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Title: Sognando
Author: Serao, Matilde
Language: Italian
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   [Illustrazione: Matilde Serao]

                             “_Semprevivi_„

                   BIBLIOTECA POPOLARE CONTEMPORANEA


                             MATILDE SERAO


                                SOGNANDO



                                CATANIA
                    CAV. NICCOLÒ GIANNOTTA, Editore
                        Libraio della Real Casa
                _Via Lincoln — Via Manzoni — Via Sisto_
                            (Stabili propri)
                                   —
                                 1906



                          PROPRIETÀ LETTERARIA

         _ai sensi del testo unico delle Leggi 25 giugno 1865,
                    10 agosto 1875 e 18 maggio 1882,
       approvato con R. Decreto e Regolamento 19 settembre 1882_

             Reale Tipografia dell'Edit. Cav. N. GIANNOTTA

      Premiato Stabilimento a vapore con macchine celeri tedesche

   CATANIA - Via Sisto 58-60-62-62 bis - (Stabile proprio) - CATANIA



SOGNANDO


I.

Io mi rammento di un assai vecchio e assai malinconico libro di Carlo
Dickens, intitolato _I tempi difficili_. Emana dalle pagine di questo
romanzo dimenticato una di quelle acute e irrimediabili tristezze a cui
neppure la indulgente e assolvente filosofia dell'autore osa trovare,
infine, consolazione: onde colui che legge, piega il capo sull'ultimo
foglio e sente salire, dal fondo della sua anima, tutto quanto v'è di
segretamente doloroso. Questo romanzo narra, principalmente, la storia
di un padre che ha due figliuoli, un maschio e una femmina, che egli
ama molto, ma a cui, per un suo assoluto criterio matematico, egli
impartisce una educazione, diretta solo a sviluppare le loro qualità
positive, mentre tutte le facoltà fantastiche e poetiche sono, da
questo padre, distrutte nello spirito dei suoi figliuoli. Egli è il
nemico dell'immaginazione: la ritiene come una facoltà sconveniente e
quasi simile alla follia. Dice, questo Tommaso Gradgrind, tali parole
nella prima pagina dei _Tempi difficili_: — «Ciò che io voglio, sono
dei fatti. Insegnate dei fatti ai giovanetti e alle giovanette, non
altro che dei fatti. I fatti sono la sola cosa di cui vi sia bisogno
quaggiù. Non piantate altra cosa e sradicate tutto il resto. Non è
che coi fatti che si forma lo spirito di un animale che ragiona: il
resto non gli servirà mai a nulla». E, così, i suoi due figliuoli
riescono, per un certo tempo, due perfetti animali ragionanti:
l'aridità più profonda e più larga regna in quelle due nature, poichè
tutte le piante e i fiori e le frutta ne furono sradicati e inceneriti.
Tommaso Gradgrind è orgoglioso dell'opera sua. Sua figlia Luisa e suo
figlio Tom, a guardarli nell'apparenza, sono due macchine bene oliate
che girano e gireranno così, fino all'ora della morte. Ma, ad un
tratto, l'ingranaggio si ferma; e innanzi agli occhi del padre, prima
stupefatto e poi straziato, si leva la figura desolata e convulsa di
sua figlia, che ha accettato di sposare un uomo ricco o tronfio, non
amato da lei, e che s'innamora di un altro: si eleva la figura del
suo figliuolo diventato un ipocrita e un vizioso, il quale semina
intorno a sè la vergogna e la sventura. E queste due creature delle
sue viscere, agitantisi fra il dolore, il disonore e la morte, gridano
la maledizione su colui che tolse ai loro cuori tutti i sentimenti
di bontà, di tenerezza, di pietà, di poesia, di entusiasmo, con cui
si lotta, vincendo e perdendo, nella vita. Essi imprecano contro una
educazione che disseccò in essi tutte le fluide sorgenti sentimentali
e che li lasciò in balìa di ogni tranello e di ogni seduzione, senza
guida morale, senza sostegno della coscienza. Quando Tommaso Gradgrind
s'accorge d'aver compiuto un'opera iniqua e scellerata, uccidendo nei
suoi figli la forza che li avrebbe aiutati a vivere, è troppo tardi:
invano il padre che fu così duro con sè stesso, coi suoi e con quanti
lo circondano, s'intenerisce, si pente, perde la testa: il male è
irreparabile. I suoi due figliuoli non troveranno mai più il sentiero
che conduce alla quiete e all'affetto: Luisa sarà votata a un'eterna
vedovanza, senz'amore, senza figli, senza dolcezze: Tom partirà per
viaggi lontani, a redimersi dei suoi gravi falli, e morirà lungi dalla
casa paterna, in un ospedale straniero. E intanto, intorno a questa
intima e duplice tragedia, altra gente, molto più umile, molto più
semplice, procede nella esistenza, soffrendo, è vero, versando tutte
le sue lacrime, ma ritrovando, sempre, il sorriso della serenità, il
riflesso di una speranza intima, la energia silenziosa per camminare
fra i triboli, con gli occhi fissi in un orizzonte dell'anima che nulla
velerà giammai.

E non siamo noi, di buona voglia e contro voglia, un poco Tommaso
Gradgrind, tutti quanti? Purtroppo, nulla c'inspira più diffidenza che
la immaginazione. Se un nostro amico mostra della esaltazione, giusta
o ingiusta che sia, per qualunque cosa, noi lo guardiamo con occhio
sospettoso e nell'affetto che gli portiamo, non manca un certo sgomento
e una certa pietà. Se una nostra amica ha delle qualità di entusiasmo,
se ella si trasporta facilmente e arde di zelo, magari per cosa impari
al suo ardore, noi cerchiamo ricondurla, ahimè, alla verità quotidiana,
le tarpiamo le ali con qualche discorsetto freddo, e ripetiamo anche
noi, purtroppo, la regola del _due e due fanno quattro_, secondo la
quale, pare, tutti dovremmo vivere. Il figlio nostro che più c'inspira
tenerezza e più ci dà preoccupazioni, è quello che mostra troppa
fantasia nei suoi primi componimenti scolastici, nelle sue prime
lettere: noi ci affanniamo pel suo avvenire, quasi egli portasse in sè
un pericolo permanente e minaccioso. La figliuola che più ci tormenta
col suo carattere, è quella che ha delle idee poetiche per la testa,
e i suoi genitori cercano di far presto a maritarla, per affidare in
altre mani la cura di questo singolar morbo che è l'immaginazione. Le
frasi che più si sentono ripetere in questo tempo, quali sono? Chi
dice: — _Siamo serii._ — Chi dice: — _Siamo pratici._ — Chi dice: —
_Ragioniamo._ — Anzi, tutti dicono, anche i pazzi: — _Ragioniamo._ —
Giammai la ragione, la ragione pura, semplice e fredda, trovò tanti
adoratori, tanti devoti, tanti ammiratori. Uno dei più grandi elogi che
si possa fare, ora, a un uomo, è di dichiararlo, ahimè, pieno di senso
comune; e il maggiore elogio che si faccia, ora, a una donna, è di
proclamare il suo buon senso. Noi non tentiamo combattere direttamente,
come il fatale protagonista del romanzo inglese, la immaginazione: noi
non oseremmo mai distruggere completamente in un amico, in un figlio,
in un'anima che ci sia cara, le facoltà candide spontanee vibranti
della fantasia, onde tanta poesia si riversa sull'esistenza; ma noi
tremiamo per essi, noi vorremmo che un miracolo, non fatto da noi,
impietrasse il loro cuore troppo tenero, spegnesse i colori della loro
fantasia e li lasciasse nella vita gelidi, forti, ferrei, senza gioie e
senza dolori. Oh quanto la temiamo, noi, la vita, per noi e per quelli
che amiamo!


II.

No, giammai la vita inspirò in noi tante inquietitudini, tanti
sospetti, tanti timori: giammai noi fummo tanto oppressi dal peso
dell'esistenza, e giammai lo trovammo così affannoso, così duro, così
minacciante. La funzione del vivere, pensando, sentendo, agendo, ci
sembra un continuo problema da risolvere, e l'aver compiuto altre
ventiquattr'ore del nostro viaggio, ogni sera, ci dà quasi un senso di
sollievo, mentre l'aprir gli occhi alla luce, ogni mattina, ci dà un
senso di smarrimento, come se ci misurassimo impotenti a trascorrere
la nuova giornata. Ogni passo che noi facciamo, ci sembra arrischiato:
ogni fermata ci sembra mortale. Ogni nostro movimento è da noi troppo
discusso, troppo vagliato, e noi andiamo egualmente dalla inerzia al
pentimento, dall'azione al pentimento. Quanto migliaja di generazioni
d'uomini trovarono facile e piano, a traverso il tempo, lo spazio, a
traverso tutte le più varie condizioni, appare a noi irto di ostacoli,
talvolta insormontabili: le più semplici azioni che esseri fatti
di sangue e di nervi come noi compirono spensieratamente, sempre,
per secoli e secoli, sembrano a noi talmente difficili da lasciarci
scoraggiati. La scelta di una carriera, l'abbandono del cuore a un
amore, un grande viaggio, una novella intrapresa, un matrimonio, un
subitaneo cangiamento di cose, d'idee, di consuetudini, c'immergono
nelle più amare dubbiezze, ci tolgono ogni equilibrio, spesso ci
riducono alla ignavia morale, facendoci rinunziare a risolvere
i problemi più incalzanti dell'esistenza. Chi è più spensierato,
oramai? Mentre tutte le invenzioni della scienza, tutte le leggi della
politica, tutte le manifestazioni dell'arte sono dirette ad appianare
le difficoltà dell'esistenza, ogni giorno di più quest'esistenza pare
un orribile nodo gordiano che è impossibile di sciogliere e che niuno
è tanto audace da tagliare. Noi non vediamo innanzi a noi che erte
montagne da ascendere, mentre deboli sono i nostri polmoni e fiacche
sono le nostre gambe: non vediamo che deserte pianure da valicare,
sotto il sole cocente, pianure senz'acqua e senza oasi, mentre già le
nostre fauci son disseccate: noi non vediamo che un mare in tempesta
da traversare, mentre già pende in brandelli la vela della nostra
nave senza timone. Ma che ci è accaduto, dunque? Com'è che abbiamo
dimenticato la scienza della vita? Come va che l'arte del vivere non
è più nota? Chi ci ha tolto questa scienza e quest'arte? Chi diminuì
e sperperò le nostre forze? Chi ha spezzato in noi la molla della
nostra energia? Quale mano ha strappato a noi il velo che ci nascondeva
la verità e ci ha resi timidi, trepidanti, quasi vili? Chi, chi ha
ingrandito, innanzi a noi, la possanza della vita e ha ammiserito la
nostra possanza?

È la fredda ragione che tanto fece. È la voce della ragione quella
che vi parla, troppo spesso e forse unicamente, all'orecchio, e che vi
dice, gelidamente, quanto voi siate impari all'avversario, nella lunga
milizia che è l'esistenza. La fredda ragione v'invita a guardare in
voi stessi, a misurarvi, a pesarvi, a calcolarvi; e voi sentite tutta
la penuria del vostro vigore, le inevitabili eredità di debolezza che
sono nella specie, le miserie del sangue e delle fibre, le limitazioni
implacabili che mette la natura e che mette Iddio, le cadute fatali
della volontà innanzi agli istinti che non si domano, le strettoie dove
l'uomo si agita, e che la ragione, la fredda ragione, vi descrive, come
la catena del galeotto che si porta sino alla morte. Parla al vostro
orecchio la fredda ragione e vi mostra lo spettacolo della vita senza
velo, senza aureola, nella sua nuda verità; e voi vedete che siano le
vane promesse della gioventù, i fallaci giuramenti della passione,
le lusinghe ingannatrici dei trionfi umani, le brevi ed egoistiche
gioje dell'età virile, i tornanti amari ricordi della maturità e le
tristissime decadenze della vecchiaja. Ah essa parla, parla tanto,
parla troppo, la ragione, e vi mostra, sì, la via della virtù, ma ve
ne dichiara anche tutte le spine pungenti, tutte le asprezze dolorose,
tutte le privazioni inenarrabili, e, questa via lunga, ve la fa vedere
senza poesia, senz'attrazione, senza fascino, attossicante alla bocca
e al cuore come l'assenzio, senza altre consolazioni, senza estremi
compensi. Sì, è vero, la ragione vi assegna, rigorosamente, quello
che è il vostro dovere: ma questo dovere ve lo infligge in tutta la
sua austerità, in tutta la sua crudeltà, in tutta la sua amarezza; ma
quello che v'impone di fare, la ragione, cioè il vostro dovere, essa ve
lo mostra così brutto, così disadorno, così disgustoso, che l'uomo si
copre il volto con le mani, per non vedere: e la mortale fiacchezza lo
colpisce e lo atterra. Tutto il congegno sociale, così bizzarro, così
stravagante, così imperfetto, ma che non si potrebbe mutare, forse, che
in peggio, la ragione ve lo smonta, innanzi, nelle sue ruote, e voi ne
osservate tutti i traviamenti fatali, tutte le ingiustizie necessarie,
tutte le infamie inevitabili e voi provate l'orrore mortale dell'uomo
dinanzi ad una macchina mostruosa che lo deve schiacciare. Questo fa,
la ragione. È il suo còmpito. Essa deve dirvi la verità; e non importa
che questa verità sia il vostro dolore e la vostra morte.


III.

