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Title: Al fronte - (maggio-ottobre 1915)
Author: Barzini, Luigi
Language: Italian
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*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Al fronte - (maggio-ottobre 1915)" ***

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                             LUIGI BARZINI


                               AL FRONTE

                        _(maggio-ottobre 1915)_



                                 MILANO
                        FRATELLI TREVES, EDITORI
                                  1915
                                   —
                           =Terzo migliaio.=



                         PROPRIETÀ LETTERARIA.

     _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
      tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

                  Copyright by Fratelli Treves, 1915.

     Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
    non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

                         Milano — Tip. Treves.



PREFAZIONE.


Questo libro, che rispecchia gli aspetti della nostra guerra nei primi
quattro mesi del suo svolgimento, dagli ultimi giorni di maggio agli
ultimi giorni di settembre, è il frutto di varî periodi di residenza
al fronte. Ma è stato partecipando al viaggio dei corrispondenti
dei giornali nelle zone di operazione, viaggio durato quasi cinque
settimane, che l'autore ha potuto raccogliere la materia essenziale del
volume.

La pagina con la quale egli concludeva sul _Corriere della Sera_ i
resoconti di quella lunga gita e riassumeva il senso delle cose vedute,
viene ad essere anche una specie di commento del libro stesso, ne
compendia il significato e ne delinea il carattere. Essa ci appare come
la prefazione più naturale del lavoro, e la riproduciamo qui. Mettiamo
all'inizio quello che fu scritto alla fine. Del resto la prefazione è
sempre l'ultima cosa che si scrive di un libro. Essa è un epilogo che
si finge programma.

Nella loro visita al fronte i rappresentanti della stampa hanno cercato
di portare all'anima aspettante della Nazione una conoscenza diretta
e sentita, per quanto manchevole e sommaria, della lotta eroica che si
snoda per vette e per valli su quasi seicento chilometri, dai ghiacciai
del Cevedale e dell'Adamello al Golfo di Trieste.

Tutto quello che giornalisti di ogni regione e di ogni opinione
hanno scritto dai campi di battaglia, non può non avere dato al paese
argomenti infiniti di fierezza, di orgoglio, di conforto. Le cronache
frettolose e disordinate dei corrispondenti di guerra, sospinti
dall'incalzare del tempo, sono risultate come una documentazione
vissuta, umana, spesso palpitante e commossa, dell'entusiasmo guerriero
e lieto delle truppe e del loro valore indomabile che la sapienza e la
volontà del comando conduce.

Abbiamo visto come si combatte sull'eterno gelo delle più alte
montagne, come si issano cannoni fino all'inaccessibile, come si creano
per tutto nuove strade tagliate spesso nella viva roccia fino ai nevai,
come si distruggono fortezze nemiche, come si lanciano ponti sotto
al bombardamento, come si assaltano e si conquistano le posizioni più
formidabili, come si respingono e si sfanno gli attacchi del nemico,
abbiamo ammirato la cooperazione perfetta di tutte le armi, lo spirito
di sacrificio di tutti i corpi, la concatenazione serrata delle azioni,
la prontezza delle manovre, la vastità e la esattezza dei servizi.
Se da tutte queste visioni della guerra, che la stampa ha diffuso,
la Nazione ha tratto una conoscenza più profonda della sua forza, la
Nazione deve sentirsi più forte, deve cioè contemplare l'avvenire con
rinnovata e ferma fiducia.

I racconti dei giornalisti al campo hanno finito per costituire
una specie di riassunto della guerra. Quello che i corrispondenti
vedevano era così legato a quello che era successo, il passato della
guerra mostrava tracce così profonde, parlava così forte nel tumulto
del presente, che la cronaca diventava un po' storia, una storia
delle operazioni rintracciata sui luoghi, illustrata dai racconti
di combattenti stessi, commentata dall'azione in corso, fusa, dalla
continuità della lotta agli avvenimenti attuali e vissuti. Ebbene,
una cosa è apparsa subito evidente da queste narrazioni: ed è la
esattezza dei comunicati ufficiali. Le azioni appurate dalla indagine
giornalistica si identificavano una per una alle azioni enunciate nei
bollettini. Il lavoro dei corrispondenti ha finito per essere un ampio
commentario della parola laconica e calma del notiziario dello stato
maggiore.

Questa constatazione può sembrare superflua, se non presuntuosa. Il
Paese conosce quali uomini reggono il destino delle sue armi, e in
tale conoscenza riposa. Per noi, grazie a Dio, le virtù militari non
possono apparire disgiunte da virtù civili; siamo fatti all'antica, e
la fede nostra in un condottiero è fede nella sua parola; la lealtà è
nell'anima guerriera quello che la dirittura del taglio è nella spada.
Sentiamo la verità intera nella calma, laconica, semplice e chiara
dicitura dei bollettini. Anche per portare una nuova testimonianza,
raccolta dai corrispondenti di tutti i giornali d'Italia, sarebbe quasi
insolente insistere sulla fredda e precisa sincerità dei comunicati che
portano la firma di Cadorna.

Abbiamo voluto accennarvi solo perchè, tornando dalla fronte,
dove tutto è fede e tutto è forza, strane voci si odono sussurrare
nell'ombra, lontano da ogni fervore di lotta, lontano dai luoghi
dove si vede e dove si crede, da gente che alla Patria non dà che la
sua maldicenza. Arrivando di là si sente con indignante violenza la
stupidità velenosa della calunnia, spesso incosciente, che cerca di
annebbiare splendori dei quali, chi ha vissuto al campo, ha ancora
pieni gli occhi e l'anima. Vi sono persone, assai poche per fortuna,
che sembrano seriamente preoccupate dall'annunzio che tutto va bene, e
provano la necessità di dubitare e di comunicare intorno i loro dubbi.
Bisognerebbe affidare costoro alla giustizia dei soldati.

Bisognerebbe portare i colpevoli su quelle stesse posizioni che
erano oggetto della malevola diceria, e dire alle truppe: «Mentre
voi vi battevate e vincevate, queste persone, per le quali anche
versavate il vostro sangue, cercavano di derubarvi della riconoscenza
e dell'ammirazione della Patria, cercavano di indebolire la fiducia
e l'amore del Paese per voi, tentavano di isolarvi alle spalle, vi
insultavano, vi defraudavano del premio più ambito, facevano a voi un
male più grande di quello che il nemico possa mai farvi: ora sono nelle
vostre mani, giudicatele e punitele!»

Da quello che i corrispondenti al campo hanno visto, saputo e narrato,
è possibile trarre qualche conclusione, estrarre come un bilancio
sommario delle operazioni nei primi quattro mesi di guerra. Il nostro
esercito è stato fra i più attivi nel conflitto delle nazioni, ed
ha raggiunto alcuni risultati positivi che le condizioni difficili
del terreno e la studiata e intensa preparazione del nemico rendono
mirabili.

Di tutte le fronti della guerra europea, la nostra è senza paragone
la più aspra. Dei giornalisti francesi e inglesi che conoscevano
i campi di battaglia di Francia, di Russia e dei Dardanelli, il
corrispondente del _Bund_ di Berna, ufficiale nell'esercito svizzero
e perciò competente della guerra di montagna, gli _attachés_ militari
degli eserciti alleati, hanno tutti, senza riserve, espresso il
loro profondo stupore e la loro ammirazione avanti allo spettacolo
inaudito delle difficoltà che il nostro esercito ha superato e
supera. Eravamo all'inizio dominati e minacciati da ogni parte dalle
posizioni avversarie. La nostra avanzata è stata ovunque un'ascesa,
una scalata, un assalto a giogaie, a pendici, a declivî, a vette, e le
forme più moderne della guerra, abilmente applicate dal nemico, hanno
sovrapposto alle asperità prodigiose della terra barriere formidabili
di fortificazioni continue.

La tattica nuova, i mezzi che l'industria attuale fornisce alla
guerra, la possibilità di nascondere le fanterie nel cemento e
nell'acciaio e di proteggerle con reticolati senza fine, con mine
senza numero, con cordoni fulminanti, ha moltiplicato le forze di
resistenza delle difese. L'esempio più luminoso delle possibilità di
una difesa si è avuto nei primi mesi della guerra europea, quando l'ala
destra dell'esercito tedesco, fresca ancora, forte di ventiquattro
o venticinque corpi di armata, presa Anversa si gettò sulle facili
pianure fiamminghe, coperte da un'immensa rete di strade, cercando un
varco verso Calais, e non passò. Aveva contro di sè forze inferiori e
assai meno armate, ma chiuse in un cordone di trincee. La trincea fermò
definitivamente l'offensiva germanica.

Anche noi abbiamo urtato nella lotta di trincea, ma su ben altro
terreno, e non ci siamo fermati che dove intendevamo fermarci. Trincee
nella neve, trincee nelle rocce, trincee sulle spalle dei monti,
trincee sul bordo dei fiumi, trincee sui campi, trincee nei boschi,
e abbiamo assalito, conquistato, avanzando sempre. Nella fronte
dell'Isonzo, verso Plezzo e sulle pendici del Monte Nero, verso Tolmino
e sulle alture di Plava, verso Gorizia e sull'altipiano Carsico, la
nostra offensiva ha progredito espugnando opere ad ogni passo, ha
progredito lentamente ma sistematicamente, tenace, infaticabile,
ardente. Il nostro esercito dà prova di una energia costante,
magnifica, che ha finito per trovare un riconoscimento negli stessi
paesi nemici. È già una grande e indistruttibile vittoria.

Sono finite le ingiurie degli avversarî contro il soldato italiano;
i nostri assalti hanno spazzato anche il disdegno e il disprezzo che
il nemico sentiva o mostrava di sentire verso di noi. Si è dissipata
quella avvilente atmosfera di sfiducia e di disistima che ci soffocava,
che veniva un po' anche dai paesi amici, dove non ci si immaginava
così soldati, e che ci svalutava. All'inizio della guerra la folla in
Francia credeva che quattro corpi di armata francesi fossero venuti a
combattere in Italia, e approvava. Eravamo il popolo che ha bisogno di
aiuto. L'eroismo italiano cominciò ad essere ammesso dai bollettini
austriaci come una prova di ebbrezza alcoolica; dovevamo essere
ubbriachi per batterci così. Poi i bollettini hanno cambiato tono. Ora
ammettono il valore della nostra truppa. I corrispondenti della stampa
tedesca con l'esercito austriaco hanno dimenticato i «suonatori di
mandolino» e parlano gravemente dell'ardimento dei nostri, discutendo
su di noi con il rispetto che si ha per i forti. L'esercito ha dato
alla nostra Patria in mezzo alle nazioni in lotta una autorità e
una grandezza che non aveva mai avuto in mezzo alle nazioni in pace.
L'Italia ha conquistato una posizione morale inespugnabile.

Certo i progressi della nostra offensiva possono sembrare lenti a chi
non li considera in loro stessi e guarda sulla carta la distanza tra
il fronte attuale e gli obbiettivi finali della guerra. Ma un grande,
prezioso obbiettivo la guerra ha già raggiunto: quello di aver chiuso
la porta di casa nostra, della quale il nemico teneva disserrati i
battenti spingendo un piede sulla soglia. Non soltanto noi combattiamo
oltre le vecchie frontiere, non soltanto risparmiamo al suolo nazionale
gli orrori e i pesi della lotta, ma siamo arrivati ad insediarci
quasi per tutto su posizioni dalle quali possiamo contemplare con
tranquillità la prospettiva di una potente offensiva nemica. Non si
passa più facilmente. Un terribile incubo è finito.

Il Paese non sa fino a quale punto l'invasione austriaca fosse
preparata. Percorrendo la fronte, attraverso le terre conquistate,
si ha per tutto lo spettacolo degli apprestamenti austriaci contro di
noi, e si prova qualche cosa che somiglia a quelle paure postume che
assalgono chi si accorge di essere scampato da un pericolo mortale. Già
la vecchia frontiera per sè stessa dava al nemico gli sbocchi d'Italia,
formava un saliente ad ogni valle, scendeva quasi alle nostre pianure,
minacciava le nostre comunicazioni più vitali. Questi vantaggi naturali
non bastavano all'Austria, che voleva agire con la massima rapidità e
la massima sicurezza, senza pericoli di controffensive.

Ogni nazione ha il diritto di garantire la difesa dei suoi confini, ma
i lavori immensi che l'Austria aveva compiuto e stava compiendo, ai
quali nulla o ben poco si contrapponeva, costituiscono i preparativi
meticolosi di una aggressione destinata a schiacciarci. Non vi era
nemmeno una preoccupazione per la insolente evidenza degli scopi di
tanta attività militare, l'aggressione era discussa apertamente in
Austria, era patrocinata da Conrad e dall'Arciduca Ereditario, era
confessata, e si apprestava secondo un inesorabile programma. La
preparazione era per sè stessa una intimidazione. Noi non potevamo
parlarne in Parlamento e sui giornali senza passare per provocatori. Ci
sentivamo già vinti un poco dalla sola minaccia. Sembravamo occupati a
rassicurare continuamente il sopraffattore come la pecora rassicurava
il lupo. Deprimendo l'esercito, non proporzionando le spese militari,
chiudendo le orecchie al grido della italianità assassinata oltre la
frontiera, rassegnandoci, acquiescendo, dimostravamo la nostra volontà
di pace. E il nemico lavorava.

Erigeva fortezze su fortezze, sbarrava ogni valico, costruiva reti
sterminate di strade militari per unire le valli, per raggiungere
delle vette dove appostamenti di artiglieria pesanti, già preparati,
dominavano tutti i nostri vecchi forti. Ad ogni nodo di viabilità,
caserme nuove, ospedali, depositi di munizioni, di viveri, di carri,
di slitte, panifici elettrici capaci di nutrire intere divisioni. Si
era pensato persino all'acqua sulle strade della montagna, dove ogni
due o tre chilometri mormora una fonte per la beverata. Vasti campi
trincerati erano pronti. Nelle più selvagge vallate potrebbero ora
vivere, spostarsi e agire masse di armati. Persino sulle più alte
cime, sulle rocce nude, sulle distese candide dei ghiacciai, capanne,
ricoveri, rifugi alpini, alberghi, costruiti apparentemente per un
improvviso furore sportivo, si sono rivelati ora per posti di vedetta,
basi di avanguardie, caserme, tutto un sistema di edificî eretti
in posizioni strategiche, destinati a mantenere in ogni stagione il
dominio dell'alta montagna.

La Nazione ignorava la realtà nelle sue vere proporzioni, quella realtà
che angosciava le autorità militari, l'allarme delle quali non trovava
che una mediocre e saltuaria attenzione nell'ambiente politico. I piani
della difesa si fondavano sull'abbandono di vaste zone. La frontiera
era indifendibile nella sua integrità. Era fatalmente ammesso che
l'invasione entrasse. Ora la catena delle nostre posizioni ha anche un
grande valore di difesa. La guerra ci ha dato una tranquillità nuova.

Le zone più vulnerabili erano la sponda meridionale del Garda e la
pianura di Vicenza. Fra l'Idro e il Garda la frontiera si spingeva
per la valle Toscolana ad una sola giornata di marcia da una delle
nostre massime arterie di comunicazione, la ferrovia Milano-Venezia.
La possibilità di un colpo di mano austriaco contro il grande viadotto
di Desenzano è stata considerata e discussa durante la pace dallo
stato maggiore italiano. Si sono fatte persino delle esperienze;
reparti alpini hanno percorso di notte, a marcia forzata, la distanza
che separa la frontiera dal viadotto. Un colpo di mano sarebbe forse
stato di difficile esecuzione, ma la debolezza delle nostre posizioni
contro all'impeto insistente di una offensiva appariva in una terribile
evidenza. Adesso una offensiva troverebbe una solida barriera sulla
valle del Ledro e sulla valle Daona; lo sbocco della Giudicaria è
chiuso.

Arsiero era anche ad un giorno di marcia dalla frontiera, e Arsiero
è la soglia della piana vicentina. L'Austria aveva preparato
accuratamente il forzamento rapido di tutti i passi, dal Friuli al
Trentino, minacciava una irruzione irrefrenabile sullo Judrio, sul
Fella, sul Tagliamento, sul Piave, sul Brenta, sull'Adige, ma è sopra
tutto per le valli che fiancheggiano l'altipiano dei Sette Comuni che
il pericolo dell'invasione austriaca si affacciava più impellente,
perchè più vicino alla mèta. La frontiera metteva l'offensiva austriaca
in posizioni che, con dei confini meno iniqui, essa non avrebbe potuto
raggiungere se non dopo lunghe lotte accanite, fortunate e definitive.
Cioè, la frontiera, qui più che altrove, equivaleva per l'Austria ad
una guerra già quasi vinta. Parlando della Vallarsa e della Valsugana
le corrispondenze dalla fronte hanno descritto che cosa l'Austria
aveva saputo accumulare di opere militari lì intorno; erano nuclei
di forti moderni, centinaia di chilometri di nuove strade, ampie basi
di operazione. La famosa questione sul possesso della Cima Dodici era
legata a questo sistema di sfondamento.

La lunga lotta di grosse artiglierie sull'altipiano di Asiago, di
cui così spesso parlarono i bollettini ufficiali, la distruzione dei
forti di Luserna, di Busa Verle, di Spitz Verle, la presa del monte
Pasubio, dominante la Vallarsa e la Val Pòsina, la presa del Civaron,
dell'Armentera, del Salubio, in Valsugana, e l'azione attuale sugli
altipiani di Lavarone e di Folgaria, sono tutte fasi della nostra opera
ardita e incessante di consolidamento, di arginatura, di chiusura.
Le posizioni che ci minacciavano sono nelle nostre mani, con le loro
strade militari, le loro basi, i loro appostamenti. Siamo noi che
battiamo al di là e portiamo la minaccia su Rovereto e verso Trento.

Anche la questione di uno sfondamento delle nostre difese verso Arsiero
era di quelle che durante la pace angosciavano lo stato maggiore
italiano. Delle manovre parziali erano state più volte eseguite per
studiare la possibilità di impadronirsi rapidamente del Pasubio,
il cui possesso avrebbe solo potuto consolidare la difesa sopra un
importante settore. I resultati delle manovre erano scoraggianti.
Quella alta montagna, il cui declivio era italiano e la cui vetta era
austriaca, appariva inespugnabile. Ed è stata conquistata, e su di lei
è imperniata la nostra fortunata azione iniziale.

L'Austria non ha fatto in tempo a difendere efficacemente il Pasubio,
come non ha fatto in tempo a difendere l'Altissimo, e il Corada, e il
Quarino, e il Medea, e tanti altri monti e passi e selle e varchi, sui
quali si è insediata fulmineamente la nostra fronte, solidificandosi.
Non è stata sorpresa dalla guerra l'Austria, oh no!, ma è stata
sorpresa dalla rapidità del movimento.

Non si aspettava il balzo immediato in avanti, che ha portato subito
la guerra sulle sue seconde linee. Ha sbagliato i calcoli del tempo, ha
commesso un errore di quindici giorni — errore che poi le inondazioni e
le piene immobilizzandoci hanno in parte corretto. L'Austria si basava
sui dati da lei conosciuti della nostra organizzazione militare, per
concludere che la nostra mobilizzazione e la concentrazione del nostro
esercito necessitavano un mese di tempo. Questa almeno era l'opinione
più volte espressa dallo stato maggiore austriaco. Sapendo che la
mobilizzazione era già in corso col sistema delle chiamate personali,
l'Austria credè di essere nel giusto riducendo il tempo della metà.
Alla dichiarazione di guerra suppose che le operazioni attive sarebbero
cominciate verso il sette di giugno. A dire il vero, il calcolo
non era del tutto errato; senonchè noi ci muovemmo audacemente in
piena mobilizzazione, concentrando e completando i corpi in azione,
organizzando i servizi nella mutabilità di spostamenti impreveduti.

Così fu possibile strappare alla sorte vantaggi immediati che una lotta
eroica, ardente, aspra e ostinata è andata poi ampliando e rassodando,
in un progresso lento ma costante, contro gli ostacoli più formidabili
che siano stati mai superati in una guerra. E per la forza delle armi
l'Italia ha liberato le sue soglie invase e puntellato le sue opere
minacciate. Si respira.

Ma un esame dei risultati delle operazioni italiane sarebbe incompleto
se non si considerasse l'importanza che la nostra guerra ha avuto
ed ha nel conflitto internazionale, la somma che essa rappresenta
nell'attivo dell'Intesa. Non si misura l'entità del contributo dato
per il trionfo finale della nostra causa comune, la causa della Libertà
dei popoli, dalle distanze percorse ma dagli effetti e dalla intensità
dello sforzo. Se così non fosse, si dovrebbe concludere che la Francia
non ha fatto nulla, poichè il suo fronte è rimasto quasi immobile sul
territorio francese, e che la Russia perdendo terreno è diventata una
passività nella lotta. Anche l'immobilità assoluta potrebbe avere un
valore per conseguenze lontane, su altri fronti.

Quando ai primi di settembre la controffensiva russa ha strappato
settantamila prigionieri agli eserciti nemici e fermato momentaneamente
i loro progressi, il ministro della guerra russo, stringendo la
mano dell'_attaché_ militare italiano che si congratulava con lui,
gli avrebbe detto effusamente: «Grazie, grazie, il successo è anche
vostro!» Ed era realmente anche nostro. La vittoria delineandosi in
qualsiasi punto dell'immane conflitto porterebbe al raggiungimento
degli obbiettivi speciali di ogni singola lotta.

Quale influenza non ha avuto la nostra guerra nella salvezza
dell'esercito russo? Gli Imperi centrali avevano preparato contro la
fronte orientale una offensiva destinata a schiacciare la Russia, a
costringerla alla pace, ad eliminarla dal conflitto, per definire poi
la guerra rapidamente sulla fronte occidentale. Fin dal marzo scorso
a Bruxelles si udivano degli ufficiali dello stato maggiore tedesco
prevedere per il giugno la pace generale, la pace germanica. Erano
sicuri dell'annientamento degli eserciti dello Zar. Tutto era studiato,
tutto era previsto, il piano di azione gigantesco, apparentemente
irresistibile.

Non diciamo che il piano sarebbe riuscito, se, mentre esso era in
pieno sviluppo, l'Italia non fosse entrata in guerra, richiamando
imperiosamente forze ingenti dal centro e dall'ala destra degli
eserciti austro-tedeschi; ma non è temerario affermare di aver
contribuito a dissipare quella disfatta che ha sfiorato l'eroica
Russia, che è stata così vicina, così imminente, che è stata la nostra
angoscia per un mese, e che avrebbe forse portato con sè la catastrofe
del mondo latino e la schiavitù dell'Europa.

La Russia ha arginato l'avanzata nemica, resiste, contrattacca,
e si riorganizza. La Francia e l'Inghilterra hanno potuto passare
all'offensiva, conquistare le prime linee e attaccare le seconde
linee nemiche. Sarebbe possibile questo se vi fossero cinquecentomila
avversari in più sopra una fronte o sull'altra? Osservando i
confortanti risultati locali della nostra stupenda lotta, che s'impone
alla ammirazione del mondo, e che progredisce sempre, aspra ma sicura,
da successo a successo, non dimentichiamo dunque le influenze che essa
esercita sulle sorti del conflitto delle nazioni.

E non soltanto noi tratteniamo un esercito austriaco, ma lo battiamo. È
ben altro. C'è un logoramento che conta. Il nemico, per la sua tattica
e per la natura della guerra, perde enormemente più di noi. Sulle due
fronti di Francia e di Russia cadono in media trecentomila nemici al
mese. Lo spreco di uomini che i nostri avversarî fanno per arrivare
rapidamente ad un successo definitivo è inaudito. Pure a questa lotta
di usura la nostra guerra dà un largo contributo.

Un progresso costante verso la nostra mèta; una fronte inattaccabile;
un aiuto possente ai nostri alleati: ecco in riassunto la situazione
militare. Ma chi torna da una residenza al campo porta poi in sè
ben altro che questi freddi ragionamenti; porta nel cuore come una
sensazione di vittoria, sente una fede attinta alle gloriose visioni
della guerra, all'entusiasmo, all'ardore in mezzo ai quali ha vissuto.
Si ha quasi l'impressione di una certezza irragionata, naturale,
istintiva, come sotto allo splendore del sole estivo si è sicuri che le
messi maturano.

  _Milano, 13 ottobre 1915._



AL FRONTE.



AL FRONTE.

                                                     _2 giugno 1915._


Ho vissuto i primi sei giorni della guerra sulla fronte friulana. Al
settimo giorno tutte le persone che non abitano permanentemente quelle
terre, giornalisti compresi, sono state invitate a ritirarsi. In questo
momento e nelle condizioni attuali la misura è giustificata.

L'opinione pubblica non interpreti l'allontanamento della stampa dai
campi di battaglia come un provvedimento di politica interna. Sento il
dovere di dirlo subito, altamente, onestamente: il popolo non si lasci
trascinare da quel fondo vago di diffidenza che è nel nostro carattere
per immaginare che il momentaneo esilio dei corrispondenti dalla guerra
abbia lo scopo di nascondere alla nazione dei possibili mali. Vi sono
molte cose da nascondere, è vero, ma al nemico. E per celarle a lui
bisogna celarle a tutti.

All'inizio delle ostilità ha persistito sulle zone di guerra la
libertà della pace, e prima che la circolazione in quelle regioni
venisse vietata, chiunque poteva recarvisi sotto un vago mandato di
giornalismo, o anche senza nessun mandato. Sono avvenuti incidenti
spiacevoli dovuti all'inesperienza e alla leggerezza di corrispondenti
di guerra improvvisati, giunti in folla dai più reconditi angoli di
provincia. Di fronte ai grandi benefici che la stampa può rendere in
un paese in guerra, dando all'anima nazionale un alimento di verità
illuminatrice, stanno i pericoli che possono scaturire da indiscrezioni
involontarie, inapparenti, celate talvolta in un innocente episodio.

Il servizio giornalistico sul campo di battaglia deve essere quindi
soggetto ad una disciplina, anche perchè la presenza non controllata
d'un numero illimitato di persone estranee all'esercito può generare
confusioni al movimento esatto della grande macchina militare. Ora,
i servizi di guerra sono organizzati nell'ordine della loro utilità;
conveniamo che lo Stato Maggiore ha, nel primo inizio della lotta,
delle cose più urgenti da fare. Il servizio della stampa verrà presto,
crediamo. Ma, per adesso, la proibizione assoluta doveva essere
logicamente una misura indispensabile.

Rientriamo dunque anche noi corrispondenti di guerra nella nazione
aspettante. Ma vi rientriamo con un ardore più grande di entusiasmo e
di confidenza che viene dalle cose vedute. Il Paese ha la fede: noi,
testimoni del magnifico principio, abbiamo la certezza. Sappiamo più di
ogni altro, forse, come la marcia alla vittoria sarà lenta, ponderata,
faticosa, dura, ma sappiamo pure che sarà irresistibile, sicura, e,
pensando all'avvenire, in fondo alle tormentose emozioni dell'attesa,
sentiamo come gonfiarsi in noi un palpito di gioia trionfale. Il
destino d'Italia è nelle mani dell'esercito come un ferro incandescente
nelle tenaglie del fabbro, e conosciamo quale forza vigorosa e sicura
lo forgia.

Perchè dunque, ridiscesi dalle posizioni irte d'armi italiane, ruggenti
di cannonate e festose d'entusiasmo, sentiamo qua e là nella folla un
soffio d'ansia? Nessuno meglio di chi arriva dalla guerra può conoscere
la falsità assoluta e ributtante di certe notizie che, giorno per
giorno, circolano misteriosamente, celandosi vergognose nel sussurrio
della calunnia.

Da dove vengono? C'è della gente che ha interesse a pungere così la
nostra sensibilità, per stancarci, per indebolirci. Essa sbaglia il
calcolo, e insistendo ci renderà il beneficio di guarirci di questa
eccessiva sensibilità che ci tortura. L'acciaio si tempra tuffandolo
caldo nell'acqua fredda. Scoprendo ogni giorno che il «si dice»
affannoso di ieri era un'ignobile bugia, che era un bagno freddo
offerto alla nostra anima ardente, ci tempereremo. Diventeremo saldi e
freddi come l'acciaio. Grazie, nemico.

Perchè c'è puzza di nemico nei «si dice».

Ricordiamoci che è un principio dell'ineffabile «Manuale di
Guerra» dello Stato Maggiore tedesco colpire le _risorse morali_
dell'avversario. La prima e più grande risorsa è la fiducia, la
compattezza, la serenità. La sicurezza nella vittoria è l'elemento
fondamentale della vittoria. E se v'è un popolo che deve sentirsi
sicuro del trionfo, questo popolo è il nostro. In guardia, italiani,
contro l'insidia della fandonia austriaca!

Il pessimismo è stato in Francia giustamente equiparato alla
diserzione. Chi dubita è involontariamente un disertore. Egli fa al
Paese lo stesso male che se passasse al nemico. Lavora per il nemico.
Mina la robustezza indomabile della fede, che è il metallo di cui si
foggia la volontà.

Diffidiamo del nostro spirito di obbiezione, di contraddizione, di
critica, che ci porta alla ricerca appassionata del lato sconfortante
d'ogni cosa, creandolo quando non c'è, immaginandolo dietro al silenzio
e dietro al segreto sacrosanto che deve circondare i particolari della
preparazione strategica.

Anche il popolo che resta a casa è combattente, esso appresta le armi,
facilita l'azione militare agevolando la circolazione libera, sicura e
rapida dell'immenso traffico su tutto il paese, disimpegna le truppe
adibite all'ordine pubblico e più utili alla frontiera, mantenendo
da sè stesso una quiete profonda, normale, inalterabile, esso dà alla
guerra tutte le risorse e tutte le forze, le dà il nutrimento e le dà
l'audacia. Ogni piccolo turbamento nella nazione può ripercuotersi nei
servizi della guerra e distogliere un'attenzione preziosa all'opera
militare. Le forze vive del Paese debbono tendere concordi alla
vittoria, pazientemente, instancabilmente. La vittoria sarà.

L'atteggiamento magnifico della Francia è avanti a noi. Silenzio nelle
file, avanti con un solo cuore e un solo pensiero, siamo tutti sotto le
armi! Ricordiamoci che si combatte per l'Italia fuori della battaglia,
lavorando, ubbidendo, tacendo, l'anima piena della nostra fede
incrollabile.

Si vorrebbe sapere più di quello che i bollettini militari ci dicono?
Lo sapremo a suo tempo, e sapremo anche come i bollettini siano
reticenti: ma reticenti su cose che ci farebbero gonfiare il petto di
orgoglio. In fondo dicono già molto i bollettini, con sobrietà; noi ne
siamo garanti perchè i nostri occhi vedevano; e la sobrietà nasconde
spesso verità magnifiche.

Non è ancora l'ora di narrare. Ma io che ho avuto la fortuna di seguire
in guerra varî eserciti, dal Giapponese al Bulgaro, dal Serbo al
Francese, dal Belga all'Inglese, posso dire di avere avuto in questi
giorni l'impressione d'un esercito magnifico che può reggere tutti i
paragoni: magnifico per i suoi uomini, per il suo spirito, per il suo
armamento, per i suoi servizî, per la sua disciplina e per la sua salda
e profonda fiducia nel Comando supremo.

Non è indiscrezione osservare che il nostro esercito — la cui compagine
organica era splendidamente approntata — compie in questo momento lo
sforzo più grande che un esercito moderno possa compiere: quello di
mobilizzare, adunare le truppe, e fare una guerra offensiva e vigorosa
nel medesimo tempo.

È come se si finisse di mettere insieme una macchina quando la macchina
è già in pieno movimento. Le unità grandi e piccole si spostano per
l'azione, e le forze integratrici le raggiungono senza errori, ed
i servizî, mentre si completano, mutano e allungano continuamente i
loro itinerarî, facendo fronte a tutti i bisogni. In questo periodo
preparatorio si compiono prodigi, si superano difficoltà enormi;
l'intelligenza, l'iniziativa, l'abnegazione di tutti risolvono problemi
giganteschi di logistica, e il profano non riesce neppure a sospettarli
avanti alla grandiosa visione dell'ordine, della puntualità,
dell'esattezza, che dànno all'immane movimento la regolarità prodigiosa
di un palpito.

Ebbene, questa regolarità nasce lontano dalla zona di guerra, e
noi vogliamo ora indicare alla riconoscenza nazionale, oltre agli
uomini che tengono nel pugno la formidabile e stupenda organizzazione
militare, un altro prezioso fattore di quest'ordine mirabile: i
ferrovieri. Essi, dai loro capi supremi all'ultimo manuale, sono al
di sopra di ogni elogio. Non hanno più orarî di lavoro, non conoscono
altra legge che la necessità, si dànno all'opera infaticabilmente, si
moltiplicano, pare che per le luccicanti rotaie si propaghi fino a loro
la febbre di attività combattiva delle truppe.

Non giudichiamo il servizio attuale delle ferrovie dal ritardo dei
treni viaggiatori. È già un miracolo che vi possano essere tanti treni
viaggiatori. Nei primi quattro mesi di guerra s'impiegavano tre giorni
per andare da Modane a Parigi. Noi riusciamo a mobilizzare le truppe
lasciando al commercio il suo movimento. I ferrovieri italiani sanno
stare al loro posto di combattimento.

Il traffico di certe linee è centuplicato. Delle reti ferroviarie
giudicate deficienti ai bisogni normali, sono portate ad un rendimento
tremendo, favoloso. Non un convoglio militare indugia sulle vie
ingombre, e sono centinaia e centinaia di convogli lunghissimi che
s'inseguono. I viaggiatori ritardano, ma essi debbono essere i primi
a non lagnarsi, perchè al di là delle tendine calate, nei loro vagoni
chiusi, essi odono il rombo perpetuo dei treni colmi di truppe, adorni
di verdure, dai quali si spandono sulla campagna cori formidabili e
guerrieri. E quelli arrivano in orario.

Dove hanno imparato i nostri soldati i loro canti di guerra? Come
risorgono queste antiche canzoni militari che accompagnarono le
battaglie della nostra Resurrezione? Chi ha inventato i nuovi inni
della nuova guerra? Questa musica rude e ingenua pare che sgorghi
spontaneamente dalle masse armate, come si leva l'ululato dalla
tempesta. Sono arie primitive rese fiere dalla bufera delle voci, sono
rozze strofe ma impetuose e solenni come un giuramento.

    Andiamo in guerra
    Tuona il cannone
    Trema la terra
    Ma il nostro sangue non tremerà!

ho udito cantare in una stazione, da un treno in partenza, mentre un
altro più lontano urlava:

    Noi vogliam la libertà.
    Noi vogliam la libertà!

E tutta questa gioia superba e gagliarda arriva alle prime linee,
arriva al combattimento. La lotta è apparsa subitamente come una non so
quale terribile e magnifica festa. Tutti vorrebbero essere avanti, più
avanti. Il rombo delle cannonate è una voce che chiama. Quelle unità
che entrano nell'azione, vanno come se non avessero mai fatto altro,
superbamente. L'anima vera delle varie genti italiche si rivela in un
fulgore nuovo. Un soffio d'eroismo l'ha accesa. È tutta la giovinezza
della Razza che ritorna e fiorisce come una primavera. Nell'alterna
vicenda della storia un grigio inverno è ora finito. Sono dimenticati
i lunghi geli e i gravi torpori. Il vigore trionfale d'Italia erompe,
pieno di una formidabile poesia. Lassù, fra le truppe, è una serenità
ardente.

Prima di prestare orecchio ad una voce velenosa, pensiamo ai nostri
soldati che vogliono e avranno la vittoria, pensiamo ai loro capi che
sanno prepararla e conseguirla, e crediamo fermamente in loro. Nessuna
speranza sembra troppo grande, nessuna mèta sembra troppo alta, per
chi ha visto il primo passo delle nostre truppe. A loro la nostra
confidenza illimitata.

Sappiamo aspettare e tacere. Facciamo della nostra certezza una
corazza. Un dubbio è un tradimento. Convinzione, ordine e calma sono
le armi del popolo nella grande guerra. Seguiamo l'esempio dei nostri
eroici alleati, noi che entriamo nel conflitto al loro fianco. Evitiamo
d'indovinare, evitiamo anche di discutere, una parola inutile può
essere una parola dannosa. La disciplina dei ranghi scenda fra noi.

Noi, popolo, siamo come gli equipaggi che nelle cieche stive della
corazzata nutrono i forni, caricano le munizioni negli ascensori, fanno
camminare, manovrare e combattere la nave, ma che non possono sapere
subito quello che avviene sopra, all'aria aperta, dove si combatte,
sui ponti e nelle torri blindate, e che ignorano le fasi attuali della
battaglia. Essi debbono essere tutti al loro lavoro, senza cercare
di capire, esatti, alacri, compresi della necessità di agire senza
esitazione e senza scoraggiamenti, sentendo quanta parte della vittoria
si appoggi sulla loro opera oscura e sulla fiducia da essi riposta nel
comando supremo e negli uomini che si battono.

Ebbene, i boccaporti sono chiusi, c'è combattimento sui ponti,
attenti ai comandi, o Genti delle stive! Non vi fermate, dominate
ogni curiosità e ogni ansia, una mano ferma, una mente luminosa, un
cuore leonino reggono le sorti della possente nave Italia, e dietro ai
cannoni vi sono petti che anelano alla vittoria!

E la vittoria sarà nostra.



«MORALE ALTISSIMO».

                                                          _5 giugno._


«Morale altissimo» — dicono i bollettini ufficiali. Lo Stato Maggiore,
laconico e pacato, non dedica che una parola all'anima dell'esercito.
Il Paese deve averne avuto un'impressione di baldanza. Ma nulla può
conferire il senso della realtà quale si è rivelata a noi, subitamente,
già nel primo giorno della guerra nel quale sentimmo passare sulle
nostre schiere un magico soffio di esultanza, la folata di vento d'un
colpo di ala immane, invisibile, favolosa.

No, la Nazione non sa ancora. Per dare un'idea dello spirito delle
nostre truppe, vorrei poter descrivere niente altro che la febbre
di quel 24 maggio nel quale si tracciò la prima parola della nuova e
gloriosa pagina della nostra storia. Quale giornata di luce, di gioia,
di ebbrezza!

Abbiamo la sensazione che essa abbia inciso profondamente la sua data
non nella nostra povera memoria d'uomini soltanto, ma nella memoria
della stirpe. La nostra emozione e il nostro entusiasmo avevano una
pienezza e una violenza che sorpassavano la misura della nostra anima
perchè erano sentimenti di una personalità più grande della nostra: la
Razza. Erano in noi, erano nell'esercito nostro, l'attesa e l'ansia
delle generazioni passate, nutrivamo tutti inconsapevolmente delle
speranze secolari, avevamo nel cuore l'eredità preziosa e dolorosa
del sogno patriottico dei nostri padri. Sì, i morti si levano, i morti
ritornano, essi sono nel nostro spirito e nel nostro sangue, il loro
palpito gonfia il nostro palpito, la loro forza è nel nostro slancio, e
per essi noi abbiamo provato l'immensa ebbrezza di un'ora nella quale
il loro voto si compiva. Sentivamo nel petto un confuso delirio di
moltitudini. Abbiamo avuto coscienza di un entusiasmo che echeggerà
nell'avvenire. Noi siamo gli eletti nei quali s'è impresso un fulgido
ricordo che sarà vivo nei figli nostri e nei figli dei loro figli,
sempre. L'eredità sacra si perpetua.

La giornata del 24 avrà forse un'importanza secondaria nel freddo
calcolo dell'azione militare. Ma per la Storia è la giornata in cui
l'Italia «ruppe gl'indugi». Essa ha una luce che non si estingue. Da
quella prima mossa divampò un calore che fuse le anime dell'esercito
in un metallo nuovo, compatto, puro, scintillante, ardente. Ne fummo
abbacinati e soggiogati.

Questa data ha già per noi un non so quale senso di solennità antica,
di imperitura santità, e la immaginiamo segnata come una festa
nei calendari del futuro. È stato il Natale della definitiva Unità
Italiana. Si passò la frontiera.


L'urlo delle truppe esultanti nel momento in cui, ad ogni varco,
mettevano il piede sulla Terra Irredenta passò irrefrenabile, profondo,
prodigioso, sovrumano. Si sentì dalle cittadine più prossime, si sentì
da Palmanova che issò il gonfalone sull'antenna veneta, si sentì da
Jalmicco, da Medeuzza, da San Giovanni di Manzano, si sentì da tutti i
paesi nella regione immediata dei confini.

Era un'acclamazione tuonante che si levava, si estingueva, risorgeva,
veniva da un lato, rispondeva dall'altro, serpeggiava nella pianura,
scendeva a ondate per la vallata; e più su, dalle vette boscose sorgeva
lontano, nella serenità calma e meravigliosa dell'alba purissima,
l'immane grido augurale dell'esercito, il poderoso grido di guerra che
l'Italia lanciava per la voce dei suoi figli, e pareva l'ululare remoto
d'una bufera.

La dichiarazione di guerra era rimasta ignorata negli accampamenti, che
negli ultimi giorni s'erano fatti densi e vasti. Verso i confini, nella
campagna ubertosa, era tutto un brulicante grigiore di truppe. Verso i
lembi d'una ferita il corpo sano manda a pulsazioni serrate il sangue
più ardente a cicatrizzarla in una congestione dolorante, e così sulla
ferita delle nostre inique frontiere che tagliavano la carne viva della
Nazione era affluito il più bel sangue nostro, la forza fiammeggiante e
pura che chiuderà la piaga, tutta la gioventù d'Italia.

Il lavoro dei campi continuava intanto vicino alle trincee. Prevedendo
di essere chiamati alle armi, i contadini avevano anticipato la
zolfatura delle viti. La calma della popolazione era magnifica. Da
alcuni paeselli che potevano trovarsi sulla linea del fuoco, gli
abitanti avevano allontanato le donne e i bambini, poi gli uomini
validi erano tornati al lavoro. Avere la propria terra sconvolta da una
trincea era argomento di fierezza. L'esodo delle famiglie dai cascinali
più esposti non aveva nulla di doloroso e di triste. Le donne, con i
bimbi in braccio, inerpicate sui carri che i buoi trascinavano lenti,
salutavano festosamente i soldati: A rivederci, fateci tornar presto,
viva l'Italia!

Avanti a tutti, affossate a terra, le vedette. I battaglioni della
prima difesa aspettavano l'allarme, di ora in ora, con desiderio
rabbioso. Una impazienza di battaglia era in tutti. Aveva maturato
nell'esercito la coscienza d'una forza invincibile. Essa veniva dalla
fiducia illimitata nei capi, dall'ordine e dalla regolarità con la
quale la nostra gigantesca macchina di guerra si è apprestata, e veniva
sopra tutto dal sentimento dei nostri diritti, dalla santità della
nostra causa, dall'intima convinzione che la vittoria finale debba
essere per la Giustizia. L'odio verso il nemico antico, verso il nemico
tradizionale, ridivampava. La Storia non si distrugge.

Ma l'attesa pesava.


C'era ancora come una recondita e vaga paura di essere trattenuti.
Che cosa aspettiamo? — chiedevano i soldati, che sono semplicisti
e che ritengono tutte le preparazioni complete dal momento che loro
sono là. I campanili dei villaggi, le collinette che si levano come
isolotti nella pianura, gli antichi spalti veneziani di qualche vecchia
città, perfino l'alta spianata del Castello di Udine, erano sempre
gremiti di soldati che contemplavano le terre italiane da liberare.
Le contemplavano con amore, con passione, le prendevano con lo sguardo
pensando all'irruzione imminente e all'urto delle armi che li avrebbe
portati al possesso.

Si udivano esclamazioni ingenue e appassionate. Alcuni, ignari,
arrivati al fronte per dovere, si accendevano a quella vista. Essa era
come la visione materiale dell'ingiustizia. Quel profilo dell'orizzonte
aveva al loro cuore qualche cosa di dolente; sentivano la Patria del
di là, lacerata e oppressa. In quella linea azzurra di pianure che
sfumavano nel mare, in quelle creste di monti lontani e diafani, in
tutta quella terra dai nomi italiani e la fisionomia italiana, era
una non so quale espressione indicibile di chiamata e d'intesa. Fra i
soldati italiani che guardavano e l'Italia schiava, passava da anima ad
anima un dialogo prodigioso e muto: Venite! — Eccoci!

E l'ora suonò.

Nessuno l'avrebbe immaginata così bella.

Cominciò un movimento di stati maggiori nella notte. Un rombare di
automobili destò le città verso le tre del mattino. Uno scoppiettìo di
motociclette si disperse nelle tenebre verso mète ignote. Poi in tutti
gli accampamenti, nei villaggi, nei centri di deposito squillarono
segnali di tromba. L'allegro ritornello della sveglia chiamava e
rispondeva sulla campagna buia. Era la diana dell'Italia.

Fu un'onda di febbre e di gioia. L'aurora trovò l'esercito pronto.
Mai la rapidità e l'ordine furono così uniti. Le cavallerie in sella,
le fanterie schierate, le artiglierie attaccate, e, indietro, tutti
i servizi, tutti i convogli, le salmerie, le ambulanze, aspettavano
l'ordine d'avanzata. Ogni ufficiale conosceva il suo còmpito preciso,
ogni unità aveva il suo obbiettivo, la grande macchina stava per
muoversi, regolare e formidabile.

Le avanguardie partirono incontro all'aurora. Il sole sorgeva immane
e rosso, e tutto il mondo si tingeva di rosa. Drappelli di ciclisti
scivolavano lentamente in esplorazione sulle strade deserte della
pianura friulana in tutta la rete della frontiera. Altrove erano
pattuglie di cavalleria che inoltravano verso l'Isonzo. Alcune batterie
avevano preso posizione per forzare qualche passo che si supponeva
difeso. Si aspettava una resistenza fra il Monte Quarin, sopra a
Cormòns, e la collina di Medea, e, di fronte a queste posizioni,
le alture di Budrio erano irte di cannoni italiani. Le fanterie
infine spinsero avanti la loro prima linea spiegata in formazione di
combattimento.

Non si può apprezzare al giusto valore lo spirito meraviglioso della
truppa se non si tiene conto di questa circostanza: che muovendoci si
credeva alla battaglia immediata.


Si aspettava una resistenza. Le informazioni la facevano prevedere.
La natura delle posizioni la rendeva logica. La presenza di truppe
bosniache e di cavalleria ussara, avvistate dai nostri avamposti,
pareva confermare la probabilità di una opposizione.

La nostra fanteria inoltrando immaginava di andare all'attacco. E vi
andava con una volontà compatta e lieta. Guadò il Natisone, nel piano
verso la frontiera di Cormòns, e avanti, fra gli alberi folti, lungo
i margini verdi, nel profumo delle acacie fiorite, nello sfolgorìo
del più bel sole di maggio, in un'inebbriante atmosfera di primavera
italica. L'onda umana passava gonfia di gioia.

Giunse sulla sponda cespugliosa e fresca dello Judrio: il confine.

Allora fu una frenesia.

La valanga di uomini si precipitò, si avventò fra i roveti nell'acqua
per toccare subito l'altra riva. E l'urlo immenso si levò: Italia!
Savoia! Italia!

Ad uno ad uno i battaglioni che seguivano in colonne, per tutte le
strade, lanciavano sulla soglia dell'Italia Nuova il saluto fatidico.

Nessuna cerimonia può assurgere alla grandiosità di questa acclamazione
spontanea, formidabile, irresistibile. Ogni regione d'Italia univa
la sua voce al coro tremendo. È possibile che qualche cosa di quella
maschia, fiera, ardente emozione dell'esercito non sia giunta al popolo
che aspettava?

Sulla pianura soleggiata, un mare di verdure, si spandeva uno squillare
confuso e remoto di campane.

Cominciò Villanova a suonare a stormo. Le chiese di Manzano, di
Trivignano, di Palmanova risposero. Tutti i campanili si destavano,
successivamente. Era la voce del Paese, la voce della Terra, la voce
della Patria, che mandava alle truppe il suo saluto, l'inno antico
delle sue feste, la musica della sua tradizione. E lo scampanìo a
martello dava all'ora indimenticabile una augusta solennità religiosa.

Da quel momento l'Italia era più grande.

Lunghe nuvole di polvere sorgevano basse, a strisce, mettendo qua e
là dei veli sulle piantagioni, avvolgendo villaggi, dissipandosi per
risorgere più vicino: erano artiglierie in marcia, convogli a cavallo e
a motore, il cui rombo si spandeva sommesso e continuo, come un fremito
di tutta la piana.

L'antica, la vergognosa frontiera era cancellata.


Più faticosa, ma egualmente esatta fu l'avanzata sui monti. Fuori di
ogni strada, fuori d'ogni sentiero, portando nel pesante zaino viveri
e munizioni per lunghi giorni, portando sulle spalle anche la legna
per cuocere il rancio, anche la paglia per dormirvi sopra, i nostri
atletici alpini, coadiuvati in alcuni punti da bersaglieri, da militi
della Finanza, esploratori arditi e infaticabili, andarono avanti da
vetta a vetta.

Hanno la tattica dell'aquila. Vanno da una cima all'altra, da una punta
all'altra. Si annidano sulle sommità, e non c'è forza che potrebbe
sloggiarli. Non temono l'isolamento. Fanno di ogni vetta occupata una
fortezza inespugnabile. S'inerpicano, s'insediano, si trincerano, e per
le valli che essi dominano il grosso marcia al sicuro e si sgrana come
un formicaio.

Si videro le cime austriache coronate da loro, una dopo l'altra: il
Monte Corada, il Monte Cuk sulle creste del Colovrat. Sul profilo
di posizioni altissime, che si supponevano fortemente protette, al
di sopra della gran coltre dei boschi, si scorse dopo mezzogiorno
il brulicare delle nostre avanguardie. Subito, al primo giorno, ci
insediammo in faccia alle fortificazioni nemiche.

Avanzando sulla pianura, le nostre truppe scacciarono avanti a
loro i piccoli nuclei austriaci, che abbandonarono in fuga i loro
barricamenti, le trincee di arresto, le abbattute d'alberi, tutte
le difese preparate all'entrata dei villaggi e ai punti favorevoli.
Ritirandosi il nemico faceva saltare i ponti. Le avanguardie italiane
vedevano brillare le mine, una vampa, un getto di macerie, una colonna
di fumo e di polvere, e le detonazioni spandevano il loro rombo
sinistro. Anche un ponte dei più importanti per l'azione era minato,
quello sullo Judrio, ma il precipitarsi dei nostri esploratori lo
salvò. Era il ponte di confine.

È un ponte di legno, pittoresco, angusto e lungo, che le sponde alte
sovrastano chiudendolo come fra due muri di verdura. Per risalire
facilmente la riva, le batterie lo passavano al galoppo. I cavalli
sferzati si slanciavano, e in un grido impetuoso di «Viva l'Italia!»,
in uno scalpitìo pesante sul tavolato che tremava tutto, in un tuonare
di ruote, in un frastuono d'acciaio, i cannoni sì avventavano.

Passate le prime truppe i segni della frontiera scomparvero. Una forza
sovrumana divelse i pali gialli e neri, saldati a macigni, spezzò le
aquile di ferro che in cima ad ogni palo aprivano le loro ali araldiche
e biforcavano la loro duplice testa coronata. Non c'è più niente. Dei
frammenti calpestati e informi. Un furore d'uragano è passato. Nulla lo
avrebbe trattenuto.

In varie zone montuose, come sull'altipiano di Asiago, le nostre
truppe avanzarono, in quel primo giorno, sotto al fuoco di grosse
artiglierie da fortezza. Non si vide un'esitazione. Quei soldati nuovi
al combattimento salutavano le esplosioni con esclamazioni ironiche. E
andavano avanti.


Le operazioni di quel primo giorno, i bollettini dello Stato Maggiore
l'hanno detto, non furono che una correzione di fronte, la quale,
contrariamente al senso del linguaggio ufficiale dei nostri nemici, si
operava in avanti. Ma il fuoco che allora si accese nell'anima italiana
non si estingue più, perchè non è un fuoco nuovo. C'è stato sempre,
noi ne sentivamo il tepore sotto la cenere. Un soffio sublime ha
dissipato le scorie e la gran fiamma s'è levata e ondeggia alta. Tutta
la frontiera ne divampa. Abbiamo una troppo grande eredità di eroismo
e di gloria per non ritrovarla intera nell'ora inebbriante della nostra
lotta più santa contro l'eterno oppressore.

No, eterno no! Lo scampanìo delle chiese friulane suonava i primi
rintocchi del suo funerale.

Ho narrato del primo giorno, del primo slancio, perchè il resto
deve rimanere ancora segreto. Ma v'è lo stesso cuore di quell'ora di
delirio. Con lo stesso lieto entusiasmo il nostro esercito schiaccia i
forti corazzati del nemico, assalta e conquista di colpo delle ridotte
avanzate, si spinge con felice sapienza, con audacia paziente, fin
sopra a delle trincee blindate.

Dove non si va con quest'anima?



VERSO L'ISONZO.

                                                         _19 giugno._


È per la strada maestra che questa volta mi avvicino alla guerra. Nelle
regioni della frontiera — diciamo dell'antica frontiera perchè la nuova
cammina — la ferrovia, tutta intenta a trasportare soldati e munizioni,
lascia i viaggiatori sui binarî morti. E ve li dimentica. Nelle piccole
linee i treni per il pubblico ritardano in media dodici ore nei primi
quaranta chilometri. Uno solo, che io sappia, è arrivato in perfetto
orario: partito da Udine si è trovato a San Giorgio di Nogaro all'ora
indicata. Ma era il giorno dopo. Così la strada maestra è ritornata in
onore.

Da quando fu inventata la locomotiva non aveva visto più tanto
traffico. Vi passa tutto il commercio della provincia, tutto il
movimento dei mercati e delle fiere. Perchè non un mercato è stato
sospeso, e a Treviso, a Portogruaro, a Latisana, a Oderzo, in piena
zona di guerra, le piazze antiche e pittoresche si affollano al
mattino di venditori e compratori venuti dalla campagna, i merciaiuoli
ambulanti erigono le loro baracche, e tutto si passa come in piena
pace.

Sulle magnifiche strade, che sembrano viali di parchi, ombrate da
vecchi platani rigogliosi allineati sui bordi, è un viavai di carri, di
carrette, di biroccini, che s'incontrano con lunghe file di autocarri
pesanti e grigi del servizio militare. Stupisce e rallegra la serena
attività del paese, la quieta normalità che permane anche nelle regioni
che odono il rombo del cannone.


La guerra non ha mutato nulla, non ha toccato nulla. Ricordo la tragica
sospensione di ogni vita negli altri paesi belligeranti quando il
grande conflitto s'iniziò. Si vedevano i segni del lavoro subitamente
interrotto sulla campagna francese divenuta deserta, si sentiva
l'allarmi, la paralisi, l'angoscia della nazione intera, i villaggi
solitari avevano un'espressione desolata, e, cessato ogni commercio, le
città costernate tacevano, con le vie quasi vuote fra i negozi chiusi.

Uno straniero che arrivasse fra noi ignaro (per un'ipotesi fantastica)
degli eventi, non sentirebbe la guerra nella vita intensa delle
nostre città e nella tranquilla operosità dei nostri campi, non si
accorgerebbe che stiamo combattendo la più grande lotta della nostra
esistenza nazionale.

La guerra ci ha trovati pronti, e niente altro che l'immutata
fisionomia della nazione, mentre milioni d'italiani si battono, è già
una grande prova di potenza.

Nei vigneti e nei frutteti si lavora, e dalla campagna luminosa, che
non è mai sembrata così bella, così folta di vigore, così promettente,
scolorata qua e là dal primo imbiondire delle messi, arrivano nella
serenità ardente del meriggio i canti dei contadini all'opera, le
antiche canzoni dei campi, semplici, larghe e solenni come preghiere.


L'automobile che mi porta fila nella immensa pianura friulana,
attraversa ponti custoditi da sentinelle, passa per stazioni di
tappa insediate nelle piccole città, affollate di carreggi, intorno
alle quali si allargano bivacchi nereggianti di cavalli e parchi
automobilistici.

Impossibile deviare dalla via buona. Oltre alle tabelle militari, che,
affisse ad ogni crocicchio, dicono ufficialmente la giusta direzione,
si trovano indicazioni di tutti i generi, consigli diversi sotto
forma di «vedi mano». L'entusiasmo degli abitanti ha spennellato sui
muri dei paesi delle grandi frecce accompagnate da diciture sommarie
e definitive: «Per Trieste!» — « — Di qui per Monfalcone, Trieste e
sempre avanti!» — e non si può sbagliare. Più di un paesello ha già
battezzato Via di Trieste, o Via della Vittoria, la strada principale.

Ma la vera, la grande arteria della guerra è la ferrovia. Treni vuoti
che tornano, treni pieni che vanno, passano in perpetua successione,
lunghi, ansimanti, e nelle stazioni piene d'ordine, custodite da
bravi territoriali, inflessibili come la loro enorme baionetta,
spesso le truppe che aspettano l'ora della partenza, durante lunghe
soste al sole, cantano a squarciagola. Ogni vagone ha la sua canzone,
indipendente dal vagone vicino, e il treno intero manda il più
spaventoso dei cori. Quando poi il convoglio si muove, il coro si
fonde in un tremendo evviva: «Evviva l'Italia!», «Vogliamo Trento e
Trieste!». E i gruppi di abitanti, che non mancano mai di affollarsi
alle barriere, rispondono.

I soldati salutano sempre con gioia ogni passo in avanti. Gremiscono
le aperture dei furgoni — che delle fronde, dei fiori, delle bandierine
adornano — e gesticolano, e ridono, e gridano, seduti alcuni sui bordi,
le gambe ciondoloni, mentre dietro agli uomini, nell'oscurità interna,
si profilano teste di cavalli, assonnate e gravi; e un'oscillazione
di zaini, di cinturini, di giberne, di tascapani, pende dal soffitto.
Sui vagoni a piattaforma i carriaggi si allineano, con le stanghe
in alto come braccia levate. Sotto a grandi copertoni di tela grigia
s'indovinano forme di cannoni.

Alla stazione di San Giorgio assisto all'arrivo d'un treno di feriti.


È un treno della Croce Rossa, tutto nuovo. Vestite di bianco, delle
dame di un comitato locale vanno premurose da un vagone all'altro
distribuendo bibite ghiacciate. Non si ode un lamento.

La prima cosa che i feriti domandano è d'essere informati della
guerra. Hanno sete di notizie. Portati via dall'azione, vogliono
sapere quel che è successo dopo, quello che succede altrove. Si direbbe
che soffrano più per il distacco dal combattimento che per le ferite
ricevute.

«Che cosa si sa oggi?» — chiedono prima di portare alla bocca il
bicchiere madido. «Buone nuove, Monfalcone è presa!». La voce passa
da una cuccetta all'altra. Tutti si sollevano sui gomiti, i meno
sofferenti balzano a sedere, è una agitazione sotto le lenzuola
candide, delle teste bendate sorgono dai cuscini: «Monfalcone è
presa!».

Dei dialoghi brevi s'intrecciano: «Ah, se fossi sicuro d'avere
ammazzato un austriaco, non me ne importerebbe della ferita!» — esclama
riadagiandosi cautamente uno che ha la spalla fasciata. Dalla cuccetta
sopra a lui una voce rauca scende: «Io uno almeno l'ho infilato!» — è
un fantaccino che è stato ferito di baionetta alla coscia durante un
assalto. Dopo un istante riprende: «Io uno, e lui (additando un altro
lettuccio) lui due!».

Qualche esclamazione d'incredulità, o d'invidia, si leva. «Due, due! —
ripete la voce. — Era vicino a me. Ci sono i testimoni. Due austriaci
si sono buttati addosso al capitano. Eravamo sulla trincea. Allora lui
l'ha spacciati tutti e due, ma ha preso una baionettata. È vero? tu,
parla!». — Ma l'eroe non può parlare, manda un mugolìo d'approvazione,
poi solleva il braccio nudo, un braccio nodoso, forte, bronzato,
che emerge dal biancore del letto e agita l'indice e il medio tesi
ripetendo col gesto ostinato: «Due, due, due....».

«Silenzio, ragazzi! — ammonisce dolcemente un infermiere che passa. —
Chi ha ancora sete?».

L'abnegazione del personale sanitario, tutto, è magnifica. Ad essa si
deve se i nostri feriti sono quasi tutti leggeri. La gravità d'una
ferita è spesso prodotta soltanto dal ritardo delle prime cure. Con
questo calore torrido, anche gl'infermieri, stanchi, debbono aver sete,
e pure essi rifiutano le bibite che vengono offerte anche a loro quando
tutti i feriti hanno bevuto.

L'attesa è lunga alla stazione; occorrono molte manovre per sgombrare
al treno la via, e nei vagoni chiari, odoranti di medicinali, si rifà
il silenzio. Alcuni feriti, che dal comitato delle dame hanno ricevuto
in dono delle cartoline militari e dei lapis, scrivono lentamente,
seduti sul letto. Uno fuma voluttuosamente una sigaretta e ne scaccia
il fumo facendo ventaglio della mano, perchè è proibito fumare. La
stazione sembra divenuta deserta. Sul marciapiede affocato passeggia il
territoriale di sentinella, solo. Fischiano le locomotive laggiù verso
i dischi, sui binarî abbacinanti, e il cannoneggiamento brontola dalla
parte del Carso.


Il desiderio di tornare al fronte è comune a quasi tutti i feriti. È in
loro la fede profonda e l'aspettativa della vittoria. Si rammaricano
di esser portati via «sul più bello». Sono presi dalla passione della
battaglia, dall'istinto della lotta, sentono ardentemente tutta la
grandezza e la giustizia sacrosanta della nostra guerra, ma sopra tutto
hanno come il sentimento che «si ha bisogno di loro», la preoccupazione
di un posto vuoto lasciato nelle file. È uno spirito straordinario di
solidarietà, è un senso altissimo del dovere, che rivelano nella razza
virtù guerriere d'una possanza insospettata.

All'ospedale di San Giorgio è ricoverato un soldato automobilista;
conducendo la sua macchina, per evitare due cavalleggeri che chiudevano
la strada ad una svolta, egli era andato a finire nel fossato,
ferendosi contro al volante. Correva incaricato di una missione: ora
il suo incubo è di compierla. Ha la febbre, non può muoversi dal letto,
ma prega, scongiura medici e infermieri: «Bisogna che io vada, credete,
è importante, lasciatemi andare, tornerò dopo...!». Questo senso di un
dovere assoluto, improrogabile, sacro, di un dovere che va compiuto ad
ogni costo finchè c'è un alito di vita, è diffuso nell'esercito ed ha
la profondità d'una convinzione religiosa.

Per tutto dove passo trovo degli esempi umili e magnifici di questa
nobile comprensione del dovere, anche fuori dei combattimenti,
nell'oscura fatica dei servizi. Ecco, in vicinanza del fronte, a
Medea, sulla via polverosa passano i cucinieri di un reggimento che
sono andati per l'acqua; sono sporchi, sono stanchi, non dormono che
tre o quattro ore per giorno, sul far dell'alba. Uno di essi, dagli
occhi febbricitanti, ha la mano destra fasciata, enorme, sollevata
e tremante. Porta il secchio sulla spalla sinistra. «Come stai?» —
gli domanda affettuosamente un ufficiale superiore. Il soldato, un
contadino calabrese piantato sull'attenti, risponde: «La mano mi fa
male ancora!». Quando si è allontanato, l'ufficiale mi spiega: «È
caduto, e cadendo si è immerso la mano nell'acqua bollente; il medico
gli ha ordinato di coricarsi sotto la tenda, di restare in riposo,
immobile, ma lui dice che c'è troppo da fare, ed ha pregato i superiori
di lasciarlo lavorare finchè Dio gli dà la forza di resistere».

Poco lontano, a Viscone, ad una tappa di carreggi, passa lungo i muri
del villaggio un sergente d'artiglieria zoppicante, col piede sinistro
fasciato. È stato ferito e mandato alla medicazione, ma egli afferma
che non è niente ed evita i posti sanitari perchè «lo portano via».
«Sono sicuro — mi dice — che riposandomi qui domani potrò rimettere la
scarpa e rimontare a cavallo; così ritrovo subito la batteria....».

Egli si è fermato a portata di voce, per dir così, della sua batteria,
e ne ascolta i colpi lontani, e li riconosce: «Ecco, è lei.... — e con
un sorriso soddisfatto — Come sona duro, eh?». Il profano non sente che
un confuso e formidabile rimbombare di tuoni verso Gorizia.


Avanti, gli avvenimenti ci chiamano con questo rombo tempestoso.
Andiamo verso l'Isonzo.

Come tutto prova l'iniquità della frontiera che abbiamo cancellato!
Come ogni cosa è italiana al di là! Vi è l'impronta nostrana sulla
terra, nel paesaggio, nella natura. Le vegetazioni come gli uomini
gridano la loro italianità. Presso antiche ville, che hanno nomi
legati alla nostra storia, vecchi cipressi muscolosi ergono la loro
mole gigantesca, oscura, solenne, che sembra un'affermazione vigorosa
e superba di nazionalità; si direbbero il simbolo caratteristico del
nostro suolo; le coltivazioni, i parchi, i giardini, tutta questa
campagna meravigliosa, prodigano forme e colori che sono unicamente
della nostra patria. Viaggiando sulle regioni conquistate s'intuisce
una unità più profonda ancora di quella della razza, dei costumi, della
lingua, un'unità perenne, inalterabile alle emigrazioni e ai dominî,
eguale sotto alle correnti e alle tempeste umane, una unità eterna:
quella della terra.

La strada bianca corre ancora nell'ombra dei platani, e di tanto in
tanto qualcuno di questi giganti, tagliato per formare una barricata
austriaca, giace abbattuto, rovesciato nel fosso o sul bordo erboso.
Barricate e trincee chiudevano la via ad ogni svolto, ad ogni
ponticello. Ma nessuno le ha difese. Fino a Cervignano, per avanzare
non s'è avuta che la fatica di rimuovere gli ostacoli. A Cervignano
pochi colpi di fucile. Un ponte di ferro, all'entrata del paese, era
barrato da un terrapieno e da un'abbattuta d'alberi. Una cannonata, che
ha lasciato il segno sull'armatura del parapetto, è bastata a mettere
in fuga i difensori.

Il paese ha ripreso un'aria tranquilla e sonnolenta, e i convogli
militari passano con frastuono per le strade antiche, anguste ed
affocate, fiorite di bandiere. Al di là, verso l'Isonzo, un polverone
denso annebbia la pianura. Il cannoneggiamento è più vicino. Nell'aria
limpida, chiaro, metallico, diafano, un pallone frenato si libra.

Ancora pochi minuti, e ci troviamo fra le truppe. Dei reparti passano
il fiume. Sulle alture di Monfalcone la battaglia rugge.

La nostra prima avanzata, che qui giunse d'un balzo a pochi chilometri
dall'Isonzo, non fece in tempo a salvare i ponti. La loro distruzione
era forse inevitabile.

Il ponte della strada carrozzabile, lungo più di cinquecento metri,
tutto di legno, ma largo e solido, ha bruciato completamente. Vedevamo
da Palmanova e da Cormòns, il giorno 24, le colonne turbinose di fumo
di questo incendio lontano, e pareva che una città ardesse. Si credette
anzi, al primo momento, che gli austriaci avessero appiccato il fuoco a
dei paesi, per vendetta.

Dei piloni, formati da fasci di travi, non rimangono che alcuni
mozziconi carbonizzati, emergenti ad intervalli regolari dall'acqua
azzurrognola e dalla ghiaia bianca, sull'immensa spianata del vasto
letto. Tutto il resto è scomparso. Le piene ne hanno cancellato ogni
vestigio.

Il ponte della ferrovia, poco discosto, è stato minato, e l'armatura
d'acciaio, ricaduta sulle macerie dei piloni crollati, disegna sullo
sfondo luminoso del fiume come una trina nera, a larghe centine,
spezzata nel mezzo, lacerata e scomposta. Queste rovine dànno la prima
sensazione profonda di un paesaggio di guerra.

Gli austriaci avevano cominciato a preparare delle forti difese sulla
riva destra. Non si trattava più di barricate frettolose. Lunghe,
solide, massicce trincee, dei larghi terrapieni che sembrano dighe,
i quali emergono freschi, del colore di terra smossa, al di qua della
boscaglia che fiancheggia il fiume e gli fa come una scorta di verde,
indicano l'intenzione di fortificare solidamente il passaggio, di
creare anche lì una testa di ponte. La rapidità della nostra mossa
iniziale ha ricacciato il nemico sull'altra sponda. Ritirandosi, gli
austriaci hanno anche distrutto, con delle mine, un pezzo di strada,
all'approccio del ponte.

Ma bisognava passare, e siamo passati.

Le riparazioni della strada, i preparativi per il varco del fiume, sono
stati compiuti sotto ad un fuoco intermittente di artiglieria, al quale
rispondevano i nostri cannoni appostati sulla pianura. Qui, la truppa
di questo settore fece la prima conoscenza col bombardamento nemico.

Il bombardamento nemico fu accolto con una indifferenza umiliante.
La fanteria, inoperosa nelle sue trincee, conversava sotto gli
_shrapnells_, e il chiacchierìo si sentiva da lontano. Sul bordo d'un
fosso, file di soldati inginocchiati lavavano la loro biancheria,
cantando a squarciagola.

Una sera, quando tutto è stato pronto, è scoppiato un inferno.

Dopo il tramonto, ad un tratto centinaia di cannoni nostri hanno aperto
improvvisamente un fuoco serrato sulla riva sinistra dell'Isonzo,
spazzandola a tiri progressivi. Ogni batteria aveva la sua zona da
coprire di proiettili. Gli _shrapnells_ arrivavano a stormi sul bordo
dell'acqua, sulle sabbie della sponda, sui roveti, sulla boscaglia
di salici e di pioppi entro la quale la fanteria austriaca veniva
ad annidarsi di notte schioppettando a intermittenza, e più in là
l'uragano di acciaio e di piombo batteva i vigneti, tempestava le
strade, esplorava la pianura in ogni ripiego. Era uno spettacolo
terribile. I balenii dei colpi e delle esplosioni illuminavano la
notte di una tremula luce violastra, e sulle nostre truppe la veemente
moltitudine delle traiettorie formava una vôlta sonora, una vôlta
ululante.

Alle nove precise, silenzio.

L'Isonzo ha qui due corsi d'acqua, vicini alle due rive, e nel
mezzo, fra l'uno e l'altro, la vasta distesa di ghiaia. Durante
il bombardamento che immobilizzava il nemico, il ramo più vicino
fu rapidamente passato a guado: è basso e con poca corrente. Nel
lampeggiamento delle cannonate si vide un formicolìo nero e silenzioso
di truppe traversare la spianata sassosa del letto e portarsi sul corso
più profondo trasportando il materiale necessario alla costruzione di
zattere.

Quando l'artiglieria tacque, all'ora stabilita, nella quiete
improvvisa pesava l'emozione di una grande attesa. Zattere piene di
soldati vogavano nel buio. Le prime compagnie si gettavano sulla
sponda sinistra occupandola. Altre forze si aggiungevano a loro.
L'occupazione si allargava. Si formava solidamente una testa di ponte.
Per il passaggio del grosso, intanto, il Genio lavorava alacremente
a costruire solide passerelle. Una ordinata e febbrile attività da
cantiere attraversava il fiume.

Ogni tanto due, tre lampi vividi, delle esplosioni: cannonate
austriache. La fucileria crepitava ad intervalli, dominata dallo
scoppiettìo regolare delle mitragliatrici: era la linea della nostra
occupazione che avanzava, sloggiando piccoli reparti austriaci dalle
loro trincee. Se si ostinavano, era l'assalto.

Si udiva allora echeggiare alto, intenso, entusiasmante, l'urlo
trionfale: Savoia! Passava nella notte il grido tempestoso che
faceva battere i cuori dell'esercito in attesa. S'indovinavano
gli episodi dell'occupazione nel risveglio del fuoco e nel levarsi
delle voci. Verso la metà della notte si è capito che gli austriaci
contrattaccavano. Ma si è pure capito subito che erano ricacciati.
L'oscurità è stata per un istante tutta piena di un eloquente vocìo di
vittoria.

Pochissimi feriti. Dei soldati sono tornati indietro con le mani
lacerate dai fili di ferro dei reticolati che essi avevano strappati.
All'alba le nostre colonne passavano serrate l'Isonzo sui tavolati
nuovi e risuonanti, e i tentacoli delle avanguardie avanzavano già
verso le alture di Monfalcone.

Sono le riserve che passano adesso.



AI PIEDI DEL CARSO.

                                                         _20 giugno._


Nel polverone denso, che incanutisce le siepi e incipria i pampini,
sulla strada bianca, affocata, accecante, uomini, cavalli, veicoli si
muovono come in una nebbia ardente, e sembrano ombre.

I soldati, già abbronzati dal sole, con quella fisionomia invigorita
e fiera che è data dalla sana fatica del campo, marciano in silenzio,
ordinati, un fazzoletto intorno al collo. Alt! Zaino a terra! Col peso
dello zaino pare che essi depositino la stanchezza; conversazioni e
risate si levano improvvise. È un vocìo allegro da scolaresca.

Largo! largo! — con uno scalpitìo serrato, con un rombo pesante di
ruote massicce, con un frastuono metallico, delle batterie passano
lentamente come in un fumo d'incendio. Al passo dei forti cavalli
normanni le grigie macchine da guerra, che non somigliano più che
vagamente agli antichi cannoni, procedono in una solennità formidabile.
La fine della colonna si perde nei nembi della polvere. Delle
automobili dello Stato Maggiore si aprono un varco fra tanti ostacoli,
e filano verso il fiume.

Là la strada cessa, il polverone si dissipa, e nell'aria tersa
si profilano lontano le pendici del Carso nude, grigiastre. Dalle
vegetazioni della piana emergono chiari e aguzzi i campanili dei
villaggi come fari sopra un mare.

Sulle passerelle che sostituiscono il ponte distrutto le colonne si
assottigliano e si sgranano, i cannoni ed i cassoni si spaziano per
superare con una galoppata l'ostacolo delle ghiaie. I conducenti
scendono di sella e corrono a piedi, schioccando la frusta, aggrampati
alle criniere.

Il cannoneggiamento è vicino. Si vedono scoppiare gli _shrapnells_ in
alto sugli alberi; e dal nord, da Gradisca, da Podgora, da Gorizia,
arrivano boati profondi di artiglierie pesanti.

Presso le rovine del ponte bruciato, dove l'antica strada, all'alto
della ripa, sembra mozzata da una lama e sporge sul fiume un moncone
fra parapetti spezzati, sono le ultime trincee austriache, intorno
alle quali il Genio ha accuratamente raccolto in enormi gomitoli il
filo di ferro dei reticolati spinosi. Ci sarà utile. In qualche angolo
inesplorato si rinvengono ancora certi ramponi di ferro a quattro
punte, dei quali gli austriaci si servono forse per ostacolare il
passaggio ai cavalli, o per armare fosse da lupo. In qualunque modo
si gettino, i ramponi rimangono con una punta eretta, aguzza come un
pugnale. Somigliano ai «triboli» che i soldati romani spargevano per
ostacolare l'assalto dei nemici, barbari a piedi nudi.

Sotto gli alberi, al bordo della trincea, una sedia, quella povera
sedia che compare melanconicamente su tutti i campi di battaglia, che
si rinviene abbandonata, sbilenca e triste, ovunque la guerra ha fatto
una sosta.


A difesa di questa regione del basso Isonzo gli austriaci hanno trovato
un alleato nell'acqua dei canali.

Ai piedi delle alture che sovrastano Gradisca e Monfalcone, scorre un
canale creato a scopi d'irrigazione e per usi industriali. Un'alta diga
maestosa, lunga quasi mezzo chilometro, chiude l'Isonzo presso il ponte
di Sagrado, sul quale passa la strada di Gradisca. L'acqua trattenuta
forma un vasto bacino che nutre il canale con una corrente di quasi
ventidue metri cubi al secondo. Il livello di questo corso artificiale
è più alto della pianura. Spezzando un argine gli austriaci hanno
potuto trasformare in paludi vaste plaghe al nord di Ronchi. L'altura
di Sant'Elia, che è al di qua del canale, è divenuta una penisoletta,
e, fortemente trincerata, ha costituito una posizione avanzata del
nemico.

Per alcuni giorni, la zona accessibile alla nostra offensiva si è
trovata sensibilmente ristretta dalle acque. Il bollettino ufficiale
ha narrato dell'ardimentosa azione di una batteria di obici che,
portatasi sulla linea della fanteria, ha battuto in breccia una diga.
Era la diga di Sagrado. Sfondata quella barriera, l'acqua non si
sarebbe più immessa nel canale e avrebbe ripreso il suo corso normale
nel letto dell'Isonzo. Ma prima che per questo audace bombardamento
l'inondazione, priva d'alimento, defluisse sgombrando il piano, il
nostro attacco si è gettato sulle terre rimaste asciutte, più al sud,
e per Monfalcone ha preso piede solidamente sulle prime pendici del
Carso, in vista del mare.

L'acqua ci è stata nemica, per tutto. Le piene, fra le gole del medio
Isonzo, ci portavano via i ponti; a valle l'inondazione artificiale
creava avanti a noi dei laghi, e il canale, che con le sue diramazioni
si va ora essiccando, forniva intanto la forza motrice di impianti
elettrici dai quali gli austriaci derivavano correnti per rendere
fulminatori certi reticolati di trincea.

