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Title: Storia di Milano vol. 1
Author: Verri, Pietro
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Storia di Milano vol. 1" ***

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                                 STORIA
                               DI MILANO


                               DEL CONTE

                              PIETRO VERRI


                          COLLA CONTINUAZIONE


                                TOMO I.



                                 MILANO
                    PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA
                     Contrada de' Due Muri, N. 1044
                                  1850



NOTIZIE

DI PIETRO VERRI


Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati
filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno di Maria Teresa, a
stento so contenermi nei limiti di una quasi cronologica brevità, cui
mi astringe il piano che mi sono prescritto in questa Raccolta. Tale è
la vastità e l'importanza dei servigi da esso prestati, che il parlare
adequatamente di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia
pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua l'opera immortale del
censimento, già precedentemente compita, tutte le importanti riforme
della pubblica amministrazione si eseguirono nel periodo della sua
magistratura; egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili
fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è ancor recente
e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed essendo queste Notizie
susseguite dalla collezione delle sue opere economiche, ora in parte
per la prima volta pubblicate, si rende indifferente, anzi superfluo,
il parlare estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il
voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi dinanzi
le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo pertanto il mio
metodo, mi accontenterò di delineare sommariamente le epoche memorabili
della sua vita.

Nacque PIETRO VERRI in Milano al 12 di dicembre dell'anno 1728. Il
di lui padre Gabriele dovette in gran parte ai personali suoi meriti
l'essere stato successivamente promosso a diverse eminenti cariche;
e fu per ultimo presidente del Senato. Egli si è pur distinto nelle
lettere; e si hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali,
dei commenti al principal codice di esse, e una voluminosa compilazione
della storia della Lombardia, che rimase manoscritta.

Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza e
della prima gioventù del nostro autore, potrà riscontrarli nell'Elogio
che recentemente ne ha pubblicato l'abate Isidoro Bianchi, già per
altre opere benemerito de' buoni studii[1]. Egli ha seguito un'altra
via da quella che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente
tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu mio scopo
di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può servire a far
distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato di tramandare la
sua memoria alla posterità.

Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività e
dell'acume della sua mente; ma non gli si era ancora offerta occasione
di esercitarla in qualche rilevante travaglio, onde si avesse potuto
apprezzarne la vastità e il vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse
distratto per sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di
private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare col rango
di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase fino al dicembre del
1760.

Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica,
riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e quelli
dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla situazione
della sua patria, l'occuparono a preferenza. Ma per meglio conoscere
l'importanza di quanto in séguito operò e scrisse, gioverà di
veder riferito da lui medesimo qual era in allora lo stato della
Lombardia[2].

«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno sa e si ricorda
quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse da noi l'industria
per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente
ripartito, il tributo sulle terre ci offriva lo spettacolo di molti
campi abbandonati dai proprietari alla comunità: la tassa personale
esuberantemente aggravata, rendeva spopolati altri distretti e priva
la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all'interna
comunicazione pel trasporto delle derrate, sempre più allontanavano
i reciprochi soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la
morte a chi cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura,
invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i
tributi delle dogane, appaltati a diverse compagnie, interponevano un
contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano:
le scienze, le nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della
verità, che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e separare
le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiati: uno
studio di parole, una servile venerazione o imitazione, erano lo scopo
che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un
ostinato spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del bene, teneva
in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; e, dimentichi di noi
stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e
di continuo fra le generazioni passate e le a venire, anzi che una
generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il
deposito delle umane cognizioni».

Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli
nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero te cause,
perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, fu lo scopo cui Verri
diresse la maggior contenzione dei suoi studii. Non omise fatica onde,
colla scorta della storia e spogliando i farraginosi documenti delle
diverse amministrazioni, svolgere le vere cause che avevano potuto
ridurre a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco e
potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva di squisita
erudizione, la quale, dopo di averne egli usato in tante sue opere per
più di trenta anni successivi, era ancor lungi dall'essere esausta.

Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò egli un compagno
degno di lui e non men caldo di amor patrio, nella persona del marchese
Cesare Beccaria. La costanza e la sincerità della loro amicizia fu
ammirabile. Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente
confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili senza
presunzione, percorsero la stessa carriera di studii e di cariche, e si
mantennero amici fino alla morte. Nè solo sinceramente si compiacevano
dei loro vicendevoli progressi; ma come il genio profondissimo di
Beccaria, quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato dalla
sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi di chi, al pari
di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo, Verri fu quello che
si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove notato[3] che alla sua
benemerita importunità dee il pubblico l'immortale opera _Dei delitti
e delle pene_, e l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è
risultata.

Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. Quindi
Pietro Verri e Beccaria divennero il centro dì un'unione d'illustri
giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la
prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri,
e si resero in séguito famosi sotto il nome di _Società del Caffè_,
dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che
pubblicarono per due anni sul modello dello _Spettatore Inglese_, cui
però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti,
nell'eleganza e nella profondità[4].

A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi
saggi de' suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di
circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand'altro di meglio
non avesse fatto, pubblicò egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un
Dialogo su le monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi
molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessanti _sul
commercio_ e _sul lusso_. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori
che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma
pregevol opera data in luce in quell'anno da Beccaria _sul disordine
delle monete_; e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e
chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano, cui
si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelle
_Meditazioni sull'Economia Politica_ e nella _Consulta_ che sullo
stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel 1772. Essa ha
dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrina nell'esecuzione della
riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse
esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo
così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni
che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori d'un
piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare
le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad
accrescere l'esportazione, ad animare l'industria; pensiamo ad
avere _moneta buona_, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga
dell'impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera
persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con minor disprezzo,
o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle
attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte
di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di
sua mano, che egli _lo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non
si potesse con minor noia e maggior chiarezza combattere i pregiudizii
del volgo in questa materia_.

L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu pur quella
in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva,
col 1765, il novennio della Ferma generale[5]. Perciò l'imperatrice,
mentre volle che nel nuovo appalto il regio erario fosse interessato
per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri
coll'incarico di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei
dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni,
venne pur Verri nominato alla carica di consigliere presso la Giunta
stessa, con voto deliberativo.

Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole
estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto l'aver
egli trasmesso nell'anno precedente al principe Kaunitz un volume
di _Considerazioni sul commercio dello stato di Milano_, opera,
per erudizione e dottrina, certamente superiore alla sua età e ai
tempi in cui la scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti,
della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al
1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera
rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1769 con nuove
interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del
Senato, segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo
di _Memorie sull'economia pubblica dello stato di Milano_ allorchè fu
sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.

All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un
indefesso travaglio, a compilare il primo _Bilancio del commercio della
Lombardia_, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo
privato. Affine di ottenere l'esattezza nelle copie, difficilissima
in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel
numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici,
e spedire alla corte. La notabile passività che risultava da quel
bilancio, diede luogo alla stampa di una _Lettera critica_, nella
quale all'opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato
di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il
falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al
principe Kaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le
viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne trasse argomento per
anticipare un'utilissima disposizione. Molto importante, anche per far
conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento
al ministro plenipotenziario conte di Firmian[6]; ed è la seguente:

«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise
il _Bilancio_, stampato dal conte Pietro Verri, _del commercio dello
stato di Milano_, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può
ben essere persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per
approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità del governo;
e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto che il detto
cavaliere, di cui peraltro mi piace l'ingegno e la scelta che ha fatto
de' suoi studii, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor
giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento ciò che,
prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al governo, gli avrebbe fatto
dell'onore, se non altro per l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma
posto che è rotto il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare,
col maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove milioni
di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici
milioni di sopravanzo annuo, che risultano dalla _Lettera critica_
al medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perchè
l'autore non potè essere autorizzato a riconoscere i fondi originali
per fissare dati certi, e credo egualmente che non sussista il calcolo
annesso alla _Lettera critica_, perchè si vede dettata da un puro
spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla
Giunta di subito applicarsi a riconoscere, per quanto sia praticabile,
lo stato attivo e passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le
esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile
colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la
bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocchè i paesi
circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino
poi in diffidenza per mancanza di una dimostrazione che decida».

In adempimento del superiore comando, fu delegato dalla Giunta alla
compilazione del nuovo bilancio lo stesso consigliere Verri, unitamente
al di lui collega consigliere Maraviglia. Questa vasta operazione
venne compita in meno di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e
l'esattezza dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che
ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre del
1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione anche a' tempi
presenti. Quel bilancio offriva in risultato un'attività di lire
15,387,034. 16. 2, e una passività di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò
il commercio passivo era maggiore di lire 1,593,453. 9. 2.

Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della nuova Ferma
mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa dimostrate da Verri
in tutte le operazioni della Giunta, gli ottennero che fosse dalla
corte onorevolmente prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella
Ferma stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere nel
Supremo Consiglio di Economia[7].

L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati da ogni
cura della pubblica amministrazione, che l'esercizio delle finanze
si coperse d'impenetrabile mistero; ed il sovrano, che pur vedeva i
miseri suoi popoli spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri,
era nell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di lumi onde
far amministrare direttamente le proprie rendite. Fu un tratto della
più sublime sapienza l'istituzione della Ferma mista. Per tal modo
il rappresentante del principe ha potuto conoscere l'entità delle
pubbliche rendite, il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti.
Verri, giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza, vi
si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la stessa aspettazione
della corte, sicchè questa fu in grado di anticipare di cinque anni il
compimento dell'ideata riforma, col decretare nel 1770 la cessazione
della Ferma delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica.

Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile di Verri
volle estendersi anche alla discussione, che allora si era mossa,
per la riforma del sistema dell'annona. Quindi scrisse nel 1769 le
_Riflessioni su le leggi vincolanti nel commercio dei grani_, lo scopo
e l'esito delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento
che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle stampe.
«Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione in cui si voleva
sgombrare l'amministrazione pubblica dalle nebbie e dagli errori
consacrati dall'antichità. Si credeva che i soli mezzi per salvare
la provincia dalla carestia fossero i vincoli; e quindi una legge
obbligava a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge
obbligava a introdurne una data porzione nelle città; pene severissime
erano imposte a chi ammassasse grano senza una patente; cautele su
la macina de' mugnai, cautele sul trasporto interno, proibizione
dell'uscita de' grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava
sul prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano le
dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li teneva tenacemente
a difendere la pretesa saviezza delle leggi tramandateci da' maggiori.
Vi voleva del coraggio per comparire nell'arena in favore del ben
pubblico contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure,
malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di chi disponeva
dell'economia pubblica la luce della ragione ebbe accesso, e si
screditarono gli errori. Quindi leggi libere si promulgarono, e da
venti anni a questa parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di
carestia».

Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio nella
Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra non men grave
incumbenza, preparatoria anch'essa al sistema dell'amministrazione
economica. Oltre i principali rami di finanze amministrate da'
fermieri, molti altri ne esistevano, i quali erano stati alienati o
dati in cauzione a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che,
nelle calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio danaro
ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che tutte queste regalìe
dovessero essere avocate al sovrano. Il progetto per la redenzione
delle medesime cominciò ad essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu
istituita una Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono
le massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni,
bastò l'esperienza di un anno a provare che non si poteva esigere dalla
loro opera quella celerità che era necessaria. Perciò con dispaccio 19
ottobre 1767, soppressa la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo
Consiglio di Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769
venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani ad eseguire
la liquidazione e classificazione delle regalìe da redimersi; travaglio
arduo, complicato, minuziosissimo, cui tuttavia ridusse a termine con
distinta lode nel 1770.

Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col quale si
dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa de' fermieri per il
rimborso degli utili de' cinque anni che ancor rimanevano alla scadenza
dell'appalto, i quali furono a stento ridotti a sette milioni, finì
d'illuminare la corte sull'immensità del danno che da simili appalti
era fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del principe
Kaunitz al conte di Firmian[8], quello zelantissimo ministro così ne
scriveva: «Io devo ingenuamente confessare a V. E., che finora non mi
è bastato l'animo di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli
annui utili, toccata nel primo triennio al regio erario per la sua
interessenza nella scadente Ferma mista, poichè dal quantitativo di
questa terza parte avrebbero le medesime facilmente potuto calcolare
l'importo delle altre due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro
ammontare ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo ricompensata
con congrui appuntamenti l'opera di essi come rappresentanti la Ferma,
non potrebbe a meno di parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere
che non rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti
questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e che S. M.
l'imperatore non avea torlo a dire _che i fermieri succhiavano il
sangue de' Milanesi e Mantovani_. Dal confronto poi degli utili degli
stessi fermieri colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le
MM. LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che incumbono
all'erario per l'amministrazione della provincia, il sovrano ritrae da
questa molto meno dei fermieri: comparazione veramente odiosa, e che
darebbe da pensar molto su questo articolo».

La nuova amministrazione delle finanze venne formata sulla traccia di
quella che, con prospero successo, già trovavasi in attività nei Paesi
Bassi austriaci, e quindi distinta in tre parti: I. Amministrazione
generale; II. Controlleria della detta amministrazione; III. Riforma e
legislazione. Fu delegata la prima al magistrato camerale, la seconda
ad una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa. Contro
il solito delle riforme, è stata questa eseguila con tanto spirito
d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte Antonio Greppi, fu
assunto al regio servizio nella Camera de' conti. Il principe Kaunitz,
in un suo rapporto fatto all'imperatrice nel 1771, qualificò il Greppi
_qual uomo di mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato
la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che odiavano la
Ferma_.

Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome fu la più
attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di esagerare, che quasi
l'intiera sistemazione dell'amministrazione economica delle finanze è
stata affidata a lui solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa
di un piano organico; e dal proemio di essa si evince che la forza
della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior vastità
de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo a render conto de'
propri pensieri; egli così si esprime[9]: «Organizzare un corpo di
amministrazione del tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè
non vi penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli
affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria nazionale ad
un tempo; gettare i semi delle riforme da farsi nel tributo, parte la
più importante e irritabile del corpo politico; suggerire il metodo
col quale più rapidamente, ma nel tempo medesimo con passi più fermi
e sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più innocua e
adattata al bene della società; diminuire al possibile le spese della
percezione; lasciare tutta la libertà all'industria, componibile col
tributo destinato a proteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le
leggi della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la luce
sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la natura del quesito,
sul quale scriverò come le deboli mie forze lo permettono».

Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa.
Basterà a dare un'idea di questa improba fatica la sola nomenclatura
de' travagli da esso presentati su tal proposito al magistrato
camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di
Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale
dei generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello stesso
anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 marzo 1774, lo
spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo, il
30 maggio, pure detto anno, il progetto della nuova tariffa. A fine
di render giustizia a chi gli avea giovato co' suoi consigli, così si
esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il progetto medesimo:
«Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le avessi
sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, sentii
il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, lo chiesi e l'ottenni.
S. E. il signor conte presidente Carli ebbe la bontà d'interessarsene
meco, discutere le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i signori
consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte
Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi
meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo progetto
è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova
da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra la maturità e la
ponderazione con cui procedeva nei suoi travagli.

L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera ha reso alla sua
patria, risulterà maggiore dal riflettere allo stato delle finanze di
quel tempo. La daziaria era allora divisa in altrettante giurisdizioni,
quante erano le provincie che componevano il ducato di Milano, e in
ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione
del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano
talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce[10]. Era tanto mal
calcolata la tariffa, che in più di trecento casi i rappresentanti
la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati
di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge, _per non
annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dello
Stato_[11]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un
errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto,
sul danno risultante all'erario dal soverchio aggravio del tributo
nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La
corte, nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa
tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma
la faraggine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente
dimostrata, che quella non esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così
ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo
indiretto quella regolarità di principii e quella semplice uniformità
cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e
come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, del pari la
nuova tariffa il fu per l'industria e per il commercio.

Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui
sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar
agio per occuparsi ancora de' favoriti suoi studii? Eppure fu in
quel tempo che egli si produsse di nuovo in pubblico come scrittore
di economia e come metafisico, stampando nel 1771 le _Meditazioni
sull'economia politica_, e nel 1773 il _Discorso sull'indole del
piacere e del dolore_.

Le _Meditazioni_ sono state accolte con singolare applauso. In due
anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo, nel 1773,
a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda in tedesco, nel 1774.
Quest'opera può essere considerata il deposito de' principii che egli
ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del
metodo che tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione
alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad altri
suoi Discorsi[12]. «L'economia politica, dic'egli, è la materia più
vasta de' delirii di chiunque, e una specie di medicina empirica, che
serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e
potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere
facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo
tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a
molti autori. Essi, dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi
idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere
d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli elementi delle cose,
sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti, hanno innalzate le loro
speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii
anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del
sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte
le idee mie hanno cominciato coll'essere idee semplici e particolari;
poi, coll'occasione di esaminare oggetti reali, accozzate, disputate,
contraddette, si sono andate componendo, e le generali idee sono
emanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo
metodo non ha il merito certamente di essere il più breve, nè il
meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole
accoglienza che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo
vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci
anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra
gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l'essere conosciuto un buon
cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della
virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che
producono la felicità dello Stato».

Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli oppositori; essa
aveva una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di
dimostrare erronee le venerate massime dei nostri maggiori. Perciò
gl'invidiosi e gl'idolatri delle proprie abitudini ne dovevano muover
schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo
M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli, col titolo di _Esame breve e
succinto_, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui
si propose di contraddire da capo a fondo alle _Meditazioni_, e di fare
una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere
che, con un tal sistema, la popolazione deperiva nello Stato,
l'agricoltura vi era negletta, l'industria languente, il commercio
passivo e i racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come
una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, benchè
più ragionevole, suscitò l'invidia in un uomo il quale era altronde
fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto.
Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo
Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui[13] qual
fu il principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco
onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira quasi ad
ogni pagina. Dice in un luogo: _L'oceano ingoia le navi e le isole,
un terremoto distrugge le città, una voragine abissa un paese, un
autor fervido confonde e trasforma i principii dell'Economia Politica,
tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira_. Mentre
affetta di parlar sempre dell'_autore anonimo_, fino ad asserire
che egli siasi _impenetrabilmente tenuto occulto_, si cura poscia di
rimarcare che _si sono veduti dei bilanci stampati, i quali, se non
hanno discreditata la nazione, perchè i fatti veri trionfano su le
illusioni della mente, hanno onorato poco l'autore che gli ha formati_;
con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa
delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alle _Meditazioni_,
nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l'anno 1772, in cui
non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una
reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e
si è di sopra veduto che Verri consultò lealmente il suo antagonista
sul Progetto della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza
dell'utilità de' suoi suggerimenti.

Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe alle
_Meditazioni_, cioè il _Discorso sull'indole del piacere e del
dolore_. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere consiste
nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe ornare con tutta
la magia dello stile e i magnifici colori dell'immaginazione, benchè
forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle
umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che
«il prodigioso avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro,
d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di
esserlo tosto che si conosca essere spuntati quei secoli dai dolori
e da così turbolenti governi, che gli uomini ricevettero le massime
spinte per agire[14]».

Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare
l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso che promoveva
co' proprii scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno
sollecito il sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive
promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto consigliere
del Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel
1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure affidata
l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato vicepresidente
con diploma onorevolissimo[15]. Nel 1780 fu promosso alla carica di
presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte
Carli. Nel 1783 fu decorato del grado di consigliere intimo attuale
di Stato, e nello stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano.
L'erezione della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento
dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio
2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica di Slesia e di
quella d'arti e manifatture di Londra[16], procurò a Verri una nuova
testimonianza della confidenza della corte, coll'essere destinato
conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne
alla sua prima adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle
stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la
lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la giustezza delle
vedute, la finezza colla quale l'autore ha saputo toccare gli oggetti
più importanti della pubblica amministrazione, e combinarli collo
scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale,
sono altrettanti motivi per i quali egli ha diritto all'applauso da lui
ottenuto»[17].

Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile,
riformatore della parte più complicata e difficile dell'amministrazione
dello Stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi
separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che
poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo più
fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere
indifferente nell'universal gara de' saggi onde ottenere che fossero
proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano.
L'abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi.
Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile
abuso[18]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza
de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto impossibile,
confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il fatto delle unzioni
venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630.
L'ordine, la chiarezza, la forza de' raziocinii e l'insinuantesi
fluidità del suo stile trovansi nelle _Osservazioni su la Tortura_ in
un grado eminente. Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se
dico che quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo era
Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei
pezzi di processo scritti col barbaro frasario de' tribunali, ancor
più barbaro a que' tempi; d'insinuare l'austerità de' ragionamenti
per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di
trasfondere ne' suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua
stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di
quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima
avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di crudeltà nel legale
assassinio di tanti innocenti. Si credette che l'estimazione del senato
potesse restar macchiata per la propalazione dell'antica infamia.
Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò
all'idea di dare alle stampe le sue _Osservazioni_; e così il pubblico
rimase defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di
eguale argomento avrebbe riportato la palma.

La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le
successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse,
gli aperse la via ad un più vasto lavoro, la _Storia di Milano_. Fino
a lui non si aveano che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte
esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di
sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei
materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre per antica potenza
e per tante vicende, deve riconoscere in Verri il primo suo storico
che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla
morte dell'ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche
pregio di eleganza tipografica[19]. La nitidezza della edizione,
la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile e la
filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero il generale applauso
degl'intendenti. Dell'imparzialità da esso osservata così rende ragione
egli stesso in fine della prefazione; «Ho rappresentato lo stato
de' nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato
la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho
imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la
gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione
dei tempi. Destiamoci ora noi, per trasmettere ai posteri costumi ed
azioni che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun
ornamento».

Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi
studii divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche
attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregievoli
memorie sulle riforme del 1786, e sullo stato politico del Milanese
nel 1790, _unicamente_, come si espresse, _per dare sfogo alle sue idee
sulla pubblica felicità_.

La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, seguíta nel
1784, lo determinò a scrivere le _Memorie_ della sua vita e de' suoi
studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed
infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della
sua dolente amicizia. Ma due monumenti gli fece erigere: uno nella
chiesa della sua villa di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti
di Sant'Alessandro di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo
di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita
una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, scolpito dallo stesso
Franchi a spese del celebre astronomo Oriani, fu collocato nel ginnasio
di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri italiani morti a' nostri
tempi che abbiano ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure
nol debbono che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi e
Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti,
quanto non è doloroso e umiliante che, anche nel poco che si è fatto,
la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire a tutto per
onorare la memoria degli uomini grandi?[20]

Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe
in Italia la forza preponderante delle armate francesi. Allora, sotto
la licenza di un governo militare, tutte le passioni si sfrenarono, e
l'irritazione de' diversi interessi introdussero la discordia tra i
cittadini. Nei principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far
parte della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di quel
Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della
pubblica amministrazione, ma che, per le cabale di coloro che avevano
interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar
segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più
ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in parte la
sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in quella violenza
di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni,
resero quasi affatto vana la lusinga. Tuttavia la felicità della patria
fu il costante scopo dei suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi
più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di
tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che sì
bene esprimevano le commozioni della sua anima.

Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de' nuovi
governanti, le sue _Riflessioni_ sull'annona, scritte ventisette anni
prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo
volume della _Storia di Milano_, che venne poi condotto a termine
dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica
benemerenza, se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. È il
primo di aver interpolato i propri supplimenti alle lacune lasciate
dall'autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la
pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di
storici antichi e moderni. L'altro, di aver violato la protesta da
lui fatta[21] di trascrivere _fedelmente_ i frammenti dell'autore,
mentre osò di _mutilarli_. Queste arbitrarie alterazioni, le quali
avrebbero pregiudicato alla fama di Verri se dessa stata non fosse
solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto
eseguita un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa
ristabilire il testo della _Storia_ nella sua integrità, aggiungendovi
i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al
regno di Maria Teresa.

Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo
volume della _Storia di Milano_, si sarà già eccitato nell'animo de'
lettori il presentimento di un qualche disastro. Ed uno infatti sommo
e irreparabile ne era accaduto; ma a lui non già, che placidamente era
trapassato alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che
privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi
improvvisamente, colpito d'apoplessia nella sala della municipalità,
nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17
giorni.

Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe
una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, fece sua sposa Vincenza Melzi,
che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della
numerosa prole che da essa ottenne, la costante delizia degli ultimi
anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a
lui superstite nel fiore dell'età, gli fece erigere nella cappella
gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento,
accanto al sepolcro ch'egli stesso, vivendo, si avea preparato.

Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed Alessandro,
si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo,
illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, due utili saggi su la
coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi
inseriti nel foglio periodico del _Caffè_, scrisse le _Avventure della
poetessa Saffo_, la nota tragedia della _Congiura di Milano contro
Galeazzo Sforza_[22], e le _Notti Romane al sepolcro de' Scipioni_, che
gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa[23].

Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quella di Mantova,
di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. Oltre una continua
corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione
di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt
d'Avenstein, il conte di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani,
ed altri molti.

La rimembranza delle sue qualità personali accresce il dolore della
sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato;
ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi,
benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella
gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante
per la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene de'
suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa
passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno
incessante, insaziabile, e che continuamente lo tormentava. Scrisse
molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo
filosofo, o l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse
direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile
argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo stile, benchè
talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre
immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà
ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a
dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella
sua anima.

Nelle _Riflessioni sull'annona_[24], dopo di aver dimostrato il mal uso
delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante
di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell'abbandono,
soggiugne: «Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di
compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. Non pretendo
che alcuno rendasi duro ai gemiti dei miseri cittadini, pretendo
soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si
benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda
la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che offenda la causa
dell'umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è
sempre stata e lo sarà, finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò.
Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa
liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!»

Altrove[25] dichiara i suoi principii politici nei seguenti termini:
«Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati e conosciuti i sacri
diritti dell'uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente
lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza
e ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione di un
mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunciare con frutto
gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile,
che, associandosi, non può averlo fatto che per il miglior genere di
vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza
ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, sparsi
e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a stento raffreno,
scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di
promuovere il bene degli uomini, non col linguaggio del sentimento,
ma coll'analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il
bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo
la elevazione del genio e la calda virtù di chi, posto in privata
condizione, si erge a tuonare sull'abuso della forza, e vorrebbe far
arrossire gli uomini in carica de' loro vizi e dei loro errori. Se
perciò l'umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe
quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si
ottiene generalmente sollecitando l'interesse personale, che non si fa
interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s'innalzino».

Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza della
filosofia negli Stati[26]. «Gli uomini di lettere, dice egli, hanno
maggiore influenza del destino delle generazioni venture, di quanto ne
abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi
de' lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù
s'innestano; e l'uomo di lettere determina le opinioni del secolo che
vien dopo di lui. I libri de' filosofi son quelli che hanno finalmente
costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche,
a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire
colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; a limitare
i supplizi ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al
merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi, scaltramente
simulando, adulava gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo
debitori se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati
e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati
la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida
gravità; se, conoscendosi meglio la morale e i doveri dell'uomo e del
cittadino, l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e
non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di una simulata
religione. Insomma, i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati
durante la loro vita, determinano alla perfine l'opinione; la verità
si dilata, da alcuni pochi si comunica ai molti, da questi ai più;
s'illuminano i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole
e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, che, senza
pericolo, non si sarebbero presentate fra le tenebre dell'ignoranza.
L'opinione dirige la fortuna e i buoni libri dirigono l'opinione,
sovrana immortale del mondo».

Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più
durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d'ogni elogio ne' proprii
scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e dei beneficii
da esso recati alla sua patria. Nell'adempire a questo ufficio mi si
ravviva nell'animo il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che
allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera
occasione mi aveva concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter
studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de' suoi consigli.



PREFAZIONE


Abbiamo un buon numero di scrittori della Storia e della erudizione
patria; eppure pochi sono i Milanesi, anche scegliendo gli uomini
colti, i quali abbiano un'idea della Storia del loro paese. Questa
generale oscurità ci dispiace, e talvolta ancor ci pregiudica; ma gli
ostacoli che dovremo superare per acquistarne la notizia, sono tanti e
sì difficili, che, affrontati appena, ci sgomentano; e, trattine alcuni
pochi eruditi per mestiere, i quali si appiattano a vivere fra i codici
e le pergamene, non vi è chi ardisca di vincerli. Il Calchi, l'Alciati,
il Corio han qualche nome. Sono preziosi monumenti de' secoli barbari
gli scritti di Arnolfo, dei due Landolfi, di sire Raul, di Bonvicino
da Ripa, del Fiamma, di Giovanni da Cermenate, di Bonincontro Morigia
e di Pietro Azario. Abbiamo le Memorie di Andrea Biglia, di Giovanni
Simonetta, di Donato Bossi, del Merula, del Bugatti, di Bonaventura
Castiglioni, di Gianantonio Castiglioni, del Puricelli, del Bescapè,
del Ripamonti, di Francesco Castelli, del Benaglia, di Paolo Morigia,
del Besozzi, del conte Gualdo Priorato, del Somaglia, del Torri, del
Besta, di Andrea de Prato e di altri, i quali, o hanno scritta la
Storia dell'età loro in Milano, ovvero hanno illustrato il sistema
politico del nostro governo, o in altro modo hanno lasciato memorie
dello stato della città al loro tempo. Negli anni a noi più vicini,
il Grazioli, il Lattuada, il Sormani molto hanno travagliato per
porre in chiaro le cose della nostra città. Una singolar menzione
d'onore merita da ogni buon cittadino, e da me particolarmente, il
signor conte Giorgio Giulini, uomo che ha consacrata e logorata la sua
vita, per dar luce ai sei più tenebrosi secoli della nostra Istoria,
con una ostinata fatica di molti anni, e tale, che, superando le sue
forze fisiche, lo ha ridotto a languire più mesi, indi a terminare i
suoi giorni. Chiunque prenderà nelle mani la voluminosa opera di quel
benemerito cavaliere, non potrà giudicarne con equità, se prima non
distingua l'antiquario dallo storico; il primo cerca di sviluppare la
verità di tutti gli antichi fatti, e non ne omette alcuno quand'abbia
soltanto la probabilità che debba un giorno servire anche a una privata
famiglia, e dispone in ordine un vastissimo magazzino di memorie; il
secondo trasceglie dalla serie dei fatti antichi i soli importanti e
caratteristici, li collega, e presenta quindi al lettore un séguito
di pitture, atte a stamparsi facilmente nella memoria, dilettevoli
ed utili a contemplarsi. Il conte Giulini non ha pensato mai di
pubblicare la Storia di Milano: egli ha pubblicato tutte le memorie
opportune a servire alla Storia, alle private e pubbliche ragioni,
alla curiosa erudizione generalmente; ed io credo che l'antica stima
ch'ebbi per lui, per la bontà del suo carattere, non mi seduca punto
se dico che in quell'opera si ammira la sagacità e la giustezza della
sua mente nell'esatta sua critica; la quale, se talvolta sembra venir
meno, ciò è di raro, e se ne vede facilmente la cagione. In mezzo
però a tanta copia di autori non ne abbiamo ancora uno il quale con
chiarezza, metodo e discernimento sviluppi il filo della nostra Storia,
e c'instruisca sugli oggetti più importanti della nostra antichità.
Questa verità mi ha determinato a tentare l'impresa: e se alla buona
mia volontà avrà corrisposto il talento, potrò compiacermi d'aver
posto nelle mani degli uomini che cercano d'istruirsi un'opera in due
volumi, che però non li sbigottisca colla mole, e non pretenda una
difficile attenzione per oggetti indifferenti, e per mezzo di cui non
siamo più noi Milanesi forestieri in casa propria. La più bella parte
della specie nostra, e la più amabile potrà essa pure, forse utilmente,
passare qualche ora, riflettendo sulle vicende trascorse, e ricercarne
le occulte cagioni se non colla energia, che è propria dell'uomo,
colla dilicata finezza che il cielo ha a lei concessa a preferenza.
Nell'educazione della nascente speranza della patria, potrà forse aver
luogo la notizia de' nostri antenati e delle rivoluzioni accadute. Tale
almeno è stata la lusinga che mi ha fatto intraprendere questo lavoro.
Se oltre la comune utilità dell'oggetto, anche il tedio superato per
riuscirvi può disporre il lettore all'indulgenza, io ardisco aspirarvi.
Di cento fatti esaminati, talvolta ne ho trascelto un solo, ed ho fatto
il possibile per non trasmettere al lettore la noia ch'io ho dovuta
sopportare.

Posso assicurare i miei lettori che niente ho asserito prima di
esaminare, e niente ho scritto che non mi paia vero. Ho rappresentati
gli oggetti quali gli ho veduti. Non sempre in ciò sono d'accordo co'
nostri autori: ciascuno ha i propri principii e un modo suo proprio di
sentire; e per essere di buona fede, non debbo inquietarmi se non sono
dell'opinione comune. Molte idee nuove ed opposte a quanto, ripetendo,
hanno scritto finora i nostri eruditi, si troveranno in quest'opera,
sull'antichità, sui diversi Stati, e intorno alcuni supposti privilegi
di Milano. Molti de' principi che hanno signoreggiato sulla nostra
patria, si vedranno rappresentati da me con colori diversi dagli usati
sinora; perchè, combinando i fatti, ho cercato di cavare da essi le
opinioni, anzichè trascrivere i giudizii già pronunziati. Non rispondo
che in un'opera vasta per sè medesima non mi possa esser corso qualche
errore di fatto; e quale è mai l'opera dell'uomo che sia sicura di
non averne! Rispondo bensì che ho fatto quanto era possibile alla mia
diligenza per non lasciarvene. Chi vorrà essere minutamente istrutto
delle antichità milanesi, non potrà certamente divenirlo colla sola
lettura di questo libro; ma, dopo di esso, converrà che ricorra agli
autori originali, e con essi si addomestichi: ma per le persone che
cercano soltanto sgombrare le tenebre, ed acquistare una conveniente
istruzione delle cose della patria, questo libro può bastare, e per
essi veramente ho travagliato.

Il linguaggio della Storia è quello della verità: sacra, augusta
verità, nemica di quella cinica invidiosa maldicenza che cerca di
trovare la malignità nella debolezza: nemica della licenza, turbolente,
declamatrice, che, incautamente affrontando ogni opinione, tenta
di svellerla, per ambizione di nuove dottrine, a cui sacrifica il
proprio e l'altrui ben essere: verità, donna e signora delle menti
assennate, che placidamente si annunzia e porta gradatamente la face
dell'evidenza, senza offendere gli occhi con passaggero balenare d'una
effimera luce. Questa amabile e virtuosa verità, darà l'anima al mio
stile; e due sentimenti son certo che i giudiziosi miei lettori vi
troveranno costantemente, amore del vero ed amore della patria. Avrei
tralasciato di porre il nome a quest'opera, se i fatti si potessero
credere ad un incognito, come si possono esaminare i ragionamenti senza
bisogno di sapere chi gli abbia tenuti. Ho rappresentato lo stato
de' nostri maggiori, senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato
la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho
imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione; la oscurità e la
gloria; il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione
de' tempi. Destiamoci ora noi per trasmettere ai posteri costumi ed
azioni che la Storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun
ornamento.



STORIA DI MILANO



CAPITOLO PRIMO

  _Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila, seguita
  nell'anno 452._


L'origine di una città antica si perde comunemente nella oscurità
de' tempi favolosi, e ascende sino a que' rimoti secoli dai quali a
noi non è trapassato monumento alcuno, e perciò debbono considerarsi
come secoli isolati e inaccessibili alla nostra curiosità. Tale si è
la fondazione della città di Milano, di cui Plinio, Giustino e Livio
fanno menzione, con autorità però sempre dubbia; perchè trattasi di un
avvenimento accaduto più secoli prima che questi autori scrivessero,
e presso di un popolo che probabilmente ignorava persino l'arte della
scrittura con cui passare a' posteri la notizia de' fatti. Conviene
però queste opinioni conoscerle, e brevemente esaminarle, per separare
dalla massa delle tradizioni quella porzione che sia più credibile.

Gli scrittori latini concordemente fanno discendere gli abitatori
dell'Insubria dai Galli, che, superate le alpi, si collocarono in
questa pianura; e perciò quella che oggidì chiamasi _Lombardia_, dai
Romani ebbe il nome di _Gallia Cisalpina_. Questa general opinione
degli antichi viene confermata ancora al dì d'oggi dalla pronuncia
del dialetto popolare. La stessa lingua italiana presso gli abitanti
di qua dalle alpi, da Genova a Brescia, e da Torino a Piacenza, viene
pronunciata con vocali ed accenti affatto forestieri all'Italia,
per modo che, chiunque sia avvezzo al parlare di Napoli, dì Roma,
della Toscana o d'altra parte d'Italia, giudicherà piuttosto francesi
che italiani i Lombardi che parlano il loro dialetto; il che rende
verosimile l'origine più sopra accennata. Dico l'origine, perchè se
bastasse un lungo soggiorno a lasciare una così durevole diversità, noi
dovremmo avere assai più parole ed accenti teutonici che non abbiamo,
sebbene la lunga dominazione de' Longobardi e l'invasione loro sia
accaduta in secoli a noi più vicini.

Tito Livio ci narra che Milano sia stata fondata da Belloveso, duce
dei Galli, i quali colle armi scacciarono i Toscani, che prima avevano
quivi collocate le loro sedi.[27] _Galli... fusis acie Tuscis, haud
procul Ticino flumine: quum, in quo consederant, agrum Insubrium
appellari audissent, cognomine Insubribus, pago Heduorum, ibi omen
sequentes loci, condidere urbem, Mediolanum appellarunt_[28]. Il saggio
autore però dapprincipio dice ch'ei riferiva sulla rimota venuta
de' Galli quanto gli era stato narrato:[29] _De transitu in Italiam
Gallorum haec accepimus_; e poco sopra, parlando di questa venuta,
dice:[30] _Eam gentem traditur... alpes transisse_. Trattasi di un
avvenimento: che viene collocato nella 45 Olimpiade, vivendo Tarquinio
Prisco, cioè seicento anni prima dell'era volgare. Non abbiamo nel
nostro paese monumento che ci assicuri essere vissuta alcuna nazione
colta entro di esso prima d'Augusto, Negli scavi che sinora si sono
fatti sotto Milano e la adiacente campagna non si è trovata statua
alcuna, scultura, iscrizione o lavoro qualunque di metallo o di creta,
che in qualsivoglia guisa ci dia indizio che prima dell'era volgare
gli abitanti dell'Insubria conoscessero le arti. Non abbiamo libro
alcuno scritto in Italia di cui l'autore non sia vissuto più secoli
dopo l'epoca in cui si dice fondata la città nostra. Livio stesso non
indica di aver conosciuto carte, iscrizioni, monete o altri documenti
che siano giunti intatti alle sue mani, anzi nulla più dice, che _haec
accepimus_, ovvero _traditur_; l'asserzione perciò di Livio tutt'al più
ci farà credere che l'opinione de' Galli Cisalpini, mentr'ei scriveva,
fosse che la città di Milano avesse per fondatore certo antico
Belloveso, e che tale opinione dai rozzi ed agresti loro antenati, per
molte generazioni, fosse discesa alla generazione allora vivente.

Si può dunque ragionevolmente dubitare se Belloveso sia stato
il fondatore di Milano: si può anche ragionevolmente dubitare se
Milano abbia avuto un fondatore, cioè un capitano, un principe il
quale, avendo il disegno di creare una città, abbia collocato una
popolazione nel sito ove sta Milano. La ragione di questa dubitazione
nasce dall'osservare che le città quasi tutte, e nella Lombardia e
nell'Italia, sono collocate alle rive d'un lago, alle sponde d'un
fiume, al lido del mare, e i luoghi muniti e forti si sono piantati
anche lontani dall'acqua, ma in siti elevati e di accesso difficile.
Milano non ha alcuno di questi vantaggi. Chiunque avesse avuto pensiero
di fabbricare una nuova città su di questa pianura, doveva essere
invitato a disegnarla poche miglia lontano, alle sponde del Tesino,
ovvero dell'Adda, oppure anche del Lambro: l'acqua è tanto necessaria
agli usi comuni, e la navigazione è tanto opportuna per trasportare
ogni genere, che si dovettero scavare artificialmente de' canali
secent'anni sono per rendere comuni anche a Milano questi comodi;
il che si sarebbe certamente risparmiato qualora il sito fosse stato
trascelto con determinazione di piantarvi una città. Milano mi sembra
formata per una serie di circostanze senza un fondatore, e mi pare
che, dalla condizione d'un povero villaggio, gradatamente ampliatasi,
diventasse insensibilmente una città, senza che uomo alcuno avesse
concepita l'idea dapprincipio di farla tale. Alcune misere capanne
di agricoltori probabilmente avranno composta la prima riduzione; la
fecondità della terra, la moltiplicazione degli abitanti avranno dato
luogo a formarvi un villaggio per domiciliare il contadino vicino al
suo campo, e così la fertilità della terra avrà dato motivo di sempre
più ampliare la popolazione, che nel corso de' secoli giunse poi a
formarne una città; in quella guisa appunto che vediamo qualche albero,
fortuitamente trasportato dalla corrente di un fiume, arrestarsi
laddove co' rami urti nel fondo, e servire indi a trattenere le ghiaie
e le piante che successivamente il fiume trasporta, e così formarsi
un'isola coll'andare degli anni, su di cui gli uomini vi piantano poi
la loro dimora. Tale almeno sembra la più verosimile opinione, anzi che
persuaderci che siasi formato un disegno di piantare una città lontana
dall'acqua, costretta a scavare de' pozzi per bere, e a trasportare
tutto per terra. La ragione medesima per cui dubitiamo della fondazione
attribuita a Belloveso, ci rende sospetto il racconto di certo famoso
capitano, che aveva nome _Medo_, a cui si attribuisce la prima pianta
della città, accresciuta poi di molto da certo altro famoso capitano,
per nome _Olano_, dalla unione de' quali nomi se ne pretende formato
_Mediolanum_: sono opinioni senza alcuna prova, le quali sgorgano dai
tempi oscuri, e perciò le accenno al solo fine di non lasciare ignorare
quello che si è più volte ripetuto da chi ha scritto la storia del
nostro paese.

La costruzione fisica della Lombardia sembra che possa darci de'
sospetti verisimili sullo stato antico della medesima. Le alpi
contornano questa pianura dalla parte settentrionale, e gli Appennini
dal ponente e dal mezzogiorno la chiudono. Si mutano i nomi, ma in
realtà la costiera non interrotta di monti chiude la Lombardia da tre
parti, lasciandole l'aria libera soltanto all'oriente, laddove scorre
il Po e va a sfogarsi placidamente nell'Adriatico. Perciò i venti che,
sopra gli altri, da noi prevalgono, sono que' di levante. In questa
pianura così fiancheggiata le altissime montagne che la cingono, vi
gettano fiumi e torrenti, i quali si uniscono al Po, ed esso ha la
sua foce nell'Adriatico. La terra fecondissima su di cui abitiamo,
per poco che gli uomini cessassero di preservarla coll'arte, verrebbe
coperta dalle acque, e si formerebbe una palude. Il signor abate Frisi,
nostro illustre cittadino, di cui non ricordo i titoli, perchè valgon
meno che le due parole _Paolo Frisi_, mi ha graziosamente comunicate
le notizie che i due laghi maggiore e di Como sono prossimamente allo
stesso livello, cioè centocinquanta braccia al disopra di Milano.
Il lago di Lugano è braccia cento più alto di quei due laghi; così
riesce braccia duecentocinquanta più alto della città di Milano, cioè
settanta braccia ancora più alto sopra la sommità dell'aguglia del
Duomo. Vi sono adunque de' vasti emporii di acque più alte e imminenti.
La pianura è alquanto pendente verso del Po. La città di Milano, dalla
parte più elevata alla più bassa, non avrà venti braccia di caduta,
cioè dalla mura di porta Nuova a quella di porta Ticinese, il che fa
vedere l'assurdità della opinion volgare, che suppone la piazza del
Duomo a livello della sommità della torre di Sant'Eustorgio. Le spese
e le cure incessanti che esigono gli argini del Po, l'altezza a cui
giungono le piene al disopra del livello de' campi, ci convincono che
un mezzo secolo di negligenza sarebbe bastante a sommergere tutta la
parte bassa di questa superficie. Abbiamo sul Bolognese gli esempi
di terre e province coperte dalle acque del Reno sviato dal Po. Una
dissertazione del maestro e lume della storia italica, signor Lodovico
Antonio Muratori[31], ci dimostra con quanta facilità diventino
lago o palude i paesi più floridi della Lombardia, tosto che cessino
gli uomini di riparare coll'arte l'azione non mai interrotta della
natura, che sembra aver destinato questo suolo ai pesci, e sul quale
artificiosamente vi si sono collocati e vi soggiornano gli uomini,
quasi contro il di lei volere; simile in ciò agli Olandesi, i quali,
come noi, hanno pascoli, burro e caci eccellenti, e al par di noi
hanno ottimi lini, e meglio di noi li preparano. Ogni volta che sia
mancata la vigilanza nel preservare il piano della Lombardia dalle
innondazioni, ivi si è formata una pallude. Sant'Ambrogio, nella
lettera XXXIX a Faustino, parlando di Modena, Reggio, Brisello,
Piacenza ed altre città dell'Emilia, le chiama[32] _tot semirutarum
urbium cadavera._ Queste erano al tempo di Cicerone splendidissime
colonie del popolo romano, ridotte nel quarto secolo, dopo le guerre
di Magno Massimo e di Costantino, prive d'abitatori, e in conseguenza
poi, nel secolo decimo, immerse nelle acque, siccome leggesi nella
vita di san Geminiano[33].[34] _Mutinensis urbis solum, nimia aquarum
insolentia enormiter occupatum, rivis circumfluentibus, et stagnis ex
paludibus excrescentibus, incolis quoque aufugentibus noscitur esse
desertum. Unde usque hodie multimoda lapidum monstratur congeries,
saxa quoque ingentia, praecelsis quondam aedificiis aptissima, aquarum
crebra, ut diximus, inundatione submersa._ Se dunque è vero che la
costruzione fisica della Lombardia la conduca allo stato di una palude,
da cui, per opera degli uomini, venga ridotta allo stato di cultura
e di abitazione; se è vero che, dovunque cessi la attenzione degli
uomini per la difesa, ivi le acque ripigliano il lor sito coprendo la
terra; sarà anche assai verosimile il dire che ne' tempi antichissimi
questa pianura fosse un vasto lago o un aggregato di paludi; che i
Galli, collocatisi sulle colline, gradatamente abbiano cercato di
aprire lo scolo alle acque stagnanti, e così riporsi ad abitare sopra
di una terra più feconda. Questa opinione corrisponde all'antica
tradizione, che il luogo eminente di Castel Seprio, distrutto poi
l'anno 1287, come vedremo, fosse una delle prime sedi degli Insubri;
questo pure corrisponde a quanto scrissero Erodiano, Vitruvio e
Strabone[35], descrivendoci il piano della Insubria tutto coperto di
paludi; e a questa opinione corrisponde l'antica memoria d'un lago
Gerundio ne' contorni di Cassano, ove oggidì quella parte bassa è
tutta abitata; e la memoria dell'isola di Fulcherio ne' contorni di
Crema, di cui trattano le carte de' secoli bassi, sebbene al giorno
d'oggi non sianvi in quel distretto paludi che formino isola alcuna.
I documenti più sicuri dell'antichità sono i fisici. La curiosità
nostra vorrebbe sapere come e perchè i Galli, uscendo dalla loro
patria, sieno venuti, arrampicandosi sopra difficili montagne, a
stabilirsi in questo clima, abitato forse da pochissimi pescatori; ma
la confessione della nostra ignoranza è assai più nobile che non lo
sarebbero i sogni d'una immaginazione romanzesca. La storia è piena
di emigrazioni di popoli interi; la fuga da qualche disastro fisico,
innondazione, terremoto, ec.; la violenza d'una barbara nazione che
sforza a sloggiare e cercarsi nuova sede; l'ambizione di conquiste;
l'avidità di godere una vita più agiata; il fanatismo, queste sono le
cagioni per le quali de' popoli interi cambiarono patria. Le colonie
greche popolarono la Francia e l'Italia; le romane, la Ungheria ed
altri regni; le spagnuole, le inglesi ec., l'America. Al tempo delle
crociate l'Europa tentò di invadere l'Asia, come in prima l'Arabia si
stese sull'Africa e sull'Asia. Vediamo gli avanzi di tali invasioni
anche al dì d'oggi. Gl'Inglesi parlano la lingua nata dal sassone,
mentre nel centro dell'isola si parla la lingua antica britanna, la
quale nessuna connessione ha coll'altra, che essi chiamano lingua
sassone. Nella Germania, in molte province, i contadini parlano
l'illirico, mentre nella città la lingua naturale è la tedesca. Anche
nella Spagna l'antica lingua conservasi nelle montagne della Biscaglia,
e niente somiglia alla castigliana, nata dall'invasione de' Romani, e
poscia degli Arabi. Questi fatti ci mostrano che ogni parte della terra
ha sofferte le vicende di essere invasa da straniere popolazioni, che
vi si piantarono, siccome i Galli antichissimamente fecero, in questo
paese; ma per qual motivo questo accadesse, non ce lo può dire la
storia, che in Italia non riascende sino a que' tempi.

Della etimologia di Milano vi sono pure varie opinioni; oltre quella
accennata dei due capitani Medo ed Olano, v'è chi la deriva dal tedesco
_Mayland_ (così chiamasi Milano in Germania), e questa voce significa
paese di maggio, paese di primavera; denominazione che veramente
conviene poco ad una provincia in cui gli aranci non reggono scoperti,
e in cui ne' sei mesi dell'anno, che cominciano in novembre e terminano
al fine d'aprile, l'altezza media del termometro è al disotto del
temperato, e dove in quella metà dell'anno la terra è soggetta al gelo
ed alle nevi. La più comune sentenza fa nascere la voce _Mediolanum_
da un mostro che si vide nel luogo in cui è fabbricata, e questo
mostro era un porco mezzo coperto di lana; Claudiano così credette,
ove, cantando le nozze dell'imperatore Onorio celebrate in Milano, ci
rappresentò Venere che, abbandonando Cipro, passa sul mare e si porta a
Genova, donde, superati di volo i gioghi dell'Appennino, discende verso
Milano.

              _ad moenia Gallis
    Condita, lanigerae suis ostentantia pellem._[36]

Della opinione medesima si mostrò Sidonio Apollinare, il quale,
annoverando le città più illustri, così volle indicarci Milano.

    _Et quae lanigero de sue nomen habet._[37]

Altri furono di parere che altre città della Gallia e d'Albione si
chiamassero con tal nome, e che i Galli chiamassero perciò Milano la
città da essi fabbricata: opinioni tutte arbitrarie, incerte e di
una infruttuosa discussione; perchè i nomi s'inventarono prima che
s'inventasse la scrittura, e la storia non ha principio se non dopo
ritrovata la scrittura.

Il più antico fatto da cui può cominciare la storia di Milano ascende
all'anno di Roma 533, cioè appunto duemila anni fa, scrivendo io nel
1779. I consoli Cnejo Cornelio Scipione e Marco Marcello conquistarono
l'Insubria, e portarono sino a Milano la dominazione di Roma, l'anno
221 prima dell'era volgare. Vorrei pure sapere a quale stato di
coltura fossero giunti i nostri Insubri; quale fosse il loro governo
civile; se conoscessero l'arte dello scrivere; se avessero monete;
qual religione e qual linguaggio fossero naturali a quei popoli; se
coltivassero i campi; qual forma presentasse la fisica in questo tratto
di paese: ma di ciò poco o nulla ci è possibile il saperne. Plutarco
ci attesta che allora Milano era una città molto popolata:[38] _urbem
Galliae maximam et frequentissimam, Mediolanum vocant. Hanc Galli
Cisalpini pro capite habent_[39]; ma Plutarco scrisse due secoli e più
dopo Marcello e Scipione. Polibio ci assicura che Marco e Cornelio,
consoli, guerreggiando contro de' Galli Insubri,[40] _Mediolanum,
praecipuam Insubrum civitatem, petierunt; Cornelius, urbe, quae
et frumento et omni genere commeatus refertissima erat, potitus,
Gallos persequitur_[41]. È verisimile assai che Marco Marcello, dopo
conquistata Milano, abbia eretta la famosa torre di marmi quadrati, la
quale, coll'andare de' secoli, si chiamò poscia l'Arco romano. Di sì
fatti edifici i Romani ne innalzarono anche altrove, o in memoria delle
conquiste fatte, ovvero per dominare la città vinta, e dalla sommità
della torre potere all'occasione vedere e nuocere. È tanto celebre
presso degli storici nostri quest'Arco romano, che conviene per qualche
poco ragionarne.

Molte volte mi accaderà nel decorso di quest'opera di nominare il
signor conte Giorgio Giulini; egli da me viene ora ricordato, perchè
tutto quello che dirò dell'Arco romano, da lui lo preso; e chi volesse
vedere l'oggetto più distesamente, esamini il tomo sesto della di
lui Storia, dalla pag. 108 alla pag. 126. Egli trovò che il Fiamma,
il Puricelli, il Grazioli, il Sassi ci descrivono quest'Arco romano
nella più ampollosa e strana foggia: Un arco lungo niente meno di due
miglia; monito dai due lati di altissime mura; e nel mezzo di questo
lunghissimo fabbricato si descrive una torre da cui si dominava nulla
meno di tutta la Lombardia. L'edificio era sostenuto da spessissime
colonne. La larghezza di questo Arco romano era un getto di pietra,
e si chiamava ora l'Arco romano ed ora l'Arco trionfale. Di questa
mole immensa però non se ne mostra nessun vestigio: si disputa per
fino sul luogo ove fosse collocato; e un architetto potrebbe fare un
immenso portico eseguendo una tal descrizione, ma nulla farebbe che
somigliasse a un arco, meno poi a un arco trionfale. In questo stato il
nostro conte Giulini ritrovò la storia. Egli provò che l'Arco Romano
altro non era se non una massiccia torre, vasta e quadrata, piantata
sopra quattro solidissimi pilastri, e sostenuta da quattro archi;
opera tutta di pietre grandi e quadrate, che molto si innalzava, e
conteneva stanze vaste e capaci di accogliere un presidio; che questa
torre era collocata sulla via romana, di contro al luogo ove oggi
vedasi il monastero di San Lazzaro[42]. Di simili torri se ne vedono
altre memorie nella storia di Roma, e Lucio Floro[43] scrive che Cnejo
Domiziano Enobarbo, e Quinto Fabio Massimo, nel luogo dove avevano
vinto gli Allobrogi, fecero innalzare una simile torre di sasso,
sopra di cui vi posero un trofeo delle armi dei vinti.[44] _Utriusque
victoriae quod quantumque gaudium fuerit, vel hinc existimari potest
quod et Domitius Ænobarbus et Fabius Maximus, ipsis quibus dimicaverant
in locis, saxeas erexere turres, et desuper exornata armis hostilibus
trophaea fixere._ La nostra torre diventò celebre dappoi per le
esagerazioni de' poco giudiziosi nostri storici, non meno che per
gli avvenimenti accaduti durante la guerra che Federico I mosse ai
Milanesi, intorno al qual tempo rimase distrutto quest'antico e forte
edificio. La opinione del giudizioso nostro Giulini resta dimostrata
sempre più dal[45] _Chronicon Vicentii Canonici Pragensis_, che per
la prima volta fu pubblicato nel 1764, nella compilazione del padre
Gelasio Dobner, che ha per titolo:[46] _Monumenta Historica Boemiae
nusquam antehac edita. Pragae._ Il Canonico era testimonio di veduta,
e così la descrive:[47] _turris fortissima, maxima, de fortissimo
opere marmoreo, quae arcus romanus dicebatur_[48]. Questo testimonio
non poteva essere noto al conte Giulini, perchè non ancora pubblicato
mentr'egli scriveva.

Poco è quello che sappiamo della città di Milano durante la repubblica
di Roma; e poco è pure quello che ne sappiamo durante i primi tre
secoli dell'era volgare. I Romani, stesa che ebbero sulla Insubria la
loro dominazione, piantarono delle nuove città; tali furono Piacenza,
Cremona e Lodi; le due prime furono colonie, e con esse si resero
padroni della navigazione del Po. Diedero moto alle acque stagnanti, e
fra essi Emilio Scauro si distinse; poi, mentre Roma era lacerata dalle
fazioni, il senato, al tempo di Silla, accordò la cittadinanza romana
a tutti gli abitatori dell'Insubria, e dilatò i confini d'Italia,
che prima terminavano al Rubicone vicino a Rimini, portandoli fino
all'Alpi; e così divenimmo italiani per adozione. Il dominio adunque
di Roma non distrusse le città dei vinti, ma ve ne edificò di nuove;
rese il clima più atto ad essere abitato, liberandolo dalle paludi;
dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile; e
perfine da sudditi che ci aveva resi la forza, la beneficenza romana
ci fece liberi; e membri d'una illustre Repubblica, fummo capaci
delle magistrature di Roma. Pompeo, Crasso, Cesare furono in Milano.
Cenando quest'ultimo in Milano da Valerio Leone, osservò che gli
eleganti Romani erano offesi in vista d'una mensa rustica e senza
atticismo, e già cominciavano a deridere l'albergatore, il quale ne
provava confusione; ma Cesare giocondamente prese a mangiare quelle
rozze vivande, e seriamente rivolto a' Romani fece loro la questione,
se fosse più rozzo e barbaro chi ospitalmente presentava i cibi alla
foggia del suo paese, ovvero chi insultava l'albergatore[49]. Marco
Bruto resse questa provincia, e quell'anima virtuosa, forte e sublime,
eccitò tale ammirazione presso i nostri antenati, che gli innalzarono
nel foro una statua di bronzo; di che ci fanno fede Svetonio e
Plutarco. Quando Augusto, reso padrone della terra, passò a Milano,
si trattenne ad osservare questo monumento, non senza inquietudine
dei Milanesi, ai quali non piaceva d'essere creduti nemici di lui,
per l'ammirazione che mostravano verso l'uccisione di Cesare e il
nemico della tirannia; Augusto prese anzi motivo di farci un encomio,
perchè rendevano omaggio alla virtù indipendentemente dalle vicende
capricciose della fortuna[50]. Così i Romani colti e potenti trattarono
gl'Insubri agresti e deboli. I Romani giammai non insultarono ai
vinti, nè mai schernirono i meno forti. Arditi nei pericoli, fieri
contro la resistenza, pare che stendessero la dominazione su i popoli
per liberarli dalla tirannia, per condurgli alla coltura e allo stato
civile. Non credettero mai utile nè giusto il disprezzo anche verso un
popolo barbaro. La grandezza di Roma abbracciava tutto il genere umano,
e i popoli si dirozzavano per imitazione di esempi ch'erano loro cari.
Il czar Pietro prese la strada opposta dell'assoluto comando, egli ha
fatto maravigliare l'Europa; il tempo schiarirà sempre più il problema
politico, se a incivilire un popolo più giovi l'energia e la rapidità
del comando, ovvero la industriosa sapienza dei mezzi trascelti; e se
la vegetazione riesca più ferma e durevole usando bene del clima nativo
e riparando accortamente le sole ingiurie di quello, o veramente con
artificiale ed estraneo calore costringendo la natura.

Fra gli imperatori dei primi secoli, Giulio Capitolino scrive che
Publio Elvio Pertinace fosse nato nell'Insubria. Elio Sparziano e varii
altri ci assicurano che Giuliano Didio, che fu proclamato imperatore
l'anno 195, fosse milanese. Nel terzo secolo i popoli del Settentrione
cominciarono a discendere dalle Alpi e tentare d'invadere questa parte
d'Italia. Gli Alamanni, i Marcomanni comparvero e furon scacciati;
e da ciò ne venne la necessità che gli imperatori portassero la loro
ordinaria sede più vicina alle Alpi per vegliare più di presso alla
sicurezza d'Italia. L'Italia è circondata dal mare, e il solo canto
per cui è annessa all'Europa è per le Alpi, catena raddoppiata di
monti altissimi, per i quali pochi sono i luoghi ove aprirsi un passo;
e tanto ardua e pericolosa cosa fu sempre il tentare di penetrarvi
con un esercito, che s'inventarono dei favolosi aiuti per ispiegare
il passaggio che vi fece Annibale, quantunque gli abitatori delle
Alpi non fossero suoi nemici. Questa costiera è un antemurale che
nessuna estera nazione mai avrebbe ardito nemmeno di affrontare, se
opportunamente gl'Italiani avessero saputo impadronirsi dei paesi
e custodire le alture che dominano sulle vie; e porre gli invasori
nella condizione di comprare con una battaglia vinta il potere di
avanzare pochi passi e disporsi a nuovo cimento, e ciò con una lunga
alternativa, che avrebbe annientato ogni esercito prima che uscisse
da quell'enorme labirinto di voragini e di gioghi. Sbarchi di estere
genti per mare non potevano allora temersi, perchè non v'era alcuna
nazione che avesse un corredo marittimo capace di tentarlo; l'Italia,
per godere dei vantaggi d'un'isola, non ha che a rendersi forte nei
sbocchi delle Alpi; e così fecero gli imperatori verso la fine del
terzo secolo, a ciò anche doppiamente spinti dal pericoloso soggiorno
di Roma, ove le fazioni, annoiandosi della dominazione di un Augusto,
prevenivano il naturale corso degli avvenimenti, e trucidavano per
collocare un successore sul trono del mondo. Nei contorni di Milano
qualche tempo soggiornò Galieno. Aureolo fu battuto ed ucciso verso
Milano, e in memoria abbiamo un villaggio che dai Latini chiamossi
_Pons Aureoli_, ora _Pontirolo_. Marc'Aurelio Valerio Massimiano
Erculeo è stato fra gli imperatori quello al quale più deve la città
di Milano; perchè fu probabilmente il primo che collocò la sua sede in
Milano, e fu quello che cinse di mura la città. Ce lo attesta Aurelio
Vittore.[51] _Novis, cultisque moenibus Romana culmina, et caeterae
urbes ornatae, maxime Carthago, Mediolanum, Nicomedia._ Il giro di
queste mura però non era più di due miglia, e viene assai accuratamente
descritta la loro posizione nel libro: _Le vicende di Milano durante
la guerra con Federico I, imperatore_, pubblicato con eleganza dalla
stamperia dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio Maggiore, l'anno
1778, ove trovasi la carta di Milano delineata, come verosimilmente lo
era nel secolo XII, e col muro di Massimiano, che allora sussisteva.
Io non ripeterò quanto ciascuno ivi può minutamente conoscere, e dirò
soltanto che probabilmente allora non v'erano che nove porte della
città. La _Romana_ era poco lontana da San Vittorello; la _Erculea_[52]
era fra il monastero della Maddalena e quello di Sant'Agostino;
la _Ticinese_ era al Carrobbio; la _Vercellina_ era vicina a San
Giacomo dei Pellegrini, e perciò la chiesa poco lontana ha il nome
di Santa Maria alla Porta; la _Giovia_ era vicina al monastero di
San Vincenzino; la _Comasina_ era poco discosta da San Marcellino; la
_Nuova_ stava collocata più interna prima della chiesa de' Minimi; la
porta _Argentea_, ora _Renza_, era prima di giungere alla colonna, così
detta del Leone; la porta _Tosa_ era al fine della via di San Zenone.
Dalla situazione delle porte facile sarà a chiunque il comprendere a
un di presso dove si trovassero le mura fabbricate da Massimiano. Le
chiaviche e il condotto delle acque coperto che spurga la città, sono
l'acquedotto antico, il quale fiancheggiava esternamente le mura di
quei tempi; e dove sono le colonne colle croci, ivi si aprivano le
porte. Di queste mura molte descrizioni se ne sono fatte. Il Fiamma,
al suo solito, asserisce che la larghezza di queste mura fosse di ben
ventiquattro piedi di un uomo grande, e il giro di esse fosse più di
quindici miglia, l'altezza di sessantaquattro piedi, e, finalmente,
che vi fossero trecento e più torri sparse in questo circuito. Molti
hanno di poi ripetute simili fole, degne di stare accanto all'Arco
romano di due miglia. Gli scrittori di questi ultimi tempi si sono
limitati a credere cento torri, dodici piedi di grossezza al muro,
due miglia di estensione: ed anche di meno ne credo io; perchè troppo
sarebbe vicina una torre all'altra se ogni venti passi geometrici ve
ne fosse una, e quella sola torre delle mura che ancora ci rimane nel
Monastero maggiore, non ha dodici piedi di grossezza nel muro, nè è
difesa da sassi quadrati, come nemmeno lo sono le antiche mura di Roma
istessa, tutte di mattoni, quali anche vedonsi al dì d'oggi. Del Circo
e del Teatro grandi cose, e probabilmente esagerate, ci raccontano i
nostri storici. Nè può negarsi che vi fossero tali fabbriche, poichè,
oltre la testimonianza degli scrittori, abbiamo anche oggidì due luoghi
della città chiamati l'uno al _Circolo_, l'altro al _Teatro_; ed è ben
naturale che una città in cui molto risiedevano gli Augusti, avesse
tai luoghi destinati agli spettacoli. Molto però conviene diminuire
per accostarci alla verità. Nessun vestigio ci rimane di tai pretesi
grandiosi edifici; e come vediamo intatte le altissime colonne di
Ercole a San Lorenzo, non ci mancherebbe qualche avanzo di Circo,
e massimamente di Teatro, se fosse stato eguale almeno a quello di
Verona, che vedesi intero nella gradinata; opera che non si distrugge
facilmente: e lo stesso dico pure del Palazzo Imperiale, il di cui nome
conservasi tuttora dalla chiesa di San Giorgio, senza che nessun pezzo
di antica architettura ce ne assicuri la decantata magnificenza. Lo
scopo che mi sono proposto non è la descrizione di Milano, nè l'esame
minuto degli argomenti di critica. Altri ne hanno scritto, e forse di
troppo ne abbiamo; la mia opinione si è che probabilmente il Circo, il
Teatro, il Palazzo vennero costruiti nel decorso del quarto secolo, e
furono opere inferiori al grido che ebbero dappoi, singolarmente nei
notissimi versi di Ausonio, che il nostro Tristano Calco, uomo fedele
e veridico, trasse da un antico manoscritto della Biblioteca Ducale di
Pavia, e che dicono:

    _Et Mediolani mira omnia: copia rerum;
    Innumerae, cultaeque domus; facunda Virorum
    Ingenia; antiqui mores; tum duplice muro
    Amplificata loci species; populique voluptas
    Circus, et inclusi moles cuneata theatri:
    Templa, palatinaeque arces, opulensque Moneta,
    Et regio Herculei celebris sub honore lavacri,
    Cunctaque marmoreis ornata peristyla signis,
    Moeniaque in valli formam circumdata limbo;
    Omniaque magnis, operum veluta emula, formis
    Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae._[53]

Convien bensì dire che nel quarto secolo Milano fosse una magnifica
città per la popolazione, l'abbondanza, la coltura, la fortezza ed il
lusso; ma qualche espressione è da poeta. A un uomo che avea ammirato
Roma, non potevano sembrare[54] _mira omnia_ le cose di Milano. Noi non
vediamo avanzo alcuno di que' tanti peristili di marmo che ornavano la
città. Se vi fossero state fabbriche innumerevoli e colte, dai rottami
della antica città, negli scavi che facciamo, dovremmo pure rinvenire
o belle statue antiche, o busti, o bassi rilievi, o pezzi di superba
architettura, avanzi dei tempii, dei palagi, delle ròcche emule della
grandezza di Roma. Ma poco o nulla ci somministra la terra; e da essa
nei contorni di Roma, in quei di Napoli, nella Sicilia, nella Grecia
si scavano ogni giorno dei preziosi avanzi della magnificenza e della
coltura antica.

Gli amatori delle belle arti già hanno osservato come presso de'
Romani, dopo essere giunte alla somma perfezione nel secolo che ebbe il
nome di Augusto, declinarono poscia ed invecchiarono da sè, prima che i
barbari entrassero a rovinarle. L'Arco di Severo, che vedesi in Roma,
ci prova che nel terzo secolo l'architettura era già diventata rozza
e inelegante. Le medaglie, da Caracalla e Macrino in poi, s'andarono
sempre più degradando e diventando barbare. Al tempo poi di Costantino,
al principio del quarto secolo, abbiamo un documento della totale
decadenza della scoltura nell'Arco di Costantino, in cui si dovettero
in Roma istessa, a costo di tradire la verosimiglianza, inserire i
bassi rilievi tolti dall'Arco di Trajano, perchè in Roma non v'era più
un'artista capace di farvene; e veggonsi i Daci e la figura di Traiano
incassati per ornare un monumento de' trionfi di Costantino; e que'
pochi ornati che vi si dovettero allora aggiungere per riempire il vano
sotto il grande arco, sono lavori infelicissimi, peggiori di alcuni
simili travagli gotici. Ciò posto la grandezza di Milano s'innalzò
appunto nel tempo in cui tutte le idee grandiose e nobili delle belle
arti già svaporavano; e perciò credo che, trattane la mole erculea, gli
altri celebrati edifici fossero minori della fama. Sarebbe fuori di
proposito se io qui tornassi a ripetere alcune mie idee, credo vere,
e che ho pubblicate anni sono in un discorso sull'indole del piacere
e del dolore, ove sviluppai il principio motore dell'uomo, che, a mio
parere, è il solo dolore; ma siami permesso di accennare che, frammezzo
agli orrori delle guerre civili di Mario e Silla, fra le atroci
proscrizioni del triumvirato s'innalzarono i più valorosi oratori,
i più sublimi poeti, gli scrittori, architetti, scultori, pittori
più illustri; e che, sotto un seguito di regni di cinque benefici e
grandi augusti, Nerva, Traiano, Adriano Antonino e Marc'Aurelio, regni
preziosi alla virtù, alla umanità ed al merito, le belle arti protette
e pacifiche si esercitarono, perchè onorate; ma non s'innestarono nei
giovani che nacquero in quei tempi felicissimi, onde nella seguente
generazione scomparvero. Nel bell'Elogio del cavaliere Isacco Newton,
che il nostro cittadino signor abate Paolo Frisi ha stampato, mostrasi
come, fralle atroci rivoluzioni, al tempo del regicidio, sotto la
tirannia di Cromwell e di Fairfax, mentre l'Inghilterra era grondante
del proprio sangue, si svilupparono gli ingegni sublimi che hanno resa
gloriosa quell'isola: e così dal seno de' dolori vengono a schiudersi
que' principii di attività, e l'animo viene a ricevere quell'energia
e quell'impeto che lo scagliano al disopra degli ostacoli, e lo
costringono a seguire ostinatamente una serie di idee per sottrarsi
ai mali della comune esistenza; laddove nel placido asilo d'una dolce
protezione s'abbandona a godere del momento presente. Con ciò viene
a rendersi ragione d'un avvenimento costantemente accaduto e nel
secolo d'Alessandro e in quello di Augusto e nei successivi tempi;
cioè essersi riscossi gl'ingegni e comparsi sul teatro del mondo gli
uomini grandi ne' tempi ne' quali il genere umano era più vilipeso e
tormentato; essersi innalzate le scienze, perfezionate le arti in mezzo
alle calamità; e tutto essere svanito e depravato colla felicità dei
tempi. Raffaello, Michelagnolo, Tiziano, Correggio dipingevano i loro
lavori immortali prima che fosse instituita l'accademia di San Lucca;
e nacquero e si resero eccellenti sotto piccoli tiranni che reggevano
i loro Stati colla morale pubblicata dal Segretario Fiorentino. I loro
talenti gli innalzarono a godere poi della sicurezza e degli onori;
ma la fatica, per diventar sommi artisti, l'affrontarono spintivi
dai mali. Pietro Cornelio e Racine sublimarono il teatro francese
al maggior grado di gloria senza aiuto, e vivendo fra i torbidi.
Dacchè venne eretta l'Accademia francese in Roma non si è innalzato
alcuno al grado dei Le Sueur, Le Brun, Poussin, nati, vissuti e resi
grandi fra le torbulenze. Virginio aveva quarant'anni quando seguì la
battaglia d'Azio; Orazio era più giovine di lui cinque anni; Cicerone
ebbe troncato il capo nella proscrizione; insomma nessun uomo ha mai
potuto diventare grande in nulla, se non attraverso gli ostacoli, i
quali avviliscono le anime deboli, e le robuste attizzano, irritano
e spingono al disopra del livello comune, qualora vi sia speranza di
superarli; su di che bastantemente ho spiegata la mia opinione in quel
discorso. Milano adunque salì a grande fortuna ne' tempi ne' quali
l'architettura, insieme con tutte le belle arti, era già invecchiata
e giacente, e perciò anche ragion vuole che credansi esagerare le
magnificenze che gli scrittori nazionali ci hanno vantate. Un solo
monumento ci rimane dell'antico, e sono le sedici superbe colonne
di ordine corintio scannellate; pezzo di così nobile e grandiosa
architettura, che sarebbe pregevole ancora in Roma, collocato presso
al Tempio della Pace o alle colonne di Giove Statore. Le proporzioni
sono del buon secolo, nè io potrei crederle mai innalzate al principio
del quarto secolo, come finora si è scritto, attribuendole a Massimiano
Erculeo. Il chiarissimo nostro P. Pini, benemerito della Mettalurgia
per l'opera[55] _De Venarum Metallicarum Excoctione_, e benemerito per
le cognizioni sue nella storia naturale e nell'architettura, crede
che il marmo di quelle preziose colonne sia tratto dall'antica cava
di Oligiasca, terra del lago di Como, posta fra Bellano e Piona. Si è
opinato che questo fosse il fianco di un tempio, ovvero d'un pubblico
bagno dedicato ad Ercole. Egli è difficile il provarlo, ed è difficile
parimenti il confutarlo con ragioni positive. La sola cosa che è vera,
si è che questo maestoso avanzo è il solo che ci sia rimasto; che
sembra essere del secolo d'Augusto, o poco dopo, e che meriterebbe
d'essere nuovamente riparato dalla rovina che minaccia, per trapassarlo
a' posteri, come i nostri antenati fecero con noi, riparandolo nel
secolo XVI.

Nel quarto secolo molto dimorarono i Cesari in Milano; Massimiano
Erculeo in Milano dimise la porpora l'anno 305. Nello stesso giorno,
1.º di maggio, fu in Milano dichiarato cesare Flavio Valerio Severo.
Costantino, Costanzo, Costante varie leggi scrissero in Milano,
registrate nel Codice Teodosiano; e Costantino, nell'anno 313 in
Milano, sottoscrisse la famosa legge di tolleranza, in vigore di
cui venne legittimato l'esercizio della religione cristiana, sulla
qual legge scrisse al preside di Bittinia, di averla pubblicata[56]
_ut daremus, et cristianis, et omnibus liberam potestaem sequendi
religionem, quam quisque voluisset_[57]. In Milano, l'anno 355,
Giuliano fu dichiarato Cesare; e Costanzo radunò un concilio in Milano,
a cui intervennero più di trecento vescovi. Valentiniano e Valente
promulgarono in Milano altre leggi. Teodosio soggiornava in Milano,
ove anche morì l'anno 395, il 17 di gennaio. Onorio in Milano celebrò
le sue nozze. Dall'anno 373 fino al 401 appena sette anni si osservano
senza leggi promulgate in Milano; e dal Codice Teodosiano medesimo si
raccoglie che in quella compilazione vi sono trecento undici leggi
pubblicate in Milano dall'anno 313 al 412; nè certamente in tale
collezione si saranno trascritte se non quelle che si credettero
destinate a formare la stabile legislazione di tutto l'impero. Questo
fatto solo ci prova come nel quarto secolo, e al principio del quinto,
essendo diventata Milano la residenza ordinaria degli Augusti, dovette
per conseguenza essere una cospicua città, ricca, popolata e tanto
colta quanto lo permetteva la condizione dei tempi.

Sanno gli eruditi che Costantino, temendo la troppo estesa potenza del
prefetto del pretorio, potenza funesta a molti imperatori, diede una
nuova forma al governo dell'Impero; abolì il prefetto del pretorio
e divise le provincie, affidandone il governo a distinti ufficiali.
L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte
meridionale fu Roma, e della settentrionale fu Milano. In Roma vi pose
il _vicario di Roma_, in Milano il _vicario d'Italia_. Il governo del
vicario di Roma si stendeva sopra dieci province, cioè la Campagna,
l'Etruria, l'Umbria, il Regno suburbicario, la Sicilia, la Puglia e
Calabria, la Lucania e Bruzi, il Sannio, la Sardegna, la Corsica e
la Valeria. Il vicario di Milano sette province governava, cioè la
Liguria, la Emilia, la Flaminia e Piceno annonario, la Venezia, a cui
fu poi aggiunta l'Istria, le Alpi Cozie, e l'una e l'altra Rezia. Il
sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la
città di Milano la prima città d'Italia sicuramente dopo Roma, e di
questa antica grandezza ne rimangono ancora alcune vestigia nella
cospicua dignità della sede vescovile di Milano[58], giacchè le
giurisdizioni ecclesiastiche si modellarono sulla forma del governo
civile de' primi tempi, e i metropolitani furono i vescovi delle città
capitali, ed ebbero per suffraganei i vescovi delle città che nel
governo politico da quelle dipendevano[59]. Il che posto, conosciamo
quanto cospicua città sia stata Milano nel quarto e nel quinto secolo,
osservando che il di lei vescovo metropolitano aveva i vescovi di
ventuna città da lui dipendenti, e furono Vercelli, Brescia, Novara,
Bergamo, Lodi, Cremona, Tortona, Ventimiglia, Asti, Savona, Torino,
Albenga, Aosta, Pavia, Acqui, Piacenza, Genova, Como, Coira, Ivrea ed
Alba, e questi erano suoi suffraganei anche nei secoli posteriori. I
confini delle diocesi, le preminenze delle sede vescovili, sono per lo
più un indizio sicuro degli antichi confini delle pertinenze d'ogni
città e dell'antico stato di ciascheduna; perchè le cose sacre, anco
presso le nazioni barbare e feroci, vennero rispettate e lasciate per
lo più intatte framezzo alle rivoluzioni civili.