In un limpido raggio di luna che penetra nella foresta, sotto i grandi
alberi dove si è addormentato il canto degli uccelli, mentre mille
insetti notturni frusciano dolcemente, sovra un prato di erbe e di
fiori, dorme Titania la bionda, regina delle fate. Bianca, tenue, quasi
vaporosa, nella sua veste che pare di argento, velati i begli occhi
azzurri da le sottili palpebre, Titania la bionda giace, sui fiori,
tutta molle del chiaror lunare che pare tessa una trama scintillante
intorno al candido viso e alla leggiadra persona. La foresta manda
sospiri e profumi; poco lontano è Atene. Oberon, marito di Titania,
marito tenero e dispettoso, malcontento che Titania si sia rifiutata a
un suo lieve capriccio, decide di infliggerle una singolare punizione.
Egli distilla sugli occhi di Titania dormiente un succo possente,
un magico filtro: per esso, risvegliandosi, Titania amerà follemente
il primo essere che incontreranno i suoi occhi, quale che sia questo
essere, bello o brutto, elegante o triviale, intelligente o stupido:
per questo filtro mirabile, la prima persona che apparirà a Titania
la bionda, le sembrerà dotata di una bellezza sovrumana, e ogni suo
atto, il più volgare, ogni sua parola, la più semplice, saranno per
Titania una musica soave, un gesto incantevole. Titania la bionda si
risveglia, come trasognata: e innanzi ai suoi occhi appare Bottom, un
tessitore, un grosso bestione, che si è smarrito nella foresta, dove,
coi compagni, artieri ateniesi, veniva a concertare una commedia, visto
che questa povera gente, oltre a tirar la spola, a menar la pialla
e a battere il ferro sull'incudine, si industriava anche a recitare,
per guadagnar qualche soldo, sopra un teatrino di tavole. Bottom, fra
costoro, è il più goffo: brutto, stupido, con grosse orecchie asinine,
egli resta anche più imbecillito di fronte a Titania la bionda, la
esile e lieve regina delle fate, innamorata di lui. La malìa di Oberon
agisce, e la creatura che danza la notte sui prati, fra il coro delle
sue ninfe, la creatura che beve la rugiada nel calice di un fiore,
abbraccia il grosso bestione, rivolgendogli le più appassionate
parole, e gli carezza le orecchie asinine amorosamente. Bottom è
stato trasformato dal filtro miracoloso: tutto quello che gli manca,
il filtro glielo dà: la sua goffaggine, il suo cretinismo, la sua
bruttezza, colorite dagli occhi di Titania in cui il filtro agisce,
prendono la parvenza della grazia, della bellezza, della seduzione;
e tutta la foresta con i suoi fiori, i suoi profumi, le sue musiche
arcane, s'inchina a colui che divenne il signore della sua regina: e
le ninfe e i folletti e Titania istessa, trasvolante nel bosco come
un'ombra leggiera, s'inchinano a colui che l'incanto fece bello come un
dio!

Volle il divino Guglielmo Shakespeare, nel suo _Sogno d'una notte
d'estate_, in questo magico succo che veste dei colori più maliosi
una persona plebea e deforme, adombrare un simbolo amoroso ed umano?
Chi sa! Egli volle tutto, io credo: e tutto espresse, tutto raffigurò,
tutto personificò e, ancora per centinaia di anni, migliaia di lettori
e migliaia di spettatori troveranno in lui cose nuove, cose grandi,
cose profonde, cose impensate e meravigliose. Abbia o non abbia
simboleggiato il sublime accecamento della donna innanzi all'oggetto
amato, noi coi nostri occhi mortali vediamo in Titania il cuore umano,
in Bottom la vita, e nel magico filtro che tutto trasforma, il potere
sconfinato dell'immaginazione. La vita è grossolana, è mediocre, è
laida; ma basta che gli occhi di chi la guarda sieno stati bagnati da
quel misterioso elisir che è la fantasia, perchè la vita muti tutto il
suo aspetto, perchè essa possa parer diversa da quello che è, un'altra
cosa, un'altra figura, un'altra immagine, qualche cosa che attrae, che
conquide, che avvince. La vita è rude, è gretta, è crudele; ma se colui
che la subisce ha in sè il segreto filtro che Oberon distillò a Titania
dormiente, tutto sarà singolarmente mutato in bene, e Bottom, ancora
una volta, farà delirare la creatura gentile. Questa possente forza
di trasformazione agisce in noi così mirabilmente che, si può dire,
la vita intorno sia quella che noi facciamo con la nostra fantasia
e non già quella che è nella sua essenza così grama, così bassa. La
fantasia, in noi, diventa un artista creatore, dotato d'un tal sublime
potere di creare, che da un vile fango trae la statua, la persona, il
monumento, la città, il mondo. Plasmatrice inarrivabile, la fantasia,
in noi e fuor di noi, non muta solo il volto delle persone che amiamo,
non cambia per noi solo l'aspetto esteriore degli uomini e delle cose,
ma ne trasforma lo spirito e l'anima, ma trasforma il corso degli
avvenimenti e vince il Destino!

Quale uomo potrebbe continuare a vivere, se la sua immaginazione non
rifacesse intorno a sè la vita? Quale donna consentirebbe a vivere,
se la sua immaginazione non le nascondesse le laidezze ond'è cosparsa
la esistenza e non le infondesse il coraggio di esistere? Sublime
potere della fantasia! Per essa, il povero lavoratore che passerà i
suoi anni fra la fatica e gli stenti, lasciando di travagliare solo
per morire, si creerà del suo lavoro e delle sue privazioni un dovere
colorito di tutte le lusinghe di un nobile sacrificio; per essa, il
povero impiegato che trascina la sua vita fra aride e mal compensate
umili funzioni, vedrà il suo lungo cammino trasformato dal sogno in
pace famigliare, coi figli benedicenti alla bontà segreta e costante
del padre; per essa, la povera donna mal maritata, sofferente sotto
un giogo che la ragione le mostrerebbe assurdo, ma che la fantasia
le trasforma in un poetico dovere di onestà e di fedeltà, potrà
compiere il suo triste viaggio senza errare, col cuore solitario, ma
racconsolato; per essa l'uomo, che sentì mancare in sè e attorno a sè
le forze e le occasioni che lo dovevano condurre a una meta agognata,
sentirà meno velenose, meno pesanti le delusioni di chi sbagliò la sua
strada; per essa la fanciulla che amò invano, che non fu amata, che
vede tolta a sè la miglior parte della vita muliebre, cioè l'amore,
cerca altri moti più altruistici e più caritatevoli, di espandere
l'ardore non corrisposto del suo cuore; per essa, pel prodigioso potere
della fantasia, tutte le esistenze misere, senza conforti materiali,
senza conforti morali, — sono innumerevoli, ahimè, queste esistenze, —
sopportano quietamente la loro desolazione e quasi ne traggono origine
di serenità e di felicità. Sui nostri chiusi occhi, nel sonno, Oberon
gitta la sua arcana malìa; e l'anima nostra, trasportata dall'azione
bizzarra del filtro, non si cura della congerie di tristezze
disseminate lungo il corso degli anni, e trova in sè la energia della
lotta e della vittoria. Senza fantasia, chi potrebbe amare la vita dove
è l'immondo contatto degli sciocchi e dei perversi, dove s'agitano
le passioni più odiose e più nauseanti, dove la mancanza di fede, il
tradimento, l'abbandono colpiscono le anime più degne, dove sono tutte
le caducità e tutti gli errori? Chi, senza fantasia, potrebbe subire
l'insulto dei potenti, l'indifferenza della folla, la ingratitudine
degli amici? Chi, senza fantasia, potrebbe veder morire in sè ogni
speranza e fuori di sè ogni desiderio? Chi, senza fantasia, potrebbe
patire, sacrificarsi, vivere di abnegazione e di abnegazione morire?


IV.

E felici, invidiabilmente felici, coloro in cui la fantasia assurge
alla costante forma del sogno. Temperamenti caldi e, talvolta,
delicatissimi: caratteri pieni di passione irrompente e, spesso
impacciati e taciturni: anime piene di poesia e, per lo più, inabili a
esprimere quello che è la loro ricchezza spirituale: fibre spesso molto
gracili, ma che appariscono sostenute da una fiamma interiore: parvenze
di uomini, di donne, spesso molto semplici, spesso molto austere,
spesso inascoltate in ogni loro grido di gioia e di dolore: cuori
dove prende origine, dall'amore, dalla malinconia, dalla tristezza,
dalle lagrime che non sgorgano, il sogno, il sogno che trasporta,
che trascina, che travolge: costoro, tutti costoro, per gli occhi
che leggono oltre le chiuse fronti, portano il suggello di un dono
speciale, prezioso, che fu loro concesso dal Signore. Non è necessario,
perchè questa nobilissima facoltà del sogno si esplichi, che la mente
sia dotata di grande intelligenza: non è necessario che il cuore sia
saturo di sentimenti eroici: non è necessario che il carattere possieda
qualità vigorose e combattive: no, perchè si possa vivere sognando e
sognando morire, non si deve essere nè un grand'uomo, nè una grande
donna, nè un artista trionfale, nè uno scienziato mondiale. No! La
madre che, nella casa solitaria, ogni sera culla il suo bambino, e
quando egli si addormenta, si curva, lo benedice e resta immota a
guardarlo, mentre l'ora passa ed egli non se ne accorge, è trasportata
da un sogno di amore e di orgoglio nel quale suo figlio le appare
già grande, florido, bello, dolce, sereno, amato, stimato, ammirato:
il villano che si ferma, un minuto, guardando il campo che egli ha
seminato con la buona semente, è trasportato dal sogno del futuro pane
che la Terra gli darà, fecondata dal suo lavoro: l'operaio che ribadì
i chiodi sulle tavole robuste della nave che andrà via, lontano, sui
mari, sente nella ingenua anima il sogno di questa forza che egli crea,
umilmente e oscuramente, e nel giorno del suo varo, convulsamente,
l'operaio piange, di gioja, di tenerezza, vedendola, come nel suo
sogno, partire! E cento e mille altri, nelle case borghesi, nei
tuguri, nei palazzi, sui monti e sulle pianure, nelle popolose città,
nei centri solinghi di provincia, nei piccoli borghi perduti nella
campagna, sognano ad occhi parti un sogno piccolo o grande, un sogno di
gloria o di benessere, un sogno di odio o di amore, un sogno di bontà,
un sogno di rassegnazione, un sogno di pietà. L'uomo che passa accanto
a voi nella via, e che trascorre, quasi senza vedervi, porta in sè un
sogno che vi è ignoto: la pallida donna che solleva la portiera pesante
di una chiesa e s'inginocchia innanzi alla immagine di Maria, porta
in sè un sogno di dolore, forse, e forse di pentimento: il gentiluomo
che s'inchina, cortese, squisito, innanzi a una donna, e pare galante
e spensierato, sogna, forse, un sogno di gelosia e di furore: la dama
che si covre di brillanti e appare fulgida nella festa dove trionfa il
piacere, nasconde forse nell'anima un sogno di pace, di solitudine,
di silenzio, inaccessibile: il banchiere gajo e vittorioso che vi
stringe la mano sorridendo e sparisce, sogna, forse, il distacco da
questo vecchio povero mondo europeo dove niuno fa più fortuna, dove
tutti impoveriscono: la fanciulla che tace e pensa, quando intorno a
lei si narrano i fasti dalle grandi nozze, sogna, forse e senza forse,
l'altare che la vedrà inginocchiata nella candida veste, mentre ella
quasi si curva sulla visione, per scorgere il viso del misterioso
sposo che non le è apparso ancora: la donna che legge, nelle pagine
di un romanzo, nelle cronache di un giornale, l'urto terribile o truce
della passione amorosa, abbandona il libro, il foglio sulle ginocchia,
e sogna quello che non le fu, che non le sarà mai concesso, vivere e
perire per un amore.

Oh potenza evocatrice del sogno, in chi sa sognare! Basta aprire un
cassetto già chiuso da anni e guardare l'indirizzo di una lettera,
per rivedere, sì, per rivedere come se fossero vivi, i cari occhi
materni che mai seppero guardarvi senza dolcezza: basta contemplare un
fascio di fiori campestri, per sognare il grande silenzio delle vaste
distese solinghe, sotto il cielo stellato, nelle notti di estate:
basta odorare un noto profumo per vedersi apparire innanzi un volto
sfiorato dal dolore, che già, da molti anni, sparve dal mondo, e le cui
treccie nere odoravano di quel profumo: basta udire il fischio di un
treno che passa, per creare il sogno di una fuga: fuga interminabile,
chi sa dove, chi sa quando, in un paese che non si è mai visto, che
esiste, forse, solo nel sogno: basta il verso nostalgico e disperato
di un poeta per creare un sogno di dolore e di disperazione. Potenza
creatrice del sogno! Forme, linee, espressioni mai scorte, che non
si scorgeranno mai: voci, parole, musiche che le nostre orecchie di
carne non udiranno mai: emozioni, voluttà, ebbrezze che le nostre fibre
terrene non saprebbero sopportare: alte felicità e alte sciagure, più
grandi di ogni avvenimento estremo: improvvise ricchezze, improvvisi
trionfi, improvvise glorie che non ci saranno mai date: tutta un'altra
vita e mille vite, insieme ardenti, vibranti, tumultuanti, conducenti
all'apogeo di ogni sensazione e di ogni sentimento. O fortunati coloro
in cui il sogno tanto opera! Il sogno distende fra i sognatori e la
vita come un velario, come una nuvola, e il fortunato essere si avanza
in questa specie di custodia immateriale, in quest'atmosfera spirituale
isolante; e fra i veli del suo sogno, fra la bianca nuvola che lo
avvolge, nella solitudine che lo assorbe, il fortunato può abbandonarsi
alla sua profonda e cara visione, può come Issione struggersi di amore,
di dolore, di folle ardore, senza che nulla di quanto esiste, nella
verità, lo strappi al suo sentimentale delirio!

Assai, assai più invidiabili coloro in cui, quale leva magnetica, il
sogno diventa operoso. Può, spesso, la società positiva non saper
risparmiare a questi sognatori il suo disprezzo; ma nella intimità
del suo spirito, la società positiva invidia loro questa forza capace
di sollevare le montagne; ma la vita e la morte di questi sognatori
operosi finisce per istrappare un lungo grido di rimpianto e di
ammirazione persino in coloro che li derisero. Che importa poi ai
sognatori operosi la derisione, il sogghigno, la beffarda incredulità?
Coloro cui fu data questa suprema risorsa dell'intelligenza e del
sentimento, coloro che portano in sè questo divino segreto, sono
coverti di uno scudo fatato, scintillante, simile a quello su cui si
spezzò la lancia di Telramondo senza giungere al petto di Lohengrin.
Ogni anno, centinaja di deboli donne, soggette a tutte le fralezze
del sesso, entrano negli ordini religiosi militanti, e partono per le
scuole, per gli ospedali, pei campi di battaglia, per le missioni nei
paesi più inospiti e più selvaggi: e prese dal loro sogno di fede e di
carità, esse combattono, decimate dalle malattie, dalle fatiche, dai
climi perversi, dagli uomini perversi, e dove dieci sono cadute, venti,
cento ne arrivano; e questa catena di nobilissime sognatrici giammai
s'infrange, continuamente si prolunga. Ogni anno centinaja di giovani,
di uomini maturi, di vecchi, entrano nei gabinetti della scienza e
si curvano a interrogare tutti i misteri della natura e della vita, e
impallidiscono sopra il microscopio, e perdono i loro occhi, la loro
salute, semplicemente per portare un piccolo contributo alla verità;
e spesso intiere esistenze si consumano, così, ignorate; e spesso i
loro sforzi nulla raggiungono; e spesso la lotta è così inane, così
acre, così tormentosa che essa li uccide, in pieno sogno di passione
scientifica. Ma dove tanti perirono, altri, altri portanti nella mente
questa visione fulgida, vengono ancora, lottatori accaniti, lottatori
indomati, sino a che, un giorno glorioso, il sogno di tutti loro sia
compiuto da un solo e la umanità possa dire di aver vinto, ancora
una volta, il morbo e la morte. Ogni anno, ogni anno, in cento anime
si svolge il sogno di viaggi in regioni non ancora percorse da piede
d'uomo civilizzato: il grande sogno nordico, fra le nevi eterne del
polo, fra le immortali bianchezze dove i giorni senza sole succedono
alle albe livide e muojono nelle candide notti spettrali; e il sogno
dell'Africa, sotto quella Croce del Sud che tanti occhi ansiosi
interrogarono nelle notti di marcia, e che parve loro la mistica stella
che condusse i Re nella peregrinazione verso Soria, questi due sogni
immensi e profondi, affascinanti e travolgenti, tolgono alle ricchezze,
agli agi, alla patria, alle famiglie, cuori ed anime di sognatori
sublimi. Invano essi languiscono di sonno, di fame, di malattia, fra
i ghiacci che fanno scricchiolare la nave prigioniera: invano dieci,
dodici muojono colà nel settentrionale estremo vedovo sito di silenzio
e di gelo. Altri vi saranno che andranno, vinti dal sogno, a immolarsi,
a cadere. Invano, la terra d'Africa si copre dei più nobili cadaveri
di soldati, di marinai, di scienziati, di scrittori, di principi, di
avventurosi: invano, ogni giorno, è la notizia di una nuova tragedia.
Altri ancora, dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra, vi
vanno, vi andranno ancora, poichè questo sublime sogno pare riceva
un alimento prodigioso e misterioso dal sacrifizio, dal sangue, dalla
morte. Infuria dappertutto la collera delle classi meno felici, meno
fortunate contro coloro che tengono nelle mani tutti i poteri della
Terra; ma dovunque sono donne di cuore, dovunque sono anime gentili
muliebri, piccole e grandi associazioni di carità si formano, e ogni
miseria morale, ogni infelicità fisica trova la mano che soccorre e
che carezza, il sorriso che consola e che assolve, il ricovero che
custodisce il sonno e l'innocenza, la protezione che sorveglia e che
redime. Immensi dolori agitano il mondo: ma il sogno di carità che
affratella le donne di ogni paese e di ogni condizione, ha tale soffio
ardente e vivificante, che esse sole, esse, le oscure e grandi anime
sognanti, portano nei cuore il segreto che risolve il dolore umano!

E il letto di morte dove posa la sua testa stanca l'uomo che visse
e andò verso la tomba per un sogno di fede, di bontà, di gloria,
di grandezza, è pieno di pace finale per l'agonizzante. La monaca
che muore uccisa dal tifo, il missionario che finisce, ferito
dalla zagaglia barbara, lo scienziato che è avvelenato dai farmachi
che maneggia, l'inventore che è stritolato dalla sua macchina, il
viaggiatore che cade di freddo sulla tolda della nave confitta nella
banchina di ghiaccio, l'esploratore che è ucciso dalle febbri o dalla
lancia di un selvaggio, la dama che muore di una malattia presa nelle
sue opere di carità, muojono in pieno sogno senza destarsi dalla loro
nobile visione, e dànno la loro vita senza rammarico, rassegnatamente,
serenamente, sentendo di aver vissuto per qualche cosa di grande,
sentendo di aver vissuto per qualche cosa di nobile!


V.

Se non a tutti è concesso arrivare a queste altitudini operose di
sogno, tutti possiamo, però, mettere, in noi e attorno a noi, la poesia
di un sogno. Nello stretto giro di una piccola casa, nel piccolo limite
di un'esistenza tranquilla e sconosciuta, nel breve ambiente di un
amore, di una devozione nascosta, di una missione celata dell'anima,
l'uomo, la donna possono creare un sogno che li aiuti a vivere, che li
aiuti a soffrire, che insegni loro a godere, che li conduca serenamente
all'estremo loro giorno. Facciamo un sogno della nostra vita, quale
che essa sia, luminosa o tetra, deserta o popolosa: facciamo un
sogno vivido e invincibile della nostra esistenza, e le sue vicende
aspre ci sembreranno facili e gradite e i suoi dolori sopportabili
e purificanti. Sogniamo di esser buoni, sino alla morte: sogniamo di
amare, sino alla morte. Sogniamo, sino alla morte, non di esser felici
noi, ma di render felici quelli che amiamo!



La donna ispiratrice


Fioriva luminoso e fragrante calen d'aprile in Firenze; quando io
ebbi, pur ora, la ventura di passare colà pochi giorni. Nelle limpide
e bionde ore mattutine, le vie erano piene di una folla lietamente
affaccendata, dolcemente ciarliera e le donne recavan fiori fra le
mani, e non so quale fluida gioia di vivere inondava del suo benessere
le persone e le cose. Sull'antico Ponte Vecchio, nelle bottegucce degli
orafi, le contadine di Fiesole e di Signa si fermavano a comperare
gli ori leggeri e scintillanti, ancora simili, nella forma, ai monili
del Trecento, gli ori che doveano adornare il bruno collo di felici
spose, e i rudi loro uomini, quasi balzati da un quadro di Masaccio,
contrattavano il largo anello nuziale: mentre con passo ritmico, via
andavano le fanciulle straniere, cariche di bei gigli fiorentini,
di ranuncoli bizzarri, di fini mughetti, andavano pallide e delicate
figure di creature esotiche, ignote a noi, figure sparenti in un sogno
di beltà e in un segreto desiderio di amore!

Anche, in quelle ore prime, nero e bianco si erge nel sole il Duomo,
purissimo di sentimento mistico, purissimo di pensiero d'arte: la
gente ondeggia intorno, col riso negli occhi, e Arnolfo di Lapo
contempla il cielo onde gli venne l'ardore e la forza del suo nobile
lavoro. Dentro, le penombre si allungano sotto le antichissime volte:
ed è con un senso di stanchezza dolce che le ginocchia si piegano,
nel tempio meraviglioso, ed è una lenta, lunga, cheta preghiera che
sgorga dall'anima silenziosamente inebbriata. Duplice, interiore, muta
ebbrezza, che viene dalla fede rinnovellata nelle più fresche e più
limpide sorgenti, che viene dalla beltà dell'arte: estasi taciturna
che sospinge lo spirito sovra vette sublimi. Ombre vagolano, assai,
pianamente, per la vastità: accanto ai vecchi pilastri su cui si
appoggiarono le spalle dei padri antichi fiorentini, ancora erano anime
cristiane: e con cauti passi i visitatori si aggirano, salutando,
ogni tanto l'altare, ove i sacerdoti cantano le liturgie della
giornata. Qui, sui gradini della Confessione, presso l'immenso messale
miniato schiuso sopra un alto leggìo di legno scolpito, due persone
s'inchinano, insieme, accanto. Vengono di lontano, costoro: hanno
lasciato il freddo e grigio loro paese, cercando il sole per benedire
il gentile e soave idillio del loro sponsalizio, cercando di soddisfare
la loro sete di vivere, non solo alla passione santificata innanzi
a Dio, ma alla venustà delle cose, alla indicibile leggiadria della
natura. La donna è uno stelo sottile, tutta piena di grazia pudica, una
bionda gracile e fragile, sotto la veletta bianca che soffonde anche
più il fine viso: l'uomo è più pensoso e più terreno.

E ancora, a traverso il tempo, il fascino si perpetua, in quelle
anime non italiche, in quei cuori che sentono così diversamente da
noi: essi pregano, è vero: ma, quasi inconsciamente, l'amore si fonde
nel pensiero religioso e le due mani degli sposi si uniscono, senza
che la gentile stretta tenerissima offenda la santità del tempio,
ove sorride benignamente Santa Maria del Fiore. E a chi guarda, senza
beffarda curiosità, a chi guarda con simpatia, la piccola innocente
scena d'amore, la visione antica riappare, la visione degli amori
di un tempio, quando il Poeta vide la sua donna nel tempio e la
guardò e l'amò, mentre ella pregava. O roride mattinate di Pasqua,
con le campane sonanti nell'aria chiara, con quei canti di donne
e di fanciulli, o vesperi di maggio tutti coloriti di roseo e di
zaffiro, voi vedeste il Poeta innamorato e voi vedeste Beatrice,
questa benedetta, questa donna della salute, questa gentilissima! I
nostri torbidi occhi moderni, afflitti e inariditi da tanti mediocri
spettacoli, i nostri poveri occhi così disgustati e così stanchi, non
possono evocarvi, Beatrice, Beatrice, in questa cara ora, nel Duomo,
che fugacemente: voi apparite e sparite e noi non possediamo la magica
parola che vi trattenga innanzi a noi!

Ma la magica parola si può ritrovare, nella notte, in Firenze. Se,
dovunque, la notte, è suggestiva dei più cari e dei più spasimanti
sogni, se, dappertutto, quando le ombre sono ascese dalla terra al
cielo, ognuno può rievocare il solo vero bene che possiede il nostro
cuore, cioè il passato e ognuno può domandare alle fantasie la parola
dell'avvenire, Firenze è il paese più pieno di gentili e seducenti
fantasmi. Nella notte, la folla è scomparsa dalle vie: le botteghe,
le porte sono sbarrate: sono chiuse e oscure le finestre, i balconi:
tutto è silenzio. Le favorevoli ombre avvolgono tutto ciò che è nuovo:
e quasi che un supremo artista prepari ai nostri occhi uno spettacolo
indimenticabile, solo le delicate e forti linee delle antiche case,
delle chiese, delle statue emergono e palpitano innanzi a noi. Allora,
voi vagabondate senza fine, per le strade deserte e tacite, colpito
ad ogni istante da una bellezza schietta che nulla più viola, che
nulla più deturpa: voi andate per le viuzze, dove gli alti palagi in
cui ancora rifulge la grandezza toscana, mettono le masse dei loro
travertini e le sbarre delle loro inferriate, lavorate come gioielli.
In queste notti, il fascino del fiume sovra tutto vi vince; va, l'Arno,
passando tutto d'argento sotto le colonne dei vecchissimi ponti: va
l'Arno che ha visto e che sa: i fanali dei Lungarni vi si riflettono
e vi tremolano: chinatevi bene, se la notte è limpida, voi vedrete,
in Arno, vibrare, riflessa, la luce delle più vivide stelle, la bianca
luce di Venere seguace della Luna, la rossa di Saturno. Quanto tempo si
resta così, guardando le acque che corrono via? Chi sa! L'ora passa,
inavvertita: e innanzi ai vostri allucinati occhi, in una divina
allucinazione, qualche cosa di bianco, appare, un candore fuggente.
Non è forse la fantasima di Ginevra, forse, nel suo funereo lenzuolo
che corre le vie di Firenze? Conoscete voi la istoria d'amore? Ginevra
degli Amieri amava ed era amata: ma là volontà crudele dei parenti non
volle maritarla al gentiluomo che essa amava e la forzò a nozze con un
uomo odioso. Ella sofferse due o tre anni, in questo matrimonio: poi,
per la pena d'amore che non le dava mai pace, ammalò gravemente e morì.
La misero, coperta di fiori, in una chiesa e tutti tornarono alle loro
case, lasciando solo quel cadavere, con un chierico che lo vegliava.
Ora, Ginevra non era morta, era semplicemente caduta in un torpore
mortale; nella notte, si svegliò, si levò dalla bara, si levò dai
fiori, vestita di bianco, innanzi al chierico esterrefatto: e sgomenta,
smarrita, andò girando come folle, per la città. La prima porta a cui
andò a bussare, Ginevra, fu quella di suo padre: costui aperse, la
prese per un fantasma, la esorcizzò con le parole sacre e la scacciò
via. Allora, essa, desolata, corse alla casa di suo marito: bussò: non
le aprirono: bussò ancora: nulla. Tese l'orecchio e le giunsero suoni
di risa e di canti. Suo marito cenava giocondamente con una sua amante,
dimentico nella notte istessa della morta. Pure quella porta fu schiusa
e il marito vide Ginevra: ma egli non disse neppure gli esorcismi,
egli la scacciò brutalmente, come una ladra, come una vagabonda e le
sbattette la porta sul viso. Povera Ginevra, nella notte, sola, avvolta
nelle vesti funebri, cacciata via da tutti, inutilmente risuscitata,
ella pensò se non era meglio ritornarsene sul letto funereo e aspettare
colà veramente la morte, giacchè niuno più volea saperne di lei.
Disperata, con un'idea estrema, ella andò a battere alla porta del suo
amore, di colui che ella aveva amato, riamata: era l'ultimo tentativo.
Costui venne ad aprire: vegliava, piangeva sulla sua Ginevra morta.
Rivedendola in quella ora, così vestita, come pazza, egli non le chiese
se fosse un fantasma o un essere vivente: egli non si spaventò, non si
arretrò, non si sorprese: semplicemente le tese le braccia e le disse:
_entra_.