Ma gli austriaci avevano dimenticato che la magnifica opera idraulica
dei canali di Monfalcone è italiana, studiata e compita dalla Società
Italiana per le condotte d'acqua, di Milano. La perfetta conoscenza dei
lavori ci ha permesso di correre subito ai ripari e di ricondurre le
acque ad un contegno più patriottico.


Passiamo l'Isonzo.

Una casa sfondata, un _hangar_ demolito, dei muri bucherellati da
schegge di granata: si è già nell'atmosfera del campo di battaglia. Ma
nessuna battaglia è passata di qui.

Dei cannoni austriaci di mezzo calibro, nascosti sulle alture di
Doberdò, tirano sulla strada, e sui villaggi, e sui ponti. Otto o dieci
colpi per volta, poi, per due o tre ore non si fanno più vivi. Non
combattono, stanno lassù in agguato, e quando vedono in una scìa di
polverone un convoglio di munizioni che si avvicina, o un reparto di
truppa che si sposta, o un'automobile che corre, giù un po' di grossi
_shrapnells_ o di granate, che arrivano con quel loro rombo di motore
mal regolato e scoppiano fragorosamente sulla pianura quieta. Tirano
persino sulle motociclette col _side-car_, nella speranza di accoppare
qualche generale.

Ma hanno paura di essere scoperti. Non insistono mai, e non è facile
individuarli. Conoscono così bene la regione, che il loro tiro è
giusto, sebbene inefficace. Percorrendo la strada con dei carreggi si
ha la probabilità di assistere allo scoppio di una granata a sessanta
passi di distanza. I soldati non ci badano.

No, i nostri soldati sono meravigliosi. Appena una granata scoppia,
si vedono i soldati correre, ma verso lo scoppio. Vanno a vedere il
buco. Hanno una curiosità da ragazzi per i fuochi d'artificio. _Compà,
sente mò_ — grida allegramente un soldato di guardia al ponte ad un
compaesano mentre tuona una raffica — _pare 'a festa d'a Madonna!_
— Gli sembra di sentire i mortaretti delle solennità campagnole.
Ed il cratere slabbrato, nero, fumante, che le esplosioni scavano
al suolo, è per loro uno spettacolo curioso che li attira. Sono là
intorno, aggruppati allo scoperto, incuranti del nemico che li vede,
disputandosi le schegge che scottano ancora. Ogni soldato ne ha una in
tasca.

Sulla strada così esposta il movimento continua regolarmente. I
territoriali divenuti carrettieri e bovari, passano anche loro con i
birocci e le mandrie.

Nessuno esita, nessuno si ferma, nessuno devia.


Un distaccamento di bersaglieri ciclisti riposa all'ombra delle
casupole, all'entrata di un villaggio: Begliano. Appoggiate ai muri,
le biciclette intrecciano ruote e telai in una confusione sottile
e geometrica di circoli e di linee; qualche motociclista prova
attentamente il motore, che strepita sul cavalletto; i soldati,
accoccolati a gruppi sui macigni, conversano placidamente, fumano,
fischiettano, e sulle loro teste l'alito caldo e lieve del meriggio
fa correre un fremito di piume nere. Gli ufficiali, che hanno trovato
delle sedie in una osteria abbandonata, siedono fuori della porta,
sotto a degli alberi. Aspettano ordini. Vi è una serenità, una
tranquillità da riposo durante la manovra. Non si direbbe mai che
questi soldati si sono battuti di notte e di giorno, che hanno preso
delle trincee alla baionetta, sopraffacendo gli austriaci con le mani
alla gola.

Il centro della strada è deserto. Da lì si vedono le colline rocciose
di Doberdò così vicine che sembrano a portata di voce. «Tra poco
ricomincia la musica!» — osserva un ufficiale guardando l'orologio al
polso, e appoggiata la spalliera della sedia al muro incrocia le gambe,
beatamente, soggiungendo: «Ci fosse almeno un giornale da leggere!».

La musica lì si ripete ad intervalli regolari. Il villaggio è
bombardato a orario. Le ultime granate hanno ferito qualche soldato,
uno è morto. Da un giardinetto sbuca un bersagliere che ha composto
un mazzo di fiori, adorno di una foglia di palma di San Pietro, la
palma del nord. Lo mostra ai compagni, che approvano, e scompare in un
recinto. È per ornarne la croce sulla tomba nuova.

Ecco, un rimbombo, un urlo apocalittico che solca la serenità del
cielo, una esplosione potente, uno scrosciare di tegole e di macerie.
La musica.

I bersaglieri, senza scomporsi, guardano in aria. «Dev'essere cascata
sulla chiesa!» — dice uno. «Tireranno al campanile!» — osserva un
altro. «Questa è cascata qui dietro». — «Ha tremato il muro».... Ma un
comando interrompe i dialoghi. Un ordine è arrivato. Si parte.

In un batter d'occhio tutti sono pronti, appoggiati alle biciclette. Si
fa rapidamente l'appello. Manca uno. Era là adesso. Chiamatelo. Eccolo
che arriva, di corsa, tutto sporco di calcinaccio. «Signor tenente —
esclama — è morta la capretta!». C'era una capretta abbandonata nel
villaggio, alla quale i soldati avevano munto una bella gamella di
latte. «È stata l'ultima bomba — informa il soldato — ero lì vicino,
povera bestia! — e dopo un istante di riflessione: — Peccato che sia
troppo dura a mangiarsi!».

Via! Con un volteggio elegante ogni soldato inforca la sua macchina e
sospeso sul sottile scorcio delle ruote fila nel candore della strada
sollevando una bassa scìa di polvere. La compagnia scorre ordinata,
silenziosa, veloce, tutta grigia, nella direzione del nemico.

I fucili a bandoliera ergono sullo svolazzamento delle piume come un
tratteggio inclinato.


Una folta e confusa massa di gente si avvicina. Viene dalla fronte.
Nel polverone che solleva, s'intravvedono dei carri gremiti di persone,
tirati da buoi. È un formichìo oscuro, lento, taciturno, nel gran sole
ardente. L'emigrazione.

Sono abitanti che il bombardamento austriaco scaccia da ogni paese,
da ogni villaggio, da ogni casolare. L'esercito nostro li aiuta, li
protegge, li nutre, e disciplina l'esodo. Dei soldati marciano in testa
alle colonne e le fiancheggiano.

Il fuoco è cessato, e quando la carovana arriva nell'ombra delle
case si ferma e si riposa. «Avanti, coraggio brava gente — avvertono
i soldati — ancora un poco, poi vi ristorerete: qui può succedervi
qualche disgrazia!» Delle invettive contro gli austriaci si levano
dalla folla. Voci di donna gridano, nell'espressivo dialetto veneto:
«_Anca qua i ne copa!_» — «_No i vede che semo poareti?_» — «_Tuto i
n'ha tolto, anca i toseti, e adesso i ne buta zò le case!_».

«Calma, calma — ammoniscono bonariamente i soldati. — Tornerete
presto a casa!» — «_Che el Signor ve scolta!_» — rispondono le voci.
— «_Benedeti vualtri e le mare che v'ha fato!_» — E la moltitudine
riprende la marcia.

Sono donne, bambini e vecchi, tutto quello che è rimasto del popolo,
irredento. Carrette di ogni genere trasportano i loro umili bagagli, e
sui cumuli dei fagotti e dei sacchi, facendosi ombra con delle vecchie
ombrelle aperte, si accalcano i bimbi, gli stanchi, i deboli, in un
groviglio multicolore che oscilla alle scosse dei veicoli. Tutti gli
altri marciano, gli uomini a parte, due per due, muti, quasi ubbidendo
istintivamente alla disciplina militare che li circonda.

Qualche donna conduce dietro di sè la mucca, l'unica ricchezza rimasta
alla famiglia, e tira faticosamente sulla cavezza per indurre la povera
bestia, stupefatta ma placida, ad allungare il passo. Si vedono dei
bambini feriti, sui quali delle fasciature fresche e ben fatte indicano
la cura dei nostri posti sanitarî.

La carovana continua il cammino, lentamente, verso l'Isonzo. Un'altra
si avvicina, ma ben diversa. Questa è composta di uomini validi.


Dopo che l'Austria, con la leva in massa, ha portato via da questi
paesi tutti i maschi dai diciassette ai cinquant'anni, dopo la fuga
di tutte le persone notoriamente irredentiste, dopo l'arresto e
l'internamento di tutte quelle altre persone che erano semplicemente
sospette d'irredentismo, ogni uomo valido che s'incontra è un individuo
sospetto. Nove volte su dieci non è nemmeno italiano. Lo dice la sua
faccia, lo dice la sua maniera di mettersi sull'attenti per affermare:
_Son taliano!_

Nei primi momenti dell'occupazione non ci si è fatto caso. Ma non
abbiamo tardato ad accorgerci che eravamo circondati da spie. Le nostre
ricognizioni sorprendevano sventolamenti di bandierine nell'alto dei
villaggi. Il passaggio di truppe in alcuni nodi di strade combinava
stranamente con l'incendio di un mucchio di paglia o con la caduta
d'un alto albero. Alla notte, dietro certe nostre batterie, sul
dorso dei colli, palpitavano luci di lanterne cieche. Chi sventolava
le bandiere? chi bruciava la paglia? chi abbatteva gli alberi? chi
faceva brillare quelle luci? Si trattava di segnali, chiari, precisi,
seguìti infallibilmente da un fuoco austriaco che cadeva dritto sugli
esploratori, o sulla truppa in marcia, o sulle batterie. Ma non si
trovavano i colpevoli, che si mescolavano alla popolazione campestre,
troppo atterrita da loro per denunciarli.

Ho visto io stesso, alla notte, scintillare misteriose segnalazioni
sulle colline, e eliografi nemici, durante il giorno, parlare a
lampeggi con qualcuno che era dietro alle nostre file. Lo Stato
maggiore d'una nostra divisione arrivava in un villaggio, e un minuto
dopo delle granate piombavano sul suo quartiere generale. Accampamenti
ben celati, invisibili al nemico, erano bombardati appena formati.
Le nostre batterie si vedevano scoperte talvolta prima di far fuoco.
Prendevano posizione, spesso nel cuore della notte, e subito il tiro
nemico le cercava senza incertezze.

Noi abbiamo una lealtà militare, una cavalleria istintiva, una
schiettezza e una nobiltà di razza, che c'inducono sempre a supporre
nel nemico le stesse virtù, anche se il nemico è turco, anche se
il nemico è austriaco. I fatti ci hanno subito disilluso. Abbiamo
constatato che una vasta e minuziosa organizzazione di tradimento
ci cingeva, e non abbiamo perso tempo. In quasi tutti i casi di
spionaggio, le ricerche immediate ci hanno portato a scoprire nel
raggio delle segnalazioni la presenza di qualche uomo valido alle armi.
Qualcuno era vestito da prete.

Gli atti alle armi sono arrestati. Si tratta quasi sempre di militari
austriaci. Molti confessano.

La carovana che passa è composta di questi prigionieri.


Come sbagliarsi? Sotto i travestimenti più eterocliti, il soldato
austriaco si rivela. Baffi biondastri e ritorti, basette lunghe, tipi
magiari, tipi tedeschi, portamento stecchito, fisionomie chiuse e dure,
sguardo nemico.

Perchè non fuggano sono uniti a due a due per le braccia. Pochi
fantaccini li scortano, con la baionetta inastata. I soldati che
incontrano non dicono niente, guardano con disprezzo la processione
sinistra e proseguono il loro cammino. Ma un conducente romano non
resiste, e dall'alto del suo cavallo interpella un prigioniero che ha
una faccia da _feldwebel_ classico: _Hai finito de fa la guerra cor
lanternino?_

Ha finito, sì, e alle spie che non sono state ancora acciuffate
l'esasperata vigilanza dei soldati rende molto difficile il còmpito.
Ma ve ne sono ancora, rese audaci dai lauti compensi pagati, e dai
più lauti promessi. E in parte anche dalla nostra magnanimità che
rifugge dalla giustizia sommaria e ci lega a procedure fra le quali lo
spionaggio scivola. Ci si era teso ogni sorta di tranello.

Le semplici popolazioni della campagna erano state terrorizzate con
i racconti della nostra ferocia, per indurle a fare una difesa da
siepe a siepe, e in qualche centro delle armi erano state distribuite.
Le sciagure che quella povera gente da undici mesi sopporta erano
addebitate all'Italia. L'Italia, questa stracciona, era responsabile
della guerra europea, della leva in massa, delle requisizioni; delle
contribuzioni, del pane K, della carestia. La molla più possente
nell'anima campagnola, il sentimento religioso, non veniva trascurata:
gl'italiani erano gli alleati del demonio, gli scomunicati, i dannati,
senza fede e senza morale. I nostri soldati, miserabili e delinquenti,
avrebbero profanato, rubato, massacrato.

Nelle cittadine ci ha accolto qualche volta l'entusiasmo schietto e
vivo delle popolazioni liberate, e la voce del sangue ha finito per
parlare anche alle genti più disperse e ignoranti della campagna.
La carità, la bontà, la generosità dei soldati hanno fugato ogni
prevenzione, se una prevenzione rimaneva in qualche anima oppressa dal
terrore abituale della servitù.

Le macchinazioni sleali del nemico si vanno sventando. Ma sta il fatto
che l'Austria ha cercato di usare come armi di guerra, oltre allo
spionaggio e al tradimento, la paura di povere donne e di poveri vecchi
contadini e la loro fede cristiana.

Tutto è buono quando serve: _Kriegsbrauch im Landkriege_....



DAVANTI A GORIZIA.

                                                         _20 giugno._


Mentre annotta, un duello di artiglierie s'impegna. Si distinguono i
colpi dei nostri cannoni da campagna, più avanti, più lontani, che si
son fatti sotto come una gran muta abbaiante di molossi intorno alla
fiera bloccata, mentre i boati più cupi degli obici echeggiano nelle
vicinanze e il bagliore delle vampe si accende fra le vigne contornando
neri profili d'alberi.

Forse si prepara un passo avanti sul Carso? Forse si respinge un
contrattacco? Chi sa? Le fanterie nemiche sono in qualche punto a
portata di voce. Nelle ore di silenzio, alla notte, i nostri soldati
odono gli austriaci che parlano dietro ai loro parapetti di roccia,
sulla quale le granate mordono così malamente.

Si combatte per la conquista di ciglioni nudi, sassosi, sui quali non
si possono scavare trincee. La parola Carso viene dal celtico _carn_
che significa roccia. La montagna, con le sue stratificazioni calcaree,
con quelle ossature bianche che emergono fra i magri sterpi sulle
piccole vette, con le sue vallette verdi, sorprendenti di rigoglio,
strane conche di frescura entro bordi di pietra, con i suoi crepacci,
le sue spelonche, e gl'imprevisti aspetti pieni di una tagliente
arditezza, ricorda un po' la montagna di Derna.

La natura offre alla difesa delle formidabili posizioni naturali,
completate e fortificate con un assiduo lavoro. Il nemico si annida
dietro baluardi di macigno, ai cui approcci si accumulano le difese
ausiliarie delle focate petriere e dei reticolati. Se l'Austria ha
creduto utile fingersi sorpresa dalla nostra guerra, tutto sul campo
di battaglia smentisce la sorpresa, tutto vi dimostra invece una
preparazione ben studiata, lunga e paziente. L'abilissima e laboriosa
organizzazione tattica del terreno dice come la guerra con l'Italia
fosse da gran tempo nei piani austriaci. Soltanto il momento rimaneva
da scegliersi. E quello lo abbiamo scelto noi.

Se non avessimo che degli uomini armati contro di noi, se non ci
fossero che delle masse manovranti, come nelle classiche guerre del
passato, se il valore, l'ardimento, l'eroismo costituissero ancora i
coefficienti massimi e quasi esclusivi della vittoria, noi non saremmo
più sull'Isonzo.


Ma l'eroismo finisce pur sempre con l'imporsi. Esso è una volontà che
arriva al furore. Una volontà che gli ostacoli esasperano e rafforzano.
Le nostre truppe, avanti alle difficoltà, non hanno che un impulso,
quello di slanciarsi.

Tutto ciò che abbiamo letto di più bello sulla guerra europea, di
assalti audaci e veementi, di attacchi alla baionetta attraverso folti
reticolati, in una grandine di piombo, non deve più farci invidia.
Simili episodi si svolgono normalmente nella nostra guerra. Soldati che
non erano mai stati al fuoco hanno trovato semplice e naturale andarci
così.

Al primo urto l'esercito si è comportato come se avesse sempre
combattuto e sempre vinto; ha dimostrato un istinto di battaglia,
una sapienza spontanea della lotta, una natura guerriera. Possedeva
inconsapevolmente virtù militari, che solo la pratica della guerra
sembrava dovesse infondere. Gli egoismi naturali degl'individui sono
scomparsi, la vita delle persone si è fusa in una vita più grande,
ogni uomo si è sentito una molecola nel vasto organismo dell'esercito,
una goccia d'acqua nell'onda. Vi è un ardore di tutti, un sentimento
di tutti, una passione di tutti, un solo volere, un solo cuore. Si
è destata subitamente nell'esercito nuovo l'anima antica, la fiera
anima della razza foggiatasi nel fulgore lontano di secoli gloriosi.
Vengono da lei queste abilità della guerra nella folla italiana. Questo
travolgente desiderio di assalto è un'eredità latina, come la lingua.

I sistemi della guerra moderna e la natura del terreno ci costringono
però ad un'azione paziente, fatta di scatti calcolati e di attese, di
colpi improvvisi e di pressioni lente, un'azione studiata, razionale,
metodica. Non abbiamo una posizione da prendere: ne abbiamo tante,
incatenate su cinquecento chilometri di fronte. E per ognuna è una
piccola battaglia, con le sue sorprese, le sue finte, le sue soste, le
sue manovre.

Guardate una carta: l'austriaco avanti a noi è sempre più in alto. Egli
tiene l'alta montagna, il nodo alpino, e noi saliamo i contrafforti,
conquistando sprone per sprone, declivio per declivio, vetta per vetta.
La nostra guerra è un'ascensione. Sempre più su, sempre più su. Ogni
combattimento è un gradino che superiamo. Il gradino seguente domina.
Il nemico fugge in altezza. Ritirandosi ci sovrasta. Ma che importa?
Noi ascendiamo irresistibilmente.

Nel Carso il nostro attacco s'inerpica ora sulle prime pendici.


Il duello d'artiglierie prosegue.

I cannoni austriaci fanno delle salve serrate e poi tacciono. Forse
hanno poche munizioni; forse temono di scoprirsi. Cambiano spesso il
loro obbiettivo. Non fanno quasi mai un fuoco di ricerca, di assaggio,
di esplorazione. Colpiscono raramente e con magri risultati, ma si
vede bene che sanno sempre dove tirano e contro quale bersaglio. Non
esitano. Cercano di agire a colpo sicuro. Segnali di spie? Abilità di
osservatori?

Ma quando una batteria austriaca è individuata è una batteria
silenziata. Un uragano di fuoco piomba su di lei. Allora dietro le
spalle delle alture pare avvenga una breve eruzione. Certo è che i
cannoni nemici sono astutamente piazzati. Sorge il dubbio che alcuni,
dei quali neppure i riflessi della vampa si scorgono nell'oscurità
della notte, siano nascosti in caverne.

La montagna è tutta grotte e baratri sotterranei. Ha labirinti immensi
nelle sue viscere; pozzi, cunicoli, gallerie, spelonche, formano un
meraviglioso e tenebroso paese di abissi. Vicino a Monfalcone stesso si
spalancano antri misteriosi dai quali emana uno spavento leggendario,
come la Grotta del Diavolo dove secondo la tradizione si muore di
terrore. È possibile che dietro la bocca cespugliata di cavità naturali
stiano dei cannoni in agguato, diretti dal comando telefonico di
osservatori appiattati sulle vette? Lo sapremo.

Tutta la vallata echeggia. Su Ronchi, su Monfalcone, delle granate
cadono. Le città sono deserte, gli abitanti sono fuggiti in massa verso
l'Italia. Sull'arsenale si ergono ancora intatte le alte ciminiere, ma
gli edifici sono in rovina. Il lavoro vi si è ostinato fino al giorno
quattro.

I bombardamenti eseguiti dalla nostra flotta avevano già paralizzato il
cantiere navale, ma v'era una fabbrica di proiettili di artiglieria,
appena impiantata, che non voleva darsi per vinta. Gli austriaci non
credevano che la nostra avanzata li sopraffacesse così presto. La loro
perseveranza nel mantenere attivi alcuni stabilimenti di Monfalcone
dice come si credessero sicuri della difesa dell'Isonzo e dà la misura
del nostro successo. La guarnigione fu sorpresa dalle avanguardie
italiane, e si salvò a stento inerpicandosi affannosamente oltre la
Rocca, inseguita dai nostri che non volevano lasciar presa.

La città antica, al di là dell'arsenale, così italiana, così veneta con
i suoi portici bassi, le sue procuratie dagli archi larghi come quelli
di cripte, è vuota, silenziosa, oscura, e qua e là le vecchie case
abbandonate, nelle risuonanti viuzze pittoresche, sono sfregiate dalle
esplosioni che sforacchiano qualche tetto e ne soffiano via le tegole.


Per tutta la notte il cannone ha rombato. La più grande violenza
delle artiglierie era verso Gorizia. Il cielo palpitava di lampi a
settentrione.

All'alba, delle immense colonne di fumo si scorgono in fondo alla
pianura. È il paese di Lucinico che brucia.

Entriamo ora in un'altra zona delle operazioni. Ci avviciniamo alla
strada di Gorizia, cioè al centro della battaglia dell'Isonzo, dove
più ferve intensa e vasta la lotta, dove gli austriaci hanno posto le
più forti difese, le più possenti e numerose artiglierie, le più solide
truppe.

Le posizioni nel loro insieme sono rapidamente descritte. L'Isonzo
scorre in una gola profonda fino a Salcano, cioè quasi fino a Gorizia,
e, da lì al mare, mentre alla destra del fiume si apre subitamente
l'ampia distesa verde della pianura friulana, alla sua sinistra invece
s'erge ancora, quasi senza interruzione, la montagna, ora a picco
sull'Isonzo, come a Sagrado, ora discosta diversi chilometri come a
Ronchi e Monfalcone. All'occhio, osservando il panorama, al di là del
fiume appare tutta una barriera; c'è come una muraglia, che chiude
l'orizzonte orientale, sfumando verso l'Adriatico. Le montagne formano
per così dire i bastioni di una smisurata fortezza della quale l'Isonzo
è il fossato. In qualunque punto del fiume, chi vuol passare si trova
di fronte questo baluardo, più o meno accessibile, spesso altissimo,
scosceso, imponente.

Formidabile e semplice, nella sua linea sommaria il piano di
difesa austriaco è consistito nella distruzione dei ponti, e nella
fortificazione della grande barriera montana con opere di ogni genere,
con multiple linee di trinceramenti e con una distribuzione sagace di
artiglierie ben nascoste.

Ma la barriera è spezzata, per dir così, da due valli, per le quali
passano le comunicazioni verso l'interno. La muraglia ha insomma due
porte, che danno accesso alle grandi arterie stradali e ferroviarie
per Lubiana, per Villaco, per Klagenfurt, il possesso delle quali è
essenziale. La conquista e la difesa delle due porte doveva perciò
essere l'obbiettivo logico dell'azione; qui dovevano evidentemente
convergere gli sforzi dei due eserciti. E alle due soglie gli austriaci
hanno quindi accumulato tutte le difficoltà, tutti gli ostacoli, tutte
le insidie che la loro scienza militare, perfezionata dalla lunga
pratica, poteva suggerire.

Le due porte sono Tolmino e Gorizia.


A Tolmino per la vallata dell'Idria e a Gorizia per la vallata del
Vipacco sboccano dunque nella valle dell'Isonzo fasci vitali di strade,
che scavalcano il fiume su molteplici ponti. Questi sono i soli ponti
che non siano stati ancora distrutti. È oramai un elemento d'arte
militare noto anche ai ragazzi che per difendere efficacemente il varco
di un fiume bisogna portarsi avanti, bisogna cioè occupare non soltanto
la riva da proteggere ma prendere solidamente posizione sull'altra
sponda, stabilire delle opere di arresto più lontane che sia possibile,
tanto per impedire al nemico l'accesso al varco, quanto per garantire
a sè stessi il libero uso del varco stesso e passare, occorrendo, dalla
difensiva all'offensiva.

È appunto quello che a Tolmino e a Gorizia gli austriaci hanno fatto
e che in termine tecnico si dice «testa di ponte». In questi due punti
essi si sono radicati al di qua del fiume. La natura del terreno li ha
straordinariamente aiutati. Allo sbocco della valle dell'Idria, al di
qua dell'Isonzo, presso Tolmino, si ergono due montagne gemelle, unite
per le falde, isolate in giro, cinte da tre lati da una curva sinuosa
dell'Isonzo: una specie di gigantesca e dominante coppia di sentinelle
a guardia di una soglia. Il loro nome è stato fatto sui bollettini:
sono le montagne di Santa Maria e di Santa Lucia. Fortificate, munite
di cannoni di grosso e di medio calibro, le due montagne comandano
tutti gli accessi.

Con un'analoga prodigalità la natura ha eretto avanti a Gorizia,
sulla destra dell'Isonzo, non meno formidabili baluardi nelle brusche
alture di Podgora, alle quali si attacca un tumulto di colline, che
si culmina, un poco al nord di Gorizia, nel monte Sabotino, fosco,
oblungo, imponente. Tutto questo sistema di vette e di declivi è
fortificato a oltranza.

Riducendo la difesa dell'Isonzo all'immagine rudimentale del muro con
due porte, un solido muro crestato di vetro e due porte terribilmente
barricate avanti alla soglia, comprendiamo chiaramente nel suo schema
la nostra azione, così bene descritta dai bollettini. Mentre investiamo
la porta principale, Gorizia, abbiamo scavalcato il muro alle due
estremità, Caporetto e Monfalcone, e incuneiamo la nostra azione
all'altra parte della barriera. A nord e a sud delle due teste di ponte
austriache, abbiamo così creato noi due teste di ponte italiane, per le
quali l'offensiva penetra e lentamente si allarga al di là dell'Isonzo.

Ed ora guardiamo.


Nella mattinata serena, la pianura superba, coperta da vegetazioni
così folte che simulano il bosco, sfuma via e impallidisce, contro la
luce del sole, in tinte evanescenti. Al primo momento la battaglia,
come tutte le battaglie moderne, è invisibile, incomprensibile,
un frastuono tonante, un formarsi e un dissolversi di fumo, un
chiamarsi e rispondersi di rombi e di boati, uno scintillare vago
di vampe in località imprecisabili. E tutto questo sembra poca cosa
nell'impassibilità sublime del paesaggio.

A chi osserva dall'alto di una delle rare collinette che levano sulla
pianura la molle groppa impellicciata di acacie, i villaggi, immersi
nelle immobili onde delle verdure, si fanno riconoscere ad uno ad uno,
per il campanile. Un campanile strano, con la cupoletta slava, che
ricorda quello delle chiese russe: Romàns — più vicino, un campanile
aguzzo, ardito, veneto: Versa — un campaniletto campestre che una
granata ha sfiancato: Fratta. Sono tutti paesi che i cannoni austriaci
hanno successivamente preso di mira. Gli abitati sorgono secondo
una logica della viabilità, le case si aggruppano alle confluenze di
strade, ogni villaggio chiude un piccolo centro di comunicazioni, e
l'artiglieria nemica, colpendo i villaggi, ha cercato di colpire ai
nodi le maglie della grande rete di vie che in ogni senso vena di
bianco la pianura friulana.

Sotto alle alture che chiudono il piano, Gradisca si sgrana bianca
lungo la sponda dell'Isonzo, che è indicata da un infoltire di verde,
da uno schieramento solenne di pioppi. Dei giardini, delle ville,
dei recinti, e, quasi fuori del paese, i grandi edifici della scuola
normale, una caserma, degli stabilimenti industriali sui quali le
ciminiere si levano sottili come antenne. Come tutto sembra quieto
laggiù, nel sole!

Alla città fa sfondo il Monte San Michele, che è un'ultima propaggine
del Carso, e più lontano, più in alto, irrompono, azzurre e pallide, le
vette del Monte Re. Ai piedi delle alture, sul limite della pianura,
come la spuma al bordo del mare, è un biancheggiare quasi continuo
di paesi, greggi di case che si dissetano nell'Isonzo. Sdràussina,
Sagrado, Fogliano, San Pietro, e sembra tutto un prolungamento di
Gradisca. Sulle pendici, dei prati verdi, delle boscaglie oscure, delle
strade deserte che serpeggiano ascendendo, delle trincee austriache
abbandonate — lunghe e sottili ferite nere, insolentemente visibili.
Sono probabilmente delle false trincee, incaricate di attirare la
nostra attenzione. Le vere si nascondono, si mascherano con erbe e
fronde.

S'incomincia a comprendere.

Le tappe della nostra avanzata sono segnate sulla pianura. Ogni sosta
ha lasciato una linea fulva di terra smossa, un solco di trinceramenti
dai parapetti punteggiati di feritoie, una barriera oscura che
attraversa i prati, sparisce nei vigneti, tocca dei paesi, si nasconde,
si perde. Il più vicino è il fronte sul torrente Versa, il fronte
assunto il primo giorno della guerra, come i comunicati descrissero.
Sono tutte abbandonate, quelle strane arginature della battaglia
che hanno segnato sulla terra una specie di gigantesco diario della
conquista, sono tutte lasciate indietro. La fanteria non si vede più,
è laggiù a Gradisca, tiene quella linea di paesi, tocca il fiume, si
annida nella boscaglia delle rive, pare scomparsa.

Nell'apparente solitudine luminosa del paesaggio, sono i proiettili
di cannone che rivelano vagamente le disposizioni del combattimento,
che lasciano intuire le masse combattenti sotto la coltre delle
vegetazioni. Due o tre stormi di _shrapnells_ austriaci scoppiano
sulla pianura, un polverone di calcinacci annebbia per un istante
un campanile, delle nubi bianche si formano sulle cime d'un filare
di platani. Una pausa, poi altre nubi si sfilacciano lentamente
nell'aria calda e quieta, e le esplosioni echeggiano. Ma da località
imprecisabili si solleva un tumulto impetuoso di rimbombi. La risposta.

Sono obici italiani che interloquiscono, ed ecco le vette sopra Sagrado
in convulsione. Se gli _shrapnells_ austriaci ci hanno indicato dove
stanno forse delle truppe nostre, sappiamo bene ora dove si nascondono
i cannoni che li hanno lanciati. Le granate italiane tempestano le
vicinanze di una villa circondata da boschetti, sul ciglio dell'altura.
È Castello Nuovo. Nembi di polvere e di fumo la avvolgono; i boschetti
scompaiono nelle dense nubi degli scoppi. La batteria austriaca non
fiata più. È un episodio breve, repentino, minuscolo.

Altri si succedono, incessantemente; la nostra attenzione è chiamata da
cento parti. Bisogna seguire le indicazioni del cannone. Esso spiega la
battaglia, a poco, a poco. Su tutto il fronte l'artiglieria romba, ma
la tempesta più violenta, più intensa, più ostinata, è verso Gorizia.

Oggi è uno di quei giorni che i bollettini chiamano di «attività sul
basso Isonzo». Sono i giorni nei quali si fa un passo avanti. Intorno
a Gorizia è l'uragano. La città, i sobborghi, le alture di Podgora,
impallidiscono in una bruma grigiastra.


Gorizia si nasconde in parte dietro alle alture di Podgora, s'incastra
fra le montagne, si annida in quell'ultimo lembo di pianura che
s'insinua verso la gola dell'Isonzo. Da lontano, Gorizia, che spunta
dalla valle affacciandosi nel piano, fa l'effetto di un torrente
di case che dilaghi dallo sbocco e si spanda in un'effervescenza di
muraglie bianche. I bordi della città presso l'Isonzo, dove delle linee
di difesa austriaca si annidano, la stazione ferroviaria, le adiacenze
dei ponti, sono bombardati. L'incendio di Lucinico si allarga. Lucinico
era compreso nelle fortificazioni di Podgora e la popolazione l'aveva
abbandonato.

Le fiamme si levano agitate, occhieggiano chiare nel tremolìo di
un'atmosfera ardente e fosca, e sulla folla velata e confusa degli
edifici il fumo sale denso nella calma, altissimo. Gli scoppi delle
grosse granate coprono di cirri le creste di Podgora. Nembi bianchi
sorgono lentamente dalle vallette di tutto quel complesso sistema di
alture che nasconde Gorizia. Sui fianchi violastri del Monte Sabotino,
che solleva più lontano la sua lunga groppa, il fumo si arrampica in
nubi che si dissolvono lente.

I nostri cannoni battono su tutti gli sbarramenti. La battaglia
s'inerpica, va verso San Floriano, va verso Plava. Scende dal nord,
dai monti, un boato continuo di cannoneggiamento remoto. Le esplosioni
vicine hanno una violenza da folgore. L'attacco nostro, generale per
l'artiglieria, non ha la pienezza delle grandi masse per la fanteria;
non vuole averla; si comprende che ha qualche obiettivo parziale; ma
su certe posizioni nemiche esso preme con magnifica violenza. Linee e
linee di trincee avanzate sono state prese. Alcuni reparti, ricacciato
il nemico, lo incalzano sulla seconda linea, che è la più forte.
Si combatte ai bordi di Lucinico in fiamme, sotto alle buffate acri
dell'incendio. Gorizia è là a due passi.

Con un entusiasmo ardente, con un eroismo sublime, delle fanterie
nostre hanno saputo portarsi di fronte alle più formidabili opere
campali di difesa, e sono là imperterrite, a qualche centinaio di metri
dal nemico, nelle frettolose trincee d'attacco.



ASPETTI DELLA LOTTA SULL'ISONZO.

                                                         _22 giugno._


La preparazione austriaca, evidentemente iniziata da moltissimo tempo,
ha fatto tesoro delle esperienze della guerra delle nazioni. Le prime
trincee conquistate dai nostri, profonde, interamente protette, con
delle vegetazioni abilmente riportate sulla copertura, non hanno
resistito all'impeto dell'assalto. Più avanti abbiamo trovato dei
baluardi di cemento armato, delle scudature di acciaio, tutte le difese
della guerra di trincea, contro le quali bisogna passar dalla furia
alla pazienza.

Il terreno, avanti, è disseminato di tranelli, e in qualche posizione,
perchè il tiro dell'artiglieria non distrugga i reticolati, questi
sono abbattuti, giacciono molli al suolo, non si scorgono; ma quando
l'assalto arriva o è imminente, dall'interno delle trincee i difensori
tirano delle corde, e i reticolati sorgono impreveduti e intatti.

Talvolta le trincee austriache, quando forse il fuoco della grossa
artiglieria si precisa o quando occorre spostare delle truppe allo
scoperto, si nascondono in un fumo di sostanze resinose. I punti
più importanti, più vitali, sono così trasformati in fortezze. Agli
approcci diretti di Gorizia, sui declivi di Podgora e del Sabotino, si
sovrappongono in ranghi paralleli trincee blindate, dalle cui feritoie
minuscole scoppietta un fuoco accurato di miratori scelti.

Non era sufficiente l'asperità dei luoghi; non bastava la protezione
offerta dalla terra stessa, che oppone alla invasione i castelli delle
sue vette; bisognava, per mantenervisi contro di noi, moltiplicare
all'infinito le resistenze impassibili della meccanica guerresca,
ridurre al minimo il coefficiente del valore umano; era necessario dare
il còmpito massimo della difesa all'acciaio, al cemento, all'intreccio
di fili di ferro che si spande sui pendii come un'immensa tela di
ragno, alle mine: combattenti che non fuggono. Per quanto buone,
solide, disciplinate, agguerrite, abili, le truppe austriache non hanno
mai posizioni troppo forti per il nostro soldato, quando al valore
degli uomini più che all'automatismo delle cose è affidata la lotta.

Ed anche contro la muraglia di cemento, contro i reticolati a sorpresa,
sulle mine, l'assalto italiano si sarebbe egualmente gettato,
furibondo, eroico, se non fosse stato trattenuto. In breve tempo
la linea d'attacco è arrivata fino lì, in un balenìo di baionette.
Un'avanzata che sarebbe potuto costare i sacrifici di una lunga e lenta
progressione, e trasformarsi forse in guerra di scavo, è avvenuta
fulminea, irresistibile. Qualche reparto è così vicino alla linea
blindata che l'artiglieria ha dovuto sospendere il fuoco su quel
punto, e a portata di voce dagli austriaci fortificati i nostri soldati
lavorano a sistemare le trincee avanzate che hanno preso, nelle quali
raccolgono le armi abbandonate dal nemico.

Alcuni fucili austriaci, nuovissimi, portano impressa sulla canna
un'aquila, ma non bicipite. È un'aquila con una sola testa, e posata
sopra una foglia di cactus, le ali aperte, essa tiene fra gli artigli
e nel becco un serpente che si torce avvolgendola nelle sue volute; in
giro all'aquila le parole: «Republica Mexicana». Ancora i fucili di
Massimiliano? No, sono i _mausers_ preparati per il generale Huerta,
e rimasti «per conto», il destinatario essendo partito senza lasciare
indirizzo.

Di tanto in tanto, nel rombare delle cannonate, echeggia un boato più
possente e profondo degli altri, che domina il frastuono come un colpo
di grancassa in un concerto. È il famoso obice austriaco da 305.

Si sapeva all'inizio della guerra che c'erano dei 305. Qualche profugo
li aveva visti passare, trascinati da file di buoi e scortati, pare,
da artiglieri tedeschi. Ma, efficaci nella demolizione di fortezze, i
305 sembravano inutili in una difesa a campo aperto dove il loro colpo,
costosissimo, lanciato sopra un bersaglio vago, non poteva produrre
molti più danni d'un altro qualsiasi colpo di grosso cannone. Perciò,
ad onta delle informazioni, si dubitava della loro presenza sul nostro
fronte. Questi colossi dell'artiglieria hanno gli svantaggi di una
mobilità faticosa. Sono i pachidermi della guerra.

Forse gli austriaci contavano sull'effetto morale. Il successo doveva
scaturire sopra tutto dal rumore. L'obbiettivo iniziale del mostro fu
la stazione di Cormons.

Alla prima detonazione formidabile, che fece sobbalzare gli edifici,
nella stazione si credette che fosse scoppiata una cassa di munizioni.
Fu un correre curioso di soldati, d'impiegati, che si domandavano: —
Com'è successo? Dove? — e la folla si precipitò a vedere. In un punto,
sulla campagna, c'era un gran fumo. E tutti via, verso il fumo.

Dissipatasi la nube, si vide a terra una buca larga cinque o sei metri,
profonda tre o quattro. Si facevano le più svariate ipotesi. In quel
momento, nell'aria s'avvicinò un rombo che si spense in un soffio
possente, e subito dopo un'altra nube di fumo, un'altra detonazione
profonda, dalla parte opposta della stazione. «Ah, ma sono cannonate!»
dissero allora tutti come tranquillizzati. Il mistero era perfettamente
chiarito. La cosa diventava naturalissima. Diamine, cannonate in tempo
di guerra, niente di più logico. E il lavoro fu ripreso, quietamente,
serenamente.

Ognuno tornò al suo posto, con qualche fierezza di sentirsi al fuoco,
e la stazione di Cormons continuò a funzionare con perfetta regolarità,
come se niente fosse. Nemmeno gli abitanti della città si spaventarono.
L'effetto morale fu veramente straordinario.

È anche vero che le granate da 305 non toccarono nessuno.


Dove tirano ora i famosi obici? È difficile indovinarlo. Non hanno
molti colpi da sprecare. La loro vita è breve. Ogni ora, ogni due
ore, un rimbombo, che pare lo scoppio d'una polveriera. Non vediamo
nè il bersaglio nè il cannone. Forse è al di là delle colline che i
proiettili cadono, a nord di Podgora. Chi sa? Quello che si vede di una
battaglia moderna è così poco!

Essa si delinea vagamente, e ogni dettaglio sfugge. Non vorrei nutrire
nel lettore l'illusione che io sia testimonio oculare di tutti i
particolari che racconto. Tuoni e fumo, ecco quel che sento e quel che
scorgo, e la linea del combattimento invisibile si rivela lentamente
nell'immobilità solenne del paesaggio, da campanile a campanile,
da costa a costa. Ma da ogni parte, laconiche ed eloquenti, delle
notizie arrivano, parole che cadono al passaggio di staffette veloci,
informazioni sommarie che scaturiscono dall'allacciamento dei servizi,
voci che la battaglia propaga dalle trincee sui nervi delle retrovie:
«Il nostro battaglione è andato alla baionetta». — «Siamo ora sulle
seconde linee». — «La tale posizione è presa». — «Abbiamo fatto dei
prigionieri». — «Tutto va bene, evviva!»

Le località indicate sono in una bruma pallida, ma non sembrano più
impassibili al nostro sguardo dopo quello che sappiamo di loro;
esse assumono una espressione indicibile; ci pare di conoscerle
profondamente; le sentiamo amiche o nemiche, sottomesse o pugnaci, a
seconda che accolgono o trattengono la nostra avanzata.

Tutto si anima, tutto vive, tutto palpita, vi è una torva ostinazione
sul profilo di Podgora, e il Sabotino alto e fosco vigila come una
spia. Dietro alle sue spalle si sporge il Monte Santo, che solleva
ipocritamente sul vertice il puro biancore di un santuario e nasconde
artiglierie austriache in tutte le pieghe delle sue pendici. Il
Sabotino indica, il Monte Santo spara. E più in basso spara il colle
Santa Caterina, che non si lascia scorgere, in agguato, irto di cannoni
anche lui.

No, non si vedono più gli uomini nella guerra d'oggi, sono divenuti
troppo piccoli nella vastità, nella imponenza, nella possanza della
loro azione; ma entro la solitudine apparente della battaglia i luoghi
stessi, con le varie fisionomie del paesaggio, sembrano divenuti i veri
protagonisti della lotta, combattenti favolosi pieni di corruccio,
di sdegno, di forza; e da montagna a montagna, fra le vette ferite,
s'accanisce un duello titanico a colpi di fulmine.

Alle spalle della battaglia, le strade non sono tutte deserte. Una vita
strana vi serpeggia, appena visibile, che più lontano dal fronte di
combattimento si allarga sicura e viene ad innestarsi nella popolosa
e attiva normalità degli accampamenti e dei bivacchi, dei parchi di
rifornimento e dei depositi, delle ultime stazioni di carreggio, e
arriva fra gli affollamenti gai e vocianti delle riserve, incuranti del
cannone, dal quale salgono canti spensierati.

L'artiglieria austriaca batte ad intervalli le strade, senza vederle.
Vi mette delle barriere di fuoco anche quando non passa nessuno. Cerca
di indovinare le arterie di rifornimento. Si assiste palpitando alle
avventure di piccoli convogli che vanno lentamente verso il fuoco,
di batterie che si spostano al passo con una solennità sdegnosa
chiamate su altre parti del fronte, di squadroni, di staffette, mentre
percorrono le strade bombardate. «Si fermano? Sono colpiti?... No,
vanno avanti. Ma fate presto che Dio vi benedica!». — E attraverso
sinistri spiumacciamenti di fumo quel piccolo movimento di cavalli
e di uomini, ai quali s'afferra tutta la nostra passione, procede
impassibile, superbo.

Mossa è bombardato, San Lorenzo è bombardato, la strada che li
unisce è sotto al fuoco, si vedono gli scoppi indicarne col fumo il
tracciato. Della gente che viene di là arriva con una imperturbabilità
sbalorditiva. Un'unità di cavalleria ha un'aria di contentezza
emergendo dalla zona battuta, verso Medea. «Anche un colpo da 305
ci hanno tirato!» — annunziano i soldati per affermare fieramente
la loro importanza, e fanno piede a terra. Fra loro due soli
colpiti, leggermente, che sono rimasti in arcione ed hanno avuto le
congratulazioni dei compagni vicini.

I due privilegiati si fanno medicare e tornano al loro cavallo che
aspetta con la briglia attorta all'asta della lancia piantata nel
suolo. Da quando è cominciata la guerra, in tutta una divisione di
cavalleria avviene questo fenomeno: che non c'è più malati. I soldati
che non si sentono bene, si curano da loro per paura d'essere mandati
all'ospedale.

Sereni ma stanchi, quelli che arrivano da più lontano portano un'eco
di assalti. Sono descrizioni rozze, concise, vive, palpitanti. Esse
ci fanno vedere i nostri soldati furibondi degli ostacoli, appiattati
avanti agli inattaccabili baluardi di calcestruzzo, che soltanto
una valanga di esplosivi può schiacciare, gridando ingenuamente agli
austriaci: «Venite fuori dal buco, attaccateci se avete fegato!».


Sembra strano, ma sono quelli che vengono dal fuoco che sono più
avidi di notizie. Non hanno visto che un punto, un angolo, un episodio
della battaglia. Essi domandano a coloro che sono lontani, e questi si
precipitano sull'estraneo che arriva dal di là delle zone di guerra,
dalla quiete operosa della nazione. L'esercito, isolato, non conosce
nemmeno i bollettini ufficiali.

In Francia e nel Belgio è stato creato il Giornale degli eserciti, per
informare le truppe. Si sono riconosciuti i pericoli dell'oscurità.
Una volta, il soldato la battaglia la vedeva. Ora essa è per lui un
grande mistero, la decifrazione del quale non è prudente sia lasciata
ai «si dice», sempre eccessivi, che si trasformano propagandosi, e si
esagerano. Avvengono sul fronte fatti così meravigliosi di fulgido
eroismo, che la loro conoscenza fornirebbe alle truppe infiniti
argomenti di orgoglio.

Quando l'Italia dichiarò la guerra, l'annuncio fu dato istantaneamente
su tutto l'immenso fronte francese, inglese, belga, e l'entusiasmo
scoppiò in canti formidabili, per trasformarsi poco dopo in furibondi
e fortunati assalti. Vi sono notizie preziose per il morale delle
truppe. Le vittorie, gli ardimenti, le ragioni di ogni decorazione,
le citazioni all'ordine del giorno, le manifestazioni patriottiche del
paese, lo slancio nazionale per provvedere all'avvenire delle famiglie
dei soldati, sono cose che, potendolo, dovrebbero essere portate
formalmente a conoscenza dell'esercito. Il suo ardore non potrebbe
essere più grande, la sua fede non potrebbe essere più ferma, ma le
virtù che sono in lui avrebbero conforto ed alimento.

Tutti ricordano come, nei primi giorni della nostra guerra, in ogni
città d'Italia delle voci, la cui origine è chiaramente austriaca,
volevano far credere alla distruzione di un reggimento che variava da
città a città, che era romano a Roma, fiorentino a Firenze, milanese
a Milano. Ebbene, ho trovato degli ufficiali e dei soldati di un
reggimento meridionale angosciati perchè qualcuno ha detto loro che al
paese le loro famiglie li credono tutti morti e li ha assicurati che la
notizia del loro massacro era comparsa sui giornali.

«Non è vero! — ho protestato con indignazione — chi è venuto a
inventarvi queste indegnità?» «Un borghese che era da queste parti»
— mi hanno risposto. Il borghese che era da quelle parti lavorava
apparentemente, povero untorello, a spargere anche fra le truppe il suo
inutile veleno. Ma non abbandoniamole alle voci, noi non sappiamo fino
a dove l'agente nemico può penetrare, fissiamo il pensiero dei soldati
sui fatti, così belli, che avvengono in magnifica dovizia dove si
combatte e dove si aspetta, e che essi in tanta parte ignorano.


Sopra una delle alture da cui si domina la vallata dell'Isonzo, c'è
come una piccola terrazza naturale, ombreggiata di acacie. Durante le
fasi più attive dell'azione, dei generali sono saliti lassù. Il Re vi è
comparso due volte. Il suo arrivo è stato annunziato da un'acclamazione
clamorosa. Tutto un accampamento di riserve, che allinea fra i filari
di vite le sue tende grigie, ha salutato il Sovrano con un urlo, che
pareva la voce d'un assalto.

I soldati sono accorsi da ogni parte, è stata una confusione da alveare
negli attendamenti pavesati da biancherie che asciugano. «Viva il Re!»
— gridavano anche i soldati lontani, quelli che non vedevano niente, e
che correvano a perdifiato attraverso i campi. Arrivando sulla strada,
ansimanti, felici, i soldati si pigiavano in rango, rigidamente, duri
alle spinte della massa che sopraggiungeva dopo, e che faceva da popolo
dietro il cordone della prima fila.

Sceso dall'automobile, il Re passa avanti a quella siepe d'entusiasmo,
e saluta, la mano al berretto, un lieve sorriso sulle labbra, facendo
scorrere sui volti quel suo sguardo profondo e osservatore che lascia
in ognuno la sensazione di esser visto e notato. Lo sguardo del Re è
penetrante e valutatore.

Il Sovrano si ferma: «Bravo! — esclama rivolto ad un soldato. — Dove
hai guadagnato le tue medaglie?». L'interpellato ha il petto fregiato
da due nastri azzurri del valor militare e del nastro della campagna
libica. In un combattimento a Misurata strappò al nemico il corpo
del suo capitano caduto, e in Italia, in una camerata di caserma,
disarmò da solo un compagno impazzito che faceva fuoco su chiunque si
avvicinasse a lui. È un fiero caporale calabrese, biondo di baffi e
bruno di carne, un discendente di guerrieri normanni.

«Eccoti da fumare!» gli dice il Re porgendogli dei sigari dopo avere
ascoltato il suo conciso e imbarazzato racconto dialettale. Il soldato
li prende con profonda reverenza, come una cosa sacra, e quando il Re
è lontano la sua felicità esplode. Levando in alto il dono, egli danza
gridando: «_'U zigarru d'u Re! 'U zigarru d'u Re!_».


Qualche ora dopo, mentre il Sovrano ridiscende dal colle, lungo un
pittoresco sentiero tutto fresco di ombre verdi, tre fanciulle, tre
contadinelle del paese, dai piedi nudi negli zoccoletti, si fanno
avanti, timide, confuse, le mani piene di fiori colti allora nell'orto,
e li offrono inchinandosi con una grazia tutta campestre: «Maestà....
— mormora la più ardita divenendo rossa come le sue rose. — .... _I x'è
fiori d'Italia!_».

Quando il Re è tornato il giorno dopo, si è fermato allo sbocco del
sentiero, dove aveva incontrato le ragazze, e ha fatto chiedere di
loro. Una sola era là; essa è corsa a chiamare le amiche; un minuto
dopo arrivavano tutte e tre, trafelate e felici, e il Re, sorridendo
con una benevolenza paterna, ha porto ad ognuna una scatola di dolci,
adorna degli emblemi reali. Poi ha continuato la sua strada, seguìto
dal suo Stato Maggiore che riempiva l'angusto sentiero di un grigiore
d'uniformi e di un tintinnìo di sciabole.

Ma Vittorio Emanuele non può stare lungo tempo lontano dall'azione.
Sente il bisogno di esservi dentro. Quando ha avuto una visione
generale della situazione, sceglie il suo posto e parte. Ogni giorno
è in un punto ove si combatte. Dov'è andato oggi? Lasciata l'altura, è
risalito nella sua automobile, e qualche minuto dopo la vettura reale
filava laggiù, sulle strade battute dagli _shrapnells_ austriaci,
attraverso villaggi che il bombardamento sforacchia e demolisce,
diretta a qualche interessante settore del fronte.

Finchè si è potuta vedere, finchè la sua scìa polverosa ha indicato
il suo cammino sulla zona del fuoco, centinaia di sguardi l'hanno
seguìta in un silenzio commosso, pieno di una lieve angoscia, e mai
il motto solenne della lealtà britannica ha avuto una più intensa
significazione: Dio salvi il Re!


Alla notte la tempesta di artiglierie, durata due giorni, si è calmata.
La lotta si è sopita. Un temporale scendeva dal nord, con un tremolìo
di lampi, e pareva che il cielo a sua volta fosse in battaglia. Delle
vivide luci azzurre di segnale brillavano di tanto in tanto nel buio,
sulle posizioni austriache. In fondo alla pianura oscura, morta,
invisibile, l'incendio di Lucinico metteva un punteggiare di bragie.

I risultati di questi due giorni di combattimenti? Plava. Si lottava a
Gorizia per passare altrove. Bisognava impegnare tutto il fronte, per
forzare un punto. Il muro è così scavalcato in tre posti. Se la porta
resiste ancora, noi siamo già entrati. Abbiamo spezzato il baluardo;
però altri ed altri la montagna ne oppone al di là.

I nostri progressi, sicuri, solidi, non possono essere che lenti. Non
è osservando per qualche giorno il panorama della battaglia centrale
che può esser dato di scorgerli. Essi si rivelano all'improvviso, ora
in una zona, ora in un'altra, e spesso quello che si vede non è che
una preparazione, come il picchiare faticoso sopra una roccia è la
preparazione della mina che la farà crollare.



IN UN OSPEDALE.

                                                          _5 agosto._


Sono arrivati improvvisamente. È stato un succedersi affannoso di
_camions_ d'ambulanza sulla ghiaia fine dei viali, all'ingresso
dell'ospedale chiaro ed elegante come una grande villa; e a mano a
mano che venivano discesi dai veicoli, in un affaccendamento pieno di
delicatezza e di ordine i feriti erano accolti nel vestibolo, spogliati
delle loro uniformi lacere e sporche di sangue disseccato, trasportati
con cautela nei letti bianchi che si allineano nelle vaste sale
luminose e fresche, dalle cui ampie finestre spalancate giunge appena,
simile ad un lontano rombo di marea, il profondo respiro della città.
Poi la quiete si è ricomposta nel nitido edificio, e sui volti dei
nuovi ospiti si è diffusa a poco a poco una espressione di riposo e di
beatitudine.

Il primo sentimento del soldato che arriva in un ospedale è una specie
di dolce stupore per l'immobilità soffice e definitiva che lo accoglie.
Assapora il benessere della immobilità con aria trasognata. Non parla.
Gira intorno uno sguardo mobile, interrogatore, che studia, che cerca
di rendersi conto delle cose nuove che lo circondano e nel quale brilla
ancora di tanto in tanto l'esaltazione della lotta.

Il tumulto del combattimento, la foga ardente dell'assalto
fulmineamente interrotta da una palla, l'attesa angosciata, inerte
e solitaria sul campo, il trasporto all'ambulanza sotto il fuoco, la
medicazione, il viaggio, tutto questo si è succeduto così rapidamente
che si confonde nella sua mente febbricitante. Per qualche tempo egli
stenta a districarsi dal passato. Quello che avviene è troppo poco in
confronto a quello che è avvenuto. Il metallo non si raffredda subito
appena tolto dalla fornace. L'anima del ferito è ancora incandescente.
Un clamore di emozioni si prolunga in lui come un'eco e riempie il
silenzio profondo della nuova quiete improvvisa.

Ma questa eco presto si spegne, la calma si fa anche nel pensiero, le
impressioni si fissano, le idee si chiariscono, la curiosità incerta,
vaga e atona dei feriti non cerca più intorno. Fra letto e letto si
annodano dialoghi sommessi.


Nessuno parla della propria sofferenza o s'interessa a quella degli
altri. Si parla della battaglia. «Di che reggimento sei? — Del _tale_
fanteria, e tu? — Ah, eravate alla nostra destra. Io sono del _tal
altro_. — Noi attaccavamo sopra San Martino. — Sì, sì, alla nostra
destra. Io sono del San Michele». La battaglia li tiene tutti ancora.
Il loro spirito rivive incessantemente i momenti supremi e inebbrianti
della lotta, rifà il cammino dell'assalto con ostinazione, quasi
cercando di poter proseguire oltre la ferita, oltre la caduta, di
andare avanti con gli altri, con i sani, con gli arrivati, con la
moltitudine esultante dei vittoriosi.

Spesso, a vederli e ad ascoltarli si dimentica quasi che sono feriti.
Si varca la soglia dell'ospedale col cuore stretto, preparati ad uno
spettacolo di dolore, e la pietà per i corpi martoriati si attutisce
di fronte ad una gagliarda e piena salute delle anime, calda di
entusiasmo.

Non somigliano ai feriti delle altre guerre. Ordinariamente, il soldato
colpito durante l'azione conosce il duro sforzo della lotta, ma il
risultato è per lui vago, impreciso o ignoto, si perde in una rossa
nebbia. Il dolore riconduce il combattente nei limiti angusti della sua
individualità. Per lui la battaglia si culmina in uno strazio. Rimane
spezzata nella percezione del ferito; egli la ricorda come una fiamma
spentasi improvvisamente nel sangue. Perciò, generalmente, il ferito è
un pessimista. Ma i nostri no.

Non so, pare che non sappiano diventar malati, che si conservino
combattenti nell'immobilità penosa delle loro membra, che considerino
il colpo ricevuto come un incidente, come una _corvée_. Rimangono
soldati, è in loro l'anima dell'esercito. Distesi nei loro letti,
sovente sorridono e scherzano. Gli stessi uomini, se fossero rimasti
feriti nella vita privata, se fossero atterrati così dalle disgrazie
del lavoro, riempirebbero le corsìe di lamenti. Dimostrano una forza,
uno stoicismo, una serenità, un buonumore, che non erano in tutti, che
vengono dall'immensa fusione delle virtù nazionali fattasi nell'ardente
crogiuolo della guerra. Sono trasfigurati dalla fierezza e dalla
nobiltà d'uno spirito collettivo. Essi rimangono inconsapevolmente
eroi di fronte alla tortura fisica come di fronte al nemico. Non si
arrendono al male.

Interrogati, raccontano con semplicità rude le loro gesta senza
vederne il valore. Pare che parlino di cose di tutti i giorni. Si sente
dire: «Sono stato ferito mentre tagliavo un reticolato» nel tono di
chi dicesse: «Mi sono fatto male scendendo le scale di casa». Chi si
aspettasse delle narrazioni romanzesche rimarrebbe deluso.

L'assalto? Roba da niente. «Tutto sta ad arrivare a una cinquantina di
metri dagli austriaci — mi ha raccontato un calabrese ferito alla gamba
— perchè fino a cinquanta metri sparano. Poi, giù, Savoiaaa!, e quelli
alzano le mani. Ed è finito».

«E che impressione si prova quando si è a cinquanta metri dal nemico?
e gli si va addosso?» — gli ho chiesto. La sua faccia abbronzata
si è aperta in un largo sorriso mentre egli dava questa risposta
imprevedibile: «Eh,... si gode!».

Per tornare a simili godimenti egli è impaziente di guarire. La sua
ferita è un conto personale aperto con gli austriaci, un conto da
regolare al più presto. Quando i dottori lo medicano e gli passano
i ferri nella piaga, egli nel dolore rugge invettive: «Brutto boia,
aspetta, aspetta! Ci sarò anch'io quando t'acciufferemo! Aspetta,
assassino, brigante...».

«Ma con chi l'hai?» — gli chiesero i medici sorpresi, la prima volta. —
«Con chi l'ho?... Con Cecco Beppe!...».


Uno dei feriti, fasciato alla testa, alle braccia, alle gambe, coperto
di ecchimosi, è sfuggito miracolosamente dalle mani del nemico. Fu
durante la conquista del ciglione sopra....

«Ho avuto paura — dice candidamente — ma una paura! Mica delle fucilate
e delle cannonate — corregge subito. — Ah, no!... È andata così:
era notte fatta, la mia compagnia stava alla prima linea, fra rocce,
scogli, sassi, e buio pesto. Abbiamo sentito un rumore di gente che si
avvicinava alla nostra destra. «Fermi ragazzi» — ci fa il capitano.
La gente si avvicinava, e noi fermi. Poi tutto ad un botto, un fuoco
d'inferno a dieci passi. Erano gli austriaci. Non si distingueva
niente. La compagnia ripiegò subito per non essere presa, ma io cercavo
gli occhiali. Sì, signore, sono miope, m'erano caduti gli occhiali e li
cercavo. E mi sono trovato in mezzo a tre accidenti che mi acciuffavano
urlando certe parole difficili. È allora che ho avuto paura. Che paura!
Una paura che mi ha dato la forza d'un leone. Calci, pugni, morsi....
Ma fu un momento. Eravamo sull'orlo d'un precipizio, che io non vedevo.
Per non essere trascinati giù, m'hanno lasciato andare. Così sono
caduto fino in fondo, ma ero libero. E mi sono conciato così.»

— E poi? — gli hanno chiesto a questo punto.

«E poi, chi lo sa! Devo aver dormito. Quando mi sono svegliato era
giorno. Non capivo niente, non sapevo dove ero. Cannonate, fucilate,
e, ad un certo punto, su, in alto ho sentito urlare: Savoia! Savoia!
Allora ho pensato che dovevo risalire per ritrovare i nostri, e via,
piano piano, come una lumaca, tra le pietre. Ho girato così tutto il
giorno. Alla fine una voce mi ha gridato: Eh! torna indietro! Dove vai?
Da quella parte ci sono gli austriaci! — Ho riconosciuto il maggiore,
che mi avvertiva. Allora, naturalmente, sono tornato indietro. Basta,
per farla breve, alla mattina dopo ero arrivato sulla strada maestra
di Ronchi. Un po' mi fermavo a riposare e a mangiare l'uva acerba delle
vigne, un po' mi trascinavo. Passavano convogli di munizioni, passavano
riserve. Verso le nove m'hanno raccolto..... Cosa? Se ho sofferto
molto? No, ero così contento di essere scappato da quelle grinfie!»

Gli sfebbrati, i convalescenti, quelli che si possono già alzare,
vestiti di pijama smisurati, qualcuno zoppicando, qualche altro col
braccio al collo, passeggiano nelle corsìe, si aggruppano, conversano
a bassa voce, educati, disciplinati, con un'aria da bravi collegiali.
Basta un piccolo ordine di una dama infermiera, per vedere i soldati
ubbidire con una docilità spontanea e gentile.

Alcuni feriti alle gambe in via di guarigione deambulano sostenuti
alle ascelle da un apparecchio a ruote, e l'arto malato, informe
nell'ingessatura, inizia così, rigidamente, i primi passi: «Largo,
largo! — avverte il ferito sorridendo mentre sospinge la macchina col
piede sano — largo che passa l'automobile!». L'apparecchio è anche
chiamato velocipede. Lo scherzo fiorisce nella pena. La gaiezza spunta
come il bucaneve nel biancore triste dell'ospedale. Una giovialità
buona e composta è in tutti i discorsi, trova la sua espressione in
ogni dialetto d'Italia. I figli delle più lontane regioni si uniscono
qui nella più vera e sentita fratellanza del sangue. Hanno gli stessi
entusiasmi, la stessa passione, la stessa speranza di tornare al fuoco.


Sono senza rancore verso la guerra che li ha colpiti. Il loro pensiero
torna con compiacenza fra i compagni che si battono, anche nella
febbre, anche nel delirio. Un rude alpino gravemente ferito, supino e
immobile, ha voluto scrivere qualche cosa sul ventaglio che gli avevano
messo in mano per rinfrescarsi il volto febbricitante. Faticosamente
vi ha tracciato col lapis questa frase: «Sempre avanti i bravi alpini
per la grandezza della patria!». E, soddisfatto e assorto, egli agita
stancamente il ventaglio, come se ascoltasse nel soffio leggero della
carta il grido che le ha confidato.

Il suo letto è in fondo ad una grande sala. Ora l'alpino migliora, e
sulla lavagna fissata alla spalliera un numero indica che la febbre
scema. Quando le sue condizioni erano più gravi ed egli pareva
moribondo, arrivò dal suo paese, da Belluno, il padre chiamato di
urgenza. Era un grosso montanaro vestito a festa, dall'aria di fattore,
con una gran catena d'orologio attraverso il panciotto, la faccia
colorita tagliata da un paio di baffoni neri. Commosso, incapace di
parlare, le mascelle convulse, gli occhi pieni di lacrime, il padre si
fermò ai piedi del letto. E fu il figlio che, sorridendo con le labbra
bianche, gli fece coraggio: «Vieni avanti, animo, non temere, vedrai
che non è niente, diamine!...».

Questo soldato ritornerà alla vita e alla salute grazie al successo
di una difficile operazione che egli ha subìto. Come lui, innumerevoli
sono i feriti salvati dalla scienza e dall'abnegazione di chi li cura.

Un risultato così straordinario è dovuto prima di tutto alla perfezione
delle prime medicazioni, fatte spesso in difficili condizioni sul
campo, poi alla rapidità del trasporto dei feriti dalle ambulanze
agli ospedali — per la quale si sono potuti ricevere a Milano dei
feriti caduti il giorno prima sull'altipiano del Carso — e infine alla
perizia, all'amore, all'infaticabilità dei medici e degli infermieri ai
quali è affidata la cura vera e definitiva.

Se è meraviglioso l'organismo che abbiamo saputo creare nei servizi
sanitarî della guerra, più meraviglioso è lo spirito che li anima.
Nella lotta ostinata contro la morte, il personale ospedaliero di
dottori, di dame volontarie, di suore, non si concede riposo. Le
esistenze in pericolo sono difese con un accanimento silenzioso fatto
di sacrifici. Se il morale dei feriti è così alto, molto si deve
all'atmosfera di protezione affettuosa che li circonda, alla vigilanza
attiva e ininterrotta che ognuno sente intorno al proprio male. Il male
appare già guarito per il fatto che è così curato. Non ci si pensa più
tanto, e la mente vola alle speranze.

Perciò il ferito sorride.



TRA LO STELVIO E IL TONALE.

                                                         _18 agosto._


L'immenso saliente austriaco del Trentino che entra così dolorosamente
nella terra italiana e s'incunea nelle nostre valli fino al lago di
Garda, ha a nord-ovest un limite di vette smisurate. La frontiera, che
s'innesta allo Stelvio, scende al sud serpeggiando sopra un candore
di ghiacciai, finchè da sommità a sommità raggiunge i contrafforti
e finisce fra il Garda e l'Idro a divorare le verdi pendici della
Valle Toscolana, coperte di vigneti, dalle quali si domina la pianura
bresciana.

Le vie di penetrazione, le vie dell'invasione capaci di un ampio
movimento di masse corrono da nord a sud, lungo la Valle Giudicaria,
lungo la valle del Garda, lungo la valle dell'Adige, ma il fianco
occidentale è chiuso da un'immane barriera di alte cime che lasciano
pochi e difficili varchi. Il nostro fronte comincia quindi, a ponente,
sopra una tumultuosa distesa di creste, di ghiacciai, di nevai, in una
maestosa tempesta di rocce. Sono le vette dell'Ortler, le vette del
Cevedale, le vette dell'Adamello. Le zone di operazione si distendono
talvolta oltre i tremila metri di altitudine. La guerra che romba sulla
marina nel golfo di Trieste, fra le ardenti scogliere delle giogaie
carsiche, si svolge all'estremo fianco sinistro nel perenne e rigido
inverno delle nevi alpine.

È lassù una guerra di sentinelle. In quel labirinto fantastico
di vallette anguste, di gole profonde, di burroni, di precipizî
tenebrosi, due sole strade di qualche valore strategico riescono a
inerpicarsi, serpeggiando faticosamente sulle gigantesche pareti dei
monti, e a valicare la frontiera. La strada dello Stelvio, che tocca
l'estremo limite del confine, e che le nevi bloccano durante otto
mesi dell'anno, e più a sud la strada del Tonale. Non vi sono altri
valichi se non dei paurosi sentieri da cacciatori di camosci, minuscoli
passaggi mulattieri, viottoli che seguono il corso dei burroni,
nell'ombra gelida delle gole, e che scalano le selle al bordo sinuoso
dei ghiacciai. Pochi uomini vi si possono muovere. Da una parte e
dall'altra, l'azione che si svolge in quelle fantastiche zone è più che
altro di vigilanza.

Si fiancheggia l'azione più ampia che, salita dal sud, fronteggia ora i
formidabili sbarramenti di fortezze che gli austriaci hanno creato in
tutte le valli accessibili all'invasione italiana. Sui valichi dello
Stelvio e del Tonale, all'estremità sinistra italiana, si sorveglia e
si blocca.

Verso queste regioni, all'ultimo limite occidentale del nostro fronte,
abbiamo iniziato la nostra visita al fronte.

Si vigila e si blocca, ma non si creda che questa guerra di sentinelle
si svolga nell'immobilità. Per consolidare il possesso dei valichi
bisogna occupare le posizioni dominanti. Si porta la lotta sempre più
in alto. Sono scalate fantastiche verso il cielo, ascensioni notturne
di creste turrite, sorprese, attacchi, e le fucilate echeggiano per i
deserti glaciali delle vette. La guerra si assottiglia salendo: nelle
pianure sono le grandi masse che operano, nelle vallate sono nuclei,
nelle gole reparti, e sulle cime pattuglie. La battaglia diviene
scaramuccia, e in alto in alto la guerra finisce in una caccia, fatta
di sorprese e di agguati, al di sopra del mondo abitato, fra le nubi,
sul bordo di abissi, entro un silenzio spaventoso.

Ogni sentiero, ogni passo, è il teatro di minuscole operazioni di
guerra; ma sui due valichi principali, che permettono una maggiore
concentrazione di forze, e il cui possesso ha un'importanza che pesa
sullo svolgimento generale della guerra, l'azione si allarga. Sullo
Stelvio e sul Tonale il combattimento di posizioni si è stabilito
regolarmente, e sulle fanterie, trincerate fino ai nevai, passano i
proiettili di artiglierie issate ad altezze favolose.

È avvicinandosi a Bormio che si ode la prima voce della guerra. Scende
dallo Stelvio, echeggiando lungamente per le gole dirupate e nude, un
rombo di cannoni.

Il paesaggio si è fatto a poco a poco di una maestà sinistra. La
Valtellina, che si risale lungo il corso limpido e veloce dell'Adda, si
è andata restringendo e oscurandosi fra balze ripide, che rovesciano di
quando in quando fino alla strada lunghe frane di macigni attraverso
le boscaglie di abeti. Sboccando sulla prateria in fondo alla quale
Bormio si adagia, pare che non vi siano più vie di uscita. Il verde
delle vegetazioni risale tutto intorno, poi cessa bruscamente, e la
immane corona delle rocce nude si erge impetuosa, a picco, irrompendo
vertiginosamente dalle terre viventi, nuda, sterile, grigia, fino alle
diafanità azzurrastre di altitudini prodigiose, striata sulle vette
da uno splendore di nevi. Le imboccature delle gole superiori non si
scorgono a prima vista; la strada che sale allo Stelvio sembra perdersi
in una fenditura inaccessibile del monte.

Da questa fenditura, prolungato da mille echi, scende il tuono delle
artiglierie.

Non abbiamo potuto avvicinare le posizioni oltre Bormio, ma le notizie
affluiscono nella piccola città montanara.

Allo Stelvio si appoggia la nostra estrema sinistra. La lotta ferve
intorno al passo, il cui possesso si contende. La battaglia si svolge
a tremila metri di altezza. Come quasi per tutto, gli austriaci
posseggono posizioni dominanti, dalle quali dobbiamo scacciarli. Le
loro trincee più avanzate sono su creste rocciose al di sopra della
molle e immacolata distesa di un ghiacciaio. Essi tengono un ciglio del
monte; i nostri alpini sono riusciti ad occupare e a consolidarsi sopra
un altro ciglio, e avanzano.

Tutto in giro è un caos di nere vette precipitose, una moltitudine di
picchi, un panorama fantastico di punte, di cuspidi, di pinnacoli,
che emergono da chiazze di neve. Sono le aspre giogaie che coronano
l'angusta gola del Bràulio, in fondo alla quale si snoda in mille
volute la strada dello Stelvio. Le granate austriache piombano
spesso nel baratro, che rugge alle esplosioni. La solitudine sembra
assoluta. Truppe e cannoni sono invisibili. Pare che le rocce stesse si
fulminino.

L'artiglieria austriaca è postata al valico, presso l'albergo
Ferdinandshöhe. È salita per la strada rotabile, e si è fermata lì. Ma
la nostra artiglieria non aveva strade, ed è comparsa come per magia
su vette all'apparenza inaccessibili. Dei pezzi sono in agguato fra le
scogliere più eccelse. I loro colpi possono arrivare all'albergo, che
serve di base al nemico, e del quale ora soltanto scopriamo il vero
scopo. Questo hôtel Ferdinandshöhe non era che una caserma, e adesso si
spiega perchè alla sua costruzione contribuisse largamente il Governo
austriaco.

Una singolarità della lotta sullo Stelvio è la presenza degli svizzeri.
Il valico segna il vertice delle tre frontiere, italiana, austriaca
e svizzera. Fra i due belligeranti s'insinua il neutrale. Le truppe
svizzere, accampate anche loro oltre i 2500 metri, vigilano sui
loro valichi in difesa della neutralità. Quando le nostre batterie
cominciano il fuoco, le creste della Forcola si coronano di svizzeri
che corrono a vedere. I profili più accessibili della montagna si
granulano di spettatori. La Svizzera è allo Stelvio come un padrino fra
i duellanti.

Dalla parte italiana gli svizzeri controllano i colpi austriaci e
dalla parte austriaca controllano i colpi italiani. Perchè se una palla
toccasse le rocce svizzere la neutralità ne sarebbe offesa. Ma finora
un solo colpo è stato accusato di aver sconfinato, di cento metri,
causando molte dicerie e nessun danno.

Le forze austriache impiegate sullo Stelvio non superano forse il
reggimento, ma la posizione loro è formidabile, come del resto è
formidabile la nostra. La montagna contribuisce alla guerra con risorse
incommensurabili. Essa moltiplica l'efficacia delle forze in lotta,
fornisce delle difese che dànno talvolta ad un pugno d'uomini il valore
di un esercito. Tre quarti della guerra in montagna è fatta dalla
montagna; essa ha un'ostilità sua che gli avversarî sfruttano, sulle
sue vie sta di guardia la morte. Il freddo, i crepacci, gli abissi, le
tormente sono le sue armi terribili. La montagna si difende, si oppone,
minaccia, ammazza per suo conto.

Il combattimento sullo Stelvio, che per la quantità di truppe impegnate
avrebbe un valore di episodio, acquista un non so quale carattere
di lotta titanica lassù, in quella sommità del mondo, dove le vette
corrusche si ergono come combattenti, avendo i ghiacciai per spalto e
le valli per fossato.

Dal giogo dello Stelvio fin verso il passo del Tonale è tutta una
distesa di ghiacciai, un mare candido e sinuoso dalle onde immani ed
immobili, che innalzano fino alle nubi lo splendore delle loro creste,
un paesaggio polare levato nelle profondità del cielo sull'imponente e
immane piedistallo dei dirupi. È il gruppo dell'Ortler e del Cevedale
sul cui spartiacque la frontiera corre. Non vi sono valichi; bisogna
attraversare i ghiacciai nelle insellature praticabili. Italiani e
austriaci sono separati dall'ampia distesa del gelo. Qualche pattuglia
s'inoltra alla notte sui ghiacci, esplora, attacca un piccolo
posto, ritorna all'alba. Quando il giorno sorge non c'è più nessuno
sul candore delle nevi. I posti avanzati si annidano al bordo dei
ghiacciai, sulle creste nude e grigie.

Risalendo da Bormio la Valfurva si può avere un'idea di questa zona
meravigliosa e orrida. Si arriva al villaggio di Santa Caterina, tutto
pieno di alberghi, chiuso in una conca verde di boschi, circondato
da pendici che lontano, in alto, si culminano in un panorama di nevi.
Fra le vette, la più alta, regolare come una piramide, tutta bianca, è
quella del Palon della Mare, dai declivi molli, soffici, pieni di ombre
azzurre, come fianchi di nubi. Fra questa vetta e la cima del Monte
Vioz, più lontana, invisibile, oltre la frontiera, vi è un'avvallatura
valicabile che conduce al ghiacciaio del Forno, più basso sul versante
italiano, e da lì all'alta Valfurva. È la strada preferita dalle
incursioni austriache, piccole incursioni che tentano delle sorprese.


L'ultima incursione è avvenuta una settimana fa, nella notte del 9.
Una cinquantina di cacciatori tirolesi attraversarono i ghiacciai
per attaccare l'Albergo del Forno. È un rude e grande albergo da
villeggianti eretto sopra un verde pianoro in una regione di baite, di
fronte al ghiacciaio del Forno — ma dal quale lo separa un profondo
torrente. Nell'albergo era un nostro posto avanzato. L'attacco e la
difesa costituiscono un infimo episodio di guerra, ma infinitamente
pittoresco.

Gli austriaci hanno in queste regioni una facilità di movimenti
favorita dall'esistenza di alberghi e di numerosi rifugi, ampî,
costruiti da società pangermaniste, da una quantità di _vereinen_
bavaresi e tirolesi. Quello che prendevamo per un furore sportivo
era una preparazione di guerra. Ogni rifugio è eretto in posizione
utile per facilitare un valico; esso è una vera stazione di tappa o un
posto di vigilanza. Il pittoresco non ha niente a vedere con queste
costruzioni disposte con criterî militari. Gli alberghi servono di
base, i rifugi permettono l'avanzata. Negli ultimi anni, alberghi e
rifugi sono stati frequentati da un numero incredibile di austriaci.
Anche i registri degli alberghi italiani sono pieni di firme tedesche.
I villaggi nostri della frontiera erano infestati da una quantità di
tirolesi, e pastori, guide, operai, tagliaboschi tirolesi invadevano
l'estate le nostre valli. Il risultato è che esistono sentieri che il
nemico conosceva molto meglio di noi.

È per uno di questi sentieri che gli austriaci hanno potuto raggiungere
l'Albergo del Forno da un lato quasi indifeso, verso il torrente.
All'una di notte, le nostre sentinelle udirono un rumore di passi cauti
fra le rocce, e ripiegarono sull'albergo dopo aver fatto fuoco. La
notte era oscura. Gli austriaci si erano divisi in tre gruppi, che con
abile tattica si presentarono uno per volta. Si rivelarono alle vampe
dei colpi. Il primo attacco venne dal pianoro, il secondo da un pendìo
che sovrasta l'albergo: ma una barriera di reticolati proteggeva i lati
accessibili e il nemico, che certamente lo sapeva, non si avvicinava.
Improvvisamente il terzo gruppo comparve dalla parte del burrone,
fra delle scogliere vicinissime al caseggiato, quasi alla porta
dell'albergo.

Molte, troppe cose gli austriaci sapevano. Conoscevano le posizioni
della difesa, sapevano che quel giorno la massima parte della minuscola
guarnigione era stata temporaneamente diminuita, conoscevano un
passaggio, ignoto anche agli abitanti, per attraversare il burrone,
e sapevano infine in quale ambiente i nostri, per aver più caldo, si
riunivano alla notte. Infatti il terzo gruppo nemico piombò subito
sopra una piccola cappelletta, una rustica chiesuola, vicinissima
all'albergo, mentre tutt'intorno era un inferno di fucilate.

Gli alpini erano pochissimi. Contro l'attacco principale, due soli
facevano fuoco. Per raggiungere la porta della chiesa gli austriaci
dovevano inoltrare fra i due edifici e lo stretto passaggio era
spazzato dalle pallottole dei nostri. Coricati a terra, i due difensori
sparavano di sbieco per lo spiraglio d'un uscio appena dischiuso. Le
canne dei loro fucili scottavano. Quando non potevano più toccare il
caricatoio, stendevano la mano nel buio, dietro a loro, e afferravano
un fucile fresco che un compagno porgeva.

Non una voce; nemmeno nel momento dell'allarme gli alpini hanno
parlato. Al buio, senza fuoco, nelle tenebre fredde, non scorgendosi
nemmeno l'uno con l'altro, essi si sono trovati d'accordo per
intuizione, per istinto. Gli austriaci vociavano: Arrendetevi! —
Rispondevano i colpi, il cui lampeggiamento illuminava i rozzi muri
dell'andito. Aspettandosi l'assalto, i nostri avevano tacitamente
inastato le baionette.

Un movimento di assalto si è iniziato; decisamente gli austriaci
hanno imboccato l'angusto passaggio. Un atletico sergente è arrivato
alla porta gridando: Arrendetevi o vi bruciamo vivi! Non aveva finito
di pronunziare queste parole che una palla lo colpiva alla gola e
lo rovesciava morto. Gli assalitori si sono fermati, hanno avuto un
istante di esitazione, si sono visti i loro profili neri oscillare
sullo sfondo stellato del cielo e poi scomparire. Fuggivano lasciando
i loro caduti. Il rumore dei passi precipitosi svanì, e la pattuglia
alpina si ritrovò sola nel deserto dell'alta montagna, di fronte al
chiarore sidereo delle nevi.


È qui spesso una guerra di silenzi, di attesa, d'immobilità.

Impossibile scorgere sulle vette i nostri posti avanzati. Nessuno vi
si muove. Nemmeno gli ufficiali riescono a vederli. Uomini e roccia
pare che formino una cosa sola. Sdraiati nelle anfrattuosità, sull'orlo
degli abissi, per intere giornate e per lunghe notti, gli alpini in
vedetta rimangono fermi e desti, come cacciatori alla posta.

Taciturni e serî, partono in fila indiana dai loro attendamenti,
e salgono, salgono, col loro passo eguale, lento, misurato da
montanari, verso le cime, qualunque sia il tempo. Ogni ricognizione
è una lotta contro gli elementi. Per bruciare un rifugio austriaco
s'inerpicano tutta una notte, legati a cordate marciano sulle nevi
con una temperatura di dieci, di quattordici gradi sotto zero,
valicano crepacci tenebrosi, sfidano cento volte la morte, e tornano
raggianti di una contentezza raccolta e silenziosa, carichi di bottino.
L'austriaco è per loro il nemico meno temibile dopo aver vinto la
montagna.

Quando lasciano in basso le ultime zone verdi, si fanno gravi.
Risalgono spesso gole e passi che hanno una fama paurosa, come la valle
Gavia disseminata di croci, che i soldati passando salutano. Ogni croce
ricorda una vittima. Santa Caterina sembra l'ultimo limite del mondo
abitabile. Al di là tutto si fa truce e smorto, non vi sono più colori,
e la zona di operazione, il nostro fronte, è un _caos_ bianco e grigio
che sfuma in alto in un pallore d'irrealtà.

Verso il Tonale la favolosa barriera dei ghiacciai s'interrompe,
la linea seghettata delle vette degrada, si abbassa, lascia
un'insellatura, poi, più al sud, riprende, si risolleva, e si imbianca
di nuovo delle nevi eterne dell'Adamello. Per l'insellatura la strada
rotabile della Valcamonica balza tortuosa con lunghi giri, guizzando
come una sterminata e sottile serpe bianca, con grovigli da nastro
caduto, e passato il valico ridiscende a volute oltre la frontiera
nella Val di Sole.

La via del Tonale è più libera e più facile della via dello Stelvio,
perciò la lotta vi insiste con maggiore violenza. I bollettini
ufficiali hanno parlato spesso delle operazioni sul Tonale, ed essi
soli bastano ampiamente a dare un'idea dello svolgimento dell'azione.
Si combatte non tanto per passare quanto per il possesso di una soglia.

Anche questo valico è dominato da vette, da creste, da picchi. Per
conquistare in basso bisogna cominciare col salire in alto. Si tende
al valico ma si combatte altrove, e vediamo nei resoconti dello Stato
Maggiore come l'attacco nostro colpisca ora al nord e ora al sud, verso
le altezze.

Il primo giorno stesso della guerra, il 24 maggio, passata la frontiera
i nostri alpini prendono la Forcella di Montozzo, a 2625 metri, a nord
del passo del Tonale. Gli austriaci si fortificano sul Monticello, al
sud del passo, a 2550 metri di altezza. Si contendono le vette. Chi
ha le vette ha le valli. Il 30 giugno l'artiglieria entra in azione;
i nostri cannoni aprono il fuoco sulle posizioni del Monticello. Il
nemico allora tenta un colpo sulle nostre retrovie, e il 15 luglio,
dopo un'ardita traversata dei ghiacciai del Mandrone, al sud del passo
del Tonale, attacca in forze il rifugio Garibaldi. È respinto e noi
occupiamo il ghiacciaio stesso, nei punti traversabili, al di sopra dei
3000 metri. La battaglia sale ancora, le trincee sono ora nel ghiaccio.
Il 30 luglio gli austriaci, nella notte, ritornano all'attacco. Si
combatte nelle nevi. Il nemico è respinto dai posti avanzati.


Intanto noi, con migliore fortuna, facciamo al nord del Tonale quello
che il nemico non è riuscito a fare al sud. Il 7 agosto, gli alpini
risalgono ancora più al nord e più in alto della forcella Montozzo,
e avanzando per una cresta rocciosa e difficile, sorprendono e
disperdono gli austriaci trincerati presso la punta di Ercavallo. Pare
che la lotta devii dalle località alle quali realmente tende, essa si
allontana e s'innalza. Le artiglierie sono issate a tremila metri sulle
rocce di Ercavallo e rendono intenibili al nemico le posizioni di Malga
Palude. Piccole forze e battaglie di giganti.

Ora anche pezzi di medio e di grosso calibro tuonano intorno al valico.
Alle fortificazioni permanenti si sono aggiunte fortificazioni campali,
tutte le valli rimbombano di colpi, e alla notte il lampeggiare vivido
delle vampe rivela immensi profili di balze dirupate.

È di notte che sono giunto alla vista di questo inverosimile,
prodigioso campo di battaglia. Sono salito per una lunga via che è
sorta come per incantesimo. I tedeschi vantano le loro nuove strade
che seguono gli eserciti nelle pianure polacche, ma che cosa sono
quelle facili arterie di fronte alla viabilità che le nostre truppe
creano, con una energia e una possanza romane, sulle Alpi, tagliando le
rocce, aprendo fino alle vette il varco al transito della guerra con
una rapidità meravigliosa, come il pioniere si apre il sentiero nella
boscaglia? Vi sono nevai ai quali ora l'automobile sale.

Sale per strade vertiginose che si attorcono su falde di monti, e
corrono sul bordo di abissi. Da una parte la parete a picco, dall'altra
la sterminata profondità della valle. L'automobile passa sopra una
cornice, e va lentamente lanciando il suo lamentoso segnale di tromba.
Non è senza un vago sgomento che lo sguardo piomba nella vallata,
dove le città e i villaggi appaiono come visti dalla navicella di un
pallone, sempre più lontani, una granulazione di tetti minuscoli presso
un filo azzurro che è un torrente, e un filo bianco che è una strada.
Si è a ottocento, poi mille, poi mille e cinquecento metri più in alto.
Tutto appare schiacciato, annebbiato, immerso in un'ombra violastra, e
nessun rumore sale da laggiù, se non uno scrosciare lontano ed eguale
di acque.

Il passo del Tonale era quasi invisibile, ma sotto al cielo limpido e
costellato s'indovinava la massa immane dei monti. Un chiarore vago,
forse quello della luna sottile che stava per sorgere, si stemperava in
un biancore di nubi e di nevi. Non si capiva bene quali erano le nubi
e quali erano le nevi. Era un caos di vapori e di cime. Delle fascie di
nebbia si distendevano sul nero delle pendici. Improvvisamente un getto
candido di luce ha tagliato la notte: il proiettore di un forte.

Esso cercava lentamente intorno, e quella gran striscia illuminava
di un confuso e lieve balenìo i punti che toccava. Poi, il raggio che
si stendeva orizzontale ha cominciato a sollevarsi. Guardava in alto.
Adagio adagio si è disposto quasi verticalmente, come se frugasse nel
cielo. Le nubi e le nebbie si sono rischiarate, e prodigiosamente, al
di sopra di tutto, dove a noi pareva che la terra fosse finita, dove
credevamo di vedere uno scintillare velato di stelle, si è accesa la
neve, e un minuscolo lembo di ghiacciaio è apparso come librato nel
firmamento.

Poco dopo un baleno ha disegnato di vivida luce i contorni delle nubi:
un colpo di cannone. Dopo molti secondi è arrivato il rombo, cupo e
lungo.

Tutta la notte l'artiglieria ha tuonato, a larghi intervalli, come se
un temporale lontano imperversasse sulle più alte regioni della guerra.
Gelava, e nella oscurità la terra intorno a noi biancheggiava di brina.



DAI GHIACCIAI DELL'ADAMELLO AGLI ULIVETI DEL GARDA.

                                                         _22 agosto._


Nella nostra prima escursione abbiamo avuto un'idea dell'estrema
sinistra del nostro vastissimo fronte di battaglia, il quale si
attacca allo Stelvio e scende al sud, lungo i ghiacciai dell'Ortler,
del Cevedale e dell'Adamello, formanti come un immane, favoloso
trinceramento bianco creato per una guerra di titani.

Più oltre, la tempesta delle vette abbassa il livello delle sue
prodigiose onde di granito, e in essa, come un diritto e profondo
solco, si apre da sud a nord la valle Giudicaria, la prima delle grandi
vie di invasione che l'Austria, imponendoci la sua iniqua frontiera,
si era riserbata. Fu sempre un'arteria di traffici e di guerre questa
strada ampia, pianeggiante, capace, che dalle molli e ubertose vallate
italiane, dopo aver contornato lo specchio del piccolo lago d'Idro
tutto pieno del verde riflesso di montagne boscose, sale direttamente
per la Giudicaria, e poi per la Rendena e per la Sarnthal, fino ad
allacciarsi alle prime, ben lontane vallate della vera terra straniera,
dove i nomi geografici cominciano a prendere un suono barbaro.

I bollettini ufficiali hanno parlato spesso della valle Giudicaria.
La frontiera ci inchiodava in faccia a posizioni dominanti. Bisognava
balzare avanti, irrompere nella valle dopo avere occupato le vette
laterali, ed andare a stabilire il nostro fronte sopra una linea solida
di difesa.

Per ben comprendere questa operazione, il cui teatro è stato la mèta
della nostra seconda escursione, basta aver presente che la valle
Giudicaria, diritta e mediana, ha i fianchi tagliati da valloni
laterali che si distendono con quell'apparenza quasi regolare che
hanno le nervature di una foglia. La Giudicaria è il nervo centrale.
Inoltrandosi si ha a destra la valle di Ledro, che finisce al Garda;
a sinistra la valle Daona che risale con una grande voluta fino ai
ghiacciai dell'Adamello. Ebbene, l'occupazione nostra è arrivata ad
affacciarci a questi valloni; il massiccio montuoso, aspro che li
sovrasta costituisce la nostra fortezza: il torrente nel fondo delle
gole è il nostro fossato. L'altro versante è nemico.

Al di sopra delle valli, a duemila metri di altezza, le vette di tanto
in tanto si fulminano.

Si attraversa in riva al lago d'Idro l'antica fortezza di Anfo,
massiccia, complicata, pittoresca, con le sue enormi muraglie che si
sovrappongono fra le rocce fino alle costruzioni più alte sulle balze,
con i suoi ponti levatoi, i suoi androni risuonanti di traffico, e
gli spalti che si sporgono a immergere nell'acqua del lago le loro
speronate robuste e grigie. Poco dopo si varca l'antica frontiera.
«Regno d'Italia — Comune di Lodrone» si legge all'imboccatura del primo
paesello riconquistato, al posto della scritta austriaca.

Del resto di austriaco non aveva che una scritta. Essa era
indispensabile per avvertire che lì cominciava l'Austria. Null'altro lo
dimostrava. Bianco, quieto, imbandierato, il paese ha l'aria ridente
e soddisfatta di un villaggio brianzuolo. Più oltre, passato Darzo,
s'imbocca la valle e la vita normale cessa. Non vive più che la guerra.

Un grande, prodigioso silenzio. Solo un mormorìo cupo ed eguale di
acque echeggia sommesso fra le scoscese falde delle montagne: è il
Chiese, veloce e limpido, nato dalle nevi eterne, tinto di un azzurro
da aria liquida, come se sulle cime dell'Adamello, così vicine al
cielo, si fosse imbevuto di serenità. Più ci si inoltra verso il
fronte, e più la calma appare profonda.

I due eserciti si sono fissati sulle loro posizioni, e aspettano. Si
osservano, si studiano, vigilano, lavorano. Le linee più solide delle
reciproche difese sono lontane fra loro. Vi sono certamente delle
trincee, ma non è una guerra di trincee. Fra un fronte e l'altro
si stende una zona neutra, campo d'azione di pattuglie, di piccoli
reparti, disseminato di vedette, percorso da esplorazioni, nel quale
risuona improvvisamente lo scoppiettìo della scaramuccia.

È un territorio solcato da burroni, coperto spesso da oscure boscaglie
che assaltano i declivi precipitosi e si fermano stanche sotto alle
vette nude, è tutta una moltitudine di montagne che si affolla come in
gara per sorpassarsi, irta di rocce dall'apparenza inaccessibile, che
levano nel cielo, fin oltre i duemila metri, le sagome più bizzarre
dell'architettura del mondo, i più inverosimili castelli della
creazione.

L'avanzata è stata una corsa alle sommità. Per essere padroni della
valle bisognava essere padroni dei monti. Quando il 24 maggio, con la
contemporaneità e la coordinazione meravigliose che caratterizzano
tutto lo sviluppo delle nostre operazioni, fu portato l'attacco
sull'intero fronte, dallo Stelvio al mare, il bollettino ufficiale
annunziò al paese anche l'occupazione di una parte della valle
Giudicaria. Ma nessun soldato aveva ancora posto piede sulla strada
maestra, la vera valle era deserta: però la tenevamo già. Era
sotto ai nostri sguardi e ai nostri tiri. Gli avamposti italiani la
contemplavano affacciandosi ai dirupi.

Per sentieri da camosci, le nostre pattuglie sbucavano su dai boschi,
scalavano le cime e si mandavano l'una all'altra voci di segnale e di
saluto attraverso la sonora purità delle altitudini. Quattro giorni
dopo l'inizio delle ostilità occupavamo la Cima Spessa, che domina
la gola laterale d'Ampola, così piena di ricordi garibaldini. Ancora
tre giorni, e l'Ampola era passata, Storo era occupata, Condino era
occupata: la conquista avanzava così anche nel fondo delle vallate
nostre.

Intanto, valicando difficili passi, per le ripide e orride balze
della valle Caffaro e della Valcamonica, reparti di alpini scendevano
nella valle Daona, ad occidente della Giudicaria. Dopo un breve
combattimento, le truppe che avevano occupato Condino, risaliti
gli speroni sulla bassa valle Daona, si collegavano a quei reparti
alpini, e si stabiliva una stupenda continuità di fronte, dal Tonale
al Garda, dai ghiacciai dell'Adamello agli uliveti del lago. La
grande, formidabile linea di posizioni sulle quali ora ci teniamo era
tracciata.

Gli austriaci hanno tentato più volte di spezzare la catena dei posti
avanzati italiani, di tornare in possesso di picchi e di valichi da
cui sentivano più forte gravare la minaccia. I loro attacchi si sono
diretti specialmente verso l'alta valle Daona, dove più radi erano i
nuclei di occupazione, più facili le sorprese, e dove speravano forse
di potersi aprire un varco verso la Valcamonica e disturbare nelle
retrovie le nostre operazioni del Tonale.

I loro sforzi, inutili sempre, sono stati però coraggiosi e intensi.
Respinti, tornavano cercando altri passi, altri approcci. Durante
quasi tutto il mese di luglio sui bollettini dello Stato Maggiore il
nome della valle Daona si ripete. Il 6 luglio gli austriaci attaccano
il passo di Campo, fra i contrafforti dell'Adamello. Non riescono, e
provano più in basso, più al sud. Tre giorni dopo attaccano il valico
di Malga Leno. Vi è nella loro azione come la ricerca affannosa di una
apertura, o di una debolezza. Contro Malga Leno operano in forze, con
artiglierie da montagna, dopo aver tentato di distogliere la nostra
attenzione con un attacco minore, un poco più al sud, contro la cima
Boazzolo, una lunga cresta rocciosa che sovrasta torreggiando il corso
del Chiese. Il giorno dopo i combattimenti riprendono, ma le nostre
punte avanzate hanno la solidità dei dirupi ai quali si aggrampano.
Niente le smuove.

Il 28 luglio ci spingiamo all'occupazione del Lavanech, che domina
la bassa valle Daona. Dall'altra parte della vallata, dal versante
austriaco, le artiglierie tempestano la cima conquistata, e nella
notte, dopo una lunga preparazione di medî calibri, la fanteria
austriaca appoggiata da numerose mitragliatrici tenta l'assalto. È
respinta. Tutto il ciglio della valle è definitivamente nostro.

Da allora è cominciata questa tranquillità che ci sorprende. Il
nemico ha rinunciato ad ogni iniziativa. Si rafforza e aspetta. Sembra
persuaso della inutilità dei suoi attacchi e rassegnato ad un còmpito
di vigilanza. Noi ci siamo incrollabilmente insediati sulle posizioni
che ci eravamo scelte.

Ma anche nel periodo più attivo della lotta, la quiete alpestre della
Giudicaria non doveva apparire troppo turbata. La montagna spezza
l'azione in minuscole battaglie isolate, importanti per il risultato
e infime per l'ampiezza, faticose, aspre, violente, brevi. La notte,
improvvisamente, sopra una balza, la fucileria scintilla e scoppietta,
e pochi chilometri più in là, al primo svolto della valle, non si
sente nulla. La guerra ritorna lassù a proporzioni antiche ed a forme
primitive. L'individuo diventa un'unità importante. Una pattuglia può
costituire tutta l'ala di un fronte di combattimento. Il comando non
arriva e l'iniziativa personale supplisce.

È risorto nei nostri soldati un istinto guerriero, fatto di scaltrezza
e di ardimento; hanno ritrovato un'anima primordiale da cacciatori
d'uomini: sono divenuti come se sempre fossero vissuti nella selvaggia
solitudine dei boschi; hanno la sensibilità di percezione dell'indiano
nella jungla; conoscono tutti i rumori, tutti i mormorii, tutti i
fruscii, tutti gli echi delle valli; sentono la vicinanza del nemico
con un orecchio selvaggio. La razza conservava insospettate armi di
guerra, delle facoltà combattive discese a noi da remote e gagliarde
generazioni conquistatrici. E con esse, la gioia naturale e piena di
battersi e di battere.

Le pattuglie partono lietamente, contente; hanno sempre in serbo
qualche cosa di nuovo per il nemico. Studiando le abitudini degli
avversari, esse inventano tranelli, organizzano sorprese, con il buon
umore col quale si prepara una burla. Ne sanno più loro della mentalità
austriaca che non tutti i psicologi del mondo. La zona aspra che separa
i due fronti è un terreno di agguati, di sorprese, nel quale i nostri
soldati hanno scoperto tutta una viabilità invisibile.

Un giorno verso l'imboccatura della valle Daona, un tenente dei
bersaglieri scoprì un posto d'osservazione austriaco: una _baita_ che
si affacciava alla boscaglia sopra un costone. Si mise alla posta, per
vari giorni di seguito, e vide che la pattuglia austriaca nascosta lì
dentro arrivava alla prima alba, lasciando una sentinella celata fra
le piante, e ripartiva al tramonto. Una notte il nostro tenente prese
dieci uomini con sè (fu una gara per seguirlo) e partì.

Prima del giorno i nostri circondavano la _baita_. Ecco l'alba, ed ecco
la pattuglia austriaca che sbuca, guardinga, e rassicurata penetra
tranquillamente nella capanna. Rimane all'esterno il capo, un grosso
sergente tirolese, che si mette a passeggiare. Passeggiando non si
accorge che qualcuno lo segue, ritmando l'andatura perchè il rumore dei
due passi si confonda. È il tenente dei bersaglieri.

Era rischioso quel modo di sorprendere il nemico, ma era elegante. Era
italiano. Noi facciamo anche la guerra da artisti. Sarebbe stato facile
piombare sulla _baita_ ad armi spianate, ma il tenente voleva vedere la
faccia sbalordita e comica del grosso tirolese. Una soddisfazione che
poteva costargli la vita, ma che importava?

Dunque l'ufficiale segue il sergente austriaco. Allunga il passo, lo
raggiunge e lo tocca leggermente sulla spalla. Il tirolese si volta di
scatto e fa un balzo indietro. Stupefatto, allibito, rimane immobile,
pietrificato in un gesto di sperdimento, con gli occhi sbarrati, la
bocca aperta. Il tenente sorride.

— Ma — balbetta l'austriaco con voce strozzata — ma.... voi siete un
ufficiale italiano!

— Perfettamente! — fu la risposta — e questi sono soldati italiani.

Dai cespugli tutto intorno emergevano teste di bersaglieri e baionette.
Un minuto dopo la pattuglia austriaca marciava via prigioniera.

Una spedizione assai più drammatica fu quella compita sul Ponale
per interrompere l'impianto elettrico che fornisce energia a Riva,
spedizione che fu annunziata con sei parole dal bollettino del 27
giugno.

Non fu per lasciare Riva al buio che venne compita quell'audacissima
impresa, ma per estinguere i proiettori austriaci, che la forza
elettrica del Ponale accendeva sul fronte fino a Rovereto, e per
disarmare i reticolati fulminanti della loro micidiale possanza.

L'impianto elettrico aveva le sue prese idrauliche ad una chiusa del
lago di Ledro, vicino a Molina, in fondo alla valle che le nostre
posizioni avanzate ora sovrastano. L'acqua in pressione imboccava due
enormi tubi accoppiati. Fra i nostri alpini si trovava un operaio che
aveva lavorato all'impianto, e che si offrì per guidare la spedizione.

Partirono in cinque. I loro nomi erano stati tirati a sorte. Alla
compagnia schierata il capitano aveva domandato cinque volontari,
dopo avere spiegato i rischi dell'impresa; ma all'ordine di «chi vuole
andare faccia un passo avanti» tutta la compagnia fece un passo avanti,
con tanta regolarità di manovra che l'ufficiale credette di essere
stato frainteso. «No, no — gridò — capitemi bene, quelli che si offrono
escano dalle righe!» E la compagnia intera, per essere ben capita anche
lei, fece due passi avanti. Così si ricorse alla sorte.

Si trattava di attraversare gli avamposti del nemico e di andare a
lavorare fra i suoi accantonamenti. Per lunghi giorni i sentieri erano
stati ricercati e studiati. Il piano dell'impresa era completo. Ognuno
dei cinque aveva un còmpito preciso, stabilito prima. Alla partenza,
l'ordine fu di non parlare fino al ritorno, di non aprire bocca
qualunque cosa avvenisse.

I cinque muti lasciarono il campo in una notte di bufera, oscurissima.
Discendevano per le forre del Martinel da sterpo in sterpo, quando
si trovarono a qualche metro da una pattuglia austriaca. Aspettarono
lungamente, immobili, coricati fra i rovi. La pattuglia austriaca
passò.

Poco lontano dalle chiuse, i tubi dell'acqua facevano un gomito. Ogni
soldato aveva sulle spalle dei sacchi di sabbia e un carico di gelatina
esplosiva. Arrivati a quel punto, senza una parola, deposero tutto in
terra. Quattro di loro si allontanarono in direzioni prestabilite e si
sdraiarono vigilando. Rimase uno solo ad eseguire il lavoro di mina:
l'operaio. La pioggia s'era calmata, e s'intravvedevano le nubi basse
che fuggivano tumultuosamente verso il Garda. Una finestra illuminata,
vicina, alle prime case di Molina, pareva spiare nella notte.

Sotto al gomito delle tubature, l'artiere alpino, attentamente, con una
lentezza eroica, disponeva gli esplosivi, e con i sacchi di sabbia,
messi tutto intorno, formava la camera di scoppio. Il tempo pareva
eterno. Dal villaggio, occupato dagli austriaci, sono salite delle
voci. Un cane ululava a cinquanta passi dai nostri, in una fattoria
tutta buia. L'alpino minatore si muoveva senza rumore, studiosamente.
Cinquanta minuti è durato il lavoro.

Riunitisi a qualche centinaio di metri dalla mina, i cinque soldati
hanno aspettato immobili lo scoppio. L'esplosione è avvenuta senza
fragore. È stato un tonfo sordo e profondo, seguìto da uno scroscio
violento di cateratta. La massa d'acqua irrompeva precipitosamente
dalle tubature spezzate. Poco dopo essa arrivava con impeto al
villaggio, inondandolo. Gli austriaci sono stati svegliati dalla piena
negli accantonamenti e nelle tende, e un urlo immenso di terrore è
salito dalla valle.

Senza una parola, sempre muti, gli alpini hanno ripreso la via del
ritorno; hanno ripassato la linea degli avamposti austriaci in allarme;
sono arrivati alla punta dell'alba all'accampamento, affranti di
stanchezza e d'emozione.

L'ordine del silenzio era finito, ma uno di loro non parlava più.
L'operaio, che aveva compiuto lo sforzo più grande di tensione e
di volontà, aveva perduto la favella. Ed egli tace ancora, atono,
stupefatto, quieto, avendo dato in un'ora tutte le energie di una
vita, avendo speso in sè stesso, in un sublime dialogo fra la volontà
e l'istinto, tutte le eloquenze della sua anima. La fatalità ha voluto
suggellare sulle sue labbra il mistero del suo magnifico dramma.

La spedizione è stata ripetuta, ma con altri mezzi. Il danno fatto
non era irreparabile, se gli austriaci possedevano tubi di ricambio. E
dovevano certamente possederne a Riva. Infatti le nostre ricognizioni
hanno potuto vedere un affaccendamento di lavoro intorno alle chiuse
del Ledro. Si è pensato quindi a troncare l'impianto idraulico in modo
definitivo. Non più pochi uomini, ma un battaglione. Se non si passava
di sorpresa si sarebbe passati per forza. Gli zaini dei soldati erano
pieni di gelatina esplosiva.

Fuori di ogni sentiero, per i boschi del Carone, la truppa, dopo aver
sorpreso di notte i posti avanzati austriaci, ha raggiunto il ponte
sul Ponale a Biacesa, un gran ponte in ferro che sosteneva con le sue
travate le tubature dell'impianto elettrico. Tre piloni, tre mine. Uno
scoppio immane, un lampo accecante, una eruzione di rottami, e il ponte
era scomparso.

È una guerra di colpi di mano, nella quale il nemico, più tardo,
dimostra una pesantezza e spesso una inumanità teutoniche. In un
recente combattimento, piccolo ma accanito, che ha completato il
nostro fronte sul Garda, gli austriaci, che tentavano di resistere
all'attacco, mentre si combatteva a brevissima distanza, facevano fuoco
sui feriti.

Di tanto in tanto, una volta o due al giorno, la bella quiete della
valle Giudicaria è interrotta da un rimbombo di cannonate. Tre o
quattro granate austriache arrivano intorno a Condino. Un po' di fumo,
un boato, ed è finito. È il forte di Por che abbaia, accucciato sopra
un costone di fronte allo sbocco della valle Daona.

Vi è tutto un gruppetto di forti lì, a quel bivio di valli, ma soltanto
quello di Por prende la parola, forse perchè è il più vicino, o forse
perchè è il più moderno. Può anche darsi che gli altri forti siano
stati disarmati per coronare con le loro artiglierie le posizioni lungo
la Daona.

Il forte di Por si vede nettamente. L'erba non è ancora nata sui suoi
spalti, che macchiano di una nudità rossastra il fianco del monte,
come una frana. Però un muraglione di appoggio laterale delle opere,
rimasto scoperto, è sagacemente tinto di verde, ma di un verde tenero
inverosimile che non appartiene a nessuna vegetazione di questo mondo.
Sulla spianata le cupole di acciaio si profilano basse, cinque calotte
che sfiorano appena la superficie. Intorno, il prato e il bosco fanno
largo, come arretrando davanti a questa fragorosa intrusione sulla
selvaggia bellezza del monte.

Condino riceve le sue granate quotidiane con quell'aria desolata,
esterrefatta e lugubre che hanno i paesi abbandonati nelle zone del
fuoco dove fra le case e per le piccole vie pittoresche la solitudine e
il silenzio acquistano una pesantezza tragica. Da ogni porta esala come
un alito di angoscia, e pare di sentire nelle abitazioni vuote il senso
di un'atroce attesa. Da lontano sembrano vivi questi villaggi. Condino,
con le sue case bianche, appare pieno di una campestre gaiezza.
Quando vi si entra, l'immobilità di ogni cosa produce una non so quale
impressione di gelo, come se l'ombra dei muri raccogliesse un'atmosfera
di morte.

Poco più oltre, Cimego; più lontano Castello. Abbandonati anche
loro vedono strisciare lungo le case le pattuglie austriache. Questo
silenzio, così sinistro nei paeselli, dove inconsciamente noi tendiamo
l'orecchio alle voci, è dolce all'aperto. Nella mattinata limpida,
sotto al gran sole, la valle è festosa.


Nelle acque del Chiese è un brulicare rosato di soldati che si bagnano
e si levano dai loro gruppi canzoni e risate. Altrove si lavora. Si
lavora con una letizia che mette in noi una serenità indicibile. Si
fanno baraccamenti per l'inverno, si fanno strade, si fabbricano
arnesi, si costruiscono persino slitte, che porteranno viveri e
munizioni quando tutto questo verde sarà morto e i nevai saranno
discesi fino alla valle. Falegnami, muratori, carpentieri, zappatori,
lavorano al sole, cantando. Gli accampamenti che s'inerpicano con
un disordine da armenti al pascolo sui prati e sulle boscaglie dei
declivi, sono pieni di vita e di allegria. Direi quasi che scendono da
essi delle buffate di giovinezza e di vigore.

Se il nemico contasse sulla nostra stanchezza, s'ingannerebbe molto. La
guerra ci tempra. Pare che i nostri soldati ritrovino al campo una vita
che conoscevano, che amavano e che avevano dimenticata.

Compiono opere meravigliose che la sola forza non può fare senza
l'entusiasmo. Il dorso delle più aspre montagne è solcato dalle volute
di strade che scalano l'inaccessibile e per le quali l'automobile
ascende. Sono centinaia di chilometri. I più grossi cannoni italiani
tuonano da vette sulle quali finora non s'era posata che l'aquila.
Declivi e rocce, ad altezze vertiginose, sono tagliati dal varco aperto
dalla sapienza, dalla volontà, dalla gagliardia dell'esercito, e le
strade nuove, simili a venature sui monti, portano come vene un fiotto
di vita nostra alle più eccelse altitudini.

Per interrompere la strada di Ampola, quella che va a Riva, gli
austriaci hanno fatto crollare in un punto la montagna con tre
tonnellate di dinamite. La strada che era incavata nella roccia è
scomparsa, e con lei tutta una falda della roccia. Ebbene, si è fatto
un ponte che raccorda i due mozziconi della strada interrotta, un ponte
sull'abisso, un ponte di legno, che si aggrampa alla parete, che si
appoggia alle sporgenze, che sale lungo la roccia, così grandioso, così
solido, che pare un lavoro permanente, e che probabilmente per molti
anni reggerà il grave traffico di questo nuovo e antico lembo d'Italia.

Nelle opere delle nostre truppe si rivela una visione monumentale
delle cose. Pare che si faccia tutto col pensiero dei secoli. E per
lunghi secoli infatti rimarranno su queste montagne le tracce profonde
e gigantesche della nostra civiltà in lotta, che affacciandosi sulle
sommità delle Alpi vi lascia come degli indelebili solchi di artiglio.



TRA LE BALZE DELL'ADIGE.

                                                         _26 agosto._


L'occupazione di Ala, e la prima irruzione delle nostre truppe
verso Rovereto nella valle dell'Adige, dopo la conquista fulminea
dell'Altissimo e di tutto il massiccio fra il Garda e l'Adige, sono
legate alla memoria del generale Cantore. La storia della nostra azione
in quel settore è come dominata dalla figura di questo singolare
condottiero di avanguardie, che aveva della guerra una concezione
antica, magnifica e temeraria, per la quale è morto. Il suo ardimento
da guerriero leggendario, che si accoppiava ad una visione chiara
del terreno, ad una percezione esatta e rapida delle possibilità, fu
preziosa nel primo slancio dell'avanzata, quando le nostre colonne
penetravano nel territorio nemico senza potersi prefiggere un
obbiettivo preciso e definitivo, prive di informazioni esatte, affidate
alla intuizione e alla sagacia dei capi per strappare alle circostanze
il maggiore frutto.

L'Altissimo fu preso con un colpo di mano. Reparti alpini marciarono
nella notte del 23 maggio per dirupati sentieri della montagna, e
sorpresero all'alba il nemico sulla vetta. Senza sosta l'occupazione si
estese ad oriente. Dalla cima scese per i valloni ad affacciarsi sulla
Val d'Adige. Le pattuglie calavano per i costoni e per le balze. Delle
compagnie di rincalzo s'inoltravano dal sud. Il 2 maggio, l'avanzata
risaliva il fondo della valle fino ad Ala.


Poche truppe: due battaglioni. Uno marciava alla destra dell'Adige,
l'altro alla sinistra. Una batteria seguiva il battaglione di
destra. Gli abitanti, quando vi narrano della comparsa delle truppe
liberatrici, non vi dicono «gl'italiani arrivarono» ma «Cantore
arrivò». Perchè videro lui prima di ogni altra cosa. Il generale era
l'esploratore delle sue colonne. Improvvisamente, in un villaggio
che gli austriaci avevano abbandonato poco prima, entrava un generale
italiano, solo col suo capo di Stato Maggiore.

Giungeva per la strada maestra, tranquillamente. E questo ardire, pieno
di un senso di eroico disdegno verso il nemico, colpiva profondamente
l'immaginazione degli abitanti che aspettavano palpitando, la mente
piena delle menzogne austriache, secondo le quali gl'italiani avrebbero
messo tutto a ferro e a fuoco.

Cantore voleva vedere ogni cosa con i suoi occhi. Dove poteva celarsi
un agguato, verso i possibili sbarramenti, dove il terreno si prestava
ad una difesa avversaria, andava lui a guardare. Freddo, calmo,
avanzava allo scoperto, e, scelto un buon punto d'osservazione, si
assestava lentamente gli occhiali sul naso e ammiccava con i suoi occhi
da studioso miope, impassibile al fuoco, immobile, attento, come un
matematico avanti ad un problema. Poi, quietamente, dettava gli ordini
al suo capo di Stato Maggiore, che lo seguiva per disciplina, per
dovere e per amor proprio.

Quando voleva recarsi in esplorazione, il generale non mancava di
chiedere il parere dell'ufficiale. Ascoltate le eccellenti ragioni
che sconsigliavano il progetto, egli concludeva «Allora, andiamo!» —
e partiva in avanscoperta. Aveva un'inflessibilità verso di sè e verso
gli altri, che era tutta scritta nell'energia del suo volto. Ignorava
il pericolo; lo aveva affrontato tante volte impunemente che si era
fatta la persuasione di una invulnerabilità. «La morte non mi vuole»,
diceva. E ci credeva. La morte lo ha afferrato così repentinamente
nella sua ultima temeraria esplorazione fra le orrende rocce delle
Tofane che egli non l'ha sentita venire e non ha avuto il tempo di
ricredersi.

A Borghetto entrò a piedi. Dal campanile del villaggio una pattuglia
austriaca aveva tirato dei colpi verso la strada. Poi questo fuoco
era cessato. Cantore volle andare a vedere se il paese era sgombrato
dal nemico. Due guardie di finanza del posto di frontiera gli fecero
da fiancheggiatori. La pattuglia austriaca era fuggita. L'avanzata
incominciò. Cantore partì avanti, in automobile, come per una
passeggiata.

Nella valle pittoresca i cui nomi evocano come una fantastica galoppata
di epopea, fra quei dirupi che hanno visto passare in uno scintillìo di
uniformi e in un ondeggiamento di piume la prima gloria napoleonica, la
quale doveva allargare i suoi clamori trionfali su tutta l'Europa, in
quel grandioso scenario da battaglie, la conquista italiana è entrata
veloce, annunziata dal rombo di un motore, che echeggiava improvviso
fra i muri dei villaggi attoniti, rozzi e grigi, raccolti intorno al
bianco stelo dei campanili, e immersi nei vigneti contro ad uno sfondo
oscuro di immani rocce precipitose.


Dopo le chiuse prodigiose che Rivoli sovrasta dal suo verde pianoro,
profonde come cañons, dopo quell'angusto e solenne corridoio di dirupi
che stringe fra pareti a picco la serenità dell'Adige, dopo la zona
delle vecchie fortezze, massicce e bianche, che dominano la gola dalla
sommità di vette nude, la vallata si allarga maestosa, vigilata da
ruderi di torri annidati fra dirupi giganteschi e da qualche scheletro
superbo di castello, che come quello di San Valentino addossa alle
rocce le sue muraglie merlate con un'aria grandiosa, severa, lugubre
da castello delle leggende. Il passato ha lasciato per tutto un segno
di guerra. Ad uno svolto della valle, una cittadina chiara, graziosa,
arrampicata in parte tra il verde delle alture, avanza le sue case più
nuove verso l'Adige: è la prima città austriaca, Ala.

Ha un'aria raccolta e antica, con un'impronta così profondamente
nostrana che pare di averla conosciuta già, di ritrovarla vagamente
nella memoria insieme al ricordo di qualche vallata del Friuli.
Nulla di più italiano di quei vecchi palazzi d'Ala, di una nobiltà
provinciale, di un'arte modesta e pura, nel cui interno verdi
specchiere di Venezia riflettono nel loro pallore di sogno delle
grazie settecentesche. La parte alta, inerpicandosi sul monte, diviene
rustica, e le stradine che salgono tortuose sono fiancheggiate da
casupole montanare, tutte a balconate di legno annerite dal tempo.
Attaccate ai muri, presso alle porte, le rozze slitte aspettano
l'inverno; sulle logge è tutto un festoso verdeggiare di fascine
fresche che seccano al sole; da soglia a soglia passa un dialogo veneto
di comari.

Ad Ala avvenne l'unica opposizione austriaca alla nostra avanzata. Fu
piccola, breve, ma arrivò di sorpresa. La città pareva completamente
abbandonata dal nemico.

Prima di ritirarsi i gendarmi austriaci avevano affisso manifesti che
minacciavano severe e imprecise punizioni a chiunque avesse osato di
fare buona accoglienza agli italiani, e avevano ripetuto a tutti che
gl'italiani si sarebbero abbandonati ad ogni eccesso. Da giorni i
negozî erano chiusi, e la città silenziosa aspettava nella speranza e
nell'ansia. Gli abitanti ignoravano tutto della guerra. Non sapevano
della presa dell'Altissimo e delle altre operazioni che si stavano
svolgendo nella regione. Nessuna notizia arrivava. Ma fra le case
chiuse, per le finestre dei cortili circolavano bisbigliate delle voci.

Il 24 maggio si diceva già: «Saranno qui stasera; un boscaiuolo ha
visto i bersaglieri ad Avio; scorgeva le penne....» Fra i patrioti
vivevano degli austriacanti; la comparsa di qualche vicino sospetto
interrompeva i dialoghi e faceva richiudere le finestre. Non erano
tutti partiti gli anti-italiani, e qualcuno ne resta ancora adesso.

Andando via, gli austriaci avevano requisito il bestiame, obbligando
dei contadini a condurlo a Rovereto. Pochi di questi disgraziati sono
tornati indietro. Per farli rimanere, temendo forse lo spionaggio, gli
austriaci avevano annunziato loro, semplicemente, che Ala non esisteva
più, essendo stata distrutta insieme agli abitanti dalla barbarie
italiana. La mancanza del bestiame e di provviste rendeva la vita
dei cittadini difficile. L'arrivo degli italiani era invocato come un
salvataggio.


Quando l'automobile del generale Cantore entrò nella città, Ala
pareva deserta. Cantore si fermò nella piazza, una piazzetta angusta,
irregolare, a declivio, che pare si tenga a stento dallo scivolare con
tutti i suoi ciottoli. Erano circa le dieci e mezzo del mattino. Il
generale aspettava le sue truppe. Intanto alcuni individui sbucavano
fuori e si avvicinavano a lui ossequiosi, assicurandolo della loro
lealtà e del loro patriottismo. Gli austriaci? — dicevano costoro. —
Neppure l'ombra. Erano fuggiti tutti.

Mentivano. Nessuno disse al generale che la gendarmeria austriaca,
rinforzata da un reparto di fanteria territoriale, era all'uscita del
paese dove da tre notti lavorava a trincerarsi. Questa menzogna noi
abbiamo generosamente dimenticato.

Tre quarti d'ora dopo si udì il passo dei soldati per le vie. Delle
porte si schiusero, delle voci di saluto risuonarono. Le case dei
patrioti furono in rumore, e il grido di «Viva l'Italia!» scendeva
da alcune finestre. All'avanguardia che, fra uno scintillìo di
baionette in canna, sboccava sulla piazzetta, il generale diede
l'ordine di proseguire ed occupare gli approcci settentrionali del
paese. Repentinamente, appena i soldati, voltato l'angolo, sbucarono
fuori dall'abitato, scoppiò la fucilata, violenta, intensa, vicina,
imprevedibile.

Da quel lato la città si affaccia sul letto ampio e sassoso del
torrente Ala, e la strada lo segue per un tratto prima di attraversarlo
sopra un ponte. All'altra riva del torrente, si distendono delle vigne
sorrette da lunghi muri che si sovrappongono a ranghi, dando l'idea
della gradinata di un'arena con una verde moltitudine di viti al posto
degli spettatori. In mezzo alle vigne, in alto, una villa isolata. Gli
austriaci avevano fatto della villa, che fronteggia e domina il paese,
il loro fortilizio, e dei muricciuoli i parapetti delle loro trincee.
Inattaccabili alla fucileria, essi bloccavano solidamente il passaggio
del ponte e rendevano intenibile il bordo dell'abitato.

Alla resistenza improvvisa, l'avanguardia refluì sulla piazza. I colpi
che venivano dalla villa infilavano la via e tempestavano i muri. La
piccola vetrina di una modesta pasticceria, avanti alla quale stava
Cantore, è tutta foracchiata dalle palle.

Nella città sconosciuta non era facile orizzontarsi subito e trovare
le posizioni dalle quali riconoscere e battere il nemico. Quali forze
aveva? Il suo fuoco era serrato. Vi fu una ricerca concitata di sbocchi
accessibili e di posti di osservazione, mentre sopraggiungeva il resto
del nostro battaglione. In quel momento delle fucilate cominciarono a
partire da varie finestre.

Allora si svolse uno dei più belli episodi.


Una compagnia cercava di salire alla parte alta della città e avanzava
esplorando per una strada angusta e deserta, tagliata dal sibilare
alto delle pallottole. Un portone era schiuso, come per un invito ad
entrare. I soldati vi si affacciarono guardinghi, le baionette basse.
Nella corte, inaspettato, risuonò un grido di entusiasmo, un grido
di donna: «Avanti, avanti, viva l'Italia!» E una ragazza, giovane,
sorridente, dall'aspetto fiorente e modesto, comparve fra i nostri:
«Avanti, vengano, vengano sicuri!»

L'ufficiale che comandava, rimise la pistola nella fondina e salutò
cavallerescamente chiedendo: «Signorina, si vedono gli austriaci dalla
sua casa?» — «Sì, sì, si vedono, salga con me!» — e svelta essa lo
precedette per le ampie scale d'una vecchia casa.

Da dietro alle persiane chiuse si scorgeva quasi sotto ai muri il
torrente Ala; al di là, i vigneti e la villa, crepitanti di colpi.
Delle palle si schiacciavano sulle pareti della casa.

Figlia di patrioti, educata alla religione segreta dell'Italia, la
fanciulla non sentiva e non comprendeva il pericolo, tutta commossa
dall'avverarsi del gran sogno. Rideva, e i suoi occhi azzurri
sfavillavano di contentezza: «Signor ufficiale — esclamava — chiami
i suoi soldati, vede, da qui può far battaglia!» — «No, signorina —
rispose il capitano dopo aver bene osservato, — tirerebbero sulla casa
e spezzerebbero tutto qui dentro; vorrei trovare una posizione più
alta.» — «Sì, so io dove, mi segua, la conduco io!»

Dietro alla casa, degli orti minuscoli, aggrappati allo sperone
roccioso del monte, si sovrastano l'un l'altro come pianerottoli verdi.
E si vide una lunga fila grigia di soldati, preceduta da una bianca
figurina di donna, salire curva da un pianerottolo all'altro per ripide
scalette di pietra. Con un breve schianto le pallottole entravano
nel tronco degli alberi. Gli austriaci conoscevano quell'accesso e
lo vigilavano. Si accorsero subito della scalata. Dai vari ripiani i
nostri cominciavano il fuoco, nascosti fra le piante.

Poco dopo anche il generale, cercando un sentiero che aggirasse la
posizione nemica, saliva da altra via la costa, esplorando lui stesso,
come sempre, seguìto da un plotone. Arrivò in un punto scoperto, preso
d'infilata. L'avevano visto; il piombo austriaco grandinava sulla
roccia. I soldati esitarono un istante e si gettarono istintivamente a
terra, ai lati del sentiero. Cantore rimase in piedi, la faccia verso
il nemico, immobile sopra una sporgenza della roccia, impassibile come
una statua. Poi chiese un fucile, e lentamente, con un'attenzione da
tiratore al bersaglio in un giorno di gara, cominciò a far fuoco. Non
gridò ordini, non disse nulla, ma un minuto dopo tutto il plotone,
calmo, aveva preso posizione intorno al generale e nulla più lo mosse.

Due settimane fa, nella mattinata della domenica, in mezzo ad un
quadrato di truppe che presentavano le armi, la signorina Maria
Abriani, l'eroica guida, ha ricevuto la medaglia al valor militare,
come un soldato. Essa ne è fiera, ma a chi si congratula con lei,
modestamente osserva: «Tante altre donne avrebbero fatto lo stesso
nelle mie circostanze».

«Non ha avuto neppure un momento di paura?» — le ho chiesto conversando
con lei proprio sull'alto della posizione alla quale essa aveva guidato
le truppe, dopo essermi fatto narrare la scena. «Non ci pensavo — mi
ha risposto, — ero così contenta. E poi i soldati erano tanto calmi,
allegri, che pareva che non ci fosse nessun pericolo».

Dopo un istante, sorridendo ha soggiunto: «Quando ridiscesi, passando
dietro alle file che facevano fuoco, i soldati si voltavano a salutarmi
e a dirmi dei complimenti....» In pieno combattimento, fra una fucilata
e l'altra, mentre qualche cadavere insanguinava già le rocce, i
combattenti lanciavano l'omaggio di una frase ammirativa alla gioventù
e alla freschezza femminili che passavano. C'è tutta l'anima italiana
in questo particolare pieno di eroismo e di galanteria.

Il piccolo combattimento di Ala fu definito dall'artiglieria. La
batteria che accompagnava la colonna alla destra dell'Adige fu portata
avanti e dall'altra parte della valle scacciò gli austriaci a colpi di
_shrapnells_.


Da Ala la nostra avanzata ha raggiunto senza contrasti le posizioni
solide che teniamo, di fronte alla montagna di Biaena, della quale gli
austriaci hanno fatto tutta una immane fortezza.

Come nella valle Giudicaria, anche in quella dell'Adige i due fronti si
consolidano lontani fra loro, separati da una zona aspra nella quale
serpeggia la guerrilla delle avanscoperte. In tutte queste vallate
vi è stata un'analogia di azione e di intenti, che ha condotto ad una
analogia di situazioni.

Qualche colpo di cannone da una parte, qualche colpo di cannone
dall'altra, urti di pattuglie, ma nel complesso la guerra qui marca il
passo in un'attesa guardinga. Vi sono delle posizioni d'avamposti alle
quali non si arriva che per osservare. Sono cucuzzoli di alture che
l'artiglieria ha sterilito e denudato, perchè quando vi arrivano gli
austriaci li bombardiamo noi, e quando vi arriviamo noi li bombardano
gli austriaci. Si sente, s'intuisce che ogni movimento di masse qui
dipenderà da movimenti che si svolgono altrove. Per ora i due fronti
avversarî si limitano ad accumulare ostacoli.

Sul Biaena le fortificazioni austriache si vanno delineando come delle
ferite sulla immane faccia del monte. Sono scorticature di rocce,
tratteggi di terra smossa. Il materiale scavato, trasportato dalle
piogge, ha formato delle colate chiare e rosate nei canaloni e sulle
pareti a picco delle creste. Si scava e si scava lassù.

Il Biaena, vario, tutto pianori e dirupi, coronato da rocce a picco,
fronteggia un gomito dalla valle dell'Adige, al di là della cittadina
di Mori, e si presta ad una difesa di sbarramento. Sulla sua vetta lo
scoglio appare forato da cannoniere. La fortezza più alta non è sul
monte, è dentro al monte. Ci sono voluti anni di lavoro per annidare le
artiglierie nel cuore delle immani scogliere.

Le opere colossali che l'Austria aveva fatto sulle formidabili barriere
delle Alpi dimostrano non soltanto la preparazione minuziosa di una
guerra per noi inevitabile, ma dimostrano anche un concetto altissimo
del nostro valore. Non è contro un avversario disprezzabile che
si accumulano ostacoli di questa mole. Quando noi ci sentivamo più
deboli, l'Austria c'indovinava forti, ci presentiva pieni di energie
imprecisabili, di risorse imprevedibili, di volontà insospettate.
Nessuna posizione le pareva solida abbastanza, e per poterci battere
apprestava le armi più numerose e possenti che la scienza militare
moderna sia in grado di fornire.

Il Biaena, con le sue trincee che sembrano sospese come cornici al
bordo di pareti rocciose, con i suoi sentieri coperti che cercano il
cavo ombrato dei canaloni, con le sue batterie che s'intravvedono nel
verde delle boscaglie, con le sue fortezze nascoste nella sagomatura
turrita della cresta, il Biaena ampio, oscuro, ostile, imponente, un
po' velato nello sfondo della Valgarina inondata di sole, non è che un
monumento di paura.

I nostri soldati lo osservano con olimpica indifferenza dalle pendici
di Serravalle e dalle falde del Cornale, dove biancheggiano i resti
di un castello medioevale che schiera fin verso la cima un rango
ancora intatto di merlature ghibelline. Lo sguardo corre da lì lungo
il serpeggiamento scintillante dell'Adige, verso il quale i villaggi
scendono come armenti alla beverata. Lontano, in fondo alla vallata, in
una diafanità luminosa, un biancheggiare più vasto di edifici: è Sacco,
un sobborgo quasi di Rovereto, in un'azzurra conca di monti.

I paeselli dalla nostra parte seguitano a vivere anche sulla linea
degli avamposti, e ricevono strani messaggi dal nemico, portati dal
fiume. Sono proclami, avvertimenti, inviti, spediti dentro bottiglie
vuote che l'acqua trascina. Comunicazioni da naufraghi. Qualche volta
un treno blindato viene avanti adagio adagio in esplorazione, spara un
paio di bordate e fugge, tutto avvolto in una gran nube di fumo.

Il fianco orientale della valle è formato dalle balze del Coni Zugna
che digrada, verso Rovereto, nella Zugna Torta. È una lunga montagna
boscosa che solleva un dorso crestato di rocce. Sulla vetta più alta
si erano fortificati gli austriaci. L'assalto che li scacciò salì da
un lato che pare inaccessibile. Dal basso la cresta sembra avanzare
delle fulve speronate a picco. Una notte un reparto alpino si arrampicò
lassù e sorprese il nemico. Un solo austriaco tentò di difendersi, con
un eroismo ammirevole. Al grido di «Arrendetevi!» rispose: «Io non mi
arrendo che per ordine dell'Imperatore!» — e cadde trafitto. Gli altri
fuggirono.

Ora tutta la montagna è nostra, e dagli ultimi suoi contrafforti
settentrionali i nostri avamposti vedono allargarsi sotto a loro, nella
vallata profonda, Rovereto. L'altro versante del Coni Zugna scende
sulla Vallarsa, che è pure nostra. A Rovereto essa si congiunge con
la valle dell'Adige. Rovereto è il centro al quale converge una immane
stella di valli nelle quali l'avanzata italiana si è incanalata. Sulle
montagne, fra valle e valle, tuona l'artiglieria nostra. Invisibile e
dominante, arrivata lassù come per miracolo, lungo strade improvvisate
che si slanciano alle cime con un zig-zag da saetta, essa spande come
un temporale il suo tuono nelle alte regioni dell'atmosfera.

Si sale alla Vallarsa per la strada di Schio che ascende al passo
delle Dolomiti. Si viaggia lungamente nel panorama fantastico delle
vette gigantesche, irte di cuspidi e di torri favolose, rossicce o
cineree, pallide nella profondità del cielo, immerse nel diafano oceano
dell'aria che le tinge un poco del suo azzurro, e nelle quali pare
di vedere rovine paurose di costruzioni sovrumane, ruderi di castelli
olimpici.

La Vallarsa è quieta come la Val Lagarina. Vi si aspetta. Il rione
di San Giusto, il lembo orientale di Rovereto, mette un tremulo
biancheggiamento nella distanza, dove la valle si allarga. Rovereto
è in fondo ad ogni gola, è la mèta verso la quale tutti i passi si
orientano.

Sulla Vallarsa, in uno sperone della roccia che avanza come una
sentinella e strapiomba sul burrone, gli austriaci stavano creando uno
di quei loro forti scavati nello scoglio. Quanto lavoro contro di noi!
Le cannoniere, mascherate da frasche, erano già aperte verso l'Italia,
simili ad entrate di caverne, e all'interno del monte immense gallerie
formano un labirinto tenebroso. I detriti vomitanti dalle grotte
artificiali biancheggiano a strisce fino al torrente.

Sul forte incompleto si stavano issando le spesse pareti di acciaio
delle cupole. Quelle cave masse di metallo sono oggi garitte di
sentinelle italiane, e il vento freddo della montagna mugola ai loro
bordi da campana.



UNA MAESTOSA BATTAGLIA DI FORTEZZE.

                                                _Vicenza, 29 agosto._


Delle piccole nubi leggere e rosate incoronano la vetta oscura di una
bella montagna regolare, tutta ammantata di una folta pelliccia di
vegetazioni, e le cui falde si allargano dolcemente, punteggiate di
case così bianche che sembrano luminose nella mattinata serena.

Un gruppo di ufficiali d'uno Stato Maggiore, da una balza erbosa che
pare una terrazza verde sulla vallata, punta i binocoli verso la vetta
che traspare di tanto in tanto, impallidita fra i cirri. Le nubi si
diradano, si sfanno, si riformano, si spostano, e nelle loro lacerature
nereggia a momenti, un po' velata, in un ovattato contorno di vapori,
la sommità boscosa che attira gli sguardi. Il calore del sole, il
tepore che sale dalla valle lungo le pendici, nella quiete profonda
dell'aria, spazza a poco a poco le nubi, e in un lento dissolversi
filaccioso di nebbie la cresta della montagna appare intera, sempre più
nitida.

Essa è coronata di puntini oscuri, che si prenderebbero per minuscole
escrescenze sassose sul profilo della vetta, se non si muovessero,
con quella lentezza da insetti che hanno gli uomini nelle lontananze.
Sono nostri soldati arrivati lassù l'altro ieri, con un assalto salito
prodigiosamente a quasi duemila metri. La montagna è il Salubio.

La vallata è quella del Brenta, la Valsugana, che risalito il vecchio
confine si allarga serpeggiando in ampie volute da oriente ad occidente
verso Trento. La Valsugana e la valle dell'Adige si congiungono a
Trento, e costituiscono le due massime arterie di transito fra le
pianure italiane e la nostra grande città prigioniera. Fra queste due
vallate capaci, nel cui fondo strade e ferrovie s'intrecciano sulle
sponde dei fiumi, si ergono massicci alpini, solcati da vallette
minori e da gole che formano un labirinto di passi, i quali tendono a
innervarsi ai fulcri di Rovereto e di Trento.


L'Austria, preparando la nostra aggressione, aveva apprestato tutto
per svolgere una delle azioni offensive più vigorose sulla Valsugana,
e allo scopo di proteggere il fianco di questo movimento d'invasione e
salvaguardare le sue retrovie, aveva sbarrato quei passi minori, tutti
i piccoli sbocchi secondari tra la Valsugana e la vallata dell'Adige,
con un sistema di fortezze modernissime. Sono queste le fortezze di
cui sovente abbiamo letto i nomi sui bollettini del Comando Supremo a
proposito di intense azioni di grosse artiglierie sull'altipiano di
Asiago e sul monte Lavarone. Sono i forti di Luserna, di Belvedere,
di Spitz Verle, di Busa Verle, che guardano principalmente la valle
dell'Astico, la più facile delle vie secondarie fra l'Adige e il
Brenta.

Subito, al primo inizio della guerra, incominciò il duello gigantesco
dei forti. Varcata la frontiera occupammo di sorpresa il monte
Lavarone, sovrastante dal nord l'angusta valle dell'Astico, e lo
guernimmo di grossi cannoni. Il 28 maggio il bombardamento era già
così intenso, tanto dalle nuove batterie del Lavarone quanto dai nostri
forti permanenti annidati più a oriente fra le vette dell'altipiano di
Asiago, che il vigore della difesa austriaca dalle fortezze corazzate
declinava su certi punti. I nostri tiri bene aggiustati tempestavano
specialmente il forte Luserna, il più vicino, che, sconvolto dalle
esplosioni delle grosse granate, alla mattina del 29 non rispondeva già
più. Le sue cupole d'acciaio erano demolite, tutto pareva in rovina.

Verso mezzogiorno si vide sorgere una bandiera bianca sul forte
austriaco sbrecciato e silenzioso. Un evviva echeggiò sulle vette
italiane a questo segno di resa. Ma subito dopo il forte scomparve
in un fumo di esplosioni. Era il forte austriaco di Belvedere, più
lontano, che apriva il fuoco sul Luserna per punirlo d'avere issato
bandiera bianca. Il 3 giugno anche il forte di Spitz Verle, più
indietro, fra le alte rocce che dominano la Val d'Assa, era ridotto al
silenzio, e quelli di Belvedere e di Busa Verle apparivano danneggiati.
La nostra offensiva spezzava le prime barriere.

Il bombardamento continua. A lunghi intervalli il suo cupo rimbombo
passa come un profondo e lontano boato di temporale sulla Valsugana,
alla quale l'azione delle nostre grosse artiglierie tende dal sud. Le
truppe che operano nella valle odono avanti a loro questa gran voce che
rugge. E avanti a loro, infatti, la difesa austriaca che le fronteggia
ha sul suo fianco destro la maestosa e lenta battaglia di fortezze.

È una battaglia che ha una mobilità solenne. Viste le opere in
pericolo, gli austriaci spostano le batterie. Hanno costruito
appostamenti nuovi, hanno creato vie di arrocco per trasportare i
pezzi da una posizione all'altra, e alla notte, nel silenzio profondo
della montagna, si ode talvolta un rombare metallico e lontano di ruote
sui binari: sono batterie nemiche che viaggiano. Scoperte e battute,
esse tacciono, e nell'oscurità se ne vanno. È come se le fortezze
viaggiassero.

L'eco dei colpi arriva dunque nella vallata sulla quale si è riformato
il silenzio dopo l'ultimo combattimento. Sulla cima del Salubio
conquistata i nostri soldati si profilano, e più in basso, fra le
piante, si annida il gregge bianco e sparpagliato delle tende. Qualche
nuvoletta di _shrapnells_ si forma, uno scoppio risuona, gli ometti
lassù rimangono immobili. Un paio di cannoni da montagna austriaci
abbaia cautamente contro le nostre nuove posizioni, ma nessuno ci bada.


L'assalto nostro è arrivato sul Salubio di sorpresa. L'ascensione è
durata un giorno intero. Dopo un abile movimento aggirante, compiuto di
notte, l'alba del 24 ha trovato le truppe destinate all'attacco tutte
nascoste nelle foltissime boscaglie che coprono le falde fin quasi alla
vetta. Su tutto il Salubio non c'è che un triangolo di prato, il cui
velluto verde si stende sulla spalla oscura della montagna, disseminato
di _baite_ deserte. Lentamente, lentamente, strisciando, ascoltando,
inerpicandosi con cautela da rovo a rovo, da tronco a tronco, le
truppe, in silenzio perfetto, precedute da punte di esplorazione,
salivano nell'ombra più cupa, evitando le radure, lontano da ogni
sentiero. Alle cinque della sera si avvicinavano al limite alto del
bosco. Qui furono fatte fermare, per dar loro un po' di riposo. Gli
austriaci erano trincerati a cento metri da loro.

Mezz'ora dopo si potevano scorgere dal basso, attraverso i binocoli, le
prime pattuglie che uscivano dal folto, fra gli ultimi rovi. Parevano
immobili, tanto il loro avanzare era lento, guardingo, felino. Gli
austriaci non erano più che a cinquanta metri dalla fila avanzata
dell'attacco. Dietro ad ogni cespuglio si aggruppavano minuscoli
grappoli d'uomini accoccolati. Ogni movimento pareva sospeso. Non un
colpo di fucile, non una voce. I minuti sembravano eterni.

Improvvisamente, uno strepito di fucilate, uno scoppio sonoro di
cannonate, nembi di fumo sulle trincee, poi un formicolìo confuso verso
la vetta, un gran grido, lungo, vasto, l'urlo poderoso dell'assalto,
simile ad un lamento di bufera, e sul profilo della cresta si è formato
un granulamento ondeggiante e vago. La montagna era presa.

La difendeva una compagnia munita di mitragliatrici. Pareva
inconquistabile. Ma la sorpresa ha sgomentato il nemico. È stato
sopraffatto dal panico alla vista degli assalitori così vicini, contro
i quali ha sparato con tanta concitazione da non causare che perdite
infime. Alcuni colpi di cannoni da montagna, appostati vicino, lo hanno
deciso definitivamente alla fuga.

La compagnia austriaca ha lasciato indietro cinque uomini con
l'incarico, piuttosto sproporzionato, di trattenere gl'italiani in
caso d'inseguimento. I cinque uomini si sono naturalmente arresi. Più
tardi — era quasi notte — gli austriaci, non udendo più niente, hanno
distaccato altri sei soldati per andare a vedere che cosa era successo
dei cinque. E lo hanno visto bene, poichè sono stati fatti prigionieri
anche loro.

La conquista del Salubio ha inutilizzato le difese più basse nella
valle, create sull'altura di Telve, che è come uno sperone del Salubio
avanzato verso il corso del Brenta a sovrastare la cittadina di
Borgo. Quest'altura, fulva, nuda, regolare, appare tutta rigata da
trinceramenti formidabili in cemento armato. La sua fortificazione
deve essere costata milioni. L'allineamento oscuro delle feritoie,
nell'ombra della blindatura, si tratteggia su tutto il declivio, fino
al paesello di Telve, che sorge ai piedi del colle, e le cui casette
bianche si sovrastano, come per contemplare la valle, l'una al di sopra
del tetto dell'altra. La rovina turrita di un castello allarga sulla
vetta della collina la cinta delle sue muraglie diroccate. L'altura è
stata abbandonata senza lotta.


Attraverso la vallata ubertosa, seguendone la dolce curva, Borgo,
l'ultima città conquistata, si distende; e da lontano essa appare
come un chiaro festone di case che si attacchi alle prime pendici
del Salubio, da una parte, e a quella del monte Armentera dall'altra.
L'Armentera è pure nostro. Mentre avanzavamo alla destra sul Salubio,
avanzavamo alla sinistra dal monte Civaron, preso nel giugno e dal
quale gli austriaci hanno tentato inutilmente di scacciarci.

Nessun combattimento nella valle. La lotta è avvenuta sui fianchi,
da dosso a dosso, da cima a cima. Il Civaron, alto, strano, sottile
come un pan di zucchero, coperto di boschi, dominava già Borgo,
ma è l'Armentera, più avanzato, che scende a balze dirupate, tutte
solcate da lavori di trinceramento austriaci, che ce ne dà il possesso
incontrastato.

Fra queste alture imponenti, la Valsugana si apre e forma una conca
meravigliosa, ricca, verde, disseminata di villaggi pittoreschi, di
ville, di castelli. Da ogni parte d'Europa l'estate portava qui una
popolazione di gente in vacanza, attirata dalla bellezza dei luoghi e
dalla efficacia curativa delle acque. Oltre Borgo si scorge Roncegno,
con i grandi caseggiati dei suoi famosi stabilimenti termali immersi
nelle nuvolose masse oscure di un parco. Più lontano è Levico, più in
alto è Vetriolo.

Nelle stazioni ferroviarie di tutti i paesi si leggono ancora questi
nomi sopra _affiches_ multicolori, rimaste ad invitare la gente come se
niente fosse successo. Le locande vicine alla vecchia frontiera sono
piene di queste _réclames_ allettevoli che vi incitano a passare un
mese di villeggiatura al Ferdinandshöhe sullo Stelvio, o al Grand Hôtel
del Tonale a Ponte di Legno, o all'Hôtel di Falzarego, in località
bombardate, in alberghi dei quali non esistono più che le rovine.

La incantevole conca di Borgo è deserta. I paesi sono abbandonati.
Nulla si muove sulla via bianca. La polvere s'accumula sulle soglie
delle case, insieme a detriti di carta e di paglia portati dal vento.
Tutti i ponti sono saltati. Non uno ne hanno lasciato intatto gli
austriaci. A Grigno, non lontano dalla frontiera, e più oltre, presso
Borgo, hanno interrotto i passaggi a colpi di mina. L'acqua del
torrente Maso gorgoglia fra i rottami contorti dei ponti di ferro della
ferrovia — i cui binari sono rimasti per un tratto stranamente sospesi
— della strada rotabile principale e della strada di Scurelle; tre
ponti vicini, le cui campate, crollate allo stesso modo, spezzate agli
stessi punti, hanno una non so quale bizzarra analogia di gesti.

Poco lontano, il campanile di Borgo, dal pinnacolo singolare come
una punta di pagoda, si leva giallo e scintillante al sole sopra un
fresco stormire di pioppi. Le persiane chiuse dànno alle case del paese
silenzioso un'apparenza di paura, come se esse avessero serrato gli
occhi per non vedere. Su queste case spaventate e sole, di tanto in
tanto arriva una granata: un ronzìo profondo e lamentoso, uno scoppio,
una nube di fumo e di polverone, ed un edificio ferito versa sulla
strada qualche frammento bianco.

La stazione, ad un limite del paese, appare danneggiata dai colpi.
Ma furono colpi nostri. Circa tre settimane fa, come annunziò il
bollettino ufficiale, si scorse dal Civaron un intenso movimento di
truppe e di carreggi alla stazione di Borgo e delle artiglierie pesanti
la bombardarono. Il movimento si dissipò come per incanto. Una grande
attenzione fu posta nei tiri per non danneggiare l'abitato, benchè
allora la città fosse già abbandonata.

Per quasi due mesi Borgo è stato zona neutra. Vi arrivavano pattuglie
nostre e pattuglie austriache. La situazione non era amena per gli
abitanti; tanto più che quando le pattuglie nemiche sceglievano la
stessa ora erano scariche di fucilate per le strade. Gli austriaci
accusavano la popolazione di favorire gl'italiani. Avvertiti da
quello spionaggio che è una delle loro più perfette istituzioni, essi
scendevano ad arrestare la gente sospetta di italianità. Portarono
via così anche una signorina, colpevole di aver stretto la mano a un
caporale nostro. Alla fine ordinarono lo sgombro definitivo della
città, e la poca gente che era rimasta partì. Ma partì dalla parte
nostra, protetta da uno squadrone di cavalleria.

Ora, da due giorni, gli austriaci tirano cannonate sulle case, ma
senza continuità e senza convinzione. Credono di impedire forse qualche
concentramento di truppe a Borgo. Sparano da lontano e da vicino; sono
piccole granate di cannoni da montagna, che arrivano chi sa da dove,
o sono le grosse artiglierie del monte Panarotta che intervengono,
specialmente nelle ore pomeridiane, quando il Panarotta è in ombra e
vede la valle in luce.

Il Panarotta costituisce adesso la barriera austriaca nella Valsugana,
come il Biaeno è la barriera che fronteggiamo nella valle dell'Adige.
Si sporge ad una svolta della vallata, dietro a Roncegno, e pare la
blocchi con la sua mole superba, azzurrastra nella luce del mattino. La
conca di Borgo ha il Panarotta come ultimo scenario di fondo.

Sulla vetta la montagna ostile ha dei forti corazzati muniti di cupole
d'acciaio. Pare che all'inizio della guerra questi forti non fossero
ancora armati. In ogni caso si armarono presto, e alla metà di giugno
cominciarono a far sentire la loro voce. Più in giù, lungo gli oscuri
declivi boscosi, batterie mobili si appostano sui pianori, e trincee,
e reticolati che si stendono a fasce, segnalati come da un affollamento
nebbioso e minuscolo di miriadi di pali.

La difesa austriaca sembra si vada concentrando in quell'immane
fortilizio. La nostra avanzata sul Salubio e sull'Armentera ha
provocato un balzo indietro del nemico. Sopra Roncegno c'è una piccola
chiesa, antica e solitaria, sul cui campanile ha sventolato fino a
due giorni fa una grande bandiera austriaca. La bandiera è scomparsa.
Nessun essere vivente si muove intorno alla chiesuola lontana. Per
tutto è quiete, silenzio, immobilità. Non uno spolverìo di marcia o di
convogli in movimento sulle strade più remote. Gli austriaci si sono
ritirati dopo l'ultimo combattimento, lasciando qualche piccolo reparto
sulle colline, a ponente di Borgo, da dove cannoneggia. E ritirandosi
hanno fatto saltare altri ponti. Fino a Roncegno si sono viste brillare
le mine. Questa fretta d'interrompere la viabilità denota uno stato
singolare di allarme.

Dalla Valsugana, nelle vicinanze di Borgo, si diparte a Strigno una
strada nuova, arditissima, che valica passi difficili, s'inerpica
con mille giravolte sulle falde di montagne dirupate, e va da valle
a valle, parallelamente alla frontiera, fino a Fiera di Primiero
a congiungersi con la grande strada della valle di Cismon. È una
strada militare magnifica che l'Austria ha costruito con uno sforzo
gigantesco, quale soltanto una volontà definitiva poteva determinare,
e il cui valore spaventa. Percorrendola noi abbiamo la misura del
pericolo immenso che ci minacciava.

Questa grande e comoda via, che rendeva praticabile ai movimenti
delle forze austriache la parte più aspra, impervia e selvaggia di
quella zona di frontiera, ha ramificazioni verso la parte nostra, ha
derivazioni che salgono a delle vette. Salgono tortuosamente a vette
dalle quali i nostri forti si dominano, e su molte di quelle posizioni
le piazzole per le grosse artiglierie erano già pronte.


Non tutte quelle strade sono finite; alcune erano ancora in
lavorazione, altre erano appena tracciate, quando la guerra è
scoppiata. Nessuna carta le segnala. Esse compongono tutto un sistema
che rivela il piano austriaco di aprirsi il passo su Feltre sfondando
le nostre barriere della Valsugana.

E mentre si apprestavano le strade per le grosse batterie da assedio,
piccoli paesi della montagna, di quattro o cinquecento abitanti,
vedevano fra le loro mura sorgere enormi panifici elettrici, d'una
modernità insuperabile, capaci di fornire da dieci a ventimila razioni
di pane ognuno. Ve n'è a Pieve di Tesino, ve n'è a Canal San Bovo, ve
n'è a Fiera di Primiero, cioè ad ogni nodo di strade, ad ogni sbocco
di valle. Quali masse erano destinati a nutrire? Ora essi fanno il pane
per le nostre truppe.

L'Austria preparava l'invasione meticolosamente, metodicamente,
con quella cura del dettaglio di chi può prendersi tutto il tempo
necessario per studiare e per operare, eliminando ogni rischio,
organizzando il colpo sicuro, contando di poter scegliere il suo
momento. Fortunatamente non lo ha scelto lei.

La grande strada militare porta attraverso paesaggi melanconici e
grandiosi dell'alta montagna, fin dove l'abete intristisce nei crepacci
e fra minuscoli cespugli cinerei fiorisce l'edelweiss, il fiore
del freddo, il fiore in pelliccia bianca. I nostri soldati ne fanno
raccolta, e la posta porta innumerevoli fiori delle Alpi alle case
italiane. Nella foschia, nella penombra nebbiosa delle vette, quasi
sempre sfiorate dalle nubi, s'intravvedono baraccamenti che sorgono, e
il martellare lieto del lavoro, accompagnato da canti d'ogni regione,
echeggia nell'aria fredda.

Si ridiscende al tepore della ridente valle di Cismon, dove tutto è
quieto. Guerriglia di pattuglie sulle montagne, al nord, ai piedi delle
prodigiose muraglie dolomitiche della Pala di San Martino, immani,
grige, inverosimili. I nostri soldati si spingono in esplorazione fino
ai passi che il nemico guarda. È la lotta di agguati e di sorprese che
abbiamo conosciuto sulla Valfurva e nella valle Daona.

Il combattimento più importante avvenne al ritorno di una esplorazione.
Trenta alpini erano aspettati da cinquanta nemici appiattati nel
folto di un bosco di abeti. Era la sera. I nostri, vicini ormai
all'accampamento, marciavano incolonnati in un sentiero. Il nemico fece
fuoco a cinquanta metri. La prima scarica fu micidiale. Gli ufficiali
nostri caddero. Ma i soldati non si persero d'animo: manovrarono, si
distesero in ordine di combattimento, e, appostati dietro gli alberi
e tra i macigni d'un torrente, per tutta la notte sostennero il fuoco
dell'avversario superiore, mirando alle vampe dei colpi.

All'alba, udendo arrivare dei rinforzi italiani, i nemici fuggirono
lasciando vari morti e alcuni prigionieri. Quando si potè osservare la
loro uniforme, si vide che non erano austriaci.



FRA I TORRIONI DELLE DOLOMITI.

                                              _Belluno, 2 settembre._


Una pioggia torrenziale, uno di quei brevi e violenti temporali di
montagna che pare nascondano il mondo in un velo crepuscolare di acque
scroscianti, aveva la sera prima vuotato sulle montagne Cadorine tutte
le nubi, e quando ci inerpicavamo verso la vetta maestosa dell'Averau,
al nord di Selva di Cadore, l'immenso panorama delle Alpi Dolomitiche
levava la moltitudine fantastica delle sue punte nella gloria di una
serenità magica.

Non un pennacchio di nebbia, non un batuffolo di vapore, non un
cirro, e nell'azzurro profondo del cielo i profili dello sconfinato
e meraviglioso orizzonte si disegnavano con una precisione tagliente.
La terra e l'aria avevano un non so quale colore di lavato, di fresco,
come se la creazione fosse stata ridipinta a nuovo, e le più lontane
balze soleggiate, che rivelavano i loro infimi rilievi nella purità
luminosa della divina mattinata, apparivano stranamente vicine, quasi a
portata di voce.

La vetta dell'Averau è una torre immane, prodigiosa, di una nudità
striata di rosa, e vista dal basso, dal piede delle sue pareti a
picco, ha qualche cosa di soprannaturale e di pauroso. Lo sguardo sale
al cielo lungo la roccia tormentata che strapiomba, e quella mole
vertiginosa che esce dalla logica delle nostre concezioni incute un
vago senso di sgomento. Sui suoi fianchi corrono crepacci profondi,
strane feritoie nelle quali un buio ostile si agguata. Da un lato la
portentosa muraglia si sfalda, e forma delle guglie aguzze, fra le
quali s'insinua nell'ombra la precipitosa e cinerea fiumana di detriti
dei canaloni.


