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Title: Nuovi studii sul genio vol. II (Origine e natura dei genii)
Author: Lombroso, Cesare
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Nuovi studii sul genio vol. II (Origine e natura dei genii)" ***

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generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense
- Milano)



                         NUOVI STUDII SUL GENIO

                               VOLUME II


                                  DEI
                                 GENII

                                   DI

                              C. LOMBROSO

                  (con 3 tavole e 6 figure nel testo).



                       MILANO — PALERMO — NAPOLI
                              REMO SANDRON
               EDITORE BREVETTATO DI S. M. IL RE D'ITALIA
                                 1902.



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

                 (MC) TORINO — TIPOGRAFIA G. SACERDOTE.



ORIGINE E NATURA DEI GENII


                     "Quelques difficultés qu'il y ait à découvrir
                     des vérités nonvelles en étudiant la nature, il
                     s'en trouve des plus grandes encore à les faire
                     reconnaître".

                                                            LAMARCK.



CAPITOLO I.

Sull'unità del genio.


Fra i cento e più critici che tartassarono la mia teoria sul _Genio_,
uno solo mi ha segnalata una vera, capitale lacuna: il Sergi: quando
mi obbietta, nel _Monist_, che io ho sì illustrata e, forse, rivelata,
la natura del genio; ma non ho spiegato come sorgano le varietà così
differenti dei genî. Non già — egli intendeva — che i genî differiscano
essenzialmente fra loro per qualità. L'eccellere nella pittura
piuttosto che nella matematica o nella strategia, non cambia punto
la natura dei genî; come il variare nel sistema di cristallizzazione
romboedrica o esaedrica non cambia la natura chimica del carbonato
calcare, essendo in tutti comune l'esplosione, l'intermittenza, la
creazione del novo e, sopratutto, l'estro.

Ciò, per quanto le parvenze vi fossero contrarie, ci venne chiaramente
provato anche dai più insigni pensatori.

Così il Mach[1] notava: "Come già Giovanni Müller e Liebig affermarono
arditamente, le operazioni intellettuali degli scienziati non
differenziano sostanzialmente da quelle degli artisti. Leonardo da
Vinci può esser posto tra gli uni e gli altri. Se l'artista, con
pochi motivi, compone la sua opera, lo scienziato scopre i motivi che
penetrano nella realtà. Se uno scienziato, come Lagrange, è in qualche
modo un artista quando espone i risultati ottenuti, a sua volta un
poeta, come Shakespeare, è uno scienziato nella visione intellettuale
che presiede all'opera sua. Newton, interrogato sul suo metodo di
lavorare, rispose che meditava a lungo sullo stesso argomento; e così
risposero D'Allembert e Helmoltz. Scienziati e artisti raccomandano
il lavoro tenace e paziente. Quando la mente ha più volte contemplato
lo stesso soggetto, aumentano le probabilità di occasioni favorevoli
alla creazione; tutto quanto può plasmarsi alla idea dominante acquista
rilievo, mentre quanto le è estraneo fugge nell'ombra. Così spicca di
luce improvvisa quell'immagine che esattamente risponde all'idea; e
mentre è effetto di lenta selezione, sembra il risultato di un atto
creativo; così si comprende come Mozart, Newton, Wagner affermino che
le idee, le armonie e le melodie affluissero loro spontanee ed essi non
facessero che ritenerne il meglio".

A sua volta Carlyle disse: "Non v'ha differenza sostanziale tra artista
e scienziato. Molti poeti furono insieme storici, filosofi e statisti;
Boccaccio e Dante furono diplomatici", e noi aggiungeremo che Leonardo
da Vinci, Cardano, come negli ultimi tempi D'Azeglio, Humboldt, Goëthe,
abbracciarono i campi più svariati dello scibile umano.

È un fatto notorio che molti grandi matematici furono o nacquero
da artisti; così vedo nella _Biografia di Beltrami_, redatta con
tanto amore dal Cremona (Roma, 1900), che il Beltrami ebbe avo un
abilissimo musico, e padre e zio pittori di merito, e madre nota per
belle composizioni musicali; egli stesso era pianista abilissimo,
come lo furono Sylvester, Codazzi e come lo sono Porro, Sciacci,
D'Ovidio; lo stesso Beltrami[2] dettò una specie di teoria sui rapporti
tra la musica e la matematica, pretendendo che il processo mentale
applicato alla musica fosse identico, o poco meno, a quello delle
matematiche; quasi che nell'uno e nell'altro fossero posti in azione
gli stessi organi. Codazzi, grande matematico e insieme pazzo morale
ed alcoolista, era un vero melomane: stava intere notti al piano; più
volte mi diceva che era sulla via di trovare un metodo per comporre
musica col mezzo della matematica; in fatto, però, soffriva e morì di
_delirium tremens_.

Meyerbeer, a sua volta, era un buon matematico.

E non citiamo Haller, Swedemborg, Cardano (Vedi sopra, vol. I),
che percorsero, scoprendovi del nuovo, i campi più disparati dalla
matematica e dalla chimica alla teologia e letteratura; perchè ci si
potrebbe obbiettare: che era facile allora abbracciare le regioni più
lontane dello scibile e anche trovarvi del nuovo, essendone la materia
ancora così circoscritta.

Se non che: se ai nostri tempi questo pare inverisimile, gli è perchè
si riflette anche nella concezione del genio quell'eccessiva divisione
del lavoro che si è infiltrata nella vita; per cui non riconosciamo
abbastanza i meriti dei genî multiformi e non ne accettiamo che alcune
delle doti unilaterali più appariscenti. Così nessuno ai suoi tempi,
anzi nemmeno ora, ha riconosciuto abbastanza il merito di Goëthe nella
filosofia naturale.

Una volta ammesso in Goëthe il grande poeta, ripugnamo a crederlo
grande naturalista e grande ottico. Così nessuno di noi riconosce
o ricorda le profonde attitudini politiche e scientifiche di Dante,
nè le letterarie e tattico-militari di Macchiavelli, nè le musicali
di Rousseau; e nessuno sa vedere in Leonardo da Vinci il geologo,
l'idrologo, il balistico, l'anatomico, o in Cardano il letterato, il
filosofo e il teologo[3]. Pure in nessun di questi casi la grandezza
del genio nei rami più disparati era giustificabile dalle condizioni
dei tempi: nè in questi casi vale più la scusa della divisione del
lavoro, nè l'obbiezione che lo scibile si riduceva a così poco da
potersi facilmente tutto abbracciare: perchè quei genî non solo avevano
percorsa tutta la scienza contemporanea, ma prevennero quella dei
nostri tempi, e alcuni, anzi, furonci coevi, come Goëthe, Humboldt,
Hæckel, Leopardi, D'Azeglio e Arago.



CAPITOLO II.

Cause note della varietà dei genî.


Se non che, ripeto, notava giustamente il Sergi che la comune natura
dei genî non ispiega affatto la ragione della loro varietà, come la
composizione identica dei cristalli di calce non spiega perchè ciascuno
cristallizzi in un sistema speciale: acqua e ghiaccio hanno pure la
stessa formola molecolare; ma perchè l'una abbia aspetto d'acqua e
l'altra di ghiaccio, ci vuole una condizione speciale, che è nota
essere la termica.

Ora, come può spiegarsi la varietà così diversa dei genî?; perchè l'un
genio si specializza nel drizzone artistico e più propriamente della
pittura, e l'altro diventa un genio storico, archeologico, ecc.? Qui è
veramente il nuovo problema.


_Eredità_. — Nè basta a spiegarlo l'eredità. Recentemente Möbius faceva
notare la strana frequenza ed intensità dell'eredità nei matematici,
riscontrata tra padre e figlio in 215 e in 35 con più figli: 17 volte
tra padre, figlio e zio; 5 col nonno e con lo zio; 20 tra zio e nipote;
131 tra affini; in più di due fratelli 23 volte; 3 volte tra sorelle e
fratelli[4].

Ciò pare anche più diffusamente abbia luogo per la musica, forse perchè
qui l'ambiente può agire più precocemente, poichè noi sappiamo, dagli
studi del nostro Garbini sui bambini, che essi cominciano a 13 mesi ad
avvertire le note cromatiche e nel 5º anno i suoni.

Perosi ebbe non solo il padre e il nonno musicisti, ma anche l'avolo e
il bisavolo, e crebbe in mezzo a un'atmosfera di musica e di religione
come Mozart. Ed è nota la discendenza dei Bach, dei Mozart, dei
Gabrielli, dei Palestrina e dei Bellini.

Anche Wagner ebbe fin dalla seconda generazione maestri di musica
in famiglia: un nonno coltissimo, un padre giurista, è vero, ma
appassionato dell'arte drammatica e del teatro; e il padrigno, successo
alla morte del padre, era nientemeno che il comico Ludwig Geyer. Anche
lo zio era appassionato dell'arte, e come commediografo sviluppava
in alcune sue monografie le idee che furon tanto care poi al nipote.
Finalmente un fratello e tre sorelle del Geyer si erano date al teatro.
Si capisce quindi che, benchè egli si fosse dato alla pittura fin
dalla giovinezza, divenisse poi il più grande poeta e musicista del suo
tempo.

Raffaello era di famiglia di scultori e pittori: il padre, poeta e
pittore, gli insegnò la sua arte.

Nelle scienze naturali eccelsero i Darwin, gli Hooke, i Jussieux, i
Geoffroy de Sant-Hilaire, ecc.


_Eredità dissimilare_. — Ma a chi ben studi questi casi, specie pei
genî scientifici, essi sono più l'eccezione che la regola.

Se per molti altri genî l'esser nati, come Darwin, come Musset,
Raffaello, Geoffroy, Bach, Saint-Hilaire, Bernouilli in mezzo a
parenti pittori, astronomi o naturalisti, fu circostanza a loro
favorevole, perchè alle predisposizioni, alle trasmissioni ereditarie
che influirono sulle loro speciali tendenze si aggiunse l'azione
dell'ambiente, sicchè trovarono nelle tendenze ataviche, fin dai
primi anni, la ragione d'ispirarsi alla mèta definitiva, — regola più
comune[5] è invece la mancanza di eredi nel genio, più di frequente
presentandosi quella che io vorrei chiamare "eredità dissimilare" o
"contraria" e che noi vediamo così spesso nel mondo, per cui i figli
degli avari sogliono essere prodighi, i figli dei coraggiosi vilissimi,
ed inerti i figli degli uomini d'azione. Così il genio disordinato di
Poë gli venne, forse per dissimilarità, dal puritanismo del generale
Poë, che era di tanto austero di quanto il nipote era scapigliato.

Hoffmann, il disordinatissimo Hoffmann, ebbe, come l'ancora più
scapigliato Verlaine (V. vol. I), zii e madre compassati como macchine;
e così D'Azeglio, Heine ed Alfieri nacquero da parenti tutt'altro che
amici dell'arte; Colombo nacque da volgari mercanti e tessitori.

Io conosco il figlio di un grande oculista italiano che aveva tutte
le ragioni per seguirne la carriera, eppure divenne invece grande
otoiatra, per una ripugnanza insormontabile alla bellissima scienza
paterna.

Pare che in questi casi avvenga una specie di saturazione, per cui
ai figli non rimane che l'incapacità o la ripugnanza per gli studi
paterni.

Così molti poeti e artisti nacquero da negozianti, da notai o avvocati,
avversari accaniti dell'arte e di ogni idealità, e molti santi da gente
viziosa.


_Ambiente_. — E così dicasi di quelle circostanze economiche o sociali
che circondano la vita del genio, specialmente ai suoi albori, e
che si chiama l'"ambiente", in cui i pensatori mediocri tanto si
cristallizzano. Così si capisce come un paese tutto ravvolto in guerre,
come il Piemonte, non abbia dato nei primi periodi nemmeno un artista,
nè un poeta, poichè qualunque genio, che non eccellesse nell'armi, vi
rimaneva sconosciuto e sprezzato. E così si capisce che in un paese
come la Spagna, in cui il libero pensiero era soffocato col rogo,
mancassero completamente i filosofi ed i naturalisti e non sorgessero
che teologhi ed artisti. Si capisce, eziandio, perchè in Italia, dove
i delitti sono così abbondanti, sorgano tanto numerosi gli avvocati
e criminalisti geniali, quali un Beccaria, un Romagnosi, un Ferri, un
Garofalo, un Pagano, un Ellero, un Carmignani, un Carrara.

Così si spiega come negli Ebrei, tanto dediti al commercio, fossero
e siano tuttora numerosi i grandi economisti. Basti citare Marx,
Lassalle, Ricardo, Loria, Luzzatti. Ricardo non fu certo inspirato
dal padre, nè può dirsi che abbia avuto eredità geniale; ma è certo
che, avendo preso parte ai commerci e alle speculazioni del padre,
banchiere olandese, partì dalle pratiche commerciali alle applicazioni
economiche, e questo ci spiega come correggesse gli errori degli
economisti teorici contemporanei e come tutte le sue opere sentissero
le origini e le ispirazioni pratiche, sfuggendo in seguito a grandi
avvenimenti commerciali, come la crisi monetaria del 1800.



CAPITOLO III.

Vantaggi dell'agiatezza e della miseria.


Così dicasi della ricchezza. Spesso il benessere favorisce il genio.

Pascal riteneva che una nascita distinta conferisca a venti anni, nella
stima e nel rispetto degli altri, una posizione che i diseredati mal
riescono a raggiungere a quaranta.

Che cosa sarebbe avvenuto di Meyerbeer senza la ricchezza, di Meyerbeer
che aveva una produzione così laboriosa ed il cui genio si esplicò solo
viaggiando e vivendo in Italia?

Ma tutto ciò va inteso con molta circospezione, perchè quanti genî,
invece, non furono guastati dalla ricchezza e dalla potenza!

Jacoby ha dimostrato che il potere illimitato precipita la
degenerazione, rende facilmente megalomane e demente chi lo impugna.

E noi vediamo la deputazione averci rapiti uomini geniali, diventati
poi, al più, mediocri ministri.

Chi sa dirci quanti fra quelli che si pompeggiano nelle nostre
vie, fieri di un bel sauro e di una occhiata di qualche clorotica
duchessa, non sarebbero diventati grandi uomini? Un esempio ce ne
offre l'aristocrazia piemontese. Per molto tempo avendo tenuto a gloria
il brillare nella milizia e nella politica, essa ci diede più uomini
celebri che non il patriziato di Toscana insieme e di Napoli; ed ora
non emerge che nelle sacrestie e nelle regie anticamere.

Di più: bisogna ricordare che fu spesso la miseria, l'infelicità,
che, servendo da stimolo, da pungolo al genio, ne fecero spicciare
la vocazione; il che spiega quanto dimostrò la mia Paola: essere
l'infelicità uno dei caratteri più frequenti della storia del genio[6].

Così: senza la miseria non avremmo avuti i romanzi di George Sand e
della Becher-Stowe, nè le commedie di Goldoni.

Non rare volte, è vero, parve l'occasione aver dato luogo allo sviluppo
del genio.

Così, per un rimprovero che Muzio Scevola fece a Servio Sulpizio di
ignorare le leggi del proprio paese, somma vergogna per un oratore e
per un patrizio, quest'ultimo divenne un grande giureconsulto.

Spesso i tagliatori di pietre, da lavoranti nelle cave intorno a
Firenze, sin dai più felici tempi della Repubblica riuscivano scultori
di vive figure, quali Mino da Fiesole, Desiderio da Settignano e il
Cronaca. E Giovanni Brown, scalpellino, datosi a studiare i fossili
delle pietre che picchiava, riuscì uno de' più grandi geologi.

Andrea Del Castagno, stando a guardia degli armenti nel Mugello,
rifugiatosi un giorno, dal diluviar della pioggia, entro una
cappelletta ove un imbianchino stava scombiccherando una Madonna, si
sentì attratto ad imitarlo; cominciò col carbone a disegnare figure
dappertutto e si acquistò fama tra i paesani; messo poi a studiare
da Bernardino de' Medici, riuscì pittore insigne; e Vespasiano da
Bisticci, libraio o cartolaio a Firenze, dovendo pel suo negozio
maneggiare molti libri e aver da fare con uomini di lettere, divenne
letterato egli stesso.

Ma la storia dei genî è più ricca di circostanze contrarie che di
favorevoli, come in Boileau, Lesage, Cartesio, Racine, La Fontaine,
Goldoni, costretti a soffocare la musa sotto la toga pesante di Temi
o, peggio, sotto la stola del prete. Metastasio fu sarto, Socrate
scalpellino.

I parenti di Poisson volevano farne un chirurgo, quelli di Bochax un
prete, quelli di Lalande e di Lacordaire degli avvocati. Vauclin era
un contadino, Herschell un suonatore ambulante. Per Cellini tutto
era disposto perchè divenisse suonatore di flauto e non scultore.
E Michelangelo, secondo i parenti, doveva divenire un sapiente, un
classico, mai, come diceva il padre, uno scarabocchiatore d'immagini;
e quando un grande scultore vide le inclinazioni e i primi tentativi
del giovane, ed esortò il padre a metterlo nel suo studio, questi per
acconsentirvi si fece pagare da lui una somma che aumentava di anno in
anno.

Berlioz (_Memorie_) era figlio d'un medico geniale che aveva fatti
lavori molto importanti sull'agopuntura e, sperando di avere in lui
un successore, l'aveva educato a questo scopo e l'aveva indotto a
sorpassare le prime ripugnanze della sala anatomica, dove gli aveva
aperte le più care amicizie coi cultori di questa scienza (Gall,
Amussat, ecc.); a diciasette anni, non appena sentì le _Danaidi_ di
Salieri, abbandonò tutto, per divenire maestro compositore.

Galileo ebbe una lunga serie di antenati filosofi, magistrati,
pensatori, che rimontano fino al 1538[7]. Anche il padre Vincenzo,
oltre l'attitudine alla musica, in cui era originalissimo, ebbe
attitudini alla geometria e alla mercatura, ed il figlio Benedetto,
fratello di Galileo, era pure rinomatissimo nella musica, la quale,
con occhio naturalistico, era stata insegnata ai due figliuoli; ma
evidentemente questa eredità non ebbe una influenza diretta, e poca,
anzi nulla, vi ebbe l'educazione, che in quei tempi portava alla
retorica ed al classicismo, così che — attesta il Nelli — "in quei
tempi in Toscana solo i padri Scolopi tenevano scuola di geometria e di
matematica, non apprezzandovisi allora che gii Umanisti; e nemmeno gli
giovarono gli studi medici, allora tutto affatto teorici e senza alcun
rapporto con l'esperimentazione".

Budda, Cristo e Comte ebbero un ambiente sì sfavorevole, che le loro
dottrine si propagarono solo fuori del loro paese d'origine.

È vecchia l'osservazione:

      A cui natura non lo volle dire,
    Nol dirian mille Ateni e mille Rome.

Le circostanze, dunque, e lo stato di civiltà al più fanno accettare e
rivelano i genî e le loro scoperte, che in altre condizioni sarebbero
passate inosservate o derise, e, peggio, perseguitate.

Quindi si comprende come le grandi scoperte siano assai di rado
completamente nuove all'epoca in cui sono accettate.

"La vapeur — Fournier — était un jouet d'enfant au temps de Héron
d'Alexandrie et Anthemius de Tralles. Il faut que l'esprit humain
et les besoins de notre race travaillent des millions de fois par
l'expérience avant de tirer toutes les conséquences d'un fait".

Nel 1765 Spedding offerse il gas portatile già bell'e pronto al
municipio di Witchaven, che lo rifiutò; vennero poi Chaussier,
Minkelers, Lebon e Windsor, che non ebbero altra abilità se non
di appropriarsi la scoperta e fruirne. Il carbon fossile era stato
scoperto nel secolo XV, la nave a ruota nel 1472, quella ad elice prima
del 1790; quando nel 1707 Papin fece navigare una nave a vapore, non ne
ritrasse che scherni e lo trattarono da ciarlatano.

Il Sauvage, che finalmente potè applicare il vapore alla navigazione,
lo vide in opera... dal carcere, dov'era imprigionato per debiti.

La dagherotipia venne intravveduta nel secolo decimosesto in Russia,
fra noi nel 1566 dal Fabricio e di nuovo scoperta dal Thiphaigne de la
Roche.

Il galvanismo fu prima scoperto dal Cotugno e poi dal Du Verney. La
teoria stessa della selezione non appartiene a Darwin esclusivamente.
Questa idea, come tutte le altre, ha nel passato profonde radici.
"Le specie attuali non sussistono che in grazia della loro astuzia,
forza e velocità; le altre sono perite" — diceva già Lucrezio —; e
Plutarco, interrogato perchè i cavalli, che furono inseguiti dai lupi,
fossero più rapidi degli altri, adduceva per ragione che essi soli
erano sopravvissuti, essendo stati gli altri, più pigri, raggiunti e
divorati.

La legge d'attrazione di Newton era già intuita nelle opere del secolo
decimosesto, specialmente di Kopernico e Keplero, e fu quasi tracciata
da Hooke.

E così dicasi pel magnetismo, per la chimica, per la stessa
antropologia criminale, come dimostrava Antonini[8]. Dunque non è la
civiltà che sia causa dei genî e delle scoperte; ma essa ne determina
l'evoluzione, o, meglio, l'accettazione. Quindi è probabile che genî
siano comparsi in tutte le epoche, in tutti i paesi; ma come, grazie
alla lotta per l'esistenza, una quantità di esseri nasce solo per
soccombere, invendicata preda dei più forti, così moltissimi di quei
genî, quando non trovarono l'epoca favorevole, restarono misconosciuti,
o, peggio anzi, puniti. E se vi hanno civiltà che aiutano, ve ne hanno
anche di quelle che danneggiano la produzione dei genî; per esempio
in Italia, dove la civiltà è più antica e dove se ne rinnovarono
parecchie, una più forte dell'altra; ivi, se la tempra del popolo
è più aperta, in genere tutto il mondo colto è più restìo ad ogni
novità ed innamorato e quasi incatenato nell'adorazione del vecchio,
quindi nemico dei novatori, e li abbatte o reprime col disprezzo o col
silenzio e coll'abbandono. Invece: dove la civiltà è più recente, come
in Russia e in America, le idee nuove si accolgono con un vero furore.

Quando il ripetersi della stessa osservazione ha reso meno ostica
l'accettazione dei nuovi veri, o quando le circostanze rendono utili e,
meglio, necessari un dato uomo od una data scoperta, esse si accettano,
finendo, poi, col portarle all'altare.

Il pubblico, che vede la coincidenza tra una data civiltà ed il
manifestarsi del genio, crede che l'una dipenda dall'altra, confonde
la leggera influenza nel determinare lo sgusciamento del pulcino con
la fecondazione che rimonta invece alla razza, alla meteora, alla
nutrizione, ecc.

E non è a dire che ciò non accada nei nostri tempi; l'ipnotismo è
lì per dimostrare quante volte, anche quasi sotto i nostri occhi, si
rinnovò e fu presa per nuova una sempre uguale scoperta. Ogni età è
egualmente immatura per le scoperte che non avevano od avevano pochi
precedenti; e quando è immatura, è nell'incapacità di accorgersi della
propria inettitudine ad adottarla. Il ripetersi di un'analoga scoperta,
preparando il cervello a subirne l'impressione, vi trova man mano
sempre meno riluttanti gli animi. Per sedici o venti anni in Italia si
è creduto pazzo dalle migliori autorità chi scopriva la pellagrozeina;
ancora adesso il mondo accademico ride dell'antropologia criminale,
ride dell'ipnotismo, ride dell'omeopatia. Chissà dunque che anch'io ed
i miei amici, che ora ridiamo dell'incarnazione spiritica ed astrale,
non commettiamo un altro di quei crimini contro il vero, poichè noi
siamo — come gli ipnotizzati, grazie al misoneismo che in tutti noi
cova — nell'impossibilità d'accorgerci quando siamo nell'errore; e
proprio come molti alienati, essendo noi al buio del vero, ridiamo di
quelli che non lo sono.

Finchè l'età sua non sia giunta, finchè l'umanità non vi sia matura,
ogni scoperta, ogni idea nuova è, dunque, come non fosse mai nata.



CAPITOLO IV.

Vantaggi della libertà.


Ed è perciò che solo nei paesi più liberi vegeta rigogliosa la
genialità. Io l'ho dimostrato graficamente nell'_Uomo di genio_ col
parallelo tra i dipartimenti più liberali nelle elezioni di Francia e
i dipartimenti più ricchi di genî, come il Varo, la Senna, il Rodano,
la Saona e Marna, la Meurthe, la Vandea, il Morbihan; mentre i Bassi
ed Alti Pirenei, il Gers, la Dordogna, il Lot — reazionari — danno
pochissimi genî. È così grande e completa questa analogia, che spesso
maschera e confonde quella della razza, della densità, della ricchezza,
ecc.

Ginevra, che nel 1500 era detta la città dei malcontenti, certo era
la più geniale della Svizzera, e così dicasi di Atene, la quale, nel
più fiorente periodo della sua libertà o, meglio, anarchia, giunse a
contare 56 grandi poeti, 21 oratori, 12 storici e letterati, 14 tra
filosofi e scienziati e 2 sommi legislatori, come Dracone e Solone,
mentre Sparta oligarca ebbe poche o punto rivoluzioni, ma pochissimi
ingegni famosi (non più di sei, secondo lo Schoell); — la lotta per la
libertà in Olanda, in un'epoca in cui il senso della libertà era quasi
sconosciuto in Europa, ci spiega come questo popolo abbia dato, appunto
allora, un così grande numero di genî politici e artistici.

Fu sopratutto grazie al lungo periodo di libertà — 700 e più anni
—, periodo superiore a quello goduto da tutti i popoli d'Europa, che
Venezia riuscì a superare tutti gli altri in grandezza politica, come
ho dimostrato nel _Perchè fu grande Venezia?_[9]; e così Firenze e
Roma diedero i loro più grandi genî nell'epoca della loro maggiore
libertà, anzi dell'anarchia. E qui ricordo di nuovo come debba sfatarsi
l'idea che all'aristocrazia chiusa di Venezia negli ultimi secoli fa
merito della sua grandezza; così come quell'altra, pure erronea, che
attribuisce la ricchezza in Roma ed Atene ad Augusto o a Pericle. Tale
ricchezza, formatasi durante i periodi di libertà anche eccessiva, non
avendo avuto tempo di scomparire nelle prime epoche della tirannide, si
volle attribuire a questa invece che a quella; ma la tirannide non fece
che accogliere gli ultimi frutti della libertà per vantarsene e per
disperderli.

Tacito lo nota pei genî romani: "Postquam bellatum apud Actium atque
omnem potentiam ad unum conferri paci interfuit magna _illa ingenia
cessere_"; come altrettanto affermava Leonardo Bruni per Firenze nella
_Laudatio urbis Florentinæ_ (Livorno, 1789, pag. 16) contro la leggenda
che ne attribuisce la grandezza al mecenatismo mediceo.

E ciò ben si comprende perchè il governo di molti, anche se troppo
libero, mette in opera tutti gli ingegni e ne accoglie le nuove idee;
mentre la tirannide, nemica, fin dal tempo dei Tarquinî, di ogni
elevatezza individuale, tenta sopprimerla e soffocarne ad ogni modo i
conati; e quindi è più facile che giovi allo sviluppo dell'arte e della
politica una libertà anche sfrenata che non un governo dispotico, sia
pure inspirato da un uomo di genio.

Chi può paragonare la produzione letteraria ed artistica sorta a Parigi
sotto Napoleone con quella della grande epoca fiorentina e ateniese?

Ed ecco spiegato anche, così in gran parte, quel fenomeno, che sarà
rimasto difficile a comprendersi, della grandezza fiorentina in
confronto a quella di Napoli e di Palermo, dove poche opere grandiose
d'arte lasciarono traccia di sè e dove la somma dei genî non raggiunse
il livello toscano; eppure non mancò nè all'una, ne all'altra il clima
favorevole di mite temperatura, di collina e mare che io ho dimostrato
essere il più opportuno pel genio; nè vi mancò l'innesto etnico, nè
la razza intelligente, etrusca negli uni, grecolatina negli altri, con
mistione di Normanni, ecc.

La genialità è un carattere dell'evoluzione e della libertà, e ne è
un indizio; e non tanto perchè essa ne sia originata, ma perchè solo
l'evoluzione e la libertà servono a metterla in onore e diffonderla.

Carlyle, negli _Eroi_, scrisse che il miglior indice della coltura
d'un'epoca è il modo con cui essa accolse i suoi genî.

È perciò assai probabile che di genî ne siano sorti o ne sorgano in
tutti i tempi e in tutti i paesi; ma non sopravvivono, perchè non
sono compresi, che dove il fermento di libertà renda loro meno aspra
la strada, domando l'odio del nuovo che tende sempre a soffocarli nel
nascere; e così nel Nord d'America Whiteman, Longfellow, Edison sono
dappertutto acclamati, e in Italia, dove la libertà è inceppata da ogni
parte, i veri genî trovano, sì, copia di onori e monumenti, ma... dopo
la morte.

Per comprendere meglio quest'influenza, basti l'esempio delle sventure
di Galilei per una semplice teoria astronomica, che non intralciava, nè
offendeva interessi mondani.

Nei paesi poco liberi l'odio del nuovo trova naturali alleati nei
reggitori, e quindi è irremissibilmente soffocato e punito.

Io ne vedo, fino ad un certo punto, una prova nella sorte della nuova
Scuola penale da me iniziata e che trova, per esempio, in America ed in
Svizzera, Olanda e in Svezia un pubblico favorevole che la propugna,
mentre è irremissibilmente respinta da ogni cattedra, come da ogni
ufficio, come da ogni progetto di legge nei paesi come l'Italia, in cui
il popolo è ancora schiavo dei vecchi e vieti pregiudizi e governato
semi-asiaticamente.

E quest'azione negativa è così grande, che fa credere ad un'azione
diretta dell'ambiente favorevole al genio.

Si vede, dunque, che le condizioni ereditarie e d'ambiente, su cui più
si faceva assegnamento per l'origine delle varietà geniali, o mancano,
o sono contraddittorie.


_Memoria visiva, tipo immaginativo, ecc_. — Basterà egli a determinarle
la particolare tempra dell'organismo geniale, secondo che vi
predomini, cioè, la memoria visiva o l'acustica, secondo che sia più
viva la fantasia, più rapida che precisa la percezione e viceversa;
fatti questi che noi abbiamo potuto fissare nel genio[10], con lo
studio della grafologia, nella scrittura così nitida e calma, quasi
a stampatello, nei chimici e nei matematici, così aggrovigliata e
precipitosa in quelli in cui predomina la fantasia.

E qui giova l'osservazione sperimentale di Binet e Lecler[11] che in
ogni gruppo d'uomini vi ha il tipo immaginativo — poeta — e quella di
osservazione minuta, arida, ma precisa; il che dividerebbe nettamente
la scienza dall'arte.

Sì, queste condizioni hanno un'enorme influenza sulla direzione
generale del genio, ma più ancora sul colorito, sull'aspetto delle
sue opere. Così lo smagliante stile di Victor Hugo si deve certo al
predominio eccessivo dei centri visivi, all'esser egli un visivo per
eccellenza, lui che si ispira nei primi versi de _Les orientales_
ai tramonti di Parigi; e così dicasi degli abbaglianti, luminosi
quadri del Segantini, che, a quattro anni, cadendo in un fiume, non
resta colpito che dal bagliore dell'acqua e dalla ruota del mulino;
come il predominio dei centri olfattivi entra nelle opere di Zola
per molta parte, come il predominio dei centri acustici che fan
discernere ad Helmoltz i toni musicali nella cascata del Niagara,
dev'essere entrato per molto nella scelta e nella condotta delle sue
ricerche tanto originali d'acustica, elevata da lui a nuova scienza.
Ma oltre che vi sono genî, come il Leopardi, in cui l'ottusità e la
depressione nei centri visivi, olfattivi, ecc., non solo non impedirono
di dare, ma anzi, dando insueto predominio ai centri chenestetici,
impressero alle opere loro quel singolare colorito che ci strappa
una così nuova ed universale commozione come quando ammiriamo i
quadri dei notturni Norvegesi, bisogna pur aggiugnere che il campo
della genialità è troppo vasto e insieme troppo suddiviso, perchè vi
predomini solamente quell'influenza. Date pure una parte d'influenza,
e grande, all'essere uno visivo piuttostochè auditivo; ma se un visivo
può divenire scultore, come poeta, o istologo, o statista, o magari
calcolatore-prodigio, che vede allineate nella mente le cifre da
calcolare, questo predominio non basta da solo a determinare la scelta
della varietà geniale.

Di più: dato un genio matematico puro (e spesso, come vedemmo sopra,
il grande matematico è anche un forte musico), egli ha sempre da
scegliere fra la fisica, la chimica, la zoologia, ecc., mentre il genio
immaginativo può scegliere fra poesia, musica, pittura, ecc.

Per ciò, pur tenendo conto di queste varie attitudini come di una causa
predisponente grandissima della varietà geniale, dobbiamo studiare di
trovarne ancora quella che ne è la causa più specifica, più diretta.



CAPITOLO V.

Influenza della pubertà.


Ora, chi analizzi le biografie dei grandi uomini, di cui si conosce
la prima giovinezza, trova la causa predominante della loro speciale
genialità nell'immensa influenza che viene dal combinarsi di una data
fortissima impressione sensoria, di una data forte emozione, consona,
ben inteso, alle tendenze organiche e al grande sviluppo mentale
dell'individuo geniale col momento vicino alla pubertà, in cui il
genio, essendo in istato nascente e per ciò più soggetto agli stati
emotivi, ha la maggiore tendenza a fissarsi per sempre in una più che
in altra direzione,

E qui le prove sovrabbondano.

Così, per esempio, di Segantini bimbo, seppellito in un riformatorio,
i superiori, nella loro sapienza burocratica, volevano fare un
calzolaio; fortunatamente, egli fugge dai suoi singolari patroni
nella nativa montagna, dove, pastore, ritrae inconscio, e senza darvi
alcuna importanza, montoni e casolari; ma quando a 12 anni vede morire
una bambina e sente la madre straziarsi per non poterne conservare
l'immagine, egli si sente ispirato a farne il ritratto e da quel giorno
diventa il grande Segantini. Il combinarsi di una forte impressione
morale e fisica nell'esordire della pubertà in un ingegno visuale così
poderoso ha fatto di lui un pittore geniale.

Così Proudhon era un povero figlio di un boscaiolo; il curato gli aveva
insegnato un po' di latino e i Benedettini di Cluny qualche po' di
disegno: a 14 anni, mentre egli tentava di copiare da sè alcuni brutti
quadri del convento, fabbricandosi i colori col succo delle piante e
i pennelli coi crini di un mulo, fu avvertito da un frate che con quei
suoi strani mezzi a nulla sarebbe riuscito, perchè quei quadri erano ad
olio: bastò ciò perchè egli ritrovasse da sè la pittura ad olio, come
Pascal trovò la geometria.

Stuart Mill è a 12 anni così colpito dallo studio della _Storia
dell'India_ del padre suo, che da quel giorno data la sua genialità.

Arago, figlio di un avvocato, precoce nel leggere la musica, si
occupava di autori classici; la passione per le matematiche gli sorse
tutta a un tratto nel sentire da un ufficiale del genio com'egli fosse
giunto rapidamente al suo grado, uscendo dalla Scuola politecnica,
dove si studiava matematica. Abbandona allora Corneille per darsi alle
matematiche, che studia da sè, e a 16 anni era pronto per l'esame al
Politecnico.

Tommaso Joung, precoce sì che a due anni leggeva e a cinque aveva
imparato un gran numero di poemi inglesi e latini che recitava a mente,
vede a otto anni presso un agrimensore gli strumenti per misurare le
distanze e l'elevazione dei corpi lontani: tosto si mette a studiare
un trattato di matematica per capire la struttura di siffatti arnesi:
e finisce a costrursi da sè un microscopio per studiare la meccanica e
imparare il calcolo differenziale[12].

Galileo, fino al 17º anno, non aveva fatta alcuna rilevante scoperta:
si sentiva, sì, inclinato alle scienze esatte, e per ciò aborriva
le inesattezze dei metafisici e dei medici di quell'epoca; fu solo
quando, al 18º anno, il terzo dei suoi studi in medicina, egli vide
nella chiesa maggiore di Pisa una lampada, mossa dal vento, percorrere
lo spazio in tempo uguale, che pensò subito ad uno stromento — il
pendolo — per studiare l'isocronismo del tempo e stabilire con grafiche
e precise leggi la maggiore o minore velocità del polso; e da questo
passò agli altri studi fisici.

Lioy, nel _Primo passo_ di Martini, confessa che aveva 8 anni quando,
essendogli nato un fratellino, fu chiuso in una biblioteca, perchè non
disturbasse la madre, e gli fu dato a leggere un volume di Buffon. Fu
questo la scintilla del suo ingegno: "Mi par di vedere ancora — egli
scriveva — quegli uccelli; io li sognava tutta la notte; il mio grado
di aiutante naturalista era raggiunto".

Di Poisson[13] i parenti volevano fare un chirurgo-flebotomo e lo
affidarono ad uno zio, che pretendeva educarvelo, facendogli pungere
con la lancetta le venature delle foglie dei cavoli; ma egli sbagliava
sempre: quando un giorno, fra gli 8 o 9 anni, trova un programma della
Scuola politecnica e sente che può sciogliere e scioglie immediatamente
alcuni di quei quesiti; la sua carriera era trovata.

Lafontaine era figlio di un burocratico e scribacchiava versi di poca
importanza, quando gli cadde sotto mano la bella ode di Malherbe sulla
morte di Enrico IV. Allora comprese di essere poeta e lo fu.

Gianni (_Biografia universale_) divenne poeta quando lesse l'Ariosto;
egli allora, poco più in là dell'età della pubertà, improvvisò versi
prima ancora di aver imparata l'arte di comporli.

Lagrange non aveva grandi attitudini per gli studi: il suo genio si
rivelò al secondo anno di liceo quando lesse uno scritto di Halle;
gettò giù allora il suo _Primo saggio sul metodo delle variazioni_.

Rusckin, dall'aver veduto a 15 anni, una sera d'estate del 1833,
da un elevato giardino di Sciaffusa, come confessa nel suo volume
del _Præterita_, gl'illimitati, alti, affilati contorni delle Alpi
disegnarsi sul cielo rosso, ebbe l'ispirazione di quella nuova estetica
che sviluppava più tardi.

In questi casi non è che la sensazione abbia provocato il genio,
ma fu l'occasione, perchè si rivelasse e s'incanalasse in un dato
indirizzo; essa ha determinato, insomma, un individuo, predispostovi
organicamente, a rivolgersi, a salpare per quella mèta, d'onde le
circostanze, l'educazione, ecc., tendevano forse a deviarlo.

Così Darwin, come dicemmo, era predisposto alle grandi sintesi
naturalistiche dall'eredità atavica, essendo parecchi dei suoi
avi indirizzati verso la stessa sua strada, e l'ingegno suo già
precocemente se ne era rivelato, fino a un certo punto, con l'idea
di ottenere piante colorate; ma, come egli confessava[14], tutta
l'educazione ch'egli ricevette non influì per nulla nei suoi studi:
il punto di partenza della sua grande creazione fu il _Viaggio
della Bearle_, e l'intenso desiderio di far questo viaggio gii venne
dall'aver avuto fra le mani, nel tempo della pubertà, un libro sul
_Viaggio intorno al mondo_.

Sir William Herschell non era che un suonatore ambulante, d'ingegno,
che imparò malamente da sè lingue e matematica; l'aver veduto, a ventun
anni, con un telescopio, il campo dei cieli, lo colpì così da indurlo a
fabbricarsene uno egli stesso e studiare la lega dei metalli che meglio
riflettesse la luce, sicchè a 30 anni ne aveva costrutto uno grande di
sua mano.

Lalande, allievo dei gesuiti, componeva a 10 anni drammi e romanzi,
ed aspirava a divenire un eloquente avvocato; ma quando un astronomo
gli fece osservare la grande ecclissi del 1748, egli a 16 anni sentì
scoppiarsi la passione dell'astronomia, dove divenne sì celebre.

Boerhave era destinato al culto e ne aveva presa la laurea: un'ulcera
della mano, che lo tormentava a nove anni, gli fece sviluppare la
passione per la medicina.

Tutti costoro, Lalande, Lagrange, Joung in ispecie, fino al momento
in cui un accidente mise loro nelle mani gl'istrumenti o i libri di
geometria, erano o si credevano appassionati pei classici, mentre
Gianni da bustaio diventò poeta leggendo l'Ariosto.

In altri genî, però, l'immenso effetto che lascia a lungo dietro sè
la prima emozione, dimostra che si tratta di una vera trasformazione
operata da quella data impressione sensoria ed emotiva nell'epoca della
pubertà, poichè essi dichiarano come senza quella non sarebbero stati
tratti alla nuova carriera.

Così Guerrazzi scrive di sè: "Convien notare certo avvenimento, il
quale può considerarsi come epoca del mio cervello. Volle il destino
che in quel tempo (aveva 12 anni) mi capitasse in mano l'Ariosto. Uno
spirito nato a trasalire per le vibrazioni del bello come le corde
dell'arpa, costretto fino allora fra le esose spire grammaticali e
fratesche, all'improvviso si immerge nelle gioie dell'Ariosto. Ogni
uomo desidera il paradiso a modo suo; per me il paradiso è l'anima di
quel tempo, è messer Ludovico. Desinavo coll'_Orlando_ accanto al pane,
cenavo egualmente e il padre doveva spegnermi il lume per mandarmi a
letto. Cosa io valga non so; questo vedranno i posteri; ma se qualche
cosa valgo, lo devo all'Ariosto"[15].

Qui si vede chiaramente espressa la portata dinamogeno-emotiva di una
data impressione su un uomo geniale nell'epoca della pubertà, malgrado
l'educazione lo abbia disposto in senso contrario a quelle che erano le
sue vere tendenze.

Un analogo esempio ci è offerto da Galileo, che l'educazione spingeva
agii studi classici, o di medicina teorica, o di musica (Vedi sopra), e
fu spinto dalla vista del dondolamento d'una lampada sospesa ad ideare
il pendolo, e agli studi di matematica e di astronomia, tanto più se
si pensi che applicazioni sempre nuove del pendolo ritornano alla sua
mente in quasi tutte le epoche della sua vita, fin presso alla morte:
quando studia medicina, nel 1583, lo applica alla misura del polso;
appena iniziatosi agli studi astronomici, lo adatta alla misura delle
stelle e del tempo, come si vede da una sua lettera del 1657 a Reagli;
e, infine, quando, già cieco, nel 1641, è vicino a morte, pensa —
scrive Viviani al Duca — che quel suo misuratore del tempo sarebbesi
potuto applicare agli orologi; e fu solo la cecità, rendendone informi
i disegni, poi la morte che impedirono a lui di completare così l'opera
iniziata a 17 anni nel duomo pisano[16].



CAPITOLO VI.

Influenza dell'amore.


A molti la prima spinta, la prima emozione creatrice fu data dalla
bellezza femminile e dall'amore.