La dignità del vescovo di Milano, che giustamente può in questi tempi
de' quali tratto chiamarsi metropolitano bensì, ma non già arcivescovo,
titolo posteriormente introdotto, e che significa onorificenza più
che giurisdizione; la dignità, dico, del metropolitano ricevette sommo
risalto da sant'Ambrogio, uomo per la dottrina, per la pietà, per la
fermezza e per ogni sorta di virtù celebratissimo, e collocato fra gli
esimii dottori della Chiesa. Celebre è il coraggio nobile e virtuoso
col quale escluse dai sacri misteri l'augusto Teodosio. Nella Macedonia
i popoli della città di Salonicco, allora _Thessalonica_, tumultuarono
contro alcuni imperiali ministri; Teodosio, spinto da una feroce
inconsideratezza, slanciò la licenza militare sulla infelicissima
città, ove vennero barbaramente scannati più di settemila abitatori,
donne, vecchi, fanciulli, innocenti o rei, senza distinzione; e le
pubbliche strade e le case vennero coperte di cadaveri, vittime di
quest'atroce crudeltà. Questi orrori vengono dalla storia registrati
nell'anno 390. Teodosio, in Milano, si preparava a comparire nella
chiesa. Il santo vescovo, da saggio, fece che giugnesse a notizia
di quell'augusto che non l'avrebbe ammesso a partecipare de' sacri
misteri se prima non avesse espiato il suo delitto con pubblico
pentimento. Voleva lasciare il pregio della spontaneità alla
riparazione; ma il monarca, avvezzo a vedere tutto piegarsi ai suoi
voleri, pensò che la sola maestà di sua presenza dovesse annientare
ogni riguardo; s'incamminò per entrare nella chiesa, ove, con passo
grave, affacciossegli il santo vescovo, fermamente slanciandogli
queste parole: _Uomo grondante ancora di sangue innocente, ardisci tu
con tal fronte portare la profanazione nel santuario, e collocare il
delitto impunito nel tempio del Dio della giustizia, della mansuetudine
e della pace?_ La voce del rimorso fece rimbombare nel cuore di
quell'augusto la riprensione sacerdotale. Obbedì al sacro ministro
a vista di tutto il popolo, e partissene. Riparò la gran colpa con
pubblica espiazione, o colla migliore di tutte, cioè colle opere
virtuose e col premunirsi da simili eccessi, comandando che qualunque
ordine severo gli accadesse in avvenire di proferire, i ministri
dovessero per trenta giorni sospenderne la esecuzione. Io non loderò
questa legge. L'uomo destinato a comandare agli uomini suoi fratelli,
non deve loro manifestare il timore ch'egli ha di essere ingiusto e
violento. Questo è un colpo alla opinione su di cui si appoggia il
governo; s'ei non era padrone di sè stesso, da uomo virtuoso doveva
giudicarsi incapace di reggere gli altri e dimettere la porpora. Dirò
bensì che ogni volta che i ministri della religione hanno alzata la
loro voce coraggiosa contro i pubblici delitti, l'umanità intera ha
tributato ad essi l'ammirazione; e forse questo fatto solo sarebbe
stato bastante ad ottenerla al santo vescovo. L'ebbe in fatti a
tal segno, che da lui prese la Chiesa milanese il nome, il rito e
la dignità. La liturgia ambrosiana, che anche oggidì si conserva,
sebbene abbia sofferte molte variazioni co' secoli, essa però si è
preservata attraverso i replicati sforzi che si tentarono per abolirla.
Io non deciderò quale sia la miglior costituzion ecclesiastica, se
la repubblicana, ovvero la monarchica; nè mi propongo di trattare di
cose sacre. So che col cambiare dei secoli le circostanze si cambiano;
che una forma di civile governo, ottima in una combinazione di cose,
può diventare pessima cambiandosi quella; che la Chiesa, essendo una
società combinata per il bene spirituale degli uomini, prudentemente
cambierà la costituzione propria, qualora per quello ottenere i civili
cambiamenti lo consigliano; e così, senza ch'io intenda di preferire
l'antico sistema all'attuale, unicamente come storico osserverò che
l'autorità del metropolitano era assai vasta e quasi indipendente
da Roma in quei tempi; e che tale si conservò fino al duodecimo
secolo, per lo spazio di circa ottocento anni. Il metropolitano di
Milano veniva eletto per lo più dai primari ecclesiastici, che si
chiamarono _cardinali della santa Chiesa milanese_: così i vescovi
suffraganei erano eletti dal clero delle loro città. Non dipendeva
il vescovo suffraganeo che dal metropolitano, dal quale era ordinato
vescovo; ed il metropolitano era ordinato e consacrato vescovo dai
suffraganei. Le controversie o si decidevano dal metropolitano,
ovvero, se erano maggiori, da un concilio provinciale, il quale
giudicava sulla canonicità delle elezioni controverse, e su quant'altro
occorreva al ceto ecclesiastico. Il successore di san Pietro, il capo
visibile della Chiesa, era da tutti venerato, e Roma è sempre stata
la norma del dogma e il deposito della credenza; ma quantunque per
circostanze particolari san Gregorio Magno, sommo pontefice, godesse
di una superiore influenza inusitata, ei stesso dichiarò di non mai
intromettersi nella elezione del metropolita, ma unicamente ne ordinava
la consacrazione, eletto ch'egli era canonicamente. Nella ventesimanona
epistola del libro terzo, diretta[60] _ad presbyteros et clerum
mediolanensem_, quel sommo pontefice scrisse:[61] _Verumtamen quia
antiquae meae deliberationis intentio est ad suscipienda pastoralis
curae onera pro nullius unquam misceri persona, orationibus prosequor
electionem vestram_[62]. Nei tempi successivi non si mantenne nemmeno
la dipendenza di aspettare l'ordine del papa per la consacrazione. Il
papa san Gregorio, scrivendo al metropolitano di Milano, Lorenzo, per
certe entrate che il metropolitano possedeva nella Sicilia dipendente
da Roma, nomina la Chiesa milanese santa.[63] _Quod autem perhibetis
ab exactione patrimonii Siciliae provinciae, juris sanctae, cui Deo
auctore praesidetis, Ecclesiae... Proinde necesse est ut sanctitas
vestra de hac re personam instituat, cum qua Romana Ecclesia aliquid
debeat solide definire_[64]; e Giovanni VIII, nell'anno 878, scrisse
un breve:[65] _Reverendissimo et sanctissimo confratri Ansperto,
venerabili archiepiscopo Mediolanensi_. Così sia detto per conoscere
quanto fosse decorata la città di Milano, fatta sede del prefetto
d'Italia, soggiorno di molti imperatori durante il quarto secolo,
e parte del quinto, per lo spazio di un secolo e mezzo, quanto ne
trascorse dal sistema fissato da Costantino alla devastazione di
Attila, foriera del totale eccidio che ne fecero i Goti; cosicchè
nessun'altra città dell'Occidente fu a lei paragonabile per lo
splendore, se ne eccettuiamo la sola Roma.

Nella mia raccolta di monete patrie alcune ne conservo di Magno
Massimo, di Teodosio, di Arcadio e d'Onorio, le quali dagli eruditi
si giudicano della zecca di Milano. Se ne conoscono di Valente, di
Valentiniano II, di Vittore, di Eugenio e del tiranno Costantino, le
quali si possono sostenere della zecca di Milano. Quelle d'argento
hanno le lettere M. D. P. S., che s'interpretano _Mediolani pecunia
signata_; quelle d'oro hanno semplicemente M. D., _Mediolanum_; così
vien letto. Hanno questi augusti regnato dal 364 al 407, ne' tempi
appunto ne' quali Milano significava tanto. Anche Ausonio ricorda ne'
riferiti versi: _opulensque Moneta_; non vedo che vi sia improbabilità
alcuna nel darvi una tale interpretazione. Le monete che si trovano
negli scavi del nostro paese sono per lo più del terzo, quarto e quinto
secolo.

Ho cercato inutilmente di saperne di più di quei tempi. Gli storici
nostri accuratamente si occupano a verificare la cronologia de'
vescovi, descrivono i supplizi sofferti da molti martiri, l'acquisto
di molle sante reliquie, fondazioni, etimologie di chiese, portenti
accaduti o degni di una pia credenza; ma nulla ci ha lasciato
l'antichità, onde avere una idea dello stato della popolazione,
della civile costituzione, del governo e del genio de' Milanesi; se
marziale, ovvero pacifico; se attivo, ovvero indolente; se colto e
sensibile al bello, ovvero rozzo ed agreste durante quel secolo e mezzo
che trascorse fra l'Impero di Costantino e la devastazione d'Attila
accaduta nel 452. Così diciamo d'essere nella ignoranza totale sullo
stato della agricoltura del Milanese, sulla negoziazione in que'
secoli, sopra i costumi sì religiosi che civili del popolo, e in una
parola sulla storia antica; nulla di più sapendosene fuori che essere
stata e nel quarto, e in parte del quinto secolo, cospicua la città di
Milano, e la prima in Occidente dopo di Roma.



CAPITOLO II.

  _Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto secolo;
  e dello stato della città ne' secoli successivi, sino al di lei
  risorgimento._


Attila, re degli Unni, aveva soggiogate già alcune province
dell'Impero. Alla testa d'una numerosa armata di popoli rozzi e
feroci, tutto vedeva piegarsi a lui. Un uomo solo rimaneva alla
difesa dell'impero, e questi era Ezio. Egli dunque, spedito incontro
ai nemici, sconfisse i Barbari ed obbligolli a rintanarsi fra i
loro boschi nativi; ma la gloria di questo generale mossegli contro
l'invidia dei cortigiani. Un accorto principe se ne sarebbe avveduto,
ed avrebbe difeso sè medesimo col proteggere il difensor dell'Impero;
ma Valentiniano III non era nè accorto, nè degno del trono augusto.
Egli fu atroce e imbecille a segno che di sua mano a colpi di pugnale
uccise Ezio; e dopo ciò Attila invase l'Italia. Non v'era più uomo
capace di opporsegli. Aquileia, Padova, Milano e altre città furono
saccheggiate e distrutte; e questa sciagura miseranda avvenne
l'anno 452. Noi non abbiamo autori contemporanei che ci descrivano
il fatto. Abbiamo però quanto basta per comprendere che questa fu
una vera distruzione ed una vera rovina della nostra città; e per
conoscerla basta leggere la epistola che Massimo, vescovo di Torino,
scrisse allora ai cittadini milanesi, la quale vedesi dapprincipio
nell'antico codice di pergamena, intitolato: _Homiliarum hiemalium_,
dell'archivio degl'imperiali canonici di Sant'Ambrogio. Così quel santo
vescovo cercava di rincorare i nostri cittadini.[66] _Quidam imperiti
nimis interpretes fuerunt dicentes: Periit haec civitas, collapsa
est Ecclesia, non est jam causa vivendi. Immo causa est justius
sanctiusque vivendi, quia Deus Omnipotens, qui cuncta haec magna cum
pietate disponit, hostium manibus non civitatem, quae in vobis est,
sed habitacula tradiit civitatis, nec ecclesiam suam, quae vere est
ecclesia, consumi jussit incendio, sed pro correctione receptacula
ecclesiae permisit exuri... nam post tantum, et tam lugubre illud
excidium, ecce summus sacerdos suus astat incolumis, clerus integer, et
plebs ipsa, licet sub quotidiano adhuc metu et moesta vivens, tamen in
libertate perdurat... non ipsi nos, sed ea quae nostra videbantur, aut
praedo diripuit, aut igni ferroque comsumpta perierunt... Quandoquidem,
irruptis muris, armatos fortesque hostes populi inermes... fugerunt...
Consolemur nos itaque fratres, nec usque adeo suspiremus collapsas
esse domos, quia videmus reparationem domorum in dominis reservatam...
vindictam erga nos suam Dominus temperavit ut, direptis urbibus,
vastatis agris, imminuta substantia, nec animae nostrae, nec corpora
lederentur... ac proinde non ambigamus posse nobis Deum posterisque
nostris amissa reparare._ Perchè così Attila maltrattasse gl'Italiani,
perchè questi non si difendessero, esattamente non lo sappiamo. Pare
che il progetto di quei feroci fosse, non di piantare una dominazione,
ma di saccheggiare e riportare un grosso bottino nel loro ovile. Già
regnando Teodosio il Giovine, otto anni prima, Attila aveva ottenuto un
umiliante tributo dai Romani di settemila libbre d'oro. Egli guidava
una moltitudine di armati, che dagli scrittori si fa ascendere a
cinquecentomila e più uomini. Gl'Italiani erano una nazione che, da
conquistatrice, passò ad essere colta, e dalla coltura erasi degradata
alla mollezza; e una schiera di arditi selvaggi non può temere
resistenza da una nazione corrotta, a meno che non vi supplisca la
organizzazione ingegnosa del governo; e questa, dopo i lunghi disordini
dell'Impero, affatto mancava. Il più rapido mezzo per acquistare le
ricchezze d'una città si è il diroccarla; e così intendiamo come
Attila, mosso dalle insinuazioni del sommo pontefice san Leone,
abbandonasse l'Italia subito dopo fattane la preda. Il ritratto che
tutti gli storici fanno di questo generale è odiosissimo. Egli è
vero però che nessuno fra questi storici è Unno, o Gepida, o Alano, o
Erulo. Pochi conquistatori la storia ci ricorda che in così breve tempo
siansi cotanto estesi. Egli era sommamente riverito da' suoi, e temuto
dovunque. Se gli Americani avessero scritti i fatti di Ferdinando
Cortez, noi non conosceremmo di lui che i soli vizi esagerati. Ciò
non ostante Attila fu un barbaro, che devastò depredando alla testa di
ladroni, non lasciando che rovine e miserie dovunque passò. I Romani
vincevano, perdonavano, erudivano, beneficavano.

Le sciagure cagionate da questa funestissima incursione diedero
nascimento a Venezia. Gli abitatori di Aquileia, di Padova e di
Verona, dopo quest'ultima incursione de' barbari, memori delle
precedute, cercarono un asilo, e lo trovarono sopra di alcune isolette
dell'Adriatico. Ivi collocarono il loro nido. Se il non aver mai
obbedito che alle proprie leggi, promulgate e custodite da propri
concittadini, e l'essersi costantemente preservati contro di ogni forza
estranea è un titolo di nobiltà, nessuna città d'Europa può vantarne di
uguale alla veneta, la quale non ha acquistato il dominio del proprio
suolo colla usurpazione e coll'esterminio di altri uomini, ma creando
colla sagace e pacifica industria il suolo medesimo su di cui si è
collocata; sorta di dominazione la più giusta di ogni altra. Ivi si
è conservato l'antico sangue pure italiano, sicuro contro l'invasione
delle armate terrestri, fra un basso mare, difficilmente accessibile
alle navi armate, e tuttavia si conserva sotto la tutela della virtù e
della sapienza dopo compiuti tredici secoli[67].

Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano potè essere la
residenza de' sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti
quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora
per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai
in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma.
Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella
Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna,
e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato
augusto in Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio
in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. Lo stesso dicasi
di Anicio Olibrio, Claudio Clicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che
tutti insieme non più di quattro anni regnarono succedendosi quasi
efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un
diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità
imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore
d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignità
d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante
grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma
di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro
vincitore, egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di
re d'Italia. L'imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente,
non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare
l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re
de' Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato
al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito
presso di Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua
equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo
d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co'
Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e così fece. Tutto si dissipò il
furore degli Eruli al presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase
dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore.
Egli accortamente adoperò ogni mezzo acciocchè gl'italiani non
s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò i Goti a
vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegnò loro ad uniformarsi
all'indole della nazione. Onorò le scienze e le arti. Vegliò sulla
esatta osservanza della giustizia. Repristinò i nomi e i riti delle
antiche magistrature. Preservò da ogni vessazione i popoli nel
pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò
i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro
di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio
della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasciò
un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la
morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata
da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico,
dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.

Il regno dei Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni.
Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò con Teja nel 553. I re che
furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo,
Erarico e Totila. Il più notabile per la storia di Milano è Vitige,
sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata,
come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma
unicamente quella di Milano, nè per ora, nè in séguito mi stenderò mai
sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione
che ebbero colla nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale,
è stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della
gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello
spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i
suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterità. Alcune
circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel
lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un
giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato
annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, che gli ha
fatti piangere colla _Pantea_, gli ha fatti fremere colla _Congiura
di Galeazzo Sforza_, e gli ha occupati colla placida e sensibile
narrazione di _Saffo_, abbia saputo dipingere al vivo il carattere dei
secoli, e lo stato della felicità e della coltura degli Italiani da
Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più
quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare
di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati
al pubblico. La storia d'Italia adunque dirà di più; e così, io
della dinastia de' Goti dirò unicamente, che sembrò riconoscessero il
regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono
l'apparenza della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì
nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli
Augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome
del re d'Italia senza immagine. Sin che durò la dominazione de' Goti,
si vede che le città considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia,
Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione,
fuorchè per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo
538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del romano
impero fossero invase dai popoli barbari. Amava la gloria, e la cercò
coi pubblici edifici, col codice delle leggi e coll'attività de' suoi
generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia,
e ricuperata era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino
a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva
atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se
avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perciò si erano
dimenticati dalla grandezza della loro patria, e quindi abborrivano
l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta
politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi,
acquistato tanto ascendente fino a fare illusione e togliere agli
Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi,
tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle
contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze
imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza dei
Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio,
vescovo di Milano, con alcuni de' primarii della patria, i quali,
abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il
numero dei popoli, l'odio che generalmente regnava contro dei Goti e
la facilità di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un
mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e
affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole
di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo,
giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano.
La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero se non
vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, e
gl'imperiali non erano nè in numero da poterla sorprendere, nè scortati
da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara,
Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige spedì a questa volta un
buon numero de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze
che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì
chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poichè l'antica Borgogna si
estendeva persino su quelle parti), fecero che un'armata di Borgognoni
contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti,
uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante.
Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio,
Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a
desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltrò; scomparvero Mondila
e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato
il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecento
mila abitanti, senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani
furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi è chi
in questo racconto, che ci viene da Procopio[68], crede di trovare
una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non
più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande
popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e
incenerita. Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio,
che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti dei
tempi suoi e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano
essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già
ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l'esterminio cadesse
sopra tutti gli abitatori del milanese. Vero è altresì che rari sono
nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno
dei più sicuri lo somministra l'America meridionale. È finalmente vero
che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua
crudeltà; ma la condizione dei Goti era pericolosissima sin tanto
che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci
sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e si innoltravano
da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli
oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo,
i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità
adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitator.
Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di
Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si
è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la
fecondità della terra del milanese sono tali, che sempre dopo le
sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze od
altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la città
riprese vigore e si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel
progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi
secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila
ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata
Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi
vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre
in forze il regno dei Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio
di Vitige, rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a Pavia
non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la spopolazione e
l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi renderò io
mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il
nostro Tristano Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare
la strage a trentamila uomini; con tutto ciò a me sembra che una tale
perdita, benchè funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a
spiegare un così lungo annientamento accaduto dappoi.

Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un
aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi
di _Uraja_ e di _Vitige_ sono i più funesti che possa rammemorare
la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi
di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo
undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore
della patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo
spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da
Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le
solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a
sant'Ambrogio, per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare
in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta da
ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il
primo a violarlo, poichè visse e morì in Milano, siccome ho detto.
Onorio, di lui figlio, in Milano celebrò le sue nozze, e nel capo
antecedente si accennò quanto vi dimorassero dappoi gli augusti.
Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero
obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello
che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano
di Milano in quei tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle
cose civiche, nè a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio
quando si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta una
forma repubblicana, e avesse creato i proprii magistrati, e riscossi
i proprii tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva
esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso
al governo aristocratico e popolare; ma Milano era città suddita come
le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risiedeva un
governatore a nome del sovrano, chiamato _duca_ sotto i Longobardi, e
_conte_ sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorità; il
privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai più
la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione,
sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che,
se vi è certezza nella storia, egli è evidente che un diritto cotanto
indecente e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non è che
un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la
sua grandezza ancora in quei secoli nei quali la corte dei sovrani
stava collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno un
monarca desidereranno sempre di esserne la residenza e la patria dei
successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero
un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso dei
loro diritti, fuorchè una pergamena.

La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di
Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete,
spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase
più alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da
quell'anno cominciò il governo di Narsete, che risiedette in Roma,
reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni.
Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia uomo capace
di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino,
guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi.
Occupò egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della
nuova dominazione fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi
Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de'
Longobardi. Ravenna diventò la residenza del ministro, che col nome
di _esarca_ gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre
città che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I
Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle
altre città; ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I
costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto
solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, più ferocemente
allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere
in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre,
ucciso da Alboino medesimo. La regina comperò coll'adulterio un
vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio
di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi di quella nazione.
I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare.
Costui con tanta crudeltà trattò gli uomini, che, dopo alcuni mesi,
venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare
a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli
tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del
regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si attribuisce
d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina
al centro, che oggidì chiamasi _Cordùs_, nome derivato, a quanto
pretendesi, dal latino _Curia Ducis_. Questa anarchia dopo dieci anni
terminò, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio
dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere
una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari e
una porzione dei tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio
del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto
verso il finire del sesto secolo. La dinastia dei Longobardi durò per
ventidue regni nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni,
le feste, le incoronazioni, le nozze, tutto quello che indichi luogo
di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei
Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano:[69] _suscepit Agilulfus,
qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam
dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense
madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est_[70],e
quell'_apud_ fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina
e non nella città; e altrove:[71] _igitur sequenti aestate, mense
julio, levatus est Adaloaldus rex super Langobardos apud Mediolanum
in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis
Theudeberti regis Francorum_[72]: e qui pure _apud_ e non _Mediolani_,
come avrebbe scritto Paolo Diacono, giacchè, quantunque presso alcuni
scrittori del buon secolo la voce apud non significhi nei contorni,
ma bensì nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la
interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza,
ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, che diventò
la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno
assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi,
e condotto prigioniero in Francia; e così in Carlo Magno cominciò
una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome
dell'Impero occidentale.

Di ciò che spetti alla Storia di Milano durante la dominazione de'
Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n'è
trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca
di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro
potrebbe essere della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò
del 712 al 744; ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun
vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte
il nome del re Desiderio, e dall'altra _Flavia Mediolano_; essa prova
che la zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poichè questa
rara moneta, che il solo _Le Blanc_ ha pubblicata, è stata coniata
nei diecisette anni precedenti, ed è la più antica moneta sicura della
nostra officina monetaria, non avendo le più antiche, che si credono
di Milano, se non delle probabilità. Ciò però basta per provare che da
mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta.
Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione
de' Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva
letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede:[73] _habitant Germaniam
quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi
appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi._ Erano adunque i Longobardi
popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale.
Aggiunge poi Tolomeo:[74] _interiora atque mediterranea maxime tenent
Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi._ Sembra
con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi fosse a un dipresso
verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno
avesse osservato Cornelio Tacito, nel libro _de situ Germaniae_,
ove si legge:[75] _Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et
valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis,
et periclitando tuti sint_; e Tacito istesso nelle storie:[76]
_Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas
afflictabat_, dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio
Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi
a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si può
attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere
dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica Scandinavia, nel
secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono.

Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu
uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non
potè risorgere, non intendo perciò di asserire che non vi rimanessero
più abitatori nel luogo della città, e che il suolo ne restasse
deserto; dico annientata la città cospicua, e rimasto al luogo di essa
un ammasso di ruine, con alcune chiese e alcune case abitate da un
piccolo numero di poveri uomini mal sicuri: perchè le mura delle città
atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari
abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in
vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; insomma non
restava di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, la
quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne il decoro
del patriarca d'Aquileia.

Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la
maggior parte de' nobili abitava nelle terre[77]: e l'asserzione di un
autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione;
egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e
giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità
di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato,
quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far
comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è
stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto
a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: _naturalmente vi
avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione
l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano_; così dice narrando le solenni
inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei
secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque
la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano,
egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili
abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili
l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado.
Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo
annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito
delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo
sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi,
laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi,
compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il
trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio.
Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura
attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque della antica
città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale;
dico appena, poichè, laddove le mura attuali formano un poligono che
si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente
portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima.
Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi
era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali
attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era
il _Forum Assamblatorum_; v'era il _Foro pubblico_[78]; v'era l'orto
dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte,
che perciò si nominò il _Broletto vecchio_, dalla voce _Brolo_, che ne'
secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera
in questo senso la nostra plebe[79]. Dall'altra parte l'arcivescovo
aveva il giardino, _Viridarium, Verzè_; così attualmente chiamasi quel
sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva
perciò anche presentemente il nome di _Campo Santo_[80]. Entro le mura
della città, vicino a San Giovanni _alle quattro facce_, v'erano in
que' tempi dei campi coltivati[81]. Altri pezzi di terra coltivati si
ritrovavano vicino a San Satiro[82]. Presso Santa Radegonda v'erano
pezzi di terra coltivati, con una _cascina_[83]. Altra terra coltivata
trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina[84].
Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto,
eranvi pure altre terre coltivate[85], e questi probabilmente non
saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta
città, perchè nè saranno state pubblicate tutte le antiche carte di
affitti o di vendite di simili fondi, nè col trascorrere di tanti
secoli questi contratti si saranno tutti conservati, nè su tutti i
pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura,
onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica
città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero
de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva
certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse
occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra
a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in
quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in
Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano
superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa,
e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi
solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni[86],
ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio _in
Solariolo_, che così fu chiamata perchè ivi si trovava una piccola casa
con camere superiori[87]. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e
miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo
undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico
nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che
si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,[88] _ob nimiam
hominum raritatem_[89]. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto
quello che ce ne rimane ne dà indizio. Alcune poche vie della città
chiamavansi _carrobj_, perchè non tutte erano larghe abbastanza per
il passaggio dei carri[90]. Le piazzette della città si lasciavano
a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome
milanese di _pascuè_,[91], e ben poche case erano di mattoni, ma anzi
le muraglie erano formate con una grata di legno intonacata di creta
e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la
pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano[92],
così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi
erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio del seguente,
mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io
riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori:[93] _ubi est
sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non
erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus
quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur,
tota civitas comburebatur._ In fatti ci raccontano gli storici incendi
fatali accaduti in quei tempi, negli anni 1071[94], 1075[95], 1104[96]
e 1106[97].

Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere
mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta
da un vicegerente del monarca, che tale sarebbe il supposto privilegio
di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano
fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona
e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano,
riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora
nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato
in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente
ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoichè,
riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli.
Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso
suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare
ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima
che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle
sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili
che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era
come annientato. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa
riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo
la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano
senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la
posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto
scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a
suo luogo.

I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e
Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta
all'imperatore, se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità
conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da
spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il
loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo;
non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo
implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria,
e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno
nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò
in Pavia; Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi
Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così,
nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei Longobardi e
principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia
i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo
suolo, poichè erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro
venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo
longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi
rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei
secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia,
viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere
colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano
di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i
Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono
domiciliando nella Lombardia, professavano la legge salica; e così
nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza
l'aggiunta[98]: _qui professus est vivere lege Romanorum_; ovvero _qui
visus fuit vivere lege Langobardorum_; ovvero _qui professus sum,
natione mea, lege vivere Salica_, e simili dichiarazioni; e questa
dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocchè i contraenti
potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che
incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si
doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la
rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre
per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di
lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni.
Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno
della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un
linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla
divinità sublimato.

Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo
nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano
se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di
Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore;
e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in
una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione
colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo
Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi
disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le
metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del
prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come
molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del
suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche
dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio
ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò
alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano
nell'810: ma ciò non accadde già perchè quivi quel principe tenesse la
sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra
co' Greci e coi Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere
sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare
che non vi fosse allora in Milano modo di fargli funerali colla pompa
conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle
scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823,
fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che
allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono
finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico, nè di
Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti
soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta
in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia
teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo
il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora,
non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re longobardi, nè de'
primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni
pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano,
come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data
_Actum ad Mediolanum_, come se fosse attendato ne' contorni della
rovinata città[99]. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di
che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor Pietro Pessani,
intitolata: _de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio
di Pavia_, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona, nel
territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel
secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria,
siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di
Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando
crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano
dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le
memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che
governava nell'865, il quale stava di alloggio in _Curia ducis_, dove è
ora il _Cordùs_, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:[100]
_Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum justitiam
faciendam_[101]. Poche memorie ci rimangono di que' tempi. Il quartiere
della città delle _Cinque vie_ si trova nominato sino all'ottavo
secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano
anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che
laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.

Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli
era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare
sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani;
la condizion de' tempi non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi,
rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi; non
furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere
pubbliche. I re franchi interottamente comparivano nell'Italia per
ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai
signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col
titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal
forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile
che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di
Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per
dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice
stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni
possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero
e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di
mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale, fu dalla
sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di
governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo
nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo
governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da
Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là
da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione
che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti
e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto
aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti
ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di
consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto
che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi
di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni
di Brescia un dato giorno, nel quale egli pure si ritrovò sul luogo
col clero che potè raccogliere, e così questa forza combinata rapì
l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di
Sant'Ambrogio[102]. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione
di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra
gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso,
amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:[103]
_Effector voti, propositique tenax_, come si legge nell'epitaffio che
conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato
a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti
stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura
giacenti e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la
vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo
scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel
nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono
ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane,
ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un
personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi
di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico
II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità
di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta davanti la chiesa di
Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo
dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881,
avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di
struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel
secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira
una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle meschine idee di
quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla
venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è
del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta
prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente
il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori
volgari debbono riporsi i nomi di _architettura gotica_ e di _scrittura
gotica_; giacchè le cose che portano questi nomi, vennero inventate più
di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero
dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi
mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di
Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal
sommo pontefice Giovanni VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi
suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878,
e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse;
ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono, e il concilio
non si tenne[104]. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma
per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse[105].
Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo
cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo
non volle nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori
della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò
nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per
la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile,
e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocchè, convocati i vescovi
suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali
della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più
degno:[106] _Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior
fuerit repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem
promoverent_, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a
quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà
ne' secoli bassi l'autore che io primieramente terrò a seguitare per
la sicurezza dei fatti[107]. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo,
in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un
monastero, perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto
ed alla santa chiesa milanese:[108] _Fideli devotione, totoque
mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restituitione
sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti
reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque
tu omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter
comperimus_[109]; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col
sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione
nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'orazione
_propositique tenax_, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo
introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa
di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la
più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani
per agir da sovrano benefico e ristorare della sua patria; rianimò
il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col
restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali:
onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che
stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre
secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a
prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per
gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli
ancora prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la
vera influenza d'una città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò
la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla
patria nostra. I nomi di _Uraja_ e di _Ansperto_ meritano d'essere
più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono
stati.



CAPITOLO III.

  _Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo._


Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale elettiva
erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta
tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese
d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da
Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso dei quali si era fatta
l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale
solo poteva conferire la dignità imperiale all'incoronazione, come
in quei tempi credevasi, cominciò a far uso di tale opinione per far
cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo,
fosse altresì meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice
sempre più vivesse e sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse.
L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacchè aveva
già assaporato il piacere di comandare nella sua città. Un principe
debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano
che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero
d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un
superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da temersi che
quella d'un laico, assente per lo più ed occupato negli affari dei
regni oltramontani; e perciò la condotta degli arcivescovi poche volte
s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava.
Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del
Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente
lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice,
solennemente incoronò imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e
l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da
Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del
regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per
sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito
è difficile l'assegnare a quale dei tre pretendenti obbedisse l'Italia.
Milano fu soggetta a Berengario, che risiedeva in Pavia ed in Monza;
poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che
fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa
Formoso, e così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore
Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero
i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il
nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere
sempre più importante la sua influenza nel regno d'Italia.

Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò Milano, accadde
un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo,
ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che
ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia,
quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la
città. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il
suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza
del re, terminò finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto
fece tagliare la testa al conte; nè pago ancora, volle punita la
fede e il valore del padre anche in uno de' suoi figli e nel genero,
privati entrambi degli occhi[110]. All'atrocità unì Lamberto la più
supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a
comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e di guadagnarselo
nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo.
Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere
considerato come dono; e che i regali e l'affabilità che seco usava,
potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua
famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco
lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi
l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che
il giovane Ugone, alla mente di questi si affacciò in quel momento
il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello,
il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecità, la patria
soggiogata, la sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un
mostro così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso
sul suolo[111]; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re Berengario di
aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpa di bastone sul
capo, e colla percossa avergli tolta la vita[112]. Non ci lagneremmo
cotanto dei tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi dei
secoli passati. Non vi è certamente nella storia del nostro secolo
un tratto di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate
nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è maltrattato perchè
siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio
o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice,
il che è un misto della più insensata dabbenaggine colla più fredda
crudeltà. Quello che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto
venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte
Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor
suo il corso degli anni, per di cui mezzo una lunga serie di beneficii
avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento
della desolata sua famiglia.

Ucciso così l'Imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo
sovrano d'Italia in Pavia, poichè Arnolfo quasi nel tempo istesso
aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali,
ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma
un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava
Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo
Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole accompagnata da
molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno,
difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa
inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza
e il timore, nè l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia.
Si cercò un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e
s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia.
Scese Lodovico dalle Alpi e sorprese Berengario, che potè appena aver
tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia,
venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo
diploma egli stesso ce lo insegna:[113] _Venientibus nobis Papiam in
sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione
in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque
item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta_[114]. Da queste
parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato
elettivo e dipendente dalla libera volontà dei signori italiani, e si
conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia
ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu
suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore,
ma poco potè godere di sua fortuna, poichè ben tosto venne scacciato
dall'Italia da Berengario, che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò
forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei
diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia,[115] _in palatio
ticinensi, quod est caput regni nostri_[116], e da altri si scorge
ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore
Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli costò la
perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare;
onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò
libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni
ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore
Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Così,
assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominciò a regnare
senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui
non se ne dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano
la data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo
pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da
che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritornò a Pavia. Tre
anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la
villa favorita da lui era Olona.

Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere
la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso
arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata
molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo
indizi che la città si andava popolando. V'erano monasteri di vergini
dedicate a Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa
Radegonda chiamavasi _San Salvatore di Vigelinda_; quello di Santa
Margarita chiamavasi _Santa Maria di Gisone_; il Bocchetto aveva
la denominazione allora di _San Salvatore di Dateo_; le monache di
Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di _Santa Maria di Orona_;
il monastero Maggiore chiamavasi _Santa Maria inter Vineam_; e per
quei tempi, da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia
registrate le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente la
città, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto
numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare
dalle antiche pergamene, dai diplomi de' principi, dalle sentenze de'
giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli
archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per
lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico,
alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto,
alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire
alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio
scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica
da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti
che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e
per la possibilità che servano a beneficio di private persone, sebbene
non sieno materiali servibili per tesserne una storia.

Erano già trascorsi quindici anni dacchè l'augusto Berengario regnava
senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come
ogni altro suddito, senza avere altro di più che la venerazione
inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava
gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate;
e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori,
avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno
facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo
stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia.
La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi
ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo
aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti
dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi.
Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti,
ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto
pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede
arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del
clero[117]. Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare
la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil
gente[118]. Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo,
re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta
della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare Olderico,
conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia
dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso
che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della
dignità arcivescovile. Poco dopo l'imperatore conobbe d'avere malamente
scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza
pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò collo specioso
titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo
in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò
in libertà l'affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi
con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi
la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto
Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli,
rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo
il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a
Gilberto conte, e resegli la libertà. L'uso che fece di questo dono
l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna,
e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di
dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori[119],
e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un
oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di
Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al
suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza,
ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui
Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne'
quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne' quali Verona
fu il suo ricovero, riacquistò quanto gli aveva occupato Rodolfo.
Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i
Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poichè, nel 924, assediò
co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. Frodoardo
e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse
esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e
incenerite; che vi fossero rovinate tutte le abitazioni; e che appena
duecento abitatori abbiano potuto salvare la vita. Se questo fosse,
non si potrebbe spiegare come poi nello stesso anno vi soggiornasse
Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto
974, di cui tratta il conte Giulini[120]. Sebbene poi anche a molto
meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli è verosimile
che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente città
di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia
ritornossene a Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser
ben munita di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui
aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò insidie
per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne
scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a sè,
con umanità senza pari gli parlò della vergogna che va in seguito al
tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che
accompagna la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere
infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva fatto al conte
Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficato
in avvenire: e in prova, sul momento, donogli una preziosa coppa d'oro.
Principe troppo incauto nell'usare della generosità; poichè, pochi
giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse.
Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia
per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; principe degno
d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza
a un estremo vizioso, poichè la libertà data a Gilberto cagionò al
regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua
bontà verso Fiamberto privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non
sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere
un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da
cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che
tranquillamente si è determinato ad un'azione perversa. La vista del
magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore.
I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono
lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, per beneficar lui, si
espone la società intera al pericolo di nuovi danni.

Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo
rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno
avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una
donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima
di prevalersene, donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene,
e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a suo talento,
Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poc'anzi
feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido,
duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia.
Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto,
credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di
scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle
arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno
di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai
fratelli, s'impadronì di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno
dell'ingannatrice donna, e si determinò a scacciarla da quella città,
e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un esercito e marciò
alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in séguito d'uno
scritto che la marchesa Ermengarda potè fargli giugnere, quel re,
furtivamente, di notte, abbandonò i suoi, e secretamente entrò come un
amante in Pavia e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi
mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano
armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo
allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re
d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza,
al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito[121]. Lo schernito
Rodolfo a stento potè uscire dal labirinto in cui la spensieratezza
avevalo condotto. Si parti quindi d'Italia per raccogliere un'armata
ne' propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non
trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo
che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui
spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai scegliere,
per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia,
e impegnato già col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto,
nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica
fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa
di San Lorenzo, si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi
una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma
molti principi d'Italia:[122] _Eum ibidem munitionem construere velle,
qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes coercere
decrevisset_[123]. Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre
cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece
rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza
accolse l'ospite illustre, giacchè Burcardo era suocero dello stesso
re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che
Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co' più cari amici:[124]
_Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam
nisi carissimis magnisque concessit amicis_, così dice Liutprando;
insomma dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo
avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta
officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire
al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poichè, assalito
ne' contorni di Novara da alcuni armati, vi lasciò la vita; dopo di
che il re Rodolfo abbandonò per sempre l'Italia. Fra le altre cose che
Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi,[125]
_dum juxta murum civitatis equitaret_, vi è la seguente:[126] _Lingua
propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes
uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equae caballitare,
non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem
nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos
praecipitabo._ Veramente così non parlò Cesare alla cena, nè Augusto
alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è
feroce e muscolare; l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia
colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non
fu nobile, nè generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte,
se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non dovea
simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava,
nè cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una
vituperosa depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito
nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra
è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che
diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado più al
polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversità nella specie;
che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro
col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento e la
miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio nazionale, e niente
più ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono;
e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una
nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile,
sarà sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero
lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si
resero padroni della terra.

Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano
era già diventato un personaggio di somma considerazione fra i
principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali
da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non
vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco
poi dell'arcivescovo, chiamato _Brolio_, in cui manteneva i cervi,
era immediatamente fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva
dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede
l'aggiunta _in Brolio_ alle due nominate chiese; nè questo è da
confondersi coll'orto chiamato _Broletto_, che aveva l'arcivescovo al
sito in cui vedesi oggidì la ducal corte.

Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi
nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza,
già invitato, come dissi, dagl'italiani, se 'n venne:[127] _Venit
Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit_[128]. Qui non
sarà inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna
comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte
della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta
Borgogna e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità colla quale
Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e
la rapidità con cui, partitosene, ritornò con un'armata. Ugone per
cinque anni regnò solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per
la vedova marchesa d'Ivrea Ennengarda, sorella di lui per parte di
madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva
il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella
moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associò
sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le
monete, ebbero la leggenda di[129] _Hugo et Lotharius rege_, anzi in
modo assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho
presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto
Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'impero, e faceva servire gli
amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa
Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocchè
con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'impero; e
l'avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato
Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la città,
dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in
questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di
Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo
di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in
movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare
al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato con quel principe,
al quale cedette una parte de' suoi Stati di Provenza, cioè la gran
Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni
di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi
fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era
comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece
scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere;
eragli succeduto un prelato di più mite carattere. Ma il re Ugone,
da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava
la cospicua sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la scelta
sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi; e questo fu Teobaldo,
che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana,
che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze
e le ragioni de' sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere tra i
cardinali della santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo
di _ordinari_[130], e così con finissima politica, onorando quel ceto
di polenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano de' principali
cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, dignità allora
cospicue, si assicurò la tranquillità. Ma il progetto, immaginato con
avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poichè
durando a vivere l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re,
ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo,
ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando
i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co'
Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il
colpo andò a vuoto; venne sparso il sangue di molti, ma fu salvo
Arderico[131]; il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a
secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene,
e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte
nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si
era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania.
Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo
e da' signori suoi aderenti comparve in Italia alla testa di alcuni
armati. Nel 945 venne a Verona, donde passò a Milano. In Milano si
radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forza
per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò la corona d'Italia;
pregò la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e passò a
reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta
la corona italica per diciannove anni, ne' quali tenne per lo più la
sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano,
o perchè ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa
vicinanza del potente arcivescovo. Così restò semplice cardinale
ordinario il figlio reale Teobaldo.

Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio,
siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia
dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si collegò con
Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare
Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario
era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la
inquietudine politica e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un
oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che
lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre più di quanto
l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da
un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe
debole, spaventato e senza morale. Simulò la maggiore amicizia che
aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui
ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni
arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un
re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo,
poichè fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che
in que' secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re
Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre
fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla
compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi al padre
la macchia d'aver eseguilo l'infame progetto e rese avvisato Berengario
dell'occorrente: di che Liutprando non arrossi di biasmarlo[132]; tanto
le idee della virtù erano smarrite in que' tempi, non solamente nel
turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore
che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per
cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda
insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato
nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza
e di atrocità che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama
_una solennissima volpe_: io non credo che vi facesse bisogno di tanta
accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi
fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa
la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei
torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di sè alla posterità
un'infausta memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la
dappocaggine? La vera accortezza è quella che, conciliando al principe
la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul trono; lo rinfranca
contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia,
colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare
la sua gloria e trapassare alle età che nasceranno la memoria delle sue
virtù.

Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea
Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de' signori d'Italia,
fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui
figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A
questa scelta probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se
non per sentimento, chè l'anima di costui forse non era capace, almeno
per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato
dalle insidie del padre. Lotario altronde era già stato solennemente
associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni
addietro; nè si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono
senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa è la prima dieta del
regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in
Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando
(945). Il regno del giovine Lotario fu puramente di nome, poichè in
fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale
spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli
stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il
regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua
tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa
che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce
del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno
950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia.

Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo
crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse
disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, più minutamente gli
storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno
fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti
di riconoscenza a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce
che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se
qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, questa è
riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle
arti e delle lettere in que' barbari tempi, servirà a distrarci
dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la
storia di quegli anni. Poichè si dovette tumulare in Milano l'estinto
re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per
formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in
cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si
formò l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i
caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i
quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti[133]. La lingua
latina scrivevasi coi più strani solecismi: alcuni pochi esempi ne
daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia così:[134] _Dum in
Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo
et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod
topia vocatur, infra eadem Curte_, etc.[135]. Una sentenza comincia
così:[136] _Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi
confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus
Lambertus piissimus imperator preerat, in domum ejusdem sancte
mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret
Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo,
singulorum hominum justitiam faciendam, ed deliberandam, etc._[137].
Altra sentenza comincia così:[138] _In Dei nomine, civitatis
mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio
ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati
Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus
cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc._[139]. Vero è
che ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale
è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla pag. 17, ove
così leggesi:[140] _Confirmo ut omnes servos et ancellas meas sint
Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes
per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo,
ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi
faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona
ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant._ Ma convien confessare
che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche
nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale
pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva essere uomo
colto, egli, nel 903, così scriveva:[141] _Senodochium istum sit
rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte
mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de
besana diebus vite sue_.[142]. Da ciò comprendesi qual grado di coltura
poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti
gli autori de' buoni secoli preceduti; poichè per poco che un uomo si
addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non
sarà forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si parlasse
in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggidì;
e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che
volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si
adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali
parlane do, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto
sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque,
anche a' nostri giorni, i Milanesi scrivono quella lingua che chiamasi
italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi può
essere difficoltà a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella
lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio.
Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura,
non fosse la usata nel parlare, si è che non vi trovo analogia veruna
fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero
costanti se fossero state in uso nel parlare; nè può intendersi questa
varietà di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di
dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava
di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del
volgare _da due parti, dalla terza, dalla quarta_; come in una carta
del 941;[143] _Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola
comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta
parte terra sancti petri de clevade_[144]. Dallo stato della lingua
può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi
nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie
degli avvenimenti della città; siccome cominciarono poi a fare nel
secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi
persuade che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si
parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e
ciò perchè le vocali _u_ ed _eu_ pronunziate coll'accento francese, e
così altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti
fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica
lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli
ne' due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro
parole spagnuole ci sono restate, _infado, amparo, giunta, desdita_
e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che i Franchi,
e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa
generale pronunzia francese più che italiana, adunque, è una tradizione
da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de' Galli, e
per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non
può sperarsi; le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano
favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potrà in
breve intendersela con un contadino provenzale; e più difficilmente
s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro
calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene più alla lingua di
Francia che alla italiana!

L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite al
segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di
Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa
istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la
tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni
in Conca sono di que' tempi: cose tutte lontane della eleganza che
soddisfi un delicato conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi
lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle
chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove
rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il
Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva
portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto
in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno
873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia.

Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a una tale
ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di
sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul
trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile è lo
immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della
sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare
gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non potè firmare una
carta che anche oggidì conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e
vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere;
e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette
poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero
la croce[145]. Anche da ciò facilmente comprendiamo in quale misero
stato dovessero trovarsi gl'interessi de' cittadini. La carica di
_viceconte_ era immediatamente subalterna del _conte_, che reggeva la
città in nome del re, come la carica di _vicedomino_ era immediatamente
subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi
origine del cognome che ne prese la famiglia _Visconti_. I cognomi non
ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi
poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano
permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa
per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che
non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei
che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle
armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi
vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente
eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli
uomini d'essere felici, in vece di ascendere alle cagioni e impedire
che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi stesse molto si
estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla
grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo
di costrignerli a confessare il supposto delitto, onde punirli[146];
e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei
miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a ripeterlo,
sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanità,
la felicità pubblica caramente si abbracciano[147].

Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la
costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri nei quali
principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe
darci qualche idea del governo d'Italia in quei tempi. Un re elettivo;
il primato, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe
degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la
facilità della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere;
la concorrenza di più rivali che coll'armi disputano il trono; la
vera sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze
che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza dei tempi, ne'
quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati,
nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobiltà. Quindi,
non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un
altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile,
chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia
in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado; Carlo
Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista,
dominò assolutamente sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere
sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate
per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di
lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebolì la
potenza del sovrano; e l'acclamazione de' magnati e la sacra cerimonia
divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un
sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale,
gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui
di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere
politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione
potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia
potessero donare poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e
ad altre chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero erano
recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi
campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro proprietà ai
primati, non è facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome
a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti
fosse allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì nostri;
per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi
essendo coloro che sapessero scrivere, sì tosto che un uomo non aveva
figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva più nessun
parente a cui dovesse passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo
vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo
nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove
lasciavano in origine la libertà dell'elezione al clero a norma de'
sacri canoni e della tradizione, non consentirono più che una dignità
divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra
chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando,
costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di
temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignità, a lui
fosse anco più ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la
venalità aprì la strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di
venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria
fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la
chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo
Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente
diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero
il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo
Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho
fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il
visconte, l'arcivescovo, chiamato anche _dominus_, il di lui vicario,
_vicedominus_, e ciò a vicenda e confusamente, ora più, ora meno, a
misura della circostanza del momento.

Dello stato della popolazione del decimo secolo nulla abbiamo di
preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata
Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti,
i quali chiamavansi _aldiones_. Molta parte del ducato era bosco. In
qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque
stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta
di grano si coltivavano e si coltivava anche il lino.

Le terre, che prima si misuravano a _pedatura_, già nel principio
del nono secolo si misuravano a _pertiche_ e _tavole_, come oggidì si
costuma; la misura del fieno era a _fascio_, quella del vino a _stajo_
ed a _mina_, nella misura delle terre però eranvi _juges_, misura
equivalente a dodici pertiche.

Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad
esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei
secoli. Fu più volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo
Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano
tutte le chiese de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece
il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio,
vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo
institutore che non venisse abolito[148]. Fra le mutazioni accadute
nel rito ambrosiano, vi è in parte quella del battesimo, che allor si
eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma
tutto il corpo del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per
le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi
Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a
Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo:
_massimamente finchè durò il costume di non conferire comunemente
quel sacramento a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche uso
di ragione_, come insegna il conte Giulini[149]. L'altro battisterio
chiamavasi San Giovanni alle Fonti, destinato per gli uomini; ed è
tuttavia in piedi, sebbene mutato dì forma. Ognuno può ravvisarlo
al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed
è quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e
quello è appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente
Sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio[150].
Oltre la universale ignoranza di quei tempi si può avere un'idea della
religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi
in Pavia l'anno 580, a cui presiedeva l'arcivescovo di Milano. Si
proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma
nei privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli
celebrare se non da un sacerdote:[151] _Docendi igitur saeculares
viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant,
quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis
examinati fuerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris
comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo
contemptores canonum extraordinarie et illicite ministrantes, et
divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo
uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui
ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate
compescere, excomunicetur_[152]. Nel medesimo concilio si prescrive ai
vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non
appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette.
Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente
richiamare la pietà degli antichi tempi.



CAPITOLO IV.

  _Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la
  più importante città della Lombardia nel secolo undecimo._


(950) Già erano trascorsi più di sessanta anni dacchè l'Italia non
aveva più connessione alcuna coi regni di Francia, nè con quello di
Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico
l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo
incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo
il Grosso, Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel
quale finì il sangue di Carlo Magno; a questo fu sostituito Corrado I,
conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette
Ottone, che già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il
marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene
non dimenticassero l'Italia e pensassero a regnarvi scacciandone quelli
che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero però nè
occasione nè mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come il
duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo,
ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice,
fosse incoronato imperatore. Si è pure veduto come i duchi di Spoleti,
Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti,
regnassero interrottamente. Questi Italiani, innalzati al trono
italico ed alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati
come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone
e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia.
Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli
augusti nè Arnolfo, nè Luigi, nè Corrado, nè Enrico, dagli Oltramontani
inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal
papa, e sebbene nè Corrado, nè Enrico nei loro diplomi si siano mai
dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda
di equivoci, perchè Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama
Enrico II, e così i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove
noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane
eccedono d'una unità le nostre. Io, italiano, debbo servirmi della
cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo
ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare nè Corrado,
nè Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi
medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia
il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente
aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso
nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono,
non solamente abborrendo la recentissima scelleraggine d'aver egli
avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e
l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in
lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo
Adelmano. È assai probabile che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo
fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania,
a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia
agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano cautamente il di
lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ciò accadde appena un
anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951[153].
Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con
quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel
re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi di Ottone spediti
in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato
Manasse arcicappellano[154]. (952) Pare che al comparire di Ottone si
ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone,
il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia;
poi, ritornato in Germania, dovettero colà portarsi Berengario e
Adalberto, abbandonandosi alla generosità di Ottone, da cui a titolo di
feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da
ciò ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in séguito i re
di Germania di avere sopra l'Italia.

Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del
re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia,
dalla viltà passarono alla prepotenza; solito costume delle anime
basse, d'insultare quando la fortuna è loro prospera, e annichilarsi
quando è loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile.
Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la
reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla
testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre,
che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a
contenere i due tiranni. Litolfo però fu degno di venire invece di un
gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul
lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli.
Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio
di tai padroni, consegnò nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario,
da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò
di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente
lo fece scortare libero nella fortezza. In quei tempi, sotto Ottone,
sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimità romana;
e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso
Litolfo, amato e venerato allora dagli Italiani, poco dopo morì, non
senza sospetto di veleno[155]. Tali erano le armi di Berengario. Così
que' due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono
il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte
del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in
Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da
coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo
di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese
finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa
di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e così ce
lo descrive Landolfo Seniore.[156] _Interea Valperto mysteria divina
celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia,
lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem,
baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare
beati Ambrosii deposuit.... Valpertus, magnanimus archiepiscopus,
omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona
superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis,
multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem
regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit._
Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo
dopo, acciocchè si veda che nessuna menzione in quei tempi si faceva
della _corona ferrea_, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute
incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo
a riflettere che i suffraganei si chiamano _beati Ambrosi_i, non già
_Barnabae apostoli_. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro che
egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato
sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono
state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del
quale è probabilmente la prima che siasi fatta in Milano; non potendosi
chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni
prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece
questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come
era costume, perchè il palazzo reale era stato distrutto da Berengario,
siccome accenna il conte Giulini, appoggiato al testimonio di alcuni
scrittori.

Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il nome di _Grande_.
L'arcivescovo Valperto lo presentò al papa[157], da cui venne
incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia
se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano
ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e
degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio
sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera la regina,
e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di
San Leone, e la lasciò al marito. Due anni dopo si dovette rendere
alle armi di Ottone Augusto anche San Leone; e allora Berengario
e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite
condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in
Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; nè entrerò io ad
esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo
Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro;
ma nelle azioni di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di
generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini
oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un
tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta,
ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato
dall'Eccart, dice che Ottone:[158] _Mediolanenses subjugans, monetam
iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur._ Vi è chi ha
opinato che la nuova moneta fosse di cuoio[159]; ma la moneta è di
argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario,
scodellata come quelle, e perciò _innovavit_ potrebbe intendersi o
per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo
sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa
_alla Moneta_, dove quell'officina si è conservata per più di otto
secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la storia di
Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, nè sotto il di lui
figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò sulle tracce del padre.
Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci
la storia d'una città la quale non influiva nel regno italico se
non colla sagacità dell'arcivescovo metropolitano; importantissima
sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante
la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue
anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. Morì Ottone
II in Roma, e colla di lui morte ritornò l'anarchia per quasi sei
anni, nei quali non si riconobbe verun re, giacchè il fanciullo
Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva
essergli tutore, e gli Italiani non conoscevano loro sovrano se non
quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte
di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il
sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia
poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone;
il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano: poi venne
in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed
ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione
dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanità, quando, nel 1001,
lo destinò suo ambasciatore all'imperial Corte di Costantinopoli
per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena
in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle
parole di lui:[160] _Archiepiscopus, magno ducatum militum stipatus,
quos pellibus martullinis, aut cibillinis, aut rhenonibus variis, et
hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat_, si
portò alla corte di Costantinopoli e si presentò ai greci augusti:[161]
_Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris,
aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus,
esse solitus fuit...... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus
honorificentia, satis episcopaliter conversatus est._ L'ambasciata
doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto,
per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era
nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra;
e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co' suoi paramenti, come
appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che
non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto
egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco
prima di Ottone II, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo
sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo,
siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta
collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è cosa nuova nei
monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore dei quali
non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro
di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il
medesimo che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità fu
rimeritato della enorme spesa che fece.

Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia
alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte
proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne
incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era
assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli
incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico[162].
Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati
d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia
che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni
sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta
che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò la scena col farsi frate e
morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perchè
eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa
memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era
lontana che di quarantanni. L'arcivescovo era del partito di Enrico,
che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda
del tempo[163]. Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu
incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna
che venne in Milano il nuovo re,[164] _Sanctissimi praesulis Ambrosi
amore._ Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno,
portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene
Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio
d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014,
incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cessò di
vivere nel 1024. La memoria la più importante che ci resta di lui, è
la legge ch'ei pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere
colla moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine
in Pavia[165]. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al
clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai crudele. Il
conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama costumanza
_concubinato_, e i sacerdoti ammogliati _concubinarii_: io credo che
sia più conveniente voce quella di _matrimonio_ e di _ammogliati_;
perchè nel nostro linguaggio comune le prime parole significano una
unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e
le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e
fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia moglie
di Nerone; Domitilla moglie di Vespasiano, e così diciamo di ogni
unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella
opinione della loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa
ha sublimato i misteri dell'altare, allora non era così generalmente
osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così anche rispetto
al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca.
Disputarono, come vedremo, per conservare questa facoltà di ritenere la
moglie. Dico ritenere, poichè il rito non permetteva ad alcun sacerdote
di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente
concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare
a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che sia un dovere
di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non già perchè io
preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perchè l'imparzialità
della storia mi determina a così fare. Questo concilio ebbe alla testa
il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui
vi è immediatamente l'arcivescovo Ariberto:[166] _Sanctae mediolanensis
ecclesiae archiepiscopus_, così egli si qualificò, nè gli altri vescovi
chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo _non si prese molta
briga perchè fossero questi decreti nella sua diocesi ben eseguiti_,
dice il conte Giulini[167].

Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia
di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano _Heribertus_; ma egli
si sottoscriveva _Aribertus_, e così lo chiama il conte Giulini,
come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto
generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e
munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva
le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque
a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e
grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi.
Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi,
certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella
dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano
la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come
due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che,
profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo,
e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della
patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a
ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato
arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò
questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e
in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad
Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano.
Ariberto da Antimiamo era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa
milanese, cioè _cardinalis de ordine_, dal che ne venne il vocabolo di
_ordinario_, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della
metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano,
che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto
arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi,
non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi
propri: _de nostris proprietatibus_, come egli dice, e assegnò il
fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali
dovessero osservare la regola di san Benedetto[168]. Sanno gli eruditi
che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come
ogni altro ecclesiastico[169], e che i monasteri per lo più avevano
uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i
poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto
Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore
Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati,
non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla
elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia,
che non potevasi mantenere senza una incessante forza; e perciò il
re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche
altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero
accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando
l'arcivescovo Ariberto:[170] _Suorum comparium declinans Heribertus
consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus
ipse regem electurus teutonicum,_ così ce lo rappresenta Arnolfo,
nostro milanese, scrittore di quel secolo[171], dal che vedesi
abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non
si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere
per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e
che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado,
scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi
il re Corrado, al quale dice che Ariberto promise che, tosto che
fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:[172]
_Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice
laudaret, statimque coronaret;_ il che gli promise con giuramento
e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette
all'arcivescovo:[173] _Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum;
ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum_; e con ciò
oltre il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo
suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia
di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo:
dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice
_placet_, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti
e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto
al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità
sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero
della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero
fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo,
al dire del citato Arnolfo,[174] _rediens securus in omnibus, totam
suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos
faciens._ Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare,
o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno
1026[175], o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo.
Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo
pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno,
che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le
sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare
i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator
Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo
di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse
verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere,
siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi
non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita però
riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era
acquistata da potere da sè fare la guerra[176]. I Pavesi e i Lodigiani
così diventarono nemici dei Milanesi.

(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita
di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi e del carattere di
Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi
di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che
questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei[177], quasi
che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo,
della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice
che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni
patimento; che amavano la virginità e vivevano castamente sino colle
loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano
le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non
offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune;
credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano
che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e
riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni.
Così essi professavano la loro fede[178]. Molti marchesi e vescovi e
signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di
Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua
giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi suoi suffraganei, scortato
da militi valorosissimi[179], sebbene ascoltasse da Gariardo, uno dei
pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto,
credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero
loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della
Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori,
coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche
senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato
il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione,
giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi
una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di
Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo,
e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora
del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di
ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, _i primati della
nostra città, temendo_, dice il conte Giulini[180], _che non si
spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e
dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli eretici, e
loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a piè della croce,
e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di
gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo
progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto
colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati_;
al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fallo accadesse per
volere dei primati,[181] _Heriberto nolente_. In quei tempi il glorioso
nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce e con uno
staffile nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano,
nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo
vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe;
e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che
traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva
le sue preghiere, acciocchè misericordiosamente gli richiamasse alla
strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni,
che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la
fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel
beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino
le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta
la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto
giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi
irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la
pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano a venerare il vero
Dio con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio
della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come
arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli
ha saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri aveva
tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele
del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegli
infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore
di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro
imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva
fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che
volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro
confratelli allorchè gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto
qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata
la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità.
Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione
generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in
quel secolo, così scriveva:[182] _ad tantam faecem quotidie semetipso
deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis
sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat,
sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim,
reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat.
Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facta
agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit_[183]. Così
quel santo descriveva i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio
adunque dei nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco
cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai
pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge che gli apostoli
dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è
la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati
dai cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo
esempio, che nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri
funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.

Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la
potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava
sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica.
A tanto giunse il potere di Ariberto, che, unitosi con Bonifacio,
marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San
Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata
dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna,
occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui
quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti
rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo
storico nostro Arnolfo[184]. Poi, ritornato Ariberto alla patria,
sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi
milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e,
memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono
a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco
loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a
costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una
zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco
vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo
suffraganeo, che rimase sul campo[185]. Venne poi l'imperator Corrado
in Italia nel 1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse
non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di
tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben
tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma,
sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza
ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco
rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu
arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero.
Io non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non fosse
contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli
indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne
patire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva,
o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con
sicurezza. A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva
destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta
cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero
alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo
era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo
per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la
sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con
somma allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla
testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto
singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano
assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e
languente; era[186] _maxima multitudine munita_, come ci attesta Wippo;
e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con
gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei
potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero
di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra
specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e
nominò Ambrogio prete cardinale della santa chiesa milanese in sua
vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura
della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma
nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso[187]. Vedendo
riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di
animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò
portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma
nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema[188], e
quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo
cessò di vivere nel 1039.

Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città.
Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re di Germania.
Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario
e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una
parte della loro corona; e gli Italiani diversamente credevano
che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se
non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non
seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione
alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che
ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene
gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza
del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità,
disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili
e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più,
sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne
farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili,
come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai
naturale, perchè i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie,
e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata
con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione
militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il
comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda,
per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano
ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva
col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva
soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il
pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte
Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno spediente
migliore; poichè invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti
i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui
si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando
incessantemente i nobili, a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi;
e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che
il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno
in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto,
nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato
e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto; e
l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: Io vado sicuro ai
piedi di Sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive
la religiosa pietà del nostro Ariberto:[189] _Convocatis sacerdotibus
et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta,
atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus
per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam
Eucharistiam humiliter ac devote suscipit_[190], e poco dopo morì:
uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon
principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque
opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che
dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento.

L'arcivescovo Ariberto, le di cui armi portarono la vittoria oltre
le Alpi, e seppero fare insuperabile resistenza all'imperatore, fu
quello che inventò l'uso di condurre nell'armata il _carroccio_, nome
conosciutissimo, sebbene poco ne sia conosciuto l'oggetto. I nostri
scrittori ci rappresentano questo carroccio come una superstizione,
ovvero come una barbara insegna. Io credo che piuttosto debba
riguardarsi come una invenzione militare assai giudiziosa, posta la
maniera di combattere di que' tempi. Nel tempo in cui dura un'azione,
egli è sommamente importante il sapere dove si trovi il comandante,
acciocchè colla maggior prestezza a lui si possa riferire ogni
avvenimento parziale; egli è parimenti opportunissimo il sapere dove
precisamente si trovino i chirurgi, per ivi trasportare i feriti;
parimenti è necessario che il sito in cui trovasi il comandante, e in
cui si radunano i feriti, sia conosciuto da ognuno, acciocchè si abbia
una cura speciale di accorrere a difenderlo. Questo sito deve essere
mobile a misura degli avvenimenti, e a tutti questi oggetti serviva
il carroccio, ch'era un'assai eminente antenna, alla sommità della
quale stava un globo dorato assai lucido e distinguibile: sotto il
quale pendevano due lunghe bandiere bianche, e al mezzo dell'albero
stavavi una croce. Avanti a quest'antenna erari l'altare sul quale
celebravansi i sacri misteri per l'armata; e tutto ciò era conficcato
sopra di un carro assai vasto e sicuro, per servir di base a questo
enorme vessillo, e trasportarlo. Un gran numero di bestie si adoperava
per moverlo. Non è punto inverosimile il credere che su di quel carro
o carroccio si ponesse la cassa militare, la spezieria e quanto più
importava di avere in salvo e pronto uso. Nemmeno sarebbe inverosimile
il dire che con varii segnali da quell'altissimo stendardo si dessero
gli ordini per un mezzo prontissimo, come si costuma anche ora nella
guerra di mare. Terminata la guerra, si riponeva il carroccio nella
chiesa maggiore, come cosa sacra e veneranda; e così anche l'opinione
religiosa contribuiva a fare accorrere alla di lui preziosa custodia
i combattenti. Pare adunque che il comandante o rimanesse vicino al
carroccio, o ivi almeno lasciasse l'indizio del sito a cui si volgeva,
per subito rinvenirlo; che vicino al carroccio si portassero i feriti,
sicuri di trovare ivi ogni soccorso, lontani da ogni pericolo; che
dal carroccio si diramassero gli ordini per mezzo di segnali con
somma rapidità; che ivi si custodisse quello che eravi di prezioso;
e che gli occhi de' combattenti, di tempo in tempo rivolti a quel
vessillo, conoscessero quali azioni ad essi comandava il generale, e
quale fosse il luogo più importante di ogni altro da custodirsi. Nella
maniera dì guerreggiare dei tempi nostri riuscirebbe inutile una tal
macchina, ben presto rovesciata dall'artiglieria, che ridurrebbe quel
contorno più d'ogni altro pericoloso; il fumo impedirebbe spesse volte
che quello stendardo fosse visibile: ma prima dell'invenzione della
polvere il carroccio inventato da Ariberto certamente fu con accortezza
immaginato; e perciò anche le altre città della Lombardia, quando,
coll'esempio de' Milanesi, acquistarono l'indipendenza e si ressero
col loro municipale governo, adottarono ciascheduna il proprio gran
vessillo, ossia carroccio. Così facilmente intendiamo come la perdita
del carroccio fosse un avvenimento che funestasse una città, non già
per un'idea di Palladio, o per una vana opinione d'onore soltanto, ma
perchè la perdita del carroccio era prova di una totale sconfitta, al
segno di non avere potuto preservare quello spazio che sommamente era
cura di ciascuno il difendere.

La riconciliazione fra i nobili e i plebei era stata momentanea; e
durava tuttora, come dappoi continuò, lo spirito di partito. Acciocchè
il governo degli ottimati sia fermo, conviene che la costituzione
ponga una distanza grande fra il ceto dei pochi, presso i quali sta
il comando, e il vasto ceto di quelli che sono destinati alla passiva
obbedienza. La loro persona deve comparire al popolo sacra e veneranda;
ma conviene che ciascuno ottimate, al deporre che fa la toga e la
pubblica persona, diventi popolare; e così la plebe ama i padroni, e
riceve come un beneficio que' momenti ne' quali discendono con lei i
magnati. Niente di questo eravi nella informe costituzione nascente
di Milano. L'autorità de' magnati non aveva l'augusto appoggio delle
leggi, e il loro costume, violento e duro, insultava il popolo, e
lo indisponeva ad obbedire ad un'autorità incautamente adoperata.
Morto appena il grande Ariberto si rinnovarono i partiti, e cominciò
la plebe a pretendere di avere essa pure influenza nell'elezione
dell'arcivescovo, dignità diventata assai più politica che
spirituale[191]. Non fu possibile di terminare la controversia fra di
noi; l'ostinazione era insuperabile, e quindi fu risoluto di ricorrere
al re Enrico, e lasciare a lui la nomina del nuovo arcivescovo. Vennero
adunque presentati al re i nomi di quattro cardinali della santa
chiesa milanese, acciocchè ne facesse la scelta. Ma il re profittò
dell'occasione e nominò arcivescovo certo Guidone, milanese bensì, ma
uomo ignobile, e conseguentemente che non era del ceto de' cardinali
ordinari; e così collocò sull'importante sede metropolitana una sua
creatura, interamente da lui dipendente; si affezionò il partito de'
plebei, abbassò i magnati, e si aprì la strada per essere più padrone
del regno d'Italia, che non potè esserlo il di lui padre Corrado. Vi
volle tutta l'astuzia di Guidone, tutto il timore che si aveva del
re Enrico, e molto denaro per ottenere che fosse consacrato il nuovo
arcivescovo[192]. Il partito de' nobili fu talmente offeso nel vedere
collocato un plebeo a loro dispetto sulla sede arcivescovile, che in un
giorno solenne l'indecenza fu portata a segno di piantare abbandonato
solo all'altare il nuovo arcivescovo, essendosi sottratti i cardinali
in mezzo della sacra funzione, come ci attesta Landolfo Seniore. Non
si può a meno di non compiangere con san Pietro Damiano la misera
condizione di que' tempi, e consolarci nel vedere i sacri ministri
dell'altare de' giorni nostri ben diversi, col loro esempio insegnando
al popolo la riverenza che si deve al santuario, e colla loro
mansuetudine allontanandolo dai perseguitare i nostri fratelli sotto
pretesto di religione. Pare che in quel secolo infelice la religione,
in vece di contenere le malvagie passioni degli uomini, da essi fosse
sfrontatamente adoperata, servendosene di pretesto per farvi un più
libero corso.

Il re Enrico venne in Italia; portossi a Roma; depose varii che si
dicevano sommi pontefici, e fece eleggere dal clero o dal popolo
Svidger, sassone, ch'egli aveva al suo seguito condotto a Roma. Nel
giorno medesimo in cui Enrico fece incoronare papa Svidger col nome di
Clemente II; Clemente II incoronò imperatore Enrico. Così quel sovrano,
coll'assoluta sua autorità, eleggeva il papa e l'arcivescovo, e aveva
annientato il potere de' sacri canoni e la libertà dell'ecclesiastiche
elezioni. Da ciò nacquero le discordie, che durarono per secoli, a
separare i cristiani in due partiti, gli uni a favore della sovranità,
gli altri a favore della libertà ecclesiastica; e se questo furore
di partito finalmente nella vita civile è tolto, ne rimane però
sempre qualche seme, almeno presso degli scrittori che ne raccontano
la storia. Non può, a mio parere, imputarsi a delitto se i vescovi,
vedendo soggetta la loro città a un sovrano elettivo, indifferente
per lo più al ben essere del suo popolo; vedendo il saccheggio, la
rapina, la miseria essere diventati lo stato naturale e costante della
città; non si può, dico, imputar loro a delitto, se, adoperando le
pingui loro rendite per ripararne le mura, per assicurarne la difesa,
con questo mezzo acquistarono la rispettosa riconoscenza del loro
popolo. Nè si può fare alcun rimprovero ai prelati se procurarono,
colle forze acquistate e col loro credito, di accrescersi i mezzi per
meglio difendere gli uomini della loro diocesi. Sin qui non si può che
venerare la loro condotta. Vero è che al comparire di re migliori,
avrebbero essi ottimamente operato, se, limitandosi al sacro loro
ministero, avessero abbandonato le cure del regno al sovrano: ma dagli
uomini non si può pretendere che, per essere rivestiti d'un carattere
pio e santo, cessino d'essere uomini e si trasmutino in altrettante
divinità. Ecco il modo col quale i vescovi diventarono potenti.
Niente poi è più naturale del partito che allora presero i sovrani
mischiandosi nelle elezioni de' vescovi, la scelta dei quali era
essenziale per la sicurezza della loro corona; partito che non aveva
l'appoggio della tradizione, contrario alle opinioni di quei tempi,
ma assolutamente necessario per restare tranquilli sul trono. Questo
turbamento essenzialissimo, che rovesciava dai fondamenti la gerarchia
ecclesiastica non solo, ma la disciplina istessa e il costume; che
faceva collocare sulla sede vescovile soggetti inettissimi e affatti
indegni di ascendervi; che apriva un mercato alla simonia, e faceva
diventare un articolo di finanza per il sovrano l'investitura de'
vescovadi e de' beneficii, era un oggetto turpe e luttuoso, meritevole
di riforma; e nessun altro poteva tentarla fuori che il sommo pontefice
capo della Chiesa. L'impetuoso zelo di Gregorio VII fu spinto da questo
universale disordine. In ogni cosa umana, quando si ha da combattere,
si corre rischio di trascorrere più in là del giusto. Così è accaduto
ai due partiti più di una volta, abusando delle circostanze favorevoli.
Scegliendo i fatti della storia con impegno per un partito, e tacendo
que' che non torna conto di ricordare, si trova una serie che prova e
convince; tanto fecondi sono i casi favorevoli ora al sacerdozio ed ora
al trono. Io non ardirò di mischiarmi nella gran contesa; tralascerei
anzi di parlarne, se fosse possibile l'omettere nella storia di Milano
i fatti più importanti e più interessanti per la loro influenza: ma
giacchè la fatica che ho intrapresa, e il corso degli avvenimenti mi
conducono a scrivere que' fatti che risguardano la città, io lo farò,
mosso dal sentimento di compassione de' mali che da un tale dissidio
sono nati; conoscendo il dissidio originato da una serie di cose che
lo rendevano necessario; e sempre ricordandomi che la debolezza, la
illusione e le passioni sono compagne degli uomini in tutti i secoli e
in tutte le condizioni. Ma di ciò tratteremo nel capo seguente.

Per ora ci può servire, per avere idea del governo della città in
que' tempi, un passo del Fiamma, che così c'insegna:[193] _Insuper
archiepiscopus mediolanensis quosdam alios maximos redditus imperiali
auctoritate recipiebat; quia super stratas regales, in exitu quolibet
de comitatu, habuit teloneum, et dum intrabat aliquis extraneus
in equo vel cum curru, aut pedibus, dabat telonario archiepiscopi,
immo innumerabilibus telonarii scensum, et archiepiscopus tenebatur
custodiri facere passus, et omnibus damnificatis intra territorium
restituere de suo tantum quantum damna fuissent aestimata_[194]. Da
queste parole molte cognizioni si ricavano. Primieramente il sovrano
è sempre stato considerato il re d'Italia o l'imperatore, e da lui, o
per tacita o per espressa concessione, doveva provenire ogni diritto
pubblico per essere considerato legittimo. L'arcivescovo realmente
non è stato mai sovrano di Milano, e mi sembra una favola evidente la
pretesa donazione che si asserisce fatta dal re Lotario nel 949 della
zecca di Milano all'arcivescovo; giacchè due anni dopo quest'epoca le
monete di Milano portarono il nome di Ottone, e dipoi degli Enrici,
dei Federici, dei Lodovici, indi dei Visconti e degli Sforza, non mai
ebbero il nome di verun arcivescovo, trattone quello dell'arcivescovo
Giovanni Visconti, che fu successore di Lucchino nella signoria di
Milano, e che la dominò per titolo ereditario di sua famiglia, e non
per la dignità ecclesiastica. Questa supposta donazione della zecca
ha per appoggio una bolla di Alessandro III sommo pontefice, il quale
poteva essersi ingannato nel suo fatto, e nella quale si considera come
legittimo arcivescovo Manasse, sebbene tale non fosse. Questa bolla
fors'anco è stata composta ne' tempi posteriori per altri fini, senza
che il papa l'abbia spedita giammai. L'arcivescovo adunque riscuoteva
per concessione del sovrano il tributo, e doveva l'arcivescovo istesso
tenere difeso il contado, e risarcire del proprio i danni secondo la
stima che ne venisse fatta. Il sistema fu introdotto dall'imperatore
Ottone. Sappiamo che il tributo s'impone per supplire ai mezzi della
difesa dello Stato. È strano il sistema che il sovrano confidi al
pubblicano medesimo la cura della difesa: ma la sovranità elettiva
d'un monarca per lo più lontano, in tempi ne' quali non si tenevano
milizie stabilmente assoldate, poteva renderne il progetto spediente.
Dovevano temersi le scorrerie degli Ungheri, e da essi forse avevano
anche imparato i vicini a depredare. Non era sicuro il contadino di
raccogliere e conservare la messe del suo campo. I Pavesi, Lodigiani,
Novaresi e i Comaschi venivano furtivamente a predare i Milanesi; e
questi altrettanto facevano fuori de' confini. Non v'era giudice che
avesse una giurisdizione estesa per punire il delitto commesso da
un uomo che abitava fuori di contado. Perciò ogni distretto doveva
essere custodito, e questa custodia era confidata all'arcivescovo,
personaggio il più facoltoso e autorevole della città, ma non però
l'arbitro di essa; poichè v'erano i messi ed i giudici regii, che
potevano e dovevano condannare l'arcivescovo al rinfacimento, tosto
che per negligenza di lui gli estranei avessero portato danno a un
milanese. L'autorità dei conti, che in origine comandavano la città
in nome del sovrano, si andava indebolendo ogni anno. La potenza
dell'arcivescovo non era dunque illimitata, anzi avendo preteso i
fratelli dell'arcivescovo Landolfo,[195] _prae solito, civitatis
abuti dominio_[196], venne scacciato per questa insolita pretenzione
l'arcivescovo della città, la quale,[197] _tempore Ottonis imperatoris
primi, Bonizio...... virtute ab imperatore accepta, velut dux castrum
procurando regebat_[198].

Alcune usanze ed opinioni di quel secolo meritano di essere ricordate.
Continuava l'usanza, siccome ho detto, di considerare alcuni uomini
come servi: a questi si tagliavano i capelli, e quando volevansi
manomettere, era costume di presentare il servo a un sacerdote, che
lo faceva passeggiare in giro intorno dell'altare, e, dopo una tal
cerimonia, l'uomo era considerato libero. Per fare un atto solenne
di donazione il costume esigeva che si adoperasse un coltello e un
bastone nodoso, un ramo d'albero, ovvero un pampino di vite. Qualche
altra volta si adoperava per tale atto un'altra cerimonia, ed era di
porre sulla terra la carta e il calamaio, e il donante li prendeva
dal suolo e li poneva nelle mani del notaio, pregandolo a scrivere la
donazione e autenticarla. Il lardo era molto in uso presso la plebe.
Abbiamo più legati pii ai poveri che dispongono di distribuirne. Uno
di questi è nel testamento fatto dall'arcivescovo Andrea, in cui vuole
che il suo erede, nel giorno anniversario di sua morte,[199] _pascere
debeat pauperes centum, et det per unumquemque pauperem dimidium panem,
et companaticum lardum, et de caseum, inter quatuor, libra una, et
vino stario uno_. Nella chiesa di Sant'Ambrogio avevamo tre oggetti
di opinioni capricciose: un antico marmo rappresentante Ercole, e si
credeva che l'impero doveva conservarsi sin tanto che quella scultura
rimaneva al suo luogo: di ciò scriveva Fazio degli Uberti:

    _Hercules vidi, del qual si ragiona_
    _Che, fin che 'l giacerà come fa ora,_
    _L'Imperio non potrà forzar persona._

Avevamo la sede vescovile marmorea nel coro, sulla quale, ponendosi
a sedere le donne incinte, credevano di non poter più correre alcun
rischio nel parto. In terzo luogo si credeva che quel serpente di
bronzo collocato sulla colonna dal buon arcivescovo Arnolfo, quel
prezioso dono de' Greci, avesse la virtù di guarire i bambini dai
vermi. Si credeva molto alle streghe, e si opinava ch'esse nulla
potessero operare nelle case avanti le quali passavano le processioni
delle Rogazioni, le quali sono assai antiche presso di noi. Quando le
campagne avevano bisogno della pioggia si poneva una gran caldaia a
fuoco in sito aperto; e vi si facevano bollire legumi, carni salate
ed altri commestibili; poi si mangiava e spruzzavansi di acqua i
circostanti. Nella vigilia del santo Natale si faceva ardere un
ceppo ornato di frondi e di mele, spargendovi sopra tre volte vino e
ginepro; e intorno vi stava tutta la famiglia in festa. Questa usanza
durava ancora nel secolo decimoquinto, e la celebrò Galeazzo Maria
Sforza. Il giorno del santo Natale i padri di famiglia distribuivano,
sin d'allora, i denari, acciò tutti potessero divertirsi giuocando.
Si usavano in quei giorni dei pani grandi; e si ponevano sulla mensa
anitre e carne di maiale, come anche oggidì il popolo costuma di fare.
V'è nell'archivio del monastero di Sant'Ambrogio una donazione, fatta
nel 1013, da Adamo, negoziante milanese, all'abate del monastero; egli
dona una casa, acciocchè col fitto di essa i monaci comprino de' pesci,
ed allegramente se li mangino nel giorno anniversario della morte di
Falcherodo, monaco, e di Giovanni, prete: e ciò per sollievo dell'anima
de' trapassati. Sono anche curiose le parole:[200] _Emanat pisces ad
refectionem et hilaritatem annualem in die anniversario obitus eorum
Falkerodi monaci et Johanni presbytero, pro animarum eorum remedio,
quo ipsis proficiat ad gaudium et anime salutem_[201]. Si credeva da
molti che giovasse al riposo delle anime de' defunti l'accendere sulle
tombe loro delle lampadi:[202] _Ut ipsa luminaria luceant pro anima
ipsius_[203]. Altre donazioni ritrovansi colla condizione:[204] _Et
faciat ardere ia quadragesima majore super sepulturam ipsius quondam
Andreae genitoris_[205]. Di varie superstizioni di quei tempi ne tratta
la dissertazione dell'illustre Muratori, alla quale si può ricorrere
per una più vasta erudizione[206].