Così, nella notte chiara, è dolcissima cosa sedersi sotto la loggia
dove l'immenso talento di Orcagna profuse i suoi tesori e guardare
il cielo come la bronzea Giuditta lo guarda, e fissare gli occhi
sulla piazza ove s'erge il palazzo della Signoria. L'aria è fresca,
il silenzio è profondo: il profilo leggiadro e forte che il grande
Donatello lasciò all'ammirazione delle genti, pare più puro e più
vivo. Allora, se da un fascio di fiori giacente, accanto a voi, sale
un profumo primaverile, se qualcuno vi ripete un verso del Poeta,
o semplicemente questo verso vi canta nell'anima, siete voi, voi
sola, Beatrice, voi che riapparite, più lenta nell'incesso, più molle
nell'andare, giovinetta vestita di vermiglio e dalla cinta gemmata,
donna che sapevate così passare e salutare, portando via il cuore del
vostro poeta. Oh queste apparizioni hanno bisogno della notte alta e
solitaria, del grande silenzio dove vegliano da secoli i palazzi e le
statue, hanno bisogno di anime umili ed esaltate insieme da tutte le
poesie, queste apparizioni sono concesse a chi crede ancora nelle cose
del cuore. Ah voi l'abitate ancora, Firenze, o Beatrice, eternamente
congiunta in paradiso al vostro Poeta: voi, bellezza, voi, amore, voi,
candore, voi, musa, voi, ispiratrice, siete sempre l'anima muliebre
dove si assorbe e si esplica la verginalità, la grazia, la mitezza
fiorentina: voi lasciate vagare la vostra ombra amorosa e familiare, in
queste vie ove egli vi adorò, perchè noi conoscessimo ancora, sempre,
la verità profonda e fulgida, la sola verità, che non vi è di poeta
senza amore e che nulla vi è di grande, nel mondo, senza la donna,
senza la ispiratrice.

                                   *
                                  * *

L'ispiratrice, la Musa! Nessun più invidiabile destino, per una donna:
nessuna vita meglio vissuta che compiendo piamente il dolce e alto
incarico, per cui il Signore presceglie le sue creature predilette.
E che significa, per una donna, essere una ispiratrice? Significa,
è vero, essere bella, ma di una bellezza che non porti seco il gelo
della vanità e la crudeltà dell'egoismo: significa essere giovane, ma
di una gioventù non deturpata dalla frivolezza e dalla superficialità;
significa esser buona, non della bontà ristretta e arida che si
contenta di non fare il male: significa esser virtuosa, ma non di una
virtù arcigna e angolosa: significa essere innamorata, ma innamorata
non nel senso esigente, pretensioso e tormentoso, come molte donne,
ahimè sono! La beltà di una Musa deve essere fatta della più completa
unione fra lo spirito e le linee, fra gli occhi e lo sguardo, fra la
bocca e il sorriso, fra la persona e il suo passo: tanto che agli
occhi estatici del poeta appaia una figura dove brilli la divina
armonia che fa vibrare tutte le corde della mente e del cuore. La
gioventù di questa felice donna, che ebbe una così gran parte nel
mondo dell'intelletto e del sentimento, deve avere la freschezza
rorida del fiore, il candore affascinante, la semplicità che prende
e che trascina, la serenità che placa tutte le tempeste: la sua bontà
deve essere sapiente, larga, profonda, efficace, fonte inesauribile di
ogni dolcezza e di ogni tenerezza, una bontà che tutto sa, che tutto
comprende, che tutto perdona, che nulla dimentica, ma che ricorda per
perdonare ancora: la sua virtù deve essere clemente e assolvitrice:
e il suo amore, questo amore che deve dare al poeta tutta la forza e
tutta la felicità, questo amore, deve essere un miracolo di altruismo,
un abbandono tenero e costante, una indulgenza mite e generosa, una
passione alta e pure misurata, un senso schietto e silenzioso di
abnegazione senza lacrime, di sacrificio senza rimprovero. Non così,
forse, eravate voi, Beatrice, cara soave creatura che così poco
rimaneste sulla terra, ma che vi restaste abbastanza per compire il
vostro fato, ma che deste, dagli occhi e dal sorriso e dal saluto la
viva fiamma che doveva perpetuare, nei secoli, il nome del vostro Poeta
e il Vostro! Così, così, voi, esile giovanetta di Toscana, amata sin da
quando eravate fanciulletta, amabile creatura fatta di preghiera e di
amore, tutta serena nella leggiadria e tutta chiusa nella verecondia,
creatura che amaste, come nel più bel romanzo di amore che abbia il
mondo, nella _Vita Nuova_, è narrato. Povero, tenue, e pure profondo
e vasto e ardente amore, raccontato con la parola più nobile e più
schietta, col verso più innamorato e più passionale, riferendone gli
episodii più semplici, più giovanili e più ingenui, tanto che ogni
uomo, il più rozzo, nella _Vita Nuova_ trova rispecchiato un suo amore,
un suo idillio: giacchè le esistenze più misere e più brutali hanno
avuto un idillio, nella vita! Voi eravate così, Beatrice e fra quante
donne amarono i poeti, in tutte le plaghe del mondo e in tutti i tempi,
fra quante dettero il loro cuore e la loro persona, il loro amore e
la loro vita; voi, prima, voi Musa delle Muse, voi, ispiratrice delle
ispiratrici, mistico fantasma aureolato, luminoso, precedente, lontano,
la lunga schiera delle martiri felici che vissero e perirono per amare
un poeta.

Certo, non tutte potettero rassomigliare alla sublime fanciulla
fiorentina, che presto la morte rapì al mondo e collocò nella gloria
del Signore, dove il suo poeta la rivedette, dove la raggiunse. Certo
un essere così giovanilmente perfetto, così datore di ogni bene,
così fatto per attraversare semplicemente la terra, per ritornare
al Cielo, mai più riapparve nel mondo. Ma ciò non importa. La donna
ispiratrice può non essere bella, ma avrà sempre la grazia che conquide
e che meglio conquide: può non essere giovane, ma trovare nell'amore
il filtro che le ridà l'ora bella e piena di giovinezza: può il suo
cuore essere stato maltrattato dalla vita, ma le donne sanno, dove
è il balsamo che tocca e che sana: può avere l'anima abbeverata di
amarezza, ma essere più forte dei veleni che prepara l'esistenza.
Che importa! La donna è quello che vuole. Nel campo dello spirito e
del sentimento, ella può invocare da Dio e volere fortemente tutti i
miracoli che vivificano, che trasformano, che risuscitano, che mutano
l'essenza dell'anima, che rifanno tutto un cuore. Ella può quel che
vuole, se vuole. Ricordatevi, ricordatevi, voi che avete vissuto, come
me, voi cui interessa lo spettacolo dello spirito, ricordatevi quante
volte, in nome di un'idea, per un sentimento, perfino per un interesse,
voi vedeste mutarsi completamente un cuore muliebre, e dove era la
perversità, ritornare la ingenuità più sapiente, più conscia, e dove
era la secchezza e il gelo, nascere ogni fiore di dolce colore, di
dolce fragranza: ricordatevi, voi cui il problema dello spirito umano
tormenta i buoni occhi osservatori, quante volte vi parve di veder
nascere un'anima, novellamente, un'altra anima, e ve ne meravigliaste
grandemente. Tutti i miracoli sono concessi a una donna, quando l'agiti
dentro lo stimolo irresistibile di un ideale: tutto esso può sperare,
felice taumaturga, in onore di un affetto, sia odio, sia amore. Io
credo che si può nascere Salomè e diventare Maria Maddalena, nascere
Dubarry e diventare Carlotta Corday, nascere Cleopatra e diventare
Beatrice!

Giacchè tutte le Muse che ispirarono i grandi poeti dell'umanità
furono donne essenzialmente diverse, di tempi, di paesi, di condizioni
così varie e così dissimili, che mai altre. Volti bianchi e volti
bruni, fronti dove risiedeva viva la gioventù e fronti già tocche
indelebilmente dagli anni, creature austere e fantasie capricciose,
anime il cui maggior pregio era la debolezza e volontà violente di
trionfatrici, tutte le forme plastiche e tutte le essenze spirituali
formano la schiera delle ispiratrici: eppure sotto la carezza delle
loro bianche mani, i cuori dei poeti si aprirono e nacque la poesia
alata e folgorante per i cieli dell'arte. Un solo grande vincolo le
accomunava, le accomuna ancora, tutte quante, ed è questo desiderio
di essere la fonte, donde l'ingegno del poeta trarrà ogni beltà
d'immagini e ogni preziosità di forma, di essere la fiamma che incende
le polveri onde alta e nobile, non devastatrice, si leva la gran
vampa che sorprende le menti degli uomini, questo vincolo le unisce,
questa missione grande, spesso dolorosa, spesso martirizzante. Ah
dolce e amara cosa essere una Musa! Dire: ecco, quest'uomo ha in sè
una forza, ma essa dorme, io la sveglierò; tutte le facoltà di questo
ingegno sono nobili, ma immerse nell'ignavia, io vincerò la loro
lunga inerzia: il lavoro che svincola lo spirito e gli dà le ali, è in
orrore a quest'uomo, e io lo indurrò ad amarlo: la via, la bella via è
innanzi agli occhi di costui, ma egli chiude gli occhi per non vederla,
indolente, fiacco, scoraggiato, io prenderò la sua mano e camminerò
con lui. Camminare con lui: la gran parola! Vuol dire mettere la sua
piccola mano nella mano talvolta gelida, talvolta perfida, talvolta
debole, talvolta paurosa di un uomo e sorreggerne tutte le debolezze,
riscaldarne il gelo, vincerne le perfidie e domarne tutti gli sgomenti:
questo con una piccola mano feminile carezzevole e sicura, salda e
leale. Vuol dire camminare anche avanti, perchè i triboli della strada
feriscano prima lei la ispiratrice, che li scarta, che li allontana e
non lacrima per le ferite: andare avanti, perchè il poeta non devii,
perchè egli continui direttamente il suo cammino verso la sua meta:
andare avanti, perchè il proprio core sia scudo ai colpi di tutti i
maghi e di tutte le streghe che giurano vendetta, sempre, sovra ogni
culla di poeta: questo è camminare con lui. Ma vuol dire anche stargli
vicino e piangere tutte le sue lagrime, se le lacrime sono necessarie;
e dargli tutti i sorrisi, anche col cuore straziato quando egli voglia
un sorriso; e sorreggerlo nelle ore di fiacchezza mortale: e medicare
amorosamente tutte le ferite che il mondo riserba specialmente ai
poeti; e cingere quell'amata persona delle proprie braccia per ridarle
il vigore e posare quel capo adorato sul proprio cuore, per ridargli
la pace. Camminare con lui, vuol dire anche dimenticare la propria
beltà e la propria giovinezza, obbliare di essere una donna con
una volontà propria, con un carattere proprio: annullare lentamente
la personalità propria: dimenticarsi di essere: sparire nell'ombra
del poeta. Camminare con lui, significa, spesso, per la Musa, per
l'inspiratrice non essere nè amata più, nè ammirata più: significa
avere avuto un'ora di amore e una vita di dolore: significa subire
l'abbandono più crudele, essere tradita sempre, quando si è sempre
fedele: vedere mille rivali trionfare e trionfare la gran rivale, sovra
tutto, che è la poesia: andare alla morte, significa, camminare con
lui! Ma, in cambio di questo assorbimento, di questo annichilimento, di
questa morte, rivivere più pura, più bella, più splendida nelle opere
del poeta: prendere un posto così luminoso che poche creature umane
possono diversamente: salire a una gloria che durerà nel tempo, quando
centinaia di primavere, già, abbiano sfrondato le loro rose sulla tomba
della Musa. Meraviglioso premio che va alle più fortunate inspiratrici:
premio stupendo a tutta una esistenza martirizzata! E neppure tutte
le raggiungono, questa corona di luce, questa bella palma data al
miglior sangue dal loro cuore versato: molte inspiratrici restano
sconosciute, giacchè l'ingrato poeta dimenticò colei che fu l'origine
della propria fortuna spirituale, o l'adombrò in modo che niuno potesse
riconoscerla. E allora queste ispiratrici si appagano, tacitamente, di
avere dato al poeta tutto quello che gli mancava, si consolano pensando
che il tale libro, il tale poema, non esisterebbe, se il loro amore
non avesse circondato l'amato capo di un'aureola di serenità, credono
di avere ottenuto il premio se colui che amarono fu grande, anche un
poco per esse. Se madame de Beaumont è morta per l'egoista, per il
disumano visconte di Chateaubriand, strappando a tutti le lagrime,
salvo che al suo poeta, i critici non sanno ancora dire chi fu che
inspirò all'olimpico Wolfango Goethe la Carlotta del suo _Werther_ e la
Margherita del suo _Faust_!

                                   *
                                  * *

Ma non tutti gli uomini possono essere poeti: Dio concesse questo dono
fatale a pochi eletti, a poche aquile capaci di fissare il sole, ma,
talvolta, destinate a morire fulminate. In cento altre forme, in cento
altre manifestazioni del pensiero e dell'azione, lo spirito dell'uomo
può volare nei cieli della grandezza. Da secoli l'umanità si dibatte
contro i problemi che la turbano e l'attraggono irresistibilmente:
e il piccolo gruppo di pensosi, a traverso il tempo, è cresciuto,
cresciuto: dove uno è morto, dieci sono nati: un combattente è caduto,
cento novelli guerrieri si sono avanzati. Legioni di smorti e pure
ardenti lavoratori passano le loro giornate, curvi dai travagli che dà
l'esercizio della scienza e dell'arte; schiere di ostinati ricercatori,
allora manipoli, adesso schiere, domandano allo studio paziente e
tenace, uno dei segreti dell'esistenza che una suprema ironia continua
a nasconder loro, beffardamente sogghignando; il mondo racchiude,
oramai, falangi di apostoli che rinunziando, con gli occhi serrati per
non cedere alle tentazioni, a ogni comune bene, gittano la loro vita,
perchè il destino dei loro fratelli sia meno grave, meno doloroso:
tanto che quest'audace e misera umanità, ieri ancora inconscia, ma
già inquieta, è oggi in un incessante spasimo di pensiero, in un
febbrile movimento che mai si possa. Colui che, nel silenzio della
notte, tenta fermare nel verso l'impeto di una passione, la luce
d'un'idea, colui che dove tutto è tenebra, innanzi a sè, vede sorgere
una immagine e tremante di gioia e di paura, vuol renderla in tutta
la sua vivezza, colui che vuol mettere, nel nobile crogiuolo della
forma lirica, tutto quello che freme in lui e che palpita intorno,
il poeta, infine combatte una battaglia solinga e disperata, simile
a quella di Giacobbe con l'Angelo: e la vittoria ha con sè così alte
lusinghe, che è poco dare per essa la forza, l'amore e la vita. Ma le
lotte di tante altre anime di artisti, di scienziati, di filosofi, di
mistici, d'inventori, ma le torture che sono inflitte a costoro dalle
cose nemiche e dagli uomini nemici, anche hanno il loro singulto che
schianta il petto, anche hanno il loro grido lungo e roco, che fa
impallidire chi lo ascolta. E spesso, tutta questa pugna è inutile e
le vigorie degli uomini si sciupano, si disperdono in vani tentativi:
spesso, colui che cerca, nulla trova: spesso, quando egli ha trovato,
si accorge che quanto chiedeva e ha ottenuto, è inane, spesso il premio
raggiunto, è destinato a onorare chi non l'ottenne: la vicenda delle
cose umane ha sanguinose ingiustizie, delusioni terribili, scherni che
fanno impazzire. Ah non solo il poeta può essere un eroe e può essere
un martire; non solo! Il mondo ha altri martiri e altri eroi: più
umili, più buoni, più oscuri; una folla di martiri e di eroi. Il poeta
ha, nella vita e nella morte, un'ora di apoteosi: questi altri eroi,
spesso, non l'hanno mai, e la polvere delle loro ossa tormentate, torna
alla terra, oscuramente!

Ebbene, ognuno di questi uomini di pensieri e di volontà ha avuto la
sua Musa, la sua ispiratrice; la tradizione sublime, la sublime eredità
di Beatrice è passata nelle vene di tante altre donne, quasi tutte
ignote: accanto a ogni anima che tentò strappare i veli crudeli che ci
celano ancora tanta parte dell'ideale, vi è, sempre, noi lo sappiamo,
sebbene nessuno ce lo abbia detto, vi è sempre un'altra anima, vi è un
sorriso, vi è un bacio, vi è la donna, la donna che ispira, anche se la
sua mente sia angusta, anche se il suo mondo spirituale sia meschino,
anche se ella sia fatta di semplice beltà, anche se ella non sia
bella, ma piaccia, anche se ella non piaccia, ma ami! Ride, perfida,
dalle tele la donna che Giorgio Barbarelli amò e odiò, insieme, ma
che gli dette, più largo e più umano, il senso dell'arte, onde il
nome di Giorgio ne tiene alto il suo posto, nella pleiade veneziana:
in una piccola via di Trastevere, una guida, un amico, vi mostra la
finestretta donde la Fornarina attendeva, nei vespri di Roma, il suo
Raffaello. Ella lo uccise, dicono: ma, veramente, ella rivelò al freddo
e purissimo cultore dell'arte classica, all'adoratore della bellezza,
greca, una beltà viva e parlante, una suffusione di grazia e di sorriso
che solo l'amore potea ispirare: e se egli è vero che morì per lei,
egli morì bene e la morte fa sapiente, colpendolo quando già il suo
genio aveva dato tutti i suoi frutti, quando egli aveva detto la sua
più grande parola. La vanità maschile dichiara pomposamente che il
grande Leonardo non amò nessuna donna: ma nel Louvre di Parigi sorride
misticamente e sensualmente la sua Gioconda, sorride con tanta finezza
tanta malizia tanta seduzione e tanta perversità, che si comprende come
questo ritratto di Monna Lisa, durasse, nientemeno, cinque anni e il
cav. Giocondo, suo marito, assai s'impazientisse di questa lunghezza.

Il beato Angelico ha vissuto una vita di purità e di fede, piegato
in adorazione davanti ai suoi ideali mistici: la storia, la critica
non trovano nell'esistenza di questo piissimo artista la traccia di
una sola donna. Eppure vi è! Ed è la Madonna, la ispiratrice di frate
Angelico, la Madonna, che dolcemente gli appariva, nelle sue notti
senza sonno, sulle colline fiorite di Fiesole, la città etrusca: è la
Madonna che appariva al suo fedele, circondata dagli angeli oranti e
cantanti le glorie del Signore e della Vergine! E se bene si guardasse
in tutte le esistenze dei grandi, se si potesse ficcare lo sguardo in
tutte le ore della loro vita, si troverebbe una figura feminile che
li accompagna nel viaggio, che, forse senza neppure intenderlo, è la
ragione segreta del lavoro e delle loro opere. Figure velate, è vero.
Chi le conosce? Chi ne ricorda i nomi? Nessuno. Sono lunghe teorie di
creature avvolte nei veli del mistero: sono processioni di anime di
cui nessuno seppe la storia. Amarono, furono amate, ecco tutto: e forse
non amarono abbastanza, non abbastanza furono amate, ma vissero nella
casa dove un uomo di genio, di pensiero, di azione, visse, ma furono
le compagne, le mogli, le amanti di un guerriero, di un conquistatore,
di un filosofo, di uno scienziato, di un'artista, ma furono, accanto
a lui, il simulacro della feminilità, il simbolo di Beatrice. E colui
che le sogna, colui che sa che esse esistettero, anche se niuno ne ha
fatto menzione, colui che induce la loro vita, colui che le indovina,
figure immobili e sorridenti, figure fedeli, forse e, forse, infedeli,
ma sempre piene di fascino, colui che intuisce la loro grazia e il
loro potere, le vede, come sono state, nelle mille espressioni di
mille vite diverse, negli amori e nelle passioni, negli affetti e nelle
adorazioni, nelle tenerezze e negli entusiasmi, le vede, angeli, donne,
femmine, talvolta, fatte per la felicità e fatte per la tortura ma esse
sole sorgenti di tortura e sorgenti di felicità: le vede, legate a un
uomo coi vincoli creati dall'amore, dal capriccio, dalla consuetudine,
forse anche dal disprezzo e dall'odio: le vede, le più alte, quelle che
intesero tutta la loro missione, vivere perchè egli raccolga tutte le
dolcezze e tutte le ebbrezze, costoro, le dirette nipoti di Beatrice:
le vede, le altre, quelle che non seppero comprendere, ma, almeno, si
lasciarono amare, ma, almeno, misero tutta la loro bellezza in omaggio
di un'arte o di una scienza. Che importa, se neppure il loro nome è
giunto sino a noi? Che fa, un nome? Che dice una storia? Esse hanno
esistito: la pruova della loro vita è nelle opere degli artisti e dei
pensatori, degli scienziati e dei mistici. Esse hanno vissuto, giacchè
l'umanità ha avuto le sue alte cime, giacchè l'uomo è stato grande.
Pallide donne, rosee fanciulle, volti consunti dagli anni e dai dolori,
fronti candide che non furono mai solcate da tristezze, cuori macerati
nelle lacrime, bocche che seppero solamente baciare, esse furono:
popolane amanti e costanti, grandi dame purissime e altiere, borghesi
gentili e semplici, donne d'amore appassionate e crudeli, monache
smorte sotto il biancore delle cuffie; innamorate, amanti, spose,
mogli; tenere, dure, amorose, folli, spietate, adoratrici, adorate,
viventi tutta una vita accanto a lui, o passandovi solo un giorno:
apparendogli nel nimbo di una poesia quasi sovrumana e sparendo subito,
per sempre, o servendolo umilmente, nella schiavitù desiderata e voluta
dell'amore.

Talvolta, una linea di una statua, il colore di un quadro, una pagina
di prosa, un verso parla di loro: talvolta, nulla. Ma in tutta la loro
espressione e in tutta la loro suggestione di beltà o di grandezza,
parlano i poemi e i quadri, parlano le statue e i libri, parlano le
grandi scoperte e le grandi invenzioni, parlano le guerre vinte e
i paesi conquistati, narrando la istoria grande della ispirazione
feminile. Gli uomini dicono che una donna è incapace di fare un
capolavoro. Forse: non lo so. So che vi è una donna, in ogni capolavoro
di un uomo.

                                   *
                                  * *

Ma non tutte le donne possono essere innamorate, amanti, spose, mogli.
Avete osservato quanto e troppo si parli dell'amore, in questo nostro
tempo, e come questo elemento unico, egoisticamente attragga tutti
gli sforzi degli artisti e tutte le ricerche degli psicologi? Avete
notato come la passione che pure considera e riassume tutti gli ardori
di tutti gli effetti, sia monocorde, nel mondo moderno, sia la sola
passione d'amore quella che ci occupi e ci preoccupi, tutti quanti,
attori e spettatori, soggetti di cronaca e cronisti? Avete considerato
che il mondo moderno non si degna studiare la donna che nei soli
rapporti del sesso, nella sola manifestazione amorosa, trascurando
tutto il resto? Ama, non ama, non può amare, non vuole amare, non
deve amare, non sa amare, non può vivere senza amare, muore di amore,
muore per amore; ecco le sole questioni che opprimono gli studiosi
e gli artisti. Ma dunque, non sa e non deve fare altro la donna, e
veramente non sa e non fa altro, questa nostra donna? Null'altro? Ma
dunque ella non esiste più, in tutti gli altri suoi affetti, ella non
è più una figlia amorosa, ella non è più una sorella amorosa, ella non
è più un'amica amorosa, ella non è più una cristiana pregante, ella
non è più una donna che pensa, che sente, che vive, oltre l'amore?
Possibile? Possibile? E giacchè nessuno psicologo, ahimè, nessun
artista, ha potuto negare la tremenda verità ed è che l'amore sia un
sentimento breve e fallace, un sentimento più degli altri soggetto a
tutte le miserie, ed a tutte le caducità umane giacchè le limitazioni,
le imperfezioni, le delusioni dell'amore non le può negare nessuno,
giacchè esso, sovra tutto, è breve, breve, breve, vuol dire che la
esistenza feminile conta solo, nel mondo sentimentale, per due anni,
per un anno, per sei mesi? E le donne che non riescono a essere
amate, le donne che non riescono ad amare? Non esistono costoro? È
possibile? E quando non si può più nè amare, nè essere amate di amore,
bisogna, dunque, veramente morire? Solo l'amante ha diritto di vivere,
solo l'amante, è oggetto di analisi nei romanzi e nei trattati di
psicologia? E la madre, signori, signore, la madre? La madre che è
madre, sempre, col suo cuore, da venti anni sino alla morte, la madre
il cui sentimento non teme il tempo, non teme il tradimento, non teme
l'abbandono, la madre che ama, che è amata, oltre la tomba? La madre,
il cui sentimento è rafforzato dall'istinto, più vero, più innegabile,
la madre che ama con le sue viscere e col suo cuore, la madre il cui
amore ha mille forme, mille furori, mille ardori, mille follie? O
psicologi, o artisti, o figli, o ingrati!

Ma se, nell'assorbimento ingiusto e monotono, indizio di debolezza e
d'impotenza dell'arte e della psicologia moderna, se in questa idea
fissa dell'amore, se in questa monomania in cui quelli che pensano
e che osservano restringono meschinissimamente la loro visione, è
dimenticata questa forma così svariata e così nobile, così umana e così
divina che è la madre, ella non perde, no, il suo fedele, costante,
immutabile posto d'ispiratrice, che tenne nel tempo, che nel tempo
terrà. Se l'amante prende un uomo e lo fa diventare un artista, la
madre riceve da Dio un bimbo e dà alla società un uomo: e i germi della
grandezza spirituale che l'amore fa fiorire, furono invero seminati,
dalle mani materne. O anni dell'infanzia, quando, ai mistici che
onorarono la filosofia religiosa e la fede, le prime preghiere furono
insegnate da una cara voce e le manine furono congiunte da due bianche
mani affettuose; o anni dell'infanzia quando, a coloro che furono
grandi nella poesia e nella prosa, i primi libri furono aperti dalle
stesse mani provvide e la testa materna si chinò accanto a quella del
fanciullo, per rendergli più agevole, meno pesante lo studio; o anni
dell'infanzia, quando i primi conati della mente trovarono i buoni,
dolci occhi materni sorridenti incoraggianti! O voci di Dio, o voci
dell'arte, o voci della scienza, non parlaste, voi, per mezzo della
_sua_ voce? Le sacre parole che accendono l'anima, le parole che dànno
i sogni e che dànno le visioni, le parole che schiudono gli orizzonti,
oltre i confini del mondo, non è, forse, lei che le ha pronunziate, per
la _prima_?

Prima ispiratrice! Quando appena appena gli occhi del fanciullo
si schiudono, intendendolo rudimentalmente, allo spettacolo del
mondo, è la madre che gli addita la semplice beltà delle cose: più
tardi, egli ne comprenderà il senso, più tardi, egli ne afferrerà
tutti i significati, ma la impressione primiera, quella che uno
sguardo sapiente e dolce gli indicò, rimarrà come sorgente eterna
di ammirazione. Quando appena appena il cuore del fanciullo comincia
a palpitare, amando qualcuno, è un cuore palpitante che si appoggia
sul suo, è una parola tenera che gli spiega le ragioni e gli scopi
dell'amore, è una guida amorosa che gli insegna perchè si deve amare
e come si deve amare. Quando l'aspetto dei cieli immensi e le vivide
stelle, e tutto l'organismo mirabile del creato e dell'uomo si
rivelano confusamente al bimbo, la madre, prima ispiratrice di fede
e di pietà, gli dice come Iddio volle questa grandezza a lui simile,
come lui sublime. Spesso, nella infanzia, coloro che furono, più
tardi, destinati a essere le fiaccole dell'umanità, non dànno segno
d'ingegno più vivace: spesso, il loro mondo interiore, già esistente,
non sa esprimersi. Ah che la madre vede quello che gli altri non
vedono. Ah che essa sa quello che gli altri non sanno; ella ha il
presentimento ed ella ha lo spirito profetico; e ciò che, più tardi,
meraviglierà il mondo, non la stupisce! A questi figliuoli che già
portano impressa sulla fronte il mistico suggello dell'idea, a questi
figli che furono segnati dallo spirito, a questi fanciulli fatali,
i cui occhi già cercano alla vita quello che essa non può dar loro
che più tardi, per forza, per violenza, le carezze materne vanno più
pietose, più soavi, già lenienti i primi segreti sussulti. Ah chi li
conosce, questi primi sussulti dei fanciulli che saranno artisti e
pensatori, chi li conosce e chi ne freme, di terrore e di orgoglio,
se non voi, madre! Queste prime ansie che conturbano l'adolescenza
e la rendono infinitamente triste, quando la coscienza dell'ingegno
soffoca di emozione il giovanetto, voi le raccogliete, o madre! Siete
voi che comprendete e cercate placare le subite e bizzarre ribellioni
di uno spirito che si sprigiona dalla mediocrità, le malinconie lunghe
e ingiustificate dei quindici anni, e la selvatichezza scontrosa e le
fughe da tutti i contatti volgari: voi che intendete il segreto delle
notti già trascorse alla lettura e allo studio, il segreto della mano
che disegna e che cancella, il moto della mano che cerca sui tasti,
qualche cosa che non giungo a precisare! Il primo aprirsi, sgomento
e inebbriato dell'animo del vostro fanciullo, quando batte sul cuore
l'arte e batte la scienza, quando il pensiero già martella nella testa,
è spiato da voi e voi ve ne spaventate e ve ne inebbriate, come vostro
figlio, e voi avete negli occhi la sua stessa luce di paura e di felice
meraviglia, voi madre sua, madre di questo ingegno che si è svegliato e
che vibra, madre di quest'anima che grandeggerà, domani!