Petrarca a 14 anni fu tratto alla poesia e alla genialità dall'aver
veduta per la prima volta Laura il 6 aprile 1327. "Non taccio — che io
_di quel poco che io sono, tale io sono_ per quella donna; e che se ho
pur qualche fama o gloria, a ciò non sarei mai pervenuto se la sementa
tenue di virtù che natura aveva posto nell'animo mio essa non avesse
coltivata con sì nobili affetti".

La bellezza femminile e l'amore, secondo Finzi, trasformava Leopardi da
arido erudito in poderoso poeta (_Letteratura_).

Nencioni racconta che i primi versi a vent'anni gli furono ispirati
dalla visione di una donzella bellissima.

Or ora il De Amicis raccontava di uno dei primi poeti vernacoli
piemontesi che a ventidue anni non aveva scritto ancora una riga e che,
dopo aver sospirato a lungo dietro un'altissima dama, si trovò con lei
in ferrovia e n'ebbe, in un momento in cui s'eran spenti i lumi, una
pressione dolcissima della mano che gli rivelava esser egli compreso e
corrisposto. A poche ore di distanza da quell'avvenimento egli dettava
il più bello dei suoi poemi: _Il sogno di un pastore_, e dopo d'allora
divenne valente poeta.

Anche Dante confessa esser stato l'incontro di Beatrice nella prima
giovinezza che lo creava poeta.

E Burns, pastore inspirato già dai canti popolari della madre, scrisse
a 15 anni la sua prima poesia per l'amore di una fanciulla.

In altri invece l'emozione religiosa fa le funzioni dell'erotica,
come in Lacordaire che si sentì genio dopo la prima comunione, come
in Rapisardi che racconta come a 13 anni un'ode a Sant'Agata aprì la
cataratta dei suoi versi.



CAPITOLO VII,

Influenza della pubertà sulle conversioni e sulla criminalità.


1. _Conversioni_. — Il fatto di maggiore importanza in questi casi
è che appartengono tutti alla fanciullezza avanzata o all'incipiente
pubertà.

Ora, per comprendere questa prevalente influenza di una causa esterna,
di una sensazione nel momento vicino alla pubertà (alle influenze
esterne, alle forti sensazioni l'uomo è esposto in ogni altra epoca
senza gran reazione), bisogna ricordare l'enorme importanza che per lo
sviluppo mentale ha l'epoca pubere e la grande impressionabilità che ha
allora l'uomo moderno alle cause esterne.

In quel momento in cui le abitudini dell'infanzia svanendo, le nuove
non sono ancora subentrate, l'uomo si ritrova in istato di crisalide,
pronto a ricevere le nuove impressioni.

"È erroneo — dice Starbuck a proposito delle conversioni religiose —
credere siano le abitudini infantili che determinino l'andazzo della
vita: il bambino agisce inconsciamente, e fa quello che gli ordiniamo,
dando così alla religione l'interpretazione arbitraria che noi gli
forniamo.

"La crisi della conversione è negli uomini, spesso incoscienti,
preceduta da un lungo periodo di dubbi, di angoscie, di lotte, che
finisce, in un dato momento, sotto l'influsso di una parola, di
un libro, di una predica, a cui segue un lungo periodo di gioia
tumultuosa.

"Come il metallo chiuso in un solvente si rapprende e cristallizza
secondo il sistema del cristallo che viene gittato nel solvente, così
l'adolescente, in cui la vita pare sconnessa, cristallizza le sue idee
secondo la più forte impressione che riceve in un dato momento".

La gioventù è in istato di esplosività latente, pronta a scoppiare
sotto questa o quella influenza, sia delle concezioni scientifiche, sia
degli entusiasmi dell'arte, o delle sventure, o delle lotte. L'adulto
è gettato in mezzo a nuovi ambienti, a nuovi individui, a nuove
abitudini; ma queste non trovano così pronta eco nel suo animo: la sua
via da percorrere è stabilita: egli ha sentimenti e idee proprie ed è
difficilmente influenzabile.

Una prova importantissima a questo proposito è stata raccolta dallo
Starbuck[17], coll'esame personale dei motivi che avevano indotti alla
conversione centinaia di studenti dei seminari e delle alte scuole
dell'America, sia maschi che femmine; egli trovò che la conversione è
determinata in parte dall'influenza dei genitori[18] e della famiglia,
a cui s'aggiunge quella dei libri, degli amici, dei maestri e delle
persone, il cui carattere desti ammirazione, o da sventure domestiche.

Ma quello che più importa è che tutte queste influenze sono subordinate
a quella della pubertà, perchè esse agiscono solo all'epoca della
pubertà, o, per dire più esattamente con lo Starbuck, nel periodo di
sei anni circa che ne precede e ne segue lo svolgimento; epoca che —
com'egli ben nota — è assai indeterminata, specialmente nel maschio, e
si prolunga assai nei suoi effetti psichici e fisici.

Da una tavola grafica, infatti, che lo Starbuck annette a questo
capitolo, si vede che pei maschi il massimo delle conversioni è a 16
anni, essendovene però un secondo massimo a 12 anni e un terzo, più
debole, a 9 anni (Vedi Tavola I).

Nelle donne la linea è meno precisa: dà cifre abbastanza rilevanti già
a 7 o 8 anni, con un massimo ai 13 anni, un altro ai 16 e due minori ai
18 e ai 20 anni, per cui è insieme più precoce e tardiva.

Gli anni in cui comincia la conversione — nota sempre lo Starbuck
— coincidono con quelli in cui Hacook trovò coi _tests_ mentali
il massimo di altezza nella facoltà di ragionare. Si vedono anche
le linee della conversione alternarsi e avvicendarsi con le linee
dell'accrescimento fisico, perchè la statura e il peso degli individui,
studiati ancora dallo Starbuck nello stesso paese, davano il massimo
dell'accrescimento dapprima agli 8 anni, poi ai 10. Quanto al peso, si
ha il grande massimo a 16 e poi il 2º massimo a 10 anni, mentre nelle
donne l'accrescimento è press'a poco graduale, senza salti improvvisi.


2. _Criminalità_. — Ma non è solo nel formarsi delle conversioni che
coincide la fase della pubertà, ma anche nell'incoarsi del crimine.
[Illustration: Tavola I[19]]

Io dimostrai già che l'iniziarsi e il compiersi della pubertà, fra
i 15 e i 20 anni, si accompagnano all'improvviso svolgersi delle
tendenze delittuose: il che fu presentito dalle plebi nei proverbi e
nei nomignoli: _bulo, scogneco_, che significano criminalità speciale
del giovane che vuol parere uomo, sopratutto con la parola: _omertà_,
la quale accenna insieme alla virilità e alla criminalità. Vi è insomma
sul principio della giovinezza una tendenza istintiva verso il delitto,
considerato come una prova di forza, di maturità; il che ricorda come
la toga pretestata dei selvaggi si guadagni sempre con un omicidio.

Marro[20] ebbe a studiare questa recrudescenza degl'impulsi atavici su
900 scolari da 9 a 10 anni e su 3012 da 11 anni a 18.

Nei primi la cattiva condotta era del 18% e nei secondi del 9%; la
mediocre era del 33% nei primi e del 46% nei secondi, e precisamente la
scala criminosa dava il massimo di cattiva condotta a 18 anni, col 74%,
poi a 11 anni, col 69%, calando poscia a 58, 62, 60, ecc., nei 14, 13 e
12 anni, dando dunque due punti massimi tra 11 e 13 anni e tra 16 e 18
anni, come le conversioni.

Egli narra di furti o, meglio, di accessi cleptomani in ricchi,
che, senza bisogno, rubavano, per esempio, scarpe, carte esposte al
pubblico, che poi gettavano via.

Molte volte qui non si tratta che di una criminalità passeggiera,
legata ad un fenomeno assai generale della pubertà e che si riallaccia
a quella specie di follìa transitoria, la quale si manifesta quasi
generalmente nell'epoca pubere, e che han già notata i maestri ed
educatori e ultimamente anche gli alienisti.

Marro dimostrò, infatti, come il carattere dei ragazzi si cambi
nell'epoca della pubertà, e come in questa età diventino irritabili e
tristi anche quelli più tranquilli; a più forte ragione e intensità gli
anormali. Così spiegasi perchè i delinquenti diano una quota massima di
delitti all'età pubere, che poi decresce, per poi rimontare, dai 20 ai
30 anni, al 45% di tutti i delitti.

Nei suoi profondi studi Starbuck[21] trovò pure in quest'epoca pubere
una specie di follìa nella proporzione del 47% nei maschi e del 35%
nelle femmine.

Questa follìa si manifesterebbe con angoscie, dubbi e lotte interne,
ch'egli dedusse da queste risposte: "Io caddi in un profondo
stato di amarezza"; "Mi sentivo come se avessi commesso un peccato
imperdonabile"; "Avevo come un rimorso ostinato", ecc.

Anch'io in molti puberi còlti trovai diffusa la tendenza impulsiva,
piromanìaca, cleptomane e ambiziosa, qualche volta perfino con
allucinazioni e quasi sempre con tendenze megalomanìache.

E propriamente di 47 indagati, 16 mi hanno dichiarato di aver nulla
provato o di nulla ricordarsi; 7 ricordarono di aver avuta, tra gli 8
e i 12 anni, una strana megalomanìa, in contrasto con le condizioni di
famiglia; di diventare conquistatori delle isole descritte da Verne
o della Repubblica di San Marino; 5 rubavano in casa per far getto
del denaro; o, figli di proletari, pretendevansi ricchi e potenti;
5 avevano idee persecutorie di essere arrestati dalla polizia, di
divenire soldati a 8 anni; 3 erano insultatori, litigiosi, villani; 8
furono presi da vera manìa religiosa di diventar missionari o eremiti;
2 altri avevano impulsi osceni; uno manìa suicida. Un giovane, ricco,
onestissimo, durante l'epoca della pubertà rubava persino le monete
dalle botteghe, pur non avendone alcun bisogno, poi le gettava via o le
nascondeva.

Una maestra di un collegio di Torino mi raccontava di tre sorelle che
successivamente ebbe in collegio, le quali, tutt'e tre tranquille
e buone, diventarono dai 12 ai 15 insopportabilmente mentitrici e
cattive, e tornarono buone e tranquille più tardi.

Due fratelli ed una sorella in età pubere, fissatisi in mente di
trovare la dirigibilità dei palloni volanti, di cui avevano letta una
descrizione,, rubano cinquanta lire al padre ed abbandonano la casa,
lasciando scritto che non torneranno se non dopo essersi arricchiti con
la fatta scoperta.

Il figlio d'un maestro di campagna dai 10 ai 12 anni s'immaginò
di diventare ricco e potente, e, per farsi credere tale, pagava il
biglietto del tram il doppio, rubava in casa denari che spendeva senza
ragione.

Uno studente dai 13 ai 14 anni sognava di dettare opere grandiose, ma
intanto rubava denari a casa e li spendeva senza ragione o davali in
dono al primo venuto.



CAPITOLO VIII.

La pubertà nei degenerati. Psicopatie sessuali.


1. _La pubertà nei degenerati_. — E qui alcuni ci obietteranno: Mentre
nei genî la coincidenza con la pubertà e coll'ispirazione è generale,
quella della pazzia e della criminalità è parziale, poichè accresce
appena di un tanto per cento la cifra media, ed è transitoria, nè
lascia nella vita dell'individuo l'impronta che vi lascia il genio.

È facile, però, il rispondere che questo fenomeno, di così poca
importanza per gli uomini medi, ne assume una enorme e costante nei
degenerati.

Difatti, le psicosi più gravi della pubertà, quelle che più facilmente
finiscono in demenza, sono ereditarie, degenerative. Kahlbaum ed Ecker
descrissero un'ebefrenìa, o pazzia della pubertà, da causa ereditaria
con alterazioni del sentimento e delirî di peccato che finiscono in
demenza; anche Clouston ammette una psicosi della pubertà, grave, con
deliri eretico-religiosi, con intermittenza di sintomi, guarigione solo
nel 51%: e anch'essa a fondamento ereditario.


2. _Psicopatie sessuali_. — E poi è appunto solo nei psicopatici
ereditari che si possono sorprendere quelle forme di pervertimento
sessuale che presentano precisamente lo stesso andamento da noi trovato
nella creazione geniale: individui con apparato psichico integro, sotto
una data impressione subita o durante o poco prima della pubertà, ne
restano così polarizzati, da foggiarne e fissarne per sempre tutto il
contenuto psicosessuale. Si tratta di quegli individui che non possono
per tutta la vita godere voluttuosamente se non per vecchie, col capo
coperto da una cuffia, o per donne che tengono una candela in mano e
li insultano, ecc., fatti che non hanno rapporto alcuno con l'atavismo
e si spiegano solo quando, interrogato il paziente, ci rivela come nel
momento del primo eccitamento erotico fosse colpito così fortemente
dall'immagine di una donna con la cuffia, ecc., che dopo non fu più
eccitabile al coito se non sotto questo spettacolo.

Gli è che la prima causa anomala eccitatrice alla Venere finisce
per eccitarla sola in seguito, escludendo tutte le altre, anche le
più organiche; così L..., commesso di negozio, predisposto per labe
gentilizia, ebbe la prima erezione all'età di cinque anni al vedere
un suo parente adulto, che dormiva nella stessa camera, mettersi sulla
testa un berretto da notte; e risentì lo stesso effetto un'altra volta
che vide una vecchia serva di casa coprirsi la testa con una cuffia
da notte. In seguito solo l'immaginare una vecchia e laida testa di
donna acconciata a questo modo gli provocava l'erezione e perfino
l'ejaculazione; egli non fu mai innamorato fino all'età di 32 anni, in
cui sposò una bella ragazza; senonchè nella notte delle nozze rimase
ineccitabile, finchè non richiamò alla memoria la immagine della
vecchia e brutta testa coperta della summenzionata cuffia. In seguito
per tutta la vita dovette sempre ricorrere a codesto eccitamento.

Ma costui era un degenerato e, probabilmente, un epilettico. Fin
dalla fanciullezza aveva di quando in quando accessi di depressione
profonda dell'animo con tendenza al suicidio e, talvolta, allucinazioni
notturne terrifiche: l'affacciarsi al balcone gli causava vertigini e
lo gettava in uno stato di ansia: era mancino, eccentrico, e di spirito
debole[22].

C..., d'anni 37, anch'esso di mente debole, con predisposizione
gentilizia, plagiocefalo, vide a quindici anni un grembiale appeso; se
lo legò intorno e vi si masturbò dietro un cespuglio: da quel tempo
non poteva vedere grembiali senza ripetere quell'atto: e scorgendo
qualcuno, uomo o donna non importava, adorno di grembiale, si sentiva
spinto a corrergli dietro. Per toglierlo ai suoi furti infiniti di
grembiali, a 16 anni, fu messo in marina; lì non v'erano grembiali e
stette quieto; ma, rimpatriato a 19 anni, rubò nuovamente grembiali
e venne più volte incarcerato; tentò allora liberarsi del suo fatale
impulso, dimorando più anni in un convento di Trappisti; ma, uscitone,
tornò da capo. In occasione di un nuovo furto, fu sottoposto a perizia
medico-legale e ricoverato in un manicomio. Egli non aveva mai rubato
altro che grembiali e l'inebbriava ancora di piacere la memoria del
primo furto; nè altra cosa sognava se non grembiali; e sempre il solo
rammentarglieli lo rendeva atto alla Venere[23].

Un caso simile ebbi a osservare ed esporre nell'_Uomo delinquente_,
vol. II, in un ladro rachitico degenerato.

R... P..., di 12 anni, provò il primo potente stimolo sessuale un
giorno che casualmente si era coperto con una pelle di volpe: d'allora
in poi si masturbava, coprendosi con una pelliccia o mettendo nel suo
letto un cagnolino peloso. Le sue polluzioni notturne erano provocate
da sogni, nei quali credeva di giacere nudo su molli pelliccie e
di esserne involto da ogni parte; nè uomini, nè donne riescivano ad
eccitarlo.

Tambroni narra di un giovane con labe ereditaria, che, a 11 anni,
vedendo in un giornale illustrato la figura di un vecchio in atto di
calpestare la figlia, ne ebbe senso di voluttà e ejaculazione, che si
ripeteva ogni volta gli tornava nella mente quel disegno, e ciò fino
a 16 anni, epoca in cui andò in un postribolo. Qui s'accorse non poter
sacrificare all'amore se non rievocava quella figura[24].

P... X., d'anni 34, figlio di un alcoolista, fu arrestato per aver
acceso con un sigaro le vesti di tre donne per le vie, per averne
danneggiate altre con vetriolo e per averne tagliuzzate altre con
cesoie: richiesto delle cause che ve lo indussero, ricordò d'essere
stato commosso sessualmente la prima volta da giovanetto alla vista di
un bianco guarnellino che ornava una giovinetta: subito lo rubò, e,
dopo esserci masturbato, lo bruciò, ed alla vista delle fiamme provò
il massimo godimento: da quel giorno il bruciare, il guastare ciò che
aveva prima contemplato con ardore di amante divenne il massimo dei
suoi bisogni.

F... X..., che ha l'ossessione di pungere a sangue le natiche delle
ragazze e sviene dal piacere nel farlo, a 13 anni era stato colpito
alla vista delle natiche di una donna: e dopo d'allora il toccar quella
regione e pungerla era divenuto il suo sogno predominante[25].

Un altro, che aveva un feticismo erotico per le donne vestite da
modella italiana, ricorda d'averne vista una di sfolgorante bellezza a
sedici anni, nella prima accensione della pubertà.

Molti di questi casi non si spiegano se non ammettendo che avvengano,
nell'epoca pubere o poco prima, grazie alla degenerazione, lo
spezzamento e l'arresto di uno o dell'altro dei varî periodi dell'atto
sessuale e dei varî suoi stadi, per cui si passa dal semplice
eccitamento erotico al completo godimento, sicchè quella prima causa
di piacere che ciascuno di noi può provare per breve tempo, senza molto
badarvi al vedere uno stivalino, per esempio, o un fermaglio di donna,
si fissa, si eterna e si sostituisce in tutto o in parte alla serie
completa degli atti della funzione ejaculatrice.

In seguito alla maggiore intensità di piacere incontrata nei primi
periodi (quando vi basta il toccamento, o il pensare, o il vedere una
parte lontana della persona, o l'odorarne gli effluvi sessuali), il
degenerato si ferma a questi periodi, ne ottiene gli interi godimenti
e non passa più agli ultimi stadi, che a poco a poco vengono messi
da parte come meno eccitanti, finchè si obliterano. Questo stadio si
sostituisce dunque a tutto il procedimento erotico, tantochè, per
esempio, l'innamorato del vestiario di modelle non ha più nemmeno
bisogno di vedere la faccia della modella stessa; non occorre che le
parli, non occorre che la tocchi: basta ne scorga da lontano le vesti.

Ma il fatto più importante, in questi come nei genî, fu la
concomitanza, l'azione della pubertà, grazie alla quale si è
perpetuato per tutta la vita sessuale del degenerato il primo stadio
dell'eccitamento sessuale, perpetuandone così i primi incidenti da
sostituirli a tutti gli altri stadi che si succedono nel contenuto
sessuale normale, precisamente come accadde dell'idea geniale fissata
in un dato momento dell'età pubere.


3. _Paranoici_. — Anche in molte paranoie ereditarie si osserva un
fenomeno analogo; il che spiega certe stranezze che la psicologia
normale e l'atavismo sarebbero impotenti a interpretare: si tratta
d'individui, che, colpiti da una forte emozione, ne restano polarizzati
per tutta la vita. Così una ragazza, sentendo un uomo parlare a lungo
degli organi genitali, ne ha un profondo orrore e fissa e fantastica di
sentirsi sempre ripetere quelle oscene descrizioni; così una signora,
dopo che fu spaventata dalla vista del Vesuvio in eruzione, crede
trovarsi sempre in mezzo ai vulcani; un'altra, presente ad una rissa in
una festa da ballo, dopo d'allora vede tutti col volto mascherato.

Il caso più tipico che fa più al nostro tema è quello di Quincey,
che, avendo a 6 anni veduta la sorella morta, ne resta così colpito,
da veder sempre nelle nuvole schiere di letti con bimbe morte. Queste
visioni si perpetuarono in gran parte della sua vita, così che egli
stesso diceva che tutte le nostre idee sono in germe nel bimbo; il
caso, accidente in sè stesso futile, ma decisivo per un dato individuo,
fa sviluppare le nostre idee.


4. _Età_. — Il lettore avrà potuto osservare però che tanto in questi
ultimi casi come anche nelle creazioni geniali non era esatta la
coincidenza dell'epoca pubere.

Ricordiamo però che l'epoca pubere deve intendersi, come già abbiam
visto con Starbuck, già sei anni prima dello sviluppo completo della
pubertà; quest'epoca, poi, deve retrodatarsi e d'assai per i degenerati
e per i genî, in cui la precocità è straordinaria, sicchè negli uni
e negli altri la infanzia si confonde con la giovinezza. Ricordiamo
Mozart compositore a 5 anni, e Gassendi predicatore a 4, e Pico della
Mirandola che conosceva, parecchie lingue a 10 anni, e Kotzebue che
fece a 3 anni la prima commedia[26]. Haller a 4 anni spiegava ai
domestici la ballata; a 15 anni aveva scritto tragedie e poesie.
Ampère da bimbo con stecchi, fagioli e pietre, prima di conoscere le
cifre, aveva sciolti problemi aritmetici. Haendel compose a 10 anni dei
mottetti, a 14 l'opera _Edmond Rameau_; a 7 anni era forte nella musica
come Haidn e Beethoven, a 5 e a 6 come Cherubini. Quando si volle
insegnare l'alfabeto a Victor Hugo, si trovò ch'egli l'aveva appreso da
sè. E questa precocità i genî l'hanno spesso per l'amore: Rousseau a 11
anni, Dante a 9, Canova a 5, Byron a 8[27].

Ora la precocità è appunto un carattere dei selvaggi, è un carattere
degenerativo che si nota appunto nei criminali (dal 31 al 45%) e nella
donna criminale va fino a provocarne la mestruazione due anni prima
della media[28].

Ed anche i grandi delinquenti si mostrarono tali ora allo sviluppo
della pubertà, ora un po' prima. Lasagna tagliava la lingua ai buoi
e la inchiodava sui banchi a 11 anni; Cartouche era ladro a 11 anni;
Boulot a 13.



CAPITOLO IX.

Impressioni tardive.


Viceversa, qualche volta l'impressione fecondatrice del genio avviene
molto più tardi dell'epoca pubere; ma ciò si spiega, perchè le
circostanze avevano impedito che avvenisse il contatto creatore o che
questo fosse fecondo, male essendovi preparato l'individuo, Starbuck
osservò anche nelle conversioni qualche caso di tardività; dopo, cioè,
i trent'anni; ma quando l'estrema povertà o circostanze straordinarie
di famiglia obbligavano l'individuo a occuparsi solo delle questioni
più urgenti della vita e comprimevano nella prima giovinezza ogni alito
ai grandi ideali.

E così accade delle creazioni geniali tardive.

Josephe Jacquart, nato a Lione nel 1752, figlio d'un operaio in
istoffe, fu occupato nel mestiere del padre; ma, avendo salute debole
e poco gusto per questo lavoro, fu collocato presso un rilegatore
da libri: dopo la rivoluzione Jacquart si rimise in rapporto coi
tessitori: osservò e compatì le orribili fatiche di questi infelici, e
ciò gli suggerì l'idea di semplificarne gli strumenti; nè ebbe più pace
finche non ebbe trovato e fatto funzionare il suo nuovo apparecchio
meccanico.

Claude Chappe nel 1763 era stato collocato nel seminario di Angers,
mentre due suoi fratelli studiavano in un collegio lontano mezza
lega; dolente della distanza che lo separava da essi, egli immaginò
di mettere un regolo di legno sopra un perno e alle due estremità di
questo regolo ne mise due altri più piccoli: dal loro movimento ottenne
192 figure diverse che rappresentavano lettere o sillabe distintamente
visibili al cannocchiale: avvertiti i suoi fratelli, potè comunicare
con loro. Così fu inventato il telegrafo.

Samuel Morse coltivò dapprima la pittura e venne in Europa per acuire
questo suo talento. Ritornando negli Stati Uniti, mentre faceva la
traversata sentì un viaggiatore che parlava delle esperienze di Ampère
per la trasmissione del pensiero col mezzo dell'elettricità; ne fu così
colpito che volle studiare questo problema: fece molte esperienze che
lo indussero poi a costrurre il noto suo apparecchio.

Caxton, nato da genitori poverissimi, da fanciullo, senza istruzione,
fu messo a lavorare da un merciaio che divenne poi il _lord major_
di Londra: acquistatane perciò una grande fiducia, fu mandato in
Olanda a rappresentare la Compagnia dei merciai, e, sentendovi parlare
dell'invenzione di Guttemberg, potè fare un'analoga scoperta.

In alcuni di questi casi l'influenza della pubertà, fu pure
grandissima; ma non si manifestò se non quando una grande occasione
determinò lo scoppio della genialità.

Così Lacordaire dalla prima confessione a sette anni aveva avuto
un'impressione tanto enorme, che predicava in modo commovente in
una cappella privata ai suoi famigliari. A 12 anni rinasce in lui di
nuovo il fervore religioso, dopo la prima comunione, che — scrisse
egli — fu l'ultima gioia della sua vita: poi diventa avvocato, ha
successi fragorosi; ma tutto a un tratto, a 20 anni, è preso ancora
dal fervore religioso, che determina la sua carriera e si fa sacerdote.
Evidentemente se egli vi si decise già adulto, i più grandi stimoli gli
nacquero alla pubertà ed anzi prima.

Berlioz a 12 anni aveva composto una pastorale; piena la testa di
classici e di medicina per suggestione del padre, pur ricade innamorato
della musica a 14 anni, quando gli viene alla mano un foglio di musica
di ventiquattro spartiti, il che gli fece vedere quante variazioni
musicali potevano stare in poche linee. Se la passione musicale scoppiò
più tardi, la fermentazione erasi già fatta nella sua testa nell'epoca
pubere; tuttavia egli si era di nuovo adattato a studiare medicina ed
anatomia: fu solo a 17 anni, quando sentì le _Danaidi_, che cominciò a
odiare ogni cosa che non fosse la musica: fu (confessò egli) come chi,
non avendo visto fino allora che barchette, si trovasse su una immensa
nave; non dormì, non mangiò per parecchi giorni; lasciò infine gli
studi medici e divenne il grande compositore che tutti conoscono.

L'incosciente agì dunque in questi casi prima e sotto la pubertà,
lavorò latente per anni e scoppiò sotto una circostanza che per
qualunque altro sarebbe passata inavvertita.



CAPITOLO X.

Ancora delle impressioni tardive ed altre cause.


1. Quest'influenza, che si svolge più specialmente nella pubertà,
perchè trova la genialità nello stato nascente, può trascinarvelo anche
più tardi, con molta minore frequenza però, quando sorgano circostanze
che rendano più fecondo il contatto, o quando la coincidenza della
predisposizione e quella dello stimolo, dello _shock_ siano simultanee.

Si capisce, per esempio, che le gravi crisi della vita, la guarigione
o l'inizio di una tifoide, di una intossicazione, specialmente di una
malattia cerebrale, infiacchendo da un lato l'organismo, dall'altro
provocando strane eccitazioni sensorie, rendano un uomo più sensibile
ad una data impressione, così che questa vi influisca per tutto il
resto della vita, tanto quanto come nella pubertà.

Io ho notato nell'_Uomo di genio_ che Sylvester sciolse un problema
matematico sotto la febbre di insolazione come Cardano sotto una febbre
terzana.

2. In altri la genialità creatrice è in uno stato latente di
eccitabilità, in cui si ripete per tutta la vita lo stadio creatore
dell'età pubere.

Così ogni circostanza nuova della vita di Franklin fu accompagnata da
una scoperta nei rami più disparati dello scibile. Operaio povero,
avendo freddo nella bottega, inventò la "stufa Franklin"; in mare,
misurando le temperature dell'acqua, scoprì la "teoria del Gulfstream";
segretario comunale, vedendo una donna spazzar la via, concepì l'idea
di organizzare la pulizia municipale; vedendo funzionare per la prima
volta una macchina elettrica, intuì l'origine del fulmine e scoprì il
parafulmine.

Palissy racconta che a 25 anni vide una coppa così smagliante,
così bella, che gli venne nel pensiero di fare gli smalti, malgrado
non avesse conoscenza nè di terre argillose, nè di ceramiche, e si
mise a disfare vasi di terra, a sminuzzarli; anche l'idea dei suoi
celebri giardini gli venne sentendo da lungi certe vergini cantare il
trentaquattresimo salmo, e subito gli venne in mente di dipingere in
un quadro i paesaggi che il poeta vi evoca, ma poi, pensando che non
sarebbe stata opera duratura, volle costrurre un giardino come l'aveva
dipinto il profeta.

Victor Hugo concepì l'idea[29] del poema: _Les orientales_, che è il
primo suo grande lavoro ed è tutto smagliante di luce, alla vista d'un
tramonto d'estate. Intendiamoci bene però: l'idea germogliava già nella
mente; ma quello stimolo, di cui il cervello abbisognava per produrre
il capolavoro, gli venne di là; e quando lo componeva, andava ogni sera
nei dintorni di Parigi a veder calare il sole e sentirne gli effetti.

3. Altre volte, invece (il caso è però rarissimo), a uomini mediocri, o
quasi, si presenta una circostanza così importante, che li spinge alla
scoperta anche senza il genio e senza l'emozione; e questo in ogni età
della vita.

I due fratelli Mellius, olandesi, nel decimosesto secolo studiano
medicina e matematica l'uno, la fabbricazione degli occhiali l'altro:
un giorno, mentre Giacomo col fratello Adriano beveva ad una brocca
di birra, vide battere attraverso a questa il martello sulla campana
della chiesa. "È impossibile! — rispose Adriano; — di qui appena si
può vedere il campanile". Allora si accorsero che, aggiungendo un vetro
concavo ad uno convesso, si otteneva di poter avvicinare le distanze; e
così inventarono il cannocchiale.

Schenefelder, figlio di un comico, cantante, copista e drammaturgo, a
21 anni, tornando nella sua soffitta con una pietra da rasoio involta
entro un foglio di carta bagnato insieme a una contromarca carica
d'inchiostro, vede il mattino dopo l'impronta di quella contromarca
riprodotta sulla carta, e scopre così la litografia.

4. Meglio, ripeterò, ciò avviene se alle circostanze straordinarie si
aggiunge un'influenza emotiva,

L'origine emotiva e insieme sensoria dell'estro è illustrata da
Renda[30] con questo esempio efficacissimo: "Un inventore geniale,
ricco delle note psichiatriche che la Scuola antropologica trova
in ogni genio, affetto di nevrosi ereditaria, confessavagli che
gli stimoli a costrurre due meccanismi telegrafici, adottati ormai
nella pratica, furono per uno un senso di fastidio prodottogli dal
rumorìo di un trasmissore, per l'altro un senso di irritazione contro
l'inadattabilità delle sue dita a una tastiera; quelli gli davano
un confuso senso di difetto, che, rimasto un certo tempo latente,
produceva poi spontaneamente un piano che era l'idea complessiva
dell'invenzione, la quale, solo più tardi, assumeva forma tecnica e
matematica per una secondaria integrazione della sua intelligenza e
coltura".

E ciò conferma or ora Mach con osservazioni su altri e su sè stesso[31].



CAPITOLO XI.

I sogni e l'incosciente nel genio.


Un fatto curiosissimo, che primi, forse, Sergi e Renda[32] avvertirono,
è la grande influenza che ha l'incosciente nell'opera del genio,
influenza così grande da superare di molto quanto si osserva negli
ingegni normali.


1. _Sogni nei genî_. — E, prima di tutto, è straordinaria la parte che
prendono i sogni nella creazione dei genî.

Tutti sanno che nel sogno Goëthe ha sciolti gravi problemi scientifici
e dettati bellissimi versi, come La Fontaine (fra cui la _Favola
dei piaceri_) e Coleridge e Voltaire. B. Palissy ebbe in sogno
l'ispirazione di una delle più belle sue ceramiche.

Le molte e profonde osservazioni di Dante sui sogni ci fanno
intravvedere quanto grande fosse la sua attenzione sui sogni, certo
maggiore e di molto che negli altri uomini, perchè in lui i sogni
devono aver fatto un'enorme impressione. Infatti, egli pel primo, ci
ha rivelato come nel sogno a volte si sogna di sognare, come nel sogno
qualche volta si mutano i pensieri in immagini, come i sogni siano
qualche volta premonitori.

Altrettanto vedo nelle _Confessioni_ di Daudet e del Maury: "Io ho —
dice il Maury — in sogno avuto dei pensieri, dei progetti, l'esecuzione
e la direzione dei quali dinotava altrettanta intelligenza quanta io ne
possa avere da sveglio; anzi io ho avuto in sogno idee, ispirazioni,
che mai da sveglio erano pervenute alla mia coscienza. Così in un
sogno, in cui mi trovavo in faccia ad una persona presentatami due
giorni prima, mi venne sulla sua moralità un dubbio che non avevo
avvertito nella veglia".

Daudet creò in sogno questi versi:

_A Julie_.

      Ainsi ne faut-il quand oyrrez l'heur' suprême
    Vous despiter ni pleurer, ni crier;
    Mais ramenant vos pensées en un même,
    Ne faire qu'un de tout ce qui vous aime
    Regarder ce: joindre mains et prier.

                          (_Notes sur la vie_, 1890).

Charles Richet una volta pubblicò un suo sogno un po' modificato
sotto forma di racconto per fanciulli; Muratori in sogno improvvisa
un pentametro latino; Klopstock confessa d'avere avuto un grande aiuto
dai sogni nella composizione del suo _Prometeo_. Cardano diceva poter
provocare l'estasi a volontà; ma solo però nel letto o poco prima
o poco dopo del sonno. Una volta, per esempio, essendo colto verso
il mattino in letto dall'estasi, ed egli destato e postosi eretto,
l'estasi sparve; tornato a giacere, riapparve; e si fu allora che egli
si credè di precisarne la sensazione, e la disse un lieve spiro che non
proprio nel cuore, ma più sotto gli palpitava, ecc. Anzi, sembra che
alcuni sogni eccitanti gli lasciassero una specie di estasi. In sogno,
egli dichiarava d'aver ideato e composto molte sue opere, per esempio
quella sì luminosa: _De varietate rerum_, e quella: De_ subtilitate_.
"Un dì, nel 1557 — narra egli nei _Somniis Sinesiis_, capo IV —,
parvemi udire delle armonie più soavi; destatomi tosto, mi trovai in
capo risolto un mio problema sulle febbri (perchè ad alcuni letali,
ad altri no), a cui invano avevo pensato per 25 anni". Holde compone,
sognando, _La Phantasie_, che riflette nell'armonia la sua origine, e
Nodier creò _Lidia_ e, insieme, tutta una teoria sulla sorte futura del
sogno. Condillac nel sogno perfezionò una lezione interrotta la sera.
Krüger, Corda e il Maignan risolvettero nel sogno problemi e teoremi
matematici. Stevenson nel _Chapter on Dreams_ confessa che le sue
novelle più originali furono composte in sogno. Tartini ebbe nel sogno
una delle sue più portentose ispirazioni musicali: "Era — racconta egli
— d'aprile, e dalla finestra semi-chiusa della cella entra un acre
venticello; d'un tratto le sue palpebre si abbassano, si chiudono,
gli par di scorgere un'ombra che gli si drizza davanti. È Belzebù in
persona; fra le mani tiene un magico violino, e la suonata comincia:
è un adagio divino, tristamente dolce, è un lamento e un succedersi
vertiginoso di note rapide, intense". Il Tartini si scuote, si leva,
afferra il suo violino e riproduce sul magico strumento quanto in sogno
aveva udito suonare. La suonata ebbe il nome di _Suonata del diavolo_,
uno dei migliori suoi capolavori.

Anche Giovanni Duprè nel sogno concepisce il bellissimo gruppo della
_Pietà_. In una giornata estiva, calda e afosa, il Duprè stava sdraiato
sul divano e pensava, preoccupato della posa che avrebbe potuto dare
a Cristo; si addormenta, e nel sonno vede l'intero gruppo, ormai
compiuto, col Cristo, in quella stessa posa ch'egli anelava, ma che la
mente sua non era riescita a fissare completamente.

La Beecher-Stowe confessava che il suo celebre romanzo: _La capanna
dello Zio Tom_, lo copiò tutto da visioni suggestive; nemmeno i
particolari fece di suo capo; non avrebbe, per esempio, voluto far
morire la bimba Eva, ma pure, con sommo suo dolore, dovette raccontarne
la morte, dopo di che rimase quindici giorni senza scrivere. Come
dovesse morire lo Zio Tom le fu rivelato al punto solo di scrivere;
perciò anche nella prefazione dichiarò non essere la vera autrice del
romanzo[33].

J. W. Cross scrive nella _Vita di George Elliot_: "Essa mi raccontava
che quelli, che essa considerava come i suoi migliori scritti, erano
effetto di un'estasi, di un non so che, che si impossessava di lei,
e di cui si sentiva non essere più altro che uno strumento passivo,
attraverso al quale lo stesso spirito agiva e parlava"; il che deve
porsi in rapporto con quanto Barret C. B. Alexandre osservava in
George Elliot[34] durante la fanciullezza, preda a terrori notturni, a
parossismi e cefalee che le rimasero per tutta la vita.

Il De Sanctis, nel suo lavoro _Sui sogni_, narra di Gerardo di Nerval,
che, nelle ultime settimane di sua vita fortunosa, quando era intento
a scrivere _La rêve et la vie_, spesso — egli stesso confessa — si
sentiva trascinato nella sfera dei sogni, posseduto interamente da _un
altro_ che lo rapiva al mondo reale. E, secondo confidò a Flaubert,
qualche cosa di simile accadeva a George Sand: "Quando scriveva,
non era lei a scrivere, ma era l'_altro_ che la prendeva, che la
inondava, che la possedeva tutta; quando l'_altro_ mancava, taceva
l'inspirazione".

Recentemente il Cabaneix, nel suo curioso lavoro: _Le subconscient
chez les artistes_, ci ha mostrato come il subcosciente nel sogno
e nella dormiveglia abbiano un'immensa parte nell'opera artistica,
sia con immagini ipnologiche, come in Maury, Tolstoi, sia con
vere allucinazioni, come in Palissy, Richepin, o in una specie di
sonnambulismo vigile, come in Socrate, Blacke, Mozart; molti scrittori
contemporanei, da lui consultati, come Mauclaire, Saint-Säens, Janet,
Sully, gli confessarono essere il subcosciente il fermento della loro
creazione.

L'egregio dottore Arturo Morselli trova tutto ciò in opposizione con
le mie teorie che riuniscono il genio al tronco dell'epilessia, perchè,
secondo il citato lavoro di De Sanctis _Sui sogni_, gli epilettici, al
contrario dei genî, sognerebbero assai poco; senonchè egli dimenticava
che se il De Sanctis trova scarsi i sogni in 10 su 45 epilettici (V. §
1º), con attacchi completi, egli li trova invece ben più frequenti, 16
su 21, quasi 80% negli epilettici psichici o con attacchi incompleti,
che sono i soli con cui i genî devono paragonarsi[35].

"Nell'epilessia classica, anzi — aggiunge De Sanctis —, pare si debba
l'attacco notturno stesso ad allucinazioni oniriche; certo i sogni
producono fenomeni psichici gravi, ed in quelli a piccolo male i
sogni rinforzano le nevrosi. Di 20 epilettici a piccolo male, 10 hanno
ricordo minuto, 1 eccessivo".

Anche secondo Kalischer, varie forme di epilessia si svolgono in una
serie di sogni.

La frequenza e l'imponenza del sogno nell'epilessia psichica mi
è provata, anche, dalla esagerata vivacità che hanno i sogni nei
criminali-nati, come constatavano il Dostoiewsky nella _Casa dei morti_
e lo stesso De Sanctis, postochè dalle mie ricerche anch'essi sono una
varietà dell'epilessia psichica[36].


2. _Distrazioni e amnesìe dei genî_. — La grande influenza del sogno
nel genio si spiega col predominio che ha in lui l'incosciente. Ed è
appunto coll'esagerato dominio di questo che si spiega pure come il
genio vada soggetto a distrazioni e amnesìe, che giustamente ricordano
l'assenza epilettica. — E qui gli esempi sono anche troppi.

"Un giorno — scrive il dott. Veretz[37] — Meissonnier disse a Dumas:
"Se Giraud non è morto, devo averlo incontrato ieri, eppure non l'ho
conosciuto e l'ho salutato freddamente; dopo mi ricordai che era
il viso di un amico, ed ora capisco che dev'essere lui"; e corse a
chiedergli scusa".

Grossi distrugge nel cesso molte pagine del suo _Marco Visconti_. E
Torti esce dalla sala di conversazione con due cappelli in mano, e va
cercando per tutto il suo cappello (_Stampa_, S. Manzoni, vol. II).

Walter Scott, udendo cantare in un salotto alcuni versi, disse: "Sono
roba di Byron", ed erano suoi. Carlyle a Fronde, che voleva pubblicare
le sue _Memorie_, diceva "che aveva dimenticato tutto quanto aveva
scritto in proposito".

Stranissime erano le distrazioni di Manzoni, tanto più che egli era
dotato di meravigliosa memoria, così da, saper a mente tutto _Virgilio_
ed _Orazio_ (Vedi vol. I).

In mezzo ad una disputa di materia storica, gii viene in mente di
guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume...
postillato proprio lì da se stesso. "Ecco che cos'è la mia memoria!",
esclama poi ridendo.

Un'altra volta spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia
di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al
destinatario, a cui deve poi chiederne perdono.

Scrivendo al Fauriel, gli accenna a un lavoro che quegli avrebbe tra le
mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran
Turco, casca dalle nuvole; ed egli se ne scusa in questo modo: "_Je ne
sais pourquoi je vous ai parlé des stoïciens, quand je savais très bien
que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que je parle
quelquefois comme un oison_".

Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in
ciò che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storielle
premesse all'_Adelchi_, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o
Ermengarda, figlia di Desiderio con Carlo Magno, aveva scritto che: "le
cronache di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno".
Federico Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano
"figlia di Desiderio", e che perciò erano identici. Il Manzoni
ringraziò e promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato
rimprovero a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi
della sua "scappataggine" presso l'Odorici.

Una volta, conversando con un amico, citò una sentenza che gli pareva
bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. "Sfido! — gli
disse l'amico; — è vostra!" (_Dialogo dell'invenzione_); egli restò
confuso, corse al volume delle sue _Opere varie_, e rispose un po'
balbettante: "Quand'è così, la citazione non ha alcun valore", e mutò
discorso. Nè questo è il solo, nè il più sorprendente esempio della
sua davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva
scritto. Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi
del coro: "_Dagli atri muscosi_", ecc., egli disse non ricordare punto
quei versi. Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente
a Napoli la parte di Ermengarda, gli diede il proprio ritratto, con
sotto scritti alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari
gli ricordavano che erano suoi; egli sostenne risolutamente di non
averli mai scritti, finchè dovette cedere all'evidenza, "quando gli
additai — scrive Fabris — il luogo preciso della tragedia dove si
trovavano. Un'altra volta lo trovai circondato da un mucchio di libri,
e tutt'intento a cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente:
e richiesto da lui se lo sapessi trovare, gli indicai una delle sue
opere, al che egli, stentando a prestar fede, andò a cercare il volume,
nè si acquetò fino a che non gli ebbi mostrata la pagina"[38].