A oriente, il massiccio roccioso, biancastro, tutto a stratificazioni,
sul quale la torre si fonda, risale a piatto inclinato, va su
dolcemente come un bastione, come il muro di cinta di una favolosa
fortezza di cui l'Averau sia il mastio, e forma la vetta del Nuvolau.
Nella sella fra le due vette, un rifugio, una casetta di pietra,
il «Nuvolau Pass Hütte». Sulla cima del Nuvolau, un altro rifugio,
un puntino bianco, il «Saxendankehütte». In realtà sono due caserme
austriache che dovevano permettere la difesa del passo. Ma la montagna
fu presa quasi senza lotta nella rapida avanzata iniziale, dopo
l'occupazione del Porè, le cui falde verdi abbiamo contornato salendo.
Ed ora il gruppo del Nuvolau si erge dominatore sulla lotta che si
svolge intorno, a semicerchio, da levante a ponente.

Dietro a noi, scalando l'ultimo ciglio, vedevamo inabissarsi la
valle del Fiorentina, cupa, selvosa, colma di un'ombra perenne. Tra
la ridente valle del Cismone, nella quale si adagia la pittoresca
cittadina di Fiera di Primiero, che visitammo nella ultima escursione,
e la valle del Boite, che da Pieve di Cadore e per Cortina d'Ampezzo
incanala la strada che scende sulla Drava a Toblach, fra questi due
passaggi principali, come abbiamo già visto fra la Val d'Adige e la
Valsugana, si dirama tutto un labirinto di vallette e di gole che
immettono a valichi e a passi, lungo le quali strade mulattiere od erti
sentieri da alpigiani salgono a cercare un varco nelle selle dell'alta
montagna, talvolta fino ai ghiacciai. La valle del Fiorentina è uno di
questi solchi, nei quali il sole estivo non scende che per qualche ora
al giorno. L'inverno non finisce mai completamente nel profondo, dove
la boscaglia rigida dei pini accumula ombra su ombra, e le rare case
di legno, basse, ricordano le isbe siberiane. Le pietre si coprono di
muschi nell'oscurità verdastra della selva, come per difendersi dal
freddo, e sui praticelli scoscesi un effimero alito di primavera fa
schiudere una delicata flora nordica.

Anche qui la guerra si sparpaglia nei passi, si spezza, si trita,
si fa guerriglia, mentre sulle grandi strade l'azione s'innerva. Da
valico a valico vi è una lotta di appoggio, di fiancheggiamento. Alle
volte, su testate di valloni secondarî il combattimento si accanisce e
si allarga non per il valore del passaggio ma per secondare l'azione
che si svolge altrove, per arrivare a posizioni che dominano. Ogni
episodio è l'anello di una catena. La sicurezza di un'ampia conca o di
una rilevante vallata, per un allacciamento di occupazioni minuscole
che sembrano isolate, può dipendere dall'esistenza di una pattuglia
lontana, quasi sperduta, aggrampata ad una vetta precipitosa, una vetta
che dalla conca o dalla vallata non si vede nemmeno.


Percorrendo il fronte come noi facciamo, da occidente ad oriente, si
sente che l'azione va pulsando più intensa. La frontiera austriaca,
dopo essere discesa a inglobare nell'impero le terre più santamente
nostre, fino al Garda, risale nel Cadore ad avvicinarsi alla frontiera
geografica, pur così lontana. Qui la nostra offensiva si è trovata
relativamente più prossima alla vera terra austriaca e punta verso il
fianco di grandi comunicazioni interne dell'impero. Perciò le difese si
accumulano contro questi sbocchi e la guerra vi si fa più attiva e più
aspra.

Al di là della tenebrosa vallata del Fiorentina, alto in una profondità
azzurra si apriva al nostro sguardo stupito tutto un oceano di
montagne, una fantastica distesa di immense onde di pietra dalle creste
frastagliate e in ombra, lambite appena sul fianco dal sole, diafane
e di un colore glauco di acque, con sollevamenti fluidi di costoni
cilestrini, una sterminata evanescenza di forme gigantesche nelle quali
non si riconosceva più l'eterna immobilità poderosa della roccia.
Sulle onde, dei marosi più alti, un irrompere di masse sublimi: il
Pelmo dominatore e nobile, un signore dei monti, il Civetta seghettato
e strano, le Pale di San Martino più lontane, una furia di guglie
turchine, e ad occidente il Marmolada solenne, sul quale i ghiacciai
accumulano nevicate di millenni nel loro spessore ovattato. Ghiacciai e
nevai chiazzano di candore l'azzurro delle vette ed hanno una mollezza
di nubi rapprese fra le cime, di nubi adagiate e immobili.

A mano a mano che, isolatamente per non essere scorti dalle vedette
nemiche, salivamo le ultime rampe del passo dell'Averau, scoprivamo
alla nostra sinistra l'angusta e vicina valle d'Andraz, al di là della
quale il famoso Col di Lana pareva salire con noi, oltre un costone
dell'Averau, mostrandoci prima la sua cima nuda, poi le sue falde
boscose, poi i suoi declivî più bassi immersi nell'ombra. Sul Col di
Lana il combattimento è continuo. Anzi, è il solo punto di questa
zona nel quale la battaglia abbia assunto un carattere regolare,
sistematico, continuativo.

Un'occhiata ad una carta ne rivela subito la ragione. Risalite con
lo sguardo la strada che da Feltre per Agordo arriva, correndo da
sud a nord, alla frontiera lungo la valle del Cordevole. Il Col di
Lana fronteggia la valle e la domina. Appena il viaggiatore arriva a
quel delizioso laghetto che il Cordevole forma vicino al villaggio di
Alleghe, nello sfondo, simmetricamente fra le due verdi pareti laterali
della valle, si vede profilarsi il cono quasi regolare di un monte
che ha l'aria di chiudere il passo. È il Col di Lana, che sorge alla
confluenza del Cordevole e dell'Andraz, come una di quelle case erette
ad un bivio, che si vedono da lontano e che sbarrano la prospettiva.


Ma la strada non continua lungo la valle oltre la frontiera, il
Cordevole non costituisce un passo primario; e la lotta non si
sarebbe fatta forse così intensa sul Col di Lana, se ai piedi della
montagna, quasi rasentando la frontiera, non passasse la famosa strada
delle Dolomiti, un'opera gigantesca, costata all'Austria delle somme
colossali, la quale, correndo parallelamente al confine, costituiva una
preziosa via di arrocco fra valle e valle. Essa era intesa a facilitare
gli spostamenti delle forze destinate ad invaderci. Il possesso
incontrastato di questa strada è di una utilità indiscutibile. Il Col
di Lana la difende, e dominando tutta la valle superiore del Cordevole
esso è anche un posto di osservazione eccellente, che piomba il suo
sguardo nelle nostre retrovie.

La nostra azione ha tessuto una rete di operazioni offensive intorno al
Col di Lana, prima di attaccarlo. Ci spingemmo subito a prendere cime
e passi, affacciandoci da ogni parte, comparendo sui fianchi dei colli,
conquistando vette, aprendo strade, permettendo alle nostre artiglierie
pesanti di arrivare su posizioni inaudite, dalle quali hanno aperto il
fuoco contro i forti austriaci eretti sulla zona del Cordevole. Avemmo
notizia il sei luglio del primo bombardamento sistematico delle opere
di Corte e della Tagliata Tre. Altri forti erano bombardati presso
Falzarego.

Gli austriaci tentarono replicatamente di scacciarci dalle nostre
posizioni avanzate, di spezzare la catena delle nostre operazioni, ma
non riuscirono mai. Attaccarono il 9 luglio, per due volte, durante
la notte, le nostre forze alla testata al vallone Franze, cioè delle
forze che si avvicinavano da nord-ovest al Col di Lana. Attaccarono
sull'aspro vallone di Travenanzes, fra le Tofane, il 23 e il 27
luglio. Il 29 attaccavano di notte, di sorpresa, le cime di Pescoi e
il Sasso di Mezzodì, a ponente del Col di Lana, del quale eravamo già
parzialmente in possesso.

Fu il 16 luglio che la nostra fanteria conquistava alla baionetta le
prime pendici del monte. Visto dall'immenso gradino, tutto chiaro di
rocce sgretolate, che sale al passo dell'Averau, avevamo l'illusione di
vedere il Col di Lana vicinissimo, sotto a noi, illuminato in pieno dal
sole mattutino. Vedevamo distintamente le trincee, i passaggi coperti,
le blindature. Le posizioni nostre e quelle del nemico sono ad una
ottantina di metri.

Non si ha idea di queste trincee che rampano sul declivio scosceso, di
questo attacco millimetrico che si attacca con gli artigli alle falde
della montagna che scava. Non si spara più, non si può più sparare
il fucile. Il dislivello precipitoso copre gli uni e gli altri. Si
combatte a furia di granate a mano.


Il monte non è roccioso, ma ha la linea ardita di un cono, e sulla
sua sommità un'erba povera e grama verdeggia. Non è sulla estrema
aguzza vetta che si combatte. Dalla vetta scendono due costoni, che,
poco sotto alla cima, avanzano ognuno una specie di gobba, ad altezze
diverse. Su queste due gobbe gli austriaci hanno scavato due ridotte,
munite di blindature a terrapieno, con delle trincee così profonde che
sembrano spaccature. Nell'ombra di questi solchi nulla si muove. Gli
uomini sono affossati nel buio. Noi vedevamo dall'alto e di scorcio
queste posizioni, e avevamo l'impressione di un allineamento di fosse
regolari colme d'oscurità.

Intorno l'erba è scomparsa. Il suolo rossiccio ha l'aspetto della terra
lavorata di fresco. Tutta la parte superiore del monte è come vangata
dalle esplosioni delle granate. Sembra scorticata. Anche la vita
vegetale è fuggita. Le due ridotte, sporgendo sui costoni, dominano. Un
poco al disotto, altri solchi, più sottili, si direbbe più svelti: le
trincee che assaltano. Si vedono venir su come delle serpi, tracciando
una linea piena di violenza, a zig-zag. La testa avanza, si tende, e la
coda si perde in basso fra le prime boscaglie, fra gli abeti più snelli
e più arditi, avanguardie della selva che sembra montare all'assalto
anche lei, tutta irta di punte verdi.

In mezzo agli alberi, del legname biancheggia in un disordine da
cantiere. Si combatte il nemico e il freddo, si scavano trincee e si
fanno rifugi, si lotta e si lavora, bisogna vincere l'austriaco e la
montagna. Ma tutto questo s'indovina senza vederlo. Le nostre posizioni
sembrano deserte come quelle avversarie.

Per riconoscere quei due cucuzzoletti fortificati i soldati hanno
dato loro un nome. Uno a destra, più alto, lo chiamano il Cappello di
Napoleone; l'altro il Panettone. Ci vuole una straordinaria fantasia
per riconoscere la più vaga somiglianza fra quelle due fosche ridotte
e le cose indicate dai loro nomi, ma su tutto il fronte sorge la
necessità di creare una nomenclatura per località anonime, che
prendono inaspettatamente un interesse enorme nella storia degli uomini
compensandosi così della oscurità profonda del loro passato, e nulla
di più bizzarro di questi nuovi nomi che entrano gravemente nelle carte
dello Stato Maggiore e nell'uso della guerra.

Sotto al sinistro sconvolgimento di solchi e di scavi, pieno
di una truce immobilità, più in basso del bosco, dove i declivî
si addolciscono nella valle d'Andraz e si chiariscono di prati,
biancheggiano villaggi abbandonati. Alcuni sono in rovina, altri,
distrutti dal fuoco, non mostrano più che i basamenti di pietra
sui quali le casette di legno s'innalzavano con i loro tetti neri e
scoscesi. Gli austriaci quando non possono più difendere distruggono.
Cercano di privarci di ricoveri e mettere il gelo dalla loro parte.

Erano minuscoli aggruppamenti di quelle pittoresche casette da paese
nordico che nelle vallate cadorine chiamano _tabià_. Salesei, Pieve
di Livinallongo, Agai, Franza, formano nel verde un disseminamento
di piccoli edifici e di macerie. Agai fu bombardato con proiettili
incendiarî sparati da Corte il 9 luglio. Divampò ai primi colpi. Il
nemico tentava di ostacolare la nostra occupazione di Pieve, cioè di
paralizzare il nostro movimento ai piedi del Col di Lana sul quale ci
preparavamo a salire.


Nella notte del 14 luglio le truppe destinate al primo attacco
marciarono lungamente per i sentieri della foresta, risalendo nel
fondo della valle d'Andraz, contornando le falde del monte. La notte
era oscurissima, ma di tanto in tanto di fra i rami degli abeti
scendeva improvviso e vivido un raggio bianco, che illuminava i
tronchi e le pietre; i soldati si fermavano un istante nelle ombre.
Erano i proiettori austriaci che frugavano gli approcci. Investiti
dal chiarore subitaneo, i nostri avevano sempre, per un istante,
l'impressione di essere stati visti, come se quel raggio fosse stato
uno sguardo soprannaturale e fosforescente, e impugnavano il fucile in
atteggiamento guardingo. Poi le tenebre si richiudevano più profonde;
il lieve rumore eguale dei passi era coperto dallo scrosciare del
torrente.

L'assalto dato il 16 luglio conquistò i primi trinceramenti, sui
contrafforti che scendono verso Agai e verso Pieve. Fu preparato da un
intenso fuoco di artiglieria. I cannoni tiravano alternativamente prima
a granata, per demolire le difese e forzare il nemico ad abbandonarle,
e poi a _shrapnell_ per colpirlo nella fuga. L'assalto fu magnifico.
Si videro le nostre file uscire dal folto del bosco nelle prime radure
e salire con un impeto irresistibile, formando un formicolìo grigio
e veloce e ululante su tutto il costone. Delle mine scoppiavano; il
fumo e il polverone delle esplosioni avvolgevano a tratti l'assalto
in un nembo rossastro; poi al dissiparsi della nube si scorgevano i
nostri che proseguivano, colmando i vuoti, finchè sparirono tutti nella
trincea nemica. I lavori di rafforzamento furono rapidi. Qualche giorno
dopo, un altro passo avanti.

All'imbrunire furono portati due pezzi lassù. Venivano issati adagio
adagio, nel buio. Lunghe file d'uomini silenziosi tiravano le corde,
puntando i calcagni ai tronchi degli alberi, e non si udiva che il loro
ansimare. A mezzanotte i due pezzi erano fuori delle posizioni, pronti.
Erano a sessanta metri dalle trincee austriache. Ai primi colpi, così
vicini che le spolette erano graduate a zero, gli austriaci sorpresi
abbandonarono le trincee e fuggirono attraverso le ultime propaggini
del bosco, poi sui prati macilenti dell'erta vetta.

Il 28 luglio l'attacco progrediva sul costone sud che scende verso
Pieve. Il 4 agosto, un altro assalto, e si prendeva l'ultima linea di
trincee austriache, oltre le quali non ci sono più che le ridotte: il
Panettone e il Cappello di Napoleone. Ma appaiono formidabili.

La nostra artiglieria le batte con una precisione stupefacente, ma la
loro posizione elevata le protegge in parte dal fuoco. E l'artiglieria
austriaca, ben nascosta dietro qualche spalla del monte Sief, che è
quasi una seconda vetta, più lontana, del Col di Lana, può concentrare
efficacemente i suoi tiri sulle due ridotte al momento in cui fossero
prese. La preparazione di ogni movimento deve essere accurata, lunga.
Ad essa si dedica, con una volontà ferrea e una ingegnosità fertile
di risorse, un ufficiale superiore che porta uno dei più gloriosi nomi
guerrieri del mondo. La fiducia delle truppe è immensa.

E il loro buon umore anche. Se fossimo nelle loro trincee sentiremmo
chiacchierare e ridere. Soltanto le vedette, rigide nell'attenzione,
tacciono guardando per le feritoie. Di tanto in tanto dei dialoghi
singolari s'intrecciano fra trincee italiane e austriache, alla notte,
quando il silenzio porta lontano le voci sommesse.

Una notte una squadra nostra avanzava fuori della trincea, strisciando
dietro ai sacchi di terra sospinti e rotolati. Le vedette nemiche se ne
accorsero e uscirono pure dalle posizioni per poter sparare. Dei colpi
di fucile risuonarono. Le due squadre rimasero in silenzio a scrutarsi
nel buio. Allora un soldato torinese che parla tedesco bisbigliò da
dietro il suo sacco: «Venite giù, vi trattiamo bene!» — Dopo un breve
silenzio una voce dall'alto rispose, nello stesso tono: «Non possiamo,
c'è l'ufficiale, dietro a noi, che ci sparerebbe addosso!»

Qualche volta i tedeschi attaccano la testata delle trincee
d'approccio, per interrompere i lavori di zappa. Gettano allora
centinaia di granate a mano; anzi, spesso non le lanciano nemmeno, le
lasciano rotolare giù con la loro miccia accesa che fa un frullìo da
trottola; si direbbe che ne rovescino dei cesti. Anche le mine aeree
sono entrate in azione. I nostri, con un colpo di mano, sono riusciti
una volta a portar via un lanciamine e a fare dei prigionieri.

La situazione su quella vetta, a 2400 metri, è così bizzarra che un
giorno un colpo di cannone ci ha portato un prigioniero. Una granata
nostra ha demolito un angolo di una trincea austriaca, e l'angolo è
franato giù fino alla trincea italiana trascinando nel terriccio e fra
i sassi del parapetto crollato un soldato tedesco, tutto stordito e
impolverato.


Mentre contemplavamo questo straordinario campo d'azione, il vallone
di Andraz risuonava lungamente di cannonate, che acquistavano fra le
falde dei monti e per le gole una sonorità fantastica. Ad ogni colpo
la montagna faceva un commento senza fine. Lo ripeteva, e lo ripeteva,
lo lanciava e lo riprendeva, dandogli la continuità di uno scroscio
immane.

Poi una batteria non lontana da noi ha aperto il fuoco, e la
torre titanica dell'Averau ha urlato. Era un effetto d'echi di una
grandiosità paurosa. Dopo l'esplosione, metallica e violenta, passava
qualche istante di silenzio, e improvvisamente la roccia, dall'altra
parte, tuonava. Pareva qualche cosa di vivo quel ruggito, pareva la
vera voce di quegli smisurati giganti di pietra, che hanno forme così
personali e violente, una voce apocalittica. Dopo l'Averau, le alti
pareti del Nuvolau rombavano, con oscillazioni fuggenti nel suono
profondo. Quando si acquietavano le vette vicine, si udivano lontano
brontolare ancora le balze del Busella.

Per qualche tempo l'ascensione dell'ultimo tratto ci ha chiuso ogni
vista con un paesaggio di macigni. Pareva di salire il gradino di
un girone dantesco. Arrivati al rifugio ci siamo affacciati sopra
un panorama di orrore, sopra un mondo inverosimile, tutto muraglie
titaniche, tutto picchi, tutto cuspidi, affascinante, spaventoso,
sublime, solcato da abissi, tagliato da canaloni angusti come
corridoi, chiusi fra pareti immense, un mondo privo di terra,
privo di vita, fatto di pietra nuda, foggiata in una convulsione
di forme soprannaturali, senza declivî, senza una curva, angolose,
strapiombanti, vertiginose: il paesaggio delle Tofane.

Quale terribile terreno di guerra questo incubo di rocce! La torre
dell'Averau non era che un'avanguardia. Tutte le montagne qui sono
torri, sfaldatesi lentamente in miriadi di secoli, torri che accendono
le loro guglie oltre i tremila metri nello splendore luminoso delle
terse altitudini gelate del mondo, e che precipitano i loro speroni a
picco in voragini che il sole non tocca mai fino al fondo.

Sono moli prodigiose, striate di rosa e di grigio, alle quali la
regolarità delle stratificazioni geologiche dà un'apparenza di
costruzione favolosa, di cose volute, di edifici incomprensibili e
immani eretti per sovrapposizione di pietre a ranghi, come l'uomo erige
le sue mura minuscole e presuntuose.

Canaloni creati dall'allargarsi di spaccature profonde chilometri,
offrono i rari e difficili accessi alle altezze; le frane dei detriti
vi hanno formato come delle sterminate cateratte cineree e immobili.
Su quelle cateratte la nostra fanteria s'inerpica, e a poco a poco si
scorgono i sentieri che essa vi traccia, sottili, tortuosi e scoscesi.

È impossibile descrivere, ed è difficile capire la nostra azione in
quel labirinto infernale, in quel paesaggio da tregenda. Fra il gruppo
delle Tofane e l'Averau passa la continuazione della strada delle
Dolomiti che va a Cortina. Verso l'oriente, in fondo ad un allargamento
lontano e luminoso di vallate, vedevamo un po' di verde, un po' del
mondo nostro, e nel verde una deliziosa cittadina che pare fatta di
ville: Cortina. Dalla parte opposta, una barriera maestosa e orrenda
di vette, sorelle delle Tofane, un caos di punte aguzze che la strada
valica ad una depressione, detta il passo di Falzarego. Il gruppo delle
Tofane è traversato da nord a sud dalla gola di Travenanzes, nella
quale abbiamo fatto numerosi prigionieri. Quasi tutte le strade sono in
mani nostre.

Ma le occupazioni delle vette s'intrecciano. Le linee dei fronti
s'infrangono, per così dire, sull'inaccessibile, e i frammenti,
composti di piccole pattuglie, vagano, ascendono, scalano, si
sorprendono. È la caccia. Caccia meravigliosa e appassionante da
cercatori di nidi d'aquila.

L'Austria ha l'ausilio dei contrabbandieri e dei cacciatori tirolesi
di camosci. Bisogna riconoscere che la guerra amareggia profondamente
i contrabbandieri, e con ragione: spostando le frontiere la loro
industria finisce. La simpatia dei frodatori di dogane è andata tutta
alla nostra nemica. Vi è stata una leva in massa di tali gentiluomini,
che costituiscono su questa zona una piccola milizia indipendente di
franchi tiratori.

Sono loro, conoscitori profondi della montagna, che presidiano le vette
più alte. Stanno alla posta; sanno da dove potrà spuntare un soldato e
aspettano, dietro ad un fucile di precisione, che tira spesso a palla
esplosiva, munito di alzo a cannocchiale, montato su cavalletto.


Le esplorazioni sono come un duello all'americana. Nell'immenso caos
di pietra, la lotta è fra pochi uomini. Si fanno giorni e giorni
di marcia su incredibili sentieri da capra, per arrivare addosso ad
una pattuglia da una parte non vigilata. Si sta per lunghe giornate
immobili, attaccati ad una roccia, sopra due palmi di cornice al bordo
di un abisso, per sorprendere il movimento imprudente di un uomo, che è
attaccato ad un'altra roccia, sopra un altro abisso.

Vicino al passo di Falzarego, ai piedi della Prima Tofana, la più
prossima al vallone, vi è una vetta più bassa che i nostri chiamano il
Castello. Tutti i nomi, anche gli antichi, ricordano castelli e torri,
tanto l'idea di costruzioni sovrumane sorge spontanea. Nel fondo del
vallone, proprio sotto all'Averau, sono le Cinque Torri, delle masse
rossastre, isolate, che sembrano i resti di qualche fortezza favolosa.
Dunque sul Castello c'era un posto austriaco. Una notte, una audace
pattuglia nostra è andata a sorprenderlo.

La scalata era impossibile. Non potendo arrivare dal basso bisognava
arrivare dall'alto. Dopo un lungo cammino sulle cornici della Tofana, i
nostri poterono calarsi con una lunga corda sopra una specie di angusto
pianerottolo che sovrastava il posto nemico. Udivano, mentre scendevano
lungo la fune, gli austriaci discorrere sotto a loro, nel buio. La
conversazione si cambiò in un gridìo di spavento e di dolore, quando
una grandine di granate a mano scoppiò fragorosamente sul Castello,
illuminandolo di baleni azzurrastri. Poi silenzio profondo.

Qualche minuto dopo i nostri si aggrampavano l'uno all'altro sorpresi,
e si stringevano contro la parete di pietra, immobili. Delle altre
granate scoppiavano ora in alto, su delle sporgenze della roccia,
sopra a loro. Un posto austriaco annidato sulla vetta della Prima
Tofana li cercava a colpi di esplosivo. I tre aggruppamenti nemici si
sovrastavano a trecento metri l'uno dall'altro.

Qualche volta di notte, da punte altissime scende la luce viva di
un razzo illuminante, la cui fiamma bianca rimane sospesa come una
meteora. Dei proiettori si accendono e rischiarano a una a una le
asperità delle rocce. Anche sul Col di Lana improvvisamente si vedono
spesso apparire nel colmo della notte vividi chiarori, come sulla vetta
d'un vulcano.

La vita sulle Tofane, faticosa, terribile, ha però dei lati che
seducono lo spirito avventuroso dei nostri soldati. È una guerra
selvaggia nella quale si esaltano le virtù individuali. Ognuno può
avere il suo metodo, la sua tattica, il suo piano. Si vive entro
spaccature delle rocce, senza ricoveri, senza tende. Delle pattuglie si
sperdono, talvolta in quel labirinto di orrori e tornano sfinite dopo
due o tre giorni di ascensioni e di discese nella immensità misteriosa
di dirupi irriconoscibili.

Fu in questa guerriglia delle Tofane che rimase ucciso il generale
Cantore, mentre si sporgeva a guardare un appostamento nemico.

Un silenzio assoluto stagnava nella gola di Falzarego. Ci pareva di
dominare il paesaggio grandioso e strano di un pianeta morto. Ma di
tanto in tanto si udiva un lontano colpo di fucile, che rimbombava
sordamente, cupo e velato.

Quando ridiscendevamo, qualche _shrapnell_ di grosso calibro cadeva
verso la strada, sporcando il sereno col suo fumo giallo che la brezza
fredda incanalava e disperdeva giù nella valle.

L'eco dell'Averau protestava.



SULLE VETTE DELL'ALTO AGORDINO.

                                                       _5 settembre._


Il sentiero ascende così ripido, che i muli scivolano ad ogni passo e
si portano avanti con un'andatura riflessiva, a gran colpi irregolari
di groppa, puntando le zampe posteriori sulle grosse pietre. E pure su
questi sentieri è salita l'artiglieria.

Ma dove mai non è salita la nostra artiglieria? Ci inerpichiamo
talvolta fino ad alti passi, sulle corone dei monti, e quando siamo lì
ci accorgiamo che il cannone è andato più in su, ad accovacciarsi in
qualche spaccatura, o in una cavità della roccia, o sopra a sporgenze
che lo contengono appena, ad occupare il nido di un'aquila.

Il sentiero ascende ripido lungo l'oscura valle che il nome descrive:
Valfredda. I villaggi, tutti di legno, che portano incise sulle porte
date secolari, sono rimasti indietro, giù agli sbocchi più tiepidi.
Ogni casa ha sulla vecchia facciata qualche immagine sacra in un
tabernacolo, ogni crocicchio ha la sua croce, antiche e rozze figure
del Redentore aprono le braccia avanti al viandante nelle solitudini
della montagna. Si sente negli abitanti taciturni una fede triste e
rassegnata, quell'istinto della preghiera di chi vive nel pericolo.
Il monte è un eterno nemico, che lancia valanghe e frane, che scatena
bufere e tormente, nelle quali l'uomo si sperde e rimane preso per
sempre. La montagna, come il mare, rende gravi e devoti.

Oggi essa è sinistra sotto al cielo coperto. Le vette rocciose non sono
che masse immani di tenebrore, volumi informi d'ombra violastra sui
quali corre il velo delle nebbie, sfondi oscuri e indefiniti che si
perdono nelle nubi. Di tanto in tanto, una macchia di sole accende un
prato alto, dà vita ad un bosco, passa, scivola, si estingue in frange
di vapori cinerei. Il cannone tuona lontano.


Andiamo verso delle posizioni gremite di soldati, ma si direbbe di
salire in regioni deserte. Non si vede nessuno. Le carovane e le
salmerie salgono ad ore fissate. Il movimento delle retrovie non si
sgrana in una continuità di animazione. Qualche piccolo posto, di tanto
in tanto, qualche guardia ai ponti rustici che scavalcano il torrente,
il fumo di un rancio che cuoce fra due pietre alla fiamma di legni
resinosi, un battere di scure vicino ad una _tabià_ abbandonata, il
biancheggiare di una tenda fra gli abeti; poi, per ore, più niente.

Abbiamo lasciato molto lontano, laggiù nelle grandi vallate percorse
dalle arterie migliori della viabilità, la interessante e fervente
operosità che segue e serve la guerra. Carri di tutte le forme, di
tutte le regioni, in lunghe file lente, scroscianti sulla ghiaia delle
strade maestre con un fragore che ricorda la fucileria lontana; mandrie
di buoi, docili e tardi, che bloccano il traffico impaziente delle
automobili, e che si fermano placidi a guardare, con una curiosità
umana nei grandi occhi umidi, la macchina palpitante che vuol passare,
verso la quale allungano il largo muso annusando perplessi; squadre
di grigi carri a motore che oscillano e rombano fuggendo fra nubi
di polvere; reparti di cavalleria in servizio di perlustrazione,
che rallegrano come l'evocazione più pittoresca delle vecchie guerre
nelle quali una valanga di cavalli e di uomini, luccicante di sciabole
roteate, decideva le sorti della battaglia; convogli di furgoni e di
cassoni, attaccati alla postigliona, che spandono un fragore metallico
e profondo, carichi di cartucce e di granate....

Tutto questo movimento, che incipria di polvere le siepi, sosta, si
addensa e dilaga rumorosamente in strane città di baraccamenti, di
tettoie, di _hangars_, sorte come per incantesimo, città di tappa e di
deposito biancheggianti di legname nuovo, punteggiate da uno sfarfallìo
di bandiere, gremite di soldati, piene di attività disciplinata.
Parchi di automobili, parchi di cavalli, parchi di muli, formano
da lontano delle grandi striscie grige o nere che si prenderebbero
per ammassamenti regolari di truppe in rango. I rifornimenti si
accumulano a montagne in magazzini che sembrano quelli di un porto. I
vecchi paeselli vicini, i veri, non sembrano più che dei sobborghi in
muratura delle città di legno, sobborghi pieni anche loro di un grigio
affollamento di soldati e trasformati in sedi di uffici, di comandi, di
ospedaletti.


Queste zone sono il dominio della Territoriale. La milizia territoriale
è per tutto, fa di tutto, s'incontra nelle retrovie e qualche volta
anche sulle posizioni, ed ha preso alla guerra un'aria marziale di
Vecchia Guardia, rigida alla consegna. Ai ponti, a certi passi, c'è
sempre una fiera sentinella dai grandi baffi, con qualche capello
grigio sulle tempie, vestita spesso di quell'uniforme pelosa color
tabacco che la guerra ha fatto scaturire non si sa da dove, armata
di un fucilone che aumentato da una baionetta di quattro palmi
pare una lancia, una sentinella inappuntabile e grave, che ferma
inflessibilmente anche il generale e domanda il salvacondotto. Sono
dei territoriali che, a passo lento, muniti di pungolo, conducono le
mandrie dei buoi; e sono territoriali i carrettieri che vanno al sole
e all'acqua su tutte le strade maestre, seduti in cima ad un carico di
munizioni o di galletta, coperti talvolta del vecchio cappotto azzurro,
caro al nostro ricordo.

È forse per colpire qualche nostra stazione di rifornimento, qualche
centro di tappa, qualche grande convoglio in marcia, che gli austriaci
allungano i tiri indiretti dei loro medî calibri in cerca delle nostre
strade in fondo alle valli? Essi hanno il colpo facile. Tirano appena
vedono la più piccola cosa, e anche se non la vedono: basta che
la immaginino. Certo non mancano, all'apparenza, di munizioni. Non
proporzionano mai il costo della cannonata al valore del bersaglio.
Quando possono, tirano con l'artiglieria anche sopra un uomo solo e
sulle case abbandonate.

Dalla vetta del Col di Lana essi piombano lo sguardo nella valle
italiana del Cordevole, e ogni tanto, come anche il comunicato
ufficiale ha annunziato, vi fanno arrivare qualche grossa granata
dalle vicinanze di Cherz, cioè da una dozzina di chilometri, senza
una ragione evidente. I colpi passano su delle vette boscose, infilano
una gola, e vengono a cadere nelle vicinanze di Caprile, un paesello
sull'antica frontiera, alla confluenza del Fiorentina col Cordevole.

Vengono a cadere a piombo, con un gran frastuono di echi nella piccola
conca che si apre intorno al paese. In una balza, a mezza costa, in
alto sopra al villaggio, c'è un edificio bianco, che era un modesto
albergo «Belvedere», e che ora contiene un ospedale. Sono salito lassù
iersera per cercarvi un ufficiale amico che credevo ferito, ed ho
trovato tutto il personale medico fuori, sulla spianata, intento ad
osservare curiosamente in terra una gran buca profonda e slabbrata. Una
granata austriaca era arrivata poco prima; s'era affondata scoppiando
nel terriccio bagnato, e aveva lanciato zolle di fanghiglia a
butterare tutto il fianco destro dell'ospedale. I vetri delle finestre
erano infranti, una persiana pendeva. Due dame della Croce Rossa
tranquillamente s'affacciavano a guardare.

Il passo duro e robusto dei muli ci porta verso le pendici dell'Uomo,
sulle alture di San Pellegrino. Siamo sopra le ultime balze meridionali
del Marmolada, i cui ghiacciai vedevamo ieri dalla vetta dell'Averau
scintillare a ponente. Questa esclusione ci conduce a sudovest della
zona già vista; percorrendo il fronte facciamo un passo indietro per
vedere un altro aspetto della lotta sulla valle del San Pellegrino.


È una valle che corre da occidente ad oriente e offre un passaggio
che congiunge la valle italiana del Cordevole con la valle austriaca
di Fassa, presso a poco come il taglio di un A congiunge le due
gambe della maiuscola. Verso il vertice dell'A c'è il Marmolada, e la
frontiera scende serpeggiando dal vertice.

Si tratta di un passo secondario, di transito difficile perchè qui,
come in tante altre valli, per ragioni di difesa noi non avevamo
fatto giungere le nostre strade carrozzabili fino alla frontiera.
L'Austria ha spinto su tutti i confini ottime strade militari, e a noi,
in condizioni d'inferiorità, non conveniva allacciarle alle nostre
vie. Avremmo favorito l'invasione che vedevamo preparare. Così, su
moltissimi valichi le strade austriache e quelle italiane sono separate
da chilometri di montagna selvaggia. Ma la valle di San Pellegrino ha
qualche importanza strategica, perchè comunicando con la valle italiana
del Cordevole essa forma uno sbocco sulle nostre retrovie.

Noi la sbarriamo. Nel fondo, pieno di un'ombra verde e melanconica,
verdeggiano dei prati folti; si distendono, limitati da fossi e da
muricciuoli, piccoli campi da pascolo, disseminati di _tabià_ e di
casette, e ciuffi di alberi mettono qua e là la macchia scura delle
loro chiome. Ma poco lontano dal torrente, sui fianchi, i prati
ascendono subito, come tappeti distesi sopra una scala, e, precipitose,
le balze dei monti si levano, coperte di abeti e coronate di rocce.

Nel mezzo della valletta, sotto a noi, vediamo delle rovine calcinate.
Sono i resti del villaggio di San Pellegrino. C'era un albergo, c'era
una chiesuola, un gruppo di casupole intorno. Gli austriaci hanno
bruciato tutto ritirandosi, ed ora bombardano le macerie. Rimangono
dei muricciuoli bianchi a disegnare il basamento degli edifici, e uno
sgretolamento di pietre. Le fondamenta delle _tabià_ bruciate disegnano
sul velluto dell'erba tanti quadratini chiari, come dei minuscoli
recinti. Poco più lontano in un laghetto calmo dorme il riflesso verde
e profondo delle pendici.

A perdita d'occhio, nessuno. La valle abbandonata, solitaria, è di una
tristezza indicibile. È piena di una cupa desolazione. Osservandola
bene, si scoprono dei solchi sottili che la percorrono e la traversano,
serpeggiando neri fino alle pendici. La vita che resta nella valle
passa in quei solchi, invisibile. Sono sentieri affossati, passaggi
coperti, trincee d'incamminamento, labirinti scavati dalla guerra e che
fanno pensare all'opera di strani animali da tana. Di tanto in tanto,
due, tre colpi di cannone. Vengono dal basso, vengono dall'alto, da
artiglierie in agguato che si cercano. Qualche nuvoletta si forma, e il
rimbombo lungamente percorre la valle.


È anche qui il tiro a granata sull'uomo isolato, tiro inutile ma
perseverante. Al mattino gli austriaci hanno la luce in faccia, non
vedono niente e stanno zitti; ma verso mezzogiorno i loro osservatorî,
alti sui picchi, cominciano a cercare, e per un mulo bombardano. Quando
la nebbia benda le cime, si fa riposo.

Dal fondo della valle, per scoscesi costoni, la lotta sale subito
verso il Marmolada, e balza a tremila metri sulla Punta Tasca, che noi
vediamo vicina, affondata nelle nubi, dalle quali emergono magicamente
e scendono a picco, vertiginose, le prodigiose pareti grigiastre e
fosche, senza fine visibile, come favolosi pilastri del firmamento.
Lassù è la caccia delle pattuglie. Più in basso, lungo la cresta
rocciosa di Costabella, vediamo i posti avanzati del nemico, così
vicini che parrebbe di potersi fare udire da loro gridando. Ogni punta
della roccia ha il suo piccolo appostamento. L'ultimo nostro e il primo
loro si guardano da poche centinaia di metri come due torri di uno
stesso castello.

Si scorgono le difese ausiliarie del nemico. Avanti ad una minuscola
barricata di sassi, fra gl'interstizi della quale le vedette spiano,
si disegna contro al cielo, sul costone, la ragnatela dei reticolati,
e più avanti i così detti «cavalli di Frisia», che furono una difesa
romana, incrociano le loro sagome a cavalletto.

Più volte il nemico ha tentato di sloggiarci. Una notte un pattuglione
di trenta uomini, arrivando per il Passo Le Selle, assalì una nostra
posizione avanzata, sulla cima dell'Uomo, sotto alla Punta Tasca. La
posizione non aveva che nove difensori: un sottotenente, un caporale,
sette soldati. Arrivati di sorpresa, gli austriaci con la prima scarica
ferirono un soldato e ammazzarono l'ufficiale. Il plotone non pensò
a ritirarsi. Si difese con rabbioso accanimento, e quando sentì gli
austriaci vicini, balzò fuori alla baionetta. Non si resero conto
del numero dei nostri, i nemici; la resistenza li aveva ingannati.
Al contrassalto fuggirono; lasciando anche alcuni prigionieri. Questo
avvenne nella notte del 28 luglio.

Due giorni dopo tornarono in forze. Avevano persino appostate delle
artiglierie al Colle Ombert, i cui colpi passavano sulla cresta di
Costabella. Ma furono respinti.

Alle volte sono i nostri che immaginano qualche spedizione, che
architettano un colpo; tre o quattro soldati studiano il loro piano,
vanno ad esporlo all'ufficiale per l'approvazione, e felici se
ottengono il permesso di attuarlo partono al cadere del giorno.

Profittando della inaccessibilità di un punto, sotto alla Costabella,
al quale soltanto dal lato austriaco si poteva arrivare, una pattuglia
nemica vi si era appostata. Tre soldati nostri pensarono di andarvisi
a calare con delle corde da un ciglione soprastante. E alla notte
gli austriaci sbalorditi si videro comparire addosso un luccicore di
baionette, al quale ritennero prudente di presentare le mani levate e
inermi, col gesto tradizionale della resa.


Sono valorosi gli austriaci, ma non insistono. Hanno l'eroismo sobrio,
e qualche volta si prendono dei prigionieri che, poco pratici della
lingua italiana, hanno previdentemente preparato un biglietto sul
quale è scritto: «Mi rendo prigione, prego non uccidermi». Nell'istante
critico lasciano il fucile e porgono il documento. È una trovata che ha
un fondamento psicologico; la carta impone rispetto alla massa; anche
in un momento di furore, chi si vede presentare uno scritto, si calma e
lo legge.

L'azione delle pattuglie esploratrici è tutta fatta di trovate
personali. Anche ieri, quattro soldati si sono presentati al loro
capitano: «Abbiamo visto una vedetta austriaca — gli hanno detto —
e vorremmo andare a prenderla». — «Bene, accordato». E sono partiti
iersera, verso mète ignote, per passaggi che loro soli conoscono.
Non sono ancora tornati, ma non si è udita fucileria sulla montagna,
e forse in questo momento essi stanno alla posta rannicchiati in un
crepaccio o strisciano carponi lungo una cornice di roccia, sospesi su
mille metri di abisso.

Scrivendo, si prova un non so quale ritegno a insistere sull'ardore,
sull'entusiasmo, e sopra tutto sul buon umore dei nostri soldati, su
questa contentezza gagliarda che si espande in canti e in risa nei più
sinistri e mortali centri della lotta, sulla volontà di fare e di dare
con generosità smisurata di sè stessi, su questa freschezza d'animo che
non ha sospiri se non per la vittoria, sulla disciplina meravigliosa
che è fatta dall'unità del pensiero, dal tacito accordo delle volontà,
da una solidarietà fraterna. Si prova ritegno a dirne, perchè si ha
come un vago timore di essere accusati di esagerazione. La verità pura
può sembrare inverosimile nella sua bellezza a chi è lontano. Tutta
l'Italia palpita di entusiasmo e di fede, ma il fuoco più ardente è nel
cuore dell'esercito.

Avviene spesso che i soldati malati rifiutino di darsi malati. Debbono
gli ufficiali vigilare, informarsi, riconoscerli, andarli a togliere
da lavori faticosi: «Tu hai la febbre, ritirati, vai all'infermeria».
— «Signor no, non è niente, passerà!». Così i miracoli si compiono.
Non vi è sacrificio, non vi è difficoltà, non vi è ostacolo, avanti al
quale il nostro soldato si fermi.


Le più grandi difficoltà erano opposte dalla montagna, e in qualche
zona sono le fanterie che le superano. S'incontrano bersaglieri
romani e fucilieri fiorentini, che non avevano mai salito un
monte, operare alle altitudini del camoscio, lietamente, senza una
indecisione, facendo comparire strade e sentieri dietro ai loro passi,
verso l'inaccessibile. E sull'inaccessibile, l'alpino. Tutto ciò è
straordinario, ma è impossibile ridire invece l'aria di naturalezza e
di consuetudine che queste cose assumono quassù. Si compiono come se si
fossero fatte sempre.

Si incontra un professore soldato che conduce il carretto con la
perizia di un vetturino, s'incontra un avvocato richiamato che taglia
alberi nella selva, e appaiono pienamente soddisfatti delle loro nuove
occupazioni. La guerra che ai lontani sembra piena soltanto di immagini
di morte, è invece una vita più intensa, una vita violenta, semplice,
antica.

Sulle pendici più verdi noi vediamo nelle vicinanze di San Pellegrino
dei soldati che falciano l'erba. Qualche volta una granata urla,
scoppia, e loro falciano l'erba. Poi tornano al campo, dietro agli
asinelli carichi di bel fieno fresco e olezzante portando la falce
sulla spalla, e canticchiando, il cappello di traverso, la pipa fra i
denti. Si accumulano foraggi per le mucche, che pascolano più in basso,
più al sicuro, guardate da un guerriero mandriano, e sembrano insetti
chiari e immobili sul velluto dell'erba.

Quando verrà l'inverno, che già si annunzia con le sue brezze gelate,
la neve si adagerà per uno spessore di sei, di sette metri, su tutte
queste balze, e gli accampamenti sepolti non avranno più per lunghi
mesi alcuna comunicazione col mondo. A questo sverno polare ci si
prepara; si abbattono alberi, delle segherie si impiantano al salto
dei burroni, delle _tabià_ ingegnose sorgono. Muratori, carpentieri,
falegnami, meccanici, lavorano intorno a grandi edifici, primitivi e
rozzi, odoranti di resina, ai quali si dànno nomi pittoreschi: la Nave,
il Palazzone....


Tutto ciò sparirà nella neve. Fra rifugio e rifugio si comunicherà
attraverso gallerie scavate nel candore azzurrastro del ghiaccio. Si
uscirà alla superficie gelata del monte come si esce da un pozzo, e
via sugli _sky_ leggeri che mandano scivolando uno stridore sommesso di
seta lacerata, via sul bianco vestiti di bianco.

Per allora si falcia l'erba, che nutrirà il bestiame nelle stalle
chiuse e piene di un caldo profumo di muschio. Per allora si ammassano
munizioni e viveri nelle capanne e nei ricoveri. E bisogna che per
allora le donne italiane si affrettino a far calze di lana, delle quali
più di ogni altra cosa c'è bisogno.

Dopo essere saliti per chilometri e chilometri nella solitudine della
montagna, sorprende e rallegra l'attività di questi campi, che lambono
le nevi eterne, e che si trasformano in bei paeselli popolosi. Saranno
le cittadine d'Italia più vicine al cielo.

I soldati vi hanno già creato una industria nuova. Con l'alluminio
delle spolette austriache fabbricano dei graziosi e singolari anelli
da dito, sui quali intagliano, con una perfezione proporzionata
alla perizia, date, sigle, fiori, aquile. Ed è interessante vedere
un atletico alpino, con delle dita da gigante, intento gravemente a
scolpire scintillanti minuzie.

L'imitazione ha allargato l'industria. Il campo dei paraggi di San
Pellegrino ha già una «Via degli Orefici». Ma i fabbricatori di anelli
sono tanti che la materia prima qualche volta fa difetto. Allora se la
fanno venire dall'Austria. Pigliano il fucile, vanno alla trincea, e
sparano otto o dieci colpi.

L'effetto è immediato. L'artiglieria austriaca allarmata apre il fuoco.
Gli _shrapnells_ arrivano fragorosamente. Gli orefici tengono d'occhio
i punti di scoppio, per potere andar poi a ritirare la merce in arrivo,
e contano le esplosioni: una, due, tre.... cinque, sei.... Se arrivano
ad otto la giornata è eccellente.

Così si occupano i momenti d'ozio. Intanto, dietro al suo riparo di
sassi, la vedetta austriaca che esplora, segna l'ora dell'avvenimento e
scrive nel suo rapporto: «L'attacco italiano è stato respinto».



NELLA CONCA D'AMPEZZO E INTORNO AL LAGO DI MISURINA.

                                                       _8 settembre._


In mezzo alla smisurata violenza di forme rocciose delle Alpi
Dolomitiche, nel cuore di quella convulsa moltitudine di vette e di
balze nude, si adagiano due meravigliosi angoli di calma, pieni di
una molle e riposante bellezza: sono la conca di Cortina d'Ampezzo
e la valle di Misurina — nella quale s'incastra il lago famoso,
freddo, verde e puro come uno smeraldo. Nel cavo delle sue ondate
più eccelse, la grande tempesta dei monti cela e protegge questi
due rifugi di tranquillità, così diversi fra loro, ridente l'uno,
melanconico l'altro, ma pieni tutti e due di una non so quale dolcezza
d'immobilità.

La valle del Boite, nella quale — proprio ai piedi delle terribili
Tofane — s'apre la conca di Cortina, e la valle dell'Ansiei, che al
sommo di un'aspra salita riserba al viaggiatore la sorpresa del piccolo
lago pittoresco di Misurina, queste due vallate profonde, dopo un corso
capriccioso, finiscono per risalire al nord quasi parallele e vicine,
incanalando strade che conducono alla grande arteria austriaca: la
vallata della Drava. Sono le strade per Toblach e per Welsberg, lungo
le quali la nostra azione punta.


Il nemico accumula qui tutte le difese possibili, con una concitazione
che somiglia all'allarme. Esso protegge energicamente gli approcci
della Drava, che costituisce la sua comunicazione unica e vitale
col Trentino e sul cui fianco sente gravare la minaccia delle nostre
armi. In questo momento anche le lontane montagne di Toblach si stanno
fortificando, secondo le voci che circolano fra gli abitanti, e tale
eccesso di previsione rappresenta un riconoscimento inconfessato ma
convinto del valore del nostro esercito.

La natura favorisce le opere della difesa. Ad una decina di chilometri
al nord di Cortina e di Misurina, le due valli parallele sono
traversate da occidente ad oriente da una vallata profonda, oltre la
quale si ergono montagne immani e dirupate, che dopo un breve declivio,
salgono fino ai tremila metri con pareti quasi a picco. Noi teniamo
quasi tutti i massicci al di qua della vallata, il nemico tiene
quelli al di là. I ciglioni sono fortificati. Gli austriaci non si
sono contentati di erigervi delle trincee in cemento, preparate chi
sa da quanto tempo, ma hanno disteso sul bordo degli abissi larghi
reticolati, aspettandosi l'attacco anche dall'inaccessibile.

Tutti gli approcci erano difesi da fortezze: il forte di Landro allo
sbocco del vallone di Rienz, sopra Misurina, risalito dalla strada per
Toblach; e pure sopra a Misurina, il forte di Platzwiese, allo sbocco
del vallone del Seeland, risalito dalla strada per Welsberg, il forte
di Sompauses sopra Cortina, allo sbocco del vallone di Campo Croce. Una
delle nostre operazioni più importanti fu il bombardamento sistematico
dei forti.

Cominciarono gli austriaci a bombardare. Al secondo giorno della guerra
tirarono dai forti nella conca di Misurina dove avevano avvistato forse
qualche movimento di truppe. Era al momento in cui le nostre fanterie,
a piccoli reparti, s'irradiavano sui valichi della frontiera. Il giorno
dopo, infatti, occupavano dopo un vivo combattimento il Passo delle
Tre Cime di Lavaredo, un'asprissima giogaia a nord-est di Misurina,
una lunga cresta alla quale non manca che un metro per raggiungere
l'altezza precisa di tre chilometri. Due compagnie austriache furono
poste in fuga.

La lotta di scaramucce si propagava tutto intorno. Il 29 maggio
l'occupazione da Misurina, per il passo delle Tre Croci che congiunge
le due valli dell'Ansiei e del Boite come le due aste di un H sono
congiunte dal taglio, arrivava a Cortina d'Ampezzo. Da Cortina si
diramava e si spingeva, fiancheggiata dagli scalatori di vette, verso
il passo di Falzarego a ponente, verso Podestagno a settentrione.
Abbiamo parlato dell'azione sul passo di Falzarego, ai piedi delle
Tofane e dell'Averau, dove ancora si combatte, nel caos delle rocce,
intorno alle rovine dell'albergo di Falzarego, scoronato e bruciato
dalle granate. Seguiamo la grande linea delle azioni che a quella si
allacciano.


L'8 giugno l'avanzata al nord di Cortina respingeva il nemico verso
Podestagno, proseguendo sotto al tiro del forte di Sompauses. Gli
speroni laterali delle montagne, intorno ai quali la valle leggermente
serpeggia, servivano da riparo; si balzava da canalone a canalone,
da cresta a cresta, da costa a costa. La strada, bianca e dritta nel
fondo della valle, era tempestata di colpi, infilata dal fuoco del
forte, sbocconcellata ai bordi dalle granate. Bisognava che la nostra
artiglieria avanzasse in appoggio della fanteria, e non vi erano altre
vie che quella. L'artiglieria passò.

Una delle nostre batterie, reclamata dall'azione, si slanciò in pieno
giorno su quella strada fumigante di esplosioni. La batteria era
a Cortina; un ammassamento di cannoni, di cassoni, di cavalli, di
soldati, ingombrava le linde vie della cittadina bianca. Il capitano
comandante la batteria destinata ad avanzare era andato a scegliere la
posizione. Alle due del pomeriggio arrivò un sergente al gran galoppo
portando l'ordine: batteria avanti! «Soldati! — gridò l'ufficiale in
comando. — Abbiamo la fortuna di essere prescelti per un posto d'onore
nella battaglia, e voi mostrerete di esserne degni! Primo mezzo, al
trotto allungato, avanti!» I cannoni partirono ad un minuto l'uno
dall'altro. Al frastuono del loro passaggio, le finestre si aprivano e
delle teste curiose e spaurite si mostravano.

Appena fuori dalle ultime case, la batteria fu avvistata dagli
osservatori austriaci. Le granate scoppiavano intorno ai pezzi, che
apparivano velati dal polverone e dal fumo. Non un arresto, non una
esitazione: la corsa procedeva regolare come in manovra, finchè
il folto di un bosco la nascose al nemico. Dalla strada, a forza
di braccia, la batteria fu portata sopra una posizione scoperta, a
soli 2200 metri dal forte, così ardita che il nemico non riuscì a
identificarla. Con i suoi colpi esso cercava i nostri cannoni più
indietro, non potendo mai immaginare che essi fossero là, in un
boschetto vicino.

Il 9 giugno, Podestagno era occupata. Ma per qualche tempo la posizione
appariva talmente esposta da essere intenibile. La linea quindi è stata
corretta: avanzandola. Le nostre trincee si sono portate così vicine al
forte di Sompauses da non poterne ricevere i colpi. Noi siamo arrivati
nell'angolo morto del forte. È una situazione inverosimile; i cannoni
nemici che tirano di tanto in tanto su Cortina, che cercano di sfogare
la loro tonante ostilità sopra un raggio di dieci o dodici chilometri,
non possono niente contro le truppe che vivono appostate a poche
centinaia di metri da loro. L'artiglieria è impotente contro di esse.


Il Sompauses da lontano ricorda il forte Porr, che vedevamo in Val
Giudicaria. Uno sperone di montagna sporge alla sinistra del torrente,
e a mezza costa, sopra un ripiano, in una boscaglia di abeti una
linea giallastra di terre smosse, una confusione di spalti freschi, di
parapetti, di ripari, si avanza sotto ad un zig-zag di strade militari,
che rigano il bosco e le rocce più in alto come venature rossastre.
Sotto al forte il pendio è ripidissimo, scoperto, brullo, difficile
all'assalto, e percorso da fasci di reticolati.

Il Sompauses è come una belva che non può più mordere, ma che non
si può ancora prendere. È stretta dalla grande battuta, ridotta
quasi all'impotenza, ma vive, rintanata e torva. Se spara un colpo,
il Sompauses è coperto di granate; decine di cannoni gli impongono
silenzio; le nostre artiglierie lo tengono sotto ai loro tiri; il
terreno intorno alle opere appare sgretolato delle esplosioni. Perciò
il Sompauses spara raramente. Tutti i suoi difensori si tengono sepolti
entro i cunicoli e le gallerie scavati nel monte, e dentro alle trincee
di cemento, le quali non sono che sterminati corridoi dalle spesse
pareti, illuminati da sottili feritoie.

Anche gli altri forti sono ormai silenziosi. Ai primi di luglio
le nostre batterie aprirono il fuoco contro i forti di Landro e
di Platzwiese. L'8 luglio in quest'ultimo si scorsero le fiamme e
il fumo di un grande incendio, che durò tutto il giorno. Il 14 una
batteria austriaca annidata più indietro di Landro, sul Rautkofel,
fu parzialmente smontata. I forti sono ora demoliti o quasi. Però la
Grande Guerra aveva già svalutato l'importanza delle fortificazioni
permanenti, e gli austriaci non si sono lasciati prendere alla
sprovvista. Hanno ritirato in tempo le artiglierie dai forti battuti
e, per vie di arrocco nascoste, preparate da lunga mano, probabilmente
munite di rotaie, trasportano i pezzi da un punto all'altro,
spostandoli appena una posizione comincia ad essere individuata.

Questo non li salva sempre; i nostri tiri li rintracciano e li
seguono da appostamento ad appostamento; le batterie italiane anche
esse si muovono; è un lento duello di mostri. Ma è difficile ad un
profano rendersi conto dei problemi complicati che questi spostamenti
impongono. È tutta una geometria di traiettorie e di parabole che
traccia le sue linee immaginarie sulle vette dei monti. Sono calcoli
di angoli, misurazioni infinitesimali, e ogni colpo di cannone è la
soluzione di un quesito matematico irto di cifre.

Non abbiamo tardato ad accorgerci, operando sul territorio conquistato,
che le carte topografiche austriache messe in commercio differivano
da quelle riservate dello Stato Maggiore nemico per una alterazione
di punti trigonometrici, appena percettibile ma sufficiente a turbare
l'orientazione dei tiri. Abbiamo dovuto scoprire le alterazioni e
calcolarle.

Inoltre gli austriaci spostano, quando possono, i segni visibili messi
sul terreno ad indicare i punti trigonometrici. Da noi questi segni
sono delle piccole piramidi di pietra, in Austria sono degli alti
cavalletti di legno che si scorgono da lontano. È avvenuto qualche
volta che i tiri, precisi alla sera, deviassero alla mattina. Nella
notte il nemico aveva portato un centinaio di metri più a oriente o ad
occidente qualche cavalletto sul quale s'era calcolata l'angolazione.
È veramente singolare questa schiavitù dei cannoni più possenti ai
tracciati fantastici di un teorema, a delle esattezze logaritmiche,
senza le quali essi divengono ciechi.

Questa parte della guerra, che si svolge dietro al furore delle
battaglie, lontano dalle masse per chilometri e chilometri, in una
calma, in una solitudine di pendici e di valli, ha qualche cosa di
affascinante e di terribile. Gli artiglieri che s'intravvedono talvolta
in un'ombra di selve, taciturni, raccolti intorno ad una massa grigia,
tranquilli, isolati da ogni movimento e da ogni agitazione, intenti
ad un lavoro misterioso, si direbbe che non abbiano a che fare nulla
col combattimento, del quale non arriva fino a loro neppure l'eco. Non
vedono niente, non sentono niente, non sanno niente della lotta alla
quale partecipano. Sono i guerrieri dello spazio, i combattenti della
immensità, i colpi dei quali passano al di sopra dei nevai per piombare
in vallate remote.

Lembi di foresta sono stati denudati, e le centinaia di alberi
sfrondati che l'ascia ha abbattuto formano rafforzamenti ciclopici
sui declivî che portano i più grossi pezzi. Consolidano e sorreggono
pendici boscose, e i poderosi cannoni, la larga gola in aria, sembrano
accovacciati sull'ultimo gradino d'una scalea da giganti, sorretta
da massicci tronchi di abete. Più lontano, indietro, nelle radure si
allargano strani parchi di carrocci ferrati, di automobili larghe e
pesanti come locomotive, di veicoli strani che portano argani, tutti
mascherati di fronde: sono i trasportatori delle moderne artiglierie da
assedio, le quali vanno alle posizioni trascinate da lenti e poderosi
motori.

Gli austriaci cercano le nostre grosse batterie come noi cerchiamo
le loro. Studiano per settimane, poi, quando credono d'aver trovato,
una mattina, da qualche posizione nuova aprono il fuoco con un 305,
che lancia dieci, quindici granate in fila, e poi tace per non essere
scoperto. Dove arrivano, i mostruosi proiettili aprono cavità enormi,
sconvolgono terra, pietre, alberi, e lasciano squarci così grandi sul
suolo che sembrano inizî di un lavoro di sterro.


Per arrivare da Cortina a Podestagno, la nostra azione ha dovuto
dominare il massiccio della Tofana a sinistra e quello del monte
Cristallo a destra. La Tofana e il Cristallo hanno da una parte e
dall'altra della vallata di Ampezzo una posizione quasi simmetrica
all'occhio. Hanno anche quella somiglianza di forme di tutte le
Dolomiti, quell'apparenza turrita e fantastica, con pareti precipitose
che dai tremila metri scendono quasi a picco ad immergersi nelle
verdure della valle, piombando per un chilometro e mezzo in una
vertigine di asperità, di fessure, di canaloni, di speronate.

Abbiamo parlato della lotta sulla Tofana, della stupenda guerriglia
di pattuglie in quel caos di rocce e di gelo la quale ci ha dato il
possesso incontrastato del monte. Nel monte Cristallo gli austriaci,
salendo dal nord, erano riusciti ad insediare un posto sulla Cresta
Bianca, che domina Cortina.

Questi monti sono tutti fatti a stratificazioni, sembrano formati
da immani tavoloni di pietra sovrapposti a piano inclinato. Salendo
lungo l'inclinazione degli strati la via è più facile, ed è la via dal
nord. Dalla nostra parte i monti invece sono spezzati a piombo. Dal
lato austriaco essi presentano una groppa scoscesa ma praticabile, dal
lato nostro una parete. Dunque gli austriaci erano saliti sulla Cresta
Bianca, detta così perchè è coperta di nevi eterne. Essa finisce in una
specie di piramide candida e puntuta.

Arrivati lassù, sicuri di non essere sloggiati, avevano trasportato
sulle vette abbondanti provviste di viveri e munizioni, anche per
artiglierie, si erano rinforzati, e si preparavano a portar su i
cannoni. Bisognava scacciarli. Per scacciarli bisognava salire le
pareti del monte.

Quando si osserva la montagna non si capisce come un reparto di
truppe, composto in gran parte di fanterie, sia potuto arrivare lassù.
Ma questa guerra di vette ci abitua ai miracoli. La spedizione era
guidata da un ufficiale che è uno degli alpinisti più noti, uno di quei
dominatori di cime che sfidano l'inarrivabile. Si erano scelti in tutti
i reggimenti gli uomini più adatti a quella fatica e i conoscitori di
montagne. Partirono muniti di seicento metri di corda, di ramponi, di
graffi, di strumenti per forare le rocce.

La preparazione della scalata durò sette giorni.

Per sette giorni si vide una catena di puntini grigi, una catena di
uomini che lavoravano come sospesi lungo l'immane muraglia. Piantavano
anelli nella pietra, attaccavano corde, configgevano punte di ferro
dove mancava una sporgenza per posare il piede. I lavoratori alpini si
davano il cambio. Dietro a loro i soldati salivano per impratichirsi
del cammino, per conoscerlo bene gradino per gradino. Ogni giorno la
scalata ricominciava e arrivava un poco più in su. Alla fine i primi
ciglioni furono raggiunti a mille metri sulla valle. Si usufruì dei
canaloni, delle fessure, delle cornici. La via dell'ascesa andava
a serpeggiamenti bruschi, girava negli angusti pianerottoli formati
dalle stratificazioni sull'abisso, superava dei tratti a strapiombo
senza altro appoggio che la corda e qualche rampone, e spariva fra due
speronate coronate di guglie.

Una sera la scalata definitiva fu data. I soldati avevano le scarpe
di corda, per non far rumore avvicinandosi al nemico e per aver più
sicura presa sulla pietra. Seguì un lungo inerpicamento sulle nevi
nelle anguste ascelle delle vette in un labirinto di pietra e di gelo.
Divisi in grosse pattuglie i nostri circondarono la Cresta Bianca.
Appena gli austriaci sorpresi aprirono il fuoco sopra i più vicini, la
fucileria crepitò tutto intorno. I nemici fuggirono precipitosamente,
nascondendosi nelle anfrattuosità, e lasciarono tutto il materiale che
avevano accumulato lassù.

Così il Cristallo fu preso, e il possesso delle sue cime ci permetteva
di dominare la valle del Felizon, al nord, lungo la quale ora il nostro
fronte si snoda.

Di tanto in tanto un lungo rombo scende dalla Cresta Bianca:
sono granate austriache che scoppiano fra le rocce. Cercano delle
artiglierie. Perchè in quella immane confusione di picchi, in qualche
piega introvabile, sui ghiacci, c'è dell'artiglieria, tirata su a forza
di braccia, con le corde, lungo le pareti....

Un'altra scalata fu dovuta dare a Col Rosa. Il Col Rosa è una specie
di prolungamento delle Tofane, al nord. È una guglia alta, isolata,
aguzza, che affaccia la sua punta rossastra in fondo alla valle di
Ampezzo e la vigila. Era un posto di osservazione austriaco dal quale i
tiri delle artiglierie venivano diretti. Di notte i nostri circondarono
il monte e lo ascesero, facendo prigionieri gli austriaci che vi si
trovavano e prendendo loro degli ottimi strumenti ottici. Si comprende
come il nemico ora non si fidi più dell'inaccessibile e pianti i suoi
reticolati anche sul bordo dei precipizî.


Mentre si combatteva nella valle di Cortina, una lotta analoga ma più
intensa si accendeva nella valle di Misurina, sul Monte Piana.

Questa montagna sbarra la valle, al nord, proprio come il Col di
Lana sbarra quella del Cordevole. Una somiglianza di posizioni ha
prodotto una somiglianza di situazioni. Il Monte Piana è tagliato
dalla frontiera. Tutte le strade che salgono su Misurina contornano
la sua base. Esso domina ogni passaggio. Gli austriaci tentarono di
impadronirsene all'inizio della guerra.

Poche forze nemiche vi si insediarono per breve tempo. Furono
sloggiate. Il 12 giugno gli austriaci tornarono più numerosi al
contrattacco: furono respinti. La lotta diveniva attiva. L'importanza
della posizione faceva concentrare su di essa gli sforzi dell'attacco
e della difesa. Il 13 giugno gli austriaci bombardarono il Monte
Piana dal forte di Platzwiese — nel quale, come abbiamo detto, meno
di un mese dopo le nostre granate dovevano portare la devastazione e
l'incendio. Nella notte delle masse nemiche tentarono un nuovo attacco.
Il 15 si combatteva ancora. La battaglia, cominciata con un'azione
di reparti, attirava nuovi rincalzi, si distendeva, si abbarbicava al
monte, diveniva lotta di posizioni, combattimento di trincee.

La linea del fronte, dopo avere oscillato lievemente ai colpi e ai
contraccolpi degli attacchi, si fissava, entrava nel solco profondo
di opere campali. Il 12 giugno il nemico tentava nella notte un altro
sforzo per sloggiarci: era respinto. Dodici giorni dopo sperava di
riuscire in un aggiramento, e attaccava a oriente del Monte Piana la
Forcella di Col di Mezzo sulle Cime di Lavaredo — occupata fin dal 26
maggio dagli alpini — la quale, se in loro possesso, avrebbe aperto
il varco al nemico sulla conca di Misurina: fu respinto. Il 23 luglio,
altri attacchi austriaci. L'11 agosto, il nemico ritorna all'offensiva.
Il giorno dopo siamo noi che attacchiamo e prendiamo delle piccole
posizioni sulle pendici occidentali del monte. Gli austriaci non
aspettano a lungo per tentare la riscossa, e la notte appresso, dopo
un vivo cannoneggiamento, assaltano quelle posizioni che gli avevamo
preso: sono respinti.

Così ogni otto, ogni dieci giorni, la battaglia si riaccende. La
singolarità è questa: che le trincee nostre e quelle austriache sono
separate dalla vetta. Stanno al di qua e stanno al di là, relativamente
vicine ma invisibili le une alle altre. E tutto intorno, appiattata
dietro dossi vicini, una quantità di artiglierie, italiane da una parte
e austriache dall'altra, domina la sommità del monte. Perciò la vetta
è intenibile. Di notte o di giorno, appena uno dei due avversarî vi
si affaccia, una pioggia di granate trasforma il Piana in una specie
di vulcano. Se nessuno si muove, così a ridosso dei due versanti, le
posizioni sono invulnerabili.

O vi è un furore inaudito di combattimento che spande i suoi echi
da temporale fino alla vallata del Piave, o è la pace profonda. Così
profonda che quando siamo arrivati a Misurina ci sentivamo soggiogati
dal silenzio prodigioso della valle melanconica, oscura sotto ad un
cielo basso e grigio tutto variato da un lento e tortuoso svolgersi
di nubi, che celavano le vette e scendevano a tratti ad annebbiare le
pendici più basse fino ad appannare lo specchio del lago.

Era tutta una pigra agitazione di vapori, che si addensava e si
schiariva, che si squarciava in diafane profondità bianche di luce
e ricopriva quegli sfondi con plumbee e molli masse sfumate. Per un
istante, in alto, le nubi si sono diradate, e abbiamo visto come un
nero di temporale fra le sfumature delle frange nebbiose: erano i
monti, le masse del Lavaredo. Poi una gran torre si è profilata cinerea
nella lontananza: lo Schwabenalpenkopf, la vedetta austriaca. Ma la
nebbia è ridiscesa, si è richiusa, e non abbiamo più visto che il fondo
della conca di Misurina, il lago grigio, le rive selvose, fosche di
pini. E tutto questo, così pallido, indefinito, in quella gran quiete,
aveva un'apparenza di sogno triste, uno di quei sogni lugubri che non
si dimenticano.

Il grande albergo, sulla riva, è sfondato da un colpo di grossa
granata. È stato quel 305 che viaggia da valle a valle, spara dove
crede sia uno stato maggiore o una batteria, e si rimette in viaggio.
Un grande demolitore di alberghi, quel cannone errante. Ha tirato sul
Grande Hôtel di Cortina, e sull'Ospizio delle Tre Croci. Gli austriaci
ci lasciano dei paesi intatti, ma degli alberghi, quando possono,
ci consegnano le rovine. A San Martino di Castrozza, sopra Fiera di
Primiero, un paese di villeggiature, hanno bruciato tutto, facendo un
danno di circa sedici milioni.

L'albergo di Misurina, tutto chiuso, con quella gran ferita nera,
si specchiava nel lago. Non si vedeva nessuno. Sulla strada deserta
un soldato solo passava lentamente. Una pioggia sottile cominciava a
cadere, gelata, e spandeva il suo fruscìo monotono e vasto. Un colpo di
cannone ci avrebbe fatto piacere come una voce.

Cortina invece ci è apparsa sorridente, incantevole, in un giorno
di sole, con le sue casette bianche posate sui prati folti con un
pittoresco disordine come fossero tolte allora da una scatola di
giuocattoli nuovi.

L'abbiamo vista come la vedevano i _touristes_. Dall'alto delle prime
giravolte della strada delle Dolomiti ammiravamo il paese sotto a
noi, e dimenticavamo quasi la guerra. Vi era una non so quale serenità
anche in basso, una serenità della terra, una contentezza tranquilla e
profonda. Si udiva appena, come un tuono remoto, lo scoppio di qualche
granata sul Cristallo. Dalle Tofane scendeva di tanto in tanto il
rumore sordo e lontano di un colpo di fucile. Ma una persona ignara non
avrebbe mai immaginato che a ponente, a nord, a nord-est si stendeva
un fronte di battaglia, e che tutte quelle fantastiche vette luminose
infarinate dalla nuova neve, striate di candori, alleggerite da quella
sottile variegazione di bianche evanescenze che disegnavano la sommità
d'ogni balza, d'ogni strato, d'ogni asperità, celassero appostamenti e
ricoverassero cannoni puntati.


Lassù da due giorni la temperatura è scesa a dieci gradi sotto zero. Il
Comando aveva provveduto al cambio delle truppe che occupano le vette.
Sono quasi tre mesi che vivono in quell'inverno, fra le tormente, in
mezzo a fatiche, pericoli e privazioni inenarrabili, ricoverate nei
crepacci della roccia. Ma quando l'ordine di prepararsi a scendere è
arrivato, quelle truppe hanno rispettosamente pregato il Comando, per
la voce dei loro ufficiali, di lasciarle sulla montagna.

«Noi, oramai siamo abituati al freddo e alla vita delle vette — dicono
— noi abbiamo imparato a combattere questa guerra, abbiamo scoperto
i sentieri o li abbiamo creati, sappiamo da dove si può salire, da
dove si può passare, conosciamo il nemico, e a truppe nuove non è
facile imparare presto tutte queste cose». E per paura di non essere
ascoltati, qualche reparto si è rivolto per lettera al Comando Supremo.

Ecco degli uomini che da tre mesi vivono in un inferno di sofferenze,
che rischiano la vita niente altro che per camminare, che quando
riposano si tengono ammassati a gruppi su sporgenze larghe tre passi
fra una parete e un abisso, senza vedere altro che rocce e neve, senza
udire altro che l'urlo della bufera e il sibilo dei proiettili nemici,
degli uomini che quando sono feriti debbono essere impaccati in sacelli
e calati con le corde dall'orlo di precipizî, e che quando si offre
loro il riposo nella vita, rispondono: «No, noi possiamo servire quassù
meglio la Patria, il nostro posto è qui!»

La Patria deve conoscere e riconoscere questi eroismi oscuri,
calmi, magnifici, compiuti per la coscienza profonda del dovere, per
un'adorazione ineffabile verso la Madre Italia sulla quale si vigila.

Non vogliono scendere le truppe dalle altitudini, anche perchè hanno
finito per amare questa montagna conquistata che ora conoscono e che
ora le conosce. La montagna si allea a chi la vince, serve chi la doma,
offre in difesa quelle stesse difficoltà che si sono dovute superare
per espugnarla, svela i suoi tranelli, suggerisce i suoi agguati,
combatte anche essa, come un favoloso gigante, per i piccoli uomini che
hanno saputo scalarla e comandarla dalla vetta.

Arrivano a Cortina dei soldati dalle altezze a fare provviste.
Hanno l'apparenza grave e un po' stupita di chi giunge dalle lunghe
solitudini. Vanno fieramente, raccolti, a passo lento, perplessi
talvolta sulla strada da prendere, indecisi, come storditi di rivedere
delle automobili, di trovarsi fra le case, nel movimento e nel vocìo.
Portano in loro una non so quale atmosfera di silenzio come si porta
l'aria fredda entrando dall'aperto in inverno.

Passano settimane lassù senza udir nulla, nella quiete morta delle
cime. Soltanto alla sera, le truppe che stanno verso il passo di
Falzarego e che hanno di fronte delle forze trincerate, nell'ora
del tramonto sentono squillare le trombe del nemico. Il suono ha una
ripercussione prodigiosa nell'aria cristallina. Le trombe suonano una
musica solenne, sempre quella, come se fosse la preghiera dell'Ave
Maria. È il _Deutschland über alles_.

I nostri lasciano finire il suono delle trombe, e poi cantano in un
coro tremendo l'inno di Garibaldi. In quel momento i soldati, che sono
stati rintanati fino allora, non si tengono più, balzano in piedi,
allo scoperto, urlando: «Va fuori d'Italia, va fuori straniero!» Gli
ufficiali redarguiscono: — Giù perdio, coperti, giù!

Lo straniero manda invariabilmente una scarica di fucilate che
lampeggiano sul bordo d'un ciglione. Poi l'oscurità e il silenzio si
richiudono, e la lunga profonda notte comincia.



NELLA VALLE DI SEXTEN.

                                                      _10 settembre._


Dalla valle dell'Ansiei, lungo la quale serpeggia la strada che
per Misurina sale al nord fino a Toblach sulla Drava, ascendendo le
pendici boscose del Col Caradies, verso l'oriente, si arriva a dominare
dal passo il panorama della valle Pàdola, la quale va pure verso la
Drava, e, prolungandosi nella valle di Sexten, oltre la vicina antica
frontiera, conduce direttamente a Innichen.

La valle di Cortina, la valle di Misurina, la valle del Pàdola sono
tutti passaggi che dall'Italia tendono al corso della Drava, la quale,
dirigendosi da oriente ad occidente, porta nella sua ampia vallata i
nervi massimi delle comunicazioni austriache col Trentino. Ogni valle
nostra è dunque una minaccia sul fianco nemico, una minaccia tanto più
grave quanto più la frontiera si avvicina ai punti vitali. Il confine
sulla valle Pàdola non è che ad una quindicina di chilometri in linea
retta da Innichen sulla Drava: poco più di un tiro di cannone pesante.

Come avevano eretto i forti di Sompauses, di Platzwiese e di Landro a
difesa degli sbocchi da Cortina e da Misurina, gli austriaci avevano
sbarrato la valle di Sexten con due forti principali e infinite opere
minori: un forte ad oriente della valle, sulle pendici del monte Helm,
il forte di Mitterberg, ed uno ad occidente, il forte di Heidick.

Contro queste due opere maggiori verso la metà di luglio la nostra
artiglieria da posizione aprì il fuoco, sistematicamente, devastandole.
Ma anche qui gli austriaci hanno ricorso alla tattica di disarmare i
forti che vedevano condannati e di trasportarne i cannoni su posizioni
campali, da lungo tempo preparate con solide piattaforme riunite da
strade coperte.

È meraviglioso come si sia potuto avanzare su territorio di conquista
in mezzo a difficoltà che appaiono quasi insuperabili, opposte dal
terreno e dal nemico, il quale ha fatto dell'intera valle di Sexten
tutto un sistema di trinceramenti in calcestruzzo. Non vi è una linea
di difesa, ve ne sono cento. Le trincee, precedute da reticolati, da
fossati, da mine, percorrono i declivi in tutti i sensi. Le artiglierie
si sono accumulate in agguato dietro ad ogni dosso, e battono le
creste.


La lotta, qui pure, cominciò con una conquista di vette. Dopo aver
visto le gole dolomitiche, dominate dalle rocche mostruose delle nude
montagne turrite, la valle Pàdola ci è sembrata ampia e dolce, fra quei
suoi monti che, sebbene scoscesi, hanno le forme che abbiamo sempre
visto ai monti. Vi sono cime rocciose, dalle pareti a picco, coronate
di guglie, spaccate da canaloni, ma sono lontane, esse non serrano
la valle, non vi precipitano le linee vertiginose dei loro speroni.
I massicci più aspri si discostano fra loro e lasciano respirare la
vallata fra verdi ondulazioni di propaggini.