Non v'è ai nostri giorni alcun giudice, per corrotto e meschino ch'egli
si sia, che sfrontatamente ardisca di raccontare di avere venduta
la sentenza. Allora l'imperatore Ottone III non ebbe difficoltà, in
un diploma del 1001, di asserire di aver ricevuto dal vescovo di
Tortona la metà dei beni disputati:[207] _Propter rectum judicium
quod fecimus inter eum et Ricardum, ex jam praenominatis rebus_[208].
Facile è quindi il conoscere in quale stato fossero allora le leggi,
la disciplina, le scienze. I vescovi erano soldati e vivevano più
nelle armate che nella Chiesa. Così facevano gli abati[209]. L'uso di
decidere le questioni col preteso giudizio di Dio nel duello, sempre
più rendevasi comune. I beni ecclesiastici si dilapidavano dagli stessi
prelati; e così fece Landolfo, arcivescovo, il quale[210] _ecclesiae
facultates et multa clericorum distribuit militibus beneficia_[211];
e più distintamente lo spiega l'altro storico nostro contemporaneo
Landolfo:[212] _Pollicens illis omnes plebes, omnesque dignitates atque
Xenodochia, quae majores ordinarii atque primicerius decumanorum,
archipresbyteri, et cimiliarchi hujus urbis ecclesiarum tenebant,
jurejurando asserens, pactum usque detestabiles patratus_[213]. Io
ripeterò più volte una verità che non sarà mai ripetuta abbastanza;
cioè che le malinconiche declamazioni che si fanno contro i costumi del
secolo in cui viviamo, suppongono una totale ignoranza della storia; e
che, paragonando il tempo d'oggi ai tempi de' quali tratto, dobbiamo
umilmente benedire e ringraziare l'Essere Eterno che ci ha riserbati
a vivere fra uomini assai più colti e ragionevoli, sotto governi assai
più saggi e benefici, diretti da un clero assai più dotto, costumato e
pio, mentre il vizio e il delitto cautamente fra le tenebre serpeggiano
(poichè la terra è la loro abitazione), ma non innalzano la temeraria
fronte, nè dettano precetti per confondere, come allora facevano, ogni
idea di giustizia e di virtù.



CAPITOLO V.

  _Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina ecclesiastica
  dopo la metà del secolo XI._


La rivoluzione di cui sono per trattare in questo capitolo, ha
cagionato più di trenta anni di fazioni nella nostra città. Stragi,
incendii, odii, scandali, risse, questa è la scena che ci si apre
davanti. Vorrei cancellare dalla storia la memoria di que' tristi
avvenimenti; ma essi influirono sopra i posteriori, e furono troppo
lunghi ed importanti. Costretto a riferirli, io lo farò più colle
parole altrui, che colle mie. La libertà ecclesiastica era stata
depressa all'estremo dall'imperatore Enrico II, come già accennai. Il
pontificato istesso di Roma già da una serie di anni era abbassato
all'ultimo segno. Romano, console, duca e senatore di Roma, a forza
di denaro si era fatto eleggere sommo pontefice col nome di Giovanni
XIX nel 1204. Teofilato, di lui nipote, fanciullo ancora e appena
cherico, a forza pure di denaro speso da' suoi parenti, gli succedette
col nome di Benedetto IX. La vita libertina, le rapine, le crudeltà
che esercitava, indussero i Romani a scacciarlo. L'imperatore
Corrado, colle sue armi, lo collocò di nuovo sulla sua sede; ivi
però, circondato dalla detestazione pubblica ben meritata, vendette
il sommo pontefice a prezzo d'oro all'arciprete Giovanni Graziano,
che fu Gregorio VI. L'imperatore Enrico II, successor di Corrado,
volle che Gregorio VI fosse deposto in un concilio a Sutri. Poi
costrinse i Romani a riconoscere per sommo pontefice Svidger, vescovo
di Bamberga, ch'egli aveva dalla Germania condotto in seguito, e
si chiamò Clemente II. Morto questo, l'imperatore Enrico elesse a
sommo pontefice Poppone, vescovo di Brixen, e lo spedì a Roma, dove
ebbe nome Damaso II; a cui l'imperatore stesso in Worms destinò per
successore Brunone di Egesheim, che fu in Roma chiamato Leone IX.
Gli fu successore Geberardo, vescovo di Eichslat, scelto in Magonza,
il quale in Roma si chiamò Vittore II. Così si facevano allora
le elezioni. Ildebrando, nato nella Toscana, monaco, in Roma, poi
cardinale, viveva in que' tempi. Dotato di somma accortezza e di quella
energia d'animo che caratterizza gli uomini grandi, fermo ne' suoi
principii, audace, cautamente violento, fremeva nel mirare rovesciata
la disciplina ecclesiastica, calpestata l'antica libertà delle elezioni
canoniche, soggiogata l'Italia da continue invasioni, umiliata Roma
all'obbedienza, e collocati sulle sedi vescovili uomini talvolta i più
vili e i più indegni d'occupare quel sacro luogo. Ildebrando era nato a
tempo, poichè il disordine era al colmo. L'evidenza de' mali pubblici,
cresciuti a un dato segno, dispone gli uomini a desiderare e seguire
una mente superiore riscaldata per una rivoluzione. In ogni altro tempo
più placido l'inerzia prevale; e il vigoroso entusiasmo sbalordisce e
dispiace. La stima de' Romani l'aveva innalzato a tale ascendente, che
Vittore II era pienamente governato da lui; ch'egli creò, si può dire,
Alessandro II; e che erano già quasi vent'anni ch'ei dirigeva il sommo
pontificato quando vi ascese col nome di Gregorio VII, nome che ei
rese famoso nella storia. Egli si propose di assoggettare alla chiesa
romana la milanese; di rendere il papato potente colla soggezione de'
vescovi, e così opporre alla forza dell'Impero la forza ecclesiastica
riunita: mezzo che forse era il solo per allontanare la simonia nelle
elezioni, e restituire alla Chiesa pastori degni dell'apostolato. La
chiesa milanese era la più importante di ogni altra, per il numero
grande delle chiese da essa dipendenti, per l'opinione antica, per
la venerazione del suo rito e per l'influenza che aveva l'arcivescovo
nella elezione del re d'Italia. In fatti vedremo con quanta ostinazione
Ildebrando abbia seguitato il suo piano senza mutare giammai consiglio,
malgrado le gravissime difficoltà che vi si frapposero.

(1056) Nell'anno 1056 era morto l'imperatore Enrico II, e restava
collocato sul trono imperiale un bambino di sei anni, Enrico III, in
mezzo alle turbolenze della Germania, sotto la tutela dell'imperatrice
Agnese, di lui madre. Durante una lunga serie di anni l'Italia
rimase come se non vi fosse un re, ed era libero il campo ai maneggi
d'Ildebrando. Cominciarono essi appunto in quell'anno 1056. In quel
tempo la chiesa milanese ordinava, siccome accennai, sacerdoti anche
gli uomini che avevano moglie, e permetteva loro di convivere con
essa. Non però ammetteva al sacerdozio coloro che fossero passati
a seconde nozze, ovvero avessero presa per moglie una vedova. Non
si proibiva poi che un sacerdote, rimasto vedovo, passasse a nuove
nozze; ma gli restava sempre interdetto l'esercizio delle funzioni
sacerdotali. Pretendevano i nostri sacerdoti che tale fosse il
patrio rito sino dai tempi di Sant'Ambrogio, il quale, come nella
forma del battesimo e in altra parte della liturgia aveva adottata
la pratica della chiesa greca, così ne avesse accettata anche la
disciplina, che accorda il matrimonio ai sacerdoti. Questa opinione
è stata contrastata con molta erudizione dal nostro Puricelli in una
sua dissertazione, in cui volle provare non avere mai sant'Ambrogio
permesso il matrimonio ai sacerdoti[214]. Citavano allora i nostri
ecclesiastici un testo del santo nel suo primo libro[215] _de officiis
ministrorum_, con queste parole:[216] _De monogamia sacerdotum quid
loquar? quum una tantum permittitur copula, et non repetita; et haec
lex est non iterare conjugium_[217]. Ma questo passo ora si legge
così:[218] _De castimonia autem quid loquar, quando una tantum nec
repetita permittitur copula. Et in ipso ergo conjugio lex est non
iterare conjugium_[219]. Non consta nemmeno che gl'impugnatori del
matrimonio de' sacerdoti allora accusassero di mala fede i nostri
sacerdoti, che pubblicamente si appoggiavano a quella testimonianza;
anzi in un'aringa pubblica si pretese allora che la seguente fosse
dottrina di sant'Ambrogio:[220]_ Virtutum autem magister apostolus
est, qui cum patientia redarguendos docet et contradicentes, qui unius
uxoris virum praecipiat esse, non quod exortem excludat conjugii, nam
hoc supra legem praecepti est, sed ut conjugali castimonia fruatur
absolutionis suae gratia; nulla enim culpa conjugii, sed lex. Ideo
Apostolus legem posuit dicens: Si quis sine crimine est unius uxoris
vir; ergo qui sine crimine est unius uxoris vir, teneatur ad legem
sacerdotii supradicti; qui autem iteraverit conjugium, culpam quidem
non habet coinquinati, sed praerogativa exuitur sacerdotis_[221].
Questo passo del santo dottore ora si legge così:[222] _Virtutum
autem magister apostolus est, qui cum patientia redarguendos doceat
contradicentes; qui unius uxoris virum praecipiat esse, non quo exortem
excludat conjugii (nam hoc supra legem praecepti est) sed ut conjugali
castimonia servet ablutionis suae gratiam: neque iterum ut filios
in sacerdotio creare apostolica invitetur auctoritate, habentem enim
dixit filios, non facientem, neque conjugium iterare_[223]. Il testo
odierno è precisamente contrario a quello che allora si allegava in
pubblico, senza che alcuno accusasse chi lo citava, di mala fede; e gli
scritti di sant'Ambrogio dovevano essere noti al clero ambrosiano, che
faceva professione di conservare i particolari instituti di quel santo
vescovo. In seguito a ciò, leggesi anche presentemente il passo in
questi termini:[224] _Ideo apostolus legem posuit dicens: Si quis sine
crimine est unius uxoris vir, tenetur ad legem sacerdotii suscipiendi:
qui autem iteravit conjugium, culpam quidem non habet coinquinati,
sed praerogativa exuitur sacerdotis_[225]. Cresce anche al di più la
difficoltà sul testo del santo dottore, osservando come poco dopo, a
tal proposito, presentemente leggesi:[226] _Patres in concilio Nicaeno
tractatus addidisse, neque clericum quemdam debere esse qui secunda
conjugia sortitus sit_; il che non si sa come spiegarlo, poichè ne'
venti canoni del concilio Niceno nessuna menzione si fa de' cherici
bigami; ne è presumibile che il santo dottore Ambrogio ignorasse gli
atti di quel primo concilio generale della Chiesa, che era celebrato
appena settantun'anni prima del tempo in cui egli scriveva quelle
parole; meno poi che allegasse l'autorità di quella celebre unione
di trecento diciotto vescovi sopra un argomento di cui il concilio
non avesse trattato. Il testo del santo padre allora era diverso da
quello d'oggidì; quale sia la genuina lezione a me non appartiene
il deciderlo[227]. I nostri ecclesiastici allora interpretavano
letteralmente i testi di san Paolo:[228] _Bonum est homini mulierem
non tangere; propter fornicationem autem unusquisque suam uxorem
habeat_; e l'altro:[229] _Oportet ergo episcopum irreprehensibilem
esse, unius uxoris virum, sobrium, prudentem, etc._ Questa opinione,
che attribuiva a sant'Ambrogio la disciplina favorevole al matrimonio
de' sacerdoti, si vede ancora nell'antica cronaca di Dazio, riferita
da Galvaneo Fiamma:[230] _In synodo Damasi Primi, centum quadraginta
episcoporum, celebrata in Costantinopoli, ubi beatus interfuit
Ambrosius, gravissima dissensio exorta et inter sacerdotes uxoratos
ex una parte, et inter sacerdotes sine uxore viventes ex altera, qui
sacerdotes sine uxore dicebant sacerdotes uxoratos salvari non posse.
Summus pontifex hanc quaestionem commisit beato Ambrosio, qui sic ait:
Perfectio vitae non in castitate, sed in charitate consistit, secundum
illud apostoli: Si linguis hominum loquar et angelorum, etc. Ideo
lex concedit sacerdotes semel virginem uxorem ducere, sed conjugium
non iterare. Si autem, mortua prima uxore, sacerdos aliam duxerit,
sacerdotium amittit._ Questa opinione durava ancora al principio del
secolo decimoquarto, quando scriveva Pietro Azario, il quale, descritta
che ebbe la gerarchia ecclesiastica di Milano, aggiugne:[231] _Iis
omnibus benedicens beatus Ambrosius, una uxore uti posse concessit, qua
defuncta et ipsi vidui in aeternum permanerent. Quae consuetudo duravit
annis septingentis usque ad tempora Alexandri papae, quem civitas
Mediolani genuerat._ E anche un secolo dopo così credevasi; di che ci
fanno testimonianza le seguenti parole del Corio, e _concesse loro[232]
che potessero avere moglie vergine, la quale morendo, restassero poi
vedovi, come chiaramente si legge nella prima a Timoteo_; parole che
trovansi nelle prime edizioni di Milano 1503, e di Venezia 1565, ma che
si tralasciarono nelle posteriori ristampe. Quantunque questa opinione
di sant'Ambrogio sia considerata erronea; e la pratica di ammettere al
sacramento dell'ordine le persone che avevano già il sacramento del
matrimonio, si risguardi come un abuso introdottosi posteriormente;
egli è però certo che i sacerdoti che vivevano nel 1056 erano nati ed
allevati con questo costume e con questa opinione che il matrimonio
fosse permesso agli ecclesiastici, e che, almeno da cento anni, tale
fosse la loro pratica; il che lo attesta il conte Giulini, che pure
è poco amico di que' nostri ecclesiastici così egli: _Non era così
antico, a mio credere, come quello della simonia, nella nostra città
l'altro abuso del matrimonio degli ecclesiastici, non avendone io
trovato qualche indizio che nel secolo decimo_[233].

Quand'anche io credessi migliore la disciplina ecclesiastica che
permette le nozze ai sacerdoti, dell'altra che impone loro l'obbligo
del celibato, io tacerei per riverenza verso della Chiesa, che ha
stabilito generalmente il secondo. Ma tutto bene esaminato, parmi
che il celibato sia lo stato più conveniente ed opportuno agli
ecclesiastici; perchè meno legami gli attaccano alle brighe della
società; più imparziali e liberi conservansi nell'esercizio del santo
loro ministero; più tranquillità loro rimane per occuparsi negli
studi sacri; minori ostacoli hanno d'intorno, e possono interamente
consacrarsi al bene degli uomini; i beneficii ecclesiastici possono
essere ripartiti ai poveri, senza che i sentimenti della natura verso i
figli allontanino il beneficiato dal distribuirli; finalmente i figli
degli ecclesiastici che vivono co' beni della Chiesa, contraggono
con una educazione civile i bisogni ai quali totalmente viene a
mancare la base colla morte del padre, e corre pericolo la società
di avere pessimi cittadini, a meno che le cariche ecclesiastiche non
diventassero feudi transitorii ne' figli. Quest'ammasso di ragioni mi
persuaderebbe in favore del celibato, per i pochi cittadini trascelti
per servire al ministero dell'altare, anche allorquando si disputasse
se convenga non ammettere se non uomini che siano determinati a questo
genere di vita, giudicato più perfetto, e più dal popolo riverito. Ma
questo non mi induce però a chiamare i sacerdoti della chiesa milanese
di que' tempi _concubinari_, siccome in questi ultimi tempi sogliono
fare alcuni; poichè essi nè difendevano il concubinato, nè generalmente
erano accusati di questo; e nemmeno li chiamerò _incontinenti, eretici,
scismatici, nicolaiti_, voci adoperate per un male inteso zelo, poichè
nessun rimprovero venne loro fatto sul loro dogma. La questione è stata
unicamente per la disciplina del celibato, che da noi non si credeva
una condizione essenziale per il sacerdozio. Posto così lo stato della
questione nel suo vero aspetto, vediamo ora per quai mezzi Ildebrando
abbia incominciata in Milano la rivoluzione che si era prefissa.

Già nell'anno 1021, siccome dissi, erasi da Benedetto VIII, nel
concilio di Pavia, coll'autorità anche del re Enrico, fatta la
legge che obbligava al celibato i sacerdoti. Anselmo da Baggio,
ordinario cardinale della santa chiesa milanese, uomo di merito e
di nascita distinta, e che godeva in Milano, sua patria, moltissima
considerazione, fu il primo che cominciasse da noi a disapprovare il
matrimonio degli ecclesiastici[234]. Sappiamo che gli ecclesiastici
erano del partito de' nobili, e nobili essi medesimi comunemente. I
discorsi di Anselmo stavano per cagionare dei torbidi nella città,
dove le inimicizie fra i nobili e i plebei erano sopite, piuttosto
che spente; e i popolari, prontissimi a cogliere l'occasione di
umiliare gli ottimati. L'arcivescovo Guidone si adoperò in modo che
l'imperatore Enrico II creasse Anselmo vescovo di Lucca; e per tal
mezzo (che nelle circostanze era, se non il solo, almeno il più
saggio e il più mite) credette di avere allontanato il pericolo
di un fermento nella città. Anselmo da Baggio poi fu sempre ligio
d'Ildebrando; con esso venne in Milano, siccome vedremo in seguito;
e non dimenticò mai l'oggetto di sottomettere l'arcivescovo alla
giurisdizione romana, finchè fu innalzato al sommo pontificato per
opera d'Ildebrando, col nome d'Alessandro II. Credette l'arcivescovo di
essersi assicurata la tranquillità coll'allontanamento dell'eloquente
Anselmo. Ma se non si trovò un uomo di quella autorità, non perciò
mancarono altri che decisamente cercarono di animare il popolo contro
degli ecclesiastici. Tre uomini si collegarono, Arialdo, Landolfo e
Nazaro: Arialdo era diacono; nessuno storico lo nega; Landolfo era
cherico, se osserviamo quanto ne scrisse il beato Andrea; non era in
modo alcuno ecclesiastico, se crediamo allo storico Arnolfo. Nazaro
era uno zecchiere assai ricco, _de' quali due compagni di Arialdo, uno
con l'autorità, l'altro col danaro diede molto vigore al partito de'
buoni_, dice il conte Giulini[235]. Convien credere che appunto questo
fosse il solo appoggio che Nazaro diede al partito; poichè di lui
in nulla si fa menzione, nè io più lo nominerò. I due che figurarono
furono Arialdo e Landolfo. Sono concordi i due partiti nell'asserire
che Landolfo fosse uomo di nascita nobile; discordano sulla famiglia
di Arialdo, gli uni volendola plebea, e gli altri al contrario.
Arnolfo, che viveva in que' tempi, così comincia il racconto di questa
dissenzione:[236] _Hac eadem tempestate horror nimius ambrosianum
invasit clerum.... cujus initium et seriem, quum res nostris adhuc
versetur in oculis, prout possumus enarremus..... Quidam igitur ex
Decumanis, nomine Arialdus, penes Widonem Antistitem multis fotus
deliciis, multisque cumulatus honoribus, dum litterarum vacaret studio,
severissimus est divinae legis factus interpres, dura exercens in
clericos solos judicia. Qui quum modicae foret auctoritatis, humiliter
utpote natus, praevidit applicare sibi Landulphum, quasi generosiorem,
et ad hoc idoneum, familiaris ejus factus assecla. Landulphus vero,
quum esset expeditioris linguae ac vocis, nimiusque favoris amator,
repente dux verbi efficitur, usurpato sibi, contra morem Ecclesiae,
praedicationis officio. Hic, quum nullis esset ecclesiasticis gradibus
alteratus, grave jugum sacerdotum imponebat cervicibus, quum Christi
suave est, et ejus leve sit onus_[237]. Landolfo adunque dai privati
discorsi passò ai pubblici, e lo storico istesso ci ha trasmessa la
prima parlata con cui eccitò la plebe a disprezzare gli ecclesiastici,
ed a saccheggiare le case loro. Ella è la seguente:[238] _Carissimi
seniores, conceptum in corde sermonem ultra ritenere non valeo. Nolite,
domini mei, nolite adolescentis et imperiti verba contemnere; revelat
enim saepe Deus minori, quod denegal majori. Dicite mihi: creditis in
Deum trinum et unum? Respondent omnes: credimus. Et adjecit. Munite
frontes signo Crucis. Et factum est. Post haec, ait. Condelector
vestrae devotioni, compatior tamen imminenti magnae perditioni.
Multis enim retro temporibus non est agnitus in hac urbe Salvator.
Diu est quod erratis, quum nulla sint vobis vestigia veritatis; pro
luce palpatis tenebras, caeci omnes effecti, quoniam caeci sunt duces
vestri. Sed numquid potest caecus caecum ducere? nonne ambo in foveam
cadunt? Abundant enim stupra multimoda; haereris quoque simoniaca in
sacerdotibus et levitis, ac reliquis sacrorum ministris, qui, quum
nicolaitae sint et simoniaci, merito debent abjici, a quibus si salutem
a Salvatore speratis, deinceps omnino cavete, nulla eorum venerantes
officia, quorum sacrificia idem est ac canina sint stercora, eorumque
basilicae jumentorum praesepia. Quamobrem, ipsis amodo reprobatis, bona
eorum publicentur. Sit facultas omnibus universa diripiendi ubi fuerint
in urbe vel extra_[239]. Gli editori della raccolta _Rerum Italicarum_
credono che quest'aringa sia una prova di eloquenza dello storico,
e che unicamente Landolfo, parlando al popolo, acremente declamasse
contro il matrimonio dei preti:[240] _acriter intonuisse_[241]: ma
non producono alcuna ragione. La storia ci fa vedere che in seguito
il popolo saccheggiò le case degli ecclesiastici, e se crediamo a
questo autore, che scriveva mentre attualmente accadevano le cose:[242]
_Quum res nostris adhuc versetur in oculis_, si vede che erano
vaghe e generali le accuse per eccitare il popolo contro del corpo
ecclesiastico. Landolfo il Vecchio, altro nostro scrittore di quei
tempi, così più in breve ci descrive l'origine della dissenzione:[243]
_Arialdus, cujusdam superbiae zelo gravatus, qui paulo ante de quodam
scelere nefandissimo accusatus, et convictus ante Guidonem, adstantibus
sacerdotibus hujus urbis multis, et partim quia urbani sacerdotes,
forenses togatos urbem intrare minime consentiebant, et ecclesias
civiles illis habere nisi per tonsuram illis non permittebant, per
omnia occasionem quaerebat qualiter omnes sacerdotes ab uxoribus,
populi virtutem sollicitando, removeret_. Il conte Giulini a
questo passo aggiugne: «Quanto al delitto che gli appone il maligno
scrittore, si scuopre questa per una mera calunnia, osservando che
Arnolfo, storico nemico egualmente di sant'Arialdo, nulla affatto ne
dice. Oltrechè, se fosse stato vero, non avrebbe lasciato Landolfo
di spiegarne meglio le circostanze per renderlo credibile. Ma anche
senza badare a ciò, la santità di quel buon servo di Dio in tutto
il resto della sua vita lo difende abbastanza da tale manifesta
impostura[244]». I due nostri scrittori Arnolfo e Landolfo Seniore
sono i soli che abbiamo di quel tempo. Essi erano stati testimonii, e
forse partecipi delle miserie nelle quali venne ingolfata la città per
queste dissenzioni: essi erano animati contro coloro che ne furono la
cagione. È naturale altresì il supporre che essi fossero affezionati
alla disciplina che avevano trovata in uso presso de' loro padri; e
questo basterà perchè non venga loro prestata ciecamente credenza nel
male che dicono di Arialdo e di Landolfo. Se si fosse allora trattato
unicamente di ripristinare o dilatare la disciplina del celibato anche
nella chiesa milanese, e non ammettere agli ordini sacri in avvenire
se non coloro che si obbligassero alla vita celibe, la questione
si sarebbe potuta discutere pacificamente; ma volendosi rimovere
dall'altare i sacerdoti ammogliati, ognuno vede in quale angustia
venivano riposti e i sacerdoti e i parenti delle loro mogli. Il metodo
migliore per conoscere lo spirito dei partiti si è l'attenerci ai fatti
non contrastati, e non far caso delle declamazioni.

Tra i fatti accordati dagli scrittori dell'uno e dell'altro partito,
evvi il seguente: Arialdo, in un giorno solenne, radunò sulla piazza
un buon numero di popolo; e alla testa della moltitudine entrato
nella chiesa, mentre i sacerdoti celebravano i divini uffici,
violentemente scacciolli tutti dal coro, e perseguitolli in tutt'i
canti e ripostigli; poscia dispose un editto in cui si comandava il
celibato, e costrinse gli ecclesiastici a sottoscriversi. Frattanto si
saccheggiarono le case degli ecclesiastici ed alcune si diroccarono.
Arnolfo così lo racconta:[245] _Die una solemni ad ecclesiam veniens_,
parla di Arialdo, _cum turbis a foro, psallentes omnes violenter
projecti a choro, insequens per angulus et diversoria; deinde
providet callide scribi Pytacium de castitate servanda, neglecto
canone, mundanis extortum a legibus, in quo omnes sacri ordines
ambrosianae diocesis inviti subscribunt, angariante ipso cum laicis.
Interim praedones civitatis, praeter aedes aliquos in urbe dirutas,
lustrabant parochiam, domos clericorum scrutantes, eorumque diripientes
substantiam._ Al qual passo di Arnolfo il conte Giulini così riflette:
_Era per altro ben giusta cosa che quegli ecclesiastici viziosi
ed ostinati i quali non volevano cangiar vita, venissero castigati
anche col braccio secolare. Egli è ben vero che i rimedi violenti
non vanno per l'ordinario disgiunti da qualche disordine: ma pure
talora sono necessari_[246]; il che suppone che quegli ecclesiastici
fossero viziosi e legalmente provati tali; che il loro vizio fosse
della classe di quelli che sono sottoposti al braccio secolare; che
Arialdo fosse rivestito della pubblica autorità; che legittimamente
lo costituisse vindice della disciplina; e finalmente che il modo
per esercitare questa magistratura fosse legale, movendo la plebe
a tumulto, profanando l'asilo del sacro tempio, e scacciandone i
ministri: cose tutte che non mi paion vere. Ridotto adunque lo scandalo
a questo eccesso, dopo di aver sin da principio adoperati tutti i mezzi
possibili per guadagnarsi Arialdo e Landolfo[247], Guidone arcivescovo
doveva ricorrere al mezzo che i sacri canoni proponevano, cioè alla
convocazione d'un concilio in cui, radunati i vescovi suffraganei
ed ascoltate le ragioni dell'una e dell'altra parte, si decidesse la
questione, si restituisse la pace alla Chiesa, e il popolo ritornasse
alla riverenza de' pastori. Così appunto fece l'arcivescovo. Ma siccome
il furore dei partiti rendeva troppo pericoloso il soggiorno di Milano,
venne radunato il sinodo in Fontaneto, luogo del Novarese. Furono
avvisati Arialdo e Landolfo di comparire al concilio, ed ivi esporre
la loro dottrina e le querele contro del clero. Ma nè Arialdo, nè
Landolfo vollero presentarvisi[248], e quindi vennero da quel sinodo
scomunicati[249]. Questa scomunica sconcertò i disegni di Arialdo e del
compagno Landolfo. La storia c'insegna quanto obbrobriosa e precaria
fosse in que' tempi l'esistenza di quell'infelice sul quale era stato
pronunziato l'anatema. Arialdo perciò abbandonò Milano e portossi a
Roma nel 1057, ove dal sommo pontefice Stefano X venne accolto con
molta onorificenza[250]. Landolfo aveva presa la strada medesima, e
le insidie che trovò nelle vicinanze di Piacenza fecero che ritornasse
ferito in Milano[251]. Allora sembrava ritornata la quiete nella città.

Non poteva il cardinale Ildebrando, motore, siccome dissi, di questa
rivoluzione, essere contento della sentenza proferita dal concilio
di Fontaneto; per cui presso il popolo veniva screditato il partito
contrario agli ecclesiastici e confermata la loro disciplina. Il fine
era di sottomettere alla giurisdizione di Roma la Chiesa milanese:
mezzo unico forse, come accennai, per impedire le elezioni simoniache
e collocare prelati migliori al reggimento della Chiesa, alla quale
non era più possibile lo restituire l'antica libertà, toltale dal
potere dei re. Ildebrando istesso venne a Milano, e condusse con seco
il vescovo di Lucca Anselmo da Baggio, primo autore della novità[252].
L'arrivo de' due legati, che operavano in nome del sommo pontefice
Stefano X, risvegliò più che mai le fazioni. _La discordia era
cresciuta a segno ch'era diventata guerra civile, e sì da un partito
che dall'altro le fazioni insieme crudelmente combattevano: i legati,
temendo il furore del popolo, adunati di nascoso quanti cittadini
potettero, dichiararono simoniaco Guidone arcivescovo, e detestabili
tutte le sue operazioni;_ così il conte Giulini[253]; al che aggiugne
questo pio e cauto scrittore che lo storico Landolfo Seniore, che ci
narra il fatto, essendo nemico de' legati, è sospetto di parzialità.
_Si dee credere che la loro condotta sarà stata molto più regolare di
quello che l'appassionato storico non la dipinga; e che non saranno
giunti ad una sì rigorosa sentenza se non dopo un maturo esame, e
dopo aver perduta ogni speranza di ridurre l'arcivescovo a qualche
onesto accomodamento._ L'animosità di deprimere la chiesa ambrosiana
era allora tale in Roma, che nemmeno più si volle permetter dal papa
che i monaci di Monte Cassino usassero del canto ambrosiano, che è il
più antico della chiesa latina; e venne ordinato che introducessero un
nuovo canto[254]. I due legati partirono, lasciando la città immersa
più che mai nella discordia. Arialdo era ritornato. Varii rimproveri
gli furono detti pubblicamente. Un sacerdote così lo apostrofò:[255]
_Numquid tu solus per execrabilem Pataliam, et quamplurima sacramenta
prava et detestabilia, populi flammam, quae impetu ut mare versatur,
super nos accendis?_[256] Da altro ecclesiastico distinto era stato
così ripreso:[257] _Dum hujus inauditae Pataliae placitum cogitasti
commovere, qualiscumque intentionis esses, ab aliquo religioso
viro prius multis cum jejuntis debuisses consiliari_[258]. La voce
_patalia_ era quella colla quale si qualificava una dottrina nuova e
discordante dalla opinione ortodossa; e coloro che sostenevano opinioni
riprovabili chiamavansi _patalini_, _patarini_ o _catari_, come oggidì
chiamansi _novatori_. Così i due partiti, protestando ciascuno di
sostenere l'ortodossia, vicendevolmente accusavano gli avversari di
prevaricare, e si ingiuriavano a vicenda coi nomi di _nicolaiti_ e
di _patarini_. Le risse, i saccheggi, i tumulti sempre continuavano,
anzi andavano frattanto crescendo. Il partito d'Arialdo, rinvigorito
dalla sentenza dei legati, s'ingrossò col numero de' plebei animati
ad umiliare i nobili, e l'accanimento giunse a segno che molti nobili,
non avendo più forza per sostenere i sacerdoti, dovettero allontanarsi
dalla città, e ritrovarsi un asilo tranquillo nelle terre:[259] _Ast
nobiles urbis, quorum virtute sacerdotes paulo ante tuebantur, nimia
ira et indignatione commoti, alii urbem exiebant, alii ut procellosae
calamitati finem imponerent, tempus expectabant_[260]. Abbandonati così
gli ecclesiastici, il partito della plebe si era unito ad Arialdo; ed
è facile l'immaginarsi quale doveva essere lo stato civile e religioso
di Milano in quel tempo del quale, e del potere d'Arialdo allora,
e del suo partito, dice lo storico nostro Tristano Calchi, che era
forte:[261] _Fere cunctorum civium concursu, qui clericorum probra
libenter audiebant: alii inopia, vel aere alieno pressi, et spem omnem
in praeda et rapinis locantes, nihil minus quam pacem et civitatis
concordiam optabant_[262].

La sedizione era giunta al colmo, e il partito fomentato da Ildebrando
aveva depresso gli avversari. Era giunto il momento opportuno per
assoggettare la chiesa di Milano. Se i primi legati, incontrato
l'ostacolo de' nobili e de' fautori del clero, ancora capace di
sostenersi (per lo che non senza pericolo dimorarono in Milano)
prontamente se ne partirono condannando, siccome dissi, l'arcivescovo,
ora la venuta de' legati doveva essere più sicura ad eseguirsi. Ciò
non ostante non trovò a proposito di venirvi il cardinale Ildebrando.
Furono destinati a quest'ufficio nuovamente Anselmo da Baggio, vescovo
di Lucca (il primo autore, come si disse, del partito), e gli assegnò
per compagno il vescovo d'Ostia, Pietro di Damiano, che è conosciuto
col nome di san Pier Damiano. Questa nuova legazione accadde l'anno
1059. Sebbene però Ildebrando non venisse ad eseguire l'impresa, egli
interamente la diresse, come ce ne fanno fede le lettere di san Pier
Damiano a lui indirizzate su di questa negoziazione. Non si potevano
trascegliere due legati più opportuni per ottenere l'intento. Il
primo cospicuo nostro cittadino, appoggiato a parenti ed a clientele;
l'altro, eloquente, dotto e d'una pietà celebratissima. Non perciò fu
la cosa senza qualche difficoltà, e questa la ritroviamo in una delle
lettere scritte da san Pier Damiano al cardinale Ildebrando:[263]
_Factione clericorum repente in populo murmur exoritur. Non debere
ambrosianam ecclesiam romanis legibus subjacere, nullumque judicandi,
vel disponendi jus romano pontifici in illa sede competere. Nimis
indignum, inquiunt, ut quae sub progenitoribus nostris semper fuit
libera, ad nostrae confusionis opprobrium nunc alteri, quod absit,
Ecclesiae sit subjecta!_[264] così scriveva il vescovo d'Ostia. Questa
fazione naturalmente sarà nata, perchè il partito medesimo della plebe
secondava le mire di Roma, sin tanto che queste la conducevano alla
depressione dei nobili, ch'erano stati incauti a segno di opprimerla;
ma un impegno nazionale poi la rendeva ritrosa nel secondarle, per
assoggettare la Chiesa propria alla giurisdizione della romana. Il
vescovo d'Ostia avendo cercato nelle funzioni solenni di precedere al
nostro metropolitano, il popolo se ne sdegnò. Cominciarono a vedersi
dei torbidi; quindi i legati cautamente temperarono la pompa, e si
posero a sbrigare sollecitamente gli affari. Imposero varie penitenze
ad alcuni, differirono a giudicare di altri in migliore occasione;
furono mutate le antiche costumanze, introdotte leggi nuove, e col
favore del partito furono costretti l'arcivescovo e gli ordinari di
porvi il loro nome. Così di san Pier Damiano scrive il Calchi:[265]
_Deinde fasto legationis inflatus voluit se in publicis actionibus
archiepiscopo nostro praefere: sed populus in propria dioecesi temerari
ambrosianam dignitatem non laturus, frendere, ac tumulum circa
facere coepit. Eo metu deterritus Ostiensis proposito destitit, et
quae instabant negotia confecit: atque iis qui quid deliquerant, pro
magnitudine delicti, varias ultor poenas irrogabat: alios, dilatione
data, in aliud judicium reservabat. Denique, ut novus censor, et
rerum nostrarum arbiter, veteres consuetudines mutat; novas leges
inducit; litteris signisque suis adfirmat; iisdem ut subscriberent,
archiepiscopus et ordinarii Mediolani, incitata multitudine ni
obsequerentur, effecit_[266]. Queste pene, delle quali fu dispensatore
san Pier Damiano, furono dati ai simoniaci; poichè, per un abuso assai
antico, si gratificava dagli ordinandi il vescovo che ii consacrava,
e davano per essere suddiaconi[267] _duodecim nummos_, diciotto per
essere diaconi, e ventiquattro per il presbiterato[268]: sul qual
proposito così scrive il conte Giulini: «A coloro che avevano pagato
la solita tassa già stabilita ab antico, e che quasi non sapevano
che ciò fosse peccato, furono dati cinque anni di penitenza, nel qual
tempo dovevano due giorni ogni settimana digiunare in pane ed acqua,
e tre giorni nelle settimane delle due quaresime, cioè quella avanti
il Natale, e quella avanti Pasqua, ec.[269]». Questa sommissione
poco spontanea diede motivo allo storico Arnolfo di esclamare:[270]
_O insensati Mediolanenses! Qui vos fascinavit? Heri clamastis unius
sellae primatum: hodie confunditis totius Ecclesiae statum: vere
culicem liquantes, et camelum glutientes. Nonne satius vester hoc
procuraret episcopus? Forte dicetis: veneranda est Roma in apostolo.
Est utique: sed nec spernendum Mediolanum in Ambrosio. Certe certe
non absque re scripta sunt haec in Romanis Annalibus. Dicetur enim in
posterum subjectum Romae Mediolanum._ Così Arnolfo, che viveva in que'
tempi: il di cui passo riferendosi dal conte Giulini, vi aggiunge:
«Se Arnolfo e gli altri nostri ecclesiastici in que' tempi credevano
che la città milanese non fosse punto soggetta alla romana, vivevano
in un grandissimo errore. Egli è ben vero che prima la chiesa romana
non esercitava tanto la sua giurisdizione sopra la milanese, quanto
l'esercilò dipoi; ma ciò fu utile cosa, anzi necessaria, acciò non
nascessero in avvenire i disordini che già eran nati dianzi: onde
questa mutazione nella gerarchia ecclesiastica, di cui il citato
storico fa tanto romore, non fu se non vantaggiosa alla chiesa
ambrosiana, la quale perdette, a dir vero, alcun poco della primiera
libertà, ma acquistò un miglior regolamento, e maggiore quiete e
felicità[271]». Appena l'arcivescovo Guidone fu dai legati pontificii
assoggettato, che dal sommo pontefice Nicolò II venne chiamato a
Roma per intervenire ad un sinodo:[272] _Ecce metropolitanus vester,
prae solito, romanam vocatur ad synodum_, dice Arnolfo, continuando
l'apostrofe ai Milanesi; ed il conte Giulini a questo passo dice:
«Anche qui Arnolfo doveva parlare con maggior moderazione, perchè
non era cosa insolita affatto che il sommo pontefice invitasse
l'arcivescovo di Milano ai concilii[273]». Il dotto conte Giulini,
che per altro non tralascia di esporre le più minute circostanze nei
fatti, che esamina e che con molto ordine e chiarezza è solito di porre
in vista le ragioni delle opinioni che avanza, non ha allegato alcun
fatto che provi come fosse stata in prima soggetta alla giurisdizione
romana la chiesa milanese; nè ha nominato alcuno arcivescovo che siasi
portato a Roma per un concilio. Anzi non solamente non ne ha dato
cenno in quel luogo, il che pure sarebbe stato opportuno per ismentire
uno storico di quel secolo, ma nemmeno nei tre secoli precedenti,
dei quali con tanta esattezza egli ha posto in ordine le notizie, non
vi si legge alcun fatto che dia valore ai rimproveri che egli fa ad
Arnolfo. In quest'ultimo caso non si tratta di un invito trascurato
dall'arcivescovo, ma di una chiamata, alla quale dovette obbedire
portandosi a Roma, ove fu obbligato a giurare sommissione ed obbedienza
al papa; avvenimento sul quale poi lo stesso conte Giulini ha ragionato
così: «Non può negarsi che allora il sommo pontefice non ottenesse
molti punti importantissimi, con cui venne a dilatare non poco l'uso
della sua giurisdizione sopra dell'arcivescovo di Milano. Il primo fu
che il nostro prelato, chiamato a Roma ad un sinodo, prontamente vi
si portasse; il secondo, ch'egli promettesse solennemente ubbidienza
al papa; cosa che prima di Guidone non si era, ch'io sappia, mai
praticata; il terzo finalmente, che ricevesse da lui l'anello, quando
il costume o l'abuso di quei tempi portava di riceverlo dal sovrano.
Pure siccome tutte queste pretensioni del sommo pontefice erano giuste,
così fu giusto che l'arcivescovo le accordasse[274].»

I castighi che avevano dati i legati apostolici cadevano principalmente
sopra i simoniaci; cioè sopra quelli ecclesiastici che avevano pagata
la solita retribuzione per essere ordinati. Continuavano per altro gli
ammogliati a vivere colle loro mogli e figli, e sembrava che quasi
fosse dimenticata la questione sul matrimonio de' sacerdoti. (1061)
Qualche riposo ebbe la nostra città frattanto sino al 1061; anno in
cui morì il papa Nicolò II, e per opera del cardinale Ildebrando fu
innalzato alla sede pontificia il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio,
che prese il nome, siccome ho detto, di Alessandro II. Lo storico
nostro Tristano Calchi, ad altra opportunità nominando Ildebrando, così
parla di lui:[275] _Id quod maxima arte et astutia Hildebrandi monaci
factum traditur, qui Soana Haetruriae urbe uriundus, promptitudini
ingenii non mediocrem sacram litterarum eruditionem junxerat; et
statim ob ingens meritum in ordinem cardinalium adscitus fuit: et
cum vigore animi cunctis praestaret, facile primarium locum inter
sacerdotes obtinuit_[276]. Maggiore accortezza non poteva certamente
adoperarsi per consolidare la dipendenza da Roma, quanto il creare
papa un milanese; obbedendo al quale, il popolo, che poco vede e
prevede pochissimo, non si accorgesse di obbedire ad una estranea
giurisdizione. Appena dopo che fu creato, papa Alessandro II scrisse
una lettera[277] _Omnibus Mediolanensibus clero, et populo_, nella
quale, dopo molte affettuosissime espressioni, diceva:[278] _Speramus
autem in Eo qui de virgine dignatus est nasci, quia nostri ministerii
tempore sancta clericorum castitas exaltabitur, et incontinentium
luxuria cum caeteris haeresibus confundetur_. Questo fu un avviso
che precorse le nuove imprese contro de' sacerdoti ammogliati; la
tranquillità dei quali da due anni goduta si può attribuire anche
alla lunga malattia di Landolfo, che fu il primo, siccome abbiamo
veduto, ad animare la plebe colla parola. Ma egli dopo di avere
perduta la voce per molti mesi, finalmente dovette soccombere. Arnolfo
lo attribuisce a punizione del cielo, che, per avere colla parola
peccato, gli facesse soffrire un tal genere di malattia:[279] _Quum
vero placuit Altissimo, qui renes scrutator et corda, ille qui alienam
diu meditatus fuerat lassitudinem et inopiam, doluit sui ipsius
aegritudinem: quumque langueret biennio pulmonis vitio, vocis privatur
officio, ut in quo multos affecerat, in eo quoque deficeret, dicente
Scriptura: per quae quis peccat, per haec et torquetur. Sed ne mortuos
accusare videamur, de illio penitus taceamus_[280]. San Pier Damiano
gli ricordò di mantenere il voto che aveva fatto a Dio, di prendere
l'abito monastico; voto che Landolfo fece nell'occasione d'un tumulto
popolare che lo aveva posto in angustia. Questo si raccoglie dalla
lettera di san Pier Damiano, la quale trovasi al lib. V delle sue
epistole, ed è diretta:[281] _Landulfo, clerico et senatorii generis,
et peritiae litteralis, nitore copiscuo_. Landolfo non si fece monaco.
Taluno sostenne che Landolfo servisse meglio Dio non facendosi monaco,
e occupandosi, come fece, in Milano[282]. Il cardinale Baronio lo
ascrive nel catalogo de' santi. La Chiesa però non rende verun culto a
Landolfo, il di cui merito, e come cristiano e come cittadino, resta un
libero soggetto di esame.

Sarebbe restato inoperoso il partito contrario agli ecclesiastici in
Milano, se il solo Arialdo doveva tenerlo in moto. In fatti la malattia
e la morte dell'accreditato Landolfo avevano calmata la fazione
contraria al matrimonio de' preti. Un fratello del morto Landolfo
trovavasi a Roma: il suo nome era Erlembaldo; egli era milite, e
portato per il mestiere delle armi; il papa Alessandro II lo destinò
a tener luogo del fratello. Quel papa che, scrivendo ai Milanesi
suoi concittadini, gli aveva chiamati[283] _Vos autem, dilectissimi,
membra mea, viscera animae meae_[284], armò solennemente campione
della santa chiesa romana Erlembaldo; gli consegnò un vessillo in
un concistoro; gl'impose che si portasse a Milano, che si unisse con
Arialdo, e che combattesse sino allo spargimento del sangue[285]. Venne
a Milano Erlembaldo; si unì con Arialdo; cominciarono le fazioni,
e il papa contemporaneamente spedì un ordine che nessuno potesse
ascoltare la messa di un prete ammogliato, _la qual proibizione_,
dice il conte Giulini, _dee singolarmente notarsi, perchè cagionò i
più gravi rumori in questa città_[286]. (1063) Questo avvenne l'anno
1063, che era il settimo della guerra civile. Rianimatosi con tali
aiuti il partito di Arialdo, si pose egli a combattere generalmente
tutt'i riti della chiesa ambrosiana; e predicando dopo la festa
dell'Ascensione ne' giorni nei quali, secondo l'antichissimo nostro
rito, si fanno le processioni e il digiuno, che chiamiamo le Litanie
e le Rogazioni:[287] _Inanem esse ritum dictitat, nulla Christi vel
discipulorum institutione traditum; ab antiquis tantum idolorum
cultoribus usurpatum, qui vere ambire agros in honorem Bacchi,
Cererisque solebant_; così il nostro Tristano Calchi ci riferisce
aver sostenuto Arialdo[288], che quel digiuno e quelle pie processioni
non fossero cristiane, ma un avanzo del gentilesimo. Predicò adunque
biasimando quella penitenza, e invitando il popolo a pascersi bene
e rallegrarsi nel tempo pasquale. Non è punto da maravigliarsi se a
tale invito il popolo lo abbandonasse, anzi si rivoltasse contro di
lui. La morale severa predicata concilia partito, perchè si crede
santa, e perchè ognuno ama che generalmente gli uomini la pratichino;
chi predica il contrario, perde la stima e viene riguardato come un
seduttore pericoloso. Declamando in favore del celibato, ebbe fautori;
declamando contro il digiuno, rimase in preda al furore del popolo,
dal quale fu ridotto a mal partito, e tale, che non si sarebbe salvato,
se non fosse opportunamente accorso Erlembaldo. La chiesa nella quale
predicava Arialdo è la canonica che sta fuori del ponte di porta Nuova.
Ivi corse il popolo con furore. «Mal per lui, dice il conte Giulini, se
si fosse trovato colà, che il furor del popolo non gli avrebbe lasciata
la vita, e male per que' santi edifizi, se non accorreva prontamente
sant'Erlembaldo con gli altri fedeli armati, i quali posero in fuga
gli ammutinati, e fecero rendere alla Chiesa quasi tutto ciò che l'era
stato rapito[289]». Nè questo avvenimento rallentò punto l'ardore di
Arialdo; il quale poco dopo, vedendo nella chiesa un sacerdote che
cominciava la messa, e sapendosi che aveva moglie, si credè lecito
di strappargli i paramenti d'indosso, e scacciarlo dall'altare, per
lo che il popolo, fremendo, se gli avventò, e fortunatamente ottenne
d'essere ascoltato, e con tal mezzo salvarsi[290]. Di questi fatti ne
era continuamente informato il cardinale Ildebrando, che era l'arbitro
sotto un papa creato da lui, e da Roma riceveva Erlembaldo[291] _sæpe
numero legationes_, e lettere[292] _apostolicis prænotatas sigillis_,
come ci assicura Arnolfo[293]. Ma questi due contrari moti del popolo
nuovamente cagionarono alcuni mesi di calma; nel qual tempo Erlembaldo
portossi a Roma[294].

(1066) Il ritorno di Erlembaldo da Roma portò la fermentazione
all'ultimo periodo. Ciò avvenne l'anno 1066; quando, giunto in
Milano, ei presentò all'arcivescovo Guidone le bolle della scomunica
pronunziata dal papa. L'arcivescovo colse l'opportunità del vicino
giorno solenne della Pentecoste, e poichè radunato fu gran numero di
gente nella chiesa vi comparve l'arcivescovo colle bolle in mano; e
con esse riscaldò il popolo animandolo a non soffrire l'ingiuria che
si faceva alla chiesa ambrosiana. Il tumulto scoppiò nel tempio del
Dio della mansuetudine. Si venne ad una zuffa ai piedi dell'altare.
Arialdo, che era nella chiesa, venne assalito, percosso, e rimase a
terra creduto morto. L'arcivescovo dovette soffrire delle violenze,
e la scena terminò colla sentenza d'interdetto che l'arcivescovo
pronunziò sulla città, proibendo il celebrarvi i divini misterii,
sintanto che non uscissero dalla città i novatori. Il consiglio
pubblico si unì coll'arcivescovo, e impose la pena di morte a chi
ardisse nemmeno di suonar le campane, sin che durava l'interdetto.
Allora Arialdo ed Erlembaldo si ricoverarono fuori della città, ed
Arialdo fu preso e ucciso al lago Maggiore, e così nel 1066 terminò
la sua predicazione; da martire secondo alcuni, appoggiati al fatto
di Alessandro II, il quale un anno dopo la sua morte lo ascrisse nel
numero de' santi[295]; e con fama diversa secondo altri, i quali,
vedendo che nessun culto offre la chiesa ad Arialdo, considerano
quell'autorità come l'opinione d'un privato dottore, che rimase
isolata, in tempi ne' quali si trascuravano i giudizi lunghi e minuti
che presentemente si fanno precedere. Questo nuovo colpo ammorzò per
alcuni altri mesi il furor di partito.

Ogni altro fuori che Ildebrando, si sarebbe stancato per tante
difficoltà, ma la fermezza e l'ostinazione erano la base del suo
carattere. Già da più di dieci anni la guerra civile era accesa.
Un partito si era creato; si era rianimato con più mezzi; s'erano
riparati i colpi che pareva lo dovessero distruggere per sempre: ma
non per questo si era sottomessa la chiesa milanese se non per un
momento. I preti ammogliati continuavano a esercitare il loro ufficio.
L'arcivescovo Guidone nessun caso faceva delle bolle della scomunica,
nè il popolo lo guardava come legittimamente scomunicato. I nobili
stavansene fuori d'una città abbandonata al furore de' partiti;
potevano rientrare questi conducendo armati. Il re Enrico s'andava
accostando all'età di regnare; poteva quel principe, con una discesa
in Italia, distruggere il frutto del sangue sparso, dei saccheggi,
dei tumulti. Conveniva perciò cambiare oggetto, e tentare una stabile
sommissione per altro mezzo. Sin che sulla sede arcivescovile vi
stava Guidone, eletto da Enrico II, offeso da Roma per la forzata
umiliazione, non era sperabile che il partito d'Ildebrando colla forza
tenesse costantemente depresso il ceto dei nostri ecclesiastici. Era
necessario di collocare sulla sede metropolitana un arcivescovo, il
quale dovesse pienamente questo beneficio a Roma, e le fosse suddito
per animo e per riconoscenza. Tale appunto fu il progetto col quale
Erlembaldo, che nuovamente si era portato a Roma, rientrò nella patria
l'anno 1068. Questa proposizione, che tendeva a deporre l'arcivescovo
Guidone, cominciò a serpeggiare. Guidone già da ventiquattro anni
reggeva la chiesa milanese: stanco di vivere fra torbidi e pericoli
continui, indebolito dagli anni, bramoso di godere il restante della
vita in pace, pensò di rinunziare la dignità, prima che la violenza del
partito ve lo costringesse. Trascelse Gotofredo, cardinale ordinario
della chiesa ambrosiana, e a lui rinunziò l'arcivescovato. Non era
questi il soggetto che piacesse ad Erlembaldo. Quindi col ferro, col
fuoco, colla devastazione de' campi, colle nuove scomuniche di Roma si
oppose al nuovo arcivescovo Gotofredo, il quale non potè conseguire mai
la possessione nè della carica, nè delle entrate. Guidone pensò allora
a ripigliare la dimessa dignità, poichè non si voleva che Gotofredo ne
fosse rivestito. Guidone credette alla fede di Erlembaldo; si collocò
incautamente con lui, e venne infatti da lui accompagnato sino a
Milano. Ma quivi lo tradì e lo rinchiuse in un monastero, ove lo tenne
custodito[296] sin che morì. Il conte Giulini paragona Guidone all'eroe
del Macchiavello: io non saprei sostenere quest'opinione. Egli fu bensì
tradito, ma non tradì mai: promise una fedeltà al papa, che non gli
mantenne, è vero, ma in questo io ravviso piuttosto l'uomo debole,
che il politico astuto. Egli cercò, per quanto gli fu possibile, di
sedare il partito; di conservare la sua Chiesa come l'aveva trovata;
non fece che la guerra difensiva: insomma non parmi un uomo meritevole
di quella taccia. Il buon criterio del conte Giulini si conosce nella
giudiziosa critica che generalmente esercita; ma conviene accordare che
nell'esposizione di questi fatti egli credette che fosse pietà l'esser
parziale.

L'arcivescovato di Milano restò vacante per circa sette anni, dopo la
rinunzia fattane da Guidone: perchè Gotofredo non potè mai farne le
funzioni per la potenza di Erlembaldo, che glielo impediva. Erlembaldo,
di propria autorità, pretese di creare un arcivescovo, e innalzò a
questo grado un giovane chiamato Attone.[297] _Herlembaldus_, dice
Landolfo Seniore, _producens quemdam Attonem, sibique consentientem,
coram omni multitudine, ore suo inclito elegit. Hoc videns majorum
et minorum multitudo tam suorum quam adversarium, quae noviter
fidelitatem imperatori juraverat, sumptis armis, magnoque praelio,
Attonem noviter electum, multis cum plagis, et sacramentis,
archiepiscopatum inremeabiliter refutare fecit_: su di che veggasi il
conte Giulini[298]. Papa Alessandro II tenne un concilio in Roma, in
cui dichiarò scomunicato l'arcivescovo Gotofredo, valida l'elezione
di Attone, e nulla la rinunzia da lui fatta. Nel primo sabbato di
quaresima del 1071 era avampato un grandissimo incendio in Milano,
e nell'anno 1075 un secondo incendio furiosissimo la devastò più
che mai; e queste deplorabili sciagure forse non a caso piombavano
sulla città. Ad Alessandro II era succeduto Ildebrando, col nome di
Gregorio VII. Egli non acquistò influenza maggiore di quella che in
prima aveva da più anni: seguitò il sistema introdotto; nuovamente
scomunicò l'arcivescovo Gotofredo, che pure era stato consacrato
dai suffraganei; animò il vescovo di Pavia ad unirsi con Erlembaldo
per sostenere Attone. Nella settimana Santa gli ordinari celebravano
l'antica funzione di battezzare; Erlembaldo, colla forza, venne di
mezzo ai sacri ministri, gittò a terra il Sacro Crisma, col motivo che
fosse questo stato benedetto da un vescovo scismatico[299]. In mezzo a
questo cumulo di strane miserie, i nobili finalmente, vedendo i mali
giunti all'estremo, e non tollerando che affatto rimanesse la loro
patria un mucchio di rovine, si collegarono, e dalla campagna ove, come
dissi, stavano ritirati, presero il partito di ritornare unitamente
in città, conducendo una buona scorta de' loro vassalli armati, per
discacciarne Erlembaldo. Erlembaldo _armato di tutto punto sopra d'un
generoso destriero_[300], preso il vessillo romano, si pose alla testa
della sua fazione per disputarla; ma infelicemente per lui, che sul
campo rimase ucciso. L'allegrezza nata nella città per tal fatto meglio
è l'udirla dallo storico contemporaneo Arnolfo[301]:[302] _Eadem hora,
post hoc insigne tropheum, cives omnes triumphales personant hymnos
Deo, ac patrono suo Ambrosio, armati adeuntes ipsius ecclesiam. In
crastinum, simul cum clero laici in letaniis, et laudibus ad sanctum
denuo procedentes Ambrosium, reatus praeteritos confitentur alterutrum;
absolutione vero a sacerdotibus, qui praesto aderant, celebrata,
reversus est in pace populus universus ad propria. Hic jam apparet
schismatis hujusce terminus, decem novem per annos semper ab ipsa
radice pullulando protensi_. Pochi anni dopo Urbano II _riconobbe
Erlembaldo per santo, e trasportò solennemente le sue reliquie_[303].
La Chiesa però non celebra la memoria di Erlembaldo, e di lui può
liberamente la critica esaminare il merito e la virtù.

Le forze di Roma rimasero dissipate affatto con questo avvenimento;
si rivolse perciò Gregorio VII ad un altro partito. Primieramente egli
sottrasse molti vescovi suffraganei dalla dipendenza dell'arcivescovo
di Milano. Qualche leggiero distacco n'era già seguito in prima.
Pavia, già fino dal settimo secolo, s'era sottratta, e il di lei
vescovo, come vescovo della città dominante, si era reso indipendente
dal metropolitano[304]; indi Giovanni VIII, nell'874, aveva dilatata
la giurisdizione del vescovo di Pavia a scapito della diocesi di
Milano; ma Ildebrando sottopose Como al patriarca d'Aquilea; Aosta
all'arcivescovo di Tarantasia; Coira all'arcivescovo di Magonza[305].
Così la dignità del metropolitano venne a scemarsi. Secondariamente,
per i maneggi della contessa Matilde, ligia e mossa in tutto da
Gregorio VII, Milano si ribellò al re Enrico III, che allora era
imperatore, per quei mezzi istessi pei quali se li ribellò Corrado
II, di lui figlio; e così Milano, spontaneamente, e quasi per
stanchezza di resistere, dopo trentatre anni di guerra, si rese
soggetta a Roma, e l'arcivescovo divenne semplicemente il vicario
del sommo pontefice. Se alla fine del capitolo primo indicai con
quali riguardi i sommi pontefici trattavano nelle loro lettere gli
arcivescovi di Milano, ora non potrò più riferire che scrivessero:[306]
_Reverendissimo et sanctissimo confratri_, ma dirò che Urbano II, nel
1093, scriveva:[307] _Discretioni nostrae videtur quatenus, secundum
praecepti nostri tenorem..... facias_[308]. Vero è che non per ciò
immediatamente la creazione dell'arcivescovo potè appropriarsela il
papa; per qualche tempo durò un resto di libertà nell'elezione. Ma
i papi cominciarono a deviare dalla consacrazione de' suffraganei; e
l'anno 1095, Urbano II volle che il nuovo arcivescovo Arnolfo venisse
consacrato dall'arcivescovo di Salisburgo, dal vescovo di Passavia
e dal vescovo di Costanza. S'introdusse il rito che l'arcivescovo
non portasse il pallio, se non ricevuto che l'avesse dal papa. In
appresso si volle che dovesse portarsi il nuovo arcivescovo in Roma
per ricevere il pallio e giurare obbedienza. Poi si sottrassero dalla
giurisdizione dell'arcivescovo i monaci, i quali, sino allora, erano
stati a lui soggetti, come tutti gli altri ecclesiastici. Quindi
si posero ad accordare delle indulgenze; e la più antica che ne ha
ritrovata il conte Giulini è dell'anno 1099[309]. In séguito Genova
venne sottratta all'arcivescovo e creata arcivescovato; Bobbio fu
staccato dal metropolitano, e assoggettato a Genova. Gradatamente
furono la maggior parte de' vescovi suffraganei o dichiarati dipendenti
immediatamente dalla santa sede romana, ovvero incorporati con altre
chiese arcivescovili. Così la gran mole della chiesa ambrosiana venne
a rendersi assai meno importante, e in ogni sua parte interamente
sommessa alla giurisdizione romana.

Che accadesse ai sacerdoti ammogliati esattamente nol so. Nessuna
memoria ritrovo da cui chiaramente si vegga accettata la proibizione
di esercitare il sacerdozio a chi aveva moglie; anzi mi pare probabile
che, rivoltesi le mire di Roma al punto della soggezione, poichè vide
piegarsi le cose a seconda, non si volle insistere sopra un punto
irritabile, e che poteva dare nuove scosse e rovesciare il disegno.
Pare che si avesse di mira d'obbligare piuttosto indirettamente
al celibato coloro che dovevansi promuovere ai sacri ordini, anzi
che instare e costrignere i sacerdoti ammogliati alla dura scelta
o di perdere lo stato loro, o di abbandonare disonorata e senza
condizione la moglie, e macchiare i figli. Questa opinione mi sembra
confermata, esaminando gli atti d'un sinodo tenutosi in Milano,
pubblicati dal dottore Sormani nel libro intitolato: _Gloria dei
santi milanesi_. Questa sacra adunanza si tenne l'anno 1098. Il fine
sembrò essere quello di consolidare il sistema dipendente da Roma, e
di prescrivere una più santa disciplina al clero. In quel concilio si
pronunzia l'esecrazione contro della simonia; e del matrimonio degli
ecclesiastici non si parla:[310] _Sicut a sanctis patribus stactutum
legimus, simoniacam haeresim in sacris ordinibus, et in ecclesiarum
beneficiis execramus, et ab ecclesia radicitus extirpare per omnia
volumus_; così leggesi in quegli atti. Delle due riforme la più facile
certamente non era quella di far abbandonare le mogli ai sacerdoti;
anzi quella sola fu impugnata. Del pagamento che facevasi per le
ordinazioni, non ne venne nemmeno fatta difficoltà per abolirlo. O
dunque questa legge contro la simonia è stata allora fatta, dappoichè
in pratica erasi abolita la tassa unicamente per avvalorare sempre
più la riforma; e in tal caso non si sarebbe ommessa una dichiarazione
uguale, sul non meno importante articolo del celibato, per rinfiancarne
la perpetua osservanza, se già si era ciò ottenuto: ovvero la legge
contro la simonia vogliam dire che supponesse ancora quella vigente;
ed allora dovremmo supporre essersi disimpegnato senza strepito alcuno
l'oggetto intralciatissimo dei matrimonii, prima che si abolisse una
tassa, che poi non era difficile l'abolire; e che il concilio nessun
pensiero si prendesse del pericolo che la opinione tanto ostinatamente
sostenuta pochi anni prima, ritornasse a prender partito, il che non mi
pare verisimile. Il silenzio adunque di quel concilio sembra indicare
una tolleranza per allora su quel punto di disciplina. Anzi mi sembra
di ravvisare in quel concilio una legge che tende indirettamente al
celibato degli ecclesiastici; quella cioè con cui si proibisce che
nessun ecclesiastico possa godere qualsivoglia beneficio, se prima
non rinunzia a quanto possiede di suo patrimonio. Con tal legge
s'allontanava l'ammogliato dal cercare beneficii per non lasciare
i figli nell'inopia. Ecco le parole del sinodo:[311] _Statuimus
etiam juxta sanctorum patrum instituta et primitivae ecclesiae
formam, nullum clericorum ecclesiarum beneficia possidere, nisi,
abrenuntiatis omnibus propriis, velit fieri ejus discipulus in cujus
sorte videtur esse electus. Si quis autem foris esse maluerit, non ei
clericatum auferimus, tantum ecclesiastica beneficia interdicimus._
Mi pare ancora più chiaramente provato che per allora si lasciavano
al godimento dei loro beneficii i sacerdoti ammogliati, dall'altro
canone dello stesso concilio, in cui si prescrive che, siccome per lo
passato alcuni avevano ottenuto la successione ai beneficii goduti
dal padre, quantunque il figlio all'atto di succedergli non fosse
nemmeno cherico, così si minaccia la scomunica a chiunque in avvenire
tentasse di usurparsi per successione i beneficii medesimi; il che fa
vedere che alcuni beneficiati allora avevano i loro figli, e che v'era
pericolo che continuassero i beneficii per eredità:[312] _Et quia
nonnulli intra sanctam Ecclesiam tam clerici, quam etiam laici per
paternam successionem...... archidiaconatum, vel archipresbyteratum,
cimiliarchiam, aut etiam aliquid de beneficiis ad ecclesiarum officia
pertinentibus hactenus possidere conati sunt: in hoc sacro conventu
praefixum est, et omnibus definitum, ut si quis, hujusmodi nefanda
cupiditate ductus, ecclesiam ulterius possidere tentaverit, et
haereditate sanctuarium Dei obtinere praesumpserit, juxta profeticam
vocem; quousque resipiscat, anathematis vinculo subjaceat._ Così quel
sinodo. Se le nozze dei preti fossero state proscritte, è naturale
che, oltre di farne menzione, si sarebbero anche i figli de' sacerdoti
dichiarati illegittimi, e per questo titolo esclusi dai beneficii.
Parmi adunque probabile che si lasciassero per allora vivere in pace
i sacerdoti ammogliati, e che siasi poi introdotto poco a poco anche
da noi il celibato, senza violenza, puramente colle ordinazioni date
solamente ai celibi. Di fatti, nell'anno 1152, certo canonico di Monza
Mainerio Bocardo, nel suo testamento, che ritrovasi in quell'archivio,
in pergamena segnata n. 4 (di cui ho avuta la notizia dal chiarissimo
signor canonico teologo don Antonio Francesco Frisi, conosciuto
per le erudite sue dissertazioni sulle antichità monzesi), ordina
che se gli celebri l'annuale il dì della sua morte, e che il di lui
erede[313]_persolvat omni anno in annuali meo canonicis et decumanis
et custodibus ipsius ecclesiae non habentibus uxorem, qui in annuali
meo fuerint, per unumquemque canonicum denarios quatuor, custodibus
et decumanis binos denarios_: e poi più sotto vi si legge:[314] _Si
vero aliquis ex istis canonicis fuerit infirmus, etiam si non fuerit
in annualibus istis, volo habeat istam benedictionem, et si aliquis
habuerit uxorem, nolo ut habeat istam benedictionem._ Le quali parole
sembrano assai concludentemente provare che sino alla metà del secolo
duodecimo siasi continuata l'usanza di non escludere dagli ordini
sacri gli ammogliati; e che, ottenuta che si ebbe la soggezione della
chiesa milanese alla giurisdizione di Roma, si cessò di perseguitare il
matrimonio dei preti; e lentamente soltanto, e col favor del tempo, si
dilatò la legge del celibato.

Questa mutazione di stato della chiesa milanese rappresenta una
serie crudele di partiti, tumulti, saccheggi, incendii, sacrilegi,
profanazioni, orrori d'ogni sorta. Tutto fu opera d'Ildebrando,
che tutto architettò e diresse. Se risguardiamo il fine di togliere
dalla Chiesa gli abusi nelle elezioni, ci si diminuisce in parte il
sentimento contrario ai mezzi usati. Se poi consideriamo Ildebrando
da un altro canto, non possiamo ricusare la nostra stima al progetto
che immaginò. Egli forse considerava l'Italia, un tempo signora,
manomessa dai Goti, dai Vandali, Longobardi, Saraceni e Greci; divisa
come ella era, doveva ubbidire ora ai Borgognoni, ora ai Provenzali,
ora ai Bavari, ora ad altre straniere genti. Conveniva concentrare
la forza d'Italia in un punto, ridurla ad uno stato unito per darle
un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare
l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era
opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della
Lombardia era principalmente collocata nei vescovi: sottomessi questi,
era formata la romana potenza. L'oggetto era grande. Ma egli è giusto
e ragionevole l'avventurare il riposo e la sicurezza della generazione
vivente, che ha un diritto attuale di esistere bene, colla speranza
incerta di procurare la tranquillità alle generazioni che nasceranno?
È egli ragionevole e giusto un tal sacrificio, quando anche fosse
sicuro il bene che procuriamo ai successori? Gli uomini che hanno fatto
parlar di loro la storia e ottennero il nome di grandi, non hanno mai
esaminate bene simili questioni.



CAPITOLO VI.

  _Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore Federico
  I._


Si è veduto nel capitolo antecedente come l'imperatore non si
intromettesse mai nella lunga guerra civile per la giurisdizione di
Roma sulla chiesa milanese. I Milanesi profittavano della debolezza
dell'imperatore per sottrarsi dalla soggezione del sovrano. Non
solamente guerreggiavano per distruggersi, divisi in due fazioni,
ma si arrogavano la facoltà di farsi degli alleati, di mover guerre,
e così fecero nel 1059 unendosi coi Lodigiani contro de' Pavesi. Un
pubblicista cercherà con qual diritto così pretendesse di operare una
città suddita. Uno storico si limita a dire che mancava al sovrano
allora la forza, come ne' secoli precedenti ella era mancata a questi
popoli a fronte de' Longobardi, de' Franchi e dei Sassoni; e che in
que' secoli non si conoscevano fra il sovrano ed i sudditi i dolci
e potentissimi vincoli della beneficenza e dell'amore. Sebbene però
Milano si reggesse da sè, una apparente dipendenza del sovrano si
conservava; e primieramente, prima dell'imperatore Federico, le
monete di Milano portarono sempre il nome dell'imperatore, come fanno
anche oggidì le città libere dell'Impero[315]. Oltre all'onore di
porre il nome nelle monete, egli è certo altresì che l'anno 1075
i Milanesi vollero dipendere dal re Enrico per la elezione d'un
arcivescovo. Guidone aveva rinunziato l'arcivescovato a Gotofredo,
siccome dissi: questi era stato consacrato; ma il partito di Erlembaldo
non permise mai che possedesse i beni o che esercitasse il suo
ministero. Erlembaldo aveva eletto Attone: il popolo lo aveva colle
percosse costretto a rinunziare; non era mai stato ordinato; e il
papa lo sosteneva. I Milanesi ricorsero al re Enrico, che nominò per
arcivescovo Tealdo, milanese, che possedeva un ufficio nella sua reale
cappella. Gregorio VII gli comandò che non ardisse di farsi ordinare
se prima non veniva a Roma, ove il papa voleva decidere fra esso e
Attone; nel tempo stesso scrisse ai vescovi suffraganei, comandando
loro di non consacrare Tealdo. Tealdo nondimeno fu consacrato
solennemente, e posto nel suo ufficio, poichè Erlembaldo era stato
ucciso. Il papa, in un concilio tenuto in Roma nel 1078, lo scomunicò
insieme coll'arcivescovo di Ravenna; eccone la cagione:[316] _Thealdum
dictum archiepiscopum mediolanensem, et ravennatem Guibertum, inaudita
haeresi et superbia adversus hanc sanctam catholicam ecclesiam se
extollentes, ab episcopali omnino suspendimus, et sacerdotali officio,
et olim jam factum anathema super ipsos innovamus_[317]. Più volte fu
ripetuta la scomunica; ma non per ciò le funzioni di Tealdo vennero
sospese. Ildebrando ebbe una superiorità senza esempio quando vide il
re Enrico nel castello di Canossa, a piedi nudi, nel mese di gennaio
del 1077, aspettare per tre giorni la grazia di gettarsegli ai piedi,
e implorare l'assoluzione della scomunica. Ma fu ben diversa la scena
nel 1084, quando Enrico s'impadronì di Roma, fece incoronare papa
appunto Guiberto, arcivescovo di Ravenna, e ne scacciò Ildebrando,
che, rifuggiatosi in Salerno, poco dopo terminò la sua vita. A questa
impresa molto contribuirono i militi che l'arcivescovo Tealdo spedì in
soccorso di Enrico.

(1086) Morto che fu l'arcivescovo Tealdo, dall'imperatore Enrico
fugli destinato a succedere Anselmo da Ro, il quale abbandonò il
partito imperiale, e interamente si collegò col partito romano. La
famosa contessa Matilde sembrava che conservasse tutto lo spirito di
Gregorio VII, a cui fu tanto ossequiosa mentre visse. Per opera di lei
fu sedotto Corrado a diventare ribelle al padre Enrico Augusto. Essa
lo adescò mostrandogli la corona d'Italia, e indusse l'arcivescovo
di Milano a incoronare solennemente in Sant'Ambrogio Corrado (1093).
Un arcivescovo che doveva ad Enrico la sua dignità, che da lui non
fu mai offeso, che doveva ai popoli servire d'esempio di rettitudine,
consacra nel tempio di Dio, scrutatore dei cuori, un figlio traditore e
ribelle ad Enrico, per compiacere alle brighe della contessa Matilde,
dimenticando il giuramento di fedeltà, profanando le sacre cerimonie,
abusando della religione.... Volgiamoci ad altre idee, e benediciamo
il secolo più illuminato e più felice in cui viviamo! Corrado, poichè
in tal forma venne unto re, come ostaggio rimase presso la contessa
Matilde; e non avendo che il titolo di sovrano, dovette dare il suo
nome a quanto a lei piacque. Morì Anselmo da Ro, e il legato romano
elesse per arcivescovo Anselmo da Boisio, che ebbe il bastone pastorale
dalla contessa Matilde, e il pallio dal papa; e si pose a esercitare
il suo ministero senza dipendenza alcuna, nè dall'imperatore Enrico
nè dal re Corrado. Assoggettata così la dignità del metropolitano, e
resa dipendente, si può a quest'epoca fissare il primo germe della
repubblica milanese: poichè, se in prima l'arcivescovo godeva, per
l'eminenza del suo grado, una sorta di principato nella città; ora i
nobili e la plebe, vedendolo ridotto all'obbedienza, poterono bensì
conservare una rispettosa deferenza al di lui sacro carattere, ma
non vi trovarono più quella distanza che l'opinione deve collocare
fra chi obbedisce e chi comanda. Perciò, verso la fine del secolo
undecimo, si crearono per la prima volta i consoli della repubblica
milanese, e con questa nuova magistratura si venne a formare una
sovranità che rappresentava tutto il popolo[318], e si vennero ad
abolire gli ufficiali regii. L'arcivescovo dovette subordinare a questo
senato persino i decreti sinodali, acciocchè venissero confermati
coll'acclamazione[319] _fiat, fiat_, quando piacevano. In fatti nel
1100 dovette l'arcivescovo ottenere il consenso di que' magistrati,
perchè si accordasse franchigia a chi veniva a certa solennità del
Santo Sepolcro in Milano. Come poi questi consoli allora venissero
eletti; se dai soli nobili, ovvero promiscuamente; quanto la loro
dignità durasse, le memorie di quei tempi non ce lo insegnano. Certo
è però che monete nè di Corrado nè col nome della Repubblica non ve
ne sono; e che le sole fra gli Ottoni e Federico che si conoscono
sinora, sono dei re Enrici e degl'imperatori Enrici, onde la repubblica
si considerò sempre sotto la protezione imperiale. Pochi anni dopo
sappiamo che il numero de' consoli era diciotto, e talvolta anche
maggiore. Sembra che questi consoli formassero il minore consiglio,
sempre adunato e sempre attivo per reggere la città; e che negli affari
di maggiore importanza questi consoli intimassero una generale adunanza
del popolo. Nel 1130 i consoli erano venti, ed erano stati eletti
dalle tre classi di cittadini, cioè dai _capitani_, i quali erano i
nobili del primo ordine, dai _valvassori_, che erano nobili bensì, ma
di minore autorità, e dai _cittadini_, che erano come il terzo ordine.
Il numero dei consoli cittadini era minore di quello di ciascuna delle
altre due classi; onde l'autorità realmente era presso i nobili[320],
non rimanendo ai cittadini poco più che l'apparenza, come in Roma, ne'
comizi centuriati. La repubblica di Milano però era ben piccola allora,
poichè la giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città;
e la campagna che le stava intorno, formava diversi altri piccoli
Stati indipendenti da lei, e così v'erano i conti del _Seprio_, i conti
della _Martesana_ e altri distretti, che avevano un governo parziale
e i loro consoli[321]; di che rimasero sino al 1781 le vestigia nelle
diverse misure, che furono in uso in Monza, Lecco ed altri borghi del
ducato, abolite or ora. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la
costituzione civile di Milano verso il principio del secolo duodecimo.
L'autorità suprema si riconosceva presso dell'imperatore, il di cui
nome incidevasi nelle monete, e dal quale ricevevano la giurisdizione
alcuni giudici e messi che decidevano le controversie dei privati[322].
Ma il governo politico, la pace e la guerra, l'imposizione e
riscossione de' tributi erano presso la città istessa. Landolfo il
Giovine, parlando dell'anno 1112, così si esprime:[323] _Papienses
et Mediolanenses statuerunt et juraverunt sibi foedera, quae nimium
quibusdam videntur fuisse imperatoriae majestati, et apostolicae
auctoritate contraria; cum illi cives juraverent sibi servare se et sua
contra quemlibet mortalem hominem natum vel nasciturum_; dal che pare
che, collegandosi per difendere le cose loro contro qualunque uomo,
tacitamente s'intendesse la disposizione di contrastare colla forza
all'imperatore, qualora cercasse di toglier loro o i nuovi magistrati,
o i tributi, o la giurisdizione che esercitavano. Nelle carte de'
contratti, testamenti, sentenze, ec., si soleva in prima porre il nome
dell'imperatore o re d'Italia: _Regnante Domino nostro_, il tale. Al
principio del secolo duodecimo non più si fece questa menzione. In una
parola la costituzione civile di Milano allora divenne, siccome dissi,
a un dipresso simile a quella d'una città libera dell'impero.