Delle distrazioni di Ponchielli e Galuppi si fecero intere monografie.
Così — secondo Mandelli[39] — Ponchielli usciva alle volte in
uniforme e col cappello a tuba e in pantofole; piovendo, tenne più
volte l'ombrello chiuso, bagnandosi tutto; prendendo il caffè mentre
giocava, soleva spesso gessare la stecca del bigliardo con lo zucchero,
disperandosi di non riuscirvi. Un giorno è invitato a pranzo; egli va
invece all'ora indicata alla trattoria, dove sta mangiando gli ultimi
bocconi, quando lo vengono a cercare; un altro giorno mangia con un
suo invitato, vicino ad un colonnello che non conosceva; gli prende
il vino e se lo beve tutto; e quando il colonnello ordina una seconda
bottiglia, egli ne fa le più alte meraviglie. Recandosi a Lecco, mentre
passa per una via, infila una bottega da barbiere e batte il capo su un
cristallo, credendo svoltare in una via vicina. Un'altra volta entra
in un caffè, beve il caffè di un vicino di tavola e, per soprassello,
intasca il danaro da questo depositato per il pagamento: dovendo
assentarsi dal Conservatorio di Milano, domanda il permesso al sindaco
di Cremona, che trova per via e da cui dipendeva anni prima come
maestro della banda musicale. Avendogli Usiglio telegrafato da Forlì:
"Gran successo della vostra _Gioconda_", egli risponde telegrafandogli:
"Congratulazioni pel successo delle _Donne curiose_" (che era un'opera
dell'Usiglio), e ne dirige il telegramma a... Ponchielli, Forlì.
Passeggia per un'ora intera sotto la galleria a Milano con un amico,
e dopo gli si volge all'improvviso: "Oh, buon giorno, da quando sei
qui?". "Ma come? Se da più di un'ora siamo assieme, e te n'accorgi solo
in questo momento?". Evidentemente era sotto un accesso amnesico. Il
mattino susseguente al successo di _Marion Delorme_ un amico lo ferma
e se ne congratula, ma egli dice: "Come? Bisogna vedere stasera quando
l'opera sarà andata in scena". Si dimenticava che era stata eseguita.

Beethoven dimentica un dì non solo il cappello, ma quasi tutti i
vestiti nel prato, sicchè all'entrata in città viene arrestato come
vagabondo scandaloso; spesso dimenticava le proprie composizioni,
che la cuoca adoperava per accendere il fuoco; non poteva toccare i
mobili senza romperli, compreso il pianoforte contro cui gettava il
suo scrittoio; entrato in un'osteria pel pranzo, spesso, invece di
mangiare, scriveva; indi domandava il conto, meravigliandosi poi, come
già accadde a Newton, di non aver mangiato.

Di Galuppi, il Francesco Pietro-Paolo[40] narra che recossi a
Monteleone con la figlia, e, accompagnatala in chiesa, ve la dimenticò
e si partì per ritornare a Tropea, lasciandola sola. Durante il
ritorno, poi, si ricordò di lei, ma, essendo vicino a Tropea, non potè
tornare a Monteleone. Possedeva nella vicina borgata di Caria una
proprietà estiva, e nella stagione vi si recava spesso; il viaggio
durava sempre il doppio dell'ordinario, perchè, non appena prendeva
la campagna, abbandonava le redini della giumenta, che si dava
tranquillamente al pascolo pei terreni coltivati. Sorpreso una volta
da un contadino, che aveva gridato invano ripetute volte per indurlo a
toglierla dal seminato, si avvide solo allora della lunga distrazione
a cui si era abbandonato; arrossì e, chiedendo scusa all'irritato
contadino, lo pregò di accettare un compenso per il danno commesso.
Spesso usciva anch'egli di casa con le pantofole o senza il cappello.


3. _Incoscienza nel genio_. — Ma a proposito del predominio
dell'incosciente nel genio, il critico più profondo delle mie
teorie, il Sergi, mi obbietta che l'incosciente, come l'esplosione,
non è esclusivo all'uomo di genio, trovandosi anche nelle persone
volgari: senonchè posso rispondergli, come già a quanti obbiettavanmi
spesseggiare i suicidi, la pazzia, la nevrosi, oltre che nel genio,
anche nell'uomo comune, che, essendo umani anche i genî, hanno
naturalmente i caratteri degli altri uomini; ma è la proporzione
intensa in cui vi si trovano l'incosciente e l'esplosione che varia.
Ed è sopratutto grande la differenza negli effetti utili; mentre
l'incosciente nell'uomo del volgo vi darà un lavoro di poca importanza,
un saluto, un augurio e, alla peggio, un pugno o una bestemmia; grazie
alle cellule psichiche più numerose, qui vi darà la teoria della
gravità, la battaglia di Marengo, o la _Sonata del diavolo_.

Il lavoro mentale, osserva giustamente Saint-Paul[41], è compiuto
in gran parte dal cervello senza che noi ne abbiamo coscienza; siamo
come il filo elettrico che trasmette il segno, ma che non avverte cosa
questo segno significhi, nè cosa dirà combinato con altri segni. Noi
trasmettiamo una sensazione al cervello, e questa sensazione viene
elaborata, trasformata in pensiero.

L'uomo, insomma, è una specie di _medium_ del cervello; e a quei
che domandano perchè — se un'opera d'arte è il frutto d'un pensiero
meccanico quasi istintivo — tutti non producano opere d'arte, si
potrebbe ben rispondere che non tutte le persone potrebbero essere
_medium_.

Che il genio crei inconscio, sotto l'impulso di un istinto, fu notato
da molti genî stessi. Wagner scrive: "Nell'artista lo stimolo al creare
è affatto incosciente e istintivo, e perfin quando egli ha bisogno di
riflettere per dare forma d'arte all'immagine che ha intuito, non è
propriamente la riflessione che lo indurrà alla scelta definitiva dei
suoi mezzi d'espressione, ma sempre più un impulso istintivo" (_Musica
dell'avvenire_).

Il grande scultore Leonardo Bistolfi spiegava alla mia Paola[42]:
"Quando creo, non so mai bene cosa voglio fare: prendo della terra
e lascio che le mie mani tastino, facciano, per ore, per dei giorni
interi; non riesco a nulla; ad un certo momento basta che io sposti
l'argilla per capire che cosa debbo fare e a un tratto vi trovo dentro
quello che cercavo confusamente"; ed egli mi raccontava poi come,
avendo dovuto fare un monumento sepolcrale, andò a vedere il posto in
cui il monumento doveva sorgere, nel cimitero di un villaggio, e sentì
una certa impressione particolare. Dopo qualche tempo egli fece un
bozzetto (che fu poi la _Sfinge_), le cui difficoltà erano immense;
egli non poteva capacitarsi del perchè si sentisse così ciecamente
spinto a fare una cosa che tutti gli dicevano aver proporzioni assurde;
il che anche a lui pure pareva: la testa era piccola, la persona
troppo lunga; solo quando la statua fu portata al suo posto, egli capì
perchè l'avesse fatta così: così, infatti, la volevano il posto, il
paesaggio, le ombre, onde ottenere quella data impressione di riposo,
di pace: il pensiero incosciente aveva dunque sempre avuto dinanzi
agli occhi il posto e l'aveva spinto così ciecamente: gli pareva di non
rendersi ragione di ciò che faceva; ed invece egli ragionava giusto, ma
incoscientemente.

A questo proposito, del come, cioè, si compie inconscio il lavoro
mentale, sono interessanti a conoscersi certe risposte date al
Saint-Paul da molti studiosi, letterati ed artisti sul loro modo di
ricordare, concepire, scrivere, ideare. "La mia memoria — dice Zola —
fin da bambino era come una spugna che si gonfia e poi si vuota. Quando
io evoco gli oggetti che ho veduto, li rivedo tali e quali con le loro
linee, le loro forme, i loro colori, i loro odori, i loro suoni; è
una materializzazione ad oltranza: il sole che le illumina quasi mi
accieca, il loro odore mi soffoca, i dettagli mi si appiccicano e mi
impediscono di vedere l'insieme, e, per riaverlo, mi occorre che passi
un certo tempo; allora nell'insieme le grandi linee si staccano nette.
Questa possibilità di evocazione non dura, mentre l'immagine è di una
esattezza, di una intensità immensa, ma poi sbiadisce, sparisce... e se
ne va".

E Coquelin, il grande attore francese: "Ho notato questo: leggo un
dramma dove io ho una parte; allora vedo venire il personaggio vestito,
vivo, coi suoi gesti, i suoi _tic_, il colore del suo vestito. È una
rievocazione, una visione immediata. Comincio a studiare la parte;
per tutta la durata di entrata nel cervello, di immagazzinamento nella
testa (periodo della parte imparata a memoria), la visione sparisce. Io
son pieno di inquietudini, di turbamento; passano dei giorni, il lavoro
di gestazione si compie in me. La mattina, ad un tratto, la visione mi
ripassa, il personaggio è tornato; lo porto a teatro e mi fa manovrare
come vuole".

Henaut confessavagli: "Io ho spiccatissima la cerebrazione incosciente:
essa procede in me esattamente come qualcuno che cerca risolvere un
problema algebrico e che, una volta trovata la equazione, la scrive
sulla lavagna. Per questo, mentre scrivo, i miei pensieri prendono
un'espressione precisa e spesso definitiva; non faccio quasi mai
una seconda copia: quando la bisogna non corre, strappo la pagina
incominciata e la ricomincio".

Un altro poeta celebre: "Io ho scritto molti versi, commedie, ecc.,
ma mi è impossibile di creare immediatamente su un tema dato, anche
molto chiaro, qualche cosa. Il concetto generale, che è venuto alla
mia mente sotto forma di parola, di un titolo, deve restarvi per un
tempo più o meno lungo; un periodo di cristallizzazione cerebrale, di
incubazione latente, assolutamente latente nel senso che io non lavoro
il mio soggetto, non vi penso più e non mi ritorna in mente che come un
dato indeciso, mi è indispensabile. Quando il frutto è maturo; lo sento
istintivamente; prendo la penna e sboccia come una da sorgente".

Rambusson confessa: "Mi par qualche volta che io non intenda le parole
e non ho coscienza di quello che dicono se non quando esse mi passano
sulle labbra. È come un nascere spontaneo del pensiero".

E un altro ancora: "Io mi meraviglio qualche volta dell'espressione di
quello che ho detto; non sapevo di doverlo dire".

Un altro: "Io son sempre meravigliato dello sviluppo che in qualche
modo naturalmente ricevono da me cose che mi parevano mal preparate".

Guglielmo Lunet scrive: "A mano a mano ch'io scrivo, i personaggi
assumono il loro carattere, gii episodi mi nascono, per così dire,
sotto la penna coi dialoghi, le scene, il dramma; esso mi si svolge,
insomma, mentre scrivo come se una parola ne portasse un'altra, e il
mio pensiero scritto un altro pensiero".

"Nello scrivere — dichiarava Leopardi — non ho mai seguito altro che
una ispirazione o frenesìa, sopraggiungendo la quale, in due minuti io
formava il disegno e la distribuzione di tutto il componimento. Fatto
questo, io soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento di
vena, e, tornandomi (il che ordinariamente non succede che di là di
qualche mese), mi pongo allora a comporre, ma con tanta lentezza che
non mi è possibile terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di
due o tre settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi
nasce da sè, più facilmente escirebbe acqua da un tronco che un solo
verso dal mio cervello".

Questa, che Leopardi chiamava una sua infelicità particolare, fu
comune a parecchi altri genî. È meravigliosa la rassomiglianza di
questa descrizione del poeta del dolore, con quella che la Sand fa del
musicista del dolore, il Chopin, la cui opera spontanea e miracolosa,
non cercata, non preveduta, cadente sul piano improvvisa ed intera,
soggiaceva poi a mesi e settimane di revisione pei dettagli. Essa
provocava nell'autore sforzi inauditi, durante i quali, chiuso in una
stanza, passeggiava, piangeva e rompeva le penne[43].

Questo svolgersi di fenomeni inconsci nel genio fu sintetizzato
indirettamente dal Mach[44].

"Quando la mente ha più volte contemplato il medesimo soggetto,
aumentano le probabilità di occasioni favorevoli, tutto ciò che può
riferirsi od adattarsi all'idea dominante acquista maggior rilievo,
e tutto ciò che e estraneo, a poco a poco si ritrae nell'ombra e
più non torna a turbare l'intelletto; allora può avvenire che tra le
immagini prodotte in gran copia dalla fantasia abbandonata a sè stessa
e quasi allucinata, risplenda di luce improvvisa quella che esattamente
risponde all'idea, all'ispirazione od all'intenzione predominante.

"Quando ciò avviene, ciò che in realtà si è prodotto per via d'una
lenta selezione sembra essere il resultato di un altro creatore. Così è
facile comprendere come Newton, Mozart, Wagner potessero affermare che
le idee, le melodie, le armonie affluivano spontanee alla loro mente e
essi non altro facevano che ritenerne il buono e il meglio".

"In sostanza — scrive. Renda[45] — i fattori propri ai fenomeni
mentali normali concorrono anche nella ideazione geniale, precedendo
e seguendo l'elemento specifico del genio, preparando i materiali ed
elaborandone successivamente il prodotto; ma l'elemento specifico del
genio è la cerebrazione incosciente, rapidissima, non arrestata da
ostacoli logici, o da presupposti scientifici, e per cui, confluendo
liberamente, associandosi senza freno le idee e le immagini, si vanno
stabilendo tra esse, di un tratto, rapporti nuovi. La conclusione può
essere una profezia o un delirio, o l'una e l'altra contemporaneamente;
ma il processo è il medesimo.

"L'elemento specifico del genio è l'estro, effetto della perturbata
funzione inibitrice, come avviene nel sonno ipnotico o nell'ebbrezza,
tanto spesso accompagnate da una genialità transitoria.

"L'ideazione geniale ha un'origine soggettiva o emotiva, caratterizzata
da una sensorietà delle immagini, come avviene in alcuni pazzi
o nei popoli primitivi. L'origine emotiva, ed insieme dal fondo
dell'inconscio, si mostra, per esempio, nel caso che un inventore
pieno di note degenerative ne confessava come gli stimoli a costrurre
dei meccanismi preziosi, da lui scoperti nel telegrafo, erano stati
il senso di fastidio prodottogli dal rumore di un trasmissore e
l'irritazione prodottagli dalla poca adattabilità delle sue dita a
una tastiera. Ambedue gli davano un confuso senso di difetto che,
rimasto un certo tempo latente, provocò l'idea dell'invenzione per
una secondaria integrazione dell'intelligenza e della coltura sua.
Gli stati organici partecipano come stimoli alle creazioni che hanno
bisogno di eccitamenti speciali, che ora sono il vino, ora sono le
emozioni erotiche, ora, come vedremo in Helmoltz, è una irritazione
prodotta dalla meningite, dall'idrocefalo. La natura organica
dell'estro, i fenomeni fisiologici, le emotività che l'accompagnano
provano che grande vi è la partecipazione della vita inferiore, ossia
dell'inconscio.

L'incosciente domina dunque sovrano nell'opera del genio assai più
che in quella dell'uomo medio e con frutti assai più grandiosi,
naturalmente perchè esso vi dispone di gruppi cellulari corticali assai
più attivi e più numerosi che negli altri uomini.

E forse la soluzione del quesito che si pose innanzi con tanta
genialità Fogazzaro (_Dolore nell'arte_), perchè i fenomeni dolorosi
siano tanto più fecondi di ispirazioni artistiche in confronto dei
lieti, sta nel fatto che quelli (eccettuando però gli erotici) si
addentrano più assai nell'incosciente, mentre i gioiosi si sfogano in
riflessi rumorosi, ma superficiali, col grido, col canto, coll'orgia.

Intanto il predominio immenso dell'incosciente nell'opera del genio
conferma l'ipotesi dell'identità di questo con l'epilessia psichica,
che si può dire tutta una serie di attività psichiche incoscienti.



CAPITOLO XII.

Dell'idea fissa nel genio.


1. _Genio ed idea fissa_. — La grandissima parte che prende
l'incosciente nel genio e quella enorme che ha un dato momento della
pubertà o della vita nel far fermentare un'idea, servono, certo, a
fissare, come da un pernio, tutti i movimenti di una cerebrazione, già
più possente che non negli altri uomini, intorno a un gruppo di fatti,
così da farne saltar fuori nuove e poderose scintille.

Io ammetto, perciò, col Sergi, col Greco, col Renda, che la natura
del genio sia spesso analoga a quella dell'idea fissa; e che i genî,
come gli affetti da ossessione e da idee fisse, tocchino l'apice della
creazione, tendendo tutta la loro attenzione in quella direzione in
cui li ha incanalati una grande impressione ricevuta o nella pubertà
(Cap. V) o in altri stati critici analoghi (Vedi sopra cap. X), cavando
materiali sempre nuovi dal cosciente, ma sopratutto dall'incosciente
(Vedi sopra cap. XI), materiali, quindi, che sfuggirebbero agli occhi
volgari, o, almeno, non ne richiamerebbero una grande attenzione.
Quindi si capisce come molti genî abbiano detto essere venuti ad una
scoperta, pensandovi sempre (D'Alembert, Helmoltz); e noi vedemmo
sopra in Galileo la prima grande impressione della lampada (Vedi
Cap. V), che aveva dato luogo nella giovinezza alla scoperta del
pendolo, perpetuarsi fino alla tarda età, dando luogo alla scoperta
dell'orologio; e vedemmo in Colombo come, una volta fissatasi l'idea
Toscanelliana sul nuovo mondo da scoprire, nol lasciasse un giorno
senza accumulare prove in proposito, false o vere che fossero, sicuro
della scoperta come se tenesse (dicevano i suoi famigliari) l'America
dentro la camera (Vedi vol. I).

"Quanto più forte — scrive Mach[46] — è la connessione psichica tra le
molteplici immagini mnemoniche (il che varia secondo le disposizioni
individuali), tanto più feconda sarà l'osservazione accidentale:
Galileo conosce il peso dell'aria, conosce la renitenza del vuoto
espressa dal peso e dall'altezza di una colonna d'acqua; ma queste
idee rimangono nella sua mente l'una accanto all'altra. Torriccelli pel
primo varia il peso specifico del liquido misuratore della pressione,
e con ciò l'aria entra nel numero dei fluidi capaci di esercitare
pressione. Posto che già esista una molteplice ed organica connessione
di tutto il contenuto della memoria, che è un carattere del vero
scienziato, il primo e più potente impulso a fortunate associazioni
di idee ancora dissociate è dato dall'intensa aspirazione ad uno
scopo determinato, dal predominio di un'idea, la quale si costituisce
spontaneamente come termine di paragone rispetto a tutte le sensazioni
ed ideazioni che si succedono nella vita di ogni giorno. Così Bradley,
intensamente o continuamente occupato dal fenomeno dell'aberrazione,
ne trova la spiegazione in un caso affatto insignificante occorsogli
nel traversare il Tamigi. Dovremo dunque domandarci se sia il caso che
viene in aiuto allo scienziato, o lo scienziato che facilita ed integra
l'opera del caso. Nessuno presuma di poter risolvere un grande problema
se questo non domina tutta la sua vita, in modo che ogni altra cosa
divenga per lui una questione accessoria. Jolly, in un breve colloquio
avuto con Mayer, espresse, come una vaga ipotesi, che, data la verità
dell'opinione sua, l'acqua agitata avrebbe dovuto riscaldarsi. Mayer
si allontana senza proferire parola. Dopo alcune settimane si presenta
a Jolly, il quale a tutta prima non lo riconosce, esclamando: "_La è
proprio così_!". Solo dopo alcune spiegazioni si comprese cosa egli
volesse dire. Il caso non abbisogna di commenti.

"Un accidente fisico favorevole non può giungerci inaspettato.
Il procedere del nostro pensiero è governato dalla legge
dell'associazione. Se è scarso il patrimonio dell'esperienza, questa
legge non ha altro effetto che la riproduzione meccanica di determinate
esperienze sensibili. Ma se la vita psichica soggiace all'azione
costante di una copiosa esperienza, ogni elemento rappresentativo
si connette con tanti altri, che in realtà il procedere del pensiero
vien determinato od almeno influenzato da circostanze minime, talora
inavvertite, che per un caso acquistano importanza decisiva. In tal
caso, quello che noi chiamiamo fantasia, diviene capace di produrre
la sua infinita varietà di immagini. Ma che cosa possiamo noi fare
per facilitare l'opera nella fantasia, non avendo in nostro potere la
legge della combinazione delle immagini? Domandiamo piuttosto: quale
è l'effetto che una forte idea continuamente ricorrente può produrre
sopra tutte le altre?

"Dopo quanto si è detto, la risposta è implicita nella domanda. L'idea
domina il pensiero dell'investigatore, ma non ne è dominata.

"Tentiamo ora di penetrare un po' più addentro nel procedimento della
scoperta. La condizione dello scopritore, come bene osserva W. James,
non è dissimile da quella di chi si sforza di ricordare qualche cosa
che ha dimenticato. Entrambi hanno come la sensazione di una lacuna,
ma hanno già un'idea determinata di ciò che dovrebbe riempirla. Io,
per esempio, mi trovo in compagnia di un signore, con cui sono in
ottime relazioni, ma di cui ho dimenticato il nome; egli mi mette
nell'imbarazzo, pregandomi di presentarlo a qualcuno. Seguendo il
consiglio di Lichtenberg, cerco per prima cosa nell'alfabeto l'iniziale
del suo nome; una speciale simpatia mi trattiene alla lettera G; provo
ad aggiungere a questa un'altra lettera, e mi fermo all'E. Ma prima
che io abbia aggiunta la lettera R, sento pronunciare a me il nome
di Gerson, ed eccomi liberato dall'imbarazzo. Uscendo di casa, ho
incontrato una persona che mi ha parlato di qualche affare; tornato
a casa mi occupo di cose importanti, e dimentico tutto ciò che mi è
stato detto. Non senza dispetto, mi sforzo invano di ricordarmene;
finalmente mi accorgo che il mio pensiero rifà tutta la strada percorsa
nel venire a casa; a quel dato crocicchio rivedo quella persona, che mi
ripete la sua comunicazione. "Specialmente nel primo caso, se una volta
è avvenuta l'esperienza, ed è stata stabilmente acquistata al nostro
pensiero, è facile proseguire un procedimento sistematico, perchè si
sa già che un nome deve constare in un determinato numero di lettere.
Ma tosto si riconosce che il lavoro di combinazione potrebbe assumere
enormi sproporzioni, se il nome fosse un po' lungo, e un po' meno
favorevole ad esso la nostra disposizione mentale.

"Non è condizione necessaria allo svolgersi del procedimento sopra
prescritto, che esso si compia rapidamente e per intiero in un solo
cervello, o che occupi per secoli l'intelletto di una lunga serie di
pensatori. Lo stesso rapporto che esiste tra un indovinello e la parola
che lo scioglie, esiste tra il moderno concetto della luce ed i fatti
verificati da Grimaldi, Römer, Huygens, Newton, Yoring e Fresnel, e
solo coll'aiuto di questo concetto, risultato da una lenta evoluzione,
noi possiamo comprendere con la mente una vasta cerchia di fatti".

Fin qui Mach.

"L'ispirazione — dice a sua volta Ribot — è il risultato di un lavoro
sotterraneo che esiste in tutti, ma, in alto grado, solo in pochi, che
possono concentrare tutte le forze psichiche sopra un solo punto invece
di disseminarle, e perciò vi riescono onnipotenti.

"La base dell'ispirazione è un'idea fissa, per quanto soggetta a
remittenze.

"Il nostro stato normale è il poliideismo, la pluralità delle idee, la
pluralità degli stati di coscienza; invece nello stato di attenzione
eccessiva, come nell'ossessione monoideista, l'idea fissa regna
dispotica; e così è negli inventori".

Renda scrive: "Un'idea insoluta oscilla latente nel cervello del genio,
finchè non trovi in un'azione interna, emotiva o fisiologica, la sua
determinazione, producendo la monoideazione, l'assenza, la distrazione,
giungendo a una esaltazione fisiologica, fino a che la soluzione si
presenta da sè".


Ed ecco quindi come le influenze della pubertà, della stagione calda,
della malattia e, sopratutto, di una sensazione che abbia colpito
profondamente i nostri centri, s'associano a quelle del dominio
dell'inconscio nel produrre e mantenere l'idea fissa nel genio.


2. _Idea fissa secondo le ultime ricerche_. — Ma noi, accettando con
questi grandi pensatori l'azione nel genio di un'idea fissa, crediamo
poter trovare anche in ciò una nuova prova della fusione del genio con
l'epilessia.

Vediamo, infatti, che cosa siano in fondo l'idea fissa e l'ossessione,
secondo gli ultimi osservatori.

"Alla base di ogni attività fisica — scrive in proposito Féré[47] — è
lo stato emotivo in rapporto con un'eccitazione locale o generale. "Le
impulsioni dette irresistibili sono sempre in rapporto con un'emotività
morbosa, grazie alla quale, un'irritazione, percepita o no, provoca una
scarica, che è cosciente o incosciente secondo che è più o meno rapida.

"L'ossessione ha ancor più di queste una base emotiva; prendete, per
esempio, l'ossessione di omicidio, oppure di dubbio; sopprimetene
l'angoscia, e non avrete più la vera ossessione; cavatene l'idea fissa
o la tendenza impulsiva, lasciando l'angoscia, e voi avrete l'essenza
dell'ossessione; tale è il caso in cui si sente un senso di rimorso,
di timore, senza causa. Ed infatti gli ossessi possono cambiare d'idea
fissa; dall'idrofobìa passare a temere la tisi; ciò che non varia in
essi è l'ansietà; molti anzi s'iniziano con una forma d'angoscia.

"La base delle idee fisse, dunque, è uno stato d'ansietà, di terrore:
si ha paura di tutto, l'ansietà ondeggia come un sogno, non si fissa
che per un momento, passando da un oggetto all'altro, mentre costante,
invece, è l'aspettativa ansiosa".

Una donna si immagina ad ogni colpo di tosse del marito che questo sia
tisico; vedendo due uomini sotto il portone, delira che i bimbi siano
caduti dalla finestra, e ne vede il cadavere e perfino il funerale; è
sempre nell'ansia.

Anche secondo Pitres e Regis, la base delle idee fisse, oltre il fondo
degenerativo, è l'emozione[48]; e l'emozione è morbosa quando: le
associazioni apparentemente fisiologiche che desta, assumono una grande
intensità; — si producono senza causa o con causa sproporzionata,
violenta, istantanea; — hanno effetti che si prolungano oltre misura;
e trascinano a reazioni contrarie agli interessi dell'individuo o della
società.

Freud distingue le idee fisse secondo che gli attacchi sono
rudimentali, come nella fobìa del velluto, dell'acqua, del metallo;
— oppure quando complicansi a crampi o dispnee; ad equivalenti
epilettici, od a stati larvati con attacchi di bulimìa, di paura, di
vertigini, con perdita di conoscenza, come nell'epilessia.

Le fobìe sistematizzate hanno carattere ereditario: principiano
dall'infanzia o dalla pubertà; per lo più si riproducono sotto la
medesima forma, con alternative intermittenti, oppure con forme
che sorgono e si plasmano secondo gli avvenimenti. Così un figlio
di ematofobi non può veder sangue, o sentirne parlare, senza avere
angoscie o deliqui. Uno sofferse la fobìa suicida dopo aver avuto
notizie dell'appiccamento d'uno zio; ma, avendo presenziato a un
accesso epilettico, venne preso dalla fobìa di essere epilettico. Una
madre che aveva orrore fobico del rosso, dopo un ritardo dei mestrui
contrasse una fobìa della gravidanza, e così intensa che si dovette
fingere di sgravarla.

Qui si vede che al momento etiologico predisponente, eredità, abuso del
lavoro, ecc., si devono associare, come nella creazione geniale, per
provocare l'ossessione, una sensazione viva, un trauma psichico, come
la morte d'un parente, la caduta di una vettura (Pascal), la vista di
un morto o di un'epidemia.

L'ossessione è recidiva quando una nuova impressione risveglia
l'emozione iniziale; così un giovane, mentre si fa sbarbare, sviene
per la gran fame che aveva; e da quel dì, specie quando è dal
barbiere, teme di dover morire per fame. Una, R..., già nevrotica ed
eccessivamente riguardosa della nettezza, esce una mattina e trova
sulla via una massa di escrementi, dai quali è lievemente lordata; da
quel dì si crede in continuo pericolo di essere insudiciata, e non vuol
più escire sulle vie.

Qui si conferma che un carattere di queste fobìe è la reminiscenza
delle circostanze che le provocarono. Senonchè se l'emozione, base
all'ossessione, si può spesse volte spiegare e porre in rapporto con
essa: non si spiega il perpetuarsi di questa ultima dopo svanita la
causa.

L'ossessione è spesso una forma aggravata, e direi troppo ragionata,
della fobìa; questa diventa ossessione quando, in luogo di
manifestarsi con angoscia e ad intermittenza, preoccupa più o meno
_sempre_ l'ammalato; essa ne perdette il tipo emotivo ed assunse
l'intellettuale, ma perpetuandosi.

Così uno fantastica d'aver stuprata la sorella e incendiata la casa: il
punto di partenza era l'aver letto che l'onanismo, di cui era realmente
affetto, predispone all'immoralità.

Uno aveva ribrezzo dell'insalata; perchè un dì aveva visto bruciare
una nave carica di petrolio, aveva cominciato per avere ribrezzo
del petrolio, poi dell'olio, poi di tutti i cibi in cui fosse olio e
quindi... dell'insalata.

Un prete, per esempio, assiste alla morte di un bimbo idrofobo; da ciò
il timore, tanto più che ha scorticature in un dito, d'essere egli pure
idrofobo: passato il tempo dell'incubazione, teme di essere pazzo...
per aver fissato su questo.

Una ragazza ha l'ossessione di non poter tenere l'orina; e gli è che
una sera a teatro aveva sentito svegliarsi, alla vista d'un giovane,
desideri erotici e voglia intensa di orinare; e d'allora temeva che
tale caso si rinnovasse con sua onta.

Secondo Séglas, nei normali l'idea è fissata dalla volontà, negli
ossessi è involontaria e s'impone anzi alla coscienza per una specie
di effrazione della volontà; essa è parassita e quasi estranea alla
comune vita intellettuale dell'individuo, per cui ne forma una duplice
personalità.

Così molti hanno l'ossessione impulsiva di bestemmiare, bere, rubare,
contraddire, usare frasi di contrasto perfettamente opposte, cioè,
nella espressione a quelle che essi volevano e dovevano dire: "_Vi
ho in c_...", invece di: "_Vi ho in cuore_"; o, malgrado devoti,
bestemmiano atrocemente ed oscenamente, come vedemmo in Cardano, in
Rousseau (Vedi vol. I).

Un altro carattere loro è la soddisfazione dopo eseguite. L'esecuzione
fa cedere l'eretismo emotivo.

Fra le cause la più importante è l'eredità: 100 volte su 125, secondo
Pitres; 100 su 160, secondo Wille[49], si ha temperamento pazzesco;
influenze debilitanti: onanismo, coito, anemia, pubertà, mestrui.

Le forme acute, in seguito a cause violentissime, durano poco e
spariscono.

La forma cronica è intermittente; uno ricade, per esempio, alla vista
di un animale temuto, altri alla vista di un coltello.

La remittente, che è la più frequente, si mostra con accessi più o
meno ravvicinati, in mezzo ai quali pullulano sintomi di emotività
ossessiva: paura, per esempio, di arrossire, con idee ossessive più
deboli negli intervalli.

La continua è rarissima[50], specie nelle forme del dubbio, sempre però
con parossismi acuti.

Quanto al pronostico, le ossessioni sono più gravi nei terreni più
degenerati, quando il principio è lento e insidioso, quando prevale
l'elemento intellettuale sull'emotivo, quando sono sistematizzate; chè,
quando sono diffuse, si attenuano in genere coll'età, specialmente dopo
la cinquantina.


3. _Analogia dell'idea fissa con l'epilessia_. — Questi fenomeni
dell'idea fissa e dell'ossessione, che abbiamo a bella posta voluto
esporre per voce d'altri, mostrano una grande analogia con quelli
dell'epilessia, con cui tanto più crediamo che si possano raggruppare,
perchè è appunto nell'epilessia e nella sua sorella, l'isterìa, che
si hanno ora l'ingrandimento, ora il rimpicciolimento dei fenomeni
psichici morbosi, che vanno dai fenomeni più complessi e più gravi —
epilessia psichica, grande isterìa, ecc. — ai più miti ed elementari —
distrazione, amnesìa (Vedi cap. XIII) —, a stati quasi normali, e ciò
tanto più, inquantochè, anche in queste forme delle idee fisse, abbiamo
potuto cogliere l'alternarsi del grande e del piccolo morbo (Vedi
sopra).

Noi sappiamo, per esempio, che Westphal[51] distingueva le idee coatte,
teoriche — non seguite da azione — dalle idee impulsive.

Tamburini e Buccola distinguevano le idee fisse semplici — le idee
coatte propriamente dette, in cui l'anomalìa dell'ideazione si limita
solo nel campo intellettuale senza passare all'azione (follìa del
calcolo, per esempio, primo stadio della follìa del dubbio) — dalle
idee fisse, accompagnate dallo stato angoscioso, emotivo, che spesso
fa passaggio alle azioni coatte, al delirio del tatto, alla misofobìa,
il secondo stadio della follìa del dubbio; vengono finalmente le idee
impulsive, omicide, suicide, nelle quali l'idea si fonde con l'atto
impulsivo, riescendo pericolosissima.

Nel primo caso tutto il processo morboso si circoscrive nell'intimo
della coscienza, o, al più, nelle confessioni verbali o scritte; appena
si accenna ad uno stato emotivo, a un senso di _pena_ e angoscia nel
non poter superarsi, ecc.

Buccola[52] qui nota però che dipendono da un alto grado di energia
dell'idea dominante, da una _limitazione nei processi associativi_ e
da una tensione quasi spasmodica dell'attenzione, e, più tardi, da
quell'indebolimento della volontà, che si osserva negli epilettici
e negli isterici. "Perchè — scrive — un'idea si fissi nella mente,
impedendo il corso naturale delle associazioni e assorbendo per la sua
energia tutta l'attenzione, bisogna supporre tutto un perturbamento
di un gruppo cellulare dei centri psichici, la cui attività sia in
uno stato di eccitamento eretistico, _quasi convulsivo_, e che può
ripercuotersi nei centri sensori, provocando allucinazioni. Questo
eccitamento, però, si circoscrive in quel gruppo, così da impedire
la libera trasmissione delle energie psichiche, che concorrono alla
genesi, all'associazione di altre idee; se l'attenzione è esagerata,
la sua forza inibitrice è in preda ad uno spasmo tetanico, sicchè
non obbedisce agli stimoli volontari; e, mentre si ha esagerazione
dell'attenzione spontanea, diminuisce quella volontaria.

"Nelle idee emotive con azione coatta (come la rupofobìa, la
claustrofobìa) all'idea fissa si aggiunge un senso di paura e angoscia,
che aumenta l'azione inibitoria e in cui è maggiore l'eccitamento,
mantenuto dalle sensazioni attuali, dalla vista degli oggetti temuti;
dal che l'effetto dell'azione coatta; quando la tensione cerebrale
è giunta al più alto grado, ha bisogno di scaricarsi su altri centri
che sono i motori; malgrado qualche volta il malato abbia la coscienza
dell'assurdità dei propri atti, non può opporvisi.

"Nella terza categoria l'idea coatta si compenetra e fonde coll'atto
impulsivo, pel bisogno di compiere un dato atto senza alcun movente
razionale o delirante, contro i dettami della propria ragione, della
propria volontà, che ripugna anzi dall'idea stessa, ma pur non può
sottrarvisi, nè se ne libera che con la perpetrazione dell'atto; dopo
di che ha un'immensa soddisfazione."

Anche qui si ha un'idea dominante e tirannica, che assorbe il campo
mentale e l'attenzione in ispecie; sì che arresta il corso dei processi
associativi, ne permette solo l'esercizio nell'orbita ristretta
che le appartiene; anche qui un eccitamento psichico circoscritto,
rappresentato dall'idea impulsiva, è indizio di squilibrio e
indebolimento cerebrale, perchè nel cervello sano le impulsioni sono
inibite dalle idee antagoniste.

L'attitudine alle azioni volontarie, che andò sempre con l'evoluzione
salendo di grado dall'automatismo alla volontà più complessa, qui
ridiscende all'automatismo; e si ha una dissoluzione, una demenza (come
la chiama Ribot) della volontà; ed ecco nuove analogie con molte forme
d'epilessia.

Ciò tanto più ci par giusto, in quanto che, come nell'epilessia,
vi si associano sempre — e ne sono anzi la base — molti caratteri
degenerativi (Vedi sopra).

E poi, in tutti questi casi, si ha da un lato uno sviluppo anormalmente
intenso del processo di ideazione; e dall'altro una debilitazione,
una dissoluzione dell'attività volontaria come nell'epilessia, che
Roncoroni dimostrò consistere in una iperattività dei centri inferiori
con depressione dei superiori, inibitori.

Del resto vere complicazioni epilettiche od epilettoidi furono già
notate nelle crisi degli ossessi.

"Se si costringono ad arrestarsi nei loro atti o nelle loro frasi
— Séglas scrive —, hanno quelle che chiamano essi stessi crisi
con palpitazioni, sudori, sincopi, convulsioni". "Fra i sintomi di
senso Tamburini nota: dolore all'occipite, al vertice, al bregma,
all'epigastrio; — nei motori: tremore, _fenomeni epilettoidi e veri
accessi epilettici_, come già notarono Griesinger e Westphal; — nei
vaso-motori: rossore e dolore al capo, al viso, brividi, vertigini,
congestioni. Fra le anomalìe delle funzioni organiche cardio-polmonari:
polso tardo, inappetenza, diarrea, stitichezza, dolori del ventre;
— nelle funzioni sessuali: accresciuta o scemata energia sessuale,
spermatorrea, menorragia, fenomeni che molto spesso complicano anche
l'epilessia.

L'ossessione è per Magnan "uno stato patologico, costituito da un
eretismo corticale, che implica la necessità imperiosa di una scarica
motrice, o sensoriale, in seguito alla quale l'angoscia finisce"[53];
egli la definisce pure come "un modo di attività cerebrale, in cui
una parola, un pensiero, un'immagine si impongono allo spirito al di
fuori della volontà, senza malessere in istato normale, e con angoscia,
enorme, dolorosissima, nello stato patologico".

Ora, chi non vede che queste definizioni s'attagliano esattamente pure
all'epilessia psichica?

Falrét, anch'esso, dichiara avere le ossessioni tutte un'origine
_ereditaria comune_, un andamento _remittente, periodico_ o
_intermittente, parossistico_, essere accompagnato in principio
con la coscienza, ma potersi anche combinare con uno stato
delirante allucinatorio, _incosciente_, il che può accordarsi pure
coll'epilessia.

Anche Thomson ammette per molti ossessi che nel periodo del parossismo
perdano la coscienza e il possesso di sè stessi, e alla fine
dell'ossessione manifestino una prostrazione che può prendere il
carattere della melanconia, ma che può rappresentare l'equivalente del
coma post-epilettico.

E così Vallon e Marie: "Qualunque siano le teorie sull'ossessione —
scrivono essi — bisogna convenire che esse hanno per base un eretismo
iniziale, limitato ora alla sfera sensitiva o sensoriale, ora al moto
(_tic_, spasimi, ecc.), ora ad uno stato psichico o chenestetico. Esse
cominciano con l'irradiazione, che tende fatalmente a provocare la
_sospensione dei centri superiori inibitori_, sulla cui azione riposa
tutta la nostra mentalità"[54].

La passione, avendo per base l'emotività, la quale, dice Ribot, è
l'equivalente effettivo dell'idea fissa, essa le assomiglia; ma sorge
da cause proporzionate, che non hanno invece le idee fisse.

Mickle confessa: che lo scoppio subitaneo dal fondo della coscienza
degli elementi ossessivi ricorda gli attacchi di epilessia; però egli
si obbietta, e con lui Pitres: che gli stati di ottusità secondari
all'ossessione differiscono dall'assenza e dallo stato crepuscolare
dell'epilessia: che le ossessioni possono precedere, come aura,
l'attacco epilettico, o sopravvenire negli intervalli quasi lucidi
degli epilettici, mai nell'attacco; e che nell'ossessione si ha spesso
conservazione intiera, o quasi, della coscienza, quasi sempre ricordo
dell'attacco; si hanno ansietà, angoscia concomitante, disgusto della
vita, ecc.

Senonchè io faccio osservare che: prima di tutto non tutte le
epilessie[55] hanno lo stesso tipo, e che ve ne hanno di precedute,
seguite e accompagnate da coscienza o da semi-coscienza; mentre,
viceversa, parecchie ossessioni sono accompagnate da perdita o
quasi di coscienza; che anche le epilessie hanno il carattere delle
intermittenze o remittenze, dello scoppio istantaneo. Uno dei caratteri
della epilessia psichica è il sorgere subitaneo, pullulando dal
fondo dell'incoscienza, preceduto da aura come l'ossessione. Ed anche
l'epilessia è causata frequentemente da un trauma psichico, e recidiva
al rinnovarsi di qualche caso che lo ricordi; e in ambedue si ha
tendenza a recidivare con la forma identica.

Così io mi ricordo di una ragazza colpita da spavento e poi da accesso
epilettico per un tentativo di stupro, che ne ricordava ad ogni accesso
i particolari: per cui l'ossessione rientra, per quanto irregolarmente,
anche per questo nell'ambito dell'epilessia.

S'aggiunga: la frequenza del suo insorgere in età giovane e la
scomparsa in età avanzata, e, sopratutto, l'influenza enorme della
degenerazione.

S'aggiunga, infine, ultima analogia, che molti accessi epilettici,
dipinti meravigliosamente dal Dostojewski, sono accompagnati da
_senso d'angoscia_, da _terrore_ come le ossessioni; col che Toselli
giustamente spiega l'eccessiva religiosità degli epilettici.

E qui ripeto come, senza pensare all'epilessia, Buccola notava già
nell'idea fissa "che in essa la condizione morbosa dei centri psichici
è identica a quella dei centri motori, quando siano in preda ad
eccitamenti spasmodici; si può dire che la convulsione dell'idea è
l'equivalente nel dominio mentale della convulsione dei movimenti". E
noi abbiamo visto che — secondo Westphal — talora l'ossessione finisce
con un accesso epilettico motorio e che, passato questo, l'epilettico
può presentare depressione e prostrazione.


4. _Analogia col genio_. — Ben inteso, perchè la forma epilettoide,
degenerativa, dell'idea fissa si concreti in una creazione geniale,
occorrono non solo la base degenerativa, che rende i centri corticali
più emotivi, l'incosciente più attivo, nè solo la circostanza speciale,
il _choc_, il colpo psichico, che è il determinante, l'ultima goccia
che fa travasare la coppa ricolma; ma anche un poderoso cervello,
nutrito di ampia, feconda coltura.

