Home
  By Author [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Title [ A  B  C  D  E  F  G  H  I  J  K  L  M  N  O  P  Q  R  S  T  U  V  W  X  Y  Z |  Other Symbols ]
  By Language
all Classics books content using ISYS

Download this book: [ ASCII ]

Look for this book on Amazon


We have new books nearly every day.
If you would like a news letter once a week or once a month
fill out this form and we will give you a summary of the books for that week or month by email.

Title: La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi
Author: Boghen-Conigliani, Emma
Language: Italian
As this book started as an ASCII text book there are no pictures available.
Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi" ***

This book is indexed by ISYS Web Indexing system to allow the reader find any word or number within the document.



                         EMMA BOGHEN-CONIGLIANI


                         LA DONNA NELLA VITA E
                         NELLE OPERE DI GIACOMO
                                LEOPARDI


                               _Adelaide
                      Antici Leopardi — Ferdinanda
                          Leopardi Melchiorri
                      Paolina Leopardi — Marianna
                      Brighenti — Teresa Carniani
               Malvezzi — Antonietta Tommasini — Paolina
                              Ranieri — La
                     donna nella vita e nelle opere
                          di Giacomo Leopardi_



                      FIRENZE — G. BARBÈRA EDITORE
                             M·DCCC·XCVIII



        Compiute le formalità prescritte dalla Legge, i diritti
              di riproduzione e traduzione sono riservati.



_A Federico Conigliani._


_Non è un dono, ma quasi una restituzione la dedica di queste pagine,
cui il tuo consiglio e il tuo aiuto cooperarono altrettanto che la mia
penna; gradiscile ad ogni modo quale ricordo di studi e ricerche comuni
e quale pegno minimo di una riconoscenza incancellabile._



PREFAZIONE.


_Se la donna ha sempre molto potere su l'animo de l'uomo, moltissimo
n'ebbe su quello di Giacomo Leopardi, che, adolescente, la vagheggiò
in uno splendido ideale poetico; giovane, l'agognò con una dolorosa
potenza di desiderio e d'amore; uomo, l'ebbe a sdegno, infelice per
lei, pur sempre adorandola: madre, sorella, congiunta, amata, non
amante, ma spesso amica sincera e devota, essa ebbe gran parte ne la
vita di lui, nel suo pensiero, e fu tutto pel suo cuore._

_I biografi studiarono con minuziosa accuratezza i rapporti del Poeta
con alcune donne; lasciarono altre e non giustamente in dimenticanza:
cito ad esempio l'Antonietta Tommasini; l'epistolario leopardiano conta
numerose lettere a lei dirette (e molte ne mancano ancora certamente)
fra le quali alcune scritte con un abbandono d'affetto quasi unico ne
gli anni maturi del grande Recanatese._

_Questo volumetto si propone il modesto scopo di tratteggiare i
ritratti di parecchie fra le donne congiunte, per affezione o per
parentela, al Leopardi; di cogliere, per quanto è possibile ne le
memorie non più recenti, la loro intima personalità, di vederle nei
loro rapporti con lui, e derivarne quanto di elementi reali e quanto di
soggettivo fosse ne l'ideale femmineo del cantore di Silvia._

_Certo alcune nascondono nel mistero l'anima loro, ma non sì che
qualche raggio almeno non possa scorgerne un occhio pazientemente
indagatore: son figure varie, da l'austera e rigida contessa Leopardi,
di cui le mani candide paiono sempre congiunte con mistico terrore
ne la preghiera, a la buona Tommasini, che chiude il suo libro per
assaporare tutta la serena dolcezza del vespro nel suo giardino fiorito
e segue con lo sguardo pensoso i ragazzi pei campi, gli uccelli fra
il verde, le nuvole nel cielo, così semplice ne la sua vita borghese,
illuminata da tanta luce di vera poesia; da la bellissima bionda
Ranieri, che non s'accorge de le passioni che desta, del mondo che le
sorride ed ha ne gli occhi miti e profondi tutta la fiamma di carità
che la esalta, a la disavvenente, ma tenera ed appassionata Paolina,
invano avida d'amore, piangente invano le sue lagrime non comprese;
da la gran dama Malvezzi, tutta brio nel circolo di dotti e d'artisti
da cui è attorniata e ammirata, a la cantante Brighenti, che nasconde
sotto il belletto il pallore de le guancie, e sotto il suo sorriso
d'artista festeggiata le ansie de la sua anima di donna; ne l'una un
palpito de la pietà di Elvira, ne l'altra l'ingenua illusione d'un
lieto avvenire di Silvia; in questa l'inconscia indifferenza de la
donna del _Primo Amore_, in quella la mestizia de la donna del
_Sogno_, in tutte v'ha qualche cosa che si conforma a l'ideale
leopardiano; e se nessuna è precisamente la figura di questo o quel
canto, ne l'animo che li dettò rimangono tutte, immagini care, e si
fondono in un'alta idea poetica._

_Si potrà notare che solo ne l'ultimo studio ho accennato a la Cassi,
a la Fattorini e a la Belardinelli, di cui mancano qui i medaglioni,
come mancano quelli de la Targioni-Tozzetti, de la Lenzoni, de la
Buonaparte; ma le tre prime, a parer mio, quali inspiratrici del
poeta furono creature più pensate che reali, vissero la vita de la
sua fantasia, ne la quale, mai dimenticate, risorsero spesso, Silvia e
Nerina specialmente, vivacissime parvenze d'un indimenticabile sogno.
Senza dir poi che quanto se ne sa, fu detto e assai ben detto da
altri._

_Su la Targioni mi duole non aver potuto trattenermi; ma le notizie
che intorno a la _bella e graziosa Fanny_ si possono ritrarre
dai libri sono affatto insufficienti a diradar l'ombra fitta che ce la
nasconde, e la famiglia non acconsente a darne altre._

_La Carlotta Lenzoni de' Medici e la Carlotta Buonaparte non furono pel
poeta che gradite, fuggevoli conoscenze._

_Debbo qui render grazie al conte Giacomo Leopardi, che mi fu largo di
aiuto e con le sue ricerche mi procurò la conferma di quanto io scrissi
riguardo a l'ignorato amore di Paolina Leopardi per Raniero Roccetti;
al conte Nerio Malvezzi, che mi favorì parecchie notizie intorno a la
Teresa Carniani Malvezzi e non poche lettere inedite a lei rivolte da
chiari letterati del suo tempo; al prof. Americo De Gennaro Ferrigni,
cui debbo non pochi ragguagli intorno a la vita di Paolina Ranieri;
ed a parecchie altre gentili persone, che facilitarono le mie ricerche
intorno a Madama Padovani, e che mi procurarono gran numero d'autografi
inediti di Marianna Brighenti._

_Se sotto la mano inesorabile de la critica tanti rosei veli cadono
e tante figure che ci compiacevamo ammirare appaiono degne piuttosto
di pietà, lasciandoci il rimpianto di un'illusione perduta e quasi
un posto vuoto e difficile ad esser rioccupato nel pensiero, a taluno
potrà, spero, riuscir piacevole che qualche immagine ormai sbiadita,
se non cancellata dal tempo, ci si ravvivi dinanzi bella e degna e ci
riveli amicamente un'ora, un momento de la vita del grande, cui abbellì
di qualche raro sorriso la dolorosissima esistenza._

_Esse, le donne gentili e care al poeta, rendano accetto con la loro
grazia l'omaggio, invero troppo umile, di queste pagine pel Centenario
che Recanati e l'Italia celebrano quest'anno._

                                              EMMA BOGHEN-CONIGLIANI.

  _Firenze, febbraio 1898._



   [Illustrazione: _Adelaide Antici Leopardi_]



ADELAIDE ANTICI LEOPARDI.


La marchesina Adelaide Antici aveva diciannove anni quando nel 1797
diede la sua mano al conte Monaldo Leopardi, di due anni soltanto
maggiore di lei. Il matrimonio fu celebrato a Recanati, nella
cappelletta degli Antici: la sposa, che apparteneva ad una delle più
nobili e ragguardevoli famiglie di quella città ed entrava in una
famiglia altrettanto nobile e ragguardevole, era una fanciulla di
bellezza severa, da gli occhi di zaffiro splendidi e intelligenti,
benchè velati da una pensosa malinconia; dai corti capelli ricciuti
d'un castano chiaro tendente al biondo, da l'aspetto maestoso, che
pareva accordarsi perfettamente al carattere del vetusto palazzo di
cui diveniva signora; alta e con un portamento da regina, ella nelle
graziose acconciature e nelle succinte vesti, di cui la moda era
venuta allora da Parigi, nulla perdeva de l'austerità naturale; ed il
suo viso, soprattutto i suoi occhi e la fronte, restavano severamente
assorti, come in un mesto pensiero, sotto i diffusi riccioli ornati
da un filo di perle, da un nastro di velluto e da un capriccioso
spennacchietto.

Tale ci appare in una miniatura sopra una tabacchiera di Monaldo:
nessun sorriso, nessuna mollezza nelle austere sembianze: non sembra
una delle graziose, voluttuose donne del secolo passato, ma un'antica
matrona travestita.[1]

Alla festa di San Vito, protettore di Recanati, il conte Monaldo
fissò per la prima volta gli occhi su la marchesina Antici e non seppe
distorneli a lungo; la rivide a le feste del Corpus Domini e non pensò
più che a lei, quantunque la sapesse promessa ad un conte Castracane
di Cagli, del quale però si diceva ch'ella fosse tanto scontenta
da voler riprendere la propria libertà. Monaldo andò senz'altro dal
fratello della fanciulla, Carlo Antici, che era amico suo, e saputo
con certezza ch'ella s'era già sciolta da la prima promessa, lo pregò
di chiederle se avrebbe accettato lui per marito. Adelaide gli fece
rispondere francamente ch'era stata domandata dal conte Borgogelli di
Fano, il quale attendeva solo l'assenso e la donazione di una zia per
combinare in modo definitivo il matrimonio, ella frattanto non poteva
prendere alcuna decisione. Monaldo, innamorato, rispose: Aspetterò; e
non aspettò molto, chè, malgrado un astio antico tra le due famiglie
per ragione d'interessi, gli fu data la preferenza; di che i vecchi
Leopardi non rimasero punto soddisfatti, ed ecco perchè. Quel tal conte
Castracane era andato la prima volta a Recanati per conoscere Amalia,
sorella maggiore di Adelaide, ma, veduta questa, s'era innamorato di
lei e non aveva voluto più saperne della prima; la madre e gli zii di
Monaldo avevano proposto a costui di sposare egli Amalia e, quantunque
questa fosse, com'egli medesimo assicura, una carissima e amabilissima
giovane, egli aveva rifiutato. Sentendo più tardi aver il conte chiesta
la mano di Adelaide, si mostravano avversi a tale unione, ma nè il
loro rifiuto ostinato e minaccioso, nè i gravi dispiaceri che gliene
vennero, nè la tenuità della dote che il suocero gli fissò, mentre già
gliene aveva offerta una maggiore per Amalia, lo smossero dalla sua
decisione. La madre un giorno lo pregò con tanto calore di non sposare
la marchesina Antici, da giungere ad inginocchiarsi dinanzi a lui per
supplicarlo di cedere, ma egli rialzatala e postosi egli medesimo in
ginocchio, le baciò la mano, confessandole che restava fermo nel suo
proponimento.

Fissò di condurre la sposa a Pesaro, perchè ella non soffrisse amarezze
e mortificazioni, entrando in una casa dove tanti non la volevano:
ma compiute le nozze, mentre la carrozza attendeva già pronta, egli
s'avvicinò ad Adelaide e le disse: — Andiamo a baciar la mano a mia
madre. — La buona contessa, scordando ogni risentimento, abbracciò
e benedisse la nuora, pregandola di ritornar presto, molto presto da
Pesaro: e i due giovani, lieti di questa riconciliazione, passarono ne
l'appartamento dello zio Ettore, il quale si fece loro incontro così
frettoloso ed agitato, che essi, sapendolo vivacissimo, temettero chi
sa che cosa.

— Dove andate?

— Veniamo ad usarvi un atto di rispetto e a baciarvi la mano.

— Dove andate partendo di qui?

— Partiamo per Pesaro.

— Oibò — replicò egli rivolgendosi a Monaldo — non sarà così: la vostra
sposa appartiene ora alla nostra famiglia e voi non ce la toglierete.
Andiamo dal decano, il quale sarà di un sentimento uguale. — (Così
narra Monaldo stesso nel c. XXXIX dell'_Autobiografia_.)

Scesero con lui nelle stanze del decano, zio Pietro, che li abbracciò,
piangendo di tenerezza e, ricordando l'opposizione sua al matrimonio:

— Il Diavolo — disse — mi aveva preso per i capelli, anzi per la
perrucca, chè di capelli non ne ho più, — ed egli pure li pregò di
restare.

Adelaide stringeva forte il braccio di Monaldo per indurlo ad
acconsentire, egli interpretava invece quella timida preghiera come
incitamento a non cedere e insisteva per partire; per troncare
gl'indugi, lo zio Ettore senz'altro se ne andò da gli Antici ad
annunziare che la pace era fatta, e ordinò di riporre i cavalli nelle
stalle e la carrozza nella rimessa. Intanto Monaldo aveva avuto agio
di conoscere il desiderio della sposa ed egli pure di buon grado,
saputo di non far dispiacere a lei, acconsentì a rinunziare al viaggio.
La riconciliazione fu sincera e la nuova contessa Leopardi visse
poi sempre in perfetta armonia coi congiunti, amandoli ed essendone
ricambiata d'affetto vero.

Educata severamente, Adelaide, prima del suo matrimonio, aveva
passato la vita fra la casa e la chiesa, e quantunque il suo spirito,
naturalmente vigoroso, fosse nato piuttosto per comandare che per
obbedire, per forza di virtù e di consuetudine ella si era fatta
mite, obbediente, modesta. Religiosissima, poneva innanzi a tutti
gli altri i suoi doveri di donna cattolica, ma la sua non era la fede
che riscalda il cuore e lo apre ai più divini affetti de l'indulgenza
e de la carità, la fede che mantiene nell'anima un'alta serenità ed
insegna ad amare; la sua era una fede rigida, tirannica e benchè, con
la potenza della religione sincera, le desse forza e conforto nei più
dolorosi momenti della sua vita, diveniva non di rado un tormento per
lei e per chi le stava dintorno. Questa donna _ultrarigorista, vero
eccesso di perfezione cristiana_,[2] per quel poco che si permetteva
di pensare con la sua mente, ch'era tuttavia una mente aperta, ferma,
acuta, andava in tutto d'accordo nelle idee col conte suo marito;
anch'ella, come lui, era ciecamente ligia al passato; anche in lei i
racconti dei profughi francesi capitati nelle Marche avevano inspirato
il terrore, anzi l'orrore della rivoluzione. Ella e Monaldo del pari
avevano accolte le convinzioni della famiglia, degli amici, della
società aristocratica e clericalissima in cui vivevano; tutt'e due
avevano alto concetto della propria casa; solo Monaldo pensava che
a sostenerne il decoro occorresse lo sfarzo di una vita opulenta;
ella avrebbe preferito un solido patrimonio, come quello della sua
casa paterna. Rimasto orfano di padre, da bambino, Monaldo aveva
ottenuto a diciott'anni dal governo pontificio l'amministrazione del
suo patrimonio, e, quando s'ammogliò, aveva già sperperato somme non
lievi, credendo di seguir così degnamente le tradizioni di famiglia e
l'esempio dello zio marchese Mosca, principescamente generoso. Nel 1796
aveva speso mille scudi nell'armare, stipendiare e fornir di cavalli un
milite per aderir all'appello di Pio VI ai sudditi contro i Francesi;
nello stesso anno un trattato di matrimonio con la nobile Diana
Zambeccari di Bologna, trattato ch'egli prima accettò e poi non volle
più conchiudere in nessun modo, gli costò tanto, che i danni derivatine
furono calcolati da lui ventimila scudi. Nel 1801 fece risorgere
l'Accademia dei Disuguali, l'accolse in casa sua e ne sostenne le
spese; nel 1802 si obbligò per cinquecento scudi in favore di un suo
nemico.

Nel 1797 anche nelle Marche si accese la rivoluzione e in Recanati fu
instituita una repubblica affatto democratica, che abolì la nobiltà e
i suoi titoli e privilegi, e di questo e delle ruberie dei Francesi il
conte Monaldo mostrò così vivamente e apertamente lo sdegno, che dal
comandante della colonna francese, un tal Contavice, fu condannato a
morte. Denari e amicizie autorevoli riuscirono a salvarlo, e questo
suo pericolo fu potuto nascondere a la contessa incinta, che però poco
di poi vide il marito arrestato e dovette passare giorni di orribile
agitazione e di pianto. Dopo questo periodo di pene e di tristezze le
sale del palazzo Leopardi, che già erano state liete nello splendore
della vita fastosamente signorile, amata dal giovane Monaldo, e nelle
gioviali compagnie raccolte intorno a la sposa, ritornarono lietissime,
chè gaie voci infantili vennero a ridestarne gli echi.

Nel 1798 nasceva il primogenito, cui, come era di prammatica da secoli
nella famiglia, venne posto il nome di Giacomo. Le inquietudini provate
dalla sposa influirono dannosamente su la salute del bambino, che
nacque delicato e gracile, benchè apparentemente sano e senza alcun
difetto; un anno dopo veniva al mondo Carlo e un altr'anno di poi
Paolina.

Par che la voce del suo primo nato risvegli in ogni donna un'anima
nuova, l'anima della madre, un ignoto tesoro di amore, d'indulgenza, di
sacrificio, un'anima pura ed elevata anche nelle donne che meno sono
tali, un'anima che vive tutta nell'intensità del più caldo affetto
umano. Ma quest'anima non si destò nella contessa Adelaide, che non
conobbe le carezze infantili, la divina poesia per cui la madre sente
il figlio vivere ancora della sua vita; forse un amore troppo ardente
ed espansivo non poteva accordarsi col rigore della sua fede; ella
rimase la stessa, irriprovevole nelle premure solerti per i suoi
piccini, ma senza calore, senza spontaneità di tenerezza, come se di
tutti i suoi atti la ragione soltanto fosse il movente e il dovere la
guida. Questa l'apparenza; ma chi può indovinare il secreto dei cuori,
chi può dirci se quella sua fredda ritenutezza fosse un dovere ch'ella
imponesse a sè medesima, o una naturale disposizione dell'anima?

Vi hanno caratteri che, pur possedendo poche virtù, sono apprezzati,
anzi ammirati, perchè quelle loro virtù sono appariscenti ed amabili, e
d'ordinario gli uomini si accontentano di ciò che piace, senza indagare
oltre; come questi caratteri vengon d'ordinario giudicati migliori di
quel che sono in realtà, così altri ve n'hanno che son creduti peggiori
che non siano per l'opposta ragione: le loro virtù son nascoste, i
difetti palesi, e questi e quelle, inamabili, allontanano i cuori
piuttosto che attirarli. Tale era Adelaide. Certo la prodigalità di
Monaldo era un difetto, l'economia di lei, in tesi generale almeno, una
virtù; ma gli è facile comprendere come, a quasi tutti, quella virtù
dovesse riuscir incresciosa, quanto simpatico questo difetto. Così
la sua ritenutezza la fece credere forse assai meno sensitiva che non
fosse in realtà.

La sventura temprò ben presto il vigoroso carattere di lei, come il
fuoco tempra una buona lama: riusciva ormai impossibile chiuder gli
occhi a la rovina imminente del patrimonio, già carico di debiti, pei
quali certi creditori usurai giungevano a pretendere il ventiquattro
per cento d'interesse. La contessa, rimasta da prima estranea a
l'amministrazione, non tardò a convincersi che una mano di ferro doveva
sostituirsi a la debole mano di Monaldo nel governo de la famiglia per
salvar questa, e decise che quella mano di ferro sarebbe la sua, bianca
mano di donna, ma rigida e ferma quant'altra mai. A questo compito ella
s'accinse con una saldezza di propositi, uno spirito di sacrificio ed
un'energia, quali ben difficilmente si troverebbero in una giovane e
bella dama. La vita della famiglia cambiò interamente, benchè nulla
fosse tolto agli agi consueti: tavola abbondante, carrozza, cavalli;
ma dov'era possibile senza disagio, al lusso fu sostituita la più
stretta economia, la quale divenne legge inesorabile per tutti della
casa e prima di tutti la stessa Adelaide. Ella vendette subito una
parte de' suoi gioielli e più tardi i rimanenti; conservò solo, ricordo
d'un tempo lieto, un anello di brillanti, che rimase come un oggetto
sacro nella famiglia, così che Carlo volle metterlo nel dito della sua
seconda moglie, Teresa Teja, il giorno delle nozze.

D'allora in poi la contessa non portò che ornamenti d'un valore
insignificante, fra i quali un finimento di coralli; vestì
modestamente, seguendo la moda della rivoluzione francese; ma, invece
delle basse scollature del vestire a la ghigliottina, portò sempre
una larga cravatta, che le fasciava a più giri il collo fin sotto il
mento. Le rade volte in cui usciva di casa, se d'inverno, si avvolgeva
in un'ampia pelliccia di martora, che, nella sua immutabile ricchezza,
conciliava con l'economia quel decoro de l'abito, cui Monaldo teneva
tanto; se d'estate, portava in testa «un cappello colossale di paglia»
che, mentr'ella stava in carrozza, «salutava per lei.»[3] Il compito
ch'ella si era fissato non consisteva soltanto nella salvezza del
patrimonio, nella ricchezza futura di casa Leopardi, ma anzitutto
nel mantenere l'avita intatta fama di probità, l'onore del nome; e
perciò a punto ella intese subito a far un concordato coi creditori,
concordato reso men difficile dal papa, che impose certi limiti a gli
usurai, detraendo quella parte che rappresentava il frutto d'un'ingorda
usura da la somma del debito, il quale in quarant'anni doveva essere
gradualmente estinto. Interdetto Monaldo, la casa dipese da l'autorità
assoluta di Adelaide, autorità, che apparve talora inflessibilmente
tirannica, tanto più che le ristrettezze economiche eran tenute con
ogni cura nascoste. Senza dubbio, più generosa, ella avrebbe reso più
felici o meno infelici i suoi e sarebbe riuscita più cara a loro e più
simpatica ai posteri; è giustizia però il notare che la sua non fu,
o non sempre, gretta avarizia, e ch'ella, come già disse l'Avoli, non
mostrò mai d'amare il danaro pel danaro, nè la roba per la roba: per
migliorare le sue terre, per conservare in buono stato il palazzo,
non le spiacque spendere e, benchè meno volontieri, acconsentì che
il marito e i figli comperassero gran numero di libri. Di buon grado
faceva elemosine e senza menarne alcun vanto, donava cibi o legna, e
dalle finestre gettava spesso ai mendicanti qualche moneta; anzi perchè
queste non le mancassero mai, ne teneva sempre pronte a quel pio scopo
in una ciotola di legno nella sua camera. Anche non di rado assisteva
ella medesima qualche ammalato povero, pel quale ordinava al cuoco
di serbarle il miglior brodo. La sua rettitudine era scrupolosa; e
si narra che, morto Monaldo, facesse pagare, senza rivelar il proprio
nome, due mila e trecento scudi ad un conte maceratese verso il quale
il marito le aveva confessato uno scrupolo di trovarsi in debito.

Vi ha in questo rigido carattere di donna qualche cosa che merita
ancor più che rispetto, ammirazione, ed è la sua lealtà, cui ella
aggiungeva altri non comuni pregi, quale, ad esempio, una dote che non
può accordarsi con un cuore non buono, tanto meno quando lo spirito è
altero e abituato al comando: la facilità di perdonare; respinta con
tanta ostinazione dai parenti dello sposo, è la prima a fare un umile
passo verso di loro e diviene per essi una figlia sommessa a pena le
aprono le braccia. Taccio le tristezze che le vennero dal marito e da'
figliuoli e ricordo una lettera ad una sorella, che probabilmente è la
Eleonora, sposatasi poi nel 1806 al marchese Baviera di Sinigaglia.
Adelaide loda la giovine d'essersi pentita d'un'offesa recata a la
madre in un impeto di collera; le rammenta che ella dovrà fare la
felicità di uno sposo e che tali impeti turberebbero la pace della
futura famiglia; che tutti abbiamo dei difetti, ma che tutti dobbiamo
posseder la forza di reprimere le nostre passioni e chiude con un
tratto di delicato perdono: «Vi protestaste ieri che non fate alcun
caso della mia stima. Ad onta di questo, siate persuasa che nessuno vi
stima e vi ama quanto la vostra affezionatissima sorella.»[4]

Nella lunga e difficile impresa cui si accinse, la contessa fu
sostenuta da un vivo affetto per la casa, dalla pietà religiosa
e dalla naturale vigoria di uno spirito, che non conosceva la
debolezza femminile, la vanità, l'amore al lusso; ma s'ella salvò il
patrimonio ai figliuoli, non offerse mai loro il conforto d'un cuore
carezzevolmente, teneramente materno: l'espansione, la confidenza, che
attirano confidenza, espansione ed affetto, le furono ignoti. Curava
i bimbi con molta premura, li teneva a dormire in camere attigue alla
sua, medicava ella stessa persino i loro geloni, amava di seguire
i fanciulli con lo sguardo, anche nei loro rumorosi giuochi, nel
chiasso, cui si abbandonavano gaiamente nei due giardini di casa, ma
in quello sguardo non c'era mai una carezza. «Tutto era compassato
in lei: anche i battiti del cuore. Si sarebbe quasi indotti a credere
che la rigida marchesa volesse fare anzi tempo de' suoi figliuoletti
uomini maturi, che le loro risa argentine turbassero la sua serenità
di amministratrice e custoditrice suprema della casa»; così parla di
lei il Traversi, uno dei più indulgenti verso i genitori di Giacomo
fra tutti i cultori degli studi leopardiani. Monaldo, con le sue
idee e il suo sistema di autorità senza confini e senza discussione,
sarebbe stato il più duro dei padri, se a gli errori del giudizio
non avesse largamente rimediato la bontà de l'anima; egli sapeva
qualche volta ridiventar fanciullo co' suoi figli, che se trovarono
talora la tenerezza in famiglia, fuori de la loro cerchia fraterna,
la trovarono in lui; e più espansivo e più tenero sarebbe stato, se
l'affetto di cui aveva pieno il cuore non fosse stato compresso dal
dubbio di affievolire la propria dignità, di derogare a l'autorità
paterna. Adelaide era un tipo affatto diverso, parlava poco e con calma
e gravità; d'ordinario chiusa in sè stessa, non amava che altri le
leggesse ne l'animo, e se un improvviso dolore la colpiva, scoppiava
in pianto, ma andava subito a chiudersi nelle suo camere, da cui non
usciva finchè non si era calmata. Nessun impeto visibile in lei: ella
concedeva a pena la sua mano al bacio de' bambini e sospirava nel
vederli vivacissimi e gai, mentre ne godeva la buona suocera sua,
Virginia Mosca, che, rimasta vedova giovanissima, s'era dedicata tutta
a' figliuoli. La sera nel suo mezzanino, dov'ella sedeva sopra un sofà,
conversando col suo vecchio cavalier servente Volunnio Gentilucci,
irrompevano i nipoti, che precipitandosi a gara per abbracciarla
rovesciavano spesso il tavolino e la lucerna; e non di rado scherzavano
alle spalle del cavaliere, il quale non poteva nè pur sfogarsi a
sgridarli, perchè, se ci si provava, l'affettuosa vecchia era sempre
pronta a dar ragione a loro e ad impermalirsi con lui. Graziosa scena
questa de' due vecchietti eleganti e compiti, che stentano a tenersi il
broncio, davanti alla contagiosa allegria d'una brigata di birichini!

                                   *
                                  * *

Non è difficile immaginare, da le notizie che se ne hanno, quale
fosse la vita dei ragazzi Leopardi: studi severissimi e faticosissimi
co' precettori, rare e patriarcali distrazioni, chiasso co' cugini o
qualche tombola giuocata ne l'orto di certi frati, pratiche religiose
continue e continua sorveglianza.

Tutti sanno come il primogenito, gracile per natura, perdesse
interamente la salute e divenisse gibboso per le soverchie fatiche
durate sui libri, e come fra lui ed i fratelli da un lato e il padre da
l'altro, sorgesse, e a poco a poco si facesse profondo, il dissidio,
perchè la stretta tutela in cui eran tenuti irritava i loro animi
non meno fantastici che appassionati, e perchè nelle idee e negli
affetti essi venivano scostandosi da Monaldo. È pure assai noto come la
disperazione di Giacomo giungesse a tal segno da risolverlo a tentar
la fuga dalla casa paterna, progetto fallito per caso. Che faceva,
che pensava intanto la contessa? Tutt'assorta nel suo compito di
amministratrice, non si accorse forse che tardi de la perduta salute
e de la deformità di Giacomo; ed è doloroso il notare come questi,
giovanetto, affettuosissimo per natura e di una sensitività esaltata,
persuaso di dover morire ben presto, mentre seduto sul letto, di
notte, al lume di una fioca lucerna, scrive, fra le lagrime, il suo
_Appressamento alla morte_ e si duole di dover perire _come infante
che parlato non abbia_, senza che alcuno conosca il suo grande spirito,
Giacomo, che teneramente si rivolge alla Vergine, non ha una parola per
sua madre. Doloroso del pari è il rileggere quanto il marchese Solari
scriveva a Monaldo, dichiarandogli apertamente che per lui la causa
della tentata fuga di Giacomo doveva essere l'eccessiva severità della
contessa.

Nei dissidi fra il padre ed i figliuoli ella teneva naturalmente dal
primo, ma senza punto tentare di piegarlo a più indulgenza verso di
quelli, senza punto usar loro quelle giuste larghezze che li avrebbero
calmati, perchè non comprendeva quei cuori giovanili ed il loro bisogno
di vita e di libertà. Ed ella avrebbe potuto tutto, ella che comandava
veramente e cui tutti obbedivano. «Io a casa mia non sono padrone che
delle frittate,» soleva dire Monaldo, che si sfogava a gridare contro
le prepotenze delle mogli italiane, ma rimaneva sempre impigliato
nelle gonne della sua e non osava, nè anche per cose lievissime,
_affrontare il muso di lei_, come scrisse Paolina. Per quei giovani
focosi, esaltati, era un _vivere senza vita, senz'anima, senza corpo_,
che faceva desiderar loro ad ogni momento la morte. In Giacomo,
infelicissimo fra tutti, e nella grandezza del suo spirito conscio
di tutte le sue sventure, si spense ogni vivacità, ogni allegrezza, e
venne a mancare a poco a poco persino la speranza e la fede: egli, dopo
anni di dolore che gli parvero secoli, riuscito ad andarsene di casa,
si ricorda assai spesso di mandare i suoi saluti alla madre, ma non
le scrive quasi mai; ed ella a sua volta tarda lunghi anni a dargli un
aiuto materiale, e non lo dà finchè non è richiesto; e pure ella doveva
sapere quanto questa domanda dovesse riuscir incresciosa a l'animo
delicatissimo ed altero del figliuolo. «Son più le volte che senza
qualche soccorso di amico sarebbe stato digiuno, che non quelle in cui
avrebbe mangiato,» asseriva G. B. Niccolini alla marchesa Lucrezia
Niccolini-Monti, andata sposa in Recanati, cui aveva chiesto se la
famiglia Leopardi navigasse in pessime acque, rimanendo stupito al
sentire che no. Certo però Adelaide non supponeva le reali strettezze
di Giacomo, perchè, come Monaldo ebbe a scrivere a questi, ella credeva
le lettere una miniera d'oro, la quale rendesse inutile ogni altro
sussidio a quel figlio che pure ella amava _tenerissimamente_.

Che lo amasse ne fa fede tutto l'epistolario leopardiano. Nel 1825,
quando Giacomo da Milano tornò a Bologna e scrisse a casa degli accordi
con l'editore Stella e della lezione al giovane greco, Paolina, che in
quel tempo non era certo tenera della madre, rispondeva al fratello:
«La mamma vuole che ti saluti e ti risaluti; essa quasi piangeva dalla
consolazione nel leggere la tua ultima, e si rallegra con te e spera
che sarai sempre più contento.»[5]

Anche la breve letterina, una delle due che ci rimangono, scritta da
Adelaide al figlio il 29 novembre 1822, quand'egli, per la prima volta
lontano da casa, si trovava a Roma, ha frasi affettuose, e assai più
che non dicano significano forse quelle righe: «Molto mi ha rallegrato
la vostra lettera, ma molto più quella che avete scritto al babbo da
Spoleto. Vedo che conoscete bene i vostri doveri a suo riguardo e ciò
mi è garante della vostra buona condotta in avvenire.»

Chi rammenti i dissapori profondi tra Monaldo e Giacomo deve sentir qui
il dolore che ne provava Adelaide, e un rimprovero, un consiglio dato
con una delicatezza veramente femminile e veramente materna. «Sapete
quanto io vi amo sinceramente e qual spina mi sia stata al cuore il
vedervi sempre malcontento e di malumore.... abbiatevi moltissima cura
e non trattate persone indegne.... amatemi e credete sempre all'affetto
sincero della vostra affezionatissima madre, che vi abbraccia e vi
benedice.»[6]

Queste semplici frasi spirano un affetto sincero e una santa premura,
della quale nelle lettere dei parenti a Giacomo si trova traccia
ben spesso: ora è Paolina (9 dicembre 1822, pag. 47, vol. cit.) che
scrive al fratello: «Mamma non fa che lodarsi di voi e compiacersi
grandemente delle vostre lettere»; ora è Adelaide stessa che dice al
suo «_carissimo_ ed _amatissimo figlio_, al suo _figlio d'oro_» d'esser
tanto lieta delle sue buone notizie e di aver infinita riconoscenza
pei parenti di Roma, che gli si mostrano gentili (26 gennaio 1823,
pag. 82, vol. cit.); ora è Monaldo, che gli parla della grandissima
consolazione provata dalla madre, sentendo che egli non _si è piaciuto
di Milano quanto in casa temevano_: «Giacchè ci avrebbe amareggiati
assai, o la vostra lunga dimora costì, o il vedervene partire con
molto rammarico» (30 agosto 1825, pag. 121, vol. cit.); ora è di
nuovo Paolina, che ringrazia il fratello per parte della madre e con
viva riconoscenza della premura usatale di cercar d'una sua antica
servente e di dargliene notizie: «Mamma vuole che ti saluti nuovamente
e che ti parli del suo grande affetto per te.» (13 dicembre 1825,
pag. 143-144, vol. cit.) Malgrado questo, Giacomo non aveva altro
pensiero, altro desiderio che quello di starsene lontano da Recanati,
ed è certo che non poco vi contribuiva il ricordo della severità
che la contessa metteva in tutti i particolari della vita domestica.
«Veramente ottima donna ed esemplarissima, si è fatta delle regole
di austerità assolutamente impraticabili, e si è imposti dei doveri
verso i figli, che non riescon loro punto comodi»; scriveva Paolina
(26 maggio 1830) a Marianna Brighenti; Paolina, che già trentenne
doveva farsi indirizzare le lettere dell'amica presso il suo vecchio
precettore, non permettendole la madre ch'ella facesse amicizia con
alcuno, perchè ciò, secondo lei, distoglieva da l'amore di Dio; e non
voleva veder lettere dirette a la figlia, a la figlia _trentenne_, nè
pure se fossero state _del suo santo protettore_. La povera contessina,
che desiderava conoscere di persona le sue amiche Brighenti e sapeva
di non poterle accogliere in casa, doveva rinunziare anche al piacere
di vederle in chiesa o da la finestra (esse sarebbero andate a
Recanati sol per procurarle questa gioia), perchè in chiesa andava
unicamente la festa e accompagnata, e quel ch'ella poteva vedere da
la finestra era sempre sorvegliato da sua madre, la quale _girava
per tutta la casa, si trovava da per tutto e a tutte le ore_. (Vedi
_Lett. di Paolina ad Anna Brighenti, 4 marzo 1831_). Tale severità
irritava anche la mite contessina; mentre d'altra parte Adelaide,
più che tutti gli altri di famiglia, si dava pensiero di cercare uno
sposo a quella figliuola e voleva che si tentasse di combinare, anche
quando le più gravi difficoltà eran palesi. Più duro di tutti i figli
verso di lei fu Carlo, nelle lettere del quale troviamo frasi acerbe
assai; una volta (Lett. a Giac., vol. cit., pag. 182-183) dubitando
che Adelaide avesse aperta una sua lettera a Giacomo, consegnatale
perchè la francasse, riscriveva al fratello dicendogli di questo dubbio
e come la madre avesse rifiutato ostinatamente di toglierglielo, e
prorompeva contro _la curiosità donnesca e l'imperiosità insopportabile
di lei_; confessando però egli stesso d'essere in un momento di _rabbia
incredibile_. Pare che la contessa e Monaldo aprissero infatti la
corrispondenza dei figliuoli e la intercettassero talvolta, cosa che
formava la disperazione specialmente del primogenito; nè la buona
intenzione con cui lo facevano, basta a giustificarli. Ma nella loro
severità, come ne l'inesorabile economia di Adelaide, non v'era mai
punto mal animo, e la contessa doveva amar di cuore tutti i suoi
cari, se mostrava tanto rincrescimento quando s'allontanavano da
lei, se una volta il ritorno improvviso di Monaldo la fece quasi
svenire,[7] se non seppe mai rifiutare a Giacomo i soccorsi ch'egli
chiese (modestissimi è vero e domandati in modo che niuno che avesse
cuore poteva negarli); ma li accordò anzi con parole tali da commuover
lui, che pur diceva non esser più capace di verun sentimento; se la
sua vita intiera fu consacrata a la famiglia; se quand'ella morì,
nella sua camera fu trovata la seggiolina in cui eran stati seduti
tutti i suoi figliuoli bambini, seggiolina che, con atto di tenerezza
materna, ella aveva conservata religiosamente per fanti anni; e se
infine Monaldo, pur dichiarandosi tanto discorde da lei quanto son
lontani fra loro il cielo e la terra, pur credendosi castigato dal
cielo nel suo matrimonio contrario al volere della madre, dichiara
Adelaide buona moglie, saggia, affettuosa e pia, afferma che ventisei
anni di matrimonio non smentirono un momento la condotta irreprensibile
ed ammirata da tutti di quella donna forte, intenta solo ai doveri
del suo stato, incurante d'ogni piacere od interesse che non fosse
quello della famiglia o di Dio; confessa di averle obbligazioni
innumerabili e che il _suo ingresso_ nella famiglia Leopardi fu _una
vera benedizione_. Monaldo stesso nel suo testamento dichiara Adelaide
_la sua amatissima consorte_ ed aggiunge: «Sono poi certo che i miei
figli la rispetteranno e obbediranno come loro degna e venerata madre,
rammentandosi qualmente essa, non solo è stata l'edificazione e la
benedizione della famiglia con la sua costante religione e pietà;
ma, con la sua saggia economia, prudenza e giudizio, ha ristaurato il
patrimonio domestico dalle percosse dei tempi trascorsi; e se la casa
nostra si è conservata in mezzo a tante burrascose vicende, questo
è dovuto primieramente alla misericordia di Dio, e poi alle cure,
diligenze e fatiche di questa savia, amorosissima donna.»[8]

La sorveglianza instancabile di Adelaide, la sua durezza, dovevano
riuscir penose a lei stessa, che soffriva per sè e soffriva forse di
far soffrire; ma rimaneva inflessibile, persuasa che questo fosse il
suo dovere. A ragione il Finzi crede che una delle principali cause
per cui ella e Monaldo rifiutarono sempre di mantener lontano di casa
Giacomo, fosse la cura de l'anima di lui, che, secondo loro, lungi da
la casa paterna cedeva a malvagi amici e si perdeva.

Come il conte e la contessa non comprendevano i figli, così questi non
sempre compresero loro; e Giacomo, che ne' suoi pensieri giudicava
l'educazione moderna un formale tradimento ordito da la vecchiezza
contro la gioventù, se, com'è probabile, pensava a l'educazione
propria, si lasciava sopraffare da l'amarezza: «Non lascia d'esser
notabile che tra gli educatori, i quali, se mai persona al mondo,
fanno professione di cercare il bene dei prossimi, si trovino tanti
che cerchino di privare i loro allievi del maggior bene della vita,
che è la giovanezza. Più notabile è, che mai nè padre, nè madre, non
che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai
figliuoli un'educazione, che muove da un principio così maligno. La
qual cosa farebbe più maraviglia, se già lungamente, per altre cause,
il procurare l'abolizione della gioventù, non fosse stata creduta opera
meritoria.»

È notevole il giudizio che di Adelaide dà il canonico Avoli:[9] egli
la crede donna più di mente che di cuore, di propositi virili, più
che di tenerezze materne, pensa che non possa venir giudicata se
non severamente nei nostri tempi, e che per averne criterio equo sia
«necessario trasportarsi con la memoria a circa un secolo addietro.»
Ricorda come appaia naturale che, malgrado la più sincera affezione,
l'accordo fra Adelaide e Monaldo non fosse perfetto, poichè l'uno
era splendido fino alla prodigalità, l'altra calcolatrice, economa,
massaia.

In tutta la vita e in tutta l'opera di Giacomo Leopardi non vi è un
riflesso della tenerezza materna; ma in tutta quella nobile vita e in
tutto lo splendore di quell'opera risenti l'elevatezza di pensiero,
cui il poeta fu educato. Il Michelet diceva che il mondo vive la vita
della donna, la quale gli dà due elementi di civiltà, la grazia e
la delicatezza, che è un riflesso della purità. La grazia mancò alla
contessa Adelaide, alla rigida signora che, dalle fredde nebbie del
suo mistico cielo, non sapeva distoglier gli occhi, se non per curarsi
della prosperità materiale della famiglia, tanto che «il fine che si
era proposto le fece dimenticare che l'immediata felicità dei figli
poteva qualche volta anteporsi a la futura.»[10] Ma non le mancò
la purezza, la più alta dignità femminile: i figli non si sentirono
attratti da l'anima sua, videro però quell'anima sempre candida, quella
vita sempre d'una trasparenza assoluta, come d'una gemma che nulla
offusca, e ne ritrassero la morale elevazione, ammirabile in tutti e
più che mai in Giacomo.

Adelaide Antici ebbe il premio che meritavano i suoi sacrifici: vide
tornato pienamente in fiore il patrimonio dei Leopardi, e questo per
opera sua, ma quante pene le amareggiarono questa gioia! Pianse, morti
in giovane età, il suo Luigi e il suo Pier Francesco; e, quantunque la
rassegnazione, ch'ella credeva dovere di donna cristiana, le facesse
piegare umilmente il capo ai voleri della Provvidenza, sarebbe ingiusto
negare il dolore di questa madre, che ci è dipinta inginocchiata,
pregando fra le lagrime nella camera vicina a quella dove stava per
spirare l'ultimo figlio rimasto a la sua casa (ultimo se si pensi
che Carlo non ne faceva quasi più parte e di più non aveva prole), di
questa donna che a l'annunzio de la sventura, cui non sapeva ancora
credere, scoppia in violenti singhiozzi e vuol poi prestare ella stessa
colle mani tremanti gli estremi uffici al suo caro perduto. Ella vide
sola nel mondo la sua Paolina, perdette il marito, due nipoti; e quel
Giacomo, che le aveva dato pel primo il nome di madre, fu perduto per
lei più che gli altri, morto solo, lontano e senza fede.

Il prof. Filippo Zamboni nel 1847 visitava la casa Leopardi: vide
i manoscritti del poeta ed entrò nella camera ove questi era nato:
Adelaide, _maestosa nella persona, austera, coi capelli candidissimi_,
era ritta in piedi dinanzi ad un gran letto. Accennando ad un ritratto
di Giacomo, il professore esclamò con entusiasmo: «Benedetta colei che
in te s'incinse!»

Ella, rimasta immobile, levò solo gli occhi al cielo, esclamando:
Che Dio gli perdoni! «Dunque la madre di Giacomo Leopardi non lo
credeva fra i beati! Non v'è giorno ch'io non ci ripensi ancora
con terrore,» scrive lo Zamboni, vinto da la sua commozione. Ma in
quella risposta c'è forse tutta l'anima della contessa, co' suoi cupi
terrori religiosi, che le amareggiarono le più pure sorgenti de gli
umani affetti, che l'agghiacciarono dinanzi a l'immagine d'un Dio di
spavento, non di misericordia. «Che Iddio gli perdoni!»; io credo che
in queste parole ci fosse un profondo dolore e un amore profondo, un
barlume de l'intima tragedia di cui il secreto fu portato nella tomba
da l'austera contessa, sdegnosa del mondo.

Ella morì il 2 agosto 1857. Carlo, passate le giovanili intemperanze,
dettava per lei una pietosa epigrafe, in cui la chiama «insigne
per pietà ed affetto coniugale, mirabile nel ristorare l'economia
domestica: con sè avara, premurosissima per la famiglia».

                                   *
                                  * *

La critica leopardiana si è affaticata indefessamente a discutere e a
ricercar notizie intorno ai genitori del grande Recanatese, ed avida
del vero, ha raccolto ogni minuzia, conscia che talora anche le minuzie
possono riuscir utili o gradite: tutto quel che ha potuto ha raccolto e
narrato: da le piccole malizie cui, per aver danaro ad insaputa della
moglie, ricorreva Monaldo, come il vender di nascosto grano o vino
d'accordo coi castaldi, il far creder alla contessa d'aver comperato
e di dover quindi pagare libri che prendeva invece dalla propria
biblioteca per mostrarglieli; a le rampogne di lei per la minima
spesa, fosse pur quella d'una maglia di lana, cui ella non avesse prima
consentito, ai mantelli dei ragazzi divenuti troppo corti e allungati
con _due palmi di pelone_. E pure molto e molto si desidererebbe di
conoscere ancora intorno a lei; quanto si sa è forse il peggio, non il
buono de l'anima sua, le esteriorità meschine de l'esistenza, piuttosto
che l'intima vita. Giacomo, il quale non ignorava affatto come la vera
padrona e quindi l'arbitra della sorte dei figli fosse lei, Giacomo,
che nella piena del suo dolore si lasciò spesso sfuggire pungentissime
parole contro il padre, tacque di Adelaide, in cui non aveva trovato
una madre secondo il suo cuore, ma sentiva un'anima vigorosa; sentiva
forse nella grandezza del proprio spirito anche qualche cosa che gli
veniva da lei.


NOTE.

[1] Vedi F. TRIBOLATI, _Il Leopardi e la sua famiglia_ (nel _Fanfulla
della Domenica_, 24 luglio 1881).

[2] Vedi E. COSTA, _Lettere di Paolina Leopardi a Marianna e Anna
Brighenti_. (Parma, Battei, 1888; in 16º, di pagg. XIX-308.)

[3] Vedi C. ANTONA TRAVERSI, _Studi su G. Leopardi_. (Napoli, Detken,
1887; in 16º, pagg. VIII-363, pag. 54.)

[4] Vedi _Quattro lettere inedite di Adelaide Leopardi_ pubblicate per
nozze Voglia-Ceccaroni da Maria e Leandro Mazzagalli Morotti. (Foligno,
Campitelli, 1885; in 16º, di pagg. 11.)

[5] _Lettere scritte da G. Leopardi a' suoi parenti_, edizione curata
su gli autografi da G. Piergili. (Firenze, Le Monnier, 1878; in 16º, di
pagg. XXVII-304. Lettera di Paolina, 6 ottobre 1825, pag. 131.)

[6] Vedi volume citato alla nota precedente. Lettera di Adelaide, 29
novembre 1822, pagg. 33 e 34.

[7] Vedi C. ANTONA TRAVERSI, _Documenti e notizie intorno alla famiglia
Leopardi_. (Firenze, Münster, 1888; in 16º, di pagg. X-382.) (Da le
_Memorie inedite di Monaldo_. — Nota del 24 gennaio 1802, pag. 93,
volume citato.)

[8] Vedi nel volume citato di C. Antona Traversi, _Testamento di
Monaldo Leopardi_, da pag. 179 a pag. 221.

[9] Vedi _Autobiografia di Monaldo Leopardi_, con appendice di A.
Avoli. (Roma, Tipografia A. Befani, 1883; in 8º, di pagg. IX-431), da
pag. 263 a pag. 269.

[10] Vedi A. D'ANCONA, _La famiglia di G. Leopardi_, nella _Nuova
Antologia_, 15 ottobre 1878.



   [Illustrazione: FERDINANDA LEOPARDI MELCHIORRI]



FERDINANDA LEOPARDI MELCHIORRI.


Il severo palazzo dei conti Leopardi fu poche volte lieto di così gaie
e magnifiche feste come nel 1777; una bimba era nata al conte Giacomo
e a la marchesa Virginia Mosca, e con la pompa e lo sfarzo insolito si
voleva soprattutto far onor al compare che tenne la piccina a battesimo
e da cui ella ebbe il nome, Ferdinando di Borbone duca di Parma, a la
corte del quale il marchese Mosca, fratello de la giovane madre, aveva
dimorato lungamente.

Dopo Monaldo, il primogenito dei Leopardi, venne al mondo questa
piccola Ferdinanda e dopo di lei Vito ed Enea, rimasti tutti in
tenerissima età (il maggiore non aveva ancora cinque anni) orfani di
padre. Così dopo le feste lietissime suonò sollecita l'ora del lutto
per l'antico palazzo, per la giovine signora e pei teneri bambini, fra
i quali quella che ne patì di più fu forse la Ferdinanda, intelligente
ed affettuosa più che nol comportasse l'età; i ragazzi soffrono spesso
ne le avversità quanto non immaginiamo, la loro forza di sentimento
pareggia non di rado quella degli adulti, e di più essi non sono
abituati a la sventura, la quale li colpisce come qualche cosa di
innaturale, di mostruoso.

La contessa Virginia, quantunque vedova assai giovane, non volle
rimaritarsi, affezionatissima com'era a' suoi figli; e rimase tutta
dedita ad essi e al governo de la casa, retto con generosità, anzi con
lusso, per volere dei fratelli del defunto, i quali si attribuivano
certi diritti, perchè a lui avevano ceduto gran parte del patrimonio
a lo scopo di costituire un maggiorascato. I fanciulli crescevano
fra tutti gli agi de la vita, accarezzati da l'indulgenza materna e
da quella di parecchi familiari, tra cui il cappellano di casa Don
Vincenzo Ferri, bruttissimo uomo da la tinta affricana, con gli occhi
di gatto e la bocca larghissima, ma buono quanto brutto, che sapeva
con la sua inalterabile piacevolezza rallegrare quei ragazzi ed anche
sopportarne, inalterabilmente rassegnato, le non poche impertinenze.
Ferdinanda era una affettuosa bambina, e non pure la madre, ma i
fratelli l'adoravano, tanto che quando nel 1790, a tredici anni, ella
fu posta in monastero a Pesaro, la casa parve rimasta vuota e non
poco ci volle prima che la famiglia si abituasse a l'assenza di lei.
Monaldo narra di non aver mai versato lagrime più dolenti e più sincere
di quelle che gli costò la partenza de la sorellina. Due anni più
tardi andò con la madre a trovarla e un altr'anno di poi ella ritornò
in casa, e con lei parve tornata la grazia, quasi direi la luce, ne
le antiche sale, dove tutti vivevano in mirabile armonia, benchè la
famiglia fosse numerosa. Ne facevan parte la madre, il prozio canonico
Carlo, i quattro zii Luigi, Pietro, Ettore, Ernesto, e i tre figliuoli
Monaldo, Vito e Ferdinanda (Enea era morto bambino), senza dire che
in casa e a la stessa mensa stavano pure il precettore Torres, il
cappellano Ferri, il pedante Diotallevi, il canonico Pascal, francese
emigrato raccolto per carità. Sola giovine donna fra tanti uomini,
presso a una madre amorosa, Ferdinanda, vezzeggiata da tutti, cresceva
di carattere dolcissimo: ella la confidente de la contessa, per quanto
lo permettevano i rigori de l'antico metodo d'educazione; ella l'amica
dei fratelli, ella la padroncina venerata.

I suoi studi erano superficiali, elementarissimi; con l'osservazione,
la lettura, la riflessione costante però, ella si formò un corredo
non meschino d'idee; ma la sua scienza fu soprattutto nel cuore, fu
la scienza di amare, di viver per gli altri, di trovare la gioia più
cara nel far del bene: e non pure nel compiere veri e propri benefizi,
ma ancora nel ridestare un sorriso, nel richiamare un'amabile parola
su le labbra di quanti l'avvicinavano, nel godere di veder tutti lieti
intorno a sè, anche quando nel suo cuore c'erano de le lagrime e poteva
parerle cosa consolante ch'altri piangesse con lei.

Non bella, ma graziosa nel portamento, soave ne lo sguardo pensoso
dei miti occhi azzurri, a sedici anni era un delicato fiorellino,
cui avrebbe giovato il rimaner ancora sotto la protezione de l'ombra
materna: vollero maritarla invece, e Monaldo, da poco messosi a capo
de la famiglia, acconsentì di buon grado a darle la dote di otto mila
scudi, più di quel che avrebbe potuto. Lo sposo fu il marchese Pietro
Melchiorri di Roma,[11] bel nome, onestà perfetta, ingegno non volgare,
che si dilettava soprattutto di studi architettonici, ma scarso
patrimonio e cuore non in tutto rispondente a quello d'un'appassionata
giovinetta sedicenne. La sposa entrò nel 1795 con poco lieti auspici
ne la casa maritale, quel palazzo Melchiorri, presso la Minerva, oggi
detto de la Palombella e sede di ben nota scuola femminile; vi trovò
con la matrigna, nove tra sorelle e fratelli del marito, coi quali la
mitezza de la sua indole la fece viver d'accordo, benchè il dissesto
economico di quella casa potesse offrire non poche occasioni, o se si
vuole pretesti, a la discordia; ma ella ebbe forse a desiderare più
d'una volta la pace e le dolcezze de la casa materna.

Si fece una cara abitudine de la lettura, che continuava
indefessamente, finchè gli occhi deboli e spesso ammalati glielo
permettevano; scriveva con piacere e con facilità lettere, che, se non
sono un modello di perfezione letteraria, rispecchiano nitidamente
ne la loro sincerità la sua anima gentile; amava anche occuparsi in
qualche ricamo od altro lavoro piacevole, il quale lasciasse libertà
di meditazione a la mente, che veniva coltivandosi da sè stessa con
l'acume naturale.

Le contrarietà e i dolori, l'esperienza de la vita e de gli uomini,
lungi da l'affievolire, affinarono la sua tenerezza squisita, che
non si smentì mai. Aspetto e modi aveva tutti gai ed affabili, senza
affettazione e senza vivacità soverchia; rifuggente dai complimenti
e da le espansioni non sincere, era tuttavia graziosa in famiglia,
graziosa co' conoscenti e con tutti; non facile a concedere il suo
affetto, di cui ella medesima, anche ne la sua modestia, comprendeva
il valore, era sdegnosa di volgari amicizie e di sentimenti fiacchi, e,
intimamente sola ed appassionata, trovava ne la religione un sollievo;
senz'esser punto bigotta, aveva slanci mistici sinceri, cercava ne
l'idea de l'infinito e de l'eterno la quiete de l'animo e giungeva così
a scordare i suoi dispiaceri col trascurarli e col tenere sempre alto
lo spirito.[12]

Certo Ferdinanda ne l'intimo suo dovette combattere dolorose lotte
e aver momenti di desolata stanchezza dinanzi a le miserie ed a le
ingiustizie del mondo, così diverso dal suo cuore e da' suoi sogni;
come una flessibile pianta al soffio del vento si china umilmente, ma
ne resta sfrondata, ella piegavasi a le sventure, ma sentiva morire in
sè stessa ogni gioia, ogni cara illusione; pur senza consolarsi sapeva
rilevar il cuore da l'abattimento per rivolgersi più che devotamente,
amorosamente a Dio, _baciando la mano che la percuoteva_, sentendo con
dolcezza sopra di sè la protezione di un padre vigile e amoroso, cui
ella chiedeva sommessa un ristoro a' suoi mali, ristoro che attendeva
paziente, dicendo a sè stessa come dirà più tardi al suo grande nipote:
«È da vile il non saper soffrire.» Così acquistava la pace e una certa
indifferenza per le proprie pene, che era tutt'altro che freddezza.

Religiosa fu certo quanto la cognata sua Adelaide Antici Leopardi, ma
quale diversità tra la fede rigida, opprimente di questa e la fede
tutta d'amore e di carità di quella! Per Adelaide la religione fu
spesso un terrore e un tormento, per Ferdinanda sempre un conforto;
quella pregava piangendo anche in quei momenti che avrebbero dovuto
esser più lieti per lei; questa ritrovava un sorriso ne la preghiera,
anche quando il suo cuore era più oppresso; per la prima la fede era un
mistero di tenebre, per la seconda un mistero di luce.

La tristezza di Ferdinanda dipendeva certo in buona parte da un'indole
per natura disposta a la malinconia e da una finezza di sentire che
doveva ad ogni momento esser ferita da le due realtà de l'esistenza.
Ella era una vera Leopardi, uno di quegli esseri che pensano troppo
ed amano troppo in un mondo dove non soltanto poco si pensa e poco si
ama, ma ancora poco si apprezzano il pensiero e l'affetto, creature che
di rado trovano fra gli uomini chi le somigli, e vivono perciò quasi
estranee fra i loro simili, infelici perchè non possono nè mutare le
cose, nè mutare sè stesse, vedendosi negate anche le gioie che godono
i volgari, perchè a loro il sogno scolora la realtà. Come, a quanto
dicono, Ferdinanda somigliava a Giacomo Leopardi ne le fattezze,
negli occhi, nel sorriso, così gli somigliava ne la grande e funesta
sensitività. Ma oltre a ciò non fu certo arrisa da la fortuna la sua
modesta vita. Non pare che pel marito ella provasse grande trasporto
d'affetto, benchè avesse per lui ogni premura e fosse degna di lode
come moglie al pari che come donna. Nelle poco liete vicende de la
sua nuova famiglia vennero a confortarla i figliuoli; di tre fanno
menzione le sue lettere: Nanna, Peppe (quel Giuseppe, che fu illustre
archeologo ed intimissimo di Giacomo Leopardi, il quale nel prediligere
il figliuolo ricordava forse le tenere premure e la santa amicizia de
la madre) e Camillo, divenuto poi benedettino ne la badia di San Pietro
in Perugia. D'un altro figlio di lei, Anton Giacomo, fa cenno Monaldo
ne le sue memorie: il povero bambino, travagliato da una lunga malattia
che l'aveva fatto sottoporre a una cura penosissima, moriva a diciotto
mesi il 21 marzo 1803, lasciando afflittissima la madre, che lo aveva
assistito con indefessa premura, non staccandosi mai da lui, nè pure
per concedersi qualche minuto di riposo, dormendo anzi, o meglio
vegliando, ne lo stesso letto col piccolo ammalato. Anche morto, volle
tenerlo fin che potè fra le proprie braccia e vestirlo ella stessa.

Monaldo ricorda ancora la malattia orribile di un altro figliuolo
di Ferdinanda, che nel 1801 a due anni stava per esserle tolto e che
contro ogni speranza improvvisamente risanò, crede il conte, per un
miracolo de la Madonna.

Di tutti i figli Ferdinanda fu ugualmente tenera: nel giugno del 1821,
sentendo che certi assassini infestavano i dintorni del collegio in cui
aveva posto in educazione il suo Camillo, andò in fretta a riprenderlo,
benchè probabilmente egli non corresse alcun pericolo.

                                   *
                                  * *

Affezionatissima a Monaldo e a la famiglia di lui, essendo nel '19 a
Recanati, intuì la grandezza di Giacomo non ancora compresa da nessuno,
sentì nel suo cuore la bontà e gli affanni di quel Grande e l'amò con
la soavità e l'effusione di tenerezza che nella propria casa egli non
aveva conosciuta, nè conobbe mai. Il timido giovanetto che, tranne
coi fratelli, parlava pochissimo e quasi per forza, le aperse l'animo
suo e la chiamò più che zia, amica. In lui, chiuso in sè talmente
da lasciar a pena trasparire un raggio de la sua luce intellettuale,
ella apprezzò le maniere correttissime, la dignità di un dolore che
doveva attrarre simpaticamente lei così amica de la malinconia e così
pietosa; avvicinatasi al nipote sospinta da un affettuoso interesse,
riuscì a farlo parlare, ne ammirò i pensieri ed i sentimenti; e
finch'ella rimase a Recanati, godette di tenerselo quanto più poteva
vicino e d'interrogarlo, sofferse di vederlo penare. Ella non osava
ancora dir nulla, ma in cuor suo bramava di consolarlo e di guidarlo
con la sua mano affettuosa di donna nel mondo da lui sospirato e
in cui egli avrebbe potuto trovare le distrazioni necessarie al suo
spirito, troppo assorto in sè stesso e negli studi. Sapendo di poter
poco, nulla osava offrirgli che il suo affetto, ma questo caldo,
espansivo, tenero, tutto devozione: e quanta gioia per lei nel veder
rasserenarsi la fronte del giovanetto, nel vederlo sorridere a' suoi
scherzi! Ella pensava già di intromettersi presso Monaldo in favore
di Giacomo, pur non avendo la certezza di far cosa gradita a questo,
le mancava il coraggio d'iniziare i suoi tentativi. Tornata a Roma,
dopo una dimora a Recanati, gli scrive da prima quasi con una certa
timidezza, poi sempre con più aperta effusione. Le loro due prime
lettere partono contemporaneamente, senza che l'uno sappia de l'altra:
il giovinetto ha tanto bisogno di sentirsi amato e la gentile signora
gli ha fatto per la prima intravedere le materne dolcezze!... Egli le
chiede con abbandono il conforto de le sue parole: ella sarà una de
le poche persone cui egli potrà aprire il suo cuore: ed ella risponde
lungamente, teneramente, il suo Giacomo troverà il cuor de la zia
non tanto dissimile dal proprio e gli dipinge apertamente sè stessa,
lo rimprovera con dolcezza per la sua malinconia, lo esorta a non
lasciarsi andare a una sensitività senza freno, che lo renderebbe
infelicissimo, a uscir di casa, e quando sa che quest'ultimo consiglio
è stato ascoltato gli scrive: «In certo modo nella mia solitudine
godevo di farvi compagnia, venendo con voi ed accompagnandovi fuori
di casa, come se personalmente fossi con voi»; discute con lui di
filosofia, quantunque con modestia confessi e si dolga di non aver
bastante ingegno per rispondere adeguatamente a le riflessioni di lui;
e tuttavia si prova a persuaderlo che la vita non è necessariamente
sventura, che l'uomo non è creato per soffrire.... poi ride de la
propria gravità: «Giacomo mio, io rido con me stessa, perchè mi pongo
a trattare di certa materia che non è da me; ma voi mi siete tanto
a cuore che per non sentirvi infelice, divengo filosofo, teologo
e tuttociò che a questo scopo può bisognare»; (lettera 2 febbraio
1820) ed egli risponde che le espressioni de la tenerezza di lei, gli
parrebbero quasi esagerate, se non conoscesse il cuore da cui partono.

Ferdinanda si duole e si compiace insieme di queste parole; protesta
che non sa essere se non sincera, non che talora non debba ella stessa
piegarsi a fare qualche complimento; se le convenienze lo esigono, lo
fa, ma così di mal grado e con tanta parsimonia che teme sempre di
far scorgere quanto questo l'annoi. Invece con le persone che ama e
stima non dura alcuna fatica ad essere espansiva: «I miei sentimenti
escono dal cuore, vanno alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua
posto in pendenza versa ciò che contiene entro sè stesso.» (Lettera 8
aprile 1820.) Il suo interesse pel nipote si fa sempre più vivo, ella
si strugge di toglierlo da le sue tristezze, vorrebbe giovargli a costo
di qualunque sacrificio proprio, si studia intanto di consolarlo, e
lo prega, lo scongiura di vincere per amor di lei la sua malinconia,
assicurandolo ch'egli ha in sè tutto ciò che può conciliare la stima
e l'affetto, benchè egli, affranto dal suo dolore, creda l'opposto.
Vuole che si distragga: «_Nella natura troverete delle delizie che
non troverete mai nel silenzio di una camera_,» gli dice e lo esorta
a uscire in campagna; chiamandolo col dolce nome di _figlio suo_
gl'impone di non avvilirsi, di non rendersi la vita un tormento; e
sempre gli accenna il Cielo come il miglior conforto di chi soffre.
Ma ella non tarda ad accorgersi che una consolazione di parole non
basta al nipote, e, ardendo d'affetto e di compassione, ella, pur tanto
ritrosa ad impicciarsi dei fatti altrui, ella che doveva ben conoscere
il carattere autoritario di Monaldo, prega il fratello di mandarle
Giacomo a Roma per qualche tempo. Il conte, ostinatissimo in fondo,
ma cedevole a l'apparenza, non nega, anzi pare disposto a dare un
consenso, che certo non era punto nelle sue intenzioni, se ci vollero
ancora due anni per piegarlo a lasciar uscire di Recanati il figliuolo.
E Ferdinanda pertinace nel suo zelo non si stanca d'insistere, senza
dirne però nulla al nipote pel timore che le alternative di speranza
e di dubbio debban troppo tormentare quell'anima agitata e sensitiva;
però quando sa che gli son date speranze d'ottenere un impiego a
Bologna, gli rivela il suo desiderio e i suoi tentativi: ella vorrebbe
che in casa sua egli acquistasse abitudini di società e facesse la
conoscenza di persone autorevoli con l'aiuto de le quali egli potrebbe
poi trovare un impiego a Roma. Perori egli stesso la sua causa presso
il padre, questi non è disamorato, anzi è degno d'affetto, e la sua
freddezza apparente dipende tutta dal dispiacere di vedersi escluso da
la confidenza dei figli. La donna gentile insiste teneramente perchè
quel ghiaccio si fonda, perchè Giacomo parli al padre a cuore aperto:
s'egli potrà andare a Roma troverà in lei una madre affettuosa che non
lascierà nulla d'intentato per compiacerlo.