Prima ispiratrice! Le opere di giovinezza così folte di cose e così
ingenue, così ricche di energie accumulate e così simpaticamente
inesperte, così audaci e così innocenti, queste opere di giovinezza,
ritengono tutta la ispirazione materna. Vi spira dentro una tenerezza
che, ahimè, sparirà successivamente, poichè la vita è amara ed è anche
amara l'arte: vi è un candore affascinante che non resisterà ai morsi
dell'esistenza, ma che forma la delizia delle opere di gioventù:
vi è una bontà, riflesso, eco, della bontà materna. Uno scrittore,
un'artista giovanile può essere violento, se il suo bel sangue ricco
ribolle, non sarà mai crudele; può essere aggressivo, non sarà mai
spietato; può essere appassionato, sarà sempre casto, poichè alle
sue spalle, avanti a lui, la mano materna, la voce materna, la parola
materna ancora guidano il suo intelletto. Purtroppo, purtroppo, tutto
ciò è destinato a dileguarsi, a perire: i roventi ed essicanti aliti
del mondo distruggono questa rugiada, distruggono questo balsamo. Ma
esso fu: ma nel cuore del più perverso artista, ma nell'anima del più
gelido pensatore, ancora, talvolta, tutto si penetra di dolcezza, tutto
si colorisce di bontà e il nome materno, mai sarà da essi nominato
senza il miracolo gentile.

Ispiratrice prima, o madre, ma per voi non si scrive la _Commedia_,
non si scrive il _Canzoniere_, nè si dipinge la _Trasfigurazione_, nè
si compone la _Nona sinfonia_: i figli non vi immortalano. Voi li fate
belli e sani, voi date loro il talento e la cultura, voi insegnate loro
la preghiera e il lavoro, voi asciugate le loro lagrime e carezzate i
loro volti, ma un'altra donna viene e ve li porta via, un'altra donna
che essi canteranno, che sarà la loro Musa e il loro altare, il loro
amore e il loro rogo. Ogni tanto, il figlio, l'artista ritornerà,
stanco, disfatto, alle braccia materne: ma per fuggirne: e voi, forse,
morirete sconsolata. Non l'amore solo ve li ruba: ma è l'idea, è la
loro idea, questa terribile, lusinghiera abitatrice dello spirito. La
gelida morte vi porta nelle sue braccia, lontano da lui. Sconsolata,
lontana! Il mondo delle anime, oltre la tomba, è fatto per voi,
madre: ancora i grandi, buoni, occhi materni guardano il poeta e lo
benedicono.



CARLO GOZZI E LA FIABA

(1720-1806)


I.

Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa eroina teneramente
conversano d'amore, Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi
sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, quando
un tremuoto scuote la scena, tuona, lampeggia e innanzi agli occhi
stupefatti della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere
popolari appare un negromante, o una fata, o un genio, o una statua che
con tono fatidico pronuncia una sentenza crudele contro la felicità
degli innamorati, sacrandoli a un imminente avvenire di lacrime e
di disperazione. La radice di questa sentenza è in qualche antico
delitto commesso dal padre o dal fratello dell'eroe e che costui
deve amaramente scontare; è in qualche misteriosa secolare pena che
uno spirito superiore va espiando e per la cui fine è necessario il
sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; è in una contingenza
bizzarra di fati avversi per cui, quasi senza ragione, i due fedeli
debbono vedere ferocemente contrastato e forse ucciso il loro amore.
Le anime dell'eroe e della eroina cercano ribellarsi subito al dolore,
alla divisione, alla miseria: ma è una ribellione debole e breve:
l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano alla gran pruova,
anzi alle grandi pruove, giacchè il destino, per bocca di una di queste
statue, di queste maghe, di questi genii, chiede loro cose complicate,
lunghe, terribili, che confinano con l'impossibile, che, spesso,
sono impossibili. Chinano il capo: e le maschere, loro servi, loro
confidenti, loro ministri, si abbandonano alle più meste facezie, alle
burlette più funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe e
dell'eroina.

E qui il meraviglioso, cominciato con l'apparizione sorprendente di
quel cancelliere degli spiriti, lettore di stranissime sentenze, che
è uno stregone o una fata, questo meraviglioso si esplica, ampiamente,
turbando la mente e la esistenza dei personaggi gozziani. Oramai tutte
le leggi comuni della natura sono sciolte: il tempo, lo spazio non
esistono più: i tre mondi si confondono: le belve parlano, l'acqua
canta e suona, i morti leggono dei libri, le donne diventano uomini
e gli uomini si mutano in istatue. Così, anche nel mondo morale degli
affetti, tutto si sconvolge, gli amanti più folli vilipendono le amate,
le mogli scacciano i mariti che adorano, le madri gittano nelle fornaci
i figli. Tutto accade: tutto, cioè quello che è strano, ma anche
quello che è impossibile, viaggi di migliaia di miglie in poche ore,
risurrezione di morti, ringiovanimento di vegliardi, palazzi sorti in
una notte e crollati in un minuto, battaglie combattute in un attimo
e in meno di un attimo perdute o vinte. A traverso questi paesaggi
stupefacenti, questi mondi disorganizzati e folli, questi prodigi
impensati e inauditi, questi sentimenti escogitati e contradittorii,
gli eroi e le eroine di Carlo Gozzi seguitano la loro terribile vita di
tormenti, affrontando tutti gli ostacoli e sopportando tutte le pene,
agonizzando di dolore o di stanchezza, invocando il cielo, imprecando
al cielo, passando per tutti gli stadii più alti della disperazione: la
loro esistenza non somiglia più a quella di nessuna creatura umana, ed
essi vanno, vanno, dominati dal Fato, in lotta con esso, impari lotta
con un potere così forte e così segreto.

Ma non è mica il Fato greco, quello che combatte i principi persiani
e le principesse chinesi di Carlo Gozzi: è in fondo un Fato molto
mal ridotto. Giacchè le sue sentenzie, apparentemente atroci e
inflessibili, contengono sempre una scappatoia, per cui questi
valorosi e impetuosi signori, queste instancabili ed entusiaste donne
possono sfuggire alla disgrazia estrema. Vi è sempre una speranza, nei
rescritti dei maghi e delle streghe gozziane! Altrimenti la tragedia
fiabesca si chiuderebbe alla terza o quarta scena e buona notte. Un
piccolo lumicino brilla sempre in fondo alla foresta, come nella
gentil fiaba puerile del _Petit Pouce_t, come in tutte le istorie
meravigliose. Questo fioco lume, vedete, è la tenue, quasi disperata
speranza, diciamo così, che è alla fine di tutte le torture estraumane
dei personaggi di Carlo Gozzi, è il filo intorno al quale si tesse
tutta la trama della fiaba; e man mano, come l'intreccio si annoda
e si infoltisce e si distende, la poca speranza cresce, il picciolo
lume si fa più vicino, più vicino, è un ricovero, è una casa, è la
salvazione, l'uomo ha vinto tutte le pruove, la donna ha superato tutti
gli ostacoli, i regni della natura rientrano nel loro ordine e l'amore
uscito più terso e più compatto da quel crogiuolo incandescente,
trionfa.

Voi, tutto questo lo sapete, non è vero? Lo sapete anche se non
avete letto le fiabe del drammaturgo veneziano; giacchè tutto il
contenuto della sua opera è preso dalle tradizioni fiabesche di tutti
i paesi, giacchè egli ha rivestito di scenario e di dialogo tutti
i racconti che le balie, le vecchie zie, le nonne narrano ancora
ai bimbi che non vogliono dormire. _L'amore delle tre melarance_ e
_l'Augellin belverde_, il _Corvo_ e la _Donna serpente_, la _Zobeide_
e il _Re Cervo_ e infine quanto costituisce il teatro delle fiabe
gozziane, risveglia le memorie delle stanze domestiche, dei focolari
confortevoli, delle antiche voci un po' tremolanti che il nostro cuore
non sa dimenticare, delle ore estatiche trascorse a udire le istorie
singolari, mentre già il sonno appesantiva le palpebre e il racconto
diventava qual era, sogno. Io ritengo che questo sia uno dei grandi
segreti del successo di queste fiabe, allora: e come esse potessero
tener testa e persino, ahimè, soverchiare la novella arte goldoniana,
presa alle sorgenti istesse della vita quotidiana e schietta. Il più
austero uomo è stato un fanciullo e la più frivola e la più spensierata
donna è stata una bimba: i ricordi risalgono, evocati, al fior
dell'anima, e un senso di diletto, non scevro di una velata malinconia
viene a molcere l'austerità e a fissare la spensieratezza, mentre
il medesimo uomo austero troverà sconveniente la rappresentazione
dell'ordinaria esistenza e la medesima donnetta frivola s'irriterà di
vedere dipinta così veracemente la sua leggerezza e la sua instabilità:
e ambedue, è naturale, preferiranno Carlo Gozzi a Carlo Goldoni.
Ognuno ha il suo _tempo di fiaba_ nell'anima, tempo di semplicità,
d'innocenza, di credulità e di sorriso che si può rievocare, più tardi,
in modo fittizio e fugace, è vero, ma sempre efficacemente!

Accennare, qui, tutte le origini delle fiabe di Carlo Gozzi, sarebbe
un po' lungo e un po' minuto; pure, probabilmente, abusando della
vostra pazienza, lo farei: me ne trattiene il simpatico ingegno così
intuitivo, la coltura, la ricerca felice ed esauriente che ha fatto,
su Carlo Gozzi e sul suo teatro, Ernesto Masi, per cui tutti quelli che
si affaticano nell'arte e nelle lettere, umilmente come me, o altamente
come altri, gli debbono una vivida ammirazione. _Lo Cunto de li Cunte_
del nostro novellatore napoletano Basile, la _Posilipeata_ di Masiello
Reppone sotto cui si nasconde l'altro napoletano Pompeo Sarnelli,
_Le Mille e una notte_, i _Mille e un giorni_, il _Gabinetto delle
Fate_, tutte le antichissime leggende orientali hanno dato il loro
contingente al fiabista veneziano: persuaso che come _tout le monde_
aveva più spirito del signor di Voltaire, anche _tout le monde_ avesse
più fantasia del conte Carlo Gozzi, egli ha interrogato tutte le fonti
popolari. Vi è, persino, nel Sinadabbo della _Zobeide_ il tipo di Barba
Blù, il mangiatore di mogli: Sinadabbo se ne stanca dopo cinquanta
giorni, come Hassan, l'eroe della _Namouna_ di Alfredo de Musset se ne
stanca dopo una settimana: vi è, persino, nel _Re Cervo_, una delle
più forti, delle più vivaci fiabe del Gozzi, un caso di _avatar_, di
scambio d'anime, leggenda orientale indiana che, più tardi, Théophile
Gautier doveva narrare curiosamente nel suo lungo racconto _Avatar_.
È quasi un repertorio, il contenuto delle tragedie fiabesche del conte
veneziano: un repertorio che egli ha mescolato un po' confusamente, ma
che ha tutto espletato.

E allora, qual è l'elemento personale che il Gozzi ha dato a queste
fiabe? Ma, una cosa importantissima: la rappresentazione per mezzo
di un intreccio di dramma, per mezzo di personaggi, di dialoghi, di
scene: tutto un mondo vivo creato sui vecchi elementi, tutta una serie
di opere teatrali che hanno un valore indiscusso per il loro tempo.
Drammaturgo, il conte Carlo Gozzi era: e aveva la passione pel teatro
penetrata sino alle sue midolla di uomo e di letterato: tutta la vita,
malgrado i suoi sonetti, a centinaia, per nozze e per monache, malgrado
le sue dissertazioni, egli non è mai stato nè poeta nè critico, ma
autore drammatico, niente altro. Il materiale, dunque, fiabesco e
la volontà di favorire la truppa Sacchi che egli proteggeva e dove,
persino, aveva collocato i suoi amori, oltre che le sue simpatie e le
sue amicizie, risvegliarono in lui le più belle qualità di autor comico
e drammatico, dettero l'impulso a un ingegno che nel teatro trovava il
migliore suo campo. Teatralmente parlando, queste fiabe sono, massime
alcune di esse, scritte con vigore, con misura, con evidenza: in due o
tre di esse, come la _Turandot_, come il _Corvo_, come l'_Amore delle
tre melarancie_, vi è, persino, nella espressione dei caratteri, della
psicologia. — Io vi prego di non sorridere! — Noi moderni ci vantiamo
assai di essere psicologi, tutti, anche quelli che non sanno di
lettere e di arti, anche i semplici scienziati, anche i medici, anche
gli avvocati, anche tutti gli umani. Ma fra cento anni, quanto e come
l'umanità sarà più psicologa di noi, mentre quelli che vissero cento
anni prima di noi eran psicologi senza saperlo e senza pretendervi! Il
caro conte Gozzi potea esser presuntuoso ed era, in ben altre cose: ma
nel rendere un carattere femminile, nel fare emergere le espressioni di
un momento drammatico, servendosi, pur troppo, della rettorica di cento
anni fa, egli è efficacissimo e inconsciente della sua forza e della
sua efficacia. Le fiabe, infine, sono dei veri drammi nel loro inizio
e nel compimento: sono l'agitazione di un mondo di personaggi e di
passioni che l'autore ci mostra, cogliendone il lato più significativo,
dando di essi e di esse la figura più rassomigliante e il senso più
vero.

Vedete, infatti, se nella _Turandot_ che non è punto una fiaba, ma una
bella e vera commedia a base drammatica, in questa _Turandot_ dove non
sono nè apparizioni, nè negromanti, nè nomini che si cangiano in belve,
nè melarancie che contengono una fanciulla, in questa _Turandot_ che
è la commedia di una giovanetta fiera e saputella, — una seccatrice,
diremmo noi — che non vuole sposarsi perchè odia gli uomini, vedete
se l'autor drammatico rifulge! La vecchia istoria dei _tre enigmi_
che il divino Shakespeare ha reso così magnificamente, con tanta onda
di poesia, di tenerezza, di passione, nel suo _Mercante di Venezia_,
quei tre enigmi che il presunto sposo della piccola e leggiadra
Portia deve risolvere, è servita al Gozzi, per questa _Turandot_,
come servì, più tardi, saran venti anni, a Giuseppe Giacosa per il
suo _Trionfo d'amore_: vecchissima istoria che rimonta, nientemeno,
alle _Gesta romanorum_. Il Gozzi raggiunge, in questa _Turandot_, il
massimo delle sue qualità di autore drammatico, tanto il movimento
vi è simpatico, umano, nobile, tanto il fatale dissidio dello spirito
della protagonista, vinta nella pruova, che non vuole darsi per vinta
e intanto già ama, ha una evidenza che colpisce e trascina il lettore.
Per cui questa _Turandot_ piacque tanto allo Schiller che di drammi,
se non isbaglio, se ne intendeva: tanto gli piacque da volerne fare
una riduzione in tedesco. E dalla medesima _Turandot_ viene tutto il
coro di ammirazione che il teatro gozziano ha trovato nella Germania
dalla fine del secolo, e nomino nel coro di Lessing, i due Schlegel,
il Tieck, tanti altri illustri. Ai tedeschi di allora, non potevano
le fiabe di Gozzi non piacere enormemente, tanto corrispondevano,
stranamente, al loro nordico gusto: ma è, consentitelo a una adoratrice
della verità, nella vita e nell'arte, è un dramma di verità e di
passione quello che rivelò ed affermò il talento di Carlo Gozzi.

Ancora un elemento, curioso, portò il Gozzi in questa congerie
di bizzarrie novelle che è il mondo fiabesco: ed è, accanto alle
figure drammatiche le figure buffe, accanto ai cuori sentimentali
gli stomachi capaci, accanto ai martiri dell'amore le spalle fatte
per le bastonate, accanto ai principi e alle principesse le maschere
italiane, Brighella, Truffaldino, Pantalone, Tartaglia. Costantemente
queste quattro maschere a cui si unisce, talvolta, Smeraldina, una
maschera femminile, penetrano in tutti gli intrecci drammatici di
Gozzi, appariscono nel fondo di ogni scena, si mescolano a ogni
scena, e spesso non all'ultimo posto, visto che, nel _Re Cervo_,
Tartaglia, la maschera napoletana, è quasi il protagonista. Talvolta,
il dialogo di queste maschere è scritto per esteso, giacchè è troppo
necessario al senso della commedia: talvolta è accennato solo, come
trama, lasciando che le maschere v'innestino quel che vogliono, pur
non disubbidendo alla traccia. E così, questa _Commedia dell'arte_,
onore e gloria comica italiana, diletto di gentiluomini e di popolani,
origine di tutto quello che vi è di spontaneo e di vivo nel teatro
popolare, si mischia indissolubilmente alla tragedia fiabesca, con
tutti i suoi contrasti e i suoi anacronismi. Eppure! Tempo fa, sino a
che un ordine molto civile ma poco rispettoso del pittoresco e della
leggenda non lo proibisse nei piccoli teatri di Napoli, in due o tre
di essi, verso la seconda quindicina di dicembre si inauguravano le
rappresentazioni di un mistero religioso che portava per titolo:
_La nascita del Verbo umanato_ o il _Vero lume fra le ombre_. Vi
prendevano parte Maria, Giuseppe, gli Angeli, Belfegorre, dei pastori,
un grosso dragone spirante fuoco e vi accadevano tutte le scene della
Natività, descritte in versi assai strani. Fra i personaggi, vi era
un napoletano: non il Pulcinella, giacchè l'autore non aveva osato
di spingere l'anacronismo sino al delirio, ma un napoletano Razzullo,
che parlava il dialetto, che esclamava, che metteva il suo buon senso
pazzo e la sua loquacità meridionale fra le preziosità mistiche di
quel misterio. Ebbene, quel Razzullo lì, offendeva la logica, è vero:
ma neanche il mistero pretendeva di esser logico, ma al pubblico
che si estasiava misticamente innanzi alla umiltà della Madonna, al
paziente coraggio di Giuseppe, che s'irritava contro i truci progetti
di Belfegorre, quella nota singolare di napoletanesimo piaceva, ed
essi ridevano, gli spettatori, dopo essersi commossi! Così, certo al
pubblico che si affollava nel piccolo teatro veneziano dove recitava
la truppa Sacchi, l'apparizione di Truffaldino in Persia, di Pantalone
in Cina e di Smeraldina in Tartaria, doveva parere molto bizzarra, ma
non poteva che piacere, come chi rivede, fra gente ignota, un viso
noto e, spesso, amato. D'altronde, quei comici che rappresentavano
le maschere italiane, erano dei migliori, nelle loro parti: avevano
per essi la tradizione e la lunga esperienza, avevano l'affetto degli
spettatori. Anacronismo, sì, ma le fiabe erano anche così sorprendenti,
per la mancanza di ogni norma umana: anacronismo, ma il meraviglioso
regnando in tutto l'intreccio, non era neppur troppo curioso che un
bergamasco come Brighella, un veneziano come Pantalone, un napoletano
come Tartaglia si trovassero sbalzati ai confini del mondo, in drammi
dove il mondo non aveva più confini! Dico ciò per difendere il Gozzi
dalle accuse di testa folle, di commediografo squilibrato, di autor
drammatico capace di guastare una pura opera d'arte, per compiacere
quattro comici. Ritengo che quelle intromissioni così ripugnanti a
chi ha l'ossequio della verità, così balzane e quindi antipatiche
ai ragionatori posati e tranquilli, non dovessero urtare i nervi di
nessuno: salvo di coloro che la gran voce umana di Carlo Goldoni, la
voce di uno spirito nobile e di un cuore caldo aveva suggestionati! E,
anche, il Gozzi, con sapienza di contrasti, ha mescolato e alternato
l'espressione comica, usandone con moderazione, al senso drammatico:
egli ha bene inteso che uno spettatore non ama di fremere sempre, dal
principio alla fine di un dramma, che la emozione di dolore si stanca e
che il soffio di una risata riposa chi ascolta. Le scene delle maschere
non sono mai lunghe: esse non sono mai troppo volgari, giacchè il Gozzi
schivava la volgarità e addebitava le _Baruffe Chiozzotte_ come una
laidezza, al Goldoni: esse hanno sempre, queste scene di maschere,
uno scopo, una necessità. Data la sua abilità teatrale, Carlo Gozzi
ha potuto tentare questa risurrezione o continuazione dell'antica
_Commedia dell'arte_, senza far inorridire, senza seccare, divertendo.
Quest'audacia conservativa equivale alla audacia progressiva di Carlo
Goldoni!

Certo, trasportando la questione in una sfera d'idee più ampia,
la risurrezione della _Commedia dell'arte_, anche menomata, anche
ridotta a brevissime manifestazioni, anche messa lì solo per bisogno
scenico e per contrasto morale, non può non essere giudicato un atto
di annichilimento letterario, da parte di un autore. La _Commedia
dell'arte_ è la improvvisazione capricciosa di cervelli comici che non
vogliono chinarsi a seguire il pensiero dell'_altro_, dell'autore: è
il libito di chi appare sulle scene e sovra una vecchia trama sbiadita
cerca mettere i colori di una recitazione naturale: è la sostituzione
della coscienza personale dell'attore a quella certamente più elevata
e più nobile dell'autore. Non un passo indietro, nella via dell'arte,
ma cento, ma mille passi indietro! D'altronde, anche questa _Commedia
dell'arte_, la quale poteva attivare per la sua libertà, per il suo
impensato, per l'inatteso personale, finiva per avere le sue formole,
le sue stereotipie: anche le scene di amor comico, di ghiottoneria,
di spavento, avevano il loro alfabeto e il loro sillabario: e tutto
s'immobilizzava in queste formole e la improvvisazione non era che
apparente. Ora che un uomo come Carlo Gozzi, vissuto in Venezia, che fu
patria, asilo, tradizione della più fulgida arte italiana, cresciuto in
un ambiente eminentemente letterario, appartenente a una famiglia dove
tutti facevano dei versi, dalla madre agli amici di casa, dalla cognata
alla cameriera, abbia potuto così negare il proprio ingegno e l'arte,
credendo che un comico qualunque potesse mettere la sua prosetta comune
e trita accanto ai versi solenni o teneri gozziani, permettendo che
le viete barzellette e i lazzi di Truffaldino, sempre gli stessi, si
alternassero liberamente ai lamenti e alle fiere proteste dei suoi
protagonisti, non si comprende! Un eterno dissidio regnerà sempre fra
il comico e l'autore: quando, ogni tanto, un autore ha la fortuna di
essere _inteso_ e _reso_ da un comico, bisogna dire che due fortunate
e lontane constellazioni si siano incontrate nel cielo! E viceversa
il signor conte Carlo Gozzi, per eccezione, amava troppo i comici:
li amava tanto, da cedere loro innanzi, come autore. La _Commedia
dell'arte_ riapparsa sulle scene, donde il grande e misconosciuto Carlo
Goldoni aveva, con tanta coscienza d'artista, cercato di cacciarla,
non solo significava il trionfo di un passato morto e cavato fuori
dalla tomba e galvanizzato alla meglio, ma significava la negazione di
sè stesso come scrittore e come drammaturgo, significava il proprio
avvilimento come un uomo che pensa, che sa, che scrive. Ora se
l'egoismo confina con la ferocia, l'altruismo confina con la codardia!


II.

Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato in Germania: in un
altro paese del nord, in Inghilterra, destarono curiosità, interesse,
diletto le sue opere. Si dice: fu il restauratore del fantastico
nell'arte teatrale, doveva piacere a coloro che amano il fantastico,
che si pascono di leggende, come i popoli delle regioni fredde. Il
fantastico? È proprio la parola esatta? È, veramente, il Gozzi, un uomo
d'immaginazione? Badiamo che _fantasia_ è una grande parola ed è una
grande cosa. Non sarebbe meglio dire che il Gozzi fu il restauratore
del meraviglioso, al teatro? _Meraviglioso_: è una parola più semplice
e più modesta. Il fantastico è così diverso! Chi si sorprende, inarca
le ciglia e ha l'aria di uno sciocco: costui è lo spettatore delle
cose meravigliose perchè strampalate, meravigliose perchè senza nesso
o con un nesso così lieve che un nulla lo spezza, meravigliose perchè
assolutamente contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt'altro,
tutt'altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde alla vita e
certe volte vi corrisponde con misura matematica: esso ha delle regole
intime, profonde, per cui può apparire quel che è, fantastico, sì, ma
logico: esso è dominato da una ragione segreta che lo nutrisce e gli dà
sostanza e colore: esso può essere alto, grande e puro, come la verità.
Il fantastico non è il contrario della vita, ma è l'esaltazione della
vita: è la linea in fuori, è l'aureola, è l'alone, ma la linea suppone
la misura, ma l'aureola suppone la testa, ma l'alone suppone la luna!
Il fantastico non capovolge le leggi dell'esistenza, ma le intravvede
moltiplicate, più ricche, più tristi, più tetre, più grottesche: ma le
considera nelle loro glorie e nelle loro miserie, ma le sospinge alla
loro nota più vibrante e più acuta! Il fantastico anche descrive dei
paesaggi che esistono, ma vi aggiunge quella soffusione di poesia lieta
o lugubre che le cose hanno sempre e che solo gli occhi freddi ed aridi
non sanno vedere: il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi
scorge tutto un lato nascosto, qualche cosa che sfugge all'analisi del
critico e che non sfugge alla visione del poeta. Gli è per questo che
gli scrittori d'immaginazione scarseggiano assai, mentre gli scrittori
di verità si chiamano oramai legione; la fantasia non comporta
mediocrità, non comporta volgarità, non ammette mancamenti o debolezze.
È fantastico il grande Hoffmann, di cui non una delle novelle che non
parta da un assioma indiscutibile, di cui il fantastico ha le grazie
e le seduzioni della vita: siete fantastico voi, voi solo, o grande
Edgardo Poe, non abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice
nella morte come nella vita! Rammentiamo le _Novelle straordinarie_:
non una di esse che non possa, in tutte le sue parti, corrispondere a
un'assoluta verità! Ma quegli uomini sentono in una forma complessa,
esagerata e febbrile: ma quelle donne dai capelli biondi, dagli occhi
glauchi, dalle forme tenui, dalle mani ceree sulle nere vesti, sulle
bianche vesti, hanno in loro un fuoco che le consuma: ma quei paesaggi
hanno una vita interiore che li trasforma e li fa tragici: ma quelle
scene hanno una intensità crescente che afferra ai capelli il lettore,
e li imperla di un sudore di paura! Tutto è vero, tutto può esser
vero, nel grido che sale nel _Cuore rivelatore_, tutto è vero, tutto
può esser vero nei terribili rumori della _Casa Usher_. Il fantastico
del rimorso, il fantastico del terrore non vengono da spettri, non
vengono da vani fantasmi, ma l'uomo li porta in sè, ma sono gli
abitatori del suo spirito, i tetri e fieri abitatori! Egli non diventa
marmo, come il povero Zennaro, del _Corvo_ di Carlo Gozzi, nè marmo
come la dolce e tenera Hermione nel _Racconto di una notte d'inverno_
di Guglielmo Shakespeare; non si muta in una serpe, come la dolce
Cheustanì, la _Donna Serpente_ di cui Riccardo Wagner volle rendere
l'amore, il dolore, la devozione coniugale nella sua opera di gioventù
(_Le Fate_); ma quest'uomo di Poe ha le belve che gli dilaniano il
cuore, porta una serpe nelle sue viscere e meglio sarebbe per lui se
s'impietrisse! Questo è, il fantastico: la vita nelle sue più cocenti
passioni, l'odio, l'amore, il delitto elevato all'ennesima potenza, la
vita slanciata alle altissime temperature, — dove tutto vibra e tutto
finisce per infrangersi!

E chiamiamolo addirittura il _meraviglioso_, il portato di Carlo Gozzi
nel teatro italiano, poichè additeremo così questo bizzarro, sì, ma
mite e innocente materiale di arte: il meraviglioso che sconquassa,
ma porge la speranza e porge il rimedio, che infligge le torture, ma
ha con sè il balsamo della consolazione. Senza di esso, i protagonisti
di Carlo Gozzi sarebbero delle creature semplici e amorose, e la loro
istoria non potrebbe interessare gli umani: un elemento estraneo entra
in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, ma vittime temporanee ed
eroi di cinque, di dieci anni: l'elemento sparisce ed essi rientrano
nel giro normale dell'esistenza, freschi, sani e felici. Questo
meraviglioso ha l'aspetto truce e la sostanza tenera, ha l'apparenza
della fatalità e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve ora,
fuori dei limiti del possibile, ma è il rientrarvi subito, quietamente.
La fantasia, nella sua essenza, nella sua possanza, dà ben altri
crucci, e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloro che mi ascoltano,
io credo, che tutti preferirebbero di essere un personaggio di Carlo
Gozzi che un personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono
di essere i lettori dell'una e dell'altra opera. Infine, il Gozzi
non era realmente un uomo d'immaginazione: quello che egli ha fatto,
non lo ha fatto per una passione salda letteraria per il sorprendente
nell'arte, ma lo ha fatto per una passione di uomo, molto più forte,
molto più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni.

Ah parliamone un poco, di questo odio per cui il cuore del conte
veneziano si è infiammato molto più che per qualunque amore di donna:
parliamone, giacchè esso è l'avvenimento più importante della vita
di Carlo Gozzi, giacchè, oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del
destino, adesso il drammaturgo di _Turandot_ è rammentato solo perchè
fu nemico acerrimo di Goldoni! Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo
ha, sovra tutto, disprezzato, come si conviene a un uomo che sa odiare:
chi riconosce qualche cosa di buono e di serio, nel suo avversario,
già non odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente:
il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo
e il più noioso fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte
dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto ciò che formava la
bontà e la beltà delle creazioni goldoniane gli faceva ribrezzo: e le
parole più basse per esprimere la più bassa cosa non gli sembravano
sufficienti. Le sue polemiche impetuose e ardenti, la sua lotta
teatrale, tutta una città posta a soqquadro, indicano come tutto il
calore dell'anima di Gozzi si era riversato contro questo dispregevole
avversario. Questa battaglia è durata molto tempo ed è stata combattuta
su tutti i campi: è stata folgorante d'ingiurie e di vituperii: è
stata fornita a colpi di penna e a colpi di voci calunniose: ha avuto
sussidii e contrasti nell'amore e nella politica. Il Goldoni è stato
insidiato nella reputazione e nella fortuna: è stato minacciato nella
felicità e nella vita ed ha dovuto, infine, lasciare il suo paese,
esiliarsi, non vinto, forse, nell'anima, ma vinto nei fatti, non
sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come uomo e come cittadino. Più
tardi, certo, anche la fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso
Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più tardi, ma troppo tardi,
quando niente e nessuno poteva più medicare le ferite dell'animo di
Carlo Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per sempre avvelenato
il fondo del cuore del buon commediografo di Venezia.

Ebbene, io dico che quest'odio, che questo disprezzo, erano sentimenti
naturali e giustificati in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva
fare diversamente che detestare Goldoni e che egli ha obbedito
a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo quella battaglia.
Ricordiamoci chi era e che rappresentava Goldoni, a Venezia. Egli,
modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco da quel colpo di
fulmine intellettuale che non ammazza, ma sconvolge, che non atterra,
ma trasforma violentemente, egli aveva _avuto un'idea_: egli aveva
compreso che la vita nelle sue forme veraci e umili ha una potenza di
fascino che sorpassa tutte le meraviglie: aveva _visto_ che l'amore
qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, e non già come la falsità
leggiadra o pomposa di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero
maggior attrazione che qualunque declamazione rettorica o leziosa:
aveva sentito quest'uomo piccolo destinato ad albergare quella grande
cosa che è un'idea, aveva sentito l'irrompere della vita nella sua
lealtà comica o drammatica. La gran voce delle persone o delle cose
intorno, era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: non la
voce dei fantocci pronunzianti vuote frasi o inchinantisi ai vezzi
frivoli di un amore che non può meritare questo nome. L'uomo nella sua
carne e nel suo sangue, con le sue costumanze bislacche o patriarcali,
con i suoi difetti curiosi e le sue qualità ammirabili, con i
trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue astuzie, l'uomo
vero, l'uomo uomo, era apparso a Carlo Goldoni: e costui aveva reso
la verità, a teatro. La verità, nientemeno! La verità in quei tempi
quando i più terribili soffii venivano dalla Francia, quando un timore
generale faceva impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi e
i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel centro dell'Europa!
La verità, cioè il popolo ritratto, il popolo elevato da spettatore a
protagonista, il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, e spesso,
il nobile vilipeso, come bugiardo, come poltrone, come giuocatore! La
verità; cioè, gli antichi usi e le mode moderne dipinte magistralmente:
cioè, i vizii di certe condizioni e di certe età, resi con indulgenza,
è vero, ma non tanto da non vederne l'esatta riproduzione: cioè,
le qualità più nobili ricercate anche in persone non preclare, e
i sentimenti più alti del patriottismo, dell'onore, della dignità
ritrovati nel mondo piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa
vecchia Venezia, già decaduta, già sfinita, smarrite le sue ricchezze,
il suo potere, la sua forza, e che assisteva sgomenta a queste nuove
cose che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a questi fatti che
disperdevano le ultime sue parvenze di grandezza!

E come poteva permettere ciò il conte Carlo Gozzi, il patrizio di
antica stirpe dalmata, il patrizio che s'inchinava reverente a Venezia
e alla serenissima? Carlo Gozzi non solo era un signore, di nascita,
ma teneva moltissimo al suo nome e alla sua razza: non solo era un
conservatore in arte, ma era tale anche in politica: non solo era un
patriotta, ma era un patriotta accanito e focoso. Il tremuoto che
squassava tutte le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma lo
sgomento massimo era per il suo paese, per questa adorata Venezia che
portava nel sangue e nelle ossa, come la più grande delle passioni.
Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di chiacchiere vacue, non
codino di poco temibili proteste, non codino silenzioso e pauroso, ma
codino arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. Carlo Goldoni
non parve solamente a Carlo Gozzi un novatore del teatro: ma gli parve
un novatore ribelle, un commediografo che volesse continuare sul teatro
la esecranda opera della Enciclopedia e della rivoluzione francese.
Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene quale costante e
invincibile propaganda potessero fare certe teorie propalate dal
palcoscenico: e il non essere il Goldoni un teorico della verità, ma un
dipintore esatto e geniale, il dare con forme semplici tutto un nuovo
contingente di protagonisti presi dal popolo, il rendere con l'azione
i vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana lo rendeva anche
più pericoloso. Carlo Gozzi odiò Goldoni come un nemico della patria, e
l'opporsi a lui gli parve un atto di buon cittadino, di fedele suddito
della Repubblica morente. Una rabbia profonda sorse dalle viscere
dell'uomo contro l'uomo e il letterato tentò una difesa disperata!

Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo Gozzi combatteva come
i fedeli brettoni per Dio e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano
Venezia. Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle commedie
di Carlo Goldoni, portanti nel seno il germe della libertà dello
spirito, egli volle far tornare all'antico il pubblico, e più che
all'antico, al bambinesco. Mentre tutti tentavano di pensare, mentre
tutti sentivano il fremito possente che sollevava la terra infeconda
e le preparava una magnifica fioritura dove il sangue non mancava
per la coltura, mentre tutti avevan l'anima attenta a ogni nuova
manifestazione del pensiero e dell'opera umana, il conte Carlo Gozzi
tentò di calmare questa inquietitudine coi racconti delle fate e volle
addormentare i cuori turbati e le menti palpitanti, come si cerca di
far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. Egli cullò i terrori
segreti, egli cantò la ninna-nanna a coloro che vedevano crollare il
mondo in cui avevano creduto: e al fragore delle voci e delle armi,
egli disse, come una buona balia: _vi era una volta_....... Oh come
si rivela bene, la disperazione interna, non del letterato che era
troppo superbo e alla sua maniera, anche un po' indifferente, ma la
disperazione del conservatore che chiude gli occhi per non vedere, che
si tappa le orecchie per non udire, e che, come le vergini di Francia
danzavano con un filo rosso al collo, per simbolo della probabile
prossima ghigliottina, in abito da _victimée_, tenta di raccontare
delle storielle vane per togliere il pubblico alla propaganda e alle
paure! In pochi anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità,
con una facilità grande, mentre polemizza nelle fiabe e fuori, mentre
continua la sua guerra nelle accademie, nei saloni e nei caffè:
egli non ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua ferocia
spinge il Goldoni a scrivere anche più, a scrivere sempre: egli non
solo oppone una resistenza instancabile, egli attacca atrocemente,
egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei codini belligeri,
che sono rari, ma che sono terribili, visto che la violenza pare
sia un appannaggio della gente nuova e ribelle. Che importa a lui,
specialmente, la fiaba e donde essa viene, visto che egli non è un uomo
di fantasia, ma un autore drammatico puro e semplice, che importa se
il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, quando egli
non ha di mira che distrarre il pubblico dalla commedia dell'iniquo,
dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito delle nuove esecrabili
teorie? Siano i racconti delle fate, se essi servono allo scopo ambito!
Che importa se la intromissione delle maschere, se il riportare
sulla scena la _Commedia dell'arte_ è un colpo duro a sè stesso e
alla propria dignità di autore! Purchè sia ferito l'avversario, non
importano le proprie ferite. E così tutta la ragion letteraria del
Gozzi si chiarisce e si giustifica nelle sue debolezze: e tutta la sua
vita, anche, si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. Si
riabilita con quest'odio! Un odio mortale sorto da un sentimento alto
e incrollabile, dalla devozione alle antiche cose, dall'ossequio alle
vecchie idee, dalla reverenza profonda verso Venezia: un odio che ha
un'essenza d'amore, come tutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo
Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e travisare il suo valore
e dare di lui un giudicio falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò
meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu uno di quei letterati
solitarii che, con inclinazione laudabile o no, non lo so, si chiudono
nel loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi di essa, si
dimenticano di vivere: e rovini tutto l'edificio sociale intorno ad
essi, non se ne accorgono, perduti in una divina allucinazione. Carlo
Gozzi non fece una vita di sogno, come a tanti artisti è concessa: ma
fece una vita di realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile,
anche, giudicare il Gozzi, senza considerarlo nel grande torneamento
della sua violenza, torneamento scortese e cruento, contro Carlo
Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della sua vita, è la sua
cifra fatale!

E permettete a chi ammira tutte le battaglie fatte in un nome sacro,
fatte anche in nome dell'ombra e della immobilità, fatte anche in
nome del silenzio e del gelo, permettete che io esprima qui un senso
di malinconica ammirazione per quel soldato del regresso che fu Carlo
Gozzi e che lo ammiri nel suo odio, origine della sua arte e della sua
vita. Questo odio, è vero, dette molti dolori a Carlo Goldoni: ma le
avversità sono sempre un buono stimolo dell'ingegno che vi si tempera
e vi si affina: ma ciò che si scrive sotto la sferza delle passioni,
degli ostacoli, delle contrarietà vale, spesso, più dell'opera compita
nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi preferisce il
mordace e dolente Arrigo Heine all'olimpico e maestoso Wolfango Goethe!
Lo ammirerete anche voi, io spero, quando penserete che se la sua
guerra ebbe effetti immediati, essi furono fallaci: quando ricorderete
che egli vide perire prima di sè la sua effimera gloria, e fu postumo
di sè stesso: quando noterete che il suo nome, oramai, non è rammentato
che dirimpetto a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. Di
lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. Ancora palpita il
mondo alle scene degli _Innamorati_ e ancora ride alle sue _Baruffe
chiozzotte_: ancora la _Locandiera_ incanta gli spettatori affascinati!
Gli spiriti che sparvero da questo nostro mondo, vivono _di là_: ma noi
non sappiamo bene, come. Speriamo che essi non sappiano nulla del mondo
che lasciarono: altrimenti, neppure la pace delle sfere celestiali,
sarebbe una pace, pel conte Carlo Gozzi!



INDICE


  Sognando                            Pag. 1

  La donna ispiratrice                    47

  Carlo Gozzi e la fiaba (1720-1806)     107



OPERE di M. SERAO


  _Addio amore!_ — Romanzo — un vol. in-12          L. 4 —
  _Fantasia_ — Romanzo — 1 vol. in 12               »  4 —
  _Cuore infermo_ — Racconto — 1 vol. in-12         »  3 —
  _La conquista di Roma_ — Romanzo — 1 vol. in-12   »  4 —
  _Il paese di Cuccagna_ — Romanzo napoletano       »  4 —
  _La virtù di Checchina_ — Novella — 1 vol. in-12  »  2 —
  _Fior di passione_ — Novelle — 1 vol. in-12       »  3 50
  _All'erta sentinella!_ — Novelle — 1 vol. in-12   »  4 —
  _Dal vero_ — Novelle — 1 vol. in-12               »  3 50
  _Leggende napoletane_ — 1 vol. in-12              »  2 50
  _Il romanzo di una Fanciulla_ — Novelle           »  4 —
  _Piccole anime_ — Novelle — 1 vol. in-12          »  2 —
  _Il ventre di Napoli_ — 1 vol. in-12              »  1 —
  _Il Castigo_ — Romanzo — 1 vol. in-12             »  4 —
  _Gli amanti_ — Pastelli — 1 vol. in-32            »  4 —
  _Le amanti_ — Pastelli — 1 vol. in-32             »  4 —
  _Donna Paola_ — 1 vol. in-32                      »  1 —
  _L'infedele_ — 1 vol. in-12                       »  3 50
  _Nel sogno_ — 1 vol. in-12                        »  1 —
  _Storia di una monaca_ — 1 vol. in-16             »  1 —
  _La Ballerina_ — due vol. in-16                   »  2 —
  _Suor Giovanna della Croce_ — Romanzo             »  4 —
  _Lettere d'amore_ — 1 vol. in-16                  »  1 —
  _La Madonna e i Santi_                            »  4 —
  _Nel paese di Gesù_                               »  3 —
  _Santa Teresa_ — 1 vol. in-16                     »  1 —



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





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