Per capire ciò ed insieme anche quanto l'idea fissa si confonda e si
fonda con l'idea geniale, basti ricordare che gli ossessi spesso si
pongono innanzi, come i pensatori più profondi, certi problemi teorici
o metafisici; per esempio: "_Esiste Iddio_?"; "_Quando finisce il
mondo_?", ecc.

Nei genî, come negli ossessi, l'idea fissa rimonta ad un'emozione.
E qui giova ricordare il caso, or ora studiato da Vaschide e Vurpas,
di un giovane colto e sano fino a 36 anni, che, dopo un duello in cui
incontrò pericolo di vita e una lunga malattia, cominciò a preoccuparsi
solo dell'al di là e dei pianeti, spendendo enormi somme in istrumenti
astronomici e perdendo tutto il suo tempo in ricerche per sapere come
si viva fuori di questo mondo, di null'altro occupandosi in tutto il
giorno[56]. Più eloquente ancora è questo caso pratico studiato da
Tamburini e da Buccola: Un giovane studente, figlio di nevropatici,
che già prima nel liceo si era continuamente preoccupato dei problemi
delle varie scienze che doveva studiare e soffriva quando non poteva
chiarirli, andato alla Università, alle prime lezioni di economia
politica si sentì dominato dal pensiero continuo di conoscere le
origini, il perchè e il come del corso forzoso dei biglietti di banca.
L'idea si frapponeva fra lui e il mondo esterno, in modo che non
poteva occuparsi d'altro. Dopo lunghe ricerche, non essendovi riuscito
completamente, cadde in uno stato d'apatia e di sconforto, fino a voler
interrompere gli studi; non dormiva; sentiva forti dolori all'occipite,
e, a furia di pensarvi, aveva sempre sotto gli occhi l'immagine,
divenuta allucinazione, dei varî biglietti, pur pensando che era
morbosa; grazie ai bagni freddi e ad una serie di conferenze con un
economista, migliorò, non restandogli che l'immagine allucinatoria di
una mezza lira.

Reymond[57] narra di accessi epilettici psichici, in cui uno (studente,
però, coltissimo) fissava sull'eternità della materia, cadendo in
vertigini e amnesìa per dimostrarla.

Evidentemente, queste idee fisse scientifiche presero piede in questi
malati, perchè, oltre al fondo degenerativo, avevano una notevole
intelligenza e coltura. Un grado di più di questa e, invece di un'idea,
in fondo, se non nell'apparenza, morbosa, avrebbe avuta un'idea
geniale e sarebbe venuto a qualche scoperta; oppure sarebbe divenuto
un propugnatore di riforme economiche a base degli studi sul corso
forzoso.

Così so del Prampolini, che, assistendo giovanissimo ad un corso di
economia politica, in cui si parlava delle disuguaglianze sociali,
ne fu così colpito da non poter più, per parecchi anni, pensare ad
altro; e dal pensiero continuo, tetanizzato sotto questo rapporto, ne
uscì il più forte apostolo del socialismo italiano. Egli mi raccontava
che quell'idea fissa durava in lui così forte, da non lasciargli
avvertire, soldato volontario, i disagi della vita di coscritto, e da
fargli parere leggiere le marcie con lo zaino, quasi piacevoli, mentre
riescivano insopportabili ai compagni di lui, benchè più robusti e più
avvezzi alle fatiche.

Cerchiamo, dalla parte opposta, un cervello ugualmente disposto
all'idea fissa, ma incoltissimo e povero di cellule; e avremo il caso,
studiato da Leonardo Bianchi, di quella donna, che, una sera, dopo
sentito, con vivo piacere, dal marito un peto, fissa di doverne sentire
un numero sempre maggiore, cadendo in convulsioni quando il marito non
può riuscire a contentarla.

Noi, in questo caso, non vediamo che i danni dell'idea fissa, mentre
invece nei genî non vediamo che gli utili e gli effetti grandiosi; ma
la base è pur sempre uguale.

E lo dimostra la stessa tempra dell'estro e dell'ispirazione.

"L'idea fissa — secondo Ribot — e l'ipertrofia, la forma quasi
tetanica dell'attenzione, coll'esclusione di ogni altra manifestazione
psichica e fisiologica, come — osserva egli stesso — negli scienziati,
che cercano la soluzione di un problema. Essa è voluta nei sani;
patologicamente, invece, è involontaria".

Noi vedemmo però che l'idea fissa nel genio è non solo involontaria, ma
anche incosciente, e dà luogo a una vera doppia personalità[58].

L'analogia è tanto maggiore che spesso tali malati provano paure
stolide di tisi o sifilide.

Gli stessi Vallon e Marie convengono dell'analogia col genio. "Vi hanno
— scrivono — ossessioni che si potrebbero dire buone e delle cattive".
Le prime sono quelle che, conformandosi alle leggi dell'adattamento,
possono essere utili, e, riconosciute come tali, determinando le
sinergie funzionali in un senso utile. La lotta si circoscrive
all'esame preventivo ed all'orientazione degli sforzi consecutivi
nel senso dell'ossessione buona. Attitudini, tendenze non sono che
la traduzione di questa attrazione, che orienta la nostra facoltà
in un dato senso; e sono l'effetto dell'eredità e della reazione del
nostro organismo alle circostanze. Si vede in noi nelle attitudini che
richiedono lavoro intellettuale: questo non si può comandare, ma viene
in qualche maniera ad accessi e come per necessità di una preceduta
capitalizzazione; non lavora chi vuole; mentre l'uomo, trascinato,
ossesso dal suo genio, non può disobbedire all'impulsione che lo spinge
al suo capolavoro; quella, ossessione si chiama allora ispirazione.

E l'ispirazione, piacevole per molti genî come sfogo di uno stato
angoscioso, è per molti altri dolorosa; Flaubert, per esempio, ci
lasciò pagine che provano lo stato doloroso che accompagnava sempre il
parto dei migliori suoi lavori, e Chopin, come ci rivelò Giorgio Sand,
soffriva altrettanto.



CAPITOLO XIII.

Classificazione delle degenerazioni ed il genio.


_Caratteri speciali di qualche degenerazione_. — Per meglio comprendere
il carattere epilettico dell'idea fissa e lo stretto rapporto delle
varie degenerazioni psichiche, specie dell'epilettica, col genio,
gioverà analizzarle più dappresso.

Quando si studiino, dal lato clinico, le degenerazioni più frequenti
nelle malattie mentali, vi s'intravvedono nuove suddivisioni, oltre a
quelle classiche, già fissate da Morel e Magnan, per _intossicazione_,
per _eredità_, ecc. Queste sono certamente vere; ma, come quelle grandi
zoologiche, in vertebrati ed invertebrati, pur essendo giuste per sè,
hanno bisogno d'una ulteriore suddivisione per essere meglio adatte
all'analisi minuta.

Tre altre specie di degenerazioni mi sembrano sopratutto emergere nella
psichiatria: la cretinica, la epilettica e la paranoica:

1º Il gruppo cretinico comprende: il cretino, il sotto-cretino
ed il cretinoso, misto a tendenze oscene e criminali, molti casi
d'imbecillità, di sordità, di rachitismo, di balbuzie, di criminalità,
allorchè si diffondono nelle popolazioni in forma endemica.

Questo gruppo è caratterizzato dalla piccolezza della statura, dalla
straordinaria brevità della faccia, dalle anomalìe della base del
cranio, specialmente dell'osso basilare, dalla distanza enorme delle
orbite, dall'abbondanza del connettivo sottocutaneo, da rughe profonde,
precoci e numerose, dall'assenza di barba, dai capelli neri e folti,
dall'atrofia delle ossa e delle cartilagini nasali, dal naso camuso,
dall'assenza di canizie e di calvizie, da anomalìe dentarie, cranio
esagono o plagiocefalo e cefalono, e dal rapporto diretto col gozzo e
col mixedema, dall'arresto e, qualche volta, dall'eccesso di sviluppo
dei genitali, dal piede valgo e varo, e altre atrofie muscolari, ecc.;

2º Il gruppo epilettico che comprende: l'isterismo, il genio, la pazzia
morale, la delinquenza congenita, le forme circolari e periodiche,
la manìa transitoria, qualche psicopatìa sessuale e, come dicemmo, le
fobìe e le ossessioni.

Vi si ritrovano spesso alcuni caratteri del cretino, sebbene assai
meno evidenti ed intensi, come: le rughe; l'assenza di barba; i
capelli spesso più neri e folti; la trococefalìa; la plagiocefalìa; la
platicefalìa; la scarsezza della canizie e calvizie; le anomalìe dei
denti e delle orecchie, ecc. Ma vi hanno caratteri tutt'affatto propri,
come: il frequente aumento del peso e della statura; l'asimmetria
facciale; l'appendice lemuriana; il naso incavato o deviato; gli zigomi
sporgenti; l'acrocefalìa; l'asimmetria facciale; la stenocrotafia;
la oxicefalìa; i seni frontali enormi; il _thorus occipitalis_; la
capacità cranica molto inferiore o molto superiore alla media; la
saldatura precoce delle suture; la fisionomia virile nelle donne; le
anomalìe ataviche delle circonvoluzioni cerebrali e della struttura
della corteccia; come: il gigantismo delle cellule piramidali; le
asimmetrie del cervello; le asimmetrie toraciche; il mancinismo
anatomico; il piede prensile.

Fra le alterazioni funzionali: il nistagmo; lo strabismo; l'ottusità
della sensibilità tattile, generale e dolorifica; gli scotomi enormi
nella periferia del campo visivo; la sensibilità meteorica esagerata;
il mancinismo sensorio.

Fra i caratteri psichici: intelligenza ora troppo limitata, ora troppo
sviluppata; allucinazioni; impulsività esplosiva; idee di grandezza
e di persecuzione; irascibilità; ipocondria; bisogno di fare il male
per il male; indolenza; sentimenti affettivi e morali ottusi; credenze
religiose esagerate fino al fanatismo; tono sentimentale ora depresso
fino all'angoscia, ora esageratamente altero; tendenza alle psicopatie
ed alle esagerazioni sessuali. Vi si nota, sopratutto, il sopravvenire
di accessi automatici, motori o sensori, organici o psichici, che
hanno, il più spesso, i caratteri speciali d'istantaneità, remittenze,
scoppio e cessazione subitanei, spesso, abolizione della coscienza;

3º Il gruppo paranoico comprende: l'ipocondria, il mattoidismo, la
follìa dei querulanti, le paranoie rudimentali; la paralipemanìa di
Roncoroni.

Qui le alterazioni somatiche sono generalmente meno numerose, mentre
predominano le psichiche, ottimamente descritte da Magnan, come le idee
deliranti, egocentriche, con caratteri accusatori e superstiziosi,
i neologismi; certe speciali anomalìe della scrittura, come la
giustaposizione, la forma a stampatello ed il simbolismo; si osservano
poi, fin dall'infanzia, sospettosità, diffidenza, cefalee, vertigini,
abulìa alternata ad eccessiva attività ed associata ad ottusità
affettiva.

Tutte queste degenerazioni — legate certamente ad una cattiva
nutrizione dell'embrione, per cause ereditarie speciali a ciascuna
d'esse e, talora ben conosciute, come: il gozzo endemico dei parenti
nel cretinismo, l'alcoolismo dei parenti negli epilettici, la sifilide
o l'alcoolismo dei parenti nei paranoici — possono tuttavia ingenerarsi
tardivamente per cause acquisite; per esempio: traumatismo craniano
o alcoolismo nell'epilessia, esportazione del tiroide nel cretinismo,
alcoolismo o sifilide o morfinismo nella paranoia. E possono scambiarsi
fra loro i fenomeni, ciò che si spiega con l'origine ereditaria od
intossicativa comune e col fatto che cause diverse conducono talora
tutte alle stesse involuzioni del cervello; così vi hanno impulsività
e fobìe nel paranoico, allucinazioni, deliri parziali (megalomani,
persecutivi, ecc.) negli epilettici, accessi impulsivi e motori
nei cretini; e poi sembra sia a tutti comune — secondo gli studi di
Roncoroni e di Pelizzi — l'atrofia degli strati superiori corticali e
la confusione degli strati tutti.

Anche qualche carattere biologico e psicologico è comune alle tre
categorie, come le ineguaglianze pupillari, la mancanza di affettività
e del senso morale, le vertigini, le impulsività, il mancinismo, la
sterilità, ecc.

Altre, come già abbiamo veduto, sono comuni soltanto all'epilettico
ed al cretino; altre, infine, all'epilettico ed al paranoico, come le
allucinazioni, le fobìe, le tendenze geniali.

Oltre a questo, la stessa anomalìa prende, in ciascuna delle tre
forme di degenerazione, appaparenze diverse: così nell'epilessia
si trovano sopratutto alterazioni della condotta, automatismo ed
impulsività; nella paranoia il carattere più saliente è l'originalità,
l'esercizio di un'attività inutile. L'alterazione dei sentimenti
affettivi si manifesta nella prima come una disaffettività generale,
nella seconda con avversione sopratutto per le persone più care, nel
cretino con l'apatia. Negli epilettici, però, la mancanza di senso
morale è raramente associata ad una completa o continua alterazione
dell'intelligenza, come nei cretini; e nel paranoico si complica spesso
con idee deliranti.

In questi degenerati parziali non si osserva sempre la stessa sindrome
completa di sintomi: molto spesso si ha soltanto qualcuna di queste
diverse manifestazioni psichiche, motorie o somatiche.

Queste forme di degenerazione dipendono da un arresto di sviluppo
embrionale che ha acquistato carattere atavico per l'eredità, come
provano per l'epilessia la frequenza della stenocrotafia, della
submicrocefalìa, della fossetta occipitale medianica, dell'oxicefalìa,
l'assenza dello strato granulare profondo, l'ipertrofia delle cellule
piramidali e la presenza di cellule nervose nella sostanza bianca,
trovata da Roncoroni. Tuttavia i gravi patemi nella paranoia, le
intossicazioni e le autointossicazioni nel cretinismo, i traumatismi
fisici e psichici nell'epilessia possono generare manifestazioni
simili. È ciò che spiega l'apparizione tardiva di forme epilettiche,
paranoiche e, qualche rara volta, cretinose (mixedema), che, se fossero
sempre solo congenite, dovrebbero manifestarsi solo nelle prime epoche
della vita.

Se noi ora applichiamo tali quadri sintetici del mondo degenerativo
allo studio del genio, vediamo che solo l'epilettico è a questo legato
strettamente.

Certamente anche in qualche genio si può trovare traccia della
degenerazione cretinosa, come in Nobili, Skoda, Garovaglio, con aspetto
completamente cretinoso; e certo anche la paranoia può formare sostrato
al genio, come vedemmo in Cardano, in Tasso, in Colombo[59], in cui un
parziale delirio fu veramente il punto di partenza di vere creazioni e
scoperte, come lo fu di delirî persecutivi e megalomani, che, a loro
volta, si convertirono in forme geniali; ma anche in questi troviamo
un elemento epilettoide che ne magnifica e, forse, ne determina gli
atti[60], come pure nei non gravi casi in cui il genio è a base di
melanconia e di alcoolismo, come Hotfmann e Poë.

E per ciò, anche accettando come credo si debba, l'appunto di
Roncoroni, Morselli e Sergi, secondo cui non deve limitarsi alla
degenerazione epilettica la base del genio, resta sempre che essa ne è
il fulcro principale, che interviene anche quando le altre forme paiono
in giuoco. Ed allora come non considerarla quale base del genio una
volta che eredità, anomalìe somatiche e funzionali seguono le stesse
linee, e che le principali manifestazioni sue, l'estro e l'idea fissa,
hanno nella epilessia psichica il gruppo psichiatrico che più loro si
avvicina?



CAPITOLO XIV.

I fenomeni contraddittori nel genio.


A molti critici della mia teoria sulla nevrosi del genio, di cui
tentavo ricostrurre la figura classica sulla trama dell'epilessia, non
parve vero di afferrare non solo qualche eccezione, ma qualche completa
contraddizione con le linee che io ne tracciava; così il buon Galleani,
che fece notare esservi genî alti e grossi in contraddizione alla mia
affermazione della frequenza dei piccoli e magri.

L'obbiezione è vera; ma non scalza la base della teoria, fino ad
un certo punto potendo spiegarsi la diversità di forme, se non di
sostanza, del genio, per il fatto che, pur essendo sempre uguale
nell'intima struttura, presenta una differenza notevole nei fenomeni
che noi diremmo secondari.

Ma v'ha di più. Studiando i miei e i caratteri trovati nei genî,
si trova che questi presentano, in confronto all'uomo medio, i due
estremi, i due eccessi in più o in meno di sviluppo; mentre l'uomo
medio, il vero normale, è appunto tale, perchè evita ambo gli eccessi.
Osservazione questa che io devo al geniale aiuto del dott. Celesia.


1. _Statura e peso_. — Così, cominciando dalla statura, Havelock-Ellis
fece notare come prevalga nei genî, in confronto ai normali, la statura
ora piccolissima, ora grandissima, mentre nei normali prevale la
statura media; infatti, egli ebbe a trovare:

Nei normali inglesi di statura piccola 16%; Nei normali inglesi di
statura alta 16%; Nei normali inglesi di statura media 68%;

Nei genî inglesi di statura piccola 37%; Nei genî inglesi di statura
alta 41%; Nei genî inglesi di statura media 22%[61].

Così si dica per la magrezza e la grassezza. Kiernan credette fornire
una grande prova dell'assenza di degenerazione del genio, col dare
una lunga lista di genî che presentavano un eccesso di adipe, come se
la degenerazione grassa non fosse essa stessa una degenerazione. Così
egli annovera, fra gli eccessivamente adiposi, Victor Hugo, Rénan,
Sue, Maupassant, Flaubert, Gauthier, Sarcey, Janin, A. Dumas, Sainte
Beuve, Rossini, che non poteva vedere i propri piedi, tanto era grasso,
Balzac, cui tre persone con le mani unite potevano appena contornare la
cintura[62].

A nostra volta, poi, ricordiamo la ben più lunga lista dei genî
magrissimi: Erasmo, Pascal, Keplero, D'Auembert, Aristotele, Voltaire,
di cui dicevasi che il corpo non era più che un lieve, quasi
trasparente inviluppo, attraverso al quale potevasi quasi vedere
l'animo e il genio. Lammenais era un ometto quasi impercettibile;
diceva Lamartine: "È una fiammella che il soffio delle proprie
inquietudini caccia da un punto all'altro della camera".


2. _Capacità cranica_. — E così dicasi della capacità craniana e dello
sviluppo cerebrale, poichè mentre una buona parte, la maggior parte dei
genî, come Volta, Petrarca, Bodoni, Fusinieri, Kant, Cuvier, Tackeray,
Tourguenieff, ebbe capacità grandi da cmc. 1600 a 2013, e mentre, nella
media di 26 crani francesi geniali il Lebon trovò una capacità di cmc.
1532, superiore di quasi cmc. 200 e più alla media, non pochi però
ebbero scarsa capacità, come Rasori, Descartes, Foscolo, Tissot, G.
Reni, Hoffmann, Schumann, e su 12 cervelli di grandi tedeschi, studiati
da Wagner e Bischoff, 8 avevano alte e 4 bassissime capacità,, come
Bollinger 1207, Liebig 1352, ecc.


3. _Sviluppo delle circonvoluzioni_. — Mentre il maggiore sviluppo
delle circonvoluzioni e la maggior asimmetria si credettero caratteri
generali degli uomini di genio, pur qualche volta essi presentano
straordinarie atrofie, come in Bertillon, Gambetta, ecc., od anomalìe
ataviche[63], senza dire delle meningiti di Grossi, Donizetti, ecc. E
così alla bellezza della fisionomia e all'armonia delle forme craniane
celebrate come caratteri del genio (Helmoltz, Dante, Schopenhauer),
contrastano le enormi anomalìe ataviche di Nobili, Foscolo, Emery,
Mind, Skoda, che arrivano fino all'aspetto cretinoso.


4. _Filoneismo, ecc_. — Al grande filoneismo, che è il carattere
più generale e che è la base del genio creativo, si contrappone il
frequente misoneismo, che ne fa i più terribili ostacoli ai progressi
nuovi, sorti nel loro tempo; Napoleone che respinse il vapore,
Richelieu che ne mandò all'ospedale dei pazzi il primo inventore,
Bacone che irrise a Copernico, Galileo che, dopo avere scoperto il
peso dell'aria, negava la teoria della pressione della colonna di aria
sui liquidi, Laplace che nega i metereoliti, Voltaire che non crede
ai fossili, Darwin e Wundt che irridono all'ipnotismo come Virchow che
irride alle immunizzazioni dei sieri, al darwinismo e all'antropologia
criminale.


5. _Sensibilità ed equazione personale_. — Più importanti ancora per la
nostra questione sono i fenomeni ora di anestesia, ora di iperestesìa
e, sopratutto, di ritardo o di celerità eccessiva nell'equazione
personale. Mentre otto sopra undici dei genî da me studiati[64] hanno
un'equazione molto più lenta della media, uno solo rappresentava
una cifra media, e due diedero un _minimum_ del tempo di equazione
personale ad attenzione ordinaria. E mentre, sopratutto in nove
artisti, sotto il comando di massima attenzione si ebbe una notevole
diminuzione, che però non scendeva sotto alla media, in quattro biologi
questa diminuzione non si notò; e, mentre uno diede brevi esponenti
dell'oscillazione individuale, gli altri otto, specialmente artisti,
diedero un coefficiente fin doppio e più del primo. Nei quali pure il
suggerimento di massima attenzione provocò una diminuzione notevole,
quasi della metà. Ma questo coefficiente, sotto il suggerimento della
massima attenzione, mentre nei biologi non si abbrevia che di pochi
millesimi di secondi, da 3 a 4, negli artisti varia quasi del doppio,
30 a 16, 24 a 15, e ciò per la vista. Quanto all'udito, l'equazione
personale presenta la massima brevità in tre, ma molto scarsa in sei.
L'esponente oscillatorio fu minimo in quattro, massimo in sette, i
quali erano dunque più pronti a rispondere a un eccitamento acustico
che al visivo, e assolutamente e relativamente ai biologi.

Anche l'acuità visiva si trovò in alcuni superiore, in altri assai
inferiore. Il tatto, o normale o più acuto del normale, in cinque su
dodici, apparve più ottuso in sette.

Importantissimo sarebbe il contrasto tra i visivi o i tipi
intellettuali auditivi, che, secondo Saint-Paul, sarebbero
infinitamente superiori, come 72 a 12; ma e' non mi pare abbastanza
chiarito. Meglio lo chiarirono recentemente Patrizi e Cesarmi, che,
su ottanta studenti di Modena che si avvicinano ai tipi almeno degli
studiosi, trovarono i tipi acustici più frequenti del doppio dei
visivi, 75% in confronto a 33, e gli indifferenti 1,3, aggiungendo
l'osservazione curiosa che gli acustici provocano nello studio
sfigmografico reazioni più pronte e più dolorose. E chi non vede che
qui abbiamo fino ad un certo punto la ragione del sorgere dei grandi
maestri musicali, anch'essi precocissimi, quasi fin dalla nascita?


6. _Longevità_. — E lo stesso dicasi della longevità dei genî.

Recentemente William Thayer nel _Forum_ (febbraio 1900) tentò
dimostrare, come già io avevo fatto, con nuovi documenti la grande
longevità dei genî Anglo-Sassoni di un secolo preciso, dal 1800 al
1900; ma egli pure dimostrò la precoce mortalità di alcuni poeti.

Cominciando dai poeti, che fin dall'antichità si credevano destinati a
morire giovani per l'emotività eccessiva, trovò che in 46 poeti si ha
una vita media di 66 anni. Però 9 su 46 morirono giovani, da 37 a 26,
e cioè 4 per consunzione e 5 per stravizi: Shelley 30 anni, Kints 26,
Byron 37, Leopardi 39, Poë 40.

In 39 pittori e scultori la media è di 66 anni; però uno morì giovane
(Fortuny a 36 anni).

Di 30 musicisti la media è di 62 anni: Auber morì a 89 anni, Verdi
a 86, Spontini a 77. Ma quattro morirono giovani: Bellini, Bizet,
Schubert e Mendelssohn.

Di 26 romanzieri la vita media è di 63 anni; nessuno morì giovane.

Di 40 letterati la media è di 67 anni; nessuno morì giovane.

Di 22 ecclesiastici la media è di 66 anni; uno solo morì giovane:
Robertson.

Di 35 donne celebri la media età è 69 anni: Somerville 92, Trollope 83,
Staure 85, George Sand 72, Stern 71. Ma anche qui 2 morirono giovani:
le sorelle Brontë, 30 e 39 anni.

Su 18 filosofi la vita media è di 65 anni.

Su 38 storici la media è di 73 anni. Ma 3 morirono giovani.

Su 58 scienziati e inventori la vita media è di 72 anni.

La media età di 14 novatori e rivoluzionari fu di 69 anni; un solo
giovane.

Di 48 militari celibi la vita media è di 71 anni; due soli giovani:
Scobeleff e Jackson, 38 e 39 anni.

Di 112 uomini politici la media e di 71 anni.

Di 16 presidenti dell'America del Nord la media è di 68 anni.

La vita media di primi ministri è di 77 anni; però 4 giovani: Parnell
45, Cavour 51, Gambetta 44, Manin 51.

La regola è la longevità, ma con notevoli eccezioni per alcuni, morti
precocissimi.

E nei genî troviamo da una parte un'attività psichica esagerata fino
alla più tarda età (Humboldt a 80, Goëthe a 81 anni scrisse il _Faust_,
così Verdi, Linneo e Bismarck); dall'altra Beccarla, che cessa ogni
lavoro a 32 anni, ecc. E molti lasciano lavori incompleti, come pure
Leonardo da Vinci per lentezza nel comporle.

E mentre la precocità è il carattere generale del genio, non mancano le
genialità tarde (Alfieri, Wren, Flaubert, Klaorott).


7. _Odio e amore per la musica nel genio_. — Se noi studiamo la
bellissima monografia del Cuningham Moffet (Music, gennaio 1900),
vediamo che la maggior parte dei grandi pensatori, specialmente
storici, filosofi ed anche letterati, aveva un vero orrore per la
musica.

André Lang osservò che il maggior numero dei poeti e letterati odiava
la musica. Johnson, Catterina II e V. Hugo la dicevano "il meno
spiacevole dei rumori". Lang confessa che può sentire una cantata solo
se le parole sono belle, ma non esiste per lui peggior musica della
nuova: "È la sola arte che vi s'impone per forza, perchè non potete
sfuggire i suoni come potreste sfuggire la pittura; il vantaggio unico
per noi è che la musica cattiva non ci fa soffrire".

Anche Grant odiò la musica; obbligato di sentirne a Parigi, considerò
quell'ora come la più triste della sua vita.

Napoleone preferiva la musica più stupida: _Malboroug s'en va en
guerre_, e diceva che la musica gli tormentava i nervi; e così
Napoleone III, Zola, Gambetta e Goncourt, che arricciavano il naso
quando vedevano aprire il piano.

Stook non conosceva altra musica che il _God save the Queen_; Macaulay,
parlando di un pranzo a Corte: "La musica copriva la conversazione con
i suoi accordi sonori, fra cui il canto: _The combat_", ed il nipote
aggiungeva che "questo era il solo caso in cui abbia distinto un'aria
da un'altra".

Fontenelle disse che non comprendeva quattro cose: il mondo, le donne,
la musica e i saltatori. Gauthier dichiarava che di tutti i rumori la
musica era il peggiore.

Max Müller non godè che il solo canto di Lind. "Sono — ci scriveva —
tardo ai suoni come altri ai colori". Anche Max Buckle, come Macaulay,
per quanto avesse meravigliosa memoria, non poteva distinguere
un'armonia dall'altra; e Humphrey Dawis sentiva così poco la musica,
che non poteva marciare in tempo quando era soldato. E così Carlo Lamb
e Jean Stanley.

Beaumarchais sentenziò: "Tutto ciò che non è atto a scriversi, lo è al
canto".

A tutti questi genî, odiatori di musica, opponiamo Aristotele, che fa
della musica il pernio dell'educazione morale: Musset, che dice: "È
la musica che mi fa credere in Dio". Daudet pare che amasse qualunque
specie di musica di Chopin; il Bethoven amava il tamburino come
l'organino perfino le campane; ogni suono parlava per lui. "Ogni musica
— diceva — mi ispira. Wagner m'ipnotizza, il violino degli zingari mi
ha fatto lavorare".

Nell'_Uomo di genio_ dimostrai quanto Alfieri fosse sensibile alla
musica. Milton era eccellente musico. Coleridge diceva che "la musica
lo rinfrescava". Addison aveva "eccellente criterio musicale". E così
De Quincey e Gratry. Moore dice che "la musica è la giusta interprete
della religione; niente parla all'anima come essa". Sidney Smith: "Ogni
suonatore è un uomo felice".

Darwin amava la musica, e così Elliot e Kemble. Burns non solo era un
amante della buona musica, ma sapeva suonare il violino. I suoi canti
erano ispirati da canzoni musicate, popolari, ed amava sentirsele
suonare.

Carlo Reade, romanziere, ricorreva alla musica come alla più nobile
delle ricreazioni. Carlyle diceva che "la musica e la lingua degli
angeli".

"Molti luoghi della _Commedia_ — scrive Graf[65] — mostrano che Dante
ebbe squisito senso musicale, e così Petrarca, che l'armonia di liuti,
canti e suoni rapivano fuor di sè stesso".

Metastasio non solo componeva, ma cantava i suoi versi. Goëthe gustò
l'arte di Mendelssohn. Byron non poteva udire musica melanconica senza
piangere. Moore, per perfezionare i propri versi, usava cantarli, e
diceva la parola povera a paragone della musica. Leopardi preferì,
è vero, la musica triste, ma gustò pure il _Socrate immaginario_
di Paesiello. "Notisi — con Graf — come _quel rozzo canto che passa
nella via, e lontanando muore_, subito sollevi la mente del poeta alla
considerazione di tutto ciò che passa e muore nel mondo, ond'egli
ricorda gli avi famosi e il grande impero di Roma, e finalmente
conclude:

      "Tutto è pace e silenzio; e tutto posa
    Il mondo, e più di lor non si ragiona".

"Errerebbe di grosso — conclude il fine critico — chi in tutto questo,
invece di un procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi
è spontaneo e naturalissimo, non vedesse altro che una velata lirica
e un artificio retorico. Qui l'impressione musicale deriva la massima
parte del suo valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza.

"E così in molti altri casi. Nelle _Ricordanze_, udendo il suon
dell'ora che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta
commenta;

                            "Era conforto
    Questo suon, _mi rimembra_, alle mie notti,
    Quando fanciullo, nella buia stanza,
    Per assidui terrori io vigilava,
    Sospirando il mattin".

Nella canzone: _Alla sua donna_, sono ricordate:

                    "Le valli ove suona
    Del faticoso agricoltor il canto";

e nel tramonto della luna, il canto del carrettiere che saluta

                     "Con mesta melodia
    L'estremo albor della fuggente luce
    Che dianzi gli fu duce...".

"Egli è certo, dunque, che nella musica il Leopardi dovette pregiare
non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazione di
una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le
complicazioni e le pompe teatrali, quanto l'arcano e dolce linguaggio
che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti
ineffabili e di estatici suoni" (Graf).


Noi vediamo dunque da tutti i caratteri dei genî, dalla statura
fino all'equazione personale, al senso musicale, ecc., che,
pure persistendovi un certo andazzo costante, non mancano per
eccezione linee in senso perfettamente opposto, come accade appunto
nell'epilessia, in cui si notano gli estremi opposti di statura, di
capacità cranica, di energia intellettuale e sensoria, pure essendovi
una maggioranza che ha statura piccola[66], submicrocefalìa, ottusità
sensoria ed intellettuale.



CAPITOLO XV.

Anatomia patologica dei genî.


I. — Teoria di Flechsig.

Come tutti i prodotti di grandi anomalìe psichiche, anche il genio
ha la sua speciale anatomia patologica. E già, quanto al volume,
ora eccessivo, ora scarso, del cranio, abbiamo accennato, e così
sull'anomalìa spesso atavica delle circonvoluzioni (Vedi _L'uomo
di genio_). Ed a quelli esposti allora aggiungeremo altri dati
importantissimi.

Ma prima ci conviene ribattere l'obbiezione del Flechsig, essersi,
cioè, trovata la base anatomica del genio non nell'anomalìa involutiva,
ma, al contrario, nel massimo sviluppo dei centri associativi,
obbiezione che continuamente ci si affaccia in Germania e più in
Italia — per quell'antiitalianismo che ci è tutto speciale —. A
quest'obbiezione risponderò con i recenti lavori di Grandis[67], di
Vogt[68], di Leonardo Bianchi[69], di Hitzig, di Monakow[70] e di
Leggiadri-Laura[71].

"Non è provata — scrive Grandis — l'energia specifica delle varie
zone della corteccia cerebrale, pretesa dal Flechsig; e l'idea sua che
non si possa avere una sostituzione delle funzioni di una parte della
corteccia cerebrale, per mezzo di un'altra dello stesso emisfero, è
dimostrata falsa dalla clinica e dall'anatomia patologica".

Il Flechsig ammette come cosa dimostrata e come assioma che le fibre
nervose non siano atte a trasmettere gii eccitamenti se non quando si
sono rivestite di guaina midollare. Ma ciò ha contro di sè molti dati
dell'anatomia comparata. Tutti i cefalopodi hanno fibre nervose prive
di guaina midollare, le quali, cionondimeno, trasmettono molto bene
gli impulsi che partono dal centro e quelli che provengono dal mondo
esterno alle loro estremità periferiche. E il Birottau dimostrò, con
numerose ricerche, come nei nervi dei cefalopodi e di alcune specie di
aplisìe, a fibre non mielinizzate, tutti i fenomeni elettro-fisiologici
decorrano perfettamente nello stesso modo come nei nervi provvisti di
guaina mielinica (Grandis).

Aggiungasi che, secondo Westphal, nessun fatto ci autorizza a ritenere
che sia necessaria detta guaina, perchè le fibre nervose possano
funzionare; anzi, lo stesso Westphal aveva già dimostrato falso anche
l'altro fatto fondamentale: che, cioè, i nervi motori si rivestano di
guaina mielinica prima dei nervi sensibili, come pretende il Flechsig.

E poi, assai prima dell'età di tre anni, il bambino eseguisce tutti
i movimenti; ed è capace di percepire tutte le forme o impressioni
esterne di cui è capace l'adulto, assai prima, cioè, che le sue fibre
nervose siano rivestite di guaina mielinica; non solo, ma il bambino
di due anni, che ha da lungo tempo perfetti i nervi cerebrali, è assai
meno perfetto in tutte le funzioni dipendenti dai nervi cerebrali, di
quanto non sia nei movimenti dei nervi spinali.

"Assodato il fatto — conchiude Grandis — che le fibre nervose sono
capaci di trasmettere gli eccitamenti anche quando sono prive di
guaina mielinica, il risultato delle ricerche del Flechsig ci permette
soltanto di determinare il decorso seguito dalle fibre centripete
per arrivare alla corteccia e per delimitare ivi la loro area di
distribuzione; ma sono fondamentalmente deboli le conclusioni teoriche
che egli ne vuol derivare sulla distribuzione cerebrale delle più
elevate funzioni psichiche".

Anche il nostro Leonardo Bianchi — che onora così altamente la
Psichiatria italiana — trova che la teoria del Flechsig, spinta alle
sue ultime conseguenze, rappresenta una più o meno larvata risurrezione
del sistema di Fall.

"La deduzione più verisimile — osserva il Bianchi — che, se non è
nettamente formulata, si legge tra le righe delle diverse comunicazioni
fatte su questo argomento da Flechsig, è che ciascun territorio
corticale embriologico di ciascuno dei tre gruppi (primordiale,
intermediario e terminale) possegga proprietà fisiologiche distinte;
e si dovrà finir per conchiudere che i quaranta territori, che da qui
a qualche anno saranno cresciuti di numero, servano ad altrettante
specifiche attività dello spirito".

"Ora non è dimostrato — segue egli con quella finezza critica che
è tutta sua propria —, nè verisimile, che esistano nella corteccia
cerebrale centri della memoria distinti dai centri percettivi.

"La larga zona occipito-parietale in cui si troverebbe, secondo
Flechsig, l'area associativa posteriore, è quasi tutta di pertinenza
della funzione visiva; su parecchi punti di essa l'eccitazione
elettrica provoca movimenti oculari, la distinzione di essa, o di
parte di essa, se è solo corticale, produce fugaci disturbi visivi;
se è profonda, produce l'emiopìa permanente; se è bilaterale, la
cecità psichica; nel quale ultimo caso gli oggetti visti non sono più
riconosciuti.

"Anche l'estremità anteriore terminale di detta area è nell'uomo
esclusivamente visiva, destinata, cioè, alla lettura; e nulla
autorizza a considerare questa zona come destinata ai più alti processi
intellettivi, consistente nell'associazione d'immagini fornite dalle
diverse aree percettive o sensoriali. Se le lesioni bilaterali di detta
zona, oltre la cecità psichica per gli oggetti, inducono uno stato
demenziale più o meno grave, è lecito supporre che la demenza in tali
casi sia l'espressione della perdita di una gran parte del patrimonio
intellettivo dell'uomo, dipendente dalla distinzione dei registri
delle immagini visive dal mondo esterno, le quali costituiscono gran
parte di tutta la somma dei componenti psichici sensoriali dell'umana
intelligenza. L'affermazione, poi, che l'eccitazione della zona
sensoriale dia per risultato l'allucinazione, e quella della zona
associativa induca la confusione mentale, è affatto arbitraria. Basta
infatti rammentare i casi in cui una sola allucinazione visiva o
uditiva turba profondamente la personalità psichica, fino a produrre
intensa confusione mentale.

"Nessun sussidio alla dottrina delle aree associative, intese nel senso
di Flechsig, apporta l'analisi istologica, la quale se dimostra — come
appare dai recenti lavori di R. y Cajal, che ha riconosciuto nove
strati nella zona visiva, in confronto dei sette già riconosciutivi
dal Meynert e dei cinque attribuiti alla zona motrice, e dalle recenti
ricerche dello stesso Cajal, dell'Hammarberg, dello Schlopp — una
struttura sempre più differente nelle varie zone corticali, non
dimostra però affatto, come fatto costante, una maggiore semplicità
di struttura nell'area percettiva rispetto alle aree associative, nel
senso del Flechsig.

"II fatto della frequente demenza che riscontrasi negli individui colti
da sordità verbale per focolaio distruttivo della prima circonvoluzione
temporale, e considerazioni di fatto tendenti a dimostrare che la
funzione dell'udito generico e quella dell'audizione verbale si
sovrappongono nella medesima area con grande prevalenza, a sinistra,
della funzione specifica del linguaggio, rispetto alla funzione
generale dell'udito, dimostrano che questa regione ha una funzione
specifica di alto valore intellettivo e associativo; invece, dal
Flechsig, sarebbe una zona primordiale e intermedia.

"Così alla zona motrice, somestetica di Flechsig, concorrono
necessariamente tutti i prodotti che si formano nelle singole zone
della corteccia cerebrale. Onde centripete, nel cervello, come nel
midollo spinale, si risolvono attraverso i centri motori sugli apparati
muscolari. E perciò la zona così detta motrice è una zona associativa
anche a maggior titolo della grossa zona associativa postero-inferiore
di Flechsig, perchè utilizza il prodotto di tutte le zone sensoriali
poste all'indietro e inferiormente.

"Lo stesso avviene per la zona che si estende sui piedi delle
circonvoluzioni frontali e che pure, essendo essenzialmente motrice, è
effettivamente la più genuina espressione della spiritualità, essendo
deputato alla funzione della scrittura e della parola parlata. Queste
aree debbono essere di necessità associative del più alto valore,
per le numerose relazioni con altre parti del cervello, pure essendo
comprese dalla maggior parte degli autori nella zona motrice o di
proiezione. Inoltre il rapporto tra la mielinizzazione e la funzione
non è confermato — come già osservava il Grandis ed ora ripete il
Bianchi — dalla fisiologia. I movimenti volitivi del bambino per il
cammino si compiono per la zona nº 1, che è la prima a svilupparsi,
mentre il cammino ed anche i movimenti volitivi più semplici sono molto
più tardivi dell'audizione della parola che si compie dalle aree 7 e
23.

"E i lobi frontali non sono certamente centri di moto, nè di senso;
ma neppure si possono considerare come semplici aree associative,
inquantochè non servono solo alla fusione fisiologica dei percepiti
per la formazione dei concetti, ma sono anche l'organo della fusione
fisiologica dei sentimenti elementari dei singoli individui, da
cui nascono i più alti sentimenti umani che caratterizzano l'uomo
moderno civile. In ultima analisi, sono gli organi della direttiva
dell'individuo nell'ambiente sociale e cosmico".

"Cosa rimarrà — finisce Bianchi — della fantastica geografia
psico-anatomica del mantello cerebrale, di cui il Flechsig da parecchi
anni, in varie edizioni rivedute e mutate, ha arricchita la nostra
letteratura?".

Più di recente la C. Vogt, completando le ricerche anteriori del
marito O. Vogt, abbatte la teoria di Flechsig con nuovi documenti
esperimentali.

Il Flechsig vuole che il processo di mielinizzazione sia diverso negli
animali e nell'uomo. Ora la Vogt, dalle sezioni in serie dei cervelli
di più di 30 giovani gatti, di più di 20 giovani cani, di 12 conigli
e di 6 bambini, trovò che vi ha identità completa nel processo della
mielinizzazione negli animali e nell'uomo.

E, ciò che più importa, la Vogt dimostrò che la mielinizzazione delle
fibre nervose non è punto in rapporto con le funzioni cerebrali, ma
dipende dallo sviluppo delle fibre di proiezione; ciò conferma quanto
il Grandis desumeva dalla clinica.

La Vogt ha infatti trovato che, tanto nell'uomo quanto negli animali,
le regioni non mielinizzate dalle fibre di proiezione sono precisamente
quelle che contengono, secondo i risultati della degenerazione
secondaria, le fibre dei centri non ancora mielinizzati.

Questi dati basterebbero da soli a togliere ogni importanza alle
conclusioni che il Flechsig vuole trarre specialmente in rapporto con
la psichiatria, e scalzano una legge — già negata da C. Vogt —, secondo
la quale l'insieme delle fibre di proiezione si mielinizza prima della
corteccia.

Secondo il Larionoff, che pure ammette i centri di associazione,
il centro per la percezione dei suoni nel cane sarebbe la parte
postero-neutrale del cervello; vale a dire la parte che si mielinizza
più tardi, secondo la Vogt; cioè, dovrebbe essere un centro di
associazione, secondo le vedute del Flechsig, mentre è invece un centro
sensoriale. Persino l'importanza che il criterio della mielinizzazione
ha nello studio della disposizione dei sistemi di fibre nervose,
sarebbe menomata dal fatto che, contrariamente all'opinione del
Flechsig, lo studio della mielinizzazione non contraddice allo studio
delle degenerazioni secondarie, ma lo conferma.