Quantunque l'arcivescovo di Milano Anselmo da Boisio fosse un uomo di
carattere assai mite, e quantunque dovesse interamente la sua dignità
al papa, cui era nella più esatta maniera sommesso; e quantunque
l'autorità politica del metropolitano fosse di molto diminuita, ciò
non ostante dava ombra al papa il nome dell'arcivescovo di Milano: e
per allontanare ogni pericolo e confermarne la soggezione, piacque
a Roma che l'arcivescovo abbandonasse la sua diocesi, e, seguendo
lo spirito delle Crociate al principio del secolo duodecimo, si
portasse a guerreggiare nell'Asia. Gerusalemme era già in potere dei
cristiani. Non sembrava che vi rimanesse altro desiderio alla pietà
dei fedeli, se non se quello di custodirla. Ma, se crediamo allo
storico nostro Landolfo il Giovine, altra impresa si propose Anselmo
da Boisio, e tale, che la gravità della storia corre pericolo nel
raccontarla, cioè la conquista del regno di Babilonia. Eccone le parole
dello storico:[324] _Anselmus de Buis, mediolanensis archiepiscopus,
quasi monitus apostolica auctoritate, studuit congregare de diversis
partibus exercitum cum quo caperet Babylonicum Regnum, et in hoc studio
praemonuit praelectam juventutem mediolanensem cruces suscipere, et
cantilenam de Ultreja, Ultreja cantare. Atque ad vocem hujusprudentis
viri, cuiuslibet conditionis per civitates Longobardorum, villas et
castella eorum cruces susceperunt, et eamdem cantilenam de Ultreja,
Ultreja cantaverunt_[325]. Questa canzone latina inventata allora
aveva la frequente esclamazione _Ultreja_, che il conte Giulini crede,
assai verisimilmente, essere un composto di _Eja! Ultra!_ come sarebbe
_animo! avanti!_ eccitandosi così la gioventù lombarda a prendere le
armi e passare nell'Asia[326]. Che questa crociata milanese, avendo
alla testa l'arcivescovo Anselmo da Boisio, attraversasse l'Ungheria
e si portasse in Costantinopoli, dove poco dopo l'arcivescovo morì,
sembra cosa certa. Cosa poi facesse in quella comica impresa, è
difficile il definirlo, tanto sono discordi gli scrittori. Orderico
Vitale, scrittore di quei tempi, ci racconta che questo esercito
si accostò verso Gerusalemme, e in una battaglia verso _Gandras_ fu
malamente battuto, onde i fuggitivi si ricoverarono a Costantinopoli;
ma i geografi non ci sanno dire in qual luogo trovisi questo _Gandras_.
Radolfo, che scrisse le imprese di Tancredi, sotto del quale militava,
ci lasciò scritto che l'arcivescovo Anselmo da Boisio fu battuto dai
Saraceni sotto _Danisma_; ma nemmeno _Danisma_ si trova in nessuna
carta geografica. L'abate Uspergense invece c'insegna che la battaglia
seguì:[327] _contra terram Coritianam, quae est Turcorum patria_; ma
nemmeno questa terra è conosciuta nella geografia; e la patria de'
Turchi, se crediamo a Pomponio Mela ed a Plinio, è nei contorni delle
paludi Meotidi, ovvero fra l'Eusino e il Caspio, nelle vicinanze del
Caucaso; parti del mondo assai sviate per coloro che dalla Lombardia
cercavano di passare in Babilonia o nella Terra Santa. Guglielmo
Tirio, che è riputato il più sicuro scrittore di quelle guerre di
Terra Santa, non fa menzione alcuna della spedizione dell'arcivescovo
di Milano Anselmo, nè delle disgrazie del suo esercito. L'arcivescovo
morì in Costantinopoli l'anno 1110, e Landolfo il Giovine ce ne indica
la malattia; ei morì di tristezza. Questo buon Anselmo da Boisio
ce lo qualifica Landolfo il Giovine per un povero uomo, semplice,
timido, e ironicamente lo chiama nel testo riferito:[328] _ad vocem
hujus prudentis viri_. Probabilmente a queste disposizioni del di lui
animo egli doveva la sua dignità. Questo moderatissimo prelato, se
per il merito dell'obbedienza aveva animato i suoi a prendere le armi
per combattere gli infedeli; poichè si vide affaticato da un assai
lungo viaggio; trasportato in mezzo a popoli dei quali ignorava il
costume e il linguaggio; abbandonato alla licenza militare di giovani
incautamente espatriati per di lui consiglio, e inquieti per trovare
mezzi da sussistere; in mezzo ai pericoli; senza forza d'animo e senza
aiuto; mi sembra naturale ch'ei morisse d'affanno e di melanconia, e
che si sbandassero i suoi, e ritornassero alla patria gli altri pochi
rimasti, cui riuscì di trovare la strada ed i mezzi per rivederla.
Coloro che rimproverano alla generazione vivente d'avere minor senno di
quello che si osservava altre volte, esaminino queste epoche.

Nel principio appunto del secolo duodecimo lo storico nostro Landolfo
Juniore, che è il solo autore contemporaneo, ci racconta un fatto
prodigiosissimo; e ce lo descrive con circostanze cotanto minute e
singolari, che sembra quasi ch'ei temesse l'incredulità nei posteri.
Sinora il suo timore fu vano; ma io lo credo giustissimo. Il fatto
è il seguente. Mentre Anselmo da Boisio era partito, comandando
l'esercito che marciava alla conquista di Babilonia, il vescovo di
Savona Grossolano, come vicario dell'assente arcivescovo, reggeva la
chiesa milanese. Giunta la nuova della morte di Anselmo, Grossolano
ebbe un partito, e fu eletto arcivescovo; e dal papa fugli spedito
il pallio, che il portatore, tenendo a guisa di stendardo, in cima
del bastone, andava gridando: ecco la stola, o come dice Landolfo il
Giovine: _heccum la stola, heccum la stola_[329]; dal che vedesi che
anche allora si parlava una lingua simile a quella che oggidì si parla.
Eravi in Milano un prete che aveva nome Liprando. Egli era zio di
Landolfo Juniore, e convien dire che fosse di genio piuttosto attivo,
poichè ebbe tagliati il naso e gli orecchi in uno de' tumulti per la
giurisdizione romana, per cui egli combatteva. Il papa Gregorio VII
prese questo prete sotto la speciale protezione della Santa Sede, e
nella bolla gli scrisse:[330] _Tu quoque, abscisso naso, et auribus pro
Christi nomine, laudabilior es qui ad eam gratiam pertingere meruisti,
quae ab omnibus desideranda est, qua a sanctis, si persevereraveris
in finem, non discrepas. Integritas quidem corporis tui diminuta est,
sed interior homo, qui renovatur de die in diem, magnum sanctitatis
suscepit incrementum: forma visibilis turpior, sed imago Dei, quae
est forma justitiae, facta est pulchrior. Unde in Canticis Canticorum
gloriatur Ecclesia, dicens: nigra sum, filiae Hierusalem_; e poi
dopo lo chiama[331] _martyr Christi_[332]. Il prete Liprando era
titolare della chiesa di San Paolo in Compito. Appoggiato a questa
bolla, pretendeva di essere indipendente dall'arcivescovo, e da ciò
nacquero dei dissapori, i quali s'inasprirono. L'arcivescovo sospese
il prete dal suo ufficio sacerdotale, e il prete accusò pubblicamente
l'arcivescovo di simonia,[333] _per munus a manu, per munus a lingua,
per munus ab ubsequio_[334]. La disputa andò tanto avanti, che
vi furono partiti; si venne alle solite zuffe, e[335] _Grossolani
turba, dimicans adversus primicerium, Landulphum, ejusdem primicerii
clericum lapide occidit_[336]. Fu perciò costretto l'arcivescovo
Grossolano a convocare un sinodo, in cui si giudicasse s'egli fosse
legittimamente eletto, ovvero se fosse simoniaco; e il prete Liprando
si esibì di provare col giudizio di Dio, passando attraverso del
fuoco, l'accusa che aveva fatta all'arcivescovo. Il popolo accettò con
avidità questa proposizione, che gli offeriva un genere di spettacolo
maravigliosissimo. La curiosità di vedere un miracolo generalmente
eccitò l'impazienza di ognuno; e fu avvisato il prete Liprando di
apparecchiarvisi: e il fatto ce lo descrive Landolfo nella maniera che
dirò. Distribuì il prete Liprando in elemosina il grano ed il vino che
possedeva; fece testamento, lasciando erede lo storico suo nipote; e
dispose che se egli morisse nel giudizio, quel che le fiamme avessero
lasciato del suo corpo, venisse seppellito nella chiesa della Trinità.
Sia ch'ei temesse falsa la simonia asserita, ovvero non sicuro il
miracolo, egli credette possibile il rimanervi abbruciato, sebbene con
tanta fiducia ne cercasse l'occasione. Digiunò il prete due giorni;
poi, vestito con cilicio, camice e pianeta, a piedi nudi, portando la
croce, da San Paolo in Compito venne a Sant'Ambrogio, e cantò la messa
all'altar maggiore in faccia all'arcivescovo, che si era collocato
sul pulpito con altri due personaggi. Forse in que' tempi il digiuno
naturale, prima d'accostarsi all'altare, non era un precetto; almeno,
nel secolo nono, la imperatrice Ermengarda,[337] _ante introitum
missarum fatebatur se exardescere siti, et bibit plenam phialam vini
peregrini, et post haec, coelestem participavit mensam_[338]. Comunque
sia di ciò, Landolfo non dice come celebrasse la messa quel prete
sospeso dal suo ufficio: ci dice però che l'arcivescovo, poichè la
messa fu terminata, prese a dire così: Aspettate, che con tre parole
convincerò quest'uomo; indi, rivolto al prete: Hai asserito, gli disse,
che io sono simoniaco, ora dichiara soltanto, se il puoi, qual sia
la persona a cui io abbia donato. Il prete si collocò sopra un sasso
elevato che era nella chiesa, e indicando il pulpito: Vedete, disse al
popolo, vedete tre grandissimi diavoli, che possono confondermi col
loro ingegno e coi denari che possedono; ma io rispondo che con quel
danaro istesso che il diavolo gli suggerì di adoprare per comprarsi
l'arcivescovato, possono aver occultata la verità e togliermi i
testimonii; e per ciò ho scelto il giudizio di Dio, che non s'inganna.
Il dialogo continuò qualche poco, sin tanto che, impaziente il popolo
di vedere questo prodigio, si udì gridare perchè venisse al cimento
il prete; il quale, sebbene fosse vecchio, e digiuno per il terzo
giorno, ed avesse fatto un lungo cammino, balzò dal sasso e si portò
co' suoi paramenti avanti l'atrio di Sant'Ambrogio; fuori del quale
erano disposte due cataste di legna di quercia, ciascuna delle quali
era lunga dieci braccia, alte entrambi più di un uomo, e similmente
larghi, e distanti l'una dall'altra un braccio e mezzo. Anzi nel
viottolo istesso eranvi gettati dei pezzi di legna tratto tratto,
per renderne più lento e difficile il passaggio. Poichè il prete e
l'arcivescovo furono fuori dell'atrio, l'accusatore prese l'arcivescovo
per la cappa e disse:[339] _Iste Grossulanus, qui est sub ista cappa,
et non de alio dico, est simoniacus de archiepiscopatu Mediolani_[340].
Ciò fatto, l'arcivescovo non volle star più presente, montò a cavallo,
e se ne partì. Arialdo da Meregnano, amico dell'arcivescovo, teneva
frattanto il prete, acciocchè ei non passasse, sin tanto che il fuoco
non fosse bene acceso; e il fuoco crebbe a segno, che Arialdo ne ebbe
offesa la mano. Allora dissegli: Prete Liprando, mira la tua morte,
piegati all'arcivescovo e salva la vita; e se nol vuoi, vanne colla
maledizione di Dio. Il prete rispose a lui:[341] _Sathana, retro vade_,
poi si prostrò a terra, fece il segno della croce, ed entrò fra le
cataste ardenti. La fiamma si spaccava avanti di lui, e si riuniva
tosto che era passato; passò sopra i carboni, come se fosse arena, due
volle recitò in quel passaggio:[342] _Deus, in nomine tuo salvum me
fac, ed in virtute tua libera me_, e nella terza volta, alla parola
_fac_, si trovò sano dall'altra parte del fuoco, senza danno alcuno
nella persona, o nei lini del camice, o nella pianeta. Così il nipote
Landolfo ci racconta il fatto.

Questo fatto, riferitoci dal solo Landolfo, e adottato poscia da chi
scrisse dopo di lui, ha tanta somiglianza con quello che Desiderio,
abate di Monte Cassino, asserisce accaduto in Firenze, che non si
potrebbe giudicare quale dei due fosse l'originale e quale la copia;
se quello di Toscana non fosse stato collocato quarant'anni prima
di questo di Landolfo, che si colloca nell'anno 1103. A Firenze si
accusava quel vescovo di simonia: si propose di provarlo colla prova
del fuoco; si prepararono due cataste lunghe dieci piedi, alte e
larghe cinque, distanti appunto un piede e mezzo. Le misure sono le
medesime nel numero, sebbene da noi non erano piedi, ma braccia. Ivi
passò illeso un monaco Giovanni Aldobrandino, che fu poi chiamato
Giovanni Igneo: e l'uno e l'altro fatto si dice accaduto in quaresima.
Costretto a rinunziare alla fede di uno storico contemporaneo, ovvero
al buon senso, io abjurerò la prima: nè crederò che la novità abbia
operato un portento per approvare una temerità solennemente riprovata
dalla Chiesa in più concilii. Dopo un fatto cotanto decisivo, non
sarebbe stato possibile che i vescovi suffraganei, che erano in Milano
pel sinodo, non conoscessero la mano di Dio, e non concorressero a
deporre l'arcivescovo. Eppure lo stesso Landolfo ci avvisa che:[343]
_praesentia episcoporum suffraganeorum huic legi et triumpho favorem
integre non praebuit_[344], e il popolo istesso, pochi giorni dopo,
cambiossi di parere sul preteso miracoloso passaggio:[345] _turba
tristis de casu et ruina Grossulani, in presbyterum, et ejus legem
post paucos dies scandalizavit_. Ci narra di più lo stesso autore che
in quella occasione il prete ebbe offesa bensì una mano dal fuoco,
ma che se l'abbruciò prima di passarvi; che ebbe anche male a un
piede, ma che ne fu cagione un cavallo da cui fu calpestato. La verità
sola che oggi possiamo sapere è, che il fatto, come ce lo racconta
Landolfo, non è vero. Se qualche fatto simile vi è stato, conviene
allargare il viottolo, abbassare e sminuire le cataste, supporre il
prete che passi prima di una perfetta accensione; e allora con una
mano ed un piede offesi potremo accordare i due fenomeni, il fisico
ed il morale. Se poi il racconto fosse imitato da Landolfo dall'altra
favola toscana, per vanità di raccontare cose prodigiose, e per farsi
nipote di un taumaturgo, allora ne sarebbe ancora più semplice la
spiegazione. Nè sarà questa un'accusa troppo severa che noi faremo
all'ingenuità di questo storico, il quale ci vuol far credere che
un angelo sia venuto ad avvertirlo che il di lui zio Liprando era
ammalato:[346] _Mihi angelus occurrit dicens: presbyter Liprandus,
rediens a Valtellina, infirmus jacet ad monasterium de Clivate_[347]:
asserzione sul proposito della quale saggiamente riflette il nostro
conte Giulini, che «sarebbe stato desiderabile che lo storico ci
avesse additato i segni pe' quali egli s'avvide con tanta sicurezza,
che quello era un angelo[348]». Tutti i nostri autori però, ciecamente
appoggiati all'asserzione del solo Landolfo, hanno creduto vero un
tal prodigio; e nemmeno il nostro conte Giulini si è voluto segregare.
Sarebbe stato veramente desiderabile che avessero seguita l'opinione
piuttosto dei vescovi suffraganei e della plebe, che ne fu spettatrice.
Ma il meraviglioso seduce; non si ha coraggio di affrontare una lunga
tradizione per annunciare la verità, i di cui dritti non si prescrivono
giammai; ed è costretta la storia a raccontare di tali inezie, qualora
sieno generalmente credute.

Per otto anni ancora, dopo il raccontato prodigio, continuò
l'arcivescovo Grossolano a conservare la sua dignità, sebbene con
un partito contrario. Il papa lo considerò arcivescovo legittimo,
e non cessò d'esserlo, se non quando, portatosi egli, nel 1111, a
Costantinopoli, se gli elesse in Milano un successore. Morì frattanto
in Germania l'infelice imperatore Enrico III; ciò avvenne l'anno 1106.
Corrado, di lui figlio, se gli era ribellato, siccome dissi, adescato
da una vana lusinga di essere re d'Italia, ove visse con questo titolo
per obbedire a tutti i cenni della contessa Matilde. Anche l'altro
figlio Enrico si trovò modo di farlo ribelle al padre. Non si può
rinunziare ai sentimenti dell'umanità e della natura più freddamente
di quello che fece questo figlio Enrico, che il padre aveva già fatto
suo collega nel regno di Germania. Io ne racconterò l'avvenimento
colle parole istesse colle quali il conte Giulini lo riferisce. «I
vizi, le scostumatezze, la simonia, lo scisma dell'imperatore erano
veramente cose orribili a chi le considerava; ma pure dovevano con
pazienza tollerarsi da un suddito, e molto più da un figliuolo. Per
quanto la storia della vita di Enrico IV, re di Germania, e terzo
imperatore e re d'Italia, desti odio ed abborrimento contro dì lui,
quella della sua morte non lascia di muovere gli animi a compassione
e pietà. Altro io non dirò, se non che il misero principe, spogliato
a forza de' reali ornamenti, pentito de' commessi delitti senza poter
ottenere dal legato apostolico la desiderata assoluzione, prosteso a'
piè del figlio senza poter ottenere da lui un solo sguardo, finalmente
da disperato diede nuovamente di piglio alle armi; ma abbandonato
presso che da tutti, e giunto alle ultime angustie, alli sette di
agosto del corrente anno 1106 terminò in Liegi di puro cordoglio la
vita. Così castigò Iddio i suoi delitti in vita»[349]. I delitti di
questo principe sono di non aver voluto rinunziare alle investiture de'
vescovi, che avevano goduto i suoi antecessori. Le sue buone qualità
furono la generosità, la giustizia e il valore. Non rapì l'altrui, non
insidiò alcuno, non se gli rimprovera alcuna crudeltà. Egli comandava
in persona la sua armata; si trovò in sessantasei battaglie, e le vinse
tutte, eccetto quelle nelle quali fu tradito. Il di lui figlio Enrico,
che poi fu il quarto imperatore di questo nome, venne in Italia nel
1110; pretese dalle città lombarde l'antica obbedienza; trovò degli
ostacoli, poichè erano già avvezze a reggersi da sè. Novara, fra le
altre, non fu docile, e il re Enrico la incendiò; così fece a varie
altre castella e terre. L'infelice Enrico suo padre non adoperò il
fuoco per sottomettere i popoli. Questa feroce maniera di guerreggiare
mosse le altre città a cercare di guadagnarselo con denaro, con vasi
d'oro e d'argento; ma la popolata e nobile città di Milano non gli fece
regalo alcuno, nè in verun conto gli badò, come ci attesta il monaco
Donizzone, che in quei tempi scriveva le gesta della contessa Matilde
con versi assai meschini:

    _Aurea vasa sibi nec non argentea misit_
    _Plurima cum multis urbs omnis denique nummis:_
    _Nobilis urbs sola Mediolanum populosa_
    _Non servivit ei, nummum neque contulit aeris[350][351]._

Pareva che allora Milano ergesse già la testa sopra delle altre città
del regno italico. Prestarono però i Milanesi assistenza ad Enrico,
piuttosto come alleati, che come sudditi; e questa fu di molti armati
che lo accompagnarono a Roma per ricevervi la corona imperiale. È noto
che Pasquale II, papa, pretese, prima d'incoronarlo, che rinunziasse al
diritto di dare l'investitura ai vescovi. Ricusò Enrico di rinunziarvi,
e pretese, non meno di quello che aveva fatto suo padre, di conservare
questa ragione, posseduta dai precedenti augusti. Insisteva il papa;
nacque in Roma una zuffa: i Lombardi, uniti coi Tedeschi, frenarono
l'impeto de' pontificii, a segno che Enrico fece suo prigioniero il
papa, lo condusse fuori di Roma, nè gli accordò la libertà, se non
quando gli promise con solenne scrittura di lasciargli le investiture
come per lo passato. Ciò fatto, ei lo pose in libertà, e da esso fu
incoronato imperatore nella basilica Vaticana, il giorno 13 di aprile
1111. Per questa zuffa ne dovettero soffrire anche i Milanesi, de'
quali varii ne perirono, e fra gli altri Ottone Visconti:[352] _Otho
autem mediolanensis Vicecomes, cum multis pugnatoribus ejusdem regis,
in ipsa strage corruit in mortem amarissimam hominibus diligentibus
civitatem mediolanensem, et Ecclesiam_[353]. Questo Ottone è forse lo
stesso reso immortale dai due versi del Tasso:

    _O 'l forte Otton, che conquistò lo scudo,_
    _In cui da l'angue esce il fanciullo ignudo_[354]

L'imperatore Enrico V, che aveva degradato suo padre per aver sostenuto
le investiture dei vescovati, non solamente le sostenne ei medesimo,
ma colla forza sulla persona istessa del sommo pontefice se le fece
accordare. Nella costituzione che avevano presa le città italiche, non
vi rimaneva più altra dignità che potesse conferire l'imperatore, se
rinunziava alle investiture: e il titolo di re d'Italia, già diventato
sinonimo di protettore piuttosto che sovrano, sarebbe stato colla
rinunzia ridotto a una mera parola insignificante; come vi si ridusse
in fatti undici anni dopo, colla cessione che ne fece. I Milanesi
frattanto, inquieti, avvezzi alle fazioni, diretti da magistrati la
nuova autorità de' quali era incerta, mancanti di un sistema civile
che organizzasse la città, privi d'un regolamento che assicurasse
la vita e le sostanze del cittadino, avevano ottenuto piuttosto una
turbulente indipendenza, anzi che la libertà. Convien dire che allora
o non vi fosse uomo capace di progettare una costituzione, ovvero
che non venisse ascoltato. Avevamo impiegati i primi impeti nostri a
lacerarci vicendevolmente colle civili dissensioni; i secondi impeti
furon adoperati per rovinare i vicini meno forti di noi. La città di
Lodi fu distrutta da noi quasi sotto gli occhi dell'imperatore Enrico,
che ritornava da Roma dopo la sua incoronazione:[355] _Mediolanenses
quoque, cum iste imperator per Veronam a Roma in Germaniam properabat,
gladiis et incendiis, diversisque instrumentis, funditus destruxerunt
Laudem, in Langobardia civitatem alteram._[356]. Un calendario antico,
stampato nella raccolta _Rerum Italicarum_[357], dice:[358] _VII
kal. (junii) MCXI capta est civitas Laudensis a Mediolanensibus_
(1111); e la cronica di Filippo da Castel Seprio dice:[359] _anno
MCXI die VII ante kal. junii destructa est civitas Laudensis, et
jacuit annis XLVIII._ Qual fosse il motivo che inducesse i Milanesi
a simile crudeltà, non lo sappiamo. Il nostro Tristano Calchi così
ne ragiona:[360] _De Laudis vero Pompejae eversione haud immerito
prudens lector uberiora desideraverit: sed mecum transeat oportet,
cujus in manus plura in eam rem, et si diligenter perquisiverim, non
venerunt. Caeterum constat et duras leges et foedam servitutem victis
impositam fuisse: dejectisque caeteris aedificiis, et urbis moenibus,
vix agrestium similes vici, et pauperum tuguria miseris civibus, quae
inhabitarent relicta; et pro magno commodo existimatum, quod vicum
cognomine Placentinum reliquerint, in quo solitum mercatum octavo
quoque die continuarent, sed nec rem alienare, matrimonia contrahere,
post occasum solis in pubblicum prodire, certosve fines excedere
inconsulto magistratu mediolanensi licebat; si quipiam paulo remotius
sermones contulissent, continuo, novorum consiliorum suspecti, aere
multabantur, aut fustibus caedebantur, quibus aerumnis indignati
plurimi diversa exilia petere maluerunt, et perpetuo patriis finibus
carere_[361]. La città di Lodi era fabbricata sopra di un fiumicello
chiamato Silaro, fra l'Adda ed il Lambro: anche al dì d'oggi se ne
vedono le vestigia al sito che si chiama _Lodi Vecchio_. La città di
Lodi presentemente non dovrebbe più portare il nome di Pompeo, poichè
deve la sua esistenza a Federico imperatore, che la fece fabbricare
alle sponde dell'Adda, quattro miglia distante dalla città di Pompeo.

(1127) Dopo avere per tal modo rovinati i Lodigiani, ci siamo rivolti
a danneggiare i Comaschi, i quali, col favore d'un paese montuoso,
disputarono per alcuni anni, ma finalmente, superati dai Milanesi,
videro la toro città e i sobborghi distrutti l'anno 1127. Co' Pavesi
parimenti ai mosse la guerra; e nel 1152 ci riuscì di dar loro una
rotta a Marcinago: ma la città loro, munita di antiche e solide
fortificazioni, fu un ricovero sicuro per essi. Attaccammo briga coi
Cremonesi, e nel 1157 c'impadronimmo del castello di Zenivolta, e femmo
prigioniero il vescovo di Cremona Uberto, che era _armato con l'usbergo
come un Paladino, e, inanimando i suoi alla battaglia, si era spinto
contro uno de' nostri, e stava terminando di ammazzarlo_[362]. Tale era
la strana condotta di una nascente Repubblica, che doveva saggiamente
premunirsi contro le fondate pretensioni dell'impero, collegandosi e
rendendosi amiche le altre città. Questo errore lo vedremo poi punito
da Federico, e la punizione fu meritata. Lo stato della prosperità
è il più funesto di tutti per una città che diventi libera dopo di
avere sofferta la servitù. Nella loro infanzia le repubbliche hanno
bisogno d'essere circondate dai pericoli per obbligare i cittadini ad
accostarsi fra loro, e prendere cura incessante degl'interessi comuni.
Se questi manchino, non vi è più quel principio che può solo formare
un sistema capace di reggere alla prosperità; vi vuole un nemico e un
comune pericolo per acquistare un interesse e un sentimento comune, e
così animarsi la repubblica.

La Germania era divisa in fazioni, e l'imperatore aveva i suoi nemici,
i quali vedevano volontieri che gl'italiani non gli obbedissero. Fra
questi eravi l'arcivescovo di Colonia Federico, il quale scrisse
alla repubblica di Milano una lettera che comincia così:[363]
_Consolibus, capitaneis, onmi militiae, universoque mediolanensi
populo. — Civitas Dei inclita, conserva libertatem, ut pariter retineas
nominis tui dignitatem, quia quamdiu potestatibus Ecclesiae inimicis
resistere niteris, verae libertatis auctore Christo Domino adjutore
perfrueris_[364]. E in questa lettera ci avvisa come i principi
della Lorena, della Sassonia, della Turingia e di tutta la Gallia
(membri dell'Impero, come lo erano i Milanesi) si erano, al paro di
noi, determinati di voler vivere liberi; e che tutti erano pronti a
collegarsi con noi, ad assisterci; su di che aspettava il riscontro.
Non ci rimane poi notizia alcuna se questa opportunissima offerta sia
stata accettata; anzi dai fatti accaduti dappoi si può presumere che se
ne lasciasse sfuggire l'occasione. Insomma Milano era una repubblica;
era già forte e prepotente nella Lombardia; ma l'uso incautissimo che
faceva della forza sua, eccitava l'invidia e l'odio delle altre città:
odio ed invidia superflue, sin tanto che la dignità imperiale passava
da un principe debole a un altro debole, ma rovinose disposizioni al
movimento in cui fosse eletto imperatore un principe di animo e di
forze robusto.

Morì in Germania l'imperatore Enrico IV l'anno 1125; e venne eletto
per successore Lottario, duca di Sassonia, il quale fu poi Lottario
III re d'Italia, e Lottario II imperatore. Alcuni signori tedeschi
avevano protestato contro di questa elezione, la quale si pretendeva
fatta per maneggi della Francia; e Corrado, duca di Franconia, del
casato di Stauffen-Suabe, fu uno dei più malcontenti. Conviene dire
ch'ei praticasse delle secrete intelligenze co' Milanesi per togliere
almeno il titolo di re d'Italia a Lottario. Certo è che Corrado, nel
1128, se ne venne a Milano per la strada di Como; che fu acclamato re
d'Italia, e incoronato prima in Monza, poi a Milano in Sant'Ambrogio.
Sceso Lottario in Italia, si confederò colle città di Lombardia,
nemiche de' Milanesi, affine di umiliar Milano. Tentò d'impadronirsi di
Crema, città amica de' Milanesi, ma non ebbe forze bastanti. Lottario
non potè essere incoronato re d'Italia, e portossi a Roma, ove fu
incoronato imperatore in San Giovanni Laterano dal papa Innocenzo II.
Vi erano allora due che pretendevano la sovranità del regno d'Italia:
Lottario, come imperatore; Corrado, come re incoronato d'Italia. Nello
stesso tempo eranvi in Roma due, ciascuno de' quali pretendeva d'essere
il vero papa; uno possedeva la chiesa di San Pietro, e l'altro quello
di San Giovanni Laterano. Il papa di San Giovanni Laterano favoriva
Lottario, lo riconosceva per solo legittimo re d'Italia, e scomunicava
l'arcivescovo di Milano, perchè aveva incoronato Corrado: il papa
di San Pietro mandava il pallio al nostro arcivescovo. La origine di
questi due papi fu che, essendo spirato Onorio II, sommo pontefice,
il 14 di febbraio 1130, nel giorno medesimo, sedici cardinali de' più
famigliari del defunto pontefice e dei più assidui nell'assisterlo
all'ultima malattia, prima che fosse pubblicata la di lui morte,
elessero Gregorio canonico regolare lateranense, cardinale diacono di
Sant'Angelo, che prese il nome di Innocenzo II. Il maggior numero de'
cardinali, intesa che ebbe quest'elezione, si radunò in San Marco,
e creò papa Pietro di Leone, che prese il nome di Anacleto. Furono
e l'uno e l'altro nello stesso giorno consacrati ed intronizzati.
Innocenzo occupava San Giovanni Laterano; Anacleto aveva il partito
più forte, e risedeva in Vaticano. I Milanesi erano per Anacleto e
per Corrado; Lottario era per Innocenzo. Facilmente ognuno comprende
qual confusione e quanti partiti dovevansi formare in mezzo ad un
simile inviluppo di cose. San Bernardo fu quello che sedò i partiti,
e fece riconoscere anche in Milano per vero papa Innocenzo II, e per
vero re d'Italia Lottario. Si erano già domiciliati in Milano dei
frati instituiti da San Bernardo. Il santo sosteneva papa Innocenzo,
e l'arcivescovo di Milano, Anselmo Pusterla, aveva coronato Corrado,
e aderiva ad Anacleto. Cominciarono in Milano i partiti contro
dell'arcivescovo per deporlo. Quegli ordinari e decumani che erano
pel papa Innocenzo II, per preparare delle insidie all'arcivescovo,
distribuirono il loro denaro ai giurisperiti ed ai militari; e dalla
disputa l'arcivescovo fu costretto ad entrare nel pubblico arringo,
ove Stefano Guandeca, arciprete, lo accusò come eretico, spergiuro,
sacrilego e reo d'altri delitti; giurò per convalidare l'accusa, e si
esibì a provarla avanti ad alcuni vescovi suffraganei. Comparvero i
vescovi, e seco loro comparvero pure molti vestiti in una nuova foggia
con rozze lane e col capo raso; e questi, verisimilmente, erano i
nuovi monaci di San Bernardo, che il popolo considerava come angeli
del cielo. L'arcivescovo, vedendo costoro, rivolto al popolo, si pose a
dire: che tutti quei che comparivano vestiti con quelle cappe bianche
e bigie, erano tutti eretici. Da ciò ne nacque una zuffa, nella quale
non fu però vinto l'arcivescovo; ma poi, mediante il denaro sparso
dal contrario partito, fu scacciato dalla sua Sede. Quindi abbandonato
Anacleto, Milano riconobbe il papa Innocenzo II. L'avvenimento ce lo
descrive Landolfo il Giovine colle seguenti parole:[365] _Ordinarii
itaque, et decumani sacerdotes, et caeteri faventes papae Innocentio
Secundo, et insidias perpatrantes hujusmodi archiepiscopo suas pecunias
effuderunt, et ipsas legis et morum peritis atque bellatoribus viris
tribuerunt. Unde ipse archiepiscopus compulsus est intrare popularem
concionem, ut ibi decertaret cum suis excomunicatis de excomunicatione.
Cumque ipse expectaret sagittas de justa aut injusta excomunicatione,
Nazarius primicerius, mirae calliditatis homo, per prolixum sermonem
cunctae concioni induxit fastidium. Archipresbyter autem Stephanus,
qui cognominatur Guandeca, videns primicerium suum fastidiose fore
locutum, vocem suam exaltavit, et contra archiepiscopum sic ait: Hoc
quod isti nolunt tibi dicere ego dico: tu es haereticus, perjurus,
sacrilegus, et aliis criminibus quae non sunt hic notanda, es reus.
His auditis ex improviso, archiepiscopus obstupuit. Archipresbyter
vero ille habens textum Evangeliorum ad manum, continuo juravit,
quod ipse de istis rebus, quas dixerat esse in isto Anselmo, qui
dicitur de Pusterla, in judicio episcopi novariensis et albanensis,
qui sunt de suffraganeis Ecclesiae Mediolani, staret. Consules itaque
Mediolani, in concordia utriusque partis, statuerunt ut ipsi et alii
suffraganei venirent. In statuta itaque die non solum suffraganei,
sed quamplures pure induti rudi et inculta lana, et rasi insolita
rasura, concurrerunt. Cumque archiepiscopus iste Anselmus vidisset eos
constare et populo quasi essent angeli de coelis, ad ipsum populum
ait: omnes illi quos hic videtis cum illis cappis albis et grisiis,
sunt haeretici. Inde simplices, et compositi, ad expellendum, bellum
commoverunt. Veruntamen gladio Anselmi in die illa resistere non
potuerunt. Sed mediante nocte, per expansam pecuniam, manus primicerii,
et presbyteri Stephani fortissima, in summo diluculo ipsum Anselmum
a sede compulit._[366] Questi monaci, seguaci di san Bernardo, molto
operarono per fare che Milano abbandonasse papa Anacleto e il re
Corrado; e riconoscesse papa Innocenzo e l'imperatore Lottario: e
san Bernardo medesimo moveva tutta questa rivoluzione, e come dice
Landolfo il Giovine al luogo citato:[367] _Ad haec peragenda, papa adeo
idoneum angelum habuit, sicut Bernardus abbas Claraevallensis fuit._
Il santo abate venne in Milano, e fu con tanta venerazione accolto, che
immediatamente divenne l'arbitro della città. Egli mostrava dispiacere
che nelle chiese vi fossero ornamenti d'oro o d'argento, e i Milanesi
cessarono di esporli:[368] _ad nutum quidem hujus abbatis, omnia
ornamenta ecclesiastica, quae auro et argento paliisque in Ecclesia
ipsius civitatis videbantur, quasi ab ipso abbate despecta, in scrineis
reclusa sunt_[369]. Tutto venne a prendere quell'aspetto che insinuava
quel celebre santo, al di cui cenno i popoli europei passavano a
guerreggiare nell'Asia, e riconoscevano o abbandonavano i sovrani ed
i pontefici. Tanto era il potere dell'opinione generalmente sparsa di
lui! Il popolo di Milano, poichè era scacciato l'arcivescovo Anselmo
Pusterla, accorse a san Bernardo, che stava alloggiato vicino a San
Lorenzo, e con acclamazione lo voleva arcivescovo. Il santo aveva più
vasti affari da reggere, e disse alla moltitudine, che nel seguente
giorno egli si sarebbe posto a cavallo, e che se il cavallo l'avesse
condotto lontano dalla città non sarebbe stato arcivescovo, e così
appunto fece e se ne partì:[370] _Ego in crastinum ascendam palafredum
meum, et si me extra vos portaverit non ero vobis quod petitis, ac
sic a Mediolano recessit_[371]. Così Milano riconobbe papa Innocenzo e
imperatore Lottario; e partito che fu san Bernardo, i suoi monaci, dice
Landolfo al luogo citato:[372] _per civitatem euntes, collectam multam
de auro et argento et rebus pluribus sibi fecerunt_, e con questi mezzi
fondarono i due monasteri di Chiaravalle e di Morimondo, così nominati
ad imitazione di due già stabiliti in Francia, i quali avvenimenti
accaddero l'anno 1134. L'arcivescovo Anselmo, scacciato così dalla sua
sede, per essere stato del partito di Anacleto s'incamminò verso Roma,
dove Anacleto era riconosciuto per legittimo papa da un gran numero
di persone, e risedeva, siccome dissi, al Vaticano; ma viaggiando,
fu preso e consegnato a papa Innocenzo II, che trovavasi a Pisa per
un concilio; e quel papa che possedeva, come già dissi, in Roma il
Laterano:[373] _illum captum Romam misit, dice Landolfo, ibique, prout
fama est, Anselmus ille, in eodem mense, in manu Petri Latri, qui
procurator est Innocentii, vitam finivit._

Corrado sebbene fosse stato incoronato re d'Italia in Monza ed in
Milano, vedendo di non avere forze bastanti a resistere, si piegò
ai tempi, e riconobbe l'imperatore Lottario, e rinunziò ad ogni
pretensione sul regno italico. Lottario, riconosciuto anche dai
Milanesi, venne in Italia; e favorì i Milanesi nelle dispute che
avevano co' vicini. Mentre il nuovo arcivescovo Roboaldo scomunicava i
Cremonesi, l'imperatore Lottario li sottopose al bando imperiale; e,
unite le forze degl'imperiali e de' Milanesi, si devastò il contado
di Cremona, si prese Casalmaggiore, San Bassano e Soncino[374]: poi
queste forze si rivolsero contro Pavia, la quale venne umiliata. Così
assai incautamente i Milanesi, colla distruzione di Lodi e di Como,
colla desolazione dei Cremonesi, e cogli insulti fatti ai Pavesi,
si erano procurati dei nemici implacabili intorno le loro mura; e
ne vedremo l'effetto nel capitolo seguente. Altro non mancava ad
accendere il fuoco che doveva distruggerci, se non l'occasione d'un
imperatore potente e voglioso di riacquistare la signoria d'Italia.
Ma nè Lottario, nè Corrado istesso (che poi, nel 1138, colla morte
di Lottarlo, fugli eletto in Germania per successore) ebbero forze
per tentarlo. Corrado, obbedendo alle insinuazioni fattegli da san
Bernardo a Spira, s'incamminò alla testa di una armata per la Terra
Santa; dove il suo esercito fu interamente distrutto per la mala fede
dell'imperatore Manuello Comneno e per il valor militare de' Saraceni.
Lottario debolmente regnò fra i torbidi. Così la indipendenza della
repubblica di Milano si andò rinfiancando.

La città di Milano, diventata opulenta e popolata nel secolo duodecimo,
naturalmente doveva offrire agi migliori ad ogni cittadino. Non si
discorreva più di adoperare per companatico il lardo, come vedemmo
al capitolo quarto; ma pretendevano i canonici di Sant'Ambrogio che
un abate, in certo giorno di solennità, desse loro un pranzo con tre
imbandigioni, ed erano queste:[375] _in prima appositione, pullos
frigidos, gambas de vino, et carnem porcinam frigidam: in secunda,
pullos plenos carnem vaccinam cum piperata, et tertullam de lavezolo:
in tertia, pullos rostidos lombolos cum panatio, et porcellos plenos_;
sorta di vivande che non ha saputo indicare cosa fossero l'erudito
nostro conte Giulini[376], e che molto meno potrei io spiegare. Bastano
però queste per dimostrare che si viveva con una sorta di abbondanza.
Fra le cerimonie religiose vi era quella che il parroco andasse a
lustrare coll'acqua benedetta la casa, da cui si era trasportato un
morto; e che al Natale il parroco girasse per le case del suo distretto
coll'incensiere a profumarlo. Quando si contraevano[377] _sponsalia de
futuro_, cioè quando si faceva la promessa del matrimonio, si regalava
alla sposa un anello, ovvero una corona, o un cinto, ovvero una veste
o un drappo, ovvero un zendado; e qualora il matrimonio poi non si
dovesse più fare, se lo sposo aveva dato un bacio alla sposa, non si
doveva a lui restituire se non la metà del regalo:[378] _Si nomine
sponsalitiorum annulus, vel corona, vel cingulum, vel quid simile,
seu amictum, vel pallium, vel zendadum detur; matrimonio non secuto,
medietas redditur si osculum intercesserit_: così le consuetudini
di Milano dell'anno 1216. Dello stato delle lettere in quei barbari
tempi pochissimo se ne può dire. Unicamente sappiamo che molti de'
nostri giovani allora andavano in Francia a fare i loro studii; ed
è assai probabile che le turbolenze interne alle quali era in preda
la Repubblica, non permettessero quella placida educazione che è
necessaria per avervi delle scuole e de' maestri utili. Fra i paesi
vicini, il più tranquillo e indifferente per noi era la Francia,
colla quale non avevamo più veruna politica relazione. Sotto Lottario
s'erano scoperte in Amalfi le Pandette, e s'era risvegliato un fermento
universale per lo studio della giurisprudenza. Il nostro Oberto
dall'Orto fu distinto fra i dottori di quel tempo; e maestro Giovanni,
pure nostro cittadino, fu un medico che ebbe molta parte nel far
risorgere la facoltà che coltivava in Salerno. Egli scrisse in versi
latini un trattato di medicina per Enrico I, figlio di Guglielmo il
Conquistatore, re d'Inghilterra, che così comincia:

    _Anglorum regi scribit schola tota Salerni_[379][380] ec.,

e sebbene la ragione umana fosse coltivata da pochi, e con poverissimo
successo, se vogliansi paragonare que' lavori colle produzioni
di secoli più felici; nondimeno dobbiamo accordare che ci eravamo
scostati assai dall'ultima barbarie del secolo undecimo, quando ne'
pubblici contratti si scriveva così:[381] _deveniat in potestatem
abas ipsius monasteri sancti Ambrosii in perpetuis temporibus in eodem
sanctum monasterio ordinatus fuerit... capella una... que ego noviter
edificavi... in onore sancti Michaelis et Petri, consecratam ab domum
Eribertus archiepiscopus_[382]. I cognomi cominciarono a formarsi
nel secolo undecimo; e nel duodecimo erano generalmente praticati. Le
maggior parte ebbero l'etimologia dai luoghi d'onde traeva origine,
ovvero dimorava la famiglia. Vorrei poter descrivere le azioni de'
nostri Bruti, de' nostri Orazi, de' nostri Scevola; ma non balena
alcun lampo di virtù fra quei tempi ancora caliginosi; o se qualche
uomo generoso e nobile visse allora fra noi, e produsse la sua virtù
fuori dalle azioni della famiglia, questa trovò così poca elasticità
negli animi altrui, che non ne rimase memoria. La sola religione era il
mobile di ogni azione in que' tempi... sebbene questa mia proposizione
non è esatta. La sola corteccia della religione moveva ogni cosa, e la
vera religione era trascuratissima. Il mancar di fede, l'assassinare
il distruggere, l'usurpare, il calunniare, l'opprimere, erano azioni
comunemente praticate quasi senza ribrezzo. Dopo ciò, tutte le esterne
pratiche del rito religioso erano osservatissime, e servivano di
pretesto allo sfogo della feroce inquietudine de' nuovi repubblicani;
poco degni in verità d'esser liberi per l'abuso che ne fecero a danno
proprio e dei vicini.



CAPITOLO VII.

  _Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I._


Il nome di Federico I imperatore, comunemente conosciuto col soprannome
di Barbarossa, non è ignoto a veruno anche del popolo di Milano. Ognuno
sa che Milano fu distrutto da lui. Molte favolose tradizioni, come
accade, si frammischiarono colla verità. Federico Barbarossa però si
ricorda come un barbaro. L'epoca di questo imperatore è stata funesta.
Siamo stati avviliti; ma non vili, nè senza gloria. I Romani ebbero due
epoche di somma umiliazione; le Forche Caudine e l'invasione de' Galli.
Noi avemmo Uraja e Federico. Gli autori di Germania di que' tempi ne
fanno un eroe; i nostri ne fanno un tiranno. L'unico partito ch'io
prendo sarà quello di appoggiare il mio racconto singolarmente agli
autori tedeschi che scrivevano in que' tempi; e credere di Federico
tutto il bene che ne dicono i Milanesi, e tutto il male che ne dicono
i Tedeschi. I primi autori che mi serviranno di guida saranno Ottone,
vescovo di Frisinga, figlio di Leopoldo Pio, marchese d'Austria, e zio
paterno dello stesso imperatore Federico; il quale, come esercitato,
quanto in que' tempi potevasi, nelle lettere latine, scrisse i
fasti del nipote, da lui animato a farlo: l'altro sarà il canonico
di Frisinga Radevico, il quale, per ordine dello stesso imperatore,
continuò que' fasti dopo la morte del vescovo Ottone[383]. Ivi si legge
la lettera che l'imperatore diresse al vescovo suo zio, animandolo
a scrivere e dandogli una traccia dei suoi fatti nell'Italia[384];
ivi pure si vede che il continuatore Radevico, dice di avere scritto
per obbedienza al desiderio del defunto vescovo:[385] _Ejus jussu,
pariterque divi imperatoris Friderici nutu_[386]. Sicuramente essi non
hanno propensione per i Milanesi. Il terzo sarà il canonico di Praga
Vincenzo, che accompagnò il suo vescovo in quella spedizione d'Italia,
e fu presente alla maggior parte degli avvenimenti accaduti in Milano.
La cronaca di Vincenzo fu data al pubblico per la prima volta nel 1764
dal padre Dobner, nel primo tomo dell'opera intitolata: _Monumenta
Historica Boemiae_, stampata in Praga. Gli altri autori tedeschi,
pubblicati nelle raccolte del Pistorio Nideno, del Menckenio, dello
Struvio, dell'Ocfalio, mi serviranno pure di guida. Farò uso ancora
de' nostri italiani Morena e Sire Raul, autori tutti contemporanei; ma
unicamente pei fatti che non possono essere contrari all'imperatore;
sebbene il Morena sia più imperiale di alcun altro. Sarò costretto a
registrare più le parole altrui, che a scrivere le mie; ma i lettori
che temono lo spirito di partito e che bramano di conoscere quanto
si può la verità de' fatti accaduti, non mi sapranno mal grado
se pongo sotto a' loro occhi piuttosto i pezzi interessanti degli
autori originali, che scrivevano le cose dei loro tempi, anzi che un
sempre incerto racconto negli argomenti contrastati. Questo è il solo
partito che conviene allorchè s'entra a narrare una porzione di storia
controversa.

(1152) Corrado, poco dopo il suo ritorno da Terra Santa, morì in
Bamberga l'anno 1152, e fu eletto re de' Romani il di lui nipote
Federico Barbarossa. Egli allora aveva trentadue anni. Pieno di ardor
militare e di un carattere fermo e impetuoso, sembra che il suo primo
pensiero sia stato quello di sottomettere le città del regno d'Italia,
e di ridurle ad una reale obbedienza, dallo stato indipendente a cui
si erano poste da centoventi anni e più. Albernardo Atamano e Omobono
Maestro, due cittadini lodigiani, si portarono alla dieta di Costanza,
e gettaronsi a' piedi di Federico, implorando il suo aiuto contro de'
Milanesi, i quali non cessavano di opprimere i Lodigiani, anche presso
le diroccate mura della loro patria distrutta. Il re Federico destinò
Sicher per suo ministro a Milano, con un decreto in cui comandava che
si cessasse di opprimere Lodi. I due Lodigiani ritornarono alla patria,
per cui avevano operato senza commissione. Credevano di essere accolti
come salvatori dei cittadini, e non ritrovarono che biasimo, strapazzi
ed ingiurie; poichè il timore de' Milanesi era il solo sentimento che
restava a quegl'infelici, dopo il peso di lunghe e gravissime sciagure.
Venne a Milano Sicher, e presentò il decreto del re. I consoli milanesi
stracciarono la carta, la calpestarono; e a stento il regio messo potè
sottrarsi al furore del popolo[387]. Dopo un tale affronto Federico
si determinò di venire in Italia alla testa di un'armata. I nemici de'
Milanesi non potevano mancare di unirsegli contro di Milano; la quale,
come dice il panegirista e parente di Federico:[388] _Inter caeteras
ejusdem gentis civitates primatum nunc tenet..... non solum ex sui
magnitudine, virorumque fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas
civitates vicinas in eodem situ positas; idest Cumam et Laudam, ditioni
suae adjecerit_[389]. Cominciò Federico a devastare alcune nostre
terre. Erano amici nostri Tortonesi, i Piacentini, i Cremaschi ed i
Bresciani. Federico assediò, prese e distrusse Tortona; e dai Pavesi
fu accolto con solenne pompa. Così il re Federico nella sua lettera
riferita da Ottone di Frisinga:[390] _Destructa Terdona, Papienses,
ut gloriosum post victoriam triumphum nobis facerent; ad civitatem nos
invitaverunt._ Col vocabolo però di _distruzione_ non si può intendere
già che fossero atterrate le case della città, ma deve intendersi
soltanto la demolizione delle fortificazioni, e lo smantellamento
de' ripari che la munivano. Poichè nello stesso anno in cui venne
distrutta Tortona, la repubblica di Milano scrisse ai Tortonesi la
lettera seguente:[391] _Consules, populusque mediolanensis, consulibus
derthonensibus, omnique populo, salutem. — Cuncto romano Imperio
notum fore credimus, urbem vestram, quam de caetero confidenter
nostram dicemus, contra fas ac pium, injuria penitus, destructam, a
nobis audacter nec non viriliter restaurutam esse, murisque, omnium
nostrorum invicem sudore constructis, circumdatam. Tria itaque civilia
signa ad perennem memoriam ad vos dirigimus. Tubam videlicet aeneam,
qua populus in unum convocetur, vestrum significantem incrementum.
Album vexillum cum cruce Domini Nostri Jesu Christi, rubeum colorem
habens per medium significans a manibus inimicorum post multas ac
magnas angustias vos esse liberatos: in quo solem et lunam designari
jussimus. Sol Mediolanum, luna Derthonam significat; lunaque lumen a
sole suum trahit, omne a Mediolano Derthona suum trahit esse. Haec duo
mundi sunt lumina, haec duo regna. Sigillum, quo vestrae signentur
chartae, continens in se duas civitates Mediolanum et Derthonam,
designans Mediolanum cum Derthona ita esse unitos, ut separari numquam
possint amplius. Millenus centenus quinquagesimus annus quintus erat
Christi, cum lapsa, refecta fuit_[392]. I Milanesi innalzarono la
circonvallazione di Tortona con somma rapidità e con sommo ardire, nel
tempo in coi Federico si portò a Roma, e fu incoronato imperatore dal
papa Adriano IV. Questa riparazione di Tortona dovette irritare sempre
più l'animo dell'imperatore, al quale inutilmente avevano già in prima
offerto i Milanesi considerabili somme di oro per accontentarlo. Non
si trovò forte Federico allora abbastanza per cimentarsi contro di
Milano, ovvero gli affari l'obbligarono a portarsi in Germania. Prima
però di abbandonare l'Italia, nelle vicinanze di Verona pubblicò un
decreto in cui spogliava i Milanesi della zecca, dei telonei, e di
ogni podestà: e ciò in pena d'avere distrutto Lodi e Como, e oppressi
que' cittadini, con contumacia agli ordini imperiali: per lo che li
condannò al bando dell'impero[393]. La sentenza di questo anatema
non cagionò male alcuno ai Milanesi. Essa era concepita con frasi
che provavano l'inimicizia passionata dell'imperatore. Leggevasi che
i delitti imputati ai Milanesi fossero _enormi_, commessi con _animo
sacrilego, empiissimamente, con iniquità, malizia e pertinacia_. Ciò
non di manco, appena allontanato che fu Federico, i nostri ritornarono
al loro abituale mestiere: batterono i Pavesi; insultarono e vinsero
i Novaresi; presero Vigevano, e ne demolirono il castello. Tanto
erano poco disposti a lasciar liberi i Lodigiani e i Comaschi già
sottomessi! Pretesero anzi dai Lodigiani un giuramento positivo di
fedeltà; e sull'opposizione che i Lodigiani fecero, volendo essi porvi
la condizione che salvo fosse il primo giuramento di fedeltà da essi
già prestato all'imperatore, e non accordandolo i nostri, vennero
saccheggiate e abbruciate le povere abitazioni dei Lodigiani, ed essi
costretti a ricoverarsi presso dei Cremonesi. Per tal modo erano nemici
nostri i Lodigiani, i Comaschi, i Pavesi, i Novaresi, i Vigevanaschi e
i Cremonesi.

Frattanto però che stavano rendendoci più odiosi ai vicini ed al
lontano nemico, la sola cosa ragionevole che femmo, si fu di munire
di un valido fossato, ossia d'una linea di circonvallazione tutta la
città; la quale, sebbene avesse tuttavia in piedi le antiche mura di
Massimiliano, ristorate dal l'arcivescovo Ansperto due secoli e mezzo
prima, nondimeno, per l'accresciuta popolazione doveva avere molte
abitazioni esternamente adiacenti alle mura medesime. Questo fossato
è precisamente quello per cui ora scorre il canale del naviglio,
e così con chiarezza ognuno può capire qual fosse il giro delle
antiche mura, che ora è indicato dalle chiaviche, da noi chiamate
_cantarane_, e quale quello del fossato, che visibilmente anche oggidì
circonda la città. Di questo fossato ne parla il continuatore di
Ottone di Frisinga e Radevico[394], inimico de' Milanesi con questi
termini:[395] _Mediolanensem autem utpote viri bellicosi et strenui
civitatem suam magnis fossis circundederunt, et imperatori audacter
et viriliter restiterunt_; e della terra cavata nel fare la fossa se
ne formò il parapetto nel luogo che anche presentemente conserva il
nome di _Terraggio_. Convien dire che queste fortificazioni fossero
assai ben fatte; poichè vedremo che non vennero mai superate colla
forza; e che, perduta che fu la città, ebbe somma cura il vincitore
di vederle distrutte. Venne in Italia l'imperatore Federico alla
testa di un'armata poderosissima, la quale conteneva quasi tutte
le forze della Germania. Basti il dire che aveva sotto di lui a
bloccare Milano Ladislao re di Boemia, Corrado duca di Rotenburg,
Lodovico conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia, Enrico duca
d'Austria, Alberto conte del Tirolo, Ottone conte palatino di Baviera,
l'arcivescovo di Colonia Federico, Arnaldo arcivescovo di Magonza,
Hellino arcivescovo di Treveri, Wikmanno arcivescovo di Magdeburg, il
duca di Zarighen, e altri principi sovrani[396]. (1158) La venuta di
questa terribile armata accade l'anno 1158. È strana la cerimonia che
l'imperator Federico volle premettere alle sue operazioni militari.
Prima di innoltrarsi nel Milanese fece intimare alla città un termine
perentorio a presentare le discolpe, se ne aveva. Non volle dare un
gastigo senza una sentenza, nè una sentenza senza un giudizio, nè un
giudizio senza una citazione. Vennero i legati di Milano a questa
formalità. L'eloquenza e i doni furono inefficaci; e la sentenza
dichiarolli pubblici nemici. Così, pagando questo facile tributo
alla mania del secolo, che in Italia singolarmente aveva riscaldati
gli animi nello studio e nel Codice e delle Pandette di Giustiniano,
rese sacra in certo qual modo la vendetta e interessate più che mai
le città nostre nemiche a favorire la rovina di Milano. Poich'ebbe
data Federico la sentenza, si rivolse al Milanese, e, affacciatosi
a Cassano per passar l'Adda, trovò il ponte così bene presidiato
dai Milanesi, che non ardì di superarlo. Gl'imperiali tentarono il
guado verso Corneliano: alcuni perirono nel fiume; ma però un buon
drappello di militi si postò sulla sponda destra del fiume. Per lo che
i nostri trovavansi alla custodia del ponte, dovettero abbandonarlo,
per non vedersi a un tempo stesso assaliti di fronte e al fianco; e si
ricoverarono in Milano. L'esercito imperiale s'incamminò a passare sul
ponte, il quale si ruppe, non sappiamo se a caso, con qualche danno
dell'esercito. Questi avvenimenti, anche minuti, meritano luogo nella
storia, poichè fanno conoscere che la guerra non si faceva con un cieco
impeto, ma con arte e consiglio anche in que' tempi. Un errore però
commisero allora i nostri, e fu quello di collocare un presidio nella
torre dell'Arco romano, di cui ho dato notizia nel capitolo primo.
Quella mole, fabbricata dai vincitori romani fuori del recinto per
dominare la città, e fondata sopra quattro enormi pilastri e quattro
arcate, doveva atterrarsi da una città che aspettava un potentissimo
esercito nemico. Un presidio così isolato non poteva nè difendersi,
nè reggere, soltanto che sotto vi si fosse collocata una catasta di
legna e postovi il fuoco. Gli imperiali, ben presto cominciando a
rompere i pilastri, costrinsero gl'infelici situati tanto incautamente
ad arrendersi, e dalla cima poi di quella gran torre, gl'imperiali,
colla pietrera, scagliarono incessantemente de' sassi a danno ed
incomodo inevitabile di coloro che stavano alla difesa della porta
Romana. L'imperatore pose il suo quartiere verso la Commenda di Malta,
che allora era la magione de' Templari. Il re di Boemia pose il suo a
San Dionigi. L'arcivescovo di Colonia alloggiò verso a San Celso. Di
contro a ciascheduna porta della città vi si postò un principe; e si
circondò la città con un esercito di centomila uomini[397]; ovvero,
come dice lo storico nostro contemporaneo Sire Raul, di quindicimila
cavalieri, e inumerevoli fantaccini. A tutte queste terribili forze
della Germania, dalla quale erano venuti quasi tutti i sovrani alla
testa de' loro sudditi armati, si unirono le forze di quasi tutte
le città di Lombardia; e il canonico di Praga Vincenzo, che vi era
presente, nomina Pavesi, Cremonesi, Lodigiani, Comaschi, Veronesi,
Mantovani, Bergamaschi, Parmigiani, Piacentini, Genovesi, Tortonesi,
Astigiani, Vercellesi, Novaresi, d'Ivrea, di Padova, d'Alba, di
Treviso, d'Aquilea, di Ferrara, di Reggio, di Modena, di Bologna,
d'Imola, di Cesena, di Forlì, di Rimini, di Fano, d'Ancona e di altre
città ancora, che tutte avevano mandate le loro milizie a combattere
contro di noi[398]. Al comparire di tante forze i Milanesi stavano
armati tranquillamente rimirandole dalle loro fortificazioni:[399]
_Stabant armati supper vallum, nihil omnino strepentes; dubium,
principis advenientis aspectus utrum hanc reverentiam, et huius
silentii disciplinam, an metum universis incusserit_, dice Radevico,
lib. I, cap. XXXII. Una tanto spaventosa unione di forze non si
impiegherebbe al dì d'oggi per acquistare una città presidiata da
soli cittadini. Un esercito assai minore basterebbe, e coll'assedio,
ovvero con un impetuoso assalto se ne renderebbe padrone; ma allora la
polve per anco non era conosciuta (la più antica memoria della polve
ascende sino alla pubblicazione dell'opera: _De nullitate Magiae_,
in Oxford, fatta da Rugiero Bacone circa l'anno 1260, cioè quasi un
secolo dopo i tempi de' quali tratto; e il più antico uso della polve
nella guerra seguì l'anno 1346 nella battaglia di Crecy, come ci
attestano Larrey e Mezzerai. Il re d'Inghilterra Edoardo scompigliò i
Francesi con cinque o sei cannoni; ciò accade più d'un secolo e mezzo
dopo Federico). Troppo era ardua impresa il venire a cimento contro
gli assediati, i quali, dalla sommità del terrapieno, scacciavano
nella larga fossa gli aggressori prima che ad essi potessero nemmeno
accostarsi, e perciò:[400] _Divisis, ut dictum est, inter principes
exercitus portis Civitatis, singuli eorum festinare, parare, sudibus,
palis aliisque propugnaculis castra munire, propter improvisos
hostium incursus, decertabant. Neque enim vineis, turribus, arietibus,
aliorumque generum machinis tantam civitatem attentandam putabant.
Sed longa potius obsidione fatigatos ad deditionem cogi, vel si foras
propter fiduciam multitudinis erupissent, proelio superatum iri_[401].
Si aspettò adunque che il tedio e i maneggi inducessero i Milanesi alla
resa, e non ardì Federico di sottometterli colla forza. Questi fatti,
trasmessici da un tedesco, nemico del nome italiano, e panegerista
dell'imperator Federico, provano abbastanza che Milano in quel tempo
era una repubblica, piccolissima per la sua estensione, ma di una forza
e di un ardimento maravigliosi; e se ella avesse avuta tanta sapienza,
quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe
più simile alla romana. Lo storico nostro Sire Raul ci parla di varie
scorrerie che i Milanesi fecero su i nemici, col rappresagliar ai
medesimi molti cavalli:[402] _Interea milites Mediolani egrediebantur
de civitate, et auferebant scutiferis exercitus roncinos, et tantos
abstulerunt, quod roncinus quatuor solidis tertiolorum vendebaturj_; e
il Radevico, che scrisse i fasti dell'imperator Federico per comando
di lui, e in conseguenza non è mai sospetto di parzialità per i
Milanesi, descrive varie sortite da essi fatte; ed una singolarmente
caduta sopra il conte palatino del Reno, e sul duca Federico di
Svevia:[403] _Apertis portis cum pugnacissimis egressi, disjectis
custodibus, usque ad jam dictorum heroum castra excurrunt, oppugnant,
sauciant. Alemanni, ubi hostes adventare senserant, inopinata re, ac
improvisa primo perculsi_ (l'affare era di notte) _alter apud alterum
formidinem simul, et tumultum facere: deinde alius alium appellare,
hortari, arma capessere, venientes excipere, instantes propulsare:
clamor permixtus hortatione, strepitus armorum, etc._, e conchiude
che, accorsovi poi il re di Boemia coi suoi, e così resasi più vasta
l'azione, i Milanesi, non potendo reggere a tanti, ritornarono nella
città[404]. Questo fatto, altrimenti in parte, lo descrive la cronaca
del canonico Vincenzo da Praga, che si legge nel libro del P. Gelasio
Dobner[405]. Secondo detto cronista la sortita fatta dai Milanesi non
fu di notte, ma[406] _circa horam vespertinam... fit pugna ex utraque
parte: fortissimi caeduntur milites, nec hi vincuntur nec illi. Videns
autem praedictus princeps se eis sufficere non posse, ad regem Bohemiae
plurimos mittit nuncios, rogans ut ei sua subveniant militia_; dice
poi che il re accorse co' suoi e piombò addosso ai Milanesi:[407]
_Mediolanenses pro libertate adversariis suis fortissime resistunt;
ex utraque parte fortissimi caeduntur milites. A vespertina hora
usque ad crepusculum durat praelium. Mediolanenses tandem, plurimis
amissis, et captis, Bohemorum ictus non valentes sustinere, inter
muros se retrahunt, quos Bohemi victores, usque ad ipsas portas
caedentes, insequuntur. Interea nox praelium dirimit._ Questo autore
era presente, quindi il di lui racconto pare più verisimile; poichè di
notte non poteva tentarsi un'operazione, quando si combatteva, come
allora, in mischia. Altra uscita fecero i Milanesi per testimonianza
dello stesso autore tedesco e panegirista dell'imperatore Federico,
contro il duca d'Austria, che s'avanzava per attaccare una porta della
città:[408]_ Mediolanenses quippe, molitiones nostrorum praesentientes,
ignominiam judicabant si pares, imo plures multitudine, minori animo
venientibus non occurrerent_[409]; e allora pure furono respinti. La
più fortunata azione ce la descrive lo stesso Radevico[410], quando
uscirono i Milanesi contro una schiera di mille volontari, comandati
dal conte Ekeberto di Rutene, che, dopo un ostinato conflitto, vennero
fugati coll'uccisione del conte e di varii altri nobili imperiali.
Osserva però lo stesso Radevico, come dalla porta che era bloccata
dall'imperatore (ed era quella del _Buttinugo_, ora detto _Bottonuto_,
e il conte Giulini la crede posta al ponte dell'Ospedale), i Milanesi
non ardirono mai di presentarsi, o per timore o per riverenza, verso
la persona dell'imperatore:[411] _Sed nec ad portam, ubi militia
principis obsidionem celebrabat, excursus facere, dubium an metu, an
reverentia imperatoris cohiberentur_[412]. Tentarono gl'imperiali di
prendere la città di assalto, e potè loro riuscire di porre il fuoco
ad una porta ed al bastione vicino, combustibile, perchè composto
di fascine e travi, che rassodavano la terra e la munivano al di
fuori; ma furono vigorosamente respinti, e il colpo andò a vuoto.
Ciò nondimeno fa meraviglia come dopo un mese di blocco la città
si rendesse; e non è facile il persuaderci come questa dedizione
fosse allora cagionata dalla fame e dalle malattie, siccome varii
scrittori asseriscono, appoggiati al testimonio di Radevico[413].
Non è da credersi che i Milanesi da lungo tempo prevenuti dell'odio
dell'imperatore, e che con prodigioso dispendio ed ardimento avevano
premunite le abitazioni colla linea di circovallazione, avessero
preparato così poco ne' magazzini, da penuriare dopo di un mese; nè
è da credersi che un morbo contagioso ponesse tanta desolazione da
obbligare in quattro settimane alla dedizione una città non ancora
offesa da macchina o assalto nemico; tanto più che di questa supposta
pestilenza, la quale avrebbe dovuto comunicarsi al campo nemico,
nessuna menzione se ne fece poi; e il canonico Vincenzo di Praga,
che era presente a questi avvenimenti, non scrive nè della fame nè
d'altra malattia, se non che:[414] _Foetor cadaverum intolerabiliter ex
utraque parte omnes cruciabat exercitus ita quod jam plurimi plurimis
cruciabantur aegritudinibus_[415]. L'autore medesimo ci avverte che
il patriarca d'Aquileia Peregrino, il vescovo di Praga Daniele, il
vescovo di Bamberga Everardo aprirono i discorsi di pace co' Milanesi,
e Radevico ci attesta che l'autore di questa dedizione de' Milanesi
fu il conte Guido di Biandrate; eccone le parole:[416] _Hujus auctor
negocii dicitur fuisse Guido comes Blanderantensis, vir prudens,
dicendi peritus, et ad persuadendum idoneus. Is, cum esset naturalis
in Mediolano civis, hac tempestate tali se prudentia et moderamine
gesserat, ut simul, quod in tali re difficillimum fuit, et curiae
charus, et civibus suis non esset suspiciosus_[417]. Questo conte
Guido di Biandrate, per testimonianza del conte Giulini, era generale
della milizia de' Milanesi[418]. La maggior parte del Novarese era
sua, ed esposta alle invasioni degli imperiali. Il carattere e la
fede di questo conte, anche prima in un fatto co' Pavesi, si resero
soggetto di dubitazione, e sembrò che, comandando i Milanesi, li
disponesse per essere battutti[419]. L'imperatore poi sempre se lo
ebbe caro, l'adoperò in molte commissioni, creò arcivescovo di Ravenna
suo figlio, e fu perfino trascelto, insieme col cancelliere imperiale,
per obbligare gl'infelici Milanesi esuli dalla patria a sborsare nuovi
tributi[420]. Posta tutta questa serie di fatti, io credo che senza
pericolo di oltraggiare indebitamente la memoria di lui, sospettar si
possa aver egli sacrificata la patria alla personale ambizione. I patti
della resa furono: 1.º I Lodigiani e i Comaschi nel governo civile
saranno indipendenti dai Milanesi; 2.º i Milanesi giureranno fedeltà
all'imperatore; 3.º fabbricheranno un palazzo imperiale; 4.º pagheranno
novemila marche d'argento; 5.º daranno ostaggi; 6.º i consoli saranno
eletti dai Milanesi, ma approvati dall'imperatore; 7.º nel palazzo
imperiale risederanno i legati cesarei, e giudicheranno le liti; 8.º si
restituiranno i prigionieri; 9.º saranno dell'imperatore la zecca e le
regalie; 10.º saranno assoluti dal bando imperiale i Milanesi, tosto
che dai Cremaschi siano pagate centoventi marche; 11.º eseguito ciò
l'imperatore partirà fra tre giorni, e tratterà da amico i Milanesi e
le cose loro; 12.º i Milanesi eseguiranno i loro patti con buona fede,
quando non siavi impedimento legittimo, ovvero il consenso cesareo non
li dispensi; 13.º potranno i Milanesi imporre una colletta per pagare
la somma convenuta, e chiamare in contributo quei che solevano, eccetto
i Lodigiani e i Comaschi, e alcuni del contado del Seprio, i quali,
poco prima, avevano giurata fedeltà all'imperatore[421]. Così Milano si
rese, il giorno 7 settembre 1158, all'imperatore Federico.

Questo avvenimento non fu veramente nè di gloria all'imperatore, nè di
biasimo a Milano. Con un'armata immensa, atta a conquistare un regno,
doveva certamente prendersi una città abbandonata, e sola in mezzo a
tanti e sì potenti aggressori. Nè l'imperatore, scortato di tanti e
sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigor militare che caratterizza
un gran generale. Non pose assedio, non attaccò le fortificazioni,
non usò dell'impeto, ma con mezzi industriosi, e probabilmente colla
seduzione del comandante, acquistò la città. Questo avvenimento pure
ci mostra quanto imprudente sia stata la scelta del conte Guido, che
i Milanesi vollero avere per loro generale. Si trovano, è vero, delle
anime nobili, più sensibili alla gloria che a qualunque altro bene
presente, capaci di un generoso entusiasmo che faccia loro trovare il
massimo interesse nelle azioni virtuose; ma furono sempre mai rare, e
ne' secoli barbari singolarmente. In ogni tempo poi imprudentemente si
pone un uomo nell'alternativa o di essere un eroe, o di sacrificarci.
Se la capitolazione pose Milano nella dipendenza, però l'imperatore
riconobbe nella città una esistenza civile con quest'atto medesimo,
perchè capitolò, e perchè si obbligò a partirsene, e lasciò il
reggimento della città ai consoli; nè proibì ai Milanesi il governo
della loro città, o la facoltà della pace e della guerra. Se la città
fosse stata resa suddita, si sarebbe posto un conte a governarla a
nome dell'imperatore, si sarebbe abolita la nuova magistratura de'
consoli nata colla Repubblica; e si sarebbe espressamente proibito di
contrarre mai più leghe o far guerre, come da un secolo e più s'andava
facendo. L'articolo della zecca è pure meritevole di osservazione.
Ho già accennato che di monete battute in Milano prima di Federico
non ve ne sono, se non col nome dell'imperatore o re d'Italia; che le
monete della Repubblica mancanti del nome del sovrano hanno l'immagine
di sant'Ambrogio, colla mitra, ornamento che prima di Federico non fu
generalmente in uso. Dopo gli Ottoni, dei quali abbiamo le monete, non
ho altre monete della nostra zecca, che di Enrico, non ben sapendosi se
del primo, secondo, terzo o quarto; ma nè dei Corradi, nè di Lottario
II non ne ho; nè alcuno ne ha pubblicate; e perciò sembra verosimile
che da molti anni la zecca di Milano fosse oziosa, appunto perchè la
nuova Repubblica non osasse di sottrarsi interamente da ogni protezione
dell'Impero coll'omettere il nome augusto nel conio, e nemmeno volesse
espressamente confermarsi dipendente col riporvelo. Conservo bensì
alcune monete dell'imperatore Federico coniate in Milano, e sono
pubblicate in più opere. Così quel sovrano, richiamando a sè la moneta,
ravvivò anche nel conio la soggezione dalla quale ci eravamo col favore
dei tempi sottratti.

Poichè fu sottomessa Milano, l'imperatore radunò una dieta in
Roncaglia. Ivi, ricorrendo molti per farvi giudicare le liti,
quell'augusto, se crediamo a Radevico, diceva:[422] _Mirari se
prudentiam Latinorum, qui cum praecipue de scentia legum glorientur,
maxime legum invenirentur transgressores; quumque sint tenaces
justitiae sectatores, in tot esurientibus et sitientibus injustitiam
evidenter apparere._ Se quell'augusto avesse riflettuto che lo
studio delle leggi si fa per acquistare onori e lucro, e che questo
desiderio non esclude i vizii dell'animo; che il raffinamento medesimo
nell'interpretare le leggi debb'essere una fecondissima sorgente di
litigi; che in una nazione ricca ed ingegnosa vi debbon essere più
controversie che in una più povera e indolente, non avrebbe parlato
con derisione degli italiani, perchè, studiando molto le leggi di
Giustiniano, erano in molte liti imbarazzati. Cesare, Ottaviano Augusto
e gli altri Romani non deridevano i vinti. Il grande Ottone si mostrò
pure abitatore del mondo, come le sono le anime grandi. Le antipatie
nazionali sono minute opinioni del volgo, in ogni secolo e presso di
ogni nazione le anime nobili sempre furono al disopra della popolare
invidia, ingiusta per lo più o fomentata da una meschina politica.
Cercano esse indistintamente il vero merito, e si pregiano di onorarlo
ovunque lo trovino; mirano la terra come la patria del genere umano,
e gli uomini una famiglia, divisa in buoni e malvagi. Un sovrano
poi, che è il padre dei suoi popoli, non può avere piccole gelosie di
nazione. Federico mancò di politica. Dovevano accorgersi i Lodigiani,
i Pavesi, i Cremonesi, i Comaschi e gli altri che l'imperatore non
era punto affezionato nè agli italiani, nè ad essi. La guerra fatta ai
Milanesi certamente non aveva per oggetto la loro felicità, liberandoli
dall'oppressione; ma profittando delle nostre discordie, cercava di
sottometterci. È vero che con una pomposa formalità aveva Federico, il
giorno 3 agosto dello stesso anno 1158, consegnato ai consoli lodigiani
in Monteghezzone un vessillo, e data loro la proprietà di quello spazio
alla sponda dell'Adda per fabbricarvi, siccome fecero, la nuova città
di Lodi; ma l'imperatore con questo dono non perdeva cosa alcuna; e le
città alle quali in quella dieta prese tutte le regalie, per formare a
sè medesimo un tributo annuo di trentamila marche d'argento, perdevano
assai. Più accortamente avrebbe operato quell'augusto, se, dopo di
aver vinto, colla moderazione e colla clemenza si fosse proposto di
far amare il suo governo; forse avrebbe lasciato a' suoi successori
un regno fedele e tranquillo, fondato sull'interesse medesimo de'
popoli governati, i quali avrebbero naturalmente preferita la pace
sotto di una moderata monarchia, alla turbolenta indipendenza, alle
stragi, all'incertezza che da lungo tempo li rendevano infelici. Ma
è più facile il vincere che il saper godere della vittoria; ed è più
facile il carpire la fortuna, che il convertirla in propria stabile
felicità. L'incauta condotta dell'imperatore gettò i semi di molte
sciagure funeste ai popoli d'Italia, funeste all'impero medesimo;
perchè, dopo le miserie di una seconda guerra, potè bensì opprimere
i malcontenti, ma rovinò il suo Stato, e impresse un tal ribrezzo per
la soggezione, che le città giunsero poi a liberarsene interamente, e
col fatto si resero indipendenti. Questo errore in politica fu allora
tanto più grande, quanto che il sistema feudale somministrava bensì
all'imperatore un'armata combinata per una spedizione; ma non gli
lasciava mezzo di avere un corpo di truppe costantemente assoldate e
acquartierate nell'Italia per mantenersela soggetta.