A settentrione e ad occidente il vecchio confine passa sopra il
dorso di quei massicci, corre sopra la seghettatura delle loro creste
biancheggianti di nevi, alle quali arrivano, in cerca di forcelle e di
selle, i sentieri che costituiscono i valichi secondarî. In fondo alla
valle fugge il nastro bianco della strada maestra. La prima azione si
diresse alla conquista dei valichi. Per avere i valichi bisognava avere
le vette che li dominano. Fu una corsa alle rocce.

Noi, puntando verso Sexten, prendemmo il Monte Croce di Comelico, e
poi la Croda Rossa, e poi la Cima Undici, preparando l'avanzata nella
valle nemica, mentre gli austriaci, più ad occidente, si aggrampano
al confine, sulla cresta del Monte Cavallin, come l'abbiamo visto
aggrampato sul Monte Piana sopra a Misurina. Lentamente la nostra
conquista è penetrata nella valle di Sexten.

Al di là della frontiera vi è una di quelle alture che le sinuosità
della valle pongono come a sbarramento e che chiudono la prospettiva.
È il Seikofel. Si prestava ad una forte difesa. La resistenza austriaca
vi si è accanita.

Il primo luglio, per studiare le opere che il nemico vi aveva
costruito, si spinsero avanti, arditamente, delle pattuglie di
ufficiali. Vi accertarono l'esistenza di trincee permanenti di
cemento armato, con larghi reticolati. L'artiglieria nostra cominciò
a tempestare le opere invisibili, che le esplorazioni degli ufficiali
avevano delineato. Il 14 luglio, la fanteria cominciò ad avanzare dei
tentacoli, a tastare con ricognizioni le posizioni nemiche. I nemici
furono respinti dalle prime linee. Il nostro fronte si portò più avanti
e si radicò alle pendici del Seikofel.

Gli austriaci tentarono una offensiva violenta, preparata con lunga
cura. Il 28 luglio essi attaccarono nella valle con forze rilevanti.
Furono respinti e lasciarono nelle nostre mani alcuni prigionieri. Il
7 agosto noi attaccammo alla nostra volta. Dopo un'intensa preparazione
di artiglierie, che per varî giorni tempestarono le posizioni nemiche,
la fanteria avanzò respingendo passo passo l'avversario fino a
raggiungere le pendici meridionali del Burgstall, una montagna che sta
quasi simmetricamente di fronte al Seikofel, dal lato opposto della
valle. Il Seikofel è ad oriente, il Burgstall è ad occidente. Avanzati
a destra fino alle pendici dell'uno, si era avanzati a sinistra fino
alle pendici dell'altro.

Due giorni dopo il nemico tentava di sloggiarci. Dal Seikofel scese
con forze relativamente rilevanti. Fu respinto. Il 13 agosto noi
rafforzavamo la nostra linea con l'occupazione dell'Oberbacher, le cui
vette furono scalate dalla fanteria. L'Oberbacher è un nodo montuoso
a sud-ovest del Burgstall. Costituisce una posizione fiancheggiante
importantissima. Nello stesso giorno occupavamo la forcella Cengia,
un altro passo ad occidente della valle di Sexten, e il giorno dopo,
sopraffatte le artiglierie nemiche con un fuoco intenso, la fanteria
italiana poteva salire sulla spalla del Seikofel e radicarvisi, ed
occupare definitivamente delle cime della Croda Rossa.


Combattimenti accaniti succedono a lunghe calme. Da una parte
e dall'altra non si può agire con continuità; occorrono lente e
studiate preparazioni, e l'azione si scatena all'improvviso, violenta,
disegnando talvolta un attacco sopra un punto e lanciandolo sopra un
altro, tentando i lati deboli, complessa e breve. Se fossimo giunti
un giorno prima sul Col Caradies avremmo visto il fumo delle granate e
degli _shrapnells_ velare le creste e avremmo udito salire da tutta la
valle il tuono incessante delle artiglierie, ma ieri la zona del Pàdola
era immersa in una tranquillità profonda, appena turbata di tanto in
tanto dall'eco di qualche colpo lontano.

Eravamo in osservazione nella radura erbosa di un bosco di abeti, e lo
sfondo della vallata si apriva luminoso entro una oscura cornice di
tronchi e di fronde. Non potevamo scorgere Sexten, nascosta dal giro
della valle. Il bombardamento che ha demolito i forti ha danneggiato
anche la cittadina pittoresca, che rimane sempre un centro importante
per le operazioni austriache. Gli abitanti si sono ritirati a Innichen,
e i militari si sono sepolti in profonde casematte. A Sexten si
allacciano le comunicazioni telefoniche degli osservatorî del nemico
e quelle delle batterie. La centrale telefonica è un sotterraneo,
invulnerabile, scavato in un prato, coperto di zolle, una specie di
cantina alla quale giungono i fili entro cavi sotterrati.

Il Seikofel sollevava fra le pendici la sua larga groppa tondeggiante
e fosca. È una collina formidabile chiomata di boschi. Soltanto sulla
vetta, il bombardamento e i lavori di fortificazione hanno diradato la
selva. C'è una specie di calvizie incipiente sulla sommità dell'altura,
e si intravvede il fulvo colore della terra scavata fra le grame
alberaglie rimaste. Gli austriaci vi avevano già abbattuto alberi
per adoperare il legname nelle opere di rafforzamento; il cannone
ha falciato il resto. Si scorgono dei sottili intrecci di tronchi
inclinati o caduti.

Come sul Monte Piana, la cima non appartiene a nessuno; è una breve
zona neutra, che da una parte o dall'altra si scala per assalirsi. Le
trincee italiane e quelle austriache non sono lontane fra loro che
una settantina di metri. Ogni tanto qualche esploratore striscia ad
affacciarsi cautamente sulla vetta per vedere quello che il nemico,
pochi passi più in giù, stia facendo. Se è scorto, si ode una salva di
fucilate; la vedetta urla un'ingiuria e si lascia scivolare indietro,
fra i suoi. Alla notte, il vivido raggio dei proiettori contorna
l'altura, che si disegna nera e netta sul chiarore bianco come in un
crepuscolo lunare.

La più attenta osservazione attraverso i binocoli non ci lasciava
sorprendere alcun movimento sul Seikofel. Nessuna vita sulla terra
sconvolta e sterilita di quella vetta, verso la quale sfuma il nero
della foresta. Gli alberi hanno protetto il nostro assalto, come sul
Salubio. I nostri sono saliti nella loro ombra, da tronco a tronco,
ricacciando il nemico a passo a passo.

Non potendo abbattere la selva, nella quale i nostri movimenti si
celano, gli austriaci tentano ora d'incendiaria. Aspettano che il
vento spiri dal nord, e mettono il fuoco ai roveti. Le fiamme salgono,
gli alberi resinosi ardono, colonne di fumo denso si abbattono sulla
vallata. Ma l'incendio non si propaga mai. Divampa, poi langue,
s'estingue, e per giorni e giorni dei diafani nembi azzurrastri si
levano a volute filamentose dalle plaghe carbonizzate. Dei riflessi
sanguigni palpitano nelle tenebre della notte. L'ultimo incendio si è
spento l'altro ieri.


In fondo alla valle, sotto a noi, sporgendoci sulla balza, vedevamo il
villaggio di Pàdola, deserto. Le strade stendevano lungo il torrente
il loro bianco serpeggiamento senza una macchia. Non un carro, non
un uomo. Forse qui, come nelle Fiandre, è alla notte che il movimento
delle retrovie si desta. Nell'oscurità romberanno i convogli in marcia,
mentre in margine al gran traffico dei veicoli sfileranno silenziose le
truppe in nere schiere lente. La valle appariva vuota, solitaria e come
addormentata.

Essa è ancora sotto alla vigilanza di un lontano osservatorio
austriaco, e si sente guardata. Si finge vuota. Niente può dare
pretesto ad un colpo di cannone. Questo osservatorio, per una stranezza
della guerra di montagna, s'incunea nelle nostre posizioni. È al Passo
della Sentinella, una località che merita il suo nome. Vi si erge,
isolata, una guglia dolomitica, sottile, aguzza, che sembra un gigante
in vedetta.

Tutti questi monti, come abbiamo già osservato nella valle di Ampezzo,
sono fatti, per dir così, a trampolino. Verso l'Austria un piano
inclinato, verso l'Italia un salto. Da una parte una comoda via di
accesso, dall'altra una parete che bisogna scalare. Così il passo della
Sentinella. È stato preso e ripreso varie volte. L'attacco è facile per
gli austriaci e difficile per noi. Essi possono difendere la vetta con
qualche uomo e assalirla con molti. Lassù, sull'estrema punta, come
sulla cima della Prima Tofana, non vi è che un minuscolo plotone e
una mitragliatrice, alla quale hanno fatto con del cemento una cupola
blindata. Tutte le cime vicine sono nostre. Noi li avremo assediandoli.
Ma intanto guardano, ed essi sono l'occhio di batterie rincantucciate
fra le pendici dell'Inner Gsell, nelle vicinanze di Sexten.

A destra del Seikofel boscoso, poco più lontano, un'altura nuda,
rossastra, dalla vetta lacerata dalle granate; è il Rotheck. Nel nome
di Rotheck c'è la parola «rosso». La montagna brulla si distingue
infatti per quel suo colore ardente, per quella sua strana vetta
sanguinante sulla quale il nemico si trincera. Di fronte a lei, assai
più vicino, il Quaternà nostro, alto, scosceso, fulvo, dominante, che
a sinistra porta le nostre posizioni a congiungersi per ondulazioni di
declivî al Seikofel, e a destra le conduce verso le cime del Palombino,
altra vetta di frontiera che ci dà il comando di valichi minori.

Sul Quaternà si profilavano gli uomini, che andavano e venivano
lentamente sulla cresta in quell'ora silenziosa di tregua, simili a
strani insetti, diafani e tremuli nelle rifrazioni della distanza.
Vedevamo il rovescio delle nostre posizioni, il formicaio bizzarro
degli accampamenti attaccati alla spalla del monte come dei nidi.

Verso le cime, da ogni parte, si vedevano arrampicati i villaggi dei
rifugi, color della terra, con le loro piccole baracche che sembrano
sovrapposte, minuscole cittadine a ripiani verso le quali sale un
saettamento di sentieri a zigzag. Ricordano quei fantastici conventi
buddhisti che si aggrampano alle rocce sacre della gola di Kalgan. Su
certe vette si sono dovute infiggere delle travi a guisa di mensole,
ed erigere i baraccamenti sopra dei pianerottoli di legno sospesi sul
precipizio. Si passa da un pianerottolo all'altro per delle scale. Dei
gradini tagliati nella roccia portano alle trincee.

Spesso, camminando sulla cresta, un sasso si distacca, rotola giù
dal ciglio e frulla nel vuoto rimbalzando più in basso sonoramente
sul legno delle costruzioni, percuotendo le travature di sostegno con
una violenza da proiettile. Chi si accorge che un sasso sfugge sotto
al suo piede, manda giù un grido di avviso. Si sporge e, le mani a
imbuto intorno alla bocca, urla: «Sassooo!» — e gli uomini nei ripiani
inferiori si gettano contro la parete di roccia aspettando che la
pietra sia passata.


Oltre il Quaternà, ad oriente, una vetta precipitosa e immane: il
Cavallin. È precisamente una di quelle montagne a trampolino che
offrono all'Italia il corrusco aspetto di una rocca ed hanno dall'altra
parte un dorso accessibile. Il Cavallin, una delle gigantesche pietre
miliari della frontiera, non ha grande importanza perchè non domina
alcun valico di qualche entità e non può molestare direttamente le
nostre operazioni. Ma fissa, abbarbica su quel punto del confine
l'occupazione austriaca, ed è sul fianco destro della nostra direttiva
nella valle di Sexten. Non ci nuoce, ma ci minaccia.

Ha una forma quasi simmetrica: due cime, due torrioni, e fra loro una
profonda insellatura nel mezzo della quale bruscamente irrompe una
guglia. Le pareti sono a picco; non si scorge da lontano alcuna via di
accesso. Soltanto delle ricognizioni, in forze più o meno importanti,
partite dai costoni del Quaternà, si sono avvicinate alle posizioni
austriache del Cavallin per studiarne gli approcci. Ardite e magnifiche
spedizioni! Talvolta sono arrivate fin sulle trincee del nemico. Come?
Il racconto delle loro gesta sembra una leggenda.

Scalare la parete è impossibile. Le ricognizioni salgono per i
canaloni, s'inerpicano sui macigni crollati nelle fenditure, vanno
su per veri corridoi fra pareti di roccia che numerose mitragliatrici
austriache spazzano al minimo allarme. Nel cuore della notte gli eroici
reparti esploratori avanzano. Le trincee nemiche si distendono sui
ciglioni, sono annidate in sporgenze della roccia agli accessi dei
canaloni. Ogni approccio è barrato da larghi reticolati. È avvenuto
che si sia riuscito ad aprire un varco nel primo reticolato, poi nel
secondo. Nella luce dei proiettori, strisciando sotto al fuoco intenso,
inerpicandosi da masso a masso, i nostri sono arrivati alla trincea
principale. Ma sul parapetto stesso c'è un ultimo reticolato che
bisognerebbe distruggere, a due metri dalle canne dei fucili nemici.

Quando la ricognizione arriva alla mèta, è già l'alba. Nessuno può
più ritirarsi allo scoperto. E i nostri rimangono là, fra le pietre, a
qualche passo dai nemici, che li sentono ma non osano uscire. Sparano e
sparano, gli austriaci, con quel fuoco a scatti che ridice l'agitazione
e l'ansia. Le mitragliatrici martellano l'invisibile. I nostri si
aggrampano immobili, lambiti da una rete di sibili. È un inferno. Le
palle di rimbalzo sono le più terribili perchè arrivano non si sa da
dove. Qualche corpo rotola giù per il ghiaione. Chi è ferito precipita.
Dall'altra parte del monte si svegliano i corti mortai austriaci, di
un modello studiato per questi terreni, e le grosse granate passano
sulla cresta, portando fino ai tremila metri il loro fuggitivo e
lacerante lamento, per ricadere al di qua, cercando a caso il terribile
assalitore. Ma la notte ritorna e gli esploratori ridiscendono nel
buio, portando il tesoro della loro esperienza.

Non c'è più un abisso dal quale gli austriaci ora non si aspettino
la scalata. Metterebbero dei reticolati sulle nubi, se potessero.
Accumulano mitragliatrici e fili di ferro sul bordo d'ogni precipizio.
E da lontano si vedono nereggiare assurde difese anche sulla cima più
alta del Cavallin. Una trincea si tiene lassù, in un piccolo spazio,
nel quale si ha l'impressione che un uomo non possa distendersi,
circondato dal vuoto.

Da lì ricomincia verso l'oriente, verso la Carnia, la guerra delle
vette.



LA LOTTA DEI COLOSSI.

                                                      _12 settembre._


Quando si entrava in Austria per la ferrovia di Pontebba, passato
Pontafel, se non si era troppo distratti dalle varie e pittoresche
bellezze della valle del Fella lungo la quale il treno scendeva, fra
la stazione di Saint-Lusnitz e quella di Uggowitz — piccole stazioni
che i diretti disdegnavano, adorne di piante rampicanti, e avanti alle
quali non si vedeva che un impiegato fermo e dritto come un piuolo,
sormontato da un chepì rosso albo un palmo — si osservava a sinistra
uno strano sperone di montagna.

Era un contrafforte ardito, coperto di abeti, che avanzava con tanta
insolenza da costringere la valle a scansarsi e fare un giro per
passargli intorno. Pareva messo là per sbarrare il passaggio. Subito
dopo il biancheggiare di Malborghetto, in fondo ad una piccola conca
nella quale il paesello, adagiato a ridosso delle alture per ripararsi
dalle tramontane, si rifugia, la vallata pareva chiusa da quel costone
boscoso.

Fra gli alberi del declivio si vedevano emergere larghe sagome di
possenti costruzioni; erano muraglioni bassi, enormi, massicci,
coronati da spalti, alcuni quasi sulla valle, altri eretti più in su
verso la spalla del monte, con un collegamento capriccioso di altre
muraglie, di altre costruzioni minori. Era il famoso forte Hensel.

Quello che si vedeva costituiva i rafforzamenti del forte. Le spianate
della fortezza si appoggiavano a quelle mura ciclopiche, solide come
la roccia: due spianate, una in basso, una in alto, sotto le quali il
forte affossava le sue parti più vitali. Le muraglie servivano anche
da trinceramenti. Erano bucate da feritoie a ranghi molteplici, dalle
quali, occorrendo, si potevano affacciare piccole artiglierie. Quattro
ranghi di feritoie sovrapposti si allineavano sul muraglione più vicino
alla strada.

Il forte Hensel era doppio, aveva appunto la parte alta e la parte
bassa, unite da cortine e da strade coperte. Si immaginino dei
giganteschi edifici sepolti, dei quali non si scorga che la sommità,
verdeggiante di terrapieni erbosi come se essa fosse sorta dalla
terra sollevando interi lembi di prato. Il bosco aveva mascherato in
parte il resto. Non si vedevano dalla ferrovia gli oscuri emisferi
delle cupole di acciaio dei grossi pezzi, due sulla parte bassa e due
sulla parte alta, e non si vedevano tutti quei bizzarri comignoli
dei quali i forti sono irti, simili a soldatini in ordine sparso
ritti sui terrapieni, e che non sono altro che gli sfogatoi dei
depositi di munizioni intesi a mantenere la ventilazione dei magazzini
sotterranei. Ma i nostri osservatori, annidatisi fin dai primi giorni
della guerra sui monti, dall'altra parte della valle, a qualche
chilometro appena dal forte, ne scorgevano e ne studiavano tutti i
particolari. Distinguevano nell'imponenza geometrica dei suoi profili
tutta la segreta disposizione delle sue parti, dei suoi collegamenti,
vedevano nereggiare sulle piazzole superiori le batterie in barbetta, e
seguivano il lavorìo della guarnigione che apprestava la fortezza alla
battaglia come un equipaggio appresta la nave per il combattimento.

Ora non c'è più niente.

Niente, assolutamente niente. Non più muraglioni, non più spalti, non
più cupole, non più batterie scoperte, non più strade. È scomparso
anche il bosco. Tutto quel folto di abeti che avvolgeva il forte è
svanito. Lo stesso sperone di montagna sul quale la fortificazione
sorgeva si è trasfigurato, non è più quello, è irriconoscibile, tutto
sconvolto, squarciato, imbrullito. Al posto del forte Hensel c'è come
una immensa frana, una convulsione di terra e di pietre, una distesa di
detriti e di macerie che scende dall'alto del costone fino al torrente.
I nostri cannoni hanno fatto questo.

La devastazione dei nostri tiri è indescrivibile. Sarebbe
incredibile anche, se non fosse registrata dalla fotografia. Le fasi
della distruzione sono documentate dalla fedeltà impassibile del
teleobbiettivo. Il cannone operava una lenta e profonda trasformazione
del paesaggio. Cominciò a battere le opere basse, poi troncò le
comunicazioni protette, poi battè le opere alte, infine disgregò,
demolì, sgretolò, seppellì tutto quello che c'era rimasto. Questa volta
gli austriaci non hanno fatto in tempo a ritirare le loro artiglierie.
Il forte è diventato una immane tomba di cannoni.

Alcuni colpi troppo lunghi, andati al di là dello sperone e caduti
nella valle, hanno aperto dei crateri che le piogge hanno riempito,
e ai piedi dell'altura la fotografia vi mostra una fantastica
costellazione di chiari laghetti rotondi. Le granate facevano un arco
al di sopra di vette, un arco alto quasi due chilometri. Varcavano
cinque o sei montagne, viaggiavano per un minuto e dieci secondi su
creste e burroni, attraversavano la vallata del Fella e piombavano
con una precisione meravigliosa sulla parte del forte che si voleva
colpire.

Hensel, eretto per chiuderci ogni passaggio da ovest e da sud, messo
a guardia di uno sbocco di valli, è stato cancellato dalla faccia del
mondo. Abbiamo visto ieri i cannoni che lo hanno annientato.

Lontano dal fronte, lontano dai combattimenti, nelle retrovie della
guerra, dove la vita del paese continua normale ed eguale, le mostruose
artiglierie si annidano. Sono cannoni che il nemico non avrebbe
mai immaginato di veder comparire dalla nostra parte sul campo di
battaglia. Credeva di dominarci con i suoi 210 di Hensel, d'inchiodarci
nelle nostre valli, alle quali intendeva aprirsi l'accesso.

Accovacciati sui loro larghi affusti massicci, che pesano loro soli
decine di tonnellate, piantati solidamente su piattaforme che sembrano
fondamenta di torri, i neri e giganteschi cannoni sporgono soltanto
il profilo impetuoso e possente del loro lucido collo dall'ampio
barricamento circolare di sacchi pieni di terra che li protegge.
Quell'alta barriera grigia fa pensare al recinto creato intorno ad una
belva.


Gli artiglieri lavorano in quel chiuso, isolati, intorno alla
formidabile macchina di morte. Ruote silenziose muovono il pezzo, lo
girano, lo sollevano, fanno aprire e richiudere l'enorme culatta, il
cui otturatore a cerniera, dalle dentature lucenti, sembra lo sportello
d'un forziere favoloso. Docile, il cannone dolcemente obbedisce a lievi
giri di manovelle. Quella grande massa di tredicimila chili di acciaio
si muove senza rumore con una maestà dominatrice, con una lentezza che
sembra pensosa e ponderata. Si dispone al tiro, assume l'attitudine del
combattimento, spostandosi adagio adagio, e nel suo moto solenne pare
di scorgere una non so quale truce e subdola cautela.

Un carrello sospinto su rotaie porta il proiettile dal deposito
blindato delle munizioni. La granata, alta come un fanciullo, è
sollevata dall'argano, scivola nella culla di ottone del caricatoio, la
culatta si chiude sul sacco della polvere che ha seguito il proiettile
nella camera di scoppio, dalla quale per un istante si è intravvista la
vorticosa e scintillante raggera delle rigature. Uno scatto di molla.
Il colpo è pronto. Tutto questo avviene come un meccanico lavoro da
opificio. I soldati rimangono in piedi sulle piattaforme di acciaio che
l'affusto sporge. I serventi sono come inerpicati sul colosso.

Al colpo la gran mole del cannone passa veemente fra loro, spinta
indietro dalla forza impetuosa del rinculo, e torna al posto ricondotta
dalla elasticità dei freni. Una buffata violenta e ardente fa
sventolare i lembi dei cappotti. La terra ha un sobbalzo. Nei greti
è un rotolare di sassi e uno scorrere di sabbie. Le travature delle
case hanno scricchiolato nel villaggio vicino come ad una scossa di
terremoto; le porte squassate hanno risuonato cupamente e le finestre
mal chiuse si sono spalancate alla sorda percossa della raffica breve.

Gli artiglieri, immobili, afferrati ai montanti, gli occhi riparati
dall'ombra della mano aperta, ammiccano verso il cielo, attenti,
interessati. Guardano il proiettile. Perchè la granata si vede, si può
seguirla per qualche tempo nella sua corsa da meteora. È una lineetta
nera, sfumata, che naviga nello spazio, impiccolisce, impallidisce,
svanisce.

I viaggi delle palle da cannone più grandi sono diventati così
lunghi, che dànno il tempo a delle strane segnalazioni. I nostri
posti di osservazione annunciano il passaggio dei grossi proiettili
nemici come i semafori avvertono i porti del passaggio delle navi.
La granata di certe artiglierie pesanti manda un rumore che ricorda
quello di un treno ferroviario lontano; pare un diretto che percorre
la vôlta celeste. «Arriva un 305» — telefonano talvolta gli osservatori
avanzati, quando percepiscono il caratteristico rombo. «305 in arrivo!»
— grida il telefonista della batteria avvisata. «Al coperto!» — ordina
il comandante. Gli artiglieri si sparpagliano nelle loro tane. Otto,
dieci secondi dopo il proiettile arriva, scoppia, solleva eruzioni
di pietre e di terra, annebbia tutto di fumo. Ma la parola umana, più
rapida, lo ha preceduto. È meraviglioso.

Per questo le grosse artiglierie, se devastano e distruggono le difese
meglio costrutte, non fanno molte vittime. Per ammazzare bisogna che
sfondino una casamatta di rifugio o sorprendano truppe allo scoperto.
Allora, l'uomo che si trova presso allo scoppio sparisce. Inutile
ricercarne i resti. Non v'è più traccia di lui.

Così è scomparso un alpino in val Dogna, dove abbiamo visto le
enormi buche scavate di fianco alla strada da alcune grosse granate
austriache. Due alpini passavano di lì al momento di una esplosione.
Di uno non si trovò più nulla. L'altro fu lanciato in aria incolume
e sbalestrato fra i rami di un abete, trenta metri lontano. Annerito
dal fumo, imbrattato di terriccio, stordito dal colpo, si attaccò
istintivamente ad un ramo con quella forza attanagliante che hanno
nelle mani gli alpini, scalatori di vette, e rimase così finchè lo
salvarono.

In questo momento i bombardatori di Hensel hanno altri obbiettivi.
Dopo un lungo silenzio riprendono la parola. I giganti si celano
nell'ombra d'una valle. Quando le loro bocche sono in posizione di
tiro, si tendono verso il cielo. Ricordano per la loro mole i telescopi
degli osservatori astronomici. E tutti quei loro meccanismi perfetti
che permettono di orientare il pezzo enorme fino all'esattezza del
decimo di millimetro, i grossi cilindri dei freni che si allungano
sul manicotto, i cannocchiali di traguardo, contribuiscono a dar loro
un'aria da immani strumenti di precisione. Aumentando la distanza di
tiro si è dovuta aumentarne la correttezza. L'errore di un millimetro
alla bocca del cannone diventa l'errore di centocinquanta o duecento
metri al bersaglio, quando la palla percorre otto miglia. Perciò il
cannone ingigantendo ha acquistato delicatezze minuziose, movimenti da
apparecchio geodetico.

Un'operazione di puntamento fa pensare ai calcoli nautici. Vi entra
dell'astronomia. Bisogna ricercare il nord magnetico, tener conto
delle deviazioni locali della bussola, per orientare il quadrante
di puntamento al nord terrestre: questo preliminare è necessario
per arrivare e stabilire il punto matematico nel quale il cannone è
piazzato. Fissata la posizione del cannone si determina sulla carta
la rotta dei proiettili. Le altitudini come le distanze entrano nel
calcolo. E durante il tiro si tiene una specie di giornale di viaggio
delle granate. Si registrano di ognuna le segnalazioni di arrivo, colpo
per colpo, e gli errori di rotta indicati dagli osservatori a millesimi
— millesimi d'angolo.


La zona che abbiamo visitato, quella parte delle Alpi Carniche che
dalla ferrovia Pontebbana si avanza sulla vallata di Plezzo, è stata
finora un gran campo d'azione di grosse artiglierie. Ora attivo e
violento, ora lento e come stanco, il maestoso duello delle batterie
pesanti e di medio calibro ha continuato per mesi. Il silenzio non è
mai lungo. Ogni tanto le vallate rombano e echeggiano.

Imponemmo noi la lotta dei colossi. Il 12 giugno i nostri massimi pezzi
erano già piazzati e aprivano il fuoco sul forte Hensel. Nello stesso
giorno un deposito di munizioni dell'opera alta scoppiò.

L'incendio durò lungamente; il fumo giallo e denso delle polveri
brucianti copriva a tratti la intera collina, lacerato dal bagliore
delle esplosioni, le quali lanciavano in aria getti alti di macerie e
di luce. Pareva che il forte si bombardasse da sè. Era uno spettacolo
di una imponenza indicibile che gli osservatori descrivevano per
telefono a frasi concitate, piene di ammirazione e di stupore. Il
giorno dopo un altro deposito esplodeva nell'opera bassa.

Il 16 giugno la cortina che univa l'opera alta all'opera bassa era
già franata; le piazzole della batteria in barbetta erano scomparse in
uno sconvolgimento di massi. Allora avvenne una cosa che fa onore al
nemico: il forte rispose. Rispose a caso, senza scopo, per non morire
senza un simulacro di difesa. Ma dopo pochi colpi tacque per sempre.

Implacabili i nostri tiri si avvicinavano ai pezzi blindati. Il 23
giugno una cupola dell'opera bassa era sfondata. Essa appare ora
spezzata come un guscio spesso e nero, aperta, inclinata. Il 2 luglio
si rinnovarono scoppi di munizioni in altri depositi del forte. La
demolizione progrediva a zone, regolare, sistematica, inesorabile. Il
28 luglio un'altra cupola era spezzata e, rovesciandosi, il suo cannone
levava la gola verso il cielo come quelli di una nave che va a picco.
Il forte sprofondava.

Gli austriaci adunarono in fretta batterie in quel settore. Le
pendici settentrionali della valle di Malborghetto nascondono numerose
posizioni di artiglieria pesante e di medio calibro. Vi sono dei 105,
dei 110, dei 115, dei 210, e vi è anche un 305. Il nemico ha temuto
forse uno sfondamento delle sue linee verso il nodo stradale di Tarvis.


Le nostre batterie sono così nascoste che avviene spesso di passarvi
vicino senza vederle. La loro presenza è annunziata da bivacchi,
fumiganti di cucine come immensi campi di tribù zingaresche, da
affollamenti di artiglieri fra tende e baracche disseminate in
selvaggi angoli di valli, da un movimento più attivo di carreggi e di
salmerie nelle retrovie, da parchi di furgoni e di pesanti carrelli da
trasporto, da file di muli e di cavalli alla corda nereggianti sotto a
lunghe tettoie nel greto di qualche torrente. Sui veicoli, sui tetti,
sulle tende tutto un intreccio mascheratore di fronde ha un'apparenza
di addobbo rustico che rallegra come il preparativo di una strana e
primitiva festività montanara. Quando si arriva a questi centri di
attività, adornati spesso da bizzarri giardini, con viali e aiuole
nelle quali delle pietre colorate, disposte ad arte, sostituiscono
i fiori per formare disegni, e sigle, e emblemi, si cercano con lo
sguardo, tutto intorno, i cannoni. Bisogna, per scovarli, che qualcuno
li additi.

Allora vi accorgete che dal folto di un roveto sporge appena una
gran gola di acciaio. Quello che avevate scambiato per un rigoglioso
e inestricabile ciuffo di giovani abeti, è un obice. Un boschetto
di arboscelli e di sterpi verdeggianti è un cannone grosso come una
locomotiva. Pezzi, affusti, piazzole, casamatte, riservette, tutto è
affondato nel terreno e nelle vegetazioni. Nella guerra moderna chi si
nasconde meglio è il più forte.

Per battere bisogna scorgere. Artiglieria vista, artiglieria
silenziata. La situazione di una zona può dipendere da un uomo e da un
filo telefonico. Uno sguardo che si affacci e che scruti, un telefono
che trasmetta, e la solidità di un fronte può essere compromessa.

La vera guerra, in certi settori, è fatta dagli esploratori, dalle
vedette, dagli osservatori. Sono loro, quei pochi uomini annidati
su vette, che in fondo veramente combattono. Combattono con armi
formidabili, lontane chilometri e chilometri da loro, ma che essi
dirigono. Per loro, per quello che vedono e dicono, delle forze
cieche si muovono, dietro, nelle valli e sulle alture, e agiscono.
L'osservatore che sorprende una preparazione nemica e la fa disperdere
con una raffica di granate da batterie che nulla scorgono, e che
conduce i tiri di un bombardamento niente altro che pronunziando delle
cifre in un ricevitore telefonico, è il fantastico guerriero della
nostra epoca.

È lui che assesta i colpi, che sbaraglia e distrugge, ed egli deve
talvolta sentire l'orgoglio di poter scagliare, lui inerme, la precisa
violenza della guerra sul punto che il suo giudizio e la sua volontà
hanno definito.

Da qui il valore di certe cime, quasi irraggiungibili, dalle quali non
potrebbe arrivare neppure un colpo di fucile. Insediare un cannocchiale
vale alle volte assai più che insediare una batteria. Si sono avute
delle azioni importanti per sloggiare un minuscolo posto di vedetta.
Battaglioni e cannoni erano paralizzati momentaneamente dallo sguardo
di un uomo. E dei bombardamenti, dei combattimenti, avevano, si può
dire, un uomo per obbiettivo.

In Val Dogna, ai primi tempi della guerra, quando vi avevamo piazzato
delle artiglierie, ora spostate, che bombardavano certe posizioni
vicine a Malborghetto nella Val Fella, pareva di essere sicuri dalle
osservazioni nemiche. Ma un giorno, improvvisamente, cominciarono a
piovere granate intorno ai nostri pezzi. Fu una di quelle granate che
mandò in aria l'alpino. Il tiro, accurato, doveva esser diretto da
gente che vedeva. Ma dove poteva nascondersi? Cerca, cerca, da punta a
punta, da cresta a cresta, finalmente si scoprì qualche cosa sopra una
delle vette del Montasio.

Il Montasio che domina la valle da sud-est, una immane rupe che tocca
quasi i duemila e ottocento metri d'altitudine, dalle forme ardite
e strane, superbo e fosco, ha un versante austriaco e un versante
italiano. Era stato giudicato inaccessibile. Ma una guida austriaca,
pratica della regione, era riuscita a condurvi una scalata e stabilire
sulla punta un posto d'osservazione. Le nostre batterie erano là sotto.

Non rimase a lungo lassù, l'osservatorio austriaco. Dove va un tirolese
vanno cento alpini: dove va un alpino non va nemmeno il demonio.
All'alba i nostri ascesero la montagna da tre lati. Vi impiegarono
sette ore. Gli austriaci in vedetta non si difesero e non esitarono.
Temendo di essere circondati, fuggirono. Quando i nostri arrivarono
sulla vetta, in un rifugio improvvisato con sassi, trovarono un
telefono, degli strumenti ottici, un giornale e nel giornale delle
fette di salame. Gli uomini che dovevano essere due o tre, erano
scomparsi e giù per una balza oscillava la corda a nodi che era servita
alla loro discesa.

Da allora la vetta è occupata da noi, e l'artiglieria nemica, che non
vide più niente, tirò per qualche tempo a caso, poi smise. Avere un
osservatorio vuol dire talvolta comandare una valle. Noi dominiamo
una gran parte della vallata del Fella in territorio nemico, abbiamo
potuto distruggervi forti e ridotte, la teniamo quasi senza possederla,
soltanto perchè possiamo guardarla. Per avere un'idea dell'azione delle
moderne artiglierie, non bisogna dimenticare questi loro nuovi organi
indispensabili: gli osservatorî.

Ogni batteria ha una sua rete telefonica, lunga decine e decine di
chilometri. Sono i suoi nervi. Il cannone non potrebbe più vivere senza
il telefono. Ha bisogno di stendere molto lontano i tentacoli segreti
della sua sensibilità. Corrono sulle rocce, sugli alberi, sull'erba dei
prati, ora distesi sopra isolatori, ora gettati frettolosamente sulla
terra e sui roveti, i fili elettrici ai quali il rivestimento nero dà
un'apparenza da miccia. S'incrociano, si scavalcano, s'intersecano in
ogni direzione. Un dialogare perpetuo va per monti e per valli fra le
batterie e le vedette.

Quando il bollettino ufficiale ci parla di intensi bombardamenti, noi
non pensiamo agli uomini spintisi avanti, rannicchiati al riparo di
minuscole barricate di sassi, intenti a giudicare, calcolare, scrutare,
riferire, freddi, calmi, maneggiando delicati strumenti come in un
gabinetto di fisica, mentre intorno a loro è un inferno di esplosioni.
Il fuoco nemico li cerca.

Cerca loro prima di ogni altra cosa. Li cerca con urgenza, con furore.
Delle batterie intere non fanno altro. La lotta delle artiglierie
s'inizia sempre contro gli osservatorî. Durante il bombardamento del
forte Hensel i nostri posti d'osservazione erano come in un terremoto.
Non furono mai toccati, ma le rocce intorno sono tutte spezzate dai
colpi, che pareva dovessero svellere i rifugi da un momento all'altro.


Sempre in Val Dogna, scacciato lo sguardo nemico dal Montasio, non
ci sentivamo ancora interamente padroni nella casa nostra. Il nemico
si affacciava ad un altro punto, ed ogni movimento importante era
impossibile oltre Pleziche, alla metà della valle. Bastava che qualche
soldato passasse fra le boscaglie nel fondo della gola, perchè uno
scoppiare di granate chiudesse il passo. Gli austriaci erano sulla
Forcella del Cianalòt. Questa volta non si trattava di un osservatorio
soltanto.

Passato Pontebba, la valle del Fella, che la ferrovia percorre, dopo
aver risalito gli ultimi lembi montuosi dell'Italia, da sud a nord,
varcata la frontiera volge nettamente verso l'oriente. Parallela e
vicina a questo tratto austriaco della vallata del Fella corre la
nostra Val Dogna. Lo spartiacque fra le due valli segna il confine. È
tutta una lunga cresta aspra, nuda, cinerea, che irrompe maestosamente
dagli ultimi prati e gli ultimi boschi. Verso le vette salgono rari e
rudi sentieri che, scavalcando dei passi, allacciano le due valli. La
Forcella è uno di questi valichi. Tutta la cresta fu subito occupata
dai nostri, ma la Forcella, più in là della frontiera, era stata
solidamente fortificata dagli austriaci, da tempo prima della guerra,
e la tenevano con una risoluzione che indicava l'importanza da essi
annessa alla posizione.

La importanza derivava sopra tutto dal fatto che dalla Forcella
di Cianalòt, per il vano lasciato da due vette rocciose, si
osservava una parte della Val Dogna, paralizzandovi ogni azione.
La Forcella è un'insenatura fra i Due Pizzi — due punte: il Pizzo
Occidentale e il Pizzo Orientale — e il monte Pipar. Gli austriaci,
oltre all'insellatura, occupavano il Pizzo Orientale. Noi avevamo
l'Occidentale, avevamo il Pipar, alto, dirupato, vicino al Pizzo
Orientale, e, vicino al Pizzo Occidentale, avevamo la così detta
Tana degli Orsi, una montagna rocciosa, grigia, nella quale si aprono
caverne tenebrose capaci di dar ricovero ad intere compagnie, e che
le tradizioni della valle, eternate nel nome, indicano come gli ultimi
rifugi del gigantesco orso nero delle Alpi la cui razza è scomparsa.

Vista dal fondo della valle, pieno di un selvaggio arruffìo di
boschi, la Forcella del Cianalòt appare come un ripiano, una specie
di parapetto oscuro fra i pilastri delle vette. È vicino; il fuoco di
fucileria austriaco batteva il sentiero. Parlando di monti e di vallate
si conferisce un'idea di grandiosità e di distanza, ma qui, questi
pizzi e queste cime intorno al passo sono a portata di voce. I nostri
soldati avrebbero potuto dall'alto scagliar dei sassi nelle posizioni
nemiche. Ma le posizioni nemiche erano costituite da trinceramenti
in cemento armato, inattaccabili, precedute dal solido tessuto dei
reticolati.

Gli austriaci stavano tranquilli là dentro. Erano invulnerabili. Nè i
fucili nè i cannoni da montagna e da campagna potevano far loro alcun
danno. Non rispondevano nemmeno al fuoco dei nostri che li dominavano
inutilmente. Chiusi nella loro corazza, erano come il riccio sotto al
naso del mastino. Assalirli era impossibile senza aver prima demolito
le loro difese con l'artiglieria pesante, e gli austriaci, i quali
sapevano bene che la valle angusta e dirupata non aveva strade, si
sentivano perfettamente al sicuro dai grossi pezzi. Diamine, i cannoni
da assedio non volano.

Ma una mattina, alle sette precise, li sorprese un'esplosione
terribile. Fu il 30 di luglio. Una di quelle formidabili granate che
sembrano bolidi era scoppiata avanti alle trincee. Non ebbero il tempo
di riaversi. Dopo alcuni colpi di sistemazione, il bombardamento si
fece serrato, intenso, spaventoso. Il fragore delle detonazioni assunse
una continuità sconvolgente, era una catena di folgori, e la Forcella
del Cianalòt scomparve entro una eruzione terrorizzante di pietre,
di vampe, di detriti, di terra, di schegge, e il fumo balzava su a
colonne, a getti, a sprazzi altissimi, per fondersi in immani cumuli,
gialli, densi e pigri.

La violenza delle esplosioni era tale, che delle scaglie di roccia
grandinavano sulle nostre stesse posizioni. I soldati nostri dovevano
tenersi al coperto dietro alle anfrattuosità del Pizzo Occidentale, per
non essere colpiti dalle pietre che quel furore di fuoco proiettava
tutto intorno. I reticolati sparivano. Paletti di acciaio divelti,
ancora uniti da fili, roteavano in aria sibilando. Le trincee
di cemento erano qua e là intaccate, sbocconcellate, sbrecciate,
in qualche punto anche sfondate. Otto ore consecutive durò quel
fiammeggiante uragano di acciaio.

Alle tre del pomeriggio il bombardamento cessò.

Dietro ai ripari i nostri soldati aspettavano quel momento, il
fucile nel pugno, la baionetta inastata. Nel silenzio improvviso
echeggiò l'urlo possente dell'assalto. Dalle vette le nostre truppe
precipitarono giù follemente, a salti, a balzi. «Pareva — dicono gli
ufficiali — una frana d'uomini». Una frana grigia, tumultuosa, vivente,
ululante.

I più agili arrivarono prima. La discesa disseminò i reparti. Si vide
allora, avanti a tutti, a duecento passi dai compagni più vicini, solo,
un alpino atletico, che correva impetuosamente verso le trincee piene
di austriaci, intimando la resa, a gran voce.

La intimava in tedesco. Era uno di quei pazienti, forti e parchi
emigratori friulani che la miseria spingeva oltre le frontiere a
vivere di duro lavoro, trattati come esseri inferiori, come bestie
da fatica dall'insolenza germanica. Aveva sofferto ogni umiliazione,
l'oscuro _polentafresser_, ma non l'aveva dimenticata. Era arrivato
il suo momento. Aveva lui il comando ora: «Fuori tutti! Giù le armi!
Arrendetevi!» Egli era la Vittoria.

E prima che gli altri assalitori sopraggiungessero, avanti a quell'uomo
solo, decine e decine di austriaci sbucavano fuori, pallidi e inermi,
con le mani levate. Da ogni uscita i prigionieri emergevano, a uno
a uno, con delle facce attonite e convulse. Furono presi centoventi
soldati prigionieri e sette ufficiali. Oltre cento cadaveri nemici
insanguinavano i cunicoli delle trincee. Il bombardamento aveva
inebetito gli austriaci. Alcuni dovevano essere sorretti. Erano tutti
sbalorditi e inerti.

Mentre la lenta carovana dei vinti cominciava a scendere dalle alture,
il nostro cannoneggiamento riprendeva, battendo più lontano della
Forcella. Sbarrava il passo ai contrattacchi. Si combatteva anche più
a ponente, ma si trattava di una nostra finta. Preparando l'assalto del
Cianalòt, un'azione accennava a volere aprirsi il passo nella valle del
Fella scendendo verso Lusnitz. Conquistato il nostro vero obbiettivo,
verso il tramonto, si rifece la quiete.

Ma il giorno dopo il nemico volle tentare una rivincita, e con batterie
di medio calibro, piazzate durante la notte nei pressi di Malborghetto,
aprì il fuoco sulla Forcella. Lanciava granate mine e bombe di gas
asfissiante. Continuò il primo agosto a bombardare, senza avvicinare
truppe per l'assalto. Voleva forse soltanto impedire i lavori di
rafforzamento. Poi si rassegnò e tacque.

Non completamente però. Tutti i giorni cannoneggiava un poco. Di tanto
in tanto la Val Dogna è percossa dai rimbombi dei colpi austriaci.
Si vedono delle granate scoppiare fra le rocce, sulle quali lasciano
un segno di scheggiatura fresca, e il fumo viaggia, portato dal
vento, sugli accampamenti aggrampati al rovescio delle balze. Qualche
colpo mal diretto passa sulle creste e arriva nel fondo del vallone.
L'ululato del proiettile allora si prolunga curiosamente, per gli echi
forse, dopo il boato dello scoppio.

I nostri soldati, sistemata la posizione della Forcella, l'hanno anche
ingegnosamente adornata. Come per una sfida, per ergere di fronte allo
straniero un simbolo d'italianità, essi hanno costruito proprio sulle
trincee un campaniletto veneto, che ha un vaso di _shrapnell_ per
campana. Manda un suono da campanaccio da armento, un suono di pace.

Più in basso, al coperto, dove comincia il bosco e si annida fra
i macigni il primo posto di medicazione, i soldati hanno eretto
un baldacchino alto: quattro tronchi per colonne, una cuspide di
fronde, una croce sulla punta. Una grossa pietra rozzamente spianata
biancheggia sotto al baldacchino, al quale si sale per una specie di
grandiosa scalea di rocce. È l'altare. Alla domenica il cappellano
vi dice la messa; in giro sui dirupi e fra gli alberi si accalca la
soldatesca immobile, silenziosa e grave; il cannone romba lontano,
e in alto, sulle trincee, lo _shrapnell_ tintinna sul suo minuscolo
campanile.


Gli austriaci non avevano preveduto la possibilità di portare delle
artiglierie pesanti sulle balze della Val Dogna. Non immaginavano
che la montagna potesse in poche settimane venir solcata, tagliata
e ascesa da strade ruotabili di una fantastica arditezza. Vi erano
solo dei sentieri da cacciatori e da contrabbandieri. Nei primi tempi
della guerra ogni carovana, ogni salmeria che s'inerpicava sulla
valle perdeva qualche mulo. Il terreno si sfaldava, lembi di sentiero
franavano, e le più solide bestie da soma spesso scivolavano nei passi
angusti e scoscesi, perdevano piede, si dibattevano per un istante
annaspando convulse con gli zoccoli, ogni muscolo teso e fremente in un
muto terrore, e precipitavano nel burrone, le zampe in aria, in mezzo
ad una valanga di terriccio e di sassi. Ora l'automobile sale le stesse
pendici.

La strada pare che assalti le balze; passa da una all'altra con quel
serpeggiamento ascendente, serrato e folle che hanno certi razzi.
Va su, va su, tagliata nel macigno; s'inerpica su delle vere pareti;
sembra da lontano, in certi punti, un zig-zag tracciato sopra un muro
gigantesco. Non ha parapetti ancora, è larga poco più della vettura,
sovente le ruote lasciano cautamente il loro solco lieve ad un palmo
dall'abisso. Sporgendosi si scorge il biancheggiare lucente e vivo
dell'acqua che scorre precipitosa giù nel fondo, nell'ombra, fra
macigni lavati e chiari intorno ai quali essa mette effervescenti
collari di spuma. Le volute percorse pochi momenti prima salendo, sono
sotto, a picco, già lontane nella profondità. Più avanti o più indietro
la strada sembra sempre troppo angusta per potervi passare, e si ha
l'impressione di doversi sentir slanciare da un momento all'altro nel
vuoto. Ad ogni giro essa manca allo sguardo, sparisce, non è più che un
taglio, una soglia oltre la quale non c'è più niente.

Strade mirabili, strade prodigiose aperte dalla guerra! Hanno nel loro
tracciato stesso una violenza e un impeto, come un segno di volontà
ferma, la volontà di passare, la decisione di non conoscere ostacoli.
Sono comparse ovunque, come per incanto, ad ogni altitudine, attraverso
regioni impenetrabili ancora chiuse al traffico umano come all'inizio
dei tempi. Solide, incancellabili, queste arterie della nostra forza
scavalcano ponti di pietra, si appoggiano a muraglie massicce, e
sul sasso appena tagliato si vedono scolpiti simboli di armi, frasi
lapidarie di ricordo, date, numeri di reggimenti, che narreranno al
più lontano avvenire questa magnifica storia che noi viviamo, come
quei cippi che ai margini delle strade romane le legioni creatrici
piantavano.

Davanti a queste opere gigantesche che sorgono da una settimana
all'altra, ci si ricorda stupiti che un male dell'Italia è la
deficienza di strade, che delle belle province nostre si spopolano,
che delle ubertose regioni nostre agonizzano, perchè isolate dal mondo.
Cinquanta anni di pace non hanno dato alla Calabria, alla Basilicata,
alla Sicilia, le strade che un mese di guerra apre nelle più impervie
regioni del mondo. Ci accorgiamo ora di quello che la disciplina può
fare di noi. Avevamo bisogno di un'unione e di un comando.

Le nuove strade ci permettono uno spostamento di grosse artiglierie,
quale gli austriaci si erano da molti anni assicurato con una viabilità
aggressiva che arretrava tutte le nostre frontiere. I cannoni più
potenti, che parevano destinati a non muoversi dai forti, ora viaggiano
per tutto, trainati da motori, in lunghi e lenti convogli di carrocci
pesanti al passaggio dei quali il suolo freme. È come se le fortezze
avessero sciolto le righe e manovrassero. Il duello delle artiglierie
pesanti, qui come sull'altipiano di Asiago, ha preso una mobilità
maestosa. Cessato su Malborghetto riprende altrove, su nuove posizioni,
si sposta, gira.


Abbiamo fatto un rapido e largo giro per le valli del Dogna e del
Raccolana, che si somigliano un poco, parallele e brevi, egualmente
dirupate e truci alle testate, piene di una agreste poesia
agl'imbocchi, dove s'ingentiliscono, verdi di prati, disseminate di
piccoli villaggi alpestri che seguitano a vivere la loro antica vita
eguale sotto al rombo delle artiglierie, e verso i quali alla sera
ascendono in fila per sentieri erbosi robuste contadine, curve sotto
alla gerla colma di fieno odoroso, rosse e sorridenti.

A Chiusaforte una folla di soldati si serrava intorno a qualche cosa,
riempiva la strada, altri accorrevano su dai baraccamenti e dai parchi,
delle grida, delle risa, un pigia pigia, un sollevarsi dei più lontani
sulle punte dei piedi, un'agitazione di berretti grigi.

«Che c'è?» — chiedevano gli ultimi arrivati. «Dei prigionieri!»
— «Cantano!» — «Quanti? quanti?» — «Da dove vengono?» — «E chi li
capisce?».... Degli ufficiali sono sopraggiunti: «Indietro, via! Volete
andarvene?» — hanno comandato. I soldati si sono dispersi come delle
formiche fra le quali sia caduto un fiammifero acceso. E allora si sono
visti nello spazio vuoto due strani tipi, stracciati, vestiti di una
tunica irriconoscibile, una specie di camiciotto di tela sporca, con
dei grossi stivali deformati, impolverati e rotti, la testa coperta da
un largo berretto a piatto con la fascia rossastra.

Giovanissimi, imberbi quasi, magri, pallidi, macilenti, uno basso,
uno alto, con delle grosse mani scarnite che si muovevano in gesti
disordinati. La loro faccia esotica, dagli zigomi sporgenti e gli
occhi asiatici, era tagliata dal largo sorriso di una felicità piena,
il quale scopriva dei grandi denti bianchi. Erano russi fuggiti alla
prigionia austriaca.

Costretti a fare trincee contro di noi, erano riusciti a separarsi dai
loro compagni, e marciando di notte, nascondendosi al giorno, mangiando
non si sa come, vivendo così per una settimana una vita da bestie
cacciate, erano arrivati ai nostri avamposti.

Ogni tanto li prendeva un impeto di allegrezza, li sollevava un'onda di
gioia; agitando i berretti urlavano: «Viva Italia! Viva, viva, viva!»
— e i loro poveri grossi piedi stanchi accennavano pesantemente a passi
di danza, una di quelle danze slave che si snodano intorno al fuoco dei
bivacchi cosacchi, accompagnate da gridi acuti e da un battere ritmico
di palme. Poi cantavano qualche strofa d'un loro canto sostenuto
e melanconico come un salmo, che scandivano con movimenti di tutto
il loro corpo magro e sofferente. Parevano ebbri. I nostri soldati,
scostatisi, dopo aver riso al principio si erano fatti gravi.

Quando hanno visto gli ufficiali, i due russi si sono avanzati verso
di loro, e chini, messo un ginocchio a terra hanno afferrato a forza
le loro mani per baciarle, con quel gesto di profonda devozione del
_mugik_ che bacia l'icone.

L'ultima tappa li aveva avvicinati alla loro grande patria, così remota
e pallida.



DOVE IL COMBATTIMENTO NON HA SOSTE.

IL PASSO DI MONTECROCE.

                                                      _18 settembre._


Prima di salire sulle posizioni, l'ufficiale che ci conduceva ha preso
la parola.

Con frasi chiare, pacate, brevi, come se parlasse delle cose più
naturali e semplici della terra, ha narrato lo svolgimento dell'azione
su quel settore del fronte, una storia magnifica di lotte incessanti,
di assalti e contrassalti senza fine fra vette quasi inaccessibili, una
storia di accanimenti e di furori. Stavamo per ascendere alla linea di
trincee del Pal Grande, del Freikofel, del Pal Piccolo, nelle quali il
combattimento non ha soste.

Quale indimenticabile lezione di tattica!

Eravamo in fondo alla valle di Montecroce in una di quelle mattine
fresche e purissime che mettono nell'aria luminosa qualche cosa di
inebbriante. Il Pizzo di Timau ci sovrastava con i suoi arditi castelli
basaltici, che lanciavano l'impeto delle loro torri grige verso
l'indefinito della distanza, nell'azzurro del cielo, a un chilometro e
mezzo sulle nostre teste. Dalle loro basi, fino al fondo della valle,
un digradare di macigni precipitati, vario e come pieno ancora del
tumulto dei crolli. Dall'altra parte della valle, le spalle boscose
del Monte di Tierz, la cui cresta terrosa e fulva conserva lembi di
prato che l'autunno dissecca. Fra il declivio dirupato e nudo del Timau
e la costa selvosa del Tierz, come fra due quinte, tutto uno sfondo
di imponenti vette rocciose: il Pizzo Collina, il Monte Cogliàns,
lo Zellonkofel più vicino, una maestà di masse scoscese e chiare,
rigate qua e là da un candore di nevi. Mentre l'ufficiale parlava, le
montagne si rimandavano l'una all'altra echi fragorosi e senza fine di
cannonate.

La cima del Tierz si coronava di nubi bianche e nembi di terriccio, ed
udivamo passare sul Timau un canto profondo e fuggitivo di granate in
viaggio. Lunghi rimbombi di esplosioni scendevano per la valle, nella
quale vedevamo sorgere e dileguarsi cirri di fumo.

Il cannone faceva un formidabile commento alle parole dell'ufficiale —
uno degli eroi del Freikofel, promosso per merito di guerra e proposto
per tre medaglie al valore — le illuminava di verità precisa, delineava
l'immagine esatta dei fatti. Noi le vedevamo le nostre meravigliose
truppe sotto a bombardamenti di giorni e di settimane, impavide, pronte
all'attacco: l'artiglieria spiegava.

Un soffio di terrore pareva avesse spazzato la valle. Eravamo adunati
presso ad una vecchia chiesuola solitaria, e vedevamo poco lontano
le case del villaggio di Timau, vuote, chiuse, silenziose. Poco dopo
il paesello di Muse incomincia la zona del fuoco e la vita normale
agonizza. Più oltre, sulla strada polverosa non si scorge che qualche
portatrice frettolosa, con una gran gerla sulle spalle curve; ancora
qualche capraia sui prati, immobile presso al suo piccolo armento, e
poi niente altro che soldati, e muli in lenta sequela, salmerie che
salgono verso quella tempesta che romba. Erano le otto del mattino
quando ci siamo incamminati anche noi, in lunga processione.

Il Pal Piccolo, il Freikofel, il Pal Grande, sono vette in fila di una
stessa catena lungo la quale passa la frontiera, diretta da oriente ad
occidente. Questa catena si allunga fra due valloni, per un gran tratto
paralleli: quello dell'Anger al nord, in terra austriaca, e quello di
Montecroce al sud, in terra italiana. Due allineamenti di montagne
assai più alte formano gli altri opposti versanti dei due valloni.
Insomma, per avere una visione chiara del terreno, necessaria alla
visione chiara dei fatti, bisogna immaginare, uno di fronte all'altro
— uno sulla nostra terra e uno sulla terra austriaca — due maestosi
schieramenti di monti, due grandi spalti le cui creste ondulate e
prative, che passano i duemila metri, si guardano da sette od otto
chilometri di distanza, e fra loro, più in basso, la catena rocciosa
del Pal Piccolo, del Freikofel e del Pal Grande, la quale finisce per
attaccarsi al Pizzo di Timau.

Queste alture famose, con i loro cocuzzoli nudi, frastagliati,
precipitosi, messi in rango, sorretti e legati da balze tormentate e
scoscese, formano una strana convulsione di pietra in mezzo ad un calmo
e solenne anfiteatro di montagne verdi: le montagne di Tierz, di Cimon,
di Crostis, dalla parte nostra; quelle di Köderhohe, di Lancheck, di
Polenick (la sola che si culmini in una dirupata nudità pietrosa),
dalla parte austriaca.

Avevamo già contemplato la truce regione del Freikofel dall'alto del
Crostis, durante una delle ultime escursioni. Avevamo visto sotto a
noi una confusione di giganteschi macigni, variegata di sterpi, e solo
dopo una lunga osservazione ci era stato possibile individuare le cime,
distinguerle l'una dall'altra, e sorprendervi a poco a poco la nascosta
vita della guerra. Gl'incamminamenti coperti, le paurose scalinate
scavate nel sasso entro l'ombra di canaloni, i rifugi arrampicati
miracolosamente nei greti, i baraccamenti annidati ai piedi delle
pareti rocciose, e qua e là le trincee, tutto minuscolo, strano, fatto
di solchi, di celle, di tane, fra sparpagliamenti di tronchi trascinati
lassù, simili a festuche di paglia, pareva dovuto ad un lavoro
d'insetti infaticabili e industriosi. Il cannone taceva, e nel silenzio
freddo delle vette risuonavano continuamente dei colpi di fucile, cupi,
lunghi, con quel rumore caratteristico delle tavole gettate a terra, un
rimbombo da legname scaricato.

La lotta si accanisce in questa aspra regione perchè c'è il Passo
di Montecroce. La valle austriaca dell'Anger e quella italiana di
Montecroce sono in comunicazione. La catena rocciosa del Freikofel
ha un taglio profondo nel quale una buona strada si snoda. Per questa
strada si può scendere dal Gail al Tagliamento. Padroni del Passo di
Montecroce, gli austriaci potrebbero premere verso gli sbocchi che
conducono, per le valli del But, del Degano e del Tagliamento, alle
retrovie del nostro esercito operante sull'Isonzo. Non andrebbero
lontani, ma farebbero sentire una pesante minaccia sul nostro fianco.

Per aprirsi la via di Montecroce non hanno risparmiato sforzi. Avevano
preparato numerose strade militari, avevano creato nella zona del Passo
un vero campo trincerato, e fin dall'inizio della guerra, concentrate
truppe e artiglierie in quantità preponderanti, hanno tentato di
forzare il varco. L'azione su questo settore ha avuto tre periodi
distinti: offensiva austriaca e resistenza nostra; controffensiva
italiana e conquista delle vette; equilibrio. Noi non vogliamo
avanzare, siamo sulla frontiera naturale, non reclamiamo terre al
di là, e non vogliamo disperdere energie in obbiettivi strategici di
secondario valore.

Ma la lotta non si acquieta. Gli austriaci tornano e ritornano
all'attacco, tentano e ritentano, costone per costone, vetta per vetta,
cercano di smuovere la stupenda barriera di eroismo contro la quale
ogni assalto si sfascia e si abbatte nel sangue. Alle volte lasciano
trascorrere qualche settimana nell'inerzia, poi, impetuosamente,
sferrano un colpo di sorpresa. Sperano di trovarci indeboliti,
immaginano forse che, ingannati dalla quiete d'una falsa rinuncia, i
difensori abbiano assottigliato le loro schiere.

La nostra difensiva non va intesa come una immobilità. La nostra azione
svolge spesso una offensiva tattica, sospinge, assalta, sorprende,
striscia, strappa al nemico ora una trincea, ora un ridotto, migliora
le posizioni, si abbarbica, approfondisce le radici della resistenza.
Le fanterie nemiche sono a quaranta o cinquanta metri l'una dall'altra.
Gli avamposti sono a quindici metri. Quando gli austriaci bombardano,
spesso debbono fare arretrare la loro fanteria nella seconda linea di
trincee per non colpirla.


Il Passo, una spaccatura piena d'ombra, folta di abeti, sta fra due
cime massicce e rocciose, due immani pilastri: quello a sinistra è
lo Zellonkofel, quello a destra è il Pal Piccolo. A destra del Pal
Piccolo, un'altra mole di sasso: il Freikofel. A destra del Freikofel,
simile per l'aspetto ma più ampio, il Pal Grande. Ancora più in là, le
guglie del Timau. Dopo il Timau, ma non più in rango, simile al capo di
una schiera di vette, l'alto Pizzo Avostanis avanza al nord e chiude la
valle dell'Anger.

Il possesso di questo Pizzo sollevò anni or sono una questione
diplomatica che somiglia a quella della Cima Dodici. L'Austria lo
reclamava, ma le sue ragioni erano troppo quelle del lupo. Il Pizzo
restò nostro. La lunga premeditazione austriaca ora si rivela nella
sua pienezza. Non era il povero possesso di una sterile sommità che
si discuteva: era il dominio di un valico, il punto di appoggio di
un'azione. Il Pizzo Avostanis è il sostegno del nostro fronte. Se non
l'avessimo, forse la difesa non potrebbe esser lì.

La lotta cominciò al Passo. Subito, all'inizio della guerra, il nemico
avanzò all'occupazione dello Zellonkofel a sinistra del Passo, e
del Pal Piccolo a destra. Sul Pal Piccolo avevamo un plotone. Benchè
risolute e tenaci, le nostre forze nella zona erano in quei giorni
piccole. Il plotone si trovò di fronte una compagnia austriaca. Dovette
ripiegare, ma alla notte stessa i nostri assaltarono il monte. Lo
presero, lo tennero. Però, profittando di un cambio di guarnigione
che aveva portato sul Pal Piccolo una truppa nuova alla località, gli
austriaci attaccarono e rioccuparono la vetta. Vi rimasero poco. Gli
stessi soldati che avevano già una volta conquistato il monte, salirono
nuovamente all'assalto e lo riconquistarono. E vi sono ancora.

Ma gli austriaci avevano lo Zellonkofel, avevano il Freikofel, avevano
una delle due punte del Pal Grande; le posizioni nostre e le loro
s'incastravano, s'intersecavano, si allacciavano sopra una stessa
linea. Aggrampati sullo scoglio, dove non si scavano trincee, dietro
a frettolosi ripari di pietre ammonticchiate e di sacchi di terra
faticosamente trascinati lassù, i nostri avevano il nemico di fronte e
sui fianchi. Gli approcci erano scoperti, la fucileria grandinava sulle
retrovie, mancavano sentieri, il rancio doveva esser portato da lontano
con due ore di ascensione sotto al fuoco, e l'artiglieria tempestava.
Gli attacchi del nemico erano continui e violenti.

Il Pal Piccolo fu assalito cinque volte consecutive in un solo
giorno da un battaglione e mezzo di austriaci muniti di numerose
mitragliatrici. Cinque volte il nemico venne ricacciato. Si preparava
a salire ancora all'attacco, si sentiva troppo superiore di forze per
rassegnarsi, quando nella giornata grigia la nebbia scese dalle vette e
una pioggia dirotta cominciò a scrosciare sulle pietre. Allora i nostri
si slanciarono fuori dalle posizioni, la baionetta bassa, urlando, e
per quel giorno spezzarono definitivamente l'offensiva nemica. Era il
30 maggio.

Intanto il coro dei cannoni aumentava tutto intorno. Mentre le fanterie
si battevano, spesso a corpo a corpo, sulla catena rocciosa che il
Passo fende, da dietro le creste dell'ampio anfiteatro di monti le
batterie preparavano gli assalti o si cercavano fra loro, folgorandosi
al di sopra della mischia, e da vetta a vetta filava l'ululante
parabola delle granate. I nostri medî calibri entrarono in azione
il 28 maggio, e i loro primi rimbombi furono salutati da una lunga
acclamazione, giù dalle trincee italiane. Il 3 giugno una batteria
austriaca veniva smontata dalle nostre cannonate. Era il momento in cui
si preparava la conquista del Freikofel.

Fu annunciata al paese il 9 giugno, quando potè dirsi definitiva.
Perchè il Freikofel fu preso, perso, ripreso, riperso, ripreso.
Quando si è visto il Freikofel si ha di questi assalti l'impressione
fantastica di un volo. Immaginate una specie di alta cupola di basalto,
irregolare, con dei fianchi quasi a picco, tutta scogliere, tutta nodi,
spaccata da fenditure che ospitano grame sterpaglie, grigia, sinistra,
strana come quelle rocce inverosimili della pittura cinese che portano
sulla vetta i contorcimenti di un pino asiatico. Lo difendeva una
compagnia, ossia tanti soldati quanti era possibile mettervene. Fu
preso la prima volta da venticinque uomini.


In molte compagnie alpine si sono formati nuclei numerosi d'uomini
votati alla morte; sono detti le «anime perse», sempre pronti ad
ardimenti che hanno del sovrumano. Ricordano i _keshitai_ giapponesi,
gli assetati del pericolo, gli eroi dell'impossibile. L'attacco
del Freikofel pareva una follia, ma bisognava studiarlo, bisognava
tentarlo. Avanti le «anime perse»!

Sono tante le anime perse che si dovette fare una scelta. Occorrevano
venticinque soldati, e ve n'erano cinquecento che si offrivano.
Partì all'alba del 6 giugno la spedizione prodigiosa, condotta da un
sergente pratico dei luoghi. Erano tutti alpigiani: guide, cacciatori
di camosci, portatori, gente che si sente sicura sopra un abisso finchè
trova lo spazio per incastrare la punta d'un piede e i polpastrelli di
una mano.

Si vede da dove sono saliti, ma non si capisce come siano saliti.
Portavano il fucile, con la baionetta già inastata, le giberne, il
tascapane pieno di viveri, erano carichi di peso. S'inerpicavano
con piedi fasciati di pezze, per far meglio presa sulla roccia, e
certi tratti di parete liscia, dove non era possibile salire, li
superavano fissando alle sporgenze superiori delle lunghe corde alle
quali si arrampicavano. Gli austriaci, che vigilavano le due spalle
più accessibili del monte, non udirono niente. L'ascesa, lenta e
silenziosa, era durata un'ora e mezzo.

Toccata la vetta, fra le asperità cineree dei dirupi gli assalitori
concertarono rapidamente il loro piano. «Battaglione, alla baionetta!»
— urlò il sergente. «Compagnia, alla baionetta!» — urlò un caporale. E
tutti e venticinque, gridando per mille, si buttarono avanti, saltando
da masso a masso: Savoia! Dalle posizioni vicine si udì il clamore. Poi
le voci si spensero. Dopo qualche minuto il silenzio tornò profondo sul
Freikofel. Che era avvenuto? Tutti gli sguardi scrutavano ansiosamente
la vetta. Improvvisamente un'acclamazione immensa echeggiò dal Pal
Piccolo all'Avostanis. Sulla cima del Freikofel sventolava la bandiera
italiana.

Gli austriaci non si erano difesi. Sorpresi, erano fuggiti in terrore.
Erano già depressi per un intenso bombardamento di medî calibri durato
tutta la notte. Cinquantaquattro di loro si arresero subito. Molti
altri, sparpagliatisi intorno nelle anfrattuosità delle rocce, venivano
fuori alle reiterate intimazioni di resa, le mani levate. Il nemico
non tentò subito di riprendere la vetta di assalto: la bombardò.
Tutte le batterie austriache, grandi, piccole, di medio calibro, vi
concentrarono un fuoco infernale, prima che i nostri potessero compiere
il più piccolo lavoro di fortificazione. La sommità dovette essere
sgombrata, ma tenevamo l'accesso. Aggrampate Dio sa come, le nostre
truppe erano là, pronte, al riparo, entro i greti e nei canaloni.


Dei venticinque assalitori uno solo era caduto. Fu visto
all'inseguimento, avanti a tutti, scendere a salti di camoscio e
piombare colpito da una fucilata a bruciapelo, tirata da qualche
nascondiglio. Non era stato nominato per quell'impresa. Aveva
protestato perchè non l'avevano incluso nella lista. «_Sior capitano,
mi go più dirito dei altri!_» — aveva detto alla sera, tutto commosso
come sotto ad un'ingiuria. — «_Me speta!_».

Era un soldato straordinario. Quando vedeva il suo capitano partire
solo in ricognizione, borbottava: «_Eco sto mato che busca de farse
copar!_» — E gli dava dei consigli: «_No se fida de mi? Perchè no me
manda mi a guardar, che se lo copan a el, che femo nualtri?_» — Il
capitano fingeva di non udire, e allora il bravo alpino pigliava il
fucile, si affibbiava le giberne, e dopo aver mormorato un affettuoso
e irriverente «_andemoghe drio, el xè mato da legar!_», lo seguiva per
tutto, passo passo, come un cane, devotamente, pronto a fargli scudo
del suo corpo ad ogni frusciare di fronde. L'ufficiale lo ha pianto.

Per tre giorni sul Freikofel è stata una alternativa di bombardamenti
e di mischie alla baionetta. Quando il nemico credeva di aver spazzato
la vetta a colpi di cannone, avanzava la sua fanteria. Improvvisamente
era fra le pietre un brulichìo di grigio, un lungo urlo possente, i
nostri balzavano su, rioccupavano la cima, facevano dei prigionieri,
rigettavano l'assalto. Il bombardamento ricominciava. Si resisteva
un'ora, due, tre, poi bisognava cedere, ritirarsi. Dal giorno 7
al giorno 9, il nemico lasciò duecento cadaveri sul Freikofel,
quattrocento feriti, duecentoventi prigionieri. Ma il 9 la nostra
occupazione della sommità era consolidata. Il cannone non ci scacciava
più.

Gli attacchi austriaci sono però continuati. Con la nebbia, con la
pioggia, di notte, all'alba, alla sera, il tentativo di riprenderci
il Freikofel è stato rinnovato con un'accanita costanza. Specialmente
con la nebbia. Quando le nubi scendono e le montagne vi si immergono a
poco a poco, quando tutto sparisce in un grigio tenebrore, si può esser
quasi sicuri che nello spessore opaco e freddo dei vapori i nemici
rampano.

La loro tattica consiste nell'avvicinarsi a gruppi di cinquanta o
sessanta, cautamente, carponi, e, arrivati a pochi passi dalla trincea
italiana, aprire un fuoco intenso e breve di fucileria. Non osano
slanciarsi all'assalto subito; vogliono prima saggiare la difesa.
Il fuoco di risposta rivela le condizioni dei difensori. Ne dice il
numero, ne dice il morale. Se la trincea si sveglia con una fucileria
furibonda, lunga, disordinata, l'attacco può proseguire. Vuol dire che
la gente trincerata è poca e vuol parere molta, o è molta ma sorpresa
e agitata. Se invece soltanto una diecina di colpi risponde, e poi si
rifà il silenzio, la cosa è grave: c'è nella trincea un'aspettativa
calma e sicura. In questo caso, che è il più sovente, l'attacco è
sospeso. Allora, dopo la scarica, i nostri non sentono più nulla. Il
nemico si ritira quatto quatto nelle sue tane.

Tali spedizioni austriache non sono mai condotte da ufficiali; dei
sergenti le guidano. Gli ufficiali rimangono dietro, nelle trincee.

Si sono avuti, per lunghi periodi, tutte le notti di questi tentativi
di attacco. Talvolta l'offensiva austriaca ha un ben maggiore sviluppo,
si sferra in forze compatte dopo violenti bombardamenti, si estende
contemporaneamente a tutte le posizioni del Passo di Montecroce, assale
il Freikofel, assale il Pal Piccolo, assale il Pal Grande, assale
l'Avostanis.

Non si contano più queste battaglie furibonde, nelle quali si calcola
siano caduti più di seimila austriaci. Il nemico si dibatte sulla
linea incrollabile delle nostre posizioni, non vuol persuadersi che
non si passa. Il 14 giugno, bombardamento e attacco dell'Avostanis. Il
giorno dopo, attacco generale. Il 20 giugno, alla notte, attacco del
Freikofel. Il 22, attacco generale. Dopo ogni insuccesso parziale, gli
austriaci allargano il combattimento, come chi non potendo scuotere
una porta sferri pugni su tutti i muri intorno. Il 23, attacco dal
Pal Piccolo al Pal Grande. Così il 24, nella notte. La notte del 25,
attacco del Freikofel. Le rocce si coprivano di cadaveri. Intanto noi,
sistematicamente, continuavamo a completare il nostro fronte con nuove
conquiste.

Il 22 giugno, proprio durante gli assalti austriaci, occupavamo la
cresta fra il Pizzo Collina e lo Zellonkofel, il monte che, simmetrico
al Pal Piccolo, sta a ponente del Passo di Montecroce. Zellonkofel e
Pal Piccolo sono come due gigantesche sentinelle, una da una parte e
una dall'altra del Passo. Il 25, la cima stessa dello Zellonkofel fu
presa da noi. La soglia di Montecroce era definitivamente chiusa al
nemico.


Gli austriaci tentarono il giorno dopo di sloggiarci. Respinti,
impiegarono il giorno 27 a spostare artiglierie; il 28 bombardarono lo
Zellonkofel con tutti i calibri, poi lo assalirono ancora. Respinti, si
volsero di nuovo, all'altro pilastro del Passo, al Pal Piccolo. Nella
notte del 30, alla luce dei proiettori e dei razzi illuminanti l'ondata
dell'assalto si abbattè sulle nostre trincee, con granate a mano e
bombe asfissianti. L'onda s'infranse e ricadde.

Noi ci eravamo anche impadroniti del Passo di Volaia e del Passo
di Valentina, che si trovano a ponente del Montecroce. Il nostro
allineamento si estendeva e si piantava solidamente sulle posizioni
più forti. Il 1.º luglio facevamo ancora un piccolo passo avanti
dalla cima del Pal Grande; scendendo sul declivio scacciammo il
nemico dalla trincea avanzata. Gli austriaci fecero sforzi disperati
per riprenderla. Tentarono l'assalto nella notte stessa; poi alla
mattina seguente; poi, con più truppe, il giorno 3, dopo un serrato
cannoneggiamento; poi il giorno 5. Abbandonarono 250 morti sul
terreno. Respinti sempre, volsero l'attacco al vicino Pizzo Avostanis.
Furono lasciati avvicinare a brevissima distanza dalle trincee,
contrattaccati, rovesciati nella valle. Il giorno appresso, assalivano
ancora il Pal Grande.

Vi è qualche cosa di cieco e di feroce in questa tattica da ariete,
una forsennata negazione dell'evidenza. E l'evidenza è che la fanteria
austriaca, dai celebri _Kaiserjägern_ ai bosniaci, non può reggere
in combattimento aperto contro la nostra truppa, quando l'uomo è
contro l'uomo. La forza degli austriaci è nell'ausilio ampio, bene
organizzato, sapiente, di tutta la meccanica offensiva, di tutti gli
atroci sostituti scientifici del valore umano: è nell'uso studiato e
largo di tutti quei moderni mezzi di lotta che permettono di colpire
senza esporsi, che affidano la maggior parte del combattimento al
cieco automatismo degli esplosivi; è nell'abilità del nascondiglio, nel
soccorso delle difese inanimate. Sono artiglierie numerose, varie, ben
celate, pronte a scomparire; sono bombe asfissianti; sono granate che
delle macchine lanciano, perchè ci si espone troppo a lanciarle a mano;
sono mine, reticolati, scudi di acciaio; sono trinceramenti blindati
con feritoie a sportello nei quali la fanteria è invulnerabile. Ma il
momento arriva in cui bisogna che avanzino allo scoperto se vogliono
tentare una conquista.

Possono bombardare quanto vogliono, aumentare in proporzioni
esorbitanti la loro avanguardia di esplodenti, l'ora suona in cui i
rifugi debbono essere lasciati per farsi avanti. È l'ora che i nostri
aspettano silenziosamente. È l'ora del cuore. Non sempre ci si difende
col fuoco dall'assalto che inerpica. Le baionette si inastano, poi
con un grido selvaggio i nostri balzano sulle trincee e si gettano
giù, a valanga. Il nemico precipita indietro, lascia i suoi morti,
i suoi feriti, i suoi fucili, e da dietro i macigni spuntano mani
levate di gente che si rende. E questo non una volta, non due; quando
leggete nella nobile sobrietà della prosa di Cadorna che avvenne «il
consueto attacco» al Freikofel, al Pal Grande, al Pal Piccolo, dovete
immaginarvi queste scene sugli orridi costoni di Montecroce, grandiose
e tenibili come la penna non potrà mai dire, tumultuanti nel pallore di
un'alba, o in una notte di tempesta illuminata dalla luce fantastica di
bengala librati nell'aria dai razzi.

Poi si combatte per i morti.

I nostri alpini, specialmente, hanno per il cadavere una reverenza
eroica, un culto antico e solenne che fa della sepoltura un dovere
sacro. Compiono follìe di valore per raccogliere piamente i loro
caduti. Dicono che il morto vuole riposo, e reclamano dai superiori
il diritto di uscire dalle trincee. Si concertano, partono in cinque,
in sei, armati, di notte. Spesso sono scorti o sono uditi dal nemico,
la fucileria si desta, le bombe esplodono divampando fragorosamente,
i proiettori si accendono e frugano la roccia. Qualche volta la
scaramuccia si allarga, e non sono più cinque o sei che avanzano, sono
cinquanta, sono cento, lanciati fuori da un'indignazione generosa, e la
spedizione arriva sulla trincea nemica tornandone carica di trofei.

