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Title: Annali d'Italia, vol. 8 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Author: Coppi, Antonio, Muratori, Lodovico Antonio
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Annali d'Italia, vol. 8 - dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750" ***

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                                 ANNALI
                                D'ITALIA

                     DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE
                           SINO ALL'ANNO 1750


                              _COMPILATI_

                         DA L. ANTONIO MURATORI

                   E CONTINUATI SINO A' GIORNI NOSTRI


                        _Quinta Edizione Veneta_

                             VOLUME OTTAVO


                                VENEZIA
                DALL'I. R. PRIVILEGIATO STAB. NAZIONALE
                       DI GIUSEPPE ANTONELLI ED.

                                  1847



CONTINUAZIONE

AGLI ANNALI D'ITALIA

DI LOD. ANT. MURATORI


Chiunque abbia letto sin qui gli Annali d'Italia compilati da Lodovico
Antonio Muratori avrà veduto quale immensa tela sia venuto intessendo
l'illustre autore per discorrere l'italiana istoria di questi dieciotto
secoli, senza che dalla necessità di balzare ogni anno da un punto
all'altro della penisola sia derivato al suo lavoro interrompimento
o disordine; ed avrà insieme ammirato in che giudizioso modo sia
egli riuscito a mettere in tutto il loro lume i veri motivi che
preparato hanno i più notabili cambiamenti e le conseguenze che gli
accompagnarono; a fissare i luoghi e i tempi precisi che sono stati il
teatro, o l'epoca degli innumerevoli avvenimenti narrati; a disgombrare
ogni incertezza dall'ignoranza, dalla malizia, dalla inavvertenza
o precipitazione degli antichi scrittori passata negli scrittori
susseguenti; a sceverare dalle favole la verità; a rendere la dovuta
giustizia a quei personaggi che le passioni aveano indebitamente o
encomiati o biasimati, e, se dato non era raggiugnere la certezza, ad
accennarne almeno ciò che più alla probabilità ed alla verisimiglianza
si atteneva; ad interessare infine i lettori con un quadro
svariatissimo in cui i trionfi o i danni della virtù contrastano colle
alternate vicende del vizio, talvolta fortunato, ma quasi sempre punito
o almeno smascherato e fatto segno al dispregio ed all'odio universale.

Spesa la maggior parte della vita a scorrere il vasto campo della
erudizione, indagando, discutendo ed illustrando le antichità
dell'Italia, il Bibliotecario modonese, divenuto per tal guisa
possessore d'immensi tesori, o sconosciuti o generalmente poco noti, si
aprì la strada alla grande impresa, cui il fino suo discernimento giovò
ad appianare e ad imprimere di quella profonda ragione storica che
spicca in tutti gli altri suoi scritti.

Esattezza somma e precisione riguardo ai luoghi, ai tempi ed alle
cose accadute principalmente dal cominciare del quinto secolo sino al
principio del decimosesto; sagacità e gran fondo di sana critica per
determinare la vera cronologia, nè ammettere ciecamente il maraviglioso
d'una fantasia riscaldata, nè i pravi giudizii della malignità o
i delirii d'una puerile superstizione; esposizione sincera delle
più strepitose rivoluzioni, se pur non abbia a dirsi delle calamità
dell'Italia, purificata da quella tinta bugiarda che il genio, il
partito, il timore o la speranza, la disperazione o il dolore aveano
consigliato agli scrittori contemporanei; ecco il frutto delle
estesissime cognizioni in fatto di storia acquistate coi diuturni suoi
studii dal nostro Muratori, il quale, non taciuti i vizii ed i difetti,
ma nè anche per avventura le virtù degli Attila, degli Alarico, degli
Odoacre, degli Alboino, de' due Pippino, dei Carlo Magno, narra poi
con ordine, con chiarezza e con tutta la imparzialità le fazioni dei
Guelfi e dei Ghibellini, i travagli dei romani pontefici, le intestine
discordie delle città, le mutazioni dei reggimenti, le rivalità delle
provincie ed il contendere dei varii popoli, i fasti e le sciagure di
questa, bella e troppo sventurata parte dell'Europa.

Se non che, ad esercitare le precipue virtù dello storico, il proprio
giudizio e la sincerità, grandemente libero campo gli lasciava la
lontananza dei tempi dei quali tenea parola; laonde potea rendere
omaggio al merito, al valore ed alla virtù senza che nissuna gelosia
si accendesse, e giustamente notare d'infamia il demerito, la viltà
ed il vizio senza tema di dispiacere ad alcuno. Imperocchè, estinti
interamente o in molto gl'interessi del momento, raffreddato lo
spirito di parte, cessate le nemicizie e le rivalità, ed in tutto o
parzialmente sanate le piaghe ad una nazione cagionate da disgrazie
e da politici o guerrieri flagelli, può lo scrittore farsi sicuro di
non incorrere sì di leggieri la taccia di maligno, di bugiardo, di
adulatore, d'entusiasta, e sottrarre si può al pericolo di essere male
interpretato, come se la sua fantasia preoccupata gli avesse fatto
invadere il dominio della fredda ragione, o se il preteso suo zelo
animato si fosse con danno di qualche altra passione.

Ma ben altramente procede la bisogna per chi imprenda a parlare di cose
correnti e vicine: non v'ha cautela che basti. Sia pure e debba pur
essere la verità l'anima dello storico, debba pur tutto subordinarsi
alla sua legge, ognuno però conviene che grande riservatezza è mestieri
nel maneggiare questa verità della storia che ignuda non può sempre
comparire mentre ancor durano e sono in fermento gl'interessi ed i
partiti, gli odii e gli affetti degli uomini, le cui azioni formano il
tema della narrazione, e, peggio ancora, mentre questi uomini vivono
non solo, ma eziandio tengono in mano la forza ed il potere.

Così il Muratori, allorchè, proseguendo la continuazione de' suoi
Annali dopo il secolo XV, giunse a descrivere le cose d'Italia avvenute
dopo il XVII secolo, tenne quel giusto mezzo che a saggio scrittore
conviensi, per non sagrificare la verità nè sè stesso; riferendo
esattamente i fatti de' quali era stato in qualche modo il testimonio
e spettatore, ma rado pronunziando suo giudizio assoluto e positivo, se
pur non faceasi interprete ed araldo del sentimento universale. E così
dovrà adoperare chi prende ad annodare le ultime fila del suo lavoro,
protraendole fino a' giorni nostri, tempi quant'altri mai, spezialmente
per un periodo intermedio di circa vent'anni, pieni di maravigliose
vicissitudini, pur troppo funeste all'Italia, e tali che qualunque sia
il nostro proponimento, qualunque la pacatezza dell'animo nostro, forse
non sarà sempre possibile non uscire in piuttosto concitate che gravi
parole.

Ad ogni modo, narreremo ogni cosa, e narreremo senza amore e senz'ira,
procacciandoci di mantenere quel coraggioso sangue freddo che non ci
farà mai sagrificare la verità alle preoccupazioni, l'imparzialità ai
lamenti ed ai motteggi degli appassionati e dei malevoli. Niuno però
voglia istituir un confronto tra il classico autore, al cui lavoro
apponiamo queste continuazioni, e noi. Senza l'ingegno, altissimo
in lui, in noi molto modesto, differentissime sono le condizioni
ed i tempi. Mancava, o almeno scarseggiava il Muratori di memorie e
documenti, e dovea trar fuori il suo racconto per la maggior parte
dalla polvere delle biblioteche e degli archivii; abbonda adesso
strabocchevolmente la suppellettile, ed eccede le forze dell'uomo
il tutte librarne le parti sopra giusta lance, per discernere,
nella frequentissima loro contraddizione, nel vario atteggiamento,
nel diverso procedere, il vero dal falso, e far capitale di quello,
questo rigettando. I tempi remoti si lasciavano esaminare, ponderare
quetamente; i vicini tempi non consentono tutta calma; strascinano
seco impetuosi chi si pone a descriverli, nè lasciano quella libertà
di esporre, di giudicare, di sentenziare che avrebbe chi i fatti
raccontasse dell'antica Grecia o di Roma, ai quali ciascheduno
presta quella parte di compassione che alle vicende de' suoi simili
generalmente concede, non quell'altra intimamente sentita, profonda,
prepotente, che nelle cose proprie forzatamente, necessariamente,
avvien che riponga.

Per le quali considerazioni tutte, bandito il paragone che dicevamo, ne
conforta la coscienza di aver fatto il meglio che per noi si potesse,
nei ristretti limiti che pur ci vengono prefissi.



ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1750 FINO AI GIORNI NOSTRI



    Anno di CRISTO MDCCL. Indiz. XIII.

    BENEDETTO XIV papa 11.
    FRANCESCO I imperadore 6.


Narrata dall'illustre Muratori, alla fine dell'immortale opera sua,
la pace anche all'Italia donata col famoso trattato d'Aquisgrana del
1748, posto in esecuzione nell'anno susseguente in una colle condizioni
convenute nel congresso di Nizza nello stesso anno concluso; ed esposto
dal lodato autore la situazione in cui, al cadere del 1749, veniva per
ciò a trovarsi l'Italia; si può da questo punto incominciare la nuova
carriera per vedere le varie perturbazioni, benchè minime e quasi
innocenti, che ne avvennero in appresso, finchè poi verso la fine
del secolo scorso ed al principio del presente fu tutta sconvolta e
trasformata.

Ripigliando pertanto il filo della narrazione, ci faremo da Roma e
dalle circostanze del presente anno 1750, ch'era l'anno santo.

Aperta con le consuete cerimonie auguste nel tempio di San Pietro
quella porta che per venticinque anni era stata chiusa, esultavano
i fedeli come se si fosse ad essi in certo modo spalancata quella
del cielo. In ogni ora di qualunque giorno vedevasi lo spettacolo
d'un popolo infinito che, od unito in compagnie, o separatamente,
procedeva alla visita delle aperte basiliche; ma lo spettacolo che
più d'ogni altro edificava era appunto Benedetto XIV. Quei pellegrini
e quei forastieri quasi innumerabili che a Roma concorsero in tale
occasione, verificate cogli occhi proprii le mirabili cose che nei
loro paesi aveano udito a raccontare della sua pietà, della virtù sua
e dell'immensa sua dottrina, tenevano quello stesso linguaggio che in
lontanissimi tempi tenne di Salomone la regina Saba. Il pontefice,
in età più che settuagenaria, in mezzo alle infinite bisogna e cure
dello Stato e della religione, attendeva a tutte le solenni funzioni
ordinarie e alle altre colle quali bramava di dare maggiore risalto al
suo giubileo.

Ma tanta sua ed altrui compiacenza fu in gran parte amareggiata da
un'inaspettata disgrazia, accaduta in Roma nel termine dell'anno
stesso. Per le dirotte pioggie continuate ingrossato il Tevere, uscì
dal letto con furore eguale a quello onde avea traripato ai tempi
d'Augusto, cagionando un'orribile innondazione non solo nelle vicine
campagne, dove in alcuni punti coverse fino le cime degli alberi, ma
in molte principali contrade della città, nelle quali non si potea
praticare se non con barchette. Nell'universale spavento e nella
terribile calamità non mancò il governo di apprestare le più opportune
provvidenze, e di far eseguire tutto ciò che potea ridondare in
vantaggio del pubblico; e Benedetto, con tenerissimo paterno affetto,
gemendo per quelli che le acque impedivano di uscire a procacciarsi
il vitto, ordinò che per mezzo di barche fosse ad essi gratuitamente
somministrato il bisognevole.

Ed a viemmaggiormente funestare l'animo del pontefice, altre disgrazie
amare si aggiunsero. Una pretesa di violazione dei privilegii e diritti
della chiesa e del seminario di San Giacomo degli Spagnuoli avea messo
in aperto disgusto la corte di Spagna con quella di Roma. Volea il re
di Sardegna che nella promozione de' cardinali fosse inchiuso monsignor
Merlini, nunzio alla sua corte, e che colla vendita delle più ricche
badie del Piemonte fosse formato un appannaggio al duca di Savoia, a
similitudine dell'infante don Luigi di Spagna. Faceva grande rumore
nell'imperio, tra' principi della casa di Hohenlohe, il ristabilimento
di certi consistori e ministri luterani nelle incumbenze dalle quali
avea il conte cattolico di Hohenlohe trovato il modo di spogliarsi; e
tutti i nunzii pontifizii nelle corti di Germania, considerando questo
dissidio di gran rilievo per la religione e per la corte di Roma, ne
aveano dato parte al papa. Una fiera persecuzione dei cristiani alla
China, rinovando contro i medesimi i più rigorosi editti di sangue, e
della quale rimasti erano vittime generose quattro Domenicani, oltre al
vescovo di Mauricastro, facea giustamente temere non in quelle contrade
si risvegliasse contro i fedeli un odio simile a quello che un secolo
prima gli avea percossi al Giapone. Ma tra tutte le perturbazioni che
toccavano l'animo del pontefice, quella che diede maggiormente allora
a parlare fu la disputa insorta tra la repubblica di Venezia e la casa
d'Austria pel patriarcato d'Aquileia.

Aquileia rispettata e famosa al tempo di Augusto e degli altri
imperadori romani; Aquileia considerata, dopo Roma, la prima città
d'Italia, barbaramente disfatta da Attila, distruttore di tante
altre città e provincie d'Europa, seppellendo sotto le sue rovine
l'antica sua magnificenza, trovossi in quella catastrofe al punto di
vedervi sepolto anche il nome. Se non soggiacque, ne andò debitrice
al per altro funesto scisma dell'Istria, pel quale, sospesa i vescovi
di quella provincia ogni comunicazione colle quattro antiche sedi
patriarcali, conferirono essi diritto e nome di patriarca al loro
metropolitano, ch'era appunto il vescovo di Aquileia, ed il quale,
estinto lo scisma, pur ritenne il conferitogli titolo, e fu da Leone
VIII, Giovanni XX ed Alessandro II considerato primo metropolitano di
tutta l'Italia, come tenutone universalmente per il prelato più ricco.

Divenuti poscia i patriarchi d'Aquileia anche principi temporali per
donazioni lor fatte dai re longobardi, da Carlo Magno, dagl'imperadori
franzesi e tedeschi, pensarono a ristabilire l'antico splendore
dell'abbattuta città. Ma tutte le cure loro non andarono piene di
effetto; imperocchè Aquileia, già distrutta dalla forza dell'armi
d'Attila, soggiacere dovette ad una forza ancor più assoluta ed una
forza ancor più assoluta ed imperiosa, al mare. Abbandonando le acque
a poco a poco gli antichi termini all'estremità occidentale del golfo
Adriatico, dove prima approdavano le triremi di Roma, lento lento
formossi un paludoso terreno, sì che Aquileia, la quale per tanti
secoli avea, come Ravenna, sentito a romoreggiare sotto le sue mura i
marosi, si vide circondata da povere capanne peschereccie, alla purità
d'un aere sano e delizioso succedute esalazioni pestifere e mortali.
Tanta rivoluzione di clima sforzò i patriarchi a tramutare la sede
loro quando in Gemona, quando in Cormons, ora in Cividal del Friuli,
ora in Udine stessa; ed il principe prelato, che pensò di surrogare
quest'ultima città all'antica, costituendola siede del suo dominio e
metropoli della provincia friulana, si fu il patriarca Bertoldo, nel
1251. Passato per altro due secoli dopo, per la forza delle armi, il
Friuli in mano de' Veneziani, e spogliato il patriarca del dominio
temporale, per una transazione conchiusa tra il prelato medesimo e la
repubblica, confermata dal papa Nicolò V e dall'imperadore Federigo
III, assegnaronsi al patriarca di Aquileia le terre di San Vito e San
Daniele, colla costituzione d'una dote ecclesiastica corrispondente.

Da quel tempo i patriarchi furono sempre veneziani; e continuando
a risiedere in Udine, esercitarono, dopo la lega di Cambrai, la
giurisdizione ecclesiastica non solo sopra Aquileia, ch'era passata nel
Friuli austriaco, ma eziandio nella parte della diocesi compresa ne'
dominii della casa d'Austria, giurisdizione che mai sempre dispiacque
ai principi di quella casa. Si convenne pertanto tra gli arciduchi
d'Austria ed i Veneziani che le due potenze godessero alternativamente
del diritto di nominare a questo patriarcato. Ma la convenzione si
ridusse alle parole; poichè gli Austriaci non giunsero mai a godere
del diritto, per l'attenzione sempre posta da' patriarchi d'Aquileia,
veneziani, a scegliersi veneziani coadiutori, loro concessi dal senato,
e muniti di bolle pontificie per la futura successione. Richiamossi
l'imperadrice Maria Teresa contro questa usurpazione de' Veneziani,
pretendendo che la tolleranza de' suoi predecessori non avesse valso
a prescrivere il diritto che anch'essi avevano alla elezione del
patriarca; ed i Veneziani, fondando la loro pretensione sopra il non
essersi mai fatto da' principi della casa d'Austria uso del combattuto
diritto.

Da gran tempo e alla corte di Vienna e nel senato di Venezia agitavasi
la controversia; e alle proposizioni e proferte da una parte surgendo
dall'altra difficoltà e rifiuti, le cose tiravano in lungo senza
speranza di componimento. Finalmente concordarono le due potenze in
questo, di prendere il papa ad arbitro di una vertenza che in gran
parte era ecclesiastica e religiosa, facendo, più della dottrina e
della sapienza di Benedetto XIV, sperare giusta la pontificia decisione
il suo carattere equo e moderato. I Veneziani poi tanto più erano
concorsi di buon grado a sottomettersi al giudizio di lui, perchè,
oltre ad un breve di Giulio III, che ad essi confermava il diritto di
nominare il patriarca, non aveva la santa Sede nel progresso del tempo
tenuto in alcun conto l'alternativa, e perchè, generalmente parlando,
un lungo possesso non interrotto equivale ad un incontrastabile
diritto.

Ed in fatti Benedetto XIV conservò ai Veneziani il diritto di eleggere
soli il patriarca; ma, affine di togliere i sudditi dell'imperatore
dalla suggezione ad un vescovo straniero, nella parte austriaca di
quella diocesi stabilì un vicario apostolico. Spiacque oltremodo al
senato cotale decisione, e richiamò egli tosto i suoi ambasciatori
tanto da Roma quanto da Vienna. Al tempo stesso la repubblica accrebbe
di molto le sue armate di terra e di mare e si dispose alla guerra.
Il papa dichiarò che, qualunque potessero essere le conseguenze di
quella lotta, non credevasi egli mallevadore di quegli avvenimenti;
che stabilito aveva un vicario apostolico, le regole seguendo della
giustizia, e che alcun interesse non pigliando alle operazioni del
veneto senato, rimettevasi alla saviezza dell'imperadrice regina.
Il senato, all'incontro, manifestò a tutte le corti avere il papa
stabilito quel vicario in una parte del patriarcato di Aquileia, ed a
quella dignità inalzato il conte di Atimis, canonico di Basilea; grave
pregiudizio quindi venirne al diritto di padronato dalla repubblica
esercitato costantemente; essere perciò la repubblica stata costretta
a richiamare il suo ministro da Roma dopo le proteste fatte contra quel
breve; professare tuttavia, mentre gelosa era di conservare un diritto
col lasso di più secoli acquistato, alla santa Sede in tutt'altro
rispetto sentimenti di venerazione e di filiale obbedienza.

Il re di Sardegna si proferì mediatore nella contesa, ma dal senato
veneto non ottenne se non un rendimento di grazie. Fu proposto di
smembrare il patriarcato, e di formarne due vescovadi, da stabilirsi
l'uno ad Udine, l'altro a Gorizia; ma anche siffatta proposizione
fu dal senato rigettata; ed il nuovo vicario apostolico, recatosi ad
Aquileia, il possesso pigliò di quella dignità, malgrado le opposizioni
de' Veneziani. Vollero questi ancora qualche tempo resistere; ma,
troppo deboli forse per opporsi alle forze dell'Austria, acconsentirono
finalmente alla proposta divisione: fu però stabilito che abolito
sarebbe il titolo di patriarca d'Aquileia, e ripartita la diocesi in
due vescovadi, dei quali la nomina apparterrebbe per l'uno al senato,
per l'altro ai sovrani dell'Austria.

Il chiudimento della santa porta segnò in Roma il termine dell'anno
1750, nel quale furono celebrate nella corte di Torino le nozze tra il
duca di Savoia Vittorio Amedeo, figlio del re Carlo Emmanuele III, e
l'infante Maria Antonia, sorella di Ferdinando VI re di Spagna.

Manifestossi intanto in Parma un mal umore, perchè quel novello
sovrano, Spagnuolo di nazione, avesse conferito le principali cariche
del ducato, e particolarmente quelle della pubblica economia, agli
Spagnuoli; e furon pubblicati viglietti, co' quali avvertivasi
quel principe di ricordarsi delle istruzioni avute dal re suo padre
Filippo V, cioè di reggere con dolce freno i suoi popoli. Tentando
d'infrenare l'umor sedizioso col rigore, l'espediente non giovò; sicchè
bisognò cambiare i ministri e scemare le tasse. Delle quali benefiche
disposizioni contento il popolo, dimostrò la sincera sua riconoscenza
verso il principe quando giunse di Francia in quello Stato la reale sua
sposa, figlia di Luigi XV.



    Anno di CRISTO MDCCLI. Indiz. XIV.

    BENEDETTO XIV papa 12.
    FRANCESCO I imperadore 7.


A mantenere il benefizio della pace, di cui già da un anno erasi
incominciato a godere in Italia, aveano il massimo interesse le due
corti di Vienna e di Madrid; avvegnachè, se l'imperadore Francesco
I possedeva i dominii della casa de Medici, due principi della casa
regnante di Spagna teneano il regno delle Due Sicilie, e l'eredità
della casa Farnese. Il conte Esterazi adunque, ministro cesareo alla
corte di Madrid, in varie conferenze avute col signor di Carvaial
e Lancastro, e col marchese dell'Ensenada, principali ministri del
gabinetto spagnuolo, propose che, per allontanare il pericolo di nuove
turbolenze, e stabilire la pace sulla base degli antichi trattati, il
re Cattolico s'impegnasse di non prendere parte, nè direttamente nè
indirettamente, in qualunque guerra che insorger potesse in Italia, nel
caso che, contra ogni aspettativa, se ne accendesse alcuna che fosse
prodotta da una causa straniera agli interessi di Sua Maestà Cattolica
e della sua famiglia; che l'imperadrice regina, dal canto suo, per
cooperare al medesimo fine, guarentisse nella più solenne forma gli
Stati de' quali era in possesso il re delle Due Sicilie, non meno
che quelli posseduti dall'infante don Filippo in vigore del trattato
di Aquisgrana; che la stessa malleveria si facesse dall'imperadore
nella sua qualità di granduca di Toscana; che finalmente, in forza di
tale accordo, rimanesse estinta e diffinita ogni scambievole pretesa,
oppure, se alcuna ne restasse, sopra la quale le due corti non si
fossero acconciate, si avesse diffinire amichevolmente.

Intanto che il conte Esterazi adoperava in tal modo alla corte di
Madrid, un altro abile ministro della corte di Vienna, il conte
Beltrame Cristiani, gran cancelliere di Milano, prevaleasi del suo
soggiorno a Torino, dove erasi trasferito per regolare i punti di
commercio tra gli Stati del re di Sardegna e la Lombardia austriaca,
onde disporre l'animo di quel sovrano ad entrare nella convenzione
meditata e stabilita tra l'imperadrice regina Maria Teresa e Ferdinando
VI re di Spagna. Riusciti felicemente ne' loro maneggi ambedue i detti
ministri, in brevissimo tempo venne fra le corti di Vienna, Madrid e
Torino stipulato un trattato, di cui questa era la sostanza. Nel caso
che le truppe nemiche invadessero gli Stati del re di Sardegna, dovesse
l'imperadrice regina somministrargli un aiuto di sei mila uomini;
fornisse ella lo stesso numero di gente per difesa del re delle Due
Sicilie, dell'infante duca di Parma e del duca di Modena, allorchè gli
Stati di questi principi si trovassero nello stesso caso; ad uguale
sussidio fosse tenuto il re di Sardegna, nel caso che fossero attaccati
i dominii posseduti in Italia dalla imperadrice regina, e ad egual
impegno verso di essa fosse vincolato anche il re di Spagna; facesse
Sua Maestà Cattolica il medesimo riguardo al re di Sardegna, e questi
verso la Maestà Sua; in ognuno di questi casi il re delle Due Sicilie
somministrasse cinque mila uomini di truppe ausiliarie, e tre mila
per ciascheduno l'infante duca di Parma ed il duca di Modena; dovesse
finalmente ciascuna delle parti stare mallevadrice pei dominii dalle
altre rispettivamente posseduti in Italia, nello stato medesimo in cui
allora si trovavano.

In questa convenzione, intesa a mantenere la quiete d'Italia, non
erano, come si vede, compresi gli altri principati italiani, cioè
il papa, e le tre repubbliche, di Venezia, di Genova e di Lucca, nè
poteano esserlo. I sommi pontefici, e specialmente Benedetto XIV,
sicuri di conservare quegli Stati che dalla pietà e munificenza
de' principi avea la santa Sede ottenuti, non poteva pensare mai a
dilatarli per ambizione o per avidità d'imperio nè temere poteva
di esserne, se non dalla violenza e dalla ingiustizia spogliato.
Contenta la repubblica di Venezia de' suoi possessi nel continente e
fuori, già da più d'un secolo avea rinunziato all'idea di meschiarsi
nelle dissensioni dei principi in Italia, e faceva professione d'una
rigida neutralità. Quella di Lucca, limitata alla ristrettezza del suo
pacifico dominio, compreso e quasi incastrato nella Toscana, attendeva
al commercio ed alle arti della pace, e stimavasi felice di non entrare
per nulla in bilancia a fissare l'equilibrio della penisola. Quanto
alla repubblica di Genova, che tanta parte aveva avuta nell'ultima
guerra, non era stata nominata, perchè le direzioni da essa tenute
a suo riguardo aveano disgustato la corte di Vienna; perchè le altre
potenze, allora belligeranti e rivali della casa di Austria, non aveano
trovato vantaggio nissuno dall'amicizia di lei; e perchè finalmente
tutte le repubbliche, se non sieno potenti, interessare non possono
nella loro sorte i sovrani assoluti, mancando quei vincoli di sangue o
di affinità che devono o almeno possono talora stringere i principi fra
loro.

Ma la genovese repubblica, che da venti anni teneva a sè conversi gli
sguardi dell'Europa per quella ribellione della Corsica, che, dopo la
tanto decantata dei Paesi Bassi al tempo di Filippo II, non avea avuta
ne' secoli moderni l'eguale o per l'energia de' suoi sforzi, o per la
costanza nelle disgrazie o per l'accorgimento, trovossi nel presente
anno in non troppo felici contingenze.

Si è veduto a suo luogo (all'anno 1745) come la città di Bastia,
capitale dell'isola, già smantellata pel furibondo fulminare di bombe
e cannoni d'una squadra inglese, fosse dal suo governatore genovese
abbandonata in mano del colonnello Rivarola, che con tre mila Corsi
sollevati se le faceva sotto.

Non vogliamo qui lasciar di notare, perchè da nessuno storico riferito,
ma pure consegnato nelle memorie d'un insigne naturalista franzese, che
un ministro della corte di Francia, vedendo lo spirito sempre inquieto
e tumultuante di quelle popolazioni, propose di far tagliare tutti gli
alberi de' castagni di quell'isola, che il nutrimento per alcuni mesi
fornivano agli abitanti, affinchè costretti fossero a coltivare nelle
lor montagne i grani e per ciò distratti dalle guerriere imprese; senza
avvedersi che in quelle selve montane mai non si sarebbero seminate le
biade, e che il popolo, privo d'un mezzo ad esso fornito dalla natura,
ne sarebbe più feroce divenuto ed indomabile.

Poichè pertanto il congresso d'Aquisgrana non avea fatto nessun conto
della supplica colla quale i Corsi in commoventi termini esponevano
le cagioni della loro insurrezione, ed imploravano l'assistenza delle
corti europee onde non rimanere più oltre sottoposti alla oppressione
de' Genovesi, quegl'isolani continuarono a coraggiosamente combattere
per la loro indipendenza. Già la Francia, che, per tornare i ribelli
all'ubbidienza del senato genovese avea, dopo il conte di Boisseux,
spedito in Corsica il marchese di Maillebois, il quale disse ai Corsi
come Sua Maestà Cristianissima prendesse la loro isola sotto la sua
tutela e protezione, venuta era in determinazione di sostituire a
questo comandante generale il marchese di Cursay. Ora, comandando
questi da vicerè, contribuì molto a rendere sempre più odioso il
governo antico ed attuale della repubblica di Genova; e la grande
autorità che arrogavasi fece insiememente nascere puntigli e serie
contese tra lui ed i comandanti generali, che volevano sostenere il
decoro ed i diritti della genovese repubblica.

Cotali disordini presero gran piede nei primi mesi di quest'anno in
molte occasioni, e principalmente per certa paglia niegata da alcuni
luoghi al marchese di Cursay, che volea pagarla, ed a lui invece
fornita da' Corsi sollevati senza verun pagamento. Da ciò insorte nuove
questioni tra le truppe franzesi e le genovesi, unite a' Corsi fedeli,
sì che vennero più volte alle mani, quel comandante dovette appigliarsi
al partito di vietare a' suoi di approssimarsi ai presidii genovesi.
D'uopo è notare che mentre i Corsi sostenevano una lotta accanita
coi Genovesi, le diverse corti, e quelle specialmente di Francia e di
Spagna, gelose erano a vicenda, e timorose sempre che l'isola cadesse
in dominio dell'una o dell'altra; dal che derivava che mentre si
ostentava talvolta di prestare aiuto ai Genovesi, e di voler ricondurre
la pace, non si lasciava di fomentare in qualche modo la sollevazione e
di favoreggiare l'indipendenza di quella nazione.

Intanto la discordia, che regnava tra' Franzesi e Genovesi, riaccese
quella delle comunità del regno, senza che il generale franzese, il
quale procurava di sopirla, o almen frenarla con la dolcezza e con
l'autorità, prevalesse a ristabilire la quiete, spesso interrotta da
vie di fatto funeste e sanguinose.

Informata la repubblica di Genova di quanto era accaduto ed accadeva in
Corsica tra il marchese di Cursay ed il suo comandante, tra le milizie
di ambedue le parti e tra le comunità del regno, elesse subito il
marchese Giacomo Grimaldi, uomo di gran merito e di molta estimazione,
per mandarlo nuovo commissario in Corsica a trattare col comandante
franzese un aggiustamento di tutte quelle vertenze; inviando al suo
ministro a Parigi ampie istruzioni onde giustificare presso quella
corte il modo di operare suo e de' suoi.

Ma anche il marchese di Cursay avea già di tempo in tempo portate alla
sua corte le proprie doglianze, e da ultimo l'aveva ragguagliata delle
recenti contese; senza nel frattempo tralasciar l'esecuzione degli
ordini ricevuti dal cavaliere di Chauvelin, plenipotenziario del re a
Genova, di convocare pei 10 del mese di giugno un'assemblea generale
del regno, onde farvi l'elezione di cinque deputati, che, unitamente
con lui, col plenipotenziario suddetto e coi commissarii del senato di
Genova, dovevano trasferirsi a Tolone, per regolarvi diffinitivamente
in una specie di congresso tutte le bisogna della Corsica.

L'adunanza non ebbe luogo, perchè la Francia, disgustata grandemente,
per le relazioni del Cursay, e de' Genovesi e de' Corsi, venne in
determinazione di richiamare dalla Corsica le sue genti, lasciando
in balia di sè stessi non meno quegli abitanti che la repubblica di
Genova; e già tutto era apparecchiato per la partenza.

Sensibilissima riuscì alla repubblica e del pari ai capi de' Corsi
l'imminente partenza delle truppe franzesi dall'isola, perciò che
lasciavanla esse in un abisso di disordini, de' quali non poteasi
sperare allora nè rimedio nè fine. Fecero dunque lor pruove ambe le
parti per sospendere l'effetto della presa risoluzione, il senato
di Genova dando ordine a' suoi deputati in Parigi di sottomettersi
a qualunque soddisfazione che il gabinetto di Versaglies esigesse, e
promettendo i Corsi di ricevere con intera sommissione quei regolamenti
che al re piacesse di fare intorno agli affari loro.

Corse allora voce che qualche bella soddisfazione venisse data da'
Genovesi a Luigi XV, ma niuno poi seppe dire in che consistesse. Si
seppe bensì tosto che, calmato quel monarca, avea dato ordine al suo
ministro Chauvelin di proporre ai Corsi il chiesto regolamento, facendo
loro intendere che Sua Maestà, mossa dalla idea delle calamità che per
la partenza delle sue truppe sarebbero toccate ai Corsi, era discesa
a sospendere l'esecuzione de' suoi ordini, onde terminare un'opera ad
essi favorevole, come era quella di restituir loro la pace e far che
godessero d'un dolce reggimento e permanente.

In conseguenza de' quali ordini, passato nell'isola lo stesso de
Chauvelin, il marchese di Cursay intimò di bel nuovo una generale
adunanza; alla quale essendosi portati i deputati corsi, dopo
comunicate ad essi le condizioni dal re di Francia procurate per
assicurar loro uno stato felice e tranquillo, furono anche chiamati a
conoscere che felicità e tranquillità, mediante un moderato e giusto
governo, non poteano ottenere se non se da quella potenza che avesse
sopra di essi una legittima e sovrana autorità, come appunto era la
repubblica di Genova; nello stesso tempo dichiarando che Sua Maestà
Cristianissima, per un effetto della sua naturale bontà, addossavasi
la malleveria di tutto ciò che fosse loro concesso, e di cooperare
all'esecuzione. Tutti i deputati ad una voce fecero sapere che si
sottomettevano rispettosamente a quanto Luigi XV richiedeva, ed anzi
sottoscrissero un atto, col quale giurarono sopra l'Evangelio di volere
da allora in poi riconoscere la repubblica di Genova per sola legittima
loro sovrana, tornando sotto la sua obbedienza, e rinunziando ad ogni
passo od atto in contrario. Laonde fu letto e dato loro a sottoscrivere
il regolamento, contenente le condizioni che il re di Francia aveva
per essi conseguite dalla repubblica, e comprese in otto articoli,
tutti risguardanti al generale governo dell'isola, senza parola da cui
argomentare che seguire ne dovesse essenziale mutazione di reggimento.

A questi passi, un altro i Corsi ne mandarono dietro. Quattro fra i
deputati recaronsi a Bastia, e a nome di tutta la nazione rinnovarono
al già detto commissario Grimaldi le sicurezze della loro sommissione
e del sincero loro ritorno sotto il dominio dell'antico legittimo
Sovrano, presentandogli in pari tempo, ed alla presenza del cavaliere
de Chauvelin, una lettera, nella quale, riconoscendo la repubblica
per loro sola e legittima sovrana, protestavano che la principal cura
dei padri di famiglia e de' capi delle comunità sarebbe stata quella
di avvezzare i popoli al dovere ed alla subordinazione, e nel tempo
stesso imploravano dal commissario che volesse presso la Repubblica
interporsi, affinchè ottenesse dal re di Francia che tuttavia in
Corsica restassero le sue truppe, mezzo valevole, forse e unico per
assodare quella tranquillità che per esse si era veduta a rinascere.
A simile domanda furono i Corsi indotti per un fine politico:
sudditi, essi non potevano chiedere al re l'ulteriore soggiorno delle
sue milizie; sembrava inconveniente che lo facesse la repubblica
riguardo ad un paese pacificato e messo sotto la sua obbedienza;
il re di Francia di suo moto proprio nol dovea. Dall'altro canto a
tutti conveniva, o per interesse o per decoro, che quegli armati si
rimanessero. Fu dunque trovato l'espediente della lettera, che togliea
di mezzo tutti gli scrupoli e delicatezze.

Se non che non tardò molto a manifestarsi la necessità di quelle
truppe. I deputati che aveano firmata la pacificazione della Corsica
furono disapprovati da' loro committenti di là dai monti, che si
sollevarono, e se di qua il fuoco non iscoppiò nè così presto nè con
tanto impeto, covava sotto la cenere, ed anzi si credette che di qui
partissero le scintille che appiccarono l'incendio dall'altra parte.

Gli abitanti di Niolo, considerati sempre come i meno trattabili
dell'isola tutta, furono i primi a tumultuare contro il regolamento,
perchè non procacciasse i vantaggi ch'eransi fatti sperare, non
parlando esso punto de' privilegii della nazione, che pur erano
l'argomento principale della gran lite co' Genovesi, e per tal modo
rimanevano, come per l'addietro, soggetti all'autorità dispotica
della Repubblica e de' suoi uffiziali. Nè a persuadere i Niolesi e
gli altri abitanti di parecchie pievi della parte oltramontana, che
ne avevano seguito l'esempio, valsero le parole dell'abbate Olivetto,
ecclesiastico molto stimato da quelle genti, ed il medesimo che per
esse avea scritto alla corte di Francia promettendo a loro nome tutta
la sommessione, perchè si lasciassero nell'isola le truppe che il
re ne avea richiamate: prese di bel nuovo l'armi, posero ogni cosa
in disordine tale, che forse potea dirsi peggiore di quel di prima.
Se non che, recatosi sui luoghi il marchese di Cursay con buona mano
di soldati, giunse a calmare gli animi ed i ribelli, deposte l'armi,
gli diedero anche statici per sicurezza della loro fede: vedremo in
appresso che calma e che sommissione fossero quelle.

I corsari africani, che in quest'anno ricomparvero baldanzosi sulle
acque della Corsica, ed ogni dì faceano udire il suono di qualche
novella preda, e minacciavano di sbarco le coste dell'Italia, senza che
a reprimerne l'insolenza valessero una squadra napolitana e le galee di
Malta e del pontefice, furono cagione di grave querela tra la corte di
Napoli e quella di Vienna.

Avendo le galee pontificie e napoletane data la caccia a due galeotte
tunisine, ne catturarono una; ma l'altra riuscì a ripararsi sotto il
cannone della torre del Giglio, situata all'altura degli Stati de'
presidii, sulle terre all'imperadore spettanti nella sua qualità di
granduca di Toscana. Allora le galee pontifizie, cessando l'impresa,
diedero di volta; ma le napoletane, niente curando i segnali del
comandante della torre, che avvisava trovarsi la galeotta in paese
sicuro, l'incalzarono sì, che costrinsero i Turchi a salvarsi in terra,
dove pure sbarcati, gli attaccarono più volte, finchè li videro in
luogo di sicurezza, e quindi condussero seco il legno nemico ed una
barca napolitana poc'anzi da quello predata, in tutta questa fazione
lavorando col cannone gagliardamente con qualche danno eziandio della
torre, che continuava a protestare ed a far fuoco per far rispettare i
suoi diritti.

Informata la corte imperiale, allora residente a Presburgo,
dell'accaduto, lo imperadore, come granduca di Toscana, considerandosi
altamente offeso per la violenza praticata a quel corsaro sotto la sua
protezione, chiese alla corte di Napoli pronta e solenne soddisfazione
colla restituzione immediata del bastimento predato. Alle quali
rimostranze re Carlo rispose, aver lui fatto più volte rappresentare
alla reggenza di Firenze non potersi avere riguardo alcuno alla pretesa
neutralità della corte di Toscana, però che di questa i Barbareschi
prevalevansi per impunemente e come da sicuro asilo assaltare le navi
napoletane con incredibile danno de' suoi sudditi e del loro commercio;
nè dovere quindi parere strano se il duca di San Martino, comandante
delle galee napoletane, non avea avuto difficoltà di assalire il legno
tunisino, trovatosi appunto nel caso per cui state erano mosse quelle
doglianze e proteste. O sia che cotale risposta fosse riconosciuta
concludente, o che altri motivi a ciò consigliassero, l'affare rimase
allora sopito.

Tuttavia, a mettere qualche rimedio al sommo pregiudizio che
generalmente recava al commercio d'Italia, quel ricovero che ne'
porti di Toscana trovavano i Barbareschi, per la pace da Francesco I
imperadore, quale granduca, colle reggenze africane conchiusa; mosse
calde lagnanze alla corte di Vienna dal papa, dal re di Sardegna e
dalle repubbliche di Genova e di Lucca; l'imperadore stesso, sul cui
animo avere doveano maggior forza le ragioni giustissime di quattro
italiane potenze che non qualunque trattato o impegno in cui fosse
entrato coi governi di Barbaria, s'indusse finalmente a permettere alla
reggenza di Firenze di servirsi delle due navi da guerra recentemente
a Porto Ferraio tornate dal Levante, per tener lontani dalle coste di
Toscana i corsari, non permettendo loro di accostarsi, se non ne' casi
di disgrazia, che furono specificati. Alla quale permissione imperiale
fu allora creduto che maggiormente avessero contribuito i lamenti de'
negozianti di Livorno per le ingiustizie ed avanie che le loro navi
pativano da coloro, a' quali la fede de' trattati era lieve freno per
trattenerli dal commettere mille estorsioni ed iniquità.

A questa provvidenza giusta e salutare, diretta ad assicurare
possibilmente il commercio italiano dalla rapacità e malafede degli
Africani, un'altra ne mandò dietro Benedetto XIV, e come capo della
religione e come principe temporale, molto più dilicata di sua natura,
ed assai più importante nelle sue conseguenze, riguardo ai così detti
Liberi Muratori. Già da circa venti anni diffusa e clandestinamente
dilatata ne' paesi cattolici, e più ancora in quelli che fuor del
cattolicismo viveano, teneva questa società in continuo sospetto
i principi ed i governi. Chi le ha dato per progenitori coloro che
edificarono la torre di Babele, chi quelli del tempio di Salomone;
altri, più sistematici, vollero riconoscerne padri i cavalieri
Templari. Amava le tenebre, ed in seno dell'oscurità andava ampliando
il numero de' suoi confratelli. Sulla porta di quelle stanze che le
serviano di notturno ricetto non vedevi impressi caratteri materiali;
eppure era scritto: _Lungi, o profani; è questo il regno della luce
ed il tempio della verità._ Riti misteriosi ne accompagnavano le
iniziazioni. Non diversità di patria, non differenza di governo, non
disparità di culto era di ostacolo o ragion di ripulsa a chi chiedea
d'entrare. Nel regno della luce, nel tempio della verità ammetteansi
egualmente, e come cittadini e come adoratori, i fedeli di Cristo, i
discendenti di Abramo, i seguaci di Calvino o di Lutero, di Maometto
e di Confucio. La differenza stessa della nascita, del grado, delle
fortune quivi spariva; chè l'opulento ed il misero, il dignitario
e l'artigiano, principi e sudditi, dotti ed indotti trovavansi
indistintamente registrati sulla lista dei Liberi Muratori, e non
rado un uomo, cui per le vene scorreva un sangue per trenta o quaranta
generazioni purificato, siedeva fra due compagni lordi ancora di quel
fango ond'erano usciti nascendo. Soave giocondità presiedeva alle
notturne loro adunanze, e parea un'innocente allegria fosse il nume
geniale de' loro banchetti. Uno spirito di fratellanza, di benevolenza
generale, mentre congiungeva le destre, ne annodava i cuori. I
soccorsi, che una mano benefattrice porgea a chi avea bisogno, erano
sempre tanto spontanei quanto copiosi; ed il fratello beneficato, lungi
dal vedere nel suo benefattore, come suole troppo di sovente, chi della
sua superiorità approfitta per farsi dipendente e schiavo un infelice,
vedevasi appena obbligato al tacito tributo dell'intima riconoscenza.

Come dunque una congregazione di uomini, sì innocente nel suo vantato
istituto, sì benefica ne' pretesi suoi effetti, che proponeasi di
mettere in pratica quelle sante massime che, proposte dal Vangelo
colla promessa di non terminature ricompense, trovano nondimeno tra i
cristiani sì scarso numero di cultori, come mai farsi potè sospetta ai
governi, tirarsene addosso lo sdegno, e meritar in fine d'esser punita?
Facile a conciliarsi è l'apparente contraddizione. La società dei
Liberi Muratori è tutta fondata sul più rigoroso secreto. Coloro che
vi sono ammessi non entrano a parte del mistero, e nulladimeno si esige
da essi sotto i più terribili giuramenti di starne fedeli al silenzio.
Se la società ha per oggetto del suo istituto la virtù, a che tanta
precauzione per tenere celata la sostanza delle sue massime e delle
sue dottrine? Perchè non far vedere agl'iniziati il codice della loro
associazione? A che tanta diffidenza, a che tanta gelosia?

Tutti questi segreti, tutti questi misteri, che all'illustre Annalista
d'Italia sembrarono _inezie_, e ad altri parve che contenessero
l'_enigma e non l'arcano_, divennero sospetti non solo alla podestà
ecclesiastica, per credere che si macchinassero insidie alla religione,
ma eziandio alla stessa secolare podestà, prevedendo che potesse
turbarsene la quiete civile. Quindi in poco tempo si videro a circolar
per tutta l'Europa editti sopra editti contro i Liberi Muratori. Prima
a comparire nella lista delle potenze che proscrissero la società
fu la Francia, nel 1727. L'Olanda nello stesso anno, e molto più
rigorosamente nel 1755, manifestò il suo sdegno contro i supposti
discendenti dei Templari. Tre anni dopo lo stesso fecero la Fiandra e
la Svezia. La Polonia nel 1739, la Spagna ed il Portogallo nel 1740, il
governo di Malta nel 1741, e la regina d'Ungheria nel 1743 fulminarono
gli apostoli della verità e gli angeli della luce, come furono poi
proscritti, nel 1748, negli Svizzeri, dal cantone di Berna.

Tredici anni erano scorsi da che Clemente XII, stato informato che il
mostro, varcate le Alpi, avea posto in Italia il piede, gli scagliò
contro gli anatemi del Vaticano. (Ved. sopra all'anno 1736; tomo VII,
col. 429 e seg.) Se non che alcuni divulgavano che le censure fulminate
della Chiesa, per non essere la bolla di Clemente stata dall'attuale
pontefice confermata, non aveano più vigore alcuno. Si volse adunque
Benedetto XIV a distruggere sì pernizioso errore, e nel giorno 18
maggio del presente anno comunicò a tutto il mondo cattolico i suoi
sentimenti e le risolute sue determinazioni in tale proposito con una
bolla, nella quale sei motivi adduceva, pei quali aveasi la società
a riguardare come direttamente contraria al bene della religione e
dello Stato. Unirsi, diceva, in siffatte adunanze persone di ogni
religione e di tutte le sette; occultarsi con istretto costante impegno
di segretezza le cose che in dette conventicole si fanno: asserendo
essere colpevole il giuramento con cui si obbligano ad inviolabilmente
osservare il segreto, come se fosse lecito ad alcuno di premunirsi del
pretesto di qualche promessa o giuramento per esimersi dal manifestare
le cose tutte, intorno alle quali fosse dalla legittima podestà
interrogato; opporsi società simili alle leggi civili non meno che
alle ecclesiastiche, essendo dal gius civile vietati tutti i collegi
e corporazioni tutte formate senza pubblica autorità; essere in molti
paesi state proscritte dalle leggi di principi cotali società ed
aggregazioni; cadere esse mai sempre in sospetto degli uomini saggi,
riputati perversi coloro che vi si aggregavano.

Quantunque in Napoli più che altrove si guardasse con sospetto
qualunque adunanza od unione di genti, per le ripetute rivoluzioni
alle quali andò quel regno suggetto, così teneasi che colà e nelle
altre napoletane provincie si fossero assai moltiplicate le logge di
Muratori. Appena dunque venuta in luce la costituzione di Benedetto
XIV, il zelo di molti ecclesiastici fece sì che tuonassero, sul
fondamento delle voci che correano, contro la setta dei Liberi
Muratori; e quindi il popolo a credere di veder sempre chi portasse in
fronte i contrassegni del fulmine pontificale; a mormorare che la corte
in sì delicato argomento si tenesse in silenzio. Intanto i settatori,
benchè con tutta giustizia perseguitati, e quantunque conoscer
dovessero il proprio torto, osservavano gelosamente quel segreto
ch'era l'anima della loro istituzione, guardavano un rigoroso silenzio
sulla sostanza delle loro massime e sulla natura dei dogmi loro, non
meno che intorno al nome dei consocii, e continuavano a radunarsi
clandestinamente. Ma, per quanto occultamente adoperassero, non valeano
a sottrarsi affatto alle suspizioni. Potea il disordine crescere da una
parte, crescer dall'altra lo scandalo. Laonde il re, risoluto d'andare
alla radice del male, condiscendendo ancora alle istanze del sommo
pontefice, elesse cinque giudici particolari, uno per ciascun ordine di
persone, onde fossero processati e puniti tutti coloro che alla setta
de' Muratori si trovassero aggregati. Ma perchè tali regie disposizioni
forse non bastavano, se anche la nazione tutta non fosse senza equivoco
e perfettamente istrutta della sovrana volontà, il re Carlo emanò un
severo editto, in cui proibì assolutamente ne' suoi dominii i Liberi
Muratori, da dover essere puniti come perturbatori della pubblica
tranquillità e rei di crimenlese.



    Anno di CRISTO MDCCLII. Indiz. XV.

    BENEDETTO XIV papa 13.
    FRANCESCO I imperadore 8.


La convenzione nell'anno scorso da noi mentovata, tra le corti di
Vienna, Madrid e Torino, fu nell'anno presente ridotta a solenne
trattato, reso poi celebre sotto il nome di trattato di Madrid, o
di Aranjuez, dal luogo in cui fu stipulato, ed il quale in sostanza
non era che una pura rinnovazione della convenzione sopraccennata,
le sole mutazioni fatte consistendo negli aiuti scambievoli promessi
da' tre sovrani in caso di aggressione ai loro Stati in Italia, e
nell'alternativa di dare in vece di soldati uno stabilito sussidio in
denaro contante. Alla diffinitiva conclusione di siffatto accordo molto
cooperò il re d'Inghilterra, siccome quegli a cui stava molto a cuore
la perfetta esecuzione del trattato di Aquisgrana e della convenzione
di Nizza, che ne furono come la base ed il principal fondamento. Ed
al totale ristabilimento della pubblica tranquillità concorsero quasi
tutte le italiane potenze, con sì buona intelligenza e concordia,
che in brevissimo tempo, per mezzi del tutto amichevoli e pacifici,
congressi, maneggi, concordati, furono accomodate tutte le questioni
e vertenze insorte necessariamente per le perturbazioni delle guerre,
intorno ai confini ed alle giurisdizioni tra il regno di Napoli e lo
Stato pontificio, tra questo e la Toscana, tra esso granducato ed il
duca di Modena, tra il Milanese e gli Stati del re di Sardegna, tra
questi e la repubblica di Genova, tra il Mantovano ed il Tirolo colla
repubblica di Venezia.

Le sollecitudini de' principi contraenti nel detto trattato ebbero
per quaranta e più anni un effetto salutare. E forse anche più durato
avrebbe il suo beneficio, senza quel turbine che dalla Francia proruppe
a disordinare ogni meglio connesso edifizio, verso la fine del secolo,
come a suo luogo verremo a mano a mano descrivendo. Ma intanto ci è
d'uopo ripigliare il filo delle cose di Corsica, che tenevano allora
desta l'attenzione generale dell'Italia non solo, ma di tutta l'Europa.

Guardavansi di mal occhio i due primarii personaggi che allora
reggevano la isola, il commissario genovese marchese Grimaldi ed il
marchese di Corsay comandante franzese, e tanto innanzi procedute
erano le cose, che quel primo dalla Bastia erasi ritirato in Aiaccio,
per isfuggire le contese quotidianamente insorgenti per l'autorità
che questi arrogavasi, in gran parte contraria alla sovranità della
repubblica. Ora ad accrescere le discordie accadde che una squadra
franzese, tornando da' lidi dell'Africa, dov'erasi portata a minacciare
i Tripolini, bombardandone il porto, comparve sulle coste della Corsica
e diede fondo nel porto d'Aiaccio, senza che i Genovesi sapessero
che pensarsi di quella comparsa, e con grave scontentezza de' Corsi,
tra' quali corse come sicura la voce che fosse venuta per opporsi ad
altra squadra inglese, che dovea liberar l'isola dalla schiavitù e
dall'oppressione. Come il senato di Genova avea già significato al
suo commissario che gli chiedea il modo del contenersi, la squadra,
dopo rinfrescato, veleggiò per Tolone; ma in quell'occasione il senato
stesso avea pur fatto intendere al Grimaldi come stata fosse ottima
cosa che se la passasse con miglior accordo col comandante franzese,
in pari tempo lagnandosi alla corte di Francia delle costui procedure.
E a tali insinuazioni del senato il Grimaldi replicò con sentimenti
di buono e zelante repubblicano, lui chiedere piuttosto di essere
richiamato, di quello che rimanere in un impiego in cui fosse obbligato
a riconoscere autorità altra qualunque fuor di quella della repubblica.
Ma l'impossibilità di trovare suggetto capace da sostituire al Grimaldi
nel posto di commissario generale in Corsica, il non poterglisi
rimproverare altro che un troppo vivo zelo nel sostenere il decoro e
gl'interessi della sua patria, determinarono il senato a non aderire
alle domande del suo cittadino.

Nè solamente le gelosie e le reciproche diffidenze de' due generali
in Corsica tenevano molto occupati i Genovesi ed inquietavano la corte
di Francia; ma il regolamento stesso comunicato l'anno scorso ai capi
dei sollevati dal marchese di Cursay per parte del re di Francia,
di cui quei popoli non eransi mostrati troppo contenti, non appagava
neppure interamente i Genovesi; sì che si rese necessario concertare
col cavaliere di Chauvelin, ministro franzese, che di Francia venisse
una riforma, la quale e questi e quelli appagasse. Ma nè anche giovò
la riforma creduta opportuna dal gabinetto di Versaglies, poichè, per
lo contrario, non appena fu comunicata ai capi delle pievi, che destò
uno straordinario ed universale impeto di furore, tutti protestando di
non accettare quel regolamento, benchè modificato, nè sottomettervisi
in verun modo, altro scopo esso non avendo che rimettere loro sul collo
l'abborrito giogo della repubblica. Indarno furono chiamati a nuovo
congresso. Ripigliate l'armi, obbligaronsi con fortissimo giuramento
di trattare da nemico chiunque ardisse di parlare d'accomodarvisi.
Scriveva il marchese di Cursay al cavaliere Chauvelin, non esservi in
quello stato di cose che due soli partiti da prendere: o abbandonare la
Corsica al suo destino, o far uso della forza contro la medesima. Ma,
invece di risposta, si vide il marchese posto in arresto, guardato a
vista, indi trasportato in Antibo, e colà custodito come prigioniero di
Stato.

Tra le accuse che allora si sparsero contro il detto comandante,
la principal era quella di un'eccessiva ambizione, per appagare la
quale avea voluto rendersi come necessario ad ambe le parti. In fatti
un'autorità quasi illimitata erasi egli acquistata, specialmente
facendo con una saggia amministrazione godere a quei popoli una
vera felicità; temperato per lui il furore dei partiti, le leggi
erano rispettate, divenuti rarissimi i delitti, e tutta la nazione
tornata per un pezzo in dolce concordia. Fondata egli aveva perfino
un'accademia in Bastia, la quale, sebbene lungo tempo non durasse,
aveva tuttavia risvegliato tra' Corsi il gusto delle lettere.

Arrestato il Cursay, le truppe franzesi rimasero sotto il comando
d'un signor di Curci, il quale, facendo suo pro dell'esempio del
predecessore, fu dal Grimaldi, e tutto si proferse a' suoi desiderii.
Ma intanto le fazioni, le risse, le discordie, le diffidenze
continuavano, accompagnate da incendii, violenze e spargimento di
sangue; ed i Corsi di là dai monti, a segnalare di bel nuovo l'odio
loro contro la repubblica, si elessero de' capi, e questi pubblicarono
un editto rigorosissimo contro chiunque avesse avuto l'ardimento
di fare qualsiasi proposizione a nome di Genova, e facevano inoltre
arrestare ed impiccare senza formalità di processi coloro che erano, o
si parea, sospetti di segrete intelligenze co' Genovesi.

In mezzo alla universal pace, ogni lieve commovimento diventava
osservabile, e tal fu l'attentato sedizioso di quei di Subiaco, grossa
terra della Campagna di Roma, che tanto nel temporale come nello
spirituale dipendeva dall'abbate commendatario di Santa Scolastica.
Questi pastori, che tali sono per la maggior parte, irritati per aver
perduto nella Rota di Roma una lite co' Benedettini di quella badia
circa i pascoli di certa montagna, invece di rispettare il giudizio,
o prevalersi contro d'esso de' rimedii legali, dato di mano all'armi,
investirono il convento, costrinsero priore e frati a fuggirsene per
le finestre, fugarono quanti accorsero in aiuto de' monaci, ed ucciso
uno sbirro, trassero dalle carceri dell'abbadia diversi loro compagni.
Giunto l'avviso del caso a Roma, furono mandate truppe, il cui solo
aspetto sedò immantinenti il tumulto; parte dei principali autori
fuggiti, parte arrestati, e tornati i Benedettini al loro convento. Ma,
per non lasciare impunito un fatto di tanta conseguenza, fu comandato a
quella popolazione di portare l'armi a Roma, il che fu subito eseguito.
Formato intanto il processo ai capi della sedizione, dieci, che erano
stati trasferiti nelle carceri di Roma, furono esiliati per sempre
dalle terre dello Stato ecclesiastico; ed altri undici, già fuggiti,
si sentirono fulminati in contumacia dalla condanna di morte. Quindi in
poi il pontefice colse ogni occasione, per isfuggire simili disordini,
di separare dalla spirituale la giurisdizione temporale in tutte quelle
badie e governi, nei quali erano prima congiunte, assoggettandoli tutti
all'immediata direzione della sacra consulta.

Accadde in quest'anno in Piacenza la morte del celeberrimo cardinale
Giulio Alberoni, che tanta parte ebbe nelle bisogna della Spagna e
dell'Europa tutta. Ne era stata la vita in forse qualche tempo prima;
ma colto avendolo, nel 24 giugno, fieri dolori seguiti da deliquio,
tornarono vani tutti i soccorsi dell'arte, e due giorni dopo spirò,
conservando sino all'ultimo una somma presenza di spirito; potendosi
dire che fu tanto singolare in quest'uomo la morte, come disse
Benedetto XIV, quanto erano state la fortuna, l'ingegno, l'età e la
fama. Di tutti i suoi beni, che faceansi ascendere ad un milione
di scudi romani, lasciò erede il seminario di San Lazzaro, da lui
eretto e fondato con ispesa gravissima fuori di Piacenza; fondazione
che sola avrebbe bastato ad immortalare un altro nome. Di quest'uomo
molto e variamente fu parlato e scritto, e nel corso della rapida
sua elevazione e poi della sua caduta, dopo la quale, quantunque
paresse interamente staccato dogli affari politici, pur non lasciava
di avere molta influenza in quelli che trattavansi in Europa. Tenendo
corrispondenze in tutte le corti ed in tutti gli Stati, i più celebrati
ministri lo hanno consultato; e siccome possedeva in grado eminente
l'arte delle combinazioni politiche unita a penetrazione profonda ed a
sano giudizio, così prevedeva quasi sempre l'esito de' grandi affari, e
raro fu che il successo non corrispondesse alle sue conghietture.

Tre mesi circa prima dell'Alberoni, passò di questa vita il doge
di Venezia Pietro Grimani. Già ambasciatore della patria a Londra
ed a Vienna, se colà guadagnossi la stima dell'inglese nazione e
fu ascritto alla reale società, legato ancora d'amicizia col primo
uomo che allora fosse al mondo, con Isacco Newton, quivi destramente
maneggiò gl'interessi del veneto senato, concertando coll'imperadore
Carlo VI la sacra lega a danni del comun nemico del nome cristiano.
Tornato da sì splendide legazioni in patria, fu insignito della dignità
di procuratore di San Marco, e poi, nel 1741, collocato sul trono
ducale. Culto letterato e filosofo sublime, gloriosamente regnò dieci
anni ed otto mesi, ferma tenendo la repubblica nella saggezza del suo
divisamento di starne lontana da straniere guerre. Ma se di grave
cordoglio fu per questo conto la sua perdita a tutta la città, che
conosceva il pregio d'un tal principe, gli uomini di lettere rimasero
altamente contristati, in lui perdendo, più che il mecenate, un amico
ed un compagno. Gli fu sostituito Francesco Loredano, cittadino di rara
pietà e fornito di virtù morali e civili, tra le quali risplendeano
egregie la liberalità e la beneficenza; consumato sino dalla gioventù
ne' politici maneggi, ed occupato lungo tempo nel posto di savio
grande, che val come chi dicesse nella carica di ministro di Stato.

Nel mezzo tempo i corsari africani tenevano, secondo il solito, in
apprensione le potenze europee colle continue loro scorrerie sul
Mediterraneo, danneggiandone principalmente il commercio. Mentre
pertanto alcune con esorbitanti tributi, sotto lo specioso titolo di
regali, compravano la mal sicura amicizia delle africane reggenze,
due squadre, di Napoli una, l'altra di Malta, segnalaronsi in due
diversi incontri. In quella prima, i prodi capitani di due sciabecchi,
Martinez e Gratto, andando in traccia di quattro sciabecchi algerini
che infestavano le coste della Calabria presso il mare Adriatico,
ne trovarono uno, chiamato il Gran Leone, tra l'isole di Zante e
di Cefalonia. Era il maggiore di tutti, e montato dal comandante.
Lo investirono con sommo coraggio; si difese l'algerino con non
minore intrepidezza per due interi giorni, ma vedendosi oltramodo
maltrattato dal cannone degli assalitori, fece forza di vele per
salvarsi. Il capitano Martinez, temendo non forse potesse ripararsi
in qualche spiaggia o porto del dominio ottomano, ove non gli fosse
dato d'assalirlo, determinossi ad andarne all'arrambaggio, ed eseguì
con tanta energia il suo disegno, pur secondato dal capitano Gratto,
che gli riuscì d'impadronirsene e di fare cento ventiquattro prigioni,
dalle catene liberando molti cristiani. Era intenzione de' comandanti
napoletani di togliere quanto in quella nave era; ma scorgendola
tutta forata dalle cannonate, e sì che faceva acqua da ogni lato,
si appigliarono al partito di affondarla, senza che si prevalesse a
salvarne se non le ancore e qualche sartiame. I regi sciabecchi non
ebbero che dodici uomini uccisi e da venticinque feriti, tra' quali i
due capitani Martinez e Grotto, che furono, come gli altri uffiziali,
proporzionatamente ai meriti, rimunerati. Giusta le deposizioni degli
Algerini presi, il numero loro era di ducento e trenta, ed il loro
bastimento bene armato portava sedici cannoni e dodici petriere,
allestito a spese del re d'Algeri, che ne avea dato il comando al rais
Ismachid Nalif, nativo di Candia.

Ma più fiero e sanguinoso fu il combattimento tra le galee di Malta
ed altri due sciabecchi algerini; conflitto seguito alle alture di
Gallizia, dov'è una torre difesa da cannoni e da presidio tunisino, a
poca distanza dal capo Bon, tra Tunisi e Maometta. Affinchè non potesse
loro fuggire di mano, le galee maltesi si posero tra la torre e i
due bastimenti nemici. Menando quindi le mani, se fu straordinario il
valore de' cristiani nel combattere, non minore si rimase la resistenza
degl'infedeli nel difendersi. Nel famoso combattimento segnalossi il
coraggio di tre soldati maltesi, i quali, nell'atto che una galea tentò
d'impadronirsi d'uno dei legni turchi, e andolle fallito il colpo,
v'erano saltati dentro. Tagliato a pezzi il primo, l'altro, quantunque
ferito, troncò il capo all'Algerino che gli stava a fronte, ed indi,
gettandosi in mare, ebbe la ventura di salvarsi ad una delle galee; ed
il terzo, parimente slanciatosi in acqua, in mezzo al fuoco ed a' remi
dei barbari, ebbe una sorte eguale. Due ore durò la pugna, ma infine
ambi i sciabecchi rimasero presi, ad onta della disperata foga del
rais comandante del più grosso, che, coperto di sangue che uscivagli
da diciotto ferite, tra le quali quattro gravissime, non apparia modo
di costringerlo. Tra i cavalieri di Malta che spiegarono in queste
pruove estremo valore, contaronsi il cavaliere di Valenza, colonnello
del reggimento di Bearn al servigio della Francia, il cavaliere
Aldobrandini, il cavaliere di Pennes, il cavaliere di Elvemont; ma
ben direbbe chi nominasse per tal conto tutti gli uffiziali e soldati
maltesi, la perdita de' quali fu di tredici morti e quarantasette
feriti, compresi i sopraddetti cavalieri Pennes ed Elvemont.

Il ritorno de' vincitori coi vinti legni e coi prigionieri a Malta
fu una specie di trionfo. Nè il solo gran maestro ed i cavalieri, ma
tutti in Italia fecer plauso al valor loro, ed il giubilo fu tanto
maggiore, in quanto che quei due sciabecchi erano i primi bastimenti
algerini che fossero caduti in potere dell'ordine gerosolimitano da
che i Turchi aveano incominciato a far uso di legni di tal sorta. In
uno si trovarono mille ottocento zecchini, prezzo d'una tartana da quei
corsari pochi giorni prima venduta.



    Anno di CRISTO MDCCLIII. Indizione I.

    BENEDETTO XIV papa 14.
    FRANCESCO I imperadore 9.


Per la stabilità e felice esito del trattato di Madrid, o d'Aranjuez
che vogliam dirlo, stipulato nell'anno precedente, occuparonsi
seriamente nel principio di quest'anno i ministri delle potenze
contraenti onde comporre e terminare le differenze che sussistevano
tuttavia intorno alla successione de' beni della famiglia de Medici,
de' quali era attualmente in possesso l'imperadore Francesco, come
granduca di Toscana. Venne perciò proposto che la Spagna rinunziasse
alle sue pretese su questo punto, purchè l'imperadrice regina facesse
anch'essa dal canto suo eguale rinunzia per tutte le ragioni che
pretendeva di avere sopra i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla,
dei quali erasi quella sovrana riservato il regresso nel trattato
d'Aquisgrana. Due difficoltà però rimanevano a superarsi, l'una col
re di Sardegna, con quello di Napoli l'altra; non potendo quel primo,
che nel trattato d'Aquisgrana erasi riservato il regresso sulla città
e territorio di Piacenza, risolversi a farne la cessione, prima che si
fosse trovato il modo di compensarnelo; ed il re di Napoli, facendo
tuttavia valere i suoi diritti sui beni allodiali della famiglia de
Medici, ai quali non intendeva di avere in alcun modo rinunziato a
favore del duca di Lorena, allora imperadore e granduca di Toscana.
Non sembrava difficile trovar qualche temperamento onde appianare le
difficoltà promosse dal re di Sardegna; ma così non era riguardo a
don Carlo re di Napoli, che spedì a Parigi il marchese Caraccioli per
impegnare quel gabinetto a sostenere le sue ragioni.

Teneva allora quel gabinetto gli occhi aperti sopra un oggetto di
maggiore importanza riguardo alle sorti dell'Italia, cioè sui maneggi
alla corte di Vienna impresi dai ministri del duca di Modena. Il
conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere del ducato di Milano,
vedeva, e forse da gran tempo aveva tra sè e sè meditato, un gran
colpo, moltissimo vantaggioso all'imperadrice regina sua sovrana ed
alla casa d'Austria, se fosse riuscito a legarla a quella d'Este con
vincoli tali, che gli Stati di questa si fossero uniti al milanese
ducato. Sortendo buon fine il divisamento del conte Cristiani, la casa
d'Austria avrebbe in Italia dominato all'incirca sovra la maggior parte
de' paesi che formavano un tempo lo Stato degli antichi re d'Italia,
cioè la Toscana, il ducato di Milano, il Modenese, il Mantovano
ed una porzione del Monferrato. E la fortuna secondò i disegni del
gran cancelliere. Era, ne' primi giorni dell'anno, nato al principe
ereditario di Modena un figlio, il quale, assicurando la posterità
mascolina dell'estense famiglia, potea, se vissuto fosse, far prendere
misure ben diverse da quelle cui miravano gl'impresi maneggi; ma quel
figlio, pochi mesi dopo il suo nascimento, morì, e colpo tale conchiuse
alla corte di Vienna il negozio giusta l'intendimento de' ministri
modenesi.

Fatto pubblico il trattato in cui stipulossi il matrimonio
dell'arciduca Leopoldo, allora terzogenito, colla figlia del principe
ereditario di Modena, e si dichiararono lo stesso arciduca governatore
dello Stato di Milano, ed il duca di Modena amministratore e capitano
generale del medesimo Stato, insieme stabilendo che i presidii delle
piazze modenesi dovessero essere formati di truppe austriache, e
vicendevolmente le milizie del duca di Modena prendessero posto nelle
piazze milanesi; non solo i gabinetti di Francia e di Spagna, ma
tutti universalmente rimasero oltremodo maravigliati. Non si lasciò
quindi di pubblicare, che il duca di Modena, in questo fatto, oltre
all'allontanarsi dai noti principii de' suoi maggiori, unendosi
all'Austria in confronto della Francia, aveva operato contro le
massime della buona politica, dando mano ad un tanto ragguardevole
ingrandimento di Stati e di potenza in Italia alla detta casa
d'Austria, il che avrebbe col tempo potuto recare gravissimi
pregiudizii alla quiete della penisola.

Procurò il duca di Modena di giustificare il nuovo partito da lui
preso, facendo da' suoi ministri dichiarare alle corti straniere,
averlo gl'interessi del suo ducale casato costretto a trattare colla
corte di Vienna; essere scopo principale cui proponevasi quello di
provvedere alla tranquillità de' suoi Stati, in caso che venisse
ad estinguersi la sua linea mascolina; aver parimente in mira il
mantenimento della pace d'Italia, e la necessità di prevenire le
turbolenze che potessero insorgere in proposito della successione
agli Stati della casa d'Este; lusingarsi lui finalmente che siccome
gl'impegni per esso incontrati non recavano danno ad alcuno, nissuna
potenza volesse adombrarne, e quelle che considerassero la cosa
imparzialmente, convenissero nulla esservi che conforme non fosse
all'interesse d'Italia in generale e alle ragioni di convenienza che
tenere doveano i principi di questa parte dell'Europa svegliati per
allontanare dagli Stati loro ogni occasione di turbolenze.

Qualunque interpretazione dar si volesse a cotali dichiarazioni del
duca di Modena, il colpo era fatto con somma soddisfazione delle
due corti; e furono in conseguenza mandati ordini da Vienna a tutti
i comandanti e governatori delle piazze di Toscana e Lombardia,
di trattare i sudditi di Modena e Massa-Carrara con ogni sorta di
riguardi e di prestar loro tutta l'assistenza possibile sì riguardo
al commercio, sì in tutte le altre vertenze od atti giuridici che aver
potessero da regolare co' sudditi imperiali d'Italia.

Ad onta del trattato d'Aranjuez conchiuso col laudevol motivo di
conservare la tranquillità nell'Italia, ad onta delle proteste del duca
di Modena di non aver avuto in mira che questo prezioso oggetto nella
parentela ed unione contratte con la casa d'Austria, da molti credevasi
che totalmente contrarii alle parole potessero seguire gli effetti; le
quali speculazioni derivavano originariamente dalla condizione attuale
della Spagna e da un avvenimento semplicissimo seguito in Napoli ed in
Roma.

È noto che dopo la pace di Aquisgrana, la corte di Spagna, a principal
cura del marchese dell'Ensenada, andava incarnando alcuni suoi disegni:
gli arsenali tutti in continuo movimento poneano la marineria spagnuola
in grado di mandar navi in America, altre tenerne in corso contro i
barbareschi, ed unire a un bisogno una flotta capace di misurarsi
colle potenze d'Europa; cominciavano a prosperare le fabbriche e
manifatture nazionali, malgrado i rigori in Olanda ed in Inghilterra
usati per vietare ai sudditi loro che, allettati da privilegii e
vantaggi singolari, in Ispagna non passassero coll'industria loro e
cogl'istrumenti relativi; la nazione, naturalmente proclive all'inerzia
ed all'infingardaggine, già destavasi; terre, che da secoli non aveano
sentito zappa nè aratro, aprivano il seno alle benefiche ferite, e
largamente premiavano gl'insoliti sudori dell'agricoltore novello: si
fortificavano le piazze frontiere, ingrandivansi i porti principali,
dentro e fuori d'Europa moltiplicavansi i cantieri; introdotti nelle
truppe gli esercizii all'uso franzese o al prussiano; impiegata buona
parte de' tesori, dopo la pace del nuovo mondo, a comprar merci da
rimandarvi; istituiti grossi banchi nelle principali città commercianti
del regno, e sino in Italia, a nome e profitto del regio erario.

Cotali vigorose e non mai interrotte operazioni e sollecitudini della
corte di Madrid facevano universalmente conghietturare che nudrisse
l'idea di turbare la calma d'Europa e dell'Italia in particolare;
conghiettura che prese maggior piede quando si seppe che, partita da
Cadice una nave, era approdata a Napoli scaricandovi un milione e mezzo
di scudi, non mancando chi affermasse, essere la somma destinata a
porre il re delle Due Sicilie in istato di aumentare le proprie truppe
secondo il disegno tra le due corti fermato. Però gli autori di queste
novelle guerriere trovaronsi non poco sconcertati; chè il picciol
tesoro americano sbarcato a Napoli, quivi non si fermò, ma sopra
cinquanta muli, coperti coll'arme e cogli stemmi della corona di Spagna
entrò in Roma, e, depositato nel palazzo Farnese, pochi giorni dopo da
quella casa, appartenente al re di Napoli, fu trasportato nel castel
Sant'Angelo.

Tuttavia non perciò vollero i politici del giorno mutar opinione o
linguaggio; pretendevano che fosse destinato a circolare nel commercio
sul nuovo banco eretto dal monarca Cattolico in Roma stessa, ed
ostinaronsi a sostenere che si avesse poscia ad impiegarlo in acquisti
ed usi militari, collocato intanto in sì cospicua fortezza per maggior
cautela. Ma la destinazione vera del denaro fu poco stante saputa:
passato dal Messico a Cadice, da Cadice a Napoli, e di colà a Roma,
apparteneva alla santa Sede, e le fu spedito in forza di un trattato
conchiuso tra le due corti, ampliativo del giuspadronato regio sopra i
benefizii ecclesiastici della Spagna, e segretissimamente maneggiato.

Importava il trattato, diviso in otto articoli: che il re di Spagna
ed i suoi successori, oltre la nomina agli arcivescovadi, vescovadi,
monasteri e benefizii concistoriali tanto in Europa come nelle Indie,
avessero perpetuo il diritto universale di nominare e di presentare
indistintamente in tutte le chiese metropolitane, cattedrali,
collegiate e diocesi alle dignità maggiori _post pontificalem_;
che i sommi pontefici avessero in perpetuo la libera collazione di
cinquantadue benefizii, acciò non mancassero del modo di provvedere e
premiare quegli ecclesiastici spagnuoli che meritevoli se ne rendessero
per probità e illibatezza di costumi, per letteratura, o per servigii
prestati alla santa Sede. E siccome pel padronato e pei diritti ai re
di Spagna dalla santa Sede ceduti, e per l'abolizione delle pensioni,
la dateria e la cancelleria apostolica restavano prive degli utili
provenienti dalle annate, con grave danno dell'erario pontificio,
così il re di Spagna fece depositare in Roma un capitale di un milione
cento trentatrè mille trecento trenta scudi a libera disposizione del
papa, e nel tempo stesso assegnaronsi in Madrid, pur a disposizione di
lui e sopra il prodotto della crociata, scudi cinque mila annui per
mantenimento e sussistenza de' nunzii apostolici. Con tali esborsi
il re di Spagna assodava molto più la sua autorità sopra il clero
rendendolo dependente da lui solo nel conseguimento dei benefizii, e
poteva quindi sopra i beni ecclesiastici, liberati dalle pensioni e
dalle annate, imporre quei pesi che le circostanze dalla sua saviezza
esigessero. E la camera apostolica, coi frutti della sopraddetta
somma in Roma depositata e coi cinque mila scudi assegnati a Madrid,
veniva ad essere risarcita dalle perdite, cui per le fatte concessioni
soggiaceva.

Altro accidente di quest'anno merita di essere notato.

L'infante di Spagna don Luigi, ultimo figlio di Filippo V e di
Elisabetta Farnese, era stato, in età di 8 anni, creato da Clemente
XII cardinale, e poscia fatto anche amministratore delle chiese di
Toledo e Siviglia. Ora, giunto ch'ei fu all'età virile, sentì una
assoluta ripugnanza a rimanere nello stato ecclesiastico, fattogli
abbracciare mentre non era in istato di esaminare e di conoscere
la sua vocazione, e comunicata al re Ferdinando VI suo fratello la
risoluta sua determinazione di abbandonare cotale istituto di vita, ed
approvò questi la risoluzione dell'infante, e spedironsi al cardinale
Portocarrero, incaricato degli affari di Spagna alla corte di Roma,
istruzioni e plenipotenza per trattarsi la rinuncia di don Luigi al
cappello cardinalizio, con una lettera di lui, nella quale spiegava i
motivi che a tornarne allo stato secolare lo determinavano.

Impreso dal cardinale Portocarrero il maneggio, fu l'affare discusso
in una congregazione particolare, tenuta in presenza del pontefice,
e si conchiuse che le domande del cardinale infante poteano essere
esaudite quanto sia alla rinunzia, ma non riguardo alla pensione di
cento cinquanta mila scudi che volea riservarsi sopra le rendite delle
due chiese di Toledo e di Siviglia, all'amministrazione delle quali
rinunziava. Nullaostante, avendo fatto tacere le ragioni in contrario
le fortissime ragioni di Stato e di convenienza nella condizione
corrente delle cose che vennero allegate, appoggiato eziandio da
esempli precedenti di concessioni consimili, fu risoluto di compiacere
in tutto e per tutto la corte di Madrid, ed, unita alla favorevole
risposta, le fu spedita la formola, secondo la quale seguir doveva
la rinunzia del cardinalato, praticando ciò che stato era osservato
nel 1709 col cardinale de Medici. Un concistoro segreto, intimato
dal pontefice, approvò poi, lui esponente, quanto era stato fatto,
ed il cappello cardinalizio così rinunziato venne, ad istanza del re
di Spagna, concesso a don Luigi Ferdinando di Cordova, decano della
metropolitana di Toledo, indi arcivescovo.

Tutta l'Europa parve allora disposta a considerare questo passaggio
dell'infante dallo stato ecclesiastico al secolare, come prodotto da
motivo politico. Alle quali supposizioni aggiugneva gran peso il vedere
che il re aveva assegnato al principe suo fratello, oltre i cento mila
scudi come infante di Spagna ed i cento cinquanta mila di riserva sopra
le chiese di Toledo e di Siviglia, altri cinquecento mila come grande
ammiraglio di Castiglia. Parlavasi adunque da per tutto, e da per
tutto davasi per conchiuso un trattato di matrimonio tra il principe
secolarizzato e la principessa Marianna infanta di Portogallo. Ma
tale matrimonio, ancorchè allora stato maneggiato, non ebbe effetto, e
l'infante più di venti anni dopo sposossi con una dama privata, da cui
ebbe prole di ambi i sessi.

Altro serio affare, però di natura diversa, ebbe subito dopo a trattare
il papa col re delle Due Sicilie, fratello dell'infante sopraddetto.
Insorta rissa nel porto di Civitavecchia tra i marinari di un
bastimento genovese e le ciurme di alcune tartane di Gaeta, si accesero
per tal modo gli animi, che, dalle parole venendo ai fatti, rimasero da
ambe le parti uccisi alcuni e moltissimi feriti, nonostante che accorso
fosse immantinente il presidio della città a fermare il disordine,
che potea divenir generale per la parte che mostrava di prendere la
plebe a favore dei Genovesi. Ma avendo la piccola artiglieria ceduto il
luogo alla più grossa, fecero le tartane di Gaeta così bene giuocare
i cannoni che, presto affondarono il genovese bastimento, e poi,
salpate l'ancore, uscirono in alto mare, sebbene, costrette dal tempo
burrascoso a tornarne in porto, non ne partissero poi che alquanti
giorni dopo.

Furono immediatamente chiamati a Roma il governatore della città ed il
comandante dell'armi a render conto del fatto e delle direzioni da essi
tenute. Niuno domandi però se la repubblica di Genova tardasse molto a
chieder giustizia e soddisfazione del torto e dell'insulto fatto alla
sua bandiera in un porto amico, ed in pregiudizio della pubblica fede
e sicurezza. Quantunque sospesi dalle loro funzioni i due uffiziali
superiori di Civitavecchia ed aspramente ripresi in Roma, dov'erano
stati richiamati; avendo la repubblica insistito sopra le sue prime
rimostranze, fu da Roma stessa espressamente comandato al luogotenente
di quella marittima piazza di far levare il timone a qualunque
bastimento napolitano entrasse nel suo porto. Ed infatti, essendone
comparsi tre da lì a non molto, il luogotenente eseguì appuntino gli
ordini che avea dal suo principe ricevuti.

Ma la corte di Napoli, la quale al primo avviso dell'accaduto a
Civitavecchia avea fatto arrestare i padroni delle tartane rissose, ed
ordinatone il processo, sentendo adesso che, per dare soddisfazione a'
Genovesi, quella di Roma avea sospeso dall'impiego il governatore della
città e fatti pure arrestare i tre navigli napolitani che si è detto,
diede suoi ordini perchè si fermassero tutti i bastimenti di bandiera
pontifizia nei porti delle Due Sicilie, facendo dal suo ministro in
Roma chieder soddisfazione del torto fatto ai legni de' suoi sudditi.
Se non che, postosi in trattative l'affare, rimase amichevolmente
composto, e dopo reciproche spiegazioni delle tre corti, rimesso, con
comune soddisfazione delle medesime, il governatore di Civitavecchia
nel suo uffizio.

Benedetto XIV fu un pontefice che, mostrando sempre animo veramente
sacerdotale, conosceva però egregiamente le differenze dei tempi, e
come fosse da concedere alle domande o alle preghiere dei principi
tutto ciò che al dogma ed alla sostanza della religione non si
appartenesse. Così accomodò egli amichevolmente la vertenza in
quest'anno insorta col re di Napoli per la pensione di sei mila
scudi concessa al terzogenito di lui sopra il vacante ricchissimo
arcivescovato di Montereale in Sicilia; così con fermezza diè termine
all'altra sopravvenuta col re stesso, e con quelli di Sardegna e di
Polonia riguardo alla promozione al cardinalato dei nunzii pontifizii
appo quelle tre corti.

Altra occasione ebbe il Lambertini in questo anno di esercitare l'animo
suo conciliativo calmando le differenze insorte fra il gran maestro di
Malta ed il re delle Due Sicilie. La discordia avea già sparso il suo
veleno: i due principi erano in piena rottura, ed il più debole de' due
contendenti già ne sentiva i funesti effetti. Ma per ben intendere le
cagioni della contesa è giuoco forza farsi dall'origine.

Quando l'imperadore Carlo V donò l'isola di Malta a' cavalieri
gerosolimitani, da Solimano re de' Turchi stati nel 1323 scacciati
dall'isola di Rodi, che aveano per più di due secoli posseduta, vi pose
egli la condizione che la tenessero in qualità di feudo dipendente da
lui come sovrano delle Due Sicilie; che dovessero pagargli annualmente
il giorno di tutti i Santi un falcone; che il vescovato di Malta
restasse, qual era, giuspadronato suo e de' suoi successori, sì che,
in caso di vacanza della sedia vescovile, il gran maestro avesse
a presentargli tre soggetti idonei, tra' quali scegliere il nuovo
vescovo.

Trascorsi più di due secoli, ne' quali il regno delle Due Sicilie era
stato provincia della Spagna, e per un tratto parimente provincia
della casa d'Austria, senza che si fosse pensato a far valere
quest'ultimo diritto principalmente, stimò il re don Carlo di avere
ragioni sufficienti per esercitarlo; quindi ordinando al vescovo di
Siracusa, come metropolitano, di passare a Malta e farvi una visita
pastorale. Ubbidì il vescovo e mandò innanzi i suoi visitatori; i quali
presentatisi sopra un bastimento napolitano a vista dell'isola, non
osarono poi di mettervi il piede, per l'opposizione che ragionevolmente
previdero di dover incontrare per parte degli abitanti, che, avvisati
del motivo della loro comparsa, eransi affollati alla spiaggia,
dichiarando sè non soffrire in verun modo che si facesse mai tra di
loro una simile visita. Appigliaronsi dunque i visitatori al prudente
partito di abbandonar l'isola e tornarne in Sicilia.

Il gran maestro della religione stimò bene di dar parte dell'attentato
al pontefice non meno che a tutte le altre potenze d'Europa, e nel
tempo stesso spedì a Napoli il balì Duegos per esporre a quella
corte non contrastarsele il diritto nella sua origine, ma doversi
assolutamente riputare, se non estinto e nullo, almeno inefficace
e invalido per lungo tratto di tempo in cui rimase disusato.
Il pontefice, al primo avviso di cotale differenza, tenne una
congregazione di cardinali e prelati, e scrisse al re di Napoli per
persuaderlo a desistere da un'impresa ch'egli giudicava inopportuna
e senza fondamento. Ma il re, non avendo creduto di condiscendere
all'opinione del papa, fece sapere che se continuavasi a ricusare
i visitatori che sarebbero mandati a Malta, farebbe sequestrare le
rendite delle commende che i cavalieri Gerosolimitani ne' suoi Stati
possedevano. Ed il gran maestro dal canto suo dichiarò che, qualora le
cose giungessero a tale estremo, egli terrebbesi giustificato di far
sequestrare le rendite che godevano in altri Stati i commendatori nati
sudditi del re delle Due Sicilie, e richiamò da Napoli il balì Duegos.

Sciolto per tal modo ogni trattato, la corte di Napoli, in conseguenza
della risoluzione presa di mantenere il vescovo di Siracusa nel gius
di far la visita nel vescovato di Malta, colà mandò lo stesso prelato
in persona: ma nè il suo viaggio fu più felice di quello dei suoi
deputati, avendo dovuto tornarsene addietro senza aver posto piede in
terra. Presentatovisi poi una seconda volta, il gran maestro mandogli
incontro una barca per avvisarlo, che, persistendo nell'intenzione
di scendere a Malta, si sarebbe fatto fuoco sopra il suo vascello per
costringerlo ad allontanarsi; laonde il vescovo, voltato bordo, tornò
alla sua chiesa.

Avvisata la corte di Napoli del nuovo rifiuto, mandò ad effetto le sue
minaccie: interdisse ogni commercio fra i porti delle Due Sicilie e
l'isola di Malta; proibì a' suoi sudditi di colà trasportare derrate o
provvisioni di qualunque altro genere; e sequestrò tutte le commende
dell'ordine che trovavansi ne' suoi dominii. Il gran maestro, in
rappresaglia, dopo ordinato a' sudditi suoi di rivolgersi alla Sardegna
ed alle reggenze di Barbaria per le provvisioni che prima traevano
dalle Due Sicilie, sequestrò anch'egli le commende che i cavalieri
napolitani godevano in altri paesi. Inasprivano gli animi; il commercio
s'interrompeva: ed i popoli, vittime innocenti di una discordia che
non potea interessarli, ne gemevano al peso. Il Mediterraneo coperto
di legni barbareschi; le coste meridionali dell'Italia e le pontifizie
in ispezialità, esposte alle piraterie africane, più non vedevano in
loro difesa le galee maltesi, ridotte a convertire l'oggetto primario
della loro istituzione in quello di procacciar alimenti agli abitatori
dell'isola loro.

Vero è che il gran maestro erasi rivolto alle corti di Vienna, di
Francia, di Spagna e di Portogallo, pregandole d'interporre i loro
buoni ufficii in questo affare; ma preoccupate da alcuni riguardi,
e specialmente da quello di non pregiudicare alla gloria del re
Carlo, intaccando i diritti e le prerogative della sua corona,
ristrinsero le sollecitazioni principalmente a far rivocare da Sua
Maestà siciliana ii suo decreto, lasciando le cose nello stato in cui
erano precedentemente. Non condiscese la corte di Napoli al proposto
temperamento; ma, insistendo il pontefice nelle paterne sue istanze
presso la medesima, ambe le parti accordaronsi in questo, di rimettere
ogni cosa nelle mani del Lambertini. Il quale, come vicario di Gesù
Cristo, scrisse di proprio pugno una lettera al re don Carlo, in
cui con l'eloquenza che gli era propria, lo pregava di ridonare la
sua buona grazia alla sacra religione di Malta, ed a non negargli il
contento di una favorevole risposta.

Don Carlo, che sul trono delle Due Sicilie, come poi su quello di
Madrid, presentò alle genti nella sua persona il modello di tutte le
virtù, che fu sul soglio reale quale, se nato suddito, avrebbe bramato
il proprio sovrano; pieno di umanità e di religione; avverso alle
guerre e persuaso che la felicità de' popoli al suo governo affidati
non dall'arte dipendesse di sterminare i suoi simili, ma dalla probità,
dalla buona fede e dalla purità dei costumi in chi governa; affezionato
in particolar modo a Benedetto XIV; don Carlo, ricevuta ch'ebbe la
lettera, gli rispose, essersi commosso dalle vivissime istanze di Sua
Santità in proposito delle differenze con l'ordine di Malta, sentito
disposto ad avere ogni riguardo ad una intercessione cui doveva per
tanti titoli riverire; avere perciò dato ordine perchè fosse riaperto
il commercio dei suoi Stati coll'isola di Malta, e levato il sequestro
de' beni della stessa religione; confidarsi però che, come Sua
Santità nella sua lettera lo assicurava, la risoluzione così presa non
produrrebbe la benchè minima ombra di pregiudizio a' suoi diritti, ma
anzi, all'incontro, quelli che possedea nell'isola e sopra la chiesa
di Malta, qualunque fossero, rimarrebbero in tutta la loro forza e in
pieno vigore.



    Anno di CRISTO MDCCLIV. Indizione II.

    BENEDETTO XIV papa 15.
    FRANCESCO I imperadore 10.


All'inaspettata alleanza, anzi alla futura parentela nell'anno
precedente convenuta tra la casa d'Este e quella d'Austria, che invece
di consolidare parea ad alcuni che metter dovesse in pericolo la quiete
dell'Italia; al pacifico concordato della corte di Spagna con quella
di Roma; alle moleste sì, ma non sanguinose differenze insorte tra
Roma, Genova e Napoli, e tra questa corte e la religione di Malta,
che peraltro avrebbero potuto turbare l'italiana tranquillità appena
nata; successe quest'anno sulla riviera occidentale di Genova un caso
che parea dover produrre un grave incendio. Sollevaronsi i popoli
di S. Remo e di Campofreddo. O sia che la piccola comunità di Cola,
dipendente da S. Remo, si fosse richiamata alla repubblica di Genova
per la gravezza delle taglie che le si faceano portare, o sia che
insorgesse la discordia per qualche novità intorno a' confini voluti
stabilire, oppure per entrambi cotali motivi; fatto è che il popolo di
S. Remo, facendo risuonare voci di libertà, di cui credeva di dover
godere a fronte del sovrano dominio della repubblica, dato di piglio
alle armi, si mostrò disposto a scuoterne intieramente il giogo.

Informato il governo di Genova che quegli abitanti eransi assicurati
della persona del commissario Doria e delle truppe state colà spedite
per metter fine alle dissensioni tra S. Remo e la comunità di Cola,
mandò tre galee, una bombarda e vari bastimenti da trasporto carichi
di truppe sotto il comando del generale Agostino Pinelli. Ora, avendo
il generale fatto incontanente avanzare una scialuppa con tamburo
che intimasse agli abitanti di consegnare fra due ore la persona del
commissario Doria e la sua famiglia alle truppe della repubblica,
in pena del ferro e del fuoco e di essere passati a fil di spada; la
scialuppa stette due ore alla spiaggia, e poscia condusse due deputati,
i quali dissero al generale che, dipendendo quanto egli domandava dalla
volontà del popolo, non era possibile dargli soddisfazione dentro il
poco tempo prescritto.

A tale dichiarazione il generale ordinò le ostilità contro i ribelli;
quindi le galee e la bombarda fecero un fuoco che durò tutta la notte;
i ribelli dal canto loro rispondendo con alcuni cannoni da campagna che
trovavansi a loro disposizione. Sul far del giorno le truppe sbarcarono
in una spiaggia distante due miglia dalla città, senza incontrare
opposizione di sorta; ma di mano in mano che i granatieri verso la
città avanzavano, i contadini, dalle case, dalle muraglie, dagli ulivi,
facevan loro fuoco addosso, sostenuti da altri che eransi in varii siti
appostati. A fronte di tale resistenza, i granatieri, fatti forti da
alcuni corpi di milizia alamanni, procedettero arditamente contro i
ribelli e si impadronirono de' posti più importanti delle vicinanze di
S. Remo.

Mentre il generale Pinelli dava le disposizioni necessarie per compire
l'impresa, vennero a lui da parte del popolo due nuovi deputati per
sottomettersi a patto d'aver salva la vita, l'onore ed i beni. Rispose
il generale che bisognava subito consegnargli il commissario Doria,
come avea precedentemente domandato, e ritenendo i messi, permise loro
di far sapere in iscritto le sue intenzioni ai ribelli. Si prevalsero
questi adunque della accordata permissione, ed in fatti poco stante
capitò il commissario Doria, e con esso altri quattro deputati per
supplicare il generale di annuire alla grazia già prima implorata.
Rimandolli egli con isdegno, soggiungendo che dovessero consegnare
tutte le armi, ed appartener poi alla repubblica, alla cui clemenza si
avevano a rimettere, il conceder quello di che pregavano; nè valsero
preghi o lagrime dei deputati a commuovere quel capitano dell'armi
genovesi. Ebbesi però un armistizio, ed il giorno appresso la città si
arrese a discrezione.

La prima notte ed il giorno appresso stettero le cose in calma; ma
la seconda notte il generale fece arrestare nel proprio letto molte
persone, e chiamati il consiglio di reggenza ed il parlamento, ingiunse
loro di pagare in termine di due ore ottanta mila lire; e come nel
prefinito spazio non avea potuto essere consegnato il denaro, fece
arrestare e il parlamento e la reggenza, guardandoli i soldati colla
baionetta in canna. Pagata poi la somma, ciascun credette di tornare
a casa sua; ma il capitano, prima di lasciar libero il parlamento,
esigette lo sborso di una somma eguale; e contata anche questa due
giorni dopo, intimò che dentro otto giorni si dovessero pagare altre
cento mila lire. E procedette più innanzi: fatti imprigionare molti
ecclesiastici e secolari, fu il priore di consiglio di reggenza, con
altri personaggi graduati, rinchiuso nel palazzo del generale, il cui
proprietario non potè trattenersi dal dirgli: _V. E. non mantiene la
parola data ai deputati, che i cittadini avrebbero salve la vita e la
roba; _rimprovero che il punse tanto nel vivo che minacciò delle forche
chi glielo faceva.

Siffatte asprezze e molte altre ancora spaventarono ed irritarono
talmente i Sanremani, che la maggior parte ritiraronsi nelle vicine
montagne dette delle Langhe, feudi imperiali sotto il dominio del re
di Sardegna, quivi, in numero di due mille cinquecento, campeggiando
alla meglio sotto tende e baracche, non rimasti quasi in città se
non i vecchi, le femmine ed i fanciulli. Corse allora opinione che
un pugno di gente ridotta a tanto estremo, non avrebbe tardato molto
a sottomettersi a qualunque legge volesse imporgli la repubblica di
Genova; ma assai male conosceva gli uomini e le storie chi in tal modo
pensava. I Sanremani spedirono lor deputati a Vienna a chieder contro
la repubblica giustizia dall'imperadore Francesco, qual da signore
diretto di quel feudo, e segretamente implorarono la protezione del
re di Sardegna. O che la repubblica ignorasse quei maneggi, oppure,
cosa più verisimile, fingesse d'ignorarli, per finire le cose senza
ulteriori strepiti e disturbi, fece pubblicare un editto nel quale,
dopo avere esposto con tutta l'enfasi il peso e l'enormità del delitto,
di cui erasi resa colpevole quella popolazione, tuttavia, per effetto
di somma clemenza, prometteva un perdono generale a tutti, prefiggendo
un termine discreto al ritorno di coloro ch'eransene fuggiti, soli
eccettuati quattordici dei principali sediziosi.

Ma i fuorusciti delusero le aspettative comuni, che, invece di tornarne
alle case loro sottomessi ed umiliati, cercarono ricovero in Oneglia,
terra del re di Sardegna, e l'ottennero da quel principe, che senza
punto ingerirsi nelle querele loro colla repubblica, credette di non
poter negare ad essi un asilo che il diritto di natura e quel delle
genti non consentono che a verun rifugiato si nieghi. Genova si scosse
alla novella, ma viemmaggiormente fu commossa allorchè intese che i
deputati di San Remo avevano a Vienna ottenuto che fossero ricevuti
dal consiglio aulico i loro ricorsi e fattane poi la relazione
all'imperadore. Nè basta; venne altresì la repubblica assicurata che
l'imperadore aveva fatto spedire un rescritto, in cui ordinava alla
medesima di dovere intorno a fatti esposti dai Sanremani informare nel
termine di due mesi; rescritto di cui si sparsero molte copie negli
Stati della repubblica, in S. Remo e nella stessa Genova.

Quanto moto si desse la repubblica contro queste imperiali
disposizioni, ciascuno se l'immagina, e basterà dire che per altro
tornarono tutti i suoi passi infruttuosi. Ma non si poteva che lo
stabilimento dei Sanremani sulle terre del re di Sardegna, e molto più
il favore da essi trovato presso la corte di Vienna, non accrescessero
le male disposizioni d'animo dei Genovesi contro di loro. Laonde il
commissario che a San Remo per la repubblica dimorava, si credette
giustificato di trattarli con modi poco cortesi, spingendo anche le
parole e le vie di fatto contro il vescovo di Albenga, il quale in
questi commovimenti si trovò troppo propenso ai sollevati, e fu poi
costretto a ritirarsi cogli altri ad Oneglia.

Nel mezzo tempo molto più gravi erano le cure e più decisive le
operazioni della repubblica di Genova per la ribellione della Corsica,
ch'era già presso il terzo lustro. Abbiamo già veduto a svanire i
bei disegni e le lusinghiere speranze del marchese di Cursay, che
di tanti pensieri e tanti maneggi si ebbe a guiderdone la prigionia
in Antibo, benchè poi si purgasse dalle accuse che la repubblica gli
avea poste addosso, e così fosse liberato. Il colonnello di Curcì, che
gli succedette nel comando dell'armi franzesi nell'isola, scorgendo
l'insuperabile avversione dei Corsi al già divisato regolamento,
formava nuovi progetti; ma, ignaro della mente del suo sovrano
riguardo i Corsi, si affaticava indarno. I Corsi bensì che non solo
prevedevano, ma erano quasi certi della vicina partenza delle milizie
franzesi, dimentichi affatto di tutta quella buona armonia ch'era con
esse passata, e non riguardandole se non come gli strumenti de' quali
erasi la repubblica servita per soggiogarli, non ebbero ribrezzo ad
attaccarle in modi crudelissimi, giungendo a spogliar nudi affatto
quelli che cadevano loro in mano e in quello stato rimandandoli ai loro
compagni, fra gli orrori del verno, per mezzo alle nevi; crudeltà che
crebbero a dismisura allorchè nel mese di febbraio giunse in Corsica
un uffiziale franzese cogli ordini della corte di far tosto ritirare
dall'isola le truppe. Gravi furono i pensieri del comandante per
preservarsi dagl'insulti e dal danno nella ritirata, e sagge le misure
da lui prese all'importantissimo fine; ma tutte le sue precauzioni non
riuscivano felicemente.

I Corsi vegliavano sopra tutti i movimenti ed accorrevano da per
tutto. Divisi in piccioli manipoli, bloccavano i Franzesi nelle torri e
negli altri posti, impedivano loro le munizioni da guerra e da bocca,
finalmente protestavano che avrebbero strozzati tutti i Franzesi, se
nell'abbandonare le piazze ed i luoghi da essi occupati, a loro non
li consegnassero; ed erano tali da tener la parola. Nè le attenzioni
vere o simulate del principale capo Gian Pietro Gaffori avevan forza di
trattenere i Corsi, sì che da ogni parte continuassero ad attaccare i
Franzesi che erano in cammino per unirsi al loro capo: e guai a quelli
che per istanchezza o cagione altra qualunque rimanevano indietro o
si scostavano alcun poco dai compagni! Soli i distaccamenti di là dei
monti furono meno inquietati, e si ridussero tutti sani e salvi in
Aiaccio.

Intanto ogni cosa era ormai disposta per la partenza, nè altro mancava
che di ottenere da Gaffori e dagli altri Corsi la restituzione de'
soldati da essi tenuti prigionieri. Ma fu impossibile indurgli a tanto,
finchè con una specie di capitolazione il comandante franzese non si
obbligò di consegnar loro la piazza di San Fiorenzo; promessa che però
ei non fu in poter di mantenere per la costante opposizione che vi fece
la repubblica. Nel qual fatto delusi i Corsi, tennero immediatamente
un congresso nel convento di Oletta, in cui unanimi determinarono di
non voler più sentire a parlare di soggezione verso qualsiasi potenza,
ma sì bene governarsi da sè medesimi coi magistrati proprii e colle
proprie leggi.

Sul principio di primavera, giunte le navi che trasportare doveano
le truppe franzesi, abbandonarono esse finalmente, dopo cinque anni
di soggiorno la Corsica, seco non portando altro frutto delle loro
fatiche, fuorchè un'idea giusta del valore e dell'entusiasmo de' Corsi,
i quali, pratici dei siti, fieri per carattere, ostinati per impegno,
avrebbero disputato a chiunque il possesso della loro isola, e se si
fossero formata di sè la giusta idea che la Francia in quella occasione
e la maggior parte de' sovrani ne avevano concepita, forse si sarebbero
formata una sorte migliore; ma allora badavano più alle private
passioni che al ben comune.

Appena partiti i Franzesi, si vide una manifesta prova di questo loro
modo di pensare. Imperciocchè, essendosi di bel nuovo adunati per
consultare intorno al modo del governarsi ed ai mezzi di mettersi
del tutto in libertà, insorsero fiere dissensioni fra loro, e dalla
discordia dei capi provennero amarissime conseguenze. Gaffori, capo
principale de' malcontenti, di severità eccessiva, non avea difficoltà
alcuna, per lievi motivi, o per sospetti, di far arrestare le persone
più cospicue e qualificate, come appunto, fece in questo tempo di
un Giuliano, il primo certo fra i Corsi dopo di lui; ed a quattro
pievi ch'erano entrate in negoziazioni col commissario Grimaldi per
sottomettersi di bel nuovo alla repubblica, fece patire una esecuzione
militare, che, invece di atterrire, irritò gli animi di tutti.

Il Grimaldi era a giorno di tutto, e d'ogni cosa cercava destramente
d'approfittare. Dopo di avere accolto favorevolmente i deputati
delle dette quattro pievi, e fatto ad essi sperare sommi favori, per
invogliare così altre comunità ad imitarne l'esempio, e dopo fomentate
le discordie dei malcontenti, di tutto informò la repubblica. Allora
non differì essa di far pubblicare un editto di perdono generale e di
obblio del passato per quelli che, deponendo l'armi, fossero ritornati
all'antica ubbidienza; ed a questo passo ne tenne dietro un altro
dello stesso commissario, in cui dimostrava ai Corsi non rimaner loro
altro partito che di attendere gli effetti della clemenza di Genova;
poichè e un grosso rinforzo militare che dovea fra poco essergli
spedito, e gli ordini dati dai re di Spagna, Francia, Inghilterra,
Napoli e Sardegna per vietare rigorosamente alle navi de' loro
sudditi di poter trasportare nell'isola nessuna sorte di munizioni,
da guerra specialmente, e il cattivo stato della Corsica, ed il vicino
cambiamento di sentimenti nella repubblica verso di essi, gli avrebbe
poi ridotti a pentirsi invano di non aver saputo approfittare di
circostanze sì favorevoli per essi.

Convien dire che qualche impressione facessero sull'animo de' Corsi
le parole del Grimaldi, poichè essendosi i capi radunati insieme più
volte, fu stesa una scrittura in ventidue articoli, ne' quali stavano
le condizioni, colle quali si sarebbero rimessi nella soggezione della
repubblica; e sebbene non fosse espressa in termini convenienti, come
lo stesso Grimaldi, cui fu presentata, fece ai deputati vedere, la
spedì egli a Genova, e si trattò fra' Corsi di eleggere persona saggia
e prudente, cui affidare la cura di quel dilicato maneggio.

I voti comuni raccoglievansi nella persona del cavaliere Gian Francesco
Brerio, illustre Corso, degno per le sue qualità della confidenza della
sua nazione, e abilissimo all'uopo, per l'esperienza acquistata nel
trattar gli affari di molte potenze, presso le quali era estimato e
lodato; quando, giunti da Balagna due deputati del canonico Orticoni,
famoso raggiratore, di fresco ripatriato dopo luogo esilio, chiedendo
in nome di lui che gli fosse affidata l'importante commissione,
mandarono a vuoto il partito presso a conchiudersi.

Se non che un avvenimento molto più grave terminò di rovinare ogni
cosa: l'assassinio di Gaffori. Lasciate dall'un de' lati le molte cose
immaginate e dette intorno ai motivi ed a' segreti autori del misfatto,
basterà dire che quel capo erasi fra' suoi fatti molti nemici, e che il
commissario genovese vedeva in lui il più potente ostacolo ai desiderii
della repubblica. Uscito per tanto un giorno il Gaffori a passeggiare
o in un giardino alla campagna o sulla pubblica strada, fu d'improvviso
colto da più colpi di moschetto sparati contro di lui, e che lo stesero
morto a terra con un suo parente che stavagli a lato e che spirò pochi
momenti dopo di lui.

Tal fine ebbe questo capo de' Corsi, che ne avea titolo di governatore
e capitano generale. Uomo pieno di coraggio e di zelo per la patria,
ma violento e vendicativo, e forse dominato troppo dalla passione di
comandare. Ma quello che destar deve maggior orrore si è che un suo
fratello medesimo venia fra' congiurati alla sua morte. Arrestato
costui con molti altri complici, fu con trentasette voti contro
tredici condannato ad esser rotto vivo in prigione, e prima di
morire confessò tutta la congiura. Altri complici furono giustiziati,
altri alla pena si sottrassero colla fuga. Fatti all'estinto Gaffori
solenni funerali, ne' quali offiziò il canonico Orticoni, gli fu pur
recitata funebre orazione. Terminate le quali lugubri funzioni, si
radunò di bel nuovo la nazione, e quivi pronunziò la pena della morte,
dell'infamia e della devastazione dei beni contro qualunque Corso
avesse osato parlare di riconciliazione con Genova. Quasi universale
intanto prevaleva in Corsica la persuasione che l'assassinio di Gaffori
fosse seguito per seduzione e ad istigazione della medesima e del
suo commissario Grimaldi, tanto più che fu divulgato come cosa certa
essersi all'arrestato fratello trovate due lettere, nelle quali se gli
prometteva il premio di due mila lire per l'esecrabile fratricidio.



    Anno di CRISTO MDCCLV. Indizione III.

    BENEDETTO XIV papa 16.
    FRANCESCO I imperadore 11.


Mentre la guerra continuava a travagliarsi con varii ma deboli
accidenti, in Corsica, venne surrogato dalla signoria genovese al
commissario Grimaldi il marchese Giuseppe Doria, il quale, come giunse
in Bastia, mise innanzi ragionamenti di concordia, e procurò di indurre
i popoli all'obbedienza colla dolcezza; ma la dolcezza del Doria non
valse più dell'acerbità del Grimaldi.

La sperienza ammoniva i Corsi che dopo la morte del Gaffori niuno
restava a cui con animi concordi la nazione concorresse, e che potesse
stagliare quei gruppi di tante fazioni. Pure sapevano che la discordia
mena a servitù. Di Matra poco si fidavano, che anzi un fiero sospetto
era venuto loro in cuore, ed era, che avesse partecipato nella congiura
per dar morte a Gaffori. Degli altri capi, nessuno avea tanto credito
che riunire potesse in un sol volere ed in un solo sforzo e chi
dissentiva e chi tiepido se ne stava. Volsero gli occhi in Corsica, li
volsero fuori, per iscoprire se uomo al mondo vivesse, il quale fosse e
sicuro per desiderio di libertà, e capace per ingegno, ed ammaestrato
per esperienza di cose militari, onde di lui tanto promettere si
potessero che divenisse liberatore e salvatore della patria. Sovvenne
loro che vivea in Napoli, ai servigi militari di quella corona col
grado di colonnello, Giacinto Paoli, antico loro capitano, che,
disperate le cose dell'isola nel 1739 pei successi guerrieri di
Maillebois, si era in quel regno ritirato. Aveva con sè allora il suo
figliuolo Pasquale, che nella milizia napolitana occupava il grado
di tenente, e nel quale, sebbene ancora nella giovane età di ventidue
anni, risplendevano segni di animo libero ed invitto.

Qual fosse questo Pasquale, lo dice un autore anonimo, che scrisse
con verità e senza adulazione ed odio per nissuna delle parti le cose
di Corsica. Avuta il padre di lui favorevole accoglienza alla corte
di Napoli, si pose in grado di dare al figlio la migliore educazione
di cui potesse far copia quella città. Quivi fatti adunque Pasquale i
suoi studii, tra' quali quelli di etica sotto Antonio Genovesi, senza
dubbio uno de' principali ornamenti d'Italia, a ciò non si stette; ma
risoluto di portare più oltre i passi nel sapere, quantunque entrasse
al servizio militare assai per tempo, la sua grande ambizione fu
d'informarsi a fondo degli antichi Stati di Grecia e Roma. Così ei si
pose perfettamente in possesso Tucidide, Polibio, Livio e Tacito; nè
per ostentazione, ma per uso, imperciocchè si studiasse di far sue
proprie le loro cognizioni, ed ei medesimo confessasse essere sua
speranza di formare sè stesso sui modelli d'uomini tali quali furono
Cimone ed Epaminonda. E, a vero dire, egli si era loro avvicinato
quant'è mai possibile nell'eleganza della condotta e nell'amore delle
lettere, egualmente che in un appassionato desiderio di servire la sua
patria. Trovossi in procinto di avere un reggimento, e lo tenne sempre
come la più grande sventura che gli potesse accadere, come quella che
gli dovea impedire di andar a liberare la sua patria dai Genovesi, come
ebbe sempre in pensiero.

Ad una nazione incolta stava apprestando la provvidenza un uomo colto,
ad uomini furibondi un uomo di pacato ingegno, a guerrieri, che meglio
sapevano combattere le battaglie che non prepararle, un guerriero,
in cui l'arte eguagliava il valore. E per frenare un'incomposta e
disordinata furia, Paoli era molto accomodato; poichè, sebbene da Corso
odiasse i Genovesi, d'indole sedata era, ed in lui l'operare procedeva
piuttosto da fortezza abituale che da impeto passeggiero e facile
a svanire. In somma, vero e sincero parto del secolo decimottavo fu
Paoli, ma però prima che il secolo dagli abbaiatori e dagli ambiziosi
si guastasse. A Pasquale Paoli pertanto pensarono i Corsi, e lui
delle necessità della patria ammonirono, e a lei il pregarono che
soccorresse.

Il dabbene e forte giovane vide qual difficile impresa gli si
apprestava. La ferocia e l'ostinazione delle parti erano malagevoli,
e forse impossibili, a domarsi; Genova ricca e forte in paragone
della Corsica, per peggiore sua sorte notata di ribelle; le ambizioni
degli antichi capi, massimamente quella del giovane Mario Matra, più
ambizioso di tutti; nè ignorava che i capi de' Corsi, se infelici
nell'amministrare la guerra, perdeano con essi la causa; se felici,
erano a tradimento ammazzati: i casi di Sampiero e di Gaffori erano
tali da spaventare qualunque più intrepido amatore della sua patria.
Ma vinse in Paoli il desiderio della gloria, vinse il desiderio della
libertà: rispose adunque essere parato, accingersi volentieri all'alto
proposito, tutto dare sè stesso alla salute della patria.

Navigato felicemente, prese Pasquale Paoli terra a foce di Golo a dì 29
aprile; e soffermatosi alquanto d'ora al vescovato, volse poi i passi a
Rostino, dove era nato. Come prima si sparse il grido essere arrivato
il figliuolo di Giacinto, figliuolo degno di degno padre, concorsero
i popoli bramosamente a vederlo, sperando che, se la somma delle cose
loro reggesse, conservare potrebbero il nome e la libertà corsa.

Nel mese di luglio fecesi, per mezzo de' capi eletti, un parlamento
di tutta la nazione a Sant'Antonio di Casabianca, paese della pieve
d'Ampugnani. Paoli, trovato ne' cittadini riscontro ai suoi desiderii,
v'intervenne. Fu con consentimento unanime chiamato generale delle armi
e capo della parte economica e politica del regno, con autorità piena
e libera, fuorchè nei casi ne' quali si trattasse di materie di Stato,
sopra cui deliberare non potesse senza l'intervento di due consiglieri
di Stato e dei rispettivi rappresentanti di ciascuna provincia. Legossi
per fede, e giurò, in cospetto della nazione a parlamento adunata, che
fedelmente ed in benefizio della libertà le potestà userebbe che la
patria gli dava.

In sul limitare stesso del preso magistrato poco mancò che Paoli non
perisse. L'invidia degli emuli gli fu subito addosso. Mario Matra,
sopra tutti, giovane, siccome si è osservato più sopra, ambizioso
e feroce, e per nascita nobile e per sostanze dovizioso, con grave
sdegno aveva sentita l'esaltazione del capitano generale, ed ogni
mezzo andava macchinando ed ogni via cercando per torgli quella
superiorità, cui cotanto egli odiava. Immenso odio in sè medesimo
annidando, dovunque vedeva un uomo odiatore di Paoli; od in qualunque
modo amatore di risse e di scandali, tosto a lui ricorreva, il tentava,
e contro l'emulo lo spingeva. E pretesseva anche parole di libertà,
accusando il capitano generale del volersi servirò dell'autorità
datagli per istabilire la tirannide. Sommovitrici parole sono sempre
queste pe' popoli, più sospettosi di perdere la libertà, che savii per
conservarla. Ma i popoli corrono dietro, come pecore, agli ambiziosi
che gridano tirannide, quando c'è libertà. Matra gridava e chiamava
Paoli tiranno; non pochi si lasciavano sollevare dagli umori torbidi
di questo commovitore, intorno a cui si faceva concorso. Ai sospetti,
alle maldicenze si aggiunsero alcuni privati sdegni. Il vecchio vizio,
vogliam dire l'amore della vendetta, tuttavia predominava, e per quanto
avessero fatto i governi precedenti per estirpare questa velenosa
pianta, nuovi rampolli ella sempre mandava fuori, se non peggiori,
almeno altrettanto maligni dei primi. Solo aveva tregua il feroce
talento quando i popoli andavano alle battaglie contro i Genovesi; ma
finite le battaglie, i Corsi si ammazzavano partigianamente fra loro.

Paoli, che intendeva non solamente a libertà, ma ancora a civiltà,
applicò tosto l'animo a sanare questa peste. Cominciò colle
persuasioni, cui davano peso il suo nome, l'amore dei popoli, la
fresca autorità; che non mai dal collo si leverebbero Genova, se con le
proprie mani continuassero a distruggersi; fare loro, insanguinandosi
nel sangue corso, ciò appunto che i loro nemici desideravano; non le
mani raffreddate dalla morte, ma le vive alcuna cosa potere contro
gli oppressori, nè mai esservi di mani vive troppa copia contro di
chi tanto può. Quindi, dalle parole venendo ai fatti, stabilì in
ciascuna provincia, ed in altri luoghi che gli parvero opportuni,
certi magistrati con facoltà di giustizia pronta e sommaria a terrore
de' feritori e degli omicidi. La giustizia sempre è più rispettata
quando ella è più imparziale, e si esercita egualmente senza eccezione
di persone, quali esse sieno e di qual nome si chiamino. Ora accadde
che un parente di Paoli, trovato reo di omicidio, fu sentenziato a
morte; i parenti pregavano per la grazia; i popoli stavano a vedere
che si facesse. Comandò che si facesse giustizia, il reo fu passato
per l'armi: fruttifero esempio. Da allora in poi divennero rari gli
omicidii, benefizio immenso del giovane capitano chiamato a sanazione
della Corsica, il quale maggiormente poscia il confermò con andar esso
stesso girando per l'isola, principalmente col fine di vedere se si
ministrasse buona e retta giustizia.

Ma un altro caso avvenne che fu cagione di atroci sdegni, e, destando
molti a nemici pensieri, accrebbe forza alla fazione del Matra.
Trovandosi Paoli a Campoloro, bandì dell'isola e castigò colla confisca
de' beni un Ferdinando Agostini, reo di tentato omicidio. Era parente
di costui Tommaso Santucci di Alessani, stato poc'anzi uno de' quattro
membri del consiglio segreto di Stato. Sendo personaggio d'importanza,
credettesi di ottenere facilmente la remissione della pena, ed a tal
fine pregò il capitano generale. Ma Paoli, che al pro di tutti non di
alcuno solamente mirava, e che già un suo parente stesso aveva lasciato
al corso della giustizia, la preghiera inflessibilmente sostenne, e per
quanta pressa gli si facesse intorno, non volle consentire. Santucci
sdegnato, e segnatasi altamente nell'animo l'ingiuria che si credeva
di avere ricevuto, andò ad unirsi a Matra, a cui già erano venuti, per
odii occulti o palesi o per mera ambizione, altri principali Corsi, per
modo che già formavano un'intera intelligenza considerabile. Vi vennero
un secondo Santucci, un Angelo Colombani, un Cotani, un Paganelli con
molti seguaci, ed adunatisi nel convento dei Francescani, chiamarono
loro capo contro Paoli il Matra. Questo moto si andava ingrossando per
la giunta di nuovi settarii e di ogni facinoroso avido di fare il suo
pro nelle turbate cose.

Non sì tosto Paoli, che stava in orecchi e vegliava questi moti,
ebbe avviso della sollevazione di questi uomini scandalosi e ribelli
alle voglie della patria, prevedendo quanto fatale potesse essere
quell'incendio sul principio del suo magistrato, chiamò gente delle
pievi meglio affette; e divenuto grosso e potente sui campi, avviossi
verso Alessani, per porre il piede su quelle prime faville. Ma l'emulo
suo, che s'era imboscato in quella pieve con duemila de' suoi, l'assalì
così all'improvviso, mentre passava, che fu rotto e quasi del tutto
abbandonato da' compagni, ed alle maggiori fatiche del mondo potè
salvarsi nel convento di Campoloro. Se Matra fosse stato presto a
seguitare l'impeto della fortuna favorevole, avrebbe ottenuto piena
vittoria dell'avversario. Ma stimando di avere vinto quando l'altro
poteva ancora risorgere, temporeggiò, se ne stette a bada, ed, in
cambio di correre a Campoloro, s'incamminò verso Corte, vincitore sè
medesimo predicando.

In questo mezzo tempo Paoli non mancò a sè stesso, e non che il suo
coraggio si abbattesse, più vivido anzi risorse. Fece quivi veramente
grande sperimento della sua virtù, discorse bene le condizioni del
tempo, chiamò di nuovo i suoi Rostinchi, levò a rumore tutte le terre
del comune, che sono appunto Rostino con le pievi di Orezza, Ampugnani,
Casacconi e Vallerustie. Le novelle genti di Paoli arrivarono in suo
aiuto unite in una schiera di tre mila furiosi paesani, che assaltati
i Matreschi, li misero in fuga per Alessani. Il fugato Mario Matra
ritirossi primieramente in Serra, poi in Aleria, dove aveva le sue
possessioni; ma tornò in campo con nuovi seguaci raccolti nelle pievi
di Castello, Rogna ed Aleria. Novellamente restò vinto e costretto
a rifuggirsi in quel suo nido di Aleria, dove girava gli abitanti
in ogni sua voglia; ma accortosi che con le proprie forze non poteva
ostare all'avversario, si diede in braccio a Genova, non abborrendo dal
vincere quello con la servitù de' suoi, purchè vincesse. Tali sono gli
ambiziosi. Andò a Bastia, corse a Genova, tornò con promesse ed aiuti;
il commissario Doria molto il favoriva. Fece un'intelligenza ed un
ristretto de' suoi confidenti, per servirsene al caso che meditava.

Era questo il sesto anno che la bella quanto sfortunata Italia godeasi
la pace procuratale dal trattato d'Aquisgrana; ma poco mancò che
uno strano accidente non venisse a turbarla. Un Luigi Mandrin, capo
di contrabbandieri, annidatosi da qualche anno tra i confini della
Francia, verso gli Svizzeri e la Savoia, rese la sua squadra talmente
celebre e terribile insieme, mettendo a contribuzione e spavento
città e provincie, che il governo franzese, volendo tor di dosso a'
suoi sudditi questa peste, avea spedito due grossi corpi di milizie
con ordine di farne ad ogni costo l'arresto. Madrin, che trovavasi in
Savoia, dove pure il tenevano di vista, ritirossi con quattro compagni
nel castello di Roccafort, dove non poteva dalle milizie franzesi esser
preso senza violazione del diritto delle genti. Ma lo uffiziale che
quelle milizie comandava, senza tante considerazioni, ed avanzandosi
con gran segretezza sino alla torre di San Genis d'Aosta, dove uccise
dieci o dodici contadini, altri ferì, e misse tutti in fuga quelli
che, sorpresi dalla novità della fazione, gli si erano voluti opporre,
inoltrò quindi prestamente sino a Roccafort, sorprese il famoso
contrabbandiere e lo tradusse a Grenoble, poi a Valenza, in cui finì
sulla ruota i suoi giorni.