Ma mentre Ferdinanda è tutta lieta di questa speranza, un'inaspettata,
gravissima sventura viene a colpirla: il 30 novembre 1820 muore la
contessa Virginia Mosca-Leopardi, sua madre. Ferdinanda non era punto
preparata a questo dolore; solo otto giorni innanzi ella aveva scritto
a la contessa, rallegrandosi di sentirla star meglio e compiacendosi de
la poca gravità de gl'incomodi che l'affliggevano, facendole coraggio,
pregandola d'ascoltar la messa in casa e ad ora tarda, _perchè il
Signore gradisce il buon cuore_ e non vuol che si faccia più di quel
che le proprie forze permettono. Ferdinanda che quasi in ogni lettera
raccomandava premurosamente la madre al nipote, sfoga con lui il suo
cordoglio: sofferse tanto a la funesta notizia che credette di dover
seguire ne la tomba la sua perduta; la mente non poteva distrarsi dal
doloroso ricordo, il cuore non sapeva aver altro desiderio che quello
de la diletta defunta, e, pur cercando ne la fede e ne la famiglia la
forza per rassegnarsi a quella sciagura, non riusciva a trovarla; le
sue intime pene furon tali in realtà che la condussero anzi tempo al
sepolcro. Ella medesima, che tante volte aveva scongiurato Giacomo di
vincere la tristezza, ora gli scriveva che il proprio dolore, in cui le
pareva forse di sentir viva ancora la sua mamma, le riusciva carissimo
e che cercava di nasconderlo agli sguardi di tutti, perchè non si
tentasse di toglierglielo; unico conforto per lei era quello di non
averne nessuno.

La compagnia del fratello Vito e della famiglia di lui, rimasti a Roma
per qualche tempo, le diede distrazione, se non sollievo; partiti
loro, avrebbe voluto ella pure tornar a Recanati, ma sentiva di non
poter reggere ai cari e penosissimi ricordi che là ogni cosa le avrebbe
ridestato nell'animo.

Ma il suo era uno di quei cuori che dimenticano le proprie ferite per
curare le altrui; e anche ne la dolorosa oppressione del suo spirito,
ella trova parole materne per Giacomo e vuol adoperarsi a farlo uscire
di Recanati, poichè questo ormai è il supremo desiderio di lui. Pel
nipote fa quello che non avrebbe mai fatto per sè stessa, chiede
un'udienza al cardinale Segretario di Stato a fine di raccomandargli
il grande e infelicissimo giovane, cui ella vorrebbe venisse concesso
il posto vacante di professore di latino a la Biblioteca Vaticana. Non
si stanca di cercar persone che insistano a favore di lui; le dicono
che il Mai potrebbe molto ed ella prega amici e conoscenti che lo
dispongano in favore del nipote. Questi le diviene sempre più caro,
perchè sempre più ella comprende quanto le somigli nella delicata,
profonda sensitività: «Gli animi sensibili si conoscono, s'intendono,
si amano.» (Lettera 21 marzo 1821.) Pure la gentile Ferdinanda si duole
di questa sensitività, perchè comprende che è causa di intimi strazi,
da cui la vita è amareggiata per sempre; consiglia il suo Giacomo a
rendersi il cuore più forte, più fermo; forse allora potrà essere meno
infelice. «Ma se non l'ottenete.... Ebbene riposate nei cuore vostro,
che sarà sempre migliore di quello degli altri; chè rare volte si
combinano de' cuori umani sensibili e onesti.»

Le sue premure per la cattedra non riuscirono a nulla, perchè quel
posto era già promesso ad altri; così Ferdinanda non ebbe la tanto
desiderata gioia d'aversi Giacomo vicino.

Le ultime lettere di lei rivelano una grande stanchezza, un
languore invincibile, ma fino l'ultima è ardente d'affetto pur ne le
malinconiche parole che si riferiscono ai parenti di Giacomo, i quali
si erano mostrati offesi da l'insistenza di lei, che voleva ad ogni
costo togliere il nipote a la micidiale tristezza in cui si consumava
a Recanati. A questo proposito Teresa Teia Leopardi scrive ne le sue
_Note biografiche_: «La sua tenerezza per Giacomo le fece oltrepassare
i limiti di una prudente intervenzione tra lui ed i suoi genitori.
Ne so abbastanza su quelle intime scaramucce.» Queste scaramucce
accrescevano l'amarezza de la marchesa Melchiorri, che lentamente si
avvicinava al sepolcro, rassegnata ai voleri del Cielo, ma col cuore
oppresso da mille pene: Monaldo non le rispondeva più, ed ella scriveva
al nipote, e furon le ultime parole che gli rivolse: «Mille cose.... a
chi poi?... A chi si ricorda di me in casa vostra; vogliamo dire, caro
Giacomo, che tu parlerai sempre solo a te stesso di me! Basta. Saluti a
tutti.» (Lettera 29 maggio 1822.) Così, ne la sua mortale spossatezza,
Ferdinanda si scuoteva per raccogliere le proprie forze nei suoi
gentili affetti, e non potendo forse scrivere a lungo, diceva a Giacomo
di pensar egli stesso le espressioni de l'amore di lei assicurandolo
ch'ella vi consentiva per quanto grandi fossero.

In quell'estate, andando a Nocera pei bagni, da cui sperava poter
ritrarre qualche giovamento a la malferma salute, vi moriva senza avere
avuto la gioia di riabbracciare il nipote, ch'ella aveva amato come una
madre vera; e, ironia de la sorte, nel novembre di quello stesso anno
1822, Giacomo otteneva finalmente di recarsi a Roma con lo zio Antici.
Ella, la buona anima gentile, non era più là per accoglierlo e fargli
festa, ma dal cielo forse sorrideva al grande spirito di lui che ella,
prima fra i parenti, aveva saputo comprendere.[13]


NOTE.

[11] La famiglia Melchiorri originaria di Recanati vi ebbe sede fino
a l'anno 1568, in cui Benedetto Melchiorri trapiantò un ramo di quella
casa in Roma, dove già risiedeva il fratello di lui monsignor Girolamo,
vescovo di Macerata e di Recanati. Marcello figlio di Benedetto ebbe
la primogenitura instituita da lo zio Girolamo; acquistò il feudo di
Torrita che gli diede titolo baronale; sposò la Pantasilea Massimi e
fece erigere il magnifico palazzo Melchiorri. Spentosi nel 1757 il ramo
romano di casa Melchiorri, vi sottentrò il ramo recanatese.

[12] Vedi _Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti_,
edizione curata su gli autografi da G. Piergili (Firenze, Le Monnier,
1878; in 16º, di pag. XXVII-304). Lettera di Ferdinanda, 18 dicembre
1819, pag. 4. In questo volume sono contenute tutte le lettere
importanti di Ferdinanda; in famiglia ne rimane solo qualcuna scritta
ne l'adolescenza da l'istituto di Pesaro. Nel volume si trovano anche
tutte le altre lettere de la Melchiorri qui citate.

[13] Il comune di Nocera Umbra porrà quest'anno (1898) una lapide
commemorativa ne la chiesa ove Ferdinanda è sepolta. De la marchesa
Melchiorri non fu possibile trovare alcun ritratto. Si sa che di
lei giovanetta venne fatta una bella miniatura, la quale però andò
smarrita.



   [Illustrazione: _Paolina Leopardi_]



PAOLINA LEOPARDI.


Sopra un'altura a breve distanza dal mare, in una posizione
incantevole, è Recanati: poco lungi, sopra un altro colle, sorge Loreto
con la sua Sacra Casa, oggetto da secoli di pii pellegrinaggi; intorno,
nell'ampio orizzonte chiuso lontano da la linea del mare e da la catena
degli Appennini, si elevano il maestoso Monte Morello, oggi ameno
passeggio, ma rozzo, ermo, selvaggio al principio del secolo, il Monte
Tabor signoreggiante la vallata che il Potenza solca con l'argentea
linea delle sue acque, il Monte Sanvicino.

Il borgo, o cittadina, se la si vuol chiamar così, un'ampia strada
principale da cui si partono alcune vie traverse, non ha la tristezza,
l'aria selvaggia che molti gli suppongono, e non potrebbe esser tetro
in quella ubertosa regione tutta vigneti ed olivi che nell'argento de
le loro foglie nascondono i rami contorti e nodosi, sotto la diffusa
luce del sole meridionale, in quella regione ridente, dinanzi al mare,
che ne profuma l'aria di fresche, salubri esalazioni, fra i suoi monti
sonanti d'acque pure e i suoi floridi campi ove il grano s'indora
nel luglio ardente e fioriscono candidi e rosei meli e ciliegi nel
puro aprile. Non è tetro Recanati, ma nella gioiosa festa de' suoi
dintorni ha un'aria seria e severa al par di molte città e villaggi
antichi nostri; nelle mura vetuste, nelle strette vie, nelle chiese
severe, quali il duomo e Sant'Agostino, nei conventi, nei campanili,
quali la torre di piazza o torre del borgo, quella, antichissima,
di Sant'Agostino, che con l'alto cono attirava i fulmini e fu perciò
abbattuta, nei neri palazzi Carradori, Roberti, Antici, Leopardi spira
l'austerità del passato. Quiete e silenti quasi sempre le vie, ove
suonava di rado (parlo del secolo scorso, ma si potrebbe dir lo stesso
del nostro) il cigolío di un carro pesante e il rintocco pensoso di
una campana, il canto di una donna, il gorgheggio dei rosignoli, non
infrequenti ospiti degli ampi giardini, più verdi che fioriti.

Un palazzo grande, severo, di antica architettura, da le alte finestre
ad inferriate, in mezzo a' due giardini, uno a levante l'altro a
ponente, quello più aperto, adorno di gruppi di vasi d'aranci e limoni
e d'una vasca, questo più ombroso e fresco co' suoi alberi fitti che
ne fanno una specie di boschetto, ove mesti s'ergono alcuni cipressi
e s'apre amena una loggia: al primo piano un vestibolo a colonne, con
armi, bassorilievi, qualche cosa di severo e solenne, qualche ampia
sala tappezzata di damasco, ornata di specchi e di mobili dorati,
parecchie altre vaste, quasi nude nel semplicissimo arredamento: ecco
il palazzo avito dei conti Leopardi. In esso al conte Monaldo e a la
contessa Adelaide, dopo i due primi figliuoli, Giacomo e Carlo, nasceva
addì 5 ottobre 1800 una bambina, venuta prematuramente a la luce di
sette mesi e cui vennero posti i nomi di Paolina, Francesca, Saveria,
Salesia, Placida, Blancina, Aloisia. Fu battezzata dal canonico
Ettore Leopardi ed ebbe a padrini il marchese Carlo Antici, fratello
di Adelaide, e la marchesa Francesca Della Branca Mosca, la quale,
malcontenta di restare in Pesaro, tornato a la repubblica italiana
o cisalpina, era andata in Recanati nella casa del nipote, dove morì
nell'aprile del 1801.

Paolina crebbe sempre vicina ai fratelli, partecipe de' loro giuochi,
educata rigidamente al par di loro, istruita con loro e assai più
seriamente che non si solessero istruire le fanciulle del suo tempo.
Nella casa severa, tra gli austeri genitori, attorniati da una
brigata domestica numerosa, ma non lieta, di cui facevan parte lo
zio di Monaldo, Ettore canonico, l'ex-gesuita Don Giuseppe Torres, il
cappellano Ferri, Don Sebastiano Sanchini di Mondaino, Don Vincenzo
Diotallevi; brigata, cui veniva non di rado ad aggiungersi la
compagnia di parenti ed amici per lo più aristocraticamente gravi,
di ecclesiastici tutti compresi di politica reazionaria; sempre
sorvegliati dai genitori, dal precettore o dal pedagogo, i ragazzi
Leopardi, affettuosissimi d'indole, si stringevano fra loro, ad un
tempo compagni, amici, fratelli, e sin da allora prendeva radice nei
loro cuori quel vivissimo affetto che li legò così saldamente e che
tanto conforto diede a la loro gioventù.

Giacomo, esile, ma allora diritto e snello, pieno di vita, avea la
carnagione bianca, gli occhi azzurri, dolci e fieri insieme; Carlo,
più robusto e nerboruto, era di una natura meno profonda e riflessiva,
e, anche bambino, bello, spiritoso e mordace come fu di poi; Paolina,
vestita sempre semplicissimamente di nero, piccola e gracile, aveva
capelli bruni e corti, occhi di un azzurro incerto, viso olivastro e
rotondetto; era brutta, ma di una gentilezza, di una bontà, che potevan
farla parere graziosa a chi la conoscesse intimamente. Ella si adattava
ai chiassosi giuochi dei fratelli, benchè preferisse i divertimenti
più tranquilli; le piaceva soprattutto dir la messa dinanzi ad un
altarino, e per questo e pel suo aspetto, Giacomo e Carlo solevan
chiamarla Don Paolo, nome che le rimase a lungo. Il primogenito,
com'era il più pronto d'ingegno, era anche il più prepotente, e ad
ogni costo voleva primeggiare su tutti; la sorella cedeva di buon
grado e, ancora fanciulletta, cominciava ad avere per lui una specie
di culto devoto, tanto più che negli studi la supremazia di lui era
evidente e che egli non soleva mai farsi pregare per dar aiuto ai
fratelli nello svolgimento dei loro temi o nelle risposte da dare al
maestro. Primo insegnante dei ragazzi fu Don Torres di Vera Cruz, che
era stato anche precettore di Monaldo; ma questi, memore del pessimo
insegnamento ricevuto, benchè conservasse per sempre un'affettuosa
amicizia per quell'ex-gesuita, volle che i figli ricevessero un
indirizzo migliore, e li affidò a Don Sebastiano Sanchini, tenuto in
casa e verso cui si aveva ogni riguardo, come verso l'altro pedagogo
Don Vincenzo Diotallevi, buon uomo questo, grasso e florido, il quale,
con l'ostentazione d'un coraggio che non era punto nella sua natura,
dava talora occasione agli scherzi dei fanciulli. Il Sanchini non fu
un portento, ma certo doveva meritare assai più encomio che biasimo,
se ben presto in tutti i suoi scolaretti fu vivissimo l'amore a lo
studio, amore che in Paolina (non parlo di Giacomo) non venne mai
meno e fu di conforto a la malinconica vita. Questa prima istruzione
era rivolta a la lingua italiana, a la latina, a la francese, a le
scienze naturali, a la storia, a la geografia, ed aveva a fondamento
l'educazione religiosa e morale. Paolina non raggiungeva ancora nove
anni, quando, il 30 gennaio 1808, in uno di quei pubblici saggi che
Monaldo soleva far dare a' suoi figliuoli, rispose a dieci questioni
di dottrina e ad altre dieci, e non facili, di storia e di geografia
antica; l'8 febbraio del 1810 in un altro saggio rispondeva a venti
questioni di filosofia e di scienze naturali, queste ultime riguardanti
le meteore, il terremoto, il sole, la luna, i pianeti, le comete, gli
ecclissi, il flusso e riflusso del mare: in quello stesso giorno ella
doveva parlare de la storia di Spagna, del Portogallo, di Svezia, di
Danimarca e Norvegia, da le più antiche memorie che ce ne restano sino
al 1800. Ella aveva coi fratelli una parte nei dialoghi che Monaldo
componeva e faceva loro recitare pubblicamente. Il Sanchini in una
lettera (1º ottobre 1810) che da Mondaino, ov'era andato a passar le
vacanze autunnali, scriveva a' suoi alunni, ha un paragrafo tutto per
Paolina: «Mulieri invite Latii sermone litteras exarandas me trado. Mos
invaluit, has fusum et colum tractare debere. At de te, Paulina, erit
fortasse dissimiliter, nisi desidia marcescere voles. Perpende, mulier
sicuti nata es, semper mulier eris; propterea muliebres facultates
quoque ediscendæ sunt, et ex istis magis quam ex illis maior eris.
Sed de hoc satis ne aliquis dicat _sutor, ne ultra crêpidas_. Cura
valetudinem tuam. Vale.»[14]

Nel decembre del 1811 Paolina scriveva una lettera in latino a Monaldo,
dandogli relazione de' suoi studi; questa lettera, che fu pubblicata da
l'Avoli negli _Studi in Italia_ (anno V, vol. 2º, pag. 692), prova il
buon indirizzo e la severità de l'insegnamento che le veniva dato.

In una grande stanza ben arieggiata e luminosa stavano disposti l'uno
dietro l'altro i quattro tavolini da studio dei ragazzi, ultimo quello
di Paolina; a tutti insieme (anche al piccolo Luigi) dava le sue
lezioni Don Sanchini, compreso de la gravità del suo ufficio e armato
d'un lungo staffile, ch'egli però brandiva, dice la Teja, più per la
forma che per l'azione. Agli studi s'alternavano ancora i giuochi nei
due giardini di casa, le allegre scampagnate, il chiasso coi cugini
e le cuginette. Paolina amava in quella prima età gli scherzi e
l'allegria, era di carattere affettuoso e franco, e nella soggezione
in cui viveva coi genitori, specialmente con la rigida Adelaide, si
stringeva a Carlo e ancor più a Giacomo, pel quale si sarebbe gettata
nel fuoco. Non aveva che dodici anni, quando per fargli un favore,
ricopiava il manoscritto d'un suo compendio di logica e ne riceveva per
ringraziamento questa graziosa ed erudita lettera:

  «All'Ill.mo Signore, Padrone colendissimo
    »Il Signor Don Paolo Leopardi.
      »Casa.

                                          »Recanati, 28 gennaio 1812.

»Amico carissimo, ricevo in questo momento il plico, che voi m'inviate,
accompagnato da una obbligantissima lettera. Essa è ben degna per
la sua brevità di esser commendata da' Lacedemoni, e dagli altri
popoli della Grecia, i quali, dovendo rispondere in lettera ad alcuna
inchiesta, non iscrivevano talvolta che la semplice parola: No. Il
piacere che voi mi avete fatto col tòrre a copiare il mio picciol
_Compendio di Logica_, non vi sembrerà forse sì grande, quanto lo
è in realtà. Un buon copista è assai raro, ed io non reputo lieve
vantaggio l'averne ritrovato uno, che sia conforme al mio desiderio.
Il restauratore dell'italiana Poesia, Francesco Petrarca, lamentavasi
che, avendo egli in poche settimane condotto a fine il suo libro
latino _De Fortuna_, etc., non potea dopo più anni averne copia, che
pienamente il soddisfacesse, poichè di mille errori eran ripiene tutte
quelle, che egli avea avute da' vari copisti. Se io fossi vissuto al
tempo di Petrarca, e l'avessi udito lamentarsi meco in tal modo, avrei
facilmente appacificate ed acquetate le sue querele coll'insinuargli
di darvi a copiar la sua opera, e son certo che, malgrado la sua
delicatezza in questa materia, egli ne sarebbe rimasto soddisfatto.
Nè crediate che il mestier del copista sia da disprezzarsi. Teodosio,
uno de' più grandi Imperatori d'Oriente, s'impiegava ancor egli
nel copiare gli altrui scritti, e non vivea che del danaro ricavato
da questa non ignobil fatica. Voi potrete dirmi, che Teodosio non
operava in tal modo, perchè di sè degno riputasse un tal genere di
lavoro, ma solamente per un effetto della sua profonda umiltà e virtù
cristiana; ma io, per convincervi di quanto ho preso a dimostrarvi, vi
apporterò un altro esempio. Non ci dipartiamo dal Petrarca. Egli avendo
intrapreso di fare un viaggio, non ben mi rammento per qual fine, e
ritrovata, cammin facendo, un'opera di Cicerone, di cui non avea per
anche contezza, non istimò cosa vile il copiarla da capo a fondo. Ma
è ormai tempo di finirla, poichè mi avvedo che, avendo fatto l'elogio
dello stile laconico, sto per cadere nei difetti dello stile asiatico.
Sono affezionatissimo per servirvi di cuore

                                              »GIACOMO LEOPARDI.»[15]

Paolina, crescendo, andava arricchendosi oltre che d'un'ottima cultura
generale, di una cognizione chiara e non superficiale de la letteratura
italiana, latina e francese; meno profondamente, conobbe anche lo
spagnuolo. In italiano scriveva con facilità e con semplice eleganza,
tanto che del suo modo di scrivere Giacomo le fece lode più volte; egli
chiamava le sue letterine e il suo stile così gentili da non parer non
solamente recanatesi, ma neanche italiani; e pensava forse a la lunga
ed accurata lettura che Paolina aveva fatto de le lettere di Mad.e de
Sévigné, ch'ella chiamava la sua _opera classica_, asserendo di saperle
tutte a memoria. L'approvazione di Giacomo faceva strabiliare la sua
modesta sorella, che gli confessava di vergognarsi quasi di scrivere a
lui, temendo ch'egli scoprisse l'inganno di quelli che la lodavano pel
suo stile.

Il Viani nel pubblicare l'epistolario, a la pagina in cui Giacomo
encomia le lettere di Paolina, appone una nota in cui conferma quel
giudizio e aggiunge che la coltura, l'ingegno e la gentilezza de la
contessina erano veramente singolari. Ad aprire la mente di lei certo
giovavano assai le lunghe conversazioni con Giacomo, che, timidamente
ritroso e chiuso in sè con tutti, taciturno, malgrado l'immenso suo
tesoro d'idee, non soltanto nelle conversazioni, ma sol che si trovasse
fra due o tre persone riunite ed anche con gli stessi genitori, era
espansivo coi fratelli; con loro voleva e poteva discutere, perchè
in fondo in quasi tutte le idee generali andavan d'accordo, e questa
era la condizione ch'egli credeva indispensabile per poter discutere
utilmente e piacevolmente con qualcuno. Paolina, oltre a fargli da
copista, a scriver lettere per lui, ad esser confidente di tutte le
sue pene e prima ammiratrice dei suoi scritti, era con Carlo la sua
unica compagnia, quando i gravi mali, di cui egli sofferse agli occhi,
lo costringevano a passare le intere giornate chiuso al buio in una
stanza, fremendo e delirando pel nuovo dolore di non poter studiare,
che veniva ad aggiungersi a le sue tante pene. Ella era così abituata a
creder ciecamente nel primogenito, a prender parte a tutti i pensieri,
a tutti gli affetti di lui, che ritroviamo nel suo cuore in gran
parte il cuore di Giacomo: al par del fratello ella nascondeva sotto
un aspetto timido e un'abitudine di taciturnità, che in lei pure era
mal giudicata come prova di uno spirito arcigno, un'anima ardente,
assetata d'amore, pronta ad affezionarsi, anzi a darsi tutta con un
entusiasmo che aveva qualche cosa di romanzesco e di sentimentale,
a chi le dimostrasse qualche tenerezza. Come Giacomo, ella portava
nell'amicizia il linguaggio passionato de l'amore, e, quantunque
pregiasse sopra ogni cosa la intelligenza, la coltura, la finezza de
l'educazione, pure persino a le persone di servizio si affezionava
talmente da durar a pianger parecchi giorni quando qualcuna di esse
a lei cara lasciava la casa. Vivacissima anch'ella di fantasia,
anch'ella odiava Recanati, sognando di là da quei monti e da quel mare
un mondo meraviglioso, un'ignota felicità; il pensiero che vi fosse
qualche cosa ch'ella non doveva veder mai, le era un vero e proprio
tormento; e quando rifletteva, come Giacomo giovanetto, quante belle
cose ha il mondo, si sentiva struggere, anelava a i ghiacciai de la
Svizzera, al cielo di Napoli, a le aurore boreali de la Russia, e
non era ancora riuscita a vedere i tanti e bellissimi punti di vista
del suo paese. Se ne le letture, che eran tutta la sua distrazione,
ella trovava belle pitture di luoghi, bei racconti di viaggi, gettava
via il libro e scoppiava in pianto. Anch'ella nel confronto de la
povera realtà coi sogni superbi, si sentiva profondamente infelice, e
peggio era quando i suoi non riuscivano a capire, essi che adoravano
la loro casa, quel ch'ella desiderasse, e venivano osservandole che
infinite persone si sarebbero chiamate felici di poter cambiar sorte
con lei, di non mancar mai del pane, di poter dormire a proprio
grado, lavorare o no a proprio talento. Capiva ella stessa di dover
parer incontentabile, ma non sapeva rassegnarsi, sentendo in sè tanta
vivacità di fantasia e soprattutto tanta inutile potenza d'affetti;
e si lasciava prendere da un'infeconda tristezza che le annebbiava il
mondo, le amareggiava la vita. Comune con Giacomo aveva l'amore a la
natura, ne la contemplazione de la quale le pareva che si addolcissero
le sue pene e che il suo spirito trovasse qualche cosa de le ineffabili
bellezze e de le dolcezze sognate: «Io credo,» ella scrisse più tardi,
«che oramai non resti all'uomo dabbene altro piacere da gustare che
nel contemplare le bellezze infinite della natura: tutto il resto non
è più fatto per lui, o egli non vi si può adattare.»[16] Come Giacomo
sentiva rinnovarsi la vita, risvegliarsi ai più teneri moti l'anima
sua al ricomparire de la primavera, così Paolina aveva una _estrema
predilezione_ per i bei mesi di aprile e di maggio, in cui _vediamo
fiorite le siepi_; e pareva che ne la natura e ne la primavera ella
amasse di riposare il suo cuore offeso da la vita e dagli uomini. La
commovevano profondamente le due arti sorelle: poesia e musica; ed il
suo amore per esse era tanto intelligente, quanto vivo: adorava i veri
poeti, non poteva soffrire non pure i cattivi, ma neanche i mediocri;
e più tardi le sue amiche Brighenti, per quanto facessero, non poterono
piegarla a indulgenza verso il Cagnoli e il Perretti, loro intimi.

La musica, in particolare le appassionate melodie di Bellini, che
parve nelle sue note trasfondere tutti gli entusiasmi de la gioventù,
tutte le ardenti lacrime de le alte sventure, commoveva ineffabilmente
Paolina, che avrebbe voluto ascoltarla tutta sola, libera di ridere, di
piangere, di gridare, secondo le impressioni de l'animo suo. Giudicò
la morte del grande maestro una disgrazia immensa; al primo sentirne
la notizia, mandò un grido di dolore, e sospirava tutte le volte che le
accadeva di riparlarne.

Paolina giovanetta era religiosa, ma lontana da ogni mistico
esaltamento, dal suo cuore la prece usciva sincera e fervida, ma i
suoi occhi cercavano la terra, le bellezze e le gioie d'una vita pura e
onesta sì, ma umana. E quegli occhi intelligenti e buoni eran la sola
leggiadria de la giovanetta, sempre piccola, esile, bruna e di più
difettosa nella persona.

S'intende facilmente come anch'ella rodesse a fatica il freno ne la
casa paterna e come, quando tra i fratelli ed il padre l'accordo fu
rotto e incominciò quella lotta muta e tanto penosa per gli uni come
per l'altro, ella fosse tutta con Giacomo e con Carlo, prendesse parte
a le piccole e disgraziate cospirazioni, a le rivolte più pensate
che reali, e soffrisse con loro de le sempre mancate speranze, degli
scoramenti che li opprimevano. Ella pure piangeva la sua vita e il
suo cuore sepolti in quel _soggiorno abbominevole e odiosissimo, in
quella notte tenebrosa_, e non trovava sollievo che in questo pianto,
in questa commiserazione di sè stessa, ne la coscienza di esser
considerata nulla, ma di valer pur qualche cosa.

Quando nel novembre del 1822 il marchese Carlo Antici, dopo lunghe
preghiere ed insistenze, ottiene di condur seco Giacomo a Roma, Paolina
resta sconsolata, non sa credere a la lontananza di quel suo compagno
di tutte le ore, di tutti i momenti, di tutti i pensieri, lo cerca
sempre ne la casa che le par più triste e più vuota, sempre le pare
di sentire i suoi passi e si muove ad incontrarlo. Le lettere del
fratello le sono di scarsa, ma vera consolazione, e ancor più l'idea
ch'egli deve amarla sempre e ricordarsi spesso di lei; rispondendogli,
ella mette tutta l'anima ne le proprie parole: le piace di sentire
ch'egli trova a Roma persone sciocche, ridicole ed incolte, pensando
che a queste egli deve pur preferir la sua sorella: gli chiede notizia
de le donne di Roma, dei parenti, del Mai, gli narra con grazia le
piccole novità di Recanati, lo prega di averla sempre cara, s'interessa
a tutte le cose sue, smania di poter fargli alcun che di gradito, e
per questo gli parla dei libri nuovi che arrivano in casa e del loro
contenuto. Poi si sfoga con lui de la sua noia, de le speranze che
persin esse le mancano; gli confessa il suo intimo desiderio di morir
giovane, di non veder la fine de l'anno che incomincia (1823): finirà
col farsi monaca per disperazione; nulla di nuovo le è accaduto, ma
ogni giorno che passa accresce la sua infelicità. Infine confida a
lui le sue speranze di matrimonio. Simile anche in questo al fratello,
ell'era insieme d'una timidezza e di un riserbo che a chi non l'avesse
conosciuta, potevan parere indizio d'animo freddo, ma nascondeva sotto
queste apparenze un cuore appassionato e un desiderio d'amore che
occupava tutto il suo spirito, la sua fantasia, i suoi pensieri, e come
un divino miraggio oscurava tutto il resto del mondo a' suoi occhi.
«Fervidissima era l'anima sua assetata d'amore, sempre in traccia
d'un affetto cui consacrare tutta sè stessa, a cui donare tutto il
tesoro de' suoi affetti e de' suoi entusiasmi, ma d'un affetto degno
veramente di lei e capace di comprendere tutte le delicatezze del suo
carattere.»[17]

La povera anima, diceva Carlo, era costumata a l'idea de' sacrifici,
ma non le era ancora concesso di farne. Una prima probabilità di
matrimonio le arride nel progetto di dar la sua mano a un tal Peroli
di Sant'Angelo in Vado o di Urbino, uomo già innanzi con gli anni, di
punto spirito, di poca amabilità, bruttissimo, però creduto ricco e
_buon uomo_, come Monaldo lo chiama, e che mostrava di potersi molto
affezionare a la giovanetta, la quale lo vedeva troppo disprezzato
e fors'anche deriso, e lo sentiva troppo inferiore a se per poter
accoglierlo con trasporto; tuttavia lo accettava, parendole che un
avvenire ignoto dovesse pur sempre esser migliore de la sua monotona,
malinconica vita.

Fu ben altro quando ella amò per la prima, anzi per l'unica volta nella
sua vita, chè, com'ella disse più tardi a le sue amiche Brighenti,
per lei le occasioni di sentirsi battere il cuore erano rare ed ella
somigliava a le Francesi e ripeteva con una di esse: _Je suis si
heureuse quand le cœur me bat!_ (Lettera 29 aprile 1831.) Molte vive,
improvvise, ma fuggevoli simpatie ella ebbe, un solo amore; e ne
confidava il secreto a le Brighenti: quando esse le annunciavano che
Giacomo era in compagnia d'un tal Ranieri, giovane signore napoletano,
Paolina, arrossendo e delirando d'ansia e di dolore, chiedeva le
dicessero se quegli fosse veramente napoletano e se non si chiamasse
Ranieri di nome, invece che di cognome; e narrava d'aver amato un
giovane marchigiano di nome Ranieri, il quale verso il '29 era a
Bologna; d'averlo adorato con un ardore da non potersi immaginare,
d'esser stata sua sposa, poichè tutto era combinato, e persino il
consenso dei Leopardi era stato ottenuto, sebbene egli non fosse ricco,
nè di nobiltà paragonabile a quella di lei. Egli era quale ne' suoi
sogni ella aveva sospirato il proprio compagno, giovine, amabilissimo,
intelligente, colto; ma un dì le venne un dubbio ch'egli non seppe
sciogliere, e che le distrusse ogni felicità, ogni speranza, le fece
ricusare il fidanzato, pur rimanendo con la sua immagine indelebilmente
scolpita nel cuore e col dolore crudele di non aver saputo inspirargli
l'amore ch'ella sentiva per lui, _ardente, furioso_. D'allora in poi
bastò il nome di Ranieri per farla palpitare e, sentendo che Giacomo
era con un giovane di tal nome, s'era fissata fosse insieme a colui
ch'ella non poteva scordare e che, volti a la peggio i suoi affari, era
andato prima a Bologna e poi a Roma, senza che da un pezzo ella potesse
più saperne nulla: «Ma se so ch'egli è felice, quasi lo sono ancor'io,»
soggiungeva con vera femminile tenerezza.

A proposito di questo amore il Costa scrive: «Una sola volta parve
che il bel sogno (_di Paolina_) fosse divenuto realtà, quando un
giovane marchigiano di nome Ranieri, del quale è ignoto ancora ch'io mi
sappia il casato, non avendone parlato nessuno degli studiosi di cose
leopardiane, parve innamorato di lei.»[18] Il Costa scriveva queste
parole nel 1887, ma d'allora in poi non è a mia cognizione che alcuno
tentasse sollevare il velo del pudico secreto di Paolina.

Carlo il 9 febbraio 1823 scriveva a Giacomo d'essere stato a la cena
del gonfaloniere vicino di tavola di Roccetti e gli narrava d'aver
trovato quel giovane amabile, geniale di fisonomia e di talento e
cultura sufficiente, non ignaro di lettere, ammiratore dei versi di
Giacomo, e autore egli stesso di qualche buona poesia. Carlo ricordava
come altre volte gli fosse venuto in pensiero di dar a quel giovane
Paolina, che in varie occasioni l'aveva visto, aveva parlato con lui
e l'aveva trovato assai piacente; ma non ne aveva fatto più nulla,
saputo della poca entrata di lui. «Ora,» egli racconta, «sembra che
tanto Paolina, quanto il partito superiore, sieno disposti a passar
sopra questo punto. È certo che è assestatissimo, e non si tratterebbe
se non di calar di piede, non di stare incerti sul piede proprio. Per
il tratto e l'educazione può stare al pari di un signore molto più
ricco, veste benissimo e il suo fare riservatamente polito e nello
stesso tempo sicuro e disinvolto ha una certa somiglianza con quello
di Camillo. Begli occhi, ottima e sanissima bocca. Vedi che sulla
persona non c'è nulla da dire; sta all'interessata a dire, se questo
è quello che essa conta il più. O piuttosto essa l'ha già detto; ora
si aspetta ch'egli dichiari in qualche modo il suo sentimento, che non
sembra bene d'interpellare direttamente, trattandosi d'un affare in
cui egli è quello che guadagna.» Giacomo rispondeva che veramente poche
consolazioni avrebbe potuto provare uguali a quella di veder effettuato
quel progetto circa il matrimonio di Paolina; era certo che Carlo
dal lato suo non avrebbe lasciato cosa che potesse giovare a questo
effetto; e aggiungeva non poter sapersi se la sorella dovesse nel nuovo
stato e con quel compagno esser contenta; ma che certo per lei non
v'era altro partito, se non quello di maritarsi presto e possibilmente
con un giovane. (Lettera 20 febbraio 1823.) Paolina, tutta lieta di
questo assenso del fratello, pochi giorni dopo gli scriveva d'essere
_estremamente contenta_ di Roccetti _per la sua figura_, ch'ella non
avrebbe potuto desiderare migliore, _per il suo spirito, per la sua
cultura, educazione ecc._; ma un dubbio le restava e tale da farla
tremare: i costumi di quel giovane, dei quali aveva sentito parlare
altra volta dai fratelli, costumi tali da spaventarla. Ell'era persuasa
d'aver a rimpiangere il vecchio Peroli, o almeno l'amore ch'egli le
avrebbe portato, e ch'ella non si credeva capace d'inspirare ad un
giovane, neanche avendone infinito per lui: «Come» scrive «ne avrei per
Roccetti, che se avessi veduto più a lungo, me ne sarei innamorata; e
sarebbe stato tanto peggio per me, chè fino ad ora non se ne capezza
niente.» (Lettera 3 marzo 1823.) Giacomo di rimando le dava consigli
e le diceva: «Circa l'affare di R.... è verissimo che a me pare che
vi convenga. È anche vero che R.... è un giovane come _tutti_ gli
altri.» Aggiungeva però che un uomo di talento, quale era Roccetti,
dopo essersi divertito assai ed anche annoiato de la galanteria, doveva
sentire il bisogno di una che lo amasse da vero e che unisse a la
tenerezza, la gioventù e il buon cuore. S'egli aveva tal desiderio,
nessuna avrebbe potuto soddisfarlo meglio di lei, che sapeva amare ed
era istruita _al di sopra di quattro quinti delle sue pari_; ed egli
stesso doveva essere ottimamente disposto a divenire un buon compagno;
non già che Paolina non dovesse in tal caso aspettarsi da lui nessun
tratto di gioventù, ma certo egli si guarderebbe da l'offenderla,
proverebbe pena se credesse di averne procurata a lei, o sarebbe sempre
suo, o mostrerebbe di essere, e tornerebbe presto e veramente a lei,
quand'anche se ne fosse mai allontanato per qualche momento. (Lettera
19 marzo 1823.)

Poco a presso Carlo scriveva al fratello che Roccetti, fatto
interpellare, aveva detto definitivamente d'essere in trattato con
un'altra; ove non avesse potuto combinare, ben volentieri avrebbe
accettato Paolina. Carlo aggiungeva sapersi chi era quest'altra: una
vedova uscita da la casa mercantile Cesaretti di Ancona, con una dote
minore o al più uguale a la loro sorella, giovane però e avvenente.
(Lettera 6 marzo 1823.)

Il 27 marzo, pregando Giacomo d'informarsi se Paolina avesse potuto
convenire al cavalier Marini di Roma, Carlo aggiungeva: «Roccetti
non ha detto più nulla.» Ma due anni di poi Monaldo scriveva al suo
primogenito: «Ti piacerà di sentire che ho fatto sposa Paolina, e il
suo sposo è Peroli. Questo buon uomo, sentendola libera dal trattato
Roccetti, venne qua e tutto fu combinato.» (Lettera 30 agosto 1825.)
Monaldo non poteva alludere certo a quelle prime trattative col
Roccetti, che non avevano punto impegnata Paolina; bisogna dunque
credere che nel frattempo, e cioè mentre Giacomo era a Recanati dopo
il suo ritorno da Roma, poichè in nessuna lettera a lui se ne trova
notizia, tali trattative fossero state riprese e condotte a buon fine,
benchè poi l'impegno venisse sciolto.

Paolina Mazzagalli, che, come vedremo, fu intima della contessina
Leopardi, espandendo in un'affettuosissima lettera la sua amicizia,
scrive a la cugina: «S'io vi possedessi, confesso tremerei.... tutte le
volte che dovrei allontanarvi da me, perchè è vero che tutte le cose
preziose si conservano con gelosia; e persuadetevi che anche Rossetti
avrebbe fatto così, se.... ma io dimenticavo che egli è infelice e
che per questo voi non l'amate più!!.. Questa idea mi spaventa e mi fa
temere per la nostra amicizia.»[19]

Credo che quel _Rossetti_ sia un errore di lettura del manoscritto o
di stampa e che si debba invece leggere _Roccetti_. Una volta ancora
troviamo questo nome tra le carte leopardiane ed è in una lettera di
Paolina a Giacomo: «Così per una curiosità, se hai veduto e sentito
nominare a caso Roccetti che fosse costì dimmelo un poco. Che se
non puoi dirmi di averlo nè veduto, nè sentito nominare, non me ne
far motto, che è inutile. Si dice ch'egli sia costì in una compagnia
comica, e si dice che faccia il carabiniere dopo avere dato sacco a
la roba sua.» A questa lettera del 10 giugno 1827, Giacomo rispondeva
punto per punto il 18 giugno, ma di Roccetti non faceva parola.

Da le lettere citate risulta chiaramente come Paolina amasse questo
Roccetti e se ne interessasse ancora dopo parecchi anni, com'egli
fosse giovane, assai piacente, di poca fortuna e di poca nobiltà,
come ella gli sia stata promessa ed infine (se è proprio di lui che
parla la Mazzagalli) come verso il 1828 egli fosse infelice; appare
ancora probabile, poichè Paolina ne chiede, che sul finire del '27
egli si trovasse a Bologna in pessime condizioni economiche. Se si
pensi ora quel che la contessina confessava a le amiche intorno al suo
Ranieri: che era giovane, amabile, non ricco, non molto nobile, poichè
in un'altra lettera ella scriveva: «Mi pareva impossibile di poter
lasciare il mio cognome, cui voglio assai bene, per uno tanto meschino.
Quando ero sposa del mio Ranieri, non mi pareva sacrifizio quello
che andavo a fare, poichè l'amore velava il tutto»; marchigiano (e il
Traversi, il solo, ch'io sappia, che abbia fatto cenno una volta, ma
brevissimamente del Roccetti, lo asserisce di Filottrano); per qualche
tempo fidanzato a lei, più tardi disgraziato negli affari, e che nel
1828 era a Bologna, apparirà, s'io non erro, più che probabile che
il Roccetti e Ranieri sieno tutt'uno; Roccetti il cognome, Ranieri il
nome.

Ero a questo punto de le mie induzioni quando l'egregio signor conte
Giacomo Leopardi, ora degno rappresentante di quella illustre famiglia
e premurosissimo per gli studi leopardiani, pregatone da me, fece fare
de le ricerche a Filottrano e mi comunicò poi la seguente lettera:

  MUNICIPIO DI FILOTTRANO.
    GABINETTO.

                                                   Lì 10 agosto 1897.

  Preg.mo Sig.r Conte,

Dai nobili signori Giuseppe Roccetti e Geltrude Melchiorri nasceva
qui in Filottrano il 9 settembre 1795 un bambino, cui venne imposto
il nome di Raniero, tenuto al Sacro Fonte dai nobili Giacomo
Martorelli-Mazzoleni-Fiorenzi di Osimo e Virginia Mosca, moglie del
conte Giacomo Leopardi da Recanati. Così nel registro dei nati del
suddetto anno. Il giovane Roccetti Raniero, dalle informazioni avutesi
da qualche persona vecchia del luogo, che lo conobbe, corrispondeva
perfettamente alla descrizione che se ne fa nella lettera del conte
Carlo. Si sa pure di esso che, attesi dissesti di famiglia, entrò
al servizio del governo pontificio nella carriera giudiziaria,
raggiungendo, a quanto si ricorda, il grado di governatore. Morì in
fresca età a seguito di malattia mentale, ma non sa dirsi il luogo.
Del resto a Filottrano non si sa abbiano esistito altri Roccetti di
nome Ranieri, ma lo si ripete, la descrizione della lettera fa esser
certi si tratti di quello di cui si dettero i pochi cenni biografici.
Offrendomi per ogni occasione mi pregio protestarmi....

                                                          IL SINDACO.

Il romanzo di Paolina, così splendido ne la sua fantasia e nel suo
cuore, così povero ne la realtà, finiva miseramente; ed è probabile
che il dubbio di cui ella parla, inducesse lei a lasciare il fidanzato,
come che le peggiorate condizioni di lui persuadessero i Leopardi a non
dargli la figliuola.

Per un momento si pensò a combinare un matrimonio fra Paolina ed
Osvaldo Carradori, ma pare che le cose sieno andate poco più innanzi
del pensiero. Adelaide, che più degli altri si preoccupava di trovar
marito a la figlia, saputo che il cavalier Marini di Roma, vedovo,
voleva riprender moglie e la desiderava savia, ben educata, di ottime
qualità morali, piuttosto che ricca, faceva chiedere a Giacomo se
potesse esser quello un partito accettabile per Paolina; ed anche
Monaldo parlava al suo primogenito de l'istesso argomento, narrandogli
avergli l'Antici proposto il cavaliere come genero. Monaldo l'aveva
conosciuto ventidue anni prima, ed era in forse se quell'uomo, certo
tutt'altro che giovane, potesse non dispiacere a Paolina. Giacomo,
rispondendo, tratteggiava tosto il ritratto del cavaliere, di cui
già prima avea talvolta parlato per incidenza a' suoi e sempre con
simpatia: il Marini mostrava quarantacinque o cinquant'anni, non
appariva punto vecchio con la sua amabile e ridente fisonomia, col
colorito sano e la persona non alta, ma ben proporzionata; di maniere
piacevolissime, d'indole quieta e inclinata a la vita di famiglia,
possedeva ottimamente l'arte di farsi amare. Era stato affezionatissimo
a la sua prima moglie, zoppa e brutta, possedeva un buon patrimonio,
del quale facevan parte alcune campagne ne le vicinanze di Roma, ed
a la figliuola, che stava per maritare, dava una dote di ventimila
scudi. Bastava molto meno per esaltare Paolina, incantata dal solo
progetto di andare ad abitare in una grande città. Ma mentre Giacomo
le dava ogni buona speranza, narrando a Monaldo che il Marini,
cui era stata fatta la proposta, se n'era mostrato assai contento,
l'Antici scriveva non esserci più illusione di combinare; e Paolina ne
strabiliava e si raccomandava al fratello, aspettando le sue lettere
_con un palpito terribile_, piangendo di speranza e di timore; mentre
fremeva per la paura _terribile_ che si avesse intanto a combinare
con un _pretendente_ vecchio e di _orrido paese e cognome_. Malgrado i
filosofici consigli di Giacomo, che procurava di calmare le sue smanie
e di farle acquistare quel poco d'indifferenza verso le cose proprie,
senza la quale non è possibile, non pure esser felici, ma neanche
vivere, ella non sapeva metter un freno a le sue inquietudini, e gli
scriveva: «Sicura di divenire sposa del cav. Marini, son certa che non
proverò mai più dei sentimenti così vivi di agitazione, di speranza,
di timore; e quando avrò perduta la speranza di divenirla, mi sarà
indifferente qualunque altra sorte incontrassi; chè certo non potrà
essere altro che spaventevole. Scusate, caro Giacomuccio mio, queste
ciancie; ve ne domanderò perdono in ginocchio, quando verrete; e noi
tutti lo desideriamo tanto.» (Lettera 25 aprile 1823.)

Questa esaltazione parve a taluno strana, ridicola e financo
spregevole; ma credo inspiri solo compatimento in chi ripensi a
l'insoddisfatto bisogno d'affetto che Paolina aveva ne l'animo, a
la monotona e triste vita ch'ella conduceva in realtà e che la sua
fantasia le faceva parere peggiore che mai; ed è da notare ancora che
del Marini aveva Giacomo scritto tutto il bene, anche prima che si
trattasse di dargli Paolina, che questa aveva nel fratello una fede
cieca e si era fatta forse di quell'uomo un ideale racchiudente per lei
tutte le seduzioni del mondo. Ne l'agosto del 1825 ell'era finalmente
fidanzata al Peroli, ma non lieta per questo. In fondo a l'anima le
restava il dubbio che, quantunque fosse fissato persino il giorno de
le nozze, il quale doveva essere il 21 di novembre, si finisse col
non farne nulla; poi quel suo sposo non giovane, bruttissimo, senza
spirito, non soddisfaceva punto il bisogno ch'era in lei d'essere
orgogliosa de l'uomo di cui avrebbe portato il nome; si aggiunga la
pena di vedersi derisa per quel fidanzamento, annunziando il quale ella
scriveva a Giacomo: «Ero preparata a sostenere più scherni e sarcasmi
di quelli che in fatti mi si preparavano, giacchè finora (almeno nel
mio piccolo cerchio) non vi è stato alcuno che, a saputa mia, mi abbia
condannata; ma io mi ricordavo de' vostri insegnamenti e consigli, e
mi ero armata di molto coraggio. Non so se questo basterà per regolarmi
in appresso, quando avrò cambiato stato.» (Lettera 19 agosto 1825.) Il
parentado venne lungamente protratto, finchè fu sconchiuso in causa de
la dote, che il Peroli pretendeva di sei mila scudi, mentre i Leopardi
non volevano darne che quattro o cinquemila.

Il progettato matrimonio doveva far però provare a Paolina il tenero
compiacimento di vedersi indirizzata da Giacomo la bellissima canzone
_Nelle nozze della sorella Paolina_.

Questa canzone, composta ne l'estate del 1821, quando pendevano le
prime trattative per accasare la contessina Leopardi col Peroli, «segna
un nuovo momento artistico nella vita di Leopardi.»[20] Come Giacomo
amasse Carlo e Paolina appare da tutto l'Epistolario; cito una frase
sola, ma eloquente, della lettera con cui egli ringraziava il conte
Alessandro Cappi d'un capitolo _Dell'amor fraterno_: «Se lodassi i
sentimenti come vorrei, forse le mie lodi non sarebbero senza sospetto,
perchè ancora io non ho provato in mia vita e non provo affetto più
caldo e più dolce, nè ho cosa più preziosa e più cara di quell'amor
fraterno ch'Ella sì degnamente e sì virtuosamente celebra.» (Vedi
Lettera da Bologna, 12 maggio 1826, pagg. 118 e 119 de l'_Appendice
a l'Epistolario_.) Ma se vivissimo era l'affetto del poeta per la
sorella, le consuetudini de la famiglia, la ritenutezza, che soffocava
ogni espansione, e lo stato d'animo di Giacomo, il quale nel suo
dolore vedeva tutto triste e solo ne l'antichità credeva di scorgere il
mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni tenera
effusione: esso non è inspirato da' domestici affetti, ma da l'amor
patrio. Pare che dopo quel momento di molle dolcezza che gli dettava
il Consalvo, il poeta s'irrigidisse nel suo severo concetto di virtù
eroica spartana, e che pur pensando a la donna e a l'amore, l'anima
sua non si commovesse più di palpiti soavi, ma mirasse fredda a un
eccelso ideale. Qualche cosa di affettuoso è solo ne l'introduzione, in
quel nido paterno, silenzioso, popolato da le vaghe illusioni, da le
sorridenti immagini de la giovanezza, quel nido che la sorella dovrà
abbandonare, entrando, sposa e perciò più libera, nel mondo di cui
conoscerà le vicende. L'idea di questo mondo, del quale tante volte
doveva aver dolorosamente parlato a Paolina, si affaccia tristissima
al poeta: corre un'etade obbrobriosa, un tempo di lutto per l'Italia,
i figli de la sorella avranno bisogno di forti esempi, perchè l'empio
destino nega a la virtù ogni dolcezza e non regge impavido colui, che
non fu severamente educato. Nel suo sentenziare vi ha la rigidezza che
egli crede necessaria al virtuoso:

    O miseri o codardi
    Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
    Tra fortuna e valor dissidio pose
    Il corrotto costume.

Questa severità par additare a Paolina, in quel poco lieto matrimonio,
il conforto de la virtù e de la maternità. Uno dei concetti principali
del Leopardi giovane era che la natura umana, invecchiando, decadesse;
egli abborriva la vecchiezza, e la sua idea de l'umanità si conformava
a quella de l'uomo: il mondo antico era giovane e perciò stesso grande
e generoso, l'età moderna, decrepita, aveva perduto e forza e virtù.
Ma solo al Cielo spettava il provvedervi: a Paolina egli consiglia
d'educare i suoi figli non _amici_, ma sprezzatori de la fortuna,
cuori vigorosi più alti d'ogni vile timore e d'ogni speranza fallace:
non saranno felici, ma avranno l'ammirazione dei posteri, poichè la
nostra schiatta che, ignava, disprezza la virtù viva, ipocritamente
la celebra estinta. E rivolgendosi a le donne vanta il loro potere,
chiedendo loro ragione dei vizi presenti; amore, il vero amore è sprone
al bene, ne è capace soltanto l'uomo coraggioso, che solo dovrebbe
essere amato; il ricordo de la giovanetta sposa spartana, che cinge
il brando a lo sposo e poi spande le negre chiome sul corpo esangue e
nudo di lui, ritornato sopra il suo scudo; il ricordo di Virginia, la
bellissima fanciulla, che scende volonterosa a l'Erebo per la salvezza
de la patria, son posti come degni esempi a le donne italiane; e se ne
la prima parte del canto predomina il sentenziare austero, che ne la
rigida forma, scevra d'ogni soave calore d'affetto, d'ogni dilettosa
immagine di fantasia, sembra simboleggiare la severità e le gramaglie
de la virtù, cui l'empio fato interdice ogni aura soave, in questa
seconda parte il cuore del poeta si scalda dinanzi a le antiche donne,
non meno leggiadre che grandi, e si commuove al loro dolore e a la loro
sventura; la fantasia ridesta dipinge il quadro de' suoi più vaghi
colori e ci fa rivedere la giovane sposa china sul corpo del marito
morto, che ricopre co' neri capelli disciolti, Virginia vaghissima
ne la sua gioventù piena di lieti sogni, quando il rozzo acciaro del
padre le rompe il bianchissimo petto. La canzone ricorda l'Alfieri ed
il Foscolo, che entrambi accendevano in quel tempo di affetto patrio il
cuore de gl'Italiani; foscoliano è l'intento civile di questi versi e
il fare sdegnoso e fiero; ad una del Foscolo somiglia pure l'immagine
de la sposa spartana. L'Alfieri ci ha dato una Virginia più romana
di quella del Recanatese, perchè l'Alfieri dinanzi a lei è rimasto
scrittore e soprattutto cittadino: il Leopardi ha creato, come ben
disse il De Sanctis, una Virginia umana, perchè innanzi ad essa si
è sentito uomo ed artista, ha provato un doloroso schianto davanti a
quel _rozzo acciaro_ che ha ucciso la vaga fantasima de la sua mente.
Con l'immagine di Virginia il poeta chiude il suo canto, lasciando
nel lettore l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella
donna; evita un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo
silenzio nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche
il popolo italico per la femminile virtù.

Ho parlato a lungo di questa canzone perchè essa è il più bel monumento
che ricordi ai posteri Paolina, e perchè, quantunque il poeta poco si
fermi su di lei propriamente, se la credeva capace d'intendere e di
gradire questo severo e in alcune parti sublime canto, doveva di lei
aver ne la mente una ben alta idea; doveva crederla una di quelle donne
da cui la patria ha diritto d'attender molto.

                                   *
                                  * *

Sciolta dal Peroli, Paolina conservò ancora per lungo tempo la speranza
di trovare un marito.

Nel 1832 moriva un tal Staccoli di Urbino ch'ella aveva _corso pericolo
di sposare_; e in quello stesso anno ell'era incerta se accettare o no
un tale che l'aveva chiesta parecchie volte ne la sua prima gioventù
e che Giacomo stesso non avrebbe trovato strano di vederle fidanzato
e marito. Era un buon giovane recanatese, alieno da le compagnie
allegre, religioso, ma non colto, di poco spirito, di poco talento, di
bassa famiglia, e l'altera contessina, che non poteva esser scevra dei
pregiudizi de la sua casa, soffriva al solo pensiero di lasciare il
suo nome per prenderne uno popolano, e capiva di non poter ricambiare
l'amore che quel tale le avrebbe portato. Monaldo di matrimoni per la
figlia non ne voleva più sentir parlare: Adelaide invece, avversa a
un tempo a questo giovane, ora gli si mostrava propensa. A Marianna
Brighenti, che le aveva consigliato di accettare, Paolina rispondeva:
«Quello che dici, che le azioni e le virtù formano il più bel cognome,
va bene; ma, se io non avrò per marito uno del mio grado, che conti,
come dici, i quarti di nobiltà che ho io, almeno dovrà essere uno che
per i suoi talenti, per il suo ingegno, per le sue azioni si sia fatto
un nome, non uno di cui debba arrossire ogni momento, ogni volta che
parla — mi ami egli pure quanto vuole, non è affatto certo che io possa
amarlo, che possa amare una persona tenuta da tutti per meschina in
ogni genere: l'amore di una tal persona non ha nessun pregio agli occhi
miei perchè io non posso nè stimarla, nè amarla — e se un'occhiata
della persona amata compensa di tutto, se, come dice la Staël, questa
occhiata è una felicità tale che pare non vi sia forza per sostenerla,
e bisogna chinare gli occhi, bisogna ch'essa sia realmente amata di
fatto e non di solo diritto.» (Lettera 23 agosto 1832.) Certo ne la
decisione di Paolina l'orgoglio di casta aveva qualche parte, tanto
più possiamo convincercene, quando vediamo come seccamente a le amiche
Brighenti, che avevano supposto ella avesse amato un tal Monaldo
Fidanza, suonatore, ella rispondesse: «Sappi che da suo padre noi
compriamo il panno bleu per le livree.» (Lettera Sabato Santo 1832.)
Certo però ne la sua decisione, oltre a molta ragionevolezza, vi è
molta dignità, e il sacrifizio ch'ella faceva, _ricalcando i suoi ferri
da sè stessa_, aveva per compenso la sua libertà e la soddisfazione
di sè. Una de le sue subite simpatie per un forestiero, di cui ella
non sapeva nulla, le aveva fatto capire in quei giorni ch'ella avrebbe
avuto la forza di fare qualunque sacrificio, ma per un uomo che ne
fosse degno. Di queste improvvise simpatie ne troviamo parecchie ne la
vita di Paolina, di cui l'animo era ardente, quanto fredda l'esistenza.
Nel 1831 un tal Lanyres, tenente degli usseri, ebbe alloggio per
qualche giorno in casa Leopardi; era un bel giovane, pieno d'ardire e
d'entusiasmo, e Paolina fu assai presso ad innamorarsene; ma, quando
seppe la parte ch'egli aveva presa nei fatti d'arme provocati da le
varie insurrezioni scoppiate allora in Italia, parte che la coscienza
di lei non approvava, la sua simpatia cessò, ed ella vide partire il
bell'ufficiale senza versare una lacrima.

Nel '34 un'amica di Pesaro scriveva a la contessina che un dottore
ed avvocato di Bologna, vedovo da poco de la contessa Muzzarelli
ferrarese, uomo di cinquant'anni, bravo e religioso, cercava in moglie
una signora senza curarsi d'averne una gran dote. Paolina ne chiedeva a
le Brighenti, le quali le rispondevano dandole pessime informazioni di
quel tale, ex maestro di casa, avarissimo; e questa volta pure, Paolina
rinunziava senz'altro al progetto. Le lunghe delusioni l'avevano troppo
amareggiata, perch'ella volesse ancora coltivarle ne l'anima; come
Giacomo per le donne, ella ebbe pungentissime parole per gli uomini,
i quali dichiarava indegni d'un sospiro e meritevoli di odio per lo
sprezzo con cui riguardano quelle che non rimangono impassibili a le
loro proteste, meritevoli di esecrazione per la gioia trionfante che
provano, facendo del male con la coscienza di farne.

Come Giacomo ricordò per sempre con un'estasi malinconica il primo
entrare di giovanezza, i giorni vezzosi, inenarrabili, quando per
la prima volta le fanciulle sorridono al rapito mortale e ogni cosa
intorno gli sorride, mentre il mondo par che lo accolga festeggiando e
gli s'inchini; così Paolina s'era accorta ben presto che l'esistenza
non è bella come la promettono i sogni; era entrata piena di
confidenza ne la vita, sperando di trovarla un continuo incanto,
sicura d'incontrarvi un cuore, almeno un cuore, che l'amasse, ma d'un
amore purissimo, qual'ella sentiva di meritarlo, perch'era preparata
a corrispondergli con tutto il fuoco de l'anima sua, e perchè non si
sentiva in nulla inferiore a quelle anime fortunate, che avevano pur
trovato in terra la felicità. «Poi troviamo che questo mondo delizioso
si converte in luogo pieno di spini, pieno di nemici, in cui non basta
star immobili per non soffrire, e addio speranze, addio cari sogni
de' nostri primi anni; bisogna cangiar pensieri, bisogna prepararsi
a combattere sempre, ad ogni momento, e stare in guardia sopra di
noi stesse per non cambiar natura, per non diventar tutt'altro da
quello ch'eravamo, poichè non v'ha dubbio che il rischio è grande.»
(Lettera... settembre 1831.) Non cambiò natura la buona Paolina; ma se
conservò fino a la più tarda età un ingenuo desiderio di piacere, seppe
rassegnarsi filosoficamente al suo stato ed anche scherzarne con una
grazia amabile: «Anche lo spirito santo dice che _omnia tempus habent_,
e il tempo mio è un pezzo che già è passato»; scriveva nel 1845 a la
sua Marianna, dichiarandole, che, se anche i mariti fossero piovuti da
tutte le parti, ell'era ben decisa di morire con la verginale corona
di biancospino in capo; voleva il biancospino e non i soliti gigli,
come emblema del suo vivissimo amore per la primavera, e concludeva:
«Non parlar dunque più dell'idea o della speranza di vedermi moglie
di un Modenese o di un Bolognese, ma odora piuttosto l'essenza del
biancospino e ricordati allora della tua amica, che morirà prima di
aver provato un istante di vera gioia al mondo.» (Lettera 17 agosto
1845.)

                                   *
                                  * *

Simile anche in questo al suo grande fratello, Paolina poco felice ne
l'amore, fu fortunatissima ne l'amicizia; e la prima e la più ardente
fu quella per Giacomo, il quale prima di andarsene da Recanati, non
aveva intimità che con lei e con Carlo. E quando da' suoi viaggi
ritornava al borgo natío, passava le lunghe serate con la sorella,
raccontandole «tante storielle, tante avventure, tante osservazioni
filosofiche, antropologiche ec.» Quando il Giordani nel 1818 fu a
Recanati, Paolina l'accolse con entusiasmo e con venerazione, pendeva,
come i fratelli, da le labbra di lui, che dimostrò d'interessarsi
affettuosamente a la sorte de la contessina e continuò per molto tempo
a chiederne con gentile premura le notizie.

Ma Giacomo e Carlo, cresciuti in età, non furono più i suoi
indivisibili compagni, e Paolina sentì vivissimo il desiderio de
l'amicizia ed in questa trasfuse tutto il fuoco de l'anima sua, cui
era negato l'amore. La prima intima amica sua fu la cuginetta Paolina
Mazzagalli, bellissima giovane, bianca e bionda, d'un'indole tutta
bontà e d'un'intelligenza non volgare.

La Leopardi se n'era fatto un idolo, pensava a lei vegliando e
dormendo, non aveva altro desiderio che quello de la sua compagnia,
ne la quale, in seri ma piacevoli discorsi, passava spesso le lunghe
serate; e il suo trasporto aveva talmente ingelosito Adelaide, che la
figliuola ne era disperata. Ma peggio fu qualche anno di poi, quando
Carlo, che in parecchie lettere al fratello parla de la Mazzagalli
con simpatia sempre crescente, se ne innamorò d'una tale passione da
voler farla sua, anche contro il divieto de' genitori, i quali (a quel
che ne dice Paolina) trovavano scarsa la dote de la giovane. A questa
ragione deve certo aggiungersi la contrarietà eccessiva di Monaldo pei
matrimoni fra cugini, che, anche ottenuto l'assenso de la chiesa, gli
parevano peccaminosi.

Di più la bellezza, la gioventù, lo spirito, la vivacità de la
fanciulla, facevan temere ai severi Leopardi, ch'ella non fosse per
riuscire una buona moglie, dubbio smentito poi dai fatti.

Mentre Monaldo era a Roma per una lite, Carlo sposò la cugina, ed il
padre suo ne sofferse oltre ogni credere; ne le lettere agli altri
figliuoli egli sfoga un dolore sincero e profondo: gli par d'aver
perduto per sempre il figliuolo e vuol stringersi al cuore quelli che
gli rimangono, come se temesse di vedersi sfuggire anche loro. Dal
suo matrimonio in poi, Carlo lasciò la casa paterna, e s'immagini con
quanto dolore di Paolina, cui erano tolti insieme due dei più cari
affetti, il fratello e l'amica; ella ne pianse disperatamente, e con
le sue lacrime e le sue preghiere ottenne dal padre che Carlo venisse
riammesso in casa, almeno per qualche breve visita. Bandita invece ne
rimase la sposa, che Paolina però ebbe sempre assai cara, ed invero
le affettuosissime lettere de la Mazzagalli provano com'ella meritasse
tutto l'amore de la cognata.

Ne l'ottobre del 1829 Giacomo, desiderando notizie dei Brighenti,
incaricava Paolina di scriver a Marianna figlia de l'avvocato Pietro,
bella ed amabile giovane, che gli era stata assai cara; la cattiva
salute che gli rendeva penosa qualsiasi occupazione gl'impediva
di scrivere da sè, e fors'anche egli, sempre assai affezionato a
la sorella, pensava di procurarle così, come le procurò infatti,
un'amicizia preziosa.

La Brighenti rispondeva premurosamente, e Paolina poco tardava ad
inviarle un'altra sua, mostrando vivissimo desiderio d'aver nuove de
le _imprese_ e de le _glorie_ de la giovane cantante. La contessina
ne le sue giornate solitarie e claustrali bramava saper qualche cosa
de la vita che si mena nel mondo; e di Marianna il fratello le aveva
lungamente parlato in quelle conversazioni che la interessavano
talmente da serbarsene ne la memoria i particolari anni ed anni più
tardi; per darne un esempio, ne la sua lettera del 15 febbraio 1828,
fa cenno di quella madama Padovani che Giacomo aveva conosciuto a
Bologna nel 1826 e ch'ella suppone da lui già pienamente dimenticata.
Paolina prima ancora d'aver l'affetto de la Brighenti, cercava il nome
di lei nei giornali teatrali e godeva di vederla lodata; quando poi
la semplice corrispondenza divenne tenera intimità, la Leopardi non
ebbe più secreti per l'amica sua. Adelaide non voleva veder lettere,
dirette a la figlia e perciò quel buon vecchio del Sanchini aveva
consentito che Marianna indirizzasse a lui le sue: quando ne era giunta
qualcuna, per darne subito avviso a Paolina, egli metteva un vaso su la
sua finestra, che era di faccia a la finestra di lei; e a tarda sera
poi le portava in biblioteca i desiderati caratteri de l'amica, cui
ella rispondeva di notte senza che la madre se n'avvedesse. Morto il
Sanchini, Paolina, a quanto pare, confessò ogni cosa ad Adelaide, che
le permise di continuare, dice il Costa, quella corrispondenza durata
già parecchi anni. Noto però che ancora per qualche tempo Paolina si
fece indirizzare le lettere a falsi nomi.

La Brighenti, che aveva apprezzato Giacomo ed a cui egli certo aveva
parlato di sua sorella, come ne parlava spesso agli amici e più spesso
a le amiche stimate e care, mostrò per la Leopardi un interessamento,
una premura, cui la povera giovane non era troppo avvezza e che la
intenerirono. Morto Luigi, uscito di casa Carlo, Giacomo lontano,
Pier Francesco ancora ragazzo, ella non aveva più un cuore cui aprire
il proprio, e non le sembrò vero di confidarsi a la nuova amica, di
narrarle de la noia di Recanati, dei rigori de la madre, de le continue
delusioni, de la malinconia sempre più grande: ne riceveva parole
così delicatamente buone che ne restava commossa fin ne l'intimo: «È
venuta finalmente quest'altra (_lettera_), ed io la tengo, e la metto
sul mio cuore, cui fa provare della calma e delle sensazioni così
nuove e così dolci, ch'io vorrei sapere e potervi ringraziare quanto
lo meritate per tanta vostra bontà, per tanto amore che mi mostrate.»
(Lettera 15 giugno 1830.) Così Paolina a l'amica ch'ella non solo
amava, ma ammirava pe' suoi continui trionfi d'artista, invidiando gli
spettatori che avevan potuto sentirla. A mani giunte le chiede il suo
ritratto, promettendo di tenerlo come cosa preziosa, anzi come il più
caro oggetto ch'ella potesse possedere, e quando Marianna gliel'invia,
ella è felice e lo bacia lungamente, benchè non lo trovi quale lo
sognava e non lo creda somigliante; abituata a le sue vesti più che
semplici, ella prova un vero diletto nel notare il ricco abbigliamento
e l'elegante acconciatura de l'amica. Terza ne la corrispondenza
entra intanto Anna, la seconda figlia del Brighenti, a la quale pure
Paolina si affeziona ben presto, e quando esse le propongono d'andar
a Recanati per vederla (marzo 1831) ed ella deve rifiutare in causa
dei rigori d'Adelaide e de la nessuna libertà che gode, ne piange di
dolore e di dispetto. Poi le due sorelle vanno a Fermo, ella che le
sa così vicine e pur si sente tanto divisa da loro, lamenta la sua
_sovrana infelicità_ ed invidia l'incertezza de la sorte di quelle
sue care, quel non sapere dove andranno in breve, le vaghe speranze
ch'esse debbono veder sorridersi, e che la farebbero andar in estasi.
Allorchè Marianna ai primi del '37 deve andar a l'estero, Paolina se
ne mostra così afflitta che le scrive: «Quando tornerai in Italia chi
sa se la tua Paolina sarà più viva: ma se n'è dato ne l'altra vita di
pensare con amore a quelle persone che abbiamo amate in questa, oh
sii certa che tu sarai sempre la mia diletta.» Speranze e sventure,
gioie e dolori, tutto la Leopardi confida a le amiche, e quando giunge
a Recanati la funesta notizia de la morte di Giacomo, _piangendo e
delirando_, la contessina si getta fra le braccia di Marianna e in una
tenerissima lettera sfoga il suo crudele dolore e cerca la pietà di
colei, che era pur stata cara al suo perduto.

Quella fatale notizia veniva ad aggravare di un nuovo lutto la famiglia
Leopardi, che in quei giorni era profondamente afflitta perchè Pier
Francesco aveva promesso di sposare una donna non degna di lui, e per
questo aveva lasciato la casa paterna, dove venne ricondotto a forza.
Il terrore, la disperazione di Monaldo e d'Adelaide per quella temuta
vergogna de la loro famiglia eran tali che parvero aver occupato tutto
l'animo loro, in modo da non lasciarvi posto al cordoglio per la morte
di Giacomo, cordoglio che poco a presso essi sentirono veracemente.
Ma l'affettuosa Paolina ne fu colpita subito. Quantunque da lungo ella
scrivesse poco o nulla a Giacomo, quantunque egli stesso mostrasse di
temere che la sua lontananza avesse affievolito l'amore dei congiunti
per lui, Paolina, appena sa ch'egli non è più, prova un'angoscia, di
cui a pena credeva capace il cuore umano, e sospira di raggiungere
il diletto fratello con cui ogni sorriso le è mancato nel mondo.
Ella ritorna con desolata tenerezza ai ricordi de la fanciullezza e
de la gioventù per trovarvi l'immagine del suo _Muccio_; ama Antonio
Ranieri come un fratello ed invidia la sorella di lui, che ha prestato
a Giacomo gli estremi soccorsi. «Per compiacere a Ranieri ho dovuto
ricercare tra le sue carte rimaste a noi; tu non puoi mai figurarti il
mio penare. Fra i pianti e gli urli io scorreva quei cari caratteri,
poi rimetteva ogni cosa al suo luogo, precisamente com'egli le aveva
lasciate, che mi pareva ch'ei dovesse tornare e voleva che trovasse a
suo luogo ogni cosa, avendone lasciate le chiavi a me, e sperando che
fosse contento della mia esattezza, poi io mi svegliava e mi dava pugni
nella fronte per quell'orribile pensiero che tutto è già finito, e
per quell'inganno che per un momento mi aveva trattenuta.» (Lettera 24
agosto 1837.)

Riavutasi lentamente da quel colpo così doloroso, Paolina raccolse
tutto il suo affetto sui genitori, particolarmente su Monaldo, verso il
quale ella, come Carlo, si mostrò ne l'età matura molto più indulgente
che ne la giovanile. E coi genitori amò doppiamente i fratelli che le
eran rimasti ed i nipoti: l'intelligentissima Luigia seconda figlia
di Carlo, morta poi quasi bambina nel 1842, e i figliuoli di Pier
Francesco, soprattutti la Virginia, che era divenuta proprio tutto il
suo cuore. Anche a le cognate Cleofe Ferretti e Teresa Teja si mostrò
sempre affezionatissima.

A le Brighenti continuò a scrivere sempre, però più raramente; la
compagnia de la sposa di Pier Francesco e dei nipotini le faceva forse
sentir meno vivamente il bisogno d'altri affetti, e l'ardore de la sua
gioventù, venuto a poco a poco calmandosi, non aveva più necessità di
sfoghi confidenziali. Ad ogni modo Paolina non dimenticò mai le amiche,
le quali prima felici, ammirate, festeggiate, dovettero poi ritirarsi a
Modena dove caddero in miseria, soccorse di aiuto materiale e di morali
consolazioni da lei, che già parecchi anni prima aveva premurosamente
cercato, benchè invano, di procurar un impiego a l'avvocato Pietro.

                                   *
                                  * *

A Paolina ed a' suoi la sorte non aveva risparmiato le sventure: le
sorde lotte de' figli col padre prima; poi la partenza di Giacomo,
l'allontanamento di Carlo da casa, le dolorosissime perdite di Luigi,
di Giacomo, di Paolina Mazzagalli, de le due figlie di Carlo; infine
le nuove discordie di Carlo co' suoi, dopo il matrimonio di Pier
Francesco. Monaldo e Paolina cercarono del pari un conforto negli
studi, e il primo, quasi a compensarsi de la scarsa autorità che avea
in casa, si volse ad occuparsi di cose pubbliche, stampò parecchie
opere e diresse anche per alcuni anni il giornale _La Voce della
Ragione_. Paolina, che ne la sua prima gioventù aveva acquistato una
buona cultura, continuò sempre ad amare le lettere, a veder molti libri
e soprattutto ad approfondirsi ne la letteratura francese, di cui i
capolavori le eran sempre stati cari: aveva una predilezione speciale
per le due grandi scrittrici Madame de Sévigné e Madame de Staël.
Quando le sue illusioni giovanili vennero mancandole, ella cercò più
che mai distrazione ne lo studio, i libri la riavvicinarono a Monaldo,
poichè ella cominciò a prestare a lui quell'aiuto che, giovanetta,
aveva dato a Giacomo; anzi, mentre pel fratello era stata in generale
una copista ed un'ammiratrice, per Monaldo fu un collaboratore. Ella
soleva tradur molto dal francese; dal Nobili nel 1832 fece pubblicare
il libretto «_Viaggio notturno intorno alla mia camera_ — [21] de
l'autore del Viaggio intorno alla mia camera.» Probabilmente anteriore
a questa è un'altra pubblicazione di Paolina di cui si fa cenno in
questo brano di lettera ad Anna Brighenti (Bologna, 18 luglio 1838):
«Lessi la vita di Mozart in francese, una volta, e la ridussi in
italiano; poi ad una signora che mi chiedeva qualche cosa da fare un
libretto in occasione di nozze, diedi quella, poi la censura di costì
ne tolse i più piccanti pezzi e mi fece gran rabbia; la nipote di
Mozart che trovavasi in Bologna ne volle copia da mio fratello, e se la
portò in Germania.»

Quando Monaldo attese a redigere _La Voce della Ragione_ (dal 1832
al 1835), Paolina leggeva per il padre i libri, opuscoli e giornali
francesi, notava quel che poteva fare al suo caso, traduceva gli
articoli che le parevano opportuni pel giornale, correggeva le prove
di stampa, così che il conte in una sua memoria dichiara d'aver avuto
il massimo aiuto pel suo periodico da lei che «travagliava giorno e
notte per quest'impresa, con uno zelo ed un disinteresse di che potrà
solo ricevere il premio da Dio.» Clemente Benedettucci suppone che la
contessina abbia dato aiuto al padre anche per altre pubblicazioni e la
cosa non appare improbabile. Ella inoltre mandò parecchie traduzioni
dal francese a la gazzetta di Modena _La Voce della Verità_. In
questa comunità di spirito con Monaldo ella, che non aveva mai amato i
liberali, i quali le parevano aver dimostrato troppo chiaramente quanto
_son diverse le cose dalla teorica alla pratica_, venne accostandosi
ognor più a lo zelo religioso e a le idee politiche del padre.

Probabilmente prima ancora de' suoi vent'anni aveva cominciato per
abitudine a far estratti de le sue letture e traduzioni; questi suoi
lavori si conservano in quarantacinque volumi ne la biblioteca di casa
Leopardi.

Gli ultimi giorni di Monaldo furono consolati da le amorose cure de la
figliuola, che, vistoselo rapire il 30 aprile del 1847, sentì riaprirsi
nel suo cuore tutte le vecchie ferite; nè sapeva darsi conforto,
quantunque gli ultimi momenti di lui fossero stati tranquillissimi e
consolati da la religione e da la filosofia: «Quando ha veduto prossimo
il suo fine, e se ne avvedeva più dalle lagrime nostre, che dal male
istesso, ci ha chiamati d'intorno, ci ha dato serii ammonimenti, poi ne
ha esortati ad imparare come _si muore in conversazione_, poichè egli
ha parlato sempre con grandissima presenza di spirito, rimanendo noi
tutti meravigliati di tanta pace, di tanta calma.» (Lettera 7 maggio
1847.)

Finchè era vissuto Monaldo, i suoi figliuoli, anche avendo sempre in
cuore la memoria di Giacomo, non osavano parlarne, perchè il padre avea
fatto chiaramente intendere che questo discorso l'addolorava; Paolina
però aveva pregato caldamente le Brighenti di procurarle tutto quello
che vedevano scritto intorno al suo grande e povero _Muccio_, ed anche
tutte le edizioni che s'andavano facendo de le opere di lui. Ella
riceveva e conservava ogni cosa di nascosto del padre; morto questi,
ella potè manifestare più apertamente il suo culto per la memoria del
fratello, di cui comprendeva ed adorava la grandezza, così da provar
quasi un senso di affettuosa riconoscenza per tutti gli ammiratori
di lui. Il Piergili descrive accuratamente un libretto, una specie di
diario, in cui Pier Francesco e Paolina, aiutati talora da Vito Frati,
annotavano quanto, a loro cognizione, veniva scritto intorno al poeta
di Silvia e di Nerina: libri, giornali, manoscritti. Questo diario fu
presto interrotto, perchè i critici del grande Recanatese non tardarono
a moltiplicarsi indefinitamente. Ancor vivente Giacomo, Paolina voleva
esser sempre nel novero de gli associati a le opere di lui, e quando
sperava di presto accasarsi, si proponeva di aver un esemplare di
ciascuna edizione nel suo nuovo soggiorno. Più tardi la cura per le
cose di Giacomo fu uno de' suoi più cari pensieri, quantunque ella
fosse divenuta tanto ferventemente religiosa da non poter persuadersi
che il fratello fosse morto senza fede, giungendo fino a benedire la
bugia del Ranieri e le invenzioni del Curci. I più chiari studiosi
di cose leopardiane si rivolsero a lei, che diede gentile ascolto a
tutti e non si stancò di promuoverne gli studi e le ricerche. Ella
pregò caldamente il Brighenti di scrivere la vita di Giacomo; e quando
il Viani, che fu suo intimissimo, ed ebbe da lei numerose notizie,
le mostrò il desiderio ch'ella stessa scrivesse una biografia del
fratello, ella gli dichiarò di non sentirsene capace e pregò Carlo,
il confidente intimo di Giacomo, di togliersi lui quest'incarico: ma
neppur Carlo credette che le forze gli bastassero; e Paolina scriveva
al Viani, «Io sarò certo tenuta da Lei, caro sig. Viani, per una
stupida e di cattivo cuore, non solo con Lei, ma con Giacomo ancora. O
no non lo faccia: stupida forse sì, ma di cattivo cuore non mi creda.
Verso di Giacomo non potrei, chè lo piango giorno e notte; verso di Lei
neppure chè... Mi creda piuttosto disgraziata.»[22] A lo stesso Viani,
Paolina scriveva o narrava molti ricordi de la vita del fratello.
Notevole, fra le altre, è la lettera di lei ad Antonio Erculei,
professore nel seminario di Roma, che voleva dettare una dissertazione
su Giacomo Leopardi, diffondendosi particolarmente su la morte del
poeta. Ella gli narra tutto quel che ne sa; gli copia una lettera del
padre Curci e parecchi frammenti del Ranieri a Monaldo, del Brighenti
a lei, di V. Balietti, che nel '37 era segretario de la Nunziatura di
Napoli, a la contessa Ippolita Mazzagalli.[23] Ella giudicava povera
cosa l'elogio di Giacomo scritto dal Montanari di Pesaro, godeva de
le asserzioni del Curci e fremeva di dolore e di sdegno a le ingiurie
contro la memoria del suo diletto, consolandosi quando il Giordani
sorgeva a farne vendetta.

La pubblicazione de le lettere di Giacomo al Brighenti la contrariava
e l'amareggiava quanto mai, perchè il buon nome del padre le era caro,
quanto la gloria del fratello, e più tardi per difendere Monaldo ella
dettava la breve memoria _Monaldo Leopardi e i suoi figli_, in cui di
sè null'altro dice se non che d'esser stata per tutta la vita compagna
indivisibile del padre.

Anche il Carducci giovane rivolgeva a Paolina una lettera calda
d'ammirazione pel poeta e di venerazione per lei; e, accennando a lei,
il Drach, nella prima delle sue conferenze, dice fra l'altro: «....
dans la famille Leopardi la science semble être héréditaire comme ses
titres de haute noblesse.»

                                   *
                                  * *

Oltre a quelle accennate, altre due sventure colpirono la povera
Paolina: nel 1851 perdette il fratello Pier Francesco, nel 1857 la
madre.

Finchè Adelaide visse, Paolina, anche innanzi e ben innanzi con gli
anni, fu tenuta sempre come una ragazza: non poteva uscir sola, e
d'ordinario, già cinquantenne, soleva farsi accompagnare da una buona
donna di Recanati, Artemisia Fucili, divenuta sua confidente, e seguire
dal servo Benedetto Benedettucci in livrea. Un di ottenne d'andar a
Loreto con l'amica, ma venne rimproverata perchè fu di ritorno troppo
tardi, e quando la sua compagna per scusarla notò timidamente ch'ella
non usciva quasi mai di casa, si narra che Adelaide soggiungesse:
«Bella ragione, è tanto grande la nostra casa, altro che Loreto!»[24]
Morta la madre, ella si trovò ricca, e mentre da un lato, divenuta
usufruttuaria del patrimonio, frugalissima per natura e di abitudini
modeste, ella spendeva poco e mal volentieri anche per la cura de le
campagne; da l'altro, ancora bambina ne l'animo, benchè poco lungi dai
sessant'anni, godeva di vestire con grande sfarzo, di seguir a puntino
le mode più capricciose, facendo venire una sarta appositamente per
lei, da Ancona a Recanati. Un ritratto ce la rappresenta già vecchia
con un amplissimo abito a enormi scacchi ornato di trine; nel suo buon
viso avvizzito solo l'altissima fronte ricorda Giacomo, benchè molti
asseriscano che ne la sua gioventù ella gli somigliasse assai.

Generosa di cuore, malgrado quella ritenutezza a spendere, che parve
in lei ed in Carlo una malattia de l'età, di rado sapeva negare il
suo aiuto, e al servo Benedettucci donò persino la culla di Giacomo,
che sarebbe stata per la famiglia un preziosissimo ricordo. Ella amava
trattenersi a tarda sera sola in giardino, e guardando quelle paterne
aiuole, su cui scintillavano le vaghe stelle de l'Orsa, ascoltando
la rana gracidante nei campi e il canto di qualche contadino, certo
rievocava l'immagine del fratello, cui quei luoghi e quei suoni avevano
inspirato tanta dolcezza di poesia. Una sera, così passeggiando,
s'incontrò in un ladro che stava per rubare dei limoni; senza gridare,
nè chiamare aiuto, ella cacciò con severe parole l'intruso.

Negli ultimi anni uscì di Recanati parecchie volte: con la Fucili fece
una gita di tre giorni in Ancona, un'altra a Grottamare, divertendosi
come una bambina. Nel 1867 volle andare in pio pellegrinaggio a Napoli
per visitarvi la tomba di Giacomo e de le liete reverenti accoglienze
ricevute fu orgogliosa e commossa.

Di tali sentimenti duole ella parli assai poco ne le lettere scritte ad
Artemisia Fucili; è da notare però che questa era una buona, ma povera
donna, da cui forse certe espansioni non sarebbero state comprese.

Timorosa del freddo che la faceva soffrire assai, ne l'inverno del 1869
Paolina scelse Pisa per sua residenza temporanea, memore de l'amore che
Giacomo aveva avuto per quella gentile città e del sollievo che quel
dolce clima gli aveva dato; e forse mentre i suoi occhi stanchi avranno
contemplato il divino spettacolo del tramonto riflettente le sue fiamme
ne le acque de l'Arno, il suo cuore si sarà commosso al ricordo del
grande fratello che ne la bellezza de la natura aveva trovato uno dei
pochi sublimi conforti a la vita travagliata. In una gita a Firenze
ammalò di bronchite e tornata a Pisa dopo pochi giorni vi morì il 13
marzo 1869. La Teja, che l'assistette negli ultimi momenti, scrive:
«Mi fu concesso di accorrere al suo letto di morte. Giunsi in Pisa
l'11 marzo nel mattino, e più non la lasciai. Al mio arrivo essa mi
mostrò una lettera che mi scriveva e che conservo, dicendomi con la
sua grazietta infantile: hai fatto bene di venire, perchè non so come
avrei continuato a scrivere.» A la Teja nel suo testamento lasciava con
affettuose parole alcuni mobili, il suo ritratto e una carrozza: suo
erede instituiva il nipote Luigi.

Per la pietà dei figli di Pier Francesco, la salma di Paolina ebbe
l'ultimo ricetto in Recanati, ne la chiesa di Santa Maria di Varano, e
su la sua tomba si legge quest'epigrafe:

                            PAOLINA LEOPARDI
                  NATA IN RECATATI IL 1º OTTOBRE 1800
                     MORTA IN PISA IL 13 MARZO 1869
                      VOLLE ESSERE QUI RICONDOTTA
                       A DORMIRE FRA I SUOI CARI
                              ANIMA DOLCE
                               TERESA TUA
                CHE CORSE PER TROVARSI ALLA TUA PARTENZA
                                E CARLO
                        CHE PER ULTIMO NOMINASTI
                   POSERO QUESTO SEGNO DI UNA MEMORIA
                   CHE DURERÀ IN LORO QUANTO LA VITA.


NOTE.

[14] Vedi _Lettere scritte a G. L. da' suoi parenti_, edizione curata
da G. Piergili. Firenze, Le Monnier, 1878, pag. XXII. Da questo volume
sono tratte anche le altre lettere dei parenti a Giacomo qui citate.

[15] Questa lettera si legge a pag. XXIII e XXIV de le note al volume
citato di G. Piergili.

[16] Vedi _Lettere di Paolina Leopardi a Marianna ed Anna Brighenti_,
pubblicate da E. Costa. Parma, Battei, 1888, in 16º, di pagg. XIX-308.
(Lettera a Marianna, 17 agosto 1831, a pag. 56.) Da questo volume son
tratte anche tutte le altre citazioni di lettere de la Leopardi a le
Brighenti.

[17] Vedi E. COSTA, _Paolina Leopardi_ (nel _Fanfulla della Domenica_,
17 luglio 1887).

[18] Vedi ivi.

[19] C. ANTONA TRAVERSI, _Paolina Leopardi_ (vedi _Vita Italiana_.
Roma, nuova serie, fascicolo 8º, 10 settembre 1896, pag. 104). La
lettera della Mazzagalli porta la data 12 febbraio 1828.

[20] F. DE SANCTIS, _Studio su G. Leopardi_; edizione postuma curata da
R. Bonari. Napoli, 1894.

[21] Pesaro, Nobili, in 12º, di pagg. 98, 1832.

[22] Vedi _Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di G.
L._, per cura di P. Viani. Firenze, Barbèra, 1878, in 16º, di pagg.
LXXXIV-258. Lettera 29 novembre 1844, a pagg. XXVII e XXVIII.

[23] Quest'ultima lettera si trova nelle _Opere inedite di G.
Leopardi_, pubblicate dal Cugnoni. Halle, Max Niemeyer, 1878-80, due
volumi. Vol. I, pagg. CXXXIII, CXXXIV.

[24] Questo e parecchi altri aneddoti citati si trovano nel volume di
C. Antona Traversi: _Studi su G. Leopardi_, Napoli, Detken, 1887, in
16º, di pagg. 363, o in quello: _Notizie e aneddoti sconosciuti intorno
a G. Leopardi e alla sua famiglia_, Napoli, Detken, 1887.



   [Illustrazione: _Marianna Brighenti_]



MARIANNA BRIGHENTI

E LA SUA FAMIGLIA.


Marianna Brighenti nacque l'8 ottobre 1808 a Massa Finalese, in
provincia di Modena, da Maria e Pietro Brighenti; prima di lei nel
1801 era venuto al mondo il primogenito de la famiglia, Luigi; e due
anni più tardi nasceva un'altra bambina, Anna. L'avvocato Pietro
era tenerissimo de' suoi, e a quei bambini, come non mancarono le
affettuose cure dei genitori, così arrise da prima anche la fortuna.

Il Brighenti, nato in Castelvetro nel 1775 di buona famiglia, aveva
fatto i primi studi a Vignola, di dove, vestito l'abito religioso,
quattordicenne, era entrato nel seminario vescovile di Modena; poi
aveva compiuto a l'Università il corso di filosofia e giurisprudenza,
ottenendone la laurea nel 1798, ed era stato capitano de la guardia
nazionale. Poco dopo conseguita la laurea, aiutò Ugo Foscolo ne
l'edizione bolognese, allora incominciata, de la _Vera storia di due
amanti infelici_; anzi la curò da solo, quando, partito l'autore per
Milano, dove sperava trovare impiego, il tipografo Marsigli volle
continuare ad ogni modo la stampa del libro. A questo proposito un
curioso aneddoto è narrato dal giornaletto modenese _La Ghirlandina_
(8 e 19 febbraio 1855), aneddoto rettificato da Antonio Cappelli ne
la Memoria _Ugo Foscolo arrestato ed esaminato in Modena_.[25] Il
Brighenti, desideroso di grandezza, ardente di carattere, ambizioso,
si diede a la politica, e stava per recarsi in Francia, quando preso
d'amore per la bella Maria di Francesco Galvani, nobile modenese di
condizione assai superiore a la sua, non seppe più allontanarsi da
la patria. Dopo due anni di vani tentativi per ottenere l'assenso
dei genitori de la fanciulla, fuggì con lei, che sposò, e che gli fu,
com'egli stesso ebbe a dire, _un angelo di bontà, di rassegnazione e di
conforto nelle sue tristi fortune_.

A ventitrè anni, fautore convinto de le idee liberali francesi, venne
nominato ispettore, cioè commissario di polizia, nei dipartimenti
de l'alto Po, del Reno e del Panaro. I rivolgimenti politici lo
costrinsero poi a rifugiarsi a Bologna, dove attese a la pratica legale
e di dove, cacciato, andò a Livorno e vi stette finchè ritornati
i Francesi riebbe il suo ufficio; ed anzi da esso passò ad altri
più importanti e che gli davan quindi maggior onore e profitto; fu
segretario aggiunto al Ministero di polizia in Milano, ebbe parte nel
riordinamento della polizia a Modena, a Reggio, a Bologna, a Ferrara, a
Rovigo; poi fu vice prefetto a Massa e Carrara, indi a Cesena.

La famigliuola venne gettata nel lutto da la morte del bimbo Luigi, pel
quale Pietro Giordani, allora quasi sconosciuto, dettava una pietosa
epigrafe. Dopo questa sventura i Brighenti più che mai si strinsero a
le loro due fanciullette, che crescevano d'indole dolce, fra le carezze
e gli agi e il generale rispetto che gli uffici del padre procuravan
loro.

A Cesena, verso i primi del 1807, l'avvocato _salvava la vita_ al
Giordani e gli dava inoltre largo aiuto ne la disperata miseria in
cui, scampato a la morte, quegli cadeva; di che, divenuto celebre,
il letterato gli conservò sempre una profonda gratitudine ed anche
quando, non si sa certo, ma si suppone il perchè, parve ritogliergli
con la stima l'amicizia sua, non cessò di adoperarsi in ogni modo per
riuscirgli utile. In quello stesso anno 1807 gli dedicava con belle ed
alte parole il discorso _Sullo stile poetico del marchese di Montrone_:
gli diceva aver molto e lungamente desiderato di dargli qualche
segno de l'amore e de la riverenza che gli portava per le sue tante
virtù, e fra queste aver in pregio sopra tutte la fede ne l'amicizia,
di che il Brighenti era «esempio a qualunque età ammirabile, alla
nostra quasi incredibile.» Confessava essergli debitore _di quanto
non aveva voluto mai obbligarsi a nessuno_; e sperava ch'egli avrebbe
gradita la dedica di quel libro del marchese di Montrone, uomo da
ambedue loro ugualmente onorato ed amato.[26] Nel 1809 il Giordani
raccomandava Pietro Brighenti a Vincenzo Monti per l'ufficio di
Direttore de la pubblica istruzione in Italia. Pare che in questi suoi
tempi fortunati l'avvocato modenese avesse sensi veramente generosi;
varrebbe a provarlo quest'aneddoto narrato da la figlia sua Marianna
ne la biografia di lui ch'ella scrisse e che rimane tuttavia inedita,
biografia da lei regalata autografa a l'avvocato Geminiano Corazziari,
il quale a sua volta ne fece dono al Museo del Risorgimento Italiano in
Modena (Sezione documenti): «Era il Brighenti segretario del Ministero
di grazia, allorchè in Milano vennero tradotti quattro de' più nobili
e cospicui Modenesi, i quali posero in mano al Brighenti una cedola di
mille luigi, se procurava loro la libertà ed egli lacerò l'_ordine_,
perchè sapeva che fra pochi giorni sarebbero stati fatti uscire, dietro
le di lui premure. Sì nobil modo di agire cattivogli l'animo di que'
signori, che sempre l'ebbero quale amico.»

Dopo la restaurazione il Brighenti, pel quale era già stato firmato un
decreto che lo nominava prefetto a Belluno e cavaliere della Corona
di ferro, povero e sospettato se ne andò nel 1815 a Bologna, dove
per procurare il pane a la moglie ammalata e a le due figliuole si
diede ad imprese musicali. Ne la musica era peritissimo; di argomento
musicale scrisse parecchio: l'_Elogio di Matteo Babini_ suo maestro di
canto e artista illustre, elogio detto al Liceo filarmonico di Bologna
ne la solenne distribuzione dei premi il 9 luglio 1819 e pubblicato
più tardi dal Nobili: il discorso _Su la musica rossiniana e sul suo
autore_, edito a Bologna nel 1830 (in-8º di pp. VI-30, Tipogr. Emidio
Dall'Olmo) e ristampato poi ad Arezzo nel 1833 (Tipogr. Bellotti). Era
socio ordinario ne la classe dei cantanti ed uno dei tre consultori de
l'Accademia filarmonica bolognese.

Volle provarsi in speculazioni mercantili, ma vi perdette molto
danaro e non avrebbe saputo come cavarsi d'impaccio, se la moglie
non gli avesse generosamente permesso di valersi de la sua dote. Si
volse allora a l'industria libraria, che gli diede molto profitto
con l'edizione del Giordani, poco invece con quella de le opere di
Vincenzo Monti, rimasta sette mesi sotto sequestro, e coi due giornali
l'_Abbreviatore_ e il _Caffè di Petronio_. In questo (anno 1825, n.i
17, 29 e 34) si trovano alcuni articoli firmati Mario Valgano modenese;
li scrisse la moglie stessa del Brighenti, la quale sotto il medesimo
pseudonimo si era fatta editrice de le opere di Pietro Giordani.
L'avvocato frequentava i più noti letterati: il Mezzofanti, lo
Strocchi, il Marchetti, il Costa, il Borghesi, il Monti, il Perticari;
e più volte rivide il Giordani, il quale, sempre premuroso di lui e
de le sue ragazzine, gli prevedeva in queste, consolazione e fortuna,
consigliandolo ad esser forte ne le avversità e a conservar la sua
salute, chè studiando costantemente forse sarebbe riescito a divenire
egli medesimo un bravo cantante; ad ogni modo avrebbe potuto «formare
Mariannina e formarla non solamente abile cantatrice; chè questo è
ancora il meno; ma amabile e prudente e accorta e insieme ingenua e
rispettabile. Vedrete che tesoro è una tale virtuosa.»[27]

Le previsioni del Giordani dovevano avverarsi a puntino: la grazia
unita al senno, l'arte e l'intelligenza accoppiate a purezza di costumi
e ad ingenuità furono le più care doti di Marianna. L'altra sorella
Anna mostrava meno ingegno; il padre tentò invano di far anche di lei
una cantante; pareva che dovesse riuscire discretamente ne la pittura,
benchè il Giordani prevedesse che _con quella placida fantasia_ non
sarebbe mai stata grande e sperasse solo di vederla divenire una
buona ritrattista. A quanto afferma il conte Giorgio Ferrari Moreni,
Anna «trattò con franchezza il bulino, come lo dimostrano due sue
incisioni felicemente condotte.»[28] Anzi tutte e due le ragazze
tentarono l'incisione, sperando di trarne un discreto guadagno,
ma non poterono continuare, poichè ne soffriva la loro salute. Il
letterato piacentino prendeva tanto interesse a Marianna e ad Anna
che, dovendo ne la primavera del 1818 andare a Roma, si proponeva di
fermarsi a Bologna soltanto per vederle. Ambedue eran cresciute belle,
e ancor più graziose che belle; tali appaiono nei due ritratti che
reciprocamente si fecero e che son conservati ne l'archivio Valdrighi
di Modena; non erano molto istruite, ma non certo incolte; educate
a quei sentimenti gentili che, se non dal mondo, il quale di rado
li sa pregiare, hanno il loro premio in sè stessi, ne la loro intima
dolcezza, cui nessun'altra è comparabile, le due sorelle si amavano
vivamente, quantunque non poco diverse di carattere: Marianna da la
fisonomia mobile ed espressiva, da la svelta persona un po' gracile,
era di un'indole profonda e seria; Anna più florida d'aspetto, tutta
fuoco ed allegria; avevan comune la vita intiera, gioie, dolori, studi.
Quando a Bologna si trovaron gettate in una condizione meschina, vi
si rassegnarono senza troppo rimpiangere gli agi perduti, paghe de
le loro gioiose speranze e de l'amore che legava strettamente tutta
la famigliuola e che trova espressioni ingenue e sincere nei versi
da loro composti per gli onomastici del padre, de la madre, o l'una
per quello de l'altra, versi poveri d'arte, ma ricchi d'affetto, di
cui alcuni appartengono a la loro prima giovanezza, altri, come certe
delicate letterine scritte molto più tardi, mostrano in Marianna ed
Anna, già donne mature, sempre la medesima riverente tenerezza, la
medesima filiale sommessione, che ha qualche cosa d'infantile e di
commovente.[29] Sotto la guida del padre le due ragazze si diedero
assiduamente a lo studio del canto; ne le opere e nei concerti diretti
da lui il loro gusto si affinava e il loro spirito si distraeva
piacevolmente; egli cantava spesso anche ne le sacre funzioni per
poter con quel guadagno straordinario condurre le figliuole al teatro;
inoltre era solito di presentare a la famiglia gli amici e conoscenti
suoi, fra i quali v'erano alcuni de' migliori ingegni di quel tempo;
e ne le gradite conversazioni le due giovani acquistavano non poca
cultura e finezza. Il loro carattere era venuto intanto pienamente
svolgendosi: Marianna, sotto un aspetto di gaiezza franca e modesta,
nascondeva un cuore appassionato e uno spirito riflessivo; semplice
ne le maniere, affabile insieme e dignitosa, era riconosciuta da tutti
per una vera dama; ciò che meravigliava i volgari, i quali non pensano
di poter trovare signorilità d'animo e di modi in gente povera e non
nobile. La bella persona e la grazia del suo canto le guadagnavano le
simpatie generali, cui ella preferiva d'assai l'affetto e l'amicizia
di quelli che mostravano di comprendere il suo cuore tenerissimo, il
quale s'apriva a la vita gioiosamente, ricco d'un tesoro di speranze,
d'avvenire, d'amore inesaurabile. La tenerezza fu il sorriso de la sua
gioventù e la consolazione di tutta la sua vita; benchè ella troppo
facile ad accendersi ed a credere gli uomini migliori che non sono,
restasse sempre dolorosamente ferita da la delusione. Ella guardava
la vita con uno sguardo serio, e anche nei brevi momenti di felicità
ch'ella ebbe, intendeva e compativa il dolore; più de la fortuna,
degli onori, del lusso, apprezzava la gioia d'esser amata, gioia che
cercò avidamente e instancabilmente, non potendo credere che l'anima
sua pronta a concedersi tutta nella purezza di un affetto devoto, non
dovesse trovar mai un'altr'anima, che la ricambiasse con ugual forza e
nobiltà di sentimento.

Anna più vivace, più schiettamente allegra, civettuola senza malizia,
era buona anch'essa, ma ne la vita voleva godere e ridere; le piaceva
di vedersi ammirata, corteggiata; e, come non dava, non chiedeva
passioni tragiche, rifuggendo per istinto da le pene di cuore; soffrire
non voleva, e men che mai soffrire per amore, perciò, riserbando a le
poche persone intime tutto il suo affetto, ricambiava di sorrisi, di
scherzi, di arguzie i suoi ammiratori. Paolina Leopardi paragonava le
due sorelle Brighenti a Minna e Brenda di Walter Scott, a Rosina ed
Elena di Lafontaine.

                                   *
                                  * *

Nel 1818 il Giordani, che doveva recarsi a Bologna, avvertiva il
Leopardi di scrivergli colà e di raccomandare la lettera a l'avvocato
Brighenti; e di costui gli parlò poi come d'una carissima persona,
quando fu a Recanati, mostrando questa volta, come molte altre
in diverse occasioni, il gentile desiderio di veder stringersi in
affettuosa relazione fra loro gli amici suoi; è probabile ch'egli
esortasse il grande Recanatese a porsi in corrispondenza col Brighenti.
Partito il Giordani, giunse in casa Leopardi una lettera de l'avvocato
modenese per lui, e Giacomo (21 settembre 1818) colse quest'occasione
per avviare la relazione epistolare che l'amico gli aveva consigliata
e che non interruppe più per lunghissimo tempo. Da prima si valse
del Brighenti per l'acquisto di certi libri e per la diffusione
di qualche esemplare de le sue prime canzoni; nel 1820 le lettere
divennero più intime e più frequenti, perchè il Leopardi volle affidar
a l'avvocato l'incarico di far stampare le tre Canzoni _Ad Angelo
Mai_ — _Per una donna malata_ (intitolata anche altrimenti: _Sopra
malattia di una donna poi guarita_) — _Sullo strazio di una giovane_
(altrimenti intitolata: _Sopra una donna morta col suo portato_); cui,
per consiglio del Brighenti, si sarebbero dovute aggiungere le due
canzoni già pubblicate a Roma: _All'Italia_ e _Sul monumento di Dante_.
Il Modenese conosceva queste due ultime da un pezzo, anzi intorno ad
esse egli aveva raccolto notizie e giudizi dai letterati suoi amici,
prendendone appunto sopra un esemplare de l'edizione romana di Bourlié,
esemplare che ancora ci rimane:[30] tali osservazioni sono in generale
sarcastiche, ma il Brighenti si era ricreduto nel giudizio intorno al
Leopardi poeta, e, trattandosi de l'edizione che il giovane recanatese
l'aveva pregato di fargli fare, si mostrava sinceramente premuroso.
Come era sua abitudine, da che l'accordo col padre era rotto, Giacomo
non parlò affatto in famiglia di questa sua progettata pubblicazione,
che Monaldo però venne tosto a scoprire con un'ira che gli fece
immediatamente scrivere al Brighenti per impedir ogni cosa; non voleva
che venissero ripubblicate le due prime canzoni, le quali erano
spiaciute a lui, quanto erano riuscite care ai liberali; e nè pure
voleva saperne de la canzone _Sullo strazio_, perchè «s'immaginò subito
mille sozzure nell'esecuzione e mille sconvenienze nel soggetto»; ed
anche perchè il poeta ne aveva tolto l'argomento da un fatto vero e
recente. In quest'occasione l'amicizia fra Giacomo e l'avvocato divenne
intimità, ed il primo aprì al secondo i dolori secreti de l'anima sua
con giovanile espansione, benchè si dicesse vecchio moralmente, anzi
decrepito. L'avvocato, padre tenero de le sue figliuole, desideroso
«che l'animo dei genitori abbia sempre a confortarsi della felice
riuscita della loro prole,» non ha coraggio di trasgredire l'ordine
di Monaldo, ma cerca di serbarsi l'amicizia di ambedue i Leopardi e
di metterli d'accordo, e dopo lungo scrivere e riscrivere, ottiene
finalmente che venga data a la luce la sola canzone _Ad Angelo Mai_,
inspirata da le scoperte ciceroniane del dotto monsignore. Giacomo
Leopardi aveva avuto il disegno di dettare alcune lettere, che con
buona quantità di osservazioni critiche dimostrassero il pregio di
quella classica scoperta, ma da un lato la malferma salute non gli
aveva permesse le fatiche d'un lavoro d'erudizione, da l'altra al suo
entusiasmo conveniva piuttosto la poesia che la prosa. Egli accompagnò
il Canto con una lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino, ne
la quale scrive: «Ricordatevi che ai disgraziati si conviene vestire a
lutto, ed è forza che le nostre Canzoni rassomiglino ai versi funebri;»
e gli dice ancora: «Diamoci alle Lettere quanto portano le nostre forze
e applichiamo l'ingegno a dilettare colle parole, giacchè la fortuna
ci toglie il giovare co' fatti.» Questo concetto che l'opera andasse
innanzi a la parola per importanza civile era ben fermo nel poeta,
che nel _Parini_ scriveva l'antichità potersi figurare come in Argo la
statua di Telesilla, poetessa guerriera e salvatrice della patria: «la
quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo,
con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in
capo; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola
parte della sua gloria.»

Più tardi il Giordani accennava al rincrescimento che per la dedica
provò il pauroso conte Trissino; invero la _Canzone_ si ricollega
a le due prime leopardiane per l'amor patrio che la inspira, anzi
l'infiamma tutta, ed è aperto e non dissimulato come in quelle; lo
stesso Giacomo, accennando ironicamente al permesso dato dal padre,
perchè questa Canzone venisse pubblicata, permesso cagionato dal nome
di un monsignore ch'essa portava in fronte, aggiungeva: «Non sospetta
punto che sotto quel titolo si nasconda una Canzone piena di orribile
fanatismo»; il fanatismo era tale che se i censori papali lasciaron
passare la Canzone, la polizia austriaca invece ne fece caso e la
sequestrò[31] messa su l'avviso da un tal Luigi Brasil, che per molti
anni fu secondo aggiunto presso la direzione generale di polizia
austriaca in Venezia. Il Piergili con valide argomentazioni dimostrò
la più che probabilità che anche il Brighenti si tenesse in relazione
secreta con la polizia sotto lo pseudonimo di Luigi Morandini; ed
il marchese Gualterio trovò il nome del Modenese in un elenco di
confidenti de la polizia di Milano. Certo l'avvocato pel sequestro de
l'opuscolo leopardiano non mostrò alcun rincrescimento. In una lettera
al Leopardi scrive il Brighenti, con un manifesto senso d'amarezza e
d'invidia, degli spioni in cocchio che «sono la delizia dei circoli dei
nostri patrizi.» Le strette del bisogno avevan forse vinto l'onestà
di lui, che per trovar _il modo di assicurare la sua famiglia della
necessaria sussistenza_, ciò che gli _lacerava il cuore_, avvilito
de la umile e disprezzata condizione in cui era caduto, disperato di
saper trarsene altrimenti, dopo aver trovati inutili tutti i _mezzi di
risorsa_, a cercar i quali s'era _tormentato il cervello_, cedette a
provvedere a la sorte de le figliuole facendosi delatore. Ma de la sua
colpa nulla seppero Marianna ed Anna. Egli non poteva ignorare d'averle
troppo onestamente e rettamente educate, perchè esse preferissero un
pane infame a la miseria: le giovani poterono venerare il padre loro e
andarne altere, perchè l'inganno in cui vissero risparmiò al loro cuore
uno strazio che sarebbe stato più amaro di tutte le altre sventure, di
tutte le altre delusioni.

Le due ragazze lessero certamente in quel tempo la Canzone al Mai, e
se Anna, che amava i teneri sospiri dei poeti arcadi, potè non farne
gran caso, Marianna dovette sentirsi presa d'ammirazione per quel cuore
appassionato, credente ed amante, in contrasto con lo scetticismo
di quel grande spirito, e fremere dinanzi a la maestà de le figure
di Dante, del Petrarca, del Colombo, del Tasso, de l'Alfieri, con
tanto entusiasmo rievocate. Ella che dal padre e forse dal Giordani
aveva sentito parlare de la grandezza e de l'infelicità del contino
recanatese, non poteva restar indifferente al grido di dolore, che
si leva da quelle pagine, a la voce di quel desolato poeta, che ne
la vanità d'ogni cosa adora i sogni leggiadri, rimpiange le poetiche
favole antiche e lo stupendo potere de la cara immaginazione, conforto
ai nostri affanni, e anela a l'amore, ultimo inganno di nostra vita,
_al grande e al raro_, abbia pur nome di follia.

                                   *
                                  * *

Quando Giacomo Leopardi, che mai ebbe un sospetto su l'avvocato
modenese, andando a Milano presso l'editore Stella passò da Bologna,
gli furon fatte gentili accoglienze e premure perchè rimanesse, cortesi
proposte con segni di grande stima. In quei nove giorni contrasse più
amicizie che a Roma in cinque mesi: vi conobbe il conte e la contessa
Pepoli, il professore Paolo Costa, il conte Antonio Papadopoli e tutta
la famiglia de l'avvocato Brighenti, da cui certo ricevette buona parte
di quelle accoglienze allegre, _senza diplomazie_, di quelle _gran
carezze_, di cui tanto si lodava e che lo rinfrancavano talmente da
fargli scorgere qualche spiraglio di luce, traverso la nebbia fitta del
suo scetticismo. Probabilmente da l'avvocato stesso gli vennero quelle
proposte di occupazioni letterarie ch'egli sperava non richiedenti gran
fatica e convenienti al suo ingegno.

Tornato Giacomo da Milano a Bologna per fermarvisi lungamente, trovò
premurosissimo il Brighenti, il quale gli aperse la propria casa, lo
accolse fra gl'intimi; e le conversazioni confidenti con Marianna ed
Anna, giovani e graziosissime, riuscivano ben gradite a lui che fin
da due anni prima scriveva a Carlo: «Il parlare a una bella ragazza
vale dieci volte più che non girare attorno all'Apollo di Belvedere
o alla Venere Capitolina.» (Lettera 5 aprile 1823.) Egli aveva
già orribilmente sofferto, ma nulla aveva perduto ancora di quella
sensitività, che fu una de le più grandi caratteristiche de l'anima
sua: voleva ancora _toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer_
(lettera 23 giugno 1823), persuaso che quella sua sensitività fosse
il più prezioso dei doni, sol che si trovasse un oggetto meritevole
di essa; nell'amore giudicava il piacere dato da un solo istante di
rapimento e d'emozione profonda, preferibile a tutte le gioie che
provano le anime volgari. Egli timido, riservato, malinconico, preferì
subito Marianna, seria anche nel sorriso, appassionata, un po' incline
a la tristezza, come tutte le anime profonde, Marianna, che nel suo
canto sapeva trasfondere tanta intima espressione d'affetto, ad Anna
mordace, sempre allegra, leggera. Marianna era nel pieno splendore de
la gioventù e de la bellezza, e il suo talento musicale e la sua voce
destavan già ammirazione in quanti la conoscevano, sì che appar anche
più naturale che il Leopardi, il quale adorava la bellezza e sentiva
profondamente le impressioni de la musica, gradisse la compagnia di
lei, specie in quei giorni non lieti, _sventrati_ da le noiose lezioni
al conte Papadopoli e al giovane Greco di cui s'ignora il nome. Il
Recanatese, frequentando la casa Brighenti, dava qualche aiuto a
l'avvocato per un'intrapresa edizione de le opere di Vincenzo Monti,
e qualche consiglio pel periodico _Il Caffè di Petronio_, giornale
di notizie teatrali e bibliografiche, di cui l'avvocato stesso era
fondatore e compilatore; passava qualche ora in piacevole conversazione
con la famiglia, spesso vi era invitato a pranzo, mandava in dono a
l'amico i formaggi marchigiani mandatigli dal padre: e quella franca
e cordiale ospitalità (franca e cordiale almeno per parte de le donne)
gli rasserenava lo spirito: i suoi biglietti di quel tempo a l'avvocato
sono con le lettere a Pier Francesco bambino le cose più sinceramente
allegre e graziosamente scherzose ch'egli abbia mai scritte; e lungo
tempo dopo egli ricordava ancora con vivo piacere la bella serata
del Natale 1825 da lui trascorsa in casa de la famiglia di Marianna.
Nè fu la sola; assai spesso, dopo desinare, il poeta amava restar a
tavola con gli amici, e in quell'ora egli ordinariamente assai parco
di parole, si compiaceva di ragionare a lungo, esponendo i suoi
pensieri con modestia e con riserva, ma con quell'arguzia acuta e
talora pungente che sarebbe stata una de le doti caratteristiche del
suo spirito, se la noia e il dolore non ve l'avessero soffocata. Questo
piacevole filosofare, che ricordava al Viani le Dispute conviviali di
Plutarco, il Convito di Platone e il Simposio di Senofonte, era uno dei
più graditi piaceri di Giacomo, tanto più che gli dava agio di mostrare
la superiorità del suo spirito e di piacer forse anche a gli occhi
de le donne intelligenti, malgrado la non bella persona e il vestire
dimesso. Se poi entravano ne la conversazione uomini di poco senno,
egli taceva tosto, non amando di contraddire, soltanto allorchè sentiva
qualche troppo grosso sproposito tirava una presa di tabacco con un
rumore affettato, cosa che faceva ridere chi ne intendeva il senso.
Narra il Brighenti che in una di quelle conversazioni serali Giacomo
componesse questa sciarada: _Uccide il primiero — Uccide il secondo —
Uccide l'intero. — Amore._

Marianna comprese presto d'aver destato un sentimento più fervente
de l'amicizia nell'animo del poeta; e quantunque un altro uomo le
occupasse tutto il pensiero,[32] quantunque ella non sentisse pel
Recanatese che una pietosa tenerezza e una ammirazione reverente,
seppe ne la sua bontà far sì che di quella passione non corrisposta
egli potesse serbarsi in cuore un senso di dolcezza e di conforto. A
lei medesima rimase per sempre una cara memoria di quell'affetto che
molti anni dopo rivelò a Paolina Leopardi; e una lettera di Giacomo,
certamente una lettera d'amore, si trovava ancora preziosamente
conservata fra i più diletti ricordi di lei, quando la bella ed
ammirata artista era divenuta una povera e disgraziata vecchia quasi
ottuagenaria.

Tornato a Recanati, Giacomo nei suoi confidenti colloqui con Paolina le
parlava con vivo affetto dei Brighenti, dicendo che avrebbe desiderato
rivedere il Modenese, come _un figlio desidera rivedere il padre_, e
di Marianna le narrava con tanta ammirazione, da lasciar indovinare
l'amore che per lei aveva provato, mettendo in curiosità Paolina così
da farle domandare la descrizione, ne' più minuti particolari, de la
bella Brighenti.

Giacomo ne faceva il ritratto, compiacendosi forse di poter parlare
di quella donna a lui cara con quell'altra anima femminile, che,
quantunque diversamente, gli era cara altrettanto: gli parve che
Marianna e Paolina fossero fatte per intendersi e per amarsi; così,
quando la malferma salute gli rese grave lo scrivere, colse l'occasione
opportuna per far entrare in corrispondenza fra loro le due giovani,
pregando la sorella di richiedere da Marianna, a nome di lui, notizie
dei Brighenti. Fors'anche ne la sua delicatezza, comprese che fra lui
e la graziosa Majà (come la chiamavano sempre) non essendo possibile,
dopo quanto era avvenuto, una corrispondenza, il mezzo migliore e più
gentile di coltivare l'amicizia che la giovane gli aveva offerta, era
quello di deporla ne le mani di Paolina, la quale aveva tanto del suo
cuore. La contessina invero, che non trovava in famiglia corrispondenza
a la sua innata ed espansiva tenerezza e che sentiva il bisogno di
confidarsi ad un'anima capace d'intenderla, nutrì per Marianna un
affetto vivissimo, le rivelò i suoi più intimi secreti e custodì quelli
di lei con gelosa premura.

Le tendenze artistiche di Marianna, chiare fin dal tempo de' suoi primi
studi, la bella voce di lei e le sue facoltà musicali, le promettevano
una buona riuscita su la scena, tanto più che nella sua delicata
sensitività essa comprendeva e sapeva rendere le passioni e, bella e
graziosa della persona, appariva adatta ad incarnare i più simpatici
tipi femminili, cui poesia e musica hanno dato una vita ideale. Ell'era
ancora ai primi passi de la sua carriera e già tutti prevedevano in lei
un'ottima cantante; Giacomo Leopardi se ne rallegrava sinceramente e
ancora nel 1830 rammentava con riconoscenza la cordialità e l'affezione
ch'ella gli aveva dimostrato. Mentre Giacomo era a Bologna, il
Brighenti fece fare il ritratto di lui dal disegnatore Lolli per la
progettata edizione delle sue opere ed alcuni anni dopo gliene dava in
dono il rame inciso dal Guadagnini, dono che fu carissimo a tutta la
famiglia Leopardi.

Paolina, che da le parole del fratello, tanto più disposto a sprezzare
che ad ammirare gli uomini, e da le stesse ingenue e gentili lettere
di Marianna, si era formato un alto concetto di quell'amica, la
considerava ormai come un essere privilegiato, cui natura avesse
largito in copia i doni onde con gli altri è tanto avara, e si
rallegrava, come d'un'insperata fortuna, d'averne il cuore.

Nel maggio del 1829, malgrado le proteste di certi parenti, Marianna
esordiva a Bologna con la _Semiramide_ del Rossini, nel teatro privato
di Emilio Loup, e Giacomo Leopardi, avuta notizia degli applausi
ch'ella aveva ottenuti, compiacendosene salutava cordialissimamente
lei, la madre e la sorella. In quell'autunno (novembre 1829) Marianna
(e fu il primo suo teatro d'importanza e perciò detto da alcuni il
suo vero esordire) cantò nel Teatro di Corte di Modena nell'opera del
maestro Alessandro Gandini _Zaira_ (poesia di F. Romani, quella stessa
che era stata non felicemente musicata anche dal sommo Bellini). Per
la parte di _Zaira_ era stata scelta la Corinaldesi, cui da ultimo
venne sostituita Marianna, la quale piacque e pel _talento_ e per
lo _squisito sentire_ e per la _singolare bravura_, come afferma il
maestro Gandini stesso;[33] il quale parlando d'un'altra artista, la
Giuseppina Jabre Noel, che nel 1830 eseguì a Modena la stessa opera,
dice che mancava de la finitezza tanto ammirata ne la Brighenti. De
l'esito de la _Zaira_ e dei meriti artistici di Marianna parlarono con
lode il _Messaggiere Modenese_, il 2 gennaio 1830, nº 1, ed il _Censore
Universale dei Teatri_ di Milano redatto dal Prividali, nei suoi n.i 91
e 92 (novembre, 1829).

L'anno a presso nel luglio Marianna andava a Siena nell'Imper. e Real
Teatro dei Rinnovati a sostenervi le parti di Giulietta e di Egilda
nelle opere _Giulietta e Romeo_ ed _Arabi_; e vi otteneva un così
grande trionfo che il _Giornale dei Teatri_ di Bologna ne parlava con
entusiasmo, narrando come per la sua serata era stato pubblicato a
stampa il suo ritratto e le si era offerto un sonetto in cui un tal
A. C. la vantava vincitrice d'Euterpe stessa. Io ebbi occasione di
vedere questo ritratto e precisamente l'esemplare che la Brighenti
donava a Paolina Leopardi; è lavoro anti-artistico e parrebbe quasi
una caricatura, tanto la fisonomia vi è intieramente diversa da quella
che vediamo negli altri ritratti che ci rimangono de la cantante; ma
la fantastica Paolina si dilettava, osservandovi la superba veste di
velluto azzurro a ricami bianchi, ornata di scintillanti gioielli d'oro
e di perle, il velo trapunto a fiori, che da l'altissima pettinatura
scende a velare le spalle nude, il diadema e la collana di perle,
l'ornamento d'oro e di gemme, che scintilla su la bianca fronte.

Ancor più forte che per la gioia di questi primi trionfi il cuore di
Marianna batteva per un nuovo affetto, il quale pareva prometterle
sicura felicità, giacchè colui che l'aveva destato, un certo Mori,
chiedeva a l'avvocato la mano de la figliuola; era un uomo colto,
assai amante de le belle arti, intorno a cui pubblicò alcuni anni dopo
qualche articolo su l'_Antologia_ di Firenze. Perchè il matrimonio
non avvenisse, si ignora; la buona Paolina, che fu a parte di questo
secreto, giacchè Marianna piena di speranza e di gioia, benchè ancora
dubitosa, gliene fece oscuramente cenno, chiamava questo il primo
amore di Marianna artista. Qualche tempo a presso anche Anna scriveva
a la Leopardi del Mori, di cui la sorella era stata _innamoratissima_.
Ammirata dovunque per la sua voce, pel suo talento, per la sua
bellezza, e dovunque rispettata per la sua perfetta onestà e per la
signorile dignità del suo portamento, Marianna ebbe dovunque andò
moltissimi corteggiatori, ma fra questi cercò vanamente un cuore
degno del suo e sempre fiduciosa, sempre tenera, passò di delusione in
delusione, soffrendo intime pene ogni volta che dovette persuadersi
di non essere amata nè come, nè quanto credeva. Nelle sue lettere a
Paolina ella si rivela aliena da ogni arte di civetteria, e i suoi
sentimenti, cui la fortuna non doveva accordare quella costanza che
certamente avrebbero avuto, se in degno modo ricambiati, erano di una
tale purezza che la Leopardi, cui non doveva certo far meraviglia la
severa virtù femminile, se ne stupiva e ne godeva tanto più, quanto
più capiva che molti erano i pericoli in mezzo a cui passava l'amica
e la frequenza e la difficoltà degli scogli ch'ella sapeva evitare,
anche se il suo cuore era infiammato da la passione; virtuosa, non per
freddezza, nè per calcolo, ma per vera dignità d'animo. Questa virtù
punto arcigna, era piena di grazia e talvolta anche tutta spirito
e brio; può farne fede questo sonetto, che Marianna scrisse non so
precisamente in quale anno, ma certo nella sua gioventù e che si trova
autografo ed inedito fra le carte lasciate dal prof. cav. Silingardi,
amicissimo dei Brighenti, al Municipio di Modena:

      Signor Conte..... le vuo' dire
    Cosa che al certo riesciralle ingrata,
    Ma non voglio che il mondo abbia a ridire
    Che corrispondo a gente maritata.
      La padroncina mia femmi sentire
    Certo di lei sonetto, in cui spiegata
    V'era la doglia che la fe' soffrire
    Con parole e sospiri all'impazzata.
      Dirle mi piace: sono una fanciulla
    Onesta e virtuosa ed il suo affetto
    Inver da me non otterrà mai nulla;
      Non già ch'io non le sia riconoscente,
    Che di cuor la ringrazio del sonetto,
    Ma circa amor, non ne facciamo niente.

Se nei versi citati predomina la grazia onesta, ma scherzosamente
birichina, un profondo sentimento inspira questi altri che pure
autografi ed inediti si trovano fra le carte del Silingardi.

Il 1º luglio 1827 fu uccisa da un amante a Modena la fanciulla Maria
Pedina: «la fortezza con la quale la detta giovanetta serbò intatta
la sua innocenza diede argomento a la seguente Invocazione, scritta da
Marianna Brighenti.»

                              INVOCAZIONE.

    Alma gentil che colassù n'andasti
    Tutta raggiante di eterno splendore,
    A te sì pura e fortemente casta,
    A te beata che alla gioia vivi,
    A te, dimesse, vengon mie parole,
    Spinte da affetto e somma riverenza.
    E con queste ti prego, o virtuosa,
    Ad impetrarmi vero e caldo amore
    Per la virtude, che ti fu sì cara,
    Che amasti di morir pria che tradire
    . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Ottienmi da quel Dio, cui se' sì cara,
    Di seguir tuo costume e che mia morte
    Possa mertar delle belle alme il pianto.

Ne le lettere da Pisa, Marianna fa cenno d'aver sofferto assai per
un'afflizione de la Caterina Ferrucci, e già prima per mezzo di Giacomo
aveva fatto donare a Paolina un libro di quella scrittrice, con la
quale è quindi da supporsi ella avesse pure contratta amicizia, cosa
che certo le fa onore e dà indizio de la serietà del suo carattere.

Tornata a Bologna, sempre ne la fida compagnia de la sorella, Marianna
fu in istretta ma onesta relazione col famoso cantante Rubini, e più
tardi conobbe intimamente anche la Malibran, insieme a la quale cantò
in qualche opera. Ne l'aprile del 1831 ebbe il diploma de l'Accademia
filarmonica bolognese. Nel Carnevale del 1830 a Piacenza sostenne
la parte di Giulia ne la _Vestale_; da la fine del 1830 fin verso
a l'aprile del 1831 fu a Ferrara e vi destò un grande entusiasmo
sostenendo la parte di Rosina nel _Barbiere di Siviglia_ e quella
di Giulietta nella _Giulietta e Romeo_ del Vaccaj. Dopo un breve
soggiorno a Bologna, nell'aprile del 1831 fu a Ravenna ad eseguirvi
l'_Otello_ di Rossini col celeberrimo tenore Bonoldi, ed anche a
canto a quello straordinario Otello parve una dolce, fine Desdemona;
modesta e affabilissima tuttavia, ricercò i consigli de l'illustre
compagno e ne seppe profittare. A Ravenna cantò pure Anna, eseguendo
la grande scena di Nerestano nella _Zaira_ del maestro Gandini, lodata
per la sua grazia, per l'intonazione e la soavità de la voce. Qui per
la sua beneficiata Marianna cantò la cavatina della _Niobe_ in cui
sapeva infondere rara drammatica efficacia, la ripetè per la serata
di Bonoldi, quasi a ringraziarlo degli amorevoli insegnamenti di cui
le era stato largo, e piacque così che il pubblico l'obbligò a ripeter
tutte le sere quel pezzo. Le si dedicava allora un sonetto:

      Altre sentii gli armonici concenti
    E le soavi melodiose note,
    Or liete modular, ora gementi,
    Onde fur l'alme in ascoltando immote;
      Ma non sentii giammai que' loro accenti
    Tante recarne meraviglie ignote,
    Come il tuo dir, che, innamorando i venti,
    D'ineffabil dolcezza i cuor percuote.
      Segui, o giovane Donna; e il bel Paese
    Che Appennin parte, e l'Alpe e il Mar circonda,
    Quand'abbia in te tante dolcezze intese,
      Varca animosamente i monti e l'onda,
    E fa col canto tuo quell'alme accese,
    Sì che all'onor d'Italia Eco risponda.

Ne l'agosto del 1831 Marianna era a Fermo, dove ebbe trionfi non soliti
neanche per lei, sostenendo la parte d'_Imogene_ nel _Pirata_ del
Bellini: si ammiravano ancora più che la bellezza de la sua persona
e de la voce, la perfetta intelligenza d'arte, la grazia squisita, la
forza di sentimento, l'azione dignitosa sempre e sempre ragionata; le
cronache del tempo ci dicono che applausi frenetici scoppiavano ad ogni
suo pezzo e che gli animi fremevano ne la pena e nel delirio di quella
Imogene soave e appassionata. Le si dedicava allora un'epigrafe in cui
era detta _donzella candida del cuore, soave del costume, dell'arte del
canto peritissima, da natura dotata di voce che nell'anima si sente, ad
esprimere gli affetti potentissima_; ed un altro ammiratore le diceva
in un sonetto:

      Con preghi e doni ho chiesto al Ciel sovente
    Che riso segua di mia vita l'ore;
    Ma or più del riso m'è grato il dolore
    Che pel tuo gorgheggiar nel cor si sente.

La Brighenti passò in Ancona, dove cantò pure il _Pirata_ nell'ottobre
del 1831 e si compiacque del pregio in cui era tenuta non soltanto
come artista, ma anche come donna degna di vera stima. «Tutti voialtri
sapete bene quanta ammirazione cagioni il contegno vostro e della
mia amica in particolare, sì raro a trovarsi tra gente della sua
professione; tutti voialtri lo sapete, pure non posso fare a meno di
dirvi che quasi ho sentito io medesima fare un elogio grande della
eccellente educazione, della condotta irreprensibile e savissima, di
tante doti di spirito e di cuore, dell'eccellente carattere della
prima donna dell'opera di Ancona, senza dirvi poi nulla intorno
alla sua bravura nel canto, di cui quello che parlava si mostrava
contentissimo;» scriveva Paolina Leopardi ad Anna Brighenti. (Lettera 8
novembre 1831.)

Ai primi di autunno del 1831 Marianna era ad Ascoli per darvi il
_Pirata_; là incominciò a sentire le acute spine nascoste fra le rose
de la sua corona d'artista, e pare gliele facesse sentir l'impresario
e sentir talmente ch'ella pensava di rompere il suo contratto con
lui; s'aggiungeva a questo la poca frequenza e la freddezza di
quel pubblico, poco educato a l'arte, il triste soggiorno di quella
cittadina, appena rallegrato da le gentilezze di qualche ammiratore,
uno dei quali, Ignazio Cantalamessa, volle fare il ritratto de le
due sorelle, riuscito benissimo, si dice, specialmente quello di
Marianna. Ma anche quel pubblico freddo e poco intelligente finì per
animarsi al canto de la Brighenti e si accese fino ad un _entusiasmo
indescrivibile_ quand'ella cantò la famosa cavatina de la _Niobe_.

Marianna andò poi a Roma, trepidante per l'esito che vi avrebbe
ottenuto, commossa vivamente da gli alti affetti che la città eterna
ridestava in lei, pure anche là l'attendevano amarezze, torti de
l'impresario, fatiche eccessive, cui la sua costituzione piuttosto
gracile non potè resistere; si ammalò e invece d'andare a Corfù,
come ne aveva il progetto, dovette ritornare a Bologna. Ristabilita
nel settembre del 1832 cantava a Cremona _I Normanni a Parigi_;
e, dopo un'altra dimora a Bologna, ne l'aprile del 1833 passava ad
Arezzo a darvi per l'apertura del Teatro Petrarca l'_Anna Bolena_
e _la Straniera_. Feste entusiastiche le furon fatte dal pubblico
meravigliato e commosso: ne la sua serata, in cui cantò al solito la
cavatina de la _Niobe_, fu accompagnata a casa in una portantina,
circondata da coristi con torcie accese e preceduta da una banda,
poi le acclamazioni la costrinsero ad affacciarsi a la finestra per
ringraziare.[34]

Ad Arezzo un poeta chiamava la voce di lei _prestigio arcano, incanto
più soave dell'estasi d'amore_ e le diceva:

      Forse fu Amor che in queste basse arene
    A diradar di nostra mente il velo,
    E ad invaghirci dell'eterno Bene,
      Come alla mente diè il pensier veloce,
    E diede il sole allo splendor del cielo,
    A te diede degli angeli la voce.

La madre aveva seguito fin qui le figliuole, ma d'ora innanzi la
stanchezza e la salute infermiccia la persuasero a lasciarle, tanto più
ch'ella aveva veduto per prova come potesse affidarle a sè medesime,
senza dir poi che il padre le accompagnava sempre. Marianna continuava
a chieder notizie di Giacomo Leopardi e poteva darne talvolta anche a
la sorella di lui.

Nel dicembre del 1833 la Brighenti cantò a Pisa ne la _Straniera_;
e con la dolcezza e flessibilità de la voce, mirabilmente atta a
secondare gl'impulsi del vivo sentimento e i dettami de l'acuta
intelligenza, incantò l'uditorio. «Il cantare ed agire de la Brighenti
non è effetto di altrui insegnamento, è creazione sua propria,» fu
scritto allora. Ne la stessa città ella diede anche _La gioventù di
Enrico V_ del Pacini che piacque mediocremente.

Andata a Livorno vi cantò l'_Anna Bolena_, la _Norma_ e i _Capuleti_;
ed un poeta entusiasta scriveva per lei una Canzone con questo
ritornello: poco importa più il peso de le noie e dei dispiaceri
quotidiani:

    Chè la sera la Brighenti
    Tutto quanto fa scordar.

Andata a cantar l'_Anna Bolena_ a l'Alfieri di Firenze nel novembre
del 1833, rimase afflitta di non rivedervi il Leopardi, già partito
per Napoli, chè gli applausi e gli omaggi entusiastici anche qui non le
impedirono di ripensare affettuosamente a l'amico infelice.

Nel novembre del 1834 Marianna fu l'idolo dei Novaresi. Il Giordani,
che sempre s'interessava de la sorte di lei e frequentemente chiedeva
di _sapere ogni suo successo e di onore e di lucro_, le scriveva a
Novara pregandola di continuargli la sua carissima benevolenza: «Sarà
molto lieto a me quel giorno che vi rivedrò, e potrò ripetervi di voler
esser sempre vostro amicissimo.» In quella città, Marianna cantò la
_Norma_: «Al suo apparire, scrive il _Censore universale dei Teatri_ (4
febbraio 1835), tutto l'affollato uditorio proruppe in una strepitosa
selva d'applausi. Ma quando si ascoltò poi l'eroica declamazione di
quell'imponente primo recitativo ed il soavissimo canto di quella
gentil cavatina, per quanto fosse ancor viva in tutti la rimembranza
dei già valutati pregi di questa virtuosa, d'ogni passata estimazione
infinitamente maggiore si fece l'ammirazione presente... Chi vide
all'apertura del Teatro Petrarca in Arezzo raffigurar la Brighenti il
carattere de l'_Anna Bolena_, me l'aveva già dipinta con i più vivi
e seducenti colori, gli stessi più sperimentati fra i suoi compagni
ne parlavan allora con entusiasmo. Chi vede ora la stessa artista
maggiormente abbellire di sè stessa il bel teatro nuovo di Novara, per
rappresentarvi quello di _Norma_, si mostra più trasportato ancora di
quegli Aretini, che in materia di musica hanno un gusto finissimo.» E
nota la verità de la sua azione, la squisitezza del canto, l'ammirabile
efficacia ne la espressione dei sentimenti soavi, pietosi, terribili,
la forza drammatica.

A Novara un maestro di musica amò non degnamente Marianna; e quando,
nel lasciarla, le chiese compatimento e stima, l'altera risposta di lei
dovette fargli comprendere com'ella riserbasse questi sentimenti a chi
li meritava.

Il canto non era una miniera d'oro per la Brighenti, e malgrado il
fasto apparente, cui la professione la costringeva, ella non aveva
potuto migliorare in modo stabile la condizione de la sua famiglia, sì
che pregava Paolina Leopardi di raccomandare l'avvocato per un impiego;
ma non se ne fece nulla, malgrado le premure de la buona contessa; e,
certamente per ottenere più lauti guadagni, dopo esser stata a Reggio,
a Ravenna (maggio e giugno 1835), a Genova (ottobre 1835), a Vicenza
(gennaio 1836), Marianna si decise a partir per l'estero, accompagnata
dal padre. Già nell'aprile del 1835 aveva cantato a Reggio, ne
l'_Uggero il Danese_ di Mercadante e ne la _Semiramide_ di Rossini,
e le sue note che _brillavano, volavano, accentate e colorite_, il
buon gusto del suo fraseggiare, la precisa franchezza de l'intonazione
avevano destato il solito entusiasmo: tutta una schiera di poeti, ed
alcuni non volgari, si era levata ad acclamarla; fra le altre poesie
noto un Sonetto di _Un plaudente_, un'Ode, probabilmente del Cagnoli,
un altro sonetto di Luigi Ferri, un Canto, che forse è quello di
Prospero Viani, cui egli accenna ne l'_Appendice_ a l'Epistolario
leopardiano:

    Alta è la notte: il pallido
    Raggio di Cinzia un pio
    Nell'alma infonde incognito
    Di meditar desio,
    E versa in me dolcissimo
    Di pianto voluttà.
      È la fedel mia cetera
    A me compagna. . . . . .
    . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . .
    È un canto malinconico,
    La voce è di Licori,
    Che della Dania vergine
    Canta gl'infausti amori.
    Oh come ancor mi suonano
    Que' mesti accenti in cor!

A Ravenna la Brighenti cantò la _Semiramide_ e i _Normanni a Parigi_, a
Genova nel teatro Carlo Felice l'_Elisa e Claudio_ di Mercadante, e la
_Nina pazza per amore_ del maestro Coppola; a Vicenza ancora la _Nina_,
la _Chiara di Rosemberg_ e la _Norma_, facendo notare come le parti
ricche di sentimento e di drammaticità le convenissero fra tutte.

Nel luglio del 1836 era già a Lisbona, ove trovava morali e materiali
compensi, che la confortavano de la lontananza da la patria e da la
madre; la sorella e il padre erano sempre con lei. Vi diede l'_Otello_
di Rossini, poi andò ad Oporto e, quantunque assai affaticata,
dovunque fece trionfare l'arte italiana. Dal Portogallo passò in
Ispagna, a Madrid, dove cantò la _Straniera_; quel pubblico che vi
aveva udite ne la parte d'Alaide la Tosi e la Lalande e che allora era
entusiasta della De Alberti rimase freddo da prima per la Brighenti,
ma la freddezza cominciò a dileguarsi al duetto di lei con Pasini
calorosamente applaudito, e sparì a la commovente ultima scena,
eseguita con rara potenza drammatica. Tuttavia ne le prime sere non
si poteva dire che ella avesse conquistato l'uditorio; piacque di
rappresentazione in rappresentazione sempre più: poi ne la _Donna del
lago_ trionfò pienamente, ed applausi, fiori, versi piovvero su di lei,
divenuta l'idolo del teatro.

L'artista era soddisfatta, ma la donna soffriva; il 1º luglio 1837 ella
riceveva da Paolina il doloroso annunzio de la morte di Giacomo: «Oh!
piangiamo insieme, amici miei, le scriveva fra l'altro la Leopardi,
piangiamo insieme, chè abbiamo perduto tutti il nostro fratello, il
nostro amico, nè lo rivedremo più in questo mondo, dopo tanta speranza,
dopo tanto desiderio.» Marianna sofferse acerbamente a la funesta
notizia e cercò di dare con le proprie lacrime un conforto a l'amica
sua.

Sempre applaudita, era tuttavia vivamente desiderosa di ritornarsene,
sì che, quantunque avesse formato il progetto di andare in America,
nel giugno del 1838, lieta come non era stata mai fra gli applausi
e gli onori, rivedeva l'Italia e riabbracciava la madre. Tornava
stanchissima, sofferente ne la salute per le fatiche durate, sconsolata
da nuove delusioni, che avevan ferito profondamente il suo cuore,
annoiata dei viaggi e persino dei trionfi, e dopo aver cantato ancora
a Pavia nel novembre del 1838 e a Vicenza, sentendo la necessità di
pace e di riposo, prendeva in affitto un villino a Campiglio, poco
lungi da Modena, e là, nel luogo amenissimo e tutto tranquillo, si
sentiva rinascere, viveva tutta nei dolci pensieri e nei cari ricordi.
La sera al chiaro di luna, assorta ne la dolcezza de' suoi sogni,
se ne andava sola a diporto tra i boschetti, o lungo le sponde del
Panaro, e tutta la vita passata le pareva un sogno, un sogno agitato e
doloroso, di cui il ricordo le faceva, pel contrasto, parer più cara
la pace di quei suoi giorni solitari e quieti. Di teatro non voleva
sentir parlare, tanto più che il suo petto gracile non era in grado di
venir ancora affaticato senza pericolo; più d'una volta le disgraziate
condizioni de la famiglia la costrinsero a ripensarvi, ma non cantò
che in un'accademia, datasi a Modena l'8 decembre 1839. Anche in
quest'occasione la Brighenti ricevette non dubbie prove d'ammirazione;
la sua voce, non più vigorosa, era però dolcissima e gradevole, atta ad
eseguire con bravura i passi d'agilità.

Marianna, lasciato il teatro, passava parte de l'anno a Forlì col
padre. Ne la primavera del 1840, quantunque infermiccia, quantunque
afflitta da mille travagli, fra cui non ultimo una lite impresa da
l'avvocato per rivendicare una parte del patrimonio paterno; quantunque
agitata da le speranze, dai timori di una nuova passione, ella chiedeva
notizie di quanto veniva scrivendosi intorno a Giacomo. L'avveduta
Paolina l'avvertiva di non abbandonarsi al nuovo amore che un Forlivese
aveva destato in lei, tenera e immaginosa, in lei che aveva sempre
veduto negli uomini piuttosto le proprie qualità che i loro difetti.
«Stai in guardia più che puoi, e Ninì ti consoli e ti consigli, essa
che ha la mente fredda e il cuore pieno di amore per te. Oh! non
fidarti degli uomini, Marianna mia, non è questo tempo per anime come
le nostre. Divagati, fa ritratti (ma non già il suo), allontana il
pensiero di lui quanto puoi, e parti presto da Forlì; io voglio saperti
consolata e _désillusionnée_.» (Lettera.... aprile 1840.) Ed Anna,
che, amata prima fra gli altri dal poeta Antonio Peretti, il quale
le scriveva tenerissime lettere firmandosi _Menestrello_, abbandonata
poi da lui, se ne consolava con un poeta migliore, il Petrarca, era la
miglior confidente e la più allegra consigliera de la sorella, la quale
però quei consigli ascoltava, sorridendo, senza saperli seguire. Ne
la primavera del 1840 era malata a Forlì di debolezza ai bronchi e il
medico le dichiarava impossibile il ritorno al teatro, risparmiandole
così il tormento dei vecchi grandi artisti, che su le scene assistono
a la lenta morte de la loro fama e vedono il pubblico, il quale prima
li adorava, indifferente, poi schernitore. Nè la speranza di una non
meschina eredità valeva a ridarle animo; nè il fidanzamento d'Anna con
un tal Virgilio (1831), nè le amabilità de la principessa Aldegonda
de la casa ducale di Modena, città dove i Brighenti si trovavano ne
l'inverno del 1842, riuscivan a richiamare più che un malinconico
sorriso su le sue labbra. Come appare da una lettera del Giordani (24
luglio 1841), Marianna aveva il progetto di dar lezione di canto,
ma la sua non buona salute e i continui cambiamenti di dimora ne
rendevano difficile l'esecuzione. Il suo maggior conforto consisteva
ormai nel prestar teneramente le sue cure al padre, che una parte de
l'anno la voleva seco a Forlì, e nel ricrearsi lo spirito in dotte e
gentili compagnie, fra le quali carissima le era quella del Giordani,
il quale nell'agosto del 1842 trovandosi a Forlì con un amico, le
parlava lungamente di Giacomo Leopardi, de le ingiuste accuse mosse
a la memoria di quel Grande e del culto sempre maggiore di cui questa
memoria era oggetto pei sinceri ammiratori del genio e de la virtù.

Il 16 novembre 1843 moriva Maria, o Marina Galvani-Brighenti,
l'_adorata sposa_ de l'avvocato, _l'angelo di bontà, di rassegnazione
e di conforto della famiglia_. Era nata in Modena il 3 gennaio 1773.
«Ebbe da natura ingegno pronto e vivace con robustezza di mente e
di corpo, che la resero superiore al suo sesso. Ebbe istruzione non
comune, costanza nelle avversità; religione purissima, sviscerato amore
de' suoi. Fu studiosa delle amene Lettere e della storia, sostenne
con forte animo lunga e dolorosa infermità; incontrò l'ultimo fine
con imperturbata e santa rassegnazione;»[35] così ne fu scritto da la
famiglia.

Marianna, che aveva sempre teneramente amata la madre, riverendone
le modeste e casalinghe virtù, ne scriveva col cuore commosso una
breve biografia in una lettera a Paolina, la quale poi la ringraziava
d'averle fatto così conoscere e meglio stimare quella buona. La
povera Marianna era afflitta da sempre nuovi dolori, che aggravavano
la tristezza derivante da la poca salute, da le cattive condizioni
economiche e da la scarsissima speranza di miglioramento nell'una cosa
e nell'altra. Tuttavia pensava sempre affettuosamente al grande amico
de la sua giovinezza, Giacomo Leopardi, e presentava con una lettera a
Paolina, facendone grandissimi elogi, Prospero Viani, diligente cultore
degli studi leopardiani. Era già l'estate del 1845 e per la prima
volta in una lettera a l'amica, lettera che disgraziatamente è perduta,
Marianna confidava il puro e tenero amore che Giacomo aveva avuto per
lei; confidenza accolta con piacere da Paolina, la quale rispondeva:
«non è possibile che si accresca l'affezione mia per te; ma se lo
potesse, certo accadrebbe dopo che mi hai detto che il nostro Giacomo
ti prediligeva. E già io me ne avvedeva dalle sue parole e non ricordo,
ma forse avrò fatta a lui anch'io la domanda _sacrementelle_: ne eri
innamorato?» (Vedi Lettera XCII, 1º agosto 1845, nel volume citato di
E. Costa.)

Pietro Brighenti, che nel 1846 era stato da Pio IX nominato giudice
supplente a Forlì e aveva tenuto l'ufficio sette mesi in assenza del
titolare, mentre sperava un impiego più sicuro, non accorgendosi quasi
che la sua vita andava spegnendosi lentamente, spirò a Forlì, assistito
da la figlia Anna, mentre Marianna era a Modena; ambedue le sorelle
sentirono allora che niun più grave colpo avrebbe potuto ormai portar
loro la sorte.

Nella sua biografia del padre che, come notammo, è ora conservata
autografa nel Museo del Risorgimento in Modena, Marianna scrive: «Non
puossi, nè debbesi tacere de l'amorosa assistenza che essa (_Anna_)
gli fece nei tre mesi della sua malattia, non che della forza d'animo
che dimostrò nel giorno 2 agosto, dodici ore avanti la di lui morte, in
cui veggendolo afflitto per non ricevere lettere dalla figlia assente
(erano allora pressocchè intercette le comunicazioni per la guerra tra
Austriaci e Bolognesi), ritirossi un breve istante dalla camera e vi
rientrò con una lettera in mano, che figurò scritta dalla sorella e con
l'angoscia più disperante nell'animo, ma a ciglio asciutto e con voce
ferma la lesse al letto del moribondo e con questo gli ultimi istanti
ancora della vita gli consolò.» La biografia, dedicata a S. A. la
Principessa Federica Hohenzollern Sigmaringen Marchesa Pepoli, è tutta
inspirata da sensi di sincera venerazione e d'affetto.

Dopo un inutile tentativo, fatto non si sa bene a quale scopo presso
la Corte modenese, dove ottenne buone parole, molte gentilezze e
null'altro, Marianna stette qualche tempo in Bologna quale istitutrice
in casa del conte Pepoli; uscitane, insieme a la sorella pensò di
stabilirsi a Modena, dove ambidue dettero lezioni private e apersero
un istituto femminile, che su le prime parve dare buon compenso morale
e materiale a le loro non poche fatiche. Ambedue, e più Marianna,
che aveva doti di mente e di cuore più adatte al grande ufficio di
educatrice, si erano accinte a l'impresa con vivo amore e con sincero
entusiasmo, ed alcuni saggi pubblici che fecero dare a le alunne
ebbero l'approvazione di persone autorevoli; ma qui pure le aspettavano
delusioni e dolori, così che nel 1865 la povera Marianna confessava a
Paolina d'esser rimasta abbandonata da molte alunne, le quali non le
avevano nè pure concesso il conforto de la loro riconoscenza e di quel
rispetto che sarebbe stato così caro al suo cuore. In generale però
i genitori e i parenti de le sue scolare si lodavano de l'opera sua,
cosa che le dava una consolazione almeno, quella di provarle che la sua
coscienza non l'ingannava, asserendole non aver ella mancato mai al suo
dovere. Si occupava sempre con amore di studi e prediligeva la poesia:
in una lettera, il cugino Francesco Galvani le parla dei romanzi di
Walter Scott, di cui avevano conversato lungamente a voce; l'altro
cugino G. Galvani pure in una lettera le parla di studi e le manda un
Petrarca da lei richiestogli.

La pietosa venerazione inspirata da le virtù e da le sventure di
Marianna Brighenti era tanta che, per non amareggiare troppo lei e sua
sorella, si ricoperse di un velo indulgente quanto di men che bello si
veniva scoprendo ne la vita del loro padre. Il marchese Gualterio nel
suo libro su _Gli ultimi rivolgimenti italiani_ (Firenze, Le Monnier,
1851), cercò di scusare il Brighenti che, da certi documenti venuti in
luce, appariva delatore, immaginando che alcuno abusasse de la buona
fede di lui, libraio ed editore, facendogli recapitare, a qualche
secreto agente, come lettere, le proprie rivelazioni a la polizia
austriaca.

Gli ultimi anni di Marianna passarono in una condizione meschinissima,
da le angustie de la quale la sollevava talvolta il generoso soccorso
de le anime buone, fra le quali va annoverata Paolina Leopardi.

Con umiltà, ma con dignità, le Brighenti invocavano aiuto: vidi una
minuta di una loro supplica a una nobilissima signora, già loro amica,
in cui tra il dolore de le strettezze e de l'abbandono in cui si
trovavano, traspare la degna alterezza di non aver meritate le loro
sventure e di sentirsi oneste.

Chi ne le due povere vecchie, miseramente vestite, dal viso pallido,
ove le rughe denotavano una lunga istoria di patimenti e di dolori,
avrebbe riconosciuto l'ammirata Imogene d'un tempo, splendida nel
fastoso abbigliamento, ne lo scintillío dei gioielli e più di tutto ne
la luce de la sua gioventù e de la sua bellezza? e la spiritosa Anna,
gioia e tormento di tutti i damerini eleganti, e arcadico sospiro dei
poeti? Anna morì l'11 aprile 1881 a settantacinque anni, e Marianna le
sopravvisse sino al 31 gennaio 1883, tutta assorta ne le sue memorie.
Quella vecchia, quasi ottuagenaria, nei suoi bei giorni aveva contato
a migliaia gli ammiratori, a diecine gl'innamorati: Agostino Gagnoli
e Antonio Peretti eran stati entusiasti di lei; il primo le aveva
dedicato un tenero sonetto, ed in versi pure, fra i molti altri,
l'aveva esaltata, come si disse, anche Prospero Viani (1835); ma
nell'abbandono de la sua tarda età, ad uno ella pensava con maggior
tenerezza, ad uno ch'ella non aveva amato d'amore, ma di cui un'unica
lettera serbava con cura e rileggeva commossa, ella che di lettere, di
versi, d'omaggi a lei rivolti aveva così gran numero; questi rimasero
fra le sue carte, testimoni de l'ammirazione che ella aveva destata,
ma quella lettera, invano chiesta e richiesta con istanza dal Viani,
scomparve: Marianna, scendendo nella tomba, volle forse portar seco
il secreto de le ardenti parole che Giacomo Leopardi aveva scritte un
giorno per lei sola.

La meschina eredità di lei passò a una misera sua cugina, Luigia
Montavoce di Gualtieri, che non seppe come fra quei poveri oggetti
e quei cenci vi fossero carte preziose, autografi del Giordani, del
Leopardi, del Pepoli, del Rosini, del Cagnoli, di Paolina Leopardi, di
Carolina Ungher, del Mari, del Peretti, del Viani ec.

Stretta dal bisogno, la poveretta vendette quelle carte a un tabaccaio,
che le distrusse quasi tutte; per caso furon salve, insieme ad alcune
lettere del Giordani e di Monaldo Leopardi, e a tutte quelle di
Paolina, le quali pubblicate da Emilio Costa valsero a sollevare il
velo che nascondeva in gran parte agli occhi dei posteri le gentili
figure de le Brighenti e de la Leopardi.

Povera Marianna! Ben più lacrime che sorrisi ebbe la vita per lei, a
la sua corona di donna e d'artista poche rose furon intrecciate fra le
spine pungenti; ma le sue sventure nobilmente sopportate accrescono la
simpatia che le guadagna il suo cuore gentile, ed ella rimane una de le
rare creature femminili per le quali, se pure non corrisposto, non ci
appare vano l'amore di Giacomo Leopardi.


NOTE.

[25] Vedi a pag. 61 de le _Memorie de la R. Accademia di Scienze,
Lettere ed Arti di Modena_. Tomo VIII.

[26] Vedi P. GIORDANI, _Scritti editi e postumi_, pubblicati da A.
Gussalli. Milano, Borroni e Scotti, 1856, vol. I, pagg. 192 e 193.

[27] Vedi l'_Epistolario di P. Giordani_, edizione citata. Lettera da
Milano, 20 gennaio 1818.

[28] _Opuscoli religiosi e morali_, serie 4ª, t. XVII. Modena, Soc.
Tip., 1885, a pag. 53.

[29] Fra le carte lasciate dal cav. prof. Silingardi al Municipio di
Modena si trovano autografe alcune quartine di Marianna ad Anna, alcune
altre al padre pel suo natalizio, un sonetto al medesimo scritto a
Lisbona nel 1836, alcuni versi ad Anna de lo stesso anno, una lettera
d'augurio a l'avvocato, giugno 1837, ec.

[30] Cfr. C. LOZZI, _Intorno a le Canzoni dl G. L. «All'Italia e
sul Monumento di Dante,» Osservazioni critiche inedite di letterati
bolognesi contemporanei_, nel nº 7 del Bibliofilo di Firenze, luglio
1882, pag. 99.

[31] Cfr. A. D'ANCONA, _Il Leopardi e la polizia austriaca_, nel
_Fanfulla della Domenica_, 29 novembre 1885. Cfr. anche lo studio
di F. MARIOTTI, _Una Canzone di Giacomo Leopardi commentata dalla
polizia austriaca nel 1820_, nella _Nuova Antologia_, 16 agosto
1897, da pag. 633 a pag. 636; e G. PIERGILI, _Un confidente de l'alta
polizia austriaca nel gabinetto di G. P. Vieusseux_, nella _Rivista
Contemporanea_, 1888, fasc. 4º, Firenze.

[32] Marianna confessò a Paolina Leopardi d'aver avuto prima di darsi
al teatro un amore disgraziato. Questa passione era viva probabilmente
nel tempo che Giacomo fu a Bologna, perchè Paolina compiangendo l'amica
le scriveva più tardi, 15 giugno 1830: «Mi pare che Giacomo mi abbia
nominato l'oggetto del vostro amore ed io l'ho dimenticato; nè crediate
che io ora voglia saperlo.»

[33] Vedi _Cronistoria del Teatri di Modena dal 1539 al 1871 del
maestro Alessandro Gandini, arricchita d'interessanti notizie e
continuata sino al presente da Luigi Francesco Valdrighi e Giorgio
Ferrari Moreni_. Parte II, pagg. 95, 96 e 97. Modena, Tipografia
Sociale, 1873, in 12º, pag. 601.

[34] Vedi Corrispondenza da Arezzo nel nº 51, 26 giugno 1833, del
_Censore universale del Teatri_, Milano. Da questo giornale son tolte
molte altre de le notizie che riguardano la Brighenti cantante.

[35] Quest'epigrafe si legge ne l'interno de la chiesa dei Minori
Osservanti di Forlì detta di Valverde. Il Brighenti scrisse alcuni
cenni biografici de la moglie, i quali si trovano autografi fra le
carte donate dal prof. Silingardi al Municipio di Modena.



   [Illustrazione: _Teresa Carniani Malvezzi_]



TERESA CARNIANI MALVEZZI.


A Bologna Giacomo Leopardi trovò così liete accoglienze, quando vi
stette alcuni giorni mentr'era diretto a Milano, chiamatovi da lo
Stella, che partendone aveva già deciso di ritornarvi per un lungo
soggiorno. A pena ebbe combinati con l'editore milanese gli elementi
de le due edizioni latina e latina italiana de le opere di Cicerone
e compilatine i programmi ne le due lingue, il 26 settembre 1825
partiva da Milano e la mattina del giorno 29 era a Bologna, dove prese
a pigione un appartamentino in casa di _un'ottima e amorevolissima
famiglia_, gli Aliprandi, che abitavano presso il teatro del Corso
in casa Badini. Essi pensavano anche al suo vitto ed al servizio,
chè egli accettava di rado e poco volontieri i molti inviti a pranzo
continuamente fattigli. Le premure de' suoi ospiti gli erano care
in sè, e più care perch'egli capiva che la grande stima in cui lo si
teneva era causa di questi riguardi. Troppo aveva sofferto nel borgo
natio, vedendosi disprezzato perchè d'aspetto infantile, deforme,
misero, perchè amante de la solitudine e tutto dato ai libri, dovendo
a sua volta disprezzare quei coetanei e compaesani che non si curavano
d'esser qualche cosa, si davano da sè il nome d'ignoranti e gli
predicavano che con gli anni egli avrebbe _messo giudizio_ e cioè
abbandonati gli studi. Quel suo somigliare un grande ingegno (e certo
pensava a sè) apprezzato in Recanati _come la gemma nel letamaio_
ricorda l'orgoglio dantesco del

      Faccian le bestie fiesolane strame
    Di lor medesme, e non tocchin la pianta,
    S'alcuna surge ancor dal lor letame,
      In cui riviva la sementa santa
    Di quei Roman, che vi rimaser, quando
    Fu fatto il nido di malizia tanta.

Pure egli non era scettico ancora, sapeva che il mondo è bello, che
_tante cose belle ci han fatto gli uomini_, che vi son tanti uomini
buoni e grandi; e avrebbe voluto darsi un poco a quelle cose che
chiamano mondane; ma in un mondo che lo allettasse e gli sorridesse,
che splendesse, sia pure di luce falsa; non ne la società di Recanati
che lo faceva dar in dietro a prima giunta, gli _sconvolgeva lo
stomaco_, gli _muoveva la rabbia_. A Bologna gli parve di rivivere:
è vero che quei letterati temendo di trovarlo superbo e soverchiatore
lo guardarono da prima con invidia e con sospetto, ma la sua modesta
affabilità e quelle maniere semplici che son proprie di tutti i
grandi uomini, pur essendo prese dai volgari per indizio di poco
valore, com'egli stesso osservò, gli conciliarono presto le simpatie
generali; e gli stessi dotti finirono per festeggiarlo, per fargli
visite frequenti e per dichiarare che la sua presenza era un acquisto
per Bologna. Tuttavia l'inverno passò triste per lui, che soffriva
assai pel freddo, si sentiva _senza appoggio e senza amore_, e non
godeva buona salute, specialmente al principio de la stagione cattiva.
I primi giorni de la primavera gli apportarono forza e letizia e un
compiacimento d'amor proprio per l'invito di recitare qualche cosa
ne l'accademia dei Felsinei, ov'egli, in presenza del Legato e de
la più alta nobiltà bolognese, lesse infatti l'_Epistola al Pepoli_,
che gli diede ne la città fama ancor più diffusa e gli procurò nuove
conoscenze. Tra queste va annoverata quella de la contessa Teresa
Carniani Malvezzi, una de le donne più colte e più note de la Bologna
di quel tempo.

                                   *
                                  * *

Da Cipriano Carniani ed Elisabetta Fabbroni era nata a Firenze nel
1785 Teresa, che, bambina ancora, dimostrava, così bella intelligenza
da invogliar ad istruirla il suo dotto zio Giovanni Fabbroni. Con lui,
volonterosa, ella si diede ad approfondirsi ne la geometria, e con lui
avrebbe compiuto più alti studi, se la madre, che voleva abituarla
a le cure domestiche, lo avesse permesso. Meglio pel suo avvenire
parve il darle solo qualche cognizione superficiale d'inglese e di
francese, di musica e di disegno. Non aveva che sedici anni quando il
conte Francesco Malvezzi de' Medici, bolognese, s'innamorò di lei,
che senz'essere bellissima, era tuttavia graziosa e piacente co'
suoi bei capelli biondi, la fronte alta e candida, la figura snella
e soprattutto con la sua gentilezza di modi e la sua intelligenza.
Lo sposo apparteneva ad un'antichissima famiglia, che aveva avuto
feudi importanti ne l'Emilia, in Lombardia e nel Napoletano, famiglia
ricordata anche dal Muratori fra le più nobili d'Italia.

Nel novembre del 1802 Teresa col Malvezzi andò a Bologna, dove visse
quietamente e lietamente, frequentando la buona società, senza perdervi
l'amor de la famiglia: ebbe tre figliuoli e le morirono, due a pena
nati, la terza di sei anni; poi, il 10 settembre 1819 le nacque un
altro maschio, Giovanni, che al suo cuore affettuoso diede tutte le
sante gioie de la maternità. Poco occupata da le cure domestiche, la
giovane contessa, trovandosi ad aver libera gran parte de la giornata,
benchè volesse essere la prima e premurosissima maestra del suo
bambino, pensò di impiegare utilmente e con diletto le ore d'ozio,
ritornando a gli studi, che di mal grado aveva lasciati, allettata
anche da la magnifica biblioteca, raccolta dal suocero suo, dottissimo
bibliografo. Più di tutto l'attraeva la poesia, per la quale aveva
avuto fin da bambina un grande trasporto e di cui le impressioni
sentiva profonde ne l'anima, commovendosene spesso fino a le lagrime.
Con l'amore de gli studi sorse in lei il desiderio di conoscere i
letterati di cui sentiva far le lodi, e di molti ottenne ben presto
l'amicizia: l'abate Giuseppe Biamonti, professore di eloquenza ne
l'Università di Bologna, coltivò l'ingegno di lei, dandole lezioni
di filosofia e facendole conoscere i principali classici greci; più
che maestro, egli le fu amico affezionatissimo, e nei dotti colloqui
gli piaceva di comunicarle le proprie osservazioni intorno a Platone
e notare ne le risposte di lei il bell'ingegno e il vivo sentimento
ch'ella dimostrava. Partito da Bologna, non solo non la dimenticò
mai, ma si compiacque di scriverle lunghe lettere, di parlarle
diffusamente de' suoi studi, di ricordare le belle ore passate a
lei vicino, in città od in villa, di desiderare d'esserle presso
per leggerle le sue cose _e vedere nel suo volto quale impressione_
producessero _nell'anima sua bella_.[36] La consolava ne le sventure
che l'afflissero (nel 1817 essa perdeva una sorella e ne rimaneva
dolentissima), parlandole con quella pietà religiosa, che era fervente
in ambidue; le inviava anche i propri lavori stampati e gradiva assai
le lodi di lei. Come un _amico_ stimato e caro, piuttosto che come
una dama, la trattava anche Paolo Costa, che pure le chiedeva i suoi
consigli e fidava ne la sua dottrina e nel suo gusto; a proposito
de l'opuscolo _Della sintesi e dell'analisi_, inviandogliene il
manoscritto prima di farlo mettere in buona copia, egli la pregava
di leggerlo e notare i luoghi che non le fossero sembrati abbastanza
chiari, e d'avvisarlo quando egli potesse andar ad ascoltar le sue
osservazioni.[37]

La rimbombante armonia del Frugoni abbagliò da prima la donna studiosa,
che nei suoi giovanili tentativi si lasciò andare a l'imitazione di
quel poeta: imitazione da cui Paolo Costa la ritrasse, insegnandole
l'analisi de le idee e facendole gustare i classici italiani. Intanto
col Mezzofanti, allora semplice prete, aveva ripreso la lingua inglese,
e con Olimpia De Bianchi, dotta signora, amica di Madame de Staël,
lo studio de la lingua e de la letteratura francese; da sè stessa si
occupava del latino, e col Garattoni si consigliava circa il modo di
studiare più efficacemente Cicerone. Con questi letterati frequentarono
pure in vari tempi la sua casa lo Strocchi, che le spiegò Orazio e
Virgilio, il marchese Angelelli, l'Orioli, l'Azzoguidi, il Testa,
Don Apponte, la Tambroni, il Prandi, il Pozzetti, il Butturini, il
Perticari, i cardinali Lante e Spina. Amicissimo le fu il Monti,
che ebbe per lei molta stima e vivo affetto e che ne le piacevoli
conversazioni in casa Malvezzi cantò in un'ottava estemporanea le lodi
de la contessa:

      Bionda la chioma in vaghe trecce avvolta
    Ed alta fronte ov'è l'ingegno espresso;
    Vivace sguardo, che ha Modestia accolta.
    Non in tutto nemica al viril sesso;
    Bocca soave in che d'Arno s'ascolta
    Lo bello stile, ond'ha fama il Permesso;
    Agil persona, dolci modi e vezzi,
    I pregi son della gentil Malvezzi.

Per lei componeva anche alcune sciarade e trascriveva di propria mano
alcuni versi («Il mio _Requiem Æternam_ all'anno '13»).

La gentile accoglienza che questi dotti ricevevano da la contessa, la
sua grazia nobilmente affabile e dignitosa era da loro, anche lontani,
ricordata a lungo: il Monti da Milano le scriveva due volte (10
novembre e 13 novembre 1813); molto la pregiava anche il Pindemonte,
il quale a proposito di lei scrisse una volta ad Antonio Papadopoli:
«La signora Malvezzi è per verità donna rara ed io sempre più imparo a
stimarla.»

Queste dotte amicizie l'animavano ne gli studi, ch'ella coltivava
sempre con più profondo interesse ne la sua vita piuttosto ritirata,
ma non tanto che non le desse esperienza de gli uomini e de le cose:
frutto di tali studi furono i volgarizzamenti de la _Repubblica_
(Bologna, Marsigli, 1827, in 16º di pagg. VIII-164), de la _Natura
degli Dei_ (Bologna, Masi, 1828, in 16º di pagg. XII-170; Milano,
Silvestri, 1836), de la _Divinazione e del fato_ (Bologna, Dall'Olmo,
1830, in 16º di pagg. XVI-180), del _Supremo de' beni e de' mali_
(Bologna, Sassi alla Volpe, 1835, in 16º di pagg. 240) e del _Lucullo,
ossia del secondo de' primi due libri accademici di Cicerone_ (Bologna,
Volpe al Sasso, 1836, in 16º di pagg. 105).

Questi volgarizzamenti, fatti con molta diligenza e dettati in quello
stile elegante e sostenuto che loro si conveniva, piacquero ai dotti
e furono accolti benevolmente dal pubblico, che ammirò la severità de
la coltura ne la nobile signora. Urbano Lampredi scriveva da Napoli a
Teresa Malvezzi: «Mi dispiace molto che non se le si sia presentato
l'occasione di farmi avere la sua versione della _Repubblica di
Cicerone_. Ne parlammo nello scorso agosto a Sorrento col celebre
scopritore mons. Mai; anzi fu egli stesso che me ne diede la notizia,
commendando molto questo di Lei nobile lavoro.» E Giuseppe Mezzofanti
giudicava così il volgarizzamento del _Supremo dei beni e dei mali_
(lett. 4 dic. 1835):

«Più volte, insino da miei teneri anni, lessi nell'aureo sermone del
Lazio i Libri, ne' quali Marco Tullio ricerca il _Supremo dei beni e
dei mali_. Con diletto nuovo li rileggo ora, da Lei, Sig.ª Contessa,
volgarizzati. Pare che Cicerone stesso, fatto toscano, in riva all'Arno
disputi di filosofia, e con le grazie di nostra lingua adorni i suoi
ragionari. Io seco Lei mi congratulo, e godo meco medesimo ripensando
all'onore ch'Ella mi fece, allorchè volle un tempo che io Le fossi
osservatore de' felici suoi progressi ne lo studio degl'idiomi.»

Da l'inglese la Malvezzi tradusse in versi sciolti il _Riccio rapito_
del Pope (Bologna, Nobili, 1822) ed il _Messia_, egloga del Pope
medesimo (Bologna, Nobili, 1827), e di questo volgarizzamento è
notabile che fece una diffusa recensione Salvatore Betti nel _Giornale
Arcadico_, settembre 1827. Fra i lavori de la contessa sono inoltre
degni di considerazione i seguenti: _Alla Maestà di Carlo IV Imperatore
esortazione di Francesco Petrarca per la pace d'Italia_, volgarizzata
da T. C. M. (Firenze, per il Magheri, 1827); _Firenze tornata al
Granducal Governo l'anno 1815_ (Bologna, Tipi Governativi alla Volpe,
1854), 31 ottave senza nome d'autore. L'esemplare che si trova ne
l'Archivio Malvezzi de' Medici ha correzioni di mano de la contessa
Teresa.

Molto si dilettò nel dettare poesie originali, pur riconoscendo
modestamente ch'esse non erano gran cosa, tanto che di propria mano,
sopra un fascicoletto in cui le aveva raccolte, scriveva: «Questo è
il saggio de' miei primi e de' miei ultimi versi e dirò quasi tutti
improvvisati. Il cielo mi perdoni.» Queste sue poesiole, se non hanno
la vera e grande inspirazione poetica, il soffio divino che crea,
l'ardore che infiamma le anime, rivelano insieme a una coltura non
comune, specialmente in donna, un'indole dolce e malinconica, tenera
ne gli affetti, profonda ne le impressioni de la natura e del bello.
Spesso nei sonetti la Malvezzi imita il Petrarca ch'ella prediligeva
fra i poeti nostri e di cui scrisse:

      No, che alla mesta e dolce melodia,
    Onde 'l Cigno di Sorga la beltate
    Canta, e 'l valor di Lei, che in le beate
    Sedi levò sua somma leggiadria,
      Un cuor di tigre o d'orso non potria
    Frenare il pianto, e non sentir pietate;

e ne l'ammirazione di lui sentiva un modesto scoramento a tentare _la
difficile via del sacro monte_. Talvolta la sua mestizia giunge a la
tristezza; al zeffiretto che le si aggira intorno mentr'ella è lontana
da l'amato dice:

      Tu testimon de' miei dogliosi accenti,
    Digli come nel duol morta ho ragione,
    Di quale acuto stral trafitto ho il core.
      E digli come a' miei giorni dolenti
    Speme nessuna mai limite pone,
    Sin che propizio a me nol guida amore.

E poco diversamente, ma con malinconia molto più nera, cantava altra
volta:

    . . . . . . . . . . . . . . io non saprei
    Tant'eloquenza aver quanti ho martiri.
      E ripetendo questi mesti accenti,
    Deh non tacer che'l duol morta ha ragione,
    E qual pungente stral m'ha fitto in core.
      E poi di' come a' miei giorni dolenti
    Speme nessuna mai termine pone,
    Se non sia morte a por fine al dolore.

A le anime beate, che si levarono al soggiorno del cielo e che
rifulgono _al vero sole intorno_, dove non può turbarle _mai tenebra
alcuna_, chiede perchè la morte, alfine pietosa, non liberi la sua
misera anima, sì ch'ella pure goda il cielo presso a loro, e sospira:

      Posa quindi sperar forse l'oppresso
    Mio cor potria, chè qui null'altra calma
    Porta conforto a mia vita affannosa.

Al Monti, che le chiedeva quale fosse il fiore ch'ella desiderava
dedicato a lei nel giardino de la Feroniade, rispondeva preferendo
il giglio soletto ed umile tra le selve, vago tra le siepi incolte,
immagine di quella virtù, che può tanto in un cuore gentile. Tra le sue
liriche hanno pure pregio un'anacreontica al conte Prospero Ranuzzi suo
zio, patrizio benefico e colto, e alcuni versi _In morte di Vincenzo
Monti_.

La principale sua opera poetica è il poemetto _La cacciata del tiranno
Gualtieri accaduta in Firenze l'anno 1343_: di cui i primi tre canti
furono pubblicati a Firenze dal Magheri nel 1827 (in opuscolo in 16º
di pagg. 73). Nel 1832 esso uscì compiuto a Bologna da la tipografia
Nobili (in 16º di pagg. 175).

L'argomento è ricavato da la cronaca di Giovanni Villani e da la storia
di Bologna del Ghirardacci; le descrizioni di luoghi e di paesaggi
da la _Montagna bolognese_ del Calindri. Nella prefazione la contessa
scrive:

«Da lungo tempo bramosa di dare al meglio che per me si potesse
un testimonio di filiale alletto alla dolce mia patria, considerai
che la cacciata del tiranno Gualtieri, azione per sè medesima tanto
meravigliosa e che apre largo campo a tutti e sì vari affetti, poteva,
raccogliendosene tutti i particolari, essere materia a un poemetto.»

Capo de la congiura è immaginato un giovane di ventitrè anni,
Averardo di Chiarissimo, avo di Cosimo de' Medici, e per intrecciare
la favola l'A. trae partito de la nota amicizia fra Taddeo Pepoli,
signore di Bologna, e il tiranno Gualtieri. La materia divisa in nove
canti fu trattata in versi sciolti, in vero non sempre armoniosi, ma
correttissimi ed eleganti.

Il meraviglioso è derivato dal Cristianesimo, e de le figure
mitologiche bandite, tengon luogo le personificazioni di vizi, virtù
e sentimenti, le apparizioni d'angeli, l'intervento celeste e quello
infernale. Ne la protasi s'invoca la Virtù, che sublima agli eterni
secreti le anime e _che si sta in cielo veracemente diva_. La poetessa
narra poi de le crudeltà di Gualtieri, a la cupa figura del quale
oppone quella celestialmente luminosa di Angelo degli Acciaioli,
arcivescovo di Firenze, implorante da Dio pace su la città oppressa;
al santo vecchio una visione scopre vicina, per opera di Averardo,
la libertà sognata, fa intravedere i grandi che verranno da la stirpe
medicea, e persuade il tentativo d'andar a rimproverare e consigliare
il duca, che gli risponde superbamente e non trema punto a le
profetiche minaccie di lui. Tornato al tempio, il sacerdote vi trova
Averardo, che fuor di sè per lo sdegno e il dolore, lamenta l'uccisione
di Naddo Oricellai e la tirannia di Gualtieri, del quale tante vittime
invocano vendetta. L'Acciaioli manda l'ardente giovane da Taddeo Pepoli
per esporgli l'infelice condizione di Firenze e commuoverlo così da
toglierlo a l'amicizia del duca e ottenerne aiuto di armi e di uomini.
Qui finisce il primo canto.

Satana, già roso dal dispetto pel preveduto trionfo de' Medici,
s'infiamma di collera, quando giunge la _Discordia_ ad annunciargli
che in Toscana ogni gente si ribella a l'inferno e a Gualtieri, animata
dal santo zelo che ha diffuso ne le anime un messaggero celeste. E qui
segue un concilio infernale, imitato da la _Gerusalemme_ del Tasso;
vi grandeggia la figura di Satana colorita di tinte virgiliane, figura
che, come il Mauro Atlante su gli altri monti, si estolle alteramente
con le spalle e col capo su gli altri spiriti infernali: gli occhi ha
torti e rossi come bragia, la lunga barba affumicata e mista di pel
rosso come i capelli, che incolti e rabbuffati gl'ingombrano gote,
spalle e petto.

Bélial vanta le glorie de l'inferno in terra, ma Satana non ne è pago,
poichè teme de la filosofia divina, di cui la luce va diffondendosi
nel mondo, dove è già nato in Amalfi Flavio Gioia, che inventerà la
bussola, e sono non lungi la scoperta de l'America e l'invenzione
de la stampa. Minacciando a l'Italia sorgono nel concilio infernale
l'_Ipocrisia_, l'_Invidia_, il _Tradimento_ e la _Simulazione_; e
Satana impone che tutto il suo regno si adoperi in favore di Gualtieri.
La maligna _Fama_ s'abbatte a Firenze in Morozzo, amico del duca, e
lo manda a rivelare la congiura al tiranno, il quale lieto e fidente,
perchè Averardo volontariamente si allontana da la città,

    Inganno e frode in quel parlar travede,

e fa uccidere il delatore, che, spirando, maledice a lui ed a la
fedeltà serbatagli. Qui termina il secondo canto.

Averardo con l'amico Adimari e lo scudiero si è avviato verso Bologna:
passa da Cafaggiolo, che doveva più tardi accogliere Leone X bambino;
da Fiorenzuola, edificata da la repubblica fiorentina per frenare
le ribellioni degli Ubaldini; da Campeggio, patria di Ugolino da
Campeggio, famoso capitano di Pisa; da Loiano, dove un dì soggiornò la
contessa Matilde:

    . . . . quella scaltra indomita guerriera,
    Che del German lo insuperbito impero
    Ardita scosse, e fe' crollarne il trono.

Nella selva de' Burelli trova seduto sopra un margine verdeggiante e
fiorito un uomo pensoso, che sta scrivendo:

    Da Certaldo ad onorar Fiorenza
    Scese già pargoletto e il gentil core
    Accese allo splendor de' bei costumi
    E della leggiadrissima vaghezza
    Di valorose donne.

È il Boccaccio, che saputo lo scopo di Averardo, si accompagna a lui
e lo conduce innanzi al Pepoli, cui il giovine messo narra le crudeltà
di Gualtieri e il proposito dei Fiorentini di riacquistare a qualunque
costo la libertà. Il signore di Bologna risponde gentilmente che
amerebbe dare aiuto alla città amica, ma che prima vuol ponderare quale
sia l'avviso migliore e, invitati intanto gli ospiti a le nozze di
suo figlio, li conduce ne la sala dove stanno apparecchiate le mense.
Sopravviene Francesco Petrarca insieme a Giotto:

    . . . . . . . . . . . . . dipintor sublime
    Che a Cimabue tolse dell'arte il grido;

il primo reduce dal trionfo di Roma, trattenuto a Bologna dal Pepoli
per rendere le nozze più _regali e conte_; il secondo, andato a
dipingere il palazzo de gli sposi. Messer Francesco accompagna
Averardo e il Boccaccio ad ammirare le pitture di Giotto, li seguono i
principali patrizi bolognesi, fra cui Bittin de gli Angelelli:

    . . . . . . . . . . . . e grave in vista,
    Seco venia quel nobil de' Malvezzi,
    Giulian, de l'arme e della patria onore.

E qui finisce il canto terzo.

Satana veduta venirne a l'inferno l'anima di Morozzo, monta in furore e
minaccia tutti gli spiriti dannati: il _Tradimento_, prendendo aspetto
di Francesco Brunelleschi, annuncia al Buondelmonte i tentativi di
Averardo, e quegli, riuniti gli amici, corre con loro al palazzo ducale
e rivela il pericolo a Gualtieri, che, sgomento, si ode consigliare
da l'uno il richiamo in patria de le famiglie offese e la clemenza, da
gli altri la crudeltà, l'uccisione del Medici, il tradimento. Il duca
risolve di tentare a vicenda le arti e la violenza: a Guglielmo affida
la vigilanza de la città; manda Buondelmonte a Bologna, Cerrettieri
a levare armi ed armati; ritiene Baglioni presso di sè. Il Pepoli
intanto festeggia solennemente le nozze del figlio, descritte da la
Malvezzi con bella efficacia pittorica; a rallegrare tali nozze venne
da Avignone la Corte d'amore, presieduta da Fannetta da Romanino: Amore
è così invocato:

    Salve stella d'Amor, salve o Fanciullo,
    Salvete, o Grazie, cui sfavilla Amore!
    Per voi riprende vita e prende forma,
    Per voi risplende di letizia vera
    Tutto che il mondo ingenera e governa.
    Perdon le belve la natía ferocia,
    L'uom gentilezza acquista e s'avvalora,
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Almo fuoco d'Amor, per te bellezza
    Sfavilla e irradia delle grazie il riso!
    Qui giovani e donzelle ergete i canti,
    Qui date a piene man ligustri e rose,
    Che doni son d'Amor grazia e beltate.

Levate le mense, s'intuonano i canti, ed il Petrarca, sorgendo a un
tratto dal suo scanno d'oro, prorompe ne la canzone:

    Italia mia, benchè il parlar sia indarno.

Qui finisce il canto quarto.

Gualfredo Tedesco (il Guarnieri de la storia), sceso in Italia con
molte milizie, riceve da Cerrettieri gli ordini del duca. Buondelmonte
a Felsina si tien da prima celato e con dodici ribaldi assale di
notte Averardo, che intrepido difendendosi li fuga. Fallito questo
colpo, il traditore tenta la calunnia e incita contro il Medici due
valorosi cavalieri, venuti da lungi per giostrare e sempre vinti
da l'eroe toscano ch'essi corrono a sfidare su la piazza, dando
origine a un tumulto, tosto sedato dal Pepoli. Averardo, che s'è
innamorato di Fannetta da Romanino, sentendo ch'essa s'appresta a
tornare in Francia, va a salutarla, le rivela il suo amore, ne ottiene
dolci parole e incitamento a difender la patria. Cessate le feste,
Buondelmonte s'annuncia al Pepoli come ambasciatore del duca, e quegli,
benchè spaventato da un sogno infernale, non perde la calma, convoca
il Consiglio, dinanzi al quale ode la richiesta che si uccida o si
consegni Averardo; di che sdegnato, caccia l'ambasciatore, ma in segno
del suo desiderio di pace decreta che il Medici debba partire del
pari. Qui finisce il canto quinto; ma segretamente gli offre duecento
cavalieri, che faran sembiante di seguirlo per proprio volere e che
durante il viaggio sono atterriti da lo spettro di Adolfo de' Panici,
annunziante orrende vendette. Buondelmonte rapidissimo va da Gualfredo,
che ha ricevuto una forte somma dai Bolognesi per lasciarli in pace,
e lo persuade a mandare un capitano con mille barbute contro Averardo
e i suoi. Ne lo scontro una fiamma celeste, che lambe gli elmi ai
seguaci de l'eroe e va a cadere sui masnadieri, anima il prode toscano,
il quale, ucciso il condottiero nemico, ne pone le schiere in fuga;
ma, mentre con le poche forze che gli restano vuol ridursi in salvo,
sopraggiunge, avvertito de la disfatta dei suoi, Gualfredo, che con
un colpo de la sua asta ferisce il cavallo del Medici, da la bestia
inalberata precipitato in un fiume. A tal vista l'Adimari già ferito
cade a terra privo di sensi e i Tedeschi si allontanano: Averardo
semivivo è portato da un'onda su di un dirupo, e qui finisce il canto
sesto.

Un miracoloso arco di luce gl'illumina la via e gli permette di
trascinarsi fin poco lungi da un convento, dove è raccolto e curato.
Buondelmonte, credendolo morto, ne reca la notizia a Firenze, causa al
popolo di pianto, di gioia al tiranno, che si abbandona a le vendette
e, sicuro ormai, licenzia le armi assoldate.

L'eroe convalescente ha una visione in cui Dante gli fa ammirare una
fantastica allegoria del creato, gli predice la sua missione di liberar
la patria, lo conduce dinanzi a una splendidissima apparizione de la
_Sapienza_ e qui finisce il canto settimo.

Partito da l'Eremo, Averardo, come gli fu predetto, trova nel bosco
un'armatura d'oro, che fu di Cosimo il Pio, ed è salutato da una
pastorella, che si muta in fulgente immagine de la _Vittoria_ e
dispare.

L'eroe vede in una capanna l'amico Betton de' Cini, stato orribilmente
martoriato da Gualtieri e moribondo presso la figlia, che, fatto
il triste racconto de le loro sventure, spira uccisa dal dolore; il
Cini, porgendo un'asta, impone la vendetta a l'amico, il quale manda
un pastorello con una sua ben nota armilla a l'arcivescovo, perchè a
quel segno lo sappia vivo. Ma il messo è preso e posto anch'egli in
fin di vita dai tormenti del tiranno, furibondo nel sapere il Medici
a le porte. Un operaio ne l'accomodare l'orologio de la torre, ove il
pastore è stato gittato agonizzante, ode il secreto del sopraggiungere
di Averardo e ne sparge la novella ne la città, che si leva a tumulto,
commossa soprattutto da la voce de l'Adimari, il quale poi, per
stornare dal popolo l'ira del duca, si dà prigioniero a questo. E qui
finisce il canto ottavo.

Mentre Satana, giunto in soccorso di Gualtieri, è ricacciato ne
l'inferno da san Giovanni Battista, sopravviene il Medici; tutta
Firenze è in armi, dovunque si combatte, ed il popolo trionfa,
costringendo infine il duca, lungamente assediato nel suo palazzo, ad
arrendersi e cacciandolo da la Toscana, tornata in libertà.

Una de le scene più belle e che ci danno più chiara idea de la dignità
e de la dolcezza con cui la Malvezzi sentiva l'amore, è quella in cui
Averardo va a salutare Fannetta; la trova, mentre sta ornandosi del
velo il quale cade ondeggiando su l'aurea vesta trapunta e sparsa di
fiori,

    . . . . . . . . . . Allor che il vide
    Con pudico elevar d'onesto ciglio
    Sfolgoreggiò d'un candido sorriso.

L'ode dichiararle il suo amore e il proposito di seguirla:

    La delicata bianca man gli porse,
    E di pietà dipinta, in atto umile
    Gli occhi in sè per vergogna raccogliendo,
    Sospirò, poi rispose: Mai diviso,
    Pur mai questo mio cor da te non fia;
    Ma tempra la tua fiamma ora, e m'ascolta.
    Più non rimembri 'l tuo fiorito nido,
    Che fatto preda di spietate genti,
    Sotto il tuo schermo securtà sol spera?
    Più non ascolti il popolo infelice
    Con qual doglioso e disperato pianto
    T'infiamma all'armi? Deh! ragion ti vinca,
    Nè faccia passïon troppo possente
    Che mia fama si leda e il mio bel grido.
    Ah poichè dentro al generoso core
    La mia sembianza consacrar degnasti,
    Amico porgi a mia virtù conforto,
    E non tentar la femminil fralezza.
    Dietro l'orme d'Amor segui la gloria,
    Amor ti guidi, Amor ti porga aita,
    Sicchè tua fama segni eterna stampa,
    E, fatto di virtute a' prodi esempio,
    Il ciel di Romanin meco t'attende.

Mentr'ella parla e Averardo le bacia la mano, un lume fulgente
risplende ne' suoi occhi, una tremula fiammella le lambe la fronte e i
biondi capelli:

    . . . . . . . . . a tanta meraviglia
    Stupido quasi rimirolla fiso.
    Ed ella il salutò divina in vista,
    E con occhi di pianto e di pietate,
    In atto d'amorosa grazia adorno,
    Dal luogo ov'era, con real contegno
    Rimossa, dipartissi.

Quest'episodio mi pare pregevolissimo per finezza poetica e per
delicatezza d'affetti. Tutto il poemetto rivela una profonda
venerazione pei grandi poeti, un sincero e non timido amor di patria; è
bene architettato, condotto secondo l'imitazione dei modelli classici
di cui vi si trovano numerosissime reminiscenze, ricco pure di belle
trovate, come quelle che introducono a popolarne la scena le grandi
figure storiche del Petrarca, del Boccaccio, di Giotto; soverchia
parte vi si dà forse al soprannaturale di carattere biblico, che
non bene si accorda con l'epoca storica; anche l'amore di Averardo,
quantunque dia origine ad uno dei migliori episodi, non è forse
conveniente a l'efficacia de l'insieme. Altro ancora si potrebbe
osservare, ma bisognerebbe pur sempre convenire che il poemetto è
opera d'ingegno e di cuore tutt'altro che volgare. A la studiosa
contessa non si lesinarono lodi ed onori: nel 1822 le venne offerto il
diploma de l'Accademia Felsinea, nel 1823 quello de l'Accademia degli
_Enteleti_ in San Miniato di Toscana; nel 1824 quello d'Arcadia, nel
1826 quello de l'Accademia Tiberina, nel 1827 quello de l'Accademia
latina, nel 1828 quello de l'Accademia dei _Filergiti_ di Forlì.
Lo Stella nel 1829 le chiedeva il suo ritratto, l'elenco de' suoi
scritti pubblicati e qualche cenno su quelli cui attendeva, per la
collezione da lui intrapresa dei _Ritratti delle donne europee viventi
chiare nelle scienze, nelle lettere, nelle arti belle_, collezione
di cui la parte letteraria doveva venir affidata ad ottimi scrittori
ed i ritratti essere eseguiti da Camilla Guiscardi. (Nell'archivio
Malvezzi si conservano le tre lettere 20 marzo, 10 aprile, 9 maggio
scritte a questo proposito da Luigi Stella a la contessa.) Questi onori
lasciarono la Malvezzi semplice e modesta, e di essi ella diceva: «Gli
onori piacciono, è vero, a tutti; ma a chi guarda un po' a dentro,
piace più assai il meritarli che non l'ottenerli; come piace assai più
l'essere che il parere.»[38]

La contessa Teresa amava vivamente il marito e il figliuolo; e
quantunque coltivasse gli studi con molto piacere e trovasse un vivo
compiacimento ne le dotte conversazioni, serbava la miglior parte di sè
a la famiglia: sincera ne la fede religiosa, era di un'austera severità
di costumi e, veramente donna ne la tenerezza e ne le abitudini,
insieme ai libri amava i lavori femminili, orgogliosa di mostrarsi
in quelli assai valente. La sua austerità non escludeva però quella
femminile indulgenza, che è forse la miglior prova de la virtù sincera,
scevra di ostentazione e d'orgoglio; tale invero doveva conoscerla
Paolo Costa, suo intimo, se le scriveva: «..... La nostra Guiccioli ha
saputo ieri la nuova funesta della morte del poeta Byron. Ella si duole
di questa cosa, ma con dignità. Se Madonna Laura, che amò un canonico,
trovò pietà ne' posteri, spero che questa, cui oggi non si perdona
d'aver amato un luterano e filosofo, andrà almeno non vituperata,
non derisa nel tempo avvenire. Noi certo non ci vergogneremo di
compiangerla anche al dì d'oggi.»

                                   *
                                  * *

La Malvezzi aveva circa trentanove anni quando conobbe il Leopardi,
allora ventisettenne; se le mancava ormai la freschezza de la gioventù,
era sempre bella per l'espressione intelligente de la fronte candida
sotto i biondi capelli, per lo sguardo vivace ed aperto e soprattutto
piacente, per la graziosa eleganza del portamento e dei modi, per lo
spirito e le attrattive de la conversazione, ch'ella sapeva sostenere
con amabilità femminile, anche sopra argomenti seri. Ne la sua maturità
dignitosa, ella trovava quella calma dolcezza che non ha la gioventù;
si teneva libera di ricercare le conversazioni più gradite, le più
intime amicizie anche con uomini, e, naturalmente franca, aveva ne
le parole e nel fare qualche cosa di sincero e di spigliato che la
faceva riuscire amabile quant'altra mai. Avrebbe potuto dire, come
argutamente Madame de Sévigné: «Jeunesse et printemps ce n'est que
vert, et toujours vert; mais nous, les gens de l'automne, nous sommes
de toutes les couleurs.» Nel suo salotto ella esercitava una specie di
sovranità gentile; incoraggiato dal suo sorriso, tutto grazia, tutto
anima, il Leopardi, riservatissimo, ritrovava un mite coraggio, una
franca parola, e la conversazione diveniva profonda senza pedanteria
nè ostentazione: egli vi portava la luce del suo intelletto, ella la
dolcezza del suo cuore di donna; spesso in uno sguardo s'intendevano
senza parlare. Ella doveva riuscir simpaticissima al Leopardi tanto
sdegnoso e tanto annoiato de le Recanatesi, che avevano poco più, o
piuttosto un poco meno di quel che portavano nascendo da la natura; e
a proposito de le quali egli diceva che a Recanati le Grazie non erano
state mai nè pure di sfuggita a l'osteria; doveva apparirgli cara e
interessante la sua conversazione, specialmente a confronto di quella
cui era abituato ne la società del suo paese, società che per _buona
lingua_ non intendeva che qualche _brava lingua di porco_, società di
_devoti amanti di libri da far stomaco_, dov'era un _letteratone_ quel
tale che toscaneggiava solo con l'_e'_, cui immancabilmente il _mi
pare_ faceva da lacchè, e che, sentendo qualificare il proprio stile
di squisito, rispondeva con modestia che lo stile del cinquecento è un
bello stile.

Quanto diversa la Malvezzi, che veniva giudicata ed era in realtà una
de le più colte donne del suo tempo! Salvatore Betti (10 dicembre 1835)
le scriveva così:

«Se alcuno mi chiedesse: Qual è la donna che nel secol presente rendesi
più benemerita de' gravi studi dei classici? Io risponderei subito: La
contessa Malvezzi. E veramente non vedo chi altra poterle paragonare:
chè là dove nelle eleganze ci ritrae tutto l'oro che fece bello il
trecento ed il cinquecento, nella profondità della dottrina ci fa
rivivere quella divina Cassandra Fedele, che _decus Italiæ_ fu salutata
dal Poliziano. Di che pensi ella se mi congratuli con questa comune
patria: la quale avendo più che mai bisogno di esempi splendidissimi di
vero senno italiano, può mirabilmente specchiarsi in questo gran lume
del gentil sesso. Ma venendo alla novella opera che ha voluto tradurre
di Cicerone, a quella cioè _De finibus_, le dirò che la vo leggendo
con infinito diletto..... Oh la degna, oh la saggia, oh la critica
traduzione di che ella ha regalato le nostre lettere! Per non parlar
qui della chiarezza ed eleganza dello stile, e della tulliana pienezza
e dignità del periodo: perchè queste son doti che tutti trovano sempre
ne' magistrali scritti della contessa Malvezzi.»

La contessa, che amava la compagnia de gli uomini d'ingegno, fu lieta
di conoscere il giovane recanatese, di cui la fama, benchè non certo
allora ancor adeguata al merito, narrava grandi cose: il fare dignitoso
e modesto, l'aspetto malaticcio e sofferente, la malinconia di lui,
dovettero commuoverla di una pietà quasi materna, resa più intensa da
l'ammirazione per quel grande intelletto. Perciò ella lo accolse con
un'affabilità affettuosa e reverente, con un'effusione che aperse a
sincera gioia l'animo de l'infelice, avido d'affetto, cui ella apparve
come una donna diversa da tutte le altre, come un'amica tenera ed
alta, di cui la mano candida gli offrisse ne la stretta affettuosa un
conforto ed un sostegno; diversa da tutte le altre, pure richiamante al
suo pensiero le più dilette immagini femminili che avevano allietata
la sua giovanezza: modesta e pura come Silvia e Nerina, graziosa ed
arguta come la Cassi, gl'inspirava la reverente tenerezza che aveva
provato per quelle e l'ammirazione ardente e devota che a lui, ragazzo
ancora, sparuto, deforme, ammalato, aveva fatto apparir questa come
una divinità. Di più, vicino a la Malvezzi non gli taceva ne l'animo,
come presso a le altre, l'amore a la fama, nè i libri cessavano di
attrarlo: anzi ella colta, capace d'intenderlo e così calda ammiratrice
dei grandi, lo animava più che mai a gli studi e a la gloria. Quando
la conobbe era il maggio odoroso, era la primavera che ogni anno
risvegliava in lui la vita intima, spesso sopita in un doloroso
letargo, la soave primavera che gli rammentava gli occhi ridenti e
fuggitivi, il viso bianco e i neri capelli di un'altra Teresa, la
Fattorini; se il canto ingenuo di questa lo aveva commosso, l'arguta
parola de la Malvezzi lo inebbriava. L'abbandono con cui ella gli
apriva il suo cuore, confidandogli i suoi secreti, l'affetto con cui
voleva saper tutto di lui, l'aperta franchezza con cui lo rimproverava
talora e la ingenua modestia con cui ne accettava rimproveri e
consigli, gli parvero qualche cosa di veramente degno de l'anima sua
e lo fecero vivere nei primi giorni che la conobbe in una specie di
delirio e di febbre, chè gli parve d'aver trovata _la donna che non si
trova_, quella cara beltà cercata invano, dove splende più vago il riso
di natura e sognata nel secolo, che da l'oro ha nome, fra gli spiriti
o ne l'avvenire; la donna capace di rendere beato il vivere anche
fra l'immenso dolore de gli umani, capace d'incitare a la lode e a la
virtù. Pieno d'entusiasmo, ridesto a le splendide illusioni de la sua
prima giovanezza, egli scriveva allora al fratello Carlo: «... questa
conoscenza forma e formerà un'epoca ben marcata della mia vita, perchè
mi ha disingannato del disinganno, mi ha convinto che ci sono veramente
al mondo dei piaceri che io credeva impossibili, e che io sono ancor
capace d'illusioni stabili, malgrado la cognizione e l'assuefazione
contraria così radicata, ed ha risuscitato il mio cuore, dopo un sonno,
anzi una morte completa, durata per tanti anni.»[39] Quasi un commento
a queste parole appaiono quelle (benchè scritte parecchio prima e già
pubblicate nel 1826) del dialogo di _Torquato Tasso e del suo genio
familiare_, in cui il Leopardi, dopo aver notato come l'uso del mondo e
i patimenti sopiscano in ciascuno di noi quel primo uomo ch'egli era,
il quale però si ridesta talora, in ispecie nella gioventù, finisce
col dire: «Infine io mi maraviglio come il pensiero di una donna abbia
tanta forza da rinnovarmi per così dire l'anima e farmi dimenticare
tante calamità.»[40]

Con intima gioia egli sentiva di venir ricuperando quella sua potenza
di amare, che gli aveva illuminato di così viva e ardente luce la
prima giovanezza e ch'egli aveva sempre creduto il più prezioso di
tutti i doni, sol che si trovasse nel mondo un oggetto che ne fosse
degno; la compagnia de la contessa gli dava quei momenti di rapimento
e d'emozione profonda, che per lui valevano ben più di tutte le gioie
volgari: era un _amore senza inquietudini_, una felicità senza rimorsi.
Come il suo cuore, quest'amicizia soddisfaceva il nobile orgoglio del
suo grande spirito, che sdegnoso de le lodi volgari si sentiva felice
de l'altissima stima di quella donna: «Le lodi degli altri non hanno
per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue e mi
restano tutte nell'anima.»[41] Ne' suoi _pensieri_ egli notava come
a lungo andare non rimanga piacevole se non la compagnia di quelle
persone da cui ci importi o ci piaccia essere stimati sempre più, e
come perciò le donne, volendosi rendere lungamente gradite, dovrebbero
studiarsi d'esser tali che de la loro stima rimanesse lungamente vivo
il desiderio.

La malinconia de la contessa, malinconia dolce e serena, gli pareva
indizio di un'anima elevata, e consuonava col dolore di lui, pur
ravvivando il suo spirito e dissipandone le tetre nebbie; così che a
la sua tristezza _ostinata, nera, orrenda, barbara_, succedeva come
un'alba soave; a l'orrore di una notte tempestosa, quella malinconia
_che partorisce le belle cose, più dolce de l'allegria_; infinito
sollievo gli dava il non doversi più serbare tutti i pensieri per sè;
infinita dolcezza il vedere altamente apprezzato ancor più del suo
ingegno poderoso, il suo cuore, del quale ardiva dire egli stesso, che
poche cose eran degne; e benchè egli si mettesse col pensiero più in
su de la gloria e de gli uomini e di tutto il mondo, l'approvazione de
l'amica gli tornava così soave che certo per lei sola, come già pel
Giordani, quand'anche non ci fosse stato altro spettatore, nè altro
premio de la virtù, egli avrebbe voluto esser virtuoso. L'affetto di
lei lo animava e lo riscaldava così ch'egli, tanto ritenuto per natura
e per abitudine, tanto propenso a la taciturnità, lasciava sgorgare
dal suo cuore tutti i sentimenti così a lungo compressi, e a poco a
poco, smesse le forme de l'ossequio e le restrizioni de la timidezza,
palesava intiera l'anima sua, scopriva quel tesoro di grandi idee,
che aveva raccolto nei libri e ne l'osservazione. Il suo immenso
desiderio di ritrovare un uomo di cuore, d'ingegno e di dottrina che
si degnasse essergli amico, era stato soddisfatto dal Giordani; ma
questa nuova amicizia con una donna intelligente, coltissima e gentile,
tutta grazia e spirito, aveva un'attrattiva diversa e potentissima
su di lui. La Malvezzi, intimamente onesta e abituata ad una pura
intimità con altri letterati, probabilmente non pensò nè pure di
poter risvegliare una passione nel cuore del poeta: tutto, del resto,
doveva rassicurarla: l'età sua, molto maggiore di quella di lui, il
contegno riservatissimo ch'egli soleva tenere, la purezza assoluta
dei costumi di lui, la nobiltà de l'animo rivelantesi in tutte le sue
parole ed i suoi scritti, e la propria intatta fama, che le procurava
la riverente stima di tutti; sì ch'ella non nascose punto l'affetto
ch'egli aveva risvegliato in lei, e di cui aveva coscienza di non
dover arrossire; e, vedendo quanto conforto egli traesse da la sua
compagnia, lo accolse con piena libertà ne la propria casa. Ogni sera a
l'ave maria egli si recava da lei e vi rimaneva fin dopo la mezzanotte,
conversando di lettere e di filosofia, leggendole i suoi versi, dandole
probabilmente quegli stessi consigli che in quei giorni dava a la
Caterina Franceschi Ferrucci per mezzo del Puccinotti: «Confortala
caldamente, non dico a lasciare i versi, ma a coltivare assai la prosa
e la filosofia. Questo è quello che io mi sforzo di predicare in questa
benedetta Bologna.»[42] Probabilmente anche a la Malvezzi ripeteva non
esser poetico il secolo e che un poeta, anche sommo, avrebbe levato
pochissimo grido, e se pur fosse diventato _famoso nella sua nazione, a
gran pena sarebbe stato noto al resto dell'Europa_, «perchè la perfetta
poesia non è possibile a trasportarsi nelle lingue straniere e perchè
l'Europa vuol cose più sode e più vere che la poesia.»