Ora, da questo studio risulta alla Vogt che tutte le regioni corticali
contengono fibre di proiezione e dovunque in numero abbastanza grande,
perchè non si possa fare di alcuna regione della corteccia un puro
centro di associazione.

Recentissimamente, poi, al Congresso di Parigi, Hitzig non solo
non credette confermare le idee del Flechsig sulla mielinizzazione
cronologica dei centri di proiezione e di associazione; ma osservava
che lo stesso Flechsig ha trovato differenze individuali ch'egli
attribuisce, è vero, ad influenze patologiche, ma che i suoi avversari
considerano, ad egual diritto, come fisiologiche.

Ora, veramente, questa obbiezione dell'Hitzig non mi pare molto
efficace, giacchè il Vulpius ha dimostrato che la mielinizzazione è
ostacolata dalle malattie della nutrizione, dal rachitismo; Tuchzeck,
Zacher ed altri hanno a loro volta dimostrato la influenza ostacolante
dell'idiozia e dell'epilessia. Ma l'Hitzig ha ragione quando afferma
che l'opinione dei varî autori è così diversa intorno alla differenza
della struttura anatomica dei centri di proiezione e di associazione,
che è assolutamente impossibile di formarsi a questo riguardo
un'opinione precisa. Infine l'Hitzig considera la teoria del Flechsig
sulla sede dei fatti di coscienza come puramente ipotetica.

"L'ipotesi — scrive Leggiadri-Laura — di immagini di memorie depositate
in particolari gruppi di cellule non è provata da alcun fatto".

Ma più decisive appaiono le ricerche di Monakow comunicate allo
stesso Congresso, in quanto concordano con quelle della C. Vogt. Il
Monakow nega che si possa parlare di centri di associazione nel senso
del Flechsig, per la ragione che, se esistono su tutta la superficie
cerebrale spazi considerevoli più o meno estesi in circonferenza in
cui non sì trovano affatto fibre di proiezione e focolai in cui si
riuniscono tali fibre, non è però in nessun modo possibile di limitare,
in un modo un po' preciso, i territori che sono poveri in fibre di
proiezione e quelli che ne possegono abbondantemente. Il Monakow non
ha infatti constatato differenze anatomiche fondamentali tra le due
specie di territori degli emisferi cerebrali. Del resto, esistono
in altre regioni cerebrali (la sostanza grigia centrale) parti che
sono egualmente sprovviste di fibre di proiezione, e nelle quali
non si sogliono punto distinguere centri di proiezione e centri di
associazione. Queste le principali obbiezioni del Monakow, come anche
per lui il metodo di studio fondato sulla mielinizzazione è ben lungi
dall'essere sufficiente a risolvere il problema fisiologico della fine
organizzazione dei neuroni nel cervello.

"Tutto ciò che è lecito dire — così il Monakow — si è che è verisimile
e logico che lo sviluppo dei centri sensoriali preceda quello delle
parti corticali, che servirebbero di base all'intelligenza. Ma
l'ipotesi che stabilisce le funzioni psichiche superiori in focolai
corticali specialmente delimitati ed aventi una struttura particolare
(i centri di associazione o intellettuali), è insostenibile. Si
devono piuttosto rappresentare i diversi elementi che concorrono
al lavoro psichico, come sparsi in tutta la corteccia cerebrale, e
benchè dobbiamo ammettere per il lavoro psichico condizioni anatomiche
necessarie, di cui le strutture diverse predominano ora in questa,
ora in quella circonvoluzione, dobbiamo però riconoscere che tali
condizioni anatomiche ci sono tuttora ignote".

S'aggiunga che i casi di genî con straordinaria sviluppo dei centri
di associazione non sono che due o tre al più, mentre, come notava
Hansemann a proposito di Helmoltz, si riscontra questo sviluppo
eccessivo in numerosissimi casi di uomini volgarissimi, per cui da ogni
parte la teoria di Flechsig e le sue applicazioni sul genio cadono nel
nulla.

E quelli che continuamente ce la rinfacciano, dimostrano con quanto
poco criterio e calore seguano il movimento scientifico moderno.


II. — Anomalìe in crani e cervelli di genî.

Veniamo alle ultime scoperte fatte sui crani e cervelli di genî dopo il
mio _Uomo di genio_ (volume I, cap. II).


EMILIO DEMI. — Nel cranio del geniale scultore livornese Emilio
Demi, morto a 65 anni, dopo però una vita dissipata di alcoolista
e vagabondo, l'egregio dott. A. Mochi[72] trovò seni e arcate
sopraciliari sporgenti, suture coronaria e sagitale ancora aperte a 65
anni. Enorme sporgenza degli zigomi, mandibola voluminosissima, sutura
medio-frontale, prognatismo alveolare, cortezza della faccia.

Nel Museo di anatomia di Padova sono conservati crani rarissimi di
alcuni grandi ingegni medici. Col mezzo del dott. Favaro ottenni su
questi le informazioni che qui riassumo[73]:


SANTORIO DE' SANTORII, di Capo d'Istria (1561), d'anni 75: indice
cefalico 83,78; circonferenza massima 513. Peso del cranio (esclusa la
mandibola) gr. 757.

Sinostosi completa della sutura interparietale, parziale della
lambdoidea, nella cui metà sinistra notasi un osso wormiano. Rilevate
le linee temporali. Esostosi del volume di mezza avellana nella squamma
del temporale sinistro.


STEFANO GALLINI, fisiologo insigne, nato nel 1788 a Venezia, d'anni 80:
indice cefalico 74,29; circonferenza massima 520.

Arcate sopracciliari marcate. Molto rilevate la linea temporale
e la semicircolare superiore dell'occipitale. Manca la sutura
parieto-sfenoidale sinistra, mentre il frontale e la squamma del
temporale vengono a contatto per l'estensione di un millimetro. Assai
sviluppati i processi mastoidei. Doppio forame sottorbitario. L'apofisi
lemurinica, presente solo a sinistra, ha 11 mm. di base e 3 mm. di
altezza a sinistra.


BARTOLOMEO SIGNORONI, chirurgo famoso, nato nel 1797 ad Adro (Broscia),
d'anni 48: indice cefalico 82,51; circonferenza massima 540.

Sinostosi parziale delle suture coronaria e biparietale. Osso
epactale. Sinostosi delle articolazioni atlo-occipitali e fusione ossea
dell'apofisi transversa di sinistra dell'atlante con l'apofisi iugulare
dallo stesso lato dell'osso occipitale. Apofisi lemuriniche in forma
di due creste di 3-4 mm. d'altezza rivolte in basso e all'esterno; il
margine libero della sinistra è accartocciato in alto.


GIACOMO ANDREA GIACOMINI, patologo, nato a Mocasina (Brescia) nel 1797,
d'anni 52: indice cefalico 78,70; circonferenza massima 530.

Qualche piccolo osso wormiano nella sutura lambdoidea. Osso epactale
e uno wormiano nella sutura occipito-mastoidea di destra. Asimmetrie
delle aperture nasali. Traccie di apofisi lemuriniche più evidenti a
sinistra.


CARLO CONTI, matematico illustre, nato nel 1849 a Legnago, d'anni 47:
indice cefalico 85,83; circonferenza massima 530.

Osso wormiano fontanellare bregmatico di millimetri 21,5 di diametro
longitudinale per 12 mm. di diametro transversale, un osso wormiano
pterico a destra ed uno nella sutura lambdoidea. Tre wormiani
fontanellari asterici ed altri minori per ciascun lato. Il condilo
occipitale sinistro è molto più lungo del destro, misurando 24, in
luogo di 18 mm. La metà destra dell'apertura anteriore delle fosse
nasali è più stretta in direzione transversale. Apofisi lemurinica
sinistra.


Di VICTOR HUGO si sa (dallo studio della maschera) che era
stenocrotafitico: diametro frontale massimo 111 mm. e bizigomatico 146,
superiore quest'ultimo alla media dei parigini di 136, e che faccia e
cranio erano notevolmente asimmetrici; gobba frontale più elevata della
sinistra; naso e zigomi inclinati a destra[74].


Di ASSELINE (l'autore dell'_Histoire d'Autriche_), morto a 49
anni: altra analoga asimmetria cranica. Lunghezza esagerata,
specialmente a sinistra, della scissura perpendicolare esterna o
scissura occipito-parietale; è profonda e si continua fino al solco
interparietale. La piega di passaggio parieto-occipitale è situata
profondamente, così che ne risulta l'isolamento quasi completo del lobo
occipitale (la _calotta_ pitecica)[75].


Di ASSÉZAT — altro storico insigne — morto a 45 anni: cervello gr.
1311 (o gr. 1366, secondo Bisot). In più punti si notano anastomosi che
intercettano i solchi frontali, così che i limiti delle circonvoluzioni
frontali sono poco netti. Anzi, tra la seconda e la terza F. le
comunicazioni sono talmente frequenti, da indurre, sia a destra che a
sinistra, una fusione quasi completa fra loro.

Il solco interparietale, che separa la prima P. dalla seconda P.,
è assai profondo ed è continuo; mancano, perciò, quelle pieghe di
passaggio che di solito lo interrompono; esso sbocca, in avanti, nel
solco post-rolandico[76].


In CONDEREAU il cervello pesava gr. 1378, il cervelletto 195, la 3ª
circonvoluzione occipitale è separata: un lungo solco curvo abbraccia
il margine infero-esterno dell'emisfero, in cui vengono a sboccare i
solchi temporali terzo e quarto. Questo solco è l'omologo del solco
sotto-occipitale, che trovasi nelle scimmie[77].


In GAMBETTA il cervello pesava gr. 1246,5, ossia era inferiore di
gr. 128,5 al peso medio del cervello adulto (gr. 1360). Il lobo
occipitale è estremamente ridotto, specialmente a destra, dove è assai
irregolare e mal circoscritto[78]. Il lobo quadrilatero di destra
è poco sviluppato, ma più complicato del sinistro; esso è, infatti,
diviso in due parti da un solco che s'inizia dalla scissura occipitale;
l'inferiore di queste due parti è percorsa da numerosi meandri.

   [Illustrazione: Fig. 1. — Cervello (sinistro) di Gambetta.]

Ma la particolarità caratteristica del cervello di Gambetta, uno dei
più grandi oratori del nostro tempo, è l'enorme sviluppo della terza
circonvoluzione frontale, in ispecie a sinistra, nel cui piede sembra
risieda la localizzazione del linguaggio articolato; e questo appare
quasi interamente

sdoppiata (Figg. 1 e 2). Il piede della F.³, rappresentato nelle
scimmie, più vicine all'uomo, da un lieve rudimento e che è assai
semplice presso i popoli selvaggi, va aumentando di volume con
l'innalzarsi graduale dell'individuo, e della razza[79].

Ciò non implica però, in linea assoluta, che lo sviluppo del piede
della F.³ sia uniformemente parallelo a quello dell'intelligenza;
essendo sede d'una funzione determinata, questa può essere difettosa in
un individuo senza che le altre doti intellettuali siano sminuite; nel
cervello di Bertillon, ad esempio, il creatore delia demografia, tale
piede è notevolmente ridotto; ora, Bertillon era un vero disfrasico.

   [Illustrazione: Fig. 2. — Cervello (destro) di Gambetta.]

È noto, poi, che nei cervelli di Huber e di Wulfert, filosofo il primo
e giurista il secondo, ed entrambi eminentemente dotati di facoltà
oratoria, il piede della F.³, benchè non diviso come in Gambetta, si
presenta tuttavia assai sviluppato (Rüdinger).


In BERTILLON[80], celebre demografo, ma balbuziente e deficiente
nella parola come nella scrittura, il cervello pesava gr. 1398, molto
superiore alla media di Parigi (gr. 1304), malgrado la statura fosse
solo di m. 1,56.

L'emisfero sinistro è un po' più corto di quello del lato destro (da 3
a 4 mm).

La F.¹ di sinistra si presenta completamente sdoppiata nella sua faccia
interna (tipo quaternario di Benedikt?).

Per contro, il piede della F.³ di sinistra è assai ridotto; lo è meno
quello della F.³ di destra. Si noti, in proposito, che Bertillon fu
dapprima mancino e più tardi ambidestro, e ch'ebbe spiccata difficoltà
di parola.

A sinistra la circonvoluzione del corpo calloso è esile.

Il lobulo quadrilatero ha un grande sviluppo. È invece piccolo il
lobulo ovolare.

Mentre la regione anteriore del cervello offre uno sviluppo abbastanza
notevole, relativamente inferiori, circa la dimensione, sono i lobi
temporali e il cervelletto. La relativa piccolezza di quest'ultimo ci
appare assai bene nella fig. 3, che

   [Illustrazione: Fig. 3. — Bertillon (—); Gambetta (.....). —
   (Da MANOUVRIER).]

rappresenta i profili sovrapposti dei _moulages_ intercraniani di
Bertillon e di Gambetta: si vede, infatti, che il profilo di Bertillon
sorpassa quasi sempre, e specialmente in avanti e in alto, il profilo
di Gambetta, mentre questo lo supera in corrispondenza del cervelletto
e della punta del lobo sfenoidale.

Manouvrier dà, poi, le seguenti cifre:

                                       Bertillon   Gambetta

  Larghezza massima del lobo frontale   mm.  125    mm.  113
  Larghezza massima del cervello        "    110    "    110
  Rapporto tra la larghezza massima
    del cervelletto e la larghezza
    massima trasversale                 "    78,0   "   80,2

Dai due getti intracraniani Manouvrier rileva ancora i seguenti dati,
rispettivamente a Bertillon e a Gambetta[81]:

                                       Bertillon   Gambetta

  Diam. antero-posteriore massimo       mm.  179    mm.  167
  Diam. trasverso massimo               "    141    "    137
  Indice cefalico (intracraniano)       "   78,77   "   82,03
  Circonferenza orizzontale             "    513    "    482


E. VÉRON[82], sociologo e storico: — L'emisfero di sinistra misura mm.
156 e solo mm. 151 quello di destra.

A destra la F.¹ è sdoppiata in quasi tutto il suo percorso (tipo
quaternario di Benedik?).

Manca la prima delle pieghe di passaggio parieto-occipitale.

A sinistra si osserva un notevole confluire di scissure: infatti,
la scissura di Silvio comunica col solco post-rolandico, questo col
solco interparietale, e questo con la scissura perpendicolare esterna.
Infine, la scissura calcarina si prolunga esageratamente.

Nel lobo temporale di sinistra si ha la presenza del solco limbico.
Si ricordi che tale solco, costante presso le scimmie e gli anfibi ed
esistente nei cervelli non caucasici, è rarissimo tra i bianchi: Broca
gli assegna, perciò, un carattere d'inferiorità.


PIZARRO[83]. — All'esame dei suoi resti mortali, che avvenne il 24
giugno 1893 a Lima in occasione del 350º anniversario della sua morte,
fatto dal Señor Manuel Antonio Muñiz, e riprodotto poi, insieme al
disegno del cranio tratto da una fotografia, da W. J. Mcgee nel _The
American Anthropologist_, nº 1, vol. VII, 1894, mancavano fin le
tracce delle suture occipito-temporali e della lamboidea, L'obelio
e la sagitale erano obliterate, vi era esagerazione delle arcate
sopraccigliari e della glabella, come pure delle eminenze parietali.
Esisteva una fossetta occipitale mediana assai profonda. Sulla faccia
era notevole il prognatismo. Indice cefalico 83.


Spitzka[84] descrive i cervelli dei famosi SÉGUIN, padre e figlio,
sociologi, medici, oratori, discendenti da una lunga schiera di
scienziati. In ambidue la insula sinistra mostrava uno sviluppo
straordinario in confronto ai comuni cervelli, tanto che resta
visibile, fra i due opercula, una piccola porzione triangolare della
preinsula; anche in confronto col lato destro le sue circonvoluzioni
anteriori erano scoperte e spingevano all'indietro l'operculo, che pure
era molto sviluppato. La fossa di Silvio era profonda da questo lato 7
mm. invece di 15, con tendenza ad essere orizzontale.

Ramo cefalico della scissura pararolandica breve a sinistra e lunga a
destra.

Scissure epi- ed ipo-silviane più lunghe a sinistra che a destra.

Presenza, sopra i due opercula di destra, di una scissura isolata,
abbracciata dalle branche della scissura presilviana.

Scissura medio-frontale divisa in due segmenti a sinistra, male
tracciata a destra.

Circonvoluzione di Broca molto sviluppata a sinistra e poco a destra.

Scissura frontomarginale bene tracciata a sinistra, mancante a destra.

Scissura olfattoria sinistra più breve che la destra.

              Padre.                             Figlio.

  Indice lobare frontale: sinistro   Indice lobare frontale: sinistro
  60,4, destro 58,0;                 61,0, destro 57,9;

  Indice lobare parietale:           Indice lobare parietale:
  sinistro 22,2, destro 20,6;        sinistro 23,6, destro 26,3;

  Indice lobare occipitale:          Indice lobare occipitale:
  sinistro 17,4, destro 21,4;        sinistro 15,3, destro 16,3;

il che equivale a dire che in ambidue i cervelli l'indice frontale
sinistro è più grande del destro, e quello occipitale sinistro è,
invece, più piccolo del destro. Quanto a quello parietale, c'è la
simiglianza incrociata[85]:

SIMIGLIANZE INCROCIATE.

              Padre.                             Figlio.

  Prevalenza di sviluppo              Prevalenza di sviluppo
  dell'emisfero destro.               dell'emisfero sinistro.

  Scissura parietale e paroccipitale  Istmo parieto-paroccipitale
  separate da un                      a destra e confluenza
  istmo a sinistra e confluenti       delle scissure parietale e
  invece a destra (fatto che si       paroccipitale a sinistra.
  trova 6 volte su 100 cervelli,
  secondo Spitzka).

  Scissura postcalcarina biforcata    Scissura postcalcarina biforcata
  solo a destra.                      solo a sinistra.

  Angolo occipito-calcarino           Angolo occipito-calcarino
  destro = 70°; sinistro = 60°        destro = 60°: sinistro = 70°
  circa.                              circa

  Complesso scissurale ex-occipitale  Complesso scissurale
  destro simile a                     ex-occipitale sinistro simile a
  quello sinistro del figlio.         quello destro del padre, 2ª,
  Visibile la 2ª e la 4ª piega        3ª e 4ª piega di passaggio
  di passaggio. La 3ª è sommersa,     tutte superficiali.
  formando un subgiro
  a 7 mm. dalla superficie.

  La scissura parietale sinistra      La scissura parietale destra
  unisce le due scissure              unisce le due scissure
  supertemporale ed intermedia.       supertemporale ed intermedia.

  Unione della scissura medio         Unione della scissura medio
  frontale con la orbifrontale        frontale con la orbifrontale
  a destra.                           a sinistra.

  Relativa piccolezza del               ?
  cuneus, specie a sinistra
  (segno di superiorità).

  A sinistra i quattro segmenti         ?
  della fessura interparietale
  distintamente separati
  fra loro[86].

In conclusione, i due cervelli hanno la stessa fisionomia ed hanno,
nella irregolarità loro, una certa regolarità, tendendo ambidue a
deviare dalla regola, ma nello stesso modo, per cui resta evidente
in essi una _trasmissione ereditaria_, in parte _diretta_ ed in
parte _incrociata_, trovandosi nel figlio molte particolarità
paterne dell'emicerebro opposto, quasi che certe parti del cervello
del figlio fossero l'immagine specolare delle omologhe parti del
cervello del padre. Questa ereditarietà è poi notevolissima, per il
fatto dell'essersi trovati due cervelli tanto simili, perchè parenti,
mentre è straordinariamente difficile trovarne due che si rassomiglino
soltanto un poco. L'asimmetria dei cervelli a sviluppo superiore dovrà
certo, d'ora innanzi, formare la base dimostrativa della trasmissione
ereditaria.

Ma quello che più importa qui è sopratutto la ipertrofia e la
scopertura dell'insula, che venne trovata in due grandi ingegni di
Freiburg da Waldschmidt, nel filosofo Chaunchey Wright da Wilder, e
che, malgrado quanto sostiene lo stesso Spitzka, è atavica, perchè,
come notano Mickle e T. G. Clark[87] e venne osservata da Rolleston
in un Australiano, è frequente nei microcefali e, secondo Tenebri e
Leggiadri-Laura, nei criminali, e costante nel porco-marino, nel quale
è più complessa e più sviluppata che nell'uomo.


La KOWALEWSKI[88] presenta larghe circonvoluzioni poco complicate con
non molte circonvoluzioni secondarie e terziarie. Presenta d'anomalo
l'accorciamento della scissura di Silvio all'indietro, perchè la parte
posteriore del _gyrus supra-marginalis_ è più ampia della normale e
si spinge a mo' di operculo nella scissura. Analoga disposizione fu
trovata nel cervello dell'astronomo Gilden.


HELMOLTZ apparve certo a tutti i contemporanei l'uomo più equilibrato
e più geniale della moderna Germania, come quello che creò una nuova
teoria ottica, una nuova scienza acustica. Ebbene, recentemente moriva,
e David Hansemann, dandocene l'autopsia, rivelava che egli, morto a 73
anni per apoplessia, presentava, oltre a traccie di antica idrocefalìa
che spiegano l'enorme[89] capacità (circonferenza 590 mm.), uno dei
fenomeni atavici più sicuri che si conoscano, la politelìa, cioè i
capezzoli sopranumerari che stavano a 7 cm. al di sotto del capezzolo
normale, come nei mammiferi inferiori. Esisteva nel cranio pure atrofia
senile, atrofia delle lamine ossee, scomparsa delle suture, aderenze
della dura madre alla vôlta; ma nessun segno di senilità presentava
il cervello, il quale pesava 1700 grammi per enorme quantità di siero
sanguigno e coaguli, che, esportati, ne riducono il peso a 1440. Si
notava sclerosi alla base ed ai lati, dilatazione del ventricolo destro
con una cisti del plesso coroideo, grande come una nocciola; maggiore
ancora era la dilatazione del ventricolo sinistro, specie del corno
posteriore; il plesso aderente all'ependima.

Insolitamente sviluppata era la porzione posteriore della
circonvoluzione temporale, quella considerata come centro dell'udito,
ed in modo speciale la parte compresa fra il giro sopramarginale e la
3ª circonvoluzione occipitale; risaltava sopratutto il giro angolare
con rara evidenza e si continuava con un piede con la 1ª, con un
secondo con la 2ª circonvoluzione temporale, così che fra il giro
subangolare e la 1ª circonvoluzione temporale stanno nettamente due
giri, come nei casi che Flechsig classifica prevalenti nei centri e
nelle sfere associative: si notava pure una ricca suddivisione dei
lobi frontali, della circonvoluzione occipitale e un giro nella parte
centrale; la larghezza e la suddivisione del precuneo s'imponeva,
sopratutto, in modo speciale.

Però tutte queste ed altre singolarità che accennano ad uno sviluppo
maggiore dei centri associativi, così detti dal Flechsig, vennero
trovate anche in persone volgari, per cui l'anomalìa principale resta
ancora l'idrocefalìa, di cui presenta segni nella prima giovinezza
con l'enorme capacità e con accessi di epilessia; Hansemann[90] perciò
trova nell'idrocefalo la ragione del suo genio, giacchè non basta, egli
dice, che perciò siano sviluppate le sfere d'associazione; bisogna,
perchè ci sia un genio, che una qualche eccitazione speciale le spinga
continuamente all'azione. Vi sono genî, in cui agì uno stimolo chimico,
il vino, per esempio, o l'etere, come in Poë e in Hoffmann; in altri,
lo stimolo è patologico, come ci provano la platicefalìa di Paracelso,
di Meckel, di Humboldt, le precoci saldature di Dante, l'asimmetria
craniana di Schiller e Kant. In Helmoltz lo stimolo era dato
nell'idrocefalo, che esercitava una certa pressione sul cervello, fino
a provocare accessi epilettoidi, non essendovi dubbio una pressione
cerebrale aumentata poter provocare irritazioni nel cervello.


C. GIACOMINI[91]. — Ma noi ne abbiamo a questo proposito un'altra
prova recente nell'anomalìe craniche e cerebrali di C. Giacomini,
uno degli anatomici più attivi dei nostri tempi, a cui si devono
appunto gli studi più recenti sulle _circonvoluzioni cerebrali_, sulle
_anomalìe dei negri_, sul _cervello dei microcefali_, ecc., e che, fino
all'ultimo momento della vita, si consacrò alle indagini scientifiche,
sicchè si può dire di lui essere morto lavorando e scoprendo: orbene,
egli presentava molte di quelle anomalìe craniane ora classificate
fra le degenerative, come: spiccata stenocrotafia, sviluppo grande
della mandibola ed appendice lemuriana; e nel cervello, di poderoso
volume, ma colpito da precoce apoplessia — come quello di Helmoltz —,
notava Sperino (o.c.), oltre un notevole rigoglio delle circonvoluzioni
frontali, suddivise da solchi secondari e terziari più o meno profondi,
un particolare sviluppo nella regione del _gyrus sopramarginalis_,
specialmente a sinistra, ed a destra in quella del _gyrus angularis_
regioni attigue al grande centro d'associazione parietale di Flechsig.
Ma contemporaneamente vi si notavano: la permanenza del _sulcus
intermedius_, che solitamente scompare nell'adulto; e lo sdoppiamento
in ambi gli emisferi della scissura di Rolando, che egli stesso
credette non poter formarsi se non per pressione anormale del cranio
embrionale, e che si riscontra in grandi proporzioni nei delinquenti e
negli epilettici (Vedi Tavola II, figg. 1 e 2).

Notisi che egli — che primo illustrò questa anomalìa — era uno dei più
schietti avversari della teoria patologica del genio e del delinquente.
Oh! non sembra egli questo uno di quei fatti simbolici, destinati a
dimostrarci la forza irrefrenabile del vero ed a consolidarlo, che
siasi trovata una delle più singolari anomalìe cerebrali, e di quelle,
anzi, che maggiormente spesseggiano nel delinquente in quel grande che
più combattè la teoria degenerativa, l'esistenza di atipie cerebrali
nel delinquente e nel genio?

TAVOLA II.

=Il cervello di C. Giacomini= (SPERINO, op. e loc. cit.).

   [Illustrazione: Fig. 1 (emisfero destro).]

   [Illustrazione: Fig. 2 (emisfero destro).]

Spiegazione della Tavola II.

_f.s.y._ fissura Sylvii — _s.r._ sulcus Rolandi o sulcus centralis —
_s.r._2º. sulcus Rolandi secundus — _I._ nervo olfattorio — _I.I._
nervo ottico — _f.s._ sulcus frontalis superior — _f.m._ sulcus
frontalis medius — _f.i._, sulcus frontalis inferior — _G.F.S._ gyrus
frontalis superior — _G.F.M._ gyrus frontalis medius — _G.F.I._ gyrus
frontalis inferior — _G.R._ gyrus rolandicus (Giacomini) — _P.I.P._
gyrus parietalis inf.-posterior — _A.O.S._ gyrus occipitalis superior —
_G.O.M._ gyrus occipitalis medius — _G.O.I._ gyrus occipitalis inferior
— _G.T.S._ gyrus temporalis superior — _G.T.M._ gyrus temporalis medius
— _G.T.I._ gyrus temporalis inferior.

Ed aggiungendo a questa le anomalìe menzionate nel mio _Uomo di genio_
e nel _Genio e degenerazione_, notiamo che:


BYRON presentava scomparsa completa delle suture e mancanza di diploe,
pachimeningite adesiva estesa alla gran falce, stravaso nei ventricoli,
congestione cerebrale: peso del cervello e cervelietto 6 libbre mediche
(?).


EMMERICH ELBERT a 18 anni compose una grande opera su Tamona; morì a
29 anni per encefalopatia ed epilessia; incosciente e soporoso, con
pupilla sinistra inattiva, paralisi a sinistra e convulsioni a destra.
Peso dell'encefalo 1480; atrofia del corno d'Ammone sinistro più
piccolo del destro. Periencefalite a destra.


VOLTA presentava salienze delle apofisi stiloidi, semplicità della
sutura coronaria, traccie della sutura medio-frontale, ottusità
dell'angolo facciale, sclerosi cranica.


PIZZARRO presentava fossetta occipitale mediana e apofisi lemuriana
delle mandibole.


MANZONI, PETRARCA, FUSINIERI presentavano fronte sfuggente; PASCAL
saldature delle suture; RASORI, FOSCOLO, HOFFMANN submicrocefalìa;
DONIZETTI meningite e saldatura delle suture; MILTON e LINNEO
idrocefalìa; LIEBIG, DOLLINGER, HAUSSMANN capacità basse; ROUSSEAU,
CUVIER idrocefalìa dei ventricoli; FUCHS interruzione della scissura
di Rolando; KANT sutura trasverso-occipitale, ultrabrachicefalìa,
platicefalìa, sproporzione fra la parte superiore dell'osso occipitale
più sviluppata del doppio e l'inferiore o cerebellare e la maggior
piccolezza dell'arco frontale in confronto al parietale; PERICLE
asimmetria craniana; WULFERT ed HUBER avevano la terza circonvoluzione
frontale sinistra molto sviluppata, con meandri assai numerosi e
grande sviluppo del piede; LASCHERT aveva rammollimento d'ambo i corpi
striati, pachimeningite, emorragie in corrispondenza del frontale e
del parietale, endoarterite deformante nell'arteria della fossa del
Silvio; GAUSS e BICHAT avevano l'emisfero sinistro più sviluppato del
destro; TIEDEMANN presentava sclerosi e tra lo sfenoide e l'apofisi
basilare una cresta ossea; SCARPA la fossetta occipitale mediana, e
DANTE l'asimmetria craniana, lo sviluppo anomalo della gobba parietale
sinistra e due osteomi all'osso frontale, capacità craniana bassa.


In complesso, per quattro o cinque al più che presentano forme più
evolute del cervello e del cranio, contando per tali la macrocefalìa,
il grande volume cerebrale di Cuvier e di Helmoltz, il metopismo di
Demi, lo sdoppiamento del piede della 3ª circonvoluzione frontale del
Gambetta, lo sviluppo maggiore dei centri di associazione di Helmoltz,
Giacomini e Wulfert, quasi tutti gli altri caratteri parlano per
inferiorità fino scimmiesche: sopratutto la presenza del solco limbico
in Véron, la politelìa di Helmoltz, la sinostosi atlante-occipitale
di Signorini, la fossetta occipitale mediana di Scarpa e Pizzarro,
il doppio foro sotto-orbitale di Gallini, il wormiano bregmatico
epipterico di Conti, l'epactale di Signorini e di Andrea Giacomini.

Altri caratteri, che potrebbero chiamarsi atipici, perchè non hanno
base atavica, come la duplicazione della scissura di Rolando in
Giacomini, assumono un carattere di regressione o, per lo meno, di
anomalìa grave, dal trovarsi, come già accennammo, nel maggior numero
in individui degenerati od epilettici.

Infatti, su 17 casi registrati nella letteratura di quest'anomalìa:

13 si riscontrarono in delinquenti (di cui in 2 casi l'anomalìa era
bilaterale) (Leggiardi-Laura, Varaglia, Sperino, Fenoglio, Tenchini,
Saporito);

1 in epilettico; bilaterale (Funaioli);

1 in Berbera (Legge);

1 in alcoolista; bilaterale (Valenti); 1 in individuo normale, ma di
scarsa intelligenza (Giacomini).

In tutti gli altri i caratteri salienti sono prettamente regressivi ed
atavici, come per esempio:

1º Per il cranio: sutura trasverso-occipitale (Kant); submicrocefalìa
(Rasori, Foscolo, Hoffmann); fronte sfuggente (Petrarca, Manzoni);
capacità basse (Liebig, Dollinger);

2º Per il cervello: sdoppiamento della F.¹ (Bertillon a sinistra,
Véron a destra); esilità del piede della F.³(Bertillon); scopertura
dell'insula (Séguin); duplicatura della scissura di Rolando (Giacomini)
(secondo alcuni, atipica); lunghezza esagerata della scissura
occipitale-esterna (Asseline); solco che divide la 3ª circonvoluzione
occipitale dal lobo temporale (Couderau); presenza del solco limbico
(Véron);

3º Per la faccia: apofisi lemuriana, sviluppo grande della mandibola
(Giacomini); rughe (Zola); stenocrotafia (Giacomini);

Oppure atipici e patologici, come pel cranio: plagiocefalìa (Dante,
Pericle); osteomi (Dante); saldatura delle suture (Donizetti, Pascal);
platicefalìa (Kant); e per la faccia: l'asimmetria di Asseline, Victor
Hugo e Giacosa.

Noto poi che quei pochi sopraccennati, che avevano caratteri evolutivi,
presentavano però insieme caratteri ben più spiccati e più numerosi di
regressione. Così Helmoltz aveva politelìa, Gambetta submicrocefalìa,
Kant la sutura trasverso-occipitale.

Anzi, le stesse anomalìe più spiccatamente progressive sono associate
alle patologiche e spesso derivano da queste. Per esempio, Perls prima
ed Edinger[92] poi avevano osservato la frequenza dell'associarsi
dell'idrocefalo con la grande capacità craniana dei genî.

"Il mio defunto amico Perls — scrive egli — osservò per il primo
che un numero relativamente grande di uomini dotati di grande
intelligenza, a giudicare dalla espressione del loro volto, fanno
l'impressione di essere guariti di un'idrocefalìa sofferta nella prima
giovinezza. Egli espresse l'opinione che, in seguito alla guarigione
d'una idrocefalìa non molto pronunziata, il cervello incontrasse
relativamente minore difficoltà ad aumentare il volume nel cranio già
alquanto dilatato. Io ho perseguito più tardi questo pensiero, e ho
trovato la conferma della sua giustezza in un numero non piccolo di
casi. Per esempio, il gran cranio di Rubinstein alla sezione presentò,
secondo quanto ne riferirono i giornali, evidentissimi segni di antica
rachitide, e anche di Cuvier sappiamo che egli, che possedeva un
cervello straordinariamente pesante, nella giovinezza aveva sofferto
d'idrocefalìa. Chi voglia osservare una raccolta di ritratti, troverà,
seguendo il pensiero di Perls, molte fronti aventi l'abito idrocefalico
in individui molto intelligenti. Naturalmente non tutti gii uomini
superiori per intelligenza sono individui guariti dalla idrocefalìa,
come anche non ogni caso d'idrocefalo guarito deve necessariamente
presentare uno sviluppo superiore del cervello".

Quindi, all'idrocefalìa sicura di Helmoltz pare si debba aggiungere
quella probabile di G. Müller (60 cc. di circonferenza) e di Wagner (60
cc.), di Milton, di Linneo, di Rousseau, di Bismarck, di Schopenhauer e
di Rubinstein.

Per cui l'atipismo e l'arresto atavico od embrionale son più la regola
che l'eccezione, come si può intravvedere, per quanto grossolanamente,
nelle seguenti tabelle riassuntive; e ciò, con Hansemann, si può
spiegare, perchè in questi individui, forniti di più voluminoso
cervello, l'atipismo e l'anomalìa atavica portano uno stimolo nuovo
all'attività psichica, come talvolta l'abuso dell'alcool o il fanatismo
per una grande idea (Vedi pag. 176 e seguenti):

ANOMALIE DEL GENIO.

  Nomi                       ANOMALIE                          TOTALE

                        Regressive  Progressive  Atipiche
                                                 e pat. cong.

  Giacomo Giacomini          3                       1           4
  Carlo Conti                6                       3           9
  Victor Hugo                1                       2           3
  Asseline                   1                       1           2
  Assézat                                            1           1
  Couderau                   1                                   1
  Gambetta                   1           1           1           3
  Bertillon                  3           1           1           5
  Véron                      4                                   4
  Pizzarro                   2                       1           3
  Séguin padre               1           3           5           9
  Séguin figlio              1           3           5           9
  Kowalevski                 2                                   2
  Helmoltz                   1           3           1           5
  Tiedemann                  2                                   2

ANOMALIE NEL GENIO.

  Nomi                       ANOMALIE                          TOTALE

                        Regressive  Progressive  Atipiche
                                                 (Patolog.)

  Byron                                              4           4
                                                 acquisite
  Volta                      2           2           1           5
  Elbert                                             2           2
                                                 acquisite
  Pascal                                             1           1
  Donizetti                                          1           1
  Fuchs                      1                                   1
  Kant                       3                                   3
  Pericle                                            1           1
  Wulfert                                1                       1
  Huber                                  1                       1
  Lascher                                            4           4
                                                 acquisite
  Scarpa                     1                                   1
  Dante                      1                       2           3
  C. Giacomini               4           2                       6
  Bichat                                             1           1

Per cui riassumendo:

Su 106 anomalìe riscontrate in 29 uomini di genio (crani e cervelli) si
osservarono:

41 anomalìe regressive, cioè il 38%;

18 anomalìe progressive, cioè il 17%;

47 anomalìe atipiche, comprendendo anche le patologiche, cioè il 44%.

Cifre e proporzioni che diamo più per fornirne d'un tratto un'idea
approssimativa che perchè abbiano per sè un esatto valore, non essendo
le une e le altre sommabili, nè paragonabili per la diversa loro
importanza: così la doppia scissura rolandica e la politelìa non
possono sommarsi, nè confrontarsi coi wormiani epipterici od epactali.

Se il lettore si riferisse unicamente alle tabelle surriportate e
badasse specialmente ai _totali_ delle anomalìe nei genî, stimerebbe,
per esempio, molto più anomalo il Lascher (4 anomalìe) che il Fuchs
(una sola anomalìa) e altrettanto Gambetta quanto Kant (3 anomalìe),
mentre l'unica anomalìa di Fuchs (interruzione della scissura di
Rolando) è in realtà assai più rara e grave, perchè rappresenta un
arresto di sviluppo a condizioni embrionali, che non le quattro di
Lascher prese insieme; allo stesso modo che due delle tre anomalìe di
Kant hanno un significato assai più notevole che le tre di Gambetta.
E così Pizzarro con tre sole anomalìe (di cui una è la presenza della
fossetta occipitale mediana) è assai più anomalo dei due Séguin, che ne
hanno 9 ciascuno. Lo stesso si dica di Scarpa, molto anomalo, con una
sola anomalìa importantissima, ecc.



CAPITOLO XVI.

La pazzia del genio secondo i pensatori antichi.


Contro coloro che apprezzano una dottrina in ragione della sua
antichità, e per questo, appunto, sdegnano la dottrina della psicosi
del genio come infetta da troppo audace modernità, o come frutto
dello scetticismo scapigliato della età nostra, mi gioverà dimostrare,
coll'aiuto del dotto ellenista Bersano[93], quanto quelle conclusioni
fossero accette persino all'antichità classica presso coloro, dunque,
che noi siamo avvezzi a venerare, fin anche quando sbagliano; e come
furono, anzi, accolte concordemente dalle due scuole opposte di Grecia:
dalla positivista di Aristotele, come dalla spiritualistica di Platone,
ai quali nessuno ebbe il coraggio di voler appioppare che inventassero
o favorissero tali dottrine per invidia dei grandi loro contemporanei o
dei loro... antenati, come da mediocrissimi o ignorantissimi critici si
pretese susurrare oggidì.

Cicerone in una notevole pagina[94] si fa l'eco delle discussioni
che negli ultimi tempi della Repubblica romana commossero le anime
timorate dei sacerdoti e degli àuguri, come ora dei sullodati critici.
In questa pagina, che tocca la questione del presentimento del futuro,
egli, prendendo il suo coraggio a due mani, combatte Aristotele, che
rappresenterebbe l'indirizzo seguito dalla mia scuola, in nome del
pregiudizio, del senso comune, della religione.

Aristotele[95], infatti, aveva notato — e l'osservazione è ora
stupendamente riconfermata dagli studi sull'ipnotismo e sul mediumismo
— che la facoltà di presagire il futuro è spesso dovuta, più che ad
una speciale forza dello spirito, ad una speciale debolezza del corpo.
Al che Cicerone[96] oppone energicamente: non avere noi il diritto di
attribuire ai frenetici, piuttosto che ai cardiaci o ad altri ammalati
qualsiansi, questa che è divina prerogativa di uomini, non fisicamente
deboli e degenerati, ma di animo eletto e puro: all'affermazione di
Aristotele, fondata sull'esperienza, egli oppone — proprio come i miei
critici — la pura e semplice sua convinzione che rifiuta di prendere
in esame i fatti; anche qui appare la poca consistenza di Cicerone nel
campo del pensiero speculativo; tra l'acutezza di osservazione, che ha
fatto di Aristotele uno dei più grandi pensatori umani, e la leggerezza
di Cicerone, quanto immenso è il divario! (Bersano).

Nè questo è l'unico punto di contatto tra il pensiero di Aristotele e
quello della mia scuola.

Già Aristotele aveva cercato, nell'esame della costituzione
psico-fisica degli eroi e dei poeti nazionali della Grecia, le ombre
che, anche nella sua mente, accompagnano la grande luce del genio. Il
passo è nei _Problemata_, sect. XXX.

In questo passo è pure notata l'importanza dei fenomeni epilettici
nel genio. Bersano, anzi, vi trova la conferma di un'opinione che già
io avevo timidamente avanzata, secondo cui fin dai vecchi pensatori
l'epilessia era posta in relazione col genio artistico e religioso,
avvertendo però che in questo passo di Aristotele è usata la parola
_melanchonia_ e _melanchonicoi_, per indicare tutta quella serie
di fenomeni patologici che, fatta ragione delle diverse spiegazioni
della medicina antica e moderna, ora sono compresi sotto il nome di
_nevrastenia_ e _nevrastenici_.

V'ha di più: nel primo problema della sezione XXX Aristotele stabilisce
nettamente, senza più discutere, da tutta una serie di fatti esaminati,
che: "gli uomini superiori nel campo filosofico ed in quello politico,
in quello poetico e nell'artistico sono tutti per temperamento
_melanchonicoi_", ed alcuni in grado tale da andar soggetti a quelle
malattie che — continua Aristotele — provengono dalla _atra biles_, e
che noi invece ora diremmo _nervose_. Aristotele ricorda così Lisandro,
epilettico ed eroe, e l'eroe nazionale degli Elleni, Eracle, da essi
circonfuso di così alta idealità religiosa ed umana; da lui appunto
pensa Aristotele che "gli Elleni siano partiti per chiamare _malattia
sacra_ l'epilessia"[97]; il che fa intravvedere — scrive ancora Bersano
— che nella coscienza stessa, se non del popolo, almeno di qualche
pensatore greco, l'epilessia era posta in relazione con alcuni dei
più elevati fenomeni dello spirito, specialmente col genio artistico
e religioso, e col coraggio degli eroi, per cui fu detta anche _male
eroico_.

Dopo Eracle, esamina Aristotele altri due eroi mitici, Aiace e
Bellerofonte. Del primo ricorda solo che diventò affatto forsennato,
e passa oltre; la figura di Aiace, pazzo, giganteggiante nella
tragedia sofoclea, dovendo essere impressa nell'animo di tutti i
Greci. Pel temperamento di Bellerofonte egli trova un dato prezioso
in Omero: l'amore morboso per la solitudine. Infatti Omero canta
che, caduto Bellerofonte in odio agli Dei tutti, errava, solo, per
la pianura di Aleia, struggendosi nell'anima sua e sfuggendo le orme
degli uomini[98]. — Questi sono i tre esempi tipici che egli cita,
soggiungendo che ad essi si potrebbero aggiungere quelli di molti altri
eroi.

