conoscenze, espressione piacevole, che sembrava dire: — «Sono
contento di trovarmi ancora con voi, lasciatemi vedere quanto siete
cambiate.» —

Ogni tanto s'arrestava per la salita volgendo lo sguardo indietro sullo
splendido panorama che gli si offriva e che era chiuso dalle montagne
del Moab; però, mano mano che egli s'avvicinava alla vetta, affrettava
sempre più il passo, dimentico della fatica.

Per arrivare alla sommità, piegò a sinistra della strada un giorno
assai frequentata. Si fermò all'improvviso, come se una mano invisibile
lo avesse arrestato. Dando una rapida occhiata allo splendido paesaggio
che gli si presentava dinanzi, i suoi occhi si dilatarono, le guancie
s'imporporarono, ed il respiro gli si fece più rapido.

Il viaggiatore era Ben Hur, il luogo Gerusalemme.

Non la Città Santa d'oggi, ma la Città Santa tale e quale fu lasciata
da Erode, la Città Santa di Cristo. Se essa, veduta dal vecchio Monte
degli Ulivi, è ancora bella al giorno d'oggi, che cosa doveva sembrare
a lui?

Ben Hur si assise sopra una pietra, e, liberandosi dal fazzoletto
bianco che gli copriva il capo, si mise ad osservare minutamente. Molti
altri hanno guardato Gerusalemme da quella sommità in epoche diverse.
Il figlio di Vespasiano, il Saraceno, il Crociato, tutti conquistatori,
e molti pellegrini d'ogni parte del mondo, ma, probabilmente, nessuno
di essi avrà mai osservato il panorama con sentimenti più tristi
e più amari di quelli di Ben Hur. Eran ricordi dei tempi passati,
della famiglia, dei discorsi tenuti nell'infanzia, delle proprie
vicende, che gli affollavano la mente. La città coi suoi fabbricati,
era un testimonio vivente ed eterno dei delitti, della devozione,
delle debolezze, del genio e della religione del suo popolo. Sebbene
conoscesse Roma, Ben Hur rimase incantato. Quella vista lo avrebbe
inebriato di vanagloria, se non avesse pensato che quel principesco
dominio non apparteneva più ai suoi compatrioti, che l'adorazione nel
Tempio ora dipendeva dal beneplacito di stranieri, che la collina dove
Davide s'era fermato era sede di un palazzo marmoreo, donde emanavano
gli editti i crudeli dominatori, i quali con essi perseguitavano i
servi della fede. Ma questi erano piaceri e dolori comuni a tutti
gli Ebrei di quel tempo: Ben Hur vi aggiungeva poi riflessioni tutte
personali, ricordi che non avrebbe mai potuto dimenticare e che la
vista della patria richiamavan con più viva intensità.

Un paesaggio di colline subisce pochi cambiamenti; quando poi le
colline sono rocciose non ne subisce affatto. Lo spettacolo che la
natura offriva a Ben Hur era uguale a quello che la natura di quei
luoghi offre oggi, tranne il panorama della città, che è, naturalmente,
variato, per l'opera alacre dell'uomo sempre più incivilito.

Il sole riscaldava il versante occidentale del Monte degli Ulivi più
di quello orientale, e, naturalmente, gli uomini davano a quello la
loro preferenza. I vigneti, di cui il monte era parzialmente rivestito,
ed i pochi alberi sparsi, per la maggior parte fichi e vecchi ulivi
selvatici, erano verdeggianti. In fondo, presso l'asciutto letto del
Cedron, la verzura si faceva più bella e più piacevole alla vista;
là terminava il Monte degli Ulivi e cominciava il Moriah, baldanzoso,
bianco come la neve, fabbricato da Salomone e completato da Erode. Gli
occhi salivano poi di mano in mano sulle poderose roccie, fino alla
porta di Salomone; che formava il piedestallo del monumento di cui la
collina era lo zoccolo; gli occhi risalivano alla Corte dei Gentili,
a quella degli Israeliti, poi alla Corte delle Donne, insieme a quella
dei Sacerdoti, ciascuna delle quali era una mole di bianche colonne di
marmo, sovrapposte l'una all'altra come tante terrazze in cima delle
quali, formando la corona di questa superba mole, infinitamente sacri,
belli, maestosi, sfolgoranti d'oro, ecco il Padiglione, il Tabernacolo,
ed il Santo dei Santi!

L'Arca non era là, ma Jeova viveva nella fede dei figli d'Israele.
In nessun altro luogo si sarebbe trovato un tempio, un monumento
che pareggiasse questo edificio straordinario. E di tutto ciò ora
non rimane neppure una pietra. Chi lo rifarà? Quando ricomincierà la
ricostruzione? Così si domanda ogni pellegrino che si ferma al posto
occupato adesso da Ben Hur, ben sapendo che la risposta non può venire
che da Dio, che custodisce gelosamente i suoi segreti.

Ed ancora gli occhi di Ben Hur osservavano i tetti del tempio, la
collina di Sion piena di sacre memorie. Egli sapeva che la vallata, da
Fermaggiai, si stendeva lassù profondamente incassata fra il Moriah e
il Sion, e attraversata dallo Xisto; ricca di giardini e di palazzi,
ma sopratutto egli fissava con sguardi avidi il paesaggio maestoso per
edifici che incoronava la collina reale; la casa di Caifa; la Sinagoga
centrale, il Pretorio romano, l'Hippico, e i tristi ma superbi cenotafi
— Faselo e Marianna — sorgenti sullo sfondo del Gareb, rosseggiante in
lontananza. E quando, fra tutti, riconobbe il palazzo d'Erode, potè
forse pensare ad altro che al Re che doveva venire, sovrano cui egli
stesso si professava devoto, il cui cammino voleva spianare? La sua
fantasia corse veloce al giorno nel quale il nuovo Re sarebbe stato
proclamato e avrebbe preso possesso del Moriah, del sacro Tempio, di
Sion e delle sue torri e dei suoi palazzi, di Antonia minacciosa, alla
destra del Tempio, della nuova città di Bezetha, ancor priva di mura,
accolto da milioni di Israeliti acclamanti con palme e con bandiere,
cantando inni festosi perchè il Signore aveva vinto e li aveva fatti
signori del mondo.

Si dice che il sognare sia un fenomeno non del giorno ma della notte.
Se si studiasse meglio si vedrebbe che quasi tutti i propositi si
nutrirono in una specie di dormiveglia. Sognare è il premio di chi
lavora, è il vino che sostiene le nostre forze, che ci rende cara la
fatica perchè la stanchezza ch'ess'ingenera è propizia al sonno. Vivere
è sognare. Solo dopo morti non si sogna. Nessuno rida dunque di Ben
Hur per le sue fantasticherie, perchè chiunque si fosse trovato in quel
luogo ed in quelle condizioni di animo, avrebbe fatto altrettanto.

Il sole stava per tramontare. Per un momento il fiammeggiante disco
sembrava accovacciarsi sulle lontane vette delle montagne dell'ovest,
tingendo il cielo, sopra alla città, di un color di rame e indorando
le mura e le torri. Poi scomparve. Nella calma della sera, i pensieri
di Ben Hur si indirizzavano verso la casa paterna. Egli fissava i
suoi sguardi in un punto del cielo, un po' a nord dell'incomparabile
facciata del Santo dei Santi. Sotto di esso, proprio nella direzione
del filo a piombo, sorgeva la casa di suo padre, se pure ancora
esisteva.

La dolce influenza di quell'ora inteneriva i suoi sentimenti, e,
mettendo da parte le sue ambizioni, egli pensò al dovere che lo
conduceva a Gerusalemme.

Una sera mentre si trovava con Ilderim sul deserto esaminando il
terreno con occhio di soldato, in cerca di luoghi atti alla battaglia,
giunse un messaggero colla notizia che Grato era stato rimosso e Ponzio
Pilato ne prendeva il posto.

Messala, ridotto all'impotenza, credeva morto Ben Hur. Grato non
aveva più alcun potere; perchè avrebbe dovuto Ben Hur differire più
oltre la ricerca della madre e della sorella? Non v'era più nulla da
temere, ora. S'egli non poteva cercare le due donne personalmente nelle
prigioni della Giudea altri poteva farlo per lui. Se le due perdute
si fossero trovate, Pilato non poteva aver ragioni per trattenerle, e
se ne avesse avute, sarebbero state tali da cedere davanti al denaro.
Una volta trovate, egli le avrebbe portate in luogo sicuro, poi, con
la mente più calma, la coscienza tranquilla per aver compiuto questo
primo dovere, si sarebbe dedicato intieramente al _Re atteso_. La sua
risoluzione fu subito presa. Quella notte egli si consigliò con Ilderim
ed ottenne il suo assenso. Tre Arabi lo accompagnarono a Gerico, dove
egli li lasciò coi cavalli e procedette solo ed a piedi. Malluch doveva
incontrarlo a Gerusalemme. I disegni di Ben Hur erano molto vaghi.
Egli cercava di tenersi, in vista del futuro, nascosto alle autorità,
specialmente Romane. Malluch era un uomo astuto e fidato, proprio
quello che ci voleva per dirigere le ricerche.

Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un'idea
chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La
tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti
delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più
che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo
essere sepolte laggiù. Inoltre l'istinto c'insegna di cominciare le
ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed
egli non poteva dimenticare che l'ultimo sguardo che aveva ricevuto
dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le
spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano
state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia
da seguire.

Oltre all'istinto anche una speranza lo spingeva.

Aveva saputo da Simonide che Amrah, la nutrice Egiziana, era ancora
in vita. Il lettore si ricorderà senza dubbio che la fedele creatura,
la mattina in cui la sventura piombò sugli Hur, sfuggì alle guardie, e
ritornò al palazzo, dove rimase rinchiusa.

Simonide la mantenne durante gli anni seguenti, cosicchè essa si
trovava ancora là, sola ad occupare la gran casa che Grato non era
riuscito a vendere ad onta di tutte le sue esibizioni.

La storia dei suoi legittimi proprietari bastava ad allontanare sia
i compratori che i semplici affittuarî. Passando davanti alla casa
la gente mormorava e diceva ch'essa era invasa dagli spiriti. Tale
diceria derivava probabilmente dalle apparizioni della povera e
vecchia Amrah talvolta sul tetto, tal'altra ad una finestra dietro le
grate. Certamente nessun altro spirito vi avrebbe potuto abitare con
maggior costanza e nessun'altra casa si prestava meglio di quella, alla
secretezza, al mistero della sua vita ritirata.

Ben Hur si immaginava che potendo raggiungere la vecchia, questa gli
sarebbe stata d'aiuto nelle indagini che stava per intraprendere.

In ogni modo il vederla in quel posto così pieno di cari ricordi
sarebbe stato per lui un lieto pronostico per la ricerca della sua
famiglia.

Così prima di tutto egli voleva dirigersi alla casa paterna in cerca di
Amrah.

Presa questa decisione, si alzò poco dopo il tramonto del sole, e
cominciò la discesa del monte per la strada che dalla vetta piega a
nord-est. In fondo, quasi al piede di esso, vicino al letto del Cedron,
la strada s'incontrava con quella che conduceva al villaggio di Siloam
ed allo stagno dello stesso nome. Là egli s'imbattè con un pastore
il quale conduceva alcune pecore al mercato. Gli parlò, ed in sua
compagnia, passando da Getsemani, entrò nella città per la Porta dei
Pesci.



CAPITOLO IV.


S'era fatto scuro allorchè, separandosi dal mandriano, davanti alla
porta, Ben Hur voltò in un vicolo che conduceva verso sud. Le poche
persone ch'egli incontrò, lo salutarono. I ciottoli del lastricato
eran pungenti; le case, da entrambi i lati, eran basse, oscure,
melanconiche; le porte eran chiuse; dai tetti egli udiva, di tanto in
tanto, voci di donne che cantavano ai loro bambini. L'isolamento in
cui si trovava, la notte, l'incertezza che circondava lo scopo della
sua venuta, tutto ciò contribuiva a renderlo triste. Camminando sopra
pensiero pervenne ad un profondo serbatoio d'acqua, conosciuto ora
sotto il nome di stagno di Betesda, nel quale il cielo si specchiava
tranquillamente. Guardando in su egli scorse la muraglia a settentrione
della Torre d'Antonia, un masso minaccioso che spiccava nel cielo
torbido e grigio. Egli si fermò come al comando imperioso di una
sentinella. La Torre era così alta e poderosa, sorgeva sopra basi
così sicure, da sembrare una nube gigantesca nell'oscurità, ed egli fu
costretto a riconoscere che, se sua madre fosse stata colà rinchiusa,
egli sarebbe stato impotente a salvarla.

Che cosa avrebbe potuto fare per liberarla da quella tomba? Nulla. Un
esercito avrebbe percossa invano quella facciata di pietra con baliste
ed arieti. La gran torre di sud est lo sembrava guardare con aria di
rude disprezzo ed egli pensò che le forze umane son ben deboli e che
Dio è l'ultima speranza dei miseri. Ma Iddio è spesso, per motivi
imperscrutabili, lento ad agire!

Oppresso dal dubbio e dal presentimento, prese la via di fronte alla
torre e la seguì lentamente, mantenendosi all'ovest.

In Bezetha egli sapeva esservi un Khan ove avrebbe potuto trovar
alloggio durante il suo soggiorno in città, ma adesso non poteva
resistere al desiderio di rivedere la sua casa. Il suo cuore lo
conduceva da quella parte.

Il vecchio saluto solenne ch'egli riceveva da quelle poche persone
che incontrava non gli era mai sembrato così piacevole. Di lì a
poco tutta la parte ad oriente del cielo cominciò a inargentarsi e a
brillare. Cose prima invisibili, specie le alte torri sul Monte Sion
s'illuminarono d'un chiarore spettrale sembrando castelli librantisi in
aria.

Egli giunse alfine alla casa di suo padre. Fra quelli che leggono
queste pagine vi sarà chi indovinerà i sentimenti dai quali era invaso
il giovane. Alcuni avranno avuto case nelle quali vissero felici
nella loro gioventù, paradisi donde partiron con gioia infantile colle
lagrime agli occhi, e cui tornerebbero: luoghi di risa e di canti, di
amicizie più care di tutti i trionfi della vita.

Alla porta settentrionale della vecchia casa Ben Hur si fermò.

La ceralacca adoperata per sigillare l'uscio si vedeva ancora, e
attraverso le imposte v'era un asse con scritto:

                       PROPRIETÀ DELL'IMPERATORE

Nessuno vi era uscito od entrato dal giorno terribile della
separazione. Doveva egli bussare come per l'addietro? Era inutile,
egli lo sapeva; pure non poteva resistere alla tentazione. Amrah
potrebbe udire, e guardare da una di quelle finestre o da qualche
porta. Prendendo un ciottolo, montò sul largo gradino di pietra e
picchiò tre volte. Un eco lenta rispose. Egli picchiò una seconda
volta più forte di prima; e poi ancora, fermandosi ogni volta per
ascoltare. Nessun suono ruppe il silenzio. Ritornando sulla strada egli
guardò attentamente le finestre; anch'esse erano mute e senza vita. Il
parapetto del tetto spiccava chiaramente nel cielo illuminato; nulla
avrebbe potuto muoversi senza che egli se ne fosse accorto, e nulla
realmente si mosse.

Dal lato settentrionale egli passò all'ovest, ove s'aprivano quattro
finestre che guardò a lungo ed ansiosamente, ma con lo stesso
risultato. Certe volte il suo cuore si gonfiava di desiderî impotenti;
certe altre tremava innanzi alle illusioni della sua fantasia. Amrah
non fece alcun cenno; neppure un fantasma si mosse.

Silenziosamente, allora, egli si avvicinò alla facciata meridionale.
Anche là la porta era sugellata e recava la medesima soprascritta.
L'armonioso splendore della luna di agosto, apparendo sulla cresta
dell'Oliveto, poi chiamato Monte dell'Offesa, faceva risaltare le
parole, ed egli le lesse, in preda a un'ira muta e impotente. Tutto ciò
che egli poteva fare, era di strappare l'asse dall'inchiodatura, e di
lanciarla nel fosso; poi si sedette sul gradino, e pregò Dio affinchè
affrettasse la venuta del nuovo Re. Questo sfogo lo rese più calmo; a
poco, a poco cedette alle fatiche del lungo viaggio, compiuto sotto la
sferza del sole; chinò la testa lentamente e si addormentò di un sonno
profondo.

Poco dopo, due donne discesero la strada nella direzione della Torre di
Antonia, avvicinandosi alla casa dei Hur. Esse avanzavano furtivamente,
con passi timidi, fermandosi ogni tanto per ascoltare. All'angolo del
fabbricato una si rivolse all'altra, e disse a bassa voce:

— «Eccoci, Tirzah.» —

E Tirzah, dopo aver guardato intorno a sè, afferrò la mano della madre,
e vi si appoggiò pesantemente, singhiozzando, senza profferire una
parola.

— «Andiamo innanzi, figlia mia, perchè....» — la madre esitò e tremò;
poi sforzandosi d'essere calma, continuò — «perchè quando spunterà il
giorno, ci cacceranno dalle porte della città che si chiuderanno per
sempre dietro di noi.» —

Tirzah si lasciò cadere sulle pietre.

— «Ah, sì!» — ella disse fra i singhiozzi; — «Dimenticavo. Credevo di
andare a casa. Ma siamo lebbrosi, e non abbiamo casa; apparteniamo ai
morti!» —

La madre si abbassò e la sollevò teneramente, dicendo:

— «Non abbiamo nulla a temere. Andiamo avanti.» —

E in verità, alzando semplicemente le loro mani, esse avrebbero messo
in fuga una intera legione.

Avanzandosi pian piano, rasente alla muraglia, procedettero come due
fantasmi, sinchè arrivarono alla porta, davanti alla quale esse pure si
fermarono. Vedendo l'asse, montarono sul gradino, e lessero la scritta:

                  _Questa è proprietà dell'Imperatore_

Allora la madre giunse le mani, e con gli occhi rivolti al Cielo,
gemette con indicibile angoscia.

— «Che cosa c'è mamma? Tu mi spaventi!» —

Lentamente essa rispose: — «Oh! Tirzah, i poveri muoiono! Egli è
morto!» —

— «Chi, mamma?» —

— «Tuo fratello! Tutto gli fu tolto — tutto — perfino questa
casa!» —

— «Povero!» — disse Tirzah con sguardo smarrito — «Egli non potrà mai
aiutarci.» —

— «E allora, mamma?» —

— «Domani, domani, figlia mia, troveremo un posto presso la strada, e
chiederemo l'elemosina come fanno i lebbrosi; mendicheremo.» —

Tirzah si appoggiò di nuovo alla madre e con voce fioca bisbigliò:

— «Morire, morire!» —

— «No!» — disse la madre con prontezza. — «Iddio ha fissata la nostra
ora, e noi siamo credenti in Dio. Lo rispetteremo anche in questo.
Andiamo.» —

Ella afferrò la mano di Tirzah mentre parlava e insieme voltarono
l'angolo ovest della casa, sempre rasentando il muro. Non trovando
alcuno proseguirono fino all'altro angolo sfuggendo il chiaro di luna,
che illuminava tutta la facciata meridionale e parte della strada.

Ma il desiderio della madre era forte. Lanciando uno sguardo indietro
ed in alto verso le finestre, entrò nell'area illuminata attirando
seco Tirzah; allora apparve in tutto il suo orrore la loro afflizione
— le labbra e le gote screpolate, gli occhi cisposi, le mani scarne;
le ciocche di capelli indurite da una materia ripugnante, e, come le
loro ciglia, spaventosamente bianche. Nè era possibile il poter dire
quale fosse la madre, e quale la figlia; ambedue sembravano vecchie e
cadenti.

— «Zitto!» — fece la madre — «V'è qualcuno coricato sul gradino —
un uomo. Facciamo il giro e avviciniamoci.» — Esse attraversarono la
strada, rapidamente, e tenendosi nell'ombra, proseguirono fin davanti
alla porta, ove si fermarono.

— «Egli dorme, Tirzah!» —

L'uomo rimaneva immobile.

— «Rimani qui, mentr'io tenterò d'aprire la porta.» —

Così dicendo la madre s'avvicinò cautamente, senza far rumore, e toccò
l'uscio. Non ebbe il tempo d'accertarsi se avrebbe ceduto, perchè, in
quel momento, l'uomo sospirò, e, voltandosi inquietamente, mosse il
fazzoletto che gli avvolgeva il capo, scoprendo il suo viso che apparve
chiaramente illuminato dai raggi della luna. Ella lo guardò e trasalì;
guardò di nuovo, curvandosi lievemente, e giunse le mani e alzò gli
occhi al cielo, in muto appello. Rimase un istante così, poi corse da
Tirzah.

— «Come è vero che esiste Dio, quell'uomo è mio figlio, è tuo
fratello!» — sussurrò sommessamente.

— «Mio fratello? Giuda?» —

La madre le afferrò la mano con veemenza.

— «Vieni» — ella disse, sempre a voce bassa e concitata: — «andiamo
a guardarlo insieme — ancora una volta, una volta sola — poi, o Dio,
aiuta i tuoi servi!» —

Esse attraversarono la strada, tenendosi per mano, leste silenziose
come fantasmi.

Quando le loro ombre si proiettarono sopra di lui, le donne si
fermarono. Una delle sue mani giaceva sul gradino col palmo rivolto in
alto. Tirzah cadde in ginocchio e lo avrebbe baciato, ma la madre la
trasse indietro.

— «No, se ti è cara la sua vita, non toccarlo! Siamo infette! siamo
infette!» — ella sussurrò.

Tirzah si ritrasse come se egli fosse il lebbroso.

Ben Hur era bello: d'una bellezza maschia. Le guancie e la fronte
erano abbronzate dal sole e dall'aria del deserto; sotto ai baffi
biondi apparivano le labbra rosse e fresche, e i denti bianchissimi;
la morbida barba non celava la piena rotondità del mento e della gola.
Come appariva bello agli occhi della madre! Quale immensa brama la
struggeva di gettargli le braccia al collo, di stringergli il capo
al suo petto e di baciarlo come soleva fare nella sua fanciullezza!
Dove trovò ella la forza per resistere all'impulso? Dall'amor suo,
o lettore! dal suo amore materno, che, se tu poni ben mente, in
questo differisce da ogni altro affetto: che, tenero per l'oggetto,
può essere infinitamente tirannico per se stesso; di qui tutta la
infinita forza del sacrificio. Neppure se avesse potuto ricuperare la
salute e la fortuna, per nessuna benedizione di questa vita, non per
la vita medesima, avrebbe permesso che il suo bacio infetto posasse
sulla di lui guancia! Eppure ella deve toccarlo; in quell'istante
che l'ha trovato, deve rinunciare a lui per sempre! Fate che un'altra
madre vi dica l'amarezza di quel pensiero! Essa cadde in ginocchio,
e, strisciando fino ai suoi piedi, accostò le labbra alla suola di
un sandalo, la toccò una volta e poi un'altra ancora, e infuse tutta
l'anima sua in quei baci.

Egli si mosse, ed agitò la mano. Esse fecero un passo indietro, e
l'udirono mormorare in sogno:

— «Dov'è la mamma, Amrah?» —

E di nuovo ricadde in un sonno profondo. Tirzah lo divorava cogli occhi
ardenti. La madre nascose il viso nella polvere cercando di soffocare
un singhiozzo così profondo e così forte che le sembrava il suo cuore
scoppiasse. Quasi desiderava ch'egli si svegliasse.

Egli aveva chiesto di lei; ella non era dimenticata; fin nel sonno
pensava a lei. Non era abbastanza? La madre fece un cenno a Tirzah,
si alzò, e, gettando sull'assopito ancora un ultimo sguardo, come per
stamparne eternamente in cuore l'immagine, riattraversò lentamente la
strada. Là, nascoste dall'ombra del muro, si fermarono, e, fissandolo
in ginocchio, aspettarono ch'egli si svegliasse. Aspettavano qualche
miracolo: non sapevano quale. A noi non è dato misurare la pazienza di
un amore come il loro.

Di lì a poco, mentre egli dormiva ancora, un'altra donna apparve
sull'angolo del palazzo. Le due lebbrose, accovacciate nell'ombra, la
scorsero perfettamente, illuminata come era dalla luna; una figura
piccola, curva, scura di carnagione, grigia di capelli, vestita
decentemente alla foggia di una serva, e portando un cesto pieno di
verdura.

Alla vista dell'uomo coricato sul gradino, la nuova venuta si fermò;
poi, come se avesse presa una risoluzione, continuò la su strada
camminando in punta di piedi. Passò vicina al dormiente, s'appressò
alla porta, aprì facilmente lo sportello e mise la mano nell'apertura.
Una delle larghe assi formanti l'imposta sinistra, girò su se stessa
senza far rumore. Ella depose nell'interno il canestro, e stava per
entrare essa medesima, quando, cedendo alla curiosità, si piegò per
dare un'occhiata al forestiero, il viso del quale poteva benissimo
vedersi.

Le spettatrici dall'altra parte della strada udirono un'esclamazione
soffocata e videro la donna fregarsi gli occhi come per rinnovare
in loro la forza; piegarsi di nuovo, giungere le mani, guardare
storditamente intorno, e poi chinarsi ancora, sul dormiente, prendergli
la mano e baciarla teneramente. Ah! ciò ch'esse bramavano tanto di fare
e che non osavano! Svegliato da quell'atto, Ben Hur, istintivamente
ritirò la mano, e così facendo i suoi occhi incontrarono quelli della
donna.

— «Amrah! O Amrah! sei tu?» — egli disse.

La vecchia non potè rispondere a parole, ma gli cadde al collo
piangendo di gioia.

Con delicatezza egli si svincolò dal suo braccio; sollevando il vecchio
viso rugoso della serva, tutto bagnato di lagrime lo baciò, con una
gioia non meno intensa di quella da lei dimostrata.

Poi le due ascoltatrici dalla strada l'udirono esclamare:

— «Mamma... Tirzah.... dimmi che è successo di loro, parla; ti
prego.» —

Amrah diede in un nuovo scoppio di pianto.

— «Tu le hai vedute, Amrah. Tu sai dove sono: Dimmi che sono qui in
casa.» —

Tirzah si mosse come per slanciarsi verso di lui, ma la madre,
indovinando il suo intento, l'afferrò per la mano sussurrando:

— «No; no, per la tua vita. Noi siamo infette, noi siamo infette!»

Il suo amore era tirannico nella sua magnanimità.

Sebbene i loro cuori fossero straziati, egli non avrebbe dovuto
diventare, per colpa della madre e della sorella, lebbroso com'esse.

Perciò l'amore vinse.

Intanto Amrah, cui si rivolgevano le suppliche di Ben Hur, piangeva
sempre più.

— «Stavi per entrare,» — egli continuò vedendo che il battente era
aperto. Andiamo allora, io verrò con te. E così dicendo si alzò. — «I
Romani — la maledizione di Dio cada su di loro, — i Romani mentirono.
La casa è mia, alzati Amrah, ed entriamo.» —

Un momento dopo essi erano spariti, lasciando le due donne sole
nell'oscurità.

Esse tenevano gli occhi fissi sulla porta la quale non si sarebbe mai
più spalancata per loro, e si strinsero sempre più l'una all'altra.
Avevano fatto il loro dovere, il loro amore era stato messo alla prova
ed avevano vinto. Il giorno seguente furono trovate dalle guardie e
cacciate dalla città a sassate.

— «Via di qua, voi siete morte pel mondo, via!» —

Con questa sentenza che risonava minacciosa alle loro orecchie,
uscirono dalla città.



CAPITOLO V.


Al giorno d'oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il
bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono
per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di
En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell'acqua freschissima e dolce,
osservano le grandi pietre che circondano l'orlo del pozzo, chiedono
la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger
l'acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede
a quella funzione, si rivolgono indietro. È allora che il panorama di
Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.

Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso
l'antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine
dei palazzi reali, il duomo elegante dell'Haram, i poderosi avanzi
dell'Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.

A destra è il Monte dell'Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il
Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche
hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.

La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l'entrata
dell'inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale
fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli
tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non
singolarmente, ma formanti un'intera colonia.

Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato una città, e vi
dimoravano da soli, fuggiti da tutti, come quelli su cui la maledizione
di Dio aveva visibilmente impresso il suo segno.

La seconda mattina dopo gli avvenimenti descritti nel precedente
capitolo, Amrah si avvicinò al pozzo di En-rogel, e sedette sopra un
macigno.

All'apparenza la si sarebbe presa per la domestica di una agiata
famiglia.

Aveva recato un anfora ed un cesto, coperto da un bianco tovagliolo,
ch'ella aveva deposto in terra presso di sè. Si tolse lo scialle dal
capo, intrecciò le mani sopra le ginocchia, e fissando gli sguardi in
direzione del burrone di Aceldama, rimase in posizione di chi aspetta.

Era di buon mattino, ed ella fu la prima ad arrivare al pozzo.

Tuttavia, poco dopo, venne un uomo portando una corda ed una secchia
di cuoio. Salutando la piccola donna dalla faccia scura, egli slegò la
corda, l'attaccò alla secchia, ed aspettò gli avventori.

Amrah sedeva silenziosa, senza far parola. Vista l'anfora, l'uomo
domandò, dopo qualche tempo, se desiderava che la si riempisse; ella
rispose civilmente: — «Non adesso;» — Allora egli non si occupò più
di lei. Quando il sole apparve sopra il monte Oliveto, gli avventori
arrivarono a frotte.

Per tutto questo tempo ella mantenne il suo posto, volgendo tratto
tratto gli sguardi alla sommità delle colline, nè si mosse, quando, il
sole, sorgendo, cominciò a scottare. Mentre essa aspetta, parliamo del
suo scopo.

La sua abitudine era di recarsi al mercato a notte fatta. Scappando di
casa inosservata, ella cercava i negozi nel Tiropeo, o quelli presso
alla Porta dei Pesci, faceva le sue compere di carne e di verdure, e
ritornava rinchiudendosi nuovamente in casa.

Il piacere che provò dalla presenza di Ben Hur nel vecchio palazzo si
può facilmente immaginare. Ella non aveva nulla a dirgli riguardo alla
padrona od a Tirzah — nulla.

Egli avrebbe voluto condurla in un luogo meno malinconico; essa rifiutò.

Ella gli avrebbe voluto dare ancora la sua stanza, rimasta tale e quale
come l'aveva lasciata; ma il pericolo d'essere scoperto era troppo
grande, ed egli desiderava sopra tutto di evitare inchieste.

Egli verrebbe a trovarla più spesso che gli sarebbe possibile. Sarebbe
andato e tornato di notte. Ella dovette starsi contenta di questa
decisione; soddisfatta, subito si occupò di cercare ogni mezzo per
rendergli piacevoli queste visite di sfuggita.

Non le passava per la testa che egli era già un uomo, e i suoi gusti
giovanili si sarebbero potuti cambiare.

Si ricordava che da bambino era appassionatissimo dei dolci, e decise
di prepararne varie qualità e averle sempre pronte ogni volta che egli
veniva.

Non era una idea felice forse? Così la sera seguente, più presto del
solito, ella uscì, col suo cesto, ed andò al mercato della Porta dei
Pesci.

Girando di qua e di là, in cerca del miglior miele, le accadde di udire
un uomo raccontare una storia.

Quale era questa storia, il lettore si potrà facilmente immaginare
quando sappia che il narratore era uno degli uomini che avevano
tenuto le torcie per il comandante della Torre di Antonia, allorchè fu
demolita la porta della cella numero VI.

Ella udì tutti i particolari della scoperta e insieme i nomi dei
prigionieri.

Ascoltò il racconto trattenendo il fiato, temendo di perdere una parola.

Terminate le sue compere, ritornò a casa, credendo di sognare. Quale
felicità poteva procurare al suo protetto! Aveva trovata sua madre!

Ella pose in un canto il canestro, ora ridendo, ora piangendo. Tutto
ad un tratto si fermò e pensò. Il sentirsi dire che sua madre e Tirzah
erano infette dalla lebbra, lo avrebbe esposto alla morte. Egli
si sarebbe recato nell'orrenda città sopra la collina del Cattivo
Consiglio, bussando alla porta di ogni tomba infetta, senza pace,
domandando di loro, e la malattia avrebbe colto anche lui; il loro
destino sarebbe stato anche il suo.

Ella si torse le mani. Che cosa doveva fare?

Come tanti prima di lei, e tanti fecero dopo, traendo dall'intensità
dell'affetto ispirazione, se non saggezza, venne ad una conclusione
singolare.

I lebbrosi, ella lo sapeva, solevano ogni mattina discendere dalle loro
sepolcrali dimore sulla collina, e prendere una provvista d'acqua per
la giornata, dal pozzo En-rogel.

Portavano le loro anfore, le appoggiavano per terra ed aspettavano,
stando lontano, finchè fossero riempite. A quel pozzo la sua padrona
e Tirzah dovevano venire; poichè la legge era inesorabile, e non
ammetteva alcuna distinzione. Un ricco lebbroso non era trattato meglio
di uno povero.

Così Amrah decise di non parlare a Ben Hur della storia che aveva
udito, ma di andare sola al pozzo ad aspettare. La fame e la sete vi
spingerebbero gli sventurati, ed essa credeva di poterle riconoscere a
prima vista. Ad ogni modo sarebbe stata da loro riconosciuta.

Intanto arrivò Ben Hur e chiacchierarono a lungo insieme. L'indomani
doveva venire Malluch; e la ricerca sarebbe subito incominciata. Egli
era impaziente. Per distrarsi, durante l'attesa, voleva visitare
i luoghi sacri del vicinato. Quantunque il segreto pesasse sulla
coscienza della donna e le sue labbra ardessero dal desiderio di
svelarlo, essa si mantenne calma.

Quando se ne fu andato, ella si affaccendò a preparargli una buona
colazione che lo sfamasse al suo ritorno. E sul far dell'alba riempì
il canestro, si provvide di un'anfora e prese la via che conduce a
En-rogel, sortendo per la Porta dei Pesci, che era una delle prime
ad aprirsi. Poco dopo il levar del sole quando la gente si affollava
maggiormente intorno al pozzo una mezza dozzina di secchie erano in
moto nello stesso tempo, ognuno volendo andarsene finchè durava il
fresco del mattino; gli abitatori della triste collina incominciarono a
far capolino e a muoversi fra le loro tombe. Un po' più tardi apparvero
a gruppi, formati in parte da fanciulli, alcuni in tenera età. Altri
venivano furtivamente allo svolto della rupe — donne con anfore sopra
le loro spalle, uomini vecchi, zoppicanti, sorretti da bastoni e da
gruccie. Alcuni si appoggiavano sulle spalle dei compagni, altri,
totalmente impotenti, si lasciavano trasportare dagli amici sopra
lettighe.

Anche quel dolore, comune a tanti esseri che si amavano nella sventura,
trovava un po' di sollievo in questo reciproco conforto.

Dal suo posto presso il pozzo, Amrah teneva d'occhio quei gruppi
spettrali. Più d'una volta essa credette di riconoscere le infelici
delle quali andava in cerca. Non dubitava che esse fossero sulla
collina e che dovessero venire al pozzo: forse aspettavano solo che
tutti gli altri si fossero serviti.

Quasi alla base della rupe, vi era una tomba che più d'una volta aveva
attratta l'attenzione di Amrah per l'ampiezza della sua entrata.
Una pietra di grandi dimensioni stava vicina all'ingresso. Il sole
penetrava liberamente nelle ore più calde, e pareva che fosse deserta
a meno che non servisse di rifugio a qualche cane di ritorno dalle
consuete scorrerie.

Con sorpresa, la paziente Egiziana vide uscire di là due donne, una
delle quali a metà sosteneva e a metà conduceva l'altra; avevano
entrambe i capelli bianchi, sembravano vecchie, ma le loro vesti non
erano stracciate e si guardavano attorno, come se la località fosse
loro nuova. Amrah credette di vederle anche indietreggiare davanti allo
spettacolo della ripugnante compagnia della quale facevano parte. Il
suo cuore battè più veloce, ed essa osservò le due donne con crescente
attenzione. Per qualche tempo esse rimasero immobili presso la tomba,
poi si mossero lentamente, trascinandosi con pena e s'avvicinarono
al pozzo. Parecchie voci le avvertirono d'arrestarsi; tuttavia esse
proseguirono: l'uomo che attingeva l'acqua raccolse alcuni ciottoli,
per scagliarli loro addosso. Tutta la gente che si trovava là attorno
le maledisse, e la schiera dei lebbrosi numerosa sulla collina gridò,
ammonendole, con voce stridula:

— «Siete infette, siete infette!» —

— «Certamente,» — pensò Amrah, — «quelle due creature sono nuove agli
usi dei lebbrosi.» —

Si alzò ed andò ad incontrarle, prendendo con sè il canestro e
l'anfora. L'allarme al pozzo scemò subitamente.

— «Che sciocca,» — disse una ridendo, — «che sciocca, dare del buon
pane ai lebbrosi!» —

— «E pensare che è venuta fin qui a bella posta, — osservò un'altro, —
io almeno avrei aspettato d'imbattermi in loro casualmente davanti alla
porta.» —

Amrah animata da più elevati sentimenti, procedette. Se si fosse
sbagliata! E più si avvicinava, più sentiva un nodo stringerle la gola,
e diventava confusa ed esitante. A quattro o cinque passi dal luogo
ov'erano le donne, si fermò. Dio! era dunque quella la padrona ch'ella
amava? la mano della quale ella aveva baciato così spesso in segno di
gratitudine? La sua immagine era un giorno per lei il più puro tipo
di bellezza matronale, tipo ch'ella serbava fedelmente nella memoria!
e quella Tirzah ch'ella aveva allevata da bambina, della quale aveva
calmati i dolori, aveva divisi i passatempi infantili, era mai quella
la sorridente, la dolce Tirzah, il conforto della casa, la benedizione
promessa alla sua vecchiaia? La sua padrona, il suo tesoro? L'anima
della donna trasalì a quella vista.

— «Queste sono vecchie,» — ella disse tra sè. — «Io non le ho mai
vedute. Tornerò indietro.» —

E si voltò.

— «Amrah!» — disse una delle lebbrose.

L'Egiziana, lasciò cadere l'anfora, e guardò indietro, tremando.

— «Chi mi chiama?» — domandò ella.

— «Amrah!» —

Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle
donne.

— «Chi siete?» — ella gridò.

— «Noi siamo quelle che tu cerchi.» —

Amrah cadde sulle sue ginocchia.

— «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a
voi!» —

E la povera creatura sopraffatta dall'emozione, incominciò a farsi
avanti.

— «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo
infette!» —

Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani,
singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un
tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.

— «O padrona mia, dov'è Tirzah?» —

— «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po' d'acqua?» —

L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando
indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò
vicino al cesto e lo scoprì.

— «Guardate» — ella disse — «qui v'è pane e carne.» —

Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si
rivolse di nuovo.

— «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle
pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora,
riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio
che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» —

La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece
strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore
che traspariva dal suo aspetto.

— «Chi sono esse?» — domandò una donna.

Amrah sommessamente rispose;

— «Esse furono una volta molto buone con me!» —

Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro.
Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido:
«Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al
cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.

— «Grazie, Amrah,» — disse la padrona impadronendosi delle provviste. —
«Cuor d'oro!» —

— «Non v'è altro ch'io possa fare per voi?» — domandò Amrah.

Lo mano della inferma era sopra l'anfora, e la donna ardeva dalla sete;
tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:

— «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l'altra sera alla
porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di
là.» —

Amrah giunse le mani.

— «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» —

— «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra
le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l'ami, lo
so!» —

— «Sì,» — disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed
inginocchiandosi. — «Io morirei per lui!» —

— «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» —

— «Sono pronta.» —

— «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla,
Amrah.» —

— «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» —

— «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi.
Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel
poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora
innanzi, e...» — e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per
abbandonarla — e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una
parola. Hai capito?» —

— «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare
in cerca di voi — di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che
voi vivete!» —

— «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» —

La serva abbassò il capo silenziosa.

— «No» — continuò la padrona; — «è meglio che tu taccia completamente.
Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto,
addio!» —

— «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» — disse Amrah
colle mani davanti al viso.

— «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo
ridotte!» — rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. — «Torna ancora
stasera» — ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.

Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del
ritorno.

La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante
il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba,
benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della
cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa,
passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di
vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere
la morte.



CAPITOLO VI.


La mattina del primo giorno del settimo mese, — Tishri in Ebraico,
ottobre in italiano — Ben Hur si alzò dal letticciuolo nel Khan, di
pessimo umore. Dopo l'arrivo di Malluch poco tempo era stato perduto
in chiacchiere. Egli aveva cominciate le sue ricerche alla Torre di
Antonia, andando audacemente, per via diretta, al tribuno. Gli spiegò
la storia dei Hur e i particolari dell'accidente toccato a Grato,
facendo risaltar l'innocenza dei condannati.

Scopo della ricerca era di scoprire se alcuno della disgraziata
famiglia fosse vivo e di portare una supplica a Cesare, pregandolo
di restituire ai superstiti i beni e i diritti civili. Tale supplica,
Malluch non ne dubitava, avrebbe determinata un'inchiesta per ordine
imperiale, dalla quale gli amici della famiglia non avevan ragione di
temere. In risposta, il tribuno espose, con tutti i ragguagli, come
avesse scoperta la prigione delle due donne nella Torre, e lesse il
verbale che egli aveva fatto stendere intorno all'accaduto.

Malluch ottenne che se ne facesse una copia e quindi corse con essa da
Ben Hur.

Sarebbe vano descrivere l'effetto che produsse la terribile storia nel
giovine. Il suo dolore non si sfogò in lagrime o in grida; era troppo
profondo per prorompere in manifestazioni rumorose. Egli rimase seduto
e silenzioso per un pezzo, col viso pallido ed il cuore affranto da
pensieri che lo torturavano e che ogni tanto si esprimevano con parole
tronche e dette sotto voce.

— «Son lebbrose! son lebbrose! — Esse — mia madre — Tirzah — sono
lebbrose! mio Dio!» —

Era in preda allo strazio più vivo; quindi prese il sopravento l'idea
della vendetta.

Si alzò e disse frettolosamente:

— «Debbo andar in cerca di loro. Potrebbero esser moribonde.» —

— «Dove andrai a cercarle?» —

— «In un solo posto esse possono essere!» —

Malluch s'interpose ed ottenne, dopo molti sforzi, che la direzione
delle ricerche fosse affidata a lui. Andarono insieme alla Porta
davanti alla Collina del Cattivo Consiglio, dove mendicavano i
lebbrosi. Là essi stettero tutto il giorno facendo elemosine, e così
continuarono per tutto il resto del quinto mese e per tutto il sesto
sempre infruttuosamente. La spaventevole città sulla collina fu frugata
in ogni angolo dai lebbrosi eccitati dalle laute ricompense offerte.
Anche la vecchia tomba fu invasa e i suoi ospiti furono assaliti di
domande, ma essi si guardarono bene dal rivelare il proprio segreto.

Il tentativo di Ben Hur quindi fallì. E finalmente, la mattina del
primo giorno del settimo mese giunse informazione che, poco tempo
prima, due donne, infette di lebbra, eran state scacciate e sospinte
fuor della città, alla Porta dei Pesci, dalle guardie. Proseguendo
nelle indagini e facendo confronto di date, Ben Hur s'accertò che le
due infelici eran proprio quelle cercate da lui. Una triste conclusione
derivò da questa sicurezza. Ove si trovavan adesso le sventurate? Che
era avvenuto di loro?

Non bastava che fossero lebbrose — pensava il figlio con quell'amarezza
che il lettore può immaginare — non bastava! Erano anche state
scacciate dalla città natìa! Sua madre era morta! morta abbandonata!

Tirzah era morta! Egli solo era in vita. E perchè? Per quanto ancora, o
Dio, per quanto ancora sarebbe durata questa Roma?

Pieno d'ira, senza speranza, ardente del desiderio di vendetta, entrò
nella corte del Khan e la trovò piena di gente arrivata durante la
notte. Mentre faceva la sua prima colazione ascoltò i discorsi dei
vicini, ed in ispecie quelli di alcuni giovani, forti e robusti, che il
modo di discorrere rivelava provinciali. L'aspetto maschio e vigoroso,
del loro viso, la posa del capo, lo sguardo dell'occhio, rivelavano
una vivacità ed una tenacia che non eran comuni al basso popolo di
Gerusalemme. Traspariva nei loro modi un brio che, secondo alcuni, era
l'effetto di una vita sana condotta in paesi montuosi, ma che potremmo
attribuire, con più sicurezza, al regime di libertà che godevano. Erano
Galilei venuti in città per varie ragioni, ma, in primo luogo, per
prendere parte alla Festa della Tomba, fissata per quel giorno. Essi
divennero tosto per lui oggetti di interesse, perchè provenivano da una
regione in cui sperava di trovar pronto appoggio al compito che stava
per assumersi.

Mentre li stava osservando, la sua mente riandava velocemente le
imprese eroiche possibili ad una legione composta di tali soldati,
addestrati nella severa disciplina Romana, un uomo entrò nella corte.
Aveva il viso rosso come per fuoco, e gli occhi scintillanti rivelavano
una certa agitazione.

— «Che cosa fate» — chiese ai Galilei. — «I Rabbini e i principali fra
i nostri vanno al Tempio a veder Pilato. Venite. Fate presto. Andremo
anche noi con loro.» —

Subito tutti lo circondarono.

— «A veder Pilato? E che cosa farà Pilato?» —

— «Hanno scoperto una congiura. Il nuovo acquedotto di Pilato deve
venir pagato col denaro del Tempio.» —

— «Come? Col tesoro sacro?» —

Ripeterono in coro la domanda con gli occhi pieni d'ira.

— «È il _Corban_ — denaro di Dio — Ah! il barbaro tocchi un siclo di
quel denaro, se osa!» —

— «Venite! — gridò il messaggiero. — La processione sta attraversando
il ponte. Tutta la città la segue. Posson aver bisogno di noi. Fate
presto!» —

In un batter d'occhio tutti furono pronti. Col capo scoperto e le
corte tuniche senza maniche, presentavan l'aspetto caratteristico dei
mietitori e dei braccianti del loro paese. Stringendo alla vita le
cintole per assettare le vesti essi fecero per uscire dal Khan.

Allora Ben Hur si fece avanti e disse loro:

— «Uomini della Galilea. Io son un figlio di Giuda. Volete prendermi
con voi?» —

— «Ma forse ci batteremo!» — risposero.

— «Io non sarò il primo a fuggire, nel caso!» —

La risposta li mise di buon umore, ed il messo disse:

— «Hai l'aria abbastanza robusta. Vieni con noi.» —

Ben Hur si gettò il mantello sulle spalle.

— «Voi prevedete una lotta?» — chiese calmo, nello stringersi la
cintura alla vita.

— «Sì.» —

— «Con chi?» —

— «Con il corpo di guardia Romano.» —

— «Sono legionari?» —

— «E di chi potrebbe fidarsi un Romano?» —

— «Che cosa adopererete per battervi?» —

Essi lo guardarono tacendo.

— «Ebbene — egli disse — bisognerà fare quello che si potrà, ma non
sarebbe meglio eleggere un capo? I legionari hanno sempre uno che loro
comanda, ed è così che possono agire come se fossero mossi da una sola
volontà.» —

I Galilei lo fissarono curiosamente che, quasi, l'idea tornasse loro
nuova.

— «Rimaniamo almeno d'accordo di non dividerci e di restare vicini. —
egli soggiunse. — Adesso son pronto e voi?» —

— «Lo siamo. Avanti.» —

Il Khan, rammentiamolo, era in Bezetha, la nuova città, e per arrivare
al Pretorio, come i Romani chiamavano il palazzo di Erode sul Monte
Sion, i Galilei dovevano percorrere la pianura a nord-ovest del Tempio.
Per viottoli e scorciatoie attraversarono rapidamente il distretto
di Akra, giungendo alla Torre di Marianna, donde, in pochi passi, si
arrivava alla porta della fortezza. Per via essi incontrarono molta
gente che, come loro, andava a chieder notizie della nuova empietà
commessa dai Romani. Finalmente arrivarono alle mura del _Pretorium_,
dove la processione degli anziani e dei Rabbini era già entrata, con
gran seguito, lasciando dietro sè una folla immensa e clamorosa. Un
centurione stava alla porta con un corpo di guardie completamente
armato, schierato sotto alle magnifiche mura di marmo.

Il sole si rifletteva sugli elmi e sugli scudi dei soldati, ma essi
erano ugualmente indifferenti al suo splendore e alle grida e agli
insulti della plebaglia. Attraverso alle porte di bronzo una corrente
di cittadini continuava ad entrare mentre un'altra, più esigua,
sortiva.

— «Che succede?» — domandò un Galileo a uno di quelli che uscivano.

— «Nulla — fu la risposta — i Rabbini son davanti alla porta del
palazzo e chiedono di veder Pilato. Egli rifiutò di accordare udienza,
ed essi gli mandarono a dire che non se ne sarebbero andati finchè non
fossero stati ascoltati. Ora stanno aspettando.» —

— «Entriamo» — disse Ben Hur tranquillamente prevedendo ciò che
probabilmente i suoi compagni non avrebbero preveduto — e cioè che un
dissidio era sorto fra i pretendenti e il governatore, dissidio facile
a tramutarsi in un tentativo serio di ribellione.

Dentro alla Porta vi eran molti alberi che formavano un doppio filare;
essi eran coperti di foglie e ombreggiavano dei sedili fatti di assi
inchiodate alla meglio.

La gente, tanto entrando che sortendo, evitava cautamente l'ombra degli
alberi, poichè, — e potrà parer davvero strano, — un ordine dato dai
Rabbini e che pretendeva esser tratto dalla legge divina, proibiva che
entro alle mura di Gerusalemme crescesse alcun che di verde. Si dice
che perfino il Re Sapiente, il quale desiderava un giardino per la sua
moglie Egiziana, fu costretto a cercarselo nel crocicchio delle valli
al di là di En-rogel.

Attraverso le cime degli alberi si vedeva la facciata del palazzo.
Voltando a destra, la compagnia penetrò in una piazza larga, a sinistra
della quale sorgeva l'abitazione del governatore. Una moltitudine
eccitata riempiva la piazza. Tutti guardavano verso un porticato sotto
al quale appariva una gran porta chiusa, davanti alla quale stazionava
un'altra schiera di legionari.

La folla era così fitta che gli amici non avrebbero potuto avanzarsi,
se tale fosse stato il loro desiderio; rimasero perciò indietro,
osservando ciò che succedeva. Vicino al portico potevano vedere gli
alti turbanti dei Rabbini, l'impazienza dei quali si comunicava a volte
alla folla dietro di essi. Spesso si udiva un grido: — «Pilato se sei
il governatore, fatti avanti, fatti avanti!» —

Dopo un po' un uomo si spinse tra la folla: il suo viso era rosso dalla
collera.

— «Israele non ha più voce in capitolo!» — egli disse a voce alta. —
«Su questa terra santa siamo cani di Roma.» —

— «Credete voi ch'egli uscirà?» —

— «Uscire? Non ha egli rifiutato tre volte?» —

— «Che cosa faranno i Rabbini?» —

— «Come a Cesarea — rimarranno qui, sinchè darà loro udienza.» —

— «Non oserà toccare il tesoro, nevvero?» — domandò uno dei Galilei.

— «Chi lo sa? Un Romano, non profanò il Santo dei Santi? V'è nulla di
sacro per essi.» —

Un'ora trascorse, e, sebbene Pilato non si fosse degnato di rispondere,
i Rabbini e la folla non si mossero. Venne mezzogiorno, portando
un acquazzone, che si rovesciò sul capo degli aspettanti, ma senza
recare alcun cambiamento nella situazione, tranne che la folla, se era
possibile, era aumentata e rumoreggiava di più. Il gridìo era quasi
continuo: — «Vieni fuori, vieni fuori!» — Certe volte erano varianti
poco rispettose. Ben Hur teneva riuniti i suoi amici. Egli giudicava
che l'orgoglioso Romano si sarebbe stancato, e che la fine del dramma
non poteva esser molto lontana. Pilato non aspettava altro che il
popolo gli offrisse un pretesto per ricorrere alla violenza.

E la fine venne. In mezzo alla confusione si udì un rumore di colpi,
seguito da grida di dolore e di rabbia. Gli uomini venerabili davanti
al portico si voltarono spaventati. La gente che stava di dietro si
spinse avanti. Quelli nel centro si sforzavan di uscire dal parapiglia;
e per un istante, la pressione delle forze contrarie fu terribile.
Mille voci si alzarono per rispondere, la sorpresa si mutò rapidamente
in panico.

Ben Hur si mantenne calmo.

— «Puoi vedere?» — egli disse ad uno dei Galilei.

— «No.» —

— «Ti alzerò.» —

Prese l'uomo per la vita e lo alzò di peso.

— «Che cosa c'è?» —

— «Ora vedo,» — disse l'uomo. — «Vi sono alcuni armati di bastoni, che
stanno battendo la gente. Sono vestiti come gli Ebrei.» —

— «Chi sono?» —

— «Romani, com'è vero che esiste Dio! Romani truccati da Ebrei. I loro
bastoni volano, e non rispettano nulla. Ecco un Rabbino che cade! —
Vili!» —

Ben Hur pose l'uomo a terra.

— «Uomini della Galilea,» — egli disse, — «è un tiro di Pilato. Ora,
farete ciò che vi dico: andremo contro gli uomini dai bastoni.» —

I Galilei si animarono.

— «Sì, sì,» — essi risposero.

— «Torniamo indietro vicino agli alberi presso alla porta, e troveremo
che l'idea di Erode, quantunque contraria alla legge, non è senza la
sua utilità. Venite.» —

Ritornarono sui loro passi più presto che fu loro possibile, e
afferrando i rami con tutta forza, li staccarono dai tronchi. In breve
furon armati di nodosi bastoni. Al ritorno incontrarono la folla che si
slanciava verso la Porta, mentre dietro ad essa il clamore continuava,
in un coro di strilli, di lamenti, di maledizioni.

— «Al muro!» — gridò Ben Hur — «e lasciate passare la turba!» —

Così, stando fermi, rasenti alla muraglia alla propria destra, potevano
lasciar passare la folla, che, altrimenti, li avrebbe travolti nella
sua pazza corsa verso la piazza.

— «Uniti, ora, e seguitemi!» —

Gli ordini di Ben Hur ormai erano osservati alla lettera, e mentre egli
si spingeva tra la folla, i suoi compagni lo seguivano compatti. Quando
i Romani, bastonando la gente e canzonandola, si trovarono di faccia ai
Galilei, smaniosi di combattere, ed armati delle stesse armi, rimasero
assai sorpresi. Lo schiamazzo si accrebbe. I bastoni s'incontrarono
con colpi secchi e micidiali: l'odio lungamente represso dei Galilei
si scatenò con tutto l'impeto della loro natura focosa. Niuno eseguì
la sua parte meglio di Ben Hur la cui maestria e disciplina servirono
mirabilmente in quest'occasione, perchè non solo egli sapeva colpire e
parare, ma la lunghezza del suo braccio, l'azione perfetta e la forza
meravigliosa, gli assicuravano la vittoria in ogni conflitto. Egli era,
nel medesimo tempo, soldato e capitano. Il bastone che maneggiava era
poderoso, e bastava un colpo per il medesimo avversario. Il suo sguardo
vigilava tutti i particolari della lotta, e colla voce e l'esempio
animava i compagni alla mischia.

Se il suo grido incoraggiava quelli del suo partito sgomentava i
nemici. Sorpresi in tal guisa, i Romani dapprima si ritirarono in
buon ordine, poi voltarono le spalle e fuggirono verso il porticato.
Gl'impetuosi Galilei avrebbero voluto inseguirli fin sui gradini, ma
Ben Hur ragionevolmente li trattenne.

— «Fermi!» — egli disse. — «Il centurione laggiù sta per sopraggiungere
con la guardia. Essi hanno spade e scudi; noi non possiamo misurarci
con loro. Abbiamo fatto tutto il possibile. Ritorniamo verso la
porta.» —

Essi ubbidirono, benchè a malincuore, poichè la vista dei loro
compaesani, giacenti per terra là dov'erano stati abbattuti, alcuni
contorcendosi e gemendo, altri chiedendo aiuto, altri muti come morti,
destava continuamente la loro ira. Ma non tutti i caduti erano Ebrei.
Questa era una consolazione.

— «Cani d'Israele, fermatevi!» — gridò dietro loro il centurione mentre
si ritiravano.

Ben Hur gli rise in faccia e rispose nella sua lingua: — «Se noi siamo
cani d'Israele, voi siete sciacalli di Roma. Resta qui: torneremo
un'altra volta.» —

I Galilei, schiamazzando e ridendo, proseguirono la loro via.

Fuori della porta si agitava una moltitudine di cui Ben Hur non aveva
mai veduta l'uguale, neppure nel circo di Antiochia. Le cime delle
case, le strade, tutto il versante della collina, erano gremiti di
gente che si lamentava e piangeva. L'aria risuonava delle loro grida ed
imprecazioni. La compagnia venne lasciata passare senza ostacolo dalla
guardia. Ma non appena fu uscita, il centurione, prima di guardia sotto
il porticato, si presentò alla porta, e voltosi a Ben Hur:

— «Olà, insolente! Sei un Romano od un Ebreo?» —

Ben Hur rispose: — «Sono un figlio di Giuda, nativo di qui. Che vuoi da
me?» —

— «Rimani e combatti!» —

— «Uno per volta?» —

— «Come vuoi!» —

Ben Hur rise.

— «O valoroso Quirite! Degno figlio del bastardo Giove Romano! Io non
ho armi.» —

— «Avrai le mie,» — rispose il centurione. — «Io me le farò prestare
qui dalla guardia.» —

La gente, intorno udendo il colloquio, divenne silenziosa; e da essa il
silenzio si propagò alle file più lontane.

Ultimamente Ben Hur aveva battuto un Romano sotto gli sguardi di
Antiochia e del lontano Oriente. Se ora egli avesse potuto umiliarne
un altro sotto gli occhi di Gerusalemme, l'onore che gliene sarebbe
venuto poteva essere di grande utilità alla causa del Nuovo Re. Egli
non esitò. Andando direttamente dal centurione, disse: — «Sono pronto.
Prestami la tua spada e lo scudo.» —

— «E l'elmo e la corazza?» — domandò il Romano.

— «Tienili. Non potrebbero calzarmi bene.» —

Le armi furono consegnate, ed il centurione si mise in posizione.

I soldati, schierati sotto alla porta, rimasero immobili, come semplici
spettatori. Dall'altra parte stava la folla, inquieta, e con mille
bocche si ripeteva la domanda:

— «Chi è? Come si chiama?» —

Nessuno lo sapeva.

La supremazia delle armi romane consisteva in tre cose — sottomissione
alla disciplina, l'ordinamento delle legioni in battaglia, e una
singolare abilità nel maneggio della spada. Nella lotta essi non
colpivano mai col filo della spada ma giuocavano di punta, sia
avanzando che ritirandosi, e generalmente miravano al volto del nemico.
Tutto ciò era noto a Ben Hur. Mentre stavano per attaccare egli disse:

— «Sono un figlio di Giuda ma non ti ho detto che son stato a scuola da
un _lanista_ di Roma. Difenditi!» — All'ultima parola Ben Hur fece un
passo verso l'avversario.

Per un istante si fissarono reciprocamente, ognuno guardando l'altro
di sopra all'orlo del proprio scudo. Poi il Romano avanzò la spada e
fece una finta al petto. L'Ebreo gli rise in faccia. L'altro gli tirò
una stoccata al viso. Ben Hur fece un passo a sinistra, rapido come
il lampo, e si spinse addosso all'avversario sollevando col proprio
scudo il braccio del nemico. Fece un passo di fronte e un altro a
sinistra lasciando il lato destro del Romano completamente scoperto. Il
centurione, colpito dall'arma di Ben Hur, cadde pesantemente in avanti,
facendo risuonare di un suono cupo il lastricato. L'Ebreo aveva vinto.
Col piede sulle spalle del nemico egli alzò lo scudo sopra il proprio
capo, secondo l'uso dei gladiatori, e salutò i soldati fermi presso la
porta.

Quando il popolo comprese che la vittoria era di Ben Hur divenne quasi
pazzo dalla gioia. Di bocca in bocca fino al lontano Xysto, rapido
come la folgore si sparse la novella, e dappertutto era un agitare di
scialli, e di fazzoletti, un ridere e un vociare; se Ben Hur avesse
consentito, i Galilei lo avrebbero portato in trionfo sulle loro
spalle.

Ad un ufficiale subalterno che s'avanzava dalla Porta, egli disse:

— «Il tuo camerata morì da soldato. Mi tengo solo la sua spada ed il
suo scudo.» —

Poi si confuse fra la folla. E allorchè fu un po' più lontano parlò ai
Galilei:

— «Fratelli, vi siete portati assai bene. Ora separiamoci per non
essere inseguiti. Venite da me questa sera al Khan di Bethania. Ho
qualche cosa di grande importanza per Israele da proporvi.» —

— «Chi sei?» — gli domandarono.

— «Un figlio di Giuda,» — egli rispose, semplicemente. La folla,
smaniosa di vederlo, attorniò la compagnia.

— «Verrete a Bethania?» — egli domandò.

— «Sì, verremo.» —

— «Allora portate con voi questa spada e questo scudo, chè io possa
riconoscervi.» —

E spingendosi fra la folla che aumentava d'ogni lato, sparve.

Col permesso di Pilato, la gente entrò nel cortile a portar via i morti
ed i feriti, ma il loro dolore per quella vista fu rallegrato assai
dalla vittoria del campione sconosciuto, che fu cercato dappertutto, e
da tutti esaltato. Lo spirito avvilito della nazione si sentì sollevare
dal fatto valoroso, tanto che nelle strade e perfino nel Tempio, in
mezzo alle solennità della cerimonia, si ripeterono le vecchie istorie
dei Maccabei, e le persone più saggie scuotevano il capo, bisbigliando
sommessamente:

— «Un poco di pazienza, ancora un poco di pazienza, o fratelli, e la
gloria d'Israele rifiorirà. Abbiamo fiducia in Dio.» —

In tale modo, Ben Hur, stabilì la sua supremazia fra i Galilei, e si
preparò la via fra di essi a più grandi servigi nella causa del Re.

Con quale risultato, noi vedremo in seguito.


  FINE DEL LIBRO SESTO.



LIBRO SETTIMO

    Desto che fui m'apparve una sirena
    avvolta in una nube ed anelante
    al mare: essa era adorna di monili
    d'erba intrecciata: perle di corallo
    le cingevano i morbidi capelli.

                 THOMAS BAILEY ALDRICH.



CAPITOLO I.


L'incontro ebbe luogo nel Khan di Bethania com'era inteso. Poi Ben Hur
accompagnò i Galilei nel loro paese, dove la sua impresa sulla vecchia
Piazza del mercato gli guadagnò fama ed autorità. Prima che l'inverno
fosse trascorso, aveva raccolte tre legioni, organizzandole secondo
il modo Romano. Ne avrebbe potuto avere il doppio, poichè lo spirito
marziale di quel popolo valoroso non s'era mai assopito. Tuttavia fu
prudente consiglio limitarne il numero, dati i sospetti di Roma, non
solo, ma la vicinanza di Erode che avrebbe veduto una minaccia in
queste esercitazioni campali. Egli addestrò gli ufficiali nel maneggio
delle armi, particolarmente della spada e della lancia, e nelle manovre
proprie alla formazione delle legioni, dopo di che li mandava a casa
ad ammaestrare alla lor volta i compagni. In breve questi esercizi
divennero un passatempo per il popolo. Come si può immaginare, il
compito richiedeva pazienza e abilità, zelo, fiducia e devozione, —
da parte sua, e la massima fra le doti di un capo popolo — quella di
infondere in altri i sentimenti che animano noi. Egli la possedeva
in sommo grado e l'adoperava con grande efficacia. Come lavorava! E
con quale profonda abnegazione e sacrificio di se stesso! Pure, con
tutto ciò, non sarebbe riuscito se non avesse avuto l'appoggio di
Simonide, il quale lo forniva di armi e di danaro, e quello d'Ilderim
che vegliava su di lui nel deserto e gli portava viveri e provviste.
E anche allora i suoi sforzi sarebbero stati vani se non lo avesse
aiutato l'ingegno dei Galilei.

Sotto questo nome eran comprese le quattro tribù Asher, Zebulon,
Ittacar e Naftali, abitanti nei distretti originariamente a loro
destinati.

L'Ebreo, nato nelle vicinanze del Tempio disprezzava i suoi confratelli
del nord; ma contro di lui stava la testimonianza del Talmud eterno: —
«Il Galileo ama l'onore e l'Ebreo il denaro.» —

Animati da un odio per Roma pari soltanto all'affetto che sentivano pel
proprio paese, in ogni rivolta essi erano sempre i primi ad entrare
in campo e gli ultimi a lasciarlo. Cento e cinquanta mila Galilei
perirono nell'ultima guerra con Roma. In occasione delle grandi Feste
essi si recavano a Gerusalemme, marciando con tende e cavalli, come
un esercito. Tuttavia avevano sensi liberali e tolleravano fino il
paganesimo. Provavano un giusto orgoglio per le bellissime città,
Romane nella loro apparenza, che Erode aveva costruite specialmente
nella Seforide e nella Tiberiade, alle quali avevano validamente
contribuito col lavoro delle proprie braccia. Tenevano per concittadini
i popoli di tutto il mondo, e vivevano in pace con loro. Alla gloria
del nome Ebreo contribuirono poeti, come l'autore del Cantico dei
Cantici, profeti come Hosea.

Sopra un tale popolo, così svelto, così superbo, così valoroso, dotato
di tanta devozione e d'una così fervida fantasia, il racconto della
venuta del nuovo Re non potè non avere una straordinaria efficacia. Il
fatto solo ch'egli veniva per abbattere Roma, sarebbe stato sufficiente
perchè essi si schierassero con Ben Hur; ma quando, per sovrappiù, si
disse loro ch'Egli doveva impugnare lo scettro del mondo, che sarebbe
stato più potente di Cesare, più saggio di Salomone, e che il suo
regno doveva durare eternamente, l'appello fu irresistibile, e li
avvinse alla sua causa, corpo ed anima. Domandarono a Ben Hur dietro
quale autorità egli parlasse ed egli citò i profeti, e raccontò loro
di Balthasar che aspettava lassù in Antiochia. Essi gli credettero
ciecamente, poichè era la vecchia e sempre amata leggenda del Messia, a
loro comunicata dalle parole del Signore: era il sogno da tanto tempo
accarezzato, a cui finalmente si fissava una data certa e sicura. Non
si prevedeva più la sola venuta del Re: Egli era già arrivato.

I mesi d'inverno trascorsero veloci per Ben Hur, e quando venne la
primavera con le sue continue pioggie, egli aveva lavorato a tutt'uomo
e potè dire con compiacenza:

— «Amici, ora venga il buon Re. Non avrà che a dirci dove vuole che
sorga il suo trono; noi abbiamo le spade per difenderlo.» — E tutte le
persone che ebbero da fare con lui in questo tempo, lo conobbero solo
come un figlio di Giuda, e come tale lo chiamarono.

Una sera, nella Traconite, Ben Hur sedeva con alcuni dei suoi Galilei
sulla soglia della caverna che gli serviva di dimora, allorchè un
corriere Arabo si presentò a lui, e gli consegnò una lettera. Rompendo
il plico, egli lesse:

                                              «Gerusalemme, Nisan IV

  È comparso un individuo che gli uomini chiamano Elia. Egli visse per
  anni nella solitudine, ed ai nostri occhi egli è un profeta; e tale
  lo rivelano le sue parole, il succo delle quali è che un personaggio
  assai più grande di lui, deve venire a giorni, e che egli attende
  ora sulla sponda orientale del Giordano. Io sono stato a vederlo
  ed a sentirlo; colui ch'egli aspetta, è certamente il Re; vieni per
  giudicare tu stesso. Tutta Gerusalemme corre dal profeta, e tanta è
  la gente che vuol vederlo, che la spiaggia ove egli dimora, è come
  il Monte degli Ulivi negli ultimi giorni di Pasqua

                                                           Malluch.»

Il viso di Ben Hur s'illuminò di gioia.

— «Con questa notizia, o amici miei» — egli disse — «con questa
notizia, la nostra attesa volge al suo fine. L'araldo del Re è comparso
e l'ha preannunciato.» —

La lettura della lettera destò una felicità generale fra i Galilei.

— «Preparatevi ora» — egli aggiunse — «e domattina dirigetevi verso
casa; quando sarete arrivati, mandate ad avvertire i vostri subalterni
e teneteli pronti a riunirsi a un mio comando. Per me e per voi andrò
a vedere se il Re è realmente arrivato, e ve lo farò sapere. Frattanto
viviamo nella gioia della promessa.» —

Entrato nella caverna, egli scrisse una lettera ad Ilderim, ed un'altra
a Simonide, comunicando loro le notizie ricevute, e parlando del suo
intento di recarsi immediatamente a Gerusalemme. Le lettere furono
spedite per mezzo di rapidi messaggieri. Quando cadde la notte e
spuntarono le stelle, egli montò a cavallo, e con una guida Araba
si diresse verso il Giordano, intendendo di raggiungere la via delle
carovane, tra Rabbath-Ammon e Damasco.

La guida era fidata e Aldebran veloce; cosicchè verso la mezzanotte i
due uscirono dalla valle, che per tanti mesi era stata la loro dimora.



CAPITOLO II.


Lo scopo di Ben Hur era quello di fermarsi allo spuntar del giorno in
un luogo sicuro, non lontano dalla via; ma avendolo l'alba sorpreso
mentre ancora si trovava nel deserto, egli proseguì fidandosi delle
parole della guida che gli prometteva di condurlo in breve ad una valle
chiusa da grandi rupi, ove una fonte, alcuni gelsi ed un po' d'erba,
offrivano foraggio e ristoro per gli uomini e pei cavalli.

Mentre Ben Hur proseguiva avvolto nei pensieri dei grandi eventi che
dovevan succedere e dei cambiamenti che avrebbero portato nei destini
delle nazioni, la guida, sempre all'erta, richiamò la sua attenzione
sopra un punto mobile all'orizzonte, alle loro spalle. Tutto all'ingiro
il deserto si stendeva con monotone onde di sabbia gialla e lucida
sotto i cocenti raggi del sole, senza una palma o un filo d'erba.
Solo a sinistra, ma ancora molto lontano, appariva una catena di basse
montagne. In quello spazio così vasto, qualunque oggetto non poteva a
lungo celarsi.

— «È un cammello» — disse subito la guida.

— «È seguito da altri?» — chiese Ben Hur.

— «È solo. No, v'è un uomo a cavallo — la guida, probabilmente.» —

Poco dopo, Ben Hur stesso potè discernere che il cammello era bianco
e d'una grandezza quasi fenomenale, che gli rammentava il meraviglioso
animale veduto la prima volta presso alla fonte nella Grotta di Dafne,
condotto da Balthasar ed Iras. Non ve n'erano due uguali. Pensando
all'Egiziano, rallentò sensibilmente il passo, indugiando finchè potè
chiaramente distinguere due persone sedute sotto il baldacchino del
cammello.

Se fossero Balthasar ed Iras! Dovrebbe egli farsi conoscere? Essi
avrebbero attraversato soli il deserto. Ma mentre egli era incerto sul
da farsi, il cammello col suo passo lungo e dondolante, lo raggiunse.
Egli udì il tintinnio dei sonagli ed ammirò la ricca gualdrappa che
aveva tanto colpito la folla alla sorgente di Castalia. Riconobbe pure
l'Etiope, che accompagnava sempre l'Egiziano.

Il gigantesco cammello si fermò vicino al suo cavallo, e Ben Hur
alzò il capo e vide Iras! Iras in persona, che sollevando la tenda lo
guardava, coi suoi occhi pieni di sorpresa e di gioia.

— «Le benedizioni del vero Dio cadano su te!» — disse Balthasar con
voce tremula.

— «La pace del Signore sia con te e co' tuoi!» — rispose Ben Hur.

— «I miei occhi sono velati per gli anni» — continuò Balthasar — «ma
credo di riconoscere in te il figlio di Hur, che conobbi ultimamente,
ospite nella tenda di Ilderim, il generoso.» —

— «E tu sei Balthasar, il saggio Egiziano. Le tue parole a proposito
di certi santi avvenimenti futuri non sono estranee a questo nostro
incontro nel deserto. Che cosa cerchi in queste lande desolate?» —

— «Chi è accompagnato da Dio non è mai solo — e Dio è dappertutto» —
rispose Balthasar con gravità.

— «A non molta distanza da noi, segue una carovana in viaggio per
Alessandria, e siccome deve passare per Gerusalemme, io avevo pensato
di approfittare della sua compagnia fino alla Città Santa, alla quale
sono diretto. Tuttavia stamane, impaziente del suo procedere lento
a causa specialmente della scorta a cavallo, formata da una coorte
Romana, ci alzammo per tempo e ci mettemmo in cammino. Contro i predoni
del deserto ci protegge un sigillo dello Sceicco Ilderim, e contro gli
animali feroci, la protezione di Dio.» —

Ben Hur chinò la testa e disse: — «Il sigillo del buon sceicco è una
salvaguardia ovunque si estenda il deserto; e rapido dev'essere il
leone, che voglia raggiungere questo re della sua specie.» —

Così dicendo egli accarezzava il collo del cammello.

— «Eppure» — disse Iras con un sorriso che non sfuggì al giovane,
gli occhi del quale, bisogna confessarlo, s'erano spesso, durante il
colloquio col vecchio, rivolti a lei. — «Eppure, anch'egli starebbe
meglio se rompesse il suo digiuno. I Re soffrono la fame e i mal di
testa. Se tu sei proprio il Ben Hur, di cui mio padre mi parlò, e
ch'io ebbi il piacere di conoscere, tu sarai felice, ne sono certo, di
mostrarci la via più corta alla prossima sorgente, perchè noi possiamo
benedire coll'acqua il nostro pasto mattutino nel Deserto.» —

Ben Hur si affrettò a rispondere.

— «O bell'Egiziana, la mia pietà ti segue. Se puoi resistere ancora un
poco, noi troveremo la sorgente che tu cerchi, e ti prometto che le
sue acque saranno così dolci e rinfrescanti come quelle della famosa
Castalia. Se permetti, affrettiamo il passo.» —

— «Ti do la benedizione dell'assetato» — ella rispose; — «e ti offro in
cambio un pezzo di pane proveniente dal forno della città, spalmato con
del burro fresco degli opulenti prati di Damasco.» —

— «Un boccone raro! Proseguiamo.» —

Ben Hur si mise alla testa della comitiva con la sua guida, poichè il
celere passo del cammello impediva ogni conversazione prolungata. Dopo
un po' la compagnia giunse ad una gora che rimontò tenendo la sponda
destra. Il letto era molle per recenti pioggie ed abbastanza ripido. Di
quando in quando si allargava; le rive si facevano rocciose e l'acqua
scorreva rumorosa fra larghi macigni, o precipitava fra nubi di spuma
in piccole cataratte.

Finalmente, attraverso uno stretto passaggio, i viaggiatori penetrarono
in una deliziosa valletta, che ai loro occhi abituati alla sterile
e gialla distesa del deserto, appariva un Paradiso terrestre. Qui
l'acqua del torrente si diramava in tanti canaletti, serpeggianti
ed intrecciantisi fra isole di verdura e gruppi di canne. Alcuni
leandri provenienti dalle profondi valli del Giordano, rallegravano
coi lora fiori la piccola valle, sulla quale sembrava vegliare in
regale attitudine un'unica palma altissima. Le pareti della valle
erano coperte di viti. A sinistra, sorgeva una rupe sporgente sopra
un boschetto di gelsi, i quali rivelavano, con la loro verzura, la
presenza della fonte cercata dai viaggiatori. A questa li condusse la
guida, noncurante dei cinguettii delle pernici e d'altri uccelli dai
colori smaglianti, che svolazzavano spaventati dai loro nascondigli.

L'acqua scaturiva da un'apertura scavata nella rupe, che una mano
esperta aveva allargato in forma di arco. Scolpita su questa, in grandi
lettere Ebraiche, v'era la parola: _Dio_. L'incisore doveva senza
dubbio essersi lì fermato per vari giorni, e, come segno di gratitudine
per l'acqua bevuta, vi aveva impresso il nome del Signore.

Dall'arco il ruscello scorreva veloce sopra un grande macigno ricoperto
di muschio verdissimo e si gettava quindi in uno stagno trasparente
come vetro, per poi fuggire fra verdi sponde e gruppi d'alberi, e
scomparire nella sabbia asciutta. Solo pochi e stretti sentieri si
distinguevano sull'orlo dello stagno, e tutto il terreno all'intorno
non rivelava presenza di uomini. I cavalli, pel momento, furono
lasciati liberi, e l'Etiope aiutò Balthasar ed Iras a discendere;
dopo di che il vecchio, voltando il suo viso verso levante, incrociò
riverentemente le mani sul petto e pregò.

— «Portami una tazza» — disse Iras, con impazienza dal baldacchino. Lo
schiavo estrasse un bicchiere di cristallo e glielo porse; essa disse
poi a Ben Hur:

— «Io sarò il tuo coppiere alla fontana.» —

Entrambi si avviarono allo stagno. Egli avrebbe voluto attingere
l'acqua per lei, ma essa rifiutò la sua offerta, immerse la tazza, e
ve la tenne sin quando fu fresca e ricolma d'acqua; quindi gli offrì il
primo sorso.

— «No» — egli disse, respingendo la mano graziosa, e non vedendo altro
che i grand'occhi mezzo nascosti dalle inarcate ciglia — «ti prego,
questo è mio dovere!» —

Essa insistette.

— «Nel mio paese, o figlio di Hur, v'è un proverbio che dice: —
«Meglio essere coppiere d'un uomo fortunato, che essere ministro di un
Re.» —

— «Fortunato?» — chiese egli.

La voce, gli occhi svelavano la sua sorpresa, ed essa rispose
prontamente:

— «Gli Dei ci si rivelano amici dandoci a testimonio un segno del loro
potere. Non fosti tu vincitore al Circo?» —

Egli sentì le guancie imporporarsi.

— «Questo è un segno; ce n'è un'altro. Tu hai battuto un Romano in un
combattimento alla spada.» —

Egli si fece rosso fino alla radice dei capelli, non tanto per il
trionfo in sè, quanto per l'orgoglio ch'egli provava nel pensare
ch'essa aveva seguito con tanto interessamento le varie vicende della
sua vita. Ma subito, alla gioia, tenne dietro una riflessione.

Egli sapeva che la fama di quel combattimento si era sparsa in tutto
l'oriente, ma il nome del vincitore era conosciuto solo da pochi.

Ne aveva fatto parte solo a Malluch, Ilderim e Simonide. Potevano essi
aver confidato il segreto ad una donna? La meraviglia ed il piacere
lottavano in lui, ed osservando il suo smarrimento, essa si alzò e
disse tenendo la coppa sopra lo stagno.

— «O Dei d'Egitto! Io vi ringrazio per aver scoperto un eroe, vi
ringrazio che la vittima del palazzo di Idernee non sia stata il mio Re
degli uomini. Io libo e bevo.» —

Parte del contenuto della coppa ritornò nello stagno, ed essa bevve il
resto. Levandosi il cristallo dalle labbra, essa esclamò ridendo.

— «O figlio di Hur, è dunque vero che gli uomini più coraggiosi si
lasciano tutti abbindolare così facilmente da una donna? Prendi la
tazza ora e vediamo se puoi trovarvi ispirazione ad una parola gentile
per me.» —

Egli prese la tazza e si chinò per riempirla.

— «Un figlio d'Israele non ha Dei a cui libare» — disse,
giuocherellando con l'acqua per nascondere il suo crescente imbarazzo.

Che cosa altro sapeva l'Egiziana sul conto suo? L'avevano informata
delle relazioni che correvano fra lui e Simonide, e intorno al trattato
con Ilderim? Era essa a giorno anche di questo? Gli venne un subito
sospetto; qualcheduno aveva tradito questi segreti così gravi. Egli
era inoltre diretto a Gerusalemme, dove più che in ogni altra città la
rivelazione dei suoi disegni al nemico sarebbe stata dannosa per lui,
per i suoi alleati e per la sua causa. Ma era poi essa un nemico?

Quando la tazza fu rinfrescata, la riempì, si alzò ed affettando
un'indifferenza che non provava, disse:

— «O bellissima, fossi Egiziano, o Greco, o Romano direi:» — così
parlando, alzò la coppa al disopra della testa: «O Dei, io vi ringrazio
perchè al mondo, a dispetto di tutti i suoi torti e di tutte le sue
sofferenze, son rimasti ancora l'incanto della bellezza e il sollievo
dell'amore, e bevo alla salute di colei che meglio li rappresenta, a
Iras, la più bella delle figlie del Nilo!» —

Essa appoggiò lievemente la mano sopra la sua spalla.

— «Tu hai trasgredito la legge. Gli Dei ai quali tu hai bevuto sono
falsi Dei. Se io ti denunciassi ai Rabbini?» —

— «Oh!» — egli disse ridendo. — «Sarebbe poca cosa per una persona che
sa tanti e tanti segreti di Stato!» —

— «E non basta. — Anderò dalla piccola Ebrea che coltiva le rose sul
terrazzo del grande negoziante in Antiochia. Ti accuserò d'impenitenza
ai Rabbini, dinanzi a lei....» —

— «Dinanzi a lei?» —

— «Ripeterò ciò che mi hai detto sollevando la coppa, e prendendo gli
Dei a testimoni.» —

Egli rimase zitto come se aspettasse che l'Egiziana proseguisse.

La sua fantasia gli dipinse Ester al fianco di suo padre tutta intenta
ad ascoltare i dispacci ch'egli mandava, e, qualche volta, leggendoli
essa medesima. Alla sua presenza, egli aveva raccontato a Simonide la
storia del Palazzo di Idernee. Essa ed Iras si conoscevano; questa
era astuta e mondana, quella semplice ed affettuosa, tale da esser
facilmente indotta a chiacchierare.

Simonide non poteva aver mancato alla promessa e Ilderim neppure
giacchè a nessuno, più che ad essi, le conseguenze di una tale
rivelazione potevano tornare fatali. Poteva Ester aver informato
l'Egiziana? Egli non l'accusava, ma un dubbio lo invase, riempiendolo
di sfiducia e di sospetto.

Prima ch'egli avesse potuto rispondere all'allusione della piccola
Ebrea, Balthasar giunse allo stagno.

— «Noi vi siamo debitori di molto, figlio di Hur,» — disse egli con
aria grave. — «Questa valle è molto bella e i suoi prati, gli alberi e
l'ombra, c'invitano a fermarci e riposare; qui la primavera risplende
come un diamante, e mi parla d'un Dio d'amore. Non sono sufficienti le
parole per ringraziarti di ciò che ci hai dato da godere; bevi con noi
ed assaggia il nostro pane.» —

— «Lasciate prima ch'io vi serva.» —

Così dicendo Ben Hur riempi la coppa e la porse a Balthasar che alzò
gli occhi in segno di muta preghiera.

Intanto lo schiavo portò i tovagliuoli, ed i tre, dopo di essersi
lavate ed asciugate le mani, si sedettero secondo l'uso orientale,
sotto la medesima tenda, che, molti anni prima, aveva servito per
l'incontro dei tre Saggi nel deserto.



CAPITOLO III.


La tenda era comodamente spiegata sotto un albero, in vicinanza al
ruscello; sopra di essa, le larghe foglie pendevano immobili dai loro
rami; più in là sorgevano i delicati steli delle canne ritti come
freccie. Di tanto in tanto, attraverso al vapore perlaceo, un'ape
ritornando col suo profumato bottino, passava ronzando e spariva, ed
una pernice, sbucando dalle siepi beveva, chiamava la sua compagna e
volava via. La quiete della valle, la freschezza dell'aria, la bellezza
del luogo, il silenzio quasi domenicale, sembrava avessero intenerito
l'animo dell'Egiziano; la sua voce, i suoi gesti, ed i suoi modi, erano
più dell'usato, gentili, e spesso, mentre guardava Ben Hur conversando
con Iras, ebbe negli occhi un'espressione di infinita pietà.

— «Quando ti raggiungemmo, o figlio di Hur,» — egli disse alla fine
del pasto, — «sembrava che tu pure fossi diretto a Gerusalemme. Posso
domandarti, senza offenderti, se ti rechi fin là?» —

— «Io vado alla Città Santa.» —

— «Per il grande bisogno che ho di risparmiare una fatica, ti domanderò
ancora, se v'è una via più breve di quella di Rabbath-Ammon?» —

— «Una via scabrosa, ma più corta, conduce da Gerasa a Rabbath Gileat.
È quella che ho deciso di prender io.» —

— «Sono impaziente,» — disse Balthasar. — «Recentemente il mio sonno fu
disturbato da sogni — o piuttosto dallo stesso sogno che si ripeteva.
Una voce veniva a dirmi: — «Presto, alzati! Colui che tu hai tanto
aspettato, è arrivato.» —

— «Intendete colui che dev'essere Re degli Ebrei?» — domandò Ben Hur,
fissando l'Egiziano con meraviglia.

— «Sì.» —

— «Allora non avete sentito parlare di lui?» —

— «Nulla, tranne le parole della voce del sogno.» —

— «Io ho notizie che vi rallegreranno, come rallegrarono me.» —

Dalla sua sopravveste, Ben Hur estrasse la lettera ricevuta da Malluch.
La mano che l'Egiziano stese tremò. Egli lesse ad alta voce, con
crescente emozione; le vene del collo gli si gonfiarono e pulsarono con
violenza. Alla fine egli alzò gli occhi in atto di ringraziamento e di
preghiera. Non fece alcuna domanda, perchè non aveva dubbî.

— «Tu sei stato molto buono verso di me, o Dio,» — egli disse. — «Sì,
sì, ti prego, che io possa rivedere il Salvatore, ed adorarlo, ed il
tuo servo sarà pronto ad andarsene in pace.» —

Le parole, il modo, la stranezza della semplice preghiera, fecero su
Ben Hur un'impressione nuova e duratura. Iddio non gli era mai apparso
così vero e così vicino; sembrava fosse lì curvato, su loro, o seduto
al loro fianco — un amico, da pregarsi alla buona, — un Padre che amava
tutti ugualmente i suoi figli — Padre degli Ebrei come dei Pagani —
Padre universale, che non aveva bisogno di intermediarî, nè di Rabbini,
nè di sacerdoti, nè di dottori. L'idea che tale Dio potesse mandare
all'umanità un Salvatore invece di un Re apparve a Ben Hur con una luce
non soltanto nuova, ma così vivida, ch'egli potè quasi afferrare la
maggior importanza di questo dono, e insieme la più grande coerenza di
esso con la natura della Divinità. Non potè a meno di domandare:

— «Adesso che egli è venuto, o Balthasar, credi ancora ch'egli debba
essere un Salvatore e non un Re?» —

Balthasar gli lanciò uno sguardo pensoso e tenero.

— «Come dovrò rispondere?» — egli disse. — «Lo Spirito che in forma
di stella fu da tanto tempo la mia guida, non mi apparve più dacchè
t'incontrai nella tenda del buon sceicco; credo però che la voce che
mi parlò in sogno sia la medesima; ma eccettuata quella non ho altre
rivelazioni.» —

— «Io ti richiamerò i termini della nostra disputa» — disse Ben Hur
con rispetto, — «tu eri dell'opinione ch'egli sarebbe un Re, ma non
come lo è Cesare; e che la sua sovranità sarebbe spirituale, non del
mondo.» —

— «Oh, sì,» — rispose l'Egiziano, — «e sono ancora della stessa
opinione. Vedo la divergenza nella nostra fede. Tu credevi incontrare
un Re degli uomini, io un Salvatore di anime.» —

Egli si fermò con l'espressione di chi tenta di raccogliere un pensiero
troppo alto e troppo profondo per essere formulato a parole.

— «Lascia ch'io cerchi, o figlio di Hur,» — egli disse quindi, — «di
aiutarti a comprendere chiaramente ciò che credo; e se mi riescirà
di dimostrare la superiorità del regno spirituale sopra qualunque
manifestazione dello splendore Cesareo, tu comprenderai meglio la
ragione per cui m'interesso della persona misteriosa di cui andiamo in
traccia.

Non posso dirvi quando l'idea dell'anima ebbe origine. È probabile
che i nostri primi padri l'abbiano portata con loro dal paradiso
dove dimorarono. Sappiamo però che questa idea non si è mai perduta
interamente. Se in alcune epoche essa si offuscò e svanì, se in altre
fu circondata di dubbî, Iddio continuò a mandarci, ad intervalli degli
intelletti superiori che ci richiamavano alla fede e confermavano le
nostre speranze.

Perchè dovrebbe esservi un'anima in ogni uomo? O figlio di Hur,
considera per un momento come è necessaria e indispensabile tale
credenza: Coricarsi, morire, e non essere più! A una tale fine l'uomo
si è sempre ribellato; e non vi fu mai uomo che nell'intimo del suo
cuore non abbia aspirato a qualcosa di più alto e di migliore. I grandi
monumenti dell'Egitto e dell'Asia sono le grida di impotenza dei popoli
contro l'oblìo della morte, e lo stesso si dica delle iscrizioni e
delle statue; e così pure della storia. Il più grande dei nostri Re
Egiziani fece scolpire la sua effigie in una collina di solida roccia.
Ogni giorno egli si recava con un esercito di cocchi per esaminare
il progresso del lavoro; finalmente fu terminato; mai vi fu effigie
più bella, più fedele, più duratura. Non possiamo noi immaginarlo
in quel momento dire, pieno d'orgoglio! «Venga ora la Morte; io non
morrò interamente?» Il suo desiderio è stato appagato. La statua dura
tuttora.

Ma è in questo modo che ci assicuriamo la vita futura? Vivere nella
memoria degli uomini — una memoria vana come il chiaro di luna, che
illumina la fronte della statua, — una storia in pietra — nulla di più!
Nel frattempo che n'è divenuto del Re? Lassù nelle tombe reali giace
un corpo imbalsamato che una volta era il suo, un'effigie non così
bella come quella fuori nel deserto. Ma dov'è, o figlio di Hur, dov'è
il Re medesimo? È forse caduto nel nulla? Duemila anni sono trascorsi
dal giorno in cui egli era un uomo vivente, come tu ed io. L'ultimo
suo respiro segnò la sua fine? L'affermarlo sarebbe bestemmiare Iddio.
Accettiamo piuttosto la dottrina che ci promette la vera vita dopo
morti — non un ricordo marmoreo, ma la vita con movimenti, sensazioni,
intelligenza, vita eterna nella durata, sebbene possa essere varia
nelle sue forme e nelle sue esplicazioni. Tu domandi qual'è questa
dottrina? Iddio ci dona un anima alla nascita con questa semplice
legge: — l'Immortalità si consegue solo pel tramite dell'anima.

Puoi tu pienamente comprendere il piacere che uno prova pensando
ch'egli possiede un'anima? Quest'idea spoglia la morte dai suoi
terrori, riducendola a un cambiamento in meglio. — Il corpo seppellito
è come il seme del quale sorgerà una nuova vita. Guarda in quale stato
mi trovo io — debole, esausto, vecchio, avvizzito e accasciato; guarda
il mio volto raggrinzito, pensa alla deficienza dei miei sensi, ascolta
la mia voce stridula.

Ah, quale gioia è per me la promessa che mi accerta che quando la tomba
si aprirà per raccogliere questa mia povera spoglia logora e consumata,
le porte, ora invisibili, dell'universo, che altro non è che il palazzo
di Dio, si spalancheranno per ricevere me, anima immortale e libera?

Io vorrei poter descrivere l'estasi di quella vita futura, ma la parola
non basterebbe a dartene una adeguata idea.

Ed ora, figlio di Hur, sapendo tutto ciò, dovrò io affannarmi intorno
a vani dettagli? Quale sarà la sede? quale la forma dell'anima mia;
se mangerà e berrà? Se ha le ali? No. Fidiamoci piuttosto in Dio, e
pensiamo che Egli, l'architetto di questo bellissimo mondo materiale,
il maestro della forma e del colore, non potrà dimostrarsi dammeno in
ciò che riguarda il nostro soggiorno spirituale.

Il suo affetto me ne sta garante.» —

Il buon uomo tacque, e la mano che condusse la coppa alle labbra tremò.
Tanto Iras che Ben Hur si sentivano commossi, e quest'ultimo sembrava
vedere come una luce nuova e viva che rischiarasse le tenebre della sua
mente; scorgeva la possibilità di un regno immateriale, maggiore e più
importante di un impero terreno; e pensò che dopo tutto il Salvatore
che regalasse agli uomini un tal regno era più divino che non qualunque
Re.

— «È una cosa dolorosa» — riprese Balthasar — «se tu ben consideri che
l'idea della vita spirituale è una luce quasi spenta nel mondo. Qua
e là, in vero, troverai qualche filosofo che ti parlerà di un'anima,
intessendovi sopra le sue dottrine; ma siccome i filosofi non si basano
sulla fede, e non credono che l'anima sia un fatto, lo scopo di essa è
per loro avvolto nell'oscurità.

Ogni creatura animata ha una mente, la quale si può misurare dai suoi
bisogni. E non vedi tu un profondo significato nel fatto che solo
all'uomo fu data la facoltà di speculare sopra il suo futuro? A questo
segno io riconosco che Dio intese di farci comprendere che noi siamo
creati per un'altra vita migliore, essendo questo il più grande bisogno
della nostra natura. Ma ahimè! come è stato mal compreso questo supremo
bisogno del nostro Io! Gli uomini non vedono che la vita terrena, e
principi e sacerdoti nulla fanno per illuminarli o dirigerli ad una
meta più alta.

Pensa ora a quanto ci attende: per conto mio, parlando con tutta la
sincerità della fede, io non darei un'ora della mia vita spirituale per
mille anni di vita come uomo.» —

L'Egiziano sembrò dimenticarsi dei compagni, e continuò come parlando a
se stesso.

— «Questa vita ha i suoi problemi, e vi sono uomini che passano tutti
i loro giorni nello studiarli; ma che cosa dire dei problemi della
vita futura? Un solo sguardo a Dio, e tutti i misteri che tanto ci
affannano in terra splenderebbero chiari innanzi ai nostri occhi.
Tutto l'universo sarebbe spalancato davanti a me. Io sarei colmo della
sapienza divina, vedrei tutte le glorie, assaggerei ogni diletto. Al
cospetto di tutto questo, le maggiori ambizioni di questa vita, tutte
le sue gioie e le sue passioni, non sarebbero che il tinnire di vuoti
sonagli.» —

Balthasar si arrestò, come per riaversi dallo stato di estasi in cui
era caduto, e volgendosi al giovine, con un grave inchino: — «Io ti
chiedo scusa» — egli disse — «o figlio di Hur, se la visione delle
gioie future mi ha fatto deviare troppo dall'argomento. Ma, se tu
pensi alla perfezione della vita che ci attende dopo morte, e come
le passioni e l'ignoranza umana hanno offuscato la nostra intima
percezione di essa, comprenderai quanto sia necessaria la presenza di
un Salvatore, infinitamente più necessaria che non l'avvento di un Re;
e quando andrai incontro all'Uomo che attendi, dovrai sperare che tale
Egli si riveli veramente, piuttosto che un guerriero armato di spada o
scettrato monarca.

Una domanda pratica ci si presenta: — A quali indizi lo riconosceremo?
— Se tu continui nella tua credenza — che egli dovrà essere un Re come
Erode — dovrai naturalmente cercare un uomo vestito di porpora e d'oro.
D'altra parte Colui che io attendo sarà povero, umile, non diverso in
apparenza dagli altri uomini; e il segno da cui lo riconoscerò sarà
molto semplice: Egli dovrà mostrare a me ed a tutta l'umanità la via
alla vita eterna; la pura, bellissima vita dell'anima.» —

Il silenzio che seguì queste parole fu rotto di nuovo da Balthasar:

— «Alziamoci ora» — egli disse — «alziamoci e riprendiamo il cammino.
Ciò che dissi ha acuito l'impazienza di vedere Colui ch'è sempre nella
mia mente; sia questa la scusa della mia fretta presso di te, figlio di
Hur, e presso di te, figlia mia.» —

Al suo segnale lo schiavo portò del vino in un'otre, ed essi versarono
e bevvero, e dopo aver scosso i tovagliuoli, si alzarono.

Mentre lo schiavo ripose tutto nella cassa sotto al baldacchino,
e l'arabo portò i cavalli, i tre padroni si lavarono le mani nello
stagno.

In poco tempo essi ripassarono il canale, con l'intenzione di
raggiunger la carovana che li aveva preceduti.



CAPITOLO IV.


La carovana, allungantesi nel deserto, presentava un aspetto molto
pittoresco; il suo muoversi sembrava lo svolgersi delle spire di un
serpente. A poco a poco quella tediosa lentezza divenne intollerabile a
Balthasar, ch'era di solito così paziente, e, dietro suo suggerimento,
la compagnia si decise di proseguire da sola.

Se il lettore è giovane, o se ancora serba un ricordo del romanticismo
della sua gioventù, s'immaginerà il piacere col quale Ben Hur,
cavalcando vicino al cammello degli Egiziani, diede un ultimo sguardo
alla lunga colonna oramai quasi scomparsa nella pianura scintillante.

La presenza di Iras esercitava un grande fascino sopra il giovane
Ebreo. S'ella lo guardava dall'alto, dal suo posto, egli si affrettava
ad avvicinarsi a lei; s'ella gli parlava, il suo cuore palpitava
violentemente. Il desiderio di compiacerla sempre divenne un
impulso costante. Gli oggetti sulla via, sebbene comuni, divenivano
interessanti allorchè ella vi rivolgeva la sua attenzione; una rondine
librantesi nell'aria, se essa la segnava a dito, sembrava sparire
in una aureola luminosa; se un pezzo di quarzo, un fiocco di mica,
luccicavano nella sabbia sotto i raggi del sole, in un lampo egli
volava a portarglieli e s'ella li gettava via in segno di delusione,
lontana dal pensare alla fatica che gli erano costati, spiacente che
fossero stati di nessun valore, egli si metteva in cerca di qualche
cosa di meglio — un rubino, o forse un diamante. Così il colore
purpureo dei monti lontani diveniva più intenso e più bello, s'ella lo
scorgeva e vi dedicava una esclamazione di lode. E quando ogni tanto
la tenda dal baldacchino si abbassava, gli sembrava che una improvvisa
oscurità scendesse dal cielo. Così disposto, cullato da quella dolce
influenza, come avrebbe potuto resistere a lungo alla malìa della bella
Egiziana, cui la solitudine del deserto accresceva la potenza pure
aumentando il pericolo?

In amore, il più debole fisicamente è spesso il più forte. L'eroe
diventa come la cera, nelle mani di una fanciulla. Iras era pienamente
conscia del potere che esercitava sull'animo di Ben Hur. Fin dal
mattino aveva estratto una reticella di monete d'oro da un ripostiglio
nel baldacchino e se l'era accomodata in modo che le frange lucenti
cadessero sulla fronte e sopra le guancie, confondendosi con l'ammasso
dei suoi capelli neri. Dal medesimo ripostiglio aveva preso alcuni
monili — anelli, orecchini, un vezzo di perle ed uno scialle ricamato
con fili d'oro — completando l'effetto del tutto con una sciarpa di
trina Indiana, artisticamente drappeggiata sopra le spalle. In questo
abbigliamento essa attirava Ben Hur con innumerevoli civetterie, con
mille lenocinî nel discorrere e nei modi; tempestandolo di sorrisi
— ridendo con un tremolìo rassomigliante a quello del flauto — per
tutto il tempo seguendolo con sguardi, ora tenerissimi, ora splendenti
di luce. Con tali furberie Cleopatra privò Antonio della sua gloria;
eppure colei che lo trascinò alla rovina, non fu più bella di questa
sua compatriota.

Rapidamente giunse per essi il mezzogiorno, e, quasi senza che se ne
avvedessero, cadde la sera. Quando il sole tramontò dietro allo sperone
del vecchio Bashan, la compagnia si fermò presso uno stagno d'acqua
limpida che la pioggia aveva accumulato in un punto del deserto. Là fu
piantata la tenda, allestita la cena e furono fatti i preparativi per
la notte.

La seconda veglia spettava a Ben Hur; ed egli stava ritto dinanzi alla
tenda con la lancia in mano, alla distanza di un braccio dal sonnolento
cammello, fissando ora le stelle sopra il suo capo, ora la distesa del
deserto che l'oscurità della notte fasciava. Il silenzio era intenso;
solo di tanto in tanto un alito caldo passava nell'aria, ma senza
disturbarlo, assorto com'era nei pensieri dell'Egiziana, della quale
enumerava i fascini, cercando di indovinare discutendo, talora il modo
in cui ella era venuta a giorno dei suoi segreti, e talora l'uso che ne
avrebbe fatto. E durante tutto il tempo della veglia lo spirito d'Iras
era vicino a lui e gli sussurrava dolci tentazioni all'orecchio.

Proprio nel momento in cui egli stava per cedere alla lusinga, una
mano bianca, e scintillante nell'oscurità crepuscolare, si appoggiò
leggermente sulla sua spalla. Egli trasalì al contatto e si voltò. Era
Iras.

— «Ti credevo addormentata» — egli disse dopo un momento.

— «Il sonno è per la gente vecchia e pei bambini. Io venni fuori per
vedere le mie amiche, le stelle nel sud — quelle che ora splendono sul
Nilo. Ti confessi sorpreso?» —

Egli prese la mano ch'era caduta dalla spalla e disse: — «Ebbene, sì,
ma lo sono stato da un nemico?» —

— «Oh no! L'essere nemici significa odiare, e l'odio è una malattia
che Iside tiene lontana da me. Ella mi baciò sul cuore, devi sapere,
quand'ero bambina.» —

— «Il tuo discorso assomiglia poco a quello di tuo padre. Non sei tu
della stessa sua fede?» —

— «Forse lo sarei stata» — essa disse piano, — «forse lo sarei stata
se avessi veduto ciò che vide lui. Potrò esserlo quando avrò la sua
età. Non dovrebbe esistere altra religione per la gioventù, tranne la
poesia e la filosofia; e nessuna poesia eccettuata quella inspirata dal
vino, e dall'amore, e nessuna filosofia che non insegni a giustificare
le passeggiere follìe di una stagione. Il Dio di mio padre è troppo
terribile per me. Non lo trovai nella grotta di Dafne e non credo
che esista negli atri di Roma. Ma io ho un desiderio, figlio di
Hur.» —

— «Un desiderio! Dov'è colui che potrebbe rifiutarlo?» —

— «Ti metterò alla prova.» —

— «Parla allora.» —

— «È molto semplice. Desidero di aiutarti.» —

Mentre parlava gli si fece più vicina.

Egli rise, e rispose dolcemente: — «O Egitto! — stavo per dire cara
Egitto! — non è essa la sfinge nativa del tuo paese?» —

— «Ebbene?» —

— «Tu sei uno dei suoi enigmi. Abbi compassione, e dammi la chiave che
mi faccia comprenderti. In che ho io bisogno d'aiuto? E come puoi tu
aiutarmi?» —

Ella ritirò la sua mano, e, voltandosi verso il cammello, gli parlò
amorosamente, ed accarezzò la sua testa mostruosa, come se fosse d'una
rara bellezza.

— «O tu, ultimo e più rapido e più grande degli animali di Giobbe!
Qualche volta tu pure, inciampi, perchè la via è scabrosa ed il
fardello è grave. Ma com'è che tu conosci con una parola la gentile
intenzione di chi ti guida, e sempre rispondi con gratitudine, benchè
l'aiuto venga offerto da una donna? Ti voglio baciare!» — ella si
abbassò e toccò l'ampia fronte lanosa con le sue labbra, aggiungendo —
«poichè nella tua mente non alligna ombra di sospetto!» —

Ben Hur, reprimendosi, disse tranquillamente:

— «Il tuo rimprovero non mancò di colpire nel segno, o Egitto.
Ma quand'anche avessi detto di no, non potrebbe darsi ch'io fossi
costretto da un giuramento o che dal mio silenzio dipendessero le vite
e le sorti di altri?» —

— «Potrebbe darsi?» — ella disse freddamente. — «Lo è!» —

Egli indietreggiò di un passo, e domandò, pieno di stupore.

— «Che cosa ne sai tu?» —

Ella rispose ridendo: — «Perchè gli uomini negano che i sensi delle
donne sono più acuti dei loro? Io ebbi il tuo viso sotto ai miei occhi
tutta la giornata. Non avevo che a guardarlo per leggere il peso che vi
gravava sulla mente, e per trovare il peso, cosa dovevo io fare, se non
rammentarmi le discussioni tue con mio padre? Figlio di Hur!» — ella
abbassò la voce con singolare destrezza, ed avvicinandosi a lui in modo
che il suo alito caldo gli sfiorasse la guancia, disse: — «Figlio di
Hur, colui del quale tu vai in cerca, dev'essere Re degli Ebrei, non è
vero?» —

Il cuore gli palpitò violentemente.

— «Un Re degli Ebrei come Erode, solamente più grande,» — ella continuò.

Egli vagò con lo sguardo lontano nella notte, fra le stelle; poi i suoi
occhi incontrarono quelli di lei e si fermarono. L'alito profumato gli
riscaldava il viso.

— «Fin dal mattino,» — ella continuò — «noi abbiamo avuto delle
visioni. Adesso se io ti racconto le mie, farai tu altrettanto? Che?
ancora taci?» —

Ella respinse la mano di lui, e fece per andarsene; ma egli l'afferrò e
disse con veemenza: — «Resta! Resta e parla!» —

Ella tornò indietro e gli si appoggiò colla mano sulla spalla; egli
le cinse la vita e se la trasse vicina, molto vicina, avendo nelle sue
carezze la promessa ch'ella domandava.

— «Parla e raccontami le tue visioni, o Egitto! Nè il Tisbita nè
il Legislatore avrebbero potuto rifiutare una tua domanda. Abbi
compassione: sii pietosa, ti prego.» —

La supplica sembrò passar inosservata, poichè, guardando verso di lui,
e cercando un rifugio nelle sue braccia, ella disse lentamente:

— «La visione che ebbi fu quella d'una splendida guerra combattuta
per terra e per mare — con clamore di armi e cozzo di eserciti, come
se Cesare e Pompeo fossero tornati in terra, e con loro Ottavio ed
Antonio. Una nube di polvere e di cenere si alzò e coperse il mondo
e Roma non si vide più; tutta la potenza ritornò all'Oriente; dalla
nube uscì un'altra razza di eroi, che si divise la terra in satrapie
più ricche di quelle di Dario e di Serse. E mentre la visione svaniva,
figlio di Hur, e dopo che se ne fu andata, io continuai a chiedermi:
— «E cosa non dovrà avere quegli il quale servì il Re per il primo, e
meglio tutti?» —

Ben Hur trasalì nuovamente. La domanda era quella stessa che l'aveva
tormentato tutto il giorno. Finalmente s'immaginava di aver trovata la
guida che gli mancava.

— «Oh! Oh!» — egli disse — «io ti capisco ora. Per ottenere le satrapie
e le corone tu mi vuoi prestare aiuto. Vedo! Vedo! E non vi fu mai
una regina come saresti tu, così sagace, così bella, così regale, mai!
Ma, ahimè, cara Egitto! La visione di cui parli promette solo i premi
da conquistarsi con le armi, e tu non sei che una donna, benchè Iside
t'abbia baciata sul cuore. Le corone son doni celesti e non scendono
sul capo di una donna, a meno che tu non conosca una via più sicura di
quella della spada. S'è così, o Egitto, mostramela e io la percorrerò,
se non altro per amor tuo.» —

Essa si svincolò da lui e disse:

— «Distendi il tuo soprabito sulla sabbia, qui, affinchè io possa
riposarmi appoggiando la testa al cammello. Mi siederò e ti racconterò
una storia nota sulle sponde del Nilo e popolare anche in Alessandria,
ove io l'appresi.» —

Egli fece quanto ella disse, piantando prima la lancia per terra, a
portata di mano.

— «Ed ora che cosa devo fare?» — egli domandò con tristezza, allorchè
ella si fu seduta. — «In Alessandria, chi ascolta usa sedersi o stare
in piedi?» —

Dal suo comodo posto, appoggiata al vecchio animale, ella rispose,
ridendo: — «Il pubblico dei cantastorie è ostinato, e di solito fa ciò
che crede.» —

Senz'altre cerimonie, egli si stese sulla sabbia, vicino a lei, e le
cinse il collo col braccio.

— «Sono pronto,» — egli disse.

— «Ecco il titolo del mio racconto,» — essa cominciò:

                 IN CHE MODO IL BELLO DISCESE IN TERRA.

— «Prima di tutto devi sapere, che Iside fu — e, per quanto io sappia,
potrebbe essere ancora, la più bella delle divinità: ed Osiride, suo
marito, benchè saggio e potente, era qualche volta punto da gelosia per
lei, poichè soltanto nei loro amori gli Dei assomigliano ai mortali.

Il palazzo della moglie divina era d'argento e coronava la più alta
montagna nella luna, dalla quale essa passava spesso nel sole, la
fonte dell'eterna luce dove Osiride aveva il proprio palazzo d'oro, che
abbaglia col suo splendore gli uomini che lo osano guardare.

Una volta — per gli Dei non esistono giorni — mentre stava con lui sul
tetto del palazzo d'oro, ella guardò per caso, lontano, all'estremo
limite dell'universo, e vide passare Indra con un esercito di scimmie
portate sul dorso di aquile. Egli, l'amico delle cose viventi — così
vien chiamato Indra — ritornava vittorioso dall'ultima guerra con
l'odioso Rassaka e lo seguivano l'eroe Rama e Sita, sua sposa, la più
bella delle donne dopo di Iside. E Iside si alzò, si levò la cintura di
stelle, e l'agitò verso Sita; Rama rispose invece ma agitando lo scudo
lucente. Tosto; tra l'esercito in marcia ed i due sul tetto d'oro,
scese qualche cosa che assomigliava alla notte e impediva interamente
la vista; ma non era la notte — era soltanto Osiride che corrugava la
fronte.

Ora avvenne che il soggetto del loro discorso in quel momento fosse
appunto tale, quale soltanto gli Dei possono tenere fra sè; ed egli si
alzò e disse maestosamente: — «Torna a casa, compirò da solo il lavoro.
Per fare una creatura completamente felice non ho bisogno del tuo
aiuto.» —

Devi sapere che Iside aveva gli occhi grandi come quelli della sacra
mucca, e dolci del pari. Essa li girò sorridendo in faccia al suo
Signore, e alzandosi essa pure, disse: — «Ti saluto, Osiride, e ti
dico arrivederci perchè io so che quanto prima mi chiamerai, poichè
tu non puoi fare, senza il mio aiuto, una creatura perfettamente
felice.» —

— «Vedremo» — egli disse.

Essa tornò al suo palazzo d'argento sui monti della luna, e, seduta
sulla torre più alta, si chinò sopra il suo telaio.

Grandi pensieri volgeva Osiride nella sua mente, e tale era lo sforzo
della sua volontà che le stelle nella volta celeste tremarono e alcune
si staccarono e caddero. Iside dalla sua torre le vide, ma non disse
nulla, e tranquilla attese all'opera dell'ago.

In breve un punto nero apparve contro il disco del sole, e crebbe e
crebbe, finchè raggiunse dimensioni maggiori della luna, ed essa seppe
che quello era un nuovo mondo, un gigantesco pianeta che gettò la sua
ombra sopra il suo palazzo, mostrando quanto fosse il corruccio del
Dio, suo marito.

Ma essa continuò a ricamare sul suo telaio.

A poco a poco dalla massa confusa del nuovo pianeta si distaccarono
montagne e mari, e fiumi e torrenti. Poi vide qualche cosa a
muoversi; ed essa si arrestò stupita. Il Primo Uomo era quello, che,
meravigliato, volgeva lo sguardo al sole, in tacita riconoscenza della
comune fonte di vita e calore. E intorno a lui fiorì la terra, e si
coperse di selve, e di prati, e si riempì di animali.

E l'uomo era felice e non si stancava di osservare con l'occhio pieno
di meraviglia per quelle sconosciute bellezze; ed Iside udì attraverso
l'atmosfera, come rombo di tuono lontano, un riso beffardo:

— «Ho avuto bisogno del tuo aiuto? Guarda una creatura perfettamente
felice.» —

Ma Iside si chinò silenziosa sopra il telaio. Aspettava.

Non durò molto che un mutamento si verificò nel Primo Uomo. Egli
divenne melanconico, giaceva giornate intere sulla sponda di un fiume,
noncurante e annoiato. E mentre Iside osservava con gioia questi
segni, la volta celeste ebbe un altro fremito, donde Iside seppe
che l'intelligenza creatrice di Osiride era nuovamente al lavoro. Ed
ecco che la Terra, prima una fredda massa grigia, fiammeggiò di mille
colori; le montagne divennero purpuree, verdi le piante, azzurro il
mare, infinite le tinte delle nuvole. E l'uomo battè le mani per la
gioia, risanato e nuovamente felice.

Iside sorrise sopra la sua torre nel palazzo d'argento.

Ma in breve l'uomo si stancò dei colori, e preso dalla medesima apatìa,
girò sconsolatamente pel mondo, sospirando. E di nuovo si udì il rombo
della volontà del Dio Creatore, e ad un tratto l'uomo fu visto tendere
l'orecchio, ed ascoltare; il suo viso divenne raggiante, ed egli per
la prima volta ebbe la percezione del suono. Il vento gli mormorava
ignote armonìe, musica erano lo stormir delle fronde, il mormorio
dei ruscelli, e i mille trilli degli uccelli nei boschi. E l'uomo era
felice.

Allora Iside divenne pensierosa, e pure ammirando il genio del suo
sposo divino, disse fra sè: — «Colore, Movimento, Suoni, Luce, non vi è
altro elemento di bellezza, e tutto è già stato dato alla Terra.» — Se
ora quella creatura si fosse annoiata di nuovo, Osiride avrebbe avuto
bisogno del suo aiuto. Rapido volava l'ago sopra la trama d'argento.

E l'Uomo fu lungamente felice, più a lungo che non lo fosse mai stato
prima; sembrò quasi che non avesse a stancarsi più mai. Ma Iside non
era impaziente e sopportò in silenzio i sorrisi del sole. Aspettò,
aspettò, e finalmente vide i segni di un mutamento nell'Uomo. I
suoni divennero famigliari alle sue orecchie; l'abitudine lo rese
indifferente allo stridere del grillo, come al canto dell'usignuolo,
come al ruggito del mare. Egli languì e si gettò desolato lungo la
sponda del fiume, e giacque senza moto.

La compassione di Iside la fece parlare.

— «Mio signore, la tua creatura sta morendo.» —

Ma Osiride, pur comprendendo, tacque; non poteva far altro.

— «Devo aiutarlo?» — essa chiese.

Osiride era troppo orgoglioso per rispondere.

Allora Iside diede l'ultimo punto col suo ago, raccolse la trama in
un rotolo scintillante, e lo gettò nello spazio, lo gettò in modo
che cadesse vicino all'Uomo. Ed egli, udendo il suono della caduta,
sollevò il capo e guardò. O meraviglia! Una Donna, la Prima Donna, si
chinò sopra di lui per aiutarlo. Essa gli tese la mano. Egli la prese,
si alzò, e da allora in poi più non provò la noia e fu felice per
sempre.» —

                             . . . . . . .

— «Tale o figlio di Hur! è la genesi del bello come la raccontano sul
Nilo.» —

Iras tacque.

— «Una bella invenzione, e graziosa,» — egli disse subito: — «ma è
imperfetta. Che cosa fece Osiride poi?» —

— «Te lo dirò» — essa rispose. — «Egli richiamò la moglie divina a sè,
e vissero felici d'allora in poi aiutandosi reciprocamente.» —

— «E non devo io fare come il Primo Uomo?» — disse egli portando la
mano di lei alle labbra. — «Amore, amore!» —

Appoggiò la testa lievemente sulle ginocchia di lei.

— «Tu troverai il Re» — essa disse, ponendogli la mano carezzevolmente
sopra il capo. — «Tu troverai il Re; lo servirai fedelmente. Con la
tua spada guadagnerai i doni più ricchi; ed il suo più valoroso soldato
sarà il mio eroe.» —

Egli si voltò e vide il volto di Iras chino sopra di lui.

In tutto il firmamento non v'erano in quel momento due stelle più
brillanti di quegli occhi che lo guardavano. Egli si rialzò, e, presala
fra le sue braccia, la baciò appassionatamente, dicendo: — «O Egitto,
Egitto! Se il Re avrà corone da regalare una sarà per me; io la porterò
a te e la metterò qui sul posto che le mie labbra sfiorarono. Tu sarai
Regina, la mia Regina. — Nessuna può esser più bella di te! Saremo
felici! sempre felici!» —

— «E tu mi dirai tutto, nevvero? e lascerai che io ti aiuti in tutto?»
— ella disse contraccambiando il bacio.

La domanda calmò il suo ardore.

— «Non basta che io ti ami?» — egli chiese.

— «Amore perfetto significa perfetta fiducia» — essa disse: — «Ma non
importa, tu imparerai a conoscermi meglio.» —

Essa ritirò la mano e si alzò.

— «Sei crudele» — egli disse.

Nell'allontanarsi essa si fermò presso il cammello e toccando la sua
fronte con le labbra:

— «Tu sei il più nobile della tua razza, perchè il tuo amore non è
offuscato dal sospetto.» —

Quindi sparì nella tenda.



CAPITOLO V.


Il terzo giorno del viaggio la compagnia si fermò sul meriggio presso
il fiume Jablok dove erano accampate forse più di cento persone, la
maggior parte pastori che riposavano colà con le loro bestie. Appena
scesi dal cammello, un uomo si fece loro incontro con una brocca
d'acqua ed un bacino, offrendo da bere; incoraggiato dalla cortesia
con cui essi ricevevano tali attenzioni disse, guardando il cammello:
— «Ritorno dalle rive del Giordano, dove si trovano ora molte persone,
alcune provenienti dai più lontani paesi, e che viaggiano come voi,
miei illustri amici, ma nessuno possiede un cammello come il vostro. Un
magnifico animale. Posso domandare di che razza è?» —

Balthasar rispose, e poi andò a riposarsi, ma Ben Hur, più curioso,
chiese:

— «Da qual parte del fiume si trovano queste persone?» —

— «A Bethabara.» —

— «Di solito è un guado solitario,» — disse Ben Hur. — «Non comprendo
come mai ora si sia fatto così importante.» —

— «Capisco» — replicò lo straniero, — «che voi pure venite da lontano e
non avete udite le buone nuove.» —

— «Quali nuove?» —

— «Un uomo è venuto dal deserto, un vero santo; dalle sue labbra
escono strane parole, che attraggono chiunque le ascolti. Egli si
chiama Giovanni, il Nazareno, figlio di Zaccaria, e dice d'essere il
precursore del Messia.» —

Anche Iras l'ascoltava attentamente, mentre egli continuava.

— «Si dice che Giovanni abbia passata la vita fin dalla fanciullezza
in una caverna presso En-Gavdi, pregando e vivendo più rigorosamente
degli Esseni. Una folla si reca ad udirlo ed io pure andai con gli
altri.» —

— «Tutti questi vostri amici vi sono stati?» —

— «La maggior parte vi si reca ora, e pochi ne ritornano.» —

— «Che cosa predica?» —

— «Una nuova dottrina, mai fin'ora insegnata in Israele, come dicono.
Egli la chiama dottrina del battesimo. I rabbini non sanno come
accoglierla e noi neppure. Alcuni gli hanno domandato se egli fosse
Cristo, altri se fosse Elia; ma a tutti rispose; — «Io sono la voce di
uno che grida dal deserto: Appiana la via al Signore!» —

A questo punto l'uomo fu chiamato dai suoi amici, e mentre egli
s'allontanava Balthasar disse con voce tremante:

— «Buon amico! Diteci se potremo trovare il predicatore, dove tu lo
lasciasti.» —

— «Sì, a Bathabara.» —

— «Chi può essere questo Nazareno,» — disse Ben Hur ad Iras, — «se non
l'araldo del nostro Re?» —

Così facilmente egli s'era lasciato persuadere che la figlia
s'interessasse più del vecchio padre al misterioso personaggio ch'egli
cercava! Nondimeno il padre con un subito lampo negli occhi stanchi,
s'alzò e disse:

— «Facciamo presto, non sono più stanco.» —

Essi si volsero per aiutare lo schiavo.

Poche parole furono scambiate fra i tre, quando si accamparono per la
notte sotto alcune palme all'est di Ramot-Gilead.

— «Alziamoci per tempo, figlio di Hur» — disse il vecchio. —
«Il Salvatore potrebbe arrivare, mentre noi non siamo ancora
giunti.» —

— «Il Re non può essere lontano dal suo araldo» — sussurrò Iras
scendendo dal cammello.

— «Domani vedremo,» — rispose Ben Hur baciandole le mani.

Circa la terza ora del giorno seguente, pel sentiero che essi avevano
percorso costeggiando le falde del monte Gilead, fin dalla loro
partenza da Armoth la compagnia giunse all'arida steppa a settentrione
del fiume sacro. Il sangue di Ben Hur scorreva rapidamente nelle vene
perchè egli sapeva che il guado era vicino.

— «Sii contento, buon Balthasar» — egli disse — «siamo quasi
arrivati.» —

Il conduttore affrettò il passo del cammello. Presto essi poterono
distinguere capanne, tende ed animali pascolanti, ed una moltitudine
di persone riunite presso la riva del fiume ed un'altra sulla
riva occidentale. Comprendendo che l'eremita stava predicando, si
affrettarono ancor più, ma mentre s'avvicinavano s'accorsero che la
folla incominciava a scomporsi ed a disperdersi.

Arrivavano troppo tardi!

— «Restiamo qui» — disse Ben Hur a Balthasar che si torceva le mani —
«il Nazareno può venir da questa parte.» —

La folla era troppo preoccupata nella discussione di quanto aveva
udito, per accorgersi dei nuovi venuti. Quando alcune centinaia di
persone se ne furono andate, e già sembrava che l'occasione di vedere
il Nazareno fosse perduta, essi videro avanzarsi verso di loro, poco
lungi dalla riva del fiume, una persona dall'aspetto così strano, che
dimenticarono tutto il resto.

L'apparenza dell'uomo era rozza e bizzarra, quasi selvaggia. Il volto
era magro, smunto, del colore della pergamena. Sulle spalle e giù per
la vita, cadeva a guisa di treccie un ammasso di capelli bruciati dal
sole. I suoi occhi erano ardenti; tutto il fianco destro della persona
era scoperto, bianco come il suo viso, ed altrettanto scarno; una
camicia di pelle di cammello, ruvida come la tela delle tende Beduine,
rivestiva il resto della persona sino alle ginocchia, fermata alla vita
da una larga cintura pure di pelle non conciata. I suoi piedi erano
nudi. Una bisaccia gli pendeva dalla cintola. — Aveva un bastone in
mano, quantunque i suoi movimenti fossero svelti, decisi, e stranamente
vigili; ogni tanto scacciava dagli occhi i capelli arruffati e si
guardava attorno, quasi cercando qualcheduno.

La bella Egiziana osservò il figlio del deserto con sorpresa, per non
dire con ribrezzo. Poi, alzando le cortine del baldacchino, essa disse
a Ben Hur, che le cavalcava dappresso.

— «È quello l'araldo precursore del tuo Re?» —

— «È il Nazareno» — egli rispose, senza alzare gli occhi.

In verità, egli stesso ne fu più che disgustato. A dispetto della
sua famigliarità, con gli asceti di Engaddi — i loro vestiti, la
loro indifferenza a tutte le opinioni, la loro costanza nei voti che
li costringevano a sopportare i più terribili dolori; la loro vita
solitaria e refrattaria agli allettamenti dei loro simili, quasichè
essi non appartenessero alla medesima razza, quantunque egli fosse
stato avvertito di cercare un Nazareno, che descriveva sè stesso come
una Voce proveniente dal Deserto — pure il sogno di Ben Hur riguardo
al Re che doveva essere così grande, aveva talmente colorito i suoi
pensieri, che egli non dubitava di trovare nel precursore qualche
indizio dello splendore di colui che annunziava. Contemplando quella
figura selvaggia si ricordò dei lunghi seguiti di cortigiani ch'egli
era abituato a vedere nelle terme e nei corridoi imperiali di Roma, e
nella sua mente accrebbe il ribrezzo e la vergogna. Sbalordito non potè
che rispondere;

— «È un Nazareno.» —

Balthasar non si scoraggiava così. Egli sapeva che le vie di Dio
non sono sempre quali gli uomini le desiderano. Egli aveva veduto il
Salvatore quando era ancora bambino in una greppia: la sua fede lo
aveva preparato alla rozza semplicità, che doveva circondare la Divina
riapparizione.

Attese in posizione riverente, le mani incrociate sul petto e le labbra
mormoranti una preghiera.

Non aspettava un Re.

In questo momento di tale interesse pei nuovi venuti, e nel quale
ognuno si trovava in preda ad una emozione diversa, un altro uomo
sedeva, non lontano, sopra una pietra sulla riva del fiume, pensando
forse alla predica che aveva udito.

Ad un tratto si alzò e camminò lentamente lungo la spiaggia in modo da
portarsi sulla via che stava percorrendo il Nazareno e da incontrarlo
presso il cammello.

I due, il predicatore e lo straniero, continuarono a camminare finchè
quasi si raggiunsero. Alla distanza di dieci passi il predicatore si
fermò, si allontanò dagli occhi i capelli che gl'ingombravano il viso,
guardò fissamente lo straniero e alzò le mani, come per dare un segnale
a tutti coloro che potessero vederlo. Ciascuno si fermò in atto di
ascolto. In quel profondo silenzio il bastone che il Nazareno teneva
nella mano destra si alzò lentamente indicando lo straniero.

Tutti quelli che dapprima ascoltavano fissarono i loro sguardi con
attenzione sul nuovo venuto. Così fecero Balthasar e Ben Hur.

L'uomo si moveva lentamente verso di loro; era di statura poco
superiore alla media, magro, quasi sparuto.

I suoi movimenti erano tranquilli e studiati come quelli degli uomini
che sogliono meditare a lungo sopra gravi argomenti e si adattavano
bene al suo costume, consistente in un abito con larghe maniche, che
gli arrivava fino alle caviglie del piede, ed una sopravveste chiamata
_tallith_. Nella mano sinistra teneva il solito copricapo dal fiocco
rosso.

Il colore della sua veste era giallo per la polvere e imbrattato di
fango.

Facevano eccezione i fiocchi della sua cintura, azzurri e bianchi,
quale la legge prescriveva ai Rabbini. I suoi sandali erano semplici.

Non aveva nè borsa, nè cintura, nè bastone. Questi dettagli furono
appena osservati dai tre, attratti unicamente dalla testa e in ispecial
modo dal viso dello sconosciuto, dal quale scaturiva un ineffabile
fascino.

Egli stava a capo scoperto sotto il cielo sereno; i suoi capelli di
un color bruno dorato, tendenti leggermente al rosso là dove erano
illuminati dal sole, si partivano in mezzo al capo e scendevano
in lunghe anella sopra le spalle. Sotto una fronte larga e bassa,
ombreggiati da sopracciglie inarcate e brune, brillavano due grandi
occhi azzurri, raddolciti da lunghissime ciglia, quali si vedono
talvolta nei fanciulli, ma ben raramente, o quasi mai, negli uomini.

Era difficile determinare se le altre sue fattezze fossero piuttosto
Greche che Ebraiche. La delicatezza delle nari e della bocca
apparteneva piuttosto al tipo Greco; e insieme alla dolcezza dei
suoi occhi, al pallore del volto, alla finezza dei capelli e della
morbida barba, che scendeva ondulata sul collo, sul petto, e formava
un complesso di tanta soavità e bellezza, che un soldato avrebbe riso
incontrandolo, una donna si sarebbe sentita istintivamente attratta
a confidare in lui, un bambino gli avrebbe tesa la piccola mano e gli
avrebbe concessa tutta la fiducia della giovine anima.

L'espressione dominante i suoi lineamenti, sarebbe stata attribuita
da vari osservatori nello stesso tempo, e con egual correttezza,
all'intelligenza, all'amore, alla pietà o al dolore. Per dir il vero,
era una compenetrazione di tutte queste qualità.

Il suo sguardo rivelava un'anima immacolata, costretta a vedere e
comprendere la corruzione di quelli fra i quali passava. Ciò non
ostante nessuno avrebbe nel suo volto scorta una traccia di debolezza.
In ogni modo, così non avrebbero pensato coloro i quali sanno che
l'amore, il dolore e la pietà sono il risultato di una forza morale
capace di sopportare qualunque sofferenza, più che non lo siano le
forze fisiche.

Questa è stata la potenza che ha sostenuto i martiri ed i santi.

Lentamente egli si avvicinò ai tre. Ora Ben Hur, con la lancia in mano,
era degno di attirare lo sguardo d'un Re, pure gli occhi di colui che
si avvicinava non guardavano nè lui nè la meravigliosa bellezza di
Iras, ma erano fissi sul vecchio e cadente Balthasar. Il silenzio era
profondo.

Il Nazareno, tendendo il bastone verso di lui, gridò a voce alta.

— «Guardate l'agnello di Dio, che redimerà il mondo!» —

Gli astanti, meravigliati dal gesto e dalla frase stavano ad ascoltare
ciò che potesse seguire a queste strane parole che oltrepassavano la
loro intelligenza. Su Balthasar esse ebbero un effetto irresistibile.
Egli era venuto per vedere un'altra volta il Salvatore. La fede che
gli aveva meritato tali privilegi in gioventù s'era andata confermando
con gli anni, concedendo al suo sguardo una penetrazione superiore a
quella dei suoi compagni, — una forza che gli permetteva di riconoscere
alla sola apparenza colui ch'egli cercava. Piuttosto di chiamare questa
forza un miracolo, possiamo considerarla come facoltà di un'anima che
conservava ancora qualche traccia delle sue relazioni con la divinità,
alla presenza della quale altre volte era stata ammessa, oppure come la
giusta ricompensa di una vita di santità senza esempio in quell'epoca
— una vita per sè stessa un miracolo. L'ideale della sua fede gli stava
dinanzi, perfetto nel viso, nelle fattezze, nel vestito, nei movimenti,
nell'età. Il suo volto spirava riconoscenza! Oh, se ora succedesse
qualche cosa per svelare l'identità dello straniero! Ciò avvenne in
quel momento.

Quasi per assicurare l'Egiziano che tremava, l'eremita ripetè il
grido: — «Guardate l'agnello di Dio, che viene a redimere il mondo!» —
Balthasar cadde in ginocchio. Per lui non v'era bisogno di spiegazioni;
e, come se l'eremita lo sapesse, si rivolse a quelli che lo fissavano
in atto di meraviglia e continuò:

— «Questi è Colui del quale dissi! Io non lo conoscevo, ma affinchè
egli divenga manifesto ad Israele, sono venuto a battezzarlo con
l'acqua. Io vidi lo Spirito discendere dal cielo sopra di lui, come
una colomba. Ed io non lo conoscevo; ma colui che mi mandò a battezzare
con l'acqua mi disse: — «Colui sopra il capo del quale vedrai scendere
lo Spirito, è Colui che cerchi» — ed io — «vidi ed attesto...» — Egli
si fermò; e, continuando ad indicare col bastone teso, lo straniero
dai bianchi vestiti: — «ed io attesto che _questi è il figlio di
Dio_!» —

— «È lui, è lui!» — gridò Balthasar con gli occhi pieni di lagrime. E
cadde a terra svenuto.

Durante tutto questo tempo Ben Hur stava studiando la fisonomia dello
straniero, ma con un interessamento affatto diverso dagli altri.
Lo rallegravano la perfezione delle sue fattezze, la nobiltà, la
tenerezza, l'umiltà e la santità della sua persona. Ma nella sua mente
uno era il pensiero: — «Chi è quest'uomo? Messia o Re?» — Mai vi fu
apparizione meno principesca; al solo guardare quell'aspetto calmo
e benigno, l'idea della guerra e della conquista, e il desiderio
del dominio gli sembravano una profanazione. — «Balthasar deve aver
ragione» — mormorò fra sè — «e Simonide torto. Quest'uomo non è venuto
per ripristinare il trono di Salomone; non ha nè il carattere, nè
il genio di Erode, Re potrà essere, ma non di un regno più grande di
Roma.» —

Dobbiamo però notare che tutto ciò non era una conclusione assoluta per
Ben Hur, ma una semplice impressione; e mentre questa stava formandosi,
contemplando il meraviglioso aspetto dello straniero, la sua memoria
si sforzava febbrilmente come a richiamare un ricordo passato. —
«Certamente,» — egli disse fra sè — «io ho già veduto quell'uomo, ma
dove e quando?» — Egli era certo che quello sguardo, così calmo, così
pietoso, così dolce, si era una volta rivolto a lui, come ora raggiava
sopra Balthasar. Improvvisamente, come illuminata da un subito raggio
di sole, gli apparve la scena presso il pozzo di Nazareth, quando le
guardie Romane lo trascinavano alla galera. A quel ricordo tutto il suo
essere tremò. Quelle mani l'avevano aiutato quand'egli soffriva. Quel
viso gli era, d'allora in poi, rimasto scolpito nella mente.

Nell'emozione che lo agitava, le parole del predicatore andarono
perdute. Egli non udì che le ultime parole così meravigliose che ancora
il mondo ne risuona:

                  = — «Questo è il figlio di Dio!» — =

Ben Hur balzò da cavallo per rendere omaggio al suo benefattore; ma
Iras gli gridò:

— «Aiuto, figlio di Hur, aiuto, che mio padre muore!» —

Egli si fermò, si voltò indietro, e si affrettò a sorreggere il
vecchio. Ella gli diede una tazza, e Ben Hur, ordinando allo schiavo
di far inginocchiare il cammello, corse al fiume ad attingere acqua.
Quando ritornò lo straniero era sparito.

Finalmente Balthasar riprese i sensi e stendendo le braccia, domandò
debolmente:

— «Dov'è?» —

— «Chi?» — chiese Iras.

Un raggio di ineffabile beatitudine brillò sul viso del buon uomo, come
se un suo ultimo desiderio fosse stato appagato e rispose:

— «Lui — il Redentore — il Figlio di Dio, che mi fu concesso di
rivedere un'altra volta!» —

— «Credi tu che fosse il figlio di Dio?» — domandò Iras a Ben Hur a
bassa voce.

— «Sono pieno di stupore; aspettiamo,» — fu tutto quanto questi rispose.

Il giorno seguente, mentre i tre stavano ad ascoltare, l'eremita che
predicava egli si interruppe a metà discorso, e disse:

— «Ecco l'Agnello di Dio!» —

Seguendo la direzione della sua mano, essi videro nuovamente lo
straniero. Mentre Ben Hur esaminava la figura esile e l'aspetto augusto
e santo, così pieno di tristezza, una nuova idea lo invase.

— «Balthasar ha ragione, ed anche Simonide. Non può il Redentore essere
anche un Re??» —

E domandò ad un suo vicino:

— «Chi è quell'uomo che cammina laggiù?» —

L'altro, con un riso beffardo, rispose:

— «È il figlio di un falegname di Nazareth.» —


  FINE DEL LIBRO SETTIMO.



LIBRO OTTAVO

    Chi poteva resistere? Nel mondo
    Quale nata a fallir creatura umana?
    L'ambrosia che fluìa dalle sue labbra,
    Gli sguardi dolci, gli amorosi detti
    M'avean reso come un bambinello
    Cullato fra le rose. La mia vita
    Essa mutò. Davanti a quell'altera
    Bellezza sensüale io m'inchinai
    Come a regina un suo fedel vassallo.

                    KEATS — _Ëndimione_.

    — Io sono la resurrezione e la vita.



CAPITOLO I.


— «Ester, Ester! Chiama il servo, e fa ch'egli mi dia una coppa
d'acqua.» —

— «Non vorreste invece del vino, padre?» —

— «Digli di portare l'una e l'altro.»

Siamo nel padiglione sulla terrazza dell'antico palazzo degli Hur a
Gerusalemme. Dal parapetto prospettante il cortile Ester chiamò un
servitore nel momento istesso in cui un'altro domestico s'avvicinava,
inchinandosi rispettosamente.

— «Un plico pel padrone» — diss'egli, porgendo una lettera avvolta in
un rotolo di tela, legato e sigillato.

Convien qui spiegare al lettore, che si era al ventunesimo giorno di
Marzo, cioè quasi tre anni dopo l'Annunziazione di Cristo a Bethabara.
— In quel periodo di tempo, Ben Hur, il quale non poteva soffrire
l'abbandono e lo stato rovinoso del palazzo di suo padre, aveva per
mezzo di Malluch comperata la casa da Ponzio Pilato, e con opportune
riparazioni, le porte, i cortili, le scale, i terrazzi, le pareti, il
tetto, erano stati ripristinati al punto, che non solo non rimaneva più
traccia delle tragiche vicende di cui era stata vittima la famiglia,
ma tutto si trovava improntato ad una ricchezza e ad uno splendore
maggiore. Ad ogni angolo il visitatore incontrava prove del buon gusto
che il giovane proprietario aveva portato dal suo lungo soggiorno nella
villa di Miseno e nella capitale Romana.

Non si deve da ciò concludere che Ben Hur si fosse pubblicamente fatto
riconoscere proprietario.

Secondo lui non ne era ancora venuto il momento, e per la stessa
ragione non aveva neppure ripreso il suo vero nome.

Accudendo al lavoro di preparazione in Galilea, seguiva pazientemente
l'opera del Nazareno: un personaggio che gli appariva più misterioso
che mai, e i cui prodigi, spesso compiuti in sua presenza, lo
riempivano d'angosciosi dubbï sulla sua personalità e sulla sua
missione. Di tempo in tempo veniva alla città santa ad alloggiare nella
casa paterna, ma sempre di nascosto e come ospite.

È bene notare però, che queste periodiche visite di Ben Hur non erano
unicamente dovute al bisogno di un po' di riposo. Balthasar ed Iras
alloggiavano nel palazzo, ed egli non era insensibile al fascino della
fanciulla, mentre il padre, quantunque indebolito di corpo, possedeva
ancora tanta forza intellettuale da interessare vivamente il giovane
coi suoi sorprendenti discorsi intorno alla divinità del ramingo
taumaturgo, di cui tutti erano in attesa.

In quanto a Simonide e ad Ester, essi erano arrivati da Antiochia solo
pochi giorni prima, dopo un viaggio faticoso per il vecchio, portato in
un palanchino sospeso fra due cammelli, che non sempre camminavano allo
stesso passo. Ma una volta arrivato, non pareva al pover'uomo di vedere
abbastanza del suo paese natìo. Il suo diletto era di passare il tempo
sul tetto, rannicchiato su di una seggiola, precisa all'altra lasciata
ad Antiochia. All'ombra del padiglione egli respirava con gioia l'aria
dei vicini colli; vedeva sorgere il sole, ne seguiva il percorso
sino al suo cadere, e pensava al passato. Colla sua Ester vicina,
gli era più facile, là, in vista del cielo, il rievocare l'imagine di
quell'altra fanciulla da lui amata in gioventù, di colei che fu sua
moglie e che col passar degli anni gli era sempre divenuta più cara.
Malgrado ciò, non trascurava gli affari. Ogni giorno un messaggero
gli portava il rapporto di Samballat, cui era stata affidata la
direzione degli affari, ed ogni giorno ripartiva un messaggero latore
d'indicazioni così particolareggiate da non lasciar posto ad alcuna
iniziativa che non fosse la propria, nè ad alcuna eventualità salvo,
beninteso, quelle che per volontà di Dio sfuggono alla previsione del
più chiaroveggente degli uomini.

Mentre Ester faceva ritorno al padiglione, il sole che illuminava il
terrazzo della casa, ravvolse in un'onda di luce, che fece vieppiù
risaltare la grazia della sua persona, la perfetta regolarità del suo
volto, la sua rosea carnagione spirante gioventù e salute, e il suo
sguardo intelligente, abbellito da un'espressione d'infinita bontà. In
una parola appariva una donna da amarsi con tutto l'animo, ed il cui
amore era da ambirsi come il colmo della felicità.

Essa guardò il plico, si fermò, lo guardò una seconda volta più
attentamente, ed arrosì riconoscendo il sigillo di Ben Hur. Accelerò il
passo e lo porse al padre.

Simonide attese un momento, e anch'egli esaminò il sigillo. Aperto il
plico ne estrasse il rotolo, che porse alla fanciulla. — «Leggi,» — le
disse.

Gli occhi del padre erano fissi su di lei mentre parlava, e
un'espressione di tristezza gli si dipinse sul volto.

— «Vedo che sai da chi esso viene. Ester.» —

— «Sì, dal... nostro... padrone.» —

Quantunque le parole uscissero a stento, nessun turbamento appariva
nello sguardo che le accompagnò.

Lentamente il vecchio lasciò cadere il capo sul petto.

— «Tu l'ami, Ester,» — disse con voce calma.

— «Sì,» — rispose la fanciulla.

— «Hai ben riflettuto a quello che fai?» —

— «Mi sono provata a non pensare a lui, padre, e solo a ricordarmi,
com'è mio dovere, ch'egli è il nostro padrone. Ma lo sforzo è tornato
vano.» —

— «Sei una buona figliuola, sì, una buona figliuola, come lo era tua
madre» — mormorò il vecchio, facendosi pensoso; dopo qualche istante
continuò:

— «Che Iddio mi perdoni, ma son d'avviso che l'amor tuo non sarebbe
vano, s'io avessi conservato tutto quanto era in mio possesso, com'era
pure in mia facoltà di fare. Grande è la potenza del danaro!» —

— «Sarebbe stato peggio per me se tu l'avessi fatto, poichè allora
sarei indegna d'un suo sguardo e non potrei essere orgogliosa di te.
Non vuoi ora che legga?» —

— «Un momento» — esclamò, — «lascia che a fin di bene, figliuola mia,
ti faccia conoscere il male in tutta la sua estensione. Valutandolo
meco, può darsi che ti sembri meno terribile. Il suo cuore, Ester, è
impegnato.»

— «Lo so,» — fece ella tranquillamente.

— «L'Egiziana lo ha colto nella sua rete,» — continuò Simonide, —
«essa ha tutta l'astuzia della sua razza aggiunta alla bellezza che
affascina. Molta bellezza e molta astuzia, ma, come le altre sue pari,
poco cuore. La figlia che disprezza il proprio padre non può fare la
felicità del marito.» —

— «Merita essa quest'accusa?» —

— «Balthasar,» — proseguì Simonide, — «è uomo saggio, singolarmente
dotato per un Gentile, e la sua fede lo nobilita: eppure sua figlia
lo deride. La udii io stesso ieri, parlando di lui, uscire in queste
parole: — «Le follìe della gioventù sono perdonabili, ma nulla è
ammirabile nei vecchi all'infuori della saggezza, e quando questa se
n'è andata, il meglio ch'essi possano fare è di morire.» —

Parole crudeli, degne d'un Romano.

Io, vedi, le applicai a me stesso, ben sapendo come non sia da me
lontana quella debolezza ch'ella rinfaccia al padre suo.

Ma tu, Ester, tu non dirai mai di me, nevvero, mai che sarebbe
meglio ch'io fossi morto? No, mai, perchè tua madre era una figlia di
Giuda.» —

Con gli occhi gonfi di lagrime, essa lo baciò, mormorando — «Son figlia
di mia madre.» —

— «Sì, e mia figlia, la figlia mia, la quale è per me ciò che il Tempio
era per Salomone.» —

Dopo una lunga pausa, egli appoggiò la mano sulla spalla della figlia
e continuò: — «Quando egli avrà preso in moglie l'Egiziana, o mia
Ester, il suo pensiero correrà a te con pentimento. Il suo spirito sarà
turbato, perchè allora si accorgerà d'essere unicamente l'istrumento
della malsana ambizione di quella donna. Roma è la mèta dei suoi sogni.
Per lei egli è il figlio del duumviro Arrio, e non di Hur, principe di
Gerusalemme.» —

Ester non si provò neppure a celare l'effetto di queste parole.

— «Salvalo, padre! Sei ancora in tempo!» — essa implorò.

Rispose il vecchio scuotendo il capo. — «Si può salvare un uomo che
annega, non già un uomo innamorato.» —

— «Ma tu hai molt'influenza sopra di lui; egli è solo al mondo;
additagli il pericolo; aprigli gli occhi sul carattere di quella
donna.» —

— «Ciò potrebbe salvarlo da lei, ma non lo darebbe a te. No,» — e qui
aggrottò le ciglia, — «io sono un servo come lo furono i miei padri,
di generazione in generazione; pertanto come potrei io dirgli: — Guarda
padrone, io ho una figlia che è assai più bella di quell'Egiziana e che
meglio ti ama? — Non per nulla vissi libero e potente per tanti anni;
— quelle parole mi abbrucierebbero la lingua, — le stesse pietre di
quelle vecchie colline laggiù arrossirebbero di vergogna per me. No,
per tutti i Patriarchi, Ester, anzichè profferirle, vorrei scendere con
te nel sepolcro della povera mia moglie.» —

Il volto di Ester si fece di bragia.

— «Non intesi mai che tu avessi a parlargli così, padre. Io pensava
solo a lui, alla sua felicità, non alla mia. Se ho osato amarlo,
per questo appunto saprò mantenermi degna della sua stima: solo così
potrò scusare ai mie occhi la mia follìa. Ora lasciami leggere la sua
lettera.» —

— «Sì, leggila.» —

Essa lesse rapidamente come per por termine ad un argomento increscioso.

      — «_Nisan, 8 giorno, sulla via da Galilea a Gerusalemme._» —

  Il Nazareno è pure in cammino. Con lui, ma a sua insaputa io conduco
  tutta una legione dei miei. Una seconda legione ci segue. La Pasqua
  serve di pretesto all'agglomeramento. Egli disse alla partenza —
  «Andremo a Gerusalemme e tutte le cose che furono scritte di me dai
  profeti avverranno.» —

  — «La nostra attesa è presso al suo termine.» —

  — «In tutta fretta.» —

  — «La pace sia con te, Simonide.» —

                                                 — «BEN HUR.» —

Ester restituì la lettera al padre, soffocando a stento un singhiozzo.

Non v'era una sola parola per lei, neppure un saluto! Eppure non
sarebbe stata gran cosa l'aggiungere — «La pace sia anche coi tuoi.» —
Per la prima volta in vita sua provò il morso della gelosia.

— «L'ottavo giorno» — ripetè Simonide, — «l'ottavo giorno; e questo,
Ester, è....» —

— «Il nono» — rispose la figlia.

— «Allora potrebbe essere già a Bethania.» —

— «E forse potremo vederlo questa stessa sera,» — soggiunse essa,
dimenticando per un'istante il proprio disinganno nella gioia di quella
prospettiva.

— «Può darsi, può darsi! Domani è la festa del pane azzimo e
probabilmente vorrà assistervi; vedremo fors'anche il Nazareno; sì,
forse li vedremo entrambi, Ester.» —

In quel punto comparve il servo col vino e l'acqua. Ester servì il
padre, e, mentre era così occupata, Iras si presentò sul terrazzo.

Agli occhi dell'Ebrea, l'Egiziana non era mai parsa così bella come in
questo momento.

Le sue vesti leggiere come veli le svolazzavano intorno, e
l'avviluppavano come in una nuvoletta di nebbia; la fronte, il collo e
le braccia scintillavano per i grossi gioielli tanto in uso presso il
suo popolo. Ilare il volto, esultante in ogni movimento della persona,
compresa della propria bellezza, ma senza affettazione, tale era Iras.
Ester al vederla si sentì una stretta al cuore e si fece più vicina al
padre.

— «Pace a voi, Simonide, e pace alla vezzosa Ester,» — incominciò
la giovane Egiziana. — «Voi mi rammentate, messere, sia detto
senz'offendervi, quei preti di Persia che al declinar del giorno
salgono in cima al Tempio per rivolgere le loro preghiere al sole che
tramonta. Se non ne conoscete il rito lasciatemi chiamar mio padre,
egli è versato nella magìa.» —

— «Bella Egiziana» — replicò il negoziante, chinando il capo con
gravità cortese, vostro padre è tal uomo da non ritenersi offeso s'egli
mi udisse dire che la sua scienza persiana è la parte minima della sua
saggezza.» —

Iras sorrise ironicamente.

— «Parlando da filosofo, come me ne date l'esempio,» — rispose, — «una
parte minima suppone necessariamente una parte maggiore. Ora ditemi
di grazia quale stimate voi essere la parte maggiore di quella rara
qualità che vi piace attribuirgli?» —

Simonide le lanciò uno sguardo severo.

— «La pura saggezza si rivolge sempre a Dio; la più pura saggezza è la
conoscenza di Dio, e io non conosco nessuno che la possegga in grado
più elevato, o che meglio la manifesti nella parola o negli atti,
del buon Balthasar.» — E per troncare il discorso alzò la coppa e
sorseggiò.

L'Egiziana, un po' stizzita, si volse ad Ester.

— «Un uomo che ha dei milioni in serbo e possiede flotte di navi,
non può comprendere in quali cose noi povere donne troviamo diletto.
Lasciamolo. Là presso al muricciolo potremo conversare.» —

Si avvicinarono al parapetto e si fermarono proprio al punto ove, anni
prima, Ben Hur aveva smosso quel coccio di tegola, che era caduto sulla
testa di Grato.

— «Non sei mai stata a Roma?» — chiese Iras trastullandosi
negligentemente con uno dei braccialetti che si era tolto dal braccio.

— «No» — rispose timidamente Ester.

— «Non hai mai desiderato di andarvi?» —

— «Neppure.» —

— «Ah, come è stata banale la tua vita!» —

Il sospiro che accompagnò quelle parole non avrebbe potuto essere
più eloquente, se l'Egiziana avesse voluto con esso commiserare il
proprio destino. Un istante appresso proruppe in uno scroscio di risa
ed esclamò: — «Oh mia povera ingenua, gli uccelletti che ancor non
hanno lasciato il nido sanno poco meno di te.» — Ma vedendo l'imbarazzo
d'Ester, di nuovo cambiò tattica e proseguì in tono di confidenza: —
«Via, non offenderti, io scherzava. Lascia che baci la ferita e che ti
dica ciò che a nessun'altra persona direi» — e con un nuovo scroscio di
risa che abilmente mascherò il lampo che le guizzò negli occhi, disse:
— «Viene il Re!» —

Ester la guardò sorpresa.

— «Il Nazareno» — continuò Iras — «Colui di cui tanto parlarono i
nostri genitori e pel quale ha tanto lavorato Ben Hur» — qui la sua
voce s'abbassò. — «Il Nazareno arriverà domani, e Ben Hur sarà qui
questa sera.» —

Ester fece uno sforzo per dissimulare la propria agitazione, ma non vi
riuscì, abbassò gli occhi, si fece rossa in viso, e non vide il sorriso
trionfante sul volto dell'Egiziana.

— «Guarda. Eccone la prova» — e si tolse dalla cintura un rotolo.

— «Rallegrati meco, amica mia! Egli sarà qui questa sera! Sul Tevere
egli possiede un palazzo principesco che m'ha promesso in dono; esserne
la padrona vuol dire essere....» —

Qui il rumore di passi accelerati nella sottostante via la interruppe,
e sporgendo il capo dal parapetto, tosto ne lo ritrasse esclamando con
gioia: — «Benedetto sia Iside; è lui, è Ben Hur; strano ch'egli arrivi
mentre stavamo parlando di lui. Se questo non è di buon augurio vuol
dire che non vi sono più Dei. Abbracciami, Ester.» —

L'Ebrea la guardò con volto acceso e cogli occhi esprimenti, forse per
la prima volta in sua vita, un sentimento non lontano dall'ira. Quasi
non bastasse che a lei fosse proibito di pensare, salvo in sogno,
all'uomo da lei amato, doveva anche la fortunata rivale confidarle
tutta trionfante i proprii successi e le brillanti sue speranze
nell'avvenire. A lei, serva d'un servo, non una parola, neppure un
cenno, mentre costei poteva far pompa di una lettera di cui era facile
indovinare il contenuto. Era troppo! Essa non si potè trattenere dal
chiedere:

— «L'ami tanto, dunque, oppure ami Roma di più?» —

L'Egiziana indietreggiò di un passo, chinò l'altiera sua testa fin
quasi a toccare quella dell'Ebrea, e chiese a sua volta: — «Che
importa a te, o figlia di Simonide?» — Ester, tuttora in preda alla sua
agitazione, incominciò;

— «Egli è...» — ma un pensiero fulmineo le arrestò sulle labbra la
parola che stava per pronunciare; essa si fece confusa, trepidante,
indi ricuperata un po' di calma potè proferire: — «Egli è l'amico di
mio padre.» —

Per nulla al mondo avrebbe in quel momento potuto confessare la propria
condizione servile. Iras rise leggermente.

— «Non altro che questo?» — chiese in tono beffardo. — «Ah, per gli
Dei d'amore dell'Egitto, tienti pure i tuoi baci, tu stessa m'hai testè
appreso che ve ne sono altri di ben maggior valore che mi attendono qui
in Giudea e... vado a prendermeli; la pace sia con te!» —

Ester seguì collo sguardo la rivale finchè, scendendo lentamente
gli scalini, essa scomparve; allora si nascose il volto nelle mani
e proruppe in lagrime, lagrime di vergogna e di dolore, mentre, ad
accrescere lo stato d'orgasmo in cui si trovava, le si affacciarono
alla mente, con un nuovo e scottante significato, le parole del padre:
— «L'amor tuo non sarebbe vano s'io avessi conservato tutto quanto io
possedeva, com'era in mia facoltà di fare.» —

Quando la povera fanciulla ebbe ricuperata la sua calma, le stelle
luccicavano già per la volta del cielo, illuminando debolmente la città
e la catena di monti che la circondavano. Ester ritornò nel padiglione
e riprese il suo solito posto presso il padre. Evidentemente il destino
voleva che quello, e solo quello, fosse il compito cui doveva dedicare,
se non la vita, la sua gioventù; e, sia detto a sua lode, ora, che era
passato il primo impeto d'amarezza, l'idea di quel dovere destò in lei
un senso di sollievo.



CAPITOLO II.


Un'ora dopo la scena del terrazzo, Balthasar e Simonide, quest'ultimo
accompagnato da Ester, si ritrovarono nella sala grande del palazzo, e,
mentre discorrevano fra loro, comparvero Ben Hur ed Iras. Il giovane
Ebreo, precedendo la sua compagna, si avvicinò dapprima a Balthasar,
scambiando i saluti d'uso, indi si volse verso Simonide, ed alla vista
d'Ester trasalì.

Avviene qualche volta che il nostro cuore si mostra capace d'accogliere
due passioni dominanti ad una volta. L'ardore dell'una non esclude
la coesistenza dell'altra, a condizione però che questa rimanga in
uno stato poco più che latente. Le speranze ed i sogni nutriti da
Ben Hur, l'influenza esercitata su di lui dalle condizioni del paese,
insieme al fascino dalla bella Egiziana, avevano fatto del giovane,
nel più largo significato mondano della parola, un uomo ambizioso; e
di mano in mano che questa sua passione si accresceva, le risoluzioni
e gl'impulsi d'altri tempi andavano impercettibilmente, ma sicuramente
affievolendosi, fin quasi a perdersi nell'oblìo. Non giudichiamolo
troppo severamente, caro lettore. Il dimenticare è un facile peccato in
gioventù, e poi nel caso particolare di Ben Hur, era ben naturale che
le sue sventure ed il mistero in cui era avvolto il destino della sua
famiglia, sempre meno lo preoccupassero quanto più vicina facevasi la
meta delle sue nuove aspirazioni.

Come dicemmo, egli rimase sorpreso al vedere il cambiamento che il
tempo aveva operato nell'aspetto della bellissima Ester, e nell'istante
in cui si arrestò a contemplarla una voce interna corse a rammentargli
i voti dimenticati ed i negletti doveri.

Per un momento ne fu turbato, poscia, ritornando padrone di sè,
esclamò: — «Pace a te, dolce Ester, e a te, Simonide, che all'orfana
facesti da padre. Che la benedizione del Signore ti protegga!» —

Ester lo ascoltò cogli occhi fissi a terra. Simonide rispose:

— «Faccio eco al saluto che ti diede il buon Balthasar! — Figlio di
Hur, che tu sia il benvenuto nella casa di tuo padre! Siedi e narraci
dei tuoi viaggi, di ciò che tu hai fatto e del meraviglioso Nazareno.
Siedi fra noi due, onde non ci sfugga una parola.» —

Ester con premurosa sollecitudine gli avvicinò una sedia.

— «Grazie,» — le disse Ben Hur, con riconoscenza.

Sedutosi e scambiate alcune parole di poco momento, prese a dire:

— «Ho a parlarvi del Nazareno.» —

I due vecchi lo guardarono subito con vivo interessamento.

— «Per molti giorni io l'ho seguito, tenendolo d'occhio con febbrile
ansietà. Lo vidi in tutte le possibili circostanze in cui è dato
di vegliare e di giudicare un uomo ed ora vi dico che mentre ho la
certezza ch'egli sia un uomo come lo sono io stesso, non sono meno
certo ch'egli ha qualcosa di più.» —

— «Di più, in che modo?» — chiese Simonide.

— «Ecco, ve lo dirò....» —

Una persona entrò in quel momento e l'interruppe. Ben Hur si volse,
mandò un grido di gioia, e, alzatosi, le corse frettolosamente
incontro. — «Amrah!» — «esclamò — «mia buona e vecchia Amrah!» —

Essa venne lentamente a lui, e gli astanti che videro la gioia dipinta
sul volto dell'affettuosa vecchia non si accorsero neppure che quel
volto era ingiallito come un'antica pergamena e solcato di rughe.

Essa si prostrò ai piedi del padrone, ne abbracciò le ginocchia e gli
baciò ripetutamente le mani, ma quando questi, abbracciatala, le chiese
— «Buona Amrah, e tu non sai nulla di loro, — non una parola, non
un cenno?» — la poveretta scoppiò in singhiozzi più eloquenti d'ogni
parola.

Per qualche tempo nessuno parlò; finalmente Ben Hur, a stento
trattenendo le lagrime, di cui come uomo si vergognava in presenza di
terzi, disse solennemente:

— «Che la volontà di Dio sia fatta!» — indi, riuscendo a vincere la
propria emozione, proseguì. — «Vieni, Amrah, siedi vicino a me. No? non
vuoi? ebbene sta pure ai miei piedi mentre io narro a questi miei buoni
amici la storia di un uomo meraviglioso che è venuto al mondo.» —

Essa si scostò ed accovaciatasi per terra, colle spalle appoggiate alla
parete e le mani incrociate sulle ginocchia, diede a vedere agli altri
che l'unico suo desiderio era quello di contemplare il padrone.

Ben Hur, facendo un inchino ai due vecchi, riprese:

— «Non vorrei rispondere alla domanda fattami circa al Nazareno prima
di narrarvi le cose che ho veduto fare, e tanto più ch'egli stesso
sarà qui domani per recarsi al Tempio, ch'egli suol chiamare la casa
di suo Padre, ed ove si proclamerà. Per cui sapremo domani chi di voi,
Balthasar o Simonide abbia ragione.» —

Balthasar si fregò le mani tremanti, e domandò:

— «Dove dovrò andare per poterlo vedere?» —

— «La ressa della folla sarà enorme; sarà meglio pertanto che voi
andiate sui terazzi dei chiostri, del Tempio, sul tetto del portico di
Salmone.» —

— «Potrai tu venire con noi?» —

— «No» — rispose Ben Hur — «I miei amici avranno forse bisogno di me
nella processione.» —

— «Processione?» — chiese stupito Simonide — «Viaggia egli pomposamente
con seguito?» —

Ben Hur s'affrettò a rispondere:

— «Egli ha seco dodici uomini, pescatori, coltivatori della terra,
e un oste, tutti di bassa condizione; viaggiano tutti a piedi, senza
badare al vento, al freddo, alla pioggia ed al sole. Al vederli sostare
di sera a mangiare un tozzo di pane prima di coricarsi sulla nuda
terra nella pubblica via, mi parve di contemplare una banda di pastori
reduci dal mercato col loro gregge. Solo quando il Nazareno solleva il
fazzoletto per guardare qualcuno o per scuotere la polvere dal capo,
mi vien dato di riconoscere ch'Egli non è solo loro compagno, ma anche
loro Maestro, e non meno loro superiore che amico.» —

— «Voi» — continuò Ben Hur, dopo una breve pausa — «siete uomini
accorti. Sapete benissimo come noi siamo schiavi di certi motivi
impellenti, e come sia poco meno di una legge della nostra natura lo
spendere la vita nel cercare di raggiungere il benessere e felicità;
ora, ricordando questa legge, la quale ci permette di conoscere noi
stessi, che direste voi d'un uomo, il quale potrebbe esser ricco per
la facoltà da lui posseduta di convertire in oro le pietre ch'egli
calpesta, e che ciò non ostante preferisce rimaner povero?» —

— «I Greci lo chiamerebbero filosofo» — osservò Iras.

— «No, figliuola» — fece Balthasar — «i filosofi non hanno mai
posseduto una tale facoltà.» —

— «Come sai tu che quell'uomo la possiede?» —

Ben Hur rispose senza esitare. — «Lo vidi cambiar l'acqua in
vino.» —

— «Strano, stranissimo» — mormorò Simonide — ma quello che a me sembra
più meraviglioso ancora, si è ch'egli preferisca rimaner povero, mentre
potrebbe essere ricco. È egli poi tanto povero?» —

— «Non possiede nulla e non invidia i beni di alcuno, anzi, compiange
i ricchi, — Ma andiamo avanti. Che direste voi, se vedeste un uomo
moltiplicare sette pani e due pesci in tale quantità da satollare
cinquemila persone e avanzargli ancor piene le ceste?» —

— «L'hai tu veduto far questo?» — chiese Simonide.

— «Sicuro, e mangiai io stesso di quei pani e di quei pesci. Ma c'è del
più meraviglioso ancora:» proseguì il narratore — «Che direste voi d'un
uomo, dotato della virtù di guarire gli ammalati, al punto, che col
solo toccar loro un lembo della veste, e anche semplicemente col volger
loro la parola da lontano, ottiene la loro guarigione? Anche questo io
vidi, non una volta, ma ripetutamente.

All'uscire della città di Gerico due ciechi lungo la via chiamarono
il Nazareno; egli toccò loro gli occhi ed essi videro. Gli fu portato
un paralitico incapace di muoversi; egli pronunciò semplicemente le
parole: — Vanne alla tua casa — e l'uomo se n'andò guarito. Che dite di
queste cose?» —

Il negoziante non sapeva che cosa rispondere.

— «Credete voi, come ho udito dire, ch'egli altro non sia che un
abilissimo cerretano? A questo rispondo col narrarvi cose maggiori
ch'io lo vidi compiere. Voi conoscete bene quella maledizione di Dio,
detta la lebbra, cui solo sollievo è la morte?» —

A queste parole Amrah sussultò, e fece per alzarsi, poi s'arrestò
porgendo attento orecchio.

— «Che cosa direste» — continuò sempre più infervorandosi Ben Hur —
«se aveste veduto ciò ch'io sto per raccontarvi? Un lebbroso venne
al Nazareno, mentre io mi trovava con lui in Galilea, e gli gridò
— Signore, se tu vuoi, puoi liberarmi da questo male. — Egli toccò
il lebbroso con una mano, dicendogli: — Che tu sia purificato —
ed istantaneamente quell'uomo ridivenne sano come ogn'uno di noi
spettatori, che in gran numero fummo presenti alla meravigliosa
guarigione.» —

Amrah ascoltava agitata e febbricitante; le indebolite sue facoltà
mentali a mala pena le consentirono di seguire e comprendere le parole
del padrone.

— «Poscia» — continuò Ben Hur — «dieci lebbrosi vennero in una sol
volta a lui, e cadendogli ai piedi, gridarono: — «Maestro, Maestro,
abbi pietà di noi!» — egli rispose loro: — Andate a mostrarvi al
sacerdote, com'è prescritto dalla legge, e prima ancora d'arrivare da
lui sarete guariti.» —

— «E lo furono?» —

— «Strada facendo la loro infermità scomparve e nulla rimase a
rammentarli della malattia fuorchè le luride vesti.» —

— «Di simili fatti non si ebbe mai contezza finora in Israele» —
mormorò Simonide, e, mentre gli sfuggivano queste parole, Amrah si alzò
ed uscì senza che alcuno se n'accorgesse.

— «Vi lascio immaginare quali pensieri suscitassero in me atti simili,
compiuti sotto i miei propri occhi» — proseguì Ben Hur — «Eppure i
miei dubbi, i miei sospetti, il mio stupore dovevano ricevere nuovo
alimento. — Non ignorate come sia impetuoso ed irrequieto il popolo di
Galilea; dopo anni d'attesa nulla poteva più frenarlo. — «Egli esita
a proclamarsi» — dicevano tutti — «Ebbene obblighiamolo a farlo.»
— Io stesso, lo confesso, era impaziente. S'egli doveva essere Re,
perchè aspettare? Le legioni erano pronte, e così avvenne che un
bel giorno, mentr'egli insegnava in riva al mare, volemmo a tutta
forza incoronarlo, ma egli ad un tratto scomparve, per ricomparire in
seguito su di un legno che s'allontanava dalla costa. — Buon Simonide,
i desiderii pei quali sogliono impazzire gli altri uomini sono
sconosciuti a costui; le ricchezze, il potere, persino una regal corona
offerta dall'amore d'un gran popolo, non hanno attrattiva per lui: che
ne dite?» —

Il negoziante col capo abbassato sul petto, era tutto assorto in
una profonda meditazione. Rialzando finalmente il capo e disse con
fermezza: — «Il Signore vive, e le parole dei profeti non possono
mentire. Il tempo non è ancora maturo; la giornata di domani
risponderà.» —

— «Sia pur così» — soggiunse Balthasar con un sorriso, ed anche Ben Hur
disse — «Sia pur così» — Poi continuò: — «Non ho ancora finito. — Da
questi atti così stupefacenti da non essere al disopra d'ogni sospetto
per parte di chi non fu, come me, presente egli stesso, passiamo ad
altri ben più meravigliosi e quelli dalla creazione del mondo in poi,
vennero sempre ritenuti come trascendenti la potenza umana. Ditemi se
vi fu mai alcuno che abbia strappato alla morte la sua preda, che abbia
restituita la vita a chi l'aveva perduta, chi se non...» —

— «Dio» — interruppe Balthasar in tono riverente.

— «Oh, saggio Egiziano. Io non voleva pronunciare quel nome che
voi stesso mi ponete sulle labbra. Che cosa diresti tu, ed anche tu
Simonide, se aveste visto come vidi io, un uomo il quale, con poche
parole, senza cerimonie e senza maggior sforzo di quello che faccia
una madre per isvegliare un suo bimbo addormentato, disfa l'opera della
morte? Ciò accadde a Nain. Stavamo per entrare in città, quando ne uscì
un corteo recando un morto al cimitero; seguiva il convoglio una donna
che piangeva dirottamente. Mosso a pietà il Nazareno le parlò, poi,
toccata la bara gridò a colui che giaceva — «Alzati» — subito il morto
s'alzò e parlò.

— «Dio solo può far ciò» — esclamò Balthasar rivolto a Simonide.

— «Badate bene» — continuò il narratore, — «ch'io vi racconto solo
le cose da me vedute alla presenza di una quantità d'altre persone.
Sulla strada per venire qui fui testimonio d'un fatto ancor più
incredibile. — In Bethania eravi un'uomo di nome Lazzaro, che morì e
fu sepolto. Egli vi giaceva da quattro giorni, quando il Nazareno vi
si fece condurre. Levata la pietra che chiudeva la tomba scorgemmo il
cadavere fasciato ed in decomposizione. Molti erano i presenti e tutti
udimmo distintamente le parole del Nazareno pronunciate ad alta voce. —
«Lazzaro vieni fuori» — e non potrei descrivervi che cosa io provassi
al vedere quell'uomo alzarsi e venire a noi avvolto nel sudario —
«Toglietegli le lenzuola di dosso» — ordinò il Nazareno, e lasciatelo
andare.» — Ed allorquando le lenzuola gli furon levate, dal volto del
risuscitato vedemmo il sangue scorrere di nuovo nel corpo emaciato
e l'uomo ritornare quale era prima d'ammalarsi. Egli vive tuttora e
chiunque può vederlo; — voi stessi potete recarvi da lui domani. Ed ora
non occorre aggiunger altro, ma a voi domando quello che Simonide ebbe
a domandarmi e cioè — «Non è egli più d'un uomo?» —

La domanda, fatta in tono solenne, venne dapprima accolta in silenzio,
ma diede luogo in seguito ad una lunga discussione che durò fin oltre
la mezzanotte. Simonide non poteva risolversi a rinunciare alla propria
interpretazione dei profeti, e Ben Hur sosteneva ch'entrambi i vecchi
avevano ragione, poichè, secondo lui, il Nazareno era il Redentore come
voleva Balthasar, ed anche il Re predestinato, come riteneva Simonide.
Finalmente s'alzò e disse;

— «Domani vedremo. Sia pace a voi tutti» — e con questo saluto si
ritirò per ritornare a Bethania.



CAPITOLO III.


All'indomani, appena fu aperta la porta detta della Pecora, la prima
persona a uscire dalla città fu Amrah, con una cesta al braccio.
Nessuna domanda le fu rivolta dai custodi perchè, abituati a vederla
regolarmente ogni mattina, avevano concluso che essa era la serva
fedele di qualcuno, e questo loro bastava.

Uscita dalla città, la vecchia s'avviò in direzione della vallata
orientale. Il versante dell'Oliveto, d'un verde cupo, era tempestato di
tende bianche recentemente piantatevi dal popolo in attesa delle feste.
L'ora era però troppo mattutina perchè vi potesse essere concorso
di gente, ma quand'anche vi fosse stato movimento, nessuno avrebbe
molestata la decrepita viandante. Passò Getsemane, lasciò da parte le
tombe al crocicchio delle vie di Bethania, ed oltrepassò il villaggio
sepolcrale di Siloam. Di tempo in tempo quel povero corpo stanco
vacillava, ed una volta fu forza alla poveretta di sedere per riprender
fiato; alzatasi a gran fatica, proseguì con fretta crescente. Se le
maestose roccie ergentisi sui due lati della strada avessero avute
orecchie, l'avrebbero udita mormorare fra sè, e se esse fossero state
fornite d'occhi, l'avrebbero veduta guardare di frequente la vetta del
monte, come per rimproverare l'alba della sua lentezza. Se poi fosse
loro stato possibile di parlare, si sarebbero dette — «l'amica nostra
ha oggi gran fretta; le bocche ch'essa va a saziare devono essere ben
affamate.» —

Quando finalmente raggiunse il giardino del Re, rallentò il passo,
poichè era in vista dell'orrida città dei lebbrosi, estendentesi per
lungo tratto attorno alla trincerata collina meridionale di Hinnom.

Come il lettore avrà già compreso, Amrah recavasi dalla sua padrona, la
cui tomba dominava il pozzo di En-rogel.

L'infelice donna era già alzata e stava davanti alla porta, mentre
nell'interno Tirzah dormiva ancora. La malattia aveva pur troppo fatto
rapidi progressi in quei tre anni. Pienamente cosciente dell'orrore del
proprio aspetto, la vedova principessa si teneva sempre gelosamente
coperta dalla testa ai piedi, e, salvo qualche rara volta, non si
mostrava neppure a Tirzah.

Quella mattina essa pigliava un po' d'aria a capo scoperto, confortata
dalla certezza di non essere veduta da alcuno. Vi era già abbastanza
luce per lasciar scorgere la strage che la lebbra aveva fatta della
sua persona. — I capelli bianchi, d'una ruvidezza ribelle a qualunque
trattamento, le scendevano sulle spalle come fili di ferro inargentato;
le palpebre, le labbra, le narici, la parte carnosa delle guancie
erano, o del tutto scomparse, o ridotte a un fetido marciume. Il collo
era una massa di croste color cenere. Una mano le pendeva fuori dalle
pieghe della veste, rigida come quella d'uno scheletro; le unghie erano
corrose; le articolazioni delle dita in parte scoperte sino all'osso,
oppure raggruppate in nodi pieni di secrezione rossiccia. La testa, il
collo e la mano indicavano in modo orribile quale, pur troppo, doveva
essere lo stato di tutto il corpo. Vista così non arrecava meraviglia
che la vedova del principe Hur fosse riuscita a mantenere l'incognito
per tanti anni. L'infelice pensava che fra poco, quando il sole avrebbe
dorata la vetta dell'Oliveto, Amrah sarebbe venuta, ch'essa si sarebbe
fermata prima al pozzo, poi portandosi fino ad una pietra a mezza
strada fra il pozzo ed il piede del monte, vi avrebbe collocato il
contenuto della sua cesta e riempita l'anfora di acqua fresca. —

Dell'antica felicità questa breve visita era ormai tutto quanto
rimaneva alla povera martire. Poteva così avere notizie dell'amato
figlio, e confortarsi al pensiero ch'egli almeno era sano e prosperoso.
Per quanto scarse fossero quelle notizie, costituivano pur sempre un
balsamo pel suo cuore esulcerato. Quando sapeva che egli era di ritorno
alla casa paterna, essa usciva all'alba dalla sua cella sepolcrale e
rimaneva assisa fino a mezzogiorno e da mezzogiorno fino al cader del
sole, immobile come una statua nella sua veste bianca, collo sguardo
sempre rivolto laggiù, al di là del Tempio, ov'era la casa sua, così
ricca di care memorie, ora più cara che mai, perchè abitata dal figlio.

No, più nulla le rimaneva. Tirzah andava annoverata fra i morti, ed
essa stessa trascinava una vita che altro non era che un martirio lento
di cui le era forza attendere la fine.

Misera era la natura presso quella collina, nè alcun punto ridente
si offriva allo sguardo onde rompere la monotonia all'occhio dello
spettatore. Gli animali fuggivano quel luogo come se ne conoscessero
la storia e l'uso cui era destinato; ogni verde pianticella vi periva
nella sua prima età; il vento vi sradicava gli ischeletriti arbusti e
soffiava spietatamente nell'erica inaridita. La desolazione generale
veniva inoltre accentuata dai numerosi emblemi di mortalità, — sepolcri
e null'altro che sepolcri, — tutti di fresco imbiancati per norma dei
pellegrini; la stessa volta azzurra del cielo, pel penoso contrasto
fra lo splendore lontano e la miseria colla quale la povera lebbrosa
era in immediato contatto, rendeva più insopportabile quel soggiorno
maledetto. Qual sollievo poteva arrecarle la luce del sole, che
non fosse amareggiato dal pensiero che senza quella luce essa e sua
figlia non sarebbero oggetti d'orrore a se stesse ed agli altri! E
se mi chiedete perchè essa medesima non poneva fine a quel martirio,
rispondo:

_Perchè la legge lo proibiva!_

Un Gentile potrà sorridere di questa risposta, ma non mai un figlio
d'Israele.

Mentre l'infelice stava mestamente ripensando ai casi suoi, una donna
comparve ansante e vacillante come oppressa da fatica.

La vedova balzò in piedi, si coprì rapidamente il capo e gridò con una
voce di singolare asprezza: — «sono infetta, sono infetta!» —

L'istante appresso, senza menomamente badare all'avvertimento, Amrah si
era precipitata ai suoi piedi. Tutto l'amore da tanti anni accumulatosi
e compresso nel cuore di quella buona creatura proruppe d'un tratto; —
con lagrime e protestazioni appassionate essa baciò e ribaciò le vesti
della padrona, la quale si era dapprima provata a strapparsi da lei,
ma, non riuscendovi, dovette attendere che l'agitazione della fedele
ancella si fosse calmata.

— «Che hai mai fatto, Amrah?» — esclamò. — «È con tale disubbedienza
che tu provi il tuo affetto per noi? Sciagurata! Tu sei perduta, e...
il tuo padrone... tu non potrai mai più ritornare a lui!» —

Amrah, sempre ai piedi della vedova, singhiozzava nella polvere.

— «Il bando della legge ora colpisce anche te. Non puoi più ritornare a
Gerusalemme. Che diverrà di noi? Chi ci darà pane? Oh, disgraziata, noi
siamo perdute.» —

— «Pietà, pietà,» — singhiozzava Amrah prostrata al suolo.

— «Toccava a te aver pietà di te stessa e di noi. Ove potremo fuggire?
Non v'è speranza alcuna d'aiuto. Serva infedele! non pesava già
abbastanza su di noi la collera del Signore?» —

Qui Tirzah, svegliata dal rumore, comparve sulla soglia del sepolcro.
La penna si rifiuta a descrivere minutamente l'aspetto di quella
sventurata. Mezza nuda, coperta di croste e di lividi cicatrici, quasi
cieca, colle gambe e le estremità gonfie fino a raggiungere dimensioni
grottesche, tale era Tirzah, che noi conoscemmo vaga creatura,
seducente e piena di grazia infantile.

— «È Amrah, madre?» —

La serva fece per trascinarsi a lei.

— «Fermati Amrah!» — gridò imperiosamente la vedova, — «ti proibisco
di toccarla. Alzati e parti prima che qualcuno ti veda. Ma no....
dimenticava.... è troppo tardi! Tu devi ormai restar qui a dividere la
nostra sorte. Alzati, ti dico.» —

Amrah si pose ginocchioni e lottando coll'emozione che tuttora
l'agitava, a stento potè profferire: — «Oh, mia buona padrona! Non sono
un'infedele, un'ingrata — ti porto buone notizie.» —

— «Di Giuda?» — e nel rivolgerle avidamente quella domanda la vedova si
scoperse in parte il capo.

— «V'è un'uomo meraviglioso» — continuò Amrah con voce fioca —
«il quale ha il potere di guarirvi. Egli pronuncia una parola, e,
subito.... gli ammalati.... diventano sani.... e i morti ritornano a
vivere.... Sono venuta.... per condurvi da lui!» —

— «Povera Amrah!» — mormorò Tirzah in tono di compassione.

— «No» — gridò la vecchia con calore, comprendendo il significato
di quell'esclamazione, — «no, per il Signore vivente, per il Signore
d'Israele, pel Dio vostro e mio, vi giuro ch'io dico la verità. Venite
con me, ve ne prego, e non perdiamo tempo. Stamane egli sarà in cammino
per la città. — Guardate, già s'avanza il giorno. Presto, mangiate
qualche cosa e partiamo.» —

La madre era stata tutt'orecchi. Forse la fama dell'uomo misterioso era
già giunta sino a lei.

— «Chi è costui?» — chiese.

— «Un Nazareno.» —

— «Chi ti parlò di lui?» —

— «Giuda.» —

— «Giuda te ne parlò? Come? È egli a casa?» —

— «Arrivò ieri sera.» —

La povera lebbrosa sforzandosi a comprimere i violenti battiti del
cuore, stette un momento silenziosa.

— «Fu Giuda che ti mandò a dirmi questo?» —

— «No, egli vi crede morte.» —

— «Vi fu una volta un profeta che curò un lebbroso» — disse pensierosa
la madre, rivolgendosi a Tirzah, — «ma egli teneva il suo potere da
Dio» — indi guardò di nuovo Amrah. — «Come sa mio figlio che quell'uomo
ha una tale facoltà?» —

— «Giuda viaggiò con lui, udì i lebbrosi chiamarlo e li vide
allontanarsi guariti, — prima uno solo, poi dieci, e poi tutti
guarirono.» —

Di nuovo la vedova tacque, ma l'ischeletrita sua mano tremava
visibilmente. Forse essa si sforzava di dare al racconto la sanzione
della fede, la quale è sempre assolutista delle sue esigenze, e di
persuadersi che il suo caso non era diverso da quello degli altri
infelici che Cristo aveva miracolosamente guarito. Non già ch'ella
dubitasse dell'esattezza del fatto, poichè suo figlio ne attestava
l'autenticità, ma essa cercava di comprendere la facoltà mercè la quale
un uomo poteva compiere cose così miracolose. Sta bene investigare
il fatto, ma per comprendere la facoltà da cui il fatto procede è
indispensabile comprendere Dio; e colui che attende finchè ha compreso
quel mistero è destinato a morire nell'attesa. Nella vedova la
perplessità fu di brevissima durata; voltasi a Tirzah esclamò:

— «Costui non può essere che il Messia!» — e non pronunciò quelle
parole colla freddezza di chi razionalmente risolve un dubbio, ma da
donna d'Israele versata nelle promesse di Dio alla sua razza, da donna
giudiziosa e pronta a rallegrarsi del più piccolo sintomo che accenna
al compimento di quelle promesse. Poscia proseguì, con crescente
animazione: — «Mi ricordo di un tempo in cui a Gerusalemme e in tutta
la Giudea correva la notizia della sua nascita, sì me lo ricordo. A
quest'ora egli deve essersi fatto uomo; dev'essere così, sì sì, è lui!
Amrah, noi verremo teco. Portaci l'anfora d'acqua che troverai nel
sepolcro e prepara il cibo; mangeremo e poi partiremo.» —

La refezione, anche perchè l'agitazione aveva tolto alle donne
l'appetito, fu brevissima, e presto furono in cammino. Un sol dubbio le
tormentava. L'uomo veniva da Bethania: ora da quella città tre strade
conducevano a Gerusalemme, una sul primo altipiano dell'Oliveto, la
seconda al piede dello stesso monte, la terza passava fra il secondo
altipiano ed il monte denominato dell'Offesa. Non distavano molto l'una
dall'altra, ma pure abbastanza per impedire a quelle sventurate di
vedere il Nazareno caso mai non seguissero la strada da lui percorsa.

Poche parole bastarono a convincere la madre che Amrah non conosceva
affatto il paese oltre la valle di Cedron, e ch'essa ignorava del pari
le intenzioni dell'uomo atteso. Incombendo pertanto a lei il dirigere
la spedizione, non si perde' in vane congetture.

— «Andremo prima a Bethfage» — esclamò. — «Giunte colà, se il Signore
vorrà aiutarci, apprenderemo ciò che ci converrà di fare.» —

Scesero la collina fino a Tophet, presso il giardino del Re, e
sostarono sul sentiero segnato nel corso dei secoli dai passi di
innumerevoli viandanti.

— «Non credo che prenderà questa strada,» — osservò la vedova —
«sarà meglio scegliere la campagna fra le roccie e gli alberi. Oggi è
giorno di festa e vedo su quel versante indizii di folla che attende;
valicando qui il monte dell'Offesa potremo schivar la gente.» —

Tirzah, che aveva finora camminato con difficoltà, all'udire quella
proposta si sentì mancare.

— «Il monte è ripido, madre, non potrò mai salirlo.» —

— «Ricordati che andiamo a ricevere salute e vita. Guarda, figliuola
mia, come già splende il giorno, e se quelle donne laggiù, che vengono
al pozzo qui vicino, ci scorgono, ci scaglieranno contro delle pietre.
Andiamo, sii forte per questa volta.» —

Così la povera madre, quantunque essa stessa soffrisse atroci torture,
si provò ad infondere coraggio nella sua creatura. Amrah venne in suo
soccorso. Finora quest'ultima non aveva toccato le persone delle due
lebbrose, ma ora, a dispetto delle conseguenze, nonchè degli ordini
della padrona, quella donna sublime per abnegazione, s'appressò a
Tirzah, le prese amorosamente un braccio che si pose attorno al collo
sussurrando: — «Appoggiati a me, sono forte, sai, quantunque vecchia,
la strada è breve. Andiamo, coraggio!» —

Il versante della collina ch'esse s'accingevano a salire, era spesso
interrotto da fossati e da ruderi d'antiche costruzioni, ma quando
finalmente si fermarono sulla vetta per riprendere lena e si trovarono
di fronte allo splendido panorama limitato dal Tempio coi suoi nobili
terrazzi, dal monte Sion, e dalle bianche sue torri confondentisi colle
nubi, la madre attinse nuova forza dal desiderio di vivere.

— «Guarda, Tirzah» — esclamò — «come le lastre d'oro della Porta
Magnifica riflettono i raggi del sole quasi volessero rendere lo
splendore che ricevono! Non ti ricordi del tempo quando solevamo
andarvi insieme? Oh come sarà dolce il farvi ritorno! Pensa, cara, che
la nostra casa non è lontana! mi pare di vederla al di là del tetto del
Tempio santissimo! e Giuda che sarà là a riceverci!» —

Dal versante dell'altipiano di mezzo, ornato di mirti e d'olivi, videro
sorgere sottili colonne di fumo annuncianti l'attività mattutina dei
pellegrini ed avvertenti le donne della necessità di far presto.

Ma per quanto la buona Amrah s'affaticasse ad agevolare la discesa alla
fanciulla, questa mandava un gemito di dolore ad ogni passo, e quando
a stento fu raggiunta la strada fra il Monte dell'Offesa ed il secondo
altipiano dell'Oliveto, essa cadde a terra spossata.

— «Va tu avanti con Amrah, madre, e lasciami qui,» — mormorò con un fil
di voce.

— «No, no, Tirzah! A che mi gioverebbe la salute, se io sola guarissi?
Allorchè Giuda mi domanderà di te, che gli risponderò io, se ora ti
abbandono?» —

— «Digli che l'ho amato.» —

La madre, che s'era chinata sull'affranta figliuola, s'alzò, e volse lo
sguardo attorno disperata. La gioia che la speranza d'una guarigione
aveva accesa in lei, era più per la figlia che per se stessa. Tirzah
era giovine ed avrebbe avuto tutto il tempo per dimenticare gli anni
terribili.

Nell'istante in cui quella donna eroica stava per rinunciare ad ogni
ulteriore tentativo, abbandonandosi alla volontà di Dio, vide un uomo a
piedi avanzarsi a passi rapidi sulla strada da oriente.

— «Coraggio, Tirzah! confortati!» — disse, sentendosi rinascere in seno
la speranza, — «vedo qualcuno, che, ne sono certa, ci darà notizia del
Nazareno.» —

Amrah aiutò la fanciulla a sedere, e la sostenne in attesa dell'uomo
che continuava ad avvicinarsi.

— «Nella tua bontà, madre, dimentichi che cosa noi siamo. Quello
straniero ci fuggirà dopo aver imprecato contro di noi, se pur non ci
prenderà a sassate.» —

— «Vedremo.» —

Era tutto quanto essa poteva rispondere, ben sapendo la povera madre
quale trattamento veniva riservato dai suoi concittadini ai poveri
lebbrosi.

Come già dicemmo, la strada sul ciglio della quale stavano aggruppate
le tre donne, non era che un sentiero formatosi naturalmente dal
passaggio dei viandanti, e serpeggiante fra cumuli di pietra calcarea.
Se quello sconosciuto seguiva il sentiero, non poteva mancare di
trovarsi faccia a faccia colle tre infelici. Così avvenne infatti.

Egli continuò sul sentiero finchè fu a portata d'udire il grido che
la legge obbligava i lebbrosi ad emettere. La vedova s'era scoperta il
capo e gridava: — «Siamo infette, siamo infette!» —

Con sua infinita sorpresa, lo sconosciuto non si fermò, ma venne
tranquillamente a loro.

— «Che volete?» — chiese egli quando si trovò a soli quattro passi di
distanza da loro.

— «Tu vedi il nostro stato. Sta in guardia» — disse la vedova.

— «Donna, io sono messaggero di colui il quale non ha che a parlare una
volta a gente come te per guarirla. Non ho paura.» —

— «Il Nazareno?» —

— «Il Messia» — rispose.

— «È vero ch'egli verrà oggi alla città?» —

— «Egli è in questo momento a Bethfage.» —

— «E per qual via verrà?» —

— «Per questa.» —

La donna giunse le mani ed alzò gli occhi al cielo.

— «Chi credi tu ch'egli sia?» — chiese lo sconosciuto, in tono di
commiserazione.

— «Il Figlio di Dio» — rispose con convinzione l'interrogata.

— «Attendilo qui allora, e poichè egli è accompagnato da una grande
moltitudine, appoggiati a quella roccia bianca, sotto l'albero;
quand'egli passerà non devi esitare a chiamarlo; chiamalo e non
abbi timore. Se la tua fede è pari alla tua convinzione egli ti udrà
quand'anche tuonasse il cielo in tempesta. Io vado ad annunciare il suo
arrivo ad Israele raccolto dentro le mura e fuori della città. Pace, o
donna, a te ed ai tuoi» — ed il messo proseguì la sua strada.

— «Hai udito Tirzah? Hai udito! Il Nazareno è in cammino, qui, per
questa strada, e ci ascolterà. Vieni, figliuola; là, sino a quella
roccia, — coraggio, non è che un passo.» —

Tirzah fece uno sforzo, e aiutata da Amrah si alzò, ma mentre si
movevano, Amrah disse: — «Un momento! Quell'uomo ritorna» — e si
fermarono ad aspettarlo.

— «Perdono, buona donna» — fece il messo allorchè le ebbe di nuovo
raggiunte — «ma ho pensato che il sole sarà cocente prima dell'arrivo
del Nazareno e che alla vicina città io potrò facilmente trovar ristoro
se ne avessi bisogno, per cui quest'acqua ti sarà più necessaria che
a me. Prendila e buon pro' ti faccia. Non mancare di chiamarlo quando
passa.» —

Così dicendo, le porse una zucca piena d'acqua, ed invece di porla a
terra, gliela mise in mano.

— «Sei tu Ebreo?» — chiese essa con sorpresa.

— «Sono Ebreo, e meglio d'un Ebreo, sono un discepolo di Cristo, il
quale giornalmente insegna colla parola e coll'esempio ciò che io in
questo momento faccio per te. Da lungo tempo il mondo conosce la parola
_Carità_ senza mai averla compresa. Di nuovo dico pace a te ed ai
tuoi.» —

Egli se ne andò, e le tre donne si trascinarono alla roccia
loro additata, distante circa trenta passi dalla strada. Vi si
accovacciarono all'ombra di un albero i cui rami sporgevano sopra
la roccia, e assaggiarono l'acqua della zucca, che fu loro di gran
sollievo.

In breve Tirzah s'addormentò. Le altre tacquero, perchè essa potesse
dormire tranquilla.



CAPITOLO IV.


Durante la terza ora la strada in faccia al luogo ove riposavano
le lebbrose incominciò ad animarsi pel crescente concorso di gente
incamminata verso Bethfage e Bethania, ma al principio dell'ora quarta
una folla straordinaria comparve sulla vetta dell'Oliveto, e le due
donne veglianti videro con meraviglia che tutta quella gente portava in
mano rami di palme tagliati di fresco. Mentre cercavano di indovinarne
il significato, il rumore d'un altra moltitudine, proveniente da
oriente, attirò in quella direzione i loro sguardi. Fu allora che la
madre stimò bene di svegliare Tirzah.

— «Che vuol dire tutto ciò?» — chiese quella.

— «Egli viene» — rispose la madre. — «Costoro che noi vediamo escono
dalla città e gli vanno incontro; quegli altri di cui udiamo il rumore
sono gli amici che l'accompagnano, per cui è probabile che l'incontro
abbia luogo proprio qui in faccia a noi.» —

— «Se è così, temo assai ch'egli ci possa udire.» —

Lo stesso timore aveva assalito la vedova.

— «Amrah,» — domandò, — «allorchè Giuda parlò della guarigione dei
dieci, con quali parole disse egli che i lebbrosi chiamarono il
Nazareno?» —

Essi dissero — «Signore abbi pietà di noi,» — oppure — «Maestro abbi
pietà.» —

— «Null'altro?» —

— «Giuda non riferì altre parole.» —

— «Infatti non ne occorrono altre» — mormorò fra di sè la vedova.
Lentamente intanto, s'avanzava la moltitudine che proveniva da oriente;
quando finalmente arrivò a una distanza relativamente vicina, gli occhi
dei lebbrosi si fissarono sopra un'individuo a cavallo di un asino
attorno al quale la turba ballava e cantava come delirante. Egli aveva
il capo scoperto ed era vestito di bianco; olivastro era il colore del
viso incorniciato dai lunghi capelli castani. Non guardava nè a destra
nè a sinistra, e pareva incurante del tumulto che lo circondava, mentre
l'espressione di profonda malinconia nello sguardo attestava la sua
indifferenza alla popolare dimostrazione di cui era fatto segno. Dietro
a lui veniva la folla in interminabile processione, con immenso clamore
di grida e di canti. Invero non occorreva che alcuno dicesse alle
lebbrose:

— «Ecco il Nazareno!» —

— «È qui, Tirzah,» — disse la madre — «Vieni figliuola,» — e così
dicendo si pose innanzi al bianco macigno e cadde ginocchioni, mentre
la figlia e la servente si collocarono ai fianchi.

Al comparire della turba col Nazareno, quelli della città sostarono
e si posero ad agitare le verdi palme intuonando ad una sol voce un
canto, le cui parole erano: — «Benedetto sia il Re d'Israele, il quale
viene nel nome del Signore!» — A quel canto risposero le migliaja di
voci dell'altra folla con un grido che scosse l'aria come un improvviso
e violento muggito di vento. In quello strepito la voce delle povere
donne si perdeva, ed in verità sarebbe stato un miracolo se si fosse
udita. Il momento era giunto e se non ne approfittavano subito,
l'occasione era perduta per sempre.

— «Facciamoci più vicini, figliuola; egli non può udirci» — fece la
madre.

Si alzò e s'avanzò barcollando. Stese in alto le sue luride mani e
mandò il solito grido, con voce orribilmente stridula. Il popolo la
vide, vide quel volto spaventevole e ad un tratto ammutolì. Tirzah,
debole e sbigottita cadde a terra.

— «I lebbrosi! i lebbrosi!» —

— «Lapidateli!» —

— «I maledetti da Dio! Uccideteli!» —

Queste ed altre imprecazioni vennero a confondersi con gli osanna di
altri gruppi della folla, troppo lontani per comprendere il motivo
dell'interruzione. Eranvi però alcuni i quali, avendo più lungamente
seguito il Maestro, non erano rimasti insensibili al suo esempio,
uomini in cui lo spirito di carità era in parte penetrato. Questi se ne
stettero silenziosi e guardarono il Nazareno, il quale si fermò innanzi
alle donne. La vedova alzò gli occhi e li fissò trepidanti in quel
volto calmo, bellissimo, pieno di tenerezza e pietà.

— «Oh, Maestro, Maestro! tu vedi a che siamo ridotte, tu puoi guarirci,
— abbi pietà di noi — pietà!» —

— «Credi tu ch'io lo possa?» — chiese il Nazareno.

— «Tu sei Colui di cui parlano i profeti, — tu sei il Messia,» —
rispose la donna. A queste parole gli occhi di lui divennero raggianti.

— «Donna,» — esclamò — «Grande è la tua fede; sia di te come tu
vuoi!» —

Si fermò un'istante come assorto in sè, e dimentico degli astanti,
poi, senza aggiunger parola, si rimise in cammino, mentre la donna
riconoscente esclamava — «Gloria a Dio l'Altissimo! Benedetto, tre
volte benedetto il Figlio ch'egli ci ha dato!» — e la turba esultante,
cantando osanna ed agitando le palme, seguì il Nazareno.

Si coprì il capo la vedova, ed abbracciando Tirzah esclamò, fuori di sè
dalla gioia — «Alza gli occhi, figliuola! Ho la sua promessa; egli è
invero il Messia, e noi siamo salve — salve!» — ed entrambe ricaddero
ginocchioni e vi rimasero finchè la processione fu in vista. La coda
di questa era appena scomparsa dalla vetta del monte e l'eco dello
strepito era ancora nell'aria, che già incominciava a manifestarsi il
miracolo.

Il primo sintomo si verificò nelle regioni cardiache delle lebbrose,
ove più viva si fece la circolazione del sangue; questa andò
accelerandosi in tutto il corpo, comunicando a quelle povere membra un
senso d'ineffabile benessere. Ognuna delle donne si sentiva rinascere
e ritornare quale era in un tempo di cui quasi avevan smarrito il
ricordo. Contemporaneamente, come a completare la loro purificazione,
un novello vigore invase lo spirito esaltandolo in un vero fervore
d'estasi, e la coscienza del cambiamento che andava operandosi in
loro generò un'inesprimibile sentimento di celeste beatitudine di cui
dovevano serbare le traccie per tutta la vita.

A questa miracolosa trasformazione assisteva, oltre ad Amrah, un altro
testimonio.

Il lettore ricorderà la costanza colla quale Ben Hur seguiva il
Nazareno in tutte le sue peregrinazioni e, s'egli ha presente la
conversazione della sera precedente, non sarà sorpreso d'apprendere che
il giovane Ebreo era stato presente all'incontro delle due lebbrose:
ch'egli aveva udito l'appello della madre, che ne aveva veduto il volto
ributtante, che non gli era sfuggita la sua risposta. Il suo interesse
pel Nazareno era più vivo che mai, come era vivo in lui il desiderio
di risolvere una buona volta ogni dubbio sulla missione di quell'uomo
meraviglioso; anzi questo suo desiderio si era fatto più intenso per
la convinzione che in quel giorno stesso, prima del cader del sole,
sarebbe stata proclamata la verità.

Egli s'era pertanto scostato dalla processione e, sedutosi su un
macigno, ne aveva attesa la partenza, scambiando segni d'intelligenza
con molti individui confusi nella folla che gli sfilava davanti. Erano
Galilei, assoldati da lui, e portanti corte spade nascoste sotto le
vesti.

Dopo qualche tempo passò un'arabo, dal volto abbronzato, conducendo per
mano due cavalli.

Ben Hur gli fece segno d'avvicinarsi e quando tutta la turba fu
lontana, gli disse:

— «Fermati qui; desidero esser presto in città e Aldebran mi sarà
utile» — e dopo aver accarezzata la fronte spaziosa del bellissimo
cavallo, andò verso le donne.

Non bisogna dimenticare ch'esse gli erano affatto sconosciute e che
solo l'interessavano come soggetti d'un esperimento sopranaturale, il
cui risultato l'avrebbe forse potuto aiutare a risolvere il mistero che
da tanto tempo lo preoccupava.

Cammin facendo, gettò per caso uno sguardo sopra la vecchierella presso
la roccia bianca, che si nascondeva il viso con le mani.

— «Per il Signore vivente, ma quella è Amrah!» — disse fra sè.

Accelerò il passo e si avanzò verso di lei senza badare alle lebbrose.
— «Amrah!» — le gridò, — «che fai tu qui?» —

Essa si precipitò ai suoi piedi, acciecata dalle lagrime che le
strappava il conflitto fra la gioia ed il timore, ed incapace pel
momento di profferire una parola; finalmente potè esclamare:

— «Oh, padrone, padrone! Com'è buono il Signore!» — La cognizione che
acquistiamo in forza della simpatia che c'ispirano altri in momenti
di dure prove, è un fenomeno poco compreso e vago; è singolare che
quella simpatia ci permetta, fra le altre cose, di fondere la nostra
identità con gli altri in tal misura che spesso i dolori di quelli e le
loro gioie diventano sensazioni nostre. Così la povera Amrah, tenutasi
in disparte e nascondendo la faccia, sapeva della trasformazione
operantesi nelle lebbrose, senza che le si fosse detta una parola, e
sapendolo, divideva pienamente i sentimenti che provavano le due donne.
— Il suo aspetto, le sue parole, il suo contegno la tradivano, e con
rapido presentimento Ben Hur corse col pensiero alle lebbrose; sentì in
sè la certezza che Amrah era li per loro, e si volse nell'atto stesso
ch'esse si alzavano da terra. — Il cuore cessò di battergli in petto, —
rimase un'istante come pietrificato — muto — atterrito.

La donna ch'egli aveva veduto in faccia al Nazareno era lì colle mani
congiunte e cogli occhi bagnati di lagrime, guardando il cielo.

La trasformazione avrebbe bastato in se stessa a giustificare la sua
sorpresa, ma questa non era che in piccolissima parte la causa della
profonda commozione da cui si sentiva invaso.

Poteva egli credere ai proprii occhi? Sognava egli o era desto? Chi era
costei che tanto assomigliava a sua madre? A sua madre com'ella era nel
giorno in cui gli fu a forza strappata dal Romano, salvo che i capelli
erano ora brizzolati? E chi le stava allato se non Tirzah? Fattasi più
bella e più matura, ma sotto ogni altro riguardo la Tirzah di prima,
quale egli se la ricordava quel mattino fatale della loro separazione.

Ben Hur le aveva credute morte e coll'andar del tempo s'era rassegnato
a quella convinzione; non già ch'egli avesse cessato di rimpiangerle,
ma coll'estinguersi d'ogni speranza s'erano dileguate le loro immagini,
nel senso ch'esse non figuravano più nei suoi piani d'azione, nei suoi
sogni d'avvenire. — Ora che se le vedeva davanti, dubitando dei proprii
occhi, stese una mano sul capo della servente e tremante balbettò:

— «Amrah, Amrah! — mia madre! Tirzah! dimmi se è vero — se non
m'inganno!» —

— «Padrone, parla ad esse, parla,» — rispose quella.

Non attese altro Ben Hur, ma, aprendo le braccia, si precipitò verso le
donne gridando — «Madre! Madre! Tirzah! Sono io!» —

All'esclamazione del figlio rispose quella della madre e della sorella,
e con non minor impeto le due donne gli si slanciarono incontro; ma
ad un tratto la madre s'arrestò, balzò indietro spaventata e mandò
il grido d'allarme — «Sono infetta, sono infetta! Fermati Giuda, non
avvicinarti!» —

Non era per effetto d'abitudine che la povera donna emise quel grido,
era l'amor materno che, superiore a qualunque altro impulso ed a
qualunque considerazione, si affermava. Rapido come un lampo s'era
affacciato il dubbio che, quantunque guarite, sussistesse il pericolo
di trasmettere il morbo all'amato figliuolo, pel contatto delle vesti.
Ma un tal timore nulla poteva su di lui, o meglio ei non vi pensò
affatto. Un istante appresso, i tre, così a lungo divisi, versavano
lagrime di gioia, stretti in un solo abbraccio.

Quando, passata la prima estasi, si ristabilì la calma, le prime parole
della madre furono:

— «Nella nostra felicità figliuoli miei, non dimentichiamo la
gratitudine. Inauguriamo la nostra nuova vita coll'innalzare una
preghiera a Colui cui tutto dobbiamo;» — e caduti ginocchioni, la
vedova recitò ad alta voce la preghiera di ringraziamento. Tirzah, ne
ripetè ad una ad una le parole, e così pure Ben Hur, ma era evidente
che la sua fede non eguagliava quella della sorella, poichè, alzati che
furono, domandò:

— «In Nazareth sua patria, si dice che quell'uomo sia figlio d'un
falegname. Chi sarà egli mai?» —

Con lo stesso sguardo di tenerezza dei tempi passati, la madre rispose
come già aveva risposto al Nazareno:

— «Egli è il Messia.» —

— «E da dove gli viene il suo potere?» —

— «Possiamo desumerlo dall'uso ch'egli ne fa. Puoi tu dirmi s'egli ha
mai fatto del male?» —

— «No, mai.» —

— «Se è così, io ti dico ch'egli tiene il suo potere da Dio.» —

Non è cosa facile l'emanciparsi di colpo da abitudini di pensiero
cresciute in noi con l'andar degli anni, e quando Ben Hur si domandava
quale allettamento potesse mai offrire ad un tal uomo la vanità di
questo mondo, la propria ambizione non gli concedeva di riconoscersi
in errore, persistendo egli come pur troppo facciamo noi, a misurare
Cristo alla stregua di sè stesso. In verità, assai meglio faremmo, se
valutassimo noi stessi alla stregua di Cristo.

Naturalmente fu la madre che per la prima si ricordò delle pratiche
necessità della vita.

— «Che faremo noi ora, figlio mio? ove andremo?» —

Ben Hur, richiamato alla realtà delle cose, non potè a meno di
constatare come ogni traccia del flagello fosse scomparsa e come ognuna
delle donne avesse ricuperata tutta l'avvenenza della persona. Egli si
levò il mantello e lo buttò sulle spalle di Tirzah, dicendole con un
sorriso di fraterno orgoglio:

— «Lo sguardo del viandante ti avrebbe prima schivato ed ora egli non
deve offendere il tuo pudore.» —

Quell'atto mise in vista la spada ond'era cinto.

— «È tempo di guerra?» — chiese la madre con curiosità.

— «No.» —

— «Perchè allora sei tu armato?» —

— «Potrebbe essere necessario per difendere il Nazareno» — rispose Ben
Hur, celando in parte la verità.

— «Ha egli nemici? e chi son dessi?» —

— «Ahimè! madre, essi non son tutti Romani.» —

— «Non è egli figlio di Israele e pertanto un uomo di pace?» —

— «Nessun altro amò mai la pace più di lui, ma agli occhi dei rabbini e
dei dottori egli è colpevole d'un gran delitto.» —

— «Qual delitto?» —

— «Ai suoi occhi il Gentile non circonciso è meritevole della grazia
divina non meno d'un Ebreo dei più rigidi costumi. Egli predica una
nuova legge.» —

Tacque la madre, e la comitiva si raggruppò all'ombra dell'albero i cui
rami sovrastavano alla roccia. Frenando l'impazienza d'accogliere nella
casa paterna i suoi cari e di udirvi il racconto della loro vita, Ben
Hur spiegò loro la necessità assoluta di conformarsi alle disposizioni
di legge regolanti il loro caso, e concluse col chiamare l'arabo per
ordinargli di precederlo coi cavalli fin presso la Porta di Bethesda:
poi tutti assieme si avviarono al Monte dell'Offesa. Si comprende
come in ben diverse condizioni si compisse il ritorno. Camminando
rapidamente, con passo leggiero e la letizia in cuore, arrivarono
in breve ad un sepolcro eretto in vicinanza a quello d'Assalonne e
dominante la vallata di Cedron. Constatato ch'esso non era occupato da
alcuno, le donne ne presero possesso, e Ben Hur le lasciò per prendere
sollecitamente le disposizioni richieste dalla loro nuova condizione.



CAPITOLO V.


Ben Hur piantò due tende nella valle superiore di Cedron a pochi passi
dalla tomba dei Re, le ammobigliò in fretta e furia e vi condusse la
madre e la sorella perchè vi soggiornassero in attesa del certificato
di libera circolazione che darebbe loro il sacerdote ispettore.

Nel cedere all'impulso del proprio cuore, e nel compiere il proprio
dovere di figlio, il giovane si era messo nell'impossibilità di
partecipare alle cerimonie della grande festa imminente, o anche
solamente di por piede in una delle corti del Tempio, restrizione che
gli tornò assai gradita poichè gli permise di dedicarsi intieramente
all'adorata famiglia.

Racconti di vicende come le loro, di tristi esperienze attraverso
il corso di diversi anni, di patimenti fisici e di più acuti dolori
morali, sogliono necessariamente occupare molto tempo, anche perchè
gli incidenti di rado si seguono in ben ordinata connessione. —
Ben Hur ascoltò la narrazione delle due donne dissimulando sotto
la calma apparente i sentimenti che essa gli suscitava nel petto, —
sentimenti d'ira e di vendetta, che aumentavano d'intensità di mano
in mano che s'accumulavano le raccapriccianti rivelazioni. Pazze idee
gli attraversavano il cervello, ed ancor più pazzi proponimenti si
svolgevano in lui, come per esempio quello di far insorgere la Galilea,
e già la contemplazione d'un eccidio generale degli aborriti oppressori
lo riempiva di gioia selvaggia; buon per lui che la ragione, frenando
quegli impeti passionali, non tardò a riprendere il sopravvento ed a
fargli presente l'inanità d'ogni tentativo che non fosse il risultato
d'un'azione concorde di tutto Israele; dopo di che i suoi pensieri e le
sue speranze fecero ritorno al punto di partenza cioè al Nazareno ed ai
suoi propositi. — Vi fu un momento in cui la sua riscaldata fantasia
lo spinse ad improvvisare la seguente invocazione in bocca dell'uomo
misterioso: — «Ascoltami o Israele! io son colui, promesso dal Signore,
nato Re dei Giudei, che viene a iniziare l'impero di cui parlavano i
profeti. Sorgi ora, e conquista il mondo!» —

Ah, se il Nazareno pronunciasse quelle parole, che tumulto
scoppierebbe! quante bocche le ripeterebbero esultando in ogni paese,
facendo sorgere sterminati eserciti! Ma le avrebbe egli pronunciate?

Nelle sua impazienza d'incominciar l'opera, Ben Hur attinse la risposta
a moventi mondani, perdendo di vista la duplice natura dell'uomo,
e pertanto anche l'ipotesi che il divino in lui superasse l'umano.
Nel miracolo di cui Tirzah e sua madre erano stato gli oggetti, egli
scorgeva solo una facoltà ampiamente sufficiente a piantare la corona
Ebraica sulle rovine d'Italia; più che sufficiente a ricostituire la
società ed a riunire l'umanità in una grande famiglia purificata e
felice: e quando quell'opera fosse compiuta, chi potrebbe asserire che
la pace, solo allora possibile, non fosse degna missione d'un figliuolo
di Dio? Chi potrebbe allora negare la redenzione dovuta a Cristo? E
facendo pure astrazione d'ogni considerazione d'ordine politico, qual
messe di gloria non raccoglierebbe egli come uomo? No, nessun mortale
avrebbe la forza di rinunciare ad un simile avvenire.

Intanto giù nella valle di Cedron e verso Bezetha, particolarmente
lungo la strada che conduceva alla Porta di Damasco, andavano sorgendo
tende, capanne e baracche d'ogni genere per uso dei pellegrini accorsi
a celebrare la Pasqua. Ben Hur s'intrattenne con molti di quegli
stranieri, ed ogni qualvolta ritornava alle loro tende si meravigliava
del loro numero straordinario, sempre crescente. Quando poi scoperse
che ogni parte del mondo, dall'India al settentrione dell'Europa, era
fra loro rappresentata, e quando constatò che, sebbene tutta quella
gente non conoscesse una sillaba d'Ebraico, era colà convenuta con
lo stesso scopo, cioè per la celebrazione della festa, un'idea quasi
superstiziosa lo penetrò. Non potrebbe egli dopotutto aver frainteso
il Nazareno? Non potrebbe darsi che colui coll'attendere pazientemente
avesse abilmente dissimulato una tacita preparazione al compimento
della grand'opera? — Ed infatti com'era di gran lunga più propizia
quest'occasione, che non quella in cui i Galilei presso Gennezaret
avevano voluto a viva forza incoronarlo! Colà il suffragio si limitava
a poche migliaja, qui al suo appello risponderebbero milioni di
voci. Continuando in quest'ordine di idee e passando da induzione ad
induzione, Ben Hur esultò, pensando alla gloriosa prospettiva che si
schiudeva ai suoi occhi, nel tempo istesso che s'accrebbe in lui la
ammirazione per quell'uomo saturnino, che, sotto il manto d'infinita
dolcezza e di meravigliosa abnegazione nascondeva l'accortezza d'un
uomo di stato ed il genio d'un capitano.

Di tempo in tempo, uomini dal volto abbronzato ed ombreggiato da
folta barba, venivano in cerca di lui, e lo trattenevano in secreti
colloquii; alle domande della madre, egli rispondeva semplicemente:
— «Sono amici miei di Galilea.» — Per loro mezzo egli era tenuto a
giorno delle mosse del Nazareno e delle insidie dei suoi nemici Rabbini
e Romani. Sapeva che la vita di quell'uomo straordinario correva
pericolo, ma si rifiutava di credere che ci fosse alcuno abbastanza
temerario per assalirlo proprio nel momento della sua massima
popolarità, e si confortava pensando alla sicurezza che presentava
il numero enorme dei suoi ammiratori. In cuor suo Ben Hur faceva
sopratutto assegnamento sul potere miracoloso di Cristo, mentre non gli
passò neppure pel capo l'idea che chi esercitava un tal potere pel bene
altrui non l'avrebbe forse voluto esercitare in propria difesa.

Giova tener presente che questi incidenti avevano luogo fra il
ventesimo giorno di Marzo, secondo il nostro calendario, ed il giorno
venticinquesimo. Alla sera di quest'ultimo giorno, Ben Hur, non potendo
più oltre frenare la propria impazienza, montò a cavallo e partì per la
città promettendo di ritornare la stessa notte.

Il cavallo galoppò di buona lena. Le strade, i ridenti vigneti che le
fiancheggiavano erano silenziosi, le case deserte, e spenti i fuochi
presso le ten