Sul Pal Grande, un giorno, uno dei nostri morti era rimasto a tre
passi dai parapetti austriaci. Era un graduato che tutti adoravano.
L'ufficiale in comando offrì una somma di denaro ai volontari che
fossero andati a prenderlo. Gli alpini, gravi, studiarono a lungo dalle
feritoie, poi scossero la testa e tacquero. L'ufficiale, un valoroso,
un dio per i suoi uomini, lasciò la trincea con un gesto di sdegno.
Bastò più della somma.

Era appena giunto al rifugio, quando l'ufficiale udì un tumulto di
fucilate e di gridi. Si disponeva, perplesso e sorpreso, a tornare
indietro, ma il tumulto diminuiva, cessava. E verso di lui, per i
camminamenti coperti, scendeva un affollamento solenne di soldati.
Era il funerale magnifico di un eroe. I primi portavano il cadavere, e
dietro a loro ondeggiavano sulle spalle fasci di fucili e grigi scudi
di acciaio, armi prese al nemico. Per riprendere il morto, la trincea
austriaca era stata attaccata, conquistata, spogliata.

Perchè gli austriaci tirano sui raccoglitori di feriti e di cadaveri?
Nulla può indurli al rispetto della croce rossa. Uno dei nostri
cappellani, dopo un combattimento, uscì dalle trincee del Freikofel in
paramenti sacri, le braccia levate, per chiedere al nemico di lasciar
prendere i morti. Fu preso a fucilate anche lui. Fremendo di sdegno i
nostri hanno visto più volte gli austriaci massacrare a colpi di fucile
e di granata i loro stessi feriti, che strisciavano penosamente gemendo
verso le loro trincee. Non è forse ferocia; probabilmente è allarme.
Sono in uno stato di agitazione evidente, di ansia, di sospetto,
di timore. Non discernono, non capiscono, sono turbati, vedono in
ogni cosa un tranello, nel prete immaginano un lanciatore di bombe
travestito, nel rampare d'un ferito scorgono l'avvicinarsi subdolo di
un assalitore, l'angoscia di una aspettativa mortale non lascia posto
per altri sentimenti, tirano su tutto quello che si muove, sulle ombre,
sulle apparenze, e tirano anche sui morti, perchè non li ricordano più,
o perchè li credono finti morti e fissandoli par loro che si spostino,
lentamente, insensibilmente, nell'ombra.

Nessun attacco di queste truppe, anche contro forze che per un periodo
furono numericamente inferiori, è mai riuscito. Non li abbiamo
ricordati tutti questi attacchi, ostinati, sanguinosi e inutili.
L'8 luglio tentavano ancora la conquista dello Zellonkofel. Il 10 si
volgevano al Pal Grande, di notte. All'alba contrattaccavamo noi e
prendevamo un'altra trincea. Il giorno dopo avanzammo ancora un poco
verso l'Anger. Il 14 luglio, nuovo assalto generale austriaco di tutte
le posizioni. Era un giorno tenebroso, nebbioso, freddo, e per due
volte l'offensiva nemica salì sullo Zellonkofel, sul Pal Piccolo, sul
Freikofel, sul Pal Grande, sull'Avostanis, a infrangersi sulle nostre
baionette. Poi il 27 luglio, il 30 luglio, il 7 agosto, il 14 agosto,
giorni di battaglia. Di ogni attacco nemico noi abbiamo profittato;
la controffensiva ci ha permesso sempre di migliorare la linea di
resistenza; prendevamo una balza, una gola, un costone. E la lotta
prosegue, ora furibonda ed ora stanca, ad una distanza da sassate, con
lanci di bombe e d'ingiurie.

Questo è il fronte verso il quale salivamo lentamente dalla valle di
Montecroce.


Salivamo verso le posizioni dalla valle di Montecroce, sul cui fondo
venivano a cadere dei colpi destinati alle retrovie, i quali aprivano
sui prati, dall'altra parte del torrente, lacerazioni oscure.

Ogni quattordicesimo giorno del mese è, per ragioni misteriose, un
giorno di furore austriaco in quel settore. Assistevamo alla quarta
celebrazione di questa data. Il tempo limpidissimo favoriva l'azione
delle artiglierie. Dalle tre del mattino il bombardamento continuava,
senza la caratteristica tremenda intensità di una preparazione di
assalto, ma vasto, su tutti i punti, contro le trincee e contro gli
approcci, sulle vette e nelle gole.

Le grosse granate passavano in alto, alle volte due, tre di seguito, e
dalla calma, azzurra, profonda serenità del cielo scendeva quel loro
ronfiare cupo, lamentoso, soprannaturale, che per delle interferenze
bizzarre del suono ha come dei rallentamenti e delle pause, che pare
sosti e riprenda, con qualche cosa di faticoso, di affannato, di
pesante.

Veniva fatto di guardare in su, curiosamente, e di cercarle nella
luce le canore masse di acciaio. Dal suono si distinguevano i calibri.
Striduli, striscianti, con un rumore di lacerazione, delle granate e
degli _shrapnells_ di artiglierie da campagna e da montagna, tirati
troppo in alto, sorpassavano le posizioni e scendevano lungo la
china tracciando invisibili archi di sonorità e di ronzii. Il fragore
echeggiante delle esplosioni saliva dalla vallata come una impetuosa
marea di tuoni. Il fumo sorgeva filaccioso e diafano sulle cime degli
abeti.

Dal colore delle nubi di fumo i soldati classificano i proiettili.
C'è la bianca, la bianchina, la rossa, la grigia. Tutto prende un
soprannome al campo. Le varie batterie nostre sono conosciute con
nomignoli che rimarranno. Una batteria da montagna, inerpicata ad
un'inverosimile altezza, è la «pettegola». È sempre la prima ad
iniziare la discussione e vuole sempre l'ultima parola.

Incomincia con otto, dodici colpi di fila; allora, siccome i suoi tiri
arrivano bene, tutti i cannoni austriaci si mettono ad abbaiare contro
di lei; l'altura sulla quale la batteria è piazzata, è tempestata da un
imperversare di granate. L'inferno dura un'ora, due ore: la pettegola
tace. Il nemico la crede colpita, distrutta, sepolta, e sospende il
fuoco. Immediatamente si odono due colpi; è lei che dice: Sono qua!
Nuovo furore austriaco, ripresa del bombardamento a oltranza. Poi
silenzio. Questa volta è finita. No, due colpi, due soli: Sono ancora
qua! E per giorni intieri continua l'alterco dei cannoni, il quale
finisce invariabilmente, alla sera, con quei due colpi insolenti,
esasperanti, che l'artiglieria nemica si rassegna a lasciare senza
risposta.

Da un'altra parte c'è la «mitragliatrice». È una batteria da campagna
che si indigna quando la tormentano troppo. Per un po' sopporta, poi
perde la pazienza e sgrana giù, per un paio di minuti, un fuoco a
tiro rapido filato come i punti di una macchina da cucire. Ma bisogna
sentirne a parlare i soldati, di questi cannoni amici.

C'è un affetto, una passione, una riconoscenza, verso quelle batterie
protettrici, che non si possono ridire. La loro voce è riconosciuta e
sveglia sempre esclamazioni di saluto nelle trincee. Non le hanno mai
viste, non sanno nemmeno con precisione dove stiano, ma i soldati le
adorano, e non ce n'è uno che all'occorrenza non si farebbe ammazzare
per salvarne un pezzo. I tiri sono seguiti con un interesse espansivo.
Un bel colpo, che vada al segno, è commentato con espressioni di gioia.
I grossi alpini si battono allora fanciullescamente le coscie con le
palme, contenti, esclamando: — Bene! Bene! Bravi! — E ridono.

Ma ieri le nostre batterie disdegnavano il fuoco nemico. Rispondevano
appena, di tanto in tanto. Qualche grossa granata passava dal sud al
nord. «Ciao, cara!» — dicevano i conducenti alzando la testa: «Buon
lavoro!»

C'inerpicavamo verso il Pal Grande su di una scoscesa spalla del monte
coperta da un folto bosco di abeti, girando e rigirando per le volute
del sentiero, ai piedi di immani pareti rocciose dai cui bordi lontani
sporgevano le tese braccia degli alberi, in oscuro intreccio. Poi
la dirupata, angusta, ombrosa cavità di un canalone ci ha presi; il
sentiero sempre più aspro è divenuto quasi una scala, una fantastica
scala a brevi zig-zag, fiancheggiata da abeti, serrata dagli speroni di
maestose muraglie basaltiche.

Un rombo lontano e sonoro, che si sarebbe preso in quel momento per il
rumore di un proiettile se non fosse stato persistente ed eguale, ci
ha fatto guardare nei lembi di cielo che s'incorniciavano luminosi e
profondi entro un frastagliamento nero di rami. Un aeroplano austriaco
passava.

Era chiaro, diafano come una cosa veduta attraverso l'acqua, pareva
lento, pareva incerto, volava verso il sud, librato sulle sue ali
immobili, poi ha virato verso l'est. La montagna, che sembrava deserta,
ha risuonato tutta di colpi di fucile. Si tirava da ogni parte sul
sinistro uccello pallido e grande che spiava. Le rocce prolungavano
stranamente il rumore dei colpi; l'eco faceva di ogni fucilata uno
scroscio. Scendeva su di noi come una portentosa cateratta di strepiti
violenti. L'aeroplano è scomparso, la fucileria ha taciuto. Qualche
grosso proiettile, passando più basso, faceva udire il rauco soffio
vorticoso della spoletta.

Il sentiero aveva i segni caratteristici delle zone battute lasciati
dal cannoneggiamento di mesi, schegge di roccia staccate dai colpi
e precipitate sul passaggio, frammenti di granate, pallottole di
_shrapnells_, buche scavate dagli scoppi. Qualche barella scendeva
lentamente e le cedevamo il passo, salutando il ferito che ci
guardava con lo sguardo lontano e assorto di chi ha appena lasciato il
combattimento e lo rivive.

Il frastuono delle esplosioni, di tanto in tanto, si faceva vicino
ma senza direzione, ingigantito dalle sonorità degli echi. Poi,
improvvisamente, uno schianto di folgore, un contraccolpo di vento, un
roteare lento in aria di tronchi d'albero sradicati dal ciglione d'una
roccia e lanciati in alto, un frullare di pietre tutto intorno a noi,
di schegge, di frammenti, con un picchiettare violento di sassaiuola
sulle piante e sul sentiero, e un fumo giallo, pesante, acre, si è
sparso a piccoli turbini e ci ha velati.

Bianca, gigantesca, precipitosa, una vetta ci appariva vicina, alla
fine del canalone, una rocca luminosa nello sfolgorìo del sole: il Pal
Grande.


Pochi minuti dopo, inerpicati sulle basi delle sue pareti,
contemplavamo la bellezza orrenda di questo grandioso e selvaggio
campo di battaglia. La via dalla quale eravamo saliti non era più che
una specie di spaccatura in basso, piena di ombra e di un arruffìo di
boscaglia, al quale ogni tanto s'invischiava la nube sinistra di una
granata. Il Pizzo di Timau vicinissimo, a levante, tutto in ombra,
azzurrastro, piombava le sue vertiginose pareti a picco quasi nei
ghiaioni del Pal Grande. A ponente la cupola scabrosa e tormentata
del Freikofel, lontana meno di un tiro di fucile. Più in là, le rocce
cineree del Pal Piccolo che sostengono un pianoro con vestigia di
verde. La spaccatura del Passo di Monte Croce appare così angusta che
lo Zellonkofel al di là del Passo, si direbbe unisca la base delle sue
due cuspidi a quella del Pal Piccolo.

Tutte queste vette, tutte queste rocce, nude, calcinate come ossami di
un mondo morto, tuonavano alle cannonate; ruggevano in echi prodigiosi,
avevano boati da valanga, frastuoni di crollo, facevano scendere dalle
più inaccessibili solitudini tumulti immani di battaglia; pareva che
ogni balza, ogni crosta, ogni dirupo sferrasse i suoi colpi, che le
montagne stesse si fulminassero confondendo in una continua tempesta lo
scrosciare esorbitante delle loro folgorazioni. E finivamo per sentire
confusamente una non so quale personalità favolosa in quelle montagne
combattenti, piene di un maestoso e immobile furore. Non è possibile
dare un'immagine del coro possente e favoloso delle vette intorno alla
lotta dei piccoli uomini invisibili, celati come insetti nei greti,
ridire quello che la montagna aggiunge alla guerra di pauroso, di
grande, di soprannaturale.

Eravamo da poco lì, quando da una piccola baracca, incastrata sopra
un gradino della roccia, è sceso un grido di evviva. «L'aeroplano è
caduto! — ha annunziato un ufficiale affacciandosi. — È caduto nella
valle dell'Anger! Abbiamo ricevuto adesso la telefonata!» La voce è
passata. Dei soldati, sull'alto della balza, si sporgevano dal ciglione
per sapere forse che cosa fosse successo, e salutavano festosamente.
Dietro a loro, più in alto, il cannoneggiamento batteva sempre. Si
udiva il miagolìo breve e rabbioso delle pallette di _shrapnell_. Una
scheggia di bomba è scesa frullando sul ridosso, ed ogni tanto un
ronzìo di pallottole austriache sperdute, rimbalzate sulle pietre,
passava intorno a noi, lontano, in direzioni imprecisabili, chi sa
dove.

Gli austriaci non hanno attaccato, non si sono mossi dalle loro
trincee. Bombardavano, e facevano un gran fuoco di mitragliatrice e
di fucile. Ma le nostre truppe accolgono con una indifferenza sublime
queste manifestazioni. Preparano le loro granate a mano e aspettano.
Perchè è con il lancio delle granate che iniziano i loro attacchi e
contrattacchi. C'è sul Pal Grande un famoso lanciatore di granate.
Ne mette cinque o sei nel tascapane, e parte dalla trincea, un mezzo
sigaro toscano acceso fra i denti. Egli preferisce le bombe lenticolari
a quelle sferiche per il suo sistema. Arriva bocconi presso la trincea
nemica, mette le bombe in fila davanti a sè, poi col toscano accende
le micce e getta i proiettili con la rapidità e la esattezza del
giocoliere che lancia i cappelli. E lanciando conta: Uno, due, tre,
quattro, cinque.... Le esplosioni si seguono serrate e la trincea si
vuota fra grida di terrore. Una volta preparò così un assalto, da solo.

Il fuoco dell'artiglieria non scuoteva le truppe di montagna nemmeno
all'inizio, quando non avevano ancora ripari sufficienti. Capitava
qualche volta che una granata prendesse in pieno la trincea e ne
demolisse un pezzo. Nessuno si muoveva. I soldati scansavano i morti e
i feriti e ricostruivano. Sul Freikofel una volta una granata austriaca
buttò giù un riparo e lanciò un caporale sulla tenda del comandante,
una ventina di metri più indietro. Ai fianchi del caporale erano due
soldati, rimasti miracolosamente illesi. Dissipato il fumo si videro
i due soldati già intenti ad ammassare i sassi crollati per rifare il
riparo. Non si erano neppure voltati per vedere dove fosse andato a
finire il caporale.

Vorrei potere essere autorizzato a dire i nomi di alcuni di questi eroi
della calma. Vi sono episodi meravigliosi. Sul Freikofel un soldato era
in vedetta in una trincea che, per un caso forse, l'artiglieria nemica
si mise a colpire incessantemente. Arrivavano raffiche di quattro, di
otto, di dodici proiettili. La trincea era demolita. Il soldato era
rimasto interrato tre volte. Per tre volte si era dissepolto. Dalla
trincea principale il suo capitano avanzò per comandargli di ritirarsi:
«Vieni via! L'hanno con te! Vieni via!» — «Signor no!» — rispose
risoluto il soldato. E tutto annerito dal fumo, sporco di terra, balzò
su dal buco, e lì fuori, allo scoperto, feroce e fermo, spianò il
fucile e cominciò a sparare, a sparare, con una rabbia fredda, come per
sfida.

Un altro soldato diceva che non poteva stare in trincea. Spesso
chiedeva il permesso di lasciarla. Prendeva il fucile e andava quatto
quatto in piena zona nemica. Studiava i punti di passaggio, rimaneva
per giorni interi immobile in appostamento. Era il cacciatore di
uomini. Tornando annunziava i risultati della posta: «_Ghe n'ho tabacai
tre!_» Per lui colpire era «_tabacar_». Un giorno rientrò pallido e
muto nelle posizioni. «Cos'hai? Sei ferito? — gli chiesero. — Vuoi
che ti portiamo?» No, volle scendere da solo al posto di medicazione.
Incontrò il capitano. «_Sior capitano_ — gli disse — _i me gà tabacà
anca mi!_» Era stato passato da parte a parte da una palla.

Ci siamo diretti al Freikofel, contornando il rovescio del Pal Grande.
Dei colpi di fucile isolati risuonavano qua e là. Non vi sono punti
completamente coperti; le anfrattuosità delle rocce permettono a
qualche tiratore isolato di andarsi a rannicchiare sui fianchi delle
alture. Episodi di combattimento hanno disseminato il loro ricordo
da ogni angolo, fuori della battaglia. L'ufficiale che ci guidava
ci ha indicato sul viottolo un punto dove, passando alcune sere or
sono, si sentì chiamare: «Capitano, in nome di Dio, fermatevi, non
andate avanti, vi ammazzano!» Era un soldato ferito, caduto a terra.
L'ufficiale lo raccolse, lo caricò sulle spalle, e passò.

Per un'ora ci siamo arrampicati sulla spalla del Freikofel in una
specie di fenditura dove il lavoro dei soldati ha saputo creare un
fantastico sentiero, che la battaglia ha disseminato di frammenti di
bombe, di schegge di granate, di pallottole: detriti della guerra
arrivati di rimbalzo. Vi sono zone in cui tonnellate di metallo si
vanno accumulando. Ci siamo trovati inaspettatamente fra casupole di
pietra, che sembrano una sull'altra, quasi fossero costruite su gradini
colossali di una alta e angusta scalinata. Subito dopo eravamo in un
labirinto di scalette picconate nella roccia, di cunicoli, di tane: le
trincee.


Tutto era chiuso, tutto era oscuro, un po' di luce verdastra filtrava
appena dalle feritoie mascherate di fronde. Si esciva curvi all'aperto
per sentieri scavati nel sasso, si andava lungo barricamenti di sacchi
pieni di terra, si rientrava nel buio di ridottine e di posti di
vedetta. Nell'ombra, vicino alle feritoie, qualche alpino era seduto
in atteggiamento di riposo, immobile, sereno, statuario, il fucile
fra le gambe, un paio di granate a portata di mano, poste sopra una
mensoletta, come dei _bibelots_, e, vicino, una cassetta piena di uno
scintillìo di munizioni. Pallottole austriache schioccavano ogni tanto
sulle pietre, all'esterno. Si udivano i colpi dei fucili nemici così
vicini, che per qualche tempo abbiamo creduto che fossero i nostri a
sparare.

Dalle feritoie si scorgevano le trincee nemiche, a cinquanta passi.
Erano ammonticchiamenti di sassi, ammassamenti di sacchi a terra, e
qua e là un grigiore strano di corazzature, del colore plumbeo delle
navi da guerra. Gli austriaci hanno due tipi di scudatura di acciaio,
uno grande da trincea, uno più piccolo da assalto. Ricorda l'antico
schermo degli arcieri, questo scudo rettangolare che si posa al suolo,
appoggiato a due montanti, e dietro al quale il soldato si rannicchia,
spiando da uno sportellino che si apre e si chiude.

In continua azione di combattimento, le nostre trincee sono sorte e si
sono rafforzate, a poco a poco, quasi insensibilmente. Furono monticoli
di pietre, poi muricciuoli nascosti da verdura di pino, poi ebbero una
copertura di travi di abete — portati su faticosamente dalla foresta
— poi sulle travi si ammassarono blindamenti di terra e di sacchi. Il
nemico che spiava non ha nemmeno visto una mano. I sassi si spostavano
adagio adagio, si allineavano, si sovrapponevano, senza che il loro
moto potesse essere percepibile da lontano. Era come se pietre, sacchi,
travi, animati per magia, lentamente manovrassero. E il lavoro non
finisce mai; si migliora, si amplia, si rinforza, si progredisce,
si aprono nuove comunicazioni, talvolta si avanza pure, sempre per
pazienti trasformazioni, cercando che i profili delle opere di difesa
non si levino a mutare troppo la fisionomia selvaggia dei luoghi.

Si profitta di ogni macigno, di ogni sterpo, e si cerca, per analogia,
di quali macigni e di quali sterpi il nemico potrebbe profittare.
Ridotte, cunicoli di passaggio entro i quali si striscia, tenebrose
casamatte nelle quali la vigilanza si apposta, rifugi blindati, spiazzi
aperti e alti per il lancio delle bombe, seguono piani capricciosi
che rispondono alle necessità di una tattica minuscola, una tattica da
fiere rintanate.

Groppe di pietroni, sporgenze di massi macchiate di licheni, crepacci
profondi, arbusti, rovi, formano fra le trincee nostre e quelle nemiche
un terreno spezzato, confuso, fantastico, che solleva ferocemente
sul suo pietrame cinereo gruppi di cadaveri, avanguardie di morti,
drappeggi flaccidi di uniformi azzurrastre che conservano incerte forme
umane, e dai quali spuntano piedi distorti, mani disseccate. Segnano
i limiti sui quali gli assalti nemici furono fermati. Qui soltanto i
viventi sono sepolti.


Fra le schiere trincerate, tutto è funebre, tetro, immobile, morto.
Le piante stesse non hanno più vita, torcono moncherini di rami nudi,
cincischiati, neri, e le reti dei fili di ferro si stendono come
enormi ragnatele sopra un intreccio di pali incrociati. Non sono stati
costruiti sul posto i reticolati; gli austriaci hanno fabbricato dei
«cavalli di Frisia» complicati con attorcimenti di fili uncinati, e li
hanno gettati avanti alle loro trincee.

Se da una parte il tono d'una voce si eleva, dall'altra essa è udita.
Al minimo svegliarsi di conversazioni nei nostri posti, il nemico si
allarma, crede a dei movimenti in preparazione, e aumenta il fuoco
per scoraggiarli. Perciò si parla sottovoce, come nella camera di un
malato. Anche i divertimenti sono silenziosi. Nei momenti di calma
relativa compaiono delle scacchiere, sulle quali fiere teste pensose
si curvano a meditare marce e contromarce di pedine, che grosse dita
esitanti sospingono.

Dalle piccole porte dei rifugi si vedevano nell'interno piedi di
dormienti spuntare confusamente dal buio e come sospesi a tutte
le altezze. I giacigli sono sovrapposti; ricordano le cuccette a
bordo delle navi, e in quelle tenebrose cabine di pietra riposavano
beatamente le squadre notturne, indifferenti allo schioppettìo e alle
detonazioni.

Di tanto in tanto, un tonfo sordo, un frullare da trottola, e gli
uomini che si trovano nei punti non blindati si fermano a guardare
intensamente in aria. Aspettano la «bomba». Lanciata da qualche
apparecchio a pressione, essa è salita ad un centinaio di metri di
altezza e ridiscende, nera e oblunga, roteando come una bottiglia
gettata. Appena si avvicina, i soldati che erano rimasti immobili,
cominciano a fare dei gesti da giuocatore al pallone che si prepari
a menare il colpo; oscillano, si dispongono a balzare da un lato o
dall'altro; per sfuggire al proiettile svolgono la stessa mimica che
se volessero afferrarlo; studiano il punto di caduta, e poi, all'ultimo
momento, quando sono sicuri, saltano via o si rannicchiano.

Un istante dopo c'è il reflusso, tutti accorrono verso il luogo dello
scoppio, che fumiga. Si lavora, v'è qualche sasso da rimettere al
posto, qualche sacco sventrato da sostituire; ogni cosa è tinta di
giallo intorno. La pietra, la tela, le travi, la terra, per un raggio
di qualche metro sono color canario e mandano un puzzo irritante e
acre.

Gli austriaci hanno pure delle sottili e piccole bombe, che lanciano
per mezzo del fucile, meno potenti delle altre. Le armi che essi
tentano sono innumerevoli, e tutte intese ad evitare più che si può
la prova del coraggio aperto. Ricadono sibilando oltre le posizioni,
nelle gole e nelle valli, frammenti di insoliti proiettili, oltre
alle deformi pallottole rimbalzate; sono strani segmenti geometrici di
metallo, quadratini di acciaio, pallette rosse di minio, bossoletti da
fucile pieni di piombo, schegge di piccole granate da cannoni navali,
di quei cannoncini che armano la prua delle torpediniere.

Tutti questi detriti sibilanti che spruzzano via e si disperdono dalle
vette in battaglia, tutte queste molecole di violenza che irradiano
follemente dalle posizioni, fanno pensare alle faville lanciate da
un'incudine gigante percossa dal veemente maglio della guerra.

Quando ridiscendevamo dal Freikofel, sul quale la calma superba e
sicura dei nostri dà alla vita una così meravigliosa apparenza di
normalità, il cannoneggiamento non aveva più l'intensità di prima. Gli
austriaci se la prendevano nuovamente con le retrovie, che delle grosse
granate cercavano. Forse il nemico immaginava chi sa quale accorrere di
rinforzi.

In una radura del bosco, sotto alle rocce del Pal Piccolo, alcuni
soldati lavoravano di zappa; erano seppellitori. Intorno a loro
dei cadaveri aspettavano che la fossa fosse pronta, distesi nelle
barelle, una rozza croce di verdi ramoscelli di pino posata sul petto
insanguinato. Un soldato è caduto ferito poco lontano, ed è rimasto lì,
accoccolato, aspettando, senza un lamento.

Le esplosioni nella selva lasciavano un'agitazione di piante;
si vedevano lunghe rame di abeti squassarsi con una specie di
divincolamento lungo, fra le spire del fumo, come per un disperato
tentativo di fuga. I rari soldati che passavano nelle vicinanze non
allungavano il passo, non guardavano nemmeno, e il loro volto bronzato,
inselvaggito, guerriero, esprimeva la più serena indifferenza. Due di
loro si sono fermati a parlare e la buffata d'un colpo vicino non ha
interrotto il loro discorso.


In quello stesso giorno, sul Pal Piccolo cadeva ucciso Ruggero Fauro.

Abbiamo contornato le spalle del Pal Piccolo. Un minuscolo accampamento
era tutto intento alle sue faccende. Qualche _shrapnell_ è scoppiato
ancora, in alto, sul bordo della parete rocciosa, sferrando le sue
pallette con un lamento da frusta agitata. Poi i rombi e gli echi si
sono andati calmando. Un silenzio solenne si andava ricomponendo sui
monti. Mentre raggiungevamo la valle di Montecroce, ancora un colpo
ha tuonato, un'ultima granata è esplosa sulla cima del monte Tierz.
Ha avuto il rimbombo cupo di una grande porta, che si chiuda, di
una smisurata porta dal battente di bronzo, serrato con impeto sulle
risonanze profonde di un tempio favoloso.

Agli sbocchi delle valli verso i quali viaggiavamo, nel violaceo
declinare del giorno, gli antichi castelli che guardano da tanti
secoli le soglie d'Italia profilavano le loro torri merlate, al di
sopra delle vecchie cittadine guerriere, semplici, oscure, dalle cui
case medioevali sono uscite tante fiere generazioni di difensori della
Patria. Tolmezzo, Venzone, Gemona.... La loro storia è una storia
di continua lotta contro lo stesso nemico. Esse sono state sempre le
sentinelle avanzate d'Italia.

    _Eran giunti al stretto passo_
    _Nove millia o più Germani_
    _Avevan preso il monte i cani;_
    _Ma cazati foro al basso_
    _Da quaranta di Venzone;_
        _Su su su, Venzon Venzone._

Così canta una vecchia canzone dei luoghi, ricordando le gesta
leggendarie dei quaranta venzonesi di Bindernuccio che fermarono da
soli l'invasione di Massimiliano Primo e salvarono Venezia.

No, di qui non si passa! Il canto è ancora fresco, è ancora vero, è
ancora vivo:

      _Su su su, Venzon Venzone:_
    _Su fideli e bon Forlani,_
    _Su legittimi Italiani,_
    _Fate ch'el mondo risone._



MONTE NERO.

                                                      _21 settembre._


La parola slava _krn_ — che si pronunzia _kern_ — significa «roccioso»,
e somiglia alla parola _zrn_ che significa «nero». La distrazione di un
cartografo ha fatto del Monte Krn il Monte Nero; ha dato a questa vetta
un nome falso ma indistruttibile, indimenticabile, insostituibile,
un nome più noto ora al mondo di quello vero, un nome che è stato
pronunziato più volte in tre mesi che l'altro in tre secoli, e che
rimarrà, legittimato dalla Storia, battezzato dal sangue.

Il Monte Nero aveva una celebrità nelle guide per la somiglianza
singolare del suo profilo a quello di un volto umano, un volto
immenso, supino, con la fronte verso il sud, il mento verso il nord.
Da lontano, dalla valle di Cividale, oltre i nostri monti si vede,
azzurro e alto, quel prodigioso sembiante aquilino da divinità caduta,
nel quale molti credono di ritrovare i lineamenti cesarei e solenni di
Napoleone. L'apparenza di un viso è così evidente, che gli alpinisti,
i frequentatori di vette, chiamano Naso la cima più alta di quella
favolosa scultura.

Avvolto in un pallido sudario di brume, il volto della montagna si
levava avanti a noi diafano, inverosimile, terribile, mentre per le
vallette della Slavia italiana salivamo verso le alture di Colovrat,
che fronteggiano il Monte Nero dalla riva opposta dell'Isonzo. Il
monte, nei giri tortuosi del nostro cammino, ci era nascosto sovente
dalle pendici vicine, e ci riappariva sempre un po' più scomposto
nel suo profilo umano; la visione svaniva, la magia cessava, l'aspra
verità delle rocce distruggeva a poco a poco l'illusione plasmata dalla
distanza.

La fronte napoleonica così diventava la cresta di Luznica; il gran
mento rotondo diventava la cresta di Vrata; lo sporgere lieve di una
ciocca su quella fronte immane diventava la cima di Maznik; e il naso
non appariva più che come il pizzo maggiore del monte, una guglia a
declivio precipitoso verso Maznik, a picco verso Vrata.

Da queste altezze ondulavano giù le pendici, con vette minori, con
un digradare di cime, con quel risollevarsi brusco che hanno spesso i
contorni delle montagne come se si pentissero di scendere alle valli
e tentassero di tanto in tanto di tornare in su. Erano le pendici di
Sleme, al sud, più vicine all'Isonzo, poi quelle di Mrzli, quasi sul
fiume. Al nord i costoni discendenti dal Monte Nero si allontanavano
dietro le creste del Polonnik, in una maestosa confusione di dorsi
seghettati, di punte nude, che andavano sfumando fino a lontananze
incorporee, un oceano di cime rosee e spettrali nella luce mattutina,
fra le quali s'indovinavano profonde spaccature di valloni.

Il Monte Nero è la vetta culminante e centrale di una lunga catena
quasi parallela all'Isonzo. Attraversato il fiume a Caporetto, che
fu occupato il primo giorno della guerra, la nostra azione offensiva
si trovò di fronte quella gigantesca barriera, che non ha valichi. Di
colpo l'attacco scalò i contrafforti, salì per balze senza sentieri, si
portò sotto le vette maggiori, a duemila metri.

Il ponte di Caporetto era stato distrutto dal nemico in ritirata. Le
nostre truppe varcarono l'Isonzo su passarelle costruite dal Genio.
Quattro giorni dopo, dei temporali violenti gonfiarono le acque; la
piena travolse le passarelle. I piccoli reparti che operavano già
sulla riva sinistra rimasero isolati. Ma andarono avanti. Il parroco
austriaco di Dresniza — paesotto che si adagia tutto bianco sulle falde
del Monte Nero — vedendo passare quelle prime magre schiere, senza
rincalzi, senza approvvigionamenti, tagliate fuori dall'inondazione, le
salutò ironicamente: «Andate pure, non tornerete indietro!». Sapeva che
sulle creste dei monti il nemico trincerato aspettava in forze.

L'interruzione del transito sul fiume durò due giorni. La sera del
30 maggio un ponte di fortuna era già ricostruito sul torbido, largo
e vorticoso corso della piena. Passarono le munizioni, passarono i
rincalzi. L'occupazione era già quasi ai piedi del picco più alto. Il
primo di giugno la punta era conquistata.


Non fu un colpo di sorpresa, questa volta; fu un colpo di manovra. La
compagnia austriaca che difendeva l'estrema cima quasi inaccessibile,
il naso della montagna, vigilava e combattè. Bisognava appunto che si
battesse, per la riuscita del nostro piano. È stata questa una delle
battaglie più belle e più singolari della guerra.

Fu in una notte oscura e nuvolosa. Non si poteva sperare di scalare la
vetta senza svegliare l'allarme. Si profittò allora dell'allarme. Due
spedizioni partirono da una specie di tormentato pianoro roccioso sul
quale eravamo trincerati, seicento metri più in basso della cresta. Un
piccolo reparto, composto dei più abili scalatori, munito di corde,
si diresse verso il fianco settentrionale del picco, cioè, per esser
chiari, verso la narice del naso mostruoso, dove la parete precipita
quasi a piombo. Un reparto più numeroso si diresse dalla parte
meridionale, per ascendere il pendìo più accessibile, il dorso del
naso. Era questo il lato meglio difeso e più vegliato dal nemico.

È un lungo piano inclinato, eguale ma scosceso, coperto in parte di
erbette tenaci che ora intristiscono nell'autunno, disseminato di
pietre che vi mettono come una sparsa punteggiatura grigia da pittura
divisionista. Bisogna inerpicarvisi con l'aiuto delle mani. Chi
scivola difficilmente si riprende; non trova dove afferrarsi, rotola
nel precipizio, è perduto. L'attacco che saliva per questo declivio
vertiginoso non doveva sferrarsi contemporaneamente all'altro, che
ascendeva per le balze rocciose e dirupate del versante opposto.
Gli scalatori della muraglia avevano il còmpito arduo e terribile di
attirare per i primi l'attenzione e il fuoco degli austriaci, mentre
sul pendìo meridionale la vera azione risolutiva si sarebbe preparata
silenziosamente.

Per confondere i rumori inevitabili dell'avanzata, fu dato l'ordine
alle truppe rimaste sul pianoro inferiore di lavorare a gran colpi
di piccone. I soldati picchiavano sodo, a caso, come volessero
spezzare la montagna. Un tempestare di picconate echeggiava nelle
tenebre fra strisciamenti metallici di pale. Gli austriaci, che
ascoltavano dall'alto, sparavano di tanto in tanto qualche fucilata
contro quel furore d'operosità, immaginando grandiosi lavori di
trinceramento. Dovevano sentirsi rassicurati da tanta febbre di difesa.
Improvvisamente i colpi di fucile si fecero più serrati, poi il fuoco
si allargò, scrosciò con furore, senza pause, violento, rabbioso,
mescolato ad un confuso e lontano gridìo. Giù, nel buio, i soldati che
lavoravano si fermarono, sudati e ansimanti, ed ascoltarono immobili,
appoggiati ai picconi, studiando lo scintillamento delle vampe sulla
vetta in tumulto.

Il piano si svolgeva con una esattezza meravigliosa. La scalata della
balza dirupata era stata scoperta dal nemico quando essa toccava già
gli ultimi gradini. Il piccolo reparto assalitore, snodatosi subito
fra sporgenze della roccia, si moltiplicò, rispose al fuoco degli
austriaci con una fucileria precipitosa, riuscì a dare l'illusione di
una massa. Tutta la difesa si portò contro di lui. Quando lo strepito
della battaglia parve più alto e intenso, l'oscuro pendìo sassoso del
versante meridionale si animò.

Un nero formicolìo vi saliva veloce, una moltitudine d'ombre rampava
verso l'estremo lembo di quello spalto immane. Il vero assalto
arrivava. Le vedette nemiche lo scorsero, ma era troppo tardi. Il
loro grido d'allarme fu coperto dall'urlo trionfale dei nostri, che
mettevano piede sulla vetta e si rizzavano per precipitarsi subito
avanti, la baionetta bassa. La cima del Monte Nero era presa.


La osservavamo percorrendo la cresta del Colovrat. Non si riusciva
a comprendere come su quella aguzza guglia potessero aggramparsi e
vivere delle truppe. Qualche nuvoletta rossastra di _shrapnell_ sfumava
lungo le sue pareti. Dalla vetta la nostra occupazione, indicata da
sottili e quasi invisibili sgranamenti di rocce prodotti dai lavori di
trinceramento, e da qualche minuscola baracca di rifugio rannicchiata
al coperto dietro a delle anfrattuosità, prosegue al sud, scende in
quell'avvallamento che da lontano formava l'incavo del ciglio sul
profilo del gran volto, e s'inoltra sulla fronte, cioè sulla cresta di
Luznica, che i soldati chiamano Monte Rosso per il suo fulvo colore.

A metà della cresta essa ridiscende un poco. Gli austriaci tentarono
più volte di scacciarci dalla punta conquistata; lasciarono sul
terreno centinaia di morti, disseminati in ogni balza. Non riuscendo a
riprendere la cima, si rafforzarono intorno, per barrarci ogni strada.

La montagna si prestava alla difesa, le offriva poderosi baluardi
naturali. Il dorso del Monte Nero, dal lato austriaco, è inoltre
solcato da strade militari che salgono dal nord, da Plezzo, le quali
hanno facilitato un vasto spostamento di truppe e di artiglierie. Al di
là del crestone principale, un'altra catena di rudi vette si solleva,
vette chiare, strane, che sembrano sfarinarsi in una sabbia grigia
di cui i valloni si colmano: sono dette dai soldati le Cime Bianche
a causa della loro apparenza. Formano una vera seconda muraglia,
vicinissima, sulla quale numerose batterie nemiche si appostano.

Fra lo schieramento delle Cime Bianche e il costone del Monte Nero,
in fondo ad un valloncello arido, angusto e selvaggio, è il passo
di Luznica, diventato una via di arrocco per le truppe nemiche
lungo l'allineamento delle vette da difendere. Enormi lavori hanno
trasformato ogni sentiero in comodi passaggi. Vi si lavora anche
adesso, e sui sabbioni cinerei delle Cime Bianche si vede come un
formicaio oscuro d'uomini all'opera sulle volute serpeggianti e rosate
di nuove strade.

La nostra offensiva lungo le propaggini del Monte Nero urtava contro
difficoltà formidabili. I trinceramenti nemici non soltanto si
allungavano sulle creste, ma le tagliavano, le attraversavano, a
cavallo da un versante all'altro. Non era più possibile manovrare,
e bisognava salire all'attacco frontalmente dai declivî, e scendere
dalla vetta conquistata lungo la dorsale, da punta a punta, prendendo
una dopo l'altra le trincee trasversali, sulle quali poi era difficile
mantenersi presi d'infilata dalle Cime Bianche. Ma andammo avanti.


Andammo avanti lentamente, con metodo, contrattaccati furiosamente dopo
ogni lieve progresso. Il mese di giugno fu tutta una battaglia lassù.
I bollettini ufficiali riflettevano sobriamente questo accanimento.
Ogni giorno ci dicevano: «Fiera lotta sul Monte Nero....», «lotta
tenace....», «resistenza furibonda....». Il nemico tentava di aggirare
le nostre posizioni più alte e più avanzate; non risparmiava sforzi per
togliersi dal fianco quel cuneo profondo; tendeva ad isolare la vetta
del monte. Vi impegnava il massimo degli effettivi che la guerra di
montagna consenta.

Tentò azioni di sorpresa, ora con due, ora con tre battaglioni. Il 10
giugno lanciò più di sei battaglioni con una ventina di mitragliatrici,
per un vallone che sale da Plezzo verso il declivio occidentale del
Monte Nero, il vallone dello Slatenik. Alpini e bersaglieri fecero
miracoli, con reparti piccoli e risoluti scesero a sbarrare il
passo all'avanzata austriaca. La lotta fu lunga, ma l'aggiramento
fu sventato. Per consolidare le nostre posizioni fu necessaria la
conquista di nuovi punti d'appoggio verso il nord. Da quel momento
l'azione nostra comincia risolutamente ad avere Plezzo come obbiettivo.

Plezzo, posto in una conca alla confluenza di valli, ad un nodo di
strade, centro di comunicazioni, ci minacciava. Da Plezzo salivano
gli attacchi del nemico. Stazione di rifornimenti, base di operazioni,
Plezzo riceveva per la via del Predil, al nord, e per la via dell'alto
Isonzo, a levante, le truppe e i cannoni che ridistribuiva poi per
i valloni risalenti verso le coste del Monte Nero. Prendere Plezzo
voleva dire bloccare agli austriaci le più importanti vie di approccio
di quel settore, chiuder loro delle porte. La nostra offensiva,
che aveva cominciato col dirigersi quasi esclusivamente al sud, per
cooperare alle operazioni che si svolgevano su tutto il corso inferiore
dell'Isonzo, si volse allora anche al nord.

Si volse al nord con impeto subitaneo, inaspettatamente. Nella notte
del 15 giugno dei reparti alpini scalarono arditamente le difficili
balze che si appoggiano da settentrione alla vetta principale. Si
avanzava per le cime. All'alba mossero all'attacco della cresta di
Vrata. Fu un assalto impetuoso e breve. Un battaglione austriaco,
sorpreso, fu sgominato. Alle otto del mattino si erano già fatti
trecentoquindici prigionieri, di cui quattordici ufficiali. Alla sera
i prigionieri erano seicento, ed avevamo raccolto un largo bottino
di fucili, di munizioni, di mitragliatrici. Perduta la posizione,
gli austriaci vi concentrarono un intenso bombardamento. I nostri
resisterono.


Il giorno dopo si svolse il famoso episodio del battaglione ungherese.

Supponendo forse che il bombardamento avesse sufficientemente preparato
un contrattacco, il nemico lanciò alla riscossa le sue migliori truppe.
Un battaglione magiaro, fresco e sicuro di sè, tentò una manovra di
aggiramento. Partito da un punto detto Planina Polju, a levante del
Monte Nero, non lontano dal Passo di Luznica, si diresse nella notte
verso il nord, nel vallone, andò a cercare un varco oltre Vrata,
attraversò la cresta quasi sotto alla punta di Vrsic, un chilometro
e mezzo circa oltre la nostra estrema posizione, discese sul versante
occidentale del monte, e volse al sud per compiere il suo avvolgimento.
La manovra avviluppante era per due terzi eseguita. Non v'era che
un piccolo ostacolo da superare per condurla alla fine. Una magra
compagnia italiana sbarrava la strada a Za Kraju, fra il massiccio del
Monte Nero e quello del Polonnix.

Era trincerata sopra ad un'altura, senza reticolati, senza blindature,
con dei bassi parapetti tirati su in fretta e furia. La mattina era già
inoltrata quando il battaglione ungherese incominciò l'attacco.

Avanzava con ordine e risoluzione, in varî ranghi aperti e regolari.
Nessun colpo di fucile lo accolse. Fu presto a mille metri dai nostri:
il silenzio continuava. La posizione pareva deserta. Rinfrancati, i
nemici salivano come in manovra. Forse essi immaginavano gl'italiani
già fuggiti. Una quiete profonda e terribile.

La distanza diminuiva. Ottocento metri: silenzio. Seicento metri:
silenzio. A mano a mano che si avvicinavano, salendo da una base verso
una vetta, le schiere nemiche andavano forzatamente serrandosi. Gli
spazî sparivano; le linee di assalto, dapprima distese in catena,
restringevano gl'intervalli, cominciavano a formare massa. Cinquecento
metri: silenzio. Si levò il vocìo degli assalitori, che coprivano ormai
tutta la costa del loro affollamento. Quattrocento metri: silenzio....

Nelle feritoie delle trincee italiane tutti i fucili erano spianati.

Con voce pacata il capitano ripeteva i suoi ordini: «Tutto l'alzo
abbattuto! — Attenti a mirare basso! — Siate pronti!». Immobili,
impetrati, i soldati puntavano, la testa inclinata sul calcio del
fucile. La terra, intorno, era cosparsa di pezzi di cartone, avanzi
delle grige scatole di munizioni aperte e vuotate. Ognuno aveva
preparato presso a sè un mucchio di caricatori. Inginocchiati vicino
alle mitragliatrici i serventi aspettavano pronti con le cinghie di
ricambio, e il puntatore, le dita attanagliate alle maniglie, sfiorava
con il pollice la molla di scatto. «Pareva — racconta un ufficiale — un
museo di statue».

Trascorse ancora quasi un minuto, una eternità. Si distinguevano già
le facce accese dei nemici con le bocche aperte, in un balenìo di
baionette. Il capitano non aveva più bisogno del binocolo per guardare;
fissava l'assalto con occhio grave, freddo, calcolatore. Poi con
una parola scatenò la morte: Fuoco! L'assalto era arrivato a meno di
trecento metri.

Una scrosciante bufera di piombo rasentò i declivî. Parve che una falce
immensa e invisibile passasse e ripassasse su quel mobile e tumultuoso
campo azzurrastro d'uniformi. Le prime file caddero, si abbatterono di
colpo.

L'avanzata oscillò, rallentò, il gridìo del nemico divenne un urlo di
furore, alto, feroce. L'assalto era così vicino che, dopo un istante
di incertezza, i nemici intuirono l'impossibilità di ritirarsi sotto
a quel fuoco lungo la costa prativa e scoperta. Si buttarono di nuovo
avanti, impetuosamente. Pochi passi ancora, e la schiera più avanzata
non esisteva più. L'attacco si fermò definitivamente in una tragica e
disperata confusione.

Il piombo mieteva sempre. L'erba si costellava di corpi. Anche i vivi,
gl'incolumi, si gettarono a terra scavandosi in fretta dei ripari, e
cominciarono a rispondere al fuoco, disordinatamente.

Allora un grido formidabile echeggiò sulle trincee: i nostri
scavalcavano i parapetti. Era il contrattacco. Precipitarono giù alla
baionetta. Ogni resistenza cessò. I nemici che avevano ancora un po'
di forza sollevarono le mani. Del battaglione non rimanevano che poche
centinaia di uomini inebetiti dal disastro. Non uno potè fuggire.

Il colonnello che comandava la colonna, un fiero magiaro dai baffi
brizzolati, fatto prigioniero, si muoveva come un automa, dignitoso e
pallido, con una stupefazione negli occhi; ma ogni tanto si fermava, si
accasciava e piangeva. Quando entrarono nelle zone abitate, giù nella
valle, i soldati che lo scortavano si munirono di una poltrona e se
la portavano dietro per porgerla al prigioniero pei momenti di sosta,
quando la crisi di dolore lo fermava, trasognato e lagrimante. Con
quel nobile rispetto verso i vinti che hanno i nostri soldati, intorno
all'ufficiale nemico sconvolto dalla sconfitta si faceva un cerchio di
silenzio generoso.


Nei giorni successivi noi proseguimmo le operazioni per dominare le
strade provenienti da Plezzo. Furono giorni di nebbie, di temporali,
di alluvioni. Si battagliava fra le nubi. Il 20 giugno, l'occupazione
si consolidava oltre la punta Vrata. Dopo ogni nostro passo avanti, un
contrattacco austriaco. Il 21, per ricacciarci dalle vette comparvero
sul campo per la prima volta forze rilevanti di cacciatori tirolesi,
gli alpini del nemico, con i petti pieni di medaglie guadagnate
sui Carpazi. I nostri non aspettarono l'urto, si gettarono avanti,
attaccarono, respinsero i tirolesi infliggendo loro gravi perdite, ne
catturarono alcuni.

Le avanzate più rapide nostre sono state quasi sempre favorite dagli
attacchi nemici. È l'inseguimento che ci porta più in là. Finchè gli
austriaci si difendono nelle loro trincee invulnerabili, protetti
da numerose artiglierie nascoste, rannicchiati nei buchi dietro ai
reticolati, la lotta è faticosa, dura, lenta. Ma se escono fuori,
se si mostrano, se manovrano, l'azione scatta, si sposta, insinua
più avanti dei tentacoli che si appigliano su posizioni nuove. Così
l'attacco dei tirolesi ci portò ancora verso il nord. Il 23 giugno
ci piantavamo definitivamente sulle pendici orientali dello Javorcek.
Vedevamo finalmente Plezzo sotto di noi, a quattro o cinque chilometri.
Quel giorno stesso la nostra artiglieria iniziò il tiro sulla conca di
Plezzo.

Lo Javorcek, tutto coperto di boschi, è l'ultima montagna al nord
del sistema del Monte Nero, e sovrasta Plezzo da sud-est. Risalendo
l'Isonzo da Caporetto, avevamo fin dai primi giorni occupato senza
troppa fatica le creste del Polonnik, che dominano Plezzo da sudovest,
e intorno alle falde del quale l'Isonzo gira, fa un gomito brusco e
rimonta ad angolo acuto verso levante, per attraversare la conca di
Plezzo passando ai piedi dello Javorcek. L'occupazione della Sella
Prevala, alla testata della Valle Raccolana, eseguita all'inizio
delle ostilità, ci aveva portato ad affacciarci anche da occidente
sugli altissimi bordi della conca di Plezzo. Alla fine di giugno il
nostro investimento intorno a Plezzo si delineava dunque a semicerchio
sull'anfiteatro delle alture. Qui le nostre operazioni sull'alto Isonzo
davano la mano, per così dire, a quelle della Val Raccolana, e della
Val Dogna, di cui abbiamo parlato in un precedente capitolo.

Gli austriaci, che avevano lasciato gran parte di questa zona
ancora scoperta alla manovra, sperando di difenderla con azioni di
movimento, si affrettarono a chiuderla da ogni parte con le loro
opere di fortificazione. Scavarono, costruirono, portarono decine di
migliaia di prigionieri russi al lavoro, fecero sorgere da ogni parte
trinceramenti, ridotti, appostamenti. Eretta una prima linea di difesa,
eressero una seconda, poi una terza, e tutti i declivî, tutte le vette,
apparvero solcati dai sommovimenti del suolo. Non si fidavano più
dell'appoggio dei forti costruiti allo sbocco della gola di Predil.
Avevano visto crollare il forte Hensel a Malborghetto, e non avevano
una maggiore confidenza nel forte Hermann e nelle batterie corazzate
costruiti nella chiusa di Coritnica a difesa di Plezzo. Facevano
intanto nuove strade, moltiplicavano gli approcci e le vie coperte.

Masse di soldati e di materiale affluivano a Plezzo. Il villaggio
di Coritnica, nella conca, era tutto un magazzino. Le nostre granate
riuscirono a incendiarlo il primo luglio. L'attività nemica intorno a
Plezzo è successivamente annunziata da vari bollettini del nostro Stato
Maggiore. L'interesse della lotta si sposta dalle vette del Monte Nero.
Un'ultima battaglia si sferra lassù il 22 luglio.


In quel giorno la nostra offensiva riprese di colpo la via del sud,
scendendo dalla vetta. Gli alpini avanzarono lungo l'aspra cresta di
Luznica, rocciosa e nuda. Per ritornare ad una immagine che può dare
una visione sommaria dei luoghi, ricordiamo che la cresta di Luznica
appare da lontano la fronte nel profilo umano della montagna. La
lotta fu ostinata, il progresso lento. Si combatteva delle ore per il
possesso di un masso, di una sporgenza, di un incavo. L'artiglieria
austriaca batteva sui nostri da levante. L'artiglieria italiana batteva
sul nemico da ponente. La roccia fu così tempestata dalle granate
che si coprì a macchie di un colore rossiccio di sfaldature, vivace e
nuovo. Per questo forse la cresta è riconosciuta ora dai soldati col
nome di Monte Rosso.

La lotta continuò il 23 luglio. Conquistammo al nemico i punti più
avanzati. Il 24 gli austriaci tentarono di riprenderli. Dopo un lungo
e intenso bombardamento sferrarono tre assalti consecutivi. Furono
respinti. Il 25 riprendemmo l'attacco. Il 26 tutte le vette erano
nelle nubi; si combatteva in una nebbia folta e gelata, senza vedersi.
L'assalto nostro arrivò al bordo di un gigantesco reticolato, di fronte
ad una formidabile trincea. Gli alpini si radicarono lì.

L'artiglieria quel giorno era muta; quando il sole ricomparve i due
avversarî erano troppo vicini perchè il cannone osasse intervenire. Ed
ora, alla metà del crestone, i trinceramenti si fronteggiano ancora,
a pochi passi l'uno dall'altro, con un solo reticolato fra loro, un
reticolato in comune che serve per tutti e due. Quando il tempo è
limpido, si scorge anche da lontano, sul contorno cupo delle rocce,
la selva minuta, regolare e folta dei paletti, in una impercettibile
nebbia di fili, fra la rossastra confusione del pietrame scavato.

Ma qui la lotta ora sosta. Qualche cannonata solitaria, la nube di uno
scoppio qua e là, di tanto in tanto, e lunghe ore di silenzio profondo.
Di fronte al Monte Nero la vallata dell'Isonzo, tutta boscosa,
variopinta da un primo ingiallire di foglie, cosparsa di villaggi
minuti e chiari giù vicino al fiume, rigata da fili bianchi di strade
deserte, è tutta piena della maestà d'un riposo. Dove sono le truppe?
Non si vede nessuno. I villaggi sembrano solitari. E queste zone non
furono mai abitate come ora, non contennero mai tanta moltitudine
umana.

Dove noi sappiamo che gli eserciti si addensano, non si vedono che
delle linee sottili di terriccio, che sembrano bordi di fossati,
e confusioni strane di sterro. Se ne scoprono una dopo l'altra a
centinaia di quelle rigature fulve, che ondeggiano in ogni senso,
corrono le vette e i dorsi delle colline, solcano il verde dei prati,
scendono i costoni, si moltiplicano, s'intrecciano, s'intersecano, si
scostano, si ritrovano, e questo senza fine, ovunque lo sguardo frughi.
Bisogna che degli ufficiali vi indichino quali sono le nostre trincee e
quali le loro, tanto esse si avvicinano in certi punti e si confondono
in uno sconvolgimento unico del suolo. È sulle vette, principalmente,
che questo contatto incalzante si delinea. Nella immobilità dei solchi
la lenta azione si disegna. Si scopre una eloquenza di tratteggi e di
linee; vi sono argini rigidi che si difendono e argini ondulati che
assaltano, arrampicandosi, serpeggiando, tendendo avanti con qualche
cosa di duttile, di tortuoso, d'insistente.

Se non abbiamo le creste dei contrafforti meridionali del Monte Nero
oltre il dorso di Luznica, ne siamo per tutto a pochi metri, là sotto,
in posizioni il cui profilo dice una non so quale tenacia costante.
Pare da lontano che le trincee stesse si allaccino in una lotta. La
nostra linea preme contro la vetta verde dello Sleme, preme contro la
vetta pianeggiante del Mrzli boscoso, giù verso Tolmino. Sulla cima
del Mrzli le granate hanno sfrondato e potato il bosco; non si vedono
più che dei tronchi neri che sembrano schiantati dalla folgore. Gli
austriaci hanno allacciato a questi ceppi, che hanno nella distanza una
parvenza umana, i fili di ferro dei loro reticolati. Appena al di qua,
dove la boscaglia si rinfoltisce, sono i nostri, invisibili. Più in
basso, fra delle rocce, qualche minuscolo rifugio si scopre, ma nessun
uomo, nessun movimento. Ogni vita è sepolta.

Al rovescio delle alture della riva destra, si passa vicino alle tracce
di vasti accampamenti; al posto di ogni tenda è rimasto sui prati un
quadrato di terra smossa contornato dalle pietre che tenevano fermi
i lembi della tela. I battaglioni innumerevoli che gremivano quelle
vallette sono scomparsi alla vista, avanzando, come per un incantesimo.
Arrivando in mezzo ad un esercito, nella zona delle battaglie, non
troviamo più che i segni delle sue soste, i funebri allineamenti degli
oscuri quadrati di terra smossa che fanno pensare a miriadi di tombe
nelle solitudini di un paese abbandonato. Un po' per tutto le granate
hanno aperti slabbrati crateri.

Un rombo di cannonate veniva ad intervalli dal nord, ora intenso,
ora stanco, con momenti di sosta e riprese furibonde. È a Plezzo che
si combatte ora, e forse dalle alture di Saga, dove un altro giorno
andremo, potremo spingere lo sguardo nella conca famosa che abbiamo
fatto nostra.



LA CONQUISTA DELLA CONCA DI PLEZZO.

                                                      _24 settembre._


Dall'alto della cresta di Colovrat avevamo sentito il cannoneggiare
di Plezzo. Veniva da settentrione e passava sulla calma momentanea
delle pendici del Monte Nero, come quegli echi remoti di tempesta
che arrivano da oltre l'orizzonte in certe giornate estive, serene e
ardenti.

Sulla piazza di Caporetto, che pare così vasta fra le casette ad
un solo piano, piccole e bianche, incappucciate da nordici tetti
scoscesi, abbiamo trovato quel movimento ordinato e denso di carreggi
che hanno le ultime tappe nella vicinanza d'una battaglia. Degli
ufficiali ci parlavano dell'azione in corso, mentre dalla strada di
Ternova vedevamo sbucare nel villaggio in lunga carovana un armento di
prigionieri austriaci, quasi tutti giovani, forti, ben vestiti, ben
calzati, col cappotto arrotolato a bandoliera, il gran berrettone di
croata memoria sulle teste rapate e biondastre, sereni, sorridenti,
con l'aria di chi è ben soddisfatto della sua sorte. Intorno a loro
cavalcavano carabinieri grigi, che facevano caracollare e sgropponare
i cavalli per tenere indietro la folla dei soldati accorsi a vedere,
una folla composta, contenta e senza rancori. Tutte queste cose ci
facevano presentire lo spettacolo grandioso di una battaglia nella
conca di Plezzo. Ma avvicinandoci alla chiusa di Saga, lungo la strada
che risale la valle dell'Isonzo verso Plezzo e verso Predil, entravamo
invece in una zona di silenzio.

La bufera ha le sue soste e la guerra i suoi riposi. Dopo giornate di
violento bombardamento, all'improvviso si fa la quiete, dei cannoni
giganteschi si spostano, altri si avvolgono in un mantello di tela
quasi per dormire nel loro nascondiglio, e gli eserciti avversari
rilasciano la stretta come due lottatori dopo uno sforzo, quando si
studiano e si palpeggiano preparando un nuovo scatto dei muscoli. Siamo
arrivati in vista di Plezzo durante una di queste sospensioni piene di
un senso indicibile di aspettativa e di minaccia.


Le fanterie sole mantenevano lungo trinceramenti invisibili un fuoco
di fucileria lento e irregolare, il tiro rado e sparpagliato che
scoppietta sempre sulla fronte d'un esercito anche se nessuno si muove.
Lo udivamo appena, a seconda del vento, mentre da lontano, inerpicati
sulle alture di Saga, rintracciavamo nel panorama le linee dell'azione,
tanto intricate e difficili al primo sguardo.

La conca di Plezzo è, per dir così, un convegno di valli in mezzo
ad una aspra, maestosa confusione di montagne dalle vette dirupate
e nude. Essa appare come un ondulato lago di verdure e di vita, con
un fosco bordo di selve, in un anfiteatro selvaggio di pendici e
di balze. Vedevamo la conca da ponente; ci affacciavamo su di essa
dalla soglia di una delle sue quattro porte. Sono infatti quattro
gole intorno. Quella dell'alto Isonzo a levante, quella del Predil al
nord-est, quella del basso Isonzo a ponente (allo sbocco della quale
noi eravamo), quella dello Slatenik al sud, risalente verso le cime
del Monte Nero. Fra una valle e l'altra, un massiccio montuoso, un
profilarsi formidabile di declivî scoscesi, fra i quali le valli pare
si restringano simili a fenditure tenebrose.

Ma ogni valle è una strada, e tante strade facevano della conca di
Plezzo un luogo di concentrazione e di distribuzione della forza
austriaca. Plezzo ci minacciava, costituiva per noi un pericolo,
era una delle basi preparate per l'invasione. Le strade austriache
del Fella e del Predil, quelle magnifiche vie che da Pontafel,
per Malborghetto, Tarvis e il passo del Predil, scendono a Plezzo
possentemente fortificate, allacciate alle grandi arterie del Gail e
della Drava, cingevano di una formidabile tenaglia il nostro estremo
saliente della frontiera. Battendo Malborghetto e battendo Plezzo noi
abbiamo spuntato le pinze della tenaglia, che s'impernia a Tarvis, e
contro la quale non avevamo potuto costruire nè strade nè forti.

Ora, tutta la conca di Plezzo è nostra.

Abbiamo già descritto l'inizio dell'investimento, il lento, metodico
restringersi di un semicerchio di conquista, dal Monte Nero alla Sella
Prevala. Fin dalla metà di giugno la nostra azione cominciò a tendersi
verso Plezzo, da cui salivano per il vallone dello Slatenik quasi tutti
i contrattacchi austriaci contro le nostre posizioni del Monte Nero; ma
è nell'ultimo mese che l'offensiva italiana ha assunto in questa zona
una energia risolutiva. Fu il 13 di agosto che la grossa artiglieria
cominciò a battere le opere nemiche nella conca.

Non si trattava ancora del bombardamento dei forti, che sono oltre
Plezzo, nella gola del Koritnica, sulla strada del Predil. Si tirava
sulle fortificazioni più recenti erette dal lavoro senza soste di
masse di prigionieri, moltitudini di schiavi, sulle pendici dello
Svinjak — che si erge a levante della conca, isolato fra la strada
del Predil e quella dell'alto Isonzo. È lo Svinjak per il nemico
il monte più sicuro; forma una specie di fortezza a cavallo dei due
sbocchi maggiori, una fortezza immane che avanza a sperone ed ha per
fossato l'Isonzo ed il Koritnica. Sui suoi due fianchi, al di qua dei
fiumi, questa fortezza naturale che resiste ancora formidabilmente,
ha come due sentinelle, due monti, lo Javorcek alla sua sinistra, il
Rombon alla sua destra, le cui alte vette fortificate costituiscono
due poderose posizioni di appoggio, alle quali il nemico si aggrampa
disperatamente.


Al di là della conca di Plezzo conquistata, noi fronteggiamo dunque
tre montagne. Il nostro attacco sale verso le cime di quelle laterali e
batte alle falde dell'altura centrale, che è un po' più indietro delle
altre. Leggendo i loro nomi sui bollettini, si abbia la visione di
questa triade imponente, del Rombon alla nostra sinistra, dello Svinjak
nel mezzo, dello Javorcek alla nostra destra, e il senso della lotta
apparirà nella piena evidenza.

Sopra un fronte di una diecina di chilometri abbiamo qui guerra
d'alta montagna e guerra di pianura, difficoltà di rocce e difficoltà
di acque, strade nuove tagliate nelle più aspre balze, ponti nuovi
lanciati sui fiumi veloci, truppe che scalano, truppe che guadano.
Al di là della piana di Plezzo, nella gran luce del limpido meriggio,
lo Svinjak ci mostrava la sua gran mole truce. Sembra creato per una
difesa a oltranza.

Attraversato il letto pietroso e largo del Koritnica, che gira ai
piedi del monte, le truppe assalitrici si trovano avanti ad un lungo
declivio dolce ed erboso. È il primo spalto, bisogna salirlo allo
scoperto, non v'è un albero, non v'è un sasso. Delle barriere di
reticolati lo percorrono. Improvvisamente esso si fa ripido, si denuda,
si scoscende in una specie di ripa, e la montagna sorge. Essa forma
un primo ripiano, sul bordo del quale si allinea tutto un giallastro
sommovimento di terra e di pietre che indica un trinceramento blindato,
il fuoco del quale spazza il declivio inferiore. Più indietro, sullo
stesso ripiano, altri solchi, altri scavi, tutto un colore di frana
recente formato dai detriti rigettati dal lavoro; sono linee successive
di difesa, appostamenti di piccole artiglierie, ridotti. Più in alto
comincia il bosco, che s'infoltisce nel ripiego dei canaloni, che veste
la montagna di una scura pelliccia, per diradare verso la cresta nelle
nudità della roccia. Questa selva nasconde delle caverne, e le caverne
nascondono dei cannoni. La vetta è l'osservatorio.

Appena sparato un colpo, gli artiglieri austriaci ritirano il pezzo
nella sua tana, e si nascondono con esso nel buio. Non si vede
niente, la foresta non ha squarci, sembra impenetrata, impassibile.
Un'osservazione attenta scopre alle volte la vampa. La risposta
allora arriva immediata, esatta, ma bisogna che la granata imbocchi
esattamente l'apertura di una grotta per far danni. Ciò è avvenuto; una
batteria austriaca nascosta in una caverna è stata colpita in pieno.
Ma quando si sente cercata l'artiglieria nemica tace. Le difficoltà di
un attacco frontale di simili posizioni appaiono immense. Gli austriaci
dimostrano un'abilità singolare a trarre vantaggio da tutte le risorse
del terreno. Hanno il genio del nascondiglio.

L'azione è perciò più attiva e più mossa ai fianchi, contro alle
due montagne laterali. Verso lo Javorcek l'offensiva è avanzata dal
Monte Nero. Essa si mosse risolutamente il 14 di agosto, puntando
lungo il vallone dello Slatenik, che gli austriaci avevano sbarrato
con trinceramenti. Il 15 una prima trincea venne espugnata e vi
furono presi trecento prigionieri. Il combattimento non sostò. Il
16, nuove trincee fra la cresta del Vrsic e una località detta Dol
Planina, sul versante occidentale delle propaggini del Monte Nero,
erano conquistate. Il nemico contrattaccò, fu respinto, e il 17 agosto
facevamo un altro passo avanti dalla cresta di Vrsic in direzione dello
Javorcek, ricacciando dopo viva lotta gli austriaci da un'estesa linea
di trincee. Intanto dei reparti alpini, scesi dalla Valle Resia, scesi
per la Sella Prevala dalla Valle Raccolana, appoggiati da forze che
salivano da Saga, incominciavano i primi movimenti per investire il
Rombon, il baluardo di sinistra.


Dal nostro punto di osservazione vedevamo il Rombon quasi sopra di
noi, brullo, severo, smisurato. Ci pareva di essere sopra una delle
sue stesse balze. Solleva la sua vetta oltre i 2200 metri in un pallore
di altitudine. È scosceso, ampio, triste. Qualche piccola nube molle e
rosata si formava intorno alla sua cima, poi lentamente si sfrangiava,
si spostava, mutevole, leggera, trascinata via dal vento a fondersi
nella profondità azzurra del sereno. Quando quel velo si dissipava,
noi potevamo scorgere proprio sotto alla sommità le nostre trincee, una
linea vaga, lontana, minuscola, sbiadita.

L'attacco del Rombon cominciò il 28 agosto. Quel giorno, sulle ripide
balze meridionali del monte, furono conquistate le prime trincee
nemiche, e una piccola carovana di prigionieri scendeva alla sera per i
dirupi verso Saga. Altri reparti da montagna, che venivano da ponente,
tentavano l'assalto della vetta nell'alba del 27. Disposte in più
ordini, fortissime trincee austriache coprivano il cucuzzolo roccioso
del monte. La lotta fu accanita, qualche trincea fu presa, ma il
nemico rimase padrone dell'estrema punta. Intorno ad essa si stabilì un
fantastico assedio, che ancora dura.

I combattimenti sulla gelida cima del Rombon non somigliano a
nessun altro, hanno aspetti favolosi. Gli ufficiali che nel mattino
del 27 osservavano da Saga l'attacco, hanno scorto più volte come
uno scendere di frane, un piombare vertiginoso di massi lungo le
pendici scoscese. Non erano mine che scoppiavano, non erano granate
che spezzavano la roccia. Erano blocchi lanciati sull'assalto. Gli
austriaci avevano preparato un'arma primordiale e terribile. Avevano
disposto orizzontalmente sul pendìo delle travi, tenute da corde alle
estremità, e appoggiate alle travi avevano ammassate enormi pietre.
Quando vedevano che il fuoco dei fucili e il lancio delle granate a
mano non fermava la furia dell'attacco, lasciavano andare una delle
corde, la trave cadeva, e tutto l'ammassamento delle pietre, mancando
il sostegno, precipitava tumultuosamente, rotolava lungo la costa
rombando, rimbalzava. Era un contrattacco di macigni.

I nostri, sorpresi ma non sgomentati, non hanno ceduto terreno, non
si sono ritirati. Nella loro pratica della montagna hanno subito
trovato la tattica necessaria a questa guerra da uomini delle caverne.
Sanno come ci si salva dalle pietre che si staccano nei canaloni
durante i disgeli. Tutto quello che cade segue le linee di massima
pendenza; i nostri soldati hanno cominciato ad attaccarsi ai costoni,
alle sporgenze, alle balze, formandovi dei ripari. Poi hanno creato
sbarramenti, difese, ed hanno allargato a poco a poco il loro fronte
di attacco. Intorno all'estrema vetta tendono a formare un cerchio
d'investimento. Non potendo assalire ancora, vogliono chiudere il
nemico. È l'assedio di una roccia.

Ai difensori non rimane più che una strada aperta. È un sentieruolo
verso levante, verso la valle del Predil. Non si lotta quasi, più che
per quello. I nostri lo occupano, e il cannone nemico lo riapre. È
difficile tenervisi sotto al fuoco di una quantità di batterie d'ogni
calibro. Anche di notte, anche con la nebbia, al minimo allarme, una
tempesta di granate arriva su quel punto. L'artiglieria nemica non può
più battere gli altri lati della montagna perchè, mentre si operava
contro il Rombon e contro lo Javorcek, una vigorosa avanzata centrale
aveva conquistato tutta la conca di Plezzo, arrivando a bloccare gli
sbocchi del Predil, dell'alto Isonzo e dello Slatenik, e paralizzando
così ogni movimento nemico. Le artiglierie austriache avevano
perciò un campo di tiro assai più limitato, ma bastavano a sostenere
energicamente la difesa. Era contro di esse che bisognava agire. Una
nuova fase delle operazioni nella zona di Plezzo si iniziava con un
bombardamento di grossi calibri.


Cominciò il primo giorno di settembre. Parlando dei cannoni colossali
che abbiamo visto oltre questi monti, percorrendo certe estreme
diramazioni orientali delle Alpi Carniche, di quei cannoni che avevano
annientato il forte Hensel a Malborghetto, dicemmo che essi stavano per
avere un nuovo còmpito. Il loro nuovo còmpito era la distruzione dei
forti di Plezzo. Allora si preparavano. Si spostavano misteriosamente
verso appostamenti segreti, in mezzo ad una attività che riempiva di
movimento e di vita selvagge vallate. Ognuno di quei mostri, come
un sovrano antico, viaggia con una corte numerosa, fra cavalcate e
convogli, in lunghi corteggi che nereggiano su chilometri e chilometri
di strada e che dilagano in vasti accampamenti. Da altre parti, per
diverse vie, altri cannoni giganti, trascinati da possenti motrici,
andavano con solenne lentezza allo stesso convegno. Si rafforzavano
ponti per il loro passaggio, e dove i ponti non avrebbero resistito al
peso delle loro masse di acciaio, si aprivano in poche ore sorprendenti
strade di guerra attraverso brughiere e letti di torrenti perchè i
giganti potessero passare a guado.

La prima grande granata scoppiò nella gola del forte Hermann, il quale
si rintana nella valle del Predil poco sopra allo sbocco. La seconda
granata colpì l'opera in pieno. Al quinto colpo il forte cominciò a
prendere un aspetto di rovina, a sformarsi in un rovesciamento di massi
e di terra. In quello stesso giorno una delle sue cupole di acciaio,
colpita, si rovesciava come una campana.

Ora il forte Hermann non esiste quasi più. Ma quelle sue artiglierie
che non erano nelle cupole, sono state portate fuori, e tirano ogni
tanto da appostamenti preparati dietro ai ripieghi della valle. Sparano
qualche colpo, spariscono, non osano rimanere un giorno nello stesso
punto, sempre cercate, sempre inseguite, sempre scacciate dal nostro
fuoco.

Persuasi che la perdita di Plezzo era definitiva, gli austriaci
hanno cominciato a tirare delle granate incendiarie sull'abitato.
È il loro sistema. Quando non possono più tenere, distruggono. Le
granate incendiarie sono il segno di una speranza perduta. La piccola
città muore, casa per casa, sempre un po' più ogni giorno. Le fiamme
si levano ora qua, ora là, e nessuno può spegnerle. Da tempo la
popolazione è fuggita, e Plezzo agonizza in una sinistra solitudine.

Ci apparivano al di sopra di grandi ciuffi d'albero le sue case senza
tetto, alcune coronate da un nero scheletro di travature; vedevamo
delle muraglie diroccate e il campanile bianco e mozzo. Su quel
campanile, quando Plezzo, alla fine d'agosto, non era ancora occupata
dai nostri, osò salire un nostro osservatore.

Il paese si distende sopra una lieve e pittoresca collinetta; noi
eravamo arrivati quasi a ridosso della piccola altura, che dalla parte
nostra scende a scarpata, formando come un gradino scosceso e brullo, e
avevamo bisogno di spingere lo sguardo avanti, di esaminare da vicino
le difese austriache sull'altro versante della conca. Il campanile,
alto, dominante, quasi nel centro della vallata, offriva un posto di
osservazione meraviglioso. Ma era in pieno territorio nemico. Un ardito
ufficiale partì in esplorazione.

Pare un episodio delle vecchie guerre. L'ufficiale era di cavalleria,
innamorato della sua arma. Pensò che la rapidità può valere in certi
casi più della invisibilità, e partì a cavallo, attraverso dei vigneti
e dei frutteti, seguito dalla sua fedele ordinanza. Trovò Plezzo
già quasi abbandonata dalla popolazione; lo scalpitìo degli zoccoli
risuonava fra case deserte. Ad ogni angolo di strada, l'ufficiale
rallentava il passo e si sporgeva sul collo del cavallo, per scrutare
avanti. Niente, una via dopo l'altra si aprivano vuote e silenziose.
Giunse sulla piazza, affidò le cavalcature al soldato e si diresse
alla chiesa. Una specie di sacrestano, spaurito, gli aprì la porta del
campanile.

Erano le prime ore di una mattinata purissima. Dalla cella delle
campane, alla quale salì per vecchie scalette di legno, si vedevano i
trinceramenti austriaci, così vicini e netti che pareva si potessero
toccare stendendo il braccio. Il binocolo in una mano, un lapis
nell'altra, l'ufficiale guardava e scriveva. Tracciava sulla carta
topografica appunti e segni. Scorgeva le posizioni dello Svinjak,
scorgeva le posizioni dello Javorcek, spingeva le sue ricerche nel cavo
delle valli intermedie, calcolava, telemetrava, senza accorgersi dello
scorrere del tempo. Intanto degli austriaci entravano in perlustrazione
a Plezzo.

Una pattuglia nemica, arrivata dalla parte di Koritnica, percorreva
tranquillamente la via principale, senza preoccupazioni, con la
serenità di chi si sente sicuro in casa sua. Improvvisamente, ad uno
svolto udirono vicinissimo il trotto di due cavalli. Era l'ufficiale
italiano e la sua ordinanza che tornavano al campo. Gli austriaci
non ebbero il tempo di pensare, fu un attimo, i cavalieri sboccavano
sulla via, erano ad un passo da loro. L'ufficiale tirò sulle redini,
squadrando quegli uomini con l'occhio feroce dei momenti critici, il
cavallo ebbe un movimento d'impennata. Gli austriaci, sbalorditi, si
attaccarono al muro, senza osare un gesto. E sotto a quello sguardo,
istintivamente, portarono la mano alla visiera, salutando....

Immaginavano forse un seguito di truppa nella strada attigua, e si
sentivano perduti. L'ufficiale passò, l'ordinanza passò. Appena
passati si curvarono sulle selle, speronando; impetuosamente i
cavalli balzarono al galoppo. Era tempo. Dietro a loro la fucileria
si svegliava; stormi di pallottole rimbalzavano sibilando intorno. Gli
austriaci, riavutisi dalla sorpresa, sparavano freneticamente. Ma per
fortuna inutilmente. La straordinaria missione era compiuta.

Il nemico ha tentato più volte di liberare i suoi fianchi dalla stretta
che lo attanaglia. Per spezzare il nostro investimento del Rombon e
dello Javorcek ha replicatamente lanciato degli attacchi. Presentendo
forse il bombardamento imminente, poche ore prima che le nostre grosse
artiglierie iniziassero il fuoco contro ai forti, nella notte del
31 agosto, delle forze austriache salivano da levante le pendici del
Rombon, precedute da un intenso cannoneggiamento allo scopo di aggirare
le nostre posizioni. Fu un combattimento breve ma vivace. Respinti da
lì, due giorni dopo si volgevano contro le nostre posizioni alle spalle
dello Javorcek, nel vallone dello Slatenik. Si è tanto lottato in
quella gola che essa appare alla fantasia come un canale di battaglia.
Furono ancora ricacciati. Nello stesso giorno, essi lanciarono alla
deriva nell'Isonzo qualche mina galleggiante. Avevano sentore di
movimenti nostri, e speravano di potere far saltare dei ponti. La mina
fu pescata.


Intorno a Plezzo la lotta si andava facendo più viva, nuove forze
italiane premevano da ogni parte, e la preparazione delle artiglierie
si faceva di giorno in giorno più energica. Si presentiva l'azione
vasta di questa ultima settimana. Dopo l'attacco del 31 agosto,
dei drappelli nemici si erano rintanati qua e là nelle pendici del
Rombon, erano rimasti celati in nascondigli del monte, tendevano
a fare infiltrazione, creavano dei minuscoli punti di appoggio per
futuri tentativi di attacco. Il 5 settembre la montagna fu spazzata.
I drappelli furono scovati, assaliti, messi in fuga, si penetrarono i
loro nascondigli già pieni di armi, di munizioni, di viveri.

