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Title: Storia degli Italiani, vol. 5 (di 15)
Author: Cantù, Cesare
Language: Italian
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15) ***

                                 STORIA
                             DEGLI ITALIANI


                                  PER
                              CESARE CANTÙ


                           EDIZIONE POPOLARE
         RIVEDUTA DALL'AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

                                TOMO V.



                                 TORINO
                      UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
                                  1875



LIBRO SESTO



CAPITOLO LVIII.

Il medioevo. — Essi e noi.


Ponete una gente, la quale consideri suprema felicità il riposo, e
perciò affidi ogni cura a un ente astratto, chiamato il Governo; che
all'unità, alla costituzione, al poter centrale, ad altre formole vaghe
immoli la vera libertà, nel mentre a questa tributa un'idolatria,
ricalcitrante ad ogni superiorità, fino a quella del merito; che
professi principj assolutissimi, poi nell'applicazione li stringa in
una mediocrità, rivelante il contrasto fra assiomi che si adorano
e conseguenze che si ripudiano; e questa gente creda che ad attuar
riforme basti il decretarle; chiami civiltà il sottomettere le idee
ai fatti positivi e materiali, e la misuri dalla quantità dello
scrivere; e perchè essa scrive assai, abbia di sè una stima così
profonda, quanto sogliono essere i sentimenti non ragionati, e un
conseguente disprezzo per ciò che a lei non somiglia; e pensando che
ciò che le sta sott'occhio sia la natura delle cose, non s'immagini
una società senza re, nè un re che non faccia tutto: qual gente meno
di questa sarà capace d'intendere quel che chiamiamo il medioevo? Di
sentimenti, di idee, di ordinamento politico e sociale tanto diverso,
qual meraviglia se, nel secolo passato e dalla nazione legislatrice
dell'eleganza e veneratrice della monarchia, fu giudicato con tanta,
non dirò ingiustizia, ma leggerezza? Un villano onesto ma incolto,
col vestire di cinquant'anni addietro, colla cortesia ingenua ed
espansiva, col parlare cordialmente chiassoso, ma che ignori le mille
importanze del cinguettìo cittadino, non sfogli gazzette, sappia
scrivere a malapena, moverà nausea alla squisita e frivola attillatura
della buona compagnia, e la ruvida scorza impedirà di apprezzare e nè
tampoco scorgere quell'onestà a tutta prova, quell'inalterabile fedeltà
alla parola, quell'effettivo amor del paese, quella limpidezza di buon
senso, quella disposizione ai sagrifizj, che nel suo villaggio lo fanno
il consigliere dei dubbiosi, il conciliatore dei dissidenti, il padre
dei poveri.

Tale ad una coltura cortigiana dovette apparire il medioevo. Al
deperire delle cose sottentrano le finzioni; al fiaccarsi delle
convinzioni s'ingentiliscono le forme. E di forme qual età fu più
raffinata che l'antecedente alla nostra? laonde essa stomacava
quell'altra che sì poco le rispettò, cruda di parole, zotica d'atti,
stranamente ingenua e scortesemente franca nell'espressione; e che
scarseggiando di scienza, lasciava maggior campo al meraviglioso e
al soprannaturale. Compassionarono il medioevo perchè mancava delle
comodità domestiche: ma ciò è gusto e abitudine, non prova di sociale
inferiorità; nè que' raffinamenti di pulizia avanzata entravano nei
bisogni o ne' pensieri di alcuna classe, come oggi non ci crediam
meno felici perchè non navighiamo sott'acqua o non veleggiamo i campi
dell'aria.

La letteratura accademica, che annettevasi direttamente all'antica
sopprimendo l'intermedia, giudicava bello soltanto ciò che si
uniformasse a prefissi modelli, e si esprimesse con certa dignità e
certe riserve; e alle cose straordinarie quantunque vere, preferisse
le credibili quantunque false; le corrette quantunque mediocri,
alle irregolari che possono riuscire sublimi. Intanto la letteratura
militante, già preludendo a quella tirannia in cui trucidò tutti i
fratelli maggiori, pretendeva dagli scriventi un coraggio che non hanno
i lettori; e poichè sarebbe riuscito pericoloso contro ai forti, lo
sparnazzava contro agli impotenti, ai papi, ai frati, ai nobili, a ciò
che derivava dal medioevo.

Monarchica com'è per essenza quella nazione, la quale non sa attestare
ammirazione e riconoscenza ad uno se non col darsegli in braccio,
esecrò le morali restrizioni agli arbitrj regj, e la costituzione del
medioevo, dalla quale furono colpite più volte le fronti de' suoi re, e
quelle più superbe de' suoi avvocati; trovò schifoso che in altri tempi
vi fossero tante repubbliche quanti Comuni, tanti Parigi quante città;
che un vecchio inerme e lontano accettasse i richiami degli oppressi,
intimasse ai principi di rendere la giustizia, non rincarire le tasse,
non computare gli uomini al ragguaglio di bestie; e chi non obbediva,
escludesse dall'accostarsi alla sacra mensa, dal partecipare al tesoro
delle preghiere; castighi della natura del potere da cui emanavano, e
che perciò non avriano dovuto eccitarla che al riso.

Stava, gli è vero, in prospetto un'altra nazione, ricca di senso
pratico e di applicazione, la quale rispetta gelosamente le forme
del passato, e in un resto di vecchia pergamena trova maggior riparo
contro gli arbitrj, che non in tutte le teorie filosofiche: ma la
moda facea desumere da altre fonti quella scienza sociale, che da un
secolo in qua perdè di vista l'individuo per guardar solo agli Stati;
che il principio e la fine dell'ordinamento civile cercò in materiali
interessi o in astratte argomentazioni; e a titolo di emancipare gli
uomini, li sminuzzò in atomi, fra i quali non si mantiene la coesione
se non mediante una pressura esterna.

Da qui la venerazione per la forza, espressa o brutalmente dai
marescialli, dalle insurrezioni, dai duelli; o legalmente da quel
meccanismo che ha per canone i decreti, per mezzo d'attuarli i soldati.
Pertanto snervata l'autorità del padrefamiglia, intepidito l'ardore
di cittadino, resi di spettanza pubblica tutti i servigi privati, nel
Governo si concentrò ogni azione: anzichè limitarlo ad assistere al
progresso sociale e a rimoverne gli ostacoli, ad esso si affidarono
gli attributi più preziosi dell'umana individualità, ad esso il dar
limosina ai poveri, tutela agli orfani, educazione e collocamento ai
figliuoli, impiego ai capitali, ispirazione alle belle arti, norme
al culto, misure alla morale; e migliore si giudicò quello che a
maggiori atti interponesse i suoi regolamenti. Confidando non vi sia
miglioramento che con decreti non si possa raggiungere, si fecero a
profluvio ordinanze, e codici sempre nuovi, suppliti da quotidiani
bullettini, e costituzioni improvvisate, corrette, mutate, abolite;
e per applicar tutto ciò, un esercito d'impiegati irrazionale; e per
francheggiarlo, un esercito irrazionale di militari; e in conseguenza
enormi imposizioni e debiti divoranti; e per farli pagare, escussioni e
carceri; cioè la forza.

Ma mentre tutto si esige dal Governo, si censura tutto ciò che il
Governo fa; si onora la sistematica opposizione, quand'anche, priva
del sentimento d'onore pe' suoi avversarj e per se medesima, riducasi
affatto individuale, e scassini tutte le opinioni, nessuna ne assodi;
quand'anche soltanto di abilità e di teorie, è creduta buona perchè
suggerisce spedienti tanto facili quanto è il distruggere e il negare,
tanto accetti quanto sono quelli che non subirono la prova della
attuazione.

Rintronato dalla dottrina che i Governi possano tutto, qual meraviglia
se il popolo li imputa di qualunque male succeda? I poveri stentano?
le credenze vacillano? le famiglie si sfasciano? che più? intemperie
e malattie guastano il paese? se ne accagiona il Governo; e odiandolo
come maligno o disprezzandolo come inabile, si cerca abbatterlo per
sostituirne un altro, che all'atto non compar migliore. Fallite le
prove, sottentra lo scoraggiamento, e l'abbandonare fino i diritti meno
contestabili; si piega senza nemmanco la dignità di mostrare che si
obbedisce spontaneamente e per stima o persuasione.

Tutto ciò rende difficilissimo l'intendere il medioevo, che fu un
irregolato sviluppo della personalità, senza le formole generali
secondo cui sono disposte le classificazioni di quella pittura o
aritmetica che s'intitola filosofia e statistica. I Governi, derivati
dall'eguaglianza di molti capi riunitisi per la guerra sotto di un
solo, primo tra i pari, non bastavano tampoco alla legittima difesa dei
diritti individuali, ch'è la loro razionale attribuzione; e ciascuno,
invece di aspettar tutto dalla società, esercitava intere le proprie
facoltà. La classe preponderante si diede un sistema mirabilmente
opportuno ad arrestare le migrazioni guerresche, da ottocento anni
micidiali della civiltà, fissarle ai territorj, e provvedere alla
difesa di questi senza il flagello degli eserciti stanziali: mentre gli
antichi non conosceano che l'indipendenza dello Stato e della città,
nel feudalismo si otteneva l'indipendenza de' singoli; le relazioni
fra individui erano determinate da fede, speranza e carità comuni, e
i doveri appoggiandosi soltanto su promesse, prendeano aria di lealtà;
gli uomini, non tiranneggiati da opprimente accentrazione, si spingeano
ciascuno individualmente alla ricerca del vero, all'attuazione del
buono, in una libertà (come disse il Sismondi) che avea per iscopo
la virtù, a differenza della moderna che ha per iscopo il ben essere;
erranti ma originali, e con infinita varietà di centri e di modi.

Azione privata però non vuol dire isolata, e si concilia
coll'associazione, anzi viemeglio quant'è più libera. La rivoluzione
che da settant'anni sobbalza l'Europa, figliata da una filosofia che
considera la società come un aggregato convenzionale di individui,
predicò dai palchi la particolare indipendenza, la formale eguaglianza,
il lasciar fare; e in conseguenza vituperò le istituzioni del medioevo,
che quella scarmigliata attività aveano sottoposta a regole, mediante
suddivisioni gerarchicamente coordinate, entro le quali ognuno
operasse stabilmente, anzichè arrancarsi di continuo a sempre maggiore
elevazione. Divenuto adulto quel ch'era bambino, si buttarono via
le fascie; sta bene: ma insieme si sciolsero i legami benefici, si
tolse ogni difesa togliendo ogni unione morale, e l'uomo ne' bisogni
si trovò ridotto ai proprj espedienti, e in balìa della forza e della
scaltrezza.

Di qui un sospettar reciproco, giacchè in ognuno si vede un emulo,
un competitore; s'ignora che cosa pensi, perchè operi, come intenda.
Paura e livore rimangono dunque i sentimenti più comuni; fiaccato
il coraggio civile, spenta l'operosità interiore, si ha sempre
bisogno d'appoggiarsi all'esterno, di cercar l'approvazione altrui.
Quindi pertinacia, non costanza d'opinioni, e al chiacchericcio de'
circoli, e alle arguzie de' begli spiriti far bersaglio le convinzioni
profonde e chi soffriva per esse: quindi il dubbio, padre d'ipocrisia
e d'inazione: quindi esitanza a dir ciò che si pensa, e meraviglia
e quasi raccapriccio quando alcuno l'esprime senza le complimentose
smozzicature: quindi il non procedere mai per slancio; sicchè fra
molto intelletto e poca coscienza, il predominio rimane assicurato al
ciarlatano, che, deposta ogni vergogna, urla più forte, nella certezza
che nessuno oserà opporgli il senso comune, altra parola soggetto di
scherni.

Coloro che scorgono questi mali traverso alla bassa adulazione di noi
stessi, invocano un rimpasto della società, un organamento che nessuno
sa quale sia, nessun vede donde verrà, ma certo non potrà venire dal
vilipendio del passato; non da questo divorzio dell'anima dal corpo,
degli interessi dall'incremento morale; non dal persuadersi che i fatti
siano tutto, e nulla le credenze; non dal sottigliarsi a criticar la
società, anzichè accingersi a migliorare gli individui.

A questo invece si dirigevano le istituzioni del medioevo, come fondate
sui dogmi di Chi, per riformare il mondo, non sovvertì la società,
anzi ne rispettò fin le patenti ingiustizie, ma le elise col far buoni
coloro che doveano applicarle o subirle. A quel modo, poco a poco
dalla forza passarono gli uomini civili a reggersi sulla fede, cioè
sull'autorità; di cui era e depositaria ed espressione la Chiesa.

I pensatori d'oggi vogliono l'attualità, e dicono «A che serve rivangar
il passato?» come chi credesse inutile d'un frutto studiar il fiore e
la pianta e la radice. Il presente deriva dal medioevo, e molti mali
e beni d'oggi vi nacquero; sicchè chi voglia progredire, noi potrà se
non meditando seriamente sulle colpe e virtù passate, e cercandovi la
morale eterna sotto la varietà de' contingenti.

Ora, chi voglia intendere il medioevo, non avrà mai troppo insistito
sulla costituzione religiosa, che tra le infinite differenze, unica
rimaneva costante, e dava un'unità, mancata ai tempi di dubbio
accidioso e di arrogante oscillazione.

Nel politeismo, su cui il mondo erasi a lungo adagiato artisticamente,
si svolse la splendida e armonica civiltà ellenica, trapiantata poi
a Roma. Il cristianesimo gli diede il crollo; dopo tre secoli di
battaglie e discussioni rimase trionfante: ma, nell'attuarsi nella
società civile, si trovò impacciato da quei sostegni ch'egli stesso
nella fanciullezza aveva invocati. Quando però l'imperio romano cadde,
e seco tutto l'impianto gentilesco, la Chiesa, che nella fede e nella
morale nuova riconciliava i barbari vittoriosi coi civili conquistati,
si trovò incomparabilmente superiore a quelli per istruzione, per
ordinata gerarchia, per moralità, per generali idee di giustizia e di
rettitudine. I popoli nuovi aggradirono questa religione, la quale, non
che richiedere sottilità d'argomentazioni e copia di dottrine, sottrae
alla critica i dogmi cardinali; e su questi riposava lo spirito e si
modellavano gli atti, mentre la ragione de' più colti esercitavasi
nell'applicarli e nel trarne induzioni.

Questa religione attribuisce l'onnipotenza, la sapienza, la bontà
unicamente a Dio; all'uomo il peccato e, punizione di esso, i mali
che, mentre necessariamente circondano la vita, servono a prepararne
una migliore. L'uomo dunque era un essere decaduto, cui la redenzione
avea ravviato al bene coi precetti e con un modello divino, ma senza
togliere l'originale disaccordo fra il conoscere e il volere; dato
nuovi mezzi alla Grazia, ma senza abolire la concupiscenza: laonde ogni
cura dovea drizzarsi a deprimere la materia col rialzare le facoltà
morali, invigorir l'anima col mortificare la carne.

Sol quando, cessato di credere alla sua duplice unità, meramente
al corpo badando, si proclamò l'uomo destinato alla felicità, ogni
attenzione si limitò a farlo star bene, e accelerargli il paradiso
quaggiù, non essendo certo se altrove vi sia.

Invece dunque dell'odierno interminabile lamentarsi, si faceano
preghiere a Colui che solo può deviare i mali, ed espiazioni per
non meritarli; maniere che alcuno direbbe inefficaci quanto le
stizzose querele d'oggidì, se non vi si fosse aggiunta la carità per
alleggerirli.

Di qui l'importanza de' sacerdoti e de' monaci, le cui preci e le
penitenze, attesa la comunione de' fedeli, contribuivano a diminuire i
castighi. Che se oggi in Europa quattro milioni di giovani baliosi sono
condannati involontarj al celibato in mezzo a tristi esempj, armati,
provocatori, ozianti, acciocchè siano pronti a volger l'armi più
raffinate, non tanto a sterminio de' nemici, quanto a repressione de'
sudditi; allora alquante migliaja di frati inermi si diffondevano tra
il popolo, mangiando parte del suo pane, che retribuivano con conforti,
benedizioni, assistenza; tanto operosi, che dissodarono mezza Europa,
e ci tramandarono tutti i libri che ci restano dell'antichità; tanto
amici del vulgo e vulgari essi stessi, che move gli stomachi dilicati
il grossolano loro vestire e lo sparecchiato vivere; tanto obbligati
alla virtù, che il mondo gli accusava di fingerla, e che metteansi
in cronache e canzoni coloro che si mostrassero ghiotti e disonesti;
pii così che si fanno caricature della loro santocchieria; così
caritatevoli che si imputano d'aver fomentato l'ozio colle limosine,
come si imputano perchè frenavano il popolo con rosarj e santini,
invece della mitraglia e degli ergastoli.

De' tesori che oggi si profondono nell'esercito, allora si donava parte
alla Chiesa, ed essa suppliva a quel tanto che oggi nel culto, nella
beneficenza, nell'istruzione consumano i Governi; più lodati quanto più
tolgono al cittadino di ciò che è suo, per dare gratuitamente servigi
che esso forse non chiede. Monasteri e spedali erano gli edifizj meglio
situati in campagna e meglio fabbricati in città; sicchè si potette poi
adattarli a palazzi dei ministeri, a ville regie, a caserme, a carceri,
a quell'altre necessità dell'odierno progresso.

Posta come importanza suprema la salute dell'anima, voleansi liberi i
modi di conseguirla; e non si sarebbe tollerato che un re ordinasse in
qual modo credere, quali culti adottare o respingere, a quali scuole
mettersi, quali scienze e con quai libri e da quali maestri imparare.
Tale persuasione deducevasi dall'infallibilità della Chiesa, la quale
sentenziava come organo dello Spirito Santo, e in concilj composti
del fior d'ogni nazione. E quelle sentenze non erano le transazioni
di assemblee, mutabili dall'agosto all'ottobre; ma tali che il volger
de' secoli e tanto incremento di cognizioni non vi cangiarono un punto
di essenziale. Quella persuasione trascendeva sino all'intolleranza;
e se unica era la verità, unica la via di giungere alla salute,
pretendeasi dovessero tutti crederla e seguirla; e fin castighi
corporali si inflissero a chi non volesse abjurare l'eresia. Vero è
che allora l'intolleranza, persuasa profondamente, tormentava i corpi
nella fiducia di salvar le anime; mentre in altri tempi l'intolleranza
politica empì le carceri a mero vantaggio d'un uomo o d'un sistema,
e per opinioni che, non solo in altri luoghi, ma in altri giorni
menano alle ovazioni; e l'intolleranza scettica applica una pena ben
più atroce, l'infamia a chiunque declina da opinioni, che ella stessa
domani avrà barattato.

La Chiesa, oltre custode, dispensiera e interprete della verità,
consideravasi anche depositaria del potere. Unica fonte di questo
era Dio; laonde i principi non regnavano perchè figli di re: e se
non bastava che nel proprio attuamento esterno ella si costituisse in
una repubblica, dove nessun posto era ereditario, e il torzone poteva
divenir pontefice, e nulla si risolveva se non in sinodi e concistorj,
la Chiesa ungeva i re purchè giurassero ai popoli; cioè sanciva
costituzioni, non fissate da una carta e garantite solo dalla forza,
bensì fondate sovra la morale eterna e l'inconcusso evangelo. Con tal
modo essa creò gli Stati, autorò i principi nuovi, benedisse alle leghe
popolari, e consacrò le repubbliche; dava lo scettro ai re di Sicilia,
come ai dogi l'anello di sposo del mare, non mettendo divario nelle
forme, purchè restasse la libertà.

La società non rimaneva dunque abbandonata al fatale arbitrio delle
potestà di fatto; nell'economia religiosa e sociale dell'umanità non
eransi dispajati il legame intimo che nell'eternità stringe l'uomo
a Dio mediante la coscienza, e il legame imperioso universale che
nel tempo sottomette a un'autorità esteriore. Allora tutto era fede
religiosa nelle cose soprannaturali, dove ora è fede politica nelle
cose terrene: allora attribuivasi all'intelligenza e alla rivelazione
l'infallibilità, che oggi passò alla forza e allo scettro; allora
tutto riponevasi nella religione, oggi tutto nella dottrina, sino a
ridurre la scienza del governo ad abilità, l'educazione a istruzione;
sino a misurare la prosperità dalle maggiori spese del governo e
l'incivilimento dal numero delle scuole; quand'anche a proporzione di
queste aumentino i delinquenti, i pazzi, gli esposti, i suicidi.

In fondo a tutti i fatti v'è un mistero: l'origine loro, la loro
destinazione; giacchè li vediamo andare, e non sappiamo perchè. Questo
mistero allora rispettavasi, come il medico applica il chinino alle
febbri senza sapere di queste o di quello l'essenza. Sottentrata poi
l'indagine, più non si potè arrestarsi; che cos'è il papa? il re? la
proprietà? la famiglia? perchè i comandanti e gli obbedienti? perchè i
ricchi e i poveri? perchè il bene e il male?

Ne deriva la presunzione, la quale non solo beffa opinioni che più
non sono le sue, ma non vuol tampoco dubitare che un giorno anche
il suo senno possa venire chiamato a scrutinio da qualche futura
infallibilità. Eppure, per poco che uno sia vissuto, dovrebbe
ricordarsi quanto i giudizj nelle stesse materie e sulle identiche
persone s'invertirono in questi otto anni[1], e perciò accettare i
sentimenti d'altre età, almeno quale spiegazione di atti che altrimenti
mancano di significato.

Al ferreo medioevo sottentrò un tempo che, per contrapposto, fu
intitolato secol d'oro. Ma l'Italia quanto vi dovette patire, e fra
quante vergogne abjettarsi, fin alla suprema di perdere la nazionalità!
Certo il medioevo non subì papi quali Alessandro VI e Clemente VII; non
abusi della vittoria così avvilenti come il sacco di Roma; non ribaldi
così calcolanti come il Valentino; non maestri quali il Machiavelli; nè
principi che violassero la morale non solo impunemente, ma quasi con
vanto; nè leghe assassine come quella contro Venezia, nè paci sozze
come quelle di Cambrai e di Castel Cambrese. Eppure si fa astrazione
dai nomi del Medeghino, del Leyva, di Carlo V, per proporre all'invidia
il secolo di Rafaello e dell'Ariosto. Perchè non fare altrettanto, non
dico affine di encomiare, ma affine di conoscere il medioevo?

Anche il nostro secolo si presenterà all'avvenire co' suoi miliardi
di debito e milioni di soldati, per attestare che unicamente la forza
egli seppe surrogare a idee e ad istituzioni abbattute; coll'incertezza
di tutte le opinioni; con un tarantismo di brame, di prove, di sforzi;
colla smania del bene senza coscienza per discernerlo dal male; colla
perpetua surrogazione dell'intelletto alla coscienza, del fatto al
diritto; con quell'inettitudine alla carità, per cui fra la nazione
più ricca di denari e d'istituzioni si vedono migliaja di poveri morire
ogni anno di pura fame: per cui ai cuori impetuosi invasi dalla noja,
esasperati dall'ingiustizia, non sa largire che lo scherno finchè
vivi, e compassione dopo suicidi: per cui le inclinazioni perverse
diede a punire alla polizia, invece di industriarsi a raddrizzarle,
e moltiplicò tante prigioni quanti v'erano conventi, prigioni di
condanna, di prevenzione, di correzione, fin d'osservazione, e birri
e gendarmi e vigili e guardie e ferri duri e durissimi, e disopra
di tutto il carnefice a tutelare la sicurezza pubblica e salvare la
civiltà.

Eppure chi negherà i meravigliosi suoi avanzamenti? e non dico solo
questa dominazione assicurata sopra il mondo fisico coll'applicazione
di stupende scoperte; ma questo rispetto all'uomo, quest'acquisto di
dignità, questa diffusione degli agi, delle dottrine, della ragione?

Pari tolleranza usiamola anche per trasformarci ne' tempi passati,
quant'è necessario a intendere un diverso incivilimento. Certo l'età
delle incalzantisi rivoluzioni a fatica comprenderà quella delle lente
evoluzioni: ma ha torto di rinfacciarle solo gli sconci e il bene che
non compì; guardar solo al lato triviale delle cose grandi e al debole
delle potenti. Chi il Coliseo di Roma trovi rinfiancato d'informi
contrafforti, li befferà o riproverà, se non rifletta che altrimenti
la mirabil mole sarebbesi sfasciata. Cura perpetua della Chiesa fu il
sostituire l'autorità alla forza. Se non riuscì a rintuzzar le spade,
è sua la colpa? e la tacceremo di usurpatrice se in mano dei soli
studiosi d'allora traeva i giudizj, strappandoli alle sanguinose e
ladre dei baroni? Avendo a fare con uomini, e non potendo annichilare
il passato, essa, sprovvista di forze materiali, si contentava di
collocarvi accanto qualche cosa che il correggesse. Sussisteva la
schiavitù? e la Chiesa istituisce le feste, in cui anche il servo
riposi, e l'asilo dove rifugga, e lo riceve agli ordini monastici e
agli ordini sacri, mediante i quali si pareggia al padrone, e può
divenire capo del mondo. Le fiere pel santo, i mercati attorno al
santuario, sono l'unico commercio possibile fra tante prepotenze. Le
croci e i tabernacoli sui crocicchi offrono un ricovero al viandante
contro alle intemperie e ai masnadieri, e gli servono d'indirizzo,
come le lanterne che vi si accendono. Apre i monasteri agli sgomenti
d'anime sfiduciate della propria forza, all'espansione di bisognose
d'isolarsi col loro Creatore, all'indignazione di disingannate della
felicità, alla violenza di inacerbite dalla nequizia, alla prostrazione
di logorate d'ogni speranza.

Diversi i sentimenti, doveano essere diverse le scritture. Oltre
mancare della carta e della stampa, non si aveano tanti ozj da
mascherare coll'occupazione da tavolino, nè si credeva che il mondo
potesse governarsi colla penna, quando non sapeano maneggiarla
Teodorico, Carlomagno, Federico Barbarossa, personaggi sì grandi. Noi
beffiamo la loro ignoranza delle scienze mondane; non potrebbero essi
deridere la nostra ignoranza di teologia? noi credere che i nostri
studj siano più utili; essi chiederci se v'ha cosa di maggior conto
che la salute dell'anima? Pochissimi scriveano la storia, e questa per
la congregazione, per la città, per la famiglia propria; noi, tutti
politica, empiamo le gazzette colla nascita, la salute, i viaggi dei
re, coi pensamenti de' magnati, coi preparativi di guerre, cogli affari
altrui, con ciò che fanno, dovriano fare o avrebber dovuto fare i
ministri e i re: allora si occupavano di ciò che al popolo concerneva;
ad una carestia, ad un allagamento, a un'irruzione di cavallette
davano l'importanza che noi oggi alla nomina d'un maresciallo o d'un
consigliere; la fondazione d'un convento, cioè d'una repubblichetta
nella quale ogni plebeo potea trovare asilo e virtù e primato, era
tenuta in conto quanto oggi gli atti d'un'accademia e le conferenze di
due plenipotenti: oscure virtù d'un benefico, penitenze d'un eremita,
pie fondazioni, credeansi degne dello stile istorico, non meno che oggi
le parlate che mai non furono dette, le descrizioni di battaglie non
viste, e le teoriche umanitarie. Non dirò che que' cronisti avessero
dottrina maggiore dei gazzettieri d'oggi: pure a quelli si ricorre con
tanto frutto, quanto si disimpara da questi, perchè non proponeansi
d'ingannare; e leggendoli si ha da indovinare cosa volessero dire
quando oscuri, illusi o passionati, ma non supporre dicessero quel che
non pensavano o sentivano.

Poi, parliamo di lettere e scienze? il poema nazionale d'Italia in quai
tempi fu concepito? e il maggior filosofo suo e teologo a qual secolo
diede il nome? e il libro più letto dopo la Bibbia quando fu composto?
Parliamo di belle arti? il medioevo seppe creare un ordine nuovo;
vanto conteso alla moderna sterilità. Parliamo d'opere pubbliche?
basta girare gli occhi per vedere in ogni luogo coltivazione, canali,
palazzi, cattedrali, dovuti a quei secoli. Parliamo di libertà del
pensiero? non v'è opinione per avanzata, infino al comunismo, che
non siasi dibattuta ne' concilj, i quali allora proferivano decisioni
su dottrine, su cui in appresso si proferirono sentenze capitali; le
fondamentali quistioni della filosofia e della teologia v'erano agitate
con un'attualità piena di persuasione e di scienza: se non che ogni età
ha le sue forme, nè è ancora dimostrato quali siano le migliori.

Che se gli stranieri, i quali ingrandirono coll'uscire dal medioevo,
per nazionale pregiudizio lo avversano, pel pregiudizio stesso parrebbe
dovesse prediligerlo l'Italia, la cui civiltà vi fu somma non solo, ma
unica; «quando (dice lo straniero istorico delle nostre repubbliche)
Tedeschi, Francesi, Inglesi, Spagnuoli aveano privilegi municipali,
capi feudali, monarchi da dover difendere; ma soli gl'italiani
avevano una patria, e lo sentivano; aveano rialzato la natura umana
degradata, dando a tutti gli uomini dei diritti come uomini, e non
come privilegiati; primi aveano studiato la teoria dei governi, e agli
altri popoli offerto modelli d'istituzioni liberali; restituito al
mondo la filosofia, l'eloquenza, la poesia, la storia, l'architettura,
la pittura, la musica, facendosi istruttori dell'Europa; e a pena si
potrebbe nominare una scienza, un'arte, una cognizione, di cui non
abbiano insegnato gli elementi ai popoli che poi li sorpassarono: e
quest'universalità di cognizioni avea raffinato l'ingegno, il gusto, le
maniere; pulitezza che restò loro anche molto dopo ch'ebbero perduto
tutti gli altri vantaggi, come l'eleganza e il garbo sopravvissero
all'antica dignità che n'era Stato il fondamento».

La grandezza politica dell'Italia non equiparò i vantaggi che essa recò
all'incivilimento del mondo, nè i grandi suoi ingegni maturarono frutti
politici: ma non sono prediletto tema a declamazioni sentimentali
Genova e Venezia, capolavori del medioevo? E se strazj sì lunghi e
variati non hanno ancora gittato la patria nostra nell'avvilimento, è
dovuto forse più ch'altro agli avanzi delle istituzioni del medioevo e
al sistema comunale; e quando essa testè si eresse tutta insieme ad una
sublime aspirazione, il fece evocando le idee e le forme del medioevo.

Se non che la quistione restò fra noi complicata dal principato
terreno, che la Chiesa assunse, non già per essenza sua, ma condottavi
da contingenze deplorabili; e quando, soccombendo dappertutto le
repubbliche ai principati, anch'essa più non potè appoggiarsi a'
popoli, e dovette cercar posto fra i re, allora le toccò la sua parte
dell'odio serbato ai Governi; e vi fu chi ebbe l'arte d'inasprirlo
per distornarlo da altri oggetti: rimase esposta all'esagerazione di
opposti partiti; e grandi scrittori d'Italia si chiarirono avversi, non
tanto ad essa, quanto ad alcun papa: e in conseguenza, da Dante, dal
Petrarca, dal Machiavelli si attinse colla prima educazione avversione
e disprezzo pei papi; la turba pedissequa fece eco: oggi stesso i
dettatori ci intimano che _bisogna_ pensare coi nostri classici. Vero
modo di progredire! Ma quelli almeno erano leali, e ci presentano gli
errori col contorno delle virtù: poi, altrettanti scrittori nostri
diverso giudizio portarono sui poteri in contrasto, o almeno spogli da
quell'acrimonia esotica contro ciò che avea formato la grandezza del
nostro paese, e che ancora gli dava l'unico primato lasciatogli dal
trionfo di coloro, per cui campeggiavano i sostenitori della _libertà
del principato_.

E dell'Italia specialmente crediamo rimanga inintelligibile e sterile
la storia quando la si guardi come una nazione unica, guidata dai
principi, i quali la lasciano occuparsi regolarmente de' mestieri e
delle lettere. Questo tipo, acconcio a popoli la cui vita consiste
nella vita dei loro re, manca di verità fra noi: il che, se nuoce alla
compagine artistica, schiude però uno spettacolo più vario ed animato
a chi sappia elevarsi fin là, dove si può non solo abbracciare il
movimento politico e le operazioni materiali, ma esaminare sentimenti
e raziocinj, lo sviluppo poetico e religioso insieme col teorico,
collo scientifico e coll'industriale, unificando sentimenti, dottrina,
attività.

E noi, con questo discorso che non a tutti parrà fuor di proposito,
vogliamo soltanto inferire che importa osservare il medioevo, non con
irriflessivo dileggio o cieca venerazione, ma con meditabonda serietà;
non con iraconda preoccupazione, ma con amorevole coscienza; non con
santocchieria angustiante, ma con franca e larga indagine; riferendosi
all'opportunità de' tempi, anzichè misurare tutto col metro odierno;
non repudiando il bene per gl'inconvenienti che l'accompagnano; non
rampognando un buon fatto perchè poteva esser migliore, a somiglianza
di que' frivoli che accusano i monaci d'avere distrutto alcuni libri
antichi, senza tener conto che tutti quelli che abbiamo ci furono
conservati da essi.

I lettori vulgari, incapaci di altro vero fuor quello che corre
pei caffè o sui giornali, e che s'impennano ad ogni coraggiosa
manifestazione di un ponderato sentimento, ci apporranno alcuno di
que' nomi, che sono condanne codarde e stolte perchè vaghe e quindi
irreparabili; e il meno sarà il dire che noi ribramiamo le istituzioni
del medioevo. Spiegare non è lodare, e noi abbiamo detto e ripetuto che
non se n'ha nulla a desiderare, forse poco ad imitare, ma moltissimo ad
apprendere; e non poco anche a dilettarsi, se il vedere uomini operanti
ciascuno coll'attività propria, obbedienti ma per devozione, soffrenti
ma per propria colpa e come un'espiazione, alletta più che non il
volteggiare d'una coorte al comando d'un colonnello; o il compassato
procedere d'una società di pupilli e di petizionanti, o il forbottarsi
d'una caterva di scrittori, intenti a illudersi, a piacersi, a
stracciarsi a vicenda.

Attruppandoci con cotesti, ci saremmo potuti ripromettere morbidi
trionfi: eppure sin nel fervore della gioventù preferimmo affrontare
pregiudizj, allora profondamente radicati; molti brani sanguinosi
lasciammo a quelle spine, ma forse alcune ne strappammo. L'aggravata
età e la sbaldanzita esperienza non ci fan pentire di quel sentiero,
e lo ricalcheremo come italiani, come cattolici, come indipendenti,
che sottomettendosi ai supremi dogmi sociali e morali, respingono il
despotismo e uffiziale e vulgare; disposti ai medesimi patimenti, e
confidando non sieno indarno.

Perocchè, lontani dal fare idillj del medioevo italiano, nessuna delle
piaghe sue dissimuleremo, procurando riescano a scuola ed emenda de'
presenti; se non altro, chiariremo che la felicità vagheggiata non si
godette in nessun tempo; che il carattere di sapienza, di accordo, di
bellezza, cui il mondo aspira, e la convivenza amorevole, regolata,
robusta, non sono a cercar nel passato; che, se è progresso il crescere
in dose e l'estendersi in ispazio la libertà e la dignità dell'uomo,
si progredì sempre verso il meglio; che, essendo legge della società
e di tutto ciò che ad essa appartiene, il passare per successioni e
rinnovazioni continue, il medioevo fu il valico da un passato non più
possibile a un avvenire non possibile ancora, onde riteneva moltissimi
vizj di quello, di questo non possedeva ancora le virtù; che, in quella
serie di emancipazioni lente, tergiversate, dolorose, è di conforto
efficace il contemplar la fatica de' padri; che l'età nostra è dunque
migliore delle passate, ma sarà superata dalle future: dal che trarremo
pazienza a sopportare i mali inevitabili, fiducia nel credere al
meglio, perseveranza a cooperare coi nostri fratelli per ottenerlo.



CAPITOLO LIX.

Odoacre. Teodorico goto. Ultimo fiore delle lettere latine con
Cassiodoro e Boezio.


Fin qui parlando dell'Italia parlavamo del mondo intero civile, di
cui essa era il capo: ora il cessare dell'impero d'Occidente lascia
Costantinopoli alla testa dell'antica civiltà romana. L'impero non
avea cangiato d'essenza, e conservava le leggi, la gerarchia, lo
spirito, il nome; solo perdeva sempre maggior numero di provincie,
concentrava a Costantinopoli l'amministrazione dell'altre. L'Italia
però non solo cessava d'esser capo degli altri paesi, giacchè, a
tacere i più remoti, di là dell'Alpi Marittime dominavano i Visigoti
nella Gallia meridionale e fin nella Spagna; di là dalle Cozie e nella
Savoja s'erano assisi i Borgognoni; i Franchi nella restante Gallia;
gli Alemanni nella bassa Germania: ma perdeva anche l'indipendenza,
e come campo indifeso, i Barbari, vogliosi di bottino, d'imprese, di
patria più fortunata, venivano a correrla, spogliarla, conquistarla,
lasciandola poi per altre prede, sinchè alcuni vi fermarono stanza.

Tutta Germania, cioè dall'Adriatico al Baltico e dalle foci del Reno
a quelle del Danubio, era in movimento: per vendetta o per amor di
conquista, di guadagno, d'imprese, i capibanda menavano di qua di là i
loro fedeli, senz'altro sentimento che della propria forza, abbattendo
le istituzioni ammirate, non provvedendo a sostituirne: i vanti della
maestà romana, le finezze dell'amministrazione soccombevano: solo
coloni e schiavi proseguivano in egual modo le fatiche, poco badando
per qual padrone sudassero; e i sacerdoti, pregando, istruendo,
mitigando, mostravano il flagello di Dio nella caduta del passato, e
procuravano ammansare i nuovi oppressori.

Uno di questi apostoli della carità abitava presso Vienna sul Danubio,
venerato per santità dai paesani, visitato da personaggi; e la cortesia
de' suoi modi e la purezza del parlare latino il facevano supporre
di buona nascita, quantunque e' lo celasse. Lo chiamavano Severino, e
pareva che Dio ve l'avesse collocato a edificazione degli invasori che
per di là irrompevano sull'Italia; molti ne convertì, altri ammansò;
schermì i fedeli, consolò i desolati. Quando Odoacre menava bande
ragunaticcie a difesa degl'imbelli successori di Costantino, passando
da quelle parti volle vedere quel pio, e modestamente in arnese entrò
nella cella di lui, così bassa, che dovette star chino. L'anacoreta,
ragionatogli d'iddio e dell'anima, — Tu passi in Italia (soggiunse)
vestito di povere lane; ma poco andrà che sarai arbitro delle più
elevate fortune[2].

Questa leggenda sul limitare de' nuovi tempi sia un preludio delle
molte che v'incontreremo; potendo lo scettico deridere e il critico
repudiare, ma non lo storico tacere fatti, che dai contemporanei
furono creduti, e di cui sentiremo l'efficacia, il più delle volte
benefica. Chi conosce la potenza delle anime dolci e meditabonde sopra
i caratteri vigorosi, esiterà a credere che le parole del pio romito di
Vienna abbiano mitigato il feroce Odoacre, e risparmiato qualche dolore
ai nostri padri?

Col suo valore e con quest'augurio venne Odoacre a procacciar sua
ventura in Italia; e senz'altro che voltare contro degl'imperatori le
armi da questi assoldate, dissipò quella scena dove si riproduceano
le immagini e le denominazioni antiche, combinate coi dolori presenti
e colla fantasia di nuovi. Perocchè già era un pezzo che l'Impero
veniva preseduto da Barbari; anche soppresso il titolo supremo, non
tralasciò di raccogliersi il senato, rappresentanza civile sotto a
quella militare; si nominavano i consoli; nessun magistrato regio o
municipale fu spostato; il prefetto del pretorio continuò co' suoi
dipendenti ad amministrare l'Italia e riscuoterne i tributi: Odoacre
potea dirsi uno de' tanti, che stranieri occuparono il trono di Roma:
se non che nè imperatore intitolossi, nè forse re[3]: non pretese
primazia sugli altri regni; anzi lasciava qui proclamare le leggi
emanate dall'imperatore d'Oriente, dal quale invocò invano il titolo di
patrizio d'Italia.

Rimase dunque come un esercito in mezzo a un popolo civile; come uno
di que' governi militari, di cui neppure a tempi più civili mancò la
ruina. Colla labarda propria e de' venderecci compagni schermì Italia
da nuovi invasori: per assodare la propria autorità e punire gli
assassini di Giulio Nepote, sottomise la Dalmazia: per mantenere libera
comunicazione fra l'Italia e l'Illiria osteggiò i Rugi, piantati sul
Danubio ove ora dicesi Austria e Moravia; e abbandonando quelle terre
a chi le volesse, menò prigioniero in Italia Feleteo, ultimo re loro,
e molta gente. Ad Eurico, re de' Visigoti, confermò la porzione di
Gallia che aveva occupata sotto Giulio Nepote, aggiungendovi l'Alvernia
e la Provenza meridionale; e strinse alleanza con lui e con Unnerico
re de' Vandali, da cui ottenne la Sicilia mediante annuo tributo.
Tuttochè ariano, rispettò i vescovi e sacerdoti cattolici, vietò al
clero di vendere i beni, acciocchè la divozione dei fedeli non fosse
messa a nuovo contributo per riprovvedernelo. Ma era un conquistatore;
e guai ai vinti! Già prima, scarsissima cura adoperavasi ai campi,
sì per la sterminata ampiezza dei possessi, sì perchè le largizioni
imperiali mettevano sui mercati il grano ad un prezzo, col quale non
poteva concorrere l'industria privata: e al modo che usa ancora nella
campagna di Roma, su gl'immensi poderi lasciati sodi educavansi branchi
di pecore, a guardia di pochi schiavi. Gl'invasori, rubando questi e
quelle, lasciavano deserto e fame; nelle regioni più fiorenti a pena
si scontravano uomini[4]; la plebe, avvezza a vivere coi donativi del
pubblico o dei patroni, periti questi, dismessi quelli, basiva in lunga
inedia o migrava.

Odoacre spartì un terzo dei terreni a' suoi seguaci; ma non che
ripopolassero il paese e coltivassero le sodaglie, come alcuno sognò,
avranno da prepotenti snidato i nostri. Nè gl'italiani potevano
quetarsi al nuovo stato, come si fa ad una stabile miseria: giacchè,
mancando ogni accordo nazionale, e reggendosi unicamente sulla forza,
poteano prevedere che poco durerebbe quel dominio, e che a nuovi
Barbari frutterebbero i terreni che si disselvatichissero.

E così fu. Perocchè i Greci non si rassegnavano a perdere quest'Italia,
culla dell'impero; e mentre aveano fatto sì poco per conservarla,
adesso la sommoveano con brighe secrete o aperte guerre, che le
toglievano pace senza darle libertà. L'Impero col restringersi era
cresciuto di forza, e in Oriente non si trovava esposto all'arbitrio
soldatesco come già l'occidentale: non turbato da memorie repubblicane,
o da ambizioni di famiglie antiche, o dall'opposizione d'un clero
robusto, nè d'un senato memore d'antica potenza, nè da ordinamenti
municipali; ma costituito in regolare dominio, e con una metropoli
ben munita e stupendamente collocata, poteva godere quella quiete
del despotismo, ch'è il ristoro, sebbene infelicissimo, delle nazioni
corrotte.

Ma di rimpatto lo agitavano dentro, sia intrighi di palazzo, sia il
farnetico delle dispute religiose, nelle quali parteggiavano gli
stessi imperatori or favorendo, or anche inventando eresie, e per
esse trascurando gli affari. Il popolo di Costantinopoli, tra garriti
teologici, tra le chiassose gare pei combattenti del circo, tra le
frivolezze d'un lusso spendiosissimo, abbandonava ogni esercizio
d'armi, sicchè bisognava affidar la difesa a capitani barbari, i quali,
profittando della disciplina, ultimo merito che perdessero gli eserciti
romani, prevalevano agli altri Barbari osteggianti l'Impero.

Tra quei capitani, serviva all'imperatore Zenone l'ostrogoto Teodorico,
discendente in decimo grado da Augis, uno degli Ansi o semidei de'
Goti. Questa nazione, recuperata l'indipendenza al cadere di Attila,
e piantatasi nella Pannonia, promise pace all'Impero, purchè le
tributasse trecento libbre d'oro. Siccome statico fu dato Teodorico,
giovane figlio del re Teodemiro, il quale crebbe in Costantinopoli
alternando gli esercizj di corpo proprj della sua gente colla
conversazione colta de' Greci, e in quel centro del mondo civile
affinò lo spirito nelle arti del governare e negli scaltrimenti della
politica. Succeduto al padre (475), gli fu dall'imperatore assegnata
la Dacia Ripense e la Mesia inferiore, acciocchè vi collocasse i
suoi Ostrogoti in posto da potere più facilmente accorrere in ajuto
dell'Impero. Di fatto Teodorico li menò contro i nemici interni ed
esterni dell'imperatore, il quale gli prodigò i gradi di patrizio e
di console, statua equestre, nome di figlio, capitananza de' soldati
palatini, migliaja di libbre d'oro e d'argento, e gli promise una
moglie di puro sangue e di laute ricchezze.

Sintomi di paura più che d'affetto; e come avviene di cotesti
liberatori militari, Teodorico divenne minaccioso all'Impero che
difendeva, e l'obbligò a vergognose concessioni. Ma più alto levava
egli le mire; e volendo terger la taccia appostagli dai compatrioti,
di piacersi soverchiamente negli ozj cortigiani, si presentò a Zenone
(486), e — L'Italia e Roma, retaggio vostro, giaciono preda del barbaro
Odoacre. Consentite ch'io vada a snidarnelo. O cadremo nell'impresa, e
voi resterete sollevato dal nostro peso; o ci riuscirà, e mi lascerete
governar quella parte che avrò al vostro imperio recuperata».

Qual partito meglio di questo potea piacere a Zenone? All'annunzio
d'un'impresa diretta da tal capitano, accorsero in folla gli Ostrogoti,
che nel colmo della vernata, con bestiami, salmerie, mulini da
macinare, con donne, vecchi, fanciulli, impaccio per la guerra,
eppur necessarj a chi cercava non una conquista ma una patria[5], per
settecento miglia si volsero all'alpi Giulie, pretessendo alla loro
invasione il nome romano. Quanti avanzi di altre orde scontravano per
via, gli arrolavano seco, come una valanga che rotolando ingrossa;
e tal turba formavano, che nell'Epiro in una sola azione perdettero
duemila carri.

Odoacre tentò sviare quella piena sollecitando contr'essa Bulgari,
Gepidi, Sarmati, accampati fra i deserti della già popolosa Dacia;
indi alle ultime spiagge dell'Adriatico la affrontò: ma _benchè
prevalesse di numero_, e comandasse a _molti re_ (490), fu battuto
sull'Isonzo presso le rovine d'Aquileja. Allora dall'Alpi accorsero i
Borgognoni, non per alleanza o nimistà, ma per rubare, e assediarono
Teodorico in Pavia: egli chiamò di Gallia i Visigoti, e liberato
per opera loro, scese a giornata risolutiva con Odoacre nel piano
di Verona. L'eroe ostrogoto si era fatto dalla madre e dalla sorella
ornare con ricche vesti, di lor mano tessute: mescolata la battaglia,
già i Goti disordinavansi in fuga, quando essa madre, affrontandoli
e rimbrottandone la viltà, li spinse alla riscossa e alla vittoria.
Odoacre cercò un ultimo scampo in Ravenna, inespugnabile pel mare e per
le fortificazioni, e donde, col favore del popolo o de' malcontenti,
sbucò più volte a mettere a nuovo repentaglio la fortuna del vincitore,
che alfine accampato nella Pineta, strinse Ravenna d'assedio. Durati
per tre anni tutti gli orrori della fame, Odoacre, per interposto
del vescovo, patteggiò, salva la vita e diviso il comando: ma poscia
alquanti mesi, Teodorico mentì la parola (493), e a mensa ospitale
l'uccise, fe scannare i mercenarj che avevano abbattuto il trono
d'Augustolo, e, al solito, accusò il tradito di tradimento.

Alla fortuna di lui si sottomise Italia dall'Alpi allo Stretto; vandali
ambasciatori gli rassegnarono la Sicilia; popolo e senato l'accolsero
qual liberatore — consueta lusinga degli Italiani.

L'ambigua convenzione coll'imperatore lasciava dubbio se Teodorico
avesse a tenere il bel paese come vassallo o come alleato. Mandò
a richiedere le gioje della corona che Odoacre avea spedite a
Costantinopoli; e Anastasio, nuovo imperatore, concedendole, parve
investirlo del regno. Ma se l'ambizione imperiale lo poteva considerare
come luogotenente, egli sentivasi padrone, e da padrone reggeva
l'Italia. Però sulle prime volle tenersi amici gl'imperatori onorandoli
di epigrafi, lasciando l'impronta loro sulle monete, e scriveva a
questi: — Nello Stato vostro appresi come governare i Romani con
giustizia; non durino separati i due imperi; una volta uniti, eguale
volontà, egual pensiero li governi»[6]. Ma Anastasio s'accorse che
erano mostre, e che l'Italia era perduta per l'Impero: laonde a
osteggiare Teodorico spedì nella Dacia il prode Sabiniano con diecimila
Romani e molti Bulgari; e poichè li vide sbaragliati in riva al Margo,
indispettito mandò ducento navi e ottomila uomini che saccheggiarono
le coste di Puglia e di Calabria; e rovinato Taranto e il commercio,
superbi di indecorosa vittoria, recarono piratesche spoglie al despoto
di Bisanzio. Teodorico con mille legni sottili tolse agl'imperatori la
voglia di più molestarlo; eppure non negò loro il titolo di padre e fin
di sovrano[7], consentiva ad Anastasio la preminenza che egli stesso
esigeva dagli altri re, e di concerto con esso eleggeva il console per
l'Occidente, come costumavasi durante l'Impero.

I Rugi, gente fierissima, ai quali avea dato a custodire Pavia
mentr'egli osteggiava Odoacre, furono ammansati dal santo vescovo
Epifanio: ma poi Federico lor re si avversò a Teodorico, e ne restò
disfatto e morto. Duranti quelle guerre stesse i Borgognoni aveano
devastato ancora la Liguria (sotto il qual nome van pure il Piemonte,
il Monferrato, il Milanese), moltissimi abitanti menandone prigioni di
là dall'Alpi, lasciando le campagne spopolate.

Teodorico in prospere guerre estese il dominio anche sulla Rezia,
il Norico, la Dalmazia, la Pannonia; ebbe tributarj i Bavari, in
protezione gli Alemanni; domò i Gepidi, piantatisi fra le ruine del
Sirmio; dispose in opportune colonie Svevi, Eruli ed altri che chiesero
di vivere sotto le sue leggi; e come tutore del nipote regolando i
Visigoti di Spagna, ebbe riunite, dopo separazione lunghissima, le due
frazioni dei Goti, che così dai monti Macedoni fin a Gibilterra, dalla
Sicilia fin al Danubio occupavano i migliori paesi dell'antico impero
occidentale.

I principi circostanti avevano tremato pei recenti lor regni; ma
quando videro Teodorico frenare la propria ambizione, e nella vigoria
della giovinezza riporre la spada vincitrice, tolsero a guardarlo
con fiduciale rispetto, e cercarne l'amicizia e la parentela; e
ad insinuazione di lui presero qualche modo di pacifico e civile
ordinamento. Egli mandò donativi ai re Franchi; da altri ricevette
cavalli ed armi: un principe scandinavo spodestato a lui rifuggiva, e
fin gli estremi Estonj gli tributavano l'ambra del Baltico.

Quanto all'Italia, Teodorico cominciò il regno come gli altri Barbari,
col dividere a' suoi un terzo dei terreni conquistati, sopra i quali si
stanziarono con titoli d'ospiti e con fatti da padroni. Aveva decretato
la cittadinanza romana, vale a dire la piena libertà a quelli che
l'avevano favorito nella conquista; mentre ai fedeli ad Odoacre tolse
di poter testare nè disporre dei loro beni. Epifanio, vescovo di Pavia,
si condusse intercessore per questi a Ravenna, con Lorenzo, vescovo di
Milano; e Teodorico gli esaudì, solo alcuni capi eccettuando; poi disse
ad Epifanio: — Vedete in che desolazione giace l'Italia, spopolata dai
Borgognoni. Io voglio riscattarli; nè trovo vescovo più atto a ciò.
Andate, ed avrete il denaro occorrente».

Epifanio dunque, con Vittore vescovo di Torino, fu a Lione, e da
Gundebaldo re ottenne il rilascio de' prigionieri, pagando riscatto
sol per quelli presi colle armi. Al fausto annunzio della liberazione,
per tutta Gallia si commossero i tanti soffrenti; quattrocento in un
giorno partirono da Lione; seimila furono restituiti senza riscatto;
Godegisilo, re di Ginevra, concesse altrettanto ad Ennodio; la carità
de' Galli sovveniva alla povertà italiana; e il papa ebbe a ringraziare
i vescovi di Lione e d'Arles pe' sussidj da loro mandati in Italia:
Epifanio ripassò le Alpi nel più bello e più inusato trionfo, non
conducendo schiavi, come soleano i re, ma gente da lui redenta; e
accolto dappertutto fra benedizioni, coronò l'opera coll'impetrare che
Teodorico ripristinasse i tornati nei beni perduti[8]. A quest'uopo
traversava il Po, allora impaludato in estesissimo letto, e obbligato
a giacersi la notte fra quelle pestifere esalazioni, fu preso da
gravissima malattia; oppresso dalla quale si presentò a Teodorico, e
ottenuta la grazia, volle rivedere il suo gregge, fra il quale appena
giunto, morì.

Ma gl'italiani come stavano sotto Teodorico? Il popolo risponde,
Pessimamente, e nel nome di Goto compendia ogni barbarie, ogni
ignoranza, ogni avvilimento della vita e del pensiero. I dotti vollero
figurarlo principe desiderabile anche all'età nostra, e il regno suo
un de' più giocondi o dei meno dolorosi all'Italia. Opinioni entrambe
eccessive. I meriti di Teodorico sono esaltati nel panegirico che
Ennodio recitò in presenza di lui per ringraziarlo o mansuefarlo; e
nelle lettere di Cassiodoro, che, a nome di esso, con barbara eleganza
stese decreti pomposi, magnificando il principe, e il bello ubbidirgli,
e il fiore ch'e' recava ai sudditi, e la grata benevolenza di questi.
Fonti sospette.

Merito suo certo è l'avere procurato alla penisola trentatre anni di
pace, gran ristoro anche sotto tristo reggimento: ma non sa di storia
chi si figura che i Goti od altri Barbari accettassero come pari la
gente italiana. Lingua, consuetudini, credenze, li teneano distinti:
il Goto, tutt'armi, insultava le oziose scuole letterarie; di rimpatto
l'imbelle Romano, nel misero orgoglio del tempo passato, intitolava
barbaro il suo padrone: e sebbene questi adottasse alcun uso del vinto
e professasse desiderio di fondersi insieme[9], al fatto repugnava
l'indole di quei governi. Che se la storia degnasse guardare ai vinti,
registrato avrebbe le sanguinose proteste che fecero a volta a volta
contro i conquistatori[10]. I tributi furono conservati quali sotto
i Romani, cioè enormi, ed occasione d'abuso ai magistrati: v'erano
soggetti al pari i terreni de' Romani e de' Goti, neppure eccettuati
quelli del re. L'amministrazione municipale restò ai natii, ma il
re nominava i decurioni; magistrati paesani che giudicavano dei
loro concittadini, curavano la polizia, compartivano e riscotevano
le imposizioni, dal prefetto del pretorio assegnate a ciascuna
comunità[11]. Sette consolari, tre correttori, cinque presidi reggevano
le quindici regioni d'Italia, colle forme della romana giurisdizione:
un duca fu posto alle provincie di confine, ch'erano state munite
contro nuovi attacchi.

I Romani in materie civili appellavansi al vicario di Roma, e al
prefetto della città nelle otto provincie della bassa Italia, dai quali
davasi ancora appello al prefetto del pretorio, e da ultimo al re in
persona: viluppo di brighe e di spese.

Conserviamo una serie di brevetti di nomina (_formulæ_), ove a ciascun
eletto si spiegano gli uffizj suoi, esortandolo a ben adempirli; ma
la luce che ne potremmo derivare è adombrata dai fiori retorici di
Cassiodoro che li stese: bastano però ad attestare che brevi duravano
gl'impieghi, e dagli alti si passava agli inferiori, con iscapito della
buona amministrazione.

Unico legislatore sembra il re, senza le assemblee nazionali, comuni
fra i Germanici. Un consiglio di Stato sedente a Ravenna discuteva gli
atti di suprema autorità, che poi erano comunicati al senato di Roma.
Questo corpo degenere poteva invanirsi allorchè il re gli mandava i
suoi decreti, compilati in forma di senatoconsulti, e gli scriveva: —
Auguriamo che il genio della libertà riguardi, o padri coscritti, la
vostra assemblea con occhio benevolo»; ma in effetto non gli rimaneva
che a far complimenti e a dire di sì.

Ma dove i precedenti conquistatori aveano portato solo ira e
distruzione, poi n'erano fuggiti, quasi spaventati dal fantasma
dell'Impero che avevano assassinato, Teodorico vide poter assumere
uffizio più glorioso e piacente, e farsi considerar successore degli
Augusti, conservando gli ordini antichi, e cercando introdurli fra
la sua gente. A tal uopo non potea che valersi di nostrali, ed ebbe
il senno e la fortuna di sceglier bene, e il merito di non temer
gl'ingegni superiori. A Laberio conferì la prefettura del pretorio,
malgrado la fedeltà mostrata verso Odoacre; tenne amico Simmaco, grande
erudito pel suo tempo; Cassiodoro e Boezio, ultimi scrittori romani,
posti in grandissimo stato, contribuirono non poco a mascherare il
regno di un Barbaro agli occhi dei contemporanei e dei posteri.

Costoro opera fu l'_Editto_ che Teodorico pubblicò, per rimediare
alle moltissime querele arrivategli contro coloro che nelle
provincie conculcavano le leggi. Fondasi esso sulla ragione romana,
sottoponendo a questa anche i suoi Goti, nell'intento di dilatare
fra loro la civiltà latina, di cui conosceva il pregio, senza però
ridurli a dividere con altri il privilegio dell'armi e quei che ne
erano conseguenti: che se le nuove disposizioni obbligavano tutti,
sussisteva però il diritto di ciascuna nazione, i Goti col gotico, col
romano i Romani regolandosi, eccetto i casi distintamente indicati.
In fatto quelle leggi versano quasi solo su ragione criminale,
negligendo la civile: lo che non potrebbe ragionevolmente imputarsi
a trascuranza in governo ordinato com'era quello di Teodorico, ma
sì all'aver egli imposto norme a ciò che direttamente concerneva lo
Stato, senza intromettersi del diritto privato de' due popoli[12].
Nel poco che riguardano il civile sono dedotte principalmente dalle
_Sentenze_ di Paolo, manuale pratico di quei tempi: se non che il
compilatore parlando in voce propria, trasforma e sfigura i passi,
e nell'arbitraria distribuzione li distrae dal vero significato. Ai
cencinquantaquattro paragrafi, dodici ne soggiunse poi Atalarico,
criminali e di procedura. Notevole cosa, che la peggiore raccolta di
leggi romane sotto i Barbari siasi fatta in Italia.

Traverso all'ambizioso moralizzare del legislatore e alle declamazioni
di Cassiodoro trapela come il rispetto alle leggi romane fosse o una
maschera del conquistatore, o patriotica illusione del compilatore:
del resto si riducono a istantanee provvigioni, indicanti il buon
volere del re, non attitudine o potenza di farle eseguire, non concetti
generali, non larghi intenti. Comanda giustizia pronta non precipitosa,
senza badare a grado o nascita de' contendenti; esecra i rapportatori e
le migliaja di curiosi[13], de' quali valevansi gl'imperatori piuttosto
a turbar la pace privata codiando gli andamenti, che a tutelare la
pubblica sicurezza; desidera il popolo agiato, nutrito nelle carestie.
Diresti il regno della felicità: ma la storia ci fa vedere come a
spie desse fede Teodorico, sino a danno de' suoi più cari; trovasse
ragione di crescere i tributi la migliorata agricoltura, punendo
così l'industria[14]; i deboli fossero costretti invocare contro dei
prepotenti il braccio militare de' Sajoni; l'avarizia dei magistrati
e il favore corrompessero la giustizia; considerati come delitti
frequenti, e perciò minacciati con nuove pene, l'invasione violenta,
l'omicidio, l'adulterio, la poligamia, il concubinato, la frode di
rescritti surrettizj, le donazioni estorte con minaccie, il perpetuarsi
delle liti per sempre nuove appellazioni[15]. Un anonimo contemporaneo
asserisce che poteansi lasciar dischiuse le porte, e denaro ne' campi:
ma le lettere stesse di Cassiodoro rivelano e violenze e furti non
radi; — buon avvertimento a riscontrare le lodi dei principi coi fatti.

Trai delitti, la fellonia è punita di morte e confisca; il caporibelli
e il calunniatore, bruciati vivi; morte a maghi, a Pagani, a violatori
delle tombe, a rapitori di donna o fanciulla libera, al falsificatore
di carte o di pesi, al giudice venale, all'involatore di bestie;
bandito chi abusa dell'autorità o depone il falso; l'accusatore si
esponga a sostener la pena che sarebbe tocca al reo, se questo si
scolpi. Ma ai Goti non era consueto il guidrigildo, cioè lo scontar
i delitti a denaro, e l'omicidio punivasi con pene corporali al modo
romano: il che dovea fare men dura la sorte dei vinti, perchè meno
sproporzionata.

Salvo queste disposizioni comuni, i Goti conservavansi superiori
e distinti dai Romani, sottoposti a un grafione o conte che, al
modo germanico, in guerra li capitanava, in pace decideva dei loro
litigi; associandosi un giurisperito romano qualora con un Romano si
discutesse[16].

Durava dunque l'organamento antico, ma vi sovrastava un governo
militare, siccome ne' paesi che ora si pongono in istato d'assedio.
Soli Goti portavano le armi; e Teodorico ne congratula i Romani come
d'un bel privilegio, mentre era un sospettoso disarmo dei nostri, e
una consuetudine generale de' Barbari, il cui nome stesso nazionale
(Germano vale uom di guerra) indicava che la pienezza dei diritti
spettava solo all'armato. Nel dolce clima d'Italia moltiplicaronsi
i Goti a segno, da poter fra breve mettere in piedi ducentomila
guerrieri, obbligati a servigio non per soldo, ma per le terre ad essi
distribuite. E la penisola perseverava su piede di guerra; e al primo
bando accorrevano i Goti per far guardia al re, presidiare la frontiera
o marciar contro i nemici, provvisti d'arme e vettovaglie dal prefetto
al pretorio. Anche di buona marina fu munita la costa, comprando abeti
da tutt'Italia e massime dalle boscose rive del Po, sgombri dalle
fratte pescatorie il Mincio, l'Oglio, il Serchio, l'Arno, il Tevere,
perchè ne scendessero il legname e le barche[17].

Senza credere che il nome di Goti significhi buoni[18], alcuni fatti
attestano la vigorosa loro disciplina, non esigua virtù in bande
armate. Allorchè Teodorico vinse i Greci al Margo, nessuno de' suoi
stese un dito alle ricche spoglie dei vinti, perchè egli non diede
il segno del saccheggio. Più tardi Totila, presa Napoli, non solo la
campò dalle violenze che il feroce diritto della guerra consente fin
alle genti civili, ma fece distribuire agli assediati il vitto in
misura, che non nocesse dopo il lungo digiuno[19]. La lingua gotica
era già stata scritta, se non altro per tradurre i Vangeli, ma non era
coltivata; e in latino pubblicavansi le leggi e le epistole, valendosi
di segretarj romani, e lasciando che i legati spiegassero la cosa
nel vulgare natìo[20]. Teodorico medesimo non sapea sottoscrivere se
non scorrendo colla penna negli incavi di una lastrina d'oro: eppure
dilettavasi di ragionamenti istruttivi[21], fece attentamente educare
le sue figliuole, e volle anche favorire le lettere e le arti. Ma qui,
come nel resto, appare il contrasto fra le abitudini nazionali e il
proposito d'imitazione; perocchè egli interdisse ai Goti gli studj come
corruttori, mentre li promoveva fra i Romani.

Aurelio Cassiodoro, nato a Scillace di famiglia benemerita, conte delle
cose private e delle sacre largizioni di Odoacre, indi segretario
di Teodorico, a nome di questo e dei successori stese rescritti
ed ordini, pubblicati col titolo di Variarum libri XII. Nei cinque
primi raccolgonsi quelli a nome di Teodorico, seguono due di diplomi
per le varie cariche civili e militari; poi tre delle epistole dei
successori di Teodorico; infine due di ordinanze, da Cassiodoro emanate
come prefetto al pretorio. Le durezze dello stile, la irremissibile
gonfiezza, l'ostentazione d'ingegno, di retorica, di erudizione,
non tolgono pregio a quell'unico monumento della storia italica
d'allora. Egli parla d'un archiatro allora istituito; d'un professore
di grammatica, uno di retorica, uno di legge[22], che dettavano in
Campidoglio: ed Ennodio loda le scuole milanesi prosperanti sotto
Teodorico, e gli eccellenti ingegni di Liguria, pei quali correa
proverbio[23] qui nascere ancora i Tullj.

Severino Boezio, nato a Roma da padre che avea sostenuto primarie
dignità, dai dieci ai ventott'anni studiò in Atene, ove tradusse opere
di Tolomeo, Nicomaco, Euclide, Platone, Archimede, Aristotele. I suoi
commenti su questo rimasero canoni nel medio evo[24], e diffusero tra
noi la cognizione delle opere dello Stagirita, del cui metodo si valse
egli per trattare dell'unità e trinità divina. Pari in elevatezza di
pensiero a qualsivoglia filosofo, vi unisce il sentimento cristiano;
e sebbene la ridondanza e l'enfasi degli ultimi Latini guastino il suo
stile, sorvola in questo ad ogni contemporaneo.

Gli è inferiore Ennodio, vescovo di Pavia, che stese esortazioni
scolastiche ed altre a modo delle antiche declamazioni; poi alquante
lettere di materie ecclesiastiche, la vita di sant'Epifanio[25] e di
sant'Antonio Lerinese, un gonfio e bujo panegirico di Teodorico, oltre
alquanti epitafj ed epigrammi. Quando Boezio fu fatto console, esso
gli scriveva: — Mi congratulo dell'onore a te conferito, e ne ringrazio
Dio, non perchè sii sopra gli altri sollevato, ma perchè il meriti. Nè
questo consolato è concesso agl'illustri natali: chi per quelli soli
l'ottenesse, sarebbe indegno di succedere al grande Scipione, essendo
ricompensa degli avi, non sua. Più che alla gentile tua prosapia, era
dovuto alle tue doti. Qui non sangue sparso, non soggiogate provincie,
non popoli ridotti in servitù e trascinati dietro al carro trionfale,
sciagurato preludio in una carica volta tutta a conservazione dei
popoli, non a loro distruzione. Ora che profonda pace gode Roma,
divenuta anch'essa guiderdone e premio al coraggio dei nostri
vincitori, di altra natura virtù si domandano ne' consoli suoi».

Così alla mente del vescovo italiano ricorrono le glorie passate; se ne
consola colle nuove destinazioni, e mitiga con sentimento cristiano la
fierezza dell'antica gloria.

Sui Benefizj di Cristo lasciò un poema Rustico Elpidio, medico di
Teodorico. Di Cornelio Massimiano etrusco (che allora equivaleva ad
italiano) restano idillj, donde raccogliamo ch'egli erasi educato agli
esercizj ginnastici e all'eloquenza, e forse fu uno degli ambasciadori
spediti da Teodorico ad Anastasio imperatore quand'era in pratica
di farsi riconoscere re d'Italia. A Costantinopoli s'invaghì d'una
fanciulla, ed essendo ben in là negli anni, ne provò le sciagure, che
deplora a lungo nella sua egloga _De incommodis senectutis_. Fra troppi
vizj, ha immagini sì graziose e passi tanto consoni agli antichi, che
lungo tempo furono le sue egloghe attribuite a Cornelio Gallo, amico di
Virgilio.

Egli è posto fra' dodici _poeti scolastici_, di cui restano specie
di difficili sfide, come ventiquattro epitafj per Cicerone, dodici
espressi con tre distici, altrettanti con due; variazioni sul tema del
_Mantua me genuit_; dodici altri per Virgilio in altrettanti distici;
gli argomenti de' canti dell'_Eneide_, ciascuno da diverso poeta, in
cinque versi; dodici esametri sui giuochi di ventura (_De ratione
tabulæ_); dodici coppie di distici sul levare del sole; dodici da
quattro distici sulle quattro stagioni, secondo quel di Ovidio _Verque
novum flabat_; dodici sopra un fiume gelato: freddure artifiziate.
Questi poeti sono Asclepiadio, Asmeno, Basilio, Euforbo, Eustenio,
Ilasio, Giuliano, Massimiliano, Palladio, Pompeo, Vitale, Vomano.

Aratore, probabilmente milanese e addetto al fôro, venne deputato
dai Dálmati a Teodorico; fu conte dei domestici in corte d'Atalarico;
infine, sciolto dalle brighe civili, stette suddiacono della chiesa di
Roma. Tradusse in due libri d'esametri gli _Atti degli Apostoli_.

Li supera Venanzio Fortunato, trevisano di Valdobiàdene, che studiò
a Ravenna grammatica ed arte poetica[26] senza curarsi di filosofia
e di studj sacri. Patendo degli occhi, e risanato dall'olio della
lampada che ardeva ad un altare di san Martino, per gratitudine andò
a venerarne la tomba a Tours, e accolto da Sigeberto re de' Franchi,
ne cantò epitalamj e lodi, poi divenne confidente e limosiniere di
Radegonda di Turingia e vescovo di Poitiers. Scrisse sette vite di
santi; voltò in esametri quella di san Martino fatta da Sulpizio
Severo; inoltre lettere teologiche in prosa e ducenquarantanove
componimenti in vario metro per chiese erette o dedicate, o a nome
di Gregorio di Tours, o dirizzate a questo o ad altre persone,
poetando frivolo per lo più e di color rosato, fra l'immensa serietà
ed importanza di quei tempi. Agli inni suoi non mancano armonia e
movimento: alla prosa fanno impaccio antitesi e cadenze rimate. Quando
Radegonda ottenne da Giustino imperatore un pezzo della vera Croce,
egli compose il _Vexilla regis prodeunt_ ed una elegia disposta in
forma di croce.

Con queste gratuite e inamene difficoltà cercavasi supplire
all'eleganza e alla castigatezza: quindi gli anagrammi ed altre
ingegnose combinazioni; quindi ancora l'uso della rima, già evidente in
un epigramma di papa Damaso, e che coll'armonia delle cadenze vellicava
le orecchie, dacchè s'erano divezze dal riconoscere il tempo esatto
di ciascuna sillaba; onde la poesia veniva passo passo da metrica
trasformandosi in ritmica.

Eccettuando Marcellino, conte dell'Illirico, che stese una cronaca da
Valente al 534, sono a cercare fra il clero i pochi e difettivi storici
di quest'età. Jornandes o Giordano, goto di nascita, segretario d'un re
alano, poi forse vescovo di Ravenna sulla metà del secolo VI, compendiò
la storia de' Goti di Cassiodoro, parziale e senza critica; da Floro
estrasse una storia romana da Romolo ad Augusto. Epifanio avvocato, ad
istanza di Cassiodoro, compendiò le storie ecclesiastiche di Socrate,
Sozomene e Teodoreto, che, aggiuntavi la continuazione d'Eusebio
fatta da Rufino, costituirono l'_Historia tripartita_ in dodici libri,
manuale per la storia ecclesiastica in Occidente.

La musica doveva esser coltivata alla reggia di Teodorico se Cassiodoro
e Boezio ne scrissero: Clotario, re de' Franchi, gli chiese un musico
che col suono accompagnasse il canto: a Gundebaldo mandò regalare un
orologio solare e uno a acqua.

Le arti belle continuarono a decadere, ma Teodorico istituì magistrati
sopra il conservare i monumenti; e a ristaurare gli edifizj pubblici
destinò un architetto sperimentato, annui ducento denari d'oro, e le
dogane del porto Lucrino, non ancora spopolato. Essendo in Como rubata
una statua di bronzo, promise cento soldi d'oro a chi indicasse il
ladro, lagnandosi che, mentr'egli cercava nuovi ornamenti alla città,
venissero a perdersi gli antichi. Qui minaccia chi ruba il rame o il
piombo dai pubblici edifizj; là chi svia gli acquedotti; stipendiò
anche un Africano che pretendea saper scoprire le sorgenti: tanto
al falso s'appone chi ai Goti attribuisce la rovina delle arti belle
in Italia, cominciata assai prima, compita assai dopo. Anche emulare
gli antichi cercò Teodorico con edifizj a Terracina, Spoleto, Napoli,
Pavia. A Ravenna, sua residenza in tempo di guerra[27], alzò un palazzo
e condusse acque, disagevole impresa fra le paludi che la separano
dalla collina: un altro palazzo edificò presso il Bidente alle falde
dell'Appennino: un magnifico con portici in Verona, residenza di pace,
ove pure ristorò l'acquedotto a tutte sue spese, e le mura: un altro
ne eresse in Pavia, e terme e anfiteatro; altrettanto presso i bagni di
Abano.

Quanto sia falso il chiamare gotico l'ordine che ha per carattere il
sesto acuto, appare da tali edifizj. Chi, dopo essersi, nel monotono
viaggio traverso alle paludi Pontine, immalinconito al pensare
che ventitre città e ville di suntuosità voluttuosa sorgevano dove
ora infesta il deserto, sbocca alfine a ricrearsi nella vista del
Mediterraneo, incontra in poggio Terracina, popolosa e lieta un tempo,
ora squallida, malgrado le cure di Pio VI. Era essa limite fra il
dominio greco e il gotico, e baluardo verso il mare: onde Teodorico
ne munì il ricinto, lungo le mura alzando torri alternamente quadrate
e tonde; poi a cavaliero della città pose una fortezza o piuttosto
un palazzo, che tuttavia si conserva, e donde meravigliosamente
spazia la veduta sul Lazio, la Campania e il mare. Ma quelle e
queste non diversificano dallo stile della romana decadenza, nè v'ha
ombra di architettura puntuta. In Ravenna, un muro che ora forma
facciata al convento de' Francescani, e che si suppone avanzo della
reggia di Teodorico, nella cattiva disposizione delle colonne alla
parte superiore e nelle proporzioni dell'arco, tiene del palazzo
di Diocleziano a Spalatro. Così la chiesa di Sant'Apollinare e un
battistero per gli Ariani, da Teodorico fabbricatevi, arieggiano
a quelli che al tempo stesso ergevansi a Roma, con ornamenti che
attestano la continuante declinazione.

Amalasunta pose a suo padre un mausoleo rotondo, con una cupola,
dalla quale sorgeano quattro colonne sostenenti un vaso di porfido
attorniato da dodici apostoli di bronzo, entro cui riposava il re.
Se la descrizione non è favolosa, altro non potrebb'essere che Santa
Maria della Rotonda, la quale ad ogni modo sorse tra il fine del V
e il principio del VI secolo. Nella distribuzione generale vi sono
conservate le buone tradizioni antiche; piano semplice, elevazione di
qualche magnificenza: meravigliosa poi la cupola, formata d'un pietrone
di metri 10. 4 di diametro, m. 4. 5 dalla base al vertice, m. 1. 14
di grossezza, talchè il masso, qual fu tratto dalla cava, aveva la
solidità di almeno metri cubi 495, e pesava 1287 mila chilogrammi:
e se, come pare, fu scarpellato prima di trasportarlo dalle cave
dell'Istria, aveva ancora il volume di 109 metri cubi e il peso di
283 mila chilogrammi; eppure fu alzato a 13 metri, prova di singolare
abilità meccanica[28]. Infelicemente vi sono disposte le decorazioni,
di pesante e sgraziato taglio, nè proporzionate fra sè o col tutto;
riparti non ben calcolati, profili delle porte dissonanti dal resto;
modiglioni irregolarmente distribuiti; piedritti che, invece d'imposta,
reggono una mal eseguita cornice.

I peccati dell'architettura del suo tempo conosceva e additava
Cassiodoro: altezza smodata, gracili colonne, superflui ornamenti[29],
che sono sì i difetti dello stile gotico, ma non l'essenza sua.
Somiglievoli forme presenta una medaglia ov'è effigiato il palazzo
di Teodorico, con archi voltati sopra esili colonne, ma in tondo. Non
era dunque un genere gotico, ma un deterioramento dell'antico gusto:
e non ispeciale de' Goti, perocchè anche nel pittoresco ponte sul
Teverone, a tre miglia di Roma, ricostruito dal greco Narsete il 565,
alla solidità è sacrificata la bellezza[30]. Nè d'introdurre uno stile
nuovo sarebbesi brigato Teodorico, che mostrava o affettava tanto
rispetto alla civiltà latina. Condottosi a Roma, non finiva d'ammirarne
i capolavori, il Campidoglio, il Foro Trajano, i teatri di Pompeo e di
Marcello, il Colosseo, stupendi anche dopo i guasti del tempo e de'
nemici; gli acquedotti, la via Appia, di cui nove secoli non aveano
ancora sconnesso i lastroni; e l'Acqua Claudia che per trentotto miglia
veniva dalle montagne sabine fin alla sommità dell'Aventino. Non era
perduto il senso del bello e del grande quando Cassiodoro descriveva
con tanto esaltamento il fuoco de' cavalli del Quirinale, la vacca di
Mirone, gli elefanti di bronzo della via Sacra.

Teodorico vi fu accolto con uno splendore che rammentava alla
fantasia di un patrioto i trionfi degli Augusti, a quella di un pio le
magnificenze della vera Gerusalemme. Nella sala della Palma d'oro potè
ammirare la nobiltà, il decoro, l'ordine della Curia romana, distinta a
seconda della dignità[31]: e sfoggiò egli stesso d'eloquenza, ottenendo
applausi. Il grano della Puglia, della Calabria, della Sicilia vi si
distribuiva ancora al popolo decimato, che poteva nel circo veder le
belve combattenti, o parteggiare pei Verdi e i Turchini, e insuperbire
allorchè il goto conquistatore ammirava le magnificenze e le portentose
comodità, le statue rapite ai vinti e salvate dai vincitori. A quel
popolo Teodorico assegnò ventimila moggia di grano ogn'anno, ponendone
memoria in bronzo; ristabilì le strade romane che solcavano l'Italia;
diede venticinquemila tegoli ogn'anno per riparare i portici di Roma;
ordinò che i marmi dispersi fossero riuniti ai palagi da cui erano
svelti.

Per riparare all'incolto spopolamento vi invitò i Romani rifuggiti nel
Norico, redense prigionieri, trapiantò schiavi. Decio sanò le paludi
Pontine; Spes e Domizio quelle di Spoleto[32]: e l'Italia potè avere
sì buon mercato di sue derrate[33], da mandarne sin fuori. Ennodio
chiama la Liguria genitrice di messe umana, avvezza a numerosa progenie
d'agricoltori[34]: intorno a Verona raccoglievasi il vino per la regia
mensa, e Cassiodoro non rifina di lodar questo liquore, a cui nulla
d'eguale può vantar la Grecia, sebbene medichi i suoi vini con odori e
marine misture[35]. Metalli e marmi cavavansi per conto del re, e una
miniera d'oro fu aperta nelle Calabrie[36].

Teodorico, tutto che ariano, rispettò la credenza cattolica; sua madre
la professava, e molti illustri personaggi vi si convertirono senza
scapitare nella grazia di lui; mentre un suo segretario avendo creduto
ingrazianirsegli col farsi ariano, fu da lui mandato a morte, dicendo:
— Non potrà esser fedele a me chi fu infedele al suo Dio». Al papa e
ai vescovi mostrò rispetto e confidenza, valendosene nelle legazioni
ai re od all'imperatore: accoglieva le querele dei sacerdoti contro
i suoi ministri, e per loro mezzo soccorreva ai calamitosi: contribuì
millequaranta libbre d'argento per rivestire la volta di San Pietro,
cui regalò pure due candelabri di settanta libbre d'argento: una
patena simile di sessanta diede a Cesario vescovo d'Arles, e trecento
monete d'oro. Disputandosi il papato Simmaco e Lorenzo, dopo due
anni di guerra civile fu rimessa a Teodorico la decisione; ond'egli
radunò un concilio. E avendogli il vescovo di Milano rimostrato
che tal convocazione non era di sua spettanza, egli asserì averne
lettera del papa: e perchè quegli ne dubitava, non esitò a porgliela
sott'occhio[37]. Vero è che tenne sempre occhio e mano alle elezioni,
dubitando che i papi non favorissero a suo scapito gl'imperatori; e
pretendeva esercitare giurisdizione anche sopra gli ecclesiastici,
benchè la pena da infliggersi rimettesse al vescovo.

In tale o moderazione o indifferenza non perseverò sino alla fine.
Avendo l'imperatore Giustino tolto chiese, cariche e libertà di culto
agli Ariani nell'Impero orientale, Teodorico gli spedì papa Giovanni
(523) e vescovi e senatori, minacciando pari intolleranza in Occidente.
Il papa non potè o non volle distogliere Giustino; onde al ritorno
fu messo in carcere e vi morì. Allora sgorgarono gli odj, immortali
ne' natii contro lo straniero, e la paura invasò Teodorico; la paura
punitrice degli oppressori; la paura che consigliò tre quarti dei regj
delitti. Proibì dunque, pena la testa, agl'italiani ogni altr'arma che
il coltello per usi domestici; e popolo e re si credettero a vicenda
insidiati[38].

Dicemmo come Boezio avesse meritato la confidenza di Teodorico, che
il nominò console, patrizio, da ultimo maestro degli uffizj; e i
due figliuoli, in tenera età, ne elevò al consolato fra l'esultanza
del popolo e le largizioni del padre. Non ligio al principe che lo
innalzava, Boezio avea saputo frenarne talvolta gl'impeti e mitigarne
il rigore; impedir le rapine dei magistrati, e lenire la condizione
degli obbedienti[39]. Non dimentico però di sua nazione, mal soffriva
di vederla a giogo straniero, e più quando, aggravato dai sospetti,
Albino senatore fu accusato di sperare la libertà romana; e Boezio
dichiarò: — Se questo è delitto, io e tutto il senato ne siamo in
colpa».

Teodorico, che vedeva colla sicurezza del suo dominio mal combinarsi
la conservazione del senato, involse nell'accusa anche il proprio
ministro; si citò una lettera sottoscritta da lui e da Albino, che
invitava l'imperatore a redimere l'Italia; e in conseguenza Boezio fu
chiuso in una torre a Pavia, e il senato firmò il decreto di confisca
e di morte. Boezio esclamò: — Possa in quel senato non trovarsi più
alcuno reo del mio stesso delitto»; e aspettando l'ora del supplizio,
scrisse _Della consolazione della filosofia_, dialogo in una prosa
talvolta aspra e barbara, mista di poesie molto migliori, facili,
ricche di gentili immagini, governate da una mesta armonia[40] e con
nuove intrecciature di metri, mostrando piena cognizione de' migliori
antichi, e la musa di Tibullo e la grandiloquenza di Tullio traendo ad
esprimere concetti cristiani. La Filosofia, apparendogli, il consola
col mostrargli che Dio governa il mondo a disegni di eterna sapienza,
inesplorabili al debole mortale; mal dunque lamentarsi dell'incostanza
della fortuna, le cui mani altro non possono distribuire che beni
futili e perituri; anzi non potersi drittamente chiamar mali quei
che da Dio derivano, e la virtù sola rendere felice. Chiude con varie
quistioni sul caso e sulla Provvidenza, e sul modo di conciliar questa
coll'esistenza del male; eclettico anzi che cattolico in questa
scabrosissima tra le quistioni. Ivi dice alla Filosofia: — Se tu
mi domandassi di qual misfatto io sia accusato, dicono volli fosse
salvo il senato; se cerchi in qual modo, m'imputano d'aver distolto
un delatore dal rivelare al re la congiura ordita contro la sua
persona per ricuperare la libertà. Che far dunque, maestra mia? che mi
consigli? Negherò la colpa? oh come, se veramente io desiderai sempre
che il senato fosse salvo, nè mai cesserò dal desiderarlo? Confessar
dunque che è vero, e negare d'aver rattenuto la spia? ma chiamerò mai
scelleranza l'aver desiderato la salute di quell'ordine? Il quale,
pei partiti che prese contro di me, ben meritava che in altra stima
io l'avessi: ma l'impudenza di chi mentisce a se stesso non torrà
mai che sia lodevole e buono ciò che è tale per sua natura; ed io non
reputo lecito nè nascondere la verità negando ciò che è, nè mentire
confessando ciò che non è. Delle lettere che dicono aver io scritte
per isperanza di tornare in libertà Roma, non farò parola; giacchè la
falsità ne sarebbe chiara quando m'avessero, come si dee, conceduto
di stare al confronto co' miei accusatori. Perciocchè, qual libertà
lice oggimai sperare? E volesse Dio che alcuna sperar se ne potesse!
Avrei risposto come Cannio a Caligola, quando questi lo imputava come
consapevole d'una congiura: _Se l'avessi saputa io, non l'avresti
saputa tu»_.

In fine, strettogli da una fune il capo sin quasi a schizzarne gli
occhi, Boezio fu finito a colpi di bastone (524). I suoi coevi lo
compiansero come martire e santo: la posterità non gli negherà la
compassione che merita la vittima di timida oppressione e di secreto
processo. Perchè l'illustre Simmaco, suo suocero, osò compiangerlo, si
temette volesse vendicarlo; onde cadde nuova vittima (525) per calmare
i sospetti di Teodorico.

Ma non i rimorsi. Nella testa di un pesce imbanditogli, il re credette
ravvisare la minacciosa faccia di Simmaco, e preso da ribrezzo, dopo
tre giorni spirò (526) nel palazzo di Ravenna; e la vendetta degli
oppressi il perseguitò oltre la tomba, dicendo essersi veduti i demonj
strascinarlo pel vulcano di Lipari all'inferno. Eppure la posterità
deve contarlo per uno dei migliori re barbari; storia e poesia lo
immortalarono; e s'egli avesse sortito successori degni, poteva di due
secoli avere anticipata la rinnovazione dell'Impero e della civiltà.



CAPITOLO LX.

Fine del regno ostrogoto. — Belisario. — Narsete. Italia Liberata.


  I. TEODORICO 475-526
    |
    | Amalasunta m. di
    | Eutarico
    |   |
    |   | II. ATALARICO 526-534
    |
    | Teodegota m. di
    | Alarico
    |   |
    |   | Amalarico
    |   | re de' Visigoti
    |
    | Ostgota m. di
    | Sigismondo

  Amalafreda sua sorella
  m. di Trasamondo
  re de' Vandali
    |
    | III. TEODATO 534-536
    |
    | Amalaberga m. di
    | Ermafrido turingio

  _Re elettivi_
  IV. VITIGE 536-540.
  V. ILDEBALDO -541.
  VI. ERARICO 541.
  VII. TOTILA -552.
  VIII. TEJA -553.

Il regno di Teodorico comprendeva l'Italia; la Sicilia, eccetto il
capo Lilibeo; la Dalmazia; il Norico; gran parte o tutta l'odierna
Ungheria; le due Rezie, che or sono il Tirolo e il canton de' Grigioni;
la Svevia o bassa Germania colle città d'Augusta, Costanza, Tubinga,
Ulma: nella Vindelicia aveva raccolto molti Alemanni; sicchè confinava
a settentrione col Danubio da Ratisbona a Nicopoli, a maestro col Lech,
col lago di Costanza e coll'antica Elvezia: aggiungete la Provenza e
il litorale fino ai Pirenei, sottoposti a duchi da lui dipendenti, e la
maggior parte della penisola spagnuola. Parea dunque il gotico dovesse
prevalere agli sminuzzati dominj di Barbari, e sostituirsi all'impero
romano; eppure in breve andò a fascio.

Teodorico non avendo figli maschi, per continuare la stirpe degli
Amali chiamò di Spagna Eutarico Cillica (515), ultimo rampollo di
quella, e sposatagli Amalasunta sua figlia, il fece adottare coll'armi
da Giustino imperatore, e applaudire dal popolo con suntuosissimi
spettacoli nel circo, e caccie e giostre. Ma l'erede designato gli
premorì; e Teodorico, assicurato il regno dei Visigoti di Spagna al
nipote Amalarico, il proprio trasmise ad Atalarico, nato da Amalasunta.
Costei, bellissima, sperta nel latino, nel greco, nel gotico, eppure
senza ostentazione, fedele ai secreti, sollecita d'imitare il padre
e ripararne i falli, assunse il governo come reggente, notificando
i suoi diritti all'imperatore, quasi a capo supremo, e pregandolo
a dimenticare i dissidj paterni[41]; al senato promise non disdire
veruna domanda. Ammiratrice dell'antica civiltà, bramava mutare le
costumanze dei Goti talmente che non si distinguessero dai Romani; e
tre ministri che avversavano quel femminile despotismo, mandò a morte.
Anche il figlio educava sotto maestri romani e fra gente di lettere e
d'ingegno; e una volta coltolo in fallo, gli diè uno schiaffo. Egli
scappò piangendo, e mosse a indignazione i signori goti, i quali si
presentarono ad Amalasunta, dicendole, A re guerriero non servire tanti
pedagoghi; Teodorico non sapea tampoco scrivere; come sarà prode in
campo uom che apprese a tremare sotto lo staffile di un pedante? Anzi
sorsero minacciosi, e le tolsero di mano il re futuro per metterlo fra
giovani nazionali: dov'egli sguinzagliato si sciupò di modo, che ne
morì (534).

Non consentendosi dalle consuetudini gotiche il comando a donna,
Amalasunta lo fece attribuire a Teodato suo cugino, in cui l'istruzione
non aveva scemata l'avarizia e la pusillanimità. Possessore di gran
parte della Toscana, cercava assicurarsela col cacciare i proprietarj
confinanti; poi assunto al trono, riuscì spregevole a Romani e a Goti,
inetto a finire le discordie di questi, o a cattivarsi l'amore di
quelli. Amalasunta, non trovando in lui nè gratitudine nè rispetto,
pensava con quarantamila libbre d'oro cercare a Costantinopoli riposo o
vendetta: ma Teodato la prevenne, e chiusala nell'isola di Bolsena, la
mandò a morte.

Imperava allora a Costantinopoli Giustiniano il legislatore, che
mostrò rare virtù, macchiate da vizj e debolezze: favorì grandemente la
religione, il degenerante sapere e le arti belle; represse le correrie
de' Barbari; guerreggiò prosperamente Cosroe il Grande, re di Persia;
annichilando il regno de' Vandali richiamò all'impero l'Africa e la
Sardegna. Spiava egli l'occasione di recuperare l'Italia, sollecitato
dai nostri che aborrivano dal dominio di stranieri e d'eretici; e
volentieri assumendo l'aspetto di vendicatore d'Amalasunta, destinò
contro i Goti Belisario, ch'era stato l'eroe della guerra persiana.

Più che a' Pompej o agli Scipioni, patriotici generali, somigliava
costui ai condottieri del nostro medioevo, poichè del proprio
stipendiava differenti corpi, che giuravano obbedire a lui, e che in
lungo esercizio egli indurava ai combattimenti. Con tal espediente
venivano ad opporsi Barbari a Barbari, e difendeasi l'Impero coi
fratelli di coloro che lo minacciavano. Celebrato appena il suo
trionfo sui Vandali, Belisario sbarcò in Sicilia con ducento Unni,
trecento Mauri, quattromila confederati di cavalleria, tremila Isauri
di fanteria, oltre un corpo di sue guardie a cavallo. Sarebbe stato
un inetto sforzo contro ducentomila Ostrogoti in armi, se questi,
com'è destino dei padroni odiati, non avessero dovuto vigilare il
paese scontento: e Teodato in fatti pensava meno a difendersi che
a patteggiare; e con Pietro, legato di Costantinopoli, stipulò,
rassegnerebbe ogni diritto sopra la Sicilia, manderebbe ogni anno una
corona di trecento libbre d'oro all'imperatore, darebbe tremila Goti a
suo servigio qualvolta richiesto, non colpirebbe di morte o confisca
alcun senatore o sacerdote senza assenso dell'imperatore, al quale
pure ricorrerebbe per promuovere altri a patrizio o senatore; agli
spettacoli si acclamerebbe prima il nome dell'imperatore, nè a Teodato
si erigerebbero statue se non alla sinistra della imperiale.

Con tali proposizioni lo rimandò, e perchè avessero maggior peso,
costrinse papa Agapito a seguirlo a Costantinopoli intercessore,
minacciando far morire lui, i senatori e le loro famiglie se non
impetrassero la pace; codardo coi forti, minaccioso coi deboli. Poi li
richiamò, ora disposto a ceder tutto, or persuaso che l'umiliazione a
nulla approderebbe: e poichè Pietro l'assicurava che con ciò torrebbe
a Giustiniano ogni ragione di guerreggiarlo, — Tu sei filosofo (gli
rispondeva); studii in Platone, e ti recheresti a coscienza d'ammazzar
uomini in guerra, benchè tanti n'abbia il mondo: ma Giustiniano,
che vuol farla da magnanimo imperatore, nulla ha che lo rattenga dal
ripigliare coll'armi le antiche ragioni dell'impero». E conchiudeva:
— Se non posso conservare il regno senza guerra, vi rinunzio. A che
sagrificherei la dolce quiete per la pericolosa e difficile gloria
del regnare? m'abbia io poderi da trarne milleducento libbre d'oro, e
tengasi egli i Goti e l'Italia». Ma allorchè Mundo, che conduceva un
esercito greco per la Dalmazia, fu sconfitto e ucciso dai Goti, Teodato
rimbaldito più non volle udire di patti e promesse. L'imperatore
in conseguenza rianima la guerra, riprende Salona e la Dalmazia:
Belisario, guadagnato Eurimondo, genero del re che difendeva a Reggio
lo sbarco in Italia, e accolto nelle Calabrie come liberatore, assediò
per mare e per terra Napoli. Questa, difesa dai proprj cittadini,
timorosi sovrattutto di avervi guarnigione barbara, così vigorosamente
si sostenne, che Belisario già pensava lasciarla, quando alcuno
gli mostrò un acquedotto. Pel quale penetrato nottetempo[42], vide
la città mandata a barbaro scempio, per quanto gridasse a' suoi: —
L'oro e l'argento a voi; ma risparmiate gli abitanti, cristiani e
supplichevoli».

I Goti, vedendo il re inetto ad ogni atto e consiglio vigoroso, lo
dichiararono scaduto, e fuggiasco l'uccisero; ed elevarono sullo scudo
il prode generale Vitige (536), il quale, per annestarsi in alcun
modo alla stirpe degli Amali, sposò Matalasunta, sorella d'Atalarico.
Mentr'egli s'accinge a ravvivare il coraggio e rinnovar le prodezze
gotiche, Roma riceve Belisario, esulta nel vedersi dopo sessant'anni
sgombra da Barbari e da Ariani, resta edificata dalla devozione
che Belisario mostra alle reliquie sante e alle gloriose memorie, e
proclama la liberazione, parola che in Italia troppo spesso equivalse
a mutazione di servaggio. Vitige, ritentate invano nuove proposizioni
di pace, e chetati i Franchi col ceder loro quanto possedeva di là
dall'Alpi, riuscì a trarre insieme cencinquantamila Goti[43], coi quali
assediò il greco generale in Roma, tagliando gli acquedotti, impedendo
i mulini, adoprando le migliori macchine. Belisario aveva appena
cinquemila combattenti; ma l'indomita sua operosità e lo zelo dei
cittadini vi suppliva, dopo avere sul Tevere imbarcato per la Sicilia
le bocche inutili. Dall'alto del mausoleo d'Adriano, convertito in
fortezza, sono rovesciati sugli assalitori i preziosi fregi, le cornici
ammirate, le statue di Lisippo e di Prassitele: perisca l'arte, ma la
patria si salvi.

Prodi e generosi entrambi i due campioni; ma l'uno scarso di denaro
e di forze, sostenuto solo di sterili voti dagl'italiani; l'altro,
contrariato da questi, vede consumarsi l'esercito e il regno senza
cascar di cuore. Belisario, temendo non la fame inducesse i Romani a
capitolare con Vitige, e sospettando ve li spingesse papa Silverio, il
relegò in Oriente, dandogli successore Vigilio, il quale con ducento
libbre d'oro s'era acquistato il favore d'Antonina, che comandava al
marito Belisario, comandata essa pure da Teodora, moglie e padrona di
Giustiniano.

Qualche rinforzo giunto di Grecia ravviva il coraggio dei veterani,
che per fare una diversione assaltano le città del Piceno, ed occupano
anche Rimini, per tradimento di Matalasunta moglie di Vitige, il quale
fu costretto allargar Roma, dopo perduti assaissimi de' suoi per la
mal'aria e per gl'incessanti combattimenti. Nè però fiaccato, assedia
Rimini, spedisce a sollecitare i Persiani perchè assaliscano ad oriente
l'Impero, e i Franchi perchè si calino dalle Alpi. In effetto diecimila
Borgognoni unitisi alle truppe d'Uraja (538), nipote di Vitige,
drizzarono sopra Milano. Quest'era la prima città dell'Occidente dopo
Roma per estensione, popolo e abbondanza; e tollerando di mala voglia
i Goti, il vescovo Dazio con molti nobili (ἄνδρες δόκιμοι) era ito a
Roma dicendo: — Forniteci di qualche truppa e sbratteremo la Liguria».
Belisario mandò in fatti Mondila con mille fanti, che bastarono
perchè, levato popolo, i Goti fossero respinti in Pavia, mentre anche
Bergamo, Como, Novara e altri luoghi acclamavano Giustiniano. Ma ecco
ai rivoltosi sopraggiungere Uraja, e stretta Milano di tal fame che
qualche madre mangiò i proprj nati, l'ebbe a discrezione, e fattone
scempio, la lasciò un mucchio di pietre. Dazio riuscì a campare a
Costantinopoli; i capitani greci furono menati prigioni a Ravenna; e
tutta la Liguria tornò al dominio gotico, o piuttosto alle bande ladre.

Dalla vittoria e dal saccheggio invogliati, l'anno dopo scesero per
l'alpi della Savoja centomila Franchi pedoni, che passato il Po senza
contrasto de' Goti, presero le mogli e i figli di questi, e ne fecero
sagrifizio alle loro divinità; poi raggiunto il campo gotico a Tortona,
ne cominciarono tal macello, che appena poterono camparsi traversando
il campo de' Romani. I Romani se ne rallegravano, ma ecco i Franchi
gettarsi anche su loro, e devastar la Liguria, rovinare Genova, con
grave apprensione di Belisario non occupassero tutta Italia. Essendo
però venuti più ch'altro per saccheggiare, pattuirono e se n'andarono.

Vitige, ridotto in Ravenna, mandò a trattare con Giustiniano, che,
assalito da Cosroe verso oriente e qui dai Franchi, gli consentì di
conservare parte del dominio pagando tributo: ma Belisario, sapendo che
Ravenna era agli estremi, dispettoso di vedersi strappare la sicura
vittoria, protestò voler menare Vitige prigioniero a Costantinopoli.
Allora i capi goti sollecitarono Belisario a vendicarsi dell'imperatore
pigliandosi la gotica corona; e poichè egli mostrò accettarla, gli
apersero le porte. «Quando io vidi (dice Procopio) entrar l'esercito in
Ravenna, conobbi e certo fui che nè per virtù nè per forza o quantità
di uomini si compiono le imprese, ma la man di Dio dispone secondo
a lui piace, senza che ostacolo tenga contro la sua volontà. I Goti
sorpassavano i Romani in numero e prodezza; nessuna battaglia fu data
dopo schiuse le porte della città; nè i Goti aveano sott'occhio cosa
che gli atterrisse: eppure piegarono il collo al giogo imposto da un
pugno di persone, non temendone infamia. Le donne, che avevano udito
meraviglie della forza de' Romani, quand'ebber visto il vero, andavano
a sputacchiare i loro mariti, rinfacciando la viltà ad essi, che le
tenevano chiuse nella casa e soggette a sì spregevoli nemici».

Tutti i Goti si sottoposero a Belisario, il quale non accettò
la rinnovatagli offerta della corona, o fosse lealtà, o sentisse
impossibile il mantenerla fra una nazione divenuta sì presto decrepita,
senza vigore, senza unità. Questo gran generale, che diffonde un lampo
di luce sulla languida agonia dell'impero greco, adorato dall'esercito,
non esecrato dai nemici, casto nel costume, cavallerescamente
disinteressato, favorito nelle imprese dalla virtù e dalla fortuna,
fu continuo zimbello alle brighe cortigianesche. Teodora, che, dal
postribolo elevata al talamo di Giustiniano, menava il marito a sua
voglia, e alzava o deprimeva altrui secondo il capriccio o l'avarizia,
per somiglianza di lubricità favoriva Antonina, moglie di Belisario,
e a costei senno ne secondava o impediva le imprese. Ed egli o non
ne vedeva le turpitudini, o dovea dissimulare, costretto persino a
chiederle scusa qualvolta fu ardito di rimproverarla. Bersagliato da
lei e dagli invidiosi, Belisario era messo da banda non appena cessasse
d'essere necessario; eppure al rinascer de' pericoli egli tornava
a mettere il suo valore a servigio degl'ingrati. Anche nell'impresa
d'Italia gli s'erano stentati i sussidj: poi fu spedito qui l'eunuco
Narsete, con autorità bastante per impacciare le imprese di lui o
dividerne il merito: infine gli fu ordinato di abbandonar l'Italia,
superflua essendovi omai l'opera sua. Belisario, con settemila prodi
al suo stipendio, nerbo di quella guerra, avrebbe potuto dire un no e
sostenerlo; ma incapace di disobbedire, anzi pur d'indignarsi al suo
signore, tornò prontamente a Costantinopoli colle spoglie, testimonj
del suo valore, e conducendo prigioniero Vitige, che vi fu tenuto in
cortese prigionia e intitolato patrizio; e il fior de' giovani goti,
che fu messo a servizio dell'imperatore.

Belisario avea lasciato l'esercito e il governo a undici generali,
i quali operando discordi, non erano riusciti a ridurre al nulla i
nemici, le cui reliquie eransi ritirate dietro al Po, concentrandosi
sopra Pavia alla guida di Uraja (540), per cui consiglio nominarono re
il prode Ildebaldo. A questo i soprusi de' Greci crebbero fautori, e
avute tutte le città alla sinistra del Po, colle vittorie le saldò in
devozione. Ma sua moglie, indispettita dal maggiore sfarzo della moglie
di Uraja, indusse il marito a toglier dal mondo questo valoroso. Ne
provarono immenso disgusto i Goti; e il gepido Vila, guardia del re,
offeso perchè questi avesse maritata ad altri la sua fidanzata, in un
convito gli tagliò di netto la testa.

I Rugi, che coi Goti erano scesi in Italia, ma non s'univano a quelli
nè d'armi nè di nozze, vollero eleggere Erarico; ma poco appresso
i Goti l'uccisero (541), e nominarono Totila Baduilla, nipote
d'Ildebaldo, e governatore di Treviso. Accinto agli ultimi sforzi, egli
respinse i Greci da Verona; presso Faenza riportò segnalata vittoria,
poi nel Mugello; e avute Cesena, Urbino, Montefeltro, Pietrapertusa e
tutta la Toscana, senza toccar Roma si spinse fino a bloccar Napoli. La
ebbe a patti e trattò coi riguardi di tempi civili, facendo dispensare
il cibo con misura, affinchè la voracità non pregiudicasse agli
estenuati; poi ne diroccò le mura. Avendo un Goto della sua guardia
violata una fanciulla calabrese, per quanto i commilitoni allegassero
la costui valentìa, Totila il volle esemplarmente punito, e i beni di
esso donò all'oltraggiata. Ai Romani che vi trovò, lasciò arbitrio
di andarsene, scortati da Goti, fino a Roma, e forniti di viveri e
di somieri. Assoggettata l'Italia meridionale, ripiegò sopra Roma, ed
accampò sui deliziosi colli di Tivoli.

Fermo ed umano, destro nella ragion di Stato non meno che nell'arte
dei campi e degli assedj, temperante nella sua condotta, spargeva
proclami fra gli Italiani, mostrando quanto avessero sofferto nei
tre anni del dominio greco: — Un imperatore cattolico ha rapito il
vostro papa, e lasciatolo morire in isola deserta; undici tiranni
fanno a chi peggio disonesti e smunga le città; lo scriba Alessandro,
ministro del fisco, è detto psalliction, cioè forbici, per l'abilità
sua nel tosare le monete. Io invece perdono e quiete; voi proseguirete
i fruttiferi lavori, io vi difenderò coll'armi». Traeva alle sue
bandiere prigionieri, disertori e schiavi fuggiaschi; restituì
senza riscatto le mogli dei senatori côlte in Campania; manteneva in
disciplina l'esercito; e una dietro l'altra recuperava le città, tosto
smantellandole per evitare gli assedj futuri.

A Belisario, che nella domestica e cittadina servitù scontava la
gloria acquistata sul Tevere e sull'Eufrate, dovette allora ricorrere
la Corte bisantina, qui destinandolo, a patto che armasse a proprie
spese: tant'erasi arricchito! Obbedì, e soldando quanti scapestrati
trovava, raccolse una flotta a Pola e la menò nel porto di Ravenna,
spargendo anch'egli manifesti e promesse; ma scriveva a Giustiniano:
— Senza uomini nè cavalli nè armi nè denaro, è egli possibile condur
la guerra? Scorsi la Tracia e l'Illiria per far leva, e ben pochi
potei raccozzare, nudi d'armi, di coraggio, di sperienza. Quelli che
trovai qui non sanno che lamentarsi, e tremano d'un nemico che spesso
li sconfisse, e per evitare gli scontri abbandonano armi e cavallo.
Dall'Italia non posso cavar denaro, dominandola i Goti; sui guerrieri
perdo autorità, perchè non posso pagarne i soldi. Se basta che
Belisario venga in Italia, ecco ci sono; ma se volete vincere, altro
ci vuole. Mandatemi i miei soldati, e molti Unni e altri Barbari, e
soprattutto denaro».

Mal esaudito, non potè impedire che Totila bloccasse l'antica capitale
dell'impero, dove tagliò gli acquedotti. Il valoroso ed avaro Bessa
che la difendea, speculava sulla fame, spinta a tale, che un padre,
raccoltisi attorno i cinque figli chiedenti pane, s'avviò al Tevere, e
con essi gettossi al fiume in taciturna ed imitata disperazione.

Papa Vigilio, dalla Sicilia dov'erasi ricoverato, mandò molte navi
cariche di grani, ma furono catturate dai Goti coi Romani che le
montavano. Il diacono Pelagio venne a impetrar almeno tregua di pochi
giorni; ma Totila gli significò, di tre cose non gli parlasse: di
conservar le mura di Roma, colpa delle quali non potea combattere i
nemici all'aperta; di perdonare ai Siciliani; di restituire gli schiavi
romani arrolatisi tra le sue file.

Belisario, tenuto inerte dalla insufficienza di forze, appena n'ebbe
unite alquante, sbarcò al Porto Romano (546), e accampò sul Pincio,
ma per veder presa Roma, cui soltanto le suppliche dei sacerdoti
e la clemenza di Totila, che per la prima cosa andò a prostrarsi
sulla tomba degli Apostoli, salvarono dal macello e dal disonore. A
Bessa fu lasciato campo di fuggire. Rusticiana, figlia di Simmaco
e vedova di Boezio, che aveva speso ogni aver suo per alleviare i
mali di quell'assedio, come esortatrice di abbattere le statue di
Teodorico sarebbe stata menata a strapazzo, se Totila non avesse saputo
rispettarne la virtù, e compatirne la vendetta. Ai suoi egli ricordava
come da ducentomila fossero ridotti a picciol numero, e a poche miglia
stesse il nemico; nella presa di quella città vedessero il castigo di
Dio, e si guardassero dal provocarlo sopra di sè: ai senatori convocati
rinfacciò l'ingratitudine verso Teodorico, ma si lasciò placare, e
concesse anche a loro perdono. Ma dovendo accorrere nella Lucania
contro i Greci, espulse i cittadini da Roma, e i senatori menò ostaggi.

Appena ne uscì, Belisario con un pugno di gente ricuperò Roma,
munì alla meglio con forza e palificate il vasto recinto, in cui
appena cinquecento abitanti vagavano; onde, allorchè fra venticinque
giorni Totila fu di ritorno, tre volte il respinse sanguinosamente,
e l'avrebbe disfatto se intrighi di palazzo e dispute teologiche e
circensi non avessero mutato la politica di Costantinopoli.

— Se l'imperatore intende davvero salvarci, perchè non manda esercito
sufficiente?» diceano gli Italiani, vedendo or trecento, or ottanta
uomini capitare di Grecia: nè Belisario comandò mai meglio di ottomila
uomini, ragunaticci e obbedienti a uffiziali emuli e indipendenti;
sicchè per cinque anni avea sparpagliato il sapiente suo valore
in lenta guerra e irresoluta. Poi per procacciarsi denari doveva
angariare i popoli, fin al punto di moverli a ribellione; e poichè
s'ebbe veduto per non sua colpa sfrondare l'alloro, stanco di udire le
sfide baldanzose del nemico nè poterle ributtare, chiese ed ottenne
lo scambio. Gli applausi con cui la plebe l'accolse nel tornare a
Costantinopoli furongli imputati a colpa; e pigliando di quei pretesti
che mai non mancano, fu spogliato dell'autorità, degli onori, delle
ricchezze; alcuno disse perfino accecato, e che in miserabile vecchiaja
andasse mendicando un obolo dai popoli che aveva colla sua spada o
salvati o vinti.

Totila riprese le perdute città e Roma stessa, vi richiamò i senatori,
raccolse viveri, e celebrò i giuochi, diletto del popolo anche fra
tante sciagure. Stese il dominio fin al Danubio, saldandovi le fortezze
erette contro Gepidi e Longobardi; spogliò la Sicilia dei metalli
preziosi, dei grani, degli armenti; sottomise Corsica e Sardegna (548);
con trecento galee insultò le coste di Grecia, sbarcò a Corcira, giunse
fino all'ammutolita Dodona.

Fra le vittorie continuava a proporre pace a Giustiniano: ma questi,
non che accettarla, affidò nuova impresa all'eunuco Narsete. Educato
al fuso e ai ginecei, costui in corpo affralito avea serbata anima
vigorosa: imparò nel palazzo l'arte d'infingersi e di persuadere;
onde allorquando accostossi all'orecchio di Giustiniano, il fece
meravigliare coi virili suoi concetti, e ne fu adoprato in ambascierie,
poi in guerra, tanto da parer degno di emulare Belisario. Seppe ispirar
terrore ai nemici, rispetto ai suoi, a segno che un prode suo capitano,
circonvenuto dai Franchi, ricusò di fuggire, dicendo: — La morte è meno
terribile che l'aspetto di Narsete corrucciato».

Egli negò assumersi di liberar l'Italia se non con forze sufficienti
a garantire la dignità dell'Impero. Fornito a denaro, nerbo d'ogni
guerra, confermò gli antichi, reclutò nuovi soldati; ebbe soccorsi dai
Longobardi, che allora vennero a fare il primo saggio dell'Italia,
da Eruli, Unni, Slavi ed altri Barbari, coi quali passò le Alpi.
Forse i Franchi aveano occupato Treviso, Padova, Vicenza, giacchè è
detto che ad essi domandò il passaggio, e n'ebbe il no. Totila poi
avea spedito Teja, valoroso capitano, a difendere Verona, talchè
per di là era impossibile avanzarsi, nè facile varcar il Po quando
s'impaludava su tanta parte del Ferrarese. Ma Narsete fece via lungo
il litorale adriatico, con barche per far ponti; e così pervenne a
Ravenna e a Rimini. Sentendo quanto breve potrebbe durare lo sforzo
dell'Impero e l'unione degli ausiliarj, affrettossi a una battaglia
che si combattè a Tagina (Lentagio) presso Nocera. Totila apparve sul
campo, vestito delle splendide armi che allettano gli animi rozzi e
fieri; e sventolando la purpurea sua bandiera, galoppato tra le file,
palleggiò un lancione, l'afferrò colla destra, lo passò nella manca,
rovesciossi tutto indietro, poi si ricompose sulla sella, caracollando
in varii modi s'uno sbuffante puledro; messosi poi da semplice soldato,
combattè come eroe, ma ferito a morte, non potè impedire che i suoi
andassero in piena rotta (552). Giustiniano esultò ricevendo il gemmato
cappello e l'abito cruento del prode re dei Goti; e Narsete, licenziati
i Longobardi, ausiliarj più pericolosi che i nemici, passò in Toscana
e occupò Roma, che presa per la quinta volta in quella guerra[44], e
sommersa da nembi e tremuoti, giunse all'ultimo della calamità.

I Romani fuorusciti esultarono della liberata patria, i senatori
v'accorsero dalla Campania: ma che? le guarnigioni gotiche li colsero
in via e li trucidarono; ne trucidarono i Barbari che militavano con
Narsete; trecento nobili giovani, che Totila avea scelti dalle città
in aspetto d'onore, ma in realtà come ostaggi, furono scannati. Lo
sterminio dei senatori cancellò quasi del tutto quell'assemblea, che ai
re stranieri era parsa un concilio di numi.

I Goti, non ancora disperando, diedero la corona a Teja, che profuse
per comprare l'alleanza dei Franchi, i quali però voleano versar il
sangue solo per la gloria propria, cioè per i proprj furti: e sceso
lungo l'Italia disperatamente trucidando quanti Romani incontrava,
si sostenne due mesi presso Cuma. Perduta una battaglia, i suoi Goti
offersero a Narsete, giacchè Dio s'era dichiarato per lui, li lasciasse
andare dall'Italia; deporrebbero le armi, solo portandosi il denaro che
ciascuno avea riposto ne' presidj. Il patto fu aggradito, ma poi i Goti
tornarono sull'armi; e Teja, abbandonato dalla flotta, alle falde del
Vesuvio avventavasi sopra i nemici coi più prodi, deliberati a vender
cara la vita; combattè tutto il giorno, e quando il suo scudo era
coperto di lancie confittevi, lo cambiava. In quest'atto scopertosi,
restò trafitto (553), e con esso perì il regno degli Ostrogoti.

Più d'un anno si sostennero le reliquie loro, e in Lucca
principalmente. Narsete fece condurre presso le mura gli ostaggi
datigli, e negando i cittadini d'arrendersi, ordinò ai carnefici di
colpirli. Ma nè questa finzione nè il rilascio degli ostaggi li domò;
e dovette ancora oppugnarli molti mesi con d'ogni sorta macchine. Anche
Cuma, dove si teneva Aligerno, fratello di Teja, si rese, e così Rimini
e Pavia. Alcuni Goti furono mandati in Oriente, altri rivalicarono le
Alpi, o, mutata la spada in marra, si confusero coi vinti in Italia.

I Goti aveano potuto dire a Belisario: — Nessuna mutazione inducemmo
nel governo degli imperatori; ai Romani lasciammo le leggi, gl'impieghi
civili, la religione»: ma i nostri aborrivano i fiacchi successori
di Teodorico, che nè sapevano mantener pace, nè farsi formidabili in
guerra, e colle dissensioni religiose, o col mescolarsi nell'elezione
dei pontefici, s'erano resi odiosi. Ora questa contrada, che non si
può mai chiamar bella senza aggiungervi infelice, guasta da barbari e
da civili, da oppressori e da liberatori, subì una nuova servitù senza
nemmanco il riposo: poichè, durante ancora la guerra, nuovo flagello
la percosse. L'ingordo Leutari e l'ambizioso Bucellino fratelli, duchi
dei Franchi, assunsero in propria testa una spedizione in Italia
(553), e con settantacinque mila Alemanni, ancor più barbari dei
Franchi, corsero fin al Sannio, devastando ogni cosa: quivi spartitisi,
Bucellino andò a guastare la Campania, la Lucania e il Bruzio; Leutari
la Puglia e la Calabria, fin dove il mare gli arrestò. Più che la
guerra, le malattie cagionate da intemperanza li logorarono, sicchè da
se medesimi si strappavano a morsi le carni: e la primavera che venne,
Narsete potè sconfiggere e uccidere Bucellino con tutti i suoi presso
Casilino, mentre quei di Leutari perivano sul Benaco, presi da pauroso
furore, che fu attribuito all'oltraggio fatto alle cose sacre.

Diciott'anni di lenta guerra, tra orde viventi di ruba, micidiali
ad amici e nemici, aveano sfinito l'Italia. Nella quarta campagna,
cinquantamila campagnuoli perirono di fame nel Piceno; assai peggio
nelle provincie meridionali, ove beato chi trovasse ghiande; qualche
madre mangiò i proprj parti. Procopio vide una capra porger le poppe
ad un bambolo derelitto; due donne, narra egli stesso, intorno a
Rimini alloggiavano viandanti per mangiarli, e fin diciassette ne
uccisero così: esagerazione che lascia argomentare del vero. Fiera
peste ne conseguì, e in tanto spopolamento mancava sino il ristoro di
Barbari qui accasatisi: e ai gemiti dei popolani facevano insulto gli
stravizj de' soldati, alla cui insania, dice Agatia, non restava che di
barattare scudi e cimieri con vino e cetre. A queste scuole imparava
l'Italia cosa sieno le liberazioni degli stranieri, ed avvezzavasi ad
obbedire a questi o a quelli, in arbitrio della forza.

La patria nostra formò uno dei diciotto esarcati, tra cui, dopo
Giustiniano, fu ripartito l'impero romano; Roma divenne secondaria a
Ravenna, di dove Narsete resse quindici anni dall'Alpi alla Calabria,
cercando porvi qualche ordine, ripopolare le città, fra cui Napoli,
dove papa Silverio accolse i fuorusciti delle arse circostanze.

Ad istanza di Vigilio, _venerabile vescovo dell'antica Roma_,
Giustiniano diede una prammatica sanzione per gli Occidentali in
ventisette articoli, ove confermava gli atti di Teodorico e del nipote,
cancellando quanto la forza ed il timore avessero estorto durante
l'usurpazione di Totila; nelle scuole e ne' tribunali introdusse la
sua giurisprudenza; assegnò stipendj a legisti, medici, oratori,
grammatici, reliquie dell'accademia romana; al papa e al senato
(parola destituita di senso) lasciò la ispezione sui pesi e le misure.
La giurisdizione civile tornò a distinguere dalla militare, contro
l'usanza dei Barbari, e solo competente era il giudice civile, salvo
se i contendenti fossero persone di guerra. Conti nelle varie città,
superiori ai soldati non solo, ma a tutto il municipio, giudicavano
in prima istanza delle cause, le quali per appello recavansi a
Costantinopoli[45]. Un maestro dei soldati sostenea le veci del
duca, e ad esso obbedivano i tribuni o patroni, che erano presidenti
alle scuole delle arti, e giudici delle liti agitate fra i membri di
queste. Le scuole insieme formavano l'esercito: chi non v'apparteneva,
era _popolo_. Ai duumviri o quatuorviri furono surrogati i _dativi_,
presidi ai giudizj civili; i consoli ai decurioni.

Adunque si assodò il governo dei municipj, che non tardarono a farsi
indipendenti per opera dei duchi e maestri de' soldati; e le dignità
si rendevano ereditarie, perchè attribuite generalmente in ragione
della ricchezza. Ma l'amministrazione peggiorava, atteso che i prefetti
delle provincie, invece di essere deputati dal senato, come sotto i
Goti, venivano da Costantinopoli, e avendo comprato la carica, volevano
rifarsene; tanto che un governatore della Sardegna, rimproverato
perchè avesse permesso di sacrificare agl'idoli, rispose: — Sì caro mi
costa l'impiego, che neppure con questo spediente n'uscirò netto». E
papa Gregorio esclama: — La nequizia dei Greci trascende la spada dei
Barbari; tanto da sembrar più pietosi i nemici i quali uccidono, che
non i giudici dello Stato, i quali opprimono con malvagità, frodi e
rapine».

Di peggio avvenne quando il debole e violento Giustino II, nipote
e successore di Giustiniano, a Narsete surrogò Longino (568),
ignorante delle armi e del paese. Dicono che all'avaro ma prode
Narsete l'imperatrice Sofia inviasse pennecchi e fusa, dicendogli:
— Torna a filare colle mie donzelle». Men generoso o men pusillanime
di Belisario, egli rispose: — Filerò una tela, da cui difficilmente
si distrigherà l'Impero»; ed invitò i Longobardi a scendere in una
terra ove scorrono il latte e il miele, e a cui Dio non ha creato
la somigliante. Le nuove rovine che costoro aggiunsero alle rovine
d'Italia, non furono vedute da Narsete, morto due anni dopo il suo
padrone.



CAPITOLO LXI.

I Longobardi.


Imperante Tiberio, i Romani udirono prima il nome de' Longobardi,
«popoli (dice Tacito) cui nobilita l'esser pochi, e che stando in
mezzo ad altri potentissimi, non col rispetto si fanno sicuri, ma col
cimento e le battaglie». Fossero il grosso della nazione, o piuttosto
una banda, abitavano oltre l'Elba, dove poi fu la Marca media di
Brandeburgo; combatterono sotto Maraboduo, poi sotto Arminio; Tolomeo
li trovava già sul Reno; anche il Danubio varcarono, ma ne furono
respinti.

Tradizioni, non accettate dalla moderna critica, traevano tutte
le genti nuove dalla Scandinavia; e di là pure i patrj racconti
dicevano uscita la coraggiosa e guerresca gente de' Longobardi,
dietro alla valckiria Gambara, e ai capitani Ibor e Ayone. Freja e il
guerresco Odino erano le loro divinità; e come tutti gli adoratori di
questo, riconoscevano una nobiltà d'origine celeste, chiamata degli
Adelingi[46], nobiltà guerriera e insieme sacerdotale, per modo che
le conversioni fra loro non erano personali, bensì un affare di Stato,
bastando il re le decretasse.

Agelmondo, primo lor condottiere, passando da uno stagno dov'erano
stati dalla madre gettati sette bambini, natile a un parto da nozze
infande, sporse la lancia; un di quelli la afferrò, ed egli il trasse
in salvo, e lo nomò Lamisso, cioè figlio della lama, o della palude.
Allevato con gran cura, costui si segnalò per valore, e massime
vincendo una temuta amazone; e tanto fece che divenne re.

Sotto i suoi successori (la cui serie, conservata gelosamente, più
tardi fu collocata in testa al loro codice) i Longobardi tolsero
l'antica Rugia agli Eruli, e si piantarono a mezzogiorno del Danubio,
nella Pannonia, che pareva la stazione di quanti preparavansi ad
invadere l'Italia. Colà si trovarono vicini i Gepidi, i quali, alla
morte di Attila che gli avea sottomessi, occupato avevano le terre
intorno al Danubio, abbandonate dai Goti quando venivano contro
Belisario; e presto ebbero occasione di guerre. Waltari, ultimo degli
Adelingi, fu spodestato da Audoino; ma Ildechi, che pretendeva alla
dominazione dei Longobardi, cercò ajuto di Gepidi istigandoli a guerra
contro i suoi. In quel tempo Turisindo aveva usurpata la corona de'
Gepidi a Ustrigoto, il quale a vicenda avea chiesto ricovero e ajuto di
Longobardi. Audoino e Turisindo conobbero esser follia il combattere
fuori un'usurpazione che ciascuno aveva imitata in casa; uccisero
ciascuno l'ospitato rivale dell'altro, e il reciproco delitto saldò la
loro pace.

Ma pace non poteva durare fra due popoli fieri, separati soltanto dal
Tibisco; e delle incessanti guerre si conservò memoria nelle canzoni,
o forse in un poema nazionale, donde, due secoli più tardi, Paolo
Warnefrido, diacono del Friuli, trasse un racconto delle geste dei
Longobardi. È romanzo piuttosto che storia, ma in difetto d'altri
monumenti, vuolsi seguirlo come ritratto dell'indole di esso popolo.

Secondo quello, da Audoino nacque Alboino, il quale, guerreggiando
il gepido Turisindo, ne uccise il figlio Turismondo (566). I signori
longobardi, ammirando il valore del giovane principe, chiedono al re
se lo faccia sedere allato nel banchetto, della vittoria; ma Audoino,
— Per istituto de' nostri maggiori, verun principe si pone a mensa
col padre, se prima non abbia ricevuto le armi da re straniero». E
Alboino con quaranta risoluti passa alla corte di Turisindo, e gli
chiede l'adozione delle armi. Lo ospitò il Gepido, e gl'imbandì; ma
mentre sedevano al desco riflettè mestamente: — Al posto di mio figlio
sta colui che l'ha trucidato». Tale esclamazione fe prorompere l'astio
dei Gepidi; e Cunimondo, altro figlio del re, caldo dal dispetto e dal
vino, uscì in motti pungenti, e paragonò i Longobardi, per aspetto e
per fetore, a giumente. — Ma queste giumente (rispose Alboino) come
sappiano springare calci lo dice la pianura di Asfeld, ove giaciono
l'ossa di tuo fratello come di bestia vile». Al ripicchio che ridestava
un disperato dolore, si caccia mano alle scimitarre di qua e di là; ma
Turisindo, riuscito a stento a proteggere i diritti dell'ospitalità,
colle armi di Turismondo riveste Alboino, che reduce al padre e ammesso
al convito, narra l'ardimento suo e la fede del re nemico.

Cunimondo, sostituito al defunto padre dal voto di tutti, cioè dei
guerrieri, pensò vendicare gli antichi oltraggi, e ruppe guerra ad
Alboino, ch'era succeduto anch'esso al genitore. Questi invocò in
ajuto un'orda di Avari, colla quale sconfisse il nemico, e colla morte
di Cunimondo mise al nulla il regno dei Gepidi (566), i cui avanzi
andarono o misti ai Longobardi o schiavi degli Avari.

Alboino avea sposata Clotsuinda, figlia di Clotario, possente re dei
Franchi: piissima donna, cui Nicezio, vescovo di Tréveri, esortava a
convertire il marito dall'eresia ariana. «Fa stupore (scriveale) che,
mentre le genti lo paventano, i rei lo venerano, le podestà senza fine
lo lodano, l'imperatore stesso gli dà la preminenza, egli non si prenda
cura dell'anima; che, mentre splende di reputazione, nulla si brighi
del regno di Dio e della sua salute»[47].

Era dunque fra i Barbari in grande stima Alboino, il quale, inorgoglito
dalle primiere, qualche nuova insigne impresa meditava.

I Longobardi erano men tosto una nazione che un esercito, divelto
già un pezzo dalle terre natìe, e accampato or qua or là, talvolta a
servigio di stranieri, sempre sistemato alla militare. Al modo degli
altri Germani, allorchè decretavasi un'impresa comune si univano al re
i varj capi (_gasindi_) della nazione con volontarj seguaci, d'accordo
fin al compimento, ma del resto indipendenti, e vogliosi d'assicurarsi
ciascuno ricchezza e dominio.

Quelli che da Giustiniano erano stati chiamati in Italia a combattere
Totila, non rifinivano di celebrar questo cielo e questi luoghi, che
tante sventure non avevano ancora abbastanza disabbelliti. Alboino
rifrescò le rimembranze collo imbandire i frutti più squisiti e i
migliori vini d'Italia. Quel Narsete, ch'erasi fatto rispettare col
valore e amare coi donativi, più non difendeva le latine contrade,
anzi oltraggiato gl'invitava a vendicarlo. Occorreva di più per
determinare ad imprese una gente guerresca, che priva ancora di patria,
ne troverebbe una sì bella, dopo facile vittoria sopra un popolo
disarmato?

Pertanto «correndo l'indizione prima, nell'anno di Cristo 568, il
giorno dopo la pasqua, che in quell'anno cadeva al 1º d'aprile»[48],
Alboino si mosse dalla Pannonia, lasciando questa agli Avari, col
singolare patto di restituirgliela se fosse costretto a ritornare.
Come fu udito che i Longobardi s'accingevano a passar le Alpi, dalla
Germania e dalla Scizia accorsero compagni alla fatica ed alla preda
Gepidi, Bulgari, Sármati, Pannoni, Svevi, Norici, e, principalmente
graditi ad Alboino, ventimila combattenti Sassoni, con mogli e
figliuoli.

Con tanta mescolanza di razze, di culti, di costumi[49], e coi vizj e
le doti d'un capo barbaro, Alboino si mosse; da un'altura ai confini
d'Italia, che poi fu detta Monreale (Monte Maggiore?) additò a'
seguaci la bellezza del paese che li menava a conquistare, e si avventò
sopra la Venezia. Aquileja, posta al limitare d'Italia, smantellata
da Attila, non poteva opporgli contrasto; e il patriarca Paolino,
coi principali e col tesoro della Chiesa, ricoverarono nell'isola di
Grado, crescendo così la Repubblica delle lagune adriatiche. Occupato
Cividale, Alboino sentì la necessità di ben proteggere le alpi
Giulie, e vi lasciò il proprio nipote e gran cavallerizzo (_marpahis_)
Gisulfo, col titolo di duca del Friuli. Il quale accettò, purchè gli si
lasciassero quelle famiglie (_fare_) che egli sceglierebbe; e così vi
collocò le migliori prosapie longobarde, e buone razze di cavalli e di
bufali, allora prima veduti in Italia. Alboino continuando la marciata,
alla Piave incontrato Felice vescovo di Treviso, che raccomandavagli
il popolo e i beni della sua chiesa, gli fece spedire un diploma che
questi assicurava. Politica opportuna, mercè della quale il patriarca
d'Aquileja rientrò anch'egli bentosto nella sua sede.

I quindici anni della dominazione greca aveano, colla fiscale pressura,
incancrenito le piaghe della patria nostra, a cui peste e carestia
tolsero perfino i riposi della servitù. Longino patrizio era venuto
qui senza truppe: forse le scarse che restavano furono concentrate
nelle fortezze e attorno a Ravenna, invece di moltiplicarle portandole
rapidamente ove bisogno: di nuove non poteva mandarne Giustino, in
guerra coi Persi e minacciato d'una diversione degli Avari, alleati de'
Longobardi.

Alboino dunque occupò Vicenza e Verona senza resistenza; con piccola,
Padova, Monselice, Mantova, poi Trento, Brescia e Bergamo; ai 3
di settembre veniva gridato re in Milano, donde erano fuggiti i
primati col vescovo Onorato[50]. La Liguria, di cui Milano era capo,
abbracciava allora Pavia, Novara, Vercelli, il Monferrato, il Piemonte,
la riviera di Genova; ma quest'ultima e Albenga e Savona, giovate
dalla posizione marittima, resistettero all'invasore. Anche Pavia tenne
saldo tre anni e mesi; dalla quale opposizione indispettito, Alboino
giurò mandarla a sterminio; ma quando la fame gliel'ebbe schiusa,
nell'entrare il suo cavallo cascò, nè voleva più rialzarsi. La pietà
interpretò al Barbaro questo caso come un'ammonizione del Cielo contro
il voto sanguinario fatto a danno d'un _popolo veramente cristiano_;
onde Alboino lasciossi placare; ed essendosi allora il cavallo
rialzato, egli entrò, e nel palazzo di Teodorico posò la sede del nuovo
regno longobardo.

Durante l'assedio egli aveva passato il Po, sottomettendo la riva
destra fin dove vi confluisce il Tánaro; poi spingendosi per la Toscana
e nell'Ombria, collocò un duca a Spoleto; fe correrie sino a Roma,
senza però occuparla; fors'anche arrivò più a mezzodì, e fondò il
ducato di Benevento[51], che dovea sopravivere al regno longobardo.

Non si vede che Longino gli stesse mai a fronte; talchè, se più abile
nel capitanare o più forte nel dominare, Alboino poteva di presente
sottoporre l'intera Italia: ma si distrasse in inutili imprese; e
mentre a domare tante città sariensi volute tutte le forze della
nazione, i capitani, uniti soltanto da quel legame che congiungeva
i gasindi col signore, prendevano quartiere sulle terre man mano
conquistate, altri portavano altrove le minaccie.

Dell'ucciso Cunimondo aveva Alboino costretto la figlia Rosmunda a
sposarlo, e col cranio di lui formato una tazza, per accoppiare ai
piaceri della mensa la fiera voluttà della vittoria; — e (dice Paolo
Diacono) io stesso, Cristo m'è testimonio, vidi il principe Rachi in
giorno festivo tener in mano quel bicchiere, e mostrarlo a' convitati».
Or mentre in Verona solennizzava le ben succedute imprese, al levar
delle tavole chiese quella tazza, e poichè tutti n'ebbero bevuto in
giro, coronatala d'altro vino, disse: — Recatela a Rosmunda acciocchè
beva con suo padre». La celia brutale punse al vivo la donna, che
preparò vendetta. Si fe cedere segretamente il letto da una concubina
del valorosissimo Perideo; e come fu stata seco, gli si palesò,
mostrando non restargli altro scampo che trucidare il re. E il re fu
scannato (573).

Rosmunda sperava, coll'ajuto de' suoi Gepidi, mettere in trono
l'amante Elmigiso, vile complice del doppio delitto: ma i Longobardi,
che assai compiansero Alboino, contrariarono la indegna, la quale
con la figlia Alesuinda, i due drudi, pochi fedeli e molti tesori,
salvossi a Ravenna. L'esarca Longino, che lusingavasi colle discordie
fiaccar coloro che non ardiva coll'armi, venuto terzo agli amori
della svergognata, la persuase a toglier di mezzo Elmigiso. A questo
ella mescè un veleno mentre stava nel bagno; ma egli insospettito la
obbligò a bere il residuo del nappo funesto; ed entrambi morirono delle
conseguenze della loro perversità.

Alesuinda fu mandata coi tesori a Costantinopoli (574), ove Perideo
fece gran mostra di vigore uccidendo uno smisurato leone, e dove,
paragonato per robustezza a Sansone, fu come questo accecato, e come
questo tentò una vendetta. Finse aver segreti importanti da rivelare
all'imperatore, ed essendo venuti de' patrizj ad ascoltarlo, credendoli
lui, gli uccise.

Frattanto i capi longobardi in Pavia posero la regia lancia in mano di
Clefi, che continuando le vittorie e lo sterminio dei _potenti Romani_,
spinse le conquiste fino alle porte di Ravenna e di Roma; mentre i
duchi che s'erano stanziati al confine delle Alpi s'avventavano sulle
terre dei Franchi; ma al re dei Borgognoni dovettero cedere Aosta e
Susa, le quali d'allora in poi spettarono al regno di Borgogna. Altri
Franchi dominavano i paesi che or sono Grigioni e Tirolo, e da Anagni
in val di Non snidolli il duca di Trento.

I Longobardi non erano dunque diretti nella conquista da una volontà
preponderante: e poichè, dopo penetrati in Italia, cessava lo scopo
unanime, ciascun capo pigliava per sè una provincia, che non era già
una divisione amministrativa, ma veramente una signoria distinta,
munita, estesa, governata alla germanica, ma con modi particolari.
Quando Clefi, dopo diciotto mesi, fu assassinato (575), poteasi dire
consumata l'impresa, per la quale i gasindi eransi sottoposti a un
capo; laonde trovarono superfluo l'eleggere un altro re, e ciascuno dei
trenta duchi provvide a trar profitto dal paese occupato, anzi che a
sottomettere tutta Italia.

Le sei nazioni di Sarmati, Bulgari, Gepidi, Svevi, Pannoni, Norici,
venute commilitoni ad Alboino, furono assise in cantoni distinti,
dove conservarono la libertà, il dialetto e il nome. I Sassoni non
vollero sottoporsi alle leggi longobarde, onde ripartirono, devastando
la Provenza. Inesperti del mare, i Longobardi non poterono soggiogar
le coste, soccorse di fuori; onde il lembo dalla foce del Po a quella
dell'Arno restò da essi indipendente, e così Genova per alcun tempo, e
per sempre la Sicilia e le isole. Anche alcune terre montuose e fra'
laghi furono immuni dalla loro conquista, come Susa, qualche pianoro
delle alpi Cozie, l'isola Comacina: e così pure Cremona, Mantova,
Padova.

Il regno longobardo distribuivasi in Austria od orientale, composta del
Friuli e del Trentino; Neustria od occidentale, composta de' ducati
d'Ivrea, Torino e Liguria; stava di mezzo la Tuscia, in parte regia,
in parte composta dei ducati di Lucca, Toscana, Castro, Ronciglione e
Perugia. Nell'Emilia non tenevano i Longobardi che Reggio, Piacenza e
Parma; nell'Italia meridionale la piccola Longobardia, cioè i ducati
di Spoleto e Benevento, e il principato di Salerno. In questi paesi la
nazione guerresca era militarmente ordinata in squadre o fare.

Le terre che restavano soggette all'esarca ed ai duchi greci, perchè
ricovero de' Romani, presero nome di Romagna, ed erano, oltre Ravenna,
le città di Bologna, Imola, Faenza, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì,
Cesena, e la pentapoli marina di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano,
Sinigaglia. A Roma, Gaeta, Taranto, Siracusa, Cagliari ed altrove
l'esarca collocava dei duchi o maestri della milizia. Napoli ben presto
si tolse alla soggezione, nominando da sè i proprj duchi. Venezia
cresceva dei fuggiaschi latini, e col professarsi in parole suddita
agli imperatori di Bisanzio, cercava l'indipendenza di fatto.

Limitavasi dunque la dominazione greca quasi al solo esarcato e a Roma
non ancora sacerdotale: ma quivi su ristretto spazio erasi affollata
la gente, che le persone e le ricchezze sottraeva alla dominazione de'
Barbari, e alla persecuzione temuta da essi come ariani. Chi manca di
forza a sollevarsi da sè confida smisuratamente in altrui; e i nostri
non finivano di esortar l'imperatore Tiberio II a liberarli; il senato
romano gli mandò trentamila libbre d'oro, e la plebe gli gridava: — Se
non vali a francarci dai Longobardi, almen ci campa dalla fame».

E grano spedì in fatti il buon imperatore, ma non armi; sicchè
il senato non trovò spediente migliore che guadagnare a denaro
qualche capo nemico. Tale fu lo svevo Droctulfo, già prigioniero di
guerra dei Longobardi, poi da essi fatto duca[52], e che messosi al
soldo dell'esarca di Ravenna, e preso Brescello, di là bezzicava i
Longobardi. Con cinquantamila monete d'oro poi il senato indusse
Childeperto, re dei Franchi, a scendere in Italia molestando i
Longobardi. Mosse egli di fatto con potente esercito: laonde venendo
rimesso in quistione il dominio, i duchi, dopo nove anni di vacanza,
convennero d'eleggere un re (584). Fu Autàri, figlio di Clefi; e poichè
il tesoro d'Alboino era stato da Rosmunda portato a Ravenna, e i beni
regj eransi spartiti fra i duchi, questi s'accontarono di dare al re
metà delle proprie sostanze.

Autari con lauti doni rimandò Childeperto di là dall'Alpi, donde per
doni si era mosso; ma l'imperatore pretendea che il Franco continuasse
la guerra promessa; se no, restituisse l'anticipatogli sussidio;
onde Childeperto per soddisfare la promessa tornò, ma non fece che
aggiungere sconfitte al disonore. Per lavare l'onta, egli, con venti
capitani formidabili, calasi una terza volta (590), e quantunque
sconfitto presso Bellinzona, avanzasi e prende Milano e Verona. Autari,
non volendo commettere la sorte del regno ad una battaglia, e d'altra
parte importandogli il dominio, non gli abitanti, chiude le forze e
i tesori longobardi nelle piazze munite, e lascia che il paese sia
mandato a ruba. Se i Greci si fossero congiunti ai Franchi presso
Milano, com'era l'accordo, poteva essere schiantata la dominazione
longobarda: ma mentre i primi attorno a Modena e Parma perdevano
il tempo che in guerra è tutto, stanchezza e discordia entrò fra i
comandanti Franchi, e Childeperto se ne andò su per l'Adige, diroccando
molti forti nelle valli tridentine.

Autari allora, sbucato da Pavia, ricupera facilmente il paese; anzi
profittando del diffuso scoraggiamento, occupa anche l'isoletta
Comacina nel lago di Como, dove sin allora aveva resistito Francione,
partigiano imperiale, e dove s'erano adunate ricchezze da tutte le
città[53]. Fatto poi nodo a Spoleto, si difila sopra il Sannio, tocca
l'estrema punta d'Italia, e spinto il cavallo nel mare, e lanciato il
giavellotto contro una colonna ivi ritta, esclama: — Questo sarà il
confine del regno longobardo».

E forse era il momento di ridur l'Italia in loro dominio, se i
Longobardi avessero saputo rispettare i sentimenti e la religione
degl'italiani, anzichè farsene odiare come eretici e tiranni, e
sprezzare come barbari.

Però il primitivo furore di conquista era mitigato, e qualche ordine e
civiltà s'introdusse, massime per opera d'una straniera. Dagli avanzi
della potenza di Odoacre e degli Ostrogoti dopo perduta l'Italia erasi
formata la gente dei Bavari, di cui era allora duca Garibaldo, della
dinastia degli Agilulfingi. Autari mandò a chiedergli sposa la figlia
Teodolinda, e n'ebbe il sì, a preferenza di Childeperto re de' Franchi:
ma allungandosi la conchiusione, il principe longobardo, impaziente di
conoscere la promessa fanciulla e di prevenire Childeperto, va a quella
Corte, fingendosi uno degli ambasciatori di Autari. Comparsa Teodolinda
e piaciutagli, esso la salutò regina d'Italia, e chiese adempisse il
rito patrio col porgere una coppa di vino ai futuri suoi sudditi.
Com'essa il fece, Autari nel restituirgliela le toccò di furto la
mano, e fece che la destra di lei gli strisciasse la faccia. Teodolinda
raccontò l'occorso alla nutrice; e questa la accertò che nessun altro,
dal re in fuori, sarebbesi tanto permesso; di che ella si compiacque,
avendolo veduto bel giovane e proporzionato. Egli partendo, come al
confine si congedava dalla scorta bavarese, s'alzò sul cavallo, e di
tutta forza scagliò l'ascia contro un albero, dicendo: — Siffatti colpi
vibra il re de' Longobardi».

591

Il franco Childeperto assalì alla sprovvista Garibaldo per rapirgli
Teodolinda, ma questa potè raggiungere in Verona lo sposo. Molti Bavari
si piantarono fra i Longobardi; Gundualdo, fratello di lei, fu posto
duca d'Asti, futuro padre di re. In capo a un anno Autari morì; e tal
fiducia i Longobardi aveano posto in Teodolinda, che dichiararono
torrebbero a re quel ch'essa scegliesse a sposo. Ed essa invitò a
Corte Agilulfo, duca di Torino, non meno insigne per aspetto che per
animo bellicoso: e bevuto, porse a lui la tazza da vuotare. Egli ne la
ringraziò baciandole la mano; ma Teodolinda: — Perchè baci sulla mano
colei, che hai diritto di baciare in bocca?» E quest'atto rese pubblica
la scelta, confermata ed applaudita dall'assemblea nazionale.

Questi fatti particolari, come che abbelliti dall'immaginazione o
dall'arte del narratore longobardo, rivelano le costumanze del popolo
dominante.

La pietà di Teodolinda veniva opportunissima a mitigare la fierezza dei
Longobardi. Costoro, prima d'entrare in Italia, avevano abbracciato
il cristianesimo; ma conservavano alcune pratiche idolatre, a
segno che torturarono quaranta contadini romani prigionieri, che
non vollero adorare il teschio di una capra da loro immolata. Per
isventura, i primi che andarono ad apostolarli erano ariani: talchè,
dopo vinte le resistenze dell'intelletto e della passione onde farsi
cristiani, dovettero stupire ed indignarsi nell'udir dai Cattolici
che si trovavano novamente sulla via dell'inferno. Essi da principio
molestarono i cattolici, cacciandone i vescovi per sostituirne
d'ariani; dappoi tollerarono doppio vescovo in ciascuna città: ma
la nomina e la conferma erano occasione di traversie pel cattolico,
avversato dai vincitori, sostenuto dai vinti. Autari, che aveva
abbandonato l'idolatria per l'arianismo, s'adombrò del preponderare
dei Cattolici, laonde proibì di battezzare cattolicamente i nati da
Longobardi; la morte che prontamente gli sopravvenne, volle guardarsi
come celeste castigo di un decreto, il quale non fece che infervorare
i Cattolici, sorretti anche dal pontefice Gregorio Magno. A questo ne
volle male Agilulfo, e passato il Po, minacciò Roma stessa; onde il
papa sospendeva il corso delle sue omelie sopra Ezechiele, dicendo: —
Ogni dove si ascoltano gemiti; Agilulfo distrugge le città, dirocca i
castelli, spopola le campagne, intere contrade riducendo in solitudine;
a Roma giungono persone colle mani troncate; altre sono condotte in
ischiavitù, e tutt'intorno non vediamo che strazj d'infelici e immagine
di morte».

Teodolinda era cattolica; e quel pontefice con frequenti lettere e
col mandarle i proprj Dialoghi ne sostenne lo zelo, di modo che ella
ridusse alla vera fede lo sposo suo: il loro figliuolo fu battezzato
cattolicamente, e «restituito l'onore e la dignità solita ai vescovi,
fin qui depressi ed abjetti»[54]. Sull'esempio loro, l'intera nazione
si fe' cattolica, zelò il culto e moltiplicò le chiese, che in alcune
città salivano a centinaja; ed eccetto le parrocchiali, a tutte erano
congiunti o monasteri o spedali per infermi e pellegrini. Teodolinda
fece restituirvi i beni rapiti, e di nuovi ne aggiunse; e «per sè,
pel marito, i figliuoli e le figliuole e tutti i Longobardi d'Italia»
fabbricò la basilica di San Giovanni Battista in Monza, preceduta da
un atrio a portici, e formata a croce greca, sormontata da una cupola
sostenuta da colonne ottagone, sotto la quale sorgea l'altare, a cui
ascendevasi per una scalea.

Sulla porta maggiore della basilica odierna, fabbricata nel XIV secolo,
è un bassorilievo, che potrebbe essere contemporaneo a Teodolinda,
di marmo bianco a dorature e colori, rappresentante il battesimo di
Cristo; e nella parte superiore v'è effigiata essa regina in atto
di offrire al Battista una corona gemmata, e allato di lei la figlia
Gundeberga colle mani in orazione, il figlio Adaloaldo, tenente una
colomba, e a ginocchi il marito Agilulfo: oltre l'immagine dei doni
fatti da quei re, cioè corone, croci, vasi, la chioccia coi pulcini,
che ancor si conserva. E vi si conservano pure un evangeliario coperto
di lastra d'oro di sessanta oncie, con preziose gemme e otto cammei,
iscritto _De donis Dei offerit Theodolenda regina gloriosissema sancto
Johanni Baptistæ quam ipsa fundavit in Modicia prope palatium suum_;
una patena d'oro contornata di quattro giacinti, quattro smeraldi
e diciassette perle; un'animetta da calice in lastra d'oro con
centododici gemme, ventuna perla e una grossa ametista; un pettine
d'avorio legato in argento dorato e a gioje; una croce di ducento oncie
d'oro, con rappresentate la vita di Cristo da un lato, dall'altro
quella del Battista, e l'immagine di Teodolinda coll'iscrizione
Theodolenda regina viva in Deo. Più degne di nota sono la corona
ferrea, che forse era un vezzo d'essa regina, e la corona gemmata
d'Agilulfo, avente in giro i dodici Apostoli in altrettante nicchie,
e in mezzo il Salvatore seduto fra due angeli, e una croce pendente da
una catenella[55].

Teodolinda nella sua basilica depose anche molte reliquie, impetrate
dal pontefice, cioè olj dalle lampade che ardevano davanti ai martiri,
entro ampolle di cristallo, d'avorio o d'altro, che ancora si venerano,
come il papiro dov'erano registrate[56]. Là pure essa aveva un palazzo,
arricchito di pitture rappresentanti costumi nazionali: e tanto basti
a convincere come le arti non fossero perite. La tradizione popolare
attribuisce infinite opere alla pia regina, la cui memoria vive tra il
nostro vulgo in benedizione.

Di questo tempo gli imperatori iconoclasti (come a disteso narreremo)
vollero costringere i Romani a ripudiare il culto delle immagini; e
questi, non potendo altrimenti assicurare la libertà delle coscienze e
del culto, sorsero a rivolta, e ne scossero il giogo. Gregorio Magno,
che più volte aveva elevato la voce contro gli abusi de' ministri greci
in Italia, confortò i Romani nell'impresa; ben lontano però dal dar
favore ai Longobardi, riconciliò anzi questi coll'esarca Callinico.
Ma avendo i Greci rotto fede e assalita Parma nel cuor della pace,
sorprendendo e menando schiava la stessa figlia del re, Agilulfo
s'alleò col kacano degli Avari, perpetuo nemico dell'impero orientale,
il quale assalendo la Tracia e spedendo un corpo di Slavi in Italia,
diè il tratto alla fortuna del Longobardo, che occupò Cremona, Mantova,
Padova, fin allora rimaste agl'imperatori, e col fuoco punì in esse la
perfidia dell'esarca. Tentò egli più d'una volta sbarcare in Sardegna,
ma il colpo gli fallì.

Lo turbarono alcuni duchi, sorti ad aperta ribellione, forse per
riazione ariana contro il dominante cattolico. Or clemenza egli
v'adoprò, or rigore, massime contro quelli che avessero parteggiato
collo straniero; come Maurizio, che aveva tradito Perugia al romano
esarca, e Minulfo, duca dell'isola d'Orta, che aveva tenuto mano ad
un'invasione di Franchi.

Coi quali Franchi era stata tregua, ma pace non mai; e i Longobardi,
fin dal tempo dei Trenta duchi, continuavano a tributar loro dodicimila
scudi d'oro. Re Agilulfo spedì a corrompere con mille soldi cadauno i
tre ministri di re Clotario, i quali persuasero questo ad accettare
trentaseimila scudi una volta tanto, e così cessò il vergognoso
tributo.

Agilulfo erasi associato nel regno il figlio Adaloaldo, che gli
successe sotto la tutela di Teodolinda (615). Ma talmente egli delirava
in empietà e crudeltà, che si disse avergli l'imperatore Eraclio
propinata una bevanda, per la quale non poteva operare se non come
questi volesse. Forse così la voce popolare espresse l'inclinazione
di lui a favorire mentosto gl'interessi di sua nazione, che quelli
dei Romani; vietò le incursioni sui territorj ancora indipendenti; fu
detto pensasse ammazzar tutti i nobili longobardi e darsi ai Greci;
onde i grandi lo deposero (625), sostituendo Ariovaldo, duca di Torino,
nè Cattolico, nè della stirpe bavarese. Prima d'esser re, aveva egli
incontrato a Pavia un prete Selidolfo, monaco di Bobbio, e vistolo, —
Ecco un dei monaci di Colombano (il santo fondatore di quel monastero)
che non si degnano di renderci il saluto»; e fu primo a salutarlo.
Selidolfo rispose che anch'esso gli avrebbe augurato salute se non
avesse sentito dello scemo in materia di fede. Il principe stizzito
lo fece bastonar di maniera, che il frate stette come morto, poi
riavutosi, se n'andò[57].

Ariovaldo ebbe regno pacifico e senza ricordati accidenti, eccetto
le sommosse di due fratelli Tasone e Cacone, duchi del Friuli,
nipoti del bavarese Gisulfo. Ebbe egli sospetto che con costoro se
l'intendesse Gundeberga, loro cugina come figlia di Teodolinda e
sorella d'Adaloaldo, che egli aveva sposata per ispianarsi la via
al regno, e che voleva imitar la madre nel mescolarsi ai pubblici
maneggi, sostenuta dall'amore dei Longobardi. Non sentendosi forte per
esterminare i due ribelli, Ariovaldo comprò l'esarca di Ravenna, il
quale, chiamatili a sè in Oderzo col pretesto di tagliar loro la barba,
cioè adottarli come figliuoli e clienti dell'Impero, gli uccise: ed il
re in compenso perdonò un tributo che gli doveano gli esarchi.

636

Lui morto, Gundeberga, sapendo d'aver in pugno il voto dei principali
Longobardi, esibì la corona a Rotari duca di Brescia[58], s'e' volesse
ripudiare la prima moglie e sposar lei. Così fu fatto. Egli era degli
Arodi, antichissima schiatta longobarda: e col punire severamente
i signori che aveano disfavorito la sua nomina, ebbe occasione di
ripristinare l'obbedienza. Ingrato alla moglie, oltre abbandonarsi
a concubine, tolse a perseguitarla. Adaulfo, cortigiano longobardo,
sentendosi lodare da lei, ardì richiederla d'amore; e rifiutato,
l'accusò d'accordarsi con un duca per avvelenar il marito: e Rotari la
cacciò nel castel di Lomello, ove tre anni essa mangiò il pane della
tribolazione e della pazienza. Alfine il re franco Clotario mandò a far
querela dell'indegno trattamento; e poichè Rotari adduceva l'appostagli
taccia, uno de' messi gli disse: — Presto fatto a chiarirti il vero.
Ordina all'accusatore che combatta con un campione della regina, e il
giudizio di Dio decida». Su questi giudizj di Dio or ora parleremo: e
in fatti il partito piacque, si combattè, e l'accusatore restò ucciso,
e Gundeberga ripristinata nella dignità e nei possessi[59].

Rotari, ariano, pose un vescovo di sua credenza in ogni città, pure
largheggiò colle chiese; e quando il vescovo di Pavia, capitale del
regno, si ridusse cattolico, cessò quel doppio primato. Onde reprimere
gli inquieti, Rotari mandò a morte molti Longobardi; rotta poi guerra
ai Romani, diroccò Oderzo, occupò Luni, Genova, Savona, Albenga,
e tutto il paese a mare sino alle terre dei Franchi di Borgogna,
smantellando le città, e volendo non si chiamassero più che vichi[60]:
molti abitanti vendette schiavi ai Franchi.



CAPITOLO LXII.

Gl'invasori. Legislazione longobarda. Costumi.


Il longobardo è un dominio militare, che intende a conservarsi, ma
non si consolida. Fuori dee difendersi dagli Slavi da una parte,
dai Franchi dall'altra; dentro fa sforzi continui ma non concordi a
guadagnar nuove terre sopra i Greci. Dopo Teodolinda, par di vedere
il contrasto fra un partito che s'avvicina agli ecclesiastici ed
agli Italiani; e un altro che ne rifugge, e beffa i Romani e gli
uccide; quello intento a fondere, questo a tenere disgregati. E a
disgregare le parti stesse del regno faticavano i duchi, mentre il
re s'ingegnava ridurre ad unità di dominio, facendo prevalere sopra
la libertà germanica l'assolutezza militare dapprima, in appresso
la magistratura al modo romano. A tal fine Rotari fece scrivere il
diritto longobardico: sicchè a lui vogliamo fermarci per considerare
l'indole generale della conquista germanica, e gli speciali istituti
de' Longobardi; viepiù importanti a studiarsi perchè mutarono la forma
civile, durarono lungamente, e continuarono il loro effetto anche sulle
successive legislazioni della patria nostra.

L'antica Germania non formava una monarchia compatta, ma una
confederazione di liberi e nobili, sottomessi a principi ereditarj o
a capi elettivi. La parentela, il vicinato, la clientela costituivano
parziali agglomerazioni, ciascuna delle quali regolava i particolari
interessi in assemblee generali; e i capicasa esercitavano la
sovranità, decidendo della guerra e della pace, giudicando i rei di
Stato, nominando chi amministrasse la giustizia nei borghi, dando le
armi a chi era riconosciuto capace di portarle. Ne' casi di maggior
interesse, quando cioè il braccio di tutti fosse necessario, tutta la
nazione si raccoglieva, e deliberava quello, cui essa medesima doveva
poi dar compimento.

I capi, disponendo poi del veto e del braccio di molti clienti,
acquistavano gran potere, e talvolta autorità monarchica sopra tutta
la nazione. Quando invasero l'impero romano, quasi ciascuna gente
germanica era governata da re, eletti fra i più cospicui e massime fra
quelli d'origine divina. Ma questi re non erano che primi fra pari;
dovevano cercarsi credito colla liberalità e col valore; viveano de'
possedimenti proprj, e de' donativi che riceveano dal popolo e dagli
stranieri, oltre le spoglie nemiche e le ammende imposte per delitti.
Ne' casi urgenti convocavano l'assemblea, e le deliberazioni di quella
facevano eseguire; del resto nè amministravano gli affari dello Stato
nè la giustizia, poichè il popolo e sceglieva i giudici, e attribuiva
loro un consiglio del Comune.

Il portare le armi consideravasi distintivo della nazione e vanto
del libero. Nei pericoli della patria ogni Germano era convocato per
obbligo all'eribanno, che oggi diciamo leva in massa: per volontà
spontanea alcuni liberi formavano la banda guerriera, obbligandosi
ad un capo siccome compagni. Egli proponeva una impresa; essi il
seguivano; lodati se buona e leale opera prestassero; se no, disonorati
per vigliacchi. Alla prima queste associazioni si formavano per
un'impresa sola; poi alcuni si addissero per tutta la vita ad un
capo, legati però soltanto dall'obbrobrio che colpiva chi misfacesse.
Consideravano essi come propria la gloria e i trionfi di lui; esso
gli alimentava e arricchiva con sempre nuove spedizioni; a vicenda si
sostenevano e vendicavano.

Una banda restava vinta e scacciata dalla patria? irrompeva su terre
vicine a cercarne una nuova. Altre bande erano formate da quelli che
(al modo usato già dai Sabini) erano mandati via qualora la popolazione
soverchiasse. Di così fatti erano le orde che vedemmo molestare
l'impero romano da Cesare in poi, e in fine distruggerlo.

La proprietà era di tutti, non dei singoli; laonde il possessore non
la poteva vendere o trasmettere fuor della tribù: morendo alcuno senza
erede, la successione divideasi fra gli altri.

Scoprivasi un delitto e non constava del reo? i membri della sua
comunità erano convocati per attestare contro o a pro dell'imputato,
dinanzi alla corte dei liberi possidenti, preseduti da magistrati
eletti dal popolo. Nessuno condannavasi se non udito e convinto. I
reati contro l'intera società si castigavano corporalmente; e in questo
solo caso capitale la pena non poteva esser proferita dall'assemblea o
dal re, ma dal gran sacerdote come rappresentante del Dio sommo, unico
arbitro della vita, e vindice dello spergiuro. Il capocasa giudicava
de' figliuoli e dipendenti senza doverne ragione a chicchessia: solo
quand'avesse a punire la moglie, invitava al giudizio anche i congiunti
di essa. Se il litigio si recava ai giudici, questi erano scelti della
condizione dei contendenti; le parti esponevano in persona le ragioni;
i savj decidevano secondo la equità e le consuetudini.

I delitti contro la vita o l'avere dei particolari potevano redimersi
a un prezzo[61], che variava secondo la condizione del danneggiato.
La comunità del reo contribuiva all'ammenda, la quale divideasi fra la
comunità dell'offeso; fino i servi pagavano per le multe pei padroni;
per l'ospite rispondeva il padrefamiglia. Chi non la pagasse era
scomunato, escludendolo dalla protezione legale; di maniera che poteva
dall'offeso essere perseguito con guerra privata (_faida_). I giudizj
erano dunque un affare di Stato, e trattavansi in comune perchè tutti
v'aveano interesse.

Qui vedete mescolate le forme di governo: monarchia, ereditaria e
sacra, od elettiva e guerriera; assemblee di liberi, discutenti sui
comuni interessi; patronato aristocratico del capo sulla banda, del
padre sulla famiglia e sui servi. Ma anzichè sistemi, questi erano
embrioni d'ordinamento civile; nissuna autorità dirigeva le forze ad
unico scopo; e prevalendo l'individualità, l'uomo si assoggettava solo
in quanto il volesse, o vi fosse costretto.

Questo poco, che si ricava o induce da Tacito e da Cesare raffrontati
con istituzioni posteriori, basta a chiarirci quanto la libertà
germanica dissomigliasse dalla romana: questa affatto collettiva,
sicchè lo Stato era tutto, nulla il cittadino, il quale non conservava
l'individualità se non a forza d'eroismo o di vizj; la germanica,
tutta personale, ciascuno riservandosi il diritto proprio, la
domestica franchigia, la vendetta de' torti ricevuti. La dipendenza
proveniva non dal nascere in questo piuttosto che in quel luogo, ma
da fede personalmente promessa da uomo libero. La giustizia non era
un principio esteriore sociale, positivo, eguale dappertutto, che i
sentimenti degli individui sottoponesse ad una idea generale; sibbene
una particolare disposizione del cuore: la penalità una attinenza da
uomo a uomo, donde scaturiva il diritto di venir a composizione col
danneggiato; fatta la quale, la società più non poteva perseguitare
l'offeso. Tali idee furono modificate dall'uscire di patria e dalla
conquista, ma rimasero al fondo della società che si costituì per tutta
Europa e nella patria nostra.

Dicemmo quanto basta per ismentire l'opinione vulgare che torrenti
inesauribili di gente dilagassero dalla Scandinavia e dalla Germania.
Oltre la ben nota natura di que' paesi, coperti anche da tante selve e
da fiumi, abbiamo positive asserzioni sull'esiguo numero degli invasori
d'Italia. Se ad Ennodio, vescovo ed atterrito, parvero innumerevoli
i Goti di Teodorico, altri scrisse che maggior massa di combattenti
gli oppose Odoacre; e dai Borgognoni che gli assalsero, non poterono
salvarsi se non chiamando i Visigoti. De' Longobardi dice Tacito che
compiaceansi d'esser pochi e Procopio[62], ch'erano la più scarsa
gente del vicinato: inoltre dovettero chiedere in sussidio trentamila
Sassoni; e benchè molte genti vinte[63] s'aggregassero ad essi nel
passaggio, poterono al loro primo impeto resistere non solo Pavia,
Cremona, Padova, Monselice, Brescello, Oderzo, ma fin terre aperte,
quali i contorni dell'isola Comacina nel lago di Como, che per venti
anni si mantennero indipendenti, riconoscendo il dominio imperiale[64].

I vincitori, liberi compagni d'un capo eletto per propria volontà,
che nulla può disporre senz'essi consenzienti, vengono, conquistano,
diventano possessori; indi poco a poco s'adagiano nella vita agricola;
e sulla stabile proprietà fondasi un nuovo stato sociale. Ciascun capo,
fermatosi colla sua tribù dove volle il genio o la ventura, accampa
sugli estesissimi poderi, e vi è servito dai coloni e dagli antichi
padroni spossessati, e corteggiato dai _fedeli_ di sua nazione, che e
per sicurezza della guerra e pei piaceri della pace gli si conservavano
vicini. Da che il capo era un ampio possessore, dispariva la prisca
egualità. Egli distribuiva terreni a' suoi commilitoni, coll'obbligo
che lo accompagnassero in guerra con prefisso numero d'armati.

Capo di quei capi era il re; non già supremo motore di una macchina
regolarmente congegnata, ma primo fra i pari; convalidandosi però
col presedere ai giudizj in pace, e col perpetuarsi lo stato di
guerra, come avvenne qui ai Longobardi. Servivano di regola le
patrie consuetudini, talchè di rado accadeva che egli esercitasse
la podestà legislativa. Ben alcuno volle imitare il sistema romano,
come Teodorico; ma generalmente si cercherebbe indarno in costoro
ciò che connettiamo alla parola di re: non corte, non costituzione,
non gerarchia d'impieghi; un segretario spaccia tutti gli affari;
un giudice risolve tutti i litigi recati al trono; i beni non sono
della corona, ma acquisti della vittoria; nè tampoco sudditi egli ha,
giacchè non dispone se non del braccio e dell'avere dei vassalli, cioè
di quelli che per compensi determinati si obbligarono a determinati
servigi.

Porzione delle ammende, i doni volontarj, i proprj possessi, il dominio
pubblico ingrandito colle confische, le tasse sugli stranieri, la
tutela su' minori, le successioni intestate, costituivano il fisco del
re. Culto, istruzione, pubblici stabilimenti da mantenere non avea, gli
impieghi e le armi erano obbligo dei vassalli, e qualora si indicesse
la guerra nazionale, ogni libero era tenuto accorrere, armandosi e
mantenendosi del proprio. Aveva nimicizie o spedizioni particolari? il
re poteva rannodare soltanto i proprj vassalli, come faceva qualunque
altro duca.

I parlamenti sono antichi in Italia quanto l'invasione: ma non si
conosceva la rappresentanza; v'interveniva chiunque n'avea il diritto,
ma delegarlo ad altri non poteva. Sparsi che furono sovra estese
provincie, divenne impossibile il raccogliere i vassalli per ogni
semplice affare; onde le assemblee diradarono, e si dovette imporre
come obbligo ai liberi quell'assistervi che era essenza della germanica
libertà.

Le assemblee non erano soltanto legislative, ma anche giudiziali;
laonde, dopochè la conquista dilatò le giurisdizioni, fu duopo
modificarle. Pertanto in ciascun distretto si obbligò un certo numero
di probi viri (_scabini_) a congregarsi per l'indagine e la sentenza.
Dodici erano per lo più, della nazione dei contendenti; e doveano sotto
giuramento conoscere del fatto, non del diritto. Pubblica la procedura,
ogni libero avendo facoltà di concorrere al giudizio. Fra i Longobardi
il centenaro giudicava nel proprio cantone, il decano nella propria
marca: tribunali non distinti per competenza, ma solo per più o meno
estesa giurisdizione. Mentre i liberi non poteano esser giudicati che
dall'assemblea di pari loro, i vassalli, i servi, i coloni restavano
sottoposti alla giurisdizione del proprio signore; sicchè, al par de'
terreni, era suddivisa la sovranità, e ciascuno ne godeva un brano nel
brano di territorio che possedeva.

Restava il diritto della vendetta privata (_faida_), alla quale
concorreano tutti i parenti e collegati. I sacerdoti e i re per tutto
il medioevo s'adoprarono a torla via; e già molto ebbero ottenuto
quando sottomisero queste guerre particolari a certe formalità,
inducendo l'offeso a una dilazione coll'imporre che all'attacco dovesse
precedere un'intimazione, e aprendo asili nei luoghi sacri: intanto si
trattava della riconciliazione; se non altro svampava il primo furore,
talchè rimanevano impediti gli eccessi, finchè l'imporre le pene fu
riservato ai tribunali.

Ma delle pene oggetto e motivo era sempre la vendetta dell'offeso,
non dell'intera società; e se quello accettava la composizione
dall'offensore, la società più non aveva a punirlo. Da principio
stava all'offeso l'accettare o no il guidrigildo; dappoi i governi
acquistando bastevole forza per surrogare la legge alla personale
riscossa, le imposero per obbligo, e le commisurarono.

Di bel nome coprendo cattiva azione, si intitolarono _ospiti_ quelli
che, spossessati gli antichi padroni, ne occuparono le case e i
beni. Alcuno credette che il re prendesse i dominj ch'erano stati
degl'imperatori; i capitani, gli ampj tenimenti de' senatori; gli
altri guerrieri, porzioni proporzionate al grado e al merito. _Sorti
barbariche_ si dissero queste parti toccate al nuovo signore; o
tedescamente _allodio, arimannia_, cioè possesso assoluto, libero,
giacchè non portava veruna servitù, e costituiva la vera personalità
di chi appartiene alla stirpe conquistatrice. Ai siffatti soltanto è
permesso l'onore del militare; sicchè divengono sinonimi proprietario,
guerriero, cittadino. Tutto essendo costituito militarmente, la città
o la provincia sono una specie di corpo d'esercito; il possedimento
è annestato colla politica sicurezza, ed obbliga al servizio armato e
alla reciproca garanzia; talchè è disertore chi lo abbandona.

I più grandi possessori coi patti medesimi assegnano, a vita o
ereditariamente, porzioni di poderi ad amici e fedeli, col nome di
_benefizj_; proprietà che, a differenza dell'allodio, è legata ad
obblighi verso un signore non sovrano, al quale è caduca in caso di
morte o in mancanza d'eredi. Terza maniera di proprietà sono i _censi_,
terre tributarie, che al possessore dovevano un canone in denaro o in
natura.

A questa varietà di possessi corrispondeva la distinzione delle
persone; e nobile era qualunque fosse benefiziato o stesse a servizio
del re; come tale non essendo sottoposto a verun'altra giurisdizione
che del re, a questo assistendo, intervenendo alle adunanze, coprendo
le dignità. I liberi o arimanni erano possessori sotto la tutela
della legge, e la giurisdizione di quello sulle cui terre dimoravano;
non partecipi delle assemblee generali nè dell'amministrazione della
giustizia, bensì obbligati all'arme.

I coloni tributarj o censuali erano gente che, non bastando a tutelare
da sè la loro libertà, cercavano protezione da un signore, cedendogli
i proprj averi, salvo d'usufruttarli pagando un censo e prestando
servigi di corpo o atti di rispetto: liberi sì, anche ricchi, ma senza
diritto di militare, e alienabili col fondo stesso su cui viveano.
Della libertà erano privi i coloni affissi alla gleba; tanto bassi,
che Teodorico gli escluse dall'intentare ai padroni azione civile
o criminale. Ultimi vengono i servi; o nati tali, o ridotti sia per
volontà, sia per forza, sia per castigo.

Tale a un bel presso la condizione generale dei Barbari che invasero
l'Impero. Quant'è specialmente de' Longobardi, benchè stanziati, non
poterono mai smettere lo stato di guerra, cinti com'erano da nemici;
laonde _exercitus_ designava la nazione[65], ed _exercitalis_ il libero
longobardo. Tutti questi, alla chiamata del re doveano armarsi, pena
venti soldi, neppure eccettuati i vescovi: e quando alcuni si furono
applicati a industria o a negozj, non si tennero disobbligati dal
servizio militare[66]. Conseguente era il divieto, sin capitale, di
traslocarsi fuori della propria giudicarìa, foss'anche entro i confini
del regno, se non colla propria tribù o fara[67]; giacchè la fara era
una guarnigione, e l'abbandonarla equivaleva al disertare.

Tutti poteano intervenire alle adunanze nazionali, ove i primati
discuteano sui pubblici interessi. I liberi erano pari di diritti,
senza distinzione di classi; nè di nobili troviam menzione nelle leggi
longobarde[68]: arimanni diceansi gli uomini perfettamente liberi[69],
a differenza dei censuali o _aldii_ o _coloni pagenses_, che
coltivavano la terra altrui. Lo schiavo poteva elevarsi alla condizione
di aldio, nel qual caso il padrone diventava patrono: poteva scendervi
il libero longobardo per conseguenza del giuoco o per multe ch'e' non
fosse in grado di soddisfare.

Soli liberi entrando nell'esercito, dai capi militari non dipendevano
donne, fanciulli, servi, ma rimanevano sottomessi al più prossimo
parente, o al signore che stava per essi garante. _Mundio_ chiamavasi
dai Longobardi siffatta protezione, _amundio_ chi n'era esente,
_mundwald_ chi l'esercitava sopra altri. Il mundualdo era obbligato
a difendere e proteggere il suo tutelato, e chiedere per lui
soddisfazione; e percepiva le ammende che fossero a quello devolute.

Insieme col re eran venuti altri signori, che a lui non tenevansi
inferiori se non perchè l'aveano tolto a capo, e che perciò dei
territorj conquistati occupavano una porzione da sovrani. Come si
chiamassero in longobardo nol sappiamo: in latino adottarono il nome
di _duchi_, a somiglianza di quelli istituiti da Longino; ma invece
d'essere magistrati civili e militari che amministrassero il paese
secondo leggi comuni, dominavano da padroni sul paese occupato, dal
re dipendendo solo pei delitti politici e negli affari comuni. Erano
trenta o trentasei, pari fra sè di grado[70] quantunque diversissimi
di possessi, tanto che uno estendevasi su tutto il principato di
Benevento, uno appena sull'isoletta d'Orta; ma forse abbracciavano
in origine un egual numero di famiglie longobarde. Poteano dei loro
possessi fare ogni voglia: morendo, gli succedeva il prossimo erede,
purchè in età maggiore: se avesse più figli, governavano insieme: se
nascesse disputa fra varj possessori, la decidevano gli arimanni del
duca, i quali anche poteano cacciarli[71] senza che il re intervenisse
altrimenti che come giudice supremo della nazione.

Come faceano leggi, così poteano far guerra, anche contro del re;
e delle terre che togliessero al nemico restavano padroni: se non
che il re poteva ordinare la restituzione. Per tali acquisti alcuno
ingrandì fino a sottrarsi affatto al re, come fu dei duchi di Spoleto e
Benevento; tanto che fu proibito di migrare in quelle terre, come nelle
straniere.

Dal duca dipendevano gli _scultasci_, in latino chiamati _centenarj_,
che reggevano qualche vico, menavano la gente in guerra e proferivano
i giudizj. Non subordinati, ma più ristretti d'estensione erano i
_decani_, capi di dieci o dodici fare, unite per l'amministrazione, per
la guerra, e forse per la reciproca assicurazione nei delitti: voglio
dire che di un delitto commesso da un membro erano solidali tutti,
come tutti obbligati a far vendetta dell'oltraggio sofferto da uno, e
partecipi del compenso che doveva l'offensore[72].

Questa gerarchia non vuolsi però confondere colla feudalità. Re, duchi,
arimanni tenevano le terre in possesso libero ed assoluto; e l'obbligo,
o dirò meglio il diritto del militare non traevano da questo possesso,
bensì dalla loro qualità di liberi; di modo che non sarebbe cessato nè
tampoco perdendo i possessi. Se il re o il duca affidava un proprio
fondo a qualche dipendente, era compenso di servizio, non già titolo
feudale. Talvolta il proprietario ad alcuno concedeva l'onore vita
durante, vale a dire di governare una terra appartenente al proprio
dominio, lasciandogliene godere i fondi: ma sebbene questo benefiziato
fosse tenuto alla fedeltà ed al servire coll'armi al concedente,
la condizione sua non differiva da quella degli ordinarj ufficiali
dell'esercito. Insomma duchi, scultasci, decani possedeano le terre
come uffiziali della nazione, o vogliam dire del _felicissimo esercito_
longobardo; e le divisioni in centine e decine equivalgono alle odierne
di reggimenti, battaglioni, compagnie.

La confusione dei poteri si rischiara alquanto verso i tempi di Autari,
che l'autorità regia rinforzò coll'obbligare i duchi a restituire i
beni della corona, distribuitisi durante l'interregno; ponendo patto
che non sariano spossessati delle loro terre se non fosse per colpa di
fellonia, e tenendoli obbligati ad assisterlo in guerra. Veri principi,
non più semplici generali furono d'allora i re, i quali, anche per
darsi aria di successori degli antichi Cesari, presero il titolo
di _eccellentissimi Flavj_; metteano il proprio nome sulle monete e
nei pubblici atti; giudicavano nelle cause maggiori; promulgavano le
leggi, le quali sottoponeano all'approvazione dei magistrati e delle
assemblee, solo per maggior validità, non perchè il voto ne fosse
necessario a convalidarle. Una nobiltà di corte si formava coi gasindi,
i giudici, gli uffiziali, i marescialli (_marphais_), gli scudieri
(_schildpor_), i convivi del re.

Agli amplissimi poderi della regia Camera soprantendevano _gastaldi_,
muniti anche d'autorità giudiziale e militare sopra i Romani, cioè
sopra la gente vinta, e probabilmente anche sopra gli arimanni che
abitavano nel territorio a loro commesso. Alcune città formavano parte
dei possessi regj, quali Como per alcun tempo, Susa, Siena, Pistoja,
Toscanella, Arezzo, Volterra e forse Pisa. A Milano insieme col duca
sedeva il gastaldo, cred'io perchè una porzione apparteneva in dominio
al re. Nelle altre può argomentarsi che il gastaldo assicurasse le
ragioni dei liberi e i privilegi riservati a questi allorchè pattuirono
la resa; e limite della giurisdizione era quello delle diocesi[73].

Le leggi fe scrivere Rotari nel 643, non creando un codice compiuto, ma
emendando gli editti de' re predecessori, che prima per sola memoria
ed uso si conservavano; e nella dieta di Pavia li fece approvare
alla nazione longobarda. Principale compilatore ne fu Valcauso; e
incominciava: «Nel nome del Signore, principia l'Editto che rinnovai
co' miei primati e giudici, io Rotari re in nome di Dio, personaggio
eccellentissimo, XVII re della gente longobarda[74], l'anno ottavo
del mio regnare col favor di Dio, trigesimottavo dell'età, seconda
indizione, settantasei anni dopo che i Longobardi, sotto Alboino
allora regnante, assistente la divina potenza, arrivarono nella
provincia d'Italia. Dato dal palazzo di Pavia. Il tenore che segue
mostra quanto ci stesse a cuore il bene dei sudditi nostri, e massime
i continui travagli de' poveri e l'eccessivo esigersi da quelli che
hanno minor forza, i quali sappiamo che soffrono anche violenza.
Considerando perciò la misericordia di Dio, credemmo necessario
correggere la presente, e comporre una legge che tutte le precedenti
rimova (o rinnovi) ed emendi, aggiunga quel che manca, tolga il
superfluo; e raccorla in un volume, affinchè ciascuno, salva la legge
e la giustizia, possa vivere quieto, affaticarsi contro i nemici, e
difendere sè e i confini suoi».

E conchiudeva: «Queste disposizioni dell'Editto, che, volente e
propizio Dio e con somme vigilie rispondendo al celeste favore, noi
abbiam costituite esaminando e _remorando_ le antiche leggi de' padri
nostri che non erano scritte, e che giovano alla comune utilità di
tutta la nostra gente, col consiglio e il consenso de' primati, de'
giudici, di tutto il felicissimo esercito nostro, comandammo fossero
scritte in questa carta, disponendo che le liti già definite non si
cambiino; se non ancora finite o non cominciate, secondo questo Editto
vengano risolte. Al quale provvedemmo d'aggiungere ciò che potessimo
rammemorare delle antiche leggi de' Longobardi, per sottile indagine
fatta da noi stessi o dagli anziani».

Delle trecennovanta leggi di Rotari, centottantadue sono criminali, tre
concernono la religione, diciassette lo stato legale de' cittadini,
dei servi, degli stranieri, diciotto le dignità e la casa del re,
sette la milizia e la sicurezza dello Stato, quindici la sicurezza
interna, due l'agricoltura e il commercio, quattordici la caccia e
la pesca, cinquantaquattro la polizia urbana e rurale, ventiquattro
l'ordine giudiziario: restano cinquantaquattro leggi civili, di cui
diciannove guardano alle persone, le altre alle cose. Altre ne pubblicò
poi Liutprando, di sentimento molto più civile, «coll'assistenza de'
giudici e di tutto il popolo». Altre ancora Astolfo e i re successivi.

Sono dunque d'età diversissima; del che poco si ricordarono quelli che
se ne valsero a descrivere la civiltà longobarda. Nelle primitive,
di romano non si trova forse altro che la menzione del peculio
castrense e quasicastrense, le tre cause del diseredare, e la
divisione dell'eredità in oncie[75]; di religione non si parla, poco
di disciplina ecclesiastica; e v'abbondano parole longobarde a spiegare
gli usi de' vincitori, da cui e per cui soltanto sono dettate[76].

In quelle dei successivi re, e principalmente di Liutprando, crescono
le reminiscenze romane: l'emancipazione degli schiavi in chiesa, la
prescrizione trentennaria per legittimare la proprietà e i diritti,
l'impedire si vendano i beni de' minori fuorchè in estrema necessità e
coll'autorizzazione del giudice, la meglio stabilita successione delle
donne, l'adozione de' figliuoli, il diritto di testare allargato, il
separare l'usufrutto dalla proprietà nella donazione, l'appello.

Primo diritto e fondamento degli altri era la faida. E perchè all'erede
correva obbligo di sostenere quella del defunto sin al settimo grado,
rimanevano escluse dall'eredità le femmine come inette alle armi,
finchè non intervenne l'equità alla romana. Il Governo assodandosi
tentò mettere qualche regola a tali vendette, e sostituire l'azione
giuridica; ma non le tolse mai.

I tribunali, istituiti a proteggere la proprietà e la vita, erano, come
tutt'il resto, ordinati alla militare, semplici, spicciativi. Quattro
giorni per terminare la lite davanti agli scultasci; sei davanti ai
giudici maggiori; dodici per recarla al supremo giudizio del re[77].
Non si accettavano avvocati.

Qualunque litigio nascesse fra i membri della centuria o della decania,
piativasi avanti al capo, che ne riscoteva le multe. In affari
rilevanti l'assemblea della centuria giudicava sotto la presidenza
dello scultascio; o, per non raccogliere tutti, sceglievansi dieci
_buoni uomini_, cioè perfetti Longobardi, che sotto giuramento
esaminavano il fatto, rimettendo al magistrato l'applicazion della
pena[78]. D'uffizio si procedeva nei casi ove il fisco partecipasse
alla multa: negli altri voleasi l'istanza dell'offeso o del suo erede.
Ai magistrati era permesso ricevere donativi, cioè forse sportule,
purchè n'avesse sua parte il re.

Nelle liti civili, semplicissime erano le formole prescritte:

— Pietro, Martino ti cita, perchè tu con mal ordine tieni una terra,
posta nel tal luogo.

— Per successione di mio padre quella terra è mia propria.

— A lui non devi succedere, perchè ti generò da un'aldia.

— Sì, ma la manomise, come è scritto, e la prese a moglie». Provi o
perda[79].

Per un caso criminale: — Pietro, Martino ti cita perchè uccidesti
Donato suo fratello a torto». Se egli dica — Fu romano, non deve
rispondere a te, o lo provi o risponda»[80].

Ognuno dovea comparire in persona: agli orfani, alle vedove, a
chi facesse constare della propria insufficienza, permettente il
re deputavasi un avvocato. Prove positive porgevano gl'istromenti
scritti, i testimonj giurati e la prescrizione; se non ne risultasse
lume, spesso rimettevasi la decisione al duello. Il falso testimonio
condannavasi ad un compenso, di cui il principe toccava metà, metà la
parte lesa; e se fosse impotente a pagarlo, si dava schiavo all'offeso.
Il tempo della prescrizione fu da Rotari fissato a cinque anni: e
nascendo contrasto, si dovesse sostenere con duello o giuramento[81];
Grimoaldo lo prolungò a trenta[82], e varie modificazioni vi
s'introdussero dappoi.

Quanto a' criminali, l'arresto del reo si faceva dai decani o
saltarj, che lo traduceano allo scultascio, e questi lo consegnava al
giudice[83]. Il malfattore scoperto in casa, poteva essere arrestato
da chicchefosse, ed anche ucciso[84]. Se alcuno legasse un libero
senz'ordine del re o buona ragione, dovea dargli due parti del prezzo
di sua vita[85]. Il giudice interroga il reo; se non si purga, lo
condanna: non accade menzione di tortura. I beni dei condannati passano
ai figliuoli. La negligenza de' giudici v'è punita ora con multe
da dividere tra il fisco e la parte danneggiata, ora coll'obbligo
di pagare del suo al chieditore il credito per cui aveva portato
istanza[86].

Male sono determinate le competenze dei varj tribunali, e troppo
frequente il ricorso al trono; nè fissato un termine, dopo il quale
fosse imposto silenzio ai litiganti. Una legge di Carlo Magno,
soggiunta alle longobarde, comanda che i giudici si mettano a tribunale
digiuni: ma anzichè segno d'abituale intemperanza de' Longobardi,
forse non è che un'allusione scritturale[87]; se pur non era un modo
d'obbligare alla pronta decisione; come oggi ancora i giurati inglesi
non possono prender cibo prima di avere proferito.

Dove bisognava convincere non un giudice o un tribunale ma tutto il
popolo, la realtà del fatto e la colpabilità del convenuto doveano
esser discusse in ben altri modi dei nostri; e fra le prove le più
caratteristiche erano i congiuratori, l'ordalia, il duello.

L'accusato compariva con un numero d'amici e parenti, i quali giuravano
lui esser mondo della datagli imputazione, ovvero che essi prestavano
intera fede al giuramento proferito da esso. Non si trattava di
vagliar la cosa, di fare indagini e interrogatorj; giuravano e tanto
bastava: uno era innocente se un'accolta di liberi fosse disposta a
sostenerlo tale colla sua parola e col suo ferro. Rotari ingiunse che,
nelle cause eccedenti il valore di venti soldi, il petente giurasse
con dodici sacramentali; sei nominati da esso, uno dal convenuto,
cinque da lor due d'accordo[88]: ma altre volte salivano a venti,
cinquanta, settantadue e più, secondo il grado del reo e la gravezza
dell'imputazione. Il primo sacramentale, fra i Longobardi, posava
la mano sulla cosa sacra; il secondo la sua su quella del primo,
e così via gli altri; a tutte sovrapposta la sua, il convenuto in
tale atto proferiva il giuramento. Frequente è ammesso nelle loro
leggi il giuramento qual prova decisiva in cause civili e criminali:
«L'accusata d'adulterio si purghi con dodici sacramentali, e il marito
la riceva»[89]. La qual prova fu anche dalla Chiesa sanzionata con
preci, benedizioni, reliquie: talvolta davasi il giuramento sull'ostia
consacrata, dimezzandola fra l'attore e l'accusato.

Con modi più spettacolosi chiamavasi il cielo a testimonio ne' _giudizj
di Dio_. Era pur questa una tradizione pagana[90], avvalorata dai
miracoli, dai quali nel vecchio e nel nuovo Testamento fu confermata
la verità; sicchè si venne a pretendere che Dio, ogni qualvolta fosse
invocato, ne operasse uno per francheggiare l'innocenza, non dovendo
egli comportare il trionfo del ribaldo: quando egli avesse parlato
coi fatti, la società rimaneva convinta. Talora i due attori stavano a
braccia levate finchè si cantasse una messa o un officio, e deteriorava
la sua causa quello che le lasciasse per istracco cascare. Talaltra
inghiottivano entrambi un morso di pane e cacio benedetto, persuasi che
al reo si fermerebbe nella strozza. Altri, e massime donne imputate
di maliarde, erano gettate al fiume, considerandosi colpevoli se
galleggiassero. Più consuete tornavano le prove dell'acqua e del ferro
rovente: in una caldaja bollente ponevasi una palla, e l'accusato dovea
trarnela colla mano ignuda; ovvero maneggiare un ferro arroventato,
o camminare scalzo sopra sbarre infocate; suggellavasi un sacchetto
attorno ai piedi o al braccio, e aperti dopo tre giorni, se non vi
apparisse lesione, egli era mandato assolto.

Volta fu che con grande solennità s'accesero due roghi tra sè
vicinissimi, e i contrastanti od i campioni passarono di mezzo
a quelli, restando la ragione a chi uscì illeso. Carlo Magno in
testamento ordinò che, qual controversia nascesse tra' suoi figliuoli,
fosse decisa col giudizio della croce. Volendo rifarsi le mura di
Verona per ischermirla dalle correrie degli Ungari, si disputò se
al clero toccasse fabbricarne un terzo o un quarto; ed un campione
che tenne alte le braccia per tutto il passio di san Matteo, diede
il miglior partito agli ecclesiastici. Giovanni detto Igneo, e prete
Liprando convinsero di simonia l'arcivescovo di Firenze e quel di
Milano col passare intatti fra due roghi. A questa prova vennero spesso
sottoposte le reliquie, e furono viste balzare illese dalle fiamme:
come i messali ambrosiani quando Carlo Magno voleva abrogare quel rito.
Tali prove durarono tutto il medioevo; la Chiesa le accompagnò con
riti e preghiere; e sebbene sempre v'avesse chi le disapprovò, talmente
s'accordavano coi tempi, che difficilissimo fu l'abolirle.

E più difficile estirpare il duello, altro modo di sostituire forme
legali alla vendetta personale, obbligando l'offeso a certe regole
nella guerra contro l'offensore. I codici dovettero occuparsi a lungo
di questa trasformazione dell'ostilità privata, per assegnare quali
persone potessero esibir il duello, quali accettarlo, in che casi, con
che regole. Donne, fanciulli, sacerdoti ne andavano esenti, e in nome
loro lo sostenevano campioni prezzolati, tenuti a vile dall'opinione
e dalle leggi; mentre, era pregiato chi assumesse quest'uffizio per
generosità. Virtù prima non era il valore? il mancarne doveva denotare
malvagità. Eppure già Teodorico, o Cassiodoro a nome di lui, scriveva
agli abitanti della Pannonia: — Che giova all'uomo aver la lingua,
s'egli tratta sua causa a mano armata? ove sarà la pace, se sotto la
civiltà si combatte? Imitate i Goti nostri, che appresero ad esercitar
fuori le battaglie, dentro la modestia»[91]. I Longobardi ammisero il
giudizio del duello; e Liutprando; sebbene lo confessasse assurdo, non
ardiva vietarlo come troppo radicato negli usi di sua gente[92].

Quando la feudalità sfrantumò le primitive colleganze di tribù,
dileguossi il sistema de' compurgatori, mentre crebbe il duello
giudiziario, meglio appropriato a persone tutt'armi; nè la Chiesa
riuscì mai a svellere questo diritto della forza. Nel 962 Ottone
il Grande, attesa la facilità degli spergiuri, consultò il concilio
Romano se non tornasse meglio ricorrere più di frequente al duello
giudiziario. Nulla decise il pontefice: onde esso imperatore,
nel 967, propose alla dieta longobarda in Verona, fossero casi di
duello giudiziario il dichiarare falsa una scrittura, disputare
sull'investitura d'un fondo, asserire d'aver per forza sottoscritto ad
un obbligo concernente una terra, sofferto un furto di oltre sei soldi;
negare il deposito, o che uno fosse entrato servo d'un altro. Ogni
libero combattesse in persona; le chiese e le vedove per mezzo d'un
avvocato[93].

Siffatte erano le procedure sotto i Longobardi. Le pene si appoggiavano
sul diritto di venire a componimento; i liberi potendo soddisfare
a danaro fin l'omicidio premeditato e l'invasione armata[94].
Tali compensi (_guidrigildi_) erano regolati secondo le prische
consuetudini (_cadarfrede_); sicchè la loro estimazione commettevasi
ai giudici: ma Liutprando restrinse questo arbitrio ponendo alcune
tasse certe. Fondavansi esse sopra un'altra ingiustizia, qual era la
differenza fra uomo e uomo: giacchè non si badava all'intenzione o
alla moralità, bensì a riparare l'oltraggiato in misura del suo grado
e della lesione effettivamente sofferta. Pertanto è posto divario fra
l'uccisione d'un uomo o d'una donna[95]: chi ammazza un aldio altrui,
paghi sessanta soldi[96]; chi un servo rustico, sedici; chi un servo
bifolco, venti; cinquanta pel porcajo che abbia sotto di sè due o tre
allievi; venticinque per gl'inferiori[97]; mentre ne vale ducento e fin
cinquecento la vita d'un libero. Tre soldi scontano l'aborto procurato
ad una cavalla o ad una serva[98]: indifferenza naturale dove la multa
compensa il danno del padrone, non l'offesa recata alla società o
all'umanità.

Le pene sono suddivise ancora non in riguardo all'effetto, ma al danno
effettivo, perciò specificato con frivolezza. Chi dà un pugno, paghi
tre soldi; sei, chi uno schiaffo. Chi ferisce nel capo, se intacca
solo la cuticagna, sei; se due ferite, dodici; se tre, diciotto; le
di più non si contano. Se frange un osso, soldi dodici; se due, il
doppio; il triplo se tre o più: però se l'osso sia tale che possa
dar suono lanciandolo contro lo scudo alla distanza di dodici piedi,
misura d'un uomo ordinario. Chi fenda il labbro sedici soldi; venti se
resta scoperto un dente o due o più: se rompe un dente di quei che si
vedono ridendo, soldi sedici; e se più, in proporzione: pei molari,
soldi otto ciascuno. Pel pollice, un sesto del prezzo dell'offeso;
per l'indice soldi sedici; pel medio sei; per l'anulare otto; pel
mignolo tredici[99]: e tutto è variato secondo che l'offeso è libero o
no. Altre ammende erano fissate pel danno recato alle proprietà o ad
animali domestici; o pel danno da questi causato. Se molti avessero
commesso un delitto, la pena ripartivasi fra tutti.

Tante prescrizioni sfrivolite in particolarità, mostrano come di
intenti generali mancasse la legge, la quale alcuna fiata si limitava
a raccomandazioni. Chi accende il fuoco per istrada, si ricordi di
spegnerlo prima d'andarsene; chi trova una bestia selvatica o presa
alla tagliuola, o circondata da cani, e l'uccida e racconti schietto la
cosa, possa prenderne l'anca destra o sette coste[100].

Delle multe un terzo toccava ai giudici, e doppie erano quelle che si
pagavano per sentenza del re. Capitalmente si punivano, fra i delitti
privati, l'adulterio, l'uccisione del marito o del padrone; fra i
pubblici, l'introdurre il nemico nel regno o ajutarlo in qualsiasi
modo, il tener mano a un reo di morte, il rivoltarsi al capitano in
tempo di guerra, fuggire in battaglia, disertare dalla propria fara.
La pena di morte era prodigata cogli schiavi. Al falsatore di monete
e di carte amputavasi la mano[101]. Liutprando abbondò di più in pene
afflittive, come prigioni sotterranee, il tondere, il marchiare con
ferro rovente, il flagellare[102]: e questa deviazione dal guidrigildo
attesta che un nuovo diritto veniva introdotto da quel re.

Il ladro pel primo furto subisca due o tre anni di carcere sotterraneo;
e se non ha di che compensare, si consegni al derubato, che ne faccia
il suo talento: al secondo, il giudice lo tosa, batte, marchia in
fronte e in faccia: al terzo lo vende fuor di provincia[103]. Redimeasi
dunque a prezzo l'omicidio, non il furto. Vero è che Liutprando
volle che l'omicida volontario, non solo compensasse la famiglia
dell'ucciso, ma tutte le sue facoltà fossero divise fra quella e il re;
e se non bastassero al guidrigildo, fossero consegnate alla famiglia
dell'ucciso[104].

Singolarmente si volle consolidare colle minaccie il poter regio,
contrastato come succede dov'è elettivo. Morte e confisca a chi pensa
o consiglia contro la vita del re, o si avanza armatamano contro il
palazzo di lui: assolto chi uccide altri per insinuazione del re.

V'avea pene stravaganti: le donne rissose venivano decalvate e frustate
per la vicinanza: a Pavia stava eretta sul ponte una pertica con un
corbello in vetta, per tuffare nel Ticino chi avesse bestemmiato[105].

Quel rappresentare mimicamente gli atti civili, che si costumava nel
diritto patrizio romano, ricompare nelle consuetudini de' Barbari,
come consentaneo a gente che poco scriveva, e alle cui fantasie
faceva mestieri di essere scosse da effettive rappresentazioni. Per
l'emancipazione i Longobardi consegnavano al servo una freccia, atteso
che il portar armi fosse privilegio de' liberi, e susurravangli
all'orecchio alcune parole patrie[106]. Per effettive tradizioni
davasi l'investitura d'un uffizio o grado: al compratore si consegnava
un ramo, una festuca, un cespo, una zolla; e anche oggetti affatto
estranei, come un guanto, un libro[107], un cane, una coreggia, un par
di forbici, un giunco, un martello, un pallio, un lenzuolo, o marmi, o
pesci, o un'anfora d'acqua. Dopo servite alla tradizione, si foravano o
rompevano, e venivano conservate dall'investito, quasi prova dell'atto;
ond'è che spade rotte, monete forate, solfanelli e somiglianti troviamo
negli archivj; e qualche volta attaccati all'istrumento fascetti di
paglia; o capelli e barba nella cera del sigillo; o pezzi di legno e
coltelli, nel cui manico s'intagliava il nome del venditore. Altre
volte faceansi alcuni atti significativi, come stringersi la mano,
porgere il pollice destro, dare il bacio, toccare una colonna o un
corno, entrare nella porta, passeggiare sui fondi, smovere la terra,
ricever insieme la comunione. Colla spada investivasi alcun re; colla
lancia i principi longobardi; i dogi di Venezia col gonfalone; Ottone
II infeudò il contado di Bobbio all'abbate di quel monastero con un
anello d'oro. La Chiesa non ha ancora smesso di conferire le dignità
ecclesiastiche col pastorale e coll'anello; e le minori col berretto,
il calice, un candeliere, le chiavi della chiesa, il turibolo, o col
toccare la fune delle campane, od ardere un grano d'incenso, o leggere
il messale.

Tra i Longobardi non era molto praticata questa mimica giuridica; e
non di rado facevano atto scritto delle vendite, specificandovi la
cosa alienata e il prezzo, aggiungendovi la garanzia, sotto la penale
del doppio: sembra però che l'attore in cause civili lasciasse in casa
del convenuto un _guadio_, cioè un anello od altro segno materiale.
Singolare ad essi era il _launechild_, compenso che il donato dava al
donatore; una veste, un pallio, un anello, un cavallo, un par di guanti
o denaro: del che ricorrono esempj fin nel xiii secolo. Da ultimo, in
luogo della veste, non faceasi che sporgerne il lembo al donatore[108].

Non v'era diritto di testamento in origine, ma distribuivansi le
eredità secondo le generazioni, esclusi i collaterali. In primo ordine
erano i figliuoli e i nipoti per rappresentanza; in secondo le figlie
a parti eguali, e in difetto di figlie le sorelle e le zie non ancora
maritate: in tal caso i parenti, e in loro mancanza il re, prelevavano
un sesto. Seguivano i parenti prossimi, senza distinzione di linee nè
di sesso, fin al settimo grado; dopo il quale sottentrava il re[109].
I figli sono chiamati in egual porzione all'asse del padre, che può
privarneli solo nel caso che l'avessero battuto o minacciato nella
vita, o tentato la matrigna[110]. Il bastardo non è erede: ma ai figli
naturali tocca la metà della legittima se il padre lasciò figlio; se
no, un terzo dell'asse. Non si conoscono fedecommessi. Chi, in difetto
di prole, volesse disporre di sue facoltà, dovea farlo per contratto
(_thinx_), proferendone da vivo una promessa pubblica, che equivalga
all'adozione: e il donato doveva accettare dando il launechildo.

Sparendo l'obbligo della vendetta domestica, il diritto ereditario
dovette modificarsi, e Liutprando permise testare, non solo a pro
dell'anima, ma anche per prediligere uno de' figliuoli; la sorte del
quale poteva dal padre essere migliorata d'un terzo se n'avesse due,
d'un quarto se tre, e così in proporzione[111]: ma ciò non avea luogo
coi nati da secondo letto, viva la madre. Poteasi anche favorire la
figliuola.

Dagli antichi Germani deducono alcuni il rispetto onde la società
moderna, a differenza dell'antica, riguarda le donne. Per verità le
leggi longobarde ci danno poco argomento di delicatezza verso di esse,
contandole solo come fattrici di guerrieri: e l'uccidere una quand'è
atta a figliare, scontasi con seicento soldi; con ducento, se prima o
dopo l'età nubile. Nuove però sono le leggi introdotte dal pudore in
quel codice, tanto precise, che spesso il ledono per proteggerlo. Il
libero che preme il dito d'una libera, sborsi seicento denari; doppio,
se il braccio; se sopra il gomito, millequattrocento; milleottocento
se il petto. Chi per istrada tenti una libera, componga in novecento
soldi; altrettanto chi sforza una donna a sposarlo; multato chi
tarda due anni a menarla dopo gli sponsali. Gli adulteri possono
essere uccisi dall'oltraggiato qualora non siano puniti dalla legge;
nè francheggiano la peccatrice il consenso o il comando del marito.
Nefario è chi dica meretrice o strega ad una libera; giuri su venti
testimonj averlo fatto per impeto di collera, e compensi in venti
soldi, o sostenga il suo detto col duello; nel quale se soccomba, paghi
la multa impostagli dal giudice[112].

La donna non usciva mai del mundio; tutelata dal padre, dallo zio o
dal fratello, sinchè _in capelli_, cioè fanciulla; poi dal marito;
e vedova, dal più prossimo a questo[113]. Qualora la donna non
avesse consanguinei, o dopo vedova si fosse riscossa dalla tutela
col restituire metà della dote, o il tutore l'avesse accusata
d'impudicizia, o voluto costringerla a nozze sgradite o prima de'
dodici anni, o attentato alla vita e all'onore di essa, o chiamata
strega, ponevasi sotto il mundio del re, il cui gastaldo percepiva il
prezzo se si maritasse, e porzione dell'eredità se morisse. Perchè i
mondualdi non abusassero della debolezza del sesso, Liutprando statuì
che, quando una donna vendesse alcun suo possedimento coll'assenso
del marito, intervenissero al contratto due o tre parenti di essa per
cansare ogni frode o violenza[114].

Il mondualdo vendeva la donna al marito, il quale così diventava erede
di essa, e percepiva le tasse inflitte a chi la offendesse. Dote
propriamente non era costituita ma ne tenevano vece il _faderfio_,
il _mefio_ e il morghengabio. Il primo significa eredità paterna
(_vater-erde_), e davasi dal genitore e dai fratelli a piacer loro alla
sposa, per quetarla d'ogni pretensione al retaggio. Il mefio (_medio,
metà_) era un libero donativo del marito avanti le nozze, consistente
per lo più in campi o servi; diverso dal mundio, prezzo stipulato
per ottenere la tutela della donna, e che davasi al mundualdo.
Questo talora giungeva sino a venti soldi; ma Liutprando limitollo
a tre[115], mentre egli medesimo restrinse il mefio a quattrocento
denari pei giudici ed altri magnati, trecento pei nobili, gli altri
quel di meno che volessero. Il morghengabio, o dono mattutino, facevasi
dallo sposo dopo la prima notte: ma poichè i primi trasporti recavano
taluni a donare fin l'intiera facoltà, e questa rimaneva alla donna se
sopravvivesse, Liutprando sancì che lo sposo non potesse obbligare più
d'un quarto dell'aver suo[116], e vietò il far altri regali oltre i
predetti.

I Longobardi non permettevano le nozze alle donne avanti dodici anni,
quattordici ai maschi, nè in generale fra età sproporzionate: contratte
più non si scindevano. Per quanto il marito bazzicasse altre donne,
la moglie non poteva dargli querela; ma se ella peccasse, restava
abbandonata alla vendetta del consorte come il seduttore. Che in
questi fatti poco migliorassero i Longobardi in Italia, lo rivela la
lunga legge di Liutprando contro i connubj criminosi; un'altra contro
i mezzani e i mariti che vendono le proprie mogli, e le monache che
prendano marito[117].

Il punto d'onore, qualità che i moderni distingue dagli antichi, si
rivela ne' castighi apposti a ingiuriose parole. Chi dice infame a un
altro, paghi cenventi denari; chi vile, il doppio; se spia, seicento;
la donna che chiami bagascia un'altra senza poterlo provare, soldi
quarantacinque; il tutore che dica villania alla sua tutelata, ne perda
il mundualdo.

Cogli schiavi la legge di Rotari è fiera quanto la romana,
pareggiandoli a cose; ma poi anche i Longobardi tolsero al padrone
l'arbitrio sulla vita di quelli, eccetto i casi determinati dalla
legge. Il padrone che adultera con un'aldia, perde ogni ragione su
lei e sul marito; chi sforza la fidanzata d'un servo, paga la pena
allo sposo, il quale può anche sul fatto uccider lei e il corruttore.
L'offesa ai servi vale un quarto di quella ai liberi: chi prende per
la barba o pei capelli un rustico altrui, gli paghi un soldo: il servo
battuto dal padrone per essersi richiamato contro di lui, rimane
franco. Se ad uno schiavo rifuggito in chiesa il padrone promette
sicurtà, poi non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone
disposto a dare la libertà venga a morte, lo schiavo rimane libero
senza pur pagare il compenso, «massima lode a noi sembrando (dice
Astolfo) se dal servigio traggansi gli schiavi a libertà, perchè il
Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà»[118].

Queste leggi, da chi giudicate pessime, da chi stupende, secondo il
vario punto di vista[119], sopravvissero lungamente nelle consuetudini
italiane[120], ed offrono il migliore ritratto de' costumi de'
Longobardi. Il vederle dettate in latino, benchè concernessero solo i
vincitori, mostra come questi fossero digiuni di lettere a segno di
dover valersi dei nostri per compilarle. Ma i nostri pure dovevano
aver perduto ogni tradizione elevata di ragione giuridica, poichè
non seppero appoggiarsi sovra punti complessivi, e provvidero a casi
particolari con una minuzia fin puerile.

Gente che si spicca dalla patria, perde gran parte degli affetti più
teneri e morali: or chi vorrà credere alla vantata bontà e costumatezza
di Barbari, mescolati di genti diverse, e sì tenuemente legati al
loro capo? I nostri padroni rozzamente abitavano; e gli _armadj_ ove
riponevano le armi, e le _banche_ da cui presero nome i banchetti,
erano tagliati grossolanamente. Semplici nel vivere ordinario,
sfoggiavano ne' conviti, ove l'ilarità era stimolata dal vino, bevuto
in giro dal corno dorato o talvolta dai cranj de' vinti nemici; e
l'eroismo da giuochi scenici o da bardi che cantavano le imprese di
Teodorico o d'Alboino. La scipita, eppur da tutti letta istoria di
Bertoldo, d'origine antica e tedesca[121], ci fa vedere Alboino nella
regale Pavia piacersi de' buffoni. I giojelli da Agilulfo e Teodolinda
regalati al San Giovanni di Monza chiariscono com'essi sapessero
largheggiare: ma un bastone a oro e argento da re Cuniberto regalato
al grammatico Felice[122], è l'unico favore che leggiamo concesso a
letterati da Longobardi; e forse Rachis tenne in palazzo una scuola,
dalla quale uscì Paolo Diacono[123]. Dopo le prime devastazioni, molti
di quei re fecero anche fabbricare, massimamente chiese e monasteri,
e credesi vederne a Pavia e a Brescia, certamente a Lucca. Nel San
Giovanni di Monza erano ritratte le geste dei Longobardi; i quali vi
comparivano colle prolisse vesti di lino a lembi di color vario; le
gambe ravvolte in una singolar foggia di usatti, e in piede calzari
sparati alla sommità del pollice e con legacci di cuojo, finchè vi
sostituirono gli stivali[124]; lunghe barbe, da cui forse presero
il nome; la cervice rasa fin alla nuca; davanti, la chioma prolissa
fin alla bocca con una drizzatura sulla fronte. Forse il sudiciume
manteneva fra loro una malattia cutanea, qual ella si fosse, indicata
col nome di lebbra; e chi n'era infetto veniva espulso di casa e
di città; provvedimento nulla più eccessivo dei tanti suggeriti
per pubblica sanità, se non si fosse esacerbata la condizione di
quegl'infelici col considerarli per morti, e interdirli non solo del
disporre dei proprj beni, ma fino dell'usarne al puro mantenimento.

Giungevano i Longobardi in una società corrotta dal lusso, avvilita
dalla schiavitù, pervertita dall'idolatria, senza che il cristianesimo
l'avesse ancor potuta riformare; onde ai vizj proprj aggiunsero
quelli dei vinti. Tra questa eredità gentilesca erano le pratiche
supertiziose, e assurde credenze in apparimenti di morti, patti col
diavolo, larve placabili con lustrazioni. Il legislatore rimprovera del
credere che certe donne ingojassero gli uomini[125]: ma al tempo stesso
egli proibisce ai campioni, ne' duelli giudiziarj, di portare indosso
erbe o che che altri malefizj.



CAPITOLO LXIII.

I vinti. Con che legge viveano? Quali la condizione e le arti loro?


Fin qua scrivemmo al modo de' classici, quasi unicamente guardando alla
nazione vincitrice: ma che n'era intanto dei vinti?

Il silenzio della legge mostra già come il vincitore non degnasse
occuparsi di loro: ma se non è lecito figurare che il Goto o
il Longobardo vincesse per rendere felice il Romano, sottrarlo
all'oppressura degli ultimi tempi imperiali, e, alleviatolo dalla
guerra, lasciar che nella quiete attendesse agli studj e alle arti,
non vuolsi però dimenticare che il cristianesimo non permetteva più ai
vincitori di conculcare affatto la umana natura.

Se i Barbari, dilagando sulla nostra patria, avessero scontrato tanta
patriottica ostinazione quanta Annibale o Pirro, sarebbe nata guerra
di sterminio, dove una delle parti avrebbe dovuto soccombere: qual
delle due non è difficile il prevederlo, chi avverta come la germanica
migrazione continuasse da secoli senza esaurirsi. Sarebbe dunque
avvenuto dell'Europa come più tardi dell'Asia e dell'Africa, donde
gli Arabi svelsero ogni radice dell'anteriore civiltà. All'incontro i
Barbari (eccettuiamo sempre gli Unni, che comparvero, distrussero e si
dileguarono) arrivavano in Italia già cristiani, cioè accolti in una
fratellanza che dava diritti e imponeva doveri.

Per quanto infelice fosse dunque la condizione cui trovaronsi ridotti
i vinti in Italia, non va paragonata a quella che fecero, per esempio,
all'Asia i Turchi, o all'America gli Spagnuoli. Qui, oltre il clero,
si trovavano nobili, operaj, minuti possessori, coloni e schiavi. Al
popolo basso generalmente dovette parere che i Barbari recassero un
sollievo da quella concatenata oppressione fiscale. Degli schiavi gran
parte nelle prime correrie fu rapita; ai restanti poco caleva a qual
signore servissero, fatati alla miseria. Altrettanto dicasi dei coloni,
che nulla avevano a perdere, e non di rado vantaggiavano. Della nobiltà
patrizia romana aveano già fatto sterminio gl'imperatori; allora i
Barbari l'annichilirono, giacchè, non trovandola buona ad alcuna delle
arti di cui essi aveano mestieri, non le usavano que' riguardi che
agli agricoli ed agli artigiani; sicchè della primitiva conquista
rimase levata ogni traccia. Della nobiltà nuova formatasi nelle
provincie, alcuni s'appigliarono alla fortuna de' vincitori, per trarne
qualche porzione a proprio vantaggio: i più, umiliati, scaduti dalle
dignità, spogli in parte o in tutto dei beni, sentivano repugnanza pei
conquistatori, e faceano opposizione con quel poco di potere che ad
essi era rimasto nelle curie; talvolta anche rimbalzavano contro gli
oppressori, come vedemmo tentarsi sotto i Goti; altri si ritiravano
nelle vaste e lontane tenute in mezzo a coloni e clienti, sperandosi
dimenticati.

La civiltà romana, dovunque arrivasse, si sovrapponeva alle leggi,
ai costumi, alla religione, alla lingua nazionale, per modo che pochi
secoli di dominio cancellavano quasi ogni orma delle istituzioni dei
popoli sottomessi e assimilati. I Germani al contrario, invadendo il
nostro paese, sentivano quanto una civiltà sistemata fosse superiore
ad una barbarie incomposta; sprezzavano i Romani individualmente, ma
concepivano, se non rispetto, almeno meraviglia dinanzi a quei superbi
edifizj, agli acquedotti, agli anfiteatri, alla regolare gerarchia de'
poteri. Fissandosi poi sulle terre romane, e col diventare proprietarj
acquistando relazioni più complicate e durevoli, comprendevano la
necessità di regolamenti più estesi; e poichè la legislazione romana
glieli offeriva, mentre abbattevano l'ordine politico, vagheggiavano il
sociale, ed anche mettendo al giogo i Romani, si confessavano ad essi
inferiori, e s'ingegnavano d'imitarli.

Non privavano dunque i vinti della libertà naturale riducendoli
schiavi; e talvolta neppure affatto della civile. Questo, che era
generosità rara fra gli antichi, qui veniva dall'esercitarsi i due
popoli in diverso genere d'industria; nell'armi i vincitori; i vinti
ne' campi, nelle arti, negli studj. Teodorico usò in insigni uffizj
Cassiodoro, Boezio, Simmaco; altri Barbari si valsero certo dell'opera
di Romani; e sebbene de' Longobardi non sia detto, li vediamo però
dettare le proprie leggi in latino: queste leggi modificare alla
romana; stabilire un sistema fiscale complesso, qual non avrebbero
potuto se non col sussidio de' vinti.

Nè per questo il vinto entrava nella società de' vincitori. Adoprato
per bisogno non per onoranza, rimaneva escluso dalle armi, e da ciò che
fra i Germani n'è conseguenza, la giurisdizione e l'amministrazione;
solo per grazia speciale alcuno veniva ammesso fra i vincitori,
consentendogli il titolo di convittore del re.

I beni de' natii furono divisi in ragione diversa ne' diversi paesi:
i Visigoti tolsero ai possessori due terzi dei campi, degli schiavi,
degli animali domestici e degli strumenti di lavoro[126]; i Borgognoni,
metà delle corti e dei giardini, due terzi delle terre lavorate, un
terzo degli schiavi, lasciando in comune le foreste. Gli ausiliari
degli ultimi imperatori chiesero in Italia un terzo de' terreni, e
avuto il no, deposero l'ultimo cesare d'Occidente, e ottennero da
Odoacre ciò che Augustolo avea negato. Gli Ostrogoti sopragiunti
occuparono anch'essi un terzo.

Togliere metà o un terzo dei terreni a gente decimata dalla guerra,
ed esonerarla con ciò dal tributo, che sotto i Romani esorbitava a
segno da far sovente abbandonare al fisco le tenute istesse, parrebbe
tutt'altro che abuso di brutale vincitore. Se fosse poi vero che il
Germano, indocile alla fatica dei campi, non esigesse che il terzo
dei frutti, sarebbe un sistema più mite di quanto si pratica oggi
nella nostra campagna. Ma una partigione fatta da conquistatori sopra
gente che non ha armi nè rappresentanza per francheggiare i proprj
diritti, può ella immaginarsi altrimenti che come una grande violenza,
esercitata parzialmente da ciascun capo nel paese o nel villaggio dove
infiggeva la sua lancia?

Inoltre, i Goti toglievano que' possessi dal pubblico dominio, o da
possedimenti privati? Se dai privati, come pare, che cosa intende
Teodorico quando asserisce un ricco Goto equivalere a un Romano
povero? Perchè gl'invasori soprarrivati occupassero i terreni stessi
dei conquistatori precedenti, converrebbe supporre i Goti tanti
appunto di numero, quanti gli Eruli e i Turcilingi d'Odoacre; e che
avessero catasto e misuratori e una regolarità di possessi, affatto
inconciliabile colla condizione di Barbari. Poi, se al primo entrare
ciascun Barbaro diveniva possessore, come spropriava altri via via
che faceasi nuove conquiste? e se la misura non fosse stata equa, come
avrebbe potuto richiamarsene il prisco possessore? e davanti a chi? e
come tutelava egli i proprj confini? Poi delle proprietà dei Goti cosa
avvenne, quando i Greci gli ebbero vinti? e di quelle dei tanti caduti
in guerra sì micidiale? Può mai immaginarsi che, fra tanto scompiglio,
venissero restituiti ai primi signori? Potrebbesi credere che cadessero
al fisco; ma nella prammatica di Giustiniano non v'ha motto di oggetto
sì rilevante.

I Longobardi occupano essi pure un terzo, ma in peggior ragione:
poichè, se i Goti contribuivano alle spese della coltura ne' campi
invasi, questi levavano un terzo lordo dei frutti, modo di costringere
i più a ridursi servi, se già nol fossero per sistema.

E qui si presenta una controversia famosa sulla bontà de' Longobardi.
Il terrore chiamava torrenti e diluvj le invasioni; la compassione
esagerava gli sterminj, tanto che papa Gregorio Magno dice, l'umana
stirpe, folta in Italia come campo di biada, restò allora guasta ed
uccisa, e tutto il paese converso in deserto, popolato solo di fiere.
Noi sappiamo storicamente che la popolazione dell'Italia ancora
romana era tutt'altro che numerosa; oltre che un fiero contagio l'avea
desolata poco prima dell'arrivo de' Longobardi[127]. Per quante poi
sieno le violenze particolari, v'è poca ragione di credere a uno
sterminio sistematico, dal quale al vincitore non sarebbe derivata
altra conseguenza, che di ridurre incolte le campagne.

Tutt'al contrario Paolo Diacono, longobardo e che de' Longobardi
scriveva quando n'era appena caduto il regno, sicchè la compassione
li faceva rimpiangere e il lodarli sapeva di generosità, non trova
espressioni bastanti a loro encomio: «nessuna violenza accadeva,
nessun'insidia tendevasi; non era chi angariasse o spogliasse altrui
ingiustamente; non furti, non ladronecci; ciascuno andava senza paura
ove gli talentasse»[128].

Se i conquistatori, e massime nei primi momenti, rechino tali
beatitudini, lo dica chi ha occhi. E se Cicerone, proclamando i doveri
della giustizia nel secol d'oro di Roma, stabilisce che coi soggiogati
bisogna adoprare fierezza come coi servi[129], aspetteremo noi tanta
umanità nei Barbari, che pur spropriarono i natii? Fosse anche vera,
quella pittura sarebbe a riferirsi solo al vincitore; non altrimenti da
quando i Romani antichi vantavano che nessuno poteva esser torturato e
ucciso senza regolari giudizj, mentre stavano all'arbitrio de' padroni
e de' magistrati tanti milioni di provinciali e di schiavi.

Lo storico medesimo, quando dal fraseggiar retorico viene ai fatti,
racconta che Clefi distrusse la nobiltà, lo che significa i possessori;
e che, «sotto i trenta duchi, molti nobili Romani furono uccisi
per cupidigia, gli altri partiti fra gli ospiti in modo da divenire
tributarj, pagando un terzo de' frutti; spoglie le chiese, trucidati i
sacerdoti, sovverse le città, sterminata la popolazione»[130].

A questo strazio fu dunque mandato il fiore della gente italica.
Pertanto, comunque andasse il fatto nei primi momenti, in appresso i
soggiogati ebbero, non soltanto a dimezzar le terre d'ogni circondario,
come avevano fatto cogli _ospiti_ Eruli o Goti, per costituirne
le corti signorili e libere; ma furono spossessati, e costretti a
dare il terzo del ricolto; e non più allo Stato, ma a ciascuno de'
Longobardi, cui ciascun Romano era toccato. Ridotti ad _aldj_, cioè
manenti o terziatori o coloni, in somma tributarj, la qual condizione
era per essenza opposta a quella di libero, più non possedevano che
precariamente, non potevano sposar donna libera, non militare, non
procedere ne' tribunali; chè tanto importava pei Barbari la parola
tributario. Nelle altre conquiste i beni delle chiese restarono
intatti: ma i Longobardi, essendo eretici, non rispettavano il clero
cattolico[131].

Questo totale spossessamento de' nobili, cioè de' possidenti, senza
ambiguità asserito dal panegirista de' Longobardi, vien negato da
taluni perchè in Gregorio Magno ricorre menzione dei nobili di Milano e
d'altre città[132]. Ma oltrechè la curia romana seguiva nelle lettere
le formole consuete[133], anche quando aveano perduto il senso,
quel pontefice non riconosceva l'occupazione de' Longobardi nè lo
spogliamento de' vinti; onde operava siccome una cancelleria de' giorni
nostri che continuasse a salutare per regia la stronizzata stirpe de'
Borboni; o siccome essa curia romana, che fin oggi nomina i vescovi
d'Antiochia o di Laodicea.

Allegasi pure una Teodota, di _stirpe senatoria_, la quale non potè
sottrarsi alla libidine di re Cuniberto, e pianse il rapitole fiore nel
monastero di santa Maria della Posterla a Pavia. Poi, al cessare della
dominazione straniera, compajono ricchi possessori viventi con legge
romana, cioè d'origine italica.

Vogliasi però riflettere che, anche dai paesi occupati alla prima
invasione, molti natii rifuggirono alle isole, sulle coste, fra
i monti; e prima d'uscirne poterono patteggiare coi vincitori,
conservando titoli e possedimenti. Più dovette ciò frequentare nelle
terre assoggettate in tempi successivi, quando i Longobardi avevano
deposto la primitiva fierezza; e i natii nell'arrendersi poterono
riservarsi parte degli antichi diritti. Altri ancora si vennero a
piantare sulle conquiste longobardiche da terre che mai non erano state
soggiogate, massime dappoichè i dominatori si mansuefecero, e che la
dominazione passò ai Franchi. Tali accidenti bastano a spiegare la
menzione che accade di gente romana, di nobili, di senatori: il qual
titolo ad ogni modo poteva indicare soltanto un grado personale, non
mai di origine.

Nessuna dunque, o poca gente libera rimaneva sulla campagna occupata,
mutandosi i possessori in coloni, e i lavoratori in servi della gleba.
Numero maggiore di liberi sopraviveva nelle città, dove, essendo
divisi in scuole d'artigiani, non cadeano spicciolati in dominazione
di particolari, ma in masse numerose erano distribuiti a duchi e re.
Al possessore d'un campo, che caleva di conservare gli uomini a quello
affissi? morendo essi, rimaneva il fondo[134], e si poteano trovargli
altri cultori; mentre il perdersi degli artigiani deteriorava ed anche
distruggeva il frutto che ne traeva il vincitore cui erano tocchi
in sorte. Egli dovea dunque far opera di conservarli: pure nulla
ne sappiamo di positivo, se non forse che gli abitanti della città
furono gravati di doppia imposta, cioè una diretta (_salutes_) ed una
sull'industria[135].

Certo è che di questa gente vinta non parlano mai le leggi longobarde:
silenzio ingiurioso, eppure da questo volle alcuno argomentare che i
Longobardi la lasciassero vivere coll'antica legge patria. Di fatto,
tra alcuni germanici conquistatori troviamo che la legislazione non
riguardava tutti coloro che abitassero una regione, ma seguiva la
persona: e mentre oggi, chiunque si stabilisce in un paese, sottopone
sè e l'aver suo alle leggi da cui quello è regolato, poca o nessuna
differenza intercedendo da cittadini a forestieri[136]; allora, al
contrario, la legge patria serbavasi dall'uomo libero, dovunque egli
si trovasse. Tale uso dovette introdursi dai Germani sol quando si
sparsero sulle terre conquistate; giacchè sul territorio medesimo
trovandosi unite differenti schiatte pel solo accidente dell'essersi
drizzate alla medesima impresa, non v'era motivo perchè una stirpe
dovesse rinunziare alle consuetudini degli avi, e sottomettersi a
quelle d'un'altra. Prova ne sia che in ciascun paese troviamo ammesse
tante leggi, quanti erano i popoli invasori.

Così non pare costumassero i Longobardi: anzi talmente furono
intolleranti d'ogni altro diritto dopo invasa l'Italia, che obbligarono
a partirsene i Sassoni ausiliarj, perchè non vollero acconciarsi
all'unità[137]; Rotari impone espresso che «se qualche Romano venga da
paesi forestieri, s'uniformi alla legge longobarda, salvo se altrimenti
impetri dalla clemenza del re».

Questo cenno non concerne il popolo vinto, ma chi veniva di fuori;
e indica che il privilegio non era inusato. Coll'andare del tempo
si moltiplicarono i contatti degli invasori coi popoli rimasti; i
Longobardi rimisero della primitiva ferità, massime dopo convertiti al
cattolicismo; onde allora fu forse consentito ad alcuno avveniticcio
di conservare la legge nazionale[138]. Quando poi nel paese nostro si
assisero i Franchi e Tedeschi, ognuno conservava il proprio diritto;
dal che nasceva grande varietà, e per conseguenza ne' contratti
o giudizj si specificava sotto quale vivessero i contraenti o i
giudicati. Da ciò le così dette _professioni di legge_[139]: sotto il
qual nome di legge non intenderei veruno speciale e prefinito corpo
di istituzioni, ma in generale il diritto, le consuetudini, annesse al
fondo che i contraenti possedevano.

Indietreggiando quest'uso ai primi tempi della conquista, alcuno asserì
che i Longobardi lasciassero in arbitrio di ciascuno lo scegliere
secondo qual legge volesse vivere. Ma qual tirannide sarebbe cotesta,
dove il vincitore permette ai vinti di entrare a parte de' suoi diritti
medesimi? di porsi, pur che lo vogliano, nella classe de' dominatori?
Poi, che cosa significherebbe cotesto vivere a legge romana? una legge
suppone uffizj e attribuzioni, che la conquista aveva cancellato.
L'essere i nostri divenuti tributarj e dipendenti da un altro popolo,
introduceva relazioni affatto nuove: come poteano quelle venir regolate
colla legge romana? come sussisteva questa, dacchè erano cessati coloro
che poteano secondo le occorrenze modificarla? Poi, è costante fra i
Barbari che la podestà giudiziale stia congiunta col militare: esclusi
i Romani da questo, come potevano quella ottenere?[140] Le pene, che
presso i Barbari si riducono per lo più a multe e composizioni, come
applicarsi al Romano, le cui leggi vanno su tutt'altro piede?

Se fosse vero che i Longobardi lasciassero la legge antica ai vinti, a
chi avrebbero questi potuto ricorrere perchè un vincitore fosse punito
dell'omicidio o d'altra violenza? se si fosse punito il Longobardo
colla multa, e il Romano con pene afflittive, non si stabiliva già
un'enorme differenza? e avrebbe potuto testar il Romano, e non il
Longobardo? sarebbe rimasta in tutela perpetua la donna longobarda, e
non quella del vinto? come risolversi le liti de' Romani per testimonj
e prove, quelle de' Longobardi per duello e per altri giudizj di Dio?
e ciò in un paese solo, sotto l'autorità di un medesimo re! Il diritto
suppone la forza di proteggerlo: e i Romani aveano da un pezzo dismesse
per uso le armi; allora gliele toglieva la costituzione de' vincitori.

Tra le leggi longobarde, una del 727 di re Liutprando stanzia che, chi
fa un contratto, dichiari secondo qual legge intenda stipulare: dal che
pure si volle argomentare restasse libera ad ognuno la scelta della
legge[141]. Ma si rifletta che, anche secondo il gius romano, v'ha
atti, la cui erezione non interessa direttamente lo Stato, e perciò i
cittadini possono in essi preferire quali formole e modi più vogliano.
Appunto simili contratti privati ha di mira Liutprando quando ordina
che, nel formolarli, i notari s'attengano al diritto delle parti,
senza però escludere speciali convenzioni fra esse, nè quelle regole
secondarie, da cui ciascuno può innocuamente dipartirsi. Tant'è ciò
vero, che pari facoltà non accorda pe' testamenti, attesochè questi
sono di pubblico diritto. Liutprando inoltre veniva assai dopo la
conquista, e tendeva a introdurre nel gius longobardo quanto potesse
convenirgli del romano: laonde permetteva a' suoi di ricorrere a questo
più ampio e scientifico, per via di accordi reciproci davanti a notari;
al tempo stesso faceva arbitrio ai Romani contraenti di valersi della
legge propria, anzichè della longobarda come prima sembra fossero
obbligati. È un passo verso l'eguagliamento delle due stirpi: ma
non indica in verun modo che la vinta conservasse il patrio diritto;
attesta anzi che, fin allora, si era usato il contrario.

Molto più tardi, vertendo lite fra papa Eugenio II e il popolo
di Roma, l'imperatore Lodovico il Pio mandò alla città suo figlio
Lotario, «acciocchè la pace col nuovo pontefice e col popolo romano
stabilisse e confermasse». Lotario in tale occasione emendò lo statuto
del popolo romano coll'assenso del pontefice[142]; e un capitolo
d'essa riforma ordina s'interroghi il senato e il popolo romano con
qual legge vogliono vivere, e questa si conservi, o se la violano
ne siano puniti. Ma primieramente questo è caso speciale, e non si
riferisce che a Roma e al suo ducato, non mai conquistati, ove dunque
duravano le magistrature all'antica, e sempre erasi conservata la
legge romana[143]; sicchè l'orgoglio de' Barbari non restava leso dal
dover rinunziare alla propria. Probabilmente poi fu data la scelta
per quell'unica volta, quando trattavasi di dettare una legislazione
nuova; e optato per una legge, a quella dovettero attenersi anche i
discendenti.

Sta dunque, che i vinti italiani non parteciparono al diritto
del vincitore se non taluno per privilegio: tant'è ciò vero che,
ogniqualvolta la voce de' conquistati può farsi intendere, esprime
lamento perchè non siano accomunati anche a loro i privilegi dei
dominatori. Abbiam veduto nelle legislazioni barbare alle ingiurie
o all'uccisione d'un uomo esser decretato un prezzo differente
(_guidrigildo_), secondo il grado di esso, o la maggiore o minor
parte che godeva di cittadinanza. Ne' Franchi l'uccisione d'un
cittadino scontavasi col doppio prezzo, che non quella d'un romano
possessore: ne' Ripaurj, ducento lire per un cittadino, censessanta
per un forestiero germanico, cento per un romano. È una distinzione
ingiuriosa, che però, mentre attesta l'inferiorità del vinto, mostra
che sussistevano persone romane, formanti parte dello Stato, a segno
che il legislatore dovea toglierle in contemplazione. Ma nei Longobardi
nessun guidrigildo si trova stabilito pei Romani: il che conferma
fossero ridotti alla condizione di aldj, cioè cosa di un padrone, al
quale toccava il rifacimento dei danni loro[144].

Non per clemenza dunque, ma per condanna il longobardo legislatore
avrebbe lasciato vivere il Romano secondo la propria legge; poichè così
lo privava delle cure giuridiche e di tutti i diritti annessi alla
qualità di cittadino. I Romani antichi, nulla statuendo sulle nozze
de' plebei, poi degli schiavi, le avevano in conto di meri concubinati,
spogli di civile legittimità: altrettanto era in quelle degli Italiani
sotto ai Longobardi, rispettate solo dalla Chiesa che le benedicea.
Così argomentate degli altri contratti. E se pur fosse che porzione
delle leggi romane continuasse ad aver vigore, dovette esser solo
di gius privato, non trovandosi magistrati che le applicassero, nè
sanzione.

Diverso il caso per gli ecclesiastici. Tra essi il tipo giuridico
universale prevalse in ogni tempo sopra il locale; nè le leggi
canoniche, modellate sulle romane, mettono divario di paese o di razza;
poi conservavano curie proprie, davanti alle quali essi facevano i
loro atti, dibattevano e risolvevano da sè i loro litigj, non mancando
neppure di mezzi per far eseguire le sentenze. Pure anche i cherici
seguivano forse generalmente la legge della propria nazione, e alla
romana s'attenevano solo nelle cose ecclesiastiche, e massime ne'
privilegi concessi dalle costituzioni imperiali[145]. Certo in Italia
ricorrono frequenti prove di diritto longobardo seguito da conventi
e da cherici; il privilegio dei quali consisteva forse soltanto
nel potere, se romani, dalla condizione di aldj passare a quella di
cittadini longobardi.

Però, in causa appunto di tale trascuranza de' vincitori verso i vinti,
crede alcuno che sussistesse un reggimento municipale, per quanto
alterato dall'organamento militare de' Longobardi. Ma già vedemmo a
qual nullità fossero ridotti i municipj sul fine dell'Impero, quando
la più gran cura mettevasi nel buttarsene di dosso i gravissimi pesi:
poi fondamento e scopo ne erano i tributi, e questi mutarono affatto
natura colla conquista de' Barbari. Sotto i Goti, si rammentano ancora
in Italia e curiali e magistrati conservatori della pace[146], perchè
quella gente, o per origine o per lunga convivenza, avevano adottato
assai maniere romane; in qualche formola de' Franchi vedesi alle
curie attribuito il registrare alcuni atti: ma ne' paesi sottoposti
ai Longobardi, neppur sì poco compare. Se fosse poi vero che i
vinti restassero ripartiti fra i vincitori, cessava di necessità
ogni interesse comune, fin quelle cure di ponti, di strade, di beni
pubblici, alle quali si restringe il municipio.

Ciò vale pei Romani conquistati e ripartiti. Ma mentre i Longobardi,
pochi in numero fin da principio, poi assottigliati nelle guerre
continue di due secoli, e sistemati a modo d'esercito, tenevansi
aggruppati intorno ai castellari, più confacenti all'indole loro
che non le città, la remota campagna e massime i monti restavano
alla popolazione indigena, e questa poteva aver conservato qualche
ordinamento municipale. Alla romana continuarono a regolarsi le città
a mare, e quelle dove Goti e Longobardi non penetrarono o per poco.
Quattro o cinque secoli più tardi, venne un istante che le città,
dominate o no dai Longobardi, si trovarono riunite nella lega di
Lombardia, Marca e Romagna, ed in esse apparvero forme a un bel circa
eguali di governo municipale. Ora, chi rifletta che eguali pure le
aveano allorchè furono côlte dagl'invasori, inclina a credere che anche
le soggiogate dai Longobardi mantenessero alcun modo di reggimento
municipale.

Invano però se ne cercherebbe vestigio; nè la condizione dei vinti è
possibile indagare nelle leggi che riguardano soli i vincitori, per
quanto questi fossero portati a venerare in quelli la dignità del
sacerdozio o la superiorità del sapere, e fin costretti di valersi
di loro per notari e per compilare le leggi. Chi voglia vedere il
popol nostro, lo cerchi ne' mestieri della pace e nella coltivazione
de' campi, rimasta agl'inermi. Forse, al modo che i vincitori erano
disposti per razze, così i vinti erano per _scuole_ di mestieri, tenute
solidalmente garanti del tributo che si doveva al duca o al re.

Nessuno dubiterà che il commercio non patisse fra quelle invasioni;
pure non perì affatto, tanta n'è la vitalità; tanto, più de' gravi
disastri, gli nuociono gl'improvvidi regolamenti e la sistematica
tutela. Teodorico avea procurato favorirlo, destinandovi prefetti in
Italia e giudici che spacciassero le liti tra forestieri e paesani,
riparando le strade e assicurandole da' masnadieri, allestendo fin
mille navi pel trasporto delle merci e la sicurezza delle coste, e
allettando negozianti con promesse ed immunità. L'anonimo scoperto dal
Valois riferisce di fatto che molti venivano di fuori a mercatare in
Italia; che di grani, vini, legumi vi si facea baratto: e le minute
cure prese da quel Governo, fin a tassare i prezzi delle merci[147],
manifestano economica inesperienza piuttosto che trascuranza. Neppure
sotto i Longobardi si cessò d'ogni commercio; anzi andavamo alle
fiere di Parigi, ove scontravamo mercadanti sassoni, spagnuoli,
provenzali, franchi[148]. Ben è vero che i dominatori introdussero
un impaccio, appena tollerabile alla fiacchissima servilità odierna,
cioè i passaporti di cui doveva essere munito chiunque andasse per
affari[149].

Abbiamo pure un'incidentale menzione dei _magistri comacini_,
architetti o maestri di muro, provenienti dai contorni del lago di
Como, che forse per l'abilità loro furono esentati dall'universale
ripartizione e dal tributo servile, onde rimasero eguagliati ai liberi,
e capaci di pattuire e ricever mercede, ed ebbero licenza di unirsi in
una specie di consorzio[150]. Troviamo inoltre costruttori di navigli
che re Agilufo mandò al kacano degli Avari. Di medici cade anche
frequente menzione nelle leggi, ma nulla consta del loro stato civile.
Un pittore Auriperto in Lucca, caro al re Astolfo; un Orso, che co'
suoi scolari Giovino e Gioventino scolpì due colonnette del tabernacolo
di San Giorgio in val Pulicella, sono i soli ricordi d'artisti; eppure
altri servirono ai tanti edifizj di Teodolinda e dei posteriori.

Costoro tutti noi incliniamo a credere appartenessero al popolo
vinto. Però col volger del tempo si diedero alla mercatura anche
Longobardi, giacchè le leggi d'Astolfo vogliono che i mercadanti si
tengano anch'essi allestiti d'arme e cavalli, e vietano sotto pena del
guidrigildo (pena meramente longobarda) ai mercadanti del paese di aver
affare coi Romani, cioè cogli abitanti dell'Italia non soggiogata[151].

Il popolo vinto può riscontrarsi anche nelle _gilde_, specie di
fraternite che si formavano onde soccorrersi in caso d'incendio o
d'altri sinistri, e che forse alcuna volta metteano ostacolo alla
brutale prepotenza. Singolarmente il popolo vinto sussisteva ed aveva
rappresentanza nella Chiesa, radunandosi per eleggere i vescovi[152] e
i parroci suoi, e affezionandosi ai preti e ai monaci, i quali usciti
dalla classe degli oppressi, gli oppressi proteggevano e consolavano.
Fra questi gli affari ecclesiastici si regolavano colla legge romana,
e il Longobardo li lasciava risolvere gl'interni litigi davanti alle
curie vescovili. Ora gli ecclesiastici erano fratelli, figli, congiunti
del popolo indigeno, e poteano insinuare i principj d'ordine, speciali
alla classe loro. Era tenuta per vera una costituzione di Costantino,
infirmata solo dalla più tarda critica, la quale prescriveva, se
alcuna lite fosse recata a un vescovo da una parte, l'altra parte
dovesse stare al giudizio arbitrale di questo. Il conquistatore
non la riconosceva legalmente; ma gli ecclesiastici se ne facevano
appoggio, e — Il conquistatore non vi curò? ebbene, quando insorga
dissidio fra voi, rimettetelo in noi, e coll'equità lo ragguaglieremo.
All'ordinamento del Comune, alla polizia il Longobardo non provvide?
provvedete voi, secondo le consuetudini di cui avete la tradizione.
Quest'irrequieto dominio v'interrompe ogni commercio? ebbene, un giorno
la settimana venite al convento, e lì sul sagrato raccoglietevi a
comprare e vendere, protetti dall'ecclesiastica immunità. V'insegue il
prepotente a spada nuda? dal furor suo ricoveratevi agli asili, che vi
apriamo ne' luoghi sacri. Voi, sebbene vinti, siete i buoni credenti,
mentre costoro sono ariani; voi siete i figli di Dio in cielo e del
papa in terra, il quale vi benedice, mentre riprova la _schifosissima_
e _nefandissima_ stirpe de' Longobardi».

Così intorno all'ecclesiastica, unica autorità paesana sopravissuta,
raccoglievansi le speranze e i diritti dei superstiti italiani, e
v'acquistavano qualche ordinamento. In ciò nulla v'è per certo che
indichi una città, un reggersi a Comune: ma il popolo sussiste, ed è
collegato ad una classe rispettata anche dagli invasori, e si solleverà
se mai questa arrivi ad ottenere qualche rappresentanza.

Veniva di ciò a vantaggiarsi la potenza de' vescovi, sostenitori del
partito nazionale[153]; tanto più che formavano un'unità con tutti i
vescovi d'Occidente, e ad essi dirigevansi i papi, e principalmente
Gregorio Magno. Duranti le pubbliche calamità eccitava egli i vescovi
a convertire i vincitori ariani[154]: — La fraternità vostra esorti
dappertutto i Longobardi, che, sovrastando grave mortalità, conciliino
alla vera fede i figli battezzati nell'arianismo, affine di placare la
collera dell'Onnipotente. Quanti potete, strascinate colla persuasione
alla fede retta, predicate loro senza posa l'eterna vita, acciocchè
quando comparirete al cospetto del Giudice possiate mostargli il frutto
del vostro zelo».

Scrisse anche a Magno prete milanese, confortasse clero e popolo
ad eleggere un successore al vescovo Onorato. Magno si condusse
a Roma con lettera, dov'era annunziato che i voti concorreano in
Costanzio. La lettera non era sottoscritta, perchè i cattolici temeano
compromettersi: pure il papa confermò l'eletto, dispensandolo, secondo
il privilegio della chiesa ambrosiana, dal venire a' suoi piedi per
l'ordinazione; voleva però fosse udito il parere anche dei Milanesi
rifuggiti a Genova. Assentendo questi, Costanzio fu vescovo. Lui
morto, dovea succedergli Diodato: ma poichè Agilulfo pretendea darne
un altro di sua scelta, Gregorio scrisse ai Milanesi di rimaner saldi,
ch'egli non accetterebbe mai uno prescelto da acattolici o longobardi.
— D'altra parte (soggiunge) non vi troverete a ciò ridotti dalla
necessità, attesochè i beni dei chierici che servono a sant'Ambrogio,
stanno in Sicilia e in altre parti indipendenti»[155]. Nella Chiesa
dunque erasi rifuggita la causa della libertà e della nazionalità; e ve
la troveremo gran tempo.

Allora poi che Teodolinda diede trionfo al cattolicesimo, quel che i
vescovi in prima facevano arbitrariamente fu legalmente riconosciuto,
continuando essi a decidere in affari di volontaria giurisdizione,
salvo a recar appello delle loro sentenze al re. Non acquistarono però
mai veste pubblica, nè furono ammessi alle assemblee, fin al tempo di
Carlo Magno.

Moltiplicaronsi in quel tempo i monasteri, ad alcuni dei quali, come
alle possessioni de' vescovi, fu concessa l'immunità, vale a dire
giurisdizione indipendente. E stantechè teneano sotto di sè molte
persone, coloni o dipendenti, pei quali erano obbligati dare la _vadia_
o malleveria, e in caso di delitti pagare per essi, perciò acquistavano
sopra di essi il _mundio_, tutela longobarda che così introducevasi
nella legislazione ecclesiastica. La vadia da alcuni si prestava alle
città, da altri al re; e questi erano i più stimati, sicchè l'abate
loro appena la cedeva in dignità a giudici e gastaldi. Il re stesso
talvolta esimeva alcun monastero dalla giurisdizione degli Ordinarj;
altri esentava da dazj, che così venivano a formare repubblichette
indipendenti.

Noi siamo dunque alieni da coloro che pensano, Longobardi e Romani si
fondessero in un popolo solo, d'eguali diritti politici. Qual ragione
perchè i longobardi padroni volessero rinunziare ai privilegi proprj?
L'Italia era per essi una preda, non una patria; il loro un dominio
militare, che si mantenne, non si consolidò: e stettero due secoli
sul suolo nostro, come da tanti stavano i Turchi sulla Grecia, e i
signori magiari sulla turba plebea della Pannonia. I principi loro
intitolaronsi sempre re de' Longobardi; Longobardi soli intervenivano
a sancire le leggi: le quali leggi essendo destinate unicamente ai
vincitori, convincono che mai questi andarono confusi coi vinti. Anzi,
a prevenire l'accomunamento, la legge impediva i matrimonj; nè soltanto
coi vinti, avvilimento che la legge repudiava, ma neppure coi Romani
de' paesi non soggiogati, ai quali soli io riferisco quello statuto
che, se un Romano sposa una Longobarda, questa scada dai diritti suoi,
e i figli loro restino ridotti alla legge paterna[156], cioè non godano
i privilegi della nazione dominatrice.

Pure la vita sociale non regge a canoni interamente esclusivi, nè è
mai compiutamente d'un sistema o dell'altro: ed alcuni fatti indicano
come potesse avviarsi la mistione. I Longobardi soleano arrolare negli
eserciti i servi[157]: era dunque aperta a questi, fosser anche di
gente romana, la strada al valore, e per esso a gradi, sebbene non
ai primarj. Se fosse vero che il servo redento seguisse la legge di
quel che lo aveva emancipato, sariasi avuto un altro modo pei vinti
d'entrare nella società dei vincitori: ma altrimenti va interpretato il
testo, cui appoggiano questa congettura[158].

Bensì alcuni affrancati ottenevano terre a modo di liberi livellarj,
o davansi a mestieri non servili, col che ampliavasi un terzo stato. I
membri del clero, che nelle cose ecclesiastiche seguivano i privilegi
romani, nelle civili erano pareggiati ai Longobardi, quantunque nati
romani, e godeano del guidrigildo, e potevano accertar la verità colla
punta della spada. Il Longobardo stesso s'affezionò alla sua _sorte_,
cioè al campo toccatogli; ed agli aldj affissi a questo consentì
diritti, e più tardi anche un guidrigildo, e il poter disporre del
proprio peculio. Ma se mai la repugnanza nazionale e religiosa, e la
superbia dei conquistatori lasciò qualche varco ai vinti per acquistare
i diritti dei vincitori, ciò non fu se non dopo i tempi di Liutprando,
quando un diritto men fiero erasi introdotto, arricchito dal più ampio
e scientifico che i Romani aveano tramandato, e che veniva a riportare
una vittoria intellettuale sopra quelli che coll'alabarda aveano
distrutto la romana cittadinanza.



CAPITOLO LXIV.

La Chiesa in relazione coi popoli e coi nuovi dominj. San Benedetto e i
monaci.


Il lettore ha potuto avvedersi dell'importanza che, nella civiltà
nuova, acquistava una potestà tutta morale, costituita sopra la
convinzione, la riconoscenza, il sentimento; vogliam dire la potestà
ecclesiastica. Noi dovremo lungamente occuparcene, e tanto più per la
somma parte che ebbe nelle vicende dell'Italia dove teneva la sede, e
a cui conservava quella centralità e quella supremazia, donde sarebbe
scaduta allo sfasciarsi dell'imperio romano.

I miracolosi primordj suoi, e come si fosse introdotta nel civile
ordinamento, abbiam divisato. Gl'imperatori, che fin a Graziano
seguirono a intitolarsi pontefici massimi, come tali avocarono a sè
molti diritti, che da principio la Chiesa esercitava quale società non
autorata: laonde, benchè indipendente nell'interno, nell'esteriore
essa appariva subordinata; l'imperatore interveniva a tutto; per
tutto chiedevasi il suo assenso; egli dirigere col comando o colla
raccomandazione i vescovi, egli confermarli, egli convocar concilj,
egli assistervi, egli decidere perfino delle materie in essi trattate,
e ordinare l'esecuzione dei loro decreti; talmente il Governo rimaneva
pagano anche dopo convertiti i principi. Eppure quell'assenso, questa
conferma attestavano la forza acquistata dalla Chiesa, le sue conquiste
più che la suggezione.

Poi via via che il potere temporale fiaccavasi, l'ecclesiastico
s'assodava: e collo sciogliersi dell'Impero la Chiesa occidentale,
rimasta in piedi nella ruina universale, dismesse le abitudini di
servilità e sola avendo elementi di durata nello sfasciamento di tutte
l'altre istituzioni, raddoppiò di sforzi per abolire il vecchiume
pagano e educare i popoli nuovi. Nel fervore d'una recente missione,
colla usucapione più legittima assumeva quanto era abbandonato dallo
scoraggiamento de' laici; e robusta di gioventù, salda di convinzioni,
operante su tutta la vita, prevaleva alla decrepita romana. Unico
argine al torrente della forza materiale, a questo opponeva il concetto
d'una regola, d'una legge superiore alle umane; e francheggiava la
libertà della coscienza da sorde insidie e da aperte violenze.

Qual benefizio che alcun ordine rattenesse il generale scompiglio; che
alcuno parlasse a coloro, per cui Roma non aveva avuto che insulti
e paure! Preti inermi uscivano tra quelle orde, e col battesimo
ispiravano loro qualche idea di umanità, sospendevano la scimitarra
mostrando un fratello in quello al cui capo era vibrata; senza
interesse nè speranze terrene, confortante spettacolo, si diffondeano
dappertutto, e collegavano i popoli alla Chiesa per via della carità;
parola intesa dal popolo che vi riconosce una virtù più che umana;
parola che fa amare la religione da cui è ispirata.

Il Barbaro, che gli avea veduti affrontare oscuri pericoli per
annunziargli la verità fra le selve natìe, li trovava poi dinanzi alle
città assalite per proteggerle colla croce, o accanto al prigioniero,
al ferito, all'oppresso, per alleviarne le sofferenze; gli udiva
parlare in nome di una potenza superiore agli odj e inattaccabile dalla
forza.

Nè dalla forza poteano esser domiti que' conquistatori, avvezzi a tutto
spezzare colle mazze ferrate; non poteano essere inciviliti da una
letteratura che disprezzavano o non comprendevano: ma ecco farsi loro
incontro il clero, sfolgorante della pompa che tanto può sulle rozze
fantasie, con una gerarchia salda e concorde, con una fede che non
chiedeva sottigliezze di ragionamenti, ma imponeva credenze semplici,
e restava confermata da una morale, la cui santità essi doveano
sentire anche violandola; un clero, ordine nuovo superiore, cernito
fra tutti gli altri, senza distinzione da libero a schiavo, da romano
a barbaro, che non opponeva armi ma discorsi, non irritante vilipendio
ma commoventi persuasioni, e in nome di Dio intimava cessassero di
sterminare gli uomini, perchè _guai a chi disprezza un solo de' più
piccoli!_ Mentre rialzava i vinti al cospetto de' vincitori, anche
a questo esso prestava servigi; interponevasi come mediatore utile
ad entrambe le parti; co' suoi privilegi, coi benefizj, fin colle
usurpazioni contribuiva a sminuire i dolori sulla terra, a difendere
l'uomo contro la debolezza o la passione propria, a migliorare la vita
sociale e la domestica.

Persino le pie leggende istillavano compassione e rispetto alle vite,
siccome quelle che già vedemmo relative ad Attila, Alarico, Odoacre.
I Longobardi, preso un diacono appo Nocera, il voleano scannare; ma
prete Santulo impetrò lo commettessero alla sua custodia, offrendosene
mallevadore col proprio capo. Appena vide addormentati i Longobardi,
indusse il diacono a fuggire, poi si diede spontaneo ai nemici. E
questi il condannarono a morire: ma il manigoldo restò col braccio
feritore in alto, finchè il santo istesso gliene rese il moto, dopo
fattogli giurare che mai non se ne varrebbe a dar morte a verun
cristiano. Allora i Longobardi, a gara di chi più, offrirongli bovi e
cavalli predati; ma egli: — Mi volete gratificare? datemi gli schiavi
fatti, ed io pregherò per voi»; e tutti li rimandarono seco[159]. Altra
volta l'abbate Sorano ai prigioni fatti dai Longobardi dà quanti viveri
si trova nel convento, fin gli erbaggi dell'orto; poi non avendo denari
da saziarli, è ucciso. La pietà data ai pazienti, il terrore ispirato
da que' miracoli, rabbonacciavano gli oppressori.

A petto ai nuovi regnanti la Chiesa cambiava posizione; e rimanendo
unico potere costituito dopo prostrati gli altri tutti, aveva il vigore
ed ispirava il rispetto proprio dell'ordine; ed associando le due
potenze che fondano e mantengono gli Stati, forza ed ingegno, campò
l'Italia e l'Europa da una barbarie assoluta. Attesochè agl'invasori,
padroni di tante provincie, non bastasse più l'ordine legale suggerito
dai bisogni delle piccole tribù, la Chiesa si accinse a provvederli
di un nuovo; onde poterono anche nei Governi insinuarsi le massime
evangeliche dell'amor del prossimo, dell'umana fraternità, d'una
giustizia e di una morale anteriori e superiori a qualunque diritto
positivo, dell'obbedienza che al Creatore devono e sudditi e regnanti.

Cassiodoro, a nome dei re goti, nel 534 scriveva a papa Giovanni II:
— Voi siete guardiano del popolo cristiano; voi col nome di padre ogni
cosa dirigete. Pertanto la sicurezza del popolo è in cura a voi, cui fu
dal Cielo affidata. A noi conviene custodir alcune cose, a voi tutte.
Spiritualmente pascete il gregge affidatovi, nè però potete trascurare
ciò che spetta al corpo; attesochè, constando l'uomo di doppia natura,
un buon padre le deve entrambe favorire».

Regolata la gerarchia, introdottasi nella vita civile e a parte del
potere, non fu possibile alla Chiesa mantenere la povertà di quando
vivea delle offerte recate all'altare, dividendole coi poveri. Dopo
Costantino, le società religiose poterono giuridicamente avere sode
proprietà e accettare legati; Costantino medesimo lentamente provvide
la basilica dei santi Apostoli; a molte furono assegnati i beni
che prima servivano al culto pagano; ad altre, porzione dei terreni
comunali; e siccome anticamente non faceasi testamento senza qualche
legato all'imperatore, così ogni cristiano alla Chiesa volea lasciare
un testimonio di pietà. Nè questa era sempre prudente, e alcuni
abbandonavano i parenti nel bisogno per assicurarsi i suffragi: lo
perchè Valentiniano I vietò al clero di ricevere legati da donne; poi
fu proibito a preti e monaci l'ereditare; ove san Girolamo rifletteva,
non dolersi della cosa, bensì dell'essere meritata.

Se gli ecclesiastici avessero potuto legare ai proprj parenti o
distrarre i beni ricevuti per servizio della Chiesa, i devoti sariensi
veduti costretti a sempre nuove dotazioni; perciò gl'imperatori tolsero
ai sacerdoti il disporre per testamento dei beni acquistati. Che ne
seguì? i loro possedimenti aumentarono a dismisura; ma di rimpatto le
elezioni restavano più indipendenti dai laici quando non era mestieri
vivere delle costoro limosine; oltrechè quei tesori erano un fondo per
soccorrere poveri, alzar chiese, decorare il culto, alimentare parroci
di plebi povere e remote[160].

Per lungo tempo sacerdoti e vescovi non vestivano diverso dai secolari;
tanto che sant'Ambrogio alcune volte era scambiato per suo fratello
Satiro, egli vescovo per un laico[161]. La veste talare e la cappa
che i sacerdoti conservano fin oggi, erano consuete ai filosofi e a
chi non affettava pompa; ed unico distintivo, fuor della chiesa, fu il
radersi i capelli, lasciandone solo una corona; il color nero non venne
di legge che dopo il secolo XIII. I sacerdoti furono anche schiusi da
certe professioni, indi da tutti gli impieghi secolareschi; poi più
regolarmente obbligati al celibato.

Nelle persecuzioni si sentì la necessità di rinserrare i legami; laonde
le plebi campagnuole, dirette da corepiscopi, si aggregarono a quelle
de' capoluoghi, e si formarono in diocesi. Allora, a curare le campagne
fu posto un _plebano_ o _curione_ del clero episcopale, e i vescovi
gli lasciavano le oblazioni della propria chiesa, vigilando che non le
gravasse nè distraesse.

Entrante il V secolo, Roma vantavasi possedere ventiquattro chiese
e settantasei sacerdoti: sì scarso era il clero! donde la gran cura
perchè nessuno si facesse ordinare fuor di diocesi, nè un prete
abbandonasse la sua, o viaggiasse senza dimissoria dell'Ordinario.

Nelle città comuni v'aveva una chiesa sola e una messa; due, se
soverchia l'affluenza; ma sarebbesi considerata scismatica una riunione
di fedeli senza il vescovo. Roma, e forse qualche altra gran città,
contavano più d'una parrocchia, con un prete il quale distribuiva
l'eucaristia consacrata dal vescovo; nè potea scomunicare o assolvere.
Lo sconcio di mandar attorno le sacrosante specie fece permettere la
consacrazione anche ai plebani, che infine amministrarono pure gli
altri sacramenti, eccetto l'ordine, la cresima e l'assoluzione d'alcuni
casi; regolarono tutti gl'interessi spirituali della propria chiesa; ed
essendo d'istituzione divina, non poteano rimoversi che per giuridica
sentenza.

Ordinariamente il più vecchio dicevasi arciprete, somigliante al
vicario generale d'oggi. Gli arcidiaconi, braccio destro del vescovo,
amministravano i beni della cattedrale, ne distribuivano le limosine,
presentavano gli ordinandi. Già nel IV secolo troviamo nella Chiesa
latina, diaconi, suddiaconi, acoliti, esorcisti, ostiarj: gerarchia,
nella quale si determinavano sempre meglio i doveri, gli onori e la
graduale giurisdizione.

Concentrata l'autorità ne' vescovi, questi furono obbligati alla
residenza, e a non rimanere assenti più di tre settimane; e paragonando
l'episcopato ad uno sposalizio, gli si applicò la legge del divorzio,
proibendo il mutarsi da una sede all'altra, quando nol prefiggesse il
bene universale: troncando così le brighe per posti migliori. Doveano
poi girare la diocesi, nel che univasi all'interesse delle anime
il materiale, poichè allora dalle chiese forensi raccoglievano le
oblazioni depostevi nell'annata.

Sul principio non appare gradazione tra i vescovi, dipendendo solo
dalla sede romana; poi quelli delle varie chiese cercarono forza
col sottoporsi a quello della città più illustre per martiri o per
fondazione apostolica. Egli s'intitolava metropolita o arcivescovo;
era distinto col pallio, striscia che dal collo cade sul petto e fra
le spalle; e non aveva superiorità spirituale, ma convocava a concilio
i vescovi della provincia, per ciò chiamati suffraganei; li consacrava
prima che entrassero in funzione, rivedeva le decisioni loro, vigilava
sulla fede e la disciplina di tutta la provincia.

Morto un vescovo, il metropolita destinava un sacerdote per
amministrare in sede vacante, il quale determinava un giorno in cui
si radunassero altri vescovi, alla cui presenza il clero proponeva,
e l'assemblea dei decurioni e del popolo eleggeva il successore.
La nomina non diventava legale finchè non l'avessero approvata i
suffraganei, e confermata il metropolita.

Il vescovo era di preferenza scelto fra laici o sacerdoti, battezzati e
cresciuti nella chiesa stessa, in modo ch'egli conoscesse le sue pecore
ed esse lui. Distruggere le reliquie del paganesimo e serbar intemerata
la fede, era sua suprema cura: ma la condizione dei tempi gli accollò
i pesi, a cui si sottraevano le fiaccate autorità temporali. Il vescovo
allora diviene ogni cosa: egli battezza, confessa, impone le penitenze
pubbliche e private, scomunica e ribenedice; egli visita infermi,
suffraga morti, amministra i beni del suo clero; egli s'applica alle
scienze e alla storia, pubblica trattati di teologia, di morale, di
disciplina; egli sostiene controversie con eretici e filosofi, risponde
a consulti d'altri vescovi, di chiese, di monaci, di privati; egli va
a mitigare i Barbari e gli usurpatori, o a sedere ne' concilj; egli
riscatta prigionieri, nutrica poveri, vedove, orfani, fonda ospizj
e spedali; egli fa da arbitro, da giudice di pace, da ambasciatore;
congiunge insomma il potere religioso, il filosofico, il politico.

La venerazione traeva spontaneamente le plebi alla giurisdizione
arbitrale de' vescovi, i quali consumavano intere giornate a decidere
piati, sin de' Pagani; e positiva legge imperiale ordinò ai magistrati
d'eseguire le decisioni vescovili. Queste, non facendo distinzion di
persone e disimpacciate dalle solennità giuridiche, riconducevano il
diritto alla ragione e all'equità, tenendo conto della buona fede
più che della stretta parola, de' precetti religiosi e morali più
che de' civili, e carità e verità opponendo allo spirito contenzioso.
Come patrono de' deboli, il vescovo interponeasi fra il padrone e lo
schiavo, fra il padre e i figli, rimediando alle legali iniquità. I
Governi municipali erano abbandonati dai decurioni? vescovi e sacerdoti
gli assumevano, trovandosi dovunque bisognasse vigilare, dirigere,
confortare. Onorato di Novara fortificò alcuni posti a guisa di
alloggiamenti militari, per ischermo della sua plebe, quando da Odoacre
e da Teodorico era osteggiata. Fu tratto alle chiese il privilegio che
i tempj e i sacri boschi idolatri avevano di proteggere i delinquenti.

Non era dunque l'ingerenza temporale de' sacerdoti un'usurpazione, non
la toglievano ad alcuno, non l'aveano chiesta, non vi furono destinati;
nacque il bisogno, e si trovarono pronti, dal cristianesimo traendo
e il diritto e i mezzi di far ciò che giova all'uomo. Eppure questo
è vulgare tema di declamazioni ai propugnatori di quella che chiamano
libertà delle corone. Se all'età nostra convenga mettere non solo ogni
potere, ma perfino le coscienze a disposizione di quell'ente astratto
che chiamano il Governo, lo discutano i savj, e i non savj lo imparino
dall'esperienza. La storia ci mostra che la Chiesa raccoglieva non
gli onori ma i pesi del potere, lasciati cascare dell'autorità laica;
interponendosi fra i conquistatori e i vinti, a quelli predicava la
pietà, a questi la pazienza; offriva tutori alle società rimbambite,
consiglieri alle nuove; le ultime qualità fiaccate e disperse dei
Romani fondeva insieme colle rozze e robuste de' Barbari; rimediava
ai vizj dei primi, educava la grossolanità degli altri; ritemprava la
fiacchezza degli intelletti colla severità de' suoi comandi; rannodava
le comunicazioni fra le provincie separate; e nello scompagnamento
universale ristabiliva il dogma dell'autorità, cioè d'un potere ammesso
e consentito dalle anime; mostrava un ordine stabilito, un Governo
senza violenza, un sistema unitario e repubblicano, dove la moltitudine
non divien confusione perchè ridotta a unità, nè l'unità diviene
tirannia perchè è moltitudine. Così la Chiesa si assodava come pubblica
podestà, come repubblica morale; vero Governo libero, cioè che non
sottraeva dalle regole, ma mutava la cieca sommessione in ragionevole
obbedienza, il supplizio in espiazione.

Alle maschie fantasie dei Barbari le austere virtù dei monaci
destavano ammirazione, e ispiravano alto concetto d'una religione,
capace di recare a sì grandi sacrifizj. Durante ancora l'Impero,
molti rifuggivano nella solitudine, bisogno delle anime nauseate dalla
corruzione o frante dalla tempesta, e così sottraevansi a un mondo che
non occupava la loro industria, stomacava la loro ragione, accumulava
i patimenti. Era fervore di servir Dio per Dio; non conseguenza di
calcoli o artifizj domestici, come quelli che dappoi popolarono i
monasteri d'anime annojate e mediocri; pure, tostochè la pace lasciò
intiepidire lo zelo, vi si mescolarono umane passioni; e voltate
le spalle al mondo per darsi a Dio, tornavasi da questo a quello,
brigando, scompigliando, per modo che gl'imperatori dovettero vietare
agli anacoreti di venire nelle città.

L'Occidente nostro, dedito all'operosità, non prezzò gran fatto
l'ascetica esaltazione; quegli stessi che si diedero alla vita
monastica[162], non procacciarono tanto la contemplazione e il distacco
dalla società, quanto il viver comune nella preghiera, ne' devoti
colloquj; non tanto la macerazione e il silenzio, come la discussione,
lo studio, la fratellevole operosità. In questo senso fu dettata in
Italia una regola che poi prevalse alle altre, e porse indirizzo ai
divergenti impulsi della particolare divozione od austerità.

Autore ne fu Benedetto da Norcia nello Spoletino (480). Nato
riccamente, venuto di dodici anni in Roma a studio, potè comparare
l'antica grandezza colla presente abjezione; e tediato d'un mondo
sovvertito, ricoverò di quattordici anni, colla nudrice Cirilla, in una
caverna a Subiaco, che poi col nome di Sacro Speco divenne magnifica
per edifizio e affollata per devozione. Colà mantenuto da miracoli,
ignorava persino che giorni corressero; ma ortiche e spine a fatica
mortificavano la carne ricalcitrante. Prodigi segnalarono ogni passo
del giovinetto, che acquistò nome fra' vicini pastori, indi fra'
lontani, tanto che alcuni monaci di Vicovaro il vollero per capo.
Negò egli un pezzo por mano fra i troppi bronchi di quel convento;
pure alfine accettò, e si accinse vigoroso a riformarlo (510); di che
disgustati, essi tentarono avvelenarlo nel calice, ma questo alla sua
benedizione andò a pezzi, ed egli esclamò: — Dio vel perdoni, fratelli.
Non ve lo avevo detto che non ci saremmo potuti accordare? Cercate un
superiore che meglio vi convenga»; e tornò alla solitudine di Subiaco.

Ma più non era solitudine. Da presso e da lontano, laici e sacerdoti,
villani e cittadini traevano a udirlo e consultarlo e fargli quella
riverenza che a santo; Equizio e Tertullo, nobili romani, gli mandarono
i loro figliuoli Mauro e Placido, che divennero i primi suoi discepoli;
e fondati dodici monasteri là intorno (529), ciascuno di dodici monaci,
vi faceva sperimento della regola che ideava. Qui pure bersagliato
dall'invidia, ritirossi con Placido e Mauro là dove, dalle sponde
della Melfa, Montecassino sollevasi in una delle più deliziose posture,
offrendo il prospetto delle amene valli che serpeggiano tra i selvaggi
Appennini dell'Abruzzo, finchè si dilatano nella fertile Campania.
In questo luogo di mercato (_Forum Casinum_) ancora stavano in piedi
il tempio e la statua d'Apollo; e Benedetto, estirpata l'idolatria e
raccolti nuovi discepoli, fondò un monastero sull'altura, e non men
coll'esempio degli atti che colle direzioni della prudenza vi pose in
atto la sua regola.

Parrà indegna di attento e spassionato esame questa legislazione, nuova
negli annali dell'umanità, e che operò per più tempo e su maggiori
individui che non molte altre antiche e nuove? Tutto v'è democratico,
tutto elettivo; ogni monaco salire al primo grado; acciocchè la
nascita non rechi distinzione, si dimentica pur il nome di famiglia;
l'eguaglianza sarà mantenuta dalla comunione de' possessi. In tempo
che l'ozio era decoroso, e sordido il lavorare, Benedetto intima alla
sua repubblica: — Il far nulla è nemico dell'anima, e per conseguenza
i fratelli devono alquante ore occupar in lavori di mani, altre in
pie letture; e se la povertà del luogo, la necessità o il ricolto dei
frutti li tiene costantemente occupati, non ne stiano in pena, giacchè
veri monaci sono se vivono delle proprie mani, come usarono i Padri e
gli Apostoli: ma ogni cosa facciasi con misura per riguardo ai deboli».

Al quale obbligo adempiendo, i monaci domesticarono i terreni attigui
ai loro monasteri: la prosperità de' quali essendo intento comune
e trasmesso ai successori, poteano compier opere cui non bastano la
vita e i mezzi d'un proprietario; ed uno s'accorgea d'avvicinarsi a
un monastero quando vedesse campagne ben colte, anguillari di viti,
e frutteti, e rigagnoli ad arte guidati. Le terre loro andavano
esenti dalle contribuzioni; non amministrate dalla cupidigia privata,
lasciavano maggior agiatezza al villano; talchè come un privilegio
guardavasi l'esser messo a servigio d'un monastero. Quando poi deposero
la zappa, presero lo stilo e le tavolette (_graphium et tabulæ_) che la
regola imponeva a tutti di avere, copiarono libri, e ci conservarono i
classici: poscia eressero magnifici chiostri, nei quali si ricoverarono
le arti e la letteratura, e ai quali il secolo volge ancora
l'ammirazione, dopo dimenticato quanto giovarono al vulgo.

L'abate era scelto dai monaci e tra essi; ma una volta eletto,
acquistava potere assoluto, sebbene obbligato a interrogare i fratelli
ne' casi più gravi. La virtù nuova introdotta nella società da quel
precetto del Vangelo _Obbedite ai vostri capi_, fu spinta fino alla più
assoluta abnegazione. «Se comando difficile od impossibile sia dato ad
un fratello, lo riceva con dolcezza e docilità. Se trascenda affatto
le sue forze, l'esponga sommessamente, non inorgogliendo, non ostando,
non contraddicendo. Che se dopo la sua rimostranza il priore persista,
il discepolo sappia che così dev'essere, e confidando nel Signore
obbedisca» (cap. 68).

Così ogni volontà individuale era sottomessa a una sola, nè doveva
il frate «avere in proprio potere il corpo nè la volontà» (cap. 33).
L'abbate comandava, puniva, premiava, mutava di luogo e destinazione,
finiva i litigi, castigava i renitenti. Nè però era egli un tiranno,
giacchè trovavasi costretto dalle costituzioni del monastero e dalle
consuetudini, che si consultavano ad ogni dubbio, e che determinavano
le più minute particolarità della vita; come vestire, quando radersi
o lavarsi, in che giorni all'erbe e alle fave aggiungere leccornìa di
olio o di grasso, o il frugal desco rallegrare d'ova, pesci, frutte.
Ai disobbedienti toccava dapprima l'ammonizione, poi la correzione
in pubblico, poi la scomunica, cioè l'isolamento nel lavoro e nella
preghiera: ai pertinaci il digiuno e anche pene corporali, e per ultimo
l'espulsione.

Il mutamento più segnalato che Benedetto introdusse nella vita
monastica, fu la perpetuità dei voti solenni. Per farli, era necessario
conoscere quel che si prometteva, e in conseguenza durare un tirocinio,
ove per un anno leggevasi ai novizj più volte la regola, onde
assicurarsi che avrebbero e voglia e capacità di sostenerne i pesi; e
venivano esercitati in mortificazioni, in esperimenti faticosi, e fin
vani e puerili, ma diretti a ottenere il trionfo dello spirito sopra la
materia, e la libertà vera che consiste nel padroneggiar le passioni.

Il vestire, quale costumavasi nel paese; e per trovarsi pronti al tocco
del mattutino, nol deponevano neppur la notte, eccetto il coltello.
I frati erano laici, nè lo stesso Benedetto ricevè gli ordini: «che
se qualche prete chieda entrarvi (dic'egli), non gli si consenta
agevolmente la domanda; se poi persiste, tengasi obbligato alle
discipline senza alcuna dispensa».

Oppresso dai Longobardi, l'Italiano potea farsi frate, e subito
diventava di valor superiore al dominante. È ben naturale che quella
società nella società imponesse condizioni a chi vi entrava, e prima
era l'eguaglianza, talchè Rachi già re longobardo, e Carlomanno già re
dei Franchi restavano indistinti da qualunque altro benedettino.

Insomma quella regola era un compendio e un'applicazione del
cristianesimo, delle istituzioni dei santi padri, de' consigli di
perfezione. Ivi eminenti la prudenza, la semplicità; ivi coraggio
e umiltà, libertà e dipendenza, tutto fondato sul sagrifizio,
sull'obbedienza, sul lavoro; e di sotto alla severità generale trapela
una moderazione, una dolcezza, un retto senso, da supplire a quel
che ponno desiderarvi i secoli più colti. Cosimo de' Medici ed altri
legislatori aveano sempre alla mano la regola di san Benedetto, tanto
l'occhio esperto vi ravvisa secreti di vera economia politica; e i
bisogni dell'anima sono armonizzati a tutti i gradi coll'attività
necessaria al corpo[163].

Totila, traversando in guerra la Campania, volle vedere Benedetto;
e per accertare se veramente e' fosse dotato di profetico lume, si
pose indistinto nel corteggio: ma il santo, a lui difilatosi, il
rimbrottò delle vendette che usava, e gli predisse vicina la sua fine,
intimandogli di prepararvisi con opere di penitenza e di riparazione.
Questo ed altri assai fatti ci furono trasmessi da insigni storici che
(non ultima fortuna) sortì san Benedetto, cioè Gregorio Magno allora,
poi il Mabillon; e le arti belle nel risorgimento, poi nel massimo
loro splendore li riprodussero e perpetuarono per tutto il mondo, ma
in nessun luogo più commoventi che a Montecassino, cuna ed asilo il più
venerato dell'Ordine suo.

Qui l'aspetto di fortezza dato al convento, che più volte fu costretto
a respingere le incursioni, e più vi soccombette; la lautezza di
possessi, attestata dai titoli scritti sopra ruderi antichi, radunativi
da ogni parte; la suntuosità dell'edifizio, adorno di quanto san fare
di meglio pennello e scarpello; la memoria dei dotti, che ne' secoli
più oscuri vi trovarono ricovero; la dovizia di documenti e di libri,
fanno mirabile contrasto colla primitiva celletta del santo, e col
povero sepolcro ove dormì fin quando la furia saracina non turbò le sue
ossa; e l'uomo che ascende lassù tra ammirato, curioso e devoto, può
leggervi intiera la storia dell'Ordine, che fu il principale dei tanti
che s'introdussero.

Quantunque la regola di san Benedetto tendesse a fortificare le
anime colla preghiera, col lavoro, colla solitudine, più che alla
scienza divina e all'apostolato, i papi vi trovarono i missionanti
più fervorosi, e un asilo la scienza; talchè ai Benedettini
toccò la triplice gloria di convertire l'Europa al cristianesimo,
disselvatichirne i deserti, conservare e riaccendere la letteratura.

I conventi diventavano centri d'attività e asili della libertà. Erano
(si dice) forse braccia sottratte al lavoro. Erano (dico io) forse
braccia tolte al delitto e all'assassinio; e già gran cosa dee parere
l'incatenar le passioni e spegnere il vizio in tempi che non v'avea
carceri, ergastoli, polizia, e l'altro corredo di cui superbiscono i
popoli colti. Il mondo non avea ricoveri, non unione o sicurezza; dove
convivere, dove discutere tranquillamente, dove meditare sopra di sè
e degli altri? ed ecco i monasteri offrivano una vita tutta sociale,
tutta operosa, per isvolgere l'intelletto, propagar le idee, meditare,
istruire. Mentre per tutto regnavano la prepotenza e le spade, ciascun
monastero gelosamente conservava una costituzione sua particolare,
ed eleggeva i proprj superiori e uffiziali, senza impaccio di re
o di baroni: ad esse comunanze molti aspiravano partecipare senza
legarvisi, come i forestieri in antico invocavano la cittadinanza di
Roma; e borghesi e signori offrivansi al convento (_oblati_); facevansi
registrare nel ruolo di quello, per partecipare alle preci nella vita
spirituale, e ai privilegi nella temporale; e morendo voleano aver
indosso l'abito di quell'Ordine, ed essere sepolti nella chiesa o nel
cimitero dei monaci.

Spiccati dal mondo, i monaci pareano non avere altri avi che gli
antecessori loro, altro desiderio che l'ampliazione del convento
e dell'Ordine: molti impoverirono non soltanto sè ma i parenti per
arricchire la propria comunità; gli atti di donazione conservavansi con
somma gelosia; s'arrivò persino a fingerne; e chi rivocasse in dubbio
un loro possesso, guardavasi come sacrilego e nemico dei poveri e di
Cristo.

Ogni convento procuravasi un santo venerato, tesoro spirituale insieme
e temporale; i devoti accorrevano a riverirlo, e quasi non dissi
adorarlo; il concorso allettava i mercati, formavasi una fiera in
sul sagrato, sicura dagli assalti de' masnadieri e dalle avanie del
barone. L'abate di Nonantola mandava ogni anno alle monache di San
Michele arcangelo in Firenze dodici ancelle con lino e lana per essere
ammaestrate al tessere. Gli Umiliati di Milano divennero la compagnia
più trafficante in lana e panni. I monaci di san Benedetto Polirono
presso Mantova occupavano più di tremila paja di bovi ai campi. Ai
Cistercensi è dovuto l'esser ridotte a pinguissima coltura le ghiaje e
le paludi del basso Milanese e del Lodigiano.

Arricchito, il monastero voleva anche abbellirsi; e le arti, sbigottite
dall'ululato barbarico e dall'insulto ignorante, ricoveravano tra'
monaci ad erigere chiese, a storiarvi le virtù e i martirj del patrono.

Intanto l'individuo vi si conservava povero, sulla mensa non vedeva
leccornìe, nulla poteva dir mio; disputossi perfino se fosse proprietà
di ciascuno il pane che mangiava: indigenza volontaria, opposta
all'orgoglio disumano della ricchezza, non meno che alla stupida
disperazione della miserabilità. Mentre dappertutto era confusione
d'uffizj e di giurisdizione, colà regnava l'ordine; determinato chi
avesse ad obbedire e a comandare, chi copiar libri, chi predicare,
chi sopravvedere il granajo, la vendemmia, la cucina, chi raccorre i
pellegrini o visitare gl'infermi, chi intonar salmi, chi fare scuola.

Delle derrate che dava per obbligo al padrone, il villano non riceveva
ricambio; il penzolo d'uva o il covone di grano che spontaneo offeriva
ai monaci, veniva restituito ad usura nelle limosine prodigate ai
bisognosi; a tacere le piccole attenzioni, i ristori del cuore che
nessun denaro ripaga. Mentre la guerra fervea sulle campagne, e due
padroni l'un peggio dell'altro si disputavano i campi suoi, qual
conforto dovea provare il villano nell'affissarsi alla quiete dei
monasteri, e pensare che colà troverebbe in ogni caso un asilo, e la
pace che gli armati non sapevano assicurare ai castelli! Una zuppa era
pronta per chiunque la chiedesse; e quanti dei nostri padri, spogliati
d'ogni avere, saranno vissuti solo del tozzo conceduto dal monastero in
nome di Dio! Le spettacolose declamazioni d'una scienza senza viscere
contro l'improvvida profusione dei frati, o i sogghigni d'una beffarda
leggerezza contro l'ingordigia loro, sono soffogati dai gemiti o dagli
urli della poveraglia sempre crescente, quanto più sviene lo spirito
cristiano, e l'economia politica si separa dalla carità.

Lusingati da quella sicurezza, accorreano artigiani e contadini, e
attorno al convento formavasi presto un villaggio; e molte città nel
titolo di un santo conservano l'impronta di tale origine. Ivi ancora
ricovravansi quei che s'erano disingannati delle terrene grandezze,
o che n'erano stati respinti; vedove che col marito aveano perduto
il lustro di lor dignità; spose tradite o rejette; femmine rimesse in
onestà; dotti delusi nella vanità letteraria; i gran pensieri, i gran
dolori, i grandi rimorsi; e tutti vi portavano tributo di ricchezze, di
dottrina, d'affetti, di virtù.

Lo scherno sguajato onde i gaudenti accompagnano il nome di frate,
dovea farci tacere questa fra le glorie nostre? dovrà farci trasandare
una classe tanto numerosa d'Italiani, e un'efficacia così poderosa sui
destini anche politici del nostro paese; e trapassare inosservata la
capanna, dove i nostri poveri padri ricoveravano la testa, minacciata
dal Barbaro o dal barone?



CAPITOLO LXV.

I papi. Gregorio Magno.


Chiave della volta al grand'edifizio ecclesiastico sono i pontefici,
residenti in Roma. Ne accompagnammo la serie fino a Silvestro (336-52),
il quale vide data da Costantino la pace alla Chiesa. Gli successero
Marco, poi Giulio, indi Liberio, che alternando debolezza e coraggio,
incappò in una formola ariana, e ben presto si ravvide. A Dàmaso
fu contrastata la sede da Ursicino (366), con turpi fazioni e molto
sangue; al qual proposito Ammiano Marcellino, pagano, prorompeva[164]:
«Se considero il fasto mondano di chi copre la dignità pontifizia, non
meraviglio che per ottenerla non si tralasci sforzo od arte. Ottenuta
che l'abbiano, sono certi di impinguare mercè le oblazioni delle
devote matrone; e che andranno per Roma in carrozza, magnificamente
in addobbo; e faranno banchetti che nulla invidiino la suntuosità
di re ed imperatori. Più felici se, invece di scusar questi eccessi
colla grandezza e magnificenza di Roma, riformassero il viver loro sul
modello d'alcuni vescovi di provincia, i quali colla savia frugalità,
col povero vestire, cogli occhi a terra, rendono non meno a Dio che
ai veri suoi adoratori venerabile la purezza de' loro costumi e la
modestia del portamento».

Damaso ebbe amico e segretario san Girolamo; scrisse prose, versi,
epitafj di martiri, ove si desidera minore artifizio e maggior
sentimento. Ad Innocenzo la invasione del goto Alarico offrì campo
d'esercitare la carità (401), e d'intromettere la pacifica sua
mediazione tra la viltà e la ferocia. Altrettanto fece con Attila
Leone, degno del titolo di Magno per l'ingegno e per le azioni (440).
Restano di lui novantasei Sermoni, d'un'eloquenza sentita qualora non
la guastino le antitesi; e censettantatre Lettere, attestanti indefesso
zelo per la purità della dottrina e la pace della Chiesa.

Ilario suo successore al battistero di Laterano unì due biblioteche
(461); adoprò vivamente nel concilio calcedonese; ma non si seppe
schermire dalle multiformi insidie de' novatori (467). Simplicio ebbe
a travagliarsi nel tutelare l'unità della Chiesa, perchè, essendosi
sfasciato l'impero occidentale, Acacio patriarca di Costantinopoli
pretendeva la primazia, quasi andasse connessa alla sede imperiale.

L'elezione del papa in principio faceasi da un senato ecclesiastico
di ventiquattro preti e diaconi, ad immagine dei ventiquattro seniori
astanti al trono di Dio: dopo Silvestro essendovi annessi anche
beni temporali, concorsero alla nomina il clero ed il popolo: poi
quando la ricchezza cominciò a fare ambìto quel posto, gl'imperatori
intervennero alle nomine per impedire le sedizioni; in appresso le
confermarono. Odoacre vietò d'eleggere il vescovo di Roma senza prima
consultato il re od il prefetto, fosse gelosia politica, o per ovviare
le dissensioni; ma il decreto non tenne (482): e Felice III della sua
nomina informò l'imperatore, esortandolo alla retta fede[165].

Gelasio succedutogli (492), scrisse inni e prefazj, e trattati sulle
questioni allora discusse, ed uno contro del senatore Andromaco e
d'altri Romani, i quali volevano ripristinare i giuochi lupercali,
pretendendo le malattie moltiplicassero dacchè non si esorava il dio
Februario. In concilio distinse i libri canonici dagli apocrifi,
e a quali scrittori competesse il titolo di padri della Chiesa, e
definì ecumenici i quattro sinodi di Nicea, Costantinopoli, Efeso e
Calcedonia. Scriveva all'imperatore Anastasio: «Il mondo è governato
dall'autorità dei pontefici e dalla potestà regia; delle quali la
sacerdotale è più grave in quanto deve render ragione a Dio per l'anima
dei re. Sebbene tu sovrasti a tutto il genere umano per dignità, pure
ai capi delle cose divine pieghi devoto il collo, e da loro chiedi i
mezzi di salute, e vedi pei sacramenti e per l'ordine della religione
doverti a loro sottomettere anzichè sovrastarvi, e in tali cose
pendere dal giudizio loro anzichè ridur loro alla tua volontà. Se nella
pubblica disciplina, conoscendo essere conferito a te l'imperio per
disposizione superna, anche i capi della religione obbediscono alle
leggi tue, con quale affetto non dovete voi obbedire a coloro che hanno
incarico di dispensare gli augusti nostri misteri?»

Dopo che Anastasio II la occupò due anni (496), la sede fu disputata
tra Lorenzo e Simmaco, i quali si compromisero in Teodorico, re ariano.
Simmaco preferito, da quindici anni sedeva allorchè i malcontenti lo
accusarono d'enormità, e richiamarono Lorenzo: la Chiesa andò sossopra,
e neppure la presenza di Teodorico mitigò gli sdegni. Raccoltisi a
concilio i vescovi d'Italia, Simmaco, mentre v'andava, fu assalito a
pietre; alfine chiarita l'innocenza sua, fu ripristinato; ma Lorenzo
per quattro anni tenne alquante chiese a forza, sinchè Teodorico la
volle finita.

Quando agli Ariani in Oriente furono tolte le chiese, Teodorico mandò
il nuovo pontefice Giovanni (523) a Costantinopoli per ottenere a'
suoi religionarj esercizio libero del culto; se no, lo turberebbe egli
pure a' Cattolici in Italia. Il papa non potè o non volle riuscire; e
Teodorico il lasciò morir prigione, come complice di congiure ordite
allora per ammutinare l'Italia (pag. 48).

Dopo altri, s'illustrò Agapito, che fondò in Roma un'Accademia per le
belle lettere (535). Spedito da Teodato a Giustiniano per proporre
pace, tornò disconcluso; ma a Costantinopoli aveva potuto reprimere
gli eretici, e deporre il mal eletto patriarca. Indarno Giustiniano
gli si era opposto, minacciandolo anche d'esiglio; ma l'imperatrice
Teodora a Vigilio, diacono della chiesa romana, promise ottenere il
papato, purchè aderisse alle credenze dei prelati ch'essa proteggeva.
Vigilio trescò a danno del nuovo papa Silverio (536), che da Belisario
accusato d'intendersi con re Teodato per introdurre i Goti in Roma, fu
spogliato degli abiti pontificali e trasferito a Patara nella Licia. Sì
infelici tempi correvano, che nessuno s'oppose; e Vigilio, per ordine
del generale, fu unto pontefice (538). L'imperatore, informatone,
impose che Silverio fosse ricondotto a Roma, ed ivi esaminato sulle
accuse: ma Belisario, ligio ai desideri di Teodora, l'arrestò per via,
e relegollo nell'isola Palmaria rimpetto a Terracina, dove morì di fame
o strozzato; e la compassione pel giusto perseguitato volle in molti
miracoli vedere attestata la sua santità.

Vigilio ebbe allora conferma dal clero: ma in quel primato, che
subdolamente aveva invaso, resistette a' capricci religiosi di Teodora
e ai dissidenti, benchè strascinato per le vie di Costantinopoli con
una corda al collo e gittato in un fondo di torre, sinchè la morte del
patriarca Antimio tolse il pretesto di quelle scissure.

Ma una nuova ne sorse per _Tre Capitoli_, che al IV concilio ecumenico
di Calcedonia erano stati proposti, onde condannare Teodoro da
Mopsuesta come seguace delle opinioni di Pelagio, Iba vescovo di
Edessa autore d'una lettera meno cattolica, e Teodoreto di Ciro che
avea scritto ingiurie contro il concilio Efesino. Quel sinodo li
rimandò assolti alle loro chiese; ma Giustiniano li fece condannare
da un altro, congregato in Costantinopoli. Gli Occidentali sapeano
scarsamente di greco, nè aveano letto Teodoreto o Iba, ma sapevano che
dal concilio di Calcedonia erano stati riconosciuti incolpevoli, talchè
di questo s'infirmerebbe l'autorità qualora fossero riprovati. Al modo
stesso la pensava papa Vigilio, ma poi lasciossi indurre a condannarli
anch'esso, salva l'autorità del concilio di Calcedonia, e patto che
più non se ne discutesse a voce o in iscritto. Partito mezzano, che
disgustò entrambe le parti, i nemici de' Capitoli per la riserva, i
Cattolici per la condanna; e i vescovi d'Africa, Illiria, Dalmazia si
segregarono dal papa.

Il debole Vigilio ne sbigottì, e revocò il proprio giudicato: ma
insieme promise a Giustiniano d'adoprarsi per far condannare secondo
i Tre Capitoli, purchè questa sua promessa si tenesse segreta;
intanto la cosa restasse in bilico fino ad un concilio generale.
L'imperatore invece ripubblicò la sua costituzione, e il papa, non
ascoltato, separossi dagli Orientali; trattato come prigioniero,
sofferse coraggioso dicendo: — Voi tenete me, non san Pietro»; poi
nel nuovo sinodo Costantinopolitano (553) condannò gli errori che
trovavansi negli scritti di quei tre, non eretici, ma esagerati
difensori dell'ortodossia. In Italia, gli arcivescovi d'Aquileja,
Milano, Ravenna, coi vescovi provinciali dell'Istria, della Venezia
e della Liguria, stettero avversi al papa; alcuni apertamente,
altri limitandosi a non aderire ai Tre Capitoli; e Paolino patriarca
d'Aquileja in un sinodo provinciale rigettò il concilio di Calcedonia,
nè più volle comunicare col papa, introducendo uno scisma che durò
fin nel 698, quando, ad istanza del pontefice Sergio, un nuovo sinodo
d'Aquileja accettò esso concilio[166].

Morto Vigilio in Siracusa (555), gli fu dato successore Pelagio, più
per volontà dell'imperatore che non per la libera scelta del clero
e del popolo, il quale anzi lo supponeva colpevole della morte del
predecessore, finch'egli dal pulpito non si giurò innocente. Dalla
morte di lui si fanno più lunghe le vacanze per aspettare la conferma
dell'imperatore. Il disordine crescente poche notizie lasciò di
Giovanni III (560-78), che fece terminare la chiesa de' santi Giacomo e
Filippo con molte storie dipinte e a musaico; e così di Benedetto e di
Pelagio II.

In mezzo all'interna inquietudine ed alle esteriori minaccie, erasi
assodata la primazia che i pontefici traevano dalla parola di Cristo
e dall'apostolica tradizione. Ariani essendo la maggior parte de'
conquistatori, eretici spesso gl'imperatori d'Oriente, i Cattolici di
tutta Europa guardavano il papa come capo e protettore universale, e ne
invocavano i consigli per le anime, la protezione per le vite. Le nuove
chiese, non potendo vantarsi pari nè vicine alla romana per età o per
apostolica origine, con assoluta devozione chinavansi ai pontefici. E
poichè le conversioni erano opere d'incivilimento, e sicuravano dalle
invasioni i regni già stabiliti, perciò in questi il papa acquistava
venerazione, non solo pel primato del sacerdozio, ma anche per gli
interessi temporali. Il re a lui più vicino, Teodorico ostrogoto,
essendo il più poderoso fra quei principi, ne ringrandiva nell'opinione
il pontefice, che presso lui faceasi intercessore d'altri principi e
vescovi, a nome di esso trattava cogl'imperatori bisantini.

Scesi i Longobardi, mancò un capo generale all'Italia, ed ai Romani
soggiogati e ai liberi non restò persona più eminente del papa in
cui fissare gli sguardi. Possedeva egli immensi tenimenti in Sicilia,
Calabria, Puglia, Campania, Sabina, Dalmazia, Illiria, Sardegna, fra
le alpi Cozie e fin nelle Gallie; ed essendo coltivati all'antica,
cioè per coloni, sopra questi egli esercitava legale giurisdizione,
spedendovi uffiziali, dando ordini, mentre colle rendite potea
sovvenire alle carestie, ospitare rifuggiti, soldare truppe.
Conservando verso l'imperatore la sommessione imparata allorchè Roma
era capitale, da esso i papi chiedevano la conferma della nomina loro,
pagavano altre retribuzioni, tenevano alla corte sua un apocrisario
che trattasse i loro negozj. Ma la dipendenza si diminuiva sempre più
a fronte di imperatori lontani, di esarchi deboli e malvisti al popolo;
mentre interrotte dalla conquista le relazioni coll'esarca di Ravenna,
il papa, trovandosi a capo degli ordinamenti municipali mantenutisi in
Roma intatta da Barbari, elideva l'autorità del duca sedente in questa
città, corrispondeva direttamente con Costantinopoli, e accostavasi ad
una specie di signoria.

Pelagio II scriveva ad Aunacario (581) vescovo di Auxerres perchè di
tutta sua possa rimovesse i re Franchi dall'amicizia coi Longobardi,
nefandissima gente avversa ai Romani, sopra la quale non potrebbe
tardare la vendetta di Dio, sicchè era bello non mettersi a pericolo
di parteciparne. Spedì anche un diacono alla Corte greca per
implorarne soccorsi, e — Rappresentate all'imperatore che i perfidi
Longobardi, contro la fede giurata, ci han fatto soffrire tanti mali,
che ridirli sarebbe infinito. Se Dio non ispira all'imperatore di
mandar almeno un maestro della milizia e un duca, siamo abbandonati
d'ogni ajuto, massime il territorio di Roma, sguarnito di presidio:
l'esarca scrive non poterci soccorrere, giacchè non basta tampoco a
difendere le sue vicinanze. Voglia Dio che l'imperatore ci assista
prima che quest'abbominevole nazione s'impadronisca di quanto rimane
all'Impero»[167].

Gl'Italiani dunque guardavano il pontefice qual rappresentante non
solo della vera fede ma della nazionalità; e più il fecero quando
(590) sulla cattedra di Pietro s'assise Gregorio Magno, che sentiva
l'importanza di quel grado, e tutta ne spiegò la dignità. Stratto
dall'antica ricchissima famiglia Anicia, dalla giovinezza volse
all'acquisto delle scienze un intelletto vivace e una straordinaria
capacità, e da Giustino II fu elevato prefetto di Roma, la carica
più insigne; ma nojato del mondo, sull'esempio de' suoi genitori
si raccolse nel convento di sant'Andrea, ch'egli avea fondato nella
propria casa, come sei altri in Sicilia. Rinvigoritosi nel ritiro,
impetrò da papa Benedetto di missionare la Bretagna; ma il popolo
romano cominciò a gridare al pontefice: — Voi avete offeso san Pietro,
avete disfatto Roma, lasciando partire Gregorio»; sicchè quegli il
rivocò. Da Pelagio II fu posto fra i sette diaconi della chiesa romana;
e spedito ambasciatore alla corte di Costantinopoli per implorare
soccorsi contro i Longobardi, vi guadagnò stima e benevolenza a segno,
che Maurizio imperatore lo volle padrino di suo figlio. Morto Pelagio,
Gregorio apprese con isgomento che i voti comuni lo avevano eletto
papa, e tre giorni dovettero andarlo rintracciando nella solitudine,
ove dal suo convento si era trafugato nelle corbe d'alcuni merciaj;
scrisse anche a Maurizio, scongiurandolo per la loro amicizia a non
confermare la scelta; poi ribramò sempre la pristina quiete, e — Non
mi so frenare dal pianto (scriveva a Leandro di Siviglia) qualvolta
torno in pensiero a quel porto felice, da cui m'hanno divelto: geme il
cuor mio al solo ricordare quella terraferma, cui più non m'è possibile
approdare».

Ben aveva onde sgomentarsi. Il pontefice, per l'eminente posizione
sua, dovrebbe rispondere di quanto potesse avvenire in Roma; eppure
non era libero, giacchè il duca, il prefetto imperiale, il senato, i
decurioni, inetti a giovare, valeano a dar impaccio. Intorno, popoli o
idolatri od ariani; di sopra, imperatori teologastri, che turbavano or
colle dispute or colle pretensioni; fra il clero de' paesi convertiti,
simonìa e scostumatezza[168]; alle porte di Roma, Longobardi
minacciosi; Italia sbranata da lungo scisma per la quistione dei Tre
Capitoli, e, per giunta, attrita da orribile peste.

Al governo «d'un bastimento vecchio, sdrucito e battuto dal nembo»,
com'egli chiamava Roma, Gregorio adoprò le preghiere e un carattere
indomabile. Da un capo all'altro del mondo stendeva le premure per
ispargere la verità ove non fosse conosciuta, per combattere l'errore,
per sostenere la morale. Fermo quanto indulgente cogli eretici, al
vescovo di Napoli scriveva d'accettar pure chiunque volesse rientrare
in grembo della Chiesa, e — Tolgo sopra di me qualunque sconcio nascer
potesse dalla falsità della riconciliazione; la soverchia severità
pregiudicherebbe alle anime loro»: a quei di Terracina, di Cagliari,
d'Arles, di Marsiglia vietava d'usar violenze agli Ebrei, «acciocchè il
fonte ove si rinasce alla vita divina, non divenisse a loro occasione
di una seconda morte, più della prima funesta per l'apostasia»;
si restituisse loro la sinagoga tolta, nè s'adoprasse con essi che
dolcezza e carità[169]. Adunò un concilio in Roma per riparare allo
scisma di Aquileja, come almeno in parte ottenne; quaranta nostri
spedì a convertire l'Inghilterra, guidati dall'abate Agostino (596),
che vi fu primo arcivescovo di Cantorberì; reciprocamente dall'Irlanda
venivano frati a noi, e principalmente san Colombano, che girate le
Gallie e la Svizzera, si fermò a Milano, e da re Agilulfo ebbe in dono
San Pietro di Bobbio con quattro miglia di territorio all'intorno,
dov'egli fondò il monastero famoso (612), da cui uscirono monaci che
altri cenobj posero per la Liguria e altrove. Nuovi missionarj inviò
Gregorio ai Barbaricani, idolatri della Sardegna; e in lontani paesi.

Delle laute rendite, oltre mantenere il lustro del suo seggio, valevasi
per far limosine, fondare scuole e spedali, sussidiare diocesi remote,
esercitare l'ospitalità; ogni dì faceva dal suo sacellario convitare
dodici avveniticci, e la gratitudine popolare disse che una volta
Cristo in persona si mettesse tra quelli. Egli intanto, modesto
nel trattamento, parco alla mensa, esatto alle pratiche della vita
monastica, non faceva verun agio alla sua carne; e non agli onori e
vantaggi del mondo, ma badava al proprio dovere.

Bisogna udire da lui quante cure esteriori e secolari s'affollassero
intorno al papa[170]; esercita perfino atti che si direbbero di
temporale sovranità: manda un governatore a Nepi, comandando al popolo
d'obbedirgli come al sommo pontefice; un tribuno a Napoli per custodire
quella grande città: al vescovo di Terracina raccomanda che nessuno
lasci sottrarsi all'obbligo di fare la scolta alle mura. Poi dalle
cure del mondo scendeva a minime particolarità dell'amministrazione
patrimoniale, acciocchè non fossero vessati i lavoranti sulle terre
della Chiesa; essendo troppo dispendiose le razze di cavalli che
si tengono sui fondi siciliani, si vendano, serbando solo alquanti
stalloni, cioè quattrocento; a Pietro, economo in Sicilia, scriveva:
— M'hai mandato un cattivo cavallo e cinque buoni asini; non posso
montar il primo perchè cattivo, non gli altri perchè asini». E
altrove: — Odo che ai villani si computa a minor prezzo il grano
in tempo d'abbondanza: nol fate, ma si paghi al prezzo corrente, e
senza detrarre quel che perisce per naufragi. Nè i fittajuoli devono
pagamento o servigi oltre il convenuto; non dar il grano a misura
maggiore: e perchè dopo la nostra morte nessuno gli aggravi, date
loro un'investitura per iscritto, che determini il prezzo. So che
alcuni per pagare il primo termine han dovuto togliere a prestanza
con usura eccessiva: voi dunque somministrerete loro questi capitali
dal fondo della Chiesa, e li riscoterete poco a poco, in modo che non
si vedano costretti a vendere le derrate a basso mercato. Al postutto
non vogliamo che gli scrigni della Chiesa sieno contaminati da sordido
guadagno»[171].

A vescovi e a re parlava colla dignità dolce ma ferma di un capo
universale. Contro le vessazioni imperiali difese la libertà della
Chiesa con umiltà di parole ma franchezza di fatti; e all'imperatore
Foca scriveva, questo divario correre tra gl'imperatori gentili ed i
cristiani, che quelli son signori di servi, questi signori di liberi.
Ingegnavasi intanto di mantenere in armonia l'imperatore greco coi
Longobardi: ma pure esortava i Siciliani a stornare con settimanali
litanie un'invasione minacciata dai Longobardi, i quali come fossero
a temere lo vedessero dalla desolazione dell'Italia[172]; poi ostò
vigorosamente ad Agilulfo allorchè assediò Roma.

Proibiva di esigere nulla per la sepoltura, chè non paresse titolo di
compiacenza la morte degli uomini. A Venanzio vescovo di Genova ordina,
non permetta che Cristiani rimangano a servitù di Ebrei; se però sono
loro coloni, soddisfacciano secondo giustizia. Querela il vescovo di
Terracina che tuttavia durassero colà avanzi del paganesimo, immolando
ad idoli, riverendo certi alberi, sacrificando teste d'animali; e
l'imperatrice Costantina, che i magistrati greci facessero guadagno in
Sardegna col permettere l'idolatria[173]. Avendogli costei domandato
alcune reliquie, rispose che in Occidente si ha per sacrilegio il
metter mano ai corpi santi, e meravigliarsi che altrimenti i Greci la
sentano; qui non darsi altro che delle catene di san Pietro o della
graticola di san Lorenzo, o pannilini avvicinati entro una scatola al
corpo del santo: soggiunge che il predecessor suo, avendo voluto mutare
qualche fregio d'argento sopra il corpo di san Pietro, benchè discosto
quindici piedi, fu sgomentato da terribile visione; e alcuni mansionarj
e monaci che avevano veduto quel di san Lorenzo, morirono fra dieci
giorni.

Nella peste d'allora introdusse la processione che ancora si fa al san
Marco, col nome di Litanie maggiori: primo segnò i brevi col giorno e
il mese al modo odierno. La Chiesa non era fin qua riuscita a recare
anche nella liturgia quell'unità che è suo carattere; e Gregorio
pensò farlo col _Sacramentario_, il quale col suo _Antifonario_ delle
parti della messa che doveansi cantar in note, e col _Benedizionario_
costituisce il messale romano.

Nel sinodo Romano stabilì, non convenire ai gravi costumi di diaconi e
sacerdoti il dissolversi nella vanità d'imparare la musica, sconvenendo
al maestoso contegno delle spirituali funzioni il perdere nei passaggi
e ne' gorgheggi la compostezza degli animi, e consumarvi la voce
destinata a predicare la divina parola e assodare nelle cristiane
virtù. Pertanto deputa suddiaconi e cherici inferiori a cantare i salmi
e le sacre lezioni in tono grave, serio e posato; a tal uopo istituendo
scuole, ch'egli in persona dirigeva, e che duravano ancora trecent'anni
dipoi.

Accortosi come dei quindici toni della musica gli ultimi otto non sieno
che ripetizione dei sette primi, divisò che sette segni bastavano per
tutt'i toni, purchè si replicassero alto e basso, giusta l'estensione
del canto, delle voci e degli stromenti[174]. Quella maestosa melodia,
ove ci furono conservate preziose reliquie dell'ammirata musica antica
de' Greci, crebbe splendore al culto divino, con motivi semplici e
grandiosi, che poi s'andarono dimenticando fin alla profanità de'
nostri giorni, in cui la devozione è distratta da arie guerresche e da
teatrali.

Gregorio fra tante occupazioni trovò tempo a scrivere moltissime opere,
le quali, non men che le sue virtù, gli procacciarono il cognome di
Magno. Le lettere, concernenti per lo più la disciplina, provano quanto
instancabile adoperasse a governare la Chiesa e a fondo si conoscesse
delle divine leggi e delle umane. Commentò Giobbe ed Ezechiele, e fece
omelie sopra gli Evangeli. A Giovanni arcivescovo di Ravenna diresse la
_Regola pastorale_, in quattro parti trattando per quali vie s'entri al
santo ministero, quali i doveri, come istruire i popoli, e applicarsi
alla propria, mentre s'attende alla santificazione di quelli, affine
di non perdere, per segreta compiacenza di sè, il premio degli sforzi
fatti. L'imperatore Maurizio ne volle copia, e la mandò ad Anastasio
patriarca d'Antiochia, da mutare in greco e diffondere per le chiese
d'Oriente: re Alfredo la tradusse in sassone pei vescovi d'Inghilterra:
le chiese di Spagna e di Francia la proposero per modello ai vescovi,
e Carlo Magno e i suoi successori nei capitolari non rifinano di
raccomandarla.

Nei Dialoghi narra molte e troppe storie maravigliose di santi
italiani, a provare le verità fondamentali per mezzo di rivelazioni
fatte da morti risorti e simili casi. Il santo il quale nelle opere sue
mostrasi tutt'altro che dappoco, e cita ogni volta da chi gl'intese,
s'acconciò al gusto del suo secolo e alla capacità di quelli cui
destinava l'opera: e in fatto essa levò immenso grido; mandata a
Teodolinda, contribuì assai a convertire i Longobardi, sopra cui
cadevano molti dei miracoli ivi narrati; fin in arabo fu tradotta;
ai Greci piacque tanto, che Gregorio n'ebbe tra loro il soprannome di
_Dialogo_.

Compose inni[175]; aprì scuole; si fece dipingere nel monastero di
sant'Andrea a Roma; e nelle copie divulgatesi di quel ritratto soleasi
sovrapporgli alla testa lo Spirito Santo in forma di colomba: altra
prova che la pittura usavasi in quei tempi.

Eppure v'è chi lo intitola l'Attila della letteratura, dicendo
ordinasse l'incendio della biblioteca Palatina, e distruggesse i
monumenti della grandezza romana, acciocchè la loro ammirazione non
distraesse dal venerare le cose sante. Forse era egli sovrano di Roma
da poter ciò? Ben è vero che si mostrò avverso agli antichi autori,
forma e null'altro, e pericolosi per lo allettamento del bello,
in tempo che non era peranco finita la lotta di questo col vero: e
quantunque nel primo dei Dialoghi dica non avere conservato le parole
proprie degl'interlocutori, perchè sì villanescamente proferite che non
vi starebbero acconciamente, altrove scrive: — Non fuggo la collisione
del metacismo, non evito la confusione del barbarismo, trascuro di
serbare i luoghi e i modi delle preposizioni, stimando indegno che le
parole del celeste oracolo stringansi sotto le regole di Donato»[176].
E però le sue scritture van macchiate dalle colpe de' tempi e da
sue proprie; scarsa critica, erudizione inesatta, locuzioni viziose;
diffuso e insieme oscuro e avviluppato, sovente si ripete, e vuole
aver detto ogni cosa sopra ogni argomento che assume, e soverchiamente
inclina alla allegoria.



CAPITOLO LXVI.

Italia disputata fra Longobardi e Greci.


SERIE DEI RE LONGOBARDI

  568 Alboino in Italia; assassinato dalla moglie Rosmunda 573.
  573 Clefi; assassinato da un famigliare 573.
  584 Autari suo figlio; m. 591.
  591 Agilulfo duca di Torino; m. 615.
  615 Adaloaldo associato al trono dal padre;
      cacciato 625; avvelenato 626.
  625 Ariovaldo duca di Torino; m. 636.
  636 Rotari duca di Brescia; m. 652.
  652 Rodoaldo suo figlio; assassinato 653.
  653 Ariperto I; gli succedono i figli.
  661 {Pertarito; attaccato da Grimoaldo fugge.
      {Gondiperto, ucciso.
  662 Grimoaldo duca di Benevento, si fa proclamar re.
  671 Garibaldo, suo figlio minorenne, è cacciato da Pertarito
      suddetto, che regna di nuovo.
  678 Cuniperto suo figlio, associato al trono; regna da solo 686.
  700 Liutperto suo figlio minorenne; spodestato da
  701 Ragimperto duca di Torino.
  701 Ariperto II, suo figlio, cacciato da
  712 Ansprando, il cui figlio
  712 Liutprando regna 32 anni.
  744 Ildebrando suo nipote, associato nel 736; stronizzato
      dal popolo.
  744 Rachi duca del Friuli; abdica 749 e si ritira a Montecassino.
  749 Astolfo suo fratello, muore alla caccia.
  756 Desiderio duca dell'Istria; associa il figlio Adelchi 758?
      Spodestati da Carlo Magno 774.

Sta dunque divisa l'Italia fra tre dominazioni: Greci, rappresentanti
d'un passato irremeabile, e ridotti a tenersi sulle difese; Longobardi,
espressione della forza brutale, e destinati a perire, ma dopo lungo
regno e lasciando il lor nome alle parti migliori; i papi, podestà
dell'avvenire, sorgente appena, ma che sta per gettar radici durevoli
fra i rottami delle altre.

Le forme dell'antico Impero si conservavano nella parte sottoposta
ai Greci. L'esarca, sedente in Ravenna, amministrava direttamente
la Pentapoli, cioè i territorj di Ancona, Rimini, Pesaro, Fano,
Sinigaglia, conterminata a settentrione dalla Marecchia, a occidente
dal Tevere, a mezzodì dal Musone, a levante dall'Adriatico; e
l'Esarcato che comprendeva il littorale della Venezia, con Oderzo,
Treviso, Padova, e il paese che finiva col basso Adige a settentrione,
collo Scultenna (Panàro) e gli Appennini a occidente, colla Marecchia
a mezzodì, e coll'Adriatico a levante; dov'erano le città di Ravenna,
Bologna, Faenza, Forlimpopoli, Ferrara, Adria, Comacchio, Forlì,
Cesena, Bobbio, Cervia. Oltre quest'amministrazione diretta, l'esarca
sovrantendeva ai duchi che governavano Roma e i paesi meridionali[177].
I quali erano alcune città della Lucania o Basilicata, l'antica
Calabria, or Terra d'Otranto, il Bruzio, ora Calabria Ulteriore: poi
furono ritolte ai Longobardi la Terra di Bari e la Capitanata, dove
Otranto, Galipoli, Rossano, Reggio, Gerace, Santa Severina, Crotone;
e nella Campania le terre a mare fra Gaeta e Napoli. Da Gaeta posta
fra i monti Cècubo e Massico, poteano i Greci difendere le pianure del
Garigliano e le gole di Itri e Fondi. Con Napoli era il promontorio di
Sorrento, che sparte i golfi di Napoli e di Salerno; e benchè fin a
Salerno si stendesse il principato di Benevento, e molte città verso
levante fino a Cosenza, e tutte quelle fra terra fossero tolte ai
Greci, Napoli si sostenne. Duravano colà le istituzioni municipali, e
nel resistere ai Longobardi ridestavasi il valor militare. Provincia
greca era pure l'Illiria: la Sicilia stava sotto un patrizio greco: le
isole della laguna veneta riconoscevano anch'esse di nome la supremazia
imperiale.

Di questi paesi alcuni venivano francandosi da ogni dipendenza, come
Venezia; altri erano minacciati continuamente, e ad ora ad ora invasi
dai Longobardi. Trovavansi questi impacciati in guerre straniere o
civili? gli esarchi se ne rifacevano coll'assalirli, e ricuperare
qualche territorio limitrofo; ma tosto erano ricacciati negli angusti
confini: nè pace mai, bensì tregue rinnovate d'anno in anno, e compre
fin col tributo di trecento libbre d'oro. Il bisogno di denaro potea
dirsi l'unico motore de' governanti, per pagare il tributo o per
mantenere gli eserciti; e per averne, senza divario da amici a nemici,
correvano a predar le chiese di Roma o questo o quel monastero o il
santuario di san Michele sul monte Gargano. Questo sovrasta a Siponto,
rimpetto alle isole Diomedee (Trémiti); e dacchè al tempo di papa
Gelasio vi apparve l'arcangelo Michele, gli presero vivissima devozione
i Greci che ne moltiplicarono le chiese: i Longobardi altrettanto,
vi andavano in pellegrinaggio e l'avevano per patrono, siccome san
Giovanbattista i Longobardi dell'alta Italia.

Ravenna, sede degli esarchi, tenne sempre testa contro i Barbari perchè
assisa tra le maremme e facilmente soccorsa dalla flotta greca. La
sua situazione era anche di gran momento per togliere ai Longobardi
d'avanzarsi nella bassa Italia, potendo una flotta sbarcarvi e
prenderli alle spalle: di modo che le città greche della Campania non
si trovavano minacciate che da Benevento. Dandosi aria di capitale
di tutta l'Italia, Ravenna negava sottomettersi a Roma neppur nelle
cose spirituali; dentro aveva gli ordinamenti municipali del Basso
Impero, o più veramente un governo militare con un imperatore e con
duchi e scuole. Durò colà molti secoli che, la domenica sulla bass'ora,
giovani, vecchi, fanciulli e sin donne d'ogni condizione uscissero di
città e divisi in iscuole secondo i quartieri, facessero a sassi, fino
al ferirsi ed ammazzarsi. Nel 696 la scuola della porta Tiguriese sfidò
quella della postierla di Sommovico, e i primi, rimasti superiori,
inseguirono gli altri con tal sassajuola, da ucciderne molti; e
sbarattata a forza la porta, trionfanti attraversarono il vinto
quartiere. La domenica seguente usciti di nuovo, mutarono ben presto
il giuoco in fiera abbaruffata, ove molti Postierlesi caddero uccisi,
non ostante che fosse legge di dar quartiere a chiunque supplicasse.
I Postierlesi pensano un'atroce vendetta; e fingendosi riconciliati,
ognuno invita a pranzo qualche Tiguriese; e quivi li scannano, e
gettano nelle cloache o sepelliscono. La città tutta in gemiti e in
fremiti: l'arcivescovo Damiano ordinò per tre giorni digiuno: egli
stesso andò in processione coi cherici e monaci, scalzi e in sacco,
copersi di cenere; seguivano i laici, poi le donne senz'ornamenti; da
ultimo i poveri, tutti a gran voce implorando misericordia. Dopo i
tre giorni, cerchi i cadaveri e sepolti, furono puniti i micidiali,
bruciate le masserizie, che nessuno volle toccarne, e distrutto il
quartiere, infamato poi col nome di Rione degli assassini[178].

I pochissimi ricordi che abbiamo di quell'età sono di sevizie usate
dagli esarchi, e che forse pajono più atroci perchè ignoriamo quali
ragioni ve li determinassero. Ravenna fu più volte saccheggiata per
loro ordine, nominatamente nel 710, quando Giustiniano II fece anche
rapirne la principal nobiltà, e avutala a Costantinopoli, ucciderla
crudelmente: all'arcivescovo Felice risparmiò la vita, ma tolse gli
occhi. Colpiti nel vivo da tali atrocità, i Ravennati si sollevarono
alla guida di Giorgio figlio di Giovaniccio; e subito vi risposero
Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna:
Giorgio distribuì queste città con ordinanza militare, e Ravenna stessa
divise in bandiere, cioè la prima, la seconda, la nuova, l'invitta, la
costantinopolitana, la stabile, la lieta, la milanese, la veronese,
la classense, e quella dell'arcivescovo col clero[179]. Pare si
sostenessero finchè l'imperatore non morì: e Filepico succedutogli
scarcerò l'arcivescovo Felice, il quale fece atto di sommessione al
papa, e probabilmente acquetò i Ravennati.

Non era dunque più ragionevole o quieta la dominazione greca che
la longobarda; oltrechè gl'imperatori non avevano ancora dismesse
le pagane pretensioni di superiorità, dai primi loro predecessori
ereditate sopra la Chiesa, e voleano mestare nelle dispute religiose
e nelle elezioni dei pontefici. Vedemmo come tra questi sapesse
conciliare gran riverenza a sè e alla sua dignità Gregorio Magno:
ma la generosa carità con che egli avea distribuito grani, non fu
imitata da Sabiniano succedutogli (604), sicchè i poveri s'assembrarono
tumultuosi, gridando non togliesse la vita a quelli, cui Gregorio
l'aveva tante volte serbata. Sabiniano che guardava con invidia il
suo predecessore, meditando perfino distruggerne gli scritti[180],
affacciatosi esclamò: — Cheti! se Gregorio vi regalò per comperarsi i
vostri elogi, io non sono in grado di satollarvi tutti».

Succedono Bonifazio III poi il IV (607-8), che dall'imperatore Foca
ottenne il panteon d'Agrippa, cui consacrò alla Vergine Maria e a tutti
i Martiri; in memoria di che fu istituita la festa d'Ognisanti.

Onorio (625) sperò vedere Aquileja e l'Istria ricongiunte alla Chiesa
universale, dond'erano scisse per la quistione dei Tre Capitoli: ma la
sottigliezza de' Greci lo perigliò nell'errore de' Monoteliti; del che
si ritrattò appena se n'accorse. Alla morte di lui gli uffiziali greci
vollero saccheggiare il palazzo; e impediti, indussero l'imperatore a
metter le mani sul tesoro ivi riposto. Fu allora che l'esarca Isacco
pensò pagar sue truppe colle ricchezze della basilica Laterana.
D'intesa con lui, il cartulario Maurizio alla soldatesca che domandava
il sempre negato soldo, disse qualmente l'imperatore avea mandato le
paghe al papa, che, invece di distribuirle, le avea riposte coll'altre
richezze, le quali giacevano indarno, mentre sarebbero state opportune
a difendere la città. Fu anche troppo perchè i soldati corressero sul
tesoro: ma i parenti di papa Severino lo difesero, e solo dopo tre
giorni fu possibile a Maurizio d'entrare e sigillar ogni cosa. Ne diede
allora avviso all'esarca, che venuto a Roma, relegò gli ecclesiastici
da cui temeva opposizione, indi entrato nel tesoro, durò otto giorni
a spogliarlo e ne mandò una parte a Costantinopoli[181]. Poco poi
Maurizio si rivoltava contro Isacco, e questi spediva truppe che il
vinsero, presero ed uccisero. I complici in carcere aspettavano pari
destino (638), quando la morte d'Isacco risparmiò la loro.

Alle rinascenti quistioni teologiche avea voluto impor silenzio
l'imperatore Costante II pubblicando il Tipo o formola di fede; ma i
Cattolici la repudiarono come fallace e come forzata (649). Costante
perseguitò i renuenti, e comandò all'esarca Olimpio di prender vivo o
morto papa Martino, che condannò quel tipo. Olimpio non avventurandosi
ad aperta violenza, finse voler essere dalla sua mano stessa
comunicato, e dispose un assassino che in quel atto lo trafiggesse.
Costui protestò che, sul punto di eseguire il misfatto, più non vide
il pontefice; onde si gridò al miracolo, ed Olimpio confessandosi in
colpa, chiese perdonanza. Rise a questi scrupoli il suo successore
Teodoro Calliopa (652); e condottosi a Roma coll'esercito, frugò il
palazzo pontificio se fosse vero che v'avea massa d'armi, e benchè
nulla trovasse, menò via nottetempo il pontefice, con nulla più che sei
famigli ed un bicchiere. Tre mesi vagarono pel mare, indi approdati
a Nasso, lasciarono a bordo il papa prigioniero, che poi condotto a
Costantinopoli, restò tre mesi in carcere senza parlare a persona.
Chiamato a giudizio come reo d'aver contro l'imperatore fatto trama
con Olibrio e coi Saracini e sparlato di Maria vergine; e convinto co'
mezzi che abbondano a' tribunali militari, fu portato in un cortile
tra folla di popolo; e qui levatogli di dosso il pallio, il mantello
e l'altre insegne di sua dignità, e postogli un collare di ferro, fu
tratto per la città e buttato in carcere, senza fuoco, benchè verno
stridente. Le donne dei carcerieri, come ad altre vittime, così a lui
mitigarono l'atrocità imperiale. Deportato poi a Cherson, stentò fra
privazioni e infermità, sinchè Dio nol trasse a sè (654).

Appena rapito Martino, Costante avea dato ordine d'eleggergli un
successore; ed i Romani, forse per tema ch'egli mettesse sulla
cattedra qualche eretico, s'affrettarono ad eleggere Eugenio,
che poco durò (657), poi Vitaliano. Marco, arcivescovo di Ravenna
ricusava sottomettersi alla Chiesa romana, appoggiato a un diploma
dell'imperatore Costante: ma Vitaliano lo scomunicò, ed egli lui, e lo
scisma proseguì finchè papa Dono ottenne si revocasse quel diploma.

Agatone fece esonerar la Chiesa romana (678) dai tremila soldi d'oro
che pagava ad ogni elezione di papi, assoggettandosi però a non
consacrarli sinchè non fossero confermati dall'imperatore.

A questa foggia andò l'elezione dei successori, spesso controversa.
Sergio non volle approvare le costituzioni del concilio Trullano (687);
onde il vizioso e inetto Giustiniano II mandò il protospata Zacaria che
lo arrestasse: ma sollevatosi il popolo, l'inviato non trovò scampo
che sotto il manto del pontefice. Anche Giovanni Platino, esarca
di Ravenna, venuto per fargli ingiuria, non osò e se ne pentì. Però
l'ambizione di quei che aveano competuto il papato, gli turbò la vita a
segno, che dovette a lungo rimanere fuori di Roma.

Talmente si stava in timore di violenze da parte degl'imperatori,
che quando, all'elezione di Giovanni VI, venne da Costantinopoli in
Roma Teofilatto esarca eletto, i Romani presero le armi (701), nè
si chetarono che alle preghiere ed alle assicuranze del papa. Il suo
successore Giovanni VII non disapprovò apertamente ma non sottoscrisse
gli atti del concilio Trullano, malgrado preghiere e minacce di
Giustiniano. Papa Costantino li ripudiò in quanto derogavano al VI
ecumenico, anzi per segno di venerazione (708) fece dipingere i sei
concilj nel portico di San Pietro; il popolo poi ricusò omaggio
a Giustiniano imperatore eretico, non ne volle il ritratto, non
commemorarlo nella messa o negli istromenti, nè tampoco ricevere monete
col suo conio.

Aveano dunque i pontefici tutt'altro che a lodarsi degli imperatori, e
il popolo inclinava a scuoterseli dal collo: se non che li ratteneva
il timore d'altri nemici più imminenti, i Longobardi. Questi, nel
primo irrompere, occupata una buona parte dell'Italia, dicemmo come
la dividessero tra varj duchi: lo che se gli ajutò a conservare
parzialmente i vinti in obbedienza, impedì di compiere la conquista.
Tra quei signori eleggevasi il re senza ragione ereditaria; talchè ogni
vacanza produceva una rivoluzione e solleticava le ambizioni, a segno
che di venticinque regnanti, sedici finirono in modo violento. I duchi
col favorire all'uno o all'altro pretendente, tiravano a sè autorità
sempre maggiore, a detrimento della corona. In maggior conto erano
il ducato di Spoleto, che separava Roma da Ravenna, e manteneva le
comunicazioni dell'alta Longobardia colla meridionale; e il ducato di
Benevento, che separava Roma dalla Campania e dagli altri possedimenti
greci, e valeasi del porto di Salerno: e quei due paesi ormai operavano
affatto di loro balìa. Usufruttare il particolar dominio, ovvero
condurre la guerra per le franchigie o pei possessi o per capricci
proprj era l'occupazione dei duchi; e a fatica i re potevano trarli
seco, fosse a reprimere i Greci, fosse a respingere i Franchi, i quali
senza resta li molestavano o per rapace natura, o sollecitati dagli
imperatori d'Oriente. Nè a quest'ultimi i Longobardi, essendo sforniti
di marina, potevano impedire di mandar soccorsi, scarsi se volete,
ma trasportati agevolmente ove bisogno accadesse, e, se non altro,
bastevoli a nutricare la speranza (sempre facile ne' deboli oppressi)
che effimero fosse il dominio di quelli stranieri, e che l'altrui
braccio ne li redimerebbe.

Neppure dopo che ebbero abbracciata la religione cattolica, i
Longobardi cessarono di guardarsi e d'essere guardati come stranieri;
nè si fusero coi Romani, nè conobbero quanto importasse il tenersi
amici i pontefici se volevano congiungere tutta Italia sotto un
dominio, forte per resistere e ordinato per farsi amare.

Vedemmo come re Rotari alle consuetudini longobarde sostituisse un
codice scritto; e colle leggi, colla robusta amministrazione e con
severi castighi ridotti al freno i duchi, li guidò a sconfiggere i
Greci, ai quali (unica conquista durevole dopo le prime) strappò il
ducato di Genova, ricovero de' fuorusciti dal Milanese.

Rodoaldo, figlio e successore di lui (652-55), fu presto trucidato da
un offeso marito, e la nazione o i grandi affezionati alla memoria
della buona Teodolinda andarono negli Agilulfingi bavaresi a cercar
un successore; e con Ariperto, figliuolo di Gundualdo già duca d'Asti
e fratello di quella regina, comincia una serie di re cattolici,
stranj alla gente longobarda. Ariperto fu sepolto nella chiesa di san
Salvadore fuor di Pavia, da lui fabbricata: e quasi il regno non fosse
già troppo diviso fra' duchi, si volle, a modo de' Franchi e d'altri
Germani, partirlo fra Pertarito e Gondiperto, figli di Ariperto (661),
sedendo il primo in Milano[182], l'altro in Pavia. L'ambizione non li
lasciò in concordia, e Gondiperto volendo spodestare il fratello, spedì
Garibaldo duca di Torino per invocare soccorsi da Grimoaldo duca di
Benevento.

La storia di Grimoaldo è un romanzo. Gli Avari in gran numero avendo
invaso il Friuli, Gisolfo, che v'era duca, fortificò tutti i varchi e
le castella, e nominatamente Cormona, Nimaso, Osopo, Artenia, Ragona,
Gemona, Biligo, per ricoverarvi la gente inerme: egli poi affrontò i
nemici; ma per quanto valoroso, fu soverchiato dal numero e ucciso.
Gli Avari si sparsero guastando la campagna, assediarono Cividale
dove s'era rinchiusa Romilda, vedova di Gisolfo, coi figli Tasone,
Cacone, Romoaldo e Grimoaldo e quattro figliuole. Duravano a resistere;
ma Romilda, adocchiato dalle mura il kacano de' nemici, lasciva od
ambiziosa mandò esibirsegli pronta a cedergli la città purchè la
sposasse. Finse egli aderire, ma avuta la porta, lasciò la città al
furore e alle fiamme; e tenuta Romilda una notte, la abbandonò alla
brutalità di dodici suoi, poi la fece impalare, dicendo: — Ben ti stia
un tal marito». Assai differenti le costei figliuole si sottrassero
alla libidine nemica col fingersi puzzolenti, tenendo carni fetide
in seno. Il kacano avviò esse coi fratelli e coi cittadini verso
la Pannonia in ischiavitù; ma il Consiglio degli Avari pensò meglio
ucciderli tutti, salvo le donne e i fanciulli. I figli di Gisolfo,
avutone sentore, procuraronsi de' cavalli e fuggirono. Grimoaldo, il
più piccolo fra essi, cavalcava in groppa a un fratello, ma non potendo
reggersi cadde. Il fratello, non vedendo in lui che un impaccio, e nol
volendo schiavo de' Barbari, brandì la lancia per trafiggerlo; ma il
bambino implorò pietà, e che avrebbe forza di tenersi a cavallo: di che
l'altro impietosito il ripigliò.

Ma ecco gli Avari sopragiungono, e un d'essi riesce a ghermire
Grimoaldo, e senz'altro mal fargli, sel pone in groppa e s'avvia al
ritorno. Il fanciullo, invece di desolarsi da fiacco, occhieggiava lo
scampo, e côlto il destro, trasse il pugnale dalla cintura del rapitore
e glielo confisse nel capo. Quegli cadde, e Grimoaldo voltò allegro
il cavallo verso i suoi fratelli[183]. Le virtuose sorelle, comunque
vendute più volte, illibate poterono esser poi ricompre dai fratelli, e
sposate a duchi stranieri. Tasone e Cacone ottennero di nuovo il ducato
del Friuli; e vedemmo (pag. 89) come, per tradimento dell'esarca,
fossero uccisi in Oderzo.

L'audace Grimoaldo, cresciuto in età, fu posto duca di Benevento, e a
lui Gondiperto mandò chiedendo soccorsi: ma l'infido ambasciadore lo
persuase a venir sì, ma per esterminare entrambi i principi stranieri,
e recarsi in mano un regno che avea mestieri di robusti campioni,
non di fanciulli. La proposta era conforme al genio di Grimoaldo;
che presto regnò, essendo Gondiperto ucciso dal traditore Garibaldo.
Pertarito, come udì che Pavia si era resa al ribelle, vilmente fuggì,
lasciata a Milano la moglie Rodelinda e il fanciullo Cuniperto, che
da Grimoaldo furono spediti a Benevento. Pertarito ricoverò presso
il kacano degli Avari; il quale ricusò un moggio d'oro che Grimoaldo
gli offeriva se gli consegnasse il ricoverato; pure insinuò a questo
di abbandonare le sue terre. E Pertarito osò rientrare in Italia
e confidarsi alla generosità del nemico, e giunto a Lodi, mandò a
chiedergli sicurezza. Piacque l'atto a Grimoaldo, che gli promise
salvezza ed agi; ma poi vedendolo ben accetto ai Longobardi, che in
folla accorreano a visitarlo, ne prese ombra, e pensò torlo di mezzo.
Lo fe dunque circondare nel palazzo assegnatogli in Pavia; ma Unulfo,
suo fedele servitore, travestitolo da schiavo e fingendo cacciarlo
a mazzate, il campò di mezzo alle sentinelle, e calollo dalle mura
nel Ticino, donde passò ad Asti, e di quivi in Francia. Intanto il
guardarobiere, chiusosi nella camera di Pertarito, ai soldati spediti a
prenderlo pregava indugiassero finchè colui avesse digerito il troppo
vino: alfine fu scoperta la pietosa frode, e Grimoaldo la perdonò,
e volle tra' suoi Unulfo. Saputo poi che questo erasi ritirato nella
basilica di san Michele, lo affidò della sua parola, e rimandollo col
guardarobiere e con molti doni al sempre desiderato padrone.

Grimoaldo, vigoroso di braccio, tenace di proposito, mantenne l'ordine
nell'interno (662); avversissimo ai Romani, distrusse la risorta
Oderzo per vendicare i suoi fratelli ivi uccisi; respinse i Franchi
venuti per restituire Pertarito. Onde assicurarsi il titolo di re, avea
costretto una sorella dei predecessori a sposarlo, e dato ai duchi tali
privilegi, da renderli quasi indipendenti e snervare la monarchia.
D'altra parte, compiuta allora la conversione de' Longobardi,
acquistava preponderanza il clero, e per esso il papa; i quali miravano
a conservare ciò che i conquistatori a distruggere, la nazionalità
italiana.

Grimoaldo avea lasciato duca di Benevento suo figlio Romoaldo; onde
l'imperatore Costante II, che s'era fatto esecrare a Costantinopoli
col perseguitare i Cattolici, pensò redimersi del pubblico obbrobrio
coll'assalire quel fanciullo, a titolo di sbrattare l'Italia, e
rinnovarvi l'imperio romano, o fors'anche restituirne la sede a Roma
dove credeasi più sicuro. Armato in Sicilia e sbarcato a Taranto,
chiamò attorno al drago imperiale le guarnigioni delle città marittime,
e con esse marciò sopra Benevento (663). Il giovinetto Romoaldo
valorosamente si difese, ma ridotto agli estremi, cercava patti. Re
Grimoaldo accorse in ajuto del figliuolo, e mandò innanzi Sesualdo,
balio di questo, per avvertirlo del suo avvicinarsi. Sesualdo cadde
in potere dei Greci, i quali lo obbligarono a dire agli assediati,
non dovessero sperare verun soccorso. Egli promise: ma invece confortò
Romoaldo a durare, giacchè suo padre avvicinava; tenesse raccomandati
la moglie e i figli suoi, ch'egli era certo di non sopravivere. Di
fatto Costante fe mozzarne il capo e balestrarlo in città: poi levò il
campo al sopragiungere di Grimoaldo, il quale rincacciò i nemici sin
presso Formia, e il sconfisse.

I Beneventani conservavano riti superstiziosi; adoravano immagini
di serpenti; ad un albero sacro attaccavano un pezzo di cuojo, poi
correndo a briglia sciolta e scagliando dardi all'indietro, chi così
riuscisse e staccarne alcun pezzo, sel mangiava per devozione. Il
pio Barbato che poi vi fu vescovo, predicava contro tali idolatrie, e
Romoaldo gli promise estirparle se Dio gli desse vittoria. Liberato
Benevento, osservò la promessa, e Barbato di propria mano recise
l'albero sacrilego. Saputo però che Romoaldo teneva ancora nel suo
gabinetto un serpente d'oro, persuase Teodorada moglie di lui a
consegnarglielo, e ne fa fare un calice e una patena. Romoaldo non solo
nol punì, ma gli offerse estesissimi poderi; ed esso li ricusò, sol
cercando aggregasse alla sua diocesi Siponto, dov'era la grotta di San
Michele.

Costante II, giacchè non sapeva vincere nemici, volle spogliare
sudditi inermi, e gettatosi su Roma, derubò quel ch'era avanzato delle
depredazioni anteriori. Non saziato dai doni di papa Vitaliano, si
prese tutto il bronzo del Panteon, perfino il copertume metallico, e
recò le prede in Sicilia. Ma quando veleggiavano per Costantinopoli,
una squadra saracina le assalì e portolle in Alessandria, donde forse
alcune di esse erano un tempo passate a Roma.

Sei anni rimase quell'imperatore in Siracusa, facendola soffrire de'
suoi capricci (668), finchè un Mesenzio lo assassinò, credendo ben
meritare perchè eretico[184]. Costantino Pogonato suo figlio, raccolta
gran gente dall'Istria, dalla Sardegna, dall'Africa, piombò sopra
Siracusa, uccise Mesenzio ch'erasi dichiarato imperatore, e la testa
di lui e degli altri congiurati mandò a Costantinopoli. Ma intanto
Romoaldo avea pensato vendicarsi dell'aggressione, e a capo d'una
ciurma di Bulgari tolse all'Impero le città di Bari, Taranto, Brindisi
e Terra d'Otranto, conquiste che non potè conservare.

I Bulgari erano gente sottoposta un tempo agli Avari, dai quali
riscossasi, devastò l'Impero, e offrivasi a servigio di chi la pagasse.
Alquanti di essi aveano ottenuto i deserti territorj di Supino, Bojano,
Isernia, con giurisdizione signorile, dipendente però dal duca di
Benevento, e vi conservavano la patria lingua. Al modo stesso nell'alta
Lombardia voleano piantarsi gli Avari, chiesti da Grimoaldo contro il
ribellato duca del Friuli; ma il re li respinse.

Morto questo (671), i duchi irrequieti deposero il figlio Garibaldo, e
richiamarono Pertarito dall'esiglio al trono. Con erigere Sant'Agata in
Monte e Santa Maria in Pertica[185] a Pavia, attestò la sua gratitudine
a Dio che l'avea campato da tanti pericoli, e quindici anni regnò,
osservante della giustizia, limosiniero, istruito dalla sventura a
non abusare della prosperità. Ma due fazioni, una contraria, l'altra
seconda a questi re bavaresi, non cessavano di rimescolare il regno.
Mal seppe destreggiare Cuniperto, figlio di Pertarito (686); sicchè i
duchi di Benevento e di Spoleto fin l'ombra cessarono di dipendenza.

Altrettanto di propria balìa operavano i duchi del Friuli, posti
come sentinella avanzata contro nuovi invasori d'Italia. Fra quelli
nomineremo Ferdolfo (694), che provocò gli Schiavoni tenendosi certo
di vincerli; ed essi vennero, e cominciarono a rubare le pecore.
Lo scultascio Argaido, nobile e prode uomo, uscì loro incontro, ma
non potè raggiungerli; e il duca lo rimproverò d'averli lasciati
sfuggire, dicendo che ben gli stava il suo nome, derivato da arga, che
in longobardo vale poltrone. Argaido replicò: — Voglia Dio chiarire
qual di noi due sia più poltrone». Pochi giorni dopo, gli Schiavoni
tornarono grossi, ed accamparono s'un'altura. Ferdolfo ronzava a piè
di quella, divisando i modi di assalirla, quando Argaido gli rammentò
l'ingiuria; e — Maledetto da Dio chi di noi sarà l'ultimo ad assalire
gli Schiavoni». Spronato, salì per la montagna, e Ferdolfo altrettanto;
ma gli Schiavoni rotolando sassi uccisero quei due e la nobiltà che li
seguì. Così il puntiglio, come altre volte, recò a rovina il paese.

Anche il poderoso Alachi duca di Brescia (688), ingrato a Cuniperto,
tramò con Aldone e Gransone, primarj cittadini, e usurpò il titolo
regio; ma ben presto disgustò il vescovo di Pavia e altri signori
longobardi. Un giorno, numerando certe monete, gliene cascò una; e al
giovinetto figlio di Aldone ivi presente che gliela raccolse, disse:
— Di queste tuo padre ne ha d'assai, e presto diverranno mie». Il
fanciullo riferì quel motto al padre, che prevenne la minaccia col
richiamare Cuniperto dalla piccola e forte isola del lago di Como.
Venne questi, e scontrato Alachi alla Coronata (Cornate) presso l'Adda,
lo sfidò a duello; ma Alachi riflesse: — Costui è ubbriacone, ma
robustissimo della persona. Vivo suo padre, trovandosi in palazzo certi
montoni di smisurata grossezza, li sollevava col braccio teso; ed io
non potevo altrettanto».

Men codarda ragione addusse quando, di nuovo esortato a duellar
col nemico, rispose che negli stendardi di quello vedeva l'effigie
dell'arcangelo Michele, davanti al quale esso gli avea giurato fedeltà.
Il rifiuto svolse da lui molti de' fedeli, i quali unico merito
riconosceano la forza. Al contrario, Cuniperto era amatissimo da' suoi;
tanto che Zenone diacono della chiesa di Pavia volle assumere la veste
di esso, per trarre contro di sè l'attenzione e le armi del nemico,
e così sviarle dal vero re; e di fatto rimase ucciso. Ma i Longobardi
s'infervorarono alla battaglia, e ucciso Alachi, e tuffatone l'esercito
nell'Adda, assicurarono a Cuniperto la vittoria e il regno.

Cuniperto, diffidando de' bresciani Aldone e Gransone, pensava torli
di vita, e ne divisava i modi col suo cavallerizzo, allorchè sulla
finestra venne a posarsi un moscone, e il re con una coltellata gli
levò una gamba. Intanto i due fratelli, com'erano soliti, s'avviavano
alla reggia, quand'ecco uno privo d'una gamba gli avvisa del pericolo
che correano, sicchè essi rifuggono in una chiesa. Il re, dubitando
che alcuno de' suoi fedeli gli avesse ammoniti, invia a prometter loro
sicurezza se indichino da chi ebbero l'avviso; ed essi confessano
averlo avuto da uno zoppo sconosciuto. Cuniperto, ricordatosi del
moscone, comprese che quello era uno spirito maligno, che avea spiato i
secreti di lui per rapportarli.

Paolo Diacono riferisce ciò in tutta serietà; e sopra storici siffatti
siamo costretti tessere la storia. Agnello, che scrisse le vite degli
arcivescovi di Ravenna, ha racconti dello stesso calibro: e ne basti
uno. Giovanni, abate del monastero di San Giovanni presso Ravenna,
molestato dall'esarca, andò a Costantinopoli e si pose sotto al palazzo
cantando versetti di salmi, finchè l'imperatore il fe chiamare, e
intesone le ragioni, gli diede una commendatizia per l'esarca. Al
domani stesso scadeva il termine da questo prefisso ai monaci per
addurre le loro ragioni; onde l'abate struggevasi di ritornare al più
presto, ma non trovò nave. Dolente passeggiava sul lido, quando gli
si affacciarono tre uomini nerovestiti, e udito il suo rammarico, gli
promisero rimetterlo a casa il domani, se facesse com'essi gli diceano.
E gli diedero una verga, colla quale delineasse sulla sabbia una barca,
colla vela e colla ciurma: poi vollero si collocasse in un letto nella
sentina, e per rumori e turbini che intendesse, non si sgomentasse
nè facesse il segno della croce. Come detto così fatto: il fracasso
fu indescrivibile; ma a mezzanotte egli si trovò sul tetto del suo
monastero. La meraviglia dei monaci e dell'esarca lascio immaginarla:
egli raccontò la cosa all'arcivescovo, che gl'impose una penitenza.

Ciò che risulta da queste baje è che gl'italiani stavano altrettanto
male sotto i Longobardi che sotto i Greci. Cuniperto, tenuto il regno
dodici anni, lo trasmise al giovinetto figlio Liutperto (700), sotto la
tutela del nobile e saggio Ansprando. Ma in breve da Ragimperto duca di
Torino ne fu spodestato, poi ridotto prigioniero e ucciso da Ariperto
II (701), figlio e successore di quello, che dovette continuamente
lottare contro altri duchi: regni brevi, successioni tempestose, che
toglievano d'invigorire la monarchia. Ansprando, tutore di Liutperto,
erasi rifuggito nell'isola Comacina, ma assalito da Ansperto, passò
in Baviera. Ariperto si svelenò contro gli amici di Ansprando, al
figlio di esso fe cavar gli occhi, alla moglie e alla figliuola mozzar
il naso e gli orecchi. Ma Ansprando coi Bavari rivalicò le Alpi, e
vinse Ariperto (712), che guadando il Ticino a Pavia affogò, ultimo
degli Agilulfingi in Italia. Dicono uscisse travestito per intendere
quel che di lui si dicesse: agli ambasciadori stranieri mostravasi in
abito dimesso e con pelliccie volgari e volgari imbandigioni, per non
allettarli alle squisitezze italiane. Ma queste voglionsi difendere con
valorosa concordia, piuttosto che celare con pusillanime astuzia.

I Longobardi unanimemente acclamarono il prudente Ansprando, che regnò
soli tre mesi[186], ma vide eletto a succedergli suo figlio Liutprando,
che in trentadue anni di regno rinnovò lo splendore della signoria
longobarda. Le prime cure applicò a riformare lo Stato, comprimendo
le rinascenti sollevazioni anche col supplizio d'alcuni duchi; molti
castelli tolse ai Bavari, che forse meditavano recuperare il trono;
si tenne buoni i Franchi e gli Avari, e dettò leggi prudenti, in capo
alle quali s'intitola _cristiano e cattolico, re dei Longobardi a Dio
diletti_. Coraggioso fin alla temerità, udito che un Rotari suo parente
avea disposto di ucciderlo in un convito, lo chiamò a sè, e tastato
se veramente portasse il giaco di ferro sotto ai panni, respinse colla
propria la spada che costui trasse, e lo fece uccidere. Saputo che due
gasindi gl'insidiavano i giorni, gl'invita a caccia, ed appartatosi
solo con essi soli, rinfaccia il perverso consiglio; indi gettate le
armi, — Ecco il re vostro; fatene secondo vi piace». Vinti al generoso
e franco atto, gli caddero a' piedi, ed esso li perdonò e beneficò.
Anche colla Chiesa stette in armonia, e confermò il dono di molti
beni nelle alpi Cozie, fattole da Ariperto II. Rintegrato l'ordine e
l'obbedienza, svelto ogni seme delle guerre civili, ridrizzò l'animo al
disegno de' suoi predecessori, d'unire tutta Italia snidando i Greci. E
la fortuna parve mandargliene il destro.



CAPITOLO LXVII.

Gli Iconoclasti. Origine della dominazione temporale dei papi.


L'imperio romano continuava colle antiche forme a Costantinopoli, ma
sempre più fievole e minacciato da diversi nemici, ai quali vennero ad
aggiungersi i Musulmani. Maometto avea predicato agli Arabi (622) una
religione, di dogmi semplicissimi, ridotti quasi solo alla unità di
Dio; di morale condiscendente e sanguinaria, giacchè ripristinava la
pluralità delle mogli e il diritto della forza, che il cristianesimo
avea sbanditi. Subito i suoi discepoli, armati di scimitarra e
d'intolleranza, uscirono dalla penisola natia gridando, — Non v'è
altro dio che Dio, e Maometto è suo profeta»; e vedendo non potere
dar trionfo alla loro se non soffocando ogni altra civiltà, diressero
le prime offese contro i luoghi dov'era nata la religione cristiana,
occupando Gerusalemme e la Palestina, poi con una spaventevole rapidità
ebbero sottoposto gran parte dell'Asia, il lembo settentrionale e
l'orientale dell'Africa, e minacciavano l'Europa dai due lidi che
più l'avvicinano, dallo stretto di Gibilterra verso la Spagna, e
dall'Ellesponto verso Costantinopoli. L'Impero, spogliato per essi
delle sue più belle provincie, videsi ridotto a difendere la capitale,
che più volte assalita, si sosteneva per la felicissima postura.

A sì gravi frangenti mal bastavano i discendenti d'Eraclio, che
deboli, litigiosi, disumani, peggioravano la condizione de' paesi a
loro soggetti, fra' quali mezza l'Italia. Terminata la loro stirpe,
seguirono imperatori elettivi; e Leone, pastore d'Isauria mutatosi in
guerriero, avea tanto ben meritato col combattere Bulgari e Saracini,
che fu portato imperatore (717). La prodezza di lui prometteva un
difensore valente, l'operosità un egregio amministratore, un buon
fedele l'aver ai vescovi giurato di rispettare i concilj e le decisioni
della Chiesa: ma riuscì troppo lungi dalle speranze, e sul trono già
turbato da tanti eretici, egli volle comparire eresiarca.

Nessuno ignora quanto abborrimento il legislatore degli Ebrei
avesse a questi ispirato contro ogni immagine d'uomini o della
divinità, conoscendoli propensi a confondere la rappresentazione
col rappresentato. I Cristiani, usciti dalla sinagoga, probabilmente
rifuggirono sulle prime dall'effigiare Dio e i Santi: ma oltre esser
naturale nell'uomo il venerare le sembianze delle persone o care
o stimate, già usavano i Romani una specie di culto ai ritratti
degl'imperatori e vivi e morti; onde i Cristiani, intenti a volgere
alla verità gli stromenti della menzogna, è probabile che presto
effigiassero Cristo e gli Apostoli. Può l'ignoranza essere trascorsa a
confondere la copia coll'originale, e prestar adorazione a ciò ch'era
destinato unicamente ad elevare le aspirazioni verso l'Ente supremo;
laonde alcuni Padri e concilj riprovarono le immagini, o per genio
particolare, o per ispeciale pericolo che ne scorgessero: però la
Chiesa, che, immobile nel dogma, piegasi nei riti e nella disciplina
alle opportunità dei paesi e de' tempi, trovò soverchio questo rigore
quando ne fu cessata la ragione, cioè il timore dell'idolatria. Allora
si moltiplicarono le figure dei Santi e del Salvatore, e le storie
dell'Antico e del Nuovo Testamento, opportune a dare alle arti il
pascolo, che fin allora avevano tratto dal gentilesimo, ed allettare
gli occhi dei Barbari, a cui talvolta la curiosità d'intendere il
componimento di quelle pitture serviva d'avviamento a conoscere le
morali verità del Vangelo. Qual cosa umana va esente da abusi? e questi
mossero alcuni a riprovare quel culto, e viepiù quando i Maomettani,
aborrenti dall'effigiare la divinità, lo rinfacciavano ai Cristiani
come idolatria: laonde Leone Isaurico, valendosi dell'autorità che
gl'imperatori si arrogavano sopra le cose ecclesiastiche, lo proibì, e
violentemente distrusse le effigie devote.

Le coscienze si rivoltano sempre contro chi pretende forzarle; e il
popolo che era affezionato a quelle devote e antiche rappresentazioni,
levò d'ogni parte mormorii; quantunque i prelati greci apparissero
troppo spesso ligi all'imperiale volontà, il patriarca Germano
protestò contro l'incompetente decreto, e ne scrisse al papa e ad
altri vescovi, appoggiando il culto delle immagini colle ragioni,
coll'autorità, coi miracoli per esse moltiplicati. La violenza chiama
violenza; e il popolo, sturbato nelle sue devozioni, insorse a furia
contro lo spezza-immagini (_iconoclasta_); dovunque i messi di lui
si presentassero ad abbatterle, il popolo toglieva a difenderle a
pugni, a sassi, a coltelli; e l'imperatore per esser obbedito bandì il
patriarca, moltiplicò i rigori e i supplizj.

L'Italia greca ne toccava la sua parte; e avendo papa Gregorio II
esposta all'imperatore la dottrina della Chiesa su questo punto,
l'Iconoclasta per tutta risposta raddoppiò intimazioni d'obbedire o
guai. I Ravennati non poterono reggere a questo rinforzo di tirannia, e
levato popolo, trucidarono l'esarca e chi per lui; altrettanto fecero i
Napolitani; e il loro duca Esilarato, venuto per assassinare il papa,
fu col figliuolo ucciso dai Romani, che insorti a difendere nella
persona del pontefice la religione e le franchigie loro, espulsero
il greco governatore. Per tutta l'Italia imperiale si propaga la
rivolta; una di quelle che riescono, perchè determinate da sentimento
di giustizia e di religione, non da sottigliezze che il popolo non
intende, e da cui non ha profitto. Armati per propria difesa, ricusando
il peccato e il tributo, non versano altro sangue se non quello che
difficilmente si può risparmiare in un primo e contrastato bollimento
popolare[187]; abbattono le statue dell'augusto; e accordandosi di
più non voler affari con questi Greci, temuti come tiranni, spregiati
come deboli, aborriti come eretici, eleggono magistrati nazionali in
luogo di quei che venivano da Costantinopoli o da Ravenna, e risolvono
nominare un imperatore che sieda a Roma e osteggi Leone.

Tanto l'ambizione dei papi rimase estranea a questo spontaneo moto,
che Gregorio intercesse per Leone[188], sperando si convertirebbe alla
verità; per sue insinuazioni a Roma fu conservata, a Napoli restituita
l'autorità imperiale. Vero è però che, nel fiaccarsi dell'imperiale
arbitrio, ripigliavano vigore gli ordinamenti municipali, e quindi
l'autorità de' pontefici: nobili, consoli e popolo ebbero ricuperato la
rappresentanza loro quando furono raccolti a concilio per condannare
l'opinione, che ad essi l'imperatore comandava. Civitavecchia fu
munita, e in nome del ducato romano conchiusa alleanza coi Longobardi
meridionali, pur conservando l'esteriore soggezione all'Impero.
Gregorio fu dunque il primo di que' pontefici che, ne' tempi nuovi,
rannodarono la federazione italiana; sotto la religiosa sua presidenza
unendo le città che non voleano ricevere il giogo longobardo, nè
sopportare il greco.

Profittò di questi sovvertimenti re Liutprando, e con aspetto di
favorire l'equità e la libertà di coscienza, assalse ed occupò
Ravenna[189]; Bologna e la Pentapoli (728): ma i Veneziani, sollecitati
dal papa contro questi Barbari, mandano il doge Orso Participazio, il
quale piomba sul re longobardo, lo sconfigge, ne fa prigione il nipote,
e sgomberata Ravenna, vi insedia l'eunuco Eutichio, speditovi esarca
da Costantinopoli. Liutprando, il quale avea sperato che nel pontefice
la recente offesa potesse più che il bene generale della penisola, al
trovarsi deluso s'accannisce, conchiude pace con Eutichio, promettendo
dargli mano a sottoporre i riottosi, purchè a vicenda egli il soccorra
contro i duchi di Spoleto e di Benevento, sollevati a favore di Roma.
Riuscita l'impresa, i due eserciti congiunti si difilano sopra Roma,
per punirla entrambi d'opposti torti; i Greci dell'avere disobbedito
all'imperatore, i Longobardi dell'essergli rimasta fedele. Il papa,
venuto al campo nemico, parlò a Liutprando con tale pietà, che questo,
il quale pur confessava legalmente la supremazia del papa[190], se
gli gettò ai piedi promettendo non far male ad alcuno; e seco entrato
nella basilica Vaticana, sul corpo de' santi Apostoli depose in dono il
manto reale, i braccialetti, l'usbergo, il pugnale, la spada dorata, la
corona d'oro, la croce d'argento.

Ma l'imperatore di Costantinopoli continuò a vessare il papa, il quale
gli scrisse risentito, rinfacciandogli l'ignorante sua presunzione,
e minacciando la rivolta di tutta Italia: — Voi imperatore, voi capo
dei Cristiani, perchè non interrogaste uomini addottrinati ed esperti?
ei v'avrebbero insegnato che, se Dio proibì d'adorare le opere degli
uomini, fu in riguardo degli idolatri che abitavano la terra promessa.
Solo l'ignoranza può farvi credere che noi adoriamo pietre, muraglie,
tavole: noi lo facciamo unicamente per rimembrare coloro di cui queste
portano il nome e le sembianze, e per elevare il nostro spirito torpido
e grossolano. Tolga il cielo che le teniamo per Dei, nè poniamo in
esse fiducia; ma a quella di nostro Signore diciamo, _Signor Gesù,
soccorreteci e salvateci_; a quella della sua santa madre, _Santa
Maria, pregate il figliuol vostro che ci salvi le anime; se è d'un
martire, Santo Stefano che spargeste il sangue per Gesù Cristo, e
presso lui tanta grazia avete, pregate per noi_».

Prete Giorgio, che dovea portar questa lettera all'imperatore,
per via fu còlto dai soldati imperiali che lo cacciarono prigione,
dopo toltogli il dispaccio; e l'Isaurico rispose: — Manderò a Roma
a sfrantumare l'immagine di san Pietro, e fare con papa Gregorio
come Costanzo con papa Martino, portandolo via carico di catene».
Ma Gregorio replicava: — I pontefici sono i mediatori e gli arbitri
della pace fra l'Oriente e l'Occidente, nè le minaccie vostre ci
sbigottiscono. A poche miglia da Roma siamo in sicuro. Gli occhi delle
nazioni stanno fissi sopra la nostra umiltà; esse riveriscono quaggiù
come un dio l'apostolo san Pietro, di cui voi minacciate frangere la
figura: i regni più remoti d'Occidente tributano omaggio a Cristo e al
suo vicario; voi solo state sordo alle sue voci. Se persistete, ricadrà
su voi il sangue che potesse versarsi».

Sentiva dunque il pontefice che, contro l'oppressione del mondo antico,
troverebbe schermo nelle genti nuove; e sapendosi insidiato, prese
guardia alla propria persona, e informò gl'Italiani dell'occorrente.
I popoli della Pentapoli e i Veneziani chiarironsi pel culto avito,
scotendosi dalla soggezione agli ordini di Costantinopoli: i Longobardi
si opposero all'esarca di Ravenna che avviava l'esercito verso Roma.

Non minor fermezza del predecessore palesò Gregorio III, il quale
non chiese la conferma dell'esarca (731), repudiò gli editti che
proscrivevano le immagini, esortò l'imperatore a cassarli; e non
esaudito, ricorse all'armi sue raccogliendo novantatre vescovi
d'Italia, che dichiararono anatema chi le distruggesse, profanasse
o bestemmiasse. Infellonì Leone a tale annunzio, e non potendo per
allora contro le vite, nocque alle sostanze dei disobbedienti col
crescere d'un terzo il tributo e la capitazione in Sicilia e Calabria,
e staggire i patrimonj che da antichissimo vi teneva la santa sede;
sottrasse al metropolita di Roma e sottopose a quello di Costantinopoli
le chiese di Napoli, Calabria, Sicilia ed Illiria; poi inviò in Italia
un grosso navile: ma sul golfo Adriatico andò disperso da violenta
fortuna. Le reliquie della flotta approdate a Ravenna, tentarono
saccheggiarla; ma il popolo, avutone sentore, diè di piglio alle armi,
e li respinse ed affogò, e per più anni seguì a far festa di un tale
avvenimento.

Salvo da questo frangente, il papa si trovò in un nuovo per
parte di Liutprando. Trasimondo duca di Spoleto, che questi aveva
precedentemente soggiogato, era di nuovo insorto; talchè Liutprando
dovette muovere contro di lui l'esercito. Trasimondo fuggì a Roma, e
avendone il re domandata l'estradizione, Gregorio e Stefano patrizio e
l'esercito romano ricusarono. Il re sdegnato, insieme con Ildeprando
che in occasione di malattia gli era stato dato collega (740), entrò
nel paese[191] e pigliò Amelia, Orte, Bomarzo e Bleda. Per allora
voltossi indietro, ma essendo Trasimondo ritornato a Spoleto coll'ajuto
de' Beneventani e de' Romani, Liutprando invase di nuovo il ducato
romano, e benchè a Rimini fosse messo a fil di spada parte del suo
esercito, e tra Fano e Fossombrone lo assalissero vigorosi i natii,
difilavasi sopra Roma. Gregorio, non vedendo scampo nelle forze
proprie, e nulla avendo a sperare dai Greci, pensò ricorrere a principe
barbaro.

Come nella Gallia Cisalpina i Longobardi, così nella Transalpina si
erano piantati i Franchi, e Clodoveo lor re fu il primo dei Barbari
che, col battesimo, accettasse le credenze cattoliche e la soggezione
ai papi, i quali perciò fregiarono col titolo di _cristianissimo_
lui ed i suoi successori. Vedemmo come essi fossero pericolosi
vicini ai Longobardi, da cui lungamente esigettero un tributo: ma poi
digradarono dalla primitiva robustezza, e i re, datisi al far niente,
abbandonarono l'autorità ai maggiordomi. Tale dignità pertanto fu
ambita, e Pepino d'Héristal (687-714) riuscì a renderla ereditaria in
sua casa, ai re lasciando soltanto il titolo e il fasto. Suo figlio
Carlo acquistò il soprannome di _Martello_ pel valore guerriero, che
spiegò principalmente contro i Musulmani. Questi, occupata la Spagna,
aveano valicato i Pirenei e minacciavano la Francia, ed era pericolo
che Maometto prevalesse a Cristo anche in Europa come in Asia; laonde
il pontefice avea spedito a Carlo tre spugne colle quali ripulivasi
la mensa eucaristica, onde confortarlo a combattere que' nemici della
nostra fede e della nostra civiltà. L'eroe li vinse più volte, poi
(732) decisivamente a Poitiers; il papa gli mandò regali e il titolo
di patrizio romano: il longobardo Liutprando ne chiese l'alleanza; ed
avendogli il Franco inviato suo figlio Pepino acciocchè l'adottasse
come figlio d'onore, il re gli recise i capelli, e lo rimandò con
larghi donativi[192].

A costui, che l'Europa acclamava vincitore dei figli d'Agar,
salvatore della cristianità, è naturale che il papa, minacciato
dai Longobardi, volgesse gli occhi, e gli diresse una lettera così
compilata: — Gregorio all'eccellentissimo figlio signor Carlo, vicerè
(_subregulus_) di Francia. In estrema afflizione noi gemiamo, vedendo
la Chiesa abbandonata da que' suoi figli stessi che dovrebbero a sua
difesa consacrarsi. Lo scarso territorio di Ravenna, che unico ci
rimaneva l'anno scorso per sostentamento dei poveri e illuminazione
della Chiesa, fu posto a ruba e fuoco da Liutprando e Ildeprando
re longobardi; hanno distrutto i poderi di san Pietro, tolto il
bestiame che rimaneva, desolato fin i contorni di Roma. Neppure da te,
eccellentissimo figlio, abbiamo fin a quest'ora ricevuto consolazione
di sorta, e conosciamo che, invece di riparare questi mali, presti
maggior fede ai principj da cui derivano, che non alla verità da noi
esposta. Preghiamo l'Altissimo che di tale peccato non ti punisca,
ma potessi tu udire i rimproveri di costoro che ci dicono, Ov'è
questo Carlo, di cui implorasti la protezione? venga egli, e con quei
formidabili suoi Franchi ti salvi dalle nostre mani. Qual dolore ci
cuoce all'udire questi rimbrotti! al veder così possenti figli della
Chiesa non mover dito per difenderla e vendicarla de' nemici! Il
principe degli Apostoli, accinto di sua potenza ben potrebbe farle
schermo: ma egli vuol provare in questi tempi disastrosi il cuore de'
suoi figliuoli. Non prestar dunque fede a quei re quando accusano i
duchi di Spoleto e di Benevento: unica loro colpa è di non avere voluto
l'anno scorso assalirci contro la santa fede; del resto obbediscono
affatto ai re, eppure si vuole privarli del grado, metterli in esiglio
per non aver ostacoli a soggiogare la Chiesa e farla schiava. Mandaci
uno de' tuoi fidati, incorruttibile a doni, a minaccie, a promesse,
che coi proprj occhi veda le nostre persecuzioni, l'avvilimento della
Chiesa, le lagrime dei pellegrini, la ruina del nostro popolo, e te
esattamente ragguagli. Pel giudizio di Dio e per la salvezza dell'anima
tua t'esortiamo a soccorrere alla Chiesa di san Pietro e al popol suo,
ed allontanare questi perfidi re. Pel Dio vivente e per le chiavi della
confessione di san Pietro, che a te spedisco in segno di dominio[193],
t'affretta al nostro sussidio, chiarisci la tua fede, e accresci in tal
guisa la fama che di te va pel mondo; acciocchè il Signore ascolti te
pure nell'afflizione, e il nome del Dio di Giacobbe ti protegga, e noi
possiamo sulla tomba dei santi Pietro e Paolo pregar contenti giorno e
notte l'Eterno per te e pel tuo popolo».

Che il portatore di questa lettera tenesse istruzioni a voce per
accordarsi con Carlo onde mutare dall'Impero a lui la signoria di
Roma, nessun argomento n'abbiamo; anzi il papa dovette con istanze
nuove sollecitare Carlo, che alla perfine spedì messi a Liutprando. Ma
mentre si menavano trattati, e il maggiordomo e l'imperatore e il papa
morirono (741); e Zacaria succeduto a questo, venne in persona a Terni,
e a forza di bontà e di dolcezza indusse il re longobardo a restituire
le città romane occupate. Trasimondo di Spoleto, vistosi abbandonare
dai Romani, si consegnò a Liutprando, che si contentò di farlo chiudere
in un convento: Gregorio duca di Benevento, mentre voleva camparsi
in Grecia, fu trucidato a furor di popolo. Liutprando conferì i due
ducati a parenti suoi, indi, perfidiando le promesse, ritenne quante
città di Romagna aveva occupate, sinchè il papa, trovatolo novamente,
l'indusse a cederle e donarle alla santa sede. Restava la nimicizia
coll'esarcato, e Liutprando l'invase. Eutichio non trovò altro scampo
che pregare il papa a interporsi; e questi di fatto mosse a quella
volta, entrò nel dominio longobardo, e a Pavia persuase Liutprando a
sospendere le offese.

Poco poi i Romani respiravano per la morte di Liutprando (744), cui
Paolo Diacono (il quale con esso chiude la sua storia) predica di
gran senno, sagace in consiglio, grandemente pio, amator della pace,
potente in guerra, clemente ai rei, casto, pudico, bel parlatore, largo
limosiniero, ignaro di lettere eppur comparabile a' filosofi. Sappiamo
ch'egli aggiunse un monastero alla basilica pavese di san Pietro in
Ciel d'oro, dove fece trasportare il corpo di sant'Agostino, sottratto
ai Musulmani che aveano invaso l'Africa e la Sardegna; tra le alpi
parmensi fondò il monastero di sant'Abondio e Berceto, a Corteolona
una chiesa di sant'Anastasio, a Pavia nel proprio palazzo una cappella
a san Pietro, con preti che ogni giorno vi cantassero i divini uffizj.
Le leggi da lui pubblicate attestano che i Longobardi aveano profittato
della conoscenza del diritto romano: e al sommar de' conti, egli fu dei
migliori, o forse il migliore fra i re longobardi.

Pemmone, duca del Friuli, avea sposato Ratberga; e sebbene essa,
nata rusticamente e brutta, più volte lo esortasse a lasciarla e
prendersi altra moglie da par suo, la preferì perchè modesta e savia,
e dal loro connubio nacquero Rachi, Racait e Astolfo, che Pemmone
fece educare coi figliuoli di que' nobili che erano periti nel
conflitto cogli Schiavoni. Rachi sì buon nome levò, che alla morte di
Liutprando i Longobardi deposero Ildeprando collega di questo, e lui
fecero re. Ricevuta la lancia del comando, Rachi si trovò in rotta
non solo coi Romani e coi Transalpini, ma anche coi Longobardi del
mezzodì, avvegnachè nel 746 pubblicava divieto di deputare messi a
Roma, Ravenna, Spoleto, Benevento, nonchè in Francia, in Baviera, in
Alemagna, in Avaria, in Grecia[194]. Al contrario Zacaria papa riceveva
omaggio dai nuovi regni che si fondavano in Alemagna e in Inghilterra,
e accolse san Bonifazio apostolo della Germania dandogli conforti a
convertire il Settentrione, che ricevendo la fede da Roma, al pontefice
prestava un omaggio illimitato. Zacaria, istruito che Rachi, rotta una
tregua giurata, tornava sopra la Pentapoli, andò a trovarlo a Perugia,
e non solo il distolse, ma gli toccò il cuore per modo, che poste la
moglie Tasia e la figlia Rotrude (749) in un monastero, egli andò
a chiudersi in quel di Montecassino, ove pur dianzi erasi ritirato
Carlomanno, fratello del maggiordomo di Francia[195].

Astolfo fratello di Rachi, portato al regno dal pubblico voto, ripigliò
le ostilità coi Greci; e sicuro in armi, le menò con tanta fortuna, che
in due anni (752) si rese padrone dell'Esarcato e della Pentapoli; e
per togliere alla conquista il carattere di passeggera, mutò la sede da
Pavia all'imperiale Ravenna. L'esarca Eutichio rifuggì a Napoli, e fu
l'ultimo che governasse l'Italia greca; perciocchè i possessi rimasti
all'Impero furono divisi ne' _temi_ o distretti di Sicilia e Calabria;
i duchi di Napoli, Gaeta, Bari ed altre città operavano omai di balìa
propria, sotto la nominale supremazia dello stratego siciliano.

Il posseder Ravenna parve ad Astolfo ragione valevole per attirarsene
tutte le dipendenze e Roma stessa; onde intimò al senato e al popolo
romano prestassero a lui l'obbedienza che soleano al signor di Ravenna;
e sostenne l'intimazione con grosse armi. Il nuovo papa Stefano II con
regali e preghiere lo indusse ad una pace di quarant'anni: ma scorsi
quattro mesi appena, Astolfo la guastò, e impose ai Romani un annuo
tributo, fintanto che non gli piacesse annestare quel ducato al suo
reame. Il papa ricorse dapprima alle devozioni, conducendo per Roma
una processione, dove egli stesso, a piè scalzi, portava una delle
immagini di Cristo non fatte a mano; e il popolo, asperso di cenere e
gemebondo, seguiva una croce, alla quale erasi appeso l'accordo della
pace violato dai Longobardi. Inviò poi l'abate di Montecassino ed altri
sacerdoti che chiamassero il principe a migliori consigli; ma Astolfo
li trattò d'alto in basso, ingiungendo tornassero ai loro conventi
senza tampoco rivedere il papa. L'imperatore Costantino Copronimo,
il quale incaparbito d'abolire le immagini, avea molestato senza posa
il pontefice per cui mercè l'autorità sua erasi conservata in Italia,
allora non fece che spedire con lettere Giovanni Silenziario. Il papa
volle accompagnato dal proprio fratello il messo a Ravenna, unendo
nuove suppliche ad Astolfo perchè restituisse l'Esarcato ai Greci:
ma non che badarvi, costui raddoppiava armamenti e minacce come leon
fremente, asserendo che i Romani tutti passerebbe a fil di spada se
non si sottomettessero al suo dominio[196]. Stefano scrisse da capo
all'imperatore parole da quel bisogno, acciocchè, secondo le iterate
promesse, venisse a difendere l'Italia[197]: ma questo, più che de'
Musulmani, più che de' Longobardi, brigavasi di sillogizzare contro il
culto delle immagini, ed uccidere i monaci che le difendevano.

Che più restava al papa? Memore di Gregorio III, si volse a Pepino
il Piccolo, figlio di Carlo Martello e succedutogli come maggiordomo
de' Franchi; e questi l'ascoltò più volonteroso del padre, e spedì
un duca Autari e un vescovo invitandolo a condursi di là dall'Alpi.
Il papa, coi messi Franchi e col reduce Giovanni Silenziario, fu alla
corte longobarda per un'ultima prova: ma rimanendo Astolfo ostinato al
proposito, Giovanni tornò disconchiuso in Oriente, Stefano prese la via
di Francia.

Come avranno guardato questa gita i contemporanei, e specialmente
gl'Italiani?

Da una parte vedevano essi gl'imperatori di Costantinopoli, che
possedevano l'Italia, non come legittimi successori dei Cesari antichi,
ma per conquista, e da conquista la trattavano, conculcando gli antichi
privilegi; dall'altra, re stranieri armati e sbuffanti, che giurano e
spergiurano, devastano città, sterminano popolazioni, mettono a spada
e fuoco. Rimpetto a costoro, vecchi sacerdoti eletti dal popolo e tra
il popolo, pregano, scrivono, fan processioni, mandano ambasciate,
vanno in persona ad implorare nient'altro che pace e giustizia; al più
mettono insieme un pugno di armati per pura difesa. Fra questi tre,
intenti a conservare o sottomettere il nostro paese, stanno milioni
d'Italiani, la cui sorte si decideva nei coloro dibattimenti, e che col
papa pregavano e piangevano; dal re e dall'imperatore erano spogliati
ed uccisi. Quanto non avevano sofferto sotto quel dominio, greco,
lontano, irresoluto, arrogante, tiranno delle coscienze, peggiorato
dalla ingordigia e prepotenza dei ministri, i quali non isdegnavano
farsi satelliti ed assassini per obbedire! quanto non avrebbero dovuto
soffrire cadendo sotto questi altri Longobardi, che ai loro fratelli
toglievano e leggi e terre e magistrati e la compiacenza del nome
italiano! Perocchè i Longobardi, come avviene di un governo militare,
in tanti anni di dominio non s'erano punto naturati al nostro terreno,
e il nome loro sonava così terribile, che i paesi cui si accostassero
avventavansi alle armi per quanto lungamente disusate, onde respingere
le stragi e l'oppressione serbate ai vinti.

Se speranza di risorgimento, o almen di sollievo restava agl'Italiani,
non potevano appoggiarla se non su quel pontefice, che da lungo tempo
consideravano come loro rappresentante, tutore dei loro diritti,
l'unico che sapesse consolare gli oppressi e intimar giustizia agli
oppressori; pontefice, che pel carattere suo doveva essere più giusto,
più mansueto; che faceva ancora venerato a tutte le nazioni quel nome
romano che, per altrui cagione, era in estremo vilipendio.

In quei tempi ordinati e sonnolenti, nei quali la dotta inerzia non
sapeva aspettar bene se non dai re, gli scrittori serbarono ogni
simpatia e raffinarono ogni sofisma a favorire il concentramento
dei poteri e l'onnipotenza delle corone, e quindi non rifinivano
d'imprecare al pontefice, il quale, col chiamare i Franchi, impedì
che tutta Italia cadesse sotto la dominazione de' Longobardi. Per
noi sussiste un altro criterio, il voto del popolo[198]; e lo storico
imparziale deve guardare qual fosse la causa, il cui trionfo scemasse
le lacrime e le ingiustizie tra la moltitudine.

Dopo undici secoli stando tranquillamente a narrare le vicende
d'allora, si può intrepidamente riprovare i padri nostri perchè non si
siano sottomessi in tutto ai Longobardi, lo che avrebbe dato all'Italia
quell'unità che, fra i patimenti conseguita, rese poi forti e stimate
Francia ed Inghilterra mercè la dominazione di Barbari. E forse
argomentarono così quegli stessi, che non hanno abbastanza lacrime
per deplorare la caduta dell'imperio romano, o abbastanza ira contro
lo straniero che oggi volesse sottomettersi una nuova provincia, anzi
una sola fortezza italiana. Poniamo che costoro conoscano di certa
preveggenza come sarebbero procedute le cose: ma se i re si tengono
in diritto di sagrificare la generazione presente per l'avvenire, se
imprese micidiali riescono a vantaggio, chi potrà pretendere che un
popolo volontariamente si sottometta a crudelissima oppressione in
vista d'un avvenire che non conosce, e della prosperità che possa
derivarne ai nipoti?

Ma sarebbe derivata? Se i Longobardi spegnevano in Italia i resti della
civiltà romana, sarebbe uscita mai di qui la luce che poi irradiò la
restante Europa? Se sulla ragione politica inesperta e feroce di quei
tempi non avesse dominato quel potere moderatore che allora la Chiesa
assunse anche nelle cose temporali, sarebbero, di sotto all'irrefrenato
dominio militare, giunte a ben composta nazionalità la nostra e neppur
le altre genti?

Chiudere gli occhi a ciò che fu, per almanaccare ciò che avrebbe
potuto essere, non è da storico: ma chi deplora le miserie posteriori
della nostra patria, condotte da troppo fieri casi e da infamie e
violenze che sono scritte nel libro dell'ira di Dio qual espiazione
o preparamento, deh voglia avvicinarsi a quei tempi, e vedere come,
col non lasciar cascare tutta Italia sotto i Barbari, e col farla poi
centro del rinnovato Impero, vi si sieno conservate le istituzioni
antiche e le migliori tradizioni dell'intelletto e della vita; le quali
appurate, le fruttarono commercio, dottrina, incivilimento, libertà,
e il vanto di star maestra e modello delle altre nazioni. Ora questo
splendido rinnovamento saria stato possibile sotto il dominio uno,
fiero, avvilente degli stranieri?

E se l'Italia non fu una, chi vorrà riportarne la causa fin a quei
tempi e a quel dominio? Non era stata una sotto il goto Teodorico? e
la costui origine e la personale inclinazione agevolavano la mistione
coi vinti: eppure quel dominio fu abbattuto non da nuovi Barbari,
ma dalla pretesa restaurazione romana, da ciò che poi fu pompeggiato
col titolo di nazionalità. Avrebbe ella retto allo sminuzzamento, che
dappertutto recò di poi la feudalità? avrebbe retto ai micidiali amori
degli stranieri, quando nel secolo XVI Francesi, Tedeschi, Spagnuoli,
Ungheresi, Svizzeri, Turchi vennero a saziar l'ambizione e l'avidità
sulla patria nostra, mentre da Roma echeggiava inutile il grido di
Giulio II perchè si cacciassero i Barbari?

Nè i Longobardi si erano messi in via di congiungere tutta Italia.
Sulle prime li vedemmo persecutori del clero; e anche il loro duca
Gumaritt, devastata tutta la maremma volterrana, obbligò san Cerbone
vescovo di Populonia a ricoverare col suo clero nell'isola d'Elba, come
quel di Milano era rifuggito a Genova. Dappoi, quantunque convertiti
alla fede romana, e abbondanti in devozioni e monasteri, tennero il
clero in gelosa tutela, quale appena soffrirebbero i moderni[199];
l'ambizione di estendere sopra nuovi paesi, pel solo diritto della
conquista, il mal governo che facevano della Longobardia, li pose in
urto col pontefice; e poichè questo era dai Romani considerato come il
loro rappresentante, doveva ne' soggiogati crescere l'aborrimento verso
una nazione che con minaccie ed armi rispondeva alle preghiere e ai
consigli di quello. Nella contesa, il clero, diffuso fra gl'italiani
per mitigare i guai che toccano al vinto, riceveva come suoi gli
affronti fatti al suo capo, ed abituava i fedeli a risentirsene, come
le membra patiscono dei colpi dati alla testa.

Se poi i liberatori tutti del nostro paese, da allora fin a jeri,
sempre ricorsero a stranieri, sempre, è una di quelle complicazioni,
che è facile e perciò consueto battezzare col nome di fatalità.

Senza dunque addebitare a un popolo le lontane e incerte conseguenze
del suo procedere, a noi pare che, pel diritto imprescrittibile
della conservazione, lo Stato romano, minacciato di cadere in servitù
straniera, potesse difendere la propria indipendenza, appoggiandosi a
chi glie l'assicurava.

In Francia Pepino il Piccolo, nella saldezza dei trentasett'anni,
vincitore di molte guerre, temuto dai vassalli, caro al popolo e
ai soldati per modi affabili, al clero per averlo rintegrato delle
usurpazioni di suo padre, di re aveva tutto fuorchè il nome; già i
Franchi notavano gli atti cogli anni del suo principato; a lui solo
volgeano le domande e i richiami; a lui ogni onoranza; i grandi del
regno un dopo l'altro erano venuti a sua dipendenza, e dal giuramento
di fedeltà restavano legati ad esso, più che agl'imbelli discendenti
di Clodoveo. La nazione, che, come tutte le germaniche, conservava il
diritto di elegger il capo, voleva ormai che la finzione facesse luogo
alla realtà, e il titolo di re avesse chi di re esercitava l'autorità;
onde Pepino si fece ungere dal più riverito sacerdote d'allora, san
Bonifazio apostolo della Germania.

La nuova dinastia Franca era così avvicinata al papa, sì per l'antico
titolo di cristianissima, sì perchè recentemente consecrata, e sì
pel missionare che facea le genti idolatre. Quando dunque Stefano II
venne per soccorsi, il nuovo re mandò fin a San Maurizio incontro al
pellegrino apostolico il figlio Carlo, che poi dovea dirsi Magno, il
quale ne precedette il carro a piedi fino alla sua casa di Pontion. Ivi
Pepino scavalcato si umiliò davanti a lui come a capo della Chiesa, coi
figli e i grandi del suo seguito; e condottolo ad alloggio nella badia
di san Dionigi, gli prodigò assistenza durante una malattia cagionata
dai crucci dell'animo e dagli stenti del viaggio. Il papa prostrossi
con tutto il clero coperto di cenere e cilizio davanti a Pepino finchè
n'ebbe promessa di soccorsi: allora per riconoscenza unse di nuovo re
de' Franchi lui e i due figli Carlo e Carlomanno, e li intitolò patrizj
di Roma.

Come tale, Pepino diveniva protettore uffiziale della santa sede, e
obbligato a soccorrerla contro i Longobardi. Ma prima di respingerne
l'armi coll'armi volle esperire le vie amichevoli, e spedì a re
Astolfo, esibendo dodicimila soldi d'oro se rinunziasse alla Pentapoli
ed altre terre[200]; ricusato (753), fece proclamare la guerra. Al
bando accorsero i signori Franchi in grosso numero; forzarono il passo
di Susa che da cencinquant'anni separava i due popoli rappacificati,
e chiusero Astolfo in Pavia, il quale allora si piegò ad un accordo,
obbligandosi di rimettere a Pepino l'Esarcato e la Pentapoli (754). E
Pepino li donò alla repubblica e alla Chiesa romana ed a san Pietro,
cioè a dire al pontefice, il quale fu rimesso in Roma.

Tale principio ebbe la dominazione temporale dei papi, i quali,
sebbene capi della Chiesa, non aveano fin allora veruna sovranità,
essendo il regno loro assiso altrove che in terra. È un sogno di
tarda composizione il dono che Costantino il Grande fece a papa
Silvestro, ma sta che i papi teneano vaste possessioni; al tempo di
Gregorio Magno contavano ventitrè patrimonj in Italia, nelle isole del
Mediterraneo, in Illiria, in Dalmazia, in Germania e nelle Gallie;
e basti nominare quello estesissimo delle alpi Cozie, che alcuno
vorrebbe abbracciasse anche Genova e la Riviera di ponente. In questi
tenimenti, giusta il diritto romano, aveano giurisdizione sopra i
coloni, e per conseguenza magistrati, appelli, prigioni; anche altrove,
nella trascuranza dei lontani imperatori, esercitavano qualche atto
di sovranità; e porzione ne godeano in Roma come primi cittadini. Solo
però la donazione di Pepino collocò i papi fra i principi della terra:
e poichè sopra di essa fondasi il dominio più antico d'Italia, e tanto
ne restò avviluppata la successiva fortuna del nostro paese, dovette
naturalmente fermarvisi l'attenzione degli storici e de' pubblicisti.

L'atto della donazione di Pepino, qual lo abbiamo, olezza d'adulterino;
pure del fatto non lasciano dubbio i cronisti, univoci in attestarlo,
e una serie di conferme fattene poco dappoi. Abbracciava essa Ravenna,
Rimini, Pesaro, Cesena, Fano, Sinigaglia, Jesi, Forlimpopoli, Forlì col
castello Sussubio, Montefeltro, Acceragio, Monlucati, Serra, Castel
San Mariano (forse San Marino), Robbio (diverso da quel di Liguria),
Urbino, Cagli, Luculli, Agobio, Comacchio; aggiungendovi Narni, che da
molti anni i duchi di Spoleto aveano spiccato dal ducato romano. Leone
ostiense[201] vi comprende anche quant'è da Luni al distretto Suriano
colla Corsica, di là fin a Monte Bardone, poi a Berceto, Parma, Reggio,
Mantova, Monselice, la Venezia e l'Istria, e i ducati di Spoleto e
Benevento. Esagerazione destituita di prove: ma in senso opposto taluni
pretesero la donazione importasse unicamente il dominio utile dei beni
compresi in quel tratto, non già la sovranità riservata da Pepino per
sè e successori suoi; o se pure comprendeva anche la sovranità, non si
applicasse però che quanto all'utile dominio. Come ciò, se in appresso
i Longobardi e l'arcivescovo di Ravenna, venendo in rotta col papa, gli
sottrassero la giurisdizione e non i dominj? Inoltre noi vediamo i papi
giudici e funzionari nelle città donate, e dire _la nostra città di
Roma, il nostro popolo romano_[202], conoscendo d'essere sottentrati in
luogo e stato dell'antico esarca. Anzi potrebbe dimostrarsi che, prima
della donazione di Pepino, i papi già esercitavano giurisdizione in
molti di que' paesi per un consenso popolare, al quale Pepino rendeva
omaggio chiamando restituzione il suo dono[203].

Bensì a torto argomenta chi, trasportando a quel tempo le idee del
nostro, pretende incontrarvi una precisa distinzione di diritti e di
poteri, di dominio utile e governo politico. Il proprietario, come
tale, compiva ne' suoi possessi alcuni atti di sovranità, mantener
l'ordine, rendere giustizia, menare gli uomini in guerra; intanto che
il signor supremo vi riscoteva imposte, mandava sindacatori; e qual
dei due più fosse per indole robusto, più larga porzione facevasi nel
dominare.

Composte le cose d'Italia, Pepino rivalica le Alpi: ma Astolfo, che al
trattato aveva accondisceso soltanto per forza o per guadagnar tempo,
raccolse fretta fretta i suoi Fedeli, mosse sopra Roma con quei di
Benevento, e l'assediò sbraveggiando: — Apritemi porta Salaria, ch'io
entri in città, e datemi il papa, se volete ch'io usi misericordia
verso di voi; altrimenti diroccherò le mura, ammazzerò voi di spada,
e vedrò chi venga a torvi dalle mie mani». I Romani, bene conoscendo
i proprj interessi e la fede di lui, ripulsarono la proposta; e
mentr'egli a man salva devastava le circostanze di Roma, e dai cimiteri
traeva ossa di santi «con gran detrimento dell'anima sua», i cittadini,
tacciati così leggermente di codardi e imbelli, durarono l'assedio per
cinquantacinque giorni col coraggio ch'era rinato in essi fra le prove
delle ultime resistenze.

Il papa diresse a Pepino una lettera in nome di san Pietro, esortandolo
a liberare il suo sepolcro e il suo successore, sotto minaccia di
castighi temporali ed eterni. E tosto Pepino ripassa le Alpi, e
mentre i nemici l'aspettano alle Chiuse, egli gira alle loro spalle,
ed assalta Pavia. Astolfo, costretto a retrocedere in diligenza per
difendere la sua capitale, compra la pace con un terzo de' proprj
tesori, e col sottoporsi all'annuo tributo di dodicimila soldi d'oro;
oltre obbligarsi di nuovo anche con ostaggi a rilasciare al papa la
possessione dell'Esarcato e della Pentapoli.

Deputati suoi, insieme con Fuldrado abate di San Dionisio di Parigi,
girarono per le città dell'Esarcato e della Pentapoli raccogliendo
gli statici fra i principali paesani; indi passati a Roma, sulla
tomba di san Pietro deposero le chiavi d'esse città e la donazione di
Pepino; il quale poi giuntovi in persona, fu ricevuto come liberatore.
Agli ambasciadori venuti da Costantinopoli per indurlo a restituire
all'Impero le terre già greche, ricevendo le spese della guerra,
replicò non aver combattuto a pro di quello, e potere di esse disporre
a suo grado come di buon conquisto. Poi subito tornò in Francia, o per
non recare maggior ombra ai Greci colla sua vicinanza, o perchè forse
scaduto pe' suoi Fedeli il tempo di restar in campagna. Abbiasi a ciò
riguardo prima di lodare di generosità o censurare di dabbenaggine
Pepino, che lascia sussistere i vinti, e non pianta fra loro le leggi
sue ed il dominio.

Astolfo non aveva mandato ancora ad esecuzione il trattato, quando morì
per una caduta da cavallo: lodato fra i migliori re dei Longobardi,
veneratore delle reliquie; delle quali molte trasportò dalla Romagna
a Pavia, fabbricò chiese e oratorj, largheggiò coi monaci, tra le
cui braccia spirò; eppure di sua morte il pontefice esultava, come
di quella d'un persecutore[204]. Suo fratello Rachi uscì dal chiostro
per brigare di nuovo la corona, e si pose a capo d'un esercito; ma il
voto d'altri guerrieri gli preferì Desiderio duca dell'Istria[205],
il quale per toglier via il competitore domandò appoggio dal papa,
promettendogli perpetua fedeltà, e non solo eseguir a puntino le
promesse di Astolfo, ma di aggiungere alle altre terre Faenza, Imola
col castel Tiberiano, Gavello e il ducato di Ferrara. Come l'abate
Fuldrado e il conte Ruperto ebbero di ciò giuramento, fu intimato a
Rachi, in virtù dell'obbedienza monacale, tornasse al devoto ritiro,
e ai Longobardi annunziato che l'esercito romano e franco sosterrebbe
all'uopo i diritti di Desiderio (757), il quale così venne confessato
re.

Moriva quell'anno Stefano II; e Paolo, suo fratello e successore,
promise a Pepino amicizia e fedeltà, e chiese a Desiderio adempisse le
promesse. Invano: costui aveva operato a malizia, e appena assicurato
del regno, ripigliò il perpetuo disegno de' suoi predecessori di
sottomettere tutta Italia. Fatta dunque la maggior levata di gente che
potè, e fidandosi nel sapere Pepino occupato in sanguinosa guerra coi
Sassoni, mandò a sperpero la Pentapoli, surrogò suoi ligi a Liutprando
ed Alboino duchi di Benevento e di Spoleto, che a quello aveano
fatto omaggio; e affiatossi in Napoli con un segretario greco, perchè
l'imperatore mandasse un potente esercito, al quale egli congiungerebbe
le sue forze per recuperare Ravenna, e una flotta per prendere Otranto,
ove Liutprando resisteva.

Il papa non indugiò a dare contezza dei preparativi a Pepino, _nuovo
Mosè, David nuovo_; e questo spedì ambasciadori, i quali rannodarono
la pace colle condizioni già imposte ad Astolfo; sicchè essendo allora
comparsa la flotta greca per ricuperare essa città, Romani e Longobardi
si trovarono congiunti a respingerla. Malgrado l'armonia apparente,
Desiderio non volle mai restituire le città occupate, per lamenti che
il papa levasse; favoriva anzi lo scisma dell'arcivescovo di Ravenna,
contumace alla Chiesa romana: talchè prevedevasi inevitabile la guerra,
che fu indugiata solo dall'esser morti quasi contemporaneamente il
pontefice e Pepino.



CAPITOLO LXVIII.

Fine del regno longobardo. Rinnovasi l'impero d'Occidente.


Pepino morendo spartì il regno fra i due figliuoli (768), già unti re
dal papa. Carlo, maturato nei campi e nel governo, era alto e maestoso
di presenza, robusto a qual fosse fatica, vivace nel conversare,
indomabile dai disastri come dalle venture, perseverante ne' propositi,
rispettoso alla religione, amico delle scienze, insegnato in quanto
si sapeva a' suoi dì; e dal personale suo carattere forse più che da
altro provenne l'efficacia che esercitò sui contemporanei, i quali gli
applicarono il titolo di Magno, che la posterità gli confermò.

Carlomanno all'incontro, tentennante e sospettoso come i mediocri,
lasciavasi raggirare; e alcuni, pagati a tal uopo dal re de'
Longobardi, lo subillavano contro il fratello, al quale insidiò perfino
la vita. Poco tardò a morire (771), lasciando due bambini; e poichè
il diritto germanico non considerava i popoli come una proprietà da
ereditarsi, bensì la dignità regia come una magistratura liberamente
affidata dal voto comune, i vassalli dell'estinto elessero re
Carlo[206], che per tal modo si trovò a capo del più poderoso Stato
d'Europa. E cominciò una serie di guerre e di ordinamenti, che lo
elevarono al posto più sublime nella storia del medioevo.

Desiderio re de' Longobardi, al morire di Pepino avea sperato rifarsi
dei danni patiti sotto di questo: ma come le prime imprese di Carlo
Magno lo chiarirono che costui non iscattava dal vigore e dall'abilità
paterna, pensò avvicinarsegli. Fe dunque esibirgli in isposa sua
figlia Desiderata o Ermengarda, e chiederne la sorella Gisela pel
proprio figlio e collega Adelchi: ma un accordo che poteva mettere
a repentaglio i temporali interessi della santa sede e dell'Italia,
spiaceva a papa Stefano II, il quale scrisse a Carlo violente
parole perchè non desse ai sudditi e al mondo lo scandalo di contrar
doppie nozze, e ripudiare Imiltrude, nobile Franca, onde unirsi con
quest'altra di una rea progenie, da Dio esecrata e infetta di lebbra;
nè ad uno, cui soltanto per sua mercede era conservato il regno volesse
concedere quella suora sua che aveva negata al greco imperatore.
Berta, madre di Carlo, che non secondo la politica ma secondo il cuore
giudicava di queste nozze, venne ella medesima in Italia per ridurle
a compimento; a Roma forse favellò col papa, promettendo fargli da
Desiderio cedere alcune delle terre occupategli (770); e se il legame
fra Gisela e Adelchi non si effettuò, Berta menò Ermengarda di là
dall'Alpi. Sventurata fanciulla, che coi dolori e coll'umiliazione
dovea scontare il breve gaudio d'essersi seduta accanto al maggior re.

In Romagna essendo cessati il dominio degl'imperatori e le magistrature
greche, sempre più rivaleva il sistema municipale; e le primarie
famiglie aveano colle cariche, le ricchezze, la forza, acquistato
predominio sopra le altri classi, e concentrata in sè l'elezione
dei consoli, succeduti ai decurioni, e spesso quella dei prelati.
Singolarmente pretendeano aver mano alla nomina dei papi; e massime da
che questi erano divenuti principi, la cattedra di San Pietro eccitava
l'ambizione, sicchè esse famiglie fin alla violenza ricorrevano per
occuparla.

Morto Paolo (767), Totone duca di Nepi e tre suoi fratelli congiunsero
le loro masnade (_scholæ_), e a forza fecero proclamar papa uno di
loro, per nome Costantino, laico ancora; e costretto Giorgio vescovo
di Palestrina ad ordinarlo, e collocatolo in Vaticano, giurargli
fedeltà dal popolo romano. L'intruso cercò l'amicizia di Pepino
che ancora viveva, e che impegnato in guerre, non poteva prendersi
pensiero dell'Italia. I Romani mal soffrivano la carpita elezione; e il
primicerio Cristoforo con suo figlio Sergio, dignitario della Chiesa,
sotto colore di rendersi monaci, fuggirono ai Longobardi della bassa
Italia, chiedendone il braccio per isbalzare Costantino.

Afferrò l'occasione Teodicio duca di Spoleto; e consenziente re
Desiderio, diede una schiera de' suoi, comandati da un Valdiperto, il
quale erasi assunto di tradire la città a' suoi nazionali. In effetto
Roma è presa; ucciso il duca Totone accorso al riparo; Passivo, altro
fratello, è col papa fatto prigioniero; e fra lo scompiglio della
straniera invasione, Valdiperto trae un prete da un monastero, e grida:
— Abbiamo pontefice Filippo; san Pietro lo elesse».

Però quel primicerio Cristoforo, insospettitosi delle intenzioni de'
Longobardi, che sì improvvidamente egli aveva invocati, subillò molti
Romani contro del nuovo pontefice; onde, depostolo come illegalmente
eletto, ne' modi canonici nominarono Stefano III. Un concilio raccolto
in Laterano dichiarò decaduto Costantino, che privato degli occhi, si
presentò ai padri congregati, invocando pietà e confessandosi in colpa;
eppure fu battuto a verghe, cassi gli atti del suo pontificato, messo a
penitenza per tutta la vita; insieme si proibì che verun secolare mai
fosse promosso a vescovo o papa, nè laico o militare assistesse alle
elezioni; anzi, duranti queste, nessuno venisse a Roma dai castelli
di Toscana e di Calabria, nè vi portasse armi o bastoni. Anche a
Valdiperto, convinto traditore, furon cavati gli occhi.

Cristoforo e Sergio, deputati dal pontefice, si presentarono a
Desiderio per ridomandargli i beni e le rendite spettanti alla santa
sede[207]; e Desiderio li pascolò di parole, dicendo verrebbe in
persona a ragguagliare le differenze. Ma mentre così addormentava,
guadagnossi Paolo Assarta camerlengo papale, che insusurrando il
pontefice contro Sergio e Cristoforo, l'indusse a farli mal capitare.

Questi due fratelli appajono agitatori d'una politica irrequieta nel
fine, improvvida nei mezzi, ma in ogni atto avversi alla dominazione
longobarda. Ora avvistisi del pericolo non tanto proprio, quanto della
patria, essi gridarono all'armi ed afforzarono la città per guisa, che
Desiderio, allorquando comparve presso i sette colli sperando esservi
accolto, trovò ferma resistenza. Si volse allora all'inganno, ed invitò
il papa al suo campo, affine di potersi concordare sulle giustizie e le
ragioni da restituire alla Chiesa; e mentre quegli era fuori, Assarta
sommosse Roma contro Cristoforo e Sergio, e già davasi mano ai ferri,
se il papa tornando non avesse sospeso i colpi.

Desiderio, sempre sleale, invitò il pontefice a nuovo colloquio in San
Pietro, posto allora fuor delle mura; e quivi, chiuse le porte della
basilica, lo fece sostenere, ed obbligollo a mandar ordine a Cristoforo
e a Sergio, — Deponete le armi, ed o venite a me o ritiratevi in
un convento». Quelli voleano mantenersi in posto colla forza; ma
abbandonati dai fazionieri, uscirono al papa, che, reso alla libertà,
lasciò nella chiesa i due fuorusciti, acciocchè, fattosi notte,
rientrassero in Roma senza pericolo; ma Desiderio, violando la santità
dell'asilo, ne li strappò, e li fe accecare[208].

Lieto d'essersi vendicato di que' suoi nemici, Desiderio diede volta
senza nulla restituire. Il pontefice trovavasi tanto più scoraggiato,
in quanto non poteva sperare appoggio dal re Franco, genero del
longobardo: se non che poco tardò a mettersi resia fra i due. Carlo,
fra le cui virtù non era la costanza in amore, s'annojò ben presto
della sposata Ermengarda (771), e rinviolla al regio padre, menando
invece Ildegarda principessa sveva. L'affronto toccò nel vivo
Desiderio; e poichè Gerberga, vedova di Carlomanno, era coi figliuoli
rifuggita a lui per cansare le insidie che temeva dal cognato, egli
proclamò i diritti dei due orfani alla paterna eredità, e domandò al
pontefice gli ungesse re de' Franchi, onde poterli opporre al genero
infedele.

Succedeva allora papa Adriano (772), figlio di Teodulo duca di Roma,
lento nel prendere un partito, tenacissimo nel mantenerlo; e conoscendo
che non era di competenza del papa l'eleggere il re di libera gente,
tanto più che ciò attizzerebbe la guerra civile, rispose al Longobardo
che, come pontefice, volea vivere in pace con tutti i Cristiani; del
resto potea ben poco fidarsi d'un principe, che al suo predecessore
aveva fallito tutte le promesse. Desiderio sbuffante si mosse per
ottenere l'intento colla forza, occupò altre città della Pentapoli,
bloccò Ravenna, devastò i contorni di Sinigaglia, Montefeltro, Agobio,
piombò sugli abitanti di Blera intenti alla mietitura, e uccisi i
principali, portò via roba e bestiame; indi occupata Otricoli, difilò
sopra Roma.

Adriano, fatta vana opera di stornare quel nembo, convocò i popoli
della Toscana, della Campania, del Perugino, della Pentapoli, e
li trovò dispostissimi nel voler resistere[209]; ma conoscendo non
varrebbe quella leva tumultuaria contro un esercito ordinato, imitò
Zacaria invitando Carlo Magno: venisse, e proteggesse quella Chiesa
di cui, come patrizio, era uffiziale patrono. Carlo tentò indurre
Desiderio a cedere a denaro le usurpazioni: avutone un niego, mandò
il bando delle armi, ed a' suoi Fedeli radunati in Ginevra espose
l'oppressura del pontefice, e la guerra civile che Desiderio tentava
suscitare in Francia; talchè a comun voce stanziarono l'impresa.

Carlo giganteggia talmente fra' suoi contemporanei, che l'immaginazione
colpita ne formò il tipo delle virtù cristiane ed eroiche, quali le
concepiva il medioevo. Ed un cronista, raccogliendo una tradizione
vulgare, così racconta la calata di esso in Italia: «Oggero il danese,
stato grande nel regno de' Franchi, era rifuggito a re Desiderio.
Quando intesero che il tremendo monarca calavasi in Lombardia, essi due
salirono sopra ecccelsa torre, donde veder lontano e d'ogni parte; ed
ecco da lungi apparir macchine di guerra, quante sarieno bastate agli
eserciti di Dario o di Cesare. Desiderio chiese ad Oggero: _Carlo è
con quel grande stuolo? — No,_ rispose egli. Poi vedendo innumera oste
di gregarj, raccolti da tutte le parti del vasto impero, il Longobardo
disse ad Oggero: _Sicuramente Carlo si avanza trionfante in mezzo a
quella folla. — Non ancora, nè apparirà sì tosto,_ rispose l'altro.
_E che farem dunque_, ripigliò Desiderio inquieto, _s'egli viene con
maggior numero di guerrieri? — Voi vedrete qual è allorchè arriverà_,
ripetè Oggero: _ma che fia di noi l'ignoro_. E mentre discorrevano
mostrossi il corpo delle guardie che mai non conobbe riposo; a tal
vista il Longobardo, preso da terrore, esclamò: _Certo questa volta è
Carlo. — No,_ rispose Oggero, _non ancora_. Poi vengono dietro vescovi,
abati, i cherici della cappella reale e i conti; e Desiderio, non
potendo più nè sopportare la luce del giorno nè affrontar la morte,
grida singhiozzando: _Scendiamo, nascondiamoci nelle viscere della
terra, lungi dal cospetto e dall'ira di sì terribile nemico_. Oggero
tremante, sapendo a prova la potenza e le forze di Carlo, disse:
_Quando vedrete le messi agitarsi d'orrore ne' campi, il Po ed il
Ticino flagellar le mura della città coi fiotti anneriti dal ferro,
allora potrete credere che Carlo arrivi_. Finito non aveva queste
parole, che si cominciò a vedere da ponente come una nube tenebrosa
sollevata da borea, che convertì il fulgido giorno in orride ombre. Ma
accostandosi l'imperatore, il bagliore di sue armi mandò sulla gente
chiusa nella città una luce più spaventevole di qual si fosse notte.
Allora comparve Carlo stesso, uom di ferro, coperto la testa di morione
di ferro, le mani da guanti di ferro, di ferro la ventriera, di ferro
la corazza sulle spalle di marmo, nella sinistra un lancione di ferro
ch'e' brandiva in aria, protendendo la destra all'invincibile spada;
il disotto delle coscie, che gli altri per agevolezza di montare a
cavallo sguarniscono fin delle coreggie, esso l'aveva circuito di
lamine di ferro. Che dirò degli schinieri? tutto l'esercito li portava
di ferro; non altro che ferro vedevasi sul suo scudo; del ferro avea
la forza e il colore il suo cavallo. Quanti precedevano il monarca,
quanti venivangli a lato, quanti il seguivano, tutto il grosso
dell'esercito aveano armi simili, per quanto a ciascuno era dato; il
ferro copriva campi e strade; punte di ferro sfavillavano al sole; il
ferro, sì saldo, era portato da un popolo di cuore più saldo ancora; il
barbaglio del ferro diffuse lo sgomento nelle vie della città: _Quanto
ferro! deh quanto ferro!_ fu il grido confuso di tutti i cittadini.
La vigoria delle mura e dei giovani si scosse di terrore alla vista
del ferro, e il ferro confuse il senno de' vecchi. Ciò che io, povero
scrittore balbeticante e sdentato, fei prova di dipingere in prolissa
descrizione, Oggero lo vide d'un'occhiata, e disse a Desiderio:
_Ecco quello che voi cercate con tanto affanno;_ e cascò come corpo
morto».[210].

A quel che la fantasia riproduceva in immagini, il raziocinio
accompagna gli argomenti, pei quali Carlo Magno dovea prevalere
facilmente in Italia. Era questa sbranata tra varj possessori: de'
quali i Greci non avevano che pretensioni senza forza nè volontà
di sostenerle; i papi invocavano i Franchi; i Longobardi dovevano
schermirsi dall'odio de' natii, irreconciliabili a questo governo
militare.

In Francia, l'essersi i Barbari collegati ai sacerdoti assodò il poter
regio, intorno al quale il tempo e i casi doveano poi restringere
gli altri sociali elementi per costituire la potenza nazionale:
nell'Italia, al contrario, dissociata la forza dall'opinione, dal
potere ecclesiastico il politico, com'era possibile il fondersi degli
invasori cogli indigeni? I principi Franchi inoltre, più ambiziosi e
robusti, coi maneggi, colla guerra, col delitto, sottoposero i varj
capitani e baroni: mentre fra' Longobardi sempre più s'invigorivano i
duchi, piccoli sovrani ciascuno nel suo distretto, che consideravano il
re niente più che come un primo fra i pari, come un loro creato; e ben
lontani dall'assentirgli quell'assoluta potestà che unica sarebbe valsa
a trascinarli in comuni imprese, non di rado si accordavano col nemico.

I re giuravano e spergiuravano; sempre inferiori nelle guerre,
accettavano il trono a patti da un sovrano straniero; e come fanciulli
testerecci, reluttavano petulanti appena si ritirasse quello, dinanzi
a cui si erano fiaccamente piegati. Carlo, colla preponderante vigoria
dell'indole sua, traeva esercito e duchi a decretare nelle assemblee
ciò ch'era sua volontà, ad operare in campo colla confidenza di chi
non bada che al comando. Come è degli uomini grandi, comprese quel che
il tempo suo richiedesse: e non che cozzare coi sacerdoti e volerli
fiaccare colla gelosia consueta ai deboli, si valse della loro potenza,
e crebbe la propria col trarre a sè tutte le forze vive della società,
e dirigerle al suo intento. Ed ora veniva preparato e deciso, non più,
come Pepino, ad umiliare e restituir in dominio i Longobardi, ma a
sterminarli, giacchè non sapevano rimanersi quieti.

Desiderio, oltre le forze reluttanti de' Romani, dei sacerdoti, de'
proprj duchi, trovossi incontro la fazione di Rachi, che soffogata
col rigore, spiava occasioni di vendetta. Appena s'intese la mossa di
Carlo, molti Longobardi di Spoleto e di Benevento accorsero a Roma,
facendosi tagliar i capelli alla romana, in segno di sottomettersi
al papa; altri primarj spedirono a Carlo, sollecitando a liberarli
da questo tiranno Desiderio, e promettendo consegnarglielo colle sue
ricchezze[211]. Anche i duchi fedeli sapevano che il vincitore non
torrebbe loro i possessi nè muterebbe la forma del regno, onde l'avere
un re Franco poco differirebbe da quando aveano avuto re bavaresi.

Desiderio ci appare fiacco forse più de' predecessori, e in conseguenza
temerario all'intraprendere e provocare, poi inetto a sostenersi
e compire, vero modo di rovinar un regno; da nessuna legge possono
indovinarsi i suoi intenti; solo ci restano larghissime donazioni a
conventi in ogni parte d'Italia[212], quasi con ciò volesse illudere
coloro che disgustava coll'osteggiar il papa: verso i re Franchi
burbanzoso in parole, codardo in fatti; ai pontefici largo di promesse
e mentitore; negli assalti contro di loro nè tampoco mostrò quella
risolutezza, che tante iniquità giustifica o almeno ricopre. Accoglieva
i malcontenti di Carlo; ma mentre la politica l'avrebbe consigliato
a non aspettar in casa un nemico da lui medesimo provocato, per
iscarsezza di mezzi o per paura di tradimenti si tenne sulle difese,
destreggiando a seconda dell'attacco esterno e delle insidie interiori.
Mentre dunque vedemmo i Goti cadere e rialzarsi, e far quasi compianta
la loro caduta perchè generosa; inetta e vile fu quella de' Longobardi.
Solo il prode figlio e collega Adelchi aveva munito le chiuse delle
Alpi verso Susa di maniera che i signori Franchi cominciavano a
mormorare degli indugi, più disposti, come fu sempre quella nazione,
a perire in attacchi repentini che a superare colla perseveranza,
quando un disertore, e chi dice un diacono Martino, additò un valico
non custodito fra balze impervie (773). Un pugno di Franchi per di
là prese alle schiene i Longobardi, che côlti da panico terrore, o
forse inviluppati dal tradimento, sbrancaronsi lasciando quelle gole
insuperabili, e senza più guardare in faccia al nemico, Adelchi si
chiuse in Verona, Desiderio in Pavia colla moglie Ansa e la propria
figliuola, e colla famiglia e i Fedeli di Carlomanno.

Giubilante dell'inaspettata ventura, Carlo infisse l'asta sul terreno
d'Italia; prima che i nemici rivenissero dalla costernazione, assediò
entrambe quelle città, e ajutato da intelligenze, le ebbe. Adelchi
riuscì a fuggire a Costantinopoli; Desiderio, venuto in podestà del
nemico, fu colla moglie condotto in Francia (774), e, chiuso nel
convento di Corbia, terminò sua vita; della famiglia di Carlomanno non
è più parola.

Mentre Pavia resisteva, Carlo erasi trasferito a Roma, dove ricevette
gli onori che prima si tributavano al rappresentante dell'imperatore.
Magistrati e nobili furongli incontro sino a trenta miglia coi
gonfaloni; giù per la via Flaminia si stendevano le scuole de' Greci,
de' Longobardi, de' Sassoni e d'altri, poichè di ogni gente affluiva
colà tanto numero, da avervi distinto quartiere e formare comunità
nazionali[213], godendo statuti proprj in quella di Roma, che un tempo
ingojava; stuoli di fanciulli con rami d'ulivo e di palme osannavano
quello _che veniva nel nome del Signore_.

Carlo, che v'era accolto non come re straniero, ma come patrizio,
mutò l'abito Franco nella lunga tunica e nella clamide romana. Appena
da un miglio lontano vide la croce, scavalcò, e pedestre si condusse
al Vaticano, baciando ciascun gradino della scalea; in capo alla
quale aspettavalo Adriano papa, che l'abbracciò, e a paro salirono
all'altare, stando il re alla destra. Questi domandò poi d'entrare
anche in Roma; e sebbene sulle prime il pontefice prendesse qualche
ombra di quest'ospite guerriero, raffidato dalle sue assicurazioni lo
introdusse con ogni maniera di solenni onoranze. Carlo seguì colà le
commoventi cerimonie della settimana santa; poi confermò la donazione
di Pepino, e la crebbe coll'aggiungervi il patrimonio di san Pietro:
e l'atto, sottoscritto da lui, da vescovi, abati, duchi e grafioni del
suo seguito, fu posto sulla tomba di san Pietro, e sotto al vangelo che
solevasi baciare.

Terminava dunque il regno longobardo (568-774), che era durato meglio
di due secoli sopra gl'italiani senza acquistarsene l'affetto, e senza
dare un solo uom grande: terminava come quelle dominazioni forestiere,
che per alcun tempo surrogano la forza al diritto, e possono farsi
temere, non amare. Sopraviveva però il nome, giacchè Carlo s'intitolò
re de' Longobardi[214]; presto frenò l'impeto de' suoi guerrieri; e
poichè conduceva una gente che già s'era assicurata un'altra patria,
non gli fu mestieri spogliare gli antichi possessori, come avevano
fatto Eruli, Goti e Longobardi. Pose guarnigione Franca in Pavia;
a molti nobili di sua nazione conferì feudi vacanti, gli altri e
le dignità confermando ai primitivi signori, che non esitarono a
giurarsegli ligi.

Non vogliasi supporre incruenta nè generosa la conquista di Carlo; e se
crediamo a prete Andrea, cronista bergamasco, lodatissimo dal Muratori
e avverso a Carlo Magno, «tanta fu in Italia la tribolazione, che
altri di ferro, altri di fame straziati, e quali uccisi dalle fiere,
ben pochi sopravissero pei vichi e per le città». Un altro cronista
di Brescia racconta che in questa città resistette Potone, nipote di
Desiderio; e il capitano Franco mandato ad assediarlo appiccò attorno
alla città duemila abitanti della campagna per incutere spavento;
poi come i difensori si arresero a patti, egli arrestò Potone e
cinquanta nobili, e li fe decapitare: pari strage usò a Pontevico, e
quali accecò, quali affogò nel fiume; a Brescia altri uccise perchè
mostravano orrore del suo procedere[215].

Avvezzi com'erano alla fiacca sopreminenza degli ultimi re, i signori
longobardi s'indispettirono di questa mano robusta che ne serrava il
freno; e Arigisio duca di Benevento, genero di Desiderio eppure a'
suoi danni collegato col papa, fe trama con Ildebrando duca di Spoleto,
Rotgaudo del Friuli, Reginaldo di Chiusi, sollecitati da Adelchi, che
da Costantinopoli, come ogni principe caduto, sognava il racquisto del
trono. Papa Adriano, vigilante sugli interessi dell'amico e protettor
suo, ne informò Carlo, il quale (776), prima che congiungessero le loro
forze, menò una banda di volontarj (giacchè la stagione era troppo
tarda per convocare a una spedizione l'esercito feudale), invase il
Friuli, e sconfittone e ucciso il duca, vi pose il franco Marquardo,
poi Unrico (Hunrok), i cui discendenti lo tennero sino al 924.

Anche gli altri duchi furono sottomessi; e a prevenire nuove rivolte,
venne mutata l'amministrazione, fondandola sul feudo alla maniera
Franca, e le vastissime giurisdizioni dei duchi dividendo in distretti,
presieduti da conti. Solito delle conquiste, il buono e il meglio
fu assegnato ai signori Franchi, tanto che del regno longobardo
quasi altro non restò che il nome; la legislazione fu modificata dai
_Capitolari_, ordinanze che obbligavano tutti gli abitanti nel regno,
qual che ne fosse la nazione.

Di propria balìa conservavasi il ducato di Benevento, rifugio ai
Longobardi che non sapessero chetarsi alla dominazione Franca: ed
essendo cessata la supremazia dei re nazionali, quel duca Arigiso (774)
si fece ungere dal suo vescovo, e assunse scettro e corona e titolo
di principe sopra la nuova Longobardia, sopravissuta alla madre, e
procurava or l'una or l'altra occupare delle confinanti terre greche e
pontifizie.

Di questo potente irrequieto prendeva noja Carlo, sicchè per la quarta
volta calatosi dalle Alpi, s'inoltrò minaccioso contro Arigiso. Questo
spedì a far atto di sommessione e promettersi ad ogni voglia del re;
ma perchè, non dandogli fede, Carlo procedeva, fuggì a Salerno, dove
poi ottenne pace, ricevendo come feudo il ducato, ma scemo di sei città
attribuite alla Chiesa. D'allora Arigiso si guardò come vassallo ai re
Franchi coll'annuo tributo di settemila soldi d'oro, e consegnò dodici
ostaggi, fra cui il proprio figliuolo Grimoaldo. Pure nè promesse nè
statici il frenarono, e spedì a Costantino V imperatore d'Oriente, o
piuttosto a Irene madre di quello, chiedendo il ducato di Napoli, la
dignità di patrizio della Sicilia, e un esercito per iscuotersi dalla
dipendenza, promettendo riconoscere la sovranità degl'imperatori,
farsi radere la barba e adottare il vestito greco. Ad Irene, disgustata
allora di Carlo perchè avea negato sposar una figlia al figliuolo di
lei, garbò la proposta, e Adelchi, già re de' Longobardi, comparve
sulla frontiera di Benevento per animare e dirigere le mosse. Fra tali
disegni moriva Arigiso (787), e Carlo chiamò Grimoaldo e gli annunziò
come non avesse più padre. — Non è così (rispose il giovane, accorto
fin alla codardia): egli vive e prospera, e spero crescerà per molti
anni; giacchè, da quando venni in poter vostro, voi foste a me padre,
voi madre, voi famiglia e tutto». Lusingato dalla risposta, Carlo gli
conferì il ducato a condizione che smantellasse Salerno e Acarenza;
ponesse il nome di lui in fronte agli editti e sulle monete, e
accorciasse la barba a' suoi Longobardi, eccetto i lunghi mustacchi.

I Longobardi corsero a folla incontro al nuovo duca; e — Ben venuto sia
il padre nostro: salute nostra dopo Dio»; ma come ebbero conoscenza
delle dure condizioni, non sapeano darsene pace. Grimoaldo era
nipote di Adelchi, onde questi sperò trovarlo favorevole, quando con
Teodoro patrizio di Sicilia (788) sbarcò di nuovo su quelle coste;
ma affrontato dal beneventano, in battaglia perì, e con esso l'ultima
speranza de' Longobardi.

Per consolidare il nuovo reggimento, Carlo menò in Italia il figlio
Pepino di sei anni, e investitolo di questo regno, lo fece ungere da
papa Adriano, assegnandogli per residenza Pavia.

Le spedizioni de' Franchi contro i Longobardi non erano più correrie,
come quelle dei Barbari, per devastare; neppur nimicizie da tribù a
tribù, ma guerre consigliate da politico intendimento e da un sistema
prestabilito. O l'avesse Carlo veramente dedotto dall'esame della
sua età, o vi fosse spinto senza avvedersene dai casi d'allora, e
da quell'istinto che ai grandi uomini indica l'opportunità de' loro
tempi, da cinquantatre spedizioni che condusse dal 769 all'813[216],
perpetua trapela l'intenzione di congiungere in robusta unità le
popolazioni stabilite su quel che un tempo formava l'impero romano,
onde opporle alla doppia invasione minacciata dagli Arabi a mezzodì,
a settentrione dai popoli ch'erano rimasti nella Germania allorchè gli
altri n'uscirono. Tali erano i Sassoni, ai quali esso portò lunghissima
guerra di sterminio. Vinti quelli, diventavano minacciosi confinanti
al regno di Carlo i popoli stanziati dietro di loro, cioè gli Slavi fra
i Carpazj e il Baltico; gli Avari fra i monti stessi e le alpi Giulie,
separati dalla Baviera soltanto pel fiume Ens. Avendo questi minacciato
l'Italia, fu preso il partito di munire Verona, forse smantellata
dopo l'assedio sostenutovi da Adelchi: e poichè nacque disputa se
agli ecclesiastici toccasse fare la terza o la quarta parte di esse
mura, fu rimessa la decisione al giudizio della croce. Aregao per la
parte pubblica, Pacifico per quella del vescovo, giovani forzosi, si
collocarono in ginocchio colle braccia elevate mentre si recitava la
messa col Passio di san Matteo; alla metà del quale, Aregao più non
seppe sostenerle, l'altro resse sin al fine; talchè agli ecclesiastici
non fu accollato che il quarto della spesa. Dapoi Pepino col duca del
Friuli sconfisse affatto gli Avari, e Carlo gli inseguì nel loro paese,
e per frenarli fondò un marchesato sul loro confine, detto Austria,
cioè orientale (793), che doveva poi tanta ingerenza avere nelle
vicende italiane.

Dei tesori riportati da quella spedizione Carlo Magno offrì le primizie
al pontefice, il resto all'esercito ed ai paladini suoi, e al duca del
Friuli che avea avuto principal merito in quelle vittorie.

Era pertanto l'autorità di Carlo assodata su tutta la Francia e stesa
sulla miglior parte dei popoli occidentali: stavangli tributarie le
genti slave, dal Baltico a Venezia, onde la signoria di lui dilatavasi
a mezzodì fino all'Ebro, al Mediterraneo e a Napoli, a occidente
fino all'Atlantico, a settentrione fino al mare germanico, all'Oder
e al Baltico, a levante fino al Theiss, alle montagne boeme, al Raab
e all'Adriatico. Non a torto dunque il poeta Alcuino lo cantava re
dell'Europa: e risorta la grandezza romana qual sotto i successori di
Costantino, non tardò guari a rinnovarsene anche il nome, però con un
carattere nuovo, quello di capo supremo della cristianità nell'ordine
temporale, come nello spirituale era il pontefice.

Il titolo di patrizio che già Carlo portava, esprimeva il patrono della
Chiesa, dei poveri e degli oppressi. Il papa, rivestendolo del manto
e ponendogli in dito l'anello, gli diceva: — Tale onore ti concediamo
acciocchè tu faccia giustizia alle chiese di Dio ed ai poveri, e renda
conto al Giudice supremo»; consegnandogli poi il diploma scritto di
suo pugno, soggiungeva: — Sii patrizio misericordioso e giusto», e gli
metteva in capo il cerchio d'oro. Non implicava dunque sovranità, e
il popolo gli giurava non vassallaggio, ma clientela, subordinata alla
fedeltà promessa al pontefice[217].

Come tale, Carlo trovavasi tutore della Chiesa, onde fra lui e i papi
era vicendevole interesse di sostenersi. Adriano poi era speciale amico
di Carlo, consolazione raramente conceduta ai grandi; e fu tutt'occhi
perchè il nuovo dominio dei Franchi mettesse radice in Italia. Carlo
venerò il pontefice, e morto lo pianse come un padre, largheggiò
limosine a suo suffragio, e ne compose l'epitafio da scolpire a lettere
d'oro[218].

Il succedutogli Leone III (795), al re de' Franchi, come a patrizio,
inviò le chiavi del sepolcro di san Pietro e lo stendardo della chiesa
romana con parole d'affetto e sommessione; Carlo mandò a Roma il
dotto Angilberto perchè assistesse alla consacrazione del pontefice,
seco rinnovasse il patto come già con Adriano, e prendesse accordi
«su quanto sembrasse spediente a confermare il suo patriziato, e
renderlo efficace alla tutela della Chiesa. Perciocchè (soggiungeva
Carlo) missione mia è difendere, ajutante la divina misericordia,
all'esterno colle armi la santa Chiesa di Cristo contro ogni assalto
de' Pagani ed ogni guasto degl'Infedeli, e nell'interno consolidarla
colla professione della fede cattolica; obbligo vostro è d'elevar le
mani a Dio come Mosè, e sostenere colle vostre preci il mio servizio
militare»[219].

Nè però i papi avevano dismesso ogni onoranza verso i Cesari di
Costantinopoli; anzi, per ordine d'esso Leone, fu nel palazzo Laterano
a musaico rappresentato l'imperatore che riceve lo stendardo dalla
mano di Cristo, e Carlo da quella del papa[220]. Se però a quei deboli
lontani il papa professava un resto di riverenza, qual conveniva
al capo di tutta cristianità ed autore della pace, nessun appoggio
poteva sperarne, e ne' bisogni ricorreva al re Franco. Nè gliene tardò
occasione.

Campulo e Pasquale, nipoti di papa Adriano, l'uno sacristano, l'altro
primicerio della Chiesa, disgustati di vedersi tolta la potenza che
esercitavano vivente lo zio, fecero con altre famiglie primarie di Roma
una di quelle intelligenze che spesso minacciavano la podestà papale
dacchè era divenuta principato terreno. Mentre, per la supplichevole
festa delle Rogazioni (799), il pontefice traeva processionalmente dal
Laterano a San Lorenzo, fu assalito da una masnada, che maltrattatolo
sino a volergli strappar gli occhi[221], lo gettò nel convento di San
Silvestro. Vinigiso duca di Spoleto accorse a campar Leone, il quale,
appena ricuperata la libertà, istruì Carlo dell'attentato, e passò
le Alpi, dirizzandosi a Paderborn, ove Carlo aveva raccolti i Fedeli
del suo dominio all'annuale adunanza che dicevasi campo di maggio.
I signori germani, di fresco convertiti, gareggiarono a chi meglio
onorasse il capo della Chiesa, il quale per la prima volta compariva
in una loro assemblea; sicchè quel viaggio tornò di non piccolo
incremento alla pontifizia autorità. Carlo ne ascoltò le querele,
promise ripararvi, e il rimandò accompagnato da signori, da vescovi,
dagli arcivescovi di Colonia e Salisburgo, e da otto commissarj che
formassero processo sul tentato assassinio, e provvedessero alla
sicurezza del santo padre.

Trionfalmente entrò Leone in Roma fra il poco pontificale
accompagnamento di labarde sassoni, franche, longobarde, frisone.
Fin a Pontemolle gli vennero incontro le bandiere e insegne della
città, il senato, il clero, la milizia, le monache e diaconesse, le
nobili matrone, le scuole di forestieri; e fra inni e giubilazioni
condotto nella basilica Vaticana, vi cantò messa, a tutti partecipò la
comunione; indi riprese la primitiva autorità.

Carlo stesso si dispose al viaggio di Roma, e giuntovi al mettersi
della vernata, prima d'ogni altro affare assunse la contesa fra papa
Leone e i suoi nemici. Convocato un concilio misto di laici e di
vescovi (799 — 21 9bre), Franchi e Romani, fe mettere a scandaglio
le accuse recate contro il pontefice: ma come al tempo di Costantino
Magno un sinodo raccolto per dare sentenza di papa Marcellino erasi
dichiarato incompetente a richieder in giudizio il capo della Chiesa,
e l'aveva invitato a semplicemente attestare di propria bocca la sua
innocenza, altrettanto si usò questa volta. Leone, salito in pulpito,
mettendosi il vangelo e la croce sopra la testa, giurossi mondo delle
colpe imputategli; dopo di che si cantò il Tedeum; i suoi accusatori,
secondo le leggi romane, come rei d'omicidio e di calunnia, furono
condannati alla morte, a preghiera del pontefice commutata in esiglio
perpetuo.

Arrivò tra questi fatti la solennità del Natale; e Carlo assisteva alle
maestose funzioni di quel giorno, prono al sepolcro de' santi apostoli,
quando il pontefice, quasi per subitanea ispirazione, si accostò, e gli
pose sul capo un diadema d'oro; e il popolo ad una voce gridò: — Vita
e vittoria a Carlo, grande e pacifico imperator romano, coronato per
volontà di Dio»[222].

Carlo forse non s'aspettava quest'atto; certo se ne mostrò nuovo
e maravigliato, e mosse querela a Leone perchè, malgrado la sua
debolezza, gli addossasse quest'altro peso e doveri, de' quali avrebbe
a render conto a Dio. Fossero voci sincere, o le dimostrazioni che
tutti fanno e nessun crede, fatto è che Carlo cedè al pubblico voto,
dal quale restava eletto con diritto non inferiore a quel dei tanti che
erano gridati Cesari a Roma e a Costantinopoli dalla ciurma vendereccia
o da un branco di soldati. Fu dunque consacrato solennemente qual
supremo capo temporale della cristianità, giurando proteggere la Chiesa
di Roma con ogni sapere e poter suo.



CAPITOLO LXIX.

L'impero romano-cristiano. Carlo Magno.


I Germani che distrussero l'antico Impero, portavano seco l'idea d'una
monarchia, d'origine guerresca insieme e religiosa: guerresca in quanto
i camerata si stringevano attorno al più prode; religiosa in quanto
il re veniva scelto entro una discendenza di Dei o Semidei; libera per
quello, ereditaria per questo. Giungendo in sull'Impero, vi trovarono
un monarca che regnava come rappresentante del popolo, e una religione
che imponeva d'obbedirgli come a rappresentante della divinità, non
pel sangue nè pei meriti personali. Abbattuto che l'ebbero, quella
grandezza girava pur sempre nella loro fantasia, e tentavano emularne
le pompose insegne, la concatenata amministrazione, le sistemate
finanze, la vasta unità; sicchè ne' tentativi di ordinamento de' popoli
invasori continuo s'affaccia il contrasto fra la nativa semplicità e le
rimembranze romane. E quantunque il loro dominio posasse su differente
base, cioè sulla eroica origine, pure quei re venivano adottando l'idea
romana di darsi per rappresentanti dello Stato e immagini di Dio. I
Longobardi in Italia e i Pepini in Francia sviarono dalla tradizione
germanica, costituendosi non più sopra un diritto ereditario, ma
unicamente sopra la forza, ossia la scelta de' compagni, disposti
a sostenerli colle spade. I Longobardi soccombettero al tentativo;
i Pepini con migliore accorgimento facendosi ungere dal clero,
consacrarono la loro dominazione, aggiungendole il carattere religioso
cristiano; compì l'opera Carlo Magno col ridestare il simbolo politico
dell'Impero, e regnare per grazia di Dio.

L'ammirazione che Carlo concepì per Roma al primo vederla, faceagli
sentire come, possessore di Stati così ampj, gli mancasse però
una capitale, come l'aveva l'antico Impero. Il vescovo di Roma non
godeva piena giurisdizione e primazia incontestata su tutti quelli
d'Occidente, e non la andava dilatando anche su quelli d'Oriente?
Perchè non farebbe altrettanto chi, re di Roma, coi re di Europa? Il
mondo non era riunito sotto al papa nel nome di cristianità? ora un
nome unico da darsi alle varie nazioni sottoposte a Carlo Magno non
poteasi dedurre dai Franchi, non dai Longobardi, non da altri Barbari;
e l'unico che tutti abbracciasse senza gelosia di nessuno, era quello
di imperio romano. A quel tempo Irene s'era violentemente assisa sul
trono d'Oriente, ella donna; e Carlo dovea star pago a un titolo
che lo lasciava inferiore ad essa? Può dunque credersi che in lui
germogliasse il concetto di restaurare il romano impero; per qual mezzo
riusciva all'intento, a cui erano falliti i predecessori, di annestare
il dominio settentrionale coll'amministrazione latina, e ripigliava
l'opera dei Cesari, cioè esternamente respingere gli invasori, dentro
stabilire unità di governo.

Da secoli l'Europa era corsa irrequietamente da sempre nuovi invasori;
e anche adesso e i Normanni e gli Slavi e i Sassoni venivano a fatica
frenati dalla spada del Magno. Importava di fissare costoro al terreno,
sicchè alfine si potesse cominciare l'edifizio della nuova civiltà.
A ciò serviva mirabilmente la feudalità, la quale attaccava ciascun
vassallo e ciascun suddito a una porzione determinata di terra, e
dal possesso di questa unicamente deduceva l'importanza d'un uomo
o il vario suo grado. Ma per impedire l'anarchia bisognava che uno
sovrastasse a tali feudatarj, innumerabili sovrani.

_Se ogni autorità viene da Dio_, nessun altro che il capo visibile
della Chiesa poteva considerarsi immediatamente investito della
potenza suprema; onde virtualmente rimaneva capo dell'intera umanità,
congiunta nella Chiesa universale. Dicevasi però che questa potenza
data dal Cielo al papa è di duplice natura, temporale e spirituale; e
siccome di quest'ultima egli partecipa coi vescovi che la esercitano
sotto la sua primazia, così la temporale egli affida all'imperatore
da lui consacrato, che, sotto la direzione del pontefice, diviene
capo visibile della cristianità negli interessi terreni. Non è dunque
possibile che le due podestà si separino, dovendo l'una far puntello
all'altra; e neppure che si distruggano, attesa l'essenza diversa della
loro giurisdizione.

Soprastà naturalmente quella del papa, che come arbitro pronunzia nei
litigi de' principi fra loro e coi popoli: mirabile concetto, che col
fatto prevenne le utopie di qualche filosofo più umano che pratico; e
poteva mettere ai guerreschi micidj il riparo, che ora si va invocando
dall'antagonismo della diplomazia.

Essendo l'imperatore non sovrano soltanto dell'Impero, ma dell'Italia
e di tutta cristianità, ragion voleva che della sua elezione si
domandasse l'assenso e l'approvazione al pontefice. In man del clero
l'eletto giurava osservare i dettami della giustizia e le leggi
positive; e poichè questo era come il patto della coronazione, se
l'imperatore lo violasse, e principalmente se contaminasse la fede
di cui doveva essere difensore, perdeva ogni titolo a farsi obbedire.
Abbia ciò presente chi brama intendere il medioevo, e trovar la ragione
di atti, che, da altro punto osservati, parvero arbitrj ed usurpamenti.

A vicenda l'imperatore, quale amministrator temporale della
cristianità, otteneva supremazia, sopra i regni e su Roma stessa. Forse
allora Carlo trasmise il suo titolo di patrizio al papa, il quale,
sebbene sentisse che col far Roma capitale e quasi sede dell'Impero,
elevava accanto a sè un potere da cui resterebbe sminuito il suo, e la
giurisdizione propria subordinava a quella del re Franco, pure pospose
gl'interessi del temporale suo dominio a ciò che credeva vantaggio di
tutta cristianità. Ma chi vorrà mai supporre che, egli libero, volesse
imporsi volontariamente un padrone?[223].

Da quell'ora potè dirsi piantato il sistema feudale, cioè quella
scala di dominj un all'altro immediatamente superiori fino a questo
eccelso e indivisibile, che anche esso ritraeva da Dio, unica fonte
d'ogni autorità, e dal pontefice suo rappresentante. La preminenza
dell'imperatore sovra i re doveva anche venire indicata dal non essere
quella dignità nè ereditaria nè divisibile: onde i papi contrastarono
sempre affine di mantenere ai popoli la libera elezione del capo
comune, anzichè abbandonarla al caso della nascita.

La Chiesa erasi emancipata dal governo della Roma antica, che l'aveva
tenuta dipendente come soleva colla religione nazionale. Ma fra i
prischi Germani i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano mescolate
col poter civile, talchè, anche dopo convertiti, si trovano fra loro
indistinte le cose sacre dalle profane; i vescovi entravano nei concilj
del regno come i duchi e i conti; duchi, conti e re assistevano ai
sinodi ecclesiastici; cristianesimo e nazionalità, Stato e Chiesa
intrecciandosi, perchè nati si può dire ad un parto. Carlo Magno cercò
ricondurre e il sacerdozio e la nobiltà alla destinazione primitiva;
onde assegnò, per quanto poteva, i limiti rispettivi dell'ecclesiastico
e del civile; nel Consiglio dell'impero separò in due camere l'alta
nobiltà e il clero, che così formò uno stato distinto, in parte legato,
in parte diviso dalla nobiltà, talora concertandosi con essa, talaltra
operando tutto solo.

La nobiltà feudale, sostegno e stromento del poter regio, diveniva
spesso minacciosa a questo; talchè gli era opportuno un contrappeso.
Comuni non esistevano ancora: se la nobiltà comprendeva tutta la
forza dello Stato, tutto il movimento intellettuale concentravasi nel
corpo ecclesiastico, custode dell'antica cultura romana e cristiana,
e favorevole a questa quanto ai principj germanici la nobiltà; la
nobiltà come forza dello Stato apparteneva al governo particolare
della nazione; onde, a voler formare una repubblica europea, bisognava
in ogni Stato al poter nazionale della nobiltà aggiungerne un altro,
potente nell'assemblea generale delle nazioni cristiane, ed atto a
mantenere il legame universale.

Carlo Magno fondò appunto la costituzione dello Stato su queste due
classi, nobili e clero. Attese patentemente ad assodare il poter
regio; ma ei rispettò i diritti della nobiltà, e sentì che l'elevare
il clero era un bisogno del suo tempo. La gelosia è carattere de'
fiacchi; mentre i forti non pensano ad ingrandirsi coll'indebolir
ciò che li circonda, bensì ad estendere la vita e la libera vigoria.
L'educare le nazioni fu sempre la vocazione ecclesiastica; e per
effettuarla fa mestieri di potere, influenza, ricchezze. Le ricchezze
allora consisteano principalmente in beni sodi, e in conseguenza
il clero restava viepiù legato col Governo, alla germanica fondato
sulla proprietà territoriale. Acquistata che i vescovi ebbero tanta
ingerenza, il loro capo entrava cogli Stati in relazioni, le quali
non erano essenziali alla sua vocazione ecclesiastica, ma neppure in
contraddizione con essa.

La cristianità diventava una vasta repubblica, sotto al capo dei
credenti. Ma questo capo era elettivo, cioè di confidenza, e tale che
sotto la primazia di lui poteva sussistere qual si volesse altra forma
di governo, anche la repubblica più sciolta. Siffatta unità non era
dunque l'impero universale, sognato volta a volta da Carlo V, da Luigi
XIV, da Napoleone I, ove tutte le nazioni fossero costrette obbedire
ad una volontà, sottoposte a ordini non fatti pei loro costumi, e
sacrificate ai vantaggi di un paese predominante. Qui era superiorità,
non dominio; rispettavasi l'individualità delle nazioni, ma mettevasi
accordo nello svolgimento della loro civiltà; le istituzioni di
ciascuna erano conservate, perchè derivanti dall'indole, dai costumi,
dalla storia. Il titolo di _sacro impero_ attesta come aspirasse ad
una superiorità morale, a foggiare il consorzio laico sul modello della
gerarchia ecclesiastica, introdurre un ordine legale nella scomunanza
che regnava fra i popoli, una pace e una riconciliazione di essi sotto
la legge. E poichè questo era pure il divisamento de' pontefici, si
trovavano d'accordo cogl'imperatori anche nello scopo morale.

Insomma il _sacro romano impero_ conservava e raccoglieva tutto ciò
che di comune sussisteva ne' popoli d'Europa, Dio, fede, legge, diritto
ecclesiastico, lingua latina; e stabiliva una reciprocanza d'azione fra
i paesi del Settentrione, e quelli del Mezzodì, fra le genti germaniche
e le latine, salutevole ad entrambe, e che, come una corrente elettrica
fra due poli inversi, produceva una vita vigorosa, trovando da un lato
l'eccitamento, dall'altro la moderazione.

L'Impero, nel senso cristiano di unione religiosa di tutti i popoli
d'Occidente, accordava la forza col diritto, creava una legittimità
sacra, effettuando nell'ordine delle cose l'unità che esiste
nell'ordine dello spirito, e agevolando, come in unica famiglia,
il diffondersi dei miglioramenti nella vita e nel pensiero. Alla
coronazione, che dava questo diritto supremo, vedremo aspirare i
principi più poderosi d'Europa, il che fu cagione di movimento e
di civiltà: mentre i papi, come tutori de' coronati e depositarj
del giuramento di questi e del voto popolare, faceansi appoggio a
baroni, principi ecclesiastici, comuni, che mettessero barriere alle
esorbitanze imperiali; favorendo con ciò la libertà politica, che in
fine si dovea ritorcere contro loro stessi.

Era dunque morale e politica, grande e rilevante l'idea dell'Impero; ed
è una meschinità della critica negativa del secolo passato l'imputare
a Carlo Magno ed a Leone i guai che ne vennero quando l'unità allora
combinata riuscì a discordia; discordia dannosa ad entrambi, eppure non
infruttifera all'umanità.

Quanto all'Italia specialmente, il continuo mescersi degl'imperatori
nelle sue vicende portò un eterogeneo impaccio a' procedimenti suoi, e
in fine la digradò: ma si potrebbe con apparenza di giustizia imputarne
i papi e la istituzione dell'Impero? Ben è certo che l'accorrere
dei Settentrionali a questo sacrario del sapere e de' civili
ordinamenti giovò al dirozzarsi di quelli; i quali devono, se non
professarne gratitudine alla patria nostra, almeno sentirsi obbligati
a risparmiarle gl'insulti; mentre una nazione decaduta può acquistare
dignità nel tollerare i mali proprj pensando che fruttarono utilità
universale.

Insieme col titolo e colle cerimonie, volle Carlo saldare il nuovo
carattere introducendo unità d'amministrazione, per la quale, come per
la romana, il re fosse presente dappertutto, tutto sapesse, facesse
tutto per via di messi o conti o vescovi, che l'autorità derivavano
dalla sua ed esercitavano a grado di lui. Impresa difficilissima tra
gli eterogenei componenti di quel vasto corpo.

Dall'immenso suo dominio staccò le parti che v'erano state annesse
di recente, Aquitania e Lombardia, dandole a' suoi figli Lodovico e
Pepino, in modo che avessero un'esistenza propria bensì, ma senza
scomporre l'unità dell'Impero. Per dir solo dell'Italia, erasi
conosciuto che la debolezza dei re longobardi veniva dalla soverchia
potenza dei duchi: laonde la vastissima giurisdizione di questi
fu suddivisa in contadi. I conti erano capi militari e civili, non
distinti fra sè che per l'ampiezza del loro distretto: solo quei della
frontiera, o marchesi, possedeano forze maggiori.

La carica di conte, non ereditaria e talvolta neppur vitalizia,
obbligava a prestare fedeltà al re, ai sudditi render giustizia a
tenore delle leggi e delle costumanze, punire i malfattori, proteggere
orfani e vedove, riscuotere le tasse devolute al fisco. Diretta
giurisdizione non aveano i conti che sulla città di loro residenza; del
resto durando lo sminuzzamento germanico, per cui ciascun uffiziale
pubblico teneva una particella di giurisdizione, fin agli intendenti
dei beni regj. Nelle città minori e nelle borgate v'avea vicarj;
nelle campagne centenarj e decani, costituiti sopra un maggiore o
minor numero di famiglie: ma qualora si disputasse della libertà e
della proprietà de' cittadini, ai conti era riservata la sentenza.
Presedevano ai _placiti_ de' liberi e degli scabini, esponevano il
fatto in discussione e le prove, indicavano che cosa era disposto dalla
legge seguita dai contendenti, e posavano la quistione che essi giudici
doveano risolvere; udita poi la decisione di questi, proferivano
la sentenza, e ne procacciavano l'adempimento. Sostenevano dunque
le funzioni del pubblico ministero e del presidente; ma il giudizio
restava agli scabini, eletti dal popolo fra' proprietarj del paese,
Franchi o Romani, equivalenti ai decurioni degli antichi municipj; che
se fossero trovati indegni, il conte li cassava.

Le decisioni dei conti parean men giuste? potea farsi richiamo
sia al conte palatino, forse sedente in Pavia, che decideva come
rappresentante del re, sia al re stesso od al suo consiglio, secondo
l'importanza delle cause o la dignità delle persone; le più rilevanti
recavansi all'assemblea generale. Rimanevano sempre esentuate le
persone dipendenti immediatamente dal re.

Dacchè la vastità dell'Impero rendeva impossibile il raccogliere tutta
la nazione, Carlo istituì assemblee parziali, a tal uopo anche l'Italia
dividendo in varie legazioni, e ciascuna in contadi, rispondenti per
lo più alla divisione diocesana. Due messi regj scorreano quattro
volte l'anno il loro _missatico_ o provincia, al placito convocando i
vescovi, abati e conti in quello compresi, gli avvocati ecclesiastici,
i vassalli, i centenarj ed alcuni scabini, coll'incarico di render
giustizia o procurarla dai pubblici uffiziali, far ragione dei richiami
contro di questi, e informare della condizion del paese.

Carlo tenne spesso anche adunanze generali de' baroni e degli
ecclesiastici, e le decisioni prese o le istruzioni date in quelle
formarono i Capitolari. Carlo, re de' Franchi, aveva sudditi longobardi
e romani e alemanni, e ciascuno regolavasi secondo la propria legge,
non trattandosi più di stranieri o vinti, ma di sudditi eguali:
rendeansi dunque necessarj i Capitolari, specie di diritto comune,
che a vincitori e vinti imponevano norme nuove o modificazioni delle
antiche. Il primo è del 779, e fino all'807 ve n'ha censessantacinque,
compresi nella raccolta longobarda.

Anche Longobardi e Beneventani mantennero le leggi primitive,
modificate e supplite con disposizioni generali. Per un esempio, le
leggi penali, le ordalie, il prezzo del sangue si conservarono; ma
imponendo come obbligo il comporsi, e comminando esiglio e prigione
a chi vi si ricusasse, il diritto della vendetta dall'individuo
trasferivasi nella società.

Variatissima fu la condizione delle persone nell'Impero. Oltre gli
schiavi, v'ebbe affrancati che s'industriavano d'assicurarsi una
posizione or nella Chiesa, or nella vita civile: v'ebbe liberti
d'ordine inferiore, sottomessi al servizio militare e non ancora
sciolti da certe comandigie e prestazioni verso gli antichi padroni:
v'ebbe vassalli regj e sottovassalli che passavano per liberi:
v'ebbe liberi che viveano su terre proprie e su possessi ereditarj,
cinti dai loro coloni, secondo gli usi de' padri; ma, all'opposto di
tali usi medesimi, erano obbligati a rendersi all'esercito coi loro
braccianti: v'ebbe liberi su terre d'ecclesiastici e di laici, liberi
che possedeano al medesimo tempo allodj e benefizj, che per conseguente
erano pure o vassalli regj o sottovassalli: v'ebbe vassalli regj, che
erano sottovassalli o della Chiesa o d'un gran vassallo laico: v'ebbe
infine coloni i quali possedeano altri coloni e servi[224]: e tutti
avevano diritti e doveri differenti gli uni verso gli altri, mentre
l'eribanno, cioè l'obbligo del militare, li teneva in pari dipendenza
dall'Impero. S'aggiungano le città, coll'ordinamento loro particolare,
in parte conservato dal romano, in parte derivato dalle consuetudini
germaniche.

Per la difesa nazionale armavasi la leva a stormo di tutti i liberi
o arimanni: per le spedizioni particolari i conti menavano al campo
la gioventù, scelta fra' loro vassalli, e ciascun arimanno dovea
pensare alle proprie vesti, all'armi, anche al vitto sinchè fosse
entro le frontiere del regno. A prevenire in ciò le vessazioni, Carlo
Magno misurò i servigi dai possessi, talchè chi avesse tre o quattro
mansi[225] dovea servire personalmente; quei che meno, unirsi tra sè
per dare un uomo; a proporzione minore chi non avesse che il valor
mobile di una libbra d'argento. I poveri, o rimanevano di guardia
alla città, o lavoravano alle vie, alle fortificazioni, ai ponti. E
fu questa una grande mutazione, giacchè dovettero servizio non solo i
grandi possessori, ma tutti; e ciascun uomo libero ebbe ad eleggersi
un seniore, sotto la cui bandiera mover in guerra. Diventò dunque la
milizia carico personale insieme e reale, e l'interesse del principe
s'identificò con quel dello Stato. I liberi non possessori restarono
sciolti dal servizio; i piccoli possessi a tal fine vennero sottoposti
spesso ai grandi, minorandosi coloro che esercitavano le armi. A questo
modo popolo ed esercito tornarono ad esser una cosa sola, e nella vita
fu introdotto un nuovo legame cui nessuno potea sottrarsi, rimanendo
tolta quella libertà assoluta, che affettavano gli antichi Germani.

Chiunque possedesse un benefizio, per piccolo, era obbligato cavalcare
in guerra, armato di scudo, lancia, sciabola, spadone, arco, turcasso
pieno; al semplice libero bastavano lancia, scudo, arco con due cocche
e dodici freccie; e questo e quello doveano aggiungervi una corazza,
se il loro allodio od il benefizio valessero dodici mansi. I bagagli
dei re, dei vescovi, dei conti, ed i provvigionamenti e le macchine
si trasportavano a spesa dei possidenti: ciascun conte nella propria
giurisdizione vegliava a mantenere strade e ponti, e del paese a lui
sottomesso restavano a sua disposizione i due terzi dell'erba e del
fieno pei cavalli e gli altri animali che seguivano l'esercito. Le
truppe alloggiavano presso gli abitanti, sinchè fosse possibile. Il
libero che mancasse alla chiamata di guerra, pagava l'eribanno di
sessanta soldi; il vassallo perdeva il benefizio; il disertore la
vita. Siccome i più non erano in grado di pagare, restavano schiavi;
lo che presto avrebbe annichilato i piccoli proprietarj, se Carlo non
avesse ingiunto che, chi moriva in quello stato, si considerasse per
isdebitato, e il fondo suo tornasse agli eredi. I vassalli delle chiese
e de' monasteri seguivano i proprj vescovi ed abati: ma che gli uomini
di Dio si tuffassero nel sangue spiacque a Carlo, il quale fece da
papa Adriano riprovar quest'abuso, e l'assemblea generale confermò il
divieto, talchè a' loro uomini comandò il confaloniere o il visdomino
o l'avvocato. All'alto clero parve vedersi carpiti onori dovutigli,
e cercò sempre ricuperare l'uso delle armi, come fece poi nell'età
feudale quando nulla s'acquistò, nulla si conservò se non colla spada.

Oltre l'eribanno, esercito che compiva le spedizioni dalla nazione
consentite, il re avea la banda di proprj vassalli, fossero volontarj
o stipendiati, che adoprava dovunque volesse, nelle imprese difficili,
nelle violente, in quelle che occorressero dopo ch'era scaduto
il termine dell'eribanno, e a custodire la persona reale, e tener
guarnigione.

Semplici erano le finanze, poichè ogni cantone e comunità si manteneva
da sè, nè la Camera regia dovea mandarvi nulla per le strade, per
l'istruzione, per altri stabilimenti, salvo che il re ne volesse
fondare con proprj averi. I benefiziati pagavano i loro canoni in
cavalli, stoffe, derrate di vario genere, che recavansi al campo di
maggio, e v'erano ricevute dal gran ciambellano, con non piccolo suo
profitto.

La Corona possedeva poi terre tributarie ed ampj poderi o ville, nelle
quali spesso i re tenevano le assemblee, e venivano a stare alquanto
in ciascuna, per consumarne sul posto le derrate. Comprendevano molte
abitazioni, occupate da servi del fisco, o anche da lavoratori liberi,
retribuiti con razioni o con un manso, ed obbedienti a un maggiore,
che riceveva ordini da un giudice fiscale, cui spettava a un tempo
la generale intendenza e la giurisdizione su tutti gli abitanti delle
ville da lui dipendenti.

Angusta diffidenza reca politici inetti ad opporsi ai sentimenti
della loro età, e a ritardarne i progressi, da cui temono diroccata
una potenza che si regge soltanto per l'abitudine: l'uomo grande in
quella vece conosce il tempo, e non che sgomentarsi del suo procedere,
ne adopra gli elementi ad assodare l'edifizio ch'esso prepara, e
che l'avvenire rispetterà. Carlo Magno vide come il clero, coi tanti
benefizj recati nel barbarico scompiglio, avesse acquistato immensa
potenza sovra l'opinione; e non che adombrarsene come aveano fatto
i Longobardi, la sentì opportuna all'intento suo d'incivilire e
unificare, e ne crebbe l'efficacia mediante la ricchezza, il potere,
la riverenza. Mentre egli coll'armi sospendeva l'irruente barbarie,
i missionarj dovevano colla parola mansuefare i rozzi limitrofi; e
la venerazione verso il capo della Chiesa opponeva allo sfiancamento
della società e dei costumi. Largheggiò colle chiese; assicurò loro la
decima da equamente partirsi fra il vescovo, i sacerdoti, le fabbriche
di ciascuna diocesi, e i poveri, cioè gli ospizj. Erano questi
amministrati e serviti dalla disinteressata carità del clero; onde il
crescere de' beni ecclesiastici ritornava a utile dei poveretti.

Ma la Chiesa non si prospera tanto colle largizioni, quanto collo
svellere le male erbe che aduggiano il buon seme. Epperò Carlo
rimediò alle triste arti con cui alcuni traevano beni alle chiese, o
li disperdevano a vantaggio delle proprie famiglie, o vi cangiavano
destinazione; provvide che i devoti non largissero a scapito degli
eredi bisognosi; impedì d'assegnare i patrimonj ecclesiastici a
laici, se non a titolo precario, e questi pure a patto che gli utenti
retribuissero doppia decima, e conservassero i monumenti del culto.

Andando la giurisdizione annessa al possedimento delle terre, il clero
la esercitò non altrimenti che i vassalli nei loro feudi; e perciò alle
donazioni solevasi aggiungere l'immunità, cioè che verun giudice regio
potesse far atto d'autorità sopra i dominj ecclesiastici. Gli avvocati
delle chiese almeno una volta l'anno tenevano placito in una delle
città dipendenti da quelle, e vi rendevano giustizia assistiti da probi
uomini.

Carlo assodò la giurisdizione canonica, estendendola fino ai casi di
sangue; nessun cherico poteva essere tenuto in cattura senza darne
notizia al suo diocesano: ai vescovi spettava l'inquisizione anche
dei gravi delitti commessi da sacerdoti nelle loro diocesi. Gli
ecclesiastici non ammettevano prove di Dio ai tribunali lor proprj;
e Carlo ordinò si scolpassero secondo il gius ecclesiastico, coi
testimonj o con prestare giuramento davanti al popolo con tre, cinque o
sei preti, e occorrendo, anche con laici congiuratori.

Per tale giurisdizione la Chiesa s'insinuava più sempre nelle famiglie,
competendole le cause di matrimonj e di testamento; e ne aumentarono
grandemente i possessi, attesochè molti secolari le sottoponevano i
proprj beni onde godere di quella. Perocchè, quando i codici erano
dettati da Barbari ed applicati da gente rozza e passionata, pareva
un oro il gius canonico; e i tribunali vescovili per regolarità di
forme e stabilità di diritto vincevano di lunga mano le corti dei
conti, più ignoranti e corrotti. Ma poichè a questo modo il clero
emancipavasi dallo Stato, Carlo Magno con ispeciali raccomandazioni
frenava l'eccesso della concession generale: limitò il diritto
dell'asilo sacro, negandolo agli assassini; se un reo fuggisse sopra
terre ecclesiastiche per sottrarsi alla giurisdizione secolare, fosse
respinto; altrimenti il conte lo arrestasse di forza; un'ammenda al
vescovo che si opponesse.

Colle ricchezze, coll'entrarvi persone illustri e potenti, e
coll'ottenere le dignità non per zelo e merito ma per bottega,
nel clero si era lentato il rigore e guasta la disciplina; e i re,
avocatasi l'elezione dei vescovi, preferivano spesso gl'intriganti e
chi avesse più denaro e arte di spenderlo. Questo sconcio non isfuggì a
Carlo, che, se sulle prime destinava a talento i prelati, sul fine del
suo regno formalmente restituì agli ecclesiastici e al popolo la scelta
del vescovo, sebbene ai comizj di quella solessero presedere regj
commissarj. Pure la simonia guastava le elezioni popolari, come avea
fatto le principesche.

Ai disordini si opponevano rimedj da privati e dal pubblico,
dall'autorità civile e dalla religiosa. Si prescrissero ai monaci
regole di tal perfezione, che non è meraviglia se non vedeasi sempre
raggiunta. De' canonici trovasi vestigio antecedente[226], ma allora
ebbero regola definita e salmeggiare in comune, accoppiando la
monastica forma al vivere nel secolo.

Carlo procurava introdurre nella vita religiosa l'ordine e l'operosità
che avea recato nel governo temporale: sicchè ai messi dominici
ordinava di esaminare i lamenti contro i vescovi od abati; se questi
vivessero conforme ai canoni; come le chiese fossero tenute; se
v'avesse alcun disordine cui il vescovo non bastasse a riparare. Egli
fece da Paolo Diacono raccorre omelie de' santi Ambrogio, Agostino,
Ilario, Grisostomo, e di Leone e Gregorio Magni per modello agli
oratori; impose che in tutte le parrocchie si predicasse intelligibile
al popolo; che i vescovi leggessero frequente la Bibbia e i santi
Padri: nati dubbj intorno ai riti del battesimo, interrogò i vescovi,
e abbiamo il libro che in risposta scrisse Odelberto arcivescovo
di Milano. De' concilj ben quaranta troviamo raccolti sotto di
lui, alcuni misti d'interessi politici, tutti riguardanti il morale
ordinamento della società civile e religiosa; e ne sostenne i canoni
col braccio secolare. I decreti di riforma in essi pronunciati, il
continuo predicare, il regolarsi i minimi atti, rivelano una società
novizia, dove ogni passo ha bisogno di direzione, e il contrasto fra le
intenzioni del legislatore e la corruttela de' governati.

Al tempo di Carlo Magno e in parte per merito suo ebber qualche
fiore gli studj e le arti belle. Per imputare affatto ai Barbari
il deperimento della letteratura converrebbe dimenticare come già
decrepita la vedemmo al finir dell'Impero, e come, perdurando le
stesse cause, dovesse continuare il calo; converrebbe dimenticare come
miserabilissima fu nell'impero d'Oriente, intatto da Barbari, e dove
quegli sterili custodi dell'antica scienza, possedendo tuttavia intatta
la più bella lingua e tanti mezzi di studio, non seppero fare che
compilazioni di dotta e monotona inettitudine.

In Italia, divenuta ogni cosa invasione e guerra e strazio, quasi
soli cherici poterono vacare allo studio e allo scrivere, nè quasi
d'altro che di materie religiose. Col governo antico cessando gli
emolumenti, furono chiuse le scuole; ma la Chiesa, che non accetta
in grembo se non chi ha cognizione delle capitali verità, ne aperse
dappertutto, allato ai vescovadi, nei conventi, fin nelle campagne,
ove mai non s'era pensato fin allora a recar l'educazione. Le scuole
morali e catechetiche erano semenzaj di buoni sacerdoti e missionari,
ed oltre alla scienza di Dio vi si dava una tintura delle lettere,
quanto almeno fosse mestieri per favellare ai popoli tra cui doveano
andare, e per conoscerne le leggi e le costumanze. Che se le episcopali
divenivano sempre più aride, e le parrocchiali caddero in persone
scarse di scienza e di carità, nei conventi si perseverò con amore
nell'istruzione elementare e nella elevata, oltre la special cura
del copiare libri. In particolar fama salirono fra noi le scuole di
Montecassino e di Bobbio, e il concilio di Vaison ordinava ai parroci
d'aver in casa giovani per istruirli negli studj convenienti a chi
serve la Chiesa «secondo la consuetudine che salutevolmente tenevasi
per tutta Italia».

Ridotto in tali mani, era naturale che l'insegnamento si applicasse
affatto alla scienza divina, le eterne massime o i libri sacri
spiegando colla storia, la filosofia, l'allegoria e la morale. Non è
più un semplice appetito di piaceri intellettuali, un'idolatria del
bello, che solo per accidente influisca sulla società; ma e scienze
e lettere volgonsi allo scopo pratico di governare gli uomini,
determinare le credenze, riformare i costumi.

La moltiplicità di scritti di circostanza, dispute teologiche, omelie,
esortazioni, commenti, che ci resta dopo tanti perduti e inediti,
smentisce chi crede intormentiti gli intelletti. Nè è vero che i
pensatori si angustiassero nella fede; anzi spingevansi nell'ordine
de' concetti per costruire la società nuova, e insinuare nelle menti
giovani ed incorrotte le credenze che sole poteano addolcirne la
ferità: i vescovi predicavano ogni settimana: missionarj uscivano a
spargere la verità, dopo addestrati a conoscerla tanto da ribattere
le objezioni; i papi alimentavano la fiamma del sapere, e di molti
avanzano lettere piene d'ecclesiastica erudizione.

Già parlammo di Boezio e Cassiodoro. Quest'ultimo, veduto traboccare
il soglio al quale aveva prestato valido sostegno, ricoverossi
al monastero Vivariese, fra la devozione e le lettere. De' suoi
monaci, i meno atti alle lettere volle attendessero a lavori di
mano, specialmente alla coltura de' terreni e alla minuta economia
rurale, il che, dic'egli, oltre giovare chi vi attende, somministra
di che soccorrere poveri e infermi. Nelle ore di riposo copiavano
libri, al qual uopo egli, già carico di novantatre anni, scrisse
regole d'ortografia. Nel libro _De anima_ risolve dodici quistioni,
propostegli da amici mentre stava ancora nel secolo. L'esposizione
sua de' salmi è estratta da sant'Agostino e da altri. La cronaca dal
diluvio sin al 519 porge qualche notizia sull'ultimo secolo, nulla
del resto. È a rimpiangere la sua Storia dei Goti in dodici libri,
conosciuta solo per l'estratto di Giornandes. Gemendo che, mentre
le umane dottrine _erano pomposamente_ insegnate, mancassero maestri
per le divine, nè potendo papa Agapito, pei trambusti d'Italia, porvi
rimedio come desiderava, Cassiodoro tentò adempiere il difetto con un
corso elementare delle scienze atte al Cristiano. Vuol egli si cominci
dal mettere a memoria la santa scrittura e particolarmente i salmi; poi
si studiino i Padri e i sacri interpreti; non s'ignori la storia della
Chiesa e dei concilj; vi si congiungano la cosmogonia, la geografia
e i profani scrittori, colla discrezione onde li studiarono i Padri
cristiani. Le scienze colloca egli altre nell'osservazione, altre
nella cognizione e stima delle cose, contemplative cioè o pratiche;
e fra le prime ascrive l'arte del dire, storica e dialettica; indi
aritmetica, geometria, astronomia e musica. Queste scienze sono poco
meglio che accennate nel trattato di Cassiodoro; l'aritmetica occupando
appena due fogli, senza applicazione delle regole comuni e con assurde
sottigliezze sulle virtù dei numeri; la geometria in due facciate, dà
alcune definizioni ed assiomi; brevissime e inconcludenti la grammatica
e la retorica; alquanto più estesa e ragionata la logica. Ma tale
metodo enciclopedico, da lui esteso sull'esempio di Marciano Capella,
fu adottato generalmente, e fece sostituire povere compilazioni allo
studio diretto de' grandi modelli; ma forse egli stesso e i migliori
suoi contemporanei non avevano cognizione di questi, se non per via
degli abbreviatori del IV e V secolo.

Son nuovo genere di letteratura le leggende e le vite dei santi,
moltiplicate allora e d'intendimento affatto pratico, mirando a muovere
la volontà più che ad allettare l'intelletto od appagar la ragione.
Siccome su tutti gli altri, così sugli eroi popolari che si chiamano
santi, eransi diffusi varj racconti, alcuni finti, più spesso esagerati
o frantesi; onde talvolta l'immaginazione vi vedeva miracoli, talaltra
l'ignoranza credea tali alcuni fatti, capaci di naturale spiegazione.
Ripetuti, ingranditi dalla fama, sono raccolti come verità da una gente
men bisognosa di discutere che di credere e d'amare. Volta veniva che
si esercitasse in queste vite il talento dei monaci, e sbizzarrivano
inventando circostanze; le migliori deponevansi negli archivj de'
monasteri, e trattene dopo lunghi anni, acquistavano fiducia dalla loro
antichità; finchè venne la critica a vagliarne la mondiglia e unire il
meglio in un corpo di storia, che abbraccia quindici secoli e tutti i
paesi, tutti i costumi, tutti i gradi.

Era quasi una riazione delle immaginazioni contro i disordini morali
d'allora, ponendovi in mostra la bontà, la giustizia, scomparse dal
resto del mondo; ed esibendo dolcezze e simpatie fra i dolori, pascolo
alle fantasie, sprovviste d'ogni altro alimento: era una consolazione
alla vita così bersagliata di quel tempo, il mostrare l'assistenza
continua della Provvidenza.

Venuti i Longobardi, il bujo si rese più fitto; e papa Agatone
raccomandava all'imperatore greco i legati suoi al concilio di
Costantinopoli, come gente d'integro zelo, in cui la fedeltà alle
tradizioni adempie il difetto del sapere; «giacchè, come mai può
trovarsi perfetta cognizione della sacra scrittura presso gente che
vive circumcinta di Barbari, ed è costretta procacciarsi il vitto
giorno per giorno?» I padri poi del sinodo Romano scrivono: «Se poniam
mente alla profana eloquenza, nessuno ci pare possa in quella levar
vanto. Il furore di barbare nazioni agita e sovverte senza posa queste
provincie guerreggiandole, correndole, predandole. Quindi da Barbari
circondati, meniamo vita piena di crucci e di stento, costretti a
guadagnarci il vitto colle proprie nostre mani, essendo periti i
beni con cui la Chiesa sostenevasi, e noi ridotti ad avere per unica
sostanza la fede». Avendo re Pepino chiesto libri a papa Paolo, questi
gli mandò quanti potè raccorne; e quali erano? l'antifonario, il
responsale, la grammatica (?) d'Aristotele, i libri del falso Dionigi
areopagita, la geometria, l'ortografia, la grammatica, tutti in greco;
scarsa suppellettile davvero per un papa e un re.

Ripetiamo di non affrettarci ad accagionarne soltanto l'invasione dei
Barbari, giacchè poco meglio incontriamo nell'intatto Oriente.

Carlo Magno, messosi tardi allo scrivere, non aveva mai potuto
avvezzarvi la mano, irrigidita dalle armi, sebbene tenesse allato certe
tavolette, sopra cui esercitavasi a vergare il proprio nome[227].
Ciò non toglieva ch'egli fosse dotto; esprimevasi con robusta ed
abbondante eloquenza; parlava il latino come la lingua propria, e in
esso componeva versi; capiva anche il greco, e in assemblee di vescovi
ragionò talora con una precisione da far meraviglia ai prelati. Quel
che più importa, amò e protesse, senza basse gelosie di paese, chiunque
mostrava bontà d'ingegno; fondò le scuole donde nel secolo seguente
uscirono insigni maestri; incoraggiò il sapere, facendo che i vincitori
stimassero le dottrine di cui conservavasi tra i vinti la tradizione, e
i vinti cessassero di fare sinonimi settentrionale e barbaro.

Nella prima sua spedizione in Italia, veduti gli avanzi di quella
insigne, se non morale civiltà, si propose di trapiantarla in Francia;
e menò seco Pietro da Pisa, già maestro a Pavia, affidandogli la
direzione della scuola di palazzo, la quale seguiva Carlo dovunque
andasse; e alle lezioni assistevano l'imperatore, i principi di sua
casa e quanto di meglio capitasse a Corte. Di rimpatto mandò qui un
monaco d'Irlanda, affidandogli il monastero di sant'Agostino presso
Pavia, acciocchè istruisse chi vi veniva: e ad uso delle scuole
primarie fe comporre libri dall'inglese Alcuino. Credendo la musica
opportuna ad ingentilire gli animi, menò d'Italia molti cantori che
insegnassero il metodo gregoriano e a sonar gli organi, alcuni de'
quali furono fabbricati da Giorgio veneziano, ad imitazione di uno che
Costantino V aveva da Costantinopoli mandato a Pepino.

Assai nominammo Paolo, da Cividal del Friuli, diacono della chiesa
d'Aquileja, che la Storia dei Longobardi cavò da memorie ancora vive;
ma si ferma a Liutprando, forse avendo voluto risparmiarsi il pericolo
e la difficoltà di narrare casi recenti, ove il favore e il dispetto
potessero alterare i giudizj. Scosceso il trono de' Longobardi, Paolo,
ritiratosi nel monastero di Montecassino, conservò devozione pe'
suoi re caduti, e tenne mano con Adelchi nei tentativi di ricuperare
il trono. Quei vili consiglieri che mai non mancano per contaminare
coll'abjezione propria la generosità d'un principe, stimolavano Carlo
a punire il diacono colla perdita degli occhi e delle mani; ma il Magno
rispose: — Ove troveremmo noi una destra così abile a scrivere storie?»
e lo menò seco in Francia, ove gli fece compilare un _Omeliario_
purgato da solecismi e da sensi corrotti; lo trattò amicamente,
concesse a un monaco prigioniero la grazia da lui chiestagli in
un'elegia, e gli dirigeva enigmi in versi, che Paolo in versi spiegava;
e dopo che questi fu tornato a Montecassino, il mandava a salutare con
affetto[228]. Della sua _Historia miscella_ i primi dieci libri sono
un'amplificazione di Eutropio; col decimottavo giunge a Leone Isaurico.

Nel Friuli pure fioriva Paolino grammatico, che scrisse inni e lettere
e una confutazione degli errori di Felice ed Elipando; assiduo a tutti
i concilj tenutisi nell'Impero, a lui principalmente sono dovuti i
decreti di quello d'Aquisgrana. Carlo Magno gli diede il patrimonio
d'un Fedele di re Desiderio morto in guerra, poi una villa, e il creò
patriarca d'Aquileja.

Erchemperto, figlio del longobardo Adelgario, continuò la storia della
sua nazione, «dal profondo del cuore sospirando nel raccontarne non il
regno ma l'eccidio, non la felicità ma la miseria, non il trionfo ma
la ruina, non come progredirono ma come svanirono». In fatti il suo
discorso è del ducato di Benevento; fra' principi del quale sappiamo
che Arigiso favoriva i letterati e teneva un'accolta di filosofi, dotto
egli stesso in tutte le parti della filosofia, logica, fisica, etica:
sua moglie Adilsperga aveva alla mano i migliori detti dei filosofi e
poeti, e gran pratica cogli storici profani e sacri: il loro figliuolo
Romoaldo molto seppe nella grammatica e nella giurisprudenza[229].

Le poche carte avanzateci di quell'età provano estrema trascuranza
della lingua e della sintassi. Passiamo ai libri? peccano al contrario
di soverchia cura, affettando termini bizzarri e metafore strane e
affastellate, intarsiando espressioni greche alle latine, dilettandosi
in giuochi di parole, e mostrando un'enfasi che fa ai pugni colla
gracilità delle immagini. Se questo stile si esageri ancora, poi si
frastagli in una misura inesatta, si avrà quella che allora chiamavano
poesia, triviale insieme e gonfia, che ne' componimenti leggieri
invanisce in trastulli, imitanti quelli della letteratura rimbambita;
se canta imprese, dissocia i due elementi necessarj d'ogni epopea,
l'immaginazione e il racconto. Eppure fra loro quegli scrittori,
anticipando la codarda petulanza de' moderni folliculari, paragonavansi
ai più segnalati[230], dei quali siamo autorizzati a dubitare che mai
non avessero veduto le opere.

Nè di arti fu diseredata quell'età. Anzi i re longobardi moltiplicarono
edifizj; e per non ripetere la basilica e il palazzo di Teodolinda a
Monza, e le pitture e i giojelli ivi posti (pag. 85), Gundeberga figlia
di lei un'altra chiesa al Battista eresse in Pavia, dove furono pure
edificati da re Ariperto San Salvadore, da Grimoaldo Sant'Ambrogio, da
Pertarito il monastero di Sant'Agata al Monte e Santa Maria in Pertica,
da Liutprando San Pietro in Ciel d'oro e il battistero poligono unito
alla basilica di Santo Stefano in Bologna. A Cuniperto è dovuto San
Giorgio in Coronate, dove avea riportato insigne vittoria; a Desiderio,
San Pietro di Civate in Brianza, Santa Giulia in Brescia, e i monasteri
Maggiore e di San Vincenzo in Milano; a Grimoaldo la rotonda del duomo
vecchio di Brescia. Fanno di quel tempo anche San Pietro _de domo_
in Brescia, Sant'Ilario in Stafora presso Voghera, San Zenone e la
cattedrale di Verona, e principalmente San Michele di Pavia.

Fu maestrevolmente negato[231] che le chiese oggi portanti questi
titoli, sieno le proprie dell'età longobarda; e si discusse quanto
si riformassero dappoi. Tutte nei piani somigliano alle costruzioni
usitate al fine dell'Impero; nè sotto i Longobardi l'architettura fu
altro che un deterioramento della romana: ma l'esterna distribuzione,
particolarmente delle facciate, lo stile dei capitelli, con figure
d'uomini e d'animali strani, i pilastri di rinforzo, le esili colonne
prolungate dal pavimento fino al sommo dell'edifizio, passando da un
piano all'altro senza interruzione di archi, di travature o cornici,
mostrano un far nuovo d'architettura che cominciò verso il mille, e che
poi divenne generale. Nel San Zenone di Verona le navi sono distinte
da colonne, con capitelli formati d'animali mostruosi, che sostengono
piccoli archi tondi, e sovra di essi un muro a finestre, sorreggente
il tetto; ma invece d'un solo arcone trionfale che separi la nave
dal santuario, diversi piccoli impostati sopra colonne traversano la
chiesa per lo largo. Attorno alla cripta corrono colonnette disposte
a mandorla, con capitelli lombardi e arcate tonde, che sostengono
il magnifico santuario, a cui si ascende per dodici scalini larghi
quanto la chiesa. Il monumento longobardo che forse unico nell'interno
conservossi inalterato, è San Fridiano a Lucca, che in pergamene del
685 e 86 si dice restaurato da Flaulone, maggiordomo di re Cuniperto,
e fin ad oggi chiamasi basilica de' Lombardi. È disposto a modo delle
basiliche, semplicissimamente, con tre navi e cappelle laterali
sfondate, che forse formavano altre due navi; undici colonne per
lato, alcune greche e romane, sottili a riguardo dell'enorme altezza
ch'è dal sotterraneo alla soffitta. Ivi credono longobarda anche
Santa Maria _foris portam_, restaurata nell'800; e pensano che il
palazzo dei duchi stesse in piazza San Giusto, ove ora il Lucchesini.
Più antico è Sant'Alessandro, sebbene ricordato solo nel 1056. Nel
ricchissimo archivio di questa città si trova al 763 mentovato un
pittore Auriperto, cui da Astolfo re fu donato San Pietro Somaldi,
ch'egli cedette al vescovo Aurideo. Pur longobardo credono San Giovanni
e il contiguo battistero; e nel 778 è menzione di San Michele che
potrebb'essere opera longobarda. Anteriore a Carlo Magno reputano Santa
Maria in Campo a Firenze.

La tradizione popolare, che concentrò su Teodolinda quanto di buono
hanno operato i Longobardi, assegna a lei il campanile di Brianza, San
Giovanni di Besano sopra Viggiù, la torre di Perledo e la chiesa di
San Martino a Varenna, il San Giovanni Battista di Gravedona, tutti
nel Comasco, e la strada Regina lungo la riva destra del Lario. A
Longobardi s'attribuiscono pure le torri in val Leventina che chiudono
il varco di Staledro verso il San Gotardo, e che chiamano il castello
di re Desiderio e la torre di re Autari. Le torri longobarde di Ascoli
tengono del ciclopico, e ad una porta quadrata sovrasta un frontone
triangolare forato. Quelle di Spoleto somigliano a quelle di Pavia, e
una chiesa fuor della città, cui si ascende per una scalea, ha fregi
d'animali a modo del San Michele pavese.

Nessuno crederà che i Longobardi recassero seco un sistema d'arte,
nè tampoco architetti proprj; ma si valeano de' natii, ed espressa
menzione trovammo (pagina 144) dei _magistri comacini_, capomastri
uscenti dalla diocesi di Como, donde fin oggi ne deriva la più
parte. Questi lavoravano secondo i tipi che aveano sott'occhio, nè
pel lungo tempo che i Longobardi dominarono in Italia, s'avvisa
alcun avanzamento; talchè i loro edifizj del VII poco variano da
quelli dell'XI secolo, quando fecero luogo ai Normanni, popolo tanto
progressivo.

Le belle arti ebbero ad esercitarsi nei molti edifizj da Carlo
comandati dopo che i resti dell'antica magnificenza italiana lo
eccitarono ad imitarli. Fin al Vasari, idolatro della forma, parve di
_bellissima maniera_ il tempio dei Santi Apostoli, per lui edificato in
Firenze, con pianta originale di classica semplicità. A stile eguale è
San Michele di Roma. Dove egli stesso non operò, Carlo ispirava altrui,
e faceva che abati e conti favorissero gli artisti, i quali per lo
più si traevano d'Italia, donde talvolta anche le opere antiche. Non
è improbabile che tali artisti da lui chiamati fondassero una scuola o
fraternita, origine delle loggie de' Franchi-muratori che tramandavansi
certe dottrine e pratiche sull'arte del fabbricare.

Insomma Carlo, come avviene degli uomini grandi, campeggia in tutte le
opere del suo secolo; eroe germanico, imperatore romano, buono, docile
e credente: la tradizione poi ne formò il patrono della cavalleria
e il protagonista dei romanzi, accumulando su lui le imprese dei
predecessori suoi e de' successori[232]. Adoprò la spada senza pietà,
ma non a distruggere, bensì a consolidare l'incivilimento e proteggerlo
da nuovi invasori. Vagheggiò l'unità dell'impero romano, ma i tempi gli
si opposero; e ai tempi vanno imputati molti vizj e delitti suoi.

Accorgendosi come nessuno de' suoi figli basterebbe a reggere il peso
del mondo, tanto più che già li vedeva discordi, pensò d'assicurare
la pace: e qui la politica della sua nazione accordavasi coi paterni
affetti di lui per consigliarlo a partire tra i figli le tre genti
diverse, franca, longobarda, romana di Aquitania, senza però che la
divisione pregiudicasse all'unità imperiale. A Lodovico d'Aquitania,
unico figlio sopravissutogli, Carlo deliberò anticipar la successione
col chiamarselo collega, e il fece coronare ad Aquisgrana (813). In
questa città piacevasi egli riposare una vita di tante opere, e cogli
esercizj e col bagno sosteneva e rintegrava le forze: quivi moriva il
27 dell'814 a settantadue anni.

Nel testamento non dispose della corona imperiale, sapendo che questa
non poteva essere conferita che dal papa, portando il diritto d'allora
che il protetto eleggesse il proprio protettore. Neppur del possesso
di Roma fe cenno, tanto la considerava come vero dominio de' pontefici.
Due terzi de' suoi ricchissimi arredi spartì alle ventuna metropolitane
del suo impero, fra cui quelle di Roma, Ravenna, Milano, Cividal
del Friuli, Grado; a San Pietro di Roma una tavola d'argento ov'era
descritta Costantinopoli, al vescovo di Ravenna un'altra col disegno di
Roma.



LIBRO SETTIMO



CAPITOLO LXX.

Regno d'Italia. Condizione degli Italiani sotto i primi Carolingi.


Un Governo stabilito pel pubblico bene, diretto alla pace del paese, al
pareggiamento di tutti i cittadini, all'agevole vigoria della legge,
alla maggior dignità degli uomini, a cancellare il ricordo della
conquista e le cause della guerra, può col tempo legittimare anche
l'invasione di un popolo forestiero, e all'odio derivato dalle prime
violenze surrogare quella docilità, che finisce coll'uniformare la
volontà de' vinti a quella de' vincitori. Tale non era stato quello de'
Longobardi; onde perì senza resistenza nè compianto. I vinti italiani
credettero risorgesse la loro grandezza quando si rinnovarono i nomi
d'Impero e di popolo romano: e realmente coll'assidersi sul trono de'
Cesari un re dei Barbari, questi venivano ad affratellare a sè la gente
romana, e vincitori e vinti non aveano più che un capo solo. Laonde, in
un famoso Capitolare dell'801, Carlo Magno s'intitolava _imperatore e
console_, cioè ripristinava in lor condizione i Romani; e gloriavasi di
aver reso giustizia a ciascuno secondo la legge propria, Romani fossero
o Longobardi o Franchi.

Che i Romani spossessati dai Longobardi rientrassero nei loro averi
e nei diritti degli avi, non abbiamo titoli a crederlo: forse il
vincitore avea combattuto pel loro restauramento? ma d'altra parte non
v'era ragione perchè questo prediligesse i Longobardi; talchè ai Romani
ridotti aldj erano tolti gli ostacoli per entrare nella condizione
de' Barbari. Quanto ai Romani non prima soggiogati, il nuovo vincitore
cessava di considerarli per forestieri nè diminuiti del capo; ed anche
per la loro vita si stabiliva un guidrigildo, talchè il Longobardo
uccisore d'un nostro dovesse pagare il compenso legale.

Alla romana e col nome italico aveano continuato a regolarsi le città
dove Goti e Longobardi non erano penetrati o per poco. Ma gl'imperatori
di Costantinopoli non poteano da così lontano, o non curavano mandar
sempre governatori; i casi spesso interrompevano la comunicazione
coll'esarca di Ravenna: laonde esse provvidero al governo e alla
difesa propria, adoperandovi il denaro che soleano dare per tributo.
Così que' municipj trassero in propria mano l'erario, l'esercito,
l'amministrazione civile e giudiziale, insomma di fatto una civile
libertà. Verso l'890 Leone VI imperatore abolì il nome di console,
poi anche le curie, come istituzioni da gran pezza invecchiate, e
d'altra parte inutili dacchè tutto restava affidato alla sollecitudine
dell'imperatore[233]: ma a quel tempo già era così lentato il legame
fra le città nostre e l'impero orientale, che le cure qui durarono,
benchè modificate. Si avevano il senato e il _pater civitatis_ eletto
dal popolo, ma sparvero i _defensores_ e i _magistratus_; l'esarca
poi o il papa nominavano agl'impieghi civili e militari. I due poteri
rimasero distinti anche nell'amministrazione della giustizia, da un
lato quella dei duci, dall'altro quella dei dativi o giudici, benchè
talora le due qualifiche si unissero nella stessa persona.

Le città furono prese più volte, più volte si liberarono forse da
se medesime; e la parte nazionale era fiancheggiata dai vescovi,
avversissimi a' Longobardi, e provvisti di ricchezze e potenza. Fin
d'allora vediamo esse città portar guerra una all'altra, e i vescovi
contro i papi o gli esarchi: tutti sintomi di vita indipendente. Per
duce, in luogo di quello che gli Orientali deputavano qui, eleggevasi
un cittadino; onde i Greci, mentre scapitavano più sempre in dignità,
divenivano causa od incentivo che si svegliassero in Italia le virtù
repubblicane, e l'uomo tornasse alla dignità ed ai beni che sogliono
esserne conseguenza. Viepiù nelle città marittime, sotto il nome
del greco impero germogliava la libertà, confaciente a popoli che,
avvezzi alla indipendenza del mare, mal sanno in terra acconciarsi al
despotismo.

Colla nuova civiltà mal si combinano le grandi aggregazioni di popolo,
anzi prevale l'esistenza indipendente di ciascuno. L'estesissimo impero
di Carlo Magno non resse dacchè manca la sua mano robusta; e le nazioni
ch'egli avea strette insieme, rimbalzarono tosto che dall'instancabile
volontà di lui non trasse più vigore la complicata amministrazione cui
le avea sottoposte; e tutto andò spartito in tante signorie, quanti
erano i popoli, con leggi proprie, e con effettiva indipendenza sotto
una nominale subordinazione.

L'Italia, che pareva anch'essa dover venire assorbita in quel grande
accentramento, ne restò distinta, ma sbranata in moltissime signorie;
e i nostri re valeano poco meglio di qualunque altro de' possessori
di grandi feudi, fossero signori longobardi qui sopravanzati, o nuovi
pòstivi dai Franchi; e dei prelati che, a modo del clero di Francia e
di Germania, mescevansi della politica; e che tutti mal s'acconciavano
al regolato governo istituito dal Magno.

Pepino re d'Italia sedeva in Pavia, non però distaccato dall'Impero;
tanto che Carlo Magno, a lui scrivendo nell'807, s'intitola ancora
re dei Longobardi, e gli trasmette ordini[234]. Sinchè fanciullo,
ebbe per tutore Wala, poi per consigliere e ministro sant'Adalardo
abate di Corbia, che amava la giustizia senza distinguere persone nè
ricever regali; i prepotenti che angariavano il popolo, represse; e
dicevasi esser non uomo ma angelo. Papa Leone III l'ebbe famigliare,
e — Se mi fossi ingannato nel credere ad esso, a niun Francese mai più
crederei»[235].

Morto Pepino giovanissimo (810), Carlo Magno gli sostituì il figlio
Bernardo: ma come il Magno morì, Lodovico Pio, suo successore, stabilì
dividere il regno tra' proprj figliuoli (817), e a Lotario primogenito
col titolo imperiale assegnò l'Italia, e primazia sovra i fratelli.
Se l'ebbe a male Bernardo, che come re d'Italia aspirava all'Impero,
e v'era sollecitato dagli Italiani; e i vescovi Anselmo di Milano e
Valfondo di Cremona, scontenti d'una sovranità forestiera, formarono
una lega di principi e città, e muniti i varchi, alzarono per la prima
volta quel grido che fu poi echeggiato d'età in età, di liberarsi dai
Barbari (818). Con essi Bernardo passò di là dalle Alpi, ma presto
sconfitto, fu condannato a morte; e i due prelati, e i sacerdoti e i
grandi che gli ascoltarono, furono chiusi in prigioni o in monasteri.

Lotario, rimasto re d'Italia, trascinò i nostri nelle lunghe guerre
che contro del paese e dei fratelli menò per le spartizioni ripetute
dell'Impero. Succeduto poi al padre (813), nel trattato di Verdun
divise i possessi coi fratelli a seconda delle nazionalità, e non
pretendendo per sè alcuna supremazia che ne sminuisse l'indipendenza,
si piantò oltr'Alpe (844), e qui lasciò re il figlio Lodovico II.

Il regno d'Italia occupava la parte superiore della penisola, già
dominata dai Longobardi, e che allora prese il nome di Longobardia. Era
essa divisa in contadi, e già indicammo quali fossero le attribuzioni
dei conti, e quali i privilegi de' liberi, degli ecclesiastici, dei
Comuni, allora misti di varie cittadinanze per la concessione di Carlo
Magno: e sebbene sussistessero le apparenze longobarde, si estendevano
le maniere Franche del possedere e del giudicare, e dappertutto si
trovavano benefiziati e vassalli laici o ecclesiastici al modo salico.

Di fatto le leggi emanate dai primi Carolingi non facevano che compiere
il sistema del Magno, precisando i diritti e i doveri, frenando gli
usurpamenti dei baroni, mentre alle chiese si prodigavano franchigie
e privilegi. I re longobardi comandavano sull'intera nazione, e non
facevano guerra fuori del regno o ben di rado: i Franchi sì, e perciò
avevano bisogno di moltiplicare i vassalli proprj, coll'assegnar loro
dei feudi, cioè beni particolari, portanti l'obbligo del militare.
Eguagliati Longobardi e Romani col concedere anche a questi il
guidrigildo, i nostri ch'erano rimasi della stirpe antica, massime
nei paesi non occupati da Barbari, ottennero il diritto e l'obbligo di
portare le armi, cogli onori e colle prerogative che ne conseguitavano,
così qui pure fu dilatato l'uso de' benefizj o feudi, massime da che
i beni confiscati ai contumaci furono scompartiti tra i Franchi. I
grandi, possessori di quelli, vennero sempre meglio sottraendosi dal
dipendere dai re, e tanto più quanto questi erano meno robusti, e
sovente lontani. I vassalli maggiori non poteano essere spossessati dal
re, se non per cause prestabilite; anzi riuscirono a rendere ereditario
il possesso, lo che avvenne pure delle altre dignità. I piccoli
feudatarj, abbandonati di protezione, si sottomettevano a conti e
vescovi; i pochi liberi cercavano la tutela dei potenti, e di rendersi
vassalli, giacchè il feudo portava seco la giurisdizione.

Era nel sistema de' Franchi di concedere a qualche possesso la piena
giurisdizione, di modo che restasse disoggetto da ogni autorità se non
fosse la sovrana: per le quali _immunità_ veniva a sminuzzarsi il paese
quasi in tante signorie, quante erano giurisdizioni privilegiate, e
ponevansi le une a contrasto colle altre. Di questo passo i privilegi
delle persone e delle terre nobili si assodarono, formandosi una
classe, interposta fra il re e la plebe, qual non v'era nella Roma
antica; i re trattavano coi duchi e i conti, non più col popolo o coi
Comuni; gl'impieghi e le dignità non furono amovibili giacchè erano
annessi al possesso di terreni; gl'individui, privati di qualunque
rappresentanza, restavano in balìa dei signori.

Anche i papi, entrando a parte del sistema feudale, assodavano la
propria potenza temporale in bilancia colla regia; sicchè il clero,
i ricchi, i grandi erano mossi da interessi differenti da quelli del
re. Lodovico II (855), e come re d'Italia e come imperatore dopo la
morte del padre, dovette essere continuamente colle armi in pugno per
mantenere la superiorità Franca, e impedire lo sfasciamento cagionato
dalle immunità.

Carlo Magno avea lasciato a ciascun popolo la propria legge; ma ciò
valea pe' magnati; valea fors'anche per recuperare qualche proprietà
usurpata: realmente però e Romani e Longobardi e Salici restavano a
discrezione del feudatario, che non aveva chi lo frenasse ogniqualvolta
il suo interesse fosse in opposizione con quello del suddito.

I Capitolari emendavano o temperavano le leggi personali; e giacchè
tutti erano obbligati a seguir queste, parrebbe ne dovesse derivare una
grave confusione colle legislazioni preesistenti; ma vi metteva riparo
la grande loro semplicità, e il concordare esse ne' punti principali,
tutte autorizzando la schiavitù, tenendo la donna in perpetua tutela,
punendo gli oltraggi di parole, facendo compendiosi i giudizj, e spesso
ricorrendo alle prove di Dio. Durava pure la differenza di pene secondo
le persone offese, e l'uccidere un libero costava ducento soldi;
cento un servo o liberto della chiesa o del re; il triplo se ucciso in
chiesa; trecento se un suddiacono, quattrocento se diacono o monaco,
seicento se prete, novecento se vescovo[236]: il padrone paghi pel
servo o lo consegni all'offeso[237]: talora al servo si davano tante
sferzate, quanti soldi avria dovuto pagare[238]. Delle multe soleasi
attribuire due terzi al re, l'altro al conte[239]. Benchè continuasse
l'uso germanico di comporre i delitti a denaro, però introduceansi
anche pene corporali, mutilazione, ceppi, flagellazione, schiavitù a
tempo o perpetua, esiglio; i servi tondevansi; tagliavasi la mano allo
spergiuro, al falsatore di monete o di carte, a chi uccidesse il nemico
dopo giurata la pace[240]; morte a chi disertava, o ricusasse armarsi
per la patria, o facesse congiura[241].

De' Capitolari pubblicati specialmente per l'Italia, quello dato da
Corteolona nel pavese espressamente permise a tutti di seguire il
diritto longobardo: e anche le Romane vedove di Longobardi non erano
obbligate vivere colla legge del marito, ma poteano tornare alla
nativa. Speciale pure a noi era il divieto di combattere colle spade,
dovendo adoprarsi pei duelli giudiziarj il bastone e lo scudo, salvo i
casi d'infedeltà[242].

I pontefici continuavano cogl'imperatori in quella relazione mista di
dipendenza e di supremazia. Passato il primo bagliore degli applausi
e degli spettacoli da cui facilmente si lascia allucinare, il popolo
romano sgradì la rinnovazione dell'Impero, quasi ne andasse di mezzo
la propria indipendenza; onde alla morte di Carlo levò rumore. Leone
III fece cogliere i rei e condannare, ma questa a Lodovico il Pio
parve una lesione della sua sovranità: se non che spedito il nipote
Bernardo a prendere cognizione del caso, chiamossene soddisfatto, e
non solo confermò le donazioni anteriori, ma le crebbe[243]. Eppure
senza aspettare il consenso imperiale fu ordinato Stefano IV (816), che
però subito fece dal popolo giurare fedeltà a Lodovico il Pio, e mandò
scusarsene: poi in persona venne a Reims a coronarlo. L'imperatore
gli si prostrò dinanzi tre volte, e gli fece doni, al centuplo di
quei ch'esso papa avea recati da Roma[244]. E trovando colà molti
usciti fuori d'Italia per le offese recate a papa Leone, li perdonò
e ricondusse in patria; corteggio degno di un pontefice. Al morir
di quello, il popolo romano elesse Pasquale (817) senza attendere la
sanzione di Lodovico che se ne lagnò. Pasquale incoronò l'imperatore
Lotario; ma appena partito questo, due uffiziali della chiesa romana,
che se n'erano mostrati fervorosi, furono uccisi; e venuti commissarj
imperiali a chiedere ragione del fatto, il papa con trentaquattro
vescovi giurossene innocente.

Avendo la fazione aristocratica portato al seggio Eugenio II (824),
Lotario, sceso a Roma per posare le turbolenze, prescrisse il popolo
giurasse fedeltà all'imperatore, salvo quella dovuta al papa, il quale
avesse ad eleggersi secondo i canoni, davanti ai messi dell'imperatore
e col consenso di questo. Ciò non ostante Valentino fu intronizzato
senz'aspettarlo (827); ma essendo morto in capo a quaranta giorni,
Gregorio IV fu eletto con rito più regolare. Donde appare una diversità
di pretensioni; un diritto che gl'imperatori si arrogavano e il
popolo non riconosceva; nè sembra fosse impacciata l'elezione libera
dal richiedersi il consenso imperiale prima della consacrazione.
Biblioteche intere si scrissero su tal proposito, quando ancora le
ragioni e gli esempj precedenti aveano qualche peso sulle decisioni
politiche, anzichè serbarle solo all'onnipotenza del cannone.

Sergio II fu ancora investito (844) senza dipendere dall'imperatore,
il quale per isdegno di ciò spedì Lodovico suo figlio a devastare il
dominio romano. L'esercito di lui mise a sangue e spavento le città
pontifizie: il papa gli mandò incontro tutti i magistrati e le scuole
della milizia: egli stesso accolse Lodovico al Vaticano, e menatolo
alle porte della basilica ch'erano chiuse, gli domandò se venisse con
intenzione amica, nel qual caso le avrebbe fatte aprire; se no, no.
Sulla sua promessa, gli fu aperto, e unto re d'Italia: i suoi soldati
però lasciaronsi fuor di città, dove mandarono a preda la campagna e i
borghi, a gara coi Longobardi di Benevento ch'erano venuti a ossequiare
il papa e il re. Ciò non tolse che i Romani, senza aspettare assenso
dell'imperatore, eleggessero il nuovo papa Leone IV (847).

Era dunque un conflitto universale dei poteri nuovi cogli antichi,
degli imperatori coi papi, coi grandi feudatarj, coll'aristocrazia
militare, coll'aristocrazia ecclesiastica. Questo tempestare di
fazioni, questo sminuzzamento di Stati assicurava l'impunità al
ribaldo, che sottraevasi al castigo col rifuggire sul territorio del
vicino o sull'immune, cioè su quello che aveva ottenuta od usurpata
una giurisdizione propria, indipendente da ogn'altra. Queste immunità
medesime partorivano interminabili dissidj tra conti, vescovi,
monasteri, mentre i signori rimbaldanzivano, ed il potere ogni voglia
toglieva al vizio persin la vergogna. Re, papi, duchi non valevano a
frenare gente siffatta, se non col rendersi tiranni e adoperare astuzia
e forza; sicchè in quello stadio sociale che possiamo intitolare della
feudalità, l'individuo patì enormemente, quanto sotto le tirannidi
antiche; e i secoli IX e X furono considerati come i più miserabili per
la specie umana.

Grazioso, arcivescovo di Ravenna, dotato o di spirito profetico
o di grande sagacia, poco dopo la morte di Carlo Magno prevedeva
gl'imminenti disastri, e gli esponeva sotto forme scritturali:
«L'Impero andrà a pezzi, per opera massimamente de' suoi cittadini,
e tra di essi fia guerra. La metropoli del mondo sarà assediata,
i nemici la calpesteranno, e d'ogni parte s'insorgerà contro di
essa, ed essa fia data alla devastazione. Stranieri rapiranno le
spoglie delle città vicine, e profaneranno le chiese de' santi, e
spoglieranno le tombe degli apostoli. E dai paesi occidentali uomini
sbarbati[245] accorreranno a sua difesa, ma ne faranno altrettanto
strapazzo. In quel tempo gitterà cruda fame e fiera mortalità; la
terra non darà più frutti, questa madre degli uomini ne diverrà
matrigna; e i Cristiani cadranno tributarj d'altri Cristiani, e nessuno
sentirà misericordia del suo prossimo. Di questa calamità fia segno
il divenire i sacerdoti ingordi ed orgogliosi; scompartiranno come
roba propria i tesori della Chiesa, e dopo gli ornamenti di questa,
dilapideranno anche i dominj: i monasteri andranno distrutti, i templi
disertati; i ministri del Signore rapiranno l'incenso dal santo
altare, e più non adempiranno al loro ministero... E venendo sulla
marina, sconosciute nazioni scanneranno i Cristiani, devasteranno
le campagne; chi campò da morte rimarrà schiavo, e i nobili romani
passeranno cattivi in terra straniera. Roma sarà saccheggiata per le
sue ricchezze e consunta dall'incendio. La stirpe di Agar si affaccerà
dall'Oriente a dilapidare le città marittime, e non si troverà persona
per respingerla; avvegnachè in tutti i paesi della terra i re saranno
indegni ed oppressori dei sudditi. L'impero dei Franchi perirà, e sul
trono imperiale sederanno i re; ed ogni cosa volgerà in peggio, e i
servi prevarranno ai padroni, e ciascuno si confiderà nella propria
spada. Più non resterà memoria delle antiche istituzioni, e ognuno
fia che cammini per le strade dell'empietà, dimenticata la giustizia,
pervertiti i giudizj».

Sono queste sciagure, che noi dovremo svolgere di sotto alle
raffagottate narrazioni di incoltissimi cronisti.

Il regno d'Italia era dunque costituito dei paesi fra l'Alpi e il
Po, oltre Parma, Modena, Lucca, la Toscana, l'Istria. L'esarcato di
Ravenna apparteneva ai papi, ai quali, oltre la donazione del vecchio
Pepino, fu assegnato quel che dicevasi Patrimonio di san Pietro,
da Clusio, la Sabina e il Lazio, sino a Fondi e a Sora; questa, già
appartenente al ducato di Spoleto, conservò costituzione propria alla
longobarda, con duchi eletti dal pontefice, e scultasci, scabini e
minori uffiziali, scelti secondo le forme longobarde. Le municipalità
antiche duravano nel restante dominio della Chiesa, e molto vi poteano
le sopravvissute famiglie consolari, senatorie o patrizie; ma i duci e
gli altri magistrati erano di nomina del papa. I papi non riconosceano
veruna supremazia dei re d'Italia, se non quando gli avessero coronati
imperatori.

Al mezzodì i Greci dominavano Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi poco più
che di nome, e spedivano governatori a Bari, ad Otranto, alla Calabria,
al lembo orientale della Sicilia; ma, attesi i continui attacchi de'
Longobardi meridionali, non poteano conservarle che col crescerne le
franchigie, donde venne poi l'intera loro emancipazione.

Alcuni ducati già fin d'allora erano potenti o presto divennero. Quello
del Friuli, costituito per difendere l'Italia contro gli Slavi, si
estendeva sull'Istria e la Marca Trevisana; i re trovandolo troppo
poderoso, lo spartirono in quattro contadi, che forse erano Treviso,
Cividale di Belluno, Padova, Vicenza, ma presto furono ricongiunti.
Succedevano, fra la marca di Carniola e il lago di Garda, i grandi
feudi di Trento, Verona, Aquileja. Il marchesato d'Ivrea, posto dai
Longobardi come barriera ai Franchi, allargavasi sul Piemonte e sul
Monferrato: il ducato di Susa era posseduto dai dinasti di Savoja:
fra gli Appennini, l'Alpi Marittime e il Po trovavasi quel del Vasto;
quel del Monferrato tra il Po, gli Appennini, il Tànaro e Tortona,
e di mezzo ai predetti il contado d'Asti. In Lombardia, Milano,
Vercelli, Novara, Como, Bergamo, Brescia, Cremona, Pavia sulla sinistra
del Po, e sulla destra Tortona; Parma, Piacenza formavano contadi
distinti, spesso investiti ai vescovi delle stesse città. I marchesi
di Toscana[246], che trassero a sè anche il ducato di Lucca, si erano
segnalati sotto Lodovico Pio, poi nel difendere Sardegna e Corsica dai
Saracini. Quasi tutte le città ad oriente del Lazio ed al nord-ovest
della Toscana da Ferrara a Pèsaro costituivano altrettanti ducati,
amministrati dai vescovi. Al sud della Romagna, fra la catena centrale
degli Appennini e l'Adriatico, da Pèsaro ad Osimo incontravasi il
marchesato di Guarnerio; da Osimo alla Pescàra, quel di Camerino o di
Fermo; e di là a Trivento, quel di Teate.

Faceva cosa a parte la Lombardia meridionale. I duchi di Spoleto
che tenevano anche il marchesato di Camerino, reluttavano sempre
ai papi e agl'imperatori, perciò attenti a toglier loro il diritto
patrimoniale. Viepiù poteano i principi di Benevento, i quali, già
a fatica frenati da Carlo Magno, a baldanza adoprarono co' suoi
successori. A questi tributavano venticinquemila soldi d'oro; ma mentre
prima, per trasmettere il dominio ai figli, procuravano l'assenso del
re longobardo, dappoi se ne emanciparono, ed erano eletti da liberi
longobardi e dagli uffiziali del principe; fomite di discordie,
combattendo ora per l'ambizione, ora per l'indipendenza: e mentre il
paese era disputato fra emiri saracini, duci napoletani, stratigoti
greci, messi papali, nobili romani, crescevano in forza, e già si erano
impadroniti di Salerno, ed aspiravano a dominare sui due golfi separati
dal promontorio di Minerva.

Grimoaldo IV, principe di Benevento (803), lottò sempre con re Pepino,
e gli diceva: — Libero sono e sempre sarò, se Dio m'ajuta»[247]; menò
continue guerre, prese molte rôcche, e vantavasi d'aver fiaccato le
forze dei Franchi. Ma continua opposizione ebbe da una partita di
nobili, avversa all'elezione sua: ricoverò Sicone duca longobardo di
Spoleto, cacciatone perchè nemico ai Franchi; ma costui lo ricambiò
coll'assassinarlo (827), e gli successe. A Sicone ricorse Teodoro duca
greco di Napoli, espulso da una fazione; ed esso l'ajutò ad assediare
quella città, antico desiderio de' principi beneventani: ma quando
già stava per entrarvi, il duca Stefano eccitò i Napoletani a rompere
l'accordo, e sagrificò la propria vita, ma Napoli fu salva, nè Sicone
potè conseguire che un tributo. Poichè neppur questo pagavasi, Sicardo
suo successore tornò ad assalirla (833); e, grand'incettatore di
reliquie com'era, tolse quelle di san Gennaro a Napoli, a Lipari quelle
di san Bartolomeo, e per aver quelle di santa Trifomene indisse guerra
agli Amalfitani. Ben presto i sudditi si rivoltano, sostituendogli il
suo tesoriere Radelgiso (840): ma i Salernitani disdicono obbedienza
a questo; travestiti da mercadanti, chiedono alloggio al castello di
Tàranto ove stava prigione Siconolfo fratello di Sicardo, e liberatolo,
il gridano principe. Anche il conte di Capua, vistosi insidiato da
Radelgiso, fortifica la propria città, si allea con Siconolfo, e subito
il seguono i conti di Consa e d'Acerenza. Per tal modo dal beneventano
si staccarono i principi di Salerno e i conti di Capua, recandosi
guerra incessante. Radelgiso con ventiduemila armati assale Salerno, ma
Siconolfo lo sbaraglia, indi assalta Benevento; ma quivi trova vigorosa
resistenza.



CAPITOLO LXXI.

Irruzione dei Saracini. Gl'imperatori Franchi.


Così straziavansi fra loro i dominatori d'Italia quando più avrebbero
avuto mestieri di tenersi concordi per respingere un comune pericolo.
Perocchè le irruzioni barbariche non erano finite, e di nuove
sull'Italia ne venivano non più dal Settentrione ma dal Mezzodì: che se
da quelle dei Nordici i natii s'erano riparati coll'accogliersi presso
al mare, eccoli ora assaliti sul mare e ricacciati entro terra.

Dicemmo (pag. 205) come la nazione araba, da Maometto ridesta ad un
apostolato battagliero, occupasse la costa d'Africa, ove fondò l'impero
di Cairoan; e dai porti onde un tempo le flotte puniche, salpavano
pirati saracini a corseggiare il Mediterraneo, interrompendo i
commerci, e ad ora ad ora piombando sulle coste o risalendo pei fiumi,
minacciosi agli averi e alle persone. Carlo Magno indovinò il pericolo
di questi nuovi nemici; e dopo combattuto per ritoglier loro le Baleari
e l'altre grandi isole del nostro mare, stanziò in quelle acque una
flotta; ma prima di morire potè udir saccheggiate da loro Nizza a mare
e Centumcelle. Gettatisi sulla Sardegna e trucidata la guarnigione,
rapirono essi il corpo di sant'Agostino, e vi occuparono molte
stazioni: parte del popolo fu menata in Africa a formar la colonia di
Sardania nei contorni di Cairoan; la restante rifuggì ai monti, talchè
si sfasciarono le città, le vie e gli acquedotti ond'erasi arricchita
nell'età romana.

Lodovico il Pio fu dai Cagliaritani implorato contro questa stirpe
di Agar[248]; ma egli poteva dare poco più che compassione. Bensì
i papi nutrirono assidua guerra contro i Saracini di Sardegna; e
il conte di Genova ricuperò la Corsica, che fu data a governare a
Bonifazio marchese di Toscana, il quale col fratello Bernardo sbarcò
fra Utica e Cartagine, e in cinque battaglie sul littorale ebbe
prospera fortuna[249]. Ma nè quel coraggio era secondato, nè i Saracini
annichilavansi per isconfitte; i quali, padroni delle grandi isole e
dello stretto di Gibilterra, prendeano arbitrio nel bacino occidentale
del Mediterraneo, come già l'aveano nell'orientale; e poichè la loro
civiltà non poteva piantarsi che col distruggere ogni altra, aspiravano
a dominare l'Italia, centro della religione e della pulizia cristiana.
Già signori della Spagna, chi li avrebbe più rattenuti dall'affrontar
con vantaggio il mondo germanico, e prevalere in Europa, come già
faceano in Asia e in Africa?

Alla Provenza massimamente diressero le loro correrie; e scannati
gli abitanti di Frassineto, e fortificatisi in quella inaccessibile
situazione, tennero mano ai paesani del contorno nelle fraterne
discordie, riducendo a deserto la contrada posta alle spalle, e
dominarono alla guerresca il paese. Varcarono anche le alpi Marittime,
e fitto il fuoco ad Acqui e ad altre città sgomentarono l'Italia: poi
fortificati nel monastero di San Maurizio, si avventarono per mezzo
secolo sulla Borgogna, sull'Italia e fin sulla Svevia, interrompendo le
comunicazioni mercantili, e sterminando le carovane che pellegrinavano
alla soglia degli Apostoli. I Liguri della costa rifuggivano alla
montagna, laonde ancora le pievi montane conservano giurisdizione sopra
le parrocchie marittime; vi trasportavano le reliquie de' santi, talora
le ceneri de' parenti: anche in Genova si addensavano i cittadini sotto
la protezione del vecchio castello, lasciando che le strade a mare
divenissero campetti, vigne, canneti, fossati, denominazioni che si
conservano tuttora.

E più tardi i Saracini (834), guidati da Safian ben-Kasim, si
spinsero fino a Genova. Essa era divisa in tre parti: Castello in
alto; la città, chiusa da ripari; borgo di Piè, ove si deponevano
le prede marittime: e benchè si difendesse vigorosamente, i Saracini
v'entrarono, la posero ad orribile saccheggio[250], e se n'andarono
prima che i Liguri tornassero alla riscossa. Poco poi vi fecero
ritorno, e se ne partirono carichi, quando la flotta veneziana
sopragiunse, ritolse le robe e le persone, e molti ne fe prigionieri.
Dopo d'allora si vigilò più attentamente, e fiamme accese sulle alture
indicavano l'apparire d'un naviglio sospetto; e si stabilì che nessuna
galea uscisse se non allestita a battaglia.

La pingue Sicilia non era caduta in dominio de' Longobardi, sempre
impotenti sul mare. L'impero greco la teneva cara, e come sentinella
avanzata verso i dominj rimastigli in Calabria, e perchè ne traeva i
grani; ma mentre mal sapeva difenderla nè prosperarla, pretendeva cavar
da essa quanto un tempo da tutta Italia. Come la trattasse Costante
II imperatore lo vedemmo. La Chiesa romana dai larghi possessi che
v'avea, coglieva ogni anno moltissimi frutti, senza nulla mandarvi in
ricambio: ma quando si ruppe la guerra delle immagini, que' beni furono
tratti al fisco imperiale, e la Sicilia sottoposta alla giurisdizione
ecclesiastica del patriarca di Costantinopoli.

Nel civile era governata da un patrizio; ma poichè i mari erano
corsi da navi franche e da saracine, sempre sminuiva la dipendenza
de' patrizj, oramai non soggetti in altro che nel pagare il tributo.
Elpidio, un d'essi, rizzò la fronte contro Irene imperatrice, e non
potendosi reggere da solo, istigò i Saracini che vennero più volte in
Sicilia, senza però mettervi radice.

Eufemio, tribuno cioè governatore dell'isola a nome dell'imperatore
Michele Balbo, s'innamorò d'una monaca e la rapì; e l'imperatore,
benchè reo d'eguale sacrilegio, ne ordinò severo castigo. Eufemio
ricorse a Zaidat Allah ben-Ibraim, re aglabita di Cairoan (827),
promettendogli vassallaggio e tributo se lo ajutasse ad acquistar
l'isola e il titolo d'imperatore. Esso gli affidò cento legni
e diecimila combattenti guidati dall'emir Aba al-Camo, il quale
sbarcato eresse una città del proprio nome (_Àlcamo_) presso le ruine
di Selinunte. Eufemio gridato re dell'isola, sperava che i tanti
malcontenti lo favorirebbero: ma come s'avanzò fino alle mura di
Siracusa, due fratelli dell'oltraggiata lo trucidarono.

Si rianimano allora i Siciliani per salvare la patria dai nemici
loro e della fede, li cacciano in isconfitta; ma i Saracini tosto
ritornano con un soccorso d'Africa e un altro di fuorusciti di Spagna,
e rimangono padroni della parte occidentale dell'isola. Palermo,
_celeberrima e popolosissima città_, sostenne sì fiero assedio, che di
settantamila abitanti appena tremila restavano al fine (831): ma que'
profughi di Spagna la ripopolarono, sicchè divenne sede degli emiri,
che dai principi di Tunisi furono mandati a compiere e regolare la
conquista. Maometto, figlio di Abd-Allah aglabita, primo emir, uccise
novemila romani (832) alla battaglia di Enna (_Castrogiovanni_), nel
cui castello, preso dal suo successore Al-Abbas, fu aperta la prima
moschea al rito nemico. D'allora non cessarono più di far guerra a'
nostri, la cui resistenza meriterebbe essere vantata al par di quella
degli Spagnuoli. Vent'anni più tardi, sulle mura di Messina cadeva il
patrizio Teodoto (855). Siracusa in dieci mesi d'eroica difesa fece
ricordare i mesi in cui fiaccò la potenza d'Atene; ma la viltà del
navarca Adriano mandò a vuoto quegli sforzi, e i capi furono trucidati,
il vulgo spedito in Africa a rimpiangere la libertà e la patria, e
la città coi superbi suoi tempj ridotta a ruine inospitali[251]. I
governatori greci si ritirarono sul continente d'Italia, trasferendovi
il nome di Sicilia, donde vennero dette le Due Sicilie.

Da Palermo o da altre loro fortezze sortivano spesso gli Arabi a
desolare le campagne, distruggere le messi, menare schiavi i natii:
quando poi una città si rendesse, giusta la prescrizione del Corano
le facevano il partito di professare la fede di Maometto, o di pagare
tributo al vincitore. Di questo accontentandosi, dicono che alle città
rendutesi compatissero le istituzioni antiche, e nello stabilire le
leggi chiamassero a consiglio i vescovi: certo gli straticò o duchi
conservarono giurisdizione criminale fin al tempo degli Svevi. Un emir
comandava a tutta l'isola; a ciascuna città o distretto un alcade da
lui dipendente; i cadì rendevano giustizia: despotismo sminuzzato, e
perciò più oppressivo.

Preziosissimo sarebbe il trovare le costituzioni fatte per quel regno;
e furono accolte con avidità quelle che pubblicò l'abate Vella come
fatte d'accordo coi più assennati fra i vinti, nel 216 dell'egira; il
Canciani le inserì nella _Raccolta delle leggi de' Barbari_; ma poi
furono convinte impostura. Ridotti pertanto a tenuissime informazioni,
diremo come l'isola, che dal tempo de' Cartaginesi avea formato
due provincie, la siracusana e la panormitana, fu allora divisa in
tre valli, e ciascuno in varj distretti. Entrata dello Stato era
la getia, tributo imposto ai possidenti invece di quello dei Romani
sulle bestie rurali. Le terre tolte ai Greci non furono serbate come
possesso pubblico, ma divise fra i soldati benemeriti; maggior porzione
agl'invalidi, ai governatori e ai tre capitani delle provincie. Queste
possessioni, a differenza dei feudi, poteano alienarsi con certe
formalità e col consenso del caposignore.

Le proprietà, le successioni, e in generale lo stato civile si
regolarono in modo, che i Normanni poco trovarono a mutarvi. La
schiavitù colonica alla romana sparì col perdersi degli antichi
signori; onde il lavoro di mani libere cancellò le tracce della greca
infingardaggine; e molte terre furono dissodate, in altre introdotti
il cotone, il gelso, il papiro, la cannamele[252], il frassino della
manna, il pistacchio; edifizj si elevarono, ricchi di marmi e musaici;
e la tradizione accenna fin oggi i giardini vastissimi degli emiri, con
vivaj di marmo (_mar morto_). Il Lilibeo, ch'essi intitolarono Marsala,
cioè porto di Dio, attestava come non dirazzassero dai loro fratelli di
Babilonia e di Spagna.

Così gli Aglabiti, poi gli Obeiditi profittavano della pace che
ivi durò buon tempo, non avendo forze bastevoli a sturbarla nè
gl'imperatori d'Oriente nè i signori d'Italia. Ma per quanto le
donassero i frutti d'Asia e d'Africa, e per sotterranei spiragli
(_giarre_) alzassero le acque a provvederne le case e ricreare i
giardini, la Sicilia ricordavasi d'essere cristiana ed italiana, nè
sapea rassegnarsi a un dominio che offendeva l'orgoglio nazionale e
la domestica integrità. Gli Arabi erano dunque costretti a prepararsi
frequenti fortificazioni, oggi ancora indicate dal nome di _cala_ o
_calata_; i monumenti della grandezza antica convertirono in ròcche;
e dai tempj di Selinunte e dal teatro di Taormina bersagliavano i
patrioti siciliani, o sbucavano a rapir donne e fanciulli per ornamento
o custodia de' serragli.

Il dominio e la presa di Siracusa inorgoglirono gli emiri così, che
negarono obbedienza ai principi aglabiti d'Africa. Fu dunque forza
che questi venissero a sottometterli; e di fatti Ibraim re di Cairoan
(908), sbarcato con un esercito di Mori, e assalita Taormina indarno
difesa dalle anguste gole, dalle impervie alture e dal forte che a
cavaliero di essa aveano eretto gli antichi re, la presero, e vi posero
il borgo e il forte di Mola. Ibraim minacciò anche la Calabria; ma
morto lui a Cosenza, i nuovi invasori vennero a contesa fra sè e coi
prischi, i quali non si tenevano obbligati ai re fatimiti di Tripoli,
che aveano usurpato il dominio degli Aglabiti. E ruppero a guerra; e
i Cristiani ad or ad ora rinnovarono tentativi generosi di scuotere
il giogo degl'infedeli. Palermo stessa fu occupata (917) da Abusaib
Aldaiph, venuto d'Africa; ma i Siciliani, alleatisi con Alì Vava
Assahr, la assediarono per sei mesi. I Girgentini insorti si sostennero
quattro anni, e furono ad un pelo di prender anche Palermo: ma vinti
(927), bagnarono di loro sangue gli avanzi della patria magnificenza.

Allora l'emir, per reprimere le rinascenti sollevazioni, fece abbattere
molte fortezze, e menò schiavi in Africa gran numero di abitanti.
Al-Mansor, terzo califfo fatimita dell'Africa, assegnò la Sicilia
(948) non più a un governatore temporario, ma ad un emir, che fu
Assan figlio di Alì, il quale, sottomessala colle armi, la governò con
saviezza. Il che non vuol dire con clemenza; giacchè essendosi scoperta
una congiura, esso fe decapitare gli imputati. Quattr'anni appresso
venne d'Africa il moro Saclabio con camelli e forze, a cui Assan unì
le sue, ed estesero le conquiste. I Greci fecero qualche tentativo di
ripigliar l'isola, mandandovi soldati mercenarj danesi, russi, warangi:
l'ammiraglio Basilio prese Termini, battè Assan, e molti uccise in val
di Màzara: ma la battaglia di Rometta (958) costò la vita a diecimila
Cristiani.

Gli Arabi, per punire i natii del favore mostrato, deportarono in
Africa trenta de' più ragguardevoli personaggi, e fecero circoncidere
quindicimila fanciulli col figlio del loro emir. Il tripolitano
Khalil venne(938) d'Africa per reprimere i rivoltosi, occupò Màzara,
Caltabellotta, infine Girgenti(940), i cui notabili imbarcò per Africa,
ma in alto mare fece forar la nave e tutti sommergere. Narrano egli
vantasse aver fatti morire nel val di Màzara, più di seicentomila
persone. L'imperatore Niceforo Foca tentò anch'egli recuperar l'isola;
e Manuele suo cugino pigliò Siracusa (965), Imèra, Taormina, Lentini.
I nemici ricoverarono ai monti, e quando Manuele osò avventurarsi fra
quelle gole, lo batterono, presero e uccisero; e tosto l'emir ripigliò
tutte le città, e rase dalle fondamenta la generosa Taormina. Non per
questo cessarono i Siciliani di tener testa agli stranieri, ne uccisero
anche in battaglia l'emir: le nimicizie degli Arabi fra loro, e la
titubanza de' Greci or collegati ora avversi a questi prolungarono le
miserie dell'isola, disperante di respingere un nemico, il quale, come
Anteo, sempre nuove forze traeva dalla Libia madre.

I Saracini di Sicilia tendevano a governarsi da sè, e vi riuscirono nel
969 quando l'emirato divenne ereditario, non dipendente dall'Africa
che per oggetti religiosi. Internamente le due schiatte di Arabi e
di Bereberi disputavansi l'isola, di cui i primi tenevano la parte
settentrionale del val di Màzara con Tràpani e Palermo, gli altri
la meridionale d'esso vallo con Girgenti, fabbricata presso la gran
città d'Agrigento, distrutta l'829, e fino al 1040 non si videro che
rivoluzioni e controrivoluzioni, vittorie e fughe, sempre rovinose, fra
cui si ridusse a minimi termini la stirpe bèrbera, che poi nel 1015 fu
affatto espulsa da tutta l'isola.

Intanto i Saracini si erano dalla Sicilia tragittati in Calabria,
e alcuni di quelli di Spagna occuparono Tàranto; quelli d'Africa
presero Bari, e si spinsero nella Puglia, saccheggiando e uccidendo.
Radelgiso duca di Benevento tentò invano snidarli da Bari; onde prese
il sinistro consiglio di adoprarli nelle sue guerre contro Siconolfo
duca di Salerno, e li soldò (815) coi tesori della chiesa di Benevento.
Siconolfo, sebbene da prima li vincesse, non potè resistere che
coll'imitarlo, e anch'egli derubata la cattedrale di Salerno, soldò
Abulafar saracino comandante in Tàranto, col quale riuscì vittorioso.
Mentre seco risaliva in palazzo, il Longobardo con istrano scherzo
lo prese fra le braccia, e portatolo di peso fin in cima alla scala,
l'abbracciò e baciò. Recosselo ad onta il Saracino, e disdettogli il
servizio, tornò a Tàranto e si esibì a Radelgiso, col quale ruinò i
Salernitani. Il cui duca chiamò Saracini di Spagna e di Candia, e con
essi vinse i Beneventani alle Forche Caudine: ma Radelgiso sopragiunto,
lo battè interamente, ne prese tutte le città, Benevento assediò.

Siconolfo ricorse a Guido duca di Spoleto: il quale venne, e dal
collegato e dal nemico cercò smungere denaro, fingendo metterli
d'accordo. Siconolfo per conservare il dominio fe omaggio a re Lodovico
II, chiedendone l'investitura al prezzo di centomila scudi d'oro.
Denari trovava costui dal saccheggiare Montecassino, donde portò
via calici, patene, croci, vasi e centrenta libbre d'oro; un'altra
volta, trecensessantacinque libbre d'argento e sedicimila soldi d'oro;
la terza vasi d'argento per cinquecento libbre; e così via, sempre
promettendo restituire. La pace non fu fatta che l'848 per opera di
re Lodovico, il quale divise il ducato secondo la solita politica dei
Franchi.

Landolfo principe di Capua, morendo nell'842, divideva il paese
fra tre figli, a Landone Capua, a Pandone Sora, a Landonolfo Tiano,
lasciando ad essi per ricordo non permettessero mai che Benevento si
riunisse con Salerno. Anche il ducato di Spoleto divideasi dalla parte
transappennina, cioè dal ducato di Camerino: e così ogni cosa era
sminuzzata e perciò debole.

Ne approfittavano i Musulmani, che mescendo il sangue loro al cristiano
nei fraterni dissidj, si lusingavano dominare il bel paese. Oltre
Bari, principale loro ricovero, alcuni si erano stanziati nell'isola
di Ponza; ma Sergio console di Napoli, raccolti vascelli da Gaeta,
Sorrento, Amalfi, ne li respinse. L'emir tornò, prese il castello
di Miseno, sbarcò a Centumcelle, difilandosi sopra Roma; e ignaro
dell'antica, nemico alla nuova dignità della metropoli del mondo,
vi incendiò i sobborghi e profanò la chiesa dei santi Apostoli.
Vacando allora la sede pontifizia, fu tumultuariamente eletto Leone
IV (847), che sacerdote eroe, quando i principi fuggivano o pagavano
i Barbari, si pose a capo delle truppe e dei cittadini, rianimati dal
suo nobile coraggio, e rituffò i Saracini nel mare. Udito che nuove
correrie minacciavano, Cesario, figlio del console Sergio, accorse con
Napolitani, Amalfitani, Gaetani a difender Roma, e il papa gli accolse
e benedisse: una tempesta malmenò l'armamento dei Barbari, altri furono
uccisi o imprigionati.

Leone cinse di doppia mura la basilica di San Pietro e il quartiere
del Vaticano, stanza dei tanti forestieri accasati a Roma, donde
il vocabolo di Città Leonina: al qual uopo, da tutti i poderi del
pubblico e da ogni monastero chiese gli uomini che per condizione erano
obbligati al lavoro. Compiuta l'opera in quattro anni, il papa che
l'avea difesa colla spada la dedicò il giorno dei santi Pietro e Paolo,
coll'intervento di molti vescovi e del clero, i quali scalzi e cospersi
di cenere circuirono le mura, implorandovi quel Dio, che «se non vigila
le città, invano sorgono avanti giorno quei che la custodiscono»[253].
Centumcelle era rimasta quarant'anni smantellata e vuota d'abitanti
a cagione delle correrie; e Leone ne accolse gli abitanti nella
Città Leonina, donde più tardi ritornati alla prisca, le posero nome
Civitavecchia. Il papa munì pure Orta e Ameria; a Porto eresse due
torri con grosse catene dall'una all'altra per chiudere l'entrata del
fiume: e molti Corsi fuggiti dalla loro isola per paura de' Saracini,
giurarono vivere e morire sotto lo stendardo di san Pietro.

I Saracini, disperati di prender Roma (852), voltarono sopra Fondi,
saccheggiandola e menando schiavi quei che non trucidarono; posero
assedio a Gaeta, rincacciando fin a Montecassino un esercito di
Spoletini mandati dall'imperatore a combatterli; e la culla de'
Benedettini periva, se i Saracini non si fosser badati la notte in
riva al fiume, il quale gonfiò per modo che più non poterono al domani
guadarlo. Gaeta fu salvata dal valore di Cesario, che entrò nel porto
colle flotte di Napoli e d'Amalfi, create pel commercio, ma disposte a
tutelare la patria.

Se n'andavano i Saracini carichi delle spoglie; ma presso ad afferrare
a Palermo, scontrarono una barca in cui due uomini, uno da cherico,
uno da monaco, i quali dissero loro: — Donde venite, e dove andate?
— Veniamo dalla città di Pietro, abbiamo saccheggiato l'oratorio di
questo, devastato il paese, battuto i Franchi, arsi i conventi di
San Benedetto. E voi chi siete? — Chi siamo? Or ora lo saprete?»;
e detto fatto scoppiò procella sì impetuosa, che tutti i vascelli
inghiottì[254].

Altri predavano Luni con tal furore, ch'essa più non risorse, il
suo vescovado fu trasferito a Sarzana e la riviera dal fiume Magra
sino alla Provenza rimase desolata: mentre altri davano il guasto
alla Calabria, alla Puglia, al ducato di Benevento. Lodovico II,
intercedenti il vescovo di Capua e l'abate di Montecassino, venne
in soccorso, e ucciso l'emir Amalmater, si fece per forza consegnare
quanti Saracini erano in Benevento, e li decapitò. Ma mentre perdea
tempo a riconciliare i duchi di Benevento e di Salerno, i Musulmani
rimbaldanziti devastarono il mezzodì. Avendo un tremuoto scassinato
le mura d'Isernia, il valoroso Massar, stimolato a giovarsene per
acquistare la facile preda, — E che? (disse) Iddio è sdegnato contro
questa città, ed io vorrei aggravarne le sciagure?»

Men generoso Lodovico, quando Massar cadde in sua mano, lo decretò
al supplizio. Più terribile di questo, Soldano (Saugdana) venne a
rinforzar Bari, donde respinse gli assalitori; e Alifa, Telese, Sepino,
Boviano, Isernia, Venafro ridusse in macerie; Benevento risparmiò a
prezzo d'un tributo, che quel principe si umiliò a pagargli quando
vide i Franchi non voler combattere. I Benedettini di San Vincenzo del
Volturno, tra i più ricchi d'Italia, ebbero saccheggiato e distrutto
il loro convento: quello di Montecassino dall'abate Bertario, illustre
letterato, era stato difeso con mura e torri e col porvi al piede una
borgata, che fu poi la città di San Germano, dove stavano a guardia
i molti vassalli suoi; ma si stimò conveniente il riscattarsene con
tremila monete d'oro.

I principi di Benevento e di Salerno rappacificati (856) assalsero
Bari, e riportarono grande vittoria; ma i Saracini li rivinsero e
fugarono, desolando anche i principati, donde trassero grandi prede.
Soldano, sbucato da Bari con trentasei vascelli, va e sperpera
l'Illiria greca, spogliando le città che si erano sostenute contro gli
Slavi: ma i Ragusei lo fecero stare tanto che giunse di Costantinopoli
una flotta, innanzi alla quale i Saracini fuggirono.

Parve ai Romani che Lodovico II non avesse abbastanza ajutato a queste
fazioni, e cominciarono a mormorare e dire: — Che cosa fanno per noi
codesti Franchi? non ci proteggono contro i nemici, e violentemente
ci tolgono il nostro. Non sarebbe meglio chiamar i Greci, e cacciare
codesti stranieri dalla nostra dominazione?»[255].

Fu riferito a Lodovico che questi discorsi venivano da Graziano maestro
della milizia; onde temendo d'una insurrezione, accorse coll'esercito.
Leone papa, così robusto a difendere la Chiesa e la patria, non
mostrava orgoglio verso gl'imperatori, e — Se abbiam fatto cosa
alcuna incompetentemente, e ai sudditi non osservammo la giustizia, la
sottoponiamo al giudizio vostro e dei vostri giudici. Spedite qua, ve
ne supplichiamo, dei messi timorati di Dio, i quali facciano diligente
indagine delle cose piccole e grandi, sicchè non rimanga nulla non
discusso e definito da loro»[256]; e andò incontro all'imperatore con
tutti gli onori onde placarlo. Graziano e tutti i nobili giurarono che
l'accusatore aveva mentito, onde la condanna cadde su questo.

Partito Lodovico, l'Italia si trovò alcun tempo senza ingerenza di
forestieri, in uno di quegli intervalli d'indipendenza, che sempre le
furono così brevi e così male adoperati. Morto Leone IV (855), gli
successe Benedetto III; ma una fazione sostenuta dai nobili voleva
Anastasio, e ricorsa ai messi imperiali, conseguì l'intento. I Romani
sdegnati protestarono voler piuttosto la morte che l'indegno pontefice;
talchè ai ministri fu forza confermare Benedetto.

Gravissimo affare dei papi era il tutelare la disciplina contro le
libidini dei re, i quali, ad esempio dei Maomettani, pretendeano
prendere e ripudiar le mogli a loro senno. I re Franchi aveano più
volte dato noje siffatte a' pontefici, e allora Lottario II, fratello
dell'imperatore, rinviata Teotberga, voleva sposare una Gualdrada.
La rejetta ebbe ricorso a papa Nicola (862), che alla violazione del
sacramento si oppose risoluto, non ostante la connivenza de' germanici
arcivescovi di Colonia e Treveri. Questi due prelati vennero a Roma
per addur ragioni; ma scomunicati, trassero a favor loro l'imperatore
Lodovico II, che infervoratosi a sostenere il fratello, cioè
l'adulterio, e istigato pure dal sempre ostile arcivescovo di Ravenna,
s'avviò a Roma per costringere il papa a cassare la data sentenza. Il
papa ordinò litanie e digiuno; ma l'esercito sopragiunto quando una
di quelle processioni montava la scalea di San Pietro, ruppe croci
e immagini, e a bastonate volse i devoti in fuga. Il papa si tenne
nascosto; ma intanto essendo morto uno che avea spezzato la croce di
sant'Elena, e ammalatosi Lodovico stesso, si credette vedervi un avviso
di Dio: la imperatrice andò pregare il pontefice venisse a parlare
all'imperatore, e si riconciliarono; ma le uccisioni e le violenze de'
costui soldati nessuno le riparò.

Fin quando Ravenna era sede degli esarchi, i suoi arcivescovi
pretendevano il primato, o almeno non sottostare al papa. Quando Carlo
largheggiava con questo, chiesero anch'essi la Marca d'Ancona, e non
disdetti assolutamente, vi esercitavano giurisdizione, procurando
estenderla su tutta la Pentapoli; causa d'incessanti lamenti de'
pontefici[257]. E sempre reluttarono alla primazia papale, affettandosi
pari, come per fasto, così per autorità. Volendo l'imperatore
Lotario fare solennissimo il battesimo di Rotrude sua figlia, Giorgio
arcivescovo di Ravenna ottenne di levarla al sacro fonte, e a tal uopo
portò a Pavia gran parte del tesoro della sua chiesa per farne regali:
nei soli addobbi battesimali della principessa spese quattrocento soldi
d'oro. L'imperatrice, sentendosi assetata, bevve occultamente una buona
tazza di vin forestiere; poi riccamente vestita e tutta gioje e col
volto coperto assistette alla funzione, e partecipò alla sacra mensa.
Tal violazione del digiuno ci è raccontata da Agnello, storico di quei
prelati, il quale assisteva alla cerimonia, e vestì egli medesimo la
principessa all'uscire dal sacro fonte.

Tra quegli arcivescovi ebbe trista rinomanza Giovanni, che faceva colà
ogni talento; vilipendeva i messi pontifizj, lacerava gl'istromenti
di affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava alla sua;
preti e diaconi deponeva senza giudizio canonico, e li cacciava in
ergastoli; e sebbene la città fosse sotto l'autorità anche temporale
del papa, impediva a' suoi vescovi d'andar a Roma, e li scomunicava.
Alcuni cittadini ne portarono lagnanze, onde fu citato al concilio
Romano; ma egli vantava di non esser tenuto andarvi. Scomunicato,
ottenne dall'imperatore due legati, coi quali presentossi a Roma,
credendo incuter soggezione; ma il papa stette saldo, e poichè i
Ravennati lo supplicarono a venire a rassettar le cose, vi andò:
ma vi volle un altro concilio di settantadue vescovi per domare
il ricalcitrante. Eppure fra pochi anni lo troviamo in nuova rotta
col papa, ed entrato in Ravenna, saccheggiò le robe de' papalini,
rapì loro le chiavi della città, e le prese per sè e pel magistrato
municipale[258].

Fra ciò i pontefici non desistevano di eccitare contro i Saracini,
le cui correrie non lasciavano tregua. Gl'Italiani s'accorgevano
che unico modo di sbrattare la patria dagli stranieri è l'unione: e
Lodovico imperatore, supplicato da essi, gittò il bando della leva a
stormo a tutti i conti, vassalli e liberi, e — Chiunque possiede in
beni mobili il valore del suo guidrigildo si conduca all'esercito; i
poveri che abbiano dieci soldi d'oro di valsente, proteggeranno le
coste e le piazze di frontiera; prelati, conti, gastaldi usciranno
con tutti i loro ministeriali, senza riserva o privilegio; i vescovi
non lascieranno indietro laico alcuno; chi ha molti figli, non ritenga
a casa che il più inutile: i liberi che ricusassero le armi, perdano
beni e patria; onori e benefizj i conti, signori, abati e badesse che
non mandassero all'esercito i vassalli e servi: i conti lascino a casa
soltanto un vassallo pel proprio servizio e due per le mogli, e la
gente imbelle facciano chiudere ne' castelli. Ogni uomo da guerra porti
seco armadura compita, vesti per un anno e viveri sino al ricolto.
Chi ruberà armi od animali domestici pagherà tripla composizione e
sarà condannato all'_harnescar_ (cioè a portar una sella in spalla
al cospetto dell'esercito, e un messale se preti); se schiavi,
abbiano la frusta: morte alle fratture, all'adulterio, all'incendio,
all'omicidio».

Tutta Italia fu in armi (866). Lodovico andò a Montecassino a chiedere
che le preghiere secondassero l'esercito; e colà gli menò le sue
truppe Landolfo, vescovo e signore di Capua, gran mettitore di risse
in quel paese, e che, come un'altra volta, fece disertare i suoi pochi
a pochi. L'imperatore corrucciato, e vedendo dover assicurarsi degli
amici prima d'assaltare i nemici, volse le armi contro il mal fido, e
col distruggere Capua sgomentò gli altri, e anche Napoli, che colla
indifferenza di gente intesa solo alla prosperità dei traffici, era
piena di Saracini come Palermo, e gli ajutava d'armi, di viveri, di
ricetto; anzi il duca Sergio avea lega coll'emir[259]. Procedendo,
respinse i Musulmani d'ogni dove, restringendoli in Taranto e Bari:
ma non arrivando la promessa flotta greca, dovette dar indietro. Lo
inseguì Soldano co' suoi, che vincendo si spinse fino a San Michele
sul Gargàno, santuario de' Longobardi, ma l'esercito lasciato da
Lodovico nella Puglia non cessò di bezzicarli: e sebbene anche i nostri
toccassero molte perdite, Matera, Venosa, Canosa furono ripigliate
e munite (870); e anche Bari dopo tre anni, e mandata pel fil delle
spade, e Soldano non riconobbe la vita che dalla generosità di
Lodovico, mosso dalle istanze del principe di Benevento, di cui quello
avea avuta prigioniera e rispettata la figlia.

Lodovico spedì ad assediare Tàranto, sollecitando l'imperatore
Basilio Macedone ad ajutarlo della flotta per ispazzare il Tirreno
da costoro[260]. Basilio mandò meglio di trecento navi; ma poichè i
Greci arrogavano a sè il vanto della vittoria, a spregio de' Barbari
obbedienti al falso imperatore d'Occidente, Lodovico rispose: —
Avevate fatto di grandi preparativi, è vero, simili in numero alle
cavallette che oscurano l'aria; ma come queste cadendo dopo breve volo,
abbandonavate il campo per ispogliar i Cristiani della Schiavonia,
nostri sudditi. Pochi erano i nostri guerrieri; perchè, stanchi di
aspettare, li rimandai, solo ritenendo il fiore, con cui ho continuato
il blocco, e vincemmo i tre più potenti emiri de' Saracini, sgominammo
gl'Infedeli; e se per mare ci secondate, ricupereremo Sicilia.
Fratello, sollecita i promessi soccorsi marittimi, rispetta gli alleati
e diffida degli adulatori».

Basilio, tenendosi insultato dal tono della lettera e dal titolo di
fratello, non rispose alla chiamata, anzi gli nimicò alcune città,
spargendo ch'e' volesse farsene signore; laonde l'impresa fallì. I
Franchi, usi in Italia a disgustare dopo la vittoria anche quelli a cui
pro hanno vinto, offesero coi loro eccessi, e massime Angilberga colla
sua avidità straccò i Beneventani a segno, che Adelgiso loro principe,
subillato anche da Soldano, si chiarì per gl'imperatori d'Oriente,
i quali allora ricuperarono le principali città della Calabria, del
Sannio e della Lucania.

Lodovico accorse ad assoggettarle (871); avrebbe mandata a sterminio
Capua che a lungo resistette, se non fossero usciti gli abitanti col
corpo di san Germano implorando pietà; passò a Benevento, e credendo
alla sommessione d'Adelgiso, congedò le truppe o le distribuì in
guarnigioni. Adelgiso, senza rispetto all'impero nè alla vittoria, rapì
ai Franchi il bottino non solo, ma anche le salmerie dell'imperatore,
cui tenne prigioniero nel proprio palazzo[261]. Tre giorni durò egli
in cima ad una torre; poi sceso per fame, giurò sulle reliquie di
non vendicarsi nè più tornare; ma sciolto appena, si fece dal papa
assolvere dell'estorta promessa, e dal senato romano autorizzare
a proscriver quel principe. L'assalì dunque, giurando non levarsi
d'intorno a Benevento se non avesse preso il ribelle: ma neppur questo
giuramento potè tenere, giacchè il principe ricorse all'imperatore
di Costantinopoli, promettendo a lui il tributo che prima dava ai
Franchi; e papa Giovanni VIII, venuto a sua richiesta nel campo (872),
li riconciliò[262]. I re suoi parenti che moveano tardi al soccorso,
tornarono indietro: alcuni vassalli che aveano favorito al ribelle o
non ajutato il re, vennero puniti.

Di queste dissensioni faceano lor pro i Saracini, che cupidi di
vendicare le sconfitte, spedirono immenso esercito dalla Sicilia e
dall'Africa a Salerno e sopra Capua, per dar mano alle loro colonie
rinvigorite: quella di Tàranto avea ripreso Bari; la Puglia era battuta
da Musulmani; Napoli, Gaeta, Amalfi, se non amiche, neppur erano
avverse a costoro. Lodovico appena liberato gli osteggiò, ma prima di
morire li vide arbitri dell'Italia meridionale, e minacciare d'incendio
Salerno e Benevento e sperperarne i contorni. I vicini sosteneano
l'assediata Salerno; ma l'imperatore, forte adirato al duca di essa,
negava soccorrerla. A quell'assedio l'emir Abdila piantò il letto sulla
mensa della chiesa de' santi Fortunato e Cajo, e vi sacrificava ogni
notte la verginità d'una monaca, finchè una trave vel fracassò (874).
All'assedio di Benevento un cittadino calatosi dalle mura per chiedere
soccorsi, nel ritorno è preso; gli Arabi gli fan larghe profferte se
inganni i suoi, fiere minacce se no; ma condotto presso le mura, grida:
— Coraggio! durate! arrivano i liberatori: avrò morte; vi raccomando
mia moglie e figli»; ed è fatto a pezzi.

Lodovico, venuto poi a soccorso, riportò qualche vantaggio, ajutato
da Amalfitani e Capuani, avvistisi del pericolo proprio nell'altrui.
Anche in Napoli il duca Sergio cozzava col santo vescovo Atanasio,
il quale, per sottrarsi alla persecuzione di lui, suggellò il tesoro
e fuggì nell'isola del Salvatore. Sergio spedì Napoletani e Saracini
per pigliarlo; ma l'imperatore mandò Marino duca d'Amalfi, che fe
macello degli aggressori. Sergio in vendetta derubò il tesoro, onde fu
scomunicato dal papa, mentre Atanasio conseguì onori dall'imperatore e
dai popoli.

I Saracini, nojati del lungo resistere di Salerno, incatenarono il
nuovo emir Abimelech, e partirono, abbandonando munizioni e viveri.
Ma cresciuti di nuovi rinforzi e d'accordo co' natii, poterono metter
radici sulla costa Campana, devastare i territorj di Benevento,
Terelle, Alife; e il duca Adelgiso sconfitto dovè mettere in libertà
Soldano, che teneva come ostaggio. Costui, non disarmato dal perdono,
ricomparve più terribile che mai. I monasteri di Montecassino e di
Volturno, mal difesi dalle orazioni e dai vassalli, furono incendiati;
nè il paese de' fieri Sabini seppe tener testa alle correrie. Gli
assaliti invocavano i Greci, ma questi erano deboli; invocavano i
signori di Salerno, Amalfi, Napoli, ma questi se l'intendevano coi
Musulmani. Il papa in persona andò a Napoli per distorre dalla lega
cogli Infedeli quel duca e gli altri principi di là intorno: Sergio,
che ricusava, fu scomunicato; Guaifero principe di Salerno gli mosse
guerra; il vescovo Atanasio suo fratello congiurò contro di lui, e
preso e accecato il mandò a Roma a finire miserabilmente, e proclamò
duca se stesso, come avea fatto il vescovo Landolfo a Capua; e n'ebbe
lode dal papa. Ma l'intrigante vescovo anch'egli ben tosto aderì ai
Saracini, e partecipava alle loro ladronaje; e chiamato di Sicilia
l'emir Sicaimo, gli diè stanza alle falde del Vesuvio. Mal per lui,
giacchè le costui masnade cominciarono a predare i contorni, rapir
cavalli, armi, fanciulle: si spinsero anche fin alle delizie di Tivoli
e alle sacre rive del Tevere, e per due anni le campagne di Roma nulla
fruttarono agli atterriti abitatori.

Lodovico II, lodato dai contemporanei come amator della giustizia,
sostenitore dei poveri e dei pupilli (875), morì nel territorio di
Brescia, e quel vescovo lo fece sepellire in Santa Maria. Ma Ansperto
arcivescovo di Milano andò colà coi vescovi e tutto il clero di Bergamo
e Cremona, e fattolo disotterrare e imbalsamare, con lunga processione
portollo a deporre in Sant'Ambrogio di Milano, con un epitafio di non
infelici versi e di amplissime lodi[263].

Papa Giovanni VIII tentò ravvivare il coraggio o la compassione del
vano e inetto successore di lui Carlo Calvo. — Il sangue cristiano
dilaga; chi campa dal fuoco o dalla spada è trascinato schiavo in
esiglio perpetuo: città, borghi, villaggi periscono vuoti d'abitanti;
i vescovi dispersi non trovano rifugio che alla soglia degli Apostoli,
lasciando le chiese loro per tane alle fiere; sicchè veramente è il
caso d'esclamare, Beate le sterili, e le mamme che non allattarono.
Chi mi dà rivi di lacrime per piangere la rovina della patria? siede
addolorata e sola la regina delle nazioni, la regina delle città, la
madre delle chiese. Oh giorno di tribolazione e d'angoscia, giorno di
miseria e calamità!» Con eguale istanza dirigevasi agli altri principi
perchè non lasciassero dalla stirpe di Agar ridurre serva l'Italia e
rovinar la religione. Carlo comandò al duca di Spoleto di dar mano
al papa; ma il console di Napoli, sordo a minaccie e scomuniche,
ricusò staccarsi dai Musulmani. Roma dunque non si potè redimere che
assoggettandosi a venticinquemila annue monete d'argento, e vide i
baroni circostanti allearsi coi Saracini per ambizione di piantare la
propria signoria in Roma.



CAPITOLO LXXII.

Imperatori italiani. Gli Ungheri.


  CARLO MAGNO
  imperatore 800-814
    |
    |- PEPINO re
    |  781-810
    |   |
    |   |- BERNARDO
    |   |  re 810-18
    |   |
    |   |- ADELAIDE
    |   |  sposa Lamberto?
    |       |
    |       |- Guido di Spoleto
    |       |  re 889 imp. 891-94
    |           |
    |           |- LAMBERTO
    |           |  imp. e re 894-98
    |
    |- LODOVICO il Pio
    |  assoc. all'imp. 813-40
        |
        |- LOTARIO
        |  assoc. all'imp. 817-55
        |   |
        |   |- LODOVICO il Giovane
        |   |  assoc. all'imp. 849-75
        |   |   |
        |   |   |- Ermengarda m. di
        |   |   |  re Bosone
        |   |       |
        |   |       |- LODOVICO il Cieco
        |   |       |  re 899 imperat. 901-903?
        |   |
        |   |- Lotario di Lorena
        |   |   |
        |   |   |- Berta m. di
        |   |   |  Tibaldo di Prov.
        |   |       |
        |   |       |- UGO re 926-47              RODOLFO II di
        |   |           |                         Borgogna re 922-26
        |   |           |- LOTARIO assoc.               |
        |   |           |  931-50 marito di . . . Adelaide che nel
        |   |                                     951 sposa OTTONE
        |   |                                     il Grande
        |   |
        |   |- Carlo di Prov.
        |
        |- CARLO il Calvo
        |  imp. e re 875-77
        |
        |- Lodovico il Tedesco
        |   |
        |   |- CARLOMANNO
        |   |  re 877-79
        |   |   |
        |   |   |- ARNOLFO
        |   |   |  imp. e re 896-99
        |   |       |
        |   |       |- LODOVICO il Fanciullo
        |   |       |
        |   |       |- Zventiboldo re di Lorena
        |   |
        |   |- Luigi il Sassone
        |   |
        |   |- CARLO il Grosso
        |   |  re 879 imp. 881-87
        |
        |- Pepino d'Aquitania
        |
        |- Gisela
            |
            |- BERENGARIO I
            |  re 888 imp. 915-24
                |
                |- Gisela m. del
                |  marchese d'Ivrea
                    |
                    |- BERENGARIO II
                    |  re 950-61
                        |
                        |- ADALBERTO
                        |  re col padre

Lodovico II non lasciava figliuoli; e quanto si fossero ingagliarditi
i grandi ecclesiastici e secolari apparve nelle due fazioni che allora
si formarono attorno ai due suoi zii. Una, desiderando un protettore
robusto, chiedeva re Lodovico il Tedesco, al quale nella partigione del
retaggio di Carlo Magno erano tocche la Baviera, la Boemia, la Moravia,
la Pannonia, la Carintia, la Sassonia ed altri paesi d'oltre Reno;
l'altro Carlo il Calvo re della Francia occidentale, perchè, debole
essendo, non avrebbe attenuato i diritti e gli arbitrj signorili. Carlo
passò di subito le Alpi: lo seguì per contrastarlo Carlo il Grosso
figlio di Lodovico, e trovandosi prevenuto, guastò il Bergamasco e
il Bresciano; poi atterrito, o deluso dallo zio che fingeva assalire
la Baviera, diede indietro; e Carlo il Calvo venuto a Roma (875),
_coll'arti di Giugurta_ vi comprò voti e la corona dell'Impero, poi in
Pavia quella de' Longobardi. Come in Francia egli non sapeva impedire
le usurpazioni de' nobili, anzi gli aveva assicurati non sarebbero
rimossi dalle pubbliche funzioni nè essi nè i loro figli, ed obbligato
i liberi a sottoporsi ciascuno a un patrono; altrettanto fece in
Italia.

Già signori e vescovi aveano tratto a sè l'arbitrio di eleggere il re;
e per primo Ansperto arcivescovo di Milano, poi i vescovi d'Arezzo,
Pavia, Cremona, Tortona, Vercelli, Ivrea, Lodi, Asti, Modena, Alba,
Aosta, Acqui, Genova, Como, Verona, Piacenza, uniti con Bosone conte
di Provenza, archimandrita del sacro palazzo e messo imperiale,
e con varj altri conti, come ottimati del regno d'Italia elessero
l'imperatore Carlo il Calvo per patrono, signore, difensore e re,
promettendo obbedirlo in che che ordinasse a vantaggio della Chiesa
e a salute di loro tutti; quanto sapranno e potranno col consiglio e
cogli atti, senza frode nè maltalento, gli saran fedeli e obbedienti;
nè direttamente o per lettera o per messi turberanno la quiete e la
solidità del regno. Di rimpatto Carlo giurava, coll'ajuto di Dio e
con ogni sua possa, onorare e salvare ciascuno, giusta l'ordine e
la persona, mantener la legge e la giustizia che a ciascuno compete,
e usare ragionevole misericordia a chi ne abbia bisogno: che se per
fragilità deviasse, appena lo riconosca procurerà emendare[264].

Quest'atto prezioso ci chiarisce la natura di quel regno, elettivo
e aristocratico: e fra gli elettori prevalgono i vescovi, come si
sente dal fondarsi sui precetti evangelici, anzichè sulle cautele
costituzionali, di cui furono assiepati i re dopo che si cessò di
riverirli come immagini di Dio.

Bosone suddetto ricevè la reggenza di questo regno col titolo di duca
di Pavia, conferitogli col cingergli la corona, che dopo quell'ora
fu adottata negli stemmi ducali. Poco poteva il re, e meno il suo
luogotenente; prevalendo i grandi e massime i vescovi, giacchè i
piccoli vassalli, non trovandosi protetti altrimenti, si mettevano
sotto al loro patronato, salvo le grandi città, le sole dove i liberi
conservassero qualche importanza perchè uniti.

Carlomanno, altro figlio di Lodovico il Tedesco (877), cala in
Italia, pretendendola come eredità paterna; ed essendo fuggito e
morto il Calvo, è salutato re d'Italia: mai però non ottenne la
corona imperiale; e non andò guari, che scontento delle turbolenze o
impauritone, uscì d'Italia (879) lasciandola campo alle ambizioni, e
poco stante morì.

Guido duca di Spoleto, di nazione Franco, e nato da una figlia di
Pepino re d'Italia, ingrandì di mezzo alle guerricciuole interminabili
de' signorotti della bassa Italia, e campeggiando i Saracini che mai
colà non lasciavano pace. Docibile duca di Gaeta, assalito dal principe
di Capua, invocò i Saracini, che vennero, e recarono gravissimi danni
agli amici non meno che ai nemici. Il papa indusse Docibile a torcere
le armi contro di loro, e molti Gaetani perirono in quella guerra; ma
poi si calò ad accordi (882), dando loro stanza presso il Garigliano,
di dove per quarant'anni manomisero i dintorni.

Anche Anastasio, l'ambizioso arcivescovo di Napoli, ora ai Saracini,
ora ai Greci ricorse per ajuti onde nuocere ai Salernitani e ai
Capuani; i quali di rimpatto si dirigeano a Guido di Spoleto.
Costui non facea divario da onesto a ingiusto, e mentre combatteva
gl'infedeli, rapiva continuamente alla Chiesa[265]; anzi, aspirando
alla corona d'Italia, empiva Roma di satelliti, e diceano s'intendesse
coi Saracini di Tàranto per disfare la dominazione pontifizia. Giovanni
VIII, papa di natura irresoluta, corre ad Arles per invocare il re
Lodovico il Balbo; ma questi ricusa s'e' non benedica le sue nozze
con Adelaide, sposata mentre la prima donna ancora viveva: anche
Carlo di Svevia lo respinge perchè gli avea proibito d'invadere la
Borgogna cisgiurana; onde il papa si propizia Bosone suddetto, cognato
di Carlo il Calvo, ajutandolo a formare il regno di Provenza, poi lo
mena seco in Lombardia lusingandolo della corona imperiale. Quivi il
vescovo di Pavia fece omaggio a Bosone come a re; ma appunto per questo
l'arcivescovo di Milano il ricusò: e il papa stesso abbandonollo,
sollecitando Lodovico il Sassone a venire per la corona imperiale. La
prese di fatto a Roma; ma morendo presto di dolore (882), la lasciava
al fratello Carlo il Grosso. Imperatore, re di Germania, di Baviera,
di Sassonia, di Lorena, d'Italia, costui riuniva tutto il retaggio di
Carlo Magno, ma nessuna delle qualità necessarie a sostenerlo[266].

A lui Giovanni VIII mandava querele perchè i baroni si rendessero
ogni giorno più dissoggetti, mentre la metropoli del cristianesimo
era minacciata dagli Infedeli e da figli ingrati, e — per Iddio
soccorreteci, chè le nazioni vicine non abbiano a dire, _Ov'è il
loro imperatore?_» Carlo trovavasi molestato nel proprio regno dalle
correrie de' Normanni e più dall'insubordinazione de' feudatarj, ormai
convertiti in altrettanti re: pure venne, e nella dieta di Pavia i
vescovi, gli abati, i conti e gli altri ottimati del regno lo elessero,
giurandogli omaggio e fedeltà, al solito modo e col solito ricambio.
Ma col titolo regio non acquistò l'autorità; e Guido di Spoleto
continuava le depredazioni, ad onta de' messi imperiali e dei fulmini
della Chiesa; anzi costrinse l'imperatore a rendere a lui ed a' suoi
complici i confiscati onori. Carlo, incapace di reggere la nave fra
tali procelle, s'affidò a Liutwardo vescovo di Vercelli, che eresse
arcicancelliere dell'Impero. Costui se ne valse a soprusare, e le
fanciulle di più ricco retaggio forzava a sposare parenti suoi; e rapì
da Santa Giulia di Brescia una nipote di Berengario duca del Friuli
per darla a un suo nipote. Non comportò l'oltraggio Berengario, e con
un grosso di truppe assalse Vercelli, e pose a sacco il vescovado;
poi andò a scusarsene all'imperatore. Il quale non tardò a disgustarsi
di Liutwardo, massime dacchè lo sospettò di tresche coll'imperatrice
Ricarda. Questa giurò non essere mai stata tocca da nessun uomo, neppur
dall'imperatore, esibendo sostenerlo col duello e colle sbarre roventi;
e così giustificata si ritirò in un convento. Liutwardo esulò, e
ricoveratosi presso re Arnolfo, intrigò a favore di questo[267]. Carlo
medesimo come incapace e mentecatto fu deposto d'imperatore, e morì
miserabile (887); e allora la corona di Carlo Magno andò per sempre a
pezzi, e i varj popoli scelsero re nazionali: Eude prese la Francia,
Arnolfo la Germania, Bosone la Provenza.

Come regno elettivo ch'era l'italico, i grandi di qui non si credettero
obbligati ad Arnolfo, ultimo ed illegittimo rampollo carolingio, e si
sentirono forti quanto bastasse per governare il paese senza tutela
di forestieri. Già aveano compreso che gl'imperatori, da patroni,
tendeano a farsi padroni: il vescovo di Brescia scriveva ad un prelato
tedesco i guai degli Italiani, _inquilini o piuttosto affittajuoli
della patria loro, e preda del più forte_; e l'oltramontano rispondeva
compassionando una terra, ch'era unica fonte della ricchezza a
paese arido e povero qual è la Germania[268]. Pertanto voleasi un re
nazionale; ma come accordarsi nella scelta in un'età tutta d'individui,
dove le fazioni signorili si contrastavano spesso senza conoscere il
perchè, mutando parte secondo le inclinazioni e la forza dei loro capi,
servi all'interesse istantaneo e immediato?

Fra i signori italiani quattro primeggiavano. Adalberto marchese di
Toscana, sposo a Berta figlia di Lotario re di Lorena, la quale prima
era stata di Teobaldo conte di Provenza, e n'avea avuti Ugo che poi
fu re d'Italia, e Bosone che fu marchese di Toscana. Adalberto era
cognominato il Ricco, ma non entrò per allora in lizza. Il principe
longobardo di Benevento si era svigorito nelle guerre, e trovavasi
sulle braccia le città di Calabria e i Saracini. Berengario duca
del Friuli, di gente salica, e nato da una figlia di Lodovico il
Pio, avea favorito a' Carolingi, ma con tale circospezione, che al
soccombere di quelli rimase in piedi e potente. Guido di Spoleto, per
la posizione sua appoggiavasi ai Saracini e al papa, potendo in quelli
trovar braccia, a questo ispirar timore come emulo, o gratitudine
come protettore. Stefano V l'adottò per figliuolo; e tanto erasi reso
potente, che la dieta adunata a Langres per dare un successore a Carlo
il Grosso, lui chiamò re di Francia. Abbandonò dunque le speranze del
regno d'Italia a Berengario, il quale lusingava la nazionalità col
farsi chiamare di sangue latino e principe italiano[269]; e in Pavia da
Anselmo arcivescovo di Milano (888) si fe cingere la corona[270].

Ma Guido giunto in Francia si trovò prevenuto, essendo eletto re
Eude conte di Parigi; onde col dispetto ripassò le Alpi, menando un
grosso di guerrieri francesi, già allora sprezzatori dei nostri[271];
e coll'alleanza dei Camerinesi e degli Spoletini assalì Berengario,
sussidiato da altri signori. Si combattè sanguinosamente nelle
vicinanze di Brescia; e Berengario vinto (889) dovette contentarsi del
suo ducato del Friuli, tenendo sede in Verona.

I vescovi del regno, che omai aveano tratto a sè il supremo diritto,
si congregarono a Pavia, e meditando «quanti mali avesse pei proprj
peccati sofferto Italia dopo Carlo Magno, tali che umana lingua non
può spiegarli», risolsero porre un fine alle orribili stragi, ai
sacrilegi, alle rapine, ai misfatti d'ogni genere che attiravano la
collera celeste; e per salvare le chiese loro e tutta cristianità
volgente in desolazione, si adunarono affine di imporre degna penitenza
ai malfattori confessi, e reprimerli in avvenire, al qual uopo
elessero Guido re, piissimo ed eccellentissimo. E fu riverito a patto
rispettasse le immunità e i dominj della Chiesa romana, coi privilegi
e le autorità concedutile dagli imperatori antichi e moderni, troppo
disdicendo che questa chiesa «capo delle altre, rifugio e sollievo
dei soffrenti, salute di tutti» venisse da chicchessia vessata;
piuttosto convenendo che il pontefice da tutti i principi e i fedeli
sia supremamente venerato. Rimangano inoltre libere da ogni vessazione
e diminuzione le chiese vescovili: i rettori di esse liberamente
esercitino la podestà sacerdotale nelle cose ecclesiastiche e nel
reprimere i trasgressori della legge divina: a vescovadi, abazie,
spedali o altri luoghi sacri non s'impongano nuove gravezze: ogni
sacerdote e ministro di Cristo abbia gli onori e la riverenza dovuta al
suo grado, e colle cose ecclesiastiche e le famiglie a lui spettanti
rimanga imperturbato sotto la podestà del proprio vescovo, salva la
ecclesiastica disciplina. A tutti gli uomini plebei e ai figli della
Chiesa si lasci usare liberamente delle proprie leggi, senza esiger da
loro più del dovuto, nè opprimerli: che se ciò avvenisse, il conte del
luogo abbia a ripararli legalmente, per quanto gli preme conservare
la sua dignità; ove manchi, e faccia violenze o vi consenta, sia
scomunicato dal vescovo. E poichè Guido liberamente promise osservare
tali capitoli, unanimamente, a guisa di agnelli rimasti senza pastore,
lo elessero a re e signore.

Qui dunque, siccome avviene col ripetersi delle elezioni, s'allargano
i patti, e ciò ch'è notevole si è la tutela del popolo e delle sue
giustizie, assunta dai vescovi non per distinzione di razze e di
grado, ma a favore di tutti, perchè tutti figli della Chiesa. Se i modi
divisati per effettuarla non erano i più prudenti, è già assai trovare
così proclamata l'egualità civile in nome della religiosa; è bello
trovar costituzioni di diritti reali, mille anni prima che la nostra
accidia ci facesse credere non poterne noi avere se non dall'imitare le
francesi.

Guido, profittando del favore di Stefano V, si fe cingere in Roma anche
la corona d'oro (891); ma il nuovo papa Formoso, preferendo un lontano
imperatore a questi vicini e litigiosi, favorì il tedesco Arnolfo,
che da Berengario era stato invitato a sostenere i proprj diritti
sovra un regno di cui esso gli faceva omaggio. Arnolfo, come unico
carolingio fra tanti nuovi dominatori, pretendeva che la Germania sua
fosse ancora il centro e l'anima degli Stati disgiunti; e comprendeva
che, se Berengario cadesse, e Guido preponderasse co' Franchi e coi
Longobardi, ogni ingerenza germanica di qua dall'Alpi sarebbe perduta.
Adunque per l'Adige calò in Italia, prese Verona e Brescia; Bergamo,
che generosamente si difese, mandò a osceno saccheggio, e Ambrosio,
governatore per Guido, che vi si era eroicamente sostenuto, fece
vilmente appiccare. Tosto Milano e Pavia cedono; i marchesi d'Italia
vengono a prestar omaggio e chiedere nuova investitura, invece della
quale Arnolfo li fe carcerare, sinchè a lui giurassero fedeltà. Allora
l'aborrimento del dominio straniero unì quelli che prima s'erano fra
loro combattuti, e lo costrinsero a dar volta.

Cessato appena il pericolo, la guerra civile rinfocò tra Berengario
e Guido; e morto questo, Lamberto suo figlio e collega, gridato re
(894), strinse novamente Berengario in Verona. Allora Arnolfo, invitato
da papa Formoso, torna; va dritto al cuor d'Italia per abbattere gli
Spoletini, che parea volessero rinnovare la preponderanza longobarda;
conferma a Berengario il regno d'Italia, sottraendogli però le
provincie transpadane, nelle quali pone un Gualfredo (896) col titolo
di duca di Verona, e un Maginfredo con quello di conte di Milano.
L'acconcio dispiace a Berengario, il quale s'affiata con Lamberto
di Spoleto e con Adalberto di Toscana per chiudere ad Arnolfo il
cammino di Roma. Arnolfo vi arriva per forza; benchè Geltrude vedova
dell'imperatore Guido, difendesse la Città Leonina, egli la prende, ha
Roma per capitolazione (febbr.), fa decollare molti a sè avversi; dal
pontefice ottiene la corona, dal popolo giuramento d'obbedienza, salvo
la fedeltà dovuta a papa Formoso. Ma le malattie che spesso vendicarono
gl'Italiani, colsero Arnolfo, sicchè s'affrettò a ritornare in Baviera,
molestato gravemente dagli Italiani insorti.

Ratoldo suo figlio, lasciato in Lombardia, non bastava a frenare
quel moto d'indipendenza; sicchè pel lago di Como egli pure se
n'andò in Germania; Verona non resistette a Berengario; i Milanesi
trucidarono Maginfredo, che dato interamente al Tedesco, non pensava
che a stringerli in soggezione; da Roma l'odio agli oltramontani si
manifestò in uno scandaloso processo, che il nuovo papa Stefano VI
fece al cadavere di Formoso, la cui vera colpa in faccia al popolo era
d'aver unto lo straniero; poi sedente Giovanni IX, un concilio confermò
imperatore Lamberto, pronunziando surrettizia e _barbara_ l'elezione
d'Arnolfo. I due competitori Lamberto e Berengario, accortisi che dal
ricorrere agli stranieri scapitavano entrambi (898), partirono il regno
fra sè; al secondo la Lombardia fra il Po e l'Adda, il resto a Lamberto
colla corona imperiale. Ma i fiumi non demarcavano le possessioni de'
grandi e degli ecclesiastici, e l'incrociarsi di esse su dominj diversi
moltiplicava i motivi di conflitto. In breve Lamberto venne in rotta
con Adalberto di Toscana, e lo rese prigioniero; ma poco stante egli
stesso fu assassinato nei boschi di Marengo, dicono da Ugo figlio di
Maginfredo già conte di Milano.

Anche ne' paesi transalpini i duchi o conti cincischiavano l'autorità
dei re; ma infine essi erano nazionali. Da noi invece erano forestieri;
e nessuno se ne trovò, il quale sapesse sbrancarsi dalla propria
nazione per farsi capo d'una nuova. In tal guisa l'indipendenza paesana
cadeva, mentre gli altri popoli la acquistavano; atteso che cotesti
signorotti, non v'avendo popolo sul quale farsi forti, ricorreano ai
potentati forestieri. Berengario, rimasto solo re, libera Adalberto; ma
eccogli addosso un nuovo flagello, gli Ungheri.

Dagli Urali e dal Caspio erano venuti costoro nella grande commozione
di Attila; avanzatisi poi nell'VIII secolo, e sottoposti i Valachi e
gli Slavi delle sconfinate pianure di qua dai Carpazj, cominciarono a
rendersi terribili in Europa quali scorridori e predoni. I Carolingi
nelle miserabili gare degli ultimi loro tempi gl'invocarono spesso,
e Arnolfo gl'invitò coi Croati ad osteggiare il potente impero de'
Moravi. Improvvido consiglio[272], perocchè abbattuto questo si
trovarono a contatto coll'impero Franco, contro del quale spinsero i
rapidi loro cavalli e una ferocia da selvaggi.

Ci sono essi descritti come gente oltre ogni dire deforme e barbara;
volto schiacciato; le madri morsicavano i figli in viso per abituarli
al dolore. Nello sgomento ispirato da essi, disputavasi se fossero quel
popolo di Gog e Magog, predetto dall'Apocalissi come precursore della
fine del mondo; e s'introdussero processioni e riti per isviare quel
nembo, e litanie dove pregavasi Dio perchè ci scampasse dal furore
degli Ungheri. Nè mancò la solita messe di prodigi; e molte volte le
ossa turbate de' santi riuscirono loro micidiali: la mano di un Unghero
restò affissa all'altare che tentava spogliare; ad un altro si spezzò
la spada vibrata a decollar un frate.

Non tocca a noi raccontare i guasti che recarono alla Germania e alla
Francia: ma l'Italia ben presto lusingò la loro cupidigia, bella e
ricca qual è anche dopo spogliata e vilipesa da stranieri e da suoi,
ed aperta a loro dal lato ove s'abbassano le alpi Friulane. Entrati
per queste in numero che parve immenso agli atterriti, non arrestati
dalle munitissime città di Aquileja[273] e Verona devastarono sino a
Pavia. Re Berengario che, allor allora domi i rivali, trovavasi solo
in dominio del bel paese, mandò il bando dell'armi per la Lombardia,
la Toscana, Camerino, Spoleto, e raccolto un esercito _tre volte più
numeroso_ di quel de' nemici mosse contro di loro, li sconfisse,
e talmente gli avviluppò fra l'Adda, il Brenta e gli altri fiumi
dell'alta Lombardia, che non trovando scampo, mandarono offrendo
di abbandonare il bottino e i prigionieri, purchè fossero lasciati
partire. Berengario, confidando sterminarli, negò: ond'essi da
disperati combatterono, vinsero, e dispersi i mal uniti Italiani, senza
ostacolo desolarono il paese.

Non combattevano in regolate schiere, ma da scorridori sui rapidissimi
cavalli, cui schiomavano acciocchè i nemici non avessero dove
ghermirli. Non sarebbe dunque stato possibile ad ordinato esercito il
raggiungerli; sicchè ciascuno era costretto provvedere alla propria
difesa. Dalla campagna al loro accostarsi fuggiva la gente sulle
alture fortificate, e mura alzaronsi allora attorno alle borgate e
ai conventi[274]. Così gli uomini, rialzate le teste dalla servitù
regolare dei Romani e dalla violenta dei Barbari, imparavano di nuovo
a maneggiar le armi, e valersene a tutela della casa, del podere, del
convento, delle città; il che tornò poi a vantaggio della libertà,
poichè i padri nostri compresero la potenza dell'unione, e trovandosi
in mano le armi, le usarono ad acquistarsi od assicurarsi franchigie.

Berengario gli affrontò più volte; ma dall'infelice riuscita
disgustati, o seguendo già la politica imputata loro di voler sempre
due padroni affinchè l'uno tenesse l'altro in rispetto[275], una
partita di signori nostri, e nominatamente Adalberto di Toscana,
offerse la corona d'Italia a Lodovico re di Provenza. Adalberto
da principio era sì buono, che quando non si trovasse altro, dava
ai poveri il proprio corno da caccia colla catena d'oro, che poi
riscattava a denaro: in appresso s'abbandonò all'ambizione e alla
crudeltà, e perpetuamente avversò Berengario. Lodovico venne, e fu
coronato re in un concilio a Pavia, poi imperatore a Roma (901) col
nome di Lodovico III. Avendo soggetta tutta l'Italia volle vedere anche
la Toscana, e a Lucca fu ricevuto da Adalberto con tanta magnificenza,
ch'ebbe ad esclamare: — Questo marchese avrebbe piuttosto a chiamarsi
re, in nulla essendomi inferiore che nel nome». Adalberto, e più
l'ambiziosa sua moglie Berta, videro in queste parole un'espressione
d'invidia, onde se ne alienarono, e svolsero da lui anche gli altri
principi. Lodovico, venuto a Verona, congedò l'esercito, distribuì
a' suoi molti possessi, e stavasene in improvvida sicurezza: sicchè
Berengario, che non gli si era opposto, lo colse, gli rinfacciò
d'avergli altra volta giurato non molestare l'Italia, e fattigli cavar
gli occhi, il rimandò in Provenza (903?). I suoi soldati restarono
dispersi, e al passo dell'Alpi ne fe molti capitar male il marchese
d'Ivrea genero di Berengario.

Quel che gli Ungheri all'alta Italia, il faceano alla bassa i Saracini,
devastando, uccidendo; e massime la banda postatasi al Garigliano
interrompeva le comunicazioni, e dilapidava i beni della Chiesa.
Quando poi Ibraim re di Cairoan dall'Africa sbarcò in Sicilia per
tornar al dovere gli emiri rivoltosi, si lagnò che a questi avessero
dato soccorso le città di Calabria; e benchè esse venissero a dargli
scuse, intimò si preparassero alla servitù, ed annunziassero il suo
arrivo nella _città del vecchio Pietro_ (908). Ma a Cosenza trovò forte
ostacolo, «e una notte per giudizio di Dio morì»[276].

A questi nemici del paese e della fede opponevansi i papi; e Giovanni
X, desiderando i signori italiani si concordassero a riscattare la
patria, pensò rassodare l'unità cristiana col porvi a capo Berengario,
e il coronò imperatore nel Natale 915, a patto osteggiasse i Musulmani.
La coronazione fu solennissima; profusi doni alle chiese, al clero, al
popolo. Il papa aveva invitato la Corte di Costantinopoli a mandar una
flotta che intercettasse il mare ai Saracini; trasse in lega Landolfo
principe di Benevento, Gregorio duca di Napoli, Giovanni duca di Gaeta:
il papa stesso menò l'impresa con Berengario e col marchese Alberico di
Camerino; e bloccata la colonia de' Barbari, gli affamarono di maniera
che messo fuoco alle case e alle robe, sbucarono impetuosi a salva chi
può, e la più parte furono uccisi o presi e fatti schiavi.

Non per questo le fazioni quietarono. Il marchese di Toscana e Berta
sua moglie furono in Mantova imprigionati da Berengario, ma senza
poter farsene cedere i castelli. Lamberto arcivescovo di Milano, che
da esso imperatore avea dovuto comprar a denaro la dignità; Adalberto
marchese d'Ivrea, genero di Berengario; Odelrico marchese e conte del
sacro palazzo, congiurarono a danni dell'imperatore. Saputo che costoro
aveano un convegno sulla montagna di Brescia, egli soldò due capi di
Ungheri, i quali di fatto li colsero: Odelrico restò ucciso; Adalberto,
fintosi un povero fantaccino di Calcinate, scampò; altri, avuto
salvezza dalla clemenza di Berengario, invitarono in Italia Rodolfo
II, re della Borgogna transgiurana. Soccorso dal suocero Burcardo duca
di Svevia, egli venne; ma in sanguinosa battaglia a Firenzuola era
sconfitto, quando la riserva del suocero mutò la fortuna, e Rodolfo
vincitore fece coronarsi re in Pavia (922).

In questo mezzo erano tornati gli Ungheri, e tagliati a pezzi ventimila
guerrieri di Berengario, eransi sveleniti contro Padova, Treviso,
Brescia. L'imperatore mal obbedito non potè frenare quella furia che
pagando dieci moggia di denari d'argento[277]; al qual fine tolse
molti beni alle chiese, e il popolo tutto obbligò, fino i lattanti,
a contribuire un denaro per testa. Ma vinto e scoronato, e ridotto
a Verona e al ducato del Friuli, invitò essi Ungheri contro l'emulo
Rodolfo. Voltisi dunque sopra Milano, assalsero Pavia (924), città
florida e popolatissima[278] dove si tenevano le diete del regno, e
vi soffocarono il vescovo e quel di Vercelli, distrussero quarantatre
chiese; di tanta gente soli dugento lasciarono vivi, i quali raccolsero
fra le ceneri otto moggia di denari per ricomprare dai Barbari il luogo
dov'era sorta la patria.

Modena fu difesa a lungo dai proprj cittadini, che dall'alto delle mura
si incoravano a vigilare con una cantilena guerresca rimastaci[279].
Malmenate anche le estreme terre del Piemonte, osarono imbarcarsi
sulla marina Adriatica, ed arsero Cittanova, Equilo, Fine, Chioggia,
Capodarzere, e predato tutto il littorale, tentarono Malamocco e
Rialto; ma i legni mercantili di Venezia li respinsero[280].

La chiamata di que' Barbari indignò gl'italiani contro Berengario,
onde tra i Veronesi fu congiurato di ucciderlo, e capo della trama era
Flamberto. L'imperatore n'ebbe fumo, e chiamatolo a sè gli ricordò come
lo avesse colmo di benefizj, sin a tenergli un figliuolo a battesimo,
e più gliene compartirebbe ove restasse fedele; e donatagli una coppa
d'oro, il lasciò andare. L'ingrato non ne divenne che più accanito.
Berengario quella notte non dormì in palazzo, ma in una cameretta
attigua alla chiesa, per esser pronto a sorgere la mezzanotte ed
assistere all'uffiziatura. Ma come fu in chiesa, Flamberto lo fe
trucidare. Milone, suo fedele, fece appiccare Flamberto e i complici.

Come avvenne ad altri infelici autori di conati nazionali, Berengario,
bersagliato miserabilmente tutta la vita, ebbe esagerate lodi dopo
morto qual valoroso, clemente, pio, e sin a riverirlo per santo, e
mostrar lungamente una pietra chiazzata del suo sangue, che mai per
lavarla non aveva perduto le macchie[281].

Tolto l'emulo, e scomparsi gli Ungheri, venne a regnare Rodolfo, ma non
con pace, giacchè lo contrastarono tre vedove che allora aggiravano
l'Italia cogli intrighi e coi vezzi: Berta, vedova di Adalberto il
Ricco, sua figlia Ermengarda, marchesa d'Ivrea: e sua nuora Marozia,
di disonesta memoria, vedova di Alberico marchese di Camerino. Il voto
di coteste e di Guido duca di Toscana e Lamberto fratelli d'Ermengarda
si accordò sopra Ugo, duca di Provenza loro fratello uterino, che
cogl'inganni più che colla forza vinse Rodolfo (926). Questo si ritira
in Borgogna, ma quivi unitosi ancora col suocero Burcardo, cala con
grosso esercito in Italia. Burcardo piglia l'assunto d'esplorare le
forze de' nemici, e in veste d'ambasciadore viene a Milano. Giunto alle
colonne di San Lorenzo, allora fuor di città, disse a' suoi compagni:
— Questo luogo pare fatto apposta per erigervi una fortezza che tenga
in briglia, non solo i Milanesi, ma tutti i principi d'Italia»; e
soggiunse: — Non sono Burcardo se non riduco gli Italiani a contentarsi
d'un solo sprone e cavalcare giumenti». Disse ciò in tedesco, ma i
nostri lo capirono, e tutto riportarono all'arcivescovo Lamberto: il
quale dissimulando prodigò carezze al finto ambasciadore, e gli diede
licenza di rincorrere un cervo nel proprio parco; favore che a nessuno
egli consentiva. Ma intanto mandava avviso agli Italiani; sicchè,
mentre tornava, Burcardo fu côlto in un agguato a Novara, e fuggendo
restò trafitto dai duchi di Toscana; a' suoi non valse il ricoverarsi
in San Gaudenzio, chè furono trucidati, e Rodolfo voltò indietro.

Ugo, che spertissimo di maneggi, s'era già compri molti signori
italiani, allora venne promettendo un secol d'oro; sbarcato a Pisa ebbe
universali accoglienze; a Pavia eletto re, a Milano coronato, regnò
più robusto che nol desiderassero i signori italiani, proponendosi di
restaurare l'unità della signoria col solo modo che par possibile, dopo
gravi disordini, cioè la tirannia.

La voluttuosa e intrigante Marozia, sposa a Guido di Toscana, formatosi
un grosso partito in Roma e disdicendo ogni obbedienza al papa, aveva
occupato Castel Sant'Angelo, e disponeva a sua voglia della città e
del papato: entrata col marito e con un pugno di sgherri in Laterano,
trucidarono Pietro fratello di papa Giovanni X e questo cacciarono
in prigione (928), ove morì dal dolore o soffocato. Poco dopo Guido
moriva, e succedeagli nel ducato di Toscana il fratello Lamberto. Ma re
Ugo, temendo non gl'italiani gliel sollevassero emulo, fe spargere che
esso e Guido ed Ermengarda fossero figli suppositizj. Della grossolana
invenzione s'adontò Lamberto, e propose smentirla col duello. Ugo
fu vinto nel suo campione Teduino; ma non per questo cessò, troppo
premendogli di togliere a Lamberto il dominio e la ricca moglie. Fatto
sta che Lamberto poco poi fu côlto e accecato (931); il suo paese dato
a Bosone fratel germano di Ugo, cessandovi così quella schiatta de'
Bonifazj e Adalberti; Ugo sposò Marozia e dominò in Roma trattandovi
con alterigia i grandi.

Alberico, figlio di Marozia del primo letto, dava un giorno l'acqua
alle mani di Ugo; e avendo ciò eseguito disadattamente, ebbe da questo
un manrovescio. Invelenito si restringe coi nobili (932), assalta e
fuga il patrigno. Due volte Ugo tornò coll'esercito per vendicarsi e
recuperare Roma, ma non potè che devastarne le circostanze: e infine
concedette ad Alberico la pace e le nozze d'una propria figlia. Non
per questo Alberico gli consentì mai di entrare in città, dove anzi
accoglieva quanti signori fuggivano dalla tirannia di esso; per
ventitre anni vi si tenne capo, coi nomi di console, di senatore, di
tribuno allucinando i discendenti de' Romani antichi, i quali vedeano
un magistrato repubblicano nel demagogo prepotente che usurpavasi fin
gli atti pontificali, devoluti a suo fratello Giovanni XI. Ugo intanto,
di scellerati portamenti in casa e di perfida politica fuori, insultava
ai magnati, molti signori uccise, installò vescovi tedeschi a Milano
e a Verona. Al fratello Bosone invidiò la Toscana o le ricchezze che
egli e sua moglie Villa aveano carpite ai signori di colà, e col solito
pretesto di congiure l'espulse, dando quel marchesato al proprio figlio
naturale Uberto. Adombrò pure di Berengario marchese d'Ivrea e conte di
Milano, Spoleto e Camerino, nipote all'imperatore Berengario. Il primo
colla forza aperta assalì ed uccise; l'altro ebbe benignamente alla
Corte, e aveva ordinato di strappargli gli occhi, quand'egli, avvertito
dal giovine re Lotario, fuggì ad Ottone.

936

Ugo disgustava pure col tuffarsi nelle lascivie, contaminando famiglie
principali, e alle bagascie sue e ai tanti sterponi prodigando chiese,
monasteri, prelature. Le nozze con Marozia come illegali volle sciolte
quando gli parvero più vantaggiose quelle con Berta di Svevia, vedova
di Rodolfo e madre del re di Borgogna.

Tuttociò accresceva i malcontenti, e il desiderio di indipendenza
trapelava d'ogni parte fra gl'italiani: i quali però, se ebbero sempre
vivo il sentimento della libertà personale, poco conobbero quello della
libertà politica, e per ottenere la prima sacrificavano l'altra con
cotesto bilicarsi fra due padroni. D'altra parte Ugo ben maneggiava
con quelli da cui potesse temere: chetò di sue pretensioni re Rodolfo
col cedergli i diritti del figlio dell'accecato Lodovico, suo pupillo,
sopra la Borgogna cisgiurana, sicchè ne formò il regno d'Arles; strinse
alleanza con Enrico l'Uccellatore nuovo re di Germania; concedette
nuove sicurezze a Venezia e a papa Giovanni XI. Coll'imperatore romano
di Costantinopoli si accordò per assalire i Saracini di Frassineto;
e mentre quello li chiudea per mare, esso per terra li snidò,
riducendoli sul monte Moro, dove pure li tenne assediati. Quivi pure
poteva sterminarli; se non che temendo che Berengario tornasse di qua
dall'Alpi a molestarlo, licenziò la flotta greca, e patteggiò cogli
Infedeli di collocarli nei monti che dividono l'Italia dalla Svevia,
acciocchè si opponessero ad ogni invasione. Colà divennero ostacoli ai
tanti forestieri che visitavano la penisola per devozione o per affari,
e moltissime vite costò l'averla perdonata a coloro.

Tra questo gli Ungheri continuavano lo sperpero dell'Italia, e anche
nella meridionale pervennero saccheggiando Capua, Salerno, Benevento,
Nola, Montecassino, e fin Tèramo. Un grosso di Marsi e di Peligni gli
aspettò in agguato e ne fa strage; ma per cinquanta anni non lasciarono
tregua alla penisola. Ugo non seppe frenarli che con dieci moggia di
danari, ponendo perciò gravissime contribuzioni; del che disgustati,
e de' codardi portamenti suoi, e del dare le cariche a forestieri,
i signori italiani, non potendo trar qui il re di Germania tenuto
buono da Ugo con regali, chiesero Arnoldo duca di Baviera e Carintia,
che di fatto scese per val di Trento a Verona, ma trovata resistenza
a Bussolengo, se ne tornò. Ugo cacciò in prigione Raterio vescovo
di Verona come reo d'averlo favorito; il quale descrisse i proprj
patimenti.

Più operoso nemico gli era Berengario marchese d'Ivrea, che
profondendo denaro, sollecitava ajuti da Ottone re di Germania. Un
Amedeo, gentiluomo di sua confidenza, l'esortò a fidare piuttosto nel
malcontento degli Italiani, e si esibì di venire a scandagliarli.
Di fatto, vestito da pezzente, girò di castello in castello, di
vescovado in vescovado; saputo che Ugo era sulle sue traccie, cangiava
travestimento e forma ogni giorno; al re stesso ardì presentarsi con
altri che limosinavano; infine riuscì a tornare al padrone. Il quale,
fidato sulle intelligenze, con piccola scorta calò per val d'Adige.
A Manasse arcivescovo d'Arles, e insieme vescovo di Trento, Mantova,
Verona, e governatore del Trentino, promise l'arcivescovado di Milano;
il vescovado di Como a Adelardo, cherico che s'intromise del trattato;
così ad altri prelati e governatori e signori dava e prometteva
cariche, feudi, sopratutto monasteri in commenda e vescovadi.

Ugo, ritiratosi a Pavia, spedì Lotario figlio suo alla dieta milanese
chiedendo, se erano stanchi di lui, lasciassero a questo innocente
la corona; e i grandi commossi dalle costui istanze e dal vederlo
abbracciare la croce, gliel concessero. Intanto Berengario scontentava
i prelati, a cui toglieva le prebende per mantenere le promesse
fatte a' suoi fautori, i quali pure non restavano mai soddisfatti;
pure cresceva ogni giorno di fautori e realmente dominava, comunque
conservassero il regio titolo Lotario e Ugo. Quest'ultimo, disperato di
ricuperarlo, tornò nel suo patrimonio d'Arles (947) portandovi tesori,
che presto abbandonò colla vita. Fra breve moriva anche Lotario, forse
avvelenato da quello cui era ostacolo a regnare; e Berengario venne
gridato re col figlio Adalberto (950). E poichè temea che la bella
e virtuosa Adelaide, figlia di Rodolfo II di Borgogna e vedova di
Lotario, portasse a qualche marito i diritti suoi e le vendette, la
prese, e volea forzarla a sposare suo figlio. Stette ella costante
al no, benchè Villa moglie di Berengario giungesse fin a batterla
e calpestarla. Chiusa nella rôcca di Garda, la bella infelice trovò
compassione; un cherico Martino recò attorno i lamenti di essa, le
preparò i mezzi a fuggire (951) e un asilo presso Azzo feudatario di
Canossa, castello importante nelle storie, posto verso il fiume Enza al
cominciar delle montagne di Reggio, sovra un'alta rupe isolata, sicchè
facilmente si difendeva da qualunque assalto. Di quivi ella invitò a
vendicarla re Ottone il Grande, che n'ebbe un bel destro onde innestare
il nostro paese alla Germania, e distrutto il sistema militare de'
Longobardi e dei Franchi congiuntosi colla Chiesa, avviò qualche
miglioramento.



CAPITOLO LXXIII.

Età ferrea del Pontificato. Ottone il Grande. La corona imperiale e il
regno d'Italia passano ai Tedeschi. Si svolge la nazionalità italiana.


Disordini più deplorabili contaminavano il centro della cristianità.
Unendosi all'Impero col rinnovarlo nella persona di Carlo Magno,
la Chiesa avea creduto sceverarsi dalle cose mondane, e vi si trovò
implicata viepiù, sia per gl'interminabili dissidj cogli imperatori
che pretendevano intervenire alle elezioni, sia pel crescere de'
baroni attorno a Roma, sia per l'aumento delle ricchezze. Le quali
erano tante, che sotto Leone III si trovano offerte ad essa per più
di ottocento libbre d'oro e ventunmila di argento; e Leone IV, il
sacerdote eroe che contro i Saracini difese e munì il quartiere di
Vaticano, nella basilica de' santi apostoli depose ornamenti per
trecentottantasei libbre d'argento e ducentosedici d'oro.

Non sempre erano usate a così nobili fini, e rendeano oggetto d'ámbiti
e di brighe la sede pontifizia. Si racconta che una fanciulla di
Magonza, educata in Atene sotto abito virile, fermossi a Roma (855)
col nome di Giovanni d'Inghilterra, e salse in tanta fama d'erudizione
e virtù, che fu assunta al papato; ma dopo due anni ne furono
clamorosamente scoperti il sesso e l'impudicizia. Diceria vulgare,
opportuna a celie e scandalo, ma insussistente non che alla critica,
nè tampoco al senso comune. Mariano Scoto, cronista del secolo xi,
l'accenna, indi a disteso Martin Polacco, autore d'una storia dei
papi fin al 1277: autorità tardive; eppure i passi medesimi sembrano
interpolati; come sembra quel di Anastasio Bibliotecario, atteso che
altrove egli medesimo dà Benedetto III per successore a Leone IV, e
soggiunge che l'elezione di quello fu notificata a Lotario imperatore,
il quale si sa che morì nel settembre 855. Ferveva allora la rivalità
della Chiesa greca colla latina, risolta poi in deplorabile scisma:
Leone scriveva al patriarca di Costantinopoli Michele Cellulario correr
voce in Occidente che alla sua sede fosse stata assunta una femmina.
Il fatto saria colà meno strano, se è vero che l'ottenessero anche
eunuchi; ma certamente Leone non avrebbe dato questo colpo, o Michele
gliel'avrebbe rimbalzato se fosse stata nota la favola della papessa.
Nè fra tante ingiurie lanciate dal patriarca Fozio e da altri alla sede
romana se ne trova cenno. Una medaglia poi dell'855, portante il conio
di Lotario e del papa, dissipa ogni dubbiezza.

Un prete Anastasio, da Leone IV in concilio deposto perchè non
risedeva nella parrocchia, levossi a competere il seggio con Benedetto
III, e tratti dalla sua i commissarj imperiali, lo spogliò delle
insegne: ma a lungo dibattuta la causa, prevalse l'elezione de' Romani
all'usurpazione dei forestieri.

Nicola fu il primo papa che si dica coronato (858), in presenza di
Lodovico II imperatore, il quale l'addestrò alla briglia, e alcuno
aggiunge gli baciò il piede. Tratto dal chiostro a vera forza
perchè sentiva la gravità dell'offertogli manto, volle tenerlo con
un'inflessibilità pari agli austeri suoi costumi ed alle illibate
intenzioni: difese la primazia papale contro Fozio patriarca
di Costantinopoli, dal quale cominciò lo scisma greco; mantenne
l'integrità del matrimonio contro le intemperanze dei re, i quali
pretendevano ripudiare le mogli quando sazj. Dopo la morte di
Nicola (867), Lamberto duca di Spoleto entrò in Roma, e sott'ombra
d'acquietare, lasciò saccheggiarla da' suoi scherani, senza rispetto a
chiese o monasteri, e rubando molte nobili fanciulle. Tale scompiglio
regnava presso al capo della cristianità.

Il nuovo papa Adriano II aveva avuto per moglie Stefania, e questa
viveva ancora con una fanciulla, impromessa a un nobile. Anastasio
parroco di San Marcello, già nemico ai papi e scomunicato, poi
perdonato e rimesso bibliotecario, aveva un fratello Eleuterio, nobile
e ribaldo al par di lui; il quale, sedotta la fanciulla, la rapì e
sposò. Adriano indignato trovò modo a ritorgliela; ma Eleuterio entrato
in casa, in istanti uccise lei e la madre. Fu preso dalla giustizia;
ma Arsenio suo padre, versando all'imperatrice Angisberga l'oro di che
era ghiotta, si assicurò la protezione dell'imperatore. Vero è che fra
quei negoziati morì, e il papa domandò messi imperiali che facessero
processo e giustizia secondo la legge romana; ed Eleuterio fu mandato a
morte, Anastasio scomunicato.

Giovanni VIII, intrigante e passionato, mal giudicò la moralità delle
azioni; prodigò scomuniche, convertì le penitenze in pelligrinaggi,
e lasciossi illudere da Fozio. Fu il primo papa che fosse chiamato a
decidere fra due competenti alla dignità imperiale, e dichiarò che,
essendo questa stata conferita a Carlo Magno per grazia di Dio e
ministero del papa, egli la trasportava al re dei Franchi, ch'era Carlo
Calvo[282]. Dicono che questo, in benemerenza, rinunziasse ad ogni
sovranità sopra Roma: ma più probabilmente non fece che dispensare il
pontefice e il suo popolo dall'omaggio che rendeano all'imperatore.
Però non seppe difender Roma dai Saracini, ai quali il papa dovette
pagare un tributo.

Fra le contese de' Franchi e degli Alemanni che si disputarono
l'impero, gl'italiani aspirarono a tenerlo di qua dall'Alpi, e poichè
allora ogni cosa traducevasi in linguaggio e fatti ecclesiastici,
ne nacque un turpe scisma. Formoso, devoto a re Carlo che con tanto
vantaggio aveva apostolato i Bulgari e favoriva il partito tedesco,
da Giovanni VIII che sosteneva i Franchi fu spoglio del vescovado di
Porto e tenuto prigione. Il nuovo pontefice Marino lo liberò e restituì
alla sua sede, dove egli persistette ad avversar il partito italiano
che portava Guido di Spoleto, il quale infatti riuscì imperatore,
favorito dal nuovo papa Adriano III (882-84). A questo si attribuisce
un decreto che esclude l'imperatore dall'elezione de' pontefici. Ricusò
di ricomunicare Fozio; nel che stette egualmente saldo Stefano V (885),
spiegando all'augusto bisantino i limiti fra l'autorità pontifizia e
l'imperiale. Stefano, allorchè fu assunto, trovò spogliati il tesoro,
la guardaroba, i granaj, le cantine in modo da non poter fare il solito
donativo; tanto nelle vacanze crescevano le devastazioni.

Alla sua morte prevalse il partito alemanno, e portò al soglio
pontificio Formoso (891). Questi fu contrariato vivamente dal partito
italiano, che giunse ad ucciderlo e gli surrogò (dopo il brevissimo e
annullato regno di Bonifazio VI) Stefano VI (896), un de' più caldi in
questa fazione. Per secondare alla quale, prese pretesto che Formoso
avesse violato i canoni coll'abbandonar una chiesa per un'altra, atto
allora insolitissimo, e diede scandalo nuovo alla Chiesa col farne
disotterrare il cadavere, e collocato sul trono in vesti pontificali,
giudicarlo d'aver deserto la prima sposa per un'altra; e condannatolo,
gli fece mozzare il capo e le tre dita con cui benediceva e gettarlo
nel Tevere, dissacrando quanti avevano da lui avuto l'ordinazione.
Irritati da tali violenze, i fautori di Formoso insorti strangolarono
Stefano, i cui atti furono cassati da Romano, egli pure considerato
antipapa da alcuni, che riconoscono unico legittimo Teodoro II (898).
Un concilio radunato da Giovanni IX abolì i processi contro Formoso
e ne scomunicò i promotori, perdonò al clero che se n'era mescolato,
volle non passasse in esempio la traslazione di esso da altra sede alla
pontifizia, nè si consacrasse alcun papa se non dopo l'approvazione
dell'imperatore. In un altro concilio a Ravenna fu riconosciuto
dall'imperatore Lamberto il privilegio della santa romana chiesa, e
confermati i possessi di questa; ma insieme stabilito che qualsifosse
laico o cherico potesse andar liberamente all'imperatore per chiedere
o grazia o giustizia. Ivi pure il papa esponeva la miseria cui era
ridotta la Chiesa romana, non restandole pur tanto da mantenere il
clero e i poveri; aveva egli inviato a tagliar piante per restaurare
la basilica Lateranese che diroccava, ma i malviventi non l'aveano
permesso.

Fatto è che, mentre l'autorità papale nell'ecclesiastico erasi di
tanto ampliata, i baroni, cresciuti di forza in Roma, la inceppavano,
ergevano pontefici i loro ligi, non soffrivano ostacolo alle loro
prepotenze, e per meglio soperchiare accordavansi cogl'imperatori[283].
Ma una parte di essi ne escludeva l'intervenzione, non per ispirito
religioso o nazionale, bensì per avere meno impacci. Adalberto il
Ricco di Toscana n'era capo, e Teodora parente sua, colle ricchezze e
colle prodigate lusinghe acquistava dominio, secondata da due figlie,
una del suo nome stesso, maritata in Graziano console di Roma, l'altra
quella Marozia che già nominammo, sposa d'Alberico marchese di Camerino
e conte di Tusculo, il più poderoso signore della campagna romana.
Marozia pose il capo ad elevar papa Sergio amico suo, sturbandone
Giovanni IX, ma il tentativo fallì (900); e anche dopo la morte di
questo e di Benedetto IV (903), Leone V fu preferito. Cristoforo
romano, cacciatolo prigione, invase il papato; ma gli fu tolto bentosto
dal predetto Sergio (904), che recò i vizj e l'adulterio su quel trono
dove tante virtù eran splendute[284].

A tale strapazzo era ridotta la Chiesa dall'intervenire dei signori
alle nomine, e dallo sbrigliamento delle partigianerie. Sergio III a
quelli cui doveva il sublime grado consegnò Castel sant'Angelo; onde
rimanevano arbitri di Roma, e avrebbero potuto interrompere quella
serie, per cui il regnante pontefice legasi fino agli apostoli.
S'accontentarono invece di farvi eleggere chi ad essi talentò, un
Anastasio III (911-14) men male degli altri, un Landone sabino, poi
Giovanni X amato dalla giovane Teodora sorella di Marozia. Riuscì egli
migliore che non potesse aspettarsi dall'indegna origine; e compreso
dei suoi doveri, come a capo degli eserciti sconfiggeva i Saracini,
così provvide di sottrarre la sede pontifizia alla vergognosa tirannide
col frangere la micidiale consorteria delle famiglie signorili.

Ne spiacque a Marozia, che maritandosi in Guido duca di Toscana,
rinvigorì il nodo fra le due case di Toscana, e di Tusculo, sicchè
ebbero a loro arbitrio Roma. Prima opera fu il soffogare l'indocile
Giovanni, cui Marozia surrogò (928-31) Leone VI, poi Stefano VII,
infine il proprio figlio Giovanni XI, che abbandonandosi alle
inclinazioni della tenera e indisciplinata età, lasciava le cose sacre
e profane raggirare dall'ambiziosa madre e dal fratello Alberico.
Vedemmo come questo si ergesse signore di Roma, dopo respinto Ugo di
Provenza re d'Italia; e carcerato Giovanni, lo costrinse a spedire
legati a Costantinopoli chiedendo quel patriarcato per suo figlio
Teofilatto, di quindici anni appena, a questo ed a' suoi successori in
perpetuo concedendo il pallio. Morto Giovanni, quattro papi (931-46)
(Leone VII, Stefano VIII, Marino II, Agapito II) furono successivamente
eletti da Alberico: ma quando Ottaviano, suo figlio d'appena diciotto
anni, fu sortito pontefice (956) col nome di Giovanni XII, l'autorità
papale uscì da quell'oppressura, e Giovanni si trovò il più possente
signore della media Italia, le cui fazioni rimescolò, e chiamò in
Italia Ottone.

La Germania erasi staccata dalla restante eredità di Carlo Magno,
e la debolezza dei re che la dominarono fu causa che perdesse anche
la corona imperiale. Estinta poi la stirpe de' Carolingi, si divise
in molti ducati di forza quasi pari, or dall'uno or dall'altro de'
quali sceglievasi il re, primo tra pari, potente solo se possedesse
carattere, abilità, valore. E li possedeva Ottone di Sassonia, che
menò guerre continue, e nessuna per ambizione; non cercò impinguare
la propria famiglia coi feudi, e tolta la Germania dall'avvilimento,
contribuì potentemente a porla nel primo posto fra le nazioni moderne.

Di sue vittorie accenneremo soltanto quella contro gli Ungari, che
per un secolo aveano malmenato Germania, Francia e Italia, ed a cui i
suoi predecessori non aveano saputo opporre che la viltà de' tributi.
Ottone sul Lech li sconfisse interamente (955), e rinforzò contro di
loro il ducato d'Austria, sicchè fissatisi sul basso Danubio e resisi
cristiani, divennero poi salda barriera contro altri Barbari. Allora
anche l'Italia restò assicurata dalle coloro scorrerie.

La bella Adelaide, vedova di re Lotario (pag. 347), dalla torre di
Garda fuggita al castello di Canossa, invitò Ottone a proteggerla; ed
egli con pochi seguaci (951) passò le Alpi, fidato nelle intelligenze;
sorprese Pavia, e quivi invitata la bella, se ne invaghì e la sposò;
poi fattosi coronar re, partì, lasciando a suo genero Corrado, duca di
Franconia e di Lorena, la cura di sottomettere Berengario II. Questi
non aveva opposto resistenza, sia perchè lo conoscesse troppo potente,
sia per riconoscenza de' favori ricevutine; anzi lasciossi indurre
a fargli omaggio del regno. A tal uopo se gli presentò in Augusta: e
Ottone, lasciatolo aspettare tre giorni, gli ordinò tornasse l'anno
seguente, quando infatti gli consegnò lo scettro d'oro come investitura
del regno d'Italia, scemato d'Aquileja e Verona, chiavi delle Alpi;
dovea però riconoscerlo come feudo dal re di Germania; col che, egli
straniero, sagrificava l'indipendenza italiana.

Corrado di Franconia, a cui aveva promesso di trattare onorevolmente il
nemico se gli facesse omaggio, si tenne offeso di tale comporto; e con
Lodolfo, figlio di Ottone, ruppe in aperta nimistà, che questo distolse
lungo tempo dall'Italia. Intanto Berengario qui si rendeva esoso col
punire quanti l'avevano disfavorito, rincarir taglie, spogliare chiese
onde pagare gli Ungari, e col dare e togliere a capriccio le sedi
vescovili, e dai vescovi esiger ostaggi di loro fedeltà. Essi e papa
Giovanni XII invocavano dunque Ottone, il quale, giunto a Milano (961),
dichiarò scaduto Berengario; che difesosi lungamente a Montefeltro
(966), fu costretto cedere e mandato a morire a Bamberga con Villa,
sua pessima moglie, che s'era ricoverata nell'isola di Orta colle
ricchezze[285]. Azzo, che stava da un pezzo assediato in Canossa per
punizione d'avervi raccolto Adelaide, fu dichiarato marchese, e divenne
stipite d'insigne prosapia. Lo storico Liutprando, già secretario di
Berengario e rifuggito alla Corte sassone, ottenne il vescovado di
Cremona.

Ottone, coronato re dall'arcivescovo di Milano e dai suffraganei[286],
avviossi a Roma, dove spedì questa formola di giuramento: «A te
signor papa Giovanni, io re Ottone fo giurare e promettere pel Padre,
Figlio e Spirito Santo, e per questo legno della croce, e per queste
reliquie dei santi, che se, Dio permettente, verrò a Roma, esalterò a
tutta mia possa la santa Chiesa romana e te capo di essa; non mai per
volontà, consiglio, consenso od esortazione mia perderai la vita o le
membra o l'onore che hai; nella città romana senza tuo consiglio non
farò regolamento od ordine alcuno intorno a cose che concernano te o
i Romani; ti restituirò qualunque porzione della terra di san Pietro
venga in mio possesso; e a chiunque io affidi il regno d'Italia, sì
gli farò promettere d'esserti in ajuto a difendere il patrimonio di
san Pietro con ogni potere. Così Dio m'ajuti e questi santi vangeli di
Dio».

Venuto a Roma, Ottone giurò in quei termini, confermò la donazione
di Pepino e Carlo Magno, compresa Roma col suo ducato, all'atto di
Lodovico Pio aggiungendo anche Rieti, Amiterno e cinque città di
Lombardia, _salva la potenza sua e de' suoi discendenti_; e ottenne la
corona imperiale (962 — 2 febb.).

Non appena fu partito, gli vennero rapportate nefande cose del
giovane papa, e come intrigasse con Adalberto figlio di Berengario.
Ottone ritorna a Roma; e il papa, sulle prime oppostosi armato, fugge
col tesoro di san Pietro e col re Adalberto che v'avea chiamato, e
l'imperatore aduna un concilio per processarlo. Orribili colpe gli sono
apposte: licenza di donne che riducevano a postribolo il Laterano;
cardinali e vescovi mutili, accecati, uccisi; aver celebrato messa
senza comunicarsi; voluto ordinare un diacono in una scuderia; ad altri
concesso il santo ministero per danari; posto vescovo a Todi uno di
dieci anni; gettato incendj, e comparsovi in mezzo con elmo, usbergo e
spada; bevuto ad onore del demonio e delle bugiarde divinità.

L'eccesso mostra quale spirito le dettasse: ma non essendo egli
comparso a scagionarsi, il dichiararono scaduto, surrogandogli Leone
VIII, laico ancora (963). Tanto arrogavansi i secolari! e i frutti
erano secondo il seme. Giovanni avea lasciato molti amici, co'
quali e con castellani del ducato eccitò una sommossa; ma i Tedeschi
abbatterono le steccate da essi erette al ponte, e menarono strage,
finchè Leone non s'interpose. Appena però Ottone si volse a combattere
Adalberto che si fortificava nelle marche di Spoleto e Camerino,
Giovanni, a capo d'una masnada saracina, tornò fra le acclamazioni del
popolo, che per odio al prepotente straniero avea voluto dimenticare
le scostumatezze di lui; e cominciava acerbe vendette (964), quando il
colpì quella d'un marito oltraggiato.

I Romani, senza riguardo all'imperatore, affrettaronsi ad eleggere
Benedetto V; ma Ottone accorso di nuovo, balestrò Roma e la affamò
tanto che l'ebbe, e ripristinato l'antipapa Leone, fece in un concilio
decretare che agl'imperatori competesse il nominare i successori al
regno d'Italia, dar l'istituzione al papa, e conferire l'investitura ai
vescovi nei loro Stati[287]. Con ciò veniva a ribadirsi all'Impero il
regno d'Italia, e si assodava la superiorità degl'imperatori sui papi:
frutto dell'orribile immoralità che tutti gli ordini del nostro paese
sommergeva in materiali passioni, rendeva insofferenti d'ogni dovere,
obbligava i dominanti ad esuberar di rigore per mantenere qualche
regola, e trabalzava a vicenda il popolo fra superba indocilità e
misera paura della forza esteriore, fra le violenze e la vigliaccheria,
capitali nemiche della libertà. D'allora l'Italia trovossi condotta
ad effettuare la propria civiltà sotto gl'influssi d'una potestà
straniera, per quanto lassa: e la storia della Germania e dell'Italia
sono collegate dalla reciproca antipatia.

Ottone se n'andava, trascinandosi dietro il papa eletto dal popolo;
ma la peste che desolò il suo esercito e n'uccise i capi, fu avuta
qual castigo di Dio per le violenze usate a Roma. Essendo poi morti
Benedetto e Leone, si mandò a chieder un papa all'imperatore, che
elesse Giovanni XIII (965); ma questo dai magnati di Roma fu espulso.
Anche la fazione di Berengario sopraviveva, e sebben fossero presi il
forte San Leo, la rôcca di Garda e l'isola Comacina a quella devoti,
Adalberto continuava a stuzzicare la Lombardia. Pertanto Ottone vi
tornò, disposto a punire; varj vescovi mandò oltremonti, a Roma fe
appiccare tredici de' principali (966) e i tribuni e oltraggiar il
prefetto, restituì papa Giovanni XIII, e sgomentò a segno, che gli
stessi principi longobardi di Benevento e Salerno gli resero omaggio
ligio.

Restava la dominazione degl'imperatori greci, i quali non cessavano
di protestare contro quelli d'Occidente come usurpatori; onde Ottone
pensò snidarli d'Italia, come via a sterminare poi i Saracini. Mostrò
dunque assalire i loro possessi in Calabria (968); pure al tempo
medesimo chiedeva fossero dati a titolo di dote ad una figliastra
dell'imperatore Niceforo Foca, ch'e' domandava sposa a suo figlio
Ottone re di Germania. Recò quest'ambasciata Liutprando vescovo di
Cremona, il cronista arguto o maligno di questa età, che si compiacque
raccogliere aneddoti scandalosi intorno ai re ed ai papi. Non ebbe
egli veruno buon risultamento, anzi furono perfidamente côlti e
uccisi alcuni ch'erano stati spediti per ricevere i doni promessi;
laonde Ottone accelerò la guerra, assediò Bari, e continuò lungo
tempo le fazioni, alle quali non dovette rimanere estraneo Adalberto,
irreconciliabile al vincitore di suo padre. Ma il nuovo imperatore
Giovanni Zimisce si rassettò con Ottone (969), il quale partito
d'Italia, poco dopo morì (973), e la posterità gli conserva il titolo
di Grande.

Il nome di lui segna un nuovo stadio della civiltà in Italia. Carlo
Magno venendovi non si era trovato a fronte che la nazione longobarda,
in arme e dominatrice assoluta, mentre i vinti giacevano senza possessi
nè nome. Al calare di Ottone le condizioni erano mutate; e a petto alla
nobiltà franca e longobarda crescevano il clero e le città; più vivo il
commercio, più svegliati gli spiriti. I feudi non erano ancora tanti,
quanti i possessi allodiali: perocchè nelle passate contese, se i re
aveano cercato amici col largir loro benefizj, quando cadeva il signore
questi diventavano liberi possessi, e gli uomini che abitavano su
quelli venivano ad acquistare l'immunità, cioè a non esser dipendenti
che dal re, siccome avveniva di quelli sulle terre dipendenti da
vescovi e da chiese. Al contrario, per sottrarsi all'obbligo del
militare, molti si davano vassalli e persino servi dei vicini potenti,
col che sminuivano i possessori liberi; e principalmente le correrie
degli Ungheri indussero altri a ridursi in vassallaggio dei signori
per impegnarli a difenderli. Ma questo avveniva nella campagna: nelle
città gli uomini si trovarono abbastanza forti per resistere da sè:
laonde il Comune vi si manteneva. Nelle città pertanto si trovavano
uomini dipendenti dal vescovo, altri dipendenti dai signori, altri
soltanto dal re, il che allora significava esser liberi. Erano essi
governati da conti, i quali, nella lontananza de' re, crescevano di
potere, e tendevano a rendere patrimoniale questa dignità. Ma intanto
i vescovi erano cresciuti in autorità fino ad elegger essi soli il re
d'Italia, ed esercitare diritti sovrani, come edificar mura e guidare
battaglie[288]. Nell'esercizio di tali diritti si trovavano impacciati
dalla giurisdizione dei conti, e perciò tendevano a sminuirla. I re
ne secondavano gl'incrementi, sì per umiliare i conti emancipati con
metter loro a petto questi altri, di cui non temevano si rendesse
ereditaria la potenza; sì per avere amici nelle diete i vescovi, che
ormai n'erano il tutto.

Qui dunque, come altrove, la società era ordinata così: un re, baroni
da lui dipendenti, altri minori soggetti a questi; liberi Comuni
sottoposti al conte; clero, uomini e corporazioni immuni. La baronìa,
fiera ed agguerrita, avida di gloria, di potenza, di dominj, avea
rinforzato i castelli, addestrava alle armi i vassalli, e mesceva
fazioni, imbaldanzendo principalmente negli interregni o nei contrasti.
Ottone, robusto di forze e di consigli, dopo che a fatica l'ebbe
domata, vide a prova che, appena egli s'allontanasse, risorgerebbe
irrequieta e faziosa. Sterminarla non era possibile, nè di colpo
mozzarne l'autorità; onde si volse a fomentare gli altri poteri che
accanto a quella sorgevano, il clero e le città, facendo che queste
crescessero di potenza col ridurvisi in Comune i Tedeschi cogli
Italiani, i liberi coi vassalli. Alcune città rimasero in signoria di
conti, come Lucca, Verona, Ivrea, Torino; ma nelle più dell'Italia
superiore Ottone o i successori suoi confermarono l'immunità
ecclesiastica, o deputarono a conti i vescovi medesimi, come diviseremo
più avanti; talchè esse e il territorio suburbano (che ne' diversi
paesi chiamavasi i corpisanti o le camperie o i chierici o le masse
o le cortine) dipendevano dalla giurisdizione del vescovo, ossia del
santo patrono di ciascuna. Dominio gradito ai re, perchè non poteva
ridursi ereditario; protetto dalla religione, che dichiarava sacrilegio
l'attentare ai possessi di un santo; e men gravoso ai cittadini, come
quello che maggior parte serbava di giustizia e di moralità.

Rimanevano così ai vescovi le città, ai signori la campagna, che perciò
venne chiamata il contado. Sotto la comune giurisdizione dei vescovi
sparivano le anteriori differenze tra Longobardo, Franco, Italiano,
Tedesco; onde gli abbiamo veduti alla dieta di Pavia proclamare
l'eguaglianza di tutti, sebbene si mantenessero le antiche consuetudini
per certi modi di possesso e di contratti e per le pene; e congregati
i cittadini d'ogni stirpe, ne derivava un Comune degli uomini liberi,
cioè de' possessori.

Con ciò non vogliamo, come altri, far Ottone autore delle costituzioni
municipali. Erano lento frutto del tempo, ed egli non fece se non
maturarlo, non già con carte comunali al modo di Francia, ma colle
immunità concesse, o il più spesso confermate, a chiese ed a Comuni.
E già prima di lui appajono fiorenti le città nostre, e fanno guerre
e paci, e gli arcivescovi di Milano ci si mostrano motori primarj
della politica. Assodati nel dominio o nell'indipendenza per decreto
imperiale, diedero opera a prosperare la città e il contado, come si fa
di cosa propria; e invece di cercare un'importanza generale col farsi
elettori dei re, i baroni ed i vescovi pensarono a consolidarsi in
casa, difendersi dai vicini e dai liberi, contro dei quali ad or ad ora
invocavano l'appoggio dell'imperatore.

Ecco uno degli effetti del rinnovamento dell'Impero fatto da re Ottone:
del resto, se il predominio della stirpe salica cessava, non si può
dire che venisser di sopra i prischi Italiani, ma piuttosto la gente
longobarda, posseditrice dei terreni. Contadi e marchesati duravano
ancora, e di nuovi se ne introdussero; il ducato longobardo del Friuli
andò spezzato alla morte di Berengario I; conti e marchesi militari
furono posti a Treviso, Verona, Este, Modena, forse nel Monferrato e
altrove, i quali poi divennero principati allorchè Corrado I dichiarò
ereditarj i feudi. Aggiungansi le signorie ecclesiastiche, come il
patriarcato del Friuli, fatto principesco da Ottone, e l'arcivescovado
di Ravenna, emulo della potenza pontifizia.

In Roma al papa metteva impacci la nobiltà, la quale, mantenendo i
titoli antichi, introduceva le nuove idee feudali. La consuetudine
latina si conservava soltanto nella campagna, dove i possessi erano o
grossi dominj (_massæ_), o minuti, coltivati da _coloni_ che doveano
porzione dei frutti e servizj di corpo, ovvero da censi e da servi,
persone tutte senza rappresentanza civile, al par degl'infimi abitatori
della città, sottoposti a ricchi ed a prelati.

I Tedeschi d'allora ci sono dipinti dai nostri come gente rissosa,
briacona, ignorante, che abitudini feroci avea contratto nelle guerre
private, di cui giornalmente tempestava il loro paese. Pure la civiltà
facea tra loro grandi passi; le miniere d'argento dell'Hartz, le più
ricche d'Europa, che appunto sotto Ottone il Grande cominciarono a
cavarsi regolarmente, agevolavano le transazioni del commercio, il
quale vi era esercitato dai Lombardi, cioè dagli Italiani, che vi
portavano sete, spezie, manifatture, barattandole con materie prime. La
letteratura mandava i primi vagiti; nè le arti belle v'erano ignote se
papa Giovanni VIII richiese al vescovo di Frisinga un buon organo e chi
ne sapesse costruire e sonare: crebbero poi la loro pulizia al contatto
dell'italiana, della quale non rifinano di mostrarsi meravigliati.

Ottone II, giunto di diciott'anni all'impero, l'ebbe agitato da
domestiche discordie, come suo padre. Invitato a reprimere gl'inquieti
Romani, passò le Alpi (980); a Roncaglia adunò la solenne dieta del
regno, conferendo feudi, e facendo giustizia degli sleali; e dato non
pace ma tregua alla Chiesa, pensò ritogliere ai Greci i possedimenti
nella bassa Italia, cui pretendeva come dote della moglie Teofania.
In fatto (981) s'impadronì di Napoli, Salerno e Taranto: ma Basilio
II e Costantino IX imperatori greci, dopo tentato invano stornarlo
dall'impresa per via d'ambasciate, chiesero in sussidio gli Arabi di
Sicilia e d'Africa, che guidati da Bulcassin, sconfissero Ottone a
Besentello (983) (o piuttosto a Rossano), uccidendo molti campioni
e assaissimi combattenti. Ottone non trovò scampo che col darsi
prigioniero s'una galea greca, poi colto il destro, balza in mare e
salvasi a nuoto.

Struggendosi di lavare quest'onta, a Verona intimò la dieta di Germania
e d'Italia, dove fece elegger re anche suo figlio Ottone III, e
pubblicò molte leggi che furono aggiunte alle longobardiche; e poichè
estesissimo era l'abuso del giuramento e vani i rimedj, si stabilì che,
qualora nascesse contestazione sopra alcun documento, si decidesse col
duello.

L'Italia puniva col suo clima gl'invasori; tanto che, fra il corredo
della spedizione, ciascun signore portava una caldaia ove bollire le
ossa se morisse, per farle riportare in patria[289]. Ottone, come
tutti gl'imperatori sassoni, morì di qua dell'Alpi, lasciando solo
un fanciullo trienne. Tosto la Germania va in subuglio: ma Teofania
madre di Ottone, e Adelaide sua suocera, nel comune pericolo mettendo
in disparte le animosità ambiziose, accorsero dall'Italia, e poterono
conservar il dominio al fanciullo, che fu accettato re ed imperatore.
Nella fanciullezza e nelle lunghe assenze di lui i signori italiani
avrebbero potuto elevarne un altro, od anche emanciparsi da codesti
stranieri; ma n'erano trattenuti dall'invigorirsi dei Comuni. Tre volte
tornò Ottone in Italia, e da Teofania educato a preferire la civiltà
classica alla tedesca, dicono pensasse far Roma sede dell'Impero; del
che se gli davano colpa i Tedeschi, anche i Romani erano lontani dal
sapergli grado.

Alla morte di Ottone il Grande, i faziosi a Roma aveano rizzato il
capo. Crescenzio, figlio della giovane Teodora dei conti di Tusculo,
arrestò Benedetto VI e lo fece strangolare, e surrogargli per forza
Francone diacono, che volle nominarsi Bonifazio VII (974). Ma questo
pure fu dopo un mese da un'altra fazione cacciato, per sostenere Dono
II; e la guerra civile incalorì. La fazione di Tusculo supplicò Ottone
II di procurare nuova nomina, ed egli s'industriò che cadesse su Majolo
abate di Cluny, sant'uomo mandato altre volte a sopire gli scandali
romani; ma questo per umiltà ricusò, e alla presenza de' commissarj
imperiali fu eletto Benedetto VII dei conti Tusculani (975), nipote
del tiranno Alberico[290]. Morto lui, Ottone gli surrogò Pietro di
Canepanova (983) vescovo di Pavia e cancelliere del regno d'Italia,
col nome di Giovanni XIV; ma la fazione di Bonifazio e di Crescenzio
riaffacciatasi, lo chiuse in Castel sant'Angelo a morir di fame, ne
espose il cadavere agl'insulti popolari, e richiamò Bonifazio; il
quale pure morto dopo pochi mesi, fu trascinato per le vie e lasciato
insepolto.

Crescenzio, arbitro della povera Roma (985), costrinse il dotto
e virtuoso Giovanni XV a fuggire in Toscana, donde sollecitò il
giovinetto Ottone III a venire e reprimere i baroni. Di ciò impaurito,
Crescenzio si rappattumò al papa, e venne col senato a chiedergli
perdono; ma realmente rimase padrone, e ne derivavano gravi sconci,
contro i quali avventava parole animatissime Gerberto abate di Bobbio,
che poi fu papa, professando che provenivano dal mancare alla Chiesa la
libertà[291].

Ottone III era in via per rintegrare il papa, ma uditone la morte,
pensò rimediare alla corruttela italiana facendo eleggere un papa
tedesco (996), che fu suo cugino Brunone, giovane di ventiquattro
anni, figlio del duca di Franconia e marchese di Verona. Intitolatosi
Gregorio V, coronò Ottone, e dicono stabilisse che il re di Germania
fosse scelto da sette elettori, e che pel fatto stesso divenisse re
d'Italia e imperatore dei Romani. Crescenzio, citato a render conto
delle sue prepotenze, fu condannato al bando, intercedendo per lui
il papa: ma appena Ottone se ne fu ito, quegli tornò pieno d'un'ira
ingrata, cacciò ignudo d'ogni cosa il papa, e fece eleggere Giovanni
Filógato calabrese (997), già vescovo di Piacenza e grand'intrigante;
lui e sè mettendo a tutela dell'imperatore di Costantinopoli, nel quale
proponevasi trasferire di nuovo la primazia dell'Occidente. Scomuniche
o preghiere non valsero, finchè Ottone ritornato con Gregorio V, li
prese; fe decollare Crescenzio con dodici caporioni, e sospenderne i
cadaveri ai merli. L'antipapa privato degli occhi, degli orecchi, del
naso, fu menato a strapazzo per Roma, per quanto Nilo, santo abate
e fondatore del monastero di Grottaferrata, intercedesse per esso,
e predicesse l'ira del Signore al papa, che in fatto (999) morì ben
presto.

Questo Crescenzio era uomo irrequietissimo, arbitrario, violatore delle
cose che s'aveano per più sacre. Ma «in quei secoli sciagurati in cui
s'avea paura del diavolo», come duole a Carlo Botta, sembra che i re
non si credessero in diritto di mandar al capestro i riottosi, neppur
nel calore d'una rivolta[292]. Ottone dunque fu rimorso del supplizio
di Crescenzio, e corse a confessarsene a san Romualdo, fondatore de'
Camaldolesi, il quale gl'ingiunse per penitenza di andare scalzo
da Roma fin al santuario del monte Gargàno. Per via lo prese una
straordinaria devozione per san Bