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Title: Un segreto, vol. 1 (of 2)
Author: Farina, Salvatore
Language: Italian
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Copyright Status: Not copyrighted in the United States. If you live elsewhere check the laws of your country before downloading this ebook. See comments about copyright issues at end of book.

*** Start of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Un segreto, vol. 1 (of 2)" ***

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by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)



                               UN SEGRETO


                                ROMANZO

                                   DI
                            SALVATORE FARINA


                              VOLUME PRIMO



                                 MILANO
                         E. TREVES & C. EDITORI
                                  1869



                          Proprietà Letteraria

                 Tipografia Letteraria — Via Marino, 3



I.

_Silvio ad Eugenio._


«Se i miei calcoli non fallano, a quest'ora sei ad Huesca, supponendo
che tu non abbia mutato proposito, e che, attraversata la Francia,
arrestandoti appena ad Avignone e a Tarbes, ti sia affrettato, com'era
tuo disegno, a valicare i Pirenei durante la bella stagione. Ad ogni
modo io ti scrivo ad Huesca, non bastandomi l'animo di attendere una
tua lettera.

Mi pare un anno che tu sia lontano da me, e se penso che non sono
invece che poche settimane, non so darmene pace, cotanto il mio tempo
mi è diventato increscioso. Tu dirai come al solito che è la mia anima
che è pigra, e che la sua lentezza indolente è quella appunto che mi
fa parere più tardi che agli altri mortali i due movimenti del nostro
pianeta. Ma questa volta t'inganni; e dico in sul serio che se mai vi
fu momento della mia vita in cui abbia sentito il sangue giovanile
pulsare violento ed ostinato alle arterie ed al cuore, questo gli è
desso. E non ho più a rimpiangere come per lo passato gli stravizzi
e le orgie che, come tu affermavi, avevano ottuso i miei sensi, e
spuntato le spine del desiderio. Anzi io penso che questo raddoppiarsi
della mia vita, questo nuovo vigore delle mie forze morali, mi facciano
appunto parere lungo il tempo che trapasso. Non dico che io non mi
annoji — la solitudine mi condanna a questo — ma l'avidità con cui
aspiro ad un bene impossibile, il desiderio e la speranza sempre
alimentati in segreto, sono senza dubbio più potenti della noia.

Non mi sono mai sentito così audace, e così gaio, come di questi
giorni. Se qualche volta sospiro, lo faccio per abitudine, o anche per
smania, all'incirca come un viaggiatore frettoloso sospira il momento
che avrà toccato la meta. Accetta questo paragone disgraziato; so bene
che non fa al caso mio. Io non ho una meta, peggio, non so neppure se
io non l'abbia; i sentimenti che m'empiono il cuore sono così vaghi ed
indeterminati, che sfumatura di pennello maestro non saprebbe renderne
l'immagine. Ma tuttavia sono sentimenti — questo almeno sta fermo —
però io me ne trovo pago, e cinguetto tuttodì da solo, da fare invidia
ai passeri che in questo momento pispigliano inseguendosi e beccandosi
fra i rami del vecchio platano del mio giardino, che tu hai cantato nei
tuoi primi versi.

Ad ogni modo il tempo mi è increscioso. È questa una bizzarra
contraddizione del mio spirito irrequieto, se pure in uno spirito
irrequieto vi sono contraddizioni vere, o piuttosto il volere e
disvolere a un tratto cento cose non è una condizione necessaria di
quello stato.

Ma bando a sofisticherie; il tuo retto senso filosofico n'andrebbe come
al solito _intronato_, e non mi daresti requie colle tue punture — ed
io so bene quanto valga il tuo aculeo, perchè cerchi di starmene, se
posso, alla lontana.

Confessami che a questo punto ti ho messo in una gran curiosità dei
fatti miei. Potessi pagartene in qualche modo! Potessi darti la mia
confidenza, ed averne in cambio i tuoi conforti! Ma dovrei scrivere un
libro, e non basterebbe; e non sapresti nulla del mio cuore, perchè io
stesso non so nulla. So che in questo momento sono lieto, e che di tali
momenti non è povera la mia giornata; sento il sangue circolare più
rapido, l'intelligenza più chiara, e più salda e vigorosa la potenza di
amare.

Amare! — L'ho io scritta questa parola? La ci stia. Tu ne sorriderai
con sarcasmo, e sarà tutto; e se interpretando a modo tuo la confusione
di queste mie parole, mi dirai seriamente che io sono innamorato, ti
crederò senza dibattere. Sarei così felice di innamorarmi un'altra
volta! Ma ho paura, mio buon Eugenio, che ciò non sia, e che tutto il
benessere che io provo in questi giorni si risolva in una quistione
di nervi. Anzi se devo credere al Dottor L. gli è proprio così,
e a discuterci sopra mi farei dare del gaglioffo. Colui dice che
noi viviamo nelle nuvole, e che i nostri malanni derivano da ciò,
che discendendo da quelle alture, vediamo le nostre ali tarparsi
miseramente, e temiamo non bastino a reggerci al volo mai più. Ho
spesso creduto che egli avesse ragione; ma ora non temo più di nulla;
e se è vero che mortale ebbe mai le ali, io me le sento crescere sui
fianchi così salde e robuste, da sfidare l'aquila a seguirmi. E davvero
che da qualche tempo gli uccelli non mi fanno invidia, e guardo le
nuvole senza desiderio, e misuro l'orizzonte con qualche sicurezza.

Mi par di vederti — e ti leggo negli occhi, nel sorriso e nel cuore una
domanda; ma io non ti risponderò per ora. Cerca pure in questa lettera
un nome di donna — non lo troverai. Se è vero che io debba provare
ancora le dolcezze puerili — io dico _puerili_ — dell'amore, vorrò
essere il primo a sincerarmene; nè tu, nè altri, ne avrà la certezza
che dalla mia bocca.

Ricorda che io conto inesorabilmente sopra le _Impressioni di viaggio_
che tu hai promesso di scrivere. So che il _far niente_ ti serena
l'animo, e che contemplando ti parrà di vivere troppo bene, perchè
abbia ad occuparti di questo strumento di tortura che è la penna del
letterato in Italia.

Lavora per me; arrossisci di rivedere le Alpi, senza aver cantato i
Pirenei. Oltre a che il tempo ti parrà più breve, e le noie degli
avvocati meno amare; e quando le tue faccende siano all'ordine, e
ritornerai fra le braccia dell'amico tuo, anch'egli sarà in qualche
modo compensato della tua assenza. Amami».



II.

_Eugenio a Silvio._


«La tua lettera mi ha preceduto di due giorni. Or eccomi finalmente ad
Huesca, dopo un viaggio abbastanza lungo, e se devo dirlo, poverissimo
d'avvenimenti. Vedi che io dico avvenimenti, e non avventure; non
perchè di queste ultime ne abbia avuto, ma perchè tu non immagini che
io n'andassi in cerca. Per altro non mi sono annoiato; ho pensato, ho
fantasticato molto, ho raccolto una gran messe di idee e di _voli_; e
se le mie _Impressioni di viaggio_ vedranno quando che sia la luce, tu
stesso ne sarai giudice.

Come tu l'hai pensato, io ho mutato di molto il progetto del mio
viaggio; ho incominciato dal cedere una volta, e invece di tirar
diritto da Avignone a Tarbes, mi sono spaventato della distanza e ho
fatto sosta a Montpellier. Il guaio volle che Montpellier mi piacesse,
e vi dormii una notte — un dolce sonno te lo assicuro — ed è per
lo appunto questa dolcezza che mi ha fatto invaghire dei viaggi a
tappe. Infatti invece di partire il domani per Tarbes, come io aveva
sacramentato meco medesimo di fare, me ne andai con animo di arrestarmi
a Carcassona. A metà via discesi a Beziéres. Però d'allora in poi
non fermai più nulla, e come Dio volle, venni man mano a Pamier, e
poi a S. Gaudenzio, e a Tarbes — e se il diavolo ci ficcava meglio
la coda, uscivo di via e mi spingevo fino a Pau — nè so come mi sia
risoluto a discendere a Bagnéres, e a Baréges. In quest'ultima città
mi disponevo ad attraversare i Pirenei presso il Monte Perduto, ma un
inglese che viaggiava per diporto, e con cui avevo stretto relazione a
Tarbes, scese in quel giorno allo stesso albergo, e poichè egli voleva
visitare la famosa Valle d'Arran, mi decisi a deviare un breve tratto
con lui. Così passai i Pirenei fra le gole del monte Maledetto. Non ti
dico nulla dell'incanto di quella traversata — tanto varrebbe che io
scrivessi per te solo le mie _Impressioni di viaggio_.

Di Huesca non ti parlo; mi è riuscita spiacevole a prima vista, e parmi
che non mi ricrederò; ad ogni modo non ho a fermarmici molto, e, se Dio
lo vuole, conto di trovarmi presto al tuo fianco. E tanto più ci conto
e me ne struggo, se penso al piacere con cui ho visto i tuoi caratteri,
e la parola _Italia_ sul timbro postale della tua lettera.

Ma che! tu minacci dunque d'impazzire? E che modo è questo tuo di
torturare il cervello d'un amico che ha i fianchi rotti, non so se più
dai cavalli di posta, o da una mezza dozzina di curiali che gli stanno
alla cintola giorno e notte? Che vuoi tu che io capisca di queste
vaporose fantasime del tuo intelletto?

In verità io ho serio timore che assai valesse meglio la tua tetraggine
d'una volta, che questa falsa allegria che ti contorce le labbra
come la sardonica; e meglio era non uscirne mai, che uscirne così
stoltamente.

Sei o no innamorato? Non lo sai! l'hai a sapere dico io. In queste
miserie del cuore, se non ci vedi dentro tu, chi ci ha a vedere? Oltre
a che tu sarai colto alla sprovveduta, come una fortezza sguarnita; e
questo, credilo, è il peggior danno che possa toccare ad un galantuomo.
Diffida, diffida sempre, e di tutti; e più che d'ogni altro, di te
medesimo. Se gli uomini sapessero cacciarsi in mente questa verità:
che le grandi sciagure sono tali per lo appunto, perchè inaspettate, il
numero degli sciagurati n'andrebbe minorato d'assai.

In amore l'abbandono è pericoloso come in tutte le cose della vita —
forse peggio — la vita non si ha già ad avere in conto d'un'infanzia
perenne, nè l'amore s'ha a torre come un giocattolo da bimbi. Assai
triste gioco è quello che fa l'amore, e in fede mia ci si dee pensare
non una, ma cento volte.

Non dimenticare i tuoi ventisei anni, non rinfanciullire a un tratto
dinanzi al volto d'una bella donna. Quale che ella sia, pensa che
il suo sorriso nasconde un pugnale, e i suoi baci un veleno. Le suo
braccia sono morbide come il velluto, e fragili e pieghevoli come uno
stelo di giunco; ma tuttavia sanno stringere in amplessi soffocanti —
la voluttà che spira dalle sue nivee forme è un fuoco che consuma.

Oh! io conosco troppo bene come le vanno queste cose — e tu pure. Ma
all'occasione si è sempre arrendevoli; ingannati cento volte, cento
volte la bestemmia è spirata sul nostro labbro — domani ci si ingannerà
ancora.

«Gioventù e bellezza sono armi troppo potenti, perchè i virili
propositi possano resistere a lungo». Verissimo — se si cadesse nella
lotta, sopraffatti nobilmente — se non che — ed è questa vera codardia
— disillusi, vagheggiamo col pensiero un nuovo fantasma di donna che
raccatti il nostro cuore e voglia mentire un po' d'amore per lui.

Osceno mercato di sentimenti, di fantasie e di menzogne — e di
voluttà. E se ricerchi ciò che vi ha di vero in questi rapporti, vedrai
sbigottito una sola cosa, il sesso — e non potrai andar oltre.

Tu giuochi una scommessa perigliosa; v'ha per posta una parte, la più
bella parte, del tuo avvenire.

Che potrai ottenere da questa donna, se tu l'amerai? Un momento
di voluttà, un po' d'amore forse — ma sai tu ciò che vi perderai
inesorabilmente?

Pensaci. Se mai avvenga che dal confronto tu ritragga qualche forza,
combatti disperatamente; se sarai vinto, avrai qualche conforto più
tardi; quando ti parrà d'aver tutto perduto, ritroverai dentro di te
qualche cosa che non sarà morta coi tuoi amori — la compiacenza della
propria forza adoperata nobilmente, e quella non minore di poter far
carico alla sorte soltanto dei tuoi dolori.

Questi miei consigli — e non vogliono essere più che consigli, nè meno
— ti giungeranno forse tardi, e ti saranno cagione d'inutili rimorsi.
— Ma se la mia voce avrà mai la sorte di prevenire, d'un solo istante,
l'estremo passo, oltre il quale è questo fatalissimo abisso dell'Amore,
tu soffermati alquanto a meditarla. Forse la chimera pazza che vagheggi
andrà sfrondata delle sue corone, e le seduzioni di una sirena non
sapranno rimuoverti dall'austera saldezza che ti eri proposto di
mantenere per tutta la vita.

Se poi a quest'ora il tuo spirito si culla nelle nenie voluttuose di
questo tuo amore adultero, la pace sia teco; e tu perdona alla audacia
di chi ha osato profanare il tuo tempio, parlandoti un linguaggio
insensato.

Ho scritto «amore adultero». M'ingannerei io forse? Affè, che non
saprei più raccapezzarmi. Ma questo è un dubbio passeggiero, e si è
dileguato di già dal mio cervello senza lasciarvi traccia.

Scommetterei anzi di potermi spingere più oltre senza fallire, fino ad
immaginare il pallido viso della ninfa che ti ha sedotto, e a poter
ripetere il nome che i vaneggiamenti del tuo sonno tradiscono forse
ogni notte. Ed è...

Ma io potrei errare, e ci farei pure la triste figura dopo aver
vantato tanta avvedutezza; e forse anche — e questo sarebbe peggio —
l'importanza del mio consiglio ne andrebbe scemata ai tuoi occhi, e
ti parrebbe che le mie parole siano inspirate dalla persona e non dal
principio, e sprezzeresti le mie teoriche. Però questo è per l'appunto
ciò che io non voglio da te; e se posso, farò che tu non sorrida della
mia filosofia balzana. Ad ogni modo tieni in mente questo che io ti ho
detto: che credo d'avere indovinato il nome dell'eroina della tua nuova
passione.

Se è rimasto un posticino nel tuo cuore, serbalo per me; ma ho paura di
no — i nuovi amori sono come i nuovi proprietarii d'un campo; i quali,
per far sentire il loro imperio, si cacciano dappertutto, e rimuovono
e ricostruiscono i limiti, per attaccare in qualche modo la loro
personalità alla nuova possessione».



III.


Come Eugenio lo aveva pensato, la sua lettera giunse tardi. Cotesta in
generale è la sorte comune dei consigli, e in ispecie dei consigli agli
innamorati, i quali sono incontrastabilmente la razza più ostinata che
viva sulla terra.

Convien sapere per altro che se Eugenio, buon figliuolo in tutto il
resto, si scaglia da poco in qua con compiacenza contro l'amore, e
contro le donne, ne ha le sue buone ragioni. E chi l'avesse conosciuto
due mesi prima, avrebbe udito ben altre sentenze sulle sue labbra. Si
pretende di doverne incolpare una certa bruna, con certi occhioni neri,
e certa chioma lussureggiante; ma siccome ciò non torna indispensabile
al caso nostro, lasciamo che la maldicenza districhi del suo meglio
questo nodo.

Una cosa intanto resta ferma, che Silvio alla lettura di questa lettera
si strinse nelle spalle.



IV.

_Silvio ad Eugenio._


«Ritorno in questo momento dal vederla, dal parlarle, dall'adorarla in
silenzio come un'immagine santa. Ho la mente ed il cuore pieni di lei.

Oramai non lo dissimulo più a me medesimo — se pure riuscissi ad
ingannarmi, non ne avrei al certo giovamento — però vorrei gridarlo a
tutto il mondo: «sono innamorato.»

Questa parola che qualche settimana addietro mi avrebbe fatto arrossire
di vergogna, risuona dentro di me come una melodia soavissima. I miei
nervi, le mie fibre, la cantano in coro.

E perchè dovrei io arrossire? perchè dovrei ostinarmi in questa
ringhiosa inerzia, che impoverisce ogni dì più la sorgente degli
affetti?

In fede mia, povero Eugenio, tutti i sermoni della filosofia accigliata
non saprebbero arrestare un solo istante quest'inno che prorompe in
mille suoni dalle corde della natura; nè la vanità d'essere chiamato
filosofo può pagare un solo battito d'un cuore innamorato.

Poi che tu dici d'aver indovinato il suo nome, tanto meglio; lo
scriverò senza titubanza: «Carlotta.»

Intendo il rimprovero che tu mi fai; non vo' affannarmi a ribatterlo,
ma tuttavia ti giuro che non ho in mente una colpa.

Io non voglio nulla, non domando nulla, solo che mi si lasci amarla.
La mia felicità è opera sua, ma pure non è in essa; è in me, nell'amor
mio. In appresso... e che so io del futuro? ma ho fede che saprei
resistermi in ogni evento.

Non tenermi il broncio se io non pongo mente alle tue raccomandazioni;
se tu sapessi quante volte io ti ho benedetto per avermi fatto
conoscere questa donna, se tu potessi vedere la mia gioia, non ti
reggerebbe l'animo di contraddirmi più oltre; e la mia gratitudine ti
compenserebbe ad usura della mia disobbedienza.

Tu ignori quanto si possa essere felici amando questa donna; la tua
mente, comunque ci si affatichi, non può riprodurti che una pallida
immagine della sua bellezza; però nella tua cecità tu accomuni questa
creatura colle mille che paghi col disprezzo, mentre... Nè io vo' tormi
la briga di farti ricredere; ma se tu la vedessi... Vestiva un abito
nero semplicissimo, colle maniche che lasciavano vedere le sue braccia
ignude; pure quanto più leggiadra di tutte le altre, nonostante i loro
pizzi, le loro trine e i cento altri fronzoli a cui mendicavano la
grazia!

Me le accostai tremante; mi sorrise, mi porse una mano breve, affilata,
candidissima, e mi salutò per nome. Un nonnulla per l'indifferente,
un'epopea pel mio cuore.

Oh! dimmi che questa mia non è illusione, che quel saluto e quel
sorriso erano da più che non volessero parere, che io posso... No, non
voglio nulla; non dirmi nulla — ho io bisogno d'alimentarmi di menzogne
e di speranze audaci come un fanciullo? A che fine uscire dalla mia
paga serenità, ed abbandonarmi ciecamente al desiderio?

Il desiderio! Oh! gli è questo un mare senza confini, un assai tristo
mare per una nave sdruscita; nè io vo' avventurarvi il mio cuore».



V.

_Silvio ad Eugenio._


«Mancano ancora otto giorni all'arrivo del corriere che deve recarmi
una tua lettera; però dovrei starmene tutto questo tempo ad aspettare
in silenzio, mentre, se la mia impazienza non m'inganna, mi pare
d'avere un mondo di cose a dirti. Quindi innanzi aspettati di sovente
a siffatte anticipazioni; e questa sarà la tua parte di guaio, se ti
ostini a credere che io non me la caverò da quest'amore senza malanni.

Giovedì scorso mi sono recato, secondo il consueto, in casa del signor
Verni. L'impazienza, e da qualche tempo la turbolenta va facendomi
spesso di siffatti tiri, mi vi aveva condotto mezz'ora prima; però
consultato il mio orologio, e avvedutomi, stavo fra due se dovessi
entrare od allontanarmi; e intanto non mi moveva dal limitare della
porta.

Il signor Verni salì le scale in quel momento, e mi sorprese nella mia
indecisione.

Vedendolo mi si imporporarono le guancie di rossore, e fu ventura
che fosse notte, e mi trovassi quasi nascosto nell'ombra. Per
meglio dissimulare il mio turbamento diedi una strappata vigorosa al
campanello, poi mi rivolsi fingendo sorpresa e salutai il signor Verni.
Mi corrispose cortesissimo, mi ringraziò della premura, dicendo di
_tenersene onorato_, e cianciò meco cordialmente.

Il signor Verni è uomo di bei modi, colto, e facile parlatore. Ebbi
agio d'esaminarlo, e mi parve anche bello, e quel che è più, di quella
bellezza simpatica che si rivela prima al cuore che agli occhi.

Ho provato un senso di gelosia, che ho cercato invano di soffocare,
e devo aver risposto al suo spirito con molte sciocchezze. Tuttavia
egli è uomo che non potrei odiare giammai, che vorrei quasi amare, se
sapessi perdonargli la felicità d'essere marito di Carlotta.

In quella mezz'ora di cicaleccio sono sceso dentro di me, e vi ho
interrogato le mie debolezze che non sono poche. Ne uscii netto, te lo
giuro: e guardai in volto quell'uomo con sicurezza e con orgoglio, come
a dirgli: «io non abbasserò mai la mia fronte innanzi a te».

Nel pensarlo non ho titubato un solo istante, e mi compiacqui di me
medesimo. E mancò poco che, preso da prepotente trasporto d'espansione,
non confidassi a lui stesso il mio amore. Le convenienze uccisero in
buon punto l'entusiasmo; ma giuro che la sola paura del ridicolo non
avrebbe potuto abbastanza.

Che non darei io per poter dire a Carlotta l'animo mio? Parmi che il
sapere conosciuto da lei il mio affetto, me lo farebbe più caro, ed
allevierebbe il mio spirito.

Ho pensato mille modi, ho accarezzato i progetti più assurdi; e
tuttavia, trovatomi solo al suo fianco, me ne è venuto meno l'ardire.
Che mi ha trattenuto?...

Essa lo ama — ne ho la certezza; lo chiama teneramente: «mio buon
Antonio» — e si attacca al suo braccio, e gli parla confidenzialmente,
e gli sorride...

Affè, perchè non gli salta dunque al collo in mia presenza?...

Credilo, Eugenio, questa sì, è tortura. Egli è pur suo marito. — Qual
merito? dico io. Se un villano raccatta una perla fra i solchi, s'ha a
dire: fortuna, non merito.

Ma tanto è tutt'uno; la legge vuole che il tesoro appartenga a chi
l'ha ritrovato, e che la moglie segua il marito. È cosa da smarrirne la
ragione.

Perchè non l'ho io incontrata sul mio cammino prima di quell'uomo?
Il cielo mi è testimonio se l'avrei amata; e tu sai quanto io avrei
saputo amare in quel tempo. Pure, pensandoci, non so ribellarmi alla
sorte. Forse è meglio che sia così — in fine essi si amano entrambi;
Dio sa se ella avrebbe amato me altrettanto. E son pur degni l'uno
dell'altro; e se questa mia natura codarda sapesse spogliarsi d'una
gelosia insensata, e li incontrassi per via, da passeggiero pietoso io
mi rivolgerei a benedire, e direi dentro di me: «che bella coppia!»

Che Iddio adunque li benedica, e l'azzurro del cielo sorrida loro, e
gli astri danzino sullo loro teste innamorate, finchè la baldanza dei
loro anni giovanili li allieterà sulla terra!

Tant'è, darei un anno della mia vita per averle detto che l'amo. Questo
segreto — ed è pure un segreto, poichè tu solo ne sei a parte — mi pesa
sul cuore come un rimorso. L'amore è come vampa — si può soffocare,
nascondere non mai. Talvolta, soffocato un istante, riarde più potente
e si svela. Le anime amanti ardono, le ardenti amano; però se l'amore è
fiamma, può essere che la fiamma sia un amore».



VI.


Quando un figliuolo d'Adamo è arrivato a questo punto, non v'ha più
dubbio ch'egli sia innamorato. S. Tommaso stesso non ne vorrebbe di
più. Però di solito avviene che dopo le prime titubanze puerili, un
po' per vergogna, un po' per una certa audacia che a tempo opportuno
Amore non trascura mai di concedere, si finisce sempre per svelare la
passione nascosta, ed offerire un cuore ricolmo fino all'orlo del più
puro affetto che amante possa nutrire.

Anzi siccome il piccolo Cupido si compiace di certe gherminelle,
ed è raro che si tenga sul sentiero battuto e non rasenti invece
gli eccessi, così è che spesso i più timidi diventano a un tratto
arrischiati, e dove da prima si tenevano morti per una parola e per un
sorriso, si gettano a corpo perduto nella via delle audacie.

Le faccende di Silvio non dovevano andare altrimenti.

Una bella sera — le sere degli innamorati sono sempre belle — Silvio
si vestì con una ricercata trascuranza, e andò in casa del signor
Antonio Verni con animo di dire a Carlotta, «che i suoi occhi erano due
soli, e il cuore che egli le offeriva una sterile landa da fecondare
coi suoi raggi,» o qualche altra squisitezza di questo genere. Questa
volta aveva avuto l'attenzione di consultare il suo orologio, ed era
riuscito, a furia di resistenze e di lotte, ad arrivare pressochè degli
ultimi. Secondo i suoi calcoli questo ritardo doveva chiudere gli occhi
del marito, e guadagnargli qualche pollice di terreno sulla via della
sua conquista.

La brutta parola è scritta. Egli non lo diceva a sè stesso, non voleva
pensarlo, quasi non lo pensava, ma tuttavia quell'idea gli sorrideva
in un cantuccio della mente; e dica chi conosce il cuore dell'uomo se
poteva essere altrimenti.

In generale si comincia sempre allo stesso modo, e si corrono
successivamente le stesse fasi — si ammira, si sospira, si desidera. La
prima fase offre pochi pericoli, però i mariti possono dormire placidi
sonni. Dalla seconda alla terza non v'ha che un passo, se pure non si
confondono in una. Questo però resta fermo, e farà bene chi ne porrà
in guardia i mariti, che il sospiro è lo smorzatoio del sacro fuoco
coniugale.

Silvio aveva sospirato più d'una volta; senza accorgersene si
travagliava da un pezzo col desiderio. Ad ogni modo egli si andava
ripetendo che le sue intenzioni erano oneste, e che quando avrebbe
fatto palesi i suoi sentimenti, non sarebbe andato più in là.

Carlotta lo avrebbe compianto, avrebbe conosciuto la nobiltà dell'animo
suo disinteressato, e l'avrebbe forse stimato — era più che egli non
desiderasse.

Forse queste sue fantasie avevano un lato vero — la vanità è l'unico
rimedio dell'amore, e la compiacenza d'atteggiarsi a vittima sull'ara
della virtù può lottare, con qualche speranza di vittoria, colla
frenesia dei desiderii.

In quella sera le sale del signor Verni erano più affollate del
solito. Silvio, che sul limitare della porta avea deposto gran parte
dell'audacia che lo aveva sorretto per via nei suoi propositi, entrò
alquanto imbarazzato, parendogli che gli occhi di tutti si fissassero
sul suo volto e vi leggessero i suoi pensieri. In fondo, benchè egli
facesse mestiere di letterato, non era dei più avveduti, e se aveva una
macchia sulla coscienza, bisognava che gli salisse alle guancie.

Il signor Verni gli mosse incontro, gli porse la mano, lo chiamò: _mio
caro signore_, e lo fece sedere al suo fianco.

Silvio guardava all'intorno in cerca di Carlotta. Ne domandò a _lui_,
e _lui_ rispose che _ella_ sarebbe venuta a momenti; poi riprese il suo
ragionare brioso.

Assolutamente in quella sera il signor Verni era di buon umore. Silvio
lo pensò, e per un momento si sentì venir meno. Amareggiare così le
gioie d'un uomo onesto! colpirlo nei suoi affetti, nella sua pace!...
Ma Carlotta era così bella! Guardò ancora attorno a sè, ricercandola
cogli occhi.

— Che cercate? gli domandò il signor Verni.

— Nulla — rispose Silvio imbarazzato; e per rassicurarsi, guardò la
faccia di quell'uomo.

Era bello, assolutamente bello.

— È una cosa orribile — un marito! e da quale stampo è dunque uscito
costui? pensò dentro di sè. Ma ciò è ancor peggio, che io mi sento
attratto verso di lui, chè egli mi è simpatico, e mi pare quasi
d'amarlo.

L'esame fu brevissimo, ma completo. E riconobbe per la prima volta
sotto le linee di quel volto sorridente, una impronta di virile
severità che non disarmonizzava tuttavia coll'abituale dolcezza con cui
era uso trattare.

Da quel punto Silvio fu sulle spine; si contorceva sulla sua seggiola
come un uomo annoiato, tanto che il sig. Verni, da quella compita
persona ch'egli era, gli offerì di fare una partita agli scacchi.

— Ciò ci farà passare il tempo — aggiunse.

— Vi pare? rispose Silvio distratto; e intanto guardava sott'occhio una
porta, da cui parevagli dovesse uscire Carlotta.

— Dunque accettate? replicò l'altro.

— Accetto — stava per dire Silvio senza badare — ma in quella l'uscio
si aprì, e Carlotta entrò nella sala.



VII.

_Silvio ad Eugenio._


«Ciò che mi dici nella tua lettera d'ieri, mi fa male. Lo ignoro io
forse perchè tu debba ammonirmene?

«Non è che un anno che essa è sposa a lui», perchè farmene sovvenire?
e con qual animo mi faresti tu questo richiamo, se non dubitasti delle
mie intenzioni?

Sii franco meco; l'amicizia te ne dà il diritto, te ne dà il dovere.
Dimmi adunque, giacchè lo pensi, che io sto per commettere un'azione
indegna, che sto insidiando codardamente la pace d'un uomo onesto, che
vive al pari di me d'affetto e di speranze, che mi accoglie nella sua
casa, che mi stringe la mano...

T'intendo, t'intendo — tu non credi alla mia forza, perchè non credi
che nissuno possa amare una donna col solo fine di amarla. Il tuo
scetticismo non si smentisce. Ma io ho creduto che le mie parole
dovessero rassicurarti, e che non mi avresti stimato così debole da
infrangere il mio giuramento, nè così stolido da comperare un'ora di
voluttà a prezzo d'un rimorso.

Può essere che io m'inganni.

Da qualche tempo sono così mutato, sento l'amore in un modo così
diverso, e il mio raziocinio si è così impoverito, che non riesco a
darmi ragione dei fatti miei. Tuttavia mi pare che sarei forte, che,
anzi che costarle una lagrima, vorrei prima morire. Ma sono pur stolto
io! Parlo come se essa corrispondesse al mio amore... mentre...

A quest'ora ella sa tutto. Non so come l'animo mi reggesse a questa
rivelazione; e ne sono quasi pentito, o vorrei fuggire per non
rivederla mai più. Una forza più potente della mia volontà mi tiene qui
soggiogato; io ritornerò dinanzi ad essa pauroso come uno schiavo...

A quest'ora forse ella pensa a me; ripeterà dentro di sè le mie parole
— che dirà il suo cuore?... Il mio non batte più, s'è come paralizzato;
da ieri io vaneggio come un pazzo — vorrei dimenticarmi, vorrei
sfuggire a questa tortura del pensiero, e non mi è possibile. La notte
di ieri mi è sempre dinanzi alla mente, nè io posso staccarmene un
istante.

Me le ero seduto daccanto, e da un pezzo non le dicevo parola.
Rimuginavo dentro di me cento maniere diverse, e non sapevo qual
scegliere per palesarle l'amor mio. Più volte avevo aperto le labbra
per incominciare, e il pentimento me le aveva richiuse in un sospiro.

— Fa molto caldo, mi disse Carlotta.

— Estremamente — risposi, e non mentivo.

Volli dir di più, ma mi venne meno l'ardire. Suo marito si accostò
a noi, mi rivolse la parola, e mi sorrise; poi parlò lungamente
con Carlotta. Quando si allontanò, vidi gli sguardi di Carlotta
che lo seguivano con espressione di affetto; tutte le mie forze si
accasciarono per un istante. Se non che mi risollevai poco dopo, e
credo che la speranza non mi avrebbe mai dato tanto ardimento, quanto
me ne venne dalla certezza della sua indifferenza.

— Ho una cosa a dirvi — dissi d'improvviso arditamente.

Ella rivolse la sua faccia verso di me, affissò i grandi occhi nei miei
con espressione di meraviglia.

Non potevo più dare indietro.

— Non oso — aggiunsi balbettando.

— Diamine! diss'ella, scuotendo il capo con un sorriso mesto.

— Se voi l'indovinaste...

I suoi occhi non mi dissero nulla.

— Se potessi dirvelo in un orecchio... insistei sorridendo per
dissimulare il mio strazio.

Ebbe pietà della mia vergogna, e non attese più oltre. Si rizzò
in piedi. La guardai supplichevole, mi guardò senza rancore, senza
disprezzo, serena e mesta ad un tempo. Ahimè! non era lo sguardo con
cui ella avrebbe detto il suo amore.

M'allontanai precipitosamente da quella casa; mi cacciai in letto
smaniando e piangendo.

Dimmi tu pure che io fui sciocco; è tutt'oggi che lo ripeto a me
medesimo. Mi pare che in questo momento saprei pur rintracciar la vera
via per giungere al suo cuore. Ma è meglio che sia così; tu ne sarai
pago; il ridicolo mi ha condannato irremissibilmente — così tutto sarà
finito. Io non avrò più forza di parlarle, non so neppure se avrò forza
di rivederla.»



VIII.


Silvio stette tutto quel giorno combattuto fra mille pensieri.

Aveva stabilito di non recarsi in quella sera in casa di Carlotta, e
tuttavia parevagli che il suo orologio camminasse troppo lento, e che
tardasse troppo ad annottare. Verso il tramonto mutò proposito, e volle
andarvi; si abbigliò ed uscì: gironzò lungo tempo indeciso, e finì col
rientrare in casa più tetro di prima.

Stette alcuni giorni senza ritornare in casa del signor Verni.
Finalmente si arrese al proprio desiderio, e vi andò ancora.

Carlotta gli sorrise senza affettazione, senza ironia, senza quella
compiacenza che la certezza d'aver ispirato una passione genera
nell'animo d'ogni donna. Era calcolo, dissimulazione delicata? era
natura? Silvio lesse subito nel contegno di lei la sua sentenza, e
chinò il capo.

Erano soli in un canto della camera; ella seduta sopra un divano,
egli appoggiato ad una seggiola — la comitiva cianciava allegramente;
le belle donne gettavano qua e là sguardi provocanti, i bellimbusti
sciorinavano del loro meglio i loro giuochetti di spirito.

Silvio taceva — Carlotta agitava lentamente il suo ventaglio.

— Signor Silvio, disse ella volgendo all'improvviso la bella testa
verso di lui.

Egli si scosse dalla sua meditazione, e balbettò con fioca voce:
«signora.»

— Accostatevi, riprese Carlotta, scommetterei che vi annoiate.

— Siete in inganno; la vostra casa ha bandito la noia, rispose Silvio
sforzandosi a sorridere.

Trasse la sedia d'accanto a Carlotta, e si assise.

La bella donna continuava ad agitare il suo ventaglio. Un'audace
speranza balenò nella mente di Silvio; forse ella aveva accolto il suo
affetto, e quel suo contegno era un invito. Si fe' rosso in volto dal
piacere, mosse le labbra convulsamente per parlare.

Carlotta s'avvide.

— Ieri vi siete interrotto — disse con dolcezza, ma senza la titubanza
che suggerisce l'amore.

— Ieri... ripetè tristamente Silvio, smarrendo a un tratto ogni energia.

— Avete fatto bene, aggiunse Carlotta con un leggiero tremito, gettando
uno sguardo melanconico e pietoso sul povero Silvio.

Non dissero più nulla. Ella volgeva gli ocelli intorno, per nascondere
il suo imbarazzo, egli guardava il suolo pensando la sua sventura.

Poco dopo Carlotta si levò, ed uscì da quella sala. Silvio la seguì
cogli occhi, e rimase estatico a contemplare la porta per cui ella era
uscita. La vide rientrare poco dopo al fianco di suo marito. Che voleva
ella dirgli con ciò? Ahi! Silvio lo comprese troppo bene.

Passarono in una sala da giuoco; li seguì come attratto da una forza
invisibile.

— M'ami? domandava ella al marito.

— Me lo dimandi!

— Mi pare d'amarti come non ti ho mai amato.

Il signor Verni stringeva più forte il braccio di madama.

Silvio si tenne al muro per non cadere. Carlotta si voltava in quel
momento per districare la sua veste di raso che s'era impigliata ad un
mobile.

Si guardarono, ed arrossirono entrambi.

Quella sera fu un supplizio per il cuore di Silvio.

E tuttavia egli non sapeva allontanarsi da quella casa. Più volte s'era
trovato a fianco del signor Verni, e l'aveva guardato con un sentimento
d'invidia che non aveva potuto soffocare. Ma quel signor Verni era
così affabile, così espansivo, e così severo ad un tempo ne' suoi
modi, che quasi Silvio si compiaceva del suo strazio, pensando di aver
risparmiato peggio a quell'ottimo marito — e se non era la prepotenza
della sua passione, egli avrebbe incolpato sè medesimo di codardia. Ad
ogni modo ciò non è poco, specialmente per chi, al pari di Silvio, si
tenga sicuro dell'_onestà_ delle sue intenzioni.

Erano trascorse tre ore dacchè Silvio era giunto in casa Verni, e una
pendola sopra un caminetto suonava con squilli argentini la mezzanotte.

Il povero innamorato passò una mano nei capelli, e si rizzò da una
seggiola, su cui era rimasto lungo tempo, con animo di allontanarsi. Si
accingeva alle fredde cerimonie della partenza, e pensava che avrebbe
voluto essere sotto le lenzuola, e risparmiarsi, se gli fosse stato
possibile, l'imbarazzo di quei saluti; quando un servo annunziò due
nuovi personaggi.

Siccome le serate del signor Verni si protraevano di solito fino alle
tre del mattino, non v'era nulla di strano che quei tali giungessero
a quell'ora; ma tuttavia Silvio, che aveva lo spirito immiserito dalla
battaglia del suo cuore, ne fu sorpreso, e s'arrestò.

Quei due erano un dottore, ed un cavaliere, Felice Salvani.

Il dottore era persona conosciutissima; frequentava assiduamente le
serate del Verni, e godeva di qualche intimità con lui — il cavaliere
Salvani era uomo nuovo, che si presentava per la prima volta in quelle
sale — e ciò, secondo i calcoli di Silvio, cresceva l'inopportunità di
quell'ora.

Del resto il cavaliere era un bell'uomo, sui trentacinque anni,
d'aspetto serio, ma più per albagia che per dignità — infine era
biondo; non ce ne voleva di più perchè Silvio lo trovasse antipatico.

Senza sapersene spiegare la ragione, egli cercò collo sguardo Carlotta.
La vide in mezzo a un crocchio di signore; era pallida e guardava verso
l'uscio d'ingresso con espressione di terrore. Involontariamente Silvio
fe' un passo come per recarle soccorso; si rattenne in tempo. Il signor
Verni si accostava alla moglie seguito dal cavaliere.

Silvio rimase immobile a guardare quella scena, dominato da una
sensazione di paura e d'ira che non sapeva spiegare a sè medesimo. Vide
Carlotta impallidire maggiormente, barcollare un istante, e reggersi
allo schienale d'una seggiola per non cadere; vide la sua bocca aprirsi
per balbettare un complimento, e un sorriso sfiorare forzatamente lo
sue labbra, e indovinò l'ansia del suo petto, e lo straziante martello
del suo cuore.

Tutto ciò aveva durato un istante, nè altri che Silvio avrebbe potuto
vederlo — ma per lui era una rivelazione; egli guardava Carlotta,
guardava quell'uomo, e parevagli di afferrare le fila d'un segreto.
Ahimè! temeva d'indovinare.

Tuttavia poteva essere che egli s'ingannasse, che fosse stata
un'illusione de' suoi sensi agitati. Infine quell'uomo veniva per
la prima volta in casa Verni; e non era probabile che corresse una
segreta intelligenza fra lui e Carlotta: egli avrebbe avuto mezzo di
prevenirla, di prepararla, nè la sua venuta le sarebbe stata cagione di
sorpresa. Oltre a che — e per poco che egli fosse avveduto non poteva
ingannarsi su questo — non la sorpresa, ma il terrore aveva imbiancato
le guancie di Carlotta. Che se invece il cavaliere fosse stato altre
volte in qualche dimestichezza col Verni, come mai questi non aveva
alcun sospetto, e non s'era accorto del turbamento di Carlotta?

In tali quesiti Silvio smarriva la coscienza di sè medesimo, del suo
dolore; pensò al dottore che era uomo compitissimo e legato a lui da
molto tempo da una di quelle relazioni di simpatia che sono così presso
all'amicizia, e venne innanzi a lui con animo di averne qualche lume
sul conto di questo cavalier Salvani.

— Sapete che immagrite? disse il dottore a Silvio stringendogli la mano.

— Vi pare...

— Ne sono sicuro; scommetterei che pesate due libbre di meno.

Silvio sorrise.

— È da un pezzo che non vi si vede; interruppe gentilmente; che cosa è
stato di voi fin'ora?

— Fui ai bagni; i bagni sono un'ottima cura, che io consiglierei a voi
pure; noi altri medici moderni diciamo che l'_idroterapia_ è la pietra
angolare della medicina. I contraddittori sono eccezioni che non hanno
peso. Interrogatene i savii di tutti i tempi. Mosè ordinava che si
pregasse nell'acqua corrente; ci si vuol vedere un simbolo, ma vi è
anche un principio d'igiene...

Il dottore — nissuno lo chiamava con altro nome — aveva la debolezza
di intrattenere tutto il mondo dell'arte sua e compensarsi in tal
modo della mancanza d'una clientela. Buon uomo del resto, e pieno
di spirito, rideva a tempo opportuno di sè medesimo, e confessava
candidamente di non aver mandato nessuno all'altro mondo.

— Voi non siete venuto solo? domandò Silvio.

— Solo! è vero, volete alludere al cavalier Salvani.

— Per l'appunto. Che uomo è?

— Un cavaliere.

— Non è questo.

— Non so dirvene di più.

— Dunque non è vostro amico?

— Amico, precisamente, no. Lo conosco.

— Molto?

— Poco; i nostri rapporti sono recenti — qualche parola, e qualche
mazzo di carte scambiate insieme — e più carte che parole. È un
giocatore assai fortunato; io ho puntato spesso sulle sue carte, e gli
sono riconoscente della sua fortuna. Ecco tutto; il cavaliere non è
di Milano, conosce poche persone, mi ha pregato di fargli respirare in
qualche modo l'aria delle nostre sale, e l'ho condotto qui.

Silvio non potè saperne di più; ma era già molto che egli avesse la
certezza che l'incontro di Saivani con Carlotta non fosse soltanto
effetto del caso.

Da quel punto mutò proposito, e non volle lasciar quella casa senza
prima accertare in qualche modo i suoi sospetti.

Il cavaliere Salvani si tenne quasi sempre lontano da Carlotta; parlò
due o tre volte col marito, entrò nella sala da giuoco, perdette alcuni
biglietti di banca; impassibile sempre. Silvio lo seguiva come uno
spettro.

Finalmente quell'uomo, dopo aver gironzato alcun poco attorno a
Carlotta, prese il partito di sedersele vicino. Silvio si arrestò di
botto; e pose una mano sul cuore a reprimerne la frequenza dei battiti.

Carlotta vedendo quell'uomo aveva fatto un movimento di ripugnanza, e
aveva tentato allontanarsi; ma il cavaliere l'aveva guardata fisso con
uno sguardo imperioso; la poveretta a quello sguardo aveva tremato come
al tocco d'una pila, e s'era arrestata.

Silvio non pensò ad altro, e si fece innanzi per porsi anch'egli a
fianco di Carlotta. Questa lo vide, ne indovinò l'intenzione, e fe' un
atto di gioia — e facendogli posto sul divano:

— Qui, gli disse tremando, signor Silvio...

V'era tale abbandono in quelle parole, che Silvio ne fu commosso.

Senza dubbio Carlotta anch'essa s'accorse d'essersi spinta troppo
oltre, e tentò di mitigare con uno scherzo stentato la vivacità di quel
richiamo.

Silvio e Felice si trovarono così l'uno in faccia all'altro; si
guardarono immobilmente un istante, sfidandosi a vicenda, e volendo
costringere l'un l'altro ad abbassare gli occhi per il primo, Silvio
non cedette punto; il cavaliere sogghignò amaramente, si levò in piedi,
salutò, e si allontanò gettando un ultimo sguardo sopra Silvio, che lo
accolse impassibile. In quello sguardo era giurato un'odio.

Carlotta aveva chinato gli occhi sopra un albo di paesaggi.

— Osservate, diss'ella a Silvio appena il cavaliere fu partito — che
incantevole veduta! ci sono stata; ecco laggiù il lago di Costanza, e
qui a sinistra la città di S. Gallo.

— Infatti..

— Non avete voi visitato la Svizzera?

— Infatti.... io non ho visitato la Svizzera.



IX.

_Silvio ad Eugenio._


«Ti avevo promesso di non parlarti più di questo mio amore, ti avevo
promesso che mi sarei fatto forza, che avrei vinto me stesso ed avrei
dimenticato. Non credere che io intenda fallire così al mio proposito;
se te ne scrivo ancora non è perchè io non voglia dimenticare, ma sì
perchè non ho ancora dimenticato.

Un istinto più potente della mia volontà, un istinto fatto più di
compassione e di curiosità che d'amore, mi riavvicina a quella donna.
Ho dovuto ritornare in sua casa dopo essermene allontanato alcun tempo,
e ti giuro che, se non fosse stato di quell'uomo, io non vi sarei
ritornato più; avrei subìto la mia sorte, avrei domandato la pace ad
ogni cosa, anzi che straziarmi in questa sterile lotta d'un amore non
corrisposto. Ma sapere che un altro era vicino a lei, e tentava forse
con maggior fortuna le vie del suo cuore, era troppo gran strazio; io
non poteva aggiungerlo alle mie torture, senza soccomberne.

Sono dunque ritornato in quella casa. Non l'avessi fatto mai! Vi ho
perduto la sola cosa che mi fosse ancora cara, la fede incontaminata
nella virtù di Carlotta.

Io non ho il diritto di farmi giudice delle sue azioni, ma tuttavia non
posso chiudere dentro di me questa condanna che mi viene sulle labbra.
Ho voluto difenderla, ho pensato l'amore che ella ha per suo marito, e
l'apparente ripugnanza che dimostra per questo assiduo corteggiatore;
ma tutto ciò non basta. Se fra di loro non v'ha vincolo d'amore o
di colpa, quali diritti così possenti può egli vantare sull'animo di
Carlotta?

Vorrei pure illudermi ancora, vorrei poter essere ancora in tempo, e
fuggire recando meco la mesta croce dei miei dolori, e le mie ultimo
illusioni. Oh! le mie illusioni! povera corona sfrondata!... Ma oggi
è inutile; dovunque io andassi, avrei dinanzi agli occhi l'immagine
di quest'uomo che mi ha avvelenato la sola gioia che m'era rimasta,
la gioia del sacrificio. Nulla più può salvarmi, se non la certezza;
di qualunque natura ella sia, pur che mi tolga da questo dubbio
inesorabile che mi cammina a fianco, che si appoggia al mio capezzale
e affanna i miei sonni coi suoi quesiti, che mi rode le viscere come un
tarlo. Ma che dico! posso io dubitare ancora, dopo ciò che è avvenuto?
Ah! se un dubbio v'è nella mia mente, è la mia mente che lo nutrisce;
l'anima mia vigliacca vede la certezza, e ne rifugge impaurita, e si
dibatte con un vacuo fantasima, meglio che desistere dalla lotta.

Giudicane tu stesso.

Erano venti giorni che io non andava più in casa di Carlotta. Vi andai
oggi dopo il mezzodì. Avevo in mente di scusare per tal modo la mia
assenza; in cuore di rivederla, di combattere ancora per contendere
l'amore di Carlotta a quell'odiato rivale. A quell'ora io mi sarei
trovato solo con essa, o almeno non avrei avuto intorno a me il volto
marmoreo di quel biondo cavaliere; forse... che dico? io era giubilante
di questa determinazione; guardai il cielo, e mi parve bello; i volti
umani, e mi parvero più sereni; la speranza giovine e robusta rinasceva
nel mio povero petto.

Entrai nella sua casa tremante; la signora era nelle sue camere,
il sig. Verni uscito poco prima. Mi feci annunziare a Carlotta ed
attesi. Il servitore ritornò a dirmi che la signora mi faceva pregare
d'attenderla un istante nella sala. La gioia mi rendeva insensato:
seguii macchinalmente il servo che mi precedeva.

Entrando nella sala, udii il rumore d'una porta sbattuta con violenza.
Mi rivolsi; era la porta che metteva nelle camere di Carlotta; la
spinta era stata così violenta, che l'uscio aveva rimbalzato senza
chiudersi, e la maniglia tremolava ancora.

Rimasi solo, e contemplai sbigottito quel luogo in cui avevo
passato tante sere felici; la luce del giorno me lo rendeva quasi
irriconoscibile.

Fui tolto alle mie meste fantasie dal suono d'una voce che partiva
dalle camere di Carlotta. M'accostai all'uscio che era rimasto
socchiuso; la voce pareva venire dal fondo della camera; era d'uomo.
Non potei vincere la mia curiosità; ahimè, era certamente assai più che
curiosità! appoggiai la testa contro l'uscio, ed ascoltai vergognando
della mia debolezza.

Erano due voci, e parevano contendere; l'una più robusta, più
imperiosa, ed era quella d'un uomo; l'altra supplichevole e fioca,
d'una donna, forse di Carlotta. Un freddo sudore spuntò sulla mia
fronte; tesi l'orecchio per ascoltare, ma le parole non giungevano fino
a me che stentatamente.

— Verrete? domandava quell'uomo, e l'altra replicava fra i singhiozzi.

— Verrete? insisteva il primo.

Mi venne in mente che fosse lui, il cavalier Salvani; e immaginai
Carlotta pallida, lagrimante, stretta dalle mani audaci di quell'uomo.

La pietà me l'imponeva, il mio amore me ne dava diritto; posi la mano
sulla maniglia della porta, e feci per entrare.

— Verrete? ripetè ancora una volta quella voce.

Un gemito straziante le rispose, poi alcuni passi affrettati, poi più
nulla.

Mi appoggiai al muro un istante, e tentai invano di ricompormi.

Carlotta entrò; la salutai freddo, ella sorridente. La guardai negli
occhi; aveva pianto... Mio Dio! Mio Dio! E quell'uomo dunque? ah! è
cosa da perdere la ragione...

«Verrete?» Era una preghiera? no, era un comando — ma dove? quando?
e qual sarà stata la risposta di lei? Stolto! e posso io dubitare
ancora?»



X.


In tutta notte Silvio non potè dormire un solo istante; il fantasma
della sua sciagura s'era seduto sul suo letto; i suoi occhi lo
fuggivano, ma invano — quel fantasma gli era sempre dinanzi. E pigliava
le forme più spaventose, e gli atteggiamenti più strani. Terribile
strazio, notte interminabile; il primo raggio di sole illuminò la sua
fronte madida di sudore. Egli salutò quella luce come un benefizio.

Abbandonò il suo letto ed uscì; che aveva in mente? nulla; e tuttavia
non avrebbe potuto restare un istante di più sotto quella volta, fra
quelle mura che erano state testimonii di quella notte passata nel
delirio e nella febbre dell'insonnia. Gironzò a caso gran tempo; senza
avvedersene e quasi istintivamente, egli si era spinto fin presso
all'abitazione di Carlotta. S'inoltrò; vide le sue finestre e i suoi
vasi di ciclamini, i fiori che essa amava sovra tutti gli altri, e si
fermò sulla via a contemplarli melanconicamente. Gli ritornarono in
mente le segrete battaglie del suo timido amore.

Trascorse gran parte della mattina senza che egli avesse potuto
decidersi ad abbandonare quei luoghi. Guardava tratto tratto alle
finestre, sperando il povero conforto di vederla ancora una volta prima
di abbandonarla per sempre.

Improvvisamente si accorso d'una donna che lo precedeva di un
centinaio di passi e che egli non aveva visto passare innanzi. Vestiva
semplicemente, ma con eleganza; gli volgeva le spalle, e s'allontanava
a passi rapidi. Il cuore di lui rianimava le suo tempeste; parevagli
di riconoscere Carlotta; all'andatura e alle spalle avrebbe giurato
che era dessa. La ragione lo veniva confortando in questa credenza;
quella donna gli era apparsa dinanzi in un solo tratto; sarebbe stata
troppo strana cosa che gli fosse passata dinanzi ed avesse tardato
tanto a vederla. Era dunque uscita da una porta; la sua distrazione gli
spiegava che non l'avesse vista ad uscire; ora la porta dell'abitazione
di Carlotta si trovava per l'appunto a tal distanza che tornava bene
coi suoi calcoli. Così pensando affrettava il passo dietro a quella
donna, procurando di tenersi alle muraglie per celarsi.

Perchè la seguiva egli? non lo sapeva. Se pure avesse avuto la certezza
che quella donna era Carlotta, avrebbe egli osato arrestarla sulla
via e parlarle? E parlarle di che? Certamente non pensava nulla di
tutto ciò; la seguiva non già per raggiungerla, ma per seguirla; anzi
quando gli parve di guadagnare troppo cammino, rallentò il passo per
mantenersi alla stessa distanza.

Ella s'era voltata più volte, ed egli aveva aguzzato il suo sguardo, ma
un fitto velo le nascondeva il viso. Allora solo Silvio ricordò quella
parola udita il giorno prima, e gli parve d'udirla ripetere ancora
malignamente al suo orecchio:

_Verrete?_

— Oh! ella adunque si reca a quel convegno, non vi è più dubbio — disse
fra sè gemendo, e accelerò il passo.

Quella donna camminava sempre innanzi a lui. Guardandola più attento,
gli parve che si fosse ingannato e che non potesse essere Carlotta; le
forme e le movenze eran di Carlotta, ma mancavano due linee alla sua
statura, per poter dire che la fosse davvero. Egli non poteva errare;
l'aveva vista tante volte....

— Oibò, conchiuse, non è Carlotta.

Tuttavia non seppe risolversi di arrestarsi e proseguì, sebbene più
lento, nel cammino che gli veniva segnato da quell'incognita.

Ad uno svolto di via il cuore gli battè più celere, il velo di quella
donna s'era sollevato alquanto, e gli occhi penetranti di Silvio erano
passati come un dardo in una feritoia.

— È dessa, è dessa — ripetè sconfortato.

E questa volta accelerava il passo con frenesia; se non che non andò
molto che si arrestò un'altra volta. Aveva misurato ancora la statura
di quella donna, e assolutamente le mancavano due linee per farne una
Carlotta.

Non osando più affermare nulla dentro di sè, si lasciò guidare
macchinalmente, spinto da quella che si può chiamare la forza d'inerzia
della volontà, e che è pelle nature variabili e deboli la sola
direttrice delle azioni.

Camminò di tal guisa gran tempo; parea che quella donna errasse
capricciosamente, come se temesse d'essere seguita, e volesse sviare
ogni ricerca. Pure egli era certo di non essere stato veduto.

D'un tratto l'incognita si fermò, e guardandosi attorno, entrò d'un
balzo in una carrozza da piazza, che pochi istanti dopo partì al
galoppo.

Silvio s'arrestò sbigottito.

Un'altra carrozza gli veniva incontro, e il cocchiere dall'alto del
cassetto agitava lo staffile per richiamarne l'attenzione ed offerirgli
i suoi servigi.

Silvio corse incontro a quell'uomo.

— Hai tu veduto quella carrozza che è partita or ora?

— Il numero 102.

— Ti basta l'animo di raggiungerla e di seguirla?

— Per raggiungerla gli è l'affare di cinque minuti; le gambe di _Lupo_,
ed accennava il suo cavallo, sono d'acciaio. In quanto a seguirla, se
anche io chiudessi gli occhi, Lupo le terrebbe dietro ugualmente; egli
conosce meglio di me il numero 102, perchè lo ha giorno e notte dinanzi
agli orchi. Vedete ho il numero 103 io...

Silvio non aveva ascoltato che a metà le ciancie di quell'uomo; s'era
cacciato in carrozza e avea rinchiuso, sbattendolo, lo sportello.

La carrozza partì come una furia.

In breve il numero 103 fu dietro al numero 102; allora rallentò il
passo.

Il numero 102 svoltò in una via, svoltò in un'altra, in un'altra
ancora, e il 103 dietro sempre come un'ombra. Allora parve che
l'incognita si fosse accorta d'essere seguita, perchè d'un tratto il
102 si slanciò al galoppo. E il numero 103 dietro egli pure al galoppo.

A quella corsa sfrenata i passeggieri si davano da banda spaventati.

— Passale innanzi — gridò Silvio al cocchiere.

La povera rozza tremò sotto lo scoppiettio della frusta, e accelerò
ancora la sua corsa. Silvio appoggiò il capo allo sportello, tenendosi
nascosto dietro le tende; aveva speranza di veder quella donna e di
riconoscerla, e voleva darle a credere di non essere inseguita, per non
stornarla dal suo proposito.

Il numero 103 raggiunse il 102.

La corsa delle due carrozze era così rapida, che, prima di passar
oltre, si trovarono di fronte un breve tratto. Silvio vide le tende
calate, e l'estremità di una mano che spuntava dietro i vetri. Il volto
di quella donna era là... dietro... sbigottito forse e tremante.

La carrozza passò oltre.

Il 102 approfittò di quel momento, e voltò a sinistra. Silvio non
sentì più il rumore delle ruote dietro di sè. Ahi! essa dunque gli era
sfuggita.

Lungi dall'arrestarsi, il cocchiere tirava diritto al galoppo, e giù
staffilate sul disgraziato _Lupo_.

— Lasciatemi fare, gridava dal suo cassetto a Silvio che gli comandava
d'arrestarsi.

La carrozza volava, radendo il terreno come una freccia. Silvio
intese il rumore delle ruote farsi più sordo, e cessò affatto d'udire
l'alternato scalpitare delle zampe di _Lupo_ sul lastrico. Allora levò
il capo dallo sportello, e conobbe d'essere nella Piazza d'Armi.

Una carrozza privata era ferma nel mezzo della piazza; parve che il
cocchiere di quella, vedendo una carrozza accostarsi, si ripiegasse
indietro per pigliare degli ordini; infatti poco dopo tirò le redini,
e mosse lentamente incontro al numero 103. Il cocchiere del numero 103
dal suo canto rallentò le redini sul collo di Lupo, e lasciò che egli
si avanzasse al piccolo trotto.

All'improvviso la carrozza privata mutò direzione, e volse a sinistra;
da quella parte un'altra carrozza arrivava di galoppo. Silvio riconobbe
in essa il numero 102, smarrì le forze, e dovette abbandonare lo
sportello.

Un'istante dopo diede ordine al cocchiere di passar oltre per non
insospettire.

Allora appoggiò la fronte ardentissima sul piccolo finestrino
posteriore, e guardò con occhio smarrito ciò che stava per succedere. E
vide le due carrozze arrestarsi l'una presso all'altra, e lo sportello
del numero 102 aprirsi, e contemporaneamente aprirsi lo sportello
dell'altra; poi un piede piccolo appoggiarsi sul predellino del
numero 102, ed uscirne una donna velata. Silvio rattenne il respiro
per concentrare negli occhi tutta la sua vita... Un grido proruppe
soffocato dal suo petto; no, egli non poteva più oltre dubitare: quella
donna era Carlotta.

La vide attraversare il breve tratto di via che la separava dall'altra
carrozza; e una mano sporgersi per aiutarla a salire; poi null'altro;
le lagrime gli oscuravano la vista.

Poco dopo un polverio lontano segnava ancora il sentiero di quella fuga.

— Devo seguirli?... domandò il cocchiere, accennando col dito la
carrozza che si allontanava.

— No; rispose Silvio con voce cupa.

— Volete che mi accosti al numero 102?...

Senza aspettare la risposta, spinse Lupo al galoppo.

— Arresta; gridò Silvio.

La carrozza si fermò. Silvio si fe' condurre dinanzi all'abitazione del
signor Verni; e quivi discese.

— Uscirò da questa incertezza fatale, mormorava fra i denti salendo le
scalinate.

— Voi qui, signor Silvio! disse una voce daccanto a lui.

— Voi, signor Verni!

— Vi fa meraviglia?

— Tutt'altro, vi cercavo.

— A meraviglia; sono agli ordini vostri.

— Voi uscite?

— La mia solita passeggiata. E che cosa volevate dunque da me?

— E la vostra signora moglie?

— Sta bene; è uscita anch'essa.

— Uscita....

— Da un'ora, una visita ai suoi poverelli; quest'oggi è il
sabbato. Attaccatevi al mio braccio, mi parlerete del vostro affare
passeggiando.



XI.

_Silvio ad Eugenio._


«Non so darmene pace. Ed è possibile spingere la semplicità a questo
punto? e voler ritessere di propria mano nuovi inganni alla mente,
perchè ella asserisca ciò che non può pensare? Pure è questa da qualche
giorno la mia tortura. E m'affatico stoltamente a deludere il mio buon
senso, per poter credere ancora alla virtù di quella donna.

La virtù, la virtù! sempre questa parola che enfia pomposamente le gote
degli ipocriti; questa che noi chiamiamo virtù è maschera di più fino
lavoro delle altre, ma maschera al pari delle altre; il mondo tutto è
una mascherata ridicola; e chi non ha labbra da ghigni beffardi, non
ha petto da starsene fra gli uomini e farà meglio ad andarsene. Poni
la virtù sopra una bilancia, e dimmi quanto pesi; interroga i mercati,
e che ti si dica il prezzo di questa merce; incontrerai molte virtù
da vendere — ma la virtù non già, perchè non è cosa di terra — Se oggi
ci venisse un istante, un usuraio la porrebbe all'incanto, e domattina
l'avrebbero violata.

Hai forse ragione, mio ottimo Eugenio; e in questo momento sono assai
più disposto a convenire teco; ma sono ben otto giorni che mi arrovello
a contraddirti e a persuadermi del contrario. Che vuoi? Sono oramai
così debole, che mi appiglio ad ogni cosa che possa arrestarmi in
qualche modo su questo fatalissimo pendio che mena all'apatia. Gli
uomini sentono di buon'ora questo bisogno; se non che, quando si ha
esuberanza di passioni e di forza, il dubbio sfiora il cuore senza
passarlo; e se un disinganno tarpa le ali per un istante, bentosto la
speranza le rinnova più robuste.

La gioventù è l'inno dell'amore — si è giovani, e si ama — a qualunque
prezzo, anche a prezzo del dolore e del sagrifizio — si ama perchè
giovani, si è giovani perchè si ama.

In questa effervescenza di vita e di affetti si esaurisce rapidamente
la gioventù e l'amore — colla gioventù la forza, coll'amore la fede,
però che la fede è un'amore.

L'indifferenza, fredda, muta, desolata ci galoppa alle spalle; ieri era
l'avvenire e il passato; oggi è l'oggi — inesorabilmente.

Io lo sento, e vorrei sottrarmi a questa barbara legge, vorrei
sottrarmi a me stesso, al peso della mia memoria e della inerzia
della mia fantasia. Vorrei... oh! sì; strapparlo dal seno questo cuore
impotente.

Ecco forse perchè m'affanno a credere ancora alla virtù di Carlotta.

È un fantasma vano, tu dici; che importa? è pur sempre una fede, è
pur sempre un amore; non è più Carlotta che io domando al cielo, sono
le mie passioni, i miei affetti, il mio cuore. Non è Carlotta, ma il
pensiero di Carlotta.

Ah! la memoria di quel giorno mi toglie il senno. Spingere a tal punto
la perfidia; ingannare un uomo che non vive che di lei, che ella
dice d'amare, con cui divide il tetto, la mensa e l'avvenire.... e
ingannarlo per chi?

Quel signor Verni è pure la buona persona; affettuoso, cortese,
dignitosamente austero; ma che monta tutto ciò? egli è un marito;
conviene che egli sia giudicato come tale, e amato come tale. Amato...
sì; e non è possibile che io m'inganni. Carlotta ama suo marito... E
perchè dunque?... Enigma tormentoso, indefinibile mistero del cuore
d'una donna, chi mai saprà leggere nelle tue pagine capricciose?

Mi sono recato più volte, dopo quella giornata, in casa di Carlotta.
La vidi mesta, pallida, stravolta: tale un giorno, tale sempre. Che
può ella avere che l'affanni? Il rimorso forse? Menzognera e meschina
e falsa riparazione questa del rimorso... «La poveretta ha errato, ne
soffre». Infamia, infamia; nissuna pietà per la colpa che mendica il
perdono colle vesti del pentimento.

Se l'immagine della vostra colpa può tanto sull'animo vostro da
rendervi infelice, perchè mai non potè arrestarvi prima di commetterla?
«Un istante di debolezza». Verissimo. Ma poichè foste deboli
nell'errare, siate forti nel subirne la penitenza — non vogliate lavare
l'onta colle lagrime, la debolezza colla debolezza, il vizio colla
menzogna.

Quell'uomo, quel cavaliere Salvani, non è più venuto in casa Verni dopo
quel giorno. M'ingannerei io dunque? Io sono pure lo stolto giocoliero
ad affannarmi per ingannare me stesso. Potessi colle mie stupide
querele arrestare un istante il fantasma della mia fede, e morire
con essa! Morire benedicendo ed amando, morire col pensiero di lei,
coll'immagine di lei dinanzi agli occhi, la mia bocca fremente sulla
sua fronte purissima... la sua fronte purissima!... Irridimi cinico,
irridimi; la tua beffa non può ferire il mio delirio».



XII.

_Silvio ad Eugenio._


«Ancora.... sì, ancora di lei; ne ho la mente piena, ne ho il cuore
pieno. Non posso nulla contro la prepotenza di questo affetto.

Le dure parole della tua ultima di dieci giorni fa mi hanno ferito
vivamente nel mio amor proprio. Ho voluto aspettare a risponderti per
dirti: «Rifaccio i tuoi passi, sarò ad Huesca quanto prima...» Che
mi rattiene ora dal farlo? Lo ignoro, ma mi è tuttavia impossibile
abbandonare Milano. E d'altra parte abbandonare una città non
è abbandonare i nostri affetti, le nostre memorie; e se potessi
spogliarmi di queste, non vorrei allontanarmi da Milano.

È la centesima volta che io giuro a me stesso di non rivederla più;
questa volta mancò poco che io riuscissi, e sarebbe stato merito tuo.
Non è mia colpa se il mio proposito, ed era saldissimo, ha fallito;
giudicane tu stesso.

Erano quindici giorni che non era stato in casa di Carlotta; non vi
sarei andato più; se non fossero bastate le mie forze, avrei riparato
nelle tue braccia per sottrarmi ad ogni tentazione. Propositi saggi,
tu lo vedi. Questa mattina sono stato svegliato da un raggio di sole,
e mi sono levato meno triste. Ho aperto le finestre, e un'onda di lieti
pispigli ha invaso la mia piccola casa. Razza spensierata quei passeri!
Uscii meglio disposto a sopportare la noia di me medesimo.

Ho gironzato alcune ore senza pensiero; mi sono cacciato dappertutto;
ho guardato con molta attenzione le mostre dei negozii, ed ho
interrogalo con insistenza il volto dei passanti. «Costoro sono tutti
galantuomini, mi sussurrava il mio demonio; camminano a due a due; e
si danno il braccio, e cianciano. Cianciano tutti, e di che mai? Vedi
soave ricambio di sentimenti!»

Ascoltavo stupefatto le rotte frasi dei loro discorsi, e tentavo
indovinarne il senso. Buona occupazione per gli sfaccendati; ma per
me era più che un'occupazione, era meraviglia; e ti giuro che ce ne
volle prima che mi ricordassi che appartengo anch'io alla razza dei
galantuomini.

Suonava il mezzogiorno, e senza avvedermene io m'era spinto entro i
viali serpeggianti dei giardini. Le belle anitrelle! le belle magnolie!
e sopratutto i bei raggi di sole!

Guardai innanzi a me — povero mio cuore! — era dessa!

Veniva lentamente appoggiata al braccio di suo marito. Il mio primo
pensiero, credilo, fu quello di sfuggirla, e girai intorno la sguardo
ricercando un sentiero per la mia fuga; ma essi mi avevano già visto.

Carlotta era pallida, abbattuta, come se fosse uscita appena allora di
malattia; il suo profilo s'era allungato, e i suoi grandi occhi pareano
ingrossati più ancora, e guardavano con sguardi così languidi... Ma io
sono pur sciocco a intrattenere il tuo cinismo di queste miserie.

Mi salutarono per i primi; il rossore mi salì alle guancie.

Domandai notizie della salute di Carlotta, balbettai alcune scuse
per non essermi più recato in casa loro. Non udii le loro parole di
rimprovero; ma mi parvero tali. Dolci rimproveri!

Quel signor Verni è proprio una carissima persona, e sua moglie così
bella! Io vorrei pure amarli entrambi...

Mi accompagnai un breve tratto con essi, e vollero farmi promettere che
sarei andato a far loro visita. Promisi. Poteva io non farlo?

Ed ora? Tutt'oggi non ho fatto che pensare ad essa: ho ripetuto mille
volte ogni sua parola. È così dolce la sua voce! Ne sento ancora
l'armonia, come fremito d'arpa lontana. Ho dimenticato i miei passeri;
il loro cinguettìo mi è indifferente, quasi importuno; e se penso
alla gioia d'essere amato da quella donna e udirlo ripetere dalle suo
labbra... credo che impazzirei.

E dire!... ah, perchè non posso io contemplare un istante questa cara
visione, senza che vi si mesca quell'orribile pensiero? E se io la
calunniassi, se non fosse lei quella che ho veduto? Incertezza crudele.

Ritornerò, sì, ritornerò nella sua casa; un'ultima volta, e ti
prometto che avrò fatto prima le mie valigie. E sarò teco a dividere la
solitudine di quel dannato paese più presto che tu non immagini; e ci
consoleremo a vicenda».



XIII.


Silvio lasciò passare alcuni giorni senza sapersi risolvere a ritornare
in casa di Carlotta.

Se avesse dovuto ascoltare la voce della sua passione, egli vi si
sarebbe recato molto prima, e già più volte era stato per arrendersi al
desiderio; ma poichè egli aveva promesso ad Eugenio, e più a sè stesso,
che quella visita sarebbe stata l'ultima, non aveva ritrovato ancora
dentro di sè tanta forza da appigliarsi a quell'estremo partito.

Se non che suole avvenire delle anime deboli che spesso s'inducano dopo
molta riluttanza ad affrontare un dolore, solo perchè non hanno forza
di ribellarsi ad una determinazione presa. La scrupolosa osservanza
delle promesse che gli uomini fanno a sè stessi, non è sempre, nè
per tutti gli uomini, indizio di forza; anzi lo _scrupolo_ è sempre
debolezza. L'indugiare è una lotta, ma la lotta del debole; l'adempiere
dopo l'indugio è un arrendersi dopo la lotta; novello indizio di
debolezza.

Una mattina Silvio si alzò giurando che al pomeriggio sarebbe andato da
Carlotta, e che il domani avrebbe lasciato Milano.

Non erano ancora lo due dopo mezzogiorno, ed egli entrava nel portone
del palazzo Verni.

Su per le scale immaginò l'imbarazzo che avrebbe provato dinanzi a
Carlotta, quando egli si fosse lasciato cogliere alla sprovveduta;
però si premunì disponendo il corpo a certa disinvolta noncuranza, che,
secondo i suoi calcoli, doveva fare una profonda impressione.

Carlotta era sola.

Sebbene Silvio fosse venuto con animo di salutare anche quel buon uomo
del signor Verni, questa notizia gli fece piacere, e sentì ad un tratto
svanire gran parte di quella forza fittizia su cui egli aveva riposato
così securamente. Ad ogni modo non si diede per vinto, e col più
insulso cinguettìo di cui fosse capace, domandò a Carlotta della sua
salute, della preziosa salute del signor Verni. Carlotta s'era rimessa
completamente, e il signor Verni era sempre stato a meraviglia. Silvio
assicurò d'esserne lietissimo; e continuò a dire con una rapidità
prodigiosa di cento ultime notizie che Carlotta ascoltava colla più
bella grazia di questo mondo.

— Rimessa completamente — andava intanto ripetendo fra sè e sè, e
gettava alla sfuggita uno sguardo sul viso fresco e rosato della
vaga creatura, non osando contemplarla per paura di perderci il suo
frasario.

— Io parto — disse alla fine con aria distratta.

— Partite! esclamò Carlotta con accento di sorpresa.

Silvio stava per aggiungere qualche cosa, ma levando gli occhi
s'incontrò in quelli di Carlotta che lo guardavano con una strana
espressione di mestizia. Allora fu perduto, s'ingarbugliò, balbettò
frasi sconnesse, poi non disse più nulla.

Carlotta continuava a guardarlo sott'occhi; forse ella aveva letto
nell'anima di lui, e quello sguardo rivelava la pietà.

Ma l'immaginazione degli innamorati ha le ali più robuste e
s'accompagna nei voli colla speranza.

Per Silvio quello sguardo voleva dire ben altro; era un amore
corrisposto, una fiamma celata, era il profumo che tradiva un affetto
dissimulato. Tremante e pallido egli ricercò quello sguardo avidamente.

Carlotta volse gli occhi altrove. Era un riguardo; e tuttavia Silvio ne
fu addolorato. Vi fu un istante di silenzio.

— Noi siamo pur soli — pensò Silvio; io potrei...

— Lasciate Milano per molto tempo? — domandò Carlotta all'improvviso.

— Lo ignoro... Dipenderà dalle circostanze.

Carlotta aveva strappato un giacinto bianco da un piccolo vaso, e lo
sfogliava lasciandone cadere i petali sulle sue ginocchia. Silvio stava
muto a guardarla.

La sua posizione diventava sempre più imbarazzata; ma egli non se ne
accorgeva più; non temeva più il ridicolo; non cercava più di celare
sotto un'apparenza fredda e contegnosa il tormento della sua passione.

Si era svelato, e lo sapeva. Non aveano detto parola, e pure s'erano
compresi. Egli aveva detto l'amore; essa la pietà. Il silenzio ha
delle grandi rivelazioni. Carlotta aveva pietà di lui; non poteva
più dubitarne. Era bastato un momento ad apprendergli tutto, a
farlo ricadere dall'altezza delle sue fantastiche speranze, nella
rassegnazione dell'uomo che non domanda altro che il compianto. Uno
sguardo aveva sprigionato nel suo petto i sogni e le ebbrezze del
desiderio e dell'amore, uno sguardo lo aveva ricacciato nel suo nulla.

In questo breve periodo di folle abbandono egli aveva perduto la sola
forza che potesse contrapporre allo slancio della sua passione, la
maschera d'indifferenza sotto cui aveva celato il suo cuore.

Tuttavia la pietà della donna che si ama è un gran conforto per le
sventure degli amanti; v'ha in essa un profumo soave, una dolcezza
lusinghiera che compensa in certo modo del rifiuto dell'amore. Forse
anche la pietà è amore; però le donne che vivono per amare, allora che
non amano, compiangono.

Silvio s'era spogliato dell'orgoglio dell'uomo, e s'inchinava a
raccogliere gli sguardi di quella pietosa. In quel punto non ricercava
di più; gli pareva follia che si potesse preferire l'amore colpevole,
alla virtuosa dolcezza di quel compianto.

— Forse ella mi avrebbe amato — pensò. Povero conforto per la vanità
delle anime volgari; grande per la vanità delle anime elette.

— Dove andate? domandò ancora Carlotta.

— Che so io? In Ispagna forse, viaggierò per distrarmi. Vi è forse
ancora disseminata pel mondo qualche gioia elio possa pagare l'aridità
della mia vita presente. Cercherò.

Silvio sorrideva senza amarezza; quelle parole gli venivano dal cuore.

— Ne avete diritto: aggiunse Carlotta. Voi siete giovine.

E pronunziò queste parole con tale accento di mestizia, che Silvio ne
rimase colpito.

— I dolori invecchiano, disse Silvio.

— È vero, i dolori invecchiano.

Per alcun tempo si rifecero mutoli. Silvio non cercava di rompere
il silenzio; quel silenzio era per lui la sola cosa che dava ai suoi
rapporti con Carlotta quella tinta di confidenza che gli era così cara.

— Viaggiate solo?

— Solo.

— Fate conto di ritornare a Milano?

— Lo spero.

— Ci rivedremo.

Silvio non rispose; e levò gli occhi al cielo.

— Vostro marito? domandò poi commosso.

— È uscito.

— Avrei avuto caro di salutarlo.

— Si offenderebbe se non lo faceste. Egli vi stima; gli siete simpatico.

— Egli!

— A qual giorno è fissata la vostra partenza?

— Più presto che mi sarà possibile. Vedrò vostro marito.

La conversazione morì un'altra volta sulle loro labbra; ma le loro
anime parlavano un linguaggio ben più eloquente.

Ella scherzava col gambo sfogliato del giacinto; egli guardava i
petali caduti sul tappeto. Pensavano entrambi, entrambi mesti e pronti
a sorridere di quel sorriso che fa così bella la mestizia. Una soave
intimità non rivelata da prima spirava dai loro atti. Si conoscevano
appena e pure potevano leggere nel pensiero l'un dell'altro.

Silvio pensava a raccogliere i petali del giacinto; Carlotta si levò a
metà, e battendo sulla veste, fece cadere quei petali che vi si erano
attaccati. Silvio s'inchinò lentamente e li raccolse; risollevandosi
incontrò il volto sereno di Carlotta. Non s'era offesa dell'audacia, ed
egli lo sapeva.

— Li terrò sempre meco, disse Silvio sorridendo; mi porteranno fortuna.

— Sono fiori melanconici i giacinti.

— Li avrò più cari per questo. Mi faranno sovvenire di voi.... Siete
così bella!.... aggiunse scuotendo il capo mestamente.

Carlotta tacque.

In quel punto un servo venne ad annunziare il cavaliere Salvani. A quel
nome due grida morirono soffocate sulle labbra di Silvio e di Carlotta.
Si guardarono in volto, entrambi muti e tremanti. In quello sguardo
smarrito Silvio lesse la condanna che il dubbio aveva sempre trattenuto
nel suo cuore. Quella donna meritava il suo disprezzo.

Il cavaliere Salvani entrò, e si tenne ritto un istante sull'uscio
senza inoltrarsi. Carlotta pareva oppressa da un'ansia mortale.

— Io vi lascio, le disse Silvio; e fe' atto di allontanarsi.

Carlotta levò gli occhi verso di lui, come ad implorare la sua pietà e
pregarlo di fermarsi.

Silvio non intese, o non volle; salutò, ed uscì.



XIV.


Non era facile cosa abbandonare quella casa; però Silvio non fu appena
sulla via, che conobbe come quell'impresa fosse superiore alle sue
forze. Avrebbe desiderato che una furia lo avesse trascinato seco, e
tanto per dar prova della sincerità delle sue intenzioni, si mosse a
passi agitati.

Ma la sua gelosia era più forte del suo sdegno, e gli troncò
inesorabilmente il cammino.

Ritornò indietro lentamente, ma colla tempesta nel cuore. Che aveva in
animo di fare? Egli non aveva ancora risposto a questo quesito. Cento
propositi insensati turbinavano nella sua mente; non accettava, non
respingeva nulla. Venuto dinanzi alla casa di Carlotta, egli si sentì
crescere lo sdegno; collo sdegno il disprezzo. — Volle fuggire un'altra
volta, ma non si mosse. Levò il capo e guardò le finestre, come ad
interrogarle dei misteri che esse nascondevano. Allora in un lampo più
forte d'ira, pensò di risalire le scale, di sorprendere quell'uomo,
d'insultarlo, di strapparlo a forza dalle braccia di Carlotta. Ma quali
diritti poteva egli vantare per far ciò? Diritti! V'era pure chi ne
aveva.... il signor Verni! E perchè non l'avrebbe egli avvisato, perchè
non sarebbe andato in cerca di lui a dirgli: «badate, vostra moglie
v'inganna?» E Carlotta? Che sarebbe stato di lei? E poi, scendere
a tale bassezza, farsi delatore, forse calunniatore.... Infine egli
non aveva la certezza. Poteva ben essere che altri misteriosi legami
unissero quell'uomo a Carlotta. Amante od amico, sarebbe stato accolto
con piacere. Tale adunque non era, poichè Carlotta aveva dimostrato il
contrario.

Ritessè nella mente tutta la tela dei suoi sospetti, e disse a
sè stesso che Carlotta avrebbe potuto essere colpevole, ma non
ingannatrice.

Sentire un affetto illegittimo è della debolezza della donna,
mascherarlo colla simulazione è bassezza. Carlotta non sarebbe stata
capace di tradimento; però se ella mostrava d'amare suo marito,
lo amava. Ma intanto il tempo passava, e quell'uomo.... Le smanie
di Silvio diventavano più violente. E si rifaceva da capo ai suoi
vaneggiamenti. I suoi sguardi ricercavano ancora le finestre di quella
camera in cui egli aveva visto morire le sue ultime speranze. Ahi! Le
sue ultime illusioni morivano in quegli sguardi.

Un uomo entrò in quel punto nel portone di quella casa. Silvio lo vide,
lo riconobbe; era il signor Verni.

— Lui! sclamò tenendosi istintivamente alla parete per non essere
veduto; e in un baleno l'immagine di ciò che stava per succedere
illuminò la sua mente agitata. Vide Carlotta pallida e tremante
sotto il rimprovero; la pace di lei, la pace di lui distrutte ad un
tratto.... Egli era ancora in tempo; poteva arrestare quell'uomo,
fermarlo alcuni minuti, trattenerlo ad ogni costo nella sua ignoranza
confidente, e risparmiare l'avvilimento a Carlotta.

Mosse alcuni passi spinto da un impeto generoso, ma si trattenne.

Aveva pensato ancora a quell'uomo, a quell'odiato rivale, cui la sua
generosità insensata avrebbe prolungato il godimento, ed assicurato
forse per sempre il possesso di Carlotta. Si sentì smarrire le forze
e stette un istante dubbioso. Intanto il signor Verni scomparve;
Silvio non attese più oltre e gli si slanciò dietro; ma non ebbe
appena toccato l'ingresso della casa, che s'arrestò un'altra volta, e
cacciandosi le mani nei capelli:

— È impossibile, è impossibile, ripetè con voce rotta; non posso farmi
complice di questo tradimento.

Stette alcun tempo cogli occhi fissi sul terreno; un rumore di passi
che scendevano le scale lo tolse al suo ansioso vaneggiare.

Per non essere sorpreso in quel luogo e in quell'atteggiamento, si
allontanò. N'ebbe appena il tempo, che il cavalier Salvani uscì.

Silvio lo vide e si sentì serrare il cuore.

Non v'era più dubbio; l'arrivo del marito poneva in fuga l'amante. Che
cosa dunque era avvenuto? A quel pensiero si sentì mordere il seno dal
rimorso...

Tuttavia l'andatura di quell'uomo era calma ed indolente.

Silvio guardò ancora una volta alle finestre di Carlotta. Vide i vasi
dei ciclamini, e contemplò con occhio umido di pianto le poche foglie
di giacinto che gli rimanevano.

Una lagrima spuntò a forza sul suo ciglio; egli la deterse dispettoso,
ma il suo cuore sanguinava.

Come fu solo, pose dinanzi a sè quelle foglie di giacinto, le sole
reliquie del suo amore.

Egli era solo, nessuno poteva vedere le sue lagrime, e pianse.



XV.


Quella notte Silvio non dormì; l'immagine di Carlotta gli era sempre in
mente, pallida, muta, inesorabile come fantasma.

Balzò più volte di letto, e passeggiò a gran passi per la camera; ma
inutilmente; quel pensiero importuno lo seguiva dovunque.

Nel suo delirio si fece cento volte alle vetrate delle finestre,
sperando di vedere spuntare il giorno.

— Eterna notte! — ripetè con voce cupa; — fosse l'ultima!

Verso il mattino cadde sfinito dalla stanchezza sul suo letto; si
sentiva premere la fronte come da un cerchio di fuoco; tuttavia non
trovò sonno. A poco a poco la luce ridestò la vita nella città; rumore
di carri e schiudere d'imposte, e voci aperte e serene nella via, ma
non un raggio di sole.

Silvio non poneva mente a nulla; cogli occhi socchiusi, vaneggiava fra
le chimere di un assopimento fantastico. Egli sognava e pensava; il
sonno e la veglia alternavano bizzarramente le loro immagini. Questo
stato durò qualche ora.

Quando Silvio si scosse era assai tardi. Levò il capo, e si guardò
intorno come istupidito.

Poco dopo si accostò come un automa alla finestra, e guardò sulla via,
poi al cielo, un cielo plumbeo, senza luce e senza azzurro. Aprì un
antico forziere, e ne trasse alcune valigie di cuoio che gettò nel
mezzo della stanza. Vuotò i cassetti dei suoi mobili, e cacciò ogni
cosa alla rinfusa in quelle valigie. Questa occupazione non richiese
gran tempo.

— La Spagna è un paese d'avventure — disse a voce alta come se qualcuno
fosse testimonio della sua millanteria — vedrò le sue donne e i suoi
puledri.

Il suono della sua voce gli cagionò una specie di terrore; ammutolì.

— Eugenio è un buon amico — aggiunse poco dopo a voce sommessa.

In quel punto un raggio di sole uscì dalle nuvole, e illuminò d'una
tinta di porpora le pareti della camera.

— Sia benedetto! — sciamò Silvio — Or via, le mie valigie sono pronte,
non mi rimane che salutare i pochi amici...

I pochi amici erano veramente pochi, e si riducevano a tre o quattro
antichi compagni d'orgia che egli aveva dimenticato da un pezzo, e che
rammentava tanto per far numero, e al signor Verni. La curiosità più
che l'amicizia lo richiamava in quella casa; e più ancora il bisogno di
uscire da ogni incertezza, e forse la speranza di riacquistare una fede
perduta.

— Porterò meco il disprezzo, ovvero la memoria incontaminata di
Carlotta.

Il suo cuore aggiungeva in segreto: «la rivedrò ancora una volta.»



XVI.


Il primo sguardo di Silvio ricercò tutto intorno pella camera; il
signor Verni era solo.

— Che sarà di Carlotta? — pensò.

Il signor Verni si disse lieto di veder Silvio; lo riceveva nelle sue
camere, senza cerimonie, perchè fra amici non si doveva badar tanto
all'etichetta; del resto la sua salute era floridissima, e in quella
notte avea dormito saporitamente; tutte belle cose che empievano di
giubilo il cuore di Silvio, il quale per non essere da meno assicurava
alla sua volta il signor Verni che la sua vita era un bocciuolo di
rosa.

— Che sarà di Carlotta? — domandò a sè stesso un'altra volta.

Per quanto egli continuasse ad interrogarne le pareti di quella camera,
non gli veniva fatto di veder chiaro in quell'enigma.

Il volto del signor Verni non ne diceva di più; anzi la sua stessa
serenità era un'enigma. Ma Silvio non era uomo da lasciarsi prendere
alla prima apparenza, e volle andare più in fondo.

— La vostra signora moglie? — domandò Silvio.

— Ottimamente; è uscita.

Questa risposta era stata fatta con molta franchezza; Silvio
riputandosi avveduto compiangeva in cuore i meschini artifizii di
una inutile dissimulazione; del resto conveniva che quel signor Verni
dissimulava assai bene.

— L'ho vista ieri, dopo il mezzodì — soggiunse lentamente, e guardava
in volto il signor Verni.

Aggiuntavi una certa titubanza e un po' d'angoscia, il suo sguardo
pareva volesse dire: _ti ci colgo_. Ma il signor Verni non si sgominò
punto, e rispose semplicemente:

— Lo so.

— Se lo sa, sillogizzò Silvio fra sè e sè, qualcuno devo averglielo
detto; e se questo qualcuno è Carlotta, assai probabilmente non è
avvenuto nulla di quanto io ho immaginato.

Allora si ricordò dello scopo principale della sua visita, e senza
attendere interrogazioni, disse mutando tuono:

— Io sono qui per salutarvi.

— Che dite?

— Io parto.

— Voi?

— Non lo sapevate?

E Silvio sillogizzò ancora, e conchiuse che se il signor Verni non
sapeva nulla della sua partenza, non poteva neppure aver saputo da
Carlotta della sua visita del giorno prima.

— E dove intendete andare?

— In Spagna.

— Il paese degli amori.

— E degli occhi neri.

— Che ci andate a fare?

— In cerca d'impressioni.

— Ne incontrerete molte, non avrete che a raccogliere.

E qui il signor Verni assicurava Silvio che egli lo avrebbe
accompagnalo volontieri in quel viaggio se non avesse avuto la moglie.

— Peccato — disse Silvio.

— Ch'io abbia moglie?

— Che non possiate accompagnarmi.

Il signor Verni era imperturbabile; interrogava e rispondeva con una
serenità che faceva rovinare ad ogni tratto gli edifizii della mente di
Silvio.

— Non vi è dubbio, è avvenuto qualche cosa, pensava quest'ultimo,
parendogli d'aver colto al volo una contrazione amara delle labbra,
o un corrugare di sopracciglia, indizii poco lusinghieri sulla faccia
d'un marito. Ma il signor Verni sorrideva con tanta bonomia, che era
assolutamente impossibile durare in quel pensiero.

— Non è avvenuto nulla, concludeva Silvio. E così da capo più d'una
volta.

Dopo aver parlato di viaggi d'ogni specie, e aver passato in rassegna
i costumi spagnuoli, incominciando dalla _Donna_ e dal _Caballero_
fino ai _guitarreros_ e ai suonatori di _mandolino_, il signor Verni,
che era mostruosamente erudito, trasportò Silvio sulle vette della
_Sierra Nevada_, e naturalizzò con lui, indicandogli la vegetazione
sottostante, e cento altre cose così belle, che se Silvio non avesse
avuto in animo d'andare in Spagna, se ne sarebbe sentito struggere
di voglia; e a starsene in Italia più oltre, si sarebbe ammalato di
nostalgia. Ed io giuro che mai marito fu più eloquente e più fortunato
nello sbarazzarsi d'un pericolo pella castità del suo talamo.

Silvio stava per accommiatarsi.

— Saluterete per me la vostra signora.

— Non mancherò di farlo.

E qui una stretta di mano. D'improvviso il signor Verni si battè la
fronte. S'era dimenticato di un piccolo affare, in cui forse la bontà
del signor Silvio avrebbe potuto tornargli utile.

«Silvio, pensate! non domandava di meglio che di favorire la bontà del
signor Verni».

— Voi non partite che domani?

— Così conto di fare. Le mie valigie sono già all'ordine.

— A che ora contate di partire?

— Alle due pomeridiane.

— È inutile, non posso farvi perdere la mattina; non ne parliamo più.

— Vi pare? La mia partenza non è che allo stato di progetto, posso
differire.

— Non mette il conto.

— Del resto le mie ore del mattino sono perfettamente libere; un paio
di visite, ed è l'affar di mezz'ora.

— Il mio sarebbe per l'appunto l'affar di mezz'ora.

— Vedete! Dite dunque, in che posso servirvi?

— Un'inezia; domani mattina ho uno scontro...

— Un duello?

— Un'inezia; e siccome non è gran tempo che io sono a Milano, ed avrei
caro che le mie parti fossero trattate da _amici_, così...

— Sarò vostro padrino, disse Silvio agitato, e guardava il viso del
signor Verni. E chi è il vostro avversario?

— Non so se voi lo conosciate, il cavalier Salvani.

Silvio impallidì.

— Lo conoscete?

— Lo conosco.

— Un gentiluomo.

— E la ragione?....

— Un'inezia, ve l'ho detto. Il cavalier Saivani si ostinava a credere
che l'attuale ministro salverebbe il paese; ed io mi ostinava a dire
che lo perderebbe. La politica è sempre perniciosa per le teste
vulcaniche. Ne ho fatto esperimento, e dico che è meglio l'amore.
Ci siamo scaldati un poco, egli mi ha detto con un giro di parole
graziosissimo qualche cosa che è sinonimo di _cretino_, ed io
altrettanto; per rincarire la dose ho fatto vedere che io l'avevo in
conto d'uomo _illiberale_; ho parlato dell'_altezza dei tempi_.... Il
cavaliere ha spiegazzato fremendo un paio di guanti, ho indovinato di
che si trattava, e l'ho trattenuto dicendogli che gli avrei mandato i
miei padrini... Ecco il fatto.

E il signor Verni rideva delle sue parole, gaio e spensierato come un
fringuello. Silvio non rideva più.

— Ho avuto in mente, soggiungeva il signor Verni, di rappattumarmi con
quell'uomo, per non dare al pubblico questo spettacolo insipido di due
galantuomini che si tagliano le braccia per porre in salvo l'onore. Ma
non ho saputo essere così forte da lottare contro il pregiudizio. Si
direbbe di me che sono un vigliacco; non è egli vero?

Tutto questo dialogo era avvenuto sul limitare della porta. Silvio
domandò dell'abitazione del Salvani; si tolse il carico di pensare a
tutto, ed uscì col cuore angosciato.



XVII.


Carlotta era colpevole. Silvio aveva finalmente questa certezza
crudele. Invano la speranza ritentava ancora le suo magiche lusinghe;
l'animo suo era chiuso inesorabilmente. Illudersi ancora sarebbe stato
mentire a sè medesimo.

Tuttavia, e benchè vi fosse stato preparato, il suo cuore era
angosciato.

Rammentava ancora, non per discolpare Carlotta, ma per legittimare la
propria cecità, il contegno severo di quella leggiadrissima creatura,
l'espressione di candore che spirava dai suoi occhi, l'amore dimostrato
con tanta apparenza di sincerità, e forse con sincerità, pel marito.
Era cosa da impazzire! pensare che quella donna così giovane, così
bella, così felice ed amata, avesse potuto dimenticare ogni cosa per
abbandonarsi nelle braccia di un uomo come il cavalier Salvani.

Questo pensiero atroce martellò gran tempo la testa agitata di Silvio.
A poco a poco però venne rasserenandosi.

L'amore non corrisposto o si perpetua coll'entusiasmo melanconico, o si
spegne rapidamente col disprezzo.

L'anima di Silvio seppe disprezzare.

Andò in quella stessa sera presso il cavalier Salvani; s'accordò coi
padrini, e il duello fu fissato in tutti i suoi particolari.

Poi andò a dormire, pregando il cielo per il signor Verni.

Quella notte, tra per la veglia dell'antecedente, e forse un poco
perchè la sua guarigione era incominciata, dormì sonni profondi, e
sognò che il signor Verni con un fendente fortunato aveva accorciato le
orecchia del cavaliere.



XVIII.


Alla mattina si levò di buon'ora, e secondo l'accordo fatto andò in
casa del signor Verni. Lo trovò pronto.

Per la prima volta Silvio pensava al pericolo cui quell'uomo andava
incontro, pensava a Carlotta che n'era stata causa, e non sapea darsene
pace. E tuttavia se egli guardava in volto il signor Verni, si sentiva
venir meno nella sua convinzione; la calma di quell'uomo avrebbe tratto
in inganno chicchessia.

— Siete disposto? domandò Silvio.

— Lo sono; rispose sorridendo il signor Verni; ma vi confesso che
l'idea di pigliar parte ad una commedia di tal natura è tutt'altro che
aggradevole; in cotesto genere di riparazioni d'onore che non riparano
nulla, non ci si guadagna altro che il ridicolo.

— Diamine! il ridicolo!

— Certamente. E vi pare cosa assennata che due uomini si comportino
come belve feroci rinchiuse nella stessa gabbia che contendono per una
libbra di carne, che tanto tanto il domatore strapperà dalle zanne del
vincitore? Ne va di mezzo l'onore? fate da senno e finitevi; che la
vita dell'uno paghi la pace dell'altro! ma scendere nella lizza per
versare qualche goccia di sangue, sotto il pretesto di salvare l'onore,
in verità è cosa tanto sciocca, che non è a dire di più. Da bravi,
miei cari leoni, divertite il pubblico, questo pubblico di conigli che
circonda l'arena per sentenziare del vostro onore.

— Avete ragione; disse Silvio a malincuore, temendo d'indovinare a che
mirassero le parole del signor Verni.

— Voi avete escluso i colpi di punta...

— E i fendenti al capo.

— Eccoci a quello che io dicevo; non vi pare?

— Non dico di no, ma poichè si tratta d'una bagattella...

— È giusto; la vita di due galantuomini non deve esporsi per una
bagattella.

— Voi dite? esclamò Silvio turbato.

— Dico che l'uomo di cuore deve anteporre l'onore alla vita, e
sacrificare questa a quello, se le circostanze lo comandino; ma che non
mai uomo di senno debba farsi schiavo d'un pregiudizio, e battezzare
_quistione d'onore_ ciò che non è che stupida e inutile millanteria.

Silvio, convintissimo di tutto ciò, non vi poneva mente se non per
immaginare a che cosa il signor Verni volesse riuscire.

— Ho pensato molto al mio duello, riprese quegli; ne parlerà tutta
Milano, e il mio nome correrà pelle bocche di tutti, come quello del
primo cialtrone che fa mestiere di spadaccino. È doloroso in fede mia.
Vorrei porvi riparo, poichè sono ancora in tempo.

— Riparo? in qual modo?

— Direte al cavalier Salvani che io sono dolente di ciò che avvenne
fra di noi, che io penso che due gentiluomini non debbano retrocedere
vergognosi dinanzi ad una giusta e leale riconciliazione.

Silvio rimase estatico.

— Una scusa? balbettò egli.

— Se il cavaliere l'accetta, io sono soddisfatto.

— Soddisfatto!... E se non accettasse?...

— In tal caso si mutino le condizioni del duello; non mi si condanni ad
una parte ridicola, e mi batterò.

Silvio respirò più libero. Gli parve di comprendere pienamente i
progetti del signor Verni. Una vendetta seria, una riparazione solenne;
un segreto seppellito eternamente nel seno d'un cadavere. Pensandoci,
questa tela si rischiarava di maggior luce, ma ad intervalli si
oscurava affatto, e allora Silvio non comprendeva più nulla, e volendo
sbarazzarsi, si ingarbugliava di più nel suo labirinto. Infatti il
cavaliere poteva tenersi pago delle scuse dell'avversario, e di tal
guisa mandare a monte il duello. Ora, se ciò avveniva, la riparazione
sarebbe sfuggita di mano al signor Verni; e non pareva probabile che
questi, essendo stato ferito nell'onore, volesse offrire al cavaliere
un mezzo di uscirsene onorevolmente senza danno. Bisognava adunque
credere che la cagione del duello fosse in realtà quella indicata dal
signor Verni; se pure non vi era fra i due avversarii una precedente
intelligenza, chè in questo caso il cavaliere avrebbe rifiutato le
scuse, e accettato le condizioni d'un duello più arrischiato.

Giunto a quest'ultimo partito delle supposizioni, Silvio ebbe il buon
senso di non andar oltre nelle sue fantasticherie.



XIX.


Come Silvio aveva dubitato, il cavalier Salvani si acquetò alle scuse,
e il duello non ebbe luogo. Riportando questa novella al signor Verni,
Silvio immaginava che il dispetto avrebbe tradito in qualche modo
il segreto pensiero di quell'uomo; ma per quanto egli si adoprasse a
spiare ogni gesto, il volto del signor Verni rimase calmo e sorridente.

— Avevo fede nello spirito del cavaliere, disse con disinvoltura, e
null'altro.

Benchè Silvio fosse disposto a pensare come il signor Verni, non poteva
tuttavia dissimulare a sè stesso un certo rancore; e certamente, più
che il duello fallito, poteva sull'animo suo la nuova tenebra che s'era
fatta nella sua mente.

Il pensiero di Carlotta gli ritornava più importuno di prima; egli si
affannava inutilmente a liberarsene. Aveva potuto lusingarsi di non
stimare più quella donna; ma non era riuscito ancora a non amarla.

Non è vero che l'amore non possa sopravvivere alla stima; la leggenda
degli affetti ha registrato assai spesso nelle sue pagine gli esempi
di passioni veementi concepite per creature abbiette. Creature che non
furono stimate mai, furono tuttavia potentemente amate. Il disprezzo
incomincia spesso dove finisce la stima; l'indifferenza non mai; ma
anche il disprezzo è un moto del cuore; non è più l'amore, ma è ancora
la passione; non è l'amore, ma è la lotta, la ribellione dell'amore.

La condotta del signor Verni aveva avvivato nell'animo di Silvio, se
non la fede, il dubbio sulla virtù di Carlotta.

Spesso chi dubita oggi, crede ed afferma domani; il dubbio è a metà
strada della fede.

Tuttavia il dubbio di Silvio ne era lontanissimo; e se vagheggiava
una certezza, era più quella della colpa, che quella della virtù di
Carlotta.

Uno strano sentimento di egoismo e di debolezza lo spingeva a ciò.
Se Carlotta fosse stata virtuosa, egli non avrebbe saputo non amarla;
amarla senza volerla spingere alla colpa, era carico troppo superiore
alle sue forze. Al contrario s'ella era colpevole, il disprezzo oggi,
l'indifferenza più tardi, avrebbero sanato la sua piaga.

In questo vaneggiamento del suo spirito, v'era però un fondo virtuoso,
il desiderio di non farsi egli stesso occasione d'un tradimento; e
se vi spirava l'egoismo, non era quello che assicura la propria pace
colla sciagura altrui, bensì quello di chi s'adopera per non essere
trascinato nell'irreparabile disastro d'altro uomo. Carlotta colpevole
oggi, risparmiava forse la colpa propria del domani, e quella di
Silvio. Carlotta, virtuosa sempre, avrebbe avvelenato la pace di chi
l'avesse amata senza speranza, e non senza desiderio — e quest'ultimo
appunto era l'argomento dell'egoismo.

Il desiderio di Silvio non era adunque nè troppo ingiusto, nè troppo
biasimevole e conveniva alla natura dell'anima sua, capace della forza
battagliera che si espone agli sguardi del pubblico, ma non di quella
forza segreta che non apparisce, e costa tuttavia lagrime e dolori
assai più grandi: la rassegnazione.

Silvio era uomo onesto, ma non uomo virtuoso; aveva della virtù ciò che
ne è rimasto all'età nostra dopo il turpe diguazzare nelle oscenità
da trivio: l'incapacità a commettere di proposito una mala azione.
Se l'occasione si porgeva, sapeva lottare contro le seduzioni della
colpa; resisteva, ma piegava; quella robusta e serena operosità della
virtù gli era ignota, perchè lo era pure al mondo in cui egli viveva.
Egli avea preso dal mondo ciò che gli era stato offerto, sceverato il
buono dal pessimo, ma non aveva potuto raccogliere ciò che il mondo
non poteva dargli. Tuttavia Silvio era uomo virtuoso; se egli non
corrisponde al tipo, si ha da incolparne l'attrito che ha sbiadito
le linee dell'impronta. La pallida e slombata virtù dei giorni nostri
riconosce in Silvio una sua creatura.

Tuttavia Silvio fu tratto un'altra volta da un raziocinio inesorabile
a' suoi primi propositi. Rammentò tutti i particolari che accusavano
Carlotta, e conchiuse che se il signor Verni non si batteva col Salvani
non era prova dell'innocenza di Carlotta, ma al più della fortuna dei
suoi inganni e della cecità proverbiale dei mariti.

Con questo convincimento nell'animo, pensò alle sue valigie, e ad
Eugenio che lo aspettava alle falde dei Pirenei.

Egli ritornava a casa, ed affrettò il passo. D'un tratto vide innanzi a
sè un uomo che gli veniva incontro sorridente, il cavalier Salvani.

— Lui! ruggì l'anima di Silvio, e l'espressione d'un odio profondo si
dipinse sul suo volto.

Il cavaliere si accostò con disinvoltura.

«Era lieto che il signor Verni gli avesse offerto un mezzo per
sciogliere una quistione che non aveva di serio che il pericolo».

«Silvio ne era lietissimo, anch'egli; ma protestava che la quistione
gli pareva seriissima».

— Diamine! disse il cavaliere; che intendete di dire?

— Io sostengo precisamente l'opinione del signor Verni; il ministro
attuale rovinerà il paese.

— Ah! voi credete?...

— Lo sosterrei in faccia a chicchessia.

— Opinioni; interruppe il cavalier Salvani con accento di dileggio.

— E aggiungo che chi lo pensa in modo diverso non è all'altezza dei
tempi.

L'intenzione di Silvio si faceva palese.

— Opinioni; ripetè ironicamente il cavaliere. Infine voi convenite meco
che il duello è una pazza cosa, tanto più per tali bazzeccole; e che si
può pensarla diversamente su qualche punto di politica, e stringersi la
mano come buoni galantuomini. In faccia al buon senso tutte le opinioni
sono rispettabili... tranne quelle che mancano di buon senso.

In così dire il cavalier Salvani porgeva la mano a Silvio.

Quell'atto era una sfida allo spirito di Silvio; Silvio strinse la mano
del cavaliere.

Qualche ora dopo partì giurando di non arrestarsi che ad Huesca.



XX.


Nell'estate successiva, e precisamente ai primi di luglio, un
viaggiatore attraversava la Svizzera pedestre. Si arrestava ad ogni
paese, ad ogni capanna; avido di cose nuove domandava a tutti se nei
dintorni vi fosse qualche paesaggio che mettesse il conto d'essere
veduto; non curava pericoli, e si arrampicava pei dirupi sfidando i
lupi e i sentieri sdrucciolevoli. Una guida che lo aveva accompagnato
sul monte di S. Gottardo giurava d'aver avuto a fare rarissime volte
con uomo così intrepido. Quel viaggiatore aveva anche la borsa ben
fornita e pagava senza lesinerie; i pastori delle rive dell'Aaar non
avevano mai avuto più larga mercede in compenso dei loro formaggi e del
loro latte fresco. Costeggiando le rive dell'Aaar e poi il Reno s'era
spinto fino a Sciaffusa e v'aveva visto la famosa cascata, e poco più
oltre il vasto ed incantevole lago di Costanza colle sue braccia snelle
gettate audacemente frammezzo ad una vegetazione gagliarda.

Quel viaggiatore era Silvio.

Di ritorno dalla Spagna, ripassati i Pirenei ed attraversata un'altra
volta la Francia, s'era internato per la via di Ginevra nella Svizzera,
con quella spensieratezza che è propria degli artisti.

Eugenio lo aveva accompagnalo fino a Ginevra, ma quivi aveva protestato
di non volere andar oltre; però dopo aver tentato invano Silvio perchè
ritornasse con lui a Milano, vi si diresse solo.

Tutto quel tempo trascorso dal giorno della partenza di Silvio da
Milano s'era passato per lui in una lotta penosa tra il disprezzo e
l'amore. Confortate dalla lontananza, queste lotte raggiungono per lo
più l'oblio e l'indifferenza.

Nei primi giorni Silvio s'era rimasto taciturno; aveva sfuggito il
pensiero, ma il pensiero di quella donna che lasciava dietro di sè lo
aveva accompagnato durante tutto il viaggio.

Eugenio, vedendolo in tale stato, se n'era spaventato, ed aveva chiesto
la cagione. Silvio aveva detto tutto, e il cinismo d'Eugenio non ebbe
sogghigni per quella confessione. Il male era serio, e la pietà, meglio
che il conforto, suggeriva il silenzio.

A poco a poco Silvio diventò più calmo; anzi, con un mutamento
repentino, si fece a un tratto ciarliero e gozzovigliatore. Eugenio
tentennava il capo e ripeteva dentro di sè: «egli vi pensa ancora».

Una settimana dopo Silvio spargeva a piene mani il ridicolo sui suoi
amori arcadici, e giurava di non essere mai stato così imbecille come
presso Carlotta, e prometteva che non lo avrebbe fatto più, con atto di
così buffo pentimento, che Eugenio lo guardò meravigliato.

Ma questa volta ancora tentennò il capo e ripetè a sè stesso: «egli vi
pensa ancora».

Un'altra volta attraversando una boscaglia, Silvio si chinò a terra e
raccolse un fiore, un ciclamino, il fiore che Carlotta amava tanto.
Egli stette chino un pezzo e non raccolse più nulla; risollevandosi
aveva la fronte impensierita. Eugenio lo guardò attento, guardò il
fiore, ma non comprese. Silvio dopo alcuni passi gettò il fiore dietro
di sè, ma non potè liberarsi così dal pensiero importuno di Carlotta.

Giunti a Montpellier, Eugenio aveva detto a Silvio:

— Lo sbocco del Rodano sul golfo è uno spettacolo incantevole; vuoi che
proseguiamo il viaggio per mare?

Ma Silvio aveva risposto che non amava il mare, ed Eugenio aveva
conchiuso che Silvio non voleva allungare il suo viaggio, e che gli
premeva di arrivare presto a Milano.

A _Gap_ Silvio era stato preso da improvvisa vaghezza di visitare la
Svizzera, e aveva indotto Eugenio a seguirlo fino a Ginevra. Ed Eugenio
aveva conchiuso che Silvio non voleva rivedere Carlotta.

A Ginevra Eugenio si ribellò affatto, e lasciò il suo amico, convinto
oramai che sarebbe guarito, e che la natura avrebbe operato meglio
dell'arte, e il tempo meglio dei consigli.



XXI.

_Silvio ad Eugenio._


«I magnifici soli di queste giornate mi hanno messo di buon umore. Sono
venuto a Costanza, città incantevole per la sua posizione, e pel suo
lago; non ho mai visto la natura così lusinghiera; i monti, le vallate
fresche, le nevi in lontananza, e questo cielo purissimo!... È cosa da
impazzirne; mi sento un brulichio per le vene come avessi la febbre.

Ieri ed oggi ho remigato guidandomi da solo sul lago per entro certe
piccole barche di forma assai diversa dalle nostre che sono la delizia
dei villeggianti. Ne ho contato poco anzi una trentina colle velette
bianche e lucenti spiegate al vento inseguirsi radendo le onde come
colombe selvatiche.

Questa mattina fui anche più allegro del solito, e avvenutomi in un
ministro evangelico che asciolveva lautamente alla stessa mensa, mi
sono cacciato con lui in un labirinto di sottigliezze teologiche.
Quel ministro era uomo ancor giovine, pieno di fuoco, favellatore
facile, arguto e, deggio dirlo, benevolo. Egli mi ha risparmiato più
d'una volta, e fu davvero benignità, poichè io mi era fitto in capo di
prendermi spasso delle sue credenze. Io guardava lui, e certe bistecche
di maiale di cui egli alternava i bocconi colle citazioni, e poi ancora
lui. Mi venne in mente ciò che scrisse Gian Giacomo dei preti cattolici
e dei protestanti, e conclusi press'a poco come egli conclude nelle sue
confessioni.

Mi ricordo ora di averti promesso di raggiungerti presto a Milano.
Non dico ancora di no; ma comincio a prevenirti per ogni evento che
mi sento assai poco disposto a lasciare questi paesi. Ci si respira
un'aria che costì cercherei invano; e quel sapersi libero di pensare,
di dire e di scrivere come il capriccio o le convinzioni suggeriscono
è tal bene che appena ora apprendo a stimare quanto valga. Non è già
che costì le mie opinioni possano essere condannate o soffocate — tu
sai di che sorta d'opinioni, e di che picciol numero, si componga il
mio arsenale politico — ma tanto tanto quel sapermi padrone assoluto di
dire ciò che penso e di pensare diversamente dai _reggitori_ del paese
(vedi che dico _reggitori_) è un potere che mi rialza qualche pollice
in faccia al mio amor proprio, e mi fa credere d'essere in qualche
guisa un uomo importante.

Qui il Governo ci è, ma tu non lo vedi ad ogni passo come nella
tua benedetta Milano, e non ti ferisce nella dignità d'uomo collo
spettacolo di livree salariate, e poi, e poi....

Ma è forse meglio che io mi trattenga dal dirtene di più; ritorniamo
artisti, e serbiamoci tali per tutta la vita, se ci è possibile, almeno
nel cuore. La politica ha guastato tutto; alla guisa di certi bruchi è
passata su tutti i fiori, e ha stampato sul velluto dei vergini petali
la lurida impronta del suo corpo.

Non profaniamo l'arte che è primogenita dell'idea. Se anche gli artisti
si cacciano in capo di rubare il mestiere ai diplomatici, non vi sarà
più altro al mondo; e se pensi alla cifra spietata dei politicanti,
vedrai che non è poco danno. Infine anche quei messeri, ambasciadori,
ministri plenipotenziarii, incaricati d'affari, e che so io, hanno
cento ragioni d'arrabbiarsene; è il loro mestiere, il loro privilegio;
e pensa se domani mandassero all'estero l'Arte — _alma parens_ —
conciata colle livree gallonate, col cappello a due punte, e le sue
brave credenziali del nostro buon Governo...

Per carità ritorniamo artisti.

Poichè ho incominciato a lasciarti indovinare in qualche parte i miei
progetti, sarò sincero e ti dirò ciò che all'incirca ho contato di
fare.

Non pensare però che la confessione dei miei propositi — se pure sono
propositi — debba obbligarmi ad attenermici. Dico questo perchè in
generale si suole attribuire a leggerezza il mutamento frequente dei
progetti, mentre il più delle volte, se si ha una colpa, è quella
di aver palesato troppo presto il proprio pensiero, senza attenderne
il frutto che è la determinazione vera, la quale è sempre una sola.
Quegli uomini che dicono «farò questo» e fanno, non è già che abbiano,
come si crede comunemente, la forza mirabile di fare quello che
dicono, inalterabilmente e sempre, ma piuttosto che hanno l'astuzia
o la prudenza, ed è tutt'uno, di non dire se non ciò che hanno
assolutamente fermato di fare. Vedi che non è un giuochetto di parole,
ma una verissima cosa, una specie di piramide, poco meno certamente,
a puntellare la serietà e la fermezza dell'umana natura; serietà e
fermezza a cui si crede meno che non convenga.

Voglio dire che domani io potrei pensare diversamente da quel che penso
oggi, e non per questo dovrebbe venirmene taccia di volubile. Se io
aspettassi la vigilia di compiere i miei disegni per palesarli, tu mi
avresti in concetto di uomo ferreo; e ci avrei assai più del mio conto.

In conclusione Gossau è un bellissimo paese — così mi si dice —
vi hanno belle villeggiature e molti villeggianti, tutte cose non
indifferenti; aria buona, bel cielo, buone vivande, altre cose di cui
sono avidissimo; ed ho in mente di recarmivi e passarvi questi mesi
d'autunno.

Ecco ciò che mi passa ora per il capo; se domani avrò mutato consiglio,
non sarà grave danno, e il peggio che possa capitarmi è di far ritorno
a Milano e rivedere ciò che non vorrei rivedere mai più. L'ho detto;
e se la prudenza è debolezza — e parmi davvero che le sia dato a torto
l'appellativo di virtù, — dì pure che questa mia è debolezza. Forse io
misuro male le mie forze, e saprei resistermi; ma non so pormi a questa
prova.

Vederla ancora, parlarle ancora! non è possibile; tutto in lei mi
farebbe male; la mia stessa indifferenza mi sarebbe penosa, nè io
saprei essere impassibile se non a prezzo di nuovi dolori ancora più
atroci. Guardarla senza lacrime e senza palpiti, dopo tanta frenesia!
Ahi, sarebbe questo un disinganno assai più amaro, e vi getterei
l'ultima illusione: la pazza fede che io l'avrei amata eternamente.

Non parliamone più. Mi preme che questa mia ti giunga presto, e so
che vi è un pessimo servizio postale tra la Svizzera e l'Italia. Dimmi
delle cose tue; dimmene lungamente, e persuadimi, se ti è possibile, a
raggiungerti presto. Egli è pure il mio desiderio, ma una catena fatata
mi lega a questo paese».



XXII.

_Silvio ad Eugenio._


«Di' pure che io sono un gran colpevole. Da venti giorni non faccio
che lottare meco medesimo per decidermi a scriverti. «Scriverò domani,
scriverò domani» e così sono giunto fino ad oggi.

La tua lettera, contro le mie aspettazioni, mi è venula assai presto.
Pensa se io l'ho letta con avidità; mi aspettavo ad ogni linea di
leggere quel nome, e trepidavo non per desiderio, ma per timore che
il pensiero di lei avesse a darmi prova della mia debolezza; non
temevo del mio cuore, ma temevo tuttavia l'esperimento. Tu non l'hai
nominata, e te ne sono grato; la mia gratitudine ti sia prova del mio
buon volere, se non della mia indifferenza. Non mi è possibile essere
indifferente ai casi di quella donna; se tu mi avessi detto: _l'ho
veduta_; il mio cuore avrebbe domandato: «era felice? era dolente?»
io non avrei potuto frenare il mio cuore. Posso però non amarla e non
l'amo.

È una settimana, dal 20 settembre, che io mi sono stabilito a
Gossau. Il paese non merita che io te ne parli; ma la posizione è
delle più ridenti, e i comodi della vita animale si hanno tutti, con
poco dispendio. Gli Svizzeri non sono soltanto buoni orologieri, ma
all'occasione sanno essere buoni ed eruditi gastronomi, e pazienti.

Non so più qual filosofo abbia posto la pazienza fra le virtù del
_perfetto gastronomo_; ma io dico che la filosofia non ha mai rivelato
verità così profonda, e così efficace.

Ho tolto a pigione a breve distanza dal paese una villetta
graziosissima; quattro camere in tutto, ma pulite, piene di luce e di
aria, elementi indispensabili per la vita del pensiero. Ho anche il mio
pezzo di giardino, pochi palmi di terreno rubati agli scaglioni d'un
colle, col suo bravo pergolato, e colle sue piante di rododendri e di
dalie tutte in fiore.

Nel primo giorno mi ho fatto apprestare gli utensili col proposito
patriarcale di coltivare io stesso i miei rododendri e le mie dalie;
ma dopo alcune ore mi sentii tutto slogato, e ci ho perduto in una
volta sola tutti questi gusti così primitivi. E mi pare che se mi fossi
trovato nei panni di Adamo, e che Domine Iddio mi avesse condannato a
«lavorare la terra col sudore della mia fronte», io, per tormene più
presto d'impaccio, avrei scavata una fossa larga due piedi e profonda
sette, e mi sarei sepellito a dirittura.

Regalerò il mio badile a qualche montanaro che se ne servirà a
sgomberare i suoi passi dai cardi e dalle liane.

L'aria che si respira quassù è veramente benefica; mi pare che i miei
polmoni si dilatino. Ogni mattina mi affaccio alle mie finestre, e
assorbo a più riprese la brezza frizzante che viene a battermi sulla
faccia. Questa ginnastica di polmoni, come tu la chiami, giova al mio
sangue, il quale, ti giuro, non ha mai corso così sereno.

Ho seguito in tutto i tuoi consigli, e mi sono circondato di ossigeno;
e siccome il rododendro e la mia dalia non ne esalano a sufficienza,
io non ho che a passare nelle due camere posteriori, le finestre delle
quali guardano sopra un altro giardino. Questo non è un giardino da
burla, ma un giardino sul serio; non so di quante pertiche, ma l'occhio
ci corre un buon tratto; e poi piante molte, e pini selvatici, e
pergolati, e viali, e cento altre benedizioni; un guaio solo: non mio.
Ma la vista è anche mia, sebbene un gran pergolato me ne rubi gran
parte; non foss'altro, per la mia ginnastica è quel che mi ci vuole.

Ho spiato invano per vedere a chi appartenga questo giardino; non ci ho
mai visto dentro alcuno; ho però sentito una volta dei passi sotto il
pergolato, ma il fitto del fogliame mi ha tolto di vedere chi fosse. Ad
ogni modo ho la certezza che questo Eden è abitato. Fosse almeno una
divinità femminina! In fondo al giardino si vede la facciata di una
bella casa di campagna, dipinta a foggia di castello; ma non ho mai
visto i castellani.

Non ti faccia meraviglia se io mi fermo su queste inezie; e di' pure
che io sono curioso, che non me l'avrò a male. Quando si è soli par
di me, la scoperta di un vicino ha cento volte più importanza che non
abbia per voi altri abitatori di città la scoperta di un monumento.

Aggiungi una certa tinta di misterioso, e vedrai che ce n'è più del
bisogno per incuriosire un povero campagnuolo solitario come io mi
sono.

Se tu fossi meco! Ma è inutile ripeterlo; tu non vorrai già deciderti
ad una nuova peregrinazione per accompagnarti colla mia insulsa
giocondità, come già facesti colla mia ridicola tetraggine.

Tuttavia si hanno in questa calma che mi circonda tali tranquille
contemplazioni, e spettacoli di tramonti così infuocati, e certi
piccoli formaggi così piccanti, che, a pensarci seriamente, un artista
coscienzioso saprebbe rinvenire cento ragioni pro, e non una contro,
per mettersi in viaggio un'altra volta».



XXIII.

_Silvio ad Eugenio._


«Una donna! Una donna! L'ho vista finalmente questa deità ritrosa che
si nasconde in quest'angolo di terreno. È bella? È giovine? Senza
dubbio; 22 anni, un corpicino snello, un volto bianco ed affilato,
occhi grandi e cerulei, e una selva di capelli biondi. Ecco il ritratto
ideale che io mi sono fatto di questa misteriosa creatura; e metterei
pegno che le somiglia. In realtà però io non potrei giurare che
dell'abito, il quale era nero; e ciò in causa di questo benedettissimo
pergolato che frappone una barriera inesorabile innanzi ai miei occhi.

Avevo udito più volte dei passi sotto le mie finestre; ma non avevo
visto alcuno ad attraversare quel tratto di giardino che tocca la casa
(il solo su cui io possa guardare); pensai adunque che vi fosse qualche
viale che comunicasse col mio pergolato.

Avevo tuttavia sperato che, tenendomi alla finestra, sarei riuscito
a scoprire quello strano abitatore. Se non che pare che ove finisce
il pergolato, incominci subito un viale fittissimo di pini, il quale
attraversa il giardino e rimena alla casa. Guardando quel viale
m'accorsi che al settimo pino, di quelli che io posso vedere, v'è
un'interruzione, suppongo lo spazio di due pini mancanti. Pensa se vi
ho tenuto sopra gli occhi nella speranza che qualcuno passasse per quel
viale. Ma tutto ciò inutilmente.

Ieri finalmente è passato; non fu che un batter d'occhio; una visione
non si dilegua più rapida; ma tuttavia basta perchè io ti possa dire
che è una donna.

Di' tu la mia felicità. Una donna in questi luoghi, una compagna nella
mia solitudine. Non è più solitudine, dirai. Vero, ma è di meglio; la
corrispondenza tacita di due anime solitarie val più che la solitudine;
ne ha i conforti e i vantaggi, non ne ha le ore di noia e i segreti e
spietati rancori che ci fanno odiosi a noi stessi.

Che se l'anima solitaria che s'incontra nella tua è femmina, vi
si aggiunge un avvicinamento elettivo, un'attrazione simpatica; la
debolezza che si appoggia alla forza; la forza che si compiace di
proteggere.

Meglio ancora; la mia incognita è giovine e bella.

Non canzonarmi se mi abbandono a queste illusioni; sono nato artista e
vagheggio l'idillio per istinto; e intreccio il romanzo per abitudine.

La fantasia non può popolare meglio le ore oziose dell'arte. Lascia
adunque che io sogni; giacchè cotali fantasmi sono i più ridenti della
vita, e verrà giorno che ricorderemo d'aver vissuto e d'aver sognato, e
pentiti delle realtà della vita, non sapremo benedire che i sogni».



XXIV.

_Silvio ad Eugenio._


«Tu mi rampogni perchè non so decidermi a lasciare Gossau e a ritornare
costì, e per farmi arrendere mi dici che Carlotta non è più a Milano.
E con ciò tu hai torto doppiamente; anzi tutto volendo che io cambii
la serenità di questi luoghi, colla mefitica atmosfera delle vostre
sale; e in secondo luogo credendo che io non saprei trovarmi innanzi
a Carlotta senza imbecillire a un tratto e cadere nelle mie vecchie
follie. Finchè io stesso lo temeva, te l'ho confessato; ma ora ti giuro
che mi sentirei assai più forte; non voglio dire indifferente, perchè
tu non la creda una millanteria inutile.

Del resto io sarei teco dalla metà d'ottobre, se la mia vicina non
avesse tenuto così vivamente eccitata la mia curiosità. Lo crederesti
che io non so ancora come si chiami, che cosa faccia, se sia bella e
se abbia proprio 22 anni come la fantasia si ostina ad affermare? Lo
scoprire tutte queste cose è diventato per me una occupazione seria;
mezze le mie giornate le passo alle finestre che guardano nel suo
giardino; le altre mezze a pensare alla mia incognita. Se mi partissi
di qui senza avere la chiave di questo piccolo mistero, credo che non
me ne conforterei più nella vita.

Ti parrà strano che io debba incontrare tante difficoltà in una cosa
di così lieve importanza; ma pensa che la mia incognita non esce mai
di casa, così suppongo, che i vetri delle sue finestre sono coperti da
cortine a maglia, sempre troppo fitte per la distanza che le separa
dalle mie; rammenta il pergolato benedettissimo che mi sta di sotto,
e poi il viale di pini selvatici, e vedrai che tutte le mie risorse si
confinano in quell'intervallo fra il settimo e l'ottavo pino.

Tuttavia sono già andato innanzi nelle mie ricerche; anzitutto ho
pensato di fare il giro del muro di cinta del giardino per riuscire
in faccia all'abitazione. Speravo di incontrare una porta aperta; ma
fui deluso anche in ciò; l'uscio d'ingresso, che sta in cima ad una
gradinata di pochi scalini, era chiuso; le finestre coperte come quelle
che guardano sul giardino; così una volta, così sempre. Ieri soltanto
mi avvenne di vedere allo svolto della via un uomo che saliva quella
gradinata; affrettai il passo, ma, sia che quell'uomo mi avesse visto,
o che avesse davvero molta premura, aprì frettoloso l'uscio e sparì
richiudendolo dietro di sè, senza che avessi tempo di vederlo nel viso.

Stamattina mi sono levato più presto del solito e sono subito corso
alle finestre. Ho visto ancora quell'uomo, mi volgeva ancora le spalle,
ma tanto lo riconobbi egualmente. Egli non mi vide. Ma essa, essa!...
perchè si nasconde? Io m'affanno a rappresentarmene col pensiero
l'immagine; e la vedo ancora quale la vidi la prima volta. Se osassi
dirlo, ti confesserei che mi sento disposto ad amarla; vedi se io sono
ancora malato del mio vecchio male, come tu temi! Amarla! e perchè
no? s'ella ha 22 anni, ed è bella, perchè non l'amerei io? Se la sorte
ha confinato due persone di sesso diverso nei dirupi della Svizzera,
e le ha collocate l'una rimpetto all'altra, non si può ribellarsi
alla sorte. La natura ha fatto il resto in anticipazione, accendendo
nel cuore di quelle creature ravvicinate fortuitamente le fiamme del
desiderio e dell'amore.

Anzi, poi che mi pare che questo sillogismo mi riconforti, prometto
d'amare questa incognita a qualunque costo, di amarla tranquillamente,
allegramente, di accostarmi all'amore come un gastronomo si accosta
alla mensa, o un freddoloso al focolare. Il cuore della donna è per
lo appunto, come tu vuoi meglio, una tavola da pasti o un focolare: ci
si sta un po' stipati, ma in molti. Sarà una passioncella meditata, ma
sarà puro una passione; e forse sarò più fortunato che non lo sia stato
con colei, e mi compenserò del passato.

E se non fosse giovine e bella? Non posso crederlo. La statura forse
più alla di quella di Carlotta, il corpicino sottile, forse più
sottile di quello di Carlotta, il passo lento ma franco, sono indizio
di gioventù e di grazia. Sarebbe strano che la bellezza non vi si
accompagnasse; infine gioventù e grazia unite sono già per sè stesse
una bellezza; però se anche il naso di questa donna disarmonizzasse,
o i suoi occhi sporgessero un po' troppo sulla fronte, prometto di
starmene pago al resto, e di amarla ugualmente............»



XXV.


Il giorno 31 ottobre fu una giornata assai melanconica. Silvio si
era messo, secondo il solito, alle finestre del giardino, e pensava
all'incognita, portando a riprese lo sguardo sulla casa in cui essa
abitava e sul viale dei pini nel quale l'aveva veduta. Egli pensava
che quella donna e lui occupavano nello spazio due punti che una linea
retta assai breve avrebbe potuto congiungere, e che tuttavia vivevano
ignorati e lontani come se l'un dei due si trovasse al capo di Buona
Speranza.

Intanto il vento autunnale sussurrava fra le fronde intatte dei pini,
e sfogliava lentamente alcuni vecchi olmi che fiancheggiavano il
pergolato. Quella solitudine, quella quiete, fecero brulicare nella sua
testa una folla di idee assopite; ripensò a Milano, ad Eugenio, alle
sue antiche abitudini d'artista, alla inerzia in cui vivea, a Carlotta;
rammentò per associazione d'idee il platano secolare che sorgeva nel
mezzo del giardino della sua abitazione in Milano, e gli parve che quel
platano valesse meglio di quei pini... Intanto il vento sussurrava
senza tregua; e pareva rianimarsi, e invadendo la camera, involava
da un tavolo di disegno una dozzina di abozzi, e li sparpagliava sul
pavimento e sui mobili.

Tuttavia Silvio non si mosse, e stando alla finestra e lenendo gli
occhi socchiusi per difenderli dal polverio, riceveva sulla faccia quei
freschi buffi di vento che accarezzavano scompigliandoli pazzamente i
suoi capelli.

Guardò sotto di sè, e vide il pergolato ingiallito e i lunghi sarmenti
agitati dal vento spogliarsi anch'essi delle loro foglie disseccate.
Una speranza sorriso nel cuore di Silvio; fra pochi giorni quei
pergolato sarebbe stato interamente nudo, i vecchi olmi del pari; nulla
più si sarebbe frapposto a' suoi sguardi, il suo orizzonte si sarebbe
allargato come per incanto, ed avrebbe visto la bella incognita. Da
quel punto il sussurro del vento gli suonò dolce come una promessa.

Rianimato da questo pensiero, Silvio dimenticò ben presto il platano
secolare e le altre fantasie milanesi. Una nuova idea occupò allora
il suo cervello; un progetto audace ruminato da molto tempo e che non
aspettava che l'occasione per tradursi in pratica.

Silvio non indugiò più oltre; prese un foglio di carta profumata,
rimboccò le maniche come dovesse accingersi a una grande opera, e
scrisse furiosamente una lettera così concepita:

      «_Signora_,

  «Un uomo che vi ama, vi prega a non chiudere inesorabilmente le
  vostre finestre. È inutile che vi nascondiate; il suo pensiero vi
  segue dappertutto, e vi domanda dappertutto ciò che voi forse non
  vorrete consentirgli giammai: un po' del vostro amore».

Scritta la lettera conveniva pensare a mandarla; e, per quanto la
fantasia di Silvio vi si adoperasse, non venne a capo di nulla. Quella
casa era inaccessibile, e quand'anche egli si fosse presentato alla
porta e avesse affidato al primo venuto il suo foglio da consegnarsi
alla signora, chi gli assicurava che non sarebbe invece pervenuto nelle
mani di quell'uomo? E chi era quell'uomo? Assai probabilmente un marito
geloso. E se il marito stesso fosse venuto ad aprirgli?... Quel primo
progetto audace era impossibile, e fu respinto.

Non conosceva alcuno che avesse accesso in quella casa; non sapeva il
nome di lei per informarsene nel paese, o per dirigerle la lettera per
posta; oltre a che tutti questi mezzi erano imprudenti e pericolosi.

L'ultimo partito era dunque quello di aspettare; forse la Dea degli
Amori gli avrebbe offerto un'occasione; quella donna si sarebbe trovata
sola in giardino, egli l'avrebbe sorpresa, e fatta una pallottola dei
suoi sentimenti, l'avrebbe gettata ai piedi della bella ritrosa.

I primi giorni di novembre furono giorni d'osservazione; il pergolato
continuava a sfogliarsi, gli olmi levavano già al cielo le loro braccia
nude; il vento fischiava sempre fra le fronde dei pini.

Silvio vedeva realizzarsi in parte i suoi progetti; guardando sotto di
sè, poteva scorgere lo scheletro del pergolato e seguirlo coll'occhio
finchè si congiungeva col viale dei pini; il settimo pino era divenuto
prima l'ottavo, e più tardi il duodecimo. Il pergolato a poche braccia
dalle sue finestre, formava un padiglione; sotto di esso era un enorme
tavolo di pietra, e alcuni sedili pure di sasso, fatti a foggia di
satiri accosciati che tenevano sul capo un disco. Era chiaro che in
quel luogo l'incognita s'era riposata più volte.

Tutte queste nuove scoperte furono ben presto esaurite, e non potevano
pagare per gran tempo la curiosità di Silvio. Egli aveva cercato
per tutto dove il suo occhio giungeva, ma non avea più visto un solo
indizio che accennasse alla sua incognita.

Finalmente un giorno, il 10 novembre — Silvio lo notò nel suo albo
come un'epoca memorabile — la sorte gli fu benigna. Dubitando d'essere
spiato, e che si cogliesse occasione della sua assenza, egli lasciò
assai più presto del solito la mensa dell'Albergo di Costanza, e fece
ritorno a casa, dove aveva avuto la prudenza di tener socchiuse le
imposte d'una delle finestre che guardavano nel giardino.

Si fece alla finestra, colla sua pallottola stretta in una mano. Il
cuore gli batteva in modo strano; raramente il cuore s'inganna nei
suoi pronostici. Quella donna era seduta nel padiglione del pergolato;
occupava uno di quei sedili di sasso a foggia di satiro, e un uomo le
era daccanto.

Quei due personaggi non s'accorsero di Silvio, che nascosto dietro le
imposte spiava con occhi avidissimi ogni piccolo movimento di quella
donna. Era bella? Era giovine? In verità egli non potè saperne più
delle altre volte; vestiva a nero; ecco tutto. E quell'uomo? Vestiva
a nero anch'esso. Le teste d'entrambi erano piegate verso il suolo
ed appoggiate fra le palme. Quella era senza dubbio l'attitudine del
pensiero. A che pensavano?

La donna offriva agli occhi di Silvio una magnifica capigliatura
nera, e un breve tratto del profilo (un profilo adorabile); una mano
candidissima nascondeva il rimanente.

Silvio attese. Non andò molto che quell'uomo si mosse come per rizzarsi
in piedi; Silvio si ritirò prudentemente, temendo d'essere scoperto e
immaginando che la sua compagna avrebbe fatto altrettanto. Rimettendo
il capo alla finestra, il suo volto era pallido per l'emozione; egli
stava per vedere il volto dell'incognita, i suoi 22 anni e l'azzurro
delle sue pupille.

Al contrario quella donna era sempre immobile, colla testa sempre
china al suolo, colle mani sempre appoggiate al volto. L'_altro_ si
allontanava a passi celeri lungo il pergolato.

Era una fortuna insperata; Silvio non pensò altro; gli parve che la
Provvidenza non avrebbe voluto favorirlo, così avvedutamente un'altra
volta, e sporgendosi del corpo sul davanzale, gettò con un movimento
rapidissimo l'amorosa pallottola, che per la sua leggierezza descrisse
un breve arco e ricadde a due passi dalla bella pensosa.

Silvio fu ancora più ratto a ritirarsi indietro; quella donna, non
vedendo alcuno, avrebbe esposto più lungamente e con maggior abbandono
il suo volto.

Tutto l'edifizio dei suoi sogni stava per consolidarsi o rovinare in un
punto.

Col capo appoggiato contro le gretole delle imposte, cogli occhi
intenti ed immobili, col cuore palpitante e commosso, Silvio cercava i
22 anni di quella donna e l'azzurro delle sue pupille....



XXVI.


L'incognita si scosse, levò il capo; guardò la finestra dietro della
quale si nascondeva Silvio; guardò la pallottola; titubò un istante, e
s'allontanò senza rivolgersi.

Silvio rimase immobile e muto; aveva voluto mostrarsi e gridare
per richiamarla, ma la voce erasi spenta nel suo petto. Coll'occhio
immobilmente fisso e coll'anima agitata, egli seguiva quella donna, il
fantasma redivivo del suo vecchio amore... Carlotta.



XXVII.


Colei era dunque Carlotta!

Il rimanente di quella giornata fu una tempesta pel cuore di Silvio.
Questo incontro così inaspettato, o in tali circostanze, era per lui
un avvenimento fatale. La mente piena del passato gli suggerì che il
destino avesse vincolato inesorabilmente la sua vita alla vita di
quella donna; allora non pensò più a sfuggirla. Aveva dimenticato
facilmente tutto ciò che stava contro di lei; vedendola, tutto era
risuscitato in un punto. Il disprezzo lottò un'altra volta coll'amore,
lottò spietatamente, tenacemente; ma a questa lotta disperata aveva
preso parte un nuovo sentimento. Egli aveva visto quella donna vestita
a bruno, solitaria, dolente, straziata forse da segreto rimorso; la
compassione potè più che l'amore, egli si senti ravvicinato dal dolore
a Carlotta.

Silvio ripensò ogni minuto particolare di quell'incontro; riflettè
sulle strane abitudini d'isolamento di Carlotta, per poterne trarre uno
spiraglio di luce. Che cosa era adunque avvenuto in quel frattempo?
Evidentemente l'uomo ch'egli aveva visto con Carlotta era il marito,
il signor Verni. E come mai non l'aveva riconosciuto? E perchè s'era
egli indotto a vivere così lontano dal mondo, ed a nascondere la
moglie? Aveva dunque scoperto ogni cosa? E per tal modo era questa una
punizione? E Carlotta una colpevole?

In questo labirinto di domande, che egli muoveva a sè medesimo senza
potervi rispondere, aveva smarrito la memoria di tutti i suoi progetti
anteriori. La donna che egli aveva spiato con tanta cura pel corso
di alcuni mesi, la donna per la quale aveva tessuto tutta una tela di
seduzione, e colla quale aveva sognato un idillio, era Carlotta; non
avrebbe potuto essere altri; tutto adunque si perdeva in Carlotta. Il
suo soggiorno in Isvizzera e i cento castelli della solitudine erano
troppo misera cosa al confronto del passato che riviveva in quella
donna, perchè egli potesse ancora averne la mente occupata.

Non dimenticò però che egli aveva gettato una lettera nel giardino;
che quella lettera fatta per una sconosciuta avrebbe potuto offendere
Carlotta; che avrebbe potuto pervenire in mani del signor Verni ch'era
pure stato suo amico; infine che egli aveva fatto voto di non macchiare
di colpa l'onore di quella donna, di non portare il suo amore come un
ostacolo all'affetto di due sposi che si amavano.

Carlotta aveva potuto essere colpevole; non perciò egli era autorizzato
a farla colpevole un'altra volta. Bisognava rinunziare; resistere
ancora, poi che aveva resistito fino a quel punto.

Egli aveva dei doveri, e non li avrebbe dimenticati; un istante di
oblio avrebbe aggiunto un'altra spina alla corona di rimorsi che faceva
sanguinare il cuore di quella creatura adorata.

Ad ogni modo non l'avrebbe sfuggita; ciò era superiore alle sue forze;
era forse contrario allo stesso destino che lo aveva riaccostato in un
modo così strano a quella donna.

Silvio si prese il capo fra le mani. Un'idea fissa lo torturava senza
frutto. Venne ancora alla finestra, e guardò all'intorno. Il giardino
era deserto; le finestre della casa chiuse nel modo consueto; quella
fatale pallottola di carta era ancora là, dove prima era caduta. S'egli
avesse potuto ritrarnela! per istinto misurò d'uno sguardo l'altezza
che separava il giardino dalla finestra, all'incirca venticinque piedi;
il pergolato avrebbe potuto aiutarlo nella discesa; ma tanto era una
prova assai pericolosa. E poi avrebbe abbisognato attendere la notte; e
l'oscurità rendeva più grave il pericolo.

E tuttavia dover lasciare quel foglio nel giardino!... Ella forse
avrebbe aspettato la notte per raccoglierlo, e la leggierezza di quelle
parole l'avrebbe offesa. È ben vero che quella lettera non era diretta
a lei; ma come dirglielo? Oltre a ciò, lo stesso signor Verni avrebbe
potuto averne notizia....

Silvio guardò al cielo, meno per chiederne consiglio, che per vedere
se promettesse soccorso. Chi sa? Un acquazzone avrebbe potuto lacerare
quel malaugurato foglio e seppellirlo fra le zolle.

Ma il cielo era purissimo, e il sole tramontava lentamente dietro i
colli.

Allora Silvio si rifece a misurare la strada che avrebbe dovuto
percorrere per scendere in giardino. Egli avrebbe posto i piedi sopra
un'asta di legno del pergolato, tenendosi al parapetto della finestra.
Quindi, appoggiandosi alla muraglia, avrebbe guadagnato un palo
che pareva più vigoroso degli altri, e si sarebbe lasciato scorrere
lungh'esso fino al fondo. La risalita non doveva essere più difficile.
Rifacendo i calcoli gli parve ora un'impresa semplicissima.

Con questo proposito aspettò la notte. Una mezz'ora dopo il tramonto,
Silvio si accostò alla finestra, parendogli d'udire rumore nel
giardino. Sperava e temeva che Carlotta lo avesse prevenuto; ma il
giardino era deserto. Conveniva affrettare; alcuni istanti dopo non
sarebbe forse stato più in tempo. Scavalcò il davanzale della finestra
con una trepidanza indicibile; egli poteva essere visto, poteva
incontrarsi con Carlotta, e quel che era peggio col marito. Pose i
piedi sull'asse del pergolato e, prima di abbandonarvisi, ne provò
con una scossa del corpo la resistenza. L'asse piegò sotto il peso,
ma non si ruppe. Tuttavia fu col cuore serrato dal raccapriccio che
egli si decise a distaccare le mani dalla pietra del davanzale. Senza
volerlo, i suoi occhi guardarono sotto di sè, quel pergolato contava
almeno 18 piedi d'altezza. Era un'inezia per chi aveva salito il San
Gottardo, e Silvio sorrise della sua debolezza. Col corpo inclinato
verso il muro si trascinò lentamente lungo quell'asse, e giunse al palo
che aveva adocchiato. S'egli riuscva ad attaccarvisi colle mani, era
tutto fatto; lo stesso palo l'avrebbe accompagnato fino a terra. Ma per
afferrare quel palo gli toccava reggersi in equilibrio per un istante,
senza alcun appoggio delle mani, e ripiegare il corpo lentamente, senza
uscire da quel bilico difficilissimo. Silvio eseguì questa ginnastica
con qualche disinvoltura, e in breve pose piede nel giardino. In
quell'istante un'ombra nera passò nel viale dei pini. Era illusione
cagionata dal turbamento di Silvio, od era realtà? Silvio non ebbe
altro pensiero che di nascondersi; se il signor Verni l'avesse sorpreso
in quel luogo, egli ne sarebbe morto di vergogna. Si rannicchiò in
mezzo ad alcune piante di mirto, ed attese.

Quando gli parve d'essere al sicuro, uscì dal suo nascondiglio, e si
rivolse verso il padiglione per rintracciare la lettera. Riconobbe
il luogo ove era caduta, ma non vide più la malaugurata pallottola.
Pensando d'essersi ingannato, guardò alla sua finestra, rifece
coll'occhio l'arco descritto dalla pallottola, e conobbe di non essere
in errore. Tuttavia cercò minutamente fin presso al padiglione.
Non vi era dubbio; qualcheduno avea preso quel foglio; e chi mai
se non Carlotta? Questo pensiero gli empiè il cuore di gioia; ma
fu un istante. Che avrebbe pensato Carlotta della arditezza del suo
linguaggio?

Senza accorgersene, s'era introdotto nel padiglione, e s'era seduto
sullo stesso sedile su cui aveva visto Carlotta. Da quel luogo egli
vedeva le finestre della casa illuminate, e gli pareva di vedere delle
ombre passare dinanzi ai vetri. Colà era Carlotta. Dolce ed affannoso
pensiero!

Passò un'ora. Silvio non s'era ancora mosso per risalire; le sue
fantasie lo tenevano in quel luogo con una forza invincibile. Il
pensiero, intento alle memorie che si succedevano a quadri svariati,
aveva vinto ogni altro sentimento. Silvio non temeva più nulla:
dimenticava in certo modo di vivere, rammentando di aver vissuto.

Passò ancora un'ora, poi un'altra; le finestre del piano superiore
della casa s'erano oscurate; una luce brillava nel piano inferiore;
quella luce si muoveva bizzarramente. Poi anch'essa si arrestò per
pochi minuti, e si spense.

Silvio si sentì più libero. L'oscurità gli diede sicurezza; non pensò
più a risalire nelle sue camere, e si abbandonò del tutto alle sue
meditazioni.

Le notti incominciavano ad essere fredde; ben tosto l'immobilità gli
intorpidì le membra. Si alzò risoluto, e guardò alla sua finestra come
per misurare la fatica della risalita. Un istinto più forte della sua
volontà lo trattenne; senza accorgersene, oltrepassò il padiglione
e giunse al viale dei pini. Colà ella era passata più volte. Volle
inoltrarsi, ma lo arrestò un ultimo senso di titubanza. Se qualcuno
lo avesse sorpreso! Teso l'orecchio ad ascoltare; non si udiva che un
fremito leggiero di vento, e un indefinito mormorio — il linguaggio
della solitudine e della notte.

Fatto più ardito, Silvio percorse il viale a passi lenti, e giunse in
faccia alla casa. La curiosità lo trasse più vicino; si accostò alle
finestre del piano terreno, ma erano tutte chiuse. Una sola di esse
avea le imposte socchiuse per modo che tra l'una e l'altra rimaneva una
fenditura non più larga di due pollici. Silvio si rizzò sulle punte
dei piedi e riuscì a guardar dentro. Egli vide un'ampia sala, dei
grandi quadri antichi, ed un lumicino dal lucignolo carbonizzato che
agonizzava in un angolo. Chi aveva posto quel lumicino in quel luogo?
Ed a qual uso? Silvio guardò intorno alla camera, ma non vide alcuno.

Mezz'ora dopo ripassò innanzi a quella finestra, guardò ancora dentro;
ma non vide più nulla. Il lumicino probabilmente s'era spento; ma
se qualcuno lo avesse invece ritirato? In quel punto parve a Silvio
d'udire un cigolio sommesso, come d'una porta che stridesse girando
lentamente sui cardini.

Si arrestò. Poco dopo udì quello stesso rumore; questa volta non poteva
essersi ingannato. L'istinto, più che la riflessione, gli consigliò la
fuga; però, fatto ancora più agile dal timore d'essere scoperto, in
breve ebbe raggiunto il padiglione. Senza neppur volgersi indietro,
spiccò un salto ed afferrò lo stesso palo per cui era disceso: vi si
attaccò colle mani e coi piedi, e ne raggiunse la cima rapidamente.
Allora, tenendosi avviticchiato colle gambe, rovesciò il corpo
all'indietro; ed afferrò d'una mano un'asta traversale che riuniva
il palo alla muraglia. La notte non permettendogli d'usare lo stesso
sistema adoperato nel discendere, egli pensò di portarsi fin sotto la
sua finestra, appigliandosi successivamente alle aste traversali, e
lasciando spenzolare il suo corpo nel vuoto. Il mezzo non richiedeva
come l'altro la sicurezza dell'occhio e la fermezza dell'equilibrio, ma
riposava tutto sulla credula solidità delle aste. Ad ogni sbalzo che
Silvio faceva per passare da un'asta all'altra, egli sentiva tutto il
pergolato scricchiolare; allora si aspettava di cadere, e misurava in
cuor suo la lunghezza della distanza che il suo corpo avrebbe dovuto
percorrere per arrivare fino a terra. Ahi! sempre troppo lunga distanza
per tal sorta di viaggi...

Un raggio di luna rischiarò in quel punto il suo sentiero. Silvio ne
approfittò per guardare dietro di sè ed assicurarsi di non essere stato
veduto. Strana cosa; ancora una volta gli parve di vedere un'ombra nera
che si dileguava, ma questa volta assai più vicina. Silvio non guardò
altro; con uno slancio vigoroso riuscì a sedersi sull'asta da cui egli
pendeva. Il più difficile era fatto. Non rimanevagli più che sollevarsi
in piedi su quell'asta medesima, per poter afferrare la pietra del
davanzale della sua finestra. Appoggiandosi con una mano al muro e
tenendosi coll'altra all'asta, provò a rizzarsi. Vi riuscì a grande
stento; fu un miracolo d'equilibrio. Mosse un passo con precauzione
e tentò d'attaccarsi colle mani al davanzale della finestra. In quel
punto uno scroscio, un terribile scroscio annunziò che l'asta su cui
Silvio si reggeva incominciava a spezzarsi. Un grido rispose a breve
distanza a quel rumore. Silvio tra il timore e la meraviglia rimase
un istante perplesso. Intanto un altro scroscio e un altro grido.
Silvio spinse il corpo innanzi, e tentò con uno slancio d'afferrarsi
alla finestra; le sue dita toccarono la pietra; e si irrigidirono
contraendosi nella stretta. Il suo corpo penzolò un momento nel vuoto,
e cadde...



XXVIII.


Il mattino Silvio aprì gli occhi, e li girò intorno stupefatto. Non
vide più la sua camera solita, e, in quei primi istanti di veglia
che succedono al sonno, non seppe darsene ragione. Una sensazione
viva di dolore al capo fu la prima cosa che ridestasse la sua memoria
annebbiata. Ricordò la notte passata nel giardino, ricordò la salita
del pergolato, quell'ombra che lo aveva seguito, poi il grido, e la
caduta... E poi? più nulla; a questo punto le sue idee si confondevano
coi fantasmi dei sogni. Quali sogni? Egli ne aveva fatto di così belli!
ma anch'essi gli sfuggivano come agili farfalle.

Che cos'era dunque avvenuto di lui dopo la caduta? E come si trovava
in quel letto? E a chi doveva egli l'ospitalità di quella notte? È
assai naturale che Silvio cercasse di rispondere prima di tutto a
quest'ultima domanda. Ora s'egli era caduto dal pergolato del giardino,
evidentemente non aveva potuto cadere altrove che nel giardino. Il
giardino era di Carlotta; dunque... la logica non eragli parsa mai così
bella.

Dunque era stato raccolto per cura di Carlotta. Dunque egli si trovava
in casa di Carlotta.

Intanto la luce penetrava a striscie traverso le imposte socchiuse.

Silvio era così felice che non s'affannò punto del suo stato.
E tuttavia, quando volle provare a voltarsi sopra un fianco, si
accorse che la sua spalla era malconcia; e abbandonandosi con troppa
compiacenza al pensiero, sentì delle fitte dolorosissime al capo che lo
consigliarono ad accarezzare le idee dell'amore con maggior parsimonia.

Ad ogni modo gli parve di poter concludere che nella caduta s'era
slogato una spalla, e che aveva dato del capo su qualche cosa di duro
che doveva avergli cagionato, insieme alla ferita, un deliquio od uno
stordimento.

Poco stante si addormentò ancora cullandosi soavemente nel pensiero di
Carlotta.

Ridestandosi, guardò un'altra volta intorno a sè; la camera era vuota.

La prima immagine che oscurò il lucido orizzonte che brillava innanzi
al pensiero febbrile di Silvio, fu quella del signor Verni. Senza
dubbio egli era a parte di questo avvenimento; senza dubbio egli aveva
aiutato a prodigargli le prime cure; forse egli stesso, egli solo,
aveva ordinato di raccoglierlo e gli aveva assegnato quella camera.
E che aveva egli pensato di lui? La pietà era stata possibile in
quell'anima buona; ma forse la stima non lo sarebbe più.

E come avrebbe egli osato levar gli occhi in faccia a quell'uomo? e con
qual animo l'avrebbe ringraziato delle sue attenzioni? Per la prima
volta sentì il peso di quell'ospitalità che poc'anzi lo aveva reso
giubilante, e pensò con desiderio al letticciuolo solitario della sua
camera da scapolo.

Quale sarebbe stata la prima parola di quell'uomo? Questo pensiero
importuno, torturò la sua ragione vacillante.

Un'ora dopo udì dei passi che si accostavano all'uscio. In quel momento
avrebbe voluto essere assai lontano. Non potendo colla sola forza della
volontà soddisfare a questo voto, chiuse gli occhi e finse di dormire.

Udì la maniglia della porta girare lentamente, poi alcuni passi
leggieri, e un bisbiglio sommesso di due voci maschili.

— Dorme; diceva l'uno dei due.

— Ha sempre dormito; rispondeva l'altro.

— Buon segno.

Il resto del dialogo non giunse alle orecchia di Silvio.

— Se ne vanno, pensò egli udendo ancor dei passi; ma questa volta
s'ingannava; quei passi s'arrestarono al suo capezzale, e un alito
lieve sfiorò la sua faccia. Il volto d'un uomo era lì, presso al suo.
S'egli avesse potuto socchiudere un poco gli occhi e guardare senza
tradire la sua finzione! Non n'ebbe l'ardire.

Un istante dopo quell'uomo s'allontanò dal letto.

— Se ne vanno, disse Silvio un'altra volta; e raddoppiò l'attenzione
per assicurarsene. Non udì più nulla. La sua posizione diveniva
imbarazzata; evidentemente quegli uomini attendevano che egli si
svegliasse; era dunque inutile il suo strattagemma. Pure trovarsi
faccia a faccia col signor Verni!... Si provò a socchiudere gli occhi e
spingere uno sguardo innanzi a sè; un uomo era seduto in faccia a lui a
pochi passi.

Vestiva un soprabito, ed aveva il cappello in una mano, e un paio
di guanti nell'altra. Senza alcun dubbio egli non era di casa; assai
probabilmente era un medico. Ad ogni modo non era il signor Verni; e
per Silvio bastava questo.

Cercò coll'occhio l'altro uomo, e non potè vederlo. Pure egli era
certo d'aver udito a parlare, e che nissuno era uscito dalla camera. Un
istante di silenzio più profondo gli fe' udire distintamente il lieve e
monotono rumore di due respirazioni. A questa indagine Silvio concluse
che quell'_altro_ s'era tenuto presso all'uscio; ora egli non avrebbe
potuto guardare verso l'uscio senza voltarsi.

Vedendo inutile ogni scappatoia, Silvio si decise a svegliarsi; uno
sbadiglio, un gemito leggiero strappato molto probabilmente dalla
sensazione delle sue contusioni, poi una stiratura breve delle braccia,
interrotta a mezzo da un altro gemito più verisimile del primo, poi
finalmente la luce. Un uomo che ha dormito e che si sveglia batte
le palpebre vedendo la luce, e si caccia i pugni negli occhi per
stropicciarli; Silvio fece altrettanto.

Quel personaggio che stava seduto innanzi a lui si levò tacitamente
e si appressò al letto; e siccome Silvio accennava di volersi
sorprendere, e di manifestare la sua sorpresa con parole, quell'uomo
pose l'indice attraverso le labbra consigliando il silenzio con atto di
dolcezza, ma di una dolcezza contratta per abitudine.

Silvio non domandava di meglio, e tacque. Non aveva ancora avuto
tempo di voltare il capo e di guardare _quell'altro_; ma siccome
_quell'altro_ non poteva essere che il signor Verni, così egli prese il
partito di guardare il medico nel bianco degli occhi.

Il medico si accostò a Silvio, e gli levò la benda che gli legava
il capo; i capelli s'erano attaccati alla tela, però quell'atto gli
cagionò una sensazione poco gradevole. Silvio s'accorse che la ferita
ricevuta al capo aveva fatto sangue, ma dall'espressione del volto del
medico argomentò che doveva essere cosa di poco rilievo.

Il medico accennò col capo a _quell'altro_; e _quell'altro_ si mosse
per venirgli in aiuto.

— Non v'è più scampo, disse Silvio, e sbarrò tanto d'occhi in faccia al
nuovo venuto.

Non era il signor Verni.

Tuttavia quel volto non gli era nuovo; in quel momento però non volle
saperne di più.

I due uomini lo sollevarono alquanto e lo appoggiarono sui cuscini;
il medico scoprì la spalla, e tastò colle dita l'osso. Anche questa
volta il viso del medico indicò quella specie di disdegno col quale i
sacerdoti di Ipocrate riconoscono che il _caso_ con cui hanno a fare è
di minima importanza. Il disdegno dei medici è sempre lusinghiero per
gli ammalati, e Silvio ne fu lietissimo. La spalla non era slogata,
come egli aveva temuto.

Silvio fece ancora atto di parlare; questa volta il medico, rassicurato
sulla creduta gravità del male, non lo interruppe per consigliare il
silenzio, ma per prevenirlo colle sue interrogazioni.

— Avete dormito sempre?

— Tutta notte.

— Volete dire tutto il mattino.

— Sarà come voi dite.

— Aveste delirio e sogni agitati?

Silvio, che incominciava a temere che la sua malattia dovesse
permettergli troppo presto di abbandonare quella casa, volle essere del
parere del medico, e rispose che aveva avuto delirio e sogni agitati.

— Non vi destaste qualche volta di soprasalto?

— Credo di sì.

Il medico visibilmente lusingato della sua infallibilità, sorrise a
fior di labbro, e atteggiandosi come un senatore romano, domandò il
polso.

— Cento pulsazioni al minuto, disse fra sè.

Silvio lo interrogava collo sguardo.

— Avrete la febbre, sentenziò l'Esculapio.

— Buono, pensò Silvio. E sarò guarito? aggiunse forte.

— Presto, mi lusingo. Conservatevi immobile più che vi è possibile;
l'immobilità accelererà la guarigione.

— Ponete che io sia una pietra.

Quando la fasciatura della spalla fu compiuta, il medico se ne andò, e
Silvio rimase solo. Poco dopo ritornò quell'uomo che aveva accompagnato
il medico. Silvio vide una faccia serena, e prese confidenza.

— Signore, disse dolcemente.

Quell'uomo si appressò premuroso.

— Mi chiamo Giovanni.

— Volete dire?... balbettò Silvio imbarazzato.

— Sono un antico servitore della casa.

— Antico, voi dite? Vedendovi non lo si crederebbe.

— Ho sessant'anni.

— È un'età ragionevole.

— Ragionevolissima.

— E da quanto tempo servite il signor Verni?

Giovanni guardò Silvio in faccia con lieve atto di stupore.

— Da quindici anni.

— E come passa egli i suoi giorni il signor Verni?

Lo stupore di Giovanni questa volta fu assai più visibile.

— Avete la febbre? domandò premuroso.

— Cento pulsazioni al minuto; lo ha detto il medico.

— Se fossero di più?

— Può essere; da che lo argomentate?

— Ehi.... diamine; dal vostro volto... più arrossato di poc'anzi.

— Non monta. Vi dicevo adunque... che cosa vi dicevo?

— Il delirio incomincia; pensò Giovanni.

— Ah! Vi domandavo del signor Verni. Che sorta di vita è la sua?

— Di vita, avete detto? Un assai cattivo genere di vita, in fede mia,
se così volete chiamarlo.

— Non vi comprendo; che cosa dunque è avvenuto all'ottimo signor Verni?

— Lo ignorate?

— Pare di sì.

— È strano; un amico di casa!

Silvio fe' un cenno del capo come per ringraziare di questo titolo
onorifico.

— Il mio padrone vi rammentava spesso...

— Il vostro padrone è assai buono, interruppe Silvio, per cui
l'amicizia del signor Verni era un rimprovero. Ho viaggiato; è molto
tempo che viaggio...

— Quand'è così, poichè lo ignorate, il mio padrone...

— Ebbene?

Giovanni fece un gesto assai espressivo, e portò una mano sugli occhi
per nascondere una lagrima.

— Morto! ripetè Silvio tra sè, meno addolorato che sorpreso di questa
novella.

Per alcun tempo nissuno dei due fece motto. Silvio levava a quando a
quando gli occhi, e incontrava la figura mesta di Giovanni, col capo
sempre inchinato sul petto, e gli occhi fissi al suolo.

Questa notizia era così inaspettata, e per essa era stato così
improvvisamente mutato tutto l'ordine delle idee e dei progetti di
Silvio, che egli non seppe più riannodare il filo dell'interrogatorio
incominciato. Giovanni fu il primo ad uscire dalle sue fantasie
melanconiche, e ne uscì con un grosso sospiro più eloquente
d'un'elegia.

— Avete fame...? domandò a Silvio.

Silvio non aveva ancora avuto tempo a pensarci; ma quando si ha
ventisette anni, non si può dimenticare per ventidue ore il proprio
pranzo senza qualche inconveniente. La caduta, la febbre, il sonno,
l'emozione e l'amore, avevano potuto molto sul ventricolo di Silvio;
ma infine egli aveva ventisette anni, e non aveva mangiato da
ventidue ore; però, per quanto il dolore della triste novella poteva
consentirlo, egli confessò candidamente che aveva appetito.



XXIX.


Nella notte successiva Silvio dormì assai poco.

La sua mente agitata si adoperava invano ad indagare il mistero
che circondava la solitudine della donna che egli amava. La morte
del marito mutava aspetto a tutte le apparenze della vita di
Carlotta. Tutte le indagini fatte fino a quel punto, non erano
state che tentativi vuoti; egli era partito dall'errore, e tutte
le verisimiglianze che vi aveva connesso, dovevano adunque essere
necessariamente false.

Così l'edifizio delle sue supposizioni rovinava a un tratto.
L'isolamento di Carlotta non era più una punizione, ma un bisogno
d'anima afflitta; non era la solitudine della colpa e del rimorso, ma
la solitudine del dolore e del pianto.

Ella aveva amalo suo marito, e suo marito non era più. Il mondo
non avrebbe potuto darle ciò che le era stato tolto, ed ella viveva
separata dal mondo.

Questo pensiero riconfortò la fede vacillante di Silvio. Carlotta non
era forse colpevole. Se essa fosse stata tale, la morte dell'unico
uomo che avesse dei diritti sopra di lei l'avrebbe spinta in mezzo
alla società, dove avrebbe trovato nei facili piaceri l'oblio del suo
passato e di sè medesima.

No, Carlotta non era colpevole. Tutte le apparenze avevano lottato
contro la sua fede, e il suo cuore codardo n'era stato vinto; ma ora
il suo cuore risorgeva più forte a rinnovare la battaglia, ed usciva
vincitore: Carlotta non era colpevole.

Ma quell'uomo che aveva visto con essa in giardino? Chi era egli? Un
fugace sospetto gli suggerì il nome del cavalier Salvani; ma rifuggì
inorridito da questo pensiero.

Carlotta avrebbe forse potuto profanare con tale infamia la memoria del
marito, ma non si sarebbe infinta giammai fino a mascherare di virtù la
propria abiezione.

Ora se non era il cavalier Salvani, chi mai era quell'uomo? Egli
l'aveva visto non una, ma più volte; la convivenza nella stessa casa
era dunque probabilissima. Lo aveva sorpreso al fianco di lei sotto
il pergolato, in atteggiamento di gran domestichezza, tanto d'averlo
creduto un marito; non era tale, era dunque un amante.

Con questo martello nel cuore, si addormentò più rannuvolato, ma
giurando tutta via a sè stesso che Carlotta non era colpevole.



XXX.


Erano passati molti giorni. Silvio era quasi ristabilito; la sua ferita
al capo s'era cicatrizzata completamente, e l'osso della spalla aveva
ripreso la sua posizione normale.

Tuttavia un mutamento poco favorevole si era prodotto nel suo umore;
egli era passato vivamente per tutta la scala dell'entusiasmo, e ne
aveva ridisceso i gradini ad uno ad uno; ogni giorno che passava era un
sospiro di più nell'anima di Silvio, e un fiore di meno nel giardino.

L'inverno si avvicinava a gran passi, e l'ipocondria del pari —
un'inverno assai rigido ed un'ipocondria inguaribile; il termometro
della natura, e quello del cuore segnavano la stessa distanza dallo
zero.

Dapprincipio Silvio aveva vagheggiato tutte le fila di un'avventura;
quella donna che egli aveva tanto amato viveva sotto lo stesso tetto,
conosceva l'amor suo, lo sapeva ferito, la pietà se non l'amore
l'avrebbe chiamata al suo fianco. Questa sicurezza di cui egli si
compiaceva lo aveva reso più sdegnoso, quasi indolente; quelle poche
reliquie d'un amor sepellito, avevano spezzato la pietra del loro
sepolcro per irrompere violente — la sicurezza le aveva ricacciate
nella tomba.

Il signor Verni era morto; Carlotta vedova; il deplorabile scetticismo,
di cui Silvio avea corazzato il petto, traeva da quei due fatti due
conseguenze che alimentavano le sue speranze e ponevano in pace la sua
coscienza. I doveri d'amico e di moglie non si frapponevano più alla
loro passione.

Silvio non domandava più un amore, domandava una passione; l'eccesso
è bisogno delle anime malate e dei corpi affranti. Egli non reputava
più sè stesso capace d'amore; fors'anco non reputava Carlotta degna.
E tuttavia il suo cuore aveva lottato disperatamente per salvare
quella donna da ogni macchia; tante volte il suo pensiero aveva
voluto spingere le indagini audaci nel passato misterioso di colei,
altrettante ne era stato respinto come un profanatore.

— Il passato non mi appartiene — disse Silvio a sè stesso — l'oggi è
mio.

Malgrado ciò i giorni erano passati uguali, monotoni, senza che nessuna
delle parvenze sperate della sua mente avesse preso corpo e vita vera.

Dopo il secondo giorno, la sua sicurezza si mutò in aspettazione che
aveva tutti i travagli d'una vaga incertezza; dopo il terzo giorno
l'aspettazione divenne desiderio ardente e pauroso. Tutto inutilmente —
Carlotta non venne.

Giovanni era quasi sempre al suo capezzale; ma non era uomo da cui si
potessero avere facilmente molte parole. Tuttavia egli avea istruito
Silvio su molte cose; gli avea detto che Carlotta viveva sola con
una cameriera, e che aveva fatto proposito di non abbandonare mai più
quell'abitazione. Ad ogni altra domanda aveva risposto di non saper
nulla.

Di tal guisa Silvio s'era visto ridotto alle sue fantasie e alla
sua solitudine; fu allora che quel sentimento soffocato riarse più
terribile nel suo petto, e per la prima volta conobbe d'amare tuttavia
d'amore.

Alle vacue lusinghe del suo amor proprio succedette la frenesia del
desiderio e l'ardenza dell'affetto; alle stolte compiacenze dell'oggi,
la sospirosa evocazione del passato. L'ieri così pallido, così povero,
così monotono riappariva alla mente di Silvio luminoso e fantastico,
come le veglie d'un fumatore d'oppio.

Egli ripensava a quella sua finestra amica donde aveva tante volte
sorpreso le pensose passeggiate della solitaria, al pergolato che
aveva visto sfrondarsi sotto i suoi occhi, al sedile di sasso su cui,
sotto le forme della solitudine e del mistero, egli aveva rinvenuto
l'immagine di Carlotta. Ahimè! egli sarebbe rientrato nelle sue camere,
avrebbe riveduto presto, troppo presto, quei luoghi, ma non avrebbe
ritrovato più mai il bene che avea perduto. L'agile fantasma del suo
amore lo avrebbe forse sfuggito.

E Silvio, che poco prima si riputava fortunato e indolente possessore
d'una suprema felicità, rimpiangeva amaramente le chimere d'un tempo.

Sì, anche le chimere avrebbero abbandonato il suo cuore; egli sarebbe
rimasto solo, solo colla fatale certezza che Carlotta non avrebbe
sentito mai nulla per lui.

Uno spasimo dissimulato si aggiungeva alle sue torture. Quell'uomo,
quell'uomo che egli aveva visto nel giardino non era forse un amante?

Ben è vero che Giovanni gli aveva detto che Carlotta viveva sola, ma
supponendo anche che Giovanni non mentisse, la presenza di quell'uomo
nel giardino non era meno sospetta. Ora chi era quell'uomo?

Silvio aveva cercato più volte di domandarne a Giovanni, ma un
sentimento d'orgoglio l'aveva sempre trattenuto. Allora si provò a
rammentare l'immagine di quel personaggio; egli non l'aveva veduto mai
che alle spalle, e non ne aveva serbata quasi alcuna memoria.

— Vediamo, disse a sè stesso una mattina, quell'uomo non era il
cavaliere Salvani; i suoi favoriti rossi e le sue spalle quadrate lo
avrebbero tradito. Pareva alto, proseguì analizzando le sue memorie,
poco più di me certamente, ma più alto di me; aveva movenze lente, più
da uomo maturo che da giovine...

In quella entrò Giovanni.

Un'idea assai naturale, e che le nebbie della gelosia gli avevano
celato fino a quel punto, balenò alla mente di Silvio.

— Se fosse mai!....

Giovanni si accostò al capezzale.

— Sto meglio, gli disse Silvio prevenendo la domanda. Che giorno è oggi?

— Venerdì.

— Quanti ne abbiamo del mese?

— Ventinove.

— Non vi pare che abbia nevicato?

— Sono sicuro di no.

— Credete che nevicherà presto?

— Lo credo. Le montagne sono già tutte coperte.

— Fatemi il favore di assicurarvene.

Giovanni si accostò alla finestra. Silvio guardò attentamente le sue
spalle, e non parve soddisfatto del suo esame.

— Il tempo è asciutto, non è vero?

— Asciuttissimo.

— Dovreste farmi un favore.

— Cento.

— Andate a passeggiare in giardino.

— In giardino?

— Il tempo è asciutto; ve ne prego.

Giovanni parve titubare alquanto.

— Ve ne prego, ripetè Silvio.

— Come volete, disse Giovanni; e s'incamminava per uscire.

— Non ancora. Assai probabilmente voi non avete predilezione per l'una
parte del giardino piuttosto che l'altra?

— Nessuna.

— Passeggiate lungo il viale dei pini, quand'è così; sarà molto meglio.

— Ci s'intende, disse Giovanni tentennando il capo nell'uscire.

Non appena Giovanni ebbe varcato la soglia, Silvio scese d'un balzo dal
letto. Indossò frettoloso alcuni abiti e si accostò barcollando per
la debolezza alla finestra che guardava nel giardino. Un uomo ed una
donna, che parevano usciti in quel punto dalla casa, si allontanavano a
fianco l'un dell'altro lungo un viale.

Quella donna era Carlotta; quell'uomo era _lui_.

Il cuore di Silvio si allargò per la gioia. Se non che in quel punto un
altr'uomo uscì dalla casa, e si diresse alla volta dei due; quest'altro
uomo era Giovanni.

Silvio dovette appoggiarsi alle imposte per non cadere; la gelosia lo
teneva immobile; quell'eterna domanda, eterno supplizio, gli si parava
un'altra volta dinanzi: chi era adunque quell'uomo?

Giovanni raggiunse la sua padrona, e camminò alcuni istanti vicino ad
essa parlandole. Di che cosa?

Silvio non potò dubitarne molto lungamente, però che vide il volto
di Carlotta voltarsi e guardare alla sfuggita la sua finestra, mentre
Giovanni si cacciava per entro ad un sentiero trasversale che metteva
capo al viale dei pini.

Giovanni era un servitore assai rispettoso, e Silvio avrebbe potuto
averne prova, se lo avesse visto pochi istanti dopo passeggiare nel
viale dei pini con uno zelo veramente ammirabile; ma Silvio aveva
occhio a ben altro. Colla fronte ardente appoggiata ai vetri della
finestra egli seguiva d'uno sguardo pauroso e smarrito i due che vedeva
allontanarsi sempre più. Non v'era dubbio; quell'uomo che oggi vedeva
al fianco di Carlotta era quello stesso che aveva visto tante volte; lo
stesso passo, lo stesso abbandono confidenziale. Ma chi era dunque?

Egli stava per acquistare finalmente questa scienza fatale; fra poco
essi sarebbero ritornati sui loro passi ed avrebbero offerto il volto
ai suoi sguardi; pochi minuti, un minuto ancora.....

Intanto Giovanni continuava la sua coscienziosa passeggiata lungo il
viale dei pini....

— Eccoli! gridò il cuore di Silvio.

Infatti Carlotta e il suo cavaliere s'erano voltati verso la casa.
Un piccolo moto di stupore e di dispetto fu il primo indizio della
scoperta di Silvio; quell'uomo era il medico. Un altro moto di
gioia gli seguì ben tosto, quando ebbe notato due cose che parvero
rassicurarlo: il pallore malaticcio di Carlotta, e i lineamenti del
volto del medico. Convien sapere che il signor W**, medico e chirurgo
di Gossau, aveva due occhietti grigi e un naso camuso, oltre ad alcune
ciocche di capelli posticci, coll'aiuto delle quali s'ingegnava di
arrivare alla cinquantina dimostrandone appena i quattro quinti.

Evidentemente il W** non era uomo pericoloso, e Silvio poteva dormire i
suoi sonni tranquilli.

Silvio incominciò dal rimettersi a letto, ma in quanto a dormire, non
pare che sapesse cavarsene colla stessa disinvoltura.



XXXI.


Tutto quel giorno Silvio ebbe la febbre dell'amore. La notte successiva
non chiuse occhio.

Vi sono delle anime, generose ma deboli, che ad ogni apparenza di
ragione si acquetano, e ad ogni nuova tempesta del cuore si abbandonano
lamentevoli o disperate; nature monche, per le quali l'eterno sospiro
alla felicità si tramuta in perpetua miseria — persuasi e dubitosi con
bizzarra vicenda — talora a un punto solo — infelici sempre.

Silvio partecipava di questa natura; la sua fede seguiva ciecamente
le fantastiche movenze del suo spirito irrequieto: accasciamenti
subitanei, brevi e gagliarde riscosse, segnavano la sua vita
intellettuale.

Così è che nei delirii della sua veglia era diventato un'altra volta
entusiasta dell'amor suo; alla neghittosa fiducia era succeduto il
fervido battagliare dell'amore che vuole l'amore. Egli non disperava
più; amava. Carlotta era un angelo; non le domandava più il suo
passato; non dubitava più del presente. Ogni ombra di gelosia era
svanita; dinanzi agli occhi, dinanzi al cuore di Silvio una luce sola,
una gran luce: l'avvenire. Quest'avvenire era l'amore.

In quella notte Silvio provò tutte le dolcezze e gli affanni d'una
cara e melanconica visione; l'immagine di Carlotta gli fu sempre
dinanzi agli occhi. L'atteggiamento molle di lei, le tinte pallide e
i lineamenti patiti del suo volto, gli facevano fede d'una malattia
che la Provvidenza, e non il caso, aveva con misterioso intendimento
collegato al proprio stato.

In quella notte Silvio rinvenne le sue audacie d'un tempo.


  FINE DEL VOLUME PRIMO.



ERRATA-CORRIGE


         Nel Vol. 1.º pag. 8, lin. 15 e pag. 17, lin. 6 leggasi
                     _Eugenio_ invece di _Ernesto_.

      E nel Vol. 2.º pag. 34, lin. 29, e pag. 35, lin. 25 leggasi
                  pure _Eugenio_ invece di _Raimondo_.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.

Le correzioni indicate a fine volume (Errata-Corrige) sono state
riportate nel testo.





*** End of this Doctrine Publishing Corporation Digital Book "Un segreto, vol. 1 (of 2)" ***

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