Intanto il re di Sardegna, informato dell'accaduto, si fece a chiedere
al re di Francia pronta e solenne soddisfazione dell'ingiuria recatagli
con un'insigne violenza che ne offendeva la sovranità. E la corte
di Francia volea dargliela; ma non convenendosi ne' modi, il re di
Sardegna ordinò al suo ambasciatore di lasciar Parigi senza prendere
comiato, e distribuì in proposito una ragionata memoria a tutti i
ministri stranieri residenti a Torino. Non cessarono intanto i maneggi,
i quali condussero al felice risultato d'un accomodamento, che, con
reciproca soddisfazione di quelle due potenze, spiantò quel seme che
la discordia aveva apprestato a distruggere la buona armonia con tanta
difficoltà ristabilita.



    Anno di CRISTO MDCCLVI. Indizione IV.

    BENEDETTO XIV papa 17.
    FRANCESCO I imperadore 12.


Nell'anno nuovo Matra corse per la seconda volta le campagne di
Corsica, piuttosto nemico di Paoli che amico della patria, contuttochè
mostrasse sempre un gran zelo per la libertà. Veniva con armi e
munizioni e denaro genovese; la fama portava grandi cose di lui,
e magnificava gli aiuti concedutigli. Quei della sua parte ed ogni
torbido fante accozzavasi con esso lui per guisa che facevano un alto
rumore per quelle montagne. Con tutti questi ordigni del gridare e del
promettere e del vantarsi e del sonare i zecchini aveva congregato una
seguenza di molti giovani, sì che pareva vicino il sobbisso di Paoli.
Il novello Mario uscì in campo, sperando di sorprendere il nemico
alloggiato nella pieve di Verde; ma non potè asseguire l'intento,
perchè il capitano tanto odiato da lui, avuto presto avviso del fatto,
aveva dato indietro, in sembianza di fugato più che di ritirantesi,
sino al convento di Bozio, dove si fermò ed attese a fortificarsi.
Mandò intanto ordinando a Clemente suo fratello ed al presidente
Venturini che prestamente accorressero, se amavano la sua salvezza.

Matra in questo mentre passò a quella volta, credendosi al certo di
avere la guerra vinta, anzi l'avversario stesso in mano. Giunse,
e cinto il convento d'armati, male si poteva Paoli difendere, non
avendo con sè che sessanta compagni. Già Mario squassava la porta del
convento, già la bruciava, già l'atterrava, già pareva giunto l'estremo
termine della vita di Paoli, quando a corsa ed a furia arrivarono
Venturini ed altri capi accompagnati da molta gente desiderosissima di
salvare colui cui la Corsica aveva chiamato salvatore e padre. Successe
fra le due parti una molto accanita zuffa, in cui i matreschi, non
sostenendo l'impressione del nemico, rimasero vinti e sbaragliati, ed
il loro condottiere ferito in un ginocchio. Ridotto in grande povertà
di consiglio, pensò di ritirarsi ma nol potè, perchè, sopraggiunto
dai paolisti infuriati, restò crudelmente trucidato, quantunque Paoli
ad alta voce gridasse, che dall'atroce pensiero si ritraessero e
in vita il serbassero. Tutti i partigiani del vinto rimasero preda
del vincitore, eccetto pochi, che si ricoverarono fra i Genovesi a
Paludella e San Pellegrino. Fra i prigioni, tre furono passati per
l'armi, gli altri obbligati a spianare il forte d'Aleria con gettarne
i sassi in mare, affinchè nissun vestigio restasse di quel nido, donde
a danno comune s'era partito il ribelle Matra. A tale andò la bisogna,
che a tutti furono tolte l'armi, di più di cinquecento si arsero le
case, dagli altri si ricercarono ostaggi per sicurezza di obbedienza.
Oltre modo lacerarono e dannificarono il paese dei disubbidienti.

Mentre Paoli comprimeva il nemico, e, lieto d'una vittoria che tanto
gli cresceva credito presso la nazione, castigava i partigiani di
Genova, fece pensiero di premiare, affinchè senza il debito onore non
rimanessero, coloro che secondo l'animo suo procedevano e fedelmente
si conformavano agli ordini suoi. A questo fine istituì un ordine
di cavalieri, che chiamò _compagnia volontaria_. Costoro portavano
una sottogiubba di panno corso rotonda e senza alcun ornamento, con
berretta verde e mostre di velluto pur verde; sulle maniche e sul petto
una croce coll'imagine della immacolata Concezione, i semplici compagni
d'argento, i graduati d'oro, coperta prima d'alcun fatto illustre, e
scoperta dopo. Obbligavansi ai servigi della patria a proprie spese,
andavano alle fazioni a piedi, solo a cavallo il gran maestro, che
eleggevano per sei mesi; ed il primo fu Giovanni Rocca, segretario di
Stato.

In questo tempo (per certe risse sanguinose accadute tra Franzesi ed
Inglesi nell'America settentrionale, e per contenzione di confini,
sulle frontiere del Canadà, o piuttosto per superbia e cupidigia
dell'Inghilterra da una parte, per debolezza del governo della Francia
dall'altra, poichè immerso il re nei piaceri, pareva che all'emulo
impero volesse comportare ogni cosa) s'era accesa fra le due potenze
una crudel guerra, sul principio della quale, ed in fin già prima
che fosse dichiarata, l'Inghilterra aveva tolto sui mari i vascelli
e le sostanze di Francia. Ora, correndo gli Inglesi il Mediterraneo,
la Francia concepì timore, ch'essi dei casi della Corsica volessero
tramettersi, e, levandola dall'obbedienza di Genova, s'impadronissero
di qualche sua parte, e vi facessero una stanza ferma con danno
manifesto de' proprii interessi. Della qual cosa tanto più sospettò
ch'erano andate attorno voci che Paoli avesse con l'Inghilterra qualche
segreta corrispondenza, e con esso lei seguitasse qualche domestichezza
d'amicizia e di fede.

A ciò pensando, le parve che non fosse più da differire di stringersi
maggiormente co' Genovesi; perlochè fece con Genova sue pratiche
col fine di conseguire da lei l'intento suo, che era di introdurre
soldati franzesi nelle piazze di presidio. La signoria, cui il
medesimo sospetto angustiava, massime nel caso che gl'Inglesi perduto
avessero Porto Maone per l'espugnazione del forte di San Filippo a
quei dì fortemente battuto dai Franzesi, s'inclinò facilmente alla
volontà della Francia; laonde nei primi giorni di novembre, condotti
dal marchese di Castries, al quale era stato dal re dato il grado
di comandarli, sbarcarono in Corsica tre mila Franzesi, prendendo le
stanze in Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non venivano come nemici ai
Corsi sollevati, nè a favore di nessuno, come pubblicavano, nè i Corsi
gli trattarono da nemici; solamente si appostavano gli uni e gli altri
con somma diligenza, e con grande gelosia osservavano ciò che l'altro
facesse.

Se la repubblica di Genova era rimasta contenta d'aver ottenuto
l'intento suo di vedere in Corsica un corpo di truppe franzesi,
ebbe pur motivo d'esserlo pel buon avviamento che presero le di lei
vertenze colle comunità di San Remo e di Campofreddo. Nel mese di
gennaio l'imperadore diede ordine al consiglio aulico di riassumere la
causa di quelle comunità a lui ricorse come feudi imperiali. Appena
ne giunse a Genova la notizia, la signoria, che avea già posto a San
Remo il morso d'una specie di cittadella, fece immantinente presentare
al detto consiglio aulico due scritture valevoli a far sospendere un
procedimento, di cui ad ogni modo poteasi temere l'esito incerto. Era
l'una di queste scritture una supplica presentata al senato genovese
da tre deputati delle comunità di San Remo residenti a Genova, con cui
la comunità stessa si metteva a' piedi della signoria, e riponea la sua
fiducia nella sovrana clemenza del senato per essere tornata in grazia
del suo principe; e l'altro un atto passato a Vienna dal procuratore
della comunità di Campofreddo, con cui ampiamente rinunziava ai ricorsi
sino a quel giorno fatti all'imperadore presentare.

Altissimi commovimenti produsse ne' popoli di quelle due comunità la
notizia di tali fatti de' loro commessi; si pubblicarono e divulgarono
da per tutto le loro solenni proteste, pregando e richiedendo i
ministri de' sovrani e delle potenze d'Europa a voler considerare
quelle scritture come estorte, nulle e riprovate dalle comunità. Le
quali proteste, pur presentate al consiglio aulico, fecero sì che per
quell'anno rimanesse l'affare sospeso, nè se ne udisse parola.

La guerra dei sette anni, in questo anno dal re di Prussia rotta
all'imperadrice regina, condusse l'Italia a vedere nudarne per la
Germania, e quindi per la Boemia, alcuni reggimenti de' suoi figli,
bella e fiorita gente, che dal granducato di Toscana l'imperadore
chiamò a far parte degli eserciti imperiali. Nè maggior peso le recò
l'altra guerra insorta nel nuovo mondo tra Spagna e Portogallo da una
parte, e gl'Indiani del Brasile dall'altra, che volevano mantenersi
indipendenti; ma vinti e disfatti, dovettero porre giù le pretese, e
sottomettersi. Se non che merita forse d'esser ricordato che gli oziosi
novellisti avevano fatto alla Italia gratuitamente il dono d'un Nicolò
Rubini del Friuli, che sotto il nome di Nicolao I menasse alle pugne
gli abitanti del Paraguai, da lui mossi e suscitati nella sua qualità
di gesuita; ma presto venne sopra la verità, e l'Italia perdette quel
non ambito onore d'aver dato un suo figlio per sovrano del nuovo mondo.

Ma mentre svaniva dalla mente dei creduli e dalle pagine della storia
questo re immaginario, la Corsica perdeva quello che aveva realmente
sopra di lei regnato. Partito Teodoro tre volte da quel regnò che
avealo nel 1736 solennemente riconosciuto per suo signore; divenuto
in seguito vero trastullo della fortuna, oppresso continuamente da
debiti, lottando col bisogno, perseguitato da' creditori, chiuso in una
prigione di Londra, come era stato prima in quelle di Amsterdam, trovò
in Orazio Valpole chi prese cura di lui, e raccolti sussidii volontarii
da uomini benevoli, col provento li cavò del carcere. Teodoro staggì
il suo regno di Corsica pel pagamento a favore dei prestatori. «Non so
come l'intendessero, dice uno storico esimio, ma in somma il fatto è
certo: vi sono di queste ubbie in Inghilterra, quando la vena dà.» Morì
poi in quest'anno a Londra, e fu sepolto nella chiesa di Santa Anna di
Westminster con la seguente iscrizione in lingua inglese, che vien a
dire in italiano:

«Qui giace Teodoro, re di Corsica, morto in questa parrocchia a
dì 11 dicembre del 1756 subito dopo d'essere uscito, pel benefizio
dell'atto sui falliti, dalle carceri del banco del re: lasciò il suo
regno di Corsica per sicurtà ai creditori.» Crederei che la chiusa
dell'iscrizione fosse scherzo, se si scherzasse sulle tombe, riflette
il poc'anzi citato storico illustre.



    Anno di CRISTO MDCCLVII. Indizione V.

    BENEDETTO XIV papa 18.
    FRANCESCO I imperadore 13.


La compagnia volontaria da Pasquale Paoli novellamente istituita in
Corsica a premio de' più meritevoli non ebbe ad aspettare molto per
mettere alla prova il suo valore, e, giustificando la scelta fatta
dei membri, accrescere la speranza del capitan generale; imperocchè si
pose egli tantosto con essa all'impresa di espugnare la torre di San
Pellegrino custodita da' Genovesi, posto d'importanza e vantaggioso
a chi ne fosse signore. Un ingegnere svizzero diresse le operazioni
dell'assedio, le quali riducevansi a far salire chetamente un soldato
alla porta della torre per farvi un'apertura tale che vi potesse
passare un uomo armato, e quindi sorprendere d'improvviso il custode
dell'armi e della munizione. La cosa o male intesa o male eseguita
non riuscì, quantunque i Corsi con tanto silenzio e precauzione si
fossero appropinquati alla torre che i difensori non se ne erano
accorti per niente. Il soldato, che dovea far l'apertura nella porta,
cadde. I Corsi, invece di rifarsi da capo allo esperimento, o di dare
un improvviso assalto, perdettero inutilmente molto tempo, che diede
campo al presidio di dare all'armi e far piovere sopra gli assalitori
le palle. Costretti quelli a ritirarsi, determinaronsi ad un assedio
formale e ad obbligare i difensori ad arrendersi almeno per la fame.
Nè tardando questa molto a farsi sentire, fu proposta la resa mediante
un'onesta capitolazione. Ma Venturini, un capo corso, si fece a
gridare non voler capitolazioni, ma o che il presidio si rendesse
a discrezione, o altrimenti sarebbe presa per assalto e colla forza
dell'armi. Questa ostinazione fu salute degli assediati. Concorse in
questi momenti due galee genovesi con altri legni minori, obbligarono
i Corsi alla ritirata, colla perdita di molti di loro, tra i quali uno
de' nuovi cavalieri.

Intanto il marchese Doria, commissario alla Bastia, ordinò in nome
della repubblica che nissun paesano si avvicinasse a quella città,
ordine che fece ripetere dagli altri commissarii e comandanti genovesi
che si trovavano nell'isola, e ad esecuzione del quale formò un
campo volante, che dovea arrestare tutti i Corsi trasgressori. Ed
all'opposto, Paoli ed il supremo consiglio di Stato corso proibirono
a tutti i nazionali di avere alcuna corrispondenza colle città e coi
luoghi governati dai Genovesi, e molto più di trasportarvi vettovaglie
di qualunque sorta, al campo volante del commissario, contrapponendo
un altro campo consimile, per tener in dovere chiunque avesse ardito
d'infrangere le loro prescrizioni. La quale rigorosa misura sortì
l'inevitabile suo effetto; cominciò a farsi sentire la carestia così
vivamente alla Bastia, che il marchese Doria alle calde istanze degli
abitanti dovette rivocare i suoi divieti, e lasciar che la città si
provvedesse di viveri come meglio potesse.

Siccome la fama così altamente parlò di Pasquale Paoli, uomo che tanto
fece per la libertà della sua patria e che, se una forza sopravanzante
non si opponeva, avrebbe fondato nella natia isola una repubblica a
guisa di quella d'Olanda, pensiero che girava a quei tempi nella mente
degli uomini, non sarebbe fatica perduta lo spaziare alquanto sulla
sua vita, costumi, desiderii ed opere. In picciole scene, sono non di
rado grandi esempii. Se non cito ci stringono i limiti a queste carte
imposti e ne fanno la legge di toccare sol di volo e per sommi capi
l'alto subbietto.

Oppressi gli emuli e date di sè medesimo felici speranze, Paoli, se
avuto avesse la smania di tanti che abusano della confidenza che in
loro collocano i popoli, avrebbe potuto fare i Corsi servi e porre
sè in cima di tutti. Ma prevalse in lui un pio desiderio e si diè a
battere altra strada.

A' tempi del generoso uomo, i Corsi distinsero per suo consiglio
l'autorità pubblica in tre potestà; la legislativa, la esecutiva e la
giudiziale. Sedeva la prima nel parlamento, o, come la chiamavano, la
_consulta generale_, che rappresentava l'intero corpo della nazione,
e la componevano circa cinquecento membri, denominati _procuratori_,
ed eletti parte dal popolo, parte dal clero sì secolare che regolare.
I procuratori in consulta adunati avevano la facoltà di fare e di
annullare leggi e di stanziare la somma annua da potersi spendere per
lo Stato. Ed oltre alle leggi facevano certi magistrati, di due ordini,
uno giudiziale, l'altro esecutivo, cioè un ministro di giustizia per
ciascuna delle nove provincie della Corsica, e nove membri del supremo
governo esecutivo, uno pure per ciascuna provincia.

Il supremo governo esecutivo, cui chiamavano eziandio supremo
magistrato, o supremo consiglio, composto, come abbiam veduto, di
nove membri o consiglieri, aveva per presidente il generale Paoli,
dalla consulta a quella maggioranza eletto. Avevano questi consiglieri
diritto d'intervenire alla consulta, e di proporre per bocca del
presidente di lei quanto loro paresse giusto, o necessario, o
conveniente.

Paoli aveva titolo di _generale del regno e capo del magistrato
supremo di Corsica_. Nelle sessioni, sedeva sotto un baldacchino
coi consiglieri in qualche distanza da lui. La sua tavola ed il
mantenimento dalla casa erano a spese della nazione, senza limitazione
alcuna di somma, lasciandosi interamente, perchè potesse tener grado,
lo spendere a sua discrezione. Poteva disporre del denaro pubblico come
gli pareva più spediente, purchè non oltrepassasse la somma fissata
dalla consulta. Grande era la sua autorità, e forse eccessiva, se
le contingenze del tempo, e le turbate e incerte cose della Corsica
non la scusassero; imperciocchè per la milizia e pel mare godeva di
una potestà assoluta, e per tali faccende non era nemmeno obbligato
di domandar il parere dei consiglieri; e quando spontaneamente il
domandava, la loro voce si aveva solamente per consultiva, non per
giudicativa. Poteva trattare con qualunque potenza di pace, di guerra,
o di alleanza, ma non concludere senza l'assenso dei consiglieri,
avendo in tutti questi casi un solo voto come gli altri, con questa
eccezione però che nei casi di vita o di morte, se si trattasse di
condannare, avesse un voto solo, se di assolvere, due.

Aveva intorno per la guardia del suo corpo circa ottanta soldati, i
quali per ordine espresso della consulta il dovevano accompagnare ogni
qualvolta che in cospetto del pubblico o per ufficio o per altra causa
comparisse. I funesti casi di Sampiero e Giampiero, ed altri tentativi
di assassinio fatti contro di Paoli stesso, a tale deliberazione
avevano sforzato la consulta. Ma ciò egli detestava come segno di
tirannide, affermando e protestando volerne veder la fine tosto che
la Corsica un volto genovese più non vedesse. Nella sua anticamera,
nè nella camera, nemmeno di notte, nessuna guardia di uomo voleva; ma
era meglio e più fedelmente custodito che da uomini. Sei grossi cani
corsi stavano sempre, terribili custodi, alla porta dell'anticamera,
e nella camera stessa. Con lui dormivano, con lui vegliavano, e se
alcuno di notte a lui accostato si fosse, in mal punto venuto vi
sarebbe; perciocchè sarebbe stato incontanente da quelle orrende bocche
lacerato a pezzi. Molto Paoli gli accarezzava, ed essi il conoscevano e
l'amavano, e ad ogni suo cenno pronti l'obbedivano: dolcezza e ferità
in loro si accoppiavano. Trovo scritto, seguita a dire uno storico
famoso, che per tal costume Paoli ritraesse dell'antico; così, al dir
d'Omero e di Virgilio, Patroclo, Telemaco ed Evandro avevano i loro
cani; al dire degli storici, Siface i suoi.

Era stabilito per legge della consulta sotto pene gravissime che
nessuno parlasse o scrivesse contro il supremo consiglio, meno ancora
contro il generale, credendo quegli uomini gelosissimi la libertà delle
lingue e delle penne un veleno pestifero.

Quanto alla potestà giudiziale, abbiamo veduto come i procuratori
delle province eleggessero un ministro per provincia, al quale si
dovea ricorrere nei casi di maggiore importanza, quelli di poco
momento essendo giudicati da' giudici o podestà di ciascuna città o
aggregazione di villaggi. Questi ministri potevano condannare a multe
ed anche a pene corporali; e fu loro eziandio data autorità sopra il
sangue; ma quando ne usavano, erano in obbligo di mandare il processo
al supremo governo che confermava o annullava la sentenza.

Crearono poi pei giudizii delle cause civili, il cui importare
oltrepassasse cinquanta lire, imperciocchè sotto di questa somma
le sentenze de' ministri sopraddetti erano terminative, una ruota
composta di tre legisti, la quale sempre doveva fare la sua residenza
nella città di Corte. Da questa ruota vi era appellazione al supremo
consiglio, ma solamente quando constava che alcuno fosse stato molto
aggravato.

Questi ordini giudiziali non erano certamente perfetti, ed ancora li
bruttava l'infame uso della tortura. Ma intenzione del generale era di
perfezionarli col tempo.

I comuni si regolavano per gli uffiziali municipali, e li chiamavano
padri del comune. Erano eletti dai padri o capi di famiglia.

Le cause ecclesiastiche si agitavano nel tribunale del vicario
apostolico mandato dal papa, con autorità universale, e dalle sue
sentenze si appellava alla corte di Roma.

Paoli sentiva dell'ignoranza de' suoi compatrioti dolore acerbissimo:
nissun mezzo più acconcio vedeva per dirozzare, ingentilire ed
appiacevolire la nazione, di quello d'illuminare gl'intelletti ed
informare gli animi co' buoni esempii. In ciò non concordava con
Rousseau, cui aveva chiamato per dar leggi all'isola; imperocchè, come
ad ognuno è noto, il filosofo di Ginevra credeva che il ben essere
non potesse consistere che con una certa ruvidezza di costumi, e di
ciò in Corsica ne era dovizia. Perciò giva predicando che fra tutti i
popoli Europei i soli Corsi erano capaci di buone leggi. «Ma qui cade
in acconcio, dice il più volte lodato storico, l'antico proverbio,
che se l'ignoranza è vizio, il troppo sapere è parimente vizio, ed in
questo, come in ogni altra cosa, ogni bene sta nel mezzo. Non dico già
che il gran sapere sia vizio, in un individuo, poichè anzi è un pregio
eccelso e sommamente da lodarsi, ma solamente dico, che il sapere più
che al popolo si appartiene, sparso generalmente in una nazione, è
vizio e cosa da fuggirsi, perchè non può essere compiuto in ognuno, e
il ciel liberi gli Stati dall'essere in mano dei semidotti! Il perfetto
sapere dà la modestia e la ritiratezza, l'imperfetto la superbia,
l'impertinenza e l'ambizione.»

Paoli mosse, ed i supremi magistrati consentirono, che nella città
di Corte si fondasse una università degli studii, a cui concorrendo
i giovani Corsi, s'imbevessero di quanto più dirozza ed imbuonisce
l'uomo. Ciò successe nel 1764. Ottima disciplina ordinossi pel nascente
studio, esami settimanali, esami annuali; lodi e premi e corone, forti
stimoli a giovani intelletti. I professori, stipendiati dalla nazione,
insegnavano gratuitamente. La novità del caso, quel cibo tanto gradito,
quanto per la prima volta offerto e gustato, la naturale attitudine
per le scienze e per le lettere degl'ingegni corsi, i conforti e
gl'incoraggiamenti del Paoli, uomo tenuto in tanta venerazione dalla
gioventù, partorivano effetti mirabili.

Queste cose faceva il benevolo reggitore della Corsica fra mezzo i
furori della guerra e l'incertezza del destino futuro della sua patria.

Importava massimamente a Paoli la cura della guerra e degli esercizii
militari. Contuttociò egli andava pensando come avvezzar potesse i suoi
compatriotti alle opere di agricoltura, cui per lungo uso ripugnavano.
Gli andava dunque invitando alle rurali fatiche, accarezzava chi vi si
dava, premiava chi vi profittava, a poco a poco altro aspetto vestiva
la Corsica infelice, la smossa terra rendeva l'odore delle fortunate
radici, vedevasi sui campi, cosa insolita per lo innanzi, le marre
mescolatamente colle spade.

Giovine e, per così dire, fanciulla era a quei dì la Corsica per la
capacità del governare le faccende dello Stato: bisogno ancora aveva di
tutela. Ad ogni ora domandavano a Paoli consiglio di quanto avessero
a farsi e per le cose e per le persone: rispondeva: _Fate voi altri,
nominate voi altri_. Così gli avvezzava.

Squallida l'isola per la guerra, squallida per la povertà. «La patria,
il generale diceva, è il corpo della Sunamitide, noi e i magistrati
il profeta Eliseo, che, occhi ad occhi, bocca a bocca sopra di lui
distesi, opera facciamo di rianimarlo: già comincia a muoversi, già
riprende calore e vita, e se il tempo e Iddio ci aiutano, presto
vedremo non solo la quiete e l'ordine, ma ancora le scienze e le arti.
La Corsica accomodatamente consuonerà colla civile Sicilia, nè indarno
la natura ci avrà sotto di questo propizio cielo posti.»

Fiera e grande anima aveva; l'indipendenza della patria svisceratamente
amava. La più gradita lettura che avesse era quella del libro de'
Maccabei: Antioco ed i Romani gli passavano per la mente. Niuna
parola più odiava che quella di ribelli applicata ai Corsi. Paoli
aveva il volto per l'ordinario assai placido e dolce, e così pure
il costume, ma quando udiva dar del ribello ai Corsi, di tali feroci
forme le sue fattezze si vestivano, che la corsa natura pienamente in
lui si disvelava. Più amava Temistocle che Demostene, perchè questi
parlava, quegli faceva. Di gran lunga anteponeva Penn, legislatore
della Pensilvania, ad Alessandro Magno, conquistatore dell'Asia,
quello per aver fondato uno stato felice e tranquillo, questo per
aver martirizzato mezzo un mondo. La voce di Paoli era potentissima
sui cuori di Corsica, nè di altro egli aveva bisogno che di lei per
disporgli a seguitare la sua volontà e a spingergli ai più pericolosi
fatti. Alla guerra, da lui chiamati, andavano spontaneamente. Servivano
senza paga, salvo le guardie del generale e quei che erano di presidio
nelle fortezze.

Paoli poteva congregare ad un bisogno trenta mila armati, vale a dire,
quasi la quinta parte di tutta la popolazione. E non avea bisogno di
far magazzini per somministrare le vettovaglie all'esercito, posciachè
in ogni luogo erano preste o portate dai guerrieri andati in campo.
Ogni cosa portava all'entusiasmo: l'odio, l'amore; gli usi antichi,
il rispetto verso il generale. «L'esser ferito, scrive un anonimo, è
stimato onor grande, onor maggiore perdere i propri figli al servigio
del pubblico.... il pensiere dello arrendersi è peggiore della morte.
Pochi anni fa, un Corso stava guardando dalla sua finestra e vide
alcuni suoi paesani arrendersi ai Genovesi. Questo fece in lui una
impressione tale, che risolvette di non uscire mai più di casa; ed alla
sua morte che succedette quattro anni dopo, lasciò ordini positivi, che
il suo cadavere fosse sepolto fuori della vista della città.»

Tali erano gli uomini di Corsica.

Molto opportunamente il fervore degli spiriti suppliva alle esigenze
dello Stato. In paese per sè non ricco, e fatto povero dai tumulti
e dalla guerra, le rendite pubbliche erano di poca importanza. Tutte
le gravezze insieme fra tasse e dazii non gettavano un mezzo milione
di lire. Le donne di Corsica somigliavano gli uomini; oltre la dura e
faticosa vita, a cui erano da mariti astrette, la patria amavano; gli
ornamenti loro, i figliuoli; i lor passatempi, le fatiche.

Nel rimanente d'Italia tutto in questo anno fu pace; ma se la guerra
non ne devastò le belle provincie, non andò per altro esente da
altre disgrazie e calamità, che appunto in questi giorni funestarono
una gran parte della superficie del globo. Senza dire di quelle due
bocche infernali che, a vomitare torrenti di fuoco, spalancaronsi
nell'estremità orientale d'Italia; un elemento affatto contrario portò
le sue devastazioni in un'altra parte quasi diametralmente opposta.
La città di Verona contò in ogni tempo l'Adige come il padre delle
sue ricchezze ed insieme quale istrumento delle sue miserie, per
le terribili innondazioni che glie ne derivarono. Paolo Diacono ne
descrive una, da lui creduta la maggiore di quante avvennero dopo il
diluvio. Dice che l'Adige crebbe cotanto che l'acque toccarono sino
alle finestre superiori della chiesa di San Zenone situata fuori
delle mura, e che queste restarono in gran parte dall'impeto delle
acque atterrate. Comunque sia di tale inondazione dell'ottavo secolo,
e di altre due avvenute nel 1567 e nel 1719, quella del primo dì di
settembre del corrente anno superò tutte le precedenti, poichè le acque
si alzarono sino a diciotto piedi e mezzo.

In tale disastro, il ponte detto delle Navi perdette i due archi di
mezzo, e scuotendosi nel tempo stesso la contigua torre, oltre al
rimanere isolata in mezzo a quel pelago nato improvvisamente, videsi
vicina a sfasciarsi interamente. Nel quale pericolo è da notarsi
la magnanimità ed intrepidezza del contadino Bartolommeo Rubele,
detto Leon, che con eroico ardire, toltosi dalla folla tremebonda
che sconfortata stava osservando il terribile spettacolo senza osar
di cimentarsi, osò salire in quella torre a prendere e salvare due
infelici donne che con due teneri fanciulli vi albergavano, ricusando
poi l'oro che a ricompensa del generoso fatto ciascuno gli proferiva.



    Anno di CRISTO MDCCLVIII. Indizione VI.

    CLEMENTE XIII papa 1.
    FRANCESCO I imperadore 14.


La notte del secondo giorno di maggio dell'anno presente, vide l'ultima
sua ora Benedetto XIV. Dotto amico dei dotti, visse, e li protesse e li
sollevò, e sotto l'ombra sua li raccolse. Il seppero Cristoforo Maire e
Ruggiero Giuseppe Boscovich, matematici celebratissimi, cui chiamò ed
a cui diede carico di misurare l'arco del meridiano in tutto lo Stato
ecclesiastico, e il fecero. Lo seppe Giovanni Poleni, professore di
matematica nell'università di Padova, cui chiamò per consigliarsi con
esso lui sul ristauro della basilica Vaticana, la cui volta minacciava
ruina. Lo seppe il Quadrio, cui col consiglio e con generose opere
soccorse. Lo seppero finalmente Muratori e Maffei, a cui per lettere
fece testimonio quanto le persone loro e gli studii onorasse. Nè alcun
celebre personaggio era dentro o fuori d'Italia, che da Benedetto
estimazione, onore e favore non ottenesse. Al mondo è nota la lettera
scrittagli da Voltaire quando gli mandò il suo Maometto. Il poeta, che
malizioso era, forse intendeva, secondo il suo costume, a malizia: ma
il papa gli rispose con tanta disinvoltura e spirito che il poeta non
ne rimase in capitale.

Nè solo ai particolari uomini aveva cura il generoso pontefice per
sollevarli o per onorarli, ma spandeva ancora i frutti della sua
munificenza sopra le scientifiche e letterarie compagnie. Fomentò,
accrebbe, arricchì l'istituto di Bologna, e l'accademia Benedettina
fondò, in cui gli allievi con accomodati premii si stimolavano ai buoni
studii.

Le opere sue Roma ancora con gratitudine rammenta. Riedificò di marmo,
ornò di statue, crebbe d'un doppio portico e di colonne la facciata
della basilica Liberiana, così chiamata per essere stata edificata nel
quarto secolo da san Liberio papa, nominata anche volgarmente Santa
Maria della Neve, a cagione di una neve caduta miracolosamente ai 5
d'agosto sul monte Esquilino, o Santa Maria _ad Praesepe_, a motivo
della culla di Gesù Cristo, che in lei, come dicono, si conserva, o
finalmente Santa Maria Maggiore, perchè tiene il primo luogo fra le
dedicate alla Vergine, ed è una delle quattro patriarcali, e delle più
belle di Roma. Per queste cagioni Benedetto vi aveva volto il pensiero
per instaurarla ed abbellirla. Instaurò il triclinio presso san
Giovanni in Laterano, rovinato sotto il pontificato di Clemente XII, e
vi ripose l'antico mosaico di papa Leone III. Per averla goduta essendo
cardinale, ornò di facciata, ne fece dipingere la volta, corredò di
tribuna e ridusse allo stato presente la basilica Sessoriana, ossia
chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, una delle sette basiliche,
fondata da Costantino in memoria del ritrovamento della Santa Croce
fatto da sant'Elena madre in Gerusalemme. Abbellì di pitture e di
mosaico la magnifica basilica di San Paolo, e vi terminò sino a' suoi
tempi la serie de' ritratti dei papi che, incominciata da san Leone
il Grande insin da san Pietro, fu poi continuata da san Simmaco sino
al 498. Queste cose Benedetto faceva per pietà e munificenza, queste
altre a munificenza pure, ma eziandio ad utilità indirizzava: ampliò
l'ospedale di Santo Spirito e creò la scuola del disegno con investir
denaro pel mantenimento e pei premii. In somma tutto in Roma ancora
rammenta ed accenna i benefizii di Benedetto.

Nè il mondo taceva o tace delle virtù d'un tanto papa. Sommo pregio è
la tolleranza fra gli uomini, che tanto deboli sono, e questa intiera
e perfetta possedè il buon Lambertini. La sapeva in oltre condire con
ilari e cortesi modi, per forma che ad ognuno era manifesto che in
lui da natura procedeva, non da arte, e quantunque arte non fosse,
nè studiato pensiero, era finissimo sussidio, poichè niuna cosa più
alletta e vince chi dissente, che la sopportazione, niuna più li rende
contumaci ed ostinati che la rigidezza e la superbia altrui.

Il migliore mezzo di propagare il bene era il suo dolce procedere:
Benedetto era atto a conquistare il mondo, perchè colle sue rare virtù
conquistava i cuori.

Era allora in Francia un incomposto miscuglio di cose in materia di
religione, in conseguenza delle diverse sentenze e delle parti che vi
regnavano, e che dalle cattedre e cogli scritti, gli uni contro gli
altri contendevano e menavano un grandissimo romore; casisti, filosofi,
teologi morali e speculativi, increduli e credenti.

Se un papa di minore mansuetudine e prudenza avesse occupato la sede
di san Pietro, al certo sarebbe nata in quel discorde paese la guerra
civile. La tolleranza di Benedetto tolse legna al fuoco. Delle pazzie
franzesi di quel tempo ei non sapeva darsi pace e si stringeva nelle
spalle, e pregava Dio che facesse sano di spirito chi n'era infermo.
A questo proposito egli, che arguto e trattoso era nel favellare,
disse quel famoso motto: _La Francia è il regno meglio governato
che vi sia, posciachè è la Provvidenza che lo governa_. Con ciò
toccava principalmente la debolezza della corte, che maggiore impeto
pareva avere per precipitarsi nel vizio, che forza per reggere lo
Stato. Brevemente, tali erano le condizioni di quel regno, che si
può con verità affermare, andare i Franzesi obbligati a Benedetto di
molto sangue loro risparmiato. Certo è anzi che i protestanti della
Linguadoca, contro i quali prelati troppo fervidi volevano ricominciare
le persecuzioni coi roghi e colle forche, come ai tempi di Luigi XIV,
dalla benigna intercessione del pontefice riconobbero il quieto vivere.

Grande agevolezza ancor trovò in lui il re di Prussia pe' suoi
cattolici della Slesia, ed il papa nel re; si scrissero frequenti
lettere l'un l'altro: fra due sovrani d'alto ingegno tosto nacque la
concordia, nè niuna lode v'era, che Federico non desse a Benedetto. I
protestanti di Germania in somma venerazione il buon pontefice avevano,
e come pontefice venuto al mondo per cessare i loro risentimenti contro
la santa Sede.

Gli Inglesi medesimamente con non minor rispetto il riguardavano,
non come i Tedeschi pacatamente, ma mescolandovi, secondo il solito,
l'entusiasmo e il lasciarsi guidare dall'umore. Ed ecco il ministro
Walpole alzare, nel suo palazzo di Londra, una statua a Lambertini,
scolpitovi sotto il seguente elogio, composto dal figliuol suo:

«A Lambertini innocente nel principato, restitutore della tiara
pontificia, sommamente amato dai cattolici, sommamente stimato da'
protestanti, ecclesiastico non insolente, da ogni cupidità ed ambizione
alieno, principe senza studio di parte, pontefice senza nipote, autore
senza vanità, modesto uomo in tanta potenza, con tanto ingegno:

Il figliuol del ministro, che non mai alcun principe adulò, non mai
alcun ecclesiastico venerò, in libero protestante paese questo tributo
di laude all'ottimo pontefice de' Romani innalzò.»

La quale scappata inglese come fu raccontata a Lambertini, disse: «E
mi par di essere come le statue della piazza di San Pietro, che vedute
di lontano appariscono con acconcio e mirabile artificio fatte, ma da
vicino brutte e deformi le diresti.» Ma le lodi erano vere ed il gran
papa le meritava.

Tale fu Lambertini e tale al mondo si mostrò, nè mai altro papa diede
quanto egli così grande avviamento alla riunione delle religioni
cristiane dissidenti colla cattolica. Ciò col costume e col procedere
savio, prudente, e dolce piuttosto che coi sillogismi faceva. Sapeva
che i buoni costumi allettano e convertiscono gli uomini, le sottili
argomentazioni li fanno renitenti e caparbi. Il costume non offende,
perchè non comanda; il vincere per logica o per forza sì, perchè fra
due contendenti indica superiorità in chi vince, inferiorità in chi
perde, superbia da una parte, umiliazione dall'altra.

È qui da notare che poco tempo prima della sua morte, questo lodato
pontefice aveva dato, alle ripetute istanze del Portogallo contro i
Gesuiti, un breve diretto al cardinale Francesco Saldagna, a questo
oggetto da quel re destinato, nel quale gli commetteva di visitare le
case di detta compagnia per riconoscerne (se sussistessero) gli abusi e
le mancanze, e quindi riferire del risultamento delle sue pratiche, non
senza proporre le misure di riforma che stimasse necessarie per ridur
que' religiosi alla lor santa e primitiva osservanza, passando anche
alla riforma stessa ogni qual volta il bisogno lo richiedesse, giusta
la lettera istruttiva che in un col breve gli veniva trasmessa.

Dodici giorni dopo la morte di Benedetto XIV si raccolsero in conclave
i cardinali, e nel dì 6 di luglio gli elessero a successore il
cardinale Carlo Rezzonico, Veneziano, che assunse il nome di Clemente
XIII.

In meno di due giorni la nuova dell'elezione giunse in Venezia, dove
risvegliò generale esultanza, e fu festeggiata colla suntuosità a
quella repubblica consueta; scrivendo pure il nuovo papa direttamente
alla veneta signoria, e ricevendone risposta, nella quale veniagli
attestato il giubilo universale per la sua esaltazione.

La notte del 3 settembre, tornando il re di Portogallo da una visita
fatta alla marchesa di Tavera, fu assalito da tre uomini a cavallo,
due de' quali, sparando contro il calesse per di dietro, ferirono il
re malamente sì che per tre mesi dovette starne ritirato. Un tetro
silenzio per tutto quel tempo regnava alla corte, ed ognuno era ansioso
di vedere l'esito di un affare cotanto serio. Finalmente la mattina
del dì 13 dicembre, si videro circondati i palazzi di diversi dei
principali signori, e condotti pubblicamente nelle nuove carceri di
Belem il marchese Francesco di Tavora con due suoi figli, due fratelli,
due generi ed alcuni domestici; nel giorno seguente fu pure arrestato
il duca d'Aveiro nella sua casa di campagna: ed, oltre i suddetti
arrestati, anche la marchesa di Tavora, già stata vice-regina di Goa,
fu condotta in un convento di monache, come in altri conventi furono
trasportate la nuora, marchesa di Aveiro, della suddetta marchesa
di Tavora, e le due sue figliuole, contessa d'Atouguia, e marchesa
d'Alorna.

Nello stesso giorno in cui si vide lo imprigionamento di quelle
persone, furono da' soldati accerchiate tutte le case che i Gesuiti
tenevano in Lisbona, e successivamente le altre che nel resto del regno
possedevano, ed in tutte un regio ministro visitò minutamente le stanze
e le persone; vietata intanto qualunque comunicazione all'esterno.



    Anno di CRISTO MDCCLIX. Indizione VII.

    CLEMENTE XIII papa 2.
    FRANCESCO I imperadore 15.


Alla mezza notte del dì 12 gennaio dell'anno presente furono condotti
nelle carceri della _inconfidenza_, tribunale per l'occasione eretto
per giudicare i delitti di fellonia e d'alto tradimento, dieci Gesuiti,
a cui in appresso unironsene altri due, tutti imputati di complicità
nel tentato regicidio.

Eseguitasi solennemente nella mattina del giorno 13 la sentenza di
morte contro i regicidi, il re chiedeva da Roma un breve, in virtù del
quale potessero in quel regno processarsi e meritamente castigarsi le
persone ecclesiastiche che fossero state complici di quell'attentato
contro il re non solo, ma ancora che in un modo o nell'altro potessero
immischiarsi in altro nequizie consimili per l'avvenire; e Clemente
XIII, dopo grandi difficoltà e varie lunghe consultazioni, il
concedeva. Se non che, giunto frattanto il giorno 3 di settembre,
anniversario del triste fatto, non volendo la corte di Lisbona più
oltre differire le misure che aveva stimate convenienti al caso, il re
sottoscrisse il decreto, col quale, dichiarandosi avere i religiosi
della compagnia di Gesù degenerato affatto dal santo loro istituto
e commesso scandalosi ed atrocissimi delitti (che non forse furono
giammai provati secondo le regole giudiziarie), per indispensabile
regia risoluzione, venivano _snaturalizzati_ ed esiliati per sempre dal
regno del Portogallo.

Adunque nel giorno 16 settembre imbarcaronsi sul Tago, sopra nave
ragusea, in numero di 133, i primi gesuiti condannati a quel perpetuo
esilio, e dentro il giro di non molti mesi furono seguitati da cinque
altri convogli, così venendo in numero d'oltre a mille e cento sotto
il cielo d'Italia, e propriamente negli Stati pontificii, sbarcando in
Civitavecchia. Del che avuto avviso il santo padre, comandò che fossero
alloggiati decentemente, e finchè vi si trattenessero, mantenuti a
spese della camera apostolica.

Morto era intanto nel dì 10 agosto il re di Spagna, Ferdinando VI, nè
lasciato avendo prole nissuna, era stato il re di Napoli dichiarato suo
successore sotto il nome di Carlo III. Tre figliuoli maschi aveva egli
giù ottenuti a quel tempo; ma il primo, per le conseguenze di grave
malattia, fu dichiarato giuridicamente imbecille avanti la partenza
del padre dalla Italia, e quindi riconosciuto re delle Due Sicilie il
terzo di lui figliuolo Ferdinando, poichè il secondo destinato era a
succedergli nel trono di Spagna, e doveva quindi con esso trasportarsi
a Madrid, vietato essendo negli ultimi trattati che alcun principe
di quella famiglia potesse sul suo capo riunire le due corone della
Spagna e di Napoli. Poco mancò che da tale avvenimento turbata non
fosse la tranquillità dell'Italia, perchè pattuito essendosi nel
trattato d'Aquisgrana che giugnendo l'infante don Filippo al trono
delle Due Sicilie, il ducato di Piacenza tornasse al re di Sardegna,
e quelli di Parma e di Guastalla si riunissero al ducato di Milano,
giunto sembrava il momento in cui, passando Ferdinando VI al trono
della Spagna, l'infante duca di Parma passar dovesse, coll'aiuto anche
de' sovrani che attendevano la reversione, ad occupare il regno delle
Due Sicilie dal fratello abbandonato. Erasi di fatto inserita una
clausula che questa disposizione portava nel trattato di Versaglies
del dì 30 dicembre dell'anno precedente ad istanza tanto del re di
Francia quanto dell'imperadrice regina; ma all'epoca della morte del
re di Spagna, la guerra ardeva nella Germania, sì che le operazioni di
quella non permisero alla corte di Vienna di muovere alcuna pretensione
sugli altri Stati d'Italia, tanto più che il re Carlo disposto era
a fermamente guarentire ai figliuoli suoi il possedimento delle Due
Sicilie. La corte cesarea rimase adunque tranquilla; il re di Sardegna
troppo debole era per reclamare egli solo l'esecuzione del patto di
reversione, ed il duca di Parma conservò pacificamente il possesso dei
suoi Stati.



    Anno di CRISTO MDCCLX. Indizione VIII.

    CLEMENTE XIII papa 3.
    FRANCESCO I imperadore 16.


Erano in Corsica molto turbate le cose della religione. I vescovi,
siccome quelli che per la maggior parte erano Genovesi, e si trovavano
nella necessità, se nelle loro sedi fossero rimasti, di obbedire
all'autorità di coloro, cui il proprio principe riputava ribelli,
e forse non credendosi esenti da insulti personali in mezzo a tanta
concitazione, si erano assentati dall'isola cercando più quieto asilo
o nel Genovesato loro patria, o in altri paesi non ancora sconvolti
dal furor delle parti. Avevano bensì, partendo, delegata la loro
autorità; ma il rimedio era poco, perchè i delegati, pel timore dei
casi presenti, non osavano adempire l'intero mandato, o i Corsi,
avendogli per sospetti, non si conformavano agli ordinamenti loro, e
Paoli, prima che arrivasse il vicario apostolico, deputava di propria
autorità i pastori dell'anime secondo che stimava convenirsi a' suoi
fini. Quindi nasceva che si turbavano le giurisdizioni e toglievasi
alle coscienze timorate la quiete. Siccome poi la maggior parte degli
ecclesiastici corsi concordavano coi sollevati, e che anzi molti di
loro, massime fra i regolari, avevano come principali istigatori dato
fomento al fuoco che allora consumava l'isola; in molte parti era
l'esercizio della podestà ecclesiastica ridotto in loro mano; cosa che
per la giurisdizione era manchevole, stante il non aver essi mandato
legittimo, e dannosa per lo Stato dei Genovesi, attesochè la voce ed
i consigli d'uomini a loro nemici non potevano non confermare i popoli
nel proposito della disubbidienza.

Genova vegliava sopra questi interessi. Parecchie volte aveva ricorso
alla santa Sede per trovar modo di conciliare il benefizio della
religione coi diritti della sovranità, ma non si era potuto venire a
conclusione. I vescovi stessi della Corsica, che avevano col medesimo
fine supplicato al pontefice, non avevano nemmeno potuto ottenere una
sola lettera pontificia, che disapprovasse gli attentati dei Corsi
sulle rendite e giurisdizioni del clero così secolare come regolare.
Pareva alla repubblica di scorgere nel procedere della corte di Roma
non poca parzialità in favore de' suoi ribelli. Gelosa quindi, s'era
messa al fermo di non permettere cosa che alla conservazione dei suoi
diritti importasse.

Da un'altra parte Roma argomentava ch'ella non era stata per niun
conto autrice delle sollevazioni di Corsica, nè in esse in modo alcuno
aveva posto le mani; che sapeva che un gran disordine regnava nelle
cose ecclesiastiche dell'isola e che tutti i buoni ordini vi erano
pervertiti; che le pecore si nutrivano di male erbe, ed i legittimi
pastori sospiravano; ch'ella avea aspettato sì lungo tempo per venire
alle provvisioni necessarie, sperando sempre che la repubblica colle
sue forze avrebbe finalmente sottoposto i ricalcitranti, e ritornato
l'isola alla quiete; ma se la repubblica era stata inabile a ciò fare
dopo una guerra di trent'anni, che colpa ci aveva Roma? Dovere ella
pur pensare al benefizio dell'ovile, nè poter abbandonare al caso ed
al furore i sussidii spirituali ed i celesti interessi; essere oggimai
tempo di offerire un porto di salute a chi in un mare burrascoso
pericolava; rispettare ella i diritti sovrani della repubblica nè avere
alcuna volontà di offenderli, ma pur dover soddisfare al suo dovere di
madre universale; quanto alle preferenze, nissuna averne Roma, Roma
giusta e pietosa con tutti; non pretendere ella di scrutare i motivi
dei principi nelle loro deliberazioni, ma esigere che ciò stesso si
pratichi in riguardo ai suoi nelle sue, nè poter permettere che si
mescolino le cose temporali con le spirituali.

Travagliandosi le cose a questo modo tra Roma e Genova, le prime
cagioni d'un aperto risentimento nacquero dai Cappuccini. Paoli non
poteva tollerare che i conventi di questi religiosi situati nei paesi
che a lui ed al suo governo obbedivano, fossero sotto la dipendenza
del provinciale, il quale abitava in Bastia sotto il dominio della
repubblica. Da un'altra parte, non essendovi altro superiore delegato,
la disciplina dei conventi ne pativa e seguivano disordini con
iscandalo di tutti i buoni. Oltre a ciò, Paoli desiderava che fosse
posto alla loro direzione un uomo, il quale, essendo favorevole al
suo intento, al medesimo fine indirizzasse le parole e gli atti dei
religiosi, ma principalmente la predicazione. Di ciò pensando, scrisse
al padre Serafino da Capricolle, provinciale dei Cappuccini nel
Genovesato, esortandolo a deputar persona conforme a' suoi desiderii
pel governo dei conventi. Il padre Serafino diede la facoltà domandata
al padre Paolo d'Altiani, definitore poco avanti uscito dalla carica
di provinciale. Nelle risposte scritte lodò Paoli del suo zelo per la
gloria di Dio e pel bene della regolare osservanza.

La lettera venne alle mani dei governatori della repubblica; onde pieni
di sdegno decretarono che tutta la religione dei Cappuccini restasse
espulsa dai suoi territorii; con iraconde parole lamentandosi che il
padre Serafino tenesse carteggio col capo dei ribelli, ed attribuendo
il suo procedere a perfidia per avere comodità d'infiammare vieppiù
gli spiriti contro il legittimo sovrano e dare nuovo alimento alla
ribellione. Il Cappuccino rescrisse per iscusarsi e per supplicare alla
signoria per la rivocazione dell'amaro editto; ma il suo scusarsi non
che addolcisse le amarezze, diè novello sprone agli sdegni, perciocchè
rivocò bensì il mandato conferito al d'Altiani, ma nel medesimo tempo
protestò che vivea contento per avere tentato dal canto suo tutti i
mezzi per provvedere al vantaggio ed alla quiete di coscienza dei suoi
religiosi. I collegi della repubblica decretarono adunque, che non
avendo il provinciale dato segno di rimorso o di pentimento, volevano
ed ordinavano di nuovo che tutti i Cappuccini fossero dagli Stati della
repubblica espulsi. Alla quale amara intimazione, il padre Serafino
si raumiliò, e trasmise alla signoria lettere ubbidienziali, con cui
rivocava le facoltà date all'Altiani e sottometteva di nuovo i conventi
di Corsica all'autorità del provinciale residente in Bastia. Per la
qual cosa i collegi, posta in disamina nuovamente la materia, levarono
il divieto, restituendo ai Cappuccini la facoltà di dimorare nelle
terre di Genova.

Ma molto più grave discordia non tardò a suscitarsi tra la repubblica e
la santa Sede a cagione degli affari di Corsica. Il papa, considerato
che per l'assenza dei legittimi pastori nelle diocesi di Aleria, di
Mariana, d'Acci e di Nebbio, le potestà ecclesiastiche si esercitavano
senza mandato legittimo; mancanza per la quale succedevano non pochi
scandali, ed il servigio divino ne pativa; aveva preso risoluzione
di mandarvi un visitatore apostolico, affinchè avesse cura che si
rimediasse ai disordini ed il retto culto si riordinasse. Di tale
missione investì adunque Cesare Crescenzio de Angelis, vescovo
di Segni, e gli comandò che nelle cose spirituali e nelle rendite
ecclesiastiche unicamente si occupasse, nè in verun modo s'ingerisse
nelle temporali.

Quantunque fin dall'anno 1733, il doge, i procuratori ed i governatori
di Genova, sotto la protezione e garanzia dell'imperadore Carlo VI,
avessero coi Corsi conchiuso, che affine di promuovere in quel regno
i buoni costumi e la religione, non lascierebbero di «cooperare
perchè fossero da Sua Santità esaudite le suppliche dei popoli che
richiedessero un visitatore apostolico per togliere gli abusi e
rimettere nelle diocesi l'ecclesiastica disciplina;» la presente
deliberazione del pontefice dispiacque sommamente alla repubblica,
essendo stata presa, non solamente senza il suo consenso, ma eziandio
senza sua saputa; e giudicando incomportabile che alla coperta
e nascosamente si mandasse ne' suoi Stati un mandatario di tanta
importanza. Prevedeva che i ribelli se ne sarebbero prevalsi, che
di quell'andata avrebbero levato rumore, e che vieppiù si sarebbero
confermati nel malvagio proposito loro. E veramente Paoli ed i suoi
compagni con grandissima allegrezza ricevettero le novelle della
delegazione fatta da Clemente XIII, ed incredibile fu l'ardimento che
ne presero assai, più certamente pel fine politico che pel religioso.

Come prima pervennero alla signoria di Genova le novelle, sdegnosamente
procedendo, decretò, nel dì 13 d'aprile, che il vescovo di Segni,
Cesare Crescenzio de Angelis, quando in terra genovese capitasse,
fosse tosto arrestato e consegnato in alcuna delle piazze, luoghi,
presidi o torri tenuti dai soldati della repubblica, per essere quindi
decentemente trasportato nella metropoli, decretando inoltre, cosa
che parve di maggior ingiuria ancora, che chiunque in tal modo lo
arrestasse e consegnasse, avesse un premio di tre mila scudi romani, e
finalmente proibendo a qualunque persona di qualsivoglia grado, stato
o condizione di eseguire qualunque decreto, insinuazione, ordine,
provvedimento od altro atto si fosse che il vescovo sopraddetto si
attentasse di fare.

Vane furono le diligenti cautele usate per arrestare in viaggio il
commissario apostolico. Essendosi resi liberi i mari per una grossa
perturbazione di venti e d'acque che aveva sparpagliati i legni
genovesi, egli giunse felicemente e prese terra, ai 23 d'aprile, alla
torre della Prunetta, dove fu lietamente accolto dal popolo in gran
numero a quella spiaggia concorso. Si condusse quindi, in mezzo ad
una folla immensa ed accompagnato per onoranza da trecento uomini
d'arme, a Campoloro, per ivi dar principio all'esercizio dell'autorità
che per volere del pontefice con sè portava. Ai 3 di maggio, mandati
dal generale Paoli, il vennero a visitare ed a fargli riverenza due
rappresentanti del regno, Giuseppe Barbagio ed un Baldassari, uomini di
gran caldo ed autorità nell'isola. Gli pronunziarono graziose parole,
alle quali egli rispose accomodatamente e da farli contenti; imperocchè
persona destra era, ingegnosa e delle faccende del mondo politico
esperta.

Poscia venendo all'esecuzione del mandato, pubblicò un editto per
cui, deputati sacerdoti esattori nelle quattro diocesi d'Aleria,
Mariana, Acci e Nebbio, ordinò che in mano loro si consegnassero
tutti i proventi e le rendite che spettavano alle mense vescovili
delle anzidette diocesi ed ai benefizii tanto residenziali che non
residenziali, che o al presente fossero in litigio, o dai provvisti non
si possedessero in effetto.

Per gratificare al pontefice, che così grande benefizio avea largito
col mandare il visitatore apostolico, il consiglio di Corsica,
con solenne manifesto, ordinò che nessuno stesse più ad ingerirsi
nell'amministrazione de' proventi ecclesiastici nelle quattro diocesi
sottoposte all'autorità del visitatore, lasciandogli intiera la facoltà
di disporne in conformità ai sacri canoni. In ordine poi ai proventi
delle altre diocesi, comandò, affinchè non andassero in benefizio di
chi non serviva l'altare e ne farebbe uso contro la nazione, che si
depositassero sino a che il sommo pontefice avesse spiegato la sua
volontà del come ed in benefizio di chi si dovessero adoperare.

Dalle condiscendenze verso il papa si venne agli sdegni contro Genova.
Il consiglio di Corsica, dichiarato primamente che il bando del senato
portante la taglia contro il visitatore apostolico era distruttivo
della religione e dell'autorità apostolica, offensivo alla maestà del
vicario di Cristo, sedizioso e contrario alla sicurezza e tranquillità
del loro Stato, corruttivo delle leggi e dei buoni costumi, lo dannò
e condannò ad essere lacerato, stracciato, calpestato e gettato nelle
fiamme dal pubblico ministro di giustizia; sentenza che restò eseguita
nella piazza di Campoloro sotto le forche piantate nel fondo della casa
di un sicario e parricida, denominato il Piscaino.

Nè il papa tacque all'atto della repubblica di Genova contro il
visitatore apostolico, e pubblicò un editto gravissimo, nel quale
per la pienezza dell'apostolica podestà, lo dichiarò «nullo, irrito,
invalido, ingiusto, iniquo, riprovato, dannato, vano e temerariamente e
dannabilmente da chi non ha potestà emanato.» Nè la signoria di Genova,
avuto notizia dell'editto del papa, lasciò di dargli pubblicamente
risposta per far capace il mondo della giustizia del suo procedere;
sì che del gravissimo litigio tra la santa Sede e la repubblica di
Genova chiarissima fama s'innalzò per tutta l'Europa, e, come quello
di Venezia, esercitò le penne dei più celebri ingegni, dei quali chi
opinava per Genova e chi per Roma. Roma pubblicò la sua apologia,
la pubblicò Genova, ed in mezzo a tanta contenzione, si vedeva che
il nodo in ciò consisteva, che la sovranità di nome in quelle parti
della Corsica apparteneva alla repubblica, e quella di fatto ai Corsi;
onde la repubblica si offendeva di ciò che non poteva impedire e che
il papa reputava necessario, ed il santo padre, pei provvedimenti da
darsi, non poteva non riconoscere quel governo di fatto che la forza
aveva stabilito già da parecchi anni senza che Genova l'avesse potuto
vietare, e che anzi poca speranza si vedeva che ella in futuro il
potesse. Così tra il diritto e la forza nasceva il contrasto; i Corsi
si approfittarono della deliberazione del papa, che in loro aggiugneva
animo ed in Europa favore e riputazione.

Genova si diede special pensiero di notificare quanto accadeva alla
repubblica di Venezia, siccome quella che e per similitudine di forme
politiche e per comunanza di massime con sè medesima conveniva. Il
console di Genova in Venezia, Biffi, espose al collegio de' savi che
la missione del visitatore apostolico tendeva a raffermare que' popoli
nella ribellione ed a volgere l'armi contro il loro legittimo principe;
che la signoria aveva stimato bene di opporsi ad una tale missione per
conservare illesi i diritti del principato; che Roma aveva proceduto
ingannevolmente, stante che nel tempo stesso, in cui si trattava un
accordo per mezzo del cardinale Delci, decano del sacro collegio, e
da monsignore Lazzaro Pallavicino, mentre per Genova passava andando
alla sua nunziatura di Spagna, il preteso visitatore era partito
di nottetempo da Roma per Civitavecchia, dove si era imbarcato per
condursi in Corsica, sur una fregata pontificia; sperare Genova,
aggiunse, che la savia Venezia la sua condotta approverebbe.

Il senato veneto, secondo l'antico uso di quella repubblica, fece
risposta ne' seguenti termini; «Che sia permesso ai savi del collegio
di far chiamar alle porte del medesimo il console di Genova, e per
un segretario di questo consiglio significargli quanto segue: dal
memoriale che per ordine della vostra repubblica ci avete fatto tenere,
rileva il senato, che alle molte inquietudini promosse alla medesima
da' Corsi ribelli, aggiungesi in ora quella della dimanda fatta alla
Santa Sede per la missione in quel regno di un visitatore apostolico.
Nell'atto però, in cui contempla il senato in questa partecipazione un
contrassegno di buona amicizia e corrispondenza della vostra repubblica
verso di noi, siamo chiamati a palesarne vero rincrescimento, non
dissimulando poi anche l'amaro senso, che proviamo pei molesti e
dispiacevoli avvenimenti, che turbano la tranquillità d'un governo,
cui professando vera amicizia e perfetto attaccamento, manifesteremo
sempre il costante desiderio nostro nel mantenere simili sentimenti,
dichiarando a voi la nostra considerazione.»

Se mai fu studio per parlare senza dire, nissuno, che si sappia, ha
quest'arte imparato ed usato meglio della repubblica di Venezia.

La Corsica, che menava le mani armate di ferro, non istette a
badare nemmeno colla penna. Pubblicò ancor essa il suo manifesto per
adonestare le cose successe il quale conteneva ragioni, conformi a
quelle di Roma, ma con ingiurie contro Genova. Genova faceva bruciare
per mano del boia in faccia a Banchi i manifesti de' Corsi, e la
Corsica faceva per la stessa mano bruciare i manifesti di Genova.

Il re di Napoli s'interpose per trovar il modo di comporre quella
velenosa discordia; ma trovò il governo pontificio meno arrendevole
della signoria di Genova. Il re primamente proponeva, che rivocando
l'editto de' 13 aprile, il papa si compiacesse di richiamare dalla
Corsica il vescovo di Segni; in secondo luogo, che la rivocazione
dell'editto fosse di data anteriore a quella del vescovo; terzo, che le
due rivocazioni comparissero al pubblico tutte insieme, e perciò prima
di pubblicarsi si rimettessero in mano del re.

Cotali proposizioni il re faceva con intesa e consentimento della
repubblica. Il senato genovese bramosamente aspirava al vedere sopita
una discordia, da cui riceveva non piccola molestia, conciossiachè i
popoli cattolici, o ragione o torto che si avesse col papa, sempre
sopportavano mal volontieri che i loro governi tenessero lite col
supremo pastore. Ma il pontefice stava alla dura, e vane tornarono
tutte le ragioni che il re seppe mettere in campo, non volendo
lasciarsi persuadere, e sempre pretendendo che prima di tutto la
repubblica desse la soddisfazione, e che quindi spiegasse a Sua Santità
i suoi desiderii, perciocchè poteva essere sicura, lasciava intendere,
di ottenere dalla non mai manchevole affezione del padre comune tutto
ciò che fosse dalle pastorali sue obbligazioni permesso. Così la
discordia che aveva assalito il papa e la repubblica di Genova, non fu
potuta comporre, nè smorzare l'acceso fuoco.

Andando le cose a seconda e per quel verso che desideravano, i Corsi
presero maggior ardimento e fecero risoluzione di usare tutti gli
attributi della sovranità. Il consiglio supremo di Corsica ai 20 di
maggio ordinò la guerra di mare contro i Genovesi. Fecero grandissime
prede, mutati in bastimenti di corso i legni che prendevano, per
forma che col desiderio della preda si moltiplicavano i mezzi di
farla. I presidii di Bastia, San Fiorenzo e Calvi, a cui da Genova e
da Livorno non potevano più pervenire se non con estrema difficoltà
le provvisioni, grandemente ne pativano. Si rendeva un giorno più che
l'altro manifesto che invano Genova si affaticava per ristabilire nella
sommossa isola il suo imperio.



    Anno di CRISTO MDCCLXI. Indizione IX.

    CLEMENTE XIII papa 4.
    FRANCESCO I imperadore 17.


Insorta nel cadere dell'anno scorso nuova differenza tra la corte
di Roma e quella del Portogallo, per certi riguardi che il nunzio
pontifizio intendeva gli dovessero essere usati e usati non gli furono,
in occasione del matrimonio tra l'infante Don Pietro, fratello del re,
e la principessa del Brasile, figlia dello stesso sovrano, differenza
portata tanto innanzi che il nunzio stesso fu cacciato da Lisbona, ed
il ministro portoghese, commendatore d'Almada, abbandonò Roma senza
prendere congedo; pareva che tra per questo, e per l'espulsione de'
gesuiti da tutti i dominii portoghesi, fosse la discordia per terminare
con un'intera rottura. Ma la corte di Lisbona conservava sempre una
tenera e rispettosa osservanza verso il successore del principe degli
apostoli, e la prima occasione che se ne offerse, fu avidamente accolta
per darne solenne dimostrazione.

Nato dal connubio di sopra accennato un successore alla corona del
Portogallo, il re, trasportato dalla gioia pel felice avvenimento,
scrisse di proprio pugno una lettera particolare al sommo pontefice
Clemente XIII, nella quale pregava Sua Santità di voler dare al neonato
la santa sua benedizione, affinchè, crescendo in virtù, si mostrasse
poi degno figlio della Chiesa, ed imitasse lo zelo dei progenitori
nel promuovere mai sempre l'ingrandimento della fede e della
religione cattolica romana. Riuscì gratissimo al papa cotale uffizio.
Rispose adunque ne' termini più obbliganti ed affettuosi, come potea
promettersi da chi sospirava il momento di una piena riconciliazione.
Ma le speranze per questa così concepite, svanirono senza frutto, e le
cose rimasero nello stato di prima.



    Anno di CRISTO MDCCLXII. Indizione X.

    CLEMENTE XIII papa 5.
    FRANCESCO I imperadore 18.


Esperimentato i Genovesi quanto inutili fossero stati tutti i loro
sforzi per sottomettere colla forza dell'armi i fieri abitatori della
Corsica, aveano sino dallo scorso anno pensato di tentare le vie della
dolcezza; non che dall'affetto verso i Corsi fossero mossi, ma per
pur vedere di ridurli a qualunque costo in lor suggezione. Ma prima di
tutto Francesco Matra, fratello maggiore dell'estinto Mario, essendosi
sciolto dai servigi del re di Spagna, ed accordatosi ai soldi di Genova
con uno stipendio di dodici mila lire all'anno, venne in Bastia, e come
prima giunto vi fu, mandò circolari ai Corsi, per cui gli esortava con
dolci parole a ritornare sotto il dominio della repubblica e chiamava
dispotico e tirannico il governo sotto di cui viveano. Nè risparmiando
alcuna ingiuria contro Paoli, gli ammoniva a non fidarsene,
avvertendoli che sotto colore di libertà ei voleva farsi padrone e
tiranno della patria. Ma le esortazioni del Matra non sortirono effetto
d'importanza.

Allora fu pubblicato un decreto, con cui il doge, i procuratori e
governatori della repubblica si esprimevano, che avendo determinato di
dare alla Corsica i contrassegni più sicuri della paterna amorevolezza
con cui la riguardavano, e del sincero desiderio che nudrivano di
vederla una volta tranquilla e felice, erano entrati in deliberazione
di spedire in quel regno una deputazione con tutte le più ampie facoltà
onde promuovere e fermare i mezzi d'una stabile pacificazione. Facevano
quindi sapere a tutti gli abitanti, che senza distinzione od eccezione
alcuna sarebbero tutti restituiti nella grazia della repubblica
loro sovrana per mezzo di un generale indulto su tutto ciò che per
l'addietro era accaduto. Gli assicuravano ancora della mente della
repubblica di contribuir ad assodare la loro tranquillità e felicità
col mezzo di tutte quelle grazie e concessioni che avessero potuto
valere, non solamente a spiegare e confermare le antiche, ma ancora
a stabilire una retta ed inviolabile amministrazione della giustizia
civile e criminale ed a proteggere il commercio. Finalmente, dopo avere
invitato tutti i soggetti più ragguardevoli del regno, non meno che
tutte le altre persone a cooperare a fine sì giusto, proibivano (ed era
questo il più riflessibile dell'editto) a chiunque premesse la grazia
loro, di recare il menomo danno o disturbo tanto alle persone quanto ai
beni dei Corsi.

Non migliore successo del Matra ebbero i sei senatori che in Corsica
si trasferirono deputati per tale comandamento della repubblica, ed
affinchè trovassero modo con offerte e con lusinghe di mansuefare
quella gente furibonda, e di fare che un lume di pace finalmente
rallegrasse quelle travagliate sponde. Insuperabile impedimento alla
concordia vi era ed in ciò consisteva, che i Corsi a niuna condizione
volevano consentire che di assoluta libertà e franchezza non fosse,
cioè di compiuta sovranità, condizione da cui Genova costantemente
abborriva, quantunque più desiderio che possanza avesse per eseguire
ciò a che i suoi pensieri innalzava. O fosse sciocchezza di qualche
Corso, o artifizio de' senatori e del Matra, desiderosi di seminar
sospetto, una partita di Corsi offerse a Paoli la dignità di doge. Ma
egli con grandissimo sdegno udì la proposta e col rifiuto dimostrò come
fosse alieno dall'ambire il principato sopra la patria.

Perdette in quest'anno la repubblica di Venezia il suo doge Francesco
Loredano, ma risarcì la perdita nel mese di maggio coll'elezione
di Marco Foscarini. Eccellente natura, studii profondi, assidue
meditazioni lo posero assai per tempo in istato d'incamminarsi alla
gloria per vie diverse. Giovinetto, approfittò della scuola del padre,
seguendolo nelle varie legazioni in cui impiegollo la repubblica,
e dopo che fu tornato in patria, divise il tempo ed i pensieri fra'
più onorifici impieghi e le scienze e le arti, eloquentissimamente
poi scrivendo la Storia della Letteratura Veneziana. La incorrotta
giustizia nel reggimento dei patrii magistrati, la saggia prudenza
nell'amministrazione dei pubblici affari, la grandezza della mente, la
vastità delle cognizioni e la dirittura dell'animo non solo furono in
lui ammirate ed applaudite da' suoi concittadini, ma riscossero ancora
l'ammirazione e l'applauso nelle corti di Savoia, di Vienna e di Roma,
dove con superbo e quasi regio apparato fu ambasciatore. Fatto poscia
savio del consiglio, cavaliere e procuratore di San Marco, poco prima
di essere innalzato al ducal trono, diè chiarissime prove del suo
attaccamento alla repubblica e del suo retto e saggio modo di pensare.

Erasi fin dall'anno precedente manifestata in Venezia fra patrizii
una forte scontentezza per la soverchia autorità che voleasi su di
lor usurpata dai tre inquisitori di Stato; scontentezza appalesata col
non lasciare che fosse eletto alcuno per formare l'anno susseguente il
supremo tribunale detto consiglio dei dieci. Cotale ritardo d'elezione
d'un magistrato sì alle forme della repubblica necessario, e nel quale
comprendeansi due, e alle volte tutti e tre i detti inquisitori,
fece che si proponesse quella di cinque correttori per riformare e
modificare le leggi e l'autorità dello stesso consiglio de' dieci;
ed uno di tali correttori fu appunto il procuratore Foscarini. Tra
i quattro suoi colleghi era disparità d'opinione, duo volendo che
fossero aboliti gli inquisitori, due volendoli continuati. Le sessioni
del maggior consiglio, che dovea esser giudice assoluto dell'alta
quistione, erano state pel corso di più mesi d'esito sempre incerto
e non senza concitazione degli animi e studio di parti. Finalmente
nel mese di marzo, vedendosi che il maggior numero inchinava
all'abolizione, il Foscarini, nemico d'ogni novità nella costituzione
della patria, e prevedendo che simile abolizione cagionerebbe o almeno
accelerare potrebbe la rovina della medesima, salito in bigoncia là
dov'era accolto il maggior consiglio: «Aprite, esclamò, aprite, o
cittadini, queste finestre, guardate dalle medesime il popolo che
ansioso sta aspettando l'esito delle vostre deliberazioni. Non crediate
già ch'egli si trovi raccolto nel cortile di questo palagio per
aspettar con una placida indolenza il risultato di questo giudizio;
ma stassene colà palpitando ed angoscioso per intendere qual esser
debba il suo destino e quello della sua posterità. Egli aspetta se
deve ritornare dalla moglie e dai figliuoli per consolarli con la
nuova della loro sicurezza e tranquillità, o pure col doloroso avviso
di dover abbandonare questo terreno dove son nati, e portar altrove
le loro sostanze e le loro vite; giacchè in Venezia nè le une, nè
le altre sono più sicure. Aprite, cittadini, aprite queste finestre,
e se potete, restate indifferenti a questo spettacolo.» Il successo
nel veneto comizio corrispose pienamente all'energico e sentimentoso
slancio dell'oratore. Fu limitata entro men lati confini l'autorità
degl'inquisitori, ma solennemente confermata, e due mesi dopo,
l'eloquentissimo suo sostenitore si vide eletto e coronato doge di
Venezia.



    Anno di CRISTO MDCCLXIII. Indizione XI.

    CLEMENTE XIII papa 6.
    FRANCESCO I imperadore 19.


Nella scarsezza di materia che all'annalista offre il presente anno,
sarà da riferirsi la transazione seguita tra i re di Francia e di
Spagna e quello di Sardegna, perchè questo fosse compensato del non
asseguito regresso nel ducato di Piacenza.

Il quarto articolo preliminare del trattato d'Aquisgrana portava che
gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla fossero ceduti, come in fatti
furono, all'infante don Filippo, riservato però il diritto di regresso
agli attuali possessori, che in quel tempo erano l'imperadrice regina
degli Stati di Parma e Guastalla, ed il re di Sardegna per quello di
Piacenza; titolo di reversione principalmente fissato pel caso in cui
l'infante don Filippo fosse passato al trono di Napoli, o morto fosse
senza successione mascolina. Verificatosi il primo caso, per essere
il re di Napoli passato alla corona di Spagna, e quindi don Filippo a
quella delle Due Sicilie, il re sardo a questo si rivolse, per ottenere
ciò che considerava come suo. Don Filippo diresse cotali istanze prima
al fratello suo, re di Spagna, indi al re di Francia suo suocero;
e quest'ultimo, per distornare i torbidi che potessero insorgere,
scrisse di suo pugno al re di Sardegna, che se non si fosse trovato in
possesso della città di Piacenza e del suo territorio sino alla Nura
nella maniera divisata nel trattato d'Aquisgrana, avrebbe ottenuto un
equivalente.

Tale impegno fu dal re di Francia partecipato alla corte di Spagna
per concertare d'accordo le misure capaci di conservare all'infante
don Filippo tutti i suoi Stati e render paghe le giuste domande del
re sardo; ma possibil non essendo trovare un territorio che a questo
ultimo servisse di compenso senza pregiudizio d'altre potenze, si
obbligavano i re di Francia e di Spagna di far godere al re di Sardegna
quella stessa rendita annuale, di cui goduto avrebbe se fosse stato
attual possessore della città e del territorio di Piacenza. La rendita
netta fu per tanto di comune consenso ridotta a trecento ventotto mila
lire di Francia, ed il capitale relativo, in somma di otto milioni
duecento mila lire della stessa moneta, venne assentato sul palazzo
della città di Torino al quattro per cento. E volendo finalmente
il re Cristianissimo risarcire il re di Sardegna della privazione
delle rendite di quella parte del Piacentino che giace di qua della
Nura, dalla morte del re di Spagna Ferdinando VI sino ai 10 di marzo
del presente anno, si obbligò di far pagare al re sardo altre cento
settantantasei mila trecento trentatrè lire nello spazio di due anni;
così rimanendo definitivamente composta l'insorta vertenza.

Dopo la breve ducea di dieci mesi terminò di vivere a Venezia Marco
Foscarini; e di lì a pochi giorni gli fu dato a successore Alvise
Mocenigo, personaggio di somma dignità e prudenza, stato ambasciatore
a Parigi, a Roma ed a Napoli, intimo amico del cardinale Fleury, e
carissimo a Benedetto XIV.



    Anno di CRISTO MDCCLXIV. Indiz. XII.

    CLEMENTE XIII papa 7.
    FRANCESCO I imperadore 20.


Continuavano sempre a travagliarsi in Corsica le cose a piccole
fazioni. In quasi tutte le parti dell'isola si guerreggiava, ma
principalmente in Furiani, assaltato da Matra e validamente difeso
da' Paolisti. Finalmente Matra, conoscendo di non potere far frutto,
tornò a Genova col commissario Sauli, che aveva ceduto il luogo al
vicereggente Speroni.

La repubblica ormai disperava della sottomessione de' Corsi. Nè le
forze, nè le lusinghe, nè i maneggi erano valsi. Paoli sormontava
d'ardire e di potenza, e quello che Genova non aveva potuto ottenere
su' principii del prode e provvido tenente corso, da Napoli venuto
con non altro che col suo nome e coll'ardente desiderio di servire la
patria, assai meno poteva sperar di conseguire presentemente che il
capitano generale dei sollevati aveva assuefatto al suo freno i suoi
paesani insofferenti di ogni altro, che aveva dato tante prove di
perizia di guerra e di prudenza di Stato, e che già per parecchi anni
aveva resistito contro le insidie de' partigiani e contro le forze
dell'antica signoria. Alla sua voce, la Corsica quasi tutta concorde
ed unanime si muoveva, e le armi minacciosa e fiera contro Genova
brandiva: di bocche da fuoco, di ferree punte erano tutti quei lidi
orridi ed ispidi.

Non potendo da sè, Genova pensò di usare soldati forastieri. Sperava
con tale mezzo di venire ad un aggiustamento che discreto e ragionevole
fosse. Questo era un ultimo sperimento ch'essa voleva fare, il quale,
se, secondo l'aspettazione, non succedesse, aveva in animo poi di
abbracciare un partito, per cui i Corsi, se non sarebbero più stati
di lei, di loro medesimi non sarebbero nemmeno. Amava meglio vedere la
Corsica in balia altrui, che signora di sè medesima.

A dì 7 di agosto fu sottoscritto in Compiegne tra la Francia e la
repubblica un trattato per cui si concluse che approderebbero in
Corsica sette battaglioni franzesi, e prenderebbero le stanze loro
in Bastia, Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non già verrebbero per far
guerra ai Corsi, che anzi da amici li tratterebbero, ma solamente per
difendere quelle piazze, ed impedire che di esse non s'insignorissero.
Verrebbero anche come portatori di pace, avendo il conte di Marbeuf,
che guidare li doveva, ordine di persuadere un accomodamento, e facoltà
di concluderlo. Arrivarono in fatti, e nelle destinate piazze si
posarono. Da quel momento in poi la Corsica non fu più di Genova che di
nome.

Gravissima carestia percosse in questo anno la parte meridionale
dell'Italia. Napoli si trovò più volte in necessità di combattere
sedizioni popolari dal caro del pane prodotte; Roma, più povvidente,
mandò suoi commessi in più parti, e quindi fe' sì che il popolo se non
abbondantemente, almeno sufficientemente fosse provveduto.



    Anno di CRISTO MDCCLXV. Indizione XIII.

    CLEMENTE XIII papa 8.
    FRANCESCO I imperadore 21.
    GIUSEPPE II imperadore 1.


Genova, che sola per molti anni sentiva in Italia il peso della guerra,
mentre il rimanente della penisola godeva d'una calma invidiabile,
Genova fu debitrice alla geografica sua situazione di vedersi scelta
ad accogliere nel suo seno due gran principesse, cioè la infante
Maria Luigia figliuola del re di Spagna, destinata sposa all'arciduca
Leopoldo d'Austria e l'infante Luigia di Parma, contemporaneamente
destinata al talamo del reale principe d'Austria, figlio dello stesso
re di Spagna. Ma la gioia di queste accoglienze fu presto conversa in
lutto per la morte in quel mentre accaduta in Alessandria dell'infante
don Filippo di Parma, padre dell'una e zio dell'altra delle dette
principesse, rapito dal vaiuolo nel suo quarantacinquesimo anno. A lui
succedette l'infante don Ferdinando, suo figliuolo, allora in età di
quattordici anni.

Dopo il tristo caso, la principessa spagnuola procedette ad Innspruck,
dove fu accolta dall'imperial corte, e quindi congiunta al suo sposo
colla nuzial benedizione loro impartita dal principe di Sassonia,
vescovo di Frisinga e Ratisbona. Ma anche colà la attendeva nuova
scena di dolore. In mezzo alle feste, agli spettacoli, alle luminarie,
ai plausi popolari, che per ogni canto annunziavano il giubilo comune
per sì lieto avvenimento, morte rapì nel suo cinquantesimosettimo anno
l'imperatore Francesco I. Era il 18 di agosto.

Tutti i paesi da Francesco governati piansero la sua morte, perchè
dotato di bontà, di affabilità, di clemenza, ebbe sempre in vista come
oggetto primario la felicità degli Stati suoi, la tranquillità de' suoi
popoli, la prosperità delle scienze, delle lettere, delle arti e del
traffico, ed a sua lode si disse altresì che in mezzo alle gravissime
cure dell'impero in tempi sovente turbati ed in mezzo alle politiche
agitazioni, degnossi talvolta egli stesso di occuparsi delle scienze
più utili, e particolarmente d'incoraggiare i progressi delle scienze
fisiche.

Già nel giorno 27 di marzo del precedente anno era stato eletto re dei
Romani il suo primogenito Giuseppe; questi adunque succedette al padre
nel trono germanico e negli Stati austriaci ereditarii, e nominato fu
tosto dalla madre correggente degli Stati austriaci. Di là a pochi
giorni, granduca di Toscana fu dichiarato il di lui fratello, il
quale dalla funesta Innspruck si pose, colla gran duchessa sua novella
consorte, in viaggio per Firenze, accompagnato sino a Sterginau dal
fratello, nuovo imperadore.

Così ambe le perdite sofferte dall'Italia venivano ad essere riparate;
ma Clemente XIII non trovava compenso alle sue, che specialmente
riguardavano ai Gesuiti.

Non appartiensi a questi Annali un minuto ragguaglio delle querele
e delle contestazioni che verso l'anno 1760 suscitaronsi in Francia
relativamente ai religiosi di questa compagnia. Promosse si erano varie
lagnanze contra que' regolari, che determinato avevano il parlamento
ad esaminare le loro costituzioni, non meno che i titoli del loro
stabilimento in Francia, disamina che il re stesso erasi riserbata.
Proposta s'era intanto da que' magistrati l'appellazione, detta _come
di abuso_, da molte bolle, molti brevi e molte costituzioni riguardanti
i Gesuiti, e condannati eransi ad essere abbruciati: vietato erasi
parimente all'ordine di ricevere alcun membro, ed anche di continuare
nel pubblico insegnamento. Il clero di Francia, chiamato ad esporre
il suo sentimento sull'utilità relativa di detti regolari, sul
loro insegnamento, sulla loro interna condotta, suggerito aveva di
modificare i suoi regolamenti. Il re Luigi XV, che amante mostravasi
della concordia, aveva quindi proposto un modello di riforma, che
presentato erasi al pontefice ed al generale de' Gesuiti medesimi. Ma
questi rispose che esistere doveano essi quali erano, o piuttosto non
esistere, _aut sint ut sunt, aut non sint_. Il pontefice prestossi alle
viste medesime di quel superiore; ed il re lasciò il corso libero alle
contestazioni, e cominciò egli stesso dall'ordinare che chiuse fossero
le scuole gesuitiche. Il parlamento quindi, rinnovando l'appellazione
dalle bolle, da' brevi e da qualunque regolamento concernente quella
società, vietò da prima ai Gesuiti di portare l'abito dell'ordine
e di vivere sotto l'obbedienza de' loro superiori, e poscia, nel
1764, ordinò che dentro otto giorni i Gesuiti uscissero del regno,
qualora non giurassero di rinunziare all'istituto loro. Sulla fine di
quell'anno stesso, il re, aderendo al voto di tutti i parlamenti del
regno, pronunciò l'abolizione totale de' Gesuiti in Francia.

A tal colpo Clemente XIII, che aveva a sè medesimo persuaso la
conservazione de' Gesuiti toccare la coscienza, perchè li teneva
utili alla religione ed alla Chiesa, rotto il silenzio, pubblicò, il 7
gennaio di quest'anno, la bolla _Apostolicum_, che confermava i Gesuiti
in tutti i loro privilegii, giustificandoli su tutte le accuse, e per
capacità, zelo e servigio con somme lodi innalzandoli.

Se mai altra bolla si sparse rapidamente nel mondo, questa fu presto
in mano di tutti, specialmente in Francia, dove levò altissimo
rumore. Denunziata quindi al parlamento, verso la metà di febbraio, il
parlamento stesso emanò un decreto, con cui rimase la bolla soppressa
e proibita, con espressa inibizione di accettarne per l'avvenire
verun'altra, se non fosse accompagnata del regio beneplacito. Ed
in Portogallo, fatta la bolla soggetto di molte discussioni, uscì
finalmente fuori un rescritto o decreto del re, col quale veniva
dichiarata di niun effetto rispetto a' suoi dominii e regni,
proibendone qualunque esemplare non solo riguardo al non poterne fare
uso alcuno, ma ordinando eziandio che tutte le copie si dovessero
consegnare al così detto tribunale dell'inconfidenza. Dichiarò inoltre
il re eguale intenzione e volontà riguardo a tutti gli altri brevi
e scritture della medesima natura che non avessero ottenuto prima la
reale approvazione; ordine sovrano che fu registrato in forma di legge
nella segreteria, indi pubblicato nella gran cancelleria della corte e
del regno.

In Corsica, Marbeuf cominciò ad usare il ministero di pace, promettendo
da parte del re Luigi fermezza e sicurtà ai patti di concordia
che con Genova fossero stipulati. Varii negoziati s'intavolarono
tanto in Corsica con Paoli e col colonnello Buttafuoco da parte del
Marbeuf, e dal conte della Tour du Pin, che per la Francia e per
Genova trattavano, quanto a Versaglies, dove per questo fine della
Tour du Pin e Buttafuoco si condussero. L'affare si maneggiò, come
già altre volte, senza effetto, perchè si diede in quel perpetuo
intoppo, che i Corsi volevano la loro independenza, e Genova non la
voleva consentire. In fatti gl'isolani domandavano lo Stato libero e
sovrano, e la possessione di tutte le piazze, che i Genovesi ancora
tenevano. Chiedevano inoltre che la Capraia e Bonifazio fossero loro
dati in feudo, obbligandosi di pagare a Genova, per ricognizione della
feudalità, un tributo annuale di quaranta mila lire, che era quanto i
Genovesi, siccome essi stessi affermavano, ricavavano ogni anno dalla
Corsica. Per maggior dimostrazione della dipendenza feudataria di que'
due luoghi, i Corsi offerivano di mandare ogni dieci anni uno de' loro
primarii personaggi a chiedere l'investitura. Promettevano altresì di
consentire ai Genovesi il libero commercio e senza pagamento di dazii
in tutte le terre e mari di Corsica.



    Anno di CRISTO MDCCLXVI. Indiz. XIV.

    CLEMENTE XIII papa 9.
    GIUSEPPE II imperadore 2.


L'Italia, fatta dalla natura delizia dell'Europa, godea pur essa delle
delizie della pace, nè il rimbombo de' suoi bronzi guerrieri interruppe
in quest'anno i giulivi spettacoli che ne contrassegnarono quasi tutti
i giorni, se non fosse in sul mare presso le lontane coste dell'antica
Libia.

In questo silenzio di avvenimenti maggiori, crediamo di dover
consegnare in queste carte la memoria delle circostanze che
accompagnavano il pagamento dell'annuo tributo solito a contribuirsi
alla santa Sede dai sovrani delle Due Sicilie, e consistente in un
cavallo bardato, detto chinea, ed in sette mila ducati del regno.
Ogni anno, la vigilia de' Santi Apostoli, portavasi il ministro
plenipotenziario del re al portico della basilica vaticana, e
colà, presentando al pontefice la chinea, e pagando il denaro al
tesoriere della camera apostolica, proferiva in latino una formola
già stabilita, e che in lingua italiana così sonava: «N. (il nome
del re), mio clementissimo signore, manda a vostra santità questo
cavallo decentemente ornato, ch'io presento in nome di lui, e sette
mila ducati, per solito tributo del regno di Napoli, pregando Dio
Ottimo Massimo che vostra santità possa per molti anni riceverlo pel
bene e vantaggio della cristianità e per l'accrescimento della santa
nostra cattolica fede. Sono questi i voti di sua maestà ed i miei
proprii umili e ferventissimi.» Al che il papa rispondeva: «Riceviamo e
volontieri accettiamo questo censo dovuto a noi ed alla Sede apostolica
pel diretto dominio del nostro regno delle Due Sicilie di qua e di là
del Faro. Al nostro carissimo figlio nel Signore N. preghiamo da Dio
salute, ed a lui, ai popoli e vassalli diamo l'apostolica benedizione,
in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.»

La Toscana, che per quasi trenta anni era stata governata da un privato
delegatovi dal granduca Francesco, che faceva la sua residenza a
Vienna come imperator di Germania, prestò questo anno, nel dì ultimo
di marzo, con vera espansione d'animo, il giuramento di fedeltà ad
un sovrano proprio, all'arciduca Leopoldo, di cui presagiva il beato
reggimento. Ed in fatti il novello granduca tutte volse le sue cure a
render florido il proprio Stato, e fin da questi primordii die' opera
al miglioramento delle maremme di Siena, a quello della moneta, a
far prosperare la marineria, a sistemare le regole della giustizia. A
Livorno, dove fu splendidamente e giulivamente accolto, visitò tutto,
animò tutto, e pose la prima pietra alla fabbrica d'un gran quartiere
per la marineria. Finalmente fece aprire una strada che da Pistoia
arrivasse sino a' confini del Modonese, strada tante volte indarno
disegnata e che tornava a reciproco vantaggio degli abitanti de' due
Stati.

Nè men sollecito del nuovo sovrano di Toscana nel promuovere la
circolazione e libertà del commercio fu il giovinetto monarca delle
Due Sicilie. L'audacia dei corsari barbareschi infestava continuamente
le spiaggie della Calabria e delta Sicilia, non che il rimanente
dell'Italia. Per porre una volta freno alla loro insolenza, e
provvedere ad un tempo e tutelare la tranquillità del commercio, stimò
il re opportuno di conchiudere sull'importante oggetto un trattato con
la Francia, e fare che intanto rimanessero interrotte e sospese ne'
porti di quel regno le visite de' bastimenti napoletani e siciliani,
e lo stesso si osservasse nei porti delle Due Sicilie riguardo alle
navi franzesi. E scopo essendo della negoziazione il francare ed
assicurare il commercio in quelle parti principalmente dove sarebbe
stato più esposto agl'insulti dei Barbareschi, così, attendendo
che si concludesse, fece il re di Napoli gettare in acqua sei nuovi
sciabecchi, due galere e quattro galeotte, affinchè, mettendosi a
corseggiare, coprissero, e difendessero le costiere dei proprii Stati,
ed inseguissero i legni dei pirati, ordinando nel tempo stesso che nel
porto di Napoli stessero sempre parate una galera ed una galeotta,
quella a difesa del porto stesso, questa per recarsi ovunque la
chiamasse il bisogno.

Già la Francia aveva anch'essa nel Mediterraneo una squadra di vascelli
comandati dal principe Beauffremont. Con questa fece egli una visita
alle piazze di Barbaria, e prima a quella d'Algeri, che da alquanti
mesi avea perduto il vecchio suo beì, ed il cui successore, Mahomet
Effendi, ostinatissimamente ricusava qualsiasi componimento colla
Spagna e coi Napoletani. Ma ben lo persuase la comparsa della squadra
franzese, come si persuasero ancora gli altri beì di Tunisi e di
Tripoli; a tal che il principe Beauffremont ottenne quanto desiderava
ed avuta promessa solenne che sarebbero rispettati i legni delle due
nazioni, oltre a quelli che spiegavano bandiera franzese, se ne tornò a
Tolone, lieto della sua corsa e della felice riuscita.

Dopo la vista della squadra franzese, il beì di Tripoli n'ebbe
un'altra per parte de' Veneziani. Erano seguiti a danno di varii legni
mercantili di questa repubblica gravi e frequenti insulti in onta alla
fede dei trattati da circa due anni fermati tra la repubblica stessa
e le reggenze africane. Ora, risoluto il senato a non più sofferirne
la mala fede, ed a trarne solenne vendetta, fu messa alla vela una
squadra sotto gli ordini del cavaliere Giacomo Nani, il quale, non
sì tosto schierò nel porto di Tripoli le sue navi e fece sonare i
cannoni, vide a bordo della propria nave il beì, presto a dargli tutte
le convenevoli soddisfazioni ed a pattuirvi quelle condizioni che
fossero state di aggradimento del veneziano senato. Furono dunque dalla
reggenza sborsate rilevanti somme per salvarsi dal giusto risentimento
della repubblica, e, restituiti tutti i bastimenti stati predati, volle
in oltre il beì che fossero severamente gastigati i rais o capitani
che aveano insultata la bandiera di Venezia; e se non era il console
della repubblica che caldamente s'interpose per mitigare l'asprezza
ed il rigore dei minacciati gastighi, avrebbero avuta mozza la testa.
Fra' patti convenuti fu principalmente questo: che i limiti oltre i
quali passare non potessero i legni corsari si dovessero estendere
per l'avvenire dal capo di Santa Maria sino a quello della Sapienza;
dal che ne derivò un doppio vantaggio, perchè, rimovendosi dalle foci
dell'Adriatico le corse di que' Barbari, rimanevano nel tempo stesso
difese le coste del regno di Napoli, e meglio protetto il commercio
delle altre nazioni.



    Anno di CRISTO MDCCLXVII. Indiz. XV.

    CLEMENTE XIII papa 10.
    GIUSEPPE II imperadore 3.


Essendosi rotte le pratiche a ragione di quello scoglio insuperabile
dell'indipendenza, i Corsi, condotti da Achille Murati, fecero una
fazione improvvisa sopra l'isola Capraia, antico membro del loro regno,
e se ne impadronirono, successo, che siccome molto afflisse i Genovesi,
così diede non poca allegrezza ai Corsi, che concepirono migliore
speranza, e più sicuramente augurarono dello stabilimento della loro
libertà.

L'incomoda ed oggimai troppo lunga tenzone ora pende al suo fine.
Era manifesto ad ognuno che Genova si trovava inabile a ritornare i
suoi antichi sudditi all'obbedienza. Quarant'anni di sforzi inutili,
oltre le antiche perturbazioni, che tanto travaglio le avevano dato,
bene dimostravano che la ribellante isola ero per lei perduta. Non
erano valse le tregue, non le paci, non le armi; Genovesi e Corsi
non potevano vivere insieme se non come esteri gli uni verso gli
altri e non più come nel medesimo ordine misti ed associati. Il valor
guerriero dei Corsi, il valore e la prudenza di Paoli si dimostravano
insuperabili ed invincibili dalla potenza genovese. E in ciò recava
eziandio un gran momento l'avere Paoli riunito in concordia tanti
animi discordi, cosa che sin allora non si era veduta. Oltre a questo,
quell'uomo aveva saputo ordinare una libertà più ancora fondata sulle
leggi che sulle forti inclinazioni d'una gente rozza e quasi ancora
selvaggia; e colla libertà introduceva la civiltà. Le quali cose tutte,
mentre somministravano più efficaci mezzi di resistenza, rendevano agli
uomini più cara la causa corsa. Il secolo stesso la favoriva, e Genova
vinta diveniva anche odiosa. Già i popoli cominciavano a maravigliarsi
che quella Genova stessa che nel 1746 con sì generoso e forte animo
si era rivendicata in libertà, ora tanto odio esercitasse contro una
nazione del pari forte e generosa, ed ostinatissimamente affettasse
l'assoluto dominio. L'opinione dava favore alla Corsica; ciò non era
nascosto a coloro che reggevano la repubblica, e già entravano nei
supremi magistrati nuovi pensieri.

Col medesimo passo nascevano le voglie forestiere. Vi era chi
voltava a suo profitto I'impotenza di Genova. La Corsica, piena
di abitatori forti e guerrieri, situata in opportuno luogo tra la
Francia e l'Italia, copiosa di generi preziosi, felice per foreste
stupende, sicura per porti spaziosi e comodi, molto piaceva a chi
coll'Inghilterra gareggiava di possanza marittima nel Mediterraneo.
Vecchio pensiero era questo: i soldati a parecchie fiate mandati
nell'isola, tante diligenze, tanti amorevoli consigli, il tante volte
interporsi a dolcezza tra i Corsi vinti e gli sdegnati signori, ciò
era per allettare i popoli, per assuefarli ai volti, alla favella,
all'imperio di Francia. Brevemente, la Francia agognava la Corsica.

Ciò non ostante, pareva poco generoso procedere il divenire da
ausiliario padrone, ma confidava nella necessità, che avrebbe sforzato
i Genovesi ad offerirsi. E un accidente impensato, mettendoli in
maggiore travaglio ed in qualche disgusto colla Francia, fece piegare
il contrasto a quel segno dov'ella mirava. Il re di Spagna aveva in
aprile di quest'anno espulsi i gesuiti da' suoi regni: e il papa, a
cui parevano in troppo grande numero, perciocchè sommavano a parecchie
migliaia, non avea permesso che si ricovrassero nello Stato pontificio.
La Spagna ricercò ed ottenne da Genova che avessero ricetto in Corsica,
e quivi furono destinate per loro seggio le piazze dove i Franzesi
tenevano presidii.

I Genovesi, in ciò compiacendo alla Spagna, avevano dispiaciuto alla
Francia, che anch'essa aveva pochi anni innanzi espulsi gl'Ignaziani
da' suoi dominii, sì che poco mancò che per questa cagione non si
partisse dall'amicizia di Genova. Con acerbissime parole se ne lagnò
col senato, protestando che ne avrebbe fatto giusti risentimenti; ed
in fatti il re mandò ordine a Marbeuf che tosto sgombrasse dalle piazze
dove entrati fossero i Gesuiti.

Non così tosto vide Marbeuf a comparire in Algaiola, Calvi ed Aiaccio
gli ospiti che la Spagna espelleva, che, uniformandosi alla volontà
del re, le lasciò, ritirando i passi verso Bastia e San Fiorenzo.
Subitamente Algaiola venne in potere dei nazionali; per poco anzi
stette che Calvi non vi venisse, come vennevi la città di Aiaccio, e la
cittadella stessa, la quale, battuta aspramente dai Corsi e ridotta in
grandissima necessità di viveri, già stava in sul punto di darsi. Così
i Genovesi, per aver dato ricovero agli esuli di Spagna, sdegnarono
la Francia, e perdettero parecchi forti ed importanti luoghi; chè i
soldati franzesi cessero il luogo ai monaci spagnuoli. Esuli erano
questi religiosi, e per tale titolo meritavano che alcuno cura ne
prendesse; ma quivi portavano un fatale pregiudizio. Veramente i Corsi
se ne prevalevano, nè mai furono così vicini al conseguimento totale
dei loro pensieri e di arrivare a quella franchigia che, fin allora
stata sanguinosa e torbida, speravano finalmente di vedere felice,
lieta e sicura.

Mentre la fortezza di Aiaccio stava in grave pericolo, e nelle altre
terre ancor tenute da' Genovesi si trepidava, pervenne avviso che tra
Marbeuf e Paoli era stata conchiusa una sospensione di offese da durare
insino a che, compiti i quattro anni di soggiorno stati stipulati, i
Franzesi dovessero fare la loro partenza dall'isola, il qual termine
era di pochi mesi lontano. La Francia minacciosamente affermava di non
voler acconsentire ad alcuna prolungazione: assai, diceva, essersi
travagliata per quella disordinata Corsica; facessero i Genovesi da
sè, e come potevano e come l'intendevano colle loro proprie forze
terminassero l'antica lite.

I Gesuiti intanto instavano perchè fosse loro permesso d'introdursi
nell'interno del regno per fabbricarvi a loro spese chiese e collegi
e adoperarsi allo ammaestramento della gioventù. Paoli ed il supremo
consiglio inclinavano a contentarli; ma i professori dell'università
con molta costanza si opposero, onde furono loro proibite non solamente
le fabbriche, ma ancora l'internarsi nella isola senza un passaporto di
Paoli.

Se non che, acconciatesi frattanto le cose tra Spagna e Roma, i Gesuiti
tornarono nello Stato pontificio, dove ebbero pur ricetto quelli del
regno delle Due Sicilie e dell'isola di Malta, in questo medesimo anno
espulsi, quivi alimentati della pensione dai rispettivi sovrani loro
assicurata.



    Anno di CRISTO MDCCLXVIII. Indizione I.

    CLEMENTE XIII papa 11.
    GIUSEPPE II imperadore 4.


Genova si accorse finalmente che bisognava veder la fine di un tormento
che la teneva impedita e dolorosa già quasi da un mezzo secolo:
soggiogare quei forti e pertinaci isolani da sè non poteva, e colla
Francia più non lo sperava. Il mondo aspettava di vedere un'Olanda nel
mezzo del Mediterraneo; sorse in quella vece una nuova provincia di
Francia.

Ai 15 di maggio, dopo di essersi agitate molte pratiche, si fermò
finalmente a Versaglies tra la Francia e Genova un accordo appartato
da' Corsi, per cui si stipulò che la repubblica cedeva alla Francia
il regno di Corsica comprese le fortezze, le artiglierie ed ogni
attrezzo militare, con patto però che per le artiglierie e gli
attrezzi militari, secondo la stima che se ne farebbe dai periti, il re
corrispondesse in denaro l'equivalenza;

Che la sovranità del regno apparterrebbe sempre alla repubblica;

Che agli antichi proprietarii, mostratene le identità, si restituissero
tutti i beni confiscati;

Che i Corsi fossero veri sudditi della Francia tutto il tempo che
l'isola possederebbe;

Che la Francia fosse obbligata a mantenere in Corsica sedici
battaglioni;

Che guarentirebbe la repubblica dai corsari turchi e corsi, acciocchè
la bandiera genovese potesse liberamente trafficare ne' suoi mari.

Che il re desse libero possesso della Capraia a Genova.

Si sparse prima un certo rumore; poi si ebbe certo avviso del trattato.
Quindi si udirono novelle che nei porti della Provenza si allestiva
un armamento per portare i nuovi battaglioni nell'isola, cui doveva
condurre e governare il marchese di Chauvelin, tenente generale.
Arrivarono finalmente avvisi, siccome già nel porto d'Aiaccio erano
sbarcati due battaglioni del reggimento di Bretagna.

A tal annunzio gl'isolani si commossero a gravissimo sdegno; la
padronanza di loro medesimi vedevano in grandissimo pericolo, la
libertà parimente, tanto sangue inutilmente sparso, spenti i lunghi
desiderii, gli antichi costumi, la nativa lingua stessa andava in
dileguo. Bene non isfuggiva loro che la potente mano della Francia
avrebbe procacciato la quiete nelle loro città e campagne, e protetto
le navigazioni per l'esercizio del commercio: ma i popoli che mirano
alla franchigia, non misurano la felicità dalla quiete nè dalla
ricchezza; ma stimano pazzamente felicità suprema il travagliarsi nelle
faccende pubbliche, il maneggiarsi come pare e piace.

Chiamata Paoli in fretta la nazione a parlamento, fecesi la consulta in
Corte a dì 22 di maggio; e quivi il generale favellò con temperatissime
parole non disgiunte da dignità e fermezza. Sdegno destossi nelle
anime feroci che altamente deliberarono. Fu quindi decretato che si
crescesse numero ai soldati regolari, che in ogni luogo uniformemente
si ordinasse la milizia, che in ogni pieve si annotassero le armi
da fuoco, e chi fosse atto a portarle, le pigliasse, e difendesse la
patria; che i beni sì mobili che stabili e le mercanzie ed ogni altro
fondo fruttifero pagassero una nuova tassa del quattro per migliaio,
e quanto la tassa gettasse, tutto s'impiegasse nella bisogna della
guerra; che il clero secolare la decima pagasse di tutti i benefizii,
ed i regolari cento lire per convento; che fossero vietate le tratte
delle biade; che si ordinassero più severe forme di giustizia; che
tutte le persone civili non impiegate in servizii pubblici dovessero
uscirne a campo per guardia del generale. E chiamavano sacro quel
denaro, sacri quei battaglioni, quell'impeto sacro.

Quindi parlarono alla gioventù di Corsica, e le infiammative parole
trovarono in tutti un'ottima volontà verso la patria. Udivansi pei
piani e pei monti grida commiste, un fracasso d'armi, un suonar di
corni: tutta la silvestre Corsica si moveva, e nel periglioso cimento
si avventava.

In questo aspetto ed in mezzo a tanta concitazione, i Franzesi, portati
sulle navi dalla Provenza pervennero sui lidi corsi, e sbarcarono
a Bastia, Calvi, Aiaccio, Bonifazio e San Fiorenzo. Consegnate loro
dai Genovesi le piazze, le artiglierie e le munizioni, fu levato da
Bastia lo stendardo della repubblica, e postolo sulle navi, non senza
solennità, il trasportarono col commissario generale a Genova. Fu
inalberata su tutte le cime la bandiera franzese.

Ora, prima dei lutti, vengono le feste. I Bastiesi, come se temessero
che gli altri Corsi abbastanza già non gli odiassero, ne fecero
delle belle e grandi, sì che al loro dire e fare parve che già
svisceratamente amassero il re di Francia. Cantossi con molta pompa
nella franzese Bastia l'inno delle grazie la mattina; la sera poi
rallegrò la città una splendida luminaria; il palazzo pretorio tutto
risplendette di doppieri all'uso veneziano; sul finestrone di mezzo si
leggeva la seguente iscrizione:

                              LVDOVICO XV
                    FRANCORVM, NAVARRAE ET CVRSORVM
                          REGI CHRISTIANISSIMO
                        AVCTIS IMPERII FINIBVS,
                    TRANQVILLITATE PVBLICA ASSERTA,
                       AVGVSTO, PACIFICO, FELICI
                   MAGISTRATVS POPVLVSQVE BASTIENSIS
                           FAVSTIS AVSPICIIS
                              PLAVDEBANT.

Poi sulla destra dello stemma reale, anch'esso circondato di lumi, si
vedeva un sole risplendente col motto: _Imbres et nubila vincit_. Sulla
sinistra, la Bastia col rimanente della Corsica e tre gigli col motto:
_Et Cyrno crescite flores_.

Che cosa pensassero i Corsi di queste dimostrazioni, non è punto
necessario che con parole si scriva.

Fermi poi questi primi bollori, dalle feste si fece passo alle
finzioni, dalle finzioni poscia alle battaglie. Il duca di Choiseul,
ministro del re, scrisse a Paoli, notificandogli che i soldati di
Francia non avrebbero dato veruna molestia allo nazione, che il
marchese di Chauvelin, tosto che fosse in Corsica pervenuto, si sarebbe
con esso lui accordato, affinchè con buona armonia passassero le cose,
che il re accoglieva l'isola sotto l'ombra sua, e prendeva cura della
sua felicità. Poi si mandò fuori voce che per certi rispetti si farebbe
un po' di guerra, ma senza danno della nazione, perchè le soldatesche
regie adoprerebbero di concerto con le corse.

I Corsi, che tenevano l'armi in mano, non sapevano che dirsi, ed
erano da varii pensieri agitati. Li tolse finalmente dal dubbio
un'intimazione fatta da Marbeuf a Paoli: tenere lui ordine dal re
di fare che tra Bastia e San Fiorenzo fossero e restassero liberi
i passi. Nello stesso tempo si lasciò intendere che voleva che gli
fossero cedute le scale dell'isola Rossa, Algaiola, Macinaio e Gornali.
Il Corso, che vedeva essere perciò fatto incominciamento di guerra,
rispose col sangue avere acquistato que' luoghi, col sangue volerli
conservare: bene accorgersi che si voleva privare la nazione della
libertà, frutto di tanta guerra.

Ora doveva il mondo giudicare se i Corsi, poichè al ferro si veniva,
nell'imprender guerra contro la potente Francia, più imprudenti o più
prudenti fossero, più temerarii o più coraggiosi. Ripromettevansi i
Franzesi di soggiogarli; i Corsi si ripromettevano di poter sostenere
quella libertà per cui combattevano fin già da otto lustri: Paoli e
Corsica uniti insieme si credevano invincibili.

Non così tosto Paoli si avvide, per l'intimazione fatta da Marbeuf
e da altri segni che la Francia alle cagioni di Genova e per suo
pro veniva a trovare la Corsica coll'armi, e sopra di sè pigliava
la guerra, fu reso capace ch'era venuto il tempo di fare gli ultimi
sperimenti; laonde applicò il pensiero a prender modo alle difese
e ad ordinare quanto per la conservazione della libertà in così
estremo caso abbisognasse. Pose in arme tutte le milizie, aggiunse
nuovi soldati ai reggimenti d'ordinanza; formò campi mobili, mise
in forte tutti i luoghi capaci di munizione, e stabilì in somma ogni
cosa a valida propugnazione e conservazione dello Stato. E la nazione
tutta consentiva con lui: correvano i Corsi ad offrirsi con volontà
prontissima. Quelli che militavano ai servigi di Francia, chiesta
licenza, si acconciarono volonterosamente a quelli della loro nazione.
Narrano che per tanta concitazione, Paoli avesse cinquanta mila uomini
tra pagati dallo Stato, o dalle provincie, o dalle pievi, o dai comuni,
o da sè medesimi.

Paoli aveva sua stanza a Murato con la sua eletta schiera dei mille,
aggiuntevi alcune altre: il suo fratello Clemente alloggiava ad Oletta
con cinque mila.

Stando le cose in questi termini, si venne al paragone dell'armi.
Correndo il dì 30 di luglio, i Franzesi andarono alla fazione dello
strigarsi le strade tra Bastia e San Fiorenzo. A questo fine, per
incontrarsi sul mezzo, partirono Marbeuf dalla prima di dette piazze,
ed il maresciallo di campo Grandmaison dalla seconda. Grandmaison
spinse i Corsi con molto sangue, poi fu respinto con molto sangue
anch'esso. Ingrossò i soldati, vinse in una trincea quarantadue Corsi,
che si lasciarono tagliare tutti a pezzi piuttosto che arrendersi, e
marciò verso le vie più strette. Combattuto e combattendo si avanzava,
volendo passare alla conquista di Olmetta e di Nonza.

Marbeuf nel medesimo tempo, partendo da Bastia, s'era avvicinato alle
montagne, cacciatosi davanti con uccisione e presura di molti tutte
le piccole squadre del nemico, che fecero pruova di contrastargli
il passo. Già era pervenuto verso Barbaggio, e già a Patrimonio
s'accostava: assalse le due terre, e da ambe fu ribattuto con molto
sangue. Volle impadronirsi della sommità di Montebello, e fu lo sforzo
indarno. Così successero i fatti di guerra all'ultimo di luglio ed al
primo di agosto. Ai 2, Marbeuf si avventò con più poderose forze contro
Barbaggio e Patrimonio. Fuvvi un caldissimo combattere alla seconda di
queste terre, che presa e ripresa più volte, dimostrò quanto valorosi
fossero ed assalitori e difenditori, ma finalmente cesse in potestà di
Francia. E i Franzesi ottennero più facilmente Barbaggio, loro restando
da superarsi la forte terra di Furiani, dove reggevano le milizie
Nicodemo Pasqualini e Gian Carlo Saliceti, e la torre di Biguglia.

Intanto, per la perdita di Patrimonio e di Barbaggio, quasi tutta
la provincia del Capo Corso venne in potere dei Franzesi, i quali,
possedendo anche la pieve di Sisco, s'impadronirono di Nonza, di Brando
e di Erbalunga. Solo ostavano Furiani e Biguglia, onde sicuramente non
possedessero il Capo Corso.

Giunse in questo mentre in Corsica il marchese di Chauvelin
soprattenuto fino allora in viaggio per infermità; nè giunse solo,
ma con nuovi soldati, specialmente colla legione reale. Volendo usare
l'impressione che credeva avere fatto nella nazione i primi conflitti
sull'istmo per cui si va nell'interno del Capo Corso, pubblicò patenti
regie, nelle quali parlava il re Luigi: avergli la repubblica di
Genova trasmesso la sovranità dell'isola; tanto più volentieri averla
accettata, quanto più bramava di procurare felicità a' suoi nuovi
sudditi, ai suoi cari popoli di Corsica: volere che si posassero i
tumulti che da tanti anni gli agitavano; voler mantenere le promesse
per la forma del governo della nazione; sperare che la nazione, godendo
i vantaggi della protezione sua, sarebbe per sottomettersi, e non lo
ridurrebbe alla necessità di trattarla come ribella; ammonirla che
se nell'isola continuassero qualche confusione torbida e mista o la
pertinace disobbedienza, ne risulterebbe la distruzione d'un popolo da
lui con tanta compiacenza nel numero de' suoi sudditi adottato.

Così parlò il re Luigi, nuovo sovrano, ai Corsi; e quindi parlò
Chauvelin, che siccome i Corsi Franzesi erano, così comandava che
nissun Corso con altra bandiera stesse a navigare fuorchè colla
Franzese, ed ogni comandante, padrone, capitano o maestro di nave
venisse a levare da lui le nuove patenti e la bandiera bianca.

Come ebbero parlato il re e Chauvelin, parlarono i Corsi; cioè per
loro il generale ed il consiglio supremo. S'assembrarono a Casinca,
s'accordarono, scrissero le loro ragioni e querimonie; ma vane furono
le querele, vani i preghi, vane le rimostranze: ai loro instanti
desiderii si opponeva una lunga e ben considerata e bene ponderata
risoluzione.

In settembre si venne novellamente in sul menar le mani ed al
combattere le ostinate battaglie. I Franzesi combatterono col solito
valore, ma i soldati soli; i Corsi pugnarono con eguale valentia, ma
le donne ed i fanciulli con essi. La disciplina prevalse al numero, i
Franzesi conquistarono la provincia del Nebbio, ritiratisi i due Paoli,
non isbandati, ma congregati, ai luoghi più sicuri verso le montagne di
Tenda e di Lento, per non mettere a cimento tutta la somma delle cose
in una giornata campale e giudicativa. Sottomesso il Nebbio, i soldati
di Chauvelin si scagliarono contro Furiani e Biguglia, e prima questa,
poi quella, più sopraffatte che vinte, cedettero.

Infrattanto sbarcato era in Calvi il colonnello Buttafuoco, che venia
di Francia desideroso che l'isola a buone condizioni si acconciasse con
chi più poteva. Gridava pace, la resistenza vana stimava, predicava la
sommessione per forza più acerba che per voglia. Ne scrisse a Paoli
che allora era in alloggiamento a Rostino; avvertendo che quelli che
vogliono sopravvincere perdono, e pregandolo che impiegasse ogni suo
uffizio, usasse l'autorità ed il credito per fare che i popoli di
queto alla Francia si assoggettassero. Ebbe risposta, ma non quale la
desiderava, imperocchè Paoli gli diceva: avere i Corsi fatta una giusta
presa d'armi, volere la libertà, averla a note indelebili ne' loro
animi scolpita, lui volergliela conservare; per sè non combattere, ma
per tutti; tal essere il dover suo; volgesse poi la fortuna le sorti
della Corsica come volesse, o che a libertà la destinasse od a servitù.

In questo mezzo tempo arrivarono nuovi soldati di Francia, sforzo pur
troppo grande per una Corsica, ma da cui si vedeva manifestamente che
il re Luigi aveva ad ogni modo fisso il pensiero nella conquista. Paoli
temè de' deboli, chiamò in sussidio la religione, e fe' replicare ai
capi il giuramento del 1764, che qui sotto si trascrive, quantunque in
esso si leggano alcune espressioni che più non si appropriano al caso
presente.

«Noi giuriamo, e prendiamo Dio per testimonio, che vogliamo piuttosto
morire che fare alcun trattato colla repubblica di Genova, e di nuovo
sottometterci al suo dominio. Se le potenze dell'Europa, e soprattutto
la Francia, non hanno pietà di noi, e vogliono contro di noi armarsi e
tentare di abbatterci, rispingeremo la forza colla forza. Combatteremo
come disperati, che hanno risoluto di vincere o di morire, sino a che
siano affatto abbattute le nostre forze, e l'armi ci cadano di mano.
Allora la nostra disperazione c'incoraggerà ad imitare i Sagontini,
vale a dire, ci getteremo piuttosto nelle fiamme che sottometterci al
giogo insopportabile dei Genovesi.»

Tale giuramento, fatto quattro anni innanzi contro Genova, ora il
voltavano contro la Francia.

Alle raccontate fazioni ed esortazioni s'infiammavano vieppiù da
ambe le parti gli spiriti, e con maggior calore si ricominciarono le
battaglie. I Franzesi, condotti dal marchese d'Arcambal, passato il
Golo ed entrati in Casinca, occupato avevano il Vescovato, Venzolasca,
Oreto e la Penta, passo di grande importanza, perchè apre l'adito ai
monti; ai quali progressi, cedendo alla forza sopravanzante, s'erano
sottomessi la pieve di Tavagna, alcuni paesi d'Orezza ed una parte
della Casinca. Non mai ebbero i Franzesi più fondata speranza di
terminare felicemente la loro impresa, come dopo l'acquisto della
Casinca e di Tavagna, paesi di gran momento, perchè da essi sono solite
a prendere esempio le altre popolazioni marittime delle parti orientali
dell'isola; e, ciò che più favoriva il loro proposito, era che i popoli
di quelle terre, spaventati dall'aspetto sinistro delle cose, da sè
medesimi si davano e correvano all'obbedienza.

I capi di Corsica videro il pericolo, e non se ne sgomentarono.
Per isturbare quegli acquisti a' Franzesi, adunaronsi in Rostino,
rassegnarono tutti gli uomini abili all'armi tanto delle pievi vicine
quanto di quelle prossime a Corte, e ragunatili, deliberarono di
scendere alla riconquista de' luoghi perduti. Uomini erano fortissimi
di cuore, infiammatissimi ne' desiderii; e per vieppiù accenderli,
Paoli loro parlò, conchiudendo il caldissimo discorso con queste
parole: «Di Sampiero ricordatevi, e me seguite; vittoria vi prometto,
ed avrete vittoria.»

Così detto, Paoli trasse una pistola, e, sguainata la spada, si mosse
il primo, verso la sottoposta Casinca avventandosi. Il seguitarono
avidissimi del nemico sangue, e: «Moriamo, moriamo per la Corsica
(gridavano), moriamo pel duce nostro, moriamo per la libertà.» E così
gridando e fremendo, calavano con le robuste piante da quegli aspri
gioghi.

Si fecero avanti per due strade, l'una più su per piombare sopra
Orezza, l'altra sotto, per a Sant'Antonio, onde accennare contro il
Vescovato. Mescolaronsi ferocemente Franzesi con Corsi; cedevano ora
questi ora quelli alternamente vincitori o vinti. Il fine fu che i
Corsi riacquistarono Penta superiormente, Venzolasca inferiormente.

L'acquisto della Penta diede loro più grande ardimento. Perciò, passato
il Golo, guadagnarono paese sulla sinistra del fiume, presero Murato
e ricuperarono buona parte del Nebbio superiore. Fecero in Murato
una ricca preda, togliendo a Grandmaison, posto in fuga, i bagagli,
le tende e due pezzi di cannone. Di tal maniera furono compressi i
Franzesi nel Nebbio, che già i loro nemici si approssimavano a San
Fiorenzo; tornati alla Corsica Barbaggio, Patrimonio e Furinole.

I Franzesi s'erano fatti forti a Loreto con animo di allargarsi
vieppiù. I Corsi, per turbar loro i disegni, andarono a sloggiarli, a
fine di spazzare tutta la Casinca. Per ben sette ore durò l'assalto
della terra, cui finalmente più non potendo i difensori sostenere,
perchè continuamente arrivava a Paoli nuova gente delle montagne,
cessero e fecer opera di ritirarsi, lasciando, non solamente Loreto
ma ancora Vescovato ed altri luoghi di quella provincia, per cercar
ricovero oltre il Golo contro la furia corsa, che li perseguitava.

Fuggivano i Franzesi inseguiti ed incalzati da' Corsi, i quali, siccome
abili imberciatori, ne facevano grande scempio. Molto anzi maggiore
danno avrebbero patito, se i loro persecutori, irritati contro di
que' popoli che di volontà si erano dati, non si fossero messi in sul
saccheggiare il paese, di maniera che la ruina de' Corsi che s'erano
sottomessi fu al tutto la loro salute; però lasciando in potere de'
vincitori quattro cannoni.

L'avveduto Clemente Paoli, prevedendo che i fuggitivi sarebbero
concorsi al ponte del lago Benedetto, per ivi passare il fiume,
corse avanti, e l'occupò; il che pose in quasi totale disperazione i
vinti. Arrivati al fiume, e vedutolo gonfio ed alto, si arrestarono.
Sopraggiungevano a torme i Corsi animati dal furore, dal numero, dalla
vittoria: fecero i Franzesi qualche testa, ma ormai vedevano l'ultimo
loro eccidio, se non passavano. Misersi all'acqua, le onde furiose
li trasportavano, i Corsi furibondi li saettavano con le archibugiate
giuste, molti perirono affogati, molti coi corpi trafitti dalle palle,
mescolando il loro sangue colle acque del fiume, e fiume funesto fu il
Golo pei Franzesi in quel terribile punto: seicento soli si ridussero
a salvamento sulla sinistra sponda, e drizzarono i passi verso il borgo
di Mariana.

Desideravano i Franzesi di conservare in loro potestà quel borgo come
terra che poteva facilitare di nuovo il passo del Golo, e per essere
quasi antibaluardo di Bastia. Ondechè non così tosto vi pervennero,
che si diedero a fortificarlo, cingendolo d'ogni intorno di terrapieni
e fossi, e chiamando da Bastia nuove provvisioni di artiglierie e di
munizioni così da guerra che da bocca.

Ma i Corsi quella terra ad ogni costo occupare volevano, sì perchè
credevano necessario, a maggiore fracassamento del nemico, di seguitare
l'impeto della vittoria, e sì ancora perchè la possessione di Mariana
dava loro facoltà di andar a romoreggiare sin sotto le mura di Furiani
e di far accorti i Bastiesi che ancora a loro spavento ondeggiavano in
aria le insegne del Moro.

Paoli s'infiammò, incalzò, corse; i compagni le sue pedate seguitavano
sonando. Quindi, per far maggiore l'oste sua vincitrice, comandò
a Mario Cottoni che venisse da Aleria, a Giannantonio Arrighi da
Corte, a Giulio Serpentini da terra del Comune; e in fatti giunsero
sull'imbrunire, verso notte, a Mariana, e ne occuparono le pendici
esteriori; poi fecero una circondazione, e scavarono ed ammontarono
la terra d'ogni intorno. L'assaltarono da presso, da lontano
l'assediarono; Saliceti, Grimaldi, Raffaelli, Agostini da Ponente,
Gafforio, Gavini da Levante si posarono vicini alla terra e senza
tregua l'infestavano colle artiglierie. Gli altri si alloggiarono più
alla larga, per impedire le vettovaglie e gli aiuti; Clemente Paoli
alla strada che porta al Nebbio, Serpentini alla Serra, Pasqualini
presso a Luciana per guardare quelle alture, il generalissimo poi
in Luciana per essere in pronto di sopravvedere ogni cosa da quella
eminenza, e di soccorrere ove abbisognasse.

Chauvelin, avuto avviso del pericolo de' suoi che se ne stavano serrati
in Mariana, si deliberò immantinente di accorrere in aiuto, movendosi
da Bastia con tre mila uomini bene armati. Siccome poi era pratico
capitano, volendo dar favore al suo movimento anche da un'altra parte,
mandò comandando a Grandmaison che, da Oletta scendendo, venisse a
battere le strade verso Mariana, sperando per tal modo di mettere i
Corsi in mezzo. Mosse in fatti Grandmaison e affrettava verso Mariana
i passi; ma i nazionali, che avevano avuto avviso dell'intenzione e
del movimento, s'interposero di mezzo tra San Fiorenzo e il Borgo,
alloggiandosi alle strette delle alture di Rutali in così grosso
numero, che il Franzese stimò che non fosse bene di venire ad un
cimento di troppo eccessivo pericolo. Per la qual cosa, non che
tentasse di sloggiarli, se ne ritornò e rimase in Oletta, senza che
perciò Chauvelin, non ostante che perduto avesse la speranza della
sua cooperazione, volesse deporre il pensiero di dar l'assalto a chi
assaltava Mariana, credendosi da sè solo bastante a compir l'impresa, e
nel suo disegno secondato da Marbeuf, ch'era con lui.

Si aperse il dì 9 d'ottobre, che dovea vedere una grave contesa fra
due forti nazioni. Distribuite le vicende, i Franzesi andarono alla
fazione divisi in tre parti: Marbeuf assalì con un impeto incredibile
le trincee dei Corsi; il conte di Narbona si scagliò con non minor
valore contro la terra; e quelli stessi che la terra custodivano,
saltando fuori dal loro ripostiglio, urtarono dalla loro banda chi
gli assediava. In questi sanguinosi fatti e Franzesi e Corsi fecero
cose degne di guerrieri impavidi e valentissimi, bene gli uni e gli
altri sostenendo il nome che portavano, sì che l'asprissimo conflitto
durò per ben dieci ore. Marbeuf, contuttochè con tutte le forze si
travagliasse, non potè ottenere l'intento di cacciare l'inimico dalle
trincee; imperciocchè con quanto vigore urtava, con altrettanto era
riurtato, nè il corso volle cedere al valore franzese. Dal suo lato
Narbona avea giù fatto qualche progresso, perchè, assalite furiosamente
le sei case fortificate dai Corsi, tre ne avea recato in suo potere e
tempestava tuttavia contro le tre altre che restavano a superarsi. Ma
in quel fatale momento essendo stato obbligato a soprastare alquanto,
perchè gli mancavano le scuri per ispaccare ed i petardi per rompere,
si trovò esposto a così grave e fitto bersaglio, che, disperando del
fine, e ribattuto violentamente indietro da quei di dentro, lasciò
l'impresa e retrocesse verso il Marbeuf, il quale ancor esso si era
ritirato indietro dall'assalto. Quanto a quella colonna degli assediati
uscita del suo ricinto, con tanto furore e tale tempesta fu dai Corsi
investita che restò tagliata a pezzi tutta, salvo dodici o quindici,
che ebbero per bella fortuna il poter rinserrarsi nelle mura.

Ultimamente Chauvelin, veduto l'esito infelice de' suoi tentativi,
chiamò a raccolta, e viaggiando fra le tenebre della notte, in quel
mentre sopraggiunta, si ritirò al campo di Santa Maria dell'Orto ed
a Bastia. L'ebbero i nazionali seguitato, e come gli avevano ucciso
molta gente nella battaglia, così molta glie ne trafissero a morte
nella ritirata. Sommò il numero de' suoi morti intorno a cinquecento,
e in assai maggior numero furono i feriti. Lo stesso Marbeuf toccò una
ferita nella spalla, il colonnello del reggimento di Rouergue in una
gamba, il colonnello del reggimento sassone nel ventre. Gli assediati
in Mariana, ch'erano in numero più di cinquecento, perduta ogni
speranza di soccorso, si arresero, e furono condotti a Corte. A questo
modo Paoli vinse Chauvelin.

Ricevettero i Franzesi in questo fatto una gran percossa. In balìa dei
vincitori rimasero intorno a due mila archibusi, tre cannoni di bronzo,
dodici casse di polvere, diciassette mila cartocci ed altri militari
stromenti ed attrezzi.

La vittoria di Mariana diede maggior animo ai Corsi per modo che
vieppiù a loro medesimi persuasero che Paoli fosse il guerriero
nato per fondare la loro libertà. E veramente nei preparamenti e
nella condotta della battaglia il generale corso dimostrò un'arte
squisitissima; nè i suoi Corsi gli mancarono di assistenza, perchè con
un valore, anzi con una ostinazione estrema combatterono.

La stagione diveniva ormai sinistra, nè più si poteva campeggiare
all'aperto, condizione favorevole ai Corsi, contraria ai Franzesi, per
esser quelli avezzi a quel cielo e contentarsi di poco per vivere,
mentre l'insolito clima domava questi, nè potevano le provvisioni
abbondare alle squadre isolate, posciachè i Corsi, attentissimi ad
ogni mossa, velocissimi di natura e per esercizio, e conoscitori
perfettissimi d'ogni strada più nascosta, sopravvenivano agevolmente ed
improvvisamente e arraffavano le vettovaglie o le tenevano impedite.

Il generale di Francia, vedendo la necessità di cessare dalla guerra
pei tempi avversi, e desiderando di distribuire in istanze invernali
più comode i soldati, s'ingegnava di allargarsi; nell'esecuzione del
quale proposito succedevano spesse ed aspre zuffe fra i due popoli
nemici, cotanto l'uno contro l'altro instizziti. E fra le altre una
ve ne fu tra i Franzesi comandati dal conte di Coigny, che voleva
impadronirsi di Murato, ed i Corsi che impedire ne lo volevano, nella
quale, colto il giovane Franzese in un'imboscata, benchè forte fosse
e valorosamente si difendesse, rimase morto per una palla d'archibuso
che lo colpì. Morto Coigny, i suoi compagni ritrassero i passi a tutta
fretta, seguitati senza posa dai Paolisti, che gl'incalzavano colle
sciabole, cogli stiletti e colle baionette, sì che in questa piuttosto
battaglia giusta, che piccola scaramuccia, perì la metà di loro,
diciassette uffiziali parte morti, parte feriti, e con essi moltissimi
gregarii.

In quest'anno furono i Gesuiti espulsi dallo Stato di Parma, tra il
quale e la corte di Roma allora più grave contestazione si accese,
che, per aver avuto termine nel seguente anno, a quello differiamo il
tenerne parola, anche per non interromperne il filo incominciato che
abbiasi una volta a tesserne l'istoria. Se non che gioverà fin d'ora
notare che, presa parte in quella contesa dalle case di Borbone, il
re di Francia fece, a danno della santa Sede, occupare il contado
avignonese, e quello di Napoli mandò le sue truppe ad impossessarsi, in
pregiudizio della medesima, dei ducati di Benevento e Pontecorvo.



    Anno di CRISTO MDCCLXIX. Indizione II.

    CLEMENTE XIV papa 1.
    GIUSEPPE II imperadore 5.


In Corsica, la guerra dell'anno precedente con quel fatto che abbiam
riferito quasi finì, riposandosi i guerrieri ne' loro alloggiamenti
d'inverno. La prospera fortuna de' Corsi contro una Francia, e lo
estremo valore da loro mostrato in tanti bellicosi incontri tenevano
maravigliate le nazioni, le quali generalmente a quel forte popolo
fortunato destino desideravano. Paoli soprattutto era sulle lingue
e sulle penne di tutti, e il chiamavano forte, felice e generoso;
lui gli antichi esempi di Grecia e di Roma rinovellare predicavano,
ed i moderni d'Inghilterra e d'Olanda, e quegli stessi della recente
Genova; la Corsica appellavano bene avventurosa per averlo prodotto,
bene avventurosa per averlo a guida; ammiravano quelle inclite rocche
in mezzo alle acque del Mediterraneo sorgenti, e pubblicavano dare la
combattente isola felice augurio, felice esempio all'Italia e al mondo
tutto quanto.

Nuovi rumori, che da Tolone si udivano, tenevano i Corsi in qualche
ansietà delle cose future, e gli avvertivano che non erano ancora
pervenuti al fine delle loro fatiche. In fatti, già si sentiva che in
quel porto si travagliavano grandi apparati di guerra, si allestivano
e mettevano all'ordine buon numero di bastimenti, si raccoglievano
soldati destinati alla conquista, fanti per la maggior parte, non
essendo i campi dell'isola atti a ricevere cavalli ed a maneggiarvisi
guerra di cavalleria. Non isfuggiva a nissuno che la Francia, avendo
assunto l'impresa di sottomettere quell'isola ed al reame aggiugnerla,
non era per restare al di sotto, nè per tirarsi indietro per nissuna
difficoltà che sorgesse, poichè troppo abbietta cosa le sarebbe paruta,
a lei così grande, così forte e di tanto grido in guerra, di essere
sgarata e fatta stare da quattro isolani. Le pareva incomportabile,
che la piccola Corsica osasse d'alzarle la fronte contro, e quasi a
freno tenere la volesse. Perciò soldati a soldati aggiungeva, armi ad
armi; Tolone gli accoglieva, e da quel porto già stavano minacciosi
per partire e per rinforzare la guerra nella renitente isola. Chauvelin
aveva scritto che se non erano trenta mila di quella gioventù franzese,
sarebbero indarno, ed in pari tempo, per salute inferma, e forse per
l'infelicità de' suoi tentativi, aveva chiesto licenza. Gli venne
surrogato il conte di Vaux, del quale pel buon nome di cui godeva,
si sperava che avrebbe governata la guerra più virtuosamente e più
felicemente dei suoi antecessori.

A così potente apparecchio, che indicava l'estrema volontà di Francia,
l'estremo cimento della fortuna, molto si sollevarono gli animi in
Corsica. Alcuni temevano, credendo l'impresa loro perduta; altri, più
oltre procedendo, accusavano Paoli d'ambizione e dello scellerato
pensiero di voler vedere la ruina della sua patria, piuttosto
che scendere dal grado a cui era stato esaltato; altri finalmente
cominciavano in cuor loro ad interporre una servitù quieta ad una
libertà turbolenta e tempestosa. Tali erano le opinioni, tali i
dissidii: questi pensieri nascevano, quando pel silenzio dell'armi
si trovarono i sangui raffreddi nell'inverno. Ma i più di gran lunga
pertinacemente perseveravano nel loro proposito: gli sviscerati per
la libertà, per lei morire volevano, e in Paoli, come in suo sincero
e forte sostenitore, confidavano. Videro il pericolo, e cercando
con salute d'incontrarlo, tennero nel mese di aprile nel convento
di Casinca una generale consulta, e quell'assemblea di guerrieri, di
pastori, di pecorai, di cacciatori, di religiosi ancora decretò:

Ognuno dai sedici ai sessant'anni si armasse in guerra, e chiamato, vi
andasse con quaranta cariche da schioppo;

Un terzo stesse sui campi a fronte del nemico, sinchè gli venisse la
muta di un altro terzo; potendo però, se ne scadesse bisogno, gli altri
due terzi avviarsi insieme, e col primo andare alla guerra;

I bestiami si ritirassero da' piani ai monti alti e sicuri, col
privilegio di nissun pagamento pel pascolo;

Che i poveri ma valorosi, i quali colle loro famiglie dovessero per
cagion del nemico ritirarsi nell'interno del regno, avessero le spese
dal pubblico;

Che tutti gli ecclesiastici, non in cura d'anime, dovessero concorrere
alla comune difesa colle loro persone, e si ordinassero in corpo per
tenere certi posti, onde le schiere de' secolari potessero meglio ed in
maggior numero travagliarsi nelle fazioni alla campagna.

Viveva ancora nella nazione corsa, se non in tutti, certamente ne'
più, quando il suo supremo magistrato ordinò queste cose, quell'acceso
spirito, per cui per tanti anni aveva a Genova contrastato ed ora
la spingeva a resistere alla Francia. I fatti forse le divenivano
contrarii, ma con estremo ardore all'estremo cimento si andava
preparando. Per la qual cosa di buon grado accettò le sovrane
deliberazioni; nissuno si ristette; chi per l'età poteva, chi per
l'esempio, tutti davano l'opera loro prontissimamente. I guerrieri,
nel corso abito involti e dal corso valore spinti, calpestavano il
suolo verso le terre sopra di cui il nemico insisteva, e ferocemente
le armi brandivano. I vecchi, i decrepiti stessi, in quell'estremo
pericolo della Corsica, parevano rinvigorirsi, e le membra, che ormai
abbisognavano più di riposo che di travaglio, esercitavano alle opere
faticose da lungo tempo dismesse. Le donne ancora non isgomentatesi,
anzi incoraggitesi a quello aspetto terribile delle cose, quai novelle
Amazzoni, alcune in femminili vesti avvolte, altre accinte in abito
virile, qua e là armate correvano, e cogli uomini gareggiavano di
coraggio e di furore. I fanciulli stessi, che fin dalla culla aveano
succiato rabbia contro Genova, ora, voltandola contro la Francia,
davano a conoscere, negli esercizii militari travagliandosi coll'armi,
che i germi, non che le piante adulte, erano di quel vitale succo
imbevuti e pregni.

Mentre così la Corsica tutta si commoveva e si avventava coll'armi, e
in sè medesima forte strepitava in ogni parte di grida, giunsero nuove
che il conte di Vaux, generalissimo di Francia, era ai 2 di aprile
arrivato in San Fiorenzo, e che genti sopra genti, armi sopra armi, nel
medesimo porto ed in Bastia ed in Calvi, sbarcava sulla terra corsa,
sbarcava grandissimo apparecchio d'uomini valorosi e bene ordinati
contro uomini infiammati e cui muoveva piuttosto la volontà propria
che la regolata disciplina. La causa della famosa isola era urtata da
urto possente, e se non la salvavano le montagne, gli stretti passi e
la longanimità di gente povera e al poco contenta, sembrava impossibile
che a così grande sforzo reggere potesse.

Ai gravissimi avvisi che i Franzesi cotanto ingrossavano la guerra,
Paoli insorse, ed a quella estrema pruova gli animi dispose e le armi.
Già si vedeva che se una forza soprabbondante il chiamava a ruina, non
da vile, ma da forte perire voleva, e volta la mente alla posterità,
nella posterità si consolava.

Trasse Paoli fuori il terzo della nazione, ed ordinò che gli altri
due stessero pronti al muoversi; i volonterosi compagni schierando
e ponendo in ordine a Casinca ed in altri luoghi di frontiera, donde
sboccando i Franzesi potevano far impeto. Li raccolse alle insegne;
ne fece rassegna e mostra, ed aveano sembianza di soldati provati, non
fatti tumultuariamente. In quel momento istesso gli attillati e odorosi
vagheggioni delle famose città di Francia e d'Italia marciavano in
femminili e molli tresche, e forse dei pecorai di Corsica si burlavano;
ma i buoni europei guerrieri ammiravano quelle alte anime, e molti,
allettati dal portentoso grido, fra gli altri lord Pembroke, furono
presenti alla mostra solenne, ed a quei devoti uomini auguravano sorte
felice.

Dall'altra parte il capitano franzese che voleva essere mutatore di
quello stato, uscito ancor esso a campo fuori di Bastia, aveva raccolto
i suoi sulla spiaggia di San Nicola, e gli andava ordinando alle vicine
battaglie. Stupivano che rozzi paesani si fossero posto in animo di
resistere ad una Francia.

Grande arte, grande perizia mostrò de Vaux. Allievo di Maillebois,
e, come egli, esercitato nelle guerre di Corsica, i luoghi sapeva,
e conosceva le forti e le deboli parti del nemico. Reggeva meglio
di ventidue mila soldati, ben provveduti d'ogni cosa alle militari
fazioni confacente, e più ancora di coraggio. Accampossi col grosso
dell'esercito ad Oletta, colla sinistra appoggiata alla bassa Tuda,
e colla destra, distendendosi verso la regione più piana, accennando
a San Fiorenzo. Le due ali erano, l'una sotto il governo del marchese
di Arcambal, che teneva la destra, l'altra dal conte di Marbeuf, che
stava sulla sinistra, quella per ispazzare il paese verso le parti
superiori del Nebbio, questa per sottometterlo dalla parte di Borgo
e Mariana verso la costa marittima. Una schiera appartata, retta dal
signor di Narbona, aveva posto l'alloggiamento a Monte Nebbio, vicino a
Borgognano, per tenere in freno i Corsi dell'Oltremonte. Col medesimo
intento un altro corpo col marchese di Luker stava a sopraccapo di
Montemaggiore, Calenzano e Rapalle per fare che i Corsi della Balagna
accorrere non potessero in aiuto di Paoli.

I Corsi, disposti a mettersi alla stretta dei fatti d'armi, s'erano
ordinati a fronte dell'esercito franzese di maniera che sulla sinistra
loro, partendo da San Pietro, San Gavino e Sorio, terre del Nebbio, e
procedendo verso la destra, si distendevano, passando per Olmetta, fino
a Borgo in poca distanza da Mariana. Il principale loro sforzo era in
Olmetta, ed era creduta il più stabile fondamento della loro resistenza
una catena di monti, le cui sommità avevano con trincee ed artiglierie
fortificate, e che corrono da Val di Bervinco al monte Tenda. Paoli ed
il suo fratello Clemente alloggiavano in Murato, punto medio di tutta
la circonferenza, e che avevano voluto fortemente presidiare, perchè
di là potevano vedere, sopravvedere e provvedere subitamente quanto
occorresse. Saliceti, Cottoni, Serpentini ed altri valorosi capi li
secondavano chi sull'ala destra e chi sulla sinistra. E a questo modo i
due campi nemici stavano a petto l'uno dell'altro.

De Vaux conosceva che, per meglio dispensare l'ordine della guerra,
e più facilmente rompere il renitente nemico, fosse maggior profitto
salire sino a Corte, perchè essendo quella città metropoli del regno,
e situata verso i sommi gioghi, fra il Cismonti e l'Oltramonti,
l'acquistarla avrebbe dato, siccome giudicava, spavento ai Corsi, e nel
medesimo tempo procurato facilità per iscendere nell'Oltramonti sopra
Aiaccio. A questo aveva fermo l'animo ed indirizzava i suoi pensieri;
ma per condurgli ad effetto, aveva a fare con Corsi, con fiumi e con
montagne, se non che il confortavano l'animo suo forte, l'uso di guerra
che aveva ed il valore de' suoi soldati.

Andando il dì 5 di maggio, si moveva alla fazione, ed in cotal modo il
fece. Principale suo intendimento era di guadagnare le alture di San
Nicolao, donde, si accenna sulla sinistra a Bigorno, e quindi al basso
Golo sulla destra al monte Tenda, superato il quale acquistava l'adito
a Ponte Nuovo sul Golo, e più lungi, passato il fiume, a Corte. Credeva
che per questa via il nemico fosse più agevole ad essere fracassato.
Ordinò primieramente, per tenerlo in inganno di quanto ei volesse
fare, che Arcambal e Marbeuf, colla parte delle genti che avevano in
custodia, facessero un gran tempestare sulle due estremità. Stimando
poi che i Corsi accampati a Sorio, San Gavino e San Pietro potessero,
infestando l'ala destra, turbare i movimenti ed interrompere le strade
per San Fiorenzo, aveva dato ordine che sui luoghi più opportuni si
assettassero fortificazioni estemporanee e si munissero d'artiglierie.

Così fatto come pensato, De Vaux, parendogli ormai che il tempo
fosse da spenderlo in operare, ed esplorato bene l'inimico, andava
all'esecuzione del suo disegno. Ognuno fece il debito suo virilmente
e combattessi con molta gara. I Corsi, dato mano alla difesa,
contrastarono con sommo valore: i Franzesi con non minor valore gli
assaltarono. Stette alcun tempo dubbia la fortuna; ma finalmente
prevalse la disciplina al combattere incomposto, e l'onore delle
insegne all'amore della patria. De Vaux percosse finalmente con
tal impeto nel nemico che lo cacciò da Olmeta, lo cacciò ancora da
Vallecalde, ed in fine accostassi a Murato.

Mentre le cose in tal fortuna si governavano da Vaux, Marbeuf
combatteva felicemente anch'esso. Impadronitosi di Borgo e d'Ortale,
e passato co' suoi cavalli il fiume, quasi tutta occupava la Casinca.
Murato stesso non resse alla forza franzese, e i due Paoli, quantunque
con costanza quasi sovrumana contrastato avessero, erano rimasti
perdenti, e furono stretti a ritirarsi, pervenendo a Rostino non senza
disegno e speranza di poter ristaurare la fortuna cadente, poichè i
Corsi più dispersi che distrutti tendevano a raccozzarsi, ed i luoghi
erano ardui a passarsi pei Franzesi. I vincitori riuscirono, secondo il
desiderio loro, a San Nicolao, tutto il Nebbio e tutto il paese sino al
campo di San Nicolao restando sottomesso alle armi della Francia.

Non vi fu nè indugio nè quiete, volendo il Franzese usare l'impressione
prodotta dalla vittoria. Marciò sopra Leuto velocemente, e il prese non
ostante che i Paolisti acremente gliene contrastassero l'acquisto. I
soldati spediti e presti di de Vaux pervennero fino a Pontenuovo.

Non era compita la prosperità, se non isloggiava il nemico dalla foce
di san Giacomo, perciocchè questo passo situato fra mezzo le cime del
monte Tenda signoreggia dall'alto la Pietralba e la valle d'Ostriconi,
ed è stimato la chiave della provincia di Balagna. I Corsi, che
conoscevano l'importanza di quel sito, con ogni estremo sforzo il
difesero, nè cessero se non quando, ingrossati oltre misura i Franzesi
sopravanzarono talmente di forze, che non più coraggio, ma temerità,
anzi follia sarebbe stato il più lungamente contrapporsi.

I vincitori già si scagliavano correndo contro Sorio e San Pietro,
quando uno scoppiar d'archibusi ed un fischiar di palle, che d'ogni
intorno dalle rocce e dai boschi uscivano, li fece accorti che i Corsi
avevano ripreso animo e voleano ricuperare quella fatale bocca di
San Giacomo. Ma i Franzesi con tanta forza si spinsero innanzi, che,
rendendo vano lo sforzo del nemico, se la conservarono.

Non erano ancora al fine delle loro fatiche in questa parte, perchè i
tenaci isolani si raccozzarono novellamente in numero di tre mila, e
assaltarono, sempre a quell'importante sito accennando, con incredibile
vigoria i Franzesi, cui in quel luogo reggeva il signore Durand
d'Ogny. I fieri seguaci della testa di Moro si vedevano con mirabile
intrepidezza salire le ripide balze esposti al furioso bersaglio del
nemico, e noiati massimaniente dalle artiglierie che gl'imberciavano, e
ad ogni momento squarciavano e straziavano le membra loro. Non timore,
non esitazione mostrarono: superate le più ardue ripe, s'aggrappavano
alle radici delle trincee franzesi, e si affaticavano di salirvi
sopra: la rabbia loro era immensa; appiè delle trincee sorgevano
monti dei loro corpi estinti. D'Ogny ostava tuttavolta con tutto il
valore e tutta l'arte d'un ottimo guerriero, ma sarebbe in fine dalla
furia corsa rimasto sforzato, se Arcambal, e Viomenil, e Boufflers, e
Campenne non fossero accorsi a prestissimi passi da San Nicolao e da
altri luoghi circostanti per aiutarlo. Tanti rinforzi ed un furioso
urto dettero perduta la speranza ai Corsi di poter espugnare quel sito,
e gli sforzarono finalmente a dare indietro non senza maraviglia da'
Franzesi stessi concetta dell'estrema bravura degl'isolani.

Fu questo uno dei più grossi cimenti a cui vennero nimichevolmente fra
di loro l'armi franzesi e corse. Ma uno più feroce ancora si apprestava
da cui pendeva la terminazione del litigio ed il destino dell'isola.
Paoli, che ancora era potente in sui campi, s'era ritirato in Bostino,
dove col vivido pensiero andava immaginando modo di far risorgere
la fortuna che inclinava. Vennero chiamati di suo ordine sotto la
condotta del Saliceti ad unirsi con lui mille buoni soldati di quelli
che, non avendo potuto ostare in Casinca a Marbeuf, s'erano tirati
indietro verso il monte Sant'Angelo e Sant'Antonio della Casabianca;
e stimando che fosse meglio assalire che l'essere assalito, sboccò per
Ponte Nuovo, varcando alla sinistra del Golo, e con quante genti aveva
potuto congregare s'ingegnava di allargarsi a destra ed a sinistra. Suo
divisamento era di arrampicarsi su per le balze che ivi costeggiano
il fiume, e guadagnare le cime dei monti che, continuandosi ed
innalzandosi verso Lento, aggiungono più su a Costa ed a Canavaggia, e
sono attinenti al monte Tenda ed alla bocca di San Giacomo. Pericoloso
riusciva il pensiero pei Franzesi, attesochè, se Paoli avesse ottenuto
l'intento, gli avrebbe da quella bocca cacciati, ed acquistato facoltà
di tagliar fuori la loro ala destra, e, per conseguenza, di ferirli per
fianco.

Già era sulle alture pervenuto, già arditissimamente combattendo aveva
superato Lento, e battendo s'incamminava alla volta di San Nicolao
e di Murato superiore. Se altra colonna da lui mandata ad assalire
Canavaggia avesse incontrato il medesimo successo, il suo accorto
pensiero avrebbe avuto effetto; ma essendosi il nemico fatto forte in
Canavaggia, i Corsi da questa parte si sforzarono indarno.

Questo fatto di Canavaggia diede la guerra perduta ai Corsi. Là cadde
la fortuna di Corsica, là tutte le fatiche di Paoli diventarono vane, e
là franzese la Corsica divenne.

I Franzesi l'aura che spirava favorevole a piene vele ricevendo, si
calarono precipitosamente da Canavaggia, e occuparono Pontenuovo,
insigne scaltrimento di guerra. Caso fatale ai miseri Corsi fu questo,
perciocchè gli scesi da Canavaggia investirono sul sinistro fianco
coloro che con Paoli s'erano condotti a Lento, ed intieramente gli
sbaragliarono e sbarattarono. Tanto più grave fu lo scompiglio e la
fuga, che sparse fra di loro la spaventosa voce, ed era vera, che
Pontenuovo era in poter del nemico, e che più niuno scampo restava
a chi combatteva sulla sinistra del male avventuroso fiume. Paoli,
che aveva munito di qualche fortificazione la testa del ponte sulla
destra, arrivato fra mille e varii pericoli sul luogo, tentò bene di
racquistarlo, ma fu sbattuto da quel suo sforzo, e gli venne fallito il
pensiero. I Corsi assaliti inaspettatamente sul fianco ed alle spalle,
non sostenuta la impressione del nemico si precipitarono verso il ponte
per ripassarlo; ma, invece del varco aperto, il trovarono chiuso, ed
i Franzesi che con le baionette in canna li trafiggevano. Miserabile
fu quell'orrendo mescolamento, miserabile lo scempio fatto degli
scompigliati: i più furono morti, non pochi si annegarono nel fiume,
avendo tentato di scampare per questa via dall'empito della Francia
vincitrice; alcuni tra sani e feriti si nascosero fuggendo nei boschi,
fra le roccie e per le folte macchie. Quattro mesi dopo il ferale
evento si vedevano ancora le gocce del sangue rappreso sul funesto
ponte; scoprivansi qua e là per le campagne Corsi morti di ferite,
e che meglio avevano amato perire abbandonati dagli uomini e dalla
fortuna che ricorrere per salute ad un nemico che tanto detestavano.
Quattro specialmente di questi miseri e forti guerrieri furono sopra
una deserta roccia trovati tutti sanguinosi e morti in atto di tenersi
strettamente abbracciati, atto certamente preso a posta per dare
insieme l'ultimo sospiro e l'ultimo respiro alla perduta patria.

Nel tempo stesso che queste cose succedevano nel mezzo, Marbeuf,
varcato coll'ala sinistra il Golo, sottometteva tutta la Casinca, ed
Arcambal sulla destra conquistava la Balagna.

In mezzo a tanta ruina, Paoli, lasciato il fratello Clemente a
Morosaglia, perchè quanto potesse ritardasse l'impeto, si ridusse
vicino a Corte, dove tentava di raccorre e riordinare i pochi
avanzi delle sue sconfitte genti; nuovi aiuti eziandio per sua possa
convocando. Ma de Vaux, che non voleva temporeggiare quella fortuna, ma
piuttosto colla celerità del tutto domarla, venne avanti precipitoso,
ed, appressatosi a Clemente, il cacciò di Morosaglia, e cacciò eziandio
Pasquale da Corte; laonde questa famosa metropoli venuta in mano
altrui, il castello solo resistette, ma per pochi giorni, e quegli
aspri monti tutto all'intorno di forestieri suoni echeggiavano. Paoli,
più ancora doloroso che scoraggiato, si ritirò di Vivario.

De Vaux, che aveva saputo vincere, seppe ancora usare bene la vittoria.
Per tirare a sua voglia i renitenti, usò bene le parole, usò bene i
fatti. Con quelle, mandate fuora per un bando pubblico, minacciò con
castighi, allettò coi perdoni col fine di rompere qualche testa di
resistenti, se ancora alcuna ve ne rimanesse.

Queste minacce contro chi ancora alla fortuna di Francia resistere
volesse, le lusinghe a chi si arrendesse, giunte alla fatale rotta di
Pontenuovo, operarono sì che i popoli cominciarono a mancare della
prima caldezza; e vedendo di non poter più fare alcuna cosa buona,
si misero a fare tumultuazioni in ogni luogo, protestando di volere
conformarsi ai desiderii di chi più poteva, e di cercar ricovero
nel grembo della Francia. Molti correvano alle stanze dei generali
franzesi, certificandoli della loro sommissione ed obbedienza; altri,
più oltre procedendo, e combattendo coll'armi in mano i loro cittadini,
crescevano potenza a chi già tanta ne aveva e per sè medesimo e per
la vittoria acquistata. Così gli odii domestici si aggiungevano agli
esterni, e la civil guerra alla forestiera.

In mezzo a tanta desolazione, e ricevuta una così spaventevole
ruina, i Corsi fecero ancora qualche resistenza nell'Oltramonti,
principalmente nella provincia di Vico e nella Conarca; ma il conte di
Narbona, accorrendo con sufficienti forze, dissolvette quel gruppo,
e le provincie soprannominate, come anche quella di Aiaccio, ridusse
a devozione. Nel Cismonti de Vaux stesso personalmente si avanzava
vincendo. Fece sua la provincia d'Alesin, e già s'incamminava a
Portovecchio, non solamente per sottomettere il paese, ma ancora, e
principalmente, per intraprendere Paoli e gli altri Corsi fuggitivi,
essendogli pervenuto avviso, che fossero per imbarcarsi in quel porto
per far vela verso la Toscana.

Desiderava Paoli di far prova di sostenere la fortuna cadente con
mostrare il viso, facendosi forte nelle due streme provincie d'Istria e
della Rocca. Ma non trovando nelle popolazioni volontà conforme a' suoi
desiderii, e giunta essendo la piena franzese sino a Bonifazio, ultima
parte dell'isola che di poco spazio dalla Sardegna si disgiunge; la
Corsica fu di Luigi.

Paoli ed i suoi compagni, poichè si videro perduti e la patria
sommessa, nè sperando nè volendo i perdoni e le grazie, presero
consiglio di concorrere tutti a Portovecchio, dov'erano due navi
inglesi, una per disegno offerta a Paoli ad ogni futuro accidente da
un virtuoso inglese per nome Smith, l'altra a caso, che portato aveva
molti ufficiali corsi, i quali erano venuti offrendo ingegno e mano in
quell'ultimo bisogno alla patria cadente.

Queste due navi furono opportuno sussidio ai Corsi che all'esilio
andavano. Ma non era senza pericolo l'impresa dello scampare. Due
sciabecchi franzesi stanziavano alla bocca del porto, facendo le
viste di voler trattenere ogni nave o navicella che uscisse. Tutti
principalmente gelosi di salvare Paoli, l'Inglese generoso non aveva
pace se prima non lo salvava. La necessità ed i pii desiderii aguzzano
l'intelletto: gli amici dell'andantesi capitano trovarono modo di
adattarlo in una cassa, che collocarono in fondo della sentina, come se
merci contenesse. Paoli in sentina e in cassa fu un tremendo caso.

La mattina del 15 giugno questa nave salpò da Portovecchio, lo strano e
prezioso carico con sè portando, e quelle luttuose terre abbandonando.
Riconobbero i Franzesi il legno, e in ogni canto il frugarono. Qual
cuore fosse allora di Paoli e dell'Inglese che a sua salute intendeva,
ognuno il comprenderà; ma, non avendo avverato che vi fosse il
cercato Corso, nè trovatasi alcuna cosa sospetta, nol molestarono e lo
lasciarono andare.

L'altra nave, che non fu da' Franzesi investigata, portò via Clemente
Paoli, Giulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini,
conte Gentili, Carlofrancesco Giafferri, Carlo Raffaelli, Francesco
Petrignani, con molti altri uffiziali, preti, religiosi e pochi
soldati; in tutti sommavano al numero di trecento quaranta.

Esuli arrivarono a Livorno, ma ve gli accolse la pietà e l'ammirazione.
Guardavano principalmente Paoli, e vedutolo e trattatolo così benigno,
si maravigliavano come in lui annidasse così prode guerriero; e bene
ora comprendevano come egli avesse voluto e quasi potuto dirozzare una
nazione ancora rozza, e addottrinarla ignara.

Mancando per avverso destino a Paoli gli applausi de' suoi concittadini
in patria, gli abbondavano in Italia quelli dei Toscani, degl'Inglesi,
anzi de' Franzesi stessi. Andò dal cavaliere Dick, console
d'Inghilterra a Livorno, il quale a grande onore l'accolse, e l'aiutò
d'ogni più lieto ed utile servigio. Partitosi quindi e pervenuto a
Firenze, fece riverenza al granduca Pietro Leopoldo, da cui molto fu ed
accarezzato ed onorato, e gli promise ed accertollo, che la sua Toscana
gli sarebbe sempre amico e sicuro ricovero tanto a lui quanto a tutti
coloro che sopravvivendo all'eccidio della patria, sarebbero venuti a
cercarvi pace, riposo e sicurezza.

Paoli partissi, e se ne andò a Londra, non senza però aver prima
lasciato, sugli avanzi dell'andata fortuna e su altre rimesse che
aspettava da Inghilterra, un assegnamento sufficiente a favore dei
suoi compagni che in Toscana aveano fermato le stanze, facendone
soprantendente suo fratello Clemente.

Terminata la conquista, e ricomposta tutta l'isola all'obbedienza di
Francia, il generale de Vaux ne partì, lasciandovi Marbeuf, a cui il
re Luigi, dandogli il titolo di commissario regio, aveva commesso la
cura di quietare gli umori, comporre le faccende civili ed ordinare il
governo in quella nuova possessione.

La Francia, divenuta arbitra della isola, per conciliarsi gli animi
e tenere in fede quella nazione volubile, guerriera, e che malissimo
volentieri pativa la servitù, die' principio ad accarezzarla. Sapeva
che una delle principali cagioni per cui gli uomini di maggiori
qualità, che poi tirarono con sè i popoli, avevano concetto tanto mal
umore contro Genova, si era, ch'essa non aveva mai voluto riconoscere
in Corsica una nobiltà, se non al modo ch'essa l'intendeva, e non
come i magnati corsi la desideravano, essendo a questi paruto che
la repubblica volesse una nobiltà di grado troppo inferiore alla
sua. Per la qual cosa uno de' primi pensieri di Marbeuf, affinchè i
Corsi ricevessero più volentieri l'imperio di Francia, fu quello di
pubblicare un editto del re, per cui si statuiva che sarebbe in Corsica
una nobiltà, e si numeravano le pruove che occorreva di fare a ciascuno
che di lei voleva essere parte, e vago si dimostrava di essere donato
della gentilizia. Presentarono i titoli, e le principali famiglie
furono ascritte a nobiltà; soli esclusi i discendenti di Michelangelo,
Gianantonio e Francesco Ornano, che avevano a tradimento ucciso il
tanto amato Sampiero; esclusione richiesta da tutti gli altri che alla
nobiltà aspiravano, e che lor fece altissimo onore.

Murbeuf, a termini delle lettere regie, convocò in Bastia pel 25
settembre 1770 l'assemblea della nazione. Volle il re che tanto in
questa, quanto in quelle assemblee che in avvenire convocherebbe o
permetterebbe, intervenissero i deputati divisi in tre ordini o stati,
quello della Chiesa colla prima preminenza, quello della nobiltà colla
seconda, e quello del terzo stato nell'ultimo luogo. Volle eziandio
ed ordinò che i deputati ecclesiastici, oltre i vescovi, gli eletti
de' capitoli ed i provinciali degli ordini religiosi de' serviti,
degli osservanti, de' riformati, dei cappuccini, de' domenicani,
de' missionarii, fossero eletti da pievani raccolti in assemblea di
ciascuna provincia; que' della nobiltà in simili assemblee da' nobili,
e que' del terzo stato pure in simili assemblee da' podestà e padri de'
comuni.

Diremo qui, per non dirlo altrove, che i deputati congregati in
parlamento il giorno predestinato udirono primieramente gratissime
parole da Marbeuf, enumerando i benefizii che intendeva di fare, sì
che i Corsi, solo che il volessero, pervenire potevano a qualunque
maggiore grado di felicità e di dignità, di cui le più nobili nazioni
si vantano, e pregando ed ammonendo adunque che cessassero gli odi e le
divisioni, e pensassero e considerassero che non più piccoli isolani da
tutto il mondo segregati, ma erano parte d'un tutto, grande, possente,
glorioso: e terminava che assai si rallegrerebbe e nel cuor suo
godrebbe, se innanzi al re Luigi dire potesse: «I Corsi la corona di
Francia amano, ed al benigno loro signore grati e riconoscenti sono.»

Quando Marbeuf ebbe posto fine al suo discorso, i Corsi giurarono
in nome del re. Toccando gli Evangeli, giurarono di essere bene e
fedelmente sottomessi al re di Francia, di riconoscersi per suoi veri
e legittimi sudditi, di non mai portar l'armi contro il suo servizio,
di non ricevere nè doni nè pensioni di alcun altro principe e potenza
nemica del re, di rivelare quanto a cognizione loro venisse contro del
servizio regio, di obbedire a chi mandasse per reggere ed amministrare
l'isola.

Seguitarono gli statuti, regolaronsi prudentemente le faccende
economiche, giudiziali, militari, ecclesiastiche, queste ultime per
quanto riguardava la giurisdizione rispetto alla potestà temporale.
Nè fu posta in dimenticanza l'università di Corte, fondata da Paoli,
di cui la consulta domandò la conservazione. Si udirono poscia le
domande delle province, delle pievi, de' comuni, savie per la maggior
parte e tutte amorevolmente udite. Addomandarono specialmente che
fosse permesso di stendere gli atti in italiano, e di procedere avanti
i tribunali nella medesima lingua materna e naturale dell'isola. Fu
risposto che quanto al presente il facessero pure, ma desiderare il
re che la lingua franzese divenisse famigliare ai Corsi, com'era agli
altri sudditi, e la consulta ne prescrivesse il termine.

Intanto i nuovi signori munirono di nuove fortificazioni Calvi e
Bastia, acciocchè i Corsi, avendole come un freno in bocca, non si
rimutassero d'animo, e non potessero più ravvolgersi, come pel passato,
fra i tumulti e le rivoluzioni.

Le cose si avviarono in ogni luogo alla franzese; e in questa guisa
finì la iliade della Corsica.

In quest'anno, la notte tra il 2 e il 3 febbraio, passò da questa vita
agli eterni riposi Clemente XIII. Era questo pontefice fornito delle
doti più degne della tiara; intenzioni pure, una pietà sincera, una
carità ardente, i primi anni del suo pontificato non sono soggetti
a rimproveri nè indegni d'encomio; e se a questi non corrisposero
pienamente gli ultimi suoi anni, coloro che si fecero a biasimarlo
attribuiscono la variazione della sua condotta a' consiglieri
differenti che lo diressero.

Trattavasi di eleggere il successore di Rezzonico; il che non era di
facile esecuzione. Gli Spagnuoli davano l'esclusiva a tutti i cardinali
che avevano avuto parte nel breve contro Parma, di cui diremo in
appresso, ed erano sedici. Di più, la Spagna non voleva consentire
a nissun papa che non fosse per sopprimere la società de' Gesuiti.
Choiseul, ministro di Francia, appoggiava con tutta l'autorità del
re Luigi la volontà degli Spagnuoli, la qual cosa riduceva la scelta
tra cinque o sei, nel numero de' quali erano i cardinali Stopani e
Fantuzzi. Ma la partita de' cardinali zelanti, come li chiamavano,
che volevano la conservazione di quella società, non consentivamo
all'esaltazione nè di Stopani nè di Fantuzzi, perciocchè troppo
apertamente s'erano spiegati di volere l'estinzione dei Gesuiti. Il
cardinale Ganganelli, quantunque fosse stimato di setta giansenistica,
s'era però meno fervidamente dimostrato alieno di que' religiosi, ed
alcuni anzi credevano che gli avrebbe conservati. Dall'altra parte i
Borboni, che intieramente Ganganelli conoscevano, il portavano come
capace di venire alla risoluzione ch'essi tanto desideravano: fu
anzi affermato da alcuni, ch'egli avesse dato promessa formale, se
papa divenisse, di estinguere la compagnia. Adunque tra per queste
cose e pel timore che la noia di star serrati in conclave troppo si
prolungasse, cosa che si vedeva virisimile pe' grandi contrasti che
vi erano dentro, e perchè la chiusura già da più di due mesi durava,
aderendo i cardinali avversi a' Gesuiti, non ripugnando la maggior
parte de' zelanti, Ganganelli fu eletto papa il 18 maggio. Dalla quale
elezione tutta la cristianità fu eretta a nuova speranza. Amò chiamarsi
Clemente, XIV di questo nome.

Ma prima di narrare le condizioni della Chiesa, al momento
dell'esaltazioe del nuovo pontefice, n'è d'uopo riferire le cose di
Parma, delle quali abbiam toccato al chiudersi del precedente anno.

Filippo, duca di Parma, Piacenza e Guastalla, a cui consigliava
Guglielmo Dutillot, sendosi accorto che per gli acquisti fatti dalle
mani morte per quelli che ogni giorno andavano facendo, e per quelli
finalmente che, quantunque ancora pendenti, fossero in possessione
altrui, dovevano col tempo necessariamente in loro ricadere una
prodigiosa quantità dei migliori e più fertili terreni de' suoi Stati
era e sarebbe sempre più venuta in potestà di simili persone di mano
morta, aveva pubblicato, ai 25 d'ottobre del 1764, per provvedere a
così grave sconcerto, una prammatica:

Che fosse proibito, statuì egli, a qualunque persona di qualsivoglia
stato, grado e condizione il vendere, donare, cedere, o in qualsivoglia
altro modo trasferire o alienare, nè in proprietà, nè in usufrutto, sia
per atto fra vivi o per disposizione di ultima volontà, compresa altra
successione intestata, in mani morte beni sì mobili che stabili, luoghi
di monte, censi attivi, azioni e ragioni di qualunque somma o valore;

Che dal superiore decreto fossero però eccettuati i lasciti limitati
alla sola vigesima parte del patrimonio di chi donasse o testasse, con
ciò però che il lascito per una sola volta si facesse, e sorpassare
non dovesse il valore di scudi trecento di Parma, e fosse in denaro
contante, e non altrimenti.

Che i crediti appartenenti alle mani morte ed ipotecati su stabili in
nissuna altra maniera soddisfare si potessero che coll'obbligare il
creditore alla vendita degli effetti ipotecati, ed il ritratto per la
somma del credito, se il creditore impiegare lo volesse, si dovesse
investire in luoghi di monte delle comunità suddite del ducato;

Che fossero vietate le locazioni perpetue od a lungo tempo a favore
delle mani morte;

Che parimente fossero vietati alle mani morte tutti gli acquisti che
ad esse si devolvessero in virtù di livelli, enfiteusi, reversioni,
e simili altre cause, e quando ad esse devoluti fossero per antiche
disposizioni, si fossero obbligate ad investirgli in persona laica
con giusto prezzo di vendita, ed il prezzo investir si potesse in
luoghi di monte, restando il possesso del fondo totalmente devoluto
presso l'erede dell'ultimo investito col solo obbligo di corrispondere
l'antico canone;

Che tale legge reggesse non solo le disposizioni da farsi, ma eziandio
le già fatte, se non ancora verificate;

Che mani morte non fossero riputati gli ospedali degl'infermi e degli
esposti;

Che le rinunzie da farsi da qualunque persona che volesse professare
in qualunque religione, convento, monastero, conservatorio, ritiro o
congregazione, o fossero esplicitamente, o quando no, s'intendessero
per legge abdicative ed estintive, cosicchè la successione, come se la
persona rinunziante non esistesse più fra i viventi, potesse e dovesse
passare in chi di ragione si doveva;

Che, oltre a ciò, i residui dei livelli o vitalizii riservatisi
dai professi non si potessero esigere, e per virtù della legge si
riputassero condonati;

Che ogni qualunque atto contrario alle disposizioni precedenti
fosse irrito, nullo ed in niun modo da attendersi dai tribunali e
giudici, e proibito fosse ai notai di rogarlo; riservata però alla
suprema autorità del principe la facoltà di concedere esenzioni a
chi ricorresse, quando per circostanze particolari il giudicasse
conveniente.

La raccontata legge dispiacque grandemente alle comunità religiose,
e sorto un grave bisbiglio ne' conventi, mandarono le loro lagnanze e
ricorsi a Roma. Anche gli ecclesiastici secolari se ne rammaricarono,
parendo loro che siccome nel secolo fra i parenti viveano, e fra di
loro ed i laici non v'era altra differenza, se non quella ch'essi
esercitavano il ministero divino, così ingiusta troppo e dura cosa
fosse, ch'ei fossero privati di quei benefizii che la società procura a
chi vive nella società.

Il duca Ferdinando, che era a Filippo succeduto, pubblicò, rispetto
a questi ultimi, cioè agli ecclesiastici secolari, ai 15 di giugno
del 1767, una sua volontà, per cui essi furono abilitati a succedere
alle eredità dei loro ascendenti e collaterali sino al quarto grado,
ed a fare acquisti di beni stabili, di censi, di fitti perpetui e di
altri annui redditi, sì veramente che si obbligassero, pei beni di
nuovo acquisto, di soddisfare a tutti i carichi pubblici, di non farne
alienazione a favore di alcuna mano morta, e di non declinare pei detti
beni il foro laicale. Il principe volle altresì che le successioni
devolute ai detti ecclesiastici, per disposizione di qualche persona
estranea o ad essi congiunta oltre il quarto grado, fossero irrite,
e si avessero per nulle e di nessun effetto. La quale irritazione e
nullità si intendesse anche estesa agli atti meramente lucrativi ed
alle cessioni e donazioni, ancorchè rimuneratorie e corrispettive.

Un grave abuso s'era introdotto nell'assetto delle contribuzioni di
certi beni ecclesiastici nel ducato di Parma. Certi beni, i quali
al tempo della formazione del catasto, per appartenersi a persone
laiche, erano stati allibrati e gravati, essendo in progresso di
tempo passati in mano di persone e corpi che pretendevano esenzione od
immunità, avevano la detta esenzione ed immunità ottenuta. Dal che,
fra gli altri inconvenienti, era succeduto quello che la rata delle
pubbliche gravezze spettante a tali beni, era andata tutta a cadere
sopra i restanti beni accatastati con doppio ed intollerabile aggravio
dei possessori; abuso non solamente lesivo dell'equità e giustizia
naturale, ma anche contrario alle leggi fondamentali del ducato,
secondo le quali trovavasi espressamente prescritto che i beni una
volta accatastati passar dovessero col loro carico e colla qualità di
tributarii in qualunque persona o corpo, ancorchè immune ed esente per
qualsivoglia causa o titolo fosse; legge stata eziandio riconosciuta
e confermata dai sommi pontefici Adriano VI, Clemente VII e Paolo III,
quando furono signori di Parma e Piacenza.

Per ovviare ad un tanto disordine, il duca Filippo, a ciò movendolo
sempre il Dutillot, già aveva ordinato, per legge promulgata
espressamente ai 13 di gennaio 1765, che quei beni che nei citati
catasti, per essere descritti ed allibrati in testa di laici o di
persone o corpi sottoposti alla giurisdizione laicale, erano stati
obbligati ai carichi pubblici, e che, per passaggi di successione, di
donazione o d'altro titolo si ritrovavano allora o per l'avvenire si
troverebbero in mano di persone o corpi che pretendessero privilegii,
immunità ed esenzioni, dovessero aversi e si avessero per tributarii ed
alle gravezze pubbliche così ordinarie come straordinarie sottoposti,
come se tuttora si appartenessero ai rispettivi loro autori, in testa
dei quali stati erano descritti ed allibrati.

Nel medesimo tempo però il principe volle che restassero immuni
ed esenti i beni che negli ultimi catasti erano stati descritti ed
allibrati con privilegio di esenzione ed immunità in favore delle
chiese o di altre opere pie ecclesiastiche. Dichiarò inoltre immuni
ed esenti tutti i patrimonii semplici, non solo già costituiti, ma
anche da costituirsi in avvenire a favore degli ecclesiastici secolari
promossi e da promuoversi agli ordini sacri, purchè non eccedessero i
limiti della tassa sinodale da verificarsi innanzi i tribunali.

Perchè poi quanto aveva ordinato con maggiore esattezza sortisse il suo
effetto, il duca creò un'intendenza sovrana, sopra i luoghi pii e sopra
tutti i corpi cadenti sotto il nome di mani morte; uffizio del qual
magistrato era di sopravvedere e provvedere che la volontà del principe
fosse eseguita.

Nè alle narrate deliberazioni si rimasero i pensieri del Dutillot e
del duca di Parma. Avevano i popoli supplicato al duca, e pregatolo di
far considerazione quanto restassero offesi dalla soverchia libertà per
cui si traevano fuor del dominio, e specialmente nelle curie di Roma,
i litigii così dei secolari come degli ecclesiastici. Lamentavansi i
popoli parimenti, ed al duca supplicarono, perchè vi rimediasse, che i
benefizii e le pensioni ecclesiastiche dai diplomi romani si dessero
a persone straniere con esclusione degl'indigeni; dal qual abuso
segnatamente venivano a sentir danno moltissime chiese parrocchiali,
anche quelle che rendite sufficienti per sè medesime non avendo pel
decente esercizio del culto divino, erano sovvenute dalle liberalità
dell'erario pubblico.

Le quali cose e supplicazioni bene considerato dal duca Ferdinando,
ed avutovi riguardo, pubblicò, ai 13 di gennaio 1768, un editto, per
cui comandò che, senza averne prima ottenuto il sovrano beneplacito,
nissun suo suddito, o mediato o immediato, o secolare o ecclesiastico,
o collegio od università, compresi i conventi e le famiglie religiose
dell'uno e dell'altro sesso, senza la menoma eccettuazione, si ardisse
di trarre o di esser tratto a contestare e sostenere, in qualunque
grado d'istanza, liti giudiziali in alcun tribunale estero, compresi
anche quelli di Roma, per qual si fosse causa, anche ecclesiastica e
relativa a beni, ragioni, diritti e preminenze di qualunque sorte;

Che nissuno nemmeno si ardisse, senza il mentovato beneplacito, di
ricorrere a principi, governi e tribunali esteri, nè per ragione
di beni, azioni, preminenze e diritti di qualunque sorta, nè per
conseguire ne' suoi Stati benefizii, pensioni ecclesiastiche, commende,
dignità o cariche con annessa giurisdizione di qualunque grado o
prerogativa;

Che i benefizii ecclesiastici curati e non curati, compresi anche i
concistoriali, le pensioni, abbazie, commende, dignità e cariche di
annessa giurisdizione, qualunque fossero, non potessero conseguirsi che
da sudditi nazionali, e ciò ancora nemmeno senza il previo beneplacito
dell'autorità sovrana;

Che senza la regia permissione dell'esecuzione nissun giudice o
tribunale, tanto laico quanto ecclesiastico, s'ardisse di eseguire qual
si volessero scritti, ordini lettere, sentenze, decreti, bolle, brevi e
provvisioni di Roma, e di qual si fosse podestà o curia estera;

Che qualunque atto contrario alla presente sovrana disposizione che da
qualche disubbidiente venisse fatto, fosse irrito e nullo e da aversi
in nissuna considerazione, con ciò eziandio che i disubbidienti fossero
severamente puniti anche in via economica, per la loro disubbidienza
verso le principali massime di buon governo e le più rilevanti leggi
dello Stato.

Un complesso di tali leggi e provvisioni in un breve corso d'anni
accettate e promulgate nel ducato di Parma e Piacenza dimostravano
evidentemente quanto quel governo fosse risoluto a sradicare gli abusi
che in materie giurisdizionali e nelle disposizioni regolatrici dei
beni e delle persone ecclesiastiche erano trascorsi. Ma queste erano
percosse fatali all'autorità romana, e di tanto maggior rammarico
quanto che le medesime deliberazioni andavano prendendo piede, e già
l'avevano preso in altri Stati, non che dell'estero, dell'Italia, e
pareva che fosse una tempesta che si volesse allargare in ogni luogo.
In termini difficili il pontificato si trovava; la resistenza lo
metteva in necessità di usare mezzi che l'opinione di molti riprovava,
e niuna cosa reca più grande pregiudizio ad una podestà, qualunque ella
sia, che fare deliberazioni non obbedite. Dall'altro lato, il non fare
risentimento accennava che esso abbandonasse quelle massime che per
tanti secoli aveva seguitato. A tale estremo passo gli era mestieri di
fare scelta tra il procedere pieghevole e prudente di Benedetto ed il
fare rigido ed inflessibile di alcuni altri papi. Clemente XIII non
era di natura intrattabile, e sarebbesi forse inclinato od a qualche
concessione od almeno a qualche mezzo termine di conciliazione; ma
troppo fu e consigliato e sollecitato ad opporre il pontificale petto,
ed a farsi forte contro di questa nuova tempesta.

Adunque, ai 20 di gennaio dell'anno scorso, il papa pubblicò la sua
sentenza, e contro i commettitori di quanto era contrario alla immunità
ecclesiastica ed ai diritti legittimi della sedia apostolica usò l'armi
pontificali. Toccate primieramente tutte le disposizioni del duca che
giudicava contro i diritti e le immunità della Chiesa, e reso conto
dei mezzi di pacificazione da lui inutilmente usati; investendosi
della sua pontificale autorità, scriveva che poichè speranza più non
v'era di stornare con la pazienza e la dolcezza i colpi terribili
intentati all'autorità della santa Sede e della Chiesa, credeva essere
giunto alla fine quel tempo, in cui egli vendicar doveva le libertà
ecclesiastiche così violentemente offese affinchè nissuno potesse
dargli la taccia d'aver tradito il suo dovere. Dichiarava pertanto
nulli, di niun valore, temerarii ed abusivi i sopraddetti atti,
decreti, editti, prammatiche, come usciti da mano di persone che non
avevano nissuna autorità di formarli. Dichiarava egualmente nulli e
di niun valore tutti quelli che dalle medesime persone in avvenire
uscire potessero; proibiva finalmente a' suoi venerabili fratelli ai
vescovi di quei ducati, ed a qualunque altro di conformarvisi. Oltre a
tutto questo, posciachè ad ognuno era notorio che tutti quelli i quali
avevano partecipato nella formazione, pubblicazione o esecuzione delle
ordinanze medesime, erano incorsi in tutte le censure ecclesiastiche,
così dichiarava che da queste censure non potessero essere liberati,
nè riceverne l'assoluzione, eccettuati i casi di pericolo di morte, se
non da lui stesso, o dal pontefice che dopo di lui sedesse. Dichiarava
altresì che, a volere che l'assoluzione data in pericolo di morte
fosse salutare e valida, era condizione indispensabile che, passato
il pericolo, gli assolti ritrattassero e disfacessero quanto avevano
fatto di attentatorio alle immunità ecclesiastiche; le quali cose non
facendo, rimarrebbero alle medesime pene sottoposti. Voleva finalmente
che, siccome era notorio che le sue presenti pontificali lettere
incontrerebbero pur troppo delle difficoltà, per essere pubblicate
ed affisse con sicurezza negli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla,
le pubblicazioni fatte nei luoghi soliti di Roma annodassero quelli
ai quali appartenevano, come se fossero loro state nominatamente e
personalmente intimate.

Parlossi altamente e fecesi un rumore grande pel mondo cattolico, così
delle risoluzioni del duca di Parma, come del monitorio del papa; ed in
mezzo ai molti discorsi, il duca Ferdinando, confortato dal Dutillot,
primieramente con suo editto del 13 di marzo 1768 proibì severamente
il monitorio in tutti i suoi Stati. Poi a dì 6 del seguente aprile
presentò, per mezzo dei ministri delle tre corone di Francia, Spagna
e Due Sicilie, al papa una rimostranza de' suoi ministri, in cui e
contro la pontificia decisione protestava, e, le sue ragioni adducendo,
dimostrava che le prammatiche e gli editti, di cui si trattava, avevano
fondamento nel diritto sovrano e nella incontrastabile utilità dello
Stato.

S'infiammarono dall'una parte e dall'altra gli spiriti. Uscirono
alla luce scritti moltiplici, alcuni in favore di Roma, molti in
favore di Parma. E siccome il papa, nel principio del suo monitorio,
aveva chiamato col nome di _suoi_ i ducati di Parma e Piacenza, si
riandarono le antiche cose, per conoscere quale fosse o non fosse la
sovranità della Sedia apostolica su di quella bella e doviziosa parte
d'Italia. Questi sostenevano che Parma e Piacenza fossero anticamente
parte dell'esarcato, e, per conseguenza, devolute con le altre città
di quell'antico Stato alla santa Sede; che i pontefici le avevano
senza contrasto possedute come vere e legittime possessioni della
Sede medesima; che i trattati posteriori, per cui s'erano variate le
sorti delle due città e date in mano di altri lignaggi principeschi
non avevano potuto cambiare la natura delle cose, nè aver la Sede
apostolica mai consentito alle mutazioni di signoria, ma anzi sempre
protestato contro le medesime. E venendo alle disposizioni del
duca Ferdinando contenute nelle prammatiche ed editti, dei quali si
contentava il merito, dicevano essere evidente ch'essi avevano posto
la falce nella messe altrui, ed intaccato enormemente i diritti della
potestà ecclesiastica. Se v'era abuso, esclamavano, non avere mai Roma
ricusato di darvi riparo coi principi secolari intendendosi, nè esser
ella per ricusare; ma essere nel tempo medesimo evidente che l'utilità
e nemmeno la necessità non danno il diritto, e che quando il mandato
non c'è, tutto quello che si fa è irrito, invalido e nullo, nè fare
si può senza ingiuria di colui al quale il fare si aspetta; se la
contraria dottrina prevalesse, si turberebbero tutte le giurisdizioni e
il mondo ritornerebbe nel caos, e la umana società si dissolverebbe.

I difensori di Parma non se ne stettero oziosi, e pubblicarono parecchi
scritti, fra i quali si notarono principalmente quelli di Giambattista
Riga, Piacentino, avvocato fiscale del duca. Del supremo dominio
parlando, asserirono che non mai la santa Sede l'aveva posseduto, e che
era favola di menti o non sane o ignoranti o bugiarde il pretendere che
Parma e Piacenza fossero anticamente membri dell'esercato di Ravenna,
perciocchè era notorio che furono sempre città soggette ai Lombardi,
o libere colle proprie leggi, o appartenenti al ducato di Milano.
Quanto alla immunità ecclesiastica, i difensori del duca allegavano
che quanto è vero che il governo della Chiesa in ciò che riguarda
le cose meramente spirituali è ed esser deve libero e independente
dall'autorità temporale; tanto da un'altra parte è certo che la potestà
che la Chiesa esercita sopra alcune cose temporali, come sono appunto
i beni della terra e le eredità e le successioni, è una concessione
de' principi, che essi possono o modificare o regolare, od anche
sopprimere, quando ciò per l'utilità dello Stato fosse richiesto; e
citando a sostegno dello loro opinioni santo Agostino, san Girolamo,
santo Ambrogio, continuavano a dire che nuova non era nella Chiesa la
prammatica del duca, e che esso non aveva fatto altro che imitare altri
principi, e queglino stessi dei quali la Chiesa sommamente si lodava.

A questo modo gareggiavano fra di loro e si davano l'un l'altro molte
brighe la corte Romana ed il duca di Parma; ma nissun di loro si
dipartì dalle prese risoluzioni, e tanta fu la prudenza del governo
del principe secolare, che nissun grave inconveniente nacque nel ducato
per l'interdetto messo sopra gli esecutori della sua volontà, nè pure
originandosi quelle turbazioni di alcuni ordini religiosi che parte
contristarono, parte sdegnarono Venezia ai tempi del suo interdetto.

Con tanta maggior franchezza il duca procedeva in questa bisogna che
le altre corti borboniche, le quali per un trattato del 1761, che
chiamarono il patto di famiglia, s'erano fra di loro collegate ad
ogni bene e ad ogni male, ed a conformità, anzi unità di consigli,
avevano preso focosamente a favorirlo. In fatti, non così tosto il
monitorio del papa era pervenuto a loro notizia, non si contentarono di
sopprimerlo ne' loro Stati, ma richiesero fortemente il papa della sua
rivocazione, la quale non avendo potuto ottenere, vennero finalmente
a determinazioni più rigorose e più efficaci. Il re di Francia, come
si è già detto al finire dell'anno precedente, fece occupare da' suoi
soldati, condotti dal marchese di Rochechouart, la città di Avignone
ed il contado Venosino; poi mandò commissarii del parlamento di
Provenza a prenderne possessione in suo nome, e ricevere il giuramento
di fedeltà, come di paese già annesso alla sua corona, dai consoli,
sindaci ed abitanti. Dal canto suo il re di Napoli pose le mani addosso
nel medesimo modo a Benevento, mandandovi soldatesche e commissarii, e
diceva che Benevento era suo, come il re Luigi d'Avignone e del contado
affermava.

Siccome poi ai Borboni non isfuggiva che la durezza del pontefice
procedeva principalmente dai consigli de' Gesuiti, che già avevano
cacciati da' loro Stati, e da quelli del cardinale Torrigiani, suo
ministro di Stato, prelato tutto dedito a que' padri, addomandarono
con molto calore ch'egli la compagnia di Gesù interamente sopprimesse.
Ma Clemente, che prestava molta fede alle loro parole, ed a cui
rincresceva di privare anche in Italia di quel sussidio la santa
Sede, giacchè negli altri regni della cristianità l'aveva perduto,
fermò l'animo e resse alle istanze, nè si lasciò volgere ai desiderii
de' principi. Dalla quale sua fermezza procedette che le cose
non si addomesticarono nè col duca di Parma, nè coi principi suoi
consanguinei, finchè Clemente XIII visse. Ei conservò il suo monitorio,
Parma i suoi ministri, Francia Avignone, Napoli Benevento, Spagna i
suoi risentimenti.

Oltre a questi disturbi di Parma, gravi e veramente pericolose erano
per altre parti le condizioni della Chiesa al momento dell'esaltazione
già detta del Ganganelli.

Non poco sdegno nudriva Giuseppe re di Portogallo contro di Roma,
per vedere ancora in piè gl'Ignaziani che tanto egli odiava. Vi era
anche in quel reame pericolo di scisma, cioè di separazione dalia
santa Sede, minacciando il re di creare un patriarca in Lisbona per
l'esercizio della suprema autorità pontificale, e di non avere più
altra comunicazione col pontefice romano che quella delle preghiere.

Non minori minaccie faceva la Spagna, la quale continuamente fulminava
contra i Gesuiti e con sinistre voci protestava che se di loro come
desiderava sentenziato non fosse, verrebbe a qualche risoluzione
funesta a Roma.

La Francia riteneva Avignone, come si disse di sopra, e grandi
risentimenti faceva sì per l'oltraggio fatto al duca di Parma colla
scomunica, e sì per le lunghezze che il papa andava framettendo per
conformarsi ai desiderii di Spagna ed a' suoi proprii per la domandata
soppressione.

Per le narrate cose il duca di Parma irritatissimo anch'egli si
dimostrava, e consigliato da ministri savii e fermi, faceva le viste di
non temere i fulmini del Vaticano.

Non riceveva la Sedia apostolica minori molestie dal re di Napoli, il
quale, oltrechè perseverava nello appropriarsi Benevento e Pontecorvo,
si spiegava eziandio di volere più avanti nello Stato ecclesiastico
allargarsi; e da riforma in riforma procedendo, dava a divedere che,
poichè il papa non voleva fare avrebbe fatto egli. In somma le immunità
ecclesiastiche continuavano ad andare in ruina nel regno. Il re,
considerati gli abusi che nascevano dalla riscossione delle decime
ecclesiastiche, le abolì intieramente, ordinando che l'erario regio
supplirebbe con una conveniente pensione in favore di que' curati, ai
quali, per la soppressione delle decime, restasse una congrua minore
di centotrenta ducati. Andava anche un giorno più che l'altro tarpando
l'ali alla nunziatura, con ridurre molte cause miste all'autorità
ordinaria dei tribunali regi. Queste mosse principalmente davano
Tanucci e Carlo di Marco.

Venezia, senza ricorrere all'autorità pontificia, di propria volontà
riformava le comunità religiose: lo spirito del Sarpi in lei sempre
viveva; nè valse a Clemente XIII che da Venezia sortito i natali
avesse per poter la novella tempesta schivare. Benchè in grazia di
lui avesse cassato il decreto, emanato già per risentimento delle
decisioni intorno ad Aquileia, che proibiva gli abusi di certe dispense
e delle indulgenze che per denaro si concedevano, non si rimase però
che qualche secreto rancore gli animi dei padri ancora non alterasse,
e non si manifestasse con rigori di dazii e di gabelle sui confini
contro i sudditi dello stato ecclesiastico. Ma più specialmente
nell'anno addietro il senato avvertì che le ricchezze del clero erano
divenute tanto esorbitanti che di grave scandalo riuscivano ai privati
e di molto danno al pubblico, però che le mani morte possedevano una
rendita quasi eguale a quella dello Stato. Quindi prese rigorose e
valide misure tanto sui beni de' cherici che sopra le persone loro;
ma noi potè fare senza che il papa gravemente se ne risentisse. Ed
in fatti con un suo breve dell'8 ottobre di quell'anno si lamentò
colla repubblica ch'ella avesse, oltrepassando i termini dei proprii
campi, posto i piedi in su quelli d'altrui, e sotto specie di regolare
interessi attinenti allo Stato, si fosse fatto lecito d'intaccare la
giurisdizione ecclesiastica; e dopo noverate ad una ad una le cose che
teneva illecite, «alzava la paternale voce, e la repubblica ammoniva
che da tali perniziose e scandalose determinazioni recedesse.» Rispose
il senato, e stette fermo nelle sue risoluzioni: il papa nuovamente
esclamava con altro suo breve del 17 dicembre sempre dello stesso anno,
ed, al senato le parole indrizzando, l'avvertiva che, recate dalle di
lui lettere nuove ferite al suo paterno cuore, dovea di nuovo parlare,
di nuovo ammonire, pregare, lamentarsi, biasimare. Ricevuto il breve
del papa, il senato non si rattenne in silenzio; ma non si rimosse
da quanto ordinato aveva, nè il pontefice venne al passo estremo
di pronunziare l'interdetto contro la repubblica; e come tal era la
condizione sua che il consentire gli pareva impossibile, il contrastare
senza frutto, le cose in quello stato si rimasero.

La Polonia stessa, che sempre era stata devotissima alla santa Sede,
mossa dall'universale consentimento e da quell'influsso contrario
che contro Roma si spandeva, cominciava a vacillare ed i privilegii
della nunziatura diminuiva, e poneva un freno alla volontà della curia
romana.

Alle quali cose se vogliamo aggiungere quello spirito filosofico
che d'ogni intorno spirava, e che metteva in dubbio non solamente le
prerogative della Sedia apostolica, ma ancora le verità stesse della
fede, si verrà conoscere a quale e quanta tempesta avesse ad ostare il
nuovo pontefice, ed in qual pericoloso frangente si avvolgesse.

Stava il mondo in grandissima aspettazione di vedere a quali consigli
si atterrebbe, e quali mezzi userebbe Clemente XIV per rivolgere in
meglio le disposizioni dei principi. Il cedere e il non cedere in tali
congiunture può essere ugualmente di danno, quello, perchè mette le
cose domandate per perdute, questo, perchè mette pericolo che se ne
perdano delle maggiori. Nè si ha nemmeno certezza che il concedere
faccia moderazione in chi domanda; imperciocchè il più delle volte
succede che più si dà e più si domanda. Contuttociò Ganganelli vedeva
evidente la necessità di contentare i principi, perchè, se di soverchio
si contrastasse loro, era da temersi che dessero della scure sulla
radice stessa dell'autorità pontificia, cosa alla quale gli scritti
dei filosofi e dei giansenisti stessi gagliardamente spingevano. Il che
ottimamente considerato, principiò a dare segni di quanto voleva fare.
Nominò suo segretario di Stato il cardinale Pallavicino, personaggio
grato alle potenze; scrisse ai monarchi lettere pacifiche ed amorevoli.

Lieti augurii eran questi, che già una causa speciale e viva
aveva fomentati, il viaggio, cioè, in Italia in quest'anno fatto
dall'imperatore Giuseppe. Vide Napoli, Roma e Firenze, vide la sua
Milano. Padre de' popoli più che re in ogni luogo si dimostrava,
il povero, più che il ricco in cale aveva, non abborriva dalle
tortuose scale ed anguste, nè aveva a schifo gli umili tugurii; il
più bell'ornamento di cui un possessore di regni possa far mostra,
portava seco; imperciocchè l'accompagnavano la semplicità del costume,
l'affabilità del discorso, la bontà dell'animo, e meglio amava sentirsi
chiamare benefico che augusto. La sua vivida mente in ogni occorrenza
appariva; figliuolo buono ed ingegnoso d'ingegnosa e buona madre.
Amava i dotti, e viaggiando gli accarezzava come stelle, fra la volgare
oscurità onorandoli. Pio ancora lo vedevano i popoli e religioso, dal
che argomentavano che non per tiepidezza di fede, ma per ardore del
ben fare richiamava a nuovi ordini le cose giurisdizionali e la vita
de' chierici. Le accoglienze che generalmente i popoli gli facevano,
e particolarmente gli ecclesiastici, erano segno manifesto del quanto
fossero cambiati i tempi da quelli di _Barbarossa_. Quando visitò
Roma, l'accompagnava il suo fratello Leopoldo, granduca di Toscana.
Nè l'uno nè l'altro si fecero, come il Medici, canonici di San Pietro.
Correva il tempo dell'interregno per la morte di Rezzonico, ed avanti
l'esaltazione del Ganganelli, il sacro collegio, che allora governava
la città, l'accolse con ogni più lieta e festevole dimostrazione,
deputando per complimentarlo ed accompagnarlo entro quelle festose
mura i principi Conti, Borghese, Aldobrandini, Doria, Barberini,
di Bracciano, di Piombino. Come prima in cospetto della città era
comparso, i principi deputati, avendo con esso loro il governatore di
Roma, con graziose parole l'avevano onorato; offrirongli la guardia
svizzera, che ricusò. Gli si diedero festini magnifici nelle case
di Bracciano, Corsini, Santacroce e Salviati: tutto era magnifico
e bello, ma il più magnifico e più bello era la semplicità del
fare e del favellare. Maravigliosa fra le altre fu la festa datagli
dall'ambasciatore di Venezia; ad onoranza e a disegno, imperocchè a
quel tempo Giuseppe vivesse con qualche amarezza verso la repubblica.

I due fratelli visitarono con divozione e maraviglia il famoso tempio
ben degno del principe degli apostoli, tempio d'una monarchia che
pensiero fu di un repubblicano. Desiderarono di vedere il conclave, che
a que' dì si teneva per l'elezione del nuovo papa; si apersero loro le
porte. Giuseppe domandò quando la elezione si farebbe, ed i cardinali
risposero aspettarsi i cardinali dall'estero; ed interrogando poscia
qual fosse il conclave che aveva durato più lungo tempo, gli venne
risposto, quello di Benedetto XIV, che più di sei mesi soprastette a
far l'elezione; al che soggiunse: «Or bene poco importa che il conclave
duri anche un anno, purchè nominiate un pontefice simile al Lambertini
che fu amico a tutti.»

«Mi vien voglia, dice uno storico illustre, di raccontare i presenti
che il sacro collegio ed il governatore di Roma fecero a Leopoldo,
simili a quelli di Giulio II, che mandò un carico di presciutti e
buoni vini al parlamento d'Inghilterra per renderselo benevolo; tre
piatti di vitella mongana adorni di fiori e nastri; di vini del paese
otto casse; di vini forastieri fruttati dalle Canarie, da Malaga, da
Cipro, sedici barili; di rosolii due; di pesci delicati, come storioni,
ombrine, tre; di zucchero, di zuccherini, di caffè, di cioccolata,
buona quantità, con frutti, confetti di ogni sorta prugnole, cedrati,
poponi, olive; e v'erano anche due statue di butirro alte ciascuna un
palmo: poi pavoni, fagiani, galline rare acconce in gabbia, presciutti,
mortadelle ed altri salumi preziosi. Questi pel gusto, i seguenti per
l'intelletto: dodici tomi in foglio di viste e prospettive di Roma con
parecchi quadri di mosaico e di tappeti istoriati oltremodo belli.
Vennero quindi i presenti più speciali di Roma, reliquie incassate
in oro del peso di sedici libbre con grande numero di pietre preziose
incastonatevi. Anche Giuseppe ebbe i suoi doni, e furono reliquie.»

Ai 17 di marzo i tre prelati deputati scrissero lettere all'imperatrice
madre, in nome del conclave, notificandole, avere il sacro collegio
esultato di tutta allegrezza, vedendo fra le mura di Roma e nel grembo
degli elettori del pontefice i suoi due figliuoli augusti. Narrarono
quanta fosse stata la pietà loro e la venerazione verso le cose sante;
dimostrarono quanto il sacro consesso desiderasse e quanto sperasse
ch'ella degnasse proteggere e crescere lo splendore e le prerogative
degli ordini religiosi, e conservare i diritti, le possessioni
e dominii della Chiesa. Testimoniarono infine, niuna cosa più
ardentemente desiderare che una pace inviolabile ed una perfetta unione
tra il clero ed i principi cattolici.

Partissi Giuseppe da Roma, poi dall'Italia, lodato e venerato anche da
coloro che di lui e delle sue intenzioni sospettavano. Ma i suoi detti
e fatti restarono nella memoria degli uomini, come segni e pegni di un
più felice avvenire.

Nello Stato di Milano regolaronsi le cose delle mani morte a foggia
di quanto erasi fatto in Parma ed a Venezia, ed istessamente quanto
riguardava agli ordini religiosi. Levata poi l'imperatrice Maria
Teresa di mano all'inquisizione ogni facoltà sui libri, avvocò a sè le
cause a questa materia relative, e statuì che la censura dei libri si
appartenesse ai magistrati da lei deputati.

Anche in Parma, oltre alle cose più sopra discorse, il duca,
lamentandosi, in sul limitare stesso d'un decreto, che una potestà
straniera esercitata da' claustrali sotto titolo d'Inquisizione del
santo Officio, si fosse ne' suoi Stati introdotta, volle ed ordinò che,
come morto fosse lo inquisitore di Parma, le cause dovessero giudicarsi
da' vescovi, e nissuno più si ardisse, altro che essi, ingerirvisi.
Poco appresso mori l'inquisitore, i vescovi assunsero il carico;
promessa loro dal principe, ove abbisognasse, l'assistenza del braccio
secolare. I detenuti nelle carceri del santo Officio furono dichiarati
tenersi prigioni a nome del duca sin che fossero le loro cause spedite,
dato anche ai vescovi il comandamento d'informare la potestà secolare
delle loro sentenze. E nel medesimo tempo il duca regolò i conventi,
espulse i religiosi forestieri, salvo chi per età o per merito o
per dottrina si meritasse di dimorare. Delle confraternite e luoghi
pii ordinò che, secondo l'utilità, fossero o soppressi o riformati o
incorporati.

Il marchese Tanucci e Carlo di Marco, ministri del re di Napoli, lo
movevano a statuire, come statuì, che i conventi che non potevano
mantenere dodici frati fossero soppressi, e i frati distribuiti in
altri conventi, con obbedienza di tutti verso gli ordinarii; che
nissuno prendesse l'abito claustrale prima di ventun anni, nissuno
professasse prima dei venticinque; che le rendite dei conventi fossero
depositate nel banco di Napoli a benefizio ed uso dei conventi
per quella rata che sarebbe creduta necessaria; che le cause loro
in prima istanza si giudicassero dui vescovi, e in appello da un
tribunale supremo instituito dal re; che i conventuali forastieri
tornassero nei loro paesi; che i benefizii e le dispense di affinità si
conferissero dai vescovi; delle rendite delle confraternite, cappelle,
congregazioni, una parte restasse assegnata al culto divino, e
dell'altra il re disponesse per opere pie; soprantendesse un magistrato
apposta creato dal re alle rendite dei vescovati, e se dei più ricchi
qualche cosa soprabbondasse, si ripartisse tra le chiese povere ed i
vescovi meno facoltosi.

In Toscana, in cui, sino dal 1751, per opera del reggente
Richecourt, del senatore Rucellai e di Pompeo Neri, si erano fatte
varie ordinazioni nella materia delle mani morte ed in quella
dell'inquisizione, specialmente intorno alle carcerazioni, ai castighi
e alla censura dei libri, in quest'anno, per un ordine del granduca
Pietro Leopoldo, i soldati andarono per le città, e tutti i rifuggiti
dalle chiese levarono, e li portarono nelle carceri della giustizia
civile; in pari tempo il granduca stesso scrivendo a Roma, gli uomini
nefarii non contaminare più col loro feroce aspetto le sedi di Dio,
essere nelle carceri ordinarie condotti, ma stare e vivere per loro
l'immunità, sospendersi contro d'essi, per rispetto dell'antico asilo,
la mano regia, nè la giustizia ricercarli dei commessi delitti. E i
rei per verità puniti non erano, ma per la sua deliberazione ciò almeno
aveva il buon principe conseguito che, chiusi in carceri sicure, quei
tormenti della società non potevano più uscire a spaventarla. Poscia
pel futuro Leopoldo decretò che i rifuggiti, in qualunque luogo si
fossero ricovrati o di qualsivoglia delitto colpevoli, salvo i falliti
di buona fede, ne venissero levati dai soldati della mano regia, per
essere condotti innanzi ai tribunali ordinarii, e castigati secondo
che avessero meritato. Solo per rispetto dei sacri luoghi, e per
conciliare quanto dalla giustizia era richiesto colla deferenza verso
la Chiesa, statuì che si moderassero le pene, e chi fosse incorso
in quella di morte si avesse solamente dieci anni di carcere, e chi
avesse meritato dieci anni di carcere, fosse punito con cinque, e così
in proporzione fossero tutte le altre pene dimezzate. Quindi proibì
il flagellarsi in pubblico, il castrare i fanciulli; soppresse la
bolla _In Coena Domini_; vietò ai conventi d'avere carceri senza la
approvazione del principe, e che le permesse si visitassero da deputati
laici. E (per non tornare più su questo argomento) ordinò negli anni
appresso che nissun forestiero più abitasse ne' chiostri toscani; che
i voti religiosi non si pronunziassero prima di ventiquattro anni;
che gli ordini mendicanti non ricevessero più novizii innanzi che
pervenuti fossero all'età di sedici, od anche di diciotto anni; che
si sopprimessero i conventi di minor numero di dodici religiosi; che
i preti secolari soli, massimamente i curati, e non più i religiosi
addetti ai conventi, potessero predicare per le campagne; che gli
ordinarii soli regolassero e sopravvegghiassero i conventi delle
monache, ed a niun modo potessero intromettersene i religiosi dei
conventi; che i conventuali aiutassero nel ministerio divino i parrochi
ed a loro fossero soggetti; che le congreghe ricche sopperissero alle
povere; che nuove parrocchie sorgessero là dove ne fosse bisogno.

Al terminare di quest'anno, rendutosi fatalmente celebre in Francia, in
Olanda, in Germania, in Inghilterra per le inondazioni di fiumi e di
torrenti, pur la Italia ebbe a patirne di straordinarie e gravissime
per le insolite colmate del Tevere, del Panaro, del Tagliamento ed
altri che, ingrossati a dismisura, con furia sterminatrice dai letti
traboccarono. Le acque del mare due volte inondarono Venezia, e
contaminarono con gravissimo danno quelle che ivi si conservano nelle
cisterne o venute dalle pioggie o portate dal continente ad uso de'
suoi abitatori.

E nella seconda di tali allagazioni, spirando impetuosissimo un vento
lungo le spiaggie dell'Istria, il mare sconvolto sgominò un lungo
tratto del lito, e trasportando altrove sabbia, cespugli e quanto altro
ivi era, lasciò scoperti gli avanzi e le rovine di un'intera antica
città che conserva ancora la disposizione delle strade interne, le
fondamenta e le muraglie delle abitazioni, portici, colonne, pavimenti
di musaico e cento altri vestigii di un'ampia e ricca popolazione che
stendevasi per due miglia incirca fra Umago e certo vecchio e sfasciato
castello già chiamato Sipar.

Mentre dissotterravansi rovine morte, seppellivansi i vivi. In
una parte dei bellunesi monti, sfasciatasi un'alta montagna detta
Piz d'improvviso, andò a piombare sopra la soggetta popolazione,
schiacciandone le capanne, i bestiami ed oltre a cinquanta persone,
rimaste prima sepolte che morte.



    Anno di CRISTO MDCCLXX. Indizione III.

    CLEMENTE XIV papa 2.
    GIUSEPPE II imperadore 6.


Giunto in quest'anno il solito momento di promulgare la bolla _In Coena
Domini_, tanto dispiacente ai sovrani, Clemente XIV se ne astenne,
omissione, la quale, quanto più insolita era, tanto maggiore argomento
ne prendevano gli uomini per giudicare delle future operazioni del
pontefice. Già s'era riconciliato col Portogallo che accettò un nunzio,
accettazione che il re non aveva mai voluto consentire finchè durarono
le differenze.

Quanto a Venezia, col suo costume di andare a seconda, e bene persuaso
che in quell'età male con gli anatemi si conseguivano i fini della
Chiesa, lasciò portare la cosa al tempo. Quindi avvenne che i conventi
si andarono negli Stati della repubblica spopolando, per modo che
vicina se ne vedeva l'ultima fine. Passati tre lustri, il senato
permise le vestizioni a sedici anni e le professioni a ventuno.

Per prima risoluzione nelle cose di Parma, Ganganelli sospese l'effetto
del monitorio, e ribenedì il duca. Della quale benigna sentenza diede
subito notizia al re di Francia, con isperanza che Luigi il ritornasse
in possesso d'Avignone. Ma così questo sovrano come gli altri della
famiglia borbonica persistevano nel loro proposito, ancorchè il duca
di Parma si sforzasse con ogni buon uffizio e diligenza di muoverli
ad una intiera riconciliazione colla santa Sede. La cagione della loro
renitenza era, ch'essi volevano la soppressione dei Gesuiti.

Finalmente il papa avendo fatta nel 1773 questa gravissima
deliberazione, Roma restò del tutto riconciliata coi principi; onde
accadde (il che tutto vuol dirsi a compimento dell'incominciata
narrazione) che nel mese di marzo dell'anno susseguente 1774, a ciò
sempre confortando il duca di Parma, ella fu rimessa nella possessione
di Benevento e d'Avignone. Le quali cose avvenute, si fecero grandi
feste in Roma; cantossi solennemente l'inno delle grazie in presenza
di tutti i cardinali, e la sera vi si ordinò una luminaria assai bella
e magnifica, come sono tutte quelle che sogliono rallegrare una città
quale Roma è, che così nell'alta come nell'umile fortuna seppe sempre
tener grado e ritrarre di grandezza. Cotal fine ebbe il molesto litigio
tra Roma e Parma, il quale, incominciato da deboli principii, portò poi
con sè assai più gran soma che uomo credere avesse potuto.

Non un altro litigio, ma un trattato tra la santa Sede ed il re di
Sardegna, il cui fine era di tor via certi abusi, che avevano la loro
origine nell'asilo dato ai malfattori ne' luoghi sacri, fu pur questa
un'opera del buono e prudente Ganganelli, il quale era solito dire, nè
senza contentezza, che alla perfine la Chiesa conserverebbe ciò che per
diritto divino era suo, e perderebbe ciò che i potentati della terra
le avevano dato, e che cagione per lei era di tante querele, di tanti
risentimenti, di tante molestie, e così ancora di tanti scandali e
discordie tra i fedeli: memorande parole, memoranda la sentenza!

Benevola fu la volontà di Ganganelli verso il re Carlo Emmanuele, o
piuttosto verso i suoi popoli; ma da quanto ancora restò degli abusi
in materia di asilo, si potrà argomentare dell'enormità di quanto
esisteva e dell'assurdità del principio sul quale la facoltà dell'asilo
era fondata; imperocchè non solamente dannoso alla società, ma ancora
empio e ridicolo sia il dire, che sia rispetto e venerazione verso
la casa di Dio, ch'essa procuri sicurezza a chi meriti la galera o la
forca, e divenga tana, donde i malfattori, come da luogo d'insidia, si
avventino a rubare ed ammazzare gli onesti cittadini, ai quali lo Stato
è debitore di sicurezza e di salute.

Già sin dai tempi di Benedetto XIV si era aperta una pratica intorno
agli asili tra il pontefice e il re, desiderando il principe di
moderarne gli abusi, donde procedevano grandissimi sconcerti nel
paese nè essendo meno desideroso il capo della Chiesa di rimediarvi.
In fatti, Benedetto aveva già con sua istruzione mandata al cardinale
Merlini, arcivescovo d'Atene, nunzio e ministro apostolico a Torino,
moderato molte cose che all'uso di cui si tratta s'aspettavano. Ma,
malgrado di tale moderamento, nascendo ancora inconvenienti di non
poca importanza, di nuovo il re aveva richiesto la santa Sede, che a
più efficaci risoluzioni devenisse. Questa pratica maneggiava in Roma
il conte di Rivera quando, già morto essendo Benedetto, era Clemente
XIII in sua vece stato al seggio pontificale assunto. Andava Clemente
in questa faccenda assai più a rilento che il benevolo e facile suo
predecessore; perocchè delle cose di questo mondo più colla pietà
che colla prudenza giudicava. Ciò non ostante, il Rivera già l'aveva
indotto ad utili concessioni, e si speravano maggiori moderazioni per
viemmaggiormente facilitare il corso della giustizia, quando Clemente
da questa vita n'andò ad abitare fra i più. Ripresersi i negoziati
sotto Clemente XIV, i quali finalmente vennero a conclusione sul
principiare dell'anno presente.

Clemente decretò e pregò il re che fosse contento delle seguenti
risoluzioni:

Conciossiacosachè si veda che la principale cagione donde nascono gli
abusi sia quella che gli uomini di mala vita si ardiscono di rizzare
sulle antiporte, atrii e porticali delle chiese, tugurii, frascati,
capannucce, baracche ed altre simili casucce ad uso non solamente
di ricovero sicuro e stabile, ma ancora per serrarvi e nascondere
armi d'ogni sorte, riporvi i frutti dei loro latrocinii, introdurvi
femmine scandalose, uscirne ad assaltare i viandanti, ed impunemente
commettere altri eccessi, donde risultano, e un grave pregiudizio
della tranquillità pubblica, e la profanazione manifesta dei luoghi
santi; resta comandato ai vescovi ed ai rettori delle chiese di far
sgombrare incontanente dai detti antiporti e simili luoghi le baracche
e casucce, tanto nocive al ben pubblico, quanto indecenti per la maestà
dei templi; restando loro anche ingiunto d'impedire che nuove non vi
s'innalzino; e se nuove si innalzassero, tosto abbiano cura che si
demoliscano.

Per maggiormente facilitare la necessaria purgazione di quest'infame
genia, o diminuire almeno il numero delle loro nefandità, ordinò anche
il pontefice che fosse facoltà ai vescovi di trasferire i rifuggiti
da un asilo all'altro, e se i trasferiti abusassero una seconda volta
dell'asilo, perdessero la protezione della Chiesa, e fossero arrestati
dovunque si trovassero. E perchè i vescovi ciò fare potessero con
maggior facilità, volle che non fosse necessario un regolare processo,
ma solamente un atto di coscienza informata per trasferire un rifuggito
da un asilo all'altro, stando però sempre fermo che per privarlo, in
caso di recidiva, del beneficio dell'asilo, fosse richiesto il regolare
processo. Dichiarò altresì che le cause di privazione di asilo per
abuso fossero il rubar di nuovo, il nascondere i furti, il ricettare
femmine di mala vita, l'insultare ed offendere i viandanti, il celare
chiavi false, grimaldelli ed altri simili stromenti di ladri.

Stante poi che alcuni delitti sono cotanto gravi che in niun caso debba
chi commessi gli ha trovare ricovero e scampo ne' luoghi sacri, resta
decretato, scrisse il pontefice, che, oltre i commettitori di delitti
atroci già esclusi dall'asilo pei decreti dei precedenti pontefici, del
beneficio dell'asilo in niuna maniera godere potesse chi pei principi
forastieri soldati arrolasse, chi avesse falsificato il sigillo e le
lettere apostoliche o regie, chi a mano armata rubasse cosa che per
la somma, secondo le leggi comuni o municipali, meritasse la pena
di morte, chi l'onore delle donne violasse, rapisse le oneste e non
consenzienti.

Atteso poi eziandio che per bolla di Clemente XII era stato assicurato
l'asilo ai minori di vent'anni, allorchè commesso avessero omicidii
atroci, e che da qualche tempo negli Stati del re si moltiplicavano
per mano dei detti minori di età delitti di simil fatta, così il
pontefice espresse la sua volontà che a tali giovani ricovero niuno
fosse dato nei sacri luoghi, e se dentro vi si rifuggissero, tosto
si consegnassero al braccio secolare, volendo e prescrivendo che
per omicidii atroci s'intendessero il parricidio, il fratricidio,
l'ussoricidio, l'assassinio per tradimento, l'assassinio a ghiado, o
che insidia vi fosse o che non vi fosse, l'omicidio per rissa quando
dopo la rissa trascorse fossero sei ore, o fosse brutale, e senza
ragione suscitata si fosse dalla parte del delinquente la rissa.

Finalmente abbiano i vescovi, Clemente statuì, facoltà di estrarre
dall'asilo, e consegnare al braccio regio chi alcuno con pericolosa
e mortale ferita offeso avesse, anche innanzi che ne fosse seguita la
morte del percosso, con ciò però che se le ferite fossero state date
per necessità di difesa o per caso fortuito, o se ancora il ferito
non morisse nel termine prefinito dalle leggi, il reo dovesse venir
restituito alla chiesa.

Le quali lettere e disposizioni pontificie avendo il re ricevute, molto
con lettere regie ringraziò il pontefice del suo volere condiscendente.
Rimedio valido fu, ma non sufficiente. Quanto ancor rimase di queste
franchigie della Chiesa per procurare asilo ai malfattori, recava
ancora gravissimo danno, poscia che la mano della giustizia era in
molti casi impedita dal ghermire chi lo meritava, ed in altri casi la
prontezza del procedere, cotanto necessaria per reprimere e frenare i
facinorosi, si cambiava in indugiamenti perniciosissimi. Oltracciò, gli
ordini religiosi, pretendendo di non essere soggetti alla giurisdizione
degli ordinarii, ed essendo l'esecuzione delle volontà del papa
commessa ai vescovi, avvenne che i ribaldi si ricoveravano negli atrii
delle chiese o nei chiostri dei conventi, dove, per non poter esser
giunti dall'autorità vescovile, sicuri vivevano, e donde uscivano per
rubare e per bruttarsi le mani di sangue. Così distrutta od almeno
moderata una immunità, un'altra più forte e più pertinace sorgeva.



    Anno di CRISTO MDCCLXXI. Indizione IV.

    CLEMENTE XIV papa 3.
    GIUSEPPE II imperadore 7.


Povero di avvenimenti si presenta quest'anno, e poche cose e di non
grave importanza ne porge da ricordare.

Giunto, alla metà d'ottobre, in Italia l'arciduca Ferdinando,
sposossi nella metropolitana di Milano a Maria Ricciarda Beatrice
d'Este: maritaggio che diede motivo a molte gioconde e liete feste.
Ma quella che vogliam notare si è il matrimonio di trecento garzoni
con altrettante donzelle per munificenza de' regi sposi celebrato
nella basilica di Santo Stefano maggiore della detta città, con doti
proporzionate al grado di chi le dava, e convitati tutti quanti a lauto
banchetto, rallegrato dal suono di musici strumenti, ed illustrato
dalla presenza de' benevoli arciduchi.

A Parma, alcuni moti popolari richiamarono la vigilanza del duca.
Arrestate molte persone di grado, ed anche ecclesiastiche, furono
esiliate; in pari tempo un ducal editto comandava un raddoppiamento
di forza armata a quiete della città, la dispersione de' gruppi
d'oltre a sei persone, la ricerca e la punizione degli autori d'atti
o discorsi sediziosi od insolenti. Intanto giunto in Parma, col
titolo di consigliere di Stato del re di Spagna, il marchese di Liano,
l'ottimo Dutillot, che da quasi vent'anni con altissimo senno regolava
le bisogna del ducato, partì per Madrid prima che il presente anno
cadesse, e di là poi recandosi in Francia, dov'era nato, poco tempo
dopo terminò la gloriosa vita.

Avviatesi in Corsica le cose alla franzese, non per questo sedaronsi
gli animi, e travolto il primo intendimento, criminose rendevansi le
fazioni, tanto contro i Franzesi occupatori del paese quanto contro
gli stessi compatriotti, cui i facinorosi percuotevano con omicidii,
saccheggi e disordini d'ogni fatta. Il governo franzese, che vedeva
la somma difficoltà di guadagnare a sè una nazione non punto concorsa
a prendersi in collo il giogo del suo dominio, nulla pretermise per
rendere men gravi le catene, e tutte le vie cercava di ridurre l'isola
ad uno stato di qualche calma. Trasportato in Corsica non picciol
numero di famiglie franzesi, principalmente ne' luoghi che per le
vicissitudini e pel lungo durar della guerra aveano ad un tempo perduto
gli abitatori ed i coltivatori delle terre; eretti nuovi villaggi;
accomodate le strade principali; aggiunte nuove fortificazioni a Corte,
all'isola Rossa, e migliorate quelle d'Aiaccio e di altre piazze forti,
sempre munendole di buoni e numerosi presidii; tra queste e altre
simili provvidenze, e più di tutto per mezzo di quella efficacissima
insinuazione che deriva dall'assoluta ed invincibile necessità,
cominciò a vedersi nell'isola quella quiete che da molti anni n'era
sbandita.



    Anno di CRISTO MDCCLXXII. Indizione V.

    CLEMENTE XIV papa 4.
    GIUSEPPE II imperadore 8.


Si sono precedentemente vedute le diverse mosse che Clemente XIV dava
per corrispondere con opportuna condiscendenza ai desiderii d'una gran
parte de' principi cattolici. Ma il più duro scoglio che superare
si dovesse per metter pace tra il sacerdozio e il principato e far
tornare amici i rappresentanti della potestà secolare era severamente
la controversia intorno a' Gesuiti. Instavano acerbamente i principi
per la soppressione; e siccome diffidavano della corte romana, così
sospettavano, non già che Ganganelli li favorisse, che anzi sapevano
che li disfavoriva, ma che per qualche fine più nascosto amasse di
tirare il negozio in lungo, e forse di farlo dileguare per istanchezza.
Quando Monino di Spagna, Almada di Portogallo, Bernis di Francia,
Orsini di Napoli incalzavano, soleva rispondere che il lasciassero pur
fare; che il negozio era grave, e il volea considerare maturamente;
ch'egli era il padre comune de' fedeli, soprattutto dei religiosi; che
non poteva distruggere un ordine di tanta fama nel mondo senza avere
ragioni che appresso a tutti i fedeli, e massimamente appresso a Dio,
il giustificassero.

Debole conforto aveva la combattuta compagnia nel patrocinio del re di
Sardegna, già per mortale infermità vicino a lasciare questo mondo;
poichè intanto nello Stato romano a molti segni si conosceva che il
pontefice aveva la mente avversa da' Gesuiti, e come si approssimasse
la loro ultima fine. Ganganelli non amava di vederli, nemmeno di
salutarli, quando incontrati gli facevano riverenza. Erano loro negate
le udienze, e le decisioni favorevoli s'indugiavano, le contrarie
si affrettavano. Il seminario romano retto da' Gesuiti a Frascati,
conservatorio magnifico, ma allora indebitato, fatto prima esplorare
da tre visitatori, che aspramente ed alla traversa fecero l'ufficio,
restò poscia soppresso, tempo un mese per ritirarsene ai padri, e data
licenza ai pensionarii ed agli studenti di andarsene. Presesi anche
possesso a nome del papa del sontuoso palazzo ch'essi avevano a Tivoli,
e che si apparteneva al medesimo seminario. L'argenteria e gli altri
mobili preziosi dati in custodia ai monti di pietà, vendute intanto le
provvisioni.

Oltre il seminario, i Gesuiti possedevano in Frascati un collegio, al
quale, perseverando Clemente nel medesimo rigore, toccò la medesima
sorte che al seminario. Già presaghi di quanto doveva avvenire, non
accettavano più novizii, e non vestivano gli accettati. Si trattava di
tor loro a Loreto l'uffizio di penitenzieri che esercitavano; perchè
s'erano conceputi sospetti, e si temeva che volessero far sorgere umori
torbidi contra ciò che si andava preparando.

Rigide commissioni furono date al cardinale Malvezzi arcivescovo di
Bologna, e rigido esecutore trovarono. Visitò per ordine supremo del
papa i collegi della compagnia in tutta la diocesi; non ne fu contento
e non voleva essere. Biasimò gli studii, biasimò la disciplina, molte
cose trovò in disordine. Sospettò delle confessioni, sospettò degli
ammaestramenti, prese risoluzioni conformi ai sospetti. Sospese gli
esercizii de' Gesuiti nelle feste di Pasqua, chiuse le scuole, serrò,
portandone le chiavi, tutte le congregazioni che da loro prendevano
regola e norma. Nè ciò bastando, vennero da Roma nuovi ordini: che il
rettore della casa di Bologna mandasse incontanente alle loro famiglie
tutti i Gesuiti della diocesi, eccettuati solamente quelli che avevano
fatto il quarto voto, e che nissun convento li potesse ricevere
sotto pena di scomunica; che fosse proibito a' Gesuiti d'insegnare il
catechismo in pubblico, proibito d'addottrinare nelle chiese, proibita
l'assistenza ai prigionieri, proibiti il ministerio dell'ordine di San
Gabriele e gli esercizii di Sant'Ignazio. Nè qui ancora si terminarono
le tribolazioni di Bologna. I Gesuiti novizii, cacciati dalla città,
eransi riparati alla campagna nel seminario vescovile. Fu intimato a
quelli dello Stato veneto che svestissero l'abito gesuitico; la qual
cosa ricusando essi di fare, arrivarono soldati che gli sforzarono. Gli
altri, o maestri o allievi, mandati chi a Modena, chi altrove.

Compiti i rigori, vennero le angherie. Ciò con dannabile consiglio,
perchè vestiva la sembianza di persecuzione e di cupidità. Male in
queste cose si mescola la gola del fisco; ma la camera apostolica era
inesorabile quando di denaro si trattava. Malvezzi domandò al collegio
gesuitico di Santa Lucia mille scudi per le spese della visita. I
Gesuiti supplicarono al papa perchè giustizia facesse e temperasse
i rigori dell'arcivescovo. Ne venne aspra e minacciosa risposta. A
Ferrara le medesime cose successero per ordine di Roma e per opera del
Cardinal Borghese. La tempesta soffiava contro gl'Ignaziani in tutto lo
Stato romano. A Roma stessa continuavano a precipitare, rigidezza vi si
usava contro i pericolanti padri. Si vietò loro l'accesso al monastero
di Santa Maria dei Funari, a cui si trovava annesso un ospizio di
zitelle fondato da Sant'Ignazio: ne avevano la direzione spirituale; il
papa sospettoso ebbe per bene che fosse loro tolta.

Quantunque Clemente da lungo tempo si fosse prefisso nell'animo di far
fine alla compagnia, tuttavia, acciò non si credesse ch'egli facesse un
giudizio precipitoso, o venisse per filo e per timore dei principi ad
un atto tanto solenne, aveva ormai tre anni temporeggiato. Creò anzi,
per dimostrare di voler considerare la cosa con maggiore diligenza, una
congregazione di cinque cardinali, Zelada, Casali, Caraffa, Corsini
e Marefoschi, con ordine di bene pesare le cose e a lui fedelmente
riferirle.



    Anno di CRISTO MDCCLXXIII. Indiz. VI.

    CLEMENTE XIV papa 5.
    GIUSEPPE II imperadore 9.


Finalmente il Vaticano fulminò. Il dì 21 di luglio del presente anno
vide distrutta l'opera di Paolo III, le radici di più di due secoli
svelte; tante magnifiche fonti d'istruzione e di educazione nei due
mondi chiuse; tante ricchezze in mani aliene mandate; la più forte
milizia di Roma annientata e dispersa; ma vide ancora, e il disse
un papa, la cui sentenza ognuno doveva e deve credere ed avere per
irrefragabile ed inappellabile, vide, si dicea, la cessazione di non
pochi disordini, e la pace del sacerdozio coll'impero.

In quel dì, 21 luglio, fatale pei figliuoli d'Ignazio, papa Clemente
XIV dalla suprema cattedra l'atta sentenza pronunziò, con acconce
parole al mondo favellando. Molte cose essendogli state addotte
ed avendo discusse, il santo padre, per aiuto, come disse, e per
ispirazione del divino Spirito, e spinto così dalla necessità del
proprio uffizio, come dal rispetto che aver dovea alla tranquillità e
quiete dalla cristiana repubblica, persuaso inoltre che, la società
di Gesù non poteva più partorire quei copiosi frutti pei quali
era instituita, convinto eziandio che finchè ella esistesse, pace
nella Chiesa nè vera nè lunga essere potrebbe, mosso finalmente ed
incalzato da cagioni che le leggi della prudenza all'ottimo governo
della Chiesa universale somministravano, e cui nel cuor sepolte
profondamente serbava, pronunziò che fosse estinta e soppressa la
sopraddetta società di Gesù; che fosse soppresso ed abrogato ogni suo
ufficio, ministerio ed amministrazione, ogni casa, ogni scuola, ogni
collegio, ogni ospizio e luogo qualunque, in qualunque provincia, reame
o dominio si trovassero; che fossero abrogati ed annullati i suoi
statuti, regole, pratiche, decreti, costituzioni, anche quelli che
per giuramento, autorità apostolica o altrimenti confermati fossero;
che fossero egualmente annullati e cassi tutti e ciascun privilegio e
indulto sì generale che speciale, e cassi ed annullati s'intendessero,
e come se nel presente suo breve a parola per parola fossero inseriti,
e qualunque fossero d'altronde le formole, la clausole, i decreti,
in cui si contenessero o come fossero concepiti. Per la qual cosa,
seguitò ordinando, volle e decretò che fosse estinta per sempre ogni
autorità del generale dei Gesuiti, dei provinciali, dei visitatori e
di qualsivoglia altro così nello spirituale come nel temporale; che
ogni loro giurisdizione ed autorità fosse intieramente negli ordinarii
trasmessa; che fosse alla società proibito il ricevere novizii e il
dare l'abito; che quelli che fossero accettati, ai voti nè semplici nè
solenni essere non potessero ammessi; che i presenti novizii fossero
incontanente e senza alcun indugio licenziati; che per nissun titolo o
privilegio o ragione coloro che già con voti semplici fossero astretti,
ed a niun sacro ordine iniziati, esser non potessero agli ordini
maggiori promossi.

Decretando la soppressione della compagnia, il santo padre non omise
di statuire quanto agl'individui riguardasse: che coloro, sentenziò
adunque, i quali fossero solamente vincolati dai voti semplici, e
non entrati negli ordini sacri, si intendessero pienamente liberati
dal vincolo dei voti, e rientrassero nel secolo per fare quella vita
che alla loro vocazione, forze e cognizioni di sè medesimi meglio
convenisse; ma quelli che già fossero stati promossi agii ordini
sacri, o entrassero in qualche ordine approvato dalla santa Sede, o
nel secolo vivessero come semplici preti o cherici, ben inteso però che
tenuti fossero all'obbedienza e sottomessione intera e totale verso gli
ordinarii de' luoghi; quando poi alcuno di costoro non fosse provveduto
d'alcun benefizio, se gli assegnasse, sulle rendite della casa o
collegio che abitava, un onesto sostentamento. Quanto a quelli fra i
professi e promossi agli ordini sacri, i quali d'onesto sostentamento
non fossero provveduti, o niun luogo avessero che potessero eleggere
per domicilio, o per età, o per salute inferma, o per qualche altra
giusta e grave scusa, opportuno non istimassero lasciare la casa o
collegio della società, potessero restarvi, con ciò per altro che in
nissuna maniera potessero ingerirsi nell'amministrazione della casa o
collegio, vestissero l'abito dei cherici secolari, ed intieramente si
sottomettessero all'ordinario del luogo; con ciò però eziandio che non
mai in nissun caso confessare potessero e predicare a quei di fuori.
In ordine poi a quelli che come preti secolari vivessero nel mondo, i
vescovi, conosciuta la loro capacità e bontà di costumi, potessero o
investirli o privarli della facoltà di confessare e predicare. Se poi
alcuno fra i soppressi padri imprendesse ad insegnare la gioventù, o di
qualche collegio divenisse maestro o di qualche scuola, sì il potesse
fare purchè non s'ingerisse del governo ed amministrazione della casa,
ed alieno di dimostrasse da quelle dispute e dottrine, da cui solevano
nascere gli odii, le discordie e le turbazioni.

Annullati e cassi nel modo sopraddetto gli stati e privilegii della
società, Clemente dichiarò volere che quelli fra i socii che come preti
eletto avessero il vivere nel mondo, godessero di tutti i benefizii e
prerogative che appartenevano ai loro consimili, non mai stati astretti
a vita claustrale fra la società.

Comandò poscia a tutti ed a ciascuno dei Gesuiti soppressi, e così a'
cherici tanto regolari quanto secolari, che non mai senza licenza del
pontefice romano si ardissero parlare o scrivere nè della soppressione
nè delle forme, regole, costituzioni e governo dell'annullata società,
e nei medesimo tempo proibì a tutti ed a ciascuno di offendere, per
occasione della soppressione, sotto pena di scomunica o in voce o
in scritto, o nascostamente o palesemente, con ingiurie, soprusi,
villanie, beffe, scherni, o qualunque altra maniera di disprezzo qual
si volesse persona, molto meno gli antichi membri della compagnia.

Raccomandata in ultimo luogo la pace a tutti, e domandato a' principi
cristiani il braccio forte per l'esecuzione della sua volontà nella
bolla della soppressione espressa, il pontefice protestò volere che
essa sortisse il suo pieno ed intero effetto, non ostante tutte
le costituzioni ed ordinazioni apostoliche, anche quelle che dai
concilii generali emanate fossero, non ostante ancora la regola
dell'irrevocabilità del diritto acquistato e qualunque altro statuto,
pratica, privilegio e concessione fatta o data, alle quali tutte egli
derogava, e voleva che si avessero per nulle e di niun valore, e se
come mai state non fossero date o fatte. Per maggior cautela poi e
sicurezza che quel che ordinato avea puntualmente si eseguisse, diede
l'autorità dell'esecuzione alla congregazione dei cinque cardinali
e dei due prelati antecedentemente già nominati, volendo che in via
sommaria e senza contestazione o forma o giudizio, anche per mezzo
dell'inquisizione, procedessero contro le persone di qualsivoglia
stato, grado, qualità e dignità fossero, le quali ritenessero,
serbassero o celassero libri, scritture, mobili o suppellettili
qualunque che alla soppressa società si fossero appartenute. E
potessero anche obbligarle a svelare le nascoste cose colle censure
ecclesiastiche, e con tutt'altra pena, con cui piacesse alla
congregazione di castigarle.

Per tal modo l'edifizio innalzato da Paolo III fu demolito da Clemente
XIV. A queste deliberazioni seguitarono ferme esecuzioni. Ai 16
d'agosto, in sul far della notte, i prelati Macedonio e Alfani, membri
della congregazione più sopra accennata, andarono alla casa professa
del Gesù; il prelato Sersale al collegio romano di Sant'Ignazio;
il medesimo prelato Alfani al noviziato di Sant'Andrea; l'avvocato
Zacheri, prosegretario della congregazione dei vescovi e regolari, alla
penitenzieria di San Pietro; l'avvocato Dionigi, auditore del cardinale
Caraffa, all'ospizio dei Portoghesi in Trastevere; il prelato Archetti,
al Collegio germanico; il prelato Riganti al collegio greco; il prelato
Passionei al collegio scozzese; l'abbate Foggini, teologo del cardinal
Corsini, al collegio degl'Inglesi; finalmente il prelato Della Porta
al collegio maronita: gli accompagnavano compagnie di soldati corsi.
Occupatisi dai soldati tutti gli aditi, e postisi tanto dentro quanto
fuori delle nominate case, ciascun prelato deputato, assembrati e
chiamati in cospetto loro i religiosi della comunità, lessero loro per
bocca di notari, che seco loro avevano condotto per questa bisogna,
le lettere del mandato, di cui erano dal pontefice investiti, poscia
la bolla che l'istituto sopprimeva. Quindi procedettero a mettere
i sigilli su gli archivii, sulla ragioneria ed altri depositi o
d'argenterie o di provvisioni. Le quali cose fatte ed eseguite, i
deputati se ne andarono, lasciando sul luogo i soldati, affinchè i
sigilli si conservassero intatti e fermi, ed i religiosi guardassero.
Il giorno seguente i religiosi soppressi cessarono le loro scuole ed
ogni altra funzione. Le loro chiese furono chiuse, eccetto quelle del
Gesù, di Santo Apollinare, in cui furono posti ad ufficiare cappuccini,
minori osservanti e preti secolari, con proibizione di farlo essi
Gesuiti pubblicamente, e nemmeno di farsi vedere nelle sagrestie.

Il medesimo giorno essendosi adunata la congregazione dei cinque
cardinali negli appartamenti della Rota al Quirinale, mandò ordine
che il padre Ricci, superiore generale dei Gesuiti, fosse trasferito
dalla casa professa al collegio inglese: il quale ordine fu messo ad
esecuzione la sera, condotto e scortato il Ricci dai soldati al luogo
destinato in una carrozza del cardinale Corsini, il quale, siccome
persona di bontà, nè troppo avversa ai Gesuiti, il dimane gli mandò
offerendo cioccolato, caffè ed altri simili delicature di cibi. A tale
umile stato era ridotto un uomo che poc'anzi reggeva una compagnia
ricchissima e potentissima in tutte le provincie cristiane dei due
mondi, e che nato egli medesimo in una famiglia per antichità, per
dignità e per beni di fortuna risplendente, ogni altra cosa piuttosto
doveva augurarsi, che questa di dovere cibarsi dei cibi altrui. Dopo
tre mesi poi venne, per le imprudenze di alcun suo amico servato in
castel Santo Angelo. Gli assistenti del generale furono anch'essi dalla
forza soldatesca sostenuti chi in una casa, chi un'altra.

Ancorchè la bolla della soppressione de' Gesuiti fosse da tutti
aspettata, poichè non s'ignoravano nè le istanze de' principi, nè
che il papa già da lungo tempo biecamente li guardava, nè gli atti
rigorosi che erano stati usati contro di loro nelle principali città
dello Stato ecclesiastico, fu ciò, non ostante, con molta maraviglia e
quasi stupore in Roma ricevuta. Alcuni avevano creduto che il papa non
si sarebbe osato di dare un così gran passo, e di venire ad una tanta
deliberazione, che stimavano poter riuscire di grave pregiudizio alla
santa Sede. Altri si erano persuasi che si sarebbe trovato per ripiego,
siccome n'era corso voce, di riformare solamente la società, non di
estinguerla. Non si sa per quale proposito, ma certo è bene che il
ministro di Spagna aveva in ultimo scritto alla sua corte pregando che
della riformazione si contentasse. Ma era venuta risoluta risposta, che
attendesse pure alla soppressione, e d'altro non gli calesse, perchè
sapeva bene il re quel che si faceva.

Ora in quella Roma solita a fare ed udire tanti discorsi sulle
operazioni dei papi, si parlava diversamente, e secondo i diversi
umori della deliberazione di Ganganelli. Chi le era contrario e per
amore de' Gesuiti parlava, andava facendo varii commenti, ed aspre
parole a pensieri aspri annestava. Dall'altra parte i difensori del
papa non tacevano, nè i loro discorsi erano meno acerbi di quelli degli
avversarii. Lungo sarebbe il riportare il molto che fu detto, ridetto
e contraddetto in Roma, poi negli altri paesi intorno alla soppressione
dei Gesuiti. Intanto per ogni luogo si andava sfasciando l'edifizio da
papa Paolo eretto.

I principi cattolici accettarono la bolla di Clemente quanto alla
soppressione; ma rispetto ai beni della compagnia, che il papa aveva
desiderato che si applicassero ad opere pie ecclesiastiche, i sovrani
dichiararono che vi mettevano su la mano regia, e ne avrebbero fatto
quell'uso che più vantaggioso avrebbero stimato allo Stato ed alla
religione. Fecero anche qualche riserva in ordine a quelle clausole
della bolla che contrarie fossero ai diritti della sovranità ed alle
leggi ed usi del paese. Nominatamente la repubblica di Venezia aveva
bensì accettato la bolla, ma colla condizione che fosse salva in tutto
la condizione dei vescovi, salvi i diritti sovrani, le leggi ed il
costume della repubblica, ed esclusa intieramente la comminatoria della
scomunica. Il decreto del senato investì il patriarca della facoltà
di eseguire il breve, quanto alla parte spirituale, con ciò però che
nulla facesse senza l'assistenza di un senatore delegato. Volle altresì
che il senatore prendesse possesso dei beni gesuitici a nome della
repubblica, che si usasse ogni dolcezza coi religiosi soppressi, e che
agli altri ecclesiastici si anteponessero così per le messe quotidiane
come per gli altri esercizii spirituali.

Parimente i serenissimi collegi di Genova s'impadronirono per decreto
espresso di tutti i latifondi, di tutti i mobili ed immobili, di
tutte le rendite, di tutti i capitali in oro ed argento, vasellame,
libri, vasi sacri ed ornamenti che ai Gesuiti appartenevano, o di cui
godevano, e così pure delle loro case, collegi e chiese che esistevano
o fossero per esistere negli Stati della repubblica, ordinando ad una
deputazione composta di tre senatori e quattro nobili di prenderne
reale ed effettivo possesso, e di usare a questo fine tutti i mezzi che
sarebbero necessarii.

Allo stesso modo adoperarono gli altri sovrani d'Italia; il re
di Napoli specialmente con molta condiscendenza verso la volontà
del pontefice, il re di Sardegna con qualche amaro motto verso il
breve, non perchè della soppressione non si soddisfacesse, ma per la
disposizione del papa di voler dare una destinazione determinata ai
beni dei religiosi soppressi, parendogli, come a Venezia ed a Genova
era paruto, che ciò toccasse le prerogative della sovranità temporale.
Già regnava in quel momento sul Piemonte, in luogo di Carlo Emmanuele
III, morto ai 20 di febbraio del corrente anno, il suo successore e
figliuolo Amedeo III.

In ogni parte ebbe luogo l'umanità verso i vietati padri, nè
soggiacquero ad altri rigori, se non quelli che derivavano dal tenore
stesso della bolla. Solamente nella Valtellina, come prima vi si ebbe
notizia della bolla di soppressione, il popolo si sollevò a furore, e
li cacciò via con grida e minacce, mettendo anche a sacco i loro beni,
case, chiese e collegi.

Nella Germania cattolica il breve ebbe facile esecuzione, se si
eccettui la città di Augusta, di cui il principe vescovo scrisse a
Clemente, esservi i Gesuiti giudicati necessarii per utilità della
religione, e però il pregava di contentarsi che seguitassero a vivere
in comunità. Il papa non se ne soddisfece, e, maneggiando il negozio
con prudenza, ottenne finalmente quel che desiderava, ed Augusta
uniformossi al breve.

Ma la volontà del pontefice diede in intoppo nella Slesia per
l'opposizione del re di Prussia. Eranvi in quella provincia Gesuiti, a
cui era commessa l'educazione della gioventù cattolica. Il re non volle
che il breve vi fosse mandato ad effetto, e conservò que' padri nella
direzione delle scuole con salvezza de' loro beni, case e collegi.

Tra le ricerche fatte con estrema diligenza tanto da' commissarii
apostolici in Roma quanto da' deputati de' principi nelle varie
provincie d'Europa, e la minaccia della scomunica contro chi ritenesse
le proprietà de' Gesuiti, non poche ricchezze si rinvenirono in arnesi,
gioie, vasi così sacri come ad uso mondano, ed altre masserizie di gran
valore. Rinvennesi eziandio una certa quantità di denaro contante;
ma questa parte non riuscì all'aspettazione universale, essendosi
ritrovata di gran lunga minore delle enormi somme che nelle riposte
gesuitiche od in conservo presso i loro banchieri gli uomini si erano
dati a credere essere accumulati; conciossiacosachè fosse voce che
occultato avessero e messo in salvo più di ducentocinquanta milioni di
franchi.

Noi abbiamo di sopra accennato siccome al 20 di febbraio del presente
anno il re Carlo Emmanuele III di Sardegna aveva abbandonato la
vita, correndo l'anno settuagesimo secondo della sua età. Guerriero
abile, amministratore diligente, principe d'ottimo costume, sarebbe
per ogni parte da lodarsi, se in certe cose anche buone il volere
far troppo non si voltasse in vizio. Lasciò del suo regno memorie
notabili. Oltre ad altri benefizii, la Sardegna riconosce da lui la
fondazione delle due università di Cagliari e di Sassari; e se da
lodarsi era il pensiero di aprire que' fonti di utili sussidii in
una contrada che molto abbisognava, ugualmente da lodarsi fu il modo
con cui fu mandato ad effetto. Assegnaronsi ai professori emolumenti
ragguardevoli per que' tempi, e sotto un principe piuttosto scarso che
assegnato nello spendere, non furono certamente di poco momento. Fecesi
diligente ricerca de' migliori e più dotti uomini, tanto nazionali
quanto esteri per condurli ad insegnare nelle due novelle università.
Si ordinò una buona disciplina per gli studenti, un acconcio metodo
d'insegnamento per le scuole, una conveniente norma pegli studii. La
Sardegna a nuova vita scientifica e letteraria sorgeva, e si rendeva
manifesto che quell'antica terra era anch'essa feconda di felici
ingegni. Giambattista Simon arcivescovo Turriano, Giannantonio Cossù,
Giuseppe Cossù, Francesco Carboni, Francesco Maria Corongiù, Salvatore
Mameli, Giuseppe Valentino, ed i Cetti ed il Gemelli, con molti altri,
le scienze e le lettere nella famosa e per troppo lungo tempo dagli
Spagnuoli negletta isola nobilitarono.

Nè devesi defraudare della meritata lode il re per aver dato un
migliore ordinamento ai monti frumentarii, o granatici, come si
chiamavano in Sardegna, che per opera delle antiche corti, cioè
assemblee generali degli Stati, avevano avuto principio. Erano questi
monti frumentarii depositi destinati a sovvenire, accomodandoli per via
di prestanze gratuite o di modico interesse di denari, gli agricoltori
che da per sè non potevano, per mancanza di fondi, sementare le terre.
Ma siccome avviene nelle umane istituzioni, anche le migliori, o per
difettive ordinazioni sul principio o per abusi nel progresso, questi
repositorii non corrispondevano più alle intenzioni de' fondatori, e
si erano deviati dall'uso e dall'utile per cui stati erano istituiti.
Per ritirare verso il suo principio una instituzione utilissima in un
paese dov'erano ancora molte terre incolte, ordinò il re, cui erano
ministri o consiglieri un Bogino, un Lodovico Costa della Trinità, un
Vittorio Lodovico des Hayes, ordinò, a ciò movendolo principalmente la
sentenza del Costa, che in ciascun luogo, per ristringere le cose sotto
uniforme regola, vi fosse un magistrato d'uomini eletti così fra gli
ecclesiastici come fra i laici (pensiero accomodato, perchè gli uni e
gli altri avevano antichi diritti), i quali il locale monte avessero in
governo; e perchè l'amministrazione con norma certa ed ordine stabile
procedere potesse, per la ordinazione medesima furono statuiti i doveri
di ciascuno, e le forme del governare, ed il modo dello spartimento de'
frumenti, della riscossione de' crediti, del rendimento delle ragioni.
Di grado in grado, affinchè più occhi la medesima cosa guardassero,
salivano gli ufficii; in ogni diocesi fu creato un magistrato
diocesano, al medesimo modo composto di ecclesiastici e di laici, ma
dal vescovo presieduto, datagli la cura d'invigilare sui magistrati
locali. Si fece poi provvisione che gli uni e gli altri, cioè ed
i magistrati locali ed i diocesani, sopravvegliasse un magistrato
supremo, che in Cagliari sedeva, ed a cui furono chiamati i principali
uffiziali della corona, le prime voci d'ogni stamento ed altre persone
che per zelo dimostrassero avere graziosa volontà verso i monti, e
per pratica sapessero giovarli. Al buon pro loro usaronsi eziandio
le servitudini, e ad opportuni ordini corrisposero conformi effetti.
Diedesi con molto zelo opera ai lavori gratuiti comandati da chi
per feudalità di chiesa o di spada ne aveva il diritto, i magistrati
sopra i monti con ardore ed intelligenza li disponevano, accrebbersi i
capitali, diminuissi il merito delle prestanze, con maggiore agiatezza
vissero i coloni, molte terre, per lo innanzi sterili ed infeconde,
divennero fertili e fruttifere, e produssero in pro della meglio
amministrata isola copia d'ogni buona sostanza. Tanto potè una buona
volontà regolata da buon giudizio! Moltiplicossene la popolazione della
Sardegna, onde si può affermare che Carlo Emmanuele sia stato il più
provvido e benefico sovrano che da molti secoli indietro ella avuto
avesse.

Carlo Emanuele non era uomo da lasciarsi trasportare dal secolo,
posciachè i pensieri proprii non con istraniere forme, ma da sè
formava; e nemico era di qualunque novità che non gli fosse paruta
utile e buona per ogni parte. Ingegno molto riflessivo aveva, tanto
forse eccessivo nella prudenza, quanto lontano dalla temerità. Tardo
era nel determinare, tenacissimo nella cosa deliberata. Giusto era, e
delle feudali cose sanamente pensava; ma, lento nel toccarle per timore
di scrollare l'edifizio sociale di cui erano parte; pure si mosse.
Erano in Savoia le mani morte a guisa dell'antico reame di Borgogna,
di cui il primitivo dominio della casa di Savoia fu membro. Queste mani
morte, ch'erano di due sorti, o delle terre o delle persone, ei regolò
primieramente nel 1762, senza troppo conseguire il fine che desiderava,
e poi definitivamente nel 1771, con grandissimo utile degli uomini e
delle cose.

Lodano alcuni Carlo Emanuele per aver dato miglior sesto alle
costituzioni de' suoi Stati, opera già incominciata da suo padre.
Certamente egli è in ciò da lodarsi, perchè ne risultò maggiore
uniformità nell'amministrazione e nella giustizia, ma è da biasimarsi
di non aver cancellato da que' codici i vestigii dei tempi barbari che
non in picciol numero li contaminavano, massime circa lo stato delle
persone ed i processi e giudizii criminali. Per essi si vedeva che le
dolci dottrine che accennavano a miglioramenti nel governo dei principi
verso i popoli, principalmente negli ordini giudiziali, poco o nulla
avevano ancora penetrato, nè udite erano in piazza Castello della
nobile e generosa Torino.

Crudo non era punto Carlo Emmanuele, ma la tenacità della sua natura
il teneva ch'egli quelle riforme, anche salva l'autorità regia,
nelle leggi operasse che non che l'umanità, ma ricercavano ancora la
giustizia e la religione. Già nei vicini regni e nei lontani un più
benigno influsso andava consolando gli uomini, ed a migliori speranze
chiamandoli; il Piemonte, a guisa delle rocche che il circondano,
immobile durava, nè mostrava d'inchinarsi ai piacevoli venti. Già un
Luigi, due Ferdinandi, un Giuseppe, un Leopoldo le condizioni degli
uomini da loro governati ammollivano, ed a benefiche voci prestavano le
orecchie; ma Carlo Emmanuele ai generosi esempi poco si moveva, quasi
unicamente contento al travagliarsi intorno all'amministrazione, nella
quale certamente molto valeva.

Gli studii si fomentavano, purchè non uscissero da un disegnato e
stretto cerchio. Nissuna vita nuova, nissun impulso, nissuna scintilla
d'estro fecondatore; un aere grave pesava sul Piemonte, e i respiri
impediva. Lo stesso vivere tanto assegnato del principe faceva che la
consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che nissuno dall'usato
sentiero uscisse, ancorchè più facili, più utili e più dilettevoli
strade di sè medesime facessero mostra in luoghi vicini.

Dai duri lidi fuggivano Lagrange, Alfieri, Denina, Bethollet, Bodoni,
e fuggendo dimostravano che se quella era per natura una feconda terra,
aveva un gretto agricoltore. Carlo Emmanuele e Bogino si martorizzavano
sui conti, e le generose aquile, sdegnose di quel palustre limo, a più
alti e propizii luoghi s'innalzavano. Francia, Italia, Inghilterra,
Prussia i nobili rampolli accoglievano, ed essi sopra alieni campi
fruttificavano: Luigi Federico, Ferdinando, Leopoldo pagavano il debito
di Carlo Emmanuele e del suo successore.

Tuttavia è da terminarsi quanto di Carlo Emmanuele fu detto colle
parole che un valente scrittor franzese, il signor Mimaut, antico
console generale di Francia in Sardegna, lasciò in una Storia che
ai giorni nostri pubblicò di quell'isola, riportandole quali le ha,
nelle sue storie, tradotte il chiarissimo Botta: «Se mai tempo felice
e prospero fuvvi per la Sardegna, certo fu quello del regno di Carlo
Emmanuele III. Fu questo principe, succeduto a suo padre nel 1730, il
migliore ed il più grande re che la casa di Savoia illustrato abbia. Ei
godrà nella memoria degli uomini di una gloria tanto più pura, quanto
che per benefizii e per virtù se l'acquistò, e per le sue fatiche a
niun'altra cosa mirò che alla felicità de' suoi popoli. Non isfuggì
a quest'eccellente principe, cui guidavano i savii consigli del conte
Bogino, suo primo ministro, uno dei più abili statisti del tempo, suo
Sully e suo Colbert, di quanta importanza per lui fosse la possessione
di un'isola pur troppo dai suoi antichi signori avuta in non cale;
perciò egli con più particolare amore amolla e coltivò.»

Non così tosto il re Carlo Emmanuele era passato da questa vita
all'altra, che il re Vittorio Amedeo, suo successore, si era con
tutta la famiglia condotto alla Veneria, donde non ritornò a Torino
se non dopo alcuni giorni; ma prima che vi giungesse, aveva mandato
pel cavaliere di Morozzo, ministro degli affari interni, domandando
al Bogino che dismettesse la carica di ministro della guerra e di
Sardegna, conservatogli però lo stipendio e le pensioni di riposo;
della quale carica fu investito il conte Chiavarina, segretario del
gabinetto del re. Il marchese di Aigleblanche, della casa di san
Tommaso, fu chiamato ministro degli affari esteri con soprantendenza
degli archivii. Gli fu, dopo alcun tempo, surrogato il conte di Perone,
e il conte Corte fu chiamato ministro degli affari interni in cambio
del Morozzo. Il cardinale delle Lance, uomo di un fare generoso e
grande, ma delle prerogative di Roma zelantissimo, il quale grande
elemosiniere della corona era, domandò licenza, e l'ebbe, ed in suo
luogo fu sostituito il Rovà, arcivescovo di Torino.



    Anno di CRISTO MDCCLXXIV. Indiz. VII.

    CLEMENTE XIV papa 6.
    GIUSEPPE II imperadore 10.


Godeva il papa anzi prospera salute che no; poichè e di complessione
robusta era, e le sue naturali forze non erano state consumate da
vita intemperante e licenziosa; che anzi era sempre vissuto assegnato
e parco, siccome a' suoi moderati desiderii si confaceva. Per tal
modo si andava avanzando verso la più vecchia età, quando in uno di
quei giorni della settimana santa del corrente anno, dopo di aver
pranzato, si sentì in un subito una commozione nel petto, nello
stomaco e nel ventre, come se compreso fosse da un freddo interno. Ne
restò con istupore, essendo cosa insolita; ma pure, siccome quello
che d'animo forte e costante era, attribuendo quell'insulto di male
a caso fortuito, si riebbe, e a poco a poco si rasserenò. Tuttavia
fu principio di un'infermità che era per rompere il filo della sua
vita; imperciocchè gli si cominciò ad arrocar la voce, e per questa
ragione, stimandosi che fosse afflitto di catarro, fu deliberato che
per la cappella che dovevasi tenere nella basilica di San Pietro il
giorno di Pasqua se gli mettesse un capannone o bussola per ricovero
nel sito della cappella. Precauzione inutile, perchè gli si vide dopo
alcuni giorni infiammata la bocca e la gola, quindi seguitare vomiti
interrotti, ed eccessivi dolori nel ventre; le orine gli si impedirono,
gli s'infievolirono le gambe, perdeva le forze, ed ogni giorno più
si rendeva manifesto che il suo mortale corpo si andava disfacendo.
Mormoravasi che di veleno si morisse. Forse egli stesso sel credeva,
tanto era stato subito il male, e tanti erano i sospetti che regnavano.
Certa contadina del paese di Valentano, Bernardina Beruzzi, che altri
chiamavano Peronchini, famosa profetessa, aveva predetto la morte del
Ganganelli ad insistito sulla predizione, come se esser dovesse effetto
d'una trama. Ganganelli non era uomo da lasciarsi spaventare da simili
baie fatte per dar pasto agli sfaccendati su per i trivii e su per le
piazze, e Bernardina teneva in quel concetto che meritava, cioè di una
sciocca o d'una furba. Ma da un'altra parte, conoscendo quanto sotto
dolci spoglie certa gente nascondesse d'odio e di vendetta, provvedeva
a sè medesimo, e la propria salute con tutti i mezzi più prudenti
procacciava. Scrissero che furongli trovate pillole contro i veleni. La
vitale forza interna mancava, stante che un umore litigginoso, ch'era
solito sfiorirgli alla pelle, quell'anno non uscì.

Già la morte si avvicinava. Successe un po' di calma, come suole
avvenire poco innanzi che l'uomo sia venuto all'ultimo confine della
vita, come se Dio avvertire volesse i mortali di pensare ai fatti loro
in quell'estremo momento. Già i famigliari si rallegravano, come se
il loro signore a sanità tornasse. Ma la calma era preceditrice della
morte. Ricomparirono in un subito i funesti segni, e la mattina de'
22 settembre Ganganelli esalò la forte anima, rendendola a colui che
gliel'aveva data.

Fu sparato il cadavere. Trovaronsegli lividori nelle intestina, la
pelle ancor essa illividita ed in alcuni luoghi nera; tutta la salma
rendeva un fetore insopportabile. Crebbero i romori che il santo padre
fosse stato avvelenato, non già perchè le apparenze dell'esplorato
cadavere ciò dimostrassero, perciocchè si osservano anche nei morti
senza veleno e da morti naturali tolti da questa vita, ma perchè gli
uomini si erano mattamente dati a credere che colui che aveva soppresso
i Gesuiti non di morte naturale, ma di tossico dovesse morire. Gli
uni affermarono l'attossicamento per certo, gli altri con eguale
asseveranza il negarono. Del resto, è da credere che dal detto al fatto
ci sia una gran distanza, nè si vede che i medici che il cadavere hanno
tagliato abbiano dichiarato avervi trovato sostanza velenosa, cosa che
sola avrebbe potuto levar via ogni dubbio.

La morte di Clemente increbbe a tutti coloro che amavano di vedere
la sincera religione unita alla paterna sopportazione. Papa unico
il chiamavano, papa quale ad un secolo scrutatore ed inquieto si
conveniva. Sono parecchie cose al mondo che più colla bontà si
acquistano che colla ragione; perocchè niuno è che la bontà non ami, ma
la ragione ha spesso per nemico chi ella convince.

Tutti i sovrani avevano in venerazione Clemente; nè solo i cattolici,
ma ancora quelli di religione diversa. Federigo di Prussia, fra gli
altri, assai del buono e spiritoso papa si soddisfaceva, ed amava
di contentarlo. Da lui impetrò che il vescovo di Breslavia potesse
visitare una parte de' suoi diocesani, agevolezza che non aveva mai
potuto ottenere da' predecessori. «Che buon papa, che buon papa
ha Roma,» diceva Federigo, e il diceva da vero, non per malizia,
quantunque malizioso fosse.

Il nome di Clemente era in onore in Inghilterra. Vedevansi a Londra
frequenti, così ne' luoghi pubblici come nelle case dei privati, i
busti di questo pontefice. Le quali cose quando gli venivano riferite,
ei rispondeva: «Volesse pur Dio che ciò che fanno per la persona, il
facessero per la religione!» In somma in quel paese, tanto abbondante
d'uomini sensati, tanto era nominare Ganganelli quanto Lambertini, due
papi simili per dottrina, per saviezza, per bontà, per ingegno.

Nè minori sentimenti di rispetto e d'affetto nodriva per Ganganelli
l'imperadrice di Russia, la quale gli scrisse lettere molto onorevoli
per impetrare un vescovo cattolico a regola e consolazione de' prelati
e religiosi del rito romano che abitavano ne' suoi Stati.

Dicono che l'egregia fama di Clemente fosse anche penetrata sino a
Costantinopoli, e che il soldano molto l'onorasse. Fu anzi tramandato
alla memoria che il sovrano de' Turchi abbia detto un giorno parlando,
all'ambasciatore di Venezia: «Se tutti i vostri papi fossero come
quello che presentemente avete, i nostri patriarchi greci non si
mostrerebbero tanto dalla corte di Roma alieni. Egli è un saggio che
molto sa e rettamente procede, e non fia che ai più lo somiglino le età
future.»

I Turchi, i protestanti, i Russi, gli Inglesi stessi, tanto odiatori
del papato, lodavano quel papa che altri con malediche penne lacerava.
Le lodi stesse dei dissidenti gli erano imputate a delitto, come se
la durezza e la cupidigia de' due papi della famiglia de Medici e di
alcuni altri non avessero partorito abbastanza amari frutti per la
Chiesa cattolica, e specialmente per la sede di Roma.

Clemente, assunto al pontificato, aveva seguito il suo consueto
costume quanto alla vita privata, da umile fraticello vivendosi qual
era stato, ma nelle udienze e funzioni pubbliche non mancava in lui
la magnificenza. Molto ancora si studiava di abbellire la sua Roma.
Promosse ed ingrandì l'opera già cominciata da Lambertini, di adunare
in un museo che ancora oggidì del suo nome di Clemente si chiama,
preziosi residui dell'antichità. Raccolse i già noti, trovonne in quel
fecondo suolo degl'ignoti, e tutti collocava in luogo appropriato,
a maraviglia dei curiosi, ad istruzione degli studiosi delle belle
arti. Parve che l'antica terra alle generose intenzioni del pontefice
sorridesse; imperciocchè, tentata, versava fuori in copia le opere
preziose degli scarpelli de' secoli passati. Le reliquie della nostra
religione, i residui della pagana ad un tempo adunava. Gli uomini di
gentilezza informati o di studio desiderosi di ciò il commendavano
molto; ma divenne argomento di nuova accusa dall'altro lato,
biasimandolo i suoi nemici dello aver mescolato le cose sacre colle
profane, come se un museo d'antichità fosse una chiesa. Piacevagli
visitare sovente quelle onorande depositerie de' nostri antichi padri;
piacevagli mostrarle egli stesso in persona ai forestieri che la sempre
gloriosa Roma visitavano, e fra le maraviglie che vi si vedevano, il
buon pontefice stesso non era la minore. Ebbe particolare cura della
libreria del Vaticano, cui in singolar modo adornò di stampe, di testi
a penna, di medaglie: crebbe a' suoi tempi per gli sforzi suoi, crebbe
per generosità del cardinal Passionei, suo amico, ed a lui molto
somigliante, il quale l'arricchì della sua. Gentili spiriti nudriva
allora Roma, come sempre; ma questa volta erano dati loro liberi e
fecondi cambi da chi reggeva.

Anche all'utilità Ganganelli mirava. Non omise il pensiero de' porti
d'Ancona e Civitavecchia, pei quali ordinò utili riparazioni. Provvide
alla comodità delle strade, in ogni parte dell'amministrazione de'
pubblici invigilava, più da padre di famiglia procedendo che conosceva
le necessità dal mondo.

Ma che dirassi di quella sua deliberazione per cui proibì la castratura
de' fanciulli, infame usanza, che disonorava la Italia e cambiava un
piacere divino, voglio dire quello del canto, in un dolore angoscioso
per chi aveva ancora viscere d'umanità. Così comandò, così ottenne; ma
tante erano le radici dell'orribile costume, che ripullulò; e se il
cielo non aiuta la nobile provincia, temo che lungo tempo ancora sia
per durare. Quei che dovrebbero non lo biasimano, i padri dei miseri
fanciulli non l'abborriscono, e vi è ancora chi si diletta di sì
crudele snaturato scempio.

Ganganelli fu papa in tutto assai diverso da' più. Ebbe in dispregio il
nepotismo, nè alcuno de' suoi trasse a dignità, e meno al cardinalato.
A quelli che gli raccomandavano i parenti, rispondeva che tutti li
portava in cuore, gli amava, ma che se ricchi non erano, neppure non
erano poveri, ed abbastanza ricco stimava chi con moderate sostanze,
moderati desiderii aveva. Non volle empire l'ambizione di nissuno. I
suoi parenti prediletti erano i poveri, tirando sempre mai sopra di sè
i loro affanni, e a loro con giudizio e discrezione soccorrendo per
non farli viziosi. In somma, ei sarebbe stato papa di perfetta fama
appresso a tutti, se non avesse soppresso i Gesuiti. Questo solo gli
procurò amarezze in vita, riprensione dopo morte.

Languiva intanto nel suo carcere il Ricci. Nè dalle lettere intercette
nè dalle risposte da lui date ne' costituti del processo che gli fu
fatto negli ultimi mesi dell'anno 1773 e ne' primi del presente nè da
altro suo andamento risultò che egli si fosse stimato ancora investito,
dopo la soppressione pronunziata dal papa, di quell'autorità che aveva,
essendo generale della compagnia, esercitato, nè che avesse nascosto
grosse somme di denaro, siccome il mondo aveva creduto. Non venne in
luce alcun suo reato particolare, nè fu interrogato sulle massime ed
artifizii che imputavansi alla compagnia e da' quali si fece derivare
la sua soppressione. Gli esami s'indrizzarono piuttosto sui fatti
personali del carcerato che sulla natura e sugli atti della società.

Invecchiava intanto ed all'ultima sua fine si avvicinava. Volle prima
di morire fare una protesta tanto sulla innocenza propria, quanto su
quella della compagnia:

«L'incertezza del tempo, scrisse di proprio pugno, in cui a Dio piaccia
chiamarmi a sè, e la certezza che un tal tempo sia vicino, attesa
l'età avanzata, e la moltitudine, la lunga durata e la gravità de'
travagli troppo superiori alla mia debolezza, mi avvertono di adempire
preventivamente i miei doveri, potendo facilmente accadere che la
qualità dell'ultima malattia m'impedisca di adempirli nell'articolo di
morte.

Pertanto, considerandomi sul punto di presentarmi al tribunale
d'infallibile verità e giustizia, qual è il solo tribunale divino,
dopo lunga e matura considerazione, dopo avere pregato umilmente il
mio misericordiosissimo Redentore e terribile giudice a non permettere
ch'io mi lasci condurre da passione, specialmente in una delle ultime
azioni della mia vita, non per veruna amarezza d'animo, nè per verun
altro affetto o fine vizioso, ma solo perchè giudico esser mio dovere
di rendere giustizia alla verità ed all'innocenza, faccio le due
seguenti dichiarazioni e proteste:

Prima. Dichiaro e protesto che l'estinta compagnia di Gesù non ha dato
motivo alcuno alla sua oppressione. Lo dichiaro e protesto con quella
certezza che può moralmente aversi da un superiore bene informato della
sua religione.

Seconda. Dichiaro e protesto ch'io non ho dato motivo alcuno, neppure
leggierissimo, alla mia carcerazione. Lo dichiaro e protesto con quella
somma certezza ed evidenza, che ha ciascuno delle proprie azioni.
Faccio questa seconda protesta solo perchè necessaria alla riputazione
dell'estinta compagnia di Gesù, della quale ero preposito generale.»

Esposto poi che non intendeva che, in vigore di queste sue proteste,
potesse giudicarsi colpevole avanti Dio veruno di quelli che avevano
recato danno alla compagnia di Gesù o a lui, continuò dicendo:

«E per soddisfare al dovere di cristiano, protesto di avere sempre col
divino aiuto perdonato e di perdonare sinceramente a tutti quelli che
mi hanno travagliato e danneggiato, prima cogli aggravii fatti alla
compagnia di Gesù e con le aspre maniere usate coi religiosi che la
componevano: poi colla estinzione della medesima e circostanze che
accompagnarono l'estinzione; e finalmente colla mia prigionia e con
le durezze che vi sono state aggiunte, e col pregiudizio annesso della
riputazione; fatti che sono pubblici e notorii a tutto il mondo. Prego
il Signore di perdonare prima a me per sua mera pietà e misericordia
e per i meriti di Gesù Cristo i miei moltissimi peccati, e poi di
perdonare agli autori e cooperatori dei sopraddetti mali e danni; ed
intendo di morire con questo sentimento e preghiera in cuore.»

Le quali cose scritte, Ricci terminò la sua scrittura pregando, e
scongiurando qualunque la vedrebbe, di renderla pubblica a tutto
il mondo per quanto potesse. Di ciò pregò e scongiurò per tutti i
titoli di umanità, di giustizia e di carità cristiana che possono a
ciascheduno persuadere l'adempimento di questo suo desiderio e volontà.



    Anno di CRISTO MDCCLXXV. Indiz. VIII.

    PIO VI papa 1.
    GIUSEPPE II imperadore 11.


Geloso e importante negozio era il dare a Clemente un successore che a
Roma ed al mondo cattolico si convenisse. I sovrani stavano attenti,
acciò non fosse promosso alla cattedra pontificale un cardinale, di
cui si potesse sospettare che fosse per rimettere in vita l'estinta
compagnia. Ognuno prevedeva che, stante lo spirito del secolo, un
papa che sentisse del severo, non sarebbe piaciuto; e bene avea detto
il grande Lambertini, quando delle contingenze dei tempi parlando,
si lasciò uscir di bocca le seguenti parole: «Questo è tempo da
appiattarsi e da dar del buono. Fortunati noi, se, dopo di avere
tanto gridato contro i quattro articoli del clero di Francia del 1682,
vedremo che i popoli se ne contentano e si ristanno e non vanno più
oltre.»

Da' un altra parte la parsimonia del fraticello di Sant'Arcangelo
pareva fuori di proposito in un secolo in cui la vita interiore era
quasi ridotta al niente, e tutta esteriormente si mostrava. Parve ad
ognuno che nel cardinale Angelo Braschi si accoppiassero le qualità che
si desideravano. Molto splendore nella persona e nel procedere aveva, e
sebbene fosse debitore della sua esaltazione alla porpora cardinalizia
ai Gesuiti, essendovisi molto adoperato ai giorni della sua potenza
il generale Ricci, la natura sua ne l'allontanava. Aveva eziandio voce
di persona dabbene, avendo maneggiato parecchi anni con rettitudine le
faccende dalla camera, e siccome voce aveva, così era veramente persona
dabbene.

Queste considerazioni, oltre i voti fermi a sua voglia che aveva per
l'aderenza dei principi, gli procuravano tanto favore, che quasi con
tutti i voti fu in un non lungo conclave chiamato papa, il dì 14 del
mese di febbraio del presente anno.

Poche assunzioni di pontefici cagionarono tanta allegrezza nei popoli,
massime nel romano, di quella d'Angelo Braschi, il quale, come è
noto, elesse il nome di Pio VI. Auguravano, considerando l'indole sua
generosa, che pace per la religione, larghezza ed abbondanza per Roma
vi sarebbe. Felicissimi principii che ebbero funestissimo fine, non già
per colpa sua, ma dei tempi.

Dopo la creazione di Pio si parlava tuttavia con molto calore dei
Gesuiti. Erano gli uomini particolarmente attenti al vedere che fosse
per avvenire del generale Ricci, che sempre stava rinchiuso in castel
Sant'Angelo con molta diligenza. Il nuovo papa, piuttosto per timore
che i principi si lamentassero se Ricci liberasse, che per inclinazione
o sentenza propria, seguì a tenerlo in cattività, procurandogli però
tutte quelle agevolezze e comodi che in una prigione l'uomo carcerato
può sperare. I principi avevano gelosia che se l'antico capo della
società proscritta divenisse libero, la raggroppasse e integrasse, se
non in forma aperta, almeno in segreta.

Ma Ricci il 19 novembre riceveva il santo viatico in occasione della
sua ultima malattia, e, nell'atto di riceverlo, le medesime proteste
e dichiarazioni ripeteva che avea fatte l'anno innanzi, e che furono a
lor luogo riportate.

Preso il santo viatico, Ricci dopo due giorni passò da questa all'altra
vita. Pio VI volle onorare morto colui che non aveva potuto liberare
vivo. Per ordine suo gli furono fatte, il dì 26 di novembre, solenni
esequie, non già nella parrocchia del castello dove solitamente si
uffiziava pei morti in quelle carceri, ma nella chiesa di San Giovanni
de' Fiorentini, chiesa della sua patria.

Il vescovo di Comacchio celebrò le esequie e predicò Ricci come
martire. Il cadavere fu portato la sera alla casa professa, dove venne
sepolto fra le ossa dei suoi predecessori.

Un singolar ragionamento si è fatto intorno al Ricci dagli avversi
agl'Ignaziani che porta il pregio di qui riportare. «Chi attentamente,
dicevano, le proteste e dichiarazioni del Ricci, scritte del resto con
tanto maggiore forza quanto più spirano semplicità e mansuetudine,
considererà, giudicherà certamente, che siccome i fatti sui quali i
principi fondarono le loro querele contro la compagnia di Gesù ed il
papa la sentenza dell'estinzione, erano notorii a tutto il mondo, e
però a nissun modo si potevano o si possono recare in dubbio, così o
Ricci non gli stimava riprensibili o dannabili, il che dimostrerebbe
una larghezza di coscienza veramente maravigliosa e oltre ogni misura
temeraria; o, volendo farli tenere per falsi, mentiva agli uomini
e a Dio in quel momento stesso in cui era vicino di comparire alla
presenza di colui che non si lascia dalle bugie e dagl'inorpellamenti
ingannare.»



    Anno di CRISTO MDCCLXXVI. Indiz. IX.

    PIO VI papa 2.
    GIUSEPPE II imperadore 12.


I lieti augurii del nuovo pontificato cominciarono in principio di
quest'anno a smentirsi per una contesa insorta colla corte di Napoli,
che presagire in vece fece a molti la procellosa condizione del
pontificato medesimo. Con suo speciale decreto fu dal re Ferdinando
IV abrogato il costume antico di quella corte di presentare ogni
anno con grande solennità una chinea al papa, il che come un omaggio
riguardavasi dovuto in ricognizione della corona di Sicilia. E colla
chinea presentavasi una cedola di dodici mila ducati, che parimenti
come tributo ricevevasi, e da quel re fu collo stesso decreto
ordinato che tale somma si offrirebbe come semplice limosina. Si
ristabilì tuttavia la concordia tra le due corti, e la ceremonia della
presentazione della chinea continuò ad adempirsi nella vigilia di
San Pietro dal contestabile Colonna, che nominato era ambasciatore
straordinario di Napoli per quella solennità. Se non che la
presentazione facevasi in un modo consentaneo soltanto agli artifizii
politici consueti, perchè, mentre l'ambasciatore offeriva il donativo
come limosina ai santi Apostoli Pietro e Paolo, il papa la riceveva
come tributo di vassallaggio per la corona di Sicilia.

Un'illustre cerimonia fu in quest'anno rinnovata sul Campidoglio
romano. Fin dall'anno 1341, Francesco Petrarca, pieno di meriti,
era stato dal favore del principe Stefano Colonna portato a vedersi
fregiata la fronte della poetica corona nel luogo stesso ove un tempo
incoronavansi colla stessa fronda gli sterminatori degli uomini.
Nel 1595, eguale onore, per mezzo e colla cooperazione del cardinale
Aldobrandini, nipote di Clemente VIII, apparecchiavasi all'immortale
Torquato quando invida la morte il tolse al meritato trionfo. Il
cavaliere Bernardino Perfetti, celebre verseggiatore sanese, che con
impareggiabile facilità improvvisava versi italiani, e versi pieni di
sugo, e non di sole frasche, come si esprime il sommo Muratori (tom.
VII, col. 521), fu nel 1725 incoronato di alloro, per protezione di
Violante di Baviera, vedova gran principessa di Toscana. Quest'anno,
una donna di Pistoia, Maddalena Morelli Fernandez, in Italia conosciuta
sotto il nome di Corilla Olimpica, divenuta famosa pel dono dei versi
estemporanei, era stata coronata nel serbatorio dell'Accademia di
Roma con grande applauso di quei dotti accademici. Ma o che di ciò
non paga fosse la Toscana Saffo, o che i suoi ammiratori nol fossero,
alle istanti sollecitazioni del custode dell'Arcadia presso il governo
romano, ed ai maneggi del principe Gonzaga di Castiglione, conseguì
ella l'ambito onore di essere coronata solennemente nelle sale stesse
del Campidoglio. Dal che una grande scissura sorse tra i letterati, ed
in seno della stessa accademia, gli avversi alla donna, o i più severi,
o i più invidiosi, quell'atto chiamando una profanazione dell'alloro
al Petrarca ed al Perfetti donato, al Tasso destinato. Le satire e
le ingiurie fioccarono da varie parti, e produssero processi e rovine
dei meno prudenti; in mezzo al quale trambusto, la coronata poetessa,
uscendo del Campidoglio al suono dei fischi degli avversarii più sonori
degli applausi de' benevoli, dovette allontanarsi da Roma, scortata da
gente armata, per non trovarsi esposta a maggiori dileggi e ad oltraggi
ancora.

Altra mercede intanto dava la Superba Genova ad un suo cittadino.
Il doge Giambatista Cambiaso, decesso nel 1773, aveva a proprie
spese, che sommavano ad alcuni milioni di quella moneta, costrutta la
pubblica magnifica e spaziosa strada che al commercio apriva libera la
comunicazione tra quella capitale e la Lombardia austriaca. Fece dunque
la repubblica collocare nel salone del gran palazzo della signoria una
statua di marmo rappresentante questo suo cittadino e principe, che
fosse ad un tempo gloria di lui e monumento della civica riconoscenza.



    Anno di CRISTO MDCCLXXVII. Indiz. X.

    PIO VI papa 3.
    GIUSEPPE II imperadore 13.


Già da circa quattro anni regnava sul Piemonte il re Carlo Emmanuele.
Dalle mutazioni al suo avvenimento succedute, e già al proprio luogo
riferite, i Piemontesi si auguravano miglior condizione, non tanto
perchè così suole avvenire in ogni cambiamento di signore, quanto
perchè il nuovo re aveva voce d'uomo generoso e molto lontano dal
procedere stretto e scarso del padre. Diede anche alcuna contentezza
ai popoli il vedere allontanato dai consigli della corte il cardinale
delle Lance di cui si conosceva l'eccessiva dipendenza da Roma;
onde sperarono che le ragioni della potestà laica sarebbero meglio
preservate, e si fosse per vivere con qualche maggiore larghezza
rispetto alle pratiche della esterior disciplina, le quali, quando
con soverchio rigore ristrette sono, fanno gli uomini più ipocriti che
religiosi.

Solamente dava noia il conoscersi l'umore guerreggevole, di cui
Vittorio era dominato, e l'usare prodigalità, come ei faceva,
principalmente verso i suoi soldati; prodigalità che ogni termine di
larghezza oltrapassava. Onde accadde che per lo spendio eccessivo si
fusero e scialacquarono le sostanze pubbliche, ed in breve tempo restò
esausto il tesoro lasciato pieno dal padre, che la fama affermava
sommare a dodici milioni di lire piemontesi. Il debito pubblico
s'accrebbe di tal maniera, che, quando vennero i tempi grossi, la
monarchia ne restò sobbissata ed oppressa.

Ma nel corso del suo vivere ed usare prodigalmente Vittorio, siccome
generoso era, molte opere degne di memoria lasciò, e di utilità non
poca; imperciocchè e l'accademia delle scienze, che per lo innanzi era
semplice e privata società fondata da quei tre sommi uomini Lagrange,
Saluzzo e Cigna, con decreto reale approvò; e fondò la specola e
l'accademia di pittura e di scoltura. Fra le opere utilissime da lui
promosse debbesi annoverare quella d'avere, acciocchè i cadaveri più
non si seppellissero nelle chiese, eretto fuori della città, in riva il
Po, il cenotafio. Da lui deve eziandio Torino riconoscere il beneficio
d'essere illuminata la notte.

Nè è da tacersi che, dando ascolto ad uomini chiari per dottrina e
gelosi della prosperità del paese, ei creò l'accademia agraria, da
cui non poco pro sorse per la coltivazione dei campi, principale
fonte di ricchezza per quella subalpina regione. Agli uomini dotti e
zelanti della buona coltivazione de' campi aggiunse mezzi insoliti di
fertilità, con condurre canali d'acque irrigatrici ne' luoghi che più
ne abbisognavano. Fra gli altri è da ricordare quello che da rimpetto a
Cuorgnè conduce l'acque limpidissime dell'Orco a Chivasso; per la qual
bisogna ei fu d'uopo cavare in molta lunghezza due monti, opera che non
senza maraviglia si vede in essere anche a' dì nostri nel territorio di
San Giorgio Cavanese.

Quindi poscia, entrando in ciò che più gli andava a genio, con nuovo
modo ordinò le soldatesche, modo che, come troppo complicato, non
ebbe l'approvazione degli uomini periti di milizia. Alzò la fortezza
di Tortona, cavò il porto di Nizza, la strada dalla capitale a quella
marittima città a maggiore comodo ridusse, alle fortificazioni di
Villafranca migliore forma procacciò, sussidio inutile, poichè un
urto tremendo venne di fuora, e le radici di dentro erano difettose.
Mancò il denaro, principale nervo della guerra, e soprabbondarono
smoderatamente le soldatesche, da cui, contuttochè buone fossero
e valorose, non potè salvarsi lo Stato; che anzi in certo modo
l'oppressero, pel numero stesso nocquero e la macchina sfondarono.

Del rimanente, Vittorio Amedeo fu principe di buono ed alto animo, nè
gli dispiacevano i generosi pensieri. Lasciò che nella università di
Torino da professori egregi s'insegnassero le dottrine che la potestà
temporale dagli abusi della spirituale preservavano, ancorchè il
cardinale delle Lance alcuna volta lo sgridasse; e taluno ricorda che,
volendo un famoso libero muratore fondare in Torino una di quelle sue
congreghe, e domandatane la permissione al re Vittorio gli rispose:
«Lasciatemi stare, che il cardinale mi sgrida; non voglio brighe
coi preti. Oh, va, ed abbi pazienza, che anch'io l'ho.» Dilettavasi
della conversazione de' letterati, e si faceva spesso venire avanti
l'abbate Morando, prete acerbo, ma che scriveva libri a dilungo con
qualche novità, e fra quegli ori il faceva sedere, e parlava con lui
di lettere, e tratto tratto apriva il forzierino, e dava doppie d'oro
all'abbate, che poi sen andava molto ben contento. Tal era Vittorio.

Per la sua natura benigna e generosa, questo principe era fatto per
ordinare utili riforme e cambiare il male in bene. Forse le avrebbe
fatte in un tempo massimamente in cui suonava tanta fama di quelle
che Giuseppe e Leopoldo andavano facendo in Lombardia ed in Toscana,
se non fosse stato ritenuto da una nobiltà superba ed imperiosa,
nè tanto disposta all'obbedienza delle inclinazioni soldatesche. Il
buon uomo non capiva in sè dal piacere, quando vedeva i suoi soldati
schierati, e più ancora quando li faceva vedere ai principi che il
venivano visitando, a Paolo di Russia, a Gustavo di Svezia e Ferdinando
di Napoli. Nè poca noia sentì, quando Paolo gli disse che i fucili
de' suoi soldati erano, non so se troppo lunghi o troppo grevi, o per
sè stessi o per le baionette, onde i colpi, per la stanchezza delle
braccia troppo abbassandosi, andavano verso terra, e non potevano bene
ammazzare la gente. Non poteva sopportare che i suoi soldati fossero
criticati. In somma soldato era ed amava i soldati, e portava il collo
piegato a guisa di Federigo di Prussia. Infelice, che non prevedeva
che oltr'Alpi un tale sobbisso di guerra si andava preparando che, i
proprii soldati soperchiando, avrebbe condotto lui, il suo Stato e la
sua casa in perdizione!

Erasi bensì Clemente XIV riconciliato destramente colla corte di
Portogallo, ma ricuperato non aveva tuttavia il potere di cui la romana
corte godeva in Lisbona al cominciare nel pontificato di Clemente
XIII. Si sospettava da alcuni che la controversia fosse ravvivata
dal marchese di Pombal, da altri, che opera fosse del partito de'
Gesuiti, il quale ancora si agitava dopo la soppressione loro. Tornato
era bensì un ambasciatore portoghese in Roma, e un nunzio apostolico
era egualmente passato a Lisbona; ma eretto erasi in quella città un
tribunale che ristringeva ne' più angustissimi limiti la giurisdizione
della corte di Roma, e que' diritti che i papi in quel regno per lungo
tempo conservati avevano con grandissima gelosia. In quest'anno morto
essendo il re Giuseppe I, la regina Maria esiliato aveva il Pombal, e
abolito il tribunale destinato a frenare la pontificia autorità, al
quale dovevano presentarsi tutti gli atti alla nunziatura relativi.
Non fu dunque se non sotto il pontificato di Pio VI, e precisamente in
questo tempo, che tutti i diritti della nunziatura furono ristabiliti,
e che con una specie di trattato si venne ad un'aperta concordia tra le
due corti.

Dopo le cose maggiori, non farà dispiacere il trovare in questi Annali
registrate alcune altre glorie dell'Italia nostra. Padova e Bologna in
due differenti secoli avevano veduto un singolare spettacolo. Lucrezia
Elena Cornaro Piscopia nel 1678 era stata decorata della laurea
dottorale di filosofia nell'università di Padova alla presenza di un
numero grande di dotti, di nobili veneziani e di altri gran signori
ivi concorsi da tutta Italia per sì estraordinaria funzione. Lo stesso
onore del dottorato ebbesi in Bologna nel 1732 pel suo gran sapere
e pe' talenti suoi sommi Laura Bassi, alla presenza de' cardinali
Lambertini e Polignac. Ora anche Pavia vide in quest'anno premiarsi il
merito d'una valorosa giovanetta. Maria Pellegrina Amoretti d'Oneglia,
sostenuti rigorosi esami in quella università, ricevette la dottoral
corona in legge, vera ed estrema ammirazione destando in ognuno colla
profonda sua dottrina in tutti i rami della giurisprudenza.



    Anno di CRISTO MDCCLXXVIII. Indiz. XI.

    PIO VI papa 4.
    GIUSEPPE II imperadore 14.


Tutti i principi, tutti gli Stati d'Italia studiavansi a gara di
aumentare, in seno alla pace, la ricchezza territoriale de' loro
sudditi, promuovendo regolarmente la agricoltura ed il traffico.
Regnava, come ognun sa, sulla Lombardia l'imperatrice Maria Teresa,
e colle più savie leggi, coi più opportuni regolamenti promoveva essa
pure la prosperità di quella provincia. Nè deve omettersi, tra le più
gloriose imprese del suo regno, il compimento dato allora alla grande
opera del censimento della Lombardia medesima.

Il papa sembrava che emular volesse a quegli sforzi generosi, e
studiavasi a trarre le provincie della Chiesa dallo stato di languore
nel quale da più secoli giacevano relativamente al traffico ed
all'agricoltura. Il desiderio ardente di rendere alla coltivazione
un gran numero di terreni incolti e deserti l'idea gli suggerì di
asciugare con immenso spendio le paludi Pontine. Il disegno n'era già
stato conceputo più volte, le operazioni relative erano state proposte
dal celebre Eustachio Zanotti; ma, morto questi senza poterle eseguire,
Pio adottati ne aveva con calore i suggerimenti. Credettero alcuni
che la brama egli nudrisse di segnalarsi e rendersi immortale con una
impresa, nella quale riusciti non erano Martino V, Sisto V e molti
altri pontefici, senza dire de' Romani e de' Goti che nel difficile
esperimento gli avevano preceduti; furono altri d'avviso che, riducendo
a coltivamento quella immensa pianura, disegnasse già di formarne
un bellissimo principato pe' nipoti. È d'uopo però notare, dice il
ch. Bossi, contro il parere di varii storici, massime oltramontani,
ingannati sovente da false relazioni, che per più anni dopo il suo
innalzamento non volle mai il pontefice usare di alcuna compiacenza,
nè, molto meno, di alcuna distinzione verso i nipoti suoi, e solo per
le replicate istanze del cardinale Giraud s'indusse a chiamarli in
Roma da Cesena, dove per lungo tempo lasciati gli aveva. Il disegno
dell'asciugamento delle paludi Pontine di qualche tempo prevenne
adunque il supposto nepotismo di questo papa. Non potè egli però ne'
primi anni del suo regno attendere a quel grande lavoro, nè gli fu
tampoco dato, di compierlo interamente benchè dopo il 1780 già fosse
aperto un grandioso canale per condurre al Mediterraneo le acque che
da prima impaludavano, e formata fosse già a canto a quel canale una
strada magnifica, che framezzo alle paludi medesime guida i viaggiatori
a Terracina. Non è di questo luogo l'investigare le cagioni per cui
quell'opera grandiosa non fu condotta al suo termine, o almeno ad
un risultamento che proporzionato fosse alle immense somme in essa
profuse; ma la storica verità domanda che si annunzii quello come
uno de' tentativi più nobili, più grandiosi e più profittevoli allo
Stato pontificio, e come un'impresa che, sebbene non compiuta, renderà
tuttavia immortale il nome di quel pontefice.

Di tutte le cose che dette si sono da scrittori imprudenti, e sovente
ignoranti o parziali, intorno all'opera soprammentovata, opera degna
dei secoli dell'antica Roma, da notarsi è come la più giusta, la
riflessione fatta da alcuni che, per ridonare alla coltivazione ed
alla prosperità lo Stato ecclesiastico, cominciare dovevasi dal render
salubre e dal popolare la campagna di Roma, la quale, forse senza lo
sborso di somme eccessive, si sarebbe potuta rendere uno dei paesi più
ricchi e più fertili dell'Italia, se ai coltivatori soltanto si fosse
accordata piena libertà di comperare e di vendere; principio, senza del
quale non si risveglia la operosità e l'industria d'una nazione, ma che
direttamente si opponeva al modo di accivimento della moderna Roma, ed
ai politici regolamenti che concernevano al commercio de' grani. Cosa
ella è assai facile da comprendere che con questi politici impedimenti
formata non si sarebbe, anche colla perfezione delle opere, una fertile
provincia nelle paludi Pontine.

E poichè si parla delle imprese di Pio riferibili a questi tempi,
non voglionsi tacere nè la sagrestia di San Pietro in Vaticano, nè
il museo Pio-Clementino, grandiosi monumenti al suo genio dovuti. Il
più gran tempio che sulla terra sia mancava di quest'accessorio che
gli fosse corrispondente; e se neppur questo corrispose al concetto
desiderio, restandone infinitamente inferiore per la proporzione,
non fu colpa della magnificenza di Pio, ma sì bene dello scarso
ingegno dell'architetto, il quale, avendo sopraccaricato l'edifizio
di decorazioni, scolture, pitture, dorature, attirossi quel detto
di Apelle: «Non valendo a farlo bello, il fece ricco.» Il museo era
stato principiato da Clemente XIV e compiuto con pari magnificenza che
squisitezza. Pio VI vi aggiunse due bracci che, andando a terminare
in un atrio di forma circolare, per esso aprivano un passaggio alla
celebre libreria Vaticana. Stupende per numero e per qualità le cose
quivi dal pontefice in questo preziosissimo museo adunate, troppo in
lungo ne trarrebbe il solo annoverarne le principali, sicchè meglio
stimiamo il tacerne, che il dirne meno che si convenga.

In quest'anno Leopoldo di Toscana manda sue navi a trafficare al
Malabar ed alla China; riceve un ambasciatore dell'imperador di
Marocco, e con esso stringe con un trattato la pace; un altro trattato
col papa determina i confini dei rispettivi Stati, sempre perturbati
dall'incerto corso del torrente Chiana.

In quest'anno mancò a vivi quella Laura Bassi, del cui dottorato in
Bologna dicemmo nell'anno precedente: avea dettato filosofia dalla
cattedra nella patria università; l'era stata coniata una medaglia;
e lasciava inedito un poema epico sulle ultime guerre d'Italia. Mancò
eziandio Giambatista Piranesi, intagliatore ad acqua forte ed a bulino
esimio, gloria e splendore dell'arte in Italia.



    Anno di CRISTO MDCCLXXIX. Indiz. XII.

    PIO VI papa 5.
    GIUSEPPE II imperadore 15.


Nissuna transazione politica d'importanza abbiamo ad annoverare
in quest'anno, se non fosse la neutralità stretta dalle potenze
marittime d'Italia e della rimanente Europa nell'occasione che i
Franzesi e gli Spagnuoli moveansi a sostenere gli sforzi delle colonie
inglesi di America contro la madre patria. Prevedeasi che questa
guerra avrebbe prodotti molti inconvenienti, ed arrecato non picciol
disturbo all'italiano commercio. Abbracciarono dunque, principalmente
il granduca di Toscana, il re di Napoli e la repubblica di Venezia,
una rigorosa neutralità, ed emanarono editti che, manifestandola ai
rispettivi sudditi, prescriveano le regole alle quali quell'atto gli
obbligava. Venne poi Caterina II, e propose ai popoli dell'Europa che
non erano in guerra una neutralità armata, a fine di proteggere il
commercio delle nazioni neutre da ogni attacco od insulto per parte
delle potenze belligeranti. Secondo tale proposizione, le navi neutre
devono godere di navigazione libera, anche da un porto all'altro,
sulle coste delle potenze in guerra; tutti gli effetti appartenenti ai
sudditi di queste hanno a considerarsi come liberi, tosto che sieno sur
un bordo neutro, eccetto le merci stipulate contrabbando: conservando
in mezzo al rumore dell'armi la neutralità più esatta, le nazioni
neutre trattano come pirati tutti i bastimenti delle nazioni in guerra
che tentassero qualche violenza contro le navi mercantili sotto la loro
bandiera.

Senza l'ire degli elementi, che nell'anno precedente travagliarono
molte parti della Toscana; senza i danni per le eccessive acque patiti
da Parma e da Genova pur percossa da grave incendio; senza Bologna che
in quest'anno fu spaventata, pel corso di ben otto mesi, da frequente
terribile tremuoto che la minacciava dell'ultima rovina; senza lo
scoppio della polveriera di Civitavecchia, accesa da un fulmine,
la quale in gran parte guastò la città e la fortezza: il Vesuvio
presentossi a' Napoletani in uno aspetto che, a memoria d'uomini,
non s'era veduto l'eguale. Per tre bocche ne' primi giorni d'agosto
l'ignivoma montagna sfogava le viscere ardenti mandando fuori tre
torrenti di lave infuocate e vampe di fiamme guizzanti e sanguigne.
Ad un'ora della notte dell'8 di quel mese, dietro un tremendo
scoppio, ecco che squarciatosi il monte, dei tre spiragli si forma una
spaventosa voragine. Mai ad occhio umano non si offerse spettacolo più
infernale. Vedevasi dall'ampia apertura l'interno del monte, ma non
vedevasi in esso che un'ardentissima massa di vorticoso fuoco. Salivano
le fiamme più alto del monte più d'un miglio, e giù quindi scorreva la
lava, che pareva dover tutto incendiare e distruggere. Resina e Portici
si credettero sepolti ed inceneriti. Quale a pien meriggio illuminate
Napoli e tutta la costa. La cenere ed i sassi, che con orribile impeto
e fracasso gettava l'enorme cratere, molto lungi andarono e sino a
Nola pervennero. Guai ad Ottaiano, dal cratere del Vesuvio lontano tre
miglia! rischiava di essere seppellito co' suoi dodici mila abitanti
sotto le pietre, come furono in altri tempi Ercolano, Stabia, Pompei,
solo un'ora di più che l'eruzione durasse. Allentava il furore;
cessava. Con tutto ciò immensi furono i danni che soffersero tutte le
terre e ville d'intorno. Napoli si vide piena di spaventati contadini
che correvano in folla a cercare in essa un asilo. Denso il fuoco e
caliginoso giunse a coprire tutto il Largo del castello di Napoli;
ma le pietre infuocate incendiarono interi boschi, sprofondarono i
tetti, la campagna fino ad un palmo di altezza coprirono. Tra queste
pietre se ne trovarono sino di novecento libbre, e di spumosa materia
essendo, immensa superficie presentavano. Le ceneri, quai gruppi di
nubi dal vento agitate, oltre a Benevento e sino in Puglia a scaricarsi
andarono. I danni in questa trista occasione risentiti furono calcolati
a trecento mila ducati.

Da un'altra parte, la grossa terra di Bagolino poco distante da
Brescia, terra di tre mila anime, frequente di fucine e fornaci, arse
tutta in men di poche ore, con morte d'oltre a cinquecento persone,
quali dal fuoco consunte, quali dal fumo soffocate.

Fu in quest'anno abolito in Modena il santo uffizio dell'inquisizione.

Accaduta, dopo sedici anni di ducea, la morte del doge di Venezia Luigi
Mocenigo, gli fu sostituito il cavaliere Paolo Renier. Dotto nella
lingua greca e latina, istrutto a fondo nella storia antica e moderna,
di memoria straordinaria fornito, animato parlatore ed energico, a
queste qualità univa una somma perizia nel maneggio degli affari. Con
tutti cotali vantaggi o dalla natura avuti o coll'arte acquistati e
coll'applicazione, non godette per qualche tempo della stima universale
de' suoi concittadini; imperciocchè, sospettato di favorire sottomano
il malcontentamento de' patrizii, manifestatosi principalmente nel
1762, e di cui abbiamo a suo luogo fatto parola, perdette gran parte di
quella considerazione, di cui precedentemente godeva. Se non che, da
quel sagace ed accorto uomo ch'egli era, tenne fermo nella burrasca,
e seppe rivolgere per modo a suo pro le condizioni del tempo, che,
eletto ambasciatore alla corte di Vienna, passò poi a quella di
Costantinopoli, che gli tornò vantaggiosissima per molti riguardi.
Tornato in patria, ed eletto doge, pervenne a riguadagnare l'opinione
pubblica interamente, quei medesimi avversando che pareva avesse un
tempo favoreggiati.



    Anno di CRISTO MDCCLXXX. Indiz. XIII.

    PIO VI papa 6.
    GIUSEPPE II imperadore 16.


Contrassegna quest'anno la morte di una gran donna. L'imperatrice Maria
Teresa, dopo la morte del suo consorte Francesco I e la elevazione del
figliuol suo Giuseppe, dimesso non aveva mai il lutto; e sebbene una
parte attiva pigliato avesse nello smembramento della Polonia, e col
trattato del Teschen dell'anno precedente avesse accresciuto gli Stati
suoi con porzione della Baviera, gran parte tuttavia delle pubbliche
cure aveva all'imperatore Giuseppe lasciato. Data agli esercizii della
più solida pietà, vide ella tranquillamente avvicinarsi il supremo
giorno, e morì in Vienna il 29 di novembre di quest'anno. Come ad
alcuni Romani imperatori dato si era il nome glorioso di padre della
patria, così madre della patria taluno la chiamò: certa cosa è che
essa, massime negli ultimi anni del suo regno, non fu sollecita che
di spargere i benefizii sui poveri, sulle vedove e sugli orfani, e
dichiarò perfin, morendo, che se alcuna cosa fatta aveva degna di
riprensione, certamente consapevole non n'era, imperocchè sempre
avesse avuto in vista il bene e la prosperità de' suoi sudditi.
Regnato per lo spazio di quarant'anni, e amato sempre la verità e
la giustizia, Maria Teresa talvolta lagnata erasi che nelle elezioni
ingannata si fosse e che male intese o peggio ancora eseguite le sue
intenzioni state fossero. Ad essa si attribuisce la massima, espressa
fino dal tempo in cui regnava il padre suo Carlo VI, non esservi che
il piacere di compartire grazie e far del bene ai sudditi che render
possa sopportabile il peso di una corona. Gli Stati d'Italia ad essa
appartenenti non mai furono tanto felici e tranquilli quanto sotto il
suo reggimento; tra le lodi tribuite a quella sovrana, l'ultima non
fu certo quella che esattamente voleva essere di tutto informata; che
ai piccioli come ai grandi aperto voleva l'accesso alla sua persona,
e tutti ascoltava con clemenza, le grazie concedendo o il motivo
allegando del rifiuto, senza promesse illusorie, senza mendicati
ripieghi, e senza alcuna di quelle vaghe frasi ed incerte che lo stile
alcuna volta adornano, ovveramente sfregiano dei potenti. Fu detto
da un autor franzese che vivendo seguiti avesse gl'insegnamenti da
Marc'Aurelio lasciati intorno ai doveri dei regnanti. Morendo, i figli
Giuseppe e Leopoldo sul trono lasciava.

Nè a caso si è nominato Leopoldo di Toscana; aveva egli l'animo a
ridurre a migliore stato le leggi; gli accidenti anche lo sforzavano.
I conventi dei frati, sottratti, in vigore degli ordini ecclesiastici
che prima delle riformazioni da lui fatte erano ancora in osservanza,
dalla giurisdizione degli ordinarii, da Roma unicamente per mezzo
dei loro generali dipendevano. I conventi poi delle monache dai frati
ricevevano la direzione spirituale. Queste condizioni riuscivano di non
poca molestia a chi sui luoghi la Chiesa governava e lo Stato. I frati
come indipendenti erano, così divenivano anche sbrigliati ed il quieto
vivere delle famiglie e del pubblico turbavano.

Sorgevano poi gravi inconvenienti nei conventi delle monache,
conciossiachè, introdottavisi la corruttela dei costumi, non vi
era disordine che non vi si commettesse. Il lezzo di dentro rendeva
odore fuori, i buoni si scandalizzavano, gli inclinati al male si
corrompevano. Maligni esempi uscivano da quei luoghi, che santi
dovrebbero essere e santi stimarsi. I vescovi non avevano autorità di
porvi rimedio. Da Roma venivano ripari lenti e si mandavano le cose
in lungo, domandandosi processi, informazioni, interrogatorii sopra
ciò che ognuno pur troppo per vero conosceva. Accusava esagerazioni
da parte di chi si lamentava, e supponeva mala volontà e calunnie. La
curia poi portava, specialmente ai tempi di Rezzonico, e poi morto
Ganganelli, mal animo a chi reggeva la Toscana per le riformazioni
che vi erano state fatte in certi ordini toccanti la disciplina
ecclesiastica. Le cose andavano di male in peggio, sicchè giunsero
ad un estremo tale che la pazienza e l'ulteriore sopportazione in chi
governava sarebbero state colpa: anzi erano in tale disposizione che si
dubitava che non fossero più atte a ricevere alcuna medicina.

Erano in Pistoia due conventi di monache domenicane retti dai religiosi
del medesimo ordine; quelli di Santa Caterina e di Santa Lucia.
Tristo nome avevano già da qualche tempo; il popolo ragionava di certe
brutture che vi si commettevano: incerte voci erano, ma che pure, per
la perseveranza, indicavano esservi alcuna radice di verità. Lo dice
Scipione Ricci vescovo di Pistoia, nei suoi scritti.

Pervennero a notizia di Leopoldo, il quale ordinò all'Alamanni, vescovo
in quei giorni, di Pistoia, che si recasse subito in mano la direzione
spirituale di tutti i conventi delle domenicane di quella città. Nel
tempo stesso proibì, sotto pena di carcere, ai domenicani di entrarvi.
Ma le donne non vollero obbedire. Incominciarono a dire che non
volevano riconoscere nè il vescovo per loro superiore, nè i confessori.
Poi, levando sempre più il viso, allegavano che papa Pio V il santo
aveva pronunciato la scomunica contro chi fra i claustrali ad altro
superiore obbedisse che a quello dato per autorità della santa Sede.
Tanta era la loro contumacia, che quelle, le quali in articolo di morte
si trovavano, amavano meglio morire senza confessione che confessarsi
al confessore mandato dal vescovo.

Se ne scrisse a Pio VI pontefice: rispose essere calunnie, e che non
voleva approvare la violazione delle legislazioni dei due conventi. Si
lamentò anzi che quello fosse un addentellato di Leopoldo per usurpare
in altri conventi e generalmente in tutti l'autorità della santa Sede.

Allora il granduca scrisse lettere circolari ai vescovi della Toscana,
ordinando che ciascuno di loro e tutti con unanime consentimento
addomandassero al papa, che i conventi, nissuno eccettuato, dalla
direzione dei frati si sottraessero ed alla dipendenza spirituale degli
ordinarii si sottomettessero. I prelati condiscesero ai desiderii di
Leopoldo; le episcopali domande arrivarono al Vaticano; Leopoldo stesso
mandò le sue istanze, e Pio pregò che quella deliberazione abbracciasse
dalla quale sola si poteva sperare la riforma degli abusi ed il
ritiramento delle cose religiose verso il loro principio e verso la
buona ed esemplare disciplina.

Il pontefice, per quel sospetto che aveva che ci covasse sotto
e calunnia e disegni a pregiudizio della santa Sede, udì poco
favorevolmente le petizioni di Toscana. Rispose a ciascun vescovo
attendessero pure a mandargli i processi e le informazioni, poi
vedrebbe ciò che convenisse farsi. Ma siccome il granduca insisteva con
pressa, così il papa trovò il mezzo termine di dare facoltà ad alcuni
vescovi toscani di governare, come delegati apostolici, col freno
spirituale i conventi che in deformi consuetudini fossero trascorsi,
e che i frati avessero o turbato o corrotto. Quanto alle religiose
sregolate di Santa Caterina di Pistoia, Ippoliti, che in quei dì
sedeva vescovo di quella città, le fece trasferire nel convento di
San Clemente di Prato, che pure al governo dei domenicani soggiaceva.
Quelle di Santa Lucia, prive del fomento delle consorti di Santa
Caterina, si assoggettarono, e diventarono, se non migliori, almeno più
caute.

In quest'anno il Ricci successe all'Ippoliti nel governo della diocesi
di Pistoia, di cui la città di Prato era membro. Colla medicina di
Pistoia credevasi di aver rimediato a tutte le piaghe, e che l'intero
ovile fosse a sanità ricondotto. Ma vana fu l'aspettazione, posciachè
in Prato maggiore contaminazione si scoperse. Due monache di Santa
Caterina di questa città, una nobile pratese di anni cinquanta, l'altra
di altra nobile famiglia pur di Prato, di anni trentotto, viveano già
da molti anni immerse ne' più gravi disordini.

Gli empi dogmi e le perverse consuetudini non avevano però tanto potuto
celarsi, non già dalle ree femmine, che non se ne infingevano, ma dai
superiori ecclesiastici che desideravano sopire senza scandalo una
cosa cotanto detestabile, che fuora le lingue non ne favellassero, e
quel luogo che santo ed intemerato doveva essere, empio e sacrilego
non chiamassero. Il vescovo Ricci ed il granduca Leopoldo, ai quali
queste cose infinitamente dispiacevano, avevano preso risoluzione,
correndo gli anni 1778, 1779 e 1780, di osservar bene quegli andamenti,
e di accertarsi anche per processi informativi, affinchè, mandate a
Roma le informazioni, la congregazione dei cardinali sopra i regolari
ed il pontefice stesso non potessero aver cagione di sopportare e non
provvedere.

Intanto, per allontanare da Santa Caterina ogni occasione di corruttela
e di scandalo, le due monache, per ordine sovrano, furono trasferite
a Firenze, per esservi chiuse nel conservatorio di San Bonifacio, dove
occupate in opere manuali avessero altro che pensare. Tuttavia non vi
diventarono migliori; però dagli ordini del conservatorio era impedito
ch'elleno con le parole e con l'esempio le innocenti creature che colà
entro convivendo contaminassero.

In questo mentre si andava fra i consiglieri del papa considerando
ciò che fosse a farsi per ravviare le cose di Toscana. Trattavasi se
convenisse, inchinandosi alle domande di Leopoldo e di Ricci, dare al
vescovo ogni necessaria facoltà, perchè potesse ritornare all'ordine,
alla purità ed alla pace Santa Caterina con tutti gli altri monasteri
di domenicane che nella sua diocesi si trovavano. Roma aveva gravi
risentimenti contro il granduca e il suo vescovo prediletto, a
cagione delle riforme che già avevano fatte e quelle che annunziavano
di voler fare. Specialmente poi acerbo animo portavano a Ricci per
avere pubblicato un monitorio contro la divozione del cuore di Gesù.
In questo mezzo il cardinal Palavicino, segretario di Stato di papa
Pio, cagionevole di salute essendo, si era condotto a cambiar aria,
lasciando il carico delle faccende al cardinale Rezzonico.

Quest'ultimo cardinale, più simile allo zio, che fu papa, che prudente
ad accomodarsi ai tempi che correvano, benaffetto ai gesuiti, ostava al
Ricci. Pio VI, che pur i gesuiti, autori della divozione del cuore di
Gesù, non amava, e che quanto Ricci quella divozione dannava, siccome
d'animo alto e risentito era, e gelosissimo dell'autorità e dignità
della Sede pontificia, si dimostrava anche alieno così dal vescovo di
Pistoia, come dal granduca, anzi da tutta la casa austriaca, da cui
allora riconosceva la diminuzione delle romane prerogative.

I domenicani, grandemente avversi in altri tempi ai gesuiti, nella
congiuntura presente ai medesimi si unirono, perchè vedevano che una
cattiva nominanza si solleverebbe contro il loro ordine, se il papa
con un solenne atto facesse vedere al mondo che le colpe d'alcune
domenicane e di alcuni dei domenicani erano conformi alla verità. Tra
gesuiti e domenicani fecero un così forte agitare alla corte, che il
papa, non che consentisse a dare le facoltà domandate al vescovo di
Pistoia, gli scrisse lettere acerbissime, tassandolo d'imprudenza per
aver sollevato questi romori in tempi tanto calamitosi per la Chiesa.
In quanto poi alle due religiose, prescrisse che fossero innanzi al
tribunale dell'inquisizione tradotte, per essere da lui, secondo che
meritavano, castigate.

Il granduca, a cui stava a cuore l'onor del vescovo pistoiese ed
il suo, e che non voleva che la potestà secolare fosse dichiarata
incompetente per provvedere ai disordini che succedevano nei conventi,
e di cui la fama, uscendo fuori, scandalizzava i popoli, scrisse in
termini molto risentiti a Roma, facendo intendere che non mai avrebbe
consentito che le due monache fossero date in potestà del santo
uffizio. Minacciò poi apertamente che se il governo pontificio si
fosse ancora peritato al sommettere i conventi delle monache di Toscana
all'autorità spirituale dei loro ordinarii, avrebbe provveduto egli di
propria autorità alle corruttele che vi erano pullulate.

Ad un tratto così risoluto il papa, rispondendo al granduca, gli fece
sapere che delle due monache deliberasse pure ciò che più conveniente
stimasse. Nello stesso tempo conferì ai vescovi del granducato, e
particolarmente a quel di Pistoia, le facoltà che gli erano state
domandate. Che anzi il pontefice, il quale le buone cose amava, quando
gli adulatori nol tentavano in proposito della grandezza e della
dignità della Sede pontificia, scrisse lettere di amara riprensione
al generale dei domenicani, per non avergli fatto conoscere la verità
sugli accidenti scandalosi di Prato.

In quest'anno Modena abolì nelle procedure criminali la tortura.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXI. Indiz. XIV.

    PIO VI papa 7.
    GIUSEPPE II imperadore 17.


Giuseppe II, erede di tutti gli Stati della casa d'Austria per la
morte della madre, come per quella del padre, era, quindici anni
prima, salito sul soglio imperiale, dalla natura dotato d'un capitale
straordinarissimo di penetrazione, e ricco di molte e molte cognizioni
ne' diuturni suoi viaggi acquistate, tutti i suoi pensieri, tutte le
cure al bene ed alla prosperità dei sudditi rivolse. Nuove forme ai
giudizii, con nuovo codice civile e criminale; generosa protezione alle
scienze ed alle lettere; nuove manifatture e nuove arti introdotte;
aperti nuovi canali al commercio, ed ingrandite e ristaurate a comodo
dei viandanti le pubbliche vie; sistemata infine ed ordinata ne' suoi
stati la pubblica economia.

Ardeva però l'imperadore di vivissimo desiderio d'incarnare prontamente
coll'esecuzione quelle vaste idee di riforme ecclesiastiche che da
gran tempo aveva concette e gustate. Già da più di venti anni, in
tutti i governi, e principalmente in quelli d'Italia, lo spirito di
riforma in questa parte di esterior disciplina erasi con non poca
solennità manifestato. Venezia, Genova, Parma, Modena e Napoli aveano
posta la falce nel campo. Ora, scorsi appena diciotto giorni da che
mancata era l'imperadrice Maria Teresa, pubblicò Giuseppe la prima sua
provvisione intorno alle persone che si davano allo stato claustrale.
Essergli, diceva, noto per esperienza che quelli che abbracciano
la vita religiosa, dispongono sovente de' loro beni a favore delle
case e comunità in cui entrano; or comandare lui che nissun novizio
o religioso che testare o stipulare qualunque atto di ultima volontà
prima della professione dei voti volesse, non potesse, sotto qualunque
pretesto, disporre di più di mille ducento fiorini in favore di dette
case e comunità.

Tre mesi dopo questo, diede fuori l'editto che concerneva a tutti gli
ordini frateschi: che tutte le case religiose negli Stati austriaci
sussistenti dovessero, comandava, rinunziare totalmente e per sempre ad
ogni unione, dipendenza o connessione con altre cose religiose estere o
con esteri superiori; al contrario, tutti i regolari austriaci essere
governati e diretti dai provinciali rispettivi, sotto l'ispezione ed
autorità de' vescovi, dovessero: le medesime disposizioni altresì alle
comunità delle femmine si estendessero, e sotto pena della deposizione,
avessero le superiore per l'avvenire a dipendere soltanto ed
esclusivamente dal clero degli Stati dell'imperadore, tanto in affari
ecclesiastici come nelle temporali bisogna.

Immediatamente a questo editto ne seguitò un altro, col quale
ordinavasi che quanti religiosi di qualunque sesso chiedessero
di essere dispensati da' fatti voti, ai rispettivi ordinarii, per
riportarne la bramata dispensa, le istanze loro rivolgessero: vietati,
in pari tempo, tutti i voti tanto temporanei come condizionati, se
fatti prima dell'età permessa per la vestizione, cioè ventun anni per
le donne, venticinque pegli uomini.

Intimato a tutti gli eremiti di deporre il lor abito romitico, venne
Giuseppe contemporaneamente in sull'abolire diversi monasteri d'ambi
i sessi. Tutte le case religiose, tutti i monasteri ed ospizii sotto
qualsivoglia nome di certosini e camaldolesi, come pure di monache
carmelitane, francescane, cappuccine o di Santa Chiara, rimasero
soppressi ed aboliti generalmente in tutta l'estensione degli Stati
austriaci. Allora fu che non poche monache, o non persuase di passare
in altri istituti dal sovrano approvati, o di trasferirsi fuori degli
Stati austriaci, fecero ritorno, in Italia, nelle paterne case.

Avendo esso principe giudicato necessario che le bolle, i brevi, i
decreti emanati da Roma, per l'influenza che avevano sugli affari dello
Stato, prima della pubblicazione, a lui ogni volta e senza eccezione
nissuna fossero presentati per ottenere il beneplacito, pratica già in
uso in moltissimi altri Stati cattolici, prescrisse a tutti i vescovi
ed arcivescovi de' suoi Stati che tutti gli ordini pontificii sì in
forma di breve, decreto, costituzione, o in forma altra qualunque
si fosse, indirizzati al popolo, a comunità tanto ecclesiastiche che
secolari, oppure a private persone, relativi a collazioni di benefizii,
pensioni, onori, potestà, diritti, od anche in materie dogmatiche o
di disciplina, dovessero, avanti la pubblicazione, presentati essere
alla reggenza civile d'ogni provincia con una copia autentica stesa
da pubblico notaio del paese, ed accompagnata da suppliche, affine di
essere poi della sovrana approvazione muniti.

Convinto Giuseppe II, come egli si esprimeva, de' perniciosi effetti
della violenza alle coscienze fatta, e de' vantaggi essenziali che
una vera tolleranza cristiana procura alla religione ed allo Stato,
credette bene di determinare, riguardo a questo punto, alcune regole.
Fosse permesso l'esercizio privato della loro religione a tutti i
sudditi protestanti, sia della confessione elvetica, sia di quella di
Augusta, in qualunque luogo degl'imperiali Stati. Sapessero eglino che,
nelle elezioni e collazioni di cariche civili, il principe riguardo
alcuno non avrebbe alla differenza della religione, ma unicamente,
come s'era sin allora fatto senza sinistro effetto nel militare, la
probità; la capacità, la buona condotta degli aspiranti valuterebbe.
Ne' matrimonii contratti tra persone di religione diversa, se il marito
cattolico fosse e la moglie protestante, i figli e maschi e femmine la
religione del padre seguissero; se il marito protestante e la moglie
cattolica fosse, i figli maschi seguissero la religione del padre, le
femmine quella della madre. Purchè osservasse le leggi municipali e le
sovrane ordinazioni, e la quiete pubblica non disturbasse, nissuno,
Giuseppe comandava, fosse mai assoggettato per motivo di religione a
pene pecuniarie o corporali qualunque; prescritto a tutti i magistrati
e giudici di ricordare a' cattolici la carità e l'amor fraterno,
di astenersi dalle parole ingiuriose, dalle offese, da' pungenti
rimproveri contro coloro che la ventura non ebbero di nascere in grembo
della cattolica Chiesa.

Aveva già l'imperatore con altro editto annunziato a' suoi sudditi
che, trovandosi eglino nel caso di dover chiedere per oggetto di
matrimonio una dispensa sopra uno od altro impedimento canonico, non
a Roma domandar la dovessero, ma bensì al rispettivo arcivescovo, da
cui, mediante il pagamento di modica tassa di cancelleria, concessa
sarebbe; ingiunto ai parochi, tanto delle campagne come delle città, di
non congiungere in matrimonio coppia veruna di sposi, se dispensa altra
qualunque fuor di quella del rispettivo ordinario gli presentasse.
Qualche tempo dopo, oltre alcune condizioni prescritte ai vescovi
intorno alle dette dispense, ordinò, che chi bisogno ne avesse, prima
di cercarle ai vescovi, la permissione dal sovrano impetrarne dovesse.

Contenendo il pontificale romano un giuramento che i vescovi, all'atto
della loro consacrazione, al papa fanno, l'imperatore emanò un suo
decreto, con cui intendeva di non ricusare il placito alle bolle
spedite da Roma agli arcivescovi e vescovi nuovamente eletti, ma vi
aggiungeva la condizione espressa che nè il prelato consacratore
nè il prelato consacrato non venissero autorizzati nè a ricevere
nè a prestare il detto giuramento se non nel senso dell'ubbidienza
cattolica, e non altrimenti. Ordinò quindi che i nuovi eletti, prima
di essere consacrati e prima di quel giuramento ordinario al papa
immediatamente dopo la nomina od elezione altro prestarne dovessero
tutto speciale di fedeltà all'imperadore, in presenza del governatore e
de' due più anziani assessori del luogo; giuramento che, sottoscritto
dal nuovo o vescovo o arcivescovo, dai tre testimoni suddetti, e
spedito originalmente al sovrano, conteneva una promessa assoluta
dell'eletto di comportarsi verso l'imperadore, suo solo legittimo
sovrano, principe e signore, da fedel suddito e vassallo, non
facendo e non permettendo scientemente che fatta fosse direttamente o
indirettamente cosa alcuna che pregiudiciale essere potesse e contraria
alla persona di Sua Maestà, alla sua augusta casa, allo Stato o ai
diritti della sovranità; con inoltre la promessa di ubbidire senza
tergiversazione a tutti i decreti, leggi ed ordini dell'imperadore, di
fargli osservare da' suoi inferiori col dovuto rispetto, e di cercare e
procurare in ogni occasione la gloria ed il vantaggio del sovrano e de'
suoi Stati. Alcuni vescovi eletti e non consecrati, questo decreto come
ad essi ingiurioso e tendente a renderne sospetta la fede riguardando,
supplicarono all'imperadore di dispensarli dal nuovo giuramento di
fedeltà ad essi prescritto, proferendo in quella vece di più non
prestare al papa nè l'antico nel pontificale riportato e nelle bolle
inserito, nè verun altro; e lo imperadore volentieri la proposizione
accettò.

Ed altre leggi ed altre provvidenze il saggio principe impartì nelle
materie ecclesiastiche, le quali non si poteva che nella novità non
cagionassero scrupoli e dubbiezze; il perchè non giorno forse passava
che al trono alcuno non si presentasse a chiedere spiegazioni.

Ma nel corso di tali riforme e novazioni un avvenimento di natura
diversa disgustò l'imperadore. Per uso antico nella romana corte
stabilito, alla morte di ciascuno de' principali monarchi cattolici
d'Europa, Austria, Francia, Spagna e Portogallo, rendevansi dai
papi nella pontificia cappella con grande solennità gli ultimi onori
all'estinto, di cui il santo padre stesso tesseva il funebre elogio.
Non era però esempio che onore siffatto stato fosse reso alle regine
o alle imperadrici che regnato non avevano se non congiuntamente ai
mariti; ma l'imperatrice Maria Teresa, regina di Boemia, d'Ungheria
e di tanti altri regni e Stati, era caso nuovo e meritava speciale
riguardo. Il papa consultò i suoi maestri di ceremonie, e questi gli
esposero di non aver trovato, per diligentissimi esami, che a donne
solenni funerali nella pontificia cappella stati mai fatti fossero.
E non consideravano che, dopo introdotto quell'uso, nissuna sovrana
cattolica era in Europa stata nel caso di reggere da sè i popoli,
come retti gli aveva Maria Teresa. Corse allora voce che il cardinale
Herczam, ministro cesareo a Roma, ne facesse formale istanza, e sotto
gli occhi del papa gl'inconvenienti mettesse che dal non fare insorgere
potevano; eppure si sentisse dal pontefice rispondere ch'ei derogare
dall'usato ceremoniale non poteva. E così fu. Se questo rifiuto non
influì ad accelerare i disegni di riforma, ed a farli rapidissimamente
gli uni agli altri succedere, questo però fu il tempo in cui
l'imperadore ordinò la soppressione del collegio ungarico di Bologna,
e la partenza da quella città di tutti quei nazionali suoi sudditi
obbligati ad andarne a studiare nelle università di Buda o di Pavia.

Non bisogna chiudere la narrazione degli avvenimenti di quest'anno
senza registrare la morte, il dì 27 di maggio accaduta, di Giambatista
Beccaria, fisico egregio, a cui la scienza va debitrice di molti
progressi, specialmente nel ramo della elettricità.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXII. Indiz. XV.

    PIO VI papa 8.
    GIUSEPPE II imperadore 18.


Le amarezze tra il papa e i due principi austriaci Giuseppe e Leopoldo,
non tanto che si raddolcissero, tendevano un giorno più che l'altro
a maggiore disgusto per le riformazioni ch'essi tuttavia andavano
nelle materie ecclesiastiche tanto nei Paesi Bassi e nel Milanese,
quanto nella Toscana facendo. Le cose battevano massimamente, come
si è veduto, nel volere che i conventi, riguardati inutili, si
sopprimessero; che i sussistenti non avessero più nessuna dipendenza
dai loro generali di Roma, ma fossero al vescovo della diocesi
sottomessi; che per certo dispense per matrimonio a Roma più non si
ricorresse, ma dagli ordinarii fossero concedute; che certe pratiche
pompose di culto esteriore si annullassero; che, per quanto fare
si potesse, nissuno ecclesiastico ozioso se ne stesse, ma o per
sè medesimo od in sussidio dei parrochi nel divino ministero si
esercitasse; che le dottrine della giurisdizione suprema del papa sui
principi temporali più non s'insegnassero; che nelle università fosse
vietato di dare i giuramenti, secondo la forma prescritta da Alessandro
VII, e che le bolle _Vineam_ ed _Unigenitus_ dovessero aversi per nulle
e di niun effetto; che niun'altra professione di fede fosse permessa se
non quella di Pio IV; che silenzio perpetuo vi fosse sulla costituzione
contro i giansenisti, tanto nelle scuole private, quanto nelle
pubbliche.

Tutte queste ed altre provvisioni, aggiunte alle risoluzioni già prese
intorno alle mani morte mettevano in grande apprensione il pontefice e
chi lo consigliava.

Pio adunque, a cui romoreggiava d'ogni intorno così fiera tempesta,
essendo disposto a tentare ogni fortuna per tornare la santa Sede nella
sua dignità e prerogativa, ancorchè di Leopoldo maggiormente temesse,
fece risoluzione di indirizzarsi a Giuseppe, presumendo che, ove il
fratello maggiore si fosse piegato a più amorevoli pensieri, il minore
non si sarebbe indugiato a seguirne l'esempio. Oltre a ciò, che un
papa viaggiasse per andar a visitare un imperatore, era accidente più
conforme alla dignità che se si fosse mosso alla volta di un principe
di minore grado e potenza. Il pontefice persuadeva a sè medesimo che
non invano veduto avrebbe nella sua Vienna Giuseppe, che non in vano
sarebbe stata la gita del capo supremo della Chiesa, che non invano
avrebbe in età già avanzata corso paesi a lui tanto insoliti e lontani.
Deliberossi pertanto a voler vedere l'imperatore nella capitale stessa
del suo vasto impero. Grande attenzione, pari aspettazione era sorta
nel mondo per le recenti deliberazioni dei due fratelli austriaci, ma
più grandi ancora furono e l'attenzione e l'aspettazione quando udissi
un caso già da più secoli inudito, che ad un così lungo viaggio si
accingesse un romano pontefice.

Ovunque egli passava, concorrevano i popoli divoti per venerarlo; i
principi dal canto loro gli rendevano i dovuti onori. Alta cagione il
moveva. Chi maggiore pietà che congnizione delle storie aveva, augurava
lieto fine dell'insolita andata. Ma chi più dentro sentiva nelle
umane cose, queste consolatorie speranze non accettava, credendo che
il papa nulla potrebbe appuntare coll'imperadore. Costoro ragionavano
che Giuseppe, non per capriccio, ma molto pensatamente e di proposito
deliberato venuto era alle sue deliberazioni, e che per ciò da esse per
nissuna dimostrazione romana si dipartirebbe.

Pio fu accolto a Vienna con ogni maggiore segno di riverenza. Se
gli diede stanza nel palazzo imperiale, spesse volte l'imperatore
il visitava, i popoli se gli presentavano riverentemente avanti per
onorarlo, i soldati stessi, così comandando il principe, al sommo
sacerdote con le loro militari maniere s'inclinavano. Onde si vedeva
che la maestà religiosa vinceva la forza. Se in chiesa con la sua
pontificale pompa ufficiava, pieni erano i sacri luoghi di fedeli
che dal pontefice romano le spirituali grazie attendevano. Se dalla
imperial magione si affacciava, o andava per le vie della sovrana
città, ognuno alla venerabile sua persona o nel segreto suo pensiero
od anche colle aperte voci applaudiva. Nella più intima parte della
Germania trionfava Pio per l'aspetto della persona, per la riverenza
della religione, per portare in fronte quel nome di Roma, già prima
sede del mondo per l'armi, ora prima sede della cristianità per la
religione.

Quanto più l'imperadore stava fermo nel non volere cambiar proposito
e nel ricusare i desiderii del papa, tanto più si mostrava fervente
nella religione. Pio stesso con gravissime parole in un concistoro
pubblico tenuto nel palazzo imperiale a dì 19 di aprile il lodò;
con somma contentezza, disse, avere veduto da vicino l'imperiale
maestà, con somma contentezza avere abbracciato l'imperatore stesso,
quell'imperadore ch'egli cotanto stimava, cortese e facile averlo
sempre trovato ogni volta che pel debito del suo pastorale ufficio
di alcuna cosa il richiedeva; essere stato da lui nell'augusto suo
domicilio accolto, con ogni maniera di generoso servimento trattato;
maraviglia e consolazione avere sentito nel vedere la sua somma
divozione verso Dio, l'altezza del suo spirito, l'attenzione indefessa
ai negozii del principato; ciò consolare la sua paterna affezione, ciò
ricompensarlo della fatica presa per così lungo viaggio; consolarsi
ancora e dolce compenso trovare nel vedere quella magnifica città, nel
vedere i popoli concorsi, mentre ancora per via veniva, per onorarlo,
onde bene argomentato aveva che ancora intatte ed incorrotte erano la
pietà e la religione; non essere pertanto per cessare mai di lodare un
così religioso imperadore, non mai cessare di ricordarlo nelle preci
sue, non mai cessare d'implorare dal grande Iddio (che chi da lui non
si scosta, sempre sostenta e regge), acciocchè ed imperadore e popoli
nel santo proposito in cui erano, aiutasse sempre e confermasse.

Pio aveva vinto colla presenza e colla dignità i popoli, ma non potè
vincere l'imperadore. Nè le sue lodi, nè le istanze ebbero valeggio di
svolgere l'austriaco principe dal suo proponimento, e il pontefice fu
pur troppo chiaro della di lui mente volta a continuare nelle riforme.

Crescendo le molestie della santa Sede, manifestavansi per ogni dove
acerbi segni. La Toscana, Milano, l'alta Germania insorgevano; che
anzi Giuseppe avendo in questo tempo appunto messo la mano sui beni
ecclesiastici, così dei regolari come dei secolari, e lamentandosene il
pontefice, l'imperadore rispose risentitamente, che sapeva ben egli ciò
che si faceva, e che una divina voce in sè medesimo sentiva, la quale i
suoi imperiali decreti gl'inspirava e dettava.

Un mese erasi Pio soffermato a Vienna, donde partendo e prendendo
via per Augusta, Innspruck, Bressanone, Bolzano e Roveredo, giunse
ai confini del veneto dominio, dove, incontrato dai deputati della
repubblica, l'accompagnarono in Verona al convento dei domenicani di
Santa Anastasia, in cui albergò. Veduta l'arena, veduti gli altri
veronesi monumenti, avviavasi per Vicenza e per Padova a Venezia,
accolto sopra un ricco bucentoro, accompagnato dal patriarca e da'
prelati, incontrato dal doge e dalla signoria, da per tutto onorato,
da per tutto festeggiato, e padre comune salutato. Nel convento
dei domenicani, superbamente addobbato a spese del pubblico, prese
la stanza; pontificò nell'aggiacente chiesa de' Santi Giovanni e
Paolo, all'immenso devoto popolo accorso da superba tribuna la papale
benedizione impartì. Da questa magnifica Venezia partitosi, giungeva il
dì 13 del mese di giugno nella sua Roma.

Paolo, figliuolo di Caterina II imperadrice di Russia, dall'augusta
madre mandato, in compagnia della granduchessa sua consorte, a
restituire a Giuseppe II la visita che questi fatta le aveva nella
sua residenza di Pietroburgo, da Vienna passò a vedere l'Italia, sotto
il nome di conti del Nord, che aveano gl'imperiali coniugi per questo
viaggio assunto. Gli accolsero Roma e Napoli, Firenze, Modena e Milano,
e la nostra Venezia gli accolse in isplendida e regia ospitalità, nel
che non solea restare a niun altro potentato seconda. Magnifiche feste
in teatro, caccia di tori al chiaror delle faci nella gran piazza di
San Marco, e lo spettacolo singolare di queste adriache spiaggie,
la regata, con altri non meno brillanti che graditi trattenimenti
segnalarono i dieci giorni che gli ospiti illustri qui fermarono il
piede.

Ma mentre i principi veniano in Napoli accolti e festeggiati, la città
di Ortona, parte di quel regno, situata in riva al mare Adriatico,
nell'Abbruzzo Citeriore, si subissò. Posta sopra un monte assai
alpestre, formando una specie di penisola, in un terreno di tufo più
volte già smotato, venne a scoscendersi una parte del poggio, sì che un
buon terzo della città piombò tutto in un tratto in mare, nel rovinio
ammazzando più di due mila persone. Nel dì 25 di febbraio, un'ora
prima di sera, quasi in tutta l'estensione della città, incominciò
a distaccarsi dalle fabbriche la terra; alle tre della notte tutto
ciò che prima era colle apparve una voragine spaventevole. Il terreno
coperto dalla neve a quei giorni caduta precipitò velocissimo in mare.
Nessun riparo fermar poteva gli ulteriori danni. Gli abitanti, rimasti
attoniti a tanto inaspettato disastro, si diedero tutti alla fuga.

In quest'anno l'imperadore Giuseppe II abolì in tutti i suoi Stati,
quelli di Italia compresi, la pena di morte. Contemporaneamente in
Toscana abolivasi l'inquisizione.

Due figli di Apollo in quest'anno morte rapiva all'Italia; Metastasio e
Farinelli; famoso poeta quello, questo cantore famoso.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXIII. Indiz. I.

    PIO VI papa 9.
    GIUSEPPE II imperadore 19.


Nissuna regione del mondo fu mai tanto tormentata quanto l'estrema
parte d'Italia, che ora il regno delle Due Sicilie comprende. Gli
uomini in ogni tempo l'afflissero, ora con guerre intestine, ed ora
con guerre esterne, e spesso ancora con mutazioni di stirpi regie, a
cui pareva che quel bel paese non fosse cosa da lasciarsi ad altri. La
natura poi lo straziò ora con incendii spaventevoli di monti, ed ora
con terremoti più spaventevoli ancora.

Sonvi sul globo terracqueo alcuni luoghi, dove da tempi antichissimi
la natura è già sfogata, che è quanto dire, che le forze sue,
superati tutti gli ostacoli, hanno indotto quello Stato che a loro più
consentaneo è: questi luoghi, quanto ai fenomeni naturali, godono di
maggiore tranquillità. In altri paesi poi la natura, per così dire,
sforzantesi e rabbiosa ancora si travaglia, e tra mezzo a perturbazioni
ed a ruine tende a sormontare quanto le si oppone per arrivare al suo
stato di quiete.

Ora l'estrema parte d'Italia che al mezzodì si volge è una di quelle
che non hanno ancora ottenuta quella quiete, e la van cercando. Quindi
è che nelle sue viscere interne regna tuttavia una gran discordia,
che fuori a noi si scopre con fiamme spaventose, con eruttamenti
maravigliosi, con macigni liquefatti, con terremoti, con marimoti, con
aeremoti, che danno a temere che sia venuta la fine dell'esistenza,
non che del riposo, e pure altro non sono che avviamento alla quiete.
La natura non conosce tempo; per lei nè anni nè secoli vi sono, e
di noi si ride, a cui incresce il morire. Noi non vedremo la quiete
della Magna Grecia nè delle siciliane sponde, ma tempo verrà ch'esse
l'avranno, e la stessa condizione acquisteranno, che già nelle più
parti di questo nostro globo si osserva. Non so però perchè così tardi
ella vi sia per arrivare, scrive un famoso storico che trascriviamo, e
perchè contrada così magnifica e così bella, forse la più magnifica e
la più bella di tutte, e perchè uomini così sensitivi e così immaginosi
abbiano a soffrire un così luogo travaglio. Se castigo di Dio è, non
vedo ch'essi abbiano peccato più degli altri; se necessità di fortuna,
bisognerà confessare, che siccome sempre cieca ella è, così ella è
sovente ingiusta.

Racconterò, seguita il lodato storico, cose stupende, e tali, che
dubito che da nessuna penna degnamente raccontare non si possano;
una provincia intera sconvolta, molte migliaia d'uomini in un sol
momento estinti, i sopravviventi più infelici dei morti; la terra, il
cielo, il mare sdegnati; ciò che la natura ha fatto di più sodo, in
ruina; ciò che per la sua sottigliezza toccare non si può tanto impeto
acquistare, che, le toccabili cose furiosamente urtando, rovesciò;
ciò che mobile e grave è, fuori del consueto nido sboccando, guastare
ed abbattere quanto per resistere a più leggeri elemento solamente
stato era construtto; i fati d'Ercolano, i fati di Pompei, e forse
peggiori perchè più subiti, a molte città apprestarsi, non soffocate
ed oppresse, ma stritolate e peste; una faccia di terre le più amene
e ridenti del mondo cambiata subitamente in ultima squallidezza ed
orrore; orribili fetori di cadaveri putrefatti non riscattabili fra
l'immense ruine, orribili effluvii di acque stagnanti nel loro corso
d'accidenti straordinarii interrotte, orribili malattie da spaventi,
da stenti, da moltiplici infezioni prodotte, abissi aperti, città
subbissate od inabissate, monti scoscesi, valli colmate, fiumi e
fonti scomparsi, nuovi comparsi, polle di mota da aperte voragini
scaturienti; un istinto d'animali bruti il futuro male preveggenti,
una sicurezza d'uomini, cui la ragione è meno provvida dell'istinto;
un salvar di fanciulli con morte delle madri, un preservar di padroni
per fedeltà di servi, un aiutar d'infelici per bontà di governo, per
umanità di signori, per carità di preti; vittime per casi strani o
quasi non credibili dall'ultimo eccidio scampate; una cieca fortuna,
un impeto ineluttabile, un grido di morte uscito dalla terra per
sotto, dal cielo per sopra, dal mare per lato, spaziare dappertutto,
ed ogni cosa rompere, ogni cosa spaventare, ogni cosa in ruina ed in
isconquasso precipitare; gl'incendii uniti alle ruine, e le fiamme
consumare ciò che al furore degli altri elementi era avanzato. — A ciò
tutte le superstizioni più stravaganti che caggiono in menti smosse,
tutte le furberie di chi delle sciocche superstizioni e dei solenni
terrori si pasce ed in suo pro gli converte; a ciò ancora pentimenti
fugaci di uomini malvagi, rapine contro miseri, insulti contro
benefattori, abbandoni di chi soccorso chiedeva e pietà; il mondo
morale, come il mondo fisico in disordine; ciò che doveva intenerire
i cuori, e farli dell'umana miseria conoscenti, vieppiù indurarli ed
aspri ed inesorabili farli; gente scelleratissima con opere nefande
dimostrare che la cupidigia del rubare e l'infame sfogamento della
libidine sopravanzavano, e soffocavano la compassione e lo spavento.
Maravigliosa terra di Napoli che sempre dimostrasti essere in te
estremo il bene, estremo il male, nè dal consueto stile poterti
ritrarre nemmeno la natura orrida e sconvolta: quello dinota eroismo,
questo una spaventevole ostinazione.

È impossibile seguire più innanzi nella sua stupenda narrazione del
fatto lo storico illustre che a parte a parte lo descrisse; ma verrem
da lui traendo ciò che i tratti principali della tremenda catastrofe
possa mettere dinanzi alla mente.

Alla state fervidissima dell'anno 1782 era succeduto nelle Calabrie un
autunno piovosissimo, nè cessò lo smisurato acquazzone nel susseguente
gennaio; che anzi vieppiù per questo conto imperversando il cielo,
caddero nell'anzidetto mese pioggie così disoneste e dirotte e
precipitose, che la terra calabra, massime quella così detta della
Piana, restò altamente danneggiata, non solamente pegli allagamenti dei
fiumi, ma ancora per essere stati i terreni viemmaggiormente ammelmati
e fatti capaci di dissoluzione. Cotale perturbazione della natura
presagiva calamità ancor maggiori, ma niuno si dava a temere che esse
fossero per arrivare al totale discioglimento della contrada. Avevano
altre volte quei popoli simili pioggie e simili innondazioni vedute,
ma, dal guasto dei superficiali terreni e dal danno delle ricolte in
fuori, da altri maggiori disastri non restarono afflitti.

Intanto era il nuovo anno giunto al principio di febbraio, mese per
fatal destino funesto alla Magna Grecia, e specialmente alla Calabria;
perciocchè in esso piombò la fatale ruina sopra i distretti Ercolanense
e Pompeiano sotto il consolato di Regolo e di Virginio; in esso fu
conturbata, alcuni secoli avanti, la Sicilia e distrutta Catania;
in esso nel duodecimo secolo sommosse dai tremuoti non solamente la
Sicilia, ma eziandio le Calabrie. Il principio più fatale che la fine,
poichè al quarto od al quinto giorno di lui accaddero quegli scroscii
della natura.

Correva appunto il quinto giorno di febbraio di quest'anno, ed il
giorno era giunto alle diecinove ore italiane, vale a dire, in quella
stagione, un poco più oltre del mezzodì. Nell'aria non appariva alcun
segno straordinario. Rare e quiete nubi a luogo a luogo il cielo
velavano. Nè il Vesuvio nè l'Etna buttavano; Stromboli non più del
solito. Sentivasi il freddo, ma non oltre l'usato; il consueto aspetto
stava sopra le calabresi cose. Eppure la terra in sè medesima chiudeva
un insolito furore. O fossero fuochi, o fossero vapori potentissimi che
scarcerare si volessero, quella ordinaria calma dovea fra brevi momenti
turbarsi per dar luogo ad un rumore e ad uno scompiglio orrendo. Gli
uomini nol presentivano, e senza tema le ore fra i soliti diletti o
fra le solite fatiche andavano passando. Ma non gli animali bruti,
che inquieti, fastidiosi, spaventati, col correre, col tremare, col
gridare, mostravano che alcuna terribil cosa si andava avvicinando, ed
aspettavano.

Così un'arcana natura con ispaventosi presentimenti avvertiva del
pericolo chi poco o nulla evitare il poteva, mentre di lui conscii non
faceva quelli che pel lume della ragione fuggirlo, se non in tutto,
almeno in parte saputo avrebbero.

Trascorso era il giorno 5 di febbraio di pochi minuti oltre il mezzodì
quando udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra
un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si
scosse e tremò. In quel momento medesimo cento città, o non furono più,
o dalla primiera forma svolte, quasi informi ammassi di spaventevoli
ruine giacquero. In quel sempre orribile e sempre lagrimevole e sempre
di funesta rimembranza momento, più di trenta mila umane creature
rimasero ad un tratto morte e sepolte. Quale passo da tanta quiete a
tanto spavento! Quale conversione da tanta allegrezza a tanto pianto!
Quale differenza da tante vite a tante morti!

Non fu breve la cagione dell'orrenda catastrofe: perciocchè scossesi e
tremò la terra colla medesima veemenza e fremito ai 7 febbraio, ai 26
ed ai 28, e finalmente ai 18 di marzo una violentissima scossa avvertì
i Calabresi che i loro spaventi e dolori non erano ancora giunti al
fine, e che, per iscampare dalla morte, su quel suolo infido altro
rimedio non vi era che quello di fuggire; ed assai lontano fuggire,
posciachè l'ira del cielo sopra di loro non era ancora esausta. Il
gravissimo urto di marzo scompigliò, ruppe e rovesciò quanto ancora
era rimasto intiero ed in piè, se pure ancora alcuna cosa intiera e
sulle fondamenta rimasta era. Giunsesi la disperazione al terrore: ad
ogni momento credevano quei miserandi popoli che la terra, spaccandosi
in abisso, gl'inghiottisse tutti. Quelli di febbraio esercitarono
principalmente il loro furore sopra le città più vicine al Faro;
l'ultimo su quelle che verso lo strangolamento d'Italia tra i golfi di
Sant'Eufemia e di Squillace sono poste.

Le raccontate scosse squassarono con violentissime urtate la terra, ma
fra di quelle non vi fu mai quiete perfetta. Di quando in quando alcune
scosse minori si sentivano, e fra di loro un perpetuo ondeggiamento, un
andare e venire più o meno manifesto della terra, come se ella divenuta
fosse fiottosa, e per cui non pochi travagliavano di quel molesto male
che affligge ne' viaggi marittimi coloro che non vi sono avvezzi.

Fatale fu questo terremoto non solamente per la violenza delle
concussioni, ma ancora, e forse più, per la diversità e moltiplicità
de' moti impressi alla terra. Fuvvi il moto subsultorio, cioè dal
basso all'alto, come se qualche orrendo fomite battesse o picchiasse
o punzecchiasse l'esterna crosta per farsi via da uscir fuora, in
quella guisa stessa che un colpo dato con un grosso martello sotto
una tavola orizzontale farebbe. Fuvvi il moto di sbalzo, come se una
porzione della terra a modo di fionda i soprapposti corpi in alto
scagliasse. Fuvvi il moto vertiginoso, come se la terra in sè medesima
si rivoltasse ed una vertigine imprimesse a ciò che toccava, moto che
fu il più pericoloso di tutti, e che atterrò molti edifizii che retto
avevano ad altri moti, e le superficie de' corpi converse, mettendo
le superiori sotto, le inferiori sopra. Fuvvi il moto ondulatorio,
il più solito ne' terremoti, e per lo più da Oriente verso Occidente
andava. Fuvvi finalmente un moto di compressione dell'alto al basso,
per cui i terreni si abbassavano, e, come a dire, si insaccavano,
e più fortemente compressi si assodavano. Dal disordine de' moti si
argomentava che disordinata fosse la cagione, e che guerra vi fosse
sotto, come vi era sopra. Non è da tacersi punto che più sonoro era
il fragore, che chiamavano _rombo_, spaventevole nunzio di estreme
sciagure, e più forti erano le scosse che susseguitavano, onde maggiore
danno seguitava un maggiore spavento.

Or chi potrebbe ridire la varietà degli accidenti in tanto sconquasso?
Monteleone, nobile ed antica città, che mostra qualche residuo di muri
ciclopei, restò altamente offeso dalla percossa, sì che i più suntuosi
templi, i più vasti edifizii, come le più umili case, furono rotti
e scomposti, ed ancora che i più atterrati non fossero, diventarono
nondimeno inabitabili. Maggiore fu la desolazione di Mileto, dove,
oltre le case, che tutte patirono infiniti danni, restò da cima a
fondo irreparabilmente infranto e inabissato il magnifico tempio della
Trinità; tetto, mura, campanile, altari, andarono tutti in un monte
di rottami. Tropea fu percossa dal terremoto, ma in grado minore.
Meno ancora restò offeso il poco lontano villaggio di Parghelia,
villaggio singolare non per grandezza nè per ricchezza di edifizii,
ma per industria dei terrazzani, troppo diversa dalla rilassatezza
che in non poche parti della Calabria regnava. Soriano, andato esente
dal terremoto del 5 febbraio, restò desolato da quello del 7; nè vi
rimase orma degli edifizii di terra pigiata, che nel paese chiamano
terraloto, e da cui la massima parte della città si formava. Lieta,
anzi lietissima era la strada da Soriano a Jerocarne, siccome quella
che ombreggiata era e vagamente sparsa di ulivi, di castagni, di
quercie e di viti, ed ora divenne un miscuglio commisto di ruine.
Tanto sovvertimento patirono i terreni! Si screpolarono, aprironvisi di
profonde fessure. Ma le fessure immobili non erano; ora si serravano
impetuosamente, combaciandosi di nuovo gli orli, ora si riaprivano,
disgiungendosi quelli novellamente. Le fenditure, e così in questo
luogo come in ogni altro, pigliavano diverse forme, ma le più in cotale
modo s'informavano, che parecchie da un solo centro aperto anch'esso
partendo, a guisa di raggi se ne allontanavano. Talvolta usciva da
queste spaccature una fanghiglia cretacea spremuta a forza, come
pare, dai più interni ripostigli della terra. E di questa fanghiglia
altri ed altri eziandio erano i modi. Dalle grandi e vaste spaccature
usciva copiosissima, e le vicine campagne allagava. Ne restavano
intrisi i rottami, intrise le ruine, intrisi gli alberi e i sassi.
Sovente accadea che non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche
circolari; che sul terreno cavo si formavano; e dal centro delle
medesime, piuttosto che da altre parti, scaturiva.

Tale fu la natura degli accidenti di questo terremoto, che piuttosto
acqua o creta nell'acqua disciolta sorsero dalle profonde viscere
del travagliato globo che fuoco od altre sostanze che la presenza
dall'igneo elemento manifestare sogliono; cosa che riuscì contraria
alla opinione di molti che credono da fuochi sotterranei ingenerarsi i
terremoti.

Successe poco lungi da Soriano nei terreni del fra Ramondo, del
Covolo e del fiume Caridi una gran rovina ed una inondazione di fango:
giardini, due case rurali, un oliveto, due monticelli sdrucciolarono,
il Caridi scomparve, si aprirono voragini, sgorgò acqua in copia,
giacquero gli alberi in varie guise fra quell'incomposta congerie,
sfortunatamente sepolte dall'orrendo scoscendimento alcune umane
creature. Alcuni giorni appresso ricomparve il Caridi, ma in altro
letto, nè puro o limpido come prima, ma limaccioso e torbido.

Il più atroce tormento di chi restava sepolto vivo, ed in molti uomini
e donne ciò si osservò, sempre fu la sete. Usciti dal carcere rovinoso
non altro domandavano, non altro agognavano che bere, e sull'acqua per
dissetarsene cupidissimamente si gettavano. Tant'era il rovello che
li tormentava, che, perchè dall'improvviso e troppo copioso uso della
bevanda non ricevessero mortale danno, uopo era ministrarla loro con
regola e misura.

Tra le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città che
raccontare non possiamo, però che il tempo e lo spazio ne sospingono,
non possiamo tacere di Polistena, vaga città sulle sponde del
Jerocarne, che non fu più, demolita di maniera, che i tetti rimasero
innabissati e le fondamenta cacciate fuora dal loro sotterraneo cavo:
tutta sotto sopra fu messa, nè mai più informe ammassamento di rottami
si presentò agli occhi degli uomini spaventati che quello della
distrutta Polistena. «Quando da sopra una eminenza, scrive il Dolomieu
nella versione del Botta, io vidi le ruine di Polistena, quando io
contemplai i mucchi di pietre che non hanno più alcuna forma, nè posson
dare più idea di ciò che era quel luogo, quando io vidi che nissuna
casa era sfuggita dalla distruzione, e che tutto era stato livellato al
suolo, io pruovai un sentimento di terrore, di pietà, di raccapriccio,
e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese.» Le case
precipitarono nel fiume, i grossi muri del convento dei domenicani si
sfasciarono ed in grandi massi rovinarono. Dalla parte de' cappuccini
si avvallò il terreno, in varii luoghi largamente si sfesse, tutto il
paese all'intorno sino a piè del monte tre miglia distante si screpolò.
Un momento solo del 5 febbraio precipitò e soffocò negli abissi più di
due mila Polistenesi, fra sei mila che erano. I sopravviventi, erranti
e miseri, non solo case più non avevano, ma nemmeno fra quella informe
ruina le riconoscevano: a stento il luogo dell'antica e distrutta sede
accertavano.

Terranuova divenne in pochi istanti un vano nome; il suolo stesso ove
posava, non solo cangiò forma, ma non fu più. «Un gemito indistinto,
così scrivono gli accademici di Napoli, un gemito indistinto, un
terribile fragore, e una densa nube di polve ascose tra la più compiuta
annichilazione l'enorme strage che indistintamente si fece degli uomini
e dei bruti.» Aveva la terra nel suo fiorito stato due mila abitatori;
solo quattrocento dalla catastrofe scamparono.

Trapasseremo senza arrestarci le ruine, gli sconvolgimenti,
l'annichilamento di Molochiello, di Casalnuovo, di Oppido, di Santa
Cristina, di Scilla, di Reggio, di cent'altri e villaggi e casali
e città; trapasseremo eziandio gl'infiniti casi compassionevoli e i
molti singolari casi e venture e disavventure dell'orrendo disastro
non per la prima volta avvenuto in paesi che bugiardi ed insidiosi
si potrebbero chiamare, posciachè per la bellezza ed amenità loro
allettano a spiagge infide e piene di mortali pericoli: un sole
benefico, chiari rivi scendenti dai poco lontani Apennini, freschezza
di siti all'ombra degli aranci, dei gelsi, dei limoni, dei fichi, dei
cedri, dei granati e della pampinosissima vite, fanno che quivi sieno i
luoghi forse i più dilettevoli della terra. Ma sono giardini d'Alcina;
la natura vi fu ad un tempo madre e matrigna.

Ma fra le quasi infinite avventure e disavventure che dobbiam
tralasciare, non possiamo astenerci dai trascrivere dallo storico più
volte lodato alcuni casi che più degli altri potranno interessare il
lettore.

«La compassione ch'io sento, scrive egli adunque, m'invoglia di
raccontare il caso di due madri infelici all'ultima ora sotto le ruine
codotte, ma non sole. Rovinò sopra di loro un tetto, rovinò la povera
casa. L'una aveva seco un figliuolo di tre anni, l'altra stringeva al
petto un bambino di sette mesi. Nella estrema sciagura, in quel fondo
di morte, la materna tenerezza non le abbandonò, anzi si accrebbe.
Curvaronsi contro i cadenti sassi, e fecero del dosso arco sopra le
innocenti creature. Istinto era, amore di madre era, ma frutto altresì
di compassionevole illusione; perciocchè incontro ai rovinanti massi
qual corpo di donna resistere potea? Morirono, e con esse i non salvati
fanciulli. Chi fu mai più infelice al mondo di quelle misere e desolate
madri? Furono trovate nell'attitudine descritta; e con le braccia
avvinte ai figli l'una accanto all'altra, esse coi corpi pieni di
lividori e di putrida gonfiagione, essi seccati e smunti. Or chi potrà
dire quanto dolore regnato abbia in quell'oscuro speco?

«Delle raccontate donne un'altra meno infelice, quantunque
infelicissima sia stato, tutta la Calabria in ammirazione converse.
Sette giorni intieri stette fra le ruine sepolta, nè alcun cibo o
bevanda ebbe. Funne estratta esanime e moribonda. Come prima racquistò
l'imperio dei sensi, _acqua_, gridò, _acqua, acqua io voglio_. Tant'era
la sete che la straziava. Disse che nella tenebrosa caverna prima
una infernale sete la struggeva, poscia perdè ogni sentimento di sè
stessa. La da così vicina morte scampata donna visse ancora alcun tempo
sovvenuta dalla pietà del pubblico.

«Simile caso avvenne ad una donna di Cinquefrondi, villaggio poco
distante te da Polistena, e dal sommo all'imo distrutto. Fu tratta viva
dopo sette giorni di sepoltura, ma con due figliuolini, che seco aveva,
morti.

«Quanto sopportar possa in casi straordinarii l'animale natura, ancora
più ne diede testimonianza un gatto, che, appiattatosi per asilo in
un caldaio, il quale il peso dei rottami sostenne, vi stette quaranta
giorni senza cibo di sorte alcuna. Il trovarono come giacente in
placido sonno. Appoco appoco si riebbe, ed alcuni anni ancora visse,
delizia del padrone.

«Quale fosse lo spaventevole capriccio del terremoto, egli scrive in
altro luogo, seppeselo il padre maestro Agazio, priore del carmine di
Jerocarne, il quale per questi luoghi viaggiava, quando più il flagello
v'infuriava. Spaventato volle fuggire; ma ecco un piede incepparsi
in un crepaccio che subito si serrò. S'affaticò di ritirarlo, ma
spese la fatica indarno. Mise grandi stridori, chiamò aiuto con alte
grida, in quella desolata solitudine nissuno comparve, e tuttavia il
piè stava stretto da quella straordinaria tanaglia. Credeasi morto,
attaccato com'era a quel fatale e strano ceppo. Ma ecco in un subito
per un nuovo urto di terremoto aprirsi il ceppo, spalancarsi la fauce
e dargli libertà e vita. Il povero religioso arrivò al convento tutto
sganganato, e più morto che vivo. Ognuno si maravigliava della stupenda
ventura, ed egli a stento la poteva raccontare; tanto era oppresso
dall'anelito e dalla paura!»

E altrove: «Era una casa ad uso d'osteria lontana forse a trecento
passi dal Solì. L'abitavano l'oste per nome Giovanni Aquilino, la
sua moglie ed una nipote di tenera età. Eranvi per accidente quattro
avventori. Giovanni se ne stava russando sul letto, siccome quello che
avvinazzato era e cotto bene, le due donne attendevano agli uffizii
di casa, gli avventori giuocavano alle carte. Ed ecco la casa intera
prender viaggio verso il Solì, nè fermarsi se non quando al suo letto
pervenne. Quivi l'urto fece ch'ella si disfece ed in frantumi andò.
L'ostessa rimase, come trovavasi, seduta, e dalla paura in fuori non
ebbe male alcuno. L'oste a maladetta forza si svegliò, e smaltito il
vino, pianse la perduta fortuna; la misera fanciulla schiacciata morì.
Morirono pure gli avventori venuti a giuocare sulle sponde dell'ameno,
ma infedele Solì.

«Uno sbalzo di terremoto aveva sepolto fra le ruine della sua casa
l'abbate Taverna, medico di Terranuova. La polvere lo soffocava, la
grandine dei piombanti sassi lo martellava, si credeva morto, quando
un'altra urtata di terremoto lo scarcerò, fuora il trasse e dal
pericolo lo scampò, per lo strano caso restò allibbito e intronato
lungo tempo; finalmente tornò del tutto in sè, e dilettavasi nel
raccontare come il terremoto l'avesse condotto vicino a morte, e
come l'avesse salvato. La famiglia dei Zappia ebbe un caso comune col
Taverna; sepolti da una spinta di terremoto, dissepolti da una altra.

«Anche nella desolata Terranuova successe una mirabile sopportazione
di un animale bruto. Nella casa dei Tutini, che rimase tutta infranta
e distrutta, una cagna fra le ruine incarcerata visse per tredici dì
senza alimento alcuno, e senza avere mai potuto lambire nè pure una
stilla d'acqua. Uscì, toltigli i rottami d'intorno, viva e magra, e
soprammodo sitibonda.

I terreni rimasero tutti lacerati da crepacci e da fenditure. Alcune
di queste fenditure avevano otto palmi di profondità, altre tredici,
altre venti, ed anche di più; varia era la larghezza, ma nissuna
maggiore di quattro palmi. Parevano quasi tutte fatte a taglio netto
e successivo, ma con direzione confusa, varia e indistinta a segno
che non ammettevano ordine alcuno, nè dove fosse il loro principio e
dove la fine non si poteva accertare. Sopra un alto monte rimpetto a
Terranuova, ma sulla opposta sponda del Solì, s'ergeva un villaggio
per nome Molochiello. Questo infelice paesetto fu devastato in modo
che pochi ed informi vestigii rimasero della sua esistenza. Una parte
di lui precipitossi a destra, l'altra a sinistra, nè più altro suolo
vi rimase del sito su cui giaceva che una fettolina a schiena d'asino,
così acuta, che non vi si poteva su camminare. Videsi in questo luogo
un orrido e non più udito spettacolo; che nel fianco del monte reciso
come a perpendicolo pendevano ammassate le reliquie dei cadaveri
riposti nei sepolcri, i quali, per lo squarcio avvenuto nei fianchi
delle rupe, rimasero scantonati e per metà divisi.

Un Antonio Avati contadino stava sur un castagno recidendone i rami,
quando arrivò la devastazione. Il castagno si mosse, e con placido
corso scese verso il fiume Marro per più di trecento passi. Fermossi
finalmente intoppandosi giù nel vallone. Scuotessi Arati, e salvo sulla
ripa saltò.

La rustica casa di Grazia Albanesi, moglie di Giuseppe Zema, viaggiava
anch'essa giù per lo monte. Aveva Grazia un bambino di poca età, che
giaceva forse placidamente dormendo in una rozza culla fra meschine
fasce avvolto. L'infelice madre restò affogata ed oppressa sotto le
smisurate moli e della propria casa e delle altre fabbriche e del
terreno e della creta che giù rovinavano dalla rupe di Molochiello.
Credessi che con lei fosse morto il bambino. Già erano trascorsi
tre giorni dal fatale avvenimento, quando da coloro che andavano
fra le ruine raccogliendo gli avanzi della loro sepolta e scarsa
suppellettile, furono uditi alcuni oscuri vagiti. Alzarono a speranza
i pietosi animi, smossero, scavarono, trovarono la misera ed innocente
creatura nella sua culla cinta di fango e fra orrendi frantumi involta.
Rea era la stagione, il freddo aspro assai, la pioggia dirotta.
Estrassero il bambino vivo da quell'informe spelonca così com'era,
rauco dal pianto, conquiso dalla fame e dalla sete, assiderato dal
freddo, dimagrato al sommo; così usci vivo dal sepolcro inusitato della
madre. Il presero, il fomentarono, con prudenza il dissetarono, con
prudenza ancora lo sfamarono. Salvo in somma il resero, ma non tanto
che non portasse nello smunto viso e nel debole corpicino, finchè
visse, i segni dell'andato patimento. Siccome morta era la madre, una
zia materna prese cura dell'orfano così stranamente preservato da una
stranissima ventura. Gli accademici di Napoli non senza maraviglia il
videro.»

Sino a questo passo furono raccontate le disgrazie di molti illustri
luoghi, di molte nobili città; or si diranno quelle di colei che tutte
e per antichità e per grandezza e per altezza di fama le avanza.
La magnificenza non più che l'amenità non preservò dalla cagione
inesorabile e furibonda.

Siede Messina sulla terra sicula, alto elevandosi quale regina
del famoso stretto che da lei il suo nome prende. Celebre ai tempi
antichi, celebre nel medio evo, e celebre ancora nelle moderne età,
fa testimonio, che quivi all'industria degli abitanti, alla fertilità
del suolo, alla benignità del cielo si aggiunge un quieto e necessario
rifugio a chi sen va navigando sur un mare sopra misura tempestoso, e
troppo spesso da furie disordinate perturbato. La natura rabbiosa qui
pose Scilla e Cariddi, scoglio e voragine infami per tanti naufragii, e
quivi la provvida natura pose il porto di Messina al pari di qualunque
altro più famoso che al mondo sia, ampio, profondo, sicuro, atto a
ricettare come le più piccole ed umili barche, così le più grosse
e magnifiche navi. Fu città cara a' Normanni, cara agli Svevi, cara
agli Aragonesi, onde sorse piena di sontuosi edifizii e corredata di
tutti quei comodi della vita che alle città principali di un reame
si appartengono. A così alto grado salì una volta la sua potenza, che
e grossissimo commercio faceva, e numerose armate sui mari spingeva,
e del primato dell'isola con la stessa popolosa Palermo contendeva,
ed alcun tempo il tenne. Per le guerre civili poi e pei rivolgimenti
politici e per le ribellioni, ed ancora pel crescere progressivo
dell'emula città, cadde in più basso stato, ma non però tale che
illustri segni non serbi, e per popolazione e per magnificenza di
edifizii, della grandezza antica. La natura e gli uomini l'avevano
fatta grande e graziosa; gli uomini poscia per le discordie, la natura
pei terremoti la mandarono in declinazione; e da sè medesima diversa la
fecero.

Tremarono e rovinarono le Calabrie, Scilla e Reggio a rincontro di
Messina poste, parte fracassate, parte sommerse giacquero. Il profondo
mare non interruppe la mortale causa. Tanto essa era entro le più cupe
e più profonde viscere della terra nascosta! Successero nell'infelice
Messina cose tali che Scilla e Cariddi non ne starebbono al paragone.
Sino dai primi giorni di febbraio vi comparvero, ancorchè fuor di
stagione fosse, quei _cicirelli_, pesci del genere delle sfirene, che
sono a quelle spiaggie tristo annunzio di tremuoto. La veduta di questi
allora insoliti pesci cominciò a turbare i Messinesi, i quali qualche
grave caso ne augurarono, ma però non sospettavano di così spaventosa
ruina della loro città.

Altri segni sorgevano dell'imminente tempesta e di funesto avvenire.
Il mare in quello stretto, che dal Peloro trascorre lungo l'aspetto di
Messina, è commosso da un flusso quotidiano, cui gli abitanti chiamano
marea, e con vocabolo corrotto rema. Due volte al giorno le acque sono
solite a gonfiarsi ed a correre verso settentrione nel Faro, e due
volte ricorrono nel mare Siculo verso Ostro. Fremono sì quando vanno e
vengono, ma non tanto che nei tempi ordinarii diventino tempestose. Tal
era ed è il consueto tenore con cui nello stretto di Messina procede
quel vorticoso mare.

Ma quando l'anno giunse ai primi di febbraio, principiò ad alterarsene
l'usato andamento: «Le maree, narrano gli accademici di Napoli, non
erano esattamente regolari da sei in sei ore; torbida, fremente e
oltre il costume feroce divenne la vorticosa Cariddi, e spesso anche
allorquando parea meno agitato il volume delle acque, si osservò
crescere repente il tortuoso giro di quel vortice, che quei naturali
appellano _carofalo_, e la rema, quasi confusa e interrotta nella
sua direzione, o arrestarsi per poco o sull'onda seguace rialzarsi, o
aprirsi in mormorante e rapidissima concentrica voragine.

A ciò si univa un insolito oscuro fremito, che quasi si approssimava
a un profondo e lontano muggito; e ciò o precedeva alla repentina
conturbazione delle correnti, o vi si accompagnava o la susseguiva. E
per ultimo, siccome al ritorno della rema dal Peloro l'onda escrescendo
si alzava oltre all'ordinario livello, e talvolta attentava di risalire
su i segni terminali della sponda selciata, così all'uscir del porto
e nel rientrare le anguste gole del Faro, lo sbassamento sovente n'era
fuor dell'usato tumultuario, vorticoso ed eccessivo.»

La sponda selciata di cui qui si parla, altro non era che una petraia o
seguenza di sassi ordinatamente posti che per difesa contro gl'impeti
del mare e per termine tra il mare medesimo e la susseguente pianura,
scorre per tutto il circuito del porto, e ne forma l'orlo estremo o
sia il margine internamente. Questo orlo selciato, ornato vagamente di
fontane e di statue, i Messinesi chiamano panchetta, dietro la quale
succede un ampio stradone, e in fondo di esso si ergeva un eminente e
maestoso casamento, o continuazione di graziosi e nobili edifizii che
facevano di sè bellissima mostra a chi veniva dal porto l'inclita città
visitando.

Dal mare venivano gli augurii, venivano anche dal cielo. Il sole tinto
di pallida luce in pieno meriggio, un aere ora quieto, ora repente
turbato, ora di nuovo quieto con un'afa noiosa che rendeva i corpi
gravi ed affannosi; cupi suoni che di lungi venivano, ma non bene
si sapeva donde; un volare incerto degli uccelli, un tremar degli
animali, uno schiamazzar di galline, e massimamente di oche, un urlar
di cani straordinario alcuna cosa fuor dell'usato protendevano, la
natura trovarsi in qualche penoso travaglio significavano, e gli animi
riempivano di stupore e di terrore.

Fra tutto questo apparato di luttuosi segnali nei primi giorni di
febbraio principiò la terra a tremolare, come di sè medesima più sicura
non fosse, e, come il mare, farsi ondeggiante volesse. Ma il tremolio
non cresceva in iscosse, muoveasi la terra, ma stavano gli edifizii.
I Messinesi, usi ai tremuoti, per così dire, volgari, non credevano,
quantunque spaventati fossero, che la leggiere trepidazione avesse a
cambiarsi in furor tale, che la città ne dovesse andar in sobbisso.
Implorarono l'aiuto divino, le sacre pissidi esponevano, inni sacri
cantavano, facevano processioni, i luoghi aspergevano coll'acqua
benedetta, ed accendevano i lumi all'adorato seggio dove si conserva
la lettera autografa che la Vergine scrisse ai Messinesi: reliquia
da essi tenuta preziosissima, e con grandissima divozione onorata.
Ma la natura, che aveva accesa nei profondi recessi di quelle terre
qualche immensa fornace, od ammassata qualche sterminata quantità di
acque, le quali in quei monti tendevano a squilibrarsi, non patì che la
potentissima cagione fosse defraudata de' suoi terribili effetti.

Ai 5 di febbraio, poco appresso l'infausta ora del mezzodì, la piccola
ondulazione degenerò subitamente in un orribile e generale rivolgimento
del mare, dell'aria e della terra. Udironsi frequenti sotterranei
muggiti; pruovaronsi ad ora ad ora ed a precipizio confusi e forti
scuotimenti del suolo. Ora in su si spingeva, come se di sotto all'insù
fosse percosso da potentissime spuntonate; ora s'avvallava come se una
voragine se gli fosse aperta sotto; orizzontalmente oscillava, ora
dava sbalzi di traverso, ora, quel che fu il moto pessimo di tutti,
si rivolgeva in giro, come se fosse portato da vertigine. Brevemente,
una tempesta per tanti lati e talmente succussoria infuriò, che non fu
maraviglia che così gravi e così numerosi guasti siano accaduti; bensì
è maraviglioso che tutta la città, almeno nella sua parte inferiore,
dove maggiormente la sofferente natura travagliò, non sia stata messa
a soqquadro intieramente ed in ruina. Moltissime porzioni del teatro
marittimo, cioè del casamento sovraddescritto, che il porto orna e
nobilita, diroccarono, questa a brani a brani, quella a sfasciumi più
grossi, quest'altra per un muro giù e un altro su, onde come spaccate
dall'alto al basso apparivano. Non si udivano in quelle ferali ore che
muggiti della terra convulsa, invocazioni di supplicanti, lamenti di
moribondi, scroscii e rimbombi di case e palazzi che si discioglievano
in ruine. «A dì così tremendo, scrivono gli accademici, a dì così
tremendo sopravvenne notte più infausta. Verso le ore sette e mezzo
la terra fu presa da tale e sì profondo scuotimento, che parve tutta
intesa a fendersi o a rovesciarsi e nabissare; e quindi la pallida e
tremante popolazione, tra il muggito della terra, il fremito de' venti
e il fragore del mare, sentì percuotersi dal rimbombo prodotto dalla
orrenda e quasi universale ruina de' tempii, de' casamenti volgari e
degli edifizii più vasti e più vistosi, ed ecco in qual modo fu portato
a più compiuto termine quel danno che s'era tra essi nel giorno e nella
sera cominciato a produrre.»

Non uno, ma tutti gli elementi congiurarono a ruina della città
dominatrice del Faro. Rovinate le case e rotti i focolari, il fuoco
non trovando più nè pascolo regolare, nè uscite consuete, s'appiccò
alle materie diroccate, e divampando con orribile incendio andava
serpendo e bruciando quanto era rimasto intero, sia che in piè ancora
si sostenesse, sia che a terra già sbalzato giacesse. La fiamma
divoratrice si estese con rapido corso da uno in altro luogo, e tale
spazio guadagnò, e tale acquistò irreparabile forza, che per sette
giorni ogni opera fu vana per estinguerla. Molto prezioso mobile arso,
molte sostanze o di ricchi negozianti o di nobili famiglie incenerite.

«Quindi a molti infelici, seguono a scrivere gli accademici, a'
quali riuscì facile lo scampare dal precipizio de' sassi, toccò la
disperata sorte di rimanere vittime delle fiamme. Orribile cosa
a mirarsi! Chi cercava di guadagnare l'altura de' tetti, chi si
affaticava per arrampicarsi alle travi; chi, ora ad una e ora ad
un'altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle
mura, per gettarvisi, e ne rifuggiva spaventato dall'evidente pericolo
della caduta. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte,
invocando invano, coll'errare di qua o di là, il desiderato soccorso,
impossibilitati a fuggire per le scale già dirute, ed ugualmente
privi di coraggio e di modo onde o gettarsi dall'alto o ricevere da'
cittadini, dagli amici o da' parenti un aiuto qualunque in mezzo alla
medesima loro situazione.»

L'incendio infuriava. Oltre allo scompiglio delle cadenti mura e
il terrore e la fuga de' cittadini, che impedivano le azioni dello
spegnere, un irresistibile alimento aveva la fiamma nella furiosa
bufera, che chiamarono aeremoto, la quale, quando più la terra
si scrollava ed il fuoco imperversava, soffiava terribilmente con
direzione incerta, anzi con buffi vorticosi e disordinati. Una casa
de' Ceraselli, già percossa e conquassata dal terremoto, fu dal vento
svelta, di lancio gettata, e sparsa in frantumi sopra il suolo. Pareva
veramente che quivi ed in que' momenti il mondo, sottosopra andando,
fosse arrivato alla sua fine.

Col fuoco, coll'aria, colla terra i Messinesi avevano a fare. Ma il
mare non s'indugiò a concorrere colla sua vasta mole a loro distruzione
e morte. Sollevossi quella mortifera e devastante inondazione, frutto
del marimoto di cui abbiamo, favellato e che ai Scillitani diede tanto
spavento ed arrecò gli ultimi danni. Lo smisurato e furiosissimo fiotto
con incredibile violenza entrò a turbare il tranquillo letto del porto,
superò la panchetta, traboccò fra di essa ed i grandi edifizii del
teatro marittimo, e tutto quello spazio allagando, di arena e di marino
fango il coverse. Aprissi in tale modo ed in que' funesti momenti
una scena di mostruosa e multiforme rivoluzione di natura, e si trovò
chiuso ogni passo alla fuga ed allo scampo.

Troppo lunga e noiosa narrazione sarebbe il numerare tutti i luoghi o
nabissati o infranti. Basterà il dire che i tempii più ragguardevoli
furono o sconquassati o altamente lesi o lievemente percossi. Oltre la
ruina de' begli edifizii del teatro marittimo, moltissimi casamenti
nobili, graziose stanze di magnati, abbellite da tutte le arti
più industri, furono o posti a soqquadro intieramente o gravemente
maltrattati. Le fabbriche delle opere pubbliche non incontrarono sorte
migliore. Una parte del grande spedale fu ridotta in pessimo stato.
Il palazzo reale rotto e diroccato in più parti, il seminario una
congerie informe di sassi, la parte maggiore del convitto di educazione
un ammasso di ruine, l'archivio della regia udienza sepolto sotto i
rottami, la porta dell'Assunzione quasi disfatta, il palazzo senatorio
screpolato tutto ed in parte diroccato, e di quasi tutte le case, che
più o meno offese restarono, tetti di peso divelti da' loro appoggi e
sbalzati in aria, poi caduti a sfasciarsi e stritolarsi del tutto in
terra; il convento de' teresiani, uno de' più danneggiati. La cupola
della chiesa del Purgatorio arrandellata di piombo sui tetti d'una casa
vicina. Mirabile fu il vedere il campanile del duomo tagliato, per così
dire, per filo d'altezza, e una metà rimasta in piè, l'altra diroccata
a terra, come se spaccato dalla cima alla base da una potente scure
stato fosse.

Tra mezzo a così rovinoso tumulto e scroscio poco più di settecento
persone in così popolosa città perirono; imperocchè, ai primi insulti
del terremoto, i cittadini fuggirono precipitosamente e al disteso
sui campi liberi alla campagna, dove, alzato avendo tende e baracche,
attendevano a dimorarvi sino a tanto che quell'insolito furore si fosse
estinto. Così l'immagine della vita s'era trasportata fuori; morte,
silenzio e solitudine regnavano in Messina. L'uomo sentiva raccapriccio
ed orrore per le desolate contrade della vasta città trascorrendo, dove
nè anima vivente vedeva che movesse, nè suono sorgere che le orecchie
gli percuotesse, udiva, se non quello d'alcune porte o finestre ancora
attaccate ai muri e dal vento sbattute come in abbandonato e deserto
edifizio. Avresti detto una città percossa e devastata dalla peste.

Ai 5 di febbraio non vi fu mai riposo compito dal terremoto,
scuotendosi continuamente ora con maggiore scrollo ora con minore il
suolo. Bene successe ai Messinesi la prudenza in appresso; imperocchè
ai 28 di marzo, come in Calabria, così ancora in Messina, preceduta da
molte scossette, venne una scossa violenta che parve che quello fosse
l'ultimo giorno per la città già cotanto desolata e deserta. Novelle
grida di stupore e di terrore si alzarono allora di sotto le tende e le
baracche, grida commiste di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli
cui pietà prendeva degli antichi abituri. Non poche spaccature di terra
si aprirono in Messina, ma non però di quella lunghezza e profondità
che si osservarono nella Piana di Monteleone. Alcuni narrano che
da queste aperte bocche usciti fossero aliti ferventi e di fetore
sulfureo; ma con migliore osservazione fu accertato che piuttosto
chimere d'immaginazioni percosse deggiono stimarsi, che testimonianze
d'uomini prudenti ed amatori della verità. La prossimità dell'Etna
spirava queste fole, sembrando al volgo che un terremoto ed un così
estremo conquasso avvenire non potessero senza che quel colossale e
rabbioso monte vi avesse parte e cagione ne desse. Ma fatto sta, che,
se egli operò di sotto, non operò di sopra, nè con fuochi o con aliti o
con fumi la sua immensa forza manifestò.

Fuvvi altresì chi s'immaginò avere sentito impresse di calore le acque
accavallate sui lidi nel momento del terribile marimoto; ma anche
questa fu una chimera di mente inferma. Bene è vero che le fontane
e i pozzi per alcuni giorni si disseccarono; il che aggiunse miseria
all'estremo travaglio prodotto dalle altre cagioni. Il terreno sotto
la panchetta e del contiguo stradone parve infangarsi e divenir
molliccio, ma però non eruttò melma. Forse la cagione che dalle
profondissime interiora della terra procedeva, quivi fu meno attiva che
nella Calabria, e non ebbe sufficiente forza per ispingere sino alla
superficie le fanghiglie, e produrre quei vomiti di materia cretacea.

Le spaventevoli catastrofi accaddero fra popoli di fantasia vivissima
e molto dediti alla religione, la quale nelle menti rozze e poco
illuminate degenera facilmente in superstizione. Onde non è a
maravigliare se nei paesi percossi si osservarono cose singolari:
apparizioni straordinarie, predizioni portentose, e cerimonie e riti
stupendi. Tre giorni dopo il fine del disastro, fatta una processione,
cantarono l'inno delle grazie: ringraziavano, abbenchè fossero senza
pane, senza roba e senza tetto; lodevole radice di pietà anche nella
miseria.

I costumi, ciò nondimeno, non erano nè diventarono migliori; che
anzi, come a segni non menzogneri apparve, peggiorarono e nel pessimo
diedero. Fra tanti dolori, una sfrenata cupidigia del far suo quello
d'altrui i feri animi di quei popoli dominava. Come ogni cosa era in
confusione, così adoperarono come se credessero che ogni cosa fosse
comune, e ciascuna di tutti; nè la compassione per altri nè il proprio
pericolo valevano per ritenergli che in abbominevoli latrocinii non
si precipitassero. Userem le parole del Dolomieu, siccome quelle
che pingono al vivo la condizione di quel tempo, e dimostrano quale
creatura sia l'uomo quando è sciolto dal freno delle leggi, quantunque
Dio minacci e colla sua terribil voce faccia sentire che pronto e
presto è il castigo.

«Mentre una madre scapigliata, scrive l'egregio Franzese quale nelle
sue Storie il traduce il Botta, e coperta di sangue andava domandando
alle ruine stesso ancora fumanti il figliuolo, cui, mentre nel grembo
il portava fuggendo, le aveva tolto la caduta di una rovinosa trave;
mentre un marito affrontava una morte quasi certa per ritrovare una
diletta sposa, si vedevano mostri con faccie d'uomini precipitarsi in
mezzo a muri traballanti, bravare il pericolo più orrendo, calpestar
uomini mezzo sepolti che di pietà e di aiuto gli richiedevano, per
andar a saccheggiare la casa del ricco e soddisfare ad una cieca
cupidigia. Costoro spogliavano vivi tanti infelici, i quali avrebbero
loro date le più generose ricompense, se al lagrimevole caso loro
avessero prestato una mano soccorritrice. Io ho alloggiato a Polistena
nella baracca d'un galantuomo che fu seppellito nelle ruine della
sua casa, le sole gambe scoperte per aria: il suo domestico gli tolse
le fibbie d'argento, e se ne andò via senza volergli dare aiuto per
disseppellirlo. Generalmente il popolo della Calabria ha mostrata una
depravazione incredibile di costumi nel mezzo agli orrori de' tremuoti.
La maggior parte degli agricoltori era all'aperto nelle campagne
quando successe la scossa dei 5 febbraio, e accorsero subito nei paesi
ingombri di polvere, non per prestare soccorso, ma per saccheggiare.»

Sin qui il veridico Dolomieu; ma direm cosa ancora più orrenda e pur
anco vera, ed è che questi uomini spietati, se soli erano ed in deserti
luoghi, rubavano e lasciavano in vita i miserabili sepolti senza
punto nè delle loro grida, nè delle loro strida curarsi; ma quando
temevano che alcuno li vedesse o gente sopraggiungesse, ammazzavano o
calpestavano, soppozzando o con rottami acciaccando coloro, cui rubato
avevano, più crudi in ciò che l'orrido flagello che allora la patria
sobbissava. Nè età, nè sesso, nè memoria di benefizii valevano per
fare che quelle spietate tigri s'impietosissero. Tutti soffocavano,
purchè chi soffocato era, avesse cosa che utilmente pel rubatore
gli potesse venir tolta. Fieri esempi massimamente d'ingratitudine
sorsero. I servitori i padroni, i coloni i proprietarii spogliarono.
Ciò facevano per istinto, ciò facevano per un barbaro raziocinio.
Credevano che la fortuna avendo tutto sconvolto, e tutti nella medesima
sciagura involti, e la condizione del ricco uguagliata a quella del
povero, avesse lasciato i beni in preda alla forza ed a benefizio del
primo occupante. Quindi è facile a comprendersi qual barbaro governo
si facesse, nei primi dì dell'orribile percossa, delle leggi, delle
sostanze, della santa religione, della sacra umanità. Orride cose
faceva la natura, ancor più orride ne facevano gli uomini.

Nè vuol tacersi che la sporca lussuria trovò anche luogo fra tante
angosce, fra tante ruine. Fu una peste peggiore del rubare, perchè
quella era mescolata colla speranza, questa accompagnata dalla
disperazione. Nè tacere pur devesi che chi doveva meno partecipare
in queste sporcizie, non meno degli altri dentro vi s'immerse,
e nell'universale dissoluzione fu provato che sventura non rompe
libidine.

Pronta e di breve tempo fu la distruzione, ma il ristaurare tante ruine
e l'emergere da tanto conquasso, il ricuperare quanto s'era perduto fu
opera di più lunga fatica e di maggiore momento. Ond'è che si videro
le popolazioni fuggite alla rabbia del terremoto in punto di perire
per la mancanza dei sussidii al vivere necessarii. La stagione era
in quel mentre d'assai e oltre l'usato inclemente, regnando sempre
pioggie molestissime e un freddo anzi rigido che no. Le ingiurie del
tempo tormentavano i miseri scampati, li tormentava ancora più la
fame. Tutti i generi, che al vestire dell'uomo ed a cibarlo servono,
erano stati o distrutti o sotto le rovinate fabbriche sepolti. L'olio
quasi tutto miseramente a terra sparso: sparsesi o perdessi la più
gran parte del vino o per la rottura delle botti o per lo sprofondarsi
delle volte. Quel vino poi che potè essere preservato, nelle sue più
intime parti corrotto, non acquistò mai più nè la sua vigoria nè la
sua purità. L'aceto stesso fiacco e privato del suo spirito e del suo
gusto divenne. La medesima tempesta annientò le biade che nei granai
erano riposte. Dissotterrossi in progresso di tempo il grano che nelle
fosse all'uso del paese si conservava; ma di niuna utilità fu, perchè
fracido si estrasse e d'ingrato odore o ciò fosse per l'acqua che per
le insolite fessure in quei penetrali aveva trovato la via, o per altri
influssi sorti dalle parti più interne e più basse, da cui la naturale
economia dei grani fosse stata contaminata e guasta.

Nè solo mancarono i generi, ma ancora le officine e gli artifizii,
per cui si ammorbidavano ed all'uso degli uomini atti e confacenti si
rendevano. La pallida fame incrudelì per ogni parte, e fu la prima e
la più terribile seguace del terremoto. Nè modo v'era in quel punto di
rimediarvi. Le strade giacevano così altamente ingombre di rottami e
di ruine, che il portare le vitali derrate dai paesi ove abbondavano a
quelli a cui mancavano, era opera difficile, anzi in quei primi momenti
d'impossibile esecuzione. Arrogevasi all'universale disgrazia che
essendosi o guasti i fonti per la corruzione delle acque o disseccati
per avere le polle interne preso altre vie, negavano all'afflitta
popolazione il solito refrigerio; e quando non pioveva più, chi presso
ai fiumi non abitava, sperimentava quanto fosse crudo il tormento della
sete.

Da tanti stenti, da tanti strazii, da tanti dolori, da tanti terrori si
generarono con una marcigione orribile malattie mortali, massimamente
di febbri di mal costume, per cui era tolto di vita chi da tanti rischi
di morte già era scampato. La fame, la sete, i perpetui lamenti di chi
era rimasto storpio o ferito, o di chi da ferale febbre era consumato
ed arso, il tetro aspetto dei cadaveri insepolti o chiusi sotto le
rovine, donde altro segno di sè non davano che un incomportabile
fetore, o gettati sui roghi ad incenerirsi, formavano un misto tale,
che da lui altro non poteva nascere che l'ultima desolazione e la
totale dissoluzione della società. Che leggi, quai magistrati, o qual
lume di ragione, o qual impulso di sentimento potevano resistere a
cruciamenti che piuttosto erano quelli, per così dire, delle anime
dannate, che di creature nella luce di questo mondo ancora viventi?

Umanità e religione si scossero in così fatale momento; non mancarono
gli umani provvedimenti. Sorse alla voce di tanti miseri il governo
del re Ferdinando, e prontamente con animo da beneficenza compreso, e
con mezzi quanto potè più efficaci a quegli estremi bisogni accorse.
Elesse al pio ufficio uomini che sapevano e volevano secondarlo, un
Pignatelli in Calabria, un Caracciolo in Sicilia. La fame, la mala
consigliatrice fame più d'ogni altra necessità pressava; alla fame
adunque per le prime provvidero. Nè fredda o lenta, ma accesa e
spronata fu la benignità di chi comandava e di chi obbediva. Soccorsero
con mandar generi di vitto prestamente nei luoghi più danneggiati,
innumerabili braccia al racconcio delle terre lavorando. Si fecero
incontanente assettare molini e forni, ed, antivedendo qualche nuovo
conquasso, ordinarono, là dove l'opportunità era maggiore, conserve
di grani, di farine, di biscotto, onde, ad ogni tristo accidente che
sopravvenisse, potesse essere in pronto il compenso. Non solamente
nei primi dì della fatale sventura, ma per molto tempo ancora una
moltitudine quasi innumerabile d'uomini affamati e per fame languenti
furono sostentati dai soccorsi che dalla mano regia provenivano.
Provvidesi eziandio, poichè malizia umana è così grande che fa negozio
della miseria altrui, con ordini adatti e severissimi, che siccome i
commestibili si somministravano, così ancora il loro trasporto da un
luogo all'altro, e l'acquisto sul luogo fosse agevole, retto e non
incomodo nè al venditore nè al compratore. L'annona regia largiva il
vitto, la supellettile, le vesti; l'erario il denaro. Per ogni lato,
per ogni canale scorreva il fiume della beneficenza sopra gl'infelici
percossi. Il governo faceva da sè e per sè, ma non tralasciò il
pensiero di raccomandare ai baroni che pronta ed amorosa cura avessero
dei loro vassalli. Quanto alle città regie, cioè quelle che, esenti da
baronaggio essendo, alla sola autorità del re soggiacevano, furono loro
dall'erario pubblico, per quel medesimo fine di soccorrere chi pativa,
distribuiti larghi sussidii.

L'immensa forza che aveva conquassato la terra, aveva eziandio la
sopraffaccia sua sconvolta tutta e coperta di ruine. Ondechè la
maggiore difficoltà che s'incontrava nel condurre a compimento il
pietoso ufficio era appunto la malagevolezza delle strade, come già
più sopra abbiamo osservato. Quasi isolate erano le città, isolati i
villaggi. Ad un male così grave sopperire non potevano le languenti
braccia dei Calabresi superstiti, nè l'animo afflitto, nè il numero
scemato. Misersi in opera le compagnie provinciali che nuovamente, non
a questi usi di sciagura, erano state ordinate. Fu loro comandato che
nella ulteriore Calabria gissero ed in pro degl'infelici abitatori a
sgombrar terre, a sollevar rottami, a racconciare strade, ad inalveare
fiumi, a prosciugar paludi, a dar corso a stagni si adoperassero. Le
soldatesche mani quivi non a micidiale, ma a conservatrice opera con
provvidissimo consiglio mandate, molto volentieri vi attesero. Deposti
i fucili e le sciabole, presero in mano vanghe, uncini, picconi, zappe,
funi, e racconciarono coll'arte ciò che la natura aveva stravolto e
scomposto. Quanti cadaveri trassero dai muti abissi, quanto prezioso
mobile dai rovinati edifizii, quanto oro, quanto argento, quanti nobili
arredi tra il fango, i sassi ed ogni lordura giacenti!

«Dicasi senza sospetto, scrivono i lodati accademici di Napoli, dicasi
senza sospetto di adulazione; fu mirabile cosa a vedere i tardi nipoti
de' valorosi Bruzii e degl'industri abitatori di tal parte della Magna
Grecia comportarsi con tale e sì costante intrepidezza e fedeltà,
che non può abbastanza lodarsene il coraggio, con cui si esposero
a sì difficile impresa, la rassegnazione colla quale si prestarono
ai comandi di que' prodi uffiziali che in tanto penoso impegno ne
diressero le operazioni, e l'ottima fede colla quale religiosamente
custodirono tutto ciò che essi dalle ruine disotterrarono. Si videro
in brevi giorni sgombrate le più vaste ruine, riaperte le strade e
facilitati i modi, onde potersi la sbandata gente riunire e sovvenirsi
a vicenda. Ritornarono al bene e al comodo della popolazione gli ori,
gli argenti, le suppellettili, i commestibili e que' generi di prima
necessità che non erano stati o guasti o distrutti.»

Speciale ordine dal principe e da chi la benefica sua volontà eseguiva,
ebbero questi pietosi e forti soldati di avere cura principalmente di
rinvenire e conservare le scritture, onde si regolavano gl'interessi
e lo stato delle famiglie. Come a loro fu comandato, così fecero.
Impedissi a questo modo uno scompiglio, una crudele confusione che
sarebbe stata d'infiniti danni e di acerbi sdegni troppo feconda
cagione.

Fra di queste benefiche operazioni che un paese vasto ed una numerosa
popolazione a novella vita chiamavano, una tristissima vista rendeva
funesti gli animi. Disotterravansi a luogo a luogo, a ora a ora dai
diroccamenti e dai dirupamenti gli ammaccati cadaveri. Sorgevano
pianti di chi riconosceva i suoi più cari, compassione e smarrimento
era in tutti. Vedendoli, contemplandoli, ognuno comprendeva quanto
fosse grande il calabrese ed il siciliano infortunio. Rotti erano
i corpi estinti in varie ed orribili guise, molti sformati talmente
e dall'antico aspetto tanto diversi, che più non si riconoscevano.
Putivano per putredine: un infame odore anticorriero e seme di mortali
malattie per le città e per le campagne si diffondeva. Al quale fomite
d'aere pestilenzioso maggiore forza era aggiunta dalla puzza che usciva
dai sepolcri stati sommossi, aperti e scoperti dalla violenza del
terremoto. Vedevansi per gli spaccamenti e scosci dei monti scendere
i cadaveri per lo innanzi chiusi nei loro avelli, o sul suolo stesso
sconvolto apparire in sembianze orrende. Il pericolo era grave che i
morti ammazzassero i vivi. Ebbesi dai magistrati regii nel miserabile
frangente, cura della salute pubblica.

Per provvidenza generale ordinarono ciò che per provvidenze particolari
già si era fatto in alcuni luoghi. Vollero che si accendessero i roghi
per dovunque abbisognasse, e che i cadaveri vi si incenerissero.
Abborriva sulle prime il volgo da un ufficio che siccome insolito
era, così ancora crudele ed inumano gli pareva. Ma tra per promesse,
persuasioni e comandamenti si venne a termine che il salutare editto
si mettesse ad esecuzione. All'odore putredinoso si mescolava l'odore
delle carni e delle ossa arse: il che cagione era di sommo ribrezzo ed
abbominazione.

Per andare all'incontro di così molesto senso, e per resistere ai
fatali effetti del fetore, si bruciavano nel medesimo tempo materie
odorose in grandissima copia, onde una densa e perpetua nube di profumi
la tristissima scena avviluppava, e meno orribile la rendeva.

Rivolsero anche il pensiero a chiudere le squarciate fauci dei sepolcri
con ampie e ferme masse di materiali atti ad impedire il velenoso fiato
che dalla putrescenza ne usciva.

Questi consigli e provvedimenti sortirono l'effetto desiderato nelle
Calabrie, ma non sì però che un influsso mortifero non le desolasse,
e molti fra i più non mandasse. Ma la salutare efficacia se ne
conobbe in que' luoghi, dove con maggiore diligenza furono mandati ad
esecuzione; imperocchè o le popolazioni ne furono preservate del tutto,
o il morbo con minore veemenza v'incrudelì, o più breve durata ebbe.
Per le prudenti e forti deliberazioni del vicerè di Sicilia Domenico
Caracciolo, Messina ne restò intieramente esenzionata. Vi si piansero
morti pel furore della terra e del mare, ma non per la forza delle
malattie.

Terminati i fieri e crudi disastri, rimase lungo tempo nei popoli
stupore, terrore ed orrore. Chi per gl'infelici luoghi viaggiava,
vedeva uomini che a manifesti segni dimostravano essere stati tocchi
da uno straordinario furore d'elementi e da un immenso infortunio.
Oltracciò, ad ogni tratto si temeva che la potente e rabbiosa natura
delle Due Sicilie di nuovo si mettesse in travaglio, e quanto aveva
lasciato intero o non intieramente distrutto rompesse e disciogliesse.
Una densa e fetente nebbia ingombrò per parecchi mesi, non solamente
il teatro di tante tragedie, ma ancora tutta l'Italia con parte della
Francia e della Germania.

A dì 29 d'aprile del presente anno cessò di vivere Bernardo Tanucci,
ministro napoletano. Da qualunque lato si guardi il lungo politico
aringo corso da Tanucci, indarno si cerca quale cosa potuto abbia
servire di fondamento all'alta riputazione in cui levossi da vivo e che
nol lasciò dopo morte.

La setta popolare e l'uso di recare le cose a maggior vantaggio dei più
prevalevano. Il secolo si volgeva principalmente contro i residui degli
ordini feudali, contro gli abusi, se mai ce ne fossero, e le esenzioni
del clero, contro i privilegii, di cui la nobiltà ed il clero stesso
godevano. A migliore egualità si volevano le cose tirare; a maggiore
dignità si andava la natura umana riducendo.

Vivo esempio del secolo era l'imperadore Giuseppe. Ora il vediamo
visitare di nuovo l'Italia con quel solo apparato che la virtù ed il
ben volere gli davano. Partito dall'imperiale residenza di Vienna nel
dì 6 dicembre, passato per Mantova, Parma e Modena, e tre giorni a
Firenze col fratello granduca trattenutosi, a Roma sull'ora del mezzodì
del dì 23 di tale mese inaspettatamente arrivò. Vide Roma e Pio, a cui
disse restituirgli la visita. Per soddisfare ai curiosi di queste cose,
si dica, ch'ei portava l'abito schietto dei suoi ufficiali, bianco con
mostre di velluto rosso; per abitazione aveva la casa del cardinale
Herezam, suo ministro; per tavola, quella d'un albergo vicino a piazza
di Spagna. La vigilia di Natale assistette ai primi vespri in San
Pietro, poi vi udì il mattutino e la messa di mezza notte. Erasegli
apparecchiato un magnifico inginocchiatoio con cuscini e tappeti di
velluto e d'oro; ma in quel luogo ed avanti il cospetto di colui che
il più alto adegua agl'imi, il ricco seggio ricusando, inginocchiossi a
terra, come se uno del popolo fosse, ed a terra prostrato pace al mondo
e felicità pe' suoi popoli pregò. In mezzo alle romane grandezze umile
e modesto si mostrò, grandezza più grande di tutte. Il dì seguente
poi recossi alla messa solenne cantata dal papa con tanta maestà,
con tanta pompa e con tale concorso di popolo, che vincitrice in quel
giorno veramente appariva la cattolica religione. Gustavo di Svezia
stesso, che con Giuseppe d'Austria a que' dì ai sublimi riti assisteva,
maravigliato restonne e tocco. Non era già uomo da convertirsi, ma da
considerare, come fece, con quanta maggiore efficacia delle protestanti
la religione cattolica possa con le sue pompe esteriori operare a pietà
e riverenza verso Dio, ed amore e beneficio verso gli uomini.

Giuseppe visitava Roma, e salutato di nuovo il pontefice, partì per
Napoli, onde vedervi quell'ameno e grande paese, il re Ferdinando, la
regina Carolina e la duchessa di Parma, sua sorella, alla quale portava
particolare affezione. Spezialmente poi desiderava di conversare coi
sommi filosofi che allora Napoli abitavano ed illustravano. Grandi
balli, grandi festini, e soprattutto grandi cacce vi si facevano. Di
ciò Giuseppe si dilettava, ma non vi aveva capriccio. Per sollievo
di spirito, non per tenore di vita que' piaceri prendeva. Meglio si
dilettava di vedere Filangeri, meglio di visitare gli ospedali e gli
ospizii, meglio di ammirare quel dilettoso clima, quella potente natura
che indicano dover pure chi vi regge fare per chi vi abita quanto essi
hanno fatto; e che certo gli abitatori vi sarebbero felicissimi. Grande
disparità era in tutti i paesi tra la bontà della natura ed il rigore
delle instituzioni, ma in nessun luogo più grande che in Napoli.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXIV. Indiz. II.

    PIO VI papa 10.
    GIUSEPPE II imperadore 20.


Continuando a trattenersi in Napoli, il principe austriaco vide ancora
molto volontieri Carlo di Marco, come veduto avrebbe Tanucci, morto
l'anno precedente[1], per opera de' quali principalmente a migliore
condizione s'incamminavano ogni giorno le cose del regno. Vide anche
volontieri Acton, che delle cose marineresche principalmente aveva
cura, e che allora, non essendo ancora nati tremendi furori in esteri
paesi, non era ancora acceso di que' furori egli stesso che il resero,
alcuni anni dopo, cotanto diverso ed acerbo.

Già s'erano fatte in Napoli, e si andavano preparando deliberazioni che
di non poco contentamento riuscivano al sovrano di Vienna. Abolivansi
i privilegii baronali, i comuni si proteggevano, gli ordini giudiziali
si miglioravano, si voleva che i giudici motivassero le sentenze. Molto
si faceva, eppure molto ancora restava da farsi. Ciò quanto al civile
e lo economico; quanto alle cose di giurisdizione mista, si procedeva
anche, ma con lodevole prudenza, a riforme. Le appellazioni a Roma
furono tolte, e soppresso il tribunale della nunziatura, soppresso del
tutto il tribunale dell'inquisizione. Già si parlava di sopprimere
i conventi stimati inutili; già si pensava di far dipendenti dagli
ordinarii e troncar loro ogni dipendenza da' generali di Roma: già un
Michele Torcia aveva presentato alla suprema giunta della Calabria uno
scritto, per cui provava che i claustrali costavano alla nazione più
di nove milioni di ducati all'anno, onde molti, tra per la condotta,
l'inscienza, le maniere e l'enorme prezzo, erano ormai venuti a noia a
tutti. Quelli che fra di loro di buoni studii erano nudriti e di retti
costumi informati, i quali non erano pochi, non bastavano per lavare le
note che sulle spalle di quegli altri erano state impresse.

Grati suoni venivano anche a Giuseppe dalla Sicilia. Domenico
Caraccioli, marchese di Villamarina, uomo di alto spirito e d'animo
volto a benefizio dei popoli, governava col grado di vicerè quell'isola
sino dal 1781. Personaggio era che molte regioni avendo peragrate, e
molte cose vedute in Francia e in Inghilterra, e di purgato intelletto
essendo, di suo proposito si moveva, e da sè medesimo sanamente
deliberava. Ma, oltre la capacità e volontà propria, si consigliava
col Napolitano Saverio Simonetti uomo di non mediocre valore, e che,
stato prima luogotenente della sommarìa in Napoli, era poi stato eletto
segretario di Stato per la grazia e per la giustizia. Quanto di bene
in Sicilia si fece a que' tempi, da questi due uomini riconoscere si
debbe, ma forse ancora più dal Simonetti che dal Caracciolo; imperocchè
il primo, siccome più prudente, più consigliatamente procedeva; mentre
il secondo, siccome più focoso, dava qualche volta negli scogli che non
sapeva nè voleva evitare.

Erasi già stabilito da' ministri di Napoli che il tribunale
dell'inquisizione anche in Sicilia con un modo pacifico, e senza
che il papa molto se ne risentisse, si sopprimesse; quest'era il non
provvedere le cariche degli inquisitori a misura che venivano vacando.
In fatti, vacato uno degli inquisitori, non aveva avuto surrogazione,
e vacato anche il secondo, non si pensava a dargli un successore.
Il supremo inquisitore Ventimiglia acerbamente si lamentava,
rappresentando che fosse meglio annullare del tutto il tribunale
che lasciarlo sprovveduto d'inquisitori; perciocchè, se dannoso era
stimato, la soppressione faceva l'effetto che si desiderava, e nissun
bisogno vi era di aggiungervi lo scherno, col lasciare le cariche
vacanti. Caraccioli, presa occasione da questa rappresentanza, instò
presso il governo supremo di Napoli, affinchè il tribunale finalmente
fosse tolto. In fatti, vi fece passare una provvisione, per cui fu
espedita l'abolizione del tribunale.

Imperfetti erano certamente gli ordini del parlamento di Sicilia,
ma pure servivano, massimamente per le tasse, di salutare freno al
governo. Il Caracciolo applicò l'animo a migliorarli. Grande vizio era
nel modo con cui si formava la deputazione del regno, la quale, fra
una tornata e l'altra del parlamento sedendo, alla perfetta esecuzione
delle leggi sancite vegliare doveva; conciossiachè accadesse che
essendo i baroni di grande potenza, risultava per l'ordinario ch'ella
fosse quasi tutta composta di baroni, o di qualche cadetto nobile.
Dal che procedeva che piuttosto agl'interessi di chi più poteva che
a quelli di chi poteva meno si avesse riguardo. Il buon vicerè, per
andare all'incontro di un così grave disordine, e ridurre quella forma
politica al suo primiero e più utile instituto, ordinò che sempre
alla deputazione fossero eletti quattro ecclesiastici pel braccio
ecclesiastico, quattro baroni pel braccio baronale, e quattro deputati
delle città libere pel braccio demaniale. Per tale ordinamento si
videro assunti alla deputazione ed ecclesiastici e gentiluomini in
compagnia de' baroni; cosa che fu di grande contento ed utilità ai
Siciliani.

Il parlamento in ciò giovava, che la Sicilia non venisse molto
aggravata dalle contribuzioni, ma portava con sè l'inconveniente che i
pesi fossero a rovescio ripartiti; perchè i baroni, pretendendo certe
ragioni di esenzione, alleggerivano i feudi ed aggravavano gli allodii.
Per la qual cosa il vicerè ed il suo savio consigliere Simonetti
proposero che i beni si allibrassero, e tutti, nissuno eccettuato,
a proporzione del loro valore, ai pubblici pesi soggiacessero. Ma i
baroni, che si sentivano percuotere nell'interesse, fecero in Napoli
un tale contrasto, che per lungo tempo all'utile e giusto pensiero
si soprassedette. Il loro principale argomento in ciò consisteva,
che le esenzioni e privilegii, di cui ora si trattava di privarli,
non erano punto a titolo gratuito, ma bensì un contraccambio ed un
compenso di certi obblighi speciali ch'essi soli avevano verso la
corona, massimamente ai tempi di guerra contratti. Protestavano essere
ingiusto giudizio il venire accomunati da una parte e restare gravati
dall'altra.

Tutto l'andamento di Caraccioli fu quello di abbattere i privilegi
baronali e la feudalità. Quindi aveva sempre caro di proteggere i
vassalli contro i baroni, e quelli fra i magistrati, che in pro dei
primi e contra i secondi giudicavano le cause, accarezzava. Per lo che
suscitati i popoli a quel favorevole vento, generalmente si muovevano
contro i diritti dei rispettivi baroni, e innanzi a' tribunali quasi
ogni giorno risuonavano querele contro i diritti proibitivi di caccia,
di forni, di fattoi, di pedaggi, di dogane interne, dei pagamenti
detti di terraggio e terraggiuolo, e di simili altre angherie odiose
per l'origine, pregiudiziali per gli effetti. Il commercio in fatti e
l'agricoltura per essi sommamente pativano, e la libertà dell'operare
nelle cose necessarie alla vita ne restava grandemente offesa. Non
disformi alle querele erano le sentenze, per le quali quasi sempre i
signori ne andavano con la peggio, onde appoco appoco un nuovo diritto
pubblico più conforme alla egualità si andava creando, e le gravezze
dei popolani si allentavano.

Caraccioli, uno dei primi baroni del regno, seguitava il suo genio,
e l'umor suo contro i baroni sfogava; non però per amarezza, ma per
l'utilità comune il faceva. Stabilì che il mero e misto imperio da
nissuno potesse esercitarsi, se non da chi ne mostrasse il titolo,
e parimente volle che nissuno dei baroni potesse partecipare nella
elezione dei giurati, cioè ufficiali del comune, se il titolo autentico
di poter ciò fare non esibisse. Abolì anche in amendue i casi ogni
forza di consuetudine; e siccome i più per consuetudine piuttosto che
per titoli scritti mostrabili quelle potestà esercitavano, ne seguitò
che furono obbligati di cessarle, non senza grave risentimento degli
antichi signori, a' quali pareva strano di non essere più delle antiche
ragioni e consuetudini investiti. Così i popolani divennero meno
gravati, ed i comuni più liberi; imperciocchè il principale nemico
della libertà dei comuni fu sempre, non già l'autorità regia, ma la
feudalità.

I vicerè di Sicilia erano soliti a fare delle circolari, monumenti
durabili del loro governo. Celebri furono a' suoi tempi quelle del
Caracciolo. Molte utili riforme vi si leggevano. Ai 15 di settembre
restrinse la così detta mano baronale, che valeva a fare l'esenzione
dei proventi territoriali e dei livelli, e prescrisse che i baroni non
potessero procedere a carcerazioni od altri atti simili nè di per sè,
nè per via di fatto. Ai 10 di gennaio poi dell'anno seguente, diciamolo
qui, giacchè siamo a questa, ordinò che i baroni non si potessero
ingerire nell'amministrazione delle università baronali, nè nel peculio
che amministravasi dai giurati. Un pensiero utilissimo ebbe nel mese
di ottobre del medesimo anno 1785, e fu che stabilì che i vassalli
non fossero più obbligati a lavorare i terreni dei loro baroni: il che
distruggeva i comandati, ossia certe servitudini di persone e di gleba.

Dalle narrate riformazioni ciascuno può conoscere quanto il male fosse
grave in Sicilia a cagione di quegli sconcii ordini feudali. Piacquero
all'universale dei popoli, il nome di Caraccioli fu celebrato dai
Siciliani, come di proprio ed alto benefattore; chi più poteva per
l'opinione, chi più poteva per le braccia, con somme lodi l'esaltavano.
I magistrati, i forensi, le persone di lettere l'egregio vicerè
favorivano, e dai risentimenti dei baroni il difendevano. Il popolo
poi, massimamente i contadini, e generalmente tutti i vassalli, si
dimostravano pronti a tener lieto e sicuro colui che le fatiche più
profittevoli e la vita più dolce aveva lor procurato. Quindi era
nato che i Siciliani si erano divisi in due parti, e venuto l'uso di
chiamarsi vicendevolmente col nome o di caracciolesco o di baronale.

Tutta la Sicilia co' suoi pensieri Caraccioli abbracciava, ma speciale
cura si dava di Palermo. Al dì primo di aprile vi pose la prima pietra
del camposanto; lodevole risoluzione. Ma spiacque dove fu stabilito,
per esser quello stesso presso la chiesa di Santo Spirito, là dove
appunto ebbero principio i vesperi contro i Franzesi. Adornò e rese più
regolare la piazza pubblica del mercato. Volle, ma non potè condurre
a termine il suo intento di aprire due giorni per settimana un mercato
pubblico per l'annona.

Tali erano le virtù di Caraccioli, le quali chiaramente splendevano
dentro e lontano da Palermo, ma non senza qualche ombra dentro.
Quelli che da vicino il vedevano, ed ogni giorno a fare con lui
avevano, non si soddisfacevano dell'impeto e dell'imprudenza con cui
trattava le faccende, ancorchè, come già abbiamo accennato, Simonetti
in qualche modo il ritenesse. Disgustò anche il popolo di Palermo,
perchè aveva voluto riformare le feste di Santa Rosalia, e perchè
ostentava una certa miscredenza e disprezzo delle cose sacre. Non
volle fare il voto solenne per l'immacolata Concezione della Vergine,
e motteggiava sovente sopra le cose riputate più rispettabili. Queste
erano imprudenze ed errori, le seguenti scandali e sconcezze indegne
dell'uomo e del grado. Invitava alla sua mensa le ballerine e le
cantatrici, e con esse conversava più famigliarmente che si convenisse.
Accadde ancora che, fatta venire una compagnia di comici franzesi,
invitò al teatro i vescovi.

Non minore dispiacere arrecava nè minore molestia dava ad ognuno
la protezione, con cui favoreggiava i delatori ed i fiscali, onde
e le calunnie e le avare investigazioni turbavano le famiglie, e le
proprietà incerte o gravate mantenevano. Questa fu una brutta peste
che contaminò l'amministrazione di quel famoso vicerè, e lo rese meno
commendabile ai contemporanei ed ai posteri. Nè vuolsi tacere che assai
subito e sensitivo era verso chi il riprendeva, ed è noto in Sicilia
ch'egli perseguitò acerbamente coloro che avevano fatto una satira
contro di lui, uomo grande per umanità, non grande per sopportazione;
virtù che ricerca maggior signoria di sè medesimo, e che Caraccioli non
aveva.

L'imperadore Giuseppe sentì, essendo ancora in Napoli, farsi o
prepararsi dal vicerè tante generose riformazioni in Sicilia; ne
riceveva non poca allegrezza. Poscia, lasciato Napoli, verso la sua
Milano s'incamminava. Ebbe a Roma nuove e prolungate conferenze col
pontefice, da solo a solo, nissun cardinale, nissun prelato, nissun
domestico ammesso ai segretissimi colloqui.

Ai 20 di febbraio l'austriaco principe arrivava a Milano. In Torino ora
si riscaldava ora si raffreddava il grido della sua venuta. Vittorio
Amedeo di Sardegna desiderava che la sua città visitasse. Mandò il
marchese Balbis, pregando acciò venisse. Furono tra l'inviato del re e
lo imperatore molte cose parlate, ma nissuna conclusa. Per non vedere
quelle sponde del Po, l'Austriaco si scusò colla brevità del tempo:
il duca del Chiablese, fratello di Vittorio, fu mandato a Milano per
onorarlo.

Giuseppe fu nella capitale della Lombardia ciò che era stato altrove,
ma essendo fra i suoi popoli, con le mani ancor più piene di grazie per
dar riparo alla vita dei miseri. Visitò quindi Pavia e la sua famosa
università, a cui egli e la sua madre augusta tanto lustro, tanti
nobili professori, tanti utili sussidii di scienze avevano procacciato.
Era a quei tempi Pavia una vera italica Atene. Ognuno, crediamo, di
questo parere sarà, quando dirassi che Scarpa, Spallanzani, Gregorio
Fontana, Volta, Scopoli, Franck, Presciani, Tamburini, Mascheroni
e tanti altri illustri uomini la studiosa gioventù alle fonti del
sapere abbeveravano. Quivi l'imperatore, come in gratissimo seggio,
si rallegrava. Tutti quei virtuosi sacerdoti delle muse amorevolmente
accolse, e tutti quei preziosi repositorii di libri, dei parti dei tre
regni, curiosamente esaminò ed accrebbe, tutti quei ticinesi popoli
coi detti ed ancora più coi fatti rallegrò e consolò. Veduta al suo
cospetto la facoltà di teologia, così le disse: «Attendete pure ad
insegnare i dogmi semplicemente, e non istate a mescolarvi questioni
inutili, commenti oscuri, sofisticherie scolastiche. Le superflue
parole non ad altro servono che a suscitare gli odii ed a soffocare
i principii del vero cristianesimo. Sia chiara e schietta la fede,
benigna e tollerante la carità: sia Cristo la nostra face, Cristo il
nostro amore; le oziose ed acerbe disputazioni lasciamo a chi mal vede,
a chi mal sente, a chi mal ama.»

Così parlato, e poco ancora dimoratosi nell'antica sede del regno
lombardo, sede recente di più fortunati influssi, quell'amorevole padre
dei popoli a Milano tornò; poscia, valicate le Alpi, sulle sponde del
Danubio si ricondusse. Lasciò in Italia immortale memoria de' suoi
benefizii, ed un fratello condegno imitatore delle sue virtù.

Tutto il tempo che Giuseppe, di Napoli partito fermossi in Italia,
Gustavo di Svezia si trattenne a Napoli. Parea che i due sovrani non
avessero gran piacere di trovarsi insieme in alcun luogo. Per tanto,
restituitosi il re di Svezia a Roma il dì 10 di marzo, vi rimase sino
al 19 di aprile, i maggiori riguardi al capo della Chiesa cattolica
dimostrando, e colle maniere cortesi ed affabili la benivoglienza dei
Romani conciliandosi. Andato una mattina a vedere il museo, vi trovò
come a caso il pontefice, e, trattenendosi seco in conversazione presso
a due ore, formò il soggetto d'un bellissimo quadro del celebre pittore
franzese Gagneraux.

Assistendo alle funzioni della settimana santa, veramente magnifiche
nella principal chiesa dell'universo, non si potè, che pieno di
ammirazione non si manifestasse avere i protestanti il torto nel
criticare la pompa delle cattoliche funzioni; poichè, essendo ai popoli
la religione necessaria, era ben fatto circondarla con tutto ciò che
può renderla agli occhi umani rispettabile ed augusta.

Non per tanto, temendo quel monarca che i suoi popoli, della setta
di Lutero seguaci, nol credessero disposto rinnovellar l'esempio dato
un secolo prima dalla regina Cristina, e assicurarli volendo del suo
attaccamento al culto del proprio paese anche in mezzo alla cattolica
Italia, pose la romana tolleranza ad uno stranio cimento. Ordinò che
fosse alla meglio preparata una cappella nella sala del palazzo che
abitava, ed ivi assistette divotamente ad un discorso assai lungo del
barone di Taube, vescovo svedese, suo primo predicante e cappellano
di corte, accorso da Stoccolma a Roma per adempire ai doveri del suo
ministero, e alla celebrazione delle cerimonie pasquali secondo la
confessione di Augusta, e con i cavalieri, con tutta la gente della
sua comitiva e con altri luterani forestieri che trovavansi a Roma,
la cena conforme ai riti di detta confessione ricevette, alla funzione
ammettendo quante d'ogni classe persone vollero concorrervi.

Mandò in dono Gustavo al papa le medaglie dei sovrani e degli uomini
più insigni in diversi tempi dalla Svezia prodotti; ed essendo andato
a visitare il collegio di Propaganda, fu a lui offerto un omaggio che
indarno sarebbesi cercato ed ottenuto in qualunque altro paese: il suo
elogio in versi, stampato in quarantasei diversi linguaggi antichi e
moderni. La sorpresa del re fu viva, e soprattutto vivamente espressa.

Congedatosi Gustavo da Pio, per la via di Firenze e Parma giunse a
Venezia il giorno 3 di maggio, e Venezia con la solita sua splendidezza
delizioso e grato rese al monarca il suo soggiorno, con regate e
balli i più sontuosi. Di qui partito, passando per Milano e Torino in
Francia, al suo regno affrettatamente il richiamarono le vicissitudini
della Danimarca.

Già da quindici anni il granduca Leopoldo felicitava la Toscana.
Non solo la Italia, ma l'Europa tutta ammirava la saviezza delle sue
leggi, e applaudiva all'affetto dei sudditi pel sovrano. Ne abbiam
fatto più d'un cenno negli anni precedenti, non meno che delle riforme
tanto nel civile quanto nell'ecclesiastico da lui fatte. Ma ciò non
ostante, e quantunque delle cose ecclesiastiche sia per presentarsi
altrove l'occasione di parlare, non può tacersi delle forme politiche,
le quali, secondo che alcuni scrivono, egli voleva dare alla felice
provincia. Narrano adunque ch'egli avesse in animo di statuire, per
suprema legislazione dello Stato, quanto segue:

Che alla creazione della legge dovesse intervenire il voto del granduca
e quello della nazione;

Che la legge dovesse consegnarsi al granduca per l'esecuzione; perciò
fosse investito dell'autorità e del comando della forza, siccome per la
legge constituita veniva ordinato;

Che la nazione rappresentata fosse dalle assemblee comunitative, dalle
provinciali e dalla generale;

Che la petizione fosse libera ad ogni individuo maschio sopra ai
venticinque anni davanti alle assemblee comunitative del luogo di suo
domicilio, ma per oggetti meramente locali e compresi nelle facoltà dei
magistrati delle medesime comunità;

Dall'aggregato di varie comunità si formasse il distretto o circondario
provinciale, e che quivi tener si dovessero le assemblee provinciali;

Che le assemblee provinciali composte fossero dai deputati delle
rispettive comunità, e che appresso loro fosse libera la petizione, ma
soltanto per oggetti risguardanti l'intera provincia;

Come nelle assemblee comunitative si dovevano sentire le petizioni
delle rispettive comunità e quelle dei particolari comunisti, così
si dovessero anco discutere e passare al partito dei voti, e poi le
ammesse consegnare ai deputati, perchè le presentassero alle assemblee
provinciali, per quindi discutersi e mandarsi a partito partitamente;

Che dalle assemblee provinciali si eleggessero deputati per intervenire
all'assemblea generale, e ad essi si consegnassero tutte le petizioni
che vi erano state ammesse o decretate come voto provinciale, e
così venissero abbracciate tanto le petizioni comunitative quanto le
provinciali;

Che i deputati provinciali formassero l'assemblea generale, che dovesse
adunarsi senza intimazione o invito in determinato tempo ogni anno, e
risedere prima in Pisa, poi in Siena, poi in Pistoia, e finalmente in
Firenze, incominciando la volta ogni quattro anni;

Che per Livorno si stabilisse una norma particolare;

Che le assemblee in tutte tre i gradi fossero pubbliche;

Che la legge si potesse promuovere dalle assemblee generali, e dovesse
ricevere la sanzione del granduca, come egli la poteva proporre
all'assemblea, e col voto di quella la legge venisse creata;

Che il conto generale delle finanze si dovesse esaminare in pubblico
nell'assemblea generale, ed il ministro delle finanze dovesse produrlo
e dare tutte le notizie o spiegazioni occorrenti;

Che al medesimo modo esaminare si dovessero i conti comunitativi e
provinciali;

Che gli aumenti di stipendio agl'impiegati dello Stato dovessero
passare per due voti concordi, e così parimente le pensioni e
gratificazioni per titoli degni di straordinaria ricompensa;

Che qualunque impiegato di qualunque grado al servizio dello Stato che
fosse dichiarato di non avere la soddisfazione del pubblico, si dovesse
dimettere, e non si potesse altrimenti impiegare; ma che per tale atto
dovesse concorrere il voto unanime della piena assemblea generale senza
bisogno del voto regio;

Che tutte le nomine degl'impiegati appartenessero alla prerogativa
regia, e però tutte dal granduca si facessero;

Che parimenti di prerogativa regia fossero le nomine ai vescovati
e la collazione dei benefizii ecclesiastici di padronato regio o
comunitativo;

Che medesimamente i gradi e gli onori da darsi agli uffiziali della
milizia fossero parte della prerogativa regia;

Che finalmente la medesima prerogativa regia abbracciasse tutto ciò che
non era contrario alla legge fondamentale della costituzione;

Che gl'impiegati al servizio della corte o dello Stato non potessero
essere ammessi a sedere nelle assemblee nazionali, e neppure i
pensionarii, ma che ai medesimi non venisse interdetto il diritto di
petizione; fu anche spiegato che non cadessero sotto questa censura
gl'impiegati al servizio della comunità.

Giova andare avanti in queste disposizioni di Leopoldo siccome sono
da alcuni raccontate. Voleva bensì che la prerogativa di far grazia
fosse riservata al granduca, ma solamente per diminuire o commutare
le pene afflittive corporali ai delinquenti già condannati, ma non già
le pecuniarie. Intendeva e voleva che fosse intieramente nel granduca
soppressa la facoltà di rompere le sentenze dei tribunali nelle cause
civili, e per tale modo veniva estirpato quell'enorme abuso, che ancora
viveva e vive in certe monarchie, di violare a favore o pregiudizio
di questo o di quello le decisioni della giustizia. Non sono da
trasandarsi le parole veramente auree, se vere sono, che Leopoldo
scrisse nel preambolo di questa sua legge constitutiva:

«Che solo un despota imbecille o malvagio può credersi superiore alla
legge; ch'ella è fatta per regolare i diritti tra privati, e che il
far nascere la legge in grazia di una parte non è altro che un abuso di
potere, o l'effetto d'imprudenza di volubilità o di ignoranza di quei
giudici che introdussero questa nuova specie di grazia, che non può
aver luogo senza un torto o un'ingiuria verso dell'altra parte, a cui
la legge in quel momento sta in favore.»

Seguono alcune sicurtà, perchè in ogni tempo la costituzione salva ed
intatta conservare si potesse;

Che i successori al trono dovessero accettare e promettere l'osservanza
della costituzione prima di assumere l'autorità e la corona;

Che i principi della famiglia regnante non potessero essere investiti
di benefizii ecclesiastici di padronato regio, nè ammessi ad impieghi a
servizio dello Stato, o civili fossero o militari;

Che lo stesso interdetto abbracciasse espressamente anche i principi di
famiglie regnanti estere;

Che la truppa fosse tutta civica, nè che si potessero fabbricare
fortezze, e quelle che già esistevano non potessero contenere
artiglierie, nemmeno in forma di conserva.

Che le assemblee non solo potessero, ma dovessero esser guardiane della
costituzione, ed obbligate fossero a denunziare le infrazioni ed a
contrastarle, regolando in quali modi ed in quali forme speciali per
tali casi essi dovessero procedere.

La pretesa suprema legge continuava dicendo: che non si potessero
creare feudi, e quelli che venissero a decedere, non si potessero più
conferire;

Che la libertà del commercio fosse un articolo di legge costitutiva,
e che ad essa in nissuna maniera si potesse derogare, nè che limitare
si potesse, nemmeno a tempo, nè direttamente nè indirettamente, nè con
imposizioni o tasse, od altro qual si volesse vincolo o restrizione;

Che non si potesse creare debito pubblico nè per lo Stato, nè
provinciale, nè comunitativo oltre di quello che già vi fosse;

Che neppure alcun debito creare si potesse sul patrimonio della corona,
che si dichiarava inalienabile, indivisibile e incapace d'ipoteca.

Che, oltre i beni attribuiti a questo patrimonio, fosse instituito un
supplemento sull'erario pubblico pel decorso mantenimento del granduca
e della famiglia; ma che tale supplemento fisso fosse, nè mai aumentare
si potesse;

Che lo Stato non potesse mai essere obbligato a supplire nè alle
doti, nè alle spese pel mantenimento delle principesse, nè per lo
stabilimento e promozioni dei principi della famiglia;

Che fosse proibito dalla costituzione il vendere o il dare in appalto
le tasse, gabelle od imposizioni quali fossero o quali si volessero,
e che parimente fosse dalla costituzione vietato il concedere in
privativa alcun mercimonio o manifattura, neppure col profitto
dell'erario.

Quanto poi alla legge politica rispetto agli altri Stati, non era
fuggito dall'animo a Leopoldo il desiderio che la Toscana fosse in
perpetua neutralità con le nazioni anche barbaresche così per mare come
per terra, qualunque i tempi fossero, o quali le contingenze. Per la
qual cosa stabilì:

Che non si potessero stipulare alleanze offensive nè difensive, o
ricevere protezione o assistenza da potenze estere, e, molto meno,
somministrare oltre i termini, della neutralità, che dal granduca erano
stati chiaramente prescritti;

Che il territorio non si potesse ingrandire con l'acquisto di nuovi
Stati; nè cederne o cambiarne parte alcuna.

Parve a Leopoldo, seguono a narrare, che per Livorno, porto di mare,
scala di tanta mercatura, stanza e passaggio di tanti forastieri, in un
particolare modo statuire si dovesse. Vogliono pertanto che ordinasse
che la comunità di Livorno fosse esclusa dalle assemblee provinciali;
dal che conseguitava, che esclusa anche fosse dall'assemblea generale;
ma perchè le restasse qualche politico vincolo col rimanente della
Toscana, e i suoi bisogni fossero conosciuti, ed ai medesimi provvedere
si potesse, le furono lasciate le assemblee comunitative ed il diritto
di petizione. Le domande mandate e vinte per partito delle assemblee
comunitative di quella città dovevano mandarsi per mezzo di un oratore
espresso, ma senza voce deliberativa, all'assemblea generale per
esservi discusse e poste a partito.

Leopoldo decretò eziandio che, affinchè la pacifica Toscana, come
pacifica era, così ancora paresse, si sopprimesse ogni vestigio di
apparato di guerra marittima, salve soltanto le barche armate di sanità
e di esplorazione ed altri servigi fra le isole e la costa. Dal quale
decreto venne interamente annullata quella pazzia del correre armata
mano dei cavalieri di Santo Stefano contro i seguaci di Maometto, che i
detti cavalieri potevano bensì irritare, ma non ispegnere. Contuttociò,
per sicurezza di quell'emporio di Livorno e delle terre di marina,
pensò che utile e necessaria cosa fosse di farvi stanziare qualche
soldatesca stabile, massime di bombardieri e, come adesso si dice, di
artiglieri o cannonieri, e conservarvi o innalzarvi alcuna fortezza.

Tali erano, siccome narrano, i pensieri di Leopoldo circa il modo con
cui egli intendeva di costituire la Toscana.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXV. Indiz. III.

    PIO VI papa 11.
    GIUSEPPE II imperadore 21.


Intesa a questi giorni più di mezza Italia alle riformazioni d'ogni
genere nella pubblica cosa, ebbe Venezia a mettere per qualche tempo in
esercizio la sua saviezza, per divertire possibilmente le conseguenze
d'un avvenimento che alla fine costrinse la repubblica ad impugnare le
armi sul mare.

Nel marzo 1781 alcuni negozianti tunisini noleggiarono nel porto
d'Alessandria un bastimento veneziano per trasportare a Tunisi le loro
merci. Or pretendeano costoro che il legno dovesse dare tantosto alla
vela, non ostante una malattia sopraggiunta al capitano che impedivagli
assolutamente di partire, e, senza voler udir ragione, tanto quei
Tunisini insistettero che il console veneziano residente in Alessandria
dovette obbligare il figliuolo del capitano a mettersi in mare in vece
del padre.

Coll'equipaggio adunque di otto marinai veneziani e diciotto Tunisini
proprietarii del carico, imbarcossi il giovane pel suo destino; ma,
fatto ch'ebbe circa un sessanta miglia, si avvide che nel bastimento
era la peste. Volle tornarsene indietro ad Alessandria; ma i Tunisini
a viva forza l'astrinsero a progredire nel viaggio sino al porto
di Sfax, ove pel contratto doveva approdare. Se non che erano in
tragitto periti dieci Tunisini e tre marinai, e gli abitanti di Sfax,
del male accortisi, coll'armi in mano respinsero il capitano col suo
legno infetto, il solo favore accordandogli di due marinai, a prezzo
smisuratissimo, quantunque poco nel mestiere valenti.

Rigettato così dalla forza, e costretto a rimettersi in mare, il
capitano approdò a Malta. Quivi ancora, informata la deputazione
di sanità che il bastimento era attaccato dal contagio, mandò
proibendogli il porto, ed intimandogli che, se non fosse immantinenti
partito, avrebbesi senza remissione abbruciato il naviglio con tutto
l'equipaggio. Indarno furono le protestazioni e le proferte del
capitano di far lunga e rigorosa contumacia; indarno chiese il soccorso
d'alcuni marinai, senza i quali impossibile gli tornava ogni movimento,
quantunque esibisse di pagargli sino a dugento scudi per ciascuno:
le leggi inesorabili della pubblica salute gli stavano contro, ed ei
vide ardere sotto i proprii occhi il bastimento, salvo l'equipaggio,
cui peraltro non fu permesso di toccar terra che affatto ignudo, e
sommergendosi prima nell'acqua. Circostanza da notarsi in questo luogo
si è, che malgrado tutte le precauzioni dai Maltesi prese, i Tunisini,
sbarcando, seco portarono sopra bacili di rame tutto il denaro che si
trovavano, ed in appresso diedero ad intendere al loro dey, non essersi
il capitano preso alcun pensiero di loro, nè aver adoperato lui mezzo
di sorta per impedire l'arsione del bastimento. La quale relazione fece
che il dey pretendesse obbligata la repubblica di Venezia a pagare i
danni da' suoi sudditi patiti, mentre, per lo contrario, aveva ella
il diritto che indennizzati fossero i sudditi suoi del danno che lor
proveniva dalle mosse cui fu il capitano dai Tunisini forzato nelle
narrate circostanze.

Il dey che allora in Tunisi regnava fece sopra di ciò pressanti
rimostranze al console veneziano; ma ossia che sentisse la debolezza
delle sue ragioni e gli imponesse la forza della repubblica, oppure
che qualche altro motivo il consigliasse, si tacque, nè finchè visse
parlò di tali sue pretensioni. Ma, morto lui, il figliuolo che gli
succedette le mise di nuovo in campo, e dichiarò al console che si
sarebbe rotta la pace, se a lui ed a' suoi sudditi data non fosse
intiera soddisfazione. Ed insistendo il dey con tutta la tenacità
nel suo proposito, determinò la repubblica d'inviargli, per farla
finita, il suo capitano delle navi con proposizioni ragionevolissime e
coll'aggiunta di regali per la sua esaltazione. Ma questi sentimenti di
moderazione per parte della repubblica non fecero effetto; che anzi il
dey, invece di prestarsi ai termini di giustizia ed equità, produsse
nuove pretensioni, fra le quali una era quella che altri Tunisini
domandavano risarcimento di certi effetti che trovavansi sopra un
bastimento veneziano saltato in aria nel porto di Tunisi, avendovisi
appreso fortuitamente il fuoco.

Per quanto incompetenti, irragionevoli ed ingiuste cotali pretensioni
fossero, non uscivano dal circolo dell'insaziabile avidità della
barbara nazione che le metteva in mezzo, nè dai principii da essa
professati, che la forza sia la suprema ragione e giustizia in ogni
cosa. Intanto eccessi di un'altra natura ferirono direttamente la
dignità della repubblica. Non solo rovesciarono coi modi più insultanti
gli stemmi del veneziano consolato, ma e il suo capitano delle navi
spedito a Tunisi e la sua comitiva durarono molta fatica a sottrarsi
al tumulto della plebe, che furibonda gl'inseguiva nel momento che
tornavano alle navi. Abbattere lo stemma, insultare il pubblico
messo ed intimarsi solennemente dal dey alla repubblica la guerra fu
tutt'uno.

Sdegnato il senato all'iniquo modo di procedere, elesse a capitano
straordinario delle navi il cavaliere Angelo Emo. Quest'uomo sommo, ben
a ragione chiamato l'ultimo de' Veneziani, ricreatore della veneziana
marineria, salpò con breve flotta dalla patria nel precedente anno, a
Cattaro ed a Corfù rinforzandosi di legni da guerra, di soldati e di
gente di mare. Giunto colla sua squadra a Tunisi, s'impadronì subito
d'una tartana armata e riccamente carica ai Tunisini appartenente; e
quindi, esaminati i luoghi della costa, lasciò l'almirante a bloccare
l'ingresso principale del porto, ed ei coi rimanenti legni si volse a
bombardare Susa, città sessanta miglia da Tunisi discosta. Il vivissimo
bombardamento, per diciassette giorni e diciassette notti continuato,
atterrò molti e i più notabili edifizii della città, molti pure
spegnendo dei suoi difensori ed abitanti, sagrificati alle ostinate
barbarie del dey, che non volle la rinovazion della pace.

Avendo la veneziana squadra svernato a Trapani, tornò in quest'anno
dopo la metà di luglio sulle coste d'Africa, ripigliò il bombardamento
di Susa che durò sino al 4 di agosto, non permettendo il mare sempre
agitato di spingere più innanzi le guerriere operazioni, ed i bassi
fondi anzi consigliando a portare altrove lo sforzo. Giace sulla costa
di Barbaria, entro il golfo di Zerbi, la città di Sfax, dipendente dal
regno di Tunisi. Benchè circondata da bassi fondi che non permettono
di accostarvisi ai vascelli da guerra, benchè alcune isole sorgan
fra quelli che più pericolosa ne rendono la navigazione, benchè sino
allora avessero cotali ostacoli impedito ai legni delle altre potenze
di penetrare in quel ricinto, Emo tentò di conquiderla, ancorandosi
in distanza, e di quivi slanciandole contro più di cinquanta bombe,
che, cadendo per la maggior parte entro le mura, insegnarono per la
prima volta a que' barbari a temere pur essi que' globi fulminanti da'
quali si credeano sicuri. Ma non corrispondendo l'effetto pienamente
alle mire del comandante, pensò altra via di tornar loro del tutto
vano lo schermo di quella sirti, da' proprii navigli, congiungendone
le vuote botti, traendo, novella sua invenzione, un navile atto a dar
sui _querquenci_ e sulle secche il saggio e l'esempio di quel modo di
marittima offesa contro le rocche in terra, che, imitato poi e tratto a
termini di grandezza per mezzi infinitamente maggiori dal lord Exmouth
sotto Gibilterra, riuscì nondimeno a quella stessa fine, con immenso
apparato di forze, a cui Emo con forze tanto rimesse e parche il
condusse, di vincere no o distruggere que' corsali, ma di rintuzzarli.

Impietositosi però l'Emo ai casi di una popolazione tanto, per
l'ostinatezza del capo, sofferente, volle generosamente fare al dey
grave rappresentanza in una sua lettera, significandogli eziandio come
la repubblica fosse disposta a dargli quelle dimostrazioni di affetto
che in varie occasioni avea date al dey di lui genitore e predecessore,
qualora si determinasse ad approfittare della clemenza del veneto
senato. Commosso il dey alla generosa dichiarazione, fece sapere
all'Emo che intavolato avrebbe proposizioni di pace, qualora avesse
a trattare con lui solo, rimanendo con due soli legni, e licenziando
il rimanente. Rispose il Veneziano che poteva bensì far ritirare la
squadra, ma che delle condizioni della pace era del senato il decidere.
A questo pertanto inviò per espresso le proposizioni del dey, e mandata
la squadra parte a Trapani e parte a Corfù, passò egli a Malta, per
attendervi le risposte di Venezia, concessa frattanto ai Tunisini una
tregua di quaranta giorni.

Lasciò il senato al suo capitano la libertà di conchiuder la pace,
escluso però qualunque esborso o patto di denaro, e fissato che per
le gabelle i bastimenti veneziani non avessero a pagare se non il tre
per cento come i Franzesi pagavano, e non il cinque dal dey imposto;
che se a questi tali condizioni non aggradissero, rinnovasse Emo, il
senato comandava, le ostilità al più tardi nell'anno nuovo. Fu allora
mormorato che questa guerra, la quale durò sei anni ancora, avrebbe
potuto, appena sorta, terminarsi col sagrifizio di qualche denaro per
saziare l'avidità di quel principe africano, sacrifizio infinitamente
minore a quello d'una guerra di mare sì dispendiosa e tanto lunga.
E taluni ancora, sospettosi o maligni, vollero colpare della
continuazione d'essa lo stesso Emo, che non poteva, dicevano, vedersi
ozioso in patria, amava l'agitazione ed il movimento, e godea l'animo
in comandare, padrone assoluto, una flotta sul mare. Meschini di loro!
che non sapeano, o di sapere dispettavano, quanta mente, qual cuore in
Angelo Emo fosse, e qual giudizio di lui era per dare la storia che i
giudizii del volgo non imita. «Angelo Emo visse esemplare di costumi
e di repubblicana temperanza. Che aspirasse a farsi il Pisistrato
della sua patria altro indizio addurre non saprebbe la calunnia che
quell'arte in lui somma di rendere idolatre di sè le genti commessegli,
di far che i timori e le speranze tutte nel duce loro riponessero, ed
in sè rivelato loro, quasi diremmo, presente, rimuneratore, all'unità
ridotto venerassero l'aristocratico reggimento da cui gli uomini più
ripugnano. Comunque sia, la caligine di congetture non offusca lo
specchio della storia. Emo visse e morì terso di macchia; ma certamente
palese e quasi vocazione fu in esso la brama di ringiovanire la
vecchia patria: e di fatto, quella parte di cui sembra che prima uopo
era ravvivare in città sedente sul mare, la naval possa, con tanta
saldezza di vita rinnovò, che quando la patria omai più non era, opima
spoglia la rinvenne e tutta vita per anche chi ad usurparla mandò quel
guerriero che usando fin d'allora del diritto ferreo della fortuna e
dell'armi, nel 1796, Venezia rimeritava dell'ospitalità dandole morte.»
(_Castelli._)



    Anno di CRISTO MDCCLXXXVI. Indiz. IV.

    PIO VI papa 12.
    GIUSEPPE II imperadore 22.


Abbiam detto di quello che Leopoldo granduca di Toscana volea
fare; ora è d'uopo toccare quello ch'ei fece. Questo principe, il
quale, al dire d'uno storico esimio, non si potrà mai tanto lodare
che non meriti molto più, mostrò quanto possa per la felicità de'
popoli una mente sana congiunta con un animo buono e tutto volto a
gratificare all'umanità. Solone fece un governo popolare e torbido,
Licurgo un governo popolare e ruvido, Romolo un governo soldatesco e
conquistatore; fece Leopoldo un governo quieto, dolce e pacifico, tanto
più da lodarsi dell'aver concesso molto quanto più poteva serbar tutto.

Erano prima di Leopoldo le leggi di Toscana parziali, intricate,
incomode, improvvide, siccome quelle che in parte erano state fatte ai
tempi della repubblica di Firenze, tumultuaria sempre e piena di umori
di parti, e parte fatte dopo, ma non consonanti con le antiche, le
quali tuttavia sussistevano. Altre ancora erano per Firenze, altre pel
contado, queste per Pisa, quelle per Siena, poche o nissune generali.
Sorgevano incertezze di foro, contese di giurisdizione, lunghezze
di affari, un tacersi per istracchezza dei poveri, un procrastinare
a posta de' ricchi, ingiustizie facili, ruine di famiglie, rancori
inevitabili. Erano altresì leggi criminali crudeli o insufficienti,
un commercio male favorito, un'agricoltura non curata, un suolo
pestilenziale, possessioni mal sicure, debito pubblico grave, dazii
onerosissimi.

A tutto pose rimedio il buon Leopoldo. Annullò i magistrati o
superflui, o poco proficui, o privilegiati, e tra questi quello delle
regalie, togliendo in tal modo qualunque prerogativa che sottraesse ai
tribunali ordinarii quelle cause che percuotevano l'interesse della
corona. Esentò i comuni dai fori privilegiati; li rendè liberi nel
governo dei loro beni, diede loro facoltà non solamente di esaminare,
ma ancora di giudicare dell'opportunità delle pubbliche gravezze
per modo che il corpo loro venne a formare nel granducato a certi
determinati effetti una rappresentanza nazionale. Condonati, oltre a
ciò, dei debiti verso l'erario, e soddisfatti dei crediti, sorsero a
grande prosperità; crebbela ancor più il miglioramento del catasto.

Soppressi adunque i privilegii individui e i fori privilegiati, corpi
e persone acquistarono equalità di diritti quanto alla giustizia. Tali
furono gli ordini civili introdotti da Leopoldo. Circa i criminali
annullò altresì ogni immunità e parzialità di foro; abolì la pena
di morte, abolì la tortura, il crimenlese, la confisca dei beni,
il giuramento de' rei; statuì, le querele doversi dare per formale
istanza, e dovere stare il querelante per la verità dell'accusa;
restituirssersi i contumaci alla intregrità delle difese; del ritratto
delle multe e pene pecuniarie, cosa degna di grandissima lode, si
formasse un deposito separato a beneficio di quegli innocenti che
il necessario e libero corso della giustizia sottopone talvolta
alle molestie di un processo, ed anche del carcere, non meno che
per soccorrere i danneggiati per delitti altrui; il che fondò, cosa
maravigliosa, un fisco che dava invece di togliere; le pene stabili
proporzionate al delitto. Nè contento a questo, diè carico di scrivere
un novello codice toscano all'auditor di ruota Vernaccini ed al
consigliere Ciani, uomini l'uno e l'altro, i quali non solo volevano
e sapevano, ma ancora credevano potersi far bene e utilmente in queste
faccende delle leggi, il che non si dice senza ragione a questi nostri
dì, in cui da alcuni vorrebbesi insegnare che la miglior legislazione
che sia è quella dei tempi barbari.

Fu l'effetto conforme alle pie intenzioni; poichè fu in Toscana una
vita felicissima dopo le novità di Leopoldo: i costumi non solo buoni,
ma gentili; i delitti rarissimi, nè sì tosto commessi che puniti; le
prigioni vuote, ogni cosa in fiore. Così questa provincia, che già
aveva dato al mondo tanti buoni esempi, venuta in podestà d'un principe
umanissimo, diè ancor quello di un corpo di leggi temperato di modo che
nè il governo maggiore sicurezza, nè i popoli potevano maggior felicità
desiderare.

A questo medesimo fine contribuirono non poco i nuovi ordini di
Leopoldo rispetto all'agricoltura ed al commercio. Rendè i coloni
liberi dalle vessazioni, le terre dalle servitù, moderò la facoltà
di instituir fidecommissi, riunì la facoltà del pascolo al dominio,
onde fu distrutta l'antica legge del pascolo pubblico, per cui
veniva impedito ai possessori ed ai coloni di cingere di stabili
difese i terreni, e costretti erano a lasciarli in preda al bestiame
inselvatichito, con grandissimo guasto delle ricolte. Nacquero
da questa provvisione effetti notabilissimi, che e le ricolte si
migliorarono, ed i bestiami si addomesticarono.

Considerato poi quanto gli appalti generali dei dazii fossero molesti
ai popoli e gravi ai governi buoni, Leopoldo gli abolì. Molte privative
ancora furono tolte, quella della vendita dei tabacchi, dell'acquavite
e del ferro; a tutti si diè facoltà di cavar miniere; le gabelle sui
contratti, e la regalia della carta bollata si moderarono. Sapevasi
Leopoldo che tutte queste riforme avrebbero diminuito le entrate
dell'erario. Pure non se ne rimase, movendolo il ben pubblico più
che il vantaggio del fisco. Ciò non ostante, assai meno diminuirono
che s'era creduto; perchè la prosperità del paese e la più attiva
circolazione dei generi, che ne risultarono, supplirono in gran parte
quello che si perdeva. Mirabile argomento che la prosperità dei popoli
prodotta dallo svincolo, non la gravezza delle imposte, è la maggior
fonte che sia della ricchezza dell'erario.

Si aggiunsero le dogane interne soppresse, nuove strade aperte, canali
scavati, porti e lazzaretti o nuovi o ristorati, fatto sicuro a Livorno
agli esteri lo esercizio della religione, aboliti i corpi delle arti e
le matricole, surrogati agli impedimenti premii, facilità ed esenzioni,
massime in benefizio delle arti della seteria e del lanificio, parti
essenzialissime del commercio di Toscana. La libertà delle tratte,
mediante un modico dazio rispetto alle sete, tanto operò che se il
provento loro in Toscana montò, nel 1780, solamente a libbre cento
sessantatre mila cento settantotto; montò nel 1789, diciamlo in questo
luogo, a ben trecento mila.

Ma, per parlar di nuovo del governo delle terre, non solo Leopoldo
lo migliorò d'assai migliorando la condizione dei coloni, ma rendè
ancora coltivabili quelle che per infelicità di suolo si trovavano
incolte. Così la val di Chiana, così quella di Nievole, ricche ed
ubertose terre; così in gran parte il capitanato di Pietrasanta, e le
frontiere del litorale livornese e pisano, usando, secondo i luoghi,
appositamente tagli, colmate, argini, canali, furono per opera sua
liberate dall'acque, ridotte a sanità e restituite alla coltivazione.
Ma opera di molto maggior momento e di quasi insuperabile difficoltà
fu il prosciugamento delle maremme sanesi a tal termine condotto
che si aveva speranza di totale perfezione. Sono le maremme sanesi
un vastissimo padule che dai confini della provincia di Pisa sino a
quelli dello Stato ecclesiastico si distende, lungo il mare, lo spazio
di circa settanta miglia, e per larghezza dentro le terre da cinque o
sei fino a quindici o diciotto. La pianura di Grosseto è la parte più
considerabile di queste maremme. Sono in questi luoghi i terreni non
sommersi tanto fecondi, quanto l'aria vi è infame e pestilenziale.

Sotto Ferdinando I de Medici erasi già in parte conseguito l'intento,
e parecchi paduli a stato coltivabile ridotti. Trascurate poi le
opere da' suoi successori, ritornarono le terre e l'aria a peggior
condizione di prima. Ma non così tosto fu assunto Leopoldo, che pensò
alle maremme. Mandovvi il padre Ximenes, mandovvi Ferroni e Fantoni,
matematici di chiaro nome e dell'idraulica intendentissimi. Già la
pianura di Grosseto o, per meglio dire, la palude di Castiglione,
ambedue parti principalissime delle maremme, eransi ridotte a stato
tollerabile. Speravasi meglio, anzi il finale intento: usavansi
le colmate per le acque dell'Ombrone e della Bruna, introdotte ai
tempi delle torbe; usavansi canali e cateratte in più opportuni siti
trasportate.

Oltre a ciò, Leopoldo, mosso dal pensiero che le popolazioni scarse
fanno l'aria insalubre, le abbondanti sana, allettò con premii ed
esenzioni tanto i paesani quanto i forestieri, principalmente gli
abitatori dell'agro romano, a fermare la sede loro nella maremma.
Pagassesi dell'erario il quarto del prezzo delle nuove case ai
fondatori, dessersi terre o gratuitamente od a basso prezzo od a
carico di livelli od in enfiteusi; dessesi anco denaro a prestito, e
sicuro asilo a chi vi si venisse a ricoverare. Per questo crebbe la
popolazione, ed i terreni si coltivarono, e l'aria risanò. Peggiorarono
poi le opere per le difficoltà dei tempi; pure rimangono, e forse
ancora lungo tempo rimarranno nelle maremme sanesi i vestigii della
generosità di Leopoldo.

Nè minor lode meritano gli ordinamenti di questo giusto e magnanimo
principe circa il debito dello Stato. Più di tre mila luoghi di monte
furono cancellati, restituiti i capitali ai creditori col ritratto dei
beni venduti spettanti a regie e pubbliche aziende, impiegando a questo
uso anche i capitali provenienti dalla dote e contraddote della regina
sua moglie, ed altri costituenti parte del patrimonio suo privato. In
tal modo si spense in gran parte il debito che tanto gravava l'erario:
così, mentre in altri luoghi d'Italia il debito dello Stato montava
continuamente non per altro fine che per crear soldatesche, in Toscana,
per opera di Leopoldo, il debito medesimo si estingueva per fondarvi un
governo dolce, quieto per sè, sicuro pei vicini.

Nè per questo tralasciavansi provvedimenti di utilità o di ornamento;
perciocchè nel tempo medesimo sorgevano scuole per ogni ceto,
conservatorii, case di rifugio e di ricovero, ospizii ed ospedali,
e gli studii di Pisa e di Siena meglio si ordinavano; nuovi palazzi
fondavansi, gli antichi si abbellivano, nuovi passeggi si aprivano, le
librerie si arricchivano, il gabinetto di fisica s'accresceva, ed un
orto botanico si piantava.

Tra mezzo a tutto questo il principe, siccome quello che giusto
era e sincero, non volle starsene oscuro. E però fe' pubblicare la
dimostrazione per entrata e per uscita delle rendite dello Stato: in
questo quasi specchio dell'economia di Toscana vedonsi ed i risparmii
fatti e le imposizioni moderate ed il denaro convertito in cause
pietose di sollievo o d'ornamento pubblico.

E qui sarebbe da continuare il discorso intorno alle cose
ecclesiastiche; ma siccome ebbero compimento nell'anno seguente, così a
quello differiremo il tenerne parola.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXVII. Indiz. V.

    PIO VI papa 13.
    GIUSEPPE II imperadore 23.


Le riforme fatte in Toscana da Leopoldo nelle ecclesiastiche discipline
furono materia di molta gravità, e che destò molto grido e molta
aspettazione di uomini sì in Italia che fuori di essa. Gli antichi
Toscani, più propensi a dar ricchezze ai conventi che alle parrocchie,
lasciarono quelli ricchi, queste povere. Leopoldo convocò in quest'anno
un'assemblea dei vescovi di Toscana, proponendo loro cinquantasette
punti; tutti relativi alla riforma dell'ecclesiastica disciplina.
Molti si accordarono, altri si modificarono, altri si serbarono a tempi
migliori.

Il principe, avuto il parere di alcuni ecclesiastici di non poco
nome, stabilì le parrocchie dessersi a concorso, s'aumentassero i
redditi loro; veruna tassa più non pagassero ai vescovi forestieri,
annullassersi le pensioni di qualunque sorte sopra i benefizii curati,
permutassesi la destinazione dei fondi vincolati ad usi religiosi
e indifferenti, o poco utili, ed il provento di tali capitali in
aumento delle scarse congreghe dei parochi più bisognosi s'impiegasse;
con questo ed in compenso di tali concessioni i rettori delle cure
dall'esazione delle decime e da altri emolumenti di stola desistessero;
i parrochi alla residenza obbligati fossero; niuno più di un benefizio
godere potesse, ancorchè semplice, massimamente se residenziale fosse;
tutti i sacerdoti che benefizio residenziale avessero, fossero alla
chiesa, ove era fondato, incardinati, e tutti i sacerdoti semplici,
alla chiesa parrocchiale dove abitassero, e ciò con dipendenza dal
paroco, ed obbligo di aiutarlo nel pio suo ufficio; i benefizii tanto
di collazione ecclesiastica, quanto di nomina regia, a chi servito
avesse od attualmente servisse la chiesa, solo ed unicamente si
conferissero; i regolari ed i canonici dal paroco dipendessero, e ad
aiutarlo in tutto che abbisognasse obbligati fossero; alla sussistenza
degli ecclesiastici o poveri od infermi provvedessesi; i romiti,
salvo quelli che utili fossero, abolissersi; tutte le compagnie,
congregazioni e confraternite sopprimessersi: a tutte sostituissersi
le sole compagnie di carità; le chiese, oratorii, refettorii e stanze
delle compagnie soppresse ai parrochi gratuitamente si consegnassero;
i religiosi regolari dal vescovo dipendessero; l'abito non vestissero
prima dei diciotto anni, non professassero prima dei ventiquattro;
le religiose non prima dei venti vestissero, non prima dei trenta
professassero; il tribunale del santo ufficio s'annullasse; gli
ordini di Roma tutti si assoggettassero al regio consenso, prima che
pubblicarsi ed eseguirsi potessero; s'intendesse abolito il privilegio
degli ecclesiastici di tirar i laici al foro loro, e nelle cause
criminali in tutto e per tutto ai laici parificati fossero; le cure
ecclesiastiche e delle cause meramente spirituali conoscessero, e pene
puramente spirituali definissero; gli ordinarii ogni due anni il sinodo
diocesano, per conservare la purità della dottrina e la santità della
disciplina, convocassero.

Queste deliberazioni del principe Toscano, ancorchè molestissime
alla santa Sede, pareva che non toccassero la sostanza stessa di
quell'autorità spirituale pontificia, che già da più secoli i papi
avevano piena ed intiera.

Ma a quelle deliberazioni non si rimase Scipione Ricci, vescovo di
Pistoia, che aveva già opinato nell'assemblea dei vescovi di Toscana
acciò si ampliassero le facoltà, non che de' vescovi, de' parochi,
volendo che gli uni e gli altri avessero voce deliberativa ne' sinodi
diocesani. Statuì poi nel suo sinodo, avere il vescovo ricevuto da
Cristo immediatamente tutte le facoltà necessarie al buon governo della
sua diocesi, nè potersi le facoltà medesime od alterare od impedire, e
poter sempre e dovere un vescovo nei suoi diritti originarii ritornare
quando lo esercizio loro fu per qualsivoglia cagione interrotto, se il
maggior bene della sua chiesa il richiegga. Le quali proposizioni ed
altre ancora diedero assai mal suono, per guisa che Pio VI come erronee
ed anche come scismatiche alcuni anni dopo le condannò. Aggiunse il
Ricci alcune altre dottrine che parvero e temerarie ed alla santa Sede
ingiuriose: essere una favola pelagiana il limbo de' fanciulli; un solo
altare dover esser in chiesa secondo il costume antico; la liturgia ed
esporsi in lingua volgare e ad alta voce recitarsi; il tesoro delle
indulgenze essere trovato scolastico, chimerica invenzione lo averlo
voluto applicare ai defunti; la convocazione del concilio nazionale
esser una delle vie canoniche per terminar le controversie circa la
fede ed i costumi. In fine sommamente dolse a Roma quella proposizione
del sinodo pistoiese, per la quale i quattro articoli statuiti dal
clero gallicano nell'assemblea del 1682 si approvarono, e questa
particolarmente Pio VI con una sua bolla cassò e dannò come temeraria,
scandalosa ed alla santa Sede ingiuriosa.

Le dottrine del sinodo pistoiese levarono un gran rumore in Italia,
massimamente quando furono condannate a Roma. Scritti senza numero vi
si pubblicarono, quali in favor di Roma, quali in favor di Pistoia.
Allegavasi da' Romani incominciare a por piede in Italia le eresie
di Lutero; da' difensori del Ricci, un salutar freno incominciarsi e
porre agli abusi. Gli ultimi, tra perchè pretendevano ai discorsi loro
parole di semplicità e di parsimonia, e perchè inclinavano a favore de'
più, molto s'avvantaggiavano sugli avversarii loro ed andavano ogni dì
maggior favore acquistando.

Queste ferite tanto più addentro andavano a penetrare nel cuor del
pontefice, quanto più nel regno stesso di Napoli le medesime o poco
dissomiglianti dottrine si professavano. Pareva, ed ai principi
massimamente, che le dottrine che in Toscana prevalevano, non solo la
disciplina ristorassero, ma ancora la potenza temporale alla libertà
ed alla indipendenza da' romani pontefici restituissero. Perlochè con
piacere si abbracciavano, con celerità si propagavano, con calore si
difendevano. Ma nel regno delle Due Sicilie erano alcuni particolari
motivi per cui le medesime dottrine, che suonavano parole tanto
gradite di libertà e d'indipendenza, fossero dal governo medesimo
più volonterosamente ed accettate e difese. Da quanto si è venuto ne'
precedenti anni discorrendo si vede che colà pure i medesimi tentativi
si facevano che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa alla
disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore, come si disse, a
cagione delle controversie politiche con Roma. Composte aveva Pio VI,
al cominciamento del suo regno, o almeno acchetate le controversie
che sussistevano colla corte di Napoli; ma ben tosto si rinnovarono
più ardenti, e forse contribuì ad accenderle l'intolleranza del nunzio
pontificio, il quale ancora in quest'anno in Napoli trovavasi. Perdette
Roma il tributo della chinea, nè giovarono a ristabilirlo le erudite
allegazioni del cardinale Borgia ed altri scritti d'ordine della romana
corte pubblicati; ed il cardinale Buoncompagni, a Napoli spedito per
rivendicare almeno in parte il diritto di nomina ai vescovadi del regno
che quel sovrano erasi arrogato, nulla potè ottenere. Sembrava che la
corte volesse liberarsi da quella specie di tutela sotto la quale i
precedenti pontefici aveanla tenuta: scritti giurisdizionali fortissimi
pubblicavansi in quel regno, ed apertamente attaccavasi la pontificia
autorità; nè quelle contese cessarono se non allorchè un più importante
avvenimento, il cominciare, cioè, della rivoluzione di Francia, tutta
attrasse ed assorbì l'attenzione dell'Europa; vorticoso nembo che già
ci si vien facendo sopra.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXVIII. Indiz. VI.

    PIO VI papa 14.
    GIUSEPPE II imperadore 24.


Comincia quest'anno colle convulsioni della natura che desolarono gli
Stati del pontefice. Rimini varie scosse ne sentì successivamente,
a brevi intervalli, una più forte dell'altra. Scrollarono molti
edifizii, e quelli che in piedi rimasero davano nelle soffitte e nelle
pareti segni della potenza del terremoto; chiese e palagi, oggetti
spaventevoli di compassione. Gli abitanti atterriti e dal terrore
inseguiti, fuggiano per le piazze, uscian dalla città all'aperta
campagna, asilo cercando anche dove men sicuro asilo era. Molti caddero
vittima del disastro. Lungo tempo i tremebondi Riminesi soggiornavano
sotto le tende, anche nelle crude notti dell'invernal stagione. E Pio
VI, padre e signore, ad accorrere in sollievo de' suoi sudditi, de'
suoi figli, inviando loro non meno pronti che generosi soccorsi.

I due vulcani di Napoli e di Sicilia, se colle eruzioni straordinarie
non cagionarono grandi danni, sommo spavento destarono. Nell'Etna fu
maggiore che non nel 1779: l'arena e le pietre caddero sino sulla città
di Messina, sulle campagne adiacenti, su quelle dell'opposta Calabria,
sopra tutte le isole circostanti, e sino in Malta. Nè il Vesuvio volle
esser da meno: nel tempo stesso cominciò a gettar fiamme, e scorrendo
la lava lateralmente nel vallone che divide quella montagna dall'altra
di Somma, portò il terrore nell'anima degli abitatori della più
deliziosa parte dell'Italia.

Volle il re di Napoli mettere in piedi una rispettabile marineria:
trentadue legni da guerra, tra navi, fregate, corvette, brigantini e
galeotte, senza contare gli sciabecchi, gli ebbe costruiti ne' due
arsenali di Napoli e Castellamare, trovandosi egli continuamente
presente ad affrettare ai lavori.

Con queste forze gli venne fatto di reprimere le piraterie dei
Barbareschi che pareva avessero preso di mira particolarmente i legni
mercantili napoletani. Erano coloro in quest'anno usciti a corseggiare
più forti e più numerosi del solito, sotto pretesto di doversi, come
tributarii, unire alla flotta ottomana contro i Russi. A maggior
sicurezza, il re conchiuse un trattato di commercio e di navigazione
coll'imperatrice Caterina II, soprattutto pei porti russi sul mar Nero,
co' quali erasi stabilito un traffico proficuo ad ambe le nazioni.

Nè soli i Barbareschi abusavano dell'occasione della guerra tra i
Turchi ed i Russi, onde insultare persino quelle nazioni colle quali
erano in pace le loro reggenze; meno non ne abusavano alcuni altri
Europei, dandosi alla pirateria con bandiera russa. Se non che, a porvi
un argine, sorse Caterina con provvidenze opportune; e la repubblica
di Venezia, però che non erasi ancor potuta conchiudere coi Tunisini
la pace, faceva dal suo capitano delle navi Angelo Emo, di cui abbiam
detto, battere colla poderosa sua squadra di ottanta legni armati
le acque del Mediterraneo, perchè rispettata fosse la veneziana
neutralità, protetto il commercio, tolto di mezzo qualunque disordine.

A dì 31 di gennaio passò di questa vita in Roma, nell'età di
sessantasette anni, Carlo Odoardo della regal casa Stuarda, figliuolo
di Giacomo III e nipote di Giacomo II, re d'Inghilterra, della cui
impresa, a ricovrare il regno intesa, il sommo Muratori espose le
vicende nell'anno 1745.



    Anno di CRISTO MDCCLXXXIX. Indiz. VII.

    PIO VI papa 15.
    GIUSEPPE II imperadore 25.


Nuova era apresi in quest'anno alla storia. Prima però di chiudere con
adequato discorso quella che sin qui trascorremmo, e di apparecchiarci,
colla esposizione dello stato d'Italia nel punto dal quale partiremo
per percorrere la novella, vogliamo notare in questo luogo alcun fatto
di minore importanza, ma che tuttavia merita d'essere ricordato in
questi Annali.

Fece molto parlare di sè sul finire di quest'anno un uomo singolare;
vogliam dire il conte Alessandro Cagliostro. Sotto di questo nome
un avventuriere si è acquistata non tenue celebrità. Non è noto
particolarmente che per alcuni libelli, sempre sospetti di parzialità,
e pel processo fattogli a Roma. Ma l'ignoranza e le contraddizioni de'
compilatori non permette di credere ad essi gran fatto maggiormente.
Comunque sia, riferiremo succintamente i principali fatti narrati nel
processo. Cagliostro nacque, dicono, a Palermo, il dì 8 di luglio
1743, da genitori di mezzana condizione, ed il suo vero nome era
Giuseppe Balsamo. Dopo una gioventù burrascosa non poco, e dopo molte
gherminelle, come quella che fece ad un orefice nominato Marano, al
quale cavò sessanta oncie di oro colla promessa di dargli un tesoro
sotterrato in una grotta, custodita dagli spiriti infernali, lasciò
la sua città natia, e cominciò a viaggiare. Visitò successivamente la
Grecia, l'Egitto, l'Arabia, la Persia, Rodi, l'isola di Malta, ed in
quei viaggi strinse amicizia col dotto Althotas, ch'egli ci ha dipinto
come il più saggio degli uomini; ma lo perdè a Malta, dove fu bene
accolto dal gran maestro che gli diede commendatizie per Napoli. Di
Napoli andò a Roma. In questa città conobbe la bella Lorenza Feliciani,
colla quale si unì in matrimonio. Da Roma gl'inquisitori della sua
vita gli fanno scorrere pressochè tutte le città d'Europa sotto i nomi
diversi di Tischio, di Melissa, di Belmonte, di Pellegrini, d'Anna, di
Fenice, di Harat e di Cagliostro, vivendo ora del prodotto delle sue
composizioni chimiche, ora di giunterie, più sovente del vergognoso
traffico che faceva delle bellezze della sua sposa. L'apparizione
più brillante di questo personaggio singolare fu quella che fece a
Strasburgo ai 19 di settembre 1780. Sarebbe difficile l'esprimere
lo entusiasmo ch'egli destò in quella città e di far conoscere i
moltiplicati atti di beneficenza onde parve che lo giustificasse.
La Borde non conosce termini abbastanza forti per dipingere il conte
Cagliostro. Nelle sue Lettere sulla Svezia, ei lo qualifica come uomo
ammirabile per la sua condotta e per le sue vaste cognizioni. «La
sua fisonomia, dice, annunzia lo spirito, esprime l'ingegno; i suoi
occhi di fuoco leggono nel fondo degli animi. Sa pressochè tutte le
lingue dell'Europa e dell'Asia, la sua eloquenza sorprende e rapisce,
anche in quelle cui parla men bene.» «Ho veduto, prosegue dicendo,
questo degno mortale in mezzo ad una sala immensa, correre di povero
in povero, medicare le schifose piaghe di tutti, mitigarne i mali,
consolarli colla speranza, dispensar loro i suoi rimedii, colmarli di
benefizii, alla fine caricarli de' suoi doni, senz'altro scopo fuor
quello di soccorrere l'umanità sofferente. Tale spettacolo incantatore
si rinuova tre volte ogni settimana; più di quindici mila infermi gli
devono l'esistenza.» A sì fatte testimonianze di La Borde si possono
aggiungere le lettere scritte al pretore di Strasburgo nel 1783 da
Miromesnil, da Vergennes, dal marchese di Segar, colle quali si chiede
l'appoggio dei magistrati in favore del nobile straniero, ne' termini
più favorevoli per esso. Tali tratti, è d'uopo confessarlo, non si
confanno colla orrida pittura che di Cagliostro ha fatto l'autore
della sua Vita, il quale lo mostra come l'infimo de' mariuoli ed il più
abbietto degli uomini. Ai 30 di gennaio 1785 il conte di Cagliostro,
che aveva già fatto un viaggio a Parigi, ritornò in essa capitale ed
alloggiò nella via San Claudio presso il baloardo. In quell'epoca si
tramava, o piuttosto, come dice egli medesimo, era già nata la famosa
baratteria della collana. Gl'intimi vincoli del conte col principe
Luigi di Roano, fortemente implicato in tale faccenda, dovevano fargli
temere per la sua propria libertà; ma fatto forte della sua innocenza,
s'oppose alle istanze de' suoi amici, i quali lo stimolavano a lasciar
Parigi. In fatti venne arrestato il dì 22 di agosto e chiuso nella
Bastiglia. La contessa di La Motte l'accusò «d'aver ricevuto la collana
dalle mani del cardinale, e di averla fatta in pezzi onde ingrossarne
l'occulto tesoro d'una facoltà inudita.» La accusa era un assurdo.
Cagliostro rispose con una memoria che fu dai Parigini ricevuta con la
sollecitudine che inspirava il personaggio. In tale memoria, di cui
si attribuisce la compilazione ad un magistrato celebre, Cagliostro,
senza appagare pienamente la curiosità del lettore, esce in alcuni
tratti del romanzo della sua vita, e dà ad intendere che la sua
nascita, quantunque sconosciuta, è illustre. Cita, affermando di
averli frequentati, i personaggi più eminenti dell'Europa, ed invoca
la loro testimonianza: nomina i banchieri che in tutte le città gli
somministrarono denaro, ma senza far conoscere la sorgente delle sue
ricchezze. La sentenza del parlamento del 31 di maggio 1786 assolse
il principe Luigi e Cagliostro dalle accuse contro di essi intentate;
ma entrambi furono esiliati. Cagliostro si ritirò in Inghilterra ivi
soggiornò circa due anni; passò da Londra a Basilea, indi a Bienne,
ad Aix, in Savoia, a Torino, a Genova, a Verona, e da ultimo andò
a Roma, dove fu arrestato il 27 di dicembre del presente anno e
trasferito nel castello Sant'Angelo, in un con sua moglie. Volendo
qui dire quant'è da dirsi di costui: gli fu fatto il processo e venne
condannato a dì 7 del mese di aprile 1791, siccome in esercizio
di libero muratore. La pena di morte, a cui era motivo siffatto
delitto, fu commutata in una prigione perpetua. Dicesi che sia morto
l'anno 1795 nel castello di San Leo. Sua moglie era stata anch'essa
condannata a perpetua clausura nel convento di Sant'Apollinare.
Furono spacciate sul conte Cagliostro parecchie favole, le quali altro
fondamento non hanno che la preoccupazione o le opinioni particolari
di chi le ha divulgate, gli uni lo tengono per uomo estraordinario,
per un vero facitor di prodigii; altri non veggono in lui che un
accorto ciarlatano. Gli si attribuiscono cure maravigliose e senza
numero; sembra nulladimeno evidente che il suo sapere in medicina
fosse estremamente limitato. Ugualmente che tutti i partigiani delle
dottrine ermetica e paracelsica, faceva grand'uso d'aromi e di oro.
Fu Cagliostro, caduto sotto le investigazioni della inquisizione, fu
tenuto per membro dei muratori templarii, ed attribuita la continua sua
opulenza ai moltiplici soccorsi che dalle diverse logge dell'ordine
gli provenivano. L'autore già citato della sua vita gli dà il vanto
dell'instituzione d'una società di muratori che si dicono egiziani,
la quale, s'egli fedelmente la avesse descritta, non sarebbe stata
che una meschina ciarlataneria, inetta a trappolare un istante l'uomo
meno assennato. Una pupilla o colomba, cioè una fanciulla nello stato
d'innocenza, messa dinanzi una caraffa, ma riparata da un paravento,
otteneva per la imposizione delle mani del gran cofto, la facoltà di
comunicare cogli angeli, e in quella caraffa vedeva qualunque cosa
volevi che vedesse. Finalmente uno scrittore de' nostri giorni, l'abate
Fiard, non dubitò di far Cagliostro uno spirito del tenebroso impero e
di associarlo con Mesmer, Pinetti, ed altri, all'infernale coorte. Il
cavalier Bossi, nella sua Istoria d'Italia, dopo esposte e confutate
le opinioni che intorno a Cagliostro correvano, conchiude: «Certo
è che giudicato fu egli secondo le massime del santo ufficio, e reo
supposto di avere sparso erronee opinioni e praticati gl'insegnamenti
delle scienze occulte, fu condannato a morte...... sebbene osservassero
alcuni che commesso non avea delitti, nè sparse tampoco le opinioni
condannate, nel territorio di coloro che costituiti si erano suoi
giudici.»

Morto in quest'anno il doge di Venezia Paolo Renier, gli fu dato
a successore Lodovico Manin, cavaliere e procurator di san Marco,
stato podestà di Vicenza, di Verona, di Brescia, e mostratosi nelle
magistrature interne d'indefessa attività e di vivo zelo pel pubblico
interesse fornito. Se nel suo particolare gli venne data nota di tanta
parsimonia che mal si addiceva alla sua opulenza, però che fosse il più
ricco uomo di Venezia, nelle pubbliche rappresentanze spiegò l'apparato
più nobile e più pomposo della magnificenza e della grandezza. Notarono
gli oziosi che de' cento venti dogi che a Venezia furono, il primo e
l'ultimo portarono lo stesso nome di Paolo, non volendosi nella serie
contare il Manin, che nella dignità in fatti non morì, avendo veduta
la caduta dell'insigne repubblica, e mancato poi a' vivi privato e da
parecchi negletto.

Ed eccoci alla nuova era storica, della quale abbiam detto in principio
del presente anno. Se non che, prima d'entrare nel difficile arringo
ne pare di dover chiudere il tratto sinora percorso con opportuno
discorso sulle scienze e sulle lettere, non che sulle arti, che sì
gran parte sono della gloria d'Italia nostra. Un celebrato storico
diede di queste parti un suo giudizio, nel quale, sebbene in tutto
non consentiamo, crediamo però pregio dell'opera il presentarlo tale
e quale ai nostri lettori, i quali, se in qualche luogo il troveranno
disforme dalle sentenze che in proposito sono corse, bel campo avranno
a quei raffronti, a quelle disposizioni, a que' paralleli da' quali
l'istruzione risulta. Dice egli adunque:

«Nessuna età mai promise tanta felicità agli uomini quanto il secolo
decimottavo, prima che una feroce tempesta lo turbasse. Quanto fra gli
uomini di utile, di grazioso, di grande si trovava, tutto allora era o
si travedeva. Le volontà benevole, gl'intelletti illuminati, le lettere
in onore, le scienze in progresso. Dirò brevemente di ognuno di questi
fonti di beneficenza e di gloria. I nostri figliuoli, conoscendo l'aria
prima che respirammo e quali fummo e ciò che volemmo, non saranno,
credo, verso i loro padri di gratitudine avari.

L'Italia per le scienze naturali a nissuna delle nazioni che più le
coltivavano era inferiore, ad alcune superiore. E per parlare della
Francia specialmente che allora per questa parte dell'umano sapere più
d'ogni altra aveva onorata nominanza, sotto certi rispetti l'Italia
le cedeva, sotto altri la superava. Cedevale per lo splendore e per
l'eloquenza; il grande Buffon in questa parte chi eguagliare potrebbe?
Superavala per l'indagine scrupolosa, per l'esattezza delle ricerche,
contenti gl'Italiani di dire agli altri ciò che la natura diceva loro,
e temperandosi dai commenti; sistemi ed ipotesi, della cui fugace
indole già insin dai tempi suoi quel famoso italiano, a cui niuno fu
eguale, parlò, dico il buono, dotto ed eloquente Cicerone. Ciò che
io qui affermo, ad ognuno sarà manifesto che vorrà considerare, quale
Buffon e quale Spallanzani fossero. Dottissimi ambedue e diligentissimi
scrutatori della natura, venerandi ambedue sacerdoti della scienza,
ma uno dedito più all'immaginazione che all'osservazione, l'altro più
a questa che a quella, onde il tempo che sa bene scerner la realtà
dalle chimere, non poche cose riformò nelle opinioni del naturalista
franzese, poche o nissuna in quelle del naturalista italiano. Ma
sebbene non mediocri pregi d'eloquenza Spallanzani avesse, a niun
modo il suo fare si potrebbe paragonare con quel largo fiume che
spandeva con la sua inimitabil penna colui, cui tutte le nazioni
onoravano, cui la morte si pianse con universale cordoglio, cui la
memoria tanto valse nei cuori irritati dei nemici della Francia,
nel 1814, che Swartzemberg, che gli guidava, mandò spontaneamente
salvaguardia al piccolo Monbard, solo perchè stato era seggio di colui,
cui, benchè morto fosse, credeva degno di arrestare armi ed armati.
Potenti ossa di Buffon, pacifica vittoria, memorando temperamento dai
furori guerreschi, ugualmente onorevole e per chi l'inspirava e per
chi l'ordinava! I cannoni di Napoleone perdevano, le ossa di Buffon
vincevano.

«Buffon abbelliva, Spallanzani diceva semplicemente: _La cosa sta
così_: ma l'uno certamente e l'altro onore delle loro patrie, ornamento
del mondo. Io veramente ammiro nel naturalista, cui Scandiano produsse
e Pavia albergò, il genio italiano che, ancorchè abbondi di fantasia,
di verità pure e di realtà si pasce.

«Il lume della fisica primieramente in Italia tanto splendeva quanto
presso ad alcun'altra nazione, e forse per certe parti di lei, come,
per cagion d'esempio, l'idraulica e la meccanica, era ita più avanti.
Forse ancora per la elettricità, massimamente per le fatiche del padre
Beccaria, professore in Torino, ebbe più profonde e più sane nozioni di
qualunque altra, ricevuti ciò non per tanto i primi semi dall'estero.

«Ciò sulle prime, ma poscia tanto si innalzò che le altre nazioni
a' suoi fonti vennero abbeverandosi. Il caso fece trovare a Galvani
un fecondo pensiero; egli stesso colle sue sollecite investigazioni
il fecondò. Levossene un alto grido nel mondo. L'inventore credè che
fosse una legge animale e che perciò più a fisiologia che a fisica si
appartenesse. Ma era uscito da Como un sublime ingegno che a fisica
lo rivocò, dimostrando che gli effetti prodotti sugli animali altro
non erano che una parte, una derivazione della generale fisica legge.
Dire quanto pensasse e quanto scrivesse Volta impossibile sarebbe
alla mia stanca e tarpata penna; ma mi consolo pensando che bisogno
non è ch'io lo dica. Qual parte della terra v'ha che nol sappia e nol
dica e maraviglia non ne senta? Per Volta l'Italia andava nell'impero
delle scienze ogni giorno alcuna conquista facendo: il suo nome stesso
nel possente stromento impresso farà memoria nelle future età, quanti
miracoli un modesto uomo, imperocchè tanto modesto fu Volta quanto
ingegnoso e dotto, scoprisse nel chiuso seno dell'arcana natura, ed ai
maravigliati ed attenti uomini gli rivelasse.

«Se delle scienze matematiche vogliamo parlare, si vedrà che, tacendo
anche di tanti altri che a Pavia, a Firenze, a Roma, a Napoli ed a
Palermo fiorivano, il solo Lagrange dimostrava, che per la scienza
delle quantità astratte l'Italia non era sfruttata e degna ancora
appariva di quella regione di cui erano usciti Galileo e Sarpi. Nè
di Gugliemini tacerò, il quale trovò modo di pruovare con fisico
sperimento che la terra si muove.

«Quanto alle scienze chimiche, il cui imperio tanto incominciava a
dilatarsi innanzi che sorgesse il sole dell'ottantanove, gl'Italiani
più dagli altri impararono che agli altri insegnassero, quantunque
valenti chimici fra di loro a Torino, Pavia, Venezia e Napoli
sorgessero. La Francia in questa parte splendeva di un lume, senza
pari, e i nomi di Lavoisier, Berthollet, Fourcroy, Guyton-Morveau
saranno immortali.

«Ma non è senza opportunità il notare in questo luogo che se uomini
sommi allora la feconda Francia illustravano, veri e santi oracoli
del mondo, nella scienza che....... compone, scompone e ricompone le
sostanze, il volgo correva dietro cupidamente alle pazzie ed alle
chimere di un Cagliostro, di un San Martino e di un Mesmer. Questi
credeva con le boccette del primo di poter vivere almeno trecento anni;
quest'altro teneva per fermo di poter leggere, come si diceva di San
Martino, a trapasso di muro; un terzo finalmente, di Mesmer seguace,
con un poco di sale rotto in una bigoncia, e con certi alti smorfiosi
fatti da un impostore, si persuadeva di poter guarire da tutte le
malattie. Ed ecco un altro sicofanta, o sicofantessa che si fosse,
che conosceva e guariva tutti i mali solo con guardare le orine e far
dal suo tripode ricettacce, dopo di averle guardate. Ciò succedeva in
Parigi, e sì che si vedevano concorrere alla porta della sicofantessa
ogni mattina uomini e donne, cocchi e barelle con le ampolluzze e con
gli utelli pieni di orina per farla vedere alla pitonessa e portarne
poscia a casa i precetti. Queste materie poco si videro in Italia e non
vi fecero frutto, e la cagione si è che i Parigini sono tutto Ateniesi,
graziosi uomini in verità, mentre negl'Italiani, sebbene anch'essi
sappiano dell'Ateniese, c'è mescolato un po' di Spartano, voglio
dire che amano ragguardare dentro la midolla delle cose. Poi sono più
maliziosi, e sanno bene squadrare e guardare in viso gl'impostori.

«Le scienze morali seguitavano in Italia l'inclinazione comune, con
più felici augurii a miglior stato avviandosi. Una gran differenza ciò
non per tanto si osserva tra quanto vi succedeva in questo proposito e
ciò che in altri paesi si vedeva; questa era che quegl'Italiani stessi
che ardentissimi erano nel risecare dalla pianta religiosa ciò che
d'eccessivo e d'illegittimo vi aveva......... aggiunto, persistevano
però nelle credenze cattoliche lontani dagli scherni e dall'incredulità
che altrove regnavano. Volevano un'emendazione, non una distruzione.

«Le scienze economiche spiegavano pure anche esse i loro fiori nella
bene generativa penisola. Della quale cosa ognuno sarà persuaso, se
vorrà avvertire agli utili scritti di Genovesi e Galiani di Napoli e di
Fabbroni di Firenze. Questi alti ingegni, del bene comune aumentatori,
eziandio si differenziavano da certi economisti forestieri; perciocchè
non a chimere impossibili a ridursi in pratica nè ad astruse teorie
andavano dietro, ma cose palpabili trattavano e che, se vere erano in
ragione, utili erano anche in esperienza. Oltre a questi maestri per
iscritto, era allora in Italia un economista pratico che quanto essi
nelle loro benefiche lucubrazioni pensavano riduceva all'atto, e questi
fu Leopoldo di Toscana. Seppelo la Toscana stessa, che a più fiorente
stato pervenne.

«Sommo, anzi singolar pregio della Italia a que' tempi fu la scienza
della penalità, merce di quel........ mandato fuori da Beccaria.
Chi la umanità ama, chi ama la giustizia, debbe con perpetue lodi
innalzare quest'uomo immortale. La Italia l'onorò, l'onorarono le
nazioni forestiere, e da lui tutte riconobbero un bene immenso fatto
nella parte più cruda e terribile dell'umana legislazione. Orrende
piaghe sanò. Quattro grandi lumi, oltre i minori, splendevano allora
in Italia, uno in Napoli, uno in Firenze, un terzo in Milano e Pavia,
un quarto in Parma. Quelle erano veramente scuole patrie, quelli sodi
beneficii, che tutto l'edificio sociale con amica luce rischiaravano,
fecondavano, miglioravano. Così voleva allora il cielo che seguisse.

«Se poi vogliam voltare il discorso alle lettere, vedremo che, se poche
parti se ne eccettuano, la letteratura italiana era spenta, nè altro
più non era che una servile e sconcia imitazione della letteratura
francese. La storia, la maggior parte delle opere teatrali, le novelle,
i romanzi i poemi stessi rendevano un odore franzese, e tanta distanza
passava dallo scrivere che a que' tempi era prevalso in Italia, a
quello che vi si usava due secoli innanzi, quanta veramente si scorgeva
tra le cose scritte nell'ignorante medio evo a quelle, cui mandarono
alla luce gli autori del decimo quarto e decimosesto secolo. Parlo
solamente della distanza che tra l'un modo e l'altro s'interponeva, non
già dell'effetto, perchè allora si andò dal male al bene, adesso si
andava dal bene al male. Nei bassi tempi vi era speranza, perchè non
vi era corruzione di età decrepita, e solamente si vedeva che l'arte
era bambina; ma nella seconda metà del secolo decimottavo, quasi ogni
speranza si trovava estinta; perciocchè la medesima legge governa le
cose morali che le fisiche, cioè che si può andare dall'infanzia alla
virilità, non già dalla decrepitezza all'adolescenza, ed il pomo acerbo
può diventar maturo, il fracido non torna più a sanità, ma si disfà.
Tal era, generalmente parlando, l'italiana letteratura a' tempi che
videro fanciulla l'età presentemente canuta. A stento e se non con
molto stomaco si possono leggere oggidì le cose che vi si scrivevano.
Servilità ne' pensieri, servilità nella lingua. Come le scarpette delle
donne, così ancora i concetti e le frasi dei letterati venivano bell'e
formati da Parigi.

«In mezzo alla foresteria si era introdotto un altro nauseoso vizio,
e quest'era una certa leziosaggine, una certa delicatura, e quasi
direi smanceria, che faceva credere che la letteratura italiana fosse
divenuta imbelle e non più da uomini, ma da donne. Concettuzzi fioriti,
frasi leccate, nissuna forza, nissuna naturalezza, nissun maschio,
nissun sincero pensiero; ogni cosa scritta come se fosse alla presenza
della donnetta che si acconciava. La _toaletta_, come dicevano, e
il _sofà_, ed è miracolo che non abbiano detto il _budorio_ per dire
il _boudoir_, e le braccia ben _tornite_, pure come dicevano, della
innamorata, e i suoi pedini e le dituzze, e le descrizioni al minuto
del prendere il cioccolate, senza nemmeno dimenticare il colore de'
confetti che vi s'immergevano, od altre simili inezie andavano per gli
scritti de' più. Chi avrà letto il Roberti, e l'Algarotti, e Pietro
Chiari e le commedie del principe di Sangro, e quelle del Villis, saprà
da sè stesso ciò che voglio dire.

«Il male si accrebbe per l'autorità di un uomo cui la natura aveva dato
un ingegno smisurato, e che poteva essere il ristauro, e pure fu quasi
del tutto la ruina dell'italiana letteratura. Parlo del famoso poeta
padovano, del Cesarotti. Dio mi guardi dal proferire la bestemmia che
costui fosse imbelle; che anzi ingegno più virile e più vivido del
suo da lungo tempo la natura non aveva in Italia procreato. Ma volle
farsi singolare con una poesia parte gonfia, parte leccata, traducendo
il vero o finto Ossian. Le leziosaggini per la sua Bragela, ed il
suo lanciare pel suo Fingallo, ed altri eroi così tremendi pel nome
come pei fatti, corruppero talmente la poesia italiana, che più forma
alcuna non conservava di sè medesima. Quanto poi alle sue prose, egli
era un molinista tale in lingua, che ogni franzese parola o frase per
lui era buona, purchè una desinenza italiana le applicasse. Egli fu
un gran Busembaum per la lingua. Questi scandali dava Cesarotti, egli
che per la sublimità dell'ingegno avrebbe potuto a sublimi e sincere
opere italiane dare origine. E veramente si vede, che là dove puro
voleva ed italiano essere, il che non di rado ancora gli succedeva,
tali lumi mandava fuori che non uscirono mai maggiori dalla penna dei
più rinomati scrittori del bel secolo. Ma il consueto suo andare era
corrotto, e fu questo il tracollo.

«Le cose parevano doversi tenere per perdute, e nulla si poteva più
sperare da chi si tagliava i nervi da sè. Fortunatamente, mentre
Cesarotti ed altri, che di lui il vizio non l'ingegno avevano,
gettavano, come se a contanti pagati fossero, feccioso limo nelle
pure e limpide acque dell'Arno, il cielo, che non voleva che il fiore
italico si spegnesse, mandò quattro uomini a vivificarlo; questi furono
Parini, Metastasio, Goldoni ed Alfieri.

«Parini fu il primo a ritirare la trascorsa letteratura italiana verso
il suo principio, ed a ritirarla, nel tenero, al fare petrarchesco, nel
forte, al dantesco; ma più veramente ancora per la natura sua sapeva
di Dante che del Petrarca. Sublimi e pretti pensieri aveva, sublime e
pura lingua usava, un terribile staffile maneggiava. Le _toalette_,
e i _sofà_, e i ventagli, ed i letticciuoli morbidi rammentava non
per lodarli, ma per fulminarli. Grande e robusto uomo fu costui,
nella satira il primo, nella lirica ancora il primo. Ei fe' vedere e
dimostrò che senza le nebbie caledoniche, senza le smancerie galliche,
e consistendo nella vera lingua e nel vero stile italiano si potevan
creare opere in cui colla purità si trovava congiunta l'energia. Più
che poeta, più che sacerdote d'Apolline fu, posciachè fu maestro di
virtù, ed i molli costumi ad una virile robustezza ridusse: l'eunuca
età a più maschi spiriti eresse. Tanto potenti furono i suoi detti,
tanto potenti i suoi scritti!...............

..... Forse, chi sa, un giorno verrà quando gl'Italiani avran dimesso
il mestiere del voler fare i pedissequi dei forestieri........... in
cui maggiormente il suo esempio ed i suoi altissimi versi frutteranno.
Eglino intanto debbono aver cara ed onorata sempre la memoria del
Parini, di quel Parini che dal lezzo li sollevò, e dalle insipide
erbe purgò il sentiero che mena all'eletto monte, dove la virtù e le
divine suore albergano. Parini, poscia Alfieri, spensero la letteratura
delle inezie; ed i descrittori delle scene di taverna, e di qualche
monasteruzzo, mercè le illustri fatiche di quel grande Milanese,
peneranno ad allignare.

«In nissun autore osservasi un così puro fiore, una così perfetta
fragranza delle tre letterature madri, quanto in Metastasio, e niuna
traccia, quantunque in mezzo alla corruttela che già cominciava
ad ammorbare, vivesse, in Lui si ravvisa di moderna foresteria.
L'anima sua nitida e dolce a ciò il portava, l'essere Romano forse vi
contribuiva; conciossiacosachè o che i letterati romani siano vissuti
divisi dai forestieri più che gli altri Italiani, o che la natura
romana più fortemente resista al piegarsi alle influenze altrui, o che
quella lingua tanto scolpita che parlano, italiani pensieri e italiane
immagini e forme più profondamente nelle menti loro imprima, o che
finalmente quel ravvolgersi continuamente fra le romane antichità,
che i concetti e la grandezza antica ad ogni momento loro ricordano,
sel facciano, certo è bene ch'essi più di ogni altro si tennero
lontani così dalle gonfiezze del secolo decimosettimo, come dal
loglio forestiero che veniva mescolandosi col grano d'Italia. La quale
cosa tanto è più da osservarsi quanto che Roma si trova fra Toscana
e Napoli, dove, dopo la metà del secolo ultimo, quel loglio aveva
messo più profonde barbe, ed erasi in isconcia guisa moltiplicato.
Chi Metastasio legge, beve a pieno vaso senza alcuna mescolanza di
stranezza la grazia greca, la maestà latina, la eleganza italiana.
Col chiaro, amabile ed armonioso suo stile, colla naturalezza dei
pensieri e dei sentimenti, col contrasto nitidissimo delle passioni,
non feroci e barbare, ma alte e generose, e tali quali a popoli
civili, non a Caraibi, o ad Uroni, o a quelle bestie del medio evo si
convengono, diede a divedere che stando nei confini delle letterature
madri della meridionale Europa, si può e muovere fortemente gli affetti
e, mantenendo la sincerità del gusto italiano, innalzare gli animi.
Certamente, mai nissun autore fu tanto Italiano quanto Metastasio.
Possente argine fu contro il contagio forestiero, possente rimedio
per risanare i corrotti. La quale salutare operazione con tanto
maggior efficacia fece, che pel genere delle sue composizioni e per
la chiarezza del suo stile egli andava per le mani di tutto il mondo.
Che anzi non solamente su i regi teatri i suoi drammi si cantavano,
ma eziandio sulle scene innalzate dai comuni o dai particolari si
recitavano, e pochi erano i villaggi, non che le città che ogni anno,
massime nell'autunno, non udissero alcuna opera del poeta romano
recitata da uomini colti, e talvolta ancora da uomini di villa, a cui
poco altro sapere era venuto che quello di saper leggere e scrivere.
Il concorso a queste rappresentazioni era grande, ed il piacere che gli
astanti provavano, maraviglioso. Attori e spettatori si immedesimavano,
e degli eroici costumi dell'antichità si dilettavano, e per essi di
migliori sentimenti s'informavano...............

Ciò pruova che il Metastasio era veramente autore italiano, poichè
tanto agli italiani andava a sangue. Ciò pruova ancora che il vero fine
delle rappresentazioni teatrali è d'invaghire l'uomo del bello ideale
ed eroico onde ritrarlo dal pensare e dal sentire abietto e plebeo, e
più avvicinarlo a quell'alto scopo per cui Dio l'ha creato. Il quale
effetto se alcune moderne composizioni facciano, lascio al lettore il
giudicare.

Ma, seguitando a parlare del Metastasio, per giudicar bene che cosa ei
fosse e quel che far si volesse, e' non bisogna supporre, come alcuni
fanno, che intenzione sua fosse di scrivere tragedie, dando al nome di
tragedia la significazione che volgarmente gli si dà. Imperocchè ei
non volle già comporre tragedie da recitarsi, ma drammi da cantarsi,
quantunque assai acconciamente ancora recitare si possano, ed in essi
non di rado si trovino scene che nella più vera e sublime tragedia
si confarebbero. Ma resta sempre che, scrivendo per la musica, egli
soggiaceva a parecchie necessità che la sua libertà impacciavano, e che
dalle esigenze o del compositore della musica, o de' cantanti, o dalle
consuetudini teatrali stesse di que' tempi derivavano. Maravigliosa
cosa è come fra tanti lacci produrre potesse scene da cui nasceva una
così potente mossa d'affetti.

Di questo poeta parlando, pel quale principalmente si fa manifesto che
la sublimità dei pensieri e dello stile possono stare con la semplicità
e con la chiarezza, cade in acconcio il discorrere dello stato in cui
si trovava la musica al tempo in cui viene a terminarsi la nostra
presente storia. Pare a me, ed anzi certo sono, ch'ella pervenuta
fosse a quel grado di perfezione, sopra il quale nulla più resta nè
da desiderare nè da aggiungere, ed al quale qualche cosa aggiungendo,
si va verso la corruzione. Ciò dal conservatorio di Napoli e dagli
ammaestramenti di Durante principalmente riconoscere si dovea. Era quel
conservatorio, come quasi il cavallo troiano, da cui uscivano, non già
uomini armati per incendere e distruggere le città, ma divini ingegni
da eccellenti maestri informati, che per l'Italia, loro felice patria,
poi per estere regioni portando andavano ciò che più l'anima molce ed
innalza, e dalle tristi cure che l'umanità tanto spesso affliggono
la solleva ed allontana. Non romorosi o abbaruffati componimenti
erano, ma per ciascun pezzo un'idea madre, un'idea architettonica,
alle quali le altre, come ancelle ad una regina, per darle maggiore
risalto e farla campeggiare, servivano. La stessa armonica simmetria ed
acconcia corrispondenza di tutte le parti si scorgeva nella totalità
del componimento, di maniera che non solamente si vedeva che era una
creazione dello stesso spirito, ma eziandio che al medesimo soggetto si
apparteneva. La semplicità e la unità cotanto raccomandate da Orazio,
e in ciascuna parte e nel tutto si osservavano, e con loro congiunta
una tale leggiadria, una tale grazia, una tale eleganza che a sentirgli
era un vero incanto, e l'uomo provava una dolcezza inestimabile.
Pareva che egli da queste terrene cose disciolto, ed in migliore mondo
trasportato, di angelica natura si vestisse.

Nè complicati o meccanicamente laboriosi erano i mezzi, di cui quei
divini ingegni si servivano per produrre così maravigliosi effetti.
Semplicissimi erano e, quasi direi, invisibili questi mezzi. Al mirare
que' loro spartiti, assai poche note vi si vedevano, onde quasi pareva
che vi fossero effetti senza causa. Ma la causa appunto più forte ed
operosa era, perchè più semplice era e sapeva batter bene in quella
parte del cuore che abbisognava. Ed io mi ricordo di avere letto nel
dizionario di musica del Rousseau un fatto mirabile, ed è dove racconta
il terribile effetto che sempre faceva su gli ascoltanti (credo, se ben
mi ricordo, nel teatro di Ancona) un recitativo solamente accompagnato
da poche note del violoncello; irresistibile era quest'effetto, onde
ognuno al solo suo approssimarsi, già si sentiva commosso e subitamente
impallidiva come se da una incognita e possente causa compreso e domato
fosse. Quella era veramente musica italiana, possente per semplicità,
per grazia, per verità; la melodia padrona, l'armonia serva, l'armonia
che non fa effetto se non quando imita la melodia, i mezzi meccanici
lasciati a chi callose orecchie ed insensibile cuore ha. Chi sa che
siano Omero, Virgilio, Raffaello d'Urbino, facilmente intenderà ciò
ch'io voglio dire. Ed Omero, Virgilio, Raffaello si erano trasfusi in
Paisiello e in Cimarosa ed in tanti altri compositori di quel tempo,
che veramente si può e dee chiamare l'età dell'oro per la musica.

La maestria e la vera arte non consistono nel far monti di note e di
strani e ricercati accordi, ma nell'inventare motivi nuovi, graziosi,
adatti all'effetto che si vuole esprimere, e questi accompagnare con
accompagnamenti che gli aiutino, non gli soffochino. Il quale modo
di comporre, siccome di maggior effetto, così ancora di maggiore
difficoltà è; conciossiacosachè assai più difficile bisogna sia
l'inventar cose ideali, cioè i motivi (dono dato dal cielo a pochi) che
il raccappezzare cose corporee, cioè gli accordi. Di gran lunga maggior
numero di motivi nuovi, cui i maestri chiamano di prima intenzione, e
perciò maggiore difficoltà superata ed assai maggiore e più eccelsa
facoltà creatrice havvi nella sola Nina di Paisiello o nel solo
Matrimonio segreto di Cimarosa che in tutte le opere insieme anche del
più fecondo compositore de' giorni nostri. È vero che non vi è tanto
fracasso, cioè tanti mezzi meccanici; ma i divini dove sono? Questa è
una età pessimamente corrotta: nel morale vuole la forza, nella musica
il fracasso. I compositori sono diventati servi delle orchestre, le
quali sempre vogliono sbracciarsi per fare un gran romore e far vedere
che sanno sonare le difficoltà, ed eseguire il concerto, i cantanti
sono soffocati ed obbligati di strillare, ed il pubblico, che ha
perduto il cuore ed è divenuto tutto orecchie, applaude;.....

Altra è la musica istromentale, altra la vocale. La voce umana è la
vera e naturale espressione delle passioni; gli istrumenti sono mezzi
artificiali li quali possenti non sono se non in quanto imitano la
voce umana, e più o meno possenti sono, secondochè più o meno a lei
si avvicinano o da lei si discostano. Questa è la ragione per cui quel
gemere di violino ne fa uno strumento potentissimo. Onde non solamente
contro l'effetto fa, ma ancora contro natura chi con gl'istrumenti
soffoca la voce invece di secondarla ed aiutarla.

Io fui amico, ed egli a me, e molto me ne pregio, di un gentilissimo
maestro italiano. Compostasi da lui alcun tempo vera musica italiana,
piena di verità, di soavità, di grazia, come, per esempio, i suoi
bellissimi notturni sulle parole di Metastasio, una delle più
dolci cose che siano uscite da un cuore dolcissimo, si diede poi
a ingarbugliarsi con mescolare con eccessiva proporzione, musica
istromentale colla vocale. E Paisiello per Milano passando per andar
a Parigi ai cenni di Napoleone, sentita quella sua musica nodosa e
strepitosa, e, postagli la mano sulla spalla, gli disse: «Bonifazio,
lascia stare la musica tedesca.» (Il tarantino Anfione parlava della
musica vocale[2].) Il grazioso uomo mi disse con quella sua giovenil
voce che sempre ebbe: «Me la sono attaccata all'orecchio;» ma non se la
attaccò. Veramente il buon Bonifazio, oltre ad altre sue composizioni
alla tedesca, aveva composto la musica per un dramma a Torino, la
quale, malgrado di un gran miagolare di bassi che vi aveva fatto, non
ebbe alcun buon successo; felicissima vena, se mai una fu al mondo, e
veramente correggiesca, da un poco sano metodo di comporre guastata.

«La poesia e la prosa erano parecchie volte degenerate in Italia, e da
quasi cinque secoli avevano a più maniere di degenerazioni soggiaciuto.
La musica sola, da' suoi principii al suo apice gradatamente
ascendendo, sempre simile a sè medesima era proceduta, vero e sincero
frutto italico dimostrandosi. Tanto crebbe, che finalmente al punto
di perfezione pervenne, allor quando Cimarosa e Paisiello colle
loro mirabili melodie incantavano il mondo. Il secolo decimottavo
dopo il cinquanta fu per la musica ciò che il decimosesto fu per
la pittura, quando con le loro divine rappresentazioni Raffaello e
Michelagnolo pruovavano che la Grecia s'era in Italia trasportata. A
ciò contribuì Metastasio co' suoi dolcissimi versi, e, secondochè gli
affetti portavano, qualche volta ancora tremendi, ma pur sempre dolci.
Vincendevolmente i musici coi loro soavi o tremendi accenti al fare
di Metastasio ed all'imperio ch'egli sulle anime acquistato aveva,
contribuirono. Musica era la poesia di Metastasio, poesia la musica dei
napolitani maestri. Gli orfeiani miracoli si rinnovavano a quel tempo;
persino i sassi si muovevano, se per essi intendiamo i duri e silvestri
cuori.

«Quando io dico che la musica era a' quei dì alla sua perfezione
giunta, non intendo già che, rotte alcune consuetudini teatrali,
non si potessero impinguare le musiche delle opere drammatiche con
maggiore numero di pezzi di nervo; che ciò si poteva acconciamente ed
utilmente fare; ma solamente voglio dire che il metodo del comporre i
pezzi, che si usava allora, era il vero ed il più perfetto che si possa
immaginare, e che il dipartirsene è un andare verso la corruzione. Ciò
è così vero che nelle musiche meccaniche, che si odono e si ostentano
oggidì, e che sono veramente come il pesce pastinaca, che non ha nè
capo nè coda, o come quella testa d'uomo con collo di cavallo da Orazio
sul principio della sua poetica descritta, i pezzi che fanno maggiore
effetto e più nel cuore s'imprimono e più nella memoria si serbano,
sono appunto quelli che al fare dell'antica musica da noi rammentata
si ravvicinano ed in quello stile si ravvolgono. Il muovere i cuori
è il vero ufficio della musica, non quello di assordare le orecchie,
e perchè appunto il primo effetto può fare, fra le divine arti fu
collocata, ed i poeti le loro più alte composizioni incominciavano
cantando. I filosofi stessi immaginarono che le celesti sfere
muovendosi, suoni rendevano e concenti facevano.

«Il principal fine delle arti è veramente il muovere gli affetti, e
nissuna più gli muove e forse nemmeno altrettanto della musica. Per
me, oltre la dolcezza che ne pruovo, giudico della bontà di un pezzo
dal sentirmi mosso ad accompagnarlo col gesto, perchè allora veramente
espressione d'affetto è; che se a quel gestire invitato non sono,
subito concludo che quella non è musica, ma solamente rumore di corde o
fischio di legno. Io detesto coloro che vogliono disonorare la musica
col ridurla da un'arte liberale che ella è, ad un'arte meccanica. I
maestri sterili, cioè incapaci di trovar motivi nuovi, sono appunto
quelli che danno nel fracasso: manca in loro la divina favilla, e per
ciò fanno ciò che i venti sanno fare nelle elci cave.

«Tornando adunque al Metastasio, dico ed affermo ch'egli fu un
principale sostegno del gusto italiano, e che per lui stette che
l'italiana letteratura il suo naturale aspetto del tutto non perdesse
ed al basso ed allo straniero non scendesse e trascorresse.

«I soggetti che trattava, cavati i più dalla veneranda antichità,
facevano che la Grecia e l'antica Roma nella novella Roma risorgessero.
Al quale effetto eziandio con non poca efficacia conferivano gli
studii dell'archeologia che nella città regina sempre avevano fiorito e
tuttavia fiorivano. Chi non conosce le opere dell'immortale Visconti,
di quell'uomo singolarissimo che univa un giudizio sano con una
erudizione immensa, due cose che negli eruditi non sovente congiunte
si vedono, stante che questo genere di letterati sono per l'ordinario
creduli nella fantasia che gli tocca?

«Oltre i vestigii dell'antica Roma, che la nuova ancora adornano, e
lo zelo con cui il Visconti ed i suoi compagni ed allievi questa parte
della scienza coltivavano, a maggior ardore sollecitavano gli studiosi
di lei le scoperte che in Ercolano si andavano facendo. Risuonava
in ogni luogo il grido della città sepolta e dissepolta, ed a quella
parte con somma avidità s'indirizzavano gli animi, studii certamente
innocenti ed utili, poichè a pacatezza ed a grandezza tendevano ed
invitavano. Napoli, il cui suolo tante ritrovate ricchezze in questo
genere versava, non pretermise di coltivare la scoperta vena, anzi
con tutte le forze l'esplorò e l'avanzò. Oltre le munificenze regio
che alle spese dei lavori sopperivano, il re, a ciò muovendolo il
Caracciolo, il quale, nel 1786, era stato richiamato dalla Sicilia per
reggere in Napoli la segreteria degli affari esteri, aveva nel 1787
ordinato che fosse ritornata in pristino l'antica accademia d'Erodano,
chiamandovi uomini egregi per zelo e per dottrina, l'abbate Galiani,
Niccolò Ignarra, Mattia Zarillo, Giambatista Basso Bassi, Francesco
Lavega, Francesco Daniello, Emmanuele Campolongo, Domenico Diodati,
Saverio Gualtieri, Michele Arditi, Andrea Federici, Gaetano Carcani,
Saverio Mattei, Carlo Rosini, e quel Pasquale Baffi, che, dodici anni
dopo, tratto da questi studi pacifici a più tempestose cure, fu poi
specchio di tanta virtù e segno di così estrema disavventura. Il re
dolcemente parlò nel preambolo del suo decreto: desiderare, disse,
procurare ai suoi popoli ogni sorta di beni e di vantaggi, nè in altro
migliore modo saper ciò fare che col dar favore alle scienze ed alle
belle arti. Con queste dolcezze si preambolava in quelle volcaniche
terre ai crudi ed orrendi spettacoli che poscia le spaventarono ed
insanguinarono.

«Terza colonna del buon gusto italiano fu Carlo Goldoni. Quest'uomo
insigne parlava al popolo colle sue commedie scritte in istile
semplice e chiaro, il quale, abbenchè non sia notabile per eleganza
toscana, è nondimeno generalmente scevro dalla infezione forestiera.
Grande energia non aveva, nè di sali abbondava, o piuttosto i suoi
sali erano senza punte; perciocchè i motti ed i frizzi non possono
sorgere da quella lingua generale italiana ch'egli usava, ma solamente
da un dialetto. Ma molto maestrevolmente sapeva ei condurre le
passioni, e stringere e sciorre i nodi delle sue commedie. Siccome
tutto è naturalezza in lui, così venne in fastidio altrui quando
le esagerazioni dei grandi lanciatori di sentimenti e le caricature
flebili dei romanzieri inondarono il teatro. Ma stante che questa era
una malattia fuori di natura, fugace fu l'invasamento, ed odo con somma
contentezza che le commedie del Goldoni sono novellamente divenute care
al popolo italiano; il che veramente è segno di guarigione.

«Portato dal suo genio, costretto dalle sue condizioni, ei troppe cose
scrisse, e pel troppo scrivere diede talvolta nello slombato. Pure
si può con verità asserire, che fra tante sue commedie, dieci almeno
ve ne sono che toccano la perfezione e possono stare a paragone di
qualunque altra scenica composizione di questo genere di cui si vantano
le altre nazioni. Alcune poi da lui scritte in dialetto veneziano sono
da commendarsi non solamente per gli altri comuni pregi, ma ancora pel
brio, pei motti, per le arguzie, per le lepidezze, per le piacevolezze
e generalmente per lo stile festevole e gaio con cui le seppe condire.
Chi le legge sente un sollucheramento tale che non può essere maggiore,
ed uguaglia quello che l'uom pruova leggendo la Mandragora del
Macchiavello, o la Trinuzia del Firenzuola. Dal che si dimostra, che
se uguale vivacità non si rinviene nelle altre sue commedie, ciò non
da inettitudine d'ingegno, ma bensì dalla lingua che usava, proviene.
Tanto è vero che i dialetti soli possono dare il vero stile della
commedia! e se la Madragora e la Trinunzia tanto diletto ci danno, ciò
è perchè sono scritte nel dialetto toscano; che se colla pretesa lingua
generale d'Italia si vestissero, o in lei si traducessero, insulse e
noiose diventerebbono. Da ciò si vede che bel guadagno abbiano fatto
gl'Italiani coll'aver ricusato il dialetto toscano, anzi gridatogli
la croce addosso, come se ridicolo e degno di scherno fosse. Bene
con migliore senno si sono adoperati i Francezi, che hanno dato la
cittadinanza nella loro lingua generale al dialetto parigino per modo
che parte indivisibile di lei è divenuto; ond'è che i Franzesi possono
facilmente aver la buona commedia. Le piacevolezze parigine sono tali
in tutta la Francia mentre le piacevolezze toscane non sono intese o
sono schernite nelle altre parti d'Italia che Toscana non sono. Questo
è un male gravissimo, e che non è più atto a ricevere medicina, donde
nasce che gl'Italiani difficilmente possono avere la vera e buona
commedia che da tutta l'Italia sia intesa, prezzata e gustata. S'era
cercato un rimedio nei Zanni o bergamaschi o bresciani o veneziani
o bolognesi o piemontesi o milanesi o toscani o napolitani; rimedio
insufficiente, per verità, ma pure in certo modo rimedio. Ma anche
questo i moderni dottori nel loro alto sussiego, come se il ridere
fosse delitto, hanno sbandito.

«Goldoni fu autore, se altro mai, popolare; e lo scuotere che
faceva, non da acerba ed indecente satira o da sentimenti eccessivi
in alcun genere, imperò che ei fu castigatissimo, derivava, ma dal
toccare quella parte dell'animo che nella natura tranquilla e nobile
si ritrova. Ei fu principal cagione per cui il popolo italiano non
s'invaghì di certi scrittori di Italia che non erano contenti se
con pensieri forestieri non pensavano, se con lingua servile non
scrivevano. Ei fu principale operatore, onde la corruzione dai sommi
non scendesse agl'imi, e che il popolo si contenne nei confini del
vero, sincero e pretto italianismo. Ei fece maggior benefizio che il
mondo non crede.

«Dopo le malattie viene per l'ordinario il medico che le guarisce. La
leziosaggine che era prevalsa negli scritti, e la effeminatezza che
era entrata nei costumi fra gli alti e mezzani gradi della società
italiana, non ebbero più acerbo nè più forte nemico d'Alfieri. I tre
primi che abbiamo nominati, persuadevano gli animi e coll'esempio
allettavano affinchè al buon sentiero si riparassero; ma l'astigiano
poeta con una terribile sferza gli sforzava. Le debolezze e le
gonfiezze non avevano posa con esso lui, che d'animo gagliardo era,
e che se al sublime facilmente andava, il procedere più oltre e
precipitare nelle gonfiezze impossibile gli era. Vena sufficiente, anzi
abbondante aveva, ma non soprabbondante, onde in superflui rivi non si
spandeva. Ciò procedeva dalla gran forza per cui l'oggetto stringeva e
che padrone del tutto nel rendeva. Le foresterie poi aveva in odio così
per qualche avversione contro le persone che il rese sempre acerbo,
e non di rado ingiusto, come per amore verso le lettere italiane. Ma
siccome, usando fra i nobili piemontesi, egli era stato cresciuto ed
allevato negli usi, pensieri e fogge franzesi, e che poco innanzi che
a scrivere nell'italiana lingua si accingesse, più di franzese sapeva
che d'italiano, così è manifesto che, massime nei suoi primi scritti, a
stento dallo scrivere francescamente si allontanava; ed a gran fatica
al gusto italiano si avvicinava. Della quale pendenza pochi segni
per verità restarono nelle sue composizioni in versi, ma non pochi
in quelle di prosa, in cui si veggono mescolati spesse volte eleganti
fiorentinismi con isconci gallicismi.

«Ora questo grande Alfieri in tre modi giovò all'Italia, primamente
collo aver ritratto dai costumi femmenili, in ciò compagno di Parini,
chi n'era magagnato; secondamente coll'aver composto vere tragedie
e creato lo stile tragico italiano che prima di lui non si aveva;
terzamente coll'aver innamorata la nazione di sentimenti più alti e più
forti. La lunga pace di cui ella aveva goduto, poichè di lungi aveva
solamente sentito romoreggiare le armi, l'uso dei sonettuzzi e delle
novellette del sofà, la privazione in questo intervallo di tempo di una
forte apostolica voce che gli stimolasse, aveano talmente anneghittito
coloro che più per l'esempio potevano fra gl'Italiani, che nè
Metastasio, nè Goldoni, nè Parini, quantunque molto avessero operato,
erano stati bastanti a destargli onde più sonnacchiosi non fossero e
mogi. Uno sdegno acerbo, un'ira feroce, una ferrea ed indomabile natura
era richiesta alla grande redenzione. Sorse allora, come per sovrumana
provvidenza, la possente voce d'Alfieri che intuonò dicendo: Italiani,
Italiani:............................... lasciate i giardini, correte
alle zolle; lasciate l'ombra, andate al sole; vigili le notti passate,
le donne come compagne, non come signore accettate, i fanciulli non
nelle acque odorose, ma nei freddi e puri laghi, ma nell'onde stesse
del terribile Stige tuffate; indurate i corpi al dolore, indurategli
alla fatica....

«Così andava per gl'italiani campi Vittorio Alfieri, moderno Dante,
Petrarca redivivo gridando. Furono i suoi detti come il lucente
specchio a Rinaldo. Visto i molli abiti e gl'imbelli costumi,
sorse vergogna, vergogna senso di risorgente natura, vergogna
segno di rinascente virtù...................................
.......................... A tale sacerdozio fu chiamato Alfieri, e
bene il compì.

«Bene il compì ancora colle sue tragedie; per mezzo loro, non con le
brache del medio evo, ma colla romana toga volle vestire gl'Italiani.
Tal è il loro fine ed effetto. Quanto all'arte, io trovo che elle
sono sempre energiche e profonde, come son nei passi più patetici le
tragedie inglesi, altrettanto regolari quanto sono sempre le franzesi,
ma che nel medesimo tempo fuggono le cose plebee che troppo spesso
contaminano le prime, nè mai danno nelle insulsaggini cortigiane che di
soverchio snervano le seconde. Beltà greca, beltà romana, e quanto vi
è di più alto nell'uomo, sempre e puramente splendono nelle alfieriane
tragedie, nè altro di moderno hanno se non la lingua in cui sono
scritte.

«Quanto alle passioni che dall'autore sono poste in opera, io non le
chiamerò nè antiche nè moderne, perciocchè elle sono di tutti i tempi,
nè credo che gli antichi altrimenti amassero od odiassero, sperassero
o temessero di quello che noi altri moderni facciamo. Quando io vedrò
nascere gli uomini senza occhi e senza naso, crederò che sono cambiate
le passioni. Voglio dire che siccome la natura esteriore ha le sue
leggi immutabili, così le ha ancora l'interiore. Ciò dimostra eziandio
il grande effetto che le tragedie, di cui trattiamo, producono in
Italia quando bene recitate sono. La quale cosa succedere non può se
non quando le passioni rappresentate fanno correlazione e consentono
con quelle degli spettatori.

«Dal medesimo fatto nasce anche questo corollario, che non è punto
bisogno per iscuotere le anime di dare nel famigliare e nel plebeo;
nè io posso consentire con coloro i quali vorrebbono sbandire il bello
ideale. Non solo non posso accettare la loro opinione, ma me n'incresce
e sommamente me ne dolgo; perchè l'uomo solo è capace di creare colla
sua fantasia il bello ideale, e questa è la più magnifica prerogativa
ch'egli abbia e che dagli altri animali bruti principalmente lo
distingue. Parte anzi di questo bello ideale, ideale non è, nè tanto è
trista la umana natura che in alcuni tempi non abbia prodotto uomini
e fatti eroici e del tutto sopra l'uso volgare. Adunque questo bello
ideale veramente esiste e il rappresentarlo non è vizio. Quando però
egli in fatto eziandio non esistesse, bisognerebbe ancora crearlo
coll'immaginazione per rendere gli uomini migliori; posciachè niuna
cosa è che tanto sublimi l'uomo e dalla mondana feccia il ritragga
quanto la viva rappresentazione della natura eroica. Se il diventar
migliore è vizio, concorderò con gli avversarii che il bello ideale
ed eroico si cancelli e da ogni umano parto si rimuova, e che prosa e
poesia si ravvolgano nel lezzo di quanto il mondo ha di più sciocco, di
più goffo, di più vile, di più basso.

«Dicono alcuni che le scene plebee, siccome naturali, allettano
e divertono, e dal solo effetto che producono, qualunque ei sia,
giudicano del merito delle composizioni teatrali. Sì certamente, le
scene plebee e quelle della dimessa natura allettano e divertono;
anche Pulcinella in piazza alletta e diverte, e se uom uscisse per le
vie con le brache a rovescio, anch'egli alletterrebbe e divertirebbe.
Per questo s'han a proscrivere i maestri dell'alta virtù? per questo
da bandire i dimostratori d'una natura più sublime, più dignitosa,
più bella? Il teatro non ha da essere solamente divertimento, ma
debb'essere scuola, scuola da informar gli uomini alla virtù, da
accendergli di sdegno contro il vizio, da sollevargli dal terreno lezzo
alla celeste purità, da nodrire l'angelica favilla ch'è in lui, da
rompere la indegna scorza che la soffoca e comprime. Se alcune moderne
composizioni o piuttosto slavature facciano questi effetti, lascio che
giudichi il lettore. L'andar terra terra non può riuscir ad altro che
al lasciarci terra terra.

«Ora chi mai meglio dell'Alfieri seppe pingere al vivo queste
allettatrici scene di un mondo migliore? Chi mai diede maggiormente
questi stimoli ad innalzarsi come aquile in un puro firmamento?
Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui seppe fare la ipotiposi
delle miserie che nascono per fato contro gli innocenti, o di quelle
che materialmente caggiono su gli uomini malvagi? Certamente nissuno.
Chi mai meglio di lui trovò le vie per muovere od a compassione
od a terrore? Certamente nissuno. Nè ciò fece con mezzi plebei o
meccanici, mezzi usati da chi sterile l'immaginazione ed il cuore
secco ha, ed oltre le consuetudini del volgo non sa innalzarsi, ma
colla rappresentazione vera delle alte umane passioni, nè mai volle
trasportare le bettole sulle tragiche scene. Brevemente, e coi soggetti
che sceglieva e col modo col quale li trattava, chiamava continuamente
gl'Italiani a più sublimi regioni. Il tenergli rasenti le paludi
ripugnava al suo generoso e forte animo, ripugnava alla virtuosa
missione cui s'era addossata. Se animi forti più nella seconda metà
del secolo decimottavo che nella prima sorsero in Italia, da Alfieri
massimamente debbesi riconoscere il beneficio. Ciò non fecero pe' tempi
loro e per le loro nazioni nè Shakspeare, nè Racine, nè Schiller, che
semplici autori tragici furono, certamente sommi, ma non maestri di
alto pensare e di alto fare, non caldi sacerdoti della loro patria per
sollevarla e farla amare, come il poeta italiano fu. Solo ad Alfieri
ed a Sofocle ciò fu dato, ma maggiore merito acquistò l'Italiano che il
Greco............................ .....................................
Tali sono le obbligazioni che gl'italiani hanno ad Alfieri, e bene in
Santa Croce di Firenze l'Italia piange sulla sua tomba.

«Evvi chi pretende che i caratteri de' personaggi d'Alfieri sono tirati
ed esagerati. Certo sì sono per chi va e vuole andar terra terra; e chi
smaccato, e snervatello, e sdolcinato, e molle..... è, non vada dove
si rappresentano. Chi grida contro le alferiane tragedie, e dell'alto
fare di questo sommo tragico si dinoccola, e delle slavature moderne
si diletta, non è degno............, imperocchè nel suo freddo cuore
nissuna scintilla di generoso italiano fuoco v'è. La nobile Italia,
quanto alla letteratura.... è, per opera di alcuni spiriti, non so
se mi debba dire più ambiziosi o più servili, immersa in chimere
stillate da sottilissimi lambicchi ed in un mare di foresterie.....
Costoro corrompono la sanazione fatta dai quattro sommi uomini di cui
trattiamo. La sola differenza che passa tra i servi d'oggidì ed i servi
della seconda metà del secolo decimottavo in ciò consiste, che questi
desumevano lingua, stile e pensieri da una sola fonte di foresteria,
quelli gli desumono da due o tre..... ......................... Oh,
quando mi porterà la fama il desiato suono che gli Italiani, deposta
l'ennucheria, creano da sè e non vanno più in cerca d'idee d'oltremare
ed oltremonti! Oh Alfieri, Alfieri dove sei? Per me io credo, anzi
certo sono, che finchè si va pel sentier delle scimie, non vi può
essere.... nè letteratura, nè lingua italiana.

«Dello stile d'Alfieri quindi favellando, diremo che in esso due
qualità si ravvisano, la novità e, con pochissime eccettuazioni,
la purezza; la quale purezza non di rado va sino all'eleganza.
Prima dell'Alfieri non aveasi stile tragico. Le tragedie scritte
nel decimosesto secolo sono, per rispetto dello stile, così deboli
ed imperfette che senza noia non si possono nè leggere nè sentire.
Questa parte fu la meno lodevole di quel secolo, che in tutte le altre
a così grande altezza si sollevò. Maffei diede un passo più avanti
verso l'eletta maniera, ma restò a mezza strada, contento allo avere
piuttosto indicato che fatto; poco o nulla si fece dopo il Maffei
che una nuova vena aprisse. L'Italia giaceva, quanto alla tragedia,
in grado inferiore a comparazione delle altre nazioni. Alcuni anzi
affermavano, non essere la lingua capace di stile tragico.

«Queste bestemmie andavano pel mondo quando levossi dal Piemonte
subitamente un grido, esservi nato un grande poeta. Ad alcun debole
sperimento successero compiute vittorie. A nobili pensieri vidersi
congiunte nobili parole, e la pietà e il terrore eccitarsi con voci
ora compassionevoli, ora terribili, ma tutte italiane, non cavate
dai romanzi francezi o dal vocabolario della plebe. Brevità vi si
scorge, e più ancora fa pensare che non dice, onde nasce che le
alfieriane tragedie ricercano abili attori. Sublime è lo stile,
ma molto diversamente dal lirico e dall'epico procede; essa è una
sublimità tutta sua e di novità perfetta. Certamente nissuno scrittore
ebbe mai, se Dante si eccettua, uno stile tutto suo proprio e di suo
genere quanto Alfieri. Nissun prima di lui avrebbe potuto sospettare
che la italiana lingua potesse in quel suono parlare. L'esempio
d'Alfieri pruova ch'ella è capace di rendere tutti i suoni senza
che sia necessario andare accattando vocaboli e frasi da lingue
forestiere. Grande era in questo la servilità degli scrittori italiani;
profondo il male; una forte scossa era richiesta per iscuoternegli e
guarirgli. Alfieri questa scossa diede, ed ei solo forse era capace
di darla. Diedela col tenace volere, diedela coll'ostinato studio,
diedela con quell'alta capacità del fare che dal cielo aveva sortito.
Da lui impararono gl'Italiani quanto possa una volontà forte e
l'amore di una lingua che per esprimere qualunque affetto a nissuna è
seconda. La purificazione della lingua non potè Alfieri intieramente
effettuare, perchè all'inondazione dei libri forestieri successe poscia
l'inondazione delle persone forestiere che la principiata guarigione
interruppe, ed anzi la dannosa consuetudine raffermò. Ma pure i semi
da lui gettati fruttificarono, e, mercè sua, resta ancor acceso l'amore
della bella lingua, e gl'Italiani dalle caligini levandosi, ai puri ed
intemerati antichi candori s'innalzeranno.»

Ora in quella innondazione delle persone forestiere dall'illustre qui
sopra indicata, accennata si trova la novella era d'Italia della quale
al principio del presente anno abbiamo toccato e la causa donde ebbe
a derivare. Noi la percorreremo quest'era, con quelle che vi furono
inondazioni di eserciti forestieri, arsioni di città, rapine di popoli,
devastazioni di provincie, sovvertimenti di Stati, e fazioni, e sette,
e congiure, ed ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di
governi effeminati, e fraudi di reggimenti iniqui; e sfrenatezze di
popoli scatenati, con eguale sincerità raccontando le cose liete, utili
e grandi che fra tanti lagrimevoli casi si operarono. Ma perchè possa
essere appieno apprezzata la compassionevol trama di tanti accidenti di
cui la memoria sola ancora ci sgomenta, forza è segnare il punto donde
si parte, e bene chiarire le cagioni donde la spinta ne venne.

L'Europa conquistata dai re barbari fu data in preda ai capitani loro,
uomini e terre cadendo in potestà di questi. Così se ai tempi romani le
generazioni erano partite in uomini liberi e schiavi, ai tempi barbari
furono divise in conquistatori e servi: tale è l'origine degli ordini
feudali. Teodorico, re dei Goti, moderò una tal condizione coll'avere
instituito i municipii; poi gli ecclesiastici diventati ricchi fecero
ordine e mitigarono, dividendola o contrastandola, l'autorità feudale;
così sorsero gli ordini, o stati, o bracci, che si voglian nominare
della nobiltà, del clero e dei comuni. Carlo V gli spense nella Spagna,
ma non potè nelle isole d'Italia; i Borboni li conservarono in Francia,
servendosene più o meno, secondo i tempi. Nell'Italia, divisa in tanti
Stati e sì spesso preda di principi forastieri che, a fine di tenerla,
accarezzavano pochi potenti per assicurarsi dei più, l'autorità
municipale, se si eccettuano alcune antiche repubbliche, si mantenne
più ristretta, la feudale più larga. Ciò quanto allo Stato; rispetto
poi ai particolari, restavano ancora non pochi vestigii dell'antico
servaggio, tanto circa le cose, quanto circa le persone. Di questi,
alcuni andarono in disuso per opinione de' popoli o per benignità
de' feudatarii; altri furono aboliti dai principi; dei superstiti, il
secolo di cui abbiamo veduto il fine, volea l'annullazione.

Nè in questo si contenevano i desiderii dei popoli. Volevasi una
egualità quanto alla giustizia e quanto ai carichi dello Stato; nella
quale inclinazione concorrevano non solamente coloro ai quali questa
equalità era profittevole, ma eziandio la maggior parte di quelli
che si godevano i privilegii. Dire poi, come alcuni hanno scritto e
probabilmente non creduto, che si volesse una equalità di tutto ed
anche di beni, fu improntitudine d'uomini addetti a sette, soliti
sempre a non guardar quel che dicono, purchè dicano cose che possano
infiammare i popoli e farli correre alle armi civili. Queste erano
le quistioni dei diritti; e sarà da quinc'innanzi cosa luttuosa al
pensarci e degna di eterne lagrime che col progresso di tempo siansi
alle quistioni medesime mescolate certe altre astrattezze e sofisterie
che insegnarono alla moltitudine il voler fare da sè, quantunque si
sapesse che la moltitudine commette il male volentieri e si ficca anche
spesso il coltello nel petto da sè: tanto i moti suoi sono incomposti,
i voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei
possono più gli ambiziosi che i modesti cittadini.

L'ordine ecclesiastico era già trascorso, non già nel dogma che sempre
rimase inconcusso, ma bensì nella disciplina. Dolevansi che gli utili
operai della vigna del Signore fossero poveri, mentre gli altri, se
vivevano nella ricchezza, della quale talora anche abusavano, dolevansi
essere i primi insufficienti per numero o per mala distribuzione delle
cariche, i secondi troppi; dolevansi di certe pratiche religiose che
si parevano più utili a chi le promoveva che decorose pel divin culto,
mentre per queste era pur troppo scemato maestà e frequenza alle più
gravi e necessarie solennità della Chiesa: con che davasi a dire agli
empi ed agli accattolici.

Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali
tutti nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più.
Era stata soppressa la società di Gesù. Vedeva il sommo pontefice
Clemente XIV che lo spegnere i Gesuiti era un privare la evangelica
vigna della più efficace cooperazione che si avesse; con tutto ciò non
potè resistere alle esortazioni ed alle minaccie di tanti principi
potenti di forze, e più formidabili per concordia. Pure stette
lungo tempo in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì.
Ma seguitonne maggior effetto che il papa ed i principi non avevano
creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo della Chiesa la parte
popolare. Parlossi di doversi ridurre alla semplicità antica la Chiesa
di Cristo; allargare l'autorità dei vescovi e dei parrochi; scemar
quella del pontefice sommo. Le querele che risuonarono già fin dai
tempi antichissimi contro Roma, rinnovellavansi ed andavano al colmo.
Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che lo mantenevano
erano in molta autorità presso il popolo, perchè risplendevano, non per
oro nè per corredi, ma per dottrina, per austerità di costumi e per una
certa semplicità di vita che ai non accetti altamente imponevano.

Inclinazioni di tal sorte piacevano a più principi; e queste massime
trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione dei popoli, e però
più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le cose
civili e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco in
tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano
a riforme, niuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far
da sè, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi
temperamento alle cose e compimento a' desiderii.

Venendo a' particolari, in proposito di riforme sarebbe da cominciare
da un nome imperiale, da Giuseppe II. Ma e di lui, e delle sue virtù,
e delle azioni sue abbiano già detto quanto può forse bastare negli
anni precedenti; il perchè basterà qui il riepilogare in brevi parole
il già detto. Molto viaggiò Giuseppe, non per pompa, ma per conoscere
le istituzioni utili e i bisogni dei popoli; i casolari dei poveri
più aveva in cale che gli edifizii dei ricchi; nè mai visitava il
bisognoso, che nol consolasse di parole ed ancor più di fatti. Protesse
con provvide leggi i contadini dalle molestie dei feudatarii, opera già
incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa; gli ordini feudali
stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si ministrasse giustizia
indifferente a tutti; là creava spedali, ospizii, conservatorii ed
altre opere pie; qua fondava università di studii; i giovani ricchi
d'ingegno e poveri di fortuna in singolar modo aiutava. Ai tempi suoi
e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido che forse
alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo empiè
di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva con
premii, e non avviliva colla necessità dell'adulazione. Nè contento a
questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti, ed aprì novelle vie
al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle
dogane interne; non mai in alcun altro paese o tempo furono in così
grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che
sollevano ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista.
Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte
di Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia Austriaca venne a
tanto fiore che stiam per dire che in lei verificossi la favolosa età
dell'oro. Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe
la religione cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte;
comandò ai vescovi che niuna bolla pontificia avessero per valida,
se non fosse loro dal governo trasmessa; statuì che gli ordini dei
religiosi regolari non dai loro generali residenti a Roma, ma bensì
dal superiore ordinario, cioè dal vescovo, dipendessero; abolì i
conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le monache
solamente quelle che facevano professione di ammaestrar le fanciulle;
eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; fondò poi un numero assai
considerabile di parrocchie, sollecito della instruzione di tutti i
fedeli.

Anco di Leopoldo di Toscana abbiamo narrato quanto bisognava e sì di
recente che il tenerne nuovamente discorso sarebbe oziosa replica.
Ma non così degli altri italiani Stati, intorno a' quali, ben che
qua e colà siasi all'evenienza parlato, rendesi di tutta necessità
divisare a parte a parte la loro attuale condizione, senza che, niuna
concatenazione avrebbero i fatti che verranno in appresso.

Essendo il re Carlo di Borbone salito sul trono di Spagna nel 1750,
cedè il regno delle Due Sicilie a Ferdinando IV, suo figliuolo
secondogenito, costituito allora nella tenera età di nove anni. Creata
prima di partire la reggenza, pose per moderatore della giovinezza
del nuovo re il principe di San Nicandro, il quale, privo di ogni
sorte di lettere, non potendo insegnare altrui quello che non sapeva
egli medesimo, insegnò al regio alunno la pesca, la caccia ed altri
cotali esercizii del corpo. Di questi si invaghì Ferdinando che
ne prese poi in tutti i tempi di sua vita grandissimo diletto. Ma
crebbe poco instrutto di ciò che importa alla vita civile ed al
governo degli Stati; pure amava chi sapeva e di consigliarsi con
loro. Piacque alla fortuna, qualche volta pure favorevole ai buoni,
che a quei tempi avesse grandissima introduzione e principal parte
nei consigli napolitani il marchese Tanucci, uomo dotto, di libera
sentenza, mantenitor zelante delle prerogative reali ed avverso alle
immunità, massime in materie criminali. Dava il re facile orecchio
alle parole sue; però il governo del regno procedeva con prudenza e con
dolcezza. Speravasi qualche moderazione al dispotismo feudale, che in
nissuna parte d'Italia erasi conservato più gravoso che in quel regno,
principalmente nelle Calabrie. I baroni, possessori dei feudi, nemici
egualmente dell'autorità regia e del popolo, quella disprezzavano,
questo aggravavano. Oltre i soliti bandi della caccia, della pesca,
dei forni, dei mulini, essi nominavano i giudici delle terre, essi i
governatori delle città; per loro erano le prime messi, per loro le
prime vendemmie, per loro le prime ricolte degli olii, delle sete e
delle lane; per loro ancora i dazii d'entrata nelle terre, i pedaggi,
le gabelle, le decime ed i servigi feudali. In somma erano i popoli
vessati, l'erario povero, l'autorità regia manca. Sì fatte enormità,
tanto discordanti dal secolo, non potevano nè sfuggire a Tanucci, nè
piacere ad un re di facile e buona natura. Però con apposite leggi
furono moderate. Inoltre Tanucci chiamò i baroni alla corte; il che fu
cagione che, raddolciti i costumi loro, diventarono più benigni verso i
popoli.

Quanto agli Stati esteri, questo ministro, amico a tutti, pendeva
per la Francia: ciò spiacque a Carolina d'Austria, fresca sposa di
Ferdinando. Fu dimesso Tanucci, e surrogati in suo luogo, prima il
marchese della Sambuca, poi Acton.

Pure le salutari riforme si continuarono; parecchi privilegi baronali
furono aboliti, i pedaggi soppressi, migliori speranze nascevano
dell'avvenire. Gli animi si mostravano disposti. Aveva Filangeri
filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non sapresti dire se
sia maggiore la forza dell'ingegno o l'amore dell'umanità. Erano con
incredibile avidità letti e con grandissime lodi celebrati da tutti.
Sorse allora universalmente un più acceso desiderio di veder lo Stato
ridotto a miglior forma. Volevasi una libertà civile più sicura, una
libertà politica maggiore, una tolleranza religiosa più fondata. Nè
a questa inclinazione dei popoli contrastava il governo non ancora
insospettito della rivoluzione di Francia.

Nel regno di Napoli specialmente più si desideravano le riforme,
perchè maggiori radici avevano messe le generose dottrine, massime fra
i legisti. Gran confusione ancora era nelle leggi: vivevano tuttavia
quelle degli antichi Normanni, viveano quelle dei Lombardi, nè le leggi
dei due Federici, nè le aragonesi, nè le angioine, nè le spagnuole, nè
le austriache erano del tutto dimesse. Quindi niun diritto in palese,
nè niuna lite terminabile. La gravità del male faceva più desiderare il
rimedio, principalmente negli ordini giudiziali, per le dette ragioni
imperfettissimi.

Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza;
desideravasi qualche saggio pratico della utilità loro. Aveva il re,
mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto
sono celebrate le pianure del Parmigiano e del Lodigiano. Piaciutegli
opere tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta.
La colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando,
dicendo che poichè era stato il fondator di San Leucio, fossene
anche il legislatore; e l'ottennero facilmente. Statuì il re delle
leggi della colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno Stato
indipendente, di cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia
indipendente dalla giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi
di famiglia ed agli anziani di età; gli atti appartenenti alla vita
civile, massime al matrimonio, reggevansi con forme e regole speciali,
ogni cosa in conformità delle dottrine di Filangeri. Con queste
leggi particolari prosperava dall'un canto continuamente la colonia,
dall'altro il re vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in
pratica, diventava ogni dì meno alieno da quei pensieri che gli si
volevano insinuare. Appoco appoco si distendevano nel popolo, ed il
desiderio di nuovi ordini andava crescendo, parendo ad ognuno che
quello che per l'angustia del luogo era fino allora utile a pochi,
sarebbe a tutti, se con la debita moderazione a tutti si estendesse.

Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più
coloro che glieli porgevano erano i più zelanti difensori contro
chiunque dell'autorità e dignità sua. Già s'era Tanucci dimostrato
molto operativo intorno alle controversie romane. Già, per consiglio
suo, erasi soppresso il tribunale della nunziatura in Napoli, a cui
erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte le cause
nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche troncato
ogni appello a Roma. Era Tanucci stato anche autore che la corona di
Napoli, e non la santa Sede, nelle vacanze dei benefizii nominasse
i vescovi, gli abbati e gli altri beneficiati, che la presentazione
della chinea il giorno di san Pietro in un'offerta di elemosina si
cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar certe formalità
che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la sovranità romana
sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente s'era diminuito
il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la società di Gesù.
Parlossi inoltre di rendere i regolari indipendenti dai generali loro
residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della Chiesa per
allestire un navilio sufficiente di vascelli da guerra.

Tutte queste novità non si potevano mandar in esecuzione senza querele
dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Così sorsero nel regno
molti scrittori a difesa della libertà e della indipendenza della
corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi: si accostò a loro
il vescovo di Taranto; ma vivi soprattutto si dimostrarono coloro che
desideravano un governo più largo, proponendosi in tal modo e ad un
tempo medesimo di difendere la dignità della corona, e di combattere le
prerogative feudali. Ciò andava a' versi a Ferdinando non in pace con
Roma; però ogni giorno più si addomesticava con loro, e li vedeva e gli
udiva più volentieri. S'aggiunse che Carlo di Marco, uno dei ministri
del re, uomo di non poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta
alle controversie con Roma.

Tale era lo Stato del regno di Napoli, in cui si vede, come abbiamo
già altrove notato, che i medesimi tentativi si facevano che nella
Lombardia Austriaca ed in Toscana circa la disciplina ecclesiastica,
ma con maggior ardore, a cagione delle controversie politiche con
Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi civili, vi s'era anche
incominciato a por mano, ma con minor efficacia, perchè Acton non se
n'intendeva e ripugnava; ed il re, occupato ne' suoi geniali diporti,
amava meglio che altri facesse, che far da sè. Da ciò nasceva che gli
umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.

La Sicilia, parte tanto essenziale del regno di Napoli, si reggeva
con leggi particolari. Da tempi antichissimi ebbe un parlamento
di tre camere dette bracci, ch'erano gli ordini dello Stato. Una
chiamavasi braccio militare, o baronale; in questo sedevano i signori
che avevano in proprietà loro popolazioni almeno di trecento fuochi.
L'altra intitolavasi braccio ecclesiastico; entravano in questo tre
arcivescovi, sei vescovi e tutti gli abbati, ai quali il re conceduto
avesse abbazie. La terza aveva nome camera demaniale; era composta dai
rappresentanti di quelle città che non appartenevano ai baroni, e che
demaniali si chiamavano, cioè del dominio del re. Perciocchè due sorte
di città avea la Sicilia, baronali e libere; le prime erano quelle
che stavano soggette ad un barone, le seconde quelle che dipendevano
immediatamente dal re, e si reggevano con le proprie leggi municipali.
Accadeva spesso che un solo barone avesse più voti in parlamento,
per essere feudatario di più terre. Lo stesso accadeva, e per la
medesima ragione, degli ecclesiastici; lo stesso ancora dei deputati
delle città, dando più città il mandato ad una persona medesima.
Capo del braccio baronale tenevasi il barone più antico di titolo,
dell'ecclesiastico l'arcivescovo di Palermo, del demaniale il pretore
della medesima città: adunavasi anticamente il parlamento ogni anno.
Prima di Carlo V faceva le leggi, dopo venne ridotto a concedere i
donativi.

Da questo si vede che il nervo principale del parlamento siciliano
consisteva ne' baroni, perchè più ricchi erano e più numerosi. Ma ben
maggiore era la potenza loro nelle terre, a cagione de' privilegi
feudali. Rimediovvi in parte Caraccioli, vicerè; pure i vestigii
feudatarii v'erano ancora gravi. Del resto, le opinioni del secolo poco
avevano penetrato in quella isola; ma quello che non dava l'opinione il
potevano dare facilmente gli ordini dello Stato.

Questa che abbiamo raccontata era la condizione del regno delle
Due Sicilie verso l'anno 1789; ma poco diversa appariva quella
del ducato di Parma e Piacenza, dove, come a Napoli, regnava la
famiglia de' Borboni di Spagna. Anche in questi luoghi vedevasi
sorta una maggior perfezione del vivere civile, e le contese con la
Sedia apostolica pel medesimo fine delle investiture avevano aperto
il campo ad investigazioni del solito effetto. Quando l'infante
don Filippo governava il ducato, era in lui grande l'autorità del
Franzese Dutillot, il quale, nato di poveri parenti in Baiona, era
salito per la virtù sua al grado di primo ministro. Era stato appunto
mandato Dutillot dalla corte di Francia al duca Filippo, acciocchè lo
consigliasse intorno agli affari che correvano con la corte di Roma,
temendosi che, in quella nuova possessione del ducato, ella volesse
dare qualche sturbo in virtù de' diritti di superiorità sovrana che
pretendeva in quello Stato. Per verità, se grande fu la fede che la
Francia ed il duca Filippo ebbero in Dutillot, non furono minori la sua
destrezza e la prudenza. Chiamò a sè i più famosi ingegni d'Italia,
tra i quali non è da tacersi il teologo Contini, uomo dottissimo
nelle scienze canoniche, ed il Turchi, cappuccino di molte lettere,
di notabile eloquenza; e tanto per opera di Dutillot si dirozzarono i
costumi di quella bella parte di Italia, e tanto vi prosperarono le
buone arti, che il regno di don Filippo ebbe fama del secolo d'oro
di Parma. Certo, città nè più colta nè più dotta di Parma non era
a que' tempi, nè in Italia nè forse anche altrove. Crearonsi, per
consiglio del Paciaudi, a questo fine chiamato da Roma, più perfetti
ordini nell'università degli studii, un'accademia di belle arti, una
magnifica libreria; e perchè con gli ordini buoni concorressero i buoni
insegnamenti ed i buoni esempi, vennervi, chiamati da diversi paesi,
oltre Paciaudi e Contini, anche Venini, Derossi, Bodoni, Condillac,
Millot, Pageol. Fra i buoni esempi Dutillot medesimo non era degli
ultimi, scoprendosi in lui decoro, facondia, cortesia, e tutte quelle
parti che a perfetto gentiluomo si appartengono: arricchivasi al tempo
stesso ed abbellivasi il ducato per manifatture o fondate o ristorate,
per edifizii, per istrade, per pubblici passeggi. Così passò il regno
di don Filippo assai facilmente sotto la moderazione di Dutillot.

Morto poi nel 1765 il duca Filippo, e devoluto li ducato nel duca
Ferdinando, ancor minore d'età, Dutillot continuò a governare lo Stato
con la medesima sapienza. A questo tempo sorse una grave controversia
tra il governo del duca e la corte di Roma; imperciocchè, avendo il
duca mandato fuori una sua prammatica intorno alle mani morte, ed un
editto che le obbligava al pagamento delle gravezze pubbliche, il papa
Clemente XIII pubblicò in Roma un breve monitorio, con cui dichiarò
nulle quelle ordinazioni sovrane di Parma, come provenienti da autorità
non idonea a farle, e lesive deil'immunità ecclesiastica, ammonendo
eziandio che tutti coloro che cooperato vi avevano erano incorsi
nelle censure ecclesiastiche, da cui non potessero essere assolti
in nissun caso, eccettuato in punto di morte, se non da lui stesso o
dal pontefice che dopo di lui sulla cattedra di san Pietro sedesse.
Dutillot difese con non ordinaria franchezza e prudenza il diritto
sovrano del duca, alla quale difesa diedero non poco favore molti
scritti pubblicati da uomini dotti in tale proposito.

Questi accidenti concitarono contro Dutillot l'odio e le arti della
parte avversaria già entrata molto addentro nella buona grazia del
giovinetto principe. Ciò non ostante, in tutto il tempo in cui questo
fu minore di età, non perdè il ministro dell'autorità sua. Quando poi,
giunto all'età di diciotto anni, assunse il governo, s'indrizzarono
i suoi pensieri ad altro fine. Perchè, congedato Dutillot, il
principe si governò intieramente al contrario di prima. Il tribunale
dell'inquisizione fu istituito in Parma, ma mostrò mansuetudine; nè
aspro fu il reggimento del duca; le tasse assai moderate. Era molesto
a molti il rigore eccessivo che si usava per far osservare certe
pratiche di esterior disciplina: in questo i popoli non potevano dire
del principe che altro suono avessero le sue parole ed altro i fatti;
poichè ei dava le udienze in sagrestia, ei cantava coi frati in coro,
egli addobbava gli altari, ei suonava le campane, egli ordinava i
santi nel calendario dell'anno. Mentre il duca pregava, il popolo si
erudiva, nè Parma perdette il nome che si era acquistato di città dotta
e gentile.

Sedeva a questi tempi, come già sappiamo, sulla cattedra di san Pietro
il sommo pontefice Pio VI, destinato dai cieli a sostenere il colmo
della prospera e dell'avversa fortuna. Il suo antecessore Clemente
XIV, da povero fraticello salito, per le virtù sue, alla grandezza
del papato, aveva in tanta sublimità conservato quella semplicità di
costumi e quella modestia di vita, alle quali nella solitudine dei
chiostri s'era avvezzato. Ciò parve a molti, in una Roma, nel primo
seggio della cristianità, cosa altrettanto intempestiva e pericolosa
quanto era in sè lodevole e virtuosa. Il perchè i cardinali, morto
Clemente, elessero papa il cardinal Braschi, che già fin quando era
tesoriere della camera apostolica aveva mostrato in tutte le azioni non
ordinario splendore. Veramente erano in lui, forse più che in altr'uomo
de' suoi tempi, molto notabili l'eccellenza delle forme, la facondia
del discorso, la finezza del gusto, la grandezza delle maniere,
procedendo in ogni affare con tanta grazia giunta a tanta maestà, che
e la venerazione verso la persona sua, ed il rispetto verso la Sede ne
venivano facilmente conciliati. Queste erano le qualità di papa Pio.
Circa i costumi, e' furono, non che non meritevoli di riprensione,
degni di lode; e certe voci corse in questo proposito, piuttosto alla
malvagità de' tempi che seguirono, che a verità debbonsi attribuire.

Ognuno crederà facilmente che un pontefice di tal natura doveva
altamente sentire dell'autorità sua e delle prerogative della Sedia
apostolica. Nè mancavano incentivi a queste inclinazioni. Covava allora
fra' cardinali più dotti, più operativi, più esperti, un disegno d'una
suprema importanza per l'Italia, e quest'era di ridurla unita sotto un
governo confederato, di cui fossero parte tutti i principi italiani,
e capo il sommo pontefice. Principal autore di questo consiglio era il
cardinal Orsini, uomo di natura piuttosto strana che no, ma dottissimo
in materia canonica, ed assai caldo zelatore delle prerogative romane;
se ad altri pareva che Gregorio VII avesse troppo detto e troppo
fatto, pareva all'Orsini ch'ei non avesse nè detto nè fatto abbastanza.
Pure, siccome da cosa nasce cosa, se il pensiero dell'Orsini circa la
lega italica fosse stato ridotto in atto, avrebbe partorito effetti
importanti, e dai papi potuto nascere la salute d'Italia.

Ma non potendo Pio allargare, come avrebbe voluto, nè il dominio nè
l'autorità, perchè l'opinione era contraria, cercò di acquistar fama
di splendido sovrano. Debbesi per prima e principal opera mentovare il
prosciugamento delle paludi Pontine, se non a final termine condotto,
certamente per la maggior parte eseguito con ispesa tanto enorme
rispetto a Stato sì angusto, con costanza tanto mirabile che pochi
esempii si leggono nelle storie degni di egual commendazione. Quattro
fiumi, l'Amazeno, l'Uffente, la Ninfa e la Teppia non trovando sfogo al
mare verso Terracina, sono principalmente cagione dell'impaludamento.
Rapini, ingegnere di grido, preposto da Pio alle opere, cavata la linea
Pia, condusse le acque al mare pel portatore di Badino, cavò l'antico
fiume Sisto, alveò l'Uffente e l'Amazeno. S'abbassarono le acque, si
scoversero i terreni, i colti si mostrarono dov'erano le paludi, la via
Appia restituita ai viandanti. Tale fu l'opera egregia di Pio VI.

Non dismostrossi minore l'animo del pontefice negli ornamenti aggiunti
all'antica Roma. Edificò la famosa sagrestia a lato alla chiesa di
San Pietro, opera certamente di molta magnificenza, ma forse di troppo
minuta e troppo vaga architettura, se si paragona al grandioso stile
della basilica di Michelangelo. Dolsersi anche non pochi, che, per
fondare questo suo edifizio, abbia il papa ordinato che si atterrasse
l'antico tempio di Venere, al quale Michelangelo aveva avuto tanto
rispetto, che solo il toccarlo gli era paruto sacrilegio. Bellissimo
pensiero di Pio altresì fu quello di persuadere come aveva fatto
già, fin quando esercitava l'ufficio di uditore del camarlingo, a
papa Clemente, di ornar il Vaticano con un sontuoso museo, il quale
poi condotto a maggior grandezza da lui dopo la sua esaltazione,
fu chiamato Pio-Clementino. Lo arricchì con gran numero di statue,
busti, bassorilievi ed altre anticaglie di gran pregio. Come nobile
fu l'intento suo nel fondar il museo, così nobile del pari fu il suo
consiglio di volerne tramandare con eccellente rappresentazione di
scritture e di figure la memoria ai posteri. Nè fu meno commendabile
l'esecuzione; imperciocchè, affidatane la cura, quanto alle figure, a
Lodovico Mirri, e quanto ai commenti, ad Ennio Quirino Visconti, ne
sorse quella bella descrizione del Museo Pio-Clementino, una delle
opere più perfette che in questo genere sieno.

Così cresceva Roma sotto Pio in bellezza ed in isplendore ogni giorno;
così, visitata dai più potenti principi d'Europa, lasciava in loro
riverenza e maraviglia; i popoli mossi da sì sontuosi apparati non
rimettevano di quella venerazione che avevano sempre avuto verso
la Sedia apostolica. Quanto alle nuove dottrine filosofiche, che
parlavano tanta umanità, poche radici avevano messe in Roma; non che
i gentili pensieri non vi fossero graditi, ma perchè gli autori loro,
mescolando, come facevano, tempi dissomigliantissimi, ed attribuendo
a certi effetti cagioni non vere, troppo in sè stessi si compiacquero
di condannar le romane cose. Tal era Roma, tanto sempre a sè medesima
conforme, ritraendo sempre in ogni fortuna di quella grandezza che per
ispecial privilegio del cielo pare in lei congenita e naturale.

Mentre così in varie parti d'Italia più o meno si cancellavano per
benefizio dei principi o per ammaestramento dei buoni scrittori, la
vestigia che i tempi barbari avevano lasciato nelle instituzioni dei
popoli e che evidentemente vi si procedeva verso un vivere sociale più
generoso e più mite, poco o nissun cambiamento si osservava in altre
parti della medesima provincia. La monarchia piemontese era la più
ferma di tutte le monarchie, poichè in lei non si videro mai, come in
tutte le altre, o rovine nella casa regnante o rivoluzioni di popoli.
Del quale privilegio, se si vorrà ben dentro considerare, apparirà
prima e principal cagione, essere la potestà assoluta del principe
giunta con un uso moderato della medesima. Poi mancavano le occasioni
della ambizione dei potenti; perciocchè trovandosi il Piemonte posto
tra la Francia e l'Austria, altro non avrebbe partorito l'ambizione
di un potente, anche fortunata, che render sè ed il paese suddito o
dell'una o dell'altra; nè mai chi avesse voluto imitare un duca di
Braganza avrebbe potuto venir a capo della sua impresa. S'aggiunse
che i principi di Savoia governarono sempre gli eserciti loro da loro
medesimi, nè potevano sorgere capitani di gran nome che potessero, non
che distruggere, emulare la potenza dei principi.

Da questo e dagli eserciti molto grossi nacque la maravigliosa
stabilità della monarchia piemontese. Ne procedette, oltre a ciò, in
quello Stato un'opinione generale stabile, che, da generazione in
generazione propagandosi, rendè questa monarchia somigliante, alle
repubbliche, nelle quali se cangiano gli uomini, non cangiano le
massime nè le opinioni. Adunque gli ordini antichi si erano conservati
intieri; le opinioni nuove poco vi allignavano.

Ciò non ostante, alcuni segni, sebben deboli, di cambiamento
si ravvisavano negli Stati del re di Sardegna, massimo circa la
ecclesiastica disciplina. Imperciocchè, tolte dal re Vittorio Amedeo II
le pubbliche scuole ai gesuiti, e fornita l'università degli studii di
ottimi professori, incominciarono le dottrine dell'antichità cristiana
a diffondersi. I tre bibliotecarii dell'università, Pasini, Berta e
Pavesio, uomini di molto sapere e pietà, promossero lo studio delle
opere scritte dai difensori di quelle dottrine, e Vaselli ne arricchì
la libreria del re.

Regnava Vittorio Amedeo, terzo di questo nome, principe di animo
generoso, di vivo ingegno e di non ordinaria perizia nelle faccende di
stato. Contaminava la sua buona natura un amore eccessivo della gloria
militare: quindi ordinò e mantenne in piè un esercito grosso fuor di
misura; il che rovinò le finanze che tanto fiorivano a tempi di Carlo
Emmanuele suo padre, sparse largamente nella nazione la voglia delle
battaglie, e diè favor eccessivo e potenza ai nobili soli ammessi a
capitanar le soldatesche. Ognuno voleva essere, ognuno imitar Federigo
re di Prussia. Certamente, se immortali lodi si debbono a Federigo per
aver difeso il suo reame contra tutta la Europa, gran danno ancora
le fece per avervi introdotto coll'esempio suo un eccessivo umor
soldatesco, ed aver messo su eserciti. Gli altri potentati, o per
fantastica imitazione, o per dura necessità, furono costretti a far
lo stesso; poi venne la rivoluzione di Francia che dilatò questa peste
ancor di vantaggio, poi sorse Buonaparte che la portò agli estremi, ed
altro non mancherebbe alla misera Europa, per aver la compita barbarie,
se non che ella facesse marciare, a guisa degli antichi Galli e Goti,
coi combattenti anche i vecchi, le donne ed i fanciulli.

Ma, tornando a Vittorio, tanto era in questa bisogna infatuato che
soleva dire ch'ei faceva più stima d'un tamburino che d'un letterato,
benchè poi riuscisse miglior che di parole; perciocchè i letterati
accarezzava e premiava, ed usava anche con loro molto famigliarmente.
Ma le armi prevalevano; quindi non solamente fu dissipato il tesoro
lasciato da Carlo, ma i debiti dello Stato, non ostante che le
imposizioni si aggravassero, tanto s'ammontarono che sommavano in
questo anno a meglio di cento milioni di lire piemontesi, che sono
più di cento milioni di franchi. Le cariche civili ed ecclesiastiche
conferivansi solo ai nobili ed agli abbati di corte. Ad una generazione
di magistrati integerrimi e capaci, e di vescovi santi e dotti,
successero qualche volta magistrati e vescovi poco atti a ben reggere
gli uffizii loro.

Pure fiorivano le scienze; fiorivano anche, ma non tanto, le lettere.
Quanto alle contese circa l'ecclesiastica disciplina fra il romano
pontefice ed i principi di casa austriaca, il re Vittorio avea, per
amor di quiete, ordinato che mai non si parlasse o scrivesse nè pro
nè contro la bolla _Unigenitus_, nè mai si trattasse dei quattro
capitoli della Chiesa gallicana; che anzi, siccome questi articoli
erano apertamente insegnati e costantemente difesi nell'università di
Pavia dopo le riforme fattevi da Giuseppe II, aveva, a petizione del
cardinale Gerdil, proibito che i sudditi suoi andassero a studiare
in questa università. Ma tali opinioni più pullulavano quanto più si
volevano frenare.

Se la monarchia piemontese era la più ferma delle monarchie, la
repubblica di Venezia era la più ferma delle repubbliche. Coloro, i
quali, credono essere le repubbliche varie e turbolente, potran vedere
nella veneziana una repubblica più quieta di quante monarchie sieno
state al mondo, eccetto solo quella del Piemonte. Passò gran corso
di secoli senza turbazioni; fu percossa da potentissime nazioni,
da Turchi, da Germani, da Franzesi; trovossi fra guerre atroci, fra
conquiste di popoli barbari, fra rivoluzioni orribili di genti; Roma
stessa fulminava contro di lei. Pure conservossi non solo salva in
mezzo a tante tempeste, ma nemmeno ebbe bisogno di alterar gli ordini
antichi. Tanto perfetti erano i medesimi, e tanto s'erano radicati
per antichità! Pare che più sapiente governo di quel di Venezia non
sia stato mai, o che si riguardi la conservazione propria, o che si
miri alla felicità di chi obbediva. Per questo non vi sorsero mai
parti pericolose; per questo certe nuove opinioni non vi si temevano.
Solo pareva meritevole di biasimo quel tribunale degl'inquisitori di
Stato, per la segretezza e per la crudeltà dei giudizii; pure era volto
piuttosto a frenare l'ambizione dei patrizii che a tiranneggiare i
popoli. Nè sola Venezia ebbe inquisitori di tal sorte, perchè i governi
che non gli hanno per legge stabile, se li procurano per abuso; e non
sapresti se muovano più al riso o allo sdegno certuni che tanto rumore
hanno levato contro il tribunale suddetto, e che anche presero pretesto
da lui di distruggere quell'antica repubblica. Del resto la provvidenza
di lei era tale che e l'umanità vi trovava luogo, e le gentili
discipline vi si proteggevano. Ma la lunga pace vi aveva ammollito gli
animi, e se vi rimanevano gli ordini buoni, mancavano uomini forti per
sostenerli. Diminuita la potenza turchesca, e composte a quiete le cose
d'Italia, perchè accordate, rispetto al ducato di Milano ed al regno
di Napoli, tra Francia, Austria e Spagna, posò intieramente le armi la
repubblica, e credette colla sola sapienza civile potersi preservar
salva ne' pericoli, che radi ancora si rappresentavano. Ma vennero
certi tempi strani, in cui la sapienza civile non poteva più bastare
senza la forza, troppo rotti e troppo enormi dovevano essere i moti;
la sapienza civile stessa era venuta in derisione. Così Venezia verso
l'anno presente stimata da tutti, temuta da nissuno, se era capace di
risoluzioni prudenti, non era di risoluzioni gagliarde; l'edilizio
politico vi stava senza puntello: una prima scossa il doveva far
rovinare.

Assai diversa da questa mostravasi, quanto al vigore degli animi, la
condizione della repubblica di Genova. Nissun popolo si è veduto meno
da' suoi maggiori degenerato del genovese. Fortezza d'animo, prontezza
di mente, amore di libertà, attività mirabile, civiltà ancor mista
con qualche rozzezza, ma da mollezza esente; un osare con prudenza, un
perseverare senza ostinazione, ogni cosa insomma ritragge ancora in lui
quel popolo che resistè ai Romani, battè i Saracini, pose agli estremi
Venezia, distrusse Pisa, conquistò Sardegna, produsse Colombo e Doria,
cacciò dalla sua città capitale i soldati forastieri; e se i destini
in questi ultimi tempi non fossero stati tanto contrarii alla misera
Italia, forse i Liguri avrebbero lasciato al mondo qualche bel saggio
di valore e di virtù. Ma parlossi d'indipendenza colla oppressione e di
libertà colla servitù, e gli animi distratti fra dolci parole e tristi
fatti, non poterono nè accendersi al bene, nè vendicarsi del male. Era
in Venezia un acquetarsi abituale alla sovranità dei patrizii, perchè
era non solamente non tirannica, ma dolce, e perchè era da principio
presa e non data. Era in Genova un vegliare continuo, una gelosia
senza posa nell'universale verso la sovranità de' nobili, non perchè
tirannica fosse, ma perchè era stata non presa da chi comandava, ma
data da chi obbediva. La lunga quiete aveva fatto posar gli animi in
Venezia: le sette, la fazioni e le parti, ora rompendo in manifesta
guerra civile, ora sottomettendo la patria ai forestieri, avevano
mantenuto in Genova gli animi forti e le menti attente. Era nel paese
veneziano gran ricchezza con ampio territorio e fertile; era nel
Genovesato gran ricchezza con angusto territorio e sterile; perciò là
si poteva conservare l'acquistato posando, qua bisognava conservarlo
operando. Era in Venezia chiuso ai plebei il libro d'oro; era in Genova
aperto, possente stimolo a chi aveva avuto più amica la natura che
la fortuna. Sicchè non dee far maraviglia, se risplendeva Venezia più
per delicatezza di costumi che per forza, e se, pel contrario, era più
cospicua in Genova la forza che la delicatezza. Quanto alle opinioni,
quelle relative allo Stato poco sapevano di cambiamento, quelle
relative alle ecclesiastiche discipline, assai. Quindi Porto Reale era
in favore e molto largamente si pensava. Tal era Genova, non cambiata
dai secoli, e le antiche querele sulla natura de' suoi abitatori al
molto amor patrio suo non gradito ai forastieri piuttosto che a verità
debbonsi attribuire.

Se Venezia dimostrava quanto possa per la felicità de' popoli e per
la stabilità degli Stati l'aristocrazia temperata dal costume; se
Genova c'insegnava quanto possa pel medesimo fine la maniera stessa di
governo temperata dal costume e dalla gelosia del popolo; dimostravalo
Lucca con l'uno e con l'altro, e di più col freno di una sottile
investigazione sul procedere tanto dei nobili quanto dei popolari.
Era in Lucca quest'ordine, che chiamavano _discolato_, e rappresentava
l'antico ostracismo d'Atene e la censura di Roma, che quando alcuno,
o nobile o popolano si fosse, trascorreva i limiti della modestia
civile o de' costumi buoni, tosto tenevasi discolato, scrivendo ciascun
senatore il suo nome in sur una polizza; e se venticinque polizze il
dannavano in tre discolati successivi, ei s'intendeva mandato a confine
o in esilio. Tenevasi il discolato ogni due mesi: il che era gran
freno agli uomini ambiziosi e scorretti. Pure, siccome sempre il male è
vicino al bene, quella continua e minuta inquisizione, col timore che
ne nasceva, rendeva di soverchio gli uomini sospettosi e guardinghi;
perfino l'onesta piacevolezza era sbandita dal conversare lucchese, ed
una terra oltre ogni creder dolce e gioconda era abitata da gente grave
e contegnosa.

Nè minor gelosia era verso i giudici; quindi si chiamavano dall'estero;
poi, deposto il magistrato, si sottomettevano a sindacato o, vogliam
dire, ad esame: seduti in luogo pubblico, poteva ognuno accusarli di
gravame; commissarii espressi tenevano registro, e facevano rapporto
al senato, che giudicando assolveva o condannava. Così erano in Lucca
giudizii integerrimi, primo e principal fondamento alla contentezza de'
popoli.

Ma se vi si dava ad ognuno il suo, vi si largiva il necessario al
bisognoso; perchè a chi voleva aprir traffichi, o era stato danneggiato
dalle stagioni, si fornivano o danari dall'erario o generi dai
magazzini del comune. Così mite provvido e largo era il reggimento
di Lucca. Così ancora facilmente si vede che nei paesi d'Italia non
soggetti agli ordini feudali, erano state ordinate la giustizia e la
franchezza, non impronte e superbe favellatici come in altri paesi,
ma fondate su buoni statuti, sull'assenza di eserciti esorbitanti,
sulla modestia di chi reggeva, sulla natura sottile ad un tempo ed
assennata degl'Italiani. Che poi questi ordini fossero perfetti per
fondare una compita franchigia, nissuno s'ardirà di dire. Ma dove sia
questo genere di perfezione, niuno il sa; poichè nè anche vuol credersi
che sia dove le soldatesche sterminate possono conquistare e recare a
servaggio, non che la patria, una ed anche più parti dei mondo. Che se
poi solo ed unicamente si volesse giudicare della bontà de' governi,
argomentando dall'infrequenza de' delitti, certamente si affermerebbe
i governi di Venezia, di Genova, di Lucca e di Toscana, essere stati
i migliori. Va con questi, se però non è superiore per bontà, quello
della repubblica di San Marino. Vive da dodici secoli la repubblica
di questo nome appena nota al mondo per fama. Quivi virtù senza fasto,
quiete senza tirannide, felicità senza invidia; quivi nobiltà solo per
chiarezza di natali, non per diritti oltraggiosi, nè per privilegii, nè
per desiderio di dominazione; quivi popolo occupato ed industrioso, e
come fra i nobili temperati, così nè irrequieto nè tirannico. Fortunate
sorti, per cui, tolta l'ambizione dalle due parti, solo rimasero gli
effetti conservatori della società. Rovinavano per lunghi anni intorno
a San Marino i regni, rovinavano le repubbliche, si straziavano gli
uomini per civili e per esterne guerre: sul Titano monte perseverarono
i Sammariniani in tranquillo stato ed amici di tutti: dall'alto e dal
sereno miravano le tempeste. Volle l'ambizione moderna introdursi in
quei placidi recessi, ma fu l'opera indarno, come sarà a suo luogo
raccontato: l'inveterato e dolce aere resistette al pestilenziale
soffio. Un consiglio di sessanta nominato primitivamente da' capi di
tutte le famiglie adunati in generale congresso, o, vogliam dire, a
parlamento, e che chiamavano aringo, poi rinnovellato da sè stesso a
misura delle vacanze, e due consoli semestrali col titolo di capitani
del comune reggono lo Stato. Hanno i capitani la facoltà esecutiva;
avevano anche anticamente, a norma degli antichi consoli di Roma, parte
della giudiziale, ma questa poi cesse ad uomini chiamati dall'estero
dal consiglio sotto nome di podestà; rimase ai capitani l'ufficio di
paciali. Sono i capitani, e così ancora i podestà, per gli atti del
loro uffizio soggetti al sindacato, che è il modo della legge delle
obbligazioni, o, come dicono i Franzesi, della risponsabilità, trovato
dagl'Italiani per la guarentigia dei dritti. L'equalità civile consola
San Marino, i costumi il conservano, la povertà sicuro scudo contro i
forastieri. Nulla ei desidera negli altri, nulla gli altri desiderano
in lui, perchè i buoni hanno a schifo i vizii, la quiete non piace ai
turbolenti, nè la libertà ai corrotti.

Regnava in Modena il duca Ercole Rinaldo d'Este, ultimo rampollo
d'una casa da cui l'Italia riconosce tanti benefizii di gentilezza, di
dottrina e di lettere, come se fosse ordinato dai cieli che non solo
ogni reggimento italiano, ma ancora ogni sangue sovrano, eccetto quel
di Piemonte, dovessero andare spenti nei calamitosi tempi che vedemmo.
Era il duca Ercole principe degno de' suoi maggiori, se non che forse
la sua strettezza nello spendere era tale che sapeva di miseria. Pure
dubitar si potrebbe se tale qualità in lui si debba a vizio od a virtù
attribuire; perchè se dagli eventi giudicar si dovesse e dalla natura
sua, ch'era previdentissima, sarebbe degno anzi di lode che di biasimo.
Certo era in lui maravigliosa la previdenza, e non saprebbesi se i
posteri crederanno, perchè ciò solo a rinomati filosofi fu attribuito,
quando si dirà che il duca Ercole con chiaro ed evidente discorso
predisse, parecchi anni prima del presente anno il sovvertimento di
Francia e la rovina d'Europa. Aggiunse con voce ugualmente profetica
che la Francia perderebbe la sua preponderanza, che tutte le potenze
si sarebbono collegate contro di lei, e che nissuna l'avrebbe aiutata.
Principe buono ed avverso agli ordini feudali, affermava ch'essi erano
più funesto flagello all'umana generazione, che la guerra e la peste,
nè mai comportò ai nobili le insolenze. Principe religioso, seppe tener
in freno anche il clero, perchè e voleva intiero il dominio de' suoi,
e si ricordava di Ferrara. Fiorirono meravigliosamente a tempo suo le
lettere in quella parte di Italia: finì la casa d'Este simile a lei,
nell'antico costume perseverando.

Ora, per raccogliere in poco discorso quello che siamo andati
finora largamente divisando, si vede che se apparivano in Italia
desiderii di riforma, non apparivano semi di rivoluzione; che questi
desiderii risguardavano parte lo Stato politico, parte la disciplina
ecclesiastica; principalmente un'evidente impazienza vi era sorta
di quanto rimaneva degli ordini feudali. Più principi mostrarono di
volere, e mandarono ad effetto non poche riforme; il che fece nascere
generalmente desiderio e speranza di veder condotta a compimento la
macchina delle istituzioni sociali. Tutte queste cose assecondava
la filosofia tanto squisita di que' tempi, non quella turbolenta e
sfrenata che non si intende come alcuni chiamino filosofia, ma quella
che desiderava maggior moderazione ne' potenti e maggior felicità nei
deboli. In ciò volle supplire la filosofia, e fecelo, finchè uomini
senza freno, di lei troppo enormemente abusando, empierono il mondo di
sterminii e di sangue. A questo, erano in alcuni luoghi della penisola
uomini rozzi, ma forti, in altri uomini gentili, ma deboli; di nuovo,
in alcuni armi deboli, ma opinioni tenaci, in altri armi forti, ma
eccessive, e, per questo medesimo che eccessive erano, non sufficienti.
Del resto, se erano in Italia desiderii buoni, non erano ambizioni
cattive; non solo non vi si aveva speranza, ma nè anco sospetto di
rivoluzione, e gli italiani hanno natura tale, che, se van con impeto,
maturano con giudizio.

Tale era Italia quando, giunto il secolo verso l'anno 1789 che andiam
discorrendo, si manifestarono in Francia, provincia solita a muovere
co' suoi moti tutta l'Europa, inclinazioni e cambiamenti di grandissimo
momento. Destarono queste novità diverse speranze e diversi timori
in Italia, secondo la diversità degli ingegni e delle passioni. In
questi crebbero le speranze, in quelli i timori; in alcuni cominciarono
a sorgere le ambizioni: i principi si ristettero dalle riforme per
sospetto, i popoli più le desideravano per esempio: tutti credettero
che per la vicinanza de' luoghi, per la frequenza del commercio, per la
comunanza delle opinioni, novità di una suprema importanza avverrebbero
di qua, come già erano avvenute di là de' monti. Ma è d'uopo entrare
in qualche particolarità sulle rivoluzioni in Francia, loro cagioni ed
effetti, per comprendere quello che ne derivò pegli altri paesi.

Le mutazioni fatte in Italia da principi eccellenti non partorirono che
bene; quelle fatte da un principe giusto e buono in Francia non solo
non fruttificarono quel giovamento ch'ei s'era proposto, ma originarono
ancora orribili disgrazie. Della qual differenza chi voglia investigar
le cagioni, avrà a considerar in primo luogo le opinioni ed i costumi
che prevalevano a quei tempi in quel regno, poi le leggi che il
governavano, e finalmente lo stato dell'erario.

Quello spirito di benevolenza verso l'umana generazione, il quale
era prevalso in Europa a questi tempi, aveva messo più profonde e più
larghe radici in Francia che in qualsivoglia altra provincia, sì perchè
dalla Francia medesima, quasi da fonte principale, derivava, sì perchè
la civiltà degli uomini in questo paese era molt'oltre proceduta,
e sì finalmente perchè, essendo essi d'indole volubile, fan nascere
spesso le mode ed i tempi, ed i tempi poscia li governano. Così era
allora tempo d'umanità; e siccome questa è una nazione che, per la
prontezza della mente e per la grandezza dei concetti, dà facilmente
negli estremi così nel bene come nel male, e sempre si governa
coi superlativi, così questa universale benevolenza era diventata
eccessiva, estendendosi anche a certi fini che toccano la radice del
governo, e ciò non senza pericolo dello Stato; poichè, se è necessario
allettar gli uomini con l'amore, è anche necessario frenarli col
timore, più potendo in loro l'ambizione e le altre male pesti, che non
la gratitudine.

In tale disposizione d'animi non solo erano divenuti più che non
fossero mai stati odiosi i residui degli ordini feudali, ma ogni
leggier freno che dal governo venisse era riputato duro e tirannico.
Da questo procedeva che con riforme utili si desideravano anche riforme
disutili o pericolose.

Queste opinioni recavano possente incentivo da quelle che s'erano
formate e sparse ai tempi della ultima guerra d'America, sì
opportunamente intrapresa e sì generosamente condotta dalla Francia:
esser doni volontarii le contribuzioni dei popoli; dover essi e
della necessità loro e della quantità giudicare; esser la nobiltà non
necessaria, anzi pericolosa allo Stato; il re capo, non sovrano; il
clero consiglio, non ordine, e richiamavanlo alla semplicità antica; la
religione dover esser libera. A questo aggiungevasi una tale tenerezza
per gli oppressi, che, se mancavano i veri, si cercavano i supposti,
per isfogar la piena di tanto amore, poichè ogni punito ed ogni imposto
riputavansi oppressi, ed un gran di sale che si pagasse, faceva sì che
si gridava tirannide. Le ambizioni si mescolavano alle dolci affezioni,
ed alcuni fra i popolani, vedendosi favoriti dall'opinione; volevano
diventar potenti, con salire alle dignità ed alle cariche dello Stato.

Queste erano le improntitudini popolari; ma la ferita era ancor più
grave, e più dentro penetrava nelle viscere dello Stato; conciossiachè
coloro fra i nobili che avevano militato in America, eransi lasciati
ridurre sì per l'esempio, e sì ancora sospinti da un'illusione
benevola, credendo che un'americana pianta potesse portar buoni frutti
in un terreno europeo non adatto ad opinioni più favorevoli ai popoli
che non alla corona; ed, oltre alla egualità dei diritti, desideravano
l'introduzione di qualche ordine popolare nell'antica costituzione del
regno. Piacevano loro le forme della costituzione d'Inghilterra. Ciò
mise discordia fra la nobiltà, poichè alcuni fra i nobili opinavano
per la novità, alcuni per le antiche cose, e così s'indeboliva questo
propugnacolo della corona in un tempo in cui ella ne aveva più bisogno.

Ma i più fra quelli dei nobili che o per coscienza o per interesse
perseveravano nelle massime antiche, e rimanevano fedeli alla corona,
tale quale era durata tanti secoli, davano novella forza, certo per
orgoglio mal misurato, alla potenza popolare che sorgeva; imperciocchè
e più insolenti si mostravano nelle ville e castelli loro, e più
duramente esigevano gli abborriti diritti feudali, credendo con
maggior forza doversi tener quello che si temeva di perdere. Ciò tanto
maggiormente si osservava, e tanto maggior odio creava, che quella
parte dei nobili che inclinavano a novità, avevano i medesimi ordini
o intieramente dismessi o grandemente moderati, ed i restanti con
molta mansuetudine riscuotevano. L'odio saliva alla corona, perchè
questi nobili arroganti erano appunto quelli che facevano maggior
dimostrazione in favor delle prerogative e della potenza regia.

Nè queste erano le sole cagioni di novità. Certo è che i vizii
maggiormente allignano fra i grandi che fra il popolo, tale essendo
la natura umana, che tanto più si corrompe, quanto ha più modi di
corrompere e di corrompersi, nè bastano le gentili dottrine a raffrenar
questo impeto, poichè esse meglio servono di scusa che di freno. Quindi
era in Francia sorta fra i ricchi una tale dissolutezza di costumi,
che ne fu tolto alle persone loro quel rispetto che già avea tolto ai
loro diritti l'opinione. L'ozio, il lusso, i piaceri lascivi, i piaceri
infami erano giunti al colmo; nè alcuno era contento alla condizione
sua, che, nata l'ambizione, niuno voleva stare, ognuno voleva salire,
ed ogni modo era riputato buono, o di pecunia accattata e di meretrice
compra, o di bugia o di calunnia. Tanta era stata la mala efficacia
dei tempi della reggenza! Il vizio s'era introdotto nella corte stessa,
nè bastava, non dirò a sanar gli animi, ma a contenerli, l'esempio del
re, per verità di costumi integerrimi. Ma siccome i popoli credono che
le corti s'informino sul modello dei re, così i Franzesi, vedendo una
corte scostumata, rimettevano ogni giorno più di quell'amore che in
tutti i secoli hanno portato ai re loro.

Il perverso influsso era tale che ne furono contaminati anche coloro
che dovrebbero avere in sè più di sacro e di venerando; il perchè
scemava fra i popoli il rispetto verso la religione. In tal modo la
potenza, separatasi prima dalla virtù, separossi anche dal rispetto,
suo principal fondamento; la virtù medesima, sbandita dalla città e
dalle curie, ricoverossi fra i modesti presbiterii dei parrochi e fra
gli umili casolari dei contadini. Dal che ne nacque più forza alla
potenza popolare; perciocchè credessi là esser la buona causa dov'era
la virtù, e la cattiva dov'era il vizio.

A questo si aggiungeva che a gran pezza l'entrata non pareggiava
l'uscita dello Stato, deplorabile frutto dei concetti smisurati di
Luigi XIV, del voluttuoso vivere di Luigi XV, e del profuso spendere
della corte di Luigi XVI, ancorchè questo principe se ne vivesse per
sè molto parcamente. Questo difetto nell'entrata era giunto a tale sul
finire del 1786, ch'era per nascere una gran rovina, se presto non vi
si rimediava.

In cotal modo scomposte le cose, passata la forza dell'opinione dai
nobili ai popolari, dai ricchi ai poveri, dai prelati ai curati,
e mancato il denaro, principal nervo dello Stato, si vedeva, che
ove nascesse un primo incitamento, un grande sovvertimento sarebbe
accaduto. Nè la natura del re, dolce e buona, era tale che potesse dare
speranza di potere o allontanare o indirizzare con norma certa ed a
posta sua gli accidenti che si temevano.

Qui nacque un caso degno veramente di eterne lagrime, e pur non raro
nelle memorie tramandate dagli storici. Tanto è la natura umana sempre
più consentanea a sè stessa nel male che nel bene, e tanto sono cupe
le ambizioni degli uomini. Volevasi da tutti, come opinione portata
dai tempi, e come cosa utile e giusta, un'equalità civile, un'equalità
d'imposte, una sicurezza delle persone, una riforma negli ordini
giudiziali, una maggior larghezza nello scrivere. Era il re inclinato
ad accomodar le cose ai tempi, per quanto la prudenza e le prerogative
della corona, tanto salutari in un reame vasto ed in una nazione vivace
e mobile, il comportassero. Ma una setta composta principalmente dai
parlamenti, dai pari del regno, dai prelati più ragguardevoli, dai
nobili più principali, e secondata da un principe del sangue, del
quale se fu biasimevole la vita, fu ancor più lagrimevole il fine,
preoccuparono il passo, e vollero farsi capi e guidatori, dell'impresa.
In questo il pensier loro era di cattivarsi con allettattive parole
la benevolenza del popolo, e diminuire, con l'aumento della propria,
l'autorità della corona. Forse i primi e i principali autori di questo
disegno miravano più oltre, velando con parole denotanti amore di
popolo pensieri colpevoli di mutazioni nella famiglia regnante.

Quale di questo sia la verità, i capi di questa setta si prevalsero
molto opportunamente per arrivare ai fini loro, di un errore commesso
dal governo, il quale diede occasione alla resistenza loro e fu primo
principio di quel fatale incendio che arse prima il reame di Francia,
poi propagatosi per tutta Europa, vi trasse tutto a scompiglio ed
a rovina. Il re, in vece di cominciar l'opera dalle riforme tanto
desiderate del popolo, poi ordinar le tasse, volle principiare a por
le tasse, poi le riforme. Quindi l'amore cominciò a convertirsi in
odio; la setta nemica alla corona se ne prevalse. Adunque, avendo
egli pubblicato due editti, uno perchè si ponesse un'imposta sopra
le terre, l'altro perchè si ponesse una tassa sulla carta bollata,
il parlamento di Parigi, non solo fortemente protestò, ma, ancora più
oltre procedendo, ordinò che chiunque recasse ad effetto i due editti
fosse riputato reo di tradimento e nemico della patria. Questo era il
momento d'insorgere da parte del governo, e di dar forza alla legge,
e di aggiungere al tempo stesso qualche editto contenente riforme
e giuste per sè e desiderate dal popolo: ciò avrebbe preoccupato il
passo. Ma egli, rimettendo dall'opera sua, lasciò andar non eseguiti
i suoi editti. Quindi crebbe l'ardire del parlamento, che, volendo
usar l'occasione di guadagnarsi la grazia del popolo a diminuzione
dell'autorità regia, passò ad abbominare con pubbliche scritture e con
parole infiammative le incarcerazioni arbitrarie; poi statuì, annuendo
ad una convocazione degli Stati generali, non essere in facoltà sua, nè
della corona, nè di tutti due uniti insieme trar denaro dal popolo per
via di tasse; la sola volontà del re non bastare a far la legge, nè la
semplice espressione di questa volontà poter costituire l'atto formale
della nazione; essere necessario, a volere che la volontà del re debba
trarsi ad effetto, ch'essa sia pubblicata secondo le forme prestabilite
dalla legge; tali essere i principii, tali i fondamenti della
costituzione franzese; sapere il parlamento che si volevano sovvertire
i diritti pubblicati, per istabilire il dispotismo; la libertà comune
essere in pericolo; ma non volere nè poter a tali rei disegni dar
la mano, anzi volere opporsi, nè mai permettere che gli essenziali
diritti dei sudditi fossero conculcati e messi al fondo; poi, rivoltosi
al re, gl'intimò non isperasse di poter annullare la costituzione,
concentrando il parlamento nella sola sua persona.

Rispose risentitamente il re, che quello che s'era fatto, s'era fatto
secondo gli ordini fondamentali dello Stato; non s'intromettessero in
affari di governo, perchè di ciò non avevano autorità di sorte alcuna;
ch'erano i parlamenti del regno di Francia corti di giustizia abili
solo a giudicare in materie civili e criminali, ma non avere autorità
nè legislativa nè amministrativa; la volontà del re non potersi senza
pericolo nè senza un nuovo e funesto cambiamento nella constituzione
del regno soggettare a quella dei magistrati; se ciò fosse,
cambierebbesi la monarchia in aristocrazia di magistrati; badassero a
far il debito loro come giudici, e lasciassero il governo delle cose
pubbliche a chi per antica consuetudine e per costituzione l'aveva in
mano; considerassero quante leggi erano state fatte in ogni tempo dai
re di Francia, non solo senza il consenso, ma ancora contro la volontà
dei parlamenti; la registrazione non essere approvazione, ma solo
autenticazione, nè altro in questo fare i parlamenti, che le veci di
notai del regno; che quest'erano le forme, questi i precetti, ai quali
e' si dovevano conformare, e se nol facessero, si li costringerebbe.

Tal era la contesa nata in Francia fra il re ed i parlamenti circa le
prerogative e l'autorità della corona. Intanto ogni pubblico affare era
soprattenuto, perchè i parlamenti di provincia, come quello di Parigi,
o avevano cessato di per sè stessi l'ufficio, o erano dall'autorità
regia sospesi. Volle il re rimediare colla creazione della corte
plenaria, ma proruppe il parlamento in un'asprissima protesta;
protestarono i pari del regno; il clero stesso titubava.

Intanto uomini faziosi d'ogni genere, o stimolati espressamente
dei capi della parte dei parlamenti, o valendosi acconciamente
dell'occasione offerta dalla resistenza loro per macchinar novità,
andavano spargendo in ogni luogo semi di discordia e di anarchia.
Tumultuavasi a Grenoble, a Rennes, a Tolosa e in altre sedi di
parlamenti; orribili scritture uscite in Parigi chiamavano tiranno
il re, distruttore dei diritti del popolo, oppressore crudelissimo,
esortavansi le genti a levarsi, a disvelare e punir gli oppressori.

Avendo il re trovato, invece d'appoggio, opposizione e resistenza
nei parlamenti, nella nobiltà e in una parte del clero, dovette
necessariamente voltarsi verso il popolo, e fondar l'autorità sua
sulla potenza dei più, giacchè i pochi lo abbandonavano. Così era
fatale che le prime occasioni delle enormità che seguirono siano state
date da coloro ai quali più importava di evitarle, e che ne furono
alla fine le miserabili vittime. Adunque fu chiamato ministro il
Ginevrino Necker, e con lui altri personaggi consentanei al tempo. Si
sperava bene, il popolo esultava. Convocaronsi i notabili del regno,
convocaronsi gli stati generali. Prevalse in sul bel principio la
parte popolare, siccome quella, in favor della quale operavano i tempi.
Decretossi da prima, del qual consiglio fu autore Necker, fosse doppio
il numero dei deputati del terzo stato; poi sedessero i tre ordini,
non separatamente, ma in comune, poi si deliberasse, non per ordini,
ma per capi, il che diede del tutto la causa vinta ai popolari. Gli
ordini uniti presero il titolo di assemblea nazionale. Erano portati al
cielo: non si parlò più dei parlamenti, quantunque eglino con opportune
scritture si fossero sforzati di riguadagnarsi quel favore che per un
nuovo empito popolare s'era voltato all'assemblea.

L'assemblea nazionale, ottenuta la superiorità del terzo stato, abolì
l'inequalità delle imposte, poi i privilegii della nobiltà, poi quelli
del clero, poi la nobiltà ed il clero; ed aboliti la nobiltà ed il
clero, s'incamminava ad indebolire talmente l'autorità regia, ch'ella
non fosse più che un'ombra vana. Il benefizio della equalità era
solamente apprezzato dai buoni; i tristi usavano l'occasione dello
indebolimento del governo. I faziosi dominavano: l'autorità regia non
li poteva frenare, perchè scema di potenza e d'opinione; l'autorità
popolare non ardiva perchè parlavano in nome ed in favor del popolo. In
ogni luogo, sedizioni, incendii e rapine, morti funeste e modi di morte
più funesti ancora, uomini mansueti divenuti crudeli; uomini innocenti
cacciati dai colpevoli; uomini benefici uccisi dai beneficiati. Virtù
in parole, malvagità in fatti. Novelle strane si spargevano ogni
giorno, e quanto più strane, tanto più credute, e tosto si poneva
mano nel sangue o ad ardere i palazzi; nè il sesso nè le età si
risparmiavano; ad ogni voce che si spargesse, il popolo traeva, massime
in Parigi. In mezzo a tutto questo, atti sublimi di virtù patria e di
virtù privata, ma insufficienti pel torrente insuperabile e contrario.
Nè si vedeva fine agli scandali, perchè l'argine era rotto, e fin dove
avesse a trascorrere questo fiume senza freno, nissuno prevedeva.

In fine, dopo molti e varii eventi, l'assemblea con una cotal
costituzione che teneva poco del regio, meno ancora dell'aristocratico,
molto del democratico, rendè il re un nome senza forza; poi venne
l'assemblea legislativa, che il depose; poi il consesso nazionale che
l'uccise. Intanto uccisi o intimoriti i buoni, impadronitisi della
somma delle cose i tristi, la nazione franzese, non trovando più riposo
in sè stessa, minacciava, qual mare ingrossato dalla tempesta, di uscir
da' proprii confini, e di allagare con rovina universale l'Europa.



    Anno di CRISTO MDCCXC. Indizione VIII.

    PIO VI papa 16.
    LEOPOLDO II imperadore 1.


A dì 20 del mese di febbraio del presente anno cessò di vivere in
Vienna, nell'età di quarantanove anni, l'imperatore Giuseppe II,
dopo che i suoi eserciti impadroniti eransi di Belgrado, ed ebbe a
successore il fratel suo granduca di Toscana, sotto il nome di Leopoldo
II, principe filosofo e pacifico, che, sollecitato da una parte dalla
corte di Prussia, dall'altra dal bisogno de' suoi popoli, non tardò a
staccarsi dalla Russia ed a conchiudere una pace parziale coi Turchi.

In più luoghi di questi Annali si è accennato qual fosse il carattere,
quale l'indole, quale la condotta di Giuseppe. Tuttavia porta il pregio
di riferire un brano della Storia d'Italia del cavalier Bossi che in
questo modo riassume l'argomento:

«Abbiamo già notato come in mezzo ad uno zelo ardentissimo per lo
bene e la prosperità de' suoi popoli, non fosse stato dalla opinione
pubblica secondato ne' suoi vasti disegni d'innovazione e di riforma,
tanto nel sistema civile, quanto nell'ecclesiastico. Si dissero
talvolta troppo minuti i suoi regolamenti, troppo precipitose le
sue risoluzioni, soventi volte revocate o modificate, si dissero
troppo gigantesche le sue idee, le quali forse tendevano, al pari di
quelle di Caterina II, a cacciare i Turchi dall'Europa; ma sebbene la
riconoscenza de' popoli pari forse non si mostrasse alla sollecitudine
da esso impiegata nel procurare i loro vantaggi, glorioso nome lasciò
egli per la saviezza di molte leggi e di molti interni regolamenti,
per le sue grandiose istituzioni, per i suoi tentativi medesimi,
sempre diretti alla pubblica utilità ed allo stabilimento dell'ordine,
e grandissima lode ottenne per le sue virtù domestiche, per la sua
affabilità mantenuta costantemente anche col più minuto popolo, per
il disprezzo da esso mostrato verso il lusso e la vana ostentazione,
per il suo allontanamento dai pubblici omaggi, per la sua vita frugale
e laboriosa, per un infaticabile ardore di veder tutto egli stesso
e di informarsi di tutto, per la sua beneficenza verso i più miseri
e per l'attenzione sua continua nello indagare e nel ricompensare
il merito anche nascosto. Gli stranieri, forse più giusti dei di lui
sudditi medesimi, pubblicarono a gara i tratti segreti, o gli aneddoti
più gloriosi della sua vita, i quali provano l'elevatezza della di
lui mente e la professione continua delle massime filantropiche più
virtuose. Un problema politico assai curioso e singolare potrebbe
proporsi: quale andamento, cioè, pigliato avrebbe la rivoluzione
franzese, e quali ne sarebbero stati i risultamenti pegli altri Stati,
e specialmente per l'Italia, se Giuseppe II non fosse stato da immatura
morte colpito.»

Intanto, agli accidenti di Francia, cadevano nelle menti degli uomini
degli altri paesi di Europa varii pensieri. Da principio, quando solo
si trattava della opposizione nata fra il re ed i parlamenti, era sorta
un'aspettazione tuttavia scevra da timore. Ma quando vi si aggiunsero
le insolenze popolari, le rapine e le uccisioni continue, quando si
distrussero, e più ancora quando si schernirono i diritti sopra i quali
erano fondati gli ordini delle monarchie d'Europa, quando s'insultò
il re, quando mani scellerate cercarono la regina per ucciderla,
cominciò alla maraviglia a mescolarsi il timore. Finalmente quando alle
incredibili enormità si aggiunsero quelle compagnie raunate in Parigi
ed affratellate in tutta la Francia, le quali apertamente dichiaravano
volere, con portar la libertà, come dicevano, fra gli altri popoli,
distruggere i tiranni (che con tal nome chiamavano tutti i re),
il timore diventò spavento. Veramente uomini a posta scorrevano la
Germania, massime i Paesi Bassi, e pretendendo magnifiche parole a rei
disegni, insidiavano ai governi, ed incitavano i popoli a cose nuove:
si temeva che, per le sfrenate dottrine tutte le provincie s'empissero
di ribellione. Si aveva anche in Italia avuto odore di tali mandatarii;
i sospetti crescevano ogni giorno. Dava ancora maggior fondamento di
temere il sapersi che si trovavano in tutti i paesi non solo uomini
perversi, i quali pei malvagi fini loro desideravano far novità nello
Stato, ma ancora uomini eccellenti, che levati a grandi speranze dalle
riforme già fatte in que' tempi dai principi, e credendo potersi dare
una maggior perfezione al vivere civile, non erano alieni dal prestar
orecchie alle lusinghevoli parole. Il pericolo si mostrava maggiore in
Germania ed in Italia per la vicinanza de' territorii, per la facilità
e la frequenza del commercio con la Francia, e per la comunanza delle
opinioni.

Tal era la condizione de' tempi. In Italia, il re di Sardegna,
trovandosi il primo esposto, per la prossimità de' luoghi, a tanta
tempesta, aveva più che ogni altro principe cagione di pensare a
provvedere al suo Stato. Del che tanto maggiore necessità il premeva,
che non gli era nascosto che nella parte de' suoi dominii posta oltre
l'Alpi le nuove opinioni si erano largamente sparse, e ch'ella poco
attamente si poteva difendere dagli assalti franzesi, quando si venisse
a rottura di guerra con la Francia. Sapeva di più che i suoi Stati
erano principalmente presi di mira da quella compagnia di propagatori
di scandali che s'era unita in Parigi, secondochè sfacciatamente uno di
loro, favellando in pubblico, aveva predicato.

Per la qual cosa, veduto il pericolo imminente, coloro i quali
reggevano i consigli della corte di Torino, ristrettisi con gli
ambasciatori e ministri degli altri principi d'Italia, rappresentarono
loro che i casi avvenuti nel desolato reame di Francia davano giusta
cagione di timore per la quiete d'Italia; che l'assemblea nazionale,
acciocchè i principi europei non potessero voltare i pensieri loro
agli affari di Francia, pensava, per mezzo di seminatori di scandali
e di ribellione, a turbar la quiete altrui; che già i mali semi
incominciavano a sorgere, stantechè, sebbene fosse stato continuo il
vigilare del governo e continue le provvidenze date, non s'erano potute
evitare le compagnie segrete, ed anche alcuni, quantunque leggieri,
moti nel popolo; che tali ingratissimi effetti si dimostravano più
o meno nelle altre parti d'Italia; che, per verità, attentamente si
affaticavano in ogni luogo i principi per estirpare queste occulte
radici, per chiudere i passi ai malvagi mandatarii, per iscoprir le
congreghe segrete, per allontanar le turbazioni; ma non ravvisarsi
quale de' due alfine avesse a restar superiore, o la vigilanza de'
governi o la pertinacia de' novatori, se non si prendevano nuove e
più accomodate risoluzioni; che la necessità dei tempi richiedeva
che i principi d'Italia si stringessero in una lega comune a quiete e
difesa comune; poichè quello che spartitamente non avrebbero potuto
conseguire, lo avrebbero ottenuto per l'efficacia e pei soccorsi
comuni. Aggiunsero, che, per verità, questo disegno era già loro
venuto in mente da un pezzo, di tanta opportunità egli era; ma che
gli aveva ritratti dal proporlo il sapere, che Giuseppe, imperador
d'Alemagna, pareva volersi condurre ad assaltar con l'armi nel proprio
loro covile que' nemici della umanità e della religione; che ora,
cambiate le circostanze per la morte di Giuseppe, e volti i pensieri
di Leopoldo, suo successore, piuttosto a preservare e conservare il
proprio che ad assalire l'alieno, avvisavano esser tempo opportuno
di ordinare e di stringere i vincoli di una comune difesa; che già il
fuoco era vicino a consumare la Savoia; che il Piemonte era in procinto
di ardere; e chi avrebbe potuto prevedere le calamità d'Italia, se
non si spegnevano queste prime faville? che però, visti i pericoli sì
gravi e sì imminenti, il re giudicava doversi, più presto il meglio,
stringere una lega fra tutti i potentati d'Italia, non già diretta a
danno altrui, ma solo a preservazione propria, a tenersi guardati l'un
l'altro dalle insidie dei mandatarii franzesi, a mantener la quiete
negli Stati, a parteciparsi vicendevolmente le notizie sulle faccende
presenti, e ad aiutarsi con l'armi e coi denari, ove nascesse in questo
luogo od in quello qualche turbazione. Nè pretermisero i ministri sardi
di spiegar meglio quali dovessero essere i membri della lega, nominando
particolarmente il re loro signore, l'imperadore d'Alemagna, la
repubblica di Venezia, il papa, il re di Napoli ed il re di Spagna, per
la parte di Parma. Il re di Sardegna s'era chiarito per alcune pratiche
segrete della mente de' re di Napoli e di Spagna che acconsentivano
ad entrare nella lega; il papa vi si accostava ancor esso, come
quello che ardeva di sdegno a cagione delle innovazioni effettuate in
Francia circa gli interessi spirituali e temporali della religione.
Solo la repubblica di Venezia se ne stava sospesa, considerando
quanto questa lega, ancorchè apparisse pacifica e veramente difensiva,
avrebbe fatto ingrossar l'armi in Italia, e chiamato forti eserciti
di Alemagna, se le cose venute all'estremo avessero necessitato
l'esecuzione: cosa sempre, e non senza cagione, detestata da quella
repubblica. S'aggiungeva, che non avendo essa pur testè voluto
collegarsi con Giuseppe contro il Turco, naturale ed eterno nemico
dello Stato suo, del qual rifiuto ne aveva anche avuto le male parole
da quell'imperatore in Trieste, pareva enorme al senato lo stringersi
ora in alleanza con Leopoldo suo successore in un'impresa evidentemente
dirizzata, quantunque sotto parole velate, contro la Francia, amica
vera e necessaria della repubblica. Nè grande era il timore del senato
delle nuove massime franzesi; poichè la natura italiana molto eminente
negli Stati veneti efficacemente si opponeva alla loro propagazione;
poi le consuetudini da tempi antichissimi radicate nell'animo de'
popoli, e l'amore che portavano al loro governo, non consentivano; ma
erano continue e forti le istanze del re di Sardegna e degli altri
alleati, acciocchè il senato si risolvesse, perchè, se non avevano
molta fede nell'armi venete, avevano gran bisogno del nome e de' denari
della repubblica.

Miravano tutte queste pratiche ad introdurre in Italia le medesime
deliberazioni ch'erano state prese in Germania dall'Austria e dalla
Prussia dopo la morte di Giuseppe e l'assunzione di Leopoldo. Erasi
Leopoldo collegato con Federico Guglielmo di Prussia a sicurezza
comune contro gli appetiti immoderati di Caterina di Russia e contro le
vertigini della Francia. Ma questa congiunzione tendeva a difendersi,
non ad offendere; i trattati di Pavia e di Pilnitz, in cui si suppose
essere poi stata stipulata la guerra e lo smembramento della Francia,
furono trovati e menzogne politiche per apporre a Leopoldo risoluzioni
guerriere ed ostili che non lece, e per istimolare a maggior empito i
Franzesi, che già con tanto empito correvano.

Primo a risentire in Italia i danni della rivoluzione franzese fu il
papa. Una commozione in Avignone accaduta, e cui tornarono indarno
tutte le pratiche del vicelegato pontificio per sedare, non meno
che quelle d'uno special commissario colà dal papa spedito, terminò
colla dichiarazione della propria indipendenza che gli Avignonesi
fecero, in pari tempo a grandi istanze, chiedendo d'essere incorporati
alla repubbica franzese. Così cessò dopo quattro secoli e mezzo la
dominazione pontificia in Avignone.



    Anno di CRISTO MDCCXCI. Indizione IX.

    PIO VI papa 17.
    LEOPOLDO II imperadore 2.


Nel mese di marzo di quest'anno divenne Venezia albergo di molti
principi, che vi si trovarono uniti tutti ad un tempo stesso, cioè
l'imperatore Leopoldo II, sotto il nome di conte di Burgau, il re
e la regina di Napoli, il nuovo granduca e la nuova granduchessa di
Toscana, gli arciduchi Carlo e Leopoldo, palatino d'Ungheria, preceduti
dall'arciduca Ferdinando e dall'arciduchessa sua moglie. Se durante
la loro dimora festeggiati fossero gl'illustri personaggi, non è da
domandarsi a chi già sa con che magnificenza, con che splendidezza la
veneziana repubblica accogliesse nella sua capitale, ospiti graditi,
i principi ed i sovrani esteri. Balli, accademie, luminarie, regate,
e cent'altri passatempi, tutti sontuosi e ogni giorno svariati, si
succedevano l'uno all'altro, quasi direbbesi, senza interruzione. Al
che se aggiungasi lo spettacolo veramente imponente della città, regina
del mare, in sè medesima, colle cospicue sue fabbriche, colla sua
singolare configurazione, non dubitare si può che gli augusti ospiti
non avessero dal soggiorno loro avuto sommo piacere.

Partiti da Venezia essi principi, si avviarono verso la Toscana. Già
a nome del nuovo granduca Ferdinando III era stato dal consiglio di
reggenza preso il possesso del granducato. Leopoldo si trattenne per
alcuni giorni a Firenze, ed allora fu veduta a pubblicare l'opera,
che già altrove accennammo, intitolata: _Il governo della Toscana
sotto il regno di Leopoldo_. Con irrefragabili documenti da tale opera
risultava che nell'anno 1765, epoca dell'avvenimento al trono del
granduca Leopoldo, l'entrate pubbliche del granducato montavano ad
otto milioni novecento cinquantotto mila seicento ottantacinque lire
di Firenze, e nell'anno 1789, ultimo del suo regno, ascesero a dieci
milioni cento novantasette mila seicento cinquantaquattro lire: aumento
tanto più ragguardevole e degno di maggior encomio, che Leopoldo, come
abbiam veduto, avea scemato le pubbliche contribuzioni e tolto via
non pochi aggravii, sì che tutto fu effetto della maggior industria,
della popolazione maggiore e del più esteso commercio della Toscana.
Tanto accrescimento di rendite, tranne quattro milioni che si trovarono
in essere nel 1789, fu dal buon principe speso tutto a sollievo dei
proprii sudditi o per ristorarli da calamità, o per proteggere le arti
e promuovere l'industria ed ogni ramo di pubblica utilità.

Il vescovo di Pistoia Scipione Ricci, contro il quale erano nell'anno
precedente scoppiate sommosse, prima in Pistoia stessa, poi a Prato
e nel rimanente della diocesi, dovette fuggire, e gli stessi capitoli
delle due cattedrali si dichiararono contro di lui. Si presentò egli
a Leopoldo; partito lui, presentossi al successore Ferdinando; ma le
sue riforme furono abbandonate; e Ricci, non potendo rientrare nella
diocesi, dove tutti gli animi erano esacerbati, rinunziò al vescovato,
tale risoluzione partecipando al papa con una lettera, in cui
protestava della sua devozione e sommissione, ed alla quale Pio VI si
piacque rispondere in modo affettuoso.

Il re e la regina di Napoli da Firenze passarono a Roma. In tre
abboccamenti dal re avuti col papa, gettaronsi i primi fondamenti della
concordia, che non potuta conchiudersi nel congresso a Castellone,
tenuto tra il cardinale Campanelli e l'Acton, primo ministro del
re, ebbe effetto nei maneggi di Napoli, in resultato dei quali fu
convenuto: ogni nuovo re, salendo al trono, pagasse cinquecento mila
ducati in forma di pia offerta a San Pietro; godesse egli la nomina a
tutti i vescovati; nominasse il papa a tutti i benefizii subalterni,
purchè l'elezione sopra sudditi regnicoli cadesse; in quanto alle
sedi episcopali, il papa eleggesse fra i tre candidati che la corte
proponesse; in avvenire alla corte di Roma per le cause matrimoniali si
ricorresse; per questa volta il pontefice tutte le dispense, concesse
dai vescovi napolitani, confermasse; con questo, la cerimonia della
chinea per sempre cessasse.



    Anno di CRISTO MDCCXCII. Indizione X.

    PIO VI papa 18.
    FRANCESCO II imperadore 1.


Quella inesorabil morte che la temuta falce ruota a cerchio ciecamente,
mietendo le vite dei monarchi non meno che quelle de' più meschini
mortali, tolse del mondo un gran principe; Leopoldo imperadore morì
il dì 10 di marzo del presente anno in età di soli quarantaquattro
anni. L'immatura perdita, che in Europa diede luogo alle più strane
conghietture, fu dai più saggi attribuita ad una dissenteria che
da lungo tempo lo travagliava, all'uso troppo frequente di aromati
irritanti, ed all'indebolimento che le continue e gravissime
occupazioni portato avevano al di lui temperamento. Giunto al trono
imperiale dalla Toscana, questo principe vi aveva portato i medesimi
principii, le medesime viste, il medesimo zelo per l'avantaggio
dei sudditi, e dato aveva al suo regno uno splendore che tanto più
singolare riusciva quanto più difficili erano i tempi, angosciose le
circostanze. Collegato erasi egli destramente coll'Inghilterra, affine
di frenare l'ardore delle conquiste di Caterina II ed accelerare
la pace tra quella sovrana e la Porta; ricuperata aveva in parte la
autorità sua sovra i Paesi Bassi, contratta un'alleanza colla Prussia,
e assicurati tutti i rami dell'amministrazione della vastissima
monarchia, e tutto questo in due soli anni. Tra le sue doti più
singolari fu commendata la sua affabilità; nel di lui palazzo ammesso
era il povero ugualmente che il ricco; nella Toscana, destinati
aveva tre giorni della settimana, solo per ascoltare le domande
degl'infelici, e passato alle sede dell'impero, ancora lasciava libero
l'accesso a chiunque alla di lui persona, e pochi giorni perfino avanti
la sua morte dato aveva pubblica udienza. Il dolore, che provato aveva
la Toscana alla sua partenza, divenne, alla epoca della morte di lui,
comune a tutta la monarchia, e pochi principi lasciarono al pari di lui
vivo il desiderio ne' sudditi e gloriosa dovunque la rimembranza.

Morto Leopoldo, ed assunto al trono il suo figliuolo Francesco,
principe giovane ed ancora nuovo nelle faccende, i negozii pubblici
si piegarono a diverso fine. Caterina di Russia, la quale, visto
il procedere temperato di Leopoldo e di Federigo Guglielmo, si era
costituita pubblicamente, volendo pur muovere qualche cosa in Europa,
la protettrice dell'antico governo di Francia, dimostrava con molte
protestazioni volerlo ristaurare. Molte cose diceva continuamente
Caterina ed insinuava destramente nell'animo dei principi, massime di
Francesco II e di Federigo Guglielmo. Nè mancarono a sè medesimi in
tale auguroso frangente i fuorusciti franzesi, e più i più famosi ed i
più eloquenti, i quali erano indefessi nell'andar di corte in corte, di
ministro in ministro, per raccomandar la causa del re, la causa stessa,
come affermavano, dell'umanità e della religione. A queste instigazioni
l'imperatore Francesco, che giovane d'età avea già assaggiato la guerra
all'assedio di Belgrado, deposti i pensieri pacifici di Leopoldo, e
non dando ascolto ai ministri, nei quali aveva suo padre avuto più
fede, accostossi ai consigli di quelli che, consentendo colla Russia,
lo esortavano ad assumere l'impresa ed a cominciar la guerra. Dal
canto suo, Federigo Guglielmo, principe di poca mente, ma d'indole
generosa, impietositosi alle disgrazie della casa reale di Francia,
e ricordandosi della gloria acquistata da Federigo II, si lasciò
persuadere, e postosi in arbitrio della fortuna, corse anche egli
all'armi contro la Francia.

Noi non descriveremo nè la lega che seguì tra la Russia, l'Austria
e la Prussia, nè il congresso di Magonza, nè la guerra felicemente
cominciata e più felicemente terminata nelle pianure della Sciampagna:
quest'incidenza troppo ci allontanerebbe dall'Italia. Incredibile era
l'aspettazione degli uomini in questa provincia, e ciascuno formava in
sè varii pensieri secondo la varietà dei desiderii e delle opinioni. Il
re di Sardegna, spinto sempre dalla brama di far chiaro il suo nome per
le imprese d'armi, stimolato continuamente dai fuorusciti franzesi, che
in grandissimo numero s'erano ricoverati ne' suoi Stati, e lasciandosi
tirare alle loro speranze, aveva meglio bisogno di freno che di sprone.
Intanto non cessava di avviar soldati, armi e munizioni verso la Savoia
e nella contea di Nizza, parti del suo reame solite a sentir le prime
percosse dell'armi franzesi, e donde, se la guerra dal canto suo fosse
amministrata con prospero successo, poteva penetrar facilmente nelle
viscere delle province più popolose e più opime della Francia. Nè
contento alle dimostrazioni, ardeva di desiderio di venirne prestamente
alle mani, persuadendosi che le soldatesche franzesi, come nuove e
indisciplinate, non avrebbero osato, non che altro, mostrar il viso
a' suoi prediletti soldati. Ma o che l'Austria e la Prussia abbiano
creduto di terminar da sè la bisogna, marciando sollecitamente contro
Parigi, o che credessero pericoloso pel re di Sardegna lo scoprirsi
troppo presto, lo avevano persuaso a temporeggiare fino a tanto che
si fosse veduto a che termine inclinasse la guerra sulle sponde della
Marna e della Senna.

La subitezza di Vittorio Amedeo e la lega dei re contro la Francia
diedero non poco a pensare al senato veneziano, e lo confermarono
vieppiù nella risoluzione presa di non pendere da nissun lato,
quantunque la corte di Napoli gli facesse frequenti e vivissime
istanze, affinchè aderisse alla lega italica. Ma prevedendo le ostilità
vicine anche dalla parte d'Italia, il che gli dava sospetto che navi
armate di potenze belligeranti potessero entrare nel golfo e turbar i
mari, e forse ancora che altri potentati d'Italia, non forti sull'armi
navali, gli domandassero aiuti per preservar i lidi dagl'insulti
nemici, ordinò che le sue armate, che, ritornate dalla spedizione
contro Tunisi, stanziavano nelle acque di Malta e nelle isole del mar
Ionico, se ne venissero nell'Adriatico. E veramente essendo stato
richiesto poco dopo dai ministri cesareo e di Toscana che mandasse
navi per proteggere Livorno ed il litorale pontificio, rispose di aver
deliberato di osservar la neutralità molto scrupolosamente: la qual
deliberazione convenirsegli e per massima di Stato e per interesse dei
popoli.

Il re di Napoli, stimolato continuamente dalla regina e dal debito del
sangue verso i reali di Francia, andava affortificandosi coll'armi
navali e terrestri; ma non si confidava di scoprirsi apertamente,
perchè sapeva che una forte armata franzese era pronta a salpare dal
porto di Tolone; nè era bastante da sè a difendersi dagli assalti di
lei, nè appariva alcun vicino soccorso d'Inghilterra, non essendosi
ancora il re Giorgio chiarito del tutto, se dovesse continuar nella
neutralità o congiunger le sue armi con quelle dei confederati. Perciò
se ne giva temporeggiando con gli accidenti. Solo si apparecchiava a
poter prorompere con frutto in aperta guerra quando fosse venuto il
tempo, e teneva più che poteva le sue pratiche segrete.

Il granduca di Toscana, principe savio, stava in non poca apprensione
pei traffici di Livorno; però schivava con molta gelosia di dar
occasione di tirare a sè la tempesta, che già desolava i paesi lontani
e minacciava i vicini.

Il papa non poteva soffrire indifferentemente le novità di Francia in
materia religiosa. Ma l'assemblea costituente, astutamente procedendo,
ed andando a versi alla natura di lui alta e generosa, protestava
volersene star sempre unita col sommo pontefice, come capo della Chiesa
cattolica, in quanto spetta alle materie spirituali. Chiamavanlo padre
comune, lo salutavano vicario di Dio in terra. Queste scaltre lusinghe
venute da un'assemblea di cui parlava e per cui temeva tutto il mondo,
avevano molta efficacia sulla mente del pontefice, e già si lasciava
mitigare. Ma succedette all'assemblea costituente, la quale, benchè
proceduta più oltre che non si conveniva, aveva nondimeno mostrato
qualche temperanza, l'assemblea legislativa ed il consesso nazionale,
che, disordinatamente usando la potestà loro, diedero senza freno in
ogni sorta di enormità. Pio VI, risentitosi di nuovo gravissimamente,
fulminò interdetti contro gli autori delle innovazioni, e condannò
sdegnosamente le dottrine dei novatori circa le materie religiose.
Allora fu tentato dallo imperadore d'Alemagna e dai principi d'Italia
che seguitavano le sue parti. Nè fu vana l'opera loro; perchè il
pontefice, parendogli che alla verità impugnata della religione,
alla necessità contraddetta delle discipline, ed alla dignità offesa
della Sedia apostolica fosse congiunta la sicurezza dei principi e la
protezione degli afflitti, ministerio vero e prediletto del successore
di Cristo, prestò orecchio alle nuove insinuazioni, ed entrò volentieri
nella lega offensiva contro la Francia.

La repubblica di Genova fu poco tentata dagli alleati o per disegni
che si facevano sopra di lei, o perchè la credevano troppo dipendente o
troppo vicina della Francia. Dimostrossi neutrale con un gran benefizio
dei sudditi, che, tutti intenti al commercio di mare con la Francia,
navigavano sicuramente nelle acque della riviera di ponente.

Così erano in Italia nel corso del presente anno timori universali;
armi potenti ed aperte con un'accesa voglia di combattere in Piemonte;
preparamenti occulti in Napoli; desiderio di neutralità in Toscana;
armi poche ed animo guerriero in Roma; neutralità dichiarata nelle
due repubbliche. Queste erano le disposizioni dei governi; ma varii
si dimostravano gli umori dei popoli. In Piemonte per la vicinanza
le nuove dottrine si erano introdotte, e quantunque non pochi
per le enormezze di Francia si fossero ritirati, alcuni ancora vi
perseveravano. In Milano le novità avevano posto radice, ma molto
rimessamente, siccome in terreno molle e dilettoso. In Venezia, per
l'indole molto ingentilita dei popoli, gli atroci fatti avevano destato
uno sdegno grandissimo, e poco si temevano gli effetti dell'esempio,
massime con quel tribunale degl'inquisitori di Stato, quantunque fosse
divenuto più terribile di nome che di fatto. Gli Schiavoni ancora
servivano di scudo, siccome gente aliena dalle nuove opinioni, e
fedelissima alla repubblica. In Napoli covava gran fuoco sotto poca
cenere, perchè le opinioni nuove vi si erano molto distese e il cielo
vi fa gli uomini eccessivi. In Roma, fra preti che intendevano alle
faccende ecclesiastiche, ed un numero esorbitante di servitori che a
tutt'altro pensavano che a quello che gli altri temevano, si poteva
vivere a sicurtà. In Toscana, provincia dove sono i cervelli sottili
e gli animi ingentiliti, poco si stimavano i nuovi aforismi, e la
felicità del vivere vi faceva odiar le mutazioni. In Genova poi erano
molti e fortemente risentiti gli umori; ma siccome vi si lasciavano
sfogare poco erano da temersi, ed i rivolgimenti non fanno per chi vive
sul commercio.

La Francia intanto venuta in preda ad uomini senza freno e senza
consiglio, vedendo la piena che le veniva addosso, volle accoppiare
all'armi le lusinghevoli promesse e le disordinate opinioni. Però i
suoi agenti sì pubblici che segreti riempivano l'Italia della fedeltà
del governo loro e delle beatitudini della libertà. Affermavano non
voler la Francia ingerirsi nei governi altrui; voler esser fedele coi
fedeli, rispettare chi rispettava. Queste erano le parole, ma i fatti
avevano altro suono; imperciocchè e cercavano di stillare le nuove
massime nell'animo dei sudditi con rigiri segreti, mostravano loro il
modo di unirsi, loro promettevano aiuti di consiglio, di denaro e di
potenza, e, tentando ogni modo ed ogni via, si sforzavano di scemar
la forza dei governi, con torre loro il fondamento della fedeltà dei
sudditi.

Chi raccontasse ciò che allegavano le due contrarie parti, quantunque
dicesse cose enormi, ma non tali che di più enormi ancora non se ne
facessero, farebbe vedere quanto sieno intemperanti gli uomini quando
sono mossi da passioni politiche; imperciocchè l'una parte errava
per aver portato troppo oltre le riforme, l'altra per averle fatte
degenerare in eccessi enormi pel contrasto da loro fatto anche alle più
utili e giuste; gli uni per aver posto le mani nel sangue, gli altri
per volervele porre. In mezzo a tutto, le parole dei novatori avevano
più forza sull'animo dei popoli che quelle dei loro avversarii, perchè
i popoli sono sempre cupidi di novità; poi coloro che si cuoprono col
velame del ben comune, hanno più efficacia di quelli che pretendono
i privilegii. Laonde l'Europa era piena di spaventi, e si temevano
funesti incendii per ogni parte.

Intanto, essendo accesa la guerra fra l'Austria e la Francia, l'una
e l'altra di queste potenze applicavano l'animo alle cose d'Italia;
la prima per conservare quello che vi possedeva, la seconda per
acquistarsi quello che non possedeva, od almeno per potervi sicuramente
avere il passo, col fine di andar a ferire sul fianco il suo nemico.

Dall'altro lato, il governo di Francia aveva spedito agenti segreti
e palesi per domandare, parte con minaccie, parte con preghiere, ai
governi d'Italia o lega o passo o neutralità. Fra gli altri Ugo di
Semonville fu destinato ad andare a specular lo cose in Piemonte
ed a tentar l'animo del re, affinchè negli accidenti gravi che si
preparavano si dimostrasse favorevole alla Francia. Aveva carico di
proporre a Vittorio Amedeo di collegarsi con la Francia e di dare
il passo agli eserciti franzesi perchè andassero ad assaltare la
Lombardia Austriaca; con ciò la Francia gli guarentirebbe i suoi
Stati, raffrenerebbe gli spiriti turbolenti in Piemonte ed in Savoia,
cederebbe in potestà di lui quanto si sarebbe conquistato con l'armi
comuni in Italia contro l'imperadore. Il re si era risoluto a non
udire le proposte, sì perchè temeva, nè senza ragione, d'insidie,
sì perchè la sua congiunzione con l'Austria già era troppo oltre
trascorsa. Infatti già calavano Tedeschi dal Tirolo, e s'incamminavano
a gran passo verso il Piemonte. Il perchè, giunto essendo Semonville
ad Alessandria, fu spedito ordine al conte Solaro governatore che nol
lasciasse procedere più oltre, anzi gl'intimasse di tornarsene fuori
degli Stati del re, usando però col ministro franzese tutti quei
termini di complimento che meglio sapesse immaginare. Solaro, uomo
assai cortese ed atto a tutte le cose onorate, eseguì prudentemente gli
ordini avuti. Tornossene Semonville a Genova.

Il fatto fu gravissimamente sentito a Parigi. Il giorno 15 settembre
di questo anno, Dumourier, ministro degli affari esteri, favellando
molto risentitamente al consesso nazionale del governo di Piemonte, e
lamentandosi con apposito discorso dell'affronto fatto alla Francia
nella persona del suo ambasciatore in Alessandria, concluse doversi
dichiarar la guerra al re di Sardegna. Quivi levossi un rumore
grandissimo; chè le parole di despota, di tiranno, di nemico del genere
umano andarono al colmo. In somma fu chiarita solennemente la guerra
tra la Francia e la Sardegna.

Di già il giorno 10 dello stesso mese il consiglio esecutivo
provvisorio aveva spedito ordine al generale Montesquiou, cupo
dell'esercito, che raccolto nell'alto Delfinato minacciava la Savoia,
di assaltar questa provincia, e cacciate l'armi piemontesi oltremonti,
di usare quelle maggiori occasioni che gli si offrirebbero. Questo fu
il primo principio di tutti quei mali che patì Italia per tanti anni,
e che empierono tutto il corpo suo di ferite che non si potranno così
facilmente sanare.

Il re di Sardegna, come prima fu incominciata la guerra tra la Francia
e le potenze confederate di Germania, aveva con grandi speranze fatto
notabili apparecchi in Savoia e nella contea di Nizza. Ma le vittorie
dei Franzesi nella Sciampagna cambiarono le condizioni della guerra,
ed il re, invece di conquistare i paesi d'altri, dovette pensare a
difendere i proprii. Erano le sue condizioni assai peggiori di quelle
dei Franzesi; poichè nei due paesi contigui in cui si doveva far la
guerra, la Savoia parteggiava pei Franzesi, il Delfinato non solo
non parteggiava pei Piemontesi, ma loro era anche nimicissimo; che
anzi questa provincia si era mostrata molto propensa alle mutazioni
che si erano fatte e si facevano; sicchè i Franzesi avevano favore
andando avanti, sicurezza andando indietro; il contrario accadeva ai
Piemontesi.

Non ostante tutto questo, i capi che governavano le cose del re
di Savoia, se ne vivevano con molta sicurezza. Soli coi fuorusciti
franzesi che loro stavano continuamente intorno, non vedevano ciò che
era chiaro a tutto il mondo: improvvidi, che non conobbero che male con
le ire e con la imprudenza si reggono i casi umani.

Il cavaliere di Colegno, comandante di Ciamberì, oltre la sua credulità
verso i fuorusciti e verso un generale di Francia che, per ispiare,
il veniva a trovare in abito e sotto nome di prete irlandese, con
duro governo asperava i popoli, soffio imprudente sur un fuoco
che già si accendeva. Assai miglior animo aveva il conte Perrone,
governator generale della Savoia, ma in mezzo a tanti sfrenati non
aveva quell'autorità e quel credito che in sì pericoloso accidente si
richiedevano; ed anch'egli dava fede alle novelle del prete irlandese.
Il cavaliere di Lazari governava l'esercito; capitano certamente poco
atto a sostenere le guerre vive dei Franzesi.

Adunque, tali essendo le condizioni della Savoia, nel mese di settembre
si aperse la via alle future calamità. I capi dell'esercito, vivendo
sempre nella solita sicurezza, nè potendo credere sì vicino un assalto,
invece di allogar le truppe in pochi luoghi, ma forti, ed ai passi,
le avevano sparse qua e là senza alcun utile disegno, talmente che
ed erano inabili al resistere al nemico ovunque si appresentasse, ed
incapaci a rannodarsi subitamente dove gli assaltasse.

Il prete irlandese stava loro a' fianchi, e raccontava loro le più
gran novelle dei mondo, ed ei se le credevano. I fuorusciti franzesi,
che pure incominciavano a temere, dimandarono se vi fosse pericolo;
risposero del no; e mordevano il conte Bottone di Castellamonte, il
quale, essendo intendente generale della Savoia, da quell'uomo fine e
perspicace ch'egli era, avendo bene penetrate le cose, aveva domandato
soldati al governatore per iscorta al tesoro che voleva far partire
alla volta del Piemonte. Certo impossibil cosa era il difendere la
Savoia, massime dopo le disgrazie de' confederati; non istanziavano in
questa provincia più di nove in dieci mila soldati; ma siccome erano
buoni, così, se fossero stati retti da capitani pratici, e posti ai
passi opportuni, avrebbero almeno fatto una difesa onorata e ritardato
l'impeto del nemico. Ma agli sparsi mancò l'ordine; il riunirli fu
impossibile in accidente tanto improvviso.

Intanto il generale Montesquiou, avuto comandamento d'incominciar
la guerra, dal campo di Cessieux, dove alloggiava con l'esercito
raccolto, in cui si noveravano circa quindici mila combattenti, gente
se non molto disciplinata, certo molto ardente, andò a porsi agli
Abresti, donde spedì ordine al generale Anselmo, che, passato il
Varo, assaltasse nel tempo medesimo la contea di Nizza, presidiata
da genti poco numerose, che obbedivano al conte Pinto. Queste mosse
doveva anche aiutare dalla parte del mare il contrammiraglio Truguet,
il quale, partito da Tolone con un'armata di undici legni de' più
grossi ed alcuni più sottili, e due mila soldati di sopraccollo, se ne
giva correndo le acque di Villafranca sino al golfo di Juan, pronto a
sbarcar le genti ovunque l'opportunità si fosse scoperta.

Montesquiou, lasciati prestamente gli Abresti, se ne venne con tutto
l'esercito a posarsi al forte di Barraux vicino a due miglia dalle
frontiere della Savoia, donde disegnava di dar principio alla guerra.
Era suo pensiero di assaltare col grosso dell'esercito Chapareillan,
o Sanparelliano, che si voglia dire, ed il castello delle Marcie, per
poscia camminar velocemente alla volta di Ciamberì. Nel medesimo tempo,
per tagliar il ritorno al nemico, spediva due grosse bande, delle
quali una, radendo la riva sinistra del fiume Isero, doveva chiudere il
passo di Monmeliano, e l'altra dal Borgo d'Oisans, valicando gli aspri
monti che dividono la valle della Romanza da quella dell'Arco, serrare
al tutto la strada della Morienna; nel qual caso tutto l'esercito
piemontese sarebbe stato o preso ai passi, o poca parte se ne sarebbe
potuta salvare per le strade aspre e difficili della Tarantasia. Se
non che, una piena improvvisa dell'Isero, che, rotti i ponti, non
permise il passo, e la quantità delle nevi cadute molto per tempo sugli
altissimi monti del Galibiero, resero senza effetto queste due ultime
fazioni.

I Piemontesi, svegliati finalmente dal suono dell'armi franzesi,
tentarono di fortificarsi con artiglierie presso Sanparelliono agli
abissi di Mians, donde tempestare pensavano di traverso con palle sul
passo per mezzo d'artiglierie poste sul castello delle Marcie. Ma a
questo non ebbero tempo; le artiglierie non erano ancora ai luoghi
loro, quando la notte del 21 settembre, tirando venti orribili, e
cadendo una grossissima pioggia, il generale Laroque, a ciò destinato
dal generale Rossi, partito con grandissimo silenzio dal campo di
Barraux, se ne marciò contro Sanparelliano con una forte schiera.
E come disegnava, così gli riuscì di fare; s'impadronì in mezzo a
quella oscurità improvvisamente della terra, e, se non fosse stato il
tempo sinistro, avrebbe anco presa quella mano di Piemontesi che la
difendevano. Ma, avuto a tempo sentore dell'approssimarsi del nemico,
si ritirarono a salvamento.

Perduto Sanparelliano con gli abissi di Mians, i capi Piemontesi, privi
di consiglio, abbandonarono frettolosamente i castelli delle Marcie, di
Bellosguardo, di Aspromonte e la Madonna di Mians. Così le fauci dalla
Savoia vennero da quel lato in poter de' Franzesi. Ma Montesquiou,
usando celeremente la vittoria, e prevalendosi della rotta del nemico,
si spinse avanti dal castello delle Marcie con due brigate di fanteria,
una di dragoni e venti bocche da fuoco, alle quali fece tener dietro
come retroguardo da due altre brigate di fanteria, una di cavalleria,
parimente con molti cannoni. Così tagliò e divise in due l'esercito
piemontese; una parte fu costretta a ritirarsi verso Anecì, l'altra
verso Monmeliano: gli rimase la strada per Ciamberì, capitale della
provincia. Ma già il terrore ne aveva cacciato i regi; e sì grande fu
la subitezza dello spavento loro, che i Franzesi, temendo d'insidie,
non s'ardirono di entrar incontanente nella città che se ne stette
posta in propria balìa alcuni giorni. In sì pericoloso passo non vi fu
tumulto, non insulto, non saccheggio di sorte alcuna, tanta è la bontà
e la civiltà di quel popolo: vi arrivarono i Franzesi; furonvi accolti
con tutte quelle dimostrazioni di allegrezza che portavano le opinioni.

Montesquiou andava molto cauto nello spignersi avanti, perchè non
avendo ancora avuto notizia dell'assalto che doveva dare Anselmo
a Nizza, e vedendo la celerità incredibile delle genti sarde nel
ritirarsi, dubitava ch'elleno marciassero velocemente a quella banda
per opprimere l'esercito che militava sotto quel generale. Si spargeva
ancor voce che i Piemontesi, forti di sito e provveduti di munizioni da
guerra e da bocca, si erano fermati alle montagne delle Boge o Bauge,
che separano Ciamberì dall'Isero, per ivi fare una testa grossa, e
passarvi l'inverno. Però deliberossi di sostare alquanto per ispiar
meglio le cose e per aspettare che portassero i tempi dal canto delle
Alpi marittime. La rotta de' soldati reali fece cadere in mano de'
Franzesi dieci cannoni, quantità grande di polvere, di palle, di casse
e d'altri arnesi da guerra, con magazzini pienissimi di foraggi e di
vettovaglia.

Dalla parte di Nizza non dimostrarono i capi piemontesi miglior
consiglio nè miglior animo che in Savoia. Conciossiachè non così tosto
ebbero avviso che Anselmo aveva passato il Varo, fiume che divide i
due Stati, la notte del 23 settembre, dandosi precipitosamente alla
fuga, abbandonarono la città di Nizza, e già davano mano a votare
con grandissima celerità quanto si trovava nel porto di Villafranca.
I Franzesi, usando prestamente il favore della fortuna, corsero a
Villafranca; e minacciato di dare la scalata, il comandante si diede
a discrezione con ducento granatieri, ottimi soldati, ed alcune bande
di milizie, lasciando in preda al nemico cento pezzi d'artiglieria
grossa, una fregata, una corvetta e tutti i magazzini reali. Così
la parte bassa della contea di Nizza venne in poter dei Franzesi con
incredibile celerità e facilità. Solo si teneva ancora pel re il forte
di Montalbano, ma poco stante si arrese ancora esso a patti. A queste
vittorie contribuì non poco l'ammiraglio Truguet con la sua armata,
che, dando diversi riguardi ai Piemontesi, gli teneva in sospetto
d'assalti da ogni banda, e loro fece precipitar il consiglio di
ritirarsi dal littorale.

Anselmo, avuta Nizza, Villafranca e Montalbano, si spinse avanti per
la valle di Roia, e non fece fine al perseguitare se non quando arrivò
a fronte di Saorgio, fortissimo castello che chiude il passo da quelle
parti, ed è come un antemurale del colle di Tenda. Ma, alcuni giorni
dopo, le genti piemontesi, avuto un rinforzo d'un grosso corpo di
Austriaci, ed assaltato con molto impeto il posto di Sospello, se ne
impadronirono. Nè molto tempo vi dimorarono, perchè, ritornato Anselmo
col grosso di tutto l'esercito, se lo riprese, e di nuovo Saorgio
divenne l'estremo confine dei combattenti.

Queste spedizioni dei Franzesi nella provincia di Nizza costarono poco
sangue; perchè la ritirata dell'esercito sardo fu tanto presta, che
non successero che poche e leggieri avvisaglie; nè i conquistatori
si scostarono dai termini della umanità e della moderazione. Assai
diverso da questo fu il destino dell'infelice Oneglia; poichè,
accostatasi l'armata del Truguet a quel lido, e mandato avanti un
palischermo per negoziare, gli furon tirate le schioppettate, per le
quali furono uccisi o feriti parecchi, caso veramente deplorabile, e
non mai abbastanza da biasimarsi. Però l'armata franzese, accostatasi
vieppiù, e schieratasi più opportunamente che potè; cominciò a trarre
furiosamente contro la città. Quando poi, per il fracasso, per la
rovina, per le ferite e per le morti, l'ammiraglio credè che lo
spavento avesse fatto fuggire i difensori, sbarcò le genti che aveva
a bordo, le quali, unite ai marinai, s'impadronirono della città,
e la posero miserabilmente a sangue, a sacco ed a fuoco. Questa fu
mera vendetta dei violati messaggieri di pace: Oneglia, luogo di poco
profitto, fu dai Franzesi abbandonata, e l'armata loro, toccata Savona,
e posatasi alquanto nel porto di Genova, se ne tornò poco tempo dopo a
Tolone.

Essendosi oramai tanto avanzata la stagione che non si potea
guerreggiare se non con molto disagio, si posarono dalle due parti
l'armi tutto l'inverno, attendendo a far apparecchi più che potevano
gagliardi per tornar sulla guerra con frutto tosto che il tempo
s'intiepidisse. In mezzo a questo silenzio dell'armi nulla decorse che
sia degno di memoria, se non la differenza del procedere dei Savoiardi
e de' Nizzardi verso i Franzesi, avendo i primi mostrato molta
inclinazione per loro e desiderio di accomodarsi alle foggie del nuovo
governo: al contrario, i secondi fecero pruova di molta avversione e di
volersene rimanere nei termini del governo antico.

Pervenuta a notizia di Montesquiou la conquista di Nizza, si mise in
sul voler cacciar del tutto le genti sarde dalla Savoia. A questo fine
ordinò a Rossi che, cacciandosi avanti le truppe del re, le spingesse
fino al Cenisio per la Morienna, ed a Casabianca fino al piccolo San
Bernardo per la Tarantasia: il che eseguirono con grandissima celerità,
e quasi senza contrasto da parte del nemico. Anzi è da credere che se
Montesquiou, invece di soprastarsi, come fece, per aspettar le nuove di
Nizza, fosse dopo la conquista di Ciamberì camminato con la medesima
celerità, si sarebbe facilmente impadronito di queste due sommità
delle Alpi con grande suo vantaggio, e con maggiore speranza di andar
a ferire, alla stagione prossima, il cuore stesso del Piemonte, tanta
era la confusione delle genti regie. Aix, Annecì, Rumillì, Carouge,
Bonneville, Tonon e le altre terre della Savoia settentrionale,
abbandonate dai vinti, riconobbero l'imperio dei vincitori. Così questa
provincia venne tutta in potestà dei Francesi. La quale possessione per
quell'inverno fu loro assicurata dalle nevi strabocchevolmente cadute
sui monti, le quali indussero da questa banda la medesima cessazione
dall'armi, ed anche più compiuta, che era prevalsa nelle Alpi
marittime.

In cotal modo un paese pieno di siti forti, di passi difficili, di
torrenti precipitosi, fu perduto pel re di Sardegna, senza che nella
difesa del medesimo si sia mostrato consiglio o valore. Del qual
doloroso caso si deve imputar in parte il re medesimo, per aversi
voluto scoprire, a cagione de' suoi pensieri tanto accesi alla guerra,
molto innanzi che gli aiuti austriaci arrivassero in forza sufficiente
e per aver dato il più delle volte i gradi militari a coloro che più
miravano a comparire, che ad informarsi dell'arte difficile della
guerra. Certamente error grande fu quel di Vittorio di metter l'abito
militare ad ogni giovane cadetto che si appresentasse, e di mandarli
sulle prime alla guerra, come se l'arte della guerra ed il rumor
dei cannoni non fossero cose da far sudare e tremare anche i soldati
vecchi. I nobili poi ci ebbero più colpa del re, pel disprezzo, non
saprebbesi se dire ridicolo od assurdo, in cui tenevano i Franzesi.
Pure fra di loro non pochi erano che, modesti e valorosi uomini
essendo, detestavano i male avvisati consigli, e sentivano sdegno
grandissimo della vergogna presente.

La rotta di Savoia, già sì grave in sè stessa, fu anche accompagnata da
accidenti parte terribili, parte lagrimevoli. Pioggie smisurate, strade
sprofondate, carri rotti, soldati alla sfilata parte armati, parte no,
gente fuggiasca di ogni grado, di ogni sesso e di ogni età, terribili
apparenze e di cielo e di uomini e di terra. Ma fra tutti movevano
compassione grandissima i fuorusciti franzesi, i quali, confidandosi
nelle parole dei capitani regi, eransi soprastati a Ciamberì fino
agli estremi, ed ora cacciati dalla veloce furia che loro veniva
dietro, non potevano nè stare senza pericolo; nè fuggire con frutto,
imperciocchè a chi mancava il danaro per povertà, a chi la forza per
infermità, a chi le bestie ed i carri per trasferirsi, perchè non se
ne trovavano per prestatura nè amichevole nè mercenaria, ed in tanto
scompiglio era venuto meno il consiglio di prevedere e di provvedere.
Spettacolo miserando era quello che si vedeva per le strade che portano
a Ginevra ed a Torino, tutte ingombre di gente caduta da alti gradi in
un abisso di miseria. Erano misti i padri coi figliuoli, le madri con
le figliuole, i vecchi con i giovani, e fanciulle tenerissime ridotte
fra i sassi e il fango a seguitar i parenti loro caduti in sì bassa
fortuna. Vi erano vecchi infermi, donne gravide, madri lattanti e
portanti al petto le creature loro certamente non nate a tal destino.
Nè si desiderò la virtù o la carità umana in sì estremo caso perchè
furono viste spose, figliuoli, fratelli, servidori non proscritti voler
seguitare nelle terre strane, anche a malgrado dei parenti e padroni
loro, gli sposi, i padri, i fratelli ed i padroni, posponendo così la
dolcezza dell'aere natìo alla dolcezza del ben amare e del ben servire:
secolo veramente singolare, che mostrò quanto possono fra l'umana
generazione la virtù ed il vizio, l'una e l'altro estremi. Ma se era il
viaggiar crudele, non era miglior lo starsi; alberghi pieni o niuni in
quelle rocche, bisognava pernottar al cielo, e il cielo era sdegnato,
e mandava diluvii di pioggie. A questo, soldati commisti che fuggivano
sbanditi, armi sparse qua e là, un tramestio d'uomini sconsigliati, un
calpestio di bestie, un rumor di carrette, un furore, un dolore, una
confusione, un fremito, aggiungevano grandissimo terrore e grandissima
miseria. Quanti si sono visti cresciuti ed allevati in tutte le
dolcezze di Parigi, ora non trovar manco quel ristoro che a gente nata
in umil luogo abbonda nel corso ordinario della vita! Quanti gravi
magistrati, dopo avere ministrato la giustizia nei primi tribunali
del nobilissimo reame di Francia e vissuto una vita integerrima,
ora travagliosamente incamminarsi ad un esiglio, di cui non potevano
prevedere nè il modo nè il fine! Quante nobili donne, che pochi mesi
prima speravano di dar eredi a ricchissimi casati nei palazzi dei
maggiori loro, ora vicine a partorire, fra lo squallore di tetti
abbietti ed alieni, a padri venuti in povertà figli più poveri ancora!
Quante fanciulle, richieste prima da principi, non sapere ora nè a
qual rifiuto andassero nè a qual consenso! Quanti capitani valorosi
ed invecchiati nella milizia, ora che per la fralezza dei corpi loro
avevano più bisogno del riposo e dello stato, mancati il riposo e lo
stato, raminghi sotto cielo straniero, cacciati correr da quei soldati
medesimi, ai quali avevano e l'onore ed il valore insegnato! Erano le
strade, per donde passavano, piene di gente instupidita a sì miserabile
caso, ed intenerita a tanta disgrazia. E spesso trovarono sotto gli
umili tugurii più ristoro e più consolazione che non s'aspettavano.
Così per molti dì e molte notti su per le vie di Ginevra e di Torino
la tristissima comitiva mostrò quanto possa questa cieca fortuna nel
precipitare in fondo chi più se ne stava in cima. Eppure in mezzo a
tanto lutto la natura franzese era tuttavia consentanea a sè medesima.
Imperciocchè uscivano dagli esuli non di rado e canti e risi e
piacevolezze tali, che pareva piuttosto che a festa andassero, che a
più lontano esiglio. Vedevansi altresì uomini gravissimi o galoppanti
sulla fangosa terra, o dentro o dietro le carrozze stanti, recarsi
con le cappellature acconce, e con croci e con nastri, e con altri
segni dell'andata fortuna: tanto è tenace ciò che la natura dà che la
sciagura non lo toglie! Ma giunti i miseri fuorusciti in Ginevra ed
in Torino, non si può spiegare quanto fosse il dire, il guardare ed il
pensare degli uomini. Grandi cose aveva rapportato la fama di Francia;
ma ora ai più pareva che il fatto fosse maggior del detto; chi andava
considerando quel che potesse fare una nazione furibonda che usciva dai
proprii confini; che il valore de' suoi soldati, e chi la contagione
delle sue dottrine sostenute da tanta forza. Chi pensava alla vanità
di coloro che l'avevano predicata vinta, e chi all'imprudenza di
coloro che l'avevano provocata potente. Meglio sclamavano fora stato
il lasciarla lacerare da sè stessa, che il riunirla con le minaccie;
meglio ammansarla, che irritarla: tutti poi affermavano esser venuti
tempi pericolosissimi, essere minacciata Elvezia; essere minacciata
Italia; già già titubare la società umana in Europa.

A Torino tutti questi discorsi si facevano, ed altri ancor più gravi.
Intanto gli esuli facevano pietà, e con la pietà nasceva il terrore.
Tutta la città era contristata e piena di pensieri funesti. Ma tanta
era la fermezza della fede dei Piemontesi nel loro re, che pochi
pensavano a novità; alcuni desideravano qualche riforma nel reggimento
civile e politico dello Stato; tutti volevano la conservazione della
monarchia, ed i peggiori tratti che si udivano contro il governo, più
miravano ad ammenda che a satira.

Il governo mosso da accidente tanto improvviso e tanto pericoloso,
poichè cominciaronsi a sgombrare i primi timori, andava maturamente
pensando a quello che fosse a farsi. Il cantone di Berna fu richiesto
d'aiuto, ma senza frutto; l'Austria fu richiesta ancor essa, e con
frutto. Laonde reggimenti tedeschi arrivarono a gran giornate dalla
Lombardia in Piemonte, e s'inviavano prestamente alle frontiere,
massime verso il colle di Tenda. Addomandossi denaro in presto a
Venezia, che ricusò, fondandosi sulla neutralità. Si spedirono corrieri
per rappresentare il caso in Inghilterra, in Prussia ed in Russia.
Allegavasi essere il re solo guardiano d'Italia: se si rompesse
quell'argine, non sapersi dove avesse a distendersi quell'enorme
piena; starsi di buon animo il re, ma ove mancavano le forze proprie,
abbisognar gli aiuti altrui. Cercavasi anche di scusare le rotte di
Nizza e di Savoia, con dire che quei passi non erano difendevoli se
non con grossi eserciti; le forze che s'erano inviate essere state
sufficienti non solo per difendere, ma ancora per offendere, senza
le disgrazie di Sciampagna; dopo queste non poter più bastare nè
anco a difendere; per verità: essere stata troppo presta, ed anche
disordinata, la ritirata; ma doversi attribuire alla imprudenza di
chi comandava; essere i soldati buoni e fedeli, parato Vittorio a non
mancare a sè medesimo nè alla lega; solo richiedere che, come egli era
l'antiguardo, così non fosse lasciato senza retroguardo; e siccome egli
era esposto il primo alle percosse del nemico comune, così lo potesse
fronteggiare con gli aiuti comuni.

Tutte queste cose rappresentate con parole appropriate avevano gran
peso. Ma la Prussia, quantunque perseverasse nell'alleanza, cominciava
a pensare a' casi suoi, siccome quella che, essendo lontana dalla
voragine, aveva minori cagioni di temere. Bensì l'Austria, che già
ardeva ne' suoi proprii Stati, per preservare il resto, procedeva con
sincerità, e si risolveva a mandar soccorsi gagliardi in Piemonte.
L'Inghilterra, che aveva serbato certa sembianza di neutralità
sino alla morte di Luigi XVI (21 gennaio 1793), dopo questa orrenda
catastrofe s'era scoperta del tutto, e licenziato da Londra Chauvelin,
ministro plenipotenziario di Francia, si preparava alla guerra. Però
diede buone speranze al re promettendo denari ed efficace cooperazione
con le sue armate sulle coste del Mediterraneo. Intanto in Piemonte
si compivano i numeri delle compagnie, si ordinava la milizia, si
creavano nuovi luoghi di monti, si gettavano nuovi biglietti di
credito, si coniavano monete che scapitavano più della metà del valor
loro edittale, pessimo, ma non sempre evitabile rimedio dei mali. Nel
punto medesimo si provvedevano le fortezze poste ai passi dell'Alpi
con ogni genere di munizioni, e si affortificavano le cime del Cenisio
e del piccolo San Bernardo. Con questo, usando dell'opportunità
della stagione, che andò freddissima, e fatti tutti i preparamenti
necessarii, si aspettava con incredibile ansietà da tutti qual
fosse per essere al tempo nuovo l'esito delle battaglie, dalle quali
dipendeva il destino d'Italia e del mondo.



    Anno di CRISTO MDCCXCIII. Indiz. XI.

    PIO VI papa 19.
    FRANCESCO II imperadore 2.


La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado
di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti tedeschi dalle terre
franzesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per
questo e l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie e di più
feroci istigamenti l'appetito delle cose nuove e la furia delle menti
in Francia, eglino s'accorsero che assai più dura impresa si avevano
per le mani di quanto avevano a sè medesimi persuaso. Bande tumultuarie
ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti
floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte
militare generali che erano in voce de' primi per tutte le contrade
dell'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di
piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di
Lione, a mala pena potevano difendere i dominii proprii dagli assalti
di un nemico poco prima disprezzato ed ora vittorioso ed insultante.

Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che,
coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace
quella furia franzese, e coll'accrescer le proprie forze e con l'unione
di aliene, si potesse mutar la fortuna e compensar le perdite passate
coi guadagni avvenire. Tal è la costanza delle menti tedesche che
più e meglio ancora che l'impeto le fa riuscire ad onorate imprese.
L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano
con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega
già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava
i pensieri alla preservazione de' suoi Stati in Italia, ai quali già
si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della
sua potenza. Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le
provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli Stati austriaci quanto
nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata de'
Franzesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole
di libertà e di uguaglianza, non solamente non si congiungessero
con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero
novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato
guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi
di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre
voci: essere i Franzesi nimici di Dio e degli uomini, conculcare la
religione, profanare i templi, perseguitare i sacerdoti, schernire i
santi riti, contaminare i sacri arredi, e, facendo d'ogni erba fascio,
proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i
frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano
mirabilmente gli animi del volgo.

Parte essenziale de' disegni della lega erano le deliberazioni del
senato veneto. L'imperadore, conghietturando che il terrore cagionato
dall'invasione di Savoia e di Nizza, e quell'insistere così vicino
sulle frontiere del Piemonte d'un nemico audace, e che mostrava tanta
inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a
piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato
che era oramai tempo di non più provvedere con consigli separati, e
di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli,
non isperasse preservare lo Stato, se quel diluvio di gente sfrenata,
valicati i monti, inondasse Italia; voler fare, e per sè e per gli
sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna,
quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta
calamità; ma esser feroci i Franzesi, e gli eventi di guerra incerti;
vano pensiero essere il credere che chi fa spregio dell'umanità e
conculca ogni legge divina ed umana rispetti la neutralità; disprezzare
i Franzesi la neutralità, ed amar meglio un nemico aperto che un amico
dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazie che le monarchie, ed
il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi
ingannare da per sè stesso. E dopo molte e molte convincentissime
ragioni e dimostrazioni: Questo è, aggiunse l'imperadore, l'estremo
de' tempi; il sorger di tutti solo poter essere la salute di tutti;
il mancar di un solo, la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato
e maturamente considerasse la necessità de' tempi, l'infedeltà della
Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli aiuti offerti,
e l'avvenire, che già già incalzava e premeva, o felice o funestissimo
per sempre.

Il senato veneto, che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere
i tempi, ora male misurandoli, e volendo applicare ad un male
nuovo rimedii antichi, rispose che la repubblica, sempre moderata e
temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale
mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi,
e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente
controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che, quanto a'
sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la
fede loro e la vigilanza de' magistrati; che ammirava bene la costanza
dello imperadore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma
che finalmente si persuadeva che Sua maestà imperiale, considerando
bene, secondo la prudenza sua la natura del governo veneto, avrebbe
conosciuto non dovere lui allontanarsi da quella moderazione che
l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di
non poter deliberare altrimenti; esser parata la repubblica a dar il
passo alle genti tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse
consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto
implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza e la
consuetudine della repubblica.

Ma, moltiplicando sempre più gli avvisi de' progressi fatti da'
Franzesi nel ducato di Savoia e nel contado di Nizza, fu ben necessario
il pensare a provveder quello che la stagione richiedeva; e se non si
voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene
considerare quanto fosse a farsi per preservare la repubblica dagli
assalti forestieri e da' tumulti cittadini.

Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in
consulta quali fossero i provvedimenti da farsi per conservare salva
la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Franzesi in
Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo, il quale,
e per sè e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede
appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatta menzione in questi
Annali, dal suo seggio levatosi e stando, ognuno attentissimo a
udirlo, parlò con gravissimo discorso in favore della neutralità
armata, conchiudendo ..... «io opino che si fornisca l'erario, che si
allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di
Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di terra ferma. A questo io
penso che si debba dichiarare alle potenze belligeranti che il senato,
costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele ed
amico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e
solamente a conservazione di pace che a dimostrazione di guerra.»

Grande impressione fecero nella mente del senato le parole gravemente
dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i
fondamenti che nel deliberare le imprese principalmente considerare
si devono. Al contrario, parlò con singolare eloquenza il savio del
consiglio Zaccaria Vallaresso per la neutralità disarmata, e la sua
orazione fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori,
soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso
Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri,
si lasciò svolgere dalla eloquenza dell'avversario e venne nella
opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime
consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi, il savio
di terra ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina
della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani
non si potrebbe affermare che il consiglio contrario l'avrebbe condotta
a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse,
certo è almeno che sarebbe perita onoratamente e con fine degno del suo
principio.

Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la
vicinanza di Francia, per l'integrità de' traffici e pel timore del
re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in
Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli,
richiamatovi dall'assemblea costituente: godevasi quietamente il
restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà,
ogni cosa a soqquadro in Corsica come l'avevano messa in Francia.
Sdegnossene Paoli; sepperlo i confederati. Con lettere e con parole
esortatorie lo stimolarono non permettesse che la sua patria fosse
preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse essere
i Franzesi queglino stessi nemici contro i quali aveva sì generosamente
combattuto; considerasse avere allora i medesimi voluto opprimere la
libertà del suo paese con introdurre uno Stato civile, ora volervi
introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensare quanto fosse
pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso
suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse,
levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà,
nuove benedizioni di popoli.

Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il
quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza
del fatto prima di muoversi era che l'Inghilterra si chiarisse
delle sue intenzioni; e di comune consentimento fu deliberato che si
aspettasse la guerra dell'Inghilterra, solo intanto si tenessero gli
animi disposti.

Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva, oltre il denaro
che gli veniva dalla Gran Bretagna, dall'accessione della Spagna;
era evidente che quante forze la Francia avesse mandato alla volta
de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava per
le Alpi; sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano,
combattendo, ad un medesimo fine.

A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e
quest'era che, presentandosi grossi gli alleati sulle province
meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro
l'autorità del governo parigino, movimenti d'importanza. L'aspettare
che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle provincie più vicine
alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La
soppressione dei traffici, nata a cagion della guerra, vi aveva dato
occasione a non poca mala contentezza, e l'enormità commesse a Parigi,
operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato
contro i commettitori di tanti scandali; ai più feroci poi pareva
oggimai troppo lungo che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi
nuovi pensieri buoni e cattivi massimamente pullulavano in Marsiglia ed
in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace,
ed ora povere in guerra, e se il nome del re di Sardegna era molto mal
gradito nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.

Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati massime per
mezzo della corte di Torino che usava un'arte grandissima nello spiare
e nello accordarsi segretamente in Savoia ed in Nizza sì coi magistrati
che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si
presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito
erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così
spesso punivano gl'innocenti od esultavano i rei. I supplizii poscia
e le confische, producendo abbominazione nei popoli, operavano che
sempre più quell'avversione che hanno naturalmente i Franzesi contro
i forastieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case
loro, si diminuisse, e con essa gli ostacoli alla disegnata invasione;
poichè tal era il terror delle mannaie, che i più preponevano la
servitù forastiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore ed
il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti
tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura
leggiera, come Croati, Panduri e simili, s'avviavano alle montagne.
Gli squadroni più gravi e la cavalleria stanziavano nelle pianure più
vicine. Erano poi siffattamente ordinati, che le truppe piemontesi,
come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le
Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri
dell'imperatore; mentre le genti grosse austriache, stanziando nei
luoghi bassi, contenevano i popoli e si tenevano pronte a marciare
ovunque il nemico fosse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a
reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.

Era Devins uomo di buona mente, e salito pel valor suo dagl'infimi
gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato
la sua eccellenza nell'arte della guerra.

Devesi qui interrompere il filo della narrazione di questi preparamenti
e di questi maneggi per raccontare un fatto enorme accaduto in Roma
in sull'entrare del presente anno, il dì 13 di gennaio, e che in
appresso aggiunse gravezza ai fati papali. Un Basseville, segretario
della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni
stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo,
di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione
dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu
crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui
della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei
palazzi dell'Accademia di Francia e del console franzese. Quantunque
il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in
quel subito accidente quanto per lui s'era potuto per frenare la rabbia
di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, venne tempo in
appresso che importava ai repubblicani che glielo imputassero, e da lui
alla ferocia del romano governo argomentando, protestavano di volerne
fare condegna vendetta.

Intanto alcune pratiche segrete s'erano appiccate fra la corte di
Torino e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui
fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni
che si macchinavano a benefizio comune avessero la loro esecuzione. E
siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito,
più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più
tenaci di proposito che i Provenziali, così coi primi massimamente
si tenevano questi trattati. Quando i negozii si avvicinavano alla
conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò egli
medesimo nascostamente a Torino per quivi accordarsi su quanto si
trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i
suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte,
ed egli e Devins non tardarono d'entrare nella medesima opinione,
cioè, che, lasciata una parte dello esercito sulle Alpi marittime,
per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di
Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia per quindi
marciare a Lione. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti
nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; ma
il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato,
non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i
Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Franzesi,
e lui, con quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet,
asperavano coi fatti, e più ancora l'asperavano con gli scherni e
per l'eccessive cose che dicevano contro di lui; mentre assai diverso
era il procedere dei Nizzardi, i quali, più alieni di natura, di mala
voglia sopportavano il nuovo imperio, e continuamente infestavano i
Franzesi, facendo loro, con bande sparse, tutto quel maggior male che
potevano.

Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, non volle mai udire
con pacato animo che si desse mano a liberare dalla tirannide franzese
prima i secondi che i primi. Ogni ora gli pareva mille anni che i
suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo
sopportava più volontieri che i popoli di Savoia continuassero a
gustare di quanto sapessero i Franzesi, non considerando ch'ei li
castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero
grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma
non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo
pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti
per frenare il nemico, ed anche per ispingersi più oltre, secondo le
occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito,
come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar l'impresa.

Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili
e della variazione di quasi tutte le cose che poco dopo seguirono.
Devins continuamente si lamentava che il re di Sardegna gli avesse
tolta l'occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande
vittoria.

Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Franzesi
pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso,
e le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati,
parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre
ai due eserciti, dell'Alpi e d'Italia, un solo generale, acciocchè, per
l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo
fine; ed a ciò scelsero un uomo non solo di provato valore, ma ancora
di provata fede, Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani
con molta gloria sulle sponde della Marna. All'aprirsi della stagione,
componeano l'esercito cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina,
ottimi per valore, terribili per la rabbia. Kellerman, recatosene
in mano il governo, siccome il nemico principalmente minacciava di
prorompere sulle ali estreme della troppo larga frontiera, così sulla
Savoia e su Nizza, determinossi a porre il campo grosso in un sito
mezzano, a Tornus, posto nella valle di Queiras, per essere ad un di
presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, e vi mandava le
genti, l'armi e le vettovaglie. Ma la difesa era difficile, perchè
gli alleati occupavano tuttavia la sommità delle Alpi su tutta la
frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più
basse, e cacciarne i Franzesi, combattendoli dall'alto. Per ovviare a
questo pericolo, il generale franzese dispose con lodevol arte le sue
genti nelle valli della Savoia superiore che accennano per istrade
più facili all'Italia. Così munì Termignone e San Giovanni nella
Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza allogò un
grosso corpo a Conflans. Nelle Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli
Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, Kellerman, distendendo
l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le
cime accessibili delle montagne, e posto il campo in mezzo, sul monte
Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore
per la facilità dei varchi e per la vicinanza della città di Nizza,
alla quale principalmente miravano gli alleati, oltre le stanze solite,
aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul
monte Boletto.

Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche
furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana, affinchè si aderisse
alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza
frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti aiuti, ed
ingrandimento di Stato a pregiudizio dell'imperadore; ma il senato
perseverò nella neutralità, offerendo a' Franzesi quelle medesime
agevolezze negli Stati veneti che erano state concedute alle potenze
confederate.

Parte principalissima della lega, tra per forza de' suoi eserciti e
per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna.
Adunque i capi del governo franzese assai volentieri piegarono l'animo
a provare se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A
questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di
Robespierre, per parte della Francia, ed il conte Viretti, per parte
del re. Ma il re, che animoso era, e sapeva anche del cavalleresco,
non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con
Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo
parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar de' giacobini.
Così, rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente
l'inclinazione alla guerra.

Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati
d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a
posta e per mezzo de' loro giornali, che pure, malgrado della vigilanza
de' governi ad interromperli, si insinuavano nascostamente in ogni
luogo, a spargere mali semi ne' popoli, con invasarli dell'amore
della libertà ed imitarli a levarsi dal collo il giogo degli antichi
signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di
quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole,
e non bene se ne conoscevano i fatti. Le parti nascevano, le sette
macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità
il particolarizzare gli umori che correvano a que' tempi in Italia,
acciocchè i posteri possano distinguere i buoni da' tristi, conoscere
i grandi inganni e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo
luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che
parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che,
parteggiando pe' Franzesi, desideravano mutazioni nello Stato. Fra i
primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni
per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per
tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per
bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero de'
quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano
i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili che temevano
di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra
questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che
volevano diventar nobili od almeno tenere i magistrati. Per interesse
poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio,
e questi erano numerosissimi; a costoro poco importava la equalità
o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero
o sperassero gli stipendii. Si aggiungevano alcuni prelati ricchi
ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della
religione. In tutti poi operava un'avversione antica contro i Franzesi,
nata per opera de' governi italiani sempre sospettosi della potenza di
quella nazione e del suo appetito di aver signoria in Italia.

Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano
utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi, ned è mestieri
che si vengano individuando, che ognun se li vede. Ma i dannosi erano
gli ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo Stato loro
coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con
mostrar maggiore insolenza. Il frenarli non pareva buono ai governi,
perchè temevano e di alienar coloro di cui avevano bisogno, e di
mostrar debolezza ai popoli. L'odio di costoro principalmente mirava
contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano
dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo
per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti,
tiranni, gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini,
e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione,
ed introdotta la discordia nello Stato, si preparava l'adito ai
forastieri.

Ora, per dire di coloro che inclinavano a' Franzesi, od almeno
desideravano che per opera loro si facessero mutazioni nello Stato,
diremo che per la lettura de' libri de' filosofi di Francia era sorta
una setta di utopisti, i quali, siccome benevolenti ed inesperti
di queste passioni umane, credevano esser nata un'era novella, e
prepararsi un secol d'oro. Costoro, misurando gli antichi governi
solamente dal male che avevano in sè, e non dal bene, desideravano le
riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini,
e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto,
allettavano gli animi, così portavano opinione che a procurar
l'utopia fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto
quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che
la felicità umana potesse solo e dovesse consistere nella verità
applicata. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente
allignavano quanto più trovavano un terreno bene preparato a riceverle
ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle
cose antiche. Chi voleva essere Pericle, chi Aristide, chi Scipione,
e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo franzese
aveva scritto che la virtù era la base delle repubbliche, così era
anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i
posteri devonlo sapere, che gli utopisti di que' tempi per amicizia,
per sincerità, per fede, per costanza d'animo e per tutte quelle
virtù che alla vita privata si appartengono non siano stati piuttosto
singolari che rari. Solo errarono perchè credettero che le utopie
potessero essere, perchè si fidarono di uomini infedeli e perchè
supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizii.

Costoro, così affascinati com'erano, offerivano fondamento a' disegni
de' Franzesi, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro
non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano
il maggior numero, avvisavano non doversi muovere cosa alcuna, ed
aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci
opinavano doversi aiutar l'impresa co' fatti, e però si allegavano,
tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia,
procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.

A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi,
i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di
repubblica, di libertà, di uguaglianza. Di questi alcuni volevano
signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran
diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia
maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano.
Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, i patriotti, ed i poveri
utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un
orribile avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni
nello Stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.

A tutte queste sette, all'una o all'altra delle quali s'erano accostati
anche per lo più gli ecclesiastici, si aggiungeva quella degli
ottimati, la quale, avida anche essa del dominare, e nemica ugualmente
all'autorità reale ed all'autorità popolare, sperava che in mezzo alle
turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Costoro nè aiutavano nè
disaiutavano la potenza reale che pericolava, ed aspettavano la loro
esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.

Tal era la condizione d'Italia; i buoni esperti volevano la
conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano la
novità per isperanza di bene, i malvagi desideravano rivoluzioni per
dominare e per succiarsi lo Stato; il clero stesso ondeggiava; dei
nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti,
e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni
nel popolo: altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano
quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni
s'indebolivano continuamente i fondamenti dello Stato; pure la massa
dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande
appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente e fortemente.

Narrati i preparamenti, le trame e le speranze di ambe le parti, ora
si descriveranno gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi:
nel che si dovrà sempre tenere a mente che in quest'anno intenzione dei
Franzesi non era di farsi strada in Italia per forza se non nel caso in
cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò
disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro
canto gli alleati volevano ad ogni modo, usando l'offensiva, penetrare
nell'interno della Francia.

I Franzesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna,
e volendo usare la breve signoria che restava loro nel Mediterraneo,
avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Posta
in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi
da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila;
per combattere in terra ed usar le occasioni che si appresentassero,
vi aveva il governo di Francia imbarcato sei mila soldati atti a
combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera
dovevano seguitare molte navi da carico, per imbarcarvi i frumenti e
trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato
all'ammiraglio Truguet; laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed
appena giunto il presente anno, l'armata franzese, salpando da Tolone
se ne veleggiava con vento prospero verso Sardegna; vi giunse prima
del finir di gennaio, ed il dì 24 del medesimo mese pose l'ancora,
mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo
tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a
far la chiamata alla città. Qui nacque il medesimo caso già deplorato
di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul
quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì, che
l'uffiziale e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli
altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare ed a bombardare la
piazza con tutto il pondo delle sue artiglierie. Nè i difensori se ne
stettero oziosi; spesseggiando coi colpi e traendo con palle di fuoco
contro le navi franzesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo
assalto durò tre giorni con poco danno de' Sardi, ma con gravissimo
dell'armata franzese, della quale una nave grossa arse, e due andarono
a traverso. Le altre, o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate
negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il
presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono
i montanari, che si erano mossi quando dall'alto avevano veduto
avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi
più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque
si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltà civile e di
virtù militare. E in fatti, quanti sbarcarono, o restarono uccisi, o,
costretti dai montanari, si ricoverarono precipitosamente alle navi.
Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia.
Perderono i Franzesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati.
Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè
Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi
situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto
che gl'isolani, ne' quali aveva posto la principale speranza, non
solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano
validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò
nel mare lontano dalla portata delle batterie, quantunque tuttavia
stanziasse ancora con le sue navi, così lacere com'erano, per qualche
tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante non essendo
senza sospetto di ammutinamento nei suoi soldati, come suole avvenire
nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a
porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.

Mentre in tal modo una guerra viva s'era accesa e presto spenta sulle
coste di Sardegna, le cose della Corsica non passavano quietamente:
la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diede fomento a coloro
che, scontenti del governo di Francia, macchinavano di rivolgere
lo Stato. Mosso dall'odio antico e dalle ingiurie recenti, andava
Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente ne' luoghi
montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la
chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le
esorbitanze dei repubblicani. E le sue esortazioni producevano un
effetto incredibile. I montanari, mossi alle voce del mantenitore
della libertà corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto
le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città
principali di Corte e di Aiaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano
il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro
deputati, chiamavan o Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i
fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e, fatto
un grosso di mille dugento soldati bene armati, s'impadronivano delle
riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati
repubblicani, sorpresi da tanto tumulto e ad impeto tanto improvviso,
fatto prima un poco di testa nei luoghi più forti, si ritirarono nelle
fortezze di Bastia e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra
la Gran Bretagna e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe
le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi che aderivano a Paoli
e detestavano il nome di Francia.

Intanto, per dar forma al governo nuovo e ricompor quello che il
disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato
una consulta che, procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà
di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà
ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva, sotto pena di
morte, i commissarii di Francia, Casabianca, Saliceti ed Arena.

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando
decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli e
si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti
ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo
Stato e castigar i ribelli; il general Lacombe Saint-Michel contro i
ribelli marciasse. Obbediva Lacombe; nel medesimo tempo i commissarii
del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli
e contro coloro che a lui si aderivano. Aggiungevano alle esortazioni,
che ai Corsi dirigevano, parole terribili e gonfie, secondo il
solito, minacciando castigo inevitabile, e confische, e morti a chi
contrastasse.

Raggranellati quei Corsi che per un motivo o per l'altro tenevano
per Francia, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe
era uscito dai forti; dall'altra parte, insisteva Paoli colle genti
collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce;
ne' giusti incontri prevalendo le genti disciplinate di Lacombe, nella
guerra sparsa vantaggiando le genti di Paoli; e se non pareva che fosse
possibile che i Franzesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non
si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Franzesi,
forti per disciplina e per artiglierie, nelle pianure e nelle terre che
occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si
scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi inglesi
da guerra, le quali faceveno opera per intraprendere quelle che
si avviavano all'isola. Poscia, appoco appoco accostatesi al lido,
infestavano con bombe e con palle i luoghi che Paoli assaltava dalla
parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le
schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa a' Franzesi. Per
la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul
principiare di maggio. Rimanevano in mano dei Franzesi, Bastia, Calvi
e San Fiorenzo, ma non soprastettero ad entrare sotto le devozione del
vincitore. Così tutta la Corsica, dopo di aver obbedito al freno di
Francia per lo spazio di venticinque anni, venne, non saprebbesi dire
se in potestà propria o in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Franzesi dall'isola, vi fu creato un governo per mezzo
di provvisione che intieramente dipendeva da Paoli e dalla parte
contraria alla Francia; l'autorità dei municipii fu ordinata secondo
le forme antiche. Paoli si accorgeva che questa condizione, siccome
transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di
stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora
per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina
e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le
medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola, tanto opportuna
a' suoi traffici, a' suoi arsenali ed alla sua potenza, che si venisse
ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a
sollecitare il re della Gran Bretagna, acciocchè, ordinato un governo
libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli
assalti della Francia: gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo
seguitarono gli accidenti che si vedranno nell'anno seguente.

La guerra sorta coll'Inghilterra e colla Spagna e le armate loro
che erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano
occasione di molesti pensieri ai Franzesi che occupavano la contea di
Nizza; laonde Brunet, che a quel tempo l'esercito in questi luoghi
governava, si risolvette a tentare qualche impresa di momento prima
che i confederati si fossero fatti forti nei mari vicini. Il fine di
questo moto era di cacciare i Piemontesi, dalle sommità e prender per
sè quei vantaggio che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi
adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso
i monti. E, siccome l'esercito piemontese era padrone di tutte le
creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti.
Erano i Piemontesi sotto la condotta dei generali Colli e Dellera;
siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne
stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque, preparati gli uomini
e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano, il dì 8 giugno, i
Franzesi all'assalto con un valore e con una furia incredibile; nè la
difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato,
nè la tempesta di palle che fioccavano loro addosso, non li poterono
rattenere che non giungessero fin sotto le trincee, colle quali sul
sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto
loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il
quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con
un'audacia inestimabile fin sotto le bocche delle artiglierie italiane;
ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con
molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi e con
gravissimo danno dei Franzesi, i quali rinfrescando continuamente con
nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro; ma in
questo punto i capi regii, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono
al capitano Zin piantasse le artiglierie in un giogo vicino, e di là
lo fulminasse sul fianco. Il quale consiglio, opportuno per sè, fu
con tanta arte e con sì gran valore eseguito da Zin, che percossi i
repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono
precipitosamente l'impresa, ritirandosi e lasciando i fianchi di quelle
montagne miseramente cospersi dei cadaveri de' compagni loro. In questo
fatto mostrarono i Franzesi il solito valore impetuoso e sconsiderato;
i Piemontesi, massimamente gli artiglieri ed il reggimento provinciale
di Acqui, che difendea le trincee di Raus, arte e costanza. Perdettero
i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti,
feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo
giorno circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata
circa trecento con due cannoni e molti arnesi da guerra. Ma tale era
l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottiti
all'infelice successo della battaglia dell'8, lo assaltarono di nuovo
il dì 12 dello stesso mese con ben dodici mila soldati risolutissimi a
voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto
che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti.
Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus,
dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle
parti.

La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato
l'audacia de' repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar
l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si
argomentava che la fuga di Savoia e di Nizza dalla mala condotta de'
capi, non da mancanza di valore ne' soldati si doveva riconoscere.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento.
Kellerman, avute le novelle de' fatti avversi accaduti nell'Alpi
marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per
mettere in opera que' rimedii che i tempi richiedessero. Il pericolo
maggiore era quello che l'esercito alleato, facendo punta verso il
Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare
prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto, fe' munire
accuratamente i posti che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra
dell'esercito dell'Alpi marittime; e ciò col fine di tener aperte le
strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus,
per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare
all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla
valle di Stura, per qualche passo de' gioghi sommi che coronano le Alpi
da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il
varco è molto più agevole.

A riscontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio e munito
di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta
dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime fino al forte
di Saorgio, avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di
conseguire qualche onorata vittoria.

L'arrivo delle armate inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo
agli Stati d'Italia che già si erano dichiarati, diede anche occasione
di manifestarsi a coloro che, più per timore che per desiderio di
neutralità, se n'erano stati fino allora ad osservare. Per la qual
cosa il re di Napoli, scoprendosi intieramente, chiudeva i porti a'
Franzesi, e si obbligava a fornire alla lega di sei mila soldati, con
grosse navi da guerra e molte minori. Il papa medesimamente, che aveva
causa particolare di temere de' Franzesi, armava e prometteva di dar
gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità.
Però gl'Inglesi, per farle venire ad una deliberazione terminativa,
aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici; mostrarono in
questi trattati, massimamente con Genova e Toscana, tanta arroganza,
che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio
di quello che i forastieri le preparavano.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Seristori,
ministro del granduca, dopo un superbo preambolo: sapesse il granduca
che l'ammiraglio Hood avea comandato che un'armata inglese con una
parte della spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello che
sua altezza volesse farsi; sapesse inoltre sua altezza, e ciò l'Harvey
dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood e in nome del re suo signore,
che se in termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi Stati
De La Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata
avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene sua altezza a quello che si
facesse, poichè solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterra
era di eseguire puntualmente e subito quanto ora le si domandava, cioè
cacciasse La Flotte, e con quel governo regicida di Francia rompesse;
facesse causa cogli alleati.

Con tanta insolenza Harvey favellava ad un sovrano indipendente, ad un
principe di casa austriaca; con altrettanta rimproverava ad altrui un
Inglese di aver ucciso un re. Rispose assai rimessamente Seristori che
il granduca aveva dato ordine che De La Flotte ed i suoi aderenti, fra
cui Chauvelin e Fougère, se ne partissero di Toscana il più presto che
fosse possibile; ma non si scoprì quanto allo accostarsi alla lega ed
al romper guerra alla Francia.

Le stesse minacce furono fatte e nel medesimo tempo dal ministro
inglese Drake ai Genovesi; ed alle minacciose ed inconvenienti
parole si aggiunsero fatti più minacciosi e più inconvenienti ancora.
Imperciocchè, trovandosi la fregata franzese la Modesta a stanziare nel
porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi inglesi, che
le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non
pochi marineri che vi si trovarono a bordo.

Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e
se prima si temevano le insolenze franzesi in uno stato così vicino,
ora più si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto
si ebbe a Nizza notizia di questo attentato che i rappresentanti del
popolo, Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono uno sdegnosissimo
scritto che conchiudeva che Genova si risolvesse incontanente a
voler essere o amica degli amici o nemica de' nemici della società
oltraggiata nelle persone de' repubblicani franzesi; protestavano
poscia al popolo genovese che se il senato tardasse a risolversi ed
a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto
commesso nel suo porto e sotto le bocche delle sue artiglierie, sarebbe
stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per sè fatto quanto
crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.

Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore
contro Genova, favellando alla tribuna del consesso nazionale; e
così il governo di Genova, stretto da due necessità, non sapeva a
qual partito appigliarsi. Pure, siccome il non risolversi era peggio
che risolversi, tutto bene ponderato, il senato deliberò di starsene
neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter
deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva
altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui
generali.

Il senato veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era
residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley,
personaggio non tanto rotto quanto Hervey e Drake, ma pure intentissimo
a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura
sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto
a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, fece
modestamente le sue rappresentanze al senato, favellando piuttosto
per modo di consiglio che di richiesta. Pregava pertanto ed esortava
caldamente il senato che fosse contento di allontanare da Venezia
quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice
di corruttele dell'ambasceria franzese. Concludeva che se il senato
consentisse a licenziare l'ambasceria, e se vietasse ai Franzesi le
tratte d'armi e di vettovaglie dagli Stati della repubblica, sarebbero
gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e
che, in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero
gli Stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si
offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinate di modo che
ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole terminò dicendo,
porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che glielo
comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt;
porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le
Russie, dell'imperatore d'Austria e del re di Prussia. Si riscuotesse
adunque e prendesse quelle deliberazioni che a tempi tanto pericolosi,
a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose ed alla salute
stessa della repubblica si convenivano.

Il senato veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti
precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque
disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e
capace di fare qualche sbocco in Italia, volendo altresì conservare
salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbare intera la
neutralità, non poter risolversi a licenziare lo incaricato d'affari di
Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione
franzese, non della repubblica.

Worsley non fece altra dimostrazione e continuò a starsene a Venezia,
dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al
granduca ed a Genova.

La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra
non essendo più raffrenata dal timore dei Franzesi a cagione
dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di
manifestare più apertamente quello che già da lungo tempo sentiva
rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò
esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti
franzesi se ne uscissero dall'isola e che i porti fossero chiusi a
qualunque nave franzese sì pubblica che privata, finchè durasse la
presente guerra: pubblicato inoltre che non sarebbe mai per accettare
ad incaricato d'affari chiunque a lui si mandasse da quella repubblica,
ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.

In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia e l'Inghilterra
e, comparse le armate inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le
speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai
Franzesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i
Veneziani ed i Genovesi, si aggiunsero alle forze della lega quelle
della Chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto
maggiore quanto più vedevano che se dall'un dei lati si era cresciuta
nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la
concitazione ed il furore in Francia.

Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali
da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle
provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso
nazionale e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano,
diè cagione a coloro che la seguitavano ed a coloro che od amavano la
libertà, conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli
alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre
all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordò,
di Mompellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno
avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma
l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era
stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo
tra i capi della lega a Torino ed i capi degli scontenti. Congiuntisi
nelle sue mura Biroteau ed alcuni altri capi dei girondini di minor
nome con Precy, commossero alle armi tutta la città e pubblicarono
manifesti contro la tirannide del consesso nazionale.

Non è di questi Annali il narrare particolarmente l'oppugnazione di
Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili
di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per
l'immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro
l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si erano levati ancor essi a
rumore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le
insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione.
Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza
che avevano sperato; e i Marsigliesi vantavansi di esser capaci da
sè soli di vincer la impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano
varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in
Avignone; e quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni
superiori del Rodano.

Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli
alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci, erano
calati grossi dal monte Cenisio e dal piccolo San Bernardo a fine
d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che
scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre
del Vallese, si drizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di
fare spalla all'impresa di Tarantasia e di rannodarsi verso la terra
di Conflans, per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale
segno favorevole, sino a Lione. Tutte queste genti militavano sotto il
governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per
mente e per costume e molto amato dai popoli per la natura sua facile e
mansueta.

Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso
dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a
conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti e che gli
era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa
vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine
di obbligare i Franzesi ad evacuar la contea, o di tagliarli fuori
dalla Provenza se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa
impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto
ardente in questo bisogno contro chi allora signoreggiava la Francia e
che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il
principale sforzo che i confederati volevano fare; e così quel nembo
che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro la Italia dalla
Francia, ora si rivoltava contra la Francia dall'Italia.

Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoia,
dove venuto al campo dei suoi, posto all'ospedale presso Conflans,
alloggio principalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua
presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati che
si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè
abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo stesso fe'
venire dal campo di Tornus una grossa schiera, in gran parte di buona
ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave,
aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione
un'altra squadra e mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto
privo di difensori. A questo si aggiunse ch'ei fece la chiamata alle
guardie nazionali della Savoia e del dipartimento vicino dell'Isero,
acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro
coraggio e potessero, in caso d'infortunio, ristorar la fortuna della
guerra. Per maggior sicurezza ordinava che si facessero trincee al
passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e
che si munissero di artiglierie, avvisando che con quel sospetto da
fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione.
Egli poi, a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a
porre al castello delle Marcie, luogo centrale a cui accennavano le tre
divisioni delle sue genti.

Dall'altro lato e più sotto Kellerman avea spedito con tutta
celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli
riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da
Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Durunza, non
passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorrazzare
sulla destra. Ma Carteau varcava, e fu salute mentre doveasene
attendere la rovina; imperciocchè i Marsigliesi, invece di assaltarlo
e buttarlo nel fiume, cosa agevole, si diedero disordinatamente alla
fuga. Carteau, usando l'occasione, voltossi con tutte le sue forze
contro Aix, di cui s'impadronì; poi, senza frappor tempo in mezzo,
marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quella guerra;
o tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che, fatta niuna
difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice
Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta
miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di
quei tempi ferocissimi.

La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi che per questa cagione si
trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le
immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza; poichè
per iscamparne, Tolone udì con maggiore inclinazione le proposte degli
alleati, e diede sè ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra
Hood, desiderando che l'autorità del re Luigi si restituisse e la
costituzione dell'89 si accettasse.

I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente
di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in
opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore
dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria,
s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa
quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar
con la forza quello che la fortuna aveva loro conceduto. Spagnuoli,
Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone;
gli altri potentati d'Italia li fornivano di vettovaglie; il papa
stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si
combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della
Savoia e di Nizza.

Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse
inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo
vincevano, e se si fossero spinti avanti con quella celerità che i
tempi richiedevano, avrebbero acquistato una compiuta vittoria. Ma se
ne stettero a soprastare; l'indugio diè comodità agli avversarii di
rannodarsi ed ai popoli di aiutarli. Kellerman li ricacciò di posto
in posto, sì che in fine si ritirarono al San Bernardo, da dove un
mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria. Rimaneva pei
repubblicani che i regi si cacciassero dalla Morienna, e Kellerman
colle sue disposizioni vinse anche questo punto, perchè l'esercito del
re, pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio.

Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoia dalle genti del re di
Sardegna nell'autunno di quest'anno, e per tale modo fu esclusa la lega
dalle sue speranze in queste parti; che se il disegno dei confederati
fosse riuscito, e Lione liberato, totale sarebbe stata la mutazione
delle cose d'Europa. Ma intanto i miseri Lionesi, udita la ritirata
dell'esercito e, privi di quest'ultima speranza, furono costretti a
rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità
sia stata trattata quella città sì nobile e sì generosa.

Dall'altra parte e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano
la Savoia, s'erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio
la fortuna si mostrava loro favorevole; ma, arrivati a Giletta, e
assaltato il dì 18 ottobre con grande impeto il ponte, furono duramente
risospinti, e con perdita sì grave che questo fatto, giunto alle
sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoia e di Lione,
terminò la guerra di quest'anno in quelle parti.

Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla
quale era concorso l'esercito vincitore di Lione e la guernigione
di Valenciennes, piazza forte in Fiandra che gli alleati avevano
espugnato. Già parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia
fortuna nelle quali mostrarono ambe le parti quanto potesse il valore
congiunto con l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare o
l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a
presidiare i forti rizzati sulla stanca, i Piemontesi stavano a guardia
sulla dritta.

Gli oppugnatori s'erano accampati per modo che Dugommier,
generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente, Lapoype
assaltasse verso levante, e parte di queste genti, stanziando
principalmente alla Valletta, si distendesse sì verso mezzo giorno
che una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto
all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati
consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi
e nel ridotto da questi fatto vicino al forte. Ma i Franzesi già
s'erano impadroniti delle eminenze opposte al forte ed al ridotto; e
preso anche per assalto il forte dei Pommets, da tutti tali punti con
numerose artiglierie continuamente infestavano gl'Inglesi.

Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto
sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma, poste
le artiglierie in luogo molto opportuno, per opera massimamente del
luogotenente colonnello d'artiglieria Bonaparte, giovane di virile
spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se
non si cacciavano da quel nido i Franzesi, bisognava pensar ad altro
che a stare a Tolone, sì deliberò di dar loro l'assalto. Ed, uscito
il 3 di novembre con sei mila soldati, la fortuna fu loro sul primo
incominciare seconda. Ma all'avviso di tanto sinistro accorso Dugommier
con un grosso di soldati agguerritissimi, cacciò gl'Inglesi in fuga
manifesta e con tanta foga, che i vincitori non si arrestarono se non
se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco che non vi
entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente
ferito e fatto prigioniero Ohara ch'era accorso per rannodare i suoi.

Questa fazione tanto sanguinosa diede molto a pensare agli alleati, non
li lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura
di Tolone; e i repubblicani, mostrandosi pronti a mettersi ad ogni più
grave pericolo per conquistar quella città: si risolveva Dugommier a
dar l'assalto da tutte le bande.

Adunque, posta essendo ogni cosa in pronto, il dì 14 dicembre i
Franzesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da
quel fatto doveva risultare non solo la conservazione o la perdita
di Tolone, ma ancora la riputazione delle armi e l'acquisto d'Italia,
con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce la
difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevaleva la furia
al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurità dei luoghi
faceva inclinare le sorti a favore degli assaltatori, ora l'audacia,
per verità non credibile se non fosse vera, le voltava a favor degli
assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano
lacere dall'un canto, già dall'altro i gioghi dei monti ed i parapetti
delle batterie inglesi apparivano cospersi di cadaveri franzesi, e
nonostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui
che ribollivano rendevano gli uomini più accaniti e continuamente si
dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano.
Prevalse la fortuna di Francia; i forti tutti caddero in mano dei
repubblicani.

L'espugnazione de' forti rendeva impossibile agli alleati il tenere più
lungamente Tolone: conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi
dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte
confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel
maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci, appiccarono
il fuoco alle navi che non potevano trasportare con loro ed a tutte le
opere preziose di marineria di cui Tolone abbondava. In questo Sidney
Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli che alle grandi, con
molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le
armerie, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano.
Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo
tempo a compire.

Ma compassionevole spettacolo era quello de' Tolonesi, i quali
costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di
gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con
esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose che in
tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano
per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierie de' loro
compatriotti o da quelle degl'Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il
tuonare, lo scompiglio delle navi che andavano e venivano, le minaccie
de' soldati da terra che fuggivano, lo strepito de' soldati da mare
che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione,
le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un
terrore, una miseria che si possono meglio con la mente immaginare
che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi, disperando della
pietà del vincitore, accettato l'esilio, si ricoveravano alle navi, non
sapendo nè dove nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre
giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte
confederate, tirandosi dietro le navi rapite di Francia, i giorni 18
e 19 dicembre si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le
antiche Stecadi. Il giorno 20 poi, e poichè tutti si erano ridotti a
salvamento, vuotato il forte Lamalgue che ne avea protetto la ritirata,
lasciarono la misera terra intieramente a discrezione de' repubblicani:
entraronvi fieri e minacciosi.

Arsero nell'incendio tolonese acceso dagl'Inglesi quindici navi grosse
di fila; arsero sei fregate, con molti altri legni minori. Rapirono e
s'appropriarono gli Inglesi la grossissima nave di cento venti cannoni
chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo ed il Potente, l'uno
e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa,
l'Aurora, il Topazzo e non pochi altri legni minori. I Sardi se ne
portarono la fregata l'Alceste; i Napolitani il brigantino l'Imbroglio,
gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella
d'Inghilterra.

Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco
per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emula, che
ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio dei mari, e che
tuttavia avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo.
Così perì Tolone, città nobile e ricca, e sede principale della
marineria franzese.

I rappresentanti del popolo, Barras, Freron, Robespierre giovane e
Saliceti scrissero il dì 21 dicembre al consesso nazionale, essere
Tolone in potestà della repubblica.



    Anno di CRISTO MDCCXCIV. Indiz. XII.

    PIO VI papa 20.
    FRANCESCO II imperadore 3.


L'infelice riuscita delle due imprese di Lione e di Tolone, la cattiva
prova fatta dai Marsigliesi, e la poca dipendenza che trovavano
nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai
confederati quanto fosse fallace l'opinione di aver nella popolazione
e nella efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni
che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però
si persuasero facilmente che non nelle parole ma nei fatti, non nelle
armi altrui ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era
diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti
stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una
volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior disubbidienza
li concitasse. E siccome era divenuto necessario che si cambiassero i
mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva che si dovevano cambiar
i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di
giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò
diè maggior ragionevolezza al conquistare per sè. Pareva necessario
torre per la risecazione di territorii forza ad una nazione potente
per sè stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si
rivolgevano per la mente de' confederati, i quali finalmente vennero
in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con
certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente
politica, cambiava di natura diventando guerra politica e territoriale.
Per tali condizioni dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in
Valenciennes il dì 21 di maggio del presente anno tra l'Austria e la
Sardegna un trattato, nel quale inoltre prometteva il re di fare ogni
maggiore sforzo e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandar in
Italia il più gran numero di genti potesse, oltre le ausiliarie che fin
dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito
reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente e coi medesimi
consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente
alla difesa dei monti e dei passi tanto verso la Savoia, quanto verso
il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in
piccole schiere, ma stessero congiunte in grosso corpo, sempre pronto
ad operare fortemente e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito
regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte;
e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano per
prima cosa e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il
nemico sulla riviera di Genova, affine di guarentire ed assicurare il
Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo
di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte;
avesse l'arciduca governator generale della Lombardia austriaca facoltà
di trattare ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione
del presente trattato si appartenesse, e di spiegare ogni cosa e di
rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare la impresa.

I Franzesi i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano
entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano
subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di
prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli
alleati. Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il
nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto
quelli che reggevano le genti adunate nella Savoia e nel Delfinato,
quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di
fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regii su
tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insino alla
costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati
assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio
d'una potenza neutrale, così là usarono le armi e qua le persuasioni;
le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro.
Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal
governo franzese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro
i Franzesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe
non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il
governo genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era
composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi. Così sedate
le ire e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i
Franzesi usare le opportunità del territorio genovese per assaltare gli
Stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato
manifesto, scritto da Nizza, il dì 30 marzo, dai rappresentanti del
popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti.

Alle benigne parole succedevano ben tosto apparati terribili. Erano i
Franzesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del
generale Dumorbion, verso il principio di aprile, nel territorio di
Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine
del genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i
disegni loro, mandarono la notte del 6 dello stesso mese il generale
Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore che la Francia chiedeva
che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già
si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A
queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della
violata neutralità; ma vano era il protestare contro una risoluzione
irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il
dì 6 aprile sul territorio italiano l'esercito repubblicano di Francia
in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo e quale si
conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva
dietro col retroguardo il generale Massena, destinato a sollevarsi da'
più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più
periti e famosi capitani che abbiano acquistato nome nelle storie.
Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani, per viemmeglio
assicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo
piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo,
caldamente, ma invano, s'era opposto il governatore genovese; ma
avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre
e Salicetti, ritirossene il presidio franzese, lasciando di nuovo il
castello in potere dei Genovesi.

Intanto, proseguendo i Franzesi l'impresa loro, una parte, voltatasi
alla sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone
un picciol presidio piemontese che vi stava a guardia, l'altra,
marciando sul litorale, s'incamminava alla volta di San Remo col
pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine
di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo
per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle
delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le
quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso
Saorgio. Nè contenti a questo i Franzesi, muovendosi sulla stanca di
Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio,
i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire la importante
fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie
avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore,
acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per
modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto
ad essere assalito da vicino. Nonostante, essendo forte per natura e
per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella
d'impadronirsene per oppugnazione, con assaltarlo da fronte.

Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano
i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non
poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi che
interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Franzesi
alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se
non per le navi genovesi che loro portavano i frumenti. Oltre a questo,
la strada non era nè lunga nè difficile per andar ad assaltare Ormea
e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure
del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse
rimasto al re di Sardegna a poter comunicare prontamente e sicuramente
coll'Inghilterra, massimamente con le flotte inglesi, che già erano, o
fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste
cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto
di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto
quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e
poste le artiglierie nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo
costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti
militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico
che sopravanzava per la moltitudine ed era fatto più audace per le
vittorie. La battaglia fu aspra. I Franzesi, partiti da San Remo, ed
occupato Porto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore
inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime
delle artiglierie, le quali, traendo a punto fermo, facevano una
strage incredibile nelle file dei Franzesi. Questi, veduto il danno, e
stimando che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto,
che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni
pezzi di artiglierie minute in luoghi prima creduti inaccessibili,
e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano
nella stessa forma, tanto fecero che questi, soppressati dal numero,
e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche
disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso.
Poscia, squadronatisi di nuovo, si ridussero al ponte di Nava,
lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto
del vincitore. Gli abitatori, mossi dal romore delle armi, e nei
quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi
di Truguet aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città
abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi.
Vi entrarono i repubblicani; e qui, per fare testimonianza al vero, è
debito raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal
por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e
nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza
militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa
tanto è più da notarsi, quanti a quei tempi in Francia correvano esempi
degni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovarono
all'estremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in
Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie
da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri.
Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca,
promettendo a tutti che tornassero intiera sicurezza nelle persone e
nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano
una squadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa
con piccolo porto situata in su quella marina ed appartenente al re di
Sardegna.

Quantunque questa fazione fosse di importanza per le bisogna loro verso
il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei
sommi gioghi dei monti: s'accorgevano che insino a tanto che quelle
altissime cime fossero in mano dei regi, e massime il ponte di Nava,
passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di
artiglierie, e cui erano accorsi a difendere quindici centinaia di
Austriaci, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento.
Massena, già vincitore di Santa Agata e di Oneglia, fu destinato a
questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava con otto mila
soldati scelti, e tanto e così subito fu l'impeto loro, che nè i
luoghi oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regi, nè le
artiglierie loro governate con molta maestria poterono operare che i
repubblicani non riuscissero vincitori. Massena, per non dar respitto,
e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un
bando coi soliti blandimenti e minaccie.

Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo
di Ormea, che, abbandonato dai difensori, venne in potere degli
assalitori, colle artiglierie grosse e minute e colle munizioni
da guerra e da bocca; gran quantità di panni singolarmente utili
al vestire dei soldati; undici centinaia di prigionieri resero più
cospicua questa vittoria. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna
del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai
repubblicani, ormai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si
spandessero nel Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la
intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose volerla
difendere sino all'estremo.

I Franzesi, conquistata Oneglia ed i luoghi importanti pe' quali
potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi
di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti
al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già
avevano conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose
militari e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia
e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con
soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi,
coi precipizii, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo
ardua, ma impossibile, si credeva quella di superare il piccolo San
Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non
si ristettero gli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il
generale Bagdelone, dopo di avere serenato due giorni sulle nevi delle
più alte cime de' monti, con soldati disposti a morire di disagio,
non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò
improvvisamente tre forti ridotti che i Piemontesi avevano costrutto
sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo
breve contrasto se ne impadroniva; quindi, voltate le artiglierie,
ond'erano muniti, contro la cappella del San Bernardo, dove i regii
avevano il campo più grosso, facevano le viste di fulminarla. Fu forza
allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano de' nemici un sito
che fu prima perduto che si pensasse di poterlo perdere. Nè i Franzesi
arrestarono il corso loro; anzi, spingendosi avanti, cacciarono a furia
i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi fin più là della Tuile, della
quale si impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la
valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel
mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che, dopo di avere
raccolte con sè tutte le milizie e tutte le genti regolari che in sì
grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso delle cose che
precipitavano.

Tentarono nel medesimo tempo e pei medesimi motivi i repubblicani
parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcavano, non arrestati nè da'
turbini nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo
all'improvviso sopra il forte di Mirabacco, difeso da pochi invalidi,
se ne impadronirono facilmente. Poscia, scendendo per la valle di
Lucerna, occuparono Bobbio ed altre terre superiori della medesima
valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche qui si
fecero dal governo le convenevoli provvisioni per modo che, assaliti
valorosamente i Franzesi dai regii nella terra del Villars, furono
costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte
Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa
terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di avere
presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si
ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti all'aver
romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed all'aver
fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Colla medesima
fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle
Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa
fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei
spianò la strada all'esercito d'Italia a potersi comunicare con quello
delle Alpi.

Il fatto d'armi di maggior rilievo, e per la sua grandezza e pel
valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del
monte Cenisio. Ne avevano i Piemontesi munito la eminenza con molte
e grosse artiglierie e con trincee e con ridotti. Tre principalissimi
massimamente parevano rendere sicuro quel passo, de' quali uno chiamato
de' Rivetti guardava il borro a destra dell'eminenza; il secondo detto
della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della
Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente
il terzo posto alla destra de' regii, il quale, avuto il nome di
un valente generale italiano che militava ai soldi dell'Austria,
chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierie
volte verso una selva di spessi e folti virgulti che poteva da quella
parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi posti
presidiati da soldati agguerriti e da cannonieri abilissimi. Tutti
avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di
provata esperienza, che li comandava: così il luogo, l'arte ed il
valore promettevano la vittoria. Ma i Franzesi, soliti a que' tempi
a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti
di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, fatto convenire a
Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più
pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a
far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro.
Era corsa la stagione fin verso la metà di maggio: in sul finir del
giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto
divisi in tre parti: Dumas medesimo per la strada maestra contro il
ridotto della Ramassa; il capitano Cherbin addosso al ridotto de'
Rivetti; Bagdelone per al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regii
si accorsero dell'approssimarsi del nemico, che diedero mano a trarre
con l'artiglieria e con l'archibuseria. Ne nacque in mezzo a que'
dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre
della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che
spandevano ad ora ad ora le artiglierie, e per l'eco che in quelle cave
montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar
loro così spesso e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre
più crescevano quanto più si avvicinavano i Franzesi ai ridotti regii;
poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa nè dal numero dei
loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non
vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti de'
Rivetti e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; con pari evento
e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora
a chi dovesse rimanere il dominio delle Alpi, quando Bagdelone con
la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti,
massime da alcuni luoghi precipitosi che gli si pararono davanti,
strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con
questa ardentissima mossa principio alla vittoria de' suoi. Superato
il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i
Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta da'
difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già,
prima della rotta de' regii a stanca, erano in procinto di entrare,
superato ogni ostacolo, in que' forti. In cotal modo le difese rizzate
sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Franzesi, non senza
però che il valore italiano avesse fatto di sè fierissima mostra.

Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa quanto
era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regii,
acquistarono i Franzesi tutte le artiglierie dei ridotti che erano
fioritissime, con alcune altre che vicine stanziavano per gli scambii,
molta moschetteria, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità
considerabile. Morirono pochi, rispetto alle gravità del fatto,
dall'una parte e dall'altra; circa otto cento prigionieri ornarono la
vittoria dei repubblicani. Non fecero i Franzesi fine al perseguitare
se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e
la Novalesa vennero a divozione dei repubblicani. Perduto il Cenisio,
tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte
della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi
e di munizioni, era impossibile ad essere superato. Nè i Franzesi
si attentarono di combatterlo; poichè, contenti all'essere divenuti
signori del passo alpestre del Cenisio ed all'aver messo spavento
coll'armi loro sulle rive della Dora riparia, nè essendo in numero
sufficiente a poter tentare cosa di importanza più oltre la Novalesa,
se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti
nelle altre parti dove ardeva la guerra.

Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Franzesi,
nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto
l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito
di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata,
che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione.
Voltarono dunque il pensiero ad insignorirsene per assedio: al che
per togliere ogni facilità, i capitani del re, e fra i primi Colli,
avevano diligentemente fortificato le cime dei monti che dividono il
Genovesato dalla valle della Roia, massime il passo principale di colle
Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Franzesi,
dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro,
si appresentarono alla batteria il dì 27 aprile, ed incominciarono un
furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente
i Franzesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di
Felta, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei
passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in
potestà loro. Morirono in questo fatto parecchi soldati di nome e di
valore d'ambe le parte, e fra essi il capitano Maulandi, italiano,
nel quale non saprebbe dirsi se fosse maggiore il valor militare, o la
modestia civile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura.

La vittoria del colle Ardente diè campo ai Franzesi di calarsi per la
via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta
al colle di Tenda. Certamente essendo quel forte munitissimo, avrebbe
potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il
presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva
Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di
Tenda, ordinato al cavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza,
resistesse più lungamente che potesse, e non cedesse la piazza se non
quando se ne avesse avuto il comandamento da lui; perchè l'intento
suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il
cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per lo effetto
dell'essere i Franzesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed
il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o
per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le
sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con
tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con
Mesmer comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte
da un consiglio militare, e passati per l'armi sulla spianata della
cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso,
volle il governo dar terrore ai novatori e credenza ai popoli, che il
tradimento avea procurato la vittoria al nemico.

Rimaneva ai Franzesi per compir l'opera che si impadronissero del colle
di Tenda, sommo apice delle Alpi marittime; nè s'indugiarono a questa
impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regii e del favor
della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono
i Piemontesi che facevano le viste di voler difendere il colle; e con
molta audacia e perizia occupando i Franzesi l'uno dopo l'altro i posti
eminenti sulla faccia del monte, i Piemontesi, abbandonata dopo debole
difesa la cresta in balia del nemico, si ritirarono a Limone, terra
posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.

Tutte queste fazioni, molto perniziose allo Stato del re, tanto maggior
terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte
le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo Stato
da uomini condotti da illusioni funeste, ma che niun mezzo avevano di
arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri
si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in
mezzo a tanti sdegni ed a tanti terrori.

Vittorio, perduta la metà degli Stati e le principali difese
dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema
rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque
grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a
procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni
quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana
a martello; fossero retti e divisi in isquadroni da ufficiali
di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni
durasse, somministrassersi munizioni dalle armerie, e viveri dai
magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne
mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne
abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa
arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro che meglio
avessero combattuto pel re e per la patria.

Questo stormo non poteva esser di molto momento alla vittoria; che
anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse
stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre
ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i
reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedii non bastando
alla salute del regno, instantemente si ricercarono i generali
austriaci che, fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro,
prontamente verso il Piemonte che pericolava gl'indirizzassero. Il
conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore
a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano,
conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente
nell'aprile tutte quelle che avea disponibili, e che unite componevano
un esercito di venti mila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con
queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino
a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in
Piemonte, a norma del trattato di Valenciennes. Inoltre muniva il re di
genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva,
Cuneo ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno
non mancassero l'armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarii
supplire, ordinava che si raccogliesse il salnitro in tutte le case
di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non
necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i
nobili, non quelli che militando seguivano le insegne reali, ma gli
oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso
consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con
sè le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle
ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge che sotto pena di
confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì che i beni
confiscati si incorporassero alla corona.

Fu anche giudicato che, per prevenir le congiure, fosse necessario
di soffocarne i semi e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava che
fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed
anche i casini. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi,
si spartivano i cittadini perchè non congiurassero, si univano perchè
combattessero.

Le fazioni tanto favorevoli ai Franzesi diedero molto a pensare ai
governi italiani. Laonde il re di Napoli si risolveva a fare maggiori
sforzi in favore dei confederati: indirizzava alla volta della
Lombardia, parte per terra, parte per mare, dieciotto mila soldati
tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega.
Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti
richiedevano, aveva comandato pagassero i baroni, i nobili ed i ricchi
cento venti mila ducati il mese; il restante, per non aggravare i
popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario; pagassero i beni
ecclesiastici una tassa del sette per centinaio; portassersi alla
zecca gli ori e gli argenti delle chiese che non fossero necessarii
al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo
per centinaio del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero, e il
patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.

Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si
scoperse la congiura di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama,
a cambiare il governo regio ed a fare una rivoluzione nel regno.
Questo fatto grave in sè stesso, e reso ancor più grave dalle menti
accendibili e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe,
proponendo il governo la salute propria a quella altrui. Si aggiunse
che i corsari sì franzesi che algerini infestavano i litorali del
regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta
a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per
far peggio eziandio che rubare.

Anche il pontefice che fra tutti i principi era forse quello che
procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò
con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose
su' luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò
magazzini, ospedali e nuove regole per la milizia. In questi suoi
pensieri dell'armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più
sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per quel
fatto enorme di Basseville, accaduto in Roma sull'entrare dell'anno
precedente, e che abbiamo a suo luogo raccontato.

Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie
dei repubblicani sulle Alpi, e del loro ingresso nel territorio
genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero
fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi
in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra
di loro le due parti contrarie, e quella, sostenuta dal procurator
Pesaro, al quale si aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli
di molta autorità, che insisteva perchè la repubblica si armasse, e
quella che credeva più pericoloso l'armarsi che il fidarsi. Sorse
in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla
volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior
ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccaria
Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando
tutti che l'armarsi non era possibile, non a tempo, inutile. Dopo
molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiciannove
voti favorevoli e sessantasette contrarii. Decretossi, chiamassersi le
truppe, sì a piedi che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad
assicurare la terra ferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero,
le cerne in Istria si levassero, le leve in terra ferma per riempiere i
reggimenti italiani si facessero, le compagnie dalle quarantotto alle
cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero;
finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato
che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni
sul golfo infestato da corsari africani e franzesi. A questo modo
aveva il senato prudentemente e fortemente deliberato. Ma i savii del
consiglio, ai quali apparteneva l'esecuzione del partito vinto dal
Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero,
scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di
sette mila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato,
sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, e continuamente
accusando in pubblico come in privato l'improvvidenza degli uomini ed
il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la
sua diletta ed infelice patria.

Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica
mandato a Basilea il conte Rocco Sanfermo, acciò spiasse e mandasse
quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finitima di
Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e
nemici di ogni sorta. Sanfermo, o che fosse spaventato egli, o che
volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia:
d'un Gorani destinato dal governo di Francia ad essere stromento a
far rivoluzione in Italia; poi certe ciance d'un Bacher, segretario
della legazione franzese in Basilea; poi d'un Guistendoerffer, che da
Parigi gli riferiva che la Francia faceva grandissimi disegni sulla
Italia, che già vi aveva per oro intelligenze da per tutto, anche a
Venezia, per modo che già erano a quei della salute pubblica obbligati
personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni de' destinati
dal governo a sopravvedere ed a scoprire le trame di Francia; che
Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica
per queste e per queste altre ragioni. Le quali novelle, che avrebbero
incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono
i molti, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in que'
tempi difficili sentissero meglio di debolezza che di prudenza.

Accrebbe le difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza,
fratello di Luigi XVI re di Francia, fuggendo il furore de' nemici
della sua casa, riparato in Torino. Ma essendo i repubblicani, tanto
avidi del suo sangue, comparsi prima sulle cime delle Alpi, poscia
sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte
in atto minaccievole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta,
e di andarsene, fidandosi nella integrità del senato, a cercar asilo
sulle terre della repubblica veneta. Seguitavano il principe, che sotto
nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di
Francia, tra' quali principalmente si notavano il duca d'Avaray ed il
conte d'Entraigues. Il senato veneto, pietosamente risguardando ad un
tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che glie ne sarebbero
venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente
ne' suoi Stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse
privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con
pratiche ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma
non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderii
del senato veneto si conformarono le intenzioni del conte di Provenza,
il quale, in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza
di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, da'
quali potessero seguir danno o pericolo agl'interessi altrui. Volle
egli far la sua dimora in Verona; del quale desiderio essendo stato
fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse
il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù e la sventura da
cui era combattuto: riconoscesse anche in lui ne' colloqui privati la
altezza del grado; ma pubblicamente si astenesse dall'usare verso di
lui di quegli atti, co' quali si sogliono riconoscere i principi. Nella
quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che
ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo
di Francia di querelarsi: il che però, siccome suole avvenire che i
forti usano la vessazione come i deboli il sospetto, non impedì punto
le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del
robespierrano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero
bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo,
e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. In
somma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode
debbonsi riconoscere i popoli, quanto esso era anche pericoloso. Qual
frutto ne abbiano conseguito, vedremo a suo tempo.

La veneta repubblica non era ancora giunta agli affanni estremi. Era
stato destinato dalla congregrazione della salute pubblica, con titolo
d'inviato a Venezia, Lallemand, per lo innanzi console di Francia a
Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e
molto dissimile da' tempi, al serenissimo principe il dì 13 novembre,
manifestava che, per l'elezione del Lallemand, cessava il suo mandato.
Furono in questo proposito molti e varii i dispareri nelle consulte
venete, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo
altri la contraria sentenza. Instavano i ministri delle potenze estere
acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco
tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione
favorevole all'accettazione.

Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il piemontese, riceveva
maggiori molestie del genovese, e nissuno ancora in mezzo a così
estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità o costanza. Già abbiamo
narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi
risentimenti al governo inglese: fu risposto per i generali. Intanto
ne successe un altro, che offese anche più direttamente la dignità e
l'independenza dello Stato. Appresentavansi in cospetto della signoria
Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno,
almirante del re Cattolico, che con parte della sua flotta stanziava
nel porlo di Genova, e con parole superbe e in termini eccessivi
dettavano alla repubblica leggi contro la Francia, intimando in fine
che, se non consentisse, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni
suo commercio con Francia e co' paesi da Francia occupati.

Questa prepotenza inglese, dicesi inglese, perchè lo Spagnuolo, udite
le rimostranze de' Genovesi, se n'era ritirato, tanto era più odiosa
quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un
furioso talento che ai comandamenti del suo governo. La signoria di
Genova, serbata la dignità e non omesse le rimostranze, fece opera di
mostrare al ministro del re Giorgio quanto lontane dal diritto fossero
le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto
traffico e dell'indipendenza della nazione richiedendolo. Ma Drake,
che meglio mirava all'utile o allo sdegno, che al giusto o alla
temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed,
abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato,
essere i porti genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per
entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero,
sarebbero predate dagl'Inglesi e poste al fisco.

Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare
le navi genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle
artiglierie del molo avevano concitato a gravissimo sdegno quel
popolo vivace ed animoso per modo che il nome inglese vi era divenuto
odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova
per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole e
minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di
quei tempi di portare sui cappelli la nappa nera, che è pure l'insegna
degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente
a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di
furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario
lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'esempio comune,
stracciavano le nappe e le schernivano con ogni strazio.

Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Franzesi, passati i
confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica,
crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia,
vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I
consigli pensarono a' rimedii. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa,
essere seguita l'invasione non solo senza alcuna partecipazione
loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto
in dubitazione, stessero pur confidenti che la repubblica, sempre
consentanea a sè medesima ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai
per dipartirsi da quanto la sincera neutralità e l'animo non inclinato
nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la
sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano
più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale;
munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega
di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e
più arditi.

Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori.
Era, siccome si è narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi.
Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli
generale di Corsica vollero temperare il dominio forastiero con qualche
moderazione di leggi; modellarono una costituzione; mancava il consenso
dei popoli; adunossi una dieta o congresso generale nella città di
Corte; approvò la costituzione.

L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood
e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli
mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della
nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate
prima le ingiurie fatte ai Corsi dai Genovesi, che la Corsica intimava
la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra,
corressero contro i bastimenti genovesi; avessero gli armatori facoltà
di appropriarsi non solo le navi genovesi, ma ancora, cosa certamente
enorme, le merci genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti
neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi,
e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento
scudi di premio per ogni capo di tali schiavi che fosse condotto a
Bastia. Non è certo da maravigliare che Paoli, nemicissimo per natura
ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi
eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in
Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili
ed umani uomini, gli abbiano tollerati, e forse instillati, con lasciar
anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e
di schiavitù, niuno sarà che non condanni. Intanto arditissimi corsari
corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi
quarti d'Inghilterra e con patenti spedite da Elliot, facevano danni
incredibili al commercio genovese, e peggio ancora che il manifesto non
portava.

Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica; ma
insidiosa e non piena fu la riparazione. Ordinava che l'assedio di
Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari corsi
avessero facoltà di predare i bastimenti genovesi, o di qualunque
nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci
loro ponessero al fisco, e gli uomini non più come schiavi, ma come
prigionieri di guerra si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni
civili.

Pareva che la condizione di Genova con la Gran Bretagna fosse divenuta
più tollerabile; al tempo stesso i termini in cui viveva colla Francia
si miglioravano; perchè, morto Robespierre, era stato richiamato Tilly,
mandandosi in iscambio un Villard, che più moderatamente procedeva.

Ma la guerra non lasciava quietare la malarrivata Genova. L'accidente
seguito della occupazione d'una parte della riviera di Ponente ed i
progressi dei Franzesi insino a Finale, davano timore che potessero,
per la via del Dego e del Cairo, sboccare in Piemonte. Per preservare
questa provincia finchè giungessero le genti tedesche stipulate nel
trattato di Valenciennes, tutte le truppe austriache, già chiamate, si
adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i
Franzesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si riducevano più vicino.
Sommavano a dodici mila combattenti tra fanti e cavalli: queste erano
le squadre della vanguardia e del grosso dell'esercito; il retroguardo
stanziava al Dego. Ivi avevano le artiglierie grosse, i magazzini ed
i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti
attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al
monte di Santa Lucia ed a levante di Vermezzano sopra la strada del
Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra
la pescaia del Mulino. Oltre di ciò, alcuni reggimenti piemontesi che
alloggiavano in un campo a Morozzo marciavano verso Millesimo col fine
di congiungersi cogli Austriaci che difendevano il paese del Cairo.

Dall'altra parte i Franzesi, udito di questo moto, ed avendo
anche presentito che l'esercito imperiale si volesse impadronire
improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro
con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlochè l'esercito
loro grosso di quindici mila combattenti, fatto uno sforzo, avea
sloggiato la vanguardia austriaca da varii posti, seguitandola sino
sulle alture che stanno a sopraccapo del Cairo, le quali occuparono,
la notte del 20 settembre, principalmente quelle che signoreggiavano
il castello. La quale cosa vedutasi dai generali austriaci Turcheim e
Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti
loro verso il campo di Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno
l'artiglieria grossa, serbando con loro la leggiera ch'era fiorita e
numerosa.

Era il dì 21 settembre imminente una battaglia. La mattina molto per
tempo avevano i generali austriaci ordinato le genti loro, partendole
in due parti, delle quali una, ch'era l'antiguardo, occupava le
alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a
Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo di Colletto, per
cui si va a Rocchetta del Cairo, stavano, come guardia avanzata, una
quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco
governate dai volontari. Al piano e verso il mezzo dell'antiguardo,
trentasei pezzi di artiglieria guardavano il passo, sei sul monte
Lucia, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della
battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture
di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava
sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro
alla destra.

Wallis, supremo generale austriaco, arrivato al campo poco innanzi
che incominciasse la battaglia, operò che alcuni battaglioni
dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il
quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.

Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano
i Franzesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai
generali Massena e Laharpe, e dal generale di artiglieria Buonaparte.
Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima, seguitata da
cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta
del Cairo, andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La
seconda, passando pel convento di San Francesco del Cairo, assaltava
i cacciatori che difendevano il monte Vailaro; poi, fatto un branco
di sè, composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle
di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per
superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza,
radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta,
riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera,
che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto
la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con
grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad
ora gli ordini degl'imperiali si rompevano, ma pel valore loro tosto
si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio dei Franzesi.
La seconda colonna, sforzato, non senza una valida resistenza degli
Austriaci accorsi in aiuto del Pinale, il passo del Vignarolo, gli
assaltava al monte Vallaro e sulle alture della Bormida, ed al primo
tratto li disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre
due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci, con nuova vigoria
combattendo, fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera,
che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che
s'era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che
ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa
costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a
favor degl'imperiali; ma l'importanza del fatto consisteva nel posto
del Colletto assaltato e difeso con mirabile costanza. Le fanterie
dei Franzesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavalleria
si fece avanti e diè per modo la carica alla cavalleria austriaca,
ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là
del Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo
seco i due cannoni; e ciò forse per allettare tanto la cavalleria
dei repubblicani, che, condottasi nella valle di Pollovero, potesse
essere bersagliata, con evidente vantaggio, di fianco e di fronte
dalle batterie di Santa Lucia e del Pinale. Ma i Franzesi accortisi
dell'insidia, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto
per forza o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritirarono
grossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucia e
dell'argine del Mulino. Scesero i Franzesi dal Colletto nella pianura,
e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin
presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterie
di Santa Lucia e del Pinale cominciarono a fulminarli con orribile
fracasso. Dalla parte loro, anch'essi facevano ogni sforzo per superar
quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme
dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e
strage se non quando, sopraggiunta la notte, i Franzesi furono forzati
a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi
dall'impeto delle artiglierie d'Austria, che non cessavano di trarre.
Perdettero in questo fatto i Franzesi meglio di seicento buoni soldati,
gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni uffiziali di
nome.

Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a sè la fama della vittoria
e dell'onore di questo giorno difficile ed importante; non ostante
gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida
interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dov'erano
le riposte dell'esercito, ovvero che avessero avuto avviso, come fu
scritto, che un corpo franzese partito di Savona fosse per riuscir loro
alle spalle, e per tal guisa mozzar loro la strada, la notte del 22,
abbandonate lor forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie
e con tutte le artiglierie in Acqui. Nel che si dee notare la falsità
degli avvisi che ricevevano gli Austriaci; perchè e nissun corpo
franzese era a quei giorni in Savona, e tutti i Franzesi eransi adunati
per fare un grosso sforzo a Dego, e nissuna altra schiera notabile di
loro si trovava da Nizza sino a Savona. Questa falsità di avvisi, quale
ne fosse la cagione, operò molto efficacemente in tutti i fatti della
presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.

Frattanto i Franzesi, temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi
a credere che gli avversarii si fossero ritirati, dubitando anzi di
essere assaliti in sul far del giorno, molto posatamente e con ogni
cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello che
non potevano sospettare era vero, vi si confermarono, e diedero mano
a vuotare e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini
dell'esercito tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè
contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del
pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato,
infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per
timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni
altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando
le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità di
bestiame sì grosso che minuto, dimostrando in somma con ogni proceder
loro quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo
presagio dei mali ancor più gravi che si preparavano all'infelice
Italia.

L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del
Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse
dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, nel Genovesato, dove si
fortificava, principalmente a Vado, aspettando che la stagione nuova
gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.

In mezzo a queste battaglie degli uomini, non vuolsi lasciare di far
menzione della trentesima eruzione del Vesuvio, accaduta la sera del 15
giugno, violentissima e spaventosa, che colla lava rovinò quasi tutta
la torre del Greco, e non poco danno recò a Resina, in tutto il paese
sollevandosi all'altezza di venti in trenta piedi. Poche case rimasero
intatte, e molte persone perirono.



    Anno di CRISTO MDCCXCV. Indiz. XIII.

    PIO VI papa 21.
    FRANCESCO II imperadore 4.


Erasi la fortuna, sul finire del precedente anno, mostrata favorevole
alle armi dei repubblicani non solamente dalla parte d'Italia,
ma eziandio, e molto più, verso la Spagna, i Paesi Bassi e quella
parte della Germania che si distende sulla riva sinistra del Reno:
che anzi in questi ultimi paesi tanta era stata la prosperità loro,
che, cacciati al tutto gli eserciti inglesi, olandesi, prussiani
ed austriaci, si erano fatti padroni del Brabante, dell'Olanda e di
tutta la Germania di là dal Reno, sì fattamente che, minacciando di
varcar questo fiume, niuna cosa lasciavano sicura sulla destra sponda.
Tante e così subite vittorie davano timore che la confederazione si
potesse scompigliare, e che alcuno degli alleati pensasse ad inclinar
l'animo ai Franzesi, anteponendo una pace qualunque ad una contesa
molto incerta nell'esito. A questo si aggiungeva che il reggimento
introdottosi in Francia dopo la morte di Robespierre mostrava e più
moderazione verso i cittadini e maggior temperanza verso i forastieri;
dannando le immanità dei governo precedente; protestando di non
consentire a turbar la pace altrui se non quando altri turbasse la
sua. Ogni cosa anzi inclinava ad un quieto e regolato vivere: solo
dava fastidio quel nome di repubblica, che potea, col linguaggio
che tenevano i Franzesi negli scritti e nelle parole, partorir col
tempo variazioni d'importanza. Non ostante, essendosi le cose ridotte
in Francia a maggior moderazione, si era il pericolo di presenti
turbazioni allontanato, e si dubitava che cresciuto dall'un de' lati
il terrore dell'armi franzesi, diminuito dall'altro il pericolo delle
forsennate suggestioni, prevalesse in alcun membro della lega la
volontà di procurar i proprii vantaggi con danno di tutti o di alcuno
dei confederati. Massimamente non si stava senza apprensione che
la Prussia facesse pensieri diversi dai comuni, e già se ne aveano
alcuni segni, e quanto peso un tal caso fosse per arrecare nelle cose
d'Europa, è facile vedersi da chi conosce e la sua potenza e la sede
de' suoi reami. Si temeva pertanto che l'inverno, il quale, acquetando
l'operare, risveglia il deliberare, potesse condurre qualche negoziato
col fine di porre discordia nella lega, e che, ove la stagione propizia
al guerreggiare fosse tornata, le armi dei Franzesi avessero a fare
qualche grande impeto, con insinuarsi nelle viscere di uno o di più dei
rimanenti alleati. Ma già aveano i Franzesi verso Germania acquistato
quanto desideravano; perchè signori dell'Olanda, signori delle
provincie germaniche poste di là dal Reno, a loro non rimaneva altra
cagione di condursi a far guerra sulla sponda destra di quel fiume, se
non quella di sforzare con continuate vittorie l'imperator d'Alemagna a
conoscere la repubblica loro ed a concluder la pace con lei. Ma sarebbe
stato il cammino lungo, e forse non sicuro; poichè l'Austria era sempre
formidabile, massime se si venissero a toccare gli Stati ereditarii.
Perlochè avvisavano potersi assaltare con minor pericolo e col medesimo
frutto da un'altra parte.

Quanto alla Spagna, i Franzesi non ponevano l'animo a volervi fare
un'invasione d'importanza, sebbene se ne fossero aperta la strada; ed
anzi credevano che, per costringerla alla pace, un romoreggiare sui
confini bastasse. Inoltre, salito pel favor della regina ad immoderata
potenza il duca d'Acudia, avvisavano i Franzesi, accortissimi nel
pesare le condizioni delle corti straniere, che il duca pensasse
piuttosto a solidare la sua autorità, allontanando, con un accordo, un
pericolo gravissimo, che a mantenere la integrità della fama del nome
spagnuolo e quanto richiedeva in quella occorrenza tristissima di tempi
la dignità della corona di Spagna.

Restava l'Italia, alla quale si prevedeva che si sarebbe, piuttosto
che in altro luogo, voltato il corso delle armi franzesi: per questo
avevano i repubblicani con infinito sforzo superate le cime delle Alpi
e degli Apennini; per questo ordinato ai passi l'esercito vincitore di
Tolone; per questo allettato con promesse e lusinghe il re di Sardegna;
per questo adulato Genova, addormentato Venezia, convinto Toscana
e turbato Napoli; per questo risarcivano a gran fretta i danni di
Tolone, con crearvi un navilio capace ad operare con forza sulle acque
del Mediterraneo; per questo stillavano continuamente nei consigli
loro, come, quando, per quale via e con quali mezzi dovessero assaltar
l'Italia. Era la penisola in quest'anno la principal mira dei disegni
loro, perchè speravano, per la debolezza e disunione de' suoi principi,
poterla correre a posta loro, perchè, malgrado delle funeste pruove
fatte in ogni età, il correre questa provincia è sempre stato appetito
principalissimo dei Franzesi. Conculcate poi l'armi austriache in lei,
precorrendo la fama della conquista di una sì nobile regione, speravano
che l'Austria spaventata calerebbe presto agli accordi.

Sì fatti disegni, non solamente non celati, ma ancora manifestati
espressamente, perchè meglio nascesse il timore, operavano in
differenti guise nella mente de' principi italiani. Il re di Sardegna,
ridotto in estremo pericolo, perduti oggimai i baloardi delle Alpi;
e trovandosi con l'erario consumato da quell'abisso di guerra, aveva
grandissima difficoltà del deliberare sì della pace che della guerra,
se però non è più vero il dire che altro scampo più non avesse che
aperto gli fosse, se non di pruovare se forse l'armi, che sempre
sono soggette alla fortuna, avessero a portare nel prossimo anno
accidenti per lui più favorevoli. Per la qual cosa deliberassi di non
separare i suoi consigli da quelli de' confederati, e di continuare
piuttosto nella amicizia austriaca già pruovata e consenziente alla
natura del suo governo, che di darsi in braccio ad un'amicizia non
pruovata e contraria ai principii della monarchia. Gli pareva anche
odioso ed indegno del suo nome il rompere gli accordi di Valenciennes
così freschi, e prima che si fosse sperimentato che valessero o non
valessero alla salute del regno. Per verità, l'Austria, commossa dal
pericolo imminente che i Franzesi, superate le Alpi ed annientata la
potenza sarda, inondassero l'Italia, non differiva le provvisioni
per procurar l'esecuzione de' patti di Valenciennes; perchè oramai
non si trattava soltanto della salute d'un alleato, ma bensì della
propria; laonde si dimostravano dalla parte della Germania ogni di
più efficaci movimenti, le genti tedesche ingrossavano in Piemonte,
e già componevano un esercito giusto e capace di tentare, unito al
piemontese, fazioni di importanza. Adunque il re, posto dall'un de'
lati ogni pensiero d'accordo con un nemico che più odiava ancora che
temesse, allestiva con ogni diligenza l'armi, i soldati e le munizioni.
Nè potendo lo Stato, e scemato di territorio e conculcato dalla guerra,
sopperire al dispendio straordinario co' mezzi ordinarii, e trovandosi
oppressato dalla necessità di danari, si diede opera a vendere, in
virtù di una bolla pontificia, trenta milioni di beni della Chiesa;
venderonsi i beni degli ospedali con dar in iscambio luoghi di monte;
ponessi con accatto sforzato sulle professioni liberali; accrebbersi le
gabelle del sale, del tabacco e della polvere da schioppo, ed ordinossi
un balzello per capi. Le quali imposte, che dimostravano l'estremità
del frangente, rendevano i popoli scontenti; ma però, gettando somme
considerabili, aiutavano l'erario a pagar soldati, esploratori e
il resto. Così tra le gravi tasse, le provvisioni straordinarie, le
leve sforzate e il romore delle armi sì patrie che straniere, sospesi
i popoli tra la speranza ed il timore, aspettavano con grandissima
ansietà i casi avvenire.

Le vittorie de' repubblicani sui monti, che davano probabilità
ch'eglino avessero presto ad invadere l'Italia, confermando il
consiglio de' savii in Venezia nella risoluzione presa di mantenere la
repubblica neutrale e poco armata, avevano indotto al tempo medesimo
il granduca di Toscana a far nuove deliberazioni, con trattar accordo
con la repubblica franzese, e con tornarsene a quella condizione di
neutralità, dalla quale sforzatamente, e solo coll'aver licenziato
il ministro di Francia, s'era allontanato. Aveva sempre il granduca,
in mezzo a tutti que' bollori, conservato l'animo pacato e lontano da
quegli sdegni che oscuravano le menti rispetto alle cose di Francia;
non già che egli approvasse le esorbitanze commesse in quel paese, che
anzi le abborriva, ma avvisava che infino a tanto che i repubblicani si
lacerassero fra di loro con le parole e coi fatti, avrebbero lasciato
quietare altrui, e che il combatterli sarebbe stato cagione che si
riunissero a danni di chi voleva essere più padrone in casa loro
che essi medesimi. Ma poichè senza colpa sua, e pei cattivi consigli
d'altri, i Franzesi, non che fossero vinti, avevano vinto altrui per
modo che oramai questa sede d'Italia da tanti anni immune dagli strazii
di guerra era vicina a sentire le sue percosse, pareva ragionevole
che il granduca s'accostasse a quelle deliberazioni che i tempi
richiedevano, e che erano conformi sì alla natura sua quieta e dolce,
e si agl'interessi della Toscana. Oltre a ciò, il porto di Livorno era
divenuto, poichè erano chiusi dalla guerra quei di Francia, di Genova
e di Napoli, il principale emporio del commercio del Mediterraneo.
Quivi gl'Inglesi concorrevano col loro numeroso navilio sì da guerra
che da traffico; quivi i Franzesi ed i Genovesi, o sotto nome proprio o
sotto nome di neutri, a fare i traffici loro, massimamente di frumenti,
che trasportavano nelle provincie meridionali della Francia. Levavano
gl'Inglesi grandissimi rumori per cagione di questi aiuti procurati
dalla neutralità di Livorno; ma il granduca, preferendo gli interessi
proprii a quelli d'altrui, non si lasciava svolgere, e sempre si
dimostrava costante nel non voler serrare i porti ai repubblicani.
Nè contento a questo, con molta temperanza procedendo, ordinava che
fossero aperti i tribunali a' Franzesi, e venisse fatta loro buona
e sincera giustizia, secondo il diritto e l'onesto. Avendo poi anche
udito che alcuni falsavano la carta monetata di Francia, diede ordine
acciò sì infame fraude cessasse, e ne fossero castigati gli autori;
cosa tanto più laudabile che appunto nel medesimo tempo uomini perversi
in paesi ricchissimi e potentissimi, per l'infame sete dell'oro, e
forse per una sete ancor peggiore, compivano opera sì vituperosa, non
nascostamente, ma apertamente. Così le mannaie uccidevano gli uomini a
folla in Francia, così la guerra infuriava in Piemonte, così lo Stato
incrudeliva in Napoli, così i falsari contaminavano la Inghilterra,
mentre l'innocente Toscana ministrava giustizia a tutti, nè si piegava
più da una parte che dall'altra.

Ma, divenendo ogni ora più imminente il pericolo d'Italia, pensò il
granduca che fosse oramai venuto il tempo di confessare apertamente
quello che già eseguiva con tacita moderazione, sperando di meglio
stabilire in tal modo la quiete e la sicurtà di Toscana. Per la
qual cosa deliberossi al mandare un uomo apposta a Parigi, affinchè
fra i due Stati si rinnovasse quella pace che più per forza che per
deliberazione volontaria era stata interrotta. Molte furono le querele
che si fecero in que' tempi di questa risoluzione, e della scelta del
conte Carletti ad eseguirla destinato; ma il tempo non tardò a scoprire
che quello che il granduca ebbe fatto per solo amore de' sudditi,
il fecero altri principi assai più potenti di lui. Ma era fatale che
in quella volubilità di governi franzesi quest'atto del granduca non
preservasse la Toscana dalle calamità comuni, perchè vennero i tempi in
cui la forza e la mala fede ebbero il predominio: l'innocenza divenne
allettamento non scudo.

Fecero i repubblicani al conte Carletti gratissime accoglienze sì per
acquistar miglior fama e sì per allettar altri principi a negoziare
con quel governo insolito e terribile. Debole era il granduca a
comparazione di Francia; ma era pei Franzesi di non poco momento
che un principe d'Europa riconoscesse quel loro nuovo reggimento,
e concludesse un accordo con lui; perchè, superata quella prima
ripugnanza, si doveva credere che altre potenze, seguitando l'esempio
di Toscana, si sarebbero più facilmente condotte a fare accordo ancor
esse. Perlochè fu udito con facili orecchie il conte a Parigi, ed
appena introdotti i primi negoziati, fu concluso, il dì 9 febbraio,
tra Francia e Toscana un trattato di pace e di amicizia, pel quale il
granduca rivocava ogni atto di adesione, consenso od accessione che
avesse potuto fare con la lega armata contro la repubblica franzese,
e la neutralità della Toscana fu restituita a quelle condizioni in cui
era il dì 8 ottobre del 1793.

Giunte in Toscana le novelle della conclusione del trattato,
si rallegrarono grandemente i popoli, massime i Livornesi, per
l'abbondanza dei traffichi, e con somme lodi celebrarono la sapienza
del granduca Ferdinando. Bandissi la pace con le solite forme, ma a
suon di cannoni in Livorno in cospetto dell'armata inglese, che quivi
aveva le sue stanze. Pubblicò Ferdinando un suo manifesto, conchiudendo
volere ed ordinare che il trattato con Francia si eseguisse, e l'editto
di neutralità, pubblicato nel 1778 dalla sapienza di Leopoldo, si
osservasse. Perchè poi quello che la sapienza aveva accordato i buoni
ufficii conservassero, chiamò Ferdinando il conte Carletti suo ministro
plenipotenziario in Francia. Introdotto al cospetto del consesso
nazionale, acconciamente orava; rispondeva il presidente con magnifico
discorso; infine, perchè non mancasse alle lusinghevoli parole quel
condimento dell'abbracciata fraterna, come la chiamavano, gridossi
romorosamente l'abbracciata, e l'abbracciata fu fatta, plaudendo i
circostanti. Andossene Carletti molto ben lodato ed accarezzato. Così
verificossi con nuovo esempio l'indole dei tempi, che portava gioie
corte e vane, dolori lunghi e veri.

E poichè si hanno a raccontare dolci parole e tristi fatti, non è da
passar sotto silenzio le dimostrazioni non dissimili con le quali si
procedette col nobile Querini, destinato dalla repubblica veneziana
ad inviato appresso al consesso nazionale di Francia. Avevano coloro
che nei consigli di Venezia prevalevano sperato di solidar veppiù lo
stato della repubblica col mandar a Parigi un personaggio d'importanza,
acciocchè con la presenza e con la destrezza dimostrasse esser vera
e sincera la determinazione del senato di volersene star neutrale.
Perlochè, adunatosi il senato sul principiar di marzo, trasse inviato
straordinario in Francia Alvise Querini, in cui non sapresti se
stato sia maggiore o l'ingegno, o la pratica del mondo politico, o
l'amore verso la sua patria; che certo tutte queste cose erano in lui
grandissime.

Adunque, arrivato Querini a Parigi, ed introdotto onoratamente al
consesso nazionale, e vicino al seggio del presidente postosi, con
bellissimo favellare disse, cittadino di una repubblica dai tempi
antichissimi fondata per la necessità di fuggire i barbari e pel
desiderio di vivere tranquilla, avere ora nuova cagione di gratitudine
verso la sua patria per averlo destinato ministro appresso ad una
repubblica che appena nata già riempiva il mondo colla fama delle sue
vittorie. Qual cosa, in fatti, poter essere a lui più lusinghiera,
quale più gioconda, di quella di comparire in cospetto del nazionale
consesso di Francia a fine di confermar la amicizia che il senato e la
repubblica di Venezia alla repubblica franzese portavano? Sperare la
conservazione di questa antica amicizia: sperarla, desiderarla, volerla
con tutto l'animo e con tutte le forze sue procurare, e stimarsene
fortunatissimo; recarsi ancora a felicità sua, se, al mandato della sua
cara patria adempiendo, meritasse che in lui avesse il consesso fede,
e se conceduto gli fosse di vedere che il consesso medesimo, fatto
maggiore di sè, e benignamente agli strazii dell'umanità risguardando,
con generoso consiglio dimostrasse aver più cura della pace che della
guerra, ed il frutto di tante vittorie aver ad essere il riposo di
tutti.

Orava in risposta il presidente dicendo, felicissimo essere alla
repubblica franzese quel giorno in cui compariva avanti a sè l'inviato
della illustre repubblica di Venezia; poter vedere il nobile Querini
in volto ai circostanti i segni della contentezza comune; antica essere
l'amicizia tra Francia e Venezia, ma anticamente aver vissuto la prima
sotto la tirannide dei re, ora dover l'accordo esser più dolce, perchè
libera dal giogo; avere avuto pari principio le due repubbliche:
sorta la veneziana fra le tempeste del mare, fra le persecuzioni dei
barbari; pure fra tanti pericoli avere acquistato onorato nome al
mondo per la sua sapienza e pei suoi illustri fatti; avere spesso le
querele dei re giudicato, spesso l'Occidente dai Barbari preservato:
similmente sorta la Franzese fra le tempeste del mondo in soqquadro;
gente più barbara dei Goti avere voluto distruggerla, usato fuori
le armi, dentro le insidie, chiamato in aiuto la civile discordia,
ma tutto stato essere indarno: la libertà avere vinto: non dubitasse
pertanto Venezia, che siccome pari era il principio e pari l'effetto,
così sarebbe pari l'amicizia; avere la generosa Venezia, allora quando
ancora stava la gran lite in pendente, accolto l'inviato della franzese
repubblica onorevolmente; volere la Francia grata riconoscere con
procedere generoso un procedere generoso, e siccome la sua alleata
non aveva dubitato di commettersi ad una fortuna ancor dubbia, così
godrebbe sicuramente i frutti d'una fortuna certa: avere potuto la
Francia, quando aveva il collo gravato dal giogo di un re, ingrata
essere ed ingannatrice, ma la Francia libera, la Francia repubblicana
riconoscente essere e leale, e con tanto miglior animo riconoscere
l'obbligo, quanto il benefizio non era senza pericolo: andasse pur
sicura Venezia e si confortasse che la nazione franzese nel numero de'
suoi più puri, de' suoi più zelanti alleati sarebbe: quanto a lui,
nobile Querini, se ne gisse pur contento che la franzese repubblica
contentissima si reputava di averlo per ministro di una repubblica
amica, e che di pari estimazione in Francia goderebbe di quella che
già si era in Venezia acquistata; i desiderii di pace essere alle
due repubbliche comuni; confidare, sarebbero presto con la quiete
universale d'Europa adempiti.

Per tal modo si vede che per testimonio del presidente
Lareveillere-Lepaux, che orava, Venezia era generosa, libera, amica di
Francia. Pure poco tempo dopo coloro che sottentrarono al governo ed un
soldato la distrussero, chiamandola vile, schiava e perfida.

Giunte a Venezia le novelle della cortese accoglienza fatta al
Querini, si rallegrarono vieppiù coloro che avevano voluto fondar lo
Stato piuttosto sulla fede di Francia che sull'armi domestiche, e si
credettero di aver in tutto confermato lo impero della loro antica
patria.

Dalla parte d'Italia, dov'era accesa la guerra, incominciavano a
manifestarsi i disegni dei Franzesi. Doleva loro l'acquisto fatto
della Corsica dagl'Inglesi, e desideravano racquistarla. Oltre a ciò le
genti accampate sulla riviera di Ponente travagliavano per una estrema
carestia di vettovaglia; importava finalmente che il nome e la bandiera
di Francia si mantenessero vivi nel Mediterraneo. Fu allestita con
incredibile celerità a Tolone una armata di quindici grosse navi di
fila con la solita accompagnatura delle fregate e di altri legni più
sottili. Genti da sbarco e viveri in copia vi si ammassarono; usciva
nei primi giorni di marzo, e postasi nelle acque delle isole Iere,
aspettava che il vento spirasse favorevole all'esecuzione dei suoi
pensieri.

Il vice-ammiraglio inglese Hotham, che stava in sentore a Livorno con
una armata in cui si noveravano quattordici grosse navi di fila, tutte
inglesi, ed una napolitana, con tre fregate inglesi e due napolitane,
avuto subitamente avviso dell'uscita dei Franzesi, pose tosto in alto
per andar ad incontrare il nemico, e combatterlo ovunque il trovasse.
Dall'altra parte, uditosi dall'ammiraglio franzese Martin, al quale
obbediva l'armata, che gl'Inglesi solcavano il mare per combattere
con lui, lasciate le onerarie all'isole Iere, sciolse animosamente
le ancore ancor egli, risolutosi al commettere alla fortuna delle
battaglie l'imperio del Mediterraneo. Incominciò a dimostrarsegli con
lieto augurio la benignità della fortuna, perchè avendo l'Hotham, tosto
che ebbe le novelle del salpar dei Franzesi, spedito ordine alla nave
il Berwick, che stanziava a San Fiorenzo di Corsica, acciò con tutta
celerità venisse a congiugnersi con lui verso il capo Corso, essa,
abbattutasi per viaggio nell'armata franzese, fu fatta seguitare dal
vascello ammiraglio il Sanculotto (con questi pazzi nomi chiamavano
i Franzesi di quell'età le navi loro) e da tre fregate, per modo che,
combattuta gagliardamente, fu costretta ad arrendersi in cospetto di
tutta l'armata repubblicana, che veniva via a vele gonfie per secondare
i suoi che già combattevano; sì mal concio però uscendo dal feroce
contrasto il Sanculotto che ritirossi per forza nel porto di Genova
e poco poscia in quello di Tolone. Intanto arrivarono le due armate
l'una al cospetto dell'altra nel giorno 13 marzo. Quivi incominciò
la fortuna a voltarsi contro i Franzesi, perchè separata da una forte
buffa di vento dalla restante armata la nave il Mercurio, per questi
accidenti si trovarono i Franzesi al maggior bisogno loro con due
navi di manco, delle quali il Sanculotto, essendo a tre palchi, era la
principale speranza della vittoria. Godevano gl'Inglesi il vantaggio
del vento, sicchè fu spinta l'armata della repubblica verso il capo di
Noli, seguitandola gl'Inglesi per modo di caccia generale. In questo,
tra pel mareggiare, ch'era forte a cagione del vento assai fresco, e
per la forza dell'artiglierie inglesi che già si erano approssimate,
perdè il vascello il Caira gli alberi di gabbia, e perseguitato dalla
fregata l'Incostante e dal vascello l'Agamennone, si difese bensì
gagliardamente, soccorso da' suoi sino a notte, ma per la difficoltà
del muoversi continuando tuttavia a rimanere troppo più vicino agli
Inglesi che la salute sua non richiedesse, come anche la nave il
Censore che l'aveva aiutato. Questi accidenti, parte inevitabili, parte
fortuiti, furono cagione che la mattina del 14 fossero queste due
navi nuovamente assaltate. Contrastarono esse con tanto valore, che
gl'Inglesi non poterono venire così tosto a capo del disegno loro di
rapirle. Chiamarono in soccorso l'Illustre ed il Coraggioso, ma furono
anche queste tanto lacerate dalla furia delle cannonate repubblicane,
che la prima, non più abile a governarsi, fu arsa, la seconda andò
per forza a ritirarsi nel porto di Livorno. Ma finalmente le due navi
della repubblica, non potendo pel silenzio dei venti essere aiutate
dal grosso dell'armata, calata la tenda, si arrenderono. Continuava
agl'Inglesi il benefizio del vento; alla fine, essendosi messa una
brezza leggiera anche pei Franzesi, se ne prevalsero, solo per altro
per ritirarsi con minor danno che possibil fosse da quel campo di
battaglia oramai più pericoloso che glorioso. La quale mossa riuscì
poco ordinata nè conforme alla volontà dell'ammiraglio; ma un cattivo
consiglio fu compensato da un valore inestimabile, sì che gl'Inglesi
medesimi ne restarono maravigliati. Assicurò per allora questa vittoria
le cose di Corsica a favor degl'Inglesi.

Questa fu la battaglia del capo di Noli, nella quale fu pari da
ambe le parti il valore, ma maggiore dalla parte degli Inglesi la
perizia e l'ubbidienza dei capitani minori. Così fu sturbata ai
Franzesi l'impresa di Corsica, diventarono i nemici loro padroni del
Mediterraneo, le provincie meridionali di Francia penuriarono vieppiù
di vettovaglie, i repubblicani sulla riviera di Ponente furono a tali
strette ridotti, che se si mostrarono mirabili nel vincere i pericoli
della guerra, più ancora diedero maraviglia nel superare gli stimoli
della fame.

In questo mentre si ebbero le novelle della pace conclusa tra la
repubblica franzese e il re di Prussia, accidente gravissimo e che
diede molta alterazione agli alleati, sì per l'opinione come per
la diminuzione di forze che a loro ne veniva. Non potè però fare
che l'imperator d'Alemagna ed il re di Sardegna non rimanessero in
costanza; anzi cominciando a manifestarsi in Piemonte gli effetti del
trattato di Valenciennes, pel grosso numero di Tedeschi che vi erano
arrivati, malgrado l'alienazione della Prussia, alzarono la mente a più
importanti pensieri, colla speranza di cacciar del tutto i repubblicani
dalla riviera di Genova. Per la qual cosa avviate le genti loro verso
il Cairo, dal quale i Franzesi si erano ritirati, ed occupata la
sommità dei monti, già inclinavano a qualche fatto memorabile.

Erano in tal modo ordinati i confederati, che l'ala loro sinistra
guidata dal generale Wallis faceva sembiante di volersi impadronire di
Savona, e di assaltare i Franzesi che si erano fortificati al ponte
di Vado: il mezzo, dov'era presente il generalissimo Devins, e che
era il nervo principale, minacciava di voltarsi al cammino dei siti
molto importanti di San Giacomo e di Melogno; la destra, che obbediva
al generale Argenteau, dava a dubitare che, con impeto improvviso
avanzandosi, andasse a riuscire a Finale. Una grossa squadra di
cavalleria piemontese stanziava presso a Cuneo, pronta a passar le Alpi
o gli Apennini ove la fortuna aprisse qualche adito alla vittoria.
Corpi sufficienti di truppe, massime piemontesi, munivano le valli
di Stura, di Susa e d'Aosta sotto la condotta dei duchi d'Aosta e di
Monferrato. Davano gran forza a tutte queste genti i Barbetti, come
li chiamavano, i quali, gente piuttosto da strada che da milizia,
nascondendosi spediti e leggieri nei luoghi più ermi e precipitosi
delle nizzarde montagne, erano assai pronti a spiare le mosse
dell'inimico, a sorprendere le vettovaglie, e ad uccidere, spesso anche
crudelmente, gli spicciolati. Usavano somma barbarie nel difendere la
regia causa; nè i comandamenti del re, che desiderava di metter ordine
e moderazione fra di loro, bastavano per frenar appetiti così smoderati
e disumani.

Dall'altra parte i Franzesi governati dal Kellerman erano molto intenti
alle provvisioni per resistere ai confederati, quantunque l'esercito
loro non pareggiasse di numero quel della lega. La loro ala dritta,
sotto l'imperio di Massena, stanziava colla estremità sua a Vado,
e distendendosi pei monti arrivava insino alla valle del Tanaro.
Quivi incominciava la parte mezzana, che pel colle di Tenda andava a
congiungersi sul Gabbione con la sinistra che muniva i colli di Raus e
delle Finestre, e le valli della Vesubia e della Tinea.

Era Savona sito di molta importanza sì per l'opportunità del porto,
sì pel suo castello munitissimo. L'una parte e l'altra, non portando
rispetto alla neutralità di Genova, desideravano d'impadronirsene
o per insidia o per una battaglia di mano. Fuvvi sotto le sue
mura un'abbaruffata fra i repubblicani, che vi erano venuti, e i
confederati, che li volevano pigliare: rifulse in questo fatto la
virtù del governatore Spinola, che serbò la neutralità e la piazza,
costringendo le due parti a levarsene.

A questa incomposta avvisaglia successero assai tosto battaglie
grossissime. Vedevano i confederati essere loro di somma importanza
lo scacciare i repubblicani dalla riviera di Genova, perchè, se a
ciò non riuscissero, la Lombardia austriaca sarebbe sempre stata in
grave pericolo, e la difesa del re di Sardegna, non che difficile,
quasi impossibile. Assai lunga era la fronte dell'esercito franzese:
il romperlo in mezzo era un vincerla tutta. Si risolvettero adunque a
fare impeto principalmente contro i monti di San Giacomo e di Melogno,
onde riuscisse loro di tagliar fuori l'ala dritta dei Franzesi dalle
due altre parti. Pensarono altresì ad assaltare fortemente il luogo
di Vado, dove i repubblicani s'erano molto fortificati, perchè, se la
fortuna fosse stata per loro anche qui propizia, si sarebbe allargato
subitamente lo spazio dove gl'Inglesi potevano approdare. Pertanto
gli Austriaci assalirono con grandissimo valore il posto di Vado,
già inclinando verso il suo fine il mese di giugno; risposero con
eguale virtù i Franzesi guidati da Laharpe, e tanto fecero che non si
piegarono punto, anzi ributtarono valorosamente il nemico, più valoroso
ed impetuosissimo. Questo fu uno dei fatti della presente guerra per
cui si devono accrescere le laudi dei Franzesi pel valor dimostrato e
per la perizia del saper prendere i luoghi e dell'usar le occasioni;
ma non con pari fortuna combatterono sui monti di San Giacomo e di
Melogno; perchè una grossa schiera di Austriaci condotti da Devins
assaltava impetuosissimamente tutti i posti che munivano le alture
del primo: varii furono gli assalti, varie le difese, molti i morti,
molti i feriti da ambe le parti; durò ben sette ore la battaglia,
nè ben si poteva prevedere quale avesse a prevalere, o la costanza
austriaca o la vivacità franzese, avvegnachè quegli alpestri gioghi
già fossero contaminati di cadaveri e di sangue. Finalmente declinò
la fortuna dei Franzesi; gli Austriaci, che prevedevano che da quella
fazione dipendeva tutto l'evento della ligustica guerra, fatto un
estremo sforzo, riuscirono, cacciatone di viva forza gli avversati,
sulla sommità del monte. Con pari disavvantaggio procedevano le cose
dei Franzesi a Melogno, custodito solamente da due battaglioni. Lo
attaccava Argenteau con cinque mila soldati fioritissimi, e dopo breve
contrasto facilmente se lo recava in mano. Come prima ebbe Kellerman
avviso della perdita di Melogno, mandava Massena con un grosso di
quattro battaglioni valentissimi a far opera di ricuperarlo; il che era
non di somma, ma di estrema importanza. Usarono i soldati di Massena
molto opportunamente d'una nebbia assai folta; ma furono rigettati con
le artiglierie e con le baionette, non senza aver perduto buon numero
di valenti soldati. Questo rincalzo non tolse loro tanto di speranza,
che non tentassero un secondo assalto: Massena medesimo, al solito
rischievole guidatore di qualunque più difficile impresa, reggeva
i passi loro, ed avendoli divisi in tre colonne, comandava alle due
estreme ferissero l'inimico sui due fianchi; alla mezzana percuotesse
di fronte l'altura pericolosa. Marciavano molto confidenti della
vittoria; ma la nebbia fece sì che le colonne laterali si accozzassero
alla mezzana per modo che in vece di tre assalti si ridussero a
darne un solo sulla fronte. Questo cangiò del tutto la condizione
della battaglia, perchè gl'imperiali, combattendo per diritto da quei
ripari sicuri con tutte le artiglierie loro, obbligarono prestamente
i repubblicani a ritirarsi, non senza strage, ai luoghi d'ond'erano
venuti. S'aggiunse a questo che gli Austriaci s'impadronirono del passo
dello Spinardo, altro sito importante che dava loro maggior facoltà di
rompere e spartire in due l'esercito di Francia. Occupato San Giacomo
e Melogno, salirono gl'imperiali facilmente sui monti che stanno
imminenti a Vado, donde poterono bersagliare i Franzesi, che tuttavia
vi avevano le stanze. Perlochè questi, disperati pei sinistri occorsi
di poter conservare questo luogo, chiodati ventidue cannoni e due obici
che non potevano trasportare, si ritirarono. Entrarono tosto in Vado
gli Austriaci, e poservi di presidio il reggimento Alvinzi.

Mentre tutte queste cose si facevano sulla riviera di Genova,
succedevano parecchie battaglie su tutte le creste degli Apennini e
dell'Alpi con vario evento; volendo e Franzesi e Piemontesi aiutare con
questi assalti lontani le maggiori battaglie del Genovesato.

Kellerman, vedendo che per l'occupazione fatta dagli alleati de' siti
più importanti verso Savona, le sue stanze in que' luoghi non erano
più sicure, e che la sua ala dritta correva pericolo d'essere tagliata
fuori dalle altre, tirò con molta prudenza e singolare arte indietro la
troppo lunga fronte de' suoi. Per tal modo Finale e Loano, abbandonati
dai repubblicani, vennero in potere degl'imperiali.

La ritirata de' Franzesi da Vado era necessaria per la salute loro,
ma fu loro da un altro canto di grandissimo incomodo a cagione della
mancanza delle vettovaglie, perchè i corsari vadesi e savonesi con
bandiera austriaca correvano continuamente il mare, tanto che a
mala pena alcune navi più sottili d'Idriotti, sguizzando la notte
o pel favor di venti prosperi, riuscivano ad approdare, sussidio
insufficiente a sollevare tanta carestia. Per privare viemmaggiormente
le navi neutre della comodità di farsi strada ai lidi di Francia ed
alla parte della riviera occupata dai Franzesi, aveva il generale
austriaco armato nel porto di Savona certe grosse fuste che portavano
venti cannoni; e v'erano giunte due mezze galere e quattro fuste
napolitane, ed a tutti questi legni minori faceano ala le fregate
inglesi. Per tutto questo nacque una penuria incredibile nel campo
franzese, e già si ripromettevano i confederati che i repubblicani,
indeboliti dalla fame, pensassero oramai a ritirarsi da tutta la
riviera. Ma i Franzesi, non mostrandosi meno costanti nel sopportare
l'estremità del vivere, di quanto fossero stati valorosi ne' fatti
d'arme, continuavano ad insistere dal Borghetto e dal Ceriale, in atto
minaccioso e fiero. Il che vedutosi da' capi della lega, estimando
che, ove la fame non bastava, bisognava usar la forza, assalirono con
numero e con valore le posizioni nuove alle quali i repubblicani si
erano riparati. Sanguinose battaglie ne seguitavano, in cui ora gli
uni ed ora gli altri restavano superiori: la somma fu, che, non essendo
venuto fatto agli alleati di sloggiar i Franzesi, perdettero il frutto
di tutta l'opera, perchè il non superare que' luoghi era un perdere
tutto il frutto del trattato di Valenciennes. Così le sorti d'Italia si
arrestarono ed ebbero il tracollo sul piccolo ed ignobile scoglio del
Borghetto.

Intanto le cose vieppiù s'allontanavano dalla temperanza in Napoli.
Eranvi nate sì pel famoso grido della rivoluzione di Francia, sì per le
istigazioni segrete di alcuni agenti di quel paese, sì per l'esempio e
le esortazioni degli uomini venuti sull'armata dell'ammiraglio Truguet,
che aveva visitato il porto di Napoli nel 1793, e sì finalmente per le
inclinazioni de' tempi, opinioni favorevoli alla repubblica. Alcuni
giovani con molta imprudenza la professavano; altri meno imprudenti,
ma più inescusabili, si adunavano e facevano congreghe segrete a
rovina del governo. Notarono i discorsi, seppersi le trame: il governo
insorgeva a freno de' novatori. Il ministro Acton, conosciuti gli
umori, si studiava, come i favoriti fanno, di andare a seconda, con
rappresentare continuamente all'animo della regina, già tanto alterato,
congiure e tentativi di ribellioni pericolose. Creossi una giunta sopra
le congiure. Furonvi eletti il principe Castelcicala, il marchese Vanni
ed un Guidobaldi, antico procurator di Teramo, uomini disposti, non
solo a far giustizia, ma ancora ad usar rigore. Emmanuele de Deo ed
alcuni altri rei furono puniti coll'ultimo supplizio; alcuni carcerati,
alcuni confinati. Ciò era non solo diritto, ma ancora debito dello
Stato; ma si crearono gli uomini sospetti, parte per indizii più o
meno fondati, parte anche senza indizii, mescolandosi le emulazioni
e gli odii particolari là dove non era nè reità nè indizio di reità.
Le carceri si empierono. Era un terrore universale; il familiare
consorzio era contaminato dalla paura de' delatori. Diceva Vanni,
già confinata in carcere una gran moltitudine, pullulare tuttavia
nel regno i giacobini; abbisognare arrestarsene ancora venti mila; nè
si ristava: i carcerati si moltiplicavano. Fu imprigionato Medici, e
se nol salvava l'integrità del giudice Chinigò, sarebbe caduto sotto
la macchina orditagli da Acton per gelosia, e privato il regno di un
uomo di non ordinaria perizia negli affari di Stato. Duravano già da
molto tempo le pene insolite, nè rimetteva il rigore. I popoli prima
si spaventavano, poi s'impietosivano, finalmente si sdegnavano, e ne
facevano anche qualche dimostrazione. Pensossi al rimedio. Siccome
Vanni principalmente era venuto in odio all'universale, così fu
dimesso ed esiliato da Napoli; gratitudine degna del benefizio. Ciò non
ostante, la asprezza non cessò del tutto, se non quando Napoli venne a
patti con Francia.

Frattanto non si confermava l'imperio inglese in Corsica, parte per
l'inquietudine naturale di quella nazione, parte perchè i partigiani
franzesi vi erano numerosi, parte finalmente perchè i popoli, scaduti
dalle speranze, si erano sdegnati, e gridavano aver solo cambiato
padrone, non peso. Oltre a ciò, grande era tuttavia il nome di Paoli
in Corsica, e coloro che più amavano l'indipendenza che l'unione con
gl'Inglesi, voltavano volentieri gli animi a lui, come a quello che
avendo contrastato l'acquisto della Corsica ai Franzesi, poteva anche
turbarlo agl'Inglesi. Erano pertanto sorti parecchi rumori in alcune
pievi di qua da' monti, massimamente ne' contorni d'Aiaccio; ed il
male già grave in sè induceva ogni giorno maggior timore; alcuni già
gridavano apertamente il nome di Francia: si temeva una turbazione
universale, se prontamente non vi si provvedesse. Per la qual cosa
il vicerè Elliot, avvisato prima diligentemente in Inghilterra quanto
occorreva, mandò fuori un bando esortatorio.

Nè le sue esortazioni restarono senza effetto, non già sulle
popolazioni mosse, perchè a popolo mosso bisogna parlar co' fatti,
e non con le parole, ma bensì su quelle d'oltremonti, che eleggevano
volentieri di stare sotto l'imperio d'Inghilterra. Laonde, ordinate
alcune squadre, furono mandate ad aiutare nelle pievi licenziose
le esortazioni del vicerè. Oltre a tutto questo, Paoli, o cagione o
pretesto che fosse di questi rumori, fu chiamato in Inghilterra dal re,
il quale, perchè la chiamata fosse più onesta, gli aveva scritto, la
presenza sua in Corsica fare i suoi amici troppo animosi; se ne venisse
pertanto a respirare aere più tranquillo in Londra; rimunererebbe la
fede sua, metterebbelo a parte della propria famiglia. Paoli, obbedendo
all'invitazione, se ne giva a Londra, trattenutovi con due mila lire di
sterlini all'anno. Visse fino all'ultimo più accarezzato che onorato.
Così finì Pasquale Paoli, nome riverito nella storia, e che sarebbe
molto più, se non fosse nata la rivoluzione franzese.

Gli avvertimenti del vicerè, le mosse dei soldati corsi ai soldi
d'Inghilterra, la partenza di Paoli, ed insieme i benigni ordini venuti
da Londra furono di tanta efficacia, che i comuni sollevati, deposte le
armi, tornarono all'ubbidienza. Così fu ristorata, se non la concordia,
almeno la pace in Corsica, non sì però che, per l'infezione delle
parti, non vi fossero molti mali semi, che avevano a partorire fra
breve effetti notabili a pregiudizio degl'Inglesi in quell'isola.

Qualche moto anche accadde in questi tempi in Sardegna, principalmente
in Sassari, città vicina alla Corsica. Il popolo sollevato domandava
gli stamenti, che non sono altro che gli stati generali di Sardegna;
domandava i privilegii conceduti dai re d'Aragona; domandava i patti
giurati nel 1720. Sassari mandò i suoi deputati a Torino, perchè,
moderatamente procedendo, i diritti ed i desiderii dei Sardi al re
rappresentassero.

Dieronsi ai deputati buone parole, e forse qualche cosa più che
buone parole. La missione loro non partorì frutto e se ne partirono
disconclusi. Intanto furono i tumulti di leggieri sedati, componendosi
di nuovo il vivere nella solita quiete, con grande contentezza del
re, che molto mal volontieri aveva veduto contaminarsi la difesa di
Cagliari dalle sollevazioni di Sassari. Fadda, Mundula ed Angioi, capi
e guidatori di quei moli, si posero con la fuga in salvo.

In questo mezzo tempo si udirono importantissime novelle da Basilea,
essere la Spagna, partendosi dalla confederazione, condiscesa, il dì
22 luglio, alla pace con la repubblica franzese; il quale accidente
tanta efficacia doveva avere in Italia, principalmente negli Stati
del re di Sardegna, quanta ne aveva avuto negli affari di Germania, e
principalmente in quei dell'Austria, la pace conchiusa tra la Francia
e la Prussia; i repubblicani vincitori dei Pirenei potevano facilmente
voltarsi contro l'Italia per farvi preponderare le forze franzesi.
Mossi poi anche i parigini reggitori da quel loro perpetuo appetito
d'invadere l'Italia, col diventar padroni del Piemonte per la pace,
del Milanese per la guerra, erano stati operatori che s'inserisse
nel trattato con la Spagna il capitolo, che la repubblica franzese,
in segno di amicizia verso il re Cattolico, accetterebbe la sua
mediazione a favore del regno di Portogallo, del re di Napoli, del re
di Sardegna, dell'infante duca di Parma e degli altri Stati d'Italia,
a fine di concordia tra la repubblica e questi principi. Ulloa,
ministro di Spagna a Torino, fece l'ufficio, proferendosi a mediatore
tra la repubblica ed il re Vittorio. Offeriva la conservazione e la
guarentigia dei proprii Stati, se consentisse a starsene neutrale e a
dar il passo ai Franzesi verso l'Italia. Offeriva la possessione del
Milanese, se si risolvesse a collegarsi con la repubblica. Mescolaronsi
al solito speranze di acquisti di territorii più contigui, se cedesse
l'isola di Sardegna alla Francia.

Udiva il re Vittorio molto sdegnosamente le proposizioni della Spagna,
e sulle prime dichiarò di voler continuare nell'alleanza con l'Austria.
Ma perchè fu più pacatamente considerata la cosa, o che s'inclinasse
ai patti o che solo si volesse aver sembianze d'inclinarvi, si convocò
il consiglio, al quale furono chiamati molti uomini prudenti ed altri
assai pratici delle militari faccende. Erano per deliberare intorno ad
un soggetto gravissimo e da cui dipendeva questo punto: se il Piemonte
avesse a conservare la signoria di sè medesimo o da cadere in servitù
dei forestieri. Era presente a questo consiglio il marchese Silva,
figlio d'uno Spagnuolo, console di Spagna a Livorno. Pratico delle cose
del mondo per molti viaggi in Europa, massimamente in Russia, dov'era
stato veduto amorevolmente dall'imperatrice Elisabetta, pratico delle
cose militari per lungo studio ed esperienza, avendo anche scritto
trattatti sull'arte della guerra, condottosi finalmente agli stipendii
della Sardegna, era il marchese da tutti stimato e riverito. Chiesto
del suo parere in sì pericoloso caso, parlò con singolare franchezza,
e, discorse tutte le presenti sorti delle cose, conchiuse.... «Io
porto opinione che la pace sia assai più sicura della guerra, ed alla
pace vi conforto, e la chiamo, e la bramo, ora che le forze che ancor
vi restano ve la possono dare onorevole e sicura; che se aspettate
l'ultima necessità, fia la pace infame, fia distruttiva, fia congiunta
con servitù intiera ed insopportabile. Se altro partito miglior di
questo vi sovviene, avrei caro udirlo; ma qualunque ei sia, non istate
più indugiando, che il tempo pressa, l'occasione fugge, e il pericolo
sovrasta. Or vi spiri benigno il cielo, e vi faccia deliberar sanamente
a salvazione del generoso Piemonte ed a preservazione della nobile
Italia.»

Questo discorso, porto da un uomo pratico di guerra, di natura molto
veridica, congiunto di amicizia col generale austriaco Strasoldo, fece
non poco effetto negli animi dei circostanti, dei quali una parte
inclinava agli accordi, quantunque tutti avessero la volontà aliena
dai Franzesi. Ma sorse a contrastar questa inclinazione il marchese
d'Albarey, il quale, sebbene fosse di indole pacifica e d'animo
temperato, essendo stato operatore del trattato di Valenciennes,
e fondandosi sulle considerazioni politiche, opinava doversi nella
guerra e nella fede data all'Austria perseverare. E le parole sue,
che furono gravi ed abbondanti, vere in sè stesse, non restarono senza
effetto, meno perchè vere erano che perchè gli animi non avevano per
una anticipata risoluzione alcuna inclinazione alla concordia. Per
la qual cosa, posta in non cale la mediazione di Spagna, e tagliata
ogni pratica, deliberossi di continuar nella guerra contro la Francia,
e non si partire dall'alleanza con l'Austria. Certamente il partito
era pieno di molta dubbietà; perchè non vi era minor pericolo nelle
suggestioni che nelle armi repubblicane, e si temevano con molta
ragione gli effetti che avesse a portar con sè la presenza de' Franzesi
in Piemonte. Laonde la risoluzione fatta non è se non da lodarsi, non
perchè più sicura fosse, ma perchè, in pari pericolo da ambe le parti,
ella era più onorevole.

Giungeva intanto il tempo che doveva mostrare se quell'armi che non
senza grave fatica e stento avevano potuto contrastare ai Franzesi
divisi tra Spagna ed Italia, potessero resistere all'impeto loro unito,
ed indirizzato a voler fare la conquista delle italiane contrade.
Già fin dal principio di quest'anno si era deliberato nei consigli
di Francia di voler passare con l'armi in Italia. Uno dei principali
confortatori a quest'impresa era Scherer, riputato fra i buoni generali
di Francia per le pruove fatte recentemente da lui nelle guerre
di Germania e di Spagna. Si rinfrescavano vieppiù questi pensieri
dopo la pace di Spagna, e parendo che quegli che ne aveva fatto il
disegno più accomodato capitano fosse per mandarlo ad esecuzione, fu
egli preposto all'esercito d'Italia, restando Kellerman a governare
solamente le genti alloggiate nelle Alpi superiori. Concorrevano
intanto i soldati repubblicani dai Pirenei agli Apennini, e con loro
parecchi guerrieri di nome. Inchinava omai la stagione all'inverno, e
trovandosi gli alleati riparati a luoghi forti per natura e per arte,
a tutt'altro pensavano fuori che a questo, che i repubblicani, massime
privi, com'erano di cavallerie, con poche e piccole artiglierie, e
ridotti in una insopportabile stretta di vettovaglie, avessero animo di
assaltarli. Ma i soldati della repubblica, usi a vincere le difficoltà
che più insuperabili si riputavano, ed astretti anche dall'ultimo
bisogno ad aprirsi la via per mare e per terra verso Genova, dalla qual
sola potevano sperare di trarre di che pascersi, non si ristettero, ed
opponendo un coraggio indomabile all'asprezza del tempo, alla mancanza
dell'armi, alla carestia del vivere, ad un nemico più numeroso di loro,
abbondante d'armi e di munizioni, fortificato in luoghi già per sè
stessi malagevoli, si deliberarono di voler pruovare se veramente il
valore vince la forza, e se l'audacia è padrona della fortuna. Così si
preparava la battaglia di Loano, assai famosa pel valore mostrato dai
soldati repubblicani e per la perizia dei generali loro, specialmente
di Massena, che ebbe la principal gloria di questo fatto.

Era la fronte dei Franzesi in tal modo ordinata, che, posando con
l'ala dritta sulla rocca del Borghetto bagnata dal mare, e passando
per Zuccarello e per Castelvecchio, dov'era la battaglia, andava con la
sinistra a terminarsi sui monti che sono in prospetto di quelli della
Pianeta e del San Bernardo per alla via verso Garessio. Reggevano la
destra Scherer ed Augereau, la mezza Massena, la sinistra Serrurier.
I confederati stavano schierati di modo che l'ala loro da mano
manca, governata, da Wallis, occupava Loano, la battaglia, condotta
da Argenteau, Roccabarbena, e la destra, composta in gran parte di
Piemontesi e retta da Colli, si stendeva sui monti della Pianeta e
del San Bernardo. Parendo a Devins che tutti questi siti forti non
bastassero ad assicurarlo, aveva, come guardie avanzate, fatto tre
campi forti, due innanzi Loano, un terzo, per sicurezza della mezzana,
più in su, a Campo di Pietra. Ma come prudente capitano, prevedendo
gli accidenti sinistri, aveva munito di gente e d'artiglierie, non
solamente Bardinetto e Montecalvo, ma ancora più dietro, qual ultimo
presidio e schiera soccorrevole, i monti di Melogno e di Settepani. Per
tal modo si vede che Devins aveva ottimamente preveduto donde doveva
venire il pericolo, e provvedutovi ancora efficacemente. Separava i due
eserciti una valle profonda, il cui fondo bagna il piccolo fiumicello
che corre tra Loano ed Albenga. Il giorno 17 novembre, per riconoscere
i luoghi e per assaggiar l'inimico, Massena commise al generale Charlet
che assaltasse il posto di Campo di Pietra, il quale, sostenuto
un furioso urto, si arrese. Questa fazione, terribile presagio di
battaglie più gravi, ed indizio probabile di quanto i Franzesi avevano
in animo di fare, non tenne tanto avvertito Arganteau, che pensasse a
starsene avvisatamente. Era la notte del 22 novembre quando Massena,
raunati i suoi, così lor disse: «Soldati, il ricordare valore a voi,
fora piuttosto ingiusta diffidenza che giusto incoraggiamento; bastò
sempre per animarvi a vincere il mostrarvi dove fosse il nemico. Ora,
quantunque più numeroso di voi, si è riparato alle rupi, confessando
in tal modo coi fatti più che con le parole, che ei non può stare
a petto vostro. Ma che rupi o quali precipizii possono trattenere i
soldati della repubblica? Voi vinceste le Alpi, voi gli Apennini già
più volte, e costoro, nuovi compagni vostri, vinsero i Pirenei: vinsero
essi i soldati di Spagna, voi vinceste quei di Sardegna e dell'Imperio;
ma Sardegna ed Imperio continuavano ad affrontarvi; però voi un'altra
volta vinceteli, voi fugateli, voi dissipateli, e fia la vittoria
vostra pace con l'Italia, come fu la vittoria loro pace con la Spagna.
Questi ultimi re, non ancora fatti accorti dalle sconfitte, osano, con
l'armi impugnate, stare a fronte della repubblica; ma voi pruovate loro
con le opere, che nissun re può stare armato contro di noi; e poichè
aspettano lo estremo cimento, fate che esso sia l'estremo per loro.»

Era Massena piccolo di corpo, ma di animo e di volto vivacissimo, e
perciò abile ad inspirar impeto nel soldato franzese, già per sè stesso
tanto impetuoso. Perciò, alle sue parole maravigliosamente incitati,
givano con grandissimo ardimento per quei dirupi, essendo la notte
oscurissima e fatta più oscura da un tempo tempestoso. Era intento
di Massena, così accordatosi con Scherer, di urtare nel mezzo dei
confederati, di romperlo, e, separando gli Austriaci dai Piemontesi,
di farsi strada ad un tempo a calarsi alle spalle dell'ala sinistra,
che avrebbe dovuto od arrendersi o fuggire alla dirotta. Dovevano
secondare questa fazione a diritta Scherer con un assalto forte contro
Loano; Serrurier con un assalto più molle contro il San Bernardo.
Appariva appena il giorno dei 23 novembre che Massena assaliva da due
bande con una foga incredibile il campo di Roccabarbena. Accorrevano
a questo accidente impensato gli uffiziali tedeschi ai luoghi loro, e
già trovavano qualche titubazione e scompiglio nella loro ordinanza.
La qual cosa dimostra l'inconsiderazione d'Argenteau, che, non
avendo presentito, com'era facile, quella tempesta, aveva permesso
che gli uffiziali si allontanassero dai loro soldati. S'aggiunse
un altro infortunio, e fu che Devins, afflitto da grave malattia, e
reso inabile al comandare, si era condotto, instando la battaglia,
da Finale a Novi, con lasciare la direzione suprema dell'esercito a
Wallis. Intanto ardeva la zuffa a Roccabarbena. Laharpe e Charlet,
che davano la batteria, con molto valore insistendo tanto fecero,
che, superata ogni resistenza, cacciarono il nemico che si ritirava,
andando a farsi forte a Bardinetto. Qui nacque un nuovo e terribile
combattimento; perchè i confederati, riavutisi da quel primo terrore,
vi si difendevano gagliardamente, e dal canto suo fulminava con
tutte le sue forze Massena, giudicando che dalla prestezza del
combattere dipendesse del tutto la vittoria. Finalmente, dopo molte
ferite e molte morti da ambe le parti, prevalsero i repubblicani;
entrati forzatamente in Bardinetto, uccisero quanti resistevano,
presero quanti non poterono fuggire, e s'impadronirono di tutte le
artiglierie. Ritiraronsi sconcertate e sconnesse le reliquie dei
confederati per luoghi erti e scoscesi verso Bagnasco sulla sinistra
sponda del Tanaro. Nè bastando all'intento ed all'impeto smisurato di
Massena l'acquisto di Bardinetto, mandava a Cervoni s'impadronisse di
Melogno, ed al colonnello Suchet pigliasse Montecalvo, luogo arido e
quasi inaccessibile. Ebbero queste due fazioni il fine che Massena si
era proposto; in tal modo non solo fu prostrata tutta la mezzana dei
confederati, ma fu fatto abilità ai Franzesi di calarsi verso il mare
alle spalle dell'ala sinistra. Il quale fatto coi precedenti fece del
tutto piegar le sorti in favor dei repubblicani. Ma perchè la sinistra
dei confederati non ricuperasse quello che la mezzana avea perduto,
Scherer, fatto dar dentro fortemente ai tre monticelli fortificati
avanti Loano ed alla forte terra di Toirano, li superava. Nei quali
fatti, aiutati anche da tiri di alcune navi franzesi che si erano
accostate al lido tra Loano e Finale, acquistarono buon nome i generali
Augereau e Victor. Allora, tra per questo e per essersi Suchet,
ricevuto un rinforzo di tre grossi battaglioni mandati da Scherer,
calato correndo alle spalle loro, si ritirarono i confederati verso
Finale, seguitati dai repubblicani a pressa a pressa. Serrurier, vedute
le vittorie della mezzana e della destra parte de' suoi, insisteva più
vivamente contro il fianco destro del nemico, e cacciatolo da tutti
siti, lo costringeva a ripararsi nel campo trincierato di Ceva, dove
giungevano altresì lacerati e sbaragliati i residui della squadra
d'Argenteau, generale che fu cagione principale di questa rotta, per
imprevidenza prima del fatto, e per la nissuna avvedutezza nè costanza
nel combattimento. Così l'ala sinistra dei confederati si ritirava
non senza scompiglio, e seguitata dai Franzesi, sul litorale verso
Savona, la mezzana del tutto rotta se n'era fuggita, la destra più
intera si era accostata al forte di Ceva. Scese intanto la notte e
conchiuse l'affannoso giorno. Sorse con lei un temporale orribile
misto di pioggia dirotta e di grandine impetuosa: serenarono i Franzesi
nei luoghi conquistati. Ma non così tosto appariva l'alba del giorno
seguente, che, condotti da Augereau, si misero di nuovo a seguitare
velocemente quella parte dei confederati che si ritirava pel litorale,
e già la giungevano, con far molti prigionieri. Nè qui si contenne
l'infortunio dei vinti; perchè Massena, che stava continuamente alla
vista di tutto, avvisando quello che era, cioè che il nemico, dopo di
essere passato per Finale, volesse ritirarsi pel monte San Giacomo, era
comparso improvvisamente a Gora sul ciglione della valle del Finale, e
da una parte mandava una prima squadra ad assaltare il cadente nemico,
dall'altra ne spediva una seconda, affinchè occupasse celeremente
San Giacomo. In questo modo la sinistra degli alleati, per la rotta
improvvisa della mezzana, pressata da fronte, sul fianco ed alle
spalle, non aveva altro rimedio che la sollecita fuga; alla quale quei
luoghi montagnosi, pieni di tragetti e di sentieri reconditi davano
molto favore. Chi si potè salvare andò a formar la massa in Acqui, dove
i capi attendevano a raccorre e riordinare le compagnie dissipate;
chi non potè, cadde in balia del vincitore. Tutte le artiglierie,
gran parte delle bagaglie e delle munizioni, il carreggio quasi tutto,
rendettero più lieta la fortuna dei repubblicani. Andavano a svernare
in Vado ed in Savona, padroni del tutto della riviera di Ponente, e
minacciando con la presenza vicine calamità all'Italia.

Oscurarono lo splendore di questa vittoria le ruberie, i saccheggi, e
perfino i violamenti delle miserande donne commessisi dai repubblicani
sul genovese territorio. Levossene un grido per tutta Italia che
aspettava gli estremi danni. Volle Scherer frenare tanto furore;
pubblicava che farebbe morire chi continuasse; prese anche l'ultimo
supplizio de' più rei; ma non udivano l'impero dei capitani, e nè
le minacce nè i supplizii spegnevano la scellerata rabbia. Non gli
scusava, perciocchè nissuna cosa può scusare sì eccessive enormità,
ch'eran stremi d'ogni vettovaglia e d'ogni fornimento, come l'esser
forniti abbondantemente d'ogni cosa necessaria al vivere di soldato
aggravava la colpa dei loro avversarii, che non si stettero immuni
da sì fatte colpe. Così l'Italia, lacerata dagli amici, lacerata dai
nemici, in preda al furore degli uni, in preda al furore degli altri,
«mostrava quale sia la condizione di chi alletta con la bellezza e non
può difendersi con la forza.»



    Anno di CRISTO MDCCXCVI. Indiz. XIV.

    PIO VI papa 22.
    FRANCESCO II imperadore 5.


A questo tempo avendo i collegati provato con molto danno loro qual
dura impresa fosse l'affrontarsi con quegli audaci repubblicani
di Francia, si consigliarono di voler dimostrare inclinazione alla
concordia e porre avanti alcune proposizioni d'accordo, sì per avere
più giustificata cagione di continuar a combattere, se i repubblicani
ricusassero, e sì per aver comodità di respirare e di aspettare il
benefizio del tempo, se accettassero. Per la qual cosa pensarono a
tentare la disposizione del direttorio di Francia, con introdurre
qualche negoziato a Basilea, città neutrale, e già famosa per le due
paci di Prussia e di Spagna. Siccome poi l'Inghilterra era l'anima
di tutta la mole, così da questa ed a nome di tutti procedettero le
proferte. Scriveva il dì 8 marzo del presente anno Wickam, ministro
d'Inghilterra appresso ai cantoni Svizzeri, a Barthelemi, ministro
di Francia, ch'egli aveva comandamento di fargli a sapere che la sua
corte desiderava di restare informata se la Francia aveva inclinazione
a negoziare con sua maestà e co' suoi alleati, a fine di venirne ad
una pace generale stipulata con giusti e convenienti termini; se a
ciò si risolvesse la Francia, mandasse ministri ad un congresso in
quel luogo che più sarebbe stimato conveniente da ambe le parti.
Desiderava altresì sapere quali fossero i generali fondamenti della
concordia che piacesse al direttorio di proporre, affinchè si potesse
esaminare se fossero accettabili, finalmente, se i mezzi proposti, non
fossero accettati, quali altri avesse a proporre per trovare qualche
modo d'onesta composizione. Questa proposta, la qual era del tutto
conforme ai modi soliti a usarsi fra i principi, nè avea in sè cosa
che potesse offendere l'animo del direttorio, fu molto risentitamente
udita da lui, e diede principio a quel costume dottorale e loquace di
quei governi repubblicani ed imperiali di Francia di voler insegnare
in casa altrui, come se meglio non conoscesse i fatti proprii chi li
governa di chi non li governa; ed altresì a quell'uso affatto insolito
e veramente enorme di dar consigli o ad un amico o ad un nemico, e di
convertire in cagion di guerra il rifiuto di seguitarli. Il direttorio
comandava a Barthelemi che rispondesse, desiderare lui la pace, ma
desiderarla giusta, onorevole e ferma; avrebbe udito volontieri le
proposte, se quel dire di Wickam, di non aver autorità di negoziare,
non desse sospetto intorno alla sincerità inglese. E qui veniano
le parole dottorali all'Inghilterra, dopo cui terminava; convenirsi
alla sincerità del direttorio il palesare apertamente a quali patti
ei potrebbe consentire agli accordi; vietare la costituzione della
repubblica che niun paese di quelli che erano stati incorporati
al suo territorio da lui si scorporasse; delle altre conquiste si
negozierebbe. Qui parimente ebbe principio quel metodo veramente
incomportabile, usato dai governi che per venti anni l'uno all'altro
succedettero in Francia, di volere che una legge politica interna
diventasse legge politica esterna, ed obbligatoria pei forestieri.

Rispose l'Inghilterra, anche a nome di tutti i confederati, non poter
consentire ad una condizione tanto insolita, nè altro mezzo restare se
non quello di continuare in una giusta e necessaria guerra. Così non
si seguitò più questo ragionamento, e svanirono le speranze di pace
concette dalle proferte di Basilea.

Ognuno aveva gli occhi volti al re di Sardegna, il quale, già perduto
mezzo lo Stato e prostrate le difese del restante, si vedeva vicino ad
essere prima condotto all'ultima rovina che la guerra incominciasse
pure a romoreggiare sui confini de' suoi alleati. Conoscevano questi
la costanza del re, ma dubitavano che nel prossimo urto dell'armi,
se le battaglie fossero riuscite infelicemente ed i repubblicani si
facessero strada nel cuor del Piemonte, si sarebbe forse alienato da
loro. Tentarono dunque il re, ammonendolo che si dichiarasse pel caso
d'un sinistro di guerra. Ridotto a queste strette, rispose animosamente
Vittorio che correrebbe con loro la medesima fortuna, che persisterebbe
nella fede, che non sarebbe per abbandonar la sua congiunzione; non
dubitassero che i fatti non fossero per corrispondere alla prontezza
dell'animo.

L'Austria intanto, veduto che i tempi estremi erano giunti per lei in
Italia, mandava a governare le genti, invece del Devins, più prudente
che ardito capitano, il generale Beaulieu, il quale, quantunque già
molt'oltre con gli anni, era animoso, vivace, ed abile per questo di
stare a fronte di quella furia franzese che meglio si può vincere col
prevenirla che coll'aspettarla. Ma quantunque fossero in Beaulieu
le qualità più necessarie in un buon capitano, mancava in lui la
cognizione dei luoghi, non avendo mai guerreggiato in Italia, nè portò
con sè tante forze quante sarebbero state necessarie. Oltre a ciò,
sebbene quando fu chiamato generalissimo in Italia, gli fosse stato
promesso che sarebbe rivocato Argenteau, che, per difetto o d'animo o
di mente, era stato cagione d'infelici eventi nella riviera di Genova,
nondimeno l'aveva trovato ancora, non senza sdegno, non solo presente
all'esercito, ma ancora rettore d'una forte divisione di soldati: il
che a lui, che era consideratore delle cose future, diede sinistro
presagio. Nè Beaulieu medesimo era tale che potesse convenientemente
governare capitani e genti di diverse lingue e di diverse nazioni,
tenendo più del guerriero che del cortigiano, per guisa che, più temuto
che amato dai suoi e dai forastieri, era piuttosto obbedito per forza
che per volontà. Nè i nobili piemontesi, che sentivano molto altamente
di loro medesimi, lo avevano a grado. E Colli, che reggeva sovranamente
l'esercito regio ed al quale non mancava nè perizia nè virtù militare,
non vivea concorde col capitano austriaco. Questo fu cagione che,
contuttochè i due generali operassero di concerto, nei partiti dubbii
però, dove aveva gran parte la propria opinione, l'uno non secondava
l'altro, nè l'altro l'uno, quanto la gravità del caso avrebbe
richiesto.

Erano per tale guisa ordinati i confederati, che la loro ala sinistra,
partendo dalla vicinanza di Serravalle, si distendeva fino alla
destra sponda della Bormida; quivi incominciava il corno sinistro
de' Piemontesi, che si prolungava fino alla Stura, appoggiandosi
coll'estremità del corno destro alla forte città di Cuneo. Ma siccome
quello di cui stavano in maggior gelosia gli Austriaci, erano le
possessioni loro in Lombardia, così si erano molto ingrossati nei
contorni di Alessandria e di Tortona; ed avrebbero desiderato, per
maggior sicurezza delle cose aver in mano la fortezza di Tortona
stessa; e ne fecero anche richiesta; ma ciò fu loro con la solita
costanza dinegato dal re, il quale, ancorchè posto nell'ultima
necessità, volle non ostante, quanto potè, in propria balìa
conservarsi. Tal era adunque la condizione de' tempi, che il re di
Sardegna combatteva per la salute sua, e ne andava tutto lo Stato,
l'imperador di Alemagna per le sue possessioni del Milanese e del
Mantovano, il re di Napoli per la preservazione d'Italia, il papa
per l'autorità della santa Sede e per l'incolumità della religione;
Venezia sperava nella neutralità con armi, Toscana nella consanguinità
coll'Austria e nell'amicizia colla Francia; Parma e Modena, nè in pace
nè in guerra, dipendevano in tutto dagli accidenti.

Risoluzione principalissima de' reggitori franzesi era di far potente
impresa per invadere l'Italia, ed a questo fine indirizzavano tutti
i pensieri loro. A questo si muovevano non solo per desiderio di
pascere l'esercito in un paese ricco ed ancora intatto, ma eziandio
per la speranza che alla fama di un tanto fatto, e per lo scompiglio
che ne sarebbe nato tanto in Italia quanto in Germania, si sarebbero
manifestati a favor loro in tutte od in alcune corti d'Europa
cambiamenti di importanza. Più special fine loro in tutto questo era di
costringere l'imperatore alla pace, per facilitar la quale, speravano
di trovar in Italia per la forza delle armi compensi ad offerire a
quel principe in iscambio de' Paesi Bassi, che ad ogni modo voleano
conservare incorporati alla Francia; imperciocchè si avvedevano che
ove fosse la casa d'Austria, tanto nobile e tanto potente, sforzata
alla pace con la repubblica, non solo i potentati minori, ma anche i
più grossi sarebbero facilmente venuti ancor essi agli accordi. Al qual
primario disegno subordinavano tutti i pensieri e tutte le risoluzioni
loro: del modo, o fosse di forza o fosse di fraude, non si curavano.

Siccome quando si vuol perdere qualcheduno, ei s'incomincia a
fargli proposte disonorevoli, per la speranza di rifiuto, pretesto
di ostilità, così i Franzesi uscirono con richiedere Venezia che
scacciasse da' suoi Stati il conte di Lilla, il quale sotto tutela
del diritto delle genti, e sotto quella ancor più sacra dello
infortunio, se ne riposava solitariamente a Verona. Poco importava
al governo repubblicano di Francia che il conte se ne stesse negli
Stati veneziani, che anzi gl'importava che vi stesse piuttosto che
altrove; perchè, se era pericoloso per quel governo che dimorasse in
paese non solamente neutrale, ma ancora alieno dal tentar novità in
favore di lui, assai più pericoloso sarebbe stato, se si fosse condotto
od all'esercito del principe di Condè o negli Stati delle potenze in
guerra con la Francia. Ma la domanda di farlo uscire era appicco di
querela, non testimonio di timore. Quantunque il conte di Lilla, dopo
la morte di Luigi XVII, avesse assunto la dignità reale, e fosse in
grado di re tenuto da' fuorusciti franzesi, dal ministro di Spagna
Lascasas, dal ministro di Russia Mardinof e dal ministro d'Inghilterra
Macarteney, che appresso di lui era stato mandato appositamente dal re
Giorgio, il senato veneto non l'aveva mai riconosciuto pubblicamente
nè trattato da re; che anzi interpose ogni diligenza, perchè, mentre
sul territorio della repubblica dimorasse, non usasse apertamente atti
che l'autorità sovrana dinotassero. Al che il conte rispose con nobile
condiscendenza, vivendosene assai ritirato in una villa del conte di
Gazola; nel quale contegno tanto egli abbondava, che nè pubblicò con
le stampe della veneta repubblica, nè datò di Verona il manifesto che
fece, nella sua esaltazione, alla nazione franzese; che se poi nelle
sue azioni segrete ed in privato teneva pratiche, che certo teneva, per
ricuperare l'antico seggio de' suoi maggiori, non si vede come ciò si
potesse imputare alla repubblica di Venezia.

Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni,
lo sdegno del direttorio di Francia; perchè, mentre superbamente
comandava al senato veneto che allontanasse da' suoi dominii il
conte di Lilla, sopportava molto pazientemente che l'ambasciador di
Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui,
come col re di Francia, di affari pubblici trattasse: il che era di
ben altra importanza che il dare ricovero ad un principe infelice e
perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia. Scriveva dunque,
il primo marzo del presente anno, in nome e per ordine del direttorio,
il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in
Parigi, che poichè Luigi Stanislo Saverio non aveva dubitato di operare
in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia,
si era reso indegno all'asilo concedutogli dalla umanità del senato:
richiedeva pertanto e domandava fossene privato, e gli si desse bando
da tutti i territorii veneziani.

Posto in senato il partito se dovesse la repubblica adempiere
la richiesta del governo franzese, ancorchè il procurator Pesaro
generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla
repubblica la bruttezza del fatto e l'antica generosità di Venezia,
fu vinto con cento cinquanta sei voti favorevoli e quaranta sette
contrarii. Orarono in questo fatto contro l'opinione del Pesaro i savii
del consiglio Alessandro Marcello, Nicolò Foscarini e Pietro Zeno,
rappresentando che la pietà verso un principe forestiero non doveva più
operare negli animi dei padri che la carità verso la patria. Brutta
certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad
alcun modo scusabile e tanto meno quanto si vedeva chiaramente che il
vituperio non avrebbe bastato a partorir salute.

Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del
partito dal senato preso. Delegossi a far l'ufficio il segretario
Giuseppe Gradenigo ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze
del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal
conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti,
eseguirono quello che dalla signoria era stato loro comandato. A tale
annunzio rispose gravemente: partirebbe, ma per forza; gli si portasse
intanto il libro d'oro, che ne cancellerebbe di sua mano il nome dei
Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico IV, suo glorioso
avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il
dimorar più lungamente in un dominio che per debolezza obbediva ai
comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza
dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito
dei Franzesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che
partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato,
acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'oro il nome dei Borboni,
e l'armatura di Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli
rammentava, che per l'affezione e la fede che aveva posta in lui, gli
affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il
ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine e gli raccomandava
i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte di Entraigues, che nel
dominio dei Veneziani rimanevano.

Intanto per gli uffizii fatti per ordine del senato dai ministri
veneziani presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice
delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del
conte, si acquetò il negozio del libro d'oro e dell'armatura di Enrico.

Oggimai si avvicinano le calamità d'Italia. «La tirannide sotto nome
di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri
ed uno spogliare i ricchi, un gridare contro la nobiltà pubblicamente
ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà e
disprezzarli, un incitarli contro i re ed un perseguitarli per piacere
ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza, non come mezzo
di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le
più sante cose antiche stuprate per derisione o per ladroneccio, le
più sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un
rubar di monti di pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di
ricchi, un incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare
ha di più atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la
prepotenza ha di più insolente.... conculcata hanno e desolata in
fondo la miseranda Italia. Nè più si vanti ella dell'esser bella, o il
giardino dell'Europa, o, come la chiamavano, la terra classica delle
arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur troppo sono, non la
fecero segno di rispetto, ma sì di preda e di derisione.»

Era risoluzione irrevocabile del governo franzese in quest'anno di
tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di
correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie
spianate, le armi pronte, gli animi de' soldati accesi, la fame stessa
che li tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in
un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta
mole, poichè, giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi
usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'europea guerra,
mancava un generale capace di mente, invitto d'animo e d'audacia pari
alle difficoltà che si prevedevano. Fecero adunque avviso di mandare
la magnifica impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di
buon guerriero per le cose fatte a Tolone e nella riviera. Presentendo
egli, per la vastità e la forze dell'animo suo, quello che fosse capace
di fare, quantunque di natura superbissima ed insofferente fosse,
non cessava di sollecitare e d'infestare con tenacissima perseveranza
e con preghiere continue il direttorio, affinchè gli commettesse la
condotta dell'italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni
motivi segreti che si spiegheranno in progresso, i quali, se non
sarebbero piaciuti a Carnot ed a Lareveillère Lepeaux, quinqueviri, che
gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto specie
di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo
si aggiunse un matrimonio ch'ei fece grato a Barras, sposandosi con
Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro
Beauharnais.

Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato e di cupidità
ardentissima di dominio fu commessa da chi reggeva la Francia, in
iscambio di Scherer, del cui ingegno frutto era il primo disegno
d'invadere l'Italia, l'opera di conquistare l'Italia. Nè così tosto
ei giunse al governo dell'esercito, che mostrò quanto fosse nato
per comandare; imperciocchè, quantunque più giovine di tutti i suoi
predecessori, si compose in maggior dignità, e, non dimesticandosi con
nissuno, pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore
fra gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau
e gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque che i nodi
dell'esercito viemmaggiormente si ristrinsero, furono i soldati più
pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto.
Era l'esercito finito di ben cinquanta mila combattenti, poveri sì di
arnesi e penuriosi di vettovaglie, ma abbondanti di coraggio e forti di
volontà: quel lusinghevole pensiero di correre come signori d'Italia
li rendeva ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle
speranze la possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano
franzese quanto volesse, purchè battesse l'Austriaco, il separasse dal
Piemontese, sforzasse Genova a dar denaro e la fortezza di Gavi; se
Genova non desse Gavi per amore, lo prendesse per forza; instigasse
i malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente o particolarmente
insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza o per arte subdola;
quel che segue per sete di rapina, conciossiacchè mandavagli facesse
una subita correria contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia
atterrita, rapite le ricchezze ed involati i voti appesi da' fedeli
in tanti secoli: tanto era smisurata in quel governo la cupidità del
rapire e del fare di ogni erba fascio.

Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe
con Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena ed a
sinistra Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte de'
Piemontesi, Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore.
Disegnava il generale repubblicano di far impeto contro la mezzana
schiera de' confederati, acciocchè, rotta che ella fosse, potesse
entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi: conseguito questo
intento, i primi si sarebbero ritirati nell'Oltre-Po, i secondi,
rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come credeva,
facilmente accettato gli accordi, separandosi dalla confederazione
dell'imperadore. A questo fine, e sapendo che grandissima gelosia
avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e comoda
strada della Bocchetta accennava Milano, aveva ordinato a Cervoni
occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo, fece marciare
da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra Signora
dell'Acquasanta, strada che mette direttamente alla Bocchetta; e questa
squadra conduceva con sè molti pezzi di artiglierie sì grosse che
minute.

Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso
ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si
raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni
franzesi, si era deliberato a prevenirlo. Aveva egli assembrato in
Sassello una grossa schiera composta di dieci mila Austriaci e quattro
mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel
mezzo della fronte francese, e, dopo di averlo fracassato, riuscire
a Savona, con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e
presa tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti.
Non pertanto, per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di
accostarsi a tempo del conflitto in aiuto della mezzana, si era
risoluto ad assaltar questa terra. Il dì 10 aprile, circa le tre
pomeridiane, givano i Tedeschi all'assalto di Voltri con sei mila fanti
e quattro bocche da fuoco. Alcune navi da guerra inglesi secondavano lo
sforzo loro con ispessi tiri dal mare vicino. Non potendo i Franzesi
rispondere a tanti assalti, furono rotti, diventarono i Tedeschi
padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se avessero incominciato
la battaglia più per tempo, tutta la forza franzese di Voltri sarebbe
stata o morta o presa; ma sopraggiunse la notte, dell'oscurità della
quale opportunamente valendosi i repubblicani, si ritiravano a Varaggio
ed alla Madonna di Savona.

In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada;
anzi, mossisi da Sassello, assaltarono grossi ed impetuosi le trincee
estemporanee fatte dai Franzesi a Montenotte. Difendeva i Franzesi la
fortezza del luogo, favoriva i Tedeschi il maggior numero; gli uni
e gli altri infiammava un incredibile valore: stava in mezzo, qual
premio al vincitore, l'innocente l'Italia. Si combattè coi cannoni,
coi fucili, con le spade, con le mani. Maravigliavansi i Franzesi a
sì feroce assalto; maravigliavansi i Tedeschi a sì lunga resistenza.
Finalmente, dopo molto sangue, riuscirono questi ad entrare per bella
forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva
a conquistarsi la terza; contro di lei voltarono i Tedeschi tutto
l'impeto dell'armi loro vittoriose. Qui sorse una battaglia tale che
poche di simil fatta, per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli
assaliti, sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare
gl'imperiali, trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo
della trincea si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo
forte punto il collonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la
trincea, a patto nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che
anzi tanto più infiammandosi nel suo coraggio quanto più era grave
il pericolo, animosissimamente rivoltosi a' suoi soldati, fece lor
prestare quel bel giuramento che fia eterno nelle storie, di non cedere
se non morti. Il valor dei Franzesi diventò più che sprezzo di morte, e
con tanta pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto
tremendo combatterono, che ributtati, furiosamente da ogni assalto i
Tedeschi, sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare
la trincea tanto contrastata e tanto importante. Gli uni e gli altri,
sull'armi loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che
doveva in un nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Ma il
generalissimo Buonaparte, nella notte stessa, con pari celerità ed
arte mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il quale
non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea, ma
diede agio a Rampon di empiere di soldati a destra ed a sinistra le
boscaglie. Al tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta
l'ala diritta, e snodasse minutamente l'ala sinistra dalla mezzana
degli alleati. E per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare
al fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con
due forti colonne, sperando di sgiungere la mezzana governata da
Argenteau e da Roccavina dalla destra retta da Colli. Spuntava appena
l'aurora del giorno 11, che Argenteau, senza prima aver fatto esplorare
le boscaglie, iva baldanzoso all'assalto; ma non era ancora il suo
antiguardo arrivato vicino alla trincea, che venne assalito ai fianchi
da una tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da
un'impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo
s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue
genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia,
andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza, con qualche
rinforzo e dopo respiro, di ricominciar la batteria; ma ecco arrivare
infuriando dall'un canto Buonaparte, dall'altro Laharpe. Fu allora
forza ai confederati di ritirarsi piucchè di passo per non essere posti
negli estremi, ed il forzato loro movimento fece riuscir ad effetto
il pensiero di Buonaparte dell'aver voluto separare i Piemontesi dai
Tedeschi. Morirono nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaia
di buoni soldati dalla parte dei confederati; circa tre mila tra
feriti e sani vennero come prigionieri in poter del vincitore. Dalla
parte dei repubblicani pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più
di un migliaio incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano
i repubblicani conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai
regii, non venisse loro guasto per una nuova riunione, il che poteva
venir fatto finchè i confederati stavano più su nella valle della
sinistra Bormida a Millesimo che nella valle della Bormida destra, dove
stanziavano a Dego ed a Magliani, era necessario cacciarli più sotto
nella prima. Quindi nacque pei Franzesi la necessità di dar l'assalto
al posto di Magliani e d'impadronirsi di Millesimo.

Il secondo di questi fini fu conseguito da Augereau, il quale per viva
forza superò i passi dei monti che dividono le due valli. Era alla
guardia della sinistra Bormida il vecchio, ma prode generale Provera
con un corpo franco austriaco e quindici centinaia di granatieri
piemontesi. Posto egli in molto pericolosa condizione, volle con
sano consiglio ritirarsi a mano manca verso gli Austriaci; ma gli
venne impedito il viaggio dalla Bormida che, cresciuta per pioggie
abbondanti, correva torbida ed impetuosa. Fece allora l'animosa
risoluzione di salirsene in cima al monte, dove siede il vecchio
castello di Cosseria, ed ivi senza artiglierie, senza munizioni, senza
sussidio alcuno di cibo o di acqua attendeva a difendersi. Augereau
che conosceva ottimamente che fin tanto che quel freno del castello di
Cosseria fosse in mano del nemico, non era possibile di consuonare co'
suoi verso il centro e la destra, si accinse a fare ogni sforzo per
superarlo. Tre volte andarono i repubblicani all'assalto, altrettante
furono risospinti con immenso valore dagli assaltati. Pernottarono i
Franzesi a mezzo monte. Ma era sitibonda all'estremo la guernigione;
chiedeva Provera quant'acqua bastasse ai feriti; la negava Augereau.
Arrivava il giorno 14 aprile: la fame e la sete operarono ciò che la
forza non aveva potuto; diessi la piazza ai vincitori. Ai medesimo
tempo Rusca cacciava i Piemontesi da San Giovanni di Murialto, e la
vittoria di Cosseria abilitava Augereau a superare Montezemo; il che
diè facoltà ai Franzesi di spiegar la bandiera loro nella valle del
Tanaro, ed indusse Colli alla necessità di correre a difender Ceva e
Mondovì.

Queste cose succedevano a sinistra dei repubblicani; ma altre di
maggiore importanza preparava la fortuna in mezzo e a destra.
Quantunque gli alleati avessero toccato una grave sconfitta a
Montenotte, le sorti loro avrebbero potuto facilmente risorgere, perchè
nè erano perduti d'animo, nè mancavano di passi forti a cui potessero
ripararsi: massimamente insino a tanto che la strada del Dego non
era libera al nemico, non temevano ch'ei potesse fare un'impressione
d'importanza in Piemonte. Laonde applicarono l'animo a farsi forti per
quella strada; dall'altra parte i Franzesi pensavano a sforzarla. Gli
Austriaci in numero di circa quattro mila soldati, ai quali si erano
accostati i due reggimenti piemontesi della Marina e di Monferrato, si
fortificarono a questo fine sui monti di Magliani ed altri, facendovi
un ridotto munito d'artiglieria e grande abbattuta d'alberi. Diedero
loro tempo due giorni i Franzesi a fornire le loro fortificazioni in
quei luoghi eminenti e difficili. La principal difesa degli alleati
consisteva nel ridotto di Maglioni, che stava a ridosso del castello
del medesimo nome.

I repubblicani, per aprir quella strada che i confederati avevano
serrata, comparivano alle due meridiane del dì 13, minacciosi e grossi
di quindici mila combattenti, facendosi avanti sino alla Rocchetta
del Cairo, ad un miglio distante di Dego. Quivi si spartirono in
tre colonne che si accostarono ai siti occupati dai confederati. Ma
non furono questi fatti che minaccie, tentativi per iscoprir bene il
sito e la forza del nemico. A questo fine appunto Buonaparte, giunto
che fu al Colletto, fece trarre d'una forte cannonata, per prender
notizia del nemico, sperando che gli alleati, credendosi assaliti,
e rispondendo, lo avvisassero dei luoghi dove si trovavano, il che
gli riuscì come aveva sperato. Ma l'urto dei due forti nemici doveva
succedere nel dì 14, nel quale i repubblicani, risoluti di venire al
cimento, si spartirono, come innanzi, in tre parti. Le molte mosse
loro erano con molta maestria di guerra pensate, e furono altresì
con molto valore eseguite. Riuscì terribile l'urto al Poggio ed alla
Sella; vi morirono molti buoni corpi da ambe le parti. Saliva di fronte
la mezzana, ma posatamente per aspettare l'effetto dell'assalto dato
sui due fianchi. I Franzesi, dopo un combattimento sostenuto quinci e
quindi con molta ostinazione, riuscirono finalmente ad aver vittoria
sui due lati, cacciando i nemici loro dal Poggio e da Monterosso. Si
fece allora avanti la mezzana ed entrò forzatamente, nel castello di
Magliani dove uccise i soldati di Giulay, che tutti vollero piuttosto
morire che cessar di combattere. Restava il ridotto di Magliani,
principale propugnacolo degli alleati, dal quale tempestavano con una
furia incredibile di palle e di scaglie. Fu quivi assai dura l'impresa
pei repubblicani, perchè i confederati, maravigliosamente inferociti,
traevano spessissimamente a punto fermo, e solo a cento passi di
distanza. Finalmente dopo tre ore di sanguinosissima battaglia, e
solamente verso la sera, venne fatto ai Franzesi, che accorrevano
contro il ridotto da tutte le bande, d'impadronirsi di quel forte
sito, cacciatine a forza i difensori. Si precipitarono allora gli
alleati nella valle delle Cassinelle per guadagnar prestamente la
strada per a Pareto; ma i Franzesi li seguitarono a corsa, e quella
colonna che s'era spartita al principio del fatto dalla destra schiera,
che se ne stava ai Pini, scagliossi ancor essa siffattamente contro
i fuggiaschi, che ne furono quasi tutti o morti o presi: tutti anzi
sarebbero stati sterminati, se i due reggimenti piemontesi della Marina
e di Monferrato, fatto un po' di testa al monte Scazzone, non avessero
fatto ala a coloro che fuggivano, cacciati dalla furia franzese che
gl'incalzava. Perdettero gli alleati in questa battaglia meglio di due
mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; i repubblicani poco più
di duecento. Ma grave perdita pei primi fu quella che susseguitò, del
castello di Cosseria, perchè stretto già Provera, come abbiam detto,
dalla sete e della fame, perduta la speranza d'ogni aiuto poichè
vide dall'alto la sconfitta de' suoi, non indugiò più ad arrendersi.
Argenteau, invece di soccorrere i difensori di Magliani coi cinque
o sei mila soldati che avea seco a Pareta, il che avrebbe potuto
facilmente cambiare la fortuna della giornata, li mandò a far massa ad
Acqui.

Questa fu la battaglia che meglio di Magliano, che di Millesimo, si
chiamerebbe, perchè a Magliano concorsero le principali forze delle due
parti, e nel luogo medesimo succedette il più forte conflitto. La notte
che seguì il giorno della battaglia, il tempo stato nuvoloso, diventò
piovoso; piovve a rotta verso l'alba. Tra per questo e per pensare i
Franzesi a tutt'altro, fuorchè il nemico vinto avesse a prendere così
tosto nuovo rigoglio ad assaltarli, si guardavano negligentemente,
e solo cinque a seicento vegliavano alla difesa delle trincee. Ed
ecco appunto che in sul far del giorno il colonnello Wukassovich,
accompagnato dal luogotenente Lezzeni, con un corpo di circa cinque
mila soldati compariva improvvisamente alla vista di Magliani. Aveva
Argenteau, perduta la battaglia di Montenotte, ordinato a Wukassovich
venisse tosto a raggiugnerlo al Dego ed a Magliani; ma per poca mente,
che anche la sventura gliela faceva girare, gli aveva indicato per la
mossa un giorno più tardi di quello che avesse in animo, dimodochè
il colonnello, invece di arrivare al dì 14, che forse avrebbe vinto
la battaglia, arrivava il 15. Non ostante che con sua gran maraviglia
avesse veduto, strada facendo, la fuga de' suoi, e che il nemico aveva
occupato Magliani, si risolveva a dar dentro risolutamente, e già
urtava il castello ed il ridotto. Risentitisi a sì improvviso accidente
i Franzesi, muovevansi a corsa verso il ridotto per difenderlo; ma
nè ebbero tempo di schierarsi, nè di apparecchiare le artiglierie, e
quel forte sito, che con tanta fatica e sangue avevano conquistato,
ritornava, quasi senza contrasto, in potestà dei confederati, in un con
le artiglierie che munivano i luoghi, e con molta strage dei Franzesi,
che si diedero alla fuga.

Massena, a così fortunoso caso riscossosi e gettatosi al piano, frenava
primieramente l'impeto dei suoi che fuggivano verso il Colletto; poi
ordinatili di nuovo in tre colonne, come nella battaglia del dì 14,
li conduceva all'assalto. Ma se Massena non era capace di timore, non
era nemmeno Wukassovich: qui la battaglia divenne orrenda. La sinistra
era alle mani con le guardie avanzate austriache, che si difendevano
con singolare ardimento; la mezzana pativa assai, perchè i Tedeschi
fulminavano dal ridotto, e già i soldati stanchi e impauriti si
nascondevano per le case. La destra medesimamente trovava un feroce
rincalzo. Massena, veduto titubare i suoi, mandò avanti la squadra di
ricuperazione, e postata dietro alla mezzana, impediva che coloro che
davano indietro passassero il Grillero. La colonna di mezzo, da lui
incoraggita e dagli altri generali, già arrivava fin sotto al ridotto;
ma uscitine impetuosamente gli Austriaci, la urtarono e rincacciarono
sino al castello. La sinistra ancor essa era stata risospinta con
grave perdita; la destra non faceva frutto; già il quarto assalto
era riuscito vano. Arrivava in questo punto con sei mila soldati
Laharpe. Novellamente si raccozzavano, si riordinavano, si muovevano,
si serravano contro il nemico; nè ciò ancor bastava a piegare la
costanza austriaca. Dopo tanti rincalzi e tante stragi, incominciavano
i Franzesi a dubitare della battaglia. Buonaparte, che vedeva
l'importanza del fatto, accorreva coi soldati vincitori di Cosseria,
e con impeto unito menava i suoi ad un ultimo assalto. Puntarono
acremente la destra e la sinistra sui fianchi; la mezzana, ingrossata
e rinfrescata, assaliva di fronte. Urtati da tante parti, continuavano
gli Austriaci a combattere; cacciati dal ridotto, combattevano dalle
case; cacciati dalle case, combattevano dalle boscaglie; finalmente
cacciati anche da queste e pressati da ogni banda, minacciosi e
rannodati si ritiravano.

Perdettero gli Austriaci in questa battaglia, tra morti, feriti e
prigionieri, sedici centinaia di buoni soldati con tutte le artiglierie
loro; ma non fu nemmeno senza sangue pei Franzesi la vittoria. Tra
morti feriti e prigionieri, mancarono più di ottocento soldati.
Argenteau errò in molti modi, e nella battaglia di Montenotte e dopo di
lei, e massimamente in quella di Magliani, per modo che ei fu costretto
di combattere con una parte delle sue forze contro la maggior parte
di quelle del nemico. Sollevossi fra l'austriaca gente un romore ed
uno sdegno grandissimo contro di lui; accusandolo tutti dell'infelice
successo delle battaglie di Loano, di Montenotte e di Magliani, delle
quali la prima preparò la strada, le altre l'apersero alla conquista
d'Italia. Beaulieu il fece arrestare e condurre a Mantova, poi a
Vienna, perchè fossevi preso dell'error suo da un consiglio di guerra
debito giudizio. Ma il nome di Wukassovich rimarrà nella memoria dei
posteri a giusto titolo glorioso, come di uno de' migliori guerrieri
de' nostri tempi.

Lo splendore della vittoria franzese fu oscurato dal furore del
sacco. Molti fra i repubblicani, non perdonando nè a cosa sacra, nè a
profana, riempivano i paesi di terrori e di fughe. Queste enormità, che
tanto contaminavano il nome di Francia, abbominavano molti generali,
abbominavano i soldati buoni; ma quelli non potevano impedirle coi
comandamenti, nè questi con l'esempio. Serrurier, Chambarlac, Maugras,
Laharpe ne mossero gravissime lagnanze, e tanto si concitarono, che,
per non più vedere e dover comportare sì abbominevoli eccessi, chiedean
licenza a Buonaparte generale di potersene ire; soprattutto esclamavano
contro gli scellerati amministratori, che ridotti avevano i soldati
dell'italica oste od a farsi ladri ed assassini od a morir di fame.

Seguitando la narrazione dei fatti, dopo la vittoria di Magliano,
insistendo velocemente Buonaparte nei prosperi successi, era venuto
a capo del suo pensiero di separare gli Austriaci dai Piemontesi;
nel che tanto più facilmente riuscì, che nè Beaulieu si curò molto
di starsene unito a Colli, nè Colli a Beaulieu, perchè alcuni semi
di discordia già erano prima dei raccontati fatti tra di lor sorti,
e, come suole accadere nelle disgrazie, gli Austriaci accusavano i
Piemontesi di non avergli aiutati, i Piemontesi davano il medesimo
carico agli Austriaci. Finalmente premeva più a Beaulieu l'accorrere
alla difesa del Milanese, a Colli a quella del Piemonte. Di questa
dissidenza dei capi accortosi Buonaparte, quantunque gli fosse stato
ingiunto di perseguitar piuttosto gli Austriaci che i Piemontesi, si
risolveva serrarsi addosso agli ultimi, sperando di costringere fra
breve il re di Sardegna alla pace, per voltarsi poscia, assicuratosi
alle spalle, con maggiore speranza di vittoria alla conquista della
Lombardia. Voltò adunque il capitano di Francia del tutto i pensieri
a voler vedere quello che fosse per partorire in Piemonte la presenza
dei repubblicani. Due erano i modi che voleva usare; la forza, con
perseguitar da vicino co' suoi soldati vittoriosi le reliquie delle
truppe reali; l'astuzia, col tentar di far muovere i popoli con le
parole di libertà contra l'autorità del re. A questo era disposto per
sè e comandato dal direttorio, che tentasse per ogni mezzo di dare
spirito ai novatori, e tanto più ciò facesse quanto più si ostinasse il
Piemonte a voler perseverare nella sua congiunzione con la lega e nella
guerra. Adunque ordinato ogni cosa, e collocato un grosso corpo nei
contorni del Dego per appostar gli Austriaci, acciocchè non tentassero
nulla a suo pregiudizio, si avviava verso Ceva, contro cui aveva già
mandato con molte forze Augereau e Serrurier.

Erasi Colli, dopo l'infelice successo della giornata di Maglioni,
e dopo che pel fatto di Cosseria era stato obbligato di lasciar
al nemico la possessione di Montezemo, ridotto coi Piemontesi nel
campo trincerato che per difesa della fortezza di Ceva era stato
ordinato alla Pedagiera ed alla Testa-nera, sito che signoreggia la
fortezza. Assaltò Buonaparte impetuosamente questo campo; gli fu anche
virilmente risposto; durò la battaglia molte ore con molto sangue da
ambe le parti, nè vi fu modo di far piegare i regii che, con valore
difendendosi, respingevano costantemente il nemico. Succedeva questa
fazione il 16 aprile. Pernottarono repubblicani e regii ai luoghi
loro; ma il giorno seguente, ingrossatisi molto i primi, rinfrescarono
l'assalto più forte di prima, nel quale, sebbene animosamente si
difendessero i regii, temendo Colli di essere spuntato da' lati,
lasciato un grosso presidio nella fortezza, ritraeva le genti, con
andar ad alloggiarle in sito molto opportuno là dove la Cursaglia
mette nel Tanaro. Occuparono, fatta questa ritirata, i repubblicani
subitamente la città di Ceva, nè così tosto l'occuparono che vi
fecero grosse tolte di pane, e posero taglie di denaro. Attaccarono
i repubblicani superiori di numero l'esercito regio ne' campi della
Niella e di San Michele, ma non poterono sloggiarlo, pel duro contrasto
che vi fece. Al 20 massimamente si combattè con molto sangue: pure
stettero fermi alla pruova i Piemontesi per modo che Serrurier si
ritirava assai malconcio e disordinato. In fine quel valoroso Massena,
il quale, nato suddito del re, più di tutti operò per abbattere la
sua potenza, passato, la notte del 21, il Tanaro a guado presso Ceva,
aveva occupato Lesegno. Dall'altra parte Guyeu e Fiorella, essendosi
fatti padroni del ponte della Torre, mettevano Colli in pericolo di
essere circondato da' repubblicani alle spalle: il che avrebbe condotto
quell'esercito, ultima speranza della monarchia piemontese, ad una
estrema rovina. Per lo che, levato il campo occultamente alle due
della notte, e conducendo seco tutte le artiglierie e le bagaglie, si
incamminava frettolosamente, ma ordinatamente, alla volta di Mondovì.
Il seguitarono velocemente i repubblicani, ed il raggiunsero a Vico,
dove allo spuntar del giorno seguì la battaglia che i Franzesi chiamano
di Mondovì. Ma non fu battaglia giusta, che intento di Colli non era di
darla, ma solo di ritardar tanto il perseguitante nemico che potesse
condur in salvo le artiglierie ed il bagaglio, come potè conseguire,
mettendo ne' luoghi sicuri dietro l'Ellero ed il Pesio le armi grosse
e tutti gl'impedimenti. Ritirossi poscia in un forte alloggiamento
oltre la Stura, con Cuneo alla destra e Cherasco alla stanca. In tale
modo un umile fiume, un esercito valoroso, ma vinto, e due piazze,
una forte, l'altra debole, restavano soli impedimenti a' Franzesi,
onde non inondassero tutto il Piemonte, e non sventolassero le insegne
repubblicane sotto le mura della città capitale di Torino.

L'audace Buonaparte, non contento se prima non avesse rotto ogni
resistenza, usava l'estrema forza e l'estrema astuzia. Minacciava
dall'un canto di varcar la Stura, dall'altro impadronitosi d'Alba
per mezzo di Laharpe, città posta sulla riva del Tanaro sotto la
foce della Stura, era in grado di passare il primo di questi fiumi e
di correre alle spalle de' Piemontesi. Oltre di questo, per rizzare
a spavento del governo una prima bandiera di ribellione, aveva
operato, e l'ottenne anche facilmente, che alcuni abitatori di Alba,
instigati principalmente da Bonafons, fuoruscito piemontese venuto
coi repubblicani, ed a cui erasi accostato un Ranza, uomo dabbene,
nè senza lettere, ma cervello disordinato, facessero un movimento
contro l'autorità regia, mandando fuori bandi di volersi costituire
in repubblica. Nè contenti a questo Bonafons e Ranza, procedendo
immoderatamente, mandavano altri bandi repubblicani al clero del
Piemonte e della Lombardia, siccome pure ai soldati Napolitani e
Piemontesi. Adunque, e per questi romori, e per esser padrone il nemico
del passo del Tanaro in Alba, e per essere Cherasco in sè stesso poco
difendevole, temendo Colli di essere assaltato alle spalle, lasciato
Cherasco, si ritraeva, per sicurezza di Torino, alle stanze di
Carignano.

Ora era giunto il re di Sardegna a quell'estremo punto, in cui o
far doveva una risoluzione magnanima, o sottoporre il collo ad un
nemico insolente e ad un governo disordinato e del tutto diverso
dal suo. Adunossi in tanto precipizio di cose il consiglio, al
quale assistettero il re ed i principi reali, con tutti i ministri
dello Stato. Drake, ministro d'Inghilterra a Genova, trasferitosi a
Torino, ed il marchese Gherardini, ministro d'Austria, temendo che
in agitazione sì grave il re fosse per separare i suoi consigli da
quei della lega, e desiderando sommamente di interrompere questa
cosa, non avevano mancato all'uffizio loro, con tenerlo continuamente
sollecitato, perchè voltasse il viso alla fortuna e stesse in fede,
molte e molte cose rappresentandogli, e conchiudendo, considerasse
bene quanto da lui richiedessero Italia ed Europa, nè consentisse che
in lui più potesse un romor repentino che i veri interessi del suo
reame. Dimostravasi Vittorio Amedeo costantissimo a voler continuare
nella fede data: difenderebbe Torino sino all'ultimo, o andrebbe
ramingo, se così fortuna volesse, non consentirebbe a pace con un
nemico odiosissimo. Il secondava nella medesima sentenza il principe
di Piemonte, nel quale, come primogenito regio, doveva pervenire il
regno, non per motivi di Stato soltanto, ma sì ancora di religione,
parendogli, come a principe religiosissimo, troppo abbominevole
aver per amici coloro che stimava eretici e nemici di Dio; temeva
la propagazione de' principii loro anche in Piemonte, ed abborriva
una pace ancor più rea verso gli uomini. Ma dal cardinale Costa,
arcivescovo di Torino, personaggio, nel quale risplendevano ingegno,
dottrina ed amor singolare di lettere e di letterati, fu ragionato
in contrario, «essere il pericolo della ribellione imminente, la
necessità più forte della fede; il cacciare i Franzesi dal Piemonte
del tutto impossibile; meglio avergli amici che nemici; ponendo
anche l'Austria di eguale potenza della Francia, esser questa vicina,
quella lontana; riuscir più facile ai Franzesi l'invadere il Piemonte,
che agli Austriaci il preservarlo; potere l'Austria, come lontana,
perseverare nella guerra; dovere il Piemonte pensare ai casi suoi;
nella supposizione favorevole diventerebbe il Piemonte campo di guerra,
pieno di ruberie, di devastazioni e di uccisioni; e se già a mala pena
si poteva resistere a' Franzesi, come si sarebbe potuto resistere ai
Franzesi stessi ed ai sudditi tumultuanti a perdizione del regno?....
Sperar la guerra tanto felice ch'ella reintegrasse il re delle perdute
Savoia e Nizza per la forza dell'armi, esser piuttosto fola da infermi
che argomento d'uomini ragionevoli; all'incontro potere i Franzesi, dal
canto de' quali allora stava la probabilità della vittoria, e volere
ed offerire nel conquistato Milanese grassi ed adequati compensi:
sì certamente essere infido quel franzese governo, ma poter tendere
maggiori insidie in guerra che in pace, perchè la guerra fa le insidie
lecite, la pace le fa infami; variare consiglio il savio al variare
degli eventi, e poichè la fortuna aveva addotto un accidente, non
che straordinario, maraviglioso, doversi anche fare una risoluzione
straordinaria. Loderebbonla gli uomini prudenti, benedirebbonla i
sudditi fatti immuni dalle esorbitanze incomportevoli della guerra;
assai e pur troppo essersi fatto per mantenere la fede promessa;
dimostrarlo il sangue sparso, dimostrarlo le innumerevoli morti,
dimostrarlo le desolate campagne assai essersi soddisfatto all'onore,
ora doversi soddisfare all'esistenza.»

A questa sentenza del consigliar la pace era stato tirato l'arcivescovo
per lume proprio e per un conforto dell'avvocato Prina, Navarese, quel
medesimo che, d'ingegno acutissimo, d'animo duro, e bel parlatore e
maestro singolare del comandare, piacque poi tanto per infelice suo
destino a Buonaparte. Il favellare di un uomo tanto grave e tanto
pratico delle cose del mondo, qual era il cardinale Costa, commosse
tanto e sì maravigliosamente gli animi degli ascoltanti, che fu fatta
quella risoluzione che, sottraendo la monarchia piemontese da una
dipendenza verso l'Austria, la fece vera e reale serva della Francia.
Allora veramente, e non più tardi, perì il reame di Sardegna, allora, e
non più tardi, perì la monarchia piemontese.

Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello ed il
cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult,
ministro della repubblica franzese. Al tempo medesimo fu fatto mandato
a Colli di domandare, ed al conte Delatour e marchese della Costa di
accordare una sospensione di offese col generale repubblicano; ma non
avendo Faipoult facoltà di negoziare, i commissarii s'incamminarono
tostamente alla volta di Parigi, affine di stabilire la pace e
l'amicizia con la repubblica. Intanto scrittosi da Colli a Buonaparte
si sospendessero le offese, rispose nè potere nè volere, se prima non
gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, di Alessandria e di
Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per
Ceva, che, oppugnata gagliardamente, con ugual gagliarda si difendeva.
Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima
monarchia de' Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di sè
medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la
tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro,
con questo che i repubblicani occupassero Cuneo il dì 28 aprile,
Tortona non più tardi del 30, la fortezza di Ceva subito dopo gli
accordi; restassero i Franzesi in possesso dei paesi conquistati oltre
la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare
pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati
dell'imperadore che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a
cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi
Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il
passo del Po, così stipulava che l'esercito di Francia potesse passare
il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della
tregua, alle quali succedettero poco stante le condizioni più tristi
ancor della pace.

A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligii, si
scoraggiano i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati;
spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa.
Volle anzi in questo la fortuna, solita ad addurre casi strani, che
le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava
le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi
arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava
la sua costanza di voler perseverare nella guerra essere inconcussa;
delle quali novelle non sapendo l'agente di Sardegna, visitava il conte
Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la
circolare rappresentandogli, la quale leggendo Ostermann, dava segni
di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del
re, di parole che non voglionsi riportare. La somma fu, che squadernò
in viso all'agente lo spaccio che conteneva le novelle della tregua,
sdegnosamente dicendo che i confederati sapevano ottimamente che la
fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Franzesi penetrassero
in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione
dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe
loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di
soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere
che a un primo impeto ei fosse per mancar d'animo e per posar le
armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla
sicurezza ed agl'interessi degli Stati loro.

Infatti non si vede quale sì inevitabile necessità dovesse condurre
il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudizievole e tanto
inonorata. Di quello poi che fosse a farsi in così grave frangente
testimonio irrefregabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire che
se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici
giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene
là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a sè medesimo,
non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio
Amedeo II, già signori i Franzesi di quasi tutto il Piemonte, e già
oppugnanti con ottanta mila soldati, fornitissimi di cavalleria e
di grosse artiglierie, la capitale del regno, non disperò delle sue
sorti; anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo
Stato; stupiranno i posteri che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo
Stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito al primo
romoreggiare d'un quaranta mila Franzesi, difettosi di artiglierie,
massime grosse, difettosi di cavalleria, senza denaro per pagare, nè
magazzini per pascere i soldati, si sia sbigottito nell'animo e dato
subitamente in preda a coloro che con una pace a lui pregiudizievole
non altro fine avevano se non di costringere l'Austria ad una pace
utile a loro.

Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del
Piemonte e posto in sua balia quel primo Stato d'Italia, il che
gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzava
Buonaparte l'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non
gli mancasse sotto, mandava fuori un bando che merita di essere
attentamente considerato per rilevar l'indole del nuovo capitano
di Francia: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete
vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni,
parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso dieci mila
nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie
senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe,
passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi
repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili
sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità;
vincitori di Tolone, le vittorie del 93 presagiste; vincitori delle
Alpi, più fortunate guerre presagiste; non più fra sterili rupi,
non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far
guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia,
fuggono con terrore al cospetto vostro; ecco trepidar coloro che si
facevano beffe della miseria vostra; ma se avete operato cose grandi,
restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter
vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinii
gli assassini di Basseville; altre battaglie avete a vincere, altre
città ad espugnare, altri fiumi a varcare; forse alcuno di voi si
ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser
quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi?
No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Digo e di Mondovì
bramano tutti di portar più oltre la gloria del nome franzese; tutti
vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne
mura tornarsene, tutti quivi con militare vanto dire: _Ancor io mi fui
dell'esercito conquistatore d'Italia. _Promettovi, amici, ed a voi per
ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per mia fè,
gli orribili saccheggi, sovvengavi che siete liberatori del popolo,
non flagello; non contaminate con la licenza le vittorie nè il nome
vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie.
Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito
indisciplinato; ogni scellerato soldato, che con gli oltraggi e col
ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza
remissione alcuna, dato a morte.»

Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi,
a Franzesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un
effetto incredibile: coll'immaginare, già facevano loro la Germania
lontana, non che l'Italia vicina. Quel mostrar poi di voler frenare
il sacco, era molto astuto consiglio per dare sicurtà ai popoli,
spaventati da una fama terribile e da fatti più terribili ancora.

Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava lusinghieramente, venire
il franzese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo
franzese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente,
lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà; la religione,
i costumi, fare i Franzesi la guerra da nemici generosi; solo averla
coi re.

Quali sentimenti producessero siffatti incentivi, coloro sel pensino
che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è
da far maraviglia se queste guerre vive dei Franzesi di tanto abbiano
prevalso ad ogni altro genere di guerra.

Possente aiuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle.
Arrivarono le novelle desideratissime essersi conclusa la pace il dì
15 maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali:
cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoia e
della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva e Tortona,
mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la
Brunetta, Castel-Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere
del generale di Francia, Valenza; smantellassersi a spese del re Susa
e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella
frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse
ne' suoi Stati alcun fuoruscito o bandito franzese; restituissersi da
ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi ed in perpetua
dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni
politiche; a libertà si restituissero e dei beni loro posti al fisco
si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere,
o di starsene senza molestia negli Stati regii o di trasferirsi là
dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Franzesi conservasse il
re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari,
ed a fornir viveri e strame allo esercito repubblicano; disdicesse
l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.

Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito
considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito
austriaco, congiunto coi soldati di Napoli e con qualche parte di
Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto
l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente
fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata
dalla fama di tante vittorie. La mira principale e tutta l'importanza
dell'impresa del generale della repubblica erano d'impadronirsi di
Milano: al qual fine due strade se gli appresentavano, di passare il
Po a Valenza, o di varcarlo sotto la foce del Ticino. Appigliossi al
secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in sè,
dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, il quale, sebbene
subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi
con Francia da Ulloa ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto
consentire.

Adunque, risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le
foci del Ticino e dell'Adda, il che dovea anche dar timore a Beaulieu
di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile,
oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta
a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva
continuamente il governo sardo di barche pel valenziano passo, là
mandando carri, là artiglierie, là soldati, e facendovi intorno
una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una
soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè
vi fu ributtato da' presidii piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva
passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive
si ritrovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito
e proprio e napolitano, stava attento ad osservare quello che fosse
per partorire l'astuzia e l'ardire dell'avversario. Ma, quantunque
sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni
del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto che
veramente questi avesse lo intento di varcare a Valenza. Per la qual
cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per
fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio,
e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la
città di Pavia, posta sul Ticino, vicino al luogo dove si mette nel
Po e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita sulle rive
del fiume di trincee e di artiglierie. Per questi medesimi motivi
aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il
Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto
che Buonaparte, sicuro oggimai di conseguire il fine che si era
proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandando facesse due
alloggiamenti per giorno, verso Castelsangiovanni. Seguitava egli
medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierie
continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive
di Valenza. Il colonnello Andreossi e lo aiutante generale Frontin
spazzavano con cento soldati di cavalleria tutta la riva destra del
Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le
quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali e
medicamenti destinati agl'Imperiali.

Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte
del generale loro, i Franzesi colla vanguardia composta di cinque mila
granatieri e quindici centinaia di cavalli, varcavano felicemente, il
dì 7 maggio, su quelle barche medesime e sopra alcune altre che loro
si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile
afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte,
per tale guisa che il dì 8 quasi tutto l'esercito aveva posto piede
sulle milanesi sponde.

Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i
Franzesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio,
terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per
impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli
intanto ritirava le genti sull'Adda, sì per serbarsi aperte le strade
al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio. Avvisava
ancora che finchè il grosso de' suoi, che, malgrado delle sconfitte,
era tuttavia formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo
fiume, pericolosa impresa sarebbe pei Franzesi il correre a Milano.
Perlochè si avviava colla maggior parte delle genti a Lodi per guardar
il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume.
Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavalleria, a
Casal Pusterlengo, affinchè, passando per Codogno, fosse in grado di
servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla,
ove bisogno ne fosse. Pavia intanto, abbandonata da' suoi difensori,
non si reggeva più che con la guardia urbana. Bene erano considerati
i disegni di Beaulieu, ma la prestezza franzese gli ebbe guasti; i
soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi,
arrivarono non più per contrastare il passo al nemico, ma solo per
combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la
solita sagacità prevedeva che quella testa grossa di Austriaci, se le
desse tempo di essere soccorsa poteva disordinare i suoi pensieri, si
deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la
terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta e munito di venti pezzi
d'artiglieria alcune trincee; i cavalli, la maggior parte napolitani,
che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna.
La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi e
di assaltar da diversa parte la terra, solo mezzo perchè il combattere
fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande; la prima
col generale Dallemagne doveva assaltar Fombio sulla sinistra, la
seconda, condotta dal colonnello Lannes, dar dentro sulla destra, e
finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar
la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu
forte l'incontro, forte ancora la difesa. Gli Austriaci combattevano
valorosamente e per natura propria e per la speranza del soccorso
vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato
fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia de' Franzesi.
Andavano gl'imperiali in rotta, ed abbandonato Fombio, si ritiravano
a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle
bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri;
e sarebbe stata più grave la perdita, se la cavalleria napolitana,
condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran
valore, serrandosi grossa ed intera alla coda, ed urtando di quando in
quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e
fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.

Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano i confederati
ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva
Beaulieu avuto le novelle del passo de' Franzesi e del pericolo de'
suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti
soldati corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno
in soccorso di Fombio, credendo che i suoi tuttavia in quest'ultima
terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che
poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse stato
secondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel buio della
notte sopra i Franzesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie,
seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi, spingendosi oltre,
s'impadronirono di parte della terra. Accorreva al subitaneo rumore
Laharpe, e, postosi a guida d'un reggimento fresco, marciava per
rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel
principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non
fosse stato tolto subitamente di vita. Soldato di compito valore, ma
ancora più di compita virtù, amato da tutti in vita, pianto da tutti in
morte.

L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani,
che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava
frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto
fece che rinfrancò gli spiriti e riordinò le schiere sbigottite
e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi, nell'ardir
loro moltiplicando, perchè già si credevano in possessione della
vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già
si erano riavuti i Franzesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del
giorno che i nemici, superiori assai di numero, facevano le viste
di assaltarli, pensarono al ritirarsi: il che fecero, prima in buon
ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente
i Franzesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta
sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la
cavalleria napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Perdettero in
questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierie
lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi.
Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di
Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era
giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per
l'ultima volta, se, obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto
eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse
fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in sè il
favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si
doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della
Lombardia, del destino delle reliquie ancora potenti delle genti
imperiali.

Aveva ottimamente il capitano austriaco collocato la sua retroguardia,
sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli
che resistesse quanto potesse, ed, in caso di sinistro, si ritirasse
sulla sinistra del fiume. Intanto, per assicurare il passo del
ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la
sinistra sponda, per modo che direttamente l'imboccavano e spazzare
potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel
varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierie
grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro
battendo in crociera, parevano rendere il passo piuttosto impossibile
che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte nè una ritirata di sì
lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati
sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal
passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato.

Ed ecco arrivare Buonaparte impaziente delle guerre tarde, che, veduti
i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto,
si risolveva, correndo il dì 10 di maggio, a far battaglia sul ponte,
quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali
suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di
sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza
dei soldati, le genti menomate dalle battaglie e minorate dalla
lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di
tutti, che voleva quel che voleva, e che era, nonchè liberale, prodigo
del sangue dei soldati purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro,
e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire
a sè un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole,
usa al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbarraglio, diceva loro con
quel suo piglio alla soldatesca: «Vittoria chiamar vittoria; esser
loro quei bravi uomini che già avevano vinto tante battaglie, fugato
tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già
dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu, già tante volte
vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani
di Francia; vana presunzione, vana credenza; aver loro passato il Po,
re dei fiumi, arresterebbeli l'umile Adda? Pensassero essere questo
l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano;
dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati
invitti; guardarli la repubblica grata alle fatiche loro, guardarli
il mondo maravigliato ed atterrito alla fama di tante vittorie: qui
conquistarsi Italia, qui rendersi il nome di Francia immortale.»

Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non
così tosto erano giunti, che li fulminavano un tuonare d'artiglierie
d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo
tempestoso di schegge. A sì terribile urlo, a sì duro rincalzo, alle
ferite, alle morti, esitavano, titubavano, si arrestavano. Se durava un
momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio ed
i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda
volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai
generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era
tempo di starsene dietro le file, correvano, a fronte Berthier il
primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes
e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in un
mortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierie tedesche avevano
prodotto un gran fumo che avviluppava il ponte; del quale accidente
valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando,
riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue, sulla
sinistra sponda. Spingeva oltre Buonaparte subitamente i restanti
battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la
vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano
tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierie,
calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino,
più sanguinosa. Già correvano pericolo i Franzesi di essere rituffati
nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con
sì estremo valore conquistato, quando opportunamente giunse con la sua
eletta squadra Augereau, che, udito l'avviso della battaglia orribile,
a gran passi dal Borghetto in aiuto de' suoi compagni pericolanti
accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del
tutto sormontare la fortuna franzese. Beaulieu, abbandonato il bene
contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a
porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo e per assicurar
Mantova con un grosso presidio.

Di pochi prigionieri nella ritirata loro furono gl'Imperiali scemi;
bensì perdettero nel fatto due mila cinquecento soldati tra morti
e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierie. Grave
fu anche la perdita dei Franzesi, i morti, i feriti, i prigionieri
passando i due mila. La ritirata dei confederati assicurò i
repubblicani delle cose di Lombardia, e pose in mano loro Pavia,
Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva ormai di difesa,
tanto solamente indugiava a venir sollo l'imperio repubblicano, quanto
tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi
gloriosi fatti i saccheggi e le devastazioni.

Giunte a Milano le novelle del passo del Po, e dell'abbandonarsi da
Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento,
poichè vi si prevedeva che poca speranza restava di conservare la
città sotto la devozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come
in una popolazione ricca allo approssimarsi di soldatesche nuove non
conosciute, e forse anche troppo conosciute. Mancavano nel Milanese le
cagioni di mala soddisfazione, e quindi nasceva che, sebbene i popoli
siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non
quando lo hanno perduto, non si manifestavano nella felice Lombardia
segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per sè,
per le famiglie, per le sostanze. Sapevano i Milanesi che pochi erano
fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti e rimessi
secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi
avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti
dei governi regii o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi
ed insoliti vi partorissero accidenti ignoti e forze terribili. Per la
qual cosa vi si viveva in grande spavento.

L'arciduca Ferdinando si risolveva a lasciar quella sede per andarsene
nella sicura Mantova, o, quando i tempi pressassero di vantaggio, nella
lontana Germania. Desiderando però, prima di partire, provvedere alla
quiete dei popoli, ordinava, con editto del 7 maggio, che i cittadini
abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero.
A dì 9, creava una giunta con autorità di fare quanto al governo si
appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello Stato,
voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far
l'ufficio suo continuasse.

Avendo per tal guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva
il medesimo dì 9 di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già
era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome,
fra' quali il principe Albani ed il marchese Litta. Una moltitudine di
persone di ogni grado, di ogni età e di ogni sesso, fuggendo la furia
dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano
a ricoverarsi sulle terre veneziane, destinate ancor esse, e molto
prossimamente, alla medesima ruina. Seguitava in Milano un interregno
di tre giorni.

Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più
pressava nella guerra, e già stimando Milano in sua potestà, mandava
Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati
municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte che si
trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso
un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella
generosità dei Franzesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto
alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno 14 di maggio
entrava Massena con una schiera di dieci mila soldati valorosissimi.
L'incontravano al Dazio di porta Romana i municipali. Disse, per
mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero
salve la religione, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi
corpi di truppa; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera
d'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci.

Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali, o
allettati dalla fama o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno
dei signori loro, correvano, come in sede propria e di salute nella
città conquistata. A costoro si univano i repubblicani milanesi, ed
intendevano a far novità. Fra tutti questi gli utopisti, servi di
un'opinione anticipata e di un dolce delirio andavano sognando una
perpetua felicità. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli
uomini da poco, scemi e, come sarebbe a dire, pazzi. V'erano poi
quei patriotti che amavano lo stato libero per ambizione: di questi
il generalissimo facevane maggiore stima, perchè, come diceva, erano
gente che aveva polso, e, per poco che si stimolassero, avrebbero
servito mirabilmente a' suo disegni. Finalmente quei patriotti, i
quali amavano le novità per le ricchezze, e, sperando di pescar nel
torbido, gridavano ad alte e spesse voci libertà, non frequentavano mai
le stanze di Buonaparte, ma amavano molto aggirarsi fra i commissarii
e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e
mezzani.

Fecero grandi allegrezze tutti questi generi di patriotti, in
sull'entrar dei Franzesi, di luminarie, di balli, di festini; ma per
quella servile imitazione di cui erano invasati verso le cose franzesi,
e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono
altresì alberi di libertà, vi facevano intorno canti, balli, discorsi,
ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento
delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti
allo Stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con
maggior veemenza, più era applaudito.

Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità
repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con
grida smoderate i patriotti e parte del popolo, solito a fare come gli
altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si
lodava Buonaparte che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo
molto schifosa l'adulazione italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava
Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I
buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste
dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico quanto in privato; ma
augurava male degl'Italiani.

Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di
ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un
esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi,
varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso
eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe,
acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertasi la strada alla
conquista dell'altra, convertiti in sè stesso gli occhi di tutti gli
uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa
maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva
desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori,
mandava fuori, il 20 maggio, un discorso molto infiammativo a' suoi
soldati:

«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso,
dalle Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro
ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dell'austriaca dipendenza,
spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la
Francia. Vostro è lo Stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le
alte cime della Lombardia le repubblicane insegne: i duchi di Parma e
di Modena alla generosità vostra sono del dominio che ancora lor resta
obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava?
Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino,
nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati
baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessibili degli Apennini. Sentì
la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole che ogni
comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti,
de' fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dell'avervi per
congiunti fortunatissime. Sì per certo, o soldati, assai faceste;
ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei,
diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria?
Accuseranci dell'aver trovato Capua in Lombardia? No, per Dio no,
che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad
un vil riposo, già sento i giorni passati senza gloria esser giorni
perduti per voi. Orsù, partiamne; restanci viaggi frettolosi a fare,
nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie
a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi
uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi
rapì le navi; già suona contro a loro in aria una terribile vendetta.
Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni
amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, degli Scipioni, di
tutti gli uomini grandi che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il
Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanto è
famoso al mondo, destar dal lungo sonno il romano popolo, torlo alla
schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie: acquisteretevi
una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa.
Il popolo franzese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una
pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche
ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura; i concittadini, a
dito mostrandovi, diranno: _Fu soldato costui dell'esercito d'Italia_.»

Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia; ognuno aspettava
accidenti terribili.

Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede
nella città capitale degli Stati austriaci in Italia, si apparecchiava
Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar
il Mincio, e, cacciando le genti tedesche oltre i passi del Tirolo,
vietare all'imperatore che non mandasse nuovi aiuti per ricuperare le
provincie perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperta l'occasione
al governo di manifestare il suo intento circa il modo di procedere
verso alle potenze italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e
neutrali, e nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese,
con darlo in preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio si
convenisse, o al re di Sardegna o all'imperatore, si taglieggiassero
i principi d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di
altre ricchezze che possibil fosse si ricavasse. Nè in questo mostrava
il direttorio maggior rispetto agli amici che ai nemici. Nella quale
risoluzione egli allegava per pretesto e la guerra fatta e l'amicizia
finta e la necessità di assicurare l'esercito.

Voleva prima di tutto che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito
alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i
soldati e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare o restituire;
se ne cavasse denaro, e sino i canali e le opere pubbliche fossero un
po' tocche dalla guerra. Poi si corresse contro il granduca di Toscana,
e si occupasse Livorno, confiscandovi le navi e le proprietà inglesi,
napolitane, portoghesi e di altri Stati nemici della repubblica,
sequestrandovi le proprietà dei sudditi loro; e se il granduca si
opponesse, si dicesse perfidia, e sì allora si trattasse la Toscana
come se fosse alleata dell'Inghilterra e dell'Austria.

Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara,
poichè, se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra o d'Inglesi e di
altri nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di
Toscana, che la Francia stessa aveva e riconosciuta ed accordata col
granduca. Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da
quei repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole
loro la sincerità e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i
potentati d'Italia, e riconosciuta la repubblica e fatta la pace con
lei, e dato lo scambio, per istanza del Direttorio, al suo ministro
conte Cartelli, cui sostituì il principe don Neri Corsini.

Era Genova stata straziata dalle armi franzesi e dalle avversarie, e
poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata
da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali che
dove mancavano le cagioni s'inventavano i pretesti, ed il fine era
non di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli
in preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da
Genova, si cominciò ad insorgere contro il governo genovese. Scriveva
con una insolenza incredibile Buonaparte al senato, ch'era Genova il
luogo donde partivano gli uomini scellerati, che, datisi alle strade,
intraprendevano i carriaggi ed assassinavano i soldati franzesi; che da
Genova un Girola mandava ai feudi imperiali ribellanti armi e munizioni
da guerra pubblicamente, ed ogni giorno i capi degli assassini
accoglieva ancor bruttati di sangue franzese; che parte di questi
orribili fatti succedevano sul territorio della repubblica; che pareva
che essa col tacere e col tollerare approvasse opere tanto scellerate;
che il governator di Novi proteggeva i commettitori di tanti alti
barbari; perciò arderebbe i comuni dove fosse ucciso un Franzese;
voleva che il governatore di Novi si cacciasse, come Girola da
Genova: arderebbe infine le case tutte in cui gli assassini trovassero
asilo; punirebbe i magistrati trasgressori della neutralità che egli
osserverebbe bene e puntualmente, ma volere che la repubblica di Genova
non fosse rifugio di gente malandrina; e di egual tuono, e vieppiù
soldatescamente accendendosi, scriveva al governatore di Novi.

Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè
lo attribuire a sè medesimi opere tanto nefande non era nè verità nè
dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato,
era pericolo. Certo è bene che per quelle strade si commisero contro i
Franzesi opere di molta barbarie; ma questi omicidii ed assassinamenti,
di cui con tanta ragione Buonaparte si querelava, non già solamente sul
territorio genovese accadevano, ma ancora, e molto più, sul territorio
piemontese. Eppure non fece il generale di Francia che un leggier
risentimento e nissuna minaccia contro il re di Sardegna, poichè contro
di lui non aveva quel fine che contro Genova aveva.

A queste minaccie soldatesche succedevano le prepotenze parigine.
Comandava il direttorio a Buonaparte s'impadronisse o di queto o
per forza di Gavi, a fine di assicurare l'esercito alle spalle, e di
conservarsi la strada della Bocchetta aperta da Genova a Tortona; col
qual medesimo pensiero già s'era impadronito della fortezza di Vado:
il che quale rispetto sia per la neutralità, ciascuno potrà giudicare.
Poscia voleva che come prima l'esercito repubblicano occupato avesse il
porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti bastimenti
appartenessero a potentati nemici alla Francia mettesse in preda.
Nè contento a questo, dimenticando tutto l'accaduto, comandava a
Buonaparte che domandasse nuovamente vendetta e nuovi milioni di
contanti per la straziata Modesta, ed operasse che coloro che si erano
mescolati in tale fatto fossero come traditori della patria dannati;
oltre a ciò, voleva e comandava che si confiscassero e si dessero in
mano della repubblica tutte le proprietà pubbliche appartenenti ai
nemici, e sotto sicurtà di Genova si sequestrassero tutte quelle che
a sudditi di potentati nemici spettassero; cacciasse Genova da' suoi
territorii tutti i fuorusciti franzesi; fornisse bestie da tiro e da
soma, carriaggi e viveri, e si dessero in contraccambio polizze del
ricevuto da scontarsi alla pace generale.

Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano,
repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie
la cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire che
volevano che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale,
sotto colore di certi pretesti vecchi che già sussistevano, poichè non
era cambiata la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando
nell'ingresso del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra
questi pretesti il primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei
territorii veneziani. Poi, prosperando vieppiù la fortuna dell'armi
repubblicane in Italia, insorse il direttorio, con volere che Verona
desse grossa somma di denaro a prestito, a motivo ch'ella aveva
accolto nelle sue mura Luigi XVIII. Finalmente, cacciato del tutto
Beaulieu oltre Mincio, voleva ed imperiosamente comandava che Venezia
prestasse dodici milioni, e si voltasse in ricompensa questo debito
alla repubblica batava, che era debitrice di questa somma, a norma de'
freschi trattati, alla Francia. Voleva, oltre a ciò, e comandava che
si consegnassero alla repubblica tutti i fondi de' potentati nemici che
fossero in Venezia, principalmente quelli che spettavano personalmente
al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero alla Francia tutte le navi
sì grosse che sottili, ed altre proprietà di nemici che stanziassero
nei porti veneziani.

Quanto al papa, se volesse trattar di accordo, si esigesse da lui,
imponeva il direttorio, per primo patto che ordinasse subito preci
pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che
faceva il direttorio gran fondamento, per l'autorità che aveva la Sedia
apostolica sulla opinione dei popoli sì franzesi che italiani. Si venne
quindi in sul toccar il solito tasto del danaro, intimando che desse
venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli,
che se pace volesse, badasse a cacciar dai suoi Stati gl'Inglesi e
gli altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le
navi loro che nei napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse
d'entrarvi nemmeno con bandiera neutrale. Pei potentati minori,
correndo la fama che avessero ricchezze, voleva il repubblicano governo
che si scuotessero bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno
rigidamente del secondo, per rispetto del re di Spagna, col quale era
congiunto di sangue. Lallemand, ministro di Francia a Venezia, esortava
che si conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il
modenese duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto, ed era avaro;
e più si scuoterebbe, e più contanti darebbe.

Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva
all'Italia dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto
la principal sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse
a quelle dolci parole di umanità e di libertà che dai repubblicani
di quei tempi si andavano sino a sazietà spargendo, ordinava il
direttorio, a petizione di Buonaparte, che si comandasse nei patti
d'accordo a principi vinti, dessero in potere dei vincitori, perchè
nel museo di Parigi fossero condotti, quadri, statue, testi a penna,
ed altri capi dell'esimie arti, usciti di mano ai più famosi artisti
del mondo, affermando esser venuto il tempo in cui la sede loro doveva
passare da Italia a Francia e servire d'ornamento alla libertà. Brutta
certamente ed odiosa opera fu questa dell'avere spogliato l'Italia di
preziosi ornamenti; ma lo spoglio piaceva ad alcuni per l'amor della
gloria, ad altri perchè potessero essere sotto gli occhi modelli
tanto perfetti di natura abbellita dall'arte; imperciocchè in quei
tempi erano sortiti in Francia, massimamente in pittura, artisti di
gran valore, i quali ed ammiravano e sapevano imitare lodevolmente
gli esempi italiani: e con questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini,
lusingava la Francia.

In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano
le opere preziose da rapirsi; i più dolci andavansi confortando con
la speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne
avrebbe prodotto delle altre ugualmente preziose; i più severi poi,
trasportando nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se
ne rallegravano, predicando che la libertà non aveva bisogno di queste
preziosità, e che pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano
fosse.

Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buonaparte, che sapeva
quel che si faceva, voleva che se le opere più insigni delle arti
servivano d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri
li lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie,
se coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i
più lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a
danno ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente ed imponeva al
suo generale che ricercasse e con ogni modo di migliore dimostrazione
accarezzasse gli scienziati ed i letterati d'Italia; ed il generale
recava ad effetto l'intento del direttorio, parte per vanagloria, parte
per astuzia, come mezzo e scala alle future ambizioni.

Or ecco in qual modo i raccontati comandamenti, che finora erano
solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto.

Non così tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse
una trepidazione nella corte di Parma tanto maggiore quanto il duca
aveva rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in
Torino gli era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo,
come prima i Franzesi erano comparsi nella pianura del Piemonte.
Non solamente una parte del ducato era venuta sotto la devozione dei
repubblicani, ma ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e
solo che il volessero, a venire in poter loro; nè si stava senza timore
che seguisse anche qualche turbazione. In tanta e sì improvvisa ruina
prese il duca quel partito che solo gli restava aperto, del tentare
di assicurar gli Stati con un accordo, che, quantunque grave e duro
dovesse riuscire, sarebbe, ciò nonostante men grave che la perdita di
tutto il dominio. Domandava il vincitore superbamente l'accordo che
ponesse fine alla guerra, e con l'accordo denari, vettovaglie e tavole
dipinte di estremo valore.

Adunque in primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del
ministro di Spagna il dì 9 maggio in Piacenza. Non aveva il duca
armi nè fortezze da dare, ma si obbligava di pagare in pochi giorni
sei milioni di lire parmigiane, che sono a un di presso un milione e
mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di viveri
e di vestimenta pei soldati. Si obbligava, oltre a ciò ad allestire
due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso dei
repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più preziosi,
fra i quali il San Girolamo del Correggio.

Mandava pertanto Buonaparte Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari
ed i quadri, e vigilasse onde le condizioni della tregua si eseguissero
puntualmente. Stretto il duca da tanta necessità, mandava le ducali
argenterie alla zecca, perchè vi si coniassero, ed il vescovo le
sue. Così, usato ogni estremo rimedio, e raggranellato denaro da ogni
parte, satisfaceva Ferdinando alle condizioni della tregua. Intanto i
fuorusciti parmigiani e piacentini, ritiratisi a Milano, laceravano il
duca con incessanti scritture, dal che riceveva grandissima molestia.

Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di
Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte dei suoi tesori,
il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come
se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per
servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza che disposto per
la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta
il vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace
Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano
le instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto
dì nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse,
oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente
di altri due milioni: di più, fra quarantotto ore rispondessero del
sì o del no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero
dal ducale governo la diminuzione di un milione nei generi da
somministrarsi e dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano
quindici quadri dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa
di pagare a contanti quanto abbisognasse loro, passando per gli Stati
del duca.

Tornando ora a Milano, dov'era la sede più forte dei repubblicani, e
donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta
l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e
queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima
che partisse, con surrogar loro magistrati ed uomini o partigiani
o dipendenti da Francia; e di procacciar denaro e fornimenti che
l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual
cosa, in luogo della giunta di Stato, creava la congregazione generale
di Lombardia, ed al consiglio dei decurioni surrogava un magistrato
municipale in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di
grande stato, Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini,
Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato ed a lui si
riferivano gli affari più gelosi e più segreti.

Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte
sulla conquistata Lombardia una gravezza di venti milioni di franchi,
e faceva abilità ai commissarii e capi di soldati di torre per
forza i generi necessarii, con ciò però che dessero polizze del
ricevuto accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni.
Intenzione sua era che cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati
e sui corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa
dall'intenzione l'esecuzione; ma i ricchi, sì perchè si sentivano
gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con
insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti e licenziavano
i servitori, chè poco bene disposti in sè per natura vecchia, ed
avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel popolo,
massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle il
magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente
abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni
dovessero continuar a pagare i salarii ai servitori. Ma fu il rimedio
insufficiente per la difficoltà delle denunzie. Nè contento a questo,
perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate
di generi d'ogni specie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi
ai generali, ai commissarii, ai comandanti, agli uffiziali, talmente
il costringevano, che non era più padrone di sè medesimo, stanziava
un'imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari
quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi milanesi. Non
parlasi dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo
i padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse
diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare,
consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè
a grandi e replicate vittorie era congiunta un'opinione politica
ardentissima e molto diversa da quella dei popoli, fra' quali egli
viveva. Il che sia detto generalmente, perchè molti uffiziali, o per
gentile educazione o per bontà di natura, si portavano e dentro e fuori
delle case del popolo conquistato in tale guisa che si conciliavano la
benevolenza d'ognuno. Ma cagione gravissima di esacerbazione nei popoli
erano le tolte sforzate di generi che per uso dei soldati o proprio
alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei villerecci luoghi,
liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva e a chi non aveva,
e così agli amici come ai nemici del nome franzese. Aggiungevansi le
minaccie e le insolenti parole, più potenti assai al far infierire
l'uomo che i cattivi fatti. Ciò rendeva i Franzesi odiosi, ma più
ancora odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi o per le
opinioni parteggiavano pei Franzesi. Nè il popolo discerneva i buoni
dai tristi, anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che
tutti aiutavano l'impresa di una gente che, venuta per forza nel loro
paese, aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Adunque lo sdegno
era grande; la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi
nelle sostanze e nell'animo, di queste male contentezze dei popoli.
A questi si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca e gli
ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano
nel contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il
dominio franzese in Italia; che questa terra era pur tomba ai Franzesi,
che sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le
loro cacciate o gli eccidii; quindi eccitavano all'armi, quindi dicean
calar dalle tirolesi rupi nuovi eserciti imperiali, quindi spargevano
voler i Franzesi fare per forza una leva di gioventù lombarda per
mandarla, con le genti franzesi incorporandola, alla guerra contro
l'imperatore; e per quanto si sforzassero i magistrati di persuadere ai
popoli il contrario, vieppiù nella concetta opinione si confermavano.
In mezzo a tutti questi mali umori successe a Milano un fatto veramente
enorme che li fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.

Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano, o
gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti
e gioie di grandissimo valore. Si aggiungevano, come si usa, capi di
minor pregio, e fra tutti non pochi appartenevano a doti di fanciulle
povere. Sacro era presso a tutti il nome di monte di pietà non solo
perchè era segno di fede pubblica, ma ancora perchè le cose depositate
la maggior parte appartenevano a persone o per condizione o per
accidente bisognose. Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede
nella imperial Milano, si presero, malgrado dell'esortazioni contrarie
di parecchi generali, le robe più preziose che si trovavano riposte nel
monte e le avviarono alla volta di Genova, avvisando il direttorio che
là erano condotte acciò ne disponesse a grado suo.

Di ciò si sparse tosto la fama, magnificandosi con dire che non si
fosse portato più rispetto alle proprietà de' poveri che a quelle
de' ricchi, il che in parte era anche vero. Le quali cose, giunte
all'insolenza militare, allo strazio che si faceva nelle campagne,
alle improntitudine dei patriotti, partorirono una indegnazione tale
che dall'un canto prestandosi fede a nuove incredibili, dall'altro
non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si accese la volontà di
far un moto contro i Franzesi. Nè fu la città stessa di Milano esente
da questa turbazione; perciocchè, facendo i repubblicani non so quale
allegrezza intorno all'albero della libertà, incitati i popoli a
sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e lo avrebbero anche
fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda di cavalli, il
quale, frenato l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a sbaraglio.

Ma le cose non passarono sì di queto ne' contorni di Milano,
massimamente verso la porta Ticinese, perchè viaggiando e Franzesi e
patriotti italiani, o soli o con poca compagnia, per quelle campagne, e
non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservarli, furono
da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano
uccisioni ancor maggiori ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più
grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In
Binasco principalmente l'ardore contro i Franzesi e contro i giacobini,
come li chiamavano, era giunto agli estremi; e credendosi i Binaschesi
ogni più crudele fatto lecito, ammazzavano quanti Franzesi o Italiani
partigiani loro venivano alle mani. Essendo l'accidente improvviso,
molti, anzi una squadra non piccola di Franzesi, furono barbaramente
trucidati da quella gente.

A questo molo di Binasco, terra posta a mezzo cammino fra Milano e
Pavia, moltiplicando sempre più la fama dello avvicinarsi de' Tedeschi,
che i capi ad arte spargevano, si riscossero le popolazioni del
Pavese, e fecero impeto contro la capitale della provincia. Chi poi
non accorreva per la speranza de' soccorsi tedeschi, che non pochi
sapevano esser vana, il facevano per la voce che s'era levata fra la
gente tumultuaria che i Franzesi si avvicinassero per mettere a sacco
Pavia. Già i Pavesi medesimi, irritati ad un piantamento di un albero
della libertà, si erano sollevati la mattina del 23 maggio, e correvano
la città armati e furibondi. Era la pressa grandissima sulla piazza.
Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le truppe sollevate: suonavano
precipitosamente in Pavia le campane a martello; rispondevano, con
grandissimo terrore di tutti, quelle della campagna. Nascondevansi i
patriotti, perchè il popolo li chiamava a morte: pure, più temperato
in fatti che in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini
quieti serravano a furia le porte. I soldati di Francia segregati erano
presi; i rimanenti, non più di quattrocento fanti, male in arnese,
la maggior parte malati o malaticci, a grave stento si ricoverarono
nel castello, dove, per mancanza di vitto, era certamente impossibile
che si potessero difendere lungo tempo. Arrivarono in questo punto i
contadini, e, congiuntisi coi cittadini, aggiungevano furore a furore.
Alcuni fra i più ricchi, o che temessero per sè o che volessero aiutare
quel moto, mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri
mangiari in quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi,
i tristi trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di
pesar con giusta lance le cose, non vedendo a comparire da parte alcuna
soccorsi in favore degli avversarii, davansi in preda all'allegrezza,
e concependo speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro,
non solo la liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardia
e di tutta l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale
franzese Haquin; nè così tosto ebbe messo il piede dentro le mura, che,
minacciato nella persona, fu condotto per forza al palazzo del comune,
dove già era una banda grossa di soldati franzesi, che disarmati ed
incerti della vita e della morte, se ne stavano del tutto in balìa
di quella gente furibonda. Fu Haquin nascosto da' municipali, che
ogni sforzo facevano per sedare quel cieco impeto. Ma finalmente il
popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e, trovato Haquin, lo
volevano ammazzare; i municipali, facendogli scudo de' corpi loro, il
preservavano, benchè ferito di baionetta in mezzo alle spalle. Mentre
alcuni si adoperavano per la salute del generale, altri si ingegnavano
di salvar la vita de' Franzesi; nè riuscì vano il benigno intento
loro. Bene fece poi Haquin ufficio di gratitudine a Buonaparte, che,
ritornata Pavia a sua devozione, gli voleva far ammazzare come autori
della ribellione, raccomandandogli e con istanti parole pregandolo
perdonasse a uomini già vecchi, a uomini più abili a pregare il popolo
concitato che a concitar il quieto.

Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia non già perchè
vi si temessero dai più i Franzesi, avendo la rabbia tolto il lume
dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano che quella furia,
per trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio
della misera città. Così passarono le due notti dai 23 ai 25; ma già si
avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata impresa, quando più la
moltitudine, per la dedizione del presidio ricoverato in castello, si
credeva sicura della vittoria. Era giunto il 25 maggio, quando udissi
improvvisamente un rimbombar di cannoni, prima di lontano, poi più da
presso; e via via più spesseggiando il romore, dava segno che qualche
gran tempesta si avvicinasse dalle parti di Binasco.

Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto
a Lodi, con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto
Beaulieu, quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco
e di Pavia. Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza,
perchè questi incendii più presto si spandono che non si estinguono,
tornossene subitamente indietro, conducendo con sè una squadra eletta
di cavalli ed un battaglione di granatieri fortissimi. Giunto in
Milano, considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato
ostinazione uguale alla rabbia, o forse, volendo risparmiare il
sangue, si deliberava a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo
di Milano, affinchè con l'autorità del suo grado e delle sue parole
procurasse di ridurre a sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto,
applicando l'animo a far sicuro colla forza quello che le esortazioni
non avrebbero per avventura potuto operare, rannodava soldati e li
teneva pronti a marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già
incontrati per via i Binaschesi, facilmente li rompevano, facendone
una grande uccisione. Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da
diverse bande il fuoco, l'arsero tutto.

Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e, fattosi al balcone
del municipale palazzo, orava istantemente alle genti che si erano
affollate per ascoltarlo. Con grande ardore parlava, desiderosissimo
di salvar la città; ma più poteva in chi lo ascoltava un feroce
inganno che le persuasive parole. Gridarono non doversi dar orecchio
all'arcivescovo, esser dedito ai Franzesi, esser giacobino; e così
su questo andare con altre ingiurie offendevano la maestà del dabben
prelato. Adunque non rimaneva più speranza alcuna alla desolata terra;
le matte ed inferocite turbe, accortesi oggimai che lo sperare aiuti
estranei era vano, e che i Franzesi giù stavano loro addosso, chiusero
ed abbarrarono le porte, ed empierono tutto all'intorno le mura d'armi
e di armati. Ma ecco arrivare a precipizio il vincitor Buonaparte ed
atterrare a suon di cannoni le mal sicure porte. Fessi in sulle prime
una tal qual difesa; ma superando fra breve le armi buone e le genti
disciplinate, abbandonavano frettolosamente i difensori le mura, e
ad una disordinata fuga si davano. Fuggirono per diverse uscite i
contadini alla campagna; si nascondevano i cittadini per le case.
Restava a vedersi quello che il vincitor disponesse; aspettava Pavia
l'ultimo eccidio.

Entrava la cavalleria della repubblica, correva precipitosamente,
tru