Dagli eroi nazionali passa ai filosofi. Qui ricorda, tra i più vicini
a lui, Empedocle, Platone, Socrate ed altri molti illustri, senza
indugiarsi su questi, il cui temperamento doveva essere ben noto ai
suoi contemporanei.

La stessa osservazione egli estende ai poeti, dei quali la maggior
parte — egli dice — fu soggetta alle malattie che da tale disposizione
fisica provengono; mentre gli altri hanno evidentemente un temperamento
proclive a tali malattie, tanto da permettergli l'affermazione che
tutti, per così dire, i poeti hanno un _temperamento morboso_.

Questi i fatti che Aristotele afferma, con quella sicurezza che ora
si direbbe scientifica; il problema che egli si posa, riguarda anzi
non questo fatto, ma le sue cause; perciò egli ricorda i varî effetti
che il vino ha sul temperamento degli uomini, rendendoli dapprima
ciarlieri, poi coraggiosi, energici; indi violenti, furiosi, infine
pazzi. Molti di questi effetti coincidono con altrettante forme
di _melanchonia_; però, mentre il vino muta il carattere solo per
breve tempo, invece ad ognuna di queste situazioni che apparivano
temporaneamente come effetti del vino, corrispondono altrettanti
temperamenti, che ci presentano questi caratteri, stabilmente, per
tutta la vita.

Egli nota, nella loro _melanchonia_, la tendenza alla libidine; ne
distingue poi due gradi principali, a seconda che le forme patologiche
sono determinate dalla bile nera _fredda_ o _calda_; quindi da una
parte la paralisi cerebrale, l'intorpidimento intellettuale, gli
scoraggiamenti, le paure; dall'altra le gioie dell'arte, le _estasi_,
ecc. Agli esempi già addotti prima egli aggiunge l'esempio di un tal
poeta siracusano, Maraco, che era migliore poeta quando era fuori di
sè, e il caso assai più significativo delle Sibille e delle Baccanti.

Osserva pure che alcuni dei meno spiccati fenomeni di nevrastenia
geniale sono, in qualche modo, comuni a tutti; così la gioia ed
il dolore, in cui spesso noi cadiamo senza ragione plausibile; del
resto, anche per lui, dei temperamenti _melanchonicoi_ infinita è la
gradazione, come infinita è la varietà dei fenomeni che presentano,
spesso opposti, ed irriducibili ad unità[99].

Nè differente dall'aristotelica è l'opinione di Platone sul genio[100].

Quattro forme della pazzia data dagli Dei enumera Platone nel _Fedro_;
egli corre col pensiero alle sacerdotesse di Delfo e alle profetesse di
Dodona, alle Sibille e a tutti quelli che, non già con l'abilità umana,
ma per diretta ispirazione della divinità, hanno veduto nel futuro e
recato tanti beni alle famiglie ed agli Stati dell'Ellade, ed osserva
che nessuno di questi beni fu apportato se non da chi era in istato di
follìa.

Indi, passando all'arte: "Viene terzo l'invasamento o la follìa che
parte dalle Muse, che, occupata l'anima tenera e intatta, scotendola e
concitandola, e con canzoni e con ogni altro genere di poesia, infinite
gesta degli antichi, adornando, educa i posteri. Ma chi senza la follìa
delle Muse giungesse mai alle porte della poesia, persuaso di poter
per arte diventare un sufficiente poeta, male opinerebbe; la poesia del
saggio, a fronte di quella dell'invasato, svanisce"[101].

In tutta l'opera sua Platone considera sempre l'artista come un
incosciente, invasato dalle Muse, che nulla sa della bontà e della
verità di quanto dice. Nelle _Leggi_ (719 a. C.) afferma essere
opinione da tutti accolta, che il poeta, quando siede sul tripode delle
Muse, è fuori di senno e paragonabile ad una fonte che lasci sgorgare
lo zampillo d'acqua, che continuamente esce; ed anche sostiene (801 a.
C.) che non tutti i poeti sono atti a discernere il buono dal cattivo.
Giudizi severissimi sulla grande arte greca si trovano continuamente
nella _Repubblica_ e nelle _Leggi_, tali che hanno riscontro solo nella
critica che all'arte moderna fece L. Tolstoi.

I poeti, come tutti quelli che sono fuori di senno, secondo lui,
debbono essere sottoposti a tutela; quindi ai legislatori il còmpito di
fissare la materia che l'artista deve trattare ed i cànoni d'arte che
nessuno, per quanto valente, possa violare; chè, anzi, quanto maggiore
è la bellezza artistica della loro creazione, altrettanto grande è la
responsabilità morale degli autori ed il pericolo che essi giungano,
glorificando le umane passioni, ad insinuarle, a suggestionarle, col
mezzo dell'arte, nell'animo degli uomini.

Alludendo appunto a questo passo di Platone, Cicerone nella _De divin_.
ricorda[102] che tanto Platone quanto Democrito hanno dichiarato nessun
grande poeta poter esser tale senza pazzia; "chiamiamola pure con
Platone pazzia — egli poi commenta —, a patto però che una tale pazzia
sia lodabile quanto è lodata da Platone nel _Fedro_".

Il passo di Platone, a cui Cicerone si riferisce qui, è il noto luogo
dello _Ione_, in cui stabilisce "che fa opera vana il poeta che si
accosti alle Muse, senza essere invasato e fuori di senno".

A questo passo dello _Ione_ si ricongiungono altri passi di Luciano e
di Seneca. Secondo Luciano[103], è necessaria una buona dose di pazzia
a chi osa picchiare alle porte delle Muse. Così pure Seneca[104],
riferendosi a Platone, osserva che inutilmente le persone ragionevoli,
ammodo, picchieranno alle porte del Parnaso (_Frustra poëticas fores
compos sui pepulit_).

Quanto al _Fedro_, Cicerone pure nota come Platone vi svolga la
teoria per cui il genio artistico è una esaltazione dello spirito,
una vera e propria forma di pazzia data dagli Dei a benefizio degli
uomini. Nel _Simposio_ (che in base a criteri stilistici e logici si
crede anteriore al _Fedro_) Platone aveva collocato i poeti in luogo
onorevolissimo accanto ai legislatori, Omero ed Esiodo accanto a
Licurgo e Solone; nel _Fedro_ invece li colloca tra i ginnasti e gli
indovini, tra quanti sono da natura forniti di attitudini speciali
agli altri negate; e col _Fedro_ e con la _Repubblica_ incomincia un
nuovo modo di considerare i poeti, e, conseguentemente, un nuovo modo
di valutarne la funzione sociale. Convinto che solo ai filosofi spetti
per natura la direzione degli spiriti, egli, nella _Repubblica_, loro
affida una rigorosa sorveglianza sulla materia cantata dai poeti; ed è
ben rigida la tutela che egli impone a questi, quasi a uomini fuor di
senno, capaci ad un tempo dei massimi beni e dei massimi mali verso la
società[105]. E mentre, negli ultimi anni di sua vita, si riconciliò
con Atene e cogli Ateniesi, con i poeti non si riconciliò mai.

Importantissima è in proposito l'idea che si fa Platone della
divinazione o _mantea_, che definisce la traduzione spontanea, per
mezzo della parola, delle immagini incoscientemente percepite dalla
parte più grossolana della psiche, con che precede Sergi, Renda e
sopratutto Myers, che interpreta i fatti medianici con la coscienza
subliminale.

In un passo di Cicerone, riferito da Clemente[106], noi troviamo
ricordato, insieme con Platone, Democrito, in modo da farci supporre
che le idee di questi fossero non meno esplicite delle Platoniche. In
esso, però, si dice solo che belle sono le cose che il poeta scrive,
quando è trascinato dall'entusiasmo e da un soffio divino.

L'affermazione di Cicerone sarebbe però avvalorata da un passo
notevole dell'_Arte poetica_ di Orazio (v. 295-306), quando ricorda
che siccome Democrito aveva insegnato che _il genio artistico è sempre
accompagnato dalla pazzia_, e che chi è dotato di temperamento affatto
equilibrato e sano di mente non sarà mai poeta, così molti poeti del
tempo suo cercavano, col lasciarsi crescere le unghie e la barba,
con la ostentata ricerca della solitudine e con mille altri strani
atteggiamenti, di acquistarsi la fama di strambi, per essere così più
facilmente creduti grandi artisti[107].

Orazio, che pure altra volta aveva chiamato l'estro poetico _amabilis
insania_, sapendo di essere grande poeta, non fa molto buon viso
all'idea di Democrito, e ironeggiando soggiunge: "Oh! lo stolto che
io sono, che ogni anno, alla primavera, mi purgo la bile! Nessun altro
poeta canterebbe cose più belle di me! Ma non vale la pena — continua —
di comperare la bacca di alloro a prezzo della propria salute mentale".
Orazio pensa con rimpianto ironico ai bei canti che avrebbe dettato
se fosse stato meno equilibrato di mente, e si consola osservando che
al postutto, se non potrà essere grande poeta, sarà critico d'arte,
e farà come la cote, che, inetta a tagliare, ne rende capace il ferro
(_Epist_., 2, 3).

Qualunque sia la fonte da cui Orazio attinse quest'opinione di
Democrito sulla relazione tra l'ideazione geniale e la follìa, ad ogni
modo questa affermazione di Orazio, combinata con quella di Cicerone,
ha un grande valore. Democrito sta all'incirca all'epicureismo
nella stessa relazione in cui Eraclito sta rispetto allo stoicismo;
è generalmente classificato tra i pensatori presocratici; sarebbe,
infatti, vissuto tra il 460 e il 370, all'incirca, prima di Cristo.
Probabilmente il _Fedro_ fu scritto quando Democrito ancora era vivo,
forse negli ultimi anni della sua vita, verso il 379 avanti Cristo,
secondo almeno l'opinione del Lutoslawski[108], fra tutte la più
accettabile: A. Bersano[109] ammette tra i due pensatori anche una
relazione più diretta, oltre a quella indiretta creata dalle opinioni
popolari e dallo spirito del tempo.


_Ebrei_. — Un'opinione analoga sul genio dominava negli antichi Ebrei.
Nel Minnaghoth del _Talmud_ si legge: "Dice il rabbino — a proposito
di Aleazaro —: è un genio, venite a vederlo; esso è genio anche perchè
i suoi antenati lo erano pur essi. E i rabbini vennero a vederlo; e
trovarono... un alienato"[110].


_Campanella_. — Tommaso Campanella, nella _Città del Sole_, fa che i
cittadini di questa, progrediti straordinariamente, come sarebbe da
noi nell'anno 2000, siano molestati eccessivamente dal morbo sacro,
"malattia questa che è indizio di non ordinario ingegno ed andaronvi
soggetti uomini i più celebri: Ercole, Sisto, Socrate (?), Callimaco,
Maometto".


_G. B. Belli_, l'arguto calzolaio e letterato fiorentino, già console
della Crusca e dichiaratore della _Divina Commedia_, nei _Capricci
del bottaio_ scriveva: "Sappi, Giusto, che ogni uomo n'ha un ramo...
Io ti vo dire ancora più là: che tu troverai pochi uomini al mondo
che abbiano lasciato fama, che se tu consideri bene la vita loro, non
abbiano qualche volta portato il ramo loro scoperto; ma perchè egli è
riuscito loro ben fatto, ne sono stati lodati"[111].


E _Valerio Da Pos_, il contadino-poeta agordino, ancora più chiaramente
scriveva:

    "Ben posso dir che sotto la berretta
    Mi sento un brulichìo di tratto in tratto,
    Per cui convien che a poetar mi metta.
    Allora corro al calamaio e ratto
    Scrivo così come la penna getta;
    Ma non so dir s'io sia poeta o _matto_"[112].


_Muratori_[113], nel _Trattato della perfetta poesia italiana_, dopo
aver parlato della poesia in generale, viene anche a dire della natura
dei poeti, seguendo Aristotele: "Coloro che dalla Natura son destinati
a divenir poeti, ed hanno da lei ricevuto inclinazione, e vera abilità
a quest'Arte, ordinariamente sono di temperamento focoso, svegliato
e collerico. La lor fantasia è velocissima, e con empito raggira le
Immagini sue. Son pieni di spiriti sottili, mobili e rigogliosi. E
perchè l'umor malinconico acceso dal collerico, secondo l'opinione
di alcuni, suol facilmente condurre l'uomo al furor poetico, perciò
negli eccellenti Poeti suole accoppiarsi l'uno e l'altro umore in gran
copia, e formare in tal maniera il temperamento loro" (libro III, cap.
II)[114].

E altrove: "È necessario che i Poeti sieno vivacissimi, che l'Anima
loro sia rapita, quando uopo il richiede, dal furore e s'avvicini in
certa guisa all'Estasi, ed all'astrazion naturale per non dire alla
Manìa"[115].

Infine conchiude che: "dalla malinconia, madre delle Chimere, son
renduti i Poeti, sospettosi, astratti; e alle volte non sono stati
lungi dall'essere creduti pazzi e furiosi, come sappiamo che avvenne al
Tasso nostro, e per relazione d'Aristotele anche a Marco Siracusano, e
ad altri poeti".


_Quadrio_[116], nella sua _Storia e ragione d'ogni poesia_, lib. I,
Bologna, 1739, ha vagliato sottilmente la questione della natura
del genio per quanto riguarda i poeti, valendosi della fisiologia
e dell'anatomia dell'età sua. Egli dimostra l'influenza dell'_aria_
(i moderni la dicon _clima_) sulla creazione poetica: "Non è senza
ragione che tra le cose, le quali aiutano l'attitudine alla Poesia,
l'aria occupi il primo posto... Dimostracisi ogni giorno questa verità
da diversi umori, e da differenti caratteri che han le persone di
diversi paesi. Il Cielo crasso di Tebe faceva gli abitatori stupidi;
quello di Abdera li faceva rozzi; quello di Theman prudenti; quello
di Atene acuti. Bisogna, adunque, che il Cielo, sotto il quale si
vive, sia in primo luogo d'ogni aura corrotta purgato e sgombro... ma
conviene ancora che l'aria non sia nè troppo calda nè troppo fredda, ma
piuttosto inchinevole al dolce, ed al temperato... finalmente è uopo,
come bene insegnò Ippocrate, che l'aria, dove si abita, sia a frequenti
mutazioni soggetta: perchè la perpetua egualità de' tempi, rendendo dal
lungo uso rintuzzato per pigrezza il caldo, rende ottusi gl'ingegni:
dove per lo contrario la predetta variazione dell'aria, per nevi,
pioggie e venti, cagionata, agitando e scotendo sovente il sangue,
contribuisce non poco a tener purgati e vivaci gli umori e gli spiriti.
L'Italia e la Grecia, perchè furono nel quinto clima in così fatto
ineguale temperamento locate, vediamo che ognora furono d'eccellenti
uomini copiose, e specialmente d'insigni Poeti".

Sono le medesime conclusioni a cui giunsi io studiando di proposito,
nell'_Uomo di genio_, la distribuzione geografica dei genî.

Studiando le condizioni interne che favoriscono la creazione poetica,
soggiunge poi: "Coloro, nei quali il freddo ed il caldo sono come in
equilibrio, esser non posson mai che spiriti mediocri. Espressamente
nella Poesia chi vuol eccellente riuscire, deve contentarsi di passare
tra gli uomini per testa calda: perchè niun grande spirito non fu mai,
per osservazione di Seneca, che qualche mescolamento di bella pazzia
non avesse nel capo".

I contrassegni del genio studiati secondo la fisionomia d'allora
sono dal Quadrio esposti in questo passo: "Il color della faccia
è in essi traente un pochetto al fosco: e tutto l'aspetto è anzi
piuttosto severo, e truce, che mansueto, ed aperto. Hanno gli occhi
proporzionati, e più tosto nella fronte entranti, che sporti in fuori.
Che se questi dalle giuste loro misure declinano un pocolino, ciò è,
non alla grandezza, ma alla picciolezza. Le linee, che lor rigano la
fronte, e le mani, sono profonde: e le vene hanno essi ampie, e gonfie,
e il polso veemente, e alquanto duro, il corpo per lo più magro ed
asciutto, e il sonno nè molto abbondante, nè molto grave, ma scarso
e leggiero. Il loro temperamento poi è pessimo, tanto che paiono più
tosto pazzi che forti, ma nei loro sentimenti sono costanti e tenaci".

Sul momento della creazione artistica nota il Quadrio: "Talvolta i
grandi e magnifici poeti si sentono dispostissimi a far loro versi,
e loro componimenti, e maravigliosi oltre modo, e ragguardevoli gli
compongono; e tal'altra volta siano in maniera mal atti, e mal pronti,
che, non che cosa di molta stima, ma un picciolo epigramma, o un
picciol sonetto non dice lor l'animo di comporre, che buono sia". Le
quali considerazioni, osserva il Marpillero, coincidono con quelle del
Leopardi che, per mezzo dell'introspezione, aveva osservato e sorpreso
il momento in cui avveniva la creazione artistica: "Nello scrivere non
ho mai seguito che una ispirazione o _frenesìa_, sopraggiungendo la
quale, in due minuti io formava il disegno e la distribuzione di tutto
il componimento. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi
nasce da sè, _più facilmente escirebbe acqua da un tronco, che un solo
verso dal mio cervello_".

Ma che cosa è l'entusiasmo, l'estro poetico? Il Quadrio così lo
definisce: "L'estro poetico è una forte, ma regolata agitazione
de' predetti spiriti, fattasi o per la troppo attuazione predetta
della fantasia, o per lo predetto bollimento de' fluidi, per la qual
forte agitazione producono eglino idee, cose nobili, e oltre l'uso
maraviglioso, che rapiscono gli uditori con loro stessi fuora di loro.

"Molti celebri poeti leggiamo, che divennero pazzi, o manìaci,
rimanendo le loro fibre cerebrali sforzate, e viziate dagli impeti
dell'entusiasmo, o perchè troppo violenti, o perchè troppo durevoli".
Tale entusiasmo presso gli antichi Goti era chiamato _Skallwingl_, cioè
vertigine poetica, ed anche qui la voce popolare aveva colta l'analogia
con l'epilessia, perchè le vertigini ne sono spesso l'equivalente, ed
il furore poetico era così definito un accesso epilettico, e, soggiunge
il Quadrio, questi accessi sono più acuti nei noviluni.

Tra le cause del furore poetico il Quadrio dà una causa importante
alla passione che assume le forme della collera, della vendetta, della
vergogna, e che col Malebranche egli ritiene connaturali alla ragione e
non ad essa contrarie.

Ma un mezzo sicuro ed efficace per l'estro poetico è il vino: "Orazio,
Properzio ed Ovidio anche essi non sanno finire di celebrare i
vantaggi, che esso al poeta cagiona, e l'eloquenza che gl'infonde: ed
Ateneo presume infino di mostrarlo al ben poetar necessario: valendosi
a ciò provar degli esempi di Aristofane, di Alceo, di Anacreonte,
e di altri, che dettarono i loro poemi, dopo essersi bene avvinati.
Neppur Eschilo scrisse le sue Tragedie che dopo aver ben bevuto, come
testifica Luciano".

Il Quadrio esamina poi se la natura, l'arte o il furore siano le
cagioni della poesia, e distingue poeti di natura, come Omero, Ovidio,
il Boiardo, l'Ariosto, che scrissero più portati dall'istinto che dallo
studio; poeti d'arte, come Virgilio e Torquato Tasso, "che, quasi
avendo contrario il vento della natura, con lo sforzo di studiate
osservazioni navigano verso Parnasso"; e poeti di entusiasmo, come
quelli del popolo ebreo, "che, rapiti come fuori di sè per qualche
ragione o sopra natura, o secondo natura, cantano in versi cose oltre
l'uso sublimi", dando così occasione a quel detto del rètore Aristide:
che tutto il grande è senza arte. Fatte queste distinzioni sottili e
che, invero, non sempre reggono alla prova dei fatti, egli si dichiara
eclettico, comecchè per essere ottimo poeta occorrono la natura, l'arte
ed il furore.



CAPITOLO XVII.

La psicosi del genio nell'opinione dei popoli primitivi e selvaggi.


Del rispetto che gli Ebrei antichi avevano per i pazzi, tanto da
confonderli con i santi, abbiamo una prova in quel passo della
_Bibbia_, in cui Davide si finge pazzo, per sottrarsi alle insidie
e alle uccisioni, ed il De Achis dice: "Non ho io abbastanza pazzi
qui, che mi viene costui?" (I, _Samuel_, XXI, 15, 16). — Questo
cenno è indizio della loro abbondanza e, sopratutto, della loro
_inviolabilità_, dovuta certamente al pregiudizio comune ancora agli
Arabi, ecc.; — del che prova sicura è l'usarsi che si fa alcune volte
nella _Bibbia_ della parola _navì_ (profeta) in senso di pazzo e
viceversa, come in sanscrito _nigrata_. Per es., Saul, che già prima
dell'incoronazione aveva profetato improvvisamente e con tanto stupore
dei circostanti, che ne nacque il proverbio: "Anche Saul è fra i
profeti", divenuto re un dì, lo spirito divino malvagio (_ruack eloim
navà_) pesò sopra lui... e profetava (qui _impazziva_) — _vait navà_
— nella casa, e con una lancia cercò trafiggere Davide (I, _Samuel_,
XIX, 9, 10, 23; Ricard Mead, _Medic. Sacra_, III). In _Geremia_,
29, 20 si legge: "Dio ti ha costituito sacerdote sopra i pazzi ed
i profeti (vaneggianti e profetanti) per metterli in prigione". — E
quando il figlio del profeta fu mandato segretamente a Jehu da Eliseò
per cingerlo re, i compagni di questo, vedendolo uscire dalla casa,
dissero: "Jehu, va ogni cosa bene? Perchè è venuto questo pazzo?"
(_mesugan_). — E Jehu: "Voi conoscete l'uomo e il suo senno". — Ma essi
dissero: "No, dichiarane schiettamente ciò che disse". — Ed egli: "Ei
m'ha detto così e così"; così disse Dio: "Io ti ho unto re" (_Re_, II,
cap. XI, v. 11, 12). — Ed essi, infatti, lo unsero re, il che prova
che quel _mesugan_, pazzo, avesse tutt'altro che un triste senso ai
loro orecchi. — Parrebbe che qualche volta venissero considerati i
pazzi come profeti, per lo stesso errore per cui i profeti venivano da
quell'empia plebe presi per insensati.

Il Kimchi commenta questo passo così: "Chiamavano i profeti per pazzi,
perchè talvolta nell'atto del profetare si comportavano a guisa di
pazzi — _ed anzi uscian di senno_ —, come è detto di Saul quando
profetizzò: "Si spogliò dei suoi abiti", e restavano insensibili ad
ogni moto corporeo. — Altri li chiamavano così per dispregio".

Nel XVIII del primo dei _Re_ vediamo 400 profeti delle selve e 450
profeti di Baal gridare come pazzi e tagliarsi le carni. — Nel primo di
_Samuele_ (XIX) pure vediamo torme di falsi profeti scorrere nudi pei
campi, e, altrove, li vediamo fare atti sconci in pubblico, tagliarsi
le mani, mangiare sterco, adire ai postriboli, vantandosene, ecc.


Ed altrettanto, accade oggidì fra gli Arabi e i Berberi, ecc.

Nell'opera colossale dell'_Exploration scientifique de l'Algérie,
Relat. di El Ajach_, leggesi: "Le genti di Tripoli sono rinomate per
la loro sincerità e per il gran numero di Medjdub" (p. 100); più oltre
parlando d'uno di essi: "Egli era il migliore dei Medjdub, il suo
_djedjeb_ (convulsione), era energico" (pag. 130).

"_Medjdubim_ — aggiunge il chiarissimo Berbrugger — si dicono li
individui che, sotto l'influsso di speciali circostanze, cadono in uno
stato, che rammenta esattamente quello dei convulsionari di S. Medardo.
— Sono numerosi in Algeria, e si conoscono meglio sotto il nome di
_aicaovi od ammarim_". — È pur credenza in Algeri che chi s'occupa di
chimica, o _magia_ (notate), senza il sacro permesso (_idjaz_), cada in
pazzia (p. 78). Il Moula Ahmed nel suo viaggio tradotto nell'_Explorat_
citata: "parla di Sid-Abdsallah il Medjdub, che portava la più felice
influenza fra li _hammis_ suoi concittadini, ladri e viziosi. —
Restava 3 o 5 dì come un pezzo di legno, nè mangiava, nè beveva, nè
pregava; poteva stare 40 dì senza dormire e finiva con una convulsione
fortissima" (p. 278). — E parla più sotto di Sid-Abd-El-Kader,
che vagava qui e là dimentico di sè e dei suoi, indifferenza che
probabilmente dipende dal suo stato di santità.

Bisogna leggere il _Drummond-Hay_, per vedere fino a qual grado sia
portato il rispetto per i pazzi nel Marocco e nelle tribù nomadi
vicine. — "I Berberi dicono che mentre il corpo dei pazzi erra qui,
Dio ritiene in alto la loro ragione prigioniera, e non la scioglie che
quando pronunciare devono qualche parola; queste quindi si raccolgono
come rivelazioni"[117]. — Egli stesso ed un console inglese furono
in pericolo d'essere uccisi da uno di questi santi di nuovo conio, i
quali, nudi, e spesso armati, mettono ad atto il più strano capriccio
che loro cada in mente, e guai a chi ne l'impedisca.

Nei Kosa-Cafri il dottore vien nominato dopo una malattia mentale,
durante la quale crede vedere le forze dell'acqua, della terra, del
cielo, dei cavalli e si agita: i fatti sono esposti al capo, che,
secondo l'importanza, ne approva o no la nomina[118].

Secondo Pananti (_Viaggi in Barberia_) i viaggiatori delle carovane
adorano, consultano i pazzi, o santoni, cui tutto è permesso; uno di
essi, con una corda, strangolava tutti quelli che venivano al tempio;
un altro, in pubblico bagno, violò una donna maritata; e le compagne,
con grida di gioia, se ne congratularono col marito.


Gli Ottomani[119] estendono ai pazzi la venerazione che hanno per i
Dervisch, e credono siano meglio di tutti in rapporto con la divinità;
e fino i ministri li ricevono con rispetto nelle proprie case. — Son
detti _Eulya, Ullah Deli_ (divini figli di Dio o, meglio, pazzi di
Dio). E le varie sètte dei Dervisch presentano fenomeni molto analoghi
a quelli della manìa. Ogni convento — continua il Beck[120] — ha una
sorta di preghiera e di danza, o, meglio, di convulsione particolare.
Alcuni fanno con il corpo movimenti laterali, o dall'avanti
all'indietro, e vanno accelerandoli a mano a mano che progrediscono
nella preghiera; movimenti detti _Mucabeli_ (innalzamento della divina
gloria). — _Ovres Tenhhid_ (lode dell'unità di Dio). — I Kufaïs si
distinguono fra tutti gli altri ordini per esagerazione di santità. I
Kufaïs si tolgono il sonno o dormono con l'acqua ai piedi, digiunano
settimane. Cominciano il canto di Allah, avanzandosi col piè sinistro,
e col destro facendo moti rotatori, mentre si tengono l'uno all'altro
per l'antibraccio; poi vanno avanzandosi sempre più, alzando la voce
ed accelerando la danza e gettando le braccia sulle spalle dell'altro,
finchè spossati, sudanti, con occhio moribondo, e bianchi di fisonomia,
cadono nella sacra convulsione (_haletk_); in questa religiosa _manìa_
costoro subiscono le prove del ferro rovente, e, quando il fuoco vien
meno, si tagliano con le sciabole e con i coltelli le carni.


In sanscrito _devoto, pellegrino sacro — nigrata_ — equivale a
_pazzo_. Nelle sètte religiose dell'India è esaltata l'intelligenza, la
prudenza, la forza, la generosità e la devozione dei pazzi; parecchie
sètte è dubbio assai se, meglio che produttrici di pazzi, ne siano
state prodotte.

Ma per conoscere a qual grado giungesse un tempo la venerazione dei
pazzi e insieme come nulla siasi cangiato su questo rapporto anche
nell'India moderna, basti l'osservare esservi ancora due milioni
di mendicanti religiose e, senza i Buddisti, quarantatrè sètte che
mostrano particolare zelo al loro Dio or bevendo urina, or camminando
sulle punte delle pietre, ora restando immobili varî anni innanzi ai
dardi del sole, ora rappresentandosi corporalmente nella fantasia
l'immagine del Dio e offrendogli pure in fantasia preci, fiori e
vivande[121]. Gli Yogi son riguardati i più perfetti in santità —
grazie alla _yoga_, o congiunzione con Dio, che s'ottiene fissando
lo sguardo sulla punta del naso o sull'ombilico, dominando i sensi
in modo da non avvertire sensazioni esterne, ossia cadendo in _trance
ipnotica_.

La venerazione per molti pazzi si intravvede, del resto, dalle opere
stesse dell'antichissima medicina indiana, compendiate dal T. A. Wise
nel suo _Commentary on the Indu System of Medicine_, nel quale sono
registrate sedici forme di frenopatìe, fra le quali fan capolino la
nostra _lipemanìa_, la nostra _manìa ambiziosa_, la _manìa omicida_,
la _paralisi progressiva degli alienati_ e chiarissima si distingue
la _demonomanìa_, con la tendenza a mordere, con le anomalìe di moto,
con l'antipatia per le cose sacre, o con l'inclinazione a parlare
una lingua antiquata e sacra, e ad occuparsi esclusivamente di riti,
fenomeni comuni ai nostri demonomani.

Quello però che più desidero si noti è l'importanza, l'ammirazione
che si tributava ad alcune forme di pazzia, nel tempo stesso che il
medico sembra pur riconoscerle come malattie. — Le otto specie di
_demonomanìa_ portano i nomi degli otto principali numi delle Indie;
per esempio:

_Deva-grâha_. — La persona posseduta da questi buoni genî è contenta,
ama la nettezza e s'inghirlanda di fiori sacri; s'abbandona raramente
al sonno, ed è _inclinata a parlare_ sancrito, _forte_, occhi fissi
e vivaci; _amata e consultata dai Bramini_, si conforma strettamente
ai loro precetti, segue le cerimonie ed attende ai costumi ed ai riti
degli antichi;

_Asura-gräha_. — L'ossesso degli _Asura_ (tristi genî nemici ai
Deva) parla male dei Deva, critica la condotta dei Bramini; ghiotto,
pericoloso spesso ad altrui;

_Gantharva-grâha_. — È gaio, ama abitare nelle isole; canta e parla
poco, ma bene; ama e s'adorna di fiori; è adoperato come corista nei
templi;

_Yakscia-gräha_ (_Yakscia_, genî dei giardini e tesori sacri). — I
colpiti hanno profonda intelligenza, ecc.

Ed ora veniamo ai popoli selvaggi o quasi selvaggi:

I Batacki, quando un uomo è posseduto dal cattivo genio, lo rispettano
profondamente e lo riguardano come un oracolo.

"Mi si mostra — dice un viaggiatore — con rispetto una ragazza, detta
_figlia del demonio_, perchè il padre è pazzo. Essa è sempre visitata
dai cattivi genî, e quindi tutte le sue volontà sono eseguite"[122].

Dei Nias il Modigliani[123] nota che si scelgono a maghi o medici
(_Ere_) quelli colpiti da qualche speciale deformità, quantunque essi
delle deformità siano massimi disprezzatori; sopratutto scelgono quelli
che i genî (_Bela_) fanno diventare ad un tratto pazzi, dimostrando
in questo modo di sceglierli a loro intermediari; allora li fanno
fuggire dal villaggio per raggiungere le loro dimore sugli alberi; e
quando i compaesani ve li scorgono appollaiati, ne li strappano giù,
li consegnano al capo-mago, che li istruisce per quattordici giorni,
durante i quali debbono banchettare tutto il villaggio e i maestri, ma,
a loro volta, per tutta la vita ne sono lautamente mantenuti, sicchè
molti fingono la pazzia per conseguire il fruttuoso onore.

In China l'unico cenno di pazzia venerata è in quella sola sètta
chinese, che trascendeva allo spirito fanatico di religione. —
I seguaci di Tao[124] "credono agli ossessi, e si affaticano a
raccogliere dalla bocca dei pazzi il futuro, credendo che l'ossesso, a
parole, dichiari il pensiero del dèmone". Io credo fermamente, sebbene
troppo manchino i documenti, che in China dominò da molto tempo una
civiltà, la quale infrena con tremendo vigore alcune passioni, e ne
annulla quasi alcune altre.

Ma, venendo ai tempi recenti, attuali, tutti sanno come la China
parecchi anni fa fosse travagliata da una poderosa insurrezione,
che contava 400 mila guerrieri ed occupava 30.000 miglia quadrate di
terreno. Questa insurrezione vestiva colore nazionale indipendente,
e, ciò che è ben istrano, religioso, inaugurando nuovi riti, analoghi
ai cristiani. Io dissi strano, perchè, meno la sètta di Tao, niuna
opinione religiosa ebbe mai tanta forza in China da produrvi proseliti
e fanatici, e quindi matti.

Ora doppiamente è curioso il conoscere come quella rivoluzione fosse
dovuta ad un concetto delirante di tale che, certo, fu pazzo, e che,
come accade specialmente fra popoli incolti, propagava la sua propria
forma d'alienazione, quasi per contagio, ad una sètta intera.

Hang-Sion-Tsiuen nacque nel 1813 da povero colono; allo scuole,
malgrado il vivacissimo ingegno, spesso fallì nell'esame. A 16 anni,
tanta era la povertà paterna, dovette abbandonare gli studi e ritornare
ai campi ed ai bufali; se non che la carità dei suoi compaesani qui
gli venne in aiuto, ed eletto a precettore del suo villaggio, potè
riprendere il corso interrotto degli studi. Si presentò due volte, nel
1833 e nel 1837, a Canton e a Pekino, agli esami di baccelliere; ma
anche là, per due volte, venne respinto, e n'ebbe sì forte dolore, che
per poco impazziva; s'ammalò gravemente e subì strane allucinazioni.
Ma qui, prima di procedere oltre, conviene notare il fatto seguente:
Stando egli a Pekino per la bisogna degli esami, si ebbe per le mani
alcuni libri cattolici di devozione, scritti in chinese: uno fra gli
altri che aveva a titolo: _Buone parole per l'esortazione del secolo_,
cui egli allora trascorse leggermente, come preoccupato ch'egli era,
ma seco recò nel ritorno. Ora, fra le allucinazioni di quei tristi
giorni, egli n'ebbe una curiosa a sapersi: si credeva, cioè, trascinato
in superbo _palanquin_ da un certo numero di uomini, che suonavano
musicali strumenti, ed il conducevano lontano, lontano, in mezzo ad
un'assemblea di venerandi vegliardi.

Uno fra questi, vestito di tonaca nera, maestoso d'aspetto, gli venne
incontro e gli strinse la mano; poi, piangendo sull'ingratitudine degli
uomini, che _da lui creati_, offrivano doni ed olocausti al demonio,
gli consegna una spada, con cui gli ordina di esterminare gli adoratori
del diavolo.

Sotto l'influenza di quest'allucinazione egli corse dal padre,
dicendogli come _il vecchio di lassù_ gli ordinava di esterminare i
falsi credenti, e come tutti gli uomini a lui dovevano inchinarsi e
portargli i loro tesori. Il povero padre lo credè matto, e pensò che ne
fossero causa i maligni spiriti, che molestassero le ceneri degli avi e
quindi influissero sul suo cervello, come è credenza del volgo chinese
e più del nostro.

Questo delirio continuò quaranta giorni, durante i quali sembravagli
vedere un uomo di mezza età, che l'accompagnava nelle sue corse
contro i maligni genî, e s'agitava furioso, menando la spada per
l'aria e gridando: "Uccidete! Uccidete!", finchè, stanco di gridare
e di agitarsi, ricadeva sul suo letto e si assopiva; altre volte
invece diceva d'essere l'_imperatore celeste della China_, e tutto
ringalluzzavasi quando i visitatori acclamavanlo, per celia, con questo
titolo.

Molti lo venivano a vedere, e gli appiccicarono, invece, il sopranome
di pazzo, che gli restò per molto tempo. Il delirio poi cessò;, egli
tornava alle sue umili funzioni di precettore, ed ai tentativi, per la
terza volta falliti, di ottenere la laurea.

Un giorno ei si mise a percorrere quel tale libricciuolo cattolico:
_Buone parole_, ecc., già avuto a Pekino, e, rileggendolo, gli parve
di trovarvi la chiave delle sue allucinazioni. L'uomo vecchio a tonaca
nera era Dio; l'uomo di mezza età era Gesù Cristo, ecc. Egli allora si
riconfermò nelle sue idee, così che fecesi battezzare da un compagno,
rovesciò la statua di Confucio, e, trovato qualche vicino che gli
credette, fondò una sètta che si chiamò degli "adoratori di Dio".

Egli poi, pieno del nuovo entusiasmo, si recò dal missionario Roberts
e studiò con lui due mesi, onde ottenerne la comunione ed il battesimo
regolare cristiano; ma anche il missionario, come il dispensatore delle
lauree, nol trovò abbastanza degno di ricevere il battesimo.

Allora ritornò ai suoi adoratori; ma fu perseguitato dall'autorità e
dovette fuggire e restar nascosto sette anni; la persecuzione, come
accade, aumentò i proseliti.

Costoro divagavano in teorie teologiche, ma tutti erano d'accordo
nella necessità di distruggere le immagini e nel battesimo, il quale
consisteva in una spruzzatura d'acqua sul capo del neofita, che poi
beveva un thè e giurava di non adorare più idoli.

Durante la fiera persecuzione del Governo chinese, molti di questi
sèttari ebbero allucinazioni, estasi o convulsioni. Un povero uomo,
detto Hang, andava più degli altri soggetto a questi accessi, durante
i quali s'intratteneva in colloqui col Dio padre. Un altro, che fu poi
generale, Siau, riceveva invece rivelazioni dal Dio figlio, che gli
apprendeva a guarire tutti i mali ed a scoprire, a colpo d'occhio, i
malfattori.

Pare che a queste allucinazioni dei suoi seguaci il capo
Hang-Sion-Tsiuen prestasse pienissima fede; però, quando quelle poco
gli convenivano, egli trovava che le erano ispirate dai dèmoni e le
annullava.

Con quell'ingegno, che spesso è compagno, spesso effetto di certe
manìe, in ispecie ambiziose, il nostro Hang-Sion-Tsiuen seppe
approfittare delle persecuzioni; e, parte valendosi della tattica nuova
appresa dagli Europei, parte della poca destrezza dell'armata imperiale
e dell'odio nazionale dei Chinesi contro i Tartari, si fece sempre
più potente, e nel 1850 realizzò la sua allucinazione e s'intitolò e
fu imperatore Tin-Ouang (re Celeste), e re divennero i suoi due matti
accoliti.

Spiegò egli, dopo, molta abilità tattica e politica, rendendo gli esami
eguali per tutti, modificando antiche leggi assurde, obbligando tutti
a giurare ed osservare i dieci comandamenti Mosaici, ma non sì però
che non si intravvedesse qualche lampo di manìa in mezzo alla molta
astuzia ed abilità; per esempio, in un impeto furioso feriva la moglie,
che già gli era carissima, e fece morire i suoi diletti accoliti e
profeti; volle introdurre massime di comunismo, doppiamente assurde in
una terra così devota alla proprietà come la China; diffuse, con strana
insistenza, mistiche utopie, esagerate fino all'omicidio.


Nel 1863[125] 1000 individui furono presi a Madagascar dal
_Riamaningure_ (tensione), che obbligava a danzare continuamente:
i soldati si staccavano dalle file, i capi, che volevano frenarli,
finivano per imitarli. Provavano crampi dolorosi al capo, allo
stomaco, poi convulsioni, in cui vedevano l'ombra della regina morta,
minacciavano il re e correvano come indemoniati, saltando e gridando.
Il male si propagava per imitazione. Durò quindici giorni; nessuno
tentò punirli, tanto coloro erano considerati come _sacri_.


Nell'Oceania, a Tahiti, chiamavano _Eu-toa_ una specie di profeta,
cioè posseduto dallo spirito divino. — Il capo dell'isola diceva che
egli era un uomo cattivo (_taato-eno_). — Diceva Omar (l'interprete)
che questi profeti sono una specie di _pazzi_, di cui alcuni negli
accessi non sanno più niente, e dopo non si ricordano di quello che
fecero[126].

"Nell'arcipelago Vidi vi hanno parecchi casi di follìa, ma chi vi
diviene folle (probabilmente furioso) vi è strangolato"[127]. —
Nell'isola Lefonga vi aveva una donna che perdette la ragione, in
seguito alla morte di un figlio offerto in sacrificio. Finau, il capo,
ordinò al prigione inglese Marina di ammazzarla[128].

Nel 1862 tra i selvaggi della Nuova Zelanda si andò formando una nuova
religione. Il fondatore ne era un certo Horopapera, già stato pazzo
molti anni; il che gli giovò invece, perchè i Maori venerano i pazzi e
li credono ispirati.

Essendo naufragato un bastimento inglese, fece il possibile per
impedire il massacro ed il saccheggio; non riuscitovi, divenne di
rabbia delirante e allucinato. Si credè in relazione coll'arcangelo
Gabriele, che gli insegnava una nuova religione di pace. Onde,
fervendo le guerre fra le tribù, egli predicava la tregua, la pace; fu
favorito sulle prime dagli Inglesi, ma, poco dopo, egli fece bruciare
la _Bibbia_, cacciare i missionari, tollerando solo gli Ebrei, dai
quali pretendeva discendessero i Maori; sicchè i sacerdoti furono
chiamati _Jeu_. Pretendeva far miracoli, slegandosi dalle corde in
cui l'allacciavano; ma, volendo guarire il figliuolo, lo ammazzò, e,
conducendo i suoi sotto un forte inglese, li fece mitragliare tutti.

Ciò malgrado, divenne il Pietro Eremita di una insurrezione contro
gli Inglesi. "Il Pakeca, lo straniero — gridava egli con mille gesti
come un ossesso — è un mostro, un serpe che morde chi lo nutre; è
tempo di distruggerlo..."; e poi ipnotizzava i neofiti, facendoli
rapidamente girare intorno a sè stessi o intorno ad un palo, finchè
cadevano sbalorditi e come pazzi; gridavano come cani, si sodomizzavano
in pubblico, bevevano il sangue umano, prendevano dei crani inglesi e
volevano farli parlare[129].

Lamberto Loria mi annunzia da Yrupara (Nuova Guinea) l'esistenza di
epidemia isterica fra le donne, che la popolazione attribuisce agli
spiriti dei morti vaganti sugli alberi, spiriti che essi pregano di
discendere per guarire i malati.


Ora veniamo all'America, in cui l'autorità di Humboldt ha trascinato
a negare la pazzia nei selvaggi, e a farne capo per le strane teorie
sull'influenza della civiltà.

Schoolcraft in quel colossale zibaldone che egli intitola: _Statistical
and Historical Information of the Indian Tribes_, dice: "Il rispetto
(_regard_) pei pazzi è un tratto caratteristico delle tribù indiane
del Nord, ed anche in quelle dell'Oregon, che passano per le più
selvaggie. Nella tribù di quest'ultimo v'era una donna che manifestava
tutti i sintomi della follìa, cantava in guisa bizzarra, regalava a
tutti le coserelle che possedeva, e si tagliuzzava le carni, quando
le si rifiutasse d'accettarle. Gli Indiani la trattavano con grande
rispetto"[130].

