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Title: Nella vita: novelle
Author: Di Giacomo, Salvatore
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Nella vita: novelle" ***

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                          SALVATORE DI GIACOMO


                               Nella Vita


                                NOVELLE



                                  1903
                         GIUS. LATERZA & FIGLI
                        TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
                                  BARI



                         _Proprietà letteraria_

                          MAGGIO MCMIII — 6740



                                   A
                        VITTORIA AGANOOR POMPILJ



L'IGNOTO.


Sul «Piazzale di Porta Roma» erano poche persone: deserta la via del
laboratorio pirotecnico, deserta l'altra di faccia ad essa, ove, in sul
principio, è la semplice e nuda fabbrica dell'Arcivescovado e seguono
appresso altre fabbriche basse e si arriva finalmente alla «Riviera
Casilina,» incoronata da una fila di case.

L'ora del tramonto avanzava. Un lume dorato che, poc'anzi, aveva tutto
acceso, nel lontano, il dosso fuggevole de' Tifati, si raccoglieva in
coda a' monti, laggiù, a manca, ove la terra e la collina s'univano
e dove pareva che l'ultima arborea decorazione di quelle gobbe immani
declinasse nell'immensa e aperta campagna, verso Roma lontana. Tutto
intorno taceva di quel greve silenzio invernale che pesa su Capua, la
triste città delle chiese e delle caserme.

Sul ponte del Volturno, rivolte le spalle alla «Riviera Casilina,»
e alta dal parapetto, si stagliava sul livido cielo la statua di San
Giovanni Nepomuceno: un braccio era steso al fiume e ne benediceva il
queto cammino trascorrente lungo l'umide rive, ad occidente. Erano
ancor vive, nel marmo barocco, la testa del santo e il busto suo
quasi tutto: le parti inferiori, già investite dall'ombra, aveano
apparenza confusa. Sotto la statua, addossati al parapetto, due
uomini contemplavano il tramonto e, di volta in volta, accennavano
a qualcosa lontana, in quel punto nota soltanto a' lor occhi o
alla loro immaginazione poi che di faccia ad essi, oltre al ponte
ferroviario, parallelo a questo su cui stavano e ch'era di remota
origine romana, nulla pareva che turbasse, lungo il fiume e nel cielo
e nel piano sterminato, la silenziosa agonia del giorno. A un momento
una rapida nuvola si librò e si scompose alle origini del ponte di
ferro, mascherate da un breve caseggiato e dai pioppi della sponda
cittadina. Apparve un treno, fischiante, nero, sterminato, il treno di
Roma, che per due o tre secondi fuggì su per le arcate romoreggianti
e d'un subito sparve, come penetrando, rimpetto, nelle viscere della
collina, all'opposta sponda del fiume. Rimasero nell'aria vibrante,
per pochi attimi, l'eco lamentosa dell'ultimo grido della macchina e
un lieve fumo diffuso, che subito si sciolse. Allora i due uomini si
staccarono dal parapetto e parlando piano, con le mani in saccoccia,
col capo basso, scesero lentamente dal ponte nella piazza. Alle spalle
loro cominciava a nereggiare la torre del ponte; la scaletta che va
fino al sommo di essa appena s'intravedeva. Ma un lume brillò a un
tratto in cima ad un palo forcuto, piantato sul parapetto destro ove
esso quasi s'univa alle mura della torre; e allora gli ultimi gradini
biancheggiarono, mentre il soldato che aveva acceso il lume scivolava
lungo il palo e il parapetto a terra e scompariva sotto l'androne
abbuiato, la cui sonorità fu brevemente risvegliata da un acuto
zufolio, che cessò pur subito. Tornò, alto, il silenzio, e il vecchio
ponte rimase deserto affatto.

Chi si fosse in quell'ora, arrivando dal «Corso Appio» soffermato sul
«Piazzale di Porta Roma» avrebbe potuto cogliere nel suo più penetrante
momento lo spettacolo della caduta del giorno. Erano le cose più
vicine allo sguardo il fiume, il ponte antico, le rive scure e la
torre che terminava il passo del ponte: di là dalla riva superiore
erano campagne invisibili, nascoste, e più in là finalmente stavano
i monti, con interrotto disegno, coloriti d'un verde ancor tenero.
Un roseo lume persisteva ov'essi inclinavano al piano: qui l'ultima
fiamma del sole v'accendeva le cime d'un bosco. Ma sotto quel dolce
fuoco il fiume, lento, quasi immoto in quel punto, non se ne colorava.
Rispecchiava, invece, la verde e soprastante collina e le acque
luccicavano verdeggiando, immobili come quelle d'un lago percosso dal
mite chiarore della luna. Il ponte di ferro, nero e tagliente, correva
su quell'acque. E sul ponte, e sul fiume e sul tramonto era un cielo
minaccioso: alcune nuvole basse vi si rincorrevano, si gonfiavano a
mano a mano, s'aggrovigliavano: le lor creste mobili e serpentine
lambivano nell'alto una sottile fascia di cielo rimasta pallida e
pura, e lentamente la conquistavano. Fra tanto, come generata dalla
lontana e invisibile campagna, una massa vaporosa, grigiastra e fitta,
assorgeva rapidamente all'orizzonte: era come una uguale cortina di
fumo che si levasse da terra e cercasse di raggiungere, progredendo, le
nuvole sparse più in alto. Difatti le investì a un tratto e con quelle
si confuse e si allargò. Nel medesimo tempo fu un borbottio dietro la
cortina, un rombo lieve e trascorrente, che per poco parlò pur al dosso
dei monti con più debole voce, e quivi si spense. Ora il cielo s'era
tutto oscurato. Tuttavia durava ancora in coda a' Tifati, il lume del
sole: la rosea fiamma, diminuita ma viva, ardeva ancora in quel punto.

Un'ombra scivolò rapidamente sotto il muro dell'Arcivescovado e, a un
tratto, se ne spiccò e prese forma, dirizzandosi al «Ponte d'Annibale».
Una donna. E pareva giovane, dal facile moto, e dal disegno della
persona e dall'incesso. Pareva, da che le pieghe di uno scialle scuro,
che dalla testa le ricascava sulle spalle e sul petto, le ombreggiavano
tutta la faccia. L'ora già tarda raddoppiava il pallido mistero di
quel volto, biancheggiante, con apparenza indefinibile, tra lo sparato
del panno. Tuttavia, com'ella, per un momento, quasi irresoluta,
s'arrestava nel piazzale, un fanciullo la riconobbe e le si fece da
presso. Il fanciullo veniva dal «Corso Appio» e andava verso «Riva
Casilina»: portava la cartella dei suoi libri attaccata al dosso
con due brevi corregge che passavano sotto le scapule e in una mano
aveva una riga di legno con la quale, camminando e zufolando, egli si
percoteva la coscia.

— Letizia! — esclamò.

E ristette davanti alla donna, interrogandola con gli azzurri occhi
contenti, pieni di candido e inconscio riso infantile.

La donna, sorpresa, si trasse addietro e si guardò attorno. Altri non
era sul piazzale in fuori di lei e dello scolaretto; le lor due figure
nere, vicine, differenti segnavano, solitarie, la vastità della via,
chiara ancora per lungo tratto e pulita. La donna tremava, borbottava
parole che il fanciulletto non riesciva a comprendere. Lo guardò, a
un punto, smarritamente, come se più non lo riconoscesse, e seguitò a
restar muta.

— Dove vai? — disse il piccino.

E subito soggiunse:

— Io vengo dalla scuola. È finita più tardi, oggi. Ora vado a casa. Ho
i guanti: guarda.

E le mostrò la mano inguantata, in cui serrava il quadrello. L'altra
egli aveva ficcata nella saccoccia dei pantaloncini, fino al gomito.
La cavò, lentamente, e la levò, aperta. Era gonfia e arrossata;
l'epidermide, sul dosso, vi si screpolava e si rigava di piccoli solchi
lividi. Il piccino la mostrò, lamentando.

— Vedi, ho i geloni.

Ella taceva, guardandolo. Non lo ascoltava. Il piccino non seppe dir
altro e tornò a domandare:

— Dove vai, Letizia?

Or ella, improvvisamente si chinava sopra di lui, gli gettava un
braccio attorno al collo, si traeva addosso il ragazzetto, obbediente,
sorridente ancora. E com'egli credeva che volesse baciarlo accostò
la gota e atteggiò le labbra. Ella non lo baciò. Gli disse piano,
rapidamente, guardandolo negli occhi:

— Tu non devi dire a nessuno che m'hai vista. Hai capito? A nessuno!

E l'atto e il suono della voce furono così imperativi che il piccino,
istintivamente, si ritrasse e, voltando la faccia, cercò di liberarsi.
Ma Letizia gli prese il mento nella mano, costrinse, più dolcemente,
quel piccolo volto quasi impaurito, e lo rigirò e si piegò fino a
disfiorarlo col suo. Ripetette, con voce più bassa, con un soffio di
voce:

— A nessuno! Dimmi che non lo dirai a nessuno! Me lo prometti, Paolino?
Su, guardami, guarda Letizia tua....... Me lo prometti?.....

Il piccino balbettò:

— Sì..... Non lo dico a nessuno.

Come la donna lo baciava forte sulla guancia, egli le mormorò sulla
gelida gota:

— E a mamma tua? Neppure?

— Dio! — fece Letizia, inorridita — Vuoi dirlo a mamma?

— No, no! — disse lo scolare, raccogliendo il quadrello che gli era
sfuggito.

Lo levò, con la piccola mano inguantata, e promise, solenne:

— A nessuno.

Si rincamminò a piccoli passi, serio. A metà della via la infantile sua
curiosità lo punse: si volse. Letizia moveva al ponte, dirittamente,
e la sua figura nera si rilevava, con fine disegno, sul tramonto.
Parve a un tratto, ch'ella, soffermata, incerta, facesse per tornare
addietro. Subito lo scolare riprese la sua strada verso «Riva
Casilina». Ma avanti di arrivare a un vico traverso incontro al quale
moveva, si fermò ancora una volta e, sicuro di non esser visto, allungò
il collo, voltandosi addietro, verso il piazzale già lontano. Ora
Letizia, immobile, stava a mezzo il gran ponte, contro il parapetto.
Il segno della sua testa liberata dallo scialle, del suo busto
proteso, delle sue braccia, lungo le quali lo scialle ricascava e che
s'allargavano, premendolo co' gomiti, sul parapetto, era evidente.
Il fuoco del tramonto ella raggiungeva col capo, eretto, immoto. Una
dorata aureola s'effondeva attorno a quel capo e quasi lo penetrava e
lo immaterializzava; pareva che a momenti in quel roseo vapore esso
fosse per dissolversi, mentre al vento lieve ed opposto una ciocca
di capelli, volta a volta, vi palpitava e, investito dallo stesso
vento, un lembo dello scialle sbatteva i fili della sua frangia su
quell'incendio lontano.


II.

Due, tre volte, perdutamente. Letizia s'era sporta dal parapetto
sul fiume tacito e lento. Avea chiuso gli occhi, s'era allungata sul
parapetto col busto, col ventre, lasciando penzolar le gambe dentro
del ponte; e con le braccia stese, irrigidite quasi sul vuoto, aveva
aspettato che una forza misteriosa, fatale, implacata la sospingesse
d'un subito. Ma al senso pauroso del vuoto s'erano ritratte le sue
braccia tremanti, gli occhi suoi s'erano aperti e subito chiusi
sull'acqua tragica e scura e più greve, più rilassato era rimasto quel
corpo senza volontà, sul muretto. Or ella temeva quasi di spiccarsene,
anzi le pareva che sul punto di scivolarne a terra qualcosa dovesse
risospingerla e precipitarla dall'alto. Rimase prona sul parapetto e
pianamente riaperse gli occhi e guardò il fiume, disotto. Il Volturno
trascorreva lento e silenzioso tra le quattro arcate di fabbrica
imperatoria: l'acqua torva, pareva, a tratti, stagnante, così tardo
era il suo cammino. Ma, di volta in volta, dei gorghi l'agitavano, e su
per la giallastra superficie si rincorrevano pezzi di fradicio legno e
batuffoli di paglia o di fimo. Nereggiavano lateralmente le rive, e,
più in là, sotto il ponte ferroviario, prima di far gomito, l'acqua,
incorrotta, luceva, con aspetto diverso.

La donna interrogò un'ultima volta il fiume. Or ne saliva un alito
d'umidità e il liquido fangoso, che lambiva alle basi immani i pilastri
quadrati degli archi, aveva un fascino freddo. La chiamava. Nulla
pareva più propizio del silenzio circostante, dell'ora solitaria.

— Che morte! — ella mormorò.

E come, nell'atto in cui s'indugiava, le cupe acque la tentavano,
l'attiravano ancora, pallidissima, vibrante per tutto il corpo d'un
tremore improvviso, Letizia scivolò sul ponte dal parapetto e a
questo s'addossò, quasi mancando. Confusamente le appariva, ora, uno
spettacolo novello. A man destra l'Arcivescovado, le case basse, una
via che procedendo lungo le case si stringeva, e, nell'alto, più in là,
sul cielo bianchiccio, la cupola della «Santella». In fondo, rimpetto
a lei, l'alto anfiteatro della «Riviera Casilina» il cui largo arco
era terminato dalla fabbrica rozza e massiccia della polveriera. Le
finestre di «Riva Casilina» trattenevano ancora il lume del tramonto
e se ne accendevano; abbasso, quasi sull'argine del fiume, l'infame
contrada «Mazzamauriello» sciorinava su d'un sentiero invisibile le sue
due o tre casucce a un sol piano.

Con la bocca serrata, con le braccia penzoloni, volte le spalle al
tramonto la donna non distaccava lo sguardo da quel gruppo di case.
Di là, su pel fiume, pareva che le arrivasse una voce aspettata, un
susurro incitante. E fascinata, immobile, ella rimase lì ritta, tra le
ombre che scendevano rapidamente sul ponte.

L'ora scoccò all'Arcivescovado. Letizia si volse attorno, smarrita.
Era notte. S'era spento l'incendio del bosco, il cielo s'era chiuso,
un velo plumbeo, subitamente, scendeva sulla «Riviera Casilina» e la
nascondeva. Nell'ombra, alcune forme confuse passavano sullo spiazzo e
si disperdevano. Allora ella scese dal ponte verso il «Corso Appio».
Traversò lo spiazzo con celere passo, tutta raccolta nello scialle,
frettolosamente. E pur, sul punto di penetrar nella via cittadina
illuminata e viva, per un momento si soffermò, parve incerta. Ma ella
voleva soffocare nello scialle un singhiozzo e nascondervi le sue
lagrime, poi che piangeva, procedendo. Fu un attimo. Poi mormorò:

— Andiamo. Volontà di Dio.

Rabbrividì. Si premette le labbra con un lembo dello scialle, come per
soffocarvi nell'atto stesso che ne uscivano quelle parole orrorose. Ma
vide, davanti a lei, luminoso, felice il «Corso Appio»: alcune donne
ridevano sulla soglia d'una bottega, un cuoiaio tranquillamente fumava
presso alla sua, appoggiato allo stipite, e con un cicaleccio allegro,
parlando di cose vane e giovanili, sbucavano da un palazzo tre o
quattro fanciulle e passavano.

— Sì, sì — disse Letizia, disperatamente, nel cospetto di questa
provocante pace d'anime e di cose — Volontà di Dio!.. Volontà di Dio!

Entrò nel «Corso Appio», e andò avanti, risoluta.


III.

Andava, andava, senza fermarsi, con la testa bassa. In «Piazza dei
Giudici», ove metteva il primo tratto del Corso, da un globo enorme
si diffondeva la luce elettrica e il vaporoso pulviscolo d'una
pioggerella fitta e fredda roteava, penetrato da quel lume, per breve
spazio attorno. Alle prime avvisaglie della pioggia i capuani avevano
disertata la piazza: vi rimanevano de' soldati d'artiglieria, in
piccoli gruppi, un crocchio di borghesi che s'avviava, per ripararvi,
all'androne del palazzo municipale, due carabinieri ammantellati,
gravi, lenti, solenni e lo scemo del «Vico Cimino», un piccolo
uomo di forme e di fisonomia scimiesche le cui membra piteciche
s'aggrovigliavano al palo del lume elettrico, sferzate dalla pioggia e
tremanti.

Come Letizia passò d'avanti all'«Arco Mazzocchi», una folla d'operaie
del laboratorio pirotecnico ne sbucò fuori con alte voci confuse,
imprecanti alla pioggia, e si rincorse lungo la murata del Municipio,
trascorrendo verso «Porta Napoli» ove il Corso finisce. Letizia
si mescolò a quella folla e andò avanti. Di tratto in tratto se ne
spiccavano due o tre operaie e pigliavano, per rincasare, altre strade.
Presso «Porta Napoli» la comitiva s'era diradata: le tre femmine
di un ultimo gruppetto che Letizia seguiva a un tratto si misero a
correre, rincorandosi, strillando, con le gonne raccolte, e presto
sparvero nel buio. Letizia s'arrestò: si guardò attorno, cercando di
risovvenirsi. Poi fece ancora quattro o cinque altri passi e scomparve
in un palazzetto a una delle cui finestre basse penzolava, sbattuta dal
vento, l'insegna tarlata di una locanda.

Per la scala salì a tentoni. Non v'era lume, ma ella conosceva il
numero dei gradini e il posto della porticina alla quale picchiò, con
la mano spiegata, due volte.

— Viene! — fece, di dentro, una roca voce maschile.

S'aperse la porta e un fiotto di luce dilagò sul pianerottolo. L'uomo
che aveva aperto reggeva il lume nella destra e stringeva gli occhi
cercando d'affisar bene la sconosciuta e traendosi addietro per
lasciarla passare.

— Bè — disse ancora, dopo aver chiuso l'uscio, cautamente — In che vi
devo servire?

Levò il lume fino al volto della donna e con l'altra mano fece visiera
alla fiamma.

Ma com'ella si liberava dello scialle, raccogliendolo sul braccio,
e gli si rivelava, immobile, ritta di contro a lui e muta e tutta
illuminata nella pallida faccia, l'uomo esclamò:

— Letizia! Ah, tu sei, dunque?

E annunziò, voltandosi a una porticina socchiusa, dietro la quale una
voce borbottava.

— È Letizia di «Riva Casilina». Letiziella. Quella del furiere.

Letizia si coperse la faccia. Cessò il borbottìo dietro l'uscio
socchiuso. Una voce chioccia, mentre l'uomo riponeva il lume sulla
mensa dalla quale s'era levato, salutò:

— Buona sera. Ora vengo.

— È Chiarina — disse l'uomo, sedendo presso alla tavola — Ha le gambe
enfiate, con rispetto, e le unge con certa pomata che ho preso a
Napoli. E, per giunta, ha un'emicrania da cavallo. Sarà lo scirocco.

Indicò una seggiola. Soggiunse:

— Non siedi? Vuoi crescere?

— Devo parlarvi — disse Letizia.

— Meglio. Dunque siedi. Che mi dici? Il furiere che fa?

— Il furiere m'ha lasciata, don Placido.

— Ah! — fece l'uomo, battendo la mano aperta sulla tavola — Possibile?
Senti, Chiarina — e si girò sulla seggiola, parlando forte all'uscio
socchiuso — Dice che il furiere l'ha lasciata.

— Vengo — rispose ancora la voce.

Don Placido, un grosso uomo rossastro, quasi calvo, animalesco,
tese la mano a un piatto ov'era della carne d'agnello e se ne recò
un pezzo alla bocca, strappandogli, co' forti molari, fin l'ultime
cartilagini. Si versò del vino. Sotto il lume, stretta al collo della
bottiglia, la sua mano tremava come per impeto di sangue; sul dosso
vi rigurgitavano le vene enfiate e le dita vellose ed unte, terminate
da unghie, corte e schiacciate, lucevano del recente contatto della
vivanda. Un alito impuro emanava da quella stanza e dai suoi abitatori,
come un fiato di anime e di materie corrotte: alle nari di Letizia, dal
mensale chiazzato da larghe macchie di unto e di vino, saliva un lezzo
disgustoso. Il lume a petrolio, per la vampa troppo viva, fumava, e il
fumo, in sottile spira nerastra, si levava, interrottamente.

— Don Placido, — disse Letizia, vincendo il suo turbamento — io non
posso restar più a Capua. Capite, don Placido? Sono rovinata, e la
rovina mia non la posso nascondere.

L'uomo la guardò fisamente e gli occhi suoi piccoli e vivi,
trascorrendole addosso, s'indugiarono, interrogandolo, su quel piccolo
corpo palpitante e raccolto.

Letizia arrossì e raggruppò in grembo lo scialle e vi stese su le
pallide e piccole mani.

— Ho capito — disse don Placido.

E si grattò in capo con l'indice della sinistra; con quel della destra
e col pollice strinse e trasse avanti il labbro inferiore. Levò la
testa e parve interrogare il soffitto. Poi disse ancora:

— E a casa tua?

— Ne sono fuggita.

— Quando?

— Ora.

— Sei andata da lui?

— No: sono venuta qui.

— Parla più basso.

Vi fu un silenzio. La grondaia del cortile gorgogliava: il romore era
distinto, continuo. La pioggia non era cessata. Don Placido moderò la
fiamma del lume, si levò, fece, pesantemente, due o tre passi nella
stanzuccia e Letizia lo udì borbottare, due o tre volte:

— Evviva il furiere!

All'improvviso le si piantò di faccia presso alla tavola, e le domandò
brutalmente e bruscamente:

— E ora che vuoi fare? La vita?

Ella aperse le braccia e chinò la testa, rassegnata. Meglio delle
parole rispondeva l'atto e Don Placido ne comprese tutta la muta
disperazione. Ma rimase indifferente, senza pietà, come abituato a cose
somiglianti.

— Andresti a Napoli? — chiese, dopo un momento.

— A Napoli? — balbettò Letizia.

— Vi ho un amico. Ti raccomanderò. La città è grande, vedrai: e qualche
altra vi ha fatto fortuna.....

S'interruppe. Un colpo di tosse suonava in un'altra stanza la cui
porticina, alle spalle di Letizia, era pur chiusa. Letizia trasalì e
l'uomo si mise a ridere.

— È la bionda — disse, guardando a quell'uscio — Una di Caserta. Parte
a momenti per Napoli e io l'accompagno alla stazione.

La breve tossicina risuonò un'altra volta. Don Placido, senza badarvi,
— soggiunse:

— Per questo ti domandavo se ti piace Napoli. Se ti piace vi andrete
assieme. Ora deciditi. Sai, grande città, gran gente, gran romore, gran
vita. Mica questi sordomuti di Capua, bella mia.

Tese l'orecchio: pioveva ancora, e il borbottio della grondaia era
superato dal crepitar della pioggia sulle lastre del cortile.

— Se vuoi veder la bionda è di là, in cucina. Quando hai picchiato
vi s'è nascosta: si vergogna. Intanto io vado per un affare mio,
fino all'Annunziata. Parla con mia moglie, con Chiarina: tra femmine
v'intenderete meglio.....

E aggiunse, alto, cercando il mantello e il cappello in un cantuccio
della stanza:

— Chiarina, io scendo.

La voce chioccia rispose dall'oscurità:

— E il treno?

— Parte alle dieci — disse l'uomo, aprendo la porta delle scale — V'è
il tempo. Torno subito.

Sulla soglia, voltandosi, disse a Letizia:

— La casa la conosci: accomodati pure. Parla con Chiarina.

Uscì. La porta si chiuse, Letizia rimase sola. Si guardò attorno,
guardò l'uscio socchiuso dietro del quale era donna Chiara e per un
attimo, tra un nuovo terrore, ebbe la visione dell'orribile vecchia,
gigantesca come il marito, quasi calva all'occipite rigato di filze di
capelli tinti, copiosa di carne molle e ondeggiante dal petto enorme
sul ventre.

L'uscio si mosse, difatti: Letizia si levò impiedi, spaventata. Ma non
v'apparve la vecchia. Un gatto rossiccio uscì, sbadigliando, da quella
penombra. Avanzò nella camera, si fermò a guardare per un momento
Letizia e s'allontanò, scomparendo. Risuonò un'altra volta la tossicina
dall'altra parte. Letizia si volse. Macchinalmente spinse l'uscio della
cucina ed entrò.

La bionda era seduta a una tavola, presso al focolare: un fagottino era
davanti a lei sul quale ella poggiava le mani aperte e la faccia. Un
alito inclinava la fiammella del lume ad olio, posto pur sulla tavola,
tra le bucce di un'arancia.

Come la porta s'aperse la bionda levò la testa.

— Marta! — urlò Letizia.