Per provocare una diversione, il giorno dopo delle forze rilevanti
austriache salite da Tolmino attaccavano le nostre posizioni sotto alla
vetta del Mrzli. Si voleva stornare l'azione da Plezzo riaccendendola
sulle propaggini meridionali del Monte Nero. Era una cinerea giornata
di nebbia lassù. Abbiamo descritto quelle posizioni come si vedono
dalle alture di Colovrat. Sulla cima del Mrzli, pianeggiante, una
formidabile trincea austriaca, il cui reticolato è intessuto intorno
ai tronchi bruciacchiati di un lembo di foresta che il cannone ha
distrutto: un poco più sotto, a poche decine di metri, il bosco
rinverdisce e rinfoltisce, e lì, fra gli alberi, i nostri. L'attacco
nemico è stato respinto, senza vederlo, nella nebbia densa.

Gli austriaci richiamavano rinforzi verso Plezzo. Un urto di masse
era imminente. Dai nostri osservatorî più alti si potevano scorgere
colonne di truppe e di carreggi che scendevano dal Predil. La nostra
grossa artiglieria, l'8 settembre, arrivava a fermare e disperdere due
di questi ammassamenti in marcia. Nella notte del 10 il nemico tentava
un ultimo attacco per liberare la sua sinistra, dove noi avevamo
cominciato a stabilirci sulle balze dello Javorcek. È ancora nel
vallone dello Slatenik che si combatte. I nostri ripetono la tattica
usata contro il battaglione ungherese sulla testata della stessa gola.
Aspettano l'assalto in silenzio, lo lasciano avvicinare senza tirare
un colpo. Del resto, l'oscurità profonda renderebbe inefficace il tiro;
non è a fucilate che l'assalto viene respinto. È a baionettate. Quando
il nemico è a pochi passi dalle trincee, i nostri si precipitano alla
mischia, lo scompigliano, lo disperdono. Al mattino dopo la battaglia
divampava furibonda e vasta su tutto il bordo orientale della conca di
Plezzo. Il nostro attacco in forze, lentamente preparato, si scatenava.

Più di sessanta cannoni tuonavano su quel ristretto fronte, e le
nostre magnifiche fanterie si impegnavano sullo spalto erboso dello
Svinjak, fra i boschi dello Javorcek, fra le rocce del Rombon, in un
maestoso semicerchio di furore. Alla sera le prime nostre trincee di
attacco avvicinavano i reticolati delle posizioni centrali. Proiettori
e razzi illuminanti inondavano la vallata di splendori soprannaturali,
e in vividi chiarori meteorici la battaglia proseguiva, terribile,
fantastica. Per tutto era un divampare di esplosioni, un lampeggio di
colpi, e il frastuono formava un solo, continuo boato. Si scorgevamo
talvolta degli strani, lunghi serpeggiamenti di luce azzurrastra come
uno strisciare, uno snodarsi di favolosi fuochi fatui: erano getti di
liquido infiammabile. Non vi sono mezzi sleali ed atroci di guerra
che il nemico non tenti. Certi reparti nostri dovevano combattere
con la maschera contro i gas asfissianti che delle granate a mano
sprigionavano.


Durante la notte dei reticolati erano stati distrutti; l'assalto era
penetrato qua e là nelle linee più interne; delle posizioni nemiche
erano conquistate. Ma dopo aver lottato per prendere, bisognava lottare
per conservare. Spesso anzi è più difficile mantenere una posizione che
espugnarla. Dopo ogni fase di attacco vi è una fase di consolidamento.
Bisogna resistere a tempeste di granate, e scavare, erigere, lavorare
difendendosi, crearsi le protezioni, le blindature, i refugi, lasciare
ogni tanto il piccone per la baionetta. In tali soste il valore del
soldato è più provato forse che nell'assalto. Occorre un valore freddo,
calcolatore, intelligente.

Alcuni giorni sono trascorsi in queste lotte di resistenza, durante le
quali l'artiglieria infuria, perchè è lei che sorregge, che protegge,
che attacca, che predomina.

Degli aeroplani nemici volavano per la prima volta sulla conca
di Plezzo in una affannosa ricerca di batterie. Il consolidamento
delle posizioni conquistate era completo il giorno 14, e una prima
calma si fece. All'alba del 17 settembre la battaglia ha ripreso, in
tutto il settore, ed è contro lo Javorcek, nella boscaglia, che il
nostro attacco si spinge con maggiore violenza. Dei reticolati sono
spezzati, l'assalto si slancia, due _blockhouses_, cioè due ridotte
blindate, vengono distrutte con tubi esplosivi, dei trinceramenti
sono conquistati alla baionetta. Agli sbocchi delle valli la nostra
occupazione si consolida, la conca di Plezzo si chiude definitivamente
al nemico. Due ufficiali austriaci e una cinquantina di soldati
prigionieri, scampati agli assalti sulle pendici dello Javorcek,
scendono alla sera del 17 verso Saga.

Sono quei prigionieri che abbiamo visto passare a Caporetto, scortati
dai carabinieri, fra due siepi di soldati curiosi e silenti.

Non riuscivamo, contemplando la valle, immaginarvi il tumulto che la
riempiva poche ore prima, e che forse tornerà a sollevarsi fra poco. Un
solo cannone sparava. Era uno dei giganti. Ogni quattro, cinque minuti
il suo boato percuoteva le montagne e si spezzava in mille rimbombi.
Vedevamo il fumo diafano e azzurro del colpo, in un folto d'alberi;
non potevamo scorgere dove battesse. Persisteva, regolare, ostinato,
come aspettando una risposta al suo possente ruggito. Non rispondevano
che gli echi, nella vallata calma, piena di quel pauroso senso di
solitudine e di stupefazione che pesa sui campi di battaglia quando la
lotta è sospesa.

Scendeva la sera, quietamente, e la prima oscurità saliva dal basso,
come una marea d'ombra. La notte sorgeva dalle profondità, mentre sulle
vette ardeva l'ultimo fuoco del tramonto. Lo Svinjak silenzioso, con
il suo nero bosco pieno di cannoni, di fronte a noi, si faceva livido,
truce, prendeva una non so quale espressione sinistra, si velava di un
colore di tempesta nel crepuscolo. E il cannone continuava a lanciare
ad intervalli la sua tuonante formidabile interrogazione.



NELL'ALTA VALLE DELL'ISONZO.

LE FASI DELLA GUERRA INTORNO A TOLMINO.

                                                      _27 settembre._


A metà della sua corsa fra i monti, l'Isonzo fa come una sosta. Trova
un paesaggio ridente di colline, tutte verdi di boschi e di prati,
inoltra in una pianura tappezzata da un variopinto splendore di campi
coltivati, e il fiume, che arriva violento per la sua corsa in gole
selvagge, rallenta la foga delle sue acque, si allarga in un gran letto
biancheggiante di ghiaia, riposa, gira, serpeggia, quasi per indugiare
in larghe volute azzurre prima di lasciarsi riafferrare dall'ombra di
altre vallate anguste e profonde, nelle quali riprenderà il suo impeto.
Questa bella regione è la zona di Tolmino.

Dopo aver percorso tante zone montuose della guerra, cominciavamo a
ritrovare in essa le molli e tepide altitudini normali della nostra
vita. Non più fosche e rigide moltitudini di abeti e di pini alpestri
sui declivî dei colli, non più rocce, burroni, abissi, non più canaloni
nei quali la neve si rannicchia e si nasconde l'estate, aspettando il
ritorno dei geli per uscir fuori e invadere tutto; percorrevamo prati
costellati di delicati e pallidi asfodeli, ci riposavamo nell'ombra di
quercie e di castani, ed allargavamo con le mani il fogliame di roseti
selvaggi carichi di bacche rosse per guardare in giù nella vallata,
piena di sole e di silenzio.

Ci eravamo spinti sopra una delle balze estreme del Colovrat
meridionale — la catena di alture che sta fra lo Judrio e l'Isonzo —
e vedevamo sotto a noi, a poche migliaia di metri, la cittadina di
Tolmino con le sue grandi caserme austriache dalle corti quadrate,
vaste come piazze d'armi, con i suoi capaci magazzini militari, e le
larghe strade bianche, fatte per il transito degli eserciti, distese
a rete tutto intorno. Assai più vicino, alla nostra destra, a due
chilometri appena, sollevavano il loro dorso le famose alture di Santa
Maria e di Santa Lucia, due gruppi di colline boscose, pittoresche,
al di là delle quali, verso levante, l'Isonzo gira. Alte, lontane,
dietro a Tolmino, sbiadite nella profondità del sereno, torreggiavano
le creste rocciose del monte Cuk, le vette del massiccio che divide la
valle dell'Isonzo dalla valle della Sava, le pietre naturali del nostro
vero confine.


Sono le colline di Santa Maria e Santa Lucia che hanno fatto di
Tolmino una piazzaforte austriaca. Da Caporetto in giù, per tutto,
la nostra riconquista ha potuto affacciarsi sull'Isonzo, ma in due
punti il fiume si discosta subitamente, si nasconde dietro ad alture
isolate, fa un gomito per mettere fra noi ed un tratto del suo corso
la barriera di quei piccoli nodi montuosi, una barriera che cela e
protegge ponti e strade. Presso Tolmino sono le colline di Santa Maria
e Santa Lucia; presso Gorizia sono le colline di Podgora, di Oslavia
e il monte Sabotino. Il nemico ha fortificato formidabilmente questi
due aggruppamenti di alture al di qua dell'Isonzo, che gli dànno il
possesso di paesaggi sul fiume, che sono centri poderosi di difesa e
basi possibili di offesa.

Perchè è all'offesa che il nemico pensava prima di trovarsi costretto a
difendersi. Basta vedere Tolmino per riconoscervi una di quelle forti
basi d'avanzata che l'Austria aveva preparato un po' per tutto sulle
nostre frontiere, con una larghezza di mezzi, con una profusione di
milioni, con un'attività, che dimostrano un piano preciso e una volontà
senza indugi. Noi non avevamo niente al di qua; Tolmino fronteggiava
delle valli aperte, che convergono verso Cividale, scendendo alla
indifendibile pianura friulana.

Non si costruiscono tre grandi ponti per un paesello, non si erige
una vera città di caserme e di depositi, con panifici ed ospedali da
metropoli, non si fanno centinaia di chilometri di strade militari,
non si trasformano montagne in fortezze, sopra tutto quando dall'altra
parte della vicina frontiera nulla si fa, neppure una strada, se non
c'è il definito progetto di servirsi e presto di tutte queste opere.

Nel nostro giro sul fronte, quello che ci ha più fatto pensare, oltre
alla guerra che si combatte, è la guerra ben più terribile, la guerra
spaventosa, atroce, sproporzionata, disperata che si sarebbe combattuta
se gli eventi non avessero dato a noi la scelta del momento, se non
fossimo stati noi a gettare il guanto e varcare le frontiere, se lo
sconvolgimento dell'Europa non fosse venuto a destarci. Bisogna vedere
per comprendere. Per difficile che sia la guerra d'oggi, noi dobbiamo
benedirla perchè ci salva dai disastri immensi la cui preparazione,
che è ora tutta sotto ai nostri occhi, ci cingeva a poco a poco mentre
noi dormivamo sognando la pace perenne. La guerra era inevitabile, era
decisa: dovevamo farla o subirla.

Non conoscevamo esattamente il valore combattivo di Tolmino. Iniziate
le ostilità, le nostre truppe occuparono le alture fra lo Judrio e
l'Isonzo e dalla cresta videro, come noi l'abbiamo visto, Tolmino
in basso, con la sua pesante avanguardia di edifici governativi,
e la folla gaia delle sue case, raccolte fra recinti d'orti, in un
verdeggiare di frutteti. Subito, le colline di Santa Maria e di Santa
Lucia tuonarono; incominciò un fuoco di medî calibri invisibili,
introvabili, che battevano le nostre alture. Continuano ancora, a
intervalli.

Udivamo infatti di tanto in tanto il rantolo di qualche grossa granata
austriaca, che veniva a scoppiare alle falde dello sperone sul quale
eravamo. Dei colpi rispondevano; noi potevamo seguire da vicino
la manovra pacata di alcuni artiglieri nostri, intorno ad un pezzo
imboscato in un intreccio di cespugli. Facevano fuoco ogni cinque, ogni
sei minuti, per non permettere al nemico di scoprire la vampa, e fra un
colpo e l'altro si sedevano intorno, conversavano, leggevano un vecchio
giornale che passava da mano a mano, compitato e commentato. Nelle
vicinanze il terreno era squarciato dai proiettili. Una granata da 305,
caduta recentemente, vi aveva aperto una cavità larga, irregolare,
profonda, nella quale dei soldati raccoglievano pesanti schegge di
acciaio.

Il primo bombardamento austriaco cominciò il 26 maggio. Non fece
danni e non fermò le nostre truppe. Si iniziava l'investimento della
piazzaforte. L'operazione non pareva estremamente difficile; le colline
di Santa Maria e di Santa Lucia non lasciavano scorgere ancora le loro
difese imboscate. Gravi ostacoli già ci sbarravano il passo di fronte
a Gorizia, e sembravano più facili forse quelle alture di Tolmino, che
non avevano l'aspetto possente e ostile del Sabotino e del Podgora.
Nei primi giorni di giugno Tolmino parve seriamente minacciata da noi,
e si poteva credere allora che su Tolmino potesse portarsi l'attacco
fortunato che, penetrando fortemente in quel punto, scuotesse le
posizioni nemiche di Gorizia.

L'attacco fu dato. Le nostre truppe erano arrivate a contatto di
numerose linee successive di trinceramenti in cemento, mascherati dal
bosco, protetti da numerose batterie incavernate, riuniti da cunicoli,
tutto un sistema di fortificazioni interrate, nascoste, in agguato.
Fu allora forse che si pensò di portare il colpo offensivo su Plava,
cioè ad un altro raccordo di strade che un ponte congiungeva attraverso
l'Isonzo, in un settore più vicino a Gorizia, e che poteva supporsi
meno preparato alla difesa. Era l'unico punto di quella zona sul
quale potesse tentarsi il passaggio del fiume. Non si può combattere
in qualsiasi luogo; l'offesa e la difesa seguono vie e direzioni
prevedibili; le battaglie hanno campi predestinati; la viabilità
fissa fatalmente i terreni d'azione. Dove il traffico ha già da secoli
scelto i suoi passaggi, la guerra si getta. Una rete di strade dalla
riva destra del fiume andava a innervarsi al ponte di Plava, distrutto
dagli austriaci. Altrove l'Isonzo scorre fra due ripe altissime, senza
guadi e senza allacciamenti. Volendo crearci un'altra testa di ponte,
non potevamo scegliere che Plava. Ma la difesa nemica a Plava pure ci
aspettava. Noi la spezzammo.

Per oltre due mesi dall'inizio della guerra, di Tolmino non si parla
più. Non vi è inazione; vi si combatte, vi si cannoneggia, le fanterie
mantengono il contatto, le nostre trincee a poco a poco avanzano,
portano i loro scavi sempre più vicino alle posizioni nemiche, le
incalzano con la lentezza del piccone. Si prepara l'attacco. È il
16 agosto che l'offensiva nostra violentemente si slancia in avanti.
Comincia allora un periodo di furore.


La collina di Santa Lucia è oblunga, regolare, boscosa; ma a tratti
il bosco cessa al bordo rettilineo di grandi prati in declivio,
ombreggiati qua e là da qualche ciuffo d'alberi, rigati da un folto
distendersi di siepi; anche la vetta è erbosa e scoperta. Adesso i
prati sono qua e là sterrati dai colpi di cannone, scorticati, del
colore dei campi arati, e la vetta, bucata dai crateri scavati dalle
granate, uno vicino all'altro, ha quell'aspetto strano dei paesaggi
lunari, pieni di cavità rotonde e di bordi circolari. La nostra
artiglieria rovesciò su Santa Lucia e su Santa Maria un diluvio di
proiettili per preparare l'attacco.

Coperte da quel fuoco, le nostre fanterie spezzarono i reticolati e si
slanciarono alla baionetta. Una linea di trinceramenti austriaci fu
conquistata. Poi un'altra. L'assalto saliva il declivio da ponente.
L'urlo dei combattenti si udiva, alto, tremendo, dalle posizioni di
artiglierie sulle alture vicine. Nelle trincee prese, delle compagnie
intere di austriaci si arrendevano. Durante la giornata del 16 agosto
furono presi prigionieri 17 ufficiali e 517 soldati. Mitragliatrici,
fucili, munizioni, formarono un rilevante bottino. Un reparto arrivò
finalmente ad espugnare le estreme trincee, quelle della vetta di Santa
Lucia, che girano intorno a due cucuzzoli simili alle due larghe gobbe
di un cammello gigantesco.

Allora cominciò la tempesta delle artiglierie austriache. Non meno di
quaranta cannoni concentravano un fuoco spaventoso sulle sommità del
colle. Non vi era tempo per costruirsi dei ripari; bisognava ritrarsi
dal costone più esposto. Ma ci tenemmo saldamente sui fianchi delle
alture, dove ora si vedono serpeggiare i solchi profondi dei nostri
trinceramenti, ai quali salgono strani viottoli di approccio. Gli
austriaci rioccuparono le vette. Le loro trincee sono ad un centinaio
di metri dalle nostre.

La vera forza di resistenza del nemico è nel cannone. La sua fanteria
non si mantiene che nei punti sui quali la sua artiglieria può battere.
Gli austriaci hanno dovuto abbandonare sempre i declivî per reggersi
sulle creste. Dove le loro granate non arrivano, la loro difesa
sparisce.

La battaglia continuò il giorno 17. Qualche nuova trincea fu presa.
Altri duecento prigionieri vennero catturati. Ma la lotta più che
di attacco era di consolidamento, di sistemazione, di preparazione.
Violente avanzate nemiche scendevano alla notte. Erano respinte.
Si combatteva e si lavorava ai bagliori dei razzi illuminanti.
Per lunghi giorni è continuata l'azione in episodi, sotto al fuoco
dell'artiglieria nemica, che frugava il rovescio delle colline per
impedire i rafforzamenti.

Il 9 settembre, nella notte, il combattimento ha avuto una ripresa
furibonda. Con un assalto improvviso, un reparto nostro, sulla
collinetta di Santa Maria, si è impadronito di un'altra linea di
trincee, si è avvicinato alla vetta, sulla quale sorge una chiesuola,
ora diroccata. Ma avanti agli assalitori, improvvisamente, balenarono
fiamme azzurre, fantastiche, di liquidi infiammabili, l'ultima atrocità
scientifica della Germania. Lanciato a lunghi getti, il liquido spento,
che non arrivò fino ai nostri, scendeva per il declivio a lunghi
rivoletti invisibili e silenziosi, poi al contatto di una capsula
incendiaria divampavano di colpo. Ed erano serpeggiamenti inverosimili
di luce oscillante e pallida, era un fiammeggiare tortuoso e diafano
lungo il pendìo, un saettamento di vampe spettrali, presto estinte
perchè la terra assorbiva il liquido, e le fiamme si abbassavano
subito. Morivano in un palpito scoppiettante, lasciando tutto intorno
uno sfavillare minuscolo di brage, un pagliettìo ardente di fili d'erba
accesi. Intanto da esplosioni violente di granate a mano si sprigionava
l'acre odore di gas soffocanti, una nebbia che persisteva nella
calma della notte. I nostri si fermarono, urlando insulti e sfide:
«Vigliacchi! Venite!»


Due giorni dopo si scorgevano nel vallone di Tominski dei reparti
austriaci in marcia verso Tolmino. Il nemico non si sentiva più sicuro
nemmeno dietro le sue fontane di benzol. Ma la calma per il momento
pare tornata nel settore. Qualche duello di artiglierie, alla sera,
un crepitìo di fucilate, di tanto in tanto, e lunghe ore di silenzio
profondo.

Sulla collinetta conica e verde di Santa Maria, la chiesuola ha
perduto il suo campanile. Serviva da posto di osservazione al nemico,
i nostri cannoni l'hanno mozzato. Era un campanile rotondo che i nostri
ufficiali esitavano a colpire per il dubbio che potesse avere un valore
d'arte. Non farebbero del male ad un monumento a costo della vita. Ora
il campanile rotondo è un rudero strano, squarciato da una parte, che
mostra un interno cavo, annerito dall'incendio delle scale di legno.
Un villaggio vicino, Kozarsce, che è stato un punto di appoggio della
difesa austriaca, è in rovina. Ma Tolmino è intatta.

Noi lasciamo al nemico l'abominevole prerogativa della distruzione
inutile. La città pare deserta, la popolazione, infatti, l'ha fuggita,
per le strade nessuno passa, ma alla notte quella solitudine si popola.
Tolmino è sempre un grande centro militare, e il rispetto che noi
abbiamo per l'abitato finchè la battaglia non ci forza a colpirlo rende
ancora agli austriaci abbastanza tranquilla quella residenza, che è
sotto le bocche dei nostri cannoni e che potremmo annientare in un'ora.
Il combattimento è tutto intorno.

Si vede di qua, verso il fiume, un recinto di muro sfondato, un gran
recinto quadrato battuto in breccia dalle granate: è il cimitero. Una
trincea di difesa lo traversa, passa fra le tombe, discosta i morti,
rovescia croci e cippi, ammucchiandovi sopra i suoi sterri, e fa
pensare ad una sepoltura gigantesca preparata. Più indietro, verso il
sud, una seconda linea più forte, in cemento, allinea le sue feritoie
larghe da mitragliatrice, rasente il suolo. I reticolati stendono per
tutto il loro grigiore. Si seguono e si seguono, per la pianura, per
i declivî, per le vette, attraverso i campi abbandonati sui quali i
raccolti intristiscono; sono miglia e miglia di quel tetro viluppo di
fili e di pali che dànno un'impressione di vigneti sterili.

Noi attacchiamo le colline di Santa Maria e di Santa Lucia da ponente,
e la città da settentrione. La nostra fronte scende dal Mrzli alle
pendici del Vodil e attraversa la valle. Il ponte di San Daniele, di
fronte all'abitato, è nostro. È un magnifico ponte nuovo, di cemento
armato. Gli austriaci speravano forse di difenderlo, e non lo hanno
distrutto. Ma su tutta la lunghezza del ponte avevano ammassato
ostacoli di ogni sorta, _chevaux de Frise_, reticolati, sbarre di
ferro, un intreccio fitto al di là del quale si appostavano delle
mitragliatrici. Durante il giorno, per qualche tempo, la nostra
artiglieria da campagna tirava sulle difese del ponte per spezzarle,
e alla notte, sotto a raffiche di piombo, dei pionieri eroici
strisciavano fra i due parapetti per far saltare i rottami e sgombrare
la strada.

Li conduceva un ufficiale del genio, professore di Università prima
della guerra. Partiva calmo, sereno, come quando s'incamminava verso la
lezione con dei libri sotto al braccio. Dove nessuno osava andare, dove
la morte pareva certa, andava lui solo. Alla notte lui era sul ponte,
strisciando, avanzando centimetro per centimetro, sospingendo avanti
a sè un tubo di esplosivo. L'ultima volta, quando la strada era quasi
tutta aperta, non è tornato indietro. Una palla lo aveva fulminato.


Ora sul ponte si vedono oscuri barricamenti di sacchi che proteggono
il passaggio, e in fondo, al di là, una breve trincea si profila. È
l'attacco che sbocca, ancora piccolo, ancora incerto, una testa di
ponte minuscola e ardita che si affaccia.

Al nord della città, vicino quasi alle ultime case, si solleva
in vedetta, isolata, una strana montagna, alta, regolare come una
montagnola da giardino pubblico, aguzza, coperta tutta da un bosco,
un immane cono di verdura, e che non ha un nome. La chiamano con la
cifra della sua altitudine: Quota 428. Gli austriaci hanno costruito
in cemento, sulla sua vetta, una torre osservatorio, fatta a colonne
per lo stesso principio che ha consigliato di dare alle moderne
navi da guerra un albero a tripode. Se fosse una torre piena sarebbe
demolita, ma i colpi di cannone passano nel vano fra una colonna e
l'altra. È una specie di campanile a giorno, una gigantesca armatura,
insolentemente bianca, sulla quale la nostra artiglieria ha infuriato
per giornate intere. Gli scoppî avvolgevano la bizzarra costruzione di
un fumo denso; si credeva spesso di averla abbattuta, ma quando il fumo
si dissipava, l'ostile torre ricompariva intatta. Essa spinge il suo
sguardo su tutta la vallata, sorveglia gli approcci da Caporetto, vede
i nostri movimenti lungo il fiume.

La Quota 428 è anche una posizione di combattimento, nasconde trincee,
e i suoi reticolati scendono fino alla pianura, in mezzo a campi di
granturco. Osservando meglio, intorno, ci si accorge di tutta una
viabilità sotterranea. Certe siepi lunghe chilometri non sono altro che
ingannevoli ripari per nasconderci movimenti d'uomini entro sterminate
trincee di incamminamento. I villaggi sono uniti da profondi fossati,
che seguono il disegno di un fregio a greca per essere protetti
dai colpi d'infilata. Mentre le strade sono deserte e nessun essere
vivente si muove nella vallata, entro quei canali delle truppe forse si
spostano. Poco più a sinistra sono i nostri incamminamenti, sulla riva
del fiume, immensi zig-zag dai bordi bianchi di sabbia appena scavata,
i quali conducono lo sguardo verso un grandioso intreccio di trincee
sui valloni del Vodil, all'altra riva.

Sui bordi d'ogni balza, le posizioni della difesa; poco sotto, a
qualche decina di metri, le nostre, che assaltano, che s'insinuano,
che spingono avanti i loro parapetti, con quel sovvolgimento di terra
dei formicai calpestati, quando gl'insetti scavano furiosamente la
loro strada. Da là veniva più serrato e più sovente lo scoppiettare
della fucilata. Tendevamo lo sguardo verso la lotta invisibile,
instintivamente, ossessionati dalla paurosa apparenza di deserto del
campo di battaglia.

Cercavamo un uomo, lungo gli approcci, sulle trincee, nei villaggi
che cadono in rovina, presso ai cascinali senza tetto, anneriti dalle
fiamme, cercavamo un uomo la cui vista disperdesse in noi il senso di
quella solitudine soprannaturale che diveniva a poco a poco angosciosa
come un incubo.



L'EROICA CONQUISTA DI PLAVA.

                                                      _29 settembre._


L'aspetto di solitudine che assume la guerra, quando l'assalto non si
slancia, si addice alle zone selvagge. Abbiamo visto la selva di Plava
non molto diversa da come la vedevano i cacciatori di Gorizia, quando
la attraversavano in questa stessa stagione cercando nel suo folto il
fagiano e il gallo di bosco.

Plava è un piccolo villaggio, ora distrutto dal cannoneggiamento
austriaco, che allineava le sue casette ai due fianchi della strada,
sulla sinistra dell'Isonzo. Delle abitazioni rimangono quattro mura
scoronate, dalle cui finestre pendono rottami di imposte. Per uno di
quei capricci che il cannone ha, come il fulmine, una sola casetta è
rimasta intatta, bianca, col tetto nuovo. Avanti a Plava era il ponte.

Alle spalle del villaggio cominciavano subito il bosco e la montagna.
Intorno, nessun altro centro abitato in vista, non campi, non vigneti.
L'Isonzo scorre in quel punto incassato in una gola profonda e
melanconica. Su Plava viene a finire un'ultima balza di una catena di
alture boscose, il cui dorso, salendo a centina, va quasi fin sopra
Gorizia e si culmina nel Monte Santo.

Vista dall'altra riva, la montagna di Plava, ha la forma di una
piramide perfetta. Quando però si giunge alla sommità, a 383 metri, ci
si accorge che non si è sopra una punta ma al principio di una cresta,
la quale declina, poi risale. E intorno si levano tumultuosamente le
ondulazioni del massiccio di Bainsizza. Non vi sono che sentieri nella
oscurità del bosco; le buone strade corrono soltanto in fondo alla
valle dell'Isonzo, ma al Monte Santo si allacciano le reti stradali del
Goriziano.

Decisa la formazione di una testa di ponte a Plava, il primo obbiettivo
fu la conquista della Quota 383. Il giorno 8 di giugno arrivò l'ordine
d'avanzata. Alla sera, per la strada di Vercoglia scesero da San
Martino i battaglioni destinati all'operazione, che si nascosero
nella boscaglia, presso al fiume. Quando l'oscurità fu profonda, si
intravvide un convoglio di cavalli e di carri, silenziosi come ombre,
che andavano verso la riva. Erano i carriaggi del parco da ponti. Le
ruote e gli zoccoli dei cavalli erano fasciati di stracci; gli uomini
calzavano scarpe di corda. Lentamente, il convoglio si portò fino dove
la strada fiancheggia il fiume.


Si cominciò la costruzione del ponte. Le barche dovevano essere portate
a spalla giù per la ripa precipitosa e attraverso il letto di ghiaia.
Non un rumore, non un urto, il ponte si componeva in silenzio. L'altra
riva era tutta buia, nera, addormentata. Il lavoro procedeva febbrile
e cauto, nelle tenebre, con l'ansia angosciosa del tempo che fuggiva,
dell'alba estiva troppo vicina.

L'aurora disegnava già i profili dei monti, e il lavoro continuava.
Poco più della metà del ponte era compiuta. Alle tre del mattino,
quasi i tre quarti del ponte erano finiti. Ancora un poco, ancora
un poco e le truppe sarebbero passate. La costruzione proseguiva ora
furiosamente, nella piena luce dell'alba. All'improvviso fu un rimbombo
di esplosioni nel greto e i pontieri si trovarono avvolti nel fumo.

Il nemico aveva visto. Bombardava da posizioni imprecisabili. Il ponte,
colpito, si sfasciava; le barche di lamiera, sfondate dalle schegge,
affondavano. Non v'era un minuto di sosta nel fuoco. Le truppe furono
ritirate al coperto, nessuno rimase sulla riva cosparsa di rottami,
tempestata dai colpi.

Tutto il giorno durò intenso il cannoneggiamento. Così trascorse il 9
giugno. Venuta la notte, dei drappelli ridiscesero verso la riva.

Si era pensato di traghettare poche forze per formare al di là un
primo velo di difesa. Si misero i remi ad una barca e si cominciò
la traversata. Passavano venti uomini per volta. Scendevano a poche
centinaia di metri dal villaggio. Quando furono sbarcati in una
cinquantina, i nostri cominciarono ad avanzare e prendere posizione. Il
traghetto continuava. Un sergente, che comandava il primo nucleo, prese
con sè un plotone e si avvicinò al villaggio, dove sapeva che doveva
trovarsi un posto di vedetta austriaco.

Evitando la strada, camminando a passi da cacciatore, quel piccolo
gruppo arrivò alle prime case di Plava. Le circondarono, vi entrarono
senza passare per l'uscio. Scavalcarono dei muricciuoli, scalarono
finestre, e arrivarono così nelle case vicine; strisciavano,
penetravano da un'abitazione all'altra per le vie più imprevedute, in
modo che una sentinella piazzata sulla via non potesse accorgersi del
loro avvicinarsi. Arrivati sotto ad una finestruola chiusa da sportelli
di legno, udirono delle voci d'uomo, all'interno. Parlavano in tedesco.
Era lì.

Un colpo violento all'uscio che si spalancò, un'irruzione di baionette
basse. Dieci soldati austriaci, con un ufficiale, sorpresi e allibiti,
alzavano le mani. Erano in una cameretta a pian terreno raccolti
intorno alla luce di una candela. La barca, in uno dei suoi ritorni,
portò alla nostra riva il carico dei prigionieri.

Questa cattura ha avuto una grande importanza per le operazioni, perchè
ha impedito un primo allarme che avrebbe turbato lo svolgersi dei
nostri piani. Il Re ha voluto di _motu proprio_ decorare della medaglia
al valore l'ardito sergente, che nel combattimento successivo doveva
cadere gravemente ferito. E ferito, egli continuava ad esortare i suoi
uomini alla battaglia: «Andate avanti, avanti! Non badate a me!...»

Nella notte del 9 traghettarono circa duecento uomini, per la cui
sorte si era preoccupati. Durante tutta la giornata del 10, si stette
in ascolto dalla nostra riva, si cercava di penetrare con lo sguardo
l'intreccio degli alberi, di vedere qualcuno dei nostri, si aspettava
un segnale. Niente. Erano tutti presi? No, erano tutti in ricognizione.

Rampavano audacemente, strisciavano sulla montagna, perlustravano
ogni passo, arrivavano presso alla vetta, scoprivano i reticolati, le
trincee, raccoglievano dati preziosi. Perchè gli austriaci avevano
fatto a Plava preparativi assai più completi di quanto fosse logico
aspettarsi.

I nemici non sospettavano la vicinanza di quello sciame di esploratori;
andavano, venivano intorno alle trincee, disarmati, sicuri. Le vedette
di Plava tacevano, dunque gl'italiani non s'erano mossi. Più volte
alcuni dei nostri dovettero girare intorno al tronco d'un albero
all'avvicinarsi di soldati austriaci che passavano inconsapevoli pochi
metri lontano.


Nella notte stessa del 10 si era tentato un nuovo sistema per gettare
sulla riva sinistra un forte reparto di truppe. Non era possibile
sostituire subito il materiale da ponte distrutto; ma vi era legname
sufficiente per costruire sulla riva una passerella che, appena
finita, avrebbe potuto essere varata e assicurata solidamente ai
resti in muratura delle testate del ponte distrutto. Il Genio lavorò
attivamente, con quell'entusiasmo alacre e grave dei nostri artieri
militari, che sono così spesso in prima linea, sotto al fuoco più
intenso, a creare valichi ed aprire varchi.

È un eroismo difficile quello del lavoro, perchè deve rimanere freddo,
riflessivo. Il combattente può lasciarsi spesso trasportare dalla foga
disordinata del suo sentimento, può gridare, può sparare. L'artiere
del Genio deve pensare. Ogni suo gesto ha bisogno di precisione e di
puntualità. Nel pericolo più grave egli deve agire impassibile come
l'operaio nel sicuro laboratorio di un'officina. Il nostro Genio ha
gettato quasi tutti i suoi ponti nel pieno del combattimento, alla
prima linea, avanti alla prima linea. Dei pontieri cadevano feriti,
uccisi, erano sostituiti e il lavoro continuava. Le granate sfondavano
le barche di sostegno, sfasciavano il travame, distruggevano l'opera
intera, e si ricominciava.

Una passerella sull'Isonzo richiedeva più tempo di quello che le
circostanze concedevano. L'alba sorse, e il ponte di fortuna non era
finito. Gli osservatorî dell'artiglieria nemica, già in guardia, si
accorsero della costruzione e fecero aprire il fuoco. Come al giorno
prima, il bombardamento fu violento e preciso. Regolato con esattezza
sulla posizione del vecchio ponte, esso colpiva in pieno. La passerella
rimase spezzata. Un'altra giornata trascorse nell'inazione forzata,
senza nessuna notizia degli uomini traghettati alla sera, e con la
certezza di trovare il nemico sempre più rafforzato. Per la forza
dell'inevitabile la sorpresa, l'elemento primo di un successo facile e
pieno, era mancata. Non so fino a quanto si facesse assegnamento sulla
sorpresa, ma è evidente che se fosse stato nelle possibilità umane
il compimento del ponte nella prima notte, l'attacco di Plava avrebbe
potuto avere nella guerra una influenza profonda, penetrando ben oltre
i limiti di una testa di ponte.

Si ricorse, nella notte successiva, ad un altro mezzo. Si fece il
così detto «ponte girevole». Il ponte girevole non è altro che una
piattaforma sostenuta da due barche, assicurata alla riva con una
lunghissima corda e lasciata alla deriva. Con il movimento di un remo
messo a timone, per effetto della corrente, la grande zattera, come un
pendolo orizzontale, se si può dire così, può andare e venire da una
riva all'altra. La piattaforma portava una cinquantina di uomini alla
volta. In quella notte, finalmente, due battaglioni passarono.

Ritrovarono sulla sponda sinistra la piccola forza sbarcata la notte
prima. Si era trincerata aspettando, e teneva già un lembo di altura.
Le informazioni che portò furono di enorme utilità. Venne deciso di
attaccare il monte sui due fianchi, lungo due valloni quasi simmetrici
che sono uno a destra e uno a sinistra di Plava. L'azione cominciò a
giorno chiaro.


La difesa fu violenta ma breve. Si avanzò tra difficoltà gravi ma
non insormontabili. Di slancio, le linee di trincee erano prese,
successivamente. Si fecero duecento prigionieri. I cannoni austriaci,
con un fuoco violento, battevano sopra tutto la spalla del monte, e
più giù il paese, il fiume, la riva destra. Sarebbe stato impossibile
mandare rincalzi se ve ne fosse stato bisogno. Ma le notizie che
arrivavano dal combattimento erano buone. Con perdite lievi l'attacco
proseguiva. A mezzogiorno la cima del monte era conquistata.

Subito i soldati, benchè stanchi, si misero al lavoro per fortificare
la posizione. Alle trincee prese bisogna rovesciare il fronte perchè
servano contro al nemico, il parapetto diventa la spalla e la spalla
il parapetto. È un duro lavoro che l'urgenza rende affannoso. I nostri
erano intenti a questo consolidamento, quando gli austriaci hanno fatto
un ritorno offensivo. Il combattimento si è riacceso; è durato qualche
tempo. Un accenno di assalto alla baionetta ha ricacciato indietro i
nemici, senza però farli desistere interamente. Essi, probabilmente,
non avevano altro còmpito che quello di tenere impegnate le nostre
forze. Un movimento assai più grave stava svolgendosi.

Sul declinare del giorno furono avvistate masse austriache in marcia
lungo l'Isonzo. Erano due gruppi, uno veniva dal nord e uno dal sud,
e convergevano verso Plava. Il nemico tentava l'aggiramento delle
nostre truppe sulla Quota 383, tendeva a tagliarle fuori, a isolarle,
a occupare la base di sbarco. Esse non potevano difendere la vetta
e i fianchi, non bastavano a reggere quel fronte troppo esteso. Era
necessario ed era urgente che si raccogliessero, che restringessero la
linea del loro spiegamento. Dovettero abbandonare la cima conquistata,
ridiscendere alle prime pendici, a proteggere Plava e con Plava le
comunicazioni.

Venuta la notte, si rimise in acqua il ponte girevole e cominciò
il traghetto di altri battaglioni. Si unirono a quelli che avevano
combattuto, costituirono nuove unità di attacco. Il nemico aveva
rioccupato in forze le posizioni sulla sommità del monte. La battaglia
si annunziava aspra e sanguinosa.

Le truppe erano troppo stanche per iniziare l'azione immediatamente.
Anche quelle appena sbarcate avevano bisogno di riposo dopo le
notti perdute nella continua attesa. Si stava per chiedere loro un
grande sforzo. La mattinata del 12 trascorse tutta in una immobilità
ristoratrice. L'assalto cominciò nel pomeriggio.

Si svolse con la stessa tattica del giorno prima. Le forze, divise
in due colonne, si impegnarono ai due fianchi del monte, avendo la
vetta per obbiettivo comune. Il movimento si era appena iniziato,
che un terribile fuoco di artiglieria cominciò a battere le pendici.
Era una bufera di cannonate; gli _shrapnells_ arrivavano a raffiche
continue, volteggiavano in aria foglie e rami d'albero stroncati dalle
esplosioni, il piombo grandinava.

Le batterie nemiche da cui veniva quella bufera di fuoco dovevano
trovarsi in parte sulle pendici del monte Kuk, uno dei tanti monti
Kuk della regione, distante tre chilometri e mezzo da Plava, in parte
sul Monte Santo, dal quale i medî calibri tempestavano. Per questo la
nostra colonna di destra, più scoperta, era più battuta. Le perdite
si facevano gravi. Non era possibile individuare con esattezza le
artiglierie austriache, nascoste, invisibili. L'attacco procedeva
sempre, audace, meraviglioso. Ma la necessità di riorganizzare le file
troppo provate dal fuoco, diradate, la successione dei comandi per gli
ufficiali che cadevano, rallentavano l'avanzata dell'ala destra.

Ad un certo punto le perdite aumentano, la colonna di destra è
costretta a sostare. Quella di sinistra, meno colpita, più forte
ancora e più agile, è arrivata a contatto con la fanteria austriaca
e si precipita all'assalto. Fermata dai getti scroscianti delle
mitragliatrici, si ricompone e riassalta. Sette volte consecutive si
slancia alla baionetta. Intanto anche l'ala destra prende l'attacco.
Ma avanzando dalle larghe basi del monte verso la vetta, lo spazio
diminuisce, le file, che erano rade e sparse all'inizio, si sono
andate serrando, formano nuclei troppo densi, ammassamenti che offrono
una maggiore presa al fuoco incessante dei cannoni nemici e delle
mitragliatrici, i proiettili delle quali empiono tutto il bosco di
un sibilare metallico. È impossibile continuare. La colonna destra
incomincia a ripiegare lentamente.

Il nemico, che sente mancare da quel lato l'attacco, cerca di avanzare
incalzante. Accenna al contrattacco, fra gli alberi, preme, si fa
minaccioso. L'ala sinistra si sposta, lo arresta, lo ricaccia. Il
ripiegamento avviene ordinato, con lunghe soste, la faccia al nemico, e
si ferma a mezza costa, ad un centocinquanta metri dalla vetta. Era la
sera del 12 giugno.

Delle truppe di rincalzo passarono quella notte. La giornata del 13
trascorse in un lavoro di riorganizzazione. Alla notte seguente si
riescì a costruire due passerelle sul fiume. Esse garantivano ogni
libertà di movimento, assicuravano le retrovie. Un attacco di grandi
masse nemiche, sopra una testa di ponte così ristretta, servita da un
solo piccolo traghetto, avrebbe potuto provocare forse una gravissima
situazione. I nuovi ponti dissipavano il pericolo.

Il 14 fu ordinato l'attacco per il giorno dopo.

Si era portato un mutamento al piano precedente. Una terza colonna,
partendo dalla sinistra e puntando verso Globna — un gruppo di casupole
presso l'Isonzo, qualche chilometro a monte di Plava — doveva eseguire
un movimento avvolgente dal nord. Ma la battaglia non ebbe sviluppo.
La terza colonna trovò alla sua sinistra, presso Globna, dei forti
trinceramenti impreveduti, e, presa sul fianco dal loro fuoco, fu
costretta a far fronte verso di loro ed attaccarli. Questo impegno
la deviò dal suo obbiettivo; essa non potè continuare l'avvolgimento
iniziato, si trovò fermata, fuori dalla cooperazione prefissa,
impegnata in un'azione laterale e isolata. Appena tale situazione fu
nota al comando, l'attacco venne fatto cessare e rimandato, per non
affrontare uno svolgimento oscuro.

Fu il giorno appresso, il 16 giugno, la vera, la definitiva, la
gloriosa e terribile battaglia di Plava.

Contro a quei trinceramenti di Globna, che pigliavano sul fianco la
colonna avvolgente, fu mandato un battaglione per fronteggiarli e
permettere così alla colonna di proseguire il suo movimento. Questo
battaglione fiancheggiatore si trovò davanti a resistenze formidabili,
in un tremendo fuoco decimatore, ma non si mosse; non rallentò la sua
pressione sopra la forza nemica che doveva impegnare. Il comandante
cadde, il capitano anziano assunse il comando. Questi cadde alla sua
volta, il comando passò ad un capitano più giovane. Il terzo comandante
pure cadde, e il comando passò. Poi un quarto, poi un quinto comandante
del battaglione fu ferito o morto. All'una del pomeriggio sette capi
si erano successi. E il battaglione non arretrava di un passo. Il
nemico poteva dissolverlo, ma non respingerlo. Era come un muro che si
demolisce ma non si sposta. L'ordine era di resistere fino alla morte,
e si resisteva fino alla morte.

Nel pomeriggio comandava il battaglione un giovane tenente che lo resse
con indomita energia, come se insieme alla eredità del comando fosse
discesa da capo a capo la fiera esperienza del grado. Questo tenente è
stato promosso per merito di guerra.

L'azione del battaglione sul fianco estremo sinistro liberò e difese
quella della colonna avvolgente. L'attacco generale procedeva fra
difficoltà terribili. Un cannoneggiamento più vivo, più micidiale
ancora di quello del giorno 12, tempestava i nostri, voleva fermarli,
aveva l'intensità e il furore di una disperazione, apriva dei vuoti,
squarciava, ma non fermava l'avanzata, che ascendeva a piccoli balzi,
risoluta, sistematica, eguale. Le perdite più gravi erano sempre per
la colonna di destra, battuta dal fuoco del monte Kuk e dal monte
Santo. A sinistra l'attacco urtava in un potentissimo trinceramento in
calcestruzzo, difeso da mitragliatrici, preceduto da reticolati così
forti che le nostre forbici non potevano tagliarli.

Quello che avveniva nel battaglione contro Globna avveniva per tutto.
Comandi di battaglione, di compagnia, di plotone erano continuamente
sostituiti, quasi tutti gli ufficiali di un reggimento erano caduti,
le unità minori si fondevano, e l'assalto andava avanti. Era alla fine
un'azione individuale di soldati. Dei soldati semplici hanno assunto
il comando di reparti piccoli. Dei sergenti conducevano una compagnia.
Lo slancio in avanti non veniva più dalla condotta dei capi, era nel
cuore di ogni uomo. «Avanti! Avanti! Per di qua, su!», e la massa
proseguiva, riformando da sè i ranghi, attenta agli ordini dei compagni
più autorevoli dove gli ufficiali non c'erano più.


Meravigliosa fanteria nostra! Nel nostro esercito mutano le attitudini
e le capacità delle varie armi, ma non muta il valore. Il cuore è lo
stesso, l'anima è la stessa. Sono l'anima e il cuore della razza.
Prodigiosa fanteria nostra! Audace, terribile, generosa, essa è il
Popolo italiano. Come ricordare gl'innumerevoli e stupendi episodi di
valore sovrumano che formano insieme la storia d'ogni nostra battaglia?
Come ricordare i fatti di eroismo quando ogni uomo è un eroe? Il
sacrificio leggendario di Pietro Micca non è diventato un atto di tutti
i giorni, un gesto che si ripete avanti a tutte le trincee, quando
occorre aprire la via dell'assalto attraverso i reticolati del nemico?
Non partono tutte le notti le spedizioni dei volontari della Morte?
Chi sono questi audaci che vanno ad accendere una miccia con l'ultima
scintilla della loro vita? Non si distinguono più, hanno un nome solo,
sono una cosa sola: sono l'Esercito.

Da ogni parte, quel giorno, sulla montagna di Plava, il nostro assalto,
in un uragano di piombo, arrivò di fronte a reticolati che non si
potevano tagliare. Non si era ancora trovato il sistema dei tubi
esplosivi, e le forbici si spezzavano sui grossi fili di acciaio. I
nostri tentarono con le mani di svellere i paletti, ma era impossibile,
e non si resisteva due secondi in piedi, a dieci passi dalle
mitragliatrici nemiche. Ma i nostri rimanevano là, contro la barriera,
ostinati, furenti, fucilando le feritoie, tenendo a bada il nemico
mentre studiavano il modo di raggiungerlo, di varcare l'inestricabile
ostacolo.

Non potendo passare nè attraverso il reticolato, nè sopra, passarono
sotto. Scavarono la terra, fecero dei solchi, strisciarono col dorso
sulle spine di acciaio dei fili più bassi. Si adunarono a piccoli
gruppi di quattro, di cinque, al di là, incastrati sotto agli ultimi
intrecci della siepe di ferro. Poi balzarono in piedi e si gettarono
contro alle trincee scoperte, impegnando una lotta a corpo a corpo. A
questa vista gli altri, quelli che non erano passati, non si tennero
più, e incominciarono a scalare il reticolato, appoggiandosi ai
paletti, appoggiando il piede all'incrocio molleggiante dei fili,
facendosi poi porgere i fucili lasciati ai compagni che aspettavano
indietro. In un momento i reticolati furono tutto un formicolìo lento
di uomini sospesi, un gesticolamento confuso e pacato, sul quale
passavano dei fucili, da una mano all'altra, da una parte all'altra.

Scavalcata la barriera, appena a terra, senza contarsi, i nostri si
gettavano successivamente nella mischia urlando. L'attenzione del
nemico era stata sorpresa e deviata dal primo comparire incomprensibile
di soldati italiani addosso ai parapetti. Quell'urlìo, la visione della
massa sui reticolati, finì per atterrirli. La difesa era estinta dalla
terribile e implacabile audacia dell'assalto più che dalla lotta. Le
trincee caddero, il grido dell'evviva passava su tutte le posizioni.

Era il tramonto. Le trincee austriache non coronavano la cima, erano
costruite un poco più giù per poter avere un maggiore sviluppo.
Bisognava occupare la vetta, ma era tardi. Una riorganizzazione si
imponeva prima di procedere oltre, dove il bosco manca e si avanza
scoperti sopra una cresta pratosa. Fu deciso di aspettare l'alba. Ma un
centinaio di uomini, appartenenti a diverse compagnie, senza ufficiali,
avendo la volontà sola per comando e l'accordo per disciplina,
portati dalla foga della lotta, avevano proseguito, soli, ignari
della sosta; tornarono indietro nella notte. È un episodio minuscolo
ma significativo, che descrive lo spirito del soldato nostro, il suo
istinto della guerra, la sua indifferenza al numero, il suo senso di
autonomia. Quando la battaglia spezza le sue formazioni e abbatte i
suoi capi, quando si sbanda, si sbanda in avanti.


Siamo alla mattina del 17 giugno. Gli austriaci hanno ricevuto
rinforzi numerosi durante la notte e si preparano al di là della
vetta. Il nostro attacco è iniziato dalla colonna di sinistra. Appena
i nostri sbucano dal bosco, il contrattacco austriaco si precipita. È
formidabile, si tratta di una massa che si precipita con l'audacia di
chi si sente superiore. Ma la battaglia è breve. Si è impegnata appena,
che alla sua volta la colonna di destra emerge dal folto degli alberi.
Prima che il nemico possa distaccare forze per trattenerla o fare
una conversione per fronteggiarla, la nostra destra si slancia alla
baionetta e lo assalta sul fianco. È stata la fuga, è stata la rotta, è
stato lo sbandamento indietro. In altri tempi questo solo fatto avrebbe
potuto costituire la vittoria definitiva di una guerra. Ma ora, un
fantaccino sulla prima linea vive in un mese tutti i rischi, tutti i
pericoli, tutti gli eroismi di un veterano della Vecchia Guardia.

Alle otto e mezzo del mattino la vittoria era completa. Avevamo la
vetta di Plava definitivamente nostra. La lotta si riaccese poi ad
intervalli. Truppe nemiche affluirono, le vicinanze si coprirono di
trincee, delle artiglierie si concentrarono. Il giorno 19 subimmo
due contrattacchi notturni. Il 20 tre contrattacchi notturni. Anche
con forze superiori il nemico non si muove più che alla notte, ha
perduto ogni fiducia nei contrattacchi dell'alba. Il 29, sempre di
notte, contrattacco di masse, con artiglieria e mitragliatrici. Ogni
tentativo austriaco è inutile. Ma la sua preparazione difensiva rende
pure inutile qualsiasi azione nostra, anche di grande stile e con
grandi forze, per allargare la testa di ponte, o meglio per servirci
della testa di ponte al fine di irrompere e spingere l'offensiva verso
obbiettivi più vasti e lontani.

Lentamente, un piccolo allargamento della testa di ponte è avvenuto.
Dal 20 al 30 luglio abbiamo ripreso l'offensiva. Il cuneo del
nostro fronte parte adesso da Globna e da Zagora, e copre bene gli
allacciamenti sul fiume. Il sei agosto, l'otto, il dieci, il dodici,
furibondi contrattacchi nemici si sono sferrati. Ora è la stasi, una
stasi con cannoneggiamenti, fucilate, granate a mano, ma l'azione
manca.

Verso Zagora, al sud, le trincee avversarie sono così vicine che, come
sulla cresta di Luznica, le divide un solo reticolato comune. Da una
posizione all'altra i soldati si lanciano ingiurie e bottiglie vuote.
Da lì si vede, non lontano, il rovescio lungo e cupo del Sabotino,
sulla cui cresta altre trincee nostre avanzano. E quasi di fronte
a Zagora, all'altra riva del fiume, si vede a poche centinaia di
metri la gran bocca nera della seconda galleria della strada ferrata
Gorizia-Klagenfurt, melanconica strada tagliata tutta nei fianchi umidi
della montagna, e le cui rotaie sono diventate rosse di ruggine.

Una volta sola si è riudito il rombo di un convoglio risuonare nella
prima galleria, poco più in basso. E si vide sbucare lentamente
all'aperto, con la cautela d'una grossa bestia sospettosa che esca
dalla tana, un grigio treno blindato. Si fermò a osservare, sparò
in fretta alcune cannonate, poi ci pensò meglio e si ritrasse
prudentemente immergendosi per la coda nel buio.

Le truppe circondano senza tristezza i loro eroi caduti. Ne raccontano
le gesta, con semplicità. Episodi magnifici e senza numero. Una notte,
nella seconda fase delle operazioni, dopo la conquista, un caporale
si offrì volontario per andare a far saltare una mitragliatrice troppo
molesta. «Ma è impossibile!» — dicevano i più temerarî. Egli si ostinò,
e uscì dalla trincea, spingendo avanti il tubo esplosivo. Arrivò,
sotto al fuoco, a metterlo a due o tre metri dalla mitragliatrice;
arrivò ad accendere la miccia. Ma lo zampillare delle scintille
permise al nemico di dirigere meglio il tiro della mitragliatrice
stessa, l'eroe crivellato si accasciò. Abbattendosi spezzò la miccia
accesa, l'esplosione mancò. I soldati decretarono al morto la sepoltura
d'onore, ed egli dorme nel centro del piccolo cimitero, sotto ad un
tumulo più alto e più solenne.

Un altro racconto ricordo. In una compagnia combatteva un volontario
dai baffi bianchi. Aveva sessanta anni, era soldato semplice. Il suo
esempio trascinava tutti. Si era arruolato per seguire alla guerra il
suo figliuolo. Servivano nella stessa compagnia, non si lasciavano
mai. Si vedevano nelle marce quei due soldati vicini, così diversi
e così somiglianti, che si tenevano per la mano. Si tenevano per la
mano i due soldati per un'abitudine vecchia, di quando i baffi bianchi
di uno erano neri e l'altro era un bimbo. Non ci si accorge mai che
i bimbi crescono e che i baffi diventano bianchi. Forse anche in
quell'allacciamento perpetuo di vita vi era un impulso misterioso di
addio. Nel combattimento, sempre in prima linea, erano sempre avanti,
spalla a spalla. Durante l'avanzata su Zagora, l'8 agosto, il figlio
cadde mortalmente ferito.

Il padre gettò il fucile e si slanciò a sorreggere il morente. Intorno
i soldati delle seconde linee passavano di corsa. Qualcuno si fermò
un istante presso a quel gruppo. Il vecchio compagno era adorato.
Egli, deposto dolcemente a terra il ferito, gli sorreggeva la testa e
s'insanguinava la mano tremante per sbottonarlo e cercare la piaga.
Poi, con uno scatto, sollevò la faccia pallida, calma, solenne,
esclamando: «Ma perchè non l'ho avuta io?» In quell'istante una palla
lo colpì sulla tempia.

Il vecchio volontario si rovesciò sul figlio. La morte li riuniva
ancora.

Ma la tristezza e la poesia di questi episodi di sangue appare dopo,
ripensandoli in un altro ambiente. Lì tutto sembra naturale come è
naturale la vita. Tutto è forza e fervore, laggiù, è giovinezza, è
gaiezza. E canzoni liete echeggiano nel tragico bosco di Plava come
nella più lontana, quieta e ridente campagna del mondo.



GUERRA D'ASSEDIO INTORNO A GORIZIA.

UN ATTO DI SUBLIME SACRIFICIO.

                                                         _2 ottobre._


Abbiamo visto Gorizia dalla vetta del Corada, che si erge quasi di
fronte a Plava. Contro alla luce del sole già alto, le montagne ai cui
piedi la città si distende parevano fatte d'ombra azzurra, glauche come
onde. La più alta, il Monte Santo, si acuminava nel campanile del suo
santuario, antica mèta di pellegrinaggi. La tortuosa strada che vi sale
da Gorizia sull'altro versante, e che noi non potevamo scorgere, ha una
cappella votiva ad ogni svolta, una chiesuola ad ogni giro, una croce
ad ogni passo, e da quattro mesi non vede salire che cannoni austriaci.
Quel monte della preghiera è diventato la più formidabile delle
fortezze, tutta vita di artiglierie introvabili che il bosco nasconde.

La schiena del Sabotino, vicino a lei, si allungava e si sollevava
di scorcio come la groppa di un cavallo che s'impenni, coperta da
un finimento di trincee: verso il collo le austriache, sulle reni le
nostre. In un lungo scintillìo, in una voluta di luce che si spegneva
subitamente nell'ombra di una gola, l'Isonzo, passata Plava, andava
verso il sud a perdersi fra il Monte Santo e il Sabotino, fra questi
due solenni pilastri che formano una specie di porta al fiume, oltre la
quale comincia la calma magnificenza della pianura friulana. Gorizia è
sulla soglia.

Ne vedevamo confusamente le case, i campanili, le torri, tutta vaga e
incerta nel contrasto della luce, con delle trasparenze da miraggio.
Ci appariva oltre la spalla del Sabotino, fra il fianco destro del
monte ed un profilo oblungo ed oscuro di collina denudata, il profilo
del Podgora. Era pallida, indefinita, immersa in una bruma celestina,
in un vapore di serenità, e nel centro dell'abitato la piccola altura
della sua vecchia fortezza era come fatta di nebbia. La città lontana
pareva aperta, accessibile, in attesa. Sembrava di dovervi poter
giungere tranquillamente scendendo per la strada di Plava. Le barriere
umane erano troppo poca cosa, e lo sguardo scorreva sull'unità del
piano come sopra un mare, passava sulla grande eguaglianza della terra,
sulle ondulazioni facili dei declivî, cercando l'ostacolo che ferma
un esercito, cercando la muraglia di ferro, e non riconoscendola in
qualche minuto, infimo, lieve e sottile ombreggiamento da siepe, appena
visibile, senza rilievo, confuso nel colore dei campi: quello che è una
trincea nell'immensità di un paesaggio.

Abbiamo rivisto Gorizia più vicina, dalla cima del Monte Quarino,
presso a Cormòns; poi anche dalla vetta del Monte Medea, che è simile
a un'isola sulla verde e calma distesa della pianura, il monte dal
quale Attila contemplò con germanica gioia l'incendio che divorava
Aquileja. E tutte le volte la città, avanti alla quale l'uragano
della guerra da quattro mesi imperversava, ci ha dato la illusione
di una aspettativa tranquilla in fondo alla vallata dischiusa, senza
vigilanze visibili. Parevano assai più possenti le antiche fortezze dai
bastioni quadrati, larghi, che trasformavano la fisionomia dei monti, e
disegnavano una minaccia sulle vette, che non i muricciuoli ineguali,
primitivi, minuscoli, nascosti, della guerra moderna, cementati col
sangue. La fronte di una resistenza appare evidente sulle creste dei
massicci alpini, allacciata alle rocche della creazione, identificata
nei castelli immani della roccia. Ma sul digradare dei colli, sulle
ondulazioni verdi delle ultime pendici, sulla pianura unita, essa
sfugge. Pare che non ci sia più nulla di insormontabile da varcare, che
il paese sia tutto una strada, che il suo aspetto accolga e conduca.

La guerra moderna ha fatto scendere i forti dalle loro posizioni; li
ha per così dire sminuzzati, li ha sparsi per tutto, sui campi e sulle
balze; ha disseminato la fortificazione sopra ogni angolo di terra; non
ha lasciato un lembo di suolo senza il suo bastione; ha fatto d'ogni
fosso, d'ogni argine, d'ogni recinto, d'ogni ciglione, una formidabile
ridotta. L'offensiva è divenuta assedio, non ha altra manovra che
la zappa e l'assalto, deve spezzare delle cinture di fortezze,
deve vincere e rivincere ad ogni piccolo passo in avanti. Non è una
battaglia che si combatte di fronte e ai fianchi di Gorizia, è una
catena di battaglie. E subitamente lo spazio conquistato appare immenso
quando le terribili difficoltà superate si rivelano, quando si scorge
da dove il nemico è stato a viva forza scacciato, quando le nostre
posizioni si delineano dalle spalle del Sabotino alle pendici avanzate
del Carso.

Siamo nella zona più nota della guerra, sulla fronte più attiva e
tempestosa verso la quale l'animo della nazione si è teso con maggiore
fervore, presentendo fin dall'inizio che qui, in questa larga apertura
della frontiera per la quale il nemico si affacciava sulle nostre
pianure indifese, sarebbe avvenuto lo sforzo più intenso, il maggiore
impeto di masse. La critica e la cronaca della guerra hanno rese
familiari queste regioni, dalle quali arrivarono ai giornali le prime
visioni del conflitto e le descrizioni più ampie. Il lettore conosce
oramai la fisionomia della lotta, sa quale sistema di difesa il nemico
abbia adottato, ricorda l'aspetto generale del campo di battaglia.

L'Isonzo corre all'estremo limite della pianura: al di là del fiume
il terreno ridiviene montuoso. Il nemico aveva fatto di queste alture
oltre l'Isonzo un immenso spalto di fortezza, della quale il fiume
era il fossato. Avanti a Gorizia tutte e due le rive del fiume sono
montuose: di fronte il Monte Santo sulla sinistra, il Sabotino sulla
destra, vicino al Sabotino le brevi ondulazioni di Oslavia, vicino
ai colli di Oslavia il Podgora, ultimo sperone sulla pianura. Questo
gruppo di alture al di qua dell'Isonzo il nemico aveva conservato e
fortificato, costituendo una poderosa testa di ponte che difendeva il
passaggio e garantiva a lui il libero varco del fiume nella possibilità
di una offensiva. Questa era la situazione all'inizio del conflitto.


Ricordo gli ultimi giorni di maggio, quando, varcata d'un balzo la
frontiera, le nostre truppe iniziavano l'attacco della testa di ponte
di Gorizia. Le fanterie assalivano furiosamente le piccole trincee,
ai piedi delle alture, gettandosi contro ai reticolati senza ancora
conoscerne la forza, cercando di svellerli con le mani, di aprirsi un
varco come in una siepe. Attanagliati ai fili rimanevano dei morti, che
non parevano morti, tanto i loro volti conservavano una espressione di
volontà e di furia e i loro corpi eretti un gesto di vigore. Tuonavano
contro al Sabotino le nostre artiglierie da San Martino, da Quisca,
da Bigliana, le strade al nord di Cormòns erano affollate di cannoni,
di cassoni, di carri, artiglierie da posizione salivano lentamente
trascinate da lunghe file di buoi bianchi, e il Monte Santo, la vedetta
nemica, osservava freddamente tutto questo movimento, occhieggiando da
lontano al di sopra della spalla del Sabotino.

Gli austriaci hanno per tutto questo vantaggio: vedere. Il terreno
sale sempre di fronte a noi; al di là di una montagna ce n'è una più
alta. Non ci ha preoccupato l'ascesa, ma la vigilanza. Lo sguardo del
nemico scopriva tutto il nostro scacchiere, seguiva ogni mossa, poteva
guidare sopra ogni punto, con precisione, il fuoco di cannoni lontani.
In certi settori esso vigila ancora la rete delle nostre strade, scopre
la vampa d'ogni nostro colpo. Abbiamo dovuto preparare ardite battaglie
allo scoperto, senza segreti, e le nostre vittorie acquistano un valore
magnifico di audacia, una grandezza prodigiosa di nobiltà e di vigore,
per questa lealtà ineluttabile, per questa disperata sincerità che ci
faceva trovare il nemico sempre pronto, sempre in forze, cognito del
nostro piano.

Quelle prime azioni non erano che una presa di contatto, non avevano
che una importanza di ricognizione. Ci aspettavamo una difesa ben
preparata, sapevamo che il nemico aveva da anni studiato minutamente
quella zona dal punto di vista militare, le informazioni ricevute
erano concordi nel riferirci che grandi lavori di protezione si
erano compiuti, ma gli ostacoli sui quali la nostra offensiva urtava
superavano in potenza quello che l'opinione comune potesse prevedere.
Per tutto erano ranghi numerosi di trinceramenti di calcestruzzo,
con blindature di acciaio, con reticolati alti e profondi sostenuti
da pali di ferro infissi nel cemento, erano batterie incavernate che
incrociavano i tiri, erano sviluppi immensi di reti telefoniche e
telegrafiche, innumerevoli osservatorî, zone minate. Nei primi giorni
del giugno la battaglia vera cominciò.

Ebbi la ventura di assistere all'inizio della lotta gigantesca. Il sei
si passava il basso Isonzo a Pieris, l'otto si occupava Monfalcone,
il nove si attaccava Plava, il dieci ci trinceravamo a Gradisca. Si
combatteva su tutta la fronte; Lucinico ardeva; Mossa ardeva; le alture
erano velate a tratti dal fumo delle esplosioni; sulla pianura si
sfioccavano le nubi degli _shrapnells_ austriaci; il nostro attacco
saliva le spalle del Sabotino e del Podgora, sulle cui vette intenibili
l'onda dell'assalto oscillava. Ora avvicinando il campo di battaglia
dalla parte di Cormòns, si rimane stupiti di non riconoscere più certi
luoghi.


Il Podgora in quei primi giorni della lotta era una collina tutta
coperta di bosco, verde, oscura, con quel profilo nuvoloso, a masse,
che hanno i declivî selvosi, sui quali l'intreccio ampio delle fronde
si sparge e si allarga con una morbidezza folta da pelliccia. A metà
della costa qualche vigna, una verdura più chiara e più minuta. Il
declivio si spegneva dolcemente fra le case di Lucinico. Adesso il
Podgora è nudo.

Pare più piccolo, così spogliato del suo spesso mantello d'alberi.
Nudo, sterile, rossastro, lacerato, bucato, ferito, non si somiglia
più. Ha ricevuto centinaia di migliaia di cannonate. Le granate hanno
tutto distrutto e tutto sepolto. Dopo aver bruciacchiato, sfrondato,
stroncato e abbattuto gli alberi, esse hanno rovesciato sui tronchi
atterrati eruzioni di zolle e di sassi. Non v'è più un filo d'erba;
ogni vita vi è estinta. Il Podgora è il sinistro cadavere d'un colle
cosparso di cadaveri d'uomini. Il nostro lavoro di zappa ha dovuto
qualche volta deviare perchè scavava sotto ad un carnaio di nemici.

Sulla groppa della collina, dove nessuno dei due avversari resiste,
rimane in piedi qualche decina di fusti nerastri, senza rami, un po'
inclinati qua e là, scossi dalle esplosioni come da una tempesta, e
sulla vetta principale, sconvolta, non ci sono che tre tronchi, tre
soli, equidistanti, che ricordano le croci del Golgota e che l'hanno
fatto battezzare Monte Calvario.

S'incontrano per la strada da Cormòns a Mossa degli uomini che tornano
dal Calvario o che ci vanno sereni e contenti, non trovando niente
di specialmente terribile in quella posizione, sulla quale si sono
scatenati assalti senza numero. Dei gruppi di volontari triestini vi
hanno compiuto prodigi di valore insieme alla truppa della più vecchia
Italia. Tutta la costa dell'altura era difesa da una successione di
trincee blindate, protette da reticolati e da mine, e sono state prese
ad una ad una, a colpi di zappa, a colpi di esplosivi, a colpi di
baionetta. Ogni possibilità offensiva del nemico è stroncata; la testa
di ponte è ancora un ostacolo ma non è più un pericolo; non sporge
più verso di noi la minaccia di una base di concentrazione, non ha più
sfogo.

Sul fiume, Podgora, come il Sabotino, scende con un declivio
precipitoso e breve, e su quel pendìo ripido gli austriaci sono
ridotti, ad onta dell'appoggio delle batterie d'ogni calibro nascoste
sul Monte Santo, sul monte di San Gabriele, sulle colline di San Marco,
al di là di Gorizia. Vi si tengono arrampicati in trincee massicce,
sotto blindature di acciaio, in mezzo a un dedalo di cunicoli,
di gallerie, di tane. Sopra la vetta sgombra, battuta dai cannoni
delle due parti, passano di qua e di là bombe lanciate da apparecchi
speciali, e la notte essa è vividamente illuminata da un vigilante
incrocio di proiettori, percossa da granate.

Verso la linea estrema della nostra occupazione, per gl'incamminamenti
coperti, si ode spesso un lieto abbaiamento di cani, come se una caccia
si svolgesse nel dedalo delle trincee, e per i sentieri scavati nella
terra vanno e vengono strani equipaggi che ricordano certe carrettelle
dei contadini fiamminghi. Sono piccoli veicoli che dei cani robusti,
volonterosi, di quei cani da gregge e da pagliaio, bastardi, grossi e
vellosi, trascinano ansimando, la lingua penzoloni, con una vivacità
consapevole nello sguardo dolce, come se comprendessero l'importanza
e l'urgenza del loro lavoro. Un conducente accompagna due o tre cani
alla volta, li incoraggia, li chiama per nome, li aiuta nei passi
difficili. Giunte alla trincea le brave bestie si accucciano fra le
stanghe dei loro carrettini, col petto affannato e arruffato sotto al
finimento di cuoio, e guardano il soldato che le guida, attente, il
muso di traverso, le orecchie sollevate, la coda agitata, aspettando la
carezza. In qualche settimana gl'intelligenti animali hanno imparato,
conoscono la strada; il frastuono del combattimento non li spaventa più
e vanno al fuoco come veterani.


Mentre osservavamo il Podgora, gli austriaci ci bombardavano Capriva,
un villaggio fra Gorizia e Cormòns. Da alcune settimane devastano ora
l'uno ora l'altro dei paesi sul piano. Credono forse di demolire i
nostri quartieri d'inverno. Un fumo denso e scuro passava sui tetti.
Bombardavano anche Villanova, ai piedi del Monte Fortin, lieve altura
sulla riva destra dell'Isonzo. Lontano, una grande colonna di fumo
bianco: un deposito nemico ardeva, incendiato da una granata nostra,
nel sobborgo goriziano di San Pietro. Spesso un rumore di battaglia
scendeva dal cielo.

Era un tempestare rapido di esplosioni altissime nell'azzurro. Il fuoco
dei cannoni antiaerei inseguiva aeroplani nemici. La caccia ci fermava
attenti, pieni di crudeli speranze. Le nuvole degli _shrapnells_ si
seguivano in fila; creavano una lunga, strana punteggiatura bianca
sul sereno, cancellata con lentezza dal vento fino a formare una
scìa pallida e confusa, una specie di via lattea striata e diafana.
Minuscolo, chiaro, lontano, veloce l'aeroplano filava avanti ai colpi,
più in alto.

Appena lasciato con gli occhi era perduto nella luce. Nuove nuvolette
ce lo indicavano, più in là. Pareva una corsa fra il volo e i colpi
di cannone. La macchina alata fuggiva dai tiri di una batteria e
incontrava i tiri di un'altra. A intervalli il bombardamento del cielo
cessava, per ricominciare più remoto. In un certo momento, quattro
aeroplani austriaci volteggiavano sulla zona di Cormòns.

Si difendevano sollevandosi. È ben raro che il tiro dei cannoni
possa abbattere un aeroplano da guerra, che solca lo spazio a cento o
centoventi chilometri all'ora, ma lo costringe a fuggire in elevazione,
a cercare la salvezza nelle altezze gelate dell'atmosfera da dove la
visione della terra si confonde e l'osservazione perde accuratezza.
Poi dei grandi uccelli tricolori sono sopravvenuti. Alcuni tornavano
dalle ricognizioni e scendevano a motore spento come scivolando
vertiginosamente sopra un immenso invisibile pendìo; altri si levavano
allora con un roteare largo e solenne. Per un minuto il cielo è apparso
tutto solcato dai voli. Qualche boato profondo ha scosso l'aria, e
nembi densi e foschi si sono sollevati dalla terra. Il nemico lasciava
cadere delle bombe.

Voleva forse colpire dall'alto qualche convoglio che passava sulla
strada vicina. Le bombe scoppiavano sui campi. I conducenti guardavano
con indifferenza il fumo che scorreva sull'erba e fra i filari di
alberi; il convoglio proseguiva con lentezza il suo cammino. Ad uno
ad uno gli aeroplani sono scomparsi. Il cielo si è di nuovo fatto
silenzioso e limpido. Abbiamo allora udito brontolare il cannone in
fondo alla pianura, sulle lontananze azzurrognole del Carso.

Oltre Capriva, ai piedi del Podgora, vedevamo le case sventrate di
Lucinico. Il bombardamento e gl'incendî vi hanno tutto diroccato e
distrutto. Lucinico è così prossimo a Gorizia che, visto da lontano,
si confonde con la città. Ne è quasi un sobborgo, separato appena
da un chilometro di strada e da un ponte. A Lucinico la battaglia ha
infuriato.

Aprirsi un varco a Lucinico verso Gorizia voleva dire aggirare il
Podgora, far cadere la possente difesa delle alture, voleva dire
sfondare lo sbarramento frontale di Gorizia. Mentre il martellare degli
assalti percuoteva e sfasciava successivi trinceramenti sul pendìo
occidentale del Podgora, il nostro attacco, fiancheggiando a destra
questa azione, si sferrò su Lucinico.

Le prime difese all'entrata del villaggio furono spazzate via. Successe
un combattimento all'antica, da casa a casa, da angolo ad angolo, da
porta a porta, una battaglia da pittura di guerra. Appena il villaggio
fu nostro, cominciò il bombardamento austriaco, furibondo; tutto era
fuoco e fumo; si udiva lo scroscio dei crolli dopo ogni esplosione; le
macerie si sparpagliavano con una violenza da proiettili sollevando
opachi e persistenti nembi immani di polvere, e alla notte, sopra
a questo tumulto danzava il riflesso vivo e sanguigno degl'incendî.
L'attacco continuava.


Le grandi opere di trinceramento preparate dal nemico erano al di
là. Lavori in cemento, blindature in acciaio, linee successive di
posizioni e di ostacoli, tutto quello che la scienza e l'esperienza
hanno trovato di più formidabile per lo sbarramento di un piano, era
ammassato su quello sbocco. La difficoltà più grave all'assalto non
era l'invulnerabilità delle trincee nemiche, non era l'intensità del
loro fuoco, era il reticolato, quella cosa che appariva così lieve
nella distanza, così leggera e sfumata come una bruma azzurrastra.
Sulle trincee si arriva, contro al fuoco si avanza, ma nessuna volontà
e nessun eroismo potevano far valicare le sterminate barriere di fili
di acciaio intessute sopra uno spessore di cinquanta metri. Allora i
mezzi efficaci che abbiamo trovato per la distruzione dei reticolati
non esistevano. Le grosse forbici a tenaglia, che così bene avevano
servito ai giapponesi in Manciuria, si spezzavano. Per renderle inutili
il nemico aveva adoperato dei fili grossi come cordicelle. I reticolati
di Lucinico parevano inattaccabili. Si pensò al cannone.

Avvenne qualche cosa di gigantesco. Nella prima luce scialba, livida
di un'alba, l'ora dei silenzi anche sul campo di battaglia, si vide
un cannone uscire al galoppo dalle nostre posizioni. Si era dovuto
lavorare a spianare un tratto di trincea per aprirgli il passo. Pareva
che si lanciasse solo all'assalto.

Fra le due linee nemiche, in una fredda, pallida, tragica solitudine,
imperterrito, il cannone galoppava alla morte. Andava lungo la strada
bianca e diritta verso le trincee austriache. I suoi sei cavalli
si allungavano vigorosamente nella corsa, sferzati dai conducenti
saldi in sella, e il rombo metallico delle ruote si spandeva sulla
quiete. L'ufficiale cavalcava a fianco del pezzo. Vi fu un minuto di
sospensione, di sorpresa, di ansia, di ammirazione.

Pareva che il nemico stesso fosse tenuto immobile da un senso di
rispetto e di stupefazione. Forse non capiva, non si rendeva conto,
di quella sublime audacia. Ma subito dopo la fucileria austriaca
cominciò, intensa, scrosciante, allarmata, da tutti i punti, di fronte
e di fianco, dalla strada di Gorizia, dalla strada di Gradisca, dalle
pendici del Podgora.

Il cannone si fermò a centocinquanta metri dai reticolati. Si
potè scorgere qualche cavallo già ferito che si abbatteva agitando
convulsamente le zampe. Poco dopo, distaccati dal pezzo, gli altri
pure cadevano, tentavano di risollevarsi, ricadevano. Gli artiglieri
eseguirono la manovra della messa in posizione, presero i loro posti,
tuonò il primo colpo. Vi fu una pausa per regolare il tiro, poi il
fuoco riprese, rapido, regolare. La trincea battuta scomparve nel fumo,
ma si intravvide al di là una confusione di fuga, uno sparpagliamento
di gente in corsa verso i fianchi. Il nemico abbandonava la posizione.