Nella dieta che tenne l'imperatore in Roncaglia, simulò di essere
interamente amico de' Milanesi, e, come dice il canonico di Praga
Vincenzo:[423] _Mediolanenses in suum vocat consilium, quomodo urbes
Italiae sibi fideles habeat quaerit, qui ei dant consilium, quod eos
quos per civitates Italiae sibi fideles habet, per suos nuncios, eos
sibi sua constituat potestates..... quod imperator laudans, usque
ad tempus huic rei competens in corde suo recondit._ I Milanesi,
appoggiati alla fede di un trattato che lasciava loro il governo
dei consoli, e l'elezione soltanto da approvarsi dal sovrano, non
sospettarono che un consiglio pronunziato con candore e con impegno
di corrispondere alla confidenza di quell'augusto, dovesse ricadere a
loro detrimento. Così però avvenne. Il citato canonico era presente
in Milano, quando i nunzi dell'imperatore pretesero di creare un
podestà, cioè un dispotico ministro che reggesse a nome di Federico.
Egli così ci racconta la risposta dei Milanesi:[424] _Nullo modo
se hoc facere posse respondente; verumtamen, sicut in privilegio
imperatoris habebant, quod ego Vincentius ex parte imperatoris et
regis Bohemiae scripseram, se per omnia facturos promittebant._ È da
notarsi che l'autore era presente, ed ei medesimo aveva scritto la
capitolazione:[425] _Scilicet quod ipsimet, quos vellent, consulens
eligerent, et electos ad imperatorem, vel ad ejos nuncium ad hoc
constitutum; pro juranda imperatori fidelitate, adducerent. Contra
hoc, nuncii imperatori respondent quod ipsi Runcaliae hoc imperatori
dederint consilium, quod per suus nuncios in civitatibus Lombardiae
ponat potestates: eo consilio utantur et ipsi._ Ognuno facilmente
giudicherà quale dei due mancasse ai patti. La maggior parte degli
scrittori tedeschi incolpano gl'italiani d'aver infranta la data
fede; nessuno però era presente al fatto, come questo autore, che
era al seguito del suo vescovo di Praga[426]. Egli è certo che il
popolo di Milano si mosse, e che si ascoltavano le grida _fora,
fora! mora, mora!_ come dice l'autore medesimo; e i nunzi (sebbene i
nobili milanesi cercassero di guadagnarsegli co' regali e procurasser
di persuader loro che il rumor popolare si sarebbe calmato) non
trovandosi sicuri, se ne partirono di notte e s'avviarono verso
dell'imperatore. Egli era col suo esercito vicino a Bologna. (1159)
E previe le citazioni perentorie legalmente promulgate, proferì
nuovamente una sentenza contro i Milanesi dichiarandoli contumaci,
ribelli, disertori dell'impero e nemici; condannò quindi i beni de'
Milanesi al saccheggio e le persone alla schiavitù. Ognuno sente qual
grado di nobile eroismo vi sia in tale sentenza, e s'ella rassomigli
più ai fasti dei Scipioni, ovvero a quei di Attila. La data di tale
sentenza è 16 aprile 1159. Dopo un tal fatto non vi era più altro
partito che tentare nuovamente la sorte delle armi. Il castello di
Trezzo era presidiato dagl'imperiali, i quali devastavano le campagne
all'intorno. I nostri prontamente ne fecero l'assalto, e condussero
a Milano il comandante e la guernigione. L'imperatore aveva fatto
un errore, allontanando la sua armata da Milano, nel tempo in cui,
violando la convenzione, voleva renderla perfettamente suddita. Ora si
accostò, e, considerando Crema la amica alleata de' Milanesi, cominciò
dal porvi l'assedio. Sono concordi gli scrittori italiani e tedeschi
nel fatto della Torre, e fu: l'imperatore aveva fatta fabbricare una
torre di travi posta sulle ruote, e la faceva spignere verso le mura
di Crema da un lato in cui erano giunti gli assedianti a riempire la
fossa colla terra. Se riusciva di accostare tali ordigni alle mura,
si combatteva a condizioni pari dalla torre al baloardo. I Cremaschi
scagliavano colle loro macchine vigorosamente grossi macigni contro
di quella torre, che innoltrando correva pericolo di essere rovinata.
L'espediente che prese Federico fu di far legare alcuni prigionieri
cremaschi e milanesi fra i più distinti, e con essi, coprendo il lato
della Torre che si presentava alla città assediata, farla così spingere
da' suoi verso quelle mura. Così furono ridotti i Cremaschi alla
scelta o di essere crudelmente i carnefici dei loro parenti ed amici,
ovvero di sacrificare la patria loro. Difesero la patria, e lasciarono
all'imperatore la macchia d'una inutile atrocità. Nè questa fu la
sola. I Cremaschi, usando del dritto di rappresaglia, uccisero sulle
mura in faccia de' nemici alcuni prigionieri cremonesi e lodigiani: e
l'imperatore fece tosto impiccare in faccia della città due prigionieri
cremaschi; e questi piantarono sulle mura le forche, e vi appesero due
altri prigionieri; finalmente l'imperatore fece condurre sotto le mura
tutti i Milanesi e Cremaschi che aveva in suo potere, e dispose perchè
tutti fossero appiccati. Se non che alla preghiera dei vescovi si
arrese, e si accontentò che ne fossero impiccati non più di quaranta.
Il fatto ce lo racconta il Morena, ed io lo riferirò come lo espone
Radevico, continuatore di Ottone Frisinghese. Egli comincia a incolpare
i Cremaschi assediati, perchè si difendessero con valore e facessero
delle uscite coraggiosamente:[427] _In eruptionibus suis aut machinis
flammas inire, aut turres destruere, aut lethali vulnere aliquos
de nostris sauciare moliti sunt, nullumque specimen audaciae aut
ostentationis fuit, quod illi futurorum ignari praetermitterent; et dum
jam inclinata putaretur eorum superbia, de patratis facinoribus tumidi
gloriabantur_[428]. L'imperatore perciò, continua lo stesso autore a
narrarci:[429] _Jubet ergo de captivis eorum vindictam accipere, eosque
pro muris jussit appendi._ Non credo che Cesare, quando assediava le
città delle Gallie e della Germania, lasciasse ne' suoi fasti esempi
tali.[430] _Contumax autem populus, nimis de pari volens contendere,
etiam ipse quosdam de nostris in vinculis positos eodem modo traxit
ad supplicium._ E prosiegue a narrarci come allora Federico[431]
_obsides eorum, numero quadraginta, adduci jubet ut suspendantur_;
e, non contento di quaranta miseri prigionieri di guerra, sei militi
milanesi, allora côlti, perchè parlavano co' Piacentini, vennero
condannati alle forche:[432] _Tum interim adducuntur captivi quidam de
nobilibus mediolanensium sex milites, qui deprehensi fuerant ubi cum
Placentinis perfida miscebant colloquia..... nam ut supra dictum est,
Placentia principi, etiam tum, ficta devotione, et simulata adhaerebat
obedientia.... hos itaque.... duci jubet ad supplicium, similisque his,
qui et prioribus, vitae finis extitit_[433]. Se Radevico avesse scritto
per oltraggiare l'imperatore, non poteva fare di più. Eppure egli
scriveva,[434] _nutu serenissimi imperatoris Friderici_[435]. Convien
confessare che le idee della virtù e del vizio, dell'eroismo e della
crudeltà erano diverse da quello che ora sono generalmente. Finalmente,
così Radevico ci descrive il fatto della Torre:[436] _Jamque ad
civitatis perniciem machinae plurimae admovebantur, jamque turres in
altum extructae applicari caeperant. Tum illi summa vi atque pertinacia
resistere, atque a muris turres arcere, suisque instrumentis, validis
saxorum ictibus, nostras machinas impellere. Efferatis vero animis
princeps obsistendum putans, obsides eorum, machinis alligatos, ad
eorum tormenta (quae vulgo mangas vocant, et intra civitatem novem
habebantur) decrevit obiiciendos. Seditiosi, quod etiam apud barbaros
incognitum, et dictu quidem horrendum, auditu vero incredibile, non
minus crebris ictibus turres impellebant: neque eos sanguinis, et
naturalis vinculi communio, neque aetatis movebat miseratio. Sicque
aliquot ex pueris, lapidibus icti, miserabiliter interierunt. Alii,
miserabilius adhuc vivi superstites, crudelissimam necem, et dirae
calamitatis horrorem penduli expectabant: o facinus!_[437] Secondo i
principii che formano la base della giustizia e della morale, poteva
controvertersi, se la indipendenza delle città d'Italia fosse diventata
legittima dopo molti anni, dacchè erasi acquistata. Poteva anche
chiamarsi ingiusta la guerra difensiva che facevano i Cremaschi. Ma non
si può biasimare come audacia, o superbia, o pertinacia, o sfrenatezza
di animo la costanza e il valore dei combattenti: nè imputare a delitto
se gli assediati respingevano le macchine degli aggressori; e se
vuolsi compiangere, come lo merita, il fato degl'infelici legati alla
Torre, la barbarie è da imputarsi non mai a' Cremaschi. L'imperator
Federico però volle che i suoi fasti fossero scritti, come Radevico
lo fece. Crema fu obbligata a rendersi finalmente dopo un lungo
assedio, e Radevico ci dice:[438] _Ipsum castrum, egressis inde quasi
XX millibus hominum diversi generis, flammis traditum, et militibus
ad diripiendum permissum est_[439]. Questo modo di assediare e di
prendere una fortezza l'imperator Federico lo credette modo clemente: e
la presa d'una piccola città, dopo un lungo assedio, ei la chiamò una
vittoria. La lettera circolare che allora scrisse l'imperatore, ce la
conservò Radevico[440] nel libro secondo, cap. 43:[441] _Fridericus,
Dei gratia Romanorum imperator, et semper augustus. Scire credimus
prudentiam vestram, quod tantum Divinae Gratiae donum, ad laudem et
gloriam nominis Christi, honori nostro tam evidenter collatum occultari
vel abscondi tamquam res privata non potest. Quod ideo dilectioni
vestrae ac desiderio significamus, ut, sicut charissimos et fideles,
vos participes honoris et gaudiorum habeamus. Proxima siquidem die post
conversionem S. Pauli, plenam victoriam de Crema nobis Deus contulit,
sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tam miserae genti, quae in
ea fuit, vitam concessimus. Leges enim tam divinae quam humanae summam
semper clementiam in principe esse testantur._

(1159) Durante tutto l'anno 1159 e 1160 niente intraprese l'imperatore
Federico direttamente contro di Milano; e si passò il tempo in varie
zuffe, per lo più dai Milanesi provocate, e terminate con vario
successo, ora felice, ed ora contrario. L'erudizione tutto raccoglie;
la voce della storia racconta que' soli fatti che meritano di essere
conosciuti o per la relazione che ebbero cogli avvenimenti accaduti
dappoi, ovvero per l'influenza che hanno a dimostrarci lo stato delle
cose in quei tempi. Aspettava quell'augusto nuovi soccorsi dalla
Germania, e frattanto girava per la Lombardia convocando concilii,
sostenendo papa Vittore, scomunicando i partigiani di papa Alessandro
III, il quale scomunicava i fautori di Vittore. L'origine di questo
scisma venne perchè morto, nel 1159, Adriano IV, che nascosamente
animava i Milanesi a resistere a Federico, i cardinali si divisero
in due partiti: l'uno creò papa il cardinale Rolando, che poi fu
chiamato Alessandro III; l'altro creò papa Ottaviano, cardinale di
Santa Cecilia, col nome di Vittore III. Federico era del partito di
Vittore; convocò in Pavia un concilio di cinquanta vescovi suoi sudditi
o aderenti, al quale invitò i due pretendenti al papato. Vittore solo
vi comparve, e fu dichiarato legittimo papa; e contemporaneamente in
Anagni si tenne un concilio, con molti vescovi e cardinali, nel quale
fu riconosciuto per vero papa Alessandro III, che ivi il giorno 24
marzo, che era il giovedì Santo, scomunicò Federico. Vittore scomunicò
i Milanesi e i loro fautori. Alessandro scomunicò Federico, l'antipapa
e i consoli cremonesi, pavesi, novaresi, vercellesi e lodigiani,
aderenti all'imperatore e all'antipapa. Tali erano le occupazioni e
gli affari di quegli anni, interrotti da piccoli e giornalieri fatti
ostili, che, con un lento macello, affliggevano l'umanità, senza
ricompensare in qualche modo il danno con qualche gran mutazione. La
guerra è sempre un male atroce, e le società civili si sono instituite
al fine di non provarla. Ma s'ella cagiona una gran rivoluzione, perde
in certo qual modo la sua atrocità per i beni ch'ella talvolta produce;
che se lascia il genere umano come prima, anzi più afflitto di prima,
non si può rimirarla senza ribrezzo. (1160) Erano giunti rinforzi
all'imperatore Federico, che divisava d'impadronirsi di Milano; e
a noi era accaduto il più sciagurato avvenimento, un incendio cioè
furiosissimo, che, il giorno 25 agosto 1160, abbruciò quasi tutti i
nostri magazzini e quasi la terza parte di Milano. A questa disgrazia
dobbiamo attribuire interamente l'umiliazione alla quale venimmo
ridotti; e dopo il giorno in cui Uraja distrusse Milano, dobbiamo
negli annali nostri ricordare il 25 d'agosto come il giorno sopra gli
altri infausto: poichè ci trovammo da quel momento in faccia di un
potentissimo nemico, aiutato dai nostri nemici vicini; tagliata ogni
corrispondenza colle città amiche; privi d'ogni speranza di aver pane;
e desolate le campagne nostre da ogni parte; per lo che una disperata
fame ci costrinse a rinunziare ad ogni difesa.

(1161-1162) Il secondo blocco della città di Milano durò quasi sette
mesi, e terminò alla fine di febbraio dell'anno 1162[442]. Non seguì
alcuna operazione militare che forzasse alla resa; non furono diroccate
le fortificazioni in verun modo; non fu dato l'assalto; ma l'unica
cagione della dedizione in quella seconda volta è da attribuirsi alla
fisica mancanza d'alimento. Lo storico nostro contemporaneo Sire Raul
ci dice che, per provvedere la città,[443] _electi sunt de unaquaque
parochia civitatis duo homines, et de iisdem tres de unaquaque porta,
quorum unus ego fui, ut eorum arbitrio annona, et vinum, et merces
venderentur, et pecunia mutuo daretur, quod in perniciem civitatis
versum est_: parole che non furono abbastanza sinora meditate, perchè
la violazione della proprietà, e la mediazione del legislatore fra
chi vende e chi compra furono sempre mai operazioni insterilitrici,
sebbene di autorità e lucro per gli esecutori, i quali soli parlano
per un popolo che non ragiona ed ubbidisce, e perciò continuate per
lunga serie di secoli. L'incendio memorando distrusse, in agosto del
1160, quasi tutte le provvisioni. L'esercito nemico del 1161 cominciò
a postarsi tra levante e tramontana della città; poi sloggiò e collocò
il suo campo, inviandosi a ponente, poi a mezzodì, sempre facendo
fronte verso Milano. Una così poderosa armata copriva frattanto dietro
di lei una moltitudine di guastatori, i quali tagliavano i grani ancor
verdi, le viti, le piante, e devastavano, per la distanza di quindici
miglia, tutte le terre. Poi l'esercito nemico scomparve; e si accampò
verso Lodi, lasciandoci il miserando spettacolo d'una terra devastata
che non poteva darci nulla; e non lasciando altro compenso per vivere,
fuori che i pochi grani scampati dall'incendio. È assai facile il
figurarci la depressione e l'avvilimento nel quale dovettero a tal
vista cadere gli animi de' Milanesi. Il solo scampo che poteva loro
rimanere era quello di avventurare tutto a una giornata: uscire dalla
loro città con tutte le forze riunite, dare una battaglia, e terminare
la vita con onore, e salvare la patria, distruggendo il nemico, e
obbligandolo a lasciarla libera. Ma per abbracciare questo estremo
partito vi voleva quel vigor d'animo ne' cittadini e quell'entusiasmo
della patria, che cominciava a venir meno dopo tante infelici vicende.
Molti cittadini avevano abbandonato il partito della patria, e si
erano gettati a vivere co' nemici. L'esempio del conte di Biandrate ci
allontanava dall'affidarci ad un secondo dittatore. Ne' casi estremi
il dispotismo solo può salvare la città; ma non sempre vive nella
città l'uomo che, per la sua virtù e talenti, meriti il deposito di
quella terribile autorità, nè sempre il popolo ha mezzi per conoscerlo.
Cercarono perciò i consoli di aprire la strada a una convenzione col
nemico; e, chiesti i salvocondotti dal duca di Boemia e dal conte
Palatino del Reno, fratelli dell'imperatore, non meno che dal langravio
di Assia, di lui cognato, scortati con questi, uscirono dalla città
per entrare con essi in parlamento. Il Morena, lodigiano e fautore di
Federico, ci racconta[444] che dalle truppe dell'arcivescovo di Colonia
Reineldo, contro il gius delle genti, vennero fatti prigionieri;
e, quantunque i tre nominati principi altamente se ne dolessero,
l'imperatore approvò il fatto. Lo storico nostro sire Raul ci descrive
molte crudeltà praticate dall'imperatore in questo secondo blocco.
Pretende quell'autore contemporaneo, che ai prigionieri che andava
facendo in alcune scorrerie de' nostri, Federico facesse tagliar le
mani. Nomina sei milanesi nobili, a cinque dei quali fece cavare gli
occhi, lasciando al sesto un occhio solo, acciocchè servisse di guida
a ricondurre nella città i suoi compagni. Comunque sia, egli è certo
che i Milanesi, in dicembre dell'anno 1161, e molto più in gennaio del
1162, erano ridotti all'estremo della penuria, a tal segno che colle
armi nelle domestiche mura si vegliava, perchè il padre non rubasse
al figlio, il marito alla moglie il pane, e come ci dice il nostro
Calchi:[445] _Fame inopiaque cuncti urgebantur; vir uxorem, socrus
nurum, frater fratem, pater filium strictis gladiis incessebat, quod
pane fraudarentur, passimque domesticae discordiae et privata jurgia
audiebantur_[446]. Tutto mancava. Ancora cinque mesi era lontano il
raccolto, soccorso non se ne poteva ottenere da veruna parte, poichè le
strade erano occupate dai nemici. Il popolo incessantemente tumultuava.
La morte era il solo termine, e non lontano, che si prevedeva dover
succedere alla fame. Esclamava il popolo volendo che la città si
rendesse all'imperatore. Si opponevano i consoli; ancora volevano
che non si disperasse, asserendo che il tempo partorisce talvolta
inaspettate vicende, e procura soccorsi non preveduti. Ricordavano essi
che l'armata imperiale, già da tre anni dimorante nell'Italia, non vi
poteva più a lungo soggiornare o per bisogni della Germania, o per la
stanchezza de' principi: essere sempre aperto il disperato partito di
assoggettarsi ad un monarca offeso e adiratissimo: del quale, nello
stato in cui erano le cose, non era da sperarsi diminuito lo sdegno,
quand'anche si accelerasse di qualche poco la dedizione; per modo che
una più lunga resistenza riusciva in favore della città. Così allora
dicevano i consoli, dei quali i nomi meritano di essere ricordati,
Ottone Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello,
Gottifredo Mainerio, Arderico Cassina, Anselmo dell'Orto, Aliprando
Giudice ed Arderico da Bonate. (1162) Ma l'intollerabile peso de' mali
della carestia mosse il popolo, e la vita dei consoli fu in pericolo;
per lo che si dovettero spedire immediatamente all'imperatore le
condizioni della resa. Nessuna condizione volle ammettere il vincitore,
e volle che ci rendessimo senza alcun patto, abbandonandoci alla
clemenza sua. Così Milano se gli rese; a ciò anche animati i Milanesi
dalle promesse de' principi, i quali assicuravano che l'imperatore
avrebbe operato generosamente; il che ce lo attesta lo stesso Burcardo,
oltre il Morena.

La sommissione dei Milanesi si rappresentò, al principio di marzo
1162, nella nuova città di Lodi. Ivi si prostrarono avanti l'imperatore
gli otto consoli. Furongli consegnati quattrocento ostaggi trascelti
fra gli ottimati. Le armi e le insegne militari furono depositate a'
suoi piedi. Gli fu giurata obbedienza illimitata. Io non descriverò
minutamente quello spettacolo umiliante; poichè quando una città si
rende a discrezione, come facemmo noi, è detto tutto. Ogni avvilimento,
ogni insulto di più che debba soffrire il popolo che in tal modo si
è reso, può far torto bensì alla grandezza d'animo del vincitore, ma
non aggiugne alcuna macchia di più ad una città che non ha più mezzi
per resistere. Il giorno 26 marzo 1162 l'imperatore Federico venne
a Milano, e comandò che i cittadini tutti uscissero dalla città, e
che la città venisse distrutta. L'imperatore medesimo ce lo attesta
nella sua lettera diretta al conte di Soissons, in cui dice:[447]
_Fossata complanamus, muros subvertimus turres omnes destruimus, et
totam civitatem in ruinam, et desolationem ponimus_[448]. Radevico
descrive così:[449] _Deinde muri civitatis et fossata et turres
paulatim destructi sunt, et sic tota civitas de die in diem magis in
ruinam et desolationem detracta est._ Dodechino, nella continuazione
della cronaca di Mariano Scoto, dice:[450] _Populus expulsus: murus
in circuito dejectus: aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus
destructae_[451]; e nella cronaca dell'abate Anselmo Gemblacense, così
racconta:[452] _Medialanenses, obsidione, fame, inopia, dissensione
coarctati, per internuntios petunt ab Imperatore misericordiam...
Imperator, qui proposuerat eos, ad terrorem aliorum, diversis
suppliciis interimere, vita donatos, rebusque necessariis, quantum
secum ferre poterant, concessis, per regiones dispersit, ita ut non
haberent licentiam in civitatem amplius revertendi: deinde jussit
suos civitatem ingredi, muros, turres, alta et supera fastigia, et
aedificia destrui_[453]. L'anonimo autore della cronaca Sampietrina
Erfurtense, così dice:[454] _Mediolanenses, regis, et italici atque
teutonici exercitus obsidione, jam quadriennio, arctati, post multa
et praeclara militaris audaciae facinora, tandem pertaesi malorum, et
inedia magis quam armis devicti manus imperatori tradunt supplices,
regiae potestati se suaque omnia dedentes. Optimatibus igitur ac
populo in deditionem susceptis, Rex civitatem cum victricibus aquilis,
ac grandi moltitudine circa Palmas ingreditur, et civibus salute,
omnique supellectile concessa, eo jubente valli complanantur, muri,
turres, omnisque munitio destruitur, caetera aedificia, excepta
matrice ecclesia, ac reliquis ecclesiis, voraci flamma consumantur, et
civitas opulentissima... terrae funditus coaequatur_; indi più oltre,
per accennare il modo con coi i Milanesi alloggiavano, dice:[455]
_Mediolanenses, post suae excidium civitatis, quatuor oppida per
quatuor plagas, imperiali edicto, fecerunt_[456]; e nel Cronico Boemico
si legge che l'imperator Federico allora,[457] _muros urbis diruit,
et aspera mutat in plana_[458]. Il canonico di Praga Vincenzo così ci
descrive più a lungo questo avvenimento:[459] _Mediolanenses autem
tantae fortitudini resistere non valentes, crebris vastationibus,
fame, siti, diversis captionibus, fratrum quoque et amicorum suorum
diversis cruciatibus, et interfectionibus defatigati, a principibus,
tam Lombardiae, quam Teutoniae, inveniendi gratiam imperatoris modum
quaerunt, quibus sic a principibus respondetur: quod nullo modo
gratiam domini imperatoris obtinere valeant, nisi prius Mediolanum
in manus domini imperatoris tradant. Et ex consilio suorum fidelium
Laudum civitatem veniunt, et imperatore pro tribunali suo cum suis
principibus sedente, claves omnium portarum mediolanensium ante ipsum
portantes, coram eo, et tantis principibus, nudis pedibus, ad terram
se prosternunt. Ex mandato imperatoris surgere jubentur, ex quibus
Alucherus de Wimarkato sic incipit. Peccavimus; injuste egimus, ita
quod contra romanorum imperatorum dominum nostrum naturalem arma
movimus; culpam nostram recognoscimus, veniam petimus, colla nostra
imperiali majestati vestrae subdimus; claves civitatis nostrae,
urbis antiquae, imperiali majestati vestrae offerimus, et ut tantae
urbis, tam antiquorum imperatorum operi antiquissimo, pro Dei et S.
Ambrosii amore, et eorum qui intus requiescunt sanctorum misereri
subditis; pacem dare subjectis imperialis dignetur pietas, vestigia
pedum vestroram dorantes, humili, et supplici prece rogamus. Hic eorum
imperator auditis precibus, claves portarum mediolanensium recipit,
et sic contra respondet: quod sicut per quatuor partes orbis terrae
innotuit quod contra dominum imperatorem orbis terrae dominum arma
movere praesumpserunt, sic per quatuor orbis terrae partes eorum
poena innotescat. Per quatuor partes circa Mediolanum, ad Orientem,
ad Occidentem, ad Aquilonem, et Austrum, qua quis vult suam deportet
pecuniam, Mediolanum urbem imperatoris in potestatem reddant. Hoc
audito, Mediolanenses ejus assistunt volontati, et licet inviti,
ejus obtemperant imperio. Per praedictas quatuor partes sua ponunt
domicilia, ad Orientem, Occidentem, Aquilonem et Austrum: Mediolanum in
potestatem domini imperatoris reddunt. Imperator autem, Teutonicorum,
Papiensium, Cremonensium et aliorum Longobardum collecta militia,
Mediolani suo residet pro tribunali; quid de tanta urbe faciendum sit
consilium quaerit. Ad quod a Papiensibus, Cremonensibus, Laudensibus,
Cumanis, et ab aliis civitatibus, respondetur; qualia pocula aliis
propinaverint civitatibus, talia gustent et ipsi. Laudam, Cumas,
imperiales destruxerunt civitates, et eorum destructur Mediolanum.
Hoc audito, imperator ex eorum consilio tali in Mediolanum data
sententia, extra progreditur in campestria. Primo dominus Theobaldus,
frater domini regis Wladisiai, deinde Papienses, Cremonenses,
Laudenses, Cumani, et diversi de diversis civitatibus, ocyus dicto,
ignem ex omni parte in Mediolanum jaciunt, hoc ipso imperatore cum
suis exercitibus spectante. Sic Mediolanum, urbs antiqua, civitas
imperialis, diversis attrita miseriis, destruitur. Imperator autem,
Mediolano destructo, in tota Italia imperialem exercebat potestatem,
tota enim in cospectu ejus tremebat Italia, et in urbibus Italiae suis
positis potestatibus, versus Siciliam cum Siculo de ducatu Apuliae
rem acturus, suus disponit exercitus_[460]. Tutti i riferiti autori
tedeschi (e per conseguenza non mai sospetti di essere animati contro
dell'imperatore) uniformemente ci assicurano che fummo dalla città
scacciati, ripartiti a vivere in quattro borghi: e che la città non
solamente fu smantellata, ma posta in rovina e desolazione, e distrutte
le case, trattene le chiese. I quattro borghi o terre nelle quali venne
collocata tutta la popolazione di Milano, sono a vista delle porte
della città, e distanti appena due miglia; e sono Noceto, Vigentino,
Carraria e San Siro alla Vepra. Se questo numero di autorità ancora
non bastasse, un fatto solo basterebbe a provare che i Milanesi, dal
mese di marzo 1162 sino al maggio 1167, non abitarono in Milano, ma
ne' suddetti luoghi; e questo si è che nessun contratto, nessuna carta
scritta in quello spazio di cinque anni porta la data di Milano; ma
i nostri archivi conservarono i contratti di quell'epoca, i quali
portano _In burgo de Veglantino_, ovvero _In burgo Noceti_, che anche
chiamavasi _Burgo Porte Romane de Noxeda_[461]; e le monache de'
monasteri di Milano facevano i loro contratti in questi borghi, nei
quali si erano ricoverate; come accadde all'abadessa del monastero di
Orona, di cui vi è un livello fatto nel 1163:[462] _Ante portam sancti
Georgii de Noxeda_[463]. Da tutto ciò, senza alcun dubbio, si conosce
che non le sole fortificazioni di Milano furono demolite, ma realmente
fu rovinata la città, la quale per cinque anni rimase un acervo di
rottami disabitati, mentre i cittadini vennero separatamente collocati
nei quattro nominati luoghi, che ora sono povere terre suburbane,
capaci appena di ricoverare alcuni contadini.

I nemici o si disarmano co' beneficii, o si spengono, come insegnò
il Segretario Fiorentino: i partiti mediocri guastano l'impresa. I
Goti, considerando gl'Insubri come nemici, affezionati all'Impero,
per non trovarsi assaliti dagl'imperiali con averci alle spalle,
e per conservarsi la comunicazione co' Borgognoni, ossia Svizzeri,
loro alleati, sotto Vitige, spedirono Uraja, il quale, alla testa
d'un'armata, passò a fil di spada i nostri maggiori, e lasciò il
paese deserto per cinque secoli, siccome si è veduto. La condotta
dell'Imperatore Federico è stata men crudele; ma non più eroica nè più
saggia. Egli voleva che non vi fosse più Milano; ne fece uscire gli
abitanti, e distrusse la città. Doveva prima giudicare se uno sterile
ammasso di rovine deserte sia una dominazione gloriosa ed utile per un
monarca. Poi, supposto che trovasse conveniente un tal partito, doveva
trasportare i cittadini nel fondo della Germania, divisi in modo che
non più potessero concertare il ritorno. Collocandoli alle porte della
città, non potevasi aspettare l'imperatore altro avvenimento, se non
di vedere rinata la città al primo istante in cui fosse allontanata
la forza ch'egli vi esercitava. Nel 1758 gli Austriaci furono a
Berlino, e i Prussiani a Dresda; che direbbe la storia se avessero
posto l'incendio nelle due città? In mezzo all'ardore della guerra le
nazioni colte ed i sovrani illuminati risparmiano all'umanità tutti i
danni superflui. Tutti sono concordi gli scrittori asserendo che non
furono demolite le chiese; ed abbiamo anche oggidì il colonnato di
San Lorenzo, l'atrio di Sant'Ambrogio, le torri di San Sepolcro, le
chiese di San Giovanni in Conca, di San Simpliciano, di San Celso, di
San Satiro, il battisterio incorporato nella chiesa di San Gottardo,
ed altri edificj, che ci fanno prova del riguardo usato allora ai
luoghi sacri. A qual uso poi si riservassero questi edifici privi di
ministri e di adoratori, non saprei dirlo; tanto più che le reliquie
ivi esistenti furono trasportate dai vincitori nella Germania, dove
anche oggidì in Colonia veggonsi i tre corpi che si dicevano de' Magi,
dall'arcivescovo di Colonia Reinoldo levati da Sant'Eustorgio. La
superstizione di quei tempi avrà fatto credere che fosse un maggior
delitto il diroccare le mura d'un tempio, che il ridurre alla estrema
angoscia gli uomini d'una città. Il Morena, lodigiano ed imperiale, ci
lasciò scritto, che:[464] _Quinquagesima pars Mediolani non remansit
ad destruendum_[465]; lo storico milanese sire Raul si scrive:[466]
_Primo succendit universas domos, postea destruxit et domos_[467].
Vero è che il guasto principalmente lo soffrimmo dai nostri nemici
italiani, cremonesi, lodigiani, pavesi, comaschi, vercellesi, novaresi,
e dagli abitanti del ducato medesimo delle provincie Martesana e
Seprio, i quali, a più riprese, ritornarono a demolire e incendiare
le antiche abitazioni d'una città che gli aveva con troppo orgoglio
e ingiustizia maltrattati; ed è probabile che l'imperatore Federico
fondasse su questo radicato livore il progetto di impedire che i
Milanesi mai più non osassero rientrare nella città; e dovessero
vivere sempre a vista della rovinata città, ma separati in quattro
terre. Ma gli amori e gli odii d'una città e di una nazione sono tanto
variabili quanto l'autorità e l'interesse; poichè la prima li dirige
nei paesi ignoranti, l'altro negli illuminati. Gli autori contemporanei
non parlano, nè che fosse sparso il sale sulle rovine della città,
nè che vi fosse passato l'aratro. Queste circostanze s'immaginarono
dal Meimbomio, e dal Fiamma posteriormente; e il giudizioso nostro
conte Giulini dissipa queste favole, troppo incautamente ripetute
da chi descrisse questa nostra sciagura[468]. I buoi non potrebbero
strascinare l'aratro sopra di un ammasso di mura diroccate: nè in
un paese mediterraneo e senza miniere, il sale è tanto abbondante da
farne tal uso insolito ed inefficace, il sale anzi si vendeva in Milano
soldi trenta lo stajo, come ci attesta sire Raul, e i trenta soldi
di allora valevano, secondo il calcolo del conte Giulini, più che non
valgono tredici zecchini ai tempi nostri[469]; tanta era la carestia
di ogni cosa, da cui erano i miseri nostri cittadini oppressi. Sire
Raul ci descrive:[470] _Planctum, et luctum marium, atque mulierum,
et maxime infirmorum, et foeminarum de partu, et puerorum egredientium
et proprios lares reliquentium_[471]. E a dir vero, questo trattamento
fatto ai Milanesi dall'imperatore Federico non ha, ch'io sappia, molti
esempi nella storia. Non ancora erano cessati i freddi dell'inverno,
che da noi anche in marzo è durevole. La neve, il ghiaccio non sono
cose insolite in Milano in quella stagione. Donne da parto, infermi,
vecchi, bambini, costretti a sgombrare e collocarsi a cielo scoperto
per ivi mirare la rovina delle loro case! Una popolazione invitata ad
abbandonare sè stessa alla clemenza di quell'augusto dalle promesse
de' principi, che assicuravano una generosa accoglienza[472], dopo
aver dati ostaggi e deposte le armi, condannata così a penuriare
di tutto e soffrire una morte lenta, miseranda, amareggiata dalla
baccante vendetta dei nemici, che sotto i loro occhi distruggevano
la città infelice, non fanno un'epoca gloriosa per la magnanimità di
Federico. Debellare gli arditi e perdonare ai vinti furono le virtù
dei Romani, e Federico credette così gloriosa impresa per lui l'avere,
non già sottomessa, ma distrutta Milano, che in varii diplomi, che
tuttora si conservano, vi pose la data:[473] _Post destructionem
Mediolani_[474], e ne fece solenni feste in Pavia, ove con nuova pompa
sedette incoronato ad un pranzo colla imperatrice, pure incoronata, ed
i vescovi colla mitra sul capo; ornamento che allora si rese universale
ai vescovi.

Sebbene io creda verisimile l'asserzione del Morena, il quale narra che
appena la cinquantesima parte di Milano rimase intatta, non credo io
già per ciò che le quarantanove cinquantesime parti della città siano
state distrutte in modo che veramente fossero le case dai fondamenti
demolite. Una demolizione ridotta a quel segno costerebbe un lavoro
grandissimo; e chiunque abbia sperienza di fabbricare, comprende quanto
dispendio e quanto tempo vi voglia per appianare una casa di buone e
antiche mura. È verisimile che lo sfogo della vendetta de' nemici desse
il guasto alle abitazioni, a tal segno da renderle inservibili; ma
probabilmente le muraglie o in tutto o in parte restarono, se non altro
nella parte più vicina al suolo; poichè i mattoni, la calce, i travi,
cadendo, le dovevano seppellire sotto il mucchio di que' rottami. E
ciò sembrami assai naturale, osservando la capricciosa tortuosità e
l'angustia di molte delle nostre vie, singolarmente al centro della
città, poichè se non si fossero riattate le case sopra i fondamenti
antichi, vedremmo della simmetria, come si vede in ogni città
fabbricata tutt'in un tempo. Quel disordine che ci rimane al centro di
Milano a me pare che provi l'opinione da me esposta sin dapprincipio,
cioè che Milano non abbia fondatore alcuno, ma dallo stato di semplice
villaggio, gradatamente crescendo, sia diventata una città. Le prime
case che piantano gli uomini in mezzo ai campi sono collocate con
nessuna legge, ma puramente a libero comodo del padrone; a queste si
aggiungono altre abitazioni sul pezzo di terra che ciascuno acquista, e
si forma un villaggio colla sola distanza fra casa e casa, che ne lasci
l'uscita e l'ingresso. Cresciuto che sia poi il numero degli abitatori,
si comincia a conoscere la necessità d'un regolamento, e si obbligano i
nuovi che vengono ad osservare nelle nuove case che v'innalzano certa
distanza e certo ordine; e come i nuovi sono costretti a sempre più
allontanarsi dal centro, quanto più tardi si determinano a scegliervi
la dimora, perciò sempre più regolari e spaziose sono le vie lontane
dal mezzo della città; perchè le case del centro sono state aggiunte
ad un villaggio; e quelle più lontane, ad una città, che aveva un
regolamento di Edili. Io perciò opino che la maggior parte delle vie
interne di Milano sieno antichissime, e le case ristorate sempre sopra
i primi fondamenti; poichè dopo cinque anni ciascuno sarà ritornato
esattamente a possedere lo spazio della sua casa, e l'avrà riattata
sopra gli antichi fondamenti.

Come fossero trattati i Milanesi confinati nei quattro borghi, e
quanti vilipendii ed a quante miserie andassero esposti, è facile
immaginarselo, e gli autori ce lo descrivono. Se è possibile un
governo civile che abbia per oggetto l'infelicità del popolo, lo fu
quello; e negli annali nostri ancora si ricordano i nomi di Pietro
da Cunin, di Marquardo di Wenibac e del conte di Grumbac, i quali
poterono distinguersi nella rapacità, durezza ed oppressione sotto cui
fecero gemere i nostri antenati[475]. Il terrore di questo trattamento
costrinse Piacenza, Brescia e Bologna a sottomettersi a Federico:[476]
_ne sicut Mediolanum, quod fuerat flos Italiae, si ribelles imperatori
existerent, funditus subverterentur_, dice il Morena. Tutte le città
del regno italico, anche le adiutrici dell'imperatore, dovettero
soffrire l'orgoglioso disprezzo dei ministri imperiali, che le
avevano poste nella servitù. Le doglianze non portavano in risposta
che scherno e vilipendio[477]. Tale fu il punto a cui le interne
discordie condussero le città della Lombardia. Tale fu la condotta
dell'imperatore Federico, che non collocheremo fra gli eroi benefici,
nè fra gli eroi militari; poichè per vincere una città fiancheggiata
da' nemici, ed ancora mal ferma nella propria costituzione,
circondandola con un esercito, di cui dice Wernero Rolewinck:[478]
_Federicus imperator, quasi cum innumerabili Alamannorum exercitu,
Mediolanum obsedit_[479], non fa mestieri di arte alcuna; peggio poi,
con un apparato simile, il non acquistare la città per assalto, ma
l'ottenerla colla subornazione in prima, poi colla fame. Un numero
assai minore di forze poteva restituire all'Impero la città; e
rivolgendo poi la subordinazione in beneficio dei vinti, poteva Milano
trovare sotto il governo d'un solo quell'ordine, quella pace e quella
sicurezza che desiderava nella passata condizione; e poteva un più
virtuoso monarca, dandoci una stabile esistenza civile, farci amare la
perdita della indipendenza, di cui incautamente avevamo abusato per
acquistarci la civile libertà. Allora non avrebbe la storia lasciato
scritto quello che il monaco bavaro pose nella sua cronaca:[480]
_Mediolanenses sponte se suaque imperatori dederunt, qui absque ulla
clementia Mediolanum destruxit_[481]. Una scorreria di barbari può
demolire molte città: ma appena nel corso d'un lungo regno può un
monarca potente fabbricarne ed abbellirne una sola. Questi umani e
deliziosi sentimenti non si conoscevano in que' secoli feroci; e ciò
diminuisce in qualche parte la colpa dell'imperator Federico.



CAPITOLO VIII.

  _Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un sistema
  politico._


Alessandro III godeva il favore della Francia e dell'Inghilterra;
presso di lui erasi ricoverato il nostro arcivescovo Oberto da
Pirovano, prima dell'eccidio della patria; e l'imperatore Federico,
all'incontro, sosteneva il partito dell'antipapa. Se la prepotenza
de' Milanesi aveva destata l'invidia e l'odio universale, l'estrema
loro oppressione aveva cominciato a farvi sostituire la pietà. Le
città tutte del regno d'Italia s'accorgevano omai quanto incautamente
si fossero abbandonate allo spirito della discordia, e gemevano
sotto il giogo de' ministri imperiali, spogliate delle regalie, e
ridotte a sopportare la dispotica dura alterigia di un conquistatore.
In questo stato era la Lombardia, quando Alessandro III dalla
Francia, ove aveva ritrovato un asilo, passò in Italia l'anno 1165.
L'imperator d'Oriente Manuello Comneno era passionatamente animato
contro i Tedeschi, i quali, sotto Corrado, erano comparsi ne' suoi
Stati per la Crociata. Guglielmo, re di Sicilia, si collegò col papa
e coll'imperatore d'Oriente, e così il papa si avventurò al ritorno
nell'Italia. Gl'interessi del papa e quelli delle città lombarde
erano i medesimi, cioè di sottrarsi dalla dominazione dispotica
dell'imperator Federico. Ma la difficoltà era grandissima, perchè nè
Alessandro aveva forze bastanti per iscacciare Federico, nè pareva
possibile il formare una lega fra molte città oppresse, dominate e
sospettosamente custodite da un terribile vincitore. Secondo tutte le
apparenze, queste difficoltà vennero superate coll'opera de' frati,
ai quali, come ad uomini affatto alieni dalle cose mondane, non si
prestò attenzione. Essi conoscevano in ciascheduna città gli uomini
più accreditati; insinuarono il progetto d'una confederazione, e ne
prepararono e fomentarono la corrispondenza. Il primo congresso che
si tenne secretissimamente per formare la lega, fu nel monastero di
Pontida, nel territorio di Bergamo, il giorno 7 aprile 1167; ed ivi si
trovarono alcuni de' principali cittadini delle città lombarde[482].
Il primo articolo che vi si trattò e concluse, fu di ristabilire i
Milanesi nella loro patria, riparare le loro fortificazioni, aiutarli
a repristinare le case loro; e così dare nuova vita alla città, che
doveva essere la prima della confederazione. Per quanto però fosse
stato condotto con mistero questo primo congresso, non potè a meno
che il conte di Disce, ministro imperiale, non ne concepisse qualche
sospetto. Pretendeva egli quindi dai Milanesi nuovi ostaggi, e per ogni
modo più che mai gli opprimeva. Privi di tutto, disarmati, avviliti,
divisi nelle quattro terre da cinque anni, mirando i rottami della
patria, senza potervi nemmeno riporre più il piede, i Milanesi, ignari
probabilmente di quanto si andava da alcuni pochi cittadini trattando
per la comune salvezza, tremavano ad ogni minaccia. I Pavesi, antichi
nostri nemici, erano i più affezionati all'Impero; Pavia era la sede
della corte del regno italico, e diventava, nello stato libero, una
città secondaria. In questi ultimi periodi l'inquietudine sospettosa
de' ministri imperiali faceva tutto paventare agli infelici:[483] _O
quantus clamor_, dice sire Raul, _et quantus timor, quantus fletus per
quatour hebdomadas in burgis fuit, maxime in burgo Noxede et Vegentini!
nemo erat, qui auderet lectum intrare. Quotidie enim dicebatur: Ecce
Papienses burgos comburere_[484]. L'imperatore trovavasi verso Roma:
i Cremonesi, i Bresciani, i Bergamaschi, i Mantovani e i Veronesi
vennero a Milano; e il giorno 27 aprile dell'anno 1167 scortarono i
Milanesi nella loro città, come leggiamo anche nella iscrizione posta
allora sulla porta Romana, la quale attualmente si conserva, unitamente
ai rozzi e preziosi bassi rilievi che indicano questo ritorno; la
spiegazione de' quali io non intraprenderò, sì per essere questo un
oggetto più d'antiquario che da storico, come anche per non ripetere
quanto si può vedere nella diligente e laboriosa opera del nostro conte
Giulini[485], al quale non saprei che aggiungere. Queste sculture ci
mostrano che l'antesignano di questa impresa fu appunto un frate, che
precede i militi e porta il vessillo: nè si può dubitarne, poichè vi è
scolpito sotto: _Frater Jacobo_; il che avvalora sempre più l'opinione
che de' frati siasi servito il papa Alessandro per questa impresa,
condotta così felicemente a fine, che venti giorni appena trascorsero
dal congresso all'esecuzione.

Per ricondurre i Milanesi nella loro patria, rialzare le loro
fortificazioni, rendere abitabili le loro case e sicura la loro
città, vi voleva l'aiuto dei collegati; e si colse il tempo in cui
l'imperatore stavasene colla sua armata sulla Romagna per discacciare
il papa Alessandro III. La novella inaspettata del risorgimento di
Milano fece che l'imperatore abbandonasse il papa e si rivolgesse
alla Lombardia. Ognuno vede che il beneficio che il sommo pontefice ci
aveva fatto non era per lui senza ricompensa. Appena ricondotti alla
nostra patria, muniti di armi e assicurati dalla sorpresa, il valore
dei nostri si rianimò. Ci portammo ad assediare il castello di Trezzo,
presidiato dagl'imperiali, e presimo la guernigione e la condussimo
prigioniera in Milano. I Lodigiani ricusavano di entrare nella nuova
lega; e ci portammo colle armi a Lodi, e vennero obbligati que'
cittadini ad unirsi con noi. Tutto ciò si fece prima che l'imperatore
fosse giunto in Lombardia. Vi giunse. Pose al bando dell'Impero
quasi tutte le città della Lombardia, le quali, o palesemente, o
cautamente, avevano acceduto alla lega. Cominciò a fare delle scorrerie
sul Milanese, ma si presentarono gli alleati con forza tale, che
obbligarono l'imperatore a contenersi e ritirarsi nella Germania per
la strada della Savoia, l'unica che gli rimaneva. Allora le città
di Lombardia:[486] _Insimul unum corpus effectae sunt_, come dice il
continuatore del Morena. Si trattava di ben ventitre città collegate:
Milano, Cremona, Lodi, Bergamo, Ferrara, Brescia, Mantova, Verona,
Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Bologna, Ravenna, Rimini, Modena,
Reggio, Parma, Piacenza, Bobbio, Tortona, Vercelli e Novara. Tal
macchina aveva saputo preparare contemporaneamente l'accorto Alessandro
III, con mezzi in apparenza inettissimi; e le città confederate, appena
formata la loro unione, pensarono, in un modo grandioso e trascendente,
la maniera di ragionare di que' tempi, di rendere immortale la fama
del sommo pastore, creando una nuova città, che portasse ai secoli
venturi il di lui nome e la memoria del beneficio. I Pavesi ancora
erano imperiali; essi preferivano la condizione d'una reggia suddita
a quella d'una città libera del second'ordine. Imperiale si dichiarava
ancora pure il marchese di Monferrato, che vessava i popoli tortonesi
con frequenti scorrerie sulle loro terre. Gli alleati trascelsero il
sito ove il fiume Bórmida sbocca nel Tánaro, e vi piantarono una nuova
città, che difendeva Tortona dagli attacchi del marchese; e, radunati
in questa nuova città gli abitatori delle vicine terre, diederle il
nome di Alessandria. Le nazioni barbare e le incivilite hanno fatte
delle guerre e delle conquiste: le prime, distruggendo ogni cosa; le
seconde, riparando i mali della guerra con monumenti che ricordano
alle nazioni venture la loro grandezza. La Francia, l'Inghilterra,
la Germania, l'Ungheria conservano ancora gli avanzi delle grandiose
opere che a pubblica utilità vi lasciarono i Romani, un tempo loro
padroni e loro benefici legislatori e maestri. L'Egitto conserva
ancora i monumenti della conquista di Alessandro. Gli uomini anche
agresti, anche viziosi e corrotti, col disprezzo e coll'insulto non si
migliorano, nè si uniscono a noi. L'uomo grande, posto a comandare un
popolo, fa che è in sua mano l'imprimervi il carattere che vuole; e che
il subblime dell'arte consiste nella scelta del mezzi; ma l'ambizione
dell'imperatore Federico non fu illuminata a questo segno.

Il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i Pavesi stimolavano
l'imperatore Federico perchè venisse con un potente esercito nella
Lombardia a distruggere la nuova lega. L'imperatore nella Germania
venne della Savoia; il conte vi unì le sue armi; entrò l'esercito
nell'Italia; e, nel 1174, si postò sotto la nuova città e la cinse
d'assedio. L'imperatore non la chiamava Alessandria, nome del papa suo
nemico, ma la chiamava Rovereto, nome d'uno de' vicini villaggi, gli
abitatori del quale concorsero a formare la città; e vi è una carta
di quell'augusto che la data: _In episcopatu papiensi, in obsidione
Roboreti_[487]. L'assedio fu ostinato, e durò tutto l'inverno, che fu
anche più del solito rigido. Questi avvenimenti vengono raccontati
sotto aspetti assai diversi dagli scrittori tedeschi, di quello che
li riferiscono gli scrittori italiani. Federico è un eroe per quelli;
è un barbaro tiranno per questi: io però mi attengo principalmente
agli autori tedeschi, acciocchè non sia il mio racconto sospetto di
parzialità. Il monaco Gottofredo, tedesco, dice che la nuova città
d'Alessandria era popolata da ladroncelli, da rapitori e da servi
che erano scappati dai loro padroni:[488] _Multitudo latrunculorum,
raptorum, servorum dominos fugientium, incolebat_[489]. Pare veramente
difficile che gli alleati volessero impegnarsi tanto per la salvezza di
uomini che avessero loro rubato e disertato dal loro servigio. Comunque
sia, l'autore istesso ci riferisce che ivi:[490] _Magna costantia ex
utraque parte militaris res ferbebat: interdum ex his et illis quidam
capti nonnulli occisi et suspensis sunt. Imperator vero quiddam laude
dignum gessit. Tres enim ex captis ante faciem ejus cum essent ducti,
mos oculos eorum erui praecepit. Duobus primum coecatis, tertium,
juniorem aliis, cur contra Imperium ribellis existeret inquisiva;
ast ille: non (inquit) contra te Caesar, vel Imperium tuum gessi:
sed habens dominum in civitate, ejus jussis paravi, et ei fideliter
servivi: qui si tecum contra cives suos pugnare voluerit, aequa vice
ei fideliter serviam. Quibus verbis illectus imperator, luminibus ei
permissis, alios coecatos in urbem ab eo reduci praecepit_[491]. Nel
capitolo antecedente ho riferito quello che il milanese sire Raul
ci lasciò scritto; cioè che l'imperatore Federico, nel blocco di
Milano, facesse cavare gli occhi ai prigionieri, e tagliar le mani
a chi portava provvisioni nella città. Poteva credersi esagerata
quell'accusa; ma questo autore tedesco, che, negli altri suoi racconti
è sempre parziale a Federico ed animato contro gli Italiani, pare
che provi tale essere stato pur troppo il modo di guerreggiare
dell'imperatore, facendo mutilare i prigionieri di guerra. Io lascerò
che i tedeschi medesimi, che in questo secolo hanno tanti uomini
illuminati e sensibili, giudichino se sia[492] _quiddam laude dignum_
quello che fece Federico, perchè fece accecare due soli di que'
disgraziati; e se possa pretendere un posto fra gli uomini grandi quel
Cesare, che pronunziava tai sentenze e le faceva eseguire dal carnefice
in sua presenza. Il discorso di quel servo non era certamente da
ladroncello, nè da disertore. Egli parlò come fa un uomo fermo e colto.
Assai più verisimile è il racconto che ce ne lasciò il cronografo
Siloense:[493] _Alexandriam obsidione cinxerunt, civitatem, sicut
dicunt, munitissimam, non mororum ambitu, sed positione loci, et vallo
incredibiliter magno, in quo vicinum derivaverunt fluvium, viri quoque
virtutis in ea plurimi, fortiter ex adverso resistentes, quos imperator
non tam cito quam voluit expugnavit, sed multo labore, magnaque suorum
caede, interjectis etiam aliquot annis_[494]; anzi a dir vero nè tosto
nè tardi la potè Federico espugnare. Giunta la primavera del 1175 gli
alleati formarono un esercito combinato, il quale si radunò presso
Piacenza; d'onde marciò verso Alessandria per obbligare Federico a
togliervi l'assedio. L'imperatore non si credette forte abbastanza per
resistere coll'armi: sciolse Alessandria, e cominciò a parlare di pace.
L'esito poi fece conoscere ch'ei con ciò non cercava che d'acquistar
tempo sin che gli giugnessero nuovi rinforzi, ch'egli aspettava dalla
Germania. L'imperatore propose di abbandonare all'arbitramento di
alcune persone saggie le di lui ragioni, salvi i diritti dell'imperio;
e le città confederate accettarono la proposizione, salvo la loro
libertà e quella della Chiesa romana. Si passò all'elezione degli
arbitri, e l'imperatore nominò Filippo arcivescovo di Colonia,
Guglielmo da Piozasca, torinese, e Rainerio da San Nazzaro, pavese. Le
città collegate nominarono Girardo Pisto, milanese, Alberto Gambara,
bresciano, e Gezone da Verona.

Si cominciò a trattare per questa pace fra gli arbitri. Ma prima di
esporre il soggetto del loro parlamento, conviene che io accenni
l'opinione di alcuni cronisti tedeschi, i quali pretendono che
l'imperatore siasi indotto a trattar di pace per le suppliche fattegli
dalle città di Lombardia: anzi il citato monaco Gottifredo ci vuol far
credere che, quando l'armata degli alleati si portò verso Alessandria,
sebbene fosse un esercito forte, alla vista delle truppe imperiali si
ponesse ad implorare perdono, e che, sguainando le spade, ciascuno
se le collocasse sul capo per dar segno che s'impetrava clemenza.
La storia tutta smentisce un tal racconto; nè è mai stato l'uso che
per mostrar sommissione, molte città collegate radunino un'armata
cospicua, e con tal cerimoniale vadano a cercare misericordia. Siamo
tutti d'accordo nell'asserire che l'imperatore si pose ad assediare
Alessandria; che gli alleati col loro esercito marciarono a quella
volta; che l'assedio di Alessandria fu sciolto; che s'aprì un congresso
di pace; e di più che le proposizioni delle città alleate furono:
che l'imperatore riconoscesse per legittimo il papa Alessandro III;
che nulla più pretendesse dalle città confederate di quanto avevano
fatto durante i regni dei due ultimi Cesari, Lottario II e Corrado
III:[495] _Volumus facere domino imperatori Friderico, accepta ab eo
pace, omnia quae antecessores nostri a tempore mortis posterioris
Henrici imperatoris antecessoribus suis sini violentia, vel meta
fecerunt_[496]; così impariamo da una carta pubblicata dall'esimio
nostro Muratori. Esigevano pure le città collegate che l'imperatore
restituisse tutto ciò che aveva tolto alle città, ai vescovi, ai
signori; e lasciasse loro godere in pace le consuetudini e comodità
che erano in uso di godere ne' pascoli, nelle pescagioni, ne' mulini,
ne' forni, ne' banchi, ne' macelli, nelle case fabbricate sulle strade
pubbliche: regalie tutte che l'imperator Federico pretendeva fossero
di sua ragione. Queste pretensioni, che allora promossero le città
alleate, e che seppero ottenere dappoi, non lasciano luogo a credere
che l'armata marciasse verso Alessandria per umiliazione. Il monaco
suddetto fa un ritratto odioso e meschino degl'Italiani, quasi che
allora fossero un composto di inquietudine, di viltà e di mala fede.
Romualdo, arcivescovo di Salerno, scrivendo dei Lombardi in que' tempi,
dice:[497] _Lombardi in utraque militia diligenter instructi; sunt enim
in bello strenui, et ad concionandum populo mirabiliter eruditi_[498];
e Ottone da Frisinga, tedesco, anzi zio dello stesso imperatore
Federico, di noi scrisse:[499] _Latini sermonis elegantiam, morunque
retinent urbanitatem. In civitatum quoque dispositione, ac reipublicae
conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur solertiam_[500].
I fatti successivi abbastanza ci provano che in quei tempi i Milanesi
non mancarono nè di valor militare nè di condotta; e che furono tanto
urbani e colti, quanto lo permetteva l'indole del secolo.

Dalle condizioni proposte in questo trattato di pace, che l'imperatore
aveva offerto con poca buona fede, per aspettare le nuove forze della
Germania e acquistare tempo frattanto; da tali condizioni, dico, si
ha idea quai fossero le regalie, ossia i tributi che si usavano in
que' tempi. Non sarà discaro, cred'io, il darne un breve cenno. I
tributi si sono dovuti accrescere nell'Europa in questi ultimi secoli
il doppio, il triplo e più ancora, che non pagavasi al sovrano in que'
secoli de' quali finora ho trattato. Questo accrescimento di tributo
non è meramente apparente, o per la diminuzione delle lire, o per
l'avvilimento dei metalli nobili, resi assai più comuni e abbondanti
dopo la scoperta delle miniere d'America; ma è fisico e reale,
indipendentemente ancora da queste cagioni. Ciò doveva accadere; poichè
gli Stati erano organizzati allora in guisa, che ogni uomo capace di
portare le armi, veniva costretto a marciare alla guerra avvisatone dal
proprio padrone, e questi, al cenno del sovrano, compariva all'armata
reggendo i suoi; terminato il bisogno, si scioglieva l'esercito. I
signori ritornavano a' loro piccoli Stati o castelli, e i vassalli a
lavorare i loro campi. Così, invece di tributo, i sudditi prestavano
servigi. Si cambiò poco a poco il sistema ne' secoli seguenti. Si
stipendiarono i militari, poi gradatamente si andò formando di essi
una classe distinta dagli altri sudditi, classe costantemente addetta
alla sola milizia, e conseguentemente da mantenersi col tributo
ripartito sul rimanente della società: e questo ceto di uomini, che
non contribuisce all'annua riproduzione e consuma, si andò sempre
aumentando nei tempi a noi più vicini; ed accresciutosi da un sovrano,
fu d'uopo che gli altri a proporzione pure lo accrescessero. Questa
è stata la cagion principale per cui nell'Europa sono stati di
tanto moltiplicati i tributi sopra dei popoli, i quali però hanno
acquistata la libertà di passare tranquillamente la vita nelle loro
case; e furono liberati dall'obbligo di espatriare e di soffrire le
inquietudini della milizia. Il lusso poi delle corti ingrandito, la
schiera dei ministri che abitualmente si trasmettono gli Stati gli uni
agli altri, hanno ancora di più aumentata la necessità dei tributi,
i quali, e nella quantità e nel peso, generalmente si troveranno
più che raddoppiati in quasi tutti gli stati di Europa. Sarebbe
un quesito politico l'antivedere qual limite avranno le armate; e
se troverà maggiore utilità qualche Stato a rendere la condizione
del soldato più ampia oltre i bisogni fisici, a costo di averne in
minor numero e più contenti; ma ciò mi farebbe traviare in una folla
d'idee disparate dalla storia. Unicamente ricorderò una verità assai
facile e comune; cioè che i tributi, giunti a un dato limite, non si
accresceranno senza una diminuzione di rendita; stabile, se vogliasi
perseverare; e irremediabile talvolta, se alla diminuzione si creda
di supplirvi con nuovi accrescimenti. Ne' tempi dei quali ragiono non
erano la geometria e la cognizione del cielo giunte a segno da potersi
formare una carta esatta d'un paese; conseguentemente non si poteva
ripartire sulle terre il fondo principale del tributo. Egli è vero
che nel Milanese il fondo principale della riproduzione è la terra
ferace sulla quale siamo nati; ma senza un'esatta misura de' campi
non si poteva collocare su di quella il tributo. A questa difficoltà
si aggiugneva un'altra di opinione, chè credevasi ingiusta cosa lo
stabilire un carico uniforme e permanente sopra una ricchezza che è
variabile colla diversità delle annate. Perciò anticamente, piuttosto
si volle ogni anno esporsi alla spesa e all'arbitrio d'un generale
catastro dei frutti raccolti, anzi che mancare all'apparente giustizia
distributiva. L'erudito circospettismo nostro conte Giulini asserisce
di non aver osservato mai alcun carico anticamente imposto su i fondi;
ma bensì ai frutti, ovvero alle persone[501]. Forse l'antichissimo
carico dell'_imbottato_, abolito dalla beneficentissima Sovrana
l'anno 1780, era una tradizione discesa sino da que' secoli rimoti.
Pagavansi antichissimamente da alcune terre delle tasse al sovrano.
La terra di Limonta, prima del secolo decimo, pagava lire tre e mezza
in denaro, dodici staia di grano, trenta libbre di cacio, trenta paia
di polli, trecento uova e cento libbre di ferro[502], e con ciò aveva
pagato il suo annuo tributo. Alcune tasse personali s'imponevano
all'occasione de' bisogni dello Stato: e questa, ne' tempi rozzi,
doveva essere la ripartizione più facile e breve del tributo. Così,
per liberarci dall'invasione degli Ungheri nell'anno 947, s'impose la
tassa straordinaria di un denaro per testa, a cui vennero assoggettati
anche le donne ed i fanciulli[503]. I _telonei_ sono antichissimi,
ed era il tributo che pagava la merce nell'entrare nella città e nel
distretto. In origine pagavasi tanto per ogni carro e tanto per ogni
bestia da soma; ed è assai probabile che venisse questo assegnato alla
conservazione e al rifacimento delle strade che, dal passaggio a cui
erano destinate, ricevevano i mezzi per mantenersi. Col progresso del
tempo si fece poi riflessione alla sproporzione intrinseca di questo
carico, per cui aggravavasi un carro di paglia ugualmente come un carro
di panni lani; e si passò a formare una tariffa che, avendo per norma
il valore della merce, vi regolava proporzionatamente il tributo.
Nel 1216 questa tariffa vi era. Vedemmo già al capitolo quarto come
da prima l'arcivescovo ne ricevesse i prodotti. Ora colle condizioni
medesime era passata alla comunità de' mercanti, i quali avevano il
peso della custodia e manutenzione delle strade; essendo essi obbligati
a risarcire con quel fondo i danni che venissero a soffrire le merci,
anche pei furti commessi sulle pubbliche strade[504]. Abbiamo stampata,
colla edizione del 1480 dei nostri statuti, anche la tariffa pubblicata
nel 1396, in cui vennero tassate le merci in ragione di dodici
denari per ciascuna lira di valore, ossia il cinque per cento, senza
distinzione alcuna di merci. Ne' tempi più colti si vede che la tariffa
in origine, oggetto di mera polizia, diventata poi oggetto di finanza,
poteva innalzarsi al grado di oggetto di legislazione, per rendere più
o meno difficile l'ingresso e l'uscita delle merci, a norma de' bisogni
e dell'industria nazionale. Nei tempi però dell'imperatore Federico,
il _teloneo_, nè la _curtadia_, che era un nome quasi sinonimo[505],
non si vedono nominati; e perciò è assai probabile che fossero un tenue
tributo, tuttora destinato alla riparazione delle strade pubbliche,
di cui non si curava l'imperatore; e questo _teloneo_, nei tempi de'
quali tratto, nemmeno è certo se si ricevesse tutto in denaro, e non
per decimazione, come dice il Fiamma, che anticamente si percepiva
dall'arcivescovo:[506] _De quolibet curra lignorum recipiebat unum, de
qualibet sporta piscium, unum, de qualibet fornata panis, unum_[507].
V'erano altri tributi. Ogni barca per poter girare ne' laghi e fiumi
pagava un annuo tributo, che si chiamava _nabullum_. In oltre per poter
legare la barca alle sponde si pagava altro tributo, che si chiamava
_abdicius_[508]. Un'altra tassa si conosceva col nome di _fodro_,
e il conte Giulini opina assai probabilmente che consistesse nel
somministrare il foraggio per il vitto e l'equipaggio del sovrano[509].
V'erano inoltre delle tasse sopra i porti, ossia ponti de' fiumi;
sopra i mulini, le pescagioni, sopra i forni, sopra le macellerie e
sulle case contigue alle strade pubbliche: e queste ultime tasse sono
quelle che volevano rivendicare dall'imperatore le città della lega,
come vedesi da una carta pubblicata dal nostro Muratori, di veneranda
memoria[510]. Da questa generale idea può conoscersi che al tempo
dell'imperatore Federico assai scarsa doveva essere, a proporzione
d'oggi, la percezione del tributo; poichè mancava il censo sulle terre,
mancava la gabella della mercanzia, e nemmeno si nominava il tributo
del sale; i quali tre oggetti formano oggidì il nerbo principale della
finanza del Milanese. Il sale allora parmi che fosse una mercanzia di
libera contrattazione; e le terre erano certamente meno coltivate, che
ora non lo sono, per le paludi e boschi che tuttavia ci rimanevano.
E forse il guasto che i nostri nemici fecero al circondario di Milano
durante il secondo blocco, fu la cagione che, trovandoci poi svelte le
piante e inceneriti i boschi, si stese la coltura sopra una gran parte
di terra, di cui prima se ne godevano i pochi spontanei prodotti della
legna.

Ripigliamo il filo della storia. Circa dodici mesi destramente
ci tenne a bada l'imperatore Federico, lasciando che gli arbitri
discutessero gli articoli d'una pace chimerica; e frattanto nella
Germania andava radunando le forze quanto più poteva per sorprendere
le città collegate ed opprimerle. (1176) In fatti, nella primavera
del 1176, seppe Federico che il nuovo rinforzo di principi e di
militi stava per entrare nell'Italia dalla strada di Bellinzona;
e l'Imperatore andogli incontro. La città di Como gli era fedele,
come lo era Pavia. Unitosi al nuovo esercito, al quale aggiunse i
militi di Como, s'inviò per marciare a Pavia, dove stava il rimanente
delle sue forze e il marchese di Monferrato coi suoi. I Milanesi
saggiamente vollero tentare una giornata, prima che le forze riunite
piombassero sopra della loro città. Già ogni discorso di pace era
stato rotto dall'imperatore, dal momento in cui ebbe le nuove forze.
Avevamo il soccorso di molti militi alleati, bresciani, veronesi e
piacentini. Uscimmo all'incontro dell'imperatore, e lo raggiunsimo
verso Busto Arsizio. L'azione fu tanto felice per i Milanesi, che
tutta l'armata imperiale fu annientata. Molti rimasero sul campo. I
fuggitivi, inseguiti sino alle sponde del Tesino, vi furono gettati e
si affogarono. Il rimanente si rese, e vennero i prigionieri condotti
in Milano. Fra i prigionieri si contarono il duca Bertoldo, un principe
nipote dell'imperatore e il fratello dell'arcivescovo di Colonia. La
cassa militare venne acquistata dai Milanesi, e lo scudo e la lancia
dell'imperatore, il quale ebbe fortunatamente occasione di salvarsi
sconosciuto e ricoverarsi a Pavia. Questo fatto rese celebre il giorno
29 maggio 1176. I trattamenti usati da Federico co' suoi prigionieri
non ci furono di norma, quando avemmo prospera la sorte delle armi; nè
alcuno degli scrittori tedeschi (tanto favorevoli a quell'augusto, e
così poco inclinati a trovarci buoni) si lagna di abuso commesso da noi
nella vittoria. Questa giornata terminò per sempre tutte le operazioni
militari dell'imperatore Federico in Italia: il che prova che il fatto
sia appunto accaduto quale minutamente ce lo descrivono sire Raul e
il calendario Sitoniano, non già come da alcuni scrittori tedeschi è
stato rappresentato. Poichè se unicamente fosse stato l'imperatore,
scortato da pochi, involto in una insidiosa sorpresa dei Milanesi, da
cui colla fuga si sottraesse, questo avvenimento non avrebbegli fatto
mutar parere, nè pensare a dare la pace e la libertà alla Lombardia,
che ostinatamente per lo spazio di dodici anni aveva cercato di
assoggettare. Il Pagi, trattando dell'anno 1176, ha pubblicata la
lettera conservataci da Rodolfo di Diceto, con cui i Milanesi resero
informati allora i cittadini di Bologna di questa loro vittoria. Tutte
queste testimonianze, e molto più il partito mansueto ed umano che
prese e conservò in séguito Federico, dimostrano la verità del racconto
e l'importanza di quella grande giornata. Aprì subito l'imperatore
la strada per accomodarsi col papa Alessandro, pronto a riconoscerlo
per legittimo pontefice. Accordò separatamente le condizioni che
potevano accontentare alcune città; e così fece a Cremona ed ai
Tortonesi. Pareva che cercasse di rendere tutti contenti, purchè si
abbandonasse Milano; e la sua politica si rivolse a distaccare da
noi gli alleati. Se ne avvidero i Milanesi, non senza inquietudine;
ma le pratiche loro, e molto più i veri interessi che ciascuna delle
città aveva dovuto imparare a meglio conoscere, non permisero che
si rinunciasse a quella unione che rendeva solida la costituzione
dello Stato, e dalla quale unicamente ogni città poteva aspettare
la sicurezza propria. Nè si lasciò di conoscere che se una città
preponderante di forze è necessaria per essere come il centro della
riunione, molto più lo era il non lasciare nella Lombardia uno spazio
sul quale collocare si potesse una forza già troppo irritata, e animata
contro il nome e la libertà dell'Italia. Questo interesse però non
era tanto immediato al papa, il quale accomodò ben presto le cose sue
coll'imperatore, esigendo da lui soltanto una tregua per sei anni colle
città confederate; di che molto, e non senza ragione, se ne lagnarono
le città della lega. Così il papa potè entrarsene alla residenza di
Roma, donde sino allora era stato escluso dal partito imperiale, che vi
prevaleva in favore dell'antipapa.

La pace che separatamente aveva fatta Alessandro III coll'imperator
Federico, abbandonando le città confederate al loro destino, non
cagionò danno veruno alla lega lombarda. L'imperatore andossene in
Germania; e le città, sgombrato ogni timore, formarono in Parma un
congresso, nel quale si presero a trattare gli interessi comuni, per
rassodare sempre più la loro concordia. Parma era la città più comoda
per collocarvi un centro di comunicazione da Padova ad Alessandria,
da Milano a Bologna, e da tante altre città che disopra ho nominate.
(1183) La tregua si cambiò in una pace segnata in Costanza l'anno 1183,
il 25 giugno; pace resa famosa sopra ogni altra, perchè stata collocata
nel corpo delle leggi, acciocchè servisse nei secoli successivi di
norma dei diritti e del governo delle città lombarde. Chi brama di
conoscere esattamente gli affari della lega lombarda e di quella
pace, ne troverà la istruzione nella dissertazione quarantottesima
dell'immortale nostro Lodovico Antonio Muratori. Dopo i lavori erculei
di questo illustre erudito, a noi non rimane che di scavare piccoli
fili della grande miniera da lui esausta; a meno che non ci rivolgiamo
a far uso dell'oro già estratto per ridurlo a più finito lavoro. Ecco
però lo spirito della celebre pace di Costanza: le città lombarde
potranno fortificare le loro mura; potranno avere la loro armata;
potranno mantenere e rinnovare la confederazione a loro piacere;
goderanno di tutte le regalie e conserveranno le loro consuetudini;
le città giureranno fedeltà all'imperatore; gli pagheranno ogni anno
in segno d'omaggio duemila marche d'argento[511]; l'imperatore avrà i
suoi legati nella Lombardia, i quali daranno l'investitura ai consoli
delle città, e giudicheranno le cause di maggiore somma, qualora la
parte succombente lo cerchi; ma saranno obbligati a proferire la loro
sentenza fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della
città; ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori
alla corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni
si rinnoverà il giuramento di fedeltà; le controversie per cagione dei
feudi fra l'imperatore e alcuno della lega, e verranno decise dai Pari
della città, secondo le di lei consuetudini, fuori che nel caso in
cui l'imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo vuole,
ei stesso giudicarle; e quando verrà l'imperatore nella Lombardia,
se gli somministreranno i foraggi consueti, e si accomoderanno i
ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia a constituire
un'associazione di città libere, sotto la protezione dell'Impero, come
lo erano poco prima diventate nella Germania le città anseatiche,
Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno medesimo 1183, nella Germania
pure, lo era diventata Ratisbona; e da quella data ricominciarono
a comparire nelle carte le sottoscrizioni dei consoli _Reipublicae
Mediolanensis_[512].

Colla pace di Costanza avevano i Milanesi acquistata la libertà
municipale, sotto una limitata protezione dell'Impero; ma nessuna
dominazione rimaneva ad essi, o ben poca: essendo le province della
Martesana, del Seprio, ec., cioè la maggior parte dei borghi e delle
terre che ora formano il ducato, indipendenti, anzi nemiche. (1185)
L'imperatore Federico medesimo, con una carta segnata in Reggio agli
11 febbraio 1185, e pubblicata dal Puricelli[513], a noi rinunziò[514]
_omnia regalia quae Imperium habet in Archiepiscopatu Mediolanensi,
sive in comitatibus Seprii, Martesanae, Bulgariae, Leucensi, etc._
Nella carta medesima si vede che Federico, ad istanza dei Milanesi, si
obbligò a procurare che si riedificasse Crema, e si sarebbe opposto a
chiunque tentasse di frastornarne il risorgimento, e promise in oltre
che non avrebbe fatto altra lega con altra città di Lombardia senza
il consenso dei consoli di Milano[515]. Così giurò, e così promise
di far giurare anche al suo figlio Enrico, già eletto re de' Romani,
entro quel termine, che fosse piaciuto ai consoli ed al consiglio
di Milano di assegnare:[516] _ad terminum quem consules Mediolani
cum Consilio credentiae nobis dixerint_. I Milanesi, in ricompensa,
si obbligarono a garantire all'imperatore gli Stati suoi d'Italia,
e singolarmente le terre della contessa Matilde. In questa carta
vi si legge espresso il patto che se mai l'imperatore, ovvero il re
Enrico, avessero contravvenuto a quanto fu stipulato nella pace di
Costanza, la repubblica di Milano sarebbe stata disobbligata dalla
garanzia; e se mai alcuna città della lega avesse mancato di tributare
all'imperatore quanto nella pace di Costanza erasi promesso, la
repubblica di Milano avrebbe assistito colle sue forze l'imperatore per
ottenergli una condegna soddisfazione. Finalmente i Milanesi promisero
che non avrebbero contratta veruna speciale alleanza con altre città
di Lombardia, eccetto la confederazione, ossia lega lombarda, a meno
di ottenere l'assenso dell'imperatore e del re Enrico, di lui figlio.
Questo trattato di Reggio ci dà a conoscere quanto fosse mutato
l'aspetto delle cose dopo la giornata 29 maggio 1176. L'imperatore non
ci risguardava più come schiavi, nè conservava più l'opinione d'essere
signore del globo terraqueo, _orbis terrae dominum_; ma era un principe
che, quasi da pari a pari, faceva un trattato con un popolo libero.
Noi in quel trattato acquistammo la signoria delle terre: e ce lo
ricorda il manoscritto compilato trent'anni dopo, in cui si contengono
le nostre consuetudini; leggendosi in quello che appunto l'imperatore
Federico[517] _plenam jurisdictionem concessit_ alla città di Milano
sulle lerre del suo distretto, su di che veggasi il diligente nostro
ed erudito conte Giulini[518]. Nel ducato si distinguono Monza, Varese,
Vimercato, Treviglio, Busto, Gallarate, Lecco, da noi chiamati borghi,
e che in altri regni verrebbero chiamati città. È bensì vero che non
sappiamo se allora essi fossero nello stato in cui si trovano oggidì.

(1186) Dopo questi particolari legami di amicizia (se pure non è
profanazione d'un nome consacrato al sentimento l'adoperarlo in questo
luogo), l'imperatore Federico venne a Milano, ed alloggiò nel monastero
di Sant'Ambrogio, e in quello poi si celebrarono con pompa imperiale
le nozze del re Enrico con Costanza, figlia di Ruggieri re di Sicilia.
La chiesa non si trovò bastantemente capace, e perciò si fabbricò una
magnifica sala di legno nel giardino del monastero medesimo. Il corredo
della sposa ce lo indica la Cronaca Piacentina. Aveva seco la sposa
ben centocinquanta cavalli carichi d'oro, argento, drappi di seta,
panni, pellicce:[519] _Plusquam CL equos oneratos auro, et argento et
samitorum et palliorum et grixiorum, et variorum et aliarum bonarum
rerum_[520]. Queste nozze ebbero il fine di rendere il re Enrico
sovrano degli Stati del re Ruggieri, il quale non aveva che l'unica
figlia Costanza. Tale nobilissima funzione ricevette ancora nuovo
splendore dalla solenne incoronazione che vi si fece del re Enrico,
imponendogli la corona del regno d'Italia; la quale consacrazione diè
motivo di querela al papa. Allora era sommo pontefice Urbano III, cioè
Uberto Crivello, milanese ed arcivescovo di Milano. Egli era stato
innalzato al sommo ponteficato pochi giorni dopo la morte di Lucio III,
accaduta in Verona ai 24 novembre 1185. Urbano, sebbene papa, volle
conservare per sè stesso la sede arcivescovile, onde nell'incoronazione
del re Enrico, accaduta in gennaio 1186, non essendovi in Milano
l'arcivescovo, l'imperatore, senza chiederne licenza al papa
arcivescovo, fece che il patriarca d'Aquilea ne facesse il ministero.
Poco o nulla però influì lo sdegno, sebbene giusto, del papa, che
non giunse a regnare due anni. In seguilo l'imperatore, diventato
umano, moderato, e quasi debole, prese a trattare i Milanesi con
tutti i riguardi possibili, e mostrò loro deferenza e considerazione
costantemente dappoi; a segno che, in vigore della pace di Costanza,
avendo l'imperatore il diritto di avere un Giudice imperiale anche in
Milano, il quale in grado di appellazione pronunziasse la sentenza,
si vede che Federico a questa carica aveva in quello stesso anno 1186
destinato un milanese Ottone Zendadario[521]. Con tutto ciò la memoria
di Federico I rimase in esecrazione ai Milanesi, e da padre in figlio
la tradizione ha tramandato sino alla generazione vivente il nome di
lui come quello d'un barbaro feroce. Nè egli, nè suo figlio, nè il
figlio di suo figlio, entrambo imperatori, coi nomi di Enrico V e di
Federico II, ebbero mai la benevolenza dei Milanesi, nè essi ebbero
mai per noi buona volontà. Quando le ingiurie sono state commesse
sino a un dato limite, è possibile il dimenticarle; ma quando ai
danni della collera si aggiunsero l'insulto e la derisione, ancora
più amara dello stesso esterminio, non è più possibile che un popolo
sensibile sinceramente si affezioni. Gli oltramontani ci accusano di
essere vendicativi. Io non dirò già che la vendetta sia lodevole;
anzi dirò, che un animo grande sa perdonare: ma nè vi è stata mai,
nè vi può essere, una nazione di magnanimi o di eroi. Prendendo una
moltitudine di uomini quali sono, dirò, che le meno vendicative nazioni
saranno le meno sensibili e per conseguente le meno grate altresì ai
beneficii; e dirò che l'entusiasmo istesso, che tiene stampata nel
cuore a colori di sangue la memoria degli insulti sofferti, e spinge
alla viziosa vendetta, tiene altresì vivace l'immagine dei beni e dei
piaceri ricevuti, e ci porta con giubilo alla riconoscenza virtuosa
verso del benefattore. Le anime energiche perdonano per virtù: quelle
che non lo sono, dimenticano l'offesa, perchè non reggono alla fatica
di sovvenirsene. Tutte le nazioni più animate sono capaci di maggiori
virtù e di vizi maggiori; e il rimproverarci la vendetta è lo stesso
che l'accusarci d'avere un maggior grado di vita e di sensibilità.
Parlo delle nazioni prese in massa, e il cielo mi guardi dai
contaminare mai la mia penna coll'apologìà del vizio o coll'oltraggiare
la virtù!

Ritorniamo all'imperator Federico. Nessuno lo accusa di pusillanimità;
anzi tutti i monumenti che la storia ci ha tramandati, ci
fanno testimonio ch'egli fu un principe di animo fermo, ardito,
intraprendente, e in più d'una battaglia espose la sua persona al
pericolo al pari di ogni altro milite. Si cerca poi s'egli avesse il
talento militare, o se possa meritare un luogo fra i capitani illustri.
Considerando le forze immense che seco strascinava; la piccolezza
delle città, disunite e rivali che attaccò; il modo con cui vinse, ora
per maneggio, ora per l'inedia, non mai per un assalto impetuosamente
guidato, o con un assedio giudiziosamente condotto; e sopra tutto il
cambiamento assoluto ch'ei fece alla prima rotta che ebbe da' Milanesi
al 29 maggio 1176 nella giornata di Busto Arsizio o di Legnano, come
altri la chiamarono; forza è pure il confessare ch'egli nessuna azione
militare intraprese la quale provi la superiorità della sua mente.
Egli con aiuti grandissimi intraprese piccole cose e al primo rovescio
di fortuna abbandonò il progetto. Si cerca s'egli fosse uomo di gran
talento per il governo. Gli effetti gli furono poco favorevoli. Il
suo progetto era di sottomettere il regno italico alla dipendenza
assoluta; e lo lasciò più indipendente di prima. Egli pensava di far
rivivere, anzi di ampliare tutte le ragioni della suprema dignità
imperiale; e lasciò la Germania immersa ne' torbidi; e la dignità
decaduta, contrastata e divisa più che mai forse non lo era stata per
lo passato. Come mai adunque la maggior parte degli scrittori della
Germania innalza tanto l'imperatore Federico I! e come è mai possibile,
dopo quasi sei secoli, che gli scrittori di due nazioni, cioè gli
uomini per loro mestiere consacrati a trovare la verità, non sieno
per anco d'accordo! Credo che non sia tanto difficile il rinvenirne la
cagione. Primieramente, allorchè viveva Federico I, tutta la Germania
lo temeva sommamente; e sino dal primo viaggio ch'ei fece nell'Italia,
corse la voce delle devastazioni che aveva commesse, e ciascuno de'
Tedeschi, al di lui ritorno, gli andò incontro con sommissione, e
a gara cercava di procurarselo placato; Ottone Frigense, suo zio,
ce ne assicura:[522] _Tantus enim in eos qui remanserant, ob ipsius
gestorum magnificentiam, invaserat metus, ut omnes ultro venirent, et
quilibet familiaritatis ejus gratiam obsequio contenderet invenire.
Quantum enim Italis timorem incusserat factorum ejus memoria, ex
legatis Veronensium perpendi potest_[523]. Questo timore, che sempre
più si andò accrescendo, e pe' fatti che si intesero dall'Italia, e
per gli esempi che più da vicino osservò la Germania, quando postosi
in animo l'imperatore di comandare nella Polonia, vi entrò, e,[524]
_territorium Episcopii quod vocatur Uratislavia, transcurrens, in
Episcopatum Posnaniensem, totamque terram etiam ipse igne et gladio
depopulatus est_, come ci dice il Radevico, che scriveva que' fatti,
siccome giova il ricordare, per comando dell'imperatore medesimo[525].
Questo timore, dico io, doveva in buona parte reggere lo stile de'
cronisti che allora registravano i fasti di quell'augusto. Parmi che il
vescovo di Frisinga medesimo, cronista dell'imperatore e suo nipote,
me ne dia un cenno dove scrive:[526] _Durum siquidem est scriptoris
animum, tanquam proprii extorrem examinis, ad alienum pendere
arbitrium_[527]. Passata che fu la vita di lui, a mirare il complesso
delle azioni di Federico, da un certo lato ci si presenta un quadro
maestoso e seducente. Due competitori si disputano la corona della
Danimarca: l'imperatore Federico vi si intromette come arbitro, e gli
si fa omaggio del regno. Il re d'Inghilterra gli invia i suoi deputati
alla dieta dell'Impero. L'Italia sommessa; un re dato all'Ungheria; un
altro re dato alla Boemia; un terzo re dato alla Sardegna; il marchese
d'Austria creato duca; il regno della Polonia fatto tributario;
il conte Palatino e l'arcivescovo di Magonza castigati; la Baviera
assegnata a un nuovo padrone; la Sassonia donata ad un altro; il Tirolo
staccato dalla Baviera; la Stiria eretta in ducato; la fermezza delle
azioni e del discorso tenuto ai Romani; tutta questa folla di grandiosi
avvenimenti certamente presenta un non so che di augusto e d'imponente.
Le pretensioni poi di Federico, che sosteneva l'onore dell'Impero
al segno di sdegnarsi contro chi gli concedeva soltanto l'usufrutto
del globo terrestre e non l'assoluta proprietà, dovevan disporre a
favor suo l'animo degli scrittori della Germania, sulla quale tanto
influisce la gloria dell'Impero. Ma esaminando imparzialmente questi
fasti, e colla indifferenza storica, vediamo che niente eravi di più
facile che l'esigere un omaggio dalla Danimarca nel momento della sua
divisione; ma poi la Danimarca finì collo staccare dall'Impero qualche
provincia. L'Italia ricuperò la libertà, anzi la ottenne confermata
dall'imperatore medesimo. L'avere spedite varie pergamene, accordando
il titolo di re a sovrani che in prima erano diversamente nominati,
e così dando altri titoli, nemmeno è, per sè medesima, grande cosa.
L'avere poscia dispoticamente detronizzati alcuni principi della
Germania, ed altri ad essi sostituiti, nel momento in cui tutta
l'Alemagna era divisa in fazioni ed immersa ne' torbidi, nemmeno è
tanto grande impresa da compensare i mali che alla Germania istessa ei
cagionò. Certo è che il peso del di lui dispotismo fu tale, che molte
città della Germania si determinarono allora a stabilire un governo
municipale, e con una apparente dipendenza diventarono libere in fatti;
ed è pur certo che debole e vacillante ei lasciò la dignità imperiale,
e in cattivo stato la Germania; da cui al fine della sua vita estrasse
centomila tedeschi, e miseramente li condusse a perire nelle terre
dell'Impero di Costantinopoli, col fine di conquistare la Terra Santa,
alla qual impresa non ebbe luogo di cimentarsi, poichè, bagnandosi in
un fiume della Cilicia, vi rimase sommerso l'anno 1190, il giorno 10
di giugno. La parlata che Ottone Frisingense pone in bocca ai deputati
di Roma, e la risposta che pone in bocca a Federico, sono una scena
nella quale gl'Italiani compaiono pieni d'una presunzione ridicola, e
l'imperatore vi rappresenta il gran principe. Egli è però lecito, senza
temere la taccia d'irragionevole, di crederla un pezzo di rettorica
dello scrittore. Nella storia ognuno ha il diritto di sospettare false
le lunghe parlate; poichè lo scrittore non era presente comunemente,
e in questo caso il vescovo Ottone sicuramente non vi era. I Romani
sono stati sempre, anche in mezzo a' secoli barbari, più colti del
restante dell'Europa; e fra gli altri, i brevi e le bolle pontificie
conservarono qualche eleganza della lingua latina, mentre ella era
abolita e sconosciuta in ogni altra parte. Non è ponto verisimile
che i Romani spedissero incontro a Federico (che veniva alla testa
d'un'armata, e che aveva già fatto tremare la Lombardia) i loro legati
per esigere da lui quasi un giuramento di fedeltà, e osassero dirgli:
«Tu eri forestiere e ti abbiamo fatto nostro: eri un viaggiatore
oltramontano, e ti abbiamo fatto principe: giura che spargerai sino
all'ultima stilla il tuo sangue per mantenere la nostra repubblica».
Nemmeno è verisimile il lungo discorso che fa ripetere a Federico;
il quale, per quanto si travede da altri luoghi, nemmeno intendeva il
latino, ed è assai probabile che conseguentemente ignorasse la storia
degli Ottoni, di Carlo Magno e degli antichi Romani, della quale
nel discorso si vuole mostrarlo assai istrutto. Merita pure qualche
osservazione il vedere che il vescovo di Frisinga, colpito dalla morte
l'anno 1158, non potè stendere i fasti sino alla distruzione di Milano;
e il continuatore di esso, canonico Radevico, terminò di scrivere
all'anno 1160; e il canonico di Praga Vincenzo all'anno 1167 terminò
la sua cronaca, cioè sino al punto da cui cominciò il rovescio della
fortuna di Federico; e così alla posterità restarono le felici sue
imprese, e da pochi altri e meno chiari cronisti appena è passata la
notizia dell'umiliazione alla quale venne poscia ridotto.

Prima di abbandonare l'argomento dell'imperatore Federico, io
ricorderò alcuni tratti della di lui maniera di operare, acciò si
formi un giudizio e della umanità sua e de' principii della sua virtù;
e questi li prenderò tutti da autori tedeschi e parziali suoi. Il
primo documento sarà la lettera con cui l'imperatore istesso rende
informato il vescovo di Frisinga Ottone, suo zio, de' suoi gesti
nella prima spedizione in Lombardia, acciocchè con essa avesse lo
scrittore una traccia per tramandare ai posteri i fasti del suo
regno: eccone alcuni pezzi:[528] _Dum ab eis, cioè dai Milanesi,
dice l'imperatore, mercatum quaereremus, et ipsi nobis eum negarent,
nobilissimam castrum eorum, Rosatum videlicet quod quingentos milites
habeat, capi et incendio destrui fecimus.... inde tria castra eorum
fortissima, Minimam videlicet, Gailardam et Trecam destruximus, et
natale Domini cum maxima jucunditate celebrato.... inde Chairam,
maximam, et munitissimam villam, destruximus, et civitatem Astam
incendio vastavimus.... inde venimus Spoletum. et quia rebellis erat...
vi cepimus, ignei videlicet, et gladio, et infinitis spoliis acceptis,
pluribus igne consumptis, funditus eam destruximus_[529]. Questo è il
modo col quale guerreggiavano i popoli barbari, convien pur dirlo.
Perchè Spoleti (che, sotto i Longobardi, ebbe i suoi duchi a parte,
e die non era città della Lombardia) Federico la chiamasse ribelle,
non lo so; il modo però col quale fu trattata ce lo dice Ottone
Frisingense:[530] _Civitas direptioni datur, et antequam asportari
usui hominum profutura possent, a quodam apposito igne, concrematur.
Cives qui ferrum, flammamque effugere poterant, in vicinum montem
seminudi, vitam tantum servantes, se recipiunt.... postera die, eo quod
ex adustione cadaverum totus in vicino corruptus aer intolerabilem
generaret nidorem, ad proxima exercitum transtulit loca... donec
igni residua in usus exercitus, non miserorum Spoletanorum, cederent
spolia_[531]. Nell'assedio di Tortona l'imperator Federico teneva
le forche piantate a vista della città, e i prigionieri li faceva
impiccare: ce lo racconta lo stesso Frisingense:[532] _Quicumque
ex eis deprehensi fuissent, patibuli, quod in praesentiarum erectum
cernebant, expectabant supplicium_[533]; e quando prese Tortona,[534]
_Civitas primo direptioni exposita, excidio et flammae mox traditur_:
così il Frisingense[535]. Il medesimo Ottone Frisingense ci riferisce
per esteso freddamente un fatto atroce; e fa maraviglia come non si
accorgesse, scrivendolo, che l'azione era obbrobriosa. Dice egli
adunque che l'imperatore Federico, volendo passare un distretto
alla Chiusa, dove un monte del Veronese è imminente all'Adige,
ritornandosene in Germania, trovò il luogo occupato da molti armati,
i quali gl'impedivano il passaggio. Dovette più volte invano tentare
di superarli; finalmente arrampicatisi a stento molti imperiali
sulla parte opposta del monte, giunsero a dominare quegli armati ed
a superarli. L'imperatore li prese; erano cinquecento, e tutti li
condannò subito alle forche, trattone un d'essi, che palesò d'essere
francese, d'essere stato in quella compagnia, senza sapere di opporsi
all'imperatore, e d'essere cavaliere e libero; e a questi donò la
vita, obbligandolo a fare il carnefice dei suoi compagni.[536] _Erant
pene omnes qui in vinculis tenebantur, equestris ordinis. Praesentatis
igitur praedictis viris principi, ad patibulique supplicia adjudicatis,
unus ex eis inquit. Audi, imperator nobilissime, miserrimi hominis
sortem. Gallus ego natione sum, non Lombardus, ordine quamvis pauper,
eques, conditione liber, etc..... Hunc solum imperator gloriosus de
caeteris sententia mortie eripiendum decrevit: hoc ei tantum pro
poena imposito, ut funibus cervicibus singulorum appositis, ligni
supplicio commilitones plecteret. Sicque factum est;_ e i cadaveri
poi di questi,[537] _ut cunctis transeutibus temeritatis suae
praeberent documenta, in ipsa via, in cumulos acti: fuerunt autem,
ut dicitir, quingenti_[538]. Un altro fatto accaduto nel Veronese,
alla prima comparsa che fece nell'Italia l'imperator Federico, ce lo
racconta il canonico Vincenzo di Praga, e ce lo racconta con mirabile
indifferenza. I Veronesi pretesero che Federico dovesse pagar loro il
passaggio nel castello di Garda, perchè non era per anco consacrato
imperatore. Il castello era inespugnabile. L'imperatore promise con
buone parole che avrebbe pagato. I Veronesi gli aprirono il passo,
affidati alla promessa. Passato ch'ei fu, avvisò i Veronesi acciocchè
mandassero a ricevere il denaro. Egli era accampato col suo esercito.
Dodici fra più nobili signori veronesi, perciò, si presentarono,
avendo un séguito di molti altri nobili. L'imperatore gli accolse con
volto ridente. Li fece arrestare. Molti li fece trucidare. I dodici
deputati li fece impiccare; ed uno di essi, avendogli provato d'essere
consanguineo dell'istesso imperatore, lo fece impiccare sopra di un
più allo patibolo:[539] _Rex Fridericus collecta plurima multitudine
principum, et aliorum militum, Henrico duce Saxoniae, et Friderico
filio regis Corradi, aliisque principibus sibi adjunctis, Romam ad
papam Adrianum, ut eum in Caesarem jure debito consecret, iter cum
forti manu militum arripuit; cum autem in exitu Alpium ante ipsam
Veronam civitatem ad Guordum castellum inexpugnabile pervenerunt,
Veronenses, tanquam ex suo jure, transitum sibi et suis prohibent,
dicentes eum esse nondum Caesarem, sed regem, propter hoc eum, ex eorum
jure, eis debere pecuniam persolvere si inde Romam transire velit:
postquam vero eum in Caesarem consecratum receperint, ei tunc honorem
Caesari debitum persolvent, non ante. Haec Fridericus audiens, iram
reprimit, et eam dissimulans, verba dat bona, pecuniam quam exquirunt
eis promittit, et tanquam super hoc securitate data Veronam, illaesis
exercitibus suis, transit. Regalibus itaque ultra positis exercitibus,
mandat Veronensibus ut pro debita pecunia veniant: qui verbis ejus
credentes, XII meliores et nobiliores, et aliis pluribus nobilibus
adjunctis, pro pecunia promissa ad regem dirigunt, quos ipse rex hilari
vultu suspiciens, de promissa pecunia verbis datis optimi, eos capi
praecipit, et plurimis ex eis trucidatis, XII nobiliores sospendi
praecipit. Et cum quidam de propinquiori linea cognatum ejus esse se
diceret, et hoc testimonio comprobaret, propter hoc altius, tamquam
nobiliorem, suspendi praecipit_[540]. Giudichi ognuno come sente, del
merito di questo principe. Io non saprei paragonarlo a veruno de'
grandi uomini che sedettero sul trono; sia che lo consideri per il
talento militare, sia che lo esamini come politico, sia finalmente che
lo risguardi come uomo, dal canto dell'umanità, della fede e della
grandezza de' sentimenti. Pongansi al confronto i due imperatori
tedeschi Ottone e Federico, e vedremo al paragone l'uomo grande e
l'uomo barbaro.



CAPITOLO IX.

  _Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione incerta dalla
  morte di Federico I sino alla metà del secolo XIII._


Dopo la morte di Federico I, venne incoronato imperatore Enrico di
lui figlio, il quale mostrò sempre mal animo ai Milanesi, e suscitò
loro la rivalità di molte città lombarde. La gran lega si ruppe e
si divise in associazioni minori. Ma non ebbe quell'augusto forza
abbastanza per danneggiare Milano, nel breve suo impero di appena
sette anni. Questo imperatore Enrico (comunemente chiamato sesto, e che
realmente nella serie degl'imperatori è il quinto, come noi Italiani
lo chiamiamo) lasciò un figlio, già conosciuto come re de' Romani, per
nome Federico. Egli poi giunse all'Impero e si chiamò Federico II. Ma
alla morte dell'imperatore Enrico egli era ancora bambino, abbandonato
alla tutela di suo zio paterno Filippo, duca di Svevia e di Toscana;
il quale, approfittando della debolezza del fanciullo, fece proclamare
sè medesimo re di Germania, sebbene un altro partilo nella Germania
medesima innalzasse alla stessa dignità Ottone, duca di Sassonia,
principe del sangue estense, che fra gl'imperatori si nomina Ottone IV.
Così nei setti anni del regno di Enrico V, e ne' dieci anni ne' quali
tre rivali pretendevano l'Impero, Federico, Filippo ed Ottone, quasi
nessuna influenza ebbe la Germania sulla Lombardia.

I cronisti di questi tempi sono abbondantissimi nel racconto minuto
delle piccole rivalità che portavano le città dell'Insubria alle zuffe,
alle scorrerie, alle paci appena giurate infrante, e alle depredazioni.
Io non mi sono prefisso di raccontare tutti gli avvenimenti, ma di
trascegliere que' pochi i quali o sono capaci di darci idea de' costumi
e della felicità di que' tempi, ovvero sono un seme degli avvenimenti
importanti accaduti dappoi. Le inquietutini coi vicini furono
incessanti. I nostri fedeli amici furono i Piacentini, i Cremaschi, i
Novaresi, i Vercellesi, e le città più lontane, Bologna, Verona, Faenza
e Treviso. I Pavesi e i Cremaschi furono quelli co' quali maggiormente
si stava in guerra. Co' Bergamaschi, e co' Lodigiani e Comaschi pure,
poco sicura fu la concordia. Ma queste inquietudini, troppo uniformi e
significanti, non meritano luogo nelle memorie de' posteri. La città di
Milano aveva disgraziatamente una guerra civile, assopita per qualche
intervallo, ma spenta non mai. Già si è veduto al capitolo quarto
l'aperta disunione fra i nobili ed i plebei, scoppiata prima della metà
del secolo undecimo. Sia che l'animosità fosse tramandata dal padre in
figlio per cinque generazioni sino al principio del secolo decimoterzo;
sia, il che è assai più probabile, che la prepotenza de' primi signori
inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, ma non meno
sensibili, spingesse questi all'associazione ed all'uso della forza;
egli è certo che realmente la città era divisa in più fazioni. (1198)
I nobili in prima erano collegati contro de' popolari; ma nel secolo
decimoterzo anche i nobili stessi erano divisi, facendo un partito
distinto i nobili minori. La plebe formò da sè un corpo politico
nell'anno 1198; e questo prese il nome di _Credenza di sant'Ambrogio_.
Questo corpo aveva la sala per le sue radunanze; creava i giudici che
decidessero le controversie del popolo; e percepiva una parte delle
rendite delle Repubblica[541]. I nobili del primo ordine chiamavansi
capitani, e formavano la _Credenza dei consoli_; e i nobili valvassori,
i quali in origine erano come sottofeudatari dipendenti dai capitani,
formavano _La Motta_; nome che presero dal sito d'una zuffa datasi
fra Lodi e Milano, fra i capitani e i valvassori[542]. Così v'erano
tre consigli in Milano, uno di quattrocento, l'altro di trecento, il
terzo finalmente di cento consiglieri. Siccome la sovranità risedeva
realmente nella riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali
reciprocamente, è facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza e sotto
qual torbido cielo si trovasse allora la costituzione civile durante
il fine del secolo duodecimo, e nel corso di quasi tutto il secolo
decimoterzo. Queste intestine discordie furono poi la cagione per
cui lo stato di repubblica finalmente, dopo dissenzioni e turbolenze
incessanti, cadesse in quello del governo d'un solo; rimedio unico
per una inveterata anarchia procellosa. Da principio ogni anno si
creavano i consoli, presso de' quali stava il governo della città;
ma tante dissenzioni e tante difficoltà s'incontravano nel momento di
sceglierli, che, per disperazione conveniva crearsi un dittatore per
un determinato intervallo, sotto il dispotismo del quale calmandosi
le fazioni, si potesse poscia procedere all'elezione de' magistrati.
Questa verità non è stata sinora chiaramente annunziata: confusissime
anzi ho ritrovate le memorie de' nostri scrittori; ma tutti i fatti
ce la provano ad evidenza. Nel 1186 dovettero i Milanesi creare un
magistrato dispotico, col nome di _podestà_, perchè tutta l'autorità
era in lui collocata; e questo fu il primo podestà di Milano.
Per evitare l'invidia venne proclamato un piacentino, e fu Uberto
Visconti. L'autorità confidata a questo magistrato era per un anno; e
il vizio costituzionale era tale, da ricorrere al disperato partito
di abbandonare vita, roba e libertà senza limite a un temporario
sovrano. L'anno vegnente fummo diretti dai consoli, e così per
quattro anni ci riuscì di eleggerli. Poi l'anno 1191 fummo costretti
a chiamare un bresciano, che dominasse per sei mesi; sinchè fosse
eseguibile l'elezione de' consoli, e questo podestà fu Rodolfo da
Concesa. (1201) Sul principio del secolo decimoterzo ancora maggiori
variazioni accaddero, poichè nel 1201, temendo forse di collocare in
un uomo solo l'autorità, ovvero ostinandosi i tre partiti ciascheduno
a sostenere il podestà da lui proposto, venne confidato il governo a
triumviri, e furonvi tre podestà. (1202) L'anno vegnente 1202 tante
fazioni vi furono per eleggere chi governasse, che[543] _commissum
fuit Anselmo de Terzago quod provideret secundum suam descritionem
de regimine civitatis; qui elegis duos consules, qui regerent per
annum_[544]. (1203) L'anno immediatamente seguente cinque podestà
ressero Milano. (1204) Poi, nel 1204, due podestà. I partiti, sempre
animati, scindevano la città in guisa che realmente l'unica libertà
era quella di nominare il dispotico ogni anno: e finito quel breve
tumulto popolare, ogni cittadino serviva al podestà. In mezzo a questa
deformissima costituzione, i beni de' privati erano in preda alle
rapine de' potenti, i quali, abusando di alcune formalità legali,
e facendo pronunziare da alcuni giudici delle sentenze vendute,
usurpavano gli altri fondi. (1205) Quindi in una concordia momentanea
che si fece fra i partiti nel 1205, si stabilì che:[545] _Nulli bonis
suis interdicatur, nisi causa cognita et probata communi, potestati
mediolani, vel rectoribus communitatis, ut leges desiderant_[546];
legge la quale supponeva un disordine universale ed essenzialissimo.
Il potere del podestà era, siccome dissi, assoluto e dispotico. Egli
faceva leggi e le faceva eseguire:[547] _Dico, jubeo et stato perpetuo
firmiter observari_, sono le frasi che adoperavano i podestà, e ne
abbiamo la memoria in una legge di Oberlo da Vialta, bolognese, podestà
di Milano nel 1214.

Questo vizio interno (che, accendendo una guerra intestina, sbandiva
realmente la forma repubblicana dalla città, e la costrigneva a
rifugiarsi nel dispotismo per l'impossibilità di reggersi) nasceva,
a mio credere, per colpa de' nobili. Il dominare, l'innalzarci
sopra i nostri fratelli, il dimenticare persino che lo sono, è cosa
naturalissima all'uomo; ma la plebe milanese non poteva sopportare
l'orgoglio de' nobili, nè i valvassori quello de' capitani. Sappiamo
quante inquietudini provò la repubblica di Roma per l'impazienza del
popolo, e quante guerre dovette intraprendere per allontanare la plebe
dalla città. I nobili di Roma avevano nelle loro mani gli auguri,
gli aruspici e tutte le forze del culto religioso; eppure il partito
popolare finalmente scoppiò, rovesciò la repubblica, innalzò Cesare
e creò i primi imperatori, i quali colla rovina dei nobili, pagavano
le largizioni e gli spettacoli per favorire la plebe. Il povero ed
il plebeo d'Italia sentono di avere men potere che non ha il ricco
ed il nobile; ma persuasi che gli uomini sono d'una specie sola,
si considerano come meno fortunati, ma non diversi, anzi eguali, al
momento in cui riesca di radunare della ricchezza. Nella Lombardia (se
ne eccettuiamo il marchese di Monferrato ed il conte di Biandrate)
non so che allora vi fosse alcun signore che vi dominasse città o
borghi, o nemmeno terre intiere. Questo sistema di tenere divise le
terre è antichissimo nella Lombardia; dove i feudi non furono mai tanto
considerabili, come in altri regni d'Europa. Quasi tutte le terre del
Milanese anche oggidì sono divisi in più possessori. A primo aspetto
sembra che siavi qualche cosa di più grande nella Germania, dove
un monarca ha sotto il suo impero de' sudditi che posseggono delle
signorie di intere città, e de' distretti di più miglia di paesi.
Questo da noi non vi è. È bensì vero che l'estenzione dello stato di
Milano non è grande, e può paragonarsi ad un rettangolo lungo sessanta
e largo cinquanta miglia; entro del quale spazio una porzione sensibile
e muntuosa, quale il contado di Como e i contorni di Lecco, che sono
l'emanazione delle Alpi; e in questo piccolo spazio vivono un milione
e centomila abitanti; i quali da questo spazio di terra ricavano,
oltre il loro cibo, un eccedente d'un milione e trecento cinquantamila
annui zecchini. Un milione di zecchini ce lo somministra la seta che si
trasporta agli esteri. I caci ed il lino c'introducano più di duecento
altri mila zecchini. Centocinquantamila zecchini ci fanno acquistare i
grani che vendiamo pure agli esteri; onde, presa nel suo tutto, l'annua
riproduzione è assai più grande di quello che si troverà in eguale
spazio di terra, ove le fortune sieno radunate in pochi possessori.
Il villano da noi non ha altro rapporto col proprietario, che un
contratto non perpetuo. La divisione de' frutti delle terre si fa per
metà fra il terriere ed il colono; ovvero s'aggrava il colono di pagare
una determinata somma o in denaro o in frutti, e tutto l'eccedente
ricade a suo profitto. Questo antico sistema da una parte, anima la
coltivazione delle terre, cointerressando il villano; e dall'altra,
pone minore intervallo fra il signore e il villano medesimo; poichè in
luogo di comando e subordinazione, da noi non vi è che un contratto
prodotto dai bisogni vicendevoli fra un ricco ed un povero. Perciò
io credo che da noi sarebbe impossibile il conservare lungamente un
governo aristocratico, a meno che gli ottimati non discendessero
a quella popolarità che rende cara ai Veneziani la forma del loro
governo; se pure anche Venezia non deve in parte la sua antichissima
tranquillità alla natura del luogo su di cui è piantata: mentre
ogni cittadino, sentendo di vivere dove perirebbe nel momento in cui
nascesse confusione nel governo, forza è che freni l'inquietudine,
e contribuisca a quell'ordine sociale, senza di cui ivi nè avrebbe
alimento, nè mezzi di procurarselo. I costumi de' nobili da noi erano
invece orgogliosi e dispotici, talvolta sino all'atrocità. Il Fiamma
ci racconta che a' suoi tempi certo popolare, per nome Guglielmo da
Salvo, di Porta Vercellina, andava creditore di rilevante somma verso
di Guglielmo da Landriano, uomo nobile; e il che il debitore invitò il
popolare ad una sua villa in Marnate, posta nel contado del Seprio,
ove, per liberarsi dal pagamento, trucidò miseramente il povero
creditore. Il qual fatto sospettatosi nella città, la plebe, inferocita
per l'enorme tradimento, si portò a Marnate, scoprì il cadavere, lo
trasportò a Milano, e mostrando per le strade lo strazio crudele, la
prepotenza, l'insidia, la violata fede d'ospitalità, vennero diroccate
le case dei Landriani e scacciati nuovamente i nobili tutti dalia
città. Così racconta il Fiamma questo fatto; e a lui dobbiamo prestar
più fede che non al Corio ed al Calco, i quali erano scrittori più
lontani; e forse non avevano stima bastante de' nobili del tempo loro
per credere che dovesse essere sempre loro piacevole la verità della
storia, quand'anche annunziasse i delitti de' loro maggiori. Il Corio
per altro non ebbe difficoltà di assicurarci che, prima dell'anno
1065, siasi fatta dai nobili la legge orrenda: _che ciascuno nobile
potesse occidere un plebeo con la pena dei libri septe, e soldo uno
de' terzoli, per la qual cosa molti erano morti_. Io credo falsa
questa asserzione. Essa però fa conoscere come si pensava; poichè il
Corio l'avrà trovata in qualche antica tradizione. Per tai motivi può
facilmente intendersi la costanza della dissenzione, sempre mantenutasi
nella città; giacchè la plebe naturalmente non ha mire ambiziose per
dominare su i nobili, nè da essi si allontana, nè con essi guerreggia,
se non per intolleranza dell'oppressione. Colla morte dell'imperatore
Corrado cominciarono le inquietudini del popolo contro de' nobili; poi
si sfogarono i due partiti colla quistione de' preti ammogliati; indi i
pericoli di un esterno nemico contennero le interne fazioni; ma cessate
che furono sempre si videro rianimate; sin tanto che, come dissi e come
in appresso vedremo, rovinò la repubblica, e la città si rese suddita
di un solo.

(1208) Colla morte di Filippo, duca di Svevia, seguita l'anno 1208,
non rimanevano che due pretendenti alla dignità imperiale, Ottone e
Federico; ma Ottone venne proclamato in Germania re de' Romani, e in
Roma incoronato imperatore da Innocenzo III. L'imperatore Ottone IV
era, siccome dissi, del sangue della casa d'Este; egli era figlio di
Arrigo il Leone, il quale, dopo d'avere seguitato l'imperatore Federico
I nelle lunghe spedizioni d'Italia, per un tratto del suo dispotismo
era stato privato delta Baviera e della Sassonia. Questa era una
cagione bastante per rendere l'imperatore Ottone nemico di Federico, e
per renderlo caro ai Milanesi, come lo fu sommamente. In una lettera
che quell'augusto scrisse ai Milanesi, si legge:[548] _Oblivisci non
etiam possumus, quod vos; jam pacato Imperio, quod diu turbatum fuerat,
tam discretos et tam honestos nuncios cum muneribus vestris ad nos
destinastis, quos nos, sicut decuit, et sub illa gratia et devotione
qua vos semper fovimus, et semper amplectemur, recepimus, munera
quoque vestra tanto nobis fuerunt gratiora, quanto magis scimus illa
ex affectu purae dilectionis fuisse transmissa_[549]. (1210) Venne in
Milano Ottone IV l'anno 1210; e fu generate il giubilo e il plauso in
tutti gli ordini della città. Vi fu adorato; ed ei fece nascere questo
caro sentimento coll'affabilità e colla bontà sua. Egli non volle
immischiarsi nelle cose della città, ma, premuroso d'avere assistenza
da noi, l'ottenne largamente; e partì, accompagnato da buona scorta dei
nostri militi, e d'ogni altro aiuto, per la conquista della Puglia, la
quale sarebbe caduta in suo potere, se i maneggi del papa e del re di
Francia non gli avessero suscitato nella Germania un forte partito, per
collocare sul trono il giovine Federico. Il papa scomunicò l'Imperatore
Ottone, il quale fu da ciò obbligato a ritornarsene nella Germania ed
abbandonare la Sicilia. Cremona, Pavia, Verona e alcune altre città
della Lombardia credettero di non dover più riconoscere un imperatore
scomunicato. Ma i Milanesi sempre gli furono affezionati, e nel ritorno
per passare nella Germania fu in Milano accolto ed onorato. Partito
che fu Ottone IV, passava da Genova per andarsene pure in Germania
il di lui rivale Federico, e i milanesi attaccarono i Pavesi, per
contrastare ad esso il passaggio. (1212) Il papa, con sua lettera 21
ottobre 1212, c'intimò che se non fossero state da noi rivocate alcune
leggi, e se non fossero stati restituiti a Pavia i prigionieri che
avevamo fatti, nessuno potesse più parlare con un milanese, nessuna
città potesse scegliere un milanese per suo podestà. Ordinò in oltre
che tutte le mercanzie de' milanesi si sequestrassero; che alcuno non
dovesse pagare i debiti che avesse verso di un milanese; e in questa
lettera perfine minacciò di volerci trattare come Saraceni, e mandare
contro di noi una Crociata[550]. Tanto era impegnato il papa Innocenzo
III contro di Ottone! L'amore de' Milanesi verso di Ottone IV non si
cambiò punto, nemmeno per questo. Il papa andava stimolando sempre più
i Milanesi ad abbandonare Ottone, il di cui partito s'indeboliva anche
nella Germania; ma inutilmente. Spedì finalmente a Milano due cardinali
legati l'anno 1216, i quali, dopo avere adoperati, senza effetto, i
loro maneggi per rimoverci dall'imperatore cui eravamo affezionati,
ricorsero all'ultimo spediente: scomunicarono ogni milanese, posero
la città a interdetto, ma non rimossero mai la fede dei Milanesi dalla
divozione verso dell'imperatore Ottone sino alla di lui morte, accaduta
l'anno 1218. Per ottenere questa costante benevolenza, inalterabile
in mezzo alle più terribili prove che in quei tempi la potessero
cimentare, bastò a quel principe la sua bontà e la cortesia delle sue
maniere.

(1216) Nel tempo di questi torbidi, fra le censure e gli interdetti,
l'anno 1216, si compilarono in un codice gli statuti e le consuetudini
di Milano, acciocchè la sorte dei giudizi non fosse più tanto
arbitraria ed incerta, come lo doveva essere prima, appoggiata a mere
tradizioni, e senza uno stabile monumento. Di questo codice se ne
conserva un antico esemplare manoscritto nella biblioteca Ambrosiana.
Un'altra bell'opera s'intraprese l'anno 1220, mentre era podestà di
Milano Amizone Carentano, lodigiano, e fu lo scavo d'un canale che da
Cassano sino a Castiglione lodigiano deriva le acque dell'Adda. Questo
canale forma la ricchezza del contado di Lodi. Allora si chiamava _Adda
nuova_; ora, non saprei per qual cagione, si chiama la _Muzza_[551].
Già quaranta anni prima era stato fatto l'altro cavo, che, guidando le
acque del Tesino sulle terre sino ad Abbiategrasso, rendeva irrigabile
una parte delle campagne milanesi; indi, nel 1257, questo cavo fu
prolungato sino a Milano, siccome poi dirò. È cosa maravigliosa che fra
i torbidi interni ed esterni, in mezzo all'ignoranza di quel secolo,
si ardisse di pensare a così grandiose ed utili opere pubbliche, e si
eseguissero, domando le acque, e guidando de' fiumi artificiali per
lunghi tratti di paese.

S'erano dilatati, al principio del secolo decimoterzo, i due ordini
de' frati predicatori e dei frati minori; e si erano intraprese
moltissime ricerche contro l'eresia. Sappiamo le guerre mosse per
questo titolo nella Francia contro gli Albigesi. Nella Germania non
mancarono simili inquisizioni; e presso di noi si trovarono quindici
sette di eretici, dei quali i nomi sono i _Patarini_, i _Cattari_, i
_Carani_, i _Concorezi_, i _Fursici_, i _Vanni_, gli _Speronisti_,
i _Carantani_, i _Romulari_, i _Poveri di Lione_, i _Passagini_, i
_Giuseppini_, gli _Arnaldisti_, i _Credenti di Milano_, i _Credenti
da Bagnuolo_; e quello che vi era di più singolare, nessun uomo si
nominava che fosse capo di setta, o nessun libro sul quale fosse
appoggiata l'eresia. Nella Grecia sappiamo chi abbia insegnato gli
errori degli Ariani, degli Eutichiani, de' Nestoriani, ec. Ne' tempi
più a noi vicini sappiamo pure da chi prendessero le loro dottrine
gli Hussiti, i Wiclefiti, i Luterani, ec. Ma nel secolo decimoterzo
si scopersero quindici sette di novatori nel Milanese, senza che
la storia ci nomini l'autore maestro delle dannevoli novità! Due
secoli prima gli abitatori del castello di Monforte, nella diocesi
di Asti, furono presi, e per titolo d'eresia terminarono la vita nel
fuoco, siccome dissi al capitolo quarto. Fu quello il primo esempio,
ch'io sappia, in cui solennemente siasi adoperata la violenza del
supplicio, per difendere la mansueta religione di Cristo. Ora,
nel secolo decimoterzo, questa maniera di sostenere il dogma venne
generalmente in uso. Venne deputato dal sommo pontefice ad agire contro
gli eretici san Pietro Martire, che allora si chiamava frà Pietro da
Verona. Egli era domenicano, e per la distruzione dell'eresia aveva
formato in Milano una compagnia[552], la quale era stata presa dal
sommo pontefice sotto la sua protezione; e il breve di Gregorio XI
si conserva nell'archivio di Sant'Eustorgio tuttavia. L'anno 1233
era podestà di Milano Oldrado da Tresseno, lodigiano, il quale,
secondando le mire dell'Inquisizione, consegnò alle fiamme non pochi
cittadini. La figura equestre di questo podestà mirasi anche al
presente, a basso rilievo in marmo, nella facciata verso mezzo giorno
della sala del consiglio della Repubblica, ora l'Archivio pubblico;
e nell'iscrizione leggesi l'encomio d'aver bruciato i Cattari:
_Catharos ut debuit uxit_, barbarismo postovi per far la rima col
verso leonino: _Qui solium struxit, Catharos ut debuit, uxit_. Il
Fiamma, riferendo le gesta di questo podestà, dice:[553] _In marmore
super equum residens sculptus fuit: quod magnum vituperium fuit. Hic
primo haereticos capere fecit_. Il Conte Giulini non crede che questa
sia stata cosa nuova di così procedere cogli eretici; ma non allega
fatto alcuno antecedente, nè alcuna prova. Il supplizio dato agli
infelici abitatori del castello di Monforte fu una violenza militare
che non aveva appoggio di legge, non tribunali o metodi costanti
che ne formassero la sanzione. Ora si tratta di sistema. (1228) Noi
abbiamo Tristano Calchi, il quale ci insegna che nell'anno 1228 furono
pubblicate queste nuove leggi penali contro degli eretici:[554] _Novae
leges latae adversus haereticos, quorum multiplices, et inauditis
nominibus distinctae sectae erant; nam praeter Patarenos, quorum supra
in Arnulpho memini, Cathari, Carani, Concoretii, Fursici, Vanii,
Speronistae, Carantani, Romulares nuncupabantur; haecque labes non
minus ad foeminas, quam viros pertinebat. Ita utrique sexui interdicta
superstitio est, proposita poena capitis, et domorum destructionis
iis qui in ea perseverarent, aut tecto reciperent, alioque juvarent.
Et subsequente anno, mense januario, Gufredus cardinalis sub titulo
Sancti Marci, legatus pontificius, Mediolanum ingressus, lege sanxit
(de comuni tamen archiepiscopi, ordinarium, et popoli consensu) ut
praetor damnatos judicio ecclesiastico, intra decem dies capitali
poena afficiat_[555]; e il Corio, nella sua storia, ci ha conservato
lo statuto che allora si fece, e lo riferisce colle seguenti parole:
«In nome di Dio mille duecento vintiocto, ad uno giorno de zobia, al
tredecimo de genaro, inditione seconda, in publica concione convocata
a sono di campana secondo il solito: Che ne lo advenire niuno heretico
dovesse stare nè dimorare ne la città de Milano... Che qualunque
persona a sua libera voluntate potesse prendere ciascuno heretico.
Item, che le case dove erano ritrovati, si dovessino ruinare, e li
beni in epse si ritrovavano, fusseno pubblicati[556]». Dal che pare
evidente che il rigore delle leggi penali contro gli eretici veramente
nascesse nel 1228. L'arcivescovo di Milano in que' tempi era Enrico da
Settala; ed era un attivo cooperatore coll'inquisitore per eliminare
gli eretici. Dal gran numero delle sette improvvisamente scoperte, è
facile l'argomentare che un gran numero di cittadini doveva essere poco
contento di queste nuove leggi. In fatti l'arcivescovo fu bandito.
Perciò vennero scomunicati da un legato pontificio il podestà e il
consiglio di Milano. Nell'iscrizione sepolcrale di questo arcivescovo
si scolpì:[557] _Instituto inquisitore, jugulavit haereses_, come
riferisce il Puricelli[558]; e chiaramente si conosce anche dalla
storia milanese quanto poco si pregiassero allora la dolcezza, la
mansuetudine e la pietà; le quali ora, in tempi più illuminati e
felici, formano il principale fregio delle virtù ecclesiastiche.
L'inquisitore, nel corso di diciannove anni, aveva fatte incessanti
ricerche contro tanti eretici, per modo che l'esempio di molti
bruciati, altri banditi, le molte case demolite, molti patrimoni
pubblicati, dovevano avere reso ammirabile il di lui zelo al di
lui partito; ma del pari resa odiosissima la sua persona a chiunque
temeva d'essere accusato di opinioni eterodosse. Ciò non doveva essere
difficile in Milano, dove ad un tratto quindici diverse eresie si
erano inaspettatamente scoperte, e si volevano esterminare. Era stato
bandito, come eretico, Stefano Confalonieri d'Alliate. Il Corio, ci
dice ch'esso Confalonieri venne avvisato, «come per fra Pietro era
misso nel bando[559]». Questo Confalonieri, di cui si doveva diroccare
la casa, i di cui beni dovevano essergli tolti, si collegò con alcuni
altri malcontenti. Il concerto si fece nelle terre di Giussano con
Manfredo Cliroro, Guidotto Sacchella, Jacopo della Chiusa, Tommaso
Giuliano, Carlo da Balsamo e Alberto Porro. Colsero essi l'inquisitore,
mentre in compagnia di frà Domenico ritornava da Como a Milano, e
nelle vicinanze di Barlassina, il giorno 6 aprile 1252, con una falce
lo uccisero; e frà Domenico lasciarono sì malamente concio, che in
pochi giorni cessò di vivere. Il partito maggiore allora cominciò a
risguardarli come due martiri della fede. Uno degli uccisori fu preso
e posto prigione. Egli se ne fuggì. Il popolo inquieto, che avidamente
aspettava di vederne il supplicio, tumultuariamente strascinò il
podestà e i suoi tre giudici, come complici della fuga, al tribunale
dell'arcivescovo; saccheggiò il pretorio; e fu deposto il podestà, dopo
avere corso grave pericolo della vita. Dei due uccisi, un solo ottenne
la venerazione di santo, cioè san Pietro Martire, canonizzato tredici
mesi dopo la sua morte dal sommo pontefice Innocenzo IV. Alcuni anni
dopo accadde un fatto simile nella Valtellina, quando, l'anno 1277,
frate Pagano da Lecco, domenicano, vi si portò con frà Cristoforo e due
notai, a fine di processarvi l'eresia; e Corrado da Venosta, signore
consideratissimo in quel distretto, lo fece uccidere il giorno 26
dicembre 1277. I Domenicani ne conservano le reliquie in Como, e lo
chiamano beato.

Dello spirito di questi tempi ce ne somministra idea il famoso affare
della Guglielmina. Questa donna, nata in Boemia, viveva in Milano, dove
morì nel 1281. Guglielmina fu tumulata pomposamente a Chiaravalle,
le fu recitato il panegirico come beata. Lampadi e cerei furonle
accesi intorno al sepolcro, che diventava ogni dì più celebre per la
guarigione degl'infermi; contribuendo a tale celebrità certa Mainfreda,
e certo Andrea, sacerdote, ch'erano stati discepoli ed ammiratori
della Guglielmina. L'inquisizione volle istituire processo intorno a
ciò, e la conseguenza di tale processo fu che Guglielmina fu cavata
dal sepolcro, e le di lei ossa bruciate; e la Mainfreda fu gettata
viva nelle fiamme, e vivo parimenti fu bruciato il prete Andrea. Il
popolo credette tutto nascere da prostituzione esercitata sotto velo
di religione nelle adunanze della Guglielmina, e tuttora tal tradizione
volgarmente vien ripetuta. Il Muratori, da un manoscritto antico che si
trova nella biblioteca Ambrosiana, ha scoperto le accuse che si fecero
a quegl'infelici[560]. Guglielmina pretendeva d'essere lo Spirito
Santo incarnato, e di essere figlia di Costanza, regina di Boemia, a
cui l'arcangelo Rafaele l'aveva annunziata nel giorno di Pentecoste.
Essa diceva d'essere venuta al mondo per salvare i Saraceni, i Giudei
e i cattivi cristiani. Insegnava che sarebbe morta come donna, ma poi
risorta per salire al cielo alla presenza de' suoi discepoli; e che
Mainfreda sarebbe rimasta sua vicaria in terra, ed avrebbe celebrata la
messa al sepolcro di lei, poi nella metropolitana in Milano, indi in
Roma, ove, abolendo il papato mascolino, avrebb'ella seduto papessa.
Tali almeno furono i deliri che vennero imputati a que' miseri, i
quali, sotto il pietoso e illuminato regno dell'augusto Giuseppe II,
riceverebbero una caritatevole assistenza de' medici per ricuperare il
senno perduto; e allora furono consegnati al carnefice per una morte
orrenda.

Comunemente le opinioni nuove intorno agli articoli della religione
nacquero o presso nazioni occupate di oziose o sofistiche ricerche
metafisiche, le quali si pregiavano di chimeriche e realmente
vacue disputazioni, ovvero nacquero esse per un abuso degli studii
sacri e dell'erudizione. Da noi, in mezzo all'ignoranza dei secolo
decimoterzo, nessuno di questi poteva aver loro dato nascimento. Il
padre della erudizione italiana, Lodovico Antonio Muratori, ci ha fatto
l'enumerazione degli errori che venivano attribuiti a questi eretici.
La maggior parte di quelle opinioni chiaramente non è cattolica. Egli
è vero però che alcune opinioni ivi censurate potrebbero avere un
significato innocente, quali sarebbero le seguenti:[561] _Obest subdito
et sacrato mala vita praelati. — In Ecclesia Dei non debent esse
sacerdotes et diaconi mali. — Mali presbitery non possunt ministrare.
— Ecclesia non debet possidere aliquid nisi in communi. — Nullus malus
potest esse episcopus. — Non licet occidere_[562]; ed è pur vero che
non ci rimane alcun libro di quei tempi, nel quale si contengono le
altre eresie che s'imputavano a tanti nostri Milanesi; ed il Muratori
le ha tutte prese da un sol manoscritto di Armanno Pungilupo. Certo
è che, essendo gl'inquisitori dipendenti affatto dal papa, e le loro
sentenze dovendosi eseguire dalla podestà civile col bando e colla
morte, la vita e i beni di ciascun cittadino erano dipendenti dalla
podestà ecclesiastica di Roma, e conseguentemente Roma vi aveva
indirettamente acquistata la sovranità.

(1220) Ritorniamo al filo della storia civile. Dopo la morte di
Ottone IV, tanto benevolo verso di noi, Federico II venne in Italia,
e fu coronato imperatore l'anno 1220. Venne dichiarato re de' Romani
il di lui figlio Enrico. Federico odiava i Milanesi, ed era ben
corrisposto. Noi lo consideravamo come erede del nome e dei sentimenti
dell'avo distruggitore della nostra città; e come l'inimico del nostro
Ottone IV. Egli intimò una generale dieta in Cremona, e questa voce
precorsa bastò a sedare le dissensioni civili. L'oggetto della propria
conservazione soffocò le simultà private, e fece rivolgere gli animi
a concordi pensieri per la comune salvezza. Le città di Lombardia,
istrutte dai passati esempi, rinnovarono la loro confederazione. Venne
l'imperatore in Cremona, e non vi trovò i rettori di molte città, i
quali pure dovevano esservi tutti. Mancavano Milano, Verona, Piacenza,
Vercelli, Lodi, Alessandria, Treviso, Padova, Vicenza, Torino, Novara,
Mantova, Brescia, Bologna, Faenza e Bergamo. Se ne partì sdegnato da
Cremona, e immediatamente andossene a borgo San Donnino, ed ivi dal
vescovo d'Ildeseim fece scomunicare le città che non erano comparse
alla indicata dieta generale. Federico II andò poi nella Sicilia, indi
in Terra Santa; nè gli avvenimenti e le relazioni che passarono fra
il papa e lui appartengono al mio proposito. Enrico, re de' Romani, si
ribellò al padre. Spedì a Milano lettere ed ambasciatori. I Milanesi si
collegarono con lui. Venne Enrico superato dal padre, e finì i giorni
suoi in carcere. Quest'ultima azione de' Milanesi detterminò più che
mai lo sdegno dell'imperatore Federico II a nostro danno. Egli entrò
dalla Germania nella Lombardia con un'armata, alla quale si unirono le
forze d'Ezelino da Romano. (1337) L'anno 1237 l'armata imperiale, che
aveva già devastate le terre dei Mantovani, de' Veronesi e Vicentini,
si accostò a Brescia per soggiogarla. I Milanesi, che avevano più
volte ottenuta la fedele assistenza dei Bresciani, non tardarono a
marciare al loro soccorso. I militi di Vercelli, di Alessandria e di
Novara si unirono con noi; e il comandante era Enrico da Monza. Il
nostro comandante fu uomo di talento nello scegliere il campo, poichè
si collocò in un luogo del Bresciano detto Minervio, avendo avanti la
fronte un fiumicello profondo e un terreno paludoso, per cui il nemico
non poteva venire a noi; e così con una armata inferiore di forze, pose
l'imperatore nel caso di non poter tentare cosa alcuna sopra la città
di Brescia, senza temerci ai fianchi. L'imperatore, infatti, abbandonò
l'impresa di Brescia, e si rivolse ad altro progetto. La stagione
era già innoltrata: eravamo già in novembre. L'imperatore, congedati
alcuni militi poco sicuri, fece credere di volersene andare a Cremona a
svernare, e passò l'Oglio. I nostri, incautamente, sloggiarono dal loro
campo; e si posero a tener dietro la marcia degl'imperiali, il perchè
non lo sappiamo. Passammo l'Oglio, e, nelle vicinanze di Cortenova, ci
trovammo un fiume alle spalle, e da ogni altra parte gli imperiali,
che di molto superavano le nostre forze. L'imperatore ci attaccò in
quella disgraziata situazione. La battaglia fu sanguinosissima. Noi
eravamo stretti da ogni parte. Si combattè ostinatamente, finchè la
notte obbligò i due eserciti a dar pausa all'azione. Noi eravamo,
come dissi, alla fine di novembre, sotto una pioggia incessante, fra
strade rese impraticabili in terreno cretoso. Gli avanzi ancor vivi
del nostro esercito erano ammucchiati vicini al carroccio, che avevano
sempre difeso. Al comparire del nuovo giorno più non rimaneva che o la
morte o la prigionia ai pochi Milanesi. Essi profittarono dell'errore
che gli imperiali commisero, col lasciare un lato scoperto, e per
quello unitamente si salvarono. Prima però spogliarono il carroccio
del gran vessillo, e lo fecero in pezzi, giacchè non era possibile
il trasportarlo. Se furono biasimevoli i Milanesi per essersi tanto
incautamente avventurati a fronte di un nemico superiore di molto,
essi però meritano stima per aver combattuto senza limite in una
situazione nella quale non sarebbe stata viltà il deporre le armi, come
fece, a Maxen nella Sassonia un grosso corpo di Prussiani che appunto
aveva l'Elba alle spalle, e dalle armi imperiali austriache si trovò
attorniato in novembre dell'anno 1759. I nemici, al comparire del
giorno, videro con sorpresa che la preda era sfuggita. La disfatta de'
Milanesi però a Cortenova fu un oggetto grande. L'imperatore Federico
II certamente se ne gloriò con molto fasto. Il Martene ci ha conservata
la lettera che quell'augusto ne scrisse a Federico, duca di Lorena,
in cui lo informa che fra morti e prigionieri si contavano diecimila
de' nostri[563]; e lo stesso autore ci ha conservata la lettera che
l'imperatore scrisse al senato e popolo romano, al quale trasmise i
rottami del nostro carroccio:[564] _Antiquos namque in hoc recolimus
Caesares, dice l'imperatore, quibus oh res praeclaras victricibus
signis gestas, senatus populusque romanus triumphos et laureas
decernebant, ad quod, per praesens nostrae Serenitatis exemplum, vias
votis vestris a longe praeparamus, dum, devicto Mediolano, currum
civitatis, utique factionis Italiae principis, ad vos victorum hostiam
praedam et spolia destinamus, arrham vobis magnalium nostrorum et
gloriae vestrae praemittimus_[565]. Da questo fatto si raccoglie di
quanta considerazione fosse Milano in que' tempi,[566] _factiones
Italiae civitas princeps_[567].

Gl'infelici avanzi del macello di Cortenova dovevano perire
attraversando le terre di Bergamo; poichè la totale sconfitta da
noi sofferta aveva fatto nascere un timore sommo nelle altre città:
nessuno osava dichiararsi più per noi, trattone Brescia, Piacenza
e Bologna, città le quali mantennero una ferma e sincera fede in
favor nostro. Mancavamo di tutto, e di nulla eravamo sicuri; quando
Pagano della Torre, che era signore della Valsasina, si slanciò
a proteggere gli avanzi dei nostri; gli scortò nelle sue terre;
somministrò loro generosamente ogni soccorso, e li ricondusse nella
patria. Quest'atto di beneficenza non rimase isolato. La gratitudine
de' Milanesi non se ne dimenticò, a segno che l'amore costante e la
fiducia che i popolari milanesi conservarono dappoi verso la casa
de' signori della Torre, tanto innalzò l'illustre loro prosapia, che
per qualche tempo ottenne la sovranità di Milano, come vedremo. Le
azioni benefiche e le valorose sicuramente fanno nascere il rispetto
presso di ogni popolo e in ogni tempo; e pare che in questo caso
dovessero reciprocamente rispettarsi, e chi faceva e chi riceveva il
beneficio. L'imperatore, dopo la vittoria, vedendosi padrone di quasi
tutta la Lombardia intimorita, volle possedere Milano; e pretese che
ci rendessimo a discrezione. Ma i Milanesi non si trovarono allora
in quelle angustie che avevano oppressi i loro avi settantasei anni
prima: e unanimemente deliberarono di morire tutti colle armi alla
mano, anzi che soggiacere a tale misera condizione. L'imperatore fece
venire nuove forze dalla Germania. Cominciò a cimentarsi con Brescia,
la quale si difese. (1239) Passò poi con una poderosa armata nel
milanese l'anno 1239. Due avvenimenti accaddero in favor nostro. Il
papa Gregorio IX scomunicò l'imperatore, ed accordò indulgenza a chi
avesse portate le armi contro di lui. A questo avvenimento convien
pure aggiungerne un altro; e fu un ecclisse solare, accaduto il terzo
giorno di giugno, il quale fu (secondo l'opinione di que' tempi) un
manifesto segno della collera celeste contro di quel monarca. Egli
era adunque alla testa d'una numerosa armata sulle nostre terre. Si
propose in Milano la questione se dovevamo tenerci alla sola difesa,
muniti entro della città; ovvero se saremmo usciti ad affrontare
il nemico; e quest'ultimo partito, proposto da Ottone da Mandello,
prevalse. La condizione dell'imperatore, se di molto era migliore
della nostra per il numero de' suoi armati, essa però era assai
attraversata dalle opinioni religiose. Preti, frati combattevano
contro di lui, e confortavano ognuno ad offenderlo; e come l'imperatore
stesso, scrivendone al re d'Inghilterra, dice:[568] _Ordinis fratrum
minorum, qui non solum accincti gladiis, et galeis muniti, falsas
militum imagines ostendebant, verum etiam praedicatione insistentes,
Mediolanenses, et alios, quicumque nostram, et nostrorum personam
offendebant, a peccatis omnibus absolvebant_[569]. Uscimmo incontro
a lui, e ci accampammo a Camporgnano. Le truppe avanzate imperiali si
accostarono, e furon fatte in pezzi dai nostri, e il rimanente condotto
a Milano. Si riconobbe che costoro erano Saraceni. Allora l'imperatore
si innoltrò, e pose il campo col grosso del suo esercito a Cassino
Scanasio, d'onde l'obbligammo a sloggiare ben presto, coll'aver rotti
alcuni sostegni ed inondato il di lui campo. Portossi l'imperatore
a nuovo campo fra Besate e Casorate: ed ivi pensarono i Milanesi a
restituire a Federico II il trattamento sofferto due anni prima a
Cortenova. Mancava un fiume da porgli alle spalle. Scavammo un profondo
canale fra il nostro campo ed il nemico, e vi facemmo sboccare l'acqua
del naviglio grande che allora chiamavasi il Tesinello. Tutto ciò
sembrava un'opera destinata alla difesa del nostro campo; ma il disegno
era di chiamare l'imperatore di qua del canale, poi, per sorpresa,
attaccarlo. Per riuscirvi si finse che i Comaschi avessero abbandonato
il nostro partito, e più non volendo combattere contro dell'imperatore,
ci avessero lasciati. Dopo ciò levammo le tende, e quasi ci ritirassimo
per essere di troppo inferiori di forza, scomparvimo. Gl'imperiali
credettero a quest'apparenza, e passarono il canale per accostarsi a
Milano; ma impetuosamente assaliti dai nostri, usciti all'improvviso
dall'imboscata, vennero disfatti gl'Imperiali. Molti furono i
prigionieri, e molti gli estinti sul campo, o precipitati nel fiume
artificialmente scavato per tale effetto. Questo rovescio fece cambiare
idea a Federico, che abbandonò il milanese; e si risolve verso della
Toscana.

(1245) Un altro tentativo fece l'imperatore Federico II contro di noi,
sei anni dopo. Comparve egli l'anno 1245 con un'armata, e si pose dalla
parte del Tesino, mentre al re Enzo, suo figlio, affidò un altro corpo
di truppe, che dalla parte opposta minacciasse la città. I Milanesi da
un canto seppero sempre opporsi a Federico, ed impedirgli di passare il
Tesinello; e rimase loro un numero bastante di armati, per affrontare
il re Enzo verso Gorgonzola, e farlo prigioniere. I prigionieri che
Federico II aveva fatti a Cortenova erano stati barbaramente trattati.
Il Podestà di Milano (che era Piero Tiepolo, conte di Zara e di
Tripoli, figlio di Jacopo Tiepolo, doge di Venezia) era caduto fra
i prigionieri; e l'imperatore lo aveva fatto ignominiosamente legare
sopra il fusto del riattato carroccio; e con vilipendio, condottolo
prima in tal foggia a Cremona, lo trasportò poi in séguito, unitamente
agli altri prigionieri, nella Puglia, dove lo fece impiccare; e gli
altri infelici con varii supplizi del pari ivi terminarono la vita
loro. Ora i Milanesi avevano in poter loro i prigionieri fatti a
Camporgnano, a Casorate, ed il figlio medesimo del nemico, il quale da
noi fu restituito illeso al padre, colla condizione soltanto che nè
l'uno nè l'altro avrebbero mai più portate le armi contro Milano. Le
armate partirono, nè più Federico ebbe che fare con noi.

Se la nostra città fosse stata nel suo reggimento civile tanto saggia,
generosa e cauta, quanto si mostrava valorosa, nobile e prudente
nelle imprese militari, sarebbe assai più grata la occupazione
che ho scelta di tesserne compendiosamente la storia. Mio malgrado
l'augusta verità mi obbliga ad alternare imparzialmente il racconto
delle glorie esterne, e degli interni mali della patria; in cui
l'incorreggibile prepotenza dei grandi teneva sempre irritato e nemico
il partito del popolo; il quale (sensibile, com'egli è) colla virtù e
coll'amorevolezza avrebbe potuto affezionarsi ai nobili, e di concerto
operar sempre per la felicità comune. I popolari, affezionatissimi
a Pagano della Torre, per il beneficio ottenuto dagli avanzi di
Cortenova, lo scelsero per loro protettore. Egli soggiornava in Milano,
e del pubblico amore ne fa anche oggidì testimonianza l'iscrizione
posta al suo sepolcro in Chiaravalle:[570]

    _Magnificus populi dux, tutor et Ambroxiani_
    _Robur justitie, procerum jubar, arca Sophie,_
      _Matris et Ecclesie defensor maximus alme,_
      _Et flos totius regionis amabitis hujus,_
      _Cujus in occasu pallet decor ytalus omnis,_
      _Heu de la Turre nostrum solamen abivit_
      _Paganus, latebris et in umbram utitur istis._
    _MCCXLI. VI. jan. obiit dictus dominus Paganus_
    _de la Turre, potestas populi Mediolani._

Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino
della Torre, per essere da lui protetto contro de' nobili, ed a questo
fu dato il titolo di _Anziano della credenza_. L'ufficio di questo
tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione
o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del
pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica non venissero
convertite in comodo privato. Oltre ciò la repubblica era sempre
in quei tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti;
quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse
servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione
della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci
portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che
si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le
mercanzie era tutto a profitto della comunità dei negozianti; i quali
avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in
modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità
medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa
all'antico codice dei primi statuti, compilati nel 1216, siccome
ho detto, e il conto si vede fallo a quattro denari di pedaggio per
ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di
uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque
contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria
delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi
i pesi, le stadere e le misure[571]. Alcuni privati possedevano un
consimile diritto in Milano medesimo, e chiamavasi _jus sextarii_[572].
Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna
somma nell'erario della repubblica. V'erano anche allora i diritti
esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino[573]
_minutatim ad modum tavernae_, come da una carta dell'archivio di Monza
pubblicata dal conte Giulini[574]. Ma di essi non pare che fosse al
possesso la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati.
Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere
la repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per
l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie.
Ma questa rendita era insufficiente, massimamente nei bisogni
straordinarii; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano
senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri
l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta
a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo
alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge è come
una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutti i
lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane
talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la
miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per
cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni
amministrazione pubblica: ed è una prova della difficoltà somma che
s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare
come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte,
e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero
il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro successori[575]. Questo
modo di eleggere a sorte, per necessità s'era anco esteso ad altri
uffici[576]. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del
fondo pubblico. Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i
nostri antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si crede
una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente fu di porre
in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno
1240, i decreti fatti dalla repubblica per conservare il credito
a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che
tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano
colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla
in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto
a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al
suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro,
sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire
alla repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni
dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un
catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico.
A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo
insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al
nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.

Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la
nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per comprendere sempre
più lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà
discaro a' miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo
il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di
Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene
di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di
Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor
canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica.[577]
_In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem
millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio
die novembres, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata,
potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus
de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus
Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicala, Lampugnianus
Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus
de Lampuniano, de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la
Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo
Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus
Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani,
plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de
Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum
illius Ecclesiae, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis
Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis
et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius
Ecclesiae ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda
Comuni Mediolani, quae alio modo inveniri vel haberi non potest, ut
asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem servare volebant, et
cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini
Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro
honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente et
volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati,
et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de
thesauro Modoetiensis Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem
auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum.
Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et
isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et
fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum,
et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum
in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et
omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia
eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet
eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero
de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiae, et totius
Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictae Ecclesiae,
quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere
et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero
et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis
et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani
dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et
Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omnii
alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et
maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro
rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum
etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate,
ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate
pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae constitutionis et
epistolae Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri
possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a
modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu
conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus
faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti
Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis praedictorum dabit aliquo
modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero
et Canonicis aliquid aliud praeter praedictum calicem loco illius
calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis
absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo
Legatus Apostolicae Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate
ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum
praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium
Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si
praedicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto
Potestate praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem
praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati
juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia
superius memorata, et quodlibet praedictorum observare et facere et
facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate,
in exercitu contra Fridericum condam imperatorem._ Poi vi sono le
sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale
estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi
fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno 3 di novembre sino
al 28 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo.
Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i
quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le
formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il
legato pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe fatta
l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano s'era ornai
annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva
di tutto. «In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi
tempi[578], ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorità
che esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e
quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione dei religiosi
Minori e dei Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a
ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche
ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire
quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi.
Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito
sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi
nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone
da Perego, e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in
Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza
nemmeno parteciparlo all'arcivescovo[579]. Alessandro IV terminò
l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale
rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255,
al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di
Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in
possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito
senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo[580]. Il papa medesimo
comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano[581]. Così era
affatto annientata l'autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno
sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava
che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi
di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il
castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore,
acciocchè egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità.
Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza
se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte
quelle case si demolissero; e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova,
Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano
qualificati fautori di eretici[582]. Non farà dunque maraviglia se
nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma
bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione
il vedere che già eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non
essere chiamati in giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si
osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col
terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi
chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta; e
la Credenza di Sant'Ambrogio:[583] _a consilio quadringentorum et
trecentorum et centum, novo et veteri_. Il consiglio de' quattrocento
era composto da' nobili del primo ordine, e gli altri da quei della
Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio[584]. Mi lusingo che questa
uscita non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e
scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice
d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo
cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si
trovava la città, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per
ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì
moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è
chiara e semplice, e l'artificio è pieno di previdenze.

La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre si è
conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del
popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano
della Credenza; e si eresse un uffizio censuario che si chiamò
_Officium inventariorum_, perchè ivi contenevasi il catastro, ossia
l'_inventario_ (siccome volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili,
coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici[585]. Il
legato apostolico proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna
alle persone o case religiose[586]; ma, ridotto a termine il generale
catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei
debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni,
si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di
queste porzioni ogni anno, col nome di _fodro_, ovvero _taglia_; e così
dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione
la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come
può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più antica memoria
del carico prediale nel nostro paese: giacchè prima non si ha notizia
se non di tributi sopra i frutti, ovvero colle persone. Col terminare
dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu
eletto podestà di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese.
Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la repubblica,
perfezionando il catastro de' fondi censibili. Egli pensò di lasciare
un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di
Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho
già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua
del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava
ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e
così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quella
estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni
era già in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de' Gozadini vide
che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto,
realmente non pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano
le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi
che venivano tassati. Su questo principio credette egli non potersi
con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, nè obbligare i
laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande
opera intrapresa, e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine.
Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, e un
pubblico monumento che ricordasse alle età future ch'egli nel 1257, per
quattordici miglia condusse le acque del Tisino sino ai sobborghi di
Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili,
e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta
dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il
popolo prima che fosse terminato l'anno, tumultuosamente lo massacrò,
e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato,
ivi lo affogò miseramente! la memoria di lui fu calunniata;, e la
calunnia eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli
avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero
diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure,
ma racconta i fatti[587]. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue
anni (nel 1770) che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata
cenere di Beno de' Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini
suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo
incautamente sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici da un ceto
venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della
religione. Ripariamola ora noi e la riparino i nostri posteri, ed ogni
volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta
l'abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione
a un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia consacrato il
fausto nome all'immortalità!



CAPITOLO X.

  _Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della
  casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV._


Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso nell'anarchia
e nella confusione. Vi erano più rivali, e ciascuno s'intitolava
augusto ed aveva un partito; rivali deboli però, e appena bastanti a
nuocersi scambievolmente; e perciò l'autorità imperiale più non vi era;
anzi, riguardo alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza
dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo decimoterzo.
Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, Riccardo di Cornovaglia,
Alfonso di Castiglia, Rodolfo di Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I
non ebbero che poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove
si ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico
(sesto per gl'italiani, ma comunemente chiamato settimo), che ascese
alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto la città viveva tra le
fazioni, cercando al solito i nobili d'opprimere la plebe, e questa
di contenere i nobili ed umiliarli. La forma civile della società era
incerta, non fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni,
la vita non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo
stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore della
stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun cittadino la propria
condizione. Il solo motivo per cui non si eleggeva un principe stabile,
era la fiducia che hanno sempre i governi liberi, di correggere
colla propria autorità i propri mali; ma frattanto per intervallo si
eleggeva un dittatore. Si è già veduto nel capitolo precedente come
Pagano della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo;
egli fu proclamato tre anni dopo l'affare di Cortenova, cioè l'anno
1240. Si è pure accennato la nuova carica di _anziano della Credenza_,
conferita dal popolo a Martino della Torre, nipote di Pagano, l'anno
1247. Così la città cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo.
Il disordine civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi
un sovrano potente, a fine di preservarci dagl'insulti de' nemici
vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. Il primo passo
verso la monarchia ascende all'anno 1253, nel quale Manfredo Lancia,
marchese d'Incisa, fu creato signore di Milano per tre anni, e ben si
vide quanto fosse necessario quel partito, poichè, appena terminata
che fu quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai gli odii
e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo sempre la plebe
alla testa i signori della Torre. Si cercava non più se dovesse la
città esser libera, ovvero soggetta, ma si disputava a chi dovesse
consegnarsene la signoria. Le fazioni, spossate e stanche, combattevano
alla fine per far avere la preferenza a quel signore che ciascuna
bramava. Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva
Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino da Romano,
uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Marca
Trivigiana. Accadde che nessuno volle cedere al partito contrario, e si
elesse il marchese Oberto Pelavicino signore di Milano per cinque anni.
I signori della Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta
l'influenza del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, il
quale s'intitolò _capitano generale di Milano_. Non piaceva al papa che
si andasse formando nell'Italia signori troppo potenti; perciò erano
poco accetti e i Pelavicini e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione
non mancò di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano.
I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; e frate
Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, dal pulpito minacciò
scomunica ai Milanesi se ricevevano il marchese[588]: e il marchese
scacciò l'inquisitore da Milano. Una moltitudine di forestieri
s'incamminò processionalmente verso Milano. S'era inventata in Perugia
allora l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che
fosse atto religioso il percuotere sè medesimo: onde a turbe andavano,
nudi dalla cintura in su, da una città all'altra questi promulgatori
del nuovo rito, rappresentando dovunque un orrendo spettacolo di
cilicii e di flagelli. Il marchese Pelavicino si diffidò di tanta
divozione, e sulla strada fece piantare seicento forche, vedute le
quali, la processione rivoltò cammino:[589] _A Sexcentae furchae
parantur; quo viso recesserunt_, dice il Fiamma[590]. Sembra che i
papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro
sovranità anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando delle
debolezze dell'Impero e delle civili discordie delle città. A tal fine
si opponevano, destramente bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno,
contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poichè,
rimanendo alle città il solo partito del principato per dare una
forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro
avvenimento più doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia
s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de' sommi
pontefici; e la storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia
sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori
della Torre, poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da
principio favoriti, per abbassare con essi il potere de' Torriani.

(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si può fissare
all'anno 1261: non già che io intenda per ciò ch'ella dapprima fosse
oscura affatto od ignobile, il che sarebbe falso. Già accennai
un celebre Ottone Visconti al capitolo sesto, che morì in Roma
centocinquant'anni prima di quest'epoca. Accennai pure altro di simil
nome, console della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni
prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in là: perchè,
sebbene ella si fosse già condecorata con feudi ed antichi privilegi,
sebbene ella si fosse già illustrata col valore di qualche suo
antenato, nulla era di più che una delle famiglie nobili e generose, ma
non potente nè ricca nè in condizione di lasciar prevedere la grandezza
a cui rapidamente ascese, diventando poi, non solamente sovrana della
sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre città,
dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia
e possedere trentacinque città, fra le quali le più floride della parte
settentrionale d'Italia, come vedremo. Colla fortuna de' Visconti
crebbe l'adulazione, e i geneologisti ammassarono le più grossolane
menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e credulità. Di
ciò accaderà in séguito occasione di accennarne qualche cosa di più;
ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal
1257, in cui morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana
di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano
gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo Francesco da Settala,
e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio
di Martino, anziano della Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261,
il cardinale Ottaviano degli Ubaldi, ritornando dalla legazione di
Francia. Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo
i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, un giorno in
cui meno se lo aspettava il cardinal legato, comparve sulla piazza di
Sant'Ambrogio alla testa d'un forte squadrone di cavalleria, che ivi
fece schierare; e il cardinal legato sorpreso dal rumore delle trombe
militari, non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato
riscontro come il signor Martino della Torre informato che allora il
signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente accompagnarlo
fuori della città. Il cardinale scelse il miglior partito; dissimulò,
e ricevette cortesemente come un onore la violenza che gli veniva
fatta e se ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio
1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone Visconti,
arcidiacono della chiesa milanese[591], uomo che il cardinale legato
aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, smanioso per comandare,
violento; l'uomo in somma opportuno a bilanciare ed abbattere il
potere de' Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era
sempre stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in cui
il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato dal nostro
conte Giulini. «La lunga discordia, dic'egli, dei nostri ordinari fu
ad essa molto nociva, perchè a cagion di questa soffrì un gran crollo
il loro antico insigne diritto di eleggere l'arcivescovo[592]». Alcuni
de' nostri scrittori attribuiscono il fatto di Martino della Torre
a ciò che, invogliatosi il legato d'una preziosa gemma del tesoro di
Sant'Ambrogio, da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità
di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, e
Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri credono che il
legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovato Raimondo della
Torre; e sembra così più verosimile la cagione del vigoroso partito
preso da Martino. Ma questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta
dal papa, doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici e
nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese Pelavicino,
intesa ch'ebbero tale novità, occuparono immediatamente tutti i beni
dell'arcivescovato. Il papa, senza indugio, pose la città di Milano
all'interdetto. Poco dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre,
e prima di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla sua
dignità Filippo di lui fratello, siccome avvenne, ed ebbe il titolo
di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette poco, poichè morì
improvvisamente, e gli fu successore Napoleone, ossia Napo della Torre,
figlio del famoso Pagano.

I signori della Torre andavano crescendo sempre più in potenza.
L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; ma, esule dalla
patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno dalle terre
arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto e gli anatemi non
avevano arrestato il corso della grandezza loro. Essi possedevano
Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo e Brescia; non già con
sovranità decisa ed ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli
e magistrature, esercitandovi il supremo potere. La influenza loro
negli affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era
collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di
Francia Luigi IX, affine di far ottenere il regno di Napoli al conte
d'Angiò; e l'accortezza di Napo della Torre gli suggerì d'indurre il
popolo di Milano ad eleggere esso conte per suo signore per cinque
anni, dopo che fu egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso
titolo di sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo
della Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando
la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari e con
largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, con mense apprestate
sulle pubbliche strade della città, a beneficio del popolo: di che
minutamente ne tratta il conte Giulini[593]. Furono magnificamente
accolti in Milano, mentre i signori della Torre la reggevano, il papa
Innocenzo IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; il
re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra Edoardo,
colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare esagerato il numero
di ducentomila persone che i nostri autori asseriscono essere uscite
da Milano per incontrare il papa Innocenzo; ma certamente la città
si andava popolando e crescendo, a misura che in essa si ergeva
una potenza capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città
cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre avevano
un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì trovasi la
chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono a lastricare
le strade. Napo della Torre non voleva apertamente palesarsi sovrano,
nè romperla colla corte di Roma. Egli teneva in suo potere i beni
dell'arcivescovato; teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per
quindici anni non potè mai vedere la sua sede, non che goderne;
teneva depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconti; ma non
si opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere
liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a Milano un legato
pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo fulminata la censura;
e il Corio c'informa che il legato «expuose come non levarebbe lo
interdicto insine che tutta la plebe e famiglie non iuravano fede
ala Romana Chiesia. Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che
principalmente si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero presule
e pastore: secondariamente, che fusse restituito quanto era occupato
de la archiepiscopale sede: tertio che a li chierici nel tempo a
venire non fosse posta alchuna gravezza: le quali cose facendosi, levò
lo interdicto». La prima nostra condizione mostra chiaramente quai
fossero le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare
la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il clero della
chiesa milanese propenso alle mire di Roma. Gl'interessi dell'Italia,
se si fosse avuto in vista di conservarla una nazione sola riunita,
erano conformi alle mire di Roma; ma l'interesse personale superò
sempre. Quindi anche queste promesse furono senza effetto veruno,
poichè nè l'arcivescovo potè venire in Milano e godere delle rendite,
nè gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali i frati e i
preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni dopo, cioè nel 1271,
impose il podestà di Milano Roberto de' Roberti[594].

Lasciavasi dai Torriani un'apparente libertà alla patria. Napo
della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo del
popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza avere intorno di sè
i pericoli che circondano un nuovo sovrano che vuole annientare una
repubblica. V'era il parlamento, ossia il consiglio degli ottocento,
il quale rappresentava la repubblica. V'era un podestà che presiedeva
al consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano
perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del Piacentino
che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà, l'anno 1272:
«Principalmente che iurasse ad honore de la Beata Vergine et il Divo
Ambrosio di questa cità potentissimo patrone: ad exaltatione di Santa
Chiesia e di Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la
cità e destricto de Milano e de la Turriana famiglia, insieme con gli
amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe il dominio».
Dal quale principio non sarebbe facile il decidere se la città fosse
libera, ovvero suddita al re Carlo, ovvero alla casa della Torre; ma
continua il giuramento e ci palesa la costituzione di que' tempi: «Item
che obedirebbe tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, e
similmente li mandati de Napo Tornano, anziano e perpetuo rectore dil
populo»; e nessuna menzione si fa dei mandati del re di Sicilia, al
quale nemmeno si diede il titolo di signore di Milano. Il solo freno
che poteva avere Napo della Torre, era per parte del consiglio degli
ottocento; ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una mera
apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso cosa fu ingiunto
al podestà: «Item che fusse tenuto con quello consiglio meglio li
parirebbe (al podestà) con dui homini per porta, elegere la mità de la
mità del consiglio de li octocento, che spectava a la societate de'
capitani e valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fosseno
electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma fusseno
electi li quatrocento appartenevano ala societate de Mota e Credentia».
Da ciò vediamo come non rimaneva più nemmeno alla città la nomina dei
suoi rappresentanti. Il consiglio che rappresentava la repubblica,
ogni anno si cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e la
metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata dal podestà,
che aveva giurato di obbedire ai mandati di Napo della Torre; la sorte
faceva eleggere il rimanente, se pure anche questa sorte non era una
mera apparenza. Così il consiglio era unicamente una macchina destinata
a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, mentre la città
era governata dal valore di un uomo solo; il quale, vigorosamente
contenendo i nobili, lasciava che il popolo gliene sapesse buon
grado; quasi a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine
di preservarlo dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione
i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente esposte sulle
strade a piacere del popolo, gli spettacoli pubblici di giostre e
tornei, un costume semplice, affabile, popolare, tutto si univa in Napo
per renderlo l'uomo il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità
senza che il popolo se ne avvedesse.

Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta che allora si
batteva nella zecca di Milano, nè alcuno di sua famiglia ve la pose.
L'Impero si considerava vacante, e le monete nostre, sì d'oro che
d'argento, avevano da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i
santi Gervaso e Protaso, ovvero una croce, col nome _Mediolanum_,
senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia raccolta ne
ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine cominciarono a
comparire nella città. Ma per far questo, e molto più per sostenere
le frequenti guerre co' vicini, e assoggettarli alla dominazione de'
Torriani, non meno che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i
giuochi frequenti, era necessario l'accrescere i tributi e metterne
di nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al tempo di
Martino della Torre, venisse formato il catastro dei fondi stabili, e
sopra di esso ripartito il carico. L'anno 1271 s'imposero dieci soldi
e cinque denari per ogni cento lire del valore de' fondi, e l'anno
1275 s'imposero due lire di terzioli sopra di ogni centinaio di lire
d'estimo. La più antica memoria che abbiamo della gabella del sale
ascende all'anno 1272[595].

I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano assai gravosi
a primo aspetto, ora che il valor capitale delle terre si calcola
comunemente moltiplicando trentatre volte la rendita annuale. Un
campo che produca tre scudi all'anno al padrone, si calcola valere
cento scudi; e cento scudi dati a mutuo oggidì rendono il frutto di
scudi tre, o tre e mezzo all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure
assai maggiori. Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne
da noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse
esigere il frutto del prestito più di tre soldi per lira[596], che
corrispondono al quindici per cento. E poichè tai frutti produceva
il denaro al limite moderato dalla legge, forza era che il valore dei
campi proporzionatamente diminuisse; non potendosi sperare che alcuno
comprasse per cento lire un fondo, se da esso non potesse ricavarne
ogni anno quindici lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di
soldi dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi,
era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo ricavo;
e sebbene assai più importante fosse quella del 1275, cioè di lire
due per ogni cento lire di valor capitale, ella pure si riduceva alla
settima parte dell'entrata. Su queste imposizioni veggansi il nostro
conte Giulini[597].

Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno dei nobili; e così
Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava i mezzi per sempre
più indebolirli e rinfiancare il suo partito. (1275) Un seguito di
prosperi eventi aveva innalzato Napo della Torre, il quale, anche per
appoggiare sempre più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia
dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, seguita l'anno
1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità di vicario imperiale in
Milano; dignità la quale costituiva Napo luogotenente dell'imperatore,
e davagli tutto l'esercizio della suprema autorità che nella pace
di Costanza era stata accordata ai Cesari. Questo titolo di _vicario
imperiale_ servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti, come
vedremo.

Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e dei Torriani. Se
Napo avesse conservato, anche in mezzo degli avvenimenti felici, la
moderazione, i suoi nemici verisimilmente non avrebbero potuto giammai
prevalere. Ma due cose furono cagione del rovescio di sua fortuna:
la prima fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo
chiaramente dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra
fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii nobili
al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe smascherato, e
assai distante da quella dolcezza ch'egli, sino a quel punto, aveva
saputo mostrare. Molti nobili milanesi andavano esuli dalla patria,
o scacciati da Napo, ovvero spontaneamente sottrattisi ad un governo
nemico. (1277) Poichè videro intiepidito il favore del popolo, i nobili
fuorusciti si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule da
quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui radunati, con
varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni sul milanese;
sin tanto che, nel giorno memorabile 21 di gennaio 1277, sorpresero
i Torriani a Desio, borgo distante dieci miglia dalla città, e fatto
un macello de' Torriani, che appena s'erano avveduti d'aver vicino il
nemico dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere.
Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto il popolo lo
acclamò signore. Così terminò Napo della Torre, il quale sopravvisse
ancora un anno e mezzo, miseramente rinchiuso entro di una gabbia,
in cui cessò di vivere e di soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I
Novaresi, i Pavesi, i Comaschi ed altri del contado istesso di Milano
avevano resa forte l'armata dell'arcivescovo.

L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo potè rimanere principe
tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre non fosse più capace
di fargli ostacolo, comparvero in campo molti signori della famiglia
della Torre, e fra questi il patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone,
Gotifredo, Salvino ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie,
sino sotto le porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la
condizione di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre una
valida resistenza, e perciò l'arcivescovo, costretto ad eleggersi
un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani suoi nemici,
stimò miglior partito il dare la signoria di Milano al marchese di
Monferrato per dieci anni, colla facoltà della guerra e della pace.
Questa dedizione, cominciata nel 1278, non durò che quattro anni soli;
giacchè, battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno
da non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando il
timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, le di cui forze
erano di molto peso, non ebbe ritegno alcuno di violare il contratto.
(1282) Colse il momento opportuno, e, montato a cavallo, il giorno 27
dicembre 1282, coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò
gli ufficiali tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sè.
Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene dallo spirito
del sacerdozio, sono una prova de' progressi che la ragione e seco lei
la virtù hanno fatto ai tempi nostri, ne' quali ad alcuni sembreranno
o supposti o esagerati questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì
che l'arcivescovo adottato peravesse suo figlio Guido da Castiglione,
e che Milano venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perchè
una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. Ma il Calco
ce lo attesta:[598] _Sacris interdicta manserat civitas Mediolanum ex
controversia qua per injuriam gens Mirabilia priorem Pontidae premere
videbatur_[599]; e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta
la città. La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa
sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano al
marchese di Monferrato; non però la diede violando le apparenze della
libertà, poichè anzi ne ottenne l'adesione del pubblico consiglio;
e mentre comandava il marchese, si continuarono ogni anno a creare
due magistrati, uno col nome di _podestà_, e l'altro con quello
di _capitano del popolo_, e sempre si eleggeva il consiglio degli
ottocento; consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che non
rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza, perchè
composto da membri non eletti del popolo. Il signore creava il podestà
e il capitano del popolo; i quali, siccome dissi, giuravano obbedienza
a lui; e il podestà e capitano creavano il consiglio. La città era
realmente priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del marchese
d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese di Monferrato: ma le
fazioni interne erano almeno frenate, e non rimanevano da soffrire che
gl'insulti d'un solo, sempre da principio cauto nel celare, l'abuso del
potere non solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali
trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria di
Milano, si creò il _Tribunale di Provvisione_, ossia dodici sapienti
uomini che presiedevano alla provvisione del comune di Milano. Ciò
viene dall'erudito conte Giulini fissato all'anno 1279[600], e quel
tribunale e il podestà sono le due più antiche magistrature che
ancora ci rimangono. Il _podestà_ cominciò coll'anno 1188; e poco
manca a compiere il sesto secolo dalla sua istituzione, e i dodici di
provvisione contano l'antichità di cinque secoli già trascorsi.

Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato di quello
di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo che l'imperatore
Rodolfo facesse lega con lui, quantunque avesse fatto morire entro
di una gabbia il suo vicario creato dieci anni prima. Ma l'influenza
dell'Impero, dopo le seguite vicende, era assai debole nell'Italia, e
conveniva cogliere ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò
Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone Visconti con
maggiore impeto si volle mostrar prepotente. Egli bandì le famiglie
che gli erano sospette, e fece diroccare le case de' signori da
Soresina. Poscia, disgustatosi del figlio adottivo fece diroccare
parimente le case di Guido Castiglione. Indi, dopo una concordia
giurata, l'arcivescovo istesso a tradimento s'impadronì di Castel
Seprio, e distrusse quella rocca, celebre per la tradizione che in
quel luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gli Insubri,
e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; e fece porre
negli statuti:[601] _Castrum Seprium destruatur, et destructum perpetuo
teneatur, et nullus audeat vel presumat in ipso monte habitare_; e
questo statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei
tempi e di Ottone, c'insegna:[602] _Cum suspicionibus piena omnia
viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari dubitabat, proindeque
armatas cohortes die noctuque circumire urbem, et ne conventus inter
cives fierent curare jussit_[603]. Cercava, coll'orribile argomento
delle torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era
insomma un cattivo principe, come lo sarà sempre un uomo pauroso
e potente. La città sentiva il peso d'un tal nuovo governo. Era
probabilmente vicina una strage, se l'arcivescovo Ottone opportunamente
non si piegava, abbandonando ogni cura civile a Matteo Visconti, suo
pronipote, capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288. Ottone
sopravvisse ancora sette anni oscuramente, pieno di paura della
morte, ed attorniato da' medici, i quali non lo abbandonavano mai; e
coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto anni, morì, il giorno
8 agosto 1295, a Chiaravalle. Il tumulo di questo Ottone, il primo
de' Visconti che ebbe la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo,
ove fu trasportato dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene
sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo
Giovanni Visconti, postogli da poi, allorchè venne tumulato nella
stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone durò circa undici anni.
Egli nulla fece che meriti di essere dalla storia ricordato con lode.
Si può dire in sua discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la
mancanza di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo
dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero, è un tratto
d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così non si doveva da lui
tradire un principe coll'assistenza del quale era stato liberato dalle
mani de' Torriani nemici. La fede mancata a Guido Castiglione, dopo
appena giurata concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti
in Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rocca, nemmeno
può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le case diroccate, la
pusillanime paura di morire, anche dopo d'esser vissuto ottant'anni,
mostrano un uomo che nulla aveva di grande, nulla di generoso, e che
forse nessun altro talento aveva per diventar principe, che la smania
di comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza
di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da due secoli e
mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato al capitolo quarto.
Nè questo cambiamento possiamo attribuirlo alle armi da fuoco, le
quali si cominciarono ad usare più di mezzo secolo dopo. Forse si
cambiò l'usanza del carroccio, perchè allora si introdusse quella di
stipendiare una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia,
e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà avuto bisogno
di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: il che faceva di
bisogno per rendere uniformi e cospiranti ad un fine le mosse di una
moltitudine di cittadini, condotti a combattere senza una determinata
educazione a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare
truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva alla signoria
d'un solo: perchè allontanava da una parte il popolo dall'uso delle
armi e lo disponeva all'obbedienza, e dall'altra parte dava il comando
d'una forza preponderante nelle mani d'un uomo solo: forza composta di
elementi staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere
di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente dipendenti
affatto dall'arbitrio del comandante.

(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, cominciò la
signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano _Matteo Magno_. Io
mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per distinguerlo da un altro dello
stesso nome che regnò poi. Il Fiamma ci attesta che, sino dal principio
del suo governo, Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate,
e non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai sangue
d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie dei borghi e delle
terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli era molto compiacente verso
dei nobili; agile di corpo, e di tale robustezza, che colle sue mani
spaccava il ferro di un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza,
era morigerato; che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva
colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione,
e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi,
e i renitenti castigava:[604] _Cum autem praedictus Matheus Magnus
Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine
nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis,
quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas
devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni
quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat;
aliter, ipsos grariter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter
audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis
conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit.
Dominia burgorum et villorum inter nobiles dividebat: omni tamen anno
istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem
sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii
manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat_. Vedremo poi
che Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno gli
onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il leggere qual giuramento
facesse Matteo Visconti come capitano del popolo per cinque anni;
il Corio ce lo ha tramandato:[605] _Ad honorem Domini nostri Jesu
Christi, et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosi
confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, Dionisii, et omnium
sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, et summi pontificis, et domini
regis Romanorum, et ad conservationem Status venerabilis patris domini
Othonis, sanctae mediolanenses Ecclesiae archiepiscopi, et ad bonum,
tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, ac omnium
amicorum et ad mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et
ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee_, così a Matteo Visconti
diceva Francesco da Legnano, _vos, domine capitanee, jurabitis
regere populum Mediolani ab hodie in antea, ad annos quinque proxime
venturos, bona fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis
ipsum populum... et statuta... et si deficerent, servabatis leges
romanas_[606]. I signori della Torre avevano il capitaniato del popolo,
perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale capitano, indi
Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. Nel giorno di sant'Agnese,
Ottone Visconti vinse i Torriani a Desio; nel giorno di san Vincenzo,
Ottone s'era impadronito di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano
ultimamente stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per cui
que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento felice
de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora più alcuno, assumendo una
solenne dignità, di promettere[607] _mortem et destructionem marchionis
Montisferrati, et ejus omnium sequacium_: giuramento crudele, iniquo
e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico, se non la
riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza di non riceverne
di nuovi, non mai la morte e distruzione di esso e de' suoi; pensiero
atroce, che offende la religione e persino le stesse leggi di natura.
Merita osservazione altresì il vedere come si cercassero le leggi
romane per servire ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la
qual reviviscenza del gius romano presso di noi è la più antica memoria
sinora osservata in questo giuramento, fatto l'anno 1288.

La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli era appena
capitano del popolo per cinque anni, e terminavano coll'anno 1292. I
Torriani, sebbene colla disfatta di Vaprio, seguita nel 1181, fossero
stati per allora ridotti all'impotenza di nuocere, non vennero ivi
estinti, e, col tempo, ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca
ed Errecco della Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le
terre milanesi. Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di
Monferrato, nominato nel giuramento solenne del nostro capitano del
popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, e finì i
giorni suoi entro di una gabbia, come Napo della Torre. L'umanità geme
alla memoria di tai venture! Quasi tutte le città della Lombardia
avevano, verso la fine del secolo decimoterzo, due fazioni e due
famiglie prepotenti che si disputavano la signoria, come accadeva
in Milano fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva i
Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; Vercelli,
gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i Suardi; Lodi, i
Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani; e così altre città
erano internamente lacerate da' partiti. Mentre in tale imbarazzo
si trovava Matteo I, due frati si posero a predicare pubblicamente
per Milano la Crociata per Terra Santa, e radunavano molta gente
pronta ad abbandonare la città per le indulgenze di quella impresa.
Matteo perdeva sè stesso e la signoria, se avesse concesso che si
allontanassero dalla patria le persone atte alle armi nel tempo
in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò impedì questa
emigrazione[608]: il che poi fu uno dei capi di accusa che vennero
fatti a Matteo. Cercava accortamente Matteo I di fiancheggiare la
sua nascente sovranità. Egli signoreggiava in Como, in Alessandria,
in Novara e nel Monferrato, in qualità di capitano temporario del
popolo di quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di
Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona che lo
impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo di vicario
imperiale. Non cercava Matteo la signoria della sola città sua patria;
più vaste erano le sue mire, e nulla meno desiderava che d'essere
signore della Lombardia tutta. (1294) Il nuovo cesare era poco sicuro
sul suo trono; nella Germania aveva un potente partito contrario,
al quale finalmente dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non
furono inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo noi
che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto quell'augusto a
spedire a Milano, siccome fece nell'aprile dell'anno 1294, quattro
legati cesarei; i quali, introdotti nel pieno generale consiglio,
vi pubblicarono l'imperiale diploma, in cui Matteo Visconti veniva
dichiarato vicario imperiale in Milano e per tutta la Lombardia,
con mero e misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani.
L'accorto Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli non
accettava quella sublime dignità, salvochè il consiglio generale non
l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato da quel consiglio,
scelto da Matteo medesimo, mutabile ogni anno, e che si pretendeva
che si rappresentasse il volere de' cittadini, dai quali non aveva
ricevuta veruna commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare
la dignità. Nè meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in modo che
in quel diploma medesimo l'imperatore assai onorevolmente confermasse
tutti i privilegi della nostra città, la qual graziosa conferma
dispose i cittadini a giurare volentieri fedeltà all'imperatore,
e indirettamente al suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la
Lombardia, per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma
non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di Lodi,
di Crema ed alcun'altra avevan anzi fatto lega co' signori della
Torre, per bilanciare la potenza del Visconti. Matteo prudentemente
pensò a farsi confermare dai Milanesi per altri cinque anni capitano
del popolo, per togliere ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere
sempre temporaria e dipendente dal consiglio la signoria esercitata.
Tale era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro seppe
adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze.

(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cioè Alberto
re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a Matteo Visconti il
diploma di vicario imperiale, che quattro anni prima aveva ottenuto.
Il titolo che si dava a Matteo era:_ Al magnifico ed egregio uomo
il signor Matteo de' Visconti_. Varie città, siccome dissi, eransi
collegate coi Torriani a danno del Visconti, la di cui rapida e la di
cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti piccoli Stati,
i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, alla tirannia di più
padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne un solo, se la lusinga
d'una chimerica libertà non gli avesse sedotti. Le terre del milanese
erano devastate dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconti
fece radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile
1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei Torriani, i
guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze loro, le nostre, gli
appoggi su i quali potevamo noi far conto; indi propose il partito se
convenisse fare la guerra ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare
l'adunanza, affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di
ciascuno. Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata la
città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e dei nomi;
e credendosi considerati i pochi avveduti, per l'artificio medesimo
che adoperava colui che aveva il potere nelle mani. La determinazione
del consiglio fu di confermare per altri cinque anni Matteo Visconti
capitano del popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo
piacimento. Il credito di Matteo era tale che i Veneziani e i Genovesi
lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, ch'egli terminò; e
quasi tutta la Lombardia si reggeva da lui. Alla moderazione e prudenza
aggiungeva Matteo la liberalità pubblica. (1300) L'anno 1300 egli
ammogliò Galeazzo, suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di
Azzone VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. Lo sposo
era più giovine della sposa. Galeazzo aveva ventitre anni, e Beatrice
trentadue. Fra le singolari pompe che diede Matteo all'occasione di
queste nozze illustri, per otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e
bevanda per chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille
convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità
di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo lasciava che il
papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse della chiesa milanese a
suo libero arbitrio, eleggendo i candidati per qualunque beneficio,
e dando ordine ai regolari senza saputa dell'arcivescovo; insomma
comandando senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica.
Pareva in fatti consolidata la signoria di Matteo di modo che nessun
avvenimento potesse rovesciarla giammai, ma l'amore paterno deluse
la politica nel cuore di Matteo: il che non lo rammento per biasimo,
anzi per lode; giacchè è grande colui che talvolta è sedotto dalla
benevolenza. Un cuor gelato, che lascia l'ingegno arbitro de' propri
interessi in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo; e gli uomini
tutti, e molto più i principi, si possono non credere benefici, sin
tanto che, mostrandosi tali, promovono i propri interessi; ma laddove,
beneficando, li pregiudicano, forza è conoscere l'animo loro sensibile
e generoso. Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di suo
padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano del popolo.
I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro scorrerie lo Stato. Il
nuovo capitano del popolo, senza sperienza militare, senza talenti, col
solo inquieto ardimento dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni,
ora contro de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi, con nessun profitto,
e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, Errecco e
Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, ed avevano in favor
suo Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Crema, ed il giovine marchese di
Monferrato. Tutta questa lega era combinata per ricondurre i signori
della Torre in Milano e deprimere la nascente potenza de' Visconti,
il governo de' quali era spiacevole per la condotta imprudente di
Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel quale i
Visconti caddero alla condizione di semplici privati. Matteo non ebbe
altro partito da prendere se non quello di ritirarsi a Peschiera presso
il lago di Garda, indi a Nogarola nel Veronese, dove con pochi beni di
fortuna si pose a vivere una vita libera e campestre, lontana da ogni
cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il marchese suo
cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone Visconti. Ho risparmiato
al lettore il racconto delle zuffe datesi con varia fortuna in questa
ed in altre occasioni, e lo risparmierò sempre, fuorchè non siavi
qualche circostanza che sembri meritevole di essere conservata nella
memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato. Galeazzo
aveva impeto, ma non condotta. Dovettero per ciò soccombere a forze
assai preponderanti.

(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno 1302, dopo
venticinque anni d'esilio, mostrarono nei primi cinque anni d'essere
alieni da ogni vista ambiziosa, e di volere essere cittadini di una
patria libera; non ottennero dignità alcuna. La città si reggeva co'
soli magistrati, il podestà e il capitano del popolo. Si nominavano
ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata libera la
patria se i consiglieri avessero ricevuta la loro dignità all'elezione
del popolo. Nondimeno la rispettosa opinione verso i signori della
Torre non era svanita. Morì in Milano Mosca della Torre, e il di lui
funerale si celebrò con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere,
e trasportandolo sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco.
(1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, e a lui venne
offerta la carica di capitano del popolo per un anno, e l'accettò il
giorno 17 dicembre 1307. Fu tanto gradito il governo di Guido alla
città, che, al terminare dell'anno, per acclamazione pubblica, non
solo venne creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto
si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso casato,
ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi statuti; il quale
attributo, costituendolo legislatore, gli dava la vera sovranità.
Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo avvenimento, quando vide
attorniata la sua casa dai popolari applausi; e accondiscese quasi a
stento a portarsi alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed
ivi dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare il
giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa, e sincera
la renitenza in Guido della Torre, il quale, dimenticando le gabbie
orrende che avevano rinchiusi Napo suo zio e il marchese di Monferrato
suo amico, non pensò mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che,
privo di denaro e di forze, viveva tranquillamente alle sponde
dell'Adige. Guido non potè piegarsi mai alla dissumulazione, anche in
tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello.

Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più legittima
d'ogni altra, poichè spontaneamente offertagli dai voti pubblici, si
preparava nella Germania la di lui rovina coll'elezione di Enrico
di Lucemburgo, innalzato alla cesarea dignità. Guido in mezzo alla
prosperità, fece chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando
sperasse di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome di
Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; e la risposta
fu precisa; _come io viva lo vedi, passeggiando e adattandomi alla
fortuna; per ritornare alla patria aspetto che i peccati de' Torriani
sieno maggiori de' miei_[609]: tale fu il riscontro ch'egli fece
fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora a Matteo, ma
dispersi, abbattuti e proscritti. Fra questi merita distinta menzione
Francesco da Garbagnate, milanese, esiliato per essere del partito di
Matteo; uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva egli
in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da quest'esercizio il
suo vitto. Ma poichè intese l'elezione accaduta in Germania di Enrico
di Lucemburgo, annoiato egli della sua ristrettissima condizione,
e probabilmente a ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e,
col denaro che ne potè adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in
Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il Garbagnate
era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, accorto, informato
dello stato d'Italia, e probabilmente parlava la lingua tedesca. Si
presentò al nuovo augusto in un momento felice, e fu bene accolto
ed ammesso fra gli stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non
potevagli essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve
seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò la
sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente del
carattere di ciascuno de' signori che possedevano le città lombarde,
degli appoggi, delle amicizie, degli odii di ciascuno, delle loro
forze, dello stato di ciascuna città: il che alla venuta che fece poi
Enrico nell'Italia, lo trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai
dimenticava ne' suoi discorsi con cesare il suo Matteo Visconti, di cui
la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza, la moderazione,
il disinteresse, la beneficenza e tutte le virtù venivano poste in
tal lume, da invogliare l'imperatore a conoscerlo, e preparare la
confidenza in lui, come il più conveniente di ogni altro per terminare
le intestine discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle
città lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui
capricciosa fortuna l'avea gettato.

L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove disegnava di
ricevere la corona del regno italico prima, indi la imperiale. (1310)
Egli previamente spedì a Milano il vescovo di Costanza, il quale,
nell'aprile dell'anno 1310, si presentò al consiglio generale; ed
ivi ricercò, seguendo l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari,
che la comunità facesse accomodare le strade e i ponti per dove
il nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni ed i
vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare il sovrano.
Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che viveva in quei tempi,
espone l'arringa officiosa di quel vescovo; il quale, fra le altre
cose, disse che Enrico di Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana
col diadema d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona
di ferro:[610] _Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti per
ferrum et istrumenta ferrea caetera metalla domantur, sic per salubre
consilium, nec non praeclaram armorum virtutem italicorum, et praecipue
Mediolanensium, domare debet imperator caeteras nationes._ Il punto
era assai scabroso per Guido della Torre, il quale, come capitano
perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi alla domanda, era lo stesso
che il dichiararsi apertamente ribelle; la domanda era giusta, conforme
alla pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; nè si poteva
contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; e Guido
non era sicuro d'essere secondato dalle altre città, ossia da molti
vacillanti principi che le reggevano. L'aderire alla richiesta era lo
stesso che porre nelle mani del nuovo eletto la città, la signoria
acquistata, e la propria persona. Promettere tutto, e mancare poi,
non lo permetteva il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per
darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, un
giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio da Fara. Incominciò
questi un discorso ampolloso, magnificando primieramente la maestà del
romano Impero, il rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che
sempre la città di Milano aveva dimostrato ai cesarei benefici; passò
quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per ricevere
la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati col ferro in Milano, e
coll'argento prima nella Germania; viaggio di somma importanza e per
il sublime personaggio che lo fa, e per la sacra solennità che viene
a celebrarvi; poi discese a trattare della venerazione che meritava
il vescovo di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per
l'importantissima legazione che eseguiva, rappresentando il più gran
monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione concluse essere
perciò quest'affare della maggior importanza, o si risguardi l'eccelso
principe che lo promoveva, o il venerabile ministro che lo annunziava,
o la maestà della cosa che veniva proposta; quindi, come i grandi
oggetti meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, tempo
perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e preparare una confacente
determinazione. Con tale artificio l'astuto Bonifacio da Fara offrì il
disimpegno per guadagnar tempo e sciogliere il consiglio, come si fece;
e il vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni del
signor Guido della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano.

Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a Milano tutti i
signori che dominavano nelle città della Lombardia ad un congresso,
a fine di concertare il partito che conveniva di prendere intorno la
venuta del nuovo imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni
dopo l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, figlio
di Federico I. Gli imperatori non erano stati dopo quell'epoca nominati
da noi, se non o per qualche diploma, ovvero per le guerre che avevamo
con essi. Radunatisi questi principi in Milano, Guido propose che
tutti seco lui si collegassero a far causa comune per la comune loro
salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, si portasse
questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse la insolita
venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non facendosi, Guido
annunziava, non solamente ecclissato lo splendore delle loro famiglie,
ma schiantata dalle radici la loro dominazione sulle città. Guido
prevedeva esattamente la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il
conte di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che i maggiori
suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi vassallo dell'imperatore,
sosteneva doversi anzi preparar tutto per accogliere quell'augusto
coll'onore e colla riverenza che era dovuta da uno Stato fedele al
suo legittimo sovrano. Replicava Guido, sinora non essere concorsa
nell'elezione di Enrico di Lucemburgo, che la sola Germania; non essere
il regno d'Italia per anco radunato, nè acclamazione o coronazione
alcuna seguíta, onde potesse qualificarsi sovrano legittimo; trattarsi
la questione appunto se convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il
che egli dimostrava contrario ai comuni interessi delle loro famiglie,
e lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di fare che
gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli altri timidità,
fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi vinti dalle parole
di Guido, fosse che l'eloquenza passionata e di sentimento vigoroso,
che trascina le anime energiche, rende diffidenti ed ostinate le
anime piccole e fredde, qualunque ne fosse la cagione, Guido uscì
da quel congresso smanioso, esclamando d'aver trattati con ciechi,
sordi ed insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva
per la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di sè,
che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo palazzo, andava
ripetendo: «Che ho io che far mai con quest'Enrico di Lucemburgo? Che
c'entra egli mai a turbare il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli
dovettero quei di mia casa? Io mai no 'l vidi, nè mai ebbi relazione
alcuna con lui». Così egli diceva; e, rivolto ad alcuni domestici che,
sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: «Dite, dite, rispondete
(esclamava), che cosa ho io che fare con Enrico, o tedesco o francese
ch'ei sia? Cosa gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per
togliermi il mio? Perchè non ci difendiamo noi dunque?» Cercarono
di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso che, dovendo il
re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, siccome aveva egli
disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo avanzare sino al Piemonte;
che ivi poi alcuni di essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando
più da vicino quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero
fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo trovassero;
ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per l'opportuno concerto,
quando mai avessero ravvisato lui disposto a contrastare la loro
autorità. Guido fu costretto ad accontentarsi di questo complimento;
e il congresso fu sciolto con una determinazione che da una parte
doveva alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi,
e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi al coperto
dei danni che poteva loro cagionare. Guido non misurava l'indipendenza
sua colle sue forze. Proibì che nessuno in Milano nominasse Enrico da
Lucemburgo, o ragionasse della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli
si erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido proibì
loro l'uscire dalla città.

Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, venne a
Susa, donde passò a Torino, indi ad Asti. Egli aveva seco la regina
Margherita sua moglie, principessa di una bellissima figura; conduceva
seco molti principi tedeschi e francesi, e lo accompagnavano mille
arcieri e mille uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano
giornalmente incontro coi loro militi, rendevano sempre più forte
il séguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso di Milano si
presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava di pace, di ordine, di
tranquillità civile, e di voler dare questi beni alle città d'Italia,
le quali da lungo tempo ne erano prive. Il re si mostrava imparziale,
non inclinato a fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino
ed in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato
per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati ogni dominio,
restituendo il governo di ciascuna città al suo consiglio generale,
sotto il presidio di un vicario imperiale. Con questo saggio e benefico
progetto ogni gara veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato
governo, veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava
soltanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con utilità
reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero Langosco e
gli altri che più poco v'era da sperare per la loro dominazione; e
conobbero tardi che Guido aveva saputo prevedere.

Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino al nuovo
imperatore, era in Asti, venuto in séguito di lui; nè mai trascurava
l'occasione di encomiare le qualità e il merito di Matteo Visconti.
Allorchè vide il re invogliato di conoscerlo, e che dal re medesimo
ne intese la brama, cautamente operò in modo che Matteo, travestito
e colla compagnia d'un solo domestico, per strade inosservate,
prestamente da Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di
quest'uomo e tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei
Torriani, che, risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario,
un'immensa folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò al
palazzo ove risiedeva il re Enrico, i cortigiani del quale conobbero
di quanta considerazione godesse l'uomo che cercava d'essere al re
presentato, il che subito gli venne concesso. Il Visconti, introdotto
alla presenza del nuovo cesare, levatosi il cappuccio, si gettò a'
suoi piedi, e raccomandò alla giustizia e clemenza sua la persona
propria e i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri
scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori
delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco; che Matteo,
poichè ebbe reso omaggio al re, si accostasse per abbracciare il
conte, dal quale villanamente gli fossero voltate le spalle; il che
desse luogo a Matteo di ammonirlo, essere tempo omai di por fine alle
inimicizie private, e di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica
sotto di un così benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se
questo fatto è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi,
che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati da simili
personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente taluno rinfacciasse
a Matteo Visconti d'essere il perturbatore della Lombardia; e che
Matteo sempre padrone de' suoi moti, pacificamente indicando il re,
null'altro rispondesse se non: Ecco il nostro re, che darà la pace
a ciascuno. Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici
dovette dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il re,
sorridendo, terminò il discorso col dire: La pace per metà è già fatta;
a me spetta il compierla. Così racconta il Corio.

Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli alloggiava
nel palazzo fabbricato quindici anni prima da Matteo Visconti, allora
vicario imperiale dell'imperatore Adolfo; il qual palazzo era situato
dove oggidì vi è la real corte arciducale[611]. Guido aveva al suo
stipendio mille soldati a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di
consegnargli liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva
prigionieri; e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava Guido
che i consigli da' Langoschi e di altri suoi aderenti avrebbero
dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che in ogni evento,
Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate città, avrebbero resistito
alla venuta di Cesare. Il Langosco, in fatti, e gli altri suoi
aderenti adoperarono ogni arte per fare che il re prescegliesse di
farsi incoronare a Pavia, e non venisse a Milano. Ma il Garbagnate
e il Visconti fecero comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza
sin tanto che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi
era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la sua sede;
poichè, padrone una volta della città, e ricevuta che avesse ivi
solennemente la corona del regno italico, alcuno più non avrebbe
osato di fargli opposizione. Il re deliberò appunto di così fare. Al
presentarsi del re colle sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara,
nessuna opposizione ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato
come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali senza spargimento
di sangue, poichè un medico del paese cautamente ve lo introdusse.
Il re non permise che si oltraggiassero i vinti, e il solo uso ch'ei
fece dell'autorità, fu per sedar le fazioni. Informato Guido di tai
progressi, finalmente spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per
rendere omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli
dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso Milano,
dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte con truppe, affine
di preparare gli alloggiamenti; e mentre era innoltrato nel cammino
da Novara a Milano, ricevette un avviso dal maresciallo, che Guido
della Torre non voleva sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al
re; e che non voleva licenziare i mille armati del suo stipendio.
Il re, scostatosi dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi.
Nessuno ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese.
Spedì rapidamente avanti di sè l'ordine che il maresciallo al momento
pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno uscisse incontro del re
fuori della porta della città. La sorpresa, la fama già precorsa della
bontà di quel sovrano, l'amore delle cose insolite, naturale al popolo,
che sente i mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento;
la maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento si
riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della porla della città
ad incontrare l'imperatore. Guido della Torre, per non rimanere solo,
s'indusse egli pure ad uscire; e fu degli ultimi. A misura che il re
s'andava accostando alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli
rendevano omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi,
col loro scudiere, che portava inalberata la loro insegna; e a misura
che compariva il re, le insegne si abbassavano per riverenza. Presso
le porte, al fine della città, comparve Guido della Torre, preceduto
dal podestà, che in quell'anno era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il
podestà umilmente presentò al re il bastone del comando, ch'era il
distintivo della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo
riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato il suo
stendardo; e alcuni del séguito del re de' Romani, ragionevolmente
sdegnati di questo inopportuno orgoglio, si scagliarono sullo scudiero,
glielo strapparono dalle mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata
così ogni pretensione di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re,
baciogli il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico
allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole tuono gli disse:
Sia d'ora innanzi fedele e pacifico; questo è il solo buon partito che
ti resta da prendere.

Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo andò ad
alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real corte, il quale era
signorilmente fabbricato per l'uso di que' tempi. Questa entrata del
re in Milano accadde il giorno 23 dicembre 1310. La prima cosa che
ordinò Enrico fu: che fra le due famiglie Visconti e della Torre vi
fosse una perpetua pace; che le cose passate nemmeno più si potessero
nominare; che da quel punto ogni fazione s'intendesse proscritta ed
abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente ritornassero tutti
nel seno della loro patria, e fossero repristinati nel godimento de'
loro beni. Ciascuno dovette giurare di osservare questa legge, in cui
venne imposta la pena contro i contravventori di mille libbre d'oro:
per fare il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in
que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. Io
quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse chiaramente _mille
librarum auri puri poena_, e non lo avesse pubblicata il nostro esimio
Muratori[612]. Il re Enrico fece dappoi radunare il popolo sulla piazza
di Sant'Ambrogio. Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico
trono, a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre;
e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese a parlare
al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non era venuto in Italia
per proteggere alcun partito, ma per fare indistintamente il bene,
e senza parzialità, a tutti; che egli voleva la pace e la concordia;
ed in prova indicò i signori che unitamente sedevano sui gradini del
trono. Questi benefici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di
due famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità
del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime di gioia e in
applausi al virtuoso e benigno principe; e così l'eloquenza del cuore
della moltitudine coronò, nella più sensibile maniera e nella più
fausta, il principio della nuova sovranità, anche prima della sacra
cerimonia, che si celebrò poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio
1311; dove l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da
ventun'altri vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea del
regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi assistenti furono
quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono di Liegi, di Ginevra,
d'Asti, di Torino, di Vercelli, di Novara, di Bergamo, di Padova, di
Vicenza, di Treviso, di Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma,
di Reggio, di Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di
Trento. Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca
d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, fratello
dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di Savoia, del
Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran numero d'altri baroni
e signori italiani e tedeschi. Il vescovo di Vercelli ebbe l'onore di
cingere la spada al re, al quale vennero con cerimonia consegnati il
pomo d'oro, lo scettro e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse
il rito, imponendogli la corona. È degno di memoria un fatto, ed
è che non fu possibile, per quante ricerche se ne facessero, di
ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla quale era
tradizione che fossero stati incoronati gli antichi re d'Italia. Forse
il far smarrire quell'antico cerchio è stata una minuta animosità di
Guido della Torre; ma vi si supplì ben tosto con poca difficoltà da un
fabbro, che formò d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami
d'alloro intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò
alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, e il
primo nominato fu Matteo Visconti.

Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva cagionato
se non giubilo e consolazione alla città. Ma terminata appena la
incoronazione, venne convocato il consiglio generale; dove, entrando
un ministro del re con un notaio, ricordò ai consiglieri radunati
l'antica usanza del regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato;
e, rivoltosi al notaio: Scrivete, disse, ciò che una città sì grande e
magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno ardiva essere
il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò per qualche tempo in
quella numerosa adunanza. Pure conveniva proferire; e il primo eccitato
a parlare, per liberare sè medesimo d'imbarazzo, altro non seppe
suggerire, se non d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri,
a lui rimettendo il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della
Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno,
replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, così
impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare da quella
briga, e uscire dall'alternativa o di mancare con suo danno ai riguardi
verso del nuovo augusto, ovvero d'esporsi, pure con suo danno, ai
venturi rimproveri dei cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta
non rechi incomodo, persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo a
nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro. Il consiglio
approvò questo donativo. Matteo Visconti non voleva tralasciare
occasione di farsi merito; quindi, dopo di avere anch'egli assentito
al donativo proposto: Quest'è, disse, per l'imperatore; ma lasceremo
noi di offrire qualche segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice?
Presentiamo alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini
d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri tutti,
il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; Guido della
Torre, impetuosissimo uomo e incapace di piegarsi ai tempi, non si
potè contenere; o fosse sdegno contro di Enrico, o fosse insofferenza
vedendo un antico rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò
altamente Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima
liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con ironia: E
perchè non piuttosto il numero compito di centomila fiorini? Il notaio
puntualmente scrisse centomila fiorini d'oro, e si dovettero pagare,
malgrado i maneggi fatti poscia inutilmente per diminuire tal somma.

Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini
d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta
la città, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un
privato, il che poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti
e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare,
anche sopra de' più autentici documenti, perchè i costumi, co' secoli,
si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola una legge che imponesse
la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sarà
stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore.
Forse anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene
pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene
personali, cioè fissando una somma impossibile, la quale, non pagata,
il delinquente cadeva in potere del legislatore. È noto come il fiorino
d'oro è la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da
Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino;
che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare in Firenze
l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, che molti altri
Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre
secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete
che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra
dei santi Gervaso e Protaso, e colla data _Mediolanum_, possa essere
coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare
la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce
altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poichè
l'Impero era vacante[613].

Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi
ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva
quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data
a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli
armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne
staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che
l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in
cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti
o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co' loro
aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nominò cento
nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato
nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i
più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che
infatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla città,
che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti
per lo contrario, cercavano il pretesto onde poterne sventarne l'idea;
e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro
per un decente corredo: mancanza in parte vera, poichè gli espulsi, nel
tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comandò adunque il re
che la comunità di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti
per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo
fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili passioni
rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti
operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico
del re, che altro non toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I
centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in
modo cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò
la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per equipaggiare i
cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far
nascere l'avversione contro del re e dei tedeschi, come invasori dello
Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava già a spargersi la
tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re,
nel quale comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del re,
proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de' cento
nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la
sala del consiglio, quella cioè dove attualmente si trova l'archivio
pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio
occupò tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri
rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro.
Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, partì dal
consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie,
sì che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al
quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procurò di animarlo
contro de' Milanesi, gli significo come la città fosse inquieta; che
fuori di porta Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi
veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso
colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi
per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto
nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno;
eccitò l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che non poteva
guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere
i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale
fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un
miglior naturale del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i
consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli
andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il quale merita
d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Così
venne fatto. Questa nel saggio monarca era virtù, era umanità, nobile
sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione.
Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti
d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con
varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri
della città.

La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno.
Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette
già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita
che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo
che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi
crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi
li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo
di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se,
appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena
onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia contro
dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il
tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati.
Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare
i forestieri, a cagione dei quali s'erano imposte le ultime gravezze.
Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali
erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle
Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de'
Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme: ma
le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in
modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende
da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo,
figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della
Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi potè Galeazzo
accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era
sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di
non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la
macchia piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a
disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti
nascose entro di un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era
già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose
a sedere sotto il portico del suo cortile, e fece venire intorno di
sè alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare,
come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che
dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare
Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente
gl'imperiali e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in
quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo,
spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un
buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire
cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, i quali non
ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei
Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre,
vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il
baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i
Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La
persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè per questo
impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e
male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro
vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per
renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di
Guido, giunsero a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò
da letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro un
monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico,
e potè nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'imperiali
con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de'
Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte
al saccheggio dalla licenza militare.

Mentre questa tragedia si eseguì in Milano, Matteo Visconti, e Galeazzo
di lui figlio, rappresentavano due scene in luoghi distinti. Matteo
aveva comandato a Galeazzo di starsene in casa sino al di lui ritorno.
Ma Galeazzo appena fu il padre uscito, si armò, si pose a cavallo
e si mostrò per le strade. Matteo Visconti, poichè vide sgombrati
gl'imperiali della sua casa, si portò disarmato dal vescovo di Trento,
cancelliere imperiale, e lo pregò di volerlo presentare al re; mentre
non osava di presentarglisi solo nel momento in cui poteva ogni
cittadino essere sospetto. Il vescovo fu compiacente; e la spontanea
presenza del Visconti, i suoi ragionamenti, la relazione dello stato
in cui venne sorpreso nella sua casa, persuasero il re che Matteo
fosse innocente: e tutta la trama ricadde soltanto sopra i Torriani.
Probabilmente o non vi fu intrigo dalla parte di Matteo, ovvero fu
concertato dal solo Galeazzo senza saputa del padre. Nel momento poi in
cui scoppiò il tumulto, facilmente Matteo avrà conosciuto come fosse
stata ordita la trama. Mi piace, se posso, senza mancare alla verità,
di togliere quest'ingrata e bassa accusa alla memoria di un uomo la
di cui vita non presenta azioni nere; e mi piace pure di non lasciare
al buon re Enrico un inganno, per mercede della bontà del suo animo.
Matteo da Enrico non aveva ricevuto se non beneficii. Per lui aveva
riacquistati i beni e la patria. Per lui il sommo potere non era più
fra le mani di Guido, suo nemico, da cui doveva temere nuovi danni
se cessava il potere d'Enrico. Quindi a me sembra poco verosimile
la congiura di cui alcuni nostri autori lo voglion complice, e della
quale minutamente descrivono persino i familiari colloqui di Guido con
Matteo. Forse i Torriani con tai dicerie cercarono poi d'offendere la
fama di Matteo, la sola che avevan forze bastanti per invadere; egli
scrittori ne furono sedotti facilmente; perchè riesce più frizzante
la storia, quanto più malignamente dipinge gli uomini; e lo storico
signoreggia più, indicando ingegnosamente le cagioni, ancor false,
anzi che raccontando i fatti soli, ove siano incerte le cagioni, che
li produssero. Io mi crederò onorato ancora più rendendo un omaggio
costante alla verità. Si può credere innocente anche Galeazzo, di lui
figlio, il quale uscì armato; e, inalberando l'insegna della vipera,
aveva radunato un buon numero di cavalieri, che marciavano dietro
di lui pronti a combattere. Questo drappello marciava dal Bocchetto
al Corduce, quando improvvisamente se gli fece incontro un grosso
squadrone di imperiali, in numero da non cimentarvisi. Gl'imperiali
avevano già le lance in resta, ma Galeazzo, alzata la visiera, si
diè a conoscere venuto per unirsi a combattere contro i sediziosi e
in servizio del re. I tedeschi erano comandati da un vescovo[614].
Con essi si accompagnò Galeazzo, e fece in modo che s'introdusse
nella città un corpo di austriaci acquartierati a San Simpliciano,
che allora esisteva fuori della mura. Accadde in tale occasione
che il duca Leopoldo d'Austria, passando in mezzo a questi popolari
tumulti, nelle vicinanze della chiesa di San Marcellino corse pericolo
d'essere traforato da una lancia, se un suo fedele non avesse spronato
il cavallo, e, postosi di mezzo, salvata la vita a questo giovine
principe, glorioso ascendente dell'augusta casa d'Austria. La lancia
fortunatamente passò fra le vesti del generoso suddito, senza nocumento
di Leopoldo.

I Torriani in quel giorno perdettero per sempre la patria, da cui
vennero proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che
posero in opera per ritornarvi. Così terminò la dominazione de'
Torriani, la quale interrottamente durò anni trentatre, cominciando da
Martino, che, nel 1247, intraprese a reggere il popolo, e lo resse per
anni sedici, poscia Filippo, per anni due, indi Napoleone ossia Napo,
per anni dodici, poi (dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo)
Guido della Torre lo resse per anni tre sino al 1311, il che forma il
periodo di trentatre anni. Non ho interrotto il racconto di questa
interessante serie di avvenimenti colle frequenti citazioni, perchè
l'epoca è assai nota, quantunque gli autori raccontino variamente le
circostanze. Chi bramasse di esaminare il fatto dalla sorgente, vegga
il tomo XII della Raccolta _Rerum Italicarum_; Bonincontro Morigia,
Cronaca di Monza[615]; Giovanni Villani, Storia, lib. IX; Cronaca
d'Asti[616]; Giovanni da Cermenate, Istoria[617]; il Corio, all'anno
1311; e più d'ogni altro, la diligente e laboriosa opera del nostro
conte Giulini, al tomo VIII.


  FINE DEL TOMO PRIMO.



INDICE DI QUESTO TOMO


  _Notizie di Pietro Verri_                                Pag.   1
  _Prefazione_                                              »    31

  CAPITOLO PRIMO.

  _Antichità di Milano sino alla devastazione di Attila,
    seguita nell'anno 452_                                  »    37

  CAPITOLO II.

  _Della rovina di Milano sotto i Barbari nel quinto e sesto
    secolo; e dello stato della città ne' secoli successivi,
    sino al di lei risorgimento_                            »    64

  CAPITOLO III.

  _Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo_  »    89

  CAPITOLO IV.

  _Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad
    essere la più importante città della Lombardia nel
    secolo                                                  »   115

  CAPITOLO V.

  _Dissensioni civili pel cambiamento della disciplina
    ecclesiastica dopo la metà del secolo XI_               »   145

  CAPITOLO VI.

  _Della nascente repubblica di Milano sino all'imperatore
    Federico I_                                             »   184

  CAPITOLO VII.

  _Della rovina di Milano sotto l'imperatore Federico I_    »   213

  CAPITOLO VIII.

  _Umiliazione dell'imperatore Federico, e stabilimento d'un
    sistema politico_                                       »   253

  CAPITOLO IX.

  _Stato della repubblica di Milano, e sua costituzione
    incerta dalla morte di Federico I sino alla metà del
    secolo XIII_                                            »   283

  CAPITOLO X.

  _Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza
    della casa Visconti, sino al cominciamento del
    secolo XIV_                                             »   316



NOTE:


[1] Cremona, nella stamp. Manini, un vol. in 8., di pag. 330.

[2] Discorso recitato nell'apertura della Società Patriottica di Milano
nel dicembre del 1778. — Ved. _Atti della Società._ t. I, p. 30.

[3] Veggansi nella Raccolta degli Economisti Italiani le _Notizie di
Cesare Beccaria:_ Parte moderna, tom. XI, p. 3 e 4.

[4] I nomi dei benemeriti cooperatori al detto Giornale, colla
indicazione delle lettere iniziali con cui segnarono i loro articoli,
sono i seguenti: _A._ Alessandro Verri — _B._ Baillon — _C._ Cesare
Beccaria — _F._ Sebastiano Franci — _G._ Giuseppe Visconti — _G. C._
Giuseppe Colpani — _L._ Alfonso Longhi — _NN._ Luigi Lambertenghi —
_P._ Pietro Verri — _S._ Pietro Secchi — _X._ Paolo Frisi.

Questo catalogo è stato stampato la prima volta da Lalande, nella
Relazione del Viaggio ch'egli fece in Italia due anni dopo la
cessazione di quel giornale. Veggasi _Voyage d'un Français en Italie_,
edizione di Parigi, 1709, tom. I, pagina 374.

[5] «La Ferma generale ha avuto principio nel 1750 per opera del
generale Pallavicini, ministro plenipotenziario, il quale abolì i
separati appalti delle Regalie del sale, tabacco, polvere ec., e,
riunendole in un sol corpo, le affidò ad una compagnia di Bergamaschi,
che avevano poco o nulla al mondo, ma che affrontarono arditamente
la fortuna. Essi pagavano alla Camera cinque milioni all'anno, e
ne ritraevano di netto prodotto sei milioni e mezzo, onde centomila
annui zecchini ne avevano di profitto dal solo negozio. Dico dal solo
negozio, perchè indirettamente poi essi avevano poste tali angarie
alla filanda delle sete, che buona parte della raccolta de' bozzoli
del paese cadeva nelle loro filande, che erano sparse nello Stato, e
comparivano col nome di supposti proprietarii. Oltre di che essi ne
ritraevano molti altri proventi incalcolabili; e così si fecero grandi
e doviziosi». — Verri in una _Memoria_ inedita.

[6] Data da Vienna il 10 aprile 1764. — Sì questa che le altre lettere
e documenti ufficiali, di cui si è fatto uso nelle presenti Notizie,
esistono nell'Archivio nazionale di questa città.

[7] Diploma del 17 dicembre 1765.

[8] De' 29 novembre 1770.

[9] Piano per la regia amministrazione delle Finanze, da cominciarsi
l'anno 1771.

[10] Veggasi il progetto della tariffa sopra accennato.

[11] Verri, nel citato piano per la regia amministrazione delle Finanze.

[12] Milano, presso Giuseppe Marelli, della Prefazione, pag. 10.

[13] Economisti Italiani, parte moderna, cc., tom. XIII, pag. 8.

[14] Prefazione ai _Discorsi_, dell'edizione di Milano, presso Marelli,
1781, pag. 8.

[15] Non dispiacerà di vedere qui riferiti alcuni frammenti di questo
diploma, anche per un saggio dello stile che allora si usava dalla
Cancelleria Imperiale. Ivi si legge: _Ex quo te propius cognoscere
nobis licuit, non potuimus non propensa, quantum optimo cuique,
favere tibi voluntate. Quæ enim duo hominen ad publica negotia
tractanda maxime idoneum constituunt, ferax et acre ingenium, ac
fervens ad agendum animus, non solum in te natura conjunxit, sed ea tu
quoque copioso scientiarum ac eruditionis apparatu, atque indefessa
esercitatione ad actionem reddidisti expeditissima...... Propterea,
ut primum tu in patria tua ad rerum publicarum procurationem nobis
jubentibus accessisti, luculenter illico apparuit ministrum te fore
amplissimum, cujus opera in restauranda, quod tum admodum agitabamus,
et novis institutis ordinanda provinciae aeconomia uteremur... Neque tu
in his expectationi nostrae minus fecisti satis vigilantia, consiglio,
integritate; imo, quod precipuum est, exploratis industriae privatae
arcanis, quibus vectigalium conductores uti solent, et comparata
tibi necessaria ad illorum exactiones dirigendas experientia, viam
quodammodo stravisti, quo facilius tua intercedente opera effectui
dari posset, quo propositum habebamus consilium, universam videlicet
Mediolanensi provinciae reddituum administrationem ad nostros, cum
primum fieri posset, magistratus revocandi. Id quod citius, ac sperare
pronum erat... perfectum est._

[16] Lettera del principe Kaunitz al ministro plenipotenziario conte
di Firmian, dei 21 luglio 1776. — La Società Patriotica era stata
istituita sulle basi più liberali. La gran mente dell'immortale
ministro di Stato di Maria Teresa era persuasa che un troppo immediato
intervento dell'autorità sovrana assidera sovente il vigore de' corpi
accademici, per una soverchia soggezione. Perciò ebbe cura che nel
piano d'istituzione vi fosse per modo mascherata l'influenza del
governo, che vi riuscisse impercettibile. La sua scrupolosa attenzione
su quest'oggetto apparrà maggiormente dal seguente paragrafo di una
sua lettera degli 11 settembre 1777: «Osservo, dice egli, che il
Griselini, nella sua relazione sul libro del Cattaneo, si qualifica
come segretario della _regia_ Società Patriotica. Avendo S. M. voluto
fare un dono alla nazione di ciò che riguarda la dote per questo
stabilimento, ha anche con eguale generosità abdicata da sè qualunque
superiorità o vestigio di essa; onde converrà avvertire i conservatori
che in ogni occasione, anche dai subalterni, facciano solo annunziare
la Società senza qualificarla come _regia_». Grandi furono i servigi
prestati dalla Società Patriotica nei diciotto anni di sua esistenza.
Ma tra le infinite e per sempre deplorabili sciagure, cui soggiacque
l'Italia dopo il 1796, non è tra l'ultime la cessazione di tutte le
società economiche che in essa fiorivano. Questo danno sarebbe pur
facilmente riparabile; e già da circa tre anni la Società de Georgofili
di Firenze e quella d'Agricoltura di Torino hanno riprese le loro
funzioni: e quando vi penseremo noi?

[17] Nel _Postscriptum_ alla lettera dei 30 marzo 1778 al ministro
plenipotenziario.

[18] Ne esiste pure un cenno in uno di que' celebri almanacchi (_Il
mal di milza_) che per una filosofica celia aveva in quell'anno appunto
pubblicati. Egli, sotto forma di un indovinello, vi fa così parlar la
tortura: «Io sono una regina, ed abito fra gli sgherri; purgo chi è
macchiato, e macchio chi non è macchiato; son creduta necessaria per
conoscere la verità, e non si crede a quello che si dice per opera mia.
I robusti trovano in me salute, e i deboli trovano in me la rovina.
Le nazioni colte non si sono servite di me: il mio impero è nato ne'
tempi delle tenebre; il mio dominio non è fondato sulle leggi, ma sulle
opinioni di alcuni privati». Si potea forse esprimersi con maggior
precisione in così brevi termini?

[19] Il principe Kaunitz, che non si lasciava sfuggire alcuna
occasione per insinuare delle idee utili, nell'annunziare al ministro
plenipotenziario la ricevuta di alcuni esemplari di quest'opera, si
esprime come segue: «Io non dubito che l'opera avrà tutto quel merito
che si può sperare dall'erudizione dell'autore, guidato da uno spirito
filosofico e superiore alla maniera di pensare comune a' compilatori
di simili storie, per lo più privi di sana critica. L'edizione è assai
elegante, e mi fa sperare che l'arte tipografica possa successivamente
ritornare in Milano a quel grado di credito in cui era nella prima metà
di questo secolo, e da cui è decaduta». _P. S. alla lettura 4 settembre
1783._

[20] Un cenno di queste stesse riflessioni si è già da me fatto
nelle _Notizie di Cesare Beccaria_. Se in questo oggetto si imitasse
il generoso esempio del signor Wilberforce, che si è assunto di
rinnovare ogni anno instancabilmente nel parlamento d'Inghilterra la
sua proposizione per la libertà dei Negri, chi sa che una volta, o per
persuasione o per tedio, si riuscisse nell'intento!

[21] Veggasi la nota in fine del cap. XXIII, pag. 208 del tom. II.

[22] Essa è detta da Pietro Verri «tragedia di sentimenti grandi,
arditi e liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi;
che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo
pericoloso, quand'anche nasca da nobili principii; che interessa e
sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul teatro,
e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime
gracili e scuote deliziosamente le energiche».

[23] Dopo l'epoca in cui furono scritte queste Notizie, morirono tanto
Carlo che Alessandro.

[24] Parte II, pag. 148, edizione prima di Milano, 1796.

[25] _Meditazioni sull'economia politica_, § XXIV in fine. — Si noti
che la prima edizione di quest'opera è del 1771.

[26] _Memoria della vita e degli studii di Paolo Frisi_, pagina 17.

[27] I Galli... sbaragliati i Toschi non lungi dal Ticino, avendo udito
che il paese in cui si erano fermati si chiamava degli Insubri, nome
pure di borgata degli Edui, cogliendo l'augurio del luogo, fabbricarono
una città, e la chiamarono Mediolano.

[28] Livio, lib. V, cap. XIX.

[29] Sul passaggio de' Galli in Italia questo ci venne riportato.

[30] Quella nazione dicesi aver passate le Alpi.

[31] _Ant. It. Med. Æv._, diss. XXI.

[32] Tanti cadaveri di città semi-distrutte.

[33] _Rer. Italic. Script._, tom II, pag. 691.

[34] Il suolo della città modonese, occupato enormemente dall'eccessivo
straripamento dell'acque, dai ruscelli che scorrono all'intorno e dagli
stagni che straboccano dalle paludi, si vede ancora essere deserto per
la fuga degli abitanti. Laonde anche oggidì si mostra una congerie di
pietre d'ogni maniera, e veggonsi sassi di grande volume, attissimi un
tempo alla costruzione di eccelsi edifizi, ora, come dicemmo, sommersi
dalla frequente inondazione delle acque.

[35] Vitr., lib. 1, cap. 4. — Strab., lib. 5.

[36]

    Alle mura dai Galli edificate,
      Che pelle ostentan di lanuta troia.

[37]

    Che da lanuta troia il nome tragge.

[38] Una città grandissima delle Gallie e popolatissima, nominano
Milano. Questa i Galli Cisalpini tengono per loro capitale.

[39] Plutarc., Vit. Marcelli.

[40] Recaronsi a Milano, città principale degl'Insubri; _Cornelio_,
impadronito essendosi della città, che oltremodo piena era di frumento
e di ogni genere di vettovaglie, insiegue i Galli.

[41] _Polip. Histor._, lib. 2.

[42] Questo monastero più non esiste.

[43] Lib. 3, cap. 2.

[44] Quale e quanto grande fosse la gioia conceputa per l'una e per
l'altra vittoria, può da questo raccogliersi, che e _Domizio Enobarbo_
e _Fabio Massimo_ nei luoghi stessi nei quali pugnato avevano, eressero
torri di pietra, sopra vi piantarono trofei ornati delle armi nemiche.

[45] Cronica di _Vincenzo Canonico_ di Praga.

[46] Monumenti storici della Boemia, non mai in addietro pubblicati.
Praga.

[47] Torre fortissima e grandissima, di solidissima costruzione
marmorea, che nominavasi Arco romano.

[48] Tom. I, pag. 18.

[49] Isaaci Casauboni Animad. in Svet., lib. I, pag. 52, num. 17,
ed. Paris, 1610; et Plutarc. in Vit. Caesar: _invitatus Mediolani ad
coenam, hospite Valerio Leone, qui asparagum apposuerat, atque olei
loco infuderat unguentum, ipse simpliciter comedit, et indignantes
increpavit amicos. Satis enim, inquid, abstinere iis a quibus
abhorrebatis: nunc eam rusticitatem qui deprehendit, ipse est
rusticus._

(In Milano, ospite essendo di Valerio Leone, e avendogli costui messi
innanzi a cena degli asparagi, sopra i quali sparso eravi unguento
in vece di olio, egli ne mangiò senza farne caso veruno, e sgridò gli
amici suoi che se ne mostravano disgustati: «Imperocchè bastava, disse,
che ve ne foste astenuti, se non vi piacevano; ma ben rustico è chi
biasima una tale rusticità»).

[50] _Statua ejus aenea fuit Mediolani_ (scilicet statua Bruti) _in
Gallia Cisalpina posita. Hanc, quae imaginem ejus bene repraesentabat,
et erat artificiose facta, ut post vidit, Caesar praeteriit: mox
subsistens, compluribus audientibus vocavit magistratus, civitatem
eorum ferens sibi compertum esse foedus pacis rupisse, quod hostem suum
apud se haberet. Ac primum sane negaverant, et quemnam significaret
ambigentes, intuebantur se mutuo. Ut vero conversus Caesar ad statuam,
contracta fronte, nonne, inquit, hic stat hostis noster? multo illi
magis perculsi obmutuere. At Caesar arridens laudavit Gallos, quod
amicis essent etiam in adversis rebus stabiles, praecepitque ne statua
loco moveretur._ Plutarc. in Vit. Bruti, in fine.

(Eravi una di lui statua (di Bruto) di bronzo, eretta in Milano,
città della Gallia Cisalpina; e in progresso di tempo veduta avendo
Cesare una tale statua, che ben somigliava a quel personaggio, e
leggiadramente lavorata era, passò oltre, indi fermatosi, mandò
chiamando i magistrati, e lor disse, alla presenza di molti che
udironlo, ch'egli trovato aveva essersi rotte dalla città loro le
convenzioni di pace, tenendo essa dentro di sè un suo nemico. Da
principio adunque, com'era ben convenevole, negaron essi la cosa; e non
sapendo di cui egl'intendesse, si guardavan l'un l'altro. Rivoltatosi
però Cesare verso la statua e facendo ceffo: «E che! disse, non è qui
posto costui che è mio nemico?» E coloro, vie maggiormente sbigottiti,
si tacquero. Ma egli, allor sorridendo lodolli, siccome quelli che
tuttavia costanti e fedeli erano ai loro amici, quantunque caduti in
avverse fortune; e comandò che lasciata fosse la statua in quel luogo
medesimo).

[51] I superbi edifici di Roma ed altre città, ed in particolare
Cartagine, Milano e Nicomedia, adorne di nuove ed eleganti mura.

[52] Così crede che si chiamasse quella di Sant'Eufemia il signor conte
Giulini.

[53]

    «Milano ancor di maraviglia degno
      Tutto presenta: Universal dovizia;
      Ben ornate le case, innumerevoli;
      Pronti e facondi son gli umani ingegni,
      Antichi e venerabili i costumi;
      Con doppio ordin di muro anco ingrandito
      Vedi il recinto, e popolar diletto
      Formano il circo, e co' suoi gradi in giro
      D'ampio teatro la racchiusa mole;
      Sorgono templi e palatine rôcche,
      E opulenta officina di monete,
      E delle terme la region, cui fama
      Crebbe ed onore per l'Erculeo nome,
      E di scolpiti marmi intorno adorni
      I peristili tutti, e in vasto cerchio
      Quasi un campo a formar stese le mura;
      Tutto è sublime, ed emular le forme
      Delle grand'opre sembra, e non temere,
      Vicina ancora, il paragon di Roma».

[54] Maravigliose tutte.

[55] Della fusione dei metalli.

[56] Affinchè dessimo ai cristiani ed a tutti libero potere di seguire
quella religione che ciascuno volesse.

[57] _Lactantius, de Moribus persecutorum_, cap. 48.

[58] _Muratori, Anecdota_, t. I, pag. 223. _Impress. Mediol._, 1697.

[59] _Bingam., Orig. Eccles._, lib. IX, cap. I, § 5 e 6. — _Dupin, de
Antiq. Eccles. disciplin._, diss. I, § 6. — Giannone, Storia del regno
di Napoli, lib. II, cap. VIII.

[60] Ai sacerdoti ed al clero milanese.

[61] Siccome tuttavia il fine a cui tende l'antica mia deliberazione è
che alcuna persona mescolarsi non debba nello assumere l'incarico della
cura pastorale, colle orazioni io secondo la vostra elezione.

[62] _S. Gregorii papae I cognomento Magni opera omnia. Venetiis_,
1744, tom. 2, col 644 G.

[63] Perciocchè poi ponete mente alla esazione del patrimonio della
provincia di Sicilia, di diritto della Chiesa santa, alla quale, per
divina autorità, presiedete.... per ciò è duopo che la santità vostra
istituisca una persona a trattare questo negozio, colla quale la Chiesa
romana possa solidamente conchiudere qualche cosa.

[64] Lib. I, Epist. 82. S. Greg., _Operum._, tom. 2, col. 565.

[65] Al reverendissimo e santissimo confratello _Ansperto_, arcivescovo
milanese.

[66] Troppo imperiti mostraronsi alcuni interpreti dicendo: Perì
questa città, rovinata è la chiesa, non vi ha più ragione alcuna di
vivere. Anzi havvi motivo di vivere più giustamente e più santamente,
perchè Dio onnipotente, che con grande pietà queste cose dispone,
non diede già in mano ai nemici la città che in voi consiste, ma le
sole abitazioni; nè la chiesa sua, che è veramente la chiesa, lasciò
che consumata fosse dall'incendio, ma affine di correggerci permise
che abbruciato fosse il ricettacolo della chiesa.... Perciocchè, dopo
quella ruina tanto grande e lagrimevole, ecco il sommo suo sacerdote
salvo rimane, intatto il clero; e la plebe stessa, sebbene viva in
continuo timore e mesta, conserva la libertà... Non perimmo noi stessi,
ma quelle cose che nostre sembravano, e che o il predatore rapì o il
ferro o il fuoco consumò... Conciossiachè, rotte le mura innanzi ai
nemici armati e vigorosi, i popoli inermi... fuggirono... Consoliamoci
adunque, o fratelli, nè tanto poi sospiriamo le case distrutte, giacchè
vediamo la riparazione delle case riserbata ne' loro padroni...
Il Signore adunque temperò verso di noi la sua vendetta, cosicchè,
diroccata la città, devastate le campagne, sminuiti gli averi, nè
le anime nostre, nè i nostri corpi furono offesi... E per ciò non
dubitiamo che o noi o i nostri posteri Dio non possa riparare delle
cose perdute.

[67] Si ricorda essere stata la presente opera pubblicata nel 1783.

[68] _De bello Gothico_, lib. II, cap. 21.

[69] Ricevette Agilolfo, che era cognato del re _Autari_, cominciando
il mese di novembre l'esercizio della regia dignità. Ma pure,
congregati essendo da poi i Longobardi in assemblea nel mese di maggio,
da tutti, presso Milano, fu innalzato al regno.

[70] Lib. 3, cap. ultimo.

[71] Adunque nella state seguente, nel mese di luglio, fu innalzato
_Adaloaldo_ re sopra i Longobardi, presso Milano, nel circo, alla
presenza del padre suo il re _Agilulfo_, coll'assistenza dei legati di
_Teodeberto_, re dei Franchi.

[72] Lib. 4, cap. 31.

[73] Abitano la Germania situata intorno al Reno, dalla prima parte
settentrionale i Brusacteri, detti piccioli, ed i Sicambri, gli Oqueni,
i Longobardi.

[74] La parte interna e la mediterranea occupano principalmente gli
Svevi Angli, i quali più orientali sono dei Longobardi.

[75] La scarsezza dei Longobardi forma la loro nobiltà, perchè
circondati da moltissime e valorosissime nazioni, non per mezzo di
ossequio si mantengono sicuri, ma bensì colle pugne e coi pericoli.

[76] Ristorato dalle forze dei Longobardi, con varietà di lieta e di
avversa fortuna contro i Cheruschi guerreggiava.

[77] Giulini, tom. I, pag. 228, tom. 2, pag. 383.

[78] Giulini, tom. 1, pag. 396.

[79] Detto, tom. 2, pag. 171.

[80] Giulini, tom. 4, pag. 364.

[81] Sormani, Passeggi, tom. 2, pag. 20.

[82] Giulini, tom. 2, pag. 416.

[83] Detto, tom. 3, pag. 499.

[84] Detto, tom. 3, pag. 228.

[85] Detto, tom. 3, pag. 346.

[86] Detto, tom. I, pag. 388.

[87] Giulini tom. 2. pag. 361.

[88] Per la eccessiva scarsezza degli abitanti.

[89] _Landulph. Senior._, lib. 2, cap. 26.

[90] Giulini, tom. 2, pag. 322.

[91] Detto, tom. 5, pag. 442.

[92] Detto, tom. 2, pag. 439.

[93] Dove è da sapersi che la città di Milano, per le molte
distruzioni, non era internamente fabbricata con case murate, ma per la
maggior parte composte di paglia e di graticci. Laonde se il fuoco ad
una casa appiccavasi, tutta la città si abbruciava.

[94] Giulini, tom. 4, pag. 144.

[95] _Arnulph._, lib. 4, cap. 8.

[96] _Landulph. Junior._, cap. 8.

[97] Giulini, tom. 4, pag. 510.

[98] Che si è professato di vivere secondo la legge dei Romani.

Che si reputa vivere secondo la legge de' Longobardi.

Che mi sono professato, per la mia nazione, di vivere secondo la legge
Salica.

[99] Giulini, tom. I, pag. 430.

[100] Noi Alberico conte nel Placito pubblico per amministrare a
ciascuno la giustizia.

[101] Giulini, tom. I, pag. 307.

[102] Giulini, tom. I, pag. 356.

[103] «Mantenitor del voto, in voler fermo».

[104] Giulini, tom. I, pag. 381.

[105] Detto, tom. I, pag. 383 e seg.

[106] Quello tra i cardinali preti diaconi o sarà trovato più degno,
coll'aiuto di Cristo, all'onore dell'arcivescovado promuovessero.

[107] Giulini, tom. I, pag. 385 e 411.

[108] Pienamente e ad evidenza intendiamo, come tu con fedele
devozione, e con tutto lo sforzo della mente, per il pristino stato e
vigore, e per lo ristoramento della santa Chiesa milanese, tre volte
e quattro sei rimasto devoto e zelante nell'ossequio di Ansperto
reverendissimo tuo arcivescovo e confratello nostro e ad esso nelle
cose tutte fedelissimo.

[109] Giulini, tom. I, pag. 419.

[110] Giulini, tom. 2, pag. 61.

[111] _Liutprand._, lib. I, cap. 22.

[112] _Rer. Italic._, tom. 2, part. II, _Chron. Novaliciense_.

[113] Vegnendo noi a Pavia nel sacro palazzo, ed ivi fatta nella
persona nostra la elezione, colla grazia di Dio onnipotente, da tutti
i vescovi, marchesi, conti e da tutti gli ordini di persone tanto
maggiori che inferiori.

[114] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 87.

[115] Nel palazzo di Pavia, che è la capitale del nostro regno.

[116] _Antiquit. Medii Ævi_, tom. I, pag. 779.

[117] _Liutprand._, lib. 2, cap. 15.

[118] Giulini, tom. 2, pag. 153.

[119] _Dissert. Med. Æv._, tom. VI, pag. 325.

[120] Tom. 2, pag. 163.

[121] Giulini, tom. 2, pag. 267.

[122] Che egli voleva in quel luogo costruire una fortezza, colla
quale, non solo i Milanesi, ma molti principi d'Italia altresì avrebbe
saputo tenere in freno.

[123] _Luitprand._, lib. 3, cap. 4.

[124] Gli concedette di poter cacciare il cervo nel suo parco, il che
mai accordato non aveva alcuno se non se ai carissimi ed illustri suoi
amici.

[125] Mentre presso le mura della città cavalcava.

[126] Nella propria lingua, cioè nella teutonica, così parlò ai seguaci
suoi: Io non sono Burcardo, se non faccio che gli Italiesi tutti si
servano di un solo sperone, e per cavalcatura si valgano di cavalle
pregne o deformi. Punto non curo la solidità o l'altezza di quel muro;
giacchè, col solo gettare la mia lancia, morti precipiterò dal baluardo
i nemici.

[127] Venne a Pavia e col consentimento di tutti assunse il regno.

[128] _Liutprand._, lib. 3, cap. 5.

[129] Ugone e Lotario regi.

[130] _Liutprand._ lib. 4, cap. 6. — _Arnulph._, lib. I, cap. 1 _et_ 2,
_in Rer. Ital. Script._, tom. 4.

[131] Giulini, tom. 2, pag. 208.

[132] _Liutprand._, lib. V, cap. 4 e seg.

[133] _Tristani Calchi, Hist. Patr._, lib. I, pag. 18. — Alciati, lib.
II, pag. 125.

[134] Mentre nel nome di Dio, nella città di Pisa, alla corte dei
signori re, dove il signor Ugone e Lotario gloriosissimi ai re
presiedevano, sotto le viti, là dove _topia_ (pergola) si chiama, entro
la corte medesima, ec.

[135] Muratori, _Antiq. Med. Ævii_, tom. I, pag. 953.

[136] Mentre nel nome di Dio, al monastero del santo e confessore di
Cristo, Ambrogio, ove sepolto riposa il di lui corpo, ove il sig.
Lamberto, piissimo imperatore, presedeva, in una casa della stessa
santa chiesa milanese, in una _lobia_ (_terrazzo_, anzichè _portico_,
come interpreta il _Du Cange_) della casa medesima, sedeva a giudicare
Amedeo, conte del palazzo, insieme con Landolfo, nominato arcivescovo,
affine di amministrare a tutti giustizia e deliberare, ec.

[137] Giulini, tom. II, pag. 473.

[138] Nel nome di Dio, essendo che nella città di Milano, nella corte
del ducato, entro la _lobia_ della stessa corte sedeva a giudicare
Magnifredo, conte del palazzo, e conte dello stesso contado milanese,
per amministrare giustizia a ciascuno, risedendo con esso Rotcherio,
visconte della stessa città, ec.

[139] Giulini, tom. II, pag. 469.

[140] Confermo che tutti i miei servi e le mie ancelle siano Aldioni,
ed appartenga la loro brigata (_mundium_) allo stesso ospedale,
ricevendo essi un soldo per testa ciascuno, siano maschi o femmine; e
così voglio pure che quegli uomini miei che consueti sono, col vitto
giornaliero, a prestarmi le opere loro, stabilisco che qualora lavori
debbano eseguirsi, compiano i detti lavori, ricevendo il vitto dallo
stesso ospedale.

[141] Questo ospedale sia diretto e governato da Warimberto, umile
diacono dall'ordine della santa chiesa milanese, nepote mio e figlio
della buona memoria di Ariberto di Besana ne' giorni della sua vita.

[142] Giulini, tom. II, pag. 110.

[143] Da coerenza a questa da due parti tenente Ursone, e così
pure l'isola comense, dalla terza parte il podere di San Vittore di
Missaglia, dalla quarta il podere di San Pietro di Civate.

[144] Giulini, tom. II, pag. 199.

[145] Giulini, tom. I, pag. 366 e 471.

[146] Giulini, tom. I, pag. 72.

[147] Sembra questo in contraddizione con quanto si è asserito; cioè
che quando il genere umano fu più tormentato, gl'ingegni si sono
riscossi, e ne è nata la coltura e la felicità. Ma la apparente
contraddizione scompare, considerando che l'ignoranza produce la
ferocia e l'infelicità, e queste, giunte a un determinato grado,
scuotono gl'ingegni, tolgono il torpore e richiamano la sapienza;
quindi tutto si anima e risorge; quindi spunta la felicità, nella quale
nuovamente il genere umano diviene inerte, e successivamente ignorante,
feroce e misero. Tale è la vicenda per cui circola e circolerà sempre
la storia delle nazioni. Il male nasce dal bene, e il bene dal male.

[148] _Landulph. Senior._, lib. II, cap. 10; _Rer. Ital._, tom. IV. —
L'anno 1440, il cardinale Branda Castiglione, signore accreditatissimo,
avendo sottratti i rituali ambrosiani per introdurre il rito romano,
corse pericolo della vita. Il popolo attorniò il suo palazzo; egli fu
costretto a gettare dalle finestre i libri ambrosiani, e finchè visse,
non s'arrischiò a porre mai più il piede in Milano.

[149] Tom. II, pag. 151.

[150] _Landulph. Sen._, lib. I, cap. 9.

[151] Debbono dunque essere istruiti i laici, affinchè nelle case
loro debbano con fervore celebrarsi i divini misteri, il che è assai
lodevole; siano però i misteri trattati da coloro che dai vescovi siano
stati esaminati, e si approvano allorchè sono dagli ordinatori loro
accompagnati con lettere commendatizie, mentre per avventura debbono
recarsi in terre straniere. Se adunque si trovano sprezzatori dei
canoni, che straordinariamente cd illecitamente esercitino il ministero
e che ardiscano violare sacramentalmente le cose divine, siano da prima
gli uni e gli altri dal vescovo rimossi, tanto cioè il cherico o il
sacerdote errante, quanto quello che con usurpazione si appropria il
di lui ufficio; e qualora non vogliano da questa temerità trattenersi,
siano scomunicati.

[152] _Canon. XVIII. Synod. Regiaticini ann. 850 regnantib. piissim.
Augg. Hlotario ac Hlodovico. Lubbei Concilior._, tom. IX, pag. 1071.
_Edit. Venet._ 1782, Albrizzi e Coleti.

[153] _Leo Hostiens._, lib. II, cap. ultimo.

[154] Giulini, tom. II, pag. 244.

[155] Giulini, tom. II, pag. 280.

[156] Intanto, celebrando Valperto i divini misteri, con molti vescovi
circostanti, il re tutte le regali insegne, la lancia, nella quale
chiuso era un chiodo di N. S. e la spada reale, la bipenne, il cingolo,
la clamide imperiale e tutte le regie vesti depose sull'altare di
Sant'Ambrogio.... Valperto, magnanimo arcivescovo, di tutti gli abiti
reali, col manipolo di suddiacono, sovrimposta al capo la corona,
astanti tutti i suffraganei di Sant'Ambrogio e molti duchi e marchesi,
con maraviglioso decoro rivestì ed unse Ottone re, acclamato e in tutti
i modi confermato.

[157] _Landulph. Sen._, lib. II, cap. 26.

[158] Soggiogati avendo i Milanesi, rinnovò la loro moneta, e anche in
oggi quelle monete chiamansi Ottelini.

[159] _Goldast. Chatol. rei Monet._, tit. 48.

[160] L'arcivescovo, scortato da una grande squadra di soldati, che
ornati erano di pelli di martori, di zimbellini, o con pellicce di vaio
e di armellino, delle quali cose fornito lo aveva maravigliosamente
l'imperatore.

[161] Ornato delle vesti episcopali, colla stola, senza la quale non
costumò giammai di trovarsi fuori o nella città, qualunque fosse
il negozio che interveniva o che lo turbava..... e dallo stesso
mirabile monarca con grande onorificenza ricevuto, si trattenne in
conversazione, siccome al vescovo conveniva.

[162] Giulini, tom. III, pag. 23.

[163] Detto, tom. III, pag. 24.

[164] Per amore del santissimo vescovo Ambrogio.

[165] Giulini, tom. III, pag. 151.

[166] Arcivescovo della santa chiesa milanese.

[167] Tom. III, pag. 153.

[168] Giulini, tom. III, pag. 183.

[169] Detto, tom. III, pag. 217.

[170] La società evitando de' suoi pari, Eriberto, nonostante il
malcontento loro e la loro ripugnanza, recossi nella Germania, risoluto
di eleggervi ei solo un re teutonico.

[171] _Rer. Italic. Scriptor._, tom. IX, pag. 14.

[172] Egli stesso ricevuto lo avrebbe e con tutti i suoi, signore e re
pubblicamente acclamato e tosto coronato lo avrebbe.

[173] Oltre molti donativi il vescovado di Lodi, affinchè, siccome
consacrato aveva il vescovo, così pure lo investisse.

[174] Sicuro di ogni cosa ritornando, tutta colle sue ambascerie
sovvertì l'Italia, altri coi fatti, altri colle speranze tenendosi
benevoli.

[175] Giulini, tom. III, pag. 197.

[176] _Arnulph._, cap. 7, e Giulini, tom. III, pag. 211.

[177] _Glaber. Rodulph._, lib. 4, cap. 2.

[178] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 27.

[179] Giulini, tom. III, pag. 219.

[180] Tom. III, pag. 222. Riferisco le parole d'un autore dei nostri
giorni anzi che quelle di Landolfo, contemporaneo, perchè il lettore
si appaghi essere il fatto non controverso, ma accordato da un illustre
erudito e da un Guelfo.

[181] Contro il volere d'Ariberto.

[182] A tale feccia di costumi, peggiorando giornalmente da sè
stesso, si riduce il mondo che non solo giace dallo stato suo decaduto
qualunque ordine di laica o ecclesiastica condizione, ma languisce
ancora la stessa monastica disciplina, dalla consueta perfezione della
sua elevazione piegata, direi quasi, al suolo. Perì il pudore, svanì
l'onestà, cadde la religione, e, quasi in un drappello raccolta, andò
lontana la turba di tutte le sante virtù.

[183] Muratori, _Dissert. Med. Æv._, tom. X, pag. 65.

[184] Lib. 2, cap. 8.

[185] _Arnulph._, lib. I, cap. 10. — _Flam. Manip. flor._, cap. 141.

[186] Fornita di grandissima quantità di popolo.

[187] Giulini, tom. III, pag. 327.

[188] Giulini, tom. III, pag. 334.

[189] Convocati i sacerdoti e i diaconi, con somma devozione assunta
avendo la penitenza di tutti i peccati, e fatta alla presenza di
tutti la sua confessione e l'assoluzione dai sacerdoti ottenuta
coll'imposizione delle mani, cooperando lo Spirito Santo, con umiltà e
devozione la santa Eucaristia ricevette.

[190] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 32.

[191] Giulini, tom. III, pag. 411.

[192] Giulini, tom. III, pag. 422.

[193] Inoltre l'arcivescovo di Milano, per autorità imperiale godeva
alcune altre rendite cospicue: sulle strade regie, da qualunque parte
del contado si uscisse, avea un pedaggio, e qualunque volta entrava
uno straniero a cavallo, o in cocchio o a piedi, pagava il censo al
gabelliere dell'arcivescovo, o piuttosto ad innumerabili gabellieri,
e l'arcivescovo era tenuto a far custodire i passi, e tutti coloro che
alcun danno sostenuto avessero entro il territorio, risarcire dovea del
suo di tutta quella somma alla quale fossero stati apprezzati i danni.

[194] _Flamma, Chronic. Mediolan._, pag. 227.

[195] Oltre il consueto abusar del dominio della città.

[196] _Arnulph._ cap. 10.

[197] Ai tempi di _Ottone_ imperatore primo, _Bonizone_.... come duce
stabilito per facoltà ricevuta dall'imperatore, reggeva col suo governo
il castello.

[198] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 17.

[199] Sia tenuto ad alimentare cento poveri, e per ciascun povero
dia un mezzo pane e lardo per companatico, ed una libbra di cacio tra
quattro ed uno staio di vino.

[200] Comperino pesci, affine di ristorarsi col cibo e rallegrarci ogni
anno nel giorno anniversario della morte di essi _Falkerodo_ monaco e
_Giovanni_ prete, per suffragio delle anime loro, che ad essi procuri
gaudio e salute dell'anima.

[201] Giulini, tom. III, pag. 81.

[202] Affinchè essi luminari rispondano per la di lui anima.

[203] Giulini, tom. III, pag. 377 e 465.

[204] E faccia ardere nella quadragesima maggiore sopra la sepoltura
del fu di lui genitore Andrea.

[205] Giulini, tom. IV, pag. 271.

[206] _Dissert. Med. Æv._, tom. V, dissert. LIX.

[207] Per cagione del retto giudizio che su le cose già nominate
pronunziammo tra esso e _Riccardo_.

[208] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 197.

[209] Giulini, tom. II, pag. 387.

[210] Le facoltà della Chiesa e molti benefizi ancora dei cherici
distribuì ai soldati.

[211] _Arnulphus_, cap. 10.

[212] Promettendo a quelli tutte le pievi e tutte le dignità e gli
ospedali, che i maggiori ordinari ed il primicerio dei decumani e
gli arcipreti e cimiliarchi delle chiese di questa città godevano,
asserendo con giuramento, e consolidando un patto così detestabile.

[213] _Landulph. Sen._, lib. 2, cap. 18.

[214] _Rerum Italic. Script._, tom. IV, pag. 121.

[215] Degli uffizi dei ministri.

[216] Che dirò della monogamia de' sacerdoti? Mentre un solo connubio è
loro permesso, e non mai ripetuto; e questa è la legge di non passare a
seconde nozze.

[217] _Landulph. Sen._, lib. I, cap. II.

[218] Ma a che parlerò io della castità, quando si permette un solo,
non ripetuto connubio? E adunque nello stesso matrimonio è posta la
legge di non rinnovarlo.

[219] _Sancti Ambrosii Opera, edit. Maurin., Paris_, 1686, tom. II,
_column._ 66 B.

[220] Maestro delle virtù è adunque l'apostolo, il quale insegna
doversi redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello
che ingiugne che l'uomo sia sposo di una sola donna, non già perchè
totalmente escluda il non coniugato (perciocchè questo è al di là della
lettera del comandamento), ma perchè colla castità coniugale goda della
grazia della sua assoluzione, giacchè nel coniugio non vi ha colpa, ma
legge. Per questo l'apostolo la legge stabilì dicendo: Se alcuno senza
delitto è marito di una sola moglie; dunque quello che senza delitto
è marito di una sola moglie sarà tenuto alla legge del sacerdozio
sopradetto; quello poi che passasse a seconde nozze, non incorre
realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della
prerogativa del sacerdozio.

[221] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 109.

[222] Maestro delle virtù è dunque l'apostolo, il quale insegna doversi
redarguire con pazienza anche i contraddicenti, siccome quello che
ingiugne lo sposare una sol donna, non già perchè totalmente escluda il
coniugio (perciocchè questo è al di là della legge del comandamento),
ma perchè l'uomo, colla castità coniugale, conservi la grazia della
sua purificazione; nè ancora intese di dire che l'autorità apostolica
invitasse a procreare figliuoli, non di chi li procreava.

[223] _Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, ed Maurin.,
Paris_, 1686, tom. II, _column._ 1036 F.

[224] Perciò l'apostolo stabilì la legge, dicendo: Se alcuno senza
delitto è marito di una sola moglie, è tenuto alla legge del sacerdozio
che dee assumere; quello però che passasse a seconde nozze non incorre
realmente la colpa d'uomo che siasi macchiato, ma privato viene della
prerogativa di sacerdote.

[225] _Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, edit. Maurin.,
Paris_, tom. II, _column._ 1037 B.

[226] Che i padri del concilio Niceno aggiugnessero qualche trattato, e
che chierico essere non dovesse chi contratto avesse seconde nozze.