Dio! Dio! La donna che il furiere aveva amata dopo di lei, quella
per la quale l'avea lasciata, forse! Marta! Marta era lì, per lo
stesso orribile destino! Una volta sola l'aveva vista, alla fiera
di Santamaria e mai più s'era scordata di quella gran giovane fulva,
rosea, piena di salute, piena di schietto sangue rurale. Ma che strani
avvenimenti seguivano, dunque, nella vita? Marta! Come lei, come lei,
dunque! Destinata alla medesima sorte?

Di su il fagottino la bionda la guardò, senza sorpresa. Sorrideva,
anzi, benevola.

Disse, piano:

— Tu sei Letizia di «Riva Casilina». Ho udito tutto. Dammi la mano,
perdonami...

Sorrideva, incertamente: ma il pianto era nella sua voce dimessa ed
ella s'adoperava invano a soffocarlo. Stese una mano, e con l'altra
appressò una seggiola. Letizia vinta, atterrita, vi cadde.

La bionda le passò la mano sulla testa reclinata, la carezzò e quasi se
la trasse in grembo, mormorando:

— Io non t'odio... Non t'odio, no... Guarda, pensaci: or avremo la
stessa sorte. Bisogna farsi coraggio... Non piangere....

E fra tanto ella stessa piangeva: la sua voce si velava. E con le mani
di Letizia nelle sue, con quasi poggiata alla testa di costei l'umida
sua gota calda, Marta seguitava a balbettare:

— Non piangere... Non piangere...


IV.

— Avanti, avanti! — gridava Don Placido, nella notte, precedendo le due
donne lungo la strada della ferrovia — Fra cinque minuti avremo addosso
tutta l'acqua del santissimo cielo! Corpo di Cristo! Con una serataccia
come questa!...

E a gran passi veloci l'ombra sua nera fuggiva lungo i muri. Le donne
lo seguivano, tenendosi per mano, chiuse nei loro scialli doppii,
inciampando di tratto in tratto, ove era più profonda l'oscurità. Così
passarono per via «Gran Quartiere», davanti alla villa Ferdinandea,
le cui statue impallidivano confusamente davanti al teatro. Erano
alle porte della città. Sotto l'androne alcune guardie di finanza si
scaldavano a una gran fiammata di fascine, e quella di piantone alla
porta cantava, con le mani in saccoccia, addossata allo stipite.

— Salute! — fece Don Placido.

— Salute e bene! — rispose la guardia.

E come, a un tempo, gli fuggivan davanti le donne gridò, ridendo, a Don
Placido, già lontano:

— Ferma! V'è contrabbando!

Ora le loro tre ombre erano sul ponte delle fortificazioni:
l'acciottolato crepitava sotto gli stivaloni di Don Placido. Più in
là i fossati nereggiavano, lateralmente, e vi s'intravedevano paurose
profondità. Un'ombra uguale era scesa sulla vallata, alla quale le
donne avventavano, di volta in volta, lo sguardo. In un desolato
silenzio la campagna pareva conscia e lagrimante della sorte.

— Avanti! Siamo giunti! — gridò ancora Don Placido — Io vado avanti
pei biglietti. Terza classe! Passate per l'ultima porta a destra e
aspettatemi sul marciapiedi!...

Bruscamente la fabbrica della stazione appariva. Letizia si volse.
Tutto era scomparso nella notte, dietro di lei: la città, i bastioni,
la campagna medesima, ove nessun lume brillava più. Tutto dunque
finiva. Stese le braccia, perdutamente, verso Capua e singhiozzò,
disperata:

— Addio! Addio! Addio!....

Si sentì trascinare. La bionda l'avea quasi sollevata per la vita,
e le mormorava qualcosa ch'ella non udì. Si vide, a un tratto, sul
marciapiedi della stazione, d'avanti al treno nero, interminabile. Vide
ancora l'orribile lor conduttore aggirarsi frettoloso pel marciapiedi,
udì grida confuse e una voce più chiara, tra lo sbattere degli
sportelli, urlare:

— In vettura! In vettura!

E d'un subito uno sportello si spalancò. Salì per la prima la bionda e
stese le braccia. Afferrò Letizia, la sollevò quasi di peso e la trasse
dentro.

Un'altra bestemmia di Don Placido accompagnò l'atto. E a un tempo,
mentre lo sportello si chiudeva, il treno partì, con una scossa che
gettò l'una addosso all'altra le due sciagurate.

— Dove siamo? — mormorò Letizia, cui man mano tornavano i sensi e la
coscienza delle cose.

Marta la cingeva con le braccia, la teneva stretta al seno, come una
bambina. Lo scompartimento era quasi deserto: alcuni fattori fumavano,
più in là, sull'opposto sedile, e parlavano di derrate, a voce alta. La
pioggia scrosciava a' vetri dei finestrini.

— Arriviamo — le susurrò Marta — Fatti coraggio...

Le si strinse più da presso. Soggiunse, sottovoce, rapidamente:

— Ora ascolta. Napoli io non la conosco. Ma mi hanno detto che è una
immensa città, terribile città, piena di pericoli sconosciuti, una
città ove la gente si perde e non si ritrova mai più... M'ascolti tu,
Letizia?...

Ella assentì, col capo reclinato sul petto di Marta che le parlava
all'orecchio, pianissimo.

Marta disse ancora:

— Lo stesso uomo ci ha perdute, ma tu non m'odii e io non t'odio.
Siamo come due che si son conosciute da un pezzo e si amano. Tu ora mi
vuoi bene, lo so, lo sento, e tu sai che io ti voglio bene.... Non è
vero?....

La sua voce s'inteneriva sempre più, maternamente. Palpitavano
tutte e due, i loro cuori battevano forte. E seguitava fra tanto, a
scrosciar la pioggia contro i vetri e i fattori parlavano più alto, per
intendersi. Il lume dello scompartimento vagolava.

— Io non ti lascerò mai! — disse ancora la bionda. E in quel patto
supremo cercò le mani di Letizia e le strinse — Mai, mai! E tu
giurami che non mi lascerai mai, che resterai sempre con me, che
m'aiuterai come io t'aiuterò, che mi difenderai come io ti difenderò.
Giurami questo, Letizia! Noi siamo due abbandonate e l'una ha bisogno
dell'altra. Se ci disperdiamo, a Napoli, siamo perdute.... Letizia,
Letizia!... Giura questo a Marta tua, a tua sorella, Letizia! Or io son
tua sorella.... Tu non mi lascerai mai, non è vero?....

Letizia le afferrò la testa fra le mani e la baciò, singhiozzando:

— Mai! Mai!.. Mai!..

Il treno entrava sotto la tettoia e passava sugli scambii con un
fragore assordante. I fattori si levarono e agguantarono in fretta le
loro valigie. Una voce, due, tre gridarono nell'oscurità:

— Napoli! Napoli! Napoli!

Marta scese per la prima e aperse le braccia a Letizia, che quasi vi
si gettò. A un tempo s'apersero gli sportelli di tutte le vetture e
queste vomitarono sul marciapiedi ondate di soldati. Il 28º reggimento
di artiglieria, il reggimento del furiere, era partito per Napoli da
Capua, con loro, non visto. Il treno interminabile n'era pieno fino
all'ultime carrozze, e ora, mentre i primi ranghi si formavano agli
urli degli ufficiali sotto la gran tettoia luminosa, confusamente
lampeggiavano altre armi nel lontano, in coda al treno.

— Vieni — disse Marta, trascinando la compagna.

Sorpassarono i cancelli, e per un momento s'arrestarono, ignare e
indecise, sotto le arcate della stazione, all'uscita sulla piazza.

Era quasi la mezzanotte. La pioggia sferzava il selciato con estrema
violenza: migliaia di lumi, alti, bassi, ora bianchicci, ora rossastri
occhieggiavano nella vasta piazza e nelle vie circostanti ove le case,
abbattute a mezzo, pel Rettifilo, apparivano come dissolventisi in
quella furia d'uragano.

Come le due donne, attonite, incerte scendevano dal marciapiedi l'onda
dei soldati, che le aveva rincorse, fu sopra di loro e le separò. Tutto
il reggimento passò, fuggendo, sotto la pioggia, e un battaglione,
che se ne staccava, ricacciò Letizia fino ai giardini, dalla parte del
Vasto. Gli altri presero pel «Corso Garibaldi» e presto scomparvero.

Letizia sbarrò nella oscurità i suoi grandi occhi pieni d'orrore.

Urlò:

— Marta! Marta!

Nessuno le rispose. Ella si sentì mancare. S'addossò a un fanale.
Ripetette con un grido più acuto, con uno sforzo supremo:

— Marta! Marta!

Nessuno, nessuno! Or ella era a fronte dell'ignoto, nella misteriosa
notte del suo destino: sola.



UN «CASO».


I.

Ai «Fossi», laggiù dietro la via larga e popolosa della Ferrovia,
terminava il mercato dei panni. Le mercantesse si sbandavano. Alcune
pigliavano per la strada della marina, altre s'indirizzavano alla Via
Nolana, dalla quale si levava, nel lontano, un fitto polverio bianco.
Altre infilavano l'arco aragonese di Forcella e si cacciavano, a gruppi
di due o tre, coi lor mucchi di panni in capo, ne' vicoletti della
Vicaria, ne' laberinti di quelli della Duchesca ove, qua e là, sotto
il sole di agosto, i rigagnoletti e le pozze luccicavano di riflessi
metallici.

Lentamente il mercato si vuotava. Era cominciata tardi la vendita,
verso il tocco, e terminava alle sedici, nell'ora del sole alto. Era
andata avanti assai fiaccamente: le voci della _malattia_ s'udivano
un poco da per tutto, le note di cronaca del _Roma_ e i bollettini si
leggevano da gente commossa e paurosa or qua or là, d'avanti a' bassi e
dentro alle botteghe e nella via stessa, ove si radunavano capannelli
di popolani impensieriti. Certo, più della paura poteva la necessità:
ma, da una settimana, il mercato de' panni languiva. Le donne di
Cardito, di Pugliano, di Pomigliano, d'Acerra lo avevano addirittura
abbandonato, esse così tenere di coltri di seta gialla, di seta verde,
imbottite di bambagia, trapuntate a mostaccioli, orlate di frange
barocche argentate. E invano andavano su e giù le venditrici: davanti
ai mucchi di pantaloni a quadrelli, di giacchette di velluto stinto, di
corpetti rabberciati e grembiali di ogni forma, provenienze misteriose
della miseria, della morte, del furto, nessuno si soffermava. Nessuno
comprava. Nello inutile va e vieni perfino veniva a mancare la voglia
di gridar la mercanzia: moriva in un susurro l'alto vocìo de' buoni
giorni di vendita e nell'afa insopportabile, sotto la sferza del
sole, era tutto uno sfinimento. Dalla strada della Ferrovia la cupa
eco del passaggio de' grandi carri carichi di derrate o di botti o di
carboni, delle vetture d'albergo, de' carretti d'erbaggi delle paludi
s'affievoliva: tutto quel transito pareva che non seguisse più come
prima. Risuonava, soltanto, a tratti, la cornetta rauca d'un tramwai
due, tre volte: squillavano i campanellini di un carretto solitario e,
spento quel suono, pareva più alto il silenzio.

Due o tre ancora delle mercantesse si aggiravano per la via dei Fossi,
occupata da un chiarore abbagliante. A una a una disparvero anche esse.
L'ultima veniva in sulla piazzetta, lentamente, come trascinandosi.
Era un gran donnone: forte, alta, bruna. Il sudore le rigava le guance
dalla fronte, le imperlava sotto gli occhi la fine epidermide, le
riluceva sul labbro superiore, segnato d'una fitta pelurie. In braccio
ella si recava una pila di que' comuni berretti a visiera di panno
che gli sbarazzini amano di portare di sghembo: uno de' berretti, per
ripararsi dal sole, s'era proprio posto in capo. Ciò le conferiva un
assai curioso aspetto.

Com'ella giunse allo spiazzato si arrestò: passava, tra due
carabinieri, un giovanotto ammanettato. Andava alle carceri della
Vicaria. L'ammanettato la salutò con un lieve cenno del capo e si
fermò un momento anche lui e levò le mani incatenate, avvicinando la
faccia al panno della manica, lì ove il braccio fa gomito. Passò e
ripassò le gote sudate sul panno, soffregando forte. I carabinieri
aspettando, guardavano la donna e sorridevano. Poi ripresero la lor
via: la berrettaia si rimise in cammino. Scavalcò un mucchio di pietre
accatastate lì nella piazza per un guasto del selciato e, a un tratto,
apostrofò il cocchiere di una vettura da nolo, il quale s'appisolava al
sole, in serpa, nella piazza quasi deserta.

— Rocco, salute e bene!

— Salute e bene — sbadigliò quello, rizzandosi in serpa e raccogliendo
le redini che gli erano cascate su' piedi — E voi dove ve ne andate?

— Dove, figlio? A casa, cuore mio bello. Che ci resto a fare laggiù?
Non s'è venduto uno spillo!

— E io che son qui da mezzogiorno a bruciarmi al sole! Poc'anzi m'ha
preso il sonno.......

Vi fu un silenzio. Poi Rocco domandò alla mercantessa:

— E del colèra che si dice?

L'altra sgranò tanto d'occhi e scosse la testa.

— Ieri cento e due casi — mormorò — Mio marito ha letto il giornale.

Seguì, daccapo, il silenzio. Dopo un poco la mercantessa si licenziò,
col suo sorriso bonario.

— Così vuol Dio. Dunque, buona giornata, Rocco!

— Buona giornata anche a voi — disse il cocchiere.

E si chinò un'altra volta a raccoglier le redini che gli erano
scivolate di su le ginocchia.

Una voce femminile lo chiamò, dal lato del marciapiedi.

— Cocchiere?.....

Rocco si volse. Era una _signorinella_ pallida e piccola con certi
grandi occhi neri lucenti, vestita di nero: qualcosa tra la maestrina e
la cameriera di buona famiglia.

— Montate — disse Rocco — Dove andiamo?

Ella rimase in forse un momento. Poi disse:

— Alla Posta.

La vettura si mise in moto. A un tratto il cocchiere gridò:

— Bada, ohè!

E con la punta della frusta picchiò, per celia, sulla spalla della
berrettaia, che rincasava a piccoli passi.

— Vado alla Posta — disse Rocco.

— Avete visto? — sorrise la berrettaia, scansandosi — V'ho portato
fortuna.

Più in là, presso il Castello del Carmine, il cocchiere si girò
indietro sulla serpa:

— E alla Posta v'aspetto?

La piccola pallida lo guardò come smarrita. S'era tutta rimpiccinita
in un angolo della vettura. Le sue mani tormentavano la pezzuola.
Balbettò:

— Alla Posta?... Sì... certo... m'aspetterete...

E ancora mormorò qualcosa che il vetturino non intese, e si gettò
indietro come abbandonandosi, con lo sguardo nell'alto, spaurito.


II.

Quale viaggio strano, faticoso, irresoluto, in quell'afa ardente e
insopportabile! Dove si andava? Si andava da per tutto: Rocco Longo
era sfinito, era sfinita la sua bestia e anche pareva che la vettura
malconcia a un tratto si dovesse sfasciare. S'andava in giro da tre o
quattro ore: da prima la _signorina_ s'era voluta fermare alla Posta e
lì, allo sportello delle lettere, avea chiesto qualcosa che non aveva
avuto, che non c'era. Palpitante, incerta, s'era trascinata fino alla
vettura, e quasi vi s'era lasciata cader dentro.

— Dove andiamo?

— Dov'è l'albergo delle Tre Rose?

Il cocchiere aveva fatto spallucce.

— E chi lo sa? Voi non lo sapete?

— Dove sono i _Lanzieri_?

— A Porto.

— È lì....... Andiamo!

La vettura avea preso per _Piazza Francese_ e s'era ficcata ne' vicoli
di Porto. Ai Lanzieri la sconosciuta scese d'avanti alla porta d'una
delle tante miserabili e tristi locande del quartiere. Dalla serpa
Longo domandò:

— V'aspetto?

E come ella pareva indecisa il vetturino soggiunse:

— Bene, andate pure: io vi aspetto.

Da' _Lanzieri_ erano andati alla _Marinella_ e dalla _Marinella_ a
_Mercanti_, e appresso alla _Giudecca_, al _Vico Coltellari_, a _Rua
Catalana_. Ella a ogni sosta, si precipitava dalla vettura, si cacciava
in un palazzetto e riappariva poco dopo muta, livida, con gli occhi
pieni di lacrime. Risaliva a stento in vettura: s'afferrava alla
serpa talvolta. L'ultima volta Longo dovette aiutarla. Per via la udì
singhiozzare.

Si volse, seccato.

— Ma che avete dunque?

Ella mormorò:

— Nulla....... nulla.

Annottava. A un tratto Longo sentì che ella gli batteva lievemente, in
punta di dita, sulla spalla.

— Dove andate? — disse lei.

Difatti, ove andava Longo, con la sua vettura polverosa, con la
sua rozza affamata e zoppicante, sognando in serpa e guidando
macchinalmente la bestia? S'arrestò, si guardò intorno. Erano sulla
via nuova, deserta e buia, dell'Arenaccia. Sulla destra si disegnava
confusamente l'immane tettoia della stazione ferroviaria, tutta nera:
i grandi occhi immobili delle locomotive rossi, verdi, giallognoli
ammiccavano nell'oscurità. Un fischio acuto e breve ruppe il silenzio:
l'aria vibrò tutta al fragore d'un treno che passava sulle piattaforme
metalliche. Dalla via si vide il treno svolgersi rapidamente, e
trascorrere, come un gran serpe nero che scompariva nella notte.


III.

La giovane disfece il nodo alla sua pezzuola e ne cavò una moneta da
due lire.

— Questo m'è rimasto — mormorò.

Longo era sceso di serpa. Guardò appena le due lire, al lume del
fanaletto, e le gettò in grembo alla giovane.

— Volete scherzare? Che mi mettete in mano? Due lire?... Andiamo, non
ho voglia di scherzare!

Ella balbettava:

— Sull'anima di mia madre che m'è morta ieri l'altro.....

— Ma che! — fece Longo — Ora mi si mette a giurare! V'ho portato in
giro per tre ore di seguito e il meno che mi spetta son cinque lire!
Su! O mettete fuori le cinque lire o vi porto alla questura com'è vero
il santo ch'è oggi!

Nel silenzio della strada la sua voce minacciosa suonava chiaramente.
La _signorina_ nascose la faccia tra le palme.

— Andiamo — insistè Longo — Spicciatevi!

Ella singhiozzava:

— Ascoltatemi... Io non sono di Napoli... Sono di Capua..... Non
sono pratica... Ho perso tutto e mia madre m'è morta, ieri l'altro...
Avevo... lui... E mi son messa a ritrovarlo. M'ha lasciata. Voi avete
visto: non l'ho più trovato... Lasciata!... Abbandonata!... Abbiate
compassione... Non ho più nulla... Perdonatemi!...

Longo, con le braccia conserte la guardava.

La sconosciuta soggiunse, piano, come parlando a sè stessa:

— Sono stata tradita... Era un cameriere d'albergo..... l'albergo delle
_Tre Rose_ a Lanzieri, dove siamo stati... Non v'è più... Partito...
Sparito... Non v'è più...

Longo si mise a frustare il selciato e a bestemmiare.

Ella supplicava:

— È vero... Avete ragione... Perdonatemi...

D'un subito il cocchiere le si fece accosto, l'afferrò pel braccio e le
disse:

— Com'è vero Dio, stasera prendo un guaio per voi! Chi vi conosce? E
avete scelto la vettura mia e me per correre appresso al vostro uomo?
Ma lo sapete voi che due lire non mi bastano neppure per l'avena al
cavallo, e me l'avete ammazzato!

Ella mormorava:

— Perdonatemi..... perdonatemi.....

— Così fate, voialtre! — urlò Rocco — Così ingannate la gente, razza di
bagasce!..

All'improvviso le piantò sulla spalla la mano pesante e si chinò sopra
di lei che s'era gettata addietro sui cuscini.

— Almeno — sogghignò, frugando — Ch'io vi veda in faccia, carina! Come
siete in faccia?... Bella... brutta... vediamo un poco.....

Ma smise e indietreggiò, spaventato. Ella era diaccia: un sudor
gelido le veniva giù pel volto e le bagnava pur le mani, tremanti
convulsamente.

Longo, sbalordito, la scosse:

— Signorina... signorina... Che avete?.. Non v'impaurite...

La giovane s'irrigidiva. De' conati di vomito la facevan sobbalzare sui
cuscini, gli occhi le diventavano vitrei.

— Ho freddo... — mormorò — Ho freddo... Muoio...

Allora Longo comprese.

— Ah, Cristo! Un caso fulminante!...

Si voltò, si guardò intorno, assalito da un così vivo terrore che
per due o tre secondi i suoi movimenti ne vennero paralizzati. La
sconosciuta seguitava a torcersi e rantolava:

— Freddo... freddo... Oh mamma!...

E come lo vide fuggire a gambe levate per l'Arenaccia, si levò quasi in
piedi nella vettura, con un ultimo sforzo, e stese un braccio.

— Aiuto! Aiuto!

Ricadde. Si ripiegò sui cuscini: v'annaspò con le dita raggranchite. E
al sereno cielo che si popolava di stelle palpitanti e la vedeva morir
sola, nella notte, levò uno sguardo disperato.

Balbettò ancora:

— Mamma..... mamma.....

E seguì un profondo silenzio.

A un tratto il cavallo affamato si mise a nitrire e a batter sul
selciato con l'unghia ferrata.

Poi fece un passo, poi un altro. E si rincamminò, portandosi lentamente
la piccola bruna, immota, per l'oscurità, verso la nascosta rete dei
binari.....



VECCHIE CONOSCENZE.


— La buona sera alla compagnia!

Mi volsi. E al suono della rauca voce grossolana si voltarono pur a
guardare verso la porta i miei compagni di tavolino del _Caffè Grande
al Corso_. Era l'ercole della _troupe_ d'acrobati attendata a Giffuni,
dietro il mercato bovino.

— Buonasera — risposi — Che c'è? Non si lavora?

— Macchè! — fece l'ercole, raggiustando sulla piccola testa quasi calva
un sudicio berretto di pelo marrone — A Giffuni Vallepiana? E Pompei
non è meglio? Città morta, caro lei, città di barbari, non dico per
offenderla. Già lei non è giffunino... o giffunese... Come si dice?

E sedette al nostro tavolino e cavò la pipetta da una saccoccia d'un
grande panciotto stinto, di velluto rossastro.

— Giffunese — disse il telegrafista di Bartolo, levando gli occhi dalla
_Gazzetta di Venezia_ che gli mandava ogni giorno un suo ex collega di
laggiù, ove il di Bartolo era stato quattro anni.

Seguì un silenzio. Il _Caffè Grande_ era quasi deserto: due mercanti
ragionavano del raccolto a un cantuccio, e a un altro sedeva,
solitario, il giovine professore di lettere del Liceo Cotugno.
S'era fatto portare il calamaio e rivedeva le bozze del suo studio
sull'_Hecatelegium_ di Pacifico Massimi, comunicando alla ruvida
carta da stampe un acre e molesto profumo di _patchouli_ ch'egli
usava portare addosso. Appiè del banco del principale erano due o tre
cacciatori di Casalferrato e sentenziavano di cani e di fucili col
caffettiere, Nemrod impenitente anche lui.

— Un rhum! — chiese l'ercole, dopo un po', lanciando al soffitto la
prima boccata di fumo. — Almeno — soggiunse, e si trasse davanti il
bicchierino — qui c'è calduccio, ci si sta bene. Hanno visto fuori?
Mezzo palmo di neve e nemmeno un cane per la via. La neve in Ottobre?
Ma dico, dove siamo? In Russia?

— Cattiva stagione — disse il di Bartolo, per dir qualcosa.

— E voi che farete? — chiesi all'ercole, che si grattava il mento e
guardava davanti a sè, nel vuoto, con certo sguardo sgomento.

— E che devo fare? Domani o doman l'altro si va via. Domani è domenica
e vorrei profittare della giornata. Chissà! Bel paese Giffuni! In tre
sere ventotto lire! Cosa vuole, che ci lasci in pegno Mahmud?

Il di Bartolo si volse, con l'indice puntato sulla _Gazzetta_ al passo
che leggeva.

— Mahmud?

— L'orso bianco — disse l'ercole, grave.

— Difatti — io dissi — avrete le vostre spese...

— Spese? Altro! E poi gli incerti, caro lei. Se sapesse!

Bevve un goccetto di rhum, si passò il dorso della mano vellosa e
enorme sulle labbra e soggiunse:

— Guardi, tre cavalli m'erano rimasti e uno m'è finito a Roccadaspide,
col carbonchio. Il pagliaccio mi s'è affiochito per via e ha mezzo
persa la voce; sua sorella, la Gilda, è cotta d'un impiegato di
ferrovia che le faceva l'asino a Tricarico, e gli scrive lettere tutta
la santa giornata e non mi lavora più come prima. E la Rosetta che a
un tratto mi vien fuori con l'isterismo! Che? Contentezze grandi, caro
signor dottore!

E fregò palma a palma con una furia che pareva si volesse spellar le
mani.

— Mi dica, dottore, lei che se ne intende: che roba è codesta? Malattia
grave?

— L'isterismo?

— Ecco.

— E vostra moglie è isterica? Davvero non mi pareva. E che ha? Che
accusa?

— E che so, io? Dolori in petto, dolori allo stomaco, alle gambe, ai
polsi. In faccia, di certo è smagrita. L'avesse vista quattro o cinque
anni fa! Le dico, un bisciù! L'ha vista al trapezio?

— Sì, mi pare...

— Eh?... — fece l'ercole, strizzando l'occhio — Ha visto che lavoro
preciso?

Accennavo di sì, col capo. In quel punto pensavo ad altro. Il di
Bartolo s'era sprofondato nella lettura del suo giornale, ma, di
volta in volta, ne levava lo sguardo per lasciarlo posare sul mio
interlocutore, ch'egli affisava, silenzioso, per qualche minuto,
come si fa con certe persone nuove le quali vi suscitano un curioso
interessamento nell'animo.

— Ha un cerino? — chiese l'ercole, che aveva vuotato nel cavo della
mano il fornellino della pipetta e or la ricaricava, lentamente.

Ne prese un fascetto dalla scatola che gli porgevo e se li mise in
saccoccia.

— Scusi se mi permetto..... Ma qui a Giffuni non v'è un solo cortile
che abbia uno straccio di lume. L'altra notte per poco non mi sono
spaccato il capo a un muro... Ma lei che ha, dottore? La vedo così
uggioso! Che ha? S'annoia, non è vero? Certo son pene di cuore!

Sorrisi, malinconicamente. E mentre, voltandomi, cercavo sul divanetto
ov'ero seduto, il mio _bambù_ e l'ultimo fascicolo della _Rivista
Clinica_ sulla quale il di Bartolo s'era adagiato, l'ercole, frugando
nel taschino del panciotto, borbottò:

— S'intende: questo non è paese per gente che vive. Denari in giro
niente: divertimenti niente. Nemmeno un teatro. Prefettura e Municipio
nello stesso palazzo, all'ultimo piano! Macchè. Dopo dimani _adios!_

— Lei resta? — feci al di Bartolo.

L'altro nostro compagno di tavolino, Bazza, cancelliere alla Pretura,
al solito s'era addormentato. Usava di far questo ogni sera, e lo
svegliava il cameriere quando il caffè si chiudeva.

— Ma è presto — osservò il di Bartolo — Guardi, non sono le dieci. Io
resto ancora un poco e accompagno Bazza. Ma lei proprio vuole andar
via?

— Ho sonno — risposi — Arrivederci.

— Signori! — salutò l'ercole, che pur s'era levato e si sberrettava.

Fuori, rialzando il bavero della sua giacchetta e tossendo a piccoli
colpetti secchi, egli mi si mise allato e prese con me pel Corso tutto
scuro e deserto.

S'era liquefatta la neve: al raro lume di qualche bottega ancora aperta
lucevano qua e là delle pozze e dei rigagnoli. L'ercole mi pigliava pel
braccio, dolcemente, e me li faceva schivare.

Facemmo una ventina di passi in silenzio.

— Abita lontano? — chiese lui a un tratto.

— Non così lontano. Ma dal _Caffè Grande_ a casa mia c'è un bel tratto.
Sono in via del Mercato.

Lui si fermò su due piedi.

— Come? Ma dunque siamo vicini! Io son lì, di rimpetto. Non ha visto il
mio carrozzone?

— Sì... difatti.

Ripigliammo il cammino e si rifece il silenzio fra noi, per un tratto.
Dopo un po' l'ercole riprese:

— E Bamboccetta, l'ha vista?

Lo guardai. Scossi la testa per dir di no. Egli parve meravigliato.

— Non ha mai visto Bamboccetta? Mia figlia? La piccina? Ma al circo c'è
mai stato, lei?

— Sì, una volta: non ho troppo tempo...

— Ma scusi, ci deve venire. M'onori domani ch'è domenica. Senza
complimenti... Lei mi fa chiamare alla porta e sarò ben felice. Almeno
vedrà Bamboccetta.

Pronunziando quel nome il vocione s'inteneriva. L'ercole si arrestò
un'altra volta, per un momento, come a meditare, e io pur dovetti
arrestarmi. Il silenzio era alto. A un tratto, nel lontano, fendette
l'aria il fischio del _diretto_ che partiva per le Calabrie e ne vibrò,
per qualche secondo, l'eco malinconica.

Come spuntammo dal Corso nella _Via del Seminario_ ci apparvero di
faccia, nell'alto, le tre finestre del _Circolo_, rosse nel buio
profondo.

— La vita, caro signore — continuò l'ercole seguitando nel suo
vaniloquio — è una cosa triste e pesante. Non le pare? Ho una moglie,
la Rosina, che m'è nemica mortale. Non se la può figurare: dispetti,
furie, malattie, ogni sorta di birbonate. L'ho presa a Settignano,
in Toscana, una volta che vi sono passato con tanti bei denari in
saccoccia, che ora non si vedono più. Era lì con un signore titolato,
un conte, gran femminiero, e costui l'aveva conosciuta in compagnia
Roussel, a Firenze, e se l'era portata via in campagna. Bene; dopo un
po' eccoti il signorino che ti pianta lì quella creatura senza neppur
dirle: obbligato. Arrivo io, comincio a lavorare, la Rosina mi viene a
narrare i suoi patimenti e senz'altro me la metto in casa. Sarà stato
un sette anni fa: dico bene: l'anno appresso m'è nata Bamboccetta. La
rosa fra le spine, caro lei, la...

S'interruppe, si piegò, per frugare con lo sguardo nella oscurità della
strada. E in quell'atto, col capo avanzato, rimase qualche secondo.

Lontano, nella piazza del mercato, ove il carrozzone degli acrobati
scompariva nel buio fitto, brillò, come una lucciola sorvolante, la
piccola e rapida fiamma d'uno zolfanello, e subito si spense. Io la
vidi: all'ercole forse sfuggì. Egli si era quasi rivolto addietro e
continuava a spiare.

— Chi va là? — fece a un tratto — Rigo?... Sei tu, Rigo?...

Non rispose alcuno. Ma un'ombra era scivolata lungo il muro, dall'altra
parte, e aveva svoltato al cantone.

— Che volete fare? — dissi all'ercole, piano — Qui a Giffuni non sono
ladri. Sarà qualche amante...

— M'era parso Rigo — borbottò — Sa, quello che mangia la stoppa accesa.
Il gobbetto. Una vipera... Ma lei è arrivata?

Ero giunto a casa, difatti, e m'arrestavo davanti al portone. Accesi
un moccoletto che portavo addosso per la bisogna e si fece un po' di
lume sotto l'arco barocco. E a quella luce indecisa che saliva a stento
fin alla testa dell'ercole, mi parve di vedere impallidito il suo
volto e diventati minacciosi quei piccoli occhi tondi, fin allora così
inespressivi.

Stesi macchinalmente la mano. Egli la strinse fra le sue, diacce, e
dell'atto che non s'aspettava parve sorpreso a un tempo e commosso.
D'un subito lasciò la mano, mi voltò le spalle e scappò fuori. Andava
lesto. Risuonò per buon tratto il romore dei suoi passi precipitosi,
nella notte, e poi daccapo tutto tacque.

Come entrai nella mia stanza da letto mi feci al balcone che dava sulla
via e lo apersi e ficcai lo sguardo laggiù nelle misteriose tenebre del
mercato bovino.

La notte era fredda. Sgusciò nella mia camera, per lo schiuso delle
vetrate, una folata di vento e quasi me le spalancò a dietro. Mi
rivoltavo per tornar dentro quando un grido, all'improvviso, ruppe il
profondo silenzio e seguirono al grido un romor confuso, un tramestio,
laggiù, presso alla baracca, e subito un va e vieni di lumi e d'ombre.
S'illuminò dopo un poco — ero rimasto lì inchiodato al balcone — la
finestra terrena della caserma dei carabinieri, poco lontana dalla
baracca, e novelle ombre frettolose passarono e ripassarono in quel
chiaro. Appresso i lumi si spensero tutto intorno e tornò il buio
impenetrabile.

All'aria m'era entrato addosso un gran freddo. La naturale emozione
che anche mi penetrava mi tenne desto sotto le coltri per un bel po'.
Che cosa dunque era seguito nella baracca dell'ercole? Al mattino lo
seppi. La Rosina se ne era scappata via col pagliaccio, e quel Rigo,
il gobbetto, le aveva tenuto mano. E l'ercole aveva accoltellato il
gobbetto.


II.

Cominciò Giffuni a parermi detestabile, a un tratto.

Fin qua, da un paio d'anni durante i quali vi avevo tranquillamente
esercitato la mia professione di medico condotto, nella piccola
cittadina mercantile e malinconica io avevo represso, fin da quando vi
ero arrivato, ogni moto ribelle del mio carattere così ombroso, è vero,
e pur così passionato e sincero. Bisognava mutar vita addirittura.
Io stesso, al quale erano state offerte residenze migliori, avevo
preferito questa che mi dicevano uggiosa e difficile e dove m'avevano
accompagnato da Napoli, in una triste giornata di marzo, il vento, la
pioggia fitta e un'aria scura e fredda, così che m'era parso come mi
avessero inteso e pianto fin gli elementi della natura. Una piccola
camera ch'era già stata d'un pretore e poi d'un commesso viaggiatore,
lì, in via del Mercato, in un vecchio e sdrucito palazzo del seicento,
detto la _Casa del Conte_, m'accolse da' primi giorni in cui giunsi.
M'ero, a mano a mano, constituita una clientela, difficile ma sicura,
tra la gente del vicinato: e l'_onesta_ mia maniera di vivere me
l'aveva accresciuta. In provincia si continua ad essere stimati per
questo. Avrei pure, voglio dirlo, potuto bene ammogliarmi là basso: ma
mi sarebbe toccato di seppellirmi a Girifalco, addirittura in mezzo a
contadini sorvegliati e maltrattati da qualcuno di que' possidenti che
mi avrebbe, sì, preso a genero ma del quale avrei finito per ereditar
con le sostanze pur quella missione autocratica.

In verità, già da quattro o cinque mesi prima del fatto dell'ercole,
scrivevo e riscrivevo a Napoli per farmi cavar via da Giffuni. Se vi
dico che dalla sera delle coltellate a quel Rigo il mio desiderio
assunse quasi una forma di nevropatia, d'impazienza, di sofferenza
angosciosa crederete che io esageri. Ma fu proprio così. La mattina
dopo quel fatto l'ercole m'era passato sotto gli occhi mentre mi
rasciugavo la faccia al balcone, dietro i vetri appannati. Vedevo venir
dal mercato alla mia volta una folla che a mano a mano ingrossava.
Fregai l'asciugamani a un vetro e distinsi ben tutto nella via.
L'ercole era lì, tra' carabinieri, ammanettato. Gli avevano buttato
addosso un gran cappotto, ed egli, muto, procedeva, scotendo il capo. I
carabinieri, infilavano i guanti. Lo conducevano alla prigione.

Non mi vide. Ah, fu meglio! Roba da niente, direte, solite storie che
seguono tutti i giorni, cose che s'incontrano a ogni passo. Sì, è vero.
E pur io non potrò mai dimenticare quel triste corteo silenzioso, sotto
quel cielo opalino di Giffuni, nell'angusta via fiancheggiata da scure
bottegucce — e quell'infelice che strappavano al romoroso suo _Circo_
per serrarlo in un carcere.

Per tre o quattro giorni si rifece alla memoria degli occhi miei,
doloroso e insistente, quello spettacolo. Seppi fra tanto che
Bamboccetta, la piccina, se l'era portata via la madre; che per la
Gilda, rimasta a Giffuni, s'era fatta una colletta — e mi vi dovetti
anch'io sottoscrivere — per farla partire per Tricarico ov'ella andava
a cascare addosso all'impiegato postale; che la roba dell'ercole
era stata sparsa un po' qua un po' là in consegna al Tribunale. I
carabinieri presero l'orso bianco e lo chiusero in un sottoscala:
il figlio del sindaco accolse i due cavalli nella sua scuderia. Ogni
giorno, a prima ora e daccapo verso il tramonto, s'udivano gli urli
rauchi dell'orso, che forse aveva fame.

Nel gennaio dell'anno seguente ottenni di passare a Casagiove, in
Terra di Lavoro. Toccavo, come si dice, il cielo col dito. Casagiove
è lontano da Santamaria di Capua un tiro di fucile e da Santamaria
si viene a Napoli in un'ora di ferrovia. A Napoli, nelle frequenti
scappate che vi feci, tastavo terreno ogni volta. Alla residenza
leggevo giornali, e badavo a guardare in terza pagina se mai vi fossero
annunzii di concorsi. Mi facevo fin mandare da Napoli la _Gazzetta
Ufficiale_, da un mio ex compagno di scuola diventato giornalista.

Passarono così altri due anni, quando la morte di un mio zio mi fece
ottenere un congedo di quindici giorni, durante i quali mi sostituì a
Casagiove un medico di Caserta.

A Napoli volli, tra l'altro, rivedere e salutare i miei maestri. La
vecchia via di Sant'Aniello, che avevo tante volte percorso per recarmi
dall'Università alle cattedre anatomiche, io ritrovavo immutata,
deserta sempre e silenziosa, con la sua piazzetta nuda e sudicia,
sparsa di rifiuti e di mucchi di pietre tra le quali perfino era nata
l'erba. Ripensavo, attraversandola, agli allegri anni in cui m'ero
posto, come si dice, in carriera, all'anno emozionato in cui m'ero
addottorato medico, all'_internato_ nello spedale degl'_Incurabili_,
così impressionante per me, in quel vasto e solenne ricovero, ove avevo
tanto visto soffrire.

Or ne ascendevo lentamente le scale marmoree e dietro di me vi si
affaticava un'itterica contadina, incinta, che sospirava forte e a
ogni gradino s'arrestava a ripigliar fiato. Di sopra, appoggiato a
due infermieri, scendeva al gran cortile soleggiato — ove i parenti,
aspettandolo, gli preparavano cuscini in una carrozza — un giovane,
convalescente, ancora assai pallido, ma così lieto, così felice
d'andarsene!

Quelli inservienti mi riconobbero.

— Oh, signor dottore nostro! Riverito dottore! Beato chi vi rivede!

Mi sorrideva anche il convalescente, con lievi cenni di saluto. E,
a poco a poco, rividi, lassù, tutti. Nella spaziosa e luminosa _Sala
Cotugno_, ch'era stata, anni a dietro, la mia seconda casa, rividi le
suore, gl'infermieri, il farmacista, il reverendo confessore, sempre
florido e roseo tra tante bianche facce esangui.

— Guardate chi vi riconduco! — esclamò l'adorabile vecchia suor Agata
che, al solito, m'aveva preso per mano e or mi poneva di faccia al
primario professore X... mentre costui dalla sala _Severino_ entrava
nella _Cotugno_ in mezzo ai discepoli.

— Giovannino! — fece lui, che usava di chiamar ciascuno col suo nome di
battesimo e ricordava mirabilmente quelli di tutti — Chi si rivede! Che
c'è? Ritorno del figliuol prodigo! Vieni, vieni dentro...

Si avviò, seguitando:

— Benissimo. T'invito a pranzo. Uno che s'è fatto onore, signori miei.
Medico condotto in Terra di Lavoro. Bene, benissimo. Come dite voi,
suor Agata? _On revient toujours... _ S'era arrestato presso un letto
intorno al quale già quattro o cinque degli scolari si radunavano.

Il malato, con un bianco berretto da notte in capo, col petto scoverto,
si lasciava tastare.

Lo riconobbi subito. Era l'ercole di Giffuni.


III.

— Ma sa che ho pensato a lei più volte da che sono qua dentro? Mi dia
la mano almeno: ora non gliela lascio più come quella sera, si ricorda?
Mi avrà perdonato? Non può immaginare cosa mi sentivo dentro, allora...
Non si mette a sedere?

Sedetti accanto al letto. La mano che premeva la mia sulle coltri era
calda: mi pareva febbricitante. Egli era rimasto addossato a' cuscini,
col bianco e largo petto scoverto.

— Ricopritevi — dissi — E non vi rigirate per guardarmi. V'ascolto lo
stesso.

L'ercole sorrise, con quell'aria sua solita d'amarezza e di bontà.
Il suo corpo rimase immobile. La testa, soltanto, si volse lentamente
dalla mia parte.

— Egli è che ho piacere di vederla. Non la vedo da tanto tempo! Saranno
tre anni, o sbaglio?

— Due anni e tre mesi. S'era in ottobre...

— È vero... E lei ricorda quella sera della fuga? Lo sa che la Rosina
mi scappò via col pagliaccio? Ah, lo sa? Bene. C'era stato di mezzo
quel Rigo, il gobbo, che aveva preparata la fuga e mi sorvegliava.
L'ombra che scivolò lungo il muro... La ricorda? Rigo. Maledetto!

Si tacque per un momento. Respirava forte, quasi a stento.

Stavo per dirgli che smettesse di parlare quand'egli continuò:

— Presi un anno e tre mesi di prigione per ferite volontarie. Rigo se
la cavò con quaranta giorni d'ospedale: ha il diavolo che l'aiuta, il
mostro. E poi? Poi, si figuri, caro lei, che vita allegra quando sono
uscito dal carcere! Tutto perso, bestie, roba, arnesi: una rovina. E
poi la solitudine. Solo, solo! Tutti scomparsi, e io solo come un cane!

S'accendeva e ansimava. Il respiro faticoso gli sollevava le coltri sul
petto.

Seguì un silenzio. Qua e là degl'infermi si lamentavano, qualcuno
chiedeva da bere, con un piagnucolio da bambino.

L'ercole riprese, più lentamente e più basso:

— Ho ricominciato a lavorar da solo. Cercavo di farmi coraggio. Ma
che vuole, a volte mi cascavan le braccia. I ricordi la mancanza di
esercizio... specie i ricordi, caro lei, che mi tormentano sempre.
Cercavo di scordare, d'avvezzarmi a questa vita nuova. Macchè! E a un
bel momento ecco che principia a pungermi in petto qualcosa come una
spina... Ma davvero, sa, un dolore, una fitta che lei non se lo può
immaginare...

Lo guardai più attentamente. L'abito della diagnosi da' caratteri
fisici soffermava il mio sguardo sullo sciagurato. Labbra esangui,
muscoli denutriti, cianosi al lobulo degli orecchi, a' pomelli, al
lobulo del naso: l'occhio destro gonfio, il collo tumido, turgide le
giugulari...

— V'hanno osservato il petto? Picchiato in petto?

— Picchiato? Altro! Non fanno che questo. Ma scusi, che vogliono dire
tutte queste linee che mi segnano in petto con la matita rossa?

— Regioni in cui si ritrova ottusità — mormorai, come se parlassi a me
stesso.

Egli rimase muto per un poco, meditando. Poi soggiunse:

— Ha mai riveduta la Rosina?

— No: mai più.

— Lo sa che mi portò via pur Bamboccetta? La piccola?.. Figlia del
pagliaccio, sa, non mia... Lo lessi in certi pezzettini d'una lettera
che rinvenni laggiù, nella baracca...

La sua voce si velava. Egli era commosso. Strinse i pugni, fece per
sollevarsi e non potette. Levò gli occhi al cielo e li riabbassò,
inumiditi. Due lagrime gli scesero, lente, su per le pallide gote e vi
brillarono.

— Andiamo!.... — balbettai — Coraggio! Guarirete e dimenticherete.

— Sì — mormorò, cupo — Voglio guarire e mi voglio vendicare!

— Perchè non cercate di riposare un tantino?..

E mi levai. Vedevo mover daccapo alla volta del letto dell'ercole il
professore e i suoi scolari.

— La rivedrò ancora?

E l'ercole mi strinse la mano, aspettando che glielo promettessi.

— Certo. Tornerò.

— Lei è buono... Ha visto che cosa è la vita?... E la mia, signore?...
Che Calvario!.... L'ingratitudine... Bamboccetta...

Balbettava ancora parole che io non compresi. Il professore gli s'era
avvicinato: gli scolari circondavano il letto.

Mi trassi da parte. L'ercole, come preoccupato, si guardava attorno,
guardava i giovani che, fra tanto, gli scoprivano il petto un'altra
volta.

La lezione pratica principiava. Mi trassi a dietro a poco a poco,
giunsi fino alla porta della sala e lì quasi sperai di non udir la voce
del mio ex maestro che parlava, alto, a' discepoli. Ma nel silenzio
che s'era fatto nella _corsia_ essa suonava chiara e distinta, con quel
leggero suo tono declamatorio:

— L'influenza del sesso si spiega assai naturalmente pel genere di vita
speciale a ciascuno d'esso, che imponendo all'uomo — come nel caso —
sforzi muscolari più violenti e dei movimenti più energici, aumenta
in lui l'energia della impulsione cardiaca e dispone le sue arterie
a pressioni e a stiramenti che possono essere fatali, che sono anzi,
quasi sempre, fatali.

Addossato allo stipite della porta mi sentivo quasi male. Ah, la vita,
la vita! Povero Ercole! E ora comprendeva egli la sua condanna?...
Chiusi gli occhi. Rividi, come in un sogno, Giffuni, la piazzetta del
mercato, la grande baracca, quelle viuzze malinconiche e anguste.
Le immagini della Rosina, del pagliaccio, dell'ercole passarono e
ripassarono confusamente davanti agli occhi miei, come in una nebbia...

La voce del professore continuava, fra tanto, implacabile:

— Noi definiremo l'aneurisma un tumore pieno di sangue liquido e
coagulato, distinto, si noti, dal canale dell'arteria con cui esso
comunica e consecutivo alla rottura totale o parziale delle tuniche
arteriose. Voi conoscete, o signori, la conseguenza fulminante e
inevitabile...



IL POSTO.


L'ultima sera di dicembre del 18.. il mio portinaio mi mise sul
deschetto che mi serviva da tavola da pranzo e da studio una lettera
sulla cui busta era stampato tanto di _Ministero della Publica
Istruzione_. Il decreto di nomina. Professore — finalmente!

Ed eccoti — pensai, spiegando quel foglio e scorrendolo con una rapida
occhiata — eccoti dunque pedagogo a venticinque anni, nel meglio della
vita e con tante altre e ben diverse illusioni nel cuore! Ora va: e
insegna ai giovanetti sulla scorta dei soliti programmi, e ragiona loro
de' fatti di Pirro e di Leonida, delle guerre peloponnesiache e della
ritirata dei Macedoni.......

Lentamente, ricacciai quel foglio nella busta e la riposi sulla tavola.
E rimasi lì, seduto davanti ad essa e quasi meravigliato della serenità
con cui accoglievo quella notizia pur così attesa e che quasi non così
presto mi aspettavo. Come! — pensavo — Tu conquisti un posto sicuro
e che t'assicura la vecchiaia — tu riesci a procurarti uno stipendio
certo quando tanti altri, più vecchi di te, e più meritevoli, e più
umili ne sognano invano uno pur minore; tu raggiungi la piccola gloria
dell'insegnamento, un titolo, l'avvenire infine — e non benedici la
provvidenza, e non ti reputi felice?

Vero, vero: solo al mondo, oramai — mia madre era morta nel luglio
dell'anno precedente e avea seguito mio padre laggiù nel breve cimitero
del mio paesello — io avevo dovuto, fin qua, vivere a Napoli — in
questa città così grande, così espressiva, così movimentata — la vita
dello studente povero e sconosciuto che si può appena permettere il
lusso d'un solo e parco asciolvere al giorno e di un unico vestito
all'anno. Un altro, dunque, al posto mio sarebbe stato davvero più
contento.

Ma io rimasi lì, al cospetto di quella partecipazione, che parecchi dei
miei compagni m'avrebbero certo invidiata, quasi a malinconicamente
contemplarla. Per altri la vita cominciava di là, da quella carta.
Per me, pareva che lì si dovesse arrestare. Sì, sì, arrestare!
Come ritorcer l'animo mio, che si voltava addietro e vedeva a mano
a mano allontanarsi, svanir quasi come in una nebbia fredda i più
teneri ideali ch'esso aveva accolto fino ad ora? L'arte, la poesia,
la letteratura, tutto un miraggio luminoso di plauso e di successo
si dissolveva — e agli occhi della mia fantasia, che or andava
architettando cose e persone e luoghi novelli, già, con una gelida
evidenza, apparivano la scuola, la simmetrica linea dei banchi, le
austere pareti, e l'ardesia e la cattedra dalla quale sarebbe suonata,
su d'un tono ammonitivo, la mia povera voce non avvezza alla formola
pedagogica.

Tornai ad aprir la busta, macchinalmente. Tornai a gettar gli occhi su
quel foglio timbrato, percorso da una di quelle perfette calligrafie
d'amanuensi le quali constituiscono il merito più considerevole
degl'impiegati a' Ministeri. La partecipazione era estetica: il mio
nome era scritto in rondino.....

Una voce squillò improvvisamente nella mia camera...

— Carlo! Carlo!

S'era spalancata la porta e Matteo Barra, il mio compagno di studio e
di stanza, quasi mi si precipitava addosso.

Io m'ero levato, commosso. Buon figliuolo! Il portinaio, o qualche
comune amico, o il solito bollettino del Ministero gli avevano
partecipato la mia nomina...

— Come hai saputo?.. Da chi?

C'eravamo abbracciati e baciati. Egli mi guardava, ora, con gli occhi
ridenti.

— Ho fatto la scala d'un fiato! — balbettò, ansimando.

Mise la mano in petto. Cavò il portafogli, le sue carte d'appunti di
«Dritto Costituzionale», il librettino in cui segnava le mie e sue
spese giornaliere. Spuntò di mezzo alle carte un telegramma. Egli lo
spiegò, mi trasse al balcone, me lo pose sotto gli occhi.

— Ecco leggi! — mi fece — È mia madre. L'ho saputo da lei.....

Lessi, sorpreso:

«Caterina acconsente assieme famiglia. Tutto pronto. Vieni passare qui
feste. Ti benedico. Carmela».

— Non capisci? — esclamò Matteo Barra — Non hai capito? Io mi sposo. Io
parto.

— Parti!....

— Ma certamente! — e si mise a misurar la stanza a gran passi — E che
vuoi che aspetti? Non hai letto? Dice «tutto pronto».....

Mi si arrestò d'avanti. Mi mise la mano sulla spalla.

— Tu ti ricordi di Caterina, non è vero? Della sua zia monaca?....
Quella è morta, la zia, a ottant'anni! _Requiescat!_ E Caterina
eredita. Ricordi che lotte, che battaglie, che disperazioni? Bene: ora
non più..... Tutto è a posto..... I parenti di lei mi scrivono lettere
affettuosissime..... E lei!.... Lei, non ti puoi figurare! È felice:
è orgogliosa della mia laurea. Capirai, abbiamo una laurea adesso...
Dottore in _utroque!_.... Ah, mio Dio! Son contento, guarda, son
contento! Andiamo a pranzo. Pago io. Voglio pagare io!....

S'interruppe. Mi guardò, meravigliato. M'afferrò pel braccio e mi
scosse, faccia a faccia.

— Ma, che hai? Carlo? Che hai?...

Guardò intorno, come a interrogar sul mio silenzio le dolorose e fredde
pareti della nostra stanzuccia. Io ero rimasto impiedi tra la vetrata e
le imposte del balcone. Era un momento in cui l'oscuro Vico Majorani,
laggiù a' Tribunali, taceva, penetrato tutto quanto da quella natural
malinconia della sera che cade, dalla particolare tristezza dell'ora in
cui pare che tutte le anime si raccolgano. Brillò un lume, di fuori,
a un tratto. Di faccia al nostro balcone al primo piano s'accendeva
il fanale al cantone. Arrossato nel volto da quell'improvviso fuoco
esteriore, ritto, rimpetto a me, Barra mi stendeva le mani. Io le presi
e le serrai, muto.

— Ma che hai? — mi ripetette — Tu tremi?.... Tu hai le mani gelate!

Balbettai:

— Senti..... Credevo..... M'era parso che tu sapessi.....

— Ebbene? Che cosa?..

— Ho avuto il decreto, ecco: il decreto di professore.....

— Come! — esclamò — Ma davvero?..

Gl'indicavo il deschetto, sul quale il lume esterno a pena riesciva
a far biancheggiare, nella oscurità, quel provvido foglio. Barra lo
prese, s'appressò alle vetrate un'altra volta, lo lesse in fretta.

— Perdio!.... Ma come!... E non mi hai detto nulla!

— Che importava?

— Come! A me! Ma importava moltissimo, importava! Ma è una
consolazione, per un amico!.. Carlo! Che diavolo! Dovevi subito
dirmelo!.. Bravo!.. Son contento... Dunque, eccoti a posto. Son
contentone!

Aveva acceso l'ultimo mozzicone di candela che ci era rimasto e ora
badava a cacciare e a pestare in fretta e furia in una valigetta
qualche camicia, de' libri, un paio di scarpe, una spazzola. Andava su
e giù per la stanzuccia, frugandovi, accrescendo a mano a mano il suo
bagaglietto. E durante la bisogna continuava:

— Sì..... ti devi chiamar fortunato, via. Non ti pare?.... La vita
assicurata. Ma scherzi?.... Dimmi, hai visto niente i miei pettini?....
Non ti scomodare. Eccoli. Dunque..... Ti dicevo, ringrazia Dio!... Sì,
sì, son soddisfazioni meritate... Tu sei buono, tu hai un magnifico
talento, tu faresti cose grandi. Sì, sì. Ma di questi tempi... La
vita... l'avvenire...

Quali parole vuote, nulle, abituali! E gli premeva davvero la mia
fortuna?....

Nella penombra, ricadendo a sedere davanti alla tavola, sorrisi
amaramente. Ora Barra interrompeva il suo vaniloquio. Aveva preparato
la valigetta. E pareva indeciso, mortificato, quasi. Certo, egli mi
voleva dire che l'ora della partenza si appressava, che occorreva che
egli se ne andasse.

E in quel silenzio della cameretta, quasi senza distintamente vederci,
c'intendemmo: il fluido dei nostri pensieri s'incontrò. La nostra
amicizia si spezzava: a nessuno di noi importava più dell'altro.

— Va pure — mormorai.

E mi parve di rispondere, freddamente, a quel che egli non aveva il
coraggio di dirmi.

— Senti — disse lui, decidendosi — Ho un'ora. Il tempo per pigliare un
boccone assieme. Vieni?

— No. Non ho fame.

— Non vieni?

— No.

— Hai mangiato?

— Ho mangiato.

— No, non è vero.....

— Voglio dormire. Sono stanco.

Seguì un silenzio.

— Buon viaggio — soggiunsi — Buona fortuna.....

M'ero levato. Egli mi si avvicinava, confuso.

— Almeno — mormorò — Abbracciami, almeno!....

L'abbracciai. Sentii, in quel punto, sciogliersi il mio cuore così
gonfio. Sentii che Barra era stato, dopo tutto, il mio compagno di
speranze, di privazioni, di gioie... Il suo cuore batteva sul mio, così
forte, così forte!.... E mi prese un tremito invincibile: la gola mi si
serrò...

Ma, novellamente, e d'un subito, rampollò dall'orgoglioso e inasprito
animo mio il tedio di questo ambiguo momento. Barra mi parve volgare e
ipocrita: la sua frettolosa espansione mi disgustò.

— Vai, vai! — gli feci.

E, sulla porta, mentre ancora gli stendevo la mano, un impeto di
collera e di disprezzo me la fece ritrarre.

— Va! — dissi — Addio!... Va pure!... Sii felice!...

— Addio... — mormorò Barra, timidamente.

Scese le scale, da prima lento, poi proprio a rompicollo. Io rinchiusi
l'uscio. Mossi diritto al lume e lo spensi.

Si rifece l'oscurità nella stanzuccia. Nell'angolo della vetrata tornò,
più vivo, il riflesso rossastro del fanale, e mi parve che il Vico
Majorani diventasse più cupo e più silenzioso.

Mi sentivo piegare. Cercai il letto, tastai la fredda coltre, mi vi
gettai sopra, bocconi. Il silenzio era alto. La fruttivendola, una
storpia, addormentava il suo piccolo giù, nel vico, con una cantilena
lamentosa.

Nascosi la faccia nelli origlieri. E a un tratto mi misi a
singhiozzare, convulsamente.



TOTÒ CUOR D'ORO.


Due disgrazie, una più terribile dell'altra, colpirono, tre anni fa,
nel febbraio, il mio amico artista Totò del Lago. Morì improvvisamente
un suo zio presso il quale Totò mangiava, beveva, e scriveva le sue
poesie _larmoyantes_, i suoi sonetti pieni d'anima, come dicono adesso,
i suoi straziantissimi drammoni, brani d'un cuore esulcerato ch'egli,
con un sorriso amaro, gettava di volta in volta a quel cane del
publico. E un male misterioso — lo scoppio, a sentire i medici, d'una
latente infermità nervosa che finiva per molto stranamente esprimersi
— gli annebbiava in tale maniera la vista da nascondergli a un tratto e
completamente ogni miseria umana.

Gli amici, non si dice neppure, figurarsi se rimasero atterriti
da questo duplice disastro, capitato — vedete un po' che ingiusto
destino! — proprio al poeta sentimentale, al pietoso scrittore del
«_Calvario d'una derelitta_», all'espositore commosso delle privazioni
degli oppressi, a Totò del Lago, il vero socialista della penna,
soprannominato fra noi «Totò cuor d'oro» per le sue rare e nobili
qualità della psiche.

La povertà! La cecità! Ci pensate voi? Roba da far rabbrividire, veri
castighi immeritati. Ed ecco per un anno la _Vedetta Letteraria_,
L'_Humanum_, il _Giornale del Socialismo Artistico_ privati, deserti
dei versi e della prosa del nostro buon Totò. Ed eccolo sparito,
seppellito chissà dove, muto per tutti, ma sopportante, certamente, con
quell'animo forte che posseggono le creature fatte come lui, le sue due
immani sventure.

Dopo un anno da questi fatti dolorosi, mentre una sera leggevo
tranquillamente il processo Dreyfus, la posta mi recapitò, fra l'altre,
una lettera sulla cui busta era scritto, con calligrafia evidentemente
muliebre, il mio nome.

Io non sono un donnaiuolo, non intrattengo corrispondenza epistolare
con le ammiratrici del mio nobile ingegno, non eccito gli scambii
spirituali con le letterate. Quella calligrafia donnesca mi sorprese,
dunque, e m'intrigò. Apersi la busta, guardai in fondo alla breve
letterina e vi lessi con meraviglia non poca la firma del mio amico
Totò! Lì per lì, non ricordando la sua triste infermità d'occhi,
mi domandai perchè mi scrivesse a quel modo, servendosi di quelle
_pattes de mouche_ così peculiari a un sesso che non era il suo.
Poi mi risovvenni della fatal necessità ch'egli aveva di ricorrere a
un'altra mano per le sue epistole, e mi rimase, soltanto, nello spirito
la curiosità di conoscere per quale ragione egli affidasse la sua
corrispondenza a una donna. La lettera, per altro, me lo spiegò subito.

«Conoscete, mio caro amico, l'ex monastero di Santa Patrizia, lì nella
vecchia Napoli, ricoverante famiglie povere e vergognose della loro
povertà, antichi impiegati pensionati e pinzochere e attori decaduti?
Lo conoscerete certamente. Ebbene, io son lì, anzi qui, in questo
decrepito locale: secondo corridoio del secondo piano, terza porta
a sinistra. Vado dal medico ogni tre o quattro giorni e aspetto,
pazientemente, l'operazione alla quale egli mi dovrà sottoporre e che,
dice lui, riescirà completamente. Le mie condizioni finanziarie non
sono, ahimè, mutate. Se spero di riacquistar la vista non così spero di
potere trovar presto un posticino, un'occupazione quale che sia, tanto,
insomma, che mi dia da vivere. Pazienza! Sapete, d'altra parte, che
cosa veramente desidero? Una vostra visita. Verrete dunque? Vi aspetta
il vostro affezionatissimo del Lago. Ave!»

«P. S. — La mano che vi scrive questa lettera è quella d'una buona
vicina che mi fa da segretario. Il cuore è sempre quello del vostro
Totò. Arrivederci!»

Povero Totò! Non misi tempo in mezzo e andai a trovarlo nel vecchio
monastero di Santa Patrizia. Era una di quelle uggiose, piovigginose,
grige giornate di marzo che vi mettono la tristezza in cuore e l'umido
nelle ossa. Trovai Totò del suo solito umore quasi allegro e fu egli
stesso, anzi, che avviò la conversazione per via non funebre.

— Guarirò — mi disse — Il dottore me l'ha proprio assicurato.
L'operazione sarà dolorosa, sarà lunghetta, ma io tornerò _a vedere_.

— Ma davvero?

— Oh! Ne sono certissimo. Lo sento, ecco. E sento che al mio cuore
tormentato è riserbata la più alta, la più gentile delle soddisfazioni.
Quella di poter _vedere_, di poter ringraziare non solo col vivo della
mia voce, ma col baleno del mio sguardo commosso la più santa delle
creature di questo mondo, colei che durante la mia infermità non s'è
mai per un momento solo allontanata da me, che m'ha prodigato tutte le
sue cure, tutto il suo affetto, tutta la sua bontà! Oh, le sarò ben
riconoscente, amico mio! Ora io non desidero di vedere _che per lei,
per lei_ solamente!

Parlava forte. La sua voce s'era riscaldata, tutta la sua persona
vibrava.

Mi parve di udire un fruscìo di gonne, fuori la porta della celletta.
Qualcuno che forse origliava lì, nella penombra, ora s'allontanava in
fretta.

— Lei — mormorò il mio amico.

E mi parlò della sua vicina, lungamente. Un angelo. Tutti i giorni gli
portava il caffè, gli sedeva accanto, lo consolava, gli leggeva i libri
e i giornali, gli scriveva le lettere, badava alla sua biancheria, gli
spazzolava gli abiti...

— Dunque un idillio?..

— Mah! — fece lui, sorridendo.

— Bella?

Totò sorrise ancora, amaramente. E io m'accorsi della mia
storditaggine. Che poteva sapere, il povero cieco, del fisico
dell'angelo? Ma egli continuava a narrarmi di tante piccole circostanze
sentimentali per cui nell'anima di lui, se non davanti agli occhi
suoi, la visione della misteriosa benefattrice era delle più delicate e
suggestive. E in quello strano, caratteristico ambiente del monastero
di Santa Patrizia, il romanzo di Totò si coloriva de' colori più
delicati.

— Mi scriverete ancora qualche volta? — chiesi al mio amico sul punto
di lasciarlo.

— Ma certamente. Spero di potervi presto annunziare la mia guarigione.

— È la felice soluzione del vostro idillio — soggiunsi.

— Chissà?... — disse lui.


II.

Passarono, da quel giorno, sei o sette mesi. Notizie di Totò, durante
tutto quel tempo, io non avevo potuto più apprendere poi ch'ero
dovuto partire, appena qualche settimana dopo di averlo visto, per la
Germania. Lassù, di volta in volta, mi si rifaceva vivo il ricordo de'
miei amici di Napoli e spesso, nella nebbia nicotizzata d'una qualche
birraria di Magonza o di Heidelberg, tra' fumi del prosciutto caldo
e del _saüercraut_, la ideale e dolorosa figura di Totò del Lago mi
appariva come quella d'un personaggio poetico e tragico di quella
nordica letteratura.

— Sarà egli guarito? mi domandavo — E come sarà andato a finire il suo
malinconico flirt?

Tornato a Napoli trovai, fra le parecchie che il mio portinaio aveva
avuto la splendida idea di serbarmi per tre mesi nel suo casotto, una
lettera di Totò. Questa volta egli scriveva _manu propria_, con la sua
bella calligrafia chiara e grande, indizio, come osservano i grafologi,
d'una _passionalità generosa_.

«Sono guarito! — annunziava la lettera — Vedo! Vedo!»

Nient'altro.

Evviva! Ma dove ottener più precise notizie, dove potermi congratulare
con quel poveretto, dove poterlo riabbracciare? Corsi all'ex monastero
di Santa Patrizia, infilai daccapo quel lungo e oscuro corridoio che
m'aveva guidato alla cella di Totò e, con una indescrivibile emozione,
picchiai al numero 40.

Mi venne ad aprire un vecchietto che aveva fra mani un berrettino tondo
intorno al quale egli stesso andava cucendo un nastro di felpa. Dallo
schiuso della porta s'intravedevano un lettuccio basso, una vecchia
sciabola e due grandi stivaloni appesi al muro, delle immagini, delle
fotografie, un ritratto di Ferdinando II, attaccati alle pareti.
La stanzuccia mi parve quella d'un qualche militare in ritiro, d'un
_solitiero_, come dicono a Napoli. Il vecchietto aveva ancor l'aria
marziale, un bel paio di bianchi baffi rialzati, una giacchetta
soldatesca, abbottonata fino al mento.

— Scusi, Totò del Lago?

Egli esclamò, sorpreso:

— Come! Chi?..

— Domando perdono — soggiunsi — Ha forse sloggiato?

— Da un pezzo — disse lui.

— Sono un suo amico. Venivo a vederlo. A congratularmi con lui anzi,
che, pare, ha riacquistato la vista... Lei... scusi, ne sa niente?..
Vedo che occupa la sua stanza...

Egli mi continuava a sgranar gli occhi in faccia e taceva.

— Lo conosce? — soggiunsi — È pur un suo amico lei?

— Io!? — fece, come se gli avessi dato uno schiaffo.

Vi fu un silenzio. Ero confuso, non sapevo più che dire e quasi facevo
per salutare il vecchietto e andarmene. Egli si volse addietro per
deporre il berrettino e l'ago su un tavolinetto: uscì nel corridoio,
mi prese per mano, silenziosamente, e mi condusse rimpetto, d'avanti a
un'altra porticella. Si chinò a guardare pel buco della serratura, poi
mi fece atto perchè lo imitassi. Guardai dentro quella celletta, a quel
modo.

V'era una giovane donna, bruttina, piccola, biondiccia, seduta per
terra, al sole che la illuminava tutta, accanto a un di que' grossi
cestoni ne' quali le povere madri napoletane, le donne del popolo,
mettono a dormire i loro piccini. La piccola bionda si chinava su quel
cesto e, di volta in volta, agitava la mano per cacciar via qualche
mosca.

— Ha visto? — fece il vecchietto.

E come io non sapevo proprio che cosa rispondere egli, nel corridoio
scuro, avvicinando quasi alla mia la sua faccia, mormorò:

— Il suo amico ci ha lasciato questo grazioso ricordo. Ah, non sa
nulla? Bene, glielo dico io. Partito... Il signor del Lago è partito
per l'America, coi denari dell'eredità d'uno zio prete... Non sa nulla,
di questo?

Sorrideva ora, con tal sorriso che mi gelò il sangue. Le sue mani
tremavano.

— Totò del Lago! — esclamai — Totò ha fatto questo!...

— Già — disse il vecchietto, continuando a sorridere e rincamminandosi
verso la sua stanza — Totò del Lago ha fatto questo. Ha fatto una
madre. E te l'ha piantata col figliuolo. Che? Bello! Magnifico!
Grandioso! Per gratitudine, l'ha fatto. Quella è la signorina che lo ha
assistito durante tutta la sua infermità...

Fece ancora due passi e si volse.

— Totò cuor d'oro, se non mi sbaglio — esclamò — Totò cuor d'oro!....
Il poeta!.... Accidenti! Totò cuor d'oro!

Sulla soglia della sua stanza mi salutò con la mano.

— La riverisco, sa! E lei me lo riverisca!

Suonò una risata ironica, sghignazzante, terribile. Il vecchietto
sparve nella sua camera.

La porticina si chiuse, sbattuta forte.



QUELLA DELLE CILIEGE.


Stesa supina sul piccolo divanetto della sala terrena dell'_Ospedale
degl'Incurabili_, lì ove si fanno le immediate medicature a' feriti che
vi capitano di tanto in tanto da' rioni popolani di Napoli, una giovane
donna ripigliava i sensi a mano a mano.

Erano le dieci ore di una magnifica sera di primavera. La lampadina
elettrica, che la suora di guardia aveva incappucciata con un pezzo
di carta rosea, bagnava il divanetto e quella donna di un dolce lume
colorito diffuso e uguale.

In qua, presso a una tavola sulla quale era squadernato un registro per
le _Ricezioni notturne_, il medico di servizio preparava, sbadigliando,
le bende e l'ovatta. Quando ebbe tutto allestito per la medicatura,
sedette alla tavola, si trasse davanti il calamaio e il registro,
sbadigliò ancora una volta e accese un'altra lampadina, per vederci
meglio.

— Dunque? — disse, voltandosi — Voialtri, fatevi avanti.

Due guardie di publica sicurezza uscirono dalla penombra e si posero di
faccia al medico. Il brigadiere salutò, militarmente.

— Il fatto? — disse il dottore.

— Vico Astuti, sezione Porto — disse il brigadiere.

— Scusi, brigadiere — corresse l'altra guardia — Sezione Mercato.

Il medico scosse la testa, nervoso.

— Vi ho chiesto del fatto, non del luogo. Come è andato? Spicciatevi.

— Il fatto del ferimento? — disse il brigadiere — Ecco. Io e la guardia
scelta Cosentino, qui presente, passavamo pel Vico Astuti, verso
le nove e mezza. Costei urlava, in mezzo a certe femmine. Ci siamo
avvicinati al gruppetto. Be'? — dico — di che si tratta? Dice una di
quelle femmine: Brigadiere, portatela all'ospedale: l'hanno sfregiata e
perde sangue. E così l'abbiamo portata qui, in vettura...

Il dottore s'era levato e s'avvicinava al divanetto.

— Dove ti hanno ferita, eh, bella bimba?

La donna, che premeva sulla guancia destra una pezzuola la quale
s'era tutta arrossata, ne la disgiunse pian piano. Apparve la guancia,
sanguinante. Ella strinse i denti, con un brivido, e tornò a chiuder
gli occhi.

— Rasoio: — mormorava il medico, reclinato sulla donna — colpo
scorrente dalla tempia all'angolo mascellare inferiore. Ferita
abbastanza profonda. Aspetta... Anche qui? Anche al braccio?

Gli agenti s'accostarono per guardare.

— Ferita anche al braccio! — esclamò il brigadiere — Ah! Era per questo
che mi sentivo scorrere il sangue nella manica quando l'ho afferrata
pel braccio! Vuol dire che ha parato un altro colpo, e ha preso anche
quello.

— Ah, Signore Iddio! — sospirò la suora.

— Come ti chiami? — chiese il dottore. La donna balbettò:

— Sofia Ercolano.

— Soprannominata _la rossa_ — disse il brigadiere.

— E lo vuoi dire chi è stato?

Attraverso alla pezzuola, che or le nascondeva quasi tutta la faccia,
la _rossa_ mormorò:

— Non lo so.... Non l'ho visto...

— Sangue d'un cane! — esclamò la guardia Cosentino — Ma senti se non
fanno tutte così: «Non lo so! Non lo conosco! È stato uno sbaglio!....»
Ah, brutte bagasce!...

— Basta! — fece il dottore.

— Ma Cristo! — mormorò il brigadiere alla guardia — Vuoi star zitto?
Non vedi che c'è la suora madre?

Soggiunse, levando la mano spiegata al keppì:

— Possiamo andare?

Senza badargli il chirurgo si volse alla monaca.

— La catinella.

La _rossa_ sgranò gli occhi, spaventata, e tentò rizzarsi.

— No! No!... Che mi volete fare?..

— Pazienza, bella mia. Poca roba. Ce la caveremo in cinque minuti.

Rimboccò fino a' gomiti le maniche del lungo camice grigiastro e
si mise a frugare tra' suoi ferri. Intanto, piegato sulla cassetta
ov'erano riposti, senza nemmen voltarsi, diceva alle guardie:

— Voialtri, andatevene, pel momento. Poi vi chiamerò.

— Andiamocene — disse il Guglielmi a Cosentino.

Nel corridoio incontrarono la suora che portava la catinella.

Il brigadiere le domandò:

— Scusi, resta qui la _rossa_?

— Ma s'intende — disse la suora, passando.

Vi fu un breve silenzio. Poi s'udì la voce dell'Ercolano, alta,
squillante:

— No! No!.. Ah, bella Vergine!... Ah, Madonna del Carmine!..

Ora, nello spazioso cortile tutto inondato dal chiaro lume della
luna le guardie, stanche, s'avviavano al largo sedile di marmo su
cui, presso alla scala scoperta e marmorea, un gigantesco eucaliptus
spandeva un'ombra nerastra.

Sedettero. Il brigadiere accese un sigaro e lanciò alla fresca e pura
aria notturna una copiosa boccata di fumo.

Risuonò, ancora, più cupo, un urlo della _rossa_. Si rifece il silenzio.

— Guardi che luna! — mormorò Cosentino, levando gli occhi in alto.

— Luna piena — disse il brigadiere, beatamente — Pare giorno.

Dopo un po', Cosentino disse:

— Ha mezzo sigaro, per caso?


II.

Nella sala «_Ramaglia_», al buon sole che v'entrava pe' larghi
finestroni, le ricoverate nell'ospedale chiacchieravano. Delle frasi
allegre correvano di letto in letto fino in fondo allo stanzone,
ove, presso alla bella porta di marmo e accanto a una tavola coperta
da un tappeto verdognolo, una suora preparava filacce. Seduto alla
medesima tavola l'impiegato delle _entrate_ ricopiava in un quaderno le
prescrizioni farmaceutiche. Era l'ora della _visita_. I parenti delle
ricoverate arrivavano a gruppi, continuamente, e si sparpagliavano
intorno a' letti e subito vi si andavano a sedere accapo o nel corsello
tra muro e letto, o rimanevano davanti a' letti, impiedi, con l'aria
triste e meravigliata delle persone di buona salute che si trovano
al cospetto d'un qualche loro caro diventato là dentro così pallido,
così triste, così sfinito! Laggiù, verso gli ultimi letti, una giovane
contadina itterica baciucchiava il figliuolo che le avevano portato dal
villaggio, un marmocchietto bianco e roseo il cui vivo incarnato dava
maggior rilievo all'orribile color giallastro della madre. Un altro
figliuoletto di lei s'era arrampicato sul letto e là dove la coltre
si alzava ad angolo sulle ginocchia della mamma egli si piegava, e
abbracciava ridendo quelle ginocchia nascoste e baciucchiava a quel
posto.

La suora di guardia sospese la sua bisogna e mormorò all'impiegato:

— Guardi che bella scenetta per un pittore!

— Idroclorato di morfina — fece l'impiegato, con l'indice della
sinistra puntato sul foglio dal quale ricopiava — Ovatta pacchi nove
Diceva, suora?... Già: di fatti. Scena per un pittore. Oggi dunque v'è
la _visita_?

— Certo. È giovedì.

— Non ci avevo badato.

Rimasero muti per un pezzo, guardando a uno a uno i nuovi venuti dei
quali qualcuno, capitato lì per la prima volta, cercava il letto che
gli avevano indicato.

— Quella lì non ha proprio nessuno che la venga a trovare — disse la
suora, a un tratto.

— Chi?

— L'ottantuno. Laggiù.

— La _rossa_? E chi vuole che la venga a trovare? Ecco... se proprio
ci volessero venire tutti quelli che la conoscono...... avremmo qui un
reggimento, suora....

— Come? E perchè?....

— Perchè?.. Perchè queste cose lei non le sa. Sono piccole miserie
della vita, ecco. Quella signorina è un po'..... Come devo dire? Un po'
la signorina _Omnibus_.

La suora arrossì e si levò. Minacciava l'impiegato, con l'indice teso.

— Ah, quella linguaccia!

— Già, già: ha ragione — fece quello e si rimise a ricopiare — Ovatta
pacchi nove, garza tre, bende sette.....

La suora mosse direttamente al lettuccio della Ercolano, che pareva
assopita. Contemplò a lungo quel volto ancor pallido, segnato dalla
tempia all'angolo della bocca dalla ferita recente, che ora s'andava
rimarginando. E come l'Ercolano lasciava penzolare fuori del letto un
braccio ella glielo sollevò, dolcemente, e lo ripose sulle coltri.

La _rossa_ aperse gli occhi e sorrise.

— Quel povero braccio! — disse la suora — Il braccio malato! E lei se
lo lascia cascar giù fuori dal letto!

— È guarito.

— Ah, sì? Come andiamo dunque? Bene?

— Bene, sì, sì. E domani me ne voglio andare. Ecco già undici giorni
che son qui. Ci perdo la salute, suora! Peggio d'un carcere!

— Ma dove vuole andare? Parenti ne ha lei?

— Non ho alcuno — rispose l'Ercolano, un po' triste, un po'
impazientita.

S'era messa a sedere in mezzo al letto e le sue mani esangui e nervose
tormentavano le lenzuola. Il suo sguardo errava, senza volontà. E su'
letti in fila, sul viavai della gente esso passava come quello già
abituato e senza curiosità delle vecchie clientele dell'ospedale. A un
momento, più a lungo, s'arrestò sulla cappelletta che veniva fuori da
un angolo dello stanzone, nascosta da pesanti cortine a fiorami.

La suora immaginò che pregasse. Si intenerì. Stese la mano, dopo un
poco, e lievemente gliela posò sulla spalla.

— A che pensa?

— Penso — mormorò l'Ercolano — al sogno che ho fatto stanotte. Ho
sognato delle ciliege. E mi pareva di averne pieno il grembiale e di
mangiarne tante, tante!..

— Le piacciono?

— Le adoro.

S'era fatta lieta. Si dimenticava.

— Tante volte, quando mi cercano, chiedono di _quella delle
ciliege_.....

— È il tempo loro — disse la suora, arrossendo — Domani glie ne faccio
avere.

— Domani me ne vado.

— Macchè! — esclamò l'altra, scotendo il capo — Non voglio che se ne
vada così presto! Ancora non siamo in gambe, figliuola!

E le carezzò i capelli, col suo solito atto materno che le ingraziava
le ricoverate più difficili.

Lentamente l'Ercolano si riaddossò ai cuscini e vi affondò il capo.
Sulla sua pallida faccia passò un'ombra di tedio e di stanchezza.

— Dunque si resta intese — disse la suora — Domani non si va via. E le
porterò le ciliege, domani.

La _rossa_ avea chiuso gli occhi. Pareva assopita. La suora si chinò
sopra di lei e le mormorò:

— Arrivederci, non è vero?

— Arrivederci..... — balbettò la convalescente.


III.

A poco a poco il sole risaliva su per le coltri del letto. Una chiazza
ancor abbagliante dilagava sulla bianca parete, a capo; ancora gli
origlieri se ne bagnavano e, come un casco dorato, lì, copiosa e
lucida, la capigliatura dell'Ercolano accoglieva riflessi quasi
metallici. Le coltri estive disegnavano una sagoma voluttuosa, un ricco
e palpitante seno giovanile, eretto.

Era terminata la visita. Dei ritardatarii s'indugiavano presso a'
letti, impiedi, con le mani ancora poggiate sulle spalliere delle
seggiole dalle quali s'erano levati e dove parea che stessero lì per
rimettersi a sedere e per tornare a discorrere coi loro malati.

Un giovanotto piccolo, bruno, col cappello di feltro molle su gli
occhi, ronzava da un pezzo attorno al letto della _rossa_. Ed era
adesso così intento a contemplare l'Ercolano, così conquistato da
quella dolce immobilità sopita, che non s'accorse null'affatto di due
altri borghesi che gli stavano alle costole e spiavano ogni atto di
lui.

A un tratto si decise. Fece due passi verso il letto e cacciò la mano
in saccoccia.

— Fermo! — urlò uno dei borghesi, ch'era il brigadiere Guglielmi.

E gli fu addosso e lo abbrancò pel colletto. La guardia Cosentino gli
afferrava le braccia, di fianco.

— Che vuoi fare? Un'altra rasoiata, che? Fermo, corpo di Dio!..

L'uomo, agguantato così d'un subito, sulle prime non aveva fatto
resistenza. Ma ora cercava dì divincolarsi.

— Fermo! — gridava il Guglielmi.

Cosentino gridava anche lui, voltato alla porta:

— Qua, quà! Custodi!

E mentre di laggiù, dal fondo alla sala, qualche inserviente accorreva
e un mormorio correva pe' letti, la _rossa_ si svegliò, di soprassalto.
Ora quel giovanotto le stava quasi di faccia.

Lo riconobbe. Gli era cascato il cappello, a piè del letto.

Mise un grido rauco:

— Tu! Tu!....

— Cuccia! — le fece il Guglielmi.

Cosentino le diceva:

— Il sorcio è in trappola! Ora ce lo dirà lui chi è stato che t'ha
sfregiata!

Lo sconosciuto mormorava, perdutamente:

— Io..... sì... è vero.....

Ma, protesa dal letto, l'Ercolano urlava, con le braccia stese:

— No! No!.. Non è stato lui!..

— Va bene! — rise il brigadiere — E ti credo va! Parola d'onore. Vi
metterete d'accordo, davanti al presidente.

Cosentino si frugava, cercando le manette, e canticchiava:

    _E ll'ammore è na catena,_
      _nun se po' cchiù scatenà!_

— Perquisiscilo — disse il Guglielmi.

L'uomo, pallido come un morto, si lasciò fare.

— Ha le saccoccie piene di ciliege — annunziò Cosentino.

Ne gettò sul letto due schiocche.

E alla _rossa_, che urlava e si torceva tra le coltri, soggiunse,
ridendo:

— Toh, _rossa_! Prendi! E fattene buccole!..



LA TAGLIA.


Il giorno di San Filippo Neri c'era un solleone che bruciava le
pietre — Mariangela Santella si sentì cogliere da' dolori del parto
proprio sul punto in cui, piegata sull'arsa terra che dal suo casolare
raggiungeva la via maestra, ella sciorinava al sole i piccoli peperoni
rossicci destinati alle grevi minestre del verno. Sotto l'uscio di casa
il più piccolo de' suoi bambini, nudo, buttato per terra con la pancia
all'aria, brancicava e annaspava attorno con le manine insudiciate di
terriccio: i pulcini della chioccia gli erano saltati sul petto e glie
lo vellicavano, ed egli rideva e si schermiva. L'altro, un rossiccio
dagli occhi grandi e stupidi, mezzo scemo, sbocconcellava un pezzo
di pane bruno e contemplava or il fratello or la madre, silenzioso e
indifferente.

— Ah, santa Marta! Ah, santa Filomena! — si mise a urlare Mariangela,
premendosi le mani sul ventre.

Barcollando rientrò nel casolare e si gettò sul pagliericcio.

Il rosso, con la bocca piena, annunziò:

— Viene tata.....

E Bernardino Santella apparve sotto l'uscio, con le mani sul dosso, con
la pipetta in bocca, lento, pensoso, tutto bianco di polvere fin ne'
capelli, rossicci come quelli del figliuolo. Trasse una scranna accosto
al pagliericcio e si mise a sedere rimpetto alla moglie. Mariangela
continuava a lamentarsi, più piano adesso, e socchiudeva gli occhi
lagrimosi.

Con le gambe aperte, con le grandi mani vellose posate sulle ginocchia,
reclinato verso la moglie, alla quale il respiro difficile gonfiava il
petto come un mantice, Bernardino disse:

— Vengo da Durazzano. Donna Sofia la levatrice se n'è fuggita a
Bisaccia con le figlie e col farmacista che se la mantiene.

Tutti scappati, di que' giorni. I briganti scorazzavano ad Atina, a
Esperia, a Durazzano: non si poteva più fare un passo fuori dell'uscio
e la gente si chiudeva in casa come se ci fosse il colèra. Fra tanto
le male notizie le portava il vento: oggi il saccheggio alla casa del
sindaco d'Atina, ieri un orecchio di Benedetto Caruso spedito al padre
di costui in una lettera che chiedeva mille ducati pel riscatto: e il
mandriano del signor marchese di Sant'Angelo bruciato vivo, e le due
mule di Fortunato Sacco sparite, una notte, col basto e con la cavezza!
Un orrore, un orrore! La gente si raccomandava l'anima per le brutte
morti che sentiva: il notaio di Durazzano, co' due nipoti preti, si
fabbricava la polvere in casa e non usciva più di casa da un mese,
nemmeno per sentir messa. Il prefetto spediva telegrammi, prometteva
soldati e costoro non arrivavano mai. Nel giorno del Corpus Domini, sì,
ne erano giunti una cinquantina. S'erano sbandati qua e là pe' campi
arsi, per la fitta boscaglia ch'essi non conoscevano, ed erano tornati
a Durazzano sfiniti, dopo sette ore di fucilate, con tre compagni
morti. Ma fruga e rifruga erano riusciti a far qualcosa, poichè due
della banda di Battista di Limatola erano capitati nelle loro mani, e
ora, per le viuzze di Durazzano, i soldati inferociti se li cacciavano
innanzi, legati, a furia di colpi di calcio degli schioppi. Mariangela,
che era stata a vederli passare, per poco non s'era sconciata dal
ribrezzo. E diceva sempre che avrebbe fatto un figlio col labbro
superiore spezzato, come l'aveva visto a un di quei briganti il quale
l'aveva squadrata con certi occhi pieni di sangue.

Dopo un breve silenzio — Mariangela non si lamentava più — il marito
soggiunse:

— Senti... Hanno posto la taglia a Battista di Limatola.

La donna raccolse le forze e si mise quasi a sedere sul pagliericcio.
Un nugolo di mosche se ne levò al tempo stesso.

— Mille ducati — disse Bernardino, togliendosi la pipa di bocca e
scotendo il capo fulvo.

La donna lo guardava, con gli occhi sgranati, pieni di desiderio.

— E quanto fanno?

— Fanno mille ducati, fanno. E tutta Durazzano non li vale.

Seguì un breve silenzio. Lentamente Mariangela si riaddossò al
capezzale e poi vi tornò a posare la testa. Le mosche tornarono. Ella
agitò la mano, e poi anche la mano ricadde. Fuori, i bambini giocavano
al sole, con la chioccia e coi pulcini. Un'afa ardente alitava nella
capanna.

Bernardino trasse più accosto al pagliericcio la sua scranna, si chinò,
quasi, all'orecchio della moglie e le mormorò:

— Non sanno ov'è nascosto; non lo sanno. Senti... io lo so...

La donna trascinava la testa sull'origliere e ne la levava, a fatica,
per appressarla alla bocca di lui. Il marito s'era levato. Posava or le
grandi mani sul letto, vi si chinava; e il letto scricchiolava.

Più piano, egli disse:

— Nella pagliaia di Donato Auricchio...

E subito si voltò dalla parte dell'uscio, come se qualcuno lo avesse
udito.

— Ah, santa Sofia!.... — urlò Mariangela, che ricominciava a spasimare
sul pagliericcio e a torcervisi come una serpe.

Per Gesù Cristo! La moglie con i dolori del parto, la miseria in casa,
la vacca venduta, i figliuoli nudi!

E Bernardino si levò co' denti stretti, girando attorno lo sguardo
fosco e disperato. Si chinò, a un tratto, e rovistò in un fascio di
paglia sul quale, in un cantuccio, dormiva il cagnolo. Ne cavò la
pistola a due canne che aveva portato addosso anni addietro, quando
accompagnava pe' sentieri deserti il medico condotto. Forse l'aveva
nascosta lì, sottomano, di recente, poichè non ebbe bisogno di
caricarla. Ne volse la bocca alla porta ed esaminò l'arma, lungamente.

Ora Mariangela pareva assopita.

Bernardino si fece il segno della croce e uscì.

— Se mamma ti chiama, tu dille che torno presto — disse al rosso,
passando.


II.

Il sole si levava in un immenso bagliore accecante. Si vedeva dalla
finestrella del casolare la via larga e deserta, sbarrata dai castagni.
Un cuculo piagnucolava, lontanamente.

Ora, sotto un panno che s'era posto sulla faccia per difenderla dalle
mosche, la Santella pareva assopita. Trascorse un'ora, quasi. Il
cagnolo, assetato, si metteva a lambir l'acqua tepida e sporca raccolta
in un vaso, e lo rovesciava. Il rosso rise forte. La Santella si mise a
sedere in mezzo al letto.

— Dov'è tata?

Il rosso si appressò, balbettando:

— Tata se n'è andato..... s'ha cavato le scarpe e se n'è andato.....

— Ah, Santa Caterina! E così mi lascia!.....

Allora lo scemo si pose per la via che aveva fatto Bernardino, pel
sentieruolo che metteva al bosco. Correva. Ove il bosco cominciava ad
apparire egli s'arrestò, trafelato.

Un gran pino spandeva per terra la sua ombra gigantesca: una piccola
pina, caduta dall'albero, s'apriva al sole. Il piccino la raccolse e
la mise in saccoccia. Poi si rincamminò, lentamente. Allo svoltare che
fece da un sentieruolo pieno di foglie cadute adocchiò una lucertola
che s'era stesa pigramente al sole. Si gettò carponi e l'acchiappò
sotto il berretto. Sedette a terra, avvolse la bestiolina palpitante in
una pezzuola e la cacciò in tasca. Si levò e si rimise a correre.

Dopo cinquanta passi gli si parò davanti il muricciuolo su cui
s'affacciava la pagliaia di Donato Auricchio. Era quasi diroccato tra
l'erbe selvaggie e un roveto arso lo assaliva alle spalle.

Il rosso s'arrampicò sul muricciuolo e sporse il capo dalla sua cresta.
La pagliaia bruciava ancora: il bizzarro scheletro delle ultime sue
canne ardeva, scoppiettando nella cenere nera; una spira di fumo saliva
nell'aria.

E lì, a pochi passi, tra l'erba arrossata, un corpo giaceva bocconi.

Il rosso riconobbe suo padre.

Chiamò, dal muretto:

— Tata!.... Tata!....

Gli rispose il silenzio. L'ammazzato si vedeva poco in faccia: si
vedeva appena l'adunco profilo del suo naso sotto una ciocca di capelli
rossastri e scompigliati. Una mano aperta, tutta pesta e sanguinosa,
spuntava tra l'erbe.

Lo scemo non si sentiva l'animo di saltare il muricciuolo. Guardava
quel corpo, senza comprendere.

Tornò a chiamare:

— Tata! Tata! Mamma piange e ti vuole!.... Ohi, Tata!

Scese dal muro, sedette per terra, e aspettò.

Il sole volgeva al tramonto. Pel puro cielo procedevano due nuvole
macchiate nel loro candore argenteo da strisce brunastre, come se per
entro vi fossero passati i denti d'un pettine immane. Nel lontano,
ove lo sguardo raggiungeva la immensa distesa dei campi, dalla parte
del sole, una nuvola aranciata s'orlava di rosso vivo. E dai campi,
dalla boscaglia respirante a ondate un caldo vento, arrivavano susurri
indefinibili e incessanti, ronzii d'insetti, pispigli brevi e sommessi.

— Tata! — balbettava il piccino — Mamma ti vuole!....

Poi non insistette oltre. Lo coglievano la stanchezza ed il sonno.

E laggiù, nel silenzio tragico ed alto, a un punto lo scemo si stese
sull'erba, chiuse gli occhi e s'addormentò.



PESCI FUOR D'ACQUA.


— Sì, sì — ripetette, seduto di faccia a me alla medesima tavola, il
mio compagno d'ufficio de Laurenzi — io son deciso a resistere! Staremo
a vedere! L'ufficio? I doveri dell'ufficio? L'orario? Ma l'ufficio non
conta nulla, mio caro, a fronte di tutta una vita, di tutti i ricordi
che v'inchiodano al posto ov'è stato il padre. Il padre, capisci? E
io dunque dovrei rinunziare alla scrivania di mio padre, alla stanza
dov'è stato mio padre, all'aria che ha respirato mio padre! Ah, sì per
esempio! Ma voglio vederlo, voglio!

S'interruppe. Il cameriere, un de' più anziani di quella ignobile
_gargotte_ ove s'andava a far colazione tra preti, avvocati, studenti,
e cantanti del teatro vicino ora gli poneva davanti un piatto di
baccalà alla livornese fumigante in una brodaglia rossastra. Gli occhi
miopi del de Laurenzi s'appressarono al piatto e vi si sprofondarono
e lo interrogarono avidamente: tra quel vapor succulento le nari d'un
lungo naso floscio palpitarono e si dilatarono.

— Alla livornese, professore — disse il cameriere — Poi me ne parlerà.
E appresso ha ordinato?

— Un formaggio e un finocchio.

— Il vino solito?

— Solito.

Si mise a mangiare, voracemente. E io, che avevo terminato il mio
modesto asciolvere, sorseggiando un caffè e fumando mezzo toscano mi
misi a guardarlo come se lo vedessi per la prima volta.

Alto, magro, con le spalle incurvate, con una gran barba grigiastra
e incolta pel cui pelo intricato or si disseminavano le briciole
del pane e le gocce del brodo untuoso, con orribili mani dalle dita
nodose e lunghe che parevano artigli, mal vestito, tutto chiuso in
un vecchio cappotto stinto e rattoppato il cui bavero che un tempo
era stato ornato di pelo marrone or ne serbava sol quattro o cinque
ignobili ciuffetti, il mio compagno di ufficio de Laurenzi, un uomo
sui cinquantacinque anni suonati, incarnava pittorescamente la pietosa
straccioneria del travettismo. Ammogliato, carico di figliuoli e di
piccoli debiti, pe' quali il suo stipendio era strappato a brani e
giorno per giorno alla cassa dell'economo, egli era un di quelli
sciagurati il cui contatto uggioso ve ne sollecita quasi a non
indulgere alle volgari abitudini e a' miserabili vizii, ma ch'io
m'inducevo a creder degno, il più delle volte, della più malinconica
commiserazione.

Era stato — raccontava — giornalista di grido, nell'Alta Italia, a'
suoi be' tempi: lo era ancora qui, adesso, in una gazzetta quotidiana
che stentava parecchio la vita e nelle cui trascurate colonne il de
Laurenzi poneva, di volta in volta, certe sue rievocative narrazioni
partenopee scialbe e sciatte, disseminate di ampollosi rimpianti e
miserabilmente intessute sulle cronache de' giornali del tempo, in cui
frugava tutta la santa giornata.

Nella biblioteca governativa ov'ero anch'io il de Laurenzi era entrato
quando essa aveva a capo un prelato di cui bastava soltanto soddisfare
l'olimpica vanità per guadagnare, se non la stima, la indifferente
acquiescenza. Morto costui la biblioteca non aveva più potuto offerire
alle gratuite libertà, che l'ex giornalista vi s'era conquistate,
un comodo asilo remuneratore. Ora bisognava lavorare e frequentare
l'ufficio. Il nuovo bibliotecario era severissimo: guardava nel
registro d'ingresso degl'impiegati, segnava le ore e i minuti a' tardi
arrivati, mandava in giro, di volta in volta, ordini del giorno in cui
si raccomandavano lo zelo, l'ossequenza all'orario, la diligenza ne'
compiti, e pretendeva che tutti firmassero quelli _ukase_ in segno di
rispettosa adesione.

Una schiavitù, sissignori: una soppressione spietata, implacabile
dell'ingegno e della personalità, una scettica considerazione dell'io
pensante e creante, degli altrui nervi, dell'altrui cultura quando non
fosse quella delle scienze naturali e delle matematiche, nelle quali
quel nuovo direttore era spaventosamente agguerrito.

Ah, sì: portate in questi polverosi e silenziosi antri foderati
della storia cartacea del pensiero umano, portatevi, se vi riesce, la
giovialità, l'arditezza, il libero arbitrio, la poesia, l'indipendenza:
portatevi il vostro talento, la vostra modernità, le vostre abitudini
sincere e svegliate, se vi vorrete vedere a mano a mano sfiorire
tutta codesta ancor viva giovinezza dell'animo vostro! Mio Dio, che
aridità e che tristezza tra queste mute pareti, gravi d'_in folio_ e
d'enciclopedie: tra queste mura sorde a ogni voce impulsiva e pur così
impregnate de' pettegolezzi, delle invidie e delle guerricciuole che
constituiscono il tessuto connettivo della vita degl'impiegati, il
continuo esercizio della loro parola aspra e mordace, l'alimentazione
quotidiana dell'ozio e dell'ignoranza del loro pensiero!

Che diamine, dunque, pretendeva di non volere lasciare qui, come un
brano del suo cuore dolente, il mio compagno de Laurenzi? E di dove gli
veniva tutto questo attaccamento atavo-topografico, espresso con tanto
impeto melodrammatico? Io non sapevo, in verità, figurarmi e ammettere
tra il baccalà alla livornese e l'evocazione paterna alcuna tollerabile
analogia. Quest'uomo dunque componeva con tanta assoluta ignoranza
della loro espressione dissimile le sensazioni della psiche con la più
brutale delle soddisfazioni fisiologiche?

— Comprenderai — disse lui, quasi come per rispondere al mio pensiero,
e dopo aver vuotato il suo terzo bicchiere di vino bianco siciliano
— comprenderai ch'io mi trovo nelle biblioteche non per le mie
aspirazioni, non per elezione mia. Ti pare? Un impiego governativo!
Cioè una sgobbatura! Una servitù! Ma, poi che là dentro mio padre,
ch'era uno studioso, v'è stato impiegato anche lui e vi ha vissuto metà
della sua vita io vi ho voluto iniziare come una tradizione metodica ed
esemplare nella storia di queste successioni familiari. Usciamo?

— Usciamo. Difatti è ora di tornare lassù.

De Laurenzi afferrò un tovagliolo e si forbì le labbra, in fretta,
e poi lo buttò sulla tavola tutto insudiciato, come uno straccio.
Si levò: cacciò la mano nella profondità d'una delle saccocce del
suo cappotto, vi pescò e ripescò per buon tratto e infine cavò fuori
quell'artiglio armato d'un mozzicone di sigaro.

— Andiamo — mi fece, dopo avere acceso il mozzicone.

Sulla soglia della trattoria s'arrestò, per ricominciare il discorso.

— E così eccomi in guerra aperta col signor direttore. Si capisce:
io sono uno straordinario, pel momento, io sono entrato nel _sancta
sanctorum_ senza i titoli che ci vogliono. Titoli? E il mio ingegno, il
mio passato? Questi signori non vedono che bibliografia, schedatura,
inventarii: e guai a chi è qualcuno o qualcosa! E poi sotterfugi,
rapporti segreti, denunzie: ecco la loro maniera di battagliare. Ora,
come l'hanno insegnata anche a me, loro mandano ufficii — e io mi dò
per malato e vado a Roma.

Si scappellò, con un saluto profondo.

Colui ch'egli avea salutato gli fece pur di cappello e passò via,
in mezzo a quattro o cinque altri che lo accompagnavano e con cui
discuteva calorosamente.

— _Lupus in fabula_ — disse de Laurenzi — L'onorevole Maliberti. Non lo
conosci?

— No.

— Vuoi che ti presenti, un'altra volta?

— Ma no!..

— Fai male. Una potenza sai. È lui che m'ha presentato al ministro. Ed
è così che sono a posto, adesso.

Riaccese il suo mozzicone di sigaro, che s'era spento. E soggiunse:

— Vedrai, mio caro. S'è battagliato, a Roma, giorni addietro. Ma
l'ho spuntata, questa volta. Francamente, se io fossi te, cercherei
di conoscere l'onorevole. Non sei elettore, tu? No? Come, non sei
elettore, non ti sei fatto inscrivere?..

Affrettavo il passo. Egli s'accorse della poca attenzione onde
accoglievo le sue parole e s'arrestò, a un tratto.

— Tu dunque rientri in ufficio?

— E tu non ci vieni?

— Io no. Vado al giornale. Ho un articolo da correggere in bozze di
stampa. E mi preme più quello, naturalmente.

Feci l'atto di rincamminarmi.

— Se domandano di me...

— Ebbene?

— Ecco Si potrebbe inventare una frottola. Un figlio malato, per
esempio. L'influenza. Si può dire che mi son venuti a chiamare da
casa mia, d'urgenza. Una malattia a tua scelta. E poi mi telefoni al
giornale. D'accordo?

— Sì — mormorai — d'accordo.

Egli s'era già allontanato, a gran passi, trascinando pel fango di via
Costantinopoli le sue scarpacce inzaccherate sulle quali sbattevano,
molli e intrise di mota, le bocche larghe e logore de' suoi pantaloni.

Ora passava un carro funebre, di quelli che fanno continuamente la via
di Foria e s'avviano al cimitero. Il de Laurenzi, curvo, con la mano
alla falda del cappello, scivolò accanto all'enorme e nero carrozzone,
dalla cui cimasa dorata pareva che volessero spiccare il volo, ad
ali spiegate, quattro deformi angioletti di legno. La via, su quel
transito, s'era fatta silenziosa, a un tratto. E a me parve che tanto
da quel lento carro come da quell'uomo pur funebre si sprigionasse in
quel punto una medesima espressione mortuaria il cui senso mi durò
dentro per qualche secondo. Poi tutto si tolse dalla mia vista. Ma
sopra di me e sull'animo mio, mentre m'avviavo alla porta del mio
ufficio, pesava ancora, come l'ultimo segno di tanta malinconia, un
cielo invernale plumbeo e greve. L'aria mi pareva satura d'una umidità
uggiosa, e associata a tutta quella tristezza, a tutta quella miseria.

— Spero che non mi chieggano di costui — m'auguravo, salendo le scale
della biblioteca.

Come mi seccava di dover mentire, se mai! Una collera sorda,
commista d'insofferenza e di sprezzo, or m'agitava contro quest'uomo
che intendeva piegarmi a una ripugnante complicità. Lui tenero
dell'ufficio, della stanza paterna, della vita di quel luogo severo e
nobile, lui così svogliato, così cinico, così pronto a barattare la sua
dignità e il suo amor proprio con una menzogna da scolare?

Un uomo di quasi sessant'anni!


II.

— Stazza l'aspetta — mi disse l'usciere di guardia alla porta, come mi
vide — Ha domandato di lei più volte.

— Stazza? E che vuole? Dov'è?

— Nella stanza del direttore.

Era un degl'impiegati più anziani, un uomo eccellente, nel cui bonario
sorriso io m'abbattevo ogni mattina, da quattro o cinque anni che
frequentavo l'ufficio: il solo sincero sorriso che ritrovassi là
dentro. Nella biblioteca Stazza era entrato a trent'anni; or ne aveva
sessantacinque suonati. Era ancora un colosso: nelle sue larghe mani
poderose s'ammucchiavano pile enormi di libri ed egli le reggeva e le
portava qua e là senza alcuno sforzo visibile, con le braccia tese,
lento, paziente, tranquillo. E come la pratica scienza del luogo
ove quasi aveva vissuto tutta la sua vita ve lo ritrovava acconcio e
disposto alle fatiche più improbe egli non se ne stancava. Si conosceva
illetterato, sapeva la insufficienza della sua cultura men che mediocre
e null'affatto accresciuta nemmen dalle più immediate e continue
comunioni co' sapienti compagni locali e con i lettori — e però badava,
offerendo e adoperando come un valor succedaneo la forza delle sue
membra poderose, a compensare questa sua grande pochezza spirituale.

Di volta in volta, quando per cercare qualche libro mi capitava di
entrare nella sua stanza — ov'egli non s'era fatto portare che una
delle più vecchie e più umili scrivanie e due seggiole, una delle quali
per riporvi il cappello — la bonaria semplicità di quell'uomo mi vi
tratteneva per un pezzo. Era la mezz'ora in cui Stazza si concedeva
un breve riposo. Facevamo quattro chiacchiere, io addossato a uno
scaffale, con tra le mani il libro che mi occorreva, lui seduto alla
sua scrivania, coi gomiti sulla tavola.

Una volta, non so come, non ricordo più perchè, gli chiesi, sorridendo:

— E lei crede che si possa aver passione per la biblioteca, noialtri?

Stazza, serio, socchiuse gli occhi, con quel suo solito vezzo di quando
voleva dir cose gravi.

— Si possa? Si deve, caro collega. Guardi, io non ho moglie, non
genitori, non fratelli. E per me la biblioteca è la moglie, è la madre,
qualcosa come una famiglia. Penso, talvolta, che avrei avuto quasi il
diritto di nascer qui, in una di queste stanze. Lei ride?

— No, anzi, trovo naturale. S'intende, naturale per lei che non fa
altro, che non conosce altro, perdoni.

— Già, lei fa un'altra vita. E poi...

Rimase in forse un momento. Poi soggiunse, con aria di sincera
umiliazione:

— E poi lei sa tante cose ch'io non so. E poi è giovane, e ha da
pensare a tante altre cose.

— No, non è questo. Dica che ciascuno non comprende se non quel che
ritrova in se stesso.

— Sarà. Ma glie ne voglio dire una: stanotte, per esempio, sa lei
che cosa ho sognato? Il nostro gatto rosso che scorazzava nella sala
degl'incunaboli.

Sorrideva, candidamente. In quel punto mi sentii quasi intenerito
da quella innocenza pacata e soddisfatta, illuminata, come da un
dolce riverbero dell'anima, da due limpidi occhi azzurrini. No, non
ponevo, è vero, quell'inconscia virtù in relazione con tante altre
della vita, più stimabili, più alte, e non mi pareva di doverne
cavare ammaestramento: quella era una forma nulla, una espressione
quasi brutale di accontentamento, l'indizio ignaro e pietoso d'una
natura inferiore, tranquillamente passiva. Tuttavia quella felicità
fortificante, d'un tonico effetto morale, pareva che mi volesse
ammonire sulle cose della vita.

O non avevo davanti a me un essere ch'io forse giudicavo troppo
frettolosamente? La mia fantasia, disposta ad architettare, ora mi
offeriva un più sottile giudizio intorno ad esso: io gli supponevo,
adesso, una rinunzia progressiva, una riduzione continuata delle sue
pretensioni, delle sue speranze, della sua libertà, e tutto questo mi
sembrava mascherato da quel faccione rosso e pletorico, traspirante una
giovalità e una contentezza fanciullesche e rischiarato da un sorriso
perenne.

Così, talvolta, quando potevo coglierlo in qualche momento in cui mi si
mettesse tutto quanto sottocchi, io facevo scorrere sulla superficie
di quest'uomo il mio sguardo investigatore e tentavo di penetrarla.
Sapevo ch'egli era solo, che in casa non aveva che una vecchia serva,
che l'abito suo di trovarsi sempre pel primo in ufficio e d'uscirne
sempre l'ultimo — urtante metodicità per gli apprezzamenti d'un malato
di nervi com'io sono — non s'era mutato una sola volta da quando Stazza
era entrato in biblioteca. Costui dunque non aveva avuto gioventù,
passioni, disillusioni, scoraggiamenti? Che cosa era nel passato di
questo gigante rubicondo che violentava e superava tutte le leggi
impulsive alle quali tre quarti dell'umanità va soggetta?

Finii per arrendermi a quella impenetrabilità pacifica e indifferente.
Ma un senso di tedio e di stanchezza mi allontanò dal mio compagno. Lo
incontravo, ci salutavamo freddamente, ed io gli sfuggivo, accrescendo
così, senza forse desiderarlo, il numero delle persone la cui comunione
mi diventava, là dentro, ogni giorno più insopportabile.


III.

Entrai nella stanza del direttore.

Stazza, impiedi davanti alla costui scrivania, si voltò. Mi venne
incontro e mi tese le mani.

— Mille scuse! Ma io non potevo andarmene senza averla salutato. Addio,
caro signore. Io me ne vado.

Interrogavo con gli occhi il direttore e gli altri miei compagni, che
circondavano Stazza, silenziosi.

— Un fatto deplorevole — disse il direttore, rompendo il silenzio —
L'ottimo Stazza è stato collocato a riposo. Ci lascia.

— Come! — esclamai — Così! Di punto in bianco?

Stazza chinò la testa.

Il direttore con la punta del tagliacarte additò un foglio, sulla sua
tavola.

— M'arriva ora la comunicazione ministeriale. Le solite sorprese. Ma,
Dio mio, non avrei mai immaginato!....

Le mani di Stazza mi si protendevano, tremanti. Lasciai cadere in
quelle le mie, e le strinsi, due, tre volte. Guardai in faccia il
colosso: era turbato, ma si sforzava di parer tranquillo. Soltanto
s'era arrossato un poco più, nella faccia. Si passò una mano sulla
fronte, si guardò intorno, tornò a voltarsi verso la tavola del
direttore, smarritamente.

— Dunque — gli balbettò — Se lei mi permette... Vado. Spero bene di
rivederla, qualche volta.

— Macchè! Ma vuole andarsene proprio adesso? Ma v'è tempo. Guardi,
faccia come se il decreto non glie l'avessi comunicato ancora.....

— No, no! — disse lui — Mi permetta, mi scusi. Voglio essere
ossequente....

— Peccato! — esclamò il direttore, come lo vide uscire e scomparir
dietro l'uscio. Dopo trent'anni!

Si levò, s'incamminò fino alla porta, si arrestò sulla soglia. Di fuori
s'udivano le voci degl'impiegati, la voce di Stazza che si licenziava,
confuse.

Il direttore rientrò. Andò al balcone, guardò nella via, senza badarvi.

Eravamo rimasti soli. Lui, tornò addietro, s'appressò alla scrivania,
vi cercò qualche carta, la lesse e la buttò lì, sulla tavola, con un
moto sdegnoso.

— Mi permette? — chiedevo.

— Guardi, guardi — esclamò — Guardi un po' con chi mi sostituiscono
quel disgraziato. Aspetti. Legga pure.

Mi pose quella carta sottocchi.

— Come! De Laurenzi!

— Già, s'intende, ha brigato e v'è riescito. Entra in organico e prende
il posto di Stazza.

Soggiunse, dopo un momento, rimettendosi a sedere alla sua scrivania:

— S'accomodi pure.


IV.

Passò un mese. In questo tempo gli studenti fecero chiasso, al solito,
e ruppero vetri e banchi: l'Università fu chiusa e il numero de'
lettori, nella nostra biblioteca, s'accrebbe del doppio. Vi fu un
gran da fare e Stazza fu dimenticato. Soltanto qualche volta, in un
momento di tregua, il suo nome ricorreva nel vaniloquio degl'impiegati
raccolti nella sala della distribuzione intorno all'ultimo bollettino
del ministero, ove apparivano — già indicati, con una crocetta, da
qualche necrologo de' nostri compagni — i nomi di coloro che o eran
morti o erano stati collocati a riposo. La constatazione de' decessi
e de' _ritiri_ — un refrigerio per i superstiti — occupava quelle
constatazioni e quelle conversazioni fredde e indifferenti; per lo
più si discuteva sugli anni di servizio del croce segnato o sulla
somma della sua pensione. Ma la psicologia di queste sparizioni — un
legame di troppo sottili o pietose induzioni che in altri spiriti
potevano forse rampollare dall'esame di casi somiglianti — non
veniva certo a turbare l'animo de' miei compagni. Stazza, dopo tutto,
sottobibliotecario a tremila, liquidava, come si dice, quasi dugento
lire al mese. Una fortuna per un illetterato, una _tabula rasa_ come
lui, che la doveva a quei benedetti tempi borbonici ne' quali era così
facile di entrare, senza le qualità di cultura che vi occorrono, in un
instituto scientifico come di mettersi a tavola in una publica taverna.

— Vuol vedere Stazza? — mi fece un di que' giorni l'usciere addetto
alla spolveratura della mia camera.

Con lo straccio tra le mani s'era avvicinato al balcone chiuso e
guardava nella via, traverso a' vetri.

— Venga, venga! Eccolo lì...

Mi levai e corsi al balcone.

— Lo vede?

— Dov'è?

— Non lo vede? Lì, seduto fuori al caffè di rimpetto. Lo vede? A
quel tavolo a sinistra della porta. Eccolo che leva gli occhi. Guarda
quassù, guarda i nostri balconi.

— Difatti.

Il colosso era lì, seduto a una tavola sulla quale stavano il vassoio
e la chicchera del caffè. Posava le mani sulle ginocchia e di volta
in volta alzava gli occhi e li faceva correre sulla facciata della
biblioteca, lentamente.

— Così fa ogni giorno, da un mese — disse l'usciere.

E ripassò lo straccio sui vetri perchè ci vedessi meglio.

— Arriva al caffè sulle nove ore, si mette a sedere lì fuori, e vi
resta fino a mezzodì. Poi torna dopo pranzo e si rimette alla stessa
tavola e non se ne leva che alle quindici.

— E tu come fai a saper tutto questo?

— Me l'ha detto il caffettiere. Il signor Stazza gli dà una lira al
giorno, per l'incomodo.

Mi rimisi a sedere, pensoso. L'usciere, che non si partiva dal balcone,
rideva e continuava a guardare rimpetto. E come l'alito suo tepido
appannava la vetrata di volta in volta egli tornava a soffregarla con
lo straccio.

— Insomma — seguitava — la biblioteca non se la vuol proprio scordare.
Se n'è dovuto andare e nemmeno la lascia in pace. Adesso ci fa
all'amore da lontano, tutti i giorni.

Non risposi. Ordinavo macchinalmente un mucchio di schede ed aspettavo,
con una certa nervosità, che l'inserviente smettesse e se ne andasse.

— Ecco che s'addormenta — fece lui a un tratto — Venga a vedere. S'è
addormentato.

Tornai a levarmi e mi accostai daccapo alla vetrata. Stazza aveva
allungato un braccio sul tavolino e reclinato la testa sul braccio. Il
cappello di paglia gli era scivolato, di su le ginocchia, a terra. Ora
un lustrascarpe, che aveva posta la sua cassetta all'ombra, a pochi
passi, glie lo raccoglieva e lo posava sul tavolo, accanto al vassoio.

L'ora meridiana avanzava: il sole batteva su' muri. Uscì, a un tratto,
dalla bottega il garzone del caffettiere e si mise a girar la manovella
per fare abbassare la tenda, che scese lenta, e sul deserto e largo
marciapiedi, su' tavoli, su Stazza diffuse un'ombra uguale, per buon
tratto.

Mancava qualche diecina di minuti alla chiusura della biblioteca. E
svogliatamente, aspettando che trascorressero, ricominciavo a ordinar
le mie schede. L'inserviente se n'era andato: le vaste sale, fino a
poco prima turbate dal molesto vocio de' distributori, s'acchetavano,
adesso, in una pace profonda.

Improvvisamente — mi dimenticavo nella mia bisogna — il grande orologio
della stanza de' manoscritti suonò le quindici. Vibrò quel suono nel
silenzio, con un tintinno allegro, come di cristalli percossi. Era
l'ora. M'avviai alla porta.

Ma, sulla soglia, uscendo, m'arrestai, sorpreso. Lì sulla soglia,
sul ballatoio, su per le scale vedevo agitarsi una folla attonita,
mormorante, che quasi m'impediva il passo.

Risaliva le scale, di furia, Pandolfelli, un distributore.

Una voce gli chiese, dal ballatoio:

— Dì, è vero? È vero?

Pandolfelli rispose, alto:

— Si, è morto.

Mi vidi di faccia l'inserviente, in quel punto. Apriva le braccia,
smarrito.

— Stazza! — mi fece.

E battè palma a palma, convulso.

— Lì davanti al caffè, poco prima. Un colpo. Si ricorda? Quando pareva
addormentato.

Apparve il direttore, pallidissimo. Accorrevano altri compagni. Tre o
quattro lettori s'indugiavano sul ballatoio, curiosamente.

Il direttore mi chiese:

— Scende?

Non mi sentivo la forza. Ma lo seguii, e ci seguirono pur tutti gli
altri.

Nella via, come uscimmo dal palazzo della biblioteca, il caffè ci
apparve subito, rimpetto.

La folla si pigiava davanti alla porta.

Pandolfelli si fece largo ed entrò nella bottega.

Subito ne riuscì, annunziando:

— L'hanno posto in una vettura e portato ai _Pellegrini_. Ma era morto.
Ho parlato col medico che s'è trovato a passare. Una sincope.

Uscì sulla via il padrone del caffè, con le lagrime agli occhi.

— Quel povero signore! Che disgrazia, hanno visto? Veniva qui ogni
giorno, sempre alla medesima ora. Anzi, ieri, m'aveva detto, col suo
solito buon sorriso: Lei si meraviglia non è vero? Già: son puntuale.
Mi hanno mandato via di là — e mi mostrava il palazzo ove stanno lor
signori — ma io ci continuo a stare, col pensiero, almeno.

La moglie del caffettiere, una piccola donnetta, era uscita anche lei
sulla strada.

Mi pose una mano sul braccio. Mormorò:

— Ma è vero che l'hanno mandato via?

La guardavo, senza risponderle. Udivo dietro di me le voci, tranquille,
de' miei compagni.

Diceva Pandolfelli a un altro:

— È morto in orario, hai visto?

La voce di quello che segnava le crocette fece notare, lenta:

— Un posto vuoto.



DONNA CLORINDA.


Una mattina d'autunno donna Clorinda, destandosi, si vide
accanto, stecchito, il poveruomo che le aveva tenuto compagnia per
quarantacinque anni. Era morto d'apoplessia nella notte, e lei non se
ne era accorta.

Da prima immaginò che fosse seguìta una di quelle solite sincopi alle
quali lo sciagurato andava soggetto. Poi, come lo scoteva e quello
se ne rimaneva lì irrigidito, già quasi nero e con certi occhiacci
spalancati e freddo freddo, la vecchia pazza si mise a sedere in mezzo
al letto e con le mani in grembo, muta, indifferente, s'indugiò a
contemplare quel corpo immoto, chiazzato nella faccia — la quale pareva
che rispecchiasse ancora il terrore dell'ultimo momento — di alcune
macchie di livido.

Il lume del giorno veniva dentro in quella stanza, ch'era tutto il loro
quartiere, per una finestra che guardava sul vasto cortile scoverto
dell'antico monastero di _Santa Caterina a Formiello_: una scialba luce
autunnale bagnava freddamente le coltri del letto, ma qualche angolo
della cameretta — che un tempo era stata cella — accoglieva ancor
l'ombra. Lì, tra due seggiole zoppe, era per terra un piattello con
l'acqua, e il cane in quel punto vi si dissetava: un barbone sudicio,
che accompagnava su' vapori inglesi e nelle trattorie del Piliero il
marito di donna Clorinda, Mastia, un siciliano, pittore di paesaggi.
Nel silenzio dell'ora si udì per un pezzo il chioccolare dell'acqua che
il barbone lambiva avidamente. La vecchia si volse e guardò da quella
parte. Poi tornò a contemplare il marito, con occhio tranquillo. E gli
parlò piano, lentamente:

— T'u dissi: nun bíviri!

Null'altro. Era ella così disposta, per naturale sua filosofia, a
tenere per fatali somiglianti circostanze della vita e a non farsene
vincere? O quel vecchio cuore indurito non avea mai palpitato? Oppure
con gli anni e con la vita stentata e per il nessun amore che Mastia le
aveva dimostrato fin da principio, s'era inaridito ogni sentimento in
lei, che un tempo era stata pur giovane e bella e amorosa? Chi lo sa?
Sul silenzioso orrore della nuda e fredda stanza pesava come un rigido
mistero, e quella morte improvvisa non certo lo discioglieva. Intorno
alla camera di Mastia erano altre povere camere abitate da gente
anche più povera di lui: l'immenso fabbricato di _Santa Caterina a
Formiello_, una volta claustro impenetrabile, accoglieva ora centinaia
d'oscure e miserabili creature, e ciascuna covava là dentro il suo
segreto e il suo dolore. Di volta in volta, tra quelle spesse mura di
convento che ammorzavano ogni romore e soffocavano gridi angosciosi
o selvaggi, scoppiava la catastrofe di un dramma: talvolta fin v'era
scorso il sangue. Tuttavia, non la più comune manifestazione della
vigile curiosità partenopea s'era espressa in quel momento da parte
degli altri inquilini: solo qualche porta pesante s'era schiusa sul
corridoio in penombra per subito rinserrarsi, ricacciando a dietro
una pallida e paurosa testa femminile. A ciascuno bastava la propria
miseria. E sulla sera, dopo l'accaduto, era rimasto deserto quel
lungo e vasto corridoio, sorvegliato solamente dalla luce rossiccia
del lanternone che il custode v'attaccava a una parete e che per
breve tratto coloriva, disotto, le antiche mattonelle del pavimento,
componenti a quel posto una stinta e barocca decorazione secentesca,
tutta svolazzi verdi e giallicci. Cumuli di spazzatura, ammonticchiata
qua e là sotto le vasche di marmo che le monache non avevano avuto
tempo di svellere dal muro istoriato a fresco, alitavano un lezzo
insopportabile. Quando il barbone tornava a casa con Mastia era lì che
s'indugiava assai spesso.


II.

Donna Clorinda scivolò giù dal letto, in camicia, rabbrividendo al
gelido contatto del pavimento sul quale i suoi piedi nudi avanzavano.
Attaccato al muro di faccia uno specchio accolse d'un subito, e
a mezzo, la sua bizzarra figura bianca procedente con la lentezza
d'un fantasma. A un momento ella ristette, e, vinta da un'abitudine
irresistibile, vi si rimirò, quasi atteggiandosi. Fra tanto principiava
laggiù nel cortile la fatica de' fabbri: della legna arsa crepitava:
guizzava e lambiva un alto muro annerito il fumo azzurrino di una
fiammata: i martelli picchiavano già sulle incudini e un carro di botti
entrava, con sordo fragore, nell'ex monastero.

Stanno intorno ad esso le torri aragonesi, che Ferrante pose a
difesa della Porta Capuana: ora, sul cielo perlaceo, que' baloardi si
stagliavano con un colore plumbeo rilevato da un fitto d'erbe selvagge
ch'erano rampollate ne' loro crepacci e prosperavano sulla lor cresta
interrotta. Da case e da fucine invisibili altre colonne di fumo, più
lontane e sottili, salivano ritte nell'aria: la città si svegliava a
mano a mano, e un'esterna sonorità crescente e confusa faceva sembrare
più cupa, più appartata la fabbrica solitaria dell'antico convento.

Donna Clorinda si raccolse su d'una seggiola, di faccia al letto, e si
cominciò tranquillamente a vestire.

Da parecchi anni la vecchia era dominata da un'innocente follia, che
si esprimeva nella sconfinata considerazione di tutte le sue presunte
qualità, e più precisamente di quelle fisiche. Ella si adorava, in
un apatico egoismo nel quale non riesciva a far breccia alcun caso
esteriore. La felicità o la sventura altrui contemplava di sfuggita,
con un sorriso melenso: ogni più straordinario avvenimento nè la
stupiva, nè la sconvolgeva. Era altrove il suo spirito e rincorreva
fantasime trascorrenti fra la gioventù, la nobiltà, la ricchezza. Le
pareva che la casa di Mastia, ottenuta in carità dal Municipio, fosse
una reggia, che vi troneggiasse lei da regina, che un ammirativo
mormorio la seguisse quand'ella ne usciva e che fosse abituale
argomento d'ogni discorso de' vicini l'incesso magnifico di lei e la
sua benevola maestà.

Pianger Mastia? Macchè! Nell'anima della vecchia, già da tempo, s'era
spento ogni affetto: e poi, da quando la prima volta il marito l'aveva
picchiata, un odio cupo e muto le era man mano cresciuto dentro per
quell'ubriacone brutale che era stato il tiranno della sua gioventù.
Ora, vestendosi, due o tre volte la povera pazza sorrise, di faccia
al cadavere. Pareva davvero soddisfatta. Si mise il cappello, tornò
a riguardarsi allo specchio, aperse la porta e se ne andò via col suo
solito e tardo passo un po' zoppicante.

Qualcuno la vide scendere, lenta, le scale. Borbottava frasi che
parevano rivolte ad esseri invisibili a' quali, di volta in volta,
soffermata sul pianerottolo, ella stendeva la mano, inguantata di seta.
Fu pure osservato che la vecchia s'era più che mai infagottata: pareva
che portasse addosso due o tre gonne una sopra l'altra e due o tre
corpetti. Quello esteriore era verdognolo, orlato di antico _jais_.
Sotto il braccio sinistro ella aveva l'ombrello: il destro era infilato
nel manico d'un cestino, che doveva esser ben greve: la piegava,
quasi. E disparve. Poco appresso giunse lassù il delegato di pubblica
sicurezza con un medico frequentatore della _Farmacia della Rosa_ in
piazza Carbonara. Donna Clorinda era passata per l'ufficio di pubblica
sicurezza, aveva informato il piantone della morte di Mastia e se n'era
andata.

La bisogna fa breve: constatazione del decesso — come si dice in gergo
legale — processo verbale e disposizioni per la rimozione del cadavere.

— Bel caso, eh? — fece il delegato al medico. — Crepa il marito, e la
moglie lo pianta come un cane rognoso.

Il medico, un giovane ch'era al principio della sua professione, si
guardava attorno meravigliato, assalito, in quella desolante misera
della stanzuccia, da una tristezza profonda.

— Se lei mi mette subito il _visto_ alla carta di accompagnamento —
soggiunse il delegato — io mando via _quel signore_ oggi stesso. Non
sente? V'è già cattivo odore.

Accese un sigaro. Il medico sottoscrisse la carta, si levò, guardò
ancora Mastia, la cui faccia deformata si copriva di ombre turchinicce.
Le due guardie che avevano accompagnato il loro superiore contemplavano
e comentavano le quattro o cinque tele addossate al muro: una copia
della Beatrice Cenci del Reni, un paesaggio di Taormina, il tempio
di Pesto, la scena rosseggiante d'una eruzione del Vesuvio, con una
fiumana di lava che affluiva fino al mare in convulsione...

In giornata il cadavere di Mastia fu portato al cimitero nel carro dei
poveri. La stanza rimase vuota e deserta. Donna Clorinda non vi tornò
più.


III.

Fu proprio in quel tempo che il bisogno d'una modella della sua
età e del suo stampo divenne per me urgentissimo: un mio quadro
di caratteristici costumi partenopei, colorito della vivacità del
color nostro e materiato degli elementi tra malinconici e grotteschi
che offrono all'assaporante o meditante gastronomia dello sguardo
certe nostre vie popolane mancava appunto di quell'assai pittoresca
figura senile, ch'io ricordavo d'aver più volte incontrata per la
via, rincorsa dall'odiosa ragazzaglia plebea che non rispetta alcuna
peripatetica sventura: una vecchia bizzarramente vestita, con certi
buccoli argentei che le scappavano disotto al cappelletto tutto piume
e nastrini e le sbattevano sulle gote infossate, una vecchia con un
cestino infilato al braccio e, attaccato al polso ossuto della mano
destra, un bastone con cui minacciava i suoi persecutori infantili.

— Quella? — mi dissero, come ne parlavo una volta tra conoscenti —
Quella è donna Clorinda.

Finalmente la ripescai, una sera di estate, in una taverna di Piazza
Francese. La vecchia era seduta in fondo, quasi accanto al focolare, e
di faccia a lei, alla medesima tavola, cenavano due facchini del Molo
Piccolo e un soldato della vicina caserma. Donna Clorinda reggeva a
due mani la scodella della minestra e con tutta precauzione l'accostava
alle labbra e beveva il brodo. In un tondino era un mucchietto di pesce
fritto. Come l'oste seguitava a frigger pesce e ne lasciava cadere
una minuzzaglia infarinata nella padella piena d'olio bollente e un
fumo acre e denso si spandeva attorno, la testa architettata di donna
Clorinda appariva e spariva in quel fumo. Rimpetto a lei i due facchini
parlavano di sciopero, picchiando di volta in volta sulla tavola con
le larghe mani callose, dalle unghie lucenti d'untume: il soldato, un
settentrionale biondiccio, beveva silenziosamente, e fumava.

— No, no, domani non posso: — mi dichiarò gravemente la vecchia —
di domenica non posso. Domani ci ho la messa. Vado in chiesa, a San
Giacomo degli Spagnuoli, a pregare pe' miei antenati. Sa lei che
discendo dagli Aragona, dal grande Alfonso?

Il soldato si volse, sorpreso. Con un sorriso concessivo e dignitoso,
inoltrando le dita nel pesce fritto, di cui si mise un pizzico in
bocca, donna Clorinda soggiunse, a bocca piena:

— Verrò da voi lunedì. V'accomoda?

— Ma mi dovrete giurare di venire. Sul grande Alfonso, non è vero?

Lei levò la mano con un altro pizzico di pesce, solenne.

— Sul grande Alfonso d'Aragona!

E mancò al giuramento. L'aspettai tutto il giorno, e in quello seguente
mi rimisi a rintracciarla. Per fortuna ella m'aveva indicata la casa
ove pernottava da un anno, dalla morte di Mastia.

— Se mai, mandate a chiamarmi lì, sotto l'arco, accanto al teatro del
_Fondo_. A destra, sotto l'arco, è una scaletta. Fate chiedere della
_baronessa_.

L'arco così detto del _Fondo_ dal teatro al quale è attaccato da
una parte, è ancor quello scuro e sozzo passaggio che dalla via
dell'Arsenale, lungo un de' muri del teatro, mette a Piazza Francese.
Mi vi avventurai tra' mucchi di spazzatura e il copioso rigagnolo d'una
fontanina di cui i monelli avevano deviato il corso. Cercai, sulla mia
destra, la scaletta che la vecchia m'aveva indicata. V'era, difatti;
anzi là sotto non v'era che quella. E come ne ascendevo, cautamente,
gli sconnessi gradini lubrificati dall'umido e dal traffico, una fresca
voce femminile m'incitò, dall'alto.

— Avanti, signorino! Avanti!

Ero giunto al sommo della scala. Mi trovai faccia a faccia con una
ragazzona in camicia color di rosa.

— Bè? — mi fece, seguitando ad arrotolare una sigaretta — Non entra? Se
ne resta lì? Favorisca.

— Chi è? — chiese una voce, di dentro.

— Un signore.

Avevo ben compreso ove fossi cascato. Diamine! Non v'era proprio da
ingannarsi. E pure — confesso — lì per lì fui preso da quel minuto
d'irresolutezza che può far passare anche un provetto per un ingenuo.

— Ha un cerino, per caso? — disse la ragazza in camicia, che avea
passata e ripassata la punta della lingua sulla _Satin_ della sigaretta
— S'accomodi, intanto: si metta a sedere. Sa, ce ne sono delle altre.

Si voltò a dietro e chiamò:

— Chiarina! Armida! Ida! La romana!

A una a una, in quella piccola stanza ov'era solo un divano in giro
sul quale ricorrevano specchi appannati in tante cornici barocche,
apparvero altre femmine seminude, sonnolenti, sbadiglianti.

Una si buttò sul divano, appena entrata; un'altra, rannodando
sull'occipite i lunghi capelli neri, balbettò un buongiorno svogliato.
S'aperse, sulla destra della sala, una porta e vi si affacciò un
donnone gigantesco con fra le mani, che parevan gonfie, il macinino del
caffè. Alle sue spalle, per lo schiuso della porta, apparve un pezzo
del focolare e subito nella sala si sparse un odore acre di frittata
alla cipolla. Si udiva scorrer l'acqua della fontanina nella vaschetta
e quel remore copriva le voci.

— Buongiorno al signore — disse il donnone — Scuserà. Ci trova in
_desabigliè_. Queste principesse si levano tardi. S'accomodi. Ida, vai
a chiudere il robinetto!

Quella della sigaretta entrò in cucina. Cessò il romore dell'acqua.

Il donnone soggiunse:

— Forse cerca la Virginia?

Ora la sua voce sonora, maschile s'accompagnava di volta in volta con
la musica del macinino, del quale ella girava, a tratti, la manovella.

Credetti di non dover perdere più tempo.

— Cerco di donna Clorinda...

M'interruppe uno scoppio di risa.

— La baronessa! — gridò Chiarina — Ma guarda!

Le ragazze urlavano:

— La baronessa! La baronessa!

— Voialtre! — minacciò il donnone — Su! Dentro tutte!...

Ma già quelle mi sospingevano, seguitando a gridare e a ridere, per uno
scuro corridoio ove, in fondo, era una piccola porta.

— È qui, è qui...

— Picchio? — chiese alle compagne una bionda.

— Picchia forte! Ohe! Baronessa! Signora baronessa, aprite!

La bionda picchiava forte, con la mano spiegata. Di fuori s'udiva la
voce del donnone:

— Troie! Non fate chiasso!

— S'è chiusa dentro — disse Chiarina, che guardava pel buco della
serratura.

E si mise a picchiare, anche lei.

— Che volete? Chi volete?

Riconobbi la voce aspra, incollerita della vecchia.

— Aprite! C'è un signore!

— Virginia non riceve! — urlò la vecchia, di dentro.

— Ma cerca di voi!

— Vuol vedervi!

— È il vostro innamorato!

— Cristo! — fece il donnone, intervenendo — V'ho detto via! Via tutte!

La chiave stridette nella toppa. S'aperse a mezzo la porticina e tra
la porta e lo stipite apparve una piccola figura femminile, immota.
Era una biondina, sottile, pallida, con due occhi dolci e timidi che
interrogavano or me ora quelle donne.

Vi fu un breve silenzio. Un fiotto di luce si riversò dalla piccola
stanzuccia nel corridoio.

— Che volete? — disse la biondina.

— Niente, niente — disse il donnone — Il signore cerca la baronessa.

La biondina aperse tutta la porta e si trasse da parte. Ora si
illuminava tutta quanta. Era vestita d'un camice azzurrino e già
pettinata, semplicemente. Nella mano destra chiudeva un mazzo di carte
da gioco: l'altra mano, pur bianca, fine, esangue, abbottonava il
camice sul petto.

— È la Virginia — mi soffiò all'orecchio il donnone — Tipo signorile.

Da un letto, in fondo alla camera la stridula voce di donna Clorinda
gridò:

— Ho capito! È il pittore. Verrò, verrò, signor pittore! Verrò domani
senz'altro!

— Non potreste oggi?

— Oggi? Ebbene, sì, oggi! Oggi senz'altro!

Era beatamente adagiata nel letto della Virginia, con la bianca testa
su due capezzali, con una collana di grossi coralli al collo. Sulla
coltre erano sparse alcune altre carte da giuoco. Accanto al letto
era una poltrona sudicia e sdrucita, in cui la biondina avea fatto il
fosso.

— Ha visto la Virginia? — mi fece il donnone riconducendomi all'uscio
di strada — È un peccato. S'è legata alla vecchia e perfino le lascia
il suo letto. E giusto adesso che avrebbe bisogno tanto di riposare. È
malata, sa: ma è cocciuta...

Pensavo a quel fosso, nella poltrona.

— E dorme lì, nella poltrona?

— Se n'è accorto? Già. Ma guardi! Si può esser più bestia di così!
Farmi le nottate intere accanto alla pazza, che le cava la ventura
dalle carte!..

— Che diceva lei? Ch'è malata?

— Ah! Signore! — sospirò la virago.

E con la punta del medio si toccò a più riprese in mezzo al petto
enorme e molle, ondeggiante a ogni suo più piccolo moto.

— Qui, capisce?

Scendevo le scale, scusandomi.

Il donnone mi faceva dietro:

— Sa, badi: si tenga a sinistra. E non dubiti: penso io a mandarle oggi
la baronessa. E mille rispetti! E ci venga a trovare!

Difatti la pazza m'arrivò allo studio qualche ora appresso, nella sua
solita grottesca _toilette_. Durante il primo riposo cercai di farmi
narrare la storia della Virginia: doveva bene avere una storia la
biondina. Ma mi riescì di sapere poco o nulla: la vecchia anzi s'era
rabbuiata e mostrava di non volersi troppo intrattenere dell'argomento.
Sì, la Virginia le aveva ceduto il suo letto, l'aveva fatta accogliere
in quella casa per carità, s'era impietosita, ecco tutto. _Figlia di
signori_, la Virginia: sapeva leggere e scrivere e aveva pur cantato a
teatro.

Tutto questo ella m'andò borbottando con la sua solita disordinata
maniera di narrazione, così che non riescii che a comprendere ben poco:
il vaniloquio della pazza raffittiva l'oscurità che io avevo cercato di
penetrare e in cui si perdeva la figura, pur così interessante, della
piccola bionda.

Costei morì sullo scorcio di novembre e donna Clorinda morì due
settimane appresso. La virago mi raccontò che la vecchia s'era seduta
nella poltrona di Virginia e lì s'era lasciata finire. La collana di
corallo se l'era presa la virago: glie la vidi al collo. Chiarina mi
disse che alla pazza non avevano trovato nulla addosso, infuori d'un
piccolo e logoro portafogli nel quale erano due o tre soldi e, avvolto
in un biglietto del lotto, un bel ricciolo di capelli biondi che
somigliavano tanto a quelli della Virginia.

— Ah, caro Lei, — mi fece il donnone, sull'uscio di strada — non può
immaginare che s'è patito con quelle due! E lei?.. Tornerà?.. Ora son
finite le malinconie... Badi... si tenga a sinistra... Mille rispetti.
Ci venga a trovare, neh? E per cose allegre, ora, per cose allegre!..



QUARTO PIANO, INTERNO 4.


Al quarto piano d'uno de' mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo
rione risultato dalla bonifica delle paludi, rimpetto la stazione
ferroviaria, il maestro direttore d'orchestra Sponzilli — la cui
moglie, scappatagli di casa con un tenore, era finita di febbre gialla
in America — abitava l'interno 4 con la figliuola Sofia e una servetta,
l'Emilia, che in casa chiamavan Milia — una contadinotta di Corleto
Perticara.

S'era nel luglio. Presso alla finestra che affacciava sul vasto
cortile del palazzo Milia s'era posta a lavorare all'uncinetto.
Le mani pienotte e arrossate che, poco prima, avevano risciacquato
panni e pentole andavan lente: di volta in volta l'uncinetto, tra
quelle impratiche dita poco agili, s'arrestava e ricascava in grembo
alla giovanetta. E di su il davanzale della finestra, tra un vaso di
menta e i fascicoli d'un romanzo illustrato, il gatto di casa, che lì
aveva trovato il suo posticino al sole, la contemplava, ammiccando.
Un'afa sciroccale pesava sul cortile silenzioso: le ore d'un torrido
pomeriggio scorrevano tardissime.

Improvvisamente suonò, breve, una voce. La servetta trasalì e levò il
capo: si levò pure il gatto e fece arco della schiena e sbadigliò. La
voce veniva dalla camera da letto della signorina Sofia.

— Milia! Milia!

Il gatto scese dalla finestra e s'avviò. La servetta raccolse il
merlettino, il gomitolo, l'uncinetto e ammucchiò tutto sui fascicoli
del romanzo. Si levò e scosse il grembiale.

La voce interna insisteva:

— Milia! Milia!

— Uff! — fece Milia.

E rispose forte:

— Vengo, vengo! Son qua!

Nella cameretta della signorina era buio: gli scuri del balcone ella
aveva chiusi. Ma da quella commessura, avanzando fino a piè del letto,
si partiva come una sottil lama d'oro. Attorno l'ombra si raffittiva.

— Dove siete? — disse Milia.

— Qui, qui. Vien qui: senti...

E la sagoma del letto si svelò a poco a poco agli occhi della servetta.
Vagamente, nella penombra, cominciarono a pigliar rilievo un tavolo
tondo, il canterano, il divanetto.

— Senti, Milia, senti...

Dal letto si stese un braccio e l'agguantò. Una mano febbrile le
strinse il polso.

— Oh, Gesù! — fece Milia, impaurita.

Di su le coltri — s'era gettata bell'e vestita sul letto — la signorina
Sofia, sollevata sopra un gomito, si protendeva. Gli occhi di lei
lucevano nell'oscurità e la Milia, immota, si sentiva figgere addosso
quello sguardo ansioso.

— Milia, dimmi... Mi vuoi bene? E se la signorina tua ti chiede un
favore..... dimmi se ti chiede un favore, che le rispondi?

— Oh, signorinella! — balbettò Milia.

— Senti, un favore da niente... Ascolta bene. Tu devi andare da
Enrico... Alla ferrovia... Alle partenze, lo sai, dove si prendono i
biglietti...

La signorina frugava sotto l'origliere.

— Lo farai chiamare e gli darai questa lettera.

Nella penombra la busta della lettera biancheggiava. Milia ritrasse le
mani.

— Non vuoi? Non vuoi andare?..

Ora la signorina s'era levata a sedere sul letto e ricercava le piccole
ruvide mani che le erano sfuggite. Le ritrovò, le strinse, dolcemente,
lasciò tra quelle mani scivolare la lettera e le rinserrò.

— Perchè non vuoi? Di che hai paura? Tu lo sai, fino a stasera papà
non torna. Nessuno saprà nulla. Su, Milia! Come te lo devo dire? Vacci!
Fammi questa carità!

L'altra, irresoluta, taceva, rigirando la lettera fra le mani.

— Rispondi! Che vuoi fare? Non vuoi? Dunque alla signorina tua non le
vuoi più bene? Dì, non le vuoi più bene?

E a un tratto ruppe, afferrandole e squassandole le braccia:

— O vai tu, o mi levo e ci vado io!

— Date qua — piagnucolava la servetta — Ci vado, ci vado.....

La lettera era caduta a piè del letto. La servetta si chinò,
sospirando, e la raccolse.

— Che gli devo dire?

— Che voglio subito la risposta. E... se è vero.....

— Se è vero?..

— Se è vero quello che si dice.

— Che volete la risposta a quello che gli avete scritto e se è vero
quello che si dice.

— Così. Ora va. Ti ricordi? Alle partenze. Chiamalo fuori dell'ufficio.

La servetta si cacciò la lettera nel busto e uscì. Ripassando per la
stanza che poco fa aveva lasciato si fece alla finestra e guardò nel
cortile. Il gran cortile era deserto: a un angolo, per una delle porte
d'entrata, passava un gran chiaro e si diffondeva e dilagava sull'arido
selciato. La moglie del portinaio avea piantata al sole una seggiola e
appeso alla sua spalliera un sudicio lino del suo poppante. All'opposto
angolo, nell'ombra, la ruota immane per la fornitura dell'acqua
gocciolava e lo stillicidio incessante turbava una pozza d'acqua,
là sotto. Di fuori l'immenso rione nuovo del Vasto pareva morto: il
silenzio era alto: nessun romore, nessuna voce! Tratto tratto, dalla
parte delle paludi, lungo la ferrovia, fischiava lamentosamente una
locomotiva, due, tre volte.

Di faccia alla finestra ove la servetta s'indugiava era quella della
Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta
a una tavola sulla quale posava la piccola macchina da cucire, la
Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta,
sostando, si leccava il medio della mano destra che s'era insudiciato
d'inchiostro e lo fregava a una pezzuola.

— Signorina Marangi — disse Milia — scusate tanto se vi disturbo. Io
vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare
un occhio alla porta?

La Marangi levò il capo. Rispose, breve:

— Va bene.

Si rimise a scrivere. S'udì lo sbattere della porta e Milia scese
le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi
udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al
portinaio:

— Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola
in casa. Io vado per un soldo d'aghi e subito torno.

La Marangi, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le
dita dalle quali era sfuggita la penna, sospirò profondamente. I suoi
grandi e dolci occhi azzurrini si velarono, stanchi, fra le ciglia.
Appena tornata dalla scuola s'era posta a rivedere i compiti delle sue
scolarette. Un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi
segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente avea così
poco dormito!

— Pazienza! — mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre
grevi.

Come un'eco, dalla finestra dirimpetto, una voce ripetette:

— Pazienza!

— Oh, Sofia! Sei tu? — disse la Marangi.

Immobile, ritta presso il davanzale della sua finestra, la signorina
Sofia la guardava.

— Che fai, Laura!

La maestrina sorrise, malinconicamente. Con gli occhi indicò gli
scritti sparsi sulla tavola.

— Non vedi? Correggo compiti.

Rimasero mute per un po' tutte e due, contemplandosi.

— E tu che fai? — disse la Marangi.

— Nulla.

— Nulla? Troppo poco... Tu soffri, Sofia, tu soffri, lo so. Lo vedo.
Come sei pallida!

E il suo accento era buono e pietoso come i suoi buoni e dolci occhi
azzurrini.

Si levò dalla tavola e venne a porsi davanti alla finestra. Mise le
mani spiegate sul davanzale. E, gravemente, soggiunse:

— Senti, Sofia, lascialo! Io te lo volevo dire da tanto tempo! Pensa
a te, pensa a te! Quell'uomo lì non è fatto pel tuo carattere nobile
e fine. Lascialo. Egli ti lascerà, se non lo lasci. È tristo, è
ingeneroso... Perdonami, sai, non ti dolere..... È tristo, è tristo!..

Sofia Sponzilli tremava, bianca come un cencio. Tremavano le sue
piccole mani nervose e tormentavano i fascicoli del romanzo, il
gomitolo, il ricamo che Milia aveva dimenticato sulla finestra.

Rispose, piano:

— No... non posso.

— Ti lascerà! Lo vedrai.

— Ebbene se fa questo..... Vedrai, Laura!

La maestrina scosse la testa, pietosa. E si mise a riordinare,
macchinalmente, i suoi compiti sulla tavola.

— Tu non hai cuore per certe cose! — disse la Sponzilli, all'improvviso
— Tu non hai mai amato!

— Oh, figlia mia! — balbettò la maestrina, con tutta la commossa voce
del suo cuore pieno di ricordi e di rimprovero.

E le carte le sfuggirono di mano, ed ella chinò la testa e si sentì
piegare.

La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò lentamente lungo la
tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò,
muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di
lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò un degli scritti nel
mucchietto che se n'era posto davanti. La mano e lo scritto, rimasero
lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto
l'amor suo finito miseramente per una volgare questione d'interessi,
di denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente
pensionata, con un fratello ferroviere che or le voleva abbandonare per
ammogliarsi, e senz'altro, senz'altro, che uno stipendio meschino! E
senza più amore, e senza più speranza davanti allo oscuro avvenire!

Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò e vi nascose la faccia.

Ora tornava Milia, dalla ferrovia: si udiva il romore de' suoi
zoccoletti, su per le scale. La porta di casa della Sponzilli s'aperse
e sbattette con uno strepito breve. La Marangi non si mosse, non
levò il capo. Piangeva piano, col volto sul braccio piegato: piangeva
amaramente, senza sapere perchè.

Suonò, all'improvviso, un alto grido angoscioso. La servetta apparì
alla finestra, con le mani ne' capelli, con la faccia stravolta.

— Milia! — gridò la Marangi.

— S'è buttata dal balcone! S'è buttata giù!.. — urlava Milia — Ah,
Madonna del Carmine! Signorina! Oh, Dio! La signorina mia ha avuto la
risposta da quel giovane e s'è buttata!..

La Marangi si coperse la faccia con le mani. Tentò di levarsi. Ricadde
sulla seggiola.

Balbettava:

— Oh, Sofia! Oh, Sofia mia!.. Oh, Dio! Dio! Dio!..

Milia si schiaffeggiava, pazzamente, urlando:

— Dal balcone! Dal balcone!..

Sparse. La porta di casa s'aperse con un fracasso spaventoso. La
servetta si precipitò per le scale. E su per ogni pianerottolo
s'apersero subito altri usci, e nel cortile si popolarono tutte le
finestre.

Una voce, dall'alto disse:

— Chi s'è buttata?

Un'altra rispose:

— La Sponzilli... La figlia del maestro di musica. Dall'altra parte.
Nella via Brindisi.

E dalla via Brindisi un vocio confuso e crescente salì alle finestre.
Ora la folla entrava nel cortile, e se ne udiva il susurro. Portavano
qualcuno.

La Marangi inorridita, si trasse addietro e s'appoggiò allo spigolo
della tavola. Si sentì mancare. Si provò a chiamar la madre e la voce
le venne meno.

Qualcuno, di furia, scendeva dall'ultimo piano. Un prete. Era il
fratello d'una vedova, capellano a Santa Maria delle Paludi.

Si affrettava, pallidissimo, abbottonando la sottana al sommo del
petto, con la stola sul braccio.



«COCOTTE»


Erano le cinque ore del mattino. La grande lampada posta davanti alla
statua di legno di Sant'Ignazio ardeva nella cappella del carcere
femminile di Santa Maria ad Agnone, ancora addormentato. Fra poco le
recluse avrebbero udito la campana della sveglia e sarebbero scese a
borbottare le solite preghiere nella penombra di quel tempietto freddo
e malinconico, i cui quattro finestroni affacciano sul tortuoso vicolo
afrodisiaco intitolato dallo stesso nome delle prigioni e frequentato
da soldati e da vagabondi.

In quell'ora — l'ottobre era sugli ultimi suoi giorni — il vicolo,
affatto deserto, offeriva a' ratti o a qualche cagnuolo abbandonato e
vagante la copiosa vettovaglia de' suoi rifiuti e della sua spazzatura,
ammonticchiati qua e là. Due fanali a gas, dal muro di faccia alle
carceri — il muro cieco e altissimo d'un monastero di Clarisse —
stendevano due braccia di ferro, una delle quali, spiccandosi di
su la piccola porta antica del monastero, coronata da un festone
marmoreo e dallo stemma quattrocentesco d'una famiglia illustre,
si puntava proprio rimpetto a un dei finestroni della cappelletta
e ne inquadrava la sagoma sulla interna e prospiciente parete della
chiesuola, ove parte d'un vecchio quadro se ne illuminava anch'essa,
vagamente. L'altro fanale, molto più lontano, stava sulla garitta della
sentinella, addossata allo stesso muro claustrale, lì ove il vicolo
cominciava a far gomito, e a qualche passo dalla porta delle prigioni.

Il silenzio era alto, la notte fresca.

La sentinella — un soldato di fanteria, che s'era posto il fucile
ad armacollo — passeggiava, con le mani in saccoccia, e zufolava.
Talvolta, lasciandosi a dietro per buon tratto la sua garitta,
allungava il passo fino all'arco depresso ed oscuro ove il vicolo
terminava, in sopra, verso la deserta via de' Santi Apostoli. Talvolta,
soffermandosi, piantato sulle gambe allargate, il soldato interrogava
lungamente, con gli occhi in su, quella fetta di cielo che le alte
mura della prigione e del monastero parea che quasi attingessero con
le loro creste taglienti: un brano di cielo sereno, rischiarato come da
un lume prossimo e invisibile. Era imminente l'alba. Difatti, a poco a
poco, cominciò a mancare sopra la interna parete della chiesetta quel
riverbero giallastro che il lume del fanale vi stampava. Si liberarono
a mano a mano dall'ombra l'altare, le scranne in fila, i muri coperti
di vecchie tele e di quadretti votivi, il piccolo confessionile di cui
lo sportello era rimasto schiuso e uno scarabattolo a vetri, custodia
d'un presepe, addossato ad un de' pilastri.

Pareva come se da gran tempo quel luogo fosse rimasto abbandonato:
vi avevano conquistato ogni angolo le ragnatele, la poca cura della
suppellettile ve la lasciava coprirsi di polvere o di muffa e l'umidità
esalava un tanfo di terriccio rimosso. Continuando la luce a mostrare
quelle cose la breve navata del tempio anch'ella se ne abbeverò a poco
a poco tutta quanta. Si svelò, dietro l'altare, la porticina della
sagrestia e l'altare medesimo, carico di frasche e di candelieri, si
bagnò tutto del freddo chiaror mattinale: la tovaglia ad orlo ricamato
che v'era stesa sopra vi sembrava appiccicata con l'acqua. E come, per
un vetro rotto d'un de' finestroni, penetrava là dentro il vento di
volta in volta e sibilava, qualche volta, davanti alla statua di Santo
Ignazio, la fiamma della lampada, investita da una folata più veemente,
si inclinava e parea che si volesse spegnere a un tratto.

Era giorno, oramai. Le ore suonavano al vicino orologio dell'edificio
della Vicaria, lente e chiare. Nel vicolo s'arrestò in quel punto il
romore de' passi della sentinella: il soldato numerava que' rintocchi
della campana e aspettava il cambio. Difatti s'udirono altri passi,
frettolosi e pesanti, accostarsi dal lontano e subitamente davanti
alla garitta si posarono sul selciato, con uno strepito breve e
ferreo, i fucili: una voce dava la consegna, nel silenzio, e la voce
della sentinella rimossa le rispondeva piano, brevemente. Poi daccapo
risuonaron passi cadenzati e pesanti e s'allontanarono.

D'improvviso la porticella della sacrestia s'aperse tutta quanta. A
una a una, entrarono di là nella chiesa dodici suore della Carità e
sedettero a un banco, rimpetto all'altarino. L'ultima, una vecchietta,
si chiuse la porta a dietro e rimase impiedi, ritta, d'avanti alla
mensola dell'altare. Non s'era udito romore e quelle donne erano come
scivolate sul pavimento: dalle loro gonne molli e copiose non s'era
partito alcun fruscio. Ora, nella mezza luce, le cornette bianche
s'allineavano, quasi immobilmente.

Un colpetto di tosse ne scosse una, per un momento.


II.

La suora addossata all'altare si fece il segno della croce e disse:

— Sorelle mie, questo in cui ci troviamo per ordine della nostra
reverenda madre generale è il carcere femminile detto di Santa Maria
ad Agnone. Fino ad ora la cura delle sciagurate donne che sono qua
dentro è rimasta affidata ai Gesuiti. Ma vi sono tante necessità,
tante circostanze, non so come dire, per cui in una prigione femminile
valgono meglio le donne che gli uomini. Insomma, s'è creduto necessario
di farci venire qui a regolare non dico meglio, perchè i buoni padri
Gesuiti lo hanno fatto assai bene per quindici anni, ma con affetto,
con amore di sorelle, con tutte le cure di cui hanno bisogno, queste
povere anime vissute nel peccato.

S'interruppe. Il suo sguardo percorse la bianca fila delle cornette e
vi frugò sotto, come a interrogare le pallide facce che nascondevano,
in parecchie delle quali sarebbe stato difficile leggere: erano
volti da cui nulla traspariva per gli occhi, erano pupille immote,
inespressive, abituate al riverbero della passività di anime apatiche,
depresse dalla preghiera e dalla regola.

— Ho ancora qualche cosa da dirvi — soggiunse la superiora.

E mentre la chiesuola si rischiarava tutta quanta e di fuori già
suonavano voci confuse nel vicolo ella annunziò con voce più alta e più
lenta:

— Non tutte voialtre rimarrete qui, in servizio. Vi resterò io con otto
di voi. Basteremo.

Subitamente fu picchiato forte all'uscio della chiesa. Di fuori, dal
vasto cortile ove le recluse s'adunavano ogni giorno, una rauca voce
femminile urlò:

— Monache! Ohè, monache! Ove siete?..

La superiora additò l'uscio alle compagne e ordinò:

— Aprite.

La porta s'aperse. Un fiotto di luce si riversò dal cortile nella
chiesa e ne illuminò l'ultime scranne. Tre o quattro femmine apparvero
sul limitare dell'uscio e vi si arrestarono, irresolute.

Una di esse, con le mani in cintola, protese la testa arruffata.

— Ove siete? — gridò.

S'udiva, nel silenzio, il loro ansimare: come se avessero voluto per le
prime arrivare alla porticella della chiesa quelle donne respiravano
forte. E, fra tanto, per la scala de' dormitorii altre recluse
scendevano di furia nel cortile, urlando, ridendo, schiamazzando.

— Fuori, fuori! — strillò una che sopraggiungeva — Venite fuori,
monache! Vi vogliamo vedere!

Si fece largo tra le compagne, stese le braccia e tornò a gridare, in
fondo alla chiesa:

— Fuori! Fuori!

Le fece eco un urlio assordante.

— Fuori le monache!

Il cortile s'era affollato. Cento braccia si levavano, cento bocche
continuavano a urlare. Sul pozzo coverto tre o quattro delle recluse
erano saltate in piedi, per veder meglio. E a un tratto, nella folla,
avanzando, le suore apparvero e si raccolsero in un silenzioso gruppo,
di faccia al pozzo.

La superiora balbettò:

— Figliuole...

Gli urli copersero la sua voce. E si mescolarono a quello schiamazzo
spaventevole le apostrofi più insultanti, le più feroci invettive,
delle risate scroscianti, delle frasi impure e minacciose. Intanto
la scala de' dormitorii seguitava a rifornire il cortile: ora, più
lentamente, scendevano le anziane, orribili megere, discinte, qualcuna
scalza perfino, qualcuna appoggiata a un bastone.

Vi fu un momento di silenzio. La fila delle suore si rinserrava:
strette l'una all'altra, pallide, palpitanti, gli occhi pieni
dell'orrore della scena, esse affisavano sullo spettacolo insolito
il loro sguardo esterrefatto. E s'udiva in quel silenzio un balbettio
cadenzato, quasi un canto sommesso: una idiota sedeva al sommo della
scala dei dormitorii e cullava sulle ginocchia un fantoccio di stracci
la cui testa informe aveva incappucciata in una piccola cuffia bianca.
Il fantoccio andava su e giù in grembo all'idiota ed ella, piegata su
quel sudicio fagotto, seguitava a ninnarlo:

— Oh, oh!.. Dormi, figlio... oh, oh!..

— Taci! — le gridò una che le stava più da presso — Finiscila! Tutta la
santa giornata il lamento di questa scema!

— Insomma? — fece un'altra, rivolta alla superiora — Tu non parli, eh,
mamma vecchia?

— Ve lo dico io perchè non parla — esclamò un'altra — Questa santa
donna...

Scoppiò a ridere. E mosse incontro alla suora, minacciosa.


III.

Era una delle più singolari di quelle sciagurate. Alta, bionda, vestita
d'un camice roseo dalle larghe maniche orlate d'un pizzo gialletto che
s'era sciupato e sbrandellato, ella aveva dei braccialetti a' polsi,
e al collo nudo un filo d'oro da cui pendeva una medaglietta. Con la
mano sinistra ora raccoglieva sul fianco la vestaglia, e appariva da
quel lato, fino al polpaccio, la gamba calzata di seta nera; a' piedi
aveva scarpini bianchi, trapunti, d'un taglio elegante, e li trascinava
su pel sudicio selciato del cortile. Certo era stata bella un tempo:
ma adesso faceva paura. La sua voce rauca, alcoolizzata, d'un timbro
maschile, superava tutte le altre: un tremito spasmodico le agitava
di volta in volta le labbra, a' cui umidi angoli si raccoglieva
una lieve e lucente schiuma bavosa. De' grandi occhi azzurrini nei
quali palpitava quell'aura epilettica onde lo sguardo si esprime
singolarmente tra il terrore e lo spasimo, entro gli orli arrossati
delle palpebre ammiccavano di tanto in tanto, come offesi dalla troppa
luce.

— Non parla poichè ha scorno! Noi le facciamo scorno, si capisce! Non è
avvezza la santa donna!

Fece un altro passo. E posò la mano sulle braccia conserte della suora.
Sporse il capo. L'affisava, muta.

— Ti secca non è vero? Hai ragione. Delle suore tra le omicide, le
ladre, le male femmine!..

Incrociò le braccia anche lei. E a una a una, curiosamente, squadrò
le altre monache, immobili. Nessuna di costoro sostenne quello sguardo
sfacciato: le suore abbassarono gli occhi, rabbrividendo.

— Dunque rimarrete con noi, eh? — disse la bionda — Onoratissime!

— Rispondi! — urlò un'altra alla superiora — Rispondi a _Cocotte!_

La superiora mormorò:

— Sì; otto di noi. Le sceglierete voi stesse.

— Come! — disse quella che chiamavano _Cocotte_ — Ma davvero?

— La nostra madre generale vi accorda questa facoltà.

— Ohè! La sentite? Abbiamo il diritto di scegliere!

E _Cocotte_ si voltò a dietro, chiamando con la mano.

Cento voci urlarono:

— Alla scelta! Alla scelta!

L'orribile turba frenetica si riversò sulle suore e le circondò, le
agguantò, se le contese.

Proruppe un assordante vocio.

— Io voglio quella!

— Io questa!

— Io quest'altra!

— La bruna!

— La grassa!

— Quella più modesta!

— Di qua, di qua! Da questa parte!

— Silenzio! La vecchia vuol parlare!

— Ascoltate!..

— Un momento! Bisogna contare le prescelte! — disse una dal viso
sconciamente butterato — Devono essere otto...

Nel sole, davanti al pozzo, la fila delle suore aspettava.

Ora la butterata, con l'indice teso, s'era messa a contare.

— Una, due, tre, quattro...

— Sono sette — la interruppe _Cocotte_ — Ne manca una...

Lievemente una mano le sfiorò il gomito. Una voce le mormorò, piano:

— Prenda me...

_Cocotte_ si volse. La suora che le aveva parlato ora chinava la testa:
le sue braccia, nelle larghe maniche chiuse a' polsi, pendevano, come
abbandonate. Un tremito impercettibile le correva lungo le mani bianche
e nervose, che a un tratto s'afferrarono alla molle sottana azzurrina,
convulsamente, e se ne empirono, come se volessero strapparla.

Gli occhi arrossati della vecchia peccatrice cercarono di spiare tra
quel soggolo e quella cornetta.

Gli urli ricominciavano.

— Alla scelta! Alla scelta!

Disse _Cocotte_:

— Tocca a me. Scelgo io.

Stese la mano: prese il mento della suora tra pollice ed indice e
lentamente le sollevò la testa. Un viso quasi ancor infantile, una
pallida faccia di giovinetta si coperse subitamente di luce. Due grandi
occhi cilestrini s'affisarono sulla reclusa, ansiosi e sbigottiti.

— Ma guarda! — fece _Cocotte_ — È carina! Come ti chiamano?

La suora mormorò:

— Suora Vittoria.

_Cocotte_ le mise la mano sulla spalla, si volse alle compagne e
annunziò:

— Io scelgo questa.


IV.

A poco a poco il cortile si era vuotato. Ora un'improvvisa calura
sciroccale umida e greve occupava l'aria; il sole scottava. In quello
spiazzato irregolare, tutt'intorno rinserrato da muri alti e interrotti
da linee non simmetriche di finestre e di poggiuoli, la luce pioveva
come in un pozzo e vi si raccoglieva pesantemente. A uno de' poggiuoli
era seduta una reclusa, incinta, e rammendava un panno bianco che le
si distendeva sul ventre rotondo e gonfio: ella guardava abbasso, di
volta in volta, e levava un lembo del panno per passarlo e ripassarlo
sulla fronte sudata. Due altre donne, affacciate alla finestra accanto,
chiacchieravano, e una fumava una sigaretta e sputava continuamente
sotto, su un mucchio di calcinacci. E passavano e ripassavano
davanti alle alte finestre altre recluse e attraversavano corridoi e
dormitorii, dai quali usciva un confuso vocio, uno strepito di voci
discordi e di risate, un fracasso di porte e di vetrate sbattute. Nella
infermeria, i cui quattro poggiuoli stampavano sul bianco muro rivolto
a mezzodì il vivace colore de' loro stipiti dipinti di verde, una
suora già era sopraggiunta e apriva le persiane, sbattacchiandole sul
cortile. Accanto, vestita d'un camice grigiastro e tutta raccolta sopra
uno sgabelletto, a un cantone d'un altro poggiuolo, una malata infilava
alla gamba nuda una calza, e si voltava a quel romore.

Improvvisamente la campanella del refettorio tintinnò: le tre porte del
refettorio s'apersero, giù a pianterreno, sotto gli archi che da quel
lato gli facevano ricorrere davanti un breve peristilio. Erano le otto
del mattino e a quell'ora le recluse scendevano a sorbire il caffè.
S'udì subito là dentro un romore di panche trascinate sul pavimento,
s'udirono cozzare le chicchere e a un tratto, mentre si faceva un
silenzio profondo, una voce lenta, e nasale giunse di là fino al
cortile.

— Figliuole, un'altra giornata della nostra vita principia. Ringraziamo
la santa Vergine Maria che ci ha concesso di vivere quest'altra
giornata, e promettiamole di averla presente in tutte le nostre azioni.
Un'avemaria secondo la intenzione di ciascuna di voi.

Seguì un breve mormorio come di preghiere recitate sommessamente. Poi
ricominciarono lo strepito e il vocio.

— Hai sentito? — fece Cocotte a una spilungona che si trascinava
dietro una seggiola in cortile e vi cercava un posto all'ombra — Ci
raccomandano alla santa Vergine. I Gesuiti ci raccomandavano a quel
bravo Eterno Padre, ti ricordi?

Levò il braccio e puntò al refettorio la mano spiegata.

— Idiote! — minacciò.

E subito dette in una risata folle, tenendosi i fianchi, battendo i
piedi a terra, scotendo i pugni stretti.

L'altra aveva trovato l'ombra e s'era seduta. Aveva cavato un
coltellino e s'era messa a sbucciare un'arancia.

— Levati dal sole — ammonì.

E una voce, da una finestra, ripetette, forte:

— _Cocotte_, levati dal sole!

— Ieri il Padre Eterno, oggi la santa Vergine! — strillò _Cocotte_, —
Napoli! Roma! Firenze! Si cambia!

Ora s'accendeva e s'agitava, sorpresa da que' suoi vapori convulsivi
per cui si cominciava a mano a mano a mutare nel viso, a tremare, a
balbettare parole senza senso.

Fece ancora qualche passo verso gli archi del peristilio, e a un punto
si soffermò, piegandosi quasi, allungando il collo, spiando.

— La piccola!.. — mormorò.

Suora Vittoria appariva sotto un di quelli archi.

Allora l'epilettica le si avvicinò, pian piano, con un sorriso ebete.

— Badi! — fece alla suora quella dell'arancia, e si levò — Badi! È
malata!..

Suora Vittoria stese la mano, come per difendersi. _Cocotte_ glie
l'afferrò a volo e la strinse forte e la tenne fra le sue, borbottando.

Vi fu un silenzio pauroso. Ora l'epilettica, estatica, la bocca
spalancata, affisava la suora. E sul suo volto inquieto, impallidito
improvvisamente, e negli occhi suoi stralunati cresceva un terrore
subitaneo e angoscioso. Le sue labbra si sforzavano di articolar
parole che vi s'interrompevano confusamente e vi morivano tra un suono
gutturale. Poi, lentamente, le sue mani si rilassarono. Il balbettio
scemò, s'udì appena. Or ella si ritraeva, tutta raccolta sopra se
stessa, piegata, in un atteggiamento di bestia.

Mise un alto strido, d'un subito, e barcollò.

— Scendi, Rita! — gridò la spilungona a una finestra — Porta un cuscino!

Accorreva, con la bocca ancor piena.

— Qui! Qui! Voialtre! — vociava.

Sopraggiungevano le recluse, dal refettorio. _Cocotte_ era caduta sul
selciato, con un tonfo sordo. E come la suora, in quel punto, le aveva
profferto le braccia l'epilettica le si era avvinghiata a' fianchi, se
l'era trascinata addosso e se la premeva sul petto ansante.

Al sole ardente che lo investiva quel groppo di membra s'aggrovigliava
e sobbalzava. Le braccia di _Cocotte_, nude fino alla scapola
percotevano l'aria, i suoi denti stridevano, ed ella mugolava, come un
bruto ferito.

— Lasciala! — gridò la butterata alla suora — Scostati!..

Si chinò, l'afferrò per la vita e tentò di svellerla da quelle braccia
irrigidite e tenaci.

— Lasciala! — incalzava.

Ora _Cocotte_, sfinita, ricadeva di peso e restava immota.

La suora le passò una mano sotto il capo, si piegò, posò la sua guancia
su quella faccia stravolta e bruttata di sozza bava sanguigna.

La butterata, ginocchioni, le urlava, faccia a faccia:

— Ma sei pazza?..

La suora balbettò, soffocata da' singhiozzi:

— Mia madre.



INDICE


  L'ignoto                   pag.  9
  Un «caso»                    »  41
  Vecchie conoscenze           »  57
  Il posto                     »  83
  Totò cuor d'oro              »  95
  Quella delle ciliege         » 109
  La taglia                    » 125
  Pesci fuor d'acqua           » 137
  Donna Clorinda               » 165
  Quarto piano, interno 4      » 187
  «Cocotte»                    » 201



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  I VAGABONDI

  MALVA — KONOVALOV — TCKELKACHE — IL PRINCIPE CHARCKO PTADZÈ

  ... In queste quattro novelle l'autore narra la esistenza errabonda
  dei miserabili, dei ladri, dei pezzenti fra i quali egli trascorse
  la sua adolescenza, la sua giovinezza. Sono pagine tristi senza
  alcun raggio di sole, dominate da una filosofia ironica e da
  un pessimismo intenso, dove un'anima veramente soffre, anelando
  alla luce, in una manifestazione d'arte irrequieta e convulsa,
  fantastica certe volte, quando l'autore si abbandona agl'impeti
  della fantasia gagliarda...

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  1.º PAOLO ORANO — Psicologia sociale          L. 3,00
  2.º B. KING e T. OKEY — L'Italia d'oggi       »  4,00
  3.º ETTORE CICCOTTI — Psicologia del
       Movimento socialista                     »  3,00
  4.º G. AMADORI-VIRGILJ — L'Istituto famigliare
       nelle società primordiali                »  2,50
  5.º A. MARTIN — L'educazione del carattere    »  5,00
  6.º G. DE LORENZO — India e Buddhismo
       antico                                   »  3,50
  7.º V. SPINAZZOLA — Le origini ed il
       cammino dell'Arte                        »  3,50

    _In preparazione:_

  F. CARABELLESE — Nord e Sud attraverso i secoli.


  Piccola biblioteca di Cultura Moderna

  1.º A. G. Amatucci — Il pensiero di E. Ibsen.
       (Esaurito).
  2.º C. CHIARINI — La Casa della Fama          L. 1,00
  3.º A. BARAGIOLA — Il Canto popolare
       tedesco                                  »  1,00
  4.º P. CHIMIENTI — Bismarck nei suoi
       ricordi e pensieri                       »  1,00
  5.º ITALO PIZZI — Pessimismo orientale        »  1,00

    _In preparazione:_

  E. BARTOLI — Sacuntala.
  F. CARABELLESE — Nicolò Spinelli da Giovinazzo.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Nella vita: novelle" ***

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