V'erano nel Perù, oltre i sacerdoti, le vergini sacre, ecc., dei maghi
o profeti d'un ordine secondario, che improvvisavano profezie (dette
_Hecheloc_) in mezzo a convulsioni e contorsioni terribili, e questi
erano venerati dal popolo e sprezzati dal ceto più colto[131].

I Patagoni[132] hanno delle maghe e medichesse che profetano in mezzo
ad accessi convulsivi; possono essere eletti al sacerdozio anche
uomini, ma devono vestire come le donne, e sempre devono aver mostrato,
da giovani, particolari disposizioni. — Gli epilettici _vi sono eletti
di diritto_, perchè possedono lo spirito divino.

Nei Caraja, nel Brasile, diventa medico chiunque sia nato o divenuto
epilettico, nervoso, disposto dunque alla nevrosi dalla natura[133].

Nei Bilcula del Canadà Dio fa cadere i futuri medici in malattia,
durante la quale cantano una formula scongiura, di cui debbono tenere
il segreto, e allora diventano medici[134].


J. G. Kiernan dimostra[135] la relazione della pazzia col genio nei
popoli nomadi della Mongolia.

I fenomeni presentati dai preti fetici, _Shaman_, sono talmente simili
all'epilessia, per i loro furori e le loro visioni, che i due stati
vennero lungamente confusi sotto il solo nome di _malattia sacra_.
È sempre stato creduto che essi fossero dovuti a qualche influenza
soprannaturale benigna o maligna, secondo che si procedeva poi a
placarla o a scacciarla.

Nei Zulù, Begnana, Giapponesi[136], nei Walla-Walla, nei Sahaptin la
professione di medico è ereditaria. I padri, però, scelgono alcuni
figli, cui anche dopo morte si pretende dar consigli, e così nei
Sciamani siberiani.

In certe tribù siberiane[137] la virtù medica, la forza _sciamana_,
viene addosso d'un tratto come una malattia nervosa; essa si manifesta
con debolezza e tensione dei membri, tremori e poi grida inarticolate,
febbre e accessi convulsivi, epilettici, finchè i colpiti cadono
insensibili; poi toccano e mandano giù ferri infuocati, aghi senza
alcun danno; diventano deliranti, finchè all'improvviso prendono il
tamburo magico e cominciano a _sciamanare_: dopo si calmano. Se trovano
opposizione al loro profetare, diventano stupidi o pazzi furiosi.

In altri popoli della Siberia è una singolarità il nascere gemelli, e
questi sono scelti a maghi.

Nei Diujeric del Sud-Australia diventano medici quelli che vedono da
bambini il diavolo, il che provoca in essi sogni paurosi, come incubi.



CAPITOLO XVIII.

Genî pazzi creati artificialmente dai popoli primitivi.


Ma la prova più sicura, e insieme più curiosa,. della profonda
convinzione che hanno i popoli primitivi della psicosi del genio e,
per conseguenza, dell'adorazione dei pazzi, è data dal fatto che vi
hanno selvaggi che fabbricano artificialmente dei pazzi, in ispecie
epilettici, per cavarne un santo o profeta da adorare e consultare come
medico o mago.


1. Un primo metodo è nella modificazione impressa fin prima della
nascita.

"Gli Aleouti — nota Réclus — quando hanno ragazzi graziosi, li vestono
e allevano da donna, e li vendono a 15 anni a qualche ricco, oppure li
consacrano a sacerdote; appena passata la freschezza, essi entrano con
gran facilità negli ordini sacri. A Borneo il Daiaco che si fa prete,
prende vesti e nome femminili, sposa un uomo e una donna, il primo per
accompagnarlo e proteggerlo in pubblico. Anche il sacerdote Aleouta
riceve in educazione le ragazze più adatte, le perfeziona nell'arte
della danza, dei piaceri e dell'amore, ed esse diventano maghe o
sacerdotesse"[138].

Per farli divenire sacerdoti o profeti fanno loro subire speciali
trattamenti, e i preti li scelgono fra i due sessi, senza badare
se femmine o maschi; Anche s'indirizzano a certi sposi, perchè li
fabbrichino con uno speciale trattamento, digiunando spesso e a
lungo, e mangiando cibi speciali ed evitandone altri; appena nato loro
l'aspettato bimbo, è circondato, bagnato con orina e fimo; deve essere
lasciato interi giorni taciturno, solitario; passa poi per una serie
di iniziazioni; per poter comunicare con gli spiriti, deve astenersi
a intervalli per molto tempo dalla comunità, partecipare alle caccie e
alla pesca solo ogni tanto; quanto più procedono con tale regime, tanto
più diventano alienati; non si sa più se veglino o sognino; prendono
le astrazioni per realtà; creano enormi simpatie e antipatie speciali.
Come i Joghi, i Fakiri dell'India e i Chamani della Siberia, hanno
per ispirazione suprema l'estasi; dànno in manifestazioni che entrano
nella categoria dell'_epilessia_, hanno strane lucidità e iperestesìe;
credono alle persecuzioni dei dèmoni che vengono a tormentarli; negli
accessi profetici si abbandonano a contorsioni strane, convulsive, a
urli non umani, con schiuma alla bocca, congestioni alla faccia e agli
occhi, in cui perdono fin la vista. Se trovano coltelli, ogni tanto si
feriscono o feriscono gli altri.

Passate tutte queste iniziazioni, l'individuo scelto diventa il mago,
o Hangacoc-Grande o antico, che cumula gli uffici di consigliere, di
giudice di pace, di arbitro negli affari pubblici e privati, di poeta,
comico, medico.

Attraverso la sua evoluzione, ad ogni modo, l'affinità fra genio e
pazzia persiste sempre.

L'iniziazione alla medicina si pratica[139] nei Bilcula con digiuni
e preghiere; nei Pelli Rosse con digiuni, sogni e dimore nel bosco e
nella solitudine; nei Negri d'Australia con la ricerca dello spirito di
un medico morto nella solitudine.

Negli Indiani di Gamina per tre mesi il candidato deve cibarsi con
speciali foglie e vivere da solo nel bosco, finchè gli appaia la
fantasma.

I futuri medici dei Wascows, dei Caiuso, dei Walla-Walla iniziano la
carriera magica dagli otto ai dieci anni: devono dormire in una capanna
su la nuda terra, dove ricevono lo spirito sotto forma di bufalo-cane,
che fa loro importanti rivelazioni, e quando questo non compaia, devono
digiunare fino alla sua venuta; dopo comunicano quello che ne hanno
sentito al medico-maestro.

Nei Cafri-Kosa il candidato dimora solitario nella capanna, finchè gli
appaiano in immagine leopardi, serpi, uccelli del fulmine, che egli
sogna e che lo aiutano nel suo lavoro; ultimo gli appare il fantasma
del morto capo, che lo obbliga a danzare e ad essere irrequieto.

In Sumatra per tutto un giorno il candidato deve stare in una corba
penzolante in alto dai balconi di una casa e con un minimo di cibo,
durante il qual tempo prega gli Dei di essere invulnerabile. Se la
cesta si agita, vuol dire che lo spirito è entrato nel candidato;
allora lo si punge e ferisce con lancie e spade, e le ferite cessano di
sanguinare e si chiudono quando egli le tocca con la mano.

Al _Thay-Phap_ degli Annamiti — medico-profeta — si prescrive
una speciale dieta: non può mangiare carne di cane o di bufalo e
deve mangiare sempre di una certa pianta che ha le foglie a cuore
(_rau-giàp-cà_).

I Ganga del Loango non possono bere che in alcuni siti e in alcune ore
della giornata: anche essi hanno molto limitata la dietetica carnea,
con proibizione di quella di certi quadrupedi; invece possono fruire di
molti vegetali[140].


2. Un altro metodo è di provocare convulsioni e delirî con moti
precipitati del capo o con sostanze inebbrianti.

La sètta degli Aissaui, fra gli Arabi di Algeri, deve la sua orgine
a Mohamed-Ben-Hissà nel secolo IX, che, capo (cheick) d'una carovana,
cinto da tutti i pericoli che porta il deserto: insolazione, _simum_,
ladri e fame, ricorse agli espedienti straordinari del fanatismo
religioso là ove la forza umana veniva meno; quando la carovana era
affamata, ordinava egli di mangiare scorpioni e serpi in nome di Allah,
e quando questi mancavano, insegnava loro il _djedjeb_, le orazioni,
che facevano ammutolire la fame.

Il _djedjeb_ è un moto violento impresso al capo da sinistra a
destra, restando penzoloni le braccia, e la gente accompagnando il
movimento del tronco e del capo; dopo un'ora di simile esercizio
succede una specie di furore o di ubbriachezza, il quale poi si cangia
in un'insensibilità singolare. Ma veniamo a maggiori particolari. I
settari stanno raccolti in un'apposita sala molto illuminata, i musici
battono su enormi tamburi due colpi lenti e uno rapidissimo, allora li
accompagnano i _fratelli_ od Aissaui con una barbara canzone:

      Dio Dio Dio nostro padrone, Dio nostro Dio,
    Ben Hissà ordina l'amor di Dio; il serpe obbedisce a Dio,
    Ben Hissà mi fè bere il suo secreto, ecc., ecc.

Questo canto, per quanto sciocco e inconcludente come tutti i canti
degli ascetici idolatri, pure, al dire di un europeo, eccita un
fremito singolare, un bollimento entusiastico anche nelle vene del più
miscredente spettatore.

Allora quelli fra i fedeli che più rimasero colpiti, anzi, dirò,
trascinati dal canto, cadono nel _djedjeb_, o sacra convulsione; il
coro allora cessa i suoi canti, ma i tamburi continuano ad accompagnare
le contorsioni del forsennato, che canta:

    Il tetto è alto. Ben Hissà l'alzò, ecc.

A misura che l'Aissaui s'aggira nella sua danza furiosa, si vede il
sangue montargli al viso, gonfiarsi le vene del collo; il _respiro_ non
passa che fischiando per la trachea compressa, ogni traccia di canto
dispare per dar luogo ad un suono inarticolato, che è l'ultimo sforzo
di una _respirazione_ ostacolata. Giunto a questo punto, l'Aissaui
arranca una sbarra di ferro arroventato e se ne batte con essa la
fronte e la testa, la lecca con la lingua, la morde con i denti. "Ho
sentito io — dice l'egregio viaggiatore — la nauseosa puzza che veniva
dall'arrostire delle vive carni e il crepitìo della pelle". Non era
dunque illusione. Allora il _djedjeb_ si fa generale. Tutti urlano e
corrono ferocemente, ferendosi nelle braccia e nelle spalle; alcuni
imitano carponi il ruggito del leone e il grido del cammello: chiedono
al capo di mangiare, e ne hanno foglie di _cactus_ e vivi scorpioni,
che gustosamente deglutiscono. Quindi si flagellano con vipere vive,
ecc.

Un addetto al Consolato francese di Algeri, non credendo ai suoi occhi,
promise dell'oro ad un settario, se innanzi ai suoi occhi divorava una
vipera, che prima aveva uccisi un gallo ed una gallina. L'Aissaui si
fe' venire il _djedjeb_ e, arrivato all'atto d'esaltazione, la divorò
come fosse una fetta di zucchero.

Altre quattro sètte si conoscono in Algeri analoghe a queste; il
decimo, il quinto, spesso, d'intere città, per esempio di Meknes, vi è
ammesso[141].

Una società, quanto vasta altrettanto bizzarra e crudele, esiste pure
attualmente fra i negri di S. Domingo. È la società di Voudou. Ignota
è l'origine di questa parola, forse da _Vou_, serpe, _dou_, paese.
Così si designano le divinità, l'istituzione ed insieme gli addetti.
Questo dio è a S. Domingo il colubro, all'isola Orleans il serpente a
sonagli; ma d'origine è prettamente africano e specialmente del Congo
e di Juidala. Il sacerdote del Dio (papà _Voudou_) esercita autorità
straordinaria su tutti gli adepti, così ad Haiti come nel nativo Congo.
Nel fondo della sala, ove gli adepti sono raccolti, sta l'arca santa
ove giace il serpe; al lato il papà e la mamma, o sacerdotessa, sotto
un gran manto di cenci _rossi_ (essendo il color rosso pretto simbolo
del Dio). Il papà, posando il piede o la mano su l'arca, intuona un
barbaro canto:

      Eh! Eh! Bomba hen, hen,
    Canga basio te,
    Canga mouni de lì.

E comunica la scossa alla mamma, questa a tutto il cerchio degli
spettatori, il quale è agitato da moti corei laterali, in cui testa e
spalla sembrano slogarsi; un'esaltazione febbrile s'appiglia a tutti
gli affigliati; la ridda si aggira con cieco urto; i negri cadono in
furore singolare, immergono il braccio nell'acqua bollente, si tagliano
e squarciano, con coltello e con gli unghioni, le carni, si fanno
collocare mortai sul dorso e su vi puntellano uomini vigorosi[142].

Fatti analoghi a questi si verificarono nei Derwisch ottomani.

Ogni convento di Derwisch ha una specie sua propria di sacra danza
o, meglio, di convulsione epilettoide. Alcuni pregano, facendo moti
laterali col capo; altri si piegano col corpo da sinistra a destra e da
avanti in dietro; ma nel più dei conventi, come Kufai, Cadris, Beyrami,
costoro usano tenersi stretti in cerchio per mano, pongono innanzi il
piè destro e aumentano ad ogni passo di vita e di forza; cominciano i
Kufai col canto di Allah e fanno moti laterali del capo e gettano le
braccia sulle spalle degli altri e s'aggirano sempre più rapidi, sinchè
cadono nell'Haleth o rapimento; in questo stato subiscono la prova del
ferro rovente, si tagliano con le sciabole, ecc.

Stranezze analoghe dei sacerdoti di Baal ci narrano la _Bibbia_ e
Luciano, e ce lo attestano i monumenti di Ninive[143]. Nell'India i
sacerdoti di Civa e di Durga ripetono eguali convulsioni, seguite da
simili strazi volontari e, direi, voluttuosi[144].

Altrettanto si osserva ancora fra i santoni di Egitto. Una delle
cerimonie più curiose, che pratichino gli _uley_ d'Egitto, è quella
del zikr; l'eseguiscono, pronunciando la parola _Allah_, e agitando
continuamente la testa ed il corpo; scossi, spossati da tali movimenti,
cadono a terra, congesta la faccia, schiumante la bocca, come
epilettici; e durante questa frenesìa, simile ai convulsionari di S.
Medardo, si mutilano, si abbruciano[145].

La coesistenza di un uso così strano fra razze così diverse e
lontane, Semiti, Caucasei, Camiti, accenna ad una causa più profonda e
fisiologica che non sia quella della religione, la quale _risultante_
com'è dei sentimenti del popolo, più su loro si modella che non ne
resti modellata, e non è quindi mai uniforme.

È fra le tendenze invece più caratteristiche delle razze umane
l'abbisognare di quegli artificiali eccitamenti del cervello, che noi
chiamiamo inebbriamenti e crescono in numero e finezza coll'aumentare
dell'evoluzione. Le più strane sostanze vennero — come vedremo (pagina
244) — dall'uomo a questo scopo adoperate: il vino, l'alcool, il
manioc, la noce di kola, la saoma, la ghee, la birra, l'oppio, fino
l'acido lattico e acetico (Tartari), fino le iniezioni per le nari del
niopo nel Kamtskàtka.

Popoli che per le particolari condizioni di selvatichezza, come
i Negri e gli Aissaui, o per leggi (Maomettani) non possono usare
degli alcoolici, nè di analoghe sostanze, vi supplirono col movimento
laterale del capo, il più selvaggio modo di ubbriacamento che sia
possibile.

È certo, infatti, che quel movimento laterale del corpo e del capo
produce una congestione cerebrale. Ognuno che ne faccia l'esperimento
per qualche minuto ne sarà più che sicuro. — Si trovano, per esempio,
negli _Annali di medicina_ (1858) registrati casi d'apoplessie e di
vertigini cerebellari in seguito a simili movimenti.

Una volta scoperto come si ottenessero con queste pratiche l'ebbrezza
e le convulsioni, stati così anomali da non potersi interpretare da
popoli primitivi se non come invasamento degli Dei, come una nuova,
una seconda personalità che pareva loro sacra, applicarono tali
pratiche per mettersi in comunicazione cogli Dei, allo stesso modo
come si servivano degli epilettici veri o dei pazzi e, più tardi, degli
intossicati o inebbriati.


3. Più frequentemente, infatti, ricorsero alle sostanze inebbrianti;
i sacerdoti antichi, che primi avvertirono l'azione stimolatrice
della mente delle bevande fermentate, le presero prima per sè,
dichiararandole _sacre_, come per la stessa causa dichiararono sacra
l'epilessia.

La leggenda afferma che la vite, è nata da una goccia di sangue divino
caduta in terra; il _meth_, bevanda della Saga nordica, dal sangue del
Quasio, il più savio degli Dei; Dei furono Lieo, Osiride, Dionisio,
inventori della vite ed iniziatori della civiltà. Bacco è il Dio
salvatore, il Dio Mago, il Dio Medico, ed ancora lasciò traccia della
sua grande influenza nella bestemmia: _Sangue, corpo, di Bacco_! Gli
Egiziani (Erode II) non permettevano il vino che ai sacerdoti. Il vino
entra come liquore sacro nella liturgia, nelle libazioni e abluzioni.

Il sacerdote indiano è detto _bevitor di Saoma_[146]; al succo
dell'_Asclepias_ fermentato, alla Saoma, egli attribuiva l'ispirazione
poetica, il coraggio degli eroi e la facoltà di immortalare la vita
(_amrita_, d'onde _abrotos_, come si disse poi, _acqua della vita_,
l'alcool). Nel _Rig-Veda_, VIII, pag. 48, si legge: "Noi abbiamo bevuto
la Saoma; divenimmo immortali; entrammo nella luce".

Nel Yacna di Zoroastro il succo dell'_Haoma_, che è tutt'uno della
Saoma, "allontana la morte".

La Saoma stessa divenne un Dio da rivaleggiare col fuoco: "Saoma, tu,
che fai i _Richis_, che dài il bene, tu immortalizzi uomini e Dei", si
legge nel _Rig-Veda_.

La Saoma non era permessa che ai Bramini, così come nel Perù la coca
era solo concessa ai discendenti dell'Incas e, fra i Chibcha, ai preti,
che se ne servivano come di un agente di ispirazione. Notisi che la
Saoma è detta in sanscrito _Madhu_, che nello Zendo ha significato
di vino; il che lega il _Med_ nordico, il _Madus_ lituano e il _Mad_
sanscrito col nostro matto; e, infatti, Bacco, nato Dio, è versato
in onore degli Dei, e il delirio bacchico è una virtù profetica, è la
possessione del Dio; ed Esculapio è figlio di Bacco.

Sembra che quelli i quali primi avvertirono gli effetti benefici e
malefici del vino, creassero la leggenda dell'_albero della scienza_,
o del bene e del male, che si volle fosse appunto un pomo, d'onde
escirono i primi liquori fermentati. Gli Assiri ebbero appunto un
_albero sacro, albero della vita_, ch'era prima l'Asclepias, poi la
palma, d'onde si cava anche ora un liquore fermentato.

Negli Egizi era il _Ficus religiosus_, il cui succo fermentato rendeva
l'anima immortale.


4. Altri ricorsero all'ipnosi, all'estasi, agli effluvi di gas tossici.

Gli oracoli di Delfo, di Delo, di Abe, di Tegiro, ecc., in Grecia
erano in mano ai sacerdoti, che facevano profetare una, due e perfin
tre isteriche, dopo che le avevano intossicate ai fumi del lauro ed
alle emanazioni di altri gas. La Pizia essenzialmente si preparava
con abluzioni, fumigazioni di lauro e d'orzo abbruciati, sedeva su un
tripode che poggiava con un bacino sopra un crepaccio, da cui esalavano
gas tossici — secondo mi scrive Giacosa, idrocarburi ed idrosulfuri
— che avvolgevano tutta la parte inferiore della persona (_Strab_.,
IX, 419), fin che cadeva in estasi, o trance, che talvolta finiva con
la morte; molte volte parlava in versi, o delirava in verbigerazioni
scucite, alle quali i sacerdoti davano un senso appropriato e anche una
forma ritmica, aggregandosi perciò speciali poeti[147].

"Negli anfratti di una rupe di Delfo — scrive Giustino — era un piccolo
piano ed in esso un foro, o crepaccio della terra, da cui emanava un
frigido spirito che si spingeva con forza, come per vento, in alto
e la mente dei poeti mutava in pazzia (_mentes vatum in vecordiam
vertit_, XXIV, 6; Id. _Cicero De Divin_., 1, 3): dapprincipio era
ignota questa virtù: i pastori vi conducevano gli armenti: ma un
giorno una capra cadde nel crepaccio e fu presa subito da convulsioni:
certo, il pregiudizio che metteva in rapporto, anche nel _djedjeb_,
la convulsione con l'ispirazione divina, per cui erano sacri gli
epilettici, fece nascere l'idea di servirsi di questi vapori tossici
per provocare il profetismo. E infatti dapprima si associa con
l'inebbriamento bacchico, sicchè alcune Pizie erano Tiadi, Dionisiache,
e il Dionisio-Bacco, secondo la leggenda, si fermò a lungo a Delfo.

Di questi oracoli provocati da gas intossicanti ve n'erano ovunque si
sviluppasse gas dai terreni: al lago Averno, Eracleo e Figalo, laghi
che, credendosi perciò in comunicazione con l'inferno, pretendevasi
dessero luogo all'evocazione dei morti; e, quel che è più semplice,
all'intossicazione inebbriatrice dei vivi, che così divenivano
_interpreti dei morti_, o _necromanti_.

Sicchè l'origine patologica, epilettoide del genio si completa col
consenso universale di tutti i popoli antichi e selvaggi, consenso
portato fino al punto dell'adorazione dell'epilessia e della
fabbricazione artificiale di epilettici per averne un profeta, che è il
genio dei popoli primitivi.



APPENDICI


APPENDICE I

(Appendice al capitolo X, vedi pag. 69 e seguenti)

Le scoperte e le sensazioni ed emozioni secondo Mach.

"La maggior parte delle invenzioni — scrive Mach[148] — appartengono
ai primordi della civiltà, non esclusi il linguaggio, la scrittura, la
moneta e simili; non si hanno dunque a considerare come il risultato
di una riflessione volontaria e razionale, per questa principale
ragione, che la loro utilità non potè rendersi manifesta se non
mediante l'uso che se ne fece. Un albero caduto a traverso un ruscello
suggerì casualmente l'idea del ponte; il primo utensile fu forse una
pietra venuta in mano per caso ad un uomo nell'abbattere i frutti di
un albero. Una piccola incavatura nel suolo, nella quale si accende
il fuoco, fu il primitivo focolare. La carne dell'animale ucciso,
rimessa con acqua nella propria pelle, venne cotta mediante pietre
arroventate; poi a questa cottura nella pietra si sostituiva quella in
vasi di legno. Alle zucche vuotate del midollo si diede una spalmatura
di argilla, perchè reggano il fuoco. Così per caso si formava la
pentola di terra cotta, che rende inutile la zucca, e tuttavia continua
a servire di involucro a questa, oppure venne formata intorno ad
un canestro, prima che l'arte dello stovigliaio divenisse un'arte
indipendente.

"Adunque, posto pure che anche le più importanti invenzioni siano state
suggerite all'uomo dal caso, quasi senza che egli se ne accorgesse,
non è men vero che il caso da solo non può produrre alcuna invenzione.
In nessun caso l'uomo è rimasto affatto passivo. Anche il primo
pentolaio nelle foreste dell'età preistorica dovette sentire in sè una
scintilla geniale: egli dovette osservare il nuovo fenomeno, scoprirne
e riconoscerne il lato vantaggioso per lui e trovare il mezzo per
valersene al suo fine: egli dovette farsi di questa novità un'idea
precisa ed autonoma; e poi collegarla e quasi intesserla ai residui
del suo pensiero. In breve: egli doveva possedere l'attitudine allo
esperimento.

"Ma la mente umana non arriva a conoscere nuove serie di fatti, per
lungo tempo ignorati, se non grazie a circostanze casuali, per le quali
appunto i fatti, fino allora inavvertiti, divengono suscettibili di
osservazioni.

"L'opera ed il merito dello scopritore consistono nell'acuta
attenzione che fino nelle minime tracce percepisce quello che vi
è di straordinario nel fenomeno e nelle circostanze determinanti,
e riconosce la via per la quale si può pervenire alla perfetta
osservazione.

"... In questo modo vennero fatte le prime osservazioni di Grimaldi
sulle interferenze, la scoperta fatta da Arago della maggior deviazione
di un ago magnetico oscillante in una guaina di rame rispetto ad un
altro, posto in una scatola di cartone, l'osservazione di Foucault
sulla stabilità del piano di vibrazione di un bastone rotante sul
banco del tornitore e urtato casualmente, gli studi di Mayer sul color
rosso del sangue venoso nelle regioni tropicali, l'osservazione di
Kirchoff sullo accrescimento della linea D. nello spettro solare per
l'interposizione di una lampada a sodio, la scoperta dell'azoto fatta
da Schônbein grazie all'odore speciale che si manifesta nell'aria allo
sprigionarsi della scintilla elettrica, ed altre non poche. Tutti
questi fatti, molti dei quali furono certamente veduti molte volte
prima di essere osservati, sono esempi dell'iniziarsi di importanti
scoperte da circostanze accidentali; e nello stesso tempo fanno
chiaramente vedere di quanto momento sia una vigile e penetrante
attenzione.

"Ma non soltanto nell'inizio di una ricerca, bensì anche nella
sua prosecuzione possono le circostanze cooperanti, al di fuori
dell'intenzione del ricercatore, essere di grande momento. Così Dufay
riconobbe l'esistenza di due stati elettrici mentre studiava il modo
di essere dell'unico stato elettrico da lui presupposto. Per un caso
Fresnel si accorse che le strie di interferenza impresse sopra un
vetro smerigliato si vedono meglio all'aria aperta. Il fenomeno della
rifrazione di due sfaldature si produce ben diversamente da ciò che
prevedeva Frauenhofer, il quale dall'osservazione continuata di questo
fatto è guidato all'importante scoperta dello spettro reticolato. Il
fenomeno dell'induzione di Faraday diverge radicalmente dal concetto
iniziale onde mossero gli esperimenti di questo fisico: e in questa
divergenza appunto sta la vera scoperta.

"Ognuno a questi grandi esempi potrebbe aggiungerne dei minori,
desunti dalla propria esperienza. Io mi contenterò di riferirne uno
solo: Per caso, viaggiando una volta in ferrovia, lungo una curva
osservai la notevole obliquità apparente delle case e degli alberi. Da
questo argomentai che la direzione della totale accelerazione fisica
della massa reagisce fisiologicamente in senso verticale. Volendo poi
esperimentare più esattamente questo solo fenomeno mediante un grande
apparecchio rotante, i fenomeni concomitanti mi diedero la sensazione
dell'accelerazione degli angoli, della vertigine, dei fenomeni
provocati dal Flourens con il taglio dei canali semicircolari; e di
qui a poco a poco si produssero in me i concetti relativi nel senso
dell'orientazione, enunciati poco tempo dopo da Breuer e da Brown,
dapprima universalmente contestati, ma oggi riconosciuti esatti".

È curioso, a proposito della mia e della teoria di Mach, che da
un'altra parte del mondo, 1500 anni fa, il grande poeta chinese
Tchin-Tsen-Noan creò il genere di poemi detto _Yng_, od _incontri_,
ciascuno dei quali fu ispirato e nacque da una grande impressione e da
un grande avvenimento.

Goëthe a sua volta diceva che ogni poema lirico doveva esser ispirato
da qualche grande fatto[149].


APPENDICE II

(Appendice alla pag. 111 del capitolo XII)

Idea fissa, epilessia ed ossessioni angosciose.

_Accessi epilettici sotto forma di angoscia_[150]. — Vi sono
nell'epilessia degli stati d'ansietà, di angoscia, che appaiono come
aura preepilettica o come stati alternati con le crisi epilettiche,
in qualche caso ne formano il fenomeno principale, essendo secondario
quello della convulsione. Per lo più questi accessi d'angoscia si
svolgono senza perdita di coscienza, nè vertigine. Non sono in rapporto
con condizioni esterne speciali, come la folla, il tuono, ecc.

Mendel[151], sulle ossessioni, dice che Westphal definì l'ossessione
una rappresentazione che ad intelligenza intatta, e senza essere legata
a uno stato affettivo, s'impone alla coscienza malgrado la volontà, e
impedisce il corso normale delle rappresentazioni che attraversa.

Mendel vorrebbe che si eliminassero dalle ossessioni certe fobìe, che
sono quasi normali. Molte sono fenomeni secondari dell'ipocondria
isterica ed epilettica: nell'isterico si svolgono sopratutto nella
sfera sessuale, complicansi ad angio-neurosi, possono provocare
l'eritrofobìa; negli epilettici offrono ora il carattere di equivalente
psichico, ora di aura, ora di fenomeni postepilettici.

Qualche volta ve ne hanno caratterizzate da un difetto di associazione
d'idee. L'associazione non si fa che: o per principio di causalità;
per esempio: _Perchè l'uomo ha due gambe? Come saranno i piedi nudi
dell'amico che vi visiti?_; o per contrasto, e allora sono fenomeni di
paranoia rudimentale.


APPENDICE III

(Appendice al capitolo XV, vedi pag. 147 e seguenti)

Nuovi casi di patologia del genio, di calcolatori, ecc.

1. _Atassìa precoce in poeta geniale_. — In questi ultimi tempi moriva
giovane un forte poeta dopo 15 anni di atassìa: Luigi Duchosal, nato
nel 1862, di famiglia savoiarda stabilita a Ginevra[152].

Dai primi anni di sua vita fu morbosamente sentimentale, fino ad
innamorarsi di una testa di cera e venirne ammalato. A 15 anni lo
colpiscono i primi sintomi dell'atassìa; ma egli, illuso e acciecato di
speranze, non se n'addava e cantava:

      "... Bonjour, grand soleil: voici mon espoir,
    Voici mon orgueil, fais-leur un peu signe;
    Ils voulent la grappe, ils ont une vigne,
    Je t'offre un baiser, étoile du soir.
      "Je suis comme un roi, je porte une épée;
    Et l'ambition me brûle le sang.
    Je vais te conter mon âme, o passant!
    Mon cheval hennit pour une épopée"...

in quel bellissimo _Libro di Thulé_, in cui non abbandonava alcuno dei
suoi sogni, malgrado le gambe fossero già paralizzate; appena vi si può
intravvedere la lotta dolorosa con l'impotenza in qualche verso, come
per esempio:

      "Je veux, fruyant ces murs ou je vis oppressé,
    M'en aller vers la mer endormie où Venise
    Dans un silence morne et fatal, agonise
    Sous le fardeau trop lourd d'un passé glorieux.
    Oubliant les combats du sort mysterieux,
    J'y passerai le temps que je dois encore vivre
    À regarder l'eau grise et miroi tante, à suivre
    La musique des flots ou boir les jeux follets,
    Des rayons sur les quais et parmi les palais
    Qui, noirs et hauts, les pieds enfoncé dans le vase,
    Semblent encore plonger dans une antique extase
    Et, devant eux, songeant à mon mal sourd et lent,
    Ce sera mon plaisir et le plus constant
    D'établir une intime et suprème harmonie
    Entre la cité morte et l'âme à l'agonie".

E in questi altri:

      "Tu t'es dit: — Le pauvre homme à besoin de baiser! —
    Et te voici m'offrant le lait de la tendresse.
    Mais tes yeux ont mal lu dans l'oracle vermeil,
    Ta pitié seule est là, les mains pleines de choses;
    Marguerite, aux yeux d'or, passe et garde tes roses,
    O belle au bois dormant, reprends ton bleu sommeil".

Se non che la malattia progrediva; fin le braccia stesse gli mancarono,
e nemmeno le stampelle bastavano a sorreggerlo: doveva lasciarsi
trascinare in vetturetta. Finalmente anche la parola gli venne meno.
Lo si disse modesto, rassegnato al triste destino; invece egli in
fondo era un orgoglioso, un ribelle, sconoscente alle simpatie che lo
circondavano, fino a disgustarle. Ma quelle ribellioni stesse erano
fonte d'ispirazione: egli avrebbe voluto conseguire i massimi trionfi
con tanta maggior energia quanto più gli sfuggiva la potenza; sentiva
una parte dell'anima armata per la vittoria, vi credeva con fierezza
e fervore, e la mano invisibile del male lo inchiodava sul sito; egli
aspirava alla gloria, all'amore, alla gioia, mentre la sua povera mano
ricadeva sulle ginocchia paralizzata.

Chi l'ha seguito in questa lotta dolorosa attraverso ai suoi versi,
comprende quanto fu grande la sua sventura e come essa contribuì alla
sua opera poetica.


2. _Caso di memoria straordinaria in deficiente._ — Il dott.
Giuffrida-Ruggeri mi comunica questo caso:

"Sfogliando un libro di De Cesare, mi è occorso di veder riferito,
a titolo di semplice curiosità, un caso di memoria straordinaria in
individuo probabilmente deficiente[153].

"Un ragazzo di 12 anni, nativo di Ginopalena, povero come Giobbe, che
si chiamava Daniele Nobile, per virtù congenita e senza educazione di
sorta risolveva estemporaneamente i più astrusi problemi di aritmetica.
Piccolo, quasi deforme, nevrotico, dalla bocca enorme[154] e dagli
occhi sporgenti, balbuziente, apata e col cuore non aperto ad altri
affetti tranne quello per sua madre, egli, entrato in collegio, imparò
a memoria quanto nessun uomo potrebbe imparare in tutta la vita.
Recitava la _Divina Commedia_ dalla prima all'ultima terzina, senza
mettere una parola in fallo: ripeteva lunghi brani di classici e giunse
persino ad imparare il dizionario italiano-latino. Ma i superiori,
temendo che gliene venisse male, ricorsero alla influenza del suo
confessore, e questi ottenne che il ragazzo si fermasse alla lettera
d. La sua virtù singolare stava nel rispondere prontamente e senza
riflessione apparente e con mirabile precisione a tutti i quesiti più
difficili di aritmetica. Ferdinando II, andato a Chieti nel maggio del
1847, ricevette ragguagli di questo giovanetto e volle conoscerlo. Gli
mosse varie domande, ed ebbe pronte risposte, verificate esattissime.
Allora volle fargliene anch'egli una, che formulò così: _Io nacqui nel
giorno tale dell'anno tale, alla tale ora, e fino a questo momento_
(cavando l'orologio e notando i minuti primi e i secondi) _quanti
anni, mesi, giorni, ore, minuti primi e secondi ho vissuto_? E il
Nobile prontamente rispose, e le cifre furono raccolte e sottoposte
a riprova dagli ufficiali, che accompagnavano il re. La prova però
non riuscì, essendosi verificato che le cifre date dal Nobile erano
di molto superiori alle vere. Egli spalancò gli occhi, contrasse la
bocca e parve impazzasse. Il re ne ebbe pietà e lo incuorò, dicendogli:
_Ripensa bene_. Egli tacque per pochi istanti, tenendo gli occhi fissi
sui numeri scritti dagli ufficiali. Ad un tratto ruppe in un urlo
di gioia e, balbettando, esclamò: _Voi, voi non avete calcolati gli
anni bisestili, con le differenze delle ore_. Gli ufficiali rifecero
i calcoli e riconobbero che Nobile aveva ragione. Il re gli concesse
sei ducati al mese, vita durante. Fatto adulto, non ebbe fortuna, e in
quegli anni era bidello del collegio... Morì dopo il 1860".

Specialmente dal fatto del non essere riuscito ad altro che a fare
il bidello e dai segni somatici, dalla balbuzie, dalla mancanza di
sentimenti affettivi, giustamente Giuffrida crede si tratti qui di un
deficiente.


3. _Rossi Felice, calcolatore, di Lesa_. — Certo Rossi, d'anni 12, di
Lesa, veniva segnalato sulla _Domenica del Corriere_ dal Biazzi come un
calcolatore-prodigio, malgrado fosse quasi illetterato. Ne domandai al
dott. Martelli e al signor Gabardi, che mi scrissero:

"Le sue specialità sono le moltiplicazioni e massime quelle che servono
a tradurre gli anni in mesi, giorni, ore, minuti primi, ecc.

"1º Un gerlo di castagne — gli chiesi — di 47 chili costa 7 lire al
quintale. Quanto l'ho pagato?

"E la risposta venne esatta, precisa, dopo un istante, tre secondi
d'orologio, il tempo di turarsi coll'indice delle mani gii orecchi e di
guardare fisso per terra: "L. 3,29"[155];

"2º Compro una giovenca, che pesa 133 chili, a L. 1,30 al chilo. Quanto
l'ho pagata?

"Non avevo finito la domanda, che ne sapevo il prezzo in L. 172,90;

"3º Io ho 22 anni. Quanti mesi e minuti ho vissuti?

"Volevo controllare, ma non ero a metà della prima operazione, che già
sapevo d'aver vissuto 264 mesi e 11.563.200 minuti;

"4º Volendogli fare una domanda più difficile, gli chiesi,
promettendogli un regalo, quante ore e quanti minuti ha vissuto un uomo
a 58 anni. Ed egli, affatto come bimbo, m'interrogò:

"Me la compra la bicicletta, quando va a Milano? Me la compra proprio?".

"Ripromisi.

"Si tappò le orecchie un'altra volta, perchè, a suo dire, i rumori
gli tolgono _i sentimenti_, guardò fisso il suolo, eppoi esclamò:
"Scriva!", e mi dettò una per una queste cifre: ore 508.080, minuti
30.484.800, avvertendomi che ogni 4 anni fa d'uopo aggiungere 24 ore,
vale a dire 1440 minuti".

Il dott. Martelli, poi, così me lo descrive:

"È nato il 6 marzo 1890, da genitori sani, punto alcoolisti, e sofferse
fin da bambino epilessia dopo una meningite. Nulla degno di rilievo
negli ascendenti. Un cugino in primo grado soffre di epilessia; una sua
sorellina morta a 9 mesi soffriva di convulsioni.

"Egli ha sviluppo regolare (altezza cm. 142), circonferenza massima del
capo cm. 51, curva longitudinale cm. 28, trasversale cm. 29. La testa è
trococefala.

"_Pare_ che in vicinanza degli accessi epilettici più viva si faccia
la memoria calcolatrice; è certo che, dopo aver calcolato molto, più
intense si fanno le convulsioni e che già mentre calcola (Vedi figg.
4 e 5), si fa strabico e poi chiude gli occhi ed assume una faccia
convulsa.

"A tre anni conosceva a memoria tutte le carte dei tarocchi per nome
e ne sapeva il valore, stando attento alle mosse e alle parole dei
giuocatori qui in bottega. Poi, improvvisamente, cominciò a fare dei
calcoli, moltiplicando le cifre con una celerità straordinaria. E
sempre mentalmente, perchè a mala pena sa scrivere il suo nome!

"Il Rossi non ha mai frequentato scuole a causa del suo male. È molto
espansivo, bacia facilmente qualunque persona gli rivolga benevolmente
la parola, è inquieto sempre, ad ogni emozione soffre di convulsioni,
ed è, a vero dire, limitatissimo di intelligenza.

"Ha — mi scrive Gabardi — un'irruenza di parole e certi gesti sì recisi
e strani in un bimbo della sua età, che subito compresi d'aver di
fronte un anomalo".

   [Illustrazione: Fig. 4 Fig. 5.

   La fig. 4 rappresenta la sua fisionomia normale; la fig. 5 lo
   rappresenta _in azione_, durante i suoi calcoli.]


4. _Midriasi volontaria ed epilessia in uomo geniale_. — Ho potuto
studiare lungamente, col suo consenso e con la sua collaborazione, la
nevrosi di uno scienziato di genio, d'anni 25.

E cominciamo dall'eziologia:

_Anamnesi_. — Nato da cugini primi, figli di fratelli, con sorella
soggetta a convulsioni e canizie precoce e di vivacissimo ingegno.

  N. N., sorella      X., isterica,    P., banchiere    Y., fratello
  di X.,              altissima        onesto, ma       di X.:
  piccolissima, vive  mangiava vetro   violentissimo    epilettico fin
  tuttora più che     in polvere,      e collerico,     dall'infanzia,
  ottantenne: 2       vestì cilicio;   padre di Z. Z.   morì di
  volte monaca, 2     fu in carteggio                   epilessia
  volte fuggì dal     con Mazzini:
  convento.           morì apoplettica
                      a 69 anni; madre
                      di:
                      ________________________________
                           Z. Z., tendenza              S., banchiere,
                           alla apoplessia,             onesto e
                           vertigini, iracondo,         normale,
                           emotivo, scialacquatore.     fratello di P.,
                           Esoftalmia,                  ammogliato
                           micrognatismo                a M., suicida
                           e canizie precoce;           a 32 anni,
                           ammogliato a                 colta e geniale
                                                        nelle arti, con
                                                        nonna materna
                                                        di genio, madre
                                                        di
                                   _______________________
                                      L., donna geniale,
                                      di solida e
                                      vasta coltura.

_Appunti autobiografici_. — "Infanzia: nato molto più pesante della
media. Il primo mese di vita fui allattato da balia incinta e per
poco non ne morii. A 8 o 10 mesi, ossia prima di parlare, guardavo gli
angoli oscuri delle stanze con manifesto terrore, così da impensierirne
medici e parenti.

"Pubertà piuttosto ritardata.

"Ebbi _pavor nocturnus_ ed insonnia, che perdurarono fino all'età
adulta.

"Ho instabilità: melanconia estrema e depressione alternanti con
ismodata allegrezza, che esprimo con salti e grida selvaggie anche per
la strada. Iracondia, con bisogno di rompere oggetti di porcellana
o di vetro, che s'alterna a facilità al pentimento ed al rimorso e
bisogno estremo di confessare il male fatto. Tendenza al vagabondaggio
ed incapacità ad un lavoro metodico; fui curato a 20 anni per paranoia
rudimentale; parevami che tutti ridessero della mia bruttezza, il che
però non era del tutto immaginario, perchè allora impressionava il
mio aspetto cadaverico. Frequenti le illusioni dell'udito, rare le
allucinazioni.

"A 19 anni ebbi un accesso epilettico motorio. Una volta, in un momento
di agitazione, mi getto da una finestra, cadendo sopra un vetro; corsi
poi (epilessia propulsiva) in giardino per due ore (a 2° sotto zero)
senza camicia, senza raffreddarmi".

_Esame antropometrico_. — Statura a 20 anni m. 1,85; ora m. 1,86; a
braccia distese m. 1,85. Peso chilogr. 75. Circonferenza orizz. 0,60.
Capacità cranica ester. 1661. Indice cefalico 82 mm.

Capo: seni frontali esagerati; fronte sfuggente; acrocefalìa; _torus
occipitalis_.

Mentre la sorella e la madre ebbero precoce canizie, egli notò su sè
annerimento dei capelli che erano imbianchiti a 12 anni.

Faccia: faccia allungata; denti sani e ben disposti; dente della
saggezza mancante; lobulo dell'orecchio aderente; mobilità degli
orecchi.

Riflessi: addominali aboliti; vascolari esagerati; scrotali aboliti;
rotulei ottusi.

_Tic_ alla spalla, alla faccia ed alle palpebre.

Forza muscolare: dinamometria chilogr. 56 a sinistra, 52 destra;
straordinaria agilità.

Ha vertigini, specie dopo essersi coricato di giorno o chinato per
raccogliere qualche cosa.

Con la scala fotometrica De Wecker et Masselon (Pl. VI) l'acuità
del senso luminoso (L) risulta alquanto superiore alla norma, e
precisamente di 11/10. Con la scala cromometrica (Pl. VII) degli
stessi A. l'acuità cromatica è pur superiore alla norma: precisamente
C = 12/10. Inoltre, il discernimento del rosso dal giallo si effettua
per superficie colorate di 1 cm. q. su fondo nero ad una distanza di
14 metri, dando perciò C = 14/5, cioè quasi il triplo dell'acuità
cromatica normale per i colori suddetti. — Il campo visivo, quasi
normale pel bianco, è notevolmente ridotto pel rosso e più pel bleu, in
ambidue i lati, ma più a destra e quest'ultimo con grandi scotomi (Vedi
fig. 6).

CAMPO VISIVO DELL'OCCHIO DESTRO.

[Illustration: ill-267.jpg Fig. 6]

Sensibilità: meteorica grandissima, in ispecie nell'estate e autunno;
poca ai metalli: salvo pel rame; iperestesìa pei rumori: "Mi è
assolutamente impossibile — mi scrive — sopportare, perchè doloroso,
lo sparo di un'arma da fuoco, vicino a me, e questo mi è causa
d'infelicità"; iperestesìa cromatica; mancinismo sensorio, tanto
uditivo che visivo, e tattile; così l'udito ha acuità minore a destra
(1,50) che non a sinistra (3,15); il potere discriminativo tattile è
più ottuso a destra (4,1) che a sinistra (2,00).

Viceversa, la sensibilità generale, saggiata con la slitta di
Rhumkorff, è più delicata a destra, 65 mm., che a sinistra, 60, e così
la sensibilità dolorosa: 30 a destra e 24 a sinistra,

Ma quello che è più singolare in lui è la facoltà di allargare a
volontà la pupilla e aumentare la pressione vasale ed i movimenti
cardiaci. Così egli, che aveva al braccio pressione eguale a destra e
sinistra di 160-170 (st. di Riva Rocci), potè cinque volte su nove a
volontà aumentare la pressione a 220-225.

Le pulsazioni aumentavano sempre quando egli dilatava la pupilla.
Come si vede da questo _Cardiopneumogramma_ (Vedi Tavola III),
l'acceleramento del moto cardiaco è accompagnato da tremori e dispnee.

Circolazione: sera 24 novembre, ore 9,30, 60 al 1º senza dilatare la
pupilla; poco dopo, dilatando la pupilla, 84-86.

Respirazione: 20-22 per 1' senza dilatare; 29-30 dilatando la pupilla.
Ma su questo ritorneremo.

Riproduzione. Istinto sessuale scarso e deviato.

Ha estrema zoofilia: perfino pei serpenti Boa, dalle cui spire amò più
volte farsi avvolgere.

Presentò accessi epilettici acuti e negli intervalli una vera
genialità, specialmente negli studi sociologici.

Memoria tenacissima, poi, e quasi ossessiva per le idee.

Testi mentali 10 su 10 in 3".

"I miei ricordi più lontani — mi scrive — risalgono a due anni e
qualche mese, ma chiarissimi, e si riferiscono alla mia bisnonna. Nelle
scuole primeggiai, ma non mai per i componimenti italiani, che facevo
svogliatamente, mentre riuscivo bene in latino e meglio in greco. Ho
una grande facilità ad apprendere le lingue, ma piuttosto come uditivo.
Ho attitudini spiccate ger la musica o la scultura: poche al disegno".

"Quanto ai ricordi degli accessi epilettoidi, mi restano confusi quelle
pochissime volte che si potrebbe parlare di veri e propri accessi.
Quando mi sento spinto a girovagare per le vie senza consiglio e senza
guida, non ho la mente del tutto vigile, mi par di sognare. Questo,
però, mi accadeva più spesso tre o quattro anni addietro.

"Contenuti onirici: da bambino prevalentemente "diabolici", con
vero _pavor nocturnus_, palpitazione, sudor freddo. Le pulsazioni
nell'orecchio appoggiato al guanciale mi atterrivano come passi di un
gigante che s'appressasse. Fin da 10 o 12 mesi d'età solevo guardare
con terrore gli angoli scuri delle camera.

"Frequenti i sogni di armonie musicali in chiesa o di suonare il
pianoforte; i soliti sogni, poi, d'essere esaminato al liceo. Negli
ultimi anni, sopratutto a periodi (fin 10 giorni di seguito), sognai
di serpenti. Talvolta mi occupano in _sogno_ anche idee astratte
visualizzate e ragionamenti in forma di dialoghi. Poco frequenti nel
_sogno_ le immagini erotiche. Parlo, rido e grido sognando.

"Ho coscienza dei turbamenti delle funzioni vasomotorie sotto
l'influenza della volontà, come di una scarica che parta dal
cervelletto".

Affettività diminuita pel padre e pel fratello, vivissima per la madre.

Disturbi psichici: "Delirio del dubbio. Ogni notte prima di andar a
letto e sovente di giorno prima di scrivere debbo, per decidermi, dar
dei colpi della testa sul muro o del mento sul tavolo fino a dolermene,
e guardarmi dietro le spalle". Più volte presentò fenomeni ipnotici
e medianici e presentimenti di avvenimenti futuri che si avverarono
completamente.

_Midriasi volontaria_. — Fra le particolarità più singolari che egli
ha e che ha pure sua sorella — o, almeno, ebbe quando era isterica —
è, come accennammo, quella di potere a volontà dilatare le pupille.
Ciò non può ottenere, naturalmente, a luce diffusa, abbagliante.
Avverte il momento in cui la pupilla s'ingrandisce, e subito dopo la
pupilla da 3 mm., si porta fino a 6 mm. e più. Contemporaneamente ha
rapide contratture dei muscoli dello zigoma, impallidisce, trema, e
le pulsazioni si fanno più rapide; ed appare un leggero strabismo a
sinistra. Ciò non costituirebbe ancora un fatto di grande importanza,
perchè molti individui da me osservati padroni dell'accomodamento
possono a volontà dilatare e restringere la pupilla; lo strano è che
può dilatare la pupilla anche quando legge e quindi quando non può
mutarsi l'accomodamento oculare. Nello stesso tempo si hanno pure
variazioni nel polso e nel respiro; così:

5 Gennaio:

Ore 18: pulsazioni 75-78 al minuto (normale); respiri 20-22;

Ore 18,5: pulsazioni 87-88; respiri 29-30 (mentre dilata la pupilla).

Si è scritto[156] il Cardiopneumogramma durante la dilatazione della
pupilla (B —> C e D —> E) e nel periodo normale (A B e F) nella
Tavola III: essendo la punta del cuore sotto la 5ª costola, restò poco
evidente l'itto cardiaco: durante la dilatazione fa sforzi rilevanti,
contrae i muscoli mimici, i respiri si fanno più profondi e numerosi,
la curva del respiro copre completamente quella dell'itto cardiaco,
già poco chiara; — nella 2ª volta — D —> E — dilatando di nuovo la
pupilla, profonde espirazioni ed inspirazioni seguite da brevi fenomeni
di Cheine-Stokes, però senza le pause; la respirazione si fa tremula,
frequente, irregolare, per leggiere scosse cloniche dei muscoli
toracici: il polso irregolare, accelerato.

Egli non dilata dunque la pupilla senza sforzo; ed infatti, anche a sua
detta, qualunque movimento degli occhi gli riesce doppiamente faticoso
durante la dilatazione delle pupille: nè può provocarla nei giorni in
cui è molto esaurito.

Ora viene spontanea una domanda: "Perchè si può produrre in lui un
fenomeno che si osserva così raramente negli altri?".

Ed anzitutto il dilatarsi della pupilla in questo caso è veramente un
fenomeno volontario? — Mi pare che l'azione volitiva sia abbastanza ben
dimostrata dal Cardiopneumogramma, che mostra a chiare note l'enorme
sforzo da lui compiuto, fino ad alterargli il respiro, rendendolo
irregolare, dispnoico, quasi apnoico; ad accelerare i battiti cardiaci
e ad esaurirlo. Avvalora inoltre il nostro modo di vedere il fatto
che egli può dapprincipio riprodurre il fenomeno varie volte e poi,
stancato, non lo può più. Inoltre, egli può aumentare la pressione a
volontà (vedi sopra); fatto quest'ultimo che si può spiegare certamente
con l'influenza corticale sui centri bulbari vasomotori (Luciani).

Se invece volessimo far l'ipotesi — col mio carissimo Grandis — di
un fenomeno epilettoide accompagnato (come succede non di rado) da
dilatazione pupillare, non potremmo capire com'egli possa riprodurre
il movimento pupillare varie volte di seguito, conservandone sempre una
perfetta coscienza, memoria e padronanza.

Ma ammesso che si tratti di un fenomeno dipendente dalla volontà, come
ciò si può spiegare?

I movimenti iridei, che dànno la dilatazione ed il restringimento della
pupilla, avvengono per due meccanismi diversi: 1º diversa replezione e
costrizione dei vasi sanguigni che abbondantemente irrorano l'iride; 2º
per azione delle sue fibre muscolari.

Consideriamo separatamente i due fatti.

I vasi dell'iride formano una grande ed una piccola circonferenza,
e tra le due decorrono i vasi raggiati. Se questi ultimi per una
ragione qualsiasi si contraggono fortemente e si svuotano di sangue,
diminuiscono non solamente il loro diametro, ma anche la loro
lunghezza. Siccome l'iride è fissamente aderente alla sua periferia,
il raccorciamento fa sentire il suo effetto solamente sul margine
libero dell'iride, il quale viene attratto alla periferia, dando luogo
a dilatazione della pupilla. Se la contrazione dei vasi è abbastanza
energica, ne segue che la contrazione delle fibre muscolari (sfintere)
diviene impotente ad esplicare la loro funzione, e la pupilla permane
dilatata (esperienze di Mosso).

Vedemmo che durante la dilatazione egli impallidisce assai: se uno
svuotamento sanguigno per contrazione dei vasi avviene pure nei vasi
raggiati, si avrà certamente una dilatazione pupillare.

Si tratterebbe, dunque, di un fenomeno vasomotorio in lui fino ad un
certo punto volontario; e ciò non deve parer strano, osservandosi
anche in altri. Così si sa di artisti (Duse) che arrossiscono ed
impallidiscono a volontà; il che si spiega con l'ammettere centri
vaso-costrittori (oltre il principale bulbare), sia nel midollo
spinale, sia — quel che più ci interessa — nel cervello (Luciani,
Danilewski, Richet, Franck).

Anche nella contrazione di fibre muscolari speciali dell'iride si può
avere un'interpretazione della dilatazione. Oltre il muscolo sfintere
sotto la dipendenza del terzo paio, anatomici e fisiologi distintissimi
(Kolliker, Retzius, Iwanoff, Luscka, Merchel, Gabrielisdes, ecc.)
ammettono un muscolo dilatatore (muscolo di Henle) sotto la dipendenza
del simpatico. Ora non si potrebbero fino ad un certo punto paragonare
i movimenti dell'iride con quelli del cuore? Da una parte un nervo
craniano (3º paio nel primo caso e 10º nel secondo) che ha una data
azione, dall'altra il simpatico che agisce in senso opposto: in tutti
e due i casi muscoli che non obbediscono alla volontà; ebbene, non
sono rari i casi in letteratura di individui capaci di accelerare
i battiti cardiaci e variare la pressione. Il prof. Tarchanoff[157]
di St-Petersburg descrive appunto uno di questi casi, ed i fratelli
Weber potevano a volontà arrestare i movimenti del cuore; fenomeni
ora spiegati dal rapporto dimostrato tra i due centri bulbari cardiaci
(diastolico e sistolico) con centri cerebrali corticali e subcorticali
(Luciani).

Ora non si potrebbe trattare nel nostro caso di una identica azione
volontaria su muscoli involontari?

Queste sono, secondo me, le due ipotesi più semplici e più verisimili;
ma, trattandosi di un epilettico ereditario che, per quanto sommamente
geniale, è pure atavico, mi pare che non sarebbe fuor di posto anche
l'ipotesi della possibile presenza di un muscolo dilatatore a fibre
striate e quindi volontario, come accade negli uccelli rapaci, tanto
più sapendosi delle numerose anomalìe anatomiche e biologiche,
ricordanti animali anche lontanissimi (ipertermia continuata,
allotrofagia, tendenza all'abbaiamento, miagolamento), che si
rinvengono negli epilettici[158]; e nel nostro caso abbiamo anche
acuità visiva, abnorme, evidentemente atavica. Che ciò avvenga in un
genio, non è strano, perchè il genio si fonde con l'epilessia, e poi
son noti appunto in genî i casi di tali moti volontari anomali (E. e F.
Weber potevano arrestare i movimenti del cuore, Fontana si provocava
a volontà la contrazione dell'iride)[159]. E a questo proposito
Ribot, facendo notare che la distinzione fisiologica di muscoli
involontari e volontari non è assoluta, ha l'audacia di concludere che
il movimento involontario si fa volontario quando, in seguito a prove
numerose e riescite, si lega ad uno stato di coscienza e sotto il suo
comando[160].


5. _Assenza lacunare in Adelaide Ristori_. — Leggesi in una specie di
autobiografia della Ristori[161] questo passo:;

"M'incarnavo così vivamente nel personaggio — narra — da me
rappresentato, che persino la mia salute ne era scossa. Una sera in cui
recitavo _Adriana Lecouvreur_ mi accadde che per la grande tensione
dei nervi e della mente durante quell'ultimo atto di passione e di
delirio, poichè venne calata la tela fui assalita da una specie di
attacco nervoso, e nel cervello provai tale sconvolgimento, da non
riacquistar piena conoscenza di me stessa se non dopo un buon quarto
d'ora (_spleen_). Allora prediligevo le passeggiate nei cimiteri".

Questo passo, che accenna a una vera assenza o accesso lacunare
epilettoide è una nuova prova della nevrosi epilettoide nel genio.


6. _Pazzia nel poeta Ferdinando Meyer_. — Anche nel poeta svizzero
F. Meyer la pazzia influiva sul genio. "Dopo il suo precoce, anomalo
sviluppo — scrive E. Hesz[162] —, gli sorse una psicosi d'indole
melancolica, ed ambidue fecero sbocciare un genio poetico tardivo (nel
1852-53), che rifiorì col recidivare del morbo nel 1892-98".

Qui non vi son più dubbi del nesso fra i due fenomeni della psicosi nel
genio.



INDICE


  CAPITOLO  I. — Sull'unità del genio                  _Pag_.   5
    "      II. — Cause note della varietà dei genî             11
    "     III. — Vantaggi dell'agiatezza e della
                  miseria                                      17
    "      IV. — Vantaggi della libertà                        27
    "       V. — Influenza della pubertà                       35
    "      VI. — Influenza dell'amore                          43
    "     VII. — Influenza della pubertà sulle
                  conversioni e sulla criminalità
                  (con una tavola)                             45
    "    VIII. — La pubertà nei degenerati. Psicopatie
                  sessuali                                     55
    "      IX. — Impressioni tardive                           67
    "       X. — Ancora delle impressioni tardive
                  ed altre cause                               71
    "      XI. — I sogni e l'incosciente nel genio             75
    "     XII. — Dell'idea fissa nel genio                     99
    "    XIII. — Classificazione delle degenerazioni
                  ed il genio                                 125
    "     XIV. — I fenomeni contraddittori nel
                  genio                                       133
    "      XV. — Anatomia patologica dei genî
                  (con 3 figure ed 1 tavola)                  147
    "     XVI. — La pazzia del genio secondo i
                  pensatori antichi                           191
    "    XVII. — La psicosi del genio nell'opinione
                  dei popoli primitivi e
                  selvaggi                                    213
    "   XVIII. — Genî creati artificialmente dai
                  popoli primitivi                            233

  APPENDICI. — I. Appendice al capitolo X: Le
                 scoperte e le sensazioni ed
                 emozioni secondo Mach                        251
             II. Appendice alla pagina 111 del
                 cap. XII: Idea fissa, epilessia
                 ed ossessioni angosciose                     255
            III. Appendice al cap. XV: Nuovi
                 casi di patologia del genio,
                 di calcolatori, ecc. (con tre
                 figure ed una tavola)                        257



TAV. III. — CARDIOPNEUMOGRAMMA DEL DOTT. X COL CARDIOGRAFO DI MAREY.

   [Illustrazione: Nº 1.]

   [Illustrazione: Nº 2.]

_NB._ — Al Nº 2 le lettere D e E furono incise alla rovescia; quindi
dove è l'E si legga D, e viceversa.



NOTE:


[1] MACH, _Letture scientifiche_. Torino, Bocca, 1900.

[2] In un foglietto trovato tra le sue carte e che sembra essere
la minuta di una lettera all'amico Wolff (professore nel 1886-87 al
Conservatorio di Lipsia) sta scritto:

"Il y a entre la musique et les mathématiques un rapprochement que
l'on n'a peut-être pas encore remarqué. Si l'on conçoit le domaine
général des idées comme étant un système continu, le champ des
idées mathématiques n'en forme qu'une très-faible partie; ou, pour
mieux dire, elles n'y figurent, à mon avis, que comme les raies de
Fraeunhofer dans l'étendue du spectre solaire. Ainsi il y a une gamme
mathématique comme il y a une gamme musicale. De ce point de vue, un
raisonnement mathématique est comme une suite d'accords tirés de la
lyre intellectuelle formée par les raies mathématiques de la pensée
humaine, et la découverte d'une branche nouvelle des mathématiques est
comparable à celle d'une nouvelle modulation harmonique. Mais tandis
qu'on peut très-bien déplacer la gamme musicale sans altérer les
rapports harmoniques, on ne peut pas déplacer la gamme mathématique;
du moins l'on n'a pas d'exemple, dans l'histoire de la science, que
le même théorème se soit presenté, à différentes époques, ou chez
différents peuples, dans des tons différents. Les accords mathématiques
ont donc une existence absolue, tandis que les accords musicaux n'en
ont qu'une relative" (CREMONA, o. c.).

[3] Vedi _Nuovi studi sul genio_, vol. I: _Cardano_.

[4] MÖBIUS, _Uber der Anlage zur Mathematik_. — Leipzig, 1900.

[5] C. LOMBROSO, _L'uomo di genio_, 6ª ed., parte III.

[6] PAOLA LOMBROSO, _Sul problema della felicità_. Torino, Fratelli
Bocca, 1899.

[7] NELLI, _Vita di Galileo_, 1793.

[8] G. ANTONINI, _I precursori di C. Lombroso_. Torino, Bocca, 1899.

[9] _Nuova Antologia_. Roma, 1899.

[10] C. LOMBROSO, _L'uomo di genio_. Parte I.

[11] BINET et LECLER, _Annuair de psychologie_, vol. III.

[12] ARAGO, _Œuvres complètes_, vol. II, 1854.

[13] ARAGO, op. cit., vol. III.

[14] _Vie et correspondance de C. Darwin_, pag. 32, 1888.

[15] D. GUERRAZZI, _Autobiografia_. Firenze, 1900.

[16] NELLI, _Vita di Galileo_.

[17] STARBUCK, _The psychologie of Religion_. London, 1900.

[18]

                              In femmine   In maschi

  Dei genitori                    23%        32%
  dell'ambiente famigliare        30%        52%
  di amici e conoscenti           34%        42%
  del pastore evangelico          23%        29%
  del maestro                      9%         6%
  di scrittori speciali           17%        17%
  della scienza                    3%         8%
  dell'arte, della musica
    e della poesia                 8%        32%
  di libri                        10%        15%
  di morti                         —%        13%
  di disgrazie                     —%         2%
  di lotte interne                 —%         9%

[19] Dallo STARBUCK, _The phisiology of Religion_, 1899.

[20] MARRO, _La pubertà_, 2a ed. Torino, Frat. Bocca, 1900.

[21] STARBUCK, op. cit.

[22] KRAFFT-EBING, _Psicopatici sessuali_, pag. 16.

[23] MAGNAN, _Archive de neuropathologie_, 1882, nº 12.

[24] _Archivio di psichiatria_, vol. XX, 1900.

[25] SEINUR, _Obsessions sexuelles_ (_Archive d'anthropologie
criminelle_, 15 novembre 1900).

[26] Per chi volesse una prova quasi sperimentale della precocità del
genio, gioverà l'osservazione recente di Richet su Pepito Rodriguez
Ariola, di 3 anni, 7 mesi e 7 giorni, nato a Ferrol (Spagna), con la
madre buona suonatrice di piano a 8 anni e la nonna materna suonatrice
di chitarra a 11 anni; a due anni e mezzo egli suonava a perfezione sul
piano un'aria nuova che sua madre aveva suonato pochi giorni prima.
Dopo d'allora, anche senza che la madre gli desse lezione, suonava o
arie che la madre eseguiva davanti a lui, o altre che inventava. Ne
suonò di bellissime, a 3 anni meno qualche giorno, di sua invenzione.
L'esecuzione è ingegnosa e si vede che inventa da sè il maneggio delle
dita; abile per quanto lo permette la piccola mano, non giunge a fare
un'ottava, ma che la rimpiazza con arpeggi tranquillamente eseguiti.
Alle volte alza la mano in alto con la più gran serietà, per farla
cadere sulla nota giusta. Egli è incerto per mezzo minuto, poi tutto a
un tratto, come ispirato, si mette a suonare con agilità e precisione
anche pezzi difficilissimi, ma non può suonare che sul suo piano che è
primitivo, e non si capisce il perchè.

Più che l'esecuzione, l'armonia è in lui straordinaria e sopratutto
mirabile è l'espressione. Qualche volta pare non possa sfogare tutte le
idee musicali che fremono in lui. Grande ne è la memoria: ha 20 pezzi
a mente, che ha appresi a orecchio. Del resto è ribelle alle lezioni
ed anche alle correzioni. Basta, ad insegnargli un'aria, suonarla
al piano due o tre volte od anche cantarla, ed egli ricostruisce gli
accordi dell'accompagnamento e l'armonia come potrebbe fare un musico
di valore.

Nelle arie inventate vi ha un'introduzione, un corpo ed un finale e una
varietà e ricchezza di sonorità straordinarie. Non sono esse veramente
superiori, ma in mezzo a imperfezioni e fanciullaggini si notano idee,
combinazioni di ritmo, passaggi da un ritmo all'altro, cambiamenti
di tono, perfino lieti motivi, come dettasse un musico. Anche
supponendo che 1000 giovani diciottenni ignari di musica passino sei
mesi a non fare altra cosa che studiare il piano, non riescirebbero,
nell'esecuzione e nell'invenzione, all'altezza di Pepito (C. RICHET,
_Un caso notevole di precocità_. _Revue scientifique_, 6 octobre
1900.).

Egli ha statura e peso della sua età, è bello, ha occhi neri e vivi,
l'intelligenza non è superiore a quella dei coetanei, ha i gusti, i
giuochi, il parlare dei bimbi di 3 anni e mezzo, docile, con memoria
eccellente, ma non al disopra della media; non sa leggere, non ha
talento pel disegno, ma si compiace — egli dice — a scrivere arie
musicali. La scrittura non ha alcun senso; tuttavia egli finge di
leggere e suona davvero.

[27] D. E. DUCHÉ, _Precocité intellectuelle. Étude sur le génie_.
Paris, Jouve, 1890.

[28] LOMBROSO e FERRERO, _La donna delinquente_. Torino, 1898.

[29] VICTOR HUGO, _Vie par Mabillaud_, 1892.

[30] RENDA, _L'ideazione geniale_. Torino, Bocca, 1899.

[31] Vedi _Appendice al capitolo X_ in fine del volume.

[32] SERGI, _Gli uomini di genio_ (_Nuova Antologia_, 1º febbraio
1900); IDEM, _The Monist_, 1895-96; _Renda_, _Comte e l'ideazione
geniale_. Torino, Frat. Bocca, 1900.

[33] Prof. PASQUALE TURIELLO, _Un problema psichico storico_, Napoli,
1901.

[34] _H. Journal American Medical_, 1890.

[35] Lo stesso equivoco prese l'illustre prof. Leonardo Bianchi quando
formulava contro la mia teoria (_dell'epilessia geniale_) l'obiezione
grave: non aver mai osservato ingegni grandi negli epilettici. Ora, la
cosa è verissima quando si tratta di epilessia motoria, anche mutatasi
poi in epilessia maniaca, non quando si tratta della vera epilessia
psichica, che consiste sopratutto in pazzia morale con qualche
rarissimo accesso motorio e, più spesso, vertiginoso, come accade nei
pazzi morali e nei genî più noti.

È la stessa cosa che può notarsi nell'isterìa in rapporto alla santità
e all'ipnotismo; a Torino, dove l'isterìa colpisce sopratutto gli
organi del moto e assai poco i centri nervosi superiori, è rarissimo
di vedere quei fenomeni di genialità, di santità e, sopratutto,
di suggestione ipnotica e di mediumismo che colpisce le isteriche
psichiche, specialmente quelle che, avendo un maggior sviluppo
dei centri psichici, offrono in queste i fenomeni più meravigliosi
dell'intossicazione (chiamiamola così) isterica.

[36] Vedi C. LOMBROSO, _L'uomo delinquente_, 5ª ediz., vol. II, parte
II.

[37] VERETZ, _Distrazioni di Meissonnier_, nella _Contemp. Review_,
1899.

[38] BELLEZZA, op. cit. — Vedi pure il vol. I.

[39] MANDELLI, _Distrazioni di Ponchielli_. Cremona, 1899.

[40] F. PIETRO-PAOLO, _Pensiero contemporaneo_, 1899.

[41] SAINT-PAUL, _Essais sur le langage intérieur_, 1898.

[42] PAOLA LOMBROSO, _Vita moderna_, 1893.

[43] SAND, _Histoire de ma vie_.

[44] MACH, op. cit.

[45] ANTONIO RENDA, _L'ideazione geniale_. Torino, Fratelli Bocca, 1900.

[46] MACH, _Wissenschaft Vorlesungen_. Wien, 1896.

[47] FÉRÉ, _Société de biologie_, 1899.

[48] PITRES et REGIS, _Séméiologie des obsessions_ (_Congrès de
Moscou_), vol. IV, 1899; FREUD, _Obsessions et fobies_, 1895; MAGNAN,
_L'obsession criminelle_, 1892; WESTPHAL, _Uber Zwangvorstellungen_,
1878; BUCCOLA, _Idee fisse_. Reggio-Emilia, 1880; TAMBURINI, _Follìa
del dubbio ed idee fisse_. Reggio-Emilia, 1883; WILLE, _Zur Lehre der
Zwangvorstellungen_ (_Archive de psychiatrie_, 1881); SHAW, _Un caso di
misofobìa_, 1880; SEGRÈRA, _Idee fisse_, 1880.

[49] WILLE, op. cit.

[50] RUBINOWIC, _Obsessions_. New-York, 1893.

[51] WESTPHAL, _Uber Zwang vorstellungen_, 1878.

[52] BUCCOLA, op. cit.

[53] MAGNAN, op. cit.

[54] VALLON et MARIE, _Réflexions sur les obsessions_ (_Congresso di
Mosca_), vol. IV, 1899.

[55] C. LOMBROSO, _L'uomo delinquente_, 5ª ediz., vol. II, parte I e II.

[56] VASCHIDE e VURPAS, _Revue scientifique_, août 1901.

[57] REYMOND, _Épilepties psychiques_, 1901.

[58] C. LOMBROSO, _L'uomo di genio_, parte II.

[59] Vedi vol. I.

[60] Vedi Tasso in _Genio e degenerazione_ di _C. Lombroso_; Vedi vol.
I di quest'opera su Cardano, Manzoni, ecc.

[61] HAVELOCK-ELLIS, _Ninetenth Century_. N.-York, 1898.

[62] TALBOTT, _The Humanitarian_, 1898.

[63] Vedi capitolo XV.

[64] Vedi nell'_Uomo di genio_ di C. LOMBROSO, 5ª ediz., l'_Appendice_
sull'equazione personale.

[65] A. GRAF, _Foscolo, Manzoni, Leopardi_, 1898.

[66] Vedi C. LOMBROSO _L'uomo delinquente_, vol. II: _Epilessia_.

[67] GRANDIS, _Arch. di psich. e antrop. crim._ Torino, 1898.

[68] VOGT, _Archive de la Société de biologie_, 1899; MENDEL, _Nevrol.
Centralblatt_, 1900.

[69] L. BIANCHI, _Ann. di neuropatol_., 1899; _Id_. 1900, III.

[70] MONAKOW, nel _Compte rendu du Congrès medical international de
Paris_, 1900.

[71] LEGGIADRI-LAURA, _Rivista di biologia_. Como, 1899.

[72] A. MOCHI, _Archivio di antropologia_. Firenze, 1898; IDEM, _Arch.
di psich., antropol. crimin._, ecc. Torino, 1898.

[73] Si veda lo studio fatto da G. FAVARO nell'_Archivio di
psichiatria_, vol. XXII, fasc. III, 1901.

[74] PAPILLAUD, _Essai d'étude anthropologique sur Victor Hugo_ (_Revue
de psichiatrie_, 1898).

[75] THULIÉ, _Sur l'autopsie de Louis Assoline, membre de la Société
d'anthropologie_ (_Bulletin de la Société d'anthropologie_, 1878, pagg.
161-67).

[76] _Revue d'anthropologie_, 1876, pag. 74.

[77] _Bulletin de la Société d'anthropologie_, 1885, pag. 322.

[78] CHUDZINSKI e MATHIAS DUVAL, _Description morphologique au cerveaux
de Gambetta (Bulletin de la Société d'anthropologie_, 1886, pagg.
129-152); M. DUVAL, _Les poids de l'encéphale de Gambetta_, (loco cit.,
pagg. 399-416); LABORDE, _Leon Gambetta_. Paris, Schleicher, 1898. —
A tutti questi lavori si aggiungano i bellissimi _Dati anatomici su
uomini eminenti di Francia_, del dott. PORTIGLIOTTI, nell'_Archivio di
psichiatria, antropologia_, ecc., 1901, pag. 441.

[79] HERVÉ, _La circonvolution de Broca; étude de morphologie
cérébrale_. Paris, 1888.

[80] CHUDZINSKI e MANOUVRIER, _Étude sur le cerveaux de Bertillon_
(_Bulletin de la Société d'anthropologie_, 1887, pagg. 558-591.)

[81] MANOUVRIER, loc. cit.; IDEM, _Étude comparative des cerveaux de
Gambetta et de Bertillon_ (Revue _philosophique, 1887_).

[82] _Bulletin de la Société d'anthropologie_, 1892.

[83] SERGI e PORTIGLIOTTI, _Archivio di psichiatria, antropologia_,
ecc., vol. XXII, fasc. III, pag. 457.

[84] EDWARD ANTHONY SPITZKA, _A preliminary communication of a study of
the brains of two distinguished physicians, father and son_ (Da, _The
Philadelphia Medical Journal_, 6 aprile 1901).

[85] Queste cifre si ottengono considerando equivalente a 100 la
lunghezza del bordo dorsale emicerebrale, secondo il metodo di
Cunningham. L'indice occipitale è normalmente circa 20,8 per gli uomini
adulti e 21,7 per le donne, e cresce, scendendo la scala zoologica:
orango 23,2; chimpanzè 24,2; amadriade 29,5; cinocefalo 29,7; mangaby
30,5; macaco 31; cercopiteco 32,9; cebo 33,1. Dunque un indice piccolo
è segno di superiorità.

[86] Fenomeno trovato da Cunningham soltanto quattro volte su 62 mezzi
cervelli, una volta a destra, una a sinistra ed una volta da ambe
le parti. È segno di superiorità, secondo Mickle (_Journal of Mental
Science_, January 1897).

[87] EDWARD ANTHONY SPITZKA, _The redundancy of the preinsula in the
brains of distinguished educated men_ (_The Medical Record_. New-York,
15 giugno 1901).

[88] RANKE, _Das Gehirn der Matematiker Sonia Kowalewscky (Biologische
Untersuchungen)_, settembre 1900.

[89] EDINGER cita a tale riguardo Rubinstein e Cuvier, entrambi i quali
dovevano essere stati idrocefalici, il primo com'era rilevabile dalle
forme del cranio, il secondo per autentiche relazioni.

Di uomini celebri, dalla fronte larga e sporgente, presentavano in
circonferenza cranica: Giovanni Müller 614 mm.; Riccardo Wagner 600
mm.; Bismarck 590 mm. (misura del cappello); ma altri, al contrario,
assai meno. Per es., Argelander 555 mm., Napoleone I 564 mm., Darwin
563, Schwan 565 mm.

[90] HANSEMANN, _Uber das Gehirn von Helmoltz_. Leipzig, 1899.

[91] SPERINO, _Descrizione morfologica del cervello di Giacomini_.
Torino, _Giornale dell'Accademia di Medicina_, 1900.

[92] EDINGER, _Lezioni sulla struttura di centri nervosi_ (trad.
BOTTAZZI), 1890.

[93] BERSANO, _Per la storia della teoria sui rapporti fra genio e
pazzia_ (_Archivio di psichiatria ed antropologia criminale_, vol. XXI,
fasc. IV).

[94] CICERONE, _De divinatione_, I, 37.

[95] ARISTOTELE, _De divinatione per somnium_, cap. II.

[96] "Aristoteles quidem eos etiam qui valetudinis vitio furerunt, et
melancholici dicerentur, censebat habere aliquid in animis præsagiens
atque divinum. Ego autem haud scio an nec cardiacis hoc tribuendum
sit nec phreneticis: animi enim integri, non vitiosi corporis, est
divinatio".

È la stessa obbiezione che ci muoveva Mantegazza, sostituendo solo i
cardiaci ai gottosi. — Vedi LOMBROSO, _Genio e degenerazione_. Palermo,
Sandron, 1898.

[97] "Come più tardi l'epilessia fu considerata come una ossessione
diabolica, guaribile con esorcismi e preghiere, così il nome di
_malattia sacra_ presso i Greci sorse probabilmente dalla credenza
popolare, rafforzata dai sacerdoti, che l'epilessia fosse una
malattia, che si sottraesse alla medicina comune, mandata dagli Dei
e da loro solo guarita. Contro tali imposture sacerdotali si scagliò
energicamente Ippocrate, rivendicando tale malattia allo studio della
scienza e sostenendo che essa non è per nulla più soprannaturale delle
altre malattie. Bella è per contro la posizione assunta da Aristotele
in tale dibattito: per lui l'epilessia è pur sempre una malattia umana,
santa però, poichè l'ebbe Eracle, il purificatore della Grecia, e gran
parte dei genî religiosi ellenici" (BERSANO, opera e loco citati).

[98] OMERO, _Iliade_, VI, 200.

[99] ARISTOTELE, _Problemata_, sect. XXX, 1.

[100] ARTURO BERSANO, _Pazzia, genio e delinquenza nella filosofia
platonica_ (Appunti). Torino, E. Loescher, 1899.

[101] _Apol._, 22, A. C. Ione, nº 33.

[102] "Negat enim sine furore Democritus quemquam poëtam magnum esse
posse. Quod idem dicit Plato, quem, si placet, appellet furorem,
dummodo is furor ita laudetur at in _Phaedro_ Platonis laudatus est".

[103] LUCIANO, _Demosth_., _encom_., II, pag. 687.

[104] SENECA, _De tranq_., cap. 15.

[105] Quasi con le stesse parole di Platone sentenzia dell'artista il
DURAND (_Nouvelles recherches sur l'esthétique et la morale_, pag. 107.
Paris, Alean, 1900): "Loin d'avoir à lui tenir compte de son habileté
a rendre le poison agréable, a rendre le mal attrayant, la société
devrait, au contraire, mesurer sa responsabilité a son talent, et ne
voir en lui qu'un malfaiteur d'autant plus dangereux qu'il est plus
habile".

[106] A. CLEMENTE, _Strom._, VI, 827.

[107]

      "Ingenium misera quia fortunatius arte
    Credit et excludit sanos Helicone poëtas
    Democritus; bona pars non ungues ponere curat
    Non barbam, secreta petit loca, balnea vitat.
    Nanciscetur enim pretium momenque poëtæ,
    Si tribus Anticyris caput insanabile nunquam
    Tonsori Licino commiserit. O ego lævus
    Qui purgor bilem sub verni temporis horam!
    Non alius faceret meliora poëmata...".

                          (ORAZIO, _Ep_., 2, 3, 295).

[108] LUTOSLAWSKI, _Plato's Logic_. London, 1897.

[109] A. BERSANO, _Per la storia dei rapporti tra genio e pazzia_
(_Archivio di psichiatria ed antropologia criminale_, vol. XXI,
fascicoli IV e V).

[110] _Zionistische Rundschau, gennaio 1899; Lombroso's Theorie in
Judische Schriften_.

[111] G. B. BELLI, _Ragionamento V_.

[112] VALERIO DA POS, _Poesie_. Belluno, Cavezzano. — Da un articolo
del dott. ALPAGO NOVELLI nel mio _Archivio di psichiatria_, ecc.
Torino, 1899.

[113] Dal GUIDO MARPILLERO, _Francesco Saverio Quadrio e l'uomo di
genio_. Pavia, 1900.

[114] IDEM, _ibidem_.

[115] IDEM, _ibidem_.

[116] GUIDO MARPILLERO, op, cit.

[117] BERBRUGGER, _Le Maroc et ses tribus_ (trad.), pag. 31. Bruxelles,
1844.

[118] BARTELS, _Die Medizin der Naturvolkers_, 1893.

[119] BECK, _Allgmeine Schilder, des Otkom. Reiches_, p. 177.

[120] IDEM, _ibidem_, pag. 529, II.

[121] DUBOIS, _Descript. of the Caract._, pag. 360.

[122] PFEIFFER, _Reise_, cap. VII.

[123] Modigliani, _Un viaggio a Nias_, 1890.

[124] MEDHURST, _China State and Prospect_., pagina 75. Londra, 1838.

[125] _Bulletin de la Société d'anthropologie_, 1865.

[126] COOK, _Voy. Pacif._, II, pag. 19.

[127] RIENZI, _Oceania_, VI, pag. 289.

[128] IDEM, _ibidem_.

[129] _Fraser Magazin_, 1866.

[130] SCHOOLCRAFT, op. cit., t. IV, pag. 49.

[131] MÜLLER, _Geschichte der Amerikanischen Ur-religion_, pag. 90.
Basel, 1855.

[132] D'ORBIGNY, _Homme américain_, II, pag. 92.

[133] MAX BARTELS, _Die Medizin der Naturwolkers_. — Leipzig, 1893.
— Devo la notizia di questo prezioso libro all'egregio collega prof.
Giacosa.

[134] IDEM, _ibidem_.

[135] J. G. KIERNAN, _Alienist and Neurologist_, january 1898.

[136] BARTELS, op. cit.

[137] IDEM, _ibidem_.

[138] RÉCLUS, _Les primitifs_, pag. 83.

[139] BARTELS, op. cit.

[140] BARTELS, op. cit.

[141] ALEXANDRE BELLEMARE, _Sociétés sécrètes de l'Algérie_. Paris,
nov. 1858. — _Bebrugger_: Medjudibim, 1857.

[142] _Nouv. Ann. des voyages_, juillet, 1857.

[143] LAYARD, _Niniveh_, II, 70.

[144] _Journ. Of. Sacr. Lit._, II, pag. 65, 1849; _As. Resear._, t.
XVI, pag. 33.

[145] CLOT-BEY, _Aperçu général de l'Égypte_, tome II. Bruxelles, 1840.

[146] C. LOMBROSO, _L'uomo delinquente_, vol. II.

[147] JUSTINUS, op. cit.

[148] MACH, _Wisschafell Vorlesungen_. Wien, 1896.

[149] _Revues des Revues_, septembre 1901.

[150] BECHTEREW, _Neurologische Central Blatt_, 1898.

[151] MENDEL, _Neurologische Central Blatt_, 1898.

[152] Œuvres de LOUIS DUCHOSAL: _Le livre de Thulé_. Lausanne, Payot,
1891; _La forêt enchantée_. Genève, Eggimann, 1892; _Le rameau d'or_,
édition plus complète du même ouvrage, même librairie, 1894; _Le guet_,
drame en un acte. Genève, Stopelmohr, 1890; _Marquise, vos beaux
yeux me font mourir d'amour_, comédie en un acte, id.; _La petite
fleur bleu_. Lausanne, Nazol, 1895; _Polichinelle et C.ie_. Pages
littéraires. Genève, 1897. — V. les articles des MM. G. VALLETTE (_La
Suisse_, 2 mars 1901); L. Debarge (_Semaine littéraire_, 9 mars 1901);
P. LEIPPEL (_Journal de Genève_, 11 et 18 mars 1901); PH. MONNIER
(_Gazette de Lausanne_, 16 mars 1901), etc.

[153] DE CESARE, _La fine di un regno_, parte II, pagg. 109 e 110.
Città di Castello, 1900.

[154] L'ampiezza della bocca è frequente nei deficienti ed è certamente
segno di sviluppo incompleto, sebbene manchi uno studio esauriente
a tale riguardo. I difetti di estetica sono già un primo indizio
della degenerazione somatica. Cfr. GIUFFRIDA-RUGGERI, _Sulla dignità
morfologica dei segni detti degenerativi_, negli _Atti della Società
Romana di antropologia_, vol. IV.

[155] Dall'inchiesta di Gabardi.

[156] Vedi Tavola III — Cardiopneumogramma col cardiografo di Marey: —
A. — B tracciato normale; B —> C dilata la pupilla; dopo C la pupilla
e la curva tornano normali; D —> E dilata la pupilla; dopo E torna
normale.

[157] Il prof. I. R. TARCHANOFF, _Ueber die Willkürliche Acceleration
der Herzschloge Beim Menschem_ (_Plügers Archiv_., vol. XXXV, pag. 109,
anno 1885), ha visto in uno studente in medicina un'accelerazione ed un
rallentamento dei battiti del cuore e della pressione.

                                   Polso.   Pressione.

  Tranquillità,              15"    18       122
       "                      "     17       125
       "                      "     18       122
  Accelerazione volontaria    "     20       132
       "           "          "     21       135
       "           "          "     23       138.

[158] TREVES, _Congrès d'anthropologie criminelle_, 1902, pag. 389;
_Arch. di psich_., ecc., vol. XXII, fasc. 2º, 1902.

[159] Vedi RIBOT, _Les maladies de la volonté_, 15ª ediz., pag. 27,
1901.

[160] IDEM, _ibidem_.

[161] _Ricordi e studi artistici di_ ADELAIDE RISTORI. Torino, Roux e
C., 1888.

[162] _Allg. Zeitschr. f. Psychiat._, 1902, 58, 6.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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