[227] Moltissime variazioni sono state fatte agli scritti di
sant'Ambrogio. Il canonico regolare Giovanni Coster, nella prefazione
alle opere del santo dottore, stampate in Basilea nel 1533, così
s'esprime a tal proposito: _Cum ego igitur ante biennium D. Ambrosii
Epistolas antiquis et elegantioribus characteribus conscriptas....
nactus essem, caepissemque, meo more, cum excusis libris eas conferre,
mirum dictu quantum hic erat dissidii, quantum varietatis, ut statim
non potuerim non destomachari in eos qui, editis libris, speciosis
quidem sed inanibus et mendacibus titulis, omnia castigatissima...
pollicentur._ (Avendo io adunque trovato già da due anni le lettere
di sant'_Ambrogio_, scritte in caratteri antichi ed assai eleganti...
e cominciato avendo, secondo il mio costume, a confrontarle sui
libri stampati, maravigliosa cosa è a dirsi quanta differenza io
vi scorgessi, quanta varietà; cosicchè all'istante non potei non
rimanere stomacato di coloro che nelle edizioni de' libri, con titoli
speciosi veramente, ma vani e mendaci, le cose tutte gastigatissime...
promettono.) Francesco Junio, nella prefazione all'_Index expurgat._,
riferisce che, visitando in Lione Luigi Saurio, correggeva le edizioni
della stamperia Fresloniana, gli mostrò il Saurio le interpolazioni ed
i troncamenti fatti al testo di sant'Ambrogio da due frati. Il Rivet
pure racconta lo stesso: _Critic. sacr._, lib. 3, cap. 6. Il Dableo
nel suo libro: _De l'usage des saints Pères_, move le stesse querele.
Vero è che i Maurini, nell'edizione di Parigi del 1686, confutano
queste opinioni. Ma è altresì vero che nell'edizione delle opere di
sant'Ambrogio, fatta in Roma nel 1580 da Domenico Basa, il cardinale di
Montalto (che divenne poi Sisto V) nella prefazione dichiara d'avere
associati al lavoro: _Praeclaros doctores, viros doctrina, et pietate
graves, ac linguarum intelligentia, et historiarum cognitione insignes,
praeterea in scholastica theologia et Patrum lectione admodum versatos
delegi, mihique laboris socios adscivi... quorum ope, atque adminiculo
obscura explicuimus, manca supplevimus, adjecta rejecimus, transposita
reposuimus, depravata emendavimus, omnia demum ut germanam Ambrosii
phrasim redolerent, ejusque dignitati, atque gravitati responderent
sedulo curavimus, et ut ipsemet auctor loqui videretur, suppositiis
quibuscumque abscissis, pro viribus studuimus._ (Mi elessi come
soci della fatica dottori illustri, uomini gravi per dottrina e per
pietà, ed insigni per la intelligenza delle lingue e la cognizione
delle istorie, inoltre molto versati nella teologia scolastica e
nella lettura dei Padri... col di cui aiuto e giovamento spiegammo
le cose oscure, supplimmo le mancanti, rigettammo le sopragiunte,
rimettemmo a suo luogo le trasposte, emendammo le depravate, tutte
finalmente procurammo di ordinarle in modo che la genuina frase di
Ambrogio suonassero, o convenevolmente corrispondessero alla dignità
e gravità di quello scrittore; e ci adoperammo affinchè sembrasse
parlare lo stesso autore, troncate avendo noi tutte le cose intruse.)
Attenendoci per altro anche all'edizione de' Maurini sembra che in
alcuni tratti sant'Ambrogio vada d'accordo coi testi che si citavano
dai nostri sacerdoti. Nel primo libro di Abramo, cap. III, num. XIX,
leggesi: _Ad ipso quoque domino mercedem quam postulet consideremus.
Non divitias ut avarus, exposcit; non longaevitatem vitae istius, ut
meticulosus mortis; non potentiam; sed dignum quaerit sui haeredem
laboris: Quid mihi, inquit, dabis? Ego autem dimittor sine filiis. Et
infra: quia mihi semen non dedisti, vernaculus meus mihi haeres erit.
Discant ergo homines conjugia non spernere_ (Consideriamo ancora quale
mercede richiegga dallo stesso Signor nostro; non chiede ricchezze come
l'avaro; non la lunghezza di questa vita come timoroso della morte; non
la potenza; ma domanda un degno erede della sua fatica. Che mi darai?
dice egli: io già sono congedato senza prole. E più abbasso: Perchè
non mi hai accordato prole, un mio connazionale raccoglierà la mia
eredità. Imparino dunque gli uomini a non disprezzare i matrimonii.),
tom. I, col. 288 D. Altrove, nella sposizione del _Vangelo di san
Luca_, lib. IV, num. X, scrivendo delle fallacie colle quali sotto
aspetto di bene vengono sedotti gli uomini, dice: _Videt integrum et
illibatae castimoniae virum; suadet ut nuptias damnet, quo ejiciatur
ab Ecclesia, studio castitatis a casto corpore separetur._ (Vede un
uomo incorrotto e di illibata castità, e lo persuade a condannare
le nozze, affinchè cacciato sia dalla Chiesa, e per istudio di
castità espulso sia da un casto corpo.), tom. I, col. 1337 B. Se il
disapprovare il matrimonio è un'eresia, il disapprovare il matrimonio
de' sacerdoti pare che non dovesse sembrare un atto religioso. Più
chiaro sembra il testo del santo dottore nel libro: _De Benedictionibus
Patriarcharum_ (Delle benedizioni dei patriarchi), cap. III, num.
XII, ove leggesi: _Ut ubi inhabitatores ante lasciviae, et principes
luxuriae versabantur, ubi fuerant incentiva libidinis et fomenta
nequitiae, ibi nunc sancti sacerdotes magisteria doceant castitatis, et
plurima virginalis integritatis exempla quodam supernae lucis fulgore
resplendeant_ (Affinchè dove aggiravansi da prima coloro che nella
lascivia dimoravano, e il principato tenevano nella lussuria, dove gli
incentivi trovavansi della libidine e i fomenti della perversità, colà
ora i santi sacerdoti i precetti insegnino della castità, e numerosi
esempli di integrità virginale di un cotale splendore di celeste
luce risplendano), tom. I, col. 517 A. Ognuno potrà osservare se quel
_plurima_ sia d'accordo colla legge universale del celibato inerente al
sacerdozio. Su di che io non intendo di proferire alcuna opinione, ma
unicamente d'esporre i fatti imparzialmente come conviene alla storia.

[228] È buona cosa che l'uomo non tocchi la moglie; ciascuno però abbia
la propria moglie affine di evitare la fornicazione.

[229] È duopo adunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una
sola donna, sobrio, prudente, ec.

[230] Nel sinodo di _Damaso I_, tenuto in Costantinopoli da
centoquaranta vescovi, al quale intervenne il beato _Ambrogio_, nacque
grandissima controversia tra i sacerdoti ammogliati da una parte e
i sacerdoti viventi senza moglie dall'altra, i quali sacerdoti senza
moglie dicevano che i sacerdoti ammogliati non potevano salvarsi. Il
sommo pontefice rimandò questa questione al beato _Ambrogio_, il quale
così parlò: La perfezione della vita non consiste nella castità, ma
nella carità, secondo quel detto dell'apostolo: Se io parlassi colle
lingue degli uomini e degli angeli, ec. Per questo la legge concede
ai sacerdoti di condurre sposa per una sola volta una vergine, ma non
accorda loro di reiterare il matrimonio. Se poi, morta essendo la prima
moglie, il sacerdote ne sposasse un'altra, perde il sacerdozio.

[231] Tutti questi, benedicendo il beato _Ambrogio_, concedette
loro che di una sola moglie usare potessero; morta la quale, vedovi
anch'essi rimanessero in eterno. La quale consuetudine durò per
settecent'anni fino al tempo di _Alessandro_ papa, cui la città di
Milano aveva data la culla.

[232] Sant'Ambrogio ai sacerdoti della sua Chiesa.

[233] Tom. IV, pag. 7.

[234] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 4.

[235] Tom. IV, pag. 14.

[236] In questo tempo medesimo un grandissimo orrore invase il clero
ambrosiano..... il di cui principio e la di cui serie, essendo la cosa
tuttora presente agli occhi nostri, per quanto è in nostro potere,
narriamo..... Certo diacono, adunque, dei decumani, per nome _Arialdo_,
molto delicatamente nutrito presso il vescovo _Widone_, e colmato di
assai onori, mentre alio studio delle lettere attendeva, severissimo
interprete diventò della legge divina, contra i soli cherici
esercitando crudeli giudizi. Il quale, trovandosi fornito di scarsa
autorità, siccome nato di basso lignaggio, si avvisò in prevenzione di
associarsi _Landolfo_, come uomo più generoso, a questo fatto idoneo,
divenuto essendo seguace di un suo favorito. _Landolfo_ poi, dotato
essendo di lingua e voce più spedita ed eccessivamente avido del
pubblico favore, all'istante capo si fece della parola, usurpato avendo
contra il costume della Chiesa l'ufficio della predicazione. Questi,
non essendo elevato per alcun grado dell'ecclesiastica gerarchia, grave
giogo imponeva alle cervici dei sacerdoti, mentre soave è quello di
Cristo e leggiero il suo peso.

[237] _Arnulph._, lib. 3, cap. 8.

[238] Carissimi seniori, io non posso più oltre trattenere il discorso
che nel cuor mio ho conceputo. Non vogliate, signori miei, non vogliate
no sprezzare le parole di un giovine e di un imperito; perciocchè
spesso Iddio rivela al minore quello che al maggiore ricusa. Ditemi:
Credete in Dio trino ed uno? Rispondono lutti: Crediamo. E soggiunse:
Munite le fronti vostre del segno della croce. E questo ancora fu
fatto. Dopo di questo disse: Io mi compiaccio della vostra devozione,
ma a compassione mi muove l'imminente grandissima perdizione.
Perciocchè già da gran tempo addietro non è conosciuto in questa città
il Salvatore. Gran stagione egli è che voi siete in errore, giacchè
più non avete alcun vestigio di verità; invece della luce palpate le
tenebre, ciechi tutti divenuti, poichè ciechi sono i vostri capi. Ma un
cieco forse può egli guidare un cieco; non cadono l'uno e l'altro nella
fossa? Conciossiachè abbondano in molti modi gli stupri; si sparge
l'eresia simoniaca nei sacerdoti e nei leviti e negli altri ministri
de' sacri riti; i quali, essendo nicolaiti e simoniaci, ben a ragione
debbono essere cacciati, e dai quali quind'innanzi, se salute sperate
dal Salvatore, dovete del tutto guardarvi, non venerando alcuno. Dei
loro uffizi, giacchè i sagrifizi loro sono la stessa cosa come lo
sterco canino, e le loro basiliche sono stalle di giumenti. Per la qual
cosa, riprovati quelli all'istante, si vendano al pubblico i loro beni.
Sia a tutti lecito il rapire i loro averi, qualora si trovassero nella
città o fuori.

[239] _Arnulph._, lib. 3, cap. 9.

[240] Acremente avesse tuonato.

[241] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 24.

[242] La cosa essendo tuttora agli occhi nostri presente.

[243] _Arialdo_, invasato da un certo zelo di superbia, il quale poco
prima accusato di certa nefandissima scelleratezza, e convinto innanzi
a _Guidone_, alla presenza di molti sacerdoti di questa città, e in
parte perchè i sacerdoti urbani non consentivano che quelli di fuori
della città entrassero togati, e non permettevano che le chiese della
città servissero se non come tonsurati, cercava in qualunque modo
l'occasione di potere, aizzando la possa del popolo, allontanare tutti
i sacerdoti dalle loro mogli.

[244] Giulini, tom. IV, pag. 16.

[245] Venendo in un giorno solenne alla chiesa (_Arialdo_) con turba di
popolo dalla piazza, tutti coloro che salmeggiavano con violenza cacciò
dal coro, inseguendoli per tutti gli angoli e nei loro alloggiamenti;
provvide quindi maliziosamente che si scrivesse il Pitacio della
conservazione della castità, ommesso il canone, estorto dalle leggi
mondane, al quale tutti i sacri ordini della diocesi ambrosiana, a
malgrado loro, soscrivono, opprimendoli egli stesso coi laici. Intanto
i predatori, oltre alcune case rovinate nella città, visitavano la
parrocchia, frugando nelle case dei cherici, col rapire i loro averi.

[246] Giulini, tom. IV, pag. 18.

[247] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 5 et sequen.

[248] Giulini, tom. IV, pag. 19.

[249] _Arnulph._, lib. 3, cap. 10 et sequen.

[250] _Idem_, lib. 3, cap. 2.

[251] Giulini, tom. IV, pag. 21.

[252] Detto, tom. IV, pag. 24.

[253] Tom. IV, pag. 24.

[254] _Leo Ostiens._, lib. 2.

[255] Forse tu solo sopra di noi accendi la fiamma del popolo che,
impetuosa, aggirasi come il mare, e questo per cagione della esecrabile
patalia (_eresia de' patarini_) e di molti giuramenti viziosi e
detestabili?

[256] _Landulph. Sen._, lib. 3, cap. 7 _et sequen._

[257] Mentre tu pensasti a commovere il giudizio di questa inudita
patalia, qualunque si fosse la tua intenzione, avresti dovuto da prima
con molti digiuni pigliare consiglio da qualche uomo religioso.

[258] _Landulph._, lib. 3, cap. 2.

[259] Ma i nobili della città, dal cui valore i sacerdoti poco prima
erano difesi, da eccessiva ira e da sdegno commossi, uscivano altri
dalla città, altri aspettavano il tempo in cui ponessero fine a quella
procellosa calamità.

[260] _Landulph. Sen._, loc. cit.

[261] Col concorso di quasi tutti i cittadini, i quali volontieri
ascoltavano le sregolatezze dei cherici; altri aggravati dall'inopia o
dai debiti, e tutta la speme loro riponenti nella preda e nelle rapine,
nulla meno bramavano che la pace e la concordia della città.

[262] _Trist. Hist. Patr._, lib. 6, pag. 131.

[263] Per la fazione dei cherici, repentinamente si solleva mormorio
nel popolo. Dicesi, non dovere la chiesa ambrosiana soggiacere
alle romane leggi, nè al romano pontefice competere alcun diritto
di giudicare o di disporre le cose di quella sede. Troppo indegno
reputasi che quella Chiesa, la quale sempre fu libera sotto i nostri
progenitori, ora, per obbrobrio della nostra confusione, ad altra
Chiesa, il che non faccia il cielo, sia assoggettata.

[264] Giulini, tom. IV, pag. 34.

[265] Gonfiato quindi per il fasto della sua legazione, volle nelle
pubbliche funzioni essere preferito al nostro arcivescovo; ma il
popolo, sopportare non volendo che nella propria diocesi fosse
l'ambrosiana dignità violata, cominciò a fremere e a tumultuare
all'intorno. Spaventato da quel timore, l'Ostiense si ritrasse dal suo
proposito, ed ultimò i negozi urgenti, e varie pene, come vendicatore,
infliggeva a coloro che alcun delitto commesso avevano, a norma della
gravità del loro fallo; altri, accordando loro una dilazione, ad
altro giudizio riserbava. Finalmente, come nuovo censore ed arbitro
delle cose nostre, egli cangia le antiche consuetudini; nuove leggi
introduce; le conferma colle sue lettere e co' suoi sigilli, e questa
forza a soscrivere l'arcivescovo e gli ordinari di Milano, minacciando
di suscitare il popolo, qualora non obbedissero.

[266] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 132.

[267] Dodici scudi.

[268] _Rer. Italic. Script._, tom. IV, pag. 26.

[269] Giulini, tom. IV.

[270] Oh Milanesi insensati! Chi vi ha affascinati? Ieri acclamaste
il primato di una sola sede; oggi confondete lo stato di tutta la
Chiesa; veramente mostrate di avere a schifo una pulce, ed un cammello
inghiottite. Forse queste cose meglio non disporrebbe il vescovo
vostro? Voi direte per avventura: veneranda è Roma nell'apostolo. Lo
è difatto; ma non è da disprezzarsi Milano in _Ambrogio_. Che sì che
queste cose non sono scritte senza motivo nei Romani Annali, perciocchè
dirassi in avvenire Milano assoggettata a Roma.

[271] Giulini, tom. IV, pag. 40.

[272] Ecco il vostro metropolitano, fuor dell'usato, viene in Roma
chiamato al sinodo.

[273] Giulini, tom. IV, pag. 54.

[274] Detto, tom. IV, pag. 47.

[275] Il che fatto si dice con grandissima arte ed astuzia dal monaco
_Ildebrando_, il quale, oriundo di Soana, città dell'Etruria, alla
prontezza dell'ingegno riunita aveva non mediocre erudizione delle
sacre lettere; e tosto, per il suo gran merito, fu ammesso nell'ordine
de' cardinali, e più di tutti distinguendosi per il vigore dell'animo,
facilmente ottenne il primo luogo tra i sacerdoti.

[276] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 130.

[277] A tutti i Milanesi, al clero ed al popolo.

[278] Speriamo poi in quello che degnossi di nascere da una vergine,
che nel tempo del nostro ministero sarà esaltata la castità santa de'
cherici, e confusa la lussuria degli incontinenti con tutte le altre
eresie.

[279] Come però piacque all'Altissimo, scrutatore delle reni e dei
cuori, quello che lungo tempo meditato aveva su l'altrui lassitudine
ed inopia, si dolse della sua propria infermità; e, dopo di avere per
due anni languito per vizio del polmone, l'uso perdette della voce,
affinchè di quell'organo appunto mancasse, col quale molti molestati
aveva, dicendo la Scrittura che nelle parti colle quali alcuno pecca,
in quelle viene tormentato. Ma di lui si taccia, affinchè non sembri
che i morti vogliamo accusare.

[280] _Arnulph._, lib. 3, cap. 14.

[281] A _Landolfo_, cherico e di stirpe senatoria, e cospicuo per lo
splendore della perizia nelle lettere.

[282] Puricelli _De Sanctis Arialdo et Herlembaldo_, lib. IV, cap. 13.

[283] Voi però, dilettissimi, membra mie, viscere dell'anima mia.

[284] Giulini, tom. IV, pag. 69.

[285] Detto, tom. IV, pag. 79.

[286] Tom. IV, pag. 80.

[287] Vano dice essere quel rito, non comunicato per alcuna istituzione
di Cristo o dei discepoli; usurpato soltanto dagli antichi adoratori
degli idoli, i quali nella primavera girare solevano i campi in onore
di _Bacco_ e di _Cerere_.

[288] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. VI, pag. 133.

[289] Tom. IV, pag. 89.

[290] Giulini, tom. IV, pag. 91.

[291] Frequentissime legazioni.

[292] Munite dei sigilli apostolici.

[293] Lib. 3, cap. 15.

[294] Giulini, tom. IV, pag. 97.

[295] Detto, tom. IV, pag. 131.

[296] Giulini, tom. IV, pag. 140.

[297] _Erlembaldo_, recando in mezzo certo _Attone_, mostrandosi
esso consenziente, innanzi a tutto il popolo adunato, colla sua bocca
illecitamente lo elesse. Questo vedendo la turba de' maggiori e de'
minori, tanto del partito suo, quanto di quello degli avversari,
che nuovamente giurata aveva fedeltà all'imperatore, pigliate le
armi, ed attaccata grande mischia, _Attone_, recentemente eletto,
con molte ferite e giuramenti costrinse a ricusare irrevocabilmente
l'arcivescovado.

[298] Tom. IV, pag. 160.

[299] Giulini, tom. IV, pag. 189.

[300] Detto, tom. pag. 192.

[301] Lib. I, cap. 10.

[302] Nell'ora medesima, dopo questo insigne trofeo, tutti i cittadini
trionfali inni fanno risuonere ad onore di Dio e del loro protettore
Ambrogio, armati recandosi alla di lui chiesa. Il dì seguente, insieme
col clero, i laici nelle litanie e nelle divine lodi portandosi di
nuovo a Sant'_Ambrogio_, confessano a vicenda i loro passati falli, ed
essendo l'assoluzione accordata loro dai sacerdoti, che pronti erano,
il popolo tutto torna in pace alle proprie case. In questo si vede il
termine di quello scisma che per diciannove anni sempre dalla stessa
radice continuò a pullulare.

[303] Giulini, tom. IV, pag. 197.

[304] Muratori, _Anedoct._, tom. I, pag. 246.

[305] Giulini, tom. IV, pag. 254.

[306] Al reverendissimo e santissimo confratello.

[307] Sembra al nostro discernimento che, secondo il tenore del nostro
comandamento,... tu faccia.

[308] _Ivon._, part. VI, cap. 405.

[309] Giulini, tom. IV, pag. 388.

[310] Come leggiamo essere stato dai santi Padri stabilito,
esecriamo l'eresia simoniaca nelle sacre ordinazioni e nei benefizi
ecclesiastici, ed in ogni modo vogliamo radicalmente dalla Chiesa
estirparla.

[311] Stabiliamo ancora a norma delle istituzioni dei santi Padri, e
della forma della Chiesa primitiva, che ad alcuno dei cherici non è
lecito il possedere benefizi delle chiese, se, dopo di avere rinunziato
tutto il proprio, non vuole farsi discepolo di quello alla di cui
sorte sembra essere eletto. Se però alcuno vuole rimanere di fuori, non
gli togliamo il chericato, solamente gli vietiamo il godere benefizi
ecclesiastici.

[312] E perchè alcuni nella santa Chiesa, tanto cherici, quanto laici,
per successione paterna... l'arcidiaconato, o l'arcipresbiterato o
il cimiliarcato, o anche qualche parte dei benefizi spettanti agli
uffizi delle chiese, finora si sono sforzati di possedere: in questa
sacra adunanza è stato fissato e definito ad universale notizia che se
alcuno, mosso da questa nefanda cupidigia, tentasse ulteriormente di
possedere una chiesa e presumesse di ottenere per eredità il santuario
di Dio, secondo la voce profetica, soggiaccia al vincolo dell'anatema,
fintanto che ravveduto non si mostri.

[313] Paghi ogni anno nel mio annuale ai canonici e decumani a
custodi della stessa Chiesa che non abbiano moglie, e che all'annuale
intervengano, per ciascun canonico quattro denari, due ai custodi e
decumani.

[314] Se però alcuno di que' canonici fosse infermo, anche non
intervenendo egli a questi annuali, voglio che abbia questa
benedizione, e se alcuno fosse ammogliato, voglio che sia privato di
questa benedizione.

[315] Quest'asserzione è contraria a quella del conte Giulini, il
quale, sul testimonio d'una moneta pubblicata dal Muratori, in cui v'è
il nome solo _Mediolanum_, e dall'altra sant'Ambrogio, che l'incisore
ha rappresentato a testa nuda senza la mitra, ha argomentato che
appunto verso la metà del secolo duodecimo, essendosi inventato
l'ornamento vescovile della mitra, la moneta dovesse essere anteriore
a quell'epoca. Se quel dotto cavaliere (che cessò di vivere il giorno
26 dicembre 1780, giorno in cui perdemmo il benemerito nostro cronista,
ed io in particolare un amico) riconoscesse ora la moneta che conservo
presso di me, vedrebbe l'inesattezza di quell'incisore, poichè ella è
posteriore all'introduzione della mitra, che realmente è scolpita sul
capo del santo arcivescovo.

[316] _Tealdo_, detto arcivescovo milanese, e _Guiberto_ ravennate, i
quali con inudita eresia e superbia si sono levati contra questa santa
chiesa cattolica, sospendiamo totalmente dall'ufficio episcopale e
sacerdotale, e sopra di essi rinnoviamo l'anatema già pronunciato.

[317] Giulini, tom. IV, pag. 226.

[318] Giulini, tom. IV, pag. 423.

[319] Sia fatto, sia fatto.

[320] Giulini, tom. V, pag. 260.

[321] Giulini, tom. V, pag. 485.

[322] Detto, tom. V, pag. 403.

[323] I Pavesi e i Milanesi stabilirono e giurarono tra di loro
patti i quali ad alcuni sembrano essere stati troppo contrari alla
maestà imperatoria ed all'autorità apostolica; avendo que' cittadini
giurato tra di essi di conservare le persone loro e i loro beni contra
qualunque mortale nato o nascituro.

[324] _Anselmo_ di _Buis_, arcivescovo milanese, quasi ammonito per
autorità apostolica, studiossi di radunare dalle diverse parti un
esercito, col quale si impadronisse del regno babilonico, e con questo
avvisamento prevenne la scelta gioventù milanese, perchè le croci
assumesse e cantasse la canzone di _Ultreja, ultreja_. E alla voce
di quest'uomo prudente, uomini di qualunque condizione per le città
de' Longobardi, per le ville e per le castella, pigliarono le croci e
cantarono quella canzone di _Ultreja, ultreja_.

[325] _Landulph. Jun._, cap. 2.

[326] Giulini, tom. IV, pag. 430.

[327] Contra la terra Coritiana, che è la patria dei Turchi.

[328] Alla voce di quest'uomo prudente.

[329] _Rer. Italic. Script._, tom. V, p. 476.

[330] Tu pure, col naso e le orecchie tronche per il nome di Cristo,
sei più lodevole, giacchè hai meritato di giugnere a quella grazia che
da tutti dee desiderarsi, e colla quale, perseverando sino all'estremo,
dai santi non differisci. Sminuita è veramente la integrità del tuo
corpo, ma l'uomo interno, che di giorno in giorno si rinnova, ha
ricevuto grande incremento di santità; più brutta è la forma visibile,
ma più bella è divenuta l'immagine di Dio, che è la forma della
giustizia. Laonde nella Cantica dei Cantici la Chiesa si gloria col
dire: Nera sono, o figliuole di Gerusalemme.

[331] Martire di Cristo.

[332] _Landulph. Junior._, cap. 6.

[333] Per donativo ricevuto dalla mano, per donativo ricevuto dalla
lingua, per donativo ricevuto dall'ossequio.

[334] _Landulph. Junior._, cap. 9.

[335] La turba di _Grossolano_, battagliando contra il primicerio, con
un sasso uccise _Landolfo_, cherico dello stesso primicerio.

[336] _Landulph. Junior._, cap. 10.

[337] Avanti l'introito della messa confessava di soffrire sete
ardentissima, e bevette una coppa piena di vino forastiero, e dopo di
questo partecipò alla mensa celeste.

[338] Agnelli de sancto Georgio.

[339] Questo _Grossolano_, che trovasi sotto questa cappa, e non dico
già d'altri, è simoniaco per riguardo all'arcivescovado di Milano.

[340] _Landulph. Jun._, cap. 10.

[341] Va indietro, o Satana.

[342] Dio, fammi salvo nel tuo nome, e liberami colla tua virtù.

[343] La presenza dei vescovi suffraganei non accordò pieno favore a
quella legge e a quel trionfo.

[344] _Landulph. Jun._, cap. 14.

[345] La moltitudine, trista per il caso avvenuto e per la ruina di
_Grossolano_, di là a pochi giorni, con iscandalo, portossi contra quel
prete e contra la di lui legge.

[346] Un angelo mi si fece all'incontro dicendo: Il prete _Liprando_,
di ritorno dalla Valtellina, giace infermo nel monastero di Civate.

[347] _Landulph. Jun._, cap. 14.

[348] Giulini, tom. IV, pag. 519.

[349] Giulini, tom. IV, pag. 515.

[350]

    «Molti d'oro e d'argento eletti vasi,
    Con moneta copiosa, ogni cittade
    Ad esso offrì: sol gli negò servigio,
    Nè di rame gli diè pur un baiocco
    La popolosa e nobile Milano».

[351] _Rerum. Italic. Script._, tom. IV, pag. 378.

[352] Però _Ottone Visconti_, milanese, con molti combattenti per lo
stesso re, in quella strage cadde con morte che dolorosissima riuscì a
coloro che la città milanese e quella chiesa amavano.

[353] _Landulph. Jun._, cap. 18.

[354] Gerusalemme liberata, canto I, stanza 53.

[355] I Milanesi ancora, mentre questo imperatore per la via di Verona
incamminavasi nella Germania, colla spada e col fuoco e con diversi
strumenti, dai fondamenti distrussero Lodi, seconda città della
Lombardia.

[356] _Landulph. Jun._, cap. 18.

[357] Tom. I, part. 2, pag. 235.

[358] Il giorno settimo delle calende di giugno dell'anno MCXI fu la
città di Lodi presa dai Milanesi.

[359] Nell'anno MCXI, il giorno settimo avanti le calende di giugno, fu
distrutta la città di Lodi, e giacque per anni XLVIII.

[360] Ben a ragione il prudente lettore avrebbe desiderato maggiori
notizie intorno alla distruzione di Lodi; ma è duopo che con meco passi
oltre, giacchè, sebbene io abbia fatte diligenti ricerche, alle mie
mani non giunsero informazioni più copiose. Egli è certo però che dure
leggi e servitù disdorosa furono ai vinti imposte; ed atterrati tutti
gli altri edifizi e le mura della città, appena lasciati furono ai
miseri cittadini per loro abitazione quartieri simili a quelli delle
campagne e tuguri dei poveri; e fu reputato grandissimo vantaggio che
i vincitori lasciassero un quartiere detto Piacentino, nel quale ogni
otto dì si continuasse il solito mercato; ma lecito non era il fare
alcuna vendita, nè il contrarre matrimonio, nè l'uscire in pubblico
dopo il tramontare del sole, nè l'uscire da certi confini, senza avere
riportato l'assenso del magistrato milanese; se alcuni tenuto avessero
appena qualche discorso segreto, sospetti tosto di nuove trame, puniti
erano con una multa in danaro, o percossi con bastonate; per le quali
calamità sdegnati moltissimi, vollero piuttosto recarsi in diversi
luoghi in esilio, ed in perpetuo vivere lontani dai patrii confini.

[361] _Tristan. Calch. Mediol. Hist. Patr._, lib. VII, pag. 149.

[362] Giulini, tom. V, pag. 355.

[363] Ai consoli, ai capitani, a tutta la milizia e a tutto il popolo
milanese. — Inclita città di Dio, conserva la libertà, affinchè tu
ritenga del pari la dignità del tuo nome, poichè fintanto che ti
sforzerai di resistere alle potenze nemiche della Chiesa, godrai
dell'aiuto di Cristo Signore, autore della vera libertà.

[364] _Martene, Collect. Veter. Scriptor. et monument._, tom. I, pag.
640.

[365] Gli ordinari adunque, e i sacerdoti decumani, e tutti gli altri
che papa Innocenzo II favoreggiavano e insidie tendevano a codesto
arcivescovo, il danaro loro prodigarono, e lo diedero ad uomini periti
della legge e de' costumi, ed a guerrieri. Laonde lo stesso arcivescovo
forzato fu ad entrare in discorso col popolo, affinchè colle persone da
esso scomunicate, della scomunica contendesse. E mentre egli attendeva
saette, o _parole offensive_ intorno alla scomunica giusta o ingiusta,
il primicerio Nazaro, uomo di mirabile astuzia, con prolisso sermone
generò la noia tra gli uditori di quel discorso. L'arciprete Stefano
però, che si cognominava Guandeca, vedendo il primicerio suo tenere
sì fastidioso ragionamento, alzò la voce, e in questo modo prese a
parlare contro l'arcivescovo: Io ti dirò quello che costoro non ti
dicono, cioè che tu sei eretico, spergiuro, sacrilego e reo di altri
delitti che non debbono in questo luogo annoverarsi. Queste cose udite
avendo all'improvviso l'arcivescovo, stupito rimase. Quell'arciprete
però, avendo nelle mani il testo degli Evangeli, giurò che intorno
alle rose da esso asserite di quell'_Anselmo_, che dicevasi _della
Pusterla_, starebbe al giudizio del vescovo di Novara e di quello di
Alba, che erano tra i suffraganei della chiesa di Milano. I consoli
di Milano adunque, affine di conciliare le parti, stabilirono che
essi e gli altri suffraganei venissero. Per questo in un determinato
giorno, non solo i suffraganei concorsero, ma molti puramente vestiti
di rozza ed incolta lana, e col capo raso in modo insolito. E vedendoli
quell'arcivescovo congregati, e che al popolo sembravano angioli venuti
dal cielo, disse al popolo medesimo: Tutti quelli che voi vedete in
questo luogo con quelle cappe bianche e grigie, tutti sono eretici.
Quindi la plebe ignara ed i congiurati suscitarono guerra, affine di
cacciarlo e di deporlo. In quel giorno però resistere non poterono alla
spada di Anselmo. Ma verso la metà della notte, sparso essendosi molto
danaro, la truppa validissima del primicerio e del prete Stefano, sul
far del giorno, lo stesso Anselmo cacciò dalla sede.

[366] _Landulph. Junior._, cap. 41.

[367] Il papa ebbe a sua disposizione un messaggiero tanto idoneo a
queste faccende, quanto lo fu Bernardo, abate di Chiaravalle.

[368] Veramente, ad insinuazione di questo abate, tutti gli ornamenti
ecclesiastici, in oro, in argento, in vesti che nella chiesa della
città stessa vedevansi quasi da quell'abate guardati con disprezzo,
chiusi furono negli scrigni.

[369] _Landulph. Junior._, cap. 42.

[370] Io domani monterò sul mio palafreno, e s'egli mi porterà fuori
delle vostre mura, non sarò per voi quello che voi chiedete; e in
questo modo da Milano partì.

[371] _Landulph. Junior._, cap. 42.

[372] Andando per la città, fecero a favor loro copiosa raccolta d'oro,
d'argento e di molt'altre cose.

[373] Preso, mandollo a Roma, e colà, come suona la fama,
quell'Anselmo, nello stesso mese finì di vivere nelle mani di Pietro
Latro, ch'era il procuratore di Innocenzo.

[374] Giulini, tom. V, pag. 338.

[375] Nella prima portata, polli freddi, gambe cotte col vino, e carne
porcina fredda; nella seconda, polli ripieni, carne vaccina condita
col pepe, e una piccola torta del laveggiuolo; nella terza, polli
arrostiti, lombetti col panico (_o con pane gratuggiato_), e salami.

— Sembrerà alquanto ardita questa traduzione, giacchè nè il _Giulini_,
nè il _Verri_ non attentaronsi ad indicare cosa fossero queste vivande.
Io dubitai fin da principio che si dovesse leggere _cambar de vino_,
che si è scritto talvolta in luogo di _caneas_, come che dicesse
_canevette_, o botticelli. Ma osservo che si parla esclusivamente di
cibi, e le parole _gambas_ e _gambonos_ si trovano frequenti nelle
nostre carte antiche, indicanti quella parte che la gamba propriamente
detta congiunge al piede. La _piperata_ io interpreto _condimento
col pepe_, appoggiato agli antichi scrittori, anzichè _vaso da
conservare il pepe_, come fa il _Du Cange_. Egli sotto il nome di
_panitium_ intende il _panico_; io amo meglio in questo luogo il _pane
gratuggiato_. Hannovi poi molte ragioni per credere che i nostri padri
_porcellos plenos_ nominassero i _salami_.

[376] Tom. V, pag. 473.

[377] Sponsali di futuro.

[378] Se per titolo degli sponsali dato fosse anello, o corona o
cingolo o altra simile cosa, o vestito o manto o zendado, non seguendo
il matrimonio, la metà si restituisce, se nel frattempo è stato dato un
bacio.

[379]

    «Al re degli Angli, di Salerno tutta
    Scrive la scuola, ec.».

[380] _Argellat., Bibl. Script. Med._, num. 916.

[381] Venga in potere dell'abate dello stesso monastero di
Sant'_Ambrogio_, che ne' tempi avvenire in perpetuo sarà ordinato
nello stesso santo monastero... una cappella... che io ho di nuovo
edificata... in onore di san Michele e di san Pietro, consacrata dal
signor _Ariberto_ arcivescovo.

[382] Giulini, tom. III, pag. 216.

[383] L'edizione di cui mi servo è quella di Pietro Perna, in Basilea,
1569.

[384] Pag. 186.

[385] Per di lui comando, e parimente per insinuazione del divo
_Federico_ imperatore.

[386] Pag. 260.

[387] _Murena, in Rer. Italic. Script._, tom. VI, pag. 957.

[388] Tra le altre città di quel popolo stesso ora tiene il primato...
non solo per la sua grandezza e per l'abbondanza di uomini forti, ma
ancora per ciò che due città vicine, poste nel territorio medesimo,
cioè Como e Lodi, ha aggiunte al suo dominio.

[389] _Otto Frisingens., De Gestis Federici_, lib. 2, cap. II.

[390] Distrutta Tortona, i Pavesi, affinchè glorioso trionfo ci
apprestassaro dopo la vittoria, alla città ci invitarono.

[391] I consoli ed il popolo milanese ai consoli tortonesi e a tutto il
popolo salute. — Crediamo essere noto a tutto il romano imperio, che
la vostra città, la quale del rimanente con piena confidenza nostra
appelleremo contra il diritto e spietatamente quasi del tutto con
ingiustizia distrutta, da noi audacemente e con virile animo è stata
ristorata, e col sudore vicendevole di tutti i nostri, circondata di
mura nuovamente costrutte. Tre insegne cittadinesche adunque a voi
mandiamo a perenne memoria della cosa. Una tromba cioè di bronzo,
colla quale il popolo sia convocato ad assemblea, il che significa
l'incremento della vostra popolazione. Un vessillo bianco colla croce
del Signor nostro Gesù Cristo, distinta nel mezzo con colore rosso, il
che significa che dalle mani dei nemici, dopo molte e grande angoscie,
voi siete stati liberati; e in questo abbiamo voluto che rappresentati
fossero il sole e la luna. Il sole indica Milano, la luna Tortona; e
come la luna tragge il suo lume dal sole, tutto il suo essere Tortona
tragge da Milano. Questi sono i due luminari del mondo, questi i due
regni. Mandiamo un suggello, col quale si segnino le vostre carte,
il quale contiene due città, Milano e Tortona, indicando che Milano
e Tortona sono per tal modo unite, che separare non si possono
giammai. Correva l'anno di Cristo 1155, allorchè la città diroccata fu
riedificata.

[392] Giulini, tom. VI, pag. 52.

[393] Muratori, _Dissert. Med. Æv._, dissert. II, tom. II.

[394] Lib. I, cap. 33.

[395] I Milanesi però, siccome uomini amanti delle guerre e valorosi,
la città loro di grandi fossi circondarono, e all'imperatore
audacemente e con animo virile vollero resistere.

[396] _Anonimi Chronicum Bohemicum_, nella raccolta _Scriptores Rerum
Germanicarum_ del Menckenio, tom. III, col. 1707, Radevic., lib. I,
cap. 25. — _Vincentii canonici Pragensis Chroniscon, in tomo I. Monum.
Hist. Boemiae, a P. Gelasio Dobner, edita Prague penes Clauser_, 1764,
pag. 551.

[397] _Radevic._, lib. I, cap. 32.

[398] _Monumenta Historica Boemiae a P. Gelasio Dobner_, _edita Praga_,
1754, pag. 57.

[399] Stavano armati sulle mura, senza fare alcuno strepito, e
dubitossi, se il veder giugnere il principe a tutti avesse insinuato
quel rispetto e la disciplina di quel silenzio, o pure incusso timore.

[400] Divise essendo, come già si è detto, tra i comandanti
dell'esercito le porte della città, ciascuno di essi si diede a gara
ad affrettare i preparativi ed a munire il campo con pertiche, pali
ed altri mezzi di difesa, onde prevenire le improvvise scorrerie de'
nemici. Nè già credevansi che una città così grande potesse essere
assalita con _vigne_, torri, arieti e macelline guerresche di altro
genere. Ma temevano piuttosto, che, stanchi per lungo assedio,
costretti fossero ad arrendersi, o pure di essere superati, se,
fidandosi pel loro numero, fatta avessero qualche sortita.

[401] _Radevic._, lib. I, cap. 34.

[402] Intanto i soldati di Milano uscivano dalla città, e agli scudieri
dell'esercito toglievano i cavalli, e tanti ne acquistarono, che un
cavallo vendevasi per quattro soldi di terzuoli.

[403] Aperte le porte ed usciti cogli uomini più valorosi, sgominate
le guardie, scorrono fino ai campi degli eroi suddetti, combattono,
feriscono. Gli Alemanni, allorchè si avvidero che i nemici giugnevano,
colpiti all'istante da quel movimento inopinato ed improvviso, l'uno
dopo l'altro cominciarono a tremare ed a tumultuare; poscia l'un
l'altro chiamavansi a vicenda, si esortavano: pigliavano le armi,
ricevevano gli assalitori, respingevano i più arditi: udivansi grida
mescolate con esortazioni, strepito d'armi, ec.

[404] _Radevic._, lib. I, cap. 34.

[405] Tom. I, pag. 56.

[406] Verso l'ora del vespro... si attacca battaglia dall'una e
dall'altra parte; si uccidono fortissimi guerrieri, nè questi nè quelli
vincono. Vedendo però il suddetto principe che da sè solo sostenersi
non poteva, molti avvisi manda al re di Boemia, richiedendolo di
soccorso colla sua milizia.

[407] I Milanesi, per la libertà pugnando, valorosissimamente resistono
agli avversari loro; dall'una e dall'altra parte cadono fortissimi
soldati. Dura la battaglia dall'ora del vespro sino al crepuscolo.
I Milanesi finalmente, essendo moltissimi di essi perduti o presi,
resistere non potendo all'urto de' Boemi, entro le mura si ritraggono,
ed i Boemi vincitori, uccidendoli, gli inseguono sino alle porte
medesime. Intanto la notte mette fine alla pugna.

[408] I Milanesi veramente, i macchinamenti de' nostri prevedendo,
ignominioso reputavano, se, pari essendo o anche maggiori di numero,
con minore coraggio agli assalitori si opponessero.

[409] _Radev._, lib. I, cap. 36.

[410] Lib. 1, cap. 31.

[411] Ma dubitossi se dal timore o dal rispetto dell'imperatore
trattenuti fossero dal non far scorrerie nè pure alla porta, ove la
milizia del principe piantato aveva l'assedio.

[412] _Radev._ Lib. I, cap. 38.

[413] Lib. I, cap. 40.

[414] Il fetore de' cadaveri dall'una e dell'altra parte
intollerabilmente molestava gli eserciti, cosicchè moltissimi già
affetti erano da gravissime infermità.

[415] _Monumen. Hist. Boemiae a P. Gelasio Dobner collecta_, tomo I,
pag. 59.

[416] Autore di questa trattativa si disse _Guido_ conte di Biandrate,
uomo prudente, buon parlatore ed atto a persuadere. Essendo questi
cittadino naturale in Milano, in quella occasione erasi condotto con
tale prudenza e moderazione, che al tempo stesso, cosa in quel cimento
difficilissima, e caro riuscì alla corte, e non generò alcun sospetto
ne' cittadini suoi.

[417] _Radevic._, lib. I. cap. 40.

[418] Giulini, tom. VI, pag. 151.

[419] Detto, tom. VI, pag. 70.

[420] Vicende di Milano, pag. 93.

[421] _Goldast., Statut. et Rescript. Imperialia_, pag. 55; — _et
Radevic._, lib. I, cap. 41, pag. 286. _Edit. Basileae_, 1569.

[422] Maravigliarsi egli della prudenza dei Latini, i quali,
gloriandosi principalmente della scienza delle leggi, trovavansi poi in
gravissima trasgressione della legge; e mentre tenacissimi seguaci si
vantavano della giustizia, i tanti affamati e sitibondi l'ingiustizia
loro evidentemente mostravano.

[423] I Milanesi chiama a consiglio, e ad essi chiede come fedeli
mantenere si debba le città dell'Italia; i quali gli danno il consiglio
che suoi podestà, per mezzo de' suoi nunzi, costituisca coloro che
nelle città d'Italia riconosce ad esso fedeli... Il quale consiglio
l'imperatore lodando, fino a tempo opportuno, chiuso nel suo cuore lo
mantenne.

[424] Rispondono, non potere essi farlo in alcun modo; promettevano
tuttavia di fare interamente tutto quello che contenevasi nel
privilegio dell'imperatore, che io _Vincenzo_ scritto aveva per parte
dell'imperatore e del re di Boemia.

[425] Cioè che essi medesimi elegessero i consoli che volessero, ed
eletti li presentassero all'imperatore, o al di lui nunzio, affinchè
giurassero all'imperatore stesso fedeltà. All'opposto i nunzi
dell'imperatore rispondono, avere essi dato in Roncaglia all'imperatore
il consiglio che, per mezzo de' suoi nunzi, nelle città della
Lombardia stabilisca i podestà; onde anch'essi facciano uso di questo
avvisamento.

[426] Veggasi il citato _Dobner_, tom. I, pag. 61 e 62.

[427] Nelle loro sortite tentarono o d'incendiare le macchine, o di
distruggere le torri, o di ferire mortalmente alcuni dei nostri; nè
fuvvi alcun genere di audacia o di ostinazione che essi, ignari delle
cose future, ommettessero; e mentre già abbattuta reputavasi la loro
superbia, tumidi gloriavansi delle commesse sceleratezze.

[428] _Radevic._, lib. 2, cap. 45.

[429] Comanda adunque che vendetta si faccia dei loro prigionieri, e
ordina che appiccati siano alle mura.

[430] Il popolo però, contumace, troppo ansioso di rendere la pariglia,
trasse esso pure in egual modo al supplizio alcuni dei nostri, che
prigionieri trovavansi.

[431] Ordina che si conducono gli ostaggi loro al numero di quaranta,
affinchè sieno appiccati.

[432] Allora intanto conduconsi prigionieri sei militi tra i nobili
milanesi, i quali erano stati trovati in luogo, ove coi Piacentini
perfidi ragionamenti tenevano... Perciocchè, come sopra si è detto,
anche allora Piacenza al principe aderiva con finta devozione e
simolata obbedienza.... Questi adunque.... ordina che condotti sieno al
supplizio, e lo stesso fine ebbero essi della vita, che già toccato era
ai primi.

[433] _Radevic._, lib. 2, cap 46.

[434] Per impulso del serenissimo imperatore Federico.

[435] Lib. 2, pag. 260.

[436] E già a ruina della città moltissime macchine si appressavano,
e già le torri elevate ad altissima mole cominciavano ad attaccarsi.
Coloro allora con grandissima forza e pertinacia si diedero a resistere
e ad allontanare le torri dalle mura, e coi loro strumenti e con validi
colpi di pietre, a sconcertare le macchine nostre. Credendo però il
principe di potere domare i feroci loro animi, ordinò che ai loro
guerreschi ordigni (che ora nominati sono mangani, e che al numero di
nove nella città trovavansi), si opponessero i loro ostaggi medesimi,
alle macchine nostre legati. I sediziosi, cosa incognita presso i
barbari, e cosa orrenda a dirsi, e che a udirsi sembrerà incredibile,
le torri con colpi non meno frequenti percuotevano; nè punto li
commoveva la compassione del sangue e dell'età, nè la comunanza dei
vincoli naturali. E in questo modo alcuni fanciulli, colpiti dalle
pietre, miseramente perirono. Altri, più miseramente ancora vivi
rimanendo, pendenti attendevano quella crudelissima strage e l'orrore
di asprissima calamità. Oh sceleratezza!

[437] Lib. 2, cap. 47.

[438] Usciti essendo dallo stesso castello circa ventimila uomini di
diverse condizioni, fu quello dato alle fiamme, e ne fu permesso ai
soldati il saccheggio.

[439] Lib. II, cap. 42.

[440] Pag. 327.

[441] _Federigo_, per grazia di Dio imperatore de' Romani e sempre
augusto. Crediamo che la prudenza vostra sia informata che un dono così
grande della divina grazia, a lode e gloria del nome di Cristo, tanto
evidentemente conferito al nostro onore, non può rimanere occulto o
nascondersi come cosa privata. Il che noi significhiamo all'amor vostro
ed al vostro desiderio, affinchè possiamo tenervi, siccome carissimi
e fedeli, così ancora partecipi dell'onore e della gioia nostra.
Imperocchè il dì seguente alla festa della Conversione di _san Paolo_,
Dio ci accordò compiuta vittoria di Crema, e così gloriosamente di essa
abbiam trionfato, che appena a que' miseri abitanti concedemmo la vita.
Conciossiachè le leggi tanto divine quanto umane attestano che propria
del principe è la somma clemenza.

[442] Vicende di Milano con Federico I, imperatore, pag. 55.

[443] Per ciascuna parrocchia della città elette furono due persone,
e tre di queste da ciascuna porta, delle quali una io fui, affinchè,
secondo l'arbitrio loro si vendessero le vettovaglie e il vino e le
mercatanzie, e il danaro si dêsse a prestito, il che ridondò a ruina
della città.

[444] _Hist. Rer. Laudens. Rer. Italic. Script._, tom. XI, col. 1094.

[445] Tutti afflitti erano dalla fame e dall'inopia; il marito,
snudando la spada, assaliva la moglie, il suocero la nuora, il fratello
l'altro fratello, il padre il figliuolo, perchè frodati dicevansi del
pane, e dappertutto udivansi discordie domestiche e private contese.

[446] _Trist. Calch. Hist. Patr._, lib. 10, pag. 209.

[447] Appianiamo le fosse, dirocchiamo le mura, distruggiamo tutte le
torri, e tutta la città traggiamo a ruina ed a desolazione.

[448] _In Dacherii Spicil._, tom. V. — _Pagi, Crit. Baron. ad annum_
1162, num. 26.

[449] Poscia le mura della città e le fosse e le torri furono a poco a
poco distrutte, e così tutta la città di giorno in giorno venne sempre
ridotta a ruina e a desolazione.

[450] Il popolo viene espulso dalla città: il muro tutto all'intorno
atterrato: gli edifizi sono spianati al suolo, eccettuati i templi dei
santi.

[451] _Pistor. Nidan., Rer. German. Script., Ratisponae_, 1751, tom. I,
pag. 678.

[452] I Milanesi, spinti dall'assedio, dalla fame, dall'inopia,
dalla discordia, per mezzo di ambasciatori chieggono dall'imperatore
misericordia.... l'imperatore, che proposto erasi di farli perire con
diversi supplizi, a terrore degli altri, accordando loro la vita e
concedendo che seco portassero quanto potevano delle cose necessarie,
li disperse nelle province in modo che facoltà non avessero di
rientrare nella città; quindi comandò che i suoi soldati nella città
entrassero, e si distruggessero le mura, le torri, gli alti e superbi
palazzi, e tutti gli edifizi.

[453] Nella stessa raccolta del Pistorio, tom. I, pag. 914.

[454] I Milanesi, stretti già da quattro anni d'assedio dal re e
dall'esercito italico e teutonico, dopo molte illustri imprese di
militare audacia, finalmente, attediati dalle calamità e dall'inedia,
piuttosto che vinti dalla forza delle armi, supplichevoli stendono le
mani all'imperatore, sè stessi e tutte le cose loro cedendo al regio
potere. Ricevuti adunque alla dedizione gli ottimati e il popolo, il
re, colle aquile vincitrici e con grande concorso di popolo, entrò
verso la domenica delle Palme, e, conceduto avendo ai cittadini la vita
e il possedimento di tutte le loro suppellettili, per di lui ordine si
spianano le fortificazioni, le mura, le torri e qualunque luogo munito;
gli altri edifizi, eccettuata la chiesa matrice e le altre chiese,
vengono dalla vorace fiamma consunti, e quella città opulentissima...
si spiana sino al suolo.

[455] I Milanesi, dopo l'eccidio della loro città, in vigore di editto
imperiale, quattro borghi nei quattro diversi punti fabbricarono.

[456] _Manckenius, Scriptores Rer. Germanicar._, Lipsiae, 1730, tomo
III, columnis 220 e 222.

[457] Le mura della città abbatte e tutto spiana al suolo.

[458] Nella citata raccolta del Menckenio, allo stesso volume, colonna
1708.

[459] I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande,
stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da
diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli
amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto della
Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore; ad
essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non potranno
ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non abbiano nelle
mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. E per consiglio
dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e, sedendo l'imperatore
sul suo tribunale coi suoi principi, portando innanzi ad esso le chiavi
di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi,
co' piedi nudi si prostrano a terra. Per comando dell'imperatore sono
avvertiti di levarsi in piedi; e tra essi _Aluchero_ di Vimercate così
comincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocchè contra
l'imperatore de' Romani, signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo
il nostro fallo, chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla
vostra imperiale maestà; le chiavi della città nostra, città antica,
alla imperiale maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile
e supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così
grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di
Dio, di _sant'Ambrogio_ e di que' santi che dentro vi riposano, e che
l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati.
L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle porte dei
Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto si rendette
per le quattro parti del mondo, che contra il signor imperatore,
padrone della terra, presunsero essi di muovere le armi, così per le
quattro parti del mondo nota debb'essere la loro pena. Per le quattro
parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed
all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo danaro: la città di
Milano si renda in potere dell'imperatore. Questo udendo, i Milanesi
si arrendono al volere suo, e, benchè a malgrado loro, obbediscono
al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono nelle quattro parti
predette, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro;
Milano cedono al potere del signor imperatore. L'imperatore, riunita
avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi e degli
altri Longobardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio
di quello che si debba di così grande città. Al che si risponde dai
Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre
città: Il calice gustino pur essi che diedero a bere alle altre
città. Distrussero Lodi e Como, città imperiali; ai distrugga ancora
la loro Milano. Udito avendo questo l'imperatore, per loro consiglio
pronunziata avendo contro Milano quella sentenza, uscì fuora alla
campagna. Primieramente il signor _Teobaldo_, fratello del signor
re _Ladislao_, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi ed
altri delle altre città, più presto di quello che si farebbe a dirsi,
il fuoco appiccano da ogni parte in Milano, mentre l'imperatore co'
suoi eserciti ne rimane spettatore. Così Milano, città antica, città
imperiale, da diverse calamità desolata, viene distrutta. L'imperatore
poi, rovinata essendo Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale
potere, perciocchè tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo
egli nelle città italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia
del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano
intorno al ducato della Puglia.

[460] _Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita a P. Dobner
collecta_, tom. I, pag. 71 e seg.

[461] Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106.

[462] Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda.

[463] Giulini, tom. VI, pag 317.

[464] Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta non
fosse.

[465] _Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._
1105.

[466] Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime
distrusse.

[467] Sire Raul, _De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor._, tom.
IV, _colum._ 1187.

[468] Giulini, tom. VI, pag. 264.

[469] Giulini, tom. VI, pag. 230.

[470] Il pianto e il lutto degli uomini e delle donne, e principalmente
degli uomini infermi e delle femmine sopraparto, e dei fanciulli che
uscivano, e i propri lari abbandonavano.

[471] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _colum._ 1187.

[472] Giulini, tom. VI, pag. 233.

[473] Dopo la distruzione di Milano.

[474] Giulini, tom. VI, pag. 292. — Vicende di Milano, pag. 80.

[475] Giulini, tom. VI, pag. 307, 309 e 328.

[476] Affinchè non fossero dai fondamenti rovesciate, come Milano, che
era stata il fiore dell'Italia, se ribelli all'imperatore si facessero.

[477] Vicende di Milano, pag. 97. — Giulini, tom. VI, pag. 338.

[478] _Federico_ Imperatore, con un esercito quasi innumerabile di
Alemanni, assediò Milano.

[479] _Nidan. Pistor., Rer. Germanicar. Script._, tom. 2, pag. 531.

[480] I Milanesi spontaneamente fecero dedizione di sè stessi e delle
cose loro all'imperatore, il quale, senza alcuna clemenza, Milano
distrusse.

[481] _Rer. Boicarum Scriptores, collegit Andreas Felix Oefelius_, tom.
II, pag. 334.

[482] Giulini, tom. VI, pag. 339.

[483] Oh quanto clamore, quanto timore, quanto lutto per quattro
settimane si mantenne nei borghi, specialmente nel borgo di Noxeda
e di Vigentino! Alcuno non vi aveva che osasse coricarsi nel letto.
Perciocchè ogni giorno dicevasi: Ecco i Pavesi che vengono ad
incendiare i borghi!

[484] _Rer. Italic. Script._, tom. VI, _columnia_ 1191.

[485] Tom. VI, pag. 395 e seguenti.

[486] Formaronsi insieme in un solo corpo.

[487] Giulini, tom. VI, pag 156.

[488] Vi abitava una turba di ladroncelli, di rapitori, di servi
fuggitivi dai loro padroni.

[489] _Rer. Ger. Script, ex Biblioth. Marquardi Freheri excerpti a
Gotthelffio Struvio_, tom. I, p. 342. _Edit. Tertia, Argentorati._

[490] Con grande costanza da ciascuna parte spingevansi le cose della
guerra; alcuni talvolta di questi o di quelli erano fatti prigioni,
altri uccisi ed anche impiccati. L'imperatore però certa cosa fece
degna di lode. Perciocchè condotti essendo al di lui cospetto tre dei
prigionieri, comandò che loro fossero cavati gli occhi. Accecati i
due primi, al terzo, degli altri più giovane, domandò perchè ribelle
egli fosse all'imperio; ma quello disse: Non contra di te, o Cesare,
nè contra il tuo imperio io oprai; ma un padrone avendo nella città,
obbedii ai di lui comandamenti, e con fedeltà lo servii; che se egli
teco contro i suoi cittadini pugnare volesse, ancora lo servirei con
eguale fedeltà. Dalle quali parole allettato l'imperatore, accordata
avendo ad esso la conservazione degli occhi, comandò che i suoi
compagni accecati nella città riconducesse.

[491] _Struvius_, loc. cit.

[492] Cosa degna di lode.

[493] Cinse d'assedio Alessandria, città che viene detta fortissima,
non per il giro delle mura, ma per la situazione del luogo, e con un
campo fortificato grande oltre credenza, nel quale un fiume vicino
derivarono; trovaronsi ancora in essa uomini valorosi in gran numero,
pronti a resistere con coraggio, cosicchè l'imperatore non così presto,
come voluto avrebbe, riuscì ad espugnare la piazza, ma con molta fatica
e grande strage de' suoi, nell'intervallo ancora di alcuni anni.

[494] Dobner, _Monumenta historica Bohemiae_, tom. I, pag. 86.

[495] All'imperatore Federico, ottenuta da esso la pace, tutto quello
vogliamo fare che fecero gli antecessori nostri, dal tempo della morte
del secondo Enrico imperatore, agli antecessori suoi, senza violenza nè
timore.

[496] _Antiquit. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277.

[497] I Lombardi sono nell'una e nell'altra milizia diligentemente
istruiti; perciocchè sono valorosi in guerra, e nell'arte di parlare al
popolo maravigliosamente eruditi.

[498] Giulini, tom. VI, pag. 483.

[499] Mantengono l'eleganza del latino parlare e la urbanità dei
costumi. Nella ordinazione ancora delle città e nella conservazione
della repubblica imitatori sono altresì dell'accortezza degli antichi
Romani.

[500] _De Gestis Federici_, lib. I, cap. 12.

[501] Giulini, tom. V, pag. 110.

[502] Detto, tom. II, pag. 122.

[503] _Liutprand._, lib. V, cap. 16.

[504] Giulini, tom. VI, pag. 438.

[505] _Dissert. Med. Æv._, tom. II, pag. 28.

[506] Per ciascun carro di legne un pezzo riceveva, uno per ciascuna
sporta di pesci, uno per qualunque fornata di pane.

[507] _Manipul. flor._, cap. 146.

[508] Giulini, tom. II, pag. 243.

[509] Detto, tom. IV, pag. 247.

[510] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 277.

[511] Le quali, secondo il computo del conte Giulini, equivalgono a
undicimila e duecento zecchini correnti, somma ben tenue, ripartita
sopra venticinque città, quante componevano la lega, dappoichè vi si
compresero Pavia e Como.

[512] Giulini, tom. VII, pag. 6.

[513] _Monum. Bas. Ambr._, n. 587.

[514] Tutti i diritti regali che l'imperio ha nell'arcivescovado
milanese, o sia nei comitati del Seprio, della Martesana, della
Bulgaria, di Recco, ecc.

[515] Giulini, tom. VII, pag. 20, 21 e 22.

[516] Nel termine che i consoli di Milano col Consiglio di credenza ci
indicheranno.

[517] Concedette piena giurisdizione.

[518] Tom. VII, pag. 24.

[519] Più di centocinquanta cavalli carichi d'oro, d'argento, di
sciamiti e di manti, e di pelli grigie e di vaio, e di altre cose
preziose.

[520] Giulini, tom. VII, pag. 32.

[521] _Dissert. Med. Æv._, tom. IV, pag. 731.

[522] Sì grande timore tutti coloro che rimasti erano, invaso
aveva, per la grandiosità delle sue gesta, che tutti ultroneamente
accorrevano, e ciascuno coll'ossequio studiavasi di ottenere la
grazia della sua famigliarità. Perciocchè dai legati di Verona può
comprendersi quanto timore agli Italiani incusso avesse la memoria dei
di lui fatti.

[523] _Otto Frisin._, lib. 2, cap. 27, pag. 256. _Edit. Basileae_, 1569.

[524] Trascorrendo il territorio del vescovado che si chiama
Uratislavia, passò nel vescovado posnaniense, e tutta quella terra egli
pure devastò col ferro e col fuoco.

[525] _Radevich._, lib. I, cap. 3, pag. 262.

[526] Duro è certamente che dipendere debba dall'altrui arbitrio
l'animo di uno scrittore, siccome privo della facoltà d'istituire egli
stesso un esame.

[527] Pag. 235.

[528] Mentre con essi trattavamo di comperarlo, ed essi ce lo
ricusavano, il nobilissimo loro castello, cioè Rosate, che cinquecento
soldati aveva, facemmo prendere ed incendiare... Poi tre loro castelli
fortissimi, cioè Minima, Gailarda e Treca (_Trecate_) distruggemmo; e
celebrato avendo con grandissima giocondità la natività del Signore....
distruggemmo poscia Caira, villa grandissima e molto bene fortificata,
e la città d'Asti con incendio devastammo... Di là siamo venuti a
Spoleto, e perchè ribelle era... la pigliammo colla forza, col ferro
cioè e col fuoco, e riportate avendo spoglie infinite e molte altre
consumate col fuoco, la rovesciammo dai fondamenti.

[529] _De Gestis Federici Primi, Cesaris Augusti, Basileae_, 1559, pag.
186.

[530] La città si abbandona al saccheggio, e pria che si potessero
portar via le cose che giovar possono all'uso degli uomini, appiccatovi
da alcuno il fuoco, si consuma. I cittadini che avean potuto sottrarsi
al ferro ed alle fiamme, la vita soltanto conservando, nel vicino monte
seminudi, si riducono... Nel dì seguente, perciocchè dall'abbruciamento
dei cadaveri l'aere tutto corrotto generava intollerabile fetore,
trasferì l'esercito nei luoghi più vicini... finchè le spoglie
sopravanzate all'incendio ad uso servirono, non già de' miseri
Spoletani, ma dell'esercito.

[531] Otto Frising., lib. 2, cap. 23, pag. 252.

[532] Chiunque di essi preso fosse, il supplizio doveva aspettarsi del
patibolo che innanzi alla piazza vedevasi eretto.

[533] Pag. 244.

[534] La città da prima fu data al saccheggio, poi rovinata ed
incendiata.

[535] Pag. 247.

[536] Quasi tutti quei prigionieri che incatenati tenevansi, erano
dell'ordine equestre. Essendo adunque i suddetti presentati al principe
e condannati al supplizio delle forche, uno di essi disse: Ascolta,
o nobilissimo imperatore, la condizione di un uomo sfortunatissimo.
lo sono Gallo di nazione, non Lombardo, e sebbene povero, di stato
cavaliere, libero di condizione, ec. Questo solo il glorioso imperatore
ordinò che tra tutti esente fosse dalla sentenza di morte; imponendogli
questo solo per pena che, posto il laccio al collo di ciascuno, col
supplizio delle forche i suoi compagni facesse perire. E così fu fatto.

[537] Affinchè a tutti i passaggeri presentassero documento della loro
temerità, sulla strada medesima furono posti in mucchio, ed erano, come
si narra, cinquecento.

[538] _Otto Frising._, lib. 2, cap. 25.

[539] Il re _Federico_, raccolta avendo grande quantità di principi
e di altri soldati, ed aggiunti al suo séguito _Enrico_, duca di
Sassonia, e _Federico_ figliuolo del re _Corrado_, ed altri principi,
incamminossi con un corpo numeroso di truppe a Roma dal papa _Adriano_,
affinchè Cesare, secondo il dovere, lo consacrasse; essendo però
giunta quella comitiva nell'uscire dalle Alpi avanti la città stessa
di Verona, a Guordo, castello inespugnabile, i Veronesi, riguardandolo
come di loro diritto, il passaggio vietano ad esso cd ai suoi seguaci,
dicendo che Cesare non era egli ancora, ma re, e che per questo, come
era di loro diritto, doveva egli pagare ad essi il danaro, se di là
passare voleva a Roma, che qualora ricevuto lo avessero già consacrato
Cesare, gli avrebbero in quella occasione, e non già prima, renduti
gli onori dovuti a Cesare. Queste cose udendo, _Federico_ reprime
lo sdegno, e, dissimulandolo, dà loro di buone parole, promette il
danaro che essi domandano, e come di questo data avesse sicurtà, passa
per Verona col suo esercito intatto. Situate adunque oltre quella
città le truppe reali, manda dire ai Veronesi che a ripetere vengano
il dovuto danaro, i quali alle di lui parole credendo, dodici dei
primari e più nobili cittadini, con numeroso séguito di altri nobili,
mandano al re per ricevere il danaro promesso; questi il re guardando
con volto ilare, ed ottime parole soggiugnendo intorno al promesso
danaro, tutti ordina che presi sieno, e molti di essi avendo fatti
trucidare, i dodici primari nobili comanda che sieno impiccati. E
siccome uno di questi diceva essergli parente in linea assai vicina, e
con testimonianza lo provava, per questo, come più nobile, ordinò che
sospeso fosse a più alto patibolo.

[540] Dobner, tom. 1, pag. 43.

[541] Giulini, tom. VII, dalla pag. 137 alla pag. 147.

[542] Detto, tom. VII, pag. 144.

[543] Commesso fu ad _Anselmo di Terzago_, che provvedere dovesse
secondo il suo giudizio intorno al reggimento della città, ed egli
elesse due consoli che per un anno la reggessero.

[544] _Flamma Chronic. MS._, cap. 963.

[545] Ad alcuno non fosse interdetto l'uso de' suoi beni, se non
giudicata la causa ed approvata dal comune, dal podestà di Milano, o
dai rettori della comunità, siccome le leggi richieggono.

[546] Corio, pag. 59 dell'edizione in foglio.

[547] Dico, comando e stabilisco che in perpetuo debba fermamente
osservarsi.

[548] Non possiamo ancora dimenticarci che voi, pacificato essendo di
già l'imperio, che lungamente era stato turbato, ci dirigeste legati
tanto discreti e tanto onesti, coi vostri donativi, che noi, come era
convenevole, ricevemmo sotto quella grazia e devozione colla quale
sempre vi abbiamo riguardati, e sempre cari vi terremo; i vostri
donativi altresì tanto più grati ci riuscirono, quanto che noi sapevamo
che quelli trasmessi erano per effetto di pura amorevolezza.

[549] Giulini, tom. VII, pag. 227.

[550] Balut., tom. II, pag. 662.

[551] Giulini, tom. VII, pag. 334.

[552] Giulini, tom. VII, pag. 483.

[553] Fu scolpito in marmo sedente sopra un cavallo, il che fu reputato
grande vituperio. Questi il primo fu a fare imprigionare gli eretici.

[554] Nuove leggi promulgate furono contra gli eretici, dei quali
moltiplici erano le sette e con nomi stranissimi distinte; perciocchè,
oltre i Patareni, dei quali ho fatto già menzione parlando di Arnolfo,
nominavansi i Catari, i Carani, i Concorezii, i Fursici, i Vanii,
gli Speronisti, i Carantani, i Romolarii; e questa peste non meno
attaccavasi alle femmine, che agli uomini. Fu all'uno e all'altro sesso
vietata questa superstizione, minacciandosi pena capitale e distruzione
delle case a coloro che in essa perseverassero, o i colpevoli nelle
case loro ricevessero, o in altro modo gli aiutassero. E nell'anno
seguente, correndo il mese di gennaio, _Goffredo_, cardinale di
San Marco, legato pontificio, entrato in Milano, stabilì per legge
(di comune consenso tuttavia dell'arcivescovo, degli ordinari e del
popolo), che il pretore di pena capitale punisse entro dieci giorni
coloro che dannati fossero per giudizio ecclesiastico.

[555] _Tristan. Calch. Hist. Patr._, lib. 8, pag. 269.

[556] Corio, parte seconda, foglio 72.

[557] Stabilito avendo lo inquisitore, distrusse le eresie.

[558] Nazarian., cap. 109, pag. 561.

[559] Corio, all'anno 1252.

[560] _Diss. Med. Æev._, tom. V, pag. 92 e seg.

[561] La trista vita di un prelato nuoce al suddito ed anche a quello
che è consacrato a Dio. — Nella chiesa di Dio non debbono esservi
cattivi sacerdoti e diaconi. — I preti cattivi non possono esercitare
il loro ministero. — La Chiesa non dee possedere alcuna cosa se non
se in comune. — Alcun tristo non può essere vescovo. — Non è lecito ad
alcuno lo ammazzare.

[562] Muratori, _Diss. Med. Æv._, tom. V, pag. 95.

[563] _Marten. Veter. Script. et Monum. Collect._, pag. 1051.

[564] Perciocchè in questo noi richiamiamo il costume degli antichi
Cesari, ai quali, per le illustri azioni sostenute colle vittoriose
insegne, il senato ed il popolo romano i trionfi e le lauree
aggiudicava; al che col presente esempio della nostra serenità, secondo
i voti vostri, da lungi prepariamo la via, mentre, vinta avendo Milano,
il carro di quella città, capo certamente della fazione dell'Italia,
a voi destiniamo, come la preda e le spoglie dei nemici vinti, e la
caparra vi mandiamo avanti delle nostre grandi azioni e della gloria
vostra.

[565] _Marten. Collect. Veter. Monum._, tom. II, pag. 1190.

[566] Città, capo della fazione dell'Italia.

[567] Attualmente si legge l'iscrizione incisa di quel tempo in
caratteri semigotici, e sta in Roma nel muro della scala che conduce ai
signori Conservatori del popolo romano in Campidoglio, e dice:

    _Cesaris Augusti Federici, Roma, Secundi
      Dona tene, currum, perpes in urbe decus.
    Hic Mediolani captus de strage, triumphos
      Cesaris ut referat, inclita preda venit.
    Hostis in opprobrium pendebit, in urbis honorem
      Mietitur: hunc urbis mietere jussit amor._

[568] Dell'ordine dei frati minori, i quali, non solo armati di spade e
muniti di elmo, presentavano una falsa apparenza di soldati, ma anche
insistendo colla predicazione, i Milanesi ed altri ancora, purchè la
persona nostra o quelle de' seguaci nostri offendessero, da tutti i
peccati assolvevano.

[569] Giulini, tom. VII, pag. 534.

[570]

      «Duce e tutor del popolo d'Ambrogio,
      Di giustizia vigor, luce de' grandi,
      Arca tu di saper, sommo dell'alma
      Madre Chiesa campion, eccelso fiore
      Di tutta quest'amabile regione;
      Al tuo cader d'Italia impallidisce
      Lo splendor tutto! Ahi, che l'aiuto nostro
      Della Torre Pagan, n'andò tra l'ombre!
    MCCXLI, il dì VI di gennaio, morì il detto signor Pagano
      della Torre, podestà del popolo di Milano».

[571] Giulini, tom. VII, pag. 431.

[572] Giulini, tom. VIII, pag. 128.

[573] Al minuto alla maniera della taverna.

[574] Tom. VII, pag. 462.

[575] Giulini, tom. VII, pag. 420.

[576] Detto, tom. VII, pag. 423.

[577] In nome del signor nostro Gesù Cristo. Nell'anno della natività
del medesimo mille dugentoquarantacinque, il giorno di venerdì, terzo
di novembre, indizione quarta. Essendo che il signor Uberto di Vialata,
podestà di Milano, e _Guido di Casate, Guido di Mandello, Filippo
della Torre, Giovanni della Torre, Guglielmo di Soresina, Probino
Ingoardo, Rezardo di Villa, Giustamonte Cicata, Lampugnano Marcellino,
Burro dei Burri, Artusio Marinone, Guglielmo di Lampugnano, Anselmo
di Lampugnano, Anselmo di Terzago, Rosate della Croce, Landolfo
Crivello, Negro Grasso, Guizzardo Morigia, Mollone Becano, Caruzano
Morone, Amerato Mainerio_ e _Buonincontro Incino,_ consiglieri, e
segretari, e sapienti del comune di Milano, con molta istanza pregando,
instarono presso il signor _Ardico di Soresina,_ arciprete di Monza,
e i canonici ed il capitolo di questa chiesa, ed anche col signor _G.
di Montelongo_, legato della Sede apostolica, affinchè concedessero e
prestassero allo stesso podestà e ai consiglieri, e sapienti, o sia al
comune di Milano, qualche parte del tesoro di quella chiesa da darsi in
pegno, per il danaro necessariamente occorrente al comune di Milano,
che in altro modo non può trovarsi nè ottenersi; come espressamente
asserivano; e che quella chiesa volevano mantenere indenne; e fare
sollecitamente restituire quel tesoro: alle di cui preghiere e a
quelle di questo signor legato soprascritto, i signori arciprete
e canonici umilmente accondiscendendo, per l'onore e vantaggio del
comune di Milano, presente e volente questo signor legato, offerirono,
concedettero a questi podestà e consiglieri e sapienti ed al comune
un calice d'oro del tesoro della chiesa Monzese del peso di once
centosette, colle orecchiette e coll'ornamento di molte pietre
preziose. E perciò il predetto signor _Uberto di Vialata_, podestà di
Milano, e questi consiglieri, e segretari, e sapienti, data essendo
loro licenza e facoltà e autorità dal consiglio dei quattrocento, e
dei trecento, e dei cento nuovo e vecchio, come dicevano, riformato
(scritto nel libro del comune di Milano l'atto di fare la infrascritta
obbligazione, e tutte le cose infrascritte) promisero, e diedero
sicurtà, e tutti i beni loro e i beni del comune di Milano tutti e
ciascuno di essi solidamente obbligarono in pegno al detto signor
_Arderico di Soresina_, arciprete di Monza, accettante in suo nome, e
in nome della Chiesa, e di tutto il capitolo di Monza, e di ciascuno
dei canonici di detta Chiesa; che esigeranno, renderanno e daranno
senza alcuna diminuzione, liberamente e assolutamente, di qui al natale
prossimo, a questo signor arciprete ed ai canonici, o sia al capitolo,
il soprascritto calice d'oro, ornato con gemme e pietre preziose. A
tutte spese e danni di essi e del comune di Milano, e senza alcun danno
o spesa dei detti arciprete e canonici e della Chiesa. E rinunziarono
alla eccezione del calice non ricevuto, e ad ogni altra eccezione colla
quale potessero in alcun modo premunirsi e difendersi, e massime che
non potessero dire essersi obbligati per lo comune o per le cose del
comune, ma sieno tenuti in modo che possano essere citati in solido,
anche dopo finito e deposto il loro ufficio e la facoltà e l'autorità
loro, come se tutte le predette cose fossero pervenute in potere di
ciascuno di essi. E rinunziarono al beneficio della nuova costituzione
e della lettera del Divo _Adriano_ e di qualunque altro aiuto col quale
in alcun modo potessero difendersi per mezzo dell'uso, e della legge, e
dello statuto, e di qualunque ordinamento fatto o che farsi in avvenire
potesse o si facesse; ma in qualunque tempo possano con effetto essere
convenuti, non ostanti alcune ferie nè le loro dilazioni fatte o da
farsi. E promisero come sopra il detto podestà, e questi consiglieri,
e sapienti, che nè il podestà, nè alcuno de' predetti darà in alcun
modo, nè con alcun sotterfugio, anche consenzienti questi arciprete e
canonici, alcuna altra cosa in luogo di quel calice, fuori del predetto
calice; ma daranno lo stesso calice speciale, intero, con tutte le
sue pietre e gemme senza alcuna diminuzione. Ed ivi il detto signore
_G. di Montelungo_, legato della Sede apostolica, coll'autorità della
sua legazione e per volontà dello stesso podestà e dei segretari, e
consiglieri, e sapienti predetti, essi tutti e il consiglio comunale,
dal termine infrascritto in avanti, assoggettò e sottopose al vincolo
della scomunica adesso per allora, se le cose predette come sopra
mantenute non fossero per quel termine; eccettuato il podestà predetto.
Alla osservanza delle quali cose e maggiore loro confermazione
i predetti segretari, e consiglieri, e sapienti sopranominati
giurarono corporalmente, toccando i sacrosanti Evangeli, tutte le
cose sopranotate, e di osservare e fare, e fare osservare dal comune
di Milano ciascuna delle cose predette. Fatto nei campi d'Albairate,
nell'esercito contra _Federigo_, una volta imperatore.

[578] Tom. VII, pag. 502.

[579] Giulini, tom. VIII, pag. 30 e seg.

[580] _Bullar. Francescan._, tom. II, pag. 15.

[581] Sormani, Storia degli Umiliati, cap. 10, pag. 99.

[582] _Bullar. Dominican._, tom. I, pag. 244.

[583] Dal consiglio dei quattrocento e dei trecento e dei cento, nuovo
e vecchio.

[584] Giulini, tom. VIII, pag. 256.

[585] Giulini, tom. VIII, pag. 12.

[586] Detto, tom. VIII, pag. 28.

[587] Tom. VIII, pag. 145 e seg.

[588] Giulini, tom. VIII, pag. 174.

[589] Seicento forche preparansi, alla vista delle quali si ritirarono.

[590] _Manip. flor. ad an. 1260._

[591] Giulini, tom. VIII, pag. 186.

[592] Detto, tom. VIII, pag. 191.

[593] Tom. VIII, pag. 192, 219, 236 e 249.

[594] Giulini, tom. VIII, pag. 247.

[595] Corio a quell'anno.

[596] Giulini, tom. VII, pag. 134.

[597] Detto, tom. VIII, pag. 247 e 286.

[598] Sotto l'interdetto dei divini uffizi rimasta era la città di
Milano per la contesa colla quale la famiglia dei Maravigli sembrava
ingiustamente opprimere il priore di Pontida.

[599] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 376.

[600] Tom. VIII, pag. 334 e 335.

[601] Il Castel Seprio si distrugga, e distrutto si mantenga in
perpetuo, nè alcuno ardisca presumere di abitare su quel monte.

[602] Siccome in tutte le cose sembrava entrare il sospetto, dubitava
altresì che nuove trame nelle adunanze si macchinassero, e per
questo comandò che coorti armate giorno e notte la città girassero, e
provvedessero che riunione non si facesse tra i cittadini.

[603] _Calch. Hist. Patr._, lib. 17, pag. 385.

[604] Avendo però il predetto Matteo Magno Visconti ottenuto il
dominio di Milano, nello stesso primo reggimento molto virtuosamente
si condusse; perciocchè professò per tal modo la castità e la onestà,
che tutta la di lui corte composta sembrava di uomini religiosi. Le
messe con grandissima devozione ascoltava. I sacerdoti vestiva colle
sue proprie mani. In tutta la quaresima faceva che i domestici suoi e
tutti i suoi famigliari si confessassero, altrimente con severità li
puniva. I nobili di Milano volontieri ascoltava, e ai loro consigli
non resisteva. I beni del comune conservava, nulla per sè riteneva. Non
versò mai il sangue di alcuno. I dominii dei borghi e delle ville tra i
nobili divideva; ogn'anno però i dominii di questi cambiava, onde tutti
i nobili all'amor suo invitava. Fu ancora robustissimo della persona ed
agile assai; colle mani spezzava un ferro di cavallo; e molt'altre cose
faceva degne di commendazione.

[605] Ad onore del Signor nostro Gesù Cristo e della gloriosa Vergine
Maria, sua madre, e del beato Ambrogio, confessore nostro, e dei
beati Vincenzo, Agnese, Dionisio, e di tutti i santi, e della Santa
Madre Chiesa, e del sommo pontefice, e del signor re dei Romani,
ed a conservazione dello Stato del venerabile padre signor Ottone,
arcivescovo della santa chiesa milanese, e al buono, tranquillo e
pacifico stato del popolo e del comune di Milano e di tutti gli amici,
ed alla morte e distruzione del marchese di Monferrato, e di tutti i
di lui seguaci, voi, signor capitano, giurerete di reggere il popolo
di Milano da oggi in avanti, per anni cinque prossimi venturi, in buona
fede, senza frode, e che custodirete e manterrete lo stesso popolo....
e gli statuti... e se questi mancassero, osserverete le leggi romane.

[606] _Vedi_ Corio all'anno 1288.

[607] La morte e la distruzione del marchese del Monferrato e di tutti
i di lui seguaci.

[608] Giulini, tom. VIII, pag. 435.

[609] Corio all'anno 1308, e Villani, storia, lib. 8, cap. 61.

[610] Il che, chiarissimi cittadini, significa che, siccome col ferro
e con ferrei strumenti si domano tutti gli altri metalli, così, per
salutare consiglio, non che per insigne valore dell'armi italiche e
principalmente de' Milanesi, domare dee l'imperatore tutte le altre
nazioni.

[611] Giulini, tom. VIII, pag. 478.

[612] _Med. Æv._, tom. IV, col. 632, B.

[613] _Med. Æv._, tom. 2, pag. 595.

[614] Giulini, tom. VIII, pag. 631.

[615] _Rer. Ital._, tom. XII, _colum._ 1099, B.

[616] _Ibidem_, tom. XI, col. 231, C.

[617] _Ibid._, tom. IX, col. 1242, B.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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