Anche a lei, notava, a lei che in parecchie poesie aveva espressi
vivi sentimenti d'amor patrio, come andando dietro ai versi e a le
frivolezze si facesse espresso servizio ai tiranni, riducendo a un
giuoco o a un passatempo le lettere, sola speranza di rigenerazione
che rimanesse a l'Italia. Tanto più appar probabile ch'egli le desse
questi consigli, se si considera che ne le prose di lei egli ammirava
la sobrietà, il buon giudizio, la purità de la lingua e de lo stile;
mentre pei versi non ebbe che parole di compatimento; gli è ben vero
che quelle lodi eran fatte nel periodo de la loro calda amicizia,
mentre il giudizio sui versi, e precisamente sul poemetto, fu dato dopo
avvenuta la rottura fra loro.

Il Leopardi leggeva spesso a Teresa i propri versi, ed ella ne
era commossa così da piangere di cuore, senz'affettazione, e oh
quanto quella commozione doveva piacere a lui, che così ben poteva
comprenderla! Quando col fiorire de la sua giovanezza da le spoglie
de l'erudito venne uscendo in lui il poeta, egli, leggendo Virgilio,
senza avvedersene si lasciava andare a recitarlo ad alta voce,
infiammandosene tutto e commuovendosene fino a le lagrime; e se a
l'improvviso sentiva recitare da qualcuno un verso del mite Mantovano
o di Dante austero, il suo cuore prendeva a palpitare e il suo spirito,
quasi a forza, teneva dietro a quella poesia. Che cosa doveva provare,
notando che i versi suoi producevano quelle stesse emozioni ne l'anima
de la graziosissima Malvezzi? Il Mestica, credendo inverosimile
che da la meravigliosa illusione di quest'amicizia, il Leopardi non
traesse qualche nuova inspirazione, suppone che la contessa piangesse
specialmente a la lettura del _Consalvo_, in cui crede di veder
consacrato l'amore del poeta per lei, raffigurata ne la pietosa Elvira,
che accorda un bacio a l'amante moribondo.[43]

Il Recanatese s'interessava ai lavori de la Malvezzi, lesse il
manoscritto del poemetto _La cacciata del tiranno Gualtieri_, chiese a
lo Stella (lettera, 3 settembre 1826) se fosse stata mandata a lui, che
stava pubblicando un'edizione de le opere di Cicerone, la traduzione
del _Sogno di Scipione_ fatta da la dama bolognese, traduzione di cui
il manoscritto le era stato rubato da un amico e mandato a stampare,
non si sapeva dove. Giacomo le procurava inoltre dei libri e forse la
consigliava ne le sue letture; infatti in una lettera che non porta
data precisa, ma dovrebb'essere de gli ultimi giorni d'ottobre del
1826, il Leopardi, restituendo al conte Pepoli il secondo volume di una
delle opere filosofiche del Buhle, gli dice che la Malvezzi non l'ha
letto, perchè non le parve tempo di continuare una lettura così grave:
non si dia quindi pensiero di procurar altri volumi.

D'amore non parlavano mai, se non per ischerzo, ma quell'intimità
tenera doveva illudere ben presto il Grande, che a l'amore anelava
con tutte le forze de l'anima: appassionatissimo, sotto il suo aspetto
riservato fino a sembrar freddo, egli credette una simpatia incline a
tenerezza quella ch'era soltanto un'affettuosissima amicizia; mentre
la contessa non vedeva in lui che un fratello, un compagno spirituale,
egli non tardò a desiderare, poi a cercare un'amante ne l'amica. Simile
al Socrate de' suoi _Detti memorabili_, egli, d'anima gentilissima,
infaustamente, per quanto sublimemente, disposto a l'amore, sciagurato
ne le forme del corpo, benchè sapesse ormai di non poter essere
amato che soltanto d'amicizia, considerava questa come poco atta a
_soddisfare un cuore delicato e fervido che senta spesso verso gli
altri un affetto molto più dolce_. Infine qualche cosa dei sentimenti
di lui ella dovette indovinare, perchè mentre da prima gli aveva
promesso di scrivergli assai di frequente quand'egli fosse a Recanati,
dopo la sua partenza non gl'inviò che il volgarizzamento della
_Repubblica_ di Cicerone; il Leopardi si lagnava che le molte aspettate
lettere, si fossero ridotte ad una soprascritta e, contando di tornar
presto a Bologna, sperava poterle dir a voce tutto quel ch'ella avrebbe
voluto sapere, e domandarle tutto quello che avrebbe voluto saper lui,
conchiudendo con un'affettuosità velata di complimentosa cortesia:
«Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi _your most faithful
friend, or servant, or both, or what you like_.»

Che avvenne quand'egli fu ritornato a Bologna ne l'aprile del 1827?
Recatosi da la contessa, commosso dal desiderio di rivederla, forse
ne l'effusione di quel momento non seppe frenare la dichiarazione del
suo amore, illudendosi che quella donna, la quale mostrava un così
nobile apprezzamento del suo cuore e del suo ingegno, potesse compatire
almeno anche la passione destata in lui. Ella, austera, ne fu offesa
doppiamente, e perchè vedeva spezzata così quell'amicizia fraterna,
che aveva sognato potesse durar sempre, e perchè quella rivelazione le
parve irriverente.

Fu detto e ripetuto da molti che a le focose parole del poeta ella
rispondesse, ordinando ad un servo un bicchier d'acqua per lui;
il Ridella nega questo fatto, che del resto non appare conforme al
carattere de la Malvezzi, dolce e severo insieme, e che avrebbe offeso
troppo profondamente il Leopardi, perch'egli potesse desiderare
di riveder più tardi la contessa. Certo ella allontanò da sè il
Recanatese, che ne sofferse assai, ma finì col riconoscere il
proprio torto e forse col rimpiangere quella cara amicizia perduta,
se, orgoglioso ed altero com'egli era, le scrisse: «Contessa mia,
l'ultima volta che ebbi il piacere di vedervi voi mi diceste così
chiaramente che la mia conversazione da solo a sola vi annoiava, che
non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di continuarvi
la frequenza delle mie visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso;
se volessi dolermi di qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti e
le vostre parole, benchè chiare abbastanza, non fossero anche più
chiare ed aperte. Ora vorrei dopo tanto tempo venire a salutarvi, ma
non ardisco farlo senza vostra licenza. Ve la domando istantemente,
desiderando assai di ripetervi a voce che io sono, come ben sapete,
vostro vero e cordiale amico.»[44]

Alcuni giudicano il contegno de la Malvezzi con severità, tanto da
giungere a crederla l'_Aspasia_ con cui ella non ebbe a comune nè la
sovrana bellezza, nè la civetteria. Opportunamente il Cesareo notò a
questo proposito che il Leopardi aveva conosciuto Teresa nel 1826,
mentre l'_Aspasia_ fu scritta dopo l'autunno del 1830, sì che una
tale passione dopo cinque anni non ha nulla di verosimile. Ancora
si potrebbe notare che la Malvezzi aveva un figlio soltanto, mentre
nell'Aspasia si parla di bambini, e ognun sa come il Leopardi amasse
anche nel verso attenersi ai particolari veri. Confutar più lungamente
quest'errore dopo gli ultimi studi leopardiani sarebbe cosa inutile.

Nel salotto de la contessa e a canto a lei, il Leopardi passò alcuni
fra i migliori momenti de la sua vita, non si può negarlo. Fu certo
effetto di bontà d'animo la grande intimità ch'ella gli concesse, e di
più effetto de le abitudini onestamente libere ch'ella aveva contratte
ne le sue amicizie con molti uomini dotti; come il Leopardi ad esempio,
anche il Biamonti soleva passar le serate con lei, trattenendosi _fino
alle 11 e più_;[45] ma ad ogni modo quell'amicizia, che doveva essere
un conforto per lui, finì col diventare un nuovo dolore.

Nel maggio del 1828, mentre era a Pisa, Giacomo Leopardi, riavutosi
in quel dolcissimo clima, e rifiorente, ne l'anima almeno, al ritorno
de la bella stagione, scriveva a la sorella Paolina d'aver fatto ne
l'aprile, dopo due anni, dei versi, _ma versi veramente all'antica e
con quel suo cuore d'una volta_; sono quelli del _Risorgimento_, in cui
con armoniosa dolcezza canta le pene de l'animo suo nel periodo dal '19
al '28 e la gioia di sentir rivivere in sè gl'_inganni aperti e noti_,
che natura gli diede proprii e che le sventure avevan sopito.

      E voi, pupille tremule,
    Voi, raggio sovrumano,
    So che splendete invano,
    Che in voi non brilla amor.
      Nessuno ignoto ed intimo
    Affetto in voi non brilla:
    Non chiude una favilla,
    Quel bianco petto in sè.
      Anzi d'altrui le tenere
    Cure suol porre in gioco;
    E d'un celeste foco
    Disprezzo è la mercè.

Il signor Sante Sottile Tomaselli nel suo studio sul _Risorgimento_ di
G. Leopardi immagina che il poeta, innamorato di qualche bella popolana
di Pisa, si vedesse oggetto de gli sguardi schernevoli e dei sorrisi
canzonatori de le altre donne, che potevano osservarlo, mentr'egli
in qualche via fissava la fanciulla cara; ma questa non è che una
supposizione, a la quale manca non pure ogni prova, ma ogni sostegno.
Del resto a l'asserzione che il _Risorgimento_ sia stato inspirato da
una gentil Pisana, risponde il poeta stesso:

    _Da te, mio cor, quest'ultimo_
    _Spirto_, e l'ardor natio,
    Ogni conforto mio
    _Solo da te_ mi vien.

Lo Straccali, acutissimo commentatore dei canti leopardiani, ed altri
molti credono inspirati da la Malvezzi i versi che citammo, in cui
si risente la piena de l'amarezza, rimasta in cuore al poeta dopo
una crudele delusione: ma che questa fosse la perduta amicizia de la
contessa, mi par dubbio per lo meno; veritiero e sincero ne la sua
inspirazione, se avrebbe potuto affermare che _quelle pupille tremule,
quel raggio sovrumano_, non brillavano d'amore per lui, avrebbe potuto
con ugual verità dir che ne la contessa non v'era nessuna intima
affezione, che quel bianco petto non chiudeva una _favilla_, egli che
l'aveva conosciuta tenera, anzi tenerissima di cuore?

Mi par probabile che i versi citati si riferiscano piuttosto a Madama
Padovani[46], al carattere de la quale appaiono convenientissimi; ne
la Padovani il poeta ammirava a punto sopra tutto gli occhi fulgenti, e
dopo averla avuta cara, egli la disprezzo veracemente.

Un'obbiezione rimarrebbe: per la Padovani il poeta provò solo una
fuggevole, benchè viva simpatia, cui forse non si conviene il nome di
_celeste foco_; ma può darsi ch'egli avesse in mente più che la durata
di quell'amore, la purezza e l'entusiasmo che sempre accompagnavano
l'amore in lui.

Com'è ingiusto accusare troppo severamente la contessa, che ne la
sua austerità non poteva e non doveva sopportar il troppo audace
linguaggio de l'appassionato poeta, il quale a tale linguaggio giunse,
malgrado l'indole riservatissima, spinto dal fuoco de l'anima e da
l'illusione di quel compatimento ch'egli pose ne l'animo de la sua
Elvira per l'infelice Consalvo; così è ben poco ragionevole tacciare
lui d'ingratitudine verso la Malvezzi, perchè nel febbraio del 1828,
rispondendo probabilmente a una domanda rivoltagli, scriveva al
Papadopoli: «Ho veduto il poema della Malvezzi. Povera donna! Avevo
veduto già il manoscritto.» Questa parola di compatimento, in cui
infine non vi ha nulla di amaro, non appare punto strana su la penna
del grande Recanatese, così difficile ammiratore e così parco lodatore;
egli aveva il diritto d'esser giudice severo fra tutti, e che severo
fosse infatti bastano a provarlo i giudizi ch'egli diede sui migliori
suoi contemporanei, quali il Manzoni, il Mamiani, il Costa, il Rosini.

L'amore passò rapido in lui; le sue passioni erano troppo ardenti e
infelici perchè non dovessero consumarsi in breve nel proprio fuoco,
lasciando solo una triste cenere: cosa morta in un cuore che appariva
morto, solo per risorgere più fremente e più grande.

                                   *
                                  * *

Gli ultimi anni de la contessa Teresa passarono ne le abitudini oneste,
studiose e casalinghe ch'ella aveva sempre avute. Le maggiori gioie
de la sua maturità serena e de la sua vecchiezza tranquilla, benchè
per ben vent'anni tormentata da una malattia nervosa, le vennero dal
figliuolo Giovanni, che, se è vero essere i figli le migliori virtù de
la madre, fu per lei il più bel titolo di lode. È noto come Giovanni
Malvezzi fosse generoso de l'opera sua e de le sue sostanze a la causa
de la patria, come nel '49 assumesse il comando de la Guardia Civica;
come dieci anni dopo facesse parte della Giunta provvisoria di governo
e quindi deputato a l'assemblea de le Romagne, ne promovesse l'unione
al regno d'Italia; commemorandolo nel Senato (24 novembre 1892),
il presidente Domenico Farini diceva: «Profonde convinzioni, bontà
soverchiata dalla modestia, virtù private pari alle pubbliche, furono
doti spiccate di Giovanni Malvezzi.» La contessa Teresa ebbe carissime
la prima sposa di suo figlio, Barbara Pio di Savoia, e la seconda,
Augusta Tanari, soavissima donna che Bologna ricorda con affetto.[47]

Fra i libri e l'ago ne la dolcezza domestica, che le faceva
sopportabili i tormentosi suoi mali, Teresa Carniani Malvezzi invecchiò
tranquilla e rispettata. Inferma e avvertita dai medici che non
le rimaneva speranza su la terra, posò la mano sul capo del figlio
piangente vicino a lei, e, volgendo lo sguardo a l'alto, disse: «Dio,
benedite mio figlio, la sua sposa e i suoi figli.» E in queste parole
di benedizione spirò la notte del 9 gennaio 1859, pianta non da la
sola famiglia e da gli amici, ma da l'intiera città. Il figliuolo e
i nipoti Giuseppe e Nerio serbarono a la sua memoria un vero culto di
venerazione e d'affetto.

Men nota che non meriti in realtà come scrittrice colta e gentile,
ell'è notissima per la famosa lettera di Giacomo Leopardi al fratello;
ma la sua severa e pur dolce figura smarrì nel tempo i puri contorni
fino a diventar per taluni quella d'una civetta volgare e senza cuore.
Tale non fu invero la dotta gentildonna a la quale il Leopardi dovette
ripensar talvolta con amarezza sì, ma non senza rimpianto, ricordando
fra le poche liete ore de la sua vita quelle trascorse a canto a lei,
buona amica.

Un dottor Paoli scriveva da Firenze a la Malvezzi il 21 agosto 1827:
«Ieri mi giunse il pacco contenente le trenta copie della sua _Egloga_
e numero quattro della _Repubblica_ di Cicerone. Leopardi mi mostrò
desiderio di aver un esemplare de la prima, ed approfittandomi de
l'autorità ch'Ella mi ha dato di diramarne alcune copie non esitai a
compiacerlo.» Il poeta non aveva dunque scordato Teresa; e nè pur lei
potè dimenticarlo, e forse gli accordò perdono, se è posteriore a la
loro rottura la lettera scrittagli da lei e rimasta fra le carte del
Ranieri.


NOTE.

[36] Vedi a pag. 31 del volume _Giuseppe Biamonti_, di Stefano Grosso
(Bologna, Romagnoli, 1880), la lettera 23 dicembre 1815.

[37] Questa lettera si trova inedita nell'Archivio Malvezzi de' Medici
in Bologna (_Carteggio de' Malvezzi_, capsula 113). — La lettera
è priva di data; l'opuscolo fu ripubblicato nelle _Opere edite ed
inedite di Paolo Costa da lui accresciute e corrette_, vol. II (Parma,
Fiaccadori, 1835). Nello stesso Archivio Malvezzi si trovano le altre
lettere inedite dirette a la contessa Teresa citate in questo studio;
quelle cioè de lo stesso Costa, di A. Papadopoli, di Urbano Lampredi,
di Giuseppe Mezzofanti, di Salvatore Betti, e d'altri.

[38] Vedi la _Lettera autobiografica della contessa Carniani Malvezzi
a monsignor C. E. Muzzarelli_ (Bologna, 18 dicembre 1829) a pag. 223
de le _Biografie autografe ed inedite di illustri italiani di questo
secolo_, pubblicate da D. Diamilla Müller. Torino, Cugini Pomba e
comp., 1853.

[39] Vedi _Lettera a suo fratello Carlo_ a Recanati, Bologna, 30 maggio
1826, a pag. 456, _Epist. di G. L._ Firenze, Le Monnier, 1864, vol. I.

[40] Vedi _Le prose morali di G. Leopardi commentate da Ildebrando
Della Giovanna_ (Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare,
pag. 85 e 86).

[41] Vedi _Epist. di G. L._ Lettera citata, a pag. 456, vol. I.

[42] Vedi lettera 5 giugno 1826 a pag. 457-459 dell'_Epist._

[43] Vedi G. MESTICA, _Gli amori di Giacomo Leopardi_. Studio
pubblicato nel _Fanfulla della Domenica_, 4 aprile 1880.

[44] Vedi a pag. 120 de l'_Appendice a l'Epistolario di G. L._ la
lettera senza data di G. L. a T. C. M. a Bologna.

[45] Vedi lettera 5 aprile 1817 nel citato volume del Grosso.

[46] Vedi a proposito di Madama Padovani il mio articolo _Il Leopardi e
Madama Padovani_, pubblicato nel _Fanfulla della Domenica_, 10 ottobre
1897, e l'ultimo studio del presente volume.

[47] A proposito de la famiglia Malvezzi, vedi la _Necrologia del conte
Giovanni_, scritta da Carlo Malagola e pubblicata ne la _Gazzetta de
l'Emilia_ di Bologna, 5 ottobre 1892; vedi ancora la _Commemorazione
del senatore Malvezzi_, letta da D. Farini presidente del Senato ne la
seduta del 24 novembre 1892; a proposito del busto de lo stesso conte
Giovanni, opera de lo scultore Federico Monti, donato al Municipio di
Bologna col frutto di una sottoscrizione fra amici ed estimatori, vedi
i giornali bolognesi del 23 e 24 gennaio 1895; e a proposito de la
famiglia Malvezzi, vedi ancora _Augusta Malvezzi, Ricord_i (Bologna,
Tip. Fava e Garagnani, 1887; opusc. in 8º di pagg. 30). L'archeologo
Francesco Rocchi scrisse una necrologia biografica intorno a la
contessa Teresa C. M. nella _Gazzetta di Bologna_ del 9 febbraio 1859.



   [Illustrazione: _Antonietta Tommasini_]



ANTONIETTA TOMMASINI.


Una brigata di piccoli folletti fa il chiasso in una modesta stanzetta;
le boccucce rosse si aprono a risate gioconde, a grida festose, gli
occhietti scintillano fra i riccioli scomposti, i giuochi stanno per
divenire sfrenati e sgarbati: ma una porta s'apre e una giovanetta
compare, una giovanetta bella che nel viso rotondetto e ne la fronte
serena ha ancora qualche cosa d'infantile anche lei, ma che pure ne
la grazia seria de' suoi quindici anni è già donna compiutamente; al
rimprovero che leggono ne' suoi occhi puri e profondi, al cenno de
la sua mano alzata a una scherzosa minaccia, i frugoli si quietano,
a braccia aperte le si gettano addosso, promettendo, prima ancor che
richiesti, d'esser molto buoni, e la fanciulla, togliendosi in collo il
più piccino, si dispone a dirigere ella stessa i giuochi e un pochino
anche a prendervi parte.

Tale ci appare adolescente l'Antonietta Ferroni: simile a la bionda
Carlotta del _Werther_ ella fu sin da l'infanzia piuttosto una madre
che una sorella pei fratellini, chè la famiglia Ferroni, civile,
educatissima, ma non ricca, la madre vedova esigevano quest'aiuto e
questa precoce saggezza. Ed Antonietta cedeva di buon grado al dovere
punto ingrato per lei, nata ad essere la viva fiamma d'un focolare
intimo e che aveva già quel cuore materno per cui il sacrificio è
gioia.

Seconda di cinque figli, era nata nel 1780 a Parma: e, piccola massaia,
a pena potè, fu la direttrice de la casa; le cure domestiche innanzi
tutto, poi a tempo avanzato, quasi come una distrazione, lo studio,
occupavano le sue liete giornate, e non era raro il caso di vedere
il grazioso visetto chino su di un libro ai riflessi rossastri del
focolare di cucina. Iacopo Sozzi, suo primo maestro, le aveva appreso
a preferire, tra tutti, i grandi scrittori e a gustarne con intimo
diletto le severe bellezze: l'alta e pura antichità l'attraeva come
la patria dei grandi ideali ch'ella già vagheggiava, e a quella
serenità semplice e sublime pareva accordarsi la schietta purezza del
suo pensiero, non abituato a molli fantasticherie, ma pur avvinto dal
fascino de l'arte. La vita tutta operosa, le aveva lasciato ben poco
tempo pei pericolosi sogni giovanili; non la fantasia, ma il cuore e
la ragione predominavano in lei, perciò ella predilesse quegli studi
filosofici e morali che si propongono uno scopo di più vicina e pratica
utilità.

Bella, graziosa, saggia, benchè vivesse ritiratissima, fu chiesta
in isposa da molti; ne la scelta ch'ella fece, diciottenne a pena,
rivelò il suo senno e l'altezza del suo spirito, poichè quegli ch'ella
preferì era un giovine di condizione umile, ma di grandissimo ingegno,
un futuro uomo celebre, ancora quasi perfettamente ignoto, un cuore
generoso accoppiato a uno spirito severo, Giacomo Tommasini, che
tutto assorto ne la scienza, non poteva prometterle allora altro che
le dolcezze d'un affetto sincero; non agi, nè vita gaia. Egli aveva
allora trent'anni; a ventuno si era laureato in medicina, ottenendo ben
presto la cattedra di fisiologia e patologia ne l'Università di Parma,
dove le sue ammirate _Lezioni critiche_ cominciarono a dargli fama.
Non meno che come medico fu presto stimato come uomo; quando nel 1802
il ducato di Parma venne in mano ai Francesi, il Tommasini fu membro
del consiglio di Sanità Pubblica, poi ispettore de le carceri, indi
uno dei dodici rappresentanti de la città e segretario nel Consiglio
Generale del dipartimento del Taro. Malgrado questi uffici onorifici
del marito, i primi anni che seguirono le nozze, compiute nel 1798,
furon tristi per l'Antonietta: Luigi suo fratello, giovane robusto e
coraggioso, tenente ne la milizia d'Italia, venne ferito a Mantova, e
il dolore da lei provatone fu tale che ne perì il primo figliuolo già
presso a nascerle; ebbe ammalata una sorella, più tardi in pericolo
la sua figliuoletta Adelaide, vide infine morire sua madre. A tante
pene, benchè fortemente sopportate, era necessario un sollievo che
distraesse lo spirito; aggiungi che, quantunque il Tommasini l'amasse
teneramente, a lei parve di dover curare ancora e assai la propria
istruzione per divenir degna di lui non pel cuore soltanto, ma ancora
per l'intelletto; e si sentì come rapita da lo studio, tanto che ne
le occupazioni non lievi che le dava la nuova casa ricca d'affetto
e d'ogni intima soavità, ma ancora economicamente povera, ella si
rimproverava le ore passate in trastulli vani ne la sua prima età, e
gli studi che non aveva fatti e i libri che non avea letti, parendole
ne la sua modestia di non poter mai riparare al tempo che certo non
aveva perduto, ma di cui non era stata abbastanza avara.

Quando ella divenne madre, questo desiderio d'apprendere si fece, se
possibile, ancor più vivo, al pensiero che le cognizioni sue avrebbero
potuto essere un tesoro pei figliuoli, i quali da le labbra materne
ricevendo quelle prime idee che spesso son guida di tutta la vita,
difficilmente dimenticano poi le impressioni de l'infanzia. A questo
proposito ella ricordava il detto di quella Spartana, cui una donna
ateniese aveva chiesto per qual ragione gli Spartani amassero tanto
le loro mogli: «Perchè sappiamo dare utili cittadini alla patria.»
L'Antonietta fu una madre vera: ai figliuoli diede più che il sangue,
l'anima propria, e con quell'esclusivo affetto che, se si vuol chiamare
materno egoismo, è tuttavia egoismo sublime e sentimento de' più alti
che conosca l'umana natura, tutto da allora in poi vide con occhi di
madre, traverso la tenerezza pe' suoi figliuoli, in tutto cercò per
essi non già un bene meschinamente materiale, bensì quella felicità,
che deriva da la virtù e che può accompagnarsi perfino a la sventura,
se l'animo è così gagliardamente temprato da non vivere di sè e per
sè, ma da far sue le gioie di tutti gli umani e da saper trovare nel
sacrificio quella dolcezza santamente e serenamente mesta, che non ha
pari.

Dal marito soprattutto era venuto a la Tommasini l'esempio de l'amor
patrio, che si accese vivissimo in lei; e, studiando e leggendo senza
punto trascurare la figliuoletta Adelaide, primo de' suoi pensieri, e
la casa, che l'amore del marito le rendeva sacra come un tempio e dolce
come un nido, ella ripensava che il valore de le donne è sicuro indizio
di tempi virtuosi e che con l'educazione femminile va del pari la
felicità de le nazioni; ripensava a le austere matrone romane, esempio
d'immacolata virtù e spesso illustri ne le scienze e ne le arti; e se
si doleva d'esser nata donna, gli era solo pei tempi infelici, in cui
l'educazione femminile era poco o punto curata. Quando le capitava di
poter leggere qualche opera insigne di una penna femminile, provava
i più vivi affetti di ammirazione e di riconoscenza; sui libri di
Madame de Stäel meditava lungamente, rallegrandosi, quasi d'un bene
che fosse anche suo, de l'ingegno, de la filosofia, de la coltura di
quell'illustre donna. Leggeva molto, ma senza accogliere servilmente
le opinioni de gli autori, fossero pure famosissimi, e quando il suo
giudizio era contrario al loro, chiedeva parere al marito, ne l'acume
del quale avea gran fiducia. Così, allorchè nel Verri lesse il piacere
non esser altro che la negazione del dolore, ricordandosi un consiglio
del Tommasini, consiglio divenuto per lei una regola de la vita, quello
cioè di osservare i fatti e non far deduzioni che da essi, le parve
per propria esperienza di dover giudicare diversamente, e chiese per
lettera l'avviso del marito. Preferiva la filosofia, come quella che
maggiormente si addiceva al suo spirito sereno e calmo, assetato di
verità e guidato sempre da la ragione; ma non restava indifferente
a l'armonia dei versi e tanto più se un concetto profondo e un
intendimento civile si accoppiavano a la finezza de l'arte.

La maravigliosa serenità omerica, quella forza eroica d'un popolo
giovane, cantata da un poeta giovane ne l'anima come un'alba
meravigliosa, rapivano la sua immaginazione, facevan battere il suo
cuore, ne evocavan tutto quello che di bello e d'alto v'avevan posto la
natura, l'esperienza, il pensiero. Ella non era una dotta, una Gaetana
Agnesi, una Cassandra Fedele, era una semplice anima che, cercando i
libri, trovava un refugio ne le più pure regioni de l'arte. Somigliava
l'Iliade _al sole raggiante a mezzo il cielo di tutta la maestà_, e
l'Odissea _al raggio della luna che splende fra le piante di tacito
boschetto in una bella sera d'estate_. Tanto caro le era Dante che
spesso luoghi, cose, persone, le ricordavano e le facevano ripetere
qualche terzina de la Divina Commedia. Un rovescio d'acqua continuato,
che pareva sommergere tutta la campagna intorno a la villa, ov'ella si
trovava solitaria, le richiamava su le labbra i versi:

      Io sono al terzo cerchio della piova
    Eterna, maledetta, fredda e greve,
    Regola e qualità mai non l'è nuova.

Il ripugnante spettacolo de l'indifferenza ne le cose pubbliche, le
ricordava i dannati danteschi, che _non hanno speranza di morte_:

    E la lor cieca vita è tanto bassa
    Che invidiosi son d'ogni altra sorte.

Tra i poeti suoi contemporanei prediligeva il Parini, pel _Giorno_,
che giudicava _modello di utile poesia, tipo unico al mondo d'una
satira illustre, la quale mentre loda fa sentire risibile l'orgogliosa
prepotenza_. Ed invero a quell'anima fiera ed onesta rispondeva bene
l'anima di lei, che, come il buono e rigido Brianzuolo, sdegnava l'ozio
e la mollezza, come lui sentiva profondo lo sdegno per l'effeminatezza,
l'ignavia e la codardia, e desiderava a la patria una stirpe di forti,
capaci di rivendicarne la libertà e la gloria. Anche l'_Invito a
Lesbia_ del Mascheroni e l'_Arminio_ del Pindemonte, le parevano gran
belle cose; il primo pel profondo contenuto ne l'artistica forma, il
secondo per la potenza patetica e tragica. La sua mente aperta si
piaceva in ogni genere di studi, e quelli astronomici, cui l'aveva
iniziata il Tommasini, dandole un libro del Cagnoli, le facean dire
che nel sollevarci a la contemplazione de gli astri noi ci sentiamo
maggiori di noi medesimi, perchè il nostro intelletto non vi gode
soltanto una dolce libertà, ma vi esercita una specie d'impero, quello
de l'uomo, che incatenato a la dimora angusta de la terra, di fronte
a l'infinito mistero del creato, si svincola da tutti i legami de la
materia, lanciandosi ardito col pensiero traverso i mondi che rifulgono
sul suo capo ne l'immensità de la notte, e schiavo de la sua zolla,
è capace pure di dominarla e di sfuggirne. Sempre pensosa non di sè
soltanto, ma di tutti, ella chiedeva perchè quel che il Cagnoli aveva
fatto per l'astronomia, altri dotti non facessero per le altre scienze,
aprendo i tesori de la natura e del sapere umano anche a coloro che
non si danno di proposito a gli studi, anche a le donne, che potrebbero
giovarsene ne l'educare i figliuoli: questo de l'educazione era sempre
il suo grande pensiero e come i fiumi al mare, così tutte le sue
considerazioni finivano ad esso.

Il sommo interesse suo era per la scienza che ha l'uomo per oggetto.
Ve l'attraeva il suo amore di madre non meno che il suo amore di
patria, e a questa scienza diede il meglio de l'ingegno, a questa
s'inspirarono interamente od in parte tutti i suoi lavori, in questa
ella portò la luce di sagacia ch'era ne l'anima sua e l'intuizione
che solo l'affetto dà a l'intelligenza femminile. A le amiche di
Bologna (fra le quali vi era la chiara scrittrice Caterina Franceschi)
dov'ella dimorò parecchio, quando il marito vi era professore ne
l'Università, volle offrire in dono il suo volumetto di _Pensieri di
argomento morale e letterario_[48] che Michele Colombo giudicava un
lavoro da riputarsi molto, utilissimo e dilettevole per la nitidezza,
l'eleganza, la vivezza e la grazia, un lavoro pel quale a la colta
e valente donna l'Italia tutta doveva saper grado. Nel periodico _La
donna e la famiglia_ il Bernardi pubblicava un articolo critico[49] in
cui dice d'aver sott'occhio un esemplare de l'aureo libretto, portante
questa dedica di mano de l'Antonietta: _A' miei cari figli nel giorno
del mio nome_, esemplare appartenuto a la Maestri e che gli suggerisce
alcune buone considerazioni, chiuse con l'augurio di una ristampa
dei _Pensieri_, cui venisse aggiunto ciò che su gli stessi argomenti
scrissero la figlia e la nipote de l'autrice.

A le amiche di Bologna l'Antonietta volle offrire il suo libro,
quella città essendole cara perchè aveva onorato il Tommasini, perchè
vi aveva avuto essa medesima molte prove di benevolenza e perchè vi
aveva conosciuto molti uomini insigni, ammirati i capolavori de la
scuola bolognese e goduto i piaceri più cari ad uno spirito, che ama
d'istruirsi. In quei pensieri ella ambiva di lasciare ai figliuoli
un ritratto de l'animo suo e d'insegnar loro, senza darsi alcun'aria
d'importanza, con semplicità materna, come «in tempi avversi ai
buoni studi ed all'esercizio delle civili virtù, si possano nutrire
sentimenti degni dell'umana ragione e serbare amore a quella Terra,
la quale non ha pure un angolo, che non sia sacro e non ricordi il
nome di qualche eroe.» Ancora volle insegnar loro come sempre un
po' di dolcezza, pari a la scintilla dentro la selce, si trovi in
tutte le cose umane, e come chi sappia penetrarne l'intimo e vivere
non soltanto de la vita materiale, ma ancora di quella del pensiero
e del sentimento, possa goder piaceri che il volgo ignora. Questi
_Pensieri_ sono d'argomento svariatissimo ed hanno una profondità più
reale che apparente, poichè per la forma schiettissima si direbbero
(e taluni sono in realtà) brani di lettere o di conversazione, cara
semplicità che guadagnava a la signora gentile tutte le simpatie,
la faceva apparir donna, anche mentr'ella si rivelava filosofo, e
_restar amabile_, come scrisse il Giordani, anche _allorchè parve
degna d'invidia_. Al solito, in questo libro predominano gli argomenti
educativi e le considerazioni pedagogiche, parecchie de le quali
le furon suggerite da la lettura de l'opuscolo di Kant intorno a
l'educazione. Confuta alcuni pensieri del grande filosofo o ne dà
quell'interpretazione che a lei pare più logica: soprattutto le piace
in lui il concetto non dover il fanciullo essere allevato per la
corrotta società presente, ma per quella società migliore, che potrà
esser frutto di una buona educazione nazionale, la quale dipende
sovrattutto da l'iniziativa privata. Era dolcissimo a la donna gentile
il pensare che il bene fatto ai figliuoli diveniva bene de la patria e
de l'umanità e che in tal modo anche una umile donna può cooperare al
bene universale e divenir il primo anello d'una catena di benevolenza,
di virtù, di carità, stringente fra loro gli uomini. La Tommasini
si duole de le crudeltà, cui si abituano i fanciulli coi popolari
divertimenti emiliani de la mezza quaresima, spettacoli che le riescono
sommamente incresciosi poichè ella sente che la vecchiezza, in quelli
derisa, deve avere a gli occhi dei giovani qualche cosa di sacro;
ricorda la venerazione de' Greci e de' Romani pei vecchi e vede con
dolce compiacenza il figliuolo suo ancor bambino salutar ogni vecchio
che gli avvenga d'incontrare. D'animo assai fervido, condanna, con
gli antichi, l'indifferenza, ricordando a questo proposito le severe
leggi di Solone e approvando che fosse infame, bandito e spogliato
de' beni colui, che non volesse interessarsi a le cose pubbliche. Con
isdegno ugualmente vivo condanna la calunnia che, come non rispetta i
più onesti, neppur lei rispettò sempre; e, abituata a ritornare col
pensiero nel mondo antico, a vivervi in ispirito con un diletto che
non le davano i tempi suoi, rammenta con entusiasmo, come ne l'antica
Sparta, quegli che era calunniato in assenza, trovava un difensore
in ogni persona presente; si duole de la facilità con cui la calunnia
vien creduta da taluni, perchè nei difetti altrui trovano una scusa ai
propri, da altri pel compiacimento di sentirsi migliori dei calunniati.

La figura de la Tommasini non è bella soltanto quando la vediamo fra
i libri che le son cari, ma è bellissima ancora quando ci appare nei
teneri colloqui con la figliuola ch'era la più cara amica del suo cuore
e cui diceva: «Tu sei così necessaria al mio essere, come l'aria che
respiro.» Bella, quando accompagna con gli occhi fin che può la sua
Adelaide, ne la verde campagna, o quando, seduta senza quasi rifiatare,
guarda le rondinelle che fanno il nido a le finestre del suo salotto
di campagna, quelle rondinelle ch'ella, accuratissima de la pulizia e
de l'ordine, non avrebbe mai avuto il coraggio di cacciare. Con quanta
dolcezza ella seguiva tutti i movimenti dei bruni uccelletti e pensava
al nido suo e a quello dove un giorno la sua Adelaide sarebbe stata
madre a sua volta! Bella quando, appena levata dal letto, aperta la
finestra, rimane con un ingenuo diletto a riguardar la neve, che ha
coperto tutto d'intorno, e osserva le piante, che si sono inclinate
al suolo e quelle che si levano orgogliose, un suo caro salice ancor
più malinconico del solito; in quella tristezza ella trova qualche
cosa che le dà una sensazione piacevole, e giudica sia il pensiero del
riposo, che prepara in secreto una nuova, florida vegetazione. Ci piace
seguirla ne le sue passeggiate solitarie in riva al torrente, mentre
carezza con le candide mani le fronde dei cespugli, che si avanzano
sul suo sentiero, e guarda i colli, il cielo ridente, e ascolta il
mormorio de l'acqua fra i sassi, il canto de l'usignuolo nascosto fra
il verde, e poi siede a l'ombra di quelle piante ed apre la _Divina
Commedia_, piangendo su le divine pagine del Canto d'Ugolino; o quando
visita la cava del gesso nei colli bolognesi e sente svanire in sè
tutta la gaiezza de la bella gita e si fa pallida e triste dinanzi ai
miseri operai _giallastri nel volto e rugosi innanzi tempo_ e ai loro
figli da l'aspetto malaticcio che ne l'infanzia portan già i segni de
la vecchiaia; ella non regge a la pietà che ne prova e dà loro tutto
il danaro che ha con sè; ma non si sente confortata per questo, anzi
prova, ella sempre così contenta del suo stato, il rincrescimento di
non esser ricca, al pensiero di tutto il bene che potrebbe fare.

Intanto l'ingegno del Tommasini, meritamente riconosciuto, ed il suo
sapere diedero a la famiglia un'onesta agiatezza. Nel 1815 il governo
de le Legazioni pontificie chiamava il professore a sostituire il
defunto illustre Antonio Testa ne la cattedra di clinica medica e di
terapia speciale a l'Università di Bologna; ed il Tommasini nel suo
nuovo ufficio s'ebbe ben presto chiara fama non solo in Italia, ma in
tutta Europa; da ogni parte de la penisola i giovani accorrevano ad
ascoltare le sue lezioni, profonde per dottrina e belle per forma.

L'Antonietta, tolta da le prime strettezze, prese con vivo diletto
la direzione dei lavori per ornare di un giardino la sua villa. Ella
non amava le troppo culte aiuole dove i fiori disposti a disegno non
hanno più nulla de la loro naturale bellezza e paiono, stretti in
folla, cercar avidamente coi calici aperti e i petali cadenti un po'
d'aria, un libero raggio di sole; neppure amava le grotte artificiali,
le artificiali rovine, i tempietti, le false alture, le forzate
prospettive; preferiva la semplicità lontana da ogni studio e da ogni
ricercata simmetria, un bel rosaio da le diffuse fronde fra cui fan
capolino i bocciuoli fragranti e si aprono, con un riso di gaiezza,
le ricche corolle de le rose, a canto a un melagrano in fiore; lieti,
variopinti garofani ai piedi d'una vite; dovunque il verde, l'acqua,
le gradite alternative d'ombra e di sole. Preparando tale il suo
giardino, godeva, già in previsione, de le dolci ore che vi avrebbe
passate ne l'oblio di ogni amarezza, elevando a l'alto il suo pensiero,
conversando con lo spirito insieme ai cari defunti, di cui il ricordo
le era sempre ne l'anima, non come un terrore e un tormento, ma quale
conforto soave: sentendoli così vivi in sè e nel suo cuore da illudersi
di non averli interamente perduti. Uno dei suoi più vivi affetti
fu quello per la natura, ch'ella prediligeva non soltanto ne le sue
selve verdeggianti, nei vaghi e taciti sentieri dove a l'anima pensosa
parlano le siepi alte e fiorite, gli alati insetti, le svelte lucertole
striscianti fra l'erba, l'ape ronzante e la farfalla leggiera; nei
lontani profili dei monti, ne gli armenti dispersi a la pastura, ne le
delizie de le odorose solitudini; ma ancora ne la semplicità d'animo
dei contadini, che con ingenua affettuosità festeggiavano la buona
padrona e più che mai un dì ch'ella, riavutasi dopo una grave malattia,
tornava fra loro. Punto orgogliosa e convinta intimamente de la santità
di quel vincolo che dovrebbe legar fra loro poveri e ricchi, ella era
commossa e lieta, vedendo quei rozzi lavoratori affollarsi intorno a
lei, ancor pallida e debole, giunger le mani ringraziando il cielo
di averle ridata la salute, e narrarle con sincera enfasi il gran
timore che avevan avuto di perderla. Non isdegnava fermarsi a ragionar
con loro dei lavori campestri, lodare quel che le pareva ben fatto,
e giungeva a desiderare col Beccaria una onorificenza speciale pel
contadino benemerito de' suoi campi.

Le scene orride la dilettavano quanto le amene. Dal ponte de la Sesta
sul torrente Parma contemplava il pittoresco orrore del paesaggio
montuoso e si sentiva scossa dinanzi a la sublimità di quello
spettacolo unico, che descriveva poi così al marito: «Fui costretta a
fermarmi per contemplare tutto l'orrido di quel luogo: monti dirupati,
selve di antiche piante, che non lasciano passaggio a la luce; massi
di una immensa grossezza, che stanno per rovinare giù nel torrente, il
quale rumoreggia da lungi, e ti passa sotto ai piedi bianco di spuma, e
quasi irritato co' monti, che lo stringono e contrastano al suo rapido
corso. Sai tu, mio consorte, che mi ha consolata il vedere questo
torrente, che dà o riceve nome da la nostra città! Pensando che le sue
acque bagnano le mura di Parma, dove tu sei, mi pareva di vedere in
esse una via di comunicazione fra le nostre anime.»

Un temporale veduto da l'alto di un monte ne la sottoposta vallata,
mentre in alto ride il sole, le fa provare un sentimento per cui
le par d'essere più che mortale, ma ne la gioia di questo diletto
le sopravvien tosto il pensiero dei danni che avranno a patire i
contadini de la valle e la pietà la commuove quanto l'ammirazione. In
tutto, com'ella ben diceva, il suo spirito sapeva trovare un riposto
piacere: un salice diveniva _una cosa viva_ per lei, chè al suo rezzo
rileggeva gl'Idilli di Gessner, e ripeteva il voto che il cielo le
serbasse sempre ne l'anima il gusto de le bellezze campestri e la
tenerezza verso gl'infelici, le due fonti de le sue più care dolcezze:
ne la natura ella trovava una pace pensosa, feconda d'alti pensieri e
d'emozioni elevate; ne l'amore per gli sventurati, l'oblio dei dolori
propri e un senso di carità soddisfatta che le rendeva sopportabile
ogni mancato suo desiderio. Vivissima era in lei la religione dei
sepolcri: una bigia pietra in mezzo ad un bosco di faggi bastava a
commuoverla, anzi la commuoveva più d'ogni superbo monumento; questo,
diceva, eccita la meraviglia, quella la pietà; dinanzi al primo l'arte
ci occupa l'attenzione, dinanzi al secondo l'animo è compreso da una
dolce malinconia.

A la patria la stringeva un affetto più vivo che non soglia essere
ne le donne, e perchè la sua mente era più aperta ed il cuore più
tenero (ma tenero solo secondo le leggi de la ragione) che non sieno
nel comune de le signore, e perchè ella amava troppo il marito per
non accoglierne tutti gli affetti. I loro più cari amici erano tutti
liberali e ne le conversazioni di casa Tommasini, se non si congiurava,
si augurava, certo spesso, la libertà de l'Italia.

L'Antonietta sdegnavasi de le accuse lanciate da gli stranieri contro
gl'Italiani; e a quella d'indolenza e d'ignavia rispondeva vantando con
nobile orgoglio le nostre industrie, i progressi de la medicina, quelli
de le scienze economiche e morali, con Melchiorre Gioia e i nomi, che
son di per sè stessi una gloria, del Romagnosi, del Galvani, del Volta,
di Lagrange, del Taverna. Nel 1829 il professore si stabilì nuovamente
a Parma, dove fu eletto protomedico de lo Stato e riassunse l'ufficio
d'insegnante ne l'Università; la sua prolusione ebbe ad argomento
l'_Amor di patria_. A Parma Antonietta vide la sua casa onorata dai
più insigni uomini che quella città contasse allora: Pietro Giordani,
che portò ai Tommasini un affetto pari a la stima, il famosissimo
incisore Paolo Toschi, Giuseppe Serventi, il professor Michele Leoni,
l'avvocato Ferdinando Maestri, che sposò l'Adelaide Tommasini. Con
questo matrimonio, da cui nacquero due bimbi, Clelia ed Emilio, la
buona Antonietta vide adempiuto il suo voto che la figlia trovasse un
compagno a lei somigliante ne l'animo; fidando ne la virtù di quella
sua cara, ripeteva con dolce compiacenza: «I suoi figli non piegheranno
a la viltà di questi tempi,» e ricordava forse allora i generosi versi
che un altro suo grande amico, Giacomo Leopardi, rivolgeva a la sorella
fidanzata:

    O miseri o codardi
    Figliuoli avrai. . . . . . . . . . . .
    . . . . . Di fortuna amici
    Non crescano i tuoi figli, e non di vile
    Timor gioco o di speme: onde felici
    Sarete detti nell'età futura.

                                   *
                                  * *

Fra gli scritti di Antonietta Tommasini due in ispecial modo provano un
bel cuore: _Intorno alla educazione domestica — Considerazioni_[50]; e
_I ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serventi_[51].

Il suo libretto _Intorno a l'educazione domestica_ ebbe per proposito
principale di far conoscere l'opera de l'insigne pedagogista Giovanni
Locke. La Tommasini, che per la viva tenerezza inspiratale da' suoi
figliuoli e pel desiderio de la pubblica utilità, dava il meglio del
suo ingegno a gli studi pedagogici, i più insignificanti ed aridi fra
tutti se vi si dà uno spirito dogmatico e pedantesco, i più elevati e
i più degni, se coltivati da una mente aperta e da un cuore che aspiri
al vero bene, trovò ammirabile quell'opera, contenente gran copia di
buoni principii, facilmente applicabili, e volle farne l'estratto, che
le riuscì bello di chiarezza, d'eleganza di stile, in ogni sua parte;
di calore d'affetto in quanto di proprio ella vi mise. E di proprio
vi mise moltissimo, ricavando precetti e considerazioni da la propria
esperienza, commentando e talora anche combattendo con buone ragioni
le idee del Locke in quel che avevano o di non buono o di non adatto
ai tempi e ai luoghi pei quali la Tommasini scriveva. L'operetta è
da lei dedicata ai figli, cui ella dice di renderla, come cosa loro,
perchè essi furono il soggetto di quelle meditazioni e di quelle cure,
che maturarono le sue idee pedagogiche. Essi vi dovevano trovare la
storia de la propria educazione e quasi una prova de l'immenso affetto
che aveva vigilato su di essi fin da la loro prima infanzia e, come
una seconda Provvidenza, aveva inteso al loro meglio anche nei minimi
particolari de la vita.

Quest'opuscolo de la Tommasini piacque assai; il Leopardi, severissimo
giudice, lo lodava vivamente; il Giordani scriveva a l'autrice che,
quantunque sentisse ripugnanza insuperabile a profferire così biasimo
come lode, qui poteva francamente lodare, e innanzi tutto la scelta
de l'argomento, poichè, se molto si era già scritto de l'educazione,
questa rimaneva _stolta e barbara, piena di vizi, lontana da ogni
vero_. «Giacchè della educazione pubblica (almeno per gran tempo) è
disperato ogni bene, resta che ciascuno studi quanto gli è possibile
a migliorare la privata senza la quale potrebbe poco riuscire a
profitto la pubblica, benchè fosse men rea. Dio permetta che le vostre
buone intenzioni, e il desiderio di chiunque è ragionevole, abbiano
qualche effetto..... Nel vostro libretto mi è piaciuto molto un'altra
cosa, tanto più che oggi è fatta rarissima; ed è una sanità di idee
e nettezza di stile per la quale intendo quello che volete dire. Il
che non poco importa quando si vogliano dire cose vere ed utili.....
Desidero e amo sperare che alcun buon effetto non manchi di nascere
dalla vostra fatica; ciò che è la più vera lode e il più caro premio
d'ogni buon libro.»[52]

La Tommasini ne la sua operetta rivela la vigoria e la rettitudine de
la sua ragione non meno che l'indole sua tutta affetto e dolcezza e si
guadagna meritamente un posto fra le grandi educatrici italiane.

Studiare i bimbi con provvida sollecitudine e con quell'affetto che
lungi da l'accecare, rende chiaroveggenti a conoscere i difetti e a
correggerli, esperti ad aprire dolcemente a la vita le piccole anime,
e le menti infantili a la verità; capaci di essere insieme genitori
teneri ed educatori severi, di non perdere l'autorità, conservando in
tutta la sua pura e feconda grandezza l'intimità familiare, consci del
dovere di veder sempre nei nostri ragazzi dei figli ed insieme de gli
uomini, che debbono essere, per quanto è possibile, fatti partecipi di
tutte le gioie, i dolori, le vicende de la vita de la casa e di quella
de la patria, fermi nel proposito di dar loro il meglio soltanto de
l'anima nostra e de la nostra esistenza, perchè in essi si rispecchi la
vita nostra, ma scevra quant'è possibile de gli errori e de le sventure
che l'hanno turbata; persuasi di dover vedere in loro non, come gli
antichi, una proprietà, ma de gli esseri che non sono _noi_, se non per
l'amore che fonde ne la loro la nostra felicità, bensì sono _altri_,
ciascuno una esistenza, una vita, un'anima, un atomo de l'umanità;
questi che dovrebbero essere i criteri di tutti gli educatori, erano
in sostanza quelli di Antonietta Tommasini. L'opera sua di madre è il
più bel commento del suo sistema educativo. La figlia fu _la sua più
cara amica_, l'intima confidente di tutti i suoi pensieri; in un tempo
in cui ancora nei rapporti fra genitori e figli l'autorità prevaleva,
e allontanava questi da quelli, ella si strinse vicini i suoi due cari
ragazzi e volle serbarli obbedienti e rispettosi, non con un'autorità
imposta, ma col mostrarsi a loro in ogni giorno, in ogni momento, in
ogni occasione degna del loro rispetto. Per loro ella educava sè stessa
innanzi tutto, come avrebbe voluto istruirsi in ogni scienza e come in
molte cose s'istruì davvero. Ricercava avidamente i buoni libri che
potevano aiutarla in questo compito, ma s'indispettiva, vedendo come
nei volumi destinati a le donne e ai ragazzi non si trovi la scienza,
ma piuttosto e solo qualche indizio di essa; e desiderava che uomini
veramente grandi scrivessero pei bambini e pel popolo, persuasa che
essi saprebbero bene dar la sostanza, non l'apparenza, il succo vitale,
non le briciole pressochè inutili del sapere. Invero nulla di più falso
de l'idea che tutto basti quale lettura ai giovani, a le donne, al
popolo, i quali per essere educati avrebbero bisogno di cose, non di
parole, o di quelle insieme a queste, e che queste fossero le grandi,
nobili parole di cui germinano i grandi affetti e le generose azioni.

                                   *
                                  * *

I _Ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serventi_ furono stampati
prima a Milano ne la _Strenna femminile italiana per l'anno 1838_,
poi in opuscolo a parte da Filippo Carmignani a Parma ne l'anno
stesso. Il Serventi, uomo di talento e di rara filantropia, divenuto
ricco e assai noto per la sua operosità, stimato ed amato per i
molti benefizi fatti a gli amici ed ai concittadini, era morto in
condizioni non liete, benchè, anche ne le sventure che a questo lo
ridussero, sventure e non colpe, avesse serbata intatta l'onestà
del suo nome e lasciato tanto da soddisfare ogni debito. L'onesto e
generoso Serventi era quasi dimenticato, anche da quelli cui aveva
fatto maggior bene, ma non lo dimenticò l'Antonietta Tommasini, che
gli era stata amica vera e che, venerandone la memoria, si sentiva
stretta a lui dal ricordo di un beneficio ch'ella si compiaceva di
palesar apertamente. Quando il Tommasini, giovane ancora e quasi
ignoto, scrisse la sua prima opera da cui attendeva il principio de la
propria fama, egli era troppo povero per pubblicarla e troppo altero
per chiedere aiuto a questo scopo. Giuseppe Serventi, saputa la cosa,
spontaneamente e con somma delicatezza si offrì di stampar l'opera a
proprie spese. «Nè questo fatto mi fu mai ripetuto, nè lo richiamo
mai senza sincerissima commozione di cuore,» scriveva l'Antonietta
Tommasini, che assai benefica anch'essa, aveva la rara virtù de la
riconoscenza, certo più rara ed altrettanto pregevole di quella del
beneficio. Ella volle generosamente ricordare le virtù del Serventi,
virtù, quantunque preziose, presso ad esser volte in dimenticanza. In
questo lavoro de la Tommasini, Michele Leoni ammira «il nobil coraggio
ond'Ella sdegnando il timido silenzio d'ogni altro, si levò sola a
svergognar la fortuna, de la miseria ne la quale si piacque abbassare
quel generoso, quel probo, dopo aver lui meritamente recato sì alto
nel credito e nell'ammirazione di tutti.» (Vedi _Prose di Michele
Leoni_, Parma, 1843, pag. 379.) De l'amico e benefattore ella tesse
la vita, ponendo bellamente in luce le cose più degne di lode, e il
bene che da lui venne a la città sua; con rara delicatezza rileva
fatti e abitudini, che potrebbero parer insignificanti a uno spirito
volgare, ma che formano quasi le sfumature del bel ritratto e dànno
luce a quegli ignorati misteri de l'anima in cui consiste gran parte
de la personalità. Queste sfumature squisite non ci fanno conoscere
soltanto Giuseppe Serventi, cuore mite e buono di filantropo, di padre
e di cittadino, ma altresì la Tommasini, che sa trovare tali note
delicate, come chi con una lucerna in mano c'illumina un ritratto
posto ne l'ombra, resta a sua volta rischiarato da un raggio di quella
lucerna; o come il ritrattista che ne la vigoria o ne la soavità de
le sue tinte, ne la espressione profonda o ne la semplice e rigida
riproduzione de le linee d'un viso ci dà qualche cosa di sè. Tali
tratti sono ad esempio il notare la semplicità de la vita di quell'uomo
altamente buono, il suo amore per le frutta dei campi, per le case
antiche, per tutto quello che riavvicina l'uomo a la natura, la
commozione con cui ne le belle notti di estate fissava il tranquillo
chiarore de la luna, e la cura con la quale ne la sua villa aveva
fatto costrurre sì acconcie porte, finestre e terrazze che il sole vi
potesse penetrare a qualunque ora del dì. Sappiamo dal Leoni che de
la Tommasini rimasero ancora la traduzione di parecchie lettere del
Franklin, buon numero di lettere originali manoscritte, i particolari
di _Un viaggio a Roma_, e le prime pagine di un romanzo storico, cui,
se faceva difetto la schietta semplicità, non mancavano virtuosi ed
utili intendimenti.

                                   *
                                  * *

A Bologna Giacomo Leopardi conobbe Antonietta Tommasini e insieme a
lei il professore, già famoso come clinico e come oratore e conosciuto
pei sentimenti patriottici, la figlia ed il genero. Ne l'epistolario
leopardiano troviamo per la prima volta il nome dei Tommasini ne la
lettera 16 gennaio 1826 al conte Papadopoli: «Quanto a Tommasini fa
quello che ti piace, ma tu sai da una parte che io spero poco nei
medici; dall'altra che io non posso pagare le visite di un Tommasini.»
Può darsi che il professore, sempre disinteressato, consentisse a dar,
senza idea di lucro, i suoi consigli al Leopardi e che di qui avesse
origine la loro conoscenza.

Non sappiamo a qual grado d'intimità questa giunse, certo intimità
grande, se le Tommasini quasi convissero col poeta, come egli scrisse.
Tornato a Recanati, Giacomo a l'Antonietta dichiarava vere purtroppo
le considerazioni generali sopra la triste condizione de gli uomini,
ch'ella aveva fatto in una sua lettera, si doleva d'aver perduto un
piacere, perdendo il _poter esser con lei_ e si consolava al pensiero
che di lui ella conservasse non discara memoria e con la fiducia di
posseder l'amicizia del suo celebre consorte.

La Tommasini, che sospirava di posseder una patria, doveva aver assai
ammirato le prime Canzoni del Leopardi, così sinceramente inspirate
dal patrio entusiasmo e così calde d'alte aspirazioni al risorgimento
d'Italia; ella certo aveva sentito parlare a Bologna de l'ardore di cui
quei versi infiammavano tutti i liberali, e letto fors'anche la poesia
che monsignor Carlo Emanuele conte Muzzarelli indirizzava al Recanatese
nel _Caffè di Petronio_ (nº 51, 24 novembre 1825), celebrandolo per le
sue prime Canzoni e soprattutto per quella _All'Italia_:

    O tu, che la tua patria in suono ardito
    Togliesti all'ozio indegno,
    Di un'anima non vile odi l'invito,
    Di Te, di Ausonia degno
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Ma dì verrà, ned io lontan lo scerno,
    Che dell'Italia i prodi
    Torneranno all'Italia il serto eterno,
    E non compre le lodi.

L'Antonietta ne la primavera del 1827 vide nel _Raccoglitore_ il
discorso leopardiano «In proposito d'un'orazione greca di Giorgio
Gemisto Pletone»; ella, sentendo vivamente l'ammirazione per tutti i
sacrifici e per tutte le virtù, che derivano da la carità del luogo
natio, e in particolare ammirando l'antica grandezza e la moderna
virtù greca, scriveva al Leopardi calde parole, cui egli, pur già
lontano da gli entusiasmi de la sua giovanezza, rispondeva ch'egli
pure riguardava i poveri Greci come fratelli e che se più avesse
potuto dire in quell'articolo, più avrebbe detto in loro favore, ma che
considerata l'impossibilità di parlar liberamente, gli pareva di averne
detto abbastanza. Infatti egli ne aveva parlato con sincero calore,
giudicando ammirabile la nazione greca «.... che per ispazio d'intorno
a ventiquattro secoli, senza alcuno intervallo, fu nella civiltà e
nelle lettere, il più del tempo, sovrana e senza pari al mondo, non
mai superata: conquistando, propagò l'una e le altre nell'Asia e
nell'Africa; conquistata, le comunicò agli altri popoli dell'Europa.»
Con pari ammirazione ricorda come per tredici secoli la Grecia mantenne
la civiltà e le lettere quasi incorrotte, per gli altri undici le
conservò, e fu spettacolo nuovo nel tempo de le crociate a le genti
civili, a le rozze, a le quasi selvatiche, e come a l'ultimo, vicina
a cadere sotto un giogo barbaro e a perdere il nome e per dir così la
vita, gittò a modo d'una fiamma che si spegne, maggior luce, e, caduta,
fu coi suoi profughi un'altra volta maestra a l'Europa.

Tali sensi dovevano piacere a la Tommasini, quanto la schietta lode
di lei piacque al Leopardi, il quale non sapeva meglio ringraziarnela
che augurandole nel nipotino un futuro emulo di Emilio romano, se
non ne le imprese militari, almeno ne l'amor di patria, ne la virtù
e ne la volontà di giovare a questa. La corrispondenza continuava non
assai frequente, ma certo assai affettuosa. Da Pisa il poeta dava a la
famiglia amica (a l'Adelaide) nuove de la sua salute e del benessere
che provava in quella gentile città, ricca di oggetti e spettacoli
bellissimi di natura ed arte, e romantica, pel misto di città grande
e di città piccola, di cittadino e di villereccio; con l'Antonietta si
scusava di non scrivere più spesso, asserendole che in lui la memoria
di lei non era meno viva, anzi non languiva mai, e come, bench'egli
non potesse fissar la mente in un pensiero serio per un solo minuto
senza sentirsi male, pensasse a lei in dispetto de lo stomaco e dei
nervi. Egli sentiva ancora in sè abbastanza calore per commuoversi
ai nobili sentimenti ch'ella esprimeva ne le sue lettere e ne' suoi
scritti: «Se tutte le donne pensassero e sentissero come voi — le
diceva — e procedessero conforme al loro pensare e al loro sentire, la
sorte dell'Italia già fin d'ora sarebbe diversa assai da quella che
è. Non è da sperarsi che tutte vi sieno uguali, ma è da sperarsi che
molte sieno indotte dal vostro esempio a rassomigliarvi.»[53] A nessuna
donna il Leopardi scrisse mai parole di tale ammirazione, chè, se per
altre egli si mostrò più ardente, fu però d'un sentimento diverso e
meno nobile. Una tradizione vuole che il Leopardi amasse d'amore la
Tommasini, ma non soltanto nulla lo conferma, bensì tutto pare negarlo:
l'età di lei, che aveva diciott'anni più del poeta e quarantacinque
quando lo conobbe, la sua serietà, e lo stesso affetto che il Leopardi
le dimostra, affetto rispettosissimo d'amico devoto e riconoscente. «Il
mondo a quelle cose che altrimenti gli converrebbe ammirare, ride,»
scriveva il Recanatese; e questa nobile amicizia non da tutti saputa
intendere, più che mai ci fa parer vero il giudizio, che ne la vita
comune sia più necessario dissimulare la nobiltà de le opere che la
viltà, perchè questa essendo comune è facilmente perdonata; quella,
insolita, è presa per indizio di presunzione e desiderio di lode, lode
che pochi amano dare sinceramente.

Questa volta il Leopardi seppe mantenere l'amicizia guadagnatasi, anzi
stringerne i vincoli sempre più saldamente, affezionandosi a tutta la
famiglia Tommasini, cui confidava le proprie materiali sofferenze e le
pene morali, fino a sfogar con loro, egli d'ordinario riservatissimo,
la disperazione che talvolta lo faceva quasi uscir di sè stesso. E
quando a l'Adelaide egli confidava la gran voglia di terminare una
volta i suoi mali e di rendersi immobile per sempre, egli che ormai
non resisteva più senza gravissimi incomodi neanche ad un breve
viaggio, benchè assicurasse poi che avrebbe avuto pazienza sino a la
fine di quella sua _maledetta vita_,[54] l'Antonietta gli scriveva
_un'amorosissima lettera_, la quale lo fece pentire del dispiacere
datole e giurarle che l'amore infinito per gli amici e i parenti
l'avrebbe ritenuto sempre al mondo finchè il destino l'avesse voluto.
Poche pagine egli scrisse tanto affettuose come certi brani di lettera
a la Tommasini, e si noti ch'egli scriveva ne gli anni maturi, quando
il suo cuore era ben altrimenti freddo che ne la gioventù, quando in
lui un _io nuovo_ s'era sostituito a l'_io antico_, e così diverso da
fargli formare fra i suoi _castelli in aria_, il progetto dei _Colloqui
di quello ch'io fui con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore
all'esperienza della vita e dell'uomo sperimentato_ (vedi la lettera a
Pietro Colletta, Recanati, .... marzo 1829).

«Non vi posso esprimere, — scriveva Giacomo a l'Antonietta, — quanto
mi commuova l'affetto che mi dimostrano le vostre care parole. Io
non ho bisogno di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma
ho bisogno d'amore: potete immaginare quanto conto ne faccia, e in
quanto gran pregio io lo tenga, trovandolo così vivo e sincero in voi,
e nella vostra famiglia, i quali amerei di tutto cuore, quando anche
non ne fossi amato, perchè così meriterebbero le vostre virtù da per
sè sole.... Credetemi che io vi amo con tutta l'amicizia possibile e
che del resto, siccome si possono amare ad un tempo due patrie come
proprie, così io amo come proprie due famiglie in un tempo: la mia
e la famiglia Tommasini; la quale da ora innanzi, se così vi piace,
chiamerò parimente mia.[55]» Tanta premura dimostrava pel Leopardi
l'Antonietta, benchè angosciata ne l'anima da una grave malattia de
la figliuola, come se ad implorare dal cielo la guarigione di quella
sua cara, ella sentisse il bisogno di spandere caritatevolmente
la sua materna tenerezza anche sul grande infelice, che così pochi
affetti aveva in terra, ella pietosa di tutte le materiali e morali
miserie, ella, che stendeva la sua mano benefica a soccorrere gran
numero di poveri e consolava con le parole amorevoli tanti afflitti.
Poco a presso il Leopardi rivedeva la Tommasini a Firenze, dov'ella
si era recata con l'Adelaide per passare alcuni giorni con lui, che
non aveva potuto recarsi a Bologna a rivederle. In quei giorni esse
insistettero perchè Giacomo con loro ritornasse ne l'Emilia, e ve lo
avrebbero indotto finalmente, se non l'avesse vinto il suo timore di
viaggiare ne la stagione calda. Egli era in un periodo di tristezza che
gli faceva veder tutto nero: sciocchissime, ignorantissime e superbe
gli parevano le donne fiorentine, tale da stomacare giudicava il
disprezzo generalmente professato di ogni bello e di ogni letteratura;
non frequentava altri che il Vieusseux e la sua compagnia; e quando
questa, e non era di rado, veniva a mancargli, egli si trovava come in
un deserto. La visita de la Tommasini gli diede un morale dolcissimo
conforto, tanto ch'egli chiamava quelli, i giorni più lieti che avesse
avuto in Firenze, e asseriva che non ne avrebbe mai perduto la memoria.

L'Antonietta era sempre turbata e travagliata dal pensiero de le pene
di quel grande e sempre desiderava di averlo vicino per poter più
efficacemente e con delicatezza venirgli in aiuto, ed anche perchè il
professor Tommasini assicurava che di taluni mali sarebbe riuscito con
le sue cure a liberarlo.

De la morte del fratello Luigi, Giacomo Leopardi, che soleva
rinchiudere in sè stesso tutte le sue pene, non parlò quasi a nessuno,
ma ne parlò a l'Antonietta, confessandole ch'egli si sarebbe vergognato
di vivere, se in quella sventura altro che una perfetta ed estrema
impossibilità, gli avesse impedito di andare a mescere le sue lagrime
con quelle de' suoi cari; questa, diceva, era la sola consolazione che
restasse a lui pure. Pareva che l'affetto dei Tommasini risvegliasse
in lui quello per la propria famiglia e gli facesse risentir più forte
la tenerezza pei suoi, che non fu mai spenta in lui; ma, tornato in
Recanati, quel conforto che si era ripromesso si mutò ben presto in
amarezza, anzi in disperazione, tale da fargli dire a l'Adelaide che
da quel luogo sarebbe _partito, scappato, fuggito_ subito che avesse
potuto, e assicurarla che la sua intenzione non era di star lì dove
non vedeva altri che i suoi di casa, e dove sarebbe morto di rabbia,
di noia e di malinconia, se di questi mali si morisse. Chiedeva
allora a que' buoni amici se a Parma si fosse potuto trovar per lui un
impiego letterario onorevole e non di troppa fatica, tale da potersi
accordare col suo stato di salute, e il professor Tommasini stesso
gli rispondeva, interessandosi a la cosa con sì gran cordialità da
meravigliare il poeta, che pure faceva assegnamento su l'amicizia
di lui fin dal tempo in cui l'avea conosciuto a Bologna. Si dava
allora la combinazione che lo scienziato famoso abbandonava Bologna
e quell'università per trasferirsi a Parma, dov'era stato nominato
protomedico; generosamente egli offriva al poeta d'andar a vivere
con lui, e lo faceva con modi così affettuosi e delicati che quegli
dichiarava di accettar l'offerta con la maggior gratitudine del mondo,
a condizione però che l'impiego si fosse prima potuto trovare; gli
confidava che la famiglia non era in grado di mantenerlo fuori di casa
e che a lui l'esistenza in Recanati riusciva intollerabile; veramente
gli sarebbe stato debitore de la vita, quando per mezzo suo avesse
potuto uscir da quella prigione. Malgrado tutte le premure possibili,
i Tommasini non riescivano a trovargli che una cattedra di storia
naturale, poco adatta per lui, e mal retribuita (quattro luigi al
mese), cattedra che tuttavia il Leopardi non rifiutava, tanto vivo era
il suo desiderio di togliersi da Recanati; ma gl'indugi intervenuti
fecero svanire il progetto, tanto più che intanto il Colletta veniva
generosamente in soccorso del Leopardi. L'Antonietta era ammalata e
d'ogni suo male quanto la famiglia soffrisse con lei si rileva dal suo
breve scritto, _La malattia_, in cui descrive uno svenimento improvviso
sopravvenutole dopo un lungo periodo d'infermità: «Mi trovava io in
questo stato, quando la povera mia figlia entra per domandarmi se
alcuna cosa mi bisogna, e prestarmi quegli uffizi, che le suggeriva
il suo cuore. Ella mi chiama più volte, ed io non rispondo: mi piglia
per mano, e mi trova fredda gelata. Prorompe nelle più alte strida, e
ripete, correndo qua e là disperatamente: Oh la mia mamma! oh la mia
mamma!..... Accorre il mio caro consorte, e cade semivivo sopra le
mie ginocchia. I baci e le lagrime di questi due infelici mi facevano
sentire ch'io non era morta del tutto.[56]»

A Recanati il Leopardi parlava co' suoi, e certo particolarmente
con Paolina, di quei buoni amici; anzi, come già aveva posto in
corrispondenza la sorella con Marianna Brighenti, così la volle far
entrare in relazione con l'Antonietta, che le mandò un esemplare
de' suoi _Pensieri d'argomento morale e letterario_ e che parecchie
volte le scrisse assai gentilmente, nè volle esser più trattata da la
Leopardi col Lei cerimonioso; e più le avrebbe scritto, se, o la posta
o la rigida sorveglianza de la contessa Adelaide, non avesse fatto
smarrire parecchie lettere che restarono quindi senza risposta.

La contessina Leopardi ebbe una desiderata lettera del Giordani per
mezzo de l'Antonietta Tommasini, che ammirava le modeste virtù de la
giovane, benchè non la conoscesse di persona; e sentiva il suo amore
accrescersi per quello di cui si vedeva oggetto e che le era in caro
modo dimostrato. «Conservatevi a me sempre amica come fate; chè ne
siete ricambiata con usura.»

Quando nel borgo natio dove, come in tutti i piccoli luoghi, regnavano
ambizioni piccine e avarizia e poca benevolenza, Giacomo Leopardi
vedeva tenute per favola, come i grandi vizi, le sincere e solide
virtù; e creduta appartenente ai poemi ed a le storie, non a la
vita, la vera amicizia; egli, così pessimista in tutto, con profonda
convinzione rilevava l'erroneità di questo giudizio ed affermava che,
se non Piladi o Piritoi, «buoni amici e cordiali, si trovano veramente
nel mondo e non sono rari.»[57]

A le tristi lettere del Leopardi, che non vedeva modo di uscir di
Recanati, poichè il padre non acconsentiva di mantenerlo fuori di
casa, le Tommasini ed il Maestri rispondevano con generose e delicate
offerte, ed egli ne li ringraziava col cuore _e quasi con lacrime_,
promettendo che in caso di necessità avrebbe accettato e dichiarando di
amarli quanto più poteva amare e d'esser loro grato quanto mai sapeva
essere. Tutti poi gli cercavano associati per l'edizione del Piatti,
chiedevano notizie di lui al Giordani, nè lo dimenticavano, venuto
anche per loro il tempo de la sventura. I rivolgimenti politici, che
richiamarono nel 1831 a Parma l'antico ordine di cose, furon causa di
grandi dispiaceri al professor Tommasini, che non aveva mai nascosto i
suoi sentimenti liberali e il suo caldo amore a la patria; anzi, corse
voce a quel tempo che egli in conseguenza di tali dispiaceri fosse
morto; fu invece gravemente ammalato, ma potè guarire perfettamente.
L'Adelaide dava a Giacomo notizie de la carcerazione del Giordani in
Parma; il professor Tommasini lo rivedeva a Roma e l'avvocato Maestri a
Napoli. Benchè i mali del Leopardi aggravatisi con l'età gli facessero
trascurare la corrispondenza anche con quegli amici carissimi, egli non
smise mai interamente di scriver loro, e, un mese soltanto innanzi la
sua morte, mandava un'affettuosa lettera a l'Antonietta accompagnandole
un esemplare de la ristampa fatta a Napoli del bel libro di lei
_Sull'educazione domestica_, insieme a certi quaderni de la storia
di Ranieri, scrivendo in pari tempo a l'Adelaide dolente di saperla
malata. A l'Antonietta che gli domandava, anche a nome del Giordani,
qualche scritto da stampare, rispondeva ch'ella e il Giordani eran
padroni di tutte le cose sue stampate e non stampate; chiedeva poi,
nel caso che avesse dovuto scegliere egli medesimo, di qual genere
fosse la collezione che si voleva pubblicare; e questa sua compiacenza
al desiderio di lei ci dimostra in quale alta stima egli la tenesse
e quanta riconoscenza dovesse sentir per lei; poichè ognun sa che de'
suoi scritti egli era gelosissimo.

Così mentre tante altre svanirono, questa amicizia durava quanto la
vita del poeta, meno ardente di quella pel Giordani, meno entusiastica
di quella per la Malvezzi, ma ben più profonda e costante.

Quando potranno esser note le molte lettere de la Tommasini al
Leopardi, lettere che egli conservava caramente e di cui quindici
rimaste fra le carte legate dal Ranieri a la Biblioteca di Napoli
appartengono ora a lo Stato, apparirà ancor più chiara la delicatezza e
la profondità di questa amicizia.

Allorchè il Leopardi scriveva le sue più amare parole contro le donne,
si riferiva al sesso femminile in generale, lasciando comprendere che
ammetteva eccezioni e fra queste, in quel gruppo de le anime oneste
e sensitive, solitarie in disparte fra i tumulti de la vita, come le
nobili figure de gli antichi nel limbo dantesco, così vicine ai dannati
e pure tanto lontane da essi, fra queste certo egli poneva l'Antonietta
Tommasini.

                                   *
                                  * *

Poco sopravvisse al Leopardi la donna gentile, e furon anni dolorosi
per lei, che vide malatissima la figlia ed esaurì, curandola, le sue
deboli forze. Caduta malata di uno scirro canceroso a la mammella,
ne sopportò coraggiosamente l'estirpazione fatta dal chirurgo Rossi
e parve risanata, ma non riacquistò la sua dolce serenità abituale;
rimase rassegnatamente triste, quasi prevedendo prossimo il giorno in
cui avrebbe dovuto abbandonare la famiglia dilettissima.

Clelia Maestri, la nipotina che le era tanto cara, e per lo stretto
legame di sangue e perchè intelligente e buona, morì dopo una lenta
penosissima malattia. Inconsolabile di quella perdita Antonietta
ricadde ammalata de lo scirro rigermogliato in altra parte e causa
d'inenarrabili sofferenze; e le cure affettuosissime di tutta la
famiglia non valsero a salvarla; morì il 29 gennaio 1839 fra le braccia
del suo Emilio, consolata dal marito, che vanamente aveva tentato tutto
ciò che la scienza poteva consigliare per salvar quella sua diletta.
In una necrologia di lei pubblicata ne la _Gazzetta di Parma_ poi
ristampata in un volume[58], Michele Leoni, rimpiangendo con sincero
dolore la donna gentile, citava a proposito di essa i versi di Dante:

    E le parole ch'uom di lei può dire
    Hanno virtù di far pianger altrui.

Ne la chiesa ove le furono resi gli estremi onori, si leggevano queste
epigrafi dettate dal Giordani, che le era stato amicissimo e che
frequentando la sua casa per molti anni aveva avuto agio di conoscere
intimamente questa nobile donna italiana:

                       DIO RICEVA NELLA SUA PACE
               IL LUNGO PATIRE E LA CONTINUA BENEFICENZA
                        DI ANTONIETTA TOMMASINI

                    PIETOSISSIMA AGLI ALTRUI DOLORI
                         PAZIENTISSIMA DE' SUOI

                 LE FU MASSIMO PIACERE E PRIMARIA VIRTÙ
                             LA BENEFICENZA

                             RESTÒ AMABILE
                 ANCHE ALLORA CHE PARVE DEGNA D'INVIDIA

                       NON VANITÀ MA UTIL COMUNE
                           CERCÒ NEGLI STUDI.

Lo stesso Giordani, pubblicando nel 1845 il terzo volume de le opere
di Giacomo Leopardi, quello che contiene gli _Studi filologici_ de
l'adolescenza, dedicava il suo proemio a Giacomo Tommasini e a Paolo
Toschi, che entrambi avevano tanto amato il grande Recanatese.

                                   *
                                  * *

Nel 1891 il Ministero dell'Istruzione dava il nome di _Antonietta
Tommasini_ a la Regia Scuola Normale Superiore Femminile di Parma e il
professor Abele Ferreri, allora direttore di quella scuola, per onorare
il nome de la chiara signora, dettava quest'epigrafe:

                      ANTONIETTA TOMMASINI FERRONI
           NATA IN PARMA NEL 1780 — MORTA IL 29 GENNAIO 1839
                     MOGLIE AL PROTOMEDICO GIACOMO
                  DONNA D'ALTO ANIMO DI COLTO INGEGNO
               _DI CUORE TEMPERATO AI PIÙ SANTI AFFETTI_
          _DI RELIGIONE DI PATRIO AMORE DI CARITÀ NE' MISERI_
                        SPOSA E MADRE ESEMPLARE
                           SAGGIA SCRITTRICE
                          MERITÒ L'AMMIRAZIONE
                DI CHIARISSIMI LETTERATI DE' SUOI TEMPI
                           LA LODE E L'AMORE
                           DEI CONCITTADINI.

Lo stesso Ferreri, chiudendo un discorso in cui esponeva brevemente le
vicende dell'istituto da lui diretto, lodava in Antonietta Tommasini
la chiara scrittrice, la donna ammirabilmente modesta e sollecita
di essere più che di parere, costante nel lavoro, perseverante nei
generosi propositi, amante de la patria e nobilmente premurosa nel
cercare il bene di tutti. A questo discorso, pubblicato a Parma nel
1892, se ne trova unito un altro del professor Giuseppe Beduzzi, degno
di esser ricordato soltanto perchè le notizie che contiene intorno a
la chiara Parmigiana gli furon date dal professor Gustavo Tommasini,
nipote di lei.

                                   *
                                  * *

I biografi di Giacomo Leopardi hanno troppo dimenticata Antonietta
Tommasini, su la quale parmi avesse dovuto bastare il numero de
le lettere che il grande poeta le scrisse (se ne hanno stampate
diciannove), ad attirare l'attenzione di coloro i quali ne la vita e
ne gli affetti di lui, ricercano l'immagine di quell'animo che dal
dolore e da l'amore ebbe inspirazioni sublimi. Ne la storia de le
sue amicizie, che furon molte, sincere e profonde, poichè egli era
tale da guadagnarsi il cuore di ognuno, cui commuovessero l'ingegno
unito a la modestia, gli altissimi affetti accoppiati ad altissime
sventure, merita un posto notevole la figura di Antonietta Tommasini.
Ne l'affetto di una donna per un grand'uomo — notò il Sainte-Beuve —
vi ha quasi sempre una prova de la parentela morale che li avvince; lo
scrittore fa risuonare armoniosamente una corda nascosta che forse,
non tocca da lui, sarebbe rimasta muta ne l'animo de l'amica; egli
dà una più alta vita spirituale, una più piena coscienza di sè a la
donna che, ravvisando nel cuore di lui molto del proprio, gli si sente
fraternamente unita; quest'alta affinità intima fu il legame tenace che
avvinse Antonietta Tommasini a Giacomo Leopardi.


NOTE.

[48] Bologna, 1829, Tipografia di Emidio Dall'Olmo, in 16º, di pagg. 95.

[49] _La donna e la famiglia. — Scritti d'istruzione, educazione e
ricreazione per le donne_, vol. I. (Genova, Tipografia Sordomuti, 1862,
pagg. 483-486.)

[50] Milano, presso Antonio Fortunato Stella e Figli, 1835, in 18º, di
pagg. 119.

[51] Parma, Filippo Carmignani, 1838, in 16º, di pagg. 21.

[52] Vedi _Scritti editi e postumi di Pietro Giordani_, pubblicati da
Antonio Gussalli. Milano, Sanvito, 1857, vol. V (XII de _le Opere_), da
pag. 94 a pag. 96.

[53] Vedi lettera 19 marzo 1828 ne l'_Epistolario di G. L._ Ediz. cit.,
pag. 75.

[54] Vedi lettera 24 giugno 1828 ne l'_Epistolario di G. L._ Ediz.
cit., pagg. 91 e 92.

[55] Vedi lettera 5 luglio 1828 ne l'_Epistolario di G. L._ Ediz. cit.,
pagg. 94 e 96.

[56] Vedi ANTONIETTA TOMMASINI, _Pensieri di argomento morale e
letterario_, pag. 67.

[57] Vedi a pag. 355 del volume _Le prose morali di G. L._, commentate
da I. Della Giovanna, il pensiero XCIV.

[58] Vedi _Prose del Cav. Michele Leoni_, professore di letteratura
italiana e segretario della Ducale Accademia di Belle Arti in Parma.
(Parma, Giacomo Ferrari, 1843, in 8º, di pagg. 447.)



   [Illustrazione: _Paolina Ranieri_]



PAOLINA RANIERI.


Un'ultima soave figura di donna ci appare amica e confortatrice presso
Giacomo Leopardi ne gli estremi dolorosi anni de la vita di lui:
Paolina Ranieri, sorella di Antonio, del quale l'amicizia pel poeta
fu a lungo considerata come uno dei più belli ed eroici esempi di
umano affetto. Il Ranieri vecchio fece torto a sè medesimo con quel
disgraziato libro che fu il _Sodalizio_, libro di cui egli stesso, ne
gli ultimi anni, parve sentire rincrescimento, perchè cercò di ritirare
dai librai tutte le copie che potè trovarne.

A difendere il morto poeta molti sorsero, commossi da la pietà
reverente pel grande infelice, e questa pietà portò forse a qualche
esagerazione; certo però si può ormai affermare che in quel legame
da cui i due amici furon stretti, non tutto il vantaggio era dal lato
del Leopardi, non tutta la generosità da quello del Ranieri; e che il
patriota napoletano ne l'età senile non godette una perfetta sanità
di mente. La bella figura d'amico, comparabile a quelle classiche de
l'antichità, rimase oscurata ne le ultime ricerche de gli studiosi[59]
ed un'ombra parve offuscare anche la gentile immagine di Paolina
Ranieri, che la storia letteraria ci mostra così strettamente congiunta
a quella dei due amici: dico _parve oscurare_, poichè in realtà nessuno
ebbe motivo di negare il disinteresse e la virtù di lei, nessuno anzi
osò muoverne nè pure un dubbio; persino il Ribella, così severo verso
Antonio, ha solo parole di lode per la sorella di lui, che dice d'animo
mite, gentile, corrivo a la pietà, affettuoso per gl'infelici.

Se Antonio — chi non voglia in lui, dal giovane generoso, ardente,
intelligente, dal patriota che per la causa di una patria adorata con
sacro culto, seppe soffrire esilio, persecuzioni, carcere, distinguere
in modo assoluto il vecchio accasciato da le sventure e dal male e
miseramente mutato ne l'animo come nel corpo — se Antonio desta un
senso di rammarico e quasi di pietà per non essersi saputo, o meglio
_potuto_ mostrare sempre, come ne gli anni giovanili, ugualmente degno
de l'amicizia d'un Leopardi, Paolina non risveglia che ammirazione,
anche quando le smisurate lodi del fratello per lei si vogliano
considerar soltanto come esagerazioni di una mente turbata: Paolina è
una di quelle purissime, candide creature dinanzi a le quali la povera
umanità ha diritto di sentirsi un momento orgogliosa di sè e di levar
la fronte verso le stelle.

                                   *
                                  * *

Francesco Ranieri e Luisa Conzo furono i genitori di Paolina, che
nacque il 26 marzo 1817 a Napoli in un palazzo di via Piliero e fu
battezzata in San Giacomo co' nomi di Paolina, Virginia, Nunzia,
Tudegarme. La famiglia era numerosissima, poichè contava dieci
figliuoli, di cui Antonio era il primo, dopo di lui eran nati tre
maschi, il maggiore fra i quali, Giuseppe, fu il più affezionato al
primogenito. Per quanto le cure del padre, de la madre, dei congiunti,
possano essere intelligenti, assennate, vi ha un'educazione che
difficilmente essi riescono a dare a un figliuolo rimasto unico:
quella fraterna; quanto apprendono l'un da l'altro i ragazzi, che
lezioni d'affettuosa pazienza, di compatimento gentile, di pietà, di
sacrificio! Di queste lezioni, Paolina, naturalmente buona, profittò
più che altri mai.

Francesco Ranieri, uomo operoso e di discreto ingegno, viveva
agiatamente, perchè a lo stipendio che gli fruttava il suo ufficio
altissimo ne le poste del Regno, veniva ad aggiungersi la rendita de
la dote de la moglie e di qualche capitale ch'egli possedeva. Più in
apparenza che in realtà era severo coi figliuoli, che amava di vero
affetto; mentre tenerissima, senza cercar di nasconderlo, era di loro
la madre, la quale ad un animo tutto affettuoso, univa l'operosità
ne la cura continua e vigilante de la casa e dei figli. Abitavano
a l'angolo de la piazza del Municipio, in via San Giacomo, e quivi
i figliuoli crebbero in un'infanzia e in un'adolescenza tranquilla.
Paolina però non venne risparmiata da la sventura: era ancora bimba,
quando, colpita da un ascesso al fianco, dovette sopportare una
dolorosa operazione, che il chirurgo Gaspare Pensa riuscì a compiere
con buon esito, benchè non potesse ridare a la fanciulla la salute
perfetta. Queste infantili sofferenze lasciarono un'impronta nel
carattere di lei, che serena, ilare sempre, era tuttavia pietosissima
d'ogni dolore; ogni dolore intendeva od intuiva, e di nulla piacevasi
come del recar sollievo ai malati.

Antonio, giovane e di carattere ardente, non sapeva sopportare il
durissimo giogo di Francesco I; aveva stretta amicizia con parecchi
liberali ed era intimo di Carlo Troya; per tutto questo dava assai
da pensare al padre, impiegato del governo napoletano e sinceramente
devoto a questo, sì che ad evitare impicci e dispiaceri più che
probabili, fu deciso in famiglia che il giovane andasse a studiare
a Roma. Partì un giorno a l'improvviso, mentre a pena albeggiava,
baciando, senza risvegliarla, la sorellina prediletta, che dormiva
tranquilla, ignara di tutto, e doveva poi chiedere con doloroso stupore
del suo Antonio. Di questa partenza la data più probabile è il 1826.
Da Roma il giovane passò a Firenze, dove appreso d'una grave malattia
di sua madre, chiese il passaporto, e stava per partire a la volta di
Napoli, quando ebbe notizia del proprio esilio.

La madre era veramente ammalatissima, nè le forze de la sua età ancor
florida opponevano sufficiente resistenza al male; sentendosi mancare,
ella chiamava sempre ad alta voce, dolorosamente il figlio lontano, non
consolata de la mancanza di lui, da le vigili amorose cure del marito
e de gli altri figliuoli, tutti stretti intorno al suo letto, agitati
da speranze vane e da timori sempre più gravi, sinchè la morte ridiede
loro quella sconsolata calma, in cui l'anima trova il solo conforto di
non averne nessuno. Il pensiero de la cara perduta rimase ne l'animo
de la giovanetta come un sacro ricordo, chè la provvida natura, benchè
talvolta crudelmente separi la madre da' suoi nati, permette almeno che
la purissima memoria rimanga santamente vigile e feconda di affetti,
di pensieri, di azioni buone nel cuore de gli orfani, i quali non sono
tali interamente quando hanno il tesoro di quel ricordo.

Paolina fu istruita seriamente da maestri eccellenti, fra i quali
Giovanni Smit livornese, non oscuro letterato, e quel Costantino
Margaris, che per la Grecia natia aveva combattuto con valore e che,
venuto in Italia, conservava vivissimo l'affetto a la sua nazione; di
lui il Ranieri scrisse poi la vita. Il Puoti e il Troya, amici di casa
Ranieri e di casa Ferrigni (ne la quale Paolina stette parecchio tempo,
dopo la morte de la madre, presso la sorella Enrichetta), furono larghi
di consigli a la giovine. Ella coltivava gli studi con piacere, pur
preferendo ad essi le cure de la casa, cui la madre l'aveva abituata,
e non isdegnando nè pur le più umili: era bella, di carattere amabile
e, quantunque assai pietosa d'animo e riflessiva e seria per abitudine,
serena e sorridente. La sua non fu nè allora, nè mai la bontà arcigna e
pedantesca, che fa sentir a tutti il peso de la propria superiorità; nè
la purezza sua di donna fu mai quella

    Virtù da istrice,
    che, stuzzicato,
    si raggomitola
    di punte armato,

come argutamente la caratterizzava il Giusti; la virtù che si chiude al
contagio del mondo nel lazzeretto di sè stessa. Buona, rimase semplice,
quasi col suo sorriso amabilissimo volesse farsi perdonale quella
nobiltà di sentimento, che è l'aristocrazia de l'animo; onestissima,
cercò le gioviali compagnie; rimase, pur non amando, sempre degna
d'amore.

Nel 1831 Antonio era stato richiamato, e volontieri avrebbe fatto
ritorno a Napoli, se non avesse temuto di non poterne più uscire; di
che persuaso il padre stesso, che pur da prima desiderava vivamente di
riabbracciarlo, finì col cedere a lasciarlo lontano; ritornò invece ai
primi di ottobre del 1832 e rimase a Napoli fino a l'aprile del 1833.

Fra lui e il Leopardi si era già stretta a Firenze una viva amicizia;
insieme erano stati parecchi mesi a Roma, fra il 1831 e il 1832;
causa di questo viaggio l'amore del Ranieri per la Maddalena Pelzet
Signorini, attrice fiorentina, si è detto, non so con quanta verità.
Ritornato a Firenze, e ricaduto ne le reti di Aspasia, che doveva tanto
farlo soffrire, il Leopardi si trovò privo anche de l'amico, che giunto
a Napoli corse a la villa dov'era allora la sua famiglia e rimase
piacevolmente meravigliato dinanzi a l'aspetto grazioso e serio di
Paolina, ch'egli ricordava bimba, quando fermandosi a la porta del suo
studio stava guardandolo, e, interrogata che facesse, rispondeva, quasi
ancor balbettando: — Ti guardo studiare. Nel lieto pranzo che riunì
tutti i suoi, Paolina, felice del ritorno di quel fratello tanto caro,
rimaneva tuttavia preoccupata, vedendo in lui qualche cosa di mesto;
chiestogli, a pena furon soli, che l'affliggesse, e saputo ch'egli avea
lasciato a Firenze un grande poeta ammalato, cui solo intelligenti e
amorose cure potevan prolungare la vita, ella, che di quel poeta aveva
letto, non senza lacrime, le _Canzoni_ ristampate a Napoli in una
strenna da Carlo Mele, amico di casa Ranieri, gli propose di andar a
riprendere l'amico e condurlo fra loro: «Ed io ti prometto di fargli
da suora di carità»; così, secondo narra Antonio, disse la giovinetta;
ma se pur la critica, che dubita di tante cose, esita a credere anche
che queste precisamente fossero le parole de la fanciulla, del fatto
non può dubitare; e certo il fatto non le smentisce, poichè Paolina fu
veramente _la suora di carità_ di Giacomo Leopardi.

L'epistolario leopardiano ci rivela come il grande Recanatese si
decidesse ad andare a Napoli solo per l'amichevole insistenza del
Ranieri e persuaso di non restar che poco in quella città; aveva
bisogno di distrarsi, l'animo suo era oppresso più che mai: «Io non
penso più alla salute, perchè di salute e di malattia non m'importa
più nulla; del resto, specialmente quanto all'applicare, sto presso a
poco al solito, cangiato molto nel morale, non nel fisico.»[60] Non
si cura de la gloria che chiama un fumo e che gli fa nausea, e del
guadagno ancora, di cui pure ha necessità per vivere, gl'importa poco.
Una funebre stanchezza si rivela in tutta la lettera del 3 luglio
1832 al padre: chiede un assegno, ma con una malinconia profonda,
una invincibile indifferenza verso di sè e un disperato desiderio di
morire. A la sovrumana gioia che gli veniva dal pensiero amoroso, stato
tutto per lui, unico pregio, unica ragione de l'esistenza e che gli
aveva fatto apparire per un momento la vita più gentile de la morte,
innalzandolo a lo stupendo incanto di una nuova immensità, di un
paradiso ignorato, era succeduto, insieme a la triste stanchezza, che
derivava dal languire de la speranza, mentre la terra gli pareva ormai
inabitabile senza quella nova, sola, infinita felicità che gli figurava
il suo pensiero, l'angoscioso timore de la grave procella presentita
e che gli faceva invidiare con ardenti sospiri il sempiterno obblio
de la gente morta. Poi giunto l'epilogo doloroso de la sua passione,
tutti quei sentimenti s'eran perduti ne la tragica disperazione, in cui
egli sentiva morto per sempre il suo cuore, spenta non che la speme, il
desiderio di cari inganni; dettava allora i terribili versi in cui dice
al proprio cuore:

    T'acqueta omai. Dispera
    L'ultima volta. Al gener nostro il fato
    Non donò che il morire. Omai disprezza
    Te, la natura, il brutto
    Poter che ascoso, a comun danno impera,
    E l'infinita vanità del tutto.

Persuaso da l'amico ad allontanarsi da la donna che l'aveva fatto tanto
soffrire, egli accettò di andare a Napoli (1º ottobre del 1833) e di
vivere con lui, pur provvedendo co' suoi mezzi, per quanto scarsi, ai
pochi bisogni de la sua modestissima vita. Non acconsentì il vecchio
Ranieri di aver in casa sua ospite il figlio con l'amico, di cui egli
aveva in abborrimento le opinioni irreligiose; e, benchè non ne resti
prova alcuna, mi pare altresì che Giacomo, fiero e sdegnoso, anche nei
suoi economici disagi e ne le misere condizioni del suo corpo malato,
non avrebbe consentito ad esser di peso al padre d'Antonio. Perciò
Costantino Margaris, amicissimo di tutta la famiglia, cercò e trovò pei
due sodali, che vi scesero a pena giunti, un quartierino su la loggia
di Berio, vicino a Toledo, di dove presto, perchè quell'aria era troppo
bassa pel Leopardi, passarono in via Santa Maria Ogni Bene.

                                   *
                                  * *

Paolina Ranieri quando conobbe il Leopardi aveva diciassette anni
e riuscì simpatica a lui come a tutti quelli che la conoscevano.
Ella premurosa provvide tosto con la sua sagacità di donnina precoce
che l'appartamento nel palazzo Cammarota fosse in modo conveniente
arredato con le masserizie dal vecchio Ranieri concesse al figlio; e
punto sdegnosa de l'umile prosa che è la vita d'ogni giorno, badò di
procacciare al fratello e a l'amico di lui tutte le piccole comodità
che pur valgono tanto. Commovente è la storia de la lunga lotta ch'ella
sostenne con se stessa e co' suoi prima di lasciare la casa del padre
per stabilirsi con Antonio e col Leopardi. Il vecchio Ranieri trovava
la cosa sconveniente, ma in fine la fermezza de la fanciulla trionfò.
Da prima ella fu solo una cara compagna di qualche ora pel Leopardi,
ma quand'egli col Ranieri andò il 4 maggio 1835 ad abitare in un
quartierino al Vico Pero, nº 3, presso Capo di Monte e mercè di lei vi
si fu in breve ben accomodato, Antonio ottenne dal padre il permesso
di condurre seco le due sorelle Paolina e Teresa; quest'ultima però
stette poco insieme a loro, perchè la casa paterna avea bisogno d'una
donna, ed ella vi fu richiamata. Paolina invece si fissò coi due amici,
dirigendo la domestica economia e procurando specialmente al poeta,
sempre sofferente, quel sollievo che una modesta agiatezza ed un cuore
di donna devota possono dare. E non parlo solo de le cure materiali,
che pur hanno la loro importanza; intendo ancora del morale conforto.
La giovanetta massaia non era solo una infermiera e una direttrice de
la casa; era anche un'anima eletta, colta, abituata a guadagnarsi con
la grazia e lo spirito l'amicizia de gli uomini notevoli per ingegno e
dottrina, di cui la compagnia le era stata familiare sin da' suoi primi
anni ne la casa paterna. Rade volte, — diceva il Recanatese, — ci si
risolve ad amare quel virtuoso in cui niente è bello fuorchè l'anima;
ed è vero; altrettanto vero è ancora che la virtù riceve da la bellezza
e da la grazia una luce che non le dà la fortuna, nè la gloria, un
fascino, cui pochi resistono. Nè di tali pochi era il Leopardi che,
fino ne l'accasciamento del suo doloroso scetticismo, serbò nel più
alto segreto de l'anima il culto di ogni morale grandezza, e cui la
bellezza pareva

    . . . . . splendor vibrato
    Da natura immortal su queste arene;
    Di sovrumani fati,
    Di fortunati regni e d'aurei mondi
    Segno e sicura spene.

Il poeta paragonava Paolina a la propria sorella, di cui gli era caro
ch'ella portasse il nome. Abituato a l'amicizia ed a l'ammirazione di
molti uomini insigni (e fra quelli che lo frequentarono a Napoli si
possono ricordare il filologo tedesco Enrico Guglielmo Schultz, il
poeta Augusto Platen divenutogli assai intimo, il marchese Basilio
Puoti, ne la scuola del quale egli andava non di rado, Carlo Troya,
Giuseppe Ferrigni, Costantino Margaris, col quale assai di frequente
discuteva di cose greche), ritrovava una dolcezza diversa e ben più
cara ne l'affettuosissima e reverente intimità di Paolina. Come la
tenera Desdemona di Shakespeare, la bellissima giovanetta, cui la vita
e il mondo sorridevano, sentì più forte d'ogni attrattiva di mondani
piaceri, l'incanto de la pietà per un'anima grande e sventurata,
l'ardore del santo desiderio d'esserne la confortatrice; non meno
triste e tragica era la storia di questo grande che non fossero le
vicende ardue, le battaglie, i pericoli d'Otello; e come Desdemona,
Paolina ora pendeva intenta al racconto, ora era condotta altrove da
le cure casalinghe, ma sempre ritornava a bere con avido orecchio le
parole che le riempivano l'animo di pietà e di commozione; e come il
cupo eroe de la tragedia inglese, anche il poeta del dolore dovette
sentirsi vinto da quel sorriso di femminile pietà e stringere con tutta
l'anima la candida mano così nobilmente stesagli. Egli che prendeva ben
poco piacere de le cose che alla maggior parte de gli uomini soglion
esser care, più di ogni altro sentiva il bisogno, la sete d'affetto;
benchè _non procurasse e non affettasse di apparire diverso dalla
moltitudine in cosa alcuna_, era troppo veramente grande, perchè le
persone non volgari potessero confonderlo con quella moltitudine; e
non volgare era certo Paolina, che, sotto l'aspetto riposato e dolce,
quanto modesto di lui, riconobbe e apprezzò la nobiltà del sentire
e l'elevatezza de l'ingegno e si compiacque di essergli confidente
compagna. «Nei discorsi sempre si esercitò colle persone giovani e
belle più volontieri che cogli altri; quasi ingannando il desiderio
e compiacendosi d'essere stimato da coloro da cui molto maggiormente
avrebbe voluto essere amato,» scrisse il Leopardi di Socrate e certo
pensò di sè, come quell'antico ripugnante d'aspetto, eccellente
d'ingegno e ardentissimo di cuore. Egli sentiva che una donna di
venticinque o trent'anni ha più d'attrattive ed è più atta a destare
un amore ardente e appassionato, ma credeva ancora che niente possa
uguagliare quel non so che, quasi divino, che ha nel volto, ne le
movenze, ne le parole, una giovinetta dai sedici ai diciott'anni.
«Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto, allegra o malinconica,
capricciosa o grave, vivace o modesta, quel fiore purissimo, intatto,
freschissimo di gioventù; quella speranza vergine, incolume, che si
legge sul viso e negli atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e
per lei; quell'aria d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle
sventure, de' patimenti; quel fiore in somma, anche senza innamorarvi,
anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così
profonda, così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel
viso; ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci
l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli,
di paradiso, di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza
innamorarci, senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto.»[61]

Parecchi hanno supposto che il Leopardi fosse innamorato di Paolina
Ranieri, ma è una pura supposizione, di cui per prima parlò la
chiara signora Caterina Pigorini-Beri, che nel suo studio su Giacomo
Leopardi, premesso a le _Poesie e prose scelte ed annotate per le
giovanette_ (Firenze, Le Monnier, 1890, pag. 66 e segg.) afferma non
esser possibile che il Recanatese non amasse la dolce giovane di cui
_la devozione intrepida, intelligente, quasi sublime_ gli confortò
gli ultimi anni; ella crede che Paolina sia la donna del _Consalvo_
e del _Pensiero dominante_ e si duole che il Ranieri, il quale disse
tante cose che sarebbe stato bello passare in silenzio, abbia taciuto
di questo amore così puro e timido, il quale forse riconciliò con la
vita il poeta del dolore. Io non credo che Paolina sia la donna del
_Consalvo_ e del _Pensiero dominante_; troppe ragioni in contrario
sono state addotte e si potrebbero addurre: prima di tutte, la data
del Canto, che, senza dubbio, benchè corretto posteriormente, è opera
giovanile; certo però il sentimento che il Leopardi dovette provare per
Paolina Ranieri fu di affetto altissimo, in cui si raccoglieva tutto
il calore che le lunghe inenarrabili pene avevan lasciato ancora ne
l'animo di lui; parmi fosse affetto piuttosto di venerazione che di
passione terrena; se parlando di una donna giovanissima, bella e pura
in generale, egli diceva che noi vi scorgiamo qualche cosa di celeste
che ce la fa riguardare come di una sfera divina, superiore a la nostra
e cui non possiamo aspirare; a ben maggior ragione dovea parergli
sacra Paolina, che era per lui l'ospite generosa ben più che di doni
materiali, di cure affettuosissime, di conforto morale, l'amica, che
con tanta semplicità e con tanta modestia sacrificava i bellissimi fra
i suoi anni per curare un malato estraneo a la famiglia e vigilar il
focolare domestico de' due amici, il quale, malgrado il loro reciproco
affetto, sarebbe stato probabilmente ben freddo e monotono senza di
lei.

Paolina dovea sembrargli una creatura venuta dal lontano mondo de'
suoi sogni per ridargli la visione di esso e la dolcezza, ricordo d'una
patria ideale perduta, speranza e conforto insieme. Se ce la figuriamo
diciassettenne a pena, quando lo conobbe, ventiduenne quand'egli morì,
bella, colta, graziosa, con un affetto che la sua estrema gioventù
non consente di chiamar materno, ma che pure de la materna tenerezza
ha l'abnegazione e la soavità, e che la sua divina purezza non ci
lascia chiamar d'amante, benchè forse solo l'amore possa spiegare
certi eroismi sublimi, se ce la figuriamo sorridente e pensosa, seduta
ne le lunghe serate, ne le giornate lunghissime, presso la poltrona
del malato, ne la semioscurità che talora gli era necessaria, o ne la
diffusa luce dei meriggi d'estate da cui talora egli voleva inondata
la sua camera, parlargli con semplice grazia, leggergli, dissipare
con un sorriso, con una stretta di mano, con un amichevole sguardo di
rimprovero la sua cupa tristezza, la sua tormentosa inquietudine, ella
ci apparirà la più _vera_ donna che Giacomo Leopardi abbia conosciuta,
la sorella di Silvia, la compagna di Nerina.

Pare che lo stesso dottor Mannella avesse parlato del pericolo che
poteva correre la fanciulla in quei primi anni de la sua giovinezza,
vivendo sempre vicina ad un uomo così gravemente infermo qual era il
Leopardi, ma quel pericolo ella non curò punto, anzi esso non giunse
mai a turbare un momento la serenità del suo spirito. E Giacomo sentì
allora che _pietosa al mondo dei terreni affanni_ non era la morte
soltanto e che un altro _virgineo seno_ poteva dargli conforto.

Quel potente e terribile pensiero che l'aveva avuto in sua balìa e gli
aveva dati tanti tormenti, consorte terribile dei suoi lugubri giorni,
diveniva un grande austero compagno, ora ch'egli poteva comunicarlo ad
anime degne d'intenderlo; e a quegl'intimi colloqui, di cui tanto è da
dolersi non abbia il Ranieri lasciato ricordo alcuno, doveva rivolgersi
il poeta vogliosamente _dal secco ed aspro mondano conversare_, come il
suo pellegrino, fra i nudi sassi de la via montuosa, volge bramoso gli
occhi

    A un campo verde che lontan sorrida.

Il professor Odoardo Valio, dopo aver parlato dei vari amori di
Giacomo Leopardi per la Fattorini, la Basvecchi, la Belardinelli,
la Malvezzi ed Aspasia soggiunge: «Nessuno di siffatti amori riescì
ad appagarlo appieno, nessuno a trasfondergli un verace conforto,
nessuno a conciliarlo un po' con la vita. Invece tutto ciò raggiunse la
Ranieri, il fascino della quale addirittura lo soggiogava, perchè era
un incontro di vergine amore e di vergine pietà insieme, di amore in
lui per lei, e di pietà in lei per lui; ond'ella, a differenza di tutte
le altre, ebbe il merito supremo di far risplendere, ancora una volta,
un raggio di speranza in quello spirito desolato. E la bella figura
muliebre nel carme mirabile del _Consalvo_ è appunto quella di Paolina
Ranieri.»[62] Ho già detto che se Paolina sia l'Elvira del _Consalvo_
è cosa da lasciarsi per lo meno in dubbio, ma certo è che ella fu
pel Leopardi la più dolce e generosa fra le amiche, quel che la donna
gentile, la soave Mocenni, pel Foscolo, anzi assai più; e che se il
grande Recanatese tanto fiero, altero e talvolta anche strano, visse di
buon grado lunghi anni presso i Ranieri, oltre l'amicizia di Antonio,
doveva attrarlo la delicata premura e il nobile affetto di Paolina,
in cui gli pareva di ritrovare la sorella che aveva tanto amato ne la
sua prima giovanezza e di cui il ricordo serbò carissimo per tutta la
vita, benchè temesse ch'ella, al par di Carlo, non fosse rimasta sempre
ugualmente tenera in quel loro fraterno legame.

Certo Antonio nel suo _Sodalizio_ esagerò grandemente, o almeno pose
sotto una falsa e antipatica luce i sacrifizi sostenuti da lui e da
la sorella pel Leopardi, ma non v'ha dubbio che sacrifizi dovettero
essere e gravi. Tutto avrebbe giustificato, in Paolina specialmente,
desideri ed aspirazioni ben diverse da la vita ch'ella conduceva; ed
accresce pregio al sacrifizio la spontaneità con cui fu compiuto, la
grazia serena in cui il Leopardi non poteva mai scorgere un'ombra di
rimprovero o solo di rimpianto. Non è però da tacersi che se da un
lato il poeta per le sue infermità, talora per l'umor malinconico, che
però abitualmente non si scorgeva in lui, se non come un atteggiamento
pensoso e grave, non discaro, e per talune strane abitudini o voglie
di malato, poteva riuscir gravoso a gli ospiti (quantunque Giuseppe
Ranieri affermasse che egli era _mite, buono, modestissimo ne' suoi
desideri, di nessuna pretesa, affabilissimo poi quasi sempre, arguto
nel conversare_)[63] la sua amicizia e la sua conversazione dovevano
essere un non lieve compenso per i Ranieri; e lo riconobbe Antonio
stesso, anche mentre, con animo tutto mutato da l'antica amicizia,
scriveva il _Sodalizio_. Le serate troppo a lungo prolungate nel cuore
de la notte per leggere, studiare o ragionar con Giacomo riuscivano
materialmente una fatica e una pena, ma intellettualmente erano ben
altra cosa. Egli doveva tornar loro inoltre di morale conforto, come
egli medesimo trovava sollievo e dolcezza ne la loro compagnia e nel
loro affetto fra gl'inevitabili dispiaceri che spesso venivano ad
aggiungersi al suo vecchio e terribile carico di dolori. Soverchia
suscettibilità indusse molti anni dipoi il Ranieri a supporre
sconoscente l'amico verso di lui, mentre tutto ci fa credere gli fosse
teneramente grato; infatti di nessun contemporaneo disse quel che
di lui e designandolo propriamente col suo nome: «Un mio amico, anzi
compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive e se gli
uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch'egli ha dalla
natura, presto sarà significato abbastanza dal solo suo nome...;»[64] e
presentandolo al Visconti lo chiama: «giovane d'ingegno raro, di ottime
lettere italiane, latine e greche e di cuore bellissimo e grande.»
Invero se talvolta il Leopardi ne l'Epistolario ha parole pungenti per
Napoli e i Napoletani, nulla fa credere ch'egli parli dei Ranieri, e
Antonio stesso sapeva che l'ospite fu talvolta giustamente irato contro
certi falsi amici, se egli medesimo, come notò il Piergili, racconta
nel _Sodalizio_ che Giacomo venutogli un giorno innanzi con un piccolo
bastone gli disse: Io vado fuori a bastonare qualcuno.

Nulla scrisse il poeta che apertamente ricordi la Ranieri, ma forse
a l'anima alta, gentile e pura, l'affetto per la nobile amica dettò
l'ultimo canto, quel canto dolcissimo fra tutti, fra tutti sublime,
che ogni poeta pensò, io credo, e nessuno scrisse, quel canto, cui
la parola non limita, nè scolora, nè intiepidisce; che solo l'artista
intende e solo sa e solo gode; ma se Paolina ne gli occhi stanchi, cui
nè pur arrideva più la dolcezza del sogno, vide un raggio de l'intima
luce ch'ella aveva avvivata, ella ebbe un compenso degno di lei.
Il corpo era disfatto e lo spirito abbattuto, ma il cuore del poeta
batteva ancora per gli affetti più gentili, e questo, gentilissimo, gli
richiamava i puri, ardenti desideri d'un tempo, i generosi entusiasmi,
le subite fiamme, fra le tristi negazioni e i sogghigni amari del suo
scetticismo.

Presso i Ranieri, il poeta visse modestamente, tranquillamente; sempre
affabile e semplice nei modi, sempre assorto ne l'intima vita del suo
spirito, ma non punto disdegnoso con alcuno e caro a moltissimi che
gli manifestavano con mille gentilezze la simpatia e l'ammirazione. Dal
Ferrigni in particolare il Leopardi ricevette molte cortesie, spesso fu
ospite nel palco di lui al teatro del Fondo e ne la villa di Torre del
Greco.

«Mi ricordo,» narra il Dalbono in una lettera, «che una sera eravamo
in casa Ferrigni dove avevano condotto il conte Leopardi. Il Leopardi
a un divano e Carlo Troya vicino a lui su di una sedia. Parlavano di
geografia antica. Sapete che Troya era chiamato dagli amici _Carlone_,
perchè ci era _Carlino_, che era Carlo Mele. Io ero molto giovane
e ordinai una di quelle che si chiamano quadriglie e feci ballare
le ragazze che c'erano, e principalmente le figliuole del Ferrigni.
Io facevo da direttore che non ho mai ballato! Mi ricordo che la
più grandicella della Ferrigni era Argia, che poi diventò valente
nel dipingere ad olio; e allora era piccolissima. Ci era Paolina
(Ranieri) giovinetta, una _simpatia di prima forza_, e quella cara
Donn'Enrichetta, già moglie del Ferrigni. Ricordo ancora che fui
grandemente applaudito perchè il conte Leopardi si era divertito molto
a vedere il ballo di queste fanciulle e a udire le grida del direttore,
vostro servo, che si affannava a farle andar bene.... Quella sera in
casa Ferrigni ci era il meglio di quel tempo.»

Il Ferrigni, marito de l'Enrichetta Ranieri, giovò ai due amici
ottenendo dal vecchio Ranieri, che da prima non voleva saperne, un
assegno ad Antonio perchè vivesse fuori de la casa paterna; curava
anche gl'interessi del Leopardi, riscuotendo per lui i danari che gli
mandava la famiglia. Giuseppe Ranieri accompagnava spesso il Leopardi
ne le passeggiate ch'egli soleva fare quasi sempre verso il mezzodì,
perchè temeva gli fosse nociva l'aria de la sera; di solito andavano
dietro a Santa Teresa, poi nel largo de le Pigne e verso Foria. Fra
gli amici che frequentavano il Ranieri e il Leopardi, v'era ancora
Alessandro Poerio, ad essi molto affezionato.

Ne gli anni che passò a Napoli o ne la campagna napoletana il
Leopardi ebbe momenti di bella inspirazione, benchè il calore de la
sua giovanezza lo avesse abbandonato e i cari inganni, le immagini
splendide, che già gli avevano sorriso, non fossero più che una soave,
morente luce di tramonto su l'ultimo lembo d'un orizzonte già tutto
tenebroso. A quegli anni appartengono fra i suoi Canti (per non dire
del _Pensiero dominante_, di _Amore e Morte_, _A sè stesso_, _Aspasia_
probabilmente limati soltanto a Napoli), _Sopra un bassorilievo antico
sepolcrale_, _Sopra il ritratto di una bella donna_, _Palinodia al
marchese Gino Capponi_, _Imitazione_, _Scherzo_, il _Tramonto della
luna_, _la Ginestra_; cui sono da aggiungersi _I Paralipomeni della
Batracomiomachia_ ed alcune prose. Nel Canto _Sopra un bassorilievo
antico e sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di
partire, accomiatandosi dai suoi_, prevale lo sconsolato scetticismo,
che vede misera la prole umana, checchè speri, a qualsiasi età de la
vita si rivolga, _qualunque_ cosa ricerchi per suo conforto; ma vi ha
ancora, se non l'ardore giovanile, tutta l'affettuosità del poeta, che
dinanzi a l'immagine de la bellissima fanciulla chiamata da la morte
si commuove; non sa se debba chiamarla cara o sgradita al cielo, ma
sospira fra sè stesso; freme a l'idea di colui _che la morte sente de'
cari suoi_, e descrive con tenerezza desolata l'addio ad una diletta
persona con cui si è passati insieme molti anni, addio senza speranza
di ritorno e cui segue il triste abbandono.

Forse, descrivendo quest'addio de l'amico a l'amico, del fratello al
fratello, de l'amante a l'amore, egli ripensava ad Antonio ed a Paolina
con cui aveva speranza di passar _molti anni insieme_.

Anche il Canto _Sopra il Ritratto d'una bella donna scolpito nel
monumento sepolcrale della medesima_ ha concetti elevatissimi. Ne la
villetta fra Torre del Greco e Torre dell'Annunziata, dove il poeta
passò la primavera e l'autunno del 1836, egli scrisse _Il tramonto
della luna_, disperato rimpianto della giovanezza, che sola colorisce
di una luce d'aurora la vita mortale.

_La ginestra_, scritta ne lo stesso anno e ne lo stesso luogo,
è tragicamente terribile, pur apparendo calma e tranquilla nel
ragionamento: il poeta vi dipinge i cespi di quei gialli fiorellini
odorati su l'arida schiena _del formidabil monte sterminator Vesevo_;
la ginestra contenta de' deserti, che cresce fra le rovine di Roma,
come sui nudi pendii del Vesuvio

    . . . . . . . . . . . . . di tristi
    Lochi e dal mondo abbandonati amante,
    E d'afflitte fortune ognor compagna;

il fiore gentile che, quasi i danni altrui commiserando, manda al
cielo un profumo dolcissimo, conforto al deserto, gli ricordava forse
la pietà di Paolina Ranieri, anch'essa, come quel fiore, pietosa
de le sventure, anch'essa amante dei reietti dal mondo, gentile
nel consolarli; l'esempio de l'abnegazione di lei, di quel verace
affetto di carità e di generosa amicizia che la faceva sorella de gli
sventurati e particolarmente di lui, tanto infelice quanto grande,
può aver contribuito ad inspirargli quei versi de la _Ginestra_ che
sono moralmente fra i più elevati ch'egli abbia scritti, in cui chiama
nobile natura quella che si mostra grande e forte nel soffrire e non
aggiunge al fardello de le proprie miserie il peso più grave di ogni
altro, de gli odi e de le ire fraterne, e stima l'umanità congiunta e
ordinata per combattere le nemiche forze de la natura:

    Tutti fra sè confederati estima
    Gli uomini, e tutti abbraccia
    Con vero amor, porgendo
    Valida e pronta ed aspettando aita
    Negli alterni perigli e nelle angosce
    Della guerra comune.

Nè forse Paolina era lontana dal suo pensiero, quando tra le amare
derisioni dei _Paralipomeni_, egli ritrovava un raggio de l'antico
entusiasmo per cantare la virtù:

    Bella virtù, qualor di te s'avvede,
    Come per lieto avvenimento esulta
    Lo spirto mio. . . . . . . . . . .
     . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,
    O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,
    Sempre si prostra: e non pur vera e salda,
    Ma immaginata ancor di te si scalda.

                                   *
                                  * *

Ne gli ultimi mesi di sua vita pare che il Leopardi non prevedesse
imminente la propria fine, almeno così afferma Antonio Ranieri, il
quale asserisce ancora aver talvolta il poeta detto a lui ed a Paolina,
che altri quarant'anni l'avrebbero avuto con loro. Pure vi hanno tratti
de le lettere leopardiane in cui il presagio de la morte è chiaro e
solenne; basti ricordare le gravi e meste parole de l'ultima lettera
al padre, che tanto ricorda quella di Torquato Tasso moribondo; forse
egli, come molti ammalati, passava alternativamente da le illusioni
a la coscienza del vero, fors'anco la speranza, la fiducia ch'egli
mostrava di giungere ad una tarda vecchiezza, era un delicato tratto
d'affetto verso gli ospiti amorosi, ch'egli non voleva affliggere di
soverchio; ciò spiegherebbe ancora come egli mostrasse di non intendere
quanto i medici napoletani gli dicevano chiaramente, più chiaramente
che il Ranieri non avesse voluto, e cioè di qual gravità fosse il suo
male.

Era il tempo de l'epidemia colerica, e mentre la carrozza attendeva
i due amici e Paolina che dovevano recarsi in villa, il Leopardi si
sentì male e desiderò il medico; ma, vedendo un po' turbato Antonio,
si alzò, sorrise e lo rassicurò, stringendogli la mano. Mentre il
Ranieri andava per il professor Mannella, Giacomo rimase con Paolina,
che l'assistette e volle fosse adagiato sul letto, da cui tre volte
egli si levò per rimettersi a mensa, sperando sempre di vincere il
male e forse di dar animo a la buona amica. Quando Antonio ritornò col
medico, il Leopardi era su la sponda del letto, appoggiato ad alcuni
guanciali ammonticchiati per sostenerlo; sorrise e parlò col Mannella
del proprio male e del desiderio di levarsi per andar in villa; ma il
dottore accortosi de la fine imminente, avvertì di mandar tosto per un
prete. Paolina era sempre a canto al moribondo, gli sosteneva il capo e
gli asciugava il sudore, e a lei, secondo narra il Viani d'aver sentito
da un amico di casa Ranieri, furon rivolte le ultime parole di Giacomo:
«Ci vedo più poco.... apri quella finestra, fammi vedere la luce»;
dopo le quali spirò senza acute sofferenze, in questo desiderio de la
luce ch'egli avea abborrita talora, come simbolo de la verità crudele e
nefasta.[65]

Il Chiarini, dopo aver notato che l'affetto, quand'è disinteressato
e puro, d'una donna per un poeta è una de le più nobili ricompense
serbate al genio, la più dolce per l'uomo che ha cuore, _il più
lusinghiero diploma di poesia_, come dice il Sainte Beuve, ricorda che
tal diploma ebbero Giorgio Byron, non già da Lady Carolina Lamb o da la
contessa Guiccioli, ma da la ignota giovanetta inglese, che vicina a
morire di consunzione gli scrisse per ringraziarlo del piacere che le
avevano procurato le sue poesie; Alfredo de Musset non da la Sand, ma
da la gentile madrina; ed Enrico Heine da la dolce sua Mouche. Questa
gloriosa e delicata corona ebbe anche Giacomo Leopardi, che più de gli
altri la meritava, perchè più soave e più profonda fece risuonar ne'
suoi versi la nota de la passione e del dolore, rimanendo scevro de
la licenziosità de gli altri; e l'ebbe da le candide mani di Paolina
Ranieri.

«Ogni nobile scrittore,» scrisse il Sainte Beuve, «raccatta su la sua
strada e si porta dietro i suoi nemici, i suoi invidiosi occulti,
esseri ignobili, accaniti contro di lui, che si attaccano a lui e
vivono di lui; è giusto che ci sieno al mondo alcune anime generose che
lo compensino di ciò: è giusto che egli abbia le sue gioie nascoste,
certe dolcezze di felicità riserbate a lui solo.»

                                   *
                                  * *

Morto il Leopardi, Antonio e Paolina tornarono ne la casa paterna,
forse per cercarvi un conforto o ad ogni modo perchè non v'era più
ragione che ne stessero lontani. Due anni a presso tutta la famiglia
mutò dimora e andò ad abitare nel palazzo De Flavis, di fronte a
quella casa Giura del vico Pero, che doveva ricordar ai fratelli il
caro defunto. Paolina ed Antonio, che non volevano lasciare il rione
di Santa Teresa, nel 1851 fecero di nuovo famiglia da sè, andando
ad abitare nel palazzo Mantone, dove più tardi Antonio comperò
l'appartamento nel quale dimorava.

Qual fosse l'animo di Paolina dopo la morte del Leopardi non sappiamo,
ma possiamo facilmente immaginarlo, se ripensiamo a l'affetto ch'ella
gli avea dimostrato. Antonio dice che fu lei ad avere il primo pensiero
del monumento che Michele Ruggiero eseguì e che rimane ne la chiesetta
di San Vitale, modesto sepolcro, ma tale da commuovere ogni animo
gentile, come il Leopardi si era già commosso presso a l'umile tomba di
Torquato Tasso in Sant'Onofrio.

«Là, — disse il Nencioni, — il suo cuore irrigidito si commosse — e il
poeta di Nerina e d'Aspasia _s'inginocchiò e pianse_ su le ceneri del
poeta di Erminia e di Armida.»

    .... tomba fregiar d'uom ch'ebbe regno
    Vuolsi e por gemme ove disdice alloro:
    Qui basta il nome di quel divo ingegno
                               (ALFIERI.)

Il sepolcro del grande Recanatese è vicino a quello di Virgilio ed a
quello del Sannazzaro; ma egli non deve lamentarsene come gli pareva
che avesse avuto a pentirsi il Guidi d'aver desiderato d'esser sepolto
poco lungi dal cantore de la Gerusalemme; non ha da lamentarsene,
perchè quale che sia la gloria del divino Virgilio, non mancheranno a
le ceneri di lui, non meno grande del grande Latino e tanto infelice,
le lacrime di una reverente pietà e di una calda ammirazione.

    Pur nella tomba che la tua soverchia
    Declinò l'aurea stella
    Ravvivatrice del figliuol d'Anchise.
    Ti dorme accanto que' che un dì s'assise
    Presso la riva, e fe' dall'onde fuori
    Veramente apparir Ninfe e Pastori.
    . . . . . . . . . . . . . . .
    D'amor cantando in mille dolci guise.
    Ahi sopra l'urne povere di fiori
    Sol fa mesto lamento
    Tra foglia e foglia il vento,
    Nè paterno sospir vola ove giaci,
    Nè sorella ti diè gli ultimi baci;

scrisse la Giuseppa Guacci Nobile, che cantò molto gentilmente del
Leopardi ne l'anno stesso de la morte di lui.

Secondo il Ranieri, grande parte ebbe Paolina nel preparare ed
ordinare l'edizione dei due volumi di Giacomo Leopardi, fatta da
Felice Le Monnier a Firenze; e se si vuole che Antonio abbia esagerato
ne l'attribuire a lei _tutto in quella laboriosissima edizione_, i
pensieri manifestati ne la Vita, la correzione de le bozze, le dispute
col revisore canonico Bini; non appare affatto repugnante a la verità
ch'ella, vissuta in tanta intimità col poeta ed intelligentissima,
potesse dare per quell'edizione qualche buon consiglio. Così certamente
non sarà tutto vero quel che Antonio afferma riguardo a lei, e cioè
di doverle il metodo d'intendere e di condurre la storia, i _Quattro
secoli_, applicazione di tal metodo; _La teorica del dolore_ e _Frate
Rocco_ e le _Vite di alcuni grandi italiani_ e le _Otto interpretazioni
dantesche_; e le _Avvertenze circa il modo da tenere per rendere la
Divina Commedia popolare_ e persino le _Memorie giuridiche_; ma si può
senza troppa credulità affermar tuttavia che Paolina, indivisibile dal
fratello, vivendo con lui e per lui soltanto, abbia potuto, anzi dovuto
interessarsi ai suoi lavori e dar qualche inspirazione specialmente a
quelli che son opera più d'affetto che di dottrina, come la _Ginevra_,
che fu scritta quando Paolina era giovanissima, poco più che sedicenne,
ma già abbastanza donna, perchè la causa dei poveri e de gli oppressi
dovesse commuoverla, soprattutto perchè il suo cuore, in cui i
sentimenti di una pietà materna erano innati, dovesse battere pei bimbi
derelitti.

In causa de la _Ginevra_ Antonio Ranieri fu messo in carcere e vi
rimase due mesi. «L'angelo mio mi fu sempre allato,» scrive; «mi
rappresentava ad ora ad ora la felicità del patire per quei poveri
bimbi derelitti; e mi fece di quella prigionia la più cara memoria
della mia vita.»[66] Narra ancora il Ranieri come il marchese Carlo
Torrigiani gli avesse chieste firme per una medaglia a Gian Pietro
Vieusseux; e, coniate poi le medaglie, gli chiedesse a chi doveva
mandarne. La lettera, letta da la polizia napoletana, fece credere
chi sa che, immaginare che si trattasse di medaglie a Mazzini o a
Garibaldi, ed Antonio fu di nuovo incarcerato. Paolina, che in villa
aveva visto arrestare il fratello, corse a Napoli e si raccomandò ad
alcuni alti amici che ottennero subito la secreta venisse mutata ne la
miglior sala de la questura, dove sorella e fratello rimasero fino al
mattino seguente in cui vennero liberati.

Paolina amava ascoltare le parole dei liberali, animarli a l'opera,
diffondere l'affetto patriottico e l'ardore di lotta, non sola
in questa nobile impresa, cui tante altre insigni Napoletane
parteciparono, ma non per questo men degna d'ammirazione. Il Ranieri
non volle prender parte ai moti politici del '48, perchè, appartenendo
come il suo amico Niccolini a la piccola schiera dei Ghibellini, non
prestava fede ad un rivolgimento iniziato in nome del papa; il governo
borbonico non potè quindi perseguitarlo e perciò la sua casa tra il
'20 e il '60 fu un centro del movimento liberale napoletano, movimento
cui Paolina prese parte con entusiasmo. Basilio Puoti, Carlo Pepoli,
G. P. Vieusseux, Atto Vannucci, G. B. Niccolini, Giuseppe Giusti le
furono amici, e le portò vivo affetto anche quella Lucia De Thomasis
di cui il Ranieri scrisse l'elogio, dedicandolo a la propria sorella
_che l'amò tanto_. In onore di Paolina, narra Antonio, il Giusti lesse
a veglia per la prima volta _Il Gingillino_, e tra le carte del Ranieri
si conserva l'autografo di questa poesia con una dedica affettuosissima
del poeta a la donna gentile. Quando nel 1860 i liberali, combattendo
contro i Borboni, cadevano eroicamente, Paolina non aveva altro
pensiero che quello di lenire le sofferenze dei feriti e dei moribondi,
cui preparava filaccie, fasciature, biancheria, mandava aranci e
limoni; li volle anche assistere di persona, dopo la battaglia di
Capua. Secondo narra lo stesso Antonio, un garibaldino disse a Paolina:
«Non soccorra quell'altro, che è un soldato del Borbone,» ed ella,
accorrendo pietosa a quel nemico, esclamò ad alta voce: «Qui non c'è
che fratelli.» Ne l'ottobre del '60 una deputazione di Napoletani si
recò da Vittorio Emanuele, che trovavasi con l'esercito ne le Marche
perchè valicando i confini de l'ex regno entrasse in Napoli; di quella
deputazione col Settembrini, il Dragonetti, il Bonghi ed altri insigni
fece parte anche Paolina. Durante la guerra del 1866 ella mandava pure
ai feriti tutti i soccorsi che poteva.

Vennero per lei giorni più tranquilli, quando ritornata in calma
l'Italia e divenuto ricco il fratello, che dopo la morte del Leopardi
si diede ad esercitare l'avvocatura e vi trovò fortuna, tutto pareva
arriderle, ma forse, benchè con rara abnegazione ella si fosse dedicata
tutta ad Antonio, rifiutando le invidiabili proposte di matrimonio che
le erano state fatte da uomini preclari (fra i quali, mi fu detto,
Giuseppe Giusti) talvolta, affettuosissima qual era, ella sentì il
rincrescimento di non aver una famiglia propria. Amò i poveri con
vivissimo affetto e trovò in essi, ne la loro riconoscenza ai suoi
benefizi, un soave conforto. Sempre dolce e pazientissima, sopportava,
senza quasi avvedersi del proprio sacrifizio, le stranezze divenute
con l'età sempre più frequenti nel carattere d'Antonio; e de la casa
di lui fece modestamente gli onori nei diciott'anni in cui egli fu
deputato di Napoli; mai si allontanò dal fratello, nè pur quand'egli
dovette frequentemente viaggiare per recarsi al Parlamento, benchè tali
viaggi per lungo tempo senza ferrovie, riuscissero assai disagevoli. A
Firenze, dove ella venne spesso con Antonio, seppe acquistarsi la stima
e l'amicizia d'uomini insigni: basti fra questi aver ricordato G. B.
Niccolini.

Singolare fra le sue virtù fu la modestia: narra Antonio che un dì a
Firenze ella andava esponendogli certi suoi altissimi concetti su la
storia dei popoli, quando presso la Santissima Annunziata incontrarono
Gino Capponi, e benchè Antonio si studiasse senza affettazione di
vincere la consueta ritrosia de la sorella, non gli fu possibile farle
più uscire da le labbra una parola dei ragionamenti dianzi esposti
con tanta limpidità. Ma se, come già dissi, non si voglia considerare
autorità sufficiente la parola del Ranieri, oppresso dal dolore per la
perdita di quella cara, non è possibile porre in dubbio l'alta virtù
del suo cuore e mai, de le tante gentili manifestazioni di questa
virtù, niuno seppe cosa alcuna da lei.

Il Ranieri, che adorava la sua Paolina, rimase colpito da terrore
vedendola cader malata di uno scirro al petto, e invano tutto tentò
per salvarla, da le cure più affettuose, ai consigli dei medici più
illustri. Quand'egli la perdette (il 12 ottobre 1878) non fu dolore
il suo, ma disperazione, e tale che le lacrime non la calmavano, gli
amichevoli uffizi de le più care persone non riuscivano a dargli il
minimo conforto; ad una signora egli scriveva: «Tutto mi rammenta,
tutto mi commuove, tutto è per me lacrime, singhiozzi, convulsioni
inenarrabili, incomprensibili. Io spero che Iddio mi salverà presto da
un tale inaudito martirio.» E chiudendo il suo discorso su la morte
de la sorella diceva: «Non seppi, fra gli spasimi e gli strazi che
mi distruggono, trovare altro conforto, che deporre queste lacrime e
queste rozze e tumultuarie parole, nel vostro seno fraterno. Troppe
altre me ne resterebbe a dire: ma non ne avrò il tempo. Sopravvivere mi
è impossibile: ed ho una viva speranza, anzi un profondo presentimento,
che Iddio richiamandomi in breve ora a sè e ricongiungendomi all'angelo
suo e mio, s'inclinerà a liberarmi da un dolore sterminatamente più
grande di quel tanto che la natura mortale può sopportare.»

Antonio fece erigere a Paolina un sepolcro marmoreo nel campo santo ed
un grande bellissimo monumento ne la chiesa di Santa Chiara, dove sono
le tombe degli Angiò e dei Borboni. Il monumento, cui cooperò l'arte
del Morelli, del Solari, del Ruggiero e del De Marco, rappresenta
la Ranieri giacente, bella, ma con un'espressione di stanchezza e di
sofferenza ne la snella persona e nel volto gentile, appoggiato a la
mano; ha gli occhi socchiusi e tiene un libro ne la sinistra. Antonio
visitava spesso, e mai senza lacrime, quel monumento, e volle ricordata
la pia sorella anche ne la chiesetta popolare di Piedigrotta, vicina
al luogo ov'ella nel 1860 aveva assistito i feriti garibaldini de la
battaglia del Volturno; un medaglione di marmo vi rappresenta l'effigie
di Paolina.[67] Il ricordo di lei rimase incancellabile ne l'anima del
fratello e così doloroso da turbargli la salute ed in parte anche la
ragione.

Per onorare la memoria de la perduta egli fece leggere, a l'Accademia
di Archeologia, Belle Lettere ed Arti dal segretario Minervini, un
discorso che la ricorda e che se pure esagerato in qualche parte,
doveva aver gran fondamento di verità per poter venir letto in quel
serio consesso, dove gli accademici, quasi tutti napoletani, non
avrebbero potuto rimaner facilmente ingannati: essi, e se si vuole
anche per pietà del collega e per procurargli un conforto, adottarono
la fratellanza di Paolina, che considerarono degna di non perituro
ricordo per le sue virtù e per quanto lega il suo nome a la storia de
le lettere italiane ed a quella de la nostra politica unità.

L'Accademia de la Crusca, ringraziando il Ranieri che aveva fatto
donare a ciascun accademico le parole da lui dettate in morte de la
sorella, gli scriveva: «I dolori di Giacomo Leopardi non potranno
mai essere ricordati disgiuntamente dalle consolazioni onde furono
alleviati dalla sorella di Antonio Ranieri; e se in Giacomo ammiriamo
la mente, nella Paolina amiamo il cuore.» Il Ranieri rispondendo,
ricordava la devozione de la sorella per quel _sacrario del Verbum
italiano_, e gli studi che su la lingua di Toscana aveva fatto la
eletta donna. In un'altra Lezione tenuta ne la Società Reale il Ranieri
dava notizie di una scoperta linguistica attribuendola a la sorella,
vantando in lei un _intuito fulmineo, una viva luce di singolare
intelletto_. Intitolandole i suoi _Scritti vari_, Antonio scrive:
«No, angelo di Dio, fra te e me non v'è più Tempo. V'è solo l'eternità
perchè sola ci ricongiunge... La tua vita è stata un raggio celeste,
cui il Sommo Amore consentì che si fosse prolungato, alcun tempo, sulla
Terra. Dov'è, su questa Terra la cosa santa sulla quale quel santo
raggio non si sia ripercosso?»

Tutto il patrimonio (di 720,000 lire circa) lasciò il Ranieri al Monte
della Misericordia di Napoli, perchè con esso venisse formata una
_Confidenza_ o _Monte Paolina Ranieri_, avente per iscopo la fondazione
di un ospedale pei bimbi e le bimbe o per le sole fanciulle dai tre ai
dodici anni, ospedale che dovrà intitolarsi pure al nome di Paolina.

                                   *
                                  * *

Due anni dopo la morte de la sorella, Antonio Ranieri pubblicava i
_Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi_; io credo che se la sua
gentile Paolina fosse vissuta, i consigli di lei avrebbero potuto, quel
che non poterono le parole del fratello Giuseppe, dissuader l'autore
dal dare al pubblico il disgraziato libro, il quale non menoma punto
l'ammirazione, accrescendo la pietà pel poeta di Silvia e di Nerina,
ma offusca quel raro esempio d'amicizia che gl'Italiani erano ormai
abituati a venerare. Forse Antonio non avrebbe nè pure scritto quel
libro, mentre gli stava a fianco la pia, cui da la sovrana infelicità
del Leopardi non era venuto alcun senso di repugnanza, di egoistica
sofferenza propria, ma che sentì invece con l'ammirazione per quel
grande spirito, il bisogno gentile di alleviarne gl'immensi mali,
l'attrattiva che avvince la _donna vera_ a chi soffre.


NOTE.

[59] Vedi Dr. FRANCO RIDELLA, _Una sventura postuma dl G. L._ Studio
di critica biografica. (Torino, Carlo Clausen, 1897, in 8º, di pagg.
XII-512.) È noto come a l'apparire del _Sodalizio_ trattarono de la
questione Leopardi-Ranieri critici insigni quali A. D'Ancona, D. Gnoli,
F. D'Ovidio, R. Schöner, ec.; ora, pubblicato il libro del Ridella, la
questione fu ridesta, e se ne occuparono fra gli altri il De Gubernatis
ne la _Vita Italiana_, il D'Ovidio ne la _Nuova Antologia_, L. A.
Villari nel _Fortunio_ di Napoli, il Barbiera ne l'_Illustrazione
Italiana_ e moltissimi altri.

[60] Vedi lettera a Paolina Leopardi 26 giugno 1832, a pag. 194, de
l'_Epistolario di G. L._, vol. II, ediz. cit.

[61] Vedi a pag. 222 e 223 de l'_Appendice a l'Epistolario e a gli
scritti giovanili di G. L._ il proemio a la canzone giovanile «Per una
donna malata di malattia lunga e mortale.»

[62] Vedi O. VALIO, _La suora di carità di G. L._ Evocazione, pagg. 18
e 19. (Acerra, Tipografia di Francesco Fiore, 1896, opusc. in 24º, di
pagg. 20.)

[63] Vedi Dr. FRANCO RIDELLA, _Una sventura postuma di G. L._, pag. 503.

[64] Vedi a pag. 301 del volume _Prose morali di G. L._, commentate da
Ildebrando Della Giovanna, il pensiero IV.

[65] Diversamente in certi particolari narrò la fine del Leopardi il
Ranieri ne la sua lezione su _Enrico Alvino_, da pag. 251 a pag. 257
del volume _Scritti varii di Antonio Ranieri_, vol. I. (Napoli, Morano,
1879, in 16º, di pagg. 322.)

[66] Vedi _Parole di A. Ranieri a l'Accademia di Archeologia, Lettere e
Belle Arti per la morte della sorella Paolina_, recitate nella tornata
dei 5 di novembre 1878, dal collega segretario Giulio Minervini, pag.
6. (Napoli, 1878.)

[67] Questo medaglione di Paolina Ranieri era già stato riprodotto pel
presente volume, quando dal prof. A. De Gennaro Ferrigni ebbi notizia
di una miniatura de la Ranieri, che doveva trovarsi in un prezioso
album, già appartenente a la chiara gentildonna Lucia De Thomasis.

L'egregio signor cav. A. De Thomasis di Chieti con somma gentilezza
acconsentì a far ricerca di questa miniatura, ch'era andata smarrita,
e trovatala, me ne favorì una riproduzione, da la quale fu tolto il
medaglione che precede questo studio.



   [Illustrazione: _Geltrude Cassi Lazzari_]



LA DONNA NELLA VITA E NELLE OPERE DI G. LEOPARDI.


La donna ha sempre un'azione importantissima su la vita de l'uomo; il
cuore di lui nei generosi affetti come nei tristi, ne le azioni eroiche
come ne le volgari, ne la gioia come nel dolore, risente l'efficacia
del cuore femminile; e non soltanto ciò ch'egli ama, spesso ancora
ciò che è, ciò che può, che sa e che fa è opera in buona parte d'una
donna. Perciò non è certo senza interesse, nè senza importanza ne la
storia di un grande ingegno il vedere quali donne egli ebbe care, quale
influenza esse esercitarono su di lui, che cosa egli pensò di quelle
donne in particolare e de la donna in generale. Se questo può dirsi di
quasi tutti i grandi, a ben maggior ragione si può affermare di Giacomo
Leopardi, di cui tutta la vita e tutta l'arte si compendiano in un'alta
e vana aspirazione a la donna e a l'amore.

Ne la casa paterna la sua infanzia passò in una rigidezza quasi
ascetica, ma anche l'aria stessa ch'egli respirava, per dir così,
era di una purezza altamente educatrice: severissima, la madre non
gl'inspirava tenerezza, ma certo gli appariva, più che degna di un
timoroso rispetto, figura austera e dignitosa; affettuosissime le nonne
e, più che mai, la sorella Paolina ch'egli prediligeva e che sempre
ebbe cara. Nei giuochi infantili l'orgoglio prevaleva a l'affetto,
ed il trionfo ne le finte battaglie romane, il primeggiare in tutto
rendeva felice quel vivace Giacomo, cui il vestito nero da abatino
non temperava lo spirito battagliero, nè la monotona severità de la
casa spegneva il fuoco de la fantasia. Ne le ore de lo studio e de la
conversazione egli era il fanciullo obbediente e forzatamente quieto,
ne la libertà dei giuochi venivano svolgendosi in lui l'immaginazione
vivacissima, creatrice di mondi tutti suoi, l'insaziabile desiderio
di lode e lo scherno contro chi ardiva opporglisi. Ma e ne lo studio e
nei trastulli la compagnia di Paolina metteva una nota di gentilezza e
d'affetto che quei fieri ragazzi non avvertivano forse, ma che influiva
grandemente su l'animo loro. Giacomo non era di continuo un fanciullo
turbolento; ne le notti estive, solo ne la camera buia, di cui le
persiane eran chiuse, egli ascoltava battere le ore a l'orologio di
piazza, sentendosi rinfrancare da quel suono, e, vedendo dissipate le
immagini paurose che gli si affollavano d'intorno ne l'oscurità, gli
entrava in cuore uno strano sentimento di dolcezza, simile a quello
che provava la sera, quando da le finestre de la sua stanza, che
davano sul giardino paterno, egli contemplava le stelle, sentendo già
un poetico commovimento, un'ineffabile soavità, dinanzi a l'infinito
stellato. L'irrequieto, il prepotente Giacomo aveva allora dei momenti
pensosi di tenerezza, nei quali, in potenza se non in realtà, egli era
già poeta. Ne la severità de la famiglia questa tenerezza si volgeva
specialmente a la pietà religiosa, di cui i suoi lavori fanciulleschi e
d'adolescente attestano il fervore.

Quand'egli scriveva la tragedia _Pompeo in Egitto_, la donna per lui
non era ancora, nè poteva essere, che madre o sorella; egli pone in
scena uomini soli, non osando o sdegnando porvi una donna; tanto più
che Cleopatra avrebbe dovuto esser dipinta ne' suoi amori con Cesare,
e Cornelia veniva naturalmente esclusa dal disegno de la tragedia, che
finisce con la morte di Pompeo, dopo la quale soltanto essa avrebbe
acquistato importanza e interesse. Ma ne l'aspirazione a grandi cose,
ne l'entusiasmo pel valore, per la virtù, nel fuoco di parecchi versi
si sente già un cuore appassionato

    . . . . . . . . . . non vien meno
    In questo cuore il marzial coraggio,
    Il romano valore, io son Pompeo.
    . . . . . . . . . . . . . . Pompeo
    Non sa che sia timor: se vinto ei cade,
    Colpa del fato è sol, non di viltade.

Quest'ardore di Giacomo si calmava sui libri, che erano divenuti una
vera passione per lui e che precocemente maturavano il suo spirito;
ne le spoglie de l'erudito che legge, ricerca, annota, cita, freddo
e accurato, veniva nascondendosi il poeta, ma non così che il fuoco
de l'anima non scintillasse ancora qualche volta, anche nei lavori
più gravi. Il bisogno di sognare e l'aspirazione a qualche cosa di
grande, di lontano e di sommamente desiderabile, si compendiavano
ne la sete di gloria: non aveva mai potuto soffrire alcun disprezzo,
«sdegnavasi fortemente e piangeva se alcuno della famiglia cedeva in
cose d'onore»,[68] e godeva infinitamente de' suoi primi trionfi negli
studi, nè punto pareva repugnare al sacerdozio. Da un lato, fanciullo
ancora, non provava l'ardente brama di vita e d'amore che si risvegliò
poi in lui; da l'altro, la sua fede era così profonda, che Paolina
molti anni più tardi non poteva persuadersi de la irreligiosità di lui
ed esclamava: «E non avevamo da piccoli giuocato insieme a l'altarino?
Ed esso era tanto religioso che era divenuto pieno di scrupoli!»[69]
Questa fede, che si rivela negli studi da lui impresi per facilitare
forse il principio de la sua carriera ecclesiastica, e soprattutto
nel _Saggio sopra gli errori popolari degli antichi_, era un trasporto
d'affetto «verso quell'Essere, che non si può conoscere senza amare e
non si può vivere senza conoscere»;[70] e nel suo cuore si accoppiava a
sentimenti di dolcezza, di tenerezza, che, ne le meditazioni commosse,
gli davan momenti d'estasi in cui egli si sentiva quasi innalzare verso
l'amore infinito. Malgrado ciò, egli rimaneva pago abbastanza de' suoi
studi eruditi e del mondo in cui viveva; non aveva provato bisogno o
desiderio di conoscere la vita in una cerchia più estesa di quella de
la sua famiglia e del suo paese; e, se pure qualche idea scettica o
triste l'aveva preso, era rivolta più che a quanto lo attorniava, al
mondo in generale. Ma ora egli si ridesta; da la sua biblioteca tende
l'orecchio ai rumori del mondo, sente un grande ignoto fuor di quel
suo refugio, e quell'ignoto lo attrae; il fanciullo comincia a divenir
uomo. Primo inizio di questa trasformazione fu quella ch'egli stesso
chiamò la sua _conversione letteraria_; come un ragazzo che incominci
a considerarsi e a voler essere considerato un giovanotto, si vergogna
d'esser stato trasandato ne le vesti e le cura, quasi con ricercatezza,
così il Leopardi, che visse tutto ne la vita de lo spirito, non
si accontenta più de l'erudizione, vuole altresì la bellezza e lo
splendore de la forma e de l'arte; la fantasia e il sentimento, a
lungo compressi, provano imperiosa la necessità di espandersi, ed
egli comprende che solo una forma eminentemente artistica può esser
degna veste del suo pensiero. Ora non ispende più lunghe fatiche
sopra autori secondari, ma ricerca e vuole il bello ne le sue migliori
manifestazioni; le sue letture prendono un nuovo indirizzo e più che
a la caccia di notizie peregrine si rivolgono a la nobiltà dell'arte,
al pensiero profondo, ai sensi degni. Torna con animo mutato a
Virgilio, ad Omero, a Dante, che non ha finora compresi, e se ne
commuove, e piange e freme con essi. Su l'_Eneide_ egli «andava del
continuo spasimando, e cercando di far sue, ove si potesse in alcuna
guisa, quelle divine bellezze: nè mai _trovò_ pace infinchè non _ebbe_
patteggiato con _se_ medesimo, e non _si fu_ avventato al secondo libro
del sommo poema, il quale più degli altri _lo_ aveva tocco.»[71]

Non era più semplicemente un erudito, era già un vero poeta che,
leggendo Virgilio, senza avvedersene, si lasciava andare a recitarlo ad
alta voce, infiammandosene tutto e commovendosene talvolta fino a le
lagrime. Il bello gli si è rivelato; dinanzi agli amenissimi paesaggi
marchigiani, o quando una passione lo agita, l'anima sua ingigantisce;
e se a l'improvviso sente da qualcuno recitare a caso qualche verso
di autore classico, il suo cuore ridesto prende a palpitare; e il
suo spirito, quasi a forza, tien dietro a quella poesia. Egli rifiuta
tutte le sue cose passate; non è scoraggiamento il suo, bensì fiducia
di poter fare assai più e meglio; a proposito di sè osa già nominare
il Tasso, il Metastasio e l'Alfieri. La sua sensitività è resa più
profonda dal suo stato di salute ormai tristissimo, da le sofferenze
aggravate così da fargli presumere vicina la morte, che a lui non ancor
deluso ne le sue più care speranze e soprattutto avido di gloria e
quasi certo di conseguirla, purchè la vita e le forze non gli vengano
meno, desta un senso di repugnanza e timore, e gli fa guardar con
affanno disperato precipitar verso la tomba i suoi splendidi sogni.
In questo periodo triste e quasi solenne l'immagine de la donna come
amante gli appare per la prima volta fra quei beni de la giovanezza,
che stanno per essergli strappati e cui egli tende le braccia
desiderosamente; gli si palesa candida e soave ne la funerea luce
che gli vela il mondo; amore e morte si rivelano insieme al poeta de
l'amore e de la morte.

Nel suo _Appressamento della morte_, la visione d'Amore, che svolazza
sopra un'immensa folla, sogghignando e avventando strali roventi,
e i ricordi storici dei grandi amanti de l'antichità, non sono che
reminiscenze classiche e ricordano i _Trionfi_ del Petrarca e la
_Commedia_ di Dante: ma ne l'episodio di _Ugo e Parisina_ v'è pur
qualche accento vero e profondo:

      I' fea contesa e forse ch'i' vincea,
    Ma un dì fui sol con quella in muto loco,
    E bramava ir lontano e non volea,
      E palpitava, e 'l volto era di foco,
    E al fine un punto fu che 'l cor non resse,
    Tanto ch'i' dissi: t'amo. . . . . . . .

Ne l'animo del giovane solitario e amante de la solitudine, perchè
già consciente de la propria grandezza e sdegnoso de le compagnie
volgari, tumultuavano affetti e speranze nuove. La biblioteca e la
sua camera erano il rifugio di quasi tutte le sue ore, una camera
semplicissima al primo piano del palazzo Leopardi, con un lettuccio
ricoperto da una coltre gialla, un cassettone, un armadietto e poche
seggiole. Nei riposi che la debole salute gl'imponeva, ne le remote
passeggiate, ne le lunghe sere in cui sdegnoso de la società di casa e
malato d'occhi egli voleva e doveva rimaner quasi al buio in una grande
stanza, solo, fuorchè nei momenti in cui Carlo e Paolina andavano a
tenergli compagnia, egli si cullava ne' suoi sogni superbi e ardeva
ne l'impazienza di fama e d'amore. Era l'estate del 1816 quand'egli,
osando per la prima volta prendere per protagonista una donna, una
donna bella e infelice, maturava l'idea di una tragedia: _Maria
Antonietta_.

                                   *
                                  * *

Nel dicembre del 1817 la contessa Geltrude Cassi-Lazzari andò a
Recanati col marito[72] per mettervi nel convento de le Oblate la
figlia primogenita settenne Vittoria, e fu ospite dei Leopardi suoi
cugini: ella, sorella del traduttore de la _Farsaglia_ di Lucano, nata
nel 1791, aveva allora circa ventisei anni e fin dai suoi diciassette
era andata sposa al conte Giovanni Giuseppe Lazzari; era bella, di
figura maestosa, di portamento regale, di viso pallido, _de la pâleur
mate des Pésaraises_,[73] d'occhi nerissimi, scintillanti, sibillini,
come li chiamava Carlo; la soprannominavano Giunone: e a l'incanto de
la florida venustà, che le aveva meritato questo nome, univa quelli di
una buona coltura, di uno spirito vivo, di una conversazione briosa, di
un'arte _somma nell'amare e nel farsi amare_.[74]

Forse mai Giacomo si era trovato dinanzi, e così lungamente (ella
stette in casa di Monaldo una quindicina di giorni), ad una donna
tanto piacente, sì che, quantunque l'età, la condizione sociale, la
salute, il carattere di lui fossero in opposizione con quelli de la
cugina, egli se ne innamorò con tutto il fuoco de la sua gioventù
compressa e solitaria. Ella doveva apparire quasi una divinità a lui
ragazzo ancora, sparuto e deforme, ammalato e triste, ma così sensitivo
a le impressioni de la bellezza che, a quanto si narra, bambino di
otto anni, trovandosi in casa Antici una sera in cui v'erano riunite
parecchie persone brutte, rifugiatosi vicino a la zia, le disse
malinconicamente: «Non si sa dove riposare lo sguardo.» Il Leopardi
vide in quella donna una prima realtà de le tante sue splendide
speranze, e, riservatissimo per natura, più riservato ancora per
l'educazione quasi monastica ricevuta, non osò non pure parlarle, ma nè
pur lasciar trapelare in alcun modo la sua passione, di cui narrò con
finezza psicologica i ricordi in quelle _Memorie sopra alcuni giorni
della sua gioventù_ ch'egli lesse a Carlo e che a questi piacevan
tanto da fargliene desiderare vivamente la pubblicazione. Carlo ne
parlò più volte al Viani, ed al Tirinelli[75] narrava: «In quel tempo
egli prese a scrivere giorno per giorno tutti i pensieri che gli
nascevano alla vista di questa donna. Eran scritti, mi ricordo, in
tanti foglietti di carta che Giacomo veniva a leggermi ogni giorno»;
aggiungeva che quelle carte eran rimaste ne le mani del Ranieri e
che avrebbero potuto rivelare un lato nuovo de l'ingegno di Giacomo,
perchè contenevano un'analisi minuta di sentimenti. Risvegliatosi in
Giacomo l'estro poetico, egli scriveva allora le due Elegie: il _Primo
Amore_ e _Dove son? Dove fui? Che m'addolora?_ senza dire che secondo
alcuni ne la Cantica vi ha un riflesso del primo amore del Leopardi,
il quale, dicono, volle rappresentare sè stesso in quell'Ugo giovane,
malinconico, amante ritroso e, quantunque colpevole, timido e quasi
pudico. Il giovane passava le sere insegnando a la signora il giuoco de
gli scacchi ch'ella aveva mostrato desiderio d'imparare.

L'amore ne l'animo di Giacomo, tanto disposto a la tristezza, produsse
una mestizia nuova. Lungamente egli aveva desiderato e sospirato
di sentirsi battere il cuore; pure, quando s'innamorò de la bella
cugina, egli rimase stupito da la potenza di desiderio e di dolore
che amareggiava il suo affetto; la più cara de le sue illusioni si
scolorava già dinanzi a la realtà, chè nel possedere il bene del
sentimento bramato, egli si trovava misero per il tesoro di speranze
che gli veniva tolto. La donna, lieta e briosa, non s'accorgeva di
quell'amore, e il giovanetto pallido, confuso, muto dinanzi a lei,
vedendola così gaia e così bella ne la sua gaiezza, non sapeva che
augurarle in cuor suo una tranquillità sempre uguale, pur piangendo
amaramente al pensiero ch'ella non dovesse mai, nonchè amarlo, nè pur
compiangerlo. Eran giorni per lui di tormento ineffabile e di sovrumana
felicità; tutto chiuso in sè, godeva di pensare continuamente a la
bella signora, di sognarla, desto o addormentato; instabili, confusi
si volgevano i suoi pensieri; quanto prima gli piaceva, diveniva
indifferente; mute quelle stesse voci de la natura che con tanta
eloquenza avevano parlato a l'animo suo di poeta; muto l'amore de la
gloria, indifferenti i libri. I suoi occhi, chini o pensosi, sfuggivano
del pari le belle e le brutte parvenze, quasi che le une come le altre
avessero potuto turbare l'immagine cara così vivamente impressa nel suo
pensiero. Questo affetto ardente era tuttavia purissimo; un esaltamento
de l'anima tenera ed entusiastica, de la fantasia vivacissima. La
partenza de la Cassi, ch'egli descrive con poetica efficacia, lo gettò
in una disperazione tale da trarlo quasi fuor di sè stesso, da farlo
freneticamente battere il capo nel muro, come Carlo narrava; ma, per
la sua stessa veemenza, tale dolore doveva esser breve. «Dei versi
di lui, — scrive il Bonghi, — quelli che sono scritti in una più viva
impressione di dolore, vivace, presente, reale, sono anche per tempo
i primi, il _Primo Amore_. Se non che in questi, si badi, il dolore ha
forma di sensazione fuggevole, non già d'idea perenne ed essenziale.»
Il tempo calmò più presto che non si sarebbe pensato quella passione e
finì con ispegnerla. Essa era stata timida, ma furiosa; la donna, che
ne fu oggetto, era l'antitesi del poeta: il quale rimase soggiogato da
la bellezza florida, la grazia civettuola, la superba noncuranza e la
gaiezza di lei.

Quand'egli entrò nel suo ventesimo anno cessarono i suoi timori d'una
morte assai vicina; egli capì che avendosi ogni riguardo, avrebbe
potuto vivere fors'anco a lungo, per quanto stentatamente e sempre in
pericolo; ma in quell'età e dopo la dura prova del primo amore, più
che mai lo tormentava la coscienza del suo aspetto miserabile; egli
capiva che la virtù senza alcun ornamento esteriore difficilmente
conquista gli animi, e che per forza di natura, che nessuna sapienza
può vincere, non si ha quasi _coraggio d'amare quel virtuoso in cui
niente è bello fuorchè l'anima_. La previsione di una vita infelice non
lo sgomentava, egli guardava imperturbato i mali futuri ne la certezza
di sostenerli senza viltà, ne la speranza di riuscir utile a qualche
cosa; se aveva molto sofferto, comprendeva di dover soffrire ancor più:
«E massimamente soffrirò — scriveva al Giordani il 15 febbraio 1818
— quando... mi succederà, come necessariamente mi deve succedere, una
cosa più fiera di tutte della quale adesso non vi parlo.» Alludeva a la
passione amorosa? È più che probabile.

Di fronte al palazzo Leopardi, di là d'un vasto piazzale, s'apre una
strada di cui le due case a gli angoli, con la facciata sul piazzale
stesso, appartennero a Monaldo, che d'una di esse si serviva per
abitazione del cocchiere e per scuderia. Il cocchiere nel 1818 era
Giuseppe Fattorini, che abitava quella casa insieme a la moglie
Maddalena Santinelli e a due figliuole (le altre tre maggiori eran già
maritate); l'ultima, Teresa, nata nel 1797 era una graziosa fanciulla
di media statura e di figura slanciata, civile nei modi, accurata
ne le vesti, per innata dignità o per ritrosia poco famigliare, da
gli occhi _ridenti e fuggitivi_ nel viso assai bianco, dai capelli
neri. Giacomo da le finestre de la biblioteca vedeva la giovane e ne
ascoltava il canto, e quando la primavera commosse il suo cuore e lo
fece rifiorire di sogni e d'affetti, come sempre gli avveniva, egli nel
_maggio odoroso_ più spesso s'alzava dal tavolino per appoggiarsi al
davanzale, guardare il cielo sereno, le vie dorate, gli orti, il mare
lontano e lontanissimi i monti, e riportar lo sguardo su la figura de
la fanciulla china sul telaio, ascoltandone, nel silenzio de le stanze
tranquille e de la strada solitaria, la voce melodiosa. Giacomo amò la
fanciulla popolana; ma in questo non prevalse, come nel primo affetto,
un'ammirazione quasi paurosa, un ardore furibondo, benchè compresso.
La Teresa, ch'egli sapeva gracilissima e ammalata e vedeva pensosa e
malinconica, gli destava una soave tenerezza che, lungi da lo spegnersi
come la subita fiamma del primo amore, durò per sempre in lui. Non era
un'antitesi abbagliante, ma una fraternità di sventura e di dolore,
di purezza e di virtù che lo attraeva in quella giovanetta tisica,
ch'egli certo sapeva tale, quantunque ella cercasse di tener nascosta
la sua malattia; ad ogni modo poi essa non potè celarla lungamente,
poichè visse soltanto pochi mesi dopo quel maggio odoroso, e cioè fino
al settembre del 1818. Carlo giudicò tale amore _molto più romanzesco
che vero; amore, se tale potesse dirsi, lontano e prigioniero_. Certo
e l'educazione ricevuta e la presenza e l'austerità de la famiglia
Leopardi e mille ostacoli esteriori, anche senza parlare de l'indole
vereconda e ritrosa di Giacomo, dovettero far sì che il suo affetto gli
rimanesse chiuso nel cuore, o si rivelasse solo come una lieve simpatia
nei cenni che da la finestra egli poteva rivolgere a la fanciulla; e
questo tanto più, che la Teresa era fidanzata, o amata almeno da un
altro:

    . . . . . . . . . . i parenti tuoi
    Son d'altro sangue e tu sei d'altro amore;

le diceva il poeta; e ancora

    . . . . . . . . d'amarti il vanto altri si tiene;

a meno che, come altri suppose, questa non fosse una finzione di
Giacomo a lo scopo di meglio nascondere ne' suoi versi la persona che
li aveva inspirati. Il sapere la giovinetta gravemente ammalata gli fu
cagione di nuove amarezze ed aggiunse a gli abituali suoi malinconici
pensieri, altri pensieri più cupi che gli dettarono, nel 1818, la
_Canzone per una donna malata di malattia lunga e mortale_, dove non
vi hanno le fiamme e i fremiti de le due prime Elegie, ma una tenerezza
che induce a dolorosa meditazione, l'accento d'una pietà intensa quanto
l'amore; tali specialmente i versi in cui il poeta, quando ascolta
taluno recar cattive nuove de l'ammalata, si studia di farsele apparire
meno gravi; tali anche quelli in cui va dubitando ch'ella (al par
di lui al tempo de l'_Appressamento della morte_) tema di morire; e
perduta poi ogni speranza di vederla salva, cerca vanamente intorno a
sè un soccorso che la rattenga in vita.

Qualche sentenza («Nostra famiglia alla natura è giuoco») fa già
presagire in lui il desolato poeta ch'egli dovrà divenire, ed è ancor
vivo il presentimento de la sua propria morte, e il triste timore,
ancor più doloroso di quel presentimento, che il tempo, l'esempio, il
mondo possano a lui stesso togliere il suo più grande, anzi l'unico
tesoro, l'anima sua.

Ella, _che è tanto bianca_, non verrà macchiata da la mota del mondo:
muore bella e pura, muore innocente: nè se tale non fosse egli avrebbe
saputo amarla, poichè fugge la stessa bellezza che gli è tanto cara, se
ad essa non vien compagna la virtù.

Qui non vi ha nel poeta l'adorazione de la bellezza plastica, ma un
soave, malinconico vagheggiamento di un'anima giovane, pura, di cui le
sventure lo fanno ripensare con minor amarezza al dolore proprio e con
fraterna simpatia a la sorte avvenire di lei. Egli si sente grande, ma
nel suo pensiero vede lei così semplice, così vera figlia de la natura,
che gli appare divina: vorrebbe tenderle le braccia e sorreggerla, ella
apre le ali candide e s'innalza ne l'azzurro. È debole, malata, ne'
begli occhi vi è una tristezza profonda, chi sa che cosa sente, che
cosa sogna? Egli, bevendo quasi i pensieri che crede veder riflessi
in quel puro sguardo, si eleva a le più alte regioni de l'anima. La
stessa Fattorini è la gentile immagine del _Sogno_; rivedendola morta,
il poeta le parla teneramente del suo affetto, vuol sapere da lo
spirito quello che da la persona non seppe: s'ella ebbe pietà di lui,
e gode di una malinconica gioia e si esalta, sentendo ch'ella gli fu
compassionevole ed affettuosa. Ancorchè ella lo avesse amato, come nota
il Mestica, la povera giovanetta doveva tremare a l'idea che il conte
Monaldo potesse saperne qualche cosa.

Nel _Sogno_ vediamo piuttosto l'abile imitatore del Petrarca che il
vero artista. Non vi mancano versi originali e belli: tale è l'immagine
de la donna, che con atto materno pone, sospirando, la mano sul capo
del giovane; tale il ricordo di quel flore di gioventù, appassito
nel pieno rigoglio. Ritornano vari pensieri de l'_Appressamento della
morte_: così quello de lo sconforto che apporta la prossima fine ai
giovani i quali hanno ancora intatte le loro speranze:

    All'immatura sapienza il cieco
    Dolor prevale. . . . . . . . .

E quel paragonare la sua giovanezza a la vecchiaia, da cui poco
discorda, richiama parecchie frasi de l'_Epistolario_, e fra le altre
quella con cui Giacomo afferma d'aver sempre condotto una vita _quale
non si richiederebbe da un cappuccino di settant'anni_; il che è
prova de la sincerità del suo affetto, anche in questo componimento
d'imitazione.

Qualche tratto rivela lo scetticismo sempre maggiore, quantunque ne
l'insieme questo e gli altri idilli abbian un'intonazione piuttosto
triste che scettica. Ed un'ultima osservazione ricorre qui opportuna:
se, come si può considerar sicuro, la donna del _Sogno_ è la Fattorini,
abbiamo qui la prova che il Leopardi ebbe per lei un vero, benchè
calmo affetto, piuttosto che una fantastica simpatia, poichè la dolce
apparizione dice al poeta:

    . . . . già ruppe il fato
    La fe' che mi giurasti;

sia pure che questa fede fosse stata giurata solo ne l'intimo, essa
denota un amore reale.

Un anno a presso, nel 1819, rievocando il ricordo de la soave fanciulla
perduta, il poeta scriveva la canzonetta _Per morte di donna amata_,
dove, quantunque il motivo sia petrarchesco, vi ha tanta grazia e tanta
dolcezza di inspirazione e così squisita musicalità, e dove il poeta
ritrova l'immagine de la _candida fanciulla_ in una _betulla candida_,
separata da le altre.

Le soavi strofette imitate da Carlo Pepoli diedero al Bellini
l'inspirazione de la stupenda melodia dei _Puritani_:

    Qui la voce sua soave,

melodia che doveva commuovere dolcemente il grande Recanatese, amante
de la musica e soprattutto di quella appassionata del Bellini.

De la Cassi, non molti anni dopo averla amata, il poeta rivedendola
a Pesaro, scriveva con un'indifferenza, non forse scevra d'ironia,
d'averla trovata più grassa e florida che mai; ma il ricordo de la
Fattorini doveva rimanergli invece come cosa sacra ne l'anima, affetto
che il tempo ravvivava e ingentiliva, tanto più che l'immagine bella
de la Teresa richiamava a lo spirito di lui la giovanezza e le care
illusioni, sole vere gioie de la sua vita.

Nei _Detti Memorabili di Filippo Ottonieri_ egli ripensava certo a
la tessitrice, quando scriveva che il perdere una cara persona per
via di qualche accidente repentino è meno doloroso che il vedersela
distruggere a poco a poco da una lenta malattia da cui, prima ancora
che spenta, sia mutata di corpo e d'anima; cosa senza fine amara,
poichè violentemente ci cancella dal pensiero tutti gl'inganni de
l'amore e fa perdere la diletta intieramente, chè l'immagine stessa
di lei non arreca più conforto, bensì tristezza. E pure dieci anni
ancora dopo la morte di Teresa, egli la vedeva nitida e fulgente nel
suo pensiero, e ne fissò il profilo come in un quadro incantevole
nei versi de la Canzone _A Silvia_, scritta a Pisa in un periodo di
quiete tranquilla, feconda di sogni e di poetici ricordi. Silvia
è sorella di certe dolci femminili figure virgiliane ed omeriche,
ma è tutt'altro che una reminiscenza classica, è un ritratto di
una realtà, d'un'evidenza meravigliosa. La giovanetta da gli occhi
ridenti e fuggitivi, lieta e pensosa, percorre con la mano veloce
la tela e, immaginando un vago avvenire, riempie del suo canto le
quiete stanze e le vie d'intorno, mentre, come la Laura petrarchesca
sotto la pioggia di fiori cadente da l'albero, umile continua intenta
l'opera femminile, sotto la diffusa luce del maggio, il riso del cielo
sereno. Col rimpianto de la fanciulla perduta, il poeta risente più
amaro lo sconforto dei soavi perduti pensieri, de le morte speranze;
nel cantare Silvia egli risente in sè _quel suo cuore d'una volta_.
Non dimenticò mai la bruna popolana, e, se il canto di una tessitrice
solitaria sempre lo commosse, gli è certo che in ogni solinga laboriosa
fanciulla, egli rivedeva col pensiero l'immagine adombrata de la
candida Teresa.

                                   *
                                  * *

Ne la prima gioventù esteriormente monotona e fredda, ma alta e quasi
eroica nel pensiero e ne l'affetto, le prime immagini di donne reali
che il Leopardi contemplò con amore, furon quelle che davano vita
dinanzi a lui a le belle figure rimastegli fisse ne l'animo dopo le
sue profonde e appassionate letture dei classici: la Cassi doveva
parergli una dea de l'Olimpo greco, la Fattorini somigliava a la Circe
di Virgilio, che canta e lavora. Quanto fu scritto intorno a la donna
e a l'amore, e particolarmente da gli antichi, più consuoni a lui per
semplicità e nobiltà di sentimento, lo attraeva, quasi gli permettesse
uno sguardo almeno in quel mondo femminile ignorato, ch'era tutto il
suo sogno. La Crestomazia da lui raccolta più tardi, quantunque intesa
a dare specialmente ai giovani esempi letterari da imitarsi, rivela
questa tendenza del suo spirito pel gran numero di componimenti amorosi
che vi sono accolti.

Il Leopardi (1823) si compiacque di tradurre la satira di Simonide
_Sopra le donne_; ed egli che tante donne aveva guardato con disdegno
e disgusto, pur mantenendo intatta ne l'anima l'ideale imagine
d'un'eletta, doveva consentire col Greco nel disprezzo de le sciocche
e de le vane e ne l'alta ammirazione di quella che _all'ape è
somiglievole_, ne l'invidia di quel _beato_, che l'ottiene e vede con
lei _prosperare la mortal vita_. Ricordo ancora com'egli volgarizzasse,
facendola precedere da un suo discorso originale, l'orazione di
Gemisto Pletone in morte de l'imperatrice Elena Paleologina. La donna
immaginata gli appariva sempre sotto forme maestose e belle; fosse la
madre, conducente i figli, come ad un'ara, a le tombe de gli eroi,
e accennante le belle orme del sangue versato per la patria; fosse
la donna romanamente forte, che elegge i figli piuttosto miseri che
codardi; fosse la giovanetta sposa greca, che cinge il fido brando al
lato del suo caro o spande le nere chiome sul corpo esangue e ignudo di
lui, riedente su lo scudo conservato; o Virginia bellissima e pura, che
volentieri dà la vita per la patria.

Con tali immagini ne l'animo è naturale ch'egli sdegnasse le
Recanatesi, le quali a la lor volta non lo curavano punto e forse
lo schernivano; è naturale ch'egli le trovasse poco più, o un poco
meno ricche di quel che la natura avea dato loro, e che la società
del suo paese lo facesse dar indietro a prima giunta. Egli, come il
suo _passero solitario_, non curava nè sollazzo, nè riso, nè amore;
sfuggiva la gioventù riversantesi la festa ne le vie per mirare ed
esser mirata, e godeva d'uscire ne la rimota campagna e contemplar
mestamente il sole al tramonto. Amore era già lungi dal suo petto
così caldo un giorno, _anzi rovente_; pure incontrando pei campi una
vaga fanciulla, ascoltando ne la placida quiete di una notte estiva
il canto d'una giovanetta intenta al lavoro ne le stanze romite, il
suo cuore si muoveva a palpitare. Il ricordo di Teresa gli rendeva
cara, come immagine vivente de la perduta, un'altra povera e gentile
tessitrice, tisica anch'essa, anch'essa dimorante vicina a lui, che
poteva vederla da le finestre di casa sua ed ascoltarne la voce, la
Maria Belardinelli, una bionda, candida, soave e signorile nei modi
essa pure, in cui altri volle riconoscere la Nerina de le _Ricordanze_.

L'episodio di Nerina che rivive nei ricordi del poeta molti anni più
tardi, è un idillio gentile: gli risorge dinanzi la fanciulla da gli
occhi giovanilmente soavi, appoggiata a la finestra in colloquio al
giovanetto suo vicino, che impallidisce ancora, ricordando la voce
di cui ogni lontano accento lo faceva tremare. L'immagine de la morta
gli si ripresenta come figura principale d'ogni lieto quadro ch'egli
vede, e divien per lui il simbolo de la giovinezza e de la speranza. Se
pure Silvia e Nerina non sono la stessa persona (e la questione molto
discussa non è forse ancora decisamente risolta), son fuse ne l'anima
del poeta in una soavissima idea d'amore, di giovanezza e di sventura.
Silvia e Nerina sono la donna ch'egli amò con l'anima senza alcun
materiale desiderio, la donna che sola gli pareva degna _di un fuoco
intaminato e puro_: giovane, onesta, bella, altera e dolce insieme, la
donna che in elette forme accogliesse un'anima simile a quella ch'egli
sentiva in sè, la donna ne la quale per lui si convergevano tutti i
raggi de la bellezza e de la felicità umana: essa la primavera, essa
la gioventù, essa la speranza, essa l'amore, essa la morte. Tutta la
spiritualità del poeta si rivela in questi suoi versi d'amore: la
graziosa giovanetta che gli ha sorriso un giorno, ha fatto battere
il suo cuore d'un palpito che non si estinse più interamente, perchè
la bella immagine femminile divenne per lui un alto ideale, l'amore
stesso fatto persona, a lo sparire del quale tutto sparisce e si
oscura; la tomba de la giovane racchiude tutto quel che di desiderabile
ha il mondo, e il fantasma che di tratto in tratto risorge da quella
tomba ha ancora tanta vita e tanta luce che nulla è degno di essergli
paragonato. La bella stagione sempre rinnovava nel Leopardi col
desiderio de la vita, dei diletti del cuore, de la contemplazione de
la bellezza, l'immagine di Silvia e di Nerina, ed egli non ebbe mai un
giorno lieto o solo tranquillo, in cui, col ricordo caro fra tutti de
la giovinezza, non si ravvivasse quella memoria sacra per lui; ancora
a Napoli, quando col Ranieri saliva a piedi a passeggiare su i colli
e udiva il canto de le tessitrici intente al telaio, egli ristava ad
ascoltare muto, commosso.

Dopo la tentata fuga, caduto in un periodo di torpore in cui nè pur le
pene morali venivan più a _consolarlo_, condannato a l'ozio da i suoi
mali, lacerato da la noia, come da un dolor gravissimo, gli pareva
di non intender più nè pure i nomi d'amicizia e d'amore, e solo lo
scuoteva la pietà di qualche cuore gentile. Era già formato in lui
quel concetto che inspirò poi tutta l'opera sua: non havvi felicità su
la terra, non havvi gioia, non consolazione reale, ma conforto unico
rimastoci è la giovanile speranza, o meglio quell'illusione che nasce
da l'inesperienza de l'uomo e che si personifica ne la giovinetta
ingenua e sognante, destinata a una morte precoce. Una emanazione di
questi sogni mi pare tutto il gruppo de gl'Idilli in cui domina una
tristezza pura e serena, come di tacito plenilunio (salvo gli accenti
disperati e cupi de _La sera del dì di festa_): domina il sentimento
de la natura e vi ha l'anima stessa del poeta ne l'anima de le cose,
le quali, tuttochè di una realtà evidente, hanno un'alta idealità
d'espressione; tale quel _Passero solitario_ che su la vetta de la
torre antica va cantando a la campagna, finchè non muore il giorno e
l'armonia erra per la valle esultante ne la primavera, quel passero
che, mentre gli altri augelli contenti fanno a gara insieme mille
giri per il libero cielo, festeggiando la loro gioventù, pensoso e in
disparte mira il tutto, nè gl'importa di spassi e d'allegria, canta,
e passa così il più bel fiore de l'anno e de la sua vita, quantunque
ricordi il

    Passer mai solitario in alcun tetto

e il

    Vago augelletto che cantando vai

del Petrarca, è immagine perfettamente reale. Invero il Mestica seppe
da chi ancora se ne ricordava in Recanati, che un passero solitario
stava spesso ai tempi di Giacomo ed anche di poi, su la croce in
cima al cono del campanile di Sant'Agostino, il più antico del borgo.
Ma questo passero, che il poeta cercò spesso con gli occhi ammalati
in alto su la torre in mezzo al sole di primavera, che ascoltò con
l'animo intenerito, diviene un amico e un fratello per lui, che passa,
senza divertimenti, solitario, la sua giovinezza ricca unicamente
d'un conforto e d'una gioia, quella del canto: sentimento, amore,
vita per lui. E al cielo sereno, ove gli uccelli garrendo lietamente
intrecciano i loro voli e dove s'alza la punta di quel campanile
che ricetta il piccolo poeta alato ne la sua solitudine triste, fa
riscontro la immagine, ammirabilmente nitida del borgo al tramonto, in
cui risuonano le campane e le allegre scariche di fucile, mentre da le
case si spande ne le vie la gioventù vestita a festa, lieta di vedere
e d'essere veduta. Come il passero, anche il poeta se ne sta solitario
ne la remota campagna, o percorre a lenti passi la sua passeggiata
favorita sul monte Tabor. Ma il pensiero che non tormenta l'uccello,
tormenta l'uomo e gli guasta quella malinconia così dolce, quantunque
non scevra di desiderio e di rimpianto, con la visione di un avvenire
non rallegrato più nè pur da la luce de gli affetti; d'un avvenire in
cui si farà cocente il rammarico dei godimenti giovanili non gustati
e perduti per sempre. La calda anima del poeta par che si sopisca ne
l'altissima quiete del lago al meriggio, ne la pace infinita e nel
silenzio.

Al Giordani, com'è noto, il Leopardi scriveva non parergli più d'esser
capace di amicizia, nè d'amore; ma mentre nega l'amore e le giovanili
illusioni, le sente più soavi che mai. Il mondo è un paradiso a lo
sguardo dei giovani, cui il cuore balza di speranze e di desiderio,
cui la vita appare come una danza o un giuoco: ah! troppo brevi furono
questi dolci errori pel poeta; quand'egli s'accorse di amare, _il
viver suo fortuna avea già rotto_, chè la sua salute era perduta, la
deformità sopravvenutagli ne' suoi migliori anni, insieme a la precoce
esperienza de la vita, l'avevan fatto misero per sempre. Il suo cuore
è di sasso, tace e resta quasi sempre immerso in un ferreo sopore,
estraneo ad ogni moto soave; nondimeno il volto d'una fanciulla basta
a commuoverlo e a ridestargli un canto ne l'anima. Canta e ritorna
continuamente a sè, persuaso «che le scritture e i luoghi più eloquenti
sieno dov'altri parla di sè medesimo ...... Perchè quegli che parla di
sè medesimo non ha tempo, nè voglia di fare il sofista, e cercar luoghi
comuni, chè allora ogni vena più scarsa mette acqua che basta, e lo
scrittore cava tutto da sè, non lo deriva da lontano, sicchè riesce
spontaneo ed accomodato al soggetto, e in oltre caldo e veemente; nè
lo studio lo può raffreddare, ma conformare e abbellire.»[76] Questo
provano i versi stessi co' quali il Canto si chiude mirabilmente nel
proposito ch'egli fa a sè stesso o ne la certezza ch'egli esprime
d'amare la solitudine dei boschi e de le verdi rive, nel desiderio non
di felicità e nè pur di pace, ma di _lena e cuore a sospirare_.

Ne _La sera del dì di festa_, il poeta ricorre col pensiero ad una
donna di cui _pe' balconi rara traluce la notturna lampa_, mentr'ella
dorme ne le chete stanze non tormentata da cura nessuna, ignara
de l'amore che ha acceso. Secondo il Mestica, in questa donna si
dovrebbe riconoscere la marchesina Serafina Basvecchi di Recanati,
sorellastra di Giacomo; e _La sera del dì di festa_, sarebbe l'ultimo
fra gl'Idilli, perchè «è ragionevole supporre che questo amore che si
confessa tanto forte, abbia avuto qualche giorno di vita, e che non
siasi spento alla maniera di un fuoco fatuo, lasciando subito ghiaccio
nel cuore del poeta.»[77] Appar probabile che Giacomo vagheggiasse la
Basvecchi, tanto più che qualche tempo dopo Paolina, annunziandogli
il fidanzamento di lei, la chiama _la tua Serafina_. Pure non riesce
altrettanto chiaro che tale affetto fosse profondo e durevole: questa
stessa poesia, che rivela un animo fortemente agitato, non si può
dire tutta infiammata da una veemente passione; il poeta è sconvolto
piuttosto da una tempesta di dolore che d'amore. L'antitesi fra la
pace de la natura e la disperazione di lui è il motivo fondamentale e
si palesa persino ne l'armonia del verso; l'idillio si alterna con la
tragedia. La notte è dolce e chiara, la luna queta posa in mezzo a gli
orti e il profilo nitido de le montagne si rivela nel sereno; la donna
riposa ne la dimora tranquilla e i sogni le riportano a la mente grati
ricordi, ma v'è un'anima lì presso che confronta, quasi inconsciamente,
quella dolcezza e quella pace col suo dolore; v'è un uomo, di cui gli
occhi non brillarono mai se non di pianto e che disperato si getta per
terra e invoca la morte e grida e freme. Passa un artigiano, che ha
vegliato divertendosi e ritorna a casa cantando. Il giorno festivo è
finito e, com'esso, tutto finisce e scompare. Quel giovane disperato
e fremente divien pensoso: la sua mente, dimentica del proprio dolore,
considera l'umanità intiera, la fugacità d'ogni grandezza, d'ogni cosa,
e dopo aver contemplato un momento l'immensa scena del grande impero di
Roma,

    . . . . . . . . e l'armi e il fragorío
    Che n'andò per la terra e l'Oceáno,

risente (ed esprime ne l'armonia del verso) la pace ed il silenzio in
cui tutto posa il mondo, dove di quella rumorosa gloria non rimane più
nè pur una debole eco. Il canto si perde, allontanandosi pe' sentieri,
ed il Leopardi, con un rapido ritorno su sè stesso, rammenta come
fanciullo ne le sere del dì festivo, vegliando dolorosamente nel suo
letto, a tarda notte sentiva stringersi il cuore ne l'ascoltare una
simile voce melodiosa perdersi lontano. Il poeta de gl'Idilli è già
il poeta del dolore, ma di un dolore tutto giovanile, ora agitato
da la veemenza de la passione, ora allietato da la dolcezza de la
speranza, qua ruggente come in un grido di rivolta, là mite come in un
sospiro. Solitario vive con la natura, di cui i paesaggi, le scene, le
immagini, formano tutto il suo mondo reale: la natura è l'amica sua,
la sua confidente. Vi ha in questo gruppo di canti qualche cosa di
romantico, come notò il Finzi, e ne la rappresentazione de la natura
e nel sentimento tenero e malinconico; certo, limati e condotti a vera
finezza estetica e perfezione di stile più tardi, serbano tuttavia il
profumo, la grazia e la freschezza giovanile. Il poeta ha ritrovato sè
stesso e, ne la sincerità de la sua inspirazione, il dolore contenuto,
gl'impeti de la giovanezza avida d'amore, ricca d'alte aspirazioni,
di nobili sogni, ma sfiorente ne la malattia, ne la noia, ne la
solitudine, la dolcezza dei ricordi d'infanzia e d'adolescenza così
vicini e già così lontani, tutto diviene poesia.

                                   *
                                  * *

Per Giacomo Leopardi la donna era sempre, anche colpevole, un oggetto
di reverente pietà, era il fiore, che, caduto dal suo cespo nel fango,
fa rimpiangere la freschezza e la grazia che ha perduto, ma di cui
gli resta un lieve profumo. Nel 1820 il poeta aveva già scritto quella
Canzone _Sullo strazio di una giovane_ di cui bastò il titolo a mandare
in furia il conte Monaldo, che v'immaginava _chi sa quali sozzure_. Un
fatto vero e accaduto ne le Marche aveva dato inspirazione al Canto:
un seduttore per opera del chirurgo aveva fatto uccidere col figlio
nascituro la fanciulla, che già aveva amata.

La Canzone rimane tuttora ignota, ma un pensiero incluso fra i ricordi
giovanili del poeta, editi per la prima volta nel 1863 da la _Rivista
Italiana_, ci dà qualche idea dei sentimenti che la inspirarono:
l'autore si propone di scrivere _una poesia di qualsivoglia sorta sul
Primo delitto o la vergine guasta_; pensa di prender qualche cosa da
Orazio, od. 27, lib. III, _dove con molta verità esprime sommariamente
i concetti di una fanciulla in quello stato_; gli par soprattutto degno
d'osservazione il desiderio de la morte ed il coraggio proveniente dal
rimorso, che fa bramare in quel momento anche a una timida fanciulla
_di essere stata piuttosto tagliata a pezzi_. Se giudichiamo dal come
il Leopardi teneva cara quella canzone, dobbiamo credere che essa
fosse di un sentimento e di una delicatezza notevoli; infatti quando il
Brighenti per accontentare Monaldo e dissuader Giacomo dal pubblicarla,
mostrava di non vedervi gran pregio, il giovane gli rispondeva,
evidentemente offeso: «Il mio povero giudizio e l'esperienze fatte di
quella Canzone sopra donne e persone non letterate, seconda il mio
costume, e riuscitemi assai più felicemente delle altre, mi avevano
persuaso del contrario.» E alle rimostranze del Brighenti, Giacomo a
sua volta si scusava, dichiarandosi deferentissimo al giudizio degli
amici, ma aggiungendo che, per parlare schiettamente, aveva per quella
Canzone _Sullo strazio_ un certo particolare affetto, come cosa che
gli era venuta dal cuore. Egli non poteva rimaner indifferente a le
sventure d'una donna giovane, bella, amante, tale da parergli degna
d'esser felice; e se con tanta commozione, sempre anche ne gli ultimi
suoi anni, considerò la sorte de le giovani vite femminili troncate,
o minacciate da la morte, con commozione assai maggiore doveva aver
meditato su la tragica fine de la giovane marchigiana.

Ne la vita e ne la natura il poeta cerca soltanto un affetto, che
risponda a l'ardore che sente in sè; a la vita e a la natura domanda
soltanto un'anima che lo ami; ma poichè non la trova, ne la sua stanca
desolazione si crede _già stecchito, inaridito come una canna secca_,
e morto ad ogni passione, anche_ alla stessa potenza eterna e sovrana
dell'amore_; ben poco basta però perchè il suo cuore si risvegli; se
non infrequente gli sorrideva la musa, era rievocata ben di spesso da
un'immagine femminile. Tra il '21 e il '22 egli scrisse il _Consalvo_,
la canzone _Nelle nozze della sorella Paolina_, l'_Ultimo canto di
Saffo_ e la canzone _Alla sua donna_.[78]

Il _Consalvo_, benchè pubblicato soltanto nel 1835, fu, secondo ogni
probabilità, pensato ed abbozzato nel 1821. Lo inspirò l'ardentissimo
desiderio de la pietà femminile; il Leopardi non vi parla in persona
propria, ma pone su la scena un uomo amante e una donna pietosa, nel
bacio de la quale quegli muore confortato; essenzialmente soggettivo
per natura e per la lunga abitudine di vivere ripiegato su sè stesso,
per la nessuna conoscenza del mondo, anche qui dipinge sè medesimo: più
volte dovette nei suoi migliori momenti, quando la disperazione cedeva
ad una dolce malinconia, immaginare il conforto supremo de la pietà di
una donna, che illuminasse di luce soave i suoi ultimi momenti; quindi,
a ragione nota lo Straccali che non par punto necessario andare a
cercare il primo motivo di questo canto fuori de l'anima del poeta.

Si volle vederne le fonti[79] nei Pastorali di Longo Sofista, dove
Dorcone morente palesa a Cloe il suo amore e le chiede un bacio; ne
l'episodio boccaccesco de la morte di Arcita (Teseide), ne la nona
novella de l'Heptaméron di Margherita regina di Navarra, e ne la
leggenda di Jaufré Rudel. Il Carducci crede che la pietosa avventura
del trovatore provenzale fosse nota al Leopardi e pei famosi versi del
Petrarca,

    Giuffré Rudel ch'usò la vela e il remo
    A cercar la sua morte,

versi chiariti anche dai commentatori antichi, e per la storia de la
volgar poesia del Crescimbeni. Assai severo si mostrò il Carducci per
il _Consalvo_ che a l'opposto è tenuto in gran pregio da lo Zumbini, il
quale lo giudica una de le cose più perfette de la nostra poesia.[80]

Qualche cosa del _Sogno_ rimane in questo Canto, dove le figure sono
vaghe, sfumate come _specchiati sembianti_. La loquacità rimproverata
al protagonista è una reazione al suo lungo silenzio, è il desiderio
d'aprire, almeno una volta, a la donna quel cuore che fu sempre
chiuso e che tra breve dovrà esser muto per sempre; Consalvo ha col
Leopardi il desiderio de la morte, l'abbandono in cui è lasciato,
l'esser schivo de la terra, l'amore cocente e timido, l'illusione
di trovare ne l'amore una felicità quasi divina e l'abborrimento de
la vecchiezza. Se l'immaginazione del poeta non fu sempre felice
in questo Canto, vi hanno però immagini assai belle e sentimento
sincero espresso con quella semplicità che è uno dei maggiori pregi
leopardiani. Si è dubitato che sotto il nome di Elvira si nasconda una
donna veramente amata dal poeta, e supposto da alcuni che questa donna
sia la Basvecchi, da altri la donna stessa cantata poi col nome di
Aspasia; la signora Caterina Pigorini-Beri ed il prof. Odoardo Valio vi
supposero[81] adombrata Paolina Ranieri; queste ultime ipotesi cadono
se, come appar logico, il Canto si attribuisce a la prima giovinezza
del poeta. Solo riguardo a la Ranieri si potrebbe obbiettare che il
Leopardi pensasse a lei nel ricorreggere e quasi rifare il Canto negli
ultimi anni de la sua vita. Dopo quel momento di molle dolcezza che gli
dettava il _Consalvo_, il poeta s'irrigidisce nel suo severo concetto
di virtù eroica spartana e, pur pensando a la donna e a l'amore,
l'anima sua resta assorta impassibilmente da la contemplazione di un
classico ideale ne la canzone _Per le nozze della sorella Paolina_.

Vivissimo era l'affetto del poeta per la sorella, ma le consuetudini
de la famiglia, la severa ritenutezza che toglieva ogni espansione e
lo stato d'animo del giovane, il quale nel suo dolore profondo vedeva
tutto triste nel presente, e solo ne l'antichità credeva di trovare
il mondo ancor giovane e forte e virtuoso, tolgono al Canto ogni
tenera effusione: non è inspirato da i domestici affetti, ma da l'amor
patrio; e la donna, che vi si riflette è la figura classica de l'antica
matrona. Qualche cosa di affettuoso vi ha solo ne l'introduzione; è
però da notare che sarebbe stato crudele vantar le gioie de l'amore a
Paolina, che stava per sposare un uomo non giovane, non piacente, certo
non amato da lei: se questo si pensa, apparirà delicato e generoso quel
mostrarle i doveri de la maternità e darle coraggio e forza per la dura
battaglia de la vita. Tuttavia ne la Canzone vi ha l'alto concetto
di ciò che la donna può su l'uomo; se ne la prima parte predomina
il sentenziare breve ed austero, ne la seconda il cuore del poeta si
scalda dinanzi a le antiche donne, non meno leggiadre che grandi; si
commuove al loro dolore ed a la loro sventura; la fantasia ridesta
dipinge il quadro de' suoi più vaghi colori.

Con l'immagine di Virginia finisce il Canto, lasciando nel lettore
l'impressione grandiosa di quel popolo salvato da quella donna. Evitò
un ritorno ai tempi suoi, al suo paese, ma par che il suo silenzio
nasconda un augurio: quello che, come il romano, risorga anche il
popolo italiano per la virtù femminile.

Il _Bruto Minore_ segna pel poeta il confine fra l'età de
l'immaginazione e il prevalere de la scienza e de l'esperienza del
vero: con Bruto spira quella giovanezza del mondo, che è rimpianta
nel Canto _Alla Primavera_. La bella stagione tenta ancora il cuore
gelido del poeta, che nel fiore de gli anni esperimenta la vecchiezza,
e desta in lui un nuovo palpito, che gli fa chiedere con trepidazione
s'egli sia ancora capace d'illusioni, se la natura sia ancora viva;
gli risorgono dinanzi le belle immagini de le antiche favole, le
candide ninfe che con piedi immortali danzano su le rupi scoscese e
ne le selve; Diana cacciatrice, scendente a tergere nel fiume da la
polvere e dal sangue i fianchi nivei e le braccia virginee; la driade,
che palpita ne la scorza d'una pianta; l'innocente naiade, la quale fa
sgorgare l'acqua limpida da la sua urna; Eco solitaria che un doloroso
amore cacciò da le sue giovani membra, e che per le grotte e pei nudi
scogli ripete al cielo le ambascie e gli alti e rotti lamenti umani. In
queste femminili immagini mitologiche il poeta mette una vita che ce lo
fa parere un uomo antico, veramente pietoso, veramente amante di esse;
tale si crede e, al risveglio, tale si duole di non essere. Ahimè, da
che il Cielo è deserto de gli esseri amabili che un dì lo popolavano,
egli esclama, il tuono cieco, errando per le nubi e le montagne,
spaventa ugualmente innocenti e colpevoli; da che la patria educa le
nostre anime malinconiche, restando estranea ad esse, inconscia di
esse, tu, o natura, ascolta le nostre cure infelici, il nostro indegno
destino e rendi al mio spirito il fuoco de' suoi primi affetti, se pure
tu vivi, se havvi cosa alcuna in cielo, in terra o nel mare, non dico
pietosa, ma spettatrice almeno de la nostra sorte.

Egli non chiede, non sospira più che l'ardore de' suoi primi affetti,
l'illusione, almeno, di trovar un amore, una donna, che gli ridía
le gioie de la speranza, se non de la realtà. Pochi sentirono come
il Leopardi la potenza e il desiderio de l'amore e poche volte egli
medesimo seppe dare a l'impeto de la passione un così delicato velo
di tristezza come ne l'_Ultimo Canto di Saffo_. La Saffo del Leopardi
non è la storica figura che la tradizione continua a considerare
insieme poetessa eccelsa ed amante sventurata, benchè la critica
abbia dimostrato due Saffo essere esistite, l'una contemporanea ed
emula di Alceo, l'altra più vicina a noi, infelice innamorata di
Faone. Il Leopardi non cura di riavvicinarsi nè a la leggenda, nè a la
storia, nè ai versi de la poetessa che ci rimangono; egli _intende di
rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo,
nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane_, intende di sfogare
il suo proprio dolore e forse di porsi dinanzi, come un caro fantasma,
non la figura, ma l'anima de la donna, che avrebbe potuto comprenderlo.
Come a Saffo, eran state care e dilettose a lui la notte, la luna, la
stella de l'alba; finchè il destino lo colpì, non d'un tremendo amore
al par de la giovane greca, ma d'un insoddisfatto bisogno d'amore, più
tremendo ancora. Come Saffo, ne la lotta de' suoi disperati affetti,
egli sente un insolito gaudio quando per l'aria e pei campi trepidanti
si aggirano i polverosi fiotti del vento e rugge il tuono e sfolgora
il lampo, mentre le greggie sbigottite fuggono per le valli profonde;
il suono e la trionfante collera de le acque su la riva del fiume gli
dà un senso gradito, perchè conforme a lo stato de l'animo suo; e pure
egli, come la Greca infelice, sente ancora la beltà del cielo divino,
de la rorida terra; la sente, ma è una nuova ferita per lui, cui i numi
e l'empia sorte non fecero parte alcuna di quell'infinita vaghezza.
Ospite vile, dispregiato amante de la natura, anch'egli la guarda
invano supplichevole, da che non gli sorridono più le aperte rive dei
ruscelli, nè l'albore mattutino sul lembo estremo del cielo; da che non
si sente più salutato dal canto dei variopinti uccelli, dal murmure
dei faggi; da che il candido ruscello, dove dispiega le acque pure a
l'ombra dei curvi salici, par sottrarsi con disdegno al piede di lui.
Come Saffo egli prorompe ne le disperate domande: di qual fallo, anzi
di quale eccesso nefando mi macchiai prima di venire al mondo, perchè
il cielo e la fortuna mi debbano così disdegnare? Qual peccato commisi
bambino, quando la vita è ignara del male, perchè poi la mia spregevole
esistenza avesse scema la giovanezza e negata ogni gioia? Così prorompe
nel dolore, ma tosto lo signoreggia: incaute parole furon le sue,
poichè un'arcana volontà determina il destino, e tutto è misterioso
fuor che il nostro dolore; progenie trascurata noi nascemmo al pianto,
e solo gli Dei ne sanno la ragione. Benchè questo appaia in linguaggio
del freddo criterio, che non vuol lasciarsi sopraffare da la passione,
ne le frasi brevi e quasi spezzate si sente un affanno che soffoca
la voce in un singhiozzo. Il Padre concesse di regnare nel mondo
soltanto a la bellezza; imprese virili, sapienza, poesia, non valgono
al virtuoso deforme. Tutto qui è amore e dolore, dolore tanto cocente
che la catastrofe giunge prevista, quasi aspettata, e la decisione
de la morte par esca da le labbra de la poetessa con un sospiro di
sollievo: sparse a terra le membra non degne, l'animo ignudo rifuggirà
ne gli eterni regni, emendando il fallo crudele del cieco destino. Fin
qui Saffo non ha nè pur accennato al suo amore, ma ora, determinata di
morire, lascia sfuggirsi il suo secreto ne l'ultimo addio, che rivolge
a l'amato, addio altamente patetico in cui parlan solo i sentimenti,
che hanno inspirato tutto il Canto e che determinano la morte: affetto
e dolore, ma senz'odio, senz'ira.

La più cara fra le immagini che arrisero a la mente del poeta e che
gli furon tormento e conforto, l'ideale vagheggiato ne la dolorosa
solitudine, rivive nel Canto _A la sua donna_, in cui altri vide
un'allegoria de la libertà, altri de la felicità. Il Giordani, nel
1826, fu il primo ad affermare che il poeta nascondesse sotto il
nome di _sua donna, gnarus temporum_, la _divina idea di libertà_,
e più tardi (1830) chiamava il Canto un «celestiale inno d'amore a
la libertà, il sommo di bellezza che si possa sperare da la poesia;»
ma il Borgognoni[82] suppone che il Giordani interpretasse così quel
Canto per liberare l'amico da l'accusa che facilmente poteva colpirlo
in quel tempo, di cantare ideali e fantasie platoniche. Il Leopardi
però quando aveva voluto, malgrado i tempi poco propizi, aveva saputo
manifestare apertamente i suoi sensi liberali; e ne fanno prova le
Canzoni _All'Italia_, _Sul monumento di Dante_, _Nelle nozze della
sorella Paolina_.[83] Maggior valore de l'autorità di P. Giordani ha
la voce del poeta, che ne l'articolo critico non fa punto supporre
d'aver voluto cantare altro che un ideale femminile; e che, se altro
si volesse intendere, apparirebbe spesso strano ed oscuro nei versi de
la Canzone. L'autore non sa se la sua donna, e così chiamandola mostra
di non amare che questa, sia nata fin ora, o debba mai nascere; sa che
ora non vive in terra, che noi non siamo suoi contemporanei, e la cerca
fra le idee di Platone, ne la luna, nei pianeti del sistema solare, nei
sistemi de le stelle.

Come si potrebbe interpretare, pensando a la libertà, il sogno e i
campi in cui essa appare, la sua vita ne l'età de l'oro, la sua morte
e il trasvolare de l'anima sua tra la gente? E chi sarebbe l'altra,
che potrebbe trovarsi pari a lei _al volto, a gli atti, a la favella_,
e che _così conforme_ sarebbe tuttavia men bella assai? E certo
apparirebbero anche troppo appassionatamente teneri i versi in cui il
poeta chiama la vita rallegrata da quella donna _simile a quella che
nel cielo indìa_. Come mai il senno eterno potrebbe sdegnare di vestir
di sensibili forme quest'idea e farle provar _fra caduche spoglie_ gli
affanni di _funerea vita_? Sì che nè l'autorità del Giordani, nè quella
del Ranieri, che disse ad un amico aver il poeta intitolato da prima _A
la libertà_ questo Canto, nè quella de lo Zerbini che anch'esso volle
vedervi adombrata la libertà, valgono a sostenere tale supposizione,
accettata tuttavia da molti. Nè pur interamente persuasiva mi par
l'altra asserzione che la donna sia la felicità (v. G. Mestica),
benchè infine pel poeta l'amore d'una vera _donna_ e la felicità
sieno tutt'una cosa. Una osservazione importante è quella fatta da
lo Straccali e dal Cesareo, e cioè che la Canzone _A la sua donna_ ne
l'edizione del 1824 è posta dopo l'_Inno ai Patriarchi_, ne le edizioni
seguenti e ne la definitiva napoletana venne separata dal gruppo de le
poesie civili e posta fra quelle filosofiche e amorose.

L'idealità platonica inspira questa Canzone, la quale tuttavia lungi
da l'essere una fredda reminiscenza, sorge dal più intimo del cuore di
Giacomo. Questi fin da la sua adolescenza aveva sentito vivissimo ne
l'animo il desiderio d'amore, e da l'amore aspettava quell'ineffabile
felicità che, illuso, credeva possibile ai mortali, ma che gli sfuggiva
dinanzi quando più gli pareva d'esserle presso: la Geltrude Cassi, cui
può darsi ch'egli pensasse ne lo scrivere i versi:

    . . . . . . . . . s'anco pari alcuna
    Ti fosse al volto, a gli atti, a la favella
    Saria così conforme assai men bella,

o non si era avveduta del suo affetto o non se n'era curata;
la Fattorini era morta; ed altre forse ch'egli ammirava, come
la Basvecchi, non lo credettero degno d'un loro sguardo. A lui,
tenerissimo ed immaginoso, doveva più che ad altri mai arridere una
fantastica sembianza di donna bellissima e virtuosissima, capace di
render beata la vita a l'amante; questo fu il solo, vero, costante suo
amore; non mentì più tardi, asserendo ad Aspasia di non aver amato lei,
ma quella diva ch'ebbe vita soltanto nel suo cuore; di questa ricercava
avidamente un'immagine reale ne le donne, che gli furon più care. Ne la
Canzone _A la sua donna_ egli ebbe in animo di esaltare quel femminile
eterno che da Dante a Goethe arrise ai poeti; avverata, quella sua
dilettissima immagine e pienamente conforme a la sua idea, sarebbe
tuttavia men bella assai, per questo solo che sarebbe reale e che il
suo incanto maggiore è la luce di sogno che l'avvolge, il suo fascino è
la lontananza, il mistero, l'essere irraggiungibile, inafferrabile.

Il De Sanctis, lo Zumbini, lo Zanella, il Bonghi, il Sesler, il
Borgognoni, il Colagrosso, il Bacci, lo Straccali, il Cesareo, il Della
Giovanna, il Fornaciari, ec., interpretano tutti la Canzone _A la sua
donna_ come rivolta ad un ideale femminile.

                                   *
                                  * *

La monotonia de la vita di Giacomo veniva rotta dal suo primo viaggio
a Roma che non gli dava però alcuna di quelle soddisfazioni del cuore,
cui egli aspirava. La zia Ferdinanda era morta, le donne ch'egli
poteva frequentare gli parevano _bestie femminine_, eccessivamente
_frivole e dissipate_, incapaci d'inspirare un _interesse al mondo_.
Il teatro lo dilettava, concedendo al suo spirito l'illusione d'un
mondo diverso dal reale,[84] e _La donna del lago_, data a l'Argentina
ed eseguita da voci assai buone, gli parve una cosa stupenda: «Potrei
piangere ancor io se il dono de le lacrime non mi fosse stato sospeso,
giacchè mi avvedo pure di non averlo perduto affatto» — scriveva a
Carlo a proposito di questo spettacolo (5 febbraio 1823). — Profonda
impressione gli faceva il ballo, che gli sembrava comunicasse a le
forme femminili un non so che di divino.

Al ritorno a Recanati la sua malinconia si fa più nera. E pure,
in tanto sconforto, la grandezza del suo cuore trionfa ed egli ama
ancora la virtù. «En vérité, mon cher ami, le monde ne connait point
ses véritables intérêts. Je conviendrai, si l'on veut, que la vertu,
comme tout ce qui est beau et tout ce qui est grand, ne soit qu'une
illusion. Mais si cette illusion était commune, si tous les hommes
croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissants,
bienfaisants, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot,
si tout le monde était sensible (car je ne fais aucune différence
de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu), n'en serait-on pas plus
heureux?...»[85]

Poco profonda, benchè non discara, l'impressione che gli restava del
viaggio di Milano. Ben altra cosa può dirsi de la dimora del poeta
in Bologna: la tenera simpatia per Marianna Brighenti gli rendeva
piacevolissime le ore e le serate ch'egli soleva passare in casa de
l'avvocato modenese; questo fu il più dolce suo affetto in quella
città, poichè a la dolcezza di esso non venne a fondersi alcun
sentimento amaro. Poco fortunato egli fu nel suo affetto per Madama
Padovani, affetto rimasto fino a poco tempo fa ignoto ai biografi e
di cui diede cenno per primo Camillo Antona Traversi[86] ne l'articolo
_Gli amori bolognesi di G. Leopardi_, pubblicato nel periodico _Lettere
ed Arti_ (Bologna, 15 novembre 1890); notizie maggiori ne diede
il dottor Franco Ridella nel suo libro _Una sventura postuma di G.
Leopardi_.

Esaminando accuratamente l'Epistolario leopardiano, il Ridella ne
ricavò tutto quanto a questo proposito se ne poteva trarre, provando
come fosse senza dubbio quella Madama Padovani la _strega_ tanto bella,
giovane e graziosa di cui parla il Leopardi ne la lettera 3 luglio 1827
al Papadopoli; ma non riuscì nè a saper chi fosse la Padovani, nè ad
averne altrimenti contezza.

Ricercando notizie di questa signora a Modena, dove, secondo afferma
il Leopardi stesso, viveva il marito di lei, da documenti e da
testimonianze orali seppi ch'ella fu senza dubbio alcuno una Rosa
Simonazzi, di Antonio e di Domenica Cavazzuti modenese. Rimasta in
assai tenera età orfana di padre, fu educata da la madre insieme al
fratello Natale, nato il 17 dicembre 1799. Di diciott'anni a pena,
nel 1820, secondo i documenti che si trovano ne l'ufficio di Stato
Civile a Modena, fu sposa ad un impiegato modenese, Luigi Padovani di
Pellegrino e de la Paola Verzoni, ispettore de la civica illuminazione
e discreto suonatore di chitarra, maggiore di lei d'undici anni,
onesto, buono, di condizione modestissima, per quanto di poi la Rosa
si facesse chiamare _Madama_. Nei primi tempi del matrimonio ella
attese a la casa ed ebbe un figlio, Antonio; ma poi, bella, di un brio
indiavolato, leggiera, avida di piaceri e di lusso, sentendo lodare la
sua voce e la sua naturale disposizione a la musica, tolte a pretesto
le condizioni economiche disagiate e la speranza di far fortuna, volle
andarsene nel 1826 a Bologna per studiarvi il canto. Aggiungo che per
motivi di gelosia fu divisa dal marito; non so precisamente in quale
anno avvenisse la separazione, ma ho ragione di credere prima del
1826. A Bologna la Rosa si allogò, dopo aver dimorato qualche tempo
in altra casa, presso quel Vincenzo Aliprandi, che era stato tenore al
servizio di Napoleone I ed avea cantato molti anni prima anche a Modena
ne l'opera semiseria _La Griselda_ di Paer lasciando ottima memoria de
l'arte sua e de la voce. In casa di lui (Casa Badini presso il teatro
del Corso), già vecchio, ma povero malgrado i suoi trionfi e costretto
a tener pensione per vivere, la Rosa si trovò con Giacomo Leopardi. La
signora era molto amica de la famiglia Stella, scrivendo a la quale
Giacomo spesso la nomina; può darsi anzi che per mezzo de gli Stella
egli conoscesse la Padovani, poichè appar certo che la conobbe prima
ancora ch'ella andasse ad abitare ne la sua stessa casa; infatti il 26
marzo del 1826 egli scrive ad A. F. Stella: «Debbo fare a Lei e a tutta
la sua famiglia i complimenti di Madama Padovani, che abita _ora qui_
ne la mia stessa casa e al mio stesso piano.»

La Padovani era una donna del tipo che inspirò le più ardenti passioni
del Recanatese, di cui gli amori tutti ideali e quasi celesti furono
rivolti a fanciulle belle, pure e infelici, ma gli amori reali, di
natura terrena benchè onesti, ebbero per oggetto donne da le forme
giunoniche, da l'aspetto florido, dal portamento regale, da gli
occhi luminosi e arditi, superbe e liete come dee de la classica
antichità. Tale era Madama Padovani: di statura alta e di forme
scultorie, riusciva attraente soprattutto pei grandi occhi vivacissimi,
scintillanti di brio, di spensierata allegrezza, di malizia birichina,
di mordacità. Orgogliosa de la sua avvenenza, di nulla si compiaceva
come d'essere ammirata e adorata, e probabilmente nè anche l'omaggio
del giovane contino le riuscì discaro, per quanto ella non comprendesse
affatto nè l'ingegno, nè l'animo di lui. Ma ella era troppo lontana
moralmente da la donna ch'egli vagheggiava per potergli piacere a
lungo: bella, non altro che bella, doveva colpirlo al primo momento,
lasciarlo poi disgustato; quali altre cagioni di sdegno per lei ebbe
il Leopardi (par certo che ne ebbe), rimane un mistero. Desideroso di
farle cosa grata, egli chiese per lei un biglietto, probabilmente per
qualche accademia o spettacolo, al conte Carlo Pepoli. Ma fra questa
domanda e la risposta del Pepoli qualche cosa dovette accadere che
cambiò affatto i sentimenti del Leopardi verso la Padovani; un atto
di sprezzo o di dileggio di lei? Non è improbabile, perchè la sua
educazione era tutt'altro che fine e perchè l'animo del Leopardi, così
dolce e così costante, solo da un'offesa al delicatissimo suo amor
proprio poteva così improvvisamente esser mutato.

Al Pepoli infatti scrive ne l'aprile 1826 che lo ringrazia del
biglietto che gli ha mandato e de le cure che si è voluto prendere per
l'altro biglietto richiestogli e lo prega di non darsi altro pensiero
di questa cosa, chè egli non vorrebbe veramente far trasgredire al
segretario le sante leggi per proprio piacere. Gli dà, su la Signora,
dei ragguagli certamente dimandati da l'altro; e ne le sue parole si
sente un accento di poca stima e di poca simpatia; non certo un affetto
presente, ma piuttosto un affetto deluso, che ha lasciato soltanto de
l'amarezza: «La mia signora è maritata, benchè non abbia qui il marito
per la ragion sufficiente che il marito sta a Modena. È distinta per
un paio d'occhi che a me paion belli e per una persona che a me e
ad alcuni altri è paruta bella. Ma che abbia altre distinzioni non
so e non credo. Perciò ti prego a non darti altro pensiero di questa
cosa....»

Forse il Pepoli aveva detto che se si fosse trattato di una persona
di _grande distinzione_ si sarebbe potuto eccezionalmente ottenere il
biglietto.

Ne la lettera a lo Stella del 17 maggio 1826 si fa cenno ancora di
Madama Padovani, che è contenta di Bologna e fa progressi sufficienti
ne la musica, ma è naturale che anche senza aver più per lei
nessuna simpatia, il poeta la nomini a quegli amici di lei, da cui
probabilmente gliene erano state chieste notizie. Così a Luigi Stella
ne la lettera 25 luglio 1826 fa un cenno asciutto de la signora:
«Madama Padovani è ancor qui, ed ho cagion di credere che vi stia
contenta.» Ha _cagion di credere_, ma non ne sa più nulla di preciso.
Più tardi, tornato a Bologna ne la primavera del 1827, ancor più
asciuttamente rispondeva a lo Stella: «Madama Padovani è qui ancora.
Essendo morto il suo e mio albergatore, ha mutato alloggio; ed io
non l'ho veduta dopo il mio ritorno; ma so che sta bene.» Molto
ragionevolmente il dottor Ridella crede che Giacomo alluda a la
Padovani ne la lettera al Papadopoli 3 luglio 1827, in cui gli dice che
non sa perchè voglia dubitare de la sua costanza nel tenersi lontano
_da quella donna_; quasi si vergogna a narrare che ella, non vedendolo
più andar da lei, mandò a domandargli sue nuove, ed egli non ci andò;
che dopo alcuni giorni lo invitò a pranzo, ed egli non ci andò; che
partì per Firenze senza vederla, che non la rivide più dopo la partenza
del Papadopoli da Bologna; e si vergogna a raccontar questo, perchè par
ch'egli voglia provar una cosa di cui l'altro gli fa torto a dubitare;
aggiunge infine: «Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di
quella strega sono tanto grandi che ci vuol molta forza a resistere.»

Poichè il Leopardi aveva una naturale e delicata ritrosia a confidare
le offese fatte al suo amor proprio, non è probabile ch'egli avesse
parlato al Papadopoli del fatto che era stato causa de la rottura fra
lui e la Padovani; e non parrebbe inverosimile che di questo fatto
quell'amico fosse testimonio, cosa che spiegherebbe sempre più la ferma
durezza del Leopardi verso quella donna. Un ultimo cenno su la Padovani
si trova in una lettera di Paolina, a la quale il poeta doveva aver
parlato di quella sua conoscenza. Il 15 febbraio del 1828 la sorella
di Giacomo, a proposito di cantanti, narravagli che la _sua Madama
Padovani_[87] aveva fatto il primo teatro a Torino in quell'autunno
e con buon esito, ed aggiungeva: «Ma a te che te ne importa? Io già
lo so che non te ne importa niente, ma io sempre mi ricordo dei tuoi
racconti, delle tue conoscenze.»

La Rosa datasi a l'arte parve riuscire discretamente, ma non lasciò
alcuna fama di sè, il suo nome rimase sconosciuto anche ai più
diligenti e minuziosi ricercatori di notizie teatrali. Solo ho potuto
sapere ch'ella cantò a Milano nel 1829 (reduce da Torino) ne l'opera
_Zelmira_, eseguendo la parte di _Emma_, confidente; ma con poco buon
esito, tanto che non fu più scritturata. Pare inoltre da le notizie di
quei tempi che anche a Torino fosse piaciuta poco. Per questo essa fu
costretta di recarsi a l'estero e di cambiar nome; sì che rimanendo
ignoto il pseudonimo da lei preso, manca ogni mezzo per ulteriori
ricerche. Alcuni Modenesi già innanzi con gli anni ricordano d'aver
sentito parlare di lei artista, rammentano ch'ella fu lungamente a
l'estero, specie in Russia, a Mosca, di dove però fece ritorno tanto
povera ch'ebbe bisogno di chieder più volte sussidi al comune. Morto
Luigi Padovani il 24 maggio 1869, la Rosa il 2 giugno de lo stesso
anno domandò una pensione al Municipio; la supplica, che si conserva
ne l'archivio comunale di Modena, è corredata da una fede di nascita
da cui resulta che la postulante fu battezzata ne la parrocchia di
San Bartolomeo in San Barnaba nel 1795, mentre dagli atti matrimoniali
appare nata nel 1802; non ho potuto chiarire questa sconcordanza, ma su
l'identità de la persona non v'ha dubbio. La Rosa ottenne la pensione
che fu di lire settecento venti annue e la godette solo per poco più
di due anni, perchè il 18 settembre 1871 finì di vivere. Un vecchio
professore, il quale la conobbe personalmente afferma che già carica
d'anni e di malanni era tuttavia sempre bellissima e allegra, tanto
da far immaginare quale splendida creatura avesse dovuto essere in
gioventù; ed asserisce d'averla sentita ricordare Giacomo Leopardi e
vantarsi d'averlo intimamente conosciuto, con tali parole da lasciar
comprendere chiaramente che ella era stata amata dal poeta; e questo
è pure narrato da una vecchia parente de la Padovani. A porre in
dubbio l'amore del poeta per la cantante non vale il notare che fra
la data de la lettera al Pepoli (aprile '26) e quella de la lettera al
Papadopoli (3 luglio '27) corre il periodo de l'amore per la Malvezzi,
perchè quando il poeta scriveva la prima, la sua fugace passione per la
cantante era già svanita; nè è strano che ancora nel '27 il Papadopoli
gli chieda de la Padovani, perchè, stato quasi sempre assente da
Bologna, egli probabilmente nulla poteva sapere de l'amore che l'amico
suo aveva provato per la Malvezzi. Nè più valore avrebbe l'obbiezione
su l'età de la Padovani (la strega, dice il Leopardi, è giovanissima);
ora è quasi certo che nel '27 la Padovani aveva venticinque anni; ma ne
avesse pur avuto qualcuno di più, qual meraviglia che, bella come era,
apparisse giovane assai al Leopardi che amò la Cassi ventiseienne, la
Malvezzi già sui quaranta, la Targioni Tozzetti già oltre i trenta.

Più veemente ed altrettanto infelice fu l'amore del Recanatese per
la Malvezzi, la colta dama, di cui lo spirito, la grazia e la pietosa
affabilità affascinarono il poeta fino a illuderlo ch'ella potesse, se
non corrispondere, compatire al suo amore.

                                   *
                                  * *

Le _Operette morali_ come i _Canti_, benchè con intento più satirico,
ci danno l'immagine de l'animo del poeta, dipingendoci la sua visione
del mondo; però assai più di rado vi si riaffacciano la donna e
l'amore, a punto perchè più difficilmente il Leopardi osa ridere di
essi che di ogni altra cosa. Anzi ne la _Storia del genere umano_, che
è quasi un proemio a tutta l'opera, dopo aver tutto negato e deriso,
chiude con l'innalzare un vero inno a l'amore celeste e con tanto
sincero entusiasmo, che fa quasi pensare aver egli scritto tutta la
prosa per giungere a questa chiusa, come si dice scrivesse la canzone
_All'Italia_ per rifare il Canto di Simonide; ma mentre quest'ultima
canzone manca di euritmia fra le parti, _La storia del genere umano_ è
ammirabile così per la proporzione, per l'ordine, per la grazia e per
la finezza de l'arte, come per l'alta poesia. «Quando viene in sulla
terra (_l'amor celeste_), sceglie i cuori più teneri e più gentili
delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio;
diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità ed empiendoli di affetti
sì nobili e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa
al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza
di beatitudine.» La storia de l'infelicità umana, che è resa in questa
prosa secondo il mito pagano, è narrata secondo il mito cristiano ne
l'_Inno ai Patriarchi_; ne la prima il Leopardi si rifugia, come in un
ignorato eliso, nel suo sogno d'amore; ne la seconda gli arride lontana
l'età de l'oro, in cui l'umana stirpe visse ignara del suo destino:
qui e là un sogno lo consola del vero. La _Storia del genere umano_,
ampliata a significar le sorti de l'intera umanità, è la storia de
l'uomo, o meglio la storia del Leopardi, felice ne la prima infanzia,
quando la vita è solo vegetativa, men felice, ma bella ancora ne la
prima adolescenza, quando l'immaginazione fingeva a lui di là dai monti
del suo orizzonte, _arcani mondi_, arcana felicità. A quei viaggi de
gli uomini antichi, i quali vanno visitando lontanissime contrade,
corrispondono gli studi di Giacomo, i quali limitano intorno a lui
l'universo che lo aveva affascinato con le apparenze de l'infinito e
gli fanno, come a quegli antichi, crescere la _mala contentezza_ sì
che, non ancor uscito da la gioventù, egli è occupato da l'_espresso
fastidio dell'esser_ suo; e come quelli a questo fastidio cercavano un
rimedio ne la morte, così egli siede presso la fontana del giardino
paterno, pensoso di finire in quelle acque il suo dolore. Giove
propaga i termini del creato e lo adorna; così gli studi accrescono
l'orizzonte intellettuale del Recanatese, ma il rimedio è peggiore del
male, poichè le vaghe immagini e il popolo dei sogni sfuggono dinanzi
a lui; e come gli antichi cadono ne l'empietà, così egli perde la fede
e se ne consola adorando i divini fantasmi de la virtù, de la gloria,
de la patria, insieme ai quali lo alletta per la prima volta l'amore
reale. Come quelli egli darebbe volentieri il sangue e la vita per tali
fantasmi, ma la sapienza, o meglio, per lui, la meditazione filosofica,
lo accende del desiderio de la verità, e questa gli toglie ogni gioia,
ogni conforto, gli mostra la vanità di tutto, e solo altissimo sollievo
gli rimane l'amore, non materiale come prima, ma ideale e purissimo.
Questo sogno di un affetto quasi celestiale fa ripensare a quella
specie di _delirio e di febbre_ da cui fu preso, quando l'intima
conoscenza de la Malvezzi gli fece sperare d'aver trovato un sublime
ricambio d'affetto.

La _Storia del genere umano_ al Bouché Leclercq rammentò quei quadri
de la scuola bolognese in cui un'apparizione celeste aleggia sopra
le figure principali e manda riflessi luminosi fin ne gli angoli più
oscuri.[88]

Ma dopo l'inno, la satira; dopo l'entusiasmo del desiderio e il felice
delirio del cuore e de la fantasia, il disinganno e un'amarezza, un
disdegno che non son quasi che il rovescio di quell'amore e di quel
delirio.

Ne l'argutissima _Proposta di premi fatta dall'Accademia dei
Sillografi_ una freccia pungente è rivolta contro le donne, incapaci
di fedeltà. Oh in quel sarcastico sorriso quanta mite malinconia!
Come egli l'ha cercata dovunque quell'adorabile _donna che non si
trova_; come l'ha vagheggiata persino ne le pagine del conte Baldassar
Castiglione, ed ha invidiato dal profondo de l'animo appassionato
e deluso Pigmalione antico _che si potè fabbricare la sposa colle
proprie mani_; e come gli si stringe il cuore nel non trovar per essa
un miglior paragone che l'araba fenice del Metastasio! La donna fedele
e che può render felice l'uomo è ancora da _inventare_; cinquecento
zecchini de la cassetta di Diogene (proverbialmente misero) a chi ne
sarà l'autore.

Scrivendo questa prosa il Leopardi doveva essere in uno de' suoi
momenti meno tristi, poichè un sincero umorismo lo inspira. Si sente,
come dice il Bouché Leclercq, _qu'il a des larmes dans la voix_, si
sente ch'egli ha sofferto per colpa dei motteggi e dei biasimi di
amici falsi, ch'egli ha sofferto nel sentirsi solo in quella sua alta
aspirazione a le opere virtuose e magnanime e sopra tutto ch'egli ha
anelato con tutta l'anima a l'amor sincero di una donna, ma la serenità
del suo spirito gli permette di scherzare sui suoi errori e su le sue
delusioni.

Alcune prose del Leopardi e questa sua _Proposta di premi_, fra le
altre, provano quale squisito umorista egli avrebbe potuto essere, se
non fosse stato così sconfinatamente infelice; invero quanta felice
arguzia in quell'enumerazione di macchine, che si spera saran trovate
col tempo: parainvidia, paracalunnie, filo di salute, che scampi da
l'egoismo, dal predominio de la mediocrità, da la prospera fortuna de
gl'insensati, de' ribaldi e de' vili, da l'universale noncuranza e da
la miseria de' saggi, de' costumati e de' magnanimi; e quanta ancora
nei premi immaginati!

Nel soggettivismo schietto ritorna il Leopardi col dialogo de _La
Natura e di un'anima_. Lo spirito, cui la natura dice: _vivi e sii
grande e infelice_, è quello stesso del Leopardi, che desolato di
riconoscere vano il suo immenso desiderio di felicità e di sentire ne
la propria eccellenza, ne la finezza del suo intelletto, ne la vivacità
de la sua immaginazione, altrettante cause d'ineffabile soffrire,
sconfortato de la gloria stessa, che non si ottiene in vita e talora
nè pure in morte, nè anche da gli eccelsi, maledice la sua grandezza e
chiede d'esser conforme al più stupido, insensato spirito e di morire
il più presto che si possa.

Non così avrebbe maledetto la vita e l'ingegno, se il sorriso di una
Elvira gli avesse aperto il cuore a l'agognata felicità: il paradiso in
cui egli avrebbe veduto cangiarsi la terra desolata, non sarebbe stato
eterno; ma la visione e il ricordo di esso avrebbero salvato l'infelice
da la disperazione.

A l'uomo, cui manchino la potenza di agire e gli affetti, qual
rimedio rimane contro la noia, se non i sogni e le fantasticherie?
Così il Leopardi nel dialogo _Torquato Tasso e il suo gemo familiare_
(imitazione, ma piena d'originalità, del _Messaggero_ de lo stesso
Torquato); il Tasso del dialogo è sempre il Tasso del Canto ad Angelo
Mai; mandandolo in terra il cielo preparava a gli uomini l'esempio
d'una mente eccelsa, a lui dolore, non altro che dolore, nè pur dal
dolcissimo canto confortato. E che è questo Tasso se non il Leopardi
medesimo?

Nel dialogo, il Tasso tocca del suo amore per Leonora, e ne le parole
di lui senti la voce stessa del Recanatese. Questo dialogo chiarisce la
natura di quasi tutti gli amori leopardiani: l'amata gli pare da vicino
una donna, da lontano una dea, e quel che più gli duole è che le donne
stesse tolgano ogni splendore a l'immagine loro ch'egli si forma con
la fantasia: ne l'amore, come in tutto, il vero doveva avvelenargli
l'ideale. Quando egli sogna la sua donna, sfugge il giorno dopo di
rivederla chè, se pur la rivedesse pari nel volto, ne gli atti, ne
la favella a l'immagine sognata, non sarebbe più la stessa, avrebbe
perduto gran parte del suo incanto.

Se l'utilità de i sogni e de le fantasticherie è solo quella di
consumare la vita, questo è pure l'unico intento che ci si possa
proporre. Lo spirito del Leopardi ne la dolorosa meditazione
s'inasprisce: dal sogno, al dolore; dal dolore a l'amarezza; da
l'amarezza, al sarcasmo; ecco la storia di quell'anima. Così qui
il dialogo tutto ha un'intonazione malinconica e dolce, la chiusa è
aspramente sarcastica. _Dove sei solito abitare?_ — chiede Torquato
al suo genio. — _In qualche liquore generoso_, — risponde questo; — da
prima il Leopardi aveva scritto _nel tuo bicchiere_.

Ma il sarcasmo non dura, non può essere abituale in quell'animo
altamente buono, che si ritrae in Filippo Ottonieri così originale e
profondo ne' suoi giudizi sul mondo e su le umane sventure.

Chiarendo l'ironia di Socrate, il Leopardi spiega la sorte sua:
nato con disposizione grandissima ad amare, ma per la sciagurata
forma del corpo disperato di poter ottener altro che amicizia, e
per la stessa ragione poco atto ai pubblici negozi, e pur dotato
d'ingegno grandissimo, che accresceva fuor di modo la molestia di
queste condizioni, come Socrate anche il Leopardi _si pose per ozio
a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità
de' suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia; come
naturalmente doveva accadere a chi si trovava impedito di aver parte,
per dir così, nella vita_. Ma anche in lui la mansuetudine e la
magnanimità innata fecero che l'ironia non fosse sdegnosa ed acerba, ma
piuttosto riposata e dolce. Le occupazioni, fossero negozi o trastulli,
eran ugualmente passatempi per lui, che ai piaceri reali anteponeva
d'assai quelli de le false immaginazioni; tutte infelici gli parevan
le condizioni de la vita e tutte press'a poco ugualmente povere di
beni e ricche di mali, nè rimedio a questi era per lui la filosofia.
Come l'Ottonieri, l'autore è un ingegno singolare, che si compiace
di scostarsi dal comune de gli uomini e che pur disprezzando nel suo
pessimismo e l'umanità e la natura e l'universo, non sa odiare, anzi è
naturalmente e quasi inconsciamente disposto a sentimenti affettuosi,
i quali non lo compensano, ma lo consolano, alcun poco de gli affetti
eroici ed ardenti per cui si sentirebbe nato, e che fortuna e natura
gli negano. «Sono nato ad amare, ho amato e forse con tanto affetto
quanto può mai cadere in anima viva. Oggi, benchè non sono ancora,
come vedete, in età naturalmente fredda, ne forse anco tepida, non mi
vergogno a dire che non amo nessuno fuorchè me stesso, per necessità di
natura, e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono solito e pronto
a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli
altri.»

                                   *
                                  * *

A Firenze il Leopardi provò l'ultima terribile passione de la sua vita,
un amore ardente come il primo, ma di cui l'illusione durò ben più, e
ben più tormentose furono le sofferenze che gliene vennero, quando quel
caro inganno gli fu strappato a forza. Alcuni credettero che la donna
amata a Firenze dal Leopardi fosse la Carlotta Lenzoni de' Medici,
altri la Carlotta Buonaparte. Paolina Leopardi per prima immaginò che
de la Buonaparte il poeta fosse innamorato; egli stesso lo nega in una
lettera a Carlo.

La Lenzoni, gentildonna abbastanza colta e amantissima de gli studi,
radunava in casa propria i più insigni letterati ed artisti di Firenze,
fra i quali il Sismondi, il Tenerani che per lei scolpì la Psiche, il
Niccolini, il Carena, il Leopardi; amico pure le fu il Giordani. Ella
è nota specialmente perchè restaurò la casa di Giovanni Boccaccio,
di cui aveva fatto acquisto. Su i rapporti di lei col Leopardi non
molto ora si sa, forse le lettere di lei al poeta rimaste al Ranieri
diranno di più; ad ogni modo ella fu certo ospitale e gentile verso
il Recanatese; ma quel che fu detto e recentemente sostenuto dal
professore A. De Gubernatis cioè che ella fosse l'Aspasia, non mi
appar probabile. Il sapere che la marchesa Carlotta era amabile,
colta, che aveva un albo di autografi preziosi, di cui qualche cosa
deve rimanere ancora e in cui scrisse il Leopardi; il ricordo de le
sale veramente ricche e profumate del palazzo di lei, la sua amicizia
pel poeta, sono insufficienti a farnelo creder innamorato de la dama,
mentre molte ragioni avvalorano l'opinione che Aspasia fosse la Fanny
Targioni-Tozzetti, de la quale certo furono intimi durante la loro
dimora a Firenze il Ranieri e il Leopardi. Conferma che non fosse
la Lenzoni il difetto di lei che, essendo gobba, benchè del resto
piacente, non avrebbe potuto esser chiamata dal Leopardi così verista
_beltade angelica, fonte d'ogni altra leggiadria, sola vera beltà,
la più bella fra tutte le donne_; debbo aggiunger qui però che altri
vuole la gibbosità fosse un'amabile invenzione de le _buone_ amiche de
la dama, la quale soleva stare un po' curva. Ella quando conobbe il
poeta era tra i 45 e i 47 anni. Riguardo a l'albo, l'uso ne le dame
d'averne uno era comunissimo e l'aver il Leopardi scritto in quello
di lei, poco prova dopo quanto si dirà de la Targioni.[89] Questa era
vicina di casa del Leopardi, abitava in via Ghibellina; donna giovane
ancora, poco più che trentenne quando lo conobbe, di rara bellezza,
univa ad essa una grande amabilità e una perfetta arte di piacere.
Antonio Targioni-Tozzetti suo marito, professore ne l'Arcispedale di
Santa Maria Nuova e ne l'Accademia di Belle Arti, accademico de la
Crusca e direttore del giardino botanico, godeva di gran fama e riuniva
spesso in casa sua uomini insigni. Accolto con la gentilezza abituale
nei Targioni, e anzi maggiore per il nome già illustre che possedeva,
Giacomo vi si trovò assai bene e ammirò la leggiadria e la grazia de la
Fanny e l'ingegno del professore. Quando poi la primavera, come sempre,
gli avvivò le forze e lo spirito, la simpatia per quella donna divampò
in amore. Tutto fa credere che fosse la Targioni la bellissima e
amabilissima signora per la quale il poeta con tanta premura domandava
e raccoglieva autografi; anzi a questo proposito è da notarsi che per
accontentar lei il Leopardi si fece mandare da Paolina il protocollo
de le lettere a lui scritte da vari letterati e che di queste lettere
anteriori al marzo del 1830, se ne trovarono tre fra le carte di
casa Targioni-Tozzetti, nessuna fra quelle dei Lenzoni. La passione
risvegliatasi ardentissima nel Leopardi gli fu da prima causa di
inenarrabili dolcezze, il suo animo sereno e lieto come non era stato
mai, dava adito persino a un compatibile sentimento di vanità, o di
cura almeno de la propria persona, poichè certo il poeta pensava a la
donna cui avrebbe voluto piacere, quando scriveva a Paolina (21 agosto
1830) d'aver fatto ridurre a l'ultima moda il suo abito turchino, e si
compiaceva che paresse nuovo e gli stesse molto bene.

Il _Pensiero Dominante_ ci rivela lo stato d'animo di lui durante il
primo periodo di questo suo affetto: il pensiero amoroso lo domina
interamente, terribile ma caro dono del cielo; tutti gli altri si
dileguano, tutte le opere, tutta la vita son divenute un nulla,
una noia intollerabile in confronto a la gioia celeste che quello
gli procura; le solite meditazioni, le solite compagnie divenute
incresciose, il poeta non intende più come altri possa aver desideri,
sospiri non somiglianti al suo. La morte che mai gl'increbbe, gli par
ora un giuoco, e la sdegnosa delicatezza de l'animo suo che ha sempre
disprezzato i cuori ingenerosi, abbietti, ora è mossa più che mai a
subitaneo sdegno da ogni esempio di viltà. L'amore gli pare la sola
discolpa al destino, che ci ha posto in terra a soffrire tanto senza
frutto, e non indegno l'aver sostenuto tanti anni una così misera
vita per giungere in fine a cogliere tali dolcezze; anzi esperto di
tutti i mali umani ricomincerebbe il corso de l'esistenza, pur che
conducesse a tal meta. In quel nuovo paradiso dimentica lo stato
terreno ed è beato di sogni quali han forse gli esseri immortali. Ma
il dolce stato d'animo poco dura e ben presto il poeta non sospira più
l'amore soltanto, non crede più ch'esso basti a rendere ad ogni modo
sopportabile la vita, bensì ripensando al verso di Menandro:

    Muor giovane colui ch'al cielo è caro,

agogna due cose belle, _amore e morte_: l'uno il più grande dei beni,
l'altra fine d'ogni male; ai fervidi, ai felici, a gli animosi ingegni,
il poeta augura o l'uno o l'altro di questi dolci signori,

    Al cui poter nessun poter somiglia;

per sè, con tenerezza ineffabile, invoca la morte pietosa, certo
ch'essa lo troverà orgoglioso, renitente al fato, non benedire al poter
che l'opprime, gittar da sè ogni speranza vana, ogni conforto stolto,
aspettar solo serenamente l'ora in cui poter piegare addormentato il
volto nel seno virgineo de la funebre dea.

Questa fu la più vera e terribile passione del Leopardi, e si ricollega
a gl'impeti del primo amore, ai deliri per la Malvezzi; è una passione
pura, ma tutta umana, che probabilmente il poeta, sempre riserbatissimo
e timido, perchè conscio de la propria inferiorità materiale e dei
doveri de l'ospitalità, non palesò mai a la donna cara, ma ch'ella
dovette comprender benissimo, poichè il Leopardi stesso aveva certa
coscienza di esser stato capito.

Le debolezze, cui per tale passione egli si lasciò andare, furon tali
che non la donna soltanto, ma anche gli amici di lui compresero il suo
secreto e si dolsero e del suo soffrire e del suo non saper resistere
a quel disgraziato affetto. Obbligato a seguir l'amico Ranieri a Roma
il 1º ottobre de l'anno 1831 e a restar là cinque mesi e mezzo, si
duole di quel soggiorno come di un esilio acerbissimo. Malgrado le
spiegazioni che ne furon date, mi pare che di questo viaggio non si sia
ancora chiarita sufficientemente la ragione. Il _romanzo_ di cui parla
Giacomo al fratello Carlo (15 ottobre 1831) è certamente un romanzo
_suo, suo_ così il dolore e _sue_ le lacrime; infatti come altrimenti
avrebbe scritto: «Se un giorno ci rivedremo _forse avrò forza di
narrarti ogni cosa_»; e noto pure che ne l'altra lettera de l'ultimo
de l'anno 1831, scusandosi col fratello di tacere ancora su le cose
che quegli gli aveva dimandate, e cioè, come appare dal contesto, su le
cause del suo viaggio, gli dice: «Troppo lungamente dovrei scrivere per
informarti del _mio stato_ in maniera sufficiente.» Gli aveva chiesto
la Fanny d'allontanarsi per qualche tempo? Non mi pare improbabile.
Una volta sola, da Roma, egli le scriveva; ed è una lettera rispettosa,
riservata, ma ne la quale chi abbia bene studiato il carattere di lui,
intravede un profondo sentimento, specialmente se la confronta con le
lettere ad altre donne che pure senza dubbio egli amò, per esempio con
quella da Recanati a la Malvezzi: non scrisse prima per non darle noia,
ma non vuole che il silenzio le paia dimenticanza, benchè ella forse
sappia _che il dimenticar lei non è facile_. Le parla di sè e de le
proprie idee con effusione e poi si duole di rattristar con esse lei
_che è bella e privilegiata dalla natura a risplendere nella vita e
trionfar del destino umano_. S'ella si degnerà di comandargli sarà per
lui _una gioia e una gloria di servirla_. Il 22 marzo era di nuovo a
Firenze e passò alcuni giorni lieti; la sua stima per la Fanny non era
forse profonda, ma l'amore diveniva intollerabilmente appassionato così
ch'egli non viveva che per quella donna, dimenticando dinanzi a lei il
proprio orgoglio, la propria fierezza e quasi la propria dignità. La
Fanny, annoiata di quella passione, seccata forse da le ciarle che se
ne facevano, non trattò più il Leopardi con la consueta gentilezza, ma
non per questo riuscì ad intiepidirne l'affetto. Ne l'agosto del 1832,
lontana la Targioni che era a Livorno pei bagni, lontano il Ranieri
ch'era a Bologna per seguire la Pelzet; ammalato, mancante di mezzi di
sussistenza al punto d'aver dovuto chiedere l'assegno a la famiglia,
Giacomo si sentiva tuttavia rivivere, ricevendo un biglietto de la
donna amata, cui rispondeva una lettera timida e rispettosa anch'essa,
ma che rivela ancor più de l'altra il suo stato d'animo. Vi dice fra
l'altro: «Ranieri è sempre a Bologna, e sempre occupato in quel suo
amore, che lo fa per più lati infelice. E _pure certamente l'amore e
la morte sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole, solissime
degne di essere desiderate_. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice,
che faranno le altre cose che non sono nè belle, nè degne dell'uomo...
_Addio, bella e graziosa_ Fanny. Appena ardisco pregarvi di comandarmi,
sapendo che non posso nulla. _Ma se_, come si dice, _il desiderio
e la volontà danno valore, potete stimarmi attissimo ad ubbidirvi_.
Ricordatemi a le bambine e credetemi sempre vostro.»

L'autunno e l'inverno passarono tristemente pel poeta sempre più
malfermo in salute e sempre innamorato. Quale fosse l'epilogo di
quest'amore non si sa. Nel maggio del 1832 il Leopardi era sempre
accolto con gentilezza e premura dai Targioni; infatti parla certo di
loro ne la lettera a Paolina (22 maggio 1832), annunziandole d'averle
mandato il pus che Carlo desiderava, avuto da lui per mezzo _di uno dei
primi medici di Firenze_. E la gentilezza più ancora che del Targioni
era de la Fanny, la quale s'era provveduta di quel pus per mandarlo
ad un suo fratello; poi per fare un piacere al Leopardi, glielo aveva
ceduto, aspettando di averne più tardi de l'altro.

Certo la fine di quest'amore fu una delusione compiuta che portò ne
l'animo del Leopardi un dolore disperato, e lo persuase a seguire il
Ranieri a Napoli. Altri vuole che il Ranieri stesso, il quale era molto
ne le grazie de la Fanny, dopo aver incoraggiato l'amore de l'amico e
pregato la donna ad essergli compassionevole, finisse con lo svelare
a l'infelice come ella, facendosi giuoco di lui, non ristesse dal
canzonarlo coi conoscenti. Il poeta perdette allora persino la speranza
ne la pietà de l'amata, persino la fede ne la gentilezza de l'animo
di lei e scrisse i versi _A sè stesso_, i più tragicamente desolati
che sieno usciti dal suo cuore e forse da cuore umano. Calmata quella
tempesta, più tardi a Napoli, ne la primavera del 1834, ricordando,
scriveva l'_Aspasia_ e nascondeva sotto questo nome la donna amata,
perchè bella, colta, ospitale. La immagine di lei gli riappare spesso,
visione superba, e il profumo di una piaggia fiorita, di una via
cittadina olezzante di fiori, gli risveglia sempre il ricordo dei
vezzosi appartamenti tutti odorati di fiori primaverili in cui la vide
con una veste violetta, adagiata sopra un divano ricoperto di pelli,
circonfusa d'arcana voluttà, dotta allettatrice, scoccare baci sonanti
su le labbra de' suoi bambini, stringerseli al petto e porgere a loro,
ignari de le sue cagioni, il collo candidissimo.

Il ritratto che il Leopardi fa d'Aspasia è quello d'una donna
ammirabilmente bella, civetta, di poco cuore e di non grande
intelligenza. Che in questo ritratto vi sia alcunchè di soggettivo è
certo; ma calmato il primo furore il poeta non parla più agitato da
la passione, bensì ritorna con sufficiente calma ai giorni del suo
amore e de le sue pene, una grande amarezza gli resta ne l'anima e
un non celato disdegno di quella donna in particolare e de la donna
in generale. Ne l'_Aspasia_, poesia sincera e originale se altra mai,
v'è pur qualche cosa che rammenta _L'amante rigettato_ del Baldovini
(sec. XVIII), poesia che il Leopardi conosceva ed ammirava certamente,
poichè l'accolse ne la sua _Crestomazia poetica_. Certo ben altro è il
sentimento tragico del Recanatese, da lo scherzo dispettosetto e amaro
del Baldovini; pur questo è, per dir così, la prima nota di quella
gamma.

Pel Leopardi l'amante vagheggiava ne l'amata il proprio ideale
inchinando ed amando questo in quella; conosciuto l'errore, s'adira ed
incolpa a torto la donna:

    . . . . . . . . Che se più molli
    E più tenui le membra, essa la mente
    Men capace e men forte anco riceve.

Aspasia non immaginò mai l'affetto e i pensieri da lei inspirati,
nè mai potrà intenderli; quella ch'egli amò, è morta, e solo risorge
talvolta per brevi momenti dal suo sepolcro, mentre l'Aspasia reale non
soltanto è viva, ma tanto bella che a parer del poeta supera ogni altra
donna. Ora mi sia permessa in fretta un'osservazione: che il poeta
scrivesse questo Canto a Napoli ne la primavera del 1834 è certo, anche
per quell'accenno al mare de l'ultimo verso; da le frasi _bella non
solo ancor, ma bella tanto al parer mio, che tutte l'altre avanzi_, è
chiaro che il poeta aveva riveduto e da poco la donna cara; come rivide
la Targioni, se non uscì più di Napoli e, a quanto si sa, a Napoli ella
non andò?

Il poeta, conosciute le arti e le frodi de l'amata da la dolce
somiglianza di lei con l'ideale ch'egli s'era formato, fu indotto
a tollerare un servaggio lungo ed aspro; ora ella si vanti d'aver
posseduto il cuore di lui, d'averlo visto supplichevole, timido,
tremante, privo di sè stesso, spiare sommessamente ogni voglia, ogni
parola, ogni atto di lei, impallidire a' suoi superbi fastidi, brillare
in volto ad un segno cortese, cambiare colore e sembiante ad ogni
suo sguardo; l'incanto è caduto ed egli contento abbraccia senno con
libertà, nè si duole d'aver amato poichè senza errori gentili la vita è
una notte invernale senza stelle. Ma un infinito sdegnoso dolore senza
conforto gl'inspira gli ultimi versi del Canto.

Il suo eccelso ideale de la donna rimane così oscurato da l'imagine
di una donna reale, per la quale con l'amore venne meno in lui anche
la stima, e quell'impressione dolorosa e cupa non può più cancellarsi
da l'animo suo. Nei _Pensieri_ (XXXIV) dirà che i giovani credono di
rendersi amabili fingendosi malinconici e che la malinconia quando è
finta può per breve spazio piacere, massime a le donne; ma che a lungo
andare non piace che l'allegria, perchè il mondo ama non di piangere,
ma di ridere; tacciando così, come nota il Castagnola, di crudeltà
e di egoismo l'umanità, e, aggiungo, le donne in particolare, di cui
ha soprattutto parlato. Altrove affermerà come le donne quasi tutte
si cattivano e si conservano con la noncuranza e col disprezzo, col
fingere di non curarle e non stimarle; e troverà la vita piena di genti
che «mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate
fuggono, che, voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono,
e s'inchinano, e corrono dietro ad altrui.»[90] Dirà ancora che la
donna è come una figura del mondo, del quale è propria generalmente
la debolezza; che l'una come l'altro si acquista con ardire misto di
dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente senza
vergogna;[91] e scriverà: «Colle donne e con gli uomini riesce sempre
a nulla, o certo è malissimo fortunato, chi li ama d'amore non finto e
non tepido, e chi antepone gli interessi loro ai propri. E il mondo è,
come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta.»[92]

Forse ne gli ultimi anni la fedelissima amicizia de la Tommasini, le
tenere e devote cure de la Ranieri e la vera calma succeduta ne l'animo
suo, quando fu in tutto e veramente acquietata la passione per Aspasia,
modificarono questo suo pessimismo verso la donna, come parrebbe
attestarlo la Canzone _Sopra un bassorilievo antico sepolcrale dove
una giovane morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi
dai suoi_, e in parte anche quella _Sopra il ritratto d'una bella donna
scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_. Ne la prima forse il
poeta ripensa a Silvia, a Nerina, morte anch'esse giovani e belle e,
pur quasi convinto che la sepolta debba dirsi beata, sospira pensando
al destino, chè ai più costanti un'alta pietà invade il petto nel
veder perire una fanciulla, quando la regina bellezza si dispiega ne
le sue membra e nel suo volto, il mondo le si inchina, la speranza le
fiorisce ne l'anima. Ripensa al dolore de gli abbandonati che, perdendo
la diletta persona, rimangono quasi scemi di sè stessi, e chiede a la
natura come possa strappare l'amico a l'amico, il fratello al fratello,
i figli al padre, a l'amante l'amore. Una dolorosa meraviglia e non già
un egoistico compiacimento di veder distrutta una femminile bellezza,
mentre la bellezza femminile l'aveva fatto tanto soffrire, è nel Canto
_Sopra il ritratto d'una bella donna_; l'antitesi fra la figura de
la vivente, dal dolce sguardo, dal labbro da cui par traboccare il
piacere come da un'urna piena, da l'amorosa mano, dal seno che faceva
impallidire la gente; e la morta ridotta a fango ed ossa, è terribile
non meno pel poeta che pel lettore. In lui non è alcun misero e volgare
sentimento di basso e vendicativo piacere; non è uno stecchettiano
Canto de l'odio questo, è la meditazione austera e tragica del
_misterio eterno dell'esser nostro_. Il disdegno è tutto rivolto a la
natura e lo spirito è assorto ne l'eterno problema: se non siamo che
polvere ed ombra come in noi così alti sentimenti? Se anche in parte
v'è in noi qualche cosa di gentile, come i nostri moti e pensieri più
degni son desti e spenti così facilmente da così basse cagioni?

                                   *
                                  * *

Nessuna prova ci resta dei sentimenti che Giacomo Leopardi provò per
Paolina Ranieri, confortatrice de gli ultimi suoi anni, solo sappiamo
ch'egli la paragonava a la propria sorella e che faceva gran caso
perfino del nome di lei: sì che non è troppo ardito il supporre che
qualche luce di speranza e di tenerezza gli venisse da quella compagnia
gentile e temperasse la desolazione de l'animo suo, il quale aveva
visto svanire i più cari sogni nel nulla eterno e ne l'immensa vanità
d'ogni cosa umana.

Tutta la sua vita passò in un inesaudito desiderio d'amore, e quasi mai
egli potè avere nè pur l'illusione d'essere riamato: benchè tante altre
cagioni di soffrire gli avessero dato la natura e la sorte, questa fu
la più tremenda. Ardeva di trovar una donna che lo amasse e non credeva
di poterla trovare; conscio con nobile orgoglio de la nobiltà de
l'animo suo e de l'elevatezza del suo ingegno, conscio che questi sono
i più alti doni che natura possa fare ad un uomo, non sapeva tuttavia
persuadersi che bastassero a compensare a gli occhi di una donna
la sua disavvenenza. E, desolatamente afflitto di questa, perchè la
vedeva opporsi, come insuperabile ostacolo, fra l'anima sua e l'amore,
sentiva la donna lontana, irraggiungibile, eterea. Così ad un periodo
di entusiasmo e di ebbrezza, ne succedeva uno di stanca desolazione, in
cui gli mancavano i dolci affanni e persino il dolore; ma, piangendo
la vita fatta per lui esanime, sentiva ancora che il suo cuore era
vivo. Poi anche quest'ultimo sentimento si spegneva; quasi insensato,
attonito egli non domandava più conforto; le eloquenti voci de la
natura eran mute per lui, lo sguardo d'una donna, la mano offertagli,
_candida ignuda mano_, non lo scuotevano dal duro sopore: pure il suo
cuore si risvegliava: quel _Risorgimento_, ch'egli cantò con tanta
dolcezza, non fu l'unico de la sua vita: da la grave immemore quiete,
somigliante a la morte, l'animo suo, riscosso d'improvviso, ritrovava
tutte le sue illusioni, tutto il suo dolore; senza speranza e senza
fede, conscio che l'idolo suo più caro non aveva amore ne le pupille
tremule, nel raggio sovrumano de gli occhi, nel bianco petto, ritrovava
tuttavia i cari inganni e l'ardore natio.

Egli sempre adorò, quasi misticamente, la bellezza, nè v'ha bisogno
di commento a spiegare come e perchè tanto gli piacessero i versi
di Lodovico Martelli _In lode delle donne_ (secolo XVI), e questi
specialmente ch'egli dovette ripetere ben amaramente fra sè:

    Scevra da l'altre una virtù si prezza;
    Ma chi piacque già mai senza bellezza?

Più ancora che entusiasta de la bellezza fu avido di tutti i grandi
sentimenti e anelante ad ogni azione magnanima; giovane, si sentiva
nato non per scrivere ma per operare, e sognava grandi cose, vedendo
il suo avvenire come un magnifico campo di gioia e di gloria aperto a
l'altera anima sua. L'azione gli fu contesa presto e per sempre, e non
gli rimase che contemplare, silenzioso e triste, le stupende visioni
de la sua mente; ma una speranza era radicata troppo profondamente
nel suo intimo, perch'egli potesse sì tosto rinnegarla e, quantunque
senza convinzione, egli pensava che una gioia, una gloria, una divina
ebbrezza potesse ancora sorridergli, la pietosa affezione d'una donna.
Fu questa l'ultima a dileguarsi fra le sue illusioni; ma, quando essa
sparve, tutto gli sembrò menzogna e bassezza; in che cosa poteva egli
più credere o sperare, se la donna ch'era stata per lui una religione,
gli si rivelava un essere debole, fallace? Il suo fu il destino dei
grandi infelici, vivere solo; e l'anima sempre giovane, fiera e pura,
disperando di tutto, maledisse la vita e gettò a l'umanità il suo grido
di dolore.

Malgrado il pessimismo, ne l'insieme de l'opera leopardiana la donna
appare in nobiltà e purezza di linee, quale forse non fu da nessun
altro poeta cantata. Per questo e per le sventure sue il Leopardi
conquista, insieme a la simpatia dei giovani, quella de le donne.
È noto con quanta venerazione parlò di lui la Caterina Franceschi
Ferrucci[93], ch'egli teneva in grande stima. Bello è il Canto che
nel giugno del 1838 dedicava al morto poeta la Maria Giuseppa Guacci
Nobile[94], salutando in lui il fedele che ebbe a prua de la sua
nave virtù candidissima, la quale lo scorse ove non sono confini; il
fedele che ne l'ultima ora sua non fu flagellato da rimorsi, non vide
la giustizia farsi velo a gli occhi divini, non balbettò una prece
simulata con gli avidi pensieri chini in terra e di cui la parola
estrema fu: amore.

Anche la gentil poetessa Giannina Milli, inspirandosi specialmente a
l'affetto religioso, cantava degnamente del Leopardi:

    . . . . Dio sì eccelsa e schiva alma ti diede,
    Che non toccò della mortal sozzura;
    . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
    Uom che sugli altri al par di te s'ergea;
    Sublimemente in Dio creder dovea![95]

E _tu credevi_ — afferma la poetessa — ma la terra al tuo sguardo era
muta e deserta, la gente ti pareva sconosciuta, lungi la vera patria,
però da l'imo petto il verso ti uscì disperato.

Se non con grande finezza d'arte, certo con una sincerità e una soavità
commovente d'affetto, si rivolgeva al Leopardi l'Erminia Fuà-Fusinato:

      Nè mai donna t'amò di quel potente
    Amor, di cui ti strusse invan la speme,
    Di cui la sete ardente
    Solo s'estinse alla tua vita insieme.
    Così sempre deserto e mai compreso,
    Chiedesti al verso una vendetta amara,
    Di cui l'amaro peso
    Sente ogni donna che il tuo verso impara.[96]

E in nome di tutte le donne chiedeva perdono al poeta. Non imprecava
a' suoi affanni e ne l'angoscia stessa che gli pungeva il cuore al
pensiero del nulla, vedeva un arcano desiderio, una promessa:

    Che col nostro morir tutto non muore.

                                   *
                                  * *

Giacomo Leopardi morì senz'aver veduto nè pure un'unica volta avverarsi
il suo più caro voto; egli non fu amato. E niuno al par di lui sentì
mai come una parola, una semplice parola di donna, può far bene a lo
spirito, ridargli il coraggio, il nobile orgoglio di sè, riaprirgli
l'avvenire. Si direbbe che parli di lui il Michelet quando scrive: «Je
voyais un jour un enfant sombre et chétif, d'aspect timide, sournois,
misérable. Pourtant il avait une flamme. Sa mère, qui était fort dure,
me dit: On ne sait ce qu'il a. Et moi je le sais, madame. C'est qu'on
ne l'a baisé jamais.»

Ma se non risvegliò in alcuna la passione che ardeva in lui, dal reale
affetto di molte donne gentili e da la potenza de la sua fantasia
gli vennero le più care gioie de l'amore. «Amare... non è ricevere, è
dare,» scrisse il Pailleron con molta verità; tutte le buone fortune
amorose di molti e molti non valgono un'ora del profondo sentimento
che di Giacomo Leopardi fece un poeta; la sua opera appartiene a la
ristretta cerchia di quelle che non invecchiano, non decadono per
quanto volgano diversi i tempi, i costumi e le civiltà. Bella e degna
d'ammirazione la sua parola di pensatore; ma immortale e degna di
commuovere tutti i cuori finchè l'amore e il dolore li scuota quella
del poeta; muti il mondo, l'anima umana non muterà, e nei canti di
Giacomo Leopardi v'è un'anima, un'anima di Titano, di Prometeo, martire
su la sua roccia, straziato ne le intime viscere e pur forte ancora,
con la fronte orgogliosa rivolta a le stelle, con un inno d'amore su
le pallide labbra, mentre dal petto aperto scorre il suo caldo sangue.
Quel timido taciturno, già uomo a dieci anni, fanciullo ancora a
trentanove, sentiva tragicamente la sua forza e la sua sventura; fra
tanti uomini fortunati egli, infelice, aveva coscienza di essere il
più vero uomo, e, pur vinto da la natura e da la sorte, trionfò col
suo canto, che tramanda a le età venture qualche cosa de l'animo suo
ed è una _voce_ de l'armonia, vibrante in silenzio in tanti cuori, ma
in cui tutti, ascoltandola, si sentono vivere e palpitare. La divina
scintilla ch'egli rapì a gli eterni non si spense, nè pur quando su
quegli azzurri occhi la morte stese il suo velo: il sacro fuoco è
serbato a gli uomini ne le pagine rese sacre da l'arte, dal genio e da
la sventura.


NOTE.

[68] Vedi _Epistolario di G. L._, vol. III, Firenze, Successori Le
Monnier, 1892 (_Ricordi, giudizi e ragguagli intorno alla vita e alle
opere di G. L._).

[69] Vedi _Lettere di Paolina Leopardi a Marianna ed Anna Brighenti_,
pubblicate da Emilio Costa. Parma, L. Battei, 1887 (Lettera XCV, 31
dicembre 1845).

[70] Vedi _Saggio sopra gli errori popolari degli antichi_, di G.
Leopardi.

[71] Vedi _Prefazione al II libro dell'Eneide_, di G. Leopardi.

[72] Secondo alcuni critici, il Finzi ad esempio, le visite de la
Cassi ai Leopardi furon due: una ne l'autunno del 1816, e in questa
si sarebbe svegliato l'amore di Giacomo; una seconda nel dicembre del
1817 (questa avente lo scopo d'accompagnare in convento la Vittoria
Lazzari), ne la quale la passione del poeta già sopita si sarebbe
nuovamente accesa, e perciò l'_Elegia_ scritta nel 1817 comincierebbe
co' versi

    Tornami a mente il dì che la battaglia
    D'amor sentii la prima volta....

[73] Vedi TERESA LEOPARDI, _Notes biographiques sur Leopardi et sa
famille_. Paris, Lemerre, 1881.

[74] Vedi G. MESTICA, _Gli amori di G. Leopardi_ (nel _Fanfulla della
Domenica_, 4 aprile 1880), ed a proposito della Cassi cfr. anche lo
studio di F. MARIOTTI, _I ritratti di G. Leopardi_ (_Nuova Antologia_,
16 gennaio 1898).

[75] Vedi G. TIRINELLI, _Un giorno a Recanati_ (_Nuova Antologia_, 1º
settembre 1878).

[76] Vedi lettera al Giordani, 21 giugno 1819.

[77] Vedi I CANTI DI G. LEOPARDI, commentati da A. Straccali, pag. 48.
Firenze, Sansoni, 1892, in 16º, di pagg. XI-241.

[78] Nello stesso periodo il poeta scrisse ancora i Canti _A un
vincitore nel pallone_, _Bruto minore_, _Alla Primavera_, _Inno ai
patriarchi_.

[79] Vedi gli studi sul _Consalvo_ pubblicati da L. Pieretti nella
_Rassegna Nazionale_ di Firenze 1881, e quello di F. Torraca in
_Discussioni e ricerche letterarie_, Livorno, Vigo, 1888 (da pag. 351 a
365).

[80] Cfr. B. ZUMBINI, _Saggi critici_. Napoli, Morano, 1876. Cfr. anche
la VI de le _Briciole leopardiane_ di Attilio Butti (_Giornale storico
della letteratura italiana_, fasc. 90º, pagg. 511-515).

[81] Cfr. a tale proposito G. LEOPARDI, _Poesie e prose scelte e
annotate per le giovanette_ da Caterina Pigorini Beri. Firenze,
Successori Le Monnier, 1890 (in 16º, di pagg. 309), a pag. 67; ODOARDO
VALIO, _La suora di carità di Giacomo Leopardi_. Acerra, Fiore,
1896 (in 16º, di pagg. 20), a pag. 14; e nel _Giornale storico della
letteratura italiana_, fascicolo 90º, pagg. 511 e 515, 1897. Vedi la VI
de le _Briciole leopardiane_ di Attilio Butti.

[82] Cfr. A. BORGOGNONI, _La Canzone del Leopardi alla sua donna_ (nel
_Fanfulla della Domenica_, 1884, nº 45).

[83] Cfr. G. CARDUCCI, _Le tre Canzoni patriotiche di Giacomo Leopardi_
(pubblicate ne la _Rivista d'Italia_, anno I, fasc. 2º, 15 febbraio e
15 marzo 1898).

[84] A. GRAF, _Foscolo, Manzoni, Leopardi_. Saggi. Torino, Casa
editrice Ermanno Loescher, 1898, in 8º, di pagg. 485. — A pag. 233 cfr.
lo studio _Il Leopardi e la musica_.

[85] Vedi lett. a Mr. Jacopssen, 23 giugno 1823.

[86] Il Traversi stesso asserisce che nessuno prima di lui si era
avveduto di questo amore; infatti egli scrive: «Nessuno ha sospettato
finora che il Leopardi oltre alla Malvezzi amasse in Bologna anche
un'altra signora, io sono il primo a metter fuori questa curiosa
notizia.»

[87] Con identico modo Paolina alludeva altra volta a l'amore del
fratello per la Basvecchi: «La _tua_ Serafina si fa sposa.»

[88] Cfr. su tale argomento anche il volume del Dr. N. ZINGARELLI,
_Operette morali di G. Leopardi_, ricorrette su le edizioni originali
con introduzione e note ad uso delle scuole. Napoli, Pierro (in 16º, di
pagg. XIII-408), 1895.

[89] Cfr. Dr. FRANCO RIDELLA, _Un articolo critico di A. De Gubernatis
e l'Aspasia del Leopardi_ (pubblicato nel nº 15 de la _Gazzetta
Letteraria_ di Torino, 1897).

[90] Vedi I. DELLA GIOVANNA, _Le prose morali di G. Leopardi_. Firenze,
Sansoni, un vol. in 16º di pagg. XXXII-373, 1895. Pensiero LXXIII, a
pag. 344.

[91] Vedi op. cit., Pensiero LXXV, a pag. 344.

[92] Vedi op. cit., Pensiero LXXV, a pag. 345.

[93] CATERINA FRANCESCHI FERRUCCI, _I primi quattro secoli della
letteratura italiana_ (Firenze, Successori Le Monnier, 1873). Vedi a
pag. XII, prefazione al primo volume cit.

[94] Vedi M. GIUSEPPA GUACCI NOBILE, _Rime_. Napoli, dalla Stamperia
dell'Iride, 1839, pag. 10.

[95] Vedi GIANNINA MILLI, _Poesie_. Firenze, Felice Le Monnier, 1862.
Vol. I, pagg. 313 a 315 (_A Giacomo Leopardi_).

[96] Vedi ERMINIA FUÀ FUSINATO, _Versi_. Firenze, Felice Le Monnier,
1874, da pag. 246 a pag. 248.


  FINE.



INDICE.


  A Federico Conigliani                 Pag.   V
  Prefazione                                 VII
  Adelaide Antici Leopardi                     3
    Note                                      32
  Ferdinanda Leopardi Melchiorri              37
    Note                                      54
  Paolina Leopardi                            59
    Note                                     116
  Marianna Brighenti e la sua famiglia       121
    Note                                     167
  Teresa Carniani Malvezzi                   173
    Note                                     217
  Antonietta Tommasini                       223
    Note                                     267
  Paolina Ranieri                            271
    Note                                     312
  La donna nella vita e nelle opere di G.
    Leopardi                                 317
    Note                                     401



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi" ***

Doctrine Publishing Corporation provides digitized public domain materials.
Public domain books belong to the public and we are merely their custodians.
This effort is time consuming and expensive, so in order to keep providing
this resource, we have taken steps to prevent abuse by commercial parties,
including placing technical restrictions on automated querying.

We also ask that you:

+ Make non-commercial use of the files We designed Doctrine Publishing
Corporation's ISYS search for use by individuals, and we request that you
use these files for personal, non-commercial purposes.

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort
to Doctrine Publishing's system: If you are conducting research on machine
translation, optical character recognition or other areas where access to a
large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the use of
public domain materials for these purposes and may be able to help.

+ Keep it legal -  Whatever your use, remember that you are responsible for
ensuring that what you are doing is legal. Do not assume that just because
we believe a book is in the public domain for users in the United States,
that the work is also in the public domain for users in other countries.
Whether a book is still in copyright varies from country to country, and we
can't offer guidance on whether any specific use of any specific book is
allowed. Please do not assume that a book's appearance in Doctrine Publishing
ISYS search  means it can be used in any manner anywhere in the world.
Copyright infringement liability can be quite severe.

About ISYS® Search Software
Established in 1988, ISYS Search Software is a global supplier of enterprise
search solutions for business and government.  The company's award-winning
software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



Home