La fucileria austriaca infuriava sempre dalle trincee laterali. Su
quell'affaccendamento di pochi uomini intorno ad un cannone, su quel
minuscolo gruppo vivente nell'immobilità grigia della zona scoperta,
era una grandine di piombo. Qualche servente di tanto in tanto si
accasciava colpito. Allora dalla trincea nostra partiva di corsa un
artigliere a sostituirlo. E il fuoco continuava.

L'artiglieria nemica si destò. Dei proiettili cominciarono a scoppiare
intorno, vicino, ad avvolgere il cannone in cumuli di fumo. Ma si udiva
sempre il suo tuono impetuoso, eguale, insistente, ostinato, furibondo.

Ad un certo momento una voce ingigantita dal megafono gridò da là,
dal fumo: «Granate! Portateci granate!». Un cassone con trentotto
granate uscì dalle posizioni e si slanciò al galoppo in quell'inferno.
Il fuoco del pezzo non aveva avuto che una breve sospensione. Con le
nuove munizioni il tiro ricominciò veloce. Il cannone affrettava la sua
opera quasi presentisse la brevità del tempo che gli restava a vivere.
Era circondato da un balenare di scoppi, da un fragore ininterrotto.
Un albero vicinissimo, sul margine della strada, cadeva schiantato.
Su quel punto convergeva il furore di batterie intere. Nell'uragano
delle esplosioni si distinguevano i colpi del cannone nostro, regolari,
serrati.

Poi il suo tiro a poco a poco rallentò. Si fece ineguale, ebbe
delle pause. Gli ultimi colpi erano separati da lunghi, angosciosi
intervalli. Ma il fuoco moribondo del pezzo, che si comprendeva
manovrato da qualche ferito, continuò finchè tutte le granate furono
scagliate contro l'ostacolo, tutte. Allora soltanto, definitivamente,
il cannone tacque. Imperversò ancora su di lui la tempesta del
bombardamento. Quando anche essa languì e il fumo si dissipò, sulla
strada deserta non c'erano più che delle cose informi.

Il cannone, colpito ad una ruota, con l'affusto sfasciato, era rotolato
nel fosso. Cominciò allora una lotta per non lasciar cadere quei
gloriosi rottami in mano al nemico.


L'eroico sacrificio di quel pezzo aveva costretto l'avversario a
rivelare tutte le sue posizioni. Una breccia era aperta sulla strada,
ma inoltrarsi era impossibile in mezzo ai fuochi incrociati di
fucileria e di artiglieria che convergevano da ogni parte, risvegliati
dall'allarme, provenienti da trincee delle quali soltanto allora
poteva valutarsi l'importanza e scoprirne la disposizione. Non potevamo
muoverci, nessun assalto sarebbe arrivato in quelle condizioni. Nuove
disposizioni si meditavano, la situazione poteva essere studiata nella
sua realtà. Nelle trincee i soldati non pensavano che al cannone che
bisognava riprendere.

Per tutto il giorno fu tenuto lontano il nemico. Gli artiglieri della
batteria erano in trincea con i fucilieri. E furono gli artiglieri che
alla fine vollero uscire, sotto al fuoco, inoltrando lungo gli argini
della strada. Essi riportarono indietro i cadaveri degli uomini e il
pezzo.

In ogni combattimento, sul tumulto oscuro di innumerevoli eroismi si
solleva gigantesca, solenne, possente, la bellezza terribile di qualche
fatto leggendario, come un monumento sulla folla. In nessuna guerra
come in questa il valore è arrivato a così sovrumane grandezze. Sugli
orizzonti della storia le generazioni da secoli vedono torreggiare
il ricordo di gesta che non arrivano alle altezze di episodî che si
svolgono ora, per tutto, senza incitamento di gloria, con la ineffabile
semplicità dell'impensato, dell'istintivo, dell'inconsapevole. Son
pochi i fatti che arrivano ad essere conosciuti, e nessun nome rimane
scolpito su queste vette dell'epopea. I protagonisti non sono più
degl'individui, hanno una personalità più grande, sono il popolo, sono
la razza.

Per questo gli episodî eroici acquistano qui un colore di naturalezza
e non meravigliano più. Per uno di essi che arriva alla nostra
conoscenza, cento restano ignorati, passano e scompaiono dalla
memoria come le onde di una tempesta, varie, imponenti, mosse tutte
dalla stessa forza, fatte tutte della stessa materia, che lasciano
l'impressione di una cosa sola: il mare in furia.

Oscuri e sublimi sacrifici volontari crearono il varco ad ogni
avanzata, e di avvenimenti che avrebbero gonfiato di orgoglio il cuore
della nazione, rimangono tre righe di rapporto richiamate da un numero
di archivio. Percorrendo la fronte si scopre che gli ardimenti più
grandi non sono isolati, che scaturiscono in ogni settore nelle stesse
circostanze. Il cannone eroico di Lucinico ha dei confratelli per
tutto, a Gradisca, a Sagrado, sul Carso....

A Lucinico dopo quella battaglia la nostra fronte sostò, mentre
varcava l'Isonzo a nord e a sud, a Plava e a Sagrado, e la conquista
si affermava sull'altra riva. Gorizia si vede vicina, pittoresca,
intatta dalle trincee di Lucinico. I suoi edifici più nuovi e più
bianchi, senza una ferita sulle loro facciate, avanzano verso il fiume,
lungo viali alberati, e alla sera tutti i suoi vetri si accendono dei
bagliori del tramonto, con un'apparenza di illuminazione e di festa.
I campanili delle chiese numerose si affacciano incontaminati dalla
guerra al di sopra dei tetti. Soltanto la stazione di San Pietro,
che serviva ai trasporti di materiale da guerra ed era circondata
di depositi, è stata danneggiata dalle nostre granate. Contro ad una
grande tettoia da locomotive il tiro fu sospeso perchè sorse il dubbio
che potessero esservi raccolti dei rifugiati.

I cannoni del nemico devastano, i nostri combattono soltanto. Non
colpiscono che i punti dei quali è accertata l'importanza militare. Non
fanno la guerra agli inermi, alle case, ai monumenti. Da una parte è
la rovina, un paesaggio da terremoto, dall'altra continua rispettata la
vita passiva e silenziosa delle città spopolate che aspettano.

Il nemico, che spesso finge di arrendersi e massacra, che alza bandiera
bianca e fa fuoco, che copre con la croce rossa convogli di munizioni,
che spara sulle ambulanze e sui portaferiti, che fa prigionieri dei
medici, che bombarda villaggi abitati, potrà trarre qualche beneficio
della nostra lealtà. Ma noi sentiamo in noi stessi l'immensa forza di
una superiorità morale, la coscienza di rappresentare la formidabile
nobiltà del diritto.



SULL'ISONZO E SUL CARSO.

UNA MIRABILE IMPRESA GUERRESCA.

                                                         _5 ottobre._


Chi si avvicina adesso all'Isonzo, attraverso la pianura friulana,
prima ancora di arrivare all'antica frontiera cerca in fondo
all'orizzonte l'altura strana e terribile che è il terreno della lotta
più ardente, il campo delle più vaste battaglie della guerra. Il suo
profilo si distacca a poco a poco dal confuso e sbiadito sollevamento
lontano delle Alpi Giulie, si precisa, prende rilievo, e lo sguardo non
lo lascia più. È l'ultima propaggine del Carso, l'immane gradino sul
quale la nostra offensiva è salita.

Non ha l'imponenza di quelle montagne guerriere che s'offrono ai
combattenti delle posizioni turrite, non ha l'aperta e fiera ostilità
del Rombon e del Monte Nero. È una singolare collina, lunga, adagiata,
senza sbalzi di vette, senza quell'imperioso levarsi di una cima che
mette ad ogni monte come una testa dominatrice. Sembra accucciata,
il suo dorso ha una immobilità rettilinea. Bisogna avvicinarsi per
scorgervi qualche ondulazione. Allora si osserva che quella barriera
va innalzandosi a sinistra, e sale senza vigore fino ad una specie
di protuberanza terminale: il monte San Michele. Si distinguono meno,
dal lido opposto, altre piccole onde: il Monte Sei Busi, poi il Monte
Cosich più lontano. Nell'insieme l'altura si disegna con la regolarità
di un oscuro bastione.

È un bastione lungo dodici chilometri, alto qualche centinaio di
metri, che avanza a saliente, che penetra ad angolo nella pianura
come lo sperone di una prodigiosa fortezza. Il fiume gira alla base
di questo spalto immane, ne lambe le pendici per un lungo tratto,
poi se ne discosta e scende tortuoso al mare. Ai piedi delle alture
è un affollamento chiaro di cittadine e di villaggi, Gradisca
a sinistra, quasi sotto al San Michele, Sagrado alla punta più
avanzata del saliente, poi Fogliano, poi Redipuglia, poi Ronchi, a
destra Monfalcone, disordinate mandrie di case che sembrano fermate
dall'ostacolo del Carso e adunate là sotto in una perenne attesa. Ora
il cannone austriaco le macella.

Avvicinandosi al Carso la pianura si fa triste. Su dei campi
abbandonati il calpestamento dei bivacchi ha aperto larghe plaghe
di sterilità; altrove la campagna inselvaggisce in una invasione
rigogliosa di vegetazioni parassite. Tutta la vita è sulla strada,
polverosa e fangosa, percorsa da convogli e da truppe, animata da
squadre che lavorano al rafforzamento di argini o allo scavo di
fossati. Passato il fiume comincia la visione pietosa dei villaggi
bombardati. Erano rimasti intatti e viventi fino ad un giorno recente
nel quale il nemico ha aperto le ostilità contro di loro.


La popolazione emigra sotto alle granate, ma poi quasi sempre ritorna
e si riannida tenace nelle case sconnesse, presso la chiesa crollata.
Così a Turriaco, sgretolato qua e là dai colpi, abbiamo ritrovato un
po' di vita. Dei bambini giuocavano vicino alle rovine di un edificio
che aveva bruciato tutta la notte e che mandava ancora fumo e calore
dalle sue macerie calcinate. A San Canziano, sulle soglie di case
sfondate sono comparse delle donne. Il paesello è stato bombardato con
i grossi calibri, come una fortezza.

Qualche casa è scomparsa. Una granata da trecentocinque ha distrutto
interamente l'abside della vecchia chiesa, e dall'immane breccia si
vede l'interno bianco del tempio sventrato, pieno di rottami, invaso
dal vento che agita lembi di paramenti sulla devastazione degli altari.
Siccome le granate non parevano sufficienti a sconfiggere il terribile
San Canziano, degli aeroplani sono arrivati carichi di bombe, e,
abbassando il volo per non sbagliare il colpo, hanno gettato i loro
esplosivi.

Le case rimaste in piedi sono butterate di schegge, con delle imposte
sfondate, con i tetti disfatti. Agli angoli, i lampioni di ferro
della illuminazione pubblica pendono in informi grovigli dai bracci
di sostegno. Fu a San Canziano che un cavallo fece un famoso volo,
arrivato fino alle colonne dei giornali. La povera bestia, attaccata ad
un carretto da battaglione, stava in un cortile quando, a due passi,
scoppiò un proiettile da trecentocinque. Il carretto si sfasciò, il
cavallo sparì. Per il momento fu creduto annientato dall'esplosione;
ma alla sera si scoprì che, lanciato in aria dallo scoppio, il cavallo
era ricaduto sopra una casa vicina, aveva sfondato il tetto, ed era sul
pavimento d'una camera, morto ma senza ferite, coperto di polvere e di
tegole rotte. C'è rimasta ancora la selletta col sottopancia.

Più avanti, Staranzano è quasi distrutto. Dobbia è in rovina. Le
antiche case di Monfalcone si disfanno sotto ad un bombardamento
inesplicabile e feroce, che non ha ragioni militari. Granate
incendiarie appiccano il fuoco, completano la devastazione, e le fiamme
sono vedute alla notte fino da pescatori che remano nella quiete buia
delle lagune di Marano. Begliano è morta. Due facciate di case ancora
in piedi illudono chi arriva. Prima di entrarvi il villaggio pare
quasi intatto, e non c'è più. Ha l'aspetto di un paese abbattuto dal
terremoto. Rimangono dei muri con delle finestre, isolati come quinte
di teatro. Anche qui ha cannoneggiato il trecentocinque.

Uno dei giganteschi proiettili è arrivato attraverso i muri ad un
pianterreno, senza esplodere, e dalla strada si vede il terribile
intruso nell'interno della casa. La finestra è spalancata, e chi passa
scorge nell'ombra la granata enorme e nera, adagiata sopra un letto
di calcinacci, allungare il muso aguzzo e formidabile nell'angolo di
una modesta cameretta adorna di oleografie, piena di tristezza e di
rassegnazione. Il resto della casa è crollato per altri colpi. Ancora
pochi passi, e in una piazza cosparsa di rottami fumano ancora le
macerie di una vecchia villa.


L'hanno colpita con granate incendiarie. Un grande avanzo della fronte,
annerita dalle fiamme, tiene come sospesi dei lembi di adornazione
classica, che l'immaginazione prolunga nel vuoto completando le linee
del palazzo secolare. In alto, due statue di pietra settecentesche,
rimaste sole in piedi sul coronamento, avvolte con grazia in lievi
drappeggi, hanno un gesto leggiadro di danza, una posa da minuetto, e
sorridono. Qualche granata passa nel cielo rombando e soffiando come
un'elica da aeroplano, diretta chi sa dove, e il suo rumore si spegne.
Va forse alla ricerca dei nostri ponti.

Il Carso appare vicino. Da Begliano si distingue bene la prominenza del
Monte dei Sei Busi. Nella luce di un tramonto vedevamo tutto ardente
quel baluardo fortificato che domina la pianura e ne comanda ogni
approccio. Come le nostre truppe hanno potuto avvicinarlo, come hanno
potuto attraversare il fiume sotto ai suoi cannoni, forzare il passo,
salire all'assalto, insediarsi sul ciglione? L'immane spalto di pietra
è stato preso per un miracolo di abilità, di pertinacia, di eroismo.

L'Isonzo è stato varcato a viva forza sotto alla fucileria e alle
cannonate, col nemico trincerato di fronte, a poche centinaia di
metri. Più volte i nostri ponti appena gettati sono stati distrutti
dalle granate. Mancato un tentativo si ricominciava. Si è preso piede
sulla riva sinistra a poco a poco in virtù di un'audacia inflessibile,
tenace, magnifica. Il passaggio dell'Isonzo è uno dei fatti più
meravigliosi nella storia delle guerre.

Oltre alla difficoltà che è nella disposizione del terreno, oltre
alla preparazione del nemico, avevamo contro di noi una ostilità
imprevedibile di circostanze. Il fiume stesso pareva cospirasse ai
nostri danni. Mentre stavamo per tentare il primo passaggio, l'Isonzo
si mise in piena. Il piccolo corso d'acqua veloce e chiaro divenne
una immensa fiumana vorticosa e torbida. Le piene dell'Isonzo sono
impetuose e subitanee. Fu allora che i ponti di Caporetto vennero
travolti isolando i nostri reparti che salivano alla conquista del
Monte Nero.

Ecco la ragione di una sosta delle operazioni nel basso Isonzo dopo il
primo slancio dell'invasione. Tre giorni dopo la dichiarazione della
guerra, le nostre ricognizioni già avevano scelto i punti di passaggio
sul fiume. L'ultimo giorno di maggio ci avrebbe forse potuto trovare
sulle pendici del Carso. L'alluvione ci fermò. Il nemico profittava
intanto della piena per provocare quella inondazione del piano, fra
Sagrado e Monfalcone, della quale narrammo diffusamente nelle cronache
di giugno. Con l'inondazione gli austriaci sottraevano un vasto
territorio alla manovra, restringevano i punti possibili di attacco e
potevano concentrare su di essi la difesa.

Sei giorni trascorsero nell'attesa. Il 4 giugno l'Isonzo decresceva.
Si iniziarono le operazioni per varcare subito il fiume nel punto
meno contrastato, verso Monfalcone. Tutte le artiglierie di un corpo
di armata aprirono il fuoco alla sera. All'alba del giorno dopo due
battaglioni traghettavano su barche, spezzavano una debole resistenza
del nemico, inoltravano verso Pieris. Dietro a loro si gettavano i
ponti militari. A mezzogiorno forse una intera divisione era sulla
riva sinistra. Incominciava l'avanzata su Monfalcone, che fu presa due
giorni dopo. Ma l'inondazione isolava questa mossa.

Fra le truppe che agivano nella zona di Monfalcone e quelle che agivano
nella zona di Gradisca si distendeva la calma di una immensa palude. Un
nuovo passaggio dell'Isonzo doveva operarsi indipendentemente, senza
appoggi sul fianco, ai piedi delle alture, di fronte alle posizioni
nemiche. Bisognava fare un ponte e dar battaglia nel medesimo tempo. Fu
il 9 di giugno, di fronte a Sagrado, che avvenne la prima traversata
del fiume. L'attacco premeva quel giorno su tutta la fronte per
inchiodare le riserve nemiche; si combatteva sul Podgora, si tentava il
primo traghetto di forze a Plava, si prendeva la Rocca di Monfalcone.


Le posizioni nemiche da Sagrado a Sdraussina sono bombardate; ma
gli austriaci, al sicuro dagli assalti sull'altra riva, lasciano le
posizioni battute per rioccuparle appena il cannone rallenta. Sagrado
si addossa alle falde del monte, si rannicchia fra le pendici e il
fiume, e da lontano il suo campanile pare come attaccato all'oscuro
sfondo del declivio. Avanti al paese, il vecchio ponte distrutto dal
nemico non è più che un cumulo di grandi macerie fra le quali l'acqua
s'agitava a vortici e cascatelle scrosciando e spumeggiando. Un poco
a monte di Sagrado, fra due rive folte di cespugli, il fiume forma un
isolotto oblungo, cinereo, fatto di sabbie chiare e cristalline e di
ghiaia. Questa località è scelta per il passaggio. Si considera più
facile gettare due piccoli punti fra l'isola e le rive che non un solo
grande ponte dove il corso del fiume è largo e unito. L'isolotto offre
come una tappa, una base intermedia, divide l'operazione e la facilita.
E poi la corrente è più calma in quel punto.

Tutto è pronto. Nell'ombra della sera la truppa destinata al primo
passaggio inoltra silenziosa da Gradisca e si cela nei cespugli della
riva. Il materiale per la costruzione si ammassa. Alle dieci e mezzo
i pontieri cominciano il lavoro. Nel medesimo tempo numerose barche
traghettano le avanguardie. L'isolotto si popola. Non si ode che un
risciacquìo sommesso di remi. Due battaglioni hanno lasciato la riva
destra. Delle barche tirate a secco e portate a braccia attraverso
l'isola sono varate sull'altro ramo del fiume. Si traghetta ora verso
la riva nemica. Le operazioni procedono rapide, ordinate, in una quiete
profonda.

Le prime truppe che sbarcano dall'altra parte avanzano verso Sagrado.
Un intero battaglione, una piccola parte del secondo, e dei drappelli
del genio, formano questa estrema avanguardia, che oltrepassa la
ferrovia e arditamente s'inerpica e si aggrappa alle pendici del
Carso sopra Sagrado. Il nemico pare scomparso. Ma all'improvviso
scroscia la fucilata dalla parte di Sdraussina. Gli austriaci tentano,
con un attacco subitaneo sul fianco sinistro, di isolare i nostri.
L'ultima compagnia sbarcata, che costituiva la riserva, si slancia
contro al nemico. Non si trincera, non si difende: assalta. Nella
notte, nell'ignoto, corre addosso al lampeggiamento dei colpi, che si
estingue. Il nemico fugge. È inseguito, e quando i nostri ritornano
verso Sagrado, sospingono una lunga mandria di prigionieri.

All'alba, il ponte sul primo braccio del fiume è quasi finito. Non
mancano che tre campate per toccare l'isola. Si lavora con furia, con
febbre, correndo; è una perpetua processione veloce di tavole e di
assi, oscillanti sulle spalle dei soldati, che va verso la testata
del ponte. Subitamente, un inferno di esplosioni. L'artiglieria nemica
aggiusta il tiro sull'ultima campata, dove il lavoro più ferve. Degli
uomini cadono; delle barche di lamiera, forate dalle schegge, si
riempiono rapidamente d'acqua e affondano trascinando pezzi di ponte
con uno scricchiolìo di legname spezzato, sfasciando travature, facendo
saltare legamenti di ferro. Il lavoro è sospeso. La riva diviene
deserta.


Il danno non appare irrimediabile. I cannoni nemici hanno cessato la
devastazione. Due terzi del ponte sono intatti, e le campate distrutte
alla testa possono essere rifatte. Non c'è tempo da perdere. Il
fuoco austriaco imperversa adesso sull'isola e sulla riva sinistra.
È un uragano di fucilate e di cannonate. Il furore di batterie e di
battaglioni si concentra su quelle piccole zone, che un'oscillazione
lenta di fumo va ricoprendo. Le nostre avanguardie isolate sono là
sotto. L'artiglieria italiana tempesta, ma i cannoni austriaci ben
nascosti continuano. Le nostre truppe fremono, ed i pontieri invocano
l'ordine di riprendere il lavoro.

Il lavoro è ripreso. Immediatamente le granate austriache ritornano
al ponte, e questa volta battono le campate di attacco e quelle del
centro. Non rimangono più che brevi tratti del ponte ancora sull'acqua;
il resto ha il lamentevole aspetto di un avanzo di naufragio.
Ricominciare è impossibile. Del resto il materiale necessario per il
completamento del ponte comincia a fare difetto. Si deve aspettare
la notte per muoversi. È stato possibile traghettare alcuni feriti
dall'isolotto, poi ogni comunicazione attraverso il fiume deve cessare.
La giornata trascorre lenta in un'ansia mordente per la sorte dei due
battaglioni rimasti sulla riva opposta e sull'isola. Che cosa avveniva
laggiù?

Il nemico non ha osato un attacco su quella piccola forza che aveva
passato l'acqua. Non si è mosso; ha creduto meglio agire da lontano. I
nostri si sono ritirati dalle pendici di Sagrado ritornando alla riva.
Là si sono trincerati.

Passato un primo soffio di sgomento inevitabile al sentirsi soli, senza
soccorsi, contro masse di nemici, hanno preso le disposizioni della
difesa. Il greto del fiume formava un angolo morto: vi si interrarono.
I tiri di fucileria e di artiglieria passavano sopra a loro e finivano
nell'acqua. Le perdite dovute al fuoco erano minime. Ma la situazione
appariva delle più disperate, con un esercito di fronte e un fiume
inguadabile alle spalle. Le teste dei soldati rannicchiati erano
rasentate da raffiche di piombo; l'Isonzo s'impennacchiava tutto di
spruzzi. Ogni speranza era nella baionetta; si aspettava l'attacco per
slanciarsi fuori all'assalto.

Alla sera gli austriaci debbono aver supposto che non ci fosse rimasto
un solo uomo vivo laggiù. Cessarono il fuoco e andarono a dormire.
Nella notte calma ed oscura si riudì allora il tonfo lieve dei remi
sul fruscìo gorgogliante delle acque. Ricominciò il traghetto sui
due bracci dell'Isonzo. Mentre si ritiravano gli uomini, i pontieri
lavoravano al ricupero del materiale, immersi nell'acqua, seminudi,
salvando tutto quello che si poteva salvare del ponte distrutto.


Sull'isolotto erano rimasti senza ricovero sotto al fuoco terribile
quattrocento uomini, con il comandante del secondo battaglione di
avanguardia. Pareva dovessero essere annientati. L'isola non ha un
rilievo, non un macigno, non un ciuffo d'erba, è una spianata grigia,
scoperta, sulla quale si distingue un uomo da dieci chilometri. Sotto
al fumo degli _shrapnells_ si vedevano con angoscia, dalla riva destra,
centinaia di corpi distesi e immobili, dei cadaveri certamente, su
tutto l'isolotto. La notizia di un battaglione distrutto era sussurrata
già più lontano. Ma quei cadaveri erano caduti in un modo singolare,
tutti per un verso, allungati di fianco. Non si scorgeva che erano
sdraiati contro a minuscoli parapetti. I soldati avevano scavato la
sabbia umida e granulosa, facendovi delle fosse con le mani, con la
paletta, con la visiera del berretto, e si erano imbucati. Alla sera
avevano soltanto una cinquantina di feriti e una quindicina di morti.

L'ordine era tale, che le truppe reduci dalla audace spedizione
sulla riva sinistra avevano conservato tutti i loro prigionieri, e
traghettavano aumentate del numero dei nemici presi. Ma all'alba, per
i ritardi dovuti al trasporto dei feriti, non tutti i soldati della
eroica avanguardia avevano ripassato il fiume. Bisognò sospendere
l'operazione.

Gli austriaci, usciti alla mattina dalle loro posizioni e arrivati
alla riva, si erano accorti che quei nostri reparti che immaginavano
massacrati erano scomparsi. Andavano per contemplare dei morti, e i
morti se n'erano andati. Divennero furibondi. Si trincerarono sulla
riva, e aprirono un fuoco serrato e cieco contro l'altra sponda.
Arrivata la sera, la loro artiglieria ricominciò a bombardare gli
avanzi del ponte. Dalla nostra parte, silenzio. Si era intenti al
salvataggio degli ultimi superstiti. Appena ritornati i traghetti,
tutta la nostra riva divampò. Per lunghe ore, nelle tenebre di una
notte piovosa, continuò il frastuono del combattimento attraverso
l'Isonzo contestato.

La notte dell'11, la notte del 12, la notte del 13, videro un
affaccendamento silenzioso sulla riva. Si finiva il recupero del
materiale del ponte. Intanto cercavamo un rimedio alla inondazione, che
ci paralizzava sopra sette od otto chilometri di fronte, impedendoci
di sfruttare il passaggio effettuato sul corso più basso dell'Isonzo,
a Pieris, e di portare l'attacco fra Sagrado e Monfalcone. È noto come
gli austriaci avevano ottenuto lo straripamento delle acque sulla
pianura. A Sagrado una grande diga munita di chiuse sbarra l'Isonzo
e raccoglie le acque per immetterle nel capace canale industriale
di Monfalcone. Gli austriaci avevano serrato le chiuse e sfondato
con le mine un argine del canale. L'acqua fermata dallo sbarramento
abbandonava il letto del fiume, imboccava il canale, e per le rotture
dell'argine dilagava sui campi.

Due obici di mezzo calibro con tranquilla audacia furono portati di
fronte alla diga, nei pressi di Sagrado, a trecento metri dalle trincee
austriache, sotto al fuoco della fucileria, e tirarono a granata sullo
sbarramento. La diga fu sfondata in due punti, l'acqua si precipitò
per le brecce scrosciando. L'inondazione cominciò a diminuire, ma
troppo lentamente. Due ufficiali superiori del Comando Supremo, qualche
giorno dopo, si spinsero in ardita ricognizione per studiare da vicino
il problema del deflusso. Arrivarono carponi fino alle rovine del
ponte di Sagrado, nascosti fra i cespugli e le alte erbe della riva.
Una sentinella austriaca vigilava a pochi passi da loro. Si resero
conto che l'apertura creata dal cannone sulla diga massiccia era
insufficiente. Bisognava tentare ad ogni costo di riaprire le chiuse.


Una notte, un reparto del genio uscì dalle posizioni e scomparve nel
buio. La fucileria nemica si destò poco dopo; una mitragliatrice
martellava; il reparto doveva essere stato scoperto. Ma andava
avanti, saliva sulla diga, strisciando, arrivava alle chiuse. Il loro
macchinismo di apertura era spezzato. Le chiuse erano inchiodate. Le
enormi saracinesche non si muovevano più. Nessuna forza umana poteva
sollevarle. Queste difficoltà gravi non sono insormontabili per un
soldato del genio che si è portato sulle spalle uno zaino pieno di
gelatina esplosiva. In mezzo ad uno schioccare di pallottole che
battevano sulle pietre della diga, delle mine furono accuratamente
preparate. E pochi minuti dopo abbaglianti esplosioni aprivano la via
all'irruenza delle acque. L'inondazione era vinta.

Era vinta, ma un allagamento così vasto avrebbe indugiato settimane a
ritrarsi. Non si poteva aspettare. Il passaggio del fiume fu ritentato
nella notte del 15 giugno. Il fuoco del nemico non permise lo sbarco
delle prime avanguardie. Due notti dopo si rinnovò il tentativo, ma
l'operazione dovette essere ancora sospesa. Gli austriaci vigilavano
ora, e nei varchi minacciati concentravano un fuoco spaventoso di
cannoni, di mitragliatrici, di fucili.

Il deflusso dell'inondazione era seguìto ansiosamente. Campi e strade
emergevano a poco a poco, un nuovo terreno di attacco si scopriva
con feroce lentezza. Ogni giorno perduto aumentava la forza e la
preparazione del nemico. Tutta la nostra energia, tutto il nostro
valore, tutta la nostra sagacia non potevano nulla contro l'ostilità
insuperabile e passiva di una distesa di acque. Persisteva ancora
l'allagamento in vaste zone, quando si ordinò l'avanzata contro la
fronte Sagrado-Monfalcone, per accostarsi anche con l'ala destra alle
pendici del Carso e investire le alture da ogni parte. Erano passati
venti giorni da quella fatale piena dell'Isonzo che ci aveva fermati.

Verso la nuova linea d'investimento le truppe, protette dalle
artiglierie, si lanciarono affondando nel fango. Più avanti,
diguazzavano nell'acqua che arrivava loro quasi ai ginocchi. Avanzavano
da ogni parte, imperterrite, sul terreno viscido. Il 21 di giugno la
linea di attacco era arrivata agli argini del canale di Monfalcone.
Il 23 l'aveva sorpassato e toccava la base delle alture. Fogliano era
preso. Redipuglia era preso. Vermegliano era preso. Seltz era preso.
L'offensiva rombava su tutta la fronte. Con l'appoggio potente dell'ala
destra, con quell'ausilio formidabile sul fianco, si ripresero nella
notte del 23 le operazioni del passaggio dell'Isonzo a Sagrado.

Si era scelto un altro punto, un poco più a monte dell'isolotto. La
nostra artiglieria batteva la riva opposta con un fuoco intenso,
e verso le quattro del pomeriggio incominciò il traghetto delle
avanguardie. Lo svantaggio di agire alla luce del giorno era compensato
dalla efficacia del nostro fuoco, che inchiodava il nemico. Non si
poteva più sperare nella sorpresa notturna, e l'oscurità, paralizzando
i nostri cannoni, sarebbe riuscita di maggiore utilità all'avversario
che a noi. Furono sbarcati poco più di un centinaio di uomini. Ma dalle
trincee blindate che ci stavano di fronte, alcune basse verso la riva,
altre inerpicate sul declivio, la fucileria divenne serrata, violenta,
continua. Non fu più possibile avvicinarsi con le barche piene di
soldati. Per due volte, profittando dell'affievolirsi del fuoco, il
traghetto riprende, e per due volte deve interrompersi. Il quarto
tentativo del passaggio del fiume era fallito.


I centocinquanta uomini che avevano traghettato all'altra riva si
ritenevano perduti, ma tardi nella notte si è saputo che erano in
salvo. Guidati da un energico e intelligente ufficiale, quando si
sono accorti che erano abbandonati alla loro iniziativa, si sono
spostati sulla destra, al coperto dei cespugli, lungo la riva, facendo
prigioniere delle vedette, sorprendendo dei corpi di guardia, ed erano
riusciti a raggiungere le truppe che avevano occupato Fogliano, un
chilometro e mezzo a valle di Sagrado.

Il giorno dopo, il 24 giugno, si ricomincia. Non si può immaginare
niente di più grande e di più terribile di questa ostinazione eroica,
nella quale la volontà del comando e lo slancio degli uomini si fondono
e sono come la forza e l'acciaio di un maglio che batta e che spezzi.

Si attese di nuovo l'ora oscura. I primi sbarchi avvennero nel
silenzio. Il nemico non si aspettava un altro tentativo così immediato.
Quando si accorse di un movimento sul fiume, incominciò un fuoco di
artiglieria disordinato, un fuoco di ricerca. Le barche andavano e
venivano sotto al lampo degli _shrapnells_. A poco a poco il tiro
cominciò a farsi accurato. Qualche barca colpita tornava indietro,
metteva a terra gli uomini feriti, ne prendeva altrettanti validi, e
ripartiva col carico completo. Il bombardamento si faceva più intenso
e più esatto. Nuove batterie nemiche entravano in azione. Delle
imbarcazioni non arrivavano più a metà del fiume che dovevano virare
per ricondurre dieci, dodici feriti. Alcune facevano acqua, forate
dalle pallette e dalle schegge. Alle undici della notte il traghetto fu
sospeso. Erano passati circa cinquecento uomini, spariti, laggiù, nelle
tenebre e nel silenzio della riva opposta.

Il bombardamento cessò. Il nemico credette forse fallito anche il
quinto tentativo. Ma nella quiete profonda un nuovo lavoro cominciava.
Si gettava un ponte. Centinaia di uomini portavano il legname,
portavano le barche, e la riva si empiva di un affaccendamento intenso
e cauto, del quale a cinquanta passi nulla si udiva. Qualche lieve
urto di tavole, dei tuffi di àncore gettate, un gorgoglìo di carene, un
sordo calpestìo di piedi nudi sul legno, e nell'ombra il ponte avanzava
sul frusciare sommesso della corrente nera.

All'alba la costruzione era arrivata alla metà del fiume. Non si
aspettò che fosse finita; quel breve tratto di acqua scoperta poteva
essere rapidamente traversato con le barche. Ricominciò il passaggio.
La truppa percorreva il ponte a drappelli, arrivava in fondo,
s'imbarcava. Andava verso il mistero dell'altra sponda con una calma
solenne e fiera. Alle tre, l'artiglieria austriaca aprì il fuoco sul
ponte.

Il passaggio continuò sotto alla tempesta delle cannonate, per qualche
tempo. Il tiro era a granata, e i proiettili cadevano nel fiume
o sulla sabbia. Non tardò molto però ad avvicinarsi al ponte. Una
raffica arrivò sulle barche. Si vide il ponte spezzarsi; tre campate
affondarono. La costruzione e il traghetto furono abbandonati, non un
uomo poteva più passare. Sulla riva sinistra era sbarcato, in tutto, un
battaglione di fanteria.

Questo battaglione, solo, tagliato fuori, senza scampo, allo scoperto,
attaccò. Troppo debole per difendersi, mosse all'assalto. Si gettò
su Sagrado, respinse il nemico, occupò il paese, vi si trincerò, e
aspettò.



SULLE PENDICI DEL CARSO.

                                                         _6 ottobre._


Sagrado, per la sua posizione, aveva questo vantaggio: che le
artiglierie nemiche non potevano toccarlo. Era in un angolo morto. Una
delle ragioni per cui l'offensiva nostra puntava con tanta insistenza
sopra Sagrado, era precisamente l'invulnerabilità di Sagrado al
cannone. Sagrado è alla punta dello sperone che il Carso avanza nel
piano; il tiro incrociato delle artiglierie austriache piazzate oltre
il ciglione, lungo i due lati dell'angolo, poteva battere tutti i
declivî ma non arrivava ad una piccola zona al vertice. Prendendo
Sagrado si aveva una strada verso l'altipiano quasi salva dal
bombardamento.

Era necessario rafforzare immediatamente l'occupazione di Sagrado.
Si pensò di servirsi dei rottami del vecchio ponte distrutto dagli
austriaci, di fronte al paese. Questo ponte aveva ai lati due
passerelle per i pedoni. Un solo arco del ponte era precipitato
completamente e le passerelle laterali, sorrette da armature di
acciaio, erano rimaste come sospese, spezzate per una lunghezza di
pochi metri. Era possibile creare un allacciamento di legno per un
passaggio provvisorio di fanterie. Spingendo avanti a loro dei sacchi
di terra, per ammassarli ad uno ad uno sul fianco di una passerella e
crearvi un baluardo contro la fucileria vicina, dei soldati si spinsero
carponi sul ponte.

Il fuoco austriaco li prendeva di fianco, li investiva dalla sinistra;
tutte le pendici erano piene di trincee dominanti, lontane poche
centinaia di metri. Una volta passato il ponte si entrava in una zona
più coperta. Fu possibile sistemare la passerella, ma una traversata di
truppe non poteva effettuarsi senza gravi perdite di uomini o di tempo.
Allora, come a Lucinico, venne avanti un cannone.

Uscì da Gradisca. Inoltrò per un vialone alberato, diritto, che segue
il fiume e finisce al ponte di Sagrado. Entrò di corsa nell'uragano del
fuoco. Andava al sacrificio con una galoppata trionfale. Si piantò di
fronte a quell'anfiteatro di trincee lampeggianti.

Fra lui e il nemico, la larghezza del fiume. Incominciò un tiro diretto
e rapido di _shrapnells_ e di granate, alternando. Non un colpo andava
fuori di posto. Gli scoppi dei suoi proiettili disegnavano le linee dei
trinceramenti. Batteva in basso, poi in alto, poi di nuovo in basso,
a sbalzi, per non permettere al nemico di indovinare di prevedere
il punto che stava per essere colpito. La fucileria nemica rallentò,
divenne ineguale, prese lui solo la mira, dimenticò il ponte. Dove il
fuoco riprendeva a crepitare violento, il cannone si volgeva e intimava
silenzio. Faceva fronte a tutti, comandava a tutti, atterriva.

Poco dopo, l'artiglieria nemica lo assalì. Le granate esplodevano
tutto intorno, il pezzo scompariva nel fumo. Non poteva difendersi. Non
pensava a difendersi. Continuava ad imporsi alle trincee. Costringeva
la fanteria austriaca a ripararsi e aspettare. Era il suo còmpito.
Intanto sul ponte le truppe nostre passavano. I plotoni sfilavano, uno
dopo l'altro, curvi dietro ai sacchi di terra.

Qualche servente cadeva vicino al pezzo; i superstiti scansavano
il ferito e seguivano il lavoro. I cavalli erano morti. Schegge di
granate martellavano l'affusto e le scudature. Il cannone tuonava
sempre. E sul ponte le truppe passavano. In ultimo si videro due soli
artiglieri in piedi. Sparavano gli ultimi colpi. Poi il cannone stesso
fu preso da una granata in pieno. Rimase tutto di traverso, scavalcato.
L'occupazione di Sagrado era definitiva.


Un reggimento aveva varcato il fiume. Il giorno dopo era tutta una
brigata al di là. La nostra fronte si allargava verso Castello Nuovo.
Il nemico veniva sloggiato da un primo lembo del ciglione. Poteva
ancora bombardare il ponte, ma non lo vedeva più. La linea del fiume
sfuggiva in parte al suo sguardo. Eravamo padroni dell'Isonzo. Un altro
ponte era gettato, sotto a cannoneggiamenti furibondi ma vani perchè
ciechi. Si preparava la battaglia di luglio, quella battaglia smisurata
che ci ha portati sull'altipiano attraverso innumerevoli assalti, dopo
i quali si vedevano scendere alla pianura in lunghe colonne reggimenti
e reggimenti austriaci, prigionieri.

Da Gradisca ho potuto avere una visione delle vicine pendici
conquistate, che la cima di San Michele sovrasta. Gradisca offre una
delle più tragiche scene della guerra. Perchè non è completamente
distrutta. È ferita, squarciata, ma poche delle sue case sono crollate,
poche sono morte; quasi tutte conservano una paurosa e inesprimibile
espressione di vita, di sofferenza, di terrore, di agonia. Le macerie
che si vedono qua e là, sono meno sinistre delle abitazioni ancora
in piedi che si allineano lungo le vie deserte, sulle quali, dalle
finestre sfondate dalle esplosioni, da quei loro occhi sbarrati e
vuoti, lasciano cadere uno scintillìo di vetri infranti, come un
luccicare di lacrime.

La maceria è il passato, è la tomba; sorprende ma non commove, e
la solitudine intorno a lei appare lugubre ma naturale, come nei
cimiteri. Fra quelle case senza abitanti, per le strade senza passanti,
nella città dilaniata e fuggita, percossa da un perpetuo grandinare
di piombo, v'è un senso misterioso di angoscia, qualche cosa di
palpitante, un prodigioso alito di spavento, che fa involontariamente
affrettare il nostro passo.

Le vie sono ingombre da uno sparpagliamento minuto di rottami e di
fronde d'albero staccate dai proiettili. L'uragano senza fine della
battaglia strappa dalle case, dalle esistenze, dalle piante, detriti di
ogni genere e li mescola.

Tegole, lembi di tenda, imposte divelte, berretti da soldato, mattoni,
ramoscelli, sembrano gettati intorno dalla furia di un vortice. Cannoni
di tutti i calibri hanno tirato e tirano su Gradisca. Di tanto in
tanto, un boato profondo, un sussultare del suolo, un fremito di muri,
uno scroscio di crolli, un tintinnare di vetri, e il fondo di una
strada si annebbia di polverone denso e di fumo.

Con un sibilare strisciante, delle palle di fucile arrivano,
continuamente, picchiettando su tutti i muri. Sono colpi lunghi degli
austriaci. La fucileria crepita sulla Sella di San Martino e dietro al
bosco del Cappuccio. Basta guardare in terra, per vedere tutto intorno
decine di pallottole cadute, come una rada e strana ghiaia metallica,
alcune ancora luccicanti e fresche. Alla imboccatura di quel vialone
che l'eroico cannone percorse, la terra è aperta da enormi crateri
scavati dalle esplosioni.

Uno più largo, profondo come lo sterro di un lavoro di fognatura, fatto
da una granata da 305, ha nel centro una sedia infangata e sbilenca,
una vecchia sedia da caffè. L'hanno messa lì i soldati, per la
fotografia. Avere il proprio ritratto in nobile posa seduto dentro ad
una buca di granata, è l'aspirazione artistica d'ogni milite che passa.
Il punto è molto esposto al fuoco, ma la tentazione è grande, la sedia
è pronta, macchine fotografiche non mancano mai, e la fotografia si
riproduce con modelli diversi.


Una granata da 305 ha massacrato la cattedrale. Dall'esterno la chiesa
pare intatta. Ma non ha più tetto, e dentro è una confusione immane
di travi cadute, di colonne crollate, di arredi sacri frantumati e
sparpagliati, di macerie irriconoscibili, sulla quale scende la piena
luce del giorno. Le rovine sono più grandi verso il fiume, al quale
si scende rasentando i giardini pubblici devastati, con degli alberi
stroncati dai colpi, e delle scritte che dicono: «La tutela delle
piante e dei fiori è affidata al pubblico».

Dalla riva dell'Isonzo si vedono distintamente le posizioni che tendono
alla vetta del San Michele. Il Carso, che da lontano sembra un gradino
regolare ed eguale, appare allora tormentato e vario. È un'immensa
scogliera, che si corrode, che si sfa qua e là, che raccoglie nelle sue
cavità detriti e terriccio sui quali le vegetazioni si affollano, che
ha boschi e prati formatisi sulle frane dei suoi fianchi appena coperti
da lievi sedimenti coltivabili, ma che lascia emergere per tutto i
rilievi della sua cinerea ossatura di pietra. Sulla sua cima il verde
si raccoglie come l'acqua piovana negli interstizî di un acciottolato.
Intere zone non sono che roccia. Se si scava sul prato, si trova la
roccia al primo colpo di piccone.

Avanzando in linea retta, si è fermati continuamente da macigni,
da scalini inaccessibili, da protuberanze del massiccio calcareo, e
bisogna girare, incanalarsi per le cunette, scendere nelle piccole
cavità erbose, nelle doline, inoltrandosi per passaggi obbligati sui
quali una difesa facilmente si concentra. L'ordine sparso degli assalti
deve per forza finire in aggruppamenti, come un calmo ruscello spezzato
dai sassi si gonfia e irrompe in rivoletti fra un ostacolo e l'altro.
Gli avviamenti, gli sbocchi, sono fatalmente fissati dal terreno.
Contro ognuno di essi il nemico ha preparato una barriera.

Altrove, le trincee si allineano in due, tre, quattro ranghi. Qui sono
spezzate e sono per tutto. Fanno fronte da ogni lato, si fiancheggiano,
si spalleggiano, serpeggiano, formano angoli, formano intrecci.
Non vi è una fronte da varcare, ve ne sono venti. Ogni dolina è un
piccolo campo di battaglia. Per ogni trincea c'è un'azione, un piano,
una tattica. Se si disegnassero sopra una carta topografica tutte
le trincee espugnate sul Carso, si vedrebbe il foglio riempirsi di
brevi tratteggi, con una confusione da scrittura misteriosa, come
un'invasione di caratteri cuneiformi. E le trincee di difesa e di
attacco non sono scavate; la terra manca per nascondervisi. Sono
elevate.


Non ci si affonda, ci si innalza. Non si zappa, si costruisce. Bisogna
andare all'assalto portando sulle spalle sacchi pieni di terra. Appena
ci si ferma, un uomo sorge. Con le munizioni si portano avanti sassi,
sacchi, cemento, travi, e si lavora, si erige, i parapetti si formano
che le blindature vanno poi coronando. Spesso il lavoro è impossibile.
Il combattimento incalza, tutti debbono prendere il fucile, la trincea
appena sbozzata è un minuscolo rilievo di pietrame, vi si arriva
carponi, vi si sta rannicchiati dietro per giorni, per settimane,
aggrampati a quella parvenza di difesa, ostinati, esasperati, decisi.

Dopo ogni avanzata nostra, arrivano i contrattacchi. Due, tre volte
il nemico tenta e ritenta la riconquista delle posizioni perdute. Non
di rado è il contrattacco che ci porta avanti. Il nostro soldato ha
l'istinto dell'offensiva, sente il momento utile allo slancio. Quando
ha fermato il nemico, gli va addosso. L'occasione di trovarsi viso a
viso con gli austriaci non è mai perduta. Un assalto austriaco finisce
quasi sempre con un assalto nostro. Il bollettino ufficiale ha dato
notizia di oltre trenta attacchi nemici sul Carso, e non erano che i
principali. Molte grandi catture di prigionieri le abbiamo fatte quando
eravamo assaliti.

Sul Carso gli austriaci hanno prodigato tutti i sistemi di difesa,
tutti i tranelli della guerra, tutti i tipi di opere di fortificazione
campale antica e moderna; hanno adoperato cemento, acciaio, pietra,
legno; in quantità che sarebbero bastate alla costruzione di intere
città; hanno fatto dei muri di protezione lunghi otto o dieci
chilometri sul fianco degli incamminamenti; hanno usufruito di grotte
e di caverne, scavato cunicoli, piantato reticolati, sepolto mine. E
siamo saliti.

La base delle alture, il primo sorgere del declivio di fronte a
Gradisca, è boscosa. Interrate fra le piante erano centinaia di mine.
Le prime pattuglie in avanscoperta furono sorprese dalle esplosioni.
Bastava urtare dei fili sottilissimi, invisibili come crini di cavallo,
tesi fra l'erba, per provocare uno scoppio. Squadre di volontari
partirono alla ricerca. Strisciavano lentamente, frugando con lo
sguardo la terra, trovavano i fili, li seguivano delicatamente,
scavavano il suolo adagio adagio, disarmavano gli inneschi, e
tornavano portando le scatole esplosive. Tutto questo in mezzo allo
scoppiettìo delle scaramucce, sotto alla protezione di vedette che si
rannicchiavano a sparare dietro ai tronchi degli alberi vicini. Così si
sgombrò la strada al primo passo.

Più in alto la boscaglia s'interrompe, riprende, lascia larghe zone
nude, e forma sulle alture larghe macchie fosche di vegetazione
arborea. È la forma di queste macchie che ha suggerito ai soldati nomi
strani per località che non avevano nome, e alle quali la guerra dava
un'importanza storica. Bisognava distinguerle, e si chiamarono Bosco
Cappuccio, Bosco Triangolare, Bosco a Lancia, Bosco a Ferro di Cavallo.
Quando il bollettino nostro ha annunziato la conquista del Bosco
Cappuccio e del Bosco a Ferro di Cavallo, il comunicato austriaco ha
potuto smentire recisamente la conquista con un argomento perentorio,
inconfutabile e unico: Cappuccio e Ferro di Cavallo, mai esistiti.

E fra poco invece sarà il bosco scomparso e il nome che resterà.
Perchè, come sul Mrzli, come sul Podgora, il cannone sfronda, scalza,
schianta, incendia e abbatte. La spalla del monte appare nuda sotto
ad un magro intreccio di ramosità intristite. La terra è sconvolta e
rossastra, la roccia scheggiata ha biancori di neve, e i pochi alberi
rimasti eretti, bruciacchiati dalle vampe, spezzati e stroncati, hanno
l'apparenza scheletrica delle piante colpite dal fulmine.

Il Bosco Cappuccio, che pareva appunto un cappuccio di verdura sopra un
cocuzzolo verso San Martino, è tutto lacerato ai lembi, lungo i quali
si distendeva un possente trinceramento austriaco. Avanti, il terreno
è nudo. È un pendìo scosceso e scoperto. L'assalto che arrivò alla
trincea si potè seguire da lontano. Si vedevano gli uomini inerpicarsi
urlando, si vedeva lo sparpagliamento veemente e disordinato delle
masse di attacco che salivano, miriadi di puntini grigi, si vedevano
le seconde file rincalzare le prime file assottigliate, e l'azione
pareva eterna. Al di qua del ponte di Sagrado, dietro ad un parapetto,
tre strani piccoli ufficiali vestiti in uniforme _khaki_, guardavano
immobili, con i pugni stretti, lanciando enfatiche esclamazioni
gutturali.

Erano gli _attachés_ giapponesi. Quando videro l'assalto sparire oltre
la trincea nemica, ingolfarsi nel bosco, si voltarono indietro, verso
degli ufficiali italiani che osservavano gravi e commossi, e agitarono
le braccia con un gesto di entusiasmo e di stupore, gridando: «_C'est
grand! C'est grand!_» Avevano rivisto la mitraglia umana di Porto
Arturo.

Questo avveniva il 25 di luglio. Avevamo messo quasi un mese a giungere
lassù. Due giorni dopo aver preso Sagrado eravamo a Castello Nuovo,
al bordo dell'altipiano sopra al paese. Doveva essere in antico uno
dei castelli intorno ai quali, su quelle stesse pendici del Carso,
tre secoli fa Venezia si batteva con gli Arciducali nella guerra
«Gradiscana». Poi il castello è divenuto una villa, circondata da
cipressi. Adesso la villa è crollata, la battaglia ha cancellato tutto.
L'occupazione di Castello Nuovo faceva cuneo, puntava in avanti nel
centro della fronte carsica. Gli austriaci sferravano attacchi su
attacchi su quel vertice d'avanzata, che era per noi un premio al quale
si appoggiava la progressione lenta e faticosa delle ali.


Ogni notte era un assalto. Ve ne sono stati dodici contro quel punto,
che appariva sempre avvolto di fumo. Le trincee austriache, coperte,
blindate, protette, erano a cinquanta metri. Noi stavamo dietro a
parapetti provvisorî, coronati di sacchi. Da una parte all'altra si
parlavano, fucilando. Allora nacque, non si sa come, il soprannome
di Cecchino dato ai tiratori scelti austriaci, i quali, muniti di
fucili a cavalletto con alzo a cannocchiale, stavano eternamente alla
posta. Anche noi avevamo i nostri Cecchini, sempre in mira, la guancia
contro al calcio. I colpi erano commentati ad alta voce. Un giorno
uno dei nostri sbagliò per due dita la testa di un austriaco che
si era avanzato quatto quatto e si disponeva a sparare; l'austriaco
ritraendosi agitò in aria il fucile facendo quella segnalazione che
in tutti i bersagli del mondo significa «zero»! Si rise dalle due
parti. Più spesso erano ingiurie. Una sera pioveva a dirotto, l'acqua
scorreva dietro ai nostri parapetti, e dalla trincea austriaca, chiusa
e asciutta, una voce di scherno gridò nel dialetto dalmata: «_I fevi i
piediluvi, can de taliani?_» Rispose un coro d'invettive che deve aver
dato al nemico l'impressione d'un grido di assalto, perchè aprì subito
il fuoco. Ma questa è la vita di tutte le trincee.

L'avanzata vera, sistematica, perseverante, vigorosa, cominciò ai primi
di luglio. Il centro era piantato solidamente su Castello Nuovo, la
destra saliva verso il Monte Sei Busi, la sinistra verso il Monte San
Michele.

L'offensiva si scatena allora su tutti i fronti, preme sul Podgora,
minaccia i ponti di Gorizia, ma è al Carso che tende con volontà
intensa. L'azione non vi ha sosta. Ogni notte dei reticolati saltano,
ogni giorno delle trincee sono prese. Il nemico si rinforza, concentra
nuove batterie di medi calibri nel vallone di Doberdò, contrattacca per
tutto, cerca di profittare della vulnerabilità e della debolezza che
hanno le posizioni appena prese, quando ancora non c'è stato tempo di
farvi i lavori di consolidamento, e vi dirige assalti su assalti. Ma
niente ci smuove, teniamo le trincee espugnate, progrediamo sempre.

La lotta era accanita. Il nemico non rifuggiva dai mezzi più sleali,
dalle false rese che nascondevano mitragliatrici appostate, dalle
false bandiere della Croce Rossa issate su batterie o su comandi, era
feroce quando non era in fuga. Non permetteva di raccogliere i feriti
caduti fra le due fronti, e non raccoglieva i suoi. Una mattina uno
dei nostri generali doveva far cominciare un bombardamento di calibri
pesanti per aprire il varco nel reticolato di un trinceramento che ci
era di fronte; ma proprio sotto a quel reticolato che stava per essere
sconvolto da una bufera di esplosioni, giaceva un ferito nostro. Di
tanto in tanto si vedeva un lieve gesto del suo braccio. Vicino a lui
due cadaveri. Erano caduti durante un tentativo notturno.


Il generale, che era in trincea per sorvegliare gli effetti del
bombardamento, guardava la scena pensieroso. L'ora fissata per l'azione
dell'artiglieria scoccava. Egli non dava ordini. Poi, chiamò un
ufficiale e fece parlamentare col nemico.

«Lasciateci raccogliere i nostri feriti e i nostri morti!» — gridò
dalle nostre trincee una voce al megafono. Nessuna risposta. «Faremo
uscire dei portatori nudi perchè vediate che non è un tranello!» —
soggiunse la voce. Nessuna risposta. Le stesse frasi furono gridate
in tedesco. Silenzio. La trincea nemica pareva deserta. Quattro
portaferiti con le barelle vennero fatti inoltrare. Una scarica di
fucilate li accolse appena usciti. Due di loro rimasero colpiti. L'ora
era trascorsa. Le batterie pronte aspettavano il segnale telefonico per
iniziare il tiro convenuto. Il generale si passò una mano sulla fronte,
guardò l'orologio, si volse all'ufficiale d'ordinanza, gli trasmise un
ordine. E il fuoco cominciò.

Il varco fu aperto nei reticolati. Il segno che la batteria era
spezzata venne dal nemico. Si vide un gruppo di austriaci balzare fuori
della trincea e precipitarsi per un passaggio creato dalle nostre
granate attraverso la siepe di acciaio. Venivano giù in fila, senza
fucile, correndo, le mani in alto. Si arrendevano.

Erano venticinque. Profittavano di una sosta fra il cannone e la
baionetta. Ma il cannone non aveva finito. Riprendeva in quel momento
il suo lavoro di demolizione. Una granata cadde in mezzo al gruppo.
Dalla nostra trincea si scorse distintamente lo spettacolo atroce di
corpi umani smembrati lanciati in aria nella eruzione di terra, e di
fumo dello scoppio. Era come una di quelle esplosioni inverosimili
che si vedono raffigurate nei giornali illustrati. Terrorizzati,
insanguinati, lividi, i superstiti arrivarono alla posizione italiana.
Non erano più che sedici. Il destino aveva fatto giustizia.

Lo spettacolo di queste rese era comune. Una volta verso Castello
Nuovo si vide venire avanti un mezzo battaglione austriaco, agitando
fazzoletti, con le braccia levate: cinque o seicento uomini, una folla
veloce sormontata da un turbinio chiaro di mani. Cessò il fuoco delle
nostre trincee e si fece un silenzio di attesa. Ma quella massa non
aveva percorso la metà della strada che la separava dai nostri, quando
cominciò su di lei un fuoco di _shrapnells_ austriaci, serrato, esatto,
rabbioso, che la seguiva passo passo. Cadevano giù a gruppi i fuggenti
colpiti, costellavano la terra di corpi. Centoventi soltanto poterono
giungere a consegnarsi. Certe volte si direbbe che i reticolati servano
assai più a trattenere gli austriaci dal rendersi che a difender loro
dai nostri assalti.


Il cannoneggiamento furibondo, insistente e preciso che preparava gli
attacchi delle nostre fanterie, sbalordiva e accasciava il nemico
nelle sue trincee. L'assalto spesso lo trovava inerte, sperduto. I
nostri primi reparti arrivavano, intimavano la resa, e continuavano
l'attacco, andavano oltre, lasciando alle seconde linee la cura di
raccogliere i prigionieri e di spingerli giù, verso le retrovie. Gli
ufficiali austriaci, che non stanno con i loro uomini, perdevano ogni
controllo di comando. Dietro ad ogni trincea nemica, lontano dieci o
quindici passi, vi sono dei minuscoli ricoveri; delle buche blindate;
nella trincea sono i soldati, nelle buche gli ufficiali. La truppa
non può muoversi, presa come è fra i reticolati e le pistole dei suoi
superiori. Sapiente disposizione.

I primi tempi i nostri soldati, intenti alla trincea, non badavano alle
tane dei comandi che erano alle spalle, e proseguendo incalzanti alla
conquista delle linee successive erano spesso feriti da misteriosi
colpi a bruciapelo. Poi impararono. Correvano dritti alle buche,
e affacciando la punta della baionetta nell'apertura, ponevano
all'abitatore rannicchiato nell'ombra questo semplice dilemma: «Fuori
le mani, o spingo!» Venivano fuori le mani. Dopo le mani spuntavano
le braccia, e dopo le braccia emergeva il resto di un elegante
_oberleutenant_ al completo, pallido ma dignitosamente rassegnato.

Una mattina un capitano austriaco, rimasto inosservato nel suo covo
mentre l'assalto passava, tirò un colpo di pistola ad un sergente
nostro che seguiva il suo plotone. Il sergente, illeso, si fermò e si
guardò intorno. Una seconda palla lo sfiorò. Allora egli vide. Non fece
fuoco, rivoltò il fucile, balzò addosso all'ufficiale, lo tramortì con
un colpo di calcio, se lo caricò sulle spalle e lo portò giù, al posto
di medicazione. Qui, alle prime cure il capitano austriaco rinvenne, e
andò su tutte le furie. Smaniava, mostrava i pugni al sergente, che lo
guardava sbalordito da dietro le spalle dei medici, rotava gli occhi
e bestemmiava, in tedesco. Non era furioso per essere stato fatto
prigioniero, o per avere perduto la posizione. La causa della sua ira
era più grave: «È la prima volta — gridava — la prima volta nella mia
vita che manco un uomo al secondo colpo!» Il sergente fece un passo
avanti, salutò cerimoniosamente e gli disse: «La ringrazio tanto per la
eccezione!» E se ne andò fischiettando.

Storie di prigionieri, di rese, di catture, sono innumerevoli. In
quei giorni operava sul Carso una famosa batteria da campagna che
era conosciuta dalle truppe precisamente col nomignolo di «batteria
dei prigionieri». Aveva la specialità di catturare gli austriaci a
mezze compagnie per volta, da sola. Nelle nostre linee arrivavano
all'improvviso bande di nemici che si arrendevano, adunati e condotti
dal fuoco dei cannoni. Quando la batteria scorgeva dei nuclei nemici
in ritirata, li fermava con barriere di esplosioni, li costringeva a
cercare uno scampo nel ritorno, li accompagnava, li sospingeva con una
minacciosa siepe di _shrapnells_, non permetteva loro che deviassero,
lasciando così una sola via aperta alla loro marcia, quella della resa.

Gli austriaci incalzati, incapaci di mantenere il terreno ad onta della
tremenda preparazione difensiva, meditarono un gran colpo. Divisioni
fresche arrivavano continuamente dalla Galizia a rinforzo. Fin dal
10 di luglio grandi masse nemiche venivano adunate per una offensiva
generale e risolutiva. In quell'epoca cominciò a notarsi appunto
l'entrata in azione di numerose batterie pesanti. Per sloggiarci
dall'altipiano carsico pensarono di sviluppare l'attacco principale
contro la nostra ala sinistra.

Appariva infatti in quel momento la più vulnerabile. Una volta forzata
la sua estrema punta sull'Isonzo, un ripiegamento di tutta l'ala
sinistra poteva essere provocato. Ripiegare sotto la pressione di
un'offensiva possente significava, con molta probabilità, ripassare il
fiume. Sarebbe stata la perdita dei ponti, l'annullamento dei risultati
ottenuti con sforzi meravigliosi durante quasi due mesi di lotta
tenace, il ritorno al principio in condizioni ben più difficili per
una ripresa dell'offensiva. La nostra destra invece aveva Monfalcone
come sentinella estrema, e un attacco contro di essa, anche fortunato,
non avrebbe ottenuto un resultato definitivo quale quello di ridare il
pieno controllo dell'Isonzo. Il piano austriaco era dunque perfetto,
come sono perfetti tutti i piani prima che falliscano.

Al mattino del 22 luglio il grande attacco austriaco si sferrò. Tutta
la notte delle offensive minori avevano tastato la nostra fronte,
forse per riconoscerla, forse anche per stancare le guarnigioni e
trovarle più deboli e meno pronte all'urto che si preparava. Numerosi
generali comandavano il movimento offensivo, fra i quali il principe
di Schwarzenberg, il generale Boog, il generale Schreitter. L'azione
cominciò con un bombardamento formidabile.

Delle persone che osservavano le posizioni da lontano, le videro
letteralmente coprirsi di fumo. Si ovattavano tutte di nubi di
_shrapnells_. Il rombo intenso della cannonata non affievoliva un
istante. Pareva impossibile che si potesse resistere in quell'inferno.
Si aveva l'impressione angosciosa che fosse un fuoco di sterminio.
Improvvisamente si svegliò un tuono più alto, più violento, più vicino:
le nostre artiglierie entravano in azione. Per qualche tempo il fumo
dei colpi avvolse gli stessi punti. Poi, ad un tratto, parve che gli
_shrapnells_ austriaci battessero più in là, che i cannoni nemici
raccorciassero il tiro; l'uragano si allontanava, si videro i nostri
colpi spostarsi subitamente, andare lontano lontano. Si comprese che
facevano un fuoco d'interdizione, che chiudevano la strada ad un nemico
in fuga.

L'attacco era stato dato con dense e profonde formazioni, a grandi
masse. Erano arrivate impetuose quando la preparazione delle
artiglierie nemiche poteva far credere di avere decimato ed estenuato
la difesa. Ma una delle più belle qualità del nostro soldato è la
resistenza morale al bombardamento. L'attacco si abbattè sulla prima
linea in piena efficienza, duramente provata ma pronta alla lotta.
La battaglia fu accanita. Le onde di assalto si formavano e si
riformavano, ma l'artiglieria nostra aveva avuto una prontezza fulminea
nell'intervenire in soccorso della fanteria. Il suo fuoco era di una
precisione spaventosa; molti dei punti sui quali si concentrava il
tiro erano in diretta visione delle batterie. Lunghi tratti del campo
di battaglia si prospettavano in declivio avanti ai cannoni, che
scrivevano i loro colpi come sopra una lavagna. Si poteva portare il
fuoco a cinquanta, a quaranta metri dalla nostra linea, senza timore
di toccarla. L'assalto non trovava un limite di liberazione, oltre il
quale l'artiglieria è paralizzata.

La fucileria aveva l'intensità continua di uno scroscio di cateratta, e
lo strepito regolare delle mitragliatrici pareva il battito meccanico
di un immenso opificio. Ad ogni sbalzo in avanti le file nemiche
erano falciate. Si vedevano gli uomini fulminati nella corsa cadere
roteando su loro stessi, e le braccia aperte. L'impeto dell'assalto era
spezzato. L'attacco violento declinava in un'azione lenta. La spinta
si faceva pressione. Intanto i nostri rincalzi erano in marcia, avevano
passato i ponti, si ammassavano dietro al combattimento, portavano alla
prima linea una nuova pienezza di vigore. E la controffensiva nostra si
sferrò, vigorosa, improvvisa, travolgente. Allora la nostra artiglieria
spostò il tiro, battè alle spalle del nemico, lo serrò fra le granate
e le baionette, e fu la fuga disordinata degli austriaci, la resa di
interi reparti, la rotta. La vittoria era nostra.

Il terreno era pieno di cadaveri nemici. Di quando in quando dalle
cavità, nelle doline che parevano deserte, si vedevano apparire
piccole file caute di austriaci, curvi sotto al loro grosso zaino,
plotoni di dispersi in cerca d'uno scampo, e la mitragliatrice intimava
loro l'alto là. Il soldato che perde lo zaino è punito nell'esercito
austriaco legandolo ad un palo, con i piedi ad un palmo dal suolo,
le mani avvinte dietro il dorso, e per alcune ore è lasciato così a
meditare sulla santità del corredo governativo. Questa venerabile
costumanza ha prodotto una indivisibilità mirabile fra il soldato
austriaco e il suo bagaglio. Nelle più critiche circostanze, zaino
e soldato sanno rimanere insieme. L'uomo può perdere la testa, può
perdere la battaglia, può perdere la vita, ma non il sacco. Si assiste
talvolta ad atti di eroismo disperato per la riconquista di uno zaino,
abbandonato in un momento di fretta imperiosa e imperiale. Dei feriti
a morte, agonizzanti quasi, ai quali nella caduta è sfuggito dalle
spalle il carico regolamentare, strisciano a riprenderlo, arrivano ad
afferrare a fatica una cinghia, la tirano a loro con le ultime forze. E
muoiono così nel pensiero di un ideale raggiunto.

Il grande attacco austriaco naturalmente ci portò più avanti. Per
ostacolare il nostro consolidamento sulle nuove posizioni, altri
attacchi arrivarono il giorno dopo. La nostra ala destra fu alla sua
volta investita. Ma il 25 luglio tutta la nostra fronte riprendeva
l'offensiva, paziente, tenace e violenta. Mentre l'ala sinistra
conquistava quel Bosco Cappuccio che non ha più alberi sui suoi bordi
sconvolti, il centro si avvicinava a San Martino del Carso, e la
destra espugnava una gran parte del Monte Sei Busi, verso Doberdò, le
cui case bianche si affacciano spaurite al di sopra di un nereggiare
di boscaglia. Il Monte Sei Busi era stato già preso, poi riperso,
poi ripreso, poi riperso. Si concentravano sulla vetta troppi tiri
di artiglierie, che non davano il tempo di consolidarsi. L'azione
generale distolse da quella sommità una parte del fuoco che la batteva,
permise agli assalitori di resistere, di lavorare, di organizzarsi
e di reggere. Cominciavamo a dominare finalmente tutto un lato
dell'altipiano, fino al Vallone, dietro a Doberdò, fino al laghetto.

Il Bosco Cappuccio e la boscaglia della spalla di San Martino, erano
pieni di trincee, di reticolati. Vi infuriarono combattimenti furibondi
a colpi di granate alla mano e di baionetta. Furono spesso lotte a
corpo a corpo, avvinghiamenti, sotto ad un roteare di calci di fucile
che cadevano a mazza. Le bombe asfissianti del nemico allungavano fra
gli alberi il loro fumo persistente, denso, verde, vischioso. Dalle
nubi velenose i nostri emergevano terribili, coperti dalle maschere di
guerra che mettono sul viso l'apparenza mostruosa di una enorme bocca
inumana.

Si combattè il giorno, si combattè la notte, si combattè il giorno
appresso. La sinistra era salita sul San Michele. Contro di lei si
volsero i cannoni di Gorizia. La montagna pareva in eruzione. I nostri
non volevano lasciar presa. Erano decimati ma resistevano. Rimasero
fino alla notte sulla vetta battuta da uragani di acciaio. Quando
ripiegarono, si gettarono contro delle trincee laterali, andavano
in cerca di combattimento. E arrivarono dalla vittoriosa ritirata
sospingendo una massa di prigionieri. Oltre cinquemila prigionieri
erano stati catturati in tre giorni, con duecento ufficiali austriaci.
Alla destra ci piantavamo definitivamente sul Monte Sei Busi.

Il 27 avanzò il centro. Il 28 il nemico contrattaccò con grandi
forze. Aveva ricevuto altre truppe fresche. Comparve in prima linea un
reggimento di Landschutzen. Non tornò più indietro. Un altro migliaio
e mezzo di uomini validi cadde nelle nostre mani. Avanzammo verso San
Martino. Il 29 gli austriaci tentavano di sloggiarci con l'incendio
dal Bosco Cappuccio. Delle fiamme sorsero qua e là nei roveti; furono
estinte.

Continuammo ad avanzare. Tutto un primo sistema d'opere difensive
era sfondato. Urtavamo sulla seconda linea, che fu attaccata dalle
artiglierie. Il centro progrediva e mandava indietro centinaia e
centinaia di prigionieri. Il 31 gli austriaci assalivano con vigore
il Monte Sei Busi, dopo aver tentato di stornare la nostra attenzione
con un'azione dimostrativa all'ala opposta. L'assalto fu fermato, e la
controffensiva nostra si sferrò alla sua volta, magnifica, impetuosa,
irresistibile, scompigliando, fugando, disperdendo le truppe più
scelte, e quasi un intero reggimento dei famosi Kaiserjäger rimase sul
campo.

Il 2 agosto, altro attacco austriaco contro al Monte Sei Busi. Quella
occupazione li molesta. Se il San Michele guarda in casa nostra il Sei
Busi guarda in casa loro. Vede e sorveglia, scopre le vie di approccio,
e colonne nemiche in movimento su strade, che erano state fino allora
invulnerabili, sono raggiunte ora dai nostri colpi di cannone, fermate,
disperse. L'attacco è respinto, e avanziamo. L'occupazione del Monte
si allarga. Anche il nostro centro progredisce. La nostra artiglieria
arriva a tormentare delle retrovie avversarie. Scopre Marcottini,
domina tratti nuovi di comunicazioni verso Devetachi. Strane località
ha il Carso, che portano nomi umani, veri cognomi che adesso ci fanno
l'effetto di appartenere a personalità misteriose e ostili: Marcottini,
Devetachi, Vizintini, Micoli, Ferleti, Bonetti, Boschini.... Perchè
sono dalla parte austriaca tutti questi italiani?

Il giorno dopo, nuova battaglia. Per frenare i progressi del centro,
alla mattina del 4 agosto gli austriaci sferrano un attacco contro al
Bosco Cappuccio. Si ripetono le fasi oramai consuete di resistenza e
di controffensiva. Il nemico è fermato, assalito, inseguito. Una enorme
trincea, che i soldati chiamavano il Trincerone, la quale chiudeva gli
sbocchi orientali del bosco, è presa così, di impeto. L'assalto vi
sale alle spalle dei fuggiaschi. Siamo agli accessi di San Martino.
Attacchi, contrattacchi, sorprese, combattimenti nella nebbia, nella
bufera, nelle tenebre di notti tempestose, nel chiarore di proiettori
e di razzi, si susseguono ogni giorno da allora, ma non hanno più
l'ampiezza di azioni generali. Sono imprese locali, battaglie d'una
dolina, assedi di una trincea, furori circoscritti. Andiamo avanti
sistematicamente, scalzando, incalzando, senza annunziare sempre i
vantaggi ottenuti, portando colpi di sorpresa, senza fermarci mai.
La lotta non ha soste, si restringe ma non langue, si sposta ma non
riposa.

Mentre dalle finestre sbrecciate di un vecchio edificio di Gradisca,
sul quale le pallottole grandinando formano come una tarlatura,
osservavo le posizioni, il fuoco che languiva ha ripreso, tutta la
vetta scrosciava di fucilate, e ricominciava sulla città deserta
una pioggia rada e scoppiettante di piombo. Raffiche di cannonate
passavano. Un combattimento breve divampava verso il San Michele.

La falda del San Michele era coperta da un folto bosco a semicerchio:
il Bosco a Ferro di Cavallo nella denominazione della truppa. Non
potrei descriverlo perchè il bosco non c'è quasi più. Lo vedono
soltanto i soldati, e lo indicano, perchè conservano nella loro memoria
profondi, netti e vivi gli aspetti dei luoghi nella prima apparenza, e
perchè le trasformazioni del paesaggio sono avvenute lentamente. Ma chi
arriva nuovo e ignaro, al posto del Bosco di Ferro di Cavallo vede, un
due o tremila metri lontano, un terreno scosceso rotto e frastagliato,
con dei sassi, e qua e là una lanugine gialla di rovi secchi e di
cespugli bruciacchiati. Più in alto, la vetta nuda del San Michele,
osservatorio del nemico, che ci scruta. Il bosco è così scomparso, e
vi si scorgono tutte le nostre trincee, che si tendono ad arco verso la
cima del monte, vicina, quasi raggiunta.

Dopo le battaglie di luglio il nemico aveva insinuato fra i roveti
dei piccoli posti, che alla notte lavoravano. Erano sorte così
delle trincee, che gli austriaci a poco a poco ampliavano; i piccoli
posti erano diventati avanguardie, e le avanguardie si disponevano a
trasformarsi in prima linea. Pochi giorni or sono, il 18 settembre,
assalimmo il Ferro di Cavallo. Le prime trincee furono occupate
di sorpresa; le altre furono espugnate a viva forza. Il nostro
bombardamento accecava il San Michele. Dei contrattacchi scesero, ma
i nostri hanno acquistato una tale destrezza nell'erigere i ripari,
che in pochi minuti una prima rudimentale opera di difesa è pronta.
Se l'austriaco ha una passione per lo zaino, il nostro soldato è
inseparabile dal suo sacco pieno di terra. Sale all'assalto col suo
fardello, e non lo lascia che per scaraventarlo sopra un parapetto
di fortuna e sdraiarvisi dietro. È avvenuto anche che lo abbia
scaraventato sulla testa dei nemici.

Le trincee formano un saliente che spinge arditamente all'attacco
del monte una testa arrotondata, la quale simula quasi quel ferro
di cavallo che il bosco non forma più. Si seguiva tutta la vita del
trinceramento, l'andare e il venire lento e indifferente dei soldati
dietro ai muri di riparo, l'affaccendarsi di lavoratori in opere di
rafforzo, e presso alle feritoie una immobilità statuaria di vedette
e di tiratori. Per un incamminamento salivano, calmi, a passo da
montagna, i portatori del rancio, con le loro pentole fumiganti.

In molti settori della guerra ho avuto una impressione di solitudini
truci immerse in paurosi silenzi sovrumani. Ma di fronte al Carso no.
Di fronte al Carso, in qualunque punto, si sente la massa che vive e la
guerra che palpita. Una ostilità martellante pulsa come una febbre. Si
direbbe che la nostra fronte toccando il mare attinga dall'Adriatico
vigori e impeti maggiori per avventarsi contro le alture feroci.
La battaglia non ha più date, è la battaglia del Carso, una lotta
gigantesca sugli spalti della immane fortezza che la sopraffazione ha
dato al nemico, e dalla quale a passo a passo è scacciato. Il rombo di
questa bufera è udito talvolta nelle città tranquille e lontane della
pianura veneta.

Nel buio profondo della notte di Udine a lumi spenti, pieno di uno
scalpiccio di gente che passa e non si vede, di un sussurrìo di voci
che pare vengano dai muri, in quelle tenebre strane nelle quali mormora
una vita quieta, invisibile, cieca, fra quei portici che la risonanza
sola rivela, per quelle strade opache e nere in fondo alle quali, come
un punto di bragia, scintilla una lampadina rossa che tinge un angolo
con un riflesso da laboratorio fotografico, per l'aria umida e fredda
arriva spesso un rimbombare remoto, un brontolìo di tuono. Nessuno
ci bada, il sussurrìo continua, la voce di un ragazzo si allontana
cantando. Si ha l'abitudine. È la battaglia del Carso che rugge. È un
passo avanti che si fa....



INDICE.


  _Prefazione_                                       Pag. V
  Al fronte                                               1
  «Morale altissimo»                                     11
  Verso l'Isonzo                                         23
  Ai piedi del Carso                                     38
  Davanti a Gorizia                                      52
  Aspetti della lotta sull'Isonzo                        67
  In un ospedale                                         81
  Tra lo Stelvio e il Tonale                             90
  Dai ghiacciai dell'Adamello agli uliveti del Garda    106
  Tra le balze dell'Adige                               123
  Una maestosa battaglia di fortezze                    139
  Fra i torrioni delle Dolomiti                         154
  Sulle vette dell'Alto Agordino                        174
  Nella conca d'Ampezzo e intorno al lago di Misurina   189
  Nella valle di Sexten                                 209
  La lotta dei colossi                                  222
  Dove il combattimento non ha soste. Il passo di
    Montecroce                                          249
  Monte Nero                                            286
  La conquista della conca di Plezzo                    306
  Nell'alta valle dell'Isonzo. Le fasi della guerra
    intorno a Tolmino                                   326
  L'eroica conquista di Plava                           340
  Guerra d'assedio intorno a Gorizia. Un atto di
    sublime sacrificio                                  361
  Sull'Isonzo e sul Carso. Una mirabile impresa
    guerresca                                           381
  Sulle pendici del Carso                               401



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Al fronte - (maggio-ottobre 1915)" ***

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software suite offers a broad range of search, navigation and discovery
solutions for desktop search, intranet search, SharePoint search and embedded
search applications.  ISYS has been deployed by thousands of organizations
operating in a variety of industries, including government, legal, law
enforcement, financial services, healthcare and recruitment.



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