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Title: Virgilio nel Medio Evo, vol. I
Author: Comparetti, Domenico
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Virgilio nel Medio Evo, vol. I" ***

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                                VIRGILIO
                             NEL MEDIO EVO

                                  PER

                          DOMENICO COMPARETTI

                               VOLUME I.


                    2ª edizione riveduta dall'autore



                                FIRENZE
                            BERNARDO SEEBER
                            Libraio-Editore
                                  1896



                              FIRENZE-ROMA
                      Tipografia Fratelli Bencini
                                  1896



ALLA MEMORIA

DI

GIANPIETRO VIEUSSEUX



VIRGILIO NEL MEDIO EVO



PREFAZIONE


Nel libro che qui pongo a luce io intendo esporre tutta intiera la
storia della nominanza di cui godette Virgilio lungo i secoli del medio
evo, segnarne le varie evoluzioni e peripezie, determinare la natura
e le cause di queste e i rapporti che le collegano colla storia del
pensiero europeo. Intraprendo adunque ciò che mai altri fin qui non
intraprese, benchè il Virgilio medievale sia già stato soggetto di
parecchie monografie. I piccoli scritti di SIEBENHAAR[1] e SCHWUBBE[2]
non diedero che poche notizie e le più volgarmente note. Con dottrina
più scelta e con qualche maggiore elevatezza parlarono di alcun lato
di quella nominanza PIPER[3] e CREIZENACH[4]. MICHEL[5], GENTHE[6],
MILBERG[7] vollero invero abbracciare tutto intiero questo tema, ma
consecrarono ad esso lavori relativamente brevissimi, limitandosi a
trattarne in modo aneddotico e senza alcuna profondità scientifica.
La parte più saliente e volgarmente visibile della rinomanza medievale
di Virgilio, la più attraente per la speciosità e singolarità sua era
la leggenda della magia virgiliana, che molti scrittori rammentarono,
dandone qualche notizia incidentemente in opere e raccolte di varia
natura, dal sec. XVII in poi, non altrimenti considerandola che come
una curiosità, e senza fermarsi a studiarla da vicino[8]. Per primo
prese a studiarla di proposito DU MÉRIL[9] in un lavoro più notevole
per ubertà e novità di notizie che per metodo e per critica. La vera
e propria indagine storica su quella leggenda la intraprese per primo
il ROTH[10], il cui lavoro è senza dubbio quanto di meglio e di più
serio vide fin qui la luce su tal soggetto. Ma il Virgilio mago non
è che un lato e una fase nella storia della rinomanza virgiliana, e
mal s'intende se si studi separato dal resto, È quella una idea che
parte invero dalla plebe incolta o semicolta, ma pur si diffonde nella
regione letteraria e dotta, il che non avrebbe potuto avvenire se in
quella non avesse trovato elementi omogenei. Di qui la divisione del
mio lavoro in due parti una delle quali studia le vicissitudini del
nome virgiliano nell'ambiente letterario tradizionale, per tutto il
periodo anteriore al risorgimento, periodo che per noi splendidamente
si chiude col Virgilio dantesco, l'altra indaga e descrive l'aspetto
che prende quel nome coll'introdursi delle leggende popolari
nell'ambiente nuovo dovuto allo sviluppo delle letterature volgari,
indipendenti dall'arte tradizionale. Per la prima parte, che è pur
la più essenziale e difficile, ho trovato il terreno quasi vergine.
Solo in qualche caso ed in piccola misura ha potuto essermi di qualche
utilità un lavoro di ZAPPERT[11], nella massima parte consecrato
dall'autore ad illustrare, con grande ricchezza di esempi, un fatto
che io ho studiato e formulato in maniera molto diversa[12]. Sensibile
è stata sopratutto per me una lacuna che offre tuttora la scienza,
voglio dire la mancanza di una storia ben completa e profonda degli
studi classici nel medio evo. Gl'incrementi del sapere odierno hanno
reso l'opera di HEEREN cosa troppo elementare; certo essa è del tutto
insufficiente per chi voglia rappresentarsi alla mente l'idea che
nel medio evo si ebbe dell'antichità e dei grandi scrittori antichi.
Gl'illustratori di Dante che pel Virgilio della Divina Comedia
avrebbero avuto occasione di studiare i caratteri della nominanza del
poeta nel medio evo letterato, troppo facilmente si contentarono, per
questo lato, delle notizie comuni; talchè allo studio, per più ragioni
importante, di quel personaggio del divino poema, io dovetti arrivare
per una via non calcata finora, quantunque essa sia, parmi, la via
maestra. Mentre però io tutto questo noto, non vorrei essere frainteso.
Intendo solamente dire che io non vengo qui a rifare il già fatto;
lontanissima però è da me l'idea di disconoscere i meriti di coloro
che in qualunque maniera mi precedettero in simile lavoro. Quantunque
io abbia concepito tutta questa trattazione con un piano intieramente
nuovo e mio, con idee e fatti risultantimi in grandissima parte da
studi e indagini mie, pure per talune parti non poca utilità ho tratta
dal materiale già raccolto ed esplorato da uomini dotti, che verranno
da me nominati ognuno a suo luogo, al sapere e alle nobili fatiche de'
quali non vorrei mai detrarre alcunchè della dovuta giustizia.

Ciò che rende difficile trattare con pienezza di sintesi scientifica
questo tema in tutta la sua estensione, e ciò che forse impedì
che così venisse trattato fin qui, è il trovarsi troppo raramente
coltivati da una stessa persona gli studi delle lettere classiche e
delle romantiche. Nella storia del nome medievale di Virgilio queste
s'incontrano e si mescolano tanto che concepire tutta intiera quella
storia e i rapporti delle varie sue parti non può chi abbia limitato i
suoi studi ad una soltanto di quelle discipline. Per le tendenze mie,
felici o no ch'esse siano, e l'estensione del piano de' miei studi da
quelle risultante, a me è avvenuto di coltivare ed amare egualmente
questi due rami di sapere, che non mi sembrano poi tanto inconciliabili
quanto pare a molti tuttora. Li ho coltivati ambedue con interesse e
con piacere, per l'uno e per l'altro procurando di spingermi al di là
del semplice dilettantismo. Mi è sembrato adunque che questo mio non
essere estraneo ad alcuna di quelle due provincie del sapere odierno
potesse trovare una opportuna applicazione in un'opera di questa
natura, quantunque non mi dissimulassi quanto ardua cosa essa fosse. Un
primo abbozzo ne diedi già un tempo nella _Nuova Antologia_[13], nel
quale la parte più considerevole non era ancora tracciata che in modo
rudimentale. Tempo e lavoro si richiesero per condurre a compimento
quel primo disegno dell'opera, nella forma e nelle proporzioni
definitive in cui oggi questa viene dinanzi al pubblico.

Parrà strano a taluno che il mio libro dia più di quello prometta il
titolo, ed invece di tenermi nei limiti del medio evo, io cominci la
mia storia dal tempo stesso in cui il grande poeta viveva. Questo però
io doveva necessariamente fare per rendere intelligibile e spiegabile
nelle sue cause e coi suoi precedenti l'idea medievale. Perciò di
quanto precede questa ho soltanto parlato nella maniera e nei limiti
che un tale scopo richiedeva. Pei secoli anteriori al medio evo non
ho fatto che notare e definire i primi più essenziali lineamenti della
nominanza virgiliana. Più evidente e più profondo avrei potuto essere
in questa parte se mi fosse stato concesso dare una più piena idea
della influenza che in quei secoli vedesi esercitata da Virgilio sulla
produzione letteraria; ma ciò mi avrebbe condotto a dare a questa
parte del mio lavoro un'ampiezza ch'io non poteva darle in un libro
di cui essa non è la ragione principale. Potrà fare ciò colla dovuta
pienezza di trattazione colui che scriverà la storia dello stile e del
linguaggio letterario latino nei secoli dell'impero, come pure colui
che scriva la storia delle dottrine grammaticali presso i Romani;
lavori questi che ancora rimangono da fare, e pei quali neppure tutto
il materiale può dirsi ancora preparato ed elaborato sufficientemente.

Nell'intento di dare intorno a Virgilio nel medio evo un libro quanto
più completo io potessi, ho pensato sarebbe utile, e in ogni caso
comodo pel lettore, corredarlo dei principali testi di leggende
virgiliane, taluno de' quali inedito, i più sparpagliati in opere e
pubblicazioni diverse neppur tutte facili a trovarsi. Dar tutto sarebbe
stato dar troppo. Mi son limitato ai testi più importanti per la storia
di quelle leggende, desunti principalmente dalle tre letterature nelle
quali queste più sono rappresentate, italiana, francese e tedesca.
Avendo poi avuto occasione di rammentare, a proposito di leggende
virgiliane, il libretto popolare italiano relativo al mago Pietro
Barliario, ho creduto opportuno aggiungere in fondo al volume anche
il testo di quel libercolo fra noi più noto alla plebe che ai dotti, e
intieramente ignoto fuori d'Italia.

La perspicacia del lettore troverà facilmente, in un'opera quale questa
vuol'essere, il perchè di tali capitoli ne' quali meno apertamente e
meno direttamente parlasi di Virgilio. Divertire e sorprendere narrando
fole antiche e fatti bizzarri non è la ragione dell'opera mia. Ciò
che mi fece amare questo studio e spendervi attorno molta e lunga
fatica è tutta quella parte assai considerevole della storia dello
spirito umano, che si riflette nei molteplici e numerosi fenomeni che
ne compongono il soggetto. I lettori vedranno se io mi sia ingannato
pensando che su tal tema si potesse meditare e comporre qualche
cosa di più serio ed elevato che un'opera di erudita curiosità. Nè
poi io italiano ho dimenticato essere il mio argomento italiano di
natura e d'interesse. Ho scritto invero con animo calmo, studiandomi
di eliminare o limitare quanto potessi ogni causa subbiettiva di
allucinazione. Se un qualsiasi sentimento mi avesse condotto a
travedere, me ne dorrebbe; pregherei però il giudice troppo severo
a cercar bene nella propria coscienza se veramente a lui si addica
scagliarmi per questo la pietra.


A queste parole che io nel 1872 premetteva alla prima edizione del
mio libro, poco ho da aggiungere e nulla da cambiare oggi, nel darlo
a luce per la seconda volta. Accolto con favore in Italia e fuori
dall'antecedente generazione di dotti e studiosi, pare ch'esso non
dispiaccia neppure alla presente, dacchè con fortuna oggi rara per
libri di questa natura, dopo 23 anni lo veggo pur testè tradotto in
inglese[14] e ricercato ancora tanto da indurmi a ripeterne l'edizione,
essendo da un pezzo esaurita e divenuta introvabile la prima. In tanto
estesa, rapida e mobile attività scientifica del nostro tempo, può ben
esser contento quell'autore che, ridando alle stampe la sua opera dopo
sì lungo intervallo, non si senta obbligato a rifarla. Ed invero nulla
di quanto in questo corso di anni fu scritto sul mio libro o sul suo
soggetto, nulla di quanto si è venuto innovando negli studi a cui esso
si riferisce, richiede che l'opera sia oggi rifatta anzichè ristampata.

Con pochi ritocchi adunque e poche aggiunte l'opera vien qui
riprodotta inalterata, messa però al corrente tenendo conto di quante
pubblicazioni venute a luce in questi anni abbian rapporto con essa,
sia in generale, sia ne' particolari. Alcune notizie furono aggiunte,
particolarmente alla seconda parte, ma con sobrietà e solo là dove
parvemi potesser servire a far più evidente la natura, la diffusione,
la sopravvivenza di talune idee e leggende, evitando di accrescere con
inutile farragine erudita la mole e la pesantezza, già forse troppo
grave, del libro.

Dai molti che scrissero criticamente intorno a quest'opera o trattaron
del Virgilio medievale prendendola per base[15], solo poche censure
furono mosse, e queste, prese da me nella dovuta considerazione,
mi hanno indotto a ritoccare in alcun luogo ed accrescere di brevi
aggiunte qualche capitolo (1-3) della seconda parte, senza modificare
il mio pensiero, ma spiegandolo meglio dove mi parve fosse frainteso,
confortandolo di nuovi argomenti dove mi parve la mia tesi fosse a
torto negata. Così ho inteso soddisfare a chi ha pensato che a torto
io distinguessi fra tradizione letteraria e leggenda popolare, non
essendovi a suo credere leggende virgiliane che non siano di origine
letteraria; e così pure a chi ha negato l'origine napoletana del
Virgilio mago, cosa, anzi fatto di cui sono oggi convinto anche più
di prima. Non so se a soddisfare i dissenzienti sarò per tal modo
riuscito; ben mi parrà però aver molto ottenuto se, con usar tal
riguardo verso le loro opinioni pur senza dividerle, io abbia, a
giudizio dei più, migliorata o resa meno imperfetta quest'opera mia.

  Firenze, Giugno 1895.



PARTE PRIMA

VIRGILIO

NELLA TRADIZIONE LETTERARIA FINO A DANTE



VIRGILIO

NELLA TRADIZIONE LETTERARIA FINO A DANTE

                                  Tityrus et fruges Aeneiaque arma
                                        legentur
                                    Roma triumphati dum caput orbis
                                        erit.

                                               OVID. _Am._ I, 15, 25.

                                  O anima cortese mantovana
                                    Di cui la fama ancor nel mondo dura
                                    E durerà quanto 'l mondo lontana.

                                               DANTE, _Inf._ 2, 28.


Virgilio rappresenta come principe quella scuola di poeti che i suoi
contemporanei chiamavano _poeti nuovi_; ed erano infatti poeti nuovi
di tempi nuovi. — Era quella un'epoca in cui la novità era un fatto
ed un bisogno generale nel mondo romano. Quel colosso che con tanta
abnegazione avea lavorato lungamente a farsi così grande, voleva ormai
godersi la propria grandezza, vivere grandemente, espandere in mille
forme il sentimento di sè stesso, nobilitare e raffinare la sua vita
così materiale come intellettuale. Rozza, gretta e povera pareagli
l'antica vita repubblicana, degna di grande ammirazione da lontano,
ma ormai non più attuabile perchè non più proporzionata al suo essere
e al suo sentire. Politicamente, e in vista delle sue conseguenze,
quel grande rinnovamento, quel distacco dalla severa tradizione antica
può giudicarsi con rigore; certo è però che negli ordini dell'arte e
del sapere quelle nuove condizioni, generatrici di nuove tendenze per
gli animi e per le menti, diedero origine a grandi prodotti artistici
non più uguagliati, i quali costituiscono nella storia dell'arte e
del pensiero romano il culmine più eccelso. A noi qui non è concesso
trattenerci a studiare l'origine la natura e le vicende della nuova
scuola poetica allora sorta, le cause della sua grandezza e del suo
successo, i contrasti che pur dovette sostenere con quei partigiani
del passato che non possono mai mancare in epoche di rinnovamento.
L'economia del nostro lavoro, quale ci viene imposta da ciò che in
esso è principale argomento, ci chiama ad occuparci qui esclusivamente
di Virgilio, che è il più grande poeta di quella scuola ed insieme il
più grande poeta romano. Una critica della poesia virgiliana fatta di
proposito non potrebbe aspettarsi da noi, che abbiamo per ufficio il
dire, non ciò che Virgilio è, ma ciò ch'ei parve, non come va, ma come
fu giudicato. Certamente ciò non potremmo fare con certa razionalità,
se un concetto non fosse in noi del reale valore di Virgilio, ma
questo non è tanto subbiettivo e nostro esclusivamente, che non ci sia
lecito dispensarci dal porlo in chiaro ed in sodo dal bel principio
del nostro lavoro. Sia dunque senz'altro (poichè lunga assai è la
via che dobbiamo percorrere) nostro punto di partenza quello che più
necessariamente si richiede pel nostro soggetto, lo studio cioè della
prima impressione che fece la poesia virgiliana nel mondo romano,
impressione che raggiunge il suo massimo grado col poema dell'Eneide,
pel quale essa acquista il più stretto rapporto colle ragioni della
rinomanza virgiliana nei secoli successivi. Difatti, quantunque la
fama di Virgilio cominciasse già grande colle Bucoliche e le Georgiche,
opere di grandissimo valore, la massima grandezza di quel nome riposa
propriamente sull'Eneide, che è il più alto portato della poesia
latina, e che fa di Virgilio, non solo il principe, ma anche il più
essenzialmente nazionale dei poeti latini. A questa dunque dobbiamo noi
principalmente volgere lo sguardo nella storia che ora intraprendiamo.



CAPITOLO I.


Il supremo ideale dell'epopea era per gli antichi, com'è anche per
noi, l'epopea Omerica: ad essa guardava il poeta epico nel comporre,
ad essa il pubblico nel giudicare di lui. Quell'ideale era tanto alto
che, mentre escludeva la possibilità di raggiungerlo, anche restando
inferiori si poteva pur toccare un'altezza imponente e prodigiosa. Nel
giudicare Virgilio i romani corsero subito all'inevitabile confronto;
distinguendo fra la potenza divina di chi creò e l'ardua e faticosa
opera di chi imitava, riconobbero invero l'inferiorità del poeta loro
rimpetto all'antico greco (chè le esagerazioni di certi entusiasti
non si possono prendere per la regola[16]), ma videro altresì che di
quanti tentativi in quel genere erano stati fatti in lingua greca e
romana il più felice era il virgiliano. Questo giudizio, limitato ad
un confronto assoluto ed esterno delle due poesie, era giusto senza
dubbio. Ma quante volte il confronto si estendesse alla natura ed
alle cause di quelle composizioni epiche, gli antichi, non conoscendo
l'essere vero dell'epopea omerica come oggi noi lo conosciamo da Vico
in poi, consideravano erroneamente Omero e Virgilio come due individui
solo distinti per lontananza di tempi e grado di genio; talchè essi
a rigore avrebbero dovuto giudicare Virgilio meno favorevolmente di
quello che noi siamo oggi in grado di fare. Difatti, noi distinguiamo
fra l'epopea primitiva, spontanea, d'origine non individuale ma
nazionale, e la epopea imitativa e di studio, tutta opera individuale,
nata in tempi di riflessione e di storia nei quali la prima diviene
impossibile; come nell'una troviamo che l'epopea greca ha il primato
sulla epopea di simile natura di tutti gli altri popoli, così
nell'altra riconosciamo che fra i vari tentativi sia di greci, sia
di latini come anche di noi stessi italiani, e di tutti gli altri
popoli moderni, niun altro ha mai raggiunto quel grado di perfezione
relativa che toccò l'epopea virgiliana. Nel fare questa distinzione noi
collochiamo Virgilio nel suo vero posto, e se lo paragoniamo con Omero,
teniamo conto dell'immenso divario che corre fra i due nella natura e
nelle cause genetiche della loro poesia; noi abbiamo quindi della sua
inferiorità spiegazioni o scuse che mancavano affatto ai romani. Ma se
da questo lato le condizioni del sapere di quell'epoca sarebbero state
sfavorevoli al poeta, o certamente men favorevoli che le presenti,
gli effetti di ciò erano affatto cancellati e compensati con larga
usura dall'accordo fra quella poesia e i sentimenti e i bisogni
del popolo per cui era creata. Molti hanno detto già che l'epopea
virgiliana solleticava la boria nazionale ed era quindi destinata a
molto successo; ma questa idea ovvia e volgare, se in certo senso ha
del vero, non va intesa com'essa volgarmente suona. Il popolo romano,
o meglio il mondo romano, costituisce una individualità per natura,
per vita, per composizione talmente eccezionale, che giudicarla colle
stesse norme con cui si giudica qualunque altro popolo, è un errore.
Esso è un ente storico per eccellenza; la sua vita è una espansione
continua dalle minime alle più gigantesche proporzioni, nella quale
egli obbedisce ad un impulso fatale, irresistibile, che comincia
fin dal primo momento della sua esistenza, dal fatto politico della
fondazione di Roma. Questo estremo limite dei suoi ricordi nazionali
è il nucleo di un ingrandimento tanto costante, è tanto strettamente
connesso colla natura della vita nazionale susseguente, che anche la
favola delle origini come quella di altri fatti successivi ne acquista
un carattere politico e prattico[17]. Il ricordo di un'età eroica
estranea affatto all'attività politica, nella quale gli elementi
nazionali rimanessero sparpagliati e non centralizzati con una mira
che riguardasse tutto l'avvenire della nazione, non esiste presso i
romani. La piccola gente latina, dal cui seno venne quell'embrione di
grandezza, non fu certamente dimenticata; ma fra essa e Roma rimanevano
ben visibili tutte le differenze che distinguono in due individualità,
affini ma diverse, la madre e la sua prole.

Questo essere storico che fin dal primo momento della sua vita ebbe
la coscienza di sè e della sua missione, che visse di attività storica
mirando sempre ad una meta reale e determinata, che a sè stesso ed alla
propria energia dovette il successo e la grandezza, doveva naturalmente
trovare nella contemplazione della propria entità e della miracolosa
sua vita una potente ispirazione poetica. C'era un sentimento di natura
tutto speciale, che potremo chiamare storico, come quello che risultava
dall'idea di una grandiosa attività storica, il quale, non ristretto
nei limiti segnati dalla cerchia di una sola nazione, ma comune a genti
le più diverse che Roma avea saputo, non solo sottomettersi, ma anche
assimilarsi, si distingueva dal sentimento nazionale che è proprio
di ogni popolo, pel suo carattere astratto ed universale, tanto che
sopravvisse allo stesso dominio romano. Questo entusiasmava i dominati
e i dominatori egualmente, e fra le tante espressioni di esso, che dal
principio alla fine distinguono ed in gran parte anche compongono la
letteratura latina, è impossibile trovare una differenza qualsivoglia
fra tanti scrittori di nazione diversa, romani, greci, etruschi, galli,
iberi, africani o altri[18].

Tornando dunque all'epopea, è chiaro che i romani dovevano avere una
naturale tendenza all'epopea storica, ed il fatto stesso lo prova colla
quantità di epopee storiche che essi ebbero da Nevio a Claudiano[19],
fatto che non ha riscontro presso i greci, e per buone ragioni.
Ma quel sentimento, che animava tutto il mondo romano e tanto avea
bisogno di espansione, era di natura e di origine tale, che riusciva
sommamente difficile trovarne l'espressione epica. Considerato nella
sua causa ed astrattamente, esso è tale che s'intende come dovesse
naturalmente spingere all'epopea; ma quando si cercasse per questa un
subbietto in cui concretarlo e dargli una formola adeguata, subito si
presentava la base storica su di cui esso riposava, e ciò a scapito;
poichè il fatto storico, finchè sia presente alla mente come tale,
non può in alcuna guisa servire all'epopea. Per tale scopo conviene
che prima esso diventi fatto epico, è necessaria cioè una elaborazione
della fantasia, non di un individuo ma della nazione, che lo tramuti
in ideale poetico; opera giovanile di cui l'animo nazionale non è
più capace in epoche di maturità storica. A sciogliere il difficile
problema i greci non aveano fatto nulla, perchè un problema tale ad
essi, popolo di natura affatto diversa, non si era mai presentato.
Il più noto tentativo di epopea storica presso i greci fu, nell'epoca
classica, il poema di Cherilo di Samo sulla guerra persiana, il quale,
fondato su di un avvenimento che, quantunque glorioso, non figurava
che come un incidente nella vita della nazione, nè rappresentava in
alcuna guisa l'essenza stessa di quella, non ebbe che un successo
politico momentaneo e passeggiero. L'idea nazionale greca si era già
manifestata nella poesia ben più luminosamente e con forme ben più
appropriate. Ma il sentimento dei romani era tanto gagliardo e potente,
e la natura loro di popolo storico era tanto fortemente pronunziata
che non solo le epopee storiche presso di loro furono più numerose
che presso di altri, ma ebbero anche maggior successo di quello si
sarebbe potuto aspettare dall'epopea storica anche la meglio concepita,
quando la freddezza sua naturale non fosse stata compensata dal calore
straordinariamente intenso e persistente del sentimento a cui era
rivolta, e che anche l'avea suggerita. Ed infatti, cessato quello
nell'epoca moderna, anche le migliori di esse sono affatto cadute a
terra. Se però un certo relativo successo era possibile per quelle
epopee storiche, ed anche per quelle di esse che riunivano (quelle di
Ennio e di Nevio, per esempio) in uno strano connubio la favola e la
storia, tanto per ragioni di forma quanto per la insufficienza poetica
del soggetto, il bisogno nazionale non ne era rimasto completamente
soddisfatto. Aver trovato una soluzione di questo problema difficile e
complicato è appunto il merito fondamentale del mantovano, ed una causa
principale di quell'entusiasmo che destò la sua epopea, e che durò in
grandi proporzioni finchè rimase vivo quel sentimento di cui era la
più nobile completa e fedele espressione poetica. Le mire nazionali di
Virgilio come di altri poeti augustei sono sempre evidentissime, nè
appariscono soltanto prodotte da impulsi istintivi e non avvertiti,
come in tanti altri scrittori romani, ma sono spesso calcolate
nell'intento artistico. Virgilio non volle comporre un'epopea che
avesse un carattere puramente letterario o dotto, alla maniera degli
alessandrini, e non iscelse quindi, come altri fece prima e dopo lui,
un tema dalla ricca saga greca, quale la Piccola Iliade, la Tebaide,
l'Achilleide od altro simile sprovvisto di ogni valor nazionale pei
romani. Guidato da un istinto artistico maraviglioso in un epico di
quel tempo, egli arrivò anche a scansare tutti quei temi storici che
tanto tentavano altri poeti, ed aveano tentato alla prima anche lui, e
si determinò pel solo che, fra le tradizioni allora in corso presso i
romani, offrisse quel carattere eroico ideale che è indispensabilmente
richiesto dall'epopea, ed insieme fosse nazionale, se non di origine,
certo di significato[20]. Com'egli a ciò arrivasse per semplice sforzo
di genio poetico, modificando gradatamente il concetto primordiale
dell'opera sua, è cosa che si rileva da parecchi indizi con certa
chiarezza, e che non può lasciare inosservata chi voglia equamente
giudicare di lui. Imperocchè, per le ragioni generali che abbiamo
dette, anche a lui, quando volle intraprendere la composizione di un
poema nazionale, si presentò per prima l'idea di un argomento storico
latino o romano. Già prima che scrivesse le Bucoliche avea pensato ad
un poema sui Re di Alba; ma presto abbandonò quell'idea, come dice il
biografo, «offensus materia»[21]. Più tardi, entrato già in rapporto
con Augusto, si decise seriamente alla composizione di un poema, e di
nuovo il soggetto che gli si affacciò primo alla mente fu di natura
storica. La grandezza degli avvenimenti contemporanei, e l'amicizia
del principe che tanto prevalse in quelli, lo condussero naturalmente
a scegliere per tema le Gesta di Ottaviano[22]. Tale egli stesso
dichiarava essere il lavoro da lui meditato, allorchè nel 29 leggeva in
Atella[23] le Georgiche ad Augusto tornato d'Asia[24]. Da questo primo
soggetto, a forza di modificare il piano primitivo secondo le esigenze
del suo sentimento artistico, egli giunse a comporre l'Eneide nel corso
di undici anni, cioè dal 29 fino alla sua morte. Nel 26 già Properzio
conosceva alcune parti del lavoro e ne parlava entusiasticamente come
di grande cosa che andavasi facendo, ma profondevasi più largamente
nelle lodi delle Bucoliche e delle Georgiche sulle quali fin lì
riposava la rinomanza del poeta. Dalle parole di Properzio, come anche
da quanto scriveva Virgilio stesso in quel torno ad Augusto[25],
si rileva[26] che le parti del poema allora composte appartenevano
già a ciò che poi rimase l'Eneide, ma il poeta manteneva ancora il
pensiero di arrivare col suo poema da Enea ad Augusto. Come oggi
si vede, inoltrandosi nel suo lavoro egli con tatto felicissimo
eliminò ogni idea di narrare fatti puramente storici, facendo così
un poema epico-storico, ed invece diede corpo al suo disegno solo
rammentando fatti e personaggi storici di volo e per via di occasioni
artisticamente colte o procurate, senza che ne rimanesse menomata la
natura propriamente eroica e poetica degli avvenimenti che formano il
soggetto fondamentale del poema[27]. Della opportunità artistica di
questo procedere si accorsero anche i critici antichi, i quali seppero
pur ben definire quanto per questo lato Lucano siasi mostrato inferiore
a Virgilio[28]. E così nacque l'Eneide, in un modo che agli occhi
nostri mostra patentemente quanto chi la scrisse fosse nel concetto
e nel sentimento della poesia superiore ai migliori poeti della sua
epoca, della più splendida epoca che s'incontri nella storia dell'arte,
dopo quella delle grandi creazioni greche.

La critica moderna ha potuto ragionevolmente distruggere certe vecchie
idee sul valore storico della saga di Enea, e sulla provenienza di
essa[29]; le sue negazioni non potranno mai estendersi a questo fatto
indiscutibile, che questa saga già fin dal tempo della prima guerra
punica la troviamo in corso fra i romani, e che resa popolare dai
poeti, dagli storici, dal teatro, dalle arti plastiche, dal culto
e dagli atti stessi dello stato, ai tempi di Virgilio essa aveva
acquistato il valore di una saga nazionale estremamente simpatica
a tutti gli uomini di cultura romana e del tutto armonizzante colla
poesia propria del sentimento romano[30]. Certo se si fosse trattato
di comporre un'epopea che fosse in tutto dell'indole dell'epopea
omerica, a ciò si sarebbe prestata assai male anche quella saga per
gli elementi e caratteri eterogenei che racchiudeva; ma ciò che doveva
esprimere l'epopea virgiliana era ben diverso di natura da quanto avea
espresso l'epopea omerica, e rimpetto a questo scopo i difetti del
tema, pur rimanendo, erano assai meno sensibili. Omero si muove in
un'atmosfera tutta ideale; egli non può mai volgere lo sguardo alla
storia, che nascerà soltanto più secoli dopo di lui; i limiti e le
proporzioni reali dell'essere umano e della sua attività sono tanto
lontani dalla sua mente nell'opera poetica, che ben di rado, e solo
come termine di paragone, richiama la povera mole dell'uomo vero e
proprio (οἷοι νῦν βροτοί εἰσιν); figlio di una età senza storia, egli
è l'interprete di una idealità nazionale che è già esclusivamente
poetica di per sè stessa. Il poeta latino invece vivendo nella più
alta fase dello sviluppo storico della nazione, doveva, tenendosi
nell'ambiente ideale voluto dall'epopea, mirare pur costantemente alla
storia nella quale avea le sue radici quell'universale sentimento che
allora raggiungeva la sua massima intensità, più che mai bisognoso di
grandiose espansioni[31]. Conscio di questo suo ufficio ed assistito
nel compierlo da una genialità tutta sua propria[32], egli coordinò il
suo poema, nel soggetto e nella trattazione, così strettamente colla
storia romana, ch'esso può dirsi una preparazione a quella ed insieme
un riassunto poetico dell'impressione ch'essa lasciava nell'animo
di quanti la contemplavano[33]. Come accade sempre quando si trova
la formula lungamente desiderata che esprima intieramente ciò che è
nell'animo di tutti, il poema fu accolto con uno scoppio di generale
entusiasmo in tutto il mondo romano.

È mirabile vedere con quanto interesse tutti gli uomini colti
s'informassero dei progressi di quella grande composizione, e quanto
forti, visibili influenze essa esercitasse, fin dal suo nascere sulle
lettere latine. Mentre il poeta l'andava componendo, Augusto, Mecenate
e tutta la schiera di amici, cortigiani, dilettanti, poeti, retori che
li attorniava, erano più o meno al corrente del lavoro, di cui varie
parti venivano dall'autore grado grado recitate in quei circoli. Quando
Virgilio morì, non altra pubblicità che questa aveva avuto il poema,
di cui niuna parte era stata condotta a quel grado di perfezione che
meditava il poeta; ma un vasto pubblico ne conosceva l'esistenza e,
per l'incontro avuto dai saggi recitati agli amici, grandissima era
l'aspettazione. La pubblicazione ebbe luogo per opera dei due amici di
Virgilio, legatari dei suoi scritti, Tucca e Vario, ai quali Augusto
impose quell'incarico delicato. Quanto tempo impiegassero nel preparare
quella pubblicazione non sappiamo, ma certamente dovette essere assai
breve[34]. L'impressione fu profonda e universalmente vivissima. In
quel poema, che divenne il primo titolo della nominanza dell'autore,
tutti riconobbero la più grande opera della poesia latina[35], e per
esso divenne Virgilio pei romani, come poi lo chiamava Velleio, il
«principe dei carmi»[36]. Lo studio di Virgilio e della sua fraseologia
si riconosce già nel suo grande contemporaneo Tito Livio, nel quale
trovansi chiare reminiscenze anche di frasi dell'Eneide[37]. Ricco di
tali reminiscenze mostrasi poi singolarmente Ovidio[38] che avea 24
anni quando morì il grande poeta, da lui però conosciuto soltanto di
vista[39]. E deve notarsi che per Livio e per Ovidio ciò non si può
certamente ripetere dall'uso fatto di Virgilio nella scuola, come poi
accade per tanti altri poeti e prosatori latini. Dai ricordi di Seneca
il vecchio[40] rileviamo pur chiaramente che nel primo decennio dopo
la morte del poeta l'Eneide era conosciutissima e si citavano versi di
essa come volgarmente noti. Singolarmente attraente per una certa parte
del pubblico riusciva la patetica poesia delle avventure di Didone[41],
che più tardi strappava le lagrime ad Agostino[42], e che troveremo
sempre fra le parti del poema più ammirate nei secoli seguenti.

Una critica affettatamente severa, schifiltosa, paradossale e
pregiudicata può dir quel che vuole su questo grande poeta come su
tanti altri grandi scrittori latini. Se essa erra, il danno è tutto
suo. La scienza potrà difficilmente perdonare gli eccessi di certe
reazioni intellettuali, comunque queste possano essere feconde di
progresso. L'opera di Virgilio, considerata, com'è dovere, nell'ordine
suo e nelle sue ragioni storiche è e riman sempre un grande monumento
che non ebbe l'eguale nè prima nè poi; legittimo è il fascino che per
tanti secoli esercitò su tutti gli spiriti colti, dagl'infimi ai più
grandi. Imitatore è Virgilio solo negli accessori ed anche come tale è
grandissimo; lo è perchè doveva esserlo, nè v'era potenza di genio che
a tal condizione potesse allora sottrarsi; una emancipazione totale
dell'arte da quanto imponevano le ancor vivissime creazioni greche,
era cosa che niuno desiderava, niuno voleva, e sarebbe stata accolta
con indignazione come una anormalità mostruosa ed inintelligibile. Le
vie del genio non possono essere sempre libere in qualunque momento
e condizione dello spirito umano. Non per questo però esso si fa men
manifesto a chi non si veli gli occhi per non vederlo; nè è lecito
disconoscerlo e denigrarlo, dandogli sprezzantemente, come si è fatto
per Virgilio, il nome di _virtuosità_. Per la natura, gli elementi,
lo scopo affatto speciali dell'opera sua, Virgilio lavorò in un
ordine di produzione tanto diverso da quello della poesia omerica e
dell'epica greca in generale[43], che la sua opera, proporzionata com'è
all'intento, costituisce una vera creazione. Una dose di ellenismo
c'era nel pensiero romano, c'era quindi anche nel poeta, e sarebbe
stato infedele se non l'avesse rappresentata nel suo poema; ma il primo
più profondo carattere di Virgilio sta nell'esser egli, come con giusta
intelligenza lo chiama Petronio essenzialmente Romano[44].



CAPITOLO II.


A quei risultati però non si poteva arrivare per semplice genialità
naturale, chè questa sola non bastava nelle condizioni d'allora,
come non basta mai a produrre grandi opere d'arte in epoche di grande
cultura. Tanto la natura sua stessa e delle sue cause, quanto anche
l'influenza dei greci contemporanei, davano alla poesia augustea, come
in generale alla più gran parte della poesia romana, un carattere
essenzialmente dotto. Molti studi filologici ed eruditi erano
indispensabili al poeta per raggiungere una forma d'arte che stesse
in armonia colle condizioni della cultura generale. L'indirizzo della
poesia greca di quel tempo, dominata dagli alessandrini, era talmente
dotto, che nè la lingua della poesia era cosa vivente, nè la poesia
stessa era destinata ad esser patrimonio d'altri che di dotti. Se
v'ha fatto che metta in rilievo quel tanto di genialità poetica che
ebbero pure i romani, tale è senza dubbio il confronto fra essi e
i greci nell'uso degli esemplari antichi. Da Alessandro in poi la
decadenza della poesia greca è tale, che chi ne studia la storia,
se vuol riempire la vasta lacuna che gli si fa dinanzi, conviene si
rivolga ai latini, presso i quali soltanto trova una continuazione di
quell'indirizzo e di quella produttività.

La dottrina e lo studio, non solo dei prodotti greci, ma anche degli
antecedenti prodotti romani, non impedisce ai più eletti poeti latini
di trasfondere nell'opera loro quella vera poesia e quel carattere
nazionale di cui gli alessandrini sono affatto privi. Non iscrivono
per una stretta cerchia di dotti, ma per un pubblico vastissimo di cui
l'educazione è tale che nel poeta richiede ed apprezza anche il retore,
il grammatico e l'erudito. In queste doti, essenzialissime in un poeta
romano, niuno raggiunse Virgilio, il quale oltre ai molti delicati
studi di arte, molto studiò pure la lingua nella sua natura presente,
e nei suoi antecedenti letterari, per piegarla alla maggior possibile
perfezione e farla organo adequato dei suoi concetti artistici; molto
pure studiò, in libri e con viaggi, e località e miti e antichi usi
e quante simili cose di fatto si connettevano col suo poema[45]. Egli
ebbe il segreto di adoperare soltanto come mezzo, senza mai ostentarla,
questa molta dottrina, e di non subordinare ad essa la poesia. Gli
antichi di questo ben si avvidero[46], talchè egli riuscì a due intenti
non sempre identici, quello di piacere ai dotti di professione ed a
tutti gli altri ad un tempo. Le doti mirabili della poesia virgiliana
nell'uso e nella creazione del linguaggio poetico, e nella struttura
del metro, la minutezza delle ricerche erudite da lui fatte per dare
al suo poema il colorito più fedele, sono cose tanto vere, che la più
severa e maldisposta critica odierna ha pur dovuto in questo confermare
gli elogi prodigati al poeta dagli antichi[47].

I bisogni e il carattere del pensiero romano erano tali, che
l'impressione prodotta dalle caratteristiche più estrinseche e
meccaniche del poema fu profondissima. Essa sopravvisse e dominò in
tutte le variazioni che subì il concetto del poeta, e rimase, comunque
contorta e deturpata, pur vivissima per tutta la tradizione letteraria
del medio evo latino. La perfezione della lingua era pei romani di
tanta importanza in un'opera d'arte, che si può dire fosse la principal
cosa a cui si guardava nel giudicarne, ed essa sola tenesse luogo di
molti altri meriti. Ed invero le condizioni degli scrittori romani
erano per questo lato assai diverse da quelle dei greci, presso i
quali le forme dell'arte, svoltesi per un moto naturale e spontaneo
del pensiero nazionale, furono assecondate da un corrispondente
svolgimento del linguaggio spontaneo e naturale, talchè i poeti questo
piegavano e traevano facilmente ai loro intenti, senza bisogno di uno
studio grammaticale e filologico. Il processo per cui si è svolta la
letteratura romana è ben lontano da tanta naturalezza. Ridurre una
lingua rozza aspra ed incolta a servire di organo a forme letterarie
d'origine non nazionale e quasi repentinamente accettate dal di fuori,
era cosa di grandissima difficoltà, colla quale ebbero a lottare
i più antichi autori latini; ed essa costituisce la più forte loro
preoccupazione[48]. Da questo aspetto può dirsi che da Livio Andronico
a Cicerone e a Virgilio, la letteratura romana non sia che una serie
di tentativi coi quali si cerca continuamente di piegare la lingua
alle esigenze estetiche imposte al pensiero ed al gusto dalla influenza
greca[49]. Così presso i latini, contrariamente a quanto avvenne fra i
greci, per questa condizione di cose ed anche pel contenuto materiale
della influente cultura greca, la ricerca grammaticale esiste già e
domina, presso a poco, in ogni scrittore, assai prima che lo sviluppo
completo della letteratura abbia avuto luogo, ed il pensiero nazionale
siasi acquetato nel trovamento di forme che lo esprimano adequatamente.
A questo ultimo risultato giungono Cicerone nella prosa e Virgilio
nella poesia. L'uno e l'altro hanno tanto bene e tanto giustamente
soddisfatto a quell'ideale di perfetto linguaggio, a quel bisogno di
proprietà di finezza e d'armonia, che con essi la meta è raggiunta,
ed ogni ulteriore tentativo non riesce che a male. Questo merito loro,
certamente altissimo, fu il principale ad essere veduto dagli antichi,
e fu senza dubbio in tanta intensità e universalità delle esigenze
a cui soddisfaceva, una principalissima causa della loro rinomanza.
L'efficacia così dell'oratore come del poeta era tanto dipendente da
un merito di questa natura, che raggiungendosi per esso lo scopo, esso
poteva servire anche a misurare l'oratore come oratore, il poeta come
poeta.

Invero questo prevalere dell'importanza di una qualità formale sopra le
altre nella pubblica estimazione, al punto da esagerare anche queste
in grazia sua, od anche da tenerne luogo, non è certamente ciò che ci
vuole per giudicare giustamente il valore artistico di uno scrittore.
Senza soscrivere al giudizio troppo aspro di Mommsen sul merito di
Cicerone come oratore, è indubitato che la grande rinomanza, anche
oratoria, di questo scrittore è in grandissima parte un effetto del
suo alto valore come scrittore latino, piuttostochè del vero suo merito
oratorio[50]. Per questa maniera di giudizio Terenzio fino all'ultimo
medio evo ebbe più voga di Plauto, quantunque inferiore ad esso in
qualità di comico[51]. Se però il giudizio degli antichi su Cicerone
fu fuorviato dalla loro predilezione per le qualità della lingua,
talchè gli assegnassero un posto diverso da quello che in realtà
gli compete nella storia dell'eloquenza, certo il giudizio loro su
Cicerone si teneva in una sfera più prossima alla vera e più di loro
competenza, che non quello su Virgilio; chè realmente gli usi prattici
dell'arte oratoria, e la vita repubblicana, avean reso i Romani più
competenti giudici d'oratori che di poeti; i quali meno che i primi
avevano nella vita e nell'indole nazionale romana la prima causa
dell'esser loro. Perciò è da notarsi che dei giudizi su Cicerone di un
carattere generale, nei quali egli è, comunque, giudicato in qualità
d'oratore, è definita la sua arte tanto in sè quanto in rapporto
cogli altri oratori greci e latini, se ne trovano; su Virgilio invece
un giudizio che lo definisca, non dico giustamente, ma completamente
nella sua qualità di _poeta_, non lo troviamo. Molti scrissero su di
lui, quanti su niun altro scrittore latino. Lo stesso entusiasmo che
destò la sua opera, non solo appena fu pubblicata, ma anche mentre il
poeta la componeva e non se ne conosceva che qualche libro o qualche
saggio, provocò degli scritti e delle critiche assai[52]. Contro le
buffonerie e le smodatezze di alcuni, piuttosto nemici che critici,
stanno le numerose espressioni di ammirazione entusiastica, che senza
dubbio fedelmente rappresentano il grado e la natura dell'impressione
generale. Ma l'entusiasmo e il sarcasmo non sono la critica. Fino a
qual punto gli scritti relativi a Virgilio di molti grammatici suoi
contemporanei o del primo secolo dell'impero fossero di carattere
estetico, e si occupassero di ciò che oggi dicesi l'alta critica, è
difficile giudicare dalle notizie che ci rimangono; ma è chiaro che, se
l'arte virgiliana avesse in quelle trovato una notevole e sufficiente
definizione generale, la tradizione grammaticale a noi nota, che
è tutta piena del nome del poeta, l'avrebbe pur conservata. Invece
il meglio che questa ci conserva si riduce ad una osservazione di
Domizio Afro, insufficiente quantunque giusta, la quale segna affatto
esternamente il posto che compete a Virgilio in quella gerarchia di
poeti di cui Omero è sovrano[53]. E del resto, come abbiamo veduto,
solo esternamente potevano giudicare gli antichi con giustizia il
rapporto fra la poesia omerica e la virgiliana. Dei giudizi dei
contemporanei, uno solo ne vien riferito[54] che, quantunque espresso
con parole maligne, definisce con qualche verità una caratteristica
generale dell'arte virgiliana; ma esso considera il poeta unicamente
dall'aspetto retorico, e potrebbe essere applicato anche ad un
oratore[55]. Coloro poi che facevano un rimprovero a Virgilio del
grande uso ch'egli ha fatto d'Omero, evidentemente erano animati da
un sentimento d'inimicizia, poichè dimenticavano l'uso simile di tanti
altri illustri poeti anteriori[56], così romani come greci, ed inoltre
(come lo stesso Virgilio a ciò soleva rispondere)[57], non pensavano
alla grande difficoltà di farlo convenientemente. L'uso assai libero
che Virgilio ha fatto dei poeti anteriori, così greci come romani,
aveva la sua giustificazione, o meglio la sua naturale ragione di
essere in un modo di vedere ed in una tradizione fra gli antichi comune
e regolare; il fargliene un addebito era cosa assai più evidentemente
ingiusta ed odiosa allora, di quello possa parere oggi a noi che
abbiamo su tali fatti idee molto diverse[58].

Generalmente la critica di quei grammatici si attiene ai particolari;
giudica di parole, di forme, di struttura metrica, discute certe parti
dell'organismo della narrazione, notando qualche inconseguenza, qualche
contradizione, si trattiene in questioni di erudizione. Scarse, e
sempre relative a luoghi particolari, sono le osservazioni di stile;
per lo più si riducono a confronti; là è una immagine che Virgilio ha
trattato meglio o peggio di Omero, qua una descrizione in cui è stato
superato da Pindaro. Nell'assieme di tutte le osservazioni che ci
rimangono[59] si scorge una certa libertà e indipendenza di giudizio,
per la quale, quantunque considerato come altissima autorità nel campo
grammaticale retorico ed erudito, Virgilio non è in questa prima
epoca dai grammatici dotti ed assennati ammirato ciecamente; molti
nei sono riconosciuti in esso e messi in evidenza, e li ammetteva in
certa misura lo stesso Asconio Pediano nel libro che scrisse contro
i detrattori del poeta. Ma quei detrattori che erano animati, nel
criticare, da sentimenti nemici al poeta, durarono poco, e non si
trovano che fra i suoi contemporanei. Le osservazioni critiche di
Igino, di Probo, ed anche quelle più aspre e più numerose, ma meno
giuste, di Anneo Cornuto[60] non ledevano in alcuna maniera il nome
di Virgilio. Eran considerate come macchie inevitabili che si trovano
in ogni opera umana, e che si notavano anche nello stesso Omero;
generalmente si era convinti che il grande poeta le avrebbe tolte
via, se la morte non gli avesse impedito di compiere l'opera sua.
Taluno arrivava ad attribuirgli l'intenzione di mettere alla prova,
introducendo certe difficoltà nelle sue poesie, il sapere e l'acume dei
grammatici[61].

Così della poesia virgiliana già in questa prima epoca si sentiva
più di quello si definisse. Come organo il più fedele del sentimento
nazionale, come prodotto artistico in ogni parte finamente armonizzato
col gusto le tendenze la coltura i bisogni dello spirito pubblico,
essa esercita un prestigio immenso e ben giustificato, dinanzi a cui
il nome stesso del grande oratore romano impallidisce e diviene troppo
unilaterale. Ma allorchè da quella impressione vogliono risalire alle
cause e ad una analisi dell'opera virgiliana, si arrestano ad una
parte di essa puramente esterna e formale, tanto perchè l'indirizzo
generale dello studio d'allora a questa parte sopratutto rivolgeva le
menti, quanto perchè la teoria letteraria d'allora non poteva guidare
a veder bene addentro nella vera natura dell'epopea. Quest'abitudine
nella critica turbò non poco, come abbiamo notato, anche il concetto
dell'eloquenza ciceroniana, quantunque l'oratoria fosse assai di
competenza romana, e quantunque nel paragone fra Cicerone e Demostene
si stesse su di un terreno assai più solido che in quello fra Virgilio
ed Omero. Quanto a Virgilio, quella specie di critica ristringeva
il valore del poeta in un campo troppo angusto per tanto nome, e
per la qualità e la universalità dell'entusiasmo che avea destato.
Il valore poetico e nazionale di questo nome, quella parte cioè che
generalmente sentita pur non capiva in quel campo ristretto ed incapace
di farla vedere nella sua vera e complessa natura, serviva come di
lievito ad accrescere le proporzioni della parte che restava definita,
dei meriti dotti, spingendo ad esagerarla. La idea della sapienza
universale del poeta non si scorge ancora, ma c'è già quella di una sua
universalità letteraria per la quale esso regna nella poesia e nella
prosa, nella grammatica e nella retorica, ossia negli elementi primi
e caratteristici della cultura del tempo; ognuno è prono a trascendere
parlando di lui, esagerando più o meno il numero e la varietà dei suoi
meriti; nè certamente Marziale esprimeva una idea esclusivamente sua,
quando diceva che, se Virgilio avesse voluto provarsi nella lirica
e nel dramma, avrebbe superato di leggieri i più grandi lirici e
tragici[62]. Fin dal principio adunque si trovano nella nominanza del
poeta i segni e le cause di un traviamento di cui vedremo poi le fasi e
le proporzioni ulteriori.



CAPITOLO III.


Virgilio è del piccolo numero dei poeti fortunati sott'ogni aspetto.
Ammirato per le rare doti del suo ingegno non solo, ma per quelle
dell'animo eziandio che rendevanlo uno degli uomini più simpatici
del suo tempo[63], quanti furono buoni poeti suoi contemporanei non
dubitarono di riconoscere la sua superiorità, e tutti a gara e con
parole di entusiasmo gli fecero onore, come scorgiamo da quei che ci
rimangono. Non mancarono a lui nemici, chè al genio non mancano mai: ma
glieli fece facilmente dimenticare la stima dei grandi d'ogni specie
e del popolo romano che, udendo i suoi versi in teatro, unanime sorse
in piedi, ed al poeta a caso presente fece segno di rispetto, come
solea fare collo stesso Augusto[64]. Egli certamente da quanto ottenne
coll'opera sua in vita, dovette argomentare della durevolezza e della
immortalità del suo nome.

I segni della popolarità del poeta si ritrovano in ogni sfera.
Nell'alta società, che per moda amava darsi l'aria di letterata, la
donna saccente, descritta da Giovenale, (secondo lo scoliasta sarebbe
Statilia Messalina moglie di Nerone), in mezzo ad un circolo di
grammatici e di retori, trattava con molto sussiego e gran profluvio
di parole le questioni letterarie più in voga; parlava di Didone;
pesava e confrontava il valore di Virgilio e di Omero[65]. Polibio
liberto di Claudio, cortigiano molto influente, e dilettante di
lettere, assai probabilmente del calibro del suo padrone, intraprendeva
una parafrasi latina di Omero ed una greca di Virgilio, ed a lui
Seneca, nello scritto che gli ha dedicato, profondeva per tale suo
lavoro[66] elogi tanto sinceri quanto gl'incensi che nello stesso
scritto profonde al di lui signore, futuro eroe dell'Apokolokyntosis.
Anche il teatro era un campo di ogni grande popolarità, nel quale
trionfava il poeta. Non solo ivi già mentr'egli era vivo e per più
secoli dopo la sua morte furono recitati i suoi versi[67], ma anche da
questi si trassero speciali rappresentazioni. Nerone, minacciato da
ogni parte, vedendo approssimare la fine, fece voto, se scampava, di
rappresentare egli stesso una composizione pantomimica intitolata il
_Turno_, desunta dall'Eneide[68]. Era poi una finezza di moda avere
nei ricchi banchetti, fra gli altri divertimenti, anche recitazioni
di versi omerici e virgiliani. Così anche alla mensa goffamente lauta
di Trimalcione vediamo figurare gli Omeristi, e recitato con istrazio
crudele da un servo il quinto dell'Eneide[69]. Fra i donativi (Xenia)
che l'uso richiedeva si facessero in certe circostanze, erano anche
taluni dei libri più in voga; fra questi qualcuna delle poesie minori,
od anche tutte le opere di Omero e di Virgilio, scritte elegantemente
in piccolo volume, e talvolta anche ornate del ritratto del poeta[70].

Nè il nome di Virgilio e dei poeti della nuova scuola rimase limitato
alla sola Roma, ma corse in un attimo per le provincie. Fra le
numerose iscrizioni che si veggono tuttora graffite sui muri in Pompei,
alcune ci presentano versi di Ovidio e di Properzio, ma più assai di
Virgilio[71]. Una di queste ci offre il verso 70 dell'8.ª egloga:

    CARMINIBUS CIRCE SOCIOS MUTAVIT ULYXIS;
un'altra:

    RUSTICUS EST CORYDON;[72]

un'altra, che fa una mesta impressione nella città rovinata e deserta:

    CONTICUERE OM[NES].

Queste iscrizioni probabilmente sono dovute a scolari, come ad essi
probabilmente si debbono gli alfabeti o le parti di alfabeto che
trovansi segnate sul muro in parecchi luoghi di Pompei[73]. Quando
accadde la catastrofe di Pompei, nel 79 dell'era volgare, Virgilio
era morto da 98 anni, ma quantunque senza dubbio la maggior parte
delle iscrizioni graffite pompeiane debba collocarsi nell'intervallo
fra l'ultima catastrofe e quella che la precedette sedici anni prima,
molte sono certamente assai più antiche; una ve n'è che appartiene di
sicuro al 79 prima di Cristo, ed anche uno degli alfabeti pare debba
ascriversi al tempo della repubblica[74]. Il nome di Virgilio nella
Campania, suo soggiorno prediletto, fu grande già mentre visse, e
la sua sepoltura a Napoli lo localizzò in quella regione in un modo
tutto particolare. Niente impedisce adunque di credere che sui muri
di Pompei possano essere stati graffiti questi versi virgiliani che
vi si leggono tuttora, in epoca molto vicina alla vita del poeta e
forse anche mentr'egli ancora viveva. E quel «Rusticus est Corydon»
ed il «Conticuere omnes» non sono tuttora due dei luoghi virgiliani
più volgarmente conosciuti e rammentati da quanti hanno frequentato
le scuole? Nè soltanto i graffiti pompeiani offrono prova della
popolarità di Virgilio; anche fra le epigrafi propriamente dette
s'incontrano, colla più singolar varietà di oggetti, versi del poeta;
se ne son trovati su di un cucchiaio di argento, su di un tegolo, in
un bassorilievo che rappresenta una venditrice di selvaggina, ed in
iscrizioni funebri[75].

Ma il più notevole trionfo di Virgilio e degli altri poeti augustei
fu propriamente quello che ottennero nell'insegnamento. Riempito
per opera loro il vuoto che già da tempo si faceva sentire nelle
lettere latine, sarebbe stata cosa pazza seguitare nelle scuole la
vecchia tradizione, e non profittare del nuovo e vitale alimento che
si offriva agli studi. Assai più che certe riforme augustee, dava
occasione ad un incremento degli studi grammaticali come professione
speciale, lo sviluppo a cui la lingua letteraria era arrivata, e il
grado di perfezione che avea raggiunto con Cicerone e Virgilio. Appena
poste in luce le nuove poesie, furonvi grammatici che se ne giovarono
nell'insegnamento, e primo tra questi si crede fosse un Q. Cecilio
Epirota, liberto di Attico, il quale, secondo dice Svetonio, per
primo nelle sue lezioni elementari fece esercitare i giovanetti nella
lettura di Virgilio e degli altri poeti nuovi[76]. È difficile oggi
per chi non abbia fatto uno studio speciale sulle condizioni della
coltura e degli studi in quell'epoca, figurarsi esattamente quanto
grande fosse la potenza e l'influenza dei grammatici nel formare e
promuovere le rinomanze letterarie. In quella febbre di produzione
letteraria, non soltanto provocata dai gusti di un principe, ma resa
di moda anche dalla eleganza dei tempi, per cui fin Trimalcione si
atteggiava a letterato, i mezzi d'ottenere pubblicità e favore erano
cercati avidamente; come nelle _recitationes_ molti pagavano chi li
applaudisse[77], altri ricorrevano ad ogni basso mezzo per ottenere
l'accesso nelle scuole dei grammatici, e vedere così i poveri prodotti
della loro musa quasi consecrati dall'insegnamento. Il disprezzo con
cui Orazio parla di queste arti mostra quanto fossero adoperate[78].
Certo è che l'onore d'essere letti nelle scuole meritava la pena di
occuparsene, ed era cosa di conseguenza, anche per noi tardi posteri;
poichè i grammatici fecero la scelta di quel tal canone di poeti che
per la via delle scuole, e non per altra, è giunto fino a noi. Molti
scritti che sono andati perduti nol sarebbero se avessero avuto la
fortuna di essere adoperati dai maestri come libri di testo; così
pure molti altri furono conservati che non avrebbero meritato un tale
onore. Finchè un certo buon gusto dominò fra coloro, principalissimo
regnò nelle scuole Virgilio, ed insieme con esso Terenzio ed Orazio,
nè mancò chi esponesse Ovidio, Catullo e gli altri che ci rimangono
del buon tempo. Più tardi, quando la retorica ebbe più profondamente
invaso il campo della poesia, si credettero degni di servir come
testi Lucano, Giovenale, Stazio ed altri, ai quali il confronto coi
primi riesce invero assai svantaggioso. Questi primi seguitarono però
sempre ad essere letti e studiati insieme coi nuovi; e sopra tutti ed
invariabilmente Virgilio, col quale e con Omero (finchè gli studi greci
seguitarono a fiorire) soleva aprirsi il corso[79].

Durante tutto il primo secolo dell'impero e parte del secondo lo
studio grammaticale prende un forte sviluppo e domina tutto il campo
letterario, dando luogo per parte di uomini speciali ad opere dotte
ed importanti, che saranno poi espilate dai grammatici dei tempi
posteriori. Il procedere di coloro era modellato fino ad un certo
punto sugli studi grammaticali dei greci. Però, benchè per illustrare
Virgilio da essi molto si facesse di quanto si era fatto per illustrare
Omero, l'uso ch'essi fecero di Virgilio come autorità grammaticale
doveva essere naturalmente ben diverso dall'uso che i greci fecero
in ciò di Omero. Anche in questo, come nelle cause fondamentali, la
nominanza di Virgilio differisce profondamente da quella di Omero,
colla quale pure esternamente ha tanti punti di contatto. Omero era
stato molto studiato ed illustrato dagli alessandrini, ma la sua lingua
e le sue forme non aveano allora che un valore storico, e quantunque
potessero ancora essere e fossero adoperate in certe poesie di ragione
intieramente artificiale ed academica, non avrebbero certamente potuto
servire di base ad una teoria grammaticale destinata a governare l'uso
generale degli scrittori. Virgilio invece, il più alto e definitivo
portato dello sviluppo letterario latino, era e doveva essere la
base e l'autorità più solenne[80] di ogni dottrina e di ogni studio
grammaticale. Esso è infatti come la stella polare di ogni grammatico
e nello studio di esso si approfonda chiunque si destina a quella
professione[81]. Indubitatamente non vi fu altro scrittore latino sul
quale tanti grammatici scrivessero quanto su Virgilio, non uno che
servisse alla composizione di opere grammaticali tanto quant'egli.

Il suo valore letterario e la sua autorità grammaticale richiedevano
molta sicurezza circa la genuina lezione del suo testo, e più critici
se ne occuparono, non soltanto emendandolo secondo congetture, ma anche
con l'uso di MSS. autorevoli provenienti dalla sua famiglia, ed anche
dei suoi stessi autografi che si conoscevano ancora ai tempi di Plinio,
di Quintiliano e di Gellio[82]. Oltre poi alla critica del testo, la
illustrazione di luoghi difficili, di vocaboli, di fatti mitologici,
geografici e simili, le osservazioni di stile sul tale o tal altro
luogo considerato in sè o in confronto con qualche luogo simile di
poeta greco, erano i soggetti di dotti trattati d'Igino, amico d'Ovidio
e della nuova scuola[83], di Probo che può dirsi l'Aristarco latino, di
Anneo Cornuto e di altri assai che sarebbe lungo annoverare, e che non
sono poi neppure tutti conosciuti. Altri, come Aspro, facevano commenti
che accompagnavano, illustrandole, le opere del poeta[84].

Oltre poi a quanto si scriveva direttamente intorno a Virgilio,
moltissime opere grammaticali si dettavano nelle quali gli esempi
erano tratti a larga mano da Virgilio assai più che da altri scrittori.
Quindi quello scambio, che anche oggi si nota nella antica letteratura
superstite, fra i commenti virgiliani e le opere grammaticali, per
cui tale osservazione che fa parte di un commento trovasi riprodotta
in un'opera grammaticale, e viceversa[85]. Direttamente queste opere
non le conosciamo, ma i grammatici posteriori, che se ne servono nelle
loro compilazioni, ci possono dare un'idea dell'uso che in esse era
fatto del poeta. La primissima dote per cui Virgilio appariva in quelle
come re degli scrittori, era la proprietà della lingua[86]. Un esempio
luculento dell'autorità del poeta in questo presso i grammatici, lo
abbiamo nell'opera di Nonio composta verso la fine del III secolo,
nella quale l'autore mise poco o nulla di suo, limitandosi a compilare
da opere anteriori, il che costituisce il suo pregio per noi. In
quest'opera, che pur non è di gran mole, e che ci dà, per così dire,
la somma delle varie autorità usate dai grammatici antecedenti[87],
gli esempi desunti da Virgilio sono ben 1500. Nessun altro dei numerosi
scrittori citati in essa, sia della repubblica sia dell'impero (il più
recente è Marziale), raggiunge questa cifra neppur da lontano; neppur
Cicerone che dopo Virgilio è l'autorità principale, nè Varrone che
pure è dei più citati. Ed in tutto il campo degli studi grammaticali
la stessa prevalenza ha luogo come può facilmente vedere chiunque
dia un'occhiata agl'indici degli autori nella edizione del Keil. Per
dire tutto in poco, l'uso che fecero di Virgilio i grammatici è cosa
tanto sterminata che se tutti i codici di Virgilio fossero perduti,
colle notizie che gli antichi ci danno sulle poesie virgiliane e i
passi di queste che ricorrono citati, anche dai soli grammatici, si
potrebbero ricostruire nella massima parte le Bucoliche le Georgiche
e l'Eneide[88]. La maggior parte di quelli esempi avrebbe potuto
essere scelta senza dubbio anche altrove; ma l'autorità dell'esempio
virgiliano era massima, ed inoltre Virgilio era come la Bibbia di
quella gente; era il primo dei libri scolastici, e tutti l'avean sempre
per le mani.

La scuola e l'insegnamento orale era il centro dell'attività di tutti
quei grammatici; però quel che indirettamente conosciamo dei loro
scritti non appartiene certamente alle regioni basse ed elementari
dell'insegnamento. Valerio Probo, il più distinto fra tutti gli
illustratori di Virgilio, non tenne scuola propriamente detta, ma
parlava di cose dotte confabulando in un circolo di pochi e scelti
uditori. Nondimeno alcuni scritti anche assai dotti e importanti, come
p. es. quello di Aspro, furono fatti appunto per l'insegnamento, ed
in generale molte osservazioni e schiarimenti contenuti in trattati
critici e dotti furono adoperati dagli autori di commenti fatti per
l'uso scolastico. Attraverso alla letteratura dotta di quell'epoca
oggi superstite, si può presso a poco indovinare ciò che avveniva
nell'insegnamento più elementare. Virgilio era il primo libro latino
che prendevano in mano i fanciulli dopo avere imparato a leggere e
scrivere, e d'allora in poi esso serviva non meno all'insegnamento
elementare che al superiore. Di esso si serviva dapprima il maestro per
avvezzare lo scolaro a leggere a senso, distribuendo opportunamente
le pause e le inflessioni della voce[89]. Questa scelta, come quella
di Omero per lo stesso scopo, è lodata da Quintiliano, non solo
per la bellezza di quella poesia, ma anche per gli onesti e nobili
sentimenti che ispirano i carmi dei due poeti; «quantunque, soggiunge,
ad intendere le loro belle qualità sia necessario un giudizio più
maturo; ma per questo resta tempo, chè non saran poi letti una volta
soltanto»[90]. Poi di quella lettura il grammatico deve approfittare
per far esercitare i giovani a sciogliere in prosa il periodo poetico,
a notare la quantità, a rilevare anche ciò che è irregolare, barbaro
o improprio, «non però per biasimare i poeti, ai quali, per le leggi
metriche che li stringono, molto si concede»[91]. E così su quel testo
giungeva il giovane a fare ogni altro esercizio di interpretazione e
di illustrazione. Ma tutto questo era più o meno ben fatto secondo il
sapere dei grammatici, che nella generalità non era grandissimo. Assai
ve n'erano rozzi e dappoco, per tacere dei molti cerretani. Ai più
incolti Quintiliano raccomanda l'osservanza di quanto era scritto nei
manualetti usati più generalmente nell'insegnamento elementare[92].



CAPITOLO IV.


Un posto simile a quello che teneva nell'insegnamento grammaticale
occupava Virgilio anche nello studio retorico che faceva seguito
immediatamente allo studio della grammatica e con esso strettamente
si connetteva, tanto che alcuni precetti o esercizi di carattere
retorico, già eran fatti dal grammatico[93], ed anche molti insegnanti,
singolarmente in una più antica epoca, si erano occupati di ambedue
gl'insegnamenti[94]. Ma mentre la grammatica nel primo secolo ha uno
sviluppo nobile, la retorica si distingue in esso per una notevole
decadenza. È una pianta parassita che ha perduto ogni alimento proprio
col cadere della libertà, e si regge artificialmente invadendo tutto
il campo letterario, dandogli il proprio colorito, paralizzandone o
imbastardendone i prodotti. In quella frenesia di declamazione che
tanto era generale da proporzionare ad essa gli intenti e le dottrine
e i metodi dell'insegnamento e della generale educazione, vario era
l'uso del poeta. Naturalmente nella teoria retorica, in tutto quanto si
riferiva ai precetti, molto per la esemplificazione si traeva da esso,
che era già noto ed usato assai nell'insegnamento antecedente, ed in
cui già il grammatico aveva avvezzato i giovani e cercare le figure
e i tropi. Nella parte prattica, che era propriamente la principale
nelle scuole comuni, oltre ai temi per le declamazioni, ne traevano
sentenze, immagini, idee, ed espedienti oratorii, ne imitavano le
descrizioni, copiavano talune espressioni felici; e di quest'uso nella
scuola e fuori, si ha già esempio fin dai primissimi tempi della sua
rinomanza, fra i più distinti retori dell'evo augusteo contemporanei
del poeta, fra i quali principalmente, per farsi amico Mecenate,
distinguevasi nel prendere molto da Virgilio, Arellio Fusco, uno dei
numerosi amici di Seneca il vecchio[95]. A questo aveva servito già,
e serviva tuttavia anche Omero, nel quale gli antichi trovavano il
più vetusto monumento dello studio retorico, ponendo che i discorsi
degli eroi omerici da questo studio fossero guidati. Lo stesso sobrio
Quintiliano si entusiasma parlando delle virtù della eloquenza omerica,
grande in ogni genere[96]. Qualità retoriche era tanto più facile
trovarle in Virgilio, che realmente egli non meno che tutti i poeti
dell'evo augusteo, era uscito dalla solita scuola del grammatico
e del retore. Ovidio porge colle Eroidi (Suasariae) il più chiaro
esempio dello studio retorico di quei poeti. Può essere poi un fatto
fortuito, ma forse non lo è tanto quanto pare, che le più antiche
citazioni oggi note di versi Virgiliani ricorrano appunto in bocca di
retori contemporanei del poeta, i quali o se ne servono per le loro
composizioni, o ne parlano da un aspetto retorico[97].

Se i poeti augustei avevan saputo difendersi dalla retorica tanto
da non connaturare con essa la loro poesia, ciò non accadde ai poeti
posteriori, i quali subirono l'influsso di quell'essenziale efficiente
delle lettere latine, in tanto alto grado che spesso, come Lucano,
Silio Italico, Valerio Flacco, Stazio, non sono in realtà che retori
i quali declamano in versi. Questo livellarsi della poesia e della
retorica, portava naturalmente seco che dall'un campo all'altro ci
fosse scambio di mezzi. La poesia guidata dal mal gusto generale che
domandava ai poeti quanto ai declamatori, aveva bisogno di ricorrere
al retore per tutta la suppellettile a ciò necessaria. L'eloquenza
poi vuota com'era, non curante affatto dei mezzi logici che inducono
la persuasione col raziocinio, ma solo limitata a mezzi puramente
letterari o formali, spoglia inoltre di ogni fondamento subbiettivo e
ridotta a temi sprovvisti di ogni realtà e di ogni interesse, poneva
l'oratore nella condizione del poeta, dando tortamente ad un genere
di arte che ha la sua ragione di essere unicamente nel fatto prattico
e reale, il carattere astrattamente artistico e ideale della poesia.
Declamando a freddo sopra soggetti puerili, fittizi, privi d'interesse
e spesso dati anche all'improvviso, il calore e la vita e l'enfasi
mancanti affatto all'animo dovevano essere simulati artificialmente
ricorrendo al prestigio del linguaggio poetico, tanto più abusando di
esso quanto più grande era il vuoto che doveva coprire, quanto più il
gusto del pubblico era portato ad ammirare il gran risuono e il gonfio
e l'affettato[98]. Quello fra i vari generi di poesia che meglio si
adattava agli intenti di questa gente era naturalmente l'epico, tanto
perchè il meno subbiettivo di tutti, quanto perchè il più ricco di ogni
varietà di stili e di situazioni oratorie. Come nelle qualità poetiche
così nelle qualità oratorie, Virgilio fra i poeti, nella stima comune,
non era secondo che ad Omero; ed in ciò con gli altri si accorda anche
Quintiliano, che pur non approva l'uso smodato dei poeti per parte
dell'oratore, e definisce così anche la povertà poetica di Lucano,
dicendo essere egli più opportuno per gli oratori che per i poeti[99].
Certo Virgilio fu grandemente adoperato dai retori d'allora, e ne
vediamo un segno evidente nel retore-poeta Annio Floro, che, come più
tardi Macrobio, sul principio del 2.º secolo trattava la questione «se
Virgilio sia piuttosto oratore o poeta» in uno scritto speciale[100].
L'autorità di Cicerone era naturalmente grande nelle scuole dei retori,
ma quella di Virgilio lo era al segno che, come osserva l'autore del
dialogo _De Oratoribus_, era più facile trovare chi dicesse male di
Cicerone che di Virgilio[101].

Questo poeta ebbe in sorte di rimanere sempre a galla, sia che limpida
o torbida fosse la corrente che lo tramandava alle generazioni future.
Seneca, spirito che sorprende ad onta dei molti difetti e che marita la
declamazione e più eccessi retorici alla filosofia, niun altro autore
cita così spesso come Virgilio, che venera altamente[102], e che suo
padre aveva conosciuto di persona. Piacque ai retori di cattiva lega,
e piacque anche a quanti si opponevano all'andazzo dei tempi; piacque
a Quintiliano[103], che inutilmente cercò di ricondurre gli studi di
stile sulla buona via; piacque all'autore del dialogo _De Oratoribus_,
e, se non è tutt'uno, piacque a Tacito, uomo che fu grande a dispetto
delle scuole e del gusto volgare, e che ne' suoi scritti non di
rado mostra d'avere assai letto e studiato il Mantovano[104]. Ma la
universalità di tanta ammirazione acquista una speciale caratteristica
da questo, che ormai si appalesano nel campo letterario taluni elementi
di reazione sfavorevoli ai poeti della scuola augustea; de' quali
dobbiamo segnar la misura, spiegando come la voga di Virgilio e degli
altri suoi compagni in poesia non ne patisse danno.

Fra i molti artifici con cui i retori di varie scuole cercavano di
soddisfare al desiderio di novità in tanta voga di declamazioni, c'era
il cercar di dare un carattere severo e solenne al dettato, rendendolo
contorto ed oscuro. Scrivere in modo semplice, chiaro e disinvolto,
sarebbe stato per molti, come per certuni anche oggidì, un delitto
di lesa arte retorica. Un retore diceva ad un discepolo: Abbuja!
abbuja!, e lo scolare abbujava; e il maestro contento diceva: bravo!
ora sta bene; neppure a me riesce capirne nulla[105]. Questa specie
di affettazione che voleva imporre con una apparenza di profondità e
di dottrina, conduceva anche all'uso delle parole insolite e viete,
e così ad una reazione contro gli scrittori della ultima più grande
scuola, richiamando in vita lo studio dei più antichi. La serie di
tentativi per cui la lingua letteraria si venne formando presso
i latini portava naturalmente con sè che, anche dopo trovata una
forma definitiva di prosa e di poesia, una certa autorità rimanesse
a quelli scrittori che, se non toccarono la meta, pur contribuirono
ad arrivarvi. Singolarmente, oltre ad un merito intrinseco che
faceva venerare in certi limiti questi antichi poeti e prosatori,
c'era una tradizione teoretica che ne teneva in vita l'autorità,
in tutta quella disciplina di grammatica e di erudizione filologica
che serviva indispensabilmente allo scrittore anche nella migliore
epoca, e che in fondo da principio era basata su di essi. Così c'era
propriamente fra i grammatici (in quella sfera cioè da cui emergeva
l'educazione intellettuale di ogni scrittore) una continua occasione
di rivolger lo sguardo alla letteratura antica. Il nuovo indirizzo
letterario poi, risultante dall'influenza e dall'autorità di Cicerone
e Virgilio, offriva bensì nei modelli che proponeva un largo tesoro
di linguaggio eletto, ma non tanto facilmente maneggevole, per chi
alle guide e alle norme puramente meccaniche della grammatica e della
retorica non riunisse una finezza di gusto naturale. In un tempo in
cui l'erudizione e la dottrina filologica era ammirata generalmente,
ed anzi richiesta dal pubblico negli scrittori, in cui una parte
cospicua del tesoro letterario della nazione era costituita da un gran
numero di antichi scrittori, imperfetti bensì, ma pure non del tutto
da gittarsi via, il gusto di chi scriveva era facilmente esposto ad
essere fuorviato nella scelta e nell'uso degli esemplari da imitare. La
parola antiquata ha invero una certa sua efficacia speciale[106], ed è
facile pensare a servirsene come di mezzo retorico; ma il farlo senza
cadere in gravi difetti è cosa che richiede squisitezza di criterio
artistico quale a pochi è accordata[107]. Invero dei grammatici e
degli scrittori che si mostrassero propensi per lo stile e i vocaboli
antiquati non mancarono neppure nei più bei tempi della prosa e della
poesia romana. Già Cesare[108] biasimava questa affettazione e così
Orazio e Virgilio stesso[109], come più tardi Seneca, Quintiliano ed
altri. Ma l'apice che toccò la prosa e la poesia ai tempi augustei,
ed il gusto generalmente più fino e corretto che allora regnava,
impedirono a quel movimento di prendere proporzioni considerevoli, e
rimase assai oscuro. Esso però, col prevaler della forma nell'opera
letteraria, e coll'accrescersi del vuoto che sotto quella si copriva,
rendesi più visibile e notorio al tempo degli Antonini. Le tendenze
greche di taluni imperatori, l'amore (singolarmente di Adriano) per
certi prodotti degli alessandrini, l'ammirazione pel pomposo, pel
misterioso, pel peregrino che domina in quell'epoca favorevolissima a
cerretani d'ogni specie, il bisogno di supplire con mezzi artificiali
alla mancanza di creazione artistica, consigliavano di ricorrere
all'arcaismo, alla parola insolita, per dare prestigio ed apparente
autorità e gravità a frasi vuote e pompose.

Il più noto rappresentante di questo indirizzo è il Cicerone di
quell'epoca, il maestro di M. Aurelio e L. Vero, M. Cornelio Frontone,
gran padre di ogni pedanteria, che insegnava ad andar pescando
«insperata atque inopinata verba,» e a dare al dettato un certo
coloretto di vetustà (colorem vetusculum appingere). Giudicando da
quel che ci rimane di lui, egli dei poeti della scuola augustea fece
pochissimo uso nei suoi studi di stile e di lingua. Qua e là nei
suoi scritti qualche rara reminiscenza di Virgilio e d'Orazio si
ritrova[110], ma da attribuirsi alla influenza delle comuni scuole
da cui egli stesso era uscito. Virgilio è appena da lui citato
una volta[111] e di Orazio egli parla come di poeta semplicemente
«memorabilis»[112]. Frontone fu invero un caposcuola che ebbe non
pochi seguaci, e lasciò dopo di sè una certa tradizione retorica
che singolarmente dominò nella Gallia[113]. Ma propriamente la sua
influenza si ristrinse al campo più limitato della prosa puramente
retorica, e non se ne scorge molto evidente traccia negli scrittori
che ci rimangono. Del resto mi pare che da certi indizi si possa
conchiudere che non tutti i Frontoniani seguissero rigorosamente il
maestro nei giudizi e nell'uso degli scrittori dell'evo augusteo. Nello
stesso circolo degli amici ed ammiratori di Frontone troviamo uomini
che, non solo fanno grande uso di Virgilio nelle loro lucubrazioni
grammaticali ed erudite, ma anche ne fanno soggetto di lavori
speciali, come p. es. Sulpicio Apollinare, maestro di Pertinace,
il quale ad una sua edizione dell'Eneide premetteva i tre enfatici
distici, che rimasero celebri, relativi all'ordine dato da Virgilio
morente di bruciare quell'opera, e componeva le perioche in versi dei
singoli libri, che pure possediamo[114]. Certo è che questo movimento
Frontoniano occupa una regione limitata del campo letterario, e non
si estende propriamente a quelle comuni scuole che nell'impero erano
il fondamento della educazione generale. In queste l'uso e l'autorità
di Virgilio e degli altri poeti rimasero intatti e non patirono danno
dall'influenza di Frontone, nè corsero nè potevano correre rischio di
essere scavalcati da Ennio, o da Lucilio, o da Lucrezio, che taluni ad
essi preferivano.

Questa recrudescenza di venerazione per gli antichi e questo moto
reazionario in favore di essi non era invero rappresentato dal solo
Frontone e dai Frontoniani. Ma Frontone eccedeva, più invero nel metodo
dello studio e nella scelta degli esemplari, che nella sua maniera
di scrivere; chè altri, rimasti più oscuri, spinsero l'affettazione
dell'antico a proporzioni ben più strane. Eccedeva però anche rimpetto
agli uomini che aveano gusto simile al suo; poichè fra i tanti che
veneravano la letteratura antica pochissimi spingevano la cosa al punto
da trasandare lo studio di Virgilio.

Un libro importante per la conoscenza delle idee letterarie e
dell'indirizzo degli studi di questo tempo è il libro di Gellio.
Gellio non è un Frontoniano; neppure come grammatico può dirsi ch'egli
appartenga ad una scuola piuttosto che ad un'altra[115]. Ei non è
altro che un erudito dilettante il quale raccoglie appunti sopra
soggetti svariati, tanto dai libri quanto dai vari circoli letterari
che frequenta; predilige però principalmente le ricerche sulla storia
della lingua; e tutto quanto concerne la proprietà e l'uso dei vocaboli
ha per lui un incentivo particolare[116]. È antiquario in filologia,
o amatore di curiosità filologiche, perciò venera i vecchioni della
repubblica dinanzi ai quali si rimpiccolisce tutto, mentre tratta
assai leggermente alcuni grammatici dell'impero[117], senza eccettuare
l'autorevole Verrio Fiacco[118]. Non dice una parola nè di Tacito nè
di Quintiliano e maltratta Seneca[119], come lo maltratta Frontone,
perchè non solo trasandato nello stile e nella lingua, ma derisore dei
cercatori di arcaismi e degli studiosi dei vecchi poeti. Così Gellio
si muove in quella stessa atmosfera in cui si muove Frontone, del
quale parla quindi con elogio, ed ha con questo comunanza di gusti.
Quantunque però nel suo stile e nella sua lingua si riconoscano le sue
predilezioni antiquarie, il suo campo è troppo distinto da quello di
Frontone perchè ei si possa chiamare Frontoniano[120]. È degno di nota
a tal riguardo un capitolo in cui Gellio riferisce e non disapprova
certe parole di Favorino contro l'uso degli arcaismi[121]. Ma in
questo libro, che tanto è prezioso documento della vita letteraria di
quell'epoca a Roma e fuori, importantissimo per noi è il molto uso che
si fa di Virgilio.

Presso Gellio, Virgilio figura come scrittore di grandissima
autorità in fatto di lingua, di proprietà e di eleganza[122]. In
questo campo, che è il proprio di Gellio, Virgilio non solo è citato
come autorità, ma è anche difeso contro gli appunti dei grammatici
dell'epoca antecedente[123], quali principalmente Igino ed Anneo
Cornuto, censurati con parole anche aspre[124]. Di rado si concede
che qualche parola sia stata usata impropriamente o inopportunamente
da Virgilio[125]. Taluni appunti relativi a cose di fatto, a certe
inconseguenze o contradizioni, sono riferiti, discusse le varie
spiegazioni, ma non tolti di mezzo. Tutta questa critica di minuzie
non va molto in là, nè si estolle in regioni più larghe e più alte
quando tocca più da vicino l'arte virgiliana. In ciò essa è unicamente
limitata a paralleli fra alcuni poeti greci e Virgilio, ma solo per
tale o tal altro luogo. Virgilio in taluni casi è felice in altri
infelice imitatore, qua e là egli è riconosciuto inferiore ad Omero.
Favorino confronta la descrizione dell'Etna che è nell'Eneide, con
la celebre di Pindaro (Pyth. I), e la trova inferiore assai[126]);
il che è vero senza dubbio. Ma le ragioni che adduce sono di poco
o nessun momento; egli non sa far altro che confrontare espressione
con espressione, nè sa addentrarsi nelle proprie ragioni dell'arte,
distinguere fra ciò che la essenza stessa delle cose impone o accorda
a due generi di poesia così opposti come sono la epopea e la lirica,
singolarmente quando quest'ultima ha tutto quel miracoloso slancio
che sa imprimerle la mente del poeta tebano. La scuola d'allora non
andava fin là; se essa si mostra assai indipendente ancora e non esita
a riconoscere i difetti di uno scrittore di grande autorità, i suoi
giudizi (non sempre retti) si tengono all'esterno, a quella parte
formale che era l'esclusivo soggetto della prammatica letteraria del
tempo.

I grammatici erano gente alla moda che dava spettacolo del proprio
sapere; c'era da per tutto un pubblico ghiotto di quel trattenimento.
Era stato chiamato a Brindisi uno di costoro; quando Gellio giunse
in quella città trovò che dava saggio di sè leggendo il settimo
dell'Eneide e invitando il pubblico a muovergli questioni e difficoltà.
Leggeva barbaramente, e ad una questione che Gellio gli mosse rispose
in modo ridicolo[127]. Di simili cerretani parla Gellio assai spesso.
Intanto vediamo quanto e quale uso si facesse di Virgilio in quella
sfera, dai più alti agli infimi. V'erano invero degli uomini che
preferivano Lucilio ad Orazio, Ennio o Lucrezio a Virgilio, ma erano
eccezioni[128]. Uno dei più celebri fu l'imperatore Adriano[129]; ma
pure la sua ammirazione per Ennio non gli impediva di consultare le
sorti virgiliane anch'egli, e di avere spesso per la bocca i versi di
Virgilio[130]. Le parole che Gellio adopera parlando di un tale che si
voleva chiamare Ennianista e leggeva Ennio nell'anfiteatro di Pozzuoli,
evidentemente mostrano che questa lettura pubblica di Ennio era allora
cosa insolita. Marziale che per l'indole sua come poeta e come uomo non
appartiene ad alcun gruppo letterario, e rappresenta il sentimento più
generale in fatto di letteratura, era sicuro di trovare l'approvazione
dei più quando notava come un torto dei romani l'aver seguitato a
legger Ennio mentre viveva un Virgilio, e quando con un pungente
epigramma derideva un di questi tenebrosi che a Virgilio preferiva
l'inintelligibile Elvio Cinna[131]. Generalmente i dotti deplorano il
poco studio che suoleva farsi degli antichi[132].

Del resto Virgilio fra tutti i poeti augustei fu quello che andò più
a versi anche di coloro che aveano delle preferenze pei più antichi
scrittori. Nelle _Notti Attiche_ gli autori più frequentemente citati
sono Ennio, Laberio, Plauto, Cesare, Cicerone, Lucilio, Nigidio Figulo,
Catone, Sallustio, Varrone, Virgilio[133]. L'autorità grammaticale
ed erudita di Virgilio è così equiparata a quella degli scrittori
della repubblica. Degli altri poeti augustei il solo Orazio è citato
nelle _Notti Attiche_ due o tre volte. Lo stesso in proporzioni
molto maggiori si nota nell'opera, già citata, di Nonio. La massima
autorità è Virgilio, dopo di lui con grande intervallo vien Cicerone,
poi Plauto, poi Varrone, e quindi in ordine di diminuzione, Lucilio,
Terenzio, Accio, Afranio, Ennio e Lucrezio, Sallustio, Pacuvio,
Pomponio, Cecilio, Nevio, Novio, Turpilio, Titinio, Laberio, Livio
Andronico ecc. Le citazioni di qualche altro poeta augusteo, come
in generale di scrittori dell'impero, sono in Nonio le più scarse di
tutte. Oltre alle altre ragioni per cui Virgilio era considerato come
suprema autorità grammaticale, questo mescolarlo cogli scrittori di
un'epoca dalla quale l'arte sua è affatto divisa, aveva una ragione sua
speciale. Virgilio è l'unico dei poeti augustei che ha saputo servirsi
della parola antiquata senza cadere nell'affettazione; senza scapito di
sorta, la sua poesia lascia riconoscere uno studio intenso e diligente
degli antichi scrittori latini. Egli soddisfaceva così a tendenze
diverse ed opposte, talchè non solo conservava la sua autorità fra gli
uomini di gusto più moderno, come Seneca che è agli antipodi di Gellio
e Frontone, ma i filologi antiquari volentieri davano a lui un alto
posto anche in mezzo a quegli _hircosi_ dai quali egli, come artista
era tanto lontano. Quintiliano nel rilevare le difficoltà di servirsi
con successo della parola antiquata, nota la maestria in ciò di
Virgilio che, com'ei dice, è stato il solo che abbia saputo farlo[134].
Seneca crede che egli introducesse nella sua poesia quell'elemento
arcaizzante per piacere al _populus Ennianus_[135]: ma questo giudizio,
trattandosi di un uomo di così delicato sentire, è formulato troppo
rozzamente ed è un risultato dell'ammirazione pel poeta combinata
col poco rispetto per la vecchia letteratura, che distingue Seneca.
Virgilio era anch'egli di quell'_Ennianus populus_, ma era tanto
artista da sapere in quali limiti e come servirsi di Ennio e degli
altri antichi; lo sapeva meglio di Orazio, più accorto nel formulare
su ciò la equa massima da seguire[136] che studioso di applicarla,
misurandosi nel difficile arringo.

La nominanza del poeta non soffrì adunque pur menomamente da quel moto
reazionario manifestatosi in un certo campo degli studi, quantunque non
sembri aver goduto le simpatie di Frontone. Ma la vitalità di quel nome
era troppo potente perchè un traviamento qualunque potesse nuocerle.
Al secolo che ammirò Apuleio, uomo di molto ingegno, ma scrittore
ridicolo ed insopportabile per la gonfiezza più esagerata e per la
dicitura più stranamente peregrina, al secolo che a lui innalzò una
statua e udì con ammirazione parlata e scritta da africani una lingua
latina di nuovo conio, a quel secolo certamente Virgilio avrebbe dovuto
parere scolorato, snervato, molle ed insipido. Eppure tanto grande era
questo nome, e tanta autorità aveano accumulato su di lui quanti erano
stati uomini illustri e dotti insegnanti delle antecedenti generazioni,
che in mezzo a quel nuovo trionfare del cattivo gusto, un prestigio
irresistibile, ed il suo rapporto colla educazione generale, lo posero
in salvo. Nelle scuole dei grammatici e dei retori, in ogni classe
più o meno colta rimase venerato sempre, e lo vedremo grandeggiare
costantemente in mezzo alle peripezie delle lettere latine che ancor
più precipitosamente rovinavano da Marco Aurelio in poi.

Ma se il nome non diminuiva di grandezza e conservava il suo pristino
posto fra i nomi dell'antichità classica, le mutate condizioni
dell'ambiente intellettuale per cui passava gli faceano necessariamente
cambiar natura. Creazione poetica vera e propria manca affatto a
quest'epoca, come mancherà sempre d'ora innanzi nelle lettere latine.
La retorica si è sostituita alla poesia, che vive d'imitazione,
attenendosi a Virgilio come a supremo modello. E qui si scorge un'altra
essenziale differenza fra le nominanze di Omero e di Virgilio. Omero
esercita una influenza su quello sviluppo vitale della poesia e
dell'arte greca di cui esso non rappresenta che un primo momento, col
quale i prodotti successivi sono naturalmente collegati per legami
intimi ed organici; Virgilio invece sulla successiva poesia latina,
morente o già morta, poesia di forma più che di sostanza, esercita
una influenza puramente formale. Lo studio intenso del poeta, l'uso e
l'imitazione spesso servile del suo linguaggio poetico, non coprono
in alcuna guisa l'immenso divario che è fra questi poeti posteriori
e i poeti augustei nel modo d'intendere la poesia. Il pubblico però
accordava a molti di essi grande favore e li trovava di suo gusto.
Come credere che quella gente che si entusiasmava per le declamazioni
poetiche di Stazio[137] avesse un giusto sentimento della poesia
virgiliana, e nell'ammirazione pel grande Mantovano non portasse
quello stesso falso e storto sentire che le faceva ammirare il gonfio e
pomposo suo imitatore?

Senza dubbio il nome del poeta era superiore alle vedute del tempo;
la malcompresa sua grandezza tradizionale imponendosi alle menti avea
per effetto una venerazione quasi superstiziosa. Già troviamo sotto
gli Antonini il costume, praticato anche da imperatori, di interrogare
la sorte aprendo a caso il libro di Virgilio; le così dette _sorti
Virgiliane_ che interrogò Adriano, delle quali molti esempi ci offrono
gli scrittori della Storia augusta, e che seguitarono poi per tutto il
medio evo. Questa prattica non solo attesta della immensa popolarità
del testo di Virgilio, ma anche di un carattere sommamente venerando
che gli si attribuiva. Infatti Virgilio ebbe ciò in comune con altri
libri venerati per la grande santità loro o la straordinaria sapienza
che in essi si credette contenuta, Omero cioè e i libri sibillini, e
poi anche la Bibbia[138]. Se un tempo quel pazzo di Caligola, quasi
per far dispetto a tutti, poco mancò non facesse togliere dalle
biblioteche le opere e le immagini di Virgilio[139], due secoli più
tardi Alessandro Severo chiamava Virgilio il Platone dei poeti, e
poneva la immagine di lui in un larario speciale, con quella di Achille
e di altri eroi e scrittori[140]. Ma già prima l'entusiasmo di più
poeti, in quei tempi di apoteosi, avea quasi deificato il Mantovano.
Silio Italico celebrava la ricorrenza della nascita del poeta,
visitando religiosamente il sepolcro di lui, come un tempio[141]; e
come un tempio lo considerava anche il napoletano Stazio[142]. Marziale
parla degli Idi di Ottobre come di una festa sacra a Virgilio, siccome
lo erano ad Ecate quei di Agosto, a Mercurio quei di Maggio[143].
Virgilio era dunque il santo dei poeti. Delle tante apoteosi della
Roma imperiale, questa senza dubbio era la sola che fosse ispirata da
un sentimento veramente nobile, quantunque mal definito nelle cause e
traviato negli effetti.



CAPITOLO V.


Sotto gl'imperatori del 3.º e del 4.º secolo quali vicende patissero le
lettere latine, è noto a tutti. Fra le preoccupazioni di una corte e di
un pubblico in cui dominava l'elemento militare, quando ogni villano
o barbaro autorevole sulle soldatesche ignoranti, poteva assidersi
sul trono dei Cesari, certo il vento non poteva spirare favorevole
alle lettere. In tali condizioni, meno profondi divenivano i rapporti
della produzione letteraria collo spirito pubblico, e questa veniva già
confinata presso una classe di persone che aveva il primo suo impulso
come il principale suo ambiente nella scuola. Per questo indebolimento
di legami fra le lettere e il pensiero in generale, avveniva pure che
il divario fra la lingua parlata e la scritta si facesse sempre più
sensibile, e il latino volgare, plebeo o rustico che si voglia dire,
prendesse incremento e anche ardire; talchè l'ufficio del grammatico
diveniva cosa meno elevata, e già doveva parere assai se s'insegnava
a scrivere correttamente. Proporzionata al bisogno e alla qualità
di questo è la produttività dei grammatici di questi secoli della
decadenza, produttività ricca per numero di opere ma estremamente
misera quanto a originalità di vedute. In questo campo degli studi
grammaticali, come in ogni altro vedesi uno straordinario impoverimento
d'idee: niuno sa muovere un passo di forza propria, senza appoggiarsi
ai più antichi. Come nell'arte tutto è poco intelligente imitazione,
nell'opera dotta o scientifica tutto è poco intelligente riassunto o
compilazione. Ormai la letteratura, disposta a vivere artificialmente
e ristrettamente, riduce il suo armamentario, eliminando quanto
appariva utensile superfluo, cercando scorciatoie e manifestando un
gran desiderio di tutto compendiare. Di tali compendi o compilazioni,
coi quali si voleva liberarsi dal leggere un gran numero di scrittori,
è ricca l'età della decadenza, e a questa appunto appartengono la
maggior parte delle opere grammaticali che ci rimangono. Grande è la
iattura delle tante opere antiche che così scomparvero dinanzi alle
infelici lucubrazioni di queste larve di dotti. L'impero seguitava
a mantener grammatici, e qualche imperatore anche a proteggerli
insieme ai filosofi e ai retori, ma più per lusso o per capriccio,
che per altro, o anche per vigliaccheria, temendo le ingiurie della
loro penna, come vien detto di Alessandro Severo[144]. Del resto il
gusto imperiale, finchè favorì le lettere, aveva una predilezione
per gli studi greci, nè era di tempra tale da esercitare una benefica
influenza; al contrario, sempre più spingeva verso il futile e il vano.
Geta che amava mostrarsi amico dell'alfabeto, ordinando pietanze i nomi
delle quali cominciassero tutti con una certa lettera, si divertiva pur
talvolta a far venire a sè grammatici per chieder loro, fra le altre
cose, liste di verbi esprimenti le voci dei vari animali[145].

Da Alessandro Severo in poi, che pure fra le sue predilezioni greche
venerava Virgilio (forse piuttosto considerandolo come filosofo che
come poeta), il culto delle lettere divenne quasi affatto estraneo
alla corte. La vecchia tradizione dell'impero è ormai rotta, e
fra coloro che hanno o si disputano il supremo potere, uomini come
Gordiano il vecchio[146] sono eccezioni rare ed anche di poco momento.
Contrariamente a ciò che era avvenuto in altro tempo, la qualità
di militare era ormai opposta a quella di letterato, e distraeva
dall'amore per gli studi anche gli uomini che avevano ricevuto una
certa cultura letteraria. Gli scrittori della Storia augusta, gente che
si presenta a noi tal qual è, senza maschera o belletto di sorta, ci
danno una idea assai chiara del livello intellettuale di quel tempo,
singolarmente per tutta la regione politica e militare. Vopisco si
maraviglia che suo nonno, narrandogli il fatto dell'uccisione di Apro,
attribuisse all'uccisore Diocleziano le parole «gloriare Aper Aeneae
magni dextra cadis»: «ciò, dic'egli, in un soldato mi reca meraviglia;
benchè io sappia che moltissimi sogliono rammentare i detti dei
comici e degli altri poeti sia in greco, sia in latino»[147]. Sulla
fine del secondo secolo Clodio Albino, che non fu punto amoroso delle
lettere, avea studiato anch'egli da fanciullo Virgilio nelle scuole;
ma lo studio del poeta non gli avea servito che a manifestare i suoi
istinti militari[148]. Ad onta di tutto ciò le reminiscenze virgiliane
sono frequenti anche fra questa gente, chè una quantità grande di
versi virgiliani avea un uso quasi proverbiale, e la conoscenza
del poeta era, per effetto delle scuole ed anche del teatro, cosa
volgare. Quindi non solo si trovano versi virgiliani, a proposito di
faccende politiche, sulla bocca di Gordiano il vecchio, ch'era un uomo
colto[149], ma ne troviamo pure in una lettera di Diadumeno a Macrino
suo padre[150], ed in una di Tetrico il vecchio ad Aureliano[151].
Sotto Alessandro Severo, Giulio Crispo tribuno dei pretoriani,
esprimeva il suo malumore con versi di Virgilio che gli furono
fatali[152]. Con due emistichi virgiliani è composto un motto del circo
in favor di Diadumeno contro Macrino[153], e parimenti un emistichio
virgiliano ritrovasi fra le acclamazioni colle quali il senato chiamava
Tacito, già vecchio, all'impero[154].

Ma se in mezzo alle orgie e ai delitti dell'aula imperiale talvolta
seguitava ad udirsi un qualche eco della musa virgiliana, ciò era
allora un fatto che non dava prova di alcuna finezza di sentire
poetico; solo mostrava come la popolarità del poeta affrontasse i
tempi e i luoghi meno propizi. Principale suo ufficio era divenuto
l'insegnare ai fanciulli nelle scuole per poi servir di zimbello
alle fanciullaggini degli adulti. Lo studiavano tanto a scuola che
saperlo a mente da un capo all'altro era divenuto cosa comune. Da
questa grande familiarità che si aveva con quel poeta in un tempo
di tanta povertà di creazione artistica, traeva origine e occasione
il passatempo de' _Centoni_. Combinando i versi e gli emistichi
virgiliani in varie maniere si divertivano a far cantare a Virgilio
ogni sorta di soggetti. L'idea di questi _Centoni_[155] poteva nascere
soltanto fra gente, che avendo meccanicamente appreso Virgilio, non
sapeva qual migliore utilità ricavare da tutti quei versi di cui si
era ingombrata la mente. E del resto l'uso che da tanti poeti erasi
fatto e facevasi di Virgilio in ogni maniera di composizioni, già si
assomigliava assai all'opera di questi centonari e dovea condurre
naturalmente a questa[156]. Nè trattasi del capriccio di uno o di
due, ma di un uso che cominciò presto e finì tardi. Già ai tempi di
Tertulliano un Osidio Geta avea con versi virgiliani composta una
tragedia intitolata _Medea_, che possediamo tuttora; un altro avea
nella stessa guisa composta una traduzione del _Quadro_ di Cebete. Poi
vi furono cristiani che ebber voglia di far parlare Virgilio della loro
fede; così Proba Faltonia[157] compose con versi virgiliani una storia
dell'antico testamento, Pomponio un carme intitolato _Tityrus_ in onore
di Cristo[158], Mario Vittorino (IV sec.) un inno sulla pasqua, Sedulio
(V sec.) un carme sull'incarnazione, altri altro[159]. Valentiniano
imperatore, quasi invidiasse a Virgilio la lode di scrittore pudico,
coi versi di lui pose assieme un carme osceno, ed obbligò Ausonio a
misurarsi con lui in questo esercizio; così nacque il celebre _Centone
nuziale_ che possediamo, e che è senza dubbio il migliore fra i
centoni. Oggi tutto ciò si chiamerebbe ludibrio; allora non pareva
generalmente che avesse nulla di men che rispettoso verso il poeta, e
si ammirava la memoria e l'abilità di chi così componeva[160]. Virgilio
doveva essere trattato in tutto come Omero; come vi furono centoni
omerici, dovevano esservi centoni virgiliani. Per l'uno e per l'altro
poeta v'erano uomini che si distinguevano come specialmente abili nel
ricucirne i versi a quella maniera, e prendevano quindi il nome di
poeti omerici o virgiliani[161]. Il massimo grado di questo giuoco
ridicolo lo abbiamo in un Mavorzio, autore di un centone sul giudizio
di Paride, il quale arrivava fino ad «improvvisare» centoni virgiliani,
ed una di queste sue improvvisazioni colla quale ricusa modestamente il
titolo di «Virgilio moderno» la possediamo ancora[162].

Sul modo di considerare quel poeta che era la pietra fondamentale
dell'insegnamento letterario, molto dovevano influire i commenti coi
quali era spiegato ed illustrato nelle scuole. Una storia critica dei
numerosi commentatori di Virgilio, benchè tentata dal Suringar[163], è
tuttavia un desiderio che non sarà soddisfatto prima che molte ricerche
e studi speciali abbiano rischiarato questo campo intralciatissimo.
I commenti virgiliani, moltiplicatisi fino all'ultimo medio evo, per
l'uso continuo fattone nell'insegnamento, erano tutti soggetti ad una
grande mobilità, ad incessanti e svariate peripezie. Niun maestro
si faceva scrupolo di ridurre, modificare, postillare a suo modo.
Chi compilava da più antichi dando alla compilazione il suo nome,
chi postillava prendendo di qua e di là e serbando l'anonimo, chi
raffazzonava o interpolava a suo modo i commenti già in uso ponendo
tutto sul conto dell'autore primitivo. La massa dei commenti che
oggi possediamo è giunta a noi come un torrente tutto intorbidato, ed
ingrossato da confluenti diversi per natura e per provenienza. Tutti
sono o compendi, o rifacimenti, o compilazioni; niuno ne possediamo
nella sua forma originaria. Quelli che ci rimangono ancora col nome
di Probo e di Aspro possono provare quanto l'attrito scolastico
rimpiccolisse o corrompesse l'opera dei migliori grammatici. Come le
principali compilazioni grammaticali, così le principali compilazioni
di commenti virgiliani che ci rimangono, appartengono a quest'epoca di
decadenza, nella quale per questo lato principalmente si distinguono
due autori rimasti celebri nell'insegnamento grammaticale posteriore,
Donato e Servio.

A giudicare del commento, oggi perduto, di Donato[164], che Girolamo
discepolo dell'autore, rammenta fra gli altri commenti adoperati
nelle scuole dei fanciulli[165], può servire quanto da esso riferisce
Servio[166]. Donato voleva farla da critico e giudicava con molta
libertà il poeta, in molti luoghi trovando da ridire; e non solo
giudicava tortamente, ma spesso dava prova di tale oscitanza, da
errare fino nelle più volgari leggi della prosodia. Le sue critiche non
gl'impedivano invero di ammirare il poeta; ma la sua ammirazione era
di natura tale che gli faceva presentare ai suoi allievi il poeta in
una luce del tutto falsa, attribuendogli, come già da antiche scuole
filosofiche erasi fatto per Omero, un sapere straordinario, e cercando
nei suoi versi dottrine riposte e scopi filosofici ai quali certamente
non aveva pensato mai. Egli spiegava l'ordine delle poesie virgiliane
in questa maniera: «È a sapersi, diceva, che Virgilio, nel comporre le
sue opere, seguì un ordine simile a quello della vita degli uomini. La
prima condizione dell'uomo fu pastorale, e così Virgilio scrisse prima
di tutto le Bucoliche; poscia essa fu agricola, e così Virgilio compose
poi le Georgiche. Crescendo poi la moltitudine della gente crebbe
insieme l'amor della guerra; quindi terza opera sua fu l'Eneide, che è
tutta piena di guerre[167].» Vedremo più tardi quale sviluppo e quali
proporzioni prendesse quest'uso di cercare allegorie in Virgilio.

Ma il più adoperato dei commentatori di Virgilio ed il solo che oggi
ci rimanga completo, benchè tutt'altro che intatto, è Servio che
fu usatissimo nelle scuole del medio evo, e riesce molto importante
anche oggi, non tanto per la illustrazione di Virgilio, quanto per
ogni sorta di preziose notizie che ci ha conservate. Giudicare del
valore di questo lavoro di Servio da quello ch'esso è oggi, è cosa
assai difficile[168]; poichè da un lato è evidente che Servio compilò
da commenti e da opere grammaticali anteriori, dall'altro è pure
evidente che, nel grande uso fattone, ha subìto alterazioni diverse,
ed è stato interpolato lungo il medio evo, talvolta stupidamente
al punto di fargli citare Servio stesso[169]. Certo però Servio era
un grammatico distinto pe' suoi tempi e superiore a Donato, di cui
spesso con molto senno e giusto sapere riprende gli errori. Ma non
per questo egli ha potuto schivare molti difetti della dottrina del
secol suo. Una certa stereotopia si ravvisa in tutta la tradizione
grammaticale in quest'epoca, ormai irrigidita, quale durerà per tutto
il medio evo, e si riconosce chiarissima anche in questa parte prattica
dell'insegnamento dei grammatici, che era costituita dalla esposizione
degli scrittori. Fra le molte cristallizzazioni di prodotti anteriori
che si ritrovano in Servio, assai ve ne ha che provengono da un cattivo
indirizzo già esistente in quello studio anche nell'epoca migliore.
Quelle questioni futili che furono tanto in voga fra gli Alessandrini
circa Omero[170], e delle quali tanto si dilettò Tiberio[171], ebbero
luogo anche per Virgilio, e dalla formola uniforme molte si riconoscono
ancora in Servio[172]. Una critica coscienziosa ed una solida dottrina
non erano punto indispensabili per ciò che la moda domandava in questo
esercizio, nel quale troppo spesso i grammatici si trovavano o erano
spinti sul terreno della ciarlataneria[173], guardandosi, così ne'
quesiti come nelle risposte, piuttosto al sottile, all'imprevisto
e allo specioso, che all'utile, al giusto ed al vero. Un curioso
esempio di ciò offrono quei 12 o 13 luoghi virgiliani che si credeva
presentassero difficoltà insuperabili[174]. La loro insuperabilità
era quasi un articolo di fede, e dinanzi ad essi il grammatico tirava
di lungo, dicendo: è uno dei dodici. Eppure alcuni di quei luoghi
che Servio pone in quel novero, non presentano davvero difficoltà ben
reali.

Per quanto debba ammettersi che molto nel commento di Servio è opera
di interpolatori, talune interpretazioni allegoriche, come p. es.
quella relativa al ramo d'oro con cui Enea scende all'Inferno[175] e
simili, sono troppo d'accordo colle idee di quel tempo perchè si possa
credere non appartengano a Servio. Però se qua e là ad alcuni versi o a
qualche parte del racconto virgiliano Servio attribuisce un significato
filosofico, non c'è traccia in tutto il commento di una interpretazione
allegorica sistematica e generale, che faccia convergere tutto
l'insieme di un'opera virgiliana verso un solo concetto riposto. Di una
interpretazione cosiffatta avremo a parlare diffusamente in appresso;
allora potremo trattenerci a studiare più da vicino quest'ordine di
fatti nella sua indole e nelle sue cause.

Virgilio invero fece uso dell'allegoria, ma piuttosto per cose di
fatto che per idee, e ciò fece, come tutti sanno, singolarmente nelle
Bucoliche. Un'antica tradizione che risale fino ad Asconio Pediano
ed ai tempi stessi del poeta, sull'autenticità della quale non può
cader dubbio, portava che il poeta nelle Bucoliche copertamente
alludesse a casi della sua vita o ad avvenimenti del suo tempo. Ma
questa notizia vaga e generica, lasciava poi indeterminato fino a
qual punto egli avesse spinto quell'allegoria, talchè, come pare,
fin dai primi tempi, gl'interpreti eran divisi sulla interpretazione
di molti luoghi che taluni intendevano nel loro senso letterale o,
come Servio si esprime, _simpliciter_, altri invece fantasticavano
interpretandoli _per allegoriam_ e credendosi obbligati a pescare fatti
ai quali in quelli il poeta volesse alludere. Servio nel giudicare
le varie opinioni mostra di tendere ad una ragionevole limitazione
del senso allegorico[176] e spesso si pronunzia pel _simpliciter_
escludendo l'allegoria come «non necessaria». Però non è sempre
conseguente in ciò, e talvolta anch'egli ammette o lascia passare come
possibili interpretazioni allegoriche affatto strane e prive di ogni
fondamento[177]. Sarebbe un esagerare i meriti di questo grammatico
e farlo troppo disuguale ai tempi suoi, l'attribuir tutto ciò agli
interpolatori e credere che di tali peccati egli non porti alcuna
colpa. Fino a qual punto giungesse la manìa di così interpretare vedesi
subito sul principio del commento alla prima ecloga. Appena detto che
sotto la persona di Titiro deve intendersi Virgilio «non però sempre,
ma solo dove ciò ragionevolmente si richiede» viene interpretato _sub
tegmine fagi_ come una _bellissima_ allegoria, poichè _fagus_ viene
dal greco φαγεῖν che vuol dir mangiare, e quindi col nome di quella
pianta il poeta allude a quelle possessioni che erano il sostentamento
della sua vita e che gli furono restituite per la benevola protezione
di Augusto. Più sotto nelle parole «... ipsae te, Tityre, pinus, Ipsi
te fontes, ipsa haec arbusta vocabant» si trova che Titiro è Virgilio,
i pini Roma, i fonti i poeti o i senatori, e gli arbusti la gente di
scuola. Forse non ha torto chi crede[178] che questa interpretazione
non sia di Servio, ma a noi basta il fatto caratteristico che, come si
rileva chiaramente dall'assieme del commento, interpretazioni siffatte
si dessero, non solo al tempo di Servio, ma anche prima.

A Servio anche senza dubbio appartiene, come al suo tempo, la idea
esagerata che si manifesta in più luoghi del commento, circa la
dottrina immensa e non a tutti palese che trovasi in Virgilio.
Con visibile compiacenza ei cita l'opinione di Metrodoro il quale
scrisse che a torto Virgilio era accusato da taluni di non sapere di
astrologia[179] ed al principio del 6.º dell'Eneide, che si credeva
contenere la dottrina più riposta, pone questa nota: «Tutto Virgilio è
pieno di scienza, nella quale tiene il primo luogo questo libro, di cui
la parte principale è tolta da Omero. Alcune cose sono semplicemente
dette, molte sono prese dalla storia, molte provengono dall'alta
sapienza de' filosofi e teologi egizi; talchè parecchi hanno scritto
interi trattati su ciascuna di tali cose che trovansi in questo libro.»

Il commento di Servio è più essenzialmente lavoro di grammatico e fatto
per servire alla esposizione del poeta nelle scuole di grammatica;
non mancano in esso osservazioni di natura retorica, poichè punti di
contatto c'erano fra l'uno e l'altro insegnamento, ma la esposizione
retorica delle poesie virgiliane non è lo scopo proprio di quel
lavoro. Retorico invece è propriamente il commento all'Eneide di
Tiberio Claudio Donato, di poco posteriore all'altro Donato di cui
già parlammo. L'autore lo ha scritto, senza risparmio di parole,
per riparare all'insufficienza ch'ei notava nei commenti allora in
uso[180]. Egli crede che la prima qualità di Virgilio sia quella di
retore, e che questo autore anzichè essere esposto dai grammatici
dovrebb'esserlo dai retori[181]; perciò le sue osservazioni non sono
di natura grammaticale o erudita, ma si limitano a dare il senso e
la ragione retorica di ciascun luogo dell'Eneide. Per tal sua natura
questo commento poco offre a noi di utile per la intelligenza del
poeta e per la conoscenza dell'antichità; s'intende come i dotti così
poco se ne siano curati, e non sia stato ristampato dal XVI secolo in
poi[182]. A differenza di tanti suoi contemporanei, l'autore si è così
poco curato di dare certa apparenza di dottrina all'opera sua, che
ha eliminato di proposito ogni illustrazione erudita rimandandola ad
altro lavoro, e neppure della tecnologia e dello schematismo retorico
fa quell'uso che potrebbe aspettarsi in opera di tal natura. Per questa
sua scolorata disinvoltura egli ha in qualche modo potuto esser più
giusto di altri nel definire lo scopo reale dell'Eneide, non cercandovi
altro che le gesta di Enea e la glorificazione di Roma e di Augusto,
ed escludendo ricisamente l'idea che nell'Eneide debba riconoscersi
un'opera scientifica e filosofica[183]. Con questo ei rispondeva ai
critici che aveano ripreso certe inconseguenze o contradizioni nelle
quali il poeta cade in fatto di principi filosofici: non si mostra però
meno di altri convinto della vastità e varietà del sapere virgiliano,
tale, a suo credere, che ogni ramo dell'attività umana può trovare nei
versi del poeta utili ammaestramenti[184]. Ciò si accorda coll'idea
del sommo e perfetto retore o oratore, il quale, come già diceva anche
Cicerone, dev'essere uomo di sapere universale[185].

Veramente Donato non avea ragione di lamentarsi, quanto all'uso
di Virgilio fra i retori. La prima esposizione ed illustrazione
del poeta apparteneva naturalmente ai grammatici; ma l'uso che i
retori facevano di Virgilio nelle loro scuole e nelle loro opere
in quest'epoca, non lasciava nulla da desiderare. Negli scritti di
retorica molto se ne servivano per l'esemplificazione dei precetti,
singolarmente nel trattato sulle figure, il che poi si riconosce
anche in più commenti, ed in certi brevi trattatelli sulle figure
che accompagnano taluni manoscritti virgiliani[186]. Nel trattato
sulle figure di Giulio Rufiniano gli esempi sono quasi esclusivamente
desunti da Virgilio[187]. Da quattro principali autori scolastici,
Virgilio, Sallustio, Terenzio, Cicerone, traeva Arusiano sulla fine
del IV secolo i suoi «_Exempla locutionum_» ad uso delle scuole di
retorica[188]. Nello stesso secolo i retori Tiziano e Calvo riunivano
in un'opera speciale i temi desunti da Virgilio e ridotti ad esempi
oratori per esercizio retorico[189]. Declamazioni in versi e in prosa
su temi virgiliani tramandateci da quest'epoca, possediamo ancora[190].
Un esercizio retorico-erudito può dirsi il lavoro, oggi perduto, di
Avieno che prendeva a trattare in versi diffusamente favole e fatti più
brevemente toccati nelle poesie virgiliane[191]. In mezzo adunque alle
morbose esagerazioni a cui arrivava allora la retorica divenuta regina
delle menti[192] Virgilio seguitava a splendere di grandissima luce,
mutandosi però, in ordine al gusto dei tempi, il colorito di questa, ed
aumentando la irrazionalità di sua natura.

Così chi usciva da queste scuole di grammatica e di retorica aveva
imparato a considerar Virgilio come il tipo del grammatico e del
retore, e come l'autore principale che riassumeva in sè tutti quegli
ideali di scienza e di cultura che erano propri di quel tempo. Quale
fosse poi il frutto di questo seme nell'uomo adulto e nel dotto di
professione, lo vediamo nei _Saturnali_ di Macrobio, nei quali Virgilio
viene glorificato come maraviglioso autore enciclopedico.

Macrobio (IV-V sec.) è autore della sola opera fra le superstiti
(all'infuori dei commenti) che tratti di Virgilio in certo modo _ex
professo_. Egli ha voluto riunire, per uso di suo figlio, gli appunti
e le notizie di ogni sorta ricavate da molta e varia lettura. Per
mettere assieme tutto quel materiale slegato e vario, non solo si
è servito del dialogo convivale, come già tanti altri, ma riducendo
la massima parte di quello ad una discussione sui meriti e il sapere
di Virgilio, ha fatto servire il nome del poeta alla esposizione di
conoscenze di varie categorie, mostrandoci così quanto larga parte
esso occupasse nel sapere di quel tempo. Quantunque egli abbia voluto
dare al suo lavoro l'apparenza di una discussione critica sui meriti
delle poesie virgiliane, questo non è in realtà che una glorificazione
di esse. Tale lo definisce il tono di ammirazione entusiastica che vi
domina costantemente, tale il programma della parte dell'opera che si
riferisce a Virgilio, quale viene stabilito nel primo libro. Distinto
assai egli stesso e dotto, come e quanto lo comportavano i suoi tempi,
Macrobio introduce a parlare nel suo libro uomini dei più dotti e
distinti dell'epoca, sollevandosi con essi, nella contemplazione
del grande poeta, in una sfera molto superiore alla volgare. Egli
ha dinanzi alla mente il concetto scolastico di Virgilio[193] e
giustamente lo trova piccolo, basso, inadequato; ei sente che nel
poeta c'è molto di più di quello i grammatici del tempo fossero soliti
a vedervi dentro. Vuole dunque addentrarsi ad esporre le doti più
squisite del poeta, che altri poco o punto avvertivano. Nel fare però
questo lavoro, che pur parrebbe dover essere come una reazione contro
le false e piccole idee di quel tempo, il tempo stesso colle sue idee
gli s'impone e travia stranamente il suo giudizio, senza ch'ei se ne
accorga.

Per Macrobio Virgilio, non solo è dotto in ogni genere di sapere[194],
ma è decisamente infallibile. Ei non ammette, come molti grammatici
anteriori, che nelle poesie virgiliane si trovi qualche difetto od
errore; ma fa dipendere unicamente dall'ingegno di chi le legge e le
studia il trovare o non trovare la soluzione di talune difficoltà[195].
Tutta l'opera è diretta a mettere in chiaro l'immensa dottrina d'ogni
sorta contenuta in quelle poesie, in gran parte occulta pei comuni
lettori d'allora: «la gran copia di cose che è nelle sue opere e che
la maggior parte degli spositori suol passare a piedi asciutti, quasi
che ad un grammatico non sia lecito intendersi d'altro che di parole;
... noi ai quali sì crassa Minerva non si addice, non vorremo soffrire
che recondito rimanga l'accesso al sacro poema, ma investigando la via
di penetrare nei sensi arcani di esso, offriamone aperti i recessi alla
venerazione dei dotti[196].» Nel dialogo, un tale Evangelo sostiene la
parte contraria al poeta; ma questo personaggio non ha nulla di serio
nè di reale; non può dirsi certamente che esso rappresenti l'opinione
dei giudici spregiudicati di un'epoca più antica, molto meno dei tempi
d'allora, nei quali senza dubbio un personaggio siffatto non esisteva.
Egli è lì unicamente per servire coi suoi appunti d'occasione alle lodi
di Virgilio, e quasi l'autore tema che le parole di lui, qualunque esse
siano, possono essere prese sul serio, si dà ogni cura, nell'introdurlo
in scena, di dipingerlo coi colori i più sfavorevoli, come un maledico,
di carattere pessimo e di pessima compagnia. Appena è annunziato tutti
danno segni di fastidio[197]; ogni volta che apre bocca, dicendo male
di Virgilio, tutti inorridiscono[198]. Qualcuna delle osservazioni
ch'ei fa l'aveva già fatta qualche antico critico; ma in generale egli
s'oppone eccentricamente alle idee le meno contrastabili, ed arriva
al punto di negare che Virgilio, nato in un villaggio veneto, potesse
sapere qualche cosa di greco e di scrittori greci[199]. Una simile
scempiaggine a cui non avrebbe neppur pensato il più crudele detrattore
di Virgilio dei tempi augustei, serve di pretesto per esporre,
rispondendo ad Evangelo, la profondità di Virgilio nella conoscenza
e nell'uso dei greci, che è il tema di quasi tutto il quinto libro.
E con una osservazione dello stesso Evangelo si apre la discussione
intiera sui meriti di Virgilio, che è la parte più cospicua di tutta
l'opera. Evangelo nega ricisamente di vedere in Virgilio qualcosa di
più che un semplice poeta, ed anche tale che lasciò la sua opera piena
di strafalcioni, e giustamente la riconobbe degna delle fiamme[200].
Simmaco invece sostiene che Virgilio non è soltanto atto ad istruire
fanciulli, ma contiene qualche cosa di ben più alto. «Mi par che tu
consideri i versi virgiliani come quando fanciulli li recitavamo alle
lezioni dei maestri» dic'egli ad Evangelo; «ma la gloria di Virgilio è
tale che non può crescere per elogi, nè per biasimi diminuire». E qui
i vari interlocutori, collegati contro Evangelo, si pongono d'accordo,
prendendo ciascuno ad esporre una parte della sapienza virgiliana
e ponendo così il programma dei libri seguenti, oggi incompleti e
lacunosi. In questi si vuol dimostrare partitamente, da Eustazio quale
fosse la perizia di Virgilio nell'astrologia ed in tutta la filosofia,
da Flaviano e Vettio, quanto profonda la sua conoscenza del diritto
augurale e pontificio, da Simmaco quanto abile ei fosse in fatto di
retorica, da Eusebio quanto grande nell'arte oratoria, da Eustazio
quanto e come adoperasse gli scrittori greci; Furio Albino porrà in
chiaro quanto Virgilio abbia preso dagli antichi latini nei versi,
Cecina Albino quanto nelle parole; Servio, il principe degli espositori
virgiliani, dovrà parlare intorno ad alcuni luoghi difficili del poeta.
Tutta la parte dell'opera che concerneva l'astrologia e la filosofia
è andata perduta, ma sappiamo quel che in questo può aspettarsi da un
neoplatonico, ed anche un saggio ne abbiamo nello scritto sul _Sogno
di Scipione_ là dove Macrobio riconosce nel «terque quaterque beati»
di Virgilio la dottrina pitagorica sui numeri[201]. Miglior fondamento
ha, ad onta delle esagerazioni che qui non mancano mai, tutto quanto si
riferisce al diritto augurale ed in genere alla erudizione virgiliana,
come anche ai confronti coi greci e coi latini[202], che sono le
parti dell'opera più importanti per noi, benchè da un tutt'altro
aspetto. Tanto la molta conoscenza di un grande numero d'autori
antichi latini e greci allora fuori d'uso, quanto una certa finezza
di osservazione che trovasi in qualcuno dei confronti fra Virgilio
ed altri poeti, sorprendono a prima giunta in uno scrittore, anche
distinto, di quest'epoca. Ma il fatto è che Macrobio si è limitato in
gran parte a compilare, non soltanto da Servio[203], che compilava egli
stesso, ma anche da più opere anteriori di grammatica e d'erudizione
ch'egli spesso, senza citarle, copia a parola[204], come è fra le
altre quella di Gellio di cui, fra i tanti altri luoghi, ritroviamo
copiato per intiero anche il parallelo fra Virgilio e Pindaro, nella
descrizione dell'Etna. Nel riunire però tutti quei paralleli, desunti
senza dubbio da studi virgiliani più antichi, Macrobio ha messo di
suo una intenzione encomiastica ben manifesta. Prima egli riferisce
i luoghi nei quali Virgilio è superiore ad Omero, poi quelli nei
quali è uguale; di quelli nei quali è inferiore parla per ultimo, non
senza premettere parole attenuanti[205]. Similmente, prima di parlare
dell'uso che Virgilio ha fatto degli antichi poeti latini, egli ha
creduto necessario provare che in ciò non è nulla di male, ma anzi si
deve esser grati al poeta di aver conservato ed immortalato nell'opera
sua qualche buona cosa contenuta in autori ormai negletti ed anche
derisi; del resto, soggiunge, quei passi suonan molto meglio e fan più
figura nella sua poesia, che negli originali da cui sono tratti[206].
Le due trattazioni relative a Virgilio come oratore e come retore non
ci sono arrivate intiere. In quel che ci rimane della prima troviamo
mossa la questione, che non può sorprenderci dopo quanto abbiamo già
trovato nelle epoche anteriori, se per divenire buon oratore si possa
imparare più da Virgilio o da Cicerone. Con tutti i riguardi verso
Cicerone e con tutte le proteste di non volersi fare arbitro fra due
tanto sommi, in fondo la risposta è favorevole a Virgilio. Cicerone,
dice Eusebio, non ha che un solo carattere di stile (copiosum),
Virgilio li offre tutti e quattro (copiosum, breve, siccum, pingue);
egli è come la natura che è ricca d'aspetti svariati ed opposti; si
potrebbe dire ch'ei riunisce in sè tutte le qualità dei dieci oratori
attici, e neppur si direbbe tutto[207]. Questo entusiasmo di Macrobio
per l'eloquenza virgiliana rammenta quello, che abbiamo già notato, di
Quintiliano per le perfezioni e l'universalità dell'eloquenza omerica.
Ma la parte più insulsa è quella che riguarda la retorica di Virgilio.
Ciò che ne rimane concerne principalmente il movimento degli affetti,
e si riduce ad una pura e semplice verifica dell'osservanza, per parte
di Virgilio, delle leggi retoriche relative al _pathos_; esse sono
passate in rivista, e grado grado sono citati i luoghi virgiliani che
con esse si trovano d'accordo. I retori nello stabilire quelle leggi
spesso citavano Virgilio come autorità, e taluni anche come principale
autorità; Macrobio invece loda Virgilio perchè ha obbedito ai retori.
Così quella parte del suo libro apparisce come un capitolo di retorica
invertito, e tale credo sia in fatto.

Macrobio ha trovato il terreno preparato di lunga mano per la sua
opera, non soltanto pel materiale di cui si è servito, ma anche per lo
spirito in cui è scritta. La decadenza che in essa, quantunque l'autore
si sforzi di sollevarsi al disopra dei suoi tempi, si mostra sì
avanzata, avea già cominciato da un pezzo; noi abbiam veduto e notato
i primi segni e il successivo ingrandire di quel tralignamento della
nominanza virgiliana di cui essa segna una fase già inoltrata. Nata
in sul disfarsi dell'antico mondo pagano, e figlia di un uomo notevole
tuttavia appartenente a quello, quest'opera formula e caratterizza in
modo luminoso l'indole di quella più alta idea che si avea del poeta
negli ultimi momenti del paganesimo, allorchè il suo nome entrava nella
nuova e trasformatrice atmosfera del medio evo cristiano, di cui siamo
ormai sul limitare.

A quest'epoca di decadenza e ancora aderenti alla tradizione
pagana[208] appartengono due autori che non furono senza influenza
nel propagare la rinomanza di Virgilio lungo i secoli della barbarie;
parlo dei due grandi luminari della grammatica, Donato e Prisciano.
Questi due compilatori, sorti a circa due secoli di distanza l'uno
dall'altro, dominarono con tanta forza nelle scuole dei grammatici,
durante tutto il medio evo, che il loro dominio sopravvisse anche a
questo, e sia direttamente, sia indirettamente, per l'uso che se ne
fece nel fabbricare nuovi libri scolastici, si protrasse fino a' tempi
nostri[209]. Il commento a Virgilio di cui già abbiamo fatto cenno,
oscurato da quello di Servio, non procacciò a Donato la rinomanza
ch'egli ebbe in grazia della sua grammatica, tanto adoperata nelle
scuole e tanto familiare a quanti le avean frequentate, che il nome
di Donato finì col significare quell'arte in generale. Prisciano,
con lavori di compilazione più estesi e più dotti che quei di Donato,
acquistò un'autorità tanto grande che la venerazione per lui spesso
negli scrittori del medio evo si traduce colle più entusiastiche
espressioni[210]. Non deviando dalla tradizione dei grammatici
anteriori, dai quali compilavano, Donato e Prisciano da Virgilio assai
più che da qualsivoglia altro scrittore attingono esempi, al punto
che se fino allora Virgilio fosse stato poco letto e trasandato, essi
soli, coll'autorità di cui godettero, sarebbero bastati a metterlo in
voga[211]. Prisciano, in uno scritto speciale che fu molto in uso,
ci dà un curioso saggio del modo col quale nelle scuole si faceva
servire Virgilio all'insegnamento prattico della grammatica. Prendendo
il primo verso di ciascun libro dell'Eneide, su quei dodici versi
ei fa esercitare lo scolaro, chiedendogli ragione di ogni parola e
l'analisi grammaticale e metrica; e così passando di domanda in domanda
ei trova in quei versi tanto da far ripetere al discepolo le regole
o le definizioni principali della grammatica e della metrica[212]. È
notevole che Lucano, il quale fu di moda nel medio evo, vien citato da
Prisciano quasi tanto sovente quanto Orazio. Ma il poeta ch'ei cita più
sovente dopo Virgilio è Terenzio.

Anche all'infuori della sfera scolastica e dotta, il poeta non cessava
di essere popolare, come prima lo era stato. Le rappresentazioni
teatrali desunte dalle sue poesie continuavano tuttora, ed uno
dei soggetti preferiti erano le infelici avventure di Didone, che
commovevano le genti fino alle lagrime, ed erano tanto in moda che
sulle tappezzerie, nelle pitture ed in ogni opera d'arte figurata erano
rappresentate di preferenza[213]. Nè mancavano le letture pubbliche
ed ancora nel sesto secolo il popolo affollato udiva leggere l'Eneide
nel fôro Traiano[214]. Non conviene dimenticare però che nello stesso
tempo destava entusiasmo la meschina poesia di Aratore sugli Atti degli
Apostoli, e per ben sette volte era costui chiamato a farne pubblica
lettura[215]. E già il nome di Virgilio si applicava ad uomini di così
poco valore che Ennodio mostravasene grandemente irritato[216]. Una
mano consolare trascriveva ed emendava il testo di Virgilio nel codice
prezioso che ci rimane[217]; ma distinzioni di tal natura toccavano a
quei tempi anche ad altri scrittori, poveri figli di povera epoca.

Quanto diversa da quella di un tempo era Roma allora, e quanto diverso
il popolo romano! La retorica pomposa e vuota dei panegiristi e di
Simmaco fra gli altri che giunge ad applicare al regno di Graziano i
felici e ridenti presagi della quarta ecloga[218], non fa che rendere
più lugubre lo spettacolo di tanta rovina. Ben più reale e giusto è
il sentimento di Girolamo che, udendo nella sua solitudine in oriente
come Roma fosse stata presa da Alarico, esprimeva con versi dell'Eneide
il profondo dolore cagionatogli dalla tremenda notizia, ed esclamava
col salmista: «Deus venerunt gentes in haereditatem tuam!»[219] Alle
memorie di un passato glorioso si contrapponevano i tristi fatti della
decadenza, il gelido ed umiliante contatto dei barbari ormai scatenati
ed il presentimento di un avvenire tetro e luttuoso. Quantunque però
Roma e il suo impero cadessero, quella unità civile di tanti popoli,
ch'era la grande opera sua e la vera sua missione, rimaneva. Nell'animo
di tutti Roma era sempre madre di ogni ricordo civile, simbolo di
miracolosa potenza, ideale altissimo e poetico di ogni umana grandezza;
quel forte ed universale sentimento romano a cui Virgilio avea così
bene proporzionato la sua epopea, anche dopo distrutto l'impero, era
troppo essenzialmente connesso colla cultura latina perchè potesse
spegnersi finchè quella vivesse. La vasta orma che lasciava il dominio
romano e i benefizi che l'umanità ne ereditava, danno alle infinite
espressioni di quel sentimento che universalmente sopravvisse ad esso
per lunghi secoli, una base reale e solida che non permette di vedere
in quelle una riproduzione fredda ed automatica dall'antico. Certo però
le condizioni del pensiero erano profondamente mutate, e per una grande
parte dell'antica cultura questo non poteva essere che passivo, nè
poteva, nella sua attività presente, armonizzare assai intimamente con
quella. Il gusto era deperito affatto, ed ogni giusta idealità estetica
ed artistica era del tutto spenta.

Quelle potenze psicologiche dalle quali l'arte risulta, dove non
giacessero paralizzate, erano impiegate e sfogate in un campo novello
a cui l'arte di vero nome era estranea. In queste epoche di grandi
lotte e di grandi trasformazioni morali e sociali, c'è sempre un
dispendio immenso di elatere poetico, il quale, piuttostochè una
espansione artistica, ha per prodotto il fatto stesso gravissimo
ed imponente del generale rinnovamento. Cristo non verseggiò, ma
quanta poesia non assorbì nella personalità e nell'attività sua e
in quella di tanti seguaci suoi! L'arte fra quel rimescolarsi ed
urtarsi di elementi eterogenei, fra quell'imperfetto pensare e sentire
di un mondo che si decomponeva e si rigenerava, avea difetto delle
condizioni più indispensabili alla sua esistenza; l'animo delle genti
era turbato, distratto vagamente, e come indurato alle impressioni
estetiche, il sentimento artistico tralignato o spento. Irrigidita e
come stereotipata seguitava intanto l'antica cultura: le menti aveano
sempre dinanzi i prodotti dell'arte antica, ma il livello di esse era
troppo abbassato, gli scopi e gl'ideali del pensiero erano troppo
nuovi e diversi perchè si possa credere che quelle antiche opere,
tuttavia studiate e ammirate, esercitassero realmente sugli animi un
prestigio più ragionevole di quello di una brillante fantasmagoria.
Come vediamo da Macrobio e dai grammatici e da ogni sorta di scrittori,
il posto centrale in quel corpo di dottrina, in quel complesso di
autorità tradizionali, scolastiche e dotte, era tenuto da Virgilio il
quale appariva come l'astro più luminoso intorno a cui tutti gli altri
gravitavano. Quelle qualità reali di dottrina che lo distinguevano
e che già fin dai primi tempi della sua rinomanza avean condotto a
giudizi inesatti, in quest'ultima epoca rimanevano sole in vista ed, in
tanto prestigio di quel nome, erano intese ed esagerate in ordine alle
tendenze ed alla natura del pensiero d'allora, spinto irresistibilmente
al simbolo, all'allegoria ed al misticismo da più cause ed influenze
diverse, che si riassumono nel predominio del neoplatonismo e più
ancora del cristianesimo ormai trionfante. I poeti del tempo non
riuscivano più che ad un verseggiare di rado mediocre, più spesso
cattivo, generato e governato unicamente dalla scuola grammaticale
e retorica. Tutta l'arte del massimo poeta latino appariva a quella
gente come un mistero, di cui la chiave dovea cercarsi in una sapienza
vastissima e recondita. Prova di fino ingegno e di sapere superiore
al volgare pareva il trovarvi dentro conoscenze e dettami scientifici
d'ogni maniera e sensi riposti di alta filosofia.

Centro e sommità del retaggio letterario lasciato dai latini,
rappresentante della sapienza antica, interprete di quel sentimento
romano universale che sopravviveva all'impero, il nome di Virgilio
acquistava un ampio e alto significato che nell'Europa latina lo
connaturava quasi colla civiltà stessa[220]. Con questa missione
lo tramandava ai secoli avvenire la morente società pagana che
nell'abbattimento e nell'agonia si adoperava a riassumere, con opera
frettolosa, i portati della splendida e gloriosa sua vita. Parecchi
secoli prima che Dante chiamasse Virgilio «virtù somma» Giustiniano,
sul più tetragono monumento della sapienza prattica de' romani, era
in grado di richiamarne il nome, ponendolo accanto a quello del divino
epico greco che, per lui, è il «padre di ogni virtù»[221].



CAPITOLO VI.


Ma ormai possiamo inoltrarci a seguitare le vicende di Virgilio lungo
il medio evo. I barbari ed il cristianesimo hanno fatto cambiar
totalmente d'aspetto l'antico mondo latino. Da un lato le lettere
minacciano di perire sotto i colpi del fanatismo religioso o d'affogare
nel vasto pelago della letteratura teologica; da un altro gli invasori,
gente ruvida ed incolta, per tutt'altra ragione mostrano di aver
occupato i paesi civili che per amore della civiltà stessa o per
gran voglia che abbiano di studi classici. Oppressi ed oppressori,
laici ed ecclesiastici hanno troppe preoccupazioni materiali o troppo
han da pensare per la salute dell'anima, perchè il gusto del bello
classico possa fiorire fra loro. Nondimeno c'è un'àncora di salvezza
per le lettere latine. Il latino è tuttavia la lingua degli scrittori
e della chiesa singolarmente, ed è già un tempo in cui per iscrivere
passabilmente in latino bisogna averlo studiato. Mentre esso è quasi
affatto ridotto allo stato di lingua morta, i volgari dell'Europa
latina, quantunque in istato di formazione più che incipiente, pure
non sono ancora giunti a quell'organismo determinato e definitivo a cui
mostrano di tendere, ed in cui soltanto potranno arrivare all'onore di
lingue letterarie. Quindi le scuole, e principalmente le scuole dei
grammatici, devono seguitare ad esistere, ed attorno alla grammatica
dovranno seguitare ad aggrupparsi le altre discipline che sono pure o
si credono necessarie anche al nuovo avviamento, sopratutto religioso,
che han preso gli scrittori. Se i testi raccolti da vari dotti per
provare l'esistenza delle scuole in tutte le epoche del medio evo
non si avessero, a provar ciò basterebbe questo fatto dell'uso non
interrotto di scrivere in una lingua di esistenza puramente letteraria,
e differente dalla lingua parlata. Devesi però badar bene a non
prendere queste scuole per qualcosa di più serio e importante di quel
ch'esse erano in fatto. In esse s'insegnò per l'appunto quanto era
necessario, o per meglio dire, quanto pareva necessario; poichè in
fondo gli studi profani non erano più uno scopo, ma doveano servire
materialmente come propedeutica a studi superiori di tutt'altro genere.
Quindi le sette arti nelle quali già da tempo anteriore ad Augusto
si era diviso il materiale della istruzione[222], e che poi si erano
venute sensibilmente assottigliando, nel medio evo son ridotte ai
minimi termini. Un tempo il compendiare in un riassunto ordinato gli
elementi delle principali discipline, come fecero Catone e Varrone,
era opera che, quantunque utilizzata, teneva un posto modesto fra le
produzioni letterarie, a causa della vita reale e propria che animava
ciascuno dei rami di sapere in quelle opere riuniti. Ora che quella
vita era spenta e ciascun ramo del sapere laico, non più produttivo,
veniva ridotto e ristretto nei più angusti limiti dell'indispensabile,
i riassunti generali erano un risultato di quelle stesse cause
che spingevano ai compendi di ciascuno studio speciale, e, come
prodotti richiesti da un bisogno del tempo, doveano esser numerosi
e ottenere nella letteratura un posto e una notorietà che prima non
avrebbero potuto avere. Ciò spiega le enciclopedie delle sette arti di
Cassiodoro, Capella, Isidoro, Beda e di altri che, con vario artificio,
tutto il sapere profano racchiusero in picciol volume, e spiega pure la
buona accoglienza che ad esse fu fatta e la celebrità di cui godettero
per tutto il medio evo. Propriamente in queste enciclopedie si scorge
che delle varie discipline in esse trattate, la più prossima e la più
affine all'autore è in generale la grammatica, della quale le altre
costituiscono come il corteo e il complemento; la natura dell'assieme
e della trattazione è tale che mal si potrebbe dare all'autore, per
l'indole della sua opera, altro titolo che quello di grammatico. E
veramente la grammatica è trattata e considerata sempre come la prima
fra le arti liberali, ed è bello udire un re barbaro che si ammanta
alla romana, Atalarico, tesserne l'elogio in una ordinanza diretta
al senato romano, perchè provvegga allo stipendio dei professori di
arti liberali. «La prima scuola dei grammatici, dic'egli, è il più
bel fondamento delle lettere, madre gloriosa di facondia che fa e ben
pensare e correttamente parlare... È la grammatica maestra del dire,
ornatrice del genere umano, che coll'esercizio di bellissima lettura sa
giovarci dei consigli degli antichi. Lei non conoscono i barbari... chè
le armi ogni altro popolo le possiede anch'esso, ma l'eloquenza solo
accompagna i dominatori romani»[223].

E dove regnò la grammatica ivi regnò anche Virgilio, compagno
inseparabile ed autorità suprema di essa. Virgilio e la grammatica
si può dire che, nel medio evo, cessino di essere due cose distinte
e divengano quasi sinonimi. Così quando Gregorio di Tours (VI sec.)
ci dice che Andarchio fu in sua giovinezza istruito «nelle opere di
Virgilio, nel codice teodosiano, e nel far di conti»[224], per questa
istruzione «nelle opere di Virgilio» non si può intendere altro che
l'insegnamento grammaticale; come infatti nella vita di S. Bonito è
detto che questi fu istruito «negli elementi della grammatica e nelle
leggi di Teodosio»[225]. Perciò a Virgilio si paragonava chi molto
fosse creduto valere in grammatica[226]. Un altro curioso esempio di
questo ch'io noto è quel grammatico di Tolosa, a quanto pare del VI
o VII secolo, che insegnando un latino di stranissimo conio di cui
parlerem poi, non crede poter trovare altro nome che meglio a lui si
addica di quello di P. Virgilio Marone, che è appunto l'unico nome
sotto il quale noi lo conosciamo.

Questa condizione di cose durò per quasi tutto il medio evo, fino al
sorgere delle letterature moderne, allorchè il laicato ridestavasi
all'attività intellettuale e gli studi secolari ritornavano ad esso.
Le ragioni indirette che raccomandavano al clero medievale lo studio
delle sette arti, non erano tali da produrre quel calore che infonde
negli studi il moto e la vita e rende le lettere e il sapere capaci
d'incremento; la tradizione antica, già stagnante e incadaverita negli
ultimi tempi dell'impero e del paganesimo, attraversa quei secoli, nei
quali il fervore cristiano domina esclusivamente nel sentimento e nel
pensiero, come una sostanza che sospesa in un mezzo troppo eterogeneo e
incapace di scioglierla, si coagula e separata dal resto precipita al
fondo. Quanto ad essa tutti i secoli di quella età si rassomigliano;
è materia morta che passa di mano in mano, senz'altra modificazione
tranne quella che le fanno patire i ruvidi e strani contatti che
deve sostenere. Se in qualche luogo quello studio decade tanto da
cessare quasi affatto, gl'inconvenienti prattici che porta seco quella
mancanza spingono qualche autorità a farlo risorgere; ma risorto, è
quel di prima. Se innovazione si cerca, questa non riguarda che il
modo di pigiare sempre più nello strettoio quella massa già tanto
ridotta. Inventar nuove vie di compendiare quello studio e renderlo più
sbrigativo, è la sola cosa che si cerchi e da molti in varie guise si
tenti[227]. Carlo Magno potè bene rialzare gli studi classici caduti
a terra e quasi smessi, ma innovarli no. La grammatica, che fu fra le
sette arti la più beneficata da questo principe, salvo la puerilità
e l'ignoranza di cui danno prova i compilatori e i rifacitori, nel
suo essere rimane qual era negli ultimi tempi del paganesimo durante
tutto il medio evo, fino al XII secolo, in cui la teorica grammaticale
subisce anch'essa l'influenza della scolastica[228]. Erano già sorte
le letterature moderne e il pensiero muovevasi già in una via novella
quando la grammatica seguitava ancora, nell'idea comune, a tenere quel
primo posto che le assegnava nel sesto secolo il re ostrogoto[229].
Quel che diciamo della grammatica va inteso anche di Virgilio, che
con essa attraversò il medio evo, dominando negli studi profani, e
serbando nello studio grammaticale l'antico suo posto. Insieme al
materiale dell'insegnamento profano il medio evo prese dalla decadenza
bell'e formate le nominanze degli antichi autori; nè fu più oculato e
libero scrutatore degli antichi nomi di quello fosse delle dottrine.
L'eco dell'antica nominanza virgiliana e di quella idea che al nome di
Virgilio annettevano gli uomini della decadenza, si ripercote lungo
tutto il medio evo, nelle forme ingenue che doveva produrre un grado
di cultura così basso, ed un nuovo mondo d'idee talmente estraneo
all'antichità pagana.

L'antichità classica adunque non sopravvisse al medio evo che
afferrandosi alle panche delle scuole elementari, e quanti autori
antichi godettero di qualche rinomanza in quell'epoca, ne andarono
debitori ai maestri di scuola. Principali insieme con Virgilio, e
quasi come pianeti del grande astro, troneggiarono in quelle scuole
Ovidio e Lucano, Orazio, Giovenale, Stazio e poi altri a seconda delle
preferenze dei maestri. Erano i primi nomi di antichi autori che, con
quelli dei grammatici, l'istruzione elementare scolpiva nella mente dei
fanciulli. Fatti adulti e anche divenuti scrittori, pur volendo, non
riuscivano ad estinguere quelle reminiscenze della scuola che serbava
sempre vive la lingua che adoperavano scrivendo. Quindi avveniva loro
di citarli frequentemente, e quindi l'immenso numero delle citazioni
di Virgilio e di scrittori pagani, che ricorrono presso gli scrittori
cristiani, prima e dopo la totale estinzione del paganesimo e durante
tutto il medio evo. Ma il sentimento e l'ascetismo cristiano doveva
pur suscitare gravi ripugnanze contro questi rappresentanti dell'idea
pagana, e noi dobbiamo qui studiare da vicino la posizione di Virgilio
e degli altri antichi scrittori in mezzo ai fieri attacchi che subì il
paganesimo per parte degli scrittori cristiani, e particolarmente dopo
la vittoria completa riportata su di esso dalla nuova religione.

Gli scrittori ecclesiastici[230] potevano conservare una forte
avversione contro gli scrittori pagani, slanciarsi contro di loro,
come Arnobio e Tertulliano ed altri apologeti, gridando «adversus
gentes» con una violenza che appena le persecuzioni e l'entusiasmo
possono giustificare, ma dovevano anche leggerli e studiarli, sia
per confutarli, sia per la ragione non meno potente, che essi erano
il fondamento della generale cultura ed in essi soltanto s'imparava
a scrivere nella lingua e secondo i gusti di quel mondo civile
che si voleva convertire. Perciò parve odiosissimo il decreto di
Giuliano imperatore col quale vietava ai cristiani l'insegnamento, e
quindi lo studio, della grammatica e della retorica; quantunque con
questo ei non facesse che richiamarli alla osservanza prattica di
ciò che risultava dalle loro idee stesse. Ei diceva non esser bene
che coloro i quali tanto si adiravano contro le dottrine morali e
religiose degli scrittori pagani, prendessero poi questi scrittori
per base della loro educazione[231], come appunto dissero molti dei
più caldi e più intolleranti asceti cristiani. Ma quanti erano fra i
cristiani illuminati e meglio forniti di talento prattico capivano
che, quantunque tardo, pure il decreto di Giuliano era pieno di
fina malizia; poichè in realtà separare il cristianesimo totalmente
dall'antica cultura, imporgli una logica rigorosa che lo legasse nei
limiti della sua natura antimondana e gl'impedisse di piegarsi a certe
esigenze, era il miglior modo di combatterne o trattenerne i progressi
in una società di cultura greco- romana. Ma le dighe più potenti erano
rotte da un pezzo, e il decreto di Giuliano come ogni altro riparo
imaginato da lui andò travolto dall'impeto della già irresistibile
fiumana. Quando poi il paganesimo cessò affatto di esistere, e
confutare i pagani divenne una cosa oziosa, la tradizione delle scuole
cristiane era ormai formata e resa tale quale doveva rimanere per
tutto il medio evo, e sarebbe stato impossibile farle cambiar natura.
Ben vi fu chi disse che agli scrittori profani si potevano sostituire
nelle scuole scrittori cristiani; ma come pretendere che i grammatici
li trovassero equivalenti? Nelle nuove compilazioni grammaticali
gli esempi tolti dalla vulgata e da taluni scrittori cristiani[232]
si aggiunsero invero talvolta a quelli degli antichi, ma la massima
autorità rimase sempre, come doveva, a questi ultimi.

La necessità di una radicale riforma non si faceva sentire, poichè
ormai il paganesimo era morto per bene, ed ogni uomo che avesse
un poco di senno intendeva che non potevano essere le scuole dei
grammatici quelle che lo farebbero risuscitare. Perciò se cerchiamo
atti ufficiali dell'autorità ecclesiastica che impongano di rinunziare
a questi scrittori, noi non ne troviamo[233]. Troviamo invece questi
fatti costanti, benchè in apparenza contradittori, che gli antichi
sono sempre odiati e maledetti come pagani, ma sono letti e studiati
assiduamente; e dagli uomini più illuminati della cristianità sono
sempre stimati come scrittori, come dotti e come uomini d'ingegno.
Il medio evo trovò già formato un uso tradizionale che seguì
scrupolosamente. Gli antichi padri avean detto e scritto molto contro
questi autori, ma ciò non li avea distolti dal servirsene. Si seguitava
dunque a far lo stesso; si studiavano nelle scuole, si citavano
all'uopo anche negli scritti e fin nelle controversie teologiche e
nell'esegesi sacra; alla circostanza poi si maltrattavano come «cani
idolatri». Alcuni fra i padri più autorevoli avean detto invero
che leggerli non era cosa buona; ma come dar peso a questo ch'essi
dicevano in un momento di fervore, se poi essi si contraddicevano colle
parole e col fatto? Girolamo, già ben noto per l'amore che portò a
Cicerone che gli valse quel famoso «Ciceronianus es, non Christianus»
e le angeliche battiture nel sogno che tutti sanno, stimava Virgilio
oltremodo e lo chiamava «non già il secondo Omero, ma il primo Omero
dei latini»[234]. Egli però, nella epistola a Damaso sul Figliuol
prodigo, biasima altamente quei sacerdoti «che posti da parte gli
Evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono le parole amorose
delle Bucoliche, hanno Virgilio per le mani e fanno un peccato di
voluttà di quello studio che pei fanciulli è una cosa necessaria».
Con queste parole non si accordano punto quelle di Agostino il quale
osserva e non disapprova, che «i fanciulli leggono Virgilio affinchè
fin dai primi anni imbevutisi di esso, questo grande poeta sovra
ogni altro illustre ed eccellente non così di leggieri possa uscir
loro di memoria»[235]. Queste reminiscenze di studi profani e pagani
subìti per necessità, importunavano invero molte anime scrupolose,
tanto che Cassiano eremita giunge fino ad escogitare e consigliare
altrui un rimedio per liberarsene[236]. Quanto però fosse difficile
cancellarle dalla mente, Girolamo stesso lo prova, non volendo, assai
di sovente coi luoghi di scrittori classici che gli corrono giù dalla
penna. Parlando[237] delle cripte che rinserrano a Roma le tombe degli
apostoli e de' martiri, e dell'oscurità che regna in quei sotterranei:
«Ivi si cammina, dic'egli, a passo a passo, e quando si è circondati
da quell'oscura notte si possono rammentare quelle parole di Virgilio:
«Horror ubique animos simul ipsa silentia terrent.» Una delle colonne
della chiesa chiede ad un pagano le parole per esprimere i sentimenti
che ispirano i più venerandi recessi del santuario! Chi direbbe che
sia lo stesso Girolamo il quale, infervorato da tutto l'ardore della
fede, esclama altrove: «Che ha che fare col saltero Orazio, coi
vangeli Virgilio, coll'apostolo Cicerone?»[238] E ben molti luoghi si
potrebbero citare dalle sue opere in cui lo si coglie a questa maniera
sul fatto. Nè i suoi avversari gli risparmiarono disturbi per questo
suo culto delle lettere classiche. Allorchè a Bethlem ei pose scuola di
grammatica, spiegando ai giovanetti Virgilio ed altri scrittori profani
greci e latini, Rufino gli scagliava per ciò accuse che lo ferivano
profondamente[239].

Chi volesse raccogliere da tutti gli scrittori ecclesiastici i luoghi
nei quali essi inveiscono contro la lettura degli scrittori pagani
ed anche in modo generale contro ogni studio profano, troverebbe da
fare una raccolta assai ricca; ma molto più ricca sarebbe quella dei
luoghi che provano come tutto ciò non impedisse di occuparsi di studi
profani e di leggere autori pagani. C'erano invero i poeti e gli
autori cristiani, ma tutti quelli di essi che aveano un qualche merito
letterario lo dovevano all'arte degli antichi dei quali si mostravano
discepoli e imitatori e spesso copiatori servili; talchè non solo non
distoglievano dallo studio di questi, ma anzi lo raccomandavano e lo
incoraggiavano. Una lettera di Sidonio Apollinare (V sec.) c'introduce
in un'amena casa di campagna della Gallia, nella quale il padrone
avea riunito ogni sorta di diletti del corpo e dello spirito. Fra i
libri ivi raccolti troviamo una assai disinvolta mescolanza di sacro
e di profano, di cristiano e di pagano, che ci prova quanto poca
corrispondenza nella vita reale avessero le declamazioni di certi
burberi fanatici[240]. Quindi quando Cassiodoro inculca ai suoi monaci
lo studio delle sette arti, egli è al caso di dire[241] che a ciò
conforta l'esempio, non solo di Mosè il quale fu istruito di tutta
la sapienza degli Egizi, ma quello eziandio «dei padri santissimi
i quali non decretarono che dovessero rigettarsi gli studi delle
lettere profane, ma anzi essi stessi diedero l'esempio del contrario,
mostrandosi peritissimi di tali studi, conforme vedesi in Cipriano,
Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri innumerevoli. E chi
ardirebbe più dubitare là dove esiste molteplice esempio per parte di
uomini tali? E questo è il luogo comune al quale più spesso ricorrono
quanti ecclesiastici scrivono di materie profane e credono doversene
scusare[242]. Nei monasteri dove era di regola il silenzio si faceva
uso di segni convenzionali per talune cose di cui si potesse aver
bisogno; quando si voleva chiedere un libro di scrittore pagano, al
segno che esprimeva _libro_ si faceva succedere un gesto imitante il
cane che sì gratta le orecchie «perchè non a torto un infedele vien
paragonato a questo animale»[243]. Si disprezzavano, ma si leggevano.
La regola di taluni ordini monastici meno antichi, come quello
d'Isidoro, di Francesco, di Domenico, vietava la lettura di scrittori
pagani o almeno non l'accordava che dietro speciale permesso[244]; ma
altre regole di ordini più antichi e più autorevoli, non solo non la
vietavano, ma l'ammettevano nelle scuole dell'ordine, ed imponevano
senza distinzione di autori il copiar manoscritti[245], i quali, come
ognun sa, ci sono giunti appunto per questa via. Che se veramente
si fosse voluto stare al rigore prescritto dall'indole stessa del
Cristianesimo, non soltanto qualsivoglia scrittore pagano si sarebbe
dovuto vietare, ma principalmente quelli fra gli scrittori pagani si
sarebber dovuti distruggere, gli scritti dei quali erano immorali
rimpetto a qualsiasi religione, quali fra gli altri sono Ovidio e
Marziale. Eppure l'_Arte amatoria_ di Ovidio e gli osceni epigrammi
di Marziale figurano nelle biblioteche monastiche in mezzo agli altri
scritti profani non solo, ma accanto alla Bibbia e alle opere dei
padri, e i manoscritti numerosi che ne possediamo furono copiati in
gran parte da monaci e provengono da monasteri. Non sempre invero chi
copiava aveva il coraggio di trascrivere per intero certi passi, che
talvolta trovansi soppressi, talvolta anche arbitrariamente cambiati in
ossequio alla morale[246]. Altri però più fedelmente copiavano tutto
tal quale, salvo a sfogarsi in qualche appunto marginale, dando del
birbante all'autore[247]. Ma la generalità era di manica larga assai
più che oggi non si crederebbe. Orazio, di cui già anche fra i pagani
Quintiliano non voleva che certe poesie licenziose fossero interpretate
nelle scuole[248], non solo fu letto e copiato per intero, e glossato
da monaci, ma anche qualche ode delle più amorose fu cantata da essi
colle melodie di alcuni inni sacri, che trovansi ancora notate in più
d'un manoscritto[249].

Ad alcuni arrabbiati si contrapponevano moltissimi moderati.
Anselmo non solo approva, ma anche consiglia altrui la lettura
di Virgilio[250], e così pure fa Lupo di Ferrières il quale, come
apparisce dalle sue lettere, raccomandava a Regimberto lo studio di
Virgilio[251], cercava dovunque manoscritti di classici, e fino a Papa
Benedetto III si rivolgeva perchè gli mandasse in presto un Cicerone,
un Quintiliano ed un commento a Terenzio[252]. Spesso certe invettive
contro gli studi profani sono mere declamazioni, luoghi retorici che
non hanno nulla di serio. Quando la retorica invade la letteratura
è sempre difficile definire fino a qual punto certe frasi si hanno
da prendere sul serio, cercando in esse la vera e reale opinione di
chi se ne serve. Gregorio di Tours alza la voce contro le favole e
la esiziale dottrina dei «filosofi» ossia degli antichi scrittori, e
mentre scorrendo i principali fatti dell'Eneide e dell'antica favola
poetica li esecra uno ad uno, non mostra di accorgersi ch'ei fa pompa
della sua dottrina, e fa vedere col fatto di avere studiato e di tenere
a mente assai bene questi scrittori che tanto riprova[253]. Ben più
giusta e più seria apparisce la sua parola quando ei deplora, con tanti
altri, la miseria dei tempi suoi, per la grande decadenza degli studi
letterari[254].

Contro gli studi profani principalmente declamano gli scrittori di vite
di santi, i quali, com'è naturalissimo, sostengono che è meglio leggere
la vita di un santo qualsivoglia che i fatti di Enea[255]. Taluni di
essi sono provvisti di qualche dottrina, ma moltissimi sono rozzi ed
ignoranti. Scaturiti per lo più dal fondo del monachismo, disprezzano
ogni cosa mondana anche in ciò che spetta alla cultura intellettuale,
e si vantano cinicamente della loro ignoranza[256]. «Non badi il
lettore, scrive uno dei molti, al brutto mucchio di barbarismi che è
in questo libretto, piuttosto porga l'orecchio della fede alla verità
che si contiene nel volgare dettato; legga semplicemente quanto qui
troverà, e faccia come se in cerca di una gemma frugasse un letamaio».
Altri non solo confessano di commettere solecismi e barbarismi, ma se
ne vantano. All'occasione poi a questa bassa retorica degl'ignoranti
ricorrevano anche persone alto locate[257], ed alle accuse d'ignoranza
contro di sè o contro il clero rispondevano sdegnosamente col luogo
retorico comunissimo che «il regno di Dio non consiste nelle parole,
ma nelle virtù» e più spesso che «il vangelo fu confidato a pescatori
rozzi ed incolti e non a faceti oratori»[258]. Così quando i vescovi
della Gallia riuniti a Reims inveivano contro l'ignoranza del clero
romano, il legato apostolico Leone, abate di San Bonifacio, nella sua
epistola ai re Ugo e Roberto, rispondeva che «i vicari e i discepoli
di Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio e
gli altri del _filosofico bestiame_, i quali superbamente volano come
uccelli nell'aria, o come pesci si affondano nell'abisso del mare,
o come pecore van camminando sulla terra; e fin dal principio del
mondo gli eletti di Dio non furono oratori o filosofi, ma incolti ed
illetterati»[259]. Frasi e nulla più, poichè era impossibile dir tali
cose sul serio, mentre, per tacere, del resto, si spiegava un lusso ed
un fasto dagli accusati e dagli accusatori tutt'altro che apostolico.
Il fatto deplorato dai vescovi di Reims, non si poteva negare, ma la
retorica ecclesiastica forniva un luogo per giustificarlo.

Conviene anche notare che talvolta in queste declamazioni contro gli
studi profani si tradisce anche un poco di gelosia verso coloro che,
probabilmente fra i correligionari di chi scriveva, erano stimati per
un qualche valore che avessero in quelli studi. Però, prescindendo dai
casi in cui avean luogo questi secondi fini, è d'uopo rammentarsi che
gli scrittori ecclesiastici, anche i più illuminati, scrivevano sotto
l'influenza di un sentimento religioso forte e profondo, il quale a
seconda delle circostanze diveniva fervore, ardore ed entusiasmo.
Continuamente preoccupati del sommo bene e della vita futura essi
soggiacevano, come tutte le anime che si concentrano affatto nella
religione, ad accessi di scrupoli, pei quali avveniva loro di dire
e disdire. Agostino, che un tempo trovava una innocente ricreazione
nella lettura giornaliera di un mezzo libro dell'Eneide, a quarantatre
anni deplora quei giorni in cui si lasciava intenerire dalle lagrime
di Didone, dimenticando che intanto ciò lo faceva morire dinanzi
a Cristo[260]. Ma queste fervide parole, dettate in uno slancio
dell'anima verso Dio, non gl'impedirono di fare poi gran conto del
poeta, e nel _De Civitate Dei_, ch'egli condusse a termine nel 72 anno
di sua vita, ne usa largamente. A 74 anni si pente di avere adoperato
scrivendo il vocabolo _fortuna_ troppo spesso, e di avere, benchè non
sul serio rammentato le Muse a guisa di Dee. Alcuino che nella sua
gioventù, come dice un suo biografo anonimo, avea letto «i libri degli
antichi filosofi e le menzogne di Virgilio» e all'età di undici anni
preferiva la lettura di Virgilio a quella dei Salmi[261], fatto vecchio
non ne voleva più sentir parola, nè soffriva che i discepoli leggessero
quel poeta, dicendo loro: «possono bastarvi i poeti divini, nè è
necessario che siate contaminati dalla lussuriosa facondia del dire
virgiliano»[262]. Nondimeno egli non riusciva ad imporre agli altri i
suoi scrupoli, ed ebbe a rimprocciare severamente Sigulfo che, ad onta
del divieto, seguitava a spiegare di nascosto Virgilio ai discepoli.
A taluno[263] par duro credere a questo che racconta l'anonimo, perchè
nelle lettere di Alcuino trovasi talvolta citato Virgilio. Credo però
che da quanto son venuto dicendo risulti chiaramente che questo fatto
non esclude l'altro[264]. Lo stesso vediamo accadere a Teodulfo,
che si scusa nei suoi versi di aver letto Virgilio, Ovidio, Pompeo
e Donato[265] e così pure a tanti altri che taccio per brevità. Nè
Alcuino era il solo che credesse dover impedire o moderare il soverchio
ardore altrui per questi studi[266].

E gli scrupoli di tal genere talvolta arrivavano fino a turbare i sonni
di qualcuno. Erberto vescovo di Norwich racconta che una notte Cristo
gli apparve in sogno e gli disse: Io sapeva che dalla tua gioventù fino
alla canuta vecchiezza hai militato negli offici sacerdotali; ma perchè
hai tu per le mani le menzogne di Ovidio, le invenzioni di Virgilio?
non è convenevole che da quella stessa bocca che predica Cristo si
reciti Ovidio. — Allora io rammentandomi quelle tali battiture di prete
Girolamo: peccai, lo confesso, e non solo nella lettura degli scrittori
gentili, ma sì pure nella imitazione di essi»[267]. L'autore della
vita di S. Odone riferisce che costui, avendo voluto leggere Virgilio,
ebbe un sogno di un vaso che al di fuori era bellissimo, ma dentro
era tutto pieno di serpenti, i quali tosto lo attorniarono; e quando
fu sveglio capì che il vaso era Virgilio e i serpenti che in esso si
nascondevano, erano le dottrine degli antichi poeti[268]. Uno scrittore
anonimo dell'XI secolo racconta pure di uno scolaro, che colto da grave
malattia, in un accesso di delirio si pose a gridare ch'ei vedeva una
falange di diavoli che prendevano la forma di Enea, di Turno e di altri
personaggi dell'Eneide[269].

Mentre poi alcuni eran colti da tali scrupoli, altri spingevano
l'ammirazione per Virgilio fino al fanatismo. Ratperto dava il suo
parere in capitolo con versi di Virgilio. Per Virgilio e Cicerone il
monaco Probo mostravasi tanto entusiasta, che i suoi confratelli,
motteggiando, dicevano ch'ei voleva collocarli fra i santi[270].
Rigbodo, vescovo di Trèves sapeva, dicevasi, meglio l'Eneide che
i vangeli[271]. Questo fanatismo, spinto all'ultimo eccesso, ci si
presenta anche con certe caratteristiche della leggenda. Uno scrittore
dell'XI secolo ci narra che: «A Ravenna Vilgardo coltivava con troppa
assiduità lo studio della grammatica, conforme gl'Italiani, ebbero
sempre costume di fare, trasandando il resto. Avea egli cominciato ad
inorgoglire come uno stolto a causa del suo sapere, quando una notte
i demoni, presa la forma dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale, gli
apparvero e si misero con fallaci parole a ringraziarlo dello studio
ch'egli poneva nei loro scritti e gli promisero di farlo partecipare
alla loro gloria. Così depravato da queste male arti de' diavoli,
incominciò ad insegnar molte cose contrarie alla santa fede e ad
asserire che le parole dei poeti dovevano essere in tutto credute.
Finalmente fu convinto d'eresia e condannato dall'arcivescovo Pietro.
In Italia, soggiunge lo storico, si trovò che molti spiriti erano
infetti delle stesse opinioni»[272]. Un'altra leggenda[273] narra di
due scolari che andarono a visitare il sepolcro di Ovidio per averne
qualche insegnamento; uno chiese di sapere qual fosse il miglior verso
di quel poeta, e una voce dal sepolcro gridò:

    «Virtus est licitis abstinuisse bonis»

L'altro volle sapere qual fosse il peggiore, e la voce rispose:

    «Omne iuvans statuit Iupiter esse bonum.»

Pensando far bene a quella grande anima perduta, si posero i due
studenti a pregare per lei, recitando dei Pater Noster e degli Ave: ma
la voce, ignara della virtù di quella preghiera, gridò impazientita:

    «Nolo Pater Noster: carpe, viator, iter»

Gli scrupoli e le ripugnanze durarono a lungo; neppure all'epoca
del risorgimento parve superfluo a Boccaccio[274] il combatterli,
e tutti sanno ch'essi, non senza molto rumore, si sono riprodotti
anche ai nostri giorni. Ma nel medio evo come oggi la palma rimase
sempre fortunatamente alla tradizione antica[275]. Nel secolo XII
certo partito capitanato da un eccentrico individuo che, anche
indipendentemente dalla religione, dichiarava infami gli storici e i
poeti e scherniva i maestri di retorica, di grammatica e di dialettica,
trovava un vigoroso oppugnatore nel dotto ed illuminato Giovanni
di Salisbury[276]. Iacopo da Vitry, Arnoldo da Humblières toccavano
anch'essi la questione, e non esitavano a riconoscere l'utilità dello
studio degli antichi, quantunque raccomandassero molte cautele[277].
Uno dei più notevoli segni del classicismo trionfante ai tempi del
risorgimento si può ravvisare nel catalogo della biblioteca privata di
papa Niccolò V, tutta composta di antichi scrittori profani[278].

Le declamazioni adunque e le intolleranze di alcuni individui ebbero
poca efficacia contro le necessità pratiche, che non permettevano studi
sacri senza qualche preparazione di studi profani. Questi seguitarono
quindi sempre a vivere, quantunque assai poveramente. Le scuole di
grammatica seguitavano sempre, benchè in certi momenti più burrascosi
venisser meno o diminuissero in qualche luogo, per mancanza di maestri
o per altre ragioni; i monaci seguitavano a copiar manoscritti. Nei
cataloghi che tuttora ci rimangono di parecchie biblioteche monastiche
del medio evo scrittori ecclesiastici e profani figurano alla
rinfusa[279], spesso designati come _libri scholares_; e fra questi
ultimi primeggiano in numero Virgilio, e Donato maggiore e minore,
e Prisciano ed una moltitudine di altre opere grammaticali[280]. Il
numero straordinario dei manoscritti che ora possediamo di Virgilio è
un'altra prova dell'uso che se ne faceva nelle scuole, e moltissimi
di questi si vede evidentemente non esser fatti per altro che per
servirsene in scuola, tanto son tirati via e poco, anzi punto servono
alla critica del testo. Alcuni codici di Virgilio esistono tuttora
portanti una dedica a qualche santo, come p. es. San Martino, Santo
Stefano, il santo insomma della chiesa o del convento a cui un
benefattore li avea regalati[281]. Questi codici che talvolta erano
preziosi assai per miniature o legature o come opere calligrafiche,
colle bibbie, i messali, i breviari, i candelieri, i calici, gli
ostensori figurano stranamente negli inventari delle cose preziose dei
conventi, delle abbazie e delle chiese.



CAPITOLO VII.


Il soggetto del capitolo antecedente ha invero un carattere assai
generale, e forse a prima giunta potrebbe parere che ci siamo diffusi
intorno ad esso più largamente di quello comporti il tema speciale
del nostro scritto. Ma è facile riconoscere quanto strettamente
connetta quel soggetto al nostro tema il nome di Virgilio, che abbiamo
incontrato frequentissimo in mezzo alle varie opinioni e sentimenti che
siamo venuti esponendo ed esaminando. È tale infatti l'uso che abbiamo
veduto farsi di quel nome nelle espressioni d'odio o di disprezzo, di
amore o di stima per gli antichi scrittori pagani, che evidentemente
ne risulta essere, per tutti gli scrittori del medio evo, Virgilio il
sommo rappresentante dell'antica tradizione classica. Così otteniamo
una prima idea più generale della nominanza virgiliana in quella lunga
epoca, e delle condizioni nelle quali potè esistere e mantenersi; ora
è d'uopo procedere a studiare più da vicino e ne' suoi particolari,
quella nominanza e le sue condizioni.

Quando le autorità ecclesiastiche e secolari volean promuovere gli
studi delle sette arti, la principale ragione che adducevano in pro
di questi era, oltre all'esempio dei grandi luminari della chiesa, il
bisogno che se ne aveva per gli studi sacri. Così fanno Cassiodoro,
Beda, Alcuino ed altri. Giovi rammentare, quale esempio principale, la
circolare da Carlomagno diretta ai vescovi ed agli abati nel 787. In
essa quel monarca dice aver notato negli scritti ufficiosi inviatigli
da più monasteri, una rozzezza di dettato che certamente procedeva
dal trasandare lo studio delle lettere. «Perciò, egli soggiunge,
abbiamo cominciato a temere, che se nello scrivere il sapere venga
a mancare, possa anche venir meno l'intelligenza che si richiede
nell'interpretare le Sante Scritture. Quantunque gli errori di parole
siano dannosi, tutti sappiamo che molto più dannosi sono gli errori
di senso. Vi esortiamo adunque non solo a non trasandare lo studio
delle lettere, ma eziandio a rivaleggiare nello zelo per imparare,
affinchè possiate con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle
Sante Scritture. Ora, siccome nei libri sacri trovansi figure tropi
ed altri simili ornamenti, è cosa indubitabile che ognuno, leggendo,
debba cogliere tanto più presto il senso spirituale quanto meglio a
ciò ei sia preparato dall'insegnamento delle lettere»[282]. E questo
fu certamente il migliore baluardo che salvò le lettere classiche
dalla totale rovina. Perciò Carlomagno, mentre stabiliva che le sacre
scritture dovessero essere il primo fondamento dell'educazione[283], in
pari tempo procacciava maestri di grammatica da ogni parte, ravvivando
così potentemente, come a tutti è noto, anche la parte profana
della comune istruzione[284]. Ma gli scrittori ecclesiastici non
considerarono soltanto gli antichi autori pagani come grandi maestri
di tropi e figure; quando trovarono nei loro scritti qualche luogo
che poteva confermare i principi della fede, se ne valsero volontieri,
talvolta anche a costo di contorcerne il senso ed anche di falsificare.
L'autorità somma di cui godeva Virgilio come scrittore di un sapere
straordinario, come primo fra gli antichi poeti ed anche come il
migliore sotto il rapporto del buon costume, fece impressione su molti
teologi cristiani, i quali trattarono a fidanza con lui meglio che
con altri poeti pagani, e non isdegnarono citar la sua parola, sia in
appoggio di taluni grandi principi del cristianesimo, sia a dimostrare
che egli era fra i pagani colui che meglio a queste verità si era
avvicinato. I numerosi centoni virgiliani di soggetto cristiano non
mostrano soltanto come fra' cristiani Virgilio serbasse, nello studio
letterario, quello stesso posto che teneva fra i pagani e soggiacesse
quindi a quell'uso messo già in voga da questi, ma mostrano altresì
un vivo desiderio di assimilare questa principale pastura della mente
ai sentimenti che infiammavano il cuore, di accomodare la ammirata
ed autorevole parola del poeta alle idee imposte dalla fede novella,
di emendarla moralmente e purificarla dal solo errore che i cristiani
trovassero in essa, lo spirito pagano[285]. Era egli il principale fra
quei gentili a cui pareva si potessero applicare le parole del vangelo
«si accorsero che Gesù passava»[286]. Parve cosa degna di compassione
il vedere nato «al tempo degli Dei falsi e bugiardi» questo grande
uomo, che le sue opere e le tradizioni sulla sua vita presentavano come
un'anima candida e bella e tale che pareva eminentemente disposta ad
accogliere la parola di Cristo. Quindi egli è il primo fra coloro che
Dante, fedele e profondo interprete del sentimento religioso del medio
evo, non osò riporre fra i dannati, ma collocò nel luogo destinato
a chi avea la sola colpa involontaria di non essere nato alla fede
di Cristo. Il sentimento di compassione trovasi meglio che altrove
espresso in quei versi, spesso citati, che si cantavano a Mantova fino
alla fine del XV secolo, nella messa di S. Paolo, nei quali si narrava
che l'apostolo recossi a Napoli a visitare il sepolcro di Virgilio,
ed ivi pianse a calde lagrime esclamando: oh quale t'avre'io reso,
se ti avessi trovato in vita, o sommo poeta![287]. Da un altro lato
dimostrare nei pagani stessi un certo spirito antipagano e dentro
certi limiti tanto meno discosto dallo spirito cristiano quanto più
essi erano stati grandi, era cosa resa tradizionale fin dai primi
apologeti, tanto che a' tempi d'Arnobio pare fosse fatta dai pagani
una petizione al senato perchè venissero distrutti certi libri, come
il _De natura deorum_ di Cicerone, nei quali il paganesimo troppo bene
presentava il suo lato debole agli attacchi dei cristiani[288]. Da
questo avviamento delle idee relative ai grandi pagani rimpetto alla
fede cristiana, nascevano certe leggende, come quelle della conversione
di Seneca, di Plinio e simili, che furono prese sul serio da uomini
illuminati, e durarono a lungo. Io stesso da fanciullo in una scuola di
Roma ho inteso ripetere che Cicerone morendo esclamasse «causa causarum
miserere mei!»

Agostino, Girolamo, Lattanzio, Minucio Felice ed altri padri e
scrittori ecclesiastici citano talvolta versi di Virgilio nei quali
riconoscono principi filosofici o teologici che hanno qualche
somiglianza con principi cristiani, quali p. es. l'unità, la
spiritualità, l'onnipotenza di Dio e simili[289]. Ma su di ciò noi
non ci tratterremo, non essendovi in fondo gran che di caratteristico
da notare per la storia del nome del poeta, che la stessa cosa ha
luogo per molti altri scrittori antichi[290]. Ben più degna di nota
è la rinomanza che il poeta si acquistò fra i cristiani colla sua
quarta ecloga, per la quale fu sollevato alla dignità dei profeti
che predissero la venuta di Cristo[291]. Il presentimento che ispira
tutta quell'ecloga, di un prossimo rinnovarsi del mondo in una era di
felicità, di giustizia, d'amore e di pace, il rannodare che ivi si fa
di questa aspettazione colla nascita di un bambino, l'antica autorità
della sibilla su di cui tutta quella previsione si fa riposare,
erano cose, conviene dirlo, troppo seducenti pei cristiani, perchè,
leggendo quell'ecloga non dovessero rammentare la nascita di Cristo,
e il rinnovarsi del mondo da lui promesso nella pura e mite dottrina
che porgeva all'umanità. Lungo sarebbe qui rammentare le vicende e le
cause del messianesimo presso i giudei e nel mondo greco-romano, e le
curiose e lunghe lucubrazioni dei sibillisti, così in senso giudaico
come in senso cristiano. Ci basti accennare che a questa storia
complicata, e difficilissima a trattare senza prevenzioni o impressioni
perturbatrici, appartiene la interpretazione cristiana della quarta
ecloga, che già si manifesta assai in voga presso gli scrittori
cristiani del quarto secolo. La più diffusa interpretazione di tal
natura trovasi in un'allocuzione tenuta dall'imperatore Costantino
dinanzi ad una assemblea ecclesiastica[292]. Stando a quanto dice
Eusebio che riferisce quel discorso, l'imperatore lo avrebbe composto
in latino e poi gl'interpreti lo avrebbero messo in greco[293]. Fatto è
che la traduzione dell'ecloga in versi greci[294], quale oggi si legge
in quel discorso, lascia scorgere l'antico guaio dei sibillisti; essa
in più luoghi si scosta arbitrariamente dall'originale, alterandone
il senso, collo scopo evidente di adattarlo alla interpretazione
cristiana che è svolta nel discorso[295]. L'imperatore esaminando
nelle varie parti quella composizione virgiliana, trova in essa la
predizione della venuta di Cristo, designata con più circostanze; la
vergine che riede è Maria; la progenie novella mandata dal cielo è
Gesù; e il serpente che non sarà più è l'antico tentatore dei nostri
padri; l'amomo che nascerà in ogni dove è la numerosa gente cristiana,
monda dal peccato (ἄμωμος, irreprensibile); e di questa guisa procede
interpretando altri particolari dell'ecloga. Egli ritiene che il poeta
abbia scritto colla chiara coscienza di predire il Cristo, ma siasi
espresso copertamente, mescolando al suo dire anche nomi di divinità
pagane, onde non urtare troppo di fronte le credenze d'allora e non
attirarsi la collera dell'autorità. Ma gli scrittori ecclesiastici che
accolsero questo argomento in favore della fede non tutti si persuasero
che Virgilio avesse inteso il senso da loro attribuito a quel vaticinio
sibillino; più generalmente credettero che il poeta, non sapendo di
che veramente si trattava, volesse applicarlo alla nascita del figlio
di Pollione o di altro fanciullo d'illustre prosapia. Nello stesso
secolo di Costantino, Lattanzio intende anch'egli quell'ecloga nel
senso cristiano, ma essendo egli seguace della dottrina del millenario,
la riferisce, non alla venuta di Cristo, ma al promesso ritorno
di lui trionfante nel regno dei giusti[296]. Agostino, ammettendo
l'esistenza fra i pagani di profeti che predissero la venuta di Cristo,
cita anch'egli la quarta ecloga, singolarmente servendosi dei versi
13, 14 ch'ei riferisce alla remissione de' peccati pei meriti del
Salvatore[297].

Girolamo insorge contro tali idee e si burla di coloro che credono
Virgilio cristiano senza Cristo, e tratta ciò di fanfaluca, di
baia degna di essere posta d'accanto ai centoni virgiliani e simili
puerilità[298]. È da notarsi però che una certa dottrina teologica e
qualche passo del vangelo spingeva a cercar profeti di Cristo anche fra
i gentili, e che se esistevano oracoli sibillini i quali evidentemente
parlassero di Cristo, come nel famoso acrostico, gl'increduli dicevano
che questi erano apocrifi e fattura di cristiani; e siccome ciò era
del tutto vero, difficile rimaneva dimostrare il contrario. Quindi
l'ecloga di Virgilio fondata sull'oracolo sibillino, non potendosi
in alcuna guisa tacciare di apocrifa, presentava il più alto valore,
ed infatti da questo aspetto essa è considerata così nel discorso di
Costantino, come anche da Agostino. Per tal guisa anche a coloro che
credevano non avere Virgilio inteso il senso ch'essi attribuivano a
quel'ecloga, questo poeta appariva come tale che, quantunque senza
saperlo, offriva una testimonianza, un argomento alla fede. Perciò
divulgatasi la cosa[299] e scesa anche fra il popolo, Virgilio divenne
il compagno della Sibilla ed insieme con David Isaia e gli altri
profeti, figurò fino ai tempi del risorgimento, nelle rappresentazioni
sacre o misteri; e tale idea assumendo forme leggendarie andò con
varia vicenda a mescolarsi all'idea popolare del Virgilio mago; di che
parleremo a suo luogo. La pretesa irresistibilità di quell'argomento
diede pure origine a leggende ecclesiastiche di conversioni prodotte
dai versi della quarta ecloga, come quella di Stazio[300] resa celebre
da Dante, e quella dei tre pagani Secundiano, Marcelliano e Veriano,
i quali subitamente illuminati dai versi «Ultima Cumaei etc.» di
persecutori dei cristiani divennero martiri di Cristo[301]. Un'altra
leggenda narra di Donato vescovo di Fiesole (IX sec.) che presso a
morire apparve in un'adunanza di confratelli e fece la sua professione
di fede dinanzi ad essi, introducendo fra le sue parole quelle del
poeta «Iam nova progenies etc.» dopo di che spirò[302]. Papa Innocenzo
III cita quei versi virgiliani in conferma della fede in una predica
del Natale[303], ed in senso cristiano essi furono intesi nel medio evo
e poi, da uomini di grande autorità, come Dante[304], Abelardo[305],
Marsilio Ficino[306], per tacere dei minori. E Virgilio entrato così
nel corteo del cristianesimo trionfante, fu spessissimo rappresentato
nelle chiese dall'arte cristiana, fra i profeti di Cristo. Negli stalli
della catedrale di Zamora (XII sec.) in Spagna, fra le numerose figure
di veggenti dell'antico testamento, si trova quella del poeta romano,
accompagnata dalla parola _progenies_ del noto verso[307]; così pure
figura Virgilio nelle pitture del Vasari in una chiesa di Rimini; nelle
pitture del Sanzio in S. Maria della Pace in Roma, le parole _Iam nova
progenies_ servono di distintivo alla Sibilla Cumea. Dal risorgimento
in poi i dotti disputarono pro e contro l'interpretazione cristiana di
quell'ecloga[308]; ed anche oggi che il medio evo è finito da un pezzo,
ma molti tendono a conservarne certe eredità, non manca chi seguiti a
prendere sul serio l'antica fola[309].



CAPITOLO VIII.


Se da questo lato c'era un merito che raccomandava i classici e
principalmente Virgilio ai cristiani, da un altro lato c'era anche
una via che serviva a diminuire quella ripugnanza che i cristiani
dovevano provare per la immoralità e gli assurdi dell'antica favola;
la qual ripugnanza era cosa tanto più naturale, che già assai prima
dei cristiani l'aveano provata gli stessi antichi filosofi pagani.
Taluni di questi, come Senofane, Eraclito ed altri aveano condannato,
senza troppi riguardi, quelle favole e i poeti che n'erano i depositari
e i propagatori; ma quelle e i poeti aveano troppo stretti legami
con l'animo della nazione, perchè siffatte condanne potessero avere
altro valore che quello di una eccentricità qualsivoglia. Altri
più concilianti e più delicati apprezzatori dei prodotti, in altro
rispetto sì maravigliosi, del genio nazionale, aveano cercato una
via per mettere d'accordo miti, leggende e autorità di grandi poeti
coi risultati della speculazione filosofica, e l'avean trovata,
com'essa si offre in questi casi spontanea, nell'allegoria[310]. Molti
usarono di questa, ma gli stoici principalmente le diedero quasi una
consecrazione scientifica, come quelli che più di altri ad usarne erano
spinti dal largo posto che nel loro sistema teneva l'idea religiosa,
e dal nesso che ponevano fra questa e la morale prattica, per cui non
potevano escludere affatto la credenza popolare esistente, ma doveano
tenerne conto, come di elemento importante, e non trascurarla, ma
anzi, riducendone il significato, conservarle autorità[311]. Ben più
grande però doveva esser l'uso che di quel mezzo si fece allorchè
l'antica religione non si trovò più alle prese con una classe di freddi
pensatori, ma dovette combattere corpo a corpo con una religione
novella più omogenea ai progressi del pensiero e del sentimento, e
coll'ardore fanatico di chi a tutto si esponeva e tutto tentava per
farla trionfare nel mondo. Fu allora, in quelle lunghe ed accanite
lotte, l'allegoria un'arma difensiva delle più adoperate, e non meno
in un campo che nell'altro, come cosa già familiare ad ambedue. I
pagani erano spinti a ciò dall'ultima fase della loro religione che,
sopraffatta dalla ormai vecchia maturità del pensiero, era naturalmente
attratta a conciliarsi con questo, trovando un mezzo nell'allegoria.
Quella idea religiosa si disfaceva nel misticismo, aprendo l'adito per
una via sincretistica alle religioni d'oriente, positive, dogmatiche,
più veramente teologiche, e più pregne di significato astratto di
quello fosse il vecchio mito naturalistico; e preparava così il trionfo
del cristianesimo. Una filosofia se non rigorosamente critica, certo
caritatevole, gittava il suo manto sulle troppo crude nudità di quegli
antichi Dei ed eroi, che pure erano mantenuti sempre dinanzi agli occhi
di tutti dalle antiche e ancor vivaci fonti della universale cultura.
Quel manto non difese certamente a lungo l'antica religione che dovette
soccombere, ma pur protesse non poco le lettere antiche in grembo alla
società cristiana o ancora pugnante, o ancor calda delle lotte, o già
tranquillamente satollantesi dei suoi trionfi. Esso ebbe tanto maggiore
efficacia rimpetto a questa che l'allegoria, l'anagoge, il simbolo
eran cose tradizionali nel cristianesimo stesso, religione mistica di
sua natura, e di lunga mano abituata dagli enimmi dei profeti e dalle
parabole dei sapienti d'Israello e di Cristo stesso, a cercare nella
parola un senso alto e riposto sotto il velo del significato materiale
ed apparente. Nè poi, quantunque tanto diverso d'origine e di natura
dagli scritti dei poeti classici, l'antico libro considerato come base
divina del giudaismo e cristianesimo, aveva men bisogno di conciliarsi
in molte parti, coi progressi dell'esperienza e della riflessione.
Già i giudei alessandrini usavano largamente dell'allegoria per porre
(dicevano essi, mentre in realtà facevano l'inverso) d'accordo la
filosofia colla Bibbia. È noto quanto poi ne usasse l'esegèsi cristiana
in ogni tempo[312]. Guardiamoci dal pensare a male, sia per l'una sia
per l'altra religione, come spesso leggermente si suole, dinanzi a
questo espediente, considerandolo come frutto di un freddo calcolo,
come una pia impostura suggerita da uno scopo religioso. È una via
nella quale quasi istintivamente e di buona fede sono condotti uomini
la cui mente è dominata e contrastata da due autorità ad un tempo,
opposte fra loro, eppur tali che niuna di esse puossi onninamente
rifiutare. È una specie di allucinazione dialettica figlia di quei
caldi convincimenti che hanno la loro prima base in un sentimento
vivace e gagliardo.

L'allegoria fu applicata dagli antichi all'assieme dei fatti
mitologici, e singolarmente alla parola dei poeti che, in mancanza
di un codice religioso, erano le sole autorità scritte delle comuni
credenze. I soli poeti antichi però che abbiano subìto una intiera
interpretazione allegorica sono stati Omero e Virgilio, benchè per
vie e per cause molto diverse. Per gli antichi che cercavano autorità
scritte delle credenze popolari, niuna ve n'era naturalmente che avesse
il peso di quella di Omero, sia per la sua antichità preistorica,
sia per la miracolosa possa di genio che si rivela in quella poesia,
sia pel carattere, l'importanza e l'uso nazionale di essa. Esiodo non
veniva che in seconda linea. In una religione figlia della natura e
sorella quindi della poesia, anzi tutta poesia essa stessa, il primo
e il sommo dei poeti è la più alta autorità concreta, a cui, oltre al
_si dice_ degli uomini, si possono riferire le credenze religiose, ed
è perciò pensiero naturale, quantunque in altro senso non accettabile,
quello di Erodoto, il quale considera Omero come padre della religione
e della morale greca. Quindi le numerose esposizioni allegoriche
di Omero che partendo dai filosofi per le ragioni sopra dette,
si divulgano poi anche all'infuori delle scuole filosofiche[313].
Virgilio, poeta essenzialmente moderno rispetto ad Omero, era ben
lungi dall'avere questa sorta di autorità per la quale, oltre al
resto, l'essere molto antico e l'avere valore di monumento era cosa
indispensabile. Finchè dunque durò quella sua modernità, quantunque
assai massime si traessero con grande rispetto da lui, pure niuno
poteva pensare a considerare come composizione allegorica un poema che
tutti sapevano non esser tale nè per l'indole del poeta nè per la nota
natura del suo scopo. Un'autorità così universalmente nota e venerata
era naturalmente da ciascuno contemplata in ordine alla propria sfera;
Seneca ci dice come Virgilio fosse considerato dal grammatico, come dal
filosofo[314]; questo non cercava ancora allegorie nel poeta (Seneca
che era nemico di queste, com'è noto, l'avrebbe detto) e limitavasi
a notare e a svolgere quelle fra le idee espresse da lui che erano di
natura filosofica. Quando però l'ambiente intellettuale cambiò natura,
ed in quello il nome del poeta ingrossò in forme ed in proporzioni
irrazionali, subì anche Virgilio la tortura dell'interpretazione
allegorica. Ma ciò ebbe luogo unicamente perchè, per le cause che
abbiam veduto, l'allegoria era allora in voga, e perchè il pensiero,
avido di fantastica speculazione, non poteva capacitarsi che un uomo
tanto eccezionalmente sapiente, come si figurava Virgilio, non avesse
nascosto sotto le ingenue favole dell'Eneide qualche cosa di più
profondo e più importante. Virgilio adunque non subì l'allegoria come
difesa dell'antica religione, e neppure come un mezzo apologetico di
cui i pagani si volessero servire in favor suo contro i cristiani;
chè realmente di fare una simile cosa per Virgilio i pagani non si
occuparono mai; ei la subì unicamente da un aspetto filosofico e per
effetto della idea stranamente esagerata che si avea di lui come
filosofo; come una maniera d'interpretazione allora assai comune,
non solo fra i filosofanti, ma anche fra i grammatici. Perciò essa
gli fu applicata con eguali convincimenti e senza polemica, tanto da
pagani quanto da cristiani, ed i sensi riposti che gli uni e gli altri
trovarono in esso furono di un ordine puramente etico e filosofico,
anzichè religioso; generalmente si riferiscono alle vicende della vita
umana nelle sue aspirazioni verso il perfezionamento.

La perdita di molti monumenti fa che nella letteratura pagana oggi
non ci rimangono che scarse tracce di quella interpretazione, e le
abbiamo notate già parlando di Donato, di Servio, di Macrobio. Il più
cospicuo saggio che ne possediamo è opera di un cristiano, di Fabio
Planciade Fulgenzio, scrittore di cui l'età precisa non si è finora
potuto stabilire[315], ma che di certo non può esser posteriore al
sesto secolo. Il _De Continentia Virgiliana_, in cui Fulgenzio dichiara
_ciò che si contiene_, o meglio ciò che _trovasi riposto_ nel libro di
Virgilio, è uno dei più strani e curiosi scritti del medio evo latino,
e ad un tempo è il più caratteristico monumento della nominanza del
poeta in mezzo alla barbarie cristiana[316]. In un preambolo l'autore
si affretta a dichiarare ch'ei restringerà il suo lavoro alla sola
Eneide, poichè le Bucoliche e le Georgiche contengono sensi mistici
tanto profondi che non v'ha quasi arte capace di penetrarli appieno;
il perchè egli a ciò rinunzia[317] non essendo cosa dalle sue spalle,
chè troppa scienza ci vorrebbe, essendo il primo delle Georgiche
tutto astrologico, il secondo fisionomico e medico, il terzo tutto
relativo alla aruspicina, il quarto musicale, non senza essere in
fine anche apotelesmatico; curiosa enumerazione che ha luogo anche
per le Bucoliche. Il dabben uomo vuol essere propriamente filosofo;
ma, dic'egli «lasciando in disparte l'acredine alquanto rancidetta
dell'elleboro Crisippesco, parlerò alla buona colle muse»; e qui
esce in cinque esametri nei quali, per tanta opera che intraprende,
invoca l'aiuto delle muse «ma di tutte le muse, che una sola non gli
basterebbe»[318]. Grazie a questa concessione propiziatoria fatta alle
muse, ottiene di avere dinanzi a sè lo spettro di Virgilio stesso.
L'atteggiamento di quella larva veneranda è imponente, serio, come di
poeta assorto nella meditazione di novelle creazioni. Con una umiltà
che contrasta in modo singolare colla presunzione cerretanesca che
domina in questo libro, come in tutti gli altri scritti suoi, Fulgenzio
gli chiede di scendere dalle altezze sue e di rivelare a lui i misteri
delle sue poesie, non i più profondi, ma i più accessibili ad una
povera e barbara mente[319]; al che il poeta annuisce, quantunque gli
parli con un sussiego ed un cipiglio da far paura[320] e lo chiami
costantemente _omicciattolo_ (homuncule). Dichiara adunque ch'egli nei
dodici libri dell'Eneide ha voluto porgere una immagine della vita
umana. Facendosi a svolgere e mostrare questo filosofico senso nei
particolari, si ferma assai lungamente sul primo verso in cui vien
dichiarato il soggetto del poema, e con una farragine di stramberie
incoerenti, arriva al riposto significato delle tre parole _arma_,
_virum_, _primus_ che quel verso contiene. «Tre gradi, dic'egli, sono
nella vita umana: il primo è _avere_; il secondo è _reggere ciò che
si ha_; terzo _adornare ciò che si regge_. Questi tre gradi tu li
ritrovi in quel mio verso. _Arma_, cioè la virtù, si riferisce alla
_sostanza corporea_; _Virum_, cioè la sapienza, si riferisce alla
_sostanza intelligente_; _Primus_, cioè principe, si riferisce alla
_sostanza adornante_; talchè tu hai qui per ordine _avere_, _reggere_,
_ornare_. Così nel simbolo di un racconto abbiamo effigiato la normale
condizione della vita umana; la natura in prima, poi la dottrina, terza
la felicità». Dichiarato così il preambolo (antilogium), si accinge
il poeta alla esposizione della materia contenuta nei singoli libri
dell'Eneide; se non che ei fa poco caso del suo interlocutore, nè esita
a dirgli, senza ambagi, che prima d'andare innanzi vuole assicurarsi di
non parlare ad «orecchie arcadiche» e, quasi dubiti che colui abbia mai
letto l'Eneide, gli chiede un sunto dei fatti narrati nel primo libro
del poema[321]. Fulgenzio, senza punto mostrarsi offeso, condiscende
al desiderio del poeta. Così rassicurato, intraprende Virgilio la
esposizione del primo libro e dei seguenti. Noi qui non riferiremo
che un sunto dell'assieme e le parti più spiccanti, chè riferir tutte
dettagliatamente queste pazze cose sarebbe troppo pesante per noi e pei
lettori.

Virgilio adunque dichiara che il naufragio d'Enea significa la
nascita dell'uomo, il quale dolente e lagrimoso entra nelle procelle
della vita; Giunone che muove il naufragio è Dea del parto, ed
Eolo che la serve è la perdizione[322]; Acate significa i dolori
dell'infanzia[323]; il canto di Iopa, è il canto delle nutrici. I
fatti del II e del III libro si riferiscono tutti all'infanzia, avida
di maraviglie e di racconti favolosi, come pure ad essa infine del
III si riferisce il Ciclope, che ne simboleggia, coll'occhio unico
sulla fronte, il poco intelletto e l'animo prono ad alterigia, il
quale è domato da Ulisse, che è il senno. Il periodo dell'infanzia
chiudesi colla morte ed i funerali del padre Anchise, cioè coll'uscire
dalla tutela paterna. E allora (IV lib.) libero di sè stesso l'uomo
si dà ai piaceri della caccia e dell'amore; e la vertigine della
mente (bufera) lo conduce alle tresche illecite (Didone), finchè
ammonito dall'intelletto (Mercurio) ritorna in sè e lascia quelle;
l'amore abbandonato muore incenerito (fine di Didone). Tornato al
senno, l'animo (V lib.) richiama gli esempî della memoria paterna
e si dà a nobili esercizi (giuochi funebri in onore di Anchise), e
l'intelletto trionfante annienta gl'istrumenti dell'aberrazione (le
navi bruciate). Così corroborato (VI lib.) si rivolge alla sapienza
(tempio di Apollo) non senza prima essere stato liberato dalle
allucinazioni (Palinuro)[324], ed aver deposta la vanagloria (sepoltura
di Miseno)[325]. Munito del ramo d'oro, cioè del sapere che apre
l'adito alle riposte verità, intraprende il viaggio della filosofica
investigazione (discesa all'inferno); e prima di ogni cosa a lui si
rivelano nel triste essere loro i mali della vita umana, e passa,
guidato dal tempo (Caronte)[326], l'onda agitata e torbida degli atti
giovanili (Acheronte)[327], ode le querele e i litigi che dividono gli
uomini (Cerbero latrante), e che il miele della sapienza sa acquetare.
Così procede alla conoscenza della vita futura, delle sanzioni del bene
e del male, e dinanzi a quelle ripensa alle passioni (Didone) ed agli
affetti (Anchise) della sua gioventù. E l'animo fatto così sapiente
(VII lib.) si libera dalla ferula precettrice (funerali della nutrice
Caieta), e giunto alla desiderata Ausonia, cioè agl'incrementi[328]
del bene, sceglie a consorte la fatica e la lotta (Lavinia)[329] e fa
suo alleato (lib. VIII) l'uomo dabbene (Evandro); nella qual società
impara i trionfi della virtù sul male (Ercole e Caco). Fattosi usbergo
dell'ardente anima sua (armi fabbricate da Vulcano) si slancia nella
lotta e combatte (IX, X, XI, XII) contro il furore (Turno)[330], il
quale guidato dalla ebbrezza prima (Metisco), e poi dalla pervicacia
(Juturna = diuturna) ha seco l'empietà (Mezentius, contemtor deorum)
e l'irragionevolezza (Messapo)[331]. Tutto finalmente conquide la
sapienza trionfatrice.

Per quanto possa parere strana cosa questa interpretazione nel
sunto assai ristretto che ne abbiamo dato, difficile rimane sempre
immaginare il grado di stranezza che raggiunge qual'è svolta e
sostenuta nell'originale. È chiaro che sarebbe vano chiedere a simili
fantasticherie una solida base; ma pure sono anch'esse suscettibili
di una qualche finezza di congegno, e possono raggiungere una certa
speciosità che le rende capaci talvolta di recar diletto ed anche,
date certe disposizioni, di allucinare, come si è visto in assai
esempi antichi e moderni. Ma il procedere di Fulgenzio è così violento
ed incoerente, egli calpesta ogni regola di buon senso in modo così
aperto, grossolano e quasi brutale, che mal s'intende come un cervello
sano abbia potuto concepire sul serio un così pazzo lavoro e meno
ancora come cervelli sani abbiano potuto accettarlo e prenderlo in
seria considerazione. Egli è tanto lontano dal badare ad una legge
qualunque, che neppure alla finzione da lui stesso immaginata si
attiene costantemente, e in qualche luogo Virgilio, dimenticando
di esser Virgilio, parla come fosse Fulgenzio[332]. E l'ignoranza
accoppiandosi alla spensieratezza, in bocca al poeta è posta una
citazione di Petronio ed anche una del più tardo Tiberiano! A questa
grossa ed inescusabile oscitanza va pure attribuito che il libro,
qual'è, non ha chiusa, poichè l'autore dimentica in fine che avendo
fatto parlare Virgilio fin lì, deve riporsi in iscena egli stesso
per congedarsi dal lettore[333]. Proporzionalità di parti nel lavoro
non ce n'è alcuna; mentre sul primo verso dell'Eneide si dilunga per
più pagine, passa poi a piè pari e con poche righe intieri libri. Il
solo su di cui si trattenga con minor fretta è il sesto che, come
vedemmo, parlando di Servio, fu considerato come il più ripieno di
sensi profondi. Non parlo del linguaggio, strano aborto di una barbarie
tanto deficiente di cognizioni quanto priva di gusto, che pur vuole
affettare con molto sussiego grande ricercatezza, con frasi stranamente
lambiccate e contorte e con vocaboli peregrini pescati d'ogni dove
e usati anche impropriamente[334]; nè delle etimologie arbitrarie
e tagliate coll'ascia assai peggio di quanto solessero farlo altri
antichi.

Degno di nota è il tipo di Virgilio. Qui il poeta è un barbassoro
accigliato, tenebroso, brusco e superbo, vale a dire precisamente
il contrario di quella mite, dolce e modesta anima che spira nella
sua poesia, che tutte le notizie biografiche gli attribuiscono, e
che Dante ha così fedelmente ritratto. Per quelle menti barbare tale
doveva essere il tipo ideale del sapiente, circondato di caligine come
il sapere d'allora, che tornava quasi alle condizioni delle prime sue
origini, nelle quali si copre di un poetico mistero. Fra questa gente,
come vedesi non solo in Fulgenzio, ma già in Macrobio (singolarmente
nello scritto sul Sogno di Scipione), e poi in Marziano Capella,
in Boezio e in tanti altri, esso perdendo la sua base razionale e
sottrattosi a quelle necessità dialettiche che spingono alla calma
l'animo, quand'anche ispirato e divinante, del dotto, tradisce la
sua debole natura accompagnandosi e reggendosi sempre nelle sue
produzioni con una specie di orgasmo poetico più o meno intenso e
pronunziato; come cosa che imponendosi dal di fuori all'animo rozzo
e mal preparato, lo rende attonito e lo fanatizza stranamente. Quindi
quel mescolare di verso e di prosa che distingue Capella, e Boezio ed
anche Fulgenzio. In quell'orgasmo, che alle menti colte e addestrate
alla critica scientifica par quasi morboso, niuno penserebbe mai a
riconoscere quelle scintille di poesia che nascono nell'animo dalle
sospirate e felici intuizioni del vero. In tal condizione di spirito
il più alto sapiente apparisce come una natura mistica, divinamente
ispirata e quasi estramondana. Tale è Virgilio per Fulgenzio. Chi
ben consideri, questo tipo non è altro che uno sviluppo ulteriore
di quello che già abbiamo trovato in Macrobio ed in generale fra
i pagani della decadenza. Fulgenzio ha seguìto lo stesso indirizzo
mettendoci di suo quanto poteva suggerirgli la barbarie e la rozzezza
propria e del suo tempo, il quale benchè producesse taluni uomini
a lui assai superiori, pure, singolarmente nell'ordine del sapere
laico, è da lui assai adequatamente rappresentato, così nei gusti e
nelle idee come nella misura delle cognizioni. Certo, il concetto
fondamentale della sua interpretazione non può dirsi originale;
chè l'idea di cercare in Virgilio un pensiero riposto relativo
alla vita umana ed alle sue vicende, trovasi già, come vedemmo,
presso altri anteriori. Nella stessa guisa, anzi anche molto meno,
potrebbe dirsi originale l'idea dell'altra e maggiore sua opera il
_Mythologicon_. Quanto abbia in queste messo di suo, quanto preso da
altri, non sarebbe facile precisare, nè qui il luogo d'intraprenderne
la ricerca. Quel che qui è necessario pel nostro tema notare molto
attentamente è questo, che quantunque Fulgenzio sia cristiano e
si mostri anche ferventemente tale, nè il _Mythologicon_ nè il _De
Continentia_ sono scritti, come forse taluno potrebbe pensare, con un
intendimento apologetico, onde conciliare la tradizione classica col
cristianesimo. Non v'ha parola che alluda alla guerra dei cristiani
contro di quella, non una che accenni ad una difesa di essa contro
un attacco qualsivoglia. Il principio fondamentale, vero movente
dell'opera, è puramente filosofico; la conciliazione delle favole
antiche, non già col cristianesimo, ma colla filosofia. Evidentemente
il _De Continentia_ si connette direttamente col _Mythologicon_,
di cui costituisce come un'appendice ed a cui infatti è anche di
data posteriore[335]. Pel posto che occupava Virgilio nella cultura
d'allora, colui che avea applicato l'allegoria ad interpretare
filosoficamente la farragine delle antiche favole, era, per lo stesso
momento, indotto ad una simile interpretazione della notissima favola
dell'Eneide, che quasi costituiva un piccolo ciclo separato da non
confondere col resto, che era principalmente greco. Come poi alla
prima era criterio fondamentale l'idea generale dell'altezza del
pensiero antico, così a questa lo era il concetto di uno straordinario
sapere e di una maravigliosa profondità di mente del poeta. Perciò
nel _Mythologicon_ sono introdotte a parlare Urania e la Filosofia,
nel _De Continentia_ Virgilio stesso. Fulgenzio adunque trovasi sul
piede degli stoici, come dei filosofi e dei grammatici della decadenza;
la sua qualità di cristiano, quantunque incidentemente si manifesti,
non contribuisce per nulla alla natura dell'opera. Ben si riconosce
però nel _De Continentia_ quella specie di condizione privilegiata
che fra gli scrittori pagani ebbe Virgilio dinanzi ai cristiani. C'è
l'idea che la miracolosa potenza del suo ingegno lo abbia avvicinato
assai ai principî, singolarmente etici e filosofici, della nostra
religione, tanto che quando ei pronunzia cosa che questa non potrebbe
ammettere, Fulgenzio lo interrompe esprimendo la sua maraviglia che
in quell'errore abbia potuto cadere colui che seppe dire «Iam redit et
virgo etc.»[336]. Virgilio risponde: «Se fra tante verità stoiche non
avessi errato con qualche principio epicureo, non sarei pagano. Poichè
conoscere tutti i veri non è dato ad altri che a voi, pei quali brillò
il sole della verità. Ma non sono qui venuto a parlare di queste cose».
Lo stesso consenso e la stessa impazienza si manifesta in altri due
luoghi nei quali Fulgenzio rammenta parole del testo sacro o principî
cristiani che si trovan d'accordo con quanto dice il poeta; in altri
due il poeta non risponde affatto[337]. Ed invero quelle interruzioni
sono estranee allo scopo dell'opera, e come tali le considera l'autore
stesso; ma erano naturalmente suggerite dal tipo ideale di Virgilio che
viveva allora nelle menti dei cristiani. Così, senza nulla di violento,
ma per una via naturale e continua che aveva il suo principio nella
stessa tradizione classica, il Virgilio di Fulgenzio, ossia il Virgilio
della barbarie cristiana, viene ad avere in sè delle cause di simpatia,
che diminuiscono notevolmente le incompatibilità fra lo scrittore
pagano e i seguaci di Cristo. Questo tipo nel quale domina già l'idea
medievale che, in mezzo alle cause d'errore, la ragione umana fosse
arrivata, per quanto poteva senza miracolo e senza rivelazione,
a principî omogenei anche ad anime cristiane, non è che un rozzo
precursore di quello che troveremo raffinato e sublimato nella poesia
dantesca.

Fulgenzio è tutt'altro che un dotto od un pensatore, ma fa ogni
sforzo per parer tale non esitando neppure ad inventar nomi di autori
e di opere che mai non esisterono[338], affine di dare un carattere
più peregrino al suo sapere; vecchia arte già adoperata, non senza
successo, anche in tempi ben più illuminati[339], e di cui la decadenza
e il medio evo offrono parecchi esempi[340]. Egli può considerarsi
come la caricatura di quelli che lo precedettero e lo seguirono nello
stesso arringo di queste interpretazioni allegoriche, fra i quali pur
troviamo uomini di un valore incontestabile. Qual ch'ei fosse, egli era
troppo naturale prodotto dell'epoca sua perchè questa non gli facesse
buon viso. Il medio evo, colla ingenuità che lo distingue, credette
davvero scorgere in lui un uomo di molta dottrina e di mente profonda
e fece gran caso delle sue opere. L'uso che ne fece è attestato dai
manoscritti superstiti che non sono pochi. Sigeberto di Gembloux (XI
sec.) è quasi spaventato da tanto acume[341], ed ammira quest'uomo
che ha saputo «cercar l'oro nel fango di Virgilio»[342]. Lo scoliasta
di Germanico è interpolato con luoghi del _Mythologicon_, e qualche
simile interpolazione trovasi anche nelle favole d'Igino. Il secondo
e terzo mitografo vaticano ed in parte anche il primo hanno attinto,
più o meno, da Fulgenzio; fatti questi di non lieve importanza
quando si consideri che tanto le favole d'Igino quanto taluni dei
mitiografi vaticani (singolarmente il primo) furono certamente libri di
scuola[343].

Questa interpretazione allegorica vegetò assai bene sotto il freddo
sole della scolastica. Bernardo di Chartres scrisse un commento
ai primi sei libri dell'Eneide, nel quale sostiene che Virgilio in
questi libri «come filosofo descrive la natura della vita umana....
e quel che faccia o soffra lo spirito umano mentre temporaneamente
rimane posto nel corpo»[344]. Questa idea di Bernardo di Chartres è
pure accolta da un altro uomo dei più ragguardevoli del secolo XII,
Giovanni di Salisbury. Egli nota che Virgilio «sotto il velo delle
favole esprime le verità della filosofia intiera»[345] e trova che il
successivo svolgimento dell'anima umana è pur seguìto nei sei primi
libri dell'Eneide. Enea, secondo lui, non è altro che l'animo, cioè
l'abitatore del corpo «poichè ennaios vuol dire appunto abitatore».
Così seguitando trova nel primo libro dell'Eneide, sotto l'imagine
del naufragio, espresse le vicissitudini dell'infanzia che ha pur
le sue procelle, nel secondo le espansioni e le curiosità ingenue
dell'adolescenza che molto apprende di vero e di falso, nel terzo la
gioventù coi suoi errori, nel quarto gli amori illeciti, nel quinto
la maturità virile e prossima alla vecchiezza, nel sesto infine, col
raffreddarsi delle passioni e col mancar delle forze, la vecchiaia e
la imminente decrepitezza[346]. E come un tempo Donato nell'ordine in
cui Virgilio venne componendo le tre opere sue, credette riconoscere
un rapporto con tre grandi fasi della storia dell'umanità, così nel
più avanzato medio evo non mancò chi in quelle volesse scoprire le
tre categorie psicologiche della vita umana, distinte comunemente
dalla filosofia d'allora, e riconoscere la vita contemplativa nelle
Bucoliche, la sensuale nelle Georgiche, l'attiva nell'Eneide[347]. Non
v'era libro, non fatto o racconto, che a quel tempo non si credesse
capace di una interpretazione morale o filosofica, ed era comune la
dottrina dei quattro sensi che possono trovarsi in una scrittura,
il letterale, l'allegorico, il morale, l'anagogico. Una categoria
d'idee preoccupava le menti e infervorava l'anima; in ogni cosa si
cercava imagini di quella e rapporti palesi o nascosti con quella.
Dopo di essere stata un mezzo di conciliazione fra la filosofia e i
fantasmi poetico-religiosi dell'antichità, dopo di aver servito di
arme difensiva a due religioni in conflitto, l'allegoria era rimasta,
come ordigno di grande e comune uso, nell'armamentario teologico,
attagliandosi perfettamente, ed assai meglio che alla filosofia
antica, alle esigenze dialettiche della fede cristiana. Così essa
ebbe parte notevole nella curiosa intelaiatura di quel fragile ma pur
non inutile ponte, posto fra la teologia monastica e la speculazione
laicale, che fu la scolastica, ed in epoca in cui que' due elementi
influenzavano profondamente il pensiero, questo divenne tanto docile a
quella palestra, oggi non più tollerabile, che non solo sostenne senza
recalcitrare l'allegoria nell'esegesi e si avvezzò a darle peso nel
raziocinio, ma anche nei suoi prodotti si sentì naturalmente condotto
ad esprimersi per quella via indiretta e ad allegorizzare, come vediamo
anche nella Divina Commedia, che è il più alto e significativo portato
di quella età. Di questa dottrina parla Dante esplicitamente anche
nel Convito, dove pure non lascia di farne applicazione a Virgilio
rammentando «il figurato che del diverso processo delle etadi tiene
Virgilio nell'Eneide» e spiegando poi nello stesso libro questo senso
figurato dell'Eneide in modo poco diverso da quello di Giovanni di
Salisbury[348]. Neppure il risorgimento rinunziò intieramente a questa
esegesi allegorica di Virgilio, ammessa anche allora da uomini illustri
quali Leon Battista Alberti, e Cristoforo Landino[349].



CAPITOLO IX.


Quantunque in libri di uso scolastico trovinsi alcuni miti interpretati
allegoricamente secondo il _Mythologicon_ di Fulgenzio, non è da
credere che l'interpretazione allegorica dell'Eneide, quale trovasi
nel _De Continentia_ fosse svolta in quelle scuole elementari di
grammatica alle quali propriamente apparteneva Virgilio come testo
scolastico. Quella ricerca di sensi arcani nel libro del grande
poeta, quello scrutare nelle profondità del sapere maraviglioso che
a lui si attribuisce, è opera, come già vedemmo in Macrobio e vedesi
anche in Fulgenzio, di gente che vuol essere affatto estranea alla
scuola e tenersi molto al di sopra di essa[350]. Il maestro che
avesse voluto esporre quella allegoria sarebbe stato obbligato ad un
corso speciale su Virgilio, nel quale tutta l'Eneide fosse commentata
in modo continuo, con uno scopo diverso da quello del materiale
insegnamento della grammatica latina, a cui principalmente doveva
servire l'esposizione di Virgilio nelle scuole medievali. Curioso e
interessante sarebbe conoscere dappresso queste scuole e i maestri e
il loro insegnamento, studiare l'uso di Virgilio in quelle e l'idea
che ne riportavano gli scolari. Ma un'ombra fitta ricopre, nel medio
evo, questo importante ramo di attività, allora più che mai modesto
ed oscuro. A farci però un'idea assai sufficiente della natura e del
livello di quell'insegnamento servono quelli che possiamo considerare
come i monumenti scolastici dell'epoca, e che possediamo in buon
numero, cioè le grammatiche, e i commenti a Virgilio e ad altri autori.

Il numero degli scritti grammaticali composti dopo la caduta
dell'impero lungo tutto il medio evo, è assai considerevole. Taluni
sono opera di uomini che ebbero in un'altra sfera di attività, per
quei tempi più importante, la ragione di molta nominanza; altri sono
opera di grammatici di professione che limitarono a questo genere di
sapere laico la loro produttività. Il valore degli uni e degli altri
è nullo; più oscuri, quantunque alcuni assai adoperati e citati,
sono naturalmente i secondi. Quell'opera ha così poca pretensione
di originalità, è ridotta ad un uso talmente materiale e quasi di
mestiere, ed è considerata come di un ordine talmente secondario
rimpetto alla meta della vita intellettuale del tempo, che molto
facilmente essa diviene impersonale. Come per tante cose d'uso triviale
che servono ai bisogni della vita giornaliera, il nome dell'autore
poco importa. Perciò gli autori meglio conosciuti sono quelli che
si distinsero nel campo ecclesiastico ed in questo campo istesso
trovarono la ragione di scendere al più modesto ufficio di grammatici.
Degli altri molto spesso non si conosce neppure il nome, e di rado
qualche cosa più di questo; di non pochi in mancanza di dati esterni
e d'ogni speciale caratteristica interna, oggi è impossibile segnare
l'età precisa. Molti scritti grammaticali, che certamente non furono
pubblicati anonimi, sono giunti a noi senza nome d'autore attraverso
alle copie fattene pel volgare uso della scuola. Quelli scritti
sono in generale considerati e trattati come proprietà comune; si
aggiunge, si toglie, si modifica a capriccio e senza riguardo veruno;
e quest'uso dura come cosa ammessa fino alle ultime epoche del medio
evo. Alessandro da Villedieu (sec. XIII), nel prologo al suo glossario
in versi, prega di fare aggiunte o modificazioni al suo lavoro con
moderazione ed in margine; e deplora l'inconveniente che deriva
dall'usare in questo troppa libertà[351]. Scopo propriamente filologico
non c'è; tutti compongono per una ragione prattica. Così Cassiodoro,
Isidoro, e i dotti, distinti per quel tempo, delle scuole irlandesi
ed anglo-sassoni, Beda, Aldelmo, Clemente e gli altri; nè altrimenti
i numerosi autori di scritti grammaticali che provocò il movimento di
resurrezione impresso da Carlomagno a questi studi; Smaragdo, Alcuino,
Rabano Mauro non iscrivono di grammatica che in vista delle scuole
riaperte per cura di quel principe. Nè filologico è il nuovo carattere
che presentano gli scritti grammaticali, influenzati nella parte
teorica dalla scolastica, dal XII secolo al XV. In tanta decadenza
degli studi laici il solo fare qualcosa in questo genere basta a dare
un merito all'autore; non si chiede se fa bene o male, nè la critica
si trattiene in queste materie. Dinanzi alla povertà d'idee e di
cognizioni che è patente nei più distinti, spaventa il pensare al grado
che la barbarie e l'ignoranza dovea raggiungere fra il gregge più basso
e più triviale degli insegnanti di mestiere.

Il livello generale delle menti è bassissimo nè i maestri sono meno
imbarazzati nello scegliere e nel porgere le dottrine, di quello siano
gli allievi nell'intenderle e nel profittarne. Da questo imbarazzo
e da questa preoccupazione nasce il continuo sminuzzare, abbreviare
e rimpastare in mille maniere del vecchio materiale, «pro fratrum
mediocritate» come dice umilmente il titolo di un compendio di Donato
attribuito a torto ad Agostino[352]. Per molti altri esempi possono
servire le seguenti caratteristiche parole che trovansi premesse ad
un rimpasto di Donato che porta il nome di Beda[353]: «Il libro delle
arti di Donato è stato da molti talmente guasto e corrotto, ciascuno
aggiungendo liberamente ciò che gli piace o che prende da altri autori,
oppure inserendovi declinazioni, coniugazioni e simili cose, che
soltanto ne' più antichi manoscritti si ritrova puro ed intatto quale
l'autore l'ha pubblicato. Il che onde non si creda che anche da noi
si faccia, abbiamo voluto dire qui perchè sia stato posto assieme il
presente scritto. Tutti coloro che di quest'arte sanno anche più di
noi, ben conoscono che il prefato grammatico ha scritto la sua _Ars
prior_ per istruzione de' fanciulli, a domande e risposte, secondo
ch'egli giudicò potesse bastare agli ingegni ed agli studi del suo
tempo. Siccome però noi, ed altri come noi, siamo tanto ebeti ed
ottusi d'ingegno, che per lo più non sappiamo nè come interrogare nè
come rispondere, abbiam compilato, conforme alla pochezza del nostro
intendimento, questo libricciuolo non necessario per le menti più acute
e più destre, utile però, a nostro credere, alle più semplici e meno
pronte.»

Allorchè Carlomagno rinfocolava e richiamava a vita i vecchi studi
latini, già di mezzo al latino, tuttavia dominante nelle scritture,
si facevano strada i volgari neolatini, come già prima avean fatto
i volgari di popoli non latini o non latinizzati, di stirpe celtica
o germanica: ed insieme, nel grande abbassamento della cultura e di
mezzo alle gigantesche lotte di popoli, eransi anche pronunziate e
distinte le varie nazionalità, prima confuse nell'unità romana. Il che
naturalmente rendeva più ardua l'opera dei grammatici, che dovevano
ricondurre al latino menti già divenute troppo estranee ad esso; e la
massima parte di costoro essendo di stirpe non latina, ed avendo già la
coscienza della propria nazionalità, nel maneggiare l'antico materiale
latino, sentivano e spesso anche confessavano schiettamente la propria
barbarie[354], e malamente lottavano colle difficoltà da quella
procedenti. Così nella farragine di quegli scritti grammaticali regna
una ignoranza ed una confusione d'idee da sorprendere spesso anche i
meglio preparati. Il concetto della latinità è sempre vago e rozzo e
profondamente turbato dalla influenza dell'_uso_[355], ossia di quel
latino basso ed imbarbarito che viene generalmente usato come lingua
che pur vive benchè di vita artificiale, e trovasi esemplato nella
letteratura ecclesiastica, a cui non possono negare autorità, anche
grammaticale, uomini che la forma comune del pensare rende affatto
incapaci di porsi su piede esclusivamente profano[356]. Mancando
quindi un criterio ben solido ed applicabile con rigorosa coerenza,
tutto vacilla, e mentre tutto riposa sull'autorità, di questa stessa
autorità non si ha alcuna giusta idea che ne determini e circoscriva
la natura ed i limiti[357]. È un continuo andar tentoni, senza lume,
senza direzione, senza guida, fermandosi alla parola di qualsivoglia
libro capita dinanzi, senza badare a contradizioni, incompatibilità o
controsensi.

Oggi cercare la via di quelle menti in questi lavori, tentare di
seguirla, è impresa disperata, è uno strazio spietato del senso
comune. Chi però si è abbastanza internato in quella Babele, ed è
riuscito a ben concepire la natura ed il grado di quella confusione,
non si maraviglia vedendo sorgere di mezzo ad essa quella enimmatica
mostruosità, ridicola e trista ad un tempo, che è il Virgilio
Tolosano[358], il quale considerato rispetto a ciò che lo attornia,
e sul fondo da cui si distacca, fa l'impressione di una grottesca
ironia. È questo il solo grammatico del medio evo che possa realmente
dirsi affatto nuovo ed originale; ma quale originalità! Idee, fatti,
nomi d'autori, parole, regole, teorie tutto inventa la feconda sua
fantasia, fino a distinguere dodici specie diverse di latinità ed
a riferire Virgilio ai tempi del diluvio. Questo strano scrittore
che pretende ad una grandissima autorità grammaticale, e perciò vuol
chiamarsi Virgilio Marone, nello squallore dei tempi a cui appartiene
(VI-VII sec.), rammenta quei vegetali fetidi e di brutto aspetto che
nascono dallo imputridire delle foglie cadute in autunno. Dinanzi a
quel fatuo, incessante fantasticare si rimane perplessi ed attoniti, e
mal se ne intende lo scopo e la ragione; niuno fino ad oggi ha saputo
spiegarsi questo Virgilio intieramente. Dirlo un cerretano è poco,
vista la estensione del suo lavoro e il distacco completo dalle idee
e dalla tradizione comune; pensare ad una satira, non lo permette la
natura e il tono dei suoi scritti; è facile chiamarlo un eccentrico
o un mentecatto, scompiglia però non solo il non trovare in tutto il
medio evo una voce che si levi contro di lui, ma il vedere anzi che più
manoscritti hanno conservato i suoi lavori insieme a quelli di altri
grammatici, che Beda, Clemente irlandese ed altri uomini stimati citano
seriamente la sua autorità, ed il trovare nello scritto di un anonimo
intitolato _Hisperica famina_[359], nel _Polyptychum_ di Attone di
Vercelli[360] e in più altri scritti medievali[361] una strana latinità
convenzionale e misteriosa che fa ripensare a questo Virgilio, il quale
senza dubbio apparisce come un caposcuola autorevole e rispettato. Son
fatti questi che mostrano, in prodotti anormali e meramente patologici,
il marcido stato degli studi classici del medio evo. C'è in quanto
li concerne un'assenza di attenzione razionatrice, una sonnolenza
morbosa, per la quale il sapere, perduti i legami logici e la tessitura
teoretica che lo rendono vitale e compatto, rimane inerte nelle menti,
mescolato e confuso con sogni e fantasmi d'ogni maniera.

I sommi autori della grammatica sono sempre Donato e Prisciano, e
dopo di essi Carisio, Diomede e gli altri compilatori della decadenza;
intorno a questi però si accumulano un numero di autorità nuove, che
in fondo tutto desumono da essi e di nuovo non aggiungono che errori;
il numero sopratutto degli abbreviatori, rifacitori e commentatori di
Donato è veramente sorprendente. La confusione in più compilazioni
grammaticali arriva al punto che, con una cecità inaudita, le
fantasticherie del Virgilio grammatico sono citate di piè pari con
Donato e con Prisciano[362]. La stessa irrazionale mescolanza e strana
confusione si rivela nelle esemplificazioni delle dottrine grammaticali
e negli autori spiegati nelle scuole. Virgilio domina sempre come
prima autorità negli scritti grammaticali e come principale autore
scolastico; la sua vecchia e meritata fama di gran maestro nella
proprietà del dire non si perde mai[363]; ma agli antichi autori che
in quest'uso venivano un tempo dopo di lui si sono aggiunti poeti e
scrittori di picciol valore e anche d'infima lega, che pure sono citati
quasi fossero buoni modelli dello scriver latino e grandi autorità
di lingua. Prudenzio, Giuvenco, Sedulio, Avito, Prospero, Paolino,
Lattanzio figurano accanto a Virgilio, Lucano, Stazio, Giovenale.
E ciò comincia assai di buon'ora, come ognuno può vedere nel noto
libro di Isidoro. Nel libro _De dubiis nominibus_, di cui i MSS. più
antichi risalgono al IX secolo[364] l'autore più citato dopo Virgilio
è Prudenzio, poi Giuvenco e poi Varrone; quindi Paolino, Lattanzio,
Sidonio ecc. Talvolta uno stesso manoscritto riunisce glosse su poeti
diversissimi sott'ogni rapporto, quali per es. Virgilio e Sedulio[365].
Fra i poeti cristiani colui che godette di maggior voga e più fu letto
nelle scuole è Prudenzio, il «prudentissimus Prudentius» come lo chiama
Notker il Balbo[366]. Difatti, questo poeta, imitatore anch'egli di
Virgilio, è realmente il più notevole fra i poeti cristiani, e l'uso
che se ne fece è provato dai MSS. numerosi che ce ne rimangono, fra
i quali uno del VI secolo. Nè soltanto i poeti e i padri cristiani
sono citati nelle opere di grammatica e letti nelle scuole insieme
ai classici, ma anche al testo della vulgata la pia barbarie di quei
grammatici attribuisce autorità di lingua, perchè «ispirato dallo
Spirito Santo, più sapiente di Donato»[367].

E l'ignoranza è grandissima. Più d'uno e fra gli altri Smaragdo,
prende l'_Eunuchus comoedia_ e l'_Orestis tragoedia_ che cita Donato,
per due nomi di autori. Di greco non sanno neppur tanto da spiegare i
termini più comuni della scuola, ai quali talvolta assegnano etimologie
da sbalordire. _Poema_, secondo Remigio da Auxerre (IX sec.), vuol
dire _positio_; _emblema_ vuol dire _habundantia_[368]. Non parlo
delle questioni futili, delle difficoltà immaginarie, delle bizzarre
ed arbitrarie soluzioni. Nelle citazioni, spessissimo di seconda
mano, non di rado un autore è citato in luogo di un altro[369].
Quanto poi la mente di questi uomini fosse altrove si vede in taluni
casi, assai frequenti, nei quali applicando l'anagoge anche alla
grammatica, ripensano, come fa un anonimo (IX sec.), alle persone
della trinità divina a proposito delle tre persone del verbo[370], o,
come fa Smaragdo, ai numeri biblici a proposito delle otto parti del
discorso[371]. Nè più serio era lo studio dell'ortografia, ad onta dei
molti trattati che si scrivevano su tal materia; e ciò vedesi dai tanti
manoscritti nei quali si rivela evidente la pronunzia volgare e barbara
del paese in cui furono copiati[372].

Qual cosa potesse essere la esposizione degli autori possiamo
argomentarlo dai commenti che ci rimangono di quest'epoca. In essi la
confusione, l'arbitrio e l'ignoranza si accusano anche più fortemente
che nelle opere di grammatica. Anche qui lo stesso irrequieto
compendiare, rifare, interpolare. Come fra i grammatici Donato, e fra
i poeti Virgilio, così fra i commentatori Servio domina nelle scuole,
quale satellite del grande poeta; ma la massa di note che il medio
evo ha trasmesso a noi con quel nome, se in gran parte appartiene
a Servio, in buona parte appartiene anche al medio evo stesso che,
fino all'ultima sua fine nel XV secolo, non cessò di interpolare
e di guastare quel testo. Oltre poi a Servio così interpolato, a
Donato, Aspro ed agli altri commenti antichi che guasti ed interpolati
egualmente, sono giunti a noi attraverso al medio evo, giacciono,
in grandissima parte inediti, nelle biblioteche molti commenti di
origine medievale, per lo più anonimi, su Virgilio ed altri autori. La
indomabile pazienza degli odierni filologi non si è mostrata ancora
abbastanza robusta per affrontare il disgustoso lavoro di cercare
in questo enorme ammasso di chiose quello che potrebbe esservi di
proveniente da fonti antiche. Gli scolii bernensi del nono secolo,
già messi a luce dall'Hagen[373], proverebbero che qualche cosa da
raccogliere potrebbe pure trovarsi. Ma in tutte quelle parti che
sono opera propria del medio evo, quel che v'ha di più notevole è
un'ignoranza talmente spettacolosa, che talvolta si domanderebbe se
l'autore impazzi o vaneggi. Che cosa pensare di un commentatore che
spiega _efficiam_ per _effigiem, imaginem?_[374] o che in luogo di
_Quo te, Moeri, pedes_ legge _Quot Emori pedes_, e in questo trova
un'allusione alle quattro zampe di una specie di velocissimo cavallo
saracinesco detto _Emoris?_[375] Che dire di un altro che incomincia
il suo commento (in latino stranamente barbaro) alle Bucoliche con
queste parole: In quel tempo essendo Giulio Cesare a capo dell'impero,
regnò Bruto Cassio sulle dodici pievi dei Tusci, e nacque guerra fra
Cesare e Bruto Cassio, col qual trovavasi Virgilio, e Bruto fu vinto
da Giulio; dopo di che Giulio fu ucciso a colpi di sgabello?[376] In
un altro commento che lessi manoscritto a Venezia i tre generi di stile
dei quali tocca anche Servio in principio al suo commento, vengono così
distinti: «Stile sublime è quello che tratta di alti personaggi, re,
principi, baroni; ed è lo stile dell'Eneide; il mediocre stile tratta
di persone di ceto medio; ed è quel delle Georgiche; lo stile basso
tratta di persone d'infima condizione, quali sono appunto i pastori,
ed è perciò lo stile delle Bucoliche»[377]. V'ha un commentatore
di Giovenale che pullula di spropositi incredibili messi giù con
una disinvoltura maravigliosa[378]; _elenco_ secondo lui, significa
_titolo di libro_, e viene dal greco _elcos_ (sic) che vuol dire
_sole_ «perchè come il sole illumina il mondo così il titolo rischiara
tutto lo scritto»; _provincia_ ha significato avverbiale e vuol dire
_celeremente_, ed inoltre significa anche _provvidenza, regione e
patria_; _circenses_ deriva da _circum enses_, «perchè da una parte
correva il fiume, dall'altra piantavano delle spade e lì nel mezzo
facevan le corse»[379]. Non si finirebbe se si volesse riferire tutto
il vaniloquio ignorante di costui e di tanti e tanti altri[380].
Questo è duopo avvertire, che molti errori di questa gente si spiegano
dall'essere divenuto già, in molti paesi, il latino estraneo all'uso
comune e dall'aver prevalso i volgari. Certamente in paese dove
il latino fosse parlato e familiare, o si parlasse un linguaggio
neo-latino, non sarebbe stato possibile prendere, come fa quello
scoliasta, senza dubbio tedesco[381], di Giovenale, _umbella_ per una
specie di pietra verde, _asparagus_ per un _pesciolino_ od una _specie
di fungo_.

La difficoltà che nell'intendere il latino provavano già i popoli non
latini o non latinizzati, vedesi anche chiaramente nella sostituzione
che ha luogo fin dal settimo secolo, dei volgari celtici e teutonici
al latino nelle glosse. L'uso di spiegare in latino i vocaboli degli
scrittori studiati, era divenuto incomodo o meno opportuno; quindi le
numerose glosse celtiche, anglosassoni, o antico-alto-tedesche, oggi
tanto preziose per la conoscenza e la storia di quelle lingue, che
accompagnano i testi biblici, più scritti ecclesiastici, e i versi
dei poeti classici e cristiani[382]. Dei poeti cristiani Prudenzio ha
sempre la palma; Raumer annovera 21 MSS. di questo autore corredati
di glosse antico-alto-tedesche[383]. Fra i classici il più ricco di
tali glosse è naturalmente Virgilio; esistono anche antichi vocabolari
latino-germanici esclusivamente desunti da glosse virgiliane[384].
Questo movimento doveva avere per ultimo risultato le traduzioni in
quelle lingue. Non rammenteremo qui il più antico fatto di tal genere
che si presenta presso i Goti, come quello che si collega con cause e
condizioni più speciali. Re Alfredo, l'Augusto degli anglosassoni, nel
IX secolo traduceva in anglosassone Boezio ed il _De cura Pastorali_ di
papa Gregorio. Egli che per fare queste traduzioni aveva avuto bisogno
che altri ponesse quei testi in parole più semplici ed in forma più
chiara[385], non si attentava a tradurre Virgilio, che però anch'egli,
come tutti, considerava come il padre dei poeti latini e il discepolo
di Omero[386]. Non così il tedesco Notker, che nel X secolo traduceva
le Bucoliche, Marziano Capella, Boezio ed altri scrittori[387]. Questa
scelta degli autori in voga coi quali Virgilio divide l'onore di queste
prime traduzioni è piena di significato per la caratteristica del nome
di questo poeta nel medio evo.

Assai meno che la grammatica offre da dire la retorica del medio
evo, in quanto è continuazione della retorica classica. La retorica,
come seconda delle sette arti, è tenuta in onore, ma essa è lungi
dall'apparirci in realtà con quei colori splendidi di arte sovrana
con cui la presentavano nella decadenza Ennodio, Capella ed altri.
Commenti di opere antiche, rimpasti e compendi non mancano neppur qui;
ma non raggiungono quel gran numero che toccano le opere grammaticali.
Propriamente della retorica classica non sopravvive che lo schematismo,
la terminologia, certe definizioni e singolarmente quella parte
relativa ai tropi e alle figure che già da antico tempo la collegava
alla grammatica, della quale diviene così come un'appendice[388].
L'oratoria cristiana ed in generale lo stile cristiano aveano natura
e risorse del tutto proprie e particolari, e chi li consideri
nell'essenza loro non si maraviglierà se il trattato di Alcuino
sulla retorica[389] cominciando colle solite divisioni e definizioni
delle parti e dei generi dell'orazione, insensibilmente si fuorvia in
definizioni che spettano alla dialettica e finisce in morale con una
serie di definizioni relative alle virtù.

Dato il carattere dello stile cristiano, e le idee e i sentimenti e
gli scopi degli scrittori, qui assai più che per la grammatica era
ovvio e giustificabile l'uso dei libri sacri, per la esemplificazione.
Ed infatti anche per la retorica ha luogo quella stessa mescolanza
di autorità che abbiamo notato per la grammatica[390]; ma l'uso
degli esemplari sacri non giunge realmente mai alle proporzioni
che potrebbero aspettarsi e che anche qualche dottore più fervoroso
vorrebbe vedere raggiunte. La grande remora sta, più che in altro,
nello studio grammaticale che era connesso assai intimamente col
retorico, e fissava solidamente nella tradizione antica il primo
fondamento e la naturale autorità dello studio profano, ad essa
richiamando quindi anche per le altre discipline. Inoltre tutto il
vecchio apparato di termini, definizioni, divisioni ecc. imponeva in
modo inevitabile l'autorità antica, quando l'indifferenza per questi
studi non era tanta da farli dimenticare affatto, e mancava d'altro
lato per essi calore ed energia sufficiente a produrre un radicale
rinnovamento[391].

Come autorità in fatto di retorica, Virgilio seguitava ad averne quel
tanto che gli assegnavano gli antichi trattatisti ancora letti nelle
scuole e la voga sua come autore universale; però la prevalenza, fra
gli altri trattatisti, di Cicerone rendeva meno frequente l'occasione
di rammentare il Mantovano nelle scuole dei retori. Pur nondimeno
il posto suo nella grammatica e i rapporti fra questa e la retorica,
insegnate da uno stesso maestro, portavano naturalmente all'uso del
suo libro anche per quest'altro studio, com'era accaduto già in epoca
più antica. Gerberto, come già i retori della decadenza, credeva
indispensabile al retore lo studio dei poeti per la ricerca delle
locuzioni, e spiegando Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale, Persio,
Orazio e Lucano introduceva alla retorica i suoi alunni[392]. Quella
parte del libro di Macrobio che si riferisce alle virtù retoriche
di Virgilio trovasi in qualche MS. unita alla biografia del poeta
attribuita a Donato[393]. Certamente di quella parte, che, come
vedemmo, può considerarsi come un compendio di retorica, il medio evo
fece assai uso e ad essa vanno riferite certe curiose parole, che
trovansi nel _Fior di Retorica_ di Fra Guidotto, su Virgilio, come
colui che in piccol volume riunì la somma di quest'arte[394].

Negli scrittori di prosa del medio evo le reminiscenze virgiliane
sono frequentissime e s'incontrano in Orosio nel V secolo[395] come
in Liutprando nel X[396]. Ma la retorica ebbe speciale influenza sulla
poesia e, singolarmente nel primo medio evo, diede luogo a produzioni
che riguardano Virgilio da vicino, delle quali dobbiamo avviarci a
parlare, rivolgendoci per poco addietro sulla via che già abbiamo
percorsa.



CAPITOLO X.


Le notizie che abbiamo sulla vita di Virgilio ci sono pervenute
attraverso alle scuole dei grammatici e dei retori: singolarmente
le dobbiamo all'uso ovvio ed antico, di premettere alla esposizione
degli autori nelle scuole qualche notizia sulla loro vita; perciò le
biografie virgiliane che ci rimangono, tutte più o meno compendiose,
appartengono in generale o appartenevano a commenti d'uso scolastico.
Quanto in queste biografie proviene da fonti antiche dei primi tempi
dell'impero, non offre propriamente alcunchè di caratteristico pel
nostro studio; tutto quello che per noi può avere qualche importanza
appartiene ai tempi della decadenza e del medio evo; perciò abbiamo
creduto differire fin qui a parlare di quanto concerne la tradizione
relativa alla vita del poeta, onde studiare l'assieme delle varie
notizie piuttosto nella luce di questa ultima età che in quella
dell'epoca classica, dopo avere osservato le peripezie del nome
virgiliano nell'ambiente retorico e grammaticale di più epoche
successive.

Proporzionatamente alla sua nominanza ed al posto che occupava nelle
lettere e nelle scuole, Virgilio è fra i poeti latini quello intorno
alla cui vita più fu scritto e più ci rimane. Noi abbiamo intorno a
lui un numero di notizie autentiche che ce lo fanno scorgere nella sua
realtà storica in modo luminoso; e ciò è tanto più degno di nota che
queste non sono tratte, come per es. accade per Ovidio, dalle opere
stesse del poeta, ma da memorie e documenti biografici propagatisi
parallelamente alla sua rinomanza. Nelle sue opere Virgilio, per la
stessa natura loro, di rado ha, come Ovidio, Orazio ed altri, occasione
di parlare di sè stesso; e quando lo fa, come accade nelle Bucoliche,
in modo indiretto e coperto, l'allusione non si scopre che in grazia di
notizie apprese esternamente e conservate per tradizione nei commenti.
Naturalmente su di un uomo che in modo tanto eccezionale attirò su
di sè l'attenzione, molto fu scritto e molto fu detto dagli stessi
contemporanei[397]. Gli amici suoi Vario, Melisso[398] ed altri che
godettero della sua intimità lasciarono scritti speciali sulla sua
vita e sul suo carattere; poi scrissero su di lui altri che non lo
conobbero, ma furono abbastanza prossimi al suo tempo per udire parlar
di lui uomini che lo avevano conosciuto; così Asconio Pediano il quale
non conobbe il poeta, ma scrisse il suo libro contro i detrattori di
esso quando freschissima ne era ancora la memoria, e così potè colla
testimonianza di uomini autorevoli parlare della vita e dei costumi di
lui in quello scritto. Sulla fine del regno di Tiberio molto rammentava
ancora su Virgilio il vecchio Seneca, già nonagenario, che avea
conosciuto i più distinti uomini dell'evo augusteo[399]. E del resto,
come sempre accade in queste nominanze, la fama doveva narrare più
aneddoti, veri, o falsi, sul poeta e necessariamente non poche cose su
di lui dovevano essere dette e ripetute per tradizione orale, comunque
originata. Di questa tradizione orale, del riferirsi alle parole dei
più vecchi in fatti concernenti Virgilio e le sue opere, trovansi
esempi fino al principio del II secolo[400]. In questo tempo appunto
Svetonio poneva assieme la sua dotta compilazione storico-letteraria
_De viris illustribus_, e servendosi dei materiali sopra indicati,
dava, nella sezione relativa ai poeti, un riassunto della vita di
Virgilio. L'opera di Svetonio fu poi grandemente adoperata, come
repertorio, dai grammatici, i quali da essa a preferenza estraevano le
notizie biografiche che premettevano ai commenti, o alla esposizione
degli scrittori nelle scuole. Da questa opera, oggi perduta, ma di
cui ritrovansi numerosi e cospicui frammenti, provengono anche le
principali notizie biografiche che oggi abbiamo su Virgilio e che ci
sono offerte dalla biografia più ampia oggi superstite, quella che
porta il nome di Elio Donato[401] perchè premessa da questo grammatico
del IV secolo al suo commento virgiliano[402].

Così il fondamento delle notizie che ci rimangono non è propriamente
un'opera speciale scritta di proposito sulla vita del poeta, ma
un compendio, quale doveva esserlo un articolo di un repertorio
storico-letterario. Donato non ha fatto che copiare Svetonio quasi
sempre alla lettera; difatti in quella parte della biografia che può
considerarsi come genuina e solo si trova nei MSS. più autorevoli
ed antichi, ben si riconosce lo stile svetoniano secco e freddo,
ed il modo proprio di questo scrittore di accozzare notizie di
natura aneddotica senza cementarle con pensieri o sentimenti propri.
Quantunque nell'assieme si riconosca che trattasi di un poeta
eccezionalmente venerato e famoso, e si vegga anche un concetto di lui
superiore a quello di qualsivoglia altro poeta latino, pure il tono
della biografia è positivo e realistico, e non si riconosce in essa
quel calore che siamo soliti incontrare presso quanti si trattengono
a parlare di Virgilio. È questo il tono proprio di Svetonio che si
ravvisa benissimo nelle sue biografie dei Cesari. Da Svetonio pure
(il quale forse ne ebbe notizia da racconti orali, o da altri che
simili voci avesse registrate prima di lui) proviene quella dose di
maraviglioso che è nella parte sicuramente antica della biografia e
consiste in presagi o segni della futura grandezza del poeta; come il
sogno ch'ebbe sua madre, il non aver vagito quando nacque, e la grande
altezza che tosto raggiunse il ramoscello di pioppo piantato, secondo
l'uso, per la sua nascita[403]. Aneddoti di simile natura ritrovansi
riferiti da Svetonio diligentemente in tutte le biografie dei Cesari,
e nell'antichità sono cosa troppo ovvia perchè possano in qualche
modo servire a dare un colorito speciale alla nominanza del poeta,
benchè ne segnino la misura a livello delle più alte grandezze, e lo
distinguano da tutti gli altri poeti latini. Perciò ha torto chi pone
questi aneddoti accanto ai racconti favolosi del medio evo, che hanno
una origine ben diversa. Forse non tutto quanto Svetonio scrisse su
Virgilio nel suo articolo biografico fu riferito o copiato da Donato;
comunque sia però, questa parte del commento ebbe maggior fortuna del
resto e sopravvisse come opuscolo separato; fu letta durante tutto il
medio evo, e servì di fondamento a non poche altre piccole biografie
che accompagnano commenti e manoscritti virgiliani. Con essa rimase
viva nella tradizione letteraria l'idea storica della personalità del
poeta lungo tutta l'età di mezzo fino ai tempi nostri[404].

In generale in tutte le biografie prosaiche che ci rimangono non si
trova quell'enfasi con cui siamo soliti udir parlare di Virgilio già
nell'epoca classica e più ancora nella decadenza e nel medio evo. La
tendenza a notare nel poeta qualche cosa di singolarmente specioso
si riconosce in esse, ma tutte sono più semplici e più sprovviste di
ogni colore subbiettivo o retorico di quello si potrebbe aspettare. La
ragione di ciò sta in questo, che niuna di esse è un lavoro biografico
intrapreso di piè fermo, ma tutte sono, come abbiamo accennato,
raccolte di notizie messe assieme per servire all'uso prattico
dell'insegnamento, come introduzioni ai commenti, dei quali serbano
la maniera andante e senza elevatezza e il tono freddo e pedestre.
Donato, sul quale si fondano più altri, non era certamente spinto
dallo scopo scolastico del suo lavoro a supplire di suo alla mancanza
di calore propria dell'opera svetoniana, e molto meno chi compendiava
da lui. Lo stesso dicasi delle brevi e tumultuarie notizie biografiche
che troviamo premesse ai commenti di Probo[405] e di Servio[406]. Ma
se quell'iperbolico sentire che a riguardo del Mantovano regnava in
tutto il mondo letterario non era rappresentato nello stile di queste
disadorne e compendiose compilazioni, esso era come un fermento che
doveva avere naturalmente per effetto di mescolare al retaggio delle
notizie storiche non pochi fatti inventati o erronei o trasfigurati,
taluni dei quali s'introdussero anche nel testo della biografia
principale. Il medio evo infatti impresse il suo stampo in questa come
in altre, ed è questo l'aspetto speciale da cui tal tema presenta un
particolare interesse per noi[407].

Prima d'ogni altra cosa è d'uopo notare che questa invasione di
elementi nuovi e falsi nella biografia virgiliana ha avuto luogo
diversamente da quello fanno supporre i molti che hanno parlato di
questa materia, i quali generalmente sogliono richiamare il fatto
delle leggende di Virgilio mago, e considerare le interpolazioni della
biografia Donatiana ed anche certi fatti che leggonsi in talune altre
biografie medievali come dovuti a queste leggende. Questo errore,
molto comune, riposa sulla confusione di due cose ben distinte per
la loro natura, per la loro età e per la loro origine, quali sono le
leggende popolari e le favole letterarie relative a Virgilio. Fra
queste due categorie di prodotti favolosi c'è invero una comunanza
di base, poichè ambedue partono da una idea esagerata della sapienza
virgiliana; esse però sono diversissime tanto pel concetto di questa
sapienza stessa, naturalmente molto più grossolano nelle popolari che
nelle letterarie, quanto pel campo di attività totalmente diverso
nel quale fanno esercitare lo straordinario sapere del Mantovano.
Il Virgilio dei racconti popolari perde affatto il carattere di
poeta; nella leggenda letteraria invece Virgilio riman sempre poeta,
e la vasta e molteplice sapienza sua ha la poesia per organo e per
prodotto. Di questa leggenda noi troviamo sufficienti ragioni e cause
nei fenomeni storico-psicologici che siamo venuti studiando fin qui,
i quali però non sarebbero sufficienti di per sè soli a spiegare
l'origine delle leggende popolari, determinate da cause del tutto
speciali, come vedremo. Naturalmente le une e le altre dovevano finire
coll'incontrarsi; ma la leggenda popolare non esce dalla località
ristretta in cui era nata e non acquista notorietà, divulgandosi nella
letteratura, prima del XII secolo. Nelle biografie del poeta non se ne
sente quindi l'influsso che assai tardi ed è anche un influsso lontano
e limitato a poca cosa. Nella biografia di Donato, così in manoscritti
del IX e del X secolo, come in manoscritti del XIV ed in stampe del
XV, non si trova introdotto che un solo aneddoto favoloso, di cui
parleremo altrove, nel quale si può riconoscere una influenza di quelle
leggende, non perchè esso faccia parte di queste, ma perchè è il solo
in tutta la biografia genuina e interpolata che faccia, come accade in
quelle leggende, esercitare la sapienza mirabile del poeta in un campo
estraneo alle lettere. Una biografia, pubblicata dall'Hagen[408] da un
MS. bernense del nono secolo, contiene molte ingenuità, ma nulla che
faccia pensare al Virgilio mago, come si trova in biografie posteriori,
scritte dopo il secolo XIII. Vedremo nell'altra parte del nostro lavoro
la leggenda popolare mescolata in uno strano connubio colle notizie
biografiche desunte da Donato, da Bonamente Aliprandi, nel XV secolo.

La leggenda letteraria, intendendo con questo nome generico tutto
quanto di non autentico trovasi riferito nella tradizione letteraria
e creduto circa Virgilio come poeta, letterato, o dotto, non può
dirsi offra una caratteristica speciale del poeta; essa caratterizza
piuttosto, e ciò in piena armonia con quanto siamo venuti osservando,
la natura di quel mezzo nel quale il nome del poeta si andò movendo
fino a tutto il medio evo. Essa risulta da un numero di particolarità,
o di aneddoti che s'incontrano sparsi, o mescolati alle notizie
storiche, i quali non hanno evidentemente alcuna possibilità storica,
ma pur non offrono nulla di soprannaturale. Procede direttamente dai
grammatici e dagli studiosi di Virgilio; di rado è un prodotto puro
e pretto della imaginazione, ma per lo più si collega con qualche
fatto che amplifica o travisa, con qualche notizia o qualche verso
che fraintende o spiega a suo modo. Fin dai primi tempi se ne trovano
esempi in più di un _si dice_ riferito da Asconio Pediano e poi da
grammatici e da commentatori. Più tardi l'accumularsi degli esercizi
poetici, ai quali presiedeva il nome e l'autorità del Mantovano,
l'intorbidarsi e il perdersi di parecchie fila dell'antica tradizione
e il crescere dell'ignoranza, allargava il campo e moltiplicava le
occasioni alla produzione di idee erronee e leggendarie. È noto il
distico: «Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane, Divisum imperium
cum Iove Caesar habet» e la storiella che narra come un plagiario
si attribuisse questi versi, e Virgilio si lamentasse di ciò cogli
altri versi, pubblicati anch'essi senza nome: «Hos ego versiculos
feci; tulit alter honorem. Sic vos non vobis etc.» Quella storiella
e i versi relativi, che di certo non sono di Virgilio, ebbero molta
notorietà nelle scuole per tutto il medio evo, nè hanno cessato
di averne a' nostri giorni[409]. In molti manoscritti di Virgilio
di varie epoche que' versi trovansi segnati, e più d'uno scrittore
medievale li rammenta. Il codice Salmasiano che li contiene[410],
Cassiodoro[411] e Aldelmo[412] che li citano, provano evidentemente
che nel VI e VII secolo erano già tanto noti quanto nelle epoche
posteriori. Nella biografia di Donato essi e la storia relativa
trovansi aggiunti soltanto nei manoscritti interpolati[413]. Indovinare
precisamente come fossero attribuiti a Virgilio è difficile; forse
essi furono introdotti in qualche MS. fra gli epigrammi di questo
poeta, e passarono quindi come cosa sua nelle varie raccolte di poesie
minori, delle quali abbiamo un saggio nel codice Salmasiano[414]. Non
altrimenti si può spiegare come nello stesso codice Salmasiano trovisi
attribuito a Virgilio un epigramma che non è altro se non un distico
sentenzioso dei _Tristia_ di Ovidio[415]. — Trovasi anche in corso fra
i commentatori un'altra favoletta che si riferisce ad un emistichio
dell'Eneide relativo ad Ascanio: «magnae spes altera Romae.» In questa
l'ammirazione pel poeta è espressa facendolo brillare accanto al più
grande luminare della prosa romana. Cicerone udendo cantare da Citeride
in teatro la sesta ecloga, colpito dallo straordinario talento che in
questa si rivelava, avrebbe chiesto di chi fosse e saputolo, avrebbe
esclamato: «Magnae spes altera Romae!» (considerando sè stesso come
la prima); queste parole sarebbero state poi introdotte da Virgilio
nel suo poema riferendole ad Ascanio. Quella buona gente non ricordava
che quando le ecloghe furono pubblicate Cicerone era già morto![416]
La favola, che trovasi anche in Servio[417], è passata dai commenti
nella biografia, come aggiunta alla notizia autentica del gran successo
avuto dalle Bucoliche recitate in teatro. Evidentemente essa ha per
base un qualche detto su Cicerone e Virgilio come principi della
letteratura romana, nel quale a Virgilio si applicasse quel tale suo
emistichio[418]. — La biografia interpolata si chiude con una serie di
sette o otto sentenze dette da Virgilio in varie occasioni. Qualcuna di
queste è basata sui versi stessi del poeta. Queste sentenze, che non
offrono nulla di saliente e per lo più si riducono a luoghi comuni,
non presentano Virgilio che dall'aspetto morale, come un uomo dolce e
senza fiele, fornito di buon senso e di tatto prattico. Egli apparisce
come tenuto in grandissima considerazione alla corte, e parecchie
sentenze sono dette da lui in risposta a Mecenate o ad Augusto che
lo consultano. L'ammirazione pel poeta rivelasi in taluni di questi
aneddoti colle stesse parole ingenue che a lui vengono poste in
bocca[419]. L'età di questa parte della biografia leggendaria è assai
incerta; quantunque molto in essa tradisca il colorito e l'indole del
medio evo, pur crediamo che qualche cosa di più antico vi sia, pel
soggetto se non per la forma. Uno di questi detti virgiliani relativo
ad Ennio trovasi già citato nel VI secolo da Cassiodoro[420]. È noto
il gusto degli antichi per le raccolte di apoftemmi di grandi uomini.
Probabilmente sentenze e motti di Virgilio figuravano in memorie sulla
vita del poeta, e Svetonio nella sua compilazione, o Donato nel suo
estratto di Svetonio, li lasciò da parte, ma da quelle fonti, poi
perdute, si propagarono, turbandosi e mescolandosi con invenzioni,
attraverso alla minor letteratura grammaticale meno avvertita e oggi
nella massima parte perduta, ed anche attraverso alla tradizione
scolastica. Un libro in cui si avrebbe diritto di aspettarne e a
prima giunta si è sorpresi di non trovarne, sarebbe quello di Valerio
Massimo. Ma questo insulso compilatore, che scrivendo in tempi tanto
prossimi al poeta, avrebbe potuto essere per noi fonte di preziose
notizie su di esso, ha adoperato servilmente fonti nelle quali, o per
l'età o per la natura loro, non poteva essere menzione di lui; perciò
in tutta l'opera non lo ha mai nominato neppure una volta.

Nelle biografie, desunte generalmente da Donato, che precedono commenti
o accompagnano codici di Virgilio dei secoli IX, X, XI non si trovano
aneddoti speciali che meritino la nostra attenzione; nè ancora trovasi
in esse introdotto il soprannaturale nell'attività del Mantovano.
Ben si rivela però un concetto esagerato della sapienza del poeta
e singolarmente del suo sapere filosofico, quale non si trova nella
biografia maggiore, quantunque tale idea esistesse già al tempo di
Donato. Notevoli sono, da questo aspetto, certe strane etimologie del
nome di Virgilio. In una biografia che trovasi in un codice del IX
secolo questo nome è spiegato «quasi _vere gliscens_, essendo Virgilio
maestro famosissimo di alta filosofia e molteplice nella sua fecondità,
come la germinazione primaverile»[421]. Nel cod. Gudiano (IX sec.)
di Virgilio, in cui trovasi tre o quattro volte narrata la vita del
poeta, troviamo che «Marone ei fu detto dal mare, perchè siccome il
mare abbonda di acque, così abbondava in lui la sapienza, più che in
ogni altro»[422]. Dopo il XII secolo questa idea si accentua anche
maggiormente in alcune biografie, nelle quali però già si scorge
l'influenza delle leggende popolari introdottesi nella letteratura. In
un codice Marciano del sec. XV che contiene un commento a Virgilio,
trovasi una biografia nella quale l'autore dà libero corso alla sua
ammirazione pel poeta: di Virgilio si può dire: «omne tenet punctum»;
ed anche a lui possono applicarsi le parole del salmista: «omne quod
voluit fecit»; e perciò di lui fu detto:

    «Hic est musarum lumen per saecula clarum,
    Stella poetarum non veneranda parum»[423].

All'intero commento serve di motto il verso:

    «Omnia divino monstravit carmine vates.»

Ma fra le altre virtù virgiliane qui troviamo esplicitamente nominata
la magia[424], di cui non è menzione in alcuna biografia anteriore al
XII sec.

Oltre a quanto leggesi nelle biografie, trovansi negli scrittori del
medio evo non poche idee erronee e notizie favolose su Virgilio.
Già, come notammo altrove, i commentatori delle Bucoliche spesso
imaginavano, senza alcun fondamento, fatti ai quali il poeta alludesse
allegoricamente. Così secondo un commento che leggesi in un MS. del
IX secolo, Virgilio avrebbe tenuto in Roma pubblica scuola di poesia,
ed a ciò si riferirebbe il noto «formosam resonare doces Amaryllide
sylvam»[425]. Curioso è il colossale anacronismo di un anglosassone il
quale, prendendo alla lettera certe espressioni metaforiche, considera
Virgilio come contemporaneo di Omero e suo discepolo ed amico[426]. Per
una strana confusione di varie idee delle quali abbiamo già parlato,
Pascasio Radberto asserisce che la Sibilla recitò in persona le dieci
ecloghe dinanzi al senato[427]. È noto il soggetto del grazioso
poemetto _La Zanzara_ (Culex) attribuito a Virgilio; Alessandro
Neckam riferisce quel fatto come avvenuto a Virgilio stesso e come
occasione quindi di quella composizione poetica; ma poi si disdice,
notando che avendo letto quel poemetto si è accorto di essere stato
tratto in inganno da una falsa voce[428]. Una tradizione, che non ha
nulla d'inverisimile, portava che Virgilio ricevesse non piccole somme
dalla liberalità di Augusto[429]; particolarmente fra i grammatici era
volgare la fama di una larga ricompensa data da Augusto al poeta pei
commoventi versi: «Tu Marcellus eris etc.» che fecero una vivissima
impressione sull'animo di Ottavia. Nel commento di Servio è detto che
per quelli egli ebbe una somma solennemente pagata o contata in _aes
grave_[430]. Quella somma viene stabilita nella biografia interpolata
in _diecimila sesterzi_ per ciascun verso[431]. Questa notizia la
vediamo più tardi legarsi alla storia dei versi «Nocte pluit tota
etc.» con singolari aggiunte. Benzone di Alba (XI sec.) dice che
per questi versi Virgilio ebbe da Augusto danaro a profusione e _la
libertà_[432]. La stessa cosa afferma Donizone[433]. Non contento di
ciò Alessandro di Telese (XII sec.) dice che per essi Virgilio ottenne
da Augusto in feudo la città di Napoli e la provincia di Calabria[434];
nella quale aggiunta noi vediamo la leggenda letteraria incontrarsi e
mischiarsi colla popolare che allora già si divulgava nel Napoletano
dov'era originaria; in questa Virgilio figura appunto come signore o
patrono della città di Napoli. Di questi elementi che predisponevano il
terreno letterario all'accettazione delle leggende popolari, è d'uopo
rammentarsi per lo studio che intraprenderemo nella seconda parte di
questo lavoro.

Se, per le ragioni che abbiamo accennate, quel tono enfatico con cui
soleva parlarsi di Virgilio non avea luogo nelle biografie in prosa,
esso avea un largo campo nelle composizioni poetiche che aveano per
soggetto il poeta. La poesia di ragione classica, così nel medio evo
come prima governata dalla retorica e confusa colla declamazione,
si esercitava tenendo costantemente Virgilio dinanzi. In lui essa
trovava il principale modello da imitare, in lui una specie di
emporio retorico-poetico, da lui prendeva i temi per gli esercizi di
versificazione declamatoria, e questi ultimi non soltanto dalle sue
opere, ma dai suoi meriti e dai fatti principali della sua vita. Così
avea origine la gonfia biografia virgiliana in versi, che ci è giunta
incompleta, scritta nel VI secolo dal grammatico Foca, all'enfasi della
quale serve di misura l'ode saffica che la precede[435]. Ma molte
particolarità della vita del poeta erano volgarmente conosciute sia
per le biografie annesse ai commenti e lette nelle scuole, sia per la
esposizione scolastica delle sue poesie stesse, singolarmente delle
Bucoliche. Le più spiccanti e notorie fra quelle particolarità furono
speciali soggetti di esercizi poetici. Così la storia delle possessioni
perdute e poi riacquistate per grazia di Augusto e per intercessione di
Mecenate ed altri amici, era nota a quanti avean letto le Bucoliche, e
più di un poeta latino trovò una ispirazione in quel fatto egualmente
onorevole pel poeta e pel suo protettore; così Marziale[436],
Sidonio[437] ed altri. In un codice del X secolo leggesi un esercizio
poetico medievale consistente in una epistola in versi diretta da
Virgilio a Mecenate allorchè le terre mantovane erano passate in
possesso dei veterani[438]. Un epigramma dell'Antologia si riferisce
al fratello di Virgilio, Flacco, immortalato dal poeta, secondo i
commentatori e la biografia maggiore, nel Dafni della V ecloga[439].
Delle notizie provenienti direttamente dalla biografia niuna fu tanto
trita quanto quella dell'ordine dato da Virgilio morente di bruciare
l'Eneide; era questo un tema che si prestava assai alla declamazione,
e difatti più d'una ne troviamo su tal soggetto. Già al tempo di
Gellio e di Svetonio, Sulpicio Apollinare componeva su di ciò quei
tre distici che troviamo riferiti nella biografia[440]. In epoca più
tarda furono composti i distici che leggonsi nel codice Salmasiano, coi
quali i Romani pregano Augusto di comandare che la volontà del poeta
non sia eseguita[441]. Ma la declamazione su questo tema prende un
tono assai più alto facendo parlare Augusto stesso, come troviamo nel
famoso «Ergone supremis» etc., che forse faceva parte della biografia
versificata da Foca, sopra rammentata[442].

Le composizioni stesse del poeta servivan poi di tema per esercizi
di versificazione e di poesia. Ciò accadde anche per talune brevi
poesie che trovansi riferite nella biografia. Così l'epigramma che,
secondo il biografo, Virgilio giovanetto compose contro Balista maestro
e ladrone, ebbe molta notorietà e trovasi in più codici, estratto
certamente dalla biografia e mescolato con altre poesie di Virgilio e
d'altri[443]. Esso fu imitato da più d'un poeta scolastico, e ben sei
variazioni su questo tema, certamente di autori diversi, si trovano da
un interpolatore introdotte nella biografia verseggiata da Foca[444].
Questi esercizi scolastici erano opera, non soltanto di scolari, ma
anche di maestri; negli ultimi tempi della decadenza si trova l'uso
di comporre in più su di uno stesso tema, a modo di tenzone, e se ne
ha notevole esempio nelle composizioni dei _dodici poeti scolastici_ o
_dodici sapienti_[445], che prendono tanto larga parte dell'Antologia
latina e, giudicando dalla cura con cui furono raccolte e conservate in
più manoscritti, pare incontrassero molto favore. I temi sono vari; una
descrizione, un fatto mitologico, le lodi di una persona; generalmente
si preferiscono soggetti già trattati in modo celebre da qualche chiaro
poeta, quale p. es. Ovidio[446], e più spesso Virgilio. Così il noto
epigramma che leggevasi sulla tomba del poeta, e secondo la biografia
sarebbe stato composto da lui stesso[447], trovasi rifatto in un
distico e amplificato in due distici da ciascuno dei XII poeti[448]. A
questo genere di esercizio appartengono anche gli argomenti in versi
delle varie poesie virgiliane[449]. Il numero e la varietà di quelli
che ci rimangono provano che anche questo esercizio era soggetto di una
specie di certame scolastico. Taluni di questi riassunti versificati
si riferiscono anche alle Bucoliche e alle Georgiche[450], ma i più si
riferiscono all'Eneide. Si hanno argomenti a ciascun libro dell'Eneide
composti di un sol verso, altri di quattro, di cinque, di sei, di
dieci versi[451]. Una composizione di undici esametri, di incerta
età, dà il numero totale dei versi di tutte le opere di Virgilio ed
il contenuto di esse[452]. Il più antico esempio di questa sorta di
lavori, ai quali per lo più Virgilio stesso presta non poco del suo,
sarebbero gli hexastichi attribuiti a Sulpicio Apollinare; trovansi
in un codice vaticano del V o VI secolo. Non sono certamente di molto
anteriori a questa età i decastichi, preceduti da cinque distici nei
quali Ovidio se ne dichiara autore[453]; nel che vediamo riflettersi il
rapporto in cui erano realmente Virgilio ed Ovidio nell'uso scolastico
di quel tempo. Poi composizioni di tal natura si fecero lungo tutto il
medio evo. Non fu certamente Virgilio il solo a cui lavori simili si
dedicassero, ma per lui si fece in tal genere assai più che per alcun
altro poeta latino. L'Antologia offre anche parecchi epigrammi sulle
lodi del poeta, generalmente fondati sul luogo comune del confronto
con Omero per l'Eneide, con Teocrito per le Bucoliche, con Esiodo per
le Georgiche[454]. In uno di questi epigrammi troviamo messo in versi
il detto di Domizio Afro riferito da Quintiliano[455]. Due distici di
stile metaforico e contorto pretendono dar consiglio a chi «con piccola
barca si fa a percorrere il vasto pelago di Marone»[456].

Finalmente a questi esercizi della scuola fornivano materiali i luoghi
delle maggiori opere virgiliane, quelli stessi che servivano di tema
alle declamazioni in prosa. Più d'una composizione dell'Antologia è
ispirata da luoghi siffatti[457], e singolarmente la scuola retorica
si riconosce nei così detti _temi virgiliani_ che sono studi su motivi
retorici offerti dalle poesie virgiliane e propri alla declamazione,
variazioni su versi del poeta, nelle quali il tono viene per lo più
esagerato secondo la _tuba_ e la _pompa_ richiesta necessariamente dal
gusto del tempo. Tali sono le parole di Didone ad Enea (Aen. IV, 365
sgg.), di Enea ad Andromaca (Aen. III 315 sgg.), di Sace a Turno (Aen.
XII 653 segg.)[458]. Abbiamo inoltre una lettera di Didone ad Enea[459]
in cui l'argomento virgiliano è trattato secondo la maniera di Ovidio,
un lamento sulla rovina di Troia nel cui ritmo si riconosce evidente
il medio evo inoltrato[460], ed altro di cui qui sarebbe superfluo
parlare.

Propriamente il focolare di queste produzioni poetico-retoriche alle
quali presiede l'autorità virgiliana, non può dirsi sia il pieno medio
evo, ma piuttosto il principio di esso e gli ultimi tempi dell'impero.
Il quinto e il sesto secolo sono singolarmente fecondi di questo genere
di versificazioni nate nelle scuole, diffuse in quelle ed amorevolmente
raccolte da uomini senza dubbio anch'essi di scuola, i quali senza
scrupolo mescolavano le minori poesie degli antichi grandi maestri più
note nelle scuole, ai prodotti scolastici più generalmente ammirati in
quel tempo di cattivo gusto. Quindi quella strana confusione di nomi
che complica le difficoltà dell'ordinamento critico dell'Antologia
latina. Intanto colla importanza che così vediamo attribuita ai
prodotti di una regione bassa e per lo innanzi condannata all'oscurità,
si manifesta evidente l'ultimo spossamento della poesia classica
che, ridotta ad anfanare miseramente nell'artificiale atmosfera
della retorica, si consuma ed emacia al punto da mostrare le povere
ossa sulle quali si regge. Quest'ultima nota smorta e scolorata
della poesia latina, piuttosto che rimpetto all'antichità, abbiam
voluto richiamarla rimpetto al medio evo, al quale con essa vengono
tramandati e raccomandati i grandi esemplari antichi, ed essa soltanto
dà l'intonazione per quel poco che quella età, tutta avviluppata
nell'ascetismo monacale, potè produrre sulle orme della poesia
classica.



CAPITOLO XI.


Se v'hanno due cose che stiano assolutamente agli antipodi, tali sono
il sentimento pagano e il cristiano. È impossibile immaginare una
differenza più grande, più profonda, nel modo di considerare il mondo
esterno e l'interno. Il sentimento cristiano è assorbente in modo
singolare, esso chiama a sè tutta l'anima dell'uomo, tutta la concentra
in una idea; tutti i sentimenti, le passioni, gli affetti, gl'istinti
che hanno tanta parte nelle produzioni artistiche, esso riforma e
riduce, connaturandoli a sè stesso e facendoli convergere verso un solo
scopo. Tutte le ispirazioni poetiche si incontrano in un obbiettivo
solo: si ama in Dio, si geme in Dio, si esulta in Dio, si vive in Dio;
Dio insomma è la base di ogni formola in cui si traducono, si risolvono
o si acquetano gli affetti, i patemi, gli entusiasmi, le speranze, e
le trepidazioni dell'anima umana. E l'orizzonte della vita è cambiato
affatto, e con questo profondamente rinnovati tutti i principî
escatologici di essa. L'occhio si figge ansiosamente sul problema della
esistenza di oltre tomba, alla salvezza di questa tutta l'attività
umana vuol coordinarsi. La vita terrestre è un peso, un pellegrinaggio,
una prova dura e difficile, ed ora per la prima volta si ode dire
che c'è una vita mondana, che c'è un _mondo_ periglioso e nocivo, da
cui l'uomo pio deve tenersi lontano. Una rivoluzione violenta bisogna
che abbia luogo nella coscienza umana, perchè l'uomo possa arrivare a
considerar così sè stesso e la società e la natura. Gl'ideali poetici
concepiti in un'epoca di espansione spontanea, quando lo spirito non
violentato nè torturato alcunamente, tutto il mondo, secondo natura,
riconduceva a sè stesso, e con ingenua fiducia credeva in quello e
l'amava e lo divinizzava, riconoscendovi, come in uno specchio fedele
la propria immagine, doveano necessariamente ripugnare ad anime che
vedevano in modo così nuovo e diverso l'essere umano, nei suoi rapporti
col suo simile, colla natura, e colla divinità. Quel sentimento che
potè avere per prodotto l'ascetismo eremitico e monacale quanta parte
dell'animo poteva lasciare alla intelligenza del bello antico, alle
idealità artistiche di Omero e di Virgilio?

Se il cristianesimo avesse continuato da solo là dov'esso era nato,
limitandosi ad una riforma religiosa della stirpe giudaica, la natura
sua propria e originaria lo avrebbe condotto ad una poesia di genere
speciale che avrebbe potuto essere una seconda fase dell'antica poesia
biblica, ad esso naturalmente più prossima. Sarebbe stata sempre
una fase notevolmente diversa dall'antecedente; poichè c'è nella
prima idea cristiana un sentimentalismo umanitario, una finezza e
dolcezza di sentire religioso che dà a Cristo ed ai suoi un tipo ben
distinto da quello di David, di Isaia, e delle più calde e poetiche
anime dell'antica legge. In ogni caso però avrebbe certamente avuto
in comune coll'antica poesia giudaica, il non essere figlia di
una scuola e di uno studio che avesse l'arte per iscopo. Se c'era
cosa che dovesse ripugnare alla natura di questo primo sentimento
cristiano, tale doveva essere ed era in realtà, tutto quanto sapesse
di convenzionalismo artistico, di affettazione, di ricercatezza, e
mirasse ad uno scopo diverso dal puramente etico e religioso. In parte
perchè ebreo di povera condizione nato e vissuto in Palestina e non
tocco nè modificato in alcuna maniera, come tanti altri ebrei d'allora
usciti dal suolo nativo, dalla civiltà greco-romana, in parte per la
stessa natura eterea, sentimentale e mistica della sua dottrina, Cristo
rimase estraneo e indifferente a qualunque cultura. La semplicità
è nell'ideale cristiano la qualità prima fra le esterne, con cui si
contrappone all'antico mondo civile. La più alta poesia cristiana non
si produsse quindi nel campo artistico, dal quale i seguaci di Cristo,
quanto più fedeli all'idea primordiale del Maestro, si tennero lontani.
Essa, piuttostochè in forme, si rivelò in idee e in sentimenti espressi
nel modo più ingenuo e pedestre; senza comporre un verso, senza pure
immaginar di poetare, seguendo l'impulso che dava allo spirito la
nuova idea ferventemente appresa e fomentata, produsse l'ideale di
Cristo, che è senza dubbio il suo più alto portato poetico, e la cui
entusiasmante efficacia non fu certamente piccolo elemento in quella
magia che moltiplicò a milioni e neofiti e martiri. Non d'altra natura,
ma semplici ed affatto non curanti della forma, sono le effusioni
poetiche di Francesco d'Assisi e di chi scrisse della «Imitazione di
Cristo», tardi ma fedeli e genuini echi della più vera e più originale
cristianità.

Nel diffondersi pel mondo greco-romano, il cristianesimo trovava invero
il terreno assai preparato negli elementi sì positivi che negativi
della decadenza, e non era esso il solo nuovo prodotto che desse
al pensiero e al sentimento di quell'epoca un carattere nuovo, ben
diverso da quello dei periodi più splendidi irreparabilmente passati.
Per un processo lento, di cui con sufficiente studio si trovano e si
spiegano chiaramente le vie e le fasi, esso riuscì ad infiltrarsi nella
società greco-romana, modificando questa, non però senza modificare
sè stesso in proporzioni considerevoli. Lo spirito di proselitismo
che era nella sua natura tanto gagliardo e invincibile quanto lo era
per Roma lo spirito di conquista, lo ridusse a piegarsi a necessità
ed a transazioni inevitabili. La prima concessione che dovette fare
fu quella di istruirsi, di divenir colto, d'iniziarsi alla civiltà
greco-romana, ed essendo questa troppo vitale per poterla estinguere,
cercare di assimilarsela, per poterla influenzare nei suoi effetti
ulteriori e modificare. Così (fatto strano quando si pensi all'ideale
di Cristo e della società evangelica) i cristiani poterono divenire
pittori e scultori, poeti d'arte e verseggiatori, e cercare un organo
del loro sentimento religioso là dove Cristo non avrebbe nè immaginato
di cercarlo, nè voluto che si cercasse. E in tal guisa avea luogo una
prima e principale di quelle mille contradizioni appena palliate da
ogni sorta di pii ripieghi suggeriti dalla fede, in mezzo alle quali il
cristianesimo è venuto vivendo fino ai dì nostri.

L'idea cristiana indossando le forme dell'arte poetica antica non
approdò mai ad altro che ad una specie di singolare travestimento, del
quale l'abilità di qualche poeta non potè riuscire che a diminuire la
stranezza. Non di rado il contrasto fra le forme e le idee tocca il
grottesco e il ridicolo, per chiunque non abbia gli occhi velati dal
fervore della fede che tutto scusa ed ammira in una parola guidata
da questa. E veramente, se l'idea cristiana trovava una sufficiente
preparazione ed elementi favorevoli nel campo in cui si andava
propagando, non per questo essa trovava in quello forme artistiche
appropriate e corrispondenti. Il misticismo e la nuova tendenza del
pensiero che favorirono i trionfi del cristianesimo nella decadenza,
appunto perchè prodotti di un deperimento e non di un rinnovamento,
di una fiacca e delirante decrepitezza, non di una calda e giovanile
energia, non determinavano quel grado di sentimento ardente che rinnova
e crea l'arte plasmandola secondo la natura propria: essi ad altro
non aveano servito che a malmenare l'arte antica, trascinandola in
basso. Questa trovò dunque il cristianesimo così ridotta; la trovò
viva apparentemente nelle scuole e nella cultura, ma spenta in realtà
nell'intelletto e nel cuore. Quelle forme ormai vuote che erano
proprietà domestica del mondo civile ed esemplate dai più grandi nomi
del patrimonio intellettuale d'allora, il cristianesimo si occupò di
trarle dai subbietti profani e pagani ai subbietti sacri e cristiani.
L'uso di esse era realmente cosa tanto meccanica ed inerte, che parve
naturalissimo considerarle come aperte al primo occupante, e capaci
di adattarsi ad un sentimento qualunque. Eppure, nate in Grecia, esse
avevano già fatto il salto non piccolo dalla grecità alla romanità, nè
senza molto sforzo, e sol coll'aiuto dei più splendidi rappresentanti
del genio latino, erano riuscite ad adattarsi a quest'ultima. Ora
trarle ad una seconda trasmigrazione, ben più violenta della prima,
perchè negazione recisa del pensiero poetico ed artistico ch'esse
avevano seguito e servito in Grecia e in Roma, era una velleità che
solo poteva nascere in una epoca in cui il dominio della retorica su
tutta la letteratura avea fatto perdere il sentimento di quel rapporto
necessario ed intimo che deve esistere fra le forme dell'arte e le
condizioni dello spirito.

Insomma l'imitar Virgilio, come fanno Prudenzio, Sedulio, Aratore,
Giuvenco e tanti altri poeti cristiani[461], mettendo in esametri la
vita di Cristo, o vite di santi o fatti biblici, l'imitare Orazio,
Ovidio ed altri poeti antichi componendo distici e carmi trocaici
e giambici su fatti e idee cristiane, era un lavoro di sforzo, nel
quale convincimenti, raziocini, moralizzazioni potevano esser cosa
seria, ma la poesia propria del sentimento cristiano non poteva avere
che pochissima parte, poche e stentate espansioni. Versificare il
vangelo era un cristianizzare l'esercizio scolastico, ma era anche un
togliere alla ingenua narrazione evangelica la poesia sua propria,
per darle un ornato ripugnante alla sua natura. Però gli uomini
educati nella cultura romana, che aveano sempre dinanzi agli occhi
gli esemplari antichi, accolto il cristianesimo, dovevano vedere con
compiacenza riempiuto, quantunque in modo insufficiente e posticcio,
un vuoto che questo presentava per essi. La descrizione della tempesta
negli esametri di Giuvenco prete richiamava alla mente loro la bella
descrizione virgiliana; più d'un carme di Prudenzio li faceva ripensare
ad Orazio. Che poi della poesia antica soltanto la forma ci fosse
in quelle composizioni, che della poesia cristiana vera e propria
non ci fosse che una parte troppo tenue, era cosa che poco importava
in un'epoca in cui la poesia non si apprezzava che come retorica e
versificazione. Per tal guisa la poesia cristiana, seguendo i tipi
classici, era cristiana nell'argomento, pagana nella forma; quante
volte un poeta cristiano uscisse dall'argomento sacro, i tipi classici
gl'imponevano tanto e tanto che, come vediamo in Ausonio, a stento
si riesce a distinguerlo da un pagano. Ciò si verifica sopratutto ai
tempi della decadenza e del risorgimento, che sono quelli nei quali
la poesia latina dei cristiani più si permette di divagare nel campo
laico e mondano. E questa va contata fra le altre ragioni per cui, nel
predominio dell'ascetismo, la poesia latina viene tanto generalmente
consecrata ai subbietti sacri, e rifugge tanto dai profani. Ma anche
ai tempi della decadenza, finchè seguitò a vivere il paganesimo,
i cristiani che erano tali ferventemente e per elezione ed eran
resi esaltati dalle lotte, concentrandosi intieramente nell'idea
religiosa, poco accordavano nelle loro poesie ai temi non religiosi.
Già in quest'epoca la cultura cristiana è rappresentata in massima
parte dal clero e così anche la poesia; rari sono i laici cristiani
di cui questi secoli ci abbiano tramandato qualche composizione.
Fin da quest'epoca adunque già si prevede che cosa dovrà essere la
società e la cultura quando il paganesimo sarà affatto estinto e
tutto il mondo civile cristianizzato. È il carattere del medio evo;
la prevalenza dell'autorità religiosa e dell'idea religiosa in tutti
gli atti e in tutti gli ordinamenti della società che ne è penetrata
fino alle più intime viscere; è il concetto della cristianità che si
va sviluppando e applicando nei successivi trionfi del cristianesimo,
il quale non è assorbito dalla società romana da cui nacque lontano
e diverso, ma è invece assorbitore di essa. Le sfere dell'attività
umana vengono ripartite con distacco e divisione profonda fra gli
stati e condizioni varie degli uomini. La prima radicale divisione
che si completa col completarsi del trionfo sul paganesimo è quella
dei laici e dei chierici; ai primi rimane tutta la vita materiale,
agli altri la cultura e la vita intellettuale; al laico par naturale
che la cultura non sia cosa sua, nè si vergogna di non averne più di
quello si vergogni di non essere chierico; la differenza netta e recisa
finisce col riflettersi nei nomi, e chierico acquista il significato
di uomo di studio, laico il contrario; il primo è distinto, ma non
per questo l'altro è sprezzato; ognuno fa il suo mestiere. Così la
cultura e la vita intellettuale resa privativa di una casta religiosa,
si concentrava nella religione; tutti gli ordini sociali sentivano
l'influenza di quella casta invaditrice per natura, per missione, e
per tradizione, che aveva in mano il cuore e la mente di tutti, dal
principe più potente fino all'ultimo dei villani.

Tutto ciò definisce la natura propria di quella continuazione che
la poesia latina di forma classica potè trovare nel medio evo.
Figlia della scuola e prodotto artificiale essa è opera del clero;
il campo suo è principalmente religioso; a sentimenti ed affetti
d'altra natura essa non viene applicata, ed anche quando il suo tema
è profano, come p. e. nelle narrazioni versificate di fatti storici,
le idee, le moralizzazioni mostrano sempre la tendenza ed il punto
di vista schiettamente clericale e religioso. Nelle formole, nel
metro, nell'applicazione dei mezzi poetici antichi si scorge sempre
quella stessa barbarie e quella stessa ignoranza che abbiamo veduto
dominare nelle scuole grammaticali e retoriche di quest'epoca, alle
quali essa unicamente deve la propria esistenza. Non si cercava con
essa nè lo sfogo di una passione o di un sentimento, nè la imitazione
fina ed intelligente di un determinato tipo di arte, ma unicamente un
esercizio di versificazione, un passatempo e nulla più; era un riposo,
una distrazione alla quale si consecrava qualche ora, sempre però «ad
maiorem Dei gloriam». Un poeta, o compositore di versi di professione,
il quale non avesse altro carattere che questo ripugnerebbe troppo
a quella gente, e mal potrebbe trovare chi lo stimasse. Ciò si
scorge in modo evidente quando si osservano uomini come Lattanzio,
Aldelmo, Alcuino, Beda, Rabano, Mauro ed altri dei più gravi far versi
latini per trastullo come oggi si farebbe una partita di bigliardo,
e divertirsi a scrivere in versi centinaia di enimmi, logogrifi,
anagrammi, acrostichi ed altre simili puerilità. Il carattere proprio
della poesia latina della decadenza si ritrova in queste composizioni
metriche latine dei monaci del medio evo, salvo che le antiche forme
sono assai più rozzamente trattate e ben si vede che, pel radicale
cambiamento avvenuto, esse hanno anche meno di prima una ragione di
esistere fuori della scuola[462]. E del resto è cosa chiarissima che
nella letteratura chiesastica le forme letterarie si sono fissate,
con quella stereotopia che in ogni cosa è propria della chiesa, sotto
l'influenza di quel gusto e di quella condizione delle lettere che
esistevano quando la società ecclesiastica si organizzò nel mondo
romano. La retorica e la declamazione, la ripetizione eterna, illogica
ed inconcludente di frasi e luoghi comuni, l'epitetare convenzionale
esagerato e falso, le lumeggiature tolte da questo o da quell'altro
scritto autorevole e venerato, e altre simili qualità rimasero nella
letteratura ecclesiastica latina tanto invariabilmente quanto la
liturgia e il rituale; le troviamo in Agostino, in Cassiodoro, in
Gregorio, in Tommaso, come le riconosciamo in qualunque più recente
allocuzione o circolare pontificia e nei moderni scrittori religiosi
di fede cattolica, i quali appunto perchè medievali nella cultura, nel
sentimento e nella dialettica, invano tentano di misurarsi col sapere
odierno che non può badare ad essi.

Gravi incompatibilità rendevano grande il disagio in cui trovavasi
l'idea cristiana e la poesia del cristianesimo nelle forme classiche.
L'antica religione e l'antica poesia erano sorelle, e tanto aveano
di comune nelle cause, nelle origini e nello sviluppo loro, che in
grandissima parte s'identificavano. La mitologia, creazione poetica
essa stessa, avea tanta parte nelle espressioni, nelle imagini, nei
concetti e nel frasario poetico, per non parlare della parte ancor più
essenziale che avea negli ideali poetici, che era impossibile ridurre
le forme antiche a cantare Cristo e i santi senza che c'entrassero
Apollo, le Muse e tutto l'Olimpo pagano. Ben è vero che, appunto per
la natura schiettamente poetica di tutti quei fantasmi, potè avvenire
che, dinanzi alla nuova idea religiosa, questi si spogliassero affatto
del loro valore religioso e serbando, come nomi e fatti fantastici, il
loro valore poetico, s'infiltrassero nella poesia e nell'arte cristiana
e sopravvivessero anche nel pensiero moderno europeo fino ad un punto
che può alla prima parer sorprendente[463]. Questo però potè avvenire,
come fatto naturale e senza scapito, in tutta l'arte di forma nuova,
nella quale quanto era superstite dell'antica idea era giustamente
rappresentato, secondo il posto e la natura che le assegnava lo
spirito modificato grandemente; nell'arte imitatrice e di forma antica
non poteva avvenire senza che ci scapitasse l'arte stessa, o, come
vediamo nel risorgimento, la nuova idea a cui si voleva adattarla. Tali
incompatibilità, tanto più gravi quanto più intieramente il sentimento
cristiano assorbisse l'anima, erano vivamente sentite da ben molti
asceti, i quali vedevano l'inconveniente[464] e volevano evitarlo;
ma, se salvarono il loro sentimento, l'arte rimase offesa e vulnerata
dai comici ripieghi a cui ricorsero spesso, come quando invece
delle antiche invocazioni poetiche sostituivano il «Domine labia mea
aperies», o peggio ancora invocavano: «Colui che fe' parlare l'asina di
Balaam»[465].

Però quel sentimento che era vivo e reale ed abbastanza intenso per far
provare il bisogno di una libera espansione, non tardò ad emanciparsi.
Rompendo le barriere che lo inceppavano nelle forme classiche, esso
cercò e trovò uno sfogo nella latinità triviale e senza presunzione,
figlia dell'epoca e nata sotto la sua influenza, come stabile organo
della liturgia e della fede cristiana; seguì l'orecchio che udiva
l'accento e più non udiva la quantità, avvivandosi alle fonti della
poesia popolare che per fatto naturale si svolgeva con ritmi novelli
risultanti dalla speciale indole melodica ch'era propria dei volgari
viventi e parlati. Così nascevano molte poesie ritmiche latine nelle
quali, confrontate colle altre, è facile riconoscere che il medio
evo si adagia assai più liberamente e comodamente, rivelando l'animo
suo e la sua fede con più schietta e men preoccupata maniera. Per
quanto Prudenzio ed altri poeti cristiani di scuola abbiano talvolta
potuto essere felici nelle loro versificazioni, mai niuno di essi non
riuscì a riporre nei suoi versi tanta dose di vera, sentita e vivida
poesia quanta se ne trova nel _Dies irae_ ed in simili composizioni,
per lingua e per verso affatto lontane dai classici della scuola. Ivi
sentiamo l'anima ingenua che palpita e che trema, che si atterrisce e
che spera, ne vediamo gli slanci e gli entusiasmi e non abbiamo bisogno
di essere anche noi credenti per riconoscere e rispettare quella
poesia bella e sensibile, perchè figlia genuina dell'animo e collegata
psicologicamente con sentimenti di ragione universale. Dinanzi ai
retorizzanti e forzati compositori di odi e di esametri troppo spesso
siamo tentati di chiedere se parlino davvero sul serio.

Quella nuova poesia di cui i più notevoli antichi monumenti spettano al
latino delle chiese e dei chiostri, e al sentimento religioso, pullula
da quella stessa fresca e vivida sorgente da cui dovrà scaturire per
altri sentimenti e altre lingue la nuova poesia dei laici e delle
lettere volgari. Essa e le forme sue erano tanto omogenee all'indole
del tempo, che coesistendo per lunga epoca allato alla poesia di
scuola, a questa faceva sentire assai fortemente la sua influenza;
mentre da essa, o meglio dal materiale della cultura che la scuola
conservava, la poesia popolare traeva qualche idea, qualche nome o
qualche fatto, ad essa dava assai spesso i suoi ritmi, o ne guastava
gli antichi stampi metrici spingendo alla noncuranza della quantità,
all'uso dell'accento e della rima.

Queste poche osservazioni sulla poesia latina del medio evo hanno per
iscopo di mostrare come l'idea classica fosse in realtà poco presente
alle menti di quella casta che allora dominò la cultura; e ciò non
soltanto nell'opera dello studio, conforme risulta dai precedenti
capitoli, ma anche nell'opera attiva e produttiva della imitazione
dei modelli antichi. Dal che riman confermata e meglio dichiarata
la poca attitudine di quella classe alla intelligenza estetica della
poesia virgiliana. È quindi questo capitolo quasi la controprova di
ciò che risulta dagli antecedenti, rimanendo per esso dimostrato come
alle deficienze nello studio passivo corrispondano simili deficienze
nella produzione da questo governata. Per questa via siamo arrivati
anche a toccare delle letterature volgari e della nuova poesia, e
tutto ci chiama a considerare ormai il nome del poeta nostro in mezzo
a questo nuovo elemento. Prima però di farci a seguirlo attraverso ad
una atmosfera tanto diversa da quella in cui l'abbiamo contemplato fin
qui, crediamo necessario fare una sosta per segnare i principali tratti
caratteristici di quell'ideale dell'antichità che fu proprio del medio
evo.



CAPITOLO XII.


Lo sparire degli studi greci dall'occidente europeo nel medio evo
è un fatto considerevole di non poca conseguenza pel concetto che
dell'antichità si ebbe allora, ed anche pel posto che in questo occupò
il nome di Virgilio. Quella divisione che, ponendo capo ai due grandi
centri, Roma e Bizanzio, si manifesta fra l'occidente e l'oriente
d'Europa col cadere dell'impero e col progredire del cristianesimo,
che tanto si accentua da Giustiniano in poi, che nell'ordine religioso
finisce collo scisma di Fozio e la separazione delle due chiese, si
ripercote in modo egualmente reciso nella cultura e negli studi.
Quantunque greca fosse la lingua con cui dapprima si presentò il
cristianesimo ai popoli di cultura latina, greco il testo dei vangeli,
greci Basilio, Crisostomo, Dionigi Areopagita e tanti altri padri
venerati da tutti i cristiani, pure il centro del cristianesimo
essendosi fissato a Roma, ed esercitando colà nell'ordine religioso
quella universalità d'impero che era propria di quella sede, la chiesa
fu essenzialmente romana e latina, e adottando l'organo più universale
che era il latino, tenne vive esclusivamente, benchè colla solita
noncuranza e parsimonia, quanto agli scopi puramente profani, le
lettere romane. La decadenza poi era generale così nei paesi di cultura
latina come in quelli di cultura greca, e fra questi paesi erano in
parte distrutti quei legami che un tempo li facevano gravitare uno
verso l'altro ed attraevano tanto grande numero di letterati greci nel
mondo latino; erano sorte invece fra loro gravi cause di divisione, di
diffidenza ed anche di antipatia e d'inimicizia. Così dalla cultura
dell'occidente europeo dileguavasi quell'elemento greco che tanto
profondamente erasi infiltrato nella cultura romana, che tanto ha parte
nei prodotti letterari latini, e tanto è indispensabile a spiegarli
e intenderli intieramente. Qua e là qualcuno che sappia di greco si
trova, qualche dilettante che balbetta gli elementi di quella lingua,
qualche maestro che nelle scuole ne dia qualche idea agli alunni[466].
Ma sapere il greco è considerato come una rarità, ed anche di coloro
che passano per saperne qualche cosa, i più ne sanno in realtà tanto
poco da non arrivare a tradurre una linea senza cadere in grossi
errori. Gli esempi d'ignoranza che da questo lato offrono gli uomini,
anche più distinti, del clero latino sono numerosissimi e gravi. Le
parole greche più ovvie e di uso più indispensabile nel linguaggio
della chiesa e della scuola, trovavansi dichiarate nei glossari e nei
repertori enciclopedici. Di qui l'errore di taluni moderni che dall'uso
di certi vocaboli greci presso qualche scrittore del medio evo hanno
argomentato una conoscenza di greco, che questi in realtà non aveva.
Salvo alcuni libri di Aristotele che conoscevano in traduzioni latine,
dell'antica letteratura greca e dell'antica Grecia in generale non
sapevano più di quello potessero rilevare indirettamente dalle opere
degli antichi scrittori latini. Omero non era noto che dall'epitome in
versi latini a cui si dava spesso senz'altro il nome dell'antico poeta
greco, od anche non si sa perchè, quello di Pindaro Tebano; opera di un
_Italicus_, che può pur essere l'autore dei _Punica_; certo, è di quel
tempo, e se pur non fu fatta per la scuola, fu in questa assai e per
lunghi secoli adoperata[467].

Allorchè adunque gli scrittori del medio evo, come fanno
frequentissimamente, nel rammentare i grandi dell'antichità accoppiano
i nomi di Omero e di Virgilio in quello stesso modo come ciò soleva
farsi nei tempi romani, essi non fanno in realtà che ripetere
meccanicamente le notizie e le idee che desumono dagli scrittori
latini e dalla tradizione della scuola. Del rapporto fra Virgilio
ed Omero non avevano direttamente alcuna idea ed un tal confronto
era impossibile per essi. Omero era rimasto un nome e nulla più; il
più grande poeta antico allora realmente conosciuto e studiato nella
scuola, come primo autore profano, era Virgilio. Questo poeta adunque
tiene in quell'età, nel complesso della letteratura antica superstite
e nota, e nell'insegnamento, una posizione più alta e più assoluta di
quella da lui tenuta presso gli antichi, che leggevano e studiavano
nelle scuole anche le opere dei poeti greci. Ma d'altro lato questa
più assoluta supremazia di Virgilio nella tradizione classica era
accompagnata anche da un considerevole abbassamento della tradizione
classica stessa. Nell'attività intellettuale e nelle idee colle quali
si coltivava lo spirito a questa tradizione non rimaneva che uno
spazio limitato, reso di entità secondaria, reso sospetto e posto in
luce falsa da pregiudizi ed errori. Tutti quei chierici che dessero
opera a qualche produttività intellettuale, anche occupandosi di studi
profani e promovendoli, aveano altre preoccupazioni. Cassiodoro, mentre
raccomanda ai suoi monaci questi studi, non lascia di premettere che
si può benissimo arrivare alla _vera sapienza_ anche senza lettere.
«Nondimeno, soggiunge, può essere opportuno prenderne _parcamente e
con moderazione_ qualche notizia, non perchè in esse stia la speranza
della nostra salvezza, ma perchè studiandole come di passaggio,
desideriamo che dal Padre dei lumi ci sia concessa la sapienza proficua
e salutare»[468]. Queste parole bastano a qualificare nel modo il più
esatto l'atteggiamento del clero rimpetto agli studi profani durante
tutto il medio evo. E veramente tutta la forza, il nerbo dell'attività
intellettuale dirizzavasi alla teologia ed all'ascetismo, estendendosi
alle astrazioni della dialettica e della filosofia speculativa. In
faccia a queste gravi discipline che riempivano di sè i migliori
intelletti d'allora, ogni altro studio letterario era pei fanciulli
una preparazione necessaria a cose maggiori, per gli adulti un
trastullo, un passatempo, ed occuparsene esclusivamente e sul serio
pareva frivolezza e cosa indegna della dignità di un ecclesiastico.
Anche chi non accusava Silvestro II di magia pel suo sapere di
meccanica e matematica, confessava ingenuamente che era «troppo dedito
agli studi secolari»[469]. Tal modo di vedere era generale: non era
proprio soltanto di coloro che facean la guerra agli studi profani e
li disprezzavano o condannavano, come fondati sopra autorità pagane,
ma anche di coloro che li apprezzavano e in certa maniera cercavano
di promuoverli. Ciò spiega certe contradizioni che si notano anche
fra contemporanei; come cioè, mentre alcuni più equi deplorano la
decadenza degli studi letterari, altri ne parlano come di cosa che
fiorisce anche troppo[470]. Come certe ripugnanze non impedissero agli
studi profani di vivere, lo abbiamo visto; ma certo la loro vita così
permessa era una vita stentata, e fiorire in quelle condizioni non
era possibile. La loro esistenza a quell'epoca è come epilettica, il
deliquio è frequente, e frequente la minaccia che la vita si spenga.
L'idea che quella età offre di sè è tale, che lo storico indica come
un fatto notevole e quasi inaspettato la sopravvivenza degli studi
classici. La loro storia è una miserabile storia di richiami a vita e
di segni di vita. Come mendichi vanno da un chiostro all'altro; raro,
precario e povero è il favore che qualche principe accorda loro. A
Carlomagno, che li protegge malamente, succede Ludovico Pio che li
detesta[471]. Non era soltanto l'indole pagana delle lettere antiche
che le allontanava dagli spiriti, era anche in generale la mondanità
di questi studi. Ciò che può chiamarsi soddisfazione o piacere
estetico appariva come una sensualità peccaminosa o traviatrice. Anche
la ricreazione doveva essere edificante ed aver luogo piamente. Lo
scopo della cultura, dominata dal monachismo, non era più abbellire
e raffinare lo spirito, ma edificarlo, purificarlo, santificarlo
in ordine al suo fine estramondano e secondo i principî teleologici
che costituiscono l'essenza stessa del cristianesimo. In luogo della
concorrenza degli scrittori greci, gli antichi latini subivano nel
medio evo quella, ben più ad essi dannosa, dei libri sacri. Eran
questi i veri classici dell'epoca, quelli sui quali lo spirito si
plasmava, nei quali trovava il pascolo più omogeneo e che costituivano
il cardine precipuo della vita morale. In questi, singolarmente
nei libri dell'antico testamento, troviamo già quella universalità
dell'idea religiosa che penetra e pervade tutta l'enciclopedia umana,
come governa tutto l'organismo sociale, e che fu tanto essenzialmente
propria dell'ideale cristiano quanto lo era stata del giudaico. In
quei libri così prossimi allo spirito, qual esso era in quel tempo,
stava il primo fondamento dell'educazione morale e religiosa. Allato
ad essi stavano Virgilio e gli altri vecchi ordigni della educazione
profana, ma con tutta quella enorme distanza che separa la parola
dell'uomo dalla parola di Dio, la stima letteraria dalla venerazione
religiosa. E comunque considerare quei libri come opere letterarie
e metterli a livello dei classici potesse parere una profanazione,
pur nondimeno un carattere letterario loro speciale essi lo hanno;
singolarmente in fatto di poesia l'uso continuo di quelli nella lettura
edificante, nella liturgia, nella preghiera esercitava una influenza
considerevole, avvezzando a formole poetiche, ad imagini di un conio
speciale, ad un tipo insomma di poesia affatto particolare distinto
e diversissimo dal tipo classico, e ben più che la poesia classica
armonizzante coi più caldi sentimenti dell'animo che credeva nella
divinità di quella parola. Era questa una delle cause più potenti
che, come già abbiamo veduto di sopra, spogliava di ogni segno di vita
reale le forme classiche superstiti nell'uso scolastico, e che in pari
tempo allontanava lo spirito dal penetrare nella natura della poesia
antica, rendendolo inabile a giudicare indipendentemente da qualunque
preoccupazione religiosa e con occhio assolutamente laico o profano.
Per intendere appieno una poesia essenzialmente diversa da quella
che è propria del tempo in cui si vive, si richiede uno sforzo dello
spirito teorizzante che si sollevi in quella più alta regione da cui
esso possa abbracciare con giusto sguardo più fasi e forme diverse
della produttività umana; si richiede una speciale palestra estetica
che renda il gusto raffinato tanto da poter sentire molto di più di
quello sia abituato a sentire dai fenomeni volgari e comuni della vita
nella quale si spiega. Per fatto di sola natura a ciò non si arriva;
è necessario un lavoro non piccolo nè qualunque di educazione e di
cultura, così individuale come universale, quale lo troviamo presso
gli uomini del risorgimento e sarebbe vano cercarlo presso i monaci
del medio evo. La cultura del medio evo in tutta la sua parte profana
e tradizionale è cosa troppo povera, debole e trasandata perchè possa
sollevar le menti molto al disopra del livello popolare e volgare.
L'umanismo di proprio nome è estraneo a questa età. Il monaco il
più mondano, il più innamorato degli antichi scrittori, è sempre
infinitamente più prossimo al popolano di quello possa mai esserlo
l'ultimo dei latinisti del risorgimento. Perciò in quanto è poesia
profana il monaco come il laico del medio evo avea l'animo più aperto
alla poesia nuova del tempo, nazionale o popolare, che alla poesia di
forma classica. Se ciò non fosse, niuno potrebbe spiegare la grande
invasione della poesia popolare nei chiostri, e come i monaci siano
fra i più antichi rappresentanti o raccoglitori di quella, così nelle
forme sue latine come nelle volgari. Niuno che non abbia bene inteso la
natura e le cause di questa aberrazione dagli ideali letterari antichi,
della incapacità d'intenderli anche tenendoli dinanzi, che caratterizza
le menti medievali, potrà mai capire completamente il fatto del
risorgimento.

Invero il chierico medievale, per la natura della sua fede, non
accettava che una piccola parte del sapere antico, e questa stessa
parte ch'egli accettava, per l'attitudine del suo spirito e la qualità
della sua cultura, ei non la conosceva che esternamente, vedendola come
in lontananza e in una luce falsa; ma ciò non vuol dire che nella mente
sua quell'antico sapere non rappresentasse una grandissima cosa. Il più
bigotto e fanatico asceta, anche odiando gli antichi, non esita mai a
crederli sapientissimi, a quella maniera com'ei crede sapientissimo,
quantunque malvagio e tentatore, lo spirito delle tenebre, al quale
non di rado giunge ad attribuire i miracoli dell'arte antica. Questo
giudizio non è invero mai dettato da un apprezzamento diretto; in gran
parte esso è dovuto alla secolare autorità ed all'aureola imponente con
cui, per tradizione irrecusabile, suonavano alle orecchie di costoro
i nomi di Platone, di Aristotele, di Omero, di Cesare, di Cicerone, di
Virgilio; in parte anche a ragioni puramente negative, e più di tutto
alla ignoranza che contribuiva anche ad ingrandire ed a falsare il
concetto di quella sapienza. Non solo l'idea cristiana non spingeva a
negare i miracoli della ragione, ma spingeva ad esagerarli, ingrandendo
così il merito della fede. All'idea di un conflitto necessario fra
ragione e fede, di una contradizione costante fra di esse, il cristiano
non si poteva certamente adattare; perciò non tutto quanto era
dell'antichità condannava, ma, distinguendo le sfere proprie a ciascuna
e i punti nei quali s'incontrano e quelli nei quali stan separate, era
indotto a fare armonizzare ragione e fede, mostrandole divise piuttosto
da confini che da ostilità o da flagranti contradizioni. L'asceta
del medio evo considera quindi l'antichità come quella che ha fatto
grandi e stupende cose, ma pure ha errato grandemente per mancanza
di lume superno, e perciò è sirena tanto più pericolosa quanto più
grandi sono le sue illecebre. L'opera della ragione, secondo l'idea
cristiana, non è esclusa, ma è corretta e completata dalla fede.
Naturalmente in questo concetto, per chi prende la fede sul serio,
il primato è di quest'ultima e quanto più l'anima che l'accoglie si
concentra e vive in essa, tanto minor libertà accorda allo spirito
raziocinatore. Imperocchè il dilemma era chiaro quanto triviale: o la
ragione ci dice cose diverse da quelle della fede, ed allora erra, o
si accorda con questa, ed allora a che pro metterla in opera? Tale era
la condizione del pensiero nel monachismo medievale; il valore che si
diede al raziocinio in quel gran movimento filosofico che comincia con
Scoto Erigena, provocava gli sdegni dell'autorità religiosa, e non fu
certamente col beneplacito di questa che cominciò il moto fecondo,
più timido dapprima, più energico poi, dell'attività razionatrice,
che finì col rimandare la fede nel campo suo proprio, nel passivo
delle coscienze e dei sentimenti, e coll'escluderla affatto dalla
investigazione speculatrice del vero, creando così la scienza odierna.

Da tutto ciò nasceva un modo esagerato e falso di concepire la sapienza
antica. Imperocchè come una era l'idea che penetrava e plasmava tutta
la produttività cristiana di ogni ordine, così credevano i cristiani
d'allora dover pensare della produttività antica, nella quale cercavano
e vedevano unicamente il lato morale e religioso, sia patente,
sia recondito, sia nei limiti noti, sia negli ignoti o supposti od
immaginari. Nell'ideale dell'antichità adunque il momento estetico era
estinto e prevaleva il momento morale o filosofico.

Coerentemente a ciò ed in seguito alle cause medesime era anche
grandemente alterato e viziato il concetto storico dell'antichità
stessa, veduta in quell'orizzonte che dominavano gli uomini del medio
evo. Ai libri ed alle memorie storiche superstiti, che ricordavano
gli antecedenti di quella tradizione civile in mezzo a cui si viveva,
eransi aggiunti i libri giudaici, che s'imponevano irrecusabilmente
come autorità di fede, ed aprivano la storia _ab ovo_ fissando una
cosmogonia ed una antropogenia profondamente connesse col concetto
monoteistico giudaico e cristiano; e non solo imponevano la fede per
una quantità di narrazioni favolose, intieramente diverse per l'indole
loro dalla favola antica rammentata dalla tradizione letteraria, ma
imponevano eziandio un modo speciale ed esclusivo di considerar la
storia. L'idea cristiana, uscita dal giudaismo, avea rotto i suoi
primi limiti nazionali, sollevandosi ad abbracciare tutta l'umanità
rimpetto a Dio da quello stesso aspetto da cui rimpetto a Dio
consideravasi il popolo giudaico, ed «In exitu Israel de Aegypto» era
divenuto l'inno simbolico dell'umanità redenta. L'idea dell'agnello
divino che purga i peccati del mondo, e i conseguenti fruttiferi
fervori dell'apostolato chiamavano naturalmente a contemplar la storia
universale con quella distinzione di momenti che suggeriva quella
grande e duratura illusione; il regno di Dio, il tralignare degli
uomini, e lo scindersi con errori diversi, e il ricondursi poi tutti
in un gregge solo e sotto un sol pastore, illuminati e ribenedetti pel
benefizio della morte di Cristo. La storia universa presentava così
due grandi momenti ben distinti; una lunga epoca di errore e di cecità
ed un'epoca di purificazione e di verità, separate l'una dall'altra
per la croce del Golgotha. La più prossima e la più simpatica di
queste storie era quella del mondo rigenerato e redento, storia di
lotte e di martirî, storia patetica e poetica di trionfi e di glorie
pei credenti; tutto il resto si considerava in ordine a questa, sia
come negazione, sia come lontana armonia, sia come preparazione. Due
città grandeggiavano in questa idea; la Gerusalemme del popolo di
Dio e di Cristo, la città del passato, e Roma bagnata del sangue dei
martiri, sede di Pietro e dei successori, santuario e centro della
cristianità vivente. La storia di quelle due città non s'incontrava
pei cristiani che in un punto, ma in un punto estremamente solenne,
la nascita e la vita di Cristo e il principio del grande apostolato.
Da questo momento in poi Gerusalemme spariva e sostituivasi ad essa
Roma. Ma questa Roma dei ricordi cristiani era propriamente la Roma
imperiale, e niuna epoca della storia era tenuta così presente e
così spesso rammentata dagli uomini del medio evo quanto questa degli
imperatori romani. Il papato, i padri, i rapporti del cristianesimo
coll'impero nei suoi primordi, nelle sue lotte, nei suoi trionfi, la
storia dello sviluppo organico della chiesa, gli elementi stessi della
cultura sacra e profana, tutto riconduceva a quest'epoca, più prossima
sott'ogni aspetto. Come Cristo nei ricordi religiosi stava al culmine
della storia cristiana così nei ricordi politici si partiva dal primo
imperatore, Ottaviano Augusto, sotto di cui Cristo nacque[472]. Per un
fatto sul quale i credenti cristiani non cessarono mai di declamare,
trovandovi del miracoloso, i primordi del cristianesimo coincidevano
coi primordi dell'impero, e Cristo nasceva quando Roma più fioriva,
per potenza, ricchezza ed ingegni, quando la pace regnava nel vasto
dominio romano, ed un'epoca di rinnovamento cominciava con auspici
apparentemente felicissimi. Eppure Cristo stava agli antipodi di questi
splendori, e se in quella coincidenza v'ha qualcosa di notevole, gli
è questo che appunto allora nascesse chi, scientemente o no, doveva
spingere il mondo tanto lontano dalla vetta che allora raggiungeva.
Ma, senza miracoli, le ragioni storiche dicono chiaro che realmente
la nuova religione non avrebbe vinto se non avesse trovato un'epoca
disposta ad un generale rinnovamento, una società stanca ed avida
di novità, e le sue mire universali sarebbero rimaste allo stato di
utopia se non avessero trovato preparati tanti elementi di omogeneità
fra popoli diversi dal braccio virile dei romani. Questo videro anche
i cristiani, e parve, come pare tuttora ai credenti che veggono la
storia attraverso al prisma della fede e del sentimento religioso,
che l'opera di Dio si dovesse riconoscere in questa preparazione, di
lunga mano elaborata onde recare la maturità dei tempi opportuni alla
missione del Salvatore[473]. Questo ripetono quanti credono che l'idea
della provvidenza debba essere la chiave dei fatti storici, come lo
credevano gli Ebrei, che anche fra la cultura alessandrina attribuivano
ai fatti della storia antica cause divine[474]. E senza dubbio assai
proni rendevano a ciò fare i fatti di Roma, la cui gigantesca grandezza
suggerì anche ai romani stessi e agli antichi in generale l'idea
di una speciale protezione della divinità. Questa idea comune fra i
romani, singolarmente al tempo di Augusto[475], e così solennemente
rappresentata da Virgilio, che un destino antico, ed una volontà divina
persistente avesse preparato e guidato gli avvenimenti che doveano
condurre alla fondazione e alla grandezza di Roma, benefattrice e
centro del genere umano, era continuata così e riprodotta in senso
cristiano dai cristiani; e nel medio evo, come fra i padri e i poeti
cristiani più antichi, tutti ritenevano che Dio avesse permesso e
voluto quella città e le sue conquiste grandiose, perchè colla sua
centralità mondiale potesse servir di sede ai vicari di Cristo[476].

Col cadere della potenza politica di Roma la universale influenza
di questo centro non era venuta meno, ma erasi cambiata; il papato e
la chiesa cattolica eransi sostituiti all'impero caduto, lo avevano
fatto rivivere nella universalità della loro natura, delle loro
istituzioni, dei loro scopi. Alla forza del braccio erasi sostituita
la forza dell'idea, forza non del tutto nuova, poichè non soltanto
materiali erano i mezzi che cementavano la vasta compage romana, ma
anzi c'era in quella una unità morale, gagliarda e persistente, che
sopravvisse a lungo allo smembramento politico. Erede e riformatrice di
questa grande creazione romana, la chiesa era arrivata a sostituirsi
all'impero con una medesimezza tale, quanto a robustezza e latitudine
di potere, che la potestà pontificia potè giungere a considerarsi ed
essere anche considerata e subìta come la prima potestà del mondo,
a cui tutte le altre erano subordinate. Continuatrice dell'impero
nella sua parte astratta ed assoluta, la chiesa riverberava quella
sua natura anche sulle potestà laiche, che tutte gravitavano verso
il grande ideale dell'impero; ideale che volle attuare Carlomagno,
non come cosa nuova, ma come restaurazione e continuazione, e
quindi facente capo a Roma. Il rozzo _Kunec_ Germanico aspirava a
diventare _Caesar_ (Kaiser) e insuperbiva talvolta assai volentieri,
dimenticando che l'autorità ei l'attingeva ad una fonte superiore; e
quantunque talvolta spezzasse la briglia retta malamente da quello
o da quell'altro individuo, pure in realtà sotto il peso di quel
potere curvò il collo e si abbassò talvolta nella polvere anche più di
qualsivoglia conquiso dall'antico impero; sola e povera soddisfazione
che offrano a noi latini le lunghe pagine di quella storia desolante.
Così questa idea dell'impero universale, nel medio evo e singolarmente
dopo Carlomagno[477], diventa tanto esclusiva che la storia della
umanità non si concepisce altrimenti che come una successione di
grandi monarchie, dall'una all'altra delle quali il volere divino
fece passare la forza e il potere e il dominio su molti popoli[478].
Quindi in questo concetto storico per la Grecia, non conquistatrice,
non c'è che un posto esiguo; ce n'è uno cospicuo però per Alessandro;
per la Roma anteriore all'impero, benchè nella parte più antica tanto
più edificante dell'impero quanto a moralità, non c'è posto che pei
ricordi di talune principali conquiste; il medio evo non si adagia che
nell'idea dell'impero già costituito e completo, e foggiato con quello
scaglionamento piramidale di autorità che costituisce l'ideale suo
della società politica e della monarchia imperiale. Perciò per lo più
saltano a piè pari dalla fondazione di Roma a Cesare e ad Augusto.

La parte principale adunque della storia dell'antichità allora nota,
è la storia dell'impero subordinata alla storia del cristianesimo,
mescolata con questa, veduta e immaginata secondo il sentimento
cristiano, e quindi tutta travisata e piena di leggende. Roma rimane
sempre moralmente _caput mundi_, e niuna città dell'occidente
in tutto il medio evo, in mezzo a tanta potenza di popoli nuovi,
acquista, neppur da lungi, lo splendore, l'importanza che conserva
quella maestosa e veneranda rovina; neppure alcuna se ne scorge che
raggiunga almeno il lustro che la romanità seppe dare a Bisanzio.
Le città dei principi del medio evo, quale ad es. l'Aquisgrana di
Carlomagno[479] non figurano nella storia che in modo oscuro e non
proporzionato agli atti di alcuni di essi. Ed invero, le nazionalità
si andavano bensì distinguendo assai ricisamente nel campo morale
come nel politico, nelle nuove letterature, come nei nuovi gruppi
politici in cui si divideva l'Europa, ma ciò avveniva per un moto
lento e quasi inavvertito. Opera di riflessione che riducesse, come
oggi, ad un principio quel sentimento che forte, ma oscuro, agiva
nelle coscienze preparando l'Europa moderna, non c'era. Il diritto
pubblico non riposava in alcuna maniera sul concetto dei diritti dei
popoli risultanti dal sentimento e dal fatto delle nazionalità, ma si
basava invece sui principî opposti, che si formulavano nel feudalismo
e nel concetto dell'organizzazione imperiale. Del resto le nazionalità
stesse non erano neppure di fatto ben definite e determinate ancora,
quantunque tendessero ad esserlo. Risultanti dalla combinazione di vari
elementi, esse si andavano enucleando, ma la loro attività storica
doveva essere ben più lunga e caratteristica perchè potesse fissarsi
intieramente e saldamente la loro individualità morale. Per questa
condizione di cose avveniva che, ad onta degli sviluppi nazionali,
ribellione vera e propria contro certe idee non ci fosse, ma anzi
queste seguitassero ad essere vagheggiate. Erano singolarmente a fronte
e distinte per vive antipatie, storicamente legittime, le nazionalità
germaniche e le nazionalità latine. La gente germanica, presto corrotta
anch'essa, ma serbatrice di certe idee ereditate dai selvaggi e
semplici padri suoi, che Tacito contrapponeva ai dissoluti romani come
avrebbe potuto contrapporli ad ogni popolo molto civile, considerava
i «Welschen» o i popoli latini come gente malcostumata e corrotta; ma
d'altro lato non esitava a chiamar sè stessa barbara e rozza[480] ed
a riconoscere la nostra superiorità intellettuale e civile e il nobile
primato della stirpe nostra. Quindi quella unanimità di ossequio e di
riverenza, non certo nel campo materiale, ma nella regione ideale, che
dava ai popoli tutti d'Europa indistintamente un tale alto concetto
di Roma da allontanare qualunque pretesa di rivalità e di concorrenza.
Essa si rivela in mille guise diverse, nelle parole, nelle idee, negli
atti degli imperatori germanici, sedicenti romani, nell'affluenza
dei pellegrini al palladio della civiltà e della cristianità, nelle
ingenue guide scritte per loro uso sulle «Maraviglie dell'aurea città
di Roma» nelle espressioni enfatiche in cui prorompono parlando di Roma
i mille scrittori del medio evo, ed in tanti altri fatti che lungo e
superfluo sarebbe qui enumerare[481]; fra i quali però non vogliamo
omettere, perchè molto significativo, quello della ingenua pretensione
di tanti popoli nuovi e di tante famiglie principesche d'imitar Roma e
i romani sin nella favola delle origini, derivandosi, come i romani e
come Augusto, dagli eroi di Troia, e congiungendosi col nobile passato
di Roma mediante cento leggende diverse[482]; nel determinare la qual
tendenza ognuno intende quanto gran parte dovesse avere l'Eneide e la
popolarità di cui questa godeva[483].

L'imperfetto e ancora confuso sviluppo delle nazionalità, singolarmente
nei concetti astratti, rendeva possibile l'idea dell'impero risultante
dagli elementi tradizionali della cultura ed anche dai più ovvi e
visibili rapporti del presente politico e religioso col passato. Ma la
rendeva possibile soltanto come idea e non altrimenti. La restaurazione
dell'impero antico era una chimera impossibile; l'aggregazione di
popoli diversi sotto uno scettro dovea esser cosa posticcia e precaria.
Dell'antico cemento romano si era perduto il segreto, ed in ogni caso
le vitalità individuali dei singoli popoli erano già troppo sviluppate
perchè si potessero fondere come prima e mantenere uniti in un solo
organismo. Del resto, quella razza che nell'indebolimento della più
nobile avea preso il disopra, era, come si mostrò sempre fino ai dì
nostri, affatto sprovvista di ogni facoltà assimilatrice, ed anzi,
non che assimilare, grandi masse di essa scomparivano assimilate in
grembo a più d'una nazionalità neolatina. Nondimeno le condizioni del
pensiero producevano necessariamente l'idea imperiale, che troviamo
viva in menti elette di quell'età sia nella nobile utopia di un
pensatore, sia negli atti di grandi principi. Qui si osserva di nuovo
quella sproporzione fra il contenuto della cultura e del pensiero e i
fatti dell'esistenza prattica, che dà al medio evo un carattere tanto
particolare. È un'età cotesta che forma e prepara tutto il rinnovamento
moderno senza accorgersene e senza volerlo, mirando sempre al mondo
antico, cercando di continuarlo o restaurarlo; essa si assomiglia ad
uomo che, per una strana allucinazione, cammini avanzando mentre crede
e vuole indietreggiare. Non c'è una età a cui, badando a ciò che dice e
a ciò che pensa, l'idea del progresso e della rivoluzione sociale paia
più antipatica, che più di questa sembri tendere alla immobilità e alla
stereotipia; eppure d'altro lato non ve n'ha una in cui il moto sia di
fatto tanto vivace, generale, molteplice e trasformatore, non una in
grembo a cui la società, il sentimento, il pensiero tanto radicalmente
e incessantemente si trasmutino. In questa condizione eccezionale sta
la chiave precipua che spiega le tante anormalità e deviazioni che sono
proprie di quest'epoca, in tante cose nelle quali l'antichità e i tempi
moderni si trovan d'accordo.

Secondo questi ideali Virgilio doveva essere, com'era infatti, il
più ammirato e il più simpatico dei poeti antichi; c'era nell'animo
degli uomini colti che lo leggevano come un riverbero storico di
quel sentimento romano ch'egli avea sovranamente interpretato e
rappresentato[484]. Anche il momento storico a cui egli appartiene
e nel quale figura tanto distintamente, era il più volgarmente noto
e celebre, il più centrale e brillante in quelle conoscenze e in
quel concetto dell'antichità. Il grande principato d'Augusto, il
cominciamento dell'impero, la prossimità a Cristo ponevano Virgilio
nelle più favorevoli condizioni storiche in cui un gran nome letterario
potesse presentarsi a menti medievali, e nel concetto che avevasi del
poeta, costituivano un lato ed un significato storico di non piccola
entità. Unito a questo andava il lato religioso e filosofico di quel
nome, come di uomo che molto si accostò all'idea cristiana, e fu
fornito di un sapere universale, recondito e straordinario. Tutti gli
antichi, che fossero prosatori o poeti, erano allora considerati come
_filosofi_; ma la scuola grammaticale e retorica teneva sopratutto
fra gli altri in vista i poeti, fra i quali Virgilio era primo. Ha
quindi Virgilio più notorietà volgare e quasi popolare che qualsivoglia
altro scrittore antico, benchè nel concetto degli uomini più colti e
più distinti egli non figurasse realmente come il solo sapientissimo
degli antichi. Allorchè nell'ardore scientifico e nel forte movimento
intellettuale che si fa manifesto col principiare del sec. XII,
Aristotele ebbe acquistato quel posto nella scuola filosofica e quella
notorietà che tutti sanno, anch'esso apparve onnisciente; ma Virgilio
rimase al posto di prima, poichè il suo nome, quantunque conducesse
all'idea del filosofo, non aveva il proprio ambiente nella scuola
filosofica, ma in quegli studi latini più comuni e più elementari ai
quali Aristotele era affatto estraneo. Centro di Virgilio rimaneva
sempre la scuola grammaticale, che ci presenta un altro lato del
suo nome medievale, e propriamente il lato fondamentale. Anche nelle
scuole di grammatica si fece sentire il nuovo indirizzo e il nuovo
movimento degli studi che è rappresentato dalla scolastica; maestri,
che furono allora di gran fama e la conservarono a lungo, componevano
libri poetici d'uso scolastico che ebbero un grande successo. Ma
l'_Alessandreide_ di Gualtiero da Lilla, composta con grande imitazione
di Virgilio, quantunque molto letta e adoperata nelle scuole, non
nocque al nome e all'autorità grammaticale e scolastica del grande
poeta antico, più di quello nuocessero al nome e all'autorità di Donato
i libri grammaticali usitatissimi di Alessandro da Villedieu, Pietro
Elia e simili.

Riassumendo, nel nome medievale di Virgilio c'è un lato storico,
un lato filosofico-religioso, un lato grammaticale e retorico;
quest'ultimo è il più basso e triviale, il più barbaro e rozzo, ma
nello stesso tempo è materialmente quello su di cui si elevano gli
altri. Quanto al lato estetico, artistico, propriamente detto, esso in
quel concetto è ridotto a nulla, poichè tutto il resto sta in vece sua,
nè ci sarebbe o in gran parte non sarebbe qual'è, se esso ci fosse.



CAPITOLO XIII.


Ciò che principalmente costituisce il concetto del _medio evo_ e
dà ragione di questo nome nella storia della vita intellettuale,
è un'idea negativa risultante dai rapporti che si scorgono fra il
risorgimento e l'antichità. Per tal guisa il medio evo figura come
un'età di aberrazione, al disopra della quale l'antica e la moderna
Europa si stendono la mano, si ricongiungono e si continuano. Questo
concetto che si formula in modo reciso nell'ultima somma dei fatti, si
sfuma e si gradua, com'è naturale, allorchè dalle negazioni si vuol
procedere alle affermazioni, studiando i rapporti dei tre momenti
storici che in esso trovansi posti a confronto, le cause e le vie di
quei passaggi che non possono mai essere bruschi, o non preparati e
non governati da leggi fisiologiche. Analizzato il pensiero medievale
in quanto concerne l'ideale dell'antichità, la continuità dei rapporti
coll'antichità stessa da un lato e col risorgimento dall'altro si fa
di leggieri manifesta. Si trovano nell'epoca che precedette il medio
evo elementi tali che spiegano come potesse aver luogo ed arrivare a
grandi proporzioni quell'aberrazione che caratterizza questa età, e nel
medio evo stesso trovansi gli elementi che precedettero e prepararono
il risorgimento. Due principali aspetti si distinguono in questo grande
periodo storico, i quali congiunti fra loro e paralleli fino ad un
certo punto, finiscono poi col costituire due epoche distinte, o se si
vuole, due sezioni distinte della stessa epoca. Abbiamo il medio evo
latino, appunto quello che ha il maggior rapporto coll'antichità ed
è come il centro di quanto nella cultura risale a questa; abbiamo il
medio evo volgare, che ha la sua ragione di essere in elementi nuovi
e nella emancipazione da ogni tradizionalismo. Le due classi, chierici
e laici, la schietta distinzione delle quali, come già dicemmo, è uno
dei più caratteristici prodotti del medio evo, si mescolano assai in
questi due indirizzi, non così però che abbiano egual parte in ambedue.
Pel primo l'iniziativa, la preponderanza, come anche l'anteriorità
(nei limiti del medio evo) è del clero, nell'altro l'iniziativa e la
preponderanza è del laicato; la prevalenza del laicato nella cultura
e nella vita intellettuale si afferma luminosamente nel risorgimento,
ch'è opera laica, ed ha psicologicamente, come vedremo, i suoi
antecedenti nelle lettere laiche e volgari[485].

L'antichità classica con a capo Virgilio, trascinata in mezzo al
ripugnante ed eterogeneo moto delle menti chiesastiche del medio evo
può assomigliarsi all'astro della luce che attraverso ad un'atmosfera
densa e pregna di vapori perde i raggi e il calore, non illumina,
non riscalda e non feconda. Questa grande ecclissi non cessò che
col tornare di quegli studi in mano del laicato, il che ebbe luogo
gradatamente. La prevalenza del clero e del sentimento religioso, in
generale la prevalenza della fede sulla ragione era nel medio evo
un risultato necessario della recente conversione dell'Europa al
cristianesimo. È impossibile che un fatto di tal natura avvenga in
sì grandi proporzioni e con sì persistente intensità di sentimenti,
senza che duri a lungo la forte effervescenza che deve accompagnarlo.
L'Europa doveva avere quel periodo di entusiastiche illusioni, di
concentramento fanatico in una idea sola che è indispensabilmente
proprio di tutti i neofiti. Questo periodo che avea per risultato di
sua natura di concentrare il moto intellettuale nella classe ieratica,
dura finchè la riflessione non prende il di sopra, finchè non nasce
la speculazione filosofica e razionale, ed i laici non riprendono
l'iniziativa nella cultura e nel lavoro intellettuale.

Certe tendenze personali di Carlomagno e certe misure sue relative
all'insegnamento profano hanno fatto da molti considerare questo
principe come autore di un primo risorgimento. Che indirettamente
egli riuscisse utile a quelli studi non si potrebbe negare; ma
egli non li favorì che in grazia degli studi sacri, e quel che potè
produrre colle sue misure non ha assolutamente nulla che fare con
ciò che costituisce il risorgimento. Non so se a giudicare questo
principe con rigore m'inducano le prevenzioni che può suscitare in
un italiano la colpa sua della pur troppo robusta potenza temporale
data al papato, che fruttò immensi danni alla Europa tutta e fu fino
ad oggi la maledetta piaga del nostro paese. Certo mi pare nondimeno
che alla sua personalità storica di principe laico, di legislatore e
di guerriero si unisca un assai antipatico puzzo di sacristia. Egli fu
l'_homo Papae_ per eccellenza, e niun altro principe cristiano fu più
gradito agli abitatori dei conventi, i quali contribuirono largamente
ad elaborarne la leggenda, da cui uscì quel tipo di _buon Carlone_ che
giustamente parve ridicolo ai poeti italiani di sentimento moderno,
e con tanta maliziosa finezza fu rappresentato da Ludovico Ariosto.
Dell'insegnamento secolare Carlomagno non ebbe altro concetto che il
concetto chiesastico, e colle sue misure invece di portarlo nel moto
vitale dell'attività laica, lo lasciò barbaro, stagnante e sterile
nelle mani del clero, sempre più confermandolo a questo ed estendendo
il dominio di questo su di esso con fondazioni nuove. Egli mirò
sopratutto, e giustamente, a sollevare il clero dalla inaudita barbarie
ed ignoranza in cui era caduto in Francia; volle bensì istruiti
anche i laici, ma dal clero, ed allo scopo che i cantori di chiesa
capissero quel che cantavano, che chi serviva la messa intendesse
la parola latina della liturgia[486]. Ebbe forse egli in mente anche
l'istruzione obbligatoria[487], non però mai laica; i genitori dovean
mandare i figli alla scuola del monastero o del parroco «per imparare
correttamente la fede cattolica e la preghiera del Signore e queste
insegnare anche ad altri in casa[488]. Carlomagno fu uomo grande per
alta e ferrea energia, e spiegò un talento di organizzatore, insolito
nei principi laici dei suoi tempi, ma egli fu tedesco anzi tutto e
mancò a lui tutta quella finezza e lunghezza di vedute che distinse i
grandi organizzatori chiesastici italiani, i quali crearono l'edificio
in sè stesso mirabile e straordinariamente solido della chiesa romana;
gli mancò l'idea e l'ardimento di ciò che sarebbe stato la più grande
e feconda riforma del suo tempo, di purgare la società civile dalla
invasione clericale, di chiamare il laicato a riconquistare il suo
dominio intellettuale. I tempi una rivolta intiera non l'avrebbero
permessa, ma una mente geniale e divinatrice dell'avvenire avrebbe
potuto prepararla; ed ei fece appunto il contrario. Forse per le
tradizioni, per l'indole nazionale e l'atteggiamento naturale dello
spirito, soltanto un laico italiano avrebbe potuto a quei tempi
meditare la felice rivolta; ma disgraziatamente mille cause impedivano
che un italiano potesse allora arrivare a quella altezza di potenza
laica a cui arrivò Carlomagno; il quale però, come dalla Italia e dal
Papato molto apprese per la sua politica imperiale, ed assai appoggio
ebbe per la attuazione di quella, così dal suo soggiorno in Italia,
tanto più colta e civile, trasse l'ispirazione alle riforme per
l'insegnamento e per le scuole, ed ivi si provvide pure di più d'un
maestro per queste[489].

Però la mancanza d'impulso vero e proprio per parte di quel principe,
non fa che rendere più imponente il grande fenomeno del ridestarsi
di tutta un'attività psicologica che pareva spenta, del risuscitare
di tanti sentimenti assopiti, e ricominciare un moto di vita potente
e fruttifero che passo passo conduce fino a Dante, a Michelangelo, a
Galileo. Noi però qui nello studio attraente di questo fenomeno non ci
potremo trattenere se non per quanto concerne l'idea dell'antichità e
Virgilio.

Come un ruscello per lunga pezza scorre non visto e inavvertito
sotto il terreno, finchè giunge a versare la vivida acqua nella
luce, le lingue volgari di Europa a lungo vennero vivendo e movendosi
inosservate sotto la coperta della romanità e delle lettere latine,
finchè affievolendosi sempre più il rapporto di queste collo
spirito, incominciarono a mostrarsi, senza troppo rossore, nella
rozza e fresca loro semplicità; e due sono le guise per le quali si
mostrano, ambedue significative. Dall'un lato esse appariscono nella
regione propria della cultura antica, si manifestano in glosse,
in traduzioni di scritti antichi latini, profani o chiesastici;
dall'altro si manifestano come organi di sentimenti vivi, come
portatrici di idee e di tradizioni nazionali non prima rivelate
letterariamente, e come tendenti a sviluppare una letteratura loro
propria indipendentemente dalla tradizione classica. Questo combinarsi
di due offici, apparentemente contraddittori, nello spontaneo avanzarsi
di lingue viventi, non avrebbe potuto accadere, se la cultura e
l'ideale dell'antichità fossero stati ciò che furono poi al tempo
del risorgimento, allorchè l'umanismo e il classicismo scacciava
dalla letteratura l'elemento popolare e lo spegneva. Abbiamo veduto
quanto nel medio evo la cosa fosse differente. La legittimità di
quell'avanzamento ed emancipazione dei volgari era tanto grande, che
conquisero anche la rigidità e la immobilità claustrale, e per essi il
monaco potè bene spesso ricondursi dalla violenta condizione dell'animo
suo al sentimento naturale e ritornare uomo, almeno momentaneamente.
Neppur qui gli scrupoli mancavano, poichè le antiche idee pagane
dei vari popoli d'Europa aveano una larga parte nelle poesie volgari
nazionali, e non di rado si ode levar la voce contro questi _vanissimi_
e _futili_ canti volgari. Ma se le coscienze trovavano una via per
accomodarsi colle lettere antiche, imposte allo spirito affatto
artificialmente, ben doveano trovarla per ciò che la natura invincibile
imponeva, per questi cari ricordi della patria, della lingua materna,
delle impressioni prime, cose tutte che non chiedevano sforzo per
essere apprese, ma anzi per essere dimenticate. Ed era questo un fatto
apparentemente di poca entità, ma pregno di gravi conseguenze. La
poesia popolare, indifferente com'è alla cultura, è laica per l'essenza
sua stessa, e riman sempre tale quand'anche, come accadde nel medio
evo, il clero contribuisca alla sua produzione. Con essa il clero viene
a confondersi col popolo e non solo si perde la divisione fra chierici
e laici, ma anzi il laicato si pone sulla via di riassumere il primato
intellettuale. Così il clero, senza volerlo e senza saperlo, secondava
un moto che dovea finire col privarlo della sua influenza non disputata
sulla mente e sul cuore degli uomini, e condurre poi la chiesa a
lanciare molti anatemi. Ma accadeva quel che doveva accadere, e cento
altri fatti morali e materiali dello stesso tempo provano che il
dominio assoluto della fede dovea essere cosa transitoria e la ragione
domandava imperiosamente i propri diritti.

Le cause che producevano la poesia volgare erano tanto potenti e
talmente di ragione psicologica, che estesero la loro influenza fin
sul latino, producendo quella poesia latina popolare e ritmica che fu
essenzialmente medievale, ebbe i suoi classici[490], e visse parallela
alle lettere volgari fino all'ultimo medio evo. Ciò mal si spiegherebbe
se non si sapesse quale eccezionale genere di semiesistenza avesse
il latino a quell'epoca, non come lingua vivente nel proprio senso
della parola, ma come lingua d'uso e di tale uso che in essa dovè
manifestarsi un moto non del tutto identico invero, ma certo simile a
quello che si manifestò nel volgare. Col XII secolo si appalesa quel
prodigioso movimento che tanto produce nelle sfere dell'arte e della
scienza, e segna una grande epoca nella storia dello spirito umano.
In questo moto il primato rimane ai secolari che ne sono la molla
più potente; presso di essi propriamente ha luogo in modo efficace il
connubio intimo, benchè alla prima quasi paradossale, fra la poesia
romantica e cavalieresca di origine affatto popolare, e la cultura, la
tradizione e il sapere; dal che la poesia popolare finisce coll'essere
sollevata a poesia d'arte. Di qui il fatto apparentemente singolare
che i Goliardi o Vaganti, componendo poesie latine ritmiche di conio
tutt'altro che classico ed essenzialmente moderne e popolari, ossia
laiche nella forma come nel sentimento, pure scrivendo latino, ed
essendo uomini di studio e apparendo anche tali nei loro versi, si
considerano come chierici e mostrano il più profondo disprezzo pei
laici, ossia per gli uomini che per istato non appartenevano alla
scuola[491]. Tale uso del latino e i rapporti suoi col volgare, come
organo di pensiero e di sentimenti, rendeva prossimi alla letteratura
popolare, più assai di quello avrebbero potuto esserlo in condizioni
più normali, i nomi della tradizione antica, i quali venivano per
tal maniera a trovarsi come sospesi in quel mezzo eterogeneo, sia
che il sentimento nuovo, o la poesia popolare, si esprimesse in
lingua volgare, sia che si esprimesse in lingua latina. Da tutto ciò
nasceva che l'antichità trasportata in quella corrente di nuova natura
subiva un'altra peripezia, nuova e diversa da quella che avea subìto
attraverso alle idee ecclesiastiche e claustrali, talchè la troviamo
curiosamente travestita secondo le idealità romantiche. Accade che
uno stesso autore, in uno stesso tempo, come p. es. Ovidio, venga da
taluno _moralizzato_ o interpretato allegoricamente secondo un senso
morale, da altri _romantizzato_, si trovino cioè i fatti patetici o
sentimentali dei quali egli parla travestiti secondo il sentimento
romantico e cavalleresco di quella età. Il nuovo moto poetico popolare
era tanto gagliardo che influiva sugli elementi della cultura e
li trascinava seco, la lingua, le forme e i fatti poetici antichi
riducendo a modo suo, e rendendo inavvertita la stonatura che in ciò
tanto offende noi.

La produttività artistica e intellettuale veniva ad avere per tal guisa
due indirizzi, il dotto o scolastico, il popolare o romantico, e quindi
l'ideale dell'antichità scindevasi anch'esso in due, lo scolastico
e il romantico. Il primo aderiva ai concetti propri dei chierici del
più antico medio evo, e purificandosi, correggendosi e completandosi
gradatamente si separava dall'altro arrivando al risorgimento,
quest'altro, nato dall'idea secolare propria dell'ultimo medio evo,
rimase proprio delle lettere popolari e romantiche e fu rappresentato
nella letteratura finchè in questa potè avere accesso l'elemento
popolare. Non è quindi da maravigliare se i due concetti coabitano
spesso in una stessa mente, essendo cosa comune allora che uno stesso
uomo componesse opere di natura dotta e poesie volgari o latine
d'indole romantica. Il concetto scolastico dell'antichità, qual'era
allora, non imponeva gran cosa dal lato estetico o sentimentale, e
lasciava posto al concetto romantico che in certo modo lo completava.
Noi non istaremo qui a seguire Virgilio in quanto subì per l'indirizzo
romantico; di ciò dovremo occuparci nella seconda parte di questo
lavoro.

Non in tutti i paesi dell'occidente europeo l'antichità fu egualmente
romantizzata, altri più altri meno si mostrarono inclinati a
vederla così travestita, a quella maniera come varia ne' vari paesi
è la cronologia delle lettere volgari, le quali incominciarono
più presto in alcuni che in altri. Questi fatti rientrano l'uno
nell'altro, procedendo da una sola precipua ed ovvia cagione, quella
cioè dell'essere gli studi antichi più omogenei allo spirito, più
propriamente indigeni e più vitali in alcuni paesi che in altri.
S'intende perchè i popoli celtici o germanici non latinizzati se ne
allontanassero primi, perchè in ciò li seguissero Francia e Provenza e
ultime Italia, Spagna e Portogallo. L'Italia era naturalmente il paese
in cui doveano essere cosa domestica più che in qualunque altro, il
paese considerato anche allora da tutti gli altri come classico per
eccellenza. Qui il volgare e il latino si contrapponevano molto meno
ricisamente che altrove; non solo il volgare era figlio del latino,
trasformazione naturale e fisiologica di esso, ma anche, quantunque
avesse acquistato una esistenza e una individualità sua propria,
portava tanto in sè della natura del suo genitore da potersi facilmente
piegare più che tutti gli altri volgari alle forme classiche. Fu
quindi fra le lingue viventi la lingua classica del risorgimento, il
quale ebbe luogo, come doveva, prima in Italia e poscia, per influsso
italiano, altrove.

Parecchie espressioni di scrittori non italiani del medio evo e la
menzione che trovasi di scuole tenute allora da laici fra noi hanno
fatto credere a più dotti odierni che già in quel periodo del medio evo
che precedè la letteratura volgare, la cultura dei laici fosse presso
di noi maggiore che altrove; e questo essi pongono in rapporto col
fatto del risorgimento[492]. Che realmente il laicato italiano fosse
gran fatto più colto del restante laicato europeo, io, lo confesso,
non lo credo, nè credo si ricavi da quei tali vaghi indizi da cui altri
ciò vuole desumere. In tal questione qui non potrei fermarmi, ma mi si
può concedere di notare che il laicato italiano, prima delle lettere
volgari, non si mostrò in alcuna guisa più produttivo di qualunque
altro laicato. Gli è che, per quanto ciò possa parere paradossale, i
veri precedenti del risorgimento non sono da cercarsi negli elementi
tradizionali antichi, ma sì negli elementi del rinnovamento, non
nelle lettere latine, ma nelle volgari. C'è presso i laici italiani
un desiderio evidente d'iniziarsi alla cultura classica, ma questo si
manifesta parallelamente allo svolgersi delle lettere volgari, nè se
ne trova traccia notevole prima di queste[493]. Le idee che troviamo
presso di essi allorchè questa tendenza si spiega, mostrano chiaramente
che anche qui l'iniziativa in questi studi era stata propria del clero
e che, se pure i laici ebbero qualche cultura maggiore qui che altrove,
questa non fu in alcuna guisa diversa per limiti, indole, ufficio e
tendenze da ciò ch'essa era presso il clero. L'ideale dell'antichità,
l'apprezzamento di essa, il suo collocamento nell'enciclopedia umana
fu dapprima pel nostro laico, quello stesso ch'era pel monaco, e
molto ci volle perchè il laico, anche italiano, si sbarazzasse del
concetto medievale e giungesse a quello studio amoroso e intelligente
dell'antico che si osserva nel risorgimento. Trattavasi, per giungere a
ciò, di riformare intieramente lo spirito che la influenza chiesastica
avea chiuso alla intelligenza dell'antico, espanderlo, innalzarlo,
esercitandolo in una palestra in cui tutte le sue forze già rese inerti
e assopite fossero richiamate a vita. Questa palestra ei la trovò in
tutta la sua attività nuova e indipendente dalla tradizione, colla
quale secondo un processo tanto più vigoroso quanto più naturale e
spontaneo, ei gradatamente raffinò e nobilitò sè stesso e giunse a
innalzarsi fino alla regione propria dell'arte antica. Realmente fu il
moto in cui la poesia volgare e l'arte novella pose lo spirito, quello
che condusse a ritrovare e purificare il sentimento dell'antichità
perduto o falsato. Il latino e il suo uso secondo i tipi classici di
per sè stesso non conduceva che ad una stagnazione e non ad un moto
fecondo. Ciò vediamo chiaramente nella differenza di originalità e
genialità artistica che si manifesta in uno stesso uomo, come Dante e
tanti altri, secondo che scriva latino o volgare.

Il punto di partenza degl'italiani adunque all'entrare nel movimento
della vita moderna è, quanto al materiale ed al carattere della
cultura, quello stesso da cui partono tutti gli altri popoli; ma, per
le ragioni che abbiamo dette di sopra, quell'innalzamento dello spirito
che nasceva dalla creazione e dal perfezionamento di un nuovo tipo di
arte, fu più potente assai e più rapido presso di noi che presso altri
popoli, per modo che, quantunque degli ultimi ad avere una letteratura
volgare, questa avemmo più grande, più artistica e monumentale degli
altri, e prima degli altri giungemmo all'arte colta e di riflessione,
allontanandoci dalla plebea. Nella regione schiettamente popolare,
poco si trattenne, rispetto ad altri paesi, la poesia italiana[494].
Epopea nazionale di carattere e di origine fantastica e popolare,
non diede, a differenza di tutti i popoli d'Europa, nè poteva darne
perchè nel pensiero e nella coscienza italiana, anche indipendentemente
dalla cultura e presso la plebe, c'era la storia e l'antichità
reale, elementi incompatibili colla produzione epica; e questa
condizione psicologica era mantenuta, non soltanto da quanto pensavano
gl'italiani, ma anche dal concetto che dell'Italia avevano tutti i
popoli dell'Europa. Neppure di liriche latine popolari fu così ricca
l'Italia medievale come lo furono altri paesi[495], ed anche la lirica
volgare si allontanò dall'indole plebea e si alzò a perfezionamento
artistico più rapidamente qui che altrove.

E realmente chi consideri nel loro complesso le varie letterature
volgari del medio evo, così delle lingue latine come delle germaniche,
troverà di leggeri che non tutte ebbero la forza di acquistare
carattere classico e divenir quindi elemento di cultura anche per
le età successive. In Germania, in Provenza, in Francia esse si
tennero assai prossime al livello popolare, e assai mediocre fu la
nobilitazione artistica a cui pervennero; rappresentarono una fase
transitoria che si riflette evidente nella transitorietà e nella
varietà popolesca e dialettale delle lingue che con esse si fecero
innanzi nella letteratura e che non riuscirono per esse a nobilitarsi
intieramente acquistando uno stabile tipo letterario. Perciò fu assai
grande il distacco che il fatto del risorgimento produsse fra esse e il
momento veramente moderno delle rispettive nazioni, le quali per lungo
tempo le dimenticarono affatto, ed anche oggi non le conoscono che da
lontano e per opera de' dotti, essendo la lingua di quelle letterature
tanto diversa dalla presente da rendere necessaria la grammatica e
il dizionario e la traduzione. La sola nazione che sapesse innalzare
la lingua e la letteratura volgare alle proporzioni della classicità
e creare con quella un linguaggio letterario nobile e duraturo, fu
l'italiana che più di ogni altra ebbe occasione e motivo di non perdere
di vista nelle opere del suo pensiero l'idea del classicismo, e che
già pensava con opera di riflessione teoretica al _volgare illustre_
ed alla nuova ragione poetica[496] quando altri a ciò non pensavano in
alcuna guisa. Questa meta seguì essa dapprima indipendentemente da ciò
che potrebbe dirsi imitazione o riproduzione dell'antico, sviluppando
una forma di arte novella che, come l'antica arte romana, avea per
condizione inevitabile e suprema «la gloria della lingua» e «il bel
parlar gentile»[497]. Così avvenne che gli scrittori del trecento
rimasero e sono realmente _classici_ nostri, come quelli che hanno
intimi rapporti di continuità colla successiva letteratura e cultura
italiana, e fino al momento presente noi li sentiamo assai più prossimi
a noi di quello ciò accada presso altri popoli per gli scrittori e
poeti nazionali di quell'epoca. Ed invero è ben esageratamente largo
il significato della parola _classici_ che oggi vediamo da taluni
applicata in Germania a Wolframo da Eschenbach, Goffredo da Strasburgo
e simili distinti poeti del mittelhochdeutsch, i quali appena possono
dirsi tali per quel periodo letterario che certamente rappresentano; ad
onta dei molti sforzi dei dotti, mirabili pel sentimento nazionale che
li guida, questi autori non riusciranno mai, per la grave interruzione
che li separa affatto dal presente, ad avere quella parte nella
cultura nazionale che presso di noi hanno i nostri antichi, che vediamo
schierati intorno al nome eccelso e profondamente italiano di Dante
Alighieri.



CAPITOLO XIV.


Dopo quanto abbiamo detto s'intenderà facilmente la ragione storica per
cui la più alta sintesi e ad un tempo la maggior nobilitazione delle
idee medievali su Virgilio che abbiamo fin qui esposte ed esaminate,
si trovi alla fine del medio evo in Italia, e sia opera, non di un
ecclesiastico, ma di un secolare. Chi ha seguito questo nostro studio,
notando i rapporti fra le evoluzioni del pensiero e le vicende del nome
Virgiliano, non potrà certo attribuire al caso quella tale invincibile
attrazione che prova Dante per Virgilio, il più grande poeta italiano
pel più grande poeta latino.

Dante, se noi lo consideriamo nelle sue conoscenze e nelle tendenze
speciali della sua attività mentale, appartiene tutto al medio evo e
si distingue profondamente dagli uomini del risorgimento. Egli non è
grammatico, nè filologo, nè umanista di professione. È un'anima calda
ed entusiasta, di fibra eminentemente poetica, aperta ad ogni grande e
nobile sentimento, governata da una mente profonda che ha un bisogno
irresistibile di dilatarsi e spaziare in alte e vaste speculazioni.
Egli abbraccia l'enciclopedia medievale o scolastica, sempre però con
tendenza speciale per la parte speculativa di questa, subordinando alla
speculazione la disciplina letteraria anche nel campo delle lettere
volgari, nelle quali egli introduce, così nel grande poema, come anche
nelle liriche e nelle prose, una profondità che mai non avean raggiunta
nè in italiano nè in alcun'altra delle lingue moderne. Quella tendenza
speculativa era invero la tendenza delle menti studiose d'allora,
alla categoria delle quali Dante apparteneva. Ma ciò in cui Dante si
distingue da tutti gli altri dotti dell'epoca gli è che la speculazione
in lui si marita colla poesia ed appunto con quella poesia volgare da
cui tanto la tenevano divisa altri dotti, i quali non consideravano i
volgari che come organi possibili del pensiero popolare. Perciò Dante
che per istudi e per operosità di mente è nominalmente chierico, è
di fatto laico non solo per istato, ma per sentimento, per opinione
e per tendenza, e presso niun altro scrittore medievale prima di lui
il sapere diviene tanto schiettamente laico quanto lo diviene con
lui. Ormai si sente che i volgari e la produttività laica dall'umile
sfera popolare sono innalzati a quella dell'arte di proprio nome e
dell'attività scientifica. Questo solo fatto, di ardimento miracoloso
per quel tempo, di chiamare il volgare a servir di organo ad un'opera
così vasta e profonda pei momenti storici e scientifici che abbraccia
e per le vedute di alta speculazione storico-filosofica che incarna,
mostra di per sè quanto quella mente divina sapesse sollevarsi al
di sopra delle più alte cime del pensiero contemporaneo, dominandone
tutti gli elementi presenti e tradizionali, e, con originalità tutta
propria, spingendolo ad armonizzare ed a concatenarsi col passato e
coll'avvenire[498]. Volgarizzare la scienza, far che cessasse di essere
privativa di una casta, era un bisogno in molte guise manifestato e che
in mezzo a molti contrasti suscitati da vieti pregiudizi, era inteso e
assecondato da uomini superiori. Ben lo intese anche un contemporaneo
di Dante, il robusto intelletto e l'ardente animo di Raimondo Lullo; ma
quel ch'ei fece per tale indirizzo, come scrittore di volgare e poeta,
riuscì ben povera cosa; allato all'opera dantesca la sua non serve ad
altro che a rendere più manifesta, pel confronto, la miracolosa potenza
creatrice prodigata dalla natura a quel genio divino[499]. Questo è
propriamente ciò che congiunge Dante col risorgimento, di cui veramente
è un precursore, e questo va detto anche per quella parte che più
caratterizza il risorgimento, cioè lo studio dell'antichità classica.

La grande opera dantesca è di natura sua enciclopedica; l'enciclopedia
non è invero scopo di essa, ma è la larga base su di cui poggia. I due
grandi moventi dialettici del lavoro intellettuale d'allora, ragione
e religione, tendono nel concetto grandioso di quella vasta mente ad
equilibrarsi e la poesia si fa derivare non dalla loro separazione e
molto meno dai loro antagonismi, ma sì bene dalle loro armonie. Anche
per Dante come per tutti gli scolastici la teologia sta alla vetta
dello scibile e la filosofia è subordinata ad essa come ancella.
Ma la ragione tiene per lui un posto d'onore ben più alto che nelle
scuole filosofiche d'allora, poichè ei non la considera soltanto come
organo che serve presentemente, ma la considera nella nobile sua
storia e s'infiamma d'entusiasmo nella contemplazione delle belle
sue conquiste. Questo ei vede nell'antichità, le cui opere studia
con amore e direttamente, non conoscendole soltanto dai florilegi,
massimari e repertori, come accade a taluni principali luminari della
scolastica[500], i quali, concentrati nella speculazione militante,
non pensano a corroborarsi colla conoscenza diretta della storia del
sapere e dei grandi prodotti dell'intelletto umano. L'antichità adunque
era così tratta da Dante in quell'alta regione a cui egli sollevava
il volgare e la produttività laica; ivi già la vediamo più liberamente
spiegare le sue attrazioni e ne presentiamo il risorgimento[501].

Invero, ognuno intende che Dante era ben lontano dall'avere quel
concetto dell'antichità che poi n'ebbe Poliziano, e dallo studiarla
così come questi la studiò. Dante ha nello studio dell'antichità
parecchi elementi comuni col clero medievale, anzi si trova sullo
stesso piede di questo in generale. I suoi studi classici sono
circoscritti alla solita cerchia comune della tradizione scolastica
medievale. Ignora il greco[502] e conosce un numero limitato di
scrittori latini, non più di quello ne conosca Rabano Mauro o Giovanni
di Salisbury, anzi forse meno[503]. I suoi studi di grammatica non
superano quella linea di mediocrità molto umile che è il loro massimo
nel medio evo[504]; i soliti difetti della scuola medievale si
riconoscono in non pochi casi nei quali gli antichi autori sono da
lui fraintesi, in certe etimologie, in certe definizioni ed anche in
certe idee di teoria letteraria[505]. Come latinista è anche assai
lontano dagli umanisti che verranno poi; scrive il solito latino usuale
dell'epoca, ed in tal qualità non solo non si distingue gran fatto
dagli altri contemporanei o anteriori, ma anzi convien dire che altri
vi sono assai più distinti di lui.

Inoltre, in quanto concerne l'antichità, la sua cultura ha questo
di comune colla cultura chiesastica medievale, che l'antichità
anch'egli la vede attraverso a un prisma il quale gliela presenta
sotto un aspetto poco reale. Egli come dotto è scolastico anzi tutto,
e la meta del suo spirito è il vero raggiunto per la speculazione
filosofico-teologica; questa tendenza medievale e scolastica ei la
porta nella contemplazione dell'antichità, e quindi gli è familiare
l'interpretazione allegorica; al che il suo intelletto profondo è
tanto prono, che allegorizza sè stesso, e nel lavoro poetico i concetti
filosofici e teologici gli si rappresentano con imagini e simboli che
hanno una grande parte nella compage complicata delle sue creazioni
poetiche. Quindi egli trova facilmente allegorie negli autori antichi
che venera tutti, e non soltanto in Virgilio, ma in Lucano, in Ovidio
e in altri[506], non limitando tali interpretazioni alle finzioni
poetiche, ma anche talvolta applicandole, come appunto è l'uso del
medio evo, agli stessi fatti storici, i quali senza perdere nulla
della loro realtà, sono considerati come opportuni simboli di una idea
allegoricamente o anagogicamente ritrovabile in essi.

Questo ha Dante in comune con gli scrittori ecclesiastici, quanto
allo studio dell'antichità. Differenze però ve ne sono e notevoli.
Dante laico e secolare, pio ma non asceta, ha un'alta idea della
ragione umana e, pur considerandola come limitata, venera coloro
che la rappresentarono indipendentemente dalla rivelazione e
anteriormente alla missione di Cristo; perciò gli antichi ei non li
conosce soltanto per fatto della scuola grammaticale, nè si limita
a tollerarne lo studio come una necessità inevitabile, ma li studia
direttamente, non come filologo o grammatico e neppure come umanista,
ma come pensatore e poeta. Con esso l'uso pedagogico e scolastico di
quegli scrittori lo perdiamo quasi affatto di vista, e li troviamo
invece chiamati a servire all'attività scientifica. Nella qual cosa
Dante non era certamente il primo, poichè la scolastica avea posto
in vista Aristotele, ma Dante tutti i grandi dell'antichità sa
venerare egualmente, non soltanto i filosofi, ma tutti e prosatori
e poeti[507]; e per questi ultimi ha una predilezione che la tempra
e le tendenze dell'anima sua spiegano a sufficienza e che è di gran
lunga superiore e più libera di quanto in tal genere siamo soliti
trovare presso gli uomini di chiesa del medio evo. Qui non solo
non c'è più traccia dell'odio per questi pagani che ispira tanti
antichi chierici ed asceti, ma neppure di quei sospetti, timori,
restrizioni e renitenze che accompagnano gli uomini di chiesa meno
avversi ad essi. In questo egli era talmente diverso da coloro che
dominarono la cultura medievale, che non solo egli tratta a fidanza
coi poeti antichi quanto quei chierici non osarono mai di fare, ma,
ciò che è notevole e quasi sorprendente in un uomo che pure è tanto
cristiano, quei poeti cristiani che tanta voga aveano presso gli
ecclesiastici[508], Prudenzio, Sedulio, Giuvenco e simili, ei li
lascia del tutto in disparte e non li nomina neppure, quantunque sia
tutt'altro che estraneo alla letteratura teologica, ed ai cantici
della chiesa dia assai valore poetico, come si vede in più luoghi del
divino poema. Dante poetizzò l'idea cristiana assai più felicemente di
coloro, non già adattando a questa forme viete, e ripugnanti ad essa,
ma creando una formula di suo conio, la quale però, convien notarlo,
è propriamente adattata al sentimento cristiano teologizzante e
filosofante, quale risultava dalla chiesa cattolica, ossia dal connubio
del cristianesimo colla civiltà greco-latina e colla romanità. In
tredici secoli di esistenza il cristianesimo erasi per modo combinato
con mille elementi della tradizione antica che non pareva potessero
più disunirsi. Dante rappresenta in modo altissimo il momento in cui
si bilanciano quasi e si comportano reciprocamente, momento che dovea
essere transitorio, ma che Dante non considerò come tale e non avrebbe
mai voluto fosse tale. Poichè veramente egli non è ribelle in alcuna
guisa all'idea religiosa, nè ciò che oggi dicesi libero pensatore[509],
nè prevedeva nè poteva prevedere che l'ulteriore sviluppo di
quella attività raziocinatrice che richiamava in onore l'antichità
vilipesa e trasandata, dovesse finire come poi finì gradatamente,
con un affievolimento del sentire religioso ed una reale e continua
diminuzione della cristianità, se non nelle formole e negli usi, certo
nelle coscienze. Questo conobbe la chiesa che si dichiarò nemica a quel
moto, come lo fu a Dante che era uno dei principali rappresentanti di
quello, e i fatti han provato che, non certamente nell'interesse nostro
ma nel suo, essa aveva ragione.

Questa stima dell'antichità e questa propensione per essa sta in
diretto rapporto col sentimento che Dante ha della poesia antica.
La sua anima è anima di poeta anzitutto, ed il sentimento poetico
lo accompagna sempre dovunque si conduca il suo spirito; la donna,
la patria, la natura, la fede, la scienza, tutto vede poeticamente,
di tutto sente profondamente la poesia. Perciò, quantunque, come
dicemmo, anch'egli vegga l'antichità attraverso alla filosofia e alla
teologia, in modo simile a quel dei monaci, allato a questo fatto
della sua mente sta il fatto dell'animo suo che sente rivivere in sè
il sentimento poetico antico quanto a niun monaco non accadde mai.
La sua mente, speculatrice e sintetica in grado straordinario, tende
a coordinare filosoficamente tutti i vari obbietti del suo sentire
poetico, la fede cristiana e la tradizione antica, l'amor della donna
e della patria, e l'amore del vero; ma il fatto più essenziale sta in
questo, che propriamente l'anima sua trovasi a quell'altezza in cui il
sentimento poetico cessa dall'essere unilaterale e diviene universale,
non concentrandosi nella poesia di una cosa sola, ma rendendosi aperto
all'efficacia poetica di cose diverse: egli è già quasi a livello
dell'uomo moderno che sente la poesia di Eschilo e di Virgilio, come
sente quella di David, di Shakespeare e di Goethe. Questo lo distacca
profondamente dal medio evo monastico. È realmente tanto vivace quel
sentimento della poesia antica nell'anima sua geniale ed essenzialmente
poetica, ch'ei non ha punto d'uopo ad esprimerlo della lingua e della
versificazione latina, anzi il volgare è per questo, come per ogni
altro suo sentire, l'organo più simpatico per lui, il più opportuno,
come infatti è il più naturale. Allorchè un poeta sa coniarvi di suo
una imagine com'è quella:

    «Quale ne' plenilunii sereni
      Trivia ride fra le ninfe eterne
      Che dipingono il ciel per tutti i seni»

e tante altre simili, vivamente poetiche, quali da più secoli niun
versificatore latino ne sapeva creare, sarebbe vana cosa chiedere se
quel poeta sente veramente la poesia antica; e chi intende sa ch'io
ciò non dico soltanto per quei nomi di Trivia e di ninfe. Quest'uomo
ha dinanzi alla mente l'antichità e i poeti antichi come cosa tanto
familiare che nella poesia gli si presentano sempre irresistibilmente,
e ciò senza mai essere ciò che dicesi imitatore. Le imagini e le
similitudini spesso le prende dalla natura, e dalle reminiscenze dei
luoghi visitati nelle sue peregrinazioni, ma in grandissima parte le
prende, e con vivezza e verità poetica non minore, dall'antichità così
storica come poetica o fantastica. Niun poeta del medio evo volle o
seppe ciò fare quanto lui o come lui, niuno si era ancora mostrato
tanto intimo con quell'antico materiale poetico[510].

In Dante primeggiano due grandi sentimenti, l'amor patrio, l'amore
del vero intellettuale. Tutti gli affetti si riassumono per lui nella
formola _Amore_, a cui dà un'ampia portata, combinando col resto anche
l'amore della donna idealizzata, ch'egli arriva ad intendere in alto e
mistico senso. Quei due amori principali si combinano nella sua idea
politica e storica, come nella sua idea filosofico-teologica, per
modo che è impossibile definire s'egli arrivi da quella a questa o
viceversa. Riconosciamo ambedue nell'ardore con cui studia lo scibile
intiero, trovando il pascolo più geniale nell'antichità che gli rivela
la parte più propriamente umana di quello, nel posto che tiene l'ideale
antico in quella organizzazione politica ch'ei vagheggiava, e nel
fondamento storico su di cui basa le sue idee patriotiche. L'amor
d'Italia è in lui di una intensità straordinaria, e con questo ha
stretto rapporto anche l'amore dell'antichità; poichè la continuità
fra i romani e gl'italiani ei la concepisce intera e non interrotta
mai; la storia dei latini comincia con Enea e giunge fino al tempo suo;
tutta la gloria latina ei la sente come gloria italiana, e l'anima
sua di poeta e di patriota si entusiasma per quella. Egli non domina
altra visuale storica che quella che abbiamo veduto esser propria
generalmente degli uomini dotti del medio evo, e che si concentrava
essenzialmente nella storia di Roma, conducendo all'idea dell'impero
universale. Questo che uomini d'altra nazione concepivano solo
astrattamente e come al di sopra della loro idea nazionale, guidati
dalla storia della cultura e dell'idea religiosa, egli, oltre al resto,
lo sentiva profondamente come italiano e lo vedeva come fondamento a
legittime aspirazioni nazionali, alla nobiltà, ai diritti e alla meta
degli italiani. Le belle effusioni di questo suo sentimento nella
Divina Comedia e nelle prose sono cose troppo note perchè qui dobbiamo
rammentarle.

Tanta potenza di sentimento nazionale italiano ci fa intendere una
delle precipue ragioni della simpatia e della preferenza che ha Dante
per Virgilio. Infatti è chiaro che Dante considera Virgilio come poeta
eminentemente nazionale «la _nostra_ maggior Musa» «il _nostro_ maggior
poeta». La sua anima d'italiano si è commossa fortemente a quella
lettura, riconoscendo nei fatti narrati dal poeta l'antica storia
d'Italia, e pensando che fu bene per questa Italia nostra che

            «morio la vergine Camilla
    Eurialo e Niso e Turno di ferute».

E qui rammentiamo al lettore quanto abbiamo detto in principio di
questo studio sull'epopea virgiliana, considerata come la più alta
manifestazione poetica del sentimento romano. Numerosi luoghi ben noti
della Divina Comedia, fra gli altri il bel canto sul corso trionfale
dell'aquila latina, e il libro sulla Monarchia, e quanto ivi è detto
sulla legittimità dell'impero romano, singolarmente appoggiandosi
su Virgilio, mostrano quanto quel sentimento rivivesse potentemente
in Dante, e quanta armonia ci dovesse essere in tal rapporto fra il
sentire suo e quello del Mantovano. Questo sentimento che conduceva
Dante a quella utopia politica che tutti conoscono, avea, strano
a dirsi, le sue radici appunto in ciò che rendeva impossibile
l'attuazione di quella utopia, cioè nel concetto di una individualità
nazionale. Ha un bel dirci Dante ch'egli è cittadino del mondo[511];
le sue effusioni patriotiche, le sue predilezioni manifestate in verso
e in prosa per i _latini_ antichi e moderni, il suo entusiasmo per
questa Roma grandiosa che è gloria italiana, l'ardore intenso con cui
afferma colla parola e coll'esempio la nobiltà del nostro volgare,
le terribili parole ch'egli usa contro quegli uomini _abominevoli_
che preferiscono il volgare straniero a quello della patria loro[512]
e tante altre simili cose, fanno di lui il più grande e più antico
rappresentante della nostra idea nazionale, mostrano ch'egli si sente
italiano ben più assai e prima che cosmopolita. Qual posto competa
all'Italia in quell'idea dell'impero, la storia lo dice. Essa, come già
rammentammo, non fu propria soltanto di Dante, e sempre per quanti la
vagheggiarono, sia qualsivoglia il rapporto che segnassero fra papato e
impero, l'Italia apparve come il baricentro della tradizione imperiale.
Dante nell'Eneide non trovava adunque soltanto la base per una fredda
teoria politica, ma trovava anche un pascolo opportuno e gradito ad
un amore vivissimo che gl'infiammava l'animo. Oggi la cosa può esser
molto diversa, ma chi sa trasportarsi colla mente nei vari momenti
della storia deve intendere che cosa dovesse parere Virgilio ad un
pensatore e patriota italiano di quella tempra, nel secolo decimoterzo.
Arrivare al concetto della loro nazionalità senza passare per quello
dell'antichità latina era moralmente impossibile per gl'italiani. Il
prestigio che esercita l'antichità su di essi al ridestarsi del loro
pensiero e al principiare del loro rinnovamento, sieno qualsivoglia le
idee e le utopie a cui conduce, ha la sua prima base nel sentimento
nazionale. Però per quanto paia e sia pure una pazza cosa, la
tragicomedia di Cola di Rienzo ha nelle cause da cui muove tanto di
nobile e di grande che riesce simpatica e poetica oltremodo. L'idea
dell'impero doveva essere un'idea italiana, come l'impero fu un fatto
italiano.

Dante adunque non è ammiratore di Virgilio soltanto perchè è un gran
nome imposto dalla tradizione. Egli riconosce che la tradizione ha
ragione di considerarlo come il più grande poeta latino, e se quella
non glielo dicesse, lo vedrebbe da sè; la dipendenza di tanti altri
poeti da lui, l'essere egli loro _onore_ e _lume_ ei vede appieno;
sa che tutti gli _fanno onore_, e sa pure che _di ciò fanno bene_.
Conosce il posto che la storia assegna ad Omero, e sa che Omero è
quegli «che le muse allattar più ch'altri mai»; ma in fatto egli Omero
non lo conosce[513], e per lui l'_altissimo_ poeta, al quale Omero
stesso fa onore venendo innanzi agli altri come sire, è Virgilio. Le
perfezioni dell'opera virgiliana, come vero poeta, le sente tutte; e
di quel miracolo dell'arte egli è superbo come italiano, poichè latino
e italiano sono egualmente lingua nazionale d'Italia, e Virgilio è la
«Gloria dei latini» per cui

    «Mostrò ciò che potea la lingua nostra.»

La vivacità e la profondità delle impressioni prodotte su di lui dalla
lettura dell'Eneide, assai più che del _bucolico canto_, si scorge in
luoghi numerosissimi delle sue opere che mostrano quanto ei dicesse
vero parlando del «lungo studio e 'l grande amore» che gli fero cercare
il volume del Mantovano. E quanta efficacia egli riconoscesse nella
parola virgiliana ei lo fa esprimere da Beatrice a Virgilio, quando
nell'affidare a lui il poeta smarrito gli dice (_Infer._ II, 112):

    «Venni quaggiù dal mio beato scanno
      Fidandomi nel tuo parlare onesto
      Ch'onora te e quei ch'udito l'hanno.»

Egli stesso ci fa sapere che l'Eneide la sapeva tutta quanta[514]. Ma
quanto era diversa questa sua conoscenza da quella dei centonari di un
tempo che facevano strazio della poesia virgiliana a cui erano affatto
sordi! Dante sentì vivamente scaldarsi dalle faville

          «della divina fiamma,
    Onde furo allumati più di mille;
    Dell'Eneide dico»[515].

L'uso che Dante fa di Virgilio nelle opere minori mostra che questi
era veramente, com'ei dice, il _suo autore_ prediletto, di cui niun
altro fu più omogeneo e simpatico al suo spirito, e che era già da
molto tempo compagno inseparabile del suo pensiero, prima ch'ei lo
facesse compagno del suo mistico viaggio. Non v'ha cosa più bella e
più stupenda nella storia del pensiero italiano di questa simpatia che
congiunge con prodigiosa, segreta, irresistibile attrazione due grandi
rappresentanti delle due epoche più luminose di esso, e segna così in
modo imponente la continuità mirabile che esiste fra quelle[516].

Come poeta Dante è del tutto creatore e nulla v'ha che sia a lui tanto
estraneo quanto l'imitazione. Ciò si rende manifesto appunto da questo
fatto, che ad onta del suo culto per gli antichi poeti e per Virgilio
sopratutto, la mente sua robusta non ha subito l'influenza di questi
nella produzione di natura artistica. Gli uomini di questa tempra non
possono imitare, e anche quando vogliono imitare, creano. Nella poesia
dantesca si conosce quanto il poeta abbia familiari gli antichi, e
reminiscenze dello studio di questi s'incontrano numerosissime in
fatti, in nomi, in talune formole; ma in generale il tipo dell'arte
dantesca è intieramente nuovo ed originale, ed intimamente diverso
dall'arte antica. Per convincersi di ciò basta esaminare quei luoghi
nei quali il poeta ha avuto dinanzi incontestabilmente un esemplare
antico, come fra gli altri è la celebre descrizione del supplizio
di Pier delle Vigne, del quale, com'ei dice esplicitamente, Virgilio
gli ha dato l'idea nel fatto di Polidoro. Ognun vede chiaro che fra
i due poeti non v'ha di comune che il tema, mentre lo stile e l'arte
sono al tutto diversi. L'ornato retorico, il cumulo di epifonemi, la
facondia grandiloquente, proporzionata al tono epico secondo l'idea
antica e romana singolarmente, che troviamo in Virgilio, stanno agli
antipodi della semplice naturalezza ed evidenza, lontana da ogni ornato
retorico, e da ogni tendenza declamatoria, che distinguono Dante. Di
certo quand'ei chiudeva dicendo «e stetti come l'uom che teme» sapeva
bene di non imitare il risonante e magnifico «obstupui steteruntque
comae et calor ossa reliquit» di Virgilio. Di queste profonde
differenze non è possibile ch'egli non avesse coscienza, e quand'ei
dice a Virgilio:

    «Tu se' solo colui da cu'io tolsi
      Lo bello stile che m'ha fatto onore»

non bisogna intendere grossamente ch'egli abbia voluto poetare secondo
lo stampo virgiliano, cosa che sarebbe falsa, ma bisogna cercare quel
significato di quelle parole che la realtà giustifica, in quella guisa
come ciò conviene fare per Eschilo allorchè ei dice che le sue tragedie
altro non sono che bricioli raccolti dalla mensa omerica. Alle forme
caratteristiche della poesia dantesca quelle parole non si possono
riferire; chè infatti se la Divina Comedia non offre opera d'imitazione
artistica dell'antico, molto meno ne offrono le poesie anteriori, alle
quali pur soltanto debbono riferirsi quelle parole, essendo appunto
quelle poesie per le quali Dante avea già acquistato celebrità prima
di comporre l'opera sua maggiore. Le liriche di Dante non hanno
assolutamente che fare coll'arte antica, e molto meno coll'arte
virgiliana; esse, così nel sentimento come nella forma, sono tutte di
ragione moderna. Dante però dichiara altrove che cosa egli intenda per
quello stile che gli ha fatto onore[517]. Il carattere fondamentale
del «dolce stil nuovo», del quale egli tanto si compiace di essere
introduttore, ei lo stabilisce in questo che (_Purg._ XXIV, 52):

                        «quando
    Amore ispira, noto, ed a quel modo
    Ch'ei detta dentro, vo significando».

Subordinare la poesia agli impulsi del sentimento reale, far ch'essa
vada sempre «dietro al dittatore» è ciò ch'ei chiama suo stile e ciò
di cui è superbo. Così lo _stile_ viene a riferirsi, non tanto alle
forme dell'arte, quanto alla ragione subbiettiva di questa, ragione
che può essere identica anche in due poeti diversissimi per ordine di
produzione poetica e per qualità di forme artistiche. Convien notare
che nella parola _Amore_, secondo l'uso dantesco, principalmente sono
poste in rilievo le tendenze intellettuali.

Lo stile poetico di Dante risulta dall'opera armonizzata del sentimento
e della riflessione; è tutto prodotto di un lavoro interno che ricusa
ogni imitazione ed ogni convenzionalismo. Non è nè improvvisazione
scomposta e tumultuaria, nè fredda versificazione di dottrine e
pensieri filosofici allegorizzati[518]: è poesia vera e propria, ma
grande poesia di riflessione. Giustamente il poeta la contrappone a
quella poesia priva di profondità e di rispondenza subbiettiva che
era rappresentata da Buonaggiunta, da Iacopo notaio e simili, come
pure da quei _grossi_ dei quali parla nelle prose. Per la sapienza
della elaborazione artistica, ed anche per la profondità del pensiero
che si racchiude sotto le forme poetiche (secondo le idee medievali),
la più alta misura di nobile ed illustre poesia, ei la riconosce in
Virgilio. Insomma la poesia dantesca è grande poesia di riflessione
individuale, che si slancia ricisamente e s'innalza al di sopra
della poesia popolare o convenzionale; è poesia classica, non per
imitazione dei classici, ma perchè raggiunge quel livello di nobiltà
artistica che costituisce la classicità. Tale è «lo bello stile» di
Dante, e s'intende che Virgilio, il più grande poeta classico allora
conosciuto, fosse il più grande esempio a lui noto dell'arte poetica
così concepita[519]. Chi entra bene in questo concetto deve intendere
ch'esso non implica punto l'imitazione delle forme poetiche altrui, ma
anzi l'esclude.



CAPITOLO XV.


Tutto ciò può introdurci a intendere la genesi e la natura vera del
Virgilio della Divina Comedia. — Se si tien conto di quanto abbiamo
osservato sull'idea che si aveva dell'antichità e di Virgilio nel medio
evo, è chiaro che con questo si trova d'accordo ne' suoi lineamenti
generali il Virgilio dantesco, il quale non è certamente il Virgilio
reale augusteo, ma il Virgilio ideale che risultava dai concetti propri
di quell'età. Nondimeno sarebbe un errore il credere che la ragione
per cui Dante sceglieva Virgilio per sua guida fosse intieramente
esterna, quasi ch'egli, cercando nelle sue cognizioni un nome che
meglio si adattasse a quell'ufficio, fosse indotto dall'aureola con cui
si presentava il nome di Virgilio a scegliere questo. Il grande poema
dantesco è tale che in esso, tanto per la stessa finzione poetica,
quanto pel modo come questa è trattata, la persona e la subbiettività
dell'autore è tenuta in vista continuamente. Dante ha voluto mostrarci
il suo cosmo ideale, non fuori di sè e senza di sè, ma in sè e con sè.
La scelta dunque delle simboliche sue guide non poteva esser fatta a
caso, nè determinata da ragioni esterne, ma doveva essergli prescritta
inevitabilmente dalla storia del suo pensiero e della sua coscienza.
Se egli avesse voluto fare un poema puramente didattico, in cui di sè
e dell'anima sua punto o poco si trattasse ed in cui la sua persona
figurasse soltanto artificialmente come avrebbe potuto figurarvi quella
di un altro, di leggieri avrebbe potuto scegliere altri personaggi,
od anche come altri fecero in casi simili e il simbolismo medievale
invitava a fare, sceglier nomi di niente altro significativi che
d'idee personificate, quali, a mo' d'esempio, _Pistis_ e _Sofia_ o
altri di tal natura, in luogo di Beatrice e Virgilio. Ma l'indole del
suo poema era tale, ed il rapporto che questo aveva colla storia del
suo pensiero e dei suoi affetti era così profondo, che egli dovette
chiedere non ad altri che alla sua coscienza due nomi che fossero stati
realmente compagni del suo spirito nelle varie vicende sue e potessero
giustamente chiamarsi sue guide nell'ideale e psicologico suo viaggio.
Tali erano Beatrice e Virgilio.

Il nome di Beatrice è nome di persona reale, e rammenta al poeta un
primo suo affetto, ma la elaborazione ideale di questo oggetto del suo
amore, finì col far rappresentare a questo nome una idealità mistica,
sempre scopo di profondi affetti, ma lontanissima dal significato
primitivo; talchè pel lettore della Divina Comedia che altro non
sapesse di Dante e ignorasse la _Vita Nuova_, Beatrice apparirebbe alla
prima come un nome inventato. Virgilio, pur seguendo il processo del
pensiero dantesco, rimaneva sempre cosa reale e concreta e non soltanto
un puro nome segno d'idee e di affetti. Esso fu l'autore favorito di
Dante, in esso Dante trovò pascolo a più di una idea fervorosamente
coltivata e sostenuta, ed anch'esso, come Beatrice, fu tratto quindi
nella maestosa corrente di quello spirito, seguendone gl'ideali e
idealizzandosi esso pure. Gl'ideali a cui risponde Beatrice non sono
intera creazione di Dante, ma sono alte sintesi del pensiero medievale;
e questo stesso ha luogo per Virgilio, con tal differenza che mentre il
nome di Beatrice è applicato agli uni soltanto per un processo della
mente dantesca, per gli altri taluni caratteri si trovano nel medio
evo già aderenti al nome virgiliano, per modo che, per quanto concerne
Virgilio, Dante, innamorato di questo poeta, non ha fatto fino ad
un certo punto che concretare in una sintesi personificatrice quanto
sparpagliatamente risultava dalle idee medievali su di esso. S'intende
però, ch'ei ciò non fece come raccoglitore, ma come interprete del
pensiero medievale, che pur viveva in lui. Il tipo di Virgilio, come
personaggio e come simbolo, quale ei lo ha ideato e rappresentato, è
di gran lunga più nobile e più grande di quello risultasse dai comuni
concetti delle menti d'allora.

Dante non si riferisce mai nei vari suoi scritti, nei quali tanto si
serve di Virgilio, ad autorità alcuna relativa al poeta; Macrobio
e Fulgenzio pare ch'ei non li conosca; certo non si trovano mai
nominati da lui, e non v'ha nei suoi scritti segno alcuno da cui
possa dedursi ch'ei li leggesse. Egli conosce una interpretazione
allegorica dell'Eneide che certamente non è sua, ma di cui non nomina
l'autore, rammentandola come cosa ammessa generalmente; e questa
non è l'interpretazione di Fulgenzio, ma quella che, forse ispirata
dapprima da Fulgenzio, ebbe corso presso gli scolastici, quali
Bernardo di Chartres e Giovanni di Salisbury. Di questa egli può aver
avuto contezza nei suoi studi filosofici a Parigi. Del resto Dante
dalla lettura di Fulgenzio non avrebbe potuto essere che nauseato,
tanto barbaramente concepito e opposto alla sua idea è il tipo di
Virgilio in quell'opera, oltre che esso è unilaterale e non mostra che
malamente e stupidamente una parte di ciò che Dante vedeva e sentiva
in Virgilio. Intorno a Virgilio Dante non conobbe altro scritto che la
biografia[520].

Noi non c'impegneremo in mezzo alle polemiche degli espositori, che
con vari sistemi han voluto spiegare ciò che nel concetto dantesco
rappresentino l'una e l'altra guida che il poeta ha scelto pel suo
viaggio. La natura del nostro lavoro c'impone di cercare i rapporti del
Virgilio dantesco con la tradizione letteraria, quanto lo ravvicina al
Virgilio dei chierici medievali e quanto lo distingue da quello.

Il viaggio dantesco è figurato come una peregrinazione d'interesse e
di scopo psicologico. È una visione graduata nella quale, per arrivare
ad intuire la parte più eccelsa, l'anima deve prima purificarsi dalle
impurità che la ottenebrano, passando dinanzi al «temporal fuoco e
l'eterno», ritemprandosi nella meditazione di quanto la guasta e la
minaccia, del male morale e delle sue sanzioni eterne. Così purificato
e giunto a tuffarsi nelle acque rinnovatrici di Lete e di Eunoè, lo
spirito si rende capace di accedere alla contemplazione della eterna
idea. Due sono quindi le guide di Dante in questo psicologico viaggio,
una più reale e concreta per la parte negativa, per quella parte
in cui l'anima, rimanendo in regione umana, non fa che purificar sè
stessa e rendersi degna e capace della visione beatifica; l'altra più
mistica, ideale ed eterea per quella parte in cui l'anima estatica e
trasumanata vien sollevata alla sfera sublime della perfezione e della
beatitudine, ove più limpida e fulgida risplende «La gloria di colui
che tutto move». Quest'ultima essendo la meta del viaggio, e la parte
prima compiendosi soltanto come necessaria per giungere a questa, la
principale guida è Beatrice, da cui dipende Virgilio, il quale da essa
è mandato a Dante, tutto fa e tutto ottiene per Beatrice nei regni che
percorre, ed a questa in ogni più grave dubbio rimanda. Così, nella
meditazione purificatrice delle più tristi e dolorose realtà, guida,
maestro e conforto di Dante è un onestissimo pagano di gran nome e di
grandissima sapienza; nella contemplazione dell'idea suprema appetita
dall'animo come perfezione e felicità, guida è una donna simbolica
e ideale il cui nome corrisponde pel poeta ad un affetto intenso
e purissimo; la qual donna incarna in sè l'alta speculazione dello
spirito in quelle condizioni di lume e di grazia che solo trovansi
nel cristianesimo. La prima guida è di tal natura che quantunque molto
s'inoltrasse nella via della purificazione e del perfezionamento, non
potè giungere a rinnovarsi nelle acque di Lete e di Eunoè, nè potè
retrocedere tanto verso quel puro stato da cui l'uomo si allontanò,
da togliere fra sè e Dio l'albero fatale ad Adamo; l'altra è guida
perfetta che usufruì nell'intera pienezza il beneficio del sangue di
Cristo. Beatrice sa quindi tutto quanto sa Virgilio, ma Virgilio non
sa quanto sa Beatrice. Di mezzo alla storia curiosa e poco edificante
dei tanti sistemi d'interpretazione che sono stati sostenuti e dei
tanti vocaboli che sono stati messi innanzi per ispiegare ciò che
simboleggiano Virgilio e Beatrice (sopratutto quest'ultima), riman
sempre fuori di questione il fatto che Beatrice (sia la Teologia, la
Filosofia rivelata, o altro che si voglia chiamare) ha la sua essenza e
la sua ragione di essere unicamente nel cristianesimo, e ciò per cui si
distingue profondamente da Virgilio è la rivelazione e la fede. Questa
distinzione è del resto in più luoghi segnata a chiare note dal poeta,
ed uno de' più espliciti è quello ove fa dire a Virgilio[521]

          «.... quanto ragion qui vede
    Dir ti poss'io, più in là t'aspetta
    A Beatrice, ch'è opra di fede.»

Fra Virgilio e Beatrice non c'è opposizione veruna, chè Dante fa
armonizzare intieramente ragione e fede; c'è anzi affetto e buona
intelligenza, e nel senso più profondo della idea che rappresentano
si può anche giustamente dire che si riducono ad una stessa cosa. Ma
di questa stessa cosa essi rappresentano momenti e condizioni diverse
tanto che ci è permesso occuparci qui, secondo il nostro intento,
esclusivamente di Virgilio senza più toccare di Beatrice.

Le ragioni per cui Virgilio è guida di Dante sono molteplici; alcune le
abbiamo già accennate parlando in generale di ciò che era Virgilio per
Dante indipendentemente dalla Divina Commedia; riassumiamole ora tutte
in breve venendo a parlare di ciò che è Virgilio nella Divina Commedia.

In primo luogo Virgilio era l'autore prediletto di Dante e il più
grande poeta ch'ei conoscesse. Grande poeta egli stesso, Dante intese
ed apprezzò la nobiltà dell'arte virgiliana con più intelligenza di
quello facesse mai alcun uomo del medio evo, e considerò Virgilio come
suo maestro in fatto di stile poetico, in quel senso che noi sopra
abbiamo dichiarato. Con entusiasmo egli ammirò in lui il cantore di
una grande gloria italiana, un poeta di sentimento italiano ed una
gloria esso stesso d'Italia. Con esso più che con qualunque altro
autore egli meditò e maturò l'alta idea dell'impero, e con esso ne
sentì tutta la grandiosa poesia; alla quale idea Virgilio non serviva
per Dante semplicemente come teorista, ma sì come testimonio, tanto pel
soggetto del suo poema, quanto pel momento storico a cui la sua persona
appartiene. Inoltre, secondo il sistema d'interpretazione allegorica
allora in voga, Dante trovava espresso allegoricamente nell'Eneide
appunto quel peregrinare dell'uomo sulla via della contemplazione
e della perfezione, ch'ei faceva subbietto del suo poema. Nel suo
concetto dei rapporti fra la ragione e la fede, e della potenza
dell'ingegno non rischiarato dalla rivelazione nel raggiungere certi
grandi veri, di mezzo alla schiera dei grandi antichi e principalmente
dei poeti, brillava Virgilio come colui che, secondo l'idea medievale,
appariva più puro e più illuminato di ogni altro, materialmente più
prossimo a Cristo, ed anche profeta, benchè inconsapevole, di questo.
Finalmente nell'ideare il materiale organismo del suo grande poema, da
Virgilio egli prende la prima idea e molti particolari del suo viaggio
fra i morti, e di lui più che di qualsivoglia altro autore fa uso in
quella vasta tela, in varie guise[522].

Tutto ciò farà intendere, spero, com'io credo intenderlo, fino a
qual punto sia profondamente vero e legittimo l'ufficio di guida sua
che Dante attribuisce a Virgilio, e come la scelta di Virgilio per
tale ufficio non sia, qual generalmente viene considerata, una mera
invenzione determinata da ragioni esterne, ma corrisponda ad una realtà
interna e psicologica tanto vera quanto quella a cui corrisponde
la scelta dell'altra guida, Beatrice. Unitamente alle precedenti
osservazioni che conducono a questa maniera d'intendere quella scelta,
è necessario non dimenticare mai questo fatto essenziale, che Dante
è ingegno creatore, non già in fatto di scienza, ma sì in fatto di
poesia e d'arte, e con uno sforzo titanico di cui egli solo fu capace,
la speculazione ei la trae nell'ambiente poetico, che è il proprio
dell'anima sua, e la poetizza. Egli è poeta e si sente poeta anzi
tutto; venerando sempre tutte le sommità dell'ingegno umano, se fra
un filosofo e un poeta, grandissimi ambedue, egli deve scegliere un
suo intimo, di certo sceglie il poeta. Perciò nel suo poema quelli
coi quali si trattiene più a lungo sono artisti e poeti, Virgilio per
primo, e Stazio, e Sordello, e Arnaldo e Casella, e quegli uomini «di
cotanto senno» fra i quali egli è sesto nel Limbo, sono tutti poeti.
Poeta egli si vede nella più ardente brama sua; questo è il merito suo
supremo pel quale spera ottenere l'agognata cessazione dell'esilio e il
ritorno, com'ei dice, «al bell'ovile ov'io dormii agnello;» e poetica
è la corona ch'egli aspira a prendere nel suo «bel San Giovanni» ove
prese il carattere di cristiano:

    «Con altra voce omai, con altro vello
      Ritornerò poeta, ed in sul fonte
      Di mio battesmo prenderò il cappello.»[523]

La sua natura di poeta, e le sue predilezioni come tale, condivise
dal suo duca, ei le ritrae mirabilmente in tal bellissimo punto ove
guida e guidato, con grandissima loro confusione, s'accorgono d'aver
dimenticato la seria meta della loro via, sotto il fascino di un dolce
cantare[524].

In generale i dotti, anche più seri, che hanno parlato del Virgilio
dantesco han trovato naturale che Dante, cercando un antico che potesse
servir di simbolo alla ragione umana indipendente dalla rivelazione,
si fissasse sul nome di Virgilio, di cui volgarmente è nota, benchè in
modo vago e confuso, la fama di onnisciente e di quasi cristiano che
ebbe nel medio evo. Niuno si è fermato a domandarsi come mai Dante,
scolastico, non scegliesse Aristotele. Eppure al tempo di Dante, come
Dante stesso lo dice, il «maestro di color che sanno» era Aristotele
e non Virgilio, e la onniscienza si attribuiva allo Stagirita non
meno che al Mantovano, e Dante, come gli altri, considera Aristotele
come autorità suprema in filosofia, come maestro e duca della ragione
umana[525], ed anzi, come ognuno sa ed intende, nella regione propria
della scolastica il nome di Virgilio è di gran lunga vinto da quello
di Aristotele[526]; leggende relative alla sapienza di quest'ultimo
non mancarono; anche di lui si credette che fosse tanto cristiano
quanto mai si poteva esserlo prima di Cristo, e si disputò seriamente
se l'anima sua fosse in paradiso[527]; finalmente anche per l'idea
dell'impero Dante non lascia di far uso, nelle parti teoriche,
dell'autorità del grande maestro. Ma ad onta di tutto ciò, Aristotele
estraneo a Roma, greco e non latino[528] affatto ignoto a Dante come
poeta, non avea quella intimità e quell'affinità con Dante che avea
Virgilio, e d'accordo con quanto sopra abbiamo osservato, non poteva
realmente essere scelto da lui per sua guida.

Il Virgilio della Divina Comedia rivela anch'esso, come ogni prodotto
dantesco, fino a qual punto Dante aderisse al medio evo, ed insieme
fino a qual punto si separasse da questa età, superandola grandemente.
Il concetto medievale di Virgilio lo ritroviamo qui, ma la mente
geniale e creatrice del poeta gli ha impresso il suo stampo originale,
e di mezzo a quei rozzi elementi che più di una volta ci han fatto
sorridere, ha saputo trarre un tipo nobilissimo, che è creazione sua.
Delle idee medievali su Virgilio talune sono da lui sapientemente
eliminate, altre purificate e finamente elaborate[529]. Al tempo di
Dante, oltre a quanto già abbiamo riferito della tradizione letteraria
su Virgilio, erasi già anche diffusa la leggenda popolare relativa a
questo nome ed erasi già anche introdotta nella letteratura, sì nella
romanzesca che nella dotta. Dante, che non era estraneo nè all'una nè
all'altra, di certo ne avea contezza, come mostra di conoscerla il suo
_dolcissimo_ Cino, che l'avea appresa dal popolo a Napoli. È un errore
ben grande però il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico
e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio
dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c'è luogo
nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago o
taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui
in tal qualità[530]. Basta fermarsi un poco a riflettere sulla grande
idea che ha Dante del poeta, e sul culto, non punto triviale e cieco,
che professa per lui, per intendere come quelle fole che si spacciavano
dalla plebe napoletana sul suo Virgilio e che altri accoglievano
troppo leggermente, dovessero ripugnargli. E del resto il modo com'ei
tratta i maghi e gli astrologhi nel suo poema mostra chiaro che, nel
suo concetto, non solo quelle arti non avrebbero per lui costituito il
profondo sapiente che costituivano pel popolo, ma anzi l'esser così
sapiente com'ei presenta Virgilio escludeva affatto l'occuparsi di
quelle. Secondo il concetto suo, sarebbe stato obbligato a collocare
Virgilio all'inferno con Guido Bonatti, con Asdente, e con gli altri,
dei quali invece Virgilio si mostra in quel canto tutt'altro che amico
ed ammiratore[531]. Ma Dante non ha cercato pel suo Virgilio idea
alcuna che fosse estranea agli ideali suoi, coi quali egli congiungeva
il nome del poeta, e la magia in questi ideali non c'era davvero.

La parte puramente popolare che aderiva ad un nome letterario non
poteva essere accettata da un uomo che conduceva l'arte così in alto
e che tanto altamente pensava dei poeti antichi. In fatto di arte e
di opera intellettuale Dante è fieramente aristocratico. Neppure ciò
che in mezzo alla tradizione letteraria accompagnava allora il nome
del Mantovano, si addiceva intieramente all'alto concetto dantesco ed
all'uso che Dante fa di Virgilio come simbolo di nobilissima cosa. Egli
ha purificato quindi quel nome da più d'una macchia che lo deturpava
agli occhi dei cristiani. Certo, Virgilio non è un poeta osceno, e
fra gli altri si distingue per certa sua pudica riserbatezza[532];
pur nondimeno gli amori che canta nelle Bucoliche e anche nell'Eneide
destavano scrupoli in più di un asceta medievale, che condannava quella
poesia come cosa sensuale e lasciva; inoltre tali fatti leggevansi
nella biografia del poeta ed anche avean riscontro nelle Bucoliche,
secondo i quali Virgilio avrebbe dovuto esser collocato nel cerchio
dei violenti contro natura[533] là dove il poeta non esitò a collocare,
come prototipo dei maestri di scuola, Prisciano, e il proprio maestro
istesso Brunetto. Finalmente quanto alla purezza della dottrina
virgiliana, c'era bensì nel medio evo l'idea che il grande poeta
latino si fosse grandemente accostato ai principî cristiani, ma c'era
anche quella ch'egli come pagano fosse poi anche caduto in più d'un
errore, singolarmente epicureo. Questo già vedemmo essergli apposto da
Fulgenzio stesso, e si accordava colla sua biografia che lo presenta
come discepolo di un epicureo, ed anche col fatto, poichè realmente
principî d'indole epicurea, com'è naturale in un poeta di quella età
in cui l'epicureismo era tanto in favore presso i romani, non mancano
nelle sue opere. Tutto ciò Dante ha lasciato intieramente da parte,
sia perchè queste a lui si presentassero come macchie di poco rilievo
dinanzi a tanta grandezza di meriti, sia perchè le interpretazioni
allegoriche gli permettessero di non vedere nel poeta quel male che
altri in esso trovava. Nella cerchia dei violenti contro natura,
Virgilio non dice parola, e il modo amorevole ed affettuoso con cui
ivi Dante parla a Brunetto suo maestro, mostra quanto in casi simili
i meriti gli facessero dimenticare certe colpe. Dell'epicureismo poi
Dante non ha una idea diretta intiera e adeguata. Sa da Cicerone _De
finibus_ che Epicuro considera fine dell'uomo la voluttà; ma lo sa
vagamente[534]. La principal colpa per cui egli colloca gli epicurei
in inferno è questa ch'essi «l'anima col corpo morta fanno», principio
ch'ei non poteva attribuire al suo poeta, che avea descritto egli
stesso il regno dei morti. Perciò Virgilio in quel canto gli parla
degli epicurei senza mostrare di averne condiviso alcun errore. E
questo processo di purificazione è proprio di Dante, nè soltanto nel
suo Virgilio si ravvisa. Tutto traendo in regione astratta e ideale,
egli di ciascuna cosa non considera che i caratteri più profondamente
tipici, trascurando le imperfezioni di fatto, o le deviazioni che una
piccola critica troppo realistica avrebbe avvertito. Così il suicida
Catone non ha luogo nella cerchia dei violenti contro sè stessi, fra
i quali pur troviamo figure tanto patetiche, ma occupa quell'alta
dignità, ed è quella veneranda e santa figura che tutti sanno.
Similmente nell'idea di Roma e dell'impero, tanto assiduamente seguìta
e profondamente rappresentata nel suo poema, Dante rammenta i grandi
tipi ideali di Enea, Cesare, Augusto, Traiano, Giustiniano; ma i brutti
tipi di antichi imperatori che la tradizione storica e la leggenda
medievale gli avrebbe inevitabilmente impedito di collocare altrove che
fra i dannati, come p. es. Nerone, ei non nomina mai.

Virgilio apparisce nella Divina Comedia molto più ricisamente cristiano
di quello apparisca nella tradizione del medio evo; ma riman sempre
chiara la distinzione che fa il poeta fra ciò che Virgilio fu mentre
visse e ciò ch'egli è dopo morto. Virgilio parla sempre come anima
di morto, che da lunghi secoli vive nel luogo assegnatole secondo
i suoi meriti; colla morte il velo le cadde dagli occhi, e la vita
di oltre tomba le rivelò quei veri che prima non avea conosciuti e
le fece intendere il suo errore, benchè involontario, e le giuste
conseguenze di questo. In questo Virgilio non trovasi in una condizione
privilegiata; ei non sa più di ciò debba aver appreso qualunque morto,
senza escludere i dannati. Questa è idea cristiana, non propria di
Dante soltanto, e da questo lato il Virgilio di Dante si accorda col
Virgilio di Fulgenzio. Anche presso Fulgenzio Virgilio parla come ombra
suscitata dal regno dei morti: lo scopo a cui serve essendo diverso
da quello del Virgilio dantesco, non dice quale fra i morti sia la sua
condizione, ma si vede chiaro che certe verità e certi suoi errori ha
riconosciuti nella vita di oltre tomba, e che tal soggetto è per lui
penoso ed umiliante, nè su di esso ama trattenersi. Ben più espansivo,
diverso affatto per iscopo, significato e carattere, il Virgilio di
Dante sa e dice quanto la morte gli apprese; sa che erano «falsi e
bugiardi» gli Dei che si adoravano al suo tempo, sa che cosa è il Dio
dei cristiani ch'ei prima non conobbe, e quindi Dante lo prega:

    «Per quel Dio che tu non conoscesti,»

sa che questo Dio è «una sustanzia in tre persone», conosce il
beneficio del «partorir Maria.» Queste ed altre simili cose sa Virgilio
per la stessa ragione per cui conosce molti fatti posteriori alla sua
vita terrena, anche dei contemporanei di Dante, di recente venuti in
inferno; ed anche dei fatti anteriori sa quanto prima non avrebbe
potuto sapere, conosce Nembrotto[535] e cita il Genesi insieme ad
Aristotele[536]. Tutto quanto egli ora sa lo fa riflettere tristamente
sulla sua condizione e su quella di Platone e di Aristotele e di tanti
altri grandi antichi, che perderono la beatitudine eterna perchè non
seppero quanto col solo lume della ragione era impossibile sapere[537].
Però, se le verità cristiane che Virgilio rammenta o anche spiega,
le sa come morto, ciò non vuol dire ch'ei le sappia come un morto
qualunque; il poeta dando valore e significato di simbolo ad un nome
reale avente caratteristiche già ben note e determinate, non poteva
presentare questo sapere oltramondano di Virgilio come indipendente
al tutto, o diverso e intieramente diviso dal suo sapere mondano. C'è
quindi fra le due vite del poeta continuità e non mai opposizione.
Quello ch'egli ha appreso dopo morto non lo spinge a disdire nulla
di quanto la sua ragione gli dettò vivendo; anzi v'ha tal caso in cui
Dante muove un dubbio e Virgilio gli prova che il suo:

    «Desine fata deûm flecti sperare precando»
quando giustamente s'intenda, non si oppone affatto alla dottrina
cristiana sull'efficacia della preghiera per le anime purganti[538].
Questo accordo si cerca di mantenerlo sempre nella regione ideale alla
quale appartiene Virgilio come simbolo; di certe deviazioni neppur
qui si tien conto e deliberatamente son passate sotto silenzio. Così,
benchè Dante prendendo da Virgilio l'idea fondamentale del viaggio
fra i morti, l'abbia poi notevolmente alterata nei particolari,
secondo certi concetti suoi e certe esigenze della idea e della
tradizione cristiana, pur nondimeno queste differenze fra i luoghi
che percorrono e quelli descritti da Virgilio non sono mai accennate
o toccate in alcuna guisa nel suo poema. Dante nei poeti antichi
distingue nettamente l'idea significata in modo aperto o figurato,
e l'espressione e finzione poetica che ne è l'involucro; perciò fa
anch'egli uso dei nomi e delle imagini mitologiche, non soltanto come
simboli, ma anche come elementi puramente poetici[539]. Del viaggio
di Enea all'inferno egli prende sul serio l'idea di cui lo considera
come figura o simbolo; della parte formale e fantastica egli prende
talune cose, altre lascia fuori, altre cambia, senza che ciò possa
esser soggetto di discorso nel rapporto, tutto ideale, che è fra lui e
Virgilio[540].

Il concetto della purificazione dello spirito e della intuizione
di grandi veri, avvenute per semplice sforzo di mente eletta e
privilegiata, e senza alcun aiuto esterno, là dove si trovasse
applicato ad un nome avente già un carattere letterario o dotto,
portava necessariamente con sè l'altro concetto di una sapienza
straordinaria e di una dottrina vasta ed enciclopedica. Perciò il
Virgilio di Dante è così sapiente come lo vede Macrobio, Fulgenzio e
tutto il medio evo. Virgilio nella composizione dantesca ha occasione
di presentare soltanto taluni lati del suo sapere enciclopedico;
nondimeno si vede chiaro che questo virtualmente esiste in lui, solo
limitato là dove comincia il campo di Beatrice; ed anche qui ei sa come
ombra, ma la sua veggenza di ombra armonizza colla già sua sapienza
di uomo, poichè, non conviene dimenticarlo, per quanto Virgilio sia
qui idea e simbolo, la realtà sua di uomo vissuto e di poeta non è
mai perduta di vista, anzi è frequentemente richiamata. Perciò la
grande sapienza e onniscienza virgiliana che abbiamo trovata nelle
idee del medio evo, la ritroviamo in Dante, a cui quella idea, non
solo serviva pel suo intento nel poema, ma si presentava da sè anche
indipendentemente da questo, come cosa evidente e non punto assurda;
giacchè in realtà, le proporzioni e la natura del sapere del medio evo
rendevano possibile, anzi necessario, il concetto dell'enciclopedia
come concetto di dottrina completa, ed enciclopedica è la tendenza dei
dotti di quel tempo, come di Dante stesso. Il medio evo propriamente
considerava gli antichi poeti principalmente come _savi_ e come
_filosofi_; Dante si accordava con esso e se ne discostava, in quanto
anch'egli li considerava come savi[541], ma non dimenticava punto
ch'essi erano poeti, e veramente poeti. La profondità del pensiero
nella poesia, è appunto ciò per cui egli si ravvicina, come poeta, agli
antichi, a capo dei quali è Virgilio. Virgilio adunque, come il più
alto poeta antico, è anche il più sapiente e più dotto fra gli antichi
poeti, e riconosciamo le idee del medio evo intorno ad esso quando
Dante lo chiama «virtù somma» e «quel savio gentil che tutto seppe» e
«tu che onori ogni scienza ed arte» e «mar di tutto senno» ecc. Questa
distinzione la ottiene Virgilio principalmente fra i poeti; in altre
categorie di grandi antichi altri vi sono che non appariscono, secondo
Dante, meno dotti o sapienti di lui; poichè Dante, come già abbiamo
notato, è pieno di entusiasmo per ogni illustre antico, ed è ben lieto
di trovarsi nel limbo dinanzi a quelli «spiriti magni» de' quali ei
dice: «che di vederli in me stesso m'esalto.» Con Dante si giunge a
fare distinzioni che i monaci medievali non facevano, e il nome di
Virgilio, benchè non torni intieramente al suo vero posto, è già sulla
via di tornarvi. Se adunque la scelta di Virgilio come rappresentante
della ragione e del sapere umano corrisponde al posto che occupa nella
tradizione medievale questo antico, dato quel concetto dell'antichità
più elevato che è proprio di Dante, per ispiegare la scelta dobbiamo
sempre ricorrere alle ragioni interne che abbiamo già esposte.

Le varie anime colle quali trovasi Virgilio nel limbo, e la ragione
per cui ivi con quelle si trova, costituiscono già dal principio del
poema una caratteristica generale di quel tipo che dev'essere proprio
al poeta, di cui l'indole individuale è in tutto il poema tratteggiata
con una maravigliosa delicatezza. Virgilio è una delle anime pure che
senza lor colpa rimasero prive del bene eterno. Dio lo ha posto «fra
color che son sospesi» perchè fu «ribellante alla sua legge» e «non
per fare, ma per non fare» e «per non aver fè» e perchè «se fu dinanzi
al cristianesmo, Non adorò debitamente Iddio.» Ivi con lui sono grandi
d'ogni specie, poeti, scienziati, filosofi, eroi, eroine, personaggi
storici, fra i quali anche il Saladino, come c'erano pure, prima che
Cristo scendesse a liberarli, Mosè, Rachele ed altri grandi dell'antica
legge. Insieme con tutte queste anime venerande, che ivi stanno

            «con occhi tardi e gravi
    Di grande autorità ne' lor sembianti»

trovansi anche i pargoletti neonati che morirono prima che il battesimo
li purificasse della sola colpa loro. Tale è la compagnia in cui vive
Virgilio:

    «Quivi sto io co' parvoli innocenti
      Dai denti morsi della morte, avante
      Che fosser dell'umana colpa esenti.

    Quivi sto io con quei che le tre sante
      Virtù non si vestiro e senza vizio
      Conobber l'altre e seguir tutte quante.»

La comune condizione in cui trovansi tutti questi abitanti del limbo
stabilisce e suppone fra di essi certa comunanza di sentimenti, non
toglie però che ciascuno debba avere un carattere suo particolare,
determinato dal suo nome e da ciò ch'ei fu in vita. Il genio del poeta,
così abile nella pittura dei caratteri e nel coglierne le varietà,
non avrebbe mai confuso i tipi diversi, e se avesse scelto a sua
guida Aristotele, Ovidio o Lucano, senza dubbio li avrebbe presentati
con lineamenti diversi da quei di Virgilio. Anche in questo troviamo
raffinato e nobilitato il barbaro e grossolano ideale del medio evo;
anzi qui la cosa ha luogo al punto che l'ideale dantesco, piuttosto
che essere basato sui concetti del medio evo, apparisce d'accordo
colla realtà storica. Quando si riflette a quanto vien pure determinato
dalla finzione del poema, dall'essere cioè Virgilio abitante del limbo
e messo di Beatrice e simbolo, sorprende la straordinaria armonia di
concetti per cui uno risultando dall'altro e tutto combinandosi in una
idea sola che pur trae Virgilio tanto al di là dell'esser suo reale,
pur nondimeno senza stonatura di sorta, ma in pieno accordo col resto,
troviamo in Virgilio un tipo assai più prossimo al vero di quello
mai mente medievale lo concepisse. Infatti il carattere del Virgilio
dantesco è in fondo, non solo quale viene indicato nella biografia, ma
quale realmente trasparisce nell'indole di tutta la poesia virgiliana.
È un'anima dolce e mite che ha un nobile sentimento di sè, affatto
lontano da alterigia, dotata di una sensibilità delicatissima, che
anche quando si adira rimane piena di candore, assennata e giusta, e
dove sia pur leggermente malcontenta di sè arrossisce e si confonde
come una verginella[542]. Dinanzi ad un tipo siffatto è impossibile
non rammentarsi il soave carattere d'uomo che trasparisce nella poesia
virgiliana, l'«anima candida» che Orazio riconosce in Virgilio, il
titolo di _Virgo_ che si volle trovare in questo nome e di _Parthenias_
che applicarono al poeta i suoi contemporanei napoletani. Non credo
possa dubitarsi che lo studio intenso ed intelligente del Mantovano
deve avere ispirato e guidato il poeta nel fissare i lineamenti ideali
di questa elevata e nobilissima figura.

Questo carattere sta poi in pieno accordo con quanto è Virgilio
come simbolo. Dante considera il genio e la sapienza umana con
entusiasmo e con venerazione, ma anche con giusta intelligenza; ei
non la vede lontana e misteriosa come una fantasmagoria, nè crede
doversi rimpicciolire dinanzi ad essa. Egli ha la coscienza della
propria superiorità ed ha anche, nè lo nasconde, tutto quel legittimo
sentimento di sè che deve accompagnarla. Dinanzi al suo Virgilio ei
non si trova punto a disagio, anzi c'è simpatia evidente, affetto e
stima reciproca fra i due poeti. Dante tratta Virgilio con rispetto e
venerazione, ma senza bassezza, come un maggiore della bella famiglia
a cui anch'egli sa di appartenere; e Virgilio verso di lui non tiene
atteggiamento di uomo superbo, ma si mostra amorevole, premuroso,
e paterno, quantunque superiore per la posizione di maestro e duce
che Dante stesso gli assegna[543]. Una mente eletta che intendeva
giustamente la poesia e il sapere e conosceva in che veramente stesse
la nobiltà loro, non poteva fare di Virgilio, come fece Fulgenzio, un
superbo, tenebroso e antipatico barbassoro, nè di sè stesso un povero
_homunculus_ qualsivoglia. Il Virgilio di Fulgenzio è figlio della
barbarie stolida e ignorante che abbassa ciò che vorrebbe innalzare,
quel di Dante è figlio di un rinnovamento genialmente manifestato e
rappresentato, che riscatta e rialza quanto la barbarie abbassava e
deturpava.

Il tatto delicatissimo con cui Dante ha tratteggiato questa bella
figura del suo Virgilio è posto in chiaro anche da certe leggere
ombreggiature, mediante le quali, senza toglier nulla di molto
essenziale alla sua purezza, egli ha mostrato, conseguentemente
alla finzione del suo poema, Virgilio inferiore ad altri quanto a
perfezione. Egli non solo ammette che nell'antichità anteriore a
Cristo ci fossero uomini più perfetti di Virgilio, ma anzi dalli
stessi versi del Mantovano desume l'idea del collocamento di Catone,
e il nome di quel Rifeo, il quale perchè da Virgilio indicato come
«iustissimus unus qui fuit in Teucris» ei colloca in paradiso. Il
tipo di Catone sovranamente delineato, e idealizzato anch'esso secondo
idee tradizionali[544], santo, maestoso, venerando, ma severo, stoico,
_atrox animus_, e spoglio di ogni sentimentalità terrena, trovasi ad un
gradino notevolmente superiore a quel di Virgilio, così nel merito come
nel carattere. Tanto in là Virgilio non arrivò, e Dante con maestria
tutta sua, non solo lo mostra più prossimo e familiare a sè prima di
giungere alla purificazione, ma anche, senza introdurre alcun elemento
storico o realistico desunto dalla biografia, e solo tratteggiandone
il carattere, lo mostra suscettibile di talune leggere debolezze
che a Catone non potrebbero attribuirsi e molto meno a Beatrice.
Caratteristico è il luogo ove Virgilio si lascia soverchiamente
trattenere dal canto di Casella; ma molto più evidente, pel contrasto
dei due tipi posti a fronte l'uno dell'altro, è il luogo ove Virgilio
parlando a Catone crede di poterlo commuovere pregandolo per Marzia
sua. Le parole placidamente severe colle quali Catone ricusa quella
_lusinga_, solo avendo riguardo alla «donna del ciel che muove e regge»
Virgilio in quella via, segnano nel modo il più manifesto la differenza
nel grado di purificazione a cui giunsero quelle due anime.

La varia gradazione nell'ordine della purificazione e del
perfezionamento, volendo esser fedeli al concetto del poeta, è la prima
base da cui conviene partire per determinare ciò che simboleggiano
coloro che guidano o rischiarano Dante nel suo viaggio. Virgilio, che
non ebbe fede, lo guida con passo sicuro attraverso all'inferno, ma nel
purgatorio in cui già comincia il regno più esclusivamente cristiano
della grazia, egli è incerto e di molto ignaro e guida Dante dietro
informazioni altrui. È quella la parte della via del perfezionamento
ch'ei non percorse intiera nè con passo sicuro, mancandogli la scorta
delle «tre sante virtù.» Ad un certo punto adunque a lui si unisce,
nell'accompagnar Dante, Stazio che è presentato quasi una emanazione
di Virgilio, come quegli che, non solo per lui fu poeta, ma per
lui fu anche cristiano, quale sarebbe stato Virgilio se fosse nato
dopo Cristo. In questo luogo del poema, con artificio profondo e
delicatissimo e con grande opportunità, viene posta innanzi per prima
volta l'idea medievale sulla profezia relativa a Cristo contenuta
nella 4.ª ecloga. Virgilio che fu profeta di Cristo, ma senza saperlo,
e di Cristo non parla mai in tutto il poema, trova, per così dire, un
supplemento a questa sua deficienza nell'accompagnar Dante, in Stazio,
il quale, nato dopo Cristo, potè intendere il significato di quella
profezia e per quella si convertì al cristianesimo. Stazio, come Dante,
ammiratore entusiasta del Mantovano arriva a dire:

    «E per esser vissuto di là quando
      Visse Virgilio assentirei un sole
      Più ch'io non deggio, al mio uscir di bando.»

Di qui il bel movimento di affetti e il calore delle vive effusioni
sue allorchè sa che Virgilio gli sta dinanzi, e il motivare della sua
riconoscenza verso il poeta:

    «........... tu prima m'inviasti
      Verso Parnaso a ber nelle sue grotte,
      E prima appresso Dio m'alluminasti.

    Facesti come quei che va di notte
      E porta il lume dietro, e sè non giova,
      Ma dopo sè fa le persone dotte,

    Quando dicesti: — secol si rinnova,
      Torna giustizia, e primo tempo umano,
      E progenie scende dal ciel nuova. —

    Per te poeta fui, per te cristiano, ecc.»

Ma ad onta della sua conversione qualche impurità rimase a Stazio,
che lo tenne al di qua della suprema perfezione; di questa però ei sta
a purgarsi in quel regno ed ormai la sua purgazione è intera. Perciò
Virgilio all'apparire di Beatrice sparisce, Stazio segue invece, e con
Beatrice e con Dante esce dal purgatorio ed entra in paradiso; ma quivi
è del tutto dimenticato dal poeta, il quale omai d'altra guida che
Beatrice non ha duopo.

Tale è il momento principale da cui risulta la natura ed i limiti di
ciò che simboleggia Virgilio nella Divina Comedia. Dante ha una sua
idea ben nota, sul migliore ordinamento dell'umanità; egli non aspira
soltanto al perfezionamento di sè stesso, aspira all'attuazione di
un ideale della società umana ch'ei considera come il più perfetto,
il più consentaneo alle leggi della giustizia, della morale e della
religione, e perciò come il più appropriato anche al perfezionamento e
alla felicità individuale. La distinzione fra spirituale e temporale,
fra papa e imperatore, sta alla cima e alla base di questo concetto,
che è fondamentale nella Divina Comedia. Enea e Paolo sono i due suoi
predecessori in viaggio siffatto, e in fondo all'universo ei vede
collocati i più grandi peccatori ch'ei conosca, i traditori di Cesare
e di Cristo. Quest'ordine di cose ei non lo presenta come un progetto,
ma come un fatto voluto con legge eterna da Dio, reso manifesto in
gran parte dalla ragione e dalla storia dell'umanità e confermato
dalla fede. Conseguentemente, quell'ideale ei lo trova vivo in tutte
le rette coscienze oltramondane e principalmente nelle sue guide.
S'intende come di questo concetto, risultante dalla speculazione
filosofica e storica, tutta quella parte che si riferisce all'impero
e alla potestà temporale, debba essere inclusa nella sapienza
virgiliana, e debba trovarsi in Virgilio così nel senso letterale, come
nell'allegorico[545]. Virgilio, storicamente, è contemporaneo del buon
Augusto, ossia dei principî dell'impero nella pace, prossimo al gran
fatto per cui la provvidenza preparava Roma a divenire

                        «lo loco santo
    U' siede il successor del maggior Piero»

ed era il cantore dell'impero universale. Ma Virgilio era anche colui
che allegoricamente avea cantato la vita contemplativa, e in ordine
a questa avea inteso quel più perfetto ordinamento della società
umana. Sarebbe dunque tanto ingiusto il dire che Virgilio in Dante non
rappresenta altro che l'idea dell'impero, quanto lo sarebbe il dire
che la Divina Comedia non contenga nulla di più che l'idea politica
di Dante. Come personaggio storico Virgilio deve essere ed è posto in
istretto rapporto coll'idea dell'impero; ma questa idea che a Dante
risulta da ragioni di alta speculazione, Virgilio deve contenerla
anche in quanto egli è simbolo, poichè, secondo Dante, la ragione
la prudenza, il sapere, l'intelligenza umana debbono necessariamente
riconoscere la legittimità dell'impero romano e la perfezione di quel
grande ideale di società civile ch'ei concepisce.

Se si chiede sino a qual punto la tradizione medievale precorresse a
Dante nel porre Virgilio in rapporto coll'idea imperiale, troviamo che
anche qui la mente eccelsa del nostro poeta non ha trovato prima di
sè che elementi, già esistenti bensì oscuramente nelle coscienze, ma
ancora affatto privi di una formula determinata. L'idea dell'impero,
come abbiam veduto, non venne mai meno nel medio evo e fu l'obbiettivo
di molti principi. Niuno avea però raccolto e sviluppato quell'idea,
come fece Dante, in una teoria politica avente le sue radici in una
vasta speculazione di obbietto universale che include anche la storia
dell'umanità. Invano adunque si cercherebbe un altro scrittore del
medio evo presso di cui Virgilio e l'idea imperiale si mostrino così
storicamente e filosoficamente congiunti, come presso Dante[546].

Qui dobbiamo fermarci. Quanto pel nostro tema abbiam trovato da dire
sul Virgilio dantesco, ormai l'abbiam detto. Procedendo più oltre
verremmo ad occuparci troppo esclusivamente di Dante, perdendo di vista
quei rapporti del suo Virgilio colla tradizione che ci hanno condotto a
studiare questo personaggio del suo immortale poema.



CAPITOLO XVI.


Senza dubbio, in tanta celebrità sua e fra tanto e così incessante
entusiasmo espresso in cento guise diverse, Virgilio da Augusto in
poi non aveva mai ottenuto una glorificazione così grande e nobile, e
sopratutto così vera e seria quanto è quella che Dante seppe dargli.
Conviene dire però che in questa, come in tutto il lavoro di quella
mente privilegiata, mentre si riconoscono le basi medievali su di
cui si solleva, c'è poi, rimpetto al medio evo, assai di trascendente
che supera e sorpassa i limiti di quella età. Dinanzi a chi studia il
pensiero medievale la Divina Comedia sorge repentina e inaspettata,
e nulla di quanto la circonda ha mole proporzionata alla grande sua
elevatezza. Il partito che Dante sa trarre dalle idee del suo tempo è
cosa interamente sua e senz'altro esempio. Altri non arrivarono allora
a concepire Virgilio così com'ei potè fare, e noi abbiamo potuto vedere
che in questo suo personaggio c'è assai più e meglio di quanto il
nostro studio ci ha additato nel Virgilio delle comuni menti medievali.
Ma in quanto il Virgilio dantesco eccede il medio evo può servire di
correttivo un'altra personificazione del Virgilio medievale, anch'essa
ideata nello stesso secolo di Dante. Parmi debba essere conveniente
chiusa di questa parte del nostro studio un'occhiata a questo
Virgilio del _Dolopathos_, opera di una mente di volgare levatura
e mediocremente colta, opera romantica di un monaco, nella quale il
concetto di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea
letteraria che più si approssima al livello popolesco, come il Virgilio
di Dante appartiene a quella più alta sfera intellettuale in cui il
morto tradizionalismo letterario del medio evo già si vede tramutarsi
nel reale e vivo sentimento classico del risorgimento.

Il Dolopathos fu scritto in latino sulla fine del XII secolo da un
tal Giovanni monaco dell'abbazia di Hauteseille in Lorena e poscia
messo in versi francesi fra il 1207 e il 1212 da un tale Herbers
conoscente dell'autore[547]. La favola narrata in questo libro è, in
poche parole, la seguente: — Dolopathos, re di Sicilia del tempo di
Augusto, ha un figlio di nome Luciniano ch'ei manda a Roma ad istruirsi
presso Virgilio. Questi istruisce Luciniano in ogni maniera di sapere e
singolarmente nell'astronomia. Intanto muore la moglie di Dolopathos;
costui sposa un'altra donna e manda a richiamare suo figlio. Per
divinazione astrologica Virgilio conosce che Luciniano è minacciato di
una grande sciagura e, perchè possa uscirne salvo, gl'impone di serbare
assoluto silenzio finch'ei non gli dica il contrario. Giunto Luciniano
presso il padre, non risponde ad alcuna interrogazione e rimane
ostinatamente muto. Ogni mezzo riuscendo inutile, la regina prende
impegno di farlo parlare, lo mena seco e, usata ogni arte inutilmente,
finisce col dichiararsegli amante; ma senza pro. Irritata di tale
sfregio e temendo le conseguenze del suo passo, medita di far morire
Luciniano e lo accusa di averla voluta violentare. Il re condanna il
figlio a morte; ma giunge a tempo un savio e raccontando una novella
ottiene che l'esecuzione sia sospesa per un giorno. Così fanno altri
savi successivamente, fino al settimo giorno in cui arriva Virgilio,
narra anch'egli la sua novella e ordina a Luciniano di parlare. Questi
rivela tutto e la regina vien bruciata viva. — Poi il racconto seguita
fino alla morte di Dolopathos e di Virgilio; dopo di che ha luogo la
venuta di Cristo, la predicazione in Sicilia di un discepolo di Gesù e
la conversione di Luciniano, che muore santo.

È questa, come ognun può vedere facilmente, una versione del solito
popolarissimo racconto dei _Sette Savi_, di origine indiana, del
quale si hanno tanti testi nelle varie letterature di oriente e
di occidente[548]. Però mentre tutti gli altri testi occidentali
si rannodano assai strettamente l'uno all'altro, il Dolopathos per
varie sue caratteristiche, occupa un posto separato e riman solitario
in questa famiglia di libri popolari. La principal differenza che
interessa noi qui in modo particolare sta nella parte che in questo
testo, diversamente dagli altri, viene attribuita a Virgilio. Nei testi
occidentali generalmente il principe è dato da istruire, non ad uno,
ma a sette savi; nei testi orientali però, in quelli almeno di cui
oggi si ha notizia, a capo dei quali sta un antico libro arabo oggi
perduto, il _Libro di Sindibâd_[549], quest'ufficio è dato a Sindibâd,
come al sapientissimo fra tutti i savi del regno. Pare che il monaco
di Hauteseille avesse dinanzi un testo, o forse più probabilmente
avesse udito una narrazione di quella favola, più fedele alla forma
che aveva in oriente; mantenendo l'unità del savio precettore e
riducendo liberamente il racconto secondo la natura delle composizioni
romantiche, e le idee del pubblico a cui era stato destinato,
sostituì Virgilio nel posto che in oriente davasi a Sindibâd in quella
narrazione. Nel far questo egli fu guidato o ispirato dalle sue idee
di chierico, non avendo di Virgilio una conoscenza puramente popolesca,
come accade ad altri autori di composizioni romantiche, ma mostrando di
conoscerlo direttamente e citando anche qualche verso di lui nel corso
del poema[550]. È tanto reale la conoscenza ch'egli ha di Virgilio
che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata
appunto secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in
essa. Il fatto ha luogo al tempo di Augusto, e la moglie che Augusto
diede a Dolopathos[551] è figlia di Agrippa. In altri testi occidentali
dei _Sette savi_, ne' quali Virgilio non ha parte, l'imperatore è un
Diocleziano o Ponziano o un altro qualsivoglia di un'epoca del tutto
imaginaria. Anche il nome greco di _Dolopathos_, di cui vien dichiarato
il significato e la ragione[552], è inventato dall'autore e dà prova
della sua cultura, come pare la cultura e la condizione di monaco
rivelansi nel citar S. Agostino[553] e nel dare al libro una chiusa di
significato religioso.

Benchè però questo poema sia evidentemente opera di un uomo di scuola,
esso è per natura, concetto e tendenza opera del tutto romantica,
e quindi quanto l'autore ha aggiunto di suo ai dati del racconto
orientale essendo pretta invenzione sua, invano si cercherebbe in
questa un rigore storico assai conseguente. Egli sa che Virgilio è
di Mantova, e crede suo debito farlo morire in questa patria sua,
ma colloca Mantova in Sicilia. Nondimeno non chiama Sicilia Napoli,
come altri autori del suo tempo, e sa che Palermo è la principale
città di quel paese. Ma i diritti della ragione storica ei non li
rispetta che fino ad un certo punto. Nel suo poema si parla di «vecchio
testamento»[554] fra pagani, prima che Cristo sia venuto, e si parla
pure di vescovi, monaci e abati, come si parla di duchi, conti e
baroni e come si fa Augusto imperatore di Romania e re di Lombardia
e Dolopathos un principe feodale. Proporzionato a questo concetto
intieramente romantico è il tipo di Virgilio, ma ridotto a tale,
secondo risultava dall'idea scolastica, veduta dal punto di vista
liberamente fantastico del romantismo. Per ispiegarlo non c'è bisogno
di pensare alle idee di provenienza popolare e indipendenti dalla
scuola, che costituiscono la leggenda del Virgilio mago, comunque quel
concetto scolastico così ridotto si approssimi già assai al concetto
che risultava da quelle. Virgilio è qui il grande maestro di tutta la
sapienza profana; altro difetto non ebbe che quello di esser pagano,
ma fu tale quanto meno si poteva esserlo prima di Cristo; solo mancò
a lui la conoscenza dell'unità di Dio; fu uomo di specchiato costume
e grande filosofo; niuno fu più celebre di lui, niuno più onorato da
Augusto[555]; dinanzi alla sua parola autorevole inchinavansi re e
imperatori; non altri v'ebbe che fosse più dotto, non altri che più
valesse in poesia; egli era il «chierico» per eccellenza:

    A icel tans à Rome avoit
    I. philosophe, ki tenoit
    La renomée de clergie;
    Sages fu et de bone vie;
    D'une des citez de Sezile
    Fut néz; on l'apeloit Virgile;
    La citéz Mantue ot à non.
    Virgile fu de grant renon;
    Nus clers plus de lui ne savoit;
    Par ce si grant renon avoit;
    Onkes poëtes ne fu tex
    S'il créust qu'il ne fust c'uns Dex[556].

Questo re dei sapienti viveva da grande, esercitando l'ufficio di
maestro; ma, come il primo di tutti i maestri, egli aveva un uditorio
aristocratico. Luciniano giunto a Roma fu accolto con grande cortesia
dal suo futuro istitutore. Entrando nella scuola di Virgilio trovò
costui assiso sulla sua cattedra: aveva indosso una ricca cappa
foderata di pelo, senza maniche, sul capo portava una berretta di pelle
preziosa, e aveva tirato indietro il cappuccio. Seduti a terra dinanzi
a lui stavano i figli di molti grandi baroni, e tenendo in mano il
libro ascoltavano quant'egli insegnava:

    Assis estoit en sa chaière;
    Une riche chape forrée
    Sans manches, avoit afublée,
    Et s'ot en son chief un chapel
    Qui fu d'une moult riche pel;
    Tret ot arrier son chaperon.
    Li enfant de maint haut baron
    Devant lui à terre séoient,
    Qui ses paroles entendoient,
    Et chacun son livre tenoit
    Einssi comme il les enseignoit[557].

E l'insegnamento incomincia dai primi rudimenti. Virgilio insegna
a Luciniano a leggere e scrivere; poi l'istruisce nel latino e nel
greco, e per ultimo lo fa dotto totalmente insegnandogli le sette arti,
cominciando dalla grammatica, mamma di tutte le altre, e riducendole
tutte, espressamente per lui, in un libriccino così piccoletto che
poteva capire tutto nella mano chiusa:

    Torne ses feuilles et retorne;
    Les VII ars liberaus atorne
    En I. volume si petit
    Que, si com l'estoire me dit,
    Il le poïst bien tot de plain
    Enclorre et tenir en sa main.
    . . . . . . . . . . . . . .
    Premier li enseigne Gramaire
    Qui mere est, et prevoste, et maire,
    De toutes les arts liberax etc.[558].

È facile accorgersi, dopo quanto abbiamo veduto in questo studio, che
sotto questo personaggio così travestito c'è il Virgilio delle scuole
medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di compendi delle
sette arti. La qualità di astrologo, non identica, come vedremo, a
quella di mago, entra come elemento integrante nell'ideale del savio o
del sapiente secondo i concetti romantici[559]; e del resto qui veniva
imposta dalla natura del racconto qual'esso è costantemente così in
oriente come in occidente. Il pio monaco crede alla possibilità di
quella divinazione solo come a cosa voluta o permessa da Dio[560]. E
con tal qualità si accordava anche l'idea sulla predizione del Cristo.
Infatti dopo la morte di Dolopathos e di Virgilio e la venuta di
Cristo, i noti versi della IV ecloga[561] figurano fra gli argomenti
che convertono Luciniano al cristianesimo. — Fin qui il Dolopathos
può servirci in questo luogo, poichè qui cessano i suoi rapporti colla
tradizione letteraria.

Col Virgilio della Divina Comedia, e il Virgilio del Dolopathos
termina ad un tempo e si riassume questa parte del nostro lavoro. Essi
rappresentano due estremi del nome Virgiliano, nel medio evo letterato;
il concetto nobile di una mente eletta e straordinaria, il concetto
ingenuo e triviale di una mente volgare posta intieramente a livello
del romantismo. Appartengono a due diversissime regioni, ambedue
separate dalla scuola; ma pure procedono da questa, l'una sorpassandola
in altezza e nobiltà, l'altro in povertà e rustichezza. Dopo Dante
quanto troveremmo da dire di nuovo nell'ordine dell'idea propriamente
dotta e letteraria, appartiene al risorgimento, ossia al pensiero
moderno, e ci farebbe uscire dal limite che ci siamo imposto, che è
il medio evo. Il Virgilio del Dolopathos invece, ultima sfumatura del
Virgilio della tradizione letteraria, per l'elemento romantico con cui
lo troviamo mescolato, ci chiama allo studio della nominanza del poeta
in una regione diversa da quella in cui l'abbiamo considerata fin qui,
e mentre chiude la prima c'invita alla seconda parte di quest'opera
nostra.


  FINE DEL VOLUME PRIMO.



INDICE


  Prefazione                                           Pag. vij-xv

  PARTE PRIMA

  VIRGILIO NELLA TRADIZIONE LETTERARIA
  FINO A DANTE.

  Cap. I     Valore dell'Eneide per la rinomanza di Virgilio.
             Tendenza dei Romani per la produzione epica e
             condizioni di questa fra loro. Ragione nazionale
             dell'Eneide e suoi rapporti col sentimento romano.
             Prime impressioni prodotte da quel poema     Pag.   5

  Cap. II    Valore dell'elemento grammaticale, retorico,
             erudito nell'opera virgiliana, e importanza di
             esso nell'apprezzamento del Poeta. Natura dei
             primi lavori critici su Virgilio e carattere dei
             primi giudizi intorno ad esso                  »   20

  Cap. III   Segni della popolarità del Poeta nei migliori
             tempi dell'impero. Virgilio nelle scuole e nelle
             opere grammaticali                             »   32

  Cap. IV    Virgilio nelle scuole e nelle opere dei retori.
             Moto reazionario in favore dei più antichi autori
             e posizione di Virgilio in questo; Frontone e i
             Frontoniani; Aulo Gellio. Venerazione pel Poeta;
             le sorti virgiliane                            »   45

  Cap. V     I secoli della decadenza. Notorietà dei versi
             virgiliani. I Centoni. Commentatori; E. Donato e
             Servio; interpretazioni filosofiche; esagerazioni
             dell'allegoria storica nelle Bucoliche. Virgilio
             considerato come retore e suo uso come tale:
             commento retorico di T. Cl. Donato. Macrobio; idea
             della onniscienza e infallibilità di Virgilio.
             Autorità grammaticale del Poeta; Donato e
             Prisciano. Segni della rinomanza virgiliana
             e natura di questa al cadere dell'impero       »   66

  Cap. VI    Cristianesimo e medio evo. Sopravvivenza
             dell'antica tradizione scolastica; natura e limiti
             in cui sopravvive. Virgilio rappresentante della
             grammatica. Posizione di Virgilio e degli altri
             classici pagani in mezzo all'entusiasmo cristiano;
             ripugnanze, attrazioni e vie d'accomodamento   »   99

  Cap. VII   Virgilio profeta di Cristo                     »  129

  Cap. VIII  L'allegoria filosofica. Natura e cause della
             interpretazione allegorica di Virgilio; Fulgenzio;
             Bernardo di Chartres; Giovanni di Salisbury;
             Dante                                          »  139

  Cap. IX    Gli studi grammaticali e retorici nel medio evo,
             e uso di Virgilio in questi                    »  159

  Cap. X     La biografia virgiliana; sue vicende; favole
             letterarie sulla vita del poeta; distinzione di
             queste dalle leggende popolari. Esercizi retorici
             di versificazione su temi virgiliani di varia
             natura                                         »  179

  Cap. XI    Considerazioni sulla poesia latina di forma
             classica prodotta nel medio evo; poca attitudine
             dei chierici medievali per questo genere di
             poesia; poesie ritmiche                        »  207

  Cap. XII   Caratteri dell'ideale dell'antichità che fu
             proprio dei chierici del medio evo. Posizione che
             occupava Virgilio in quell'ideale e conseguente
             natura della sua celebrità in quell'epoca      »  220

  Cap. XIII  Precedenti psicologici del risorgimento nel medio
             evo; produttività di provenienza o di ragione
             laica; lettere popolari e volgari. Condizioni
             speciali dell'Italia a tal riguardo            »  243

  Cap. XIV   Dante. Carattere e tendenza della sua attività
             intellettuale; limiti della sua cultura classica;
             in che per questo lato si approssimi ai chierici
             medievali, in che se ne distingua, e come sia un
             precursore del risorgimento. Suo sentimento della
             poesia antica. L'antichità romana e il sentimento
             nazionale italiano in Dante. Ragione della
             simpatia di Dante per Virgilio. _Lo bello stile_
             di Dante e Virgilio                            »  259

  Cap. XV    Virgilio nella _Divina Comedia_; ragione
             storica e simbolica del suo collocamento in
             questo poema; perchè Virgilio è guida di Dante;
             perchè non Aristotele. In che il Virgilio di
             Dante differisce dal Virgilio del medio evo;
             eliminazione di talune idee, nobilitazione di
             altre. Virgilio e l'idea cristiana nel poema
             dantesco. Sapienza e onniscienza di Virgilio;
             suo carattere. La profezia di Cristo; rapporto
             fra Virgilio e Stazio. Virgilio e l'idea
             dell'impero                                    »  278

  Cap. XVI   Virgilio nel _Dolopathos_, Passaggio
             dall'idea dotta tradizionale all'idea
             romantica                                      »  308



NOTE:


[1] _De fabulis quae media aetate de Publio Virgilio Marone
circumferebantur_, Berlin, 1837, 8 pag.

[2] _P. Virgilius per mediam aetatem gratia atque auctoritate
florentissimus_, Paderborn, 1852, 18 pag.

[3] _Virgilius als Theolog und Prophet des Heidenthums in der Kirche_,
in _Evangelischer Kalende_r, Berlin, 1862, pag. 17-82.

[4] _Die Aeneis, die vierte Ecloge und die Pharsalia im Mittelalter_,
Frankf. a. M., 1864, 37 pag.

[5] _Quae vices quaeque mutationes et Virgilium ipsum et eius carmina
per mediam aetatem exceperint_, Lut. Par. 1846, 75 pag.

[6] _Leben und Fortleben des Publius Virgilius Maro als Dichter und
Zauberer_, Leipz. 1857, 85 pag. in-16.º

[7] _Memorabilia Vergiliana_, Misenae, 1857, 38 pag. — _Mirabilia
Virgiliana_, Misenae, 1867, 40 pag.

[8] In questa categoria si distinguono per numero di appunti V.
D. HAGEN, _Gesammtabenteuer_, III, pag. CXXIX-CXLVII, MASSMANN,
_Kaiserchronik_, III, pag. 421-460.

[9] _De Virgile l'enchanteur_, nei suoi _Mélanges archéologiques et
littéraires_, Paris, 1850, pag. 424-478.

[10] _Ueber den Zauberer Virgilius_ nella _Germania_ di PFEIFFER, IV,
pag. 257-298.

[11] _Virgil's Fortleben im Mittelalter_, Wien (Akad. d. Wiss.), 1851,
54 pag. in-fol.

[12] Ved. le nostre note, vol. I, pag. 212, e vol. II, pag. 2.

[13] Vol. I (1866), pag. 1-55; Vol. IV (1867), pag. 605-647; vol. V
(1867), pag. 659-703.

[14] _Vergil in the Middle Ages by D. C. translated by E. F. M. Benecke
with an Introduction by Robinson Ellis._ London, New York 1895. Questa
traduzione è condotta su questa seconda edizione di cui, richieste,
furon mandate le prove all'autore, rapito immaturamente ai vivi poco
dopo aver compiuto il suo lavoro. La traduzione però non fu da me
riveduta.

[15] I principali fra questi ved. rammentati a pag. 22 del vol. II e
altrove.

[16] Quanta parte avesse l'amicizia nell'enfatico «Nescio quid maius
nascitur Iliade» di Properzio, è reso manifesto dalle espressioni che
questi adopera anche a riguardo di un altro suo amico, Pontico, autore
di una Tebaide che rimase affatto dimenticata (I, 7, 1-3):

    «Dum tibi Cadmeae dicuntur, Pontice, Thebae
      armaque fraternae tristia militiae,
    atque, ita sim felix, primo contendis Homero, etc.»


[17] I dotti di oltr'alpe commettono spesso un grave errore, di cui
si risentono gli effetti molteplici in molte e varie loro opere,
quando giudicano le idee e i sentimenti di un popolo eccezionale che
si concentrava tutto in una città, e contava la sua esistenza _ab
urbe condita_, con quelli stessi concetti con cui giudicano il popolo
greco, e tenendo sempre la nazionalità greca dinanzi alla mente. La
saga romana non poteva spaziare gran fatto al di là del campo proprio
a quelle κτίσεις πόλεων che fra i greci naturalmente non potevano
costituire la parte più spiccante del materiale leggendario nazionale.
Se poi l'invenzione fantastica dei romani in quanto concerne il loro
passato, rivela, come doveva, la loro tendenza politica e prattica,
non per questo essa è sprovvista di una sua grande poesia. Fa piacere
udire un uomo, che certamente non può essere accusato di parzialità
pei romani, conchiudere un lavoro sul racconto di Coriolano colle
seguenti eque parole: «Wer in diesen Erzählungen nach einem sogenannten
geschichtlichen Kern sucht, wird allerdings die Nuss taub finden: aber
von der Grösse und dem Schwung der Zeit zeugt die Gewalt und der Adel
dieser Dichtungen, insbesondere derjenigen von Coriolanus, die nicht
erst Shakspeare geschaffen hat.» Mommsen, in _Hermes_, IV, p. 26.

[18] Cfr. i molti luoghi d'autori che esprimono questo entusiasmo
raccolti da LASAULX, _Zur Philosophie der römischen Geschichte_, p. 6
sgg., ai quali però molti altri se ne potrebbero aggiungere, oltre al
tono generale ed alla caratteristica tendenza di molti scrittori, quale
principalmente Livio, che a chi lo paragoni coi greci (fra i quali
nulla si trova di simile all'opera sua), offre il più evidente saggio
di quanto siam venuti notando.

[19] Vedine la enumerazione presso TEUFFEL, _Gesch. d. röm. Litt._, p.
27.

[20] «Novissimum Aeneidem inchoavit, argumentum varium et multiplex,
et quasi amborum Homeri carminum instar, praeterea nominibus ac rebus
graecis latinisque commune, et in quo, quod maxime studebat, romanae
simul urbis et Augusti origo contineretur.» DONAT. _Vit. Vergil._
(presso REIFFERSCHEID, _Svetonii praeter Caesarum libros reliquiae_,
Lips. 1860) p. 59. [Notisi che in tutto il libro non citerò mai altra
edizione della biografia di Virgilio attribuita a Donato che questa del
Reifferscheid.]

[21] DONAT. _Vit. Vergil._ p. 58. SERV. _ad Bucol._ VI, 3.

[22] Questo era il primo soggetto e scopo dell'Eneide secondo il
desiderio dello stesso Augusto, e così va intesa la notizia data da
SERVIO «_postea ab Augusto Aeneidem propositam_ scripsit.»

[23] DONAT. _Vit. Vergil._ p. 61.

[24]

    «Mox tamen ardentis accingar dicere pugnas
      Caesaris et nomen fama tot ferre per annos,
      Tithoni prima quot abest ab origine Caesar.»

                               _Georg._ III, 46.

[25] «De Aenea quidem meo etc.» presso MACROBIO, _Sat._, I, 24, II.

[26]

    «Actia Vergilium custodis litora Phoebi
      Caesaris et fortes dicere posse rates,
    qui nunc Aeneae Troiani suscitat arma
      iactaque Lavinis moenia litoribus,
    cedite Romani scriptores, cedite Grai
      nescio quid maius nascitur Iliade.»

                            PROPERT. III, 34.

[27] Sulla composizione dell'Eneide e la cronologia delle varie sue
parti ved. SABBADINI, _Studi storici sull'Eneide_. Lonigo 1889, p. 70
sgg.

[28] «Hoc loco per transitum tangit historiam quam per legem artis
poeticae aperte non potest ponere.... Lucanus namque ideo in numero
poetarum esse non meruit quia videtur historiam composuisse non poema.»
SERV. _ad Aen._ I, 382; cfr. MARTIAL. XIV, 194; FRONTON. p. 125;
QUINTIL. X, I, 90.

[29] Cfr. SCHWEGLER, _Röm. Gesch._ I, p. 279 segg.; PRELLER, Röm.
_Mytholog._ p. 666 segg. HILD, _La légende d'Énée avant Virgile_. Paris
1883.

[30] Erra gravemente NIEBUHR (_Röm. Gesch._ I, 206 segg.) quando
crede che Virgilio condannasse alle fiamme il suo poema perchè conscio
della sua mancanza di base nazionale. Una idea simile a Virgilio non
poteva mai venire in capo, e quanto sia assurda lo prova già l'immenso
successo dell'Eneide, a cui il sentimento romano fu tutt'altro che
estraneo. È noto che il suo contemporaneo ed ammiratore Tito Livio apre
anch'egli colla saga d'Enea la sua storia, ispirata se altra mai da
vivo sentimento nazionale. L'attitudine del suo spirito e il suo punto
di vista nel riferire quelle favole, ei li dichiara nel proemio in modo
che non può lasciar da desiderare, colle magnifiche parole così spesso
citate: «Et si cui populo licere oportet consecrare origines suas et
ad Deos referre auctores, ea belli gloria est populo romano etc. etc.»
Come la saga di Enea stesse in armonia con quanto ispirava il resto
della tradizione romana, lo vediamo nel lirismo d'ORAZIO là dove fa
dire ad Annibale (C. IV, 4, 53 segg.):

    «Gens quae cremato fortis ab Ilio,
    Iactata Tuscis equoribus, sacra
      Natosque maturosque patres
        Pertulit Ausonias ad urbes,
    Duris ut ilex etc. etc.»

Quando questo scriveva Orazio, appena allora era stata pubblicata
l'Eneide (le odi del IV libro furono messe a luce, come si crede
dai più, dopo il 18 av. Cr.). Le tendenze cesaree verso Troia, come
la città sacra dei romani e della gente Giulia, sono vivamente
rappresentate nella nota parlata di Giunone agli Dei che trovasi
nell'ode 3.ª del III lib., certamente anteriore all'Eneide.

Vedere in tutto ciò e in tant'altro che potrebbe riferirsi di simile,
retorica e adulazione, non ammettere la reale intensità e legittimità
del sentimento a cui in tanto vera grandezza d'impero e di gesta
corrispondeva, è un procedere assai leggermente, sacrificando la verità
e la coscienziosità scientifica a tendenze paradossali ed a prevenzioni
malamente allucinatrici.

[31] Il titolo stesso del poema sarebbe stato dapprima, secondo alcuni,
non _Eneide_ ma _Gesta del popolo romano_; «unde etiam in antiquis
invenimus opus hoc appellatum esse non _Aeneidem_ sed _Gesta populi
romani_; quod ideo mutatum est, quod nomen non a parte sed a toto debet
dari.» SERVIO, _ad Aen._ VI, 752.

[32] Niente di meno serio dell'idea espressa da qualche critico
moderno (V. fra gli altri TEUFFEL, _Gesch. der röm._ Litt. p. 391) che
la natura molle e mite di Virgilio non fosse tagliata per l'epopea.
Dicano, di grazia, questi signori quale dei poeti epici della stessa
categoria a cui Virgilio appartiene può dirsi nato per l'epopea. Forse
il platonico Tasso, o il pio Milton, o il mistico Klopstock? E come fra
tanti poeti d'arte così diversi per stirpe e per carattere, il solo
_molle_ Virgilio ha saputo fare il meglio in questo genere, mentre
il titanico e multilaterale Göthe quando a ciò si è voluto provare ha
messo fuori quell'aborto che è l'_Achilleide_?

[33] «Qui bene considerat inveniet omnem romanam historiam ab Aeneae
adventu usque ad sua tempora summatim celebrasse Virgilium, quod
ideo latet quia confusus est ordo: nam eversio Ilii et Aeneae errores
adventus bellumque manifesta sunt: Albanos autem reges, romanos etiam
consules, Brutos, Catonem, Caesarem Augustum et multa ad historiam
romanam pertinentia hic indicat locus, cetera quae hic intermissa sunt
in ἀσπιδοποτίᾳ commemorat.» (SERVIO, _ad Aen._ VI, 752. Cfr. anche
PROBO, _ad Georg._ III, 46, p. 58 sg. ed. KEIL).

[34] Secondo BOISSIER (_La publication de l'Énéide_ in _Revue de
Philologie_, 1884, p. 1-4) era già pubblicata quando Orazio scrisse il
_Carmen saeculare_ nel 737 (19) ossia due anni dopo la morte del poeta.

[35] Nella letteratura latina oggi superstite il più antico autore che
esprima ciò esplicitamente è OVIDIO:

    «Et profugum Aenean, altaeque primordia Romae,
        quo nullum Latio clarior extat opus.»

                             _Ars amator._ III, 337.

    «Tantum se nobis elegi debere fatentur,
        quantum Vergilio nobile debet epos.»

                             _Rem. am._ 395.

L'_Ars amatoria_ fu pubblicata l'1 o il 2 av. Cr.; i _Remedia amoris_
l'1 o il 2 d. Cr.

[36] «Inter quae (ingenia) maxime nostri aevi eminent princeps carminum
Vergilius, Rabirius etc.» VELL. PATERC. II, 37.

[37] Cfr. WÖLFFLIN in _Philologus_, XXVI, p. 130.

[38] Veggansi i raffronti considerevolmente numerosi raccolti
dal ZINGERLE nel suo lavoro: _Ovidius und sein Verhältniss zu den
Vorgängern und gleichzeitigen römischen Dichtern_ (Innsbruck, 1869-71)
II, p. 48-113. Per Tibullo, Properzio, Orazio, Livio ved. SABBADINI,
_Studi critici sulla Eneide_. Lonigo 1889, p. 134-173.

[39] «Vergilium vidi tantum» _Trist._ IV, 10, 15.

[40] Questi ricordi, che si riferiscono ai retori del tempo d'Augusto,
ci offrono le più antiche citazioni di versi dell'Eneide oggi
conosciute. Ecco i luoghi principali: «Sed ut sciatis sensum bene
dictum dici tamen posse melius, notate prae ceteris quanto decentius
Vergilius dixerit hoc, quod valde erat celebre, «belli mora concidit
Hector»: «Quidquid apud durae etc.» (_Aen._ XI, 288). Messala († 8
av. Cr.) aiebat hic Vergilium debuisse desinere, quod sequitur «et in
decimum etc.» explementum esse. Maecenas hoc etiam priori comparabat»
_Suasor._ 2; «Summis clamoribus dixit (Arellius Fuscus) illum Vergili
versum «Scilicet is superis etc.» (_Aen._ IV, 379). Auditor Fusci
quidam, cuius pudori parco, cum hanc suasoriam de Alexandro ante Fuscum
diceret, putavit aeque belle poni eundem versum; dixit: Scilicet is
superis etc.». Fuscus illi ait: si hoc dixisses audiente Alexandro,
scires apud Vergilium et illum versum esse «... capulo tenus abdidit
ensem» (_Aen._ II, 553). _Suasor._ 4; — «Montanus Iulius qui comis
fuit, quique egregius poeta, aiebat illum (Cestium) imitari voluisse
Vergili descriptionem: «Nox erat et terras etc.» (_Aen._ VII, 26)».
_Controv._ 16. (Cestio venne a Roma poco dopo la morte di Virgilio,
cfr. MEYER, _Oratorr. romanorr. fragmenta_, p. 537) — Ved. anche
_Suasor._ I.

[41]

    «Et tamen ille tuae felix Aeneidos auctor
      contulit in Tyrios arma virumque toros,
    Nec legitur pars ulla magis de corpore toto,
      quam non legitimo foedere iunctus amor.»

                           OVID. _Trist._ 2, 533.

[42] _Confession._ lib. I; op. I, 66.

[43] Anche il TEUFFEL concede che «Ton und Geist der Aeneis steht
freilich zu Homer in diametralem Gegensatze.» _Gesch. d. röm. Lit._ p.
400. Più largamente PLÜSS _Vergil und die epische Kuns_t (Leipz. 1884)
p. 339 sgg.

[44] «Homerus testis et lyrici, romanusque Vergilius et Horati curiosa
felicitas.» PETRON. _Sat._ 118.

[45] Ad Augusto, che mentre guerreggiava i Cantabri voleva esser tenuto
al corrente del suo lavoro, ei rispondeva: «de Aenea quidem meo, si
mehercle iam dignum auribus haberem tuis libenter mitterem; sed tanta
inchoata res est, ut paene vitio mentis tantum opus ingressus mihi
videar, cum praesertim, ut scis, alia quoque studia ad id opus multoque
potiora impertiar.» MACROB. _Sat._ I, 24, 11.

In lavoro così arduo e delicato non sorprende quanto riferisce il
biografo (p. 59): «traditur cotidie meditatos mane plurimos versus
dictare solitus, ac per totum diem retractando ad paucissimos redigere,
non absurde carmen se informe more ursae parere dicens et lambendo
demum effingere. Aeneida prosa prius oratione formatam digestamque in
XII libros particulatim componere instituit, prout liberet quidquid,
et nihil in ordinem arripiens, ut ne quid impetum moraretur, quaedam
imperfecta transmisit, alia levissimis verbis veluti fulsit, quae per
iocum pro tibicinibus interponi aiebat, ad sustinendum opus, donec
solidae columnae advenirent.»

A comporre l'Eneide, quale oggi ci rimane, impiegò XI anni, e
l'interruppe la morte, chè per altri tre anni si proponeva di lavorare
a darle l'ultima mano, e con tale scopo intraprese il viaggio di Grecia
e d'Asia, che gli fu fatale. DONAT. p. 62.

[46] «Vergilium multae antiquitatis hominem sine ostentationis odio
peritum.» GELL. V, 12, 13. Di questo tien conto pure QUINTILIANO nel
confrontare Virgilio con Omero: «et hercle ut illi naturae coelesti
atque immortali cesserimus: ita curae et diligentiae vel ideo in hoc
plus est, quod ei fuit magis laborandum et quantum eminentibus vincimur
fortasse aequalitate pensamus.» _Inst. or._ X, I, 86.

[47] Cf. BERNHARDY, p. 437, TEUFFEL, p. 397, BAEHR, p. 371, HERTZBERG
(_Uebers. d. Aeneis_), p. XI sg. HERMANN. _Elem. doctr. metr._ 357,
MÜLLER, _De re metr._ p. 140 sg., 183, 190 sg., NIEBUHR, _Röm. Gesch._
I, p. 112 (3.ª ed.). Sulla saga di Enea ed il modo in cui Virgilio
l'ha trattata veggasi, oltre il noto libro di KLAUSEN, _Aeneas una
die Penaten_ II, p. 1249 sg., RUBINO, _Beiträge zur Vorgeschichte
Italiens_, p. 68 sgg. 156 sgg. 173, e particolarmente, come elogio
della esattezza e dottrina del poeta, p. 121-128. Con critica spesso
troppo superficiale ed ingenua, ma non senza buon senso, riassume i
meriti di Virgilio il WEIDNER, nella prefazione al suo _Commentar zu
Vergil's Aeneis, Buch I und II_, (Leipz. 1869) p. 53 sgg. Con miglior
metodo e vigore insorge contro i pregiudizi prevalenti nelle scuole
germaniche PLÜSS _Vergil und die epische Kunst_, Leipz. 1884.

[48] Cfr. LERSCH, _Die Sprachphilosophie der Alten_, I, p. 103.

[49] LUCREZIO, che morì quando Virgilio era quindicenne, non solo
lascia sentire nel suo poema questo conato, ma ne parla anche
apertamente: (lib. I, 135)

    «Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta
    difficile inlustrare latinis versibus esse,
    multa novis verbis praesertim cum sit agendum,
    propter egestatem linguae et rerum novitatem.»

Cfr. anche, I, 831 e III, 257; HEFFTER, _Geschichte der lateinischen
Sprache während ihrer Lebensdauer_, p. 124. Veggasi anche HERZOG,
_Untersuchungen über die Bildungsgeschichte der griechischen und
lateinischen Sprache_, (Leipz. 1871) p. 196 sgg., il quale però giudica
con frettolosa leggerezza i poeti augustei (p. 213), e dimentica del
tutto l'importanza e l'influenza di Virgilio in fatto di lingua nella
scuola e nelle opere grammaticali e nella produzione letteraria!

[50] Cf. BLASS, _Die griech. Beredsamkeit in dem Zeitraum von Alexander
bis auf Augustus_, p. 125 sgg.

[51] «Sciendum tamen est Terentium propter solam proprietatem omnibus
comicis esse praepositum, quibus est, quantum ad cetera spectat,
inferior.» SERV. _ad Aen._ I, 410. Già molto prima, CICERONE (_ad Att._
VII, 3. 10) aveva detto: «secutusque sum, non dico Caecilium... malus
enim auctor latinitatis est, sed Terentium cuius fabellae propter
elegantiam sermonis putabantur a C. Laelio scribi.» Eppure VULCAZIO
SEDIGITO dava fra i comici il primo posto a Cecilio, il secondo a
Plauto, ed a Terenzio il sesto. (GELL. XV, 24).

[52] DONATO (_Vit. Vergil._ p. 65) enumera qualche sciocca parodia
anonima delle Bucoliche e delle Georgiche, l'_Aeneomastix_ di Carvilio
Pittore, un'opera di Erennio sui difetti, una di Perellio Fausto sui
furti di Virgilio, ed otto libri _Homoeon elenchon_ di Q. Ottavio
Avito, nei quali si notava _quos et unde versus transtulerit_. Asconio
Pediano, che visse sotto Claudio, scrisse un libro in difesa di
Virgilio contro costoro ed altri simili.

[53] «Utar enim verbis eisdem quae ex Afro Domitio iuvenis excepi,
qui mihi interroganti quem Homero crederet maxime accedere: secundus,
inquit, est Vergilius, propior tamen primo quam tertio.» QUINTIL. X,
I, 86. Domizio Afro fu pretore sotto Tiberio nel 26 d. Cr.; morì nel
59. Veggasi questo giudizio messo in versi da ALCIMO AVITO (V-VI sec.),
nell'_Anthologia latina_ (MEYER) n.º 259.

[54] «M. Vipsanius a Maecenate eum suppositum appellabat novae
cacozeliae repertorem, non tumidae nec exilis sed ex communibus verbis,
atque ideo latentis.» DONAT. _Vit. Vergil._ p. 65.

[55] Vero e giusto è anche quel d'ORAZIO (sat. I, 10, 45):

                       «molle atque facetum
    Vergilio annuerunt gaudentes rure Camenae.»

È da notare però che queste parole, come già esse lo dicono chiaramente
(_rure_), non si riferiscono che alle Bucoliche e alle Georgiche.
Quando Orazio scrisse il primo libro delle satire in cui esse sono
contenute (dal 41 al 35 av. Cr., secondo i più), l'Eneide non era
neppure ancora in mente di Virgilio; il poeta in quel tempo occupavasi
delle Georgiche. Se le opinioni sulle date non fossero tanto varie
ed incerte, si potrebbe anche affermare che le parole di Orazio non
si riferiscono che alle Bucoliche. Certo se Orazio avesse conosciuto
il poema, non si sarebbe contentato di caratterizzare la poesia del
suo amico con quelle parole. Virgilio era morto ed il poema era già
pubblicato quando Orazio scrisse l'_Arte poetica_ (9, o 10 av. Cr.); ma
la sola menzione di Virgilio che ricorra in questa (v. 53) non riguarda
che un confronto fra l'antica e la nuova scuola in generale quanto alla
lingua.

[56] Cfr. WALTHER, _De scriptorum romanorum usque ad Vergilium studiis
homericis_. Vratisl. 1867.

[57] «Hoc ipsum crimen sic defendere assuetum ait (Asconius Pedianus):
cur non illi quoque eadem furta temptarent? verum intellecturos
facilius esse Herculi clavam quam Homero versum subripere.» DONAT.
_Vit. Vergil._ p. 66.

[58] Veggasi su di ciò la giusta e fina osservazione di HERTZBERG
nella introd. alla sua traduzione dell'Eneide p. VI. Il trovare in
questi così detti _furti_ di Virgilio, come fa TEUFFEL (_Gesch. d. röm.
Lit._ p. 392), una prova della mancanza di originalità che vogliono
attribuire al poeta, è un grave errore.

[59] Una rivista critica degli appunti fatti dagli antichi a Virgilio
trovasi nei _Prolegg._ di RIBBECK, c. VIII. Generalmente queste
osservazioni si riferiscono all'Eneide, di rado se ne trova sulle
Bucoliche e le Georgiche.

[60] Questo grammatico, maestro di Lucano e di Persio, non esitava a
servirsi di espressioni dure nella sua critica virgiliana (abiecte
sordide, indecore etc.). Ma i principali suoi appunti, di cui oggi
abbiamo ricordo, si riducono a futili cavilli o ad aperti errori.
Pure egli era ammiratore del Mantovano, come si rileva dalle sue
stesse parole: «iamque exemplo tuo etiam principes civitatum, o poeta,
incipient similia fingere.» CHARIS. p. 100 (ed. KEIL).

[61] «Asconius Pedianus dicit se Vergilium dicentem audisse, in
hoc loco se grammaticis crucem fixisse, volens experiri quis eorum
studiosior inveniretur.» SERVIO, _ad Ecl._ III, 105. Cf. PHILARGYR.,
e SCHOLL. BERN. ibid. Ma probabilmente Asconio citava l'autorità di
altri, poichè egli neppure era nato quando Virgilio morì. Cf. RIBBECK,
_Prolegg._ p. 97 sg. Questa idea ritrovasi poi ripetuta nel medio evo e
non soltanto a proposito di Virgilio, ma come un costume degli antichi
scrittori; ved. p. es. il prologo di Marie de France, che dice ciò
sulla testimonianza di Prisciano.

[62]

    «Sic Maro nec calabri tentavit carmina Flacci,
      Pindaricos nosset cum superare modos;
    Et Vario cessit romani laude cothurni,
      quum posset tragico fortius ore loqui.»

                     MARTIAL., VIII, 18.

Conviene notare qui che, quantunque Virgilio esercitasse assai visibile
influenza anche sulla prosa, non lasciò gran nome di sè come prosatore.
«Vergilium illa felicitas ingeni in oratione soluta reliquit.» SENECA,
_Controv._ 3, p. 361 (ed. BURSIAN); cfr. DONAT. _Vit. Vergil._ p. 58.

[63] «Cetera sane vitae et ore et animo tam probum constat ut Neapoli
Parthenias vulgo appellatus sit.» DONAT. _Vit. Vergil._, p. 57. «anima
candida.» HORAT. _Sat._ I, 5, 41. Qualche antico commentatore di Orazio
ha pur creduto, benchè invero a torto, di riconoscere Virgilio nei noti
versi: «Iracundior est paulo» etc. _Sat._ I, 3, 29 sgg.

[64] «Malo securum et secretum Vergili recessum, in quo tamen neque
apud divum Augustum gratia caruit, neque apud populum romanum notitia.
Testes Augusti epistulae, testis ipse populus, qui, auditis in theatro
Vergili versibus, surrexit universus, et forte praesentem spectantemque
Vergilium veneratus est sic quasi Augustum.» _Dial. de Oratorr._ 13.
Quanta fosse questa sua «apud populum romanum notitia» si rileva anche
dalla biografia: «ut... si quando Romae, quo rarissime commeabat,
viseretur in publico, sectantis demonstrantisque se suffugeret in
proximum tectum.» DONAT. _Vit. Vergil._ p. 57.

[65] Sat. VI. 434 segg.:

    «Illa tamen gravior, quae cum discumbere coepit
    laudat Vergilium, periturae ignoscit Elisae,
    committit vates et comparat; inde Maronem,
    atque alia parte in trutina suspendit Homerum.»

[66] «Homerus et Vergilius tam bene de humano genere meriti quam tu
et de omnibus et de illis meruisti, quos pluribus notos esse voluisti
quam scripserant, multum tecum morentur.» _Dial._ XI, (_Ad Polyb. de
consol._) 8, 2, «Agedum illa quae multo ingeni tui labore celebrata
sunt, in manus sume, utriuslibet auctoris carmina, quae tu ita
resolvisti ut quamvis structura illorum recesserit, permaneat tamen
gratia. Sic enim illa ex alia lingua in aliam transtulisti, ut, quod
difficillimum erat, omnes virtutes in alienam te orationem secutae
sint.» Ibid. II, 5.

[67] «Auditis in theatro Vergili versibus.» _Dial. de Oratorr._ 1. c.;
«bucolica eo successu edidit, ut in scena quoque per cantores crebro
recitarentur.» DONAT. _Vit. Vergil._ p. 60.

[68] «Sub exitu quidem vitae palam voverat, si sibi incolumis status
permansisset, proditurum se partae victoriae ludis etiam hydraulam et
choraulam et utricularium, ac novissimo die histrionem, saltaturumque
Vergili Turnum.» SVETON. VI, 54. Cf. JAHN, in _Hermes_, II, p. 421;
FRIEDLÄNDER, _Sittengeschichte_ etc. II, 274.

[69] «Ecce alius ludus. Servus qui ad pedes Habinnae sedebat, iussus,
credo, a domino suo, proclamavit subito canora voce: «Interea medium
Aeneas iam classe tenebat.» Nullus sonus unquam acidior percussit
aures meas; nam praeter recitantis barbarie aut adiectum aut deminutum
clamorem, miscebat Atellanicos versus, ut tunc primum me Vergilius
offenderit.» PETRON. _Sat._ 68.

[70]

    «Accipe facundi Culicem, studiose, Maronis,
    ne nugis positis Arma virumque canas.»

                          MARTIAL. XIV, 185.

    «Quam brevis immensum cepit membrana Maronem!
    Ipsius et vultus prima tabella gerit.»

                          ID. XIV, 186.

Oltre ad Omero ed a Virgilio troviamo fra questi Xenia in MARZIALE
Menandro, Cicerone, Properzio, Livio, Sallustio, Ovidio, Tibullo,
Lucano, Catullo.

[71] Cfr. BÜCHELER, _Die pompejanischen Wandinscriften_, nel
_Rheinisches Museum_, N. F. XII, p. 250 sgg.; GARRUCCI, _Graffiti_
tav. VI, 5 (_Aen._ II, 148). Col procedere degli scavi il numero di
questi versi virgiliani, come di altri graffiti che vengono in luce,
aumenta ogni giorno. Nella raccolta dello ZANGEMEISTER, _Inscriptiones
parietariae pompejanae, herculanenses, stabianae_ (IV vol. del _Corp.
inscriptt. latinar._) Berolini, 1871, sono versi o parte di versi
virgiliani i numeri 1237 (_Aen._ V, 110), 1282 (_Aen._ I, 1), 1524
(_Ecl._ 2, 56), 1527 (id.), 1672 (_Aen._ I, 1), 1841 (_Aen._ II, 148),
2213 (_Aen._ II, 1) 2361 (_Aen._ I, 1), 3151 (_Aen._ II, 1), 3198
(_Aen._ I, 1). Aggiungansi altri due graffiti pubblicati nel _Giornale
degli Scavi di Pompei_, 2.ª serie, vol. I, p. 281 (_Aen._ I, 234),
vol. II, p. 35 (_Aen._ I, 1). Una iscriz. parietaria romana offre _colo
calathisque Minervae_ (_Aen._, VII, 805) v. FEA, _Varietà di notizie_,
p. XXVII, JORDAN in _Bursian's Jahresbericht_ I, 784.

[72] La lezione comune è _rusticus es Corydon_, ma il codice romano ha
_est_, come l'iscrizione pompeiana.

[73] Cfr. GARRUCCI, _Graffiti_, tav. I. Com'è noto, i maestri
elementari tenevano scuola all'aperto, per le piazze, per le strade
e sotto i portici; cfr. USSING, _Darstellung des Erziehungs-und
Unterrichtswesen bei den Griechen und Römern_ übers, von FRIEDRICHSEN,
(Altona 1870) p. 100 sg. Sulle rappresentanze relative alle
scuole nelle antiche pitture murali pompeiane, veggasi JAHN,
_Ueber Dastellungen des Handwerks und Handelsverkehrs auf antiken
Wandgemälden_ (Leipz. 1868) p. 288 sgg. Fra i graffiti pompeiani ce n'è
uno assai curioso, d'argomento grammaticale, cfr. GARRUCCI, tav. 17;
JAHN op. cit. p. 288.

[74] BÜCHELER, op. cit. p. 246.

[75] Su di un cucchiaio d'argento leggesi il verso 17 della I.ª Ecl.;
su di un bassorilievo della Villa Albani i versi 607 sgg. del I.º
dell'Eneide; ved. JAHN in _Berichte der sächs. Gesellsch. d. Wiss._
1861 p. 365. Su di un tegolo del primo secolo leggonsi i due primi
versi dell'Eneide; ved. _Archäolog. Anz._ 1864 n. 184, p. 199. Versi
virgiliani in iscrizioni funebri riferiti dal MARINI, _Frat. arv._ p.
826 sg. _Papiri diplom._ p. 332 sg.

[76] «Primus dicitur latine ex tempore disputasse primusque Vergilium
et alios poetas novos praelegere coepisse.» SVETON. _De gramm. et
rhetorib._ 16.

[77] Cfr. HELWIG, _De recitatione poetarum apud romanos_, p. 20 sg.

[78]

    «Non ego ventosae plebis suffragia venor
      Impensis coenarum et tritae munere vestis:
      Non ego nobilium scriptorum auditor et ultor
      Grammaticas ambire tribus et pulpita dignor.»

                              HORAT. _Epist._ I, 19, 37 sgg.

[79] «Ideoque optime institutum est ut ab Homero atque Vergilio lectio
inciperet.» QUINTIL. I, 85;

    «Cui tradas, Lupe, filium magistro
      Quaeris sollicitus diu rogasque.
      Omnes grammaticosque, rhetorasque
      Devites moneo; nihil sit illi
      Cum libris Ciceronis aut Maronis.»

                               MARTIAL. V, 56.

    «Dummodo non pereat, totidem olfecisse lucernas
      Quot stabant pueri, cum totus discolor esset
      Flaccus, et haereret nigra fuligo Maroni.»

                               JUVENAL. VII, 215 sgg.

[80] Parlando di _cortex_ adoperato come maschile e come femminile
QUINTILIANO dice: «.... quorum neutrum reprehendo, cum sit utriusque
Vergilius auctor» I, 5, 35. I grammatici dei secoli posteriori serbano
intatta questa tradizione; «stiria dicuntur ab stillis, quae Vergilius
genere feminino, Varro neutro dixit; sed vicit Vergili auctoritas»
_Lib. de dubiis nominib._ ap. KEIL, V, 590; «mella tantum triptoton
est; vicit propter auctoritatem Vergilianam.» _Fragm. bob. de nomine_,
ap. KEIL, V, p. 558.

[81] «Grammaticus futurus Vergilium scrutatur.» SENECA, _Epist._ 108.

[82] «iamvero Ciceronis ac divi Augusti Vergilique (monimenta manus)
saepenumero videmus» PLIN. _Nat. hist._ XIII, 83. «Quomodo et ipsum
(Ciceronem) et Vergilium scripsisse manus eorum docent.» QUINTIL. I, 7,
11; «Quod ipse (Hyginus) invenerit in libro qui fuerit ex domo atque
familia Vergili,» GELL. _N. A._ I, 11, 1; «in primo Georgicon quem
ego, inquit (Probus), manu ipsius correctum legi» ID. XIII, 2, 4 «qui
scripserunt idiographum librum Vergili se inspexisse.» ID. IX, 14, 7;
«... ostendisse mihi librum Aeneidos secundum mirandae vetustatis,
emptum in sigillariis viginti aureis, quem ipsius Vergili fuisse
credebatur.» ID. II, 3, 5.

[83] «vatum studiosus novorum» è chiamato da OVIDIO, _Trist._ III 14, 7.

[84] Sulla critica di Virgilio in questo tempo e poi ved. THOMAS,
_Essai sur Servius et son commentaire sur Virgile_. Paris 1880,
GEORGII, _Die antike Aeneis-kritik_. Stuttgart 1891.

[85] Cf. KEIL, _Gramm. Lat._ V, 7 (Praefat. ad Cledonium).

[86] «Quis ad sophisticas Isocratis conclusiones, quis ad enthymemata
Demosthenis, aut opulentiam Tullianam, aut proprietatem nostri Maronis
accedat?» AUSON. _Epist._ XVII, 3.

[87] SCHMIDT, _De Nonii Marcelli auctoribus grammaticis_, p. 4 sg., 96
sgg.

[88] Veggansi i richiami a piè di pagina nella ediz. del Ribbeck.

[89] QUINTIL. I, 8, 1.

[90] «Quamquam ad intelligendas eorum virtutes firmiore iudicio opus
est; sed huic rei superest tempus, neque enim semel legentur. Interim
et sublimitate heroici carminis animus assurgat, et ex magnitudine
rerum spiritum ducat, et optimis imbuatur.» QUINTIL. I, 8, 5.

[91] QUINTIL. I, 8, 13 sgg.

[92] «et grammaticos offici sui commonemus. Ex quibus si quis erit
plane impolitus et vestibulum modo artis huius ingressus, intra haec
quae profitentium commentariolis vulgata sunt consistet; doctiores
multa adicient.» QUINTIL. I, 5, 8.

[93] «Enimvero iam maiore cura doceat (grammaticus) tropos omnes,
quibus praecipue, non poema modo, sed etiam oratio ornatur, schemata
utraque idest figuras etc. etc.» QUINTIL. I, 8, 16.

[94] «Veteres grammatici et rhetoricam docebant ac multorum de utraque
arte commentarii feruntur; secundum quam consuetudinem posteriores
quoque existimo, quamquam iam discretis professionibus, nihilo minus
vel retinuisse vel instituisse et ipsos quaedam genera institutionum
ad eloquentiam praeparandam ut problemata, paraphrases, allocutiones,
ethologias atque alia hoc genus; ne scilicet sicci omnino atque aridi
pueri rhetoribus traderentur.» SVETON. _De grammaticis et rhetorr._ 4.

[95] «Solebat autem ex Vergilio Fuscus multa trahere ut Maecenati
imputaret.» SENEC. _Suasor._ 3.

[96] «Hic enim quemadmodum ex Oceano dicit ipse amnium fontiumque
cursus initium capere, omnibus eloquentiae partibus exemplum et ortum
dedit.... Nam, ut de laudibus, exhortationibus, consolationibus taceam,
nonne vel nonus liber quo missa ad Achillem legatio continetur, vel
in primo inter duces illa contentio, vel dictae in secundo sententiae
omnes litium ac consiliorum explicant artes?... Iam similitudines,
amplificationes, exempla, digressus, signa rerum et argumenta
ceteraque probandi ac refutandi sunt ita multa ut etiam qui de artibus
scripserunt plurimi harum rerum testimonium ab hoc poeta petant.»
QUINTIL. X, 1, 16 sgg.

[97] Veggansi i luoghi di Seneca il vecchio che abbiamo già riferiti a
p. 18.

[98] Un saggio dei prodotti poetici che ottenevano onori nell'agone
capitolino istituito da Domiziano lo abbiamo oggi nella iscrizione che
accompagna il monumento di Q. Sulpicio Massimo fanciullo dodicenne che
si distinse improvvisando i versi greci riferiti in quella iscrizione.
Sono cosa intieramente retorica per tema e per tono; di poetico non c'è
che il verso. Veggasi la bella ediz. di C. L. VISCONTI, _Il Sepolcro di
Q. Sulpicio Massimo_, Roma 1871.

[99] «ut dicam quod sentio, magis oratoribus quam poetis imitandus» X,
1, 90. Da studiare agli oratori in compagnia di Virgilio e di Orazio è
proposto anche nel dialogo _De Oratoribus_, 20: «exigitur enim iam ab
oratore etiam poeticus decor, non Acci aut Pacuvi veterno inquinatus,
sed ex Horati et Vergili et Lucani sacrario prolatus.»

[100] _Vergilius orator an poeta_; di questo scritto non si conserva
che un frammento del principio, pubblicato da RITSCHL dapprima e poi
riprodotto da JAHN nel suo FLORO (Leipz. 1852).

[101] «Plures hodie reperies qui Ciceronis gloriam quam qui Vergili
dectractent.» _De Oratorr._ 12.

[102] Esprime questa venerazione anche in modo entusiastico: «Clamat
ecce maximus vates et velut divino ore instinctus salutare carmen
canit: optima quaeque dies etc.» _Dial. X_, (_de brev. vit._) 9, 2.
Altrove dice: «Homerus et Virgilius tam bene de humano genere meriti.»
_Dial. XI_ (_ad Polyb. de Consolat._) 8, 2 «vir disertissimus.» _Dial.
VIII_ 1.

[103] «auctor eminentissimus» I, 10, 10; «acerrimi iudicii» VIII, 3,
24; «poesis ab Homero et Vergilio tantum fastigium accepit» XII, 11,
26.

[104] Cfr., oltre a quanto nota ERNESTI intorno a ciò, i raffronti di
DRÄGER, _Syntax und Styl des Tacitus_. Leipz. 1868.

[105] QUINTIL. VIII, 2, 12 sgg.

[106] «propriis (verbis) dignitatem dat antiquitas. Namque et
sanctiorem et magis admirabilem faciunt orationem; quibus non quilibet
fuerit usurus.» QUINTIL. VIII, 3, 24.

[107] «Odiosa cura; nam et cuilibet facilis, et hoc pessima quod rei
studiosus, non verba rebus aptabit, sed res extrinsecus arcesset quibus
haec verba conveniant.» QUINTIL. VIII, 3, 30.

[108] «tamquam scopulum sic fugias inauditum atque insolens verbum» ap.
GELL. I, 10, 4.

[109] _Catalect._ 2.

[110] Cfr. HERZ, _Renaissance und Rococo_ not. 76. Fu già attribuito
a FRONTONE lo scritto intitolato _Quadriga, seu exempla elocutionum ex
Vergilio Sallustio Terentio Cicerone_; ma poi è stato riconosciuto non
essere esso di Frontone, bensì di ARUSIANO MESSIO. Cfr. TEUFFEL § 427,
4.

[111] Presso GELLIO II, 26, 1.

[112] «Plane multum mihi facetiarum contulit istic Horatius Flaccus,
memorabilis poeta, mihique propter Maecenatem ac maecenatianos hortos
meos non alienus.» _Ad Caes._ II, 1. I poeti che legge il suo allievo
imperiale sono Plauto, Accio, Lucrezio, Ennio; «... aut te Plauto
expolires, aut Accio expleres, aut Lucretio delenires, aut Ennio
incenderes.» _De feriis Alsiensibus_, 3, p. 224 (ed. DU RIEU). La
scuola opposta, a cui appartengono Quintiliano, e l'autore del dialogo
_De oratoribus_, faceva leggere Virgilio, Orazio, Lucano; cf. _Dial. de
orat._ 20.

[113] La maggior parte degli autori che lodano Frontone sono Galli;
tali Ausonio, Claudio Mamerto, Eumenio, Sidonio. Il grammatico
Consenzio che cita Frontone (KEIL V, 333) è anch'egli di Gallia.
Leone consigliere di Evarige, re dei Goti, si vantava di discendere
da Frontone. A lui scrive il suo amico SIDONIO: «suspende perorandi
illud quoque celeberrimum flumen quod non solum gentilitium sed
domesticum tibi, quodque in tuum pectus per succiduas aetates ab atavo
Frontone transfunditur.» (SIDON. _Ep._ VIII, 3). Piacque Frontone
anche ai suoi connazionali d'Africa, come vedesi da Minucio Felice
e Marziano Capella. Il più forte suo lodatore è però, all'infuori
del contemporaneo Gellio, Sidonio che ammira principalmente la sua
«gravitas.»

[114] DONAT. _Vit. Verg._ p. 63. Notevole per l'enfasi è l'ultimo di
quei tre distici:

    «Infelix gemino cecidit prope Pergamon igni,
      et paene est alio Troia cremata rogo.»

Le perioche attribuite a Sulpicio, e che nulla distoglie dal creder
sue, veggansi nell'_Anth. lat._ n.º 653 (ed. RIESE). Di Virgilio
occupavasi Sulpicio anche nelle sue epistole (cf. GELL. II, 16, 8
sgg.). Pei suoi rapporti con Frontone ved. GELL. XIX, 13, 1.

[115] Non ho potuto persuadermi dell'idea contraria che l'HERTZ
sostiene e il KRETSCHMER trova probabile, _De auctoribus A. Gelli
grammaticis_ p. 3 sg.

[116] «ei libro (Aeli Melissi) titulus est ingentis cuiusdam inlecebrae
ad legendum; scriptus quippe est _De loquendi proprietate_» XVIII, 6,
3.

[117] «isti novicii semidocti» XVI, 7, 13; «turba grammaticorum
novicia» XI, 1, 5; cf. anche XVII, 2, 15.

[118] «cum pace cumque venia istorum, si qui sunt, qui Verri Flacci
auctoritate capiuntur» XVII, 6, 4.

[119] Arriva a dire di Seneca «ineptus atque insubidus homo» XII, 2, 11.

[120] Non vado quindi d'accordo in ciò con BERNHARDY (p. 872). Frontone
è oratore e la sua scuola è scuola di oratori, nè all'infuori del campo
puramente oratorio si possono cercar Frontoniani. Non c'è bisogno di
pensar a Frontone per ispiegare certe caratteristiche della lingua e
dello stile di Gellio.

[121] «Vive moribus praeteritis, loquere verbis praesentibus» I, 205,
sg.

[122] «poeta verborum diligentissimus» II, 26, 11; «elegantissimus
poeta» XX, 1, 54; «multae antiquitatis hominem sine ostentationis odio
peritum» V, 12, 13.

[123] «grammatici aetatis superioris haud sane indocti neque ignobiles»
II, 6, 1.

[124] «insulsa et odiosa scrutatio» (parla di una critica di Anneo
Cornuto, vera sofisticheria) IX, 10, 5; «sed Hyginus nimis hercle
ineptus fuit cum etc.» VII, 6, 5.

[125] Una volta è accennata la taccia d'improprietà con un semplice
existimatur (X, 29, 4); per un altro luogo però essa è recisamente
asserita (I, 22, 12)

[126] «ut Pindaro quoque, qui nimis opima pinguique esse facundia
existimatus est, insolentior hoc quidem in loco tumidiorque sit...
Audite nunc Vergilii versus, quos inchoasse eum verius dixerim quam
fecisse» etc. XVII, 10, 8 sgg.

[127] «oves bidentes dictae quod duos tantum dentes habeant.» XVI, 6, 9.

[128] «Illi qui Lucilium pro Horatio et Lucretium pro Vergilio
legunt... quos more prisco apud iudicem fabulantes non auditores
sequuntur, non populus audit, vix denique litigator perpetitur.» _Dial.
de Oratorib._ 23.

[129] «Ciceroni Catonem, Vergilio Ennium, Sallustio Coelium praetulit,
eademque iactatione de Homero ac Platone iudicavit.» SPARTIAN.
_Hadrian._ 16.

[130] SPARTIAN. _Hadrian_. 2; «quos versus (_Aen_. VI, 869 sgg.)
cum aliquando in horto spatians cantitaret» SPARTIAN. _L. Ver._ 4.
Il voluttuoso Lucio Vero, che portava seco anche in letto Ovidio ed
Apicio, non sapeva meglio esprimere il suo amore per Marziale che
chiamandolo il suo Virgilio. SPARTIAN. _L. Ver._ 5.

[131]

    «Ennius est lectus, salvo tibi, Roma, Marone.»
                        _Ep_. V, 10.

    «Scribere te, quae vix intelligat ipse Modestus
      et vix Claranus, quid, rogo, Sexte, iuvat?
    non lectore tuis opus est, sed Apolline, libris;
      iudice te, maior Cinna Marone fuit.
    Sic tua laudentur: sane mea carmina, Sexte
      grammaticis placeant, et sine grammaticis.»
                        _Ep_. X, 21.

[132] «legerat (Probus) in provincia quosdam veteres libellos apud
grammatistam, durante adhuc ibi antiquorum memoria, necdum omnino
abolita sicut Romae;.... quamvis omnes contemni magisque obprobrio
legentibus quam gloriae et fructui esse animadverteret.» SVETON. _De
gramm. et rhetorr._ 24.

[133] In una questione con un grammatico dappoco le autorità invocate
sono Plauto, Sallustio, Ennio, Virgilio (VI, 17). In un altro luogo un
grammatico cerretano dice a Gellio: «si quid ex Vergilio, Plauto, Ennio
quaerere habes, quaeras licet.» (XX, 10, 2).

[134] «eoque ornamento acerrimi iudicii P. Vergilius _unice_ est usus»
VIII, 3, 24; «vetustatis, cuius amator _unice_ Vergilius fuit» IX, 3,
14; «Vergilius amantissimus vetustatis» I, 7, 16.

[135] «Vergilius quoque noster non ex alia causa duros quosdam versus
et enormes et aliquid supra mensuram trahentes interposuit, quam ut
Ennianus populus agnosceret in novo carmine aliquid antiquitatis.»
Presso GELLIO XII, 2.

[136] _Epist._ II, 1, 64 sgg.

[137]

    «Curritur ad vocem iucundam et carmen amicae
      Thebaidos, laetam cum fecit Statius urbem,
      Promisitque diem; tanta dulcedine captos
      Afficit ille animos tantaque libidine vulgi
      Auditur.
                        JUVENAL. VII, 82 sgg.

[138] Su questo modo d'interrogare la sorte in generale v. _Hist. lit.
de la France_ III, p. 11 sgg. e i curiosi capitoli di RABELAIS, III, 10
sgg.

[139] «Sed et Vergili ac Titi Livi scripta et imagines paulum abfuit
quin ex omnibus bibliothecis amoveret, quorum alterum ut nullius ingeni
minimaeque doctrinae, alterum ut verbosum in historia negligentemque
carpebat.» SVETON. IV, 34.

[140] «Vergilium autem Platonem poetarum vocabat, eiusque imaginem
cum Ciceronis simulacro in secundo larario habuit, ubi et Achillis et
magnorum virorum.» LAMPRID. _Alex. Sev._ 30.

[141] «quas (imagines) non habebat modo verum etiam venerabatur,
Vergili ante omnes, cuius natalem religiosius quam suum celebrabat,
Neapoli maxime ubi monimentum eius adire ut templum solebat.». PLIN.
_Epist_. III, 7, 8. Questa venerazione per Virgilio, che pare fosse
come una monomania di Silio Italico, è anche confermata da Marziale in
più di un epigramma, VII, 63, XI, 48, 49. A Silio dedicava Cornuto un
suo lavoro sopra Virgilio: «Annaeus Cornutus ad Italicum de Vergilio.»
CHARIS. p. 100, cf. p. 102 (ed. KEIL).

[142]

    «.... Maroneique sedens in margine templi
    Sumo animum et magni tumulis adcanto magistri.»
                  STAT. _Silv_. 4, 54.

    «.... nec tu divinam Aeneida tenta
    Sed longe sequere et vestigia semper adora.»
                  STAT. _Theb_. XII, 815.

[143]

    «Maiae Mercurium creastis Idus,
      Augustis redit Idibus Diana,
      Octobres Maro consecravit Idus.
      Idus saepe colas et has et illas
      Qui magni celebras Maronis Idus.»

MARTIAL. XII, 67. Marziale è pieno di enfasi quando rammenta Virgilio,
ch'ei chiama: magnum (IV, 14), summum (XII, 4), immensum (XIV, 186),
aeternum (XI, 52). L'idea già riferita sugl'Idi di Ottobre trovasi più
tardi ripetuta da Ausonio (323, 23):

    «Sextiles Hecate Latonia vindicat Idus,
      Mercurius Maias superorum adiunctus honori,
      Octobres olim Maro genitus dedicat Idus.»

[144] «amavit litteratos homines, vehementer eos etiam reformidans ne
quid de se asperum scriberent.» LAMPRID. _Alex. Sev._ 3.

[145] SPARTIAN. _Antonin. Geta_ 5.

[146] «hic enim vita venerabilis, cum Platone semper, cum Aristotele,
cum Tullio, cum Vergilio ceterisque veteribus agens etc.» CAPITOLIN.
_Gordian_. 7.

[147] VOPISC. _Numerian_. 13.

[148] «omnem pueritiam in Africa transegit, eruditus litteris graecis
et latinis mediocriter, quod esset animi iam inde militaris et superbi.
Fertur in scholis saepissime cantasse inter puerulos: arma amens capio
nec sat rationis in armis (_Aen_. II, 314).» CAPITOLIN. _Clod. Alb_. 5.

[149] «cantabat praeterea versus senex, cum Gordianum filium vidisset,
hos saepissime: ostendent terris hunc tantum fata etc. (_Aen_. VI, 869
sg.).» CAPITOLIN. _Gord. iun._ 20.

[150] «si te nulla movent etc.» (_Aen_. IV, 274 sgg.) LAMPRID. _Ant.
Diadum._ 8.

[151] «versus denique illius fertur, quem statim ad Aurelianum
scripserat: «eripe me bis invicte malis» (_Aen_. VI, 365) TREB. POLL.
_Trig. tyrann._ 24.

[152] δύο ἄνδρας τῶν ἐπιφανῶν ἀπέκτεινεν Ἰούλιον Κρίσπον χιλιαρχοῦντα
τῶν δορυφόρων, ὄτι ἀχθεσθεὶς τῆ τοῦ πολέμου κακώσει ἔπος τι τοῦ Μάρωνος
τοῦ ποιητοῦ παρεφθέγξατο, ἐν ᾧ κτλ. (_Aen_. XI, 371 sg.). DION. CASS.,
75, 10.

[153] «egregius forma iuvenis, _dignus_ cui pater haud Maxentius esset»
(_Aen_. VI, 862; XII, 275); CAPITOLIN. _Opil. Macrin._ 12.

[154] «et tu legisti «incanaque menta regis romani» (_Aen_. VI, 809)
dixerunt decies.» VOPISC. _Tacit_. 5.

[155] La più antica raccolta di Centoni virgiliani trovasi nel famoso
Codice Salmasiano che è il primo nucleo dell'Antologia latina e risale
all'VIII secolo, almeno. Ne contiene dodici di vari autori e di varie
età, fra i quali anche la _Medea_ di OSIDIO GETA. Uno solo fra questi è
di argomento cristiano; esso non fu pubblicato nè dal BURMANNO nè dal
MEYER nelle loro edizioni dell'Antologia latina; lo pose in luce il
SURINGAR (_De ecclesia, anonymi cento virgilianus ineditus_. Traiect.
ad Rh. 1867), ed ha trovato accoglienza nell'_Anthologia latina_ del
RIESE (Leipz. 1869, I, p. 44).

Sui centoni in generale e sui virgiliani in particolare veggansi
HASELBERG, _Commentat. de centonibus_, Puttbus 1846; BORGEN _De
centonibus homericis et virgilianis_, Havniae 1826; _Revue analytique
des ouvrages écrits en centons depuis les temps anciens jusqu'au XIX
siècle_, par un bibliophile belge (DELEPIERRE), Londres (Trübner) 1868.
_Tableau de la littérature du centon chez les anciens et les modernes_
(dello stesso). Lond. 1875. MÜLLER, _De re metr._ p. 465 sg.; MILBERG,
_Memorabilia virgiliana_ p. 5-12.

[156] Notevole da questo aspetto è la _Ciris_ attribuita a Virgilio
stesso, la quale se non è del tutto un centone virgiliano, è pur quasi
tale.

[157] Cfr. ASCHBACH, _Die Anicier und die römische Dichterin Proba_
(Wien 1870) p. 57 sgg.

[158] Pubblicato da BURSIAN in _Sitzungsber d. Münch._ Ak. 1878, 2, 29.

[159] Tanta era la voga di questi centoni cristiani, che papa Gelasio
nella sua nota dei libri canonici credette necessario dichiarare
che quelli erano apocrifi. «Centimetrum de Christo, Vergilianis
compaginatum versibus, apocryphum.» _Decret. Gelas. Pap._ (ann. 494)
ap. LARBÉ, IV, 1264.

[160] Ausonio però se ne scusa nella lettera con cui manda il suo
centone all'amico suo Paolo: «Piget vergiliani carminis dignitatem tam
ioculari dehonestasse materia. Sed quid facerem? iussum erat; quodque
est potentissimum imperandi genus, rogabat qui iubere poterat, S.
imperator Valentinianus, vir meo iudicio eruditus.»

[161] Un'antica iscrizione romana dice: Silvano coelesti |Q. Glitius
Felix| Vergilianus poeta d. d.; ORELLI-HENZEN n.º 1179. In una
iscrizione greca di Egitto leggesi un centone omerico, di cui l'autore
chiamasi «poeta omerico.» Ved. LETRONNE, _Inscript. de l'Egypt._ II, p.
397.

[162] Trovasi anch'esso nel Codice Salmasiano e lo ha pubblicato per
primo il QUICHERAT in _Bibl. de l'école des chartes_, II, p. 132.
Il SURINGAR che lo ha ripubblicato, credendolo inedito, dopo il _De
ecclesia_ (p. 15), non ha indovinato nè il nome dell'autore, nè il
tema. Non così il RIESE che per primo lo ha collocato nella _Anthologia
latina_, I, p. 48.

[163] _Historia critica scholiastarum latinorum_ (Lugd. Bat. 1834)
vol. II. Parecchi scritti speciali sono poi venuti a luce su taluni
dei commentatori virgiliani, di WAGNER, TEUBER, RIESE ed altri. Un
lavoro critico di riassunto si ha oggi nei _Prolegomeni_ di Ribbeck
(p. 114-198), al quale però è indispensabile aggiungere quanto offre
l'importante lavoro di HAGEN, _Scholia Bernensia ad Vergili Bucolica et
Georgica._ Lips. 1867, p. 696 sgg.

[164] RIBBECK (_Prolegg_. p. 179) dice che si sa soltanto di un
commento di Elio Donato alle Georgiche e all'Eneide, non alle
Bucoliche. Ma egli ha torto. La biografia virgiliana, oggi superstite
col nome di Donato, era premessa appunto al commento alle Bucoliche,
e seguita quindi da notizie generali su queste che possediamo tuttora.
Cfr. HAGEN, _Scholl. bern._ p. 740 sgg.

[165] «puto quod puer legeris Aspri in Vergilium et Sallustium
commentarios, Vulcati in orationes Ciceronis, Victorini in dialogos
eius et in Terenti comoedias praeceptoris mei Donati, aeque in
Vergilium,» HIERONYM. _Apol. adv. Rufin._ I, p. 367.

[166] Veggansi i luoghi di Servio relativi a Donato riuniti da
SURINGAR, op. cit. p. 37 sgg., e quanto osserva RIBBECK, _Prolegomm._
p. 178 sgg.

[167] SERV. _prooem. eclog._ p. 97; cf. anche un testo latino
pubblicato da QUICHERAT in _Bibl. de l'école des chartes_ II, p. 128.

[168] Molto giovevole per tale studio riesce oggi l'edizione critica di
Servio ed anche di altri commentatori virgiliani intrapresa da Thilo
ed Hagen (Leipz. 1878 sgg.). Cfr. GEORGII, _Die alte Aeneiskritik_,
Stuttg. 1891, p. 9 sgg.

[169] «ut Servius dicit» _ad Ecl._ I, 12; III, 20; IX, 1.

[170] Cfr. LAUER, _Gesch. der homer. Poesie_ p. 6 sg.; GRÄFENHAN,
_Gesch. d. class. Philologie im Alterth._ II, p. 11 sg. Sugli
ἐνστατικοί e i λυτικοί veggasi anche LEHRS, _De Aristarchi studiis
homericis_ p. 199-224.

[171] SVET. _Tiber._ 70; cfr. GELL. XIV, 6; LAUER op. cit. p. 11.

[172] «cur» ovvero «quomodo dixit:...? Solvitur sic:...» _Ad Aen._ III,
203, 276, 341, 379; IV, 399, 545 ecc. ecc.

[173]

    «.......... ut forte rogatus,
    Dum petit aut thermas aut Phoebi balnea, dicat
    Nutricem Anchisae, nomen patriamque novercae
    Anchemoli, dicat quot Acestes vixerit annis
    Quot Siculi Phrygibus vini donaverit urnas.»
                    IUVENAL. VII, 231 sgg.

[174] «sciendum est locum hunc esse unum de XII (al. XIII) Vergili
sive per naturam obscuris, sive insolubilibus, sive emendandis, sive
sic relictis ut a nobis per historiae antiquae ignorantiam liquide non
intelligantur.» SERV. _Ad Aen._ IX, 363 «sciendum tamen et locum hunc
esse unum de his, quos insolubiles diximus supra» id. _ad_ IX, 412; cf.
anche _ad_ XII, 74; V, 622. LEHRS, _de Aristarchi stud. hom._ p. 219
sg.; RIBBECK, _Prolegomm._ p. 109 sgg. A questa categoria appartengono
anche le _antapodosis_ (quibus locis commemorantur quae non sunt
ante praedicta) delle quali una è notata nel IX dell'Eneide v. 453 da
Servio, come _la decima_. Cf. RIBBECK, _Prolegomm._ p. 108 sg.

[175] «Ergo per ramum virtutes dicit esse sectandas, qui est y litterae
imitatio, quem ideo in silvis dicit latere, quia re vera in huius vitae
confusione et maiore parte vitiorum virtutis integritas latet.» SERV.
_Ad Aen._ VI, 136. Per questa osservazione trovansi, nelle più antiche
edizioni di Virgilio, attribuiti a questo poeta i versi di MASSIMINO
sul valore simbolico della lettera Y (_Anthol. lat._ n.º 632, ed.
RIESE):

    «Littera Pytagorae, discrimine secta bicorni,
    Humanae vitae specimen praeferre videtur» etc.

[176] «Refutandae enim sunt allegoriae in bucolico carmine, nisi cum ex
aliqua agrorum perditorum necessitate descendunt» _ad Ecl._ III, 20.

[177] Cfr. SCHAPER, _Ueber die Entstehungszeit der Virgilischen
Eclogen_, in _Jahrbb. f. Philolog. u. Paedag._ vol. 90 (1864) p. 640
sgg.

[178] SURINGAR, _Hist. crit. scholiastt. latinn._ II, p. 79. L'ediz.
di LION, però invece di «_Arbusta_, fruteta idest scholastici» offre
«_Arbusta_, fructeta scholastici vocabant.».

[179] _Ad Georg._ I, 230. Non mancano espressioni d'ammirazione, come:
«unde apparet divinum poetam aliud agentem verum semper attingere» _ad
Aen._ III, 349.

[180] «.... melius existimans loquacitate quadam te facere doctiorem,
quam tenebrosae brevitatis vitio in erroribus linquere» _Praef._

[181] «Si Maronis carmina competenter attenderis et eorum mentem
commode comprehenderis, invenies in poeta rhetorem summum; atque inde
intelliges Vergilium non grammaticos sed oratores praecipuos tradere
debuisse.» _Praef._

[182] Lo leggo in una edizione di Virgilio di Venezia (Giunti) 1544.
Un'altra ve n'ha di Napoli 1535 ed una di Basilea (per cura di G.
FABRICIO) 1561. Il CRINITO nel 1496 faceva alcuni estratti da un codice
fiorentino di questo commento, ma con poca sua soddisfazione: «videtur
opera ludi, non enim omnino doctus hic.... Donatus.» Cfr. MOMMSEN in
_Rhein. Museum._ N. F. XVI, p. 139 sg. VALMAGGI in _Riv. d. filol. cl._
XIV (1886) p. 31 sgg. BURCKAS, _De Tib. Cl. Donati in Aen. comment._
Iena 1888.

[183] «... inveniemus Vergilium id esse professum ut gesta Aeneae
percurreret, non ut aliquam scientiae interioris vel philosophiae
partem quasi assertor assumeret» _Praef._ (Cfr. anche il principio
della Pref., quanto allo scopo dell'Eneide).

[184] «Interea hoc quoque mirandum debet adverti, sic Aeneae laudem
esse dispositam ut in ipsa exquisita arte omnia materiarum genera
convenirent, quo fit ut Vergiliani carminis lector rhetoricis
praeceptis instrui possit, et omnia vivendi agendique officia
reperire». _Praef._

[185] Cfr. QUINTIL. II, 21.

[186] Cfr. HAGEN, _Scholia Bernensia_, p. 733, 984.

[187] _Rhetores latini minores_, ed. HALM, p. 38 sgg.

[188] Cfr. HAUPT, in _Hermes_ III. p. 223.

[189] «et Titianus et Calvus qui themata omnia de Vergilio elicuerunt
et adformarunt ad dicendi usum, in exemplo controversiarum has duas
posuerunt allocutiones, Venerem agere statu absolutivo cum dicit Iunoni
«causa fuisti periculorum his quibus Italiani fata concesserunt»,
Junonem vero niti statu causativo et relativo, per quem ostendit non
sua causa Troianos laborare, sed Veneris.» SERV. _ad Aen._ X, 18.
Nello stesso secolo il medesimo uso di trarre temi da Virgilio era
seguìto nelle scuole dei retori d'Africa come rileviamo da AGOSTINO,
_Confession._ I, 17.

[190] «Qui in Vergilium scripsit declamationes de hoc loco hoc ait,
etc.» SERV. _ad Aen._ X, 532. Abbiamo in prosa la declamazione di
ENNODIO «Verba Didonis cum abeuntem videret Aeneam» sul tema _Aen._ IV,
365 sgg. (_Dictio_ XXVIII). Delle declamazioni in versi parleremo più
tardi.

[191] Cfr. RIBBECK, _Prolegg._ p. 186 sg.

[192] «Post apicem divinitatis ego illa sum quae vel commendo si
sint facta vel facio....; nos regna regimus et imperantes salubria
iubemus.... Ante scipiones et trabeas est pomposa recitatio.....
Poetica, iuris peritia, dialectica, arithmetica cum me utantur quasi
genitrice, me tamen asserente sunt pretio.» Questo dice la retorica
presso ENNODIO, _Opusc._ VI.

[193] All'uso di Virgilio nelle scuole in quest'epoca, e più tardi,
oltre a MACROBIO, allude anche OROSIO (I, c. 18): «Aeneas qualia
per triennium bella excitaverit, quantos populos implicuerit, odio
excidioque afflixerit, ludi literari disciplina nostrae quoque
memoriae inustum est»; ed anche, in modo più prossimo al punto di
vista di Macrobio, FULGENZIO il quale parlando di Virgilio dice: «sed
illa tantum quaerimus levia quae mensualibus stipendis grammatici
distrahunt puerilibus auscultationibus.» _De Verg. contin._ p. 742;
«si me scholarum praeteritarum non fallit memoria» ib. p. 748 «Unde et
infantibus, quibus haec nostra (Vergili) materia traditur, isti sunt
ordines consequendi» ib. p. 747. Nel quarto secolo, come rileviamo
da AUSONIO, Virgilio ed Omero erano letti nelle scuole come al tempo
di Quintiliano, e con essi Menandro, Terenzio, Orazio, Sallustio.
_Idyll._ 4, 46 sgg. Un grammatico è detto da Ausonio (_Epigr._ 135)
«arma virumque docens atque arma virumque peritus»; SIDONIO APOLLINARE
(V sec.) nel carme panegirico in onore di Antemio, pone Virgilio
come primo fra gli autori latini studiati da costui, e dopo di esso
Cicerone, Livio, Sallustio, Varrone, Plauto, Quintiliano, Tacito;
_Carm._ II, v. 184 sgg.

[194] «nullius disciplinae expers.» _In somm. Scip._ I, 6,
44; «disciplinarum omnium peritissimus» ib. I, 15, 12; «omnium
disciplinarum peritus» _Sat._ I, 16, 12.

[195] «quem nullius unquam disciplinae error involvit» _in S. Scip._
II, 8, 1; «manifestum est omnibus quid Maro dixerit, quem constat
erroris ignarum: erit enim ingeni singulorum invenire, quid possit
amplius pro absolvenda hac quaestione conferri» _in S. Scip._ II, 8, 8.

[196] _Sat._ I, 25, 12 sgg.

[197] «Conrugato indicavere vultu plerique de considentibus Evangeli
interventum otio suo inamoenum, minusque placido conventui congruentem.
Erat enim amarulenta dicacitate et lingua proterve mordaci procax, ac
securus offensarum, quas sine delectu cari vel non amici in se passim
verbis odia serentibus provocabat.» _Sat._ I, 7, 2.

[198] «cumque adhuc dicentem omnes exhorruissent.» _Sat._ I, 24, 8.

[199] «Unde enim veneto rusticis parentibus, inter sylvas et frutices
educto, vel levis graecarum notitia literarum?» _Sat._ V, 2, 4.

[200] «Qui enim moriens poema suum legavit igni, quid nisi famae suae,
posteritati subtrahendo curavit? Nec immerito; erubuit quippe de se
futura iudicia, si legeretur petitio Deae precantis filio arma a marito
cui soli nupserat, nec ex eo prolem suscepisse se noverat, vel si mille
alia multum pudenda, seu verbis modo graecis modo barbaris, seu in ipsa
dispositione operis deprehenderentur» _Sat._ I, 25, 6, 7.

[201] _In S. Scip._ I, 6, 44. Il tenore di questa parte dell'opera si
rileva dalle parole con cui se ne parla nel primo libro: «de astrologia
totaque philosophia, quam parcus et sobrius operi suo, nusquam
reprehendendus aspersit» _Sat._ I, 24, 18.

[202] La dottrina di Virgilio in cose greche è definita da Eustazio
colla seguente iperbole: «Cave, Evangele, graecorum quemquam, vel de
summis auctoribus, tantam graecae doctrinae hausisse copiam credas
quantam sollertia Maronis vel adsecuta est, vel in suo opere digessit.»
_Sat._ V, 2, 2.

[203] Altri oggi pensa che Macrobio non adoperasse il commento di
Servio, ma piuttosto il testo di Servio fosse poi interpolato con
notizie desunte da Macrobio; ved. WISSOWA, _De Macrobii fontibus._
Bresl. 1880, p 55.

[204] Lo dice egli stesso schiettamente nella prefazione (49: «nec
mihi vitio vertas si res quas ex lectione varia mutuabor, ipsis saepe
verbis quibus ab ipsis auctoribus enarratae sunt explicabo.... et boni
consulas oportet si notitiam vetustatis, modo nostris non obscure, modo
ipsis antiquorum fideliter verbis recognoscas.»

[205] «et quia nou est erubescendum Vergilio si minorem se Homero vel
ipse fateatur, dicam in quibus mihi visus est gracilior auctore.» V,
13, 1.

[206] «Cui etiam gratia hoc nomine est habenda, quod nonnulla ab illis
in opus suum quod aeterno mansurum est, transferendo, fecit ne omnino
memoria veterum deleretur: quos, sicut praesens sensus ostendit, non
solum neglectui, verum etiam risui habere iam coepimus. Denique et
iudicio transferendi et modo imitandi consecutus est ut quod apud illum
legerimus alienum, aut illius esse malimus aut melius hic quam ubi
natum est sonare miremur.» _Sat._ VI, 1, 5, 6.

[207] «nam qualiter eloquentia Maronis ad omnium mores integra est,
nunc brevis, nunc copiosa, nunc sicca, nunc florida, nunc simul omnia,
interdum levis aut torrens; sic terra ipsa hic laeta segetibus et
pratis, ibi silvis et rupibus hispida, hic sicca arenis, hic irrigua
fontibus, pars vasta aperitur mari. Ignoscite nec nimium me vocetis
qui naturae rerum Vergilium comparavi. Intra ipsum enim mihi visum est
si dicerem decem oratorum, qui apud Athenas atticas floruerunt, stilos
inter se diversos hunc unum permiscuisse.» V, 1, 19, 20.

[208] Tale, quantunque cristiano, mostrasi tuttavia nei suoi scritti
anche Prisciano, almeno quanto alla scelta delle autorità; ben diverso
in ciò dal poco posteriore Isidoro.

[209] Cfr. KEIL., _Grammat. lat._ II, p. IX sg.; XXIX sgg.; IV p. XXXV
sgg.

[210] Un saggio ne offre il suo discepolo Eutyche, assai adoperato
nel medio evo: «de quibus omnibus terminationibus et traductionibus
quia romanae lumen facundiae, meus, immo communis omnium hominum
praeceptor in quarto de nomine libro summa cum subtilitate disseruisse
cognoscitur» etc. EUTHYCHIS _Ars de verbo_, ap. KEIL, _Gramm. lat._ V,
456. Cfr. THUROT, in _Notices et extraits_ t. XXII, p. 63.

[211] Gli esempi nell'_Ars maior_ di DONATO ascendono appena ad
un centinaio, dei quali quasi ottanta sono di Virgilio. Prisciano
nell'assieme dei vari suoi scritti, molto più estesi e dotti che
quei di Donato, offre un grandissimo numero di citazioni. L'autore
più frequentemente adoperato è Virgilio, il quale è citato più di
1200 volte; non raggiungono la metà di questo numero le citazioni di
Terenzio, che è il più frequentemente adoperato dopo Virgilio; poi
vengono Cicerone e Plauto; poi Orazio e Lucano; poi Giovenale e dopo di
lui Sallustio, Stazio ed Ovidio; quindi Lucrezio, Persio etc.

[212] _Partitiones XII versuum Aeneidos principalium_, ap. KEIL,
_Grammat. lat._ III, 459-515.

[213] «Quod ita elegantius auctore (Apollonio Rhodio) digessit ut
fabula lascivientis Didonis, quam falsam novit universitas, per tot
tamen saecula speciem veritatis obtineat et ita pro vero per ora omnium
volitet, ut pictores fictoresque et qui figmentis liciorum contextus
imitantur effigies hac materia vel maxime in efficiendis simulacris
tamquam unico argumento decoris utantur, nec minus histrionum perpetuis
et gestibus et cantibus celebretur» MACROB. _Sat._ V, 17, 5. «Quod Maro
Phoenissae cantatur et Naso Corinnae» VICTORIN. _Ep. ad Salm._ 73.
Cfr. AUSON. _Epigr._ 118. Al _Cupido cruci affixus_ di Ausonio serve
di tema una pittura murale che nel triclinio di una casa di Treviri
rappresentava i _lugentas campi_ del VI dell'Eneide.

[214]

    «Aut Maro Traiano lectus in urbe foro»

                          VENANT. _Fort._ VI, 8, 26.

    «Vix modo tam nitido pomposa poemata cultu
      Audit Traiano Roma verenda foro.»

                          Id. III, 20, 7.

[215] Cf. V. LABBE, _Biblioth. nova mss._ I, p. 688.

[216]

    «In tantum prisci defluxit fama Maronis,
      Ut te Vergilium saecula nostra darent.
    Si fatuo dabitur tam sanctum nomen homullo
      Gloria maiorum curret in opprobrium» etc.

                    ENNOD. _Carm._ II, 118 sgg.

Si è creduto a torto da taluno che qui si tratti del Virgilio
grammatico, di cui parleremo a suo luogo. Molti ebbero o presero il
nome di Virgilio nella decadenza e nel medio evo. Cfr. OZANAM, _La
civilisat. chrét. chez les Francs_, p. 426.

[217] Ved. su questo cod. RIBBECK, _Prolegg._ p. 209 sgg.

[218] «Si mihi nunc altius evagari poetico liceret eloquio, totum de
novo saeculo Maronis excursum, vati similis, in tuum nomen excriberem.
Dicerem de coelo redisse iustitiam etc. etc.» SYMM. _Laud. in Gratian
aug._, 8, ed. MAI p. 27.

[219] Cfr. AM. THIERRY, _Saint Jérome_, II, p. 191 sgg.

[220] Nel carme panegirico in onore di Avito, SIDONIO APOLLINARE fa
dire al re dei Goti (v. 495 sgg.):

                         «mihi Romula dudum
    Per te iura placent; parvumque ediscere iussit
    Ad tua verba pater, docili quo prisca Maronis
    Carmine molliret scythicos mihi pagina mores.»

[221] «Sicuti cum poetam dicimus nec addimus nomen subauditur apud
Graecos egregius Homerus, apud nos Vergilius.» IUSTIN. _Institution._ §
2; «.... et apud Homerum, patrem omnis virtutis.» id. _in fin. prooem.
Digest._ Cfr. CASSIODOR. _De artibus_ etc. 559 (1151 MIGNE) «ut poeta
dictus intelligitur Virgilius, orator enuntiatus advertitur Cicero.»

[222] Cfr. RITSCHL, _Quaestiones Varronianae_, Bonn, 1845; MERCKLIN, in
_Philologus_ XIII, p. 736 sgg. JAHN, _Ueber die röm. Encyklopädien_, in
_Berichte d. sächs. Gesell. d. Wiss._ 1850, p. 263 sgg.

[223] CASSIODOR. _Variarum_, lib. IX, c. 21.

[224] «De operibus Vergili, legis Theodosianae libris, arteque calculi
adprime eruditus est.» GREGOR TURON. IV, 47.

[225] «Grammaticorum imbutus initiis, nec non Theodosi edoctus
decretis», ap. MABILLON, _Act._ S. III, p. I, p. 90.

[226] «Et si aliquis de Aquitanis parum didicerit grammaticam, mox
putat se esse Vergilium». ADEMAR. _Epist._ (XI sec.) ap. MABILLON,
_Annales ord. S. Bened._ IV, 725; GIESEBRECHT, _De litterar. studd._
etc. p. 18.

[227] Questa mania di compendiare arriva fino a fabbricare grammatiche
_da viaggio_. Tale si vanta di essere quella di FOCA (V. sec.) come
dicono i versi del preambolo:

    «Te longinqua petens comitem sibi ferre viator
      Ne dubitet parvo pondere multa vehens.»

_Ars Phocae grammatici de nomine et verbo_, ap. KEIL, _Gramm. lat._ V,
p. 410.

[228] Veggasi l'importante lavoro del THUROT, _Notices et extraits de
divers manuscrits pour servir à l'histoire des doctrines grammaticales
au moyen age_. Paris, 1868 (è il 22.º volume delle _Notices et extraits
des manuscrits de la bibl. imp._).

[229] Nella leggenda di Carlo Magno è detto che: «premièrement first
Karlemaine paindre dans son palais gramaire qui est mère de tous les
ars.» Nella _Image du monde_ a questa prevalenza della grammatica
è assegnata la mistica ragione che la grammatica è la scienza della
parola, e colla parola Iddio creò il mondo.

    «Par parole fist Dex le monde
    Et tous les biens qui ens habunde.»

Ved. JUBINAL, _Oeuvres complètes de Ruteboeuf_, II, p. 417.

[230] Lo scopo dei nostro scritto non ci chiama ad occuparci che
dell'occidente; perciò lasceremo da parte quanto ci sarebbe da
dire sugli studi classici nei paesi di cultura greca e nella chiesa
orientale. Ci basti notare di volo che la somma è presso a poco quella
stessa che risulterà dal nostro studio sull'occidente, salvo questo,
che la chiesa orientale si mostra in ciò, come in più altre cose, più
illuminata e più tollerante della chiesa latina. È notissima la omilia
di Basilio sulla lettura dei libri de' gentili.

[231] ἄτοπον μὲν οἶμαι τοὺς ἐξηγουμένους τὰ τούτων ἀτιμάζειν τοὺς
ὑπ’ αὐτῶν τιμηθέντας θεούς. IULIAN. _Epist._ 42, p. 412. Il divieto
portava che i cristiani non potessero essere maestri di grammatica
e di retorica (AMMIAN. MARCELL. XXII, 10, 7; JOH. CHRYSOST. II, p.
579, etc.), quindi naturalmente che non frequentassero queste scuole,
poichè a pagani non avrebbero affidato i loro figli. Cf. LASAULX,
_Der Untergang des Hellenismus_ p. 65; KELLNER, _Hellenismus und
Christentum_ (Köln, 1866) p. 226 sg.

[232] Fra i più notevoli giovi rammentare ISIDORO.-SMARAGDO (IX
sec.) trae anch'egli esempi dalla vulgata (Cfr. THUROT, op. cit. p.
63), e dice di farlo espressamente: «... quem libellum non Maronis
aut Ciceronis vel etiam aliorum paganorum auctoritate fulcivi,
sed divinarum scripturarum sententiis adornavi, ut lectorem meum
iocundo pariter artium et iocundo scripturarum poculo propinarem, ut
grammaticae artis ingenium et scripturarum pariter valeat comprehendere
sensum.» SMARAGD. _Prolog. tractat. in part. Donat._ ap. KEIL, _De
quibusdam grammaticis latinis infimae aetatis_ (Erlangen, 1868) p.
20. Anche in fatto di retorica ebbe luogo un simile procedimento.
BEDA l'adotta di proposito nel suo _De schematibus et tropis_: «Sed
ut cognoscas, dilectissime fili, cognoscant omnes qui haec legere
voluerint, quia sancta scriptura ceteris scripturis omnibus non
solum auctoritate quia divina est, vel utilitate quia ad vitam ducit
aeternam, sed et antiquitate et ipsa praeeminet positione dicendi,
placuit mihi collectis de ipsa exemplis ostendere, quia nihil huiusmodi
schematum sive troporum valent praetendere saecularis eloquentiae
magistri, quod non illa praecesserit» ap. HALM, _Rhett. latt. minores_
p. 607.

[233] Come autorità canonica non si possono considerare le
_Costituzioni degli apostoli_, apocrife, quantunque assai antiche.
In queste norme nelle quali spira l'aura semplice del primitivo
cristianesimo, la lettura dei libri de' gentili viene sconsigliata,
rimandando alla Bibbia come ad una specie di enciclopedia nella quale
tutto quanto in quelli è di buono si ritrova. (_Constitut. apostolor._
I, c. 4).

Nel IV Concilio Cartaginese (V sec.) trovasi (cap. XVI): «Ut episcopi
libros gentilium non legant, haereticorum autem pro necessitate et
tempore» e ISIDORO nel _Liber sententiarum_ (III, cap. 13) dice:
«prohibetur christianis figmenta legere poetarum» e ne dichiara a
lungo le ragioni. È chiaro però che tutto questo non va inteso alla
lettera, ed ha valore piuttosto di consiglio o di avvertimento diretto
a moderare, che di una legge diretta a proibire affatto lo studio
degli autori antichi. Sanzione non ne viene stabilita alcuna, e tutto
è rimesso alle coscienze. Isidoro stesso prova coll'esempio de' suoi
lavori com'egli intendesse quel ch'ei scriveva in quel capitolo del
_Lib. sent._

Il luogo d'Isidoro e il canone del Concilio cartaginese trovansi
ripetuti nella raccolta dei canoni di GRAZIANO, dist. 37. Veggasi la
nota del BERARDI, I, 193 sgg. Numerosi luoghi di padri greci e latini
che lodano questi studi, d'altri che li disapprovano, d'altri che li
ammettono con certe cautele, trovansi nella nota alle Costituzioni
degli apostoli in _Patr. temp. apostolic._ ed. COTELERIUS, I, p. 204.
Cfr. anche LOAISE ed AREVALO _ad Isid. lib. sent._ III, e. 13; GAZARUS
_ad Cassian. Coll._ XIV, c. 12.

[234] _Comm. in Michaeam_, Op. VI, 518.

[235] «Vergilium pueri legunt ut poeta magnus omniumque praeclarissimus
atque optimus teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit
aboleri.» _De civ. Dei_, lib. I, cap. 3. In questo passo, citato da
molti di seconda mano, si è cambiato _legunt_ in _legant_; perciò anche
il diligente ROTH ne ha parlato come di una esortazione a leggere
Virgilio. Il testo ha _legunt_, ed una esortazione siffatta là dove
quel passo ricorre, sarebbe fuor di luogo.

[236] _Germanus_: «.... speciale impedimentum salutis accedit pro illa
quam tenuiter videor attigisse notitia litterarum, in qua me ita vel
instantia paedagogi, vel continuae lectionis maceravi intentio, ut
nunc mens poeticis velut infecta carminibus, illas fabularum nugas
historiasque bellorum quibus a parvulo primis studiorum imbuta est
rudimentis, orationis etiam tempore meditetur, psallentique vel pro
peccatorum indulgentia supplicanti, aut impudens poematum memoria
suggeratur, aut quasi bellantium heroum ante oculos imago versetur,
taliumque me phantasmatum imaginatio semper eludens, ita mentem meam
ad supernos intuitus aspirare non patitur ut quotidianis fletibus non
possit expelli.»

_Nosteros_: «De hac ipsa re unde tibi purgationis nascitur desperatio
citum satis atque efficax remedium poterit oboriri, si eamdem
diligentiam atque instantiam quam te in illis saecularibus studiis
habuisse dixisti, ad spiritalium scripturarum volueris lectionem
meditationemque transferre. Necesse est enim» etc. CASSIAN. _Coll._
XIV, cap. 12, 13.

[237] _Comm. in Ezechiel._ c. 40.

[238] _Epist. ad Eustochium_, Op. I, 112.

[239] «Maronem suum comicosque ac lyricos et historicos auctores
traditis sibi ad discendum Dei timorem puerulis exponebat; scilicet ut
praeceptor fieret auctorum gentilium» RUFIN. _Apol._ II ap. HIERON. p.
420. Cf. AM. THIERRY, _Saint Jérome_ I, p. 314,

[240] «qui inter matronarum cathedras codices erant, stylus his
religiosus inveniebatur; qui vero per subsellia patrumfamilias, hi
cothurno latialis eloqui nobilitabantur. Licet quaepiam volumina
quorundam autorum servarent in causis disparibus dicendi paralitatem.
Nam similis scientiae viri, hinc Augustinus, hinc Varro, hinc Horatius,
hinc Prudentius, lectitabantur» SIDON. _Epist._ I, 9. Da questo però
all'idea del sig. CHAIX (_Sidoine Apollinaire_, Paris 1867) e di altri
moderni cattolici, che la Chiesa fosse sempre _grande protettrice_
dell'antica cultura, c'è una bella distanza. Cfr. KAUFMANN, in _Gött.
gel. Anz._ 1868, p. 1009 sg.

Virgilio grammatico (ap. MAI, _Class. auctores_ V, p. 5) parla dell'uso
stabilito dalla Chiesa di tener separati in due biblioteche distinte
gli scrittori cristiani e i pagani: «hocce subtilissime statuerunt ut
duobus librariis compositis, una fidelium philosophorum libros, altera
gentilium scripta contineret.» Noi non prendiamo quest'asserzione di
quel bizzarro scrittore così sul serio come vuol farlo OZANAM (_La
civilisat. chrét. chez les Francs_, p. 434 sg.). Che non mancasse chi
così dividesse i libri può credersi facilmente, e ne abbiamo esempio
nel luogo di Sidonio sopra citato; nulla però prova che la Chiesa ciò
imponesse, ed anzi nei numerosi cataloghi di biblioteche medievali a
noi giunti, scrittori cristiani e pagani trovansi per lo più annoverati
promiscuamente.

[241] _Divin. lectionn._ cap. 28.

[242] In un compendio inedito delle Istituzioni di Quintiliano
fatto da STEFANO DI ROUEN (XII sec.), di cui trovasi un esemplare
ms. nella bibl. imp. di Parigi, l'autore scusa in questa guisa
la propria intrapresa: «.... Hoc pariter notandum quod ecclesiae
doctores gentilium libros non incognitos habebant... Probat hoc et
beatus Augustinus qui de disciplinis liberalibus libros singulos
edidit... Beatus etiam Ambrosius cuiusdam philosophi epistulam in
quadam sua epistula integram ponit. Origenes vero philosophorum
libros adolescentibus summopere ediscendos praecipiebat, dicens eorum
ingenia in divinis scripturis capaciora et tenaciora fore cum horum
subtilitates et ingeniorum acumina animo perceperint. Quod Iulianus
augustus, magnus equidem philosophus, sed errore maior, considerans,
postquam a fide discessit, edicto publicato prohibuit ne christianorum
filii artem oratoriam addiscerent, quod quanto in eloquentiae studiis
edocti forent tanto in christiana fide ac religione, ut in revincendis
gentilium, quos sequebatur, erroribus acutiores ac disertiores
existerent; simul dicens hostes adversariorum armis non armandos.
Karoli etiam magni magister Alcuinus de hac arte dialogum sub proprio
Karoli nomine conscripsit, etc. etc.»

[243] «Pro signo libri scholaris quem aliquis paganus composuit,
praemisso signo generali libri, adde ut aurem digito tangas, sicut
canis cum pede pruriens solet; quia non immerito infidelis tali
animanti comparatur.» BERNARD. _Ordo cluniacens._ in _Vetus disciplina
monast._ p. 172 (ZAPPERT, _Virgil's Fortleben im Mittelalter_, p. 31).

[244] «Gentilium autem libros vel haereticorum volumina monachus legere
caveat.» HOLST. _Cod. regul. monast._ p. 124; cfr. HEEREN, _Gesch. der
class. Litt. im Mittelalter_, I, p. 70; LE CLERC in _Hist. litt. de
la France_, XXIV, p. 282. Cfr. SPECHT, _Gesch. d. Unterrichtswesens
in Deutschland_, Stuttg. 1885, p. 40 sgg. (_Das Mönchthum u. d. prof.
Studien_).

[245] Le moderne scoperte di scritti classici ricavati da palimpsesti
hanno fatto pensare e scrivere a parecchi uomini poco informati di
queste materie, che sistematicamente, per odio contro le lettere
pagane, i monaci cancellassero dalle pergamene le opere degli antichi
scrittori pagani, sostituendovi scritti d'argomento sacro. Questo
è un grosso errore. Molto frequentemente gli scritti cancellati
sono scritti cristiani, opere di padri ed anche i sacri testi; anzi
talvolta trovansi scritti profani sostituiti a scritti sacri; così,
p. es., in un palimpsesto vedesi cancellato il testo di S. Paolo e
sostituita a questo l'Iliade. Pur troppo (lo so per esperienza) assai
spesso i palimpsesti tradiscono così le speranze dello studioso,
che ci si affatica sopra aspettandone qualche grande scoperta di
letteratura classica! Chi intorno a ciò desidera informazioni più
estese, può consultare oltre allo scritto speciale di MONE, _De libris
Palimpsestis_, Carlsr. 1855, il libro di WATTENBACH, _Das Schriftwesen
im Mittelalter_ (Leipz. 1871) p. 174 sg.

[246] In un MS. d'OVIDIO che trovasi nella Biblioteca di Zurigo, nel
verso «hoc est quod pueri tangar amore minus» (_Ars Am._ III 683) il
_minus_ è stato cambiato in _nihil_, ed una nota in margine dice:
«ex hoc nota quod Ovidius non fuerit sodomita.» Cfr. L. MÜLLER in
_Jahrbücher für Philol. u. Paedag._ 1866, p. 395. Nel noto codice
parigino di _Excerpta_ (Notre Dame, 188) molti versi sono così
accomodati; così il verso di TIBULLO (I, 1, 25) «Iam modo non possum
contentus vivere parvo» ivi diviene «Quippe ego iam possum contentus
vivere parvo» e in un altro dello stesso autore (I, 2, 89) «lusisset
amores» è cambiato in «dampnasset amores.» Cfr. per altri esempi
WÖLFFLIN in _Philologus_ XXVII, (1867) p. 154.

[247] Uno, fra i greci, a cui più spesso ne tocca è LUCIANO, a cui i
copisti bizantini di frequente regalano, in margine, degli improperi
come: ὦ κάκιστε ἀνθρώπων, ὦ μιαρώτατε e simili. Cfr. L. MÜLLER in
_Jahrb. f. Philol. u. Paedag._ 1866, p. 395.

[248] «... nam et graeci (lyrici) multa licenter, et Horatium nolim in
quibusdam interpretari.» QUINTIL. I, 8, 6.

[249] In un MS. d'ORAZIO di Montpellier l'ode a Fillide «Est mihi
nonum superantis annum» etc. (IV, 11) è accompagnata da una notazione
musicale in cui è stata riconosciuta la melodia del famoso inno sacro
«Ut queant laxis Resonare fibris» etc. Cfr. Libri, _Cat. génér. des
MSS. des bibl. publ, des départ._ I, p. 454 sg; NISARD, _archives des
miss. scient. et litt._ 1851, P. 98 Sgg.; BAITER, _Horat._ II, p. 915
sgg.; JAHN. in _Hermes_ II, p. 419.

[250] «et volo quatenus ut fiat quantum potes satagas, et praecipue
de Vergilio et aliis auctoribus quos a me non legisti; exceptis his
in quibus aliqua turpitudo sonat.» ANSELM. op. 351. E così ben molti
altri. In un'antica poesia intitolata _Ad pueros_ leggesi:

    «Pervigil oro legas cecinit quod musa Maronis,
      Quaeque Sophia docet, optime, carpe, puer.»

Ved. AMADOR DE LOS RIOS, _Hist. crit. de la litt. Españ._ II, pp. 238,
339.

[251] «... satius est ut apprime sis, et in Virgiliana lectione, ut
optime potes, proficias.» LUP. FERRAR. _Epist._ 7.

[252] _Epist._ 103. Veggansi anche le epist. 1, 5, 8, 16, 37, 62,
104 colle quali chiede o manda codici di Cicerone, Gellio, Servio,
Macrobio, Boezio, Cesare, Quintiliano, Sallustio. La sua corrispondenza
giustifica quel ch'ei dice di sè stesso ad Einhardo (Ep. I): «Amor
literarum ab ipso fere initio pueritiae mihi est innatus, nec earum,
ut nunc a plerisque vocantur, _superstitiosa otia_ fastidio sunt. Et
nisi intercessisset inopia praeceptorum, et longo situ collapsa priorum
studia pene interissent, largiente Domino, meae aviditati satisfacere
forsitan potuissem.»

[253] «Non enim oportet fallaces commemorare fabulas, neque
philosophorum inimicam Deo sapientiam sequi, ne in iudicium aeternae
mortis Domino discernente cadamus... Non ego Saturni fugam, non Iunonis
iram, non Iovis stupra, non Neptuni iniuriam, non Aeoli sceptra,
non Aeneadum bella, naufragia vel regna commemoro: taceo Cupidinis
emissionem; non exitia saeva Didonis, non Plutonis triste vestibulum,
non Proserpinae stuprosum raptum, non Cerberi triforme caput: non
revolvam Anchisae colloquia, non Ithaci ingenia, non Sinonis fallacias:
non ego Laocoontis consilia, non Amphitrionidis robora, non Jani
conflictus, fugas, vel obitum exitialem proferam etc.» GREGOR. TURON.
(VI sec.) _Lib. miraculor._ 714.

[254] «Vae diebus nostris quia periit studium litterarum a nobis!»
_Praef. Hist. eccl. Franc._

[255]

    «En meliora meo narrantur carmine gesta,
    Non gladios nec tela refert pharetramque Camillae.»

MILO, _Vit. S. Amandi, Act. S. Febr._ I, 881 sg. Cfr. PETRUS, _Vit.
S. Theobaldi, Act. S._ IX, 165; ANON. _Vit. S. Remacli, Act. S._ II,
469 etc.; V. ZAPPERT, op. cit., not. 62. _Prolog. Vitae Wirntonis_,
ap. PEZ, _Thes._ I, 3, 339; cfr. WATTENBACH, _Deutschl. Geschichtsq._
(6ª ed.) II, p. 250. È un luogo comune presso i poeti cristiani il
contrapporre alle glorie pagane di Omero e di Virgilio i temi che,
più umilmente ma cristianamente, essi vogliono trattare. Tale è il
senso del Prologo di GIUVENCO alla sua versificazione della Storia
Evangelica. BEDA scrive:

    «Bella Maro resonet, nos pacis dona canamus.
      Munera nos Christi, bella Maro resonet.»

(_Hist. Angl._ p. 295). E così tanti altri anche prosatori e storici.
Così WIPONE (_Prolog. Vit. Chuonradi imp._) «Satis inconsultum est
Superbum Tarquinium, Tullum et Ancum, patrem Aeneam, ferocem Rutulum et
huiusmodi quoslibet et scribere et legere: nostros autem Carolos atque
tres Ottones, imperatorem Heinricum secundum, Chuonradum imperatorem
patrem gloriosissimi regis Heinrici tercii, et eundum Heinricum regem
in Christo triumphantem omnino negligere.»

[256] «Curiosum ceterum lectorem admoneo ut barbarismorum foedam
congeriem in hoc opusculo floccipendat, et veritati in vulgari eloquio
fidei aurem apponat, et quod hic inveniet simpliceter perlegat et
acsi in sterquilinio margaritam exquirat» etc. WOLFHARDUS (sec. IX)
_Vit. S. Walpurgis_ in _Act. Sanctor._ IV, 268 «Sed et si quis movetur
rusticitate sermonis soloecismorumque inconcinnitatibus, quas minime
vitare studui, audiat quia regnum Dei non est in sermone sed in
virtute, neque apud homines bonos interesse utrum vina vase aureo an
ligneo propinentur.» _Miracul. S. Agili_ in _Act. S._ II, 312; Cfr.
ANON. _Vit. S. Geraldi_ in _Act. S._ IX, 851. Molti scrittori, che in
fatto di purezza grammaticale non si sentono tranquilli, insorgono con
maniere stranamente rivoluzionarie contro la tirannia delle _regole di
Donato_. Gli esempi abbondano; basti qui riferire le seguenti curiose
parole dell'_Indiculus luminosus_ (n.º XX) di ALVARO CORDUBENSE (IX
sec,): «Agant eructuosas quaestiones philosophi et Donatistae genis
impuri, latratu canum, grunnitu porcorum, fauce rasa et dentibus
stridentes, saliva spumosi grammatici ructent. Nos vero _evangelici_
(!) servi Christi discipuli rusticanorum sequipedi» etc. Queste parole
si accordano in modo singolare con una orribile biografia di Donato,
forse ispirata da questa idea, che trovasi in un MS. di Parigi e fu già
più volte pubblicata (ultimamente dall'Hagen, _Anecdota Helvetica_ p.
259). Eppure Alvaro mostrasi nelle sue opere assai assiduo lettore di
Virgilio. Cfr. AMADOR DE LOS RIOS, _Hist. crit. de la lit. Española_
II, p. 102 sgg.

[257] Uno di questi è anche GREGORIO MAGNO: «non metacismi
collisionem fugio, non barbarismi con fusionem devito, situs motusque
praepositionum, casusque servare contemno: quia indignum vehementer
existimo ut verba coelestis oraculi restringam sub regulis Donati.»
_Praef. Jobi_ T. I, p. 6. Con quell'affettata conoscenza della
tecnologia grammaticale l'ingenuo grand'uomo si preoccupa di fare
intendere che il suo non volere non è non sapere. Del resto la realtà
di questa noncuranza non è provata dai suoi scritti.

La inimicizia di Gregorio il Grande per gli studi profani è stata
esagerata assai da molti scrittori, i quali da uno studio speciale
del medio evo da questo punto di vista non appresero quale sia il vero
valore ed il peso reale di certe espressioni, e non si accorsero che
l'atteggiamento di Gregorio rimpetto alla antichità classica è quello
stesso di cento altri distintissimi personaggi della chiesa medievale.
Interpretando malamente un luogo di GIOVANNI DI SALISBURY (_Polycrat._
II, e. 26) si è giunti a credere che Gregorio facesse bruciare la
biblioteca Palatina, mentre in quel luogo non si parla d'altro che
di libri di astrologia, teurgia e simili, dei quali fecero auto da fè
anche imperatori (Valente fra gli altri). È singolare come par facile
a taluni credere che dopo i Vandali e i Goti rimanesse a Gregorio
qualche biblioteca in Roma da bruciare alla sua volta! Questi errori
sono stati già eliminati da più di un critico ed equamente giudicati
da GREGOROVIUS, _Gesch. d. St. R. im Mittelalt._ II, p. 90 sgg. Non
s'intende come TEUFFEL (_Gesch. d. röm. Lit._ p. 1026) abbia voluto
farli rivivere. La tesi del sig. LEBLANC, _Utrum Gregorius Magnus
litteras humaniores et ingenuas artes odio persecutus sit_, Paris 1852,
è un'apologia da niente altro ispirata che dal sentimento cattolico.

[258] Questi luoghi comuni sono riassunti dall'anonimo e più veramente
umile autore del _Miracula S. Bavonis_ (sec. X): «Suscipiant
alii copiosam variae excusationis suppellectilem, videlicet quod
veritas nativa vivacitate contenta, non quaerat altrinsecam colorum
adhibitionem; et quod christianae fidei rudimenta, non ab oratoribus
sed a piscatoribus et idiotis sint promulgata; et quod regnum Dei
magis virtutis quam sermonis constet efficacia; aliaque perplura in id
orationis cadentia: mihi facilis apologiae patet occasio, scilicet cui
nullius eruditionis favet exercitatio» _Act. S._ II, 389; Cfr. SULPIC.
SEV. Op. I, 2; FELIX, _Vit. S. Guthlaci, Act. S._ III, 59; ANON. _Vit.
S. Conwoionis, Act. S._ VI, 212; ANON. _Vit. S. Martini, Act. S._ I,
557; WARMANNUS, _Vit. S. Priminii, Act. S._ IV, 128; OTHLO, _Vit. S.
Bonifatii_, ap. PERTZ, _Mon. Germ._ II, 358 etc.; ZAPPERT, op. cit.
not. 62.

[259] LEONIS _Epist._ ap. PERTZ, _Mon. Germ._ V, 687. Cfr. GREGOROVIUS,
_Die Stadt Rom im Mittelalter_ III, 527.

[260] «Et plorare Didonem mortuam quia se occidit ob amorem, cum
interea me ipsum in his a te morientem, Deus vita mea, siccis oculis
ferrem miserrimus» AUGUSTIN. _Confession._ lib. I, op. I, 53.

[261] _Vit. beati Alcuini_ in _Act. S._ IV, p. 147. _Monumenta
Alcuiniana_ ed. WATTENBACH et DUEMMLER, p. 21. Cfr. MONNIER, _Alcuin et
Charlemagne_ p. 9 sg.

[262] Nei versi premessi al suo Comm. sul _Cantico dei Cantici_ dice
Alcuino:

    «Haec rogo menti tuae iuvenis mandare memento,
    Carmina sunt nimium falsi haec meliora Maronis,
    Haec tibi vera canunt vitae praecepta perennis,
    Auribus ille tuis male frivola falsa sonabit.»

                         _Monumenta Alcuiniana_, p. 714.

[263] WRIGHT, _Biographia britannica literaria; Anglo-Saxon period_,
p. 42. Cfr. sulla tendenza e l'odio di Alcuino pei classici, LORENZ,
_Alcuin's Leben_ (Halle, 1829) p. 267 e 277.

[264] La biblioteca di Berna possiede un MS. di Virgilio che si crede
di mano d'Alcuino, o almeno copiato da un esemplare di lui. Cfr.
MÜLLER, _Analecta Bernensia_, III, p. 23-25.

[265]

    «Et modo Pompeium, modo te, Donate, legebam,
      Et modo Vergilium, te modo, Naso loquax;
    In quorum dictis quamquam sint frivola multa,
      Plurima sub falso tegmine vera latent.»

                           THEODULPH. _Carmin._ IV, 1.

[266] Curiosa a tal riguardo è l'ironica ammonizione in versi che
trovasi intitolata: _Versus S. Damasi Papae ad quemdam fratrem
corripiendum_, pubblicata per prima volta dall'AMADUZZI, _Anecd. Litt._
II, p. 387 e per ultimo dal RIESE nella sua _Anth. lat._ n. 765:

    «Tityre, tu fido recubans sub tegmine Christi,
    Divinos apices sacro modularis in ore,
    Non falsas fabulas studio meditaris inani.
    Illis nam capitur felicis gloria vitae,
    Istis succedunt poenae sine fine perennes.
    Unde cave frater vanis te subdere curis» etc.

[267] HERBERT. DE LOSINGA, _Epist._ p. 53-56; Cf. p. 63, 93.

[268] IOHANNES, _Vita S. Odonis, Act. S. saec._ V, p. 154; Cfr.
BRUCKER, _Hist. Philos._ III, p. 651; DU MÈRIL, _Mèlanges archèolog._
p. 462. Un altro racconto simile, relativo a S. Ugone, abate di Cluny,
trovasi presso VINCENZO DI BEAUVAIS (_Spec. hist._ 26, 4) «Alio tempore
cum dormiret idem pater, vidit per somnium sub capite suo cubare
serpentum multitudinem et ferarum, subitoque capitale excutiens et
exquirens supposita, invenit librum Maronis forte ibi collocatum; mox,
abiecto codice singulari, in pace requievit, cognovitque modum materiae
libri visioni congruere, quem obscoenitatibus et gentilium ritibus
plenum indignum erat cubiculo sancti substerni.» Cfr. LIEBRECHT, nella
_Germania_ di PFEIFFER X, p. 413, il quale però a torto suppone che ivi
si tratti del libro di negromanzia attribuito al poeta dalla leggenda
popolare, di cui parleremo nell'altra parte del nostro lavoro. Altra
leggenda simile trovasi in JACOPO DA VITRY; cfr. LÈCOY DE LA MARCHE,
_La chaire française au moyen age_, p. 439, ed in PASSAVANTI, _Specchio
di vera penitenza_, dist. I.ª cap. 2º.

[269] _Vit. S. Popponis, Act. S._ VIII, 594.

[270] Cfr. LUPI FERRAR. _Epist._ 20.

[271] V. OZANAM, _La civilisation chrét. chez les Francs_, p. 485, 501,
546.

[272] GLABER, _Histor._ ap. BOUQUET, _Rec. des hist._ etc. X, p. 23;
Cfr. OZANAM, _Documents inédits_ p. 10; GIESEBRECHT, _De litterarum
studiis ap. Italos primis medii aevi saeculis_, p. 12 sg.

[273] Presso WRIGHT, _A selection of latin stories from MSS. of the
XIII and XIV centuries_, p. 43 sg. Cfr. per altri esempi WATTENBACH,
_Deutschl. Geschichtsq._ (6ª ed.) I, 324 sgg.

[274] _Comm. a Dante_, Inf. I, 72.

[275] Oggi questa ha trovato difensori anche fra i gesuiti, ed in
materie che assai più della poesia toccano da vicino il cristianesimo.
Veggasi la notevole opera del pad. KLEUTGEN, _Die Philosophie der
Vorzeit vertheidigt_, Münster 1860-63.

[276] _Metalogicus_ I, cap. 3 sgg.; Cfr. _Hist. lit. de la France_ XIV,
SCHAARSCHMIDT, _Johannes Saresberiensis_ p. 212 sgg.

[277] Cfr. LÈCOY DE LA MARCHE, _La chaire française au moyen age_
(Paris 1868) p. 438 sg.

[278] Pubblicato dall'AMATI nell'_Archivio storico_ III ser. T. III, 1
(1866) p. 207 sgg.

[279] Alla fine di un catalogo dei manoscritti del celebre monastero
di Pomposa, redatto nell'XI secolo, l'autore prevede che taluni
disapproveranno la presenza in quella biblioteca di scrittori pagani,
ed a questi risponde coi soliti luoghi: «... Sed... non ignoramus
futurum fore quosdam superstitiosos et malevolos, qui ingerant procaci
cura indagare cur idem venerabilis abbas Hieronymus voluit gentilium
codices fabulasque erroris, exactosque tyrannos, divinae inserere
veritati, paginaeque librorum sanctorum. Quibus respondemus» etc. Cfr.
BLUME, _Iter italicum_ II, p. 117.

[280] Cfr. gli esempi riuniti da ZAPPERT, op. cit., not. 42, ai quali
moltissimi se ne potrebbero aggiungere.

[281] In un codice vaticano di Virgilio (n. 1570) del sec. X o XI
leggesi una dichiarazione del monaco che lo copiò, il quale, dopo
aver detto che ha fatto quel lavoro per fuggire l'ozio e per servire
alla comune utilità, soggiunge: «Quem (codicem Vergili) ego devoveo
Domino et Sancto Petro perpetualiter permansurum per multa curricula
temporum, propter exercitium degentium puerorum laudemque Domini et
Apostolorum principis Petri.» Su di un altro codice portante la dedica
a S. Stefano ved. PEZ, _Thesaur._ I, _Dissert. isagog._ XXV. In un
codice della biblioteca di Berna (sec. IX) leggesi: «Hunc Vergili
codicem obtulit Berno, gregis B. Martini levita, devota mente Domino et
eidem Beato Martino perpetuiter habendum; ea quidem ratione ut perlegat
ipsum Albertus consobrinus ipsius et diebus vitae suae sub praetextu
B. Martini habeat, et post suum obitum iterum reddat S. Martino.» DE
SINNER, _Catal. codd. MS. bibl. bern._ I, 627.

[282] _Encycl. de literis colendis_ ap. SIRMOND. _Conc. Gall._ II, p.
127.

[283] BALUZ. I, 237 (_Capitolar. del_ 789).

[284] Cfr. I. LAUNOII, _De scholis celebrioribus seu a Carolo Magno seu
post eumdem Carolum per occidentem instauratis liber_, unito all'_Iter
Germanicum_ di MABILLON, Hamburg 1717; e BAEHR, _De literarum studiis
a Carolo Magno revocate ac schola Palatina instaurata_, Heidelb. 1856.
È noto che anche in questa scuola Palatina Virgilio aveva un posto
d'onore, e taluni dei pseudonimi che assumevano gli accademici eran
desunti da esso. Così v'era chi chiamavasi VIRGILIO, chi DAMETA, chi
MENALCA etc.

[285] «Vergilium cecinisse loquar pia munera Christi.» PROBA _Praef. ad
Centon._; «dignare Maronem, Mutatum in melius divino agnoscere versu»
dice all'imp. Onorio un grammatico, dedicandogli un centone virgiliano
di argomento cristiano: v. _Anth. lat._ (RIESE) num. 735.

[286] «Audierunt quia Iesus transiret.» MATH. XX, 30.

[287] «Ad Maronis mausoleum, Ductus fudit super eum, Piae rorem
lacrymae; Quem te, inquit, reddidissem, Si te vivum invenissem,
Poetarum maxime!» BETTINELLI, _Risorg. d'Ital._ II, p. 18; DANIEL,
_Thes. Hymnolog._ V, 266. È falso ciò che qualcuno ha asserito, che
l'uso di cantare questi versi nella messa di S. Paolo esista tuttora a
Mantova. — Un grazioso aneddoto della vita di S. Kadok (V sec.) esprime
questo stesso sentimento di compassione cristiana per Virgilio pagano.
_Vita S. Cadoci_ ap. KEES _Lives of Cambro-British Saints._ Lond. 1855,
p. 8; cfr. LA VILLEMARQUÈ. _La Légende celtique._ Par. 1864, p. 202
sgg.

[288] ARNOB. _Adv. gentes_ III. 7; Cfr. BERNHARDY, _Grundr. d. röm.
Litt._ p. 92.

[289] Veggansi i luoghi raccolti dal PIPER nel suo scritto: _Virgilius
als Theolog und Prophet des Heidenthums in der Kirche_, pubblicato
nell'_Evangelischer Kalender_ del 1862, p. 17-55.

[290] Non mancano antiche raccolte di luoghi di scrittori pagani,
greci o latini, riferiti al cristianesimo. Un MS. della bibl. di
Vienna contiene: «Veterum quorundam scriptorum graecorum ethnicorum
praedictiones et testimonia de Christo et christiana religione, nempe
Aristotelis, Sibyllae, Platonis, Thucydidis et Sophoclis. Cfr. OEHLER
in _Philologus_ XIII, 752; XV, 328.

[291] Cfr. VERWORST, _Essai sur la 4.e Eclogue de Virgile._ Paris 1844;
FREYMÜLLER, _Die Messianische Weissagung in Virgils vierter Ecloge._
Metten 1852. (Non ho potuto procurarmi questi due scritti); PIPER,
op. cit., p. 55-80; CREUZENACH, _Die Aeneis, die vierte Ecloge und die
Pharsalia im Mittelalter_. Frkf. a. Main, 1864, p. 10-14.

[292] CONSTANTINI M. _Oratio ad sanct. coel._ c. 19-21. Questa
interpretazione di Costantino forma il soggetto di un lavoro
estremamente diffuso e non mai completato, di ROSSIGNOL, _Virgile et
Constantin le grand_, Paris 1845. L'autore chiude la parte pubblicata
del suo lavoro promettendo di provare che il discorso è opera, non di
Costantino, ma di Eusebio.

[293] EUSEB. _Vit. Constantini_ IV, 32.

[294] Questa traduzione fu pubblicata più volte separatamente; per
ultimo l'ha riprodotta HEYNE, _Excurs. I ad Bucol._, e ROSSIGNOL, op.
cit, p. 96 sgg.

[295] Cfr. ROSSIGNOL, op. cit., p. 181 sgg.

[296] LACTANT., _Div. instit._ I. VII, c. 24.

[297] «Nam omnino non est cui alteri praeter dominum Christum dicat
genus humanum:

    Te duce, si qua manent sceleris vestigia nostri,
    Irrita perpetua solvent formidine terras.

Quod ex Cumaeo, id est ex Sibyllino carmine se fassus est transtulisse
Vergilius; quoniam fortassis etiam illa vates aliquid de unico
Salvatore in spiritu audierat quod necesse habuit confiteri.» AUGUSTIN.
_Epist. 137 ad Volusian._ c. 12, Opp. ed. Bened. T. II, p. 309 sg. Cfr.
_Epist. 258_ c. 5, Opp. T. II, p. 670; _De Civ. Dei_ X, 27.

[298] «Quasi non legerimus Homerocentonas et Vergiliocentonas; ac
non sic etiam Maronem sine Christo possimus dicere Christianum qui
scripserit: Iam redit et virgo etc. Puerilia sunt haec et circulatorum
ludo similia, decere quod ignores.» HIERONYM. _Epist. 53 ad Paulin._ c.
7. Opp. T. I, p. 273.

[299] Cfr. FULGENT. _De contin. Vergil._ p. 761; _Scholl. Bernens._
(ed. Hagen) p. 775 sgg.; CRISTIANO DRUTHMAR (IX sec.) nota a quel passo
del Vangelo (Math. XX, 30) «Audierunt quia Iesus transiret» — «Iudaei
audierunt per prophetas, gentes quoque non per omnia ignoraverunt, sed
sophistae corum similiter denuntiaverunt; unde illud Maronis: Iam nova
progenies» etc. _Bibl. Patr. max._ (Lugd.) XV, 147; V. anche AGNELLUS,
_Lib. Pontific._; _Vit. Gratios._ c. 2 in MURATOR. _Script. rer. Ital._
T. II. p. I, p. 180; COSM. PRAG. _Chronic._ in PERTZ, _Mon. Germ._ T.
IX, p. 36.

[300] Cfr. su questa leggenda RUTH in _Heidelberger Jahrbücher_, 1849,
P. 905 sgg.

[301] VINCENT. BELLOVAC. _Spec. hist._ XI, c. 50; _Act. Sanctor. Aug._
T. II, p. 407.

[302] OZANAM, _Documens inédits_, p. 55.

[303] _Serm. II in fest. Nativit. Dom._, Opp. p. 80.

[304] _Purgator._ XXII, p. 67 sgg.

[305] _Introd. ad Theolog._ lib. I, c. 21; _Epist. 7 ad Helois._ p. 118.

[306] _De Christ. relig._ c. 24.

[307] V. STREET, _Some account of gothic archit. in Spain_. (Lond.
1869) p. 95.

[308] V. le notizie riunite dal PIPER, op. cit. p. 75 sgg.

[309] Tale fra gli altri è il VERWORST nella dissertazione sopracitata.
V. anche SCHMITT, _Rédemption du genre humain annoncée par les
traditions de tous les peuples_ (trad. de l'allem. par HENRION). Paris
1827, p. 122 sgg.

[310] Cfr. GRÄFENHAN, _Gesch. der class. Philolog. im Alterth._ I, p.
211 sgg.

[311] Cfr. ZELLER, _Die Philosophie der Griechen_, III, 1, p. 290 sg.
300 sgg.

[312] Già CELSO che nella polemica si serviva dell'allegoria pei miti
pagani, accusava i giudei e i cristiani di abusare di questo mezzo pei
miti loro; IV, 50, 51.

[313] Cfr. BERNHARDY, _Grundr. d. griech. Literat._ II, 1, p. 201 sg.

[314] _Epist._ 108, 24-29.

[315] Il solo dato ben positivo è questo che Fulgenzio è certamente
posteriore a Marziano Capella da lui citato, il quale secondo le
ricerche dell'ultimo suo editore EYSSENHARDT (Lips. 1866), completate
da L. MÜLLER (_Neue Jahrbb. f. Phil. u. Paedag._, 1867, p. 791 sg.)
deve avere scritto prima del 439. Quanto all'altro limite, più dotti lo
hanno cercato quasi contemporaneamente in questi ultimi tempi, ma senza
riuscire ad alcun positivo risultato. Il sig. ZINK nel suo notevole
lavoro su Fulgenzio (_Der Mytholog Fulgentius_, Würzburg 1867) porrebbe
la redazione del _Mythologicon_ fra il 480 e il 484. Il REIFFESCHEID
servendosi dello scritto, da lui richiamato a luce, _De aetatibus mundi
et hominis_ (_Rheinisches Museum f. Phil._ XXIII (1868) p. 133 sg.),
il quale molto probabilmente appartiene a questo stesso Fulgenzio,
torna ad una antica opinione che riferiva il _Mythologicon_ al tempo
di re Hunerico (523). Intanto L. MÜLLER (_N. Jahrbb. f. Philol. u.
Paedag._ 1867, p. 796) fissava la data del 456. JUNGMANN (_Quaestiones
Fulgentianae_, negli _Acta societatis philologae Lipsiensis_, ed.
Frid. RITSCHELIUS. Lipsiae 1871, T. I, p. 49 sgg.) crede Fulgenzio
nato verso il 480, e il _Mythologicon_ scritto nel 523 o 524. Per le
opinioni anteriori veggasi LERSCH nella sua edizione del _De abstrusis
sermonibus_ (Bonn, 1844) p. 1 sgg.

[316] Il _De Continentia_ trovasi pubblicato nei _Mythographi latini_
di VAN STAVEREN (Lugd. Bat. 1742). Una edizione critica più moderna e
soddisfacente non esiste. Ved. su questo scritto di Fulgenzio GASQUY,
_De Fabio Planciade Fulgentio Virgilii interprete_ in _Berl. Stud. f.
cl. Philol._ VI (1887).

[317] «Bucolicam Georgicamque omisimus in quibus tam mysticae sunt
interstinctae rationes» etc. p. 738. «... Ergo doctrinam mediocritatem
temporis excedentem omisimus, ne dum quis laudem quaerit nominis
fragmen reperiat capitis.» p. 739. Nella biblioteca di Padova esiste
un MS. del sec. XIV portante il titolo: _Fulgentius super Bucolica et
Georgica Vergili_ (cf. LERSCH, p. 96). Ho esaminato quel MS. e mi sono
facilmente convinto che il nome di Fulgenzio gli è stato applicato
gratuitamente; Cfr. il mio articolo nella _Revue critique_, Agosto
1869, p. 136.

[318] «Maius opus moveo, nec enim mihi sufficit una, Currite Pierides»
etc.; p. 740.

[319] «Serva istaec, quaeso, tuis Romanis quibus haec posse laudabile
competit et impune subcedit. Nobis vero erit maximum si vel extremas
tuas contigerit perstringere fimbrias» p. 742.

[320] Quatinus, inquit, tibi discendis non adipata crassedo ingenti,
quam temporis formido periculo reluctat, de nostro torrentis ingenii
impetu urnulam praelibabo quae tibi crapulae plenitudine nauseam movere
non possit. Ergo vacuas fac sedes tuarum aurium, quo mea commigrare
possint eloquia» p. 742.

[321] «Sed ut sciam me non arcadicis expromtare fabulam auribus, primi
nostri continentiam libri narra» p. 747.

[322] «Aeolus enim graece quasi Aionolus id est saeculi interitus
dicitur» p. 748.

[323] «Achates enim graece quasi ἀχῶν ἔθος, id est tristitiae
consuetudo» p. 750.

[324] «Palinurus enim quasi Planonorus, id est errabunda visio» p. 753.

[325] «Misio enim graece obruo dicitur (?): αἶνος vero laus vocatur» p.
753.

[326] «Caron vero quasi Cronon id est tempus» p. 756.

[327] «Acheron enim graece sine tempore dicitur» p. 756.

[328] «Ausonia enim ἀπὸ τοῦ αὐξάνειν dicitur, idest cremento» p. 763.

[329] «et uxorem petit Laviniam, idest laborum viam» p. 763.

[330] «Turnus enim graece dicitur quasi θοῦρος νοῦς, furibundus sensus»
p. 764.

[331] «Messapus, quasi μισῶν ἔπος» p. 765.

[332] Virgilio dice in un luogo: «Tricerberi autem fabulam iam superius
exposuimus» (p. 756). Di questa infatti si parla nell'altra opera di
Fulgenzio, il _Mythologicon_ I, 5.

[333] ZINK (op. cit., p. 27) crede che sia andata perduta la fine
dell'opera o che l'autore l'abbia lasciata in tronco. JUNGMANN (op.
cit., p. 73) osserva giustamente che nè l'una nè l'altra cosa può
ammettersi. E realmente si vede chiaro che dall'ottavo libro in poi
l'autore, annoiato del suo lavoro, ha tirato giù in fretta chiudendo in
quel brusco modo.

[334] Un esame accurato della latinità Fulgenziana ha intrapreso per
primo il ZINK nell'op. cit., p. 37-62.

[335] Non solo la posteriorità del _De Continentia_, ma anche il suo
legame col _Mythologicon_, nell'idea dell'autore, vien posto in chiaro
pur da quella espressione già citata: «Tricerberi autem fabulam iam
_superius_ exposuimus» p. 756.

[336] «O vatum latiaris autenta! itane tuum ingenium clarissimum tam
stultae defensionis fuscare debuisti caligine? qui dudum in Bucolicis
mystice persecutus dixeras: Iam redit et virgo» etc. p. 761.

[337] Pagg. 743, 746, 753, 755.

[338] Cfr. LERSCH, op. cit., p. 19 sgg.; ZINK, op. cit., p. 75 sgg.

[339] «... unde improbissimo cuique pleraque fingendi licentia est,
adeo ut de libris totis et auctoribus ut succurrit, mentiantur tuto,
quia inveniri qui nunquam fuere non possunt,» QUINTIL. I, 8, 21.

[340] È noto fra gli altri per queste invenzioni il cosmografo
Ravennate. Cfr. per altri esempi HERCHER, _Ueber die Glaubwürdigkeit
der neuen Geschichte des Ptolemäus Chennus_, in _N. Jahrb. f. Philol.
u. Paedag._ 1853, Supplem. I, p. 269 sgg.; ZELLER, _Vorträge und
Abhandlungen geschichtlichen Inhalts_, p. 297 sgg.

[341] «Hic certe omnis lector expavescere potest acumen ingenii
eius qui totam fabularum seriem secundum philosophiam expositarum
transtulerit vel ad rerum ordinem, vel ad humanae vitae moralitatem.»
_De script. ecclesiast._ c. 28.

[342] «qui totum opus Vergili ad physicam rationem referens, in lutea
quodammodo massa auri metallum quaesivit» id. ibid.

[343] Cfr. ZINK, op. cit., p. 13 sgg., BERNHARDY, _Grundr. d. röm.
Litt._ p. 868.

[344] «scribit enim (Vergilius) in quantum est philosophus humanae
vitae naturam. Modus vero agendi talis est: sub integumento describit
quid agat vel quid patiatur humanus spiritus in humano corpore
temporaliter positus» etc. Ved. COUSIN, _Ouvrag. inéd. d'Abélard_, p.
283 sgg. Cfr. DEMIMUID, _De Bernardo Carnotensi grammatico professore
et Virgili interprete_. Paris, 1873.

[345] «Procedat poeta Mantuanus, qui sub imagine fabularum totius
philosophiae exprimit veritatem» _Polycratic._ VI, c. 22; «Vergilium
in libro (Aeneidos) in quo totius philosophiae rimatur arcana.»
_Polycratic._ II, c. 15.

[346] _Polycratic._ VIII, c. 24. Cfr. SCHAARSCHMIDT, _Johannes
Saresberiensis_, p. 97 sg.

[347] «Et sciendum est quod Vergilius considerans trinam vitam
scilicet, contemplativam voluptuosam et activam, opera tria
conscripsit, scilicet Bucolicam per quam vitam contemplativam
demonstrat, et Georgicam per quam vita voluptuosa intelligitur... et
Aeneidos per quam datur intelligi vita activa.» _Comm. in Verg. Aen._,
Cod. Bibl. S. Marc. Venet. cl. XIII (lat.) n. 61, col. 3. Vedi le
stesse parole tratte da un cod. della bibl. di Vienna (sec. XIV) presso
ZAPPERT. op. cit., p. 16.

[348] _Convito_, IV, 24, 26.

[349] CHRISTOPH. LANDINI, _Disputation. Camaldul._ lib. III, IV (_in P.
Vergilii Maronis allegorias_).

[350] Niuno vorrà prendere sul serio le parole che Fulgenzio rivolge
a Virgilio sul principio «tantum illa quaerimus levia quae mensualibus
stipendiis grammatici distrahunt puerilibus auscultationibus» (p. 742).
È chiaro non esser questa che una iperbole colla quale l'autore vuol
significare gli abissi immensi della sapienza virgiliana e ostentare la
propria modestia dinanzi al poeta.

[351]

    «Si quaecumque velit lector addat seriei
    Non poterit libri certus sic textus haberi.»

Ved. THUROT, op. cit. p. 32.

[352] _Ars S. Augustini pro fratrum mediocritate breviata_, ap. KEIL,
_Grammat. lat._ vol. V, p. 494.

[353] _Cunabula grammaticae artis a Beda restituta_ in BEDAE Opp. I,
p. 2. Questo scritto non trovasi annoverato nel catalogo delle opere
di Beda; cfr. WRIGHT, _Biogr. brit. lit.; anglo-sax. period_, p. 271
sgg. La introduzione che citiamo trovasi riprodotta anche senza nome
d'autore nei _Grammatici latini_ del KEIL (vol. V, p. 325), il quale
non pare sappia esser quella già pubblicata nelle opere di Beda.

[354] «... et inrisione dignum arbitrabar... romanae urbanitatis
facundia disertissimis rhetoribus, me poene de extremis Germaniae
gentibus ignobili stirpe procreatum... inter talium dissona decreta
virorum ex persona iudicis disputando iudicare.» ANON., _Gramm._ (cod.
saec. XI) ap. KEIL, _De quibusdam grammaticis_ ecc. p. 26; ERKEHART IV
nel suo _De lege dictamen ornandi_ scrive:

    «Teutonicos mores caveas, nova nullaque ponas;
    Donati puras semper memorare figuras.»

Ved. HAUPT's _Zeitschrift f. deutsches Alterth._ N. F., II, p. 33;
«proprietas autem eiusdem verbi latinis magis patet quam barbaris»
ibid. p. 52. Notevole è il delicato riguardo di GOZBERTO (_De Mirac. S.
Galli_, presso PERTZ, _Mon. Germ._ II, p. 22): «siquidem nomina eorum
qui scribendorum testes sunt vel fuerunt, propter sui barbariem, ne
latini sermonis inficiant honorem, praetermittimus.» Non così ELMOLDO
NIGELLO, il quale sciorina con molta disinvoltura versi del taglio
seguente (_Carm._ I, 373 sgg.):

    «Parte sua princeps Wilhelm tentoria figit
      Heripreth, Lihutard, Bigoque, sive Bero,
    Santio, Libulfus, Hilthibreth, atque Hisimbard
      Sive alii plures quos recitare mora est.»

[355] «Duplex est grammatica; nam est quaedam quae dicitur analogica et
alia quae dicitur magis usualis.» Vedi THUROT, op. cit., p. 211.

[356] Il vizio, occasionato da varie ragioni, di maltrattare la
grammatica, era antico fra gli scrittori cristiani ed era uno dei
rimproveri che faceano loro gli avversari pagani. Veggasi come, nella
sua solita facchinesca maniera, difende i cristiani da questa accusa
ARNOBIO, _Adv. gent._ I, 59.

[357] NOTKER IL BALBO (IX sec.) uno dei tanti monaci di questo nome
del Monastero di S. Gallo, così celebre nella storia degli studi
monastici del medio evo, parlando della grammatica di Alcuino nel suo
_Dialogus de grammatica_ arriva a dire: «Albinus talem grammaticam
condidit ut Donatus, Nicomachus, Dositheus et noster Priscianus in
eius comparatione nihil esse videantur.» Cfr. MAITRE, _Les écoles
épiscopales et monastiques de l'occident_ etc. (Paris, 1866) p. 220.

[358] Alcuni scritti di questo autore trovansi pubblicati per la prima
volta da MAI, _Class. auctores_ V, p. 1 sgg. Altro aggiunse HAGEN,
_Anecdota Helvetica_ p. 189 sgg. Una edizione intiera di quanto esiste
di lui fu data da I. HUEMER, _Virgilii Mar. gramm. opera_. Lips.
(Teubner) 1886 a complemento e correzione della quale ved. TH. STANGL,
_Virgiliana_, München 1871 (e _Wochenschr. f. class. Philol._ 1890
n.º 29-31), M. HERTZ, _De Virg. Mar. gramm. epitomar. cod. Ambiensi_,
Vratisl. (Ind. schol.) 1888.

Intorno a questo Virgilio, oltre a quanto nota il MAI, e poi l'HAGEN
(ved. anche _Jahrbb. f. Philol._ 1869, p. 732 sgg.), veggansi OSANN,
_Beitr. z. gr. u. röm. Litteraturgesch_. II, p. 131 sgg.; QUICHERAT,
_Fragm. inéd. de littérat. latine_ in _Bibl. de l'école des chartes_
II, p. 130 sgg.; WUTTKE, _Ueber die Aechtheit des Aethicus_ p. 49;
OZANAM, _La civilization chrétienne chez les Francs_ p. 420 sgg.;
HAASE, _De medii aevi studiis philologicis_ p. 8; KEIL, _De quibusd.
grammat. inf. aet._ p. 5. ERNAULT, _De Virg. Mar. gramm. Tolos._ Paris
1886.

[359] Pubbl. dal MAI, _Class. auctores_ vol. V, p. 479 sgg. e poi da I.
M. STOWASSER. Wien 1886.

[360] Pubbl. dal MAI, _Scriptorum vett. nova collectio_ vol. VI, p. 43
sgg.

[361] Ved. STOWASSER, _Stolones latini_. Wien 1889.

[362] Veggasi come esempio principale la grammatica anonima contenuta
in un cod. del X sec. e pubblicata da HAGEN, _Anecdota Helvetica_ p. 62
sgg.

[363] «Latinae quoque scientiae valde potatus rivulis, etiam
proprietate partium aliquis eo melius nequaquam usus est post
Vergilium» FARIC. _Vit. Aldelmi_ fol. 140 vso.

[364] _Gramm. lat._ ed. KEIL. vol. V, p. 567 sgg.

[365] _Gloss. in Vergilium et Sedulium_, MS. del sec. IX della bibl. di
Laon; ved. _Catalogue génér. des MSS. des bibl. publ. des départ._ vol.
I, p. 250.

[366] «Si vero etiam metra requisieris, non sunt tibi necessariae
gentilium fabulae, sed habes in christianitate prudentissimum
Prudentium de Mundi exordio, de Martyribus, de Laudibus Dei, de
Patribus novi et veteris Testamenti dulcissime modulantem.» NOTKER
BALBULUS, _De interpretibus divinar. scripturar._ c. 7 ap. PEZ, _Thes.
anecd._ I, p. 9.

[367] «In his omnibus Donatum non sequimur, quia fortiorem in Divinis
Scripturis auctoritatem tenemus.» SMARAGD. ap. THUROT, op. cit., p. 81;
«de scala et scopa et quadriga Donatum et eos qui semper illa dixerunt
pluralia non sequimur, quia singularia ea ab Spiritu Sancto cognovimus
dictata.» Id. ibid.

[368] Veggasi l'opera citata del THUROT (p. 65 sgg.) che è preziosa per
la conoscenza dei grammatici del medio evo.

[369] Ved. alcuni esempi presso KEIL, _De quibusd. grammaticis lat.
inf. aet._ p. 16.

[370] «Personae autem verbis accidunt tres. Quod credo divinitus esse
inspiratum, ut quod in Trinitatis fide credimus in eloquiis inesse
videatur.» ANON. MS. saec. IX ap. THUROT, op. cit., p. 65.

[371] «Multi plures multi vero pauciores partes esse dixerunt. Modo
autem octo universalis tenet ecclesia; quod divinitus inspiratum esse
non dubito. Quia enim per notitiam latinitatis maxime ad cognitionem
electi veniunt Trinitatis, et ea duce regia gradientes itinera
festinant ad superam tenduntque beatitudinis patriam, necesse fuit ut
tali oraculo latinitatis compleretur oratio. Octavus etenim numerus
frequenter in divinis Scripturis sacratus invenitur.» SMARAGD. ap.
THUROT, op. cit. p. 65.

[372] Cf. SCHUCHARDT, _Der Vokalismus des Vulgarlateins_ I, p. 17 sgg.
e passim. Notevoli per la pronunzia barbara locale che rappresentano
sono alcuni MSS. della biblioteca del Seminario di Autun, anteriori
a Carlomagno, i quali trovano raffronto, da questo aspetto, nelle
iscrizioni di Autun; cf. _Catal. général des MSS. des bibl. publ. des
départ._ I, n. 20, 21, 23, 24, 27, 107.

Anche in fatto di ortografia l'idea religiosa trova modo di
pronunziarsi; HILDEMARO (IX sec.) nel suo commento alla _Regula S.
Benedicti_, osserva: «sunt multi qui distinguunt _voluntatem_ per _n_
attinere ad Deum, et _volumtatem_ per _m_ ad hominem, _voluptatem_ vero
per _p_ ad diabolum.» V. SCHUCHARDT, op. cit., p. 4 sg.

[373] _Scholia bernensia ad Vergili Georgica atque Bucolica ed._ HERM.
HAGEN., Lips., Teubner, 1867 (Estratto dai supplem. ai _Jahrbb. f.
Philol._); ved. p. 696 sgg.

[374] _Ad Ecl._ III, v. 51. _Efficiam_ «pro effigiem, imaginem»
_Scholl. Bern._ p. 769.

[375] _Ad Ecl._ IX, 1: «alii dicunt: _Emoris_, equus velocissimus
Saracenorum, quem interdum accipi potest: Quot Emori pedes, idest,
utinam quattuor ut me in urbem cito veherent ad accusandum Cladium
(sic)» _Scholl. Bern._ p. 827.

[376] Ved. _Catalogue génér. des MSS. des bibl. publ. des départ._ vol.
I, p. 428. Cfr. HAASE, _De medii aevi studiis philologicis_ (p. 7), e
la pubblicazione fattane da BOUCHERIE, _Fragment d'un commentaire sur
Virgile_, Montpellier (Soc. pour l'étude des langue romanes) 1875.

[377] «Stilus in hoc opere est sublimis... nam est monendum quod
triplex est stilus, scilicet sublimis mediocris et infimus. Sublimis
stilus est qui tractat de sublimibus sive maximis personis et regibus,
principibus et baronis, et hic stilus in Aeneida servatur; mediocris
stilus est qui de mediocribus personis tractat, et servatur in libro
Georgicorum; infimus stilus vel humilis... est qui tractat de infimis
personis, et quia pastores sunt inferiores personae hic stilus in libro
Bucolicorum servatur.» _Comment. in Verg. Aeneid._; cod. (saec. XV)
bibl. S. Marci, lat. class. XIII, n. 61, col. 6.

[378] Riferiti da C. F. HERMANN, _De scholiorum ad Juvenalem genere
deteriore_, Gotting. 1849, p. 4 sgg.

[379] Questa etimologia di «circenses» trovasi anche in ISIDORO,
_Orig._ XVIII, 27 e in CASSIODORO. _Variar._ IV, 51.

[380] Cfr. per altri svarioni simili WAGNER, _De Junio Philargyrio_ P.
II, p. 11, 13, 17, 19 sgg.

[381] Ved. HERMANN, op. cit., p. 4.

[382] Il libro più spesso glosato in anglosassone è il trattato di
ALDELMO, _De Laude virginitatis_ pieno di grecismi e scritto per le
donne, oltre a questo i vangeli, i salmi e le poesie di Prudenzio,
Prospero, Sedulio; Ved. WRIGHT, _Biogr. Brit. lit.; Anglo-Saxon
period_, p. 51.

[383] _Die Einwirkung des Christenthums auf die althochdeutsche
Sprache_, p. 104 sgg.; cf. p. 222.

[384] Sulle glosse tedesche Virgiliane veggansi WACKERNAGEL in HAUPT'S
_Zeitschrift für deutsches Alterth._ V, p. 327; STEINMEYER, _De glossis
quibusdam Vergilianis_, Berolini, 1869; e dello stesso autore _Die
deutschen Virgilglossen_, in HAUPT'S _Zeitschrift_ etc. (N. F.) vol.
III, 1870, p. I sgg. — Alcune glosse celtiche pubbl. da HAGEN, _Scholl.
Bern. p. 691_.

[385] libros Boethii... planioribus verbis elucidavit (episc. Asser)
... illis diebus labore necessario, hodie ridiculo. Sed enim iussu
regis factum est ut levius ab eodem in anglicum transferrentur
sermonem; WILH. MALMESB. p. 248.

[386] «theah Omerus se goda sceop, the mid Crecum selest was; se waes
Firgilies lareow, se Firgilius waes mid Laedenwarum selest.» Omero, il
buon poeta, che fu il migliore fra i greci; ei fu maestro a Virgilio;
questo Virgilio fu il migliore fra i latini. ALFRED'S _Boethius_ ed.
CARDALE p. 327; WRIGHT, _Biogr. britann. lit.; Anglo-sax. period._ p.
56.

[387] Sulle antiche traduz. in alto tedesco antico veggasi RAUMER, _Die
Einwirkung des Christenthums_ etc. cap, 2º passim.

[388] Essa è una parte della «scientia sermocinalis» che abbraccia
tutte le discipline del trivio, dividendosi in logica, retorica e
grammatica, secondo che si occupi del ragionare, del commuovere, del
significare. Sui rapporti della retorica colla grammatica nel medio
evo e singolarmente al tempo della scolastica, offre un numero cospicuo
di notizie il THUROT nell'op. cit. 470 sgg. Sugli studi grammaticali e
retorici nelle scuole medievali ved. anche l'istruttivo cap. 4.º (_der
Unterricht in den sieben freien Künsten_) di SPECHT _Geschichte des
Unterrichtswesens in Deutschland_ p. 86 sgg.

[389] _Disputatio de rhetorica et de virtutibus, sapientissimi regis
Karoli et Albini Magistri_; ristampato più recentemente da HALM nei
_Rhetores latini minores_, p. 523 sgg.

[390] «Cognoscite ergo, magistri saecularium litterarum, hinc (ex
Scriptum scilicet) schemata, hinc diversi generis argomenta, hinc
definitiones, hinc disciplinarum omnium profluxisse doctrinas, quando
in his litteris posita cognoscitis quae ante scholas vestras longe
prius dicta fuisse sentitis.» _De schematib. et tropis apud Cassiodor._
(Introd.), in CASSIOD. op. (MIGNE) II, p. 1270. Cfr. anche il luogo di
BEDA già citato a p. 107.

[391] In un trattato di retorica, proveniente dalla scuola sangallense
e contenuto in un cod. del sec. XI, leggonsi le seguenti parole
notevoli per certa loro serena mestizia, e per l'idea assai giusta
che offrono delle povere condizioni di quello studio nel medio evo:
«Olim disparuit, cuius facies depingenda est, et quae nostram excedit
memoriam; eam qualis erat formare difficile est, quia multi dies
sunt ex quo desinit esse. Oporteret eam immortalem esse, cuius amore
languent ita homines, ut abstractam tam diu et mundo mortuam resurgere
velint. Ubi Cato, ubi Cicero, domestici eius? nam si illi redirent
ab inferis, haec illis ad usum sermonis famularetur, sine qua nihil
eis certum constabat, quod ventilandum esset pro rostris. Quid autem
est quod in suam non redigatur originem? Naturalis eloquentia viguit,
quousque ei per doctrinam filia successit artificialis, quae deinde
rhetorica dicta est. Haec postquam antiquitate temporis extincta est,
illa iterum revixit; unde hodieque plurimos cernimus qui in causis
solo naturali instinctu ita sermone callent, ut quae velint quibuslibet
facile suadeant, nec tamen regulam doctrinae ullam requirant.» Pubbl.
da DOCEN nei _Beiträge zur Geschicte und Literatur_ di ARETIN, VII,
p. 283 sgg. Cfr. il testo della retorica sangallense pubblic. da
WACKERNAGEL in _Zeitschr. f. deutsches Alterthum_ IV, p. 463-478.
Curiosa per la bizzarra sua originalità ed importante per la conoscenza
degli studi di retorica in Italia nel sec. XI è la _Rhetorimachia_
di Anselmo, pubblicata da DÜMMLER (_Anselm der Paripateliker_, Halle
1872); cfr. GASPARY, _Gesch. d. ital. Lit._ I, p. 24 sgg.

[392] «Cum ad rhetoricam suos provehere vellet, id sibi suspectum
erat, quod sine locutionum modis, qui in poetis discendi sunt, ad
oratoriam artem perveniri non queat. Poetas igitur adhibuit, quibus
assuescendos arbitrabatur. Legit itaque ac docuit Maronem et Statium
Terentiumque poetas, Iuvenalem quoque ac Persium Horatiumque satiricos,
Lucanum etiam historiographum. Quibus assuefactos locutionumque modis
compositos, ad rhetoricam transduxit.» RICHER. _Hist._ lib. III, 47.

[393] Così in un MS. della Bibl. Nazionale di Firenze copiato da PIER
CENNINI.

[394] «... e come conteremo per lo innanzi del versificato che fece il
grande poeta Virgilio nel tempo che fu Ottaviano imperadore Augusto,
figliuolo adottivo di Giulio Cesare; nell'imperio della sua dignitade
nacque Cristo glorioso salvatore del mondo: il quale Virgilio si
trasse tutto il costrutto dello intendimento della rettorica, e più
fece chiara dimostranza, sicchè per lui possiamo dire che l'abbiamo, e
conoscere la via della ragione e la etimologia dell'arte di rettorica;
imperocchè trasse il grande fascio in piccolo volume e recollo in
abbreviamento.» FRATE GUIDOTTO, _Fiore di rettorica_, ap. NANNUCCI,
_Manuale_ ecc. II, p. 118.

[395] Cfr. MÖRNER, _De Oros. vit._ p. 117 sg.

[396] Cfr. KÖPKE, _Vit. Liudprand._ p. 138.

[397] «amici familiaresque P. Vergili in iis quae de ingenio moribusque
eius memoriae tradiderunt.» GELL. XVII, 10.

[398] Cf. QUINTILIAN. X, 3, 8; DONAT. _Vit. Verg._, p. 58, 5; RIBBECK,
_Prolegomm._ p. 89.

[399] «et Seneca tradidit, Iulium Montanum poetam solitum dicere
involaturum se Vergilio quaedam» etc. DONAT. _Vit. Verg._ p. 61. In ciò
che ci rimane di Seneca il vecchio questo luogo non si ritrova.

[400] «Nisus grammaticus audisse se a senioribus aiebat» etc. DONAT.
_Vit. Verg._ p. 64.

[401] Molta confusione regna fra gli eruditi circa gli scritti che
portano il nome di Donato. È d'uopo dunque notare che la maggiore
biografia che possediamo appartenne al commento oggi perduto di
ELIO CLAUDIO DONATO, e non fa parte di quello superstite di TIBERIO
CLAUDIO DONATO. A quest'ultimo essa fu attribuita erroneamente da
più dotti, quali FABRICIO, GRÄFENHAN (_Gesch. d. class. Philol. im
Alterth._ IV, p, 317) ed altri. REIFFERSCHEID (op. cit., p. 400 sg.)
ha provato chiaramente l'erroneità di questa opinione. Ridestando però
la controversia L. VALMAGGI (_La biografia di Virgilio attribuita al
grammatico Elio Donato_ in _Riv. di filol. class._ 1886 p. 1 sgg.)
ha voluto dimostrare con un lavoro d'indagine minuta, che «quella
biografia non può essere di Donato e nemmeno può rappresentare
l'originale di Svetonio, sibbene essa appartiene ad un anonimo commento
alle Bucoliche, una delle cui fonti principali fu il commento perduto
di Elio Donato o forse più probabilmente quello di Servio.»

[402] Delle molte edizioni di questa biografia io adopero e cito
costantemente (come già dissi) quella del REIFFERSCHEID che, come
di diritto, ha restituito a Svetonio tutta la parte genuina di essa,
_Svetoni praeter Caesarum libros reliquiae_, Lips. 1860, p. 54 sgg.
Per la critica e la storia di questa antica biografia è indispensabile
consultare l'importante lavoro dell'HAGEN, il quale ne ha dato una
nuova edizione critica (_Scholia Bernensia ad Vergil. Bucol. et Georg._
p. 734 sgg.), aggiungendo anche quella parte relativa alla poesia
bucolica che nel commento di Donato veniva immediatamente dopo la
biografia. Ved. anche NETTLESHIP, _Ancient lives of Virgil_, Oxford
1879; BECK _ad Verg. vit. Svetonian._ in _Jahrbb. f. Philol._ 1886 p.
502 sgg.

Il WÖLFFLIN pubblicò nel _Philologus_ del 1866 (p. 154) la prefazione
di Donato, che trovasi premessa alla biografia in un codice parigino
coll'indirizzo «Fl. (legg. Ael.) Donatus L. Munatio suo salutem.»
L'editore, il BAEHR (p. 367) ed altri hanno erroneamente considerato
quel testo come una prefazione alla biografia; il che, come nota
Baehr, a causa delle parole che in esso s'incontrano «de multis pauca
decerpsi» starebbe contro l'idea che questa sia tutta desunta da
Svetonio. Ma basta leggere con qualche attenzione quello scritto per
accorgersi che esso non è una prefazione alla sola biografia, bensì
a tutto il commento. Certamente alle interpretazioni del commento
si riferisce ciò che Donato dice della propria opinione mescolata
all'altrui (admixto sensu nostro), e non ad altro si possono riferire
le parole della fine «si enim haec grammatico, ut aiebas, rudi ac nuper
exorto viam monstrant ac manum porrigunt, satis fecimus iussis.»

Da questa prefazione apparisce che tutto quel lavoro di Donato era
essenzialmente una compilazione, quantunque ci mettesse anche del suo,
come dice egli stesso, e come si rileva anche da Servio. Egli fece come
Macrobio nel riferire le idee e i fatti appresi da altri; cioè, senza
citare per lo più i nomi, riferì esattamente le parole degli scrittori
adoperati: «Agnosces igitur saepe in hoc munere conlatitio sinceram
vocem priscae auctoritatis. Cum enim liceret usquequaque nostra
interponere, maluimus optima fide, quorum res fuerat eorum etiam verba
servare.» Ciò trova la sua applicazione anche nella biografia tolta di
peso da Svetonio.

Sui MSS. e sul testo di questa biografia cf. HAGEN, op. cit., p. 676
sgg. 683 sgg.

[403] Notevole e non incredibile è il fatto che viene aggiunto a quella
notizia: «quae _arbor Vergili_ ex eo dieta atque etiam consecrata
est, summa gravidarum ac fetarum religione et suscipientium ibi et
solventium vota.» DONAT. _Vit. Vergil._ p. 55.

[404] L'_Anthologia latina_ offre qualche epigramma da servire
d'epigrafe a ritratti del poeta; n. 158 (R.). È singolare però che in
tanta fama non mai interrotta di Virgilio non ci sia giunto un ritratto
di lui che possa credersi intieramente fedele. I busti di Virgilio
furono, singolarmente nelle biblioteche pubbliche (Cf. SVETON. IV,
34) e private, cosa comunissima nell'antichità, fino agli ultimi tempi
della decadenza. Citeremo più sotto una epigrafe del V secolo che si
riferisce ad un ritratto di Virgilio. Anche antico è l'uso di ornare
i manoscritti virgiliani col ritratto del poeta (cfr. MARTIAL. XIV,
186) e durò sempre fino al risorgimento. Il più antico che possediamo
è quello ben conosciuto, che adorna il noto codice romano, riferito da
taluni al IV o V sec. Ma presto in queste miniature invalse l'arbitrio,
e l'uso di rappresentare uno scrittore qualunque, senza dare un
ritratto propriamente detto. Difatti quella miniatura vaticana offre
un tipo assai mal determinato e insignificante, quantunque, ripetuto
uguale in tre luoghi del volume, possa sembrare una copia barbara di
un ritratto tradizionale che già ornava MSS. assai più antichi. Nel
medio evo poi e nel risorgimento non si badò punto alla fedeltà, e le
numerose imagini del poeta che ornano i manoscritti offrono i tipi
più diversi, arbitrari e fantastici. Talvolta il poeta ha la barba,
anche gran barba, talvolta non ne ha punta; ha lunga zazzera, non
ne ha, o è anche calvo; porta il berretto frigio ecc. Nei molti che
ho potuto vedere ho trovato affatto assente ogni unità d'ideale. I
numerosi codici di Dante nei quali trovasi rappresentato del tutto
arbitrariamente questo poeta, benchè tanto più prossimo e di figura più
noto di Virgilio, provano quanto poco si badasse alla somiglianza in
quelli ornamenti.

Due miniature che rappresentano Virgilio, una delle quali di Simon
Memmi, ha pubblicato MAI in _Virgilii Maronis interpret. vet._ Mediol.
1818. Quella del cod. rom. fu più volte riprodotta. Su queste miniature
e sul busto che conservasi in Mantova ved. VISCONTI, _Icon. rom._ p.
385 sgg.; LASUS, _Museo di Mantova_ I, p. 5 sgg.; CARLI, _Dissert.
sopra un antico ritratto di Virgilio_, Mantova 1797; MAINARDI,
_Dissert. sopra il busto di Virgilio della R. Accad. di Mantova_,
Mantova 1833; RAOUL ROCHETTE in _Journal des Savants_, 1834, p. 68
sgg.; _Beschreibung von Rom_, II, 2, p. 345 sg.; MÜLLER, _Handb. d.
Archäol. d. Kunst_ p. 734; DE NOLHAC, _Les peintures des manuscripts de
Virgile_ in _Mél. d'arch. et d'hist. de l'École fr. de Rome_ V (1884)
p. 327 tav. XI.

[405] Intorno a questa breve biografia ristampata anche dal
REIFFERSCHEID (_Svet. reliq._ p. 52 sg.) veggasi quanto nota STEUP (_De
Probis grammaticis_, Ien. 1871, p. 120 sgg.), il quale sostiene ch'essa
faceva parte del commento di un Valerio Probio iuniore.

[406] REIFFERSCHEID ha creduto (_Svet. reliq._ p. 398 sg.) che la
biografia che porta il nome di Servio non sia realmente di questo
grammatico, e che quella che costui scrisse e trovasi citata da lui
stesso nella introduzione alle Bucoliche, sia perduta. Contro questa
idea, accettata da BÄHR (R. L. p. 366) e da TEUFFEL (R. L. p. 389)
veggansi i buoni argomenti di HAGEN (_Schol. Bern._ p. 682), il quale
ci fa sapere che quella biografia Serviana leggesi anche in un MS.
bernense del secolo VIII-IX.

[407] La biografia che porta il nome di Donato trovasi accresciuta di
un numero di notizie assurde o prive di ogni carattere d'autenticità in
taluni MSS., dei quali i più antichi fino ad ora noti non vanno al di
là del sec. XIV (cf. HAGEN, _Scholl. Bern._ p. 680, ROTH in _Germania_
IV, p. 285). Scevra affatto da queste interpolazioni trovasi essa
in altri manoscritti che risalgono fino al X e al IX secolo. Anche
indipendentemente dalla natura delle notizie che riferiscono, queste
interpolazioni, per la lingua e per lo stile, sono tali da non lasciar
credere ch'esse siano aggiunte fatte da Donato al testo di Svetonio.
Nondimeno l'idea di ROTH (_Germania_ IV, p. 286 sg.) che esse debbano
attribuirsi a qualche dotto napoletano della prima metà del sec. XII,
è senza dubbio erronea. Quantunque i MSS. interpolati non differiscano
fra loro pel numero e la qualità delle interpolazioni, è chiaro che
queste non sono il prodotto di un solo uomo nè di un sol tempo; il
contenuto di alcuna di esse trovasi già in Servio, in Cassiodoro, in
Aldelmo. Il dotto napoletano avrebbe quindi dovuto fare un'opera di
erudito che sorprenderebbe in un uomo del suo tempo. Inoltre il Roth
non ha pensato che, per quanto povera cosa siano queste interpolazioni,
pure nel loro assieme esse sono assai meno rozze di quello si potrebbe
aspettare dalle idee e dalla cultura di uno scrittore della Italia
meridionale del sec. XII.

Racconti falsi di varia natura intorno a Virgilio incominciarono
ad aver corso assai di buon'ora, ed in parecchie di queste stesse
interpolazioni è impossibile non riconoscere aneddoti che andavano
attorno per le scuole dei grammatici ai tempi della decadenza; sarebbe
del tutto irragionevole credere che tutte le biografie del poeta messe
assieme in varie guise, copiando, compendiando, compilando, da tanti
grammatici di quell'epoca, rimanessero affatto scevre da aneddoti
di questa natura. Io non esito menomamente a credere che Aldelmo e
Cassiodoro leggessero già in qualche biografia del poeta quei tali
aneddoti ai quali alludono come a cosa ben nota, e che poi ritroviamo
fra le interpolazioni della biografia Donatiana, o Svetoniana. Può
essere che alla stessa biografia di Svetonio lasciata tal quale da
Donato, un qualche altro grammatico, copiandola o abbreviandola,
aggiungesse i racconti della scuola. Comunque sia, tutto mi conduce a
dover riconoscere nelle interpolazioni che oggi ci rimangono in MSS.
poco antichi, un nucleo assai antico, il quale già trovavasi in qualche
biografia anteriore al VI secolo, e che poi si è venuto accrescendo
nelle varie epoche del medio evo, fino forse al XII secolo, al quale
può credersi appartenga uno degli aneddoti aggiunti, diverso per natura
dagli altri, del quale parleremo a suo luogo.

[408] _Scholia Bern._ p. 996 sgg.

[409] Evidentemente a questo fatto si riferisce, come una variante,
l'esametro «Iuppiter in coelis, Caesar regit omnia terris», a cui
trovasi premesso il titolo «Vergilius de Caesare»; _Anth. lat._ n.
782 (R.). Quantunque questo esametro non trovisi che in codici dei
secoli XIV e XV, pure lo credo assai antico. RIESE, (_Jahrbb. f.
Philol._ 1869, p. 282) crede (con poco fondamento) di riconoscere una
reminiscenza di questo verso nell'_Elegia de Nuce_, v. 143: «sed neque
tolluntur, nec dum regit omnia Caesar, Incolumis» etc.

[410] _Anth. lat._ n. 256, 267 (R.).

[411] «ut est illud: Divisum imperium cum Iove Caesar habet.» CASSIOD.
_De Orthogr._ c. 3 (quel capitolo di Cassiodoro è desunto dall'opera di
un ignoto grammatico, CURZIO VALERIANO).

[412] ALDELMO cita come di Virgilio, «in tetrastichis theatralibus»
il verso «Sic vos non vobis mellificatis apes» ALDH. opp. ed. GILES
p. 309. Ved. MANITIUS _Aldhelm u. Beda_, Wien 1886, p. 27. Quella
espressione «in tetrastichis theatralibus» prova che questi versi
erano allora soltanto due distici, quali appunto leggonsi nel cod.
Salmasiano, nel quale il verso citato è il pentametro del secondo
distico. È chiaro del resto, anche per altre ragioni, che gli altri
tre pentametri nei quali vien ripetuto in tre variazioni ed anche con
rima intrecciata il «sic vos non vobis» sono un'aggiunta posteriore.
Essi trovansi però già in codd. del X secolo. I due ultimi mancano
in qualche manoscritto di DONIZONE (XI sec.), che riferisce anch'egli
l'aneddoto; _Vit. Math._ ap. MURATOR. _Scriptor. rer. it._ V, p. 360.

[413] HAGEN, (_Jahrbb. für Philol._ 1869, p. 734) crede che la
narrazione con cui quei versi trovansi introdotti nella biografia
interpolata non possa essere anteriore al XII secolo. Ma è evidente
che i versi son tali da supporre già quella narrazione, la quale è
senza dubbio tanto antica quanto essi. Quanto alla forma di questa
narrazione, determinarne l'epoca è arduo, ma sicuramente essa non
contiene nulla che possa distogliere dal riferirla ad un'epoca del
medio evo anteriore al XII secolo. Comunque sia, che i due distici
fossero già introdotti in quella biografia virgiliana nell'epoca
in cui fu compilato il contenuto del cod. Salmasiano, è cosa di cui
non dubito. Questi due epigrammi, e gli altri due 261, 264 (R.) che
trovansi così prossimi fra loro in quel codice, e ritrovansi tutti
nella biografia, evidentemente sono desunti da questa. Notevole è
sotto questo aspetto il n.º 264, che non è altro se non il distico di
Properzio «Cedite romani» etc. citato nella biografia. Certamente prima
del XII secolo (verso la metà dell'XI) fu scritto il libro _Cnutonis
regis gesta_ in cui è citato il «Nocte pluit» etc. come virgiliano.

[414] HAGEN (JAHRBB. F. PHILOL. 1869, p. 734) ha pensato anch'egli ad
una simile spiegazione, salvo che del tutto gratuitamente ha creduto
dover richiamare a tal proposito la leggenda popolare del Virgilio
mago, che non c'entra per nulla. Quand'egli dice che da questa maniera
di versi all'idea del mago non c'era che un passo, ci mostra di non
aver studiato questo soggetto colla consueta sua diligenza.

[415] «Si quotiens peccant homines» etc. OVID. _Trist._ II, 33.

[416] Cicerone morì nel 711 di Roma; le ecloghe non sono certamente
anteriori al 713. Cf. RIBBECK, _Prolegomm._ p. 8 sg. Anacronismi simili
non sono rari, ed un altro ne offre qualche MS. che attribuisce a
Virgilio le due note elegie, certamente antiche, relative a Mecenate
già morto. (Cf. RIBBECK, _Appendix Vergil._ p. 61, 192 sgg.). Quando
Mecenate morì, Virgilio era morto già da undici anni. Però in simili
errori già si cadeva facilmente assai prima del medio evo. MARZIALE,
di meno che un secolo discosto dal poeta, dice lestamente: (IV, 14):
«Sic forsan tener ausus est Catullus, Magno mittere passerem Maroni,»
dimenticando che Catullo morì quando Virgilio non avea più di 16 anni.

[417] «Dicitur autem (ecloga VI) ingenti favore a Vergilio esse
recitata, adeo ut, cum eam postea Cytheris meretrix cantasset in
theatro, quam in fine Lycoridem vocat, stupefactus Cicero cuius esset
requireret, et cum eum tandem aliquando agnovisset, dixisse dicatur et
ad suam et illius laudem: Magnae spes altera Romae; quod iste postea ad
Ascanium transtulit, sicut commentatores loquuntur.» SERVIUS _ad Ecl._
VI, 11.

[418] Lodare il poeta colle stesse parole sue non era cosa punto
insolita; RUSTICO nella sua lettera a papa Eucherio (sec. V) riferisce
il seguente epigramma, da lui letto sotto una imagine di Virgilio nel
quale al poeta vengono applicati tre versi dell'Eneide (I, 607 sgg.):

    «Vergilium vatem melius sua carmina laudant;
    In freta dum fluvii current, dum montibus umbrae
    Lustrabunt convexa, polus dum sidera pascet,
    Semper honos nomenque tuum laudesque manebunt.»

Ved. SIRMOND. _ad Sidon._ p. 34.

[419] «... ea tuba cum volo loquor quae ubique et diutissime audietur»
DONAT. _Vit. Verg._ p. 68.

[420] «Cui et illud aptari potest quod Vergilius, dum Ennium legeret, a
quodam quid faceret inquisitus, respondit: aurum in stercore quaero.»
CASSIOD. _De iustit. div. litt._ cap. 1. «Cum is (Maro) aliquando
Ennium in manu haberet rogareturque quidnam faceret, respondit se aurum
colligere de stercore Ennii.» DONAT. _Vit. Verg._ p. 67.

[421] «... alii volunt ut a vere Vergilius, quasi _vere gliscens_ idest
crescens, sit nominatus. Erat enim magnae philosophiae praeclarissimus
praeceptor et multiplex sicuti vernalia incrementa» HAGEN, _Scholl.
bernen._ p. 997.

[422] Ved. HEYNE, _ad Donat. vit. Vergil._ § 22.

[423] «De eo potest dici illud oratoris: Omne tenet punctum; de quo
ait Macrobius: Vergilius nullius disciplinae expers fuit; unde dictum
est de eo: Hic est musarum etc....; potest dici illud psalmistae: Omnia
quaecumque voluit fecit.» _Cod. Marcian. lat._ cl. XIII, n.º LVI, col.
2.ª

«Ideo Vergilius proprio nomine vates vel poeta antonomastice
nuncupatur, sicut beatus Paulus apostolus, et Aristoteles philosophus.»
Ib. col. 3.ª

[424] «et fuit magnus magicus, multum enim se dedit arti magicae ut
patet ex illa ecloga «Pastorum musam Damonis et Alphesiboei» col. 8.ª;
«ex faucibus sanguinem spuebat sed per medicinam se sanabat, erat enim
magnus medicus et astrologus» col. 13.ª

[425] _Formosam_ etc... «Tropice ad Maronem hoc dicitur docentem in
Roma artem poeticam. Amaryllis Romam allegorice significat.» HAGEN,
_Scholl. bern._ p. 1000.

[426]

  Omerus waes,              Omero era,
  east mid Crecum,          in oriente fra i Greci,
  on thaem leod-scipe       in quella nazione
  leotha craeftgast,        il più abile de' poeti,
  Firgilies                 di Virgilio
  freond and lareow,        amico e maestro,
  thaem maeran sceope       di quel grande bardo
  magistra betst.           il miglior de' maestri.

_Metres of Boeth._ ed. Fox p. 137. Questa versione metrica di Boezio è
attribuita a re Alfredo, ma a torto, come prova WRIGHT, _Biogr. brit.
lit.; Anglo-sax. period_, p. 56 sg. 400 sgg.

[427] «legimus vero, quod Sibylla decem eclogas Vergilii in senatu
saltavit.» PASCH. RATHB. _in Matth. Ev._ c. 35; in _Bibl. max. vett.
patr._ XIV, p. 130.

[428] «Vergilius igitur repatrians, dulcibus Athenis relictis etc. etc.
Sed quid? Rara fides ideo est quia multi multa loquuntur. Hoc adiicio
quia postquam librum Vergili _De culice_ inspexi, alium esse tenorem
relationis adverti. Ut enim refert Vergilius, pastor quidam» etc. ALEX.
NECKAM, _De naturis rerum_ (ed. WRIGHT, Lond. 1863), cap. 109, p, 190
sg.

[429] «ab Augusto usque ad sestertium centies honestatus est.» PROR.
_Vit. Vergil._ (ap. REIFFERSCH. _Sveton._ etc. p. 53).

[430] «et constat hunc librum tanta pronuntiatione Augusto et Octaviae
esse recitatum, ut fletu nimio imperarent silentium, nisi Vergilius
finem esse dixisset, qui pro hoc aere gravi donatus est.» SERVIUS, _ad
Aen._ VI, 862. Cfr. MOMMSEN, _Geschichte des römischen Münzwesen_, p.
303.

[431] «... defecisse fertur (Octavia), atque aegre focillata dena
sestertia pro singulo versu Vergilio dari iussit.» DONAT. _Verg. vit._
p. 62.

[432]

    «Liber cum rebus, Maro, cunctis esto diebus
    Et de thesauro Iulii sis dives in auro.

Certe pro duobus carminibus a Iulio Caesare est honoratus duplici
honore Vergilius.» _Ad Henric. IV imp._; Lib. I, 30. (Ap PERTZ, XIII,
p. 610).

[433] _Vit. Mathild._, ap. MURATORI, _Scriptorr. rer. it._ V, p. 360.

[434] «Nam si Virgilius, maximus poetarum, apud Octavianum imperatorem
tantum promeruit ut pro duobus quos ad laudem sui ediderat versibus,
Neapolis civitatis, simulque Calabriae dominatus caducam ab eo
receperit retributionem, multo melius etc.» _Alloq. ad reg. Roger._
ap. MURATORI, _Scriptorr. rer. it._ V, p. 644. A questa munificenza di
Augusto verso Virgilio allude anche GUGLIELMO PUGLIESE nella chiusa del
suo poema:

    «Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;
     mente tibi laeta studuit parere poeta;
     semper et auctores hilares meruere datores.
     Tu, duce romano dux dignior Octaviano,
     sis mihi, quaeso, boni spes, ut fuit ille Maroni.»

Ap. MURATORI, _Script. rer. it._ V, p. 278.

[435] Essa è fondata sulla biografia di Svetonio, letta presso Donato;
le poche discrepanze sono di nessun momento. Cf. REIFFERSCHEID,
_Sveton. praet. Caes. reliqq._ p. 403 sg., il quale ha accolto nel suo
libro anche questo testo (p. 68 sgg.), stampato in molte raccolte e per
ultimo nell'_Anth. lat._ del RIESE n.º 671.

[436]

    «Iugera perdiderat miserae vicina Cremonae
       flebat et abductas Tityrus aeger oves;
     Risit Tuscus eques paupertatemque malignam
       reppulit et celeri iussit abire fuga»

                       _Mart._ VIII, 56.

[437] SIDON. _Carm._ III, IV; _Auct. panegyr. Pison._ v. 217 sgg. Cf.
HAUPT in _Hermes_ III, p. 212.

[438] Pubblicata dall'USENER in _Rh. Mus._ XXII, p. 628 da un codice
sangallense del sec. X nel quale quella composizione porta il titolo
_Maro Maecenati salutem._ Essa leggesi anche in altri codici, ma senza
quel titolo. Il RIESE l'ha accolta nella sua _Anth. lat._ n.º 686. (Cf.
vol. I, p. 2, p. XXIII). Nè l'Usener nè il Riese si sono accorti del
vero soggetto di questa poesia, ma hanno creduto riconoscere in essa
un carme lamentevole sulle tristi condizioni dell'Italia occupata dai
barbari. — DONIZONE, nella disputa fra Mantova e Canossa, discorre
anch'egli a lungo di questo fatto della vita virgiliana, con qualche
particolarità che non è nella biografia. _Vit. Mathild._ ap. MURATORI,
_Scriptor. rer. it._ V, p. 360.

[439]

    «Tristia fata tui dum fles in Daphnide Flacci
     Docte Maro, fratrem dis immortalibus aequas»

                   _Anth. lat._ n.º 778 (R.).

[440] «Iusserat haec rapidis» etc. DONAT. _Vit. Verg._ p. 63, riferiti
nelle varie edizioni dell'_Anth. lat._ Tre distici diversi, ma di
egual significato, trovansi premessi agli argomenti in versi dei libri
dell'Eneide, che portano il nome dello stesso Sulpicio. L. MÜLLER (_Rh.
Mus._ XIX, p. 120) crede con ragione che i distici originali siano
quelli riferiti nella biografia.

[441] «Temporibus laetis» etc. _Anth. lat._ n.º 242 (R.). Le più
antiche edizioni di Virgilio ed anche alcuni MSS. attribuiscono questi
versi a CORNELIO GALLO. In un cod. vaticano (n.º 1586) del sec. XV
leggesi: «Egerat Vergilius cum Varrone (vuol dire Vario) ante quam de
Italia recessisset, ut si quid sibi accideret, Aeneidam combureret,
quod adimplere volens et Cornelius Gallus hoc sentiens, Caesari pro
parte Romanorum et totius orbis supplicavit ne combureretur, in hunc
modum videlicet: Temporibus laetis etc.»

[442] _Anth. lat._ n.º 672 (R.). Questa declamazione in versi fu
celebre e qualcuno, anche dei moderni, la citò sul serio come cosa
d'Augusto. Di una antica imitazione di essa non rimane che la chiusa
(«Nescio quid, fugiente anima» etc.), _Auth. lat._ n.º 655 (R.).
Notiamo, per saggio dell'enfasi l'ultimo verso, in cui Augusto dice di
Virgilio:

              «aeterna resonante Camoena
    Laudetur, placeat, vivat, relegatur, ametur!»

[443] DONAT. _Vit. Verg._ p. 58; _Anth. lat._ n.º 261 (R.). L'epitafio
del vescovo Mamerto, in cui si riconosce una reminiscenza del primo
verso di quell'epigramma, prova che esso era ben noto alla fine del
secolo IV; cf. L. MÜLLER in _Jahrbb. für Philol._ (1866) p. 865. Anche
in un distico (v. 43 sg.) dell'_Elegia de Nuce_ il RIESE ha notato una
reminiscenza del secondo verso del distico virgiliano, deducendone
però conseguenze illegittime sull'età di quella elegia. L'epigramma
contro Balista rimase notissimo nella decadenza e nel medio evo,
indipendentemente dal _Liber epigrammaton_ di Virgilio, a cui forse
appartenne.

[444] In due di queste imitazioni il distico è compendiato in un verso;
PHOC. _Vit. Verg._ v. 15 sgg.

[445] Cfr. su questi poeti SCHENKL, _Zur Kritik späterer lateinischen
Dichter_ (_Sitzungsbericht. der Wien. Akad._ 1863, Iuni), p. 52 sgg.

[446] Ved., per es., gli esercizi sui quattro versi d'Ovidio relativi
alle quattro stagioni. (_Metam._ II, 27 sgg.), n.º 566 sgg. (R.).

[447] «Mantua me genuit» etc. DONAT. _Vit. Verg._ p. 63. Imitato
trovasi già questo distico in un verso dell'epitafio composto da un
grammatico in onore di Lucano: «Corduba me genuit, rapuit Nero, praelia
dixi» il quale trovasi già citato da ALDELMO (VII sec.): cf. L. MÜLLER
in _Jahrbb. f. Philol._ XCV (1867) p. 500; USENER, _Scholia in Lucani
Bellum civile_, p. 6.

[448] _Anth. lat._ n.º 507-518, n.º 555-566 (R.).

[449] Vedi intorno a questi L. MÜLLER, _Ueber poetische Argumente zu
Virgils Werken_ in _Rhein. mus._ XIX, p. 114 sgg.

[450] _Anth. lat._ n.º 2 (R.), da codici del IX sec.; cfr. anche
RIBBECK _Prolegg._ p. 379.

[451] _Anth. lat._ n.º 1, 634, 654, 591, 653, 874.

[452] _Anth. lat._ n.º 717 (R.).

[453] _Anth. lat._ n.º 1 (R.); RIBBECK, _Prolegomm._ p. 369 sgg.; L.
MÜLLER, op. cit., p. 115 sgg., il quale con ragione opina che possano
essere opera di un africano del V o VI secolo.

[454] _Anth. lat._ (R.) n.º 713 (Virgilio e Omero); l'epigramma n.º
777 «Vate Syracosio» etc. (Virgilio, Teocrito, Esiodo, Omero) era
forse premesso a qualche raccolta delle poesie minori e giovanili di
Virgilio (cf. L. MÜLLER in _Jahrbb. f. Philol._ 1867, p. 803 sg.). Non
credo sia stato avvertito da altri che l'epigramma n.º 788: «Maeonium
quisquis romanus nescit Homerum, Me legat et lectum credat utrumque
sibi» è fatto evidentemente sullo stampo del primo distico dell'_Ars
amatoria_: «Si quis in hoc artem populo non novit amandi, Me legat
et lecto carmine doctus amet.» Generalmente la notizia di quei tre
autori imitati da Virgilio era sempre premessa dai grammatici alle
esposizioni, come si rileva da tutti i commenti e dalle biografie a
questi premesse.

Come Virgilio è posto a raffronto di Omero, così Lucano è paragonato
a Virgilio nell'epigr. 233 (cf. SCHMITZ e L. MÜLLER in _Jahrbb. f.
Philol._ 1867, p. 799). Al medio evo inoltrato appartiene l'epigramma
su Virgilio n.º 855 (MEYER), perciò escluso da RIESE: «Alter Homerus
ero vel eodem maior Homero, Tot clades numero dicere si potero.» Questi
due versi che in realtà non hanno che fare con Virgilio, fanno parte
di una poesia medievale sulla caduta di Troia; Cfr. DU MÉRIL, _Poésies
popul. lat. ant. au XII sièc._ p. 313.

[455]

    «De numero vatum si quis seponat Homerum,
       Proximus a primo tunc Maro primus erit.
     At si post primum Maro seponatur Homerum,
       Longe erit a primo, quisque secundus erit.»

Epigramma attribuito ad ALCIMO AVITO; _Anth. lat._ n.º 740 (R.). Cf.
QUINTILIAN. X, 1, 86 e la p. 27 del presente volume.

[456]

    «Qui modica pelagum transcurris lintre Maronis
       Bis senos Scyllae vulgo cave scopulos.
     Sed si more cupis nautae contingere portum
       Carbasus ut Zephyris desine detur ovans;
     Tumque satis lustra reliquos ope remigis amnes;
       Sic demum cymbam portus habebit opis.»

Pubbl. da L. MÜLLER da un codice del sec. X-XI, _Rheinisches Museum_
XXIII, p. 657; RIESE, _Anth. lat._ n. 788. Forse i 12 scogli sono i 12
luoghi inesplicabili di cui abbiam detto sopra p. 76 sg.

[457] Ved. i n.i 46 (_de Turno et Pallante_), 77 (_de Niso et Euryalo_)
99 (_de Laoconte_), 924 (_in Aeneam_) dell'_Anth. lat._ (R.).

[458] _Anth. lat._ (R.) n.º 255, 223 (attribuito a CORONATO) 244. Lo
stesso tema del n.º 223 trovasi trattato in prosa in una declamazione
di ENNODIO (Dist. 28.º, _Verba Didonis_ etc.). Si veggano, per farsi
un'idea di queste declamazioni versificate, anche all'infuori dei temi
virgiliani, i n.i 128 e 23, quest'ultimo singolarmente.

[459] _Anth. lat._ n.º 83 (R.).

[460] DU MÉRIL, _Poésies populaires latines antérieures au XII siècle_,
p. 309 sgg. Su di una riduzione medievale dell'Eneide in distici ved.
HAGEN in _N. Jahrbb. f. Philol._ CXI, 10, p. 696 sgg.

[461] ZAPPERT (op. cit. not. 53, p. 20 sgg.) ha riunito un gran numero
di esempi di reminiscenze virgiliane che si trovano in numerose poesie
latine del medio evo dal V al XII secolo. Questa raccolta non è che un
piccolo saggio, nè dà una idea adeguata della cosa; una simile potrebbe
farsene per Ovidio e anche per altri poeti antichi. Una disamina
completa ed esatta degli elementi virgiliani nelle poesie latine del
medio evo sarebbe intrapresa colossale e non farebbe che confermare ciò
che già risulta evidente da fatti fondamentali di cui quello non è che
una necessaria conseguenza.

[462] Senza successo ha tentato un'apologia della poesia latina
medievale LEYSER, _De ficta medii aevi barbarie, imprimis circa poesiam
latinam._ Helmst. 1719. Con qualche miglior fondamento ha scritto
nello stesso senso WRIGHT il suo saggio: _On the anglo-latin poets of
the twelfth century_ (nei suoi _Essays on subjects connected with the
literature, popular superstitions and history of England in the middle
ages._ Vol. I, p. 176-217). Ma quanto si può concedere si riduce a
ben poche e mediocri eccezioni. Cfr. anche BAEHER, _Geschichte d. röm.
Literatur im Karolingischen Zeitalter_, cap. II; EBERT, _Allgem. Gesch.
d. Litt. d. Mittelalters im Abendlande_. Leipz. 1874-87.

[463] Veggasi la storia notevole di questa fusione di elementi
eterogenei, nella dotta opera di PIPER, _Mythologie der christlichen
Kunst, von der ältesten Zeit bis in's sechszehnte Jahrhundert._ Weimar,
1847-51.

[464]

    «Sed stylus ethnicus atque poeticus abiiciendus;
      Dant sibi turpiter oscula Iupiter et schola Christi.»

                  BERNARD. MORLAN. _De contempt._ p. 86.

[465]

    «Vix muttire queo, mutum, precor, os aperito,
      Ipse docens asinam quae doceat Balaam.»

HERIGER, (saec. X) _Gest. Episc. Leodiens._ ap. PERTZ, _Mon. Germ._ IX,
107; Cfr. i luoghi di PAOLINO NOLANO, SIGEBERTO e d'altri riferiti da
ZAPPERT, op. cit., not. 61.

[466] Ben poche eccezioni a questo ch'io dico possono trovarsi nei vari
lavori che più dotti hanno consecrati agli studi greci del medio evo.
Veggansi: CRAMER, _De Graecis medii aevi studiis_, Sundiae 1849-1853;
LE GLAY, _Sur l'étude du grec dans les Pays-Bas avant le quinzième
siècle_, Cambrai, 1828; EGGER, _L'Hellenisme en France_, Paris, 1869;
YOUNG, _On the history of Greek Literature in England from the earliest
times to the end of the reign of James the first_, Cambridge, 1862;
WARTON, _On the introduction of learning in England, nel I.º vol.
della sua History of english poetry._ London, 1840, p. LXXXII sgg.;
GRADENIGO, _Intorno agli italiani che dal secolo XI infin verso la
fine del XIV seppero di Greco_, in _Miscellanea di varie operette._
Tom. VIII, Venezia 1744; TOUGARD, _L'hellénisme dans les écrivains du
moyen-âge du VII au XII siècle_, Paris, 1886; TRAUBE _Philol. Unters.
aus d. Mittelalt._ (Abhandlgn d. bayer. Ak. d. Wiss. XIX, 2), München
1891, p. 52 sgg. 65. Una storia degli studi greci nell'Italia medievale
è lavoro che rimane ancora da fare e che presenterebbe un interesse
tutto speciale, benchè le influenze esercitate in talune nostre
provincie sulla cultura dalla dominazione bizantina fossero in realtà
assai minori di quello alla prima sembrerebbe doversi credere.

[467] UGONE DA TRIMBERG (XIII sec.) colloca questo Omero latino dopo
Stazio e ne dice la ragione, che prova appunto la niuna conoscenza
diretta di Omero in occidente nel medio evo:

    «Sequitur in ordine Statium Homerus
      qui nunc usitatus est, sed non ille verus
      nam ille Graecus extitit graeceque scribebat,
      sequentemque Vergilium Aeneidos habebat,
      qui principalis extitit poeta latinorum;
      sic et Homerus claruit in studiis Graecorum.
      Hic itaque Vergilium praecedere deberet,
      si latine quispiam hunc editum haberet.
      Sed apud Graecos remanens nondum est translatus;
      hinc minori locus est hic Homero datus,
      quem Pindarus philosophus fertur transtulisse
      Latinisque doctoribus in metrum convertisse.»

Ved. HAUPT, in _Monatsschrift d. Berl. Akad._ 1854, p. 147; cfr.
L. MÜLLER, _Homerus latinus_ in _Philologus_ XV, p. 475 sgg. ed in
_Rheinisches Museum für Philolog._ N. F., XXIV, p. 492 sg. DÖRING,
_Ueber d. Homerus Latinas_, Strassb. 1884.

Generalmente quando gli scrittori del medio evo parlano di un Omero
allora letto e conosciuto, va inteso di questo Omero latino. Se a ciò
avesse badato WRIGHT non avrebbe detto (_Biograph. Brit. lit._ I, p.
40) che Omero fu letto nelle scuole d'occidente fino al XIII secolo, il
che è un grosso errore.

[468] «Sciamus tamen non in solis litteris positam esse prudentiam, sed
sapientiam dare Deum unicuique prout vult... si tamen, divina gratia
suffragante, notitia ipsarum rerum sobrie ac rationabiliter inquiratur,
non ut in ipsis habeamus spem provectus nostri, sed per ipsa
transeuntes desideremus nobis a Patre luminum proficuam salutaremque
sapientiam debere concedi.» CASSIOD. _Instit. div._ c. 28.

[469] «Studiis saecularibus nimium deditus» _Anon. Zwettling_; cf.
HOCK, _Gerbertus_, c. 13.

[470] «Cum studia saecularium litterarum magno desiderio fervere
cognoscerem, ita ut magna pars hominum per ipsa se mundi prudentiam
crederei adipisci, gravissimo sum, fateor, dolore permotus, quod
scripturis divinis magistri publici deessent, cum mundani auctores
celeberrima procul dubio traditione pollerent.» CASSIOD. _Praef. ad
Div. inst._; «Unde miror satis quod non velint mystica Dei sacramenta
ea diligentia perscrutari qua tragoediarum naenias et poetarum figmenta
sudantes cupiunt investigare labore.» PASCHAS. RADBERT. (IX sec.),
in _Math._ p. 411 sg. (_Bibl. Patr. max._ XIV); «Alii autem studiis
incitati carminum ad naeniarum garrulitates alta divertunt ingenia,
famam autem veritatis ergo, Dei sanctorum memorando gesta.... fabulis
delectati, non pavent subcludere.» GUMPOLD. ap. PERTZ, _Mon. Germ.
hist._ IV, 213; «Cumque gentilium figmenta, sive deliramenta cum
omni studio videamus.... in gymnasiis et scholis publice celebrata
et cum laude recitata, dignum duximus ut sanctorum dicta et facta
describantur, et descripta ad laudem et honorem Christi referantur.»
_Hist. Eliensis_ ap. GALE, _Scriptores hist. brit._ p. 463.

[471] «Poetica carmina gentilia quae in iuventute didicerat respuit,
nec legere, nec audire, nec docere voluit.» THEGAN. _Vit. Ludov. Pii_,
§ 19.

[472] «Finis consummationis imperii romani fuit tempore Octaviani
imperatoris: ante quem et post quem sub nullo imperatore romanum
imperium ad tantum culmen pervenit: cuius anno 42 dominus noster J. C.
natus fuit, toto orbe romano sub uno principe pacato; ad significandum
quod ille rex coeli et terrae natus esset in mundo qui coelestia et
terrestria ad invicem concordaret.» ENGELBERT. ADMONT., _De ortu et
fine rom. imp._ 20. Questa idea è ripetuta tanto costantemente da tutti
i cronisti del medio evo che possiamo dispensarci dal riferirne qui
altri esempi. Veggansi sulle idee e le leggende cristiane relative ad
Augusto i numerosi luoghi di scrittori medievali raccolti da MASSMANN,
_Kaiserchronik_ III, p. 547 sgg. GRAF, _Roma nella memoria e nelle
immaginazioni del medio evo_ I, p. 308-331.

[473] Così, fra i tanti, in uno scritto speciale LASAULX, _Zur
Philosophie der röm. Geschichte_, München 1861 (_Atti dell'Acc. di
Baviera_) lavoro utile a consultarsi per la storia di quella opinione,
che la scienza deve rigettare, ma non può sopprimere.

[474] οί μὲν γὰρ ἐπὶ τῆς οἰκουμένης πάντες εἰσὶ ̔Ρωμαῖοι... σίχα γὰρ
θεοῦ συστῆναι τηλικαύτην ἡγεμονίαν ἀδύνατον. FL. JOSEPH. _B. I._ 2, 16,
4.

[475] Fra le molte espressioni di tale idea che si trovano negli
scrittori latini rammentiamo qui le parole che LIVIO (I, 16)
attribuisce a Romolo: «abi nuncia Romanis, Coelestes ita velle, ut mea
Roma caput orbis terrarum sit: proinde rem militarem colant, sciantque
et ita posteris tradant, nullas spes humanas armis romanis resistere
posse. Haec locutus sublimis abiit.»

[476] «Romanam urbem Deus praeviderat christiani populi principalem
sedem futuram.» THOMAS AQUIN. _De regim. princ._ I, 14. Cfr. DANTE
_Inf._ 2, 19, e così mille altri.

[477] Sul lungo dominio di questa idea e la sua gravissima storia
veggasi il bel libro, più volte ristampato dal 1866 fino al 1892 di I.
BRYCE _The holy roman Empire._

[478] Veggansi intorno a ciò e intorno all'uso storico che si fece del
famoso sogno di Daniele, o di Nabuchadnezar, gli appunti numerosi posti
insieme da MASSMANN, _Kaiserchronik_ III, p. 356-364.

[479] «Urbs aquensis, urbs regalis, Sedes regni principalis, Prima
regum curia» cfr. BRYCE _The holy roman Empire_ (ed. 1892) p. 72, 318.

[480] «Auditoribus usus erat lacialiter fari neque ausus est quisquam
coram magistro lingua barbara loqui.» BRUNO, _Vit. S. Adalberti_, 5
(ap. PERTZ, _Scriptor. rer. Germ._ IV, p. 577). È comunissimo negli
scrittori non latini del medio evo il chiamar sè stessi e la loro
lingua barbari. Possono bastare a dar saggio di ciò i luoghi notati
sotto la parola _barbarus_ negli indici dei vari volumi degli _Scriptt.
rer. Germ._ Veggasi anche la nostra nota a p. 163.

[481] La storia vasta e complicata di Roma medievale è un tema
entusiasmante egualmente pel credente e pel libero pensatore.
GIBBON, PAPENCORDT, GREGOROVIUS, REUMONT l'hanno studiata in sensi
diversi, e singolarmente i due ultimi, con forte espansione dei vari
ma egualmente grandi e vivi sentimenti ch'essa ispira. Gregorovius
nella sua opera compìta con grande larghezza di piano e di vedute,
si è mostrato, qual'era, dotto e poeta insieme, facendone un libro di
attraente lettura anche per gli estranei alla scienza. Ma il fascino
che Roma esercitò sulle menti e le fantasie medievali da niuno fu così
largamente e vivamente narrato e descritto come da ARTURO GRAF, _Roma
nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino (Loescher)
1882-3.

[482] Cfr. GRAESSE, _Die grossen Sagenkreise des Mittelalters_ p. 66;
BERGMANN, _La fascination de Gulfi_ p. 27 sg. e REIFFENBERG, _Chron.
rimée de Philippes Mouskes_, I, p. CCXXXVI, il quale annovera anche
alcuni moderni che han preso sul serio queste fole del medio evo.
Ved. anche ROTH, _Die Trojasage der Franken_ nella _Germania_ di
PFEIFFER I, 34 e sullo stesso tema ZARNCKE in _Sitzungsber. d. sächs.
Ges. d. Wiss._ 1868, p. 257 sgg. 284; BRAUN, _Die Trojaner am Rhein_,
Bonn 1856; CREUZENACH, _Die Aeneis etc. im Mittelalter_ p. 26 sgg.;
G. PARIS, _Historia Daretis Frigii de origine Francorum_ in Romania
III, p. 129 sgg.; BÜCHNER, _Les Troyens en Angleterre_, Caen 1867;
GRAF, _Roma_ etc. I, p. 22 sgg.; RYDBERG, _Undersökningar i germansk
Mythologi_ (Stockholm) I, p. 24 sgg.

[483] Cfr. DUNGER, _Die Sage vom trojanischen Kriege in den
Bearbeitungen des Mittelalters und ihren antiken Quellen_ (Leipz.
1869), p. 19.

[484] «Ille (Homerus) in laudem Graecorum, hic autem (Vergilius) in
gloriam Romanorum conscripsit.» _Vergil. vit._ (IX sec.) presso HAGEN,
_Scholl. bern._ p. 997. Altri si esprimono diversamente, considerandolo
come il cantore di Ottaviano, nel quale sta il culmine della grandezza
romana per gli uomini del medio evo: «Aeneida conscriptam a Vergilio
quis poterit infitiari ubique laudibus respondere Octaviani; cum
paene nihil aut plane parum eius mentio videatur nominatim interseri?»
_Cnutonis regis gesta_ (XI sec.) argum.

[485] Col ridestarsi dell'attività del laicato nascono fra le due
classi antagonismi ed antipatie, che talvolta trovansi espresse con
parole violente. Una iscrizione che leggesi nella chiesa di S. Martino
in Worms, dice:

    «Cum mare siccatur et daemon ad astra levatur
    Tunc primo laicus fit clero fidus amicus.»

[486] Ved. SPECHT, _Gesch. d. Unterrichtswes. in Deutschl._ p. 26.

[487] Ved. BÜDINGER, _Von den Anfängen des Schulzwangs_, Zürich, 1865,
p. 17.

[488] SPECHT, op. cit. p. 29.

[489] Cfr. SCHERER, _Ueber d. Ursprung d. deutschen Litteratur_, Berl.
1864 e WATTENBACH _Deutschl. Geschichtsquell._ (6ª ed.) I, p. 151 sg.

[490] TOMMASO DA CAPUA (sec. XII-XIII) distingue, nella _Summa
dictaminis_ (ap. HAHN, _Coll. mon._ I, 280) tre sorta di _dictamen_:
«prosaicum ut Cassiodori, metricum ut Vergili, ritmicum ut Primatis.»
Su questo PRIMATE che credesi sia il Primasso del nostro Boccaccio
(_Decam._ I, 7) ved. GRIMM, _Kl. Schrift._ III, p. 41 sgg. e P. MEYER,
_Documents manuscrits de l'anc. litt. de la France conservés dans les
bibl. de la Gr. Bret._ I, p. 16 sgg. SALIMBENE, _Cronica_, p. 41 sgg. e
STRACCALI, _I Goliardi_, Firenze 1888, p. 72 sgg.

[491] Un goliardo scrive:

    «Aestimetur autem laicus ut brutus,
      Nam ad artem surdus est et mutus.»

Un altro:

    «Literatos convocat decus virginale,
      Laicorum execrat pectus bestiale.»

Cfr. HUBATSCH, _Die lateinischen Vagantenlieder des Mittelalters_
(Görlitz, 1870), p. 22.

[492] È la tesi di GIESEBRECHT, _De litterarum studiis apud Italos
primis medii aevi saeculis._ Berl. 1845. Cfr. anche BURCKHARDT, _Die
Cultur die Renaissance in Italien_, p. 173 sgg.

[493] Sulla cultura letteraria e la poesia latina in Italia nei secoli
X, XI e XII ved. RONCA, _Cultura medievale e poesia latina in Italia_
ecc. Roma 1892.

[494] Cfr. su di ciò quanto nota anche WOLF, _Ueber di Lais, Sequenzen
und Leiche_, p. 112 e 223 sg.

[495] Questo non posso invero molto ricisamente affermare, poichè
troppo poco furono fino ad oggi esplorate le nostre biblioteche per
questa sorta di monumenti letterari de' quali i nostri dotti non pare
abbiano inteso l'importanza. Delle poesie latine dei Goliardi fin
qui pubblicate, pochissime dan segno di provenienza italiana; l'idea
che il principale e migliore autore di quella maniera di composizioni
sia italiano è accolta da BURCKHARDT (_Die Cultur der Renaissance in
Italien_, p. 174 sg.) con troppa facilità. Per ora i MSS. conosciuti
di queste poesie appartengono a biblioteche non italiane. In appoggio
della tesi contraria BARTOLI (_I precursori del rinascimento_, Firenze
1877, p. 71 sg.) addita qualche MS. di biblioteche nostre; ma contro
di lui ved. STRACCALI, _I Goliardi_, Firenze 1880, p. 54 sgg.; cfr.
anche WATTENBACH _Deutschl. Geschichtsquell_. (6ª ed.) I, p. 477. —
Anche indipendentemente dai Goliardi, in epoche del medio evo anteriori
a questi, l'Italia apparisce in ciò assai men ricca di altre nazioni,
come può vedersi nella raccolta di DU MÉRIL, _Poésies populaires
latines du moyen age._ Paris, 1847.

[496] Cfr. BARTSCH, _Zu Dante's Poetik_ in _Jahrbuch der deutsch.
Dantegesellschaft_ III, p. 303 sgg.

[497] L'esigenza dell'istinto artistico prevalente fra noi era grande
per questo lato; tutto essendo rimesso al gusto individuale, e l'uso
letterario non essendo ancora arrivato a norme fisse e nettamente
formulate, i minori ingegni trovavansi talvolta più imbarazzati
nello scriver volgare che nello scriver latino. Fra gli altri sono
notevole esempio di questo ch'io dico, le parole che leggonsi in un
codice senese del _Fior di Virtù_: «Poichè de' vocaboli volgari sono
molto ignorante, però che io gli ho poco studiati; anche perchè le
cose spirituali, oltre non si possono sì propriamente esprimere per
paravole volgari come si sprimono per latino e per grammatica, per
la penuria dei vocaboli volgari. E perciò che ogni contrada, et ogni
terra ha i suoi propri vocaboli volgari diversi da quelli de l'altre
terre et contrade; ma la grammatica et latino non è così, perchè è
uno apo tutti e latini. Però vi prego che mi perdoniate se non vi
dichiaro perfettamente le sententie et le verità di questo libro.»
ap. DE ANGELIS, _Capitoli dei Disciplinati_ ecc. (Siena, 1818) p. 175.
C'era dunque un gusto imperioso a cui doveva chiedere scusa chi non si
sentiva forte abbastanza per soddisfarlo. Il latino, comunque _grosso_,
era _grammatica_, come lo chiamavano allora in Italia e altrove; avea
regole ed uso più determinati, e minori per esso erano le esigenze
artistiche. Pare impossibile che il Porr, il quale ha capito tante
cose, non abbia capito la ragione semplicissima di quest'uso medievale
della parola _grammatica_; ved. _Zeitschr. f. vergl. Sprachforsch._ I.
p. 313.

[498] «Questo (volgare) sarà quel pane orzato del quale si satolleranno
migliaia e a me ne soverchieranno le sporte piene. Questo sarà luce
nuova, sole nuovo il quale sorgerà ove l'usato tramonterà, e darà luce
a coloro che sono in tenebre e oscurità, per lo usato sole che a loro
non luce.» _Convito_, I, 13. Dinanzi a questa profonda, miracolosa
divinazione di quell'erculeo intelletto, quanto ridicolamente meschino
appare il sussiego aristocratico con cui disprezzano il volgare i
perrucconi dell'epoca, e quanto paiono bambini quegli amici di Dante
che, come Giovanni del Virgilio (_Carm._ v. 15) lo consigliavano a
scrivere in latino il suo poema perchè «clerus vulgaria temnit!»

[499] Con poche parole, ma con giustissime vedute, confronta per
questo lato Dante e Raimondo Lullo l'ERDMANN, _Grundriss der Gesch. d.
Philosoph._ I, p. 367 (2.ª ediz.).

[500] ABELARDO confessa chiaramente di citare luoghi classici di
seconda mano (Op. p. 1045): «quae enim superius ex philosophis collegi
testimonia, non ex eorum scriptis, quorum pauca novi, imo ex libris
Sanctorum Patrum collegi.»

[501] Dei rapporti di Dante col risorgimento troppo di volo han toccato
il BURCKHARDT (_Die Cultur der Renaissance in Italien_, p. 199 sg.) e
il VOIGT (_Die Wiederbelebung des classischen Humanismus_, p. 9 sgg.);
più ne ha detto il WEGELE (_Dante Alighieri's Leben_ etc. p. 568 sgg.)
e lo SCHÜCK nel lavoro speciale che sotto citeremo.

[502] Che Dante non sapesse il greco è cosa evidente per chiunque
sappia il greco e allo studio di Dante abbia unito quello della cultura
e del sapere medievale. Nondimeno su Dante se ne dovevan dire d'ogni
sorta. Il CAVEDONI ha notato per chi nol sapeva quel che intorno a
ciò si deve pensare, nelle sue _Osservazioni critiche intorno alla
questione se Dante sapesse il greco_. Modena 1860. Ved. anche lo
scritto di SCHÜCK citato qui appresso.

[503] Intorno agli studi classici di Dante veggasi il lavoro di SCHÜCK,
_Dante's classische Studien und Brunetto Latini_ in _Neue Jahrbb. f.
Philol. und Paedag._ 1865, 2.º Abth. p. 253-289.

[504] Parlando del _Lelio_ di Cicerone dice: «E avvegnacchè duro mi
fosse prima entrare nella loro sentenza, finalmente v'entrai tant'entro
quanto l'arte di grammatica ch'io avea e un poco di mio ingegno potea
fare.» _Convito_ II, 13.

[505] Singolari sono, fra le altre, le idee ch'egli ha sulla Comedia e
la Tragedia. Non risulta da alcun suo scritto ch'ei conoscesse Plauto,
Terenzio e Seneca tragico, pur noti nel medio evo. Il luogo di Terenzio
a cui si riferisce _Inf._ XVIII, 133, senza dubbio è desunto dal
_Lelio_ di Cicerone.

[506] _Convito_ II, 1; IV, 25, 27, 28.

[507] Parlando di un detto di Giovenale: «e in questo (con reverenzia
il dico) mi discordo dal poeta.» _Convito_ IV, 29.

[508] Una delle grandi autorità della scuola grammaticale di quel
tempo, EBERHARDO DA BETHUNE nel suo _Laborintus_ segna questi poeti
fra gli altri da farsi leggere ai giovani nelle scuole. (Tractat. III
_De versificatione_). Un'altra grande autorità di simil genere e di
quell'epoca, ALESSANDRO DA VILLEDIEU invita piuttosto alla lettura
di poeti o versificatori cristiani (principalmente delle cose sue),
distogliendo dal leggere gli antichi. Cfr. THUROT, op. cit. p. 98.

[509] SCARTAZZINI (_Dante Alighieri, seine Zeit_ etc. Biel 1869, p.
232 sgg. e _Zu Dante's innere Entwicklungsgeschischte_ in _Jahrb.
d. deutsch. Dantegesellesch._ III, 19 sgg.) sostiene, fondandosi
principalmente sull'ultimo canto del Purgatorio, che in certa epoca
della vita del poeta il dubbio s'introducesse nell'animo suo, e gravi
oscillazioni si determinassero nella sua coscienza, senza però ch'ei
giungesse mai ad una negazione o ad essere scettico o indifferente.
Neppur io ho mai potuto convincermi che una mente tale a cui fu
dato vedere tanto al di là delle menti contemporanee, non avesse dei
momenti di dubbio, e non sentisse, almeno momentaneamente, il debole
della credenza cristiana. Ma ciò in ogni caso non poteva avvenire
che per fatto d'impulsi istintivi e passeggeri, poichè era del tutto
impossibile allora andar più oltre in tal materia, formulando per
via dialettica e con quieta coscienza una ferma negazione. La mente
la più robusta mancava del punto d'appoggio per usare la sua potenza
a sollevare, nell'indagine del vero, la plumbea cortina dell'idea
religiosa. La filosofia dell'esperienza non era nata.

[510] Sull'elemento antico in Dante ha scritto notevoli pagine il
FAURIEL (_Dante et les origines de la langue et de la litt. ital._ II,
p. 420 sgg.); ma ei non si è trattenuto a considerare fino a qual punto
questo elemento in Dante rappresenti quella stessa cosa che rappresenta
in tutto il medio evo. Meglio ciò risulta da quanto intorno a Dante
per questo lato ha scritto il PIPER nella sua opera _Mythologie der
christlichen Kunst_, I, p. 255 sgg.

[511] «Nos autem cui mundus est patria velut piscibus aequor, quamquam
Sarnum biberimus ante dentes, et Florentiam adeo diligamus, ut quia
dileximus exilium patiamur iniuste etc.» _De vulg. eloq._ I, c. 6. Al
grande esule, ferito nel suo sentimento patrio, è momentaneo conforto
ricorrere colla mente all'idea astratta della universale fratellanza
umana.

[512] «... e tutti questi cotali sono gli abominevoli cattivi d'Italia
che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale se è vile in alcuna
cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi
adulteri» _Convito_ I, 11.

[513] I fatti della saga troiana de' quali parla, non li conosce
che dai latini ed anche con mescolanza d'idee medievali, come vedesi
nella fantastica fine che fa fare ad Ulisse (_Inf._ XXVI, 91 sgg.).
Neppur pare conosca Ditti e Darete, tanto usati nel medio evo. Anche
l'_Homerus latinus_ pare siagli ignoto (cfr. Convito I, 7). Nei pochi
luoghi ne' quali cita Omero la sua fonte immediata è Aristotele, una
volta Orazio. Cfr. SCHÜCK, op. cit. p. 272 sgg.

[514] Virgilio gli dice:

    «................ e così canta
      L'alta mia tragedia in alcun loco;
      Ben lo sai tu che la sai tutta quanta.»
                    _Inf._ XX, 112.

[515] _Purg._ XXI, 94.

[516] Pare incredibile che HEEREN abbia potuto scrivere sul serio che
Dante conobbe Virgilio solo per autorità altrui! «Selbst die Rolle
die Virgil in Dante's Gedichte spielt zeigt wohl dass er ihn mehr aus
Nachrichten anderer als aus eigner Einsicht kannte». _Gesch. d. klass.
Litt. im Mittelalt._ I, p. 320.

[517] WITTE ha voluto riferire queste parole al _De Monarchia_, ed
anche a me è sembrato per un momento che il poeta pensasse qui alle
sue prose. Ma oltre ad altre ragioni, il poeta stesso ci vieta di ciò
ritenere dicendoci chiaramente che lo stile del suo poetare è quello
di cui si gloria; in esso soltanto egli sa di essere, com'è in realtà,
novatore. Contro Witte argomenta WEGELE (_Dante Alighieri_ p. 348 sg.),
il quale però non ha inteso neppur egli il significato di questo luogo
dantesco, riferendo lo _stile_ di cui qui parla il poeta alla parola,
ed alla imitazione formale di Virgilio.

[518] A questo condurrebbe quanto sostiene il PEREZ nelle pagine (_La
Beatrice svelata_ p. 65 sgg.) che ha consecrate alla definizione di
questo stil nuovo di Dante. Negare l'allegoria in Dante non si può; ma
questa non era che un modo allora naturale ed ovvio di quella dottrina
e profondità di pensiero che Dante richiede nel poeta; non è però
in essa che Dante fa consistere la poesia in generale, nè la propria
poesia in particolare.

[519] Il «primo amico» di Dante, Guido Cavalcanti, era anch'egli
poeta di stil nuovo, e Dante stesso ci dice quanta armonia fosse fra
loro nel concetto della poesia volgare. Questo non avrebbe potuto
essere se, come molti interpreti antichi e moderni hanno voluto, quel
verso (_Inf._ X, 23) «Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno» dovesse
intendersi alla lettera, quasi realmente Guido fosse sprezzatore
di Virgilio e degli antichi poeti. Nel luogo ove quel verso ricorre
trattasi manifestamente dell'idea più profonda che è incarnata nel
viaggio di Dante. È per me chiarissimo che la ragione per cui Dante
dice che quel suo amico e compagno prediletto non trovasi con lui
per quella via, non può in alcuna maniera riferirsi a differenze che
esistessero fra loro nell'idea artistica (poichè nè tali differenze
c'erano nè ivi sarebbe stato luogo a parlarne), ma si bene nelle
tendenze speculative e nel pensiero filosofico, quali sappiamo che
realmente esistettero. Cfr. PEREZ, op. cit. p. 382 sg. e meglio
D'OVIDIO nel _Propugnatore_ III, 2 p. 167 sgg. (_Saggi critici_,
Napoli 1879, p. 312 sgg.). Altrimenti intende FINZI (_Saggi danteschi_,
Torino 1888, p. 60 sgg.) riferendo, con assai leggero argomentare, quel
verso alla troppo scarsa stima che Guido, secondo Dante, professò pel
Mantovano.

[520] Ved. _Inf._ I, 67 sgg. _Purg._ III, 25 sgg.; VII, 4 sgg.; XVIII,
82 sg.

[521] _Purg._ XVIII, 46 sgg.

[522] Si noti quanti luoghi della Divina Comedia ha occasione di citare
GUIDO DA PISA nel narrare i fatti di Enea.

[523] _Parad._ XXV, 7 sgg.

[524] _Purg._ II, 106 sgg.

[525] «... in quella parte dove aperse la bocca la divina sentenzia
d'Aristotile da lasciare mi pare ogni altrui sentenzia.» _Convito_ IV,
17; ved. sull'autorità d'Aristotele e le sue ragioni principalmente
_Convito_ IV, 6.

[526] La più curiosa espressione del primato d'Aristotele nel tempo
della scolastica, rimpetto al tradizionalismo delle VII arti, è il
_Fabliau_ intitolato _La bataille des VII ars_. Ivi è detto fra le
altre cose:

    «Aristote, qui fu a piè
      Si fist chéoir Gramaire enverse.
      Lors i a point mesire Perse,
      Dant Juvenal et dant Orasce,
      Virgile, Lucain et Etasce,
      Et Sédule, Propre, Prudence,
      Aratur, Omer et Térence:
      Tuit chaplèrent sor Aristote
      Qui fu fers com chastel sor mote.»

Ved. JUBINAL, _Oeuvres compl. de Ruteboeuf_, II, p. 426. _Propre_ non
è, come vuole Jubinal, Properzio, ma il poeta cristiano Prospero.

[527] Ved. LAMBERTUS DE MONTE, _Quid probabilius dici possit de
salvatione Aristotelis Stagiritae._ Col. 1487. Un tempo Tertulliano
chiamava Aristotele «patriarcha haereticorum», e Lutero più tardi
lo chiamava «hostis Christi!» Nella poesia francese intitolata:
_Enseignements d'Aristote_, lo Stagirita parla di Cristo e della
credenza cristiana, del tutto come cristiano. Ved. _Hist. Litt. de la
France, XIII_ p. 115-118. Cfr. RUTH, _Studien über Dante Allighieri_ p.
258 sgg.

[528] Dante esprime chiaramente nella Divina Comedia di non aver
diretto rapporto co' greci e di conoscerli e intenderli solo per mezzo
de' latini. Dinanzi a Diomede ed Ulisse (_Inf._ XXVI, 73 sgg.) Virgilio
gli dice:

    «Lascia parlare a me; ch'io ho concetto
      Ciò che tu vuoi; ch'e' sarebber schivi,
      Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»

Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (_Inf._ XXVII, 33) gli dice:

    «.... parla tu, questi è latino.»

[529] Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava
del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che
altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel
ch'ei dice di Virgilio (_Inf._ I, 9): «chi per lungo silenzio parea
fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo
dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era,
e chiama Virgilio «_famoso_ saggio» e dice che la sua «fama ancor nel
mondo dura».

[530] È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto
trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (_Inf._ IX,
22):

    «Ver'è che altra fiata quaggiù fui
      Congiurato da quella Eriton cruda
      Che richiamava l'ombre a' corpi sui.»

Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come
tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le
considera come brutte e colpevoli _frodi_. FINZI (_Saggi danteschi_ p.
157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo
mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.»
Acute e giuste osservazioni ha su di ciò D'OVIDIO, _Dante e la Magia_
in _Nuova Antologia_ 1892, p. 213 sgg.

[531] _Inf._ XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v.
28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi
seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e
con imago.»

D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si
spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p.
216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro
i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta
da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano
diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel
canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori
ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad
essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi
a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro
gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in
alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio
un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì
nè _magiche frodi_ nè _malìe_ nè _fattuccherie_, ma opere benefiche
prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura;
ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che
potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non
poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è
più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si
riferiscono esclusivamente agli indovini; _passione_ è qui adoperato
nel senso filosofico, come contrapposto di _azione_. Iddio essendo per
sua natura essenzialmente _azione_ o _atto_, inaccessibile a _passione_
ossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come
fa l'indovino, il giudizio suo _imperscrutabile_ vi _porta passione_,
ossia lo _rende passivo_. Quindi Virgilio riprende e tratta di
«sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al
supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della
loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che
dinanzi ad essi chi vuol esser _pio_ non può esser _pietoso_: «Qui
vive la pietà (_come opposto di_ empietà) quand'è ben morta» (_come_
pietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante)
fondato sui due significati della parola _pietà_, si può a nostro
avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.

[532] Cfr. KLOTZ, _De verecundia Vergili_, in _Opuscula varii
argumenti_ p. 242 sgg.

[533] Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da
commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando
Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così
Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num.
12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés
de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare
Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una
interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in
Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P.
Vergilius Maro, p. 28 sgg.

[534] «Siccome pare Tullio recitare nel primo di _Fine de' beni_.»
_Conv._ IV, 6. Il _De natura deorum_, da cui avrebbe potuto desumere
più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.

[535]

    «Questi è Nembrotto per lo cui mal coto
      Pure un linguaggio nel mondo non s'usa.»
                        _Inf._ XXXI, 78.

[536] «se tu ti rechi a mente Lo Genesi» _Inf._ XI, 106; «La tua Etica»
Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.

[537]

    «— E disiar vedeste senza frutto
      Tai che sarebbe lor disio quetato,
      Ch'eternamente è dato lor per lutto.

    Io dico d'Aristotele e di Plato,
      E di molti altri. — E qui chinò la fronte
      E più non disse e rimase turbato.

                        _Purg._ III, 43 sgg.

[538] _Purg._ VI, 28 sgg.

[539] Bello per mirabile finezza e importante per intendere in qual
guisa si presentasse alla mente cristiana di Dante l'antica favola
poetica, di cui fa tanto uso, è il luogo del _Purgat._ XXVIII, 139
sgg. ove Matelda, in presenza di Virgilio e Stazio, finisce di parlare
dicendo:

    «— Quelli che anticamente poetaro
      L'età dell'oro e suo stato felice,
      Forse in Parnaso esto loco sognaro.

    Qui fu innocente l'umana radice,
      Qui primavera sempre, ed ogni frutto;
      Nettare è questo di che ciascun dice. —

    Io mi rivolsi addietro allora tutto
      A' miei Poeti, e vidi che _con riso_
      _Udito avevan l'ultimo costrutto_.»

[540] Cfr. Intorno a ciò FAURIEL, _Dante et les origines_ etc. II, p.
435 sgg.; OZANAM (_Dante et la philosophie cathol. au treiz. siècle_,
p. 324 sgg.) ha consecrato un lungo lavoro d'indagine ai precursori
di Dante in fatto di visioni o viaggi poetici nel mondo invisibile.
Quantunque assai istruttivo, poco serve questo lavoro alla intelligenza
della creazione dantesca, che per la natura sua propria è cosa
originalissima, e con quei così detti precursori (eccettuato Virgilio)
non ha che punti di contatto esterni o fortuiti.

[541] Così chiama i poeti coi quali si trova nel limbo (_Inf._ IV,
110), così spesso Virgilio (_Inf._ VII, 3; XII, 6; XIII, 47) e Stazio
(_Purg._ XXIII, 8; XXXIII, 15).

[542]

    «Ei mi parea da sè stesso rimorso:
      O dignitosa coscïenza e netta,
      Come t'è picciol fallo amaro morso!»

                        _Purg._ III, 7 sgg.

[543] «Qualche rara e lieve accigliatura pedagogica» crede il D'OVIDIO
(_Saggi critici_, p. 326) di riconoscere nel Virgilio dantesco, e cita
come esempio le parole «o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella
che v'offende!» _Inf._ VII, 70. Ma ivi, benchè parli Virgilio, lo
spregio delle idee volgari è di Dante stesso, come la fantastica teoria
che poi Virgilio espone sulla Fortuna è cosa prettamente dantesca e
medievale, non punto virgiliana.

[544] Cfr. WOLFF, _Cato der jüngere bei Dante_ in _Jahrb. d. deutsch.
Dante-gesellschaft_ II, 225 sgg.

[545] È questo l'aspetto principale da cui il Virgilio di Dante è stato
studiato dal RUTH nei suoi _Studien über Dante Allighieri_ (Tübing.
1853) p. 203 sgg., al quale rimandiamo per maggiori sviluppi. Ruth
ha scritto anche uno speciale articolo sul Virgilio di Dante, _Ueber
die Bedeutung des Virgil in der Divina Commedia_ in _Heidelberger
Jahrbücher_, 1850.

[546] Prima di Dante, ed anche prima del medio evo di proprio nome,
colui che più si è servito di Virgilio come cantore della potenza
romana, per uno scopo storico-filosofico, è Agostino. Ma Agostino ed
Orosio suo discepolo, che vedevano Roma cadente e persecutrice, e la
udivano accusare il cristianesimo del suo cadere, non potevano arrivare
a quei concetti che il medio evo suggeriva a Dante. Roma pagana era
ancor troppo prossima ad essi cristiani, e d'altro lato essi non videro
il cristianesimo di perseguitato divenir persecutore sanguinario alla
sua volta, e la storia della chiesa mutarsi in un libro osceno.

[547] _Li romans de Dolopathos publié pour la première fois en entier
par_ CH. BRUNET _et_ ANAT. DE MONTAIGLON, Paris (Jannet) 1856. Esiste
in parecchi manoscritti un testo latino del Dolopathos, reso già noto
dal prof. MUSSAFIA, che lo considerò come l'originale del monaco Gianni
di Hauteseille (_Ueber die Quelle des altfranzösischen Dolopathos._
Wien, 1865; e _Beiträge zur Litteratur der sieben Weisen Meister_,
Wien, 1868). I dubbi su di ciò da me e da altri espressi furono tolti
di mezzo dalla edizione che ne diede l'OESTERLEY _Ioh. de Alta Sylva
Dolopathos sive De rege et septem sapientibus_, Strassb. u. London 1873
sulla quale veggasi l'eccellente critica di G. PARIS in _Romania_ II,
1873, p. 481-503 (per le date ved. p. 501) e STUDEMUND in _Zeitschr. f.
deutsch. Alterth._ N. F. VIII, p. 415-425.

[548] Cfr. D'ANCONA, _Il libro dei Sette savi di Roma_, Pisa (Nistri)
1864.

[549] La storia e la prima forma di questo libro ho cercato di
rintracciare nel mio lavoro, _Ricerche intorno al Libro di Sindibâd_,
Milano, 1869, _Researches respecting the Book of Sindibâd_ (transl. by
H. CH. COOTE), London 1882.

[550] v. 12369 sgg. (_Aen._ VIII, 40 sg.).

[551] Dolopathos era d'origine troiana:

    «De Troie fu ses parentez» v. 162.

[552]

    «Por ce ot nom Dolopathos
      Car il soufri trop en sa vie
      De doleur et de tricherie»
                    v. 164 sgg.

[553] v. 12890 sg. (AUGUST. _De civitat. D._ XVIII, 17-18).

[554] «Je sais tot le Viez Testament» v. 4780.

[555]

    «Cesar ot par toute la vile
      Commandé que tuit l'ennoraissent
      Et seignorie li portaissent.» v. 1652 sgg.

[556] v. 1257 sgg.

[557] v. 1318 sgg.

[558] v. 1396 sgg.

[559]

    «La VII est Astrenomie
      Qui est fins de toute clergie»

_Image du monde_ ap. JUBINAL, _Oeuvres compl. de Ruteboeuf._ II, p. 424.

[560] Lo dichiara diffusamente v. 1162 sgg.

[561] v. 12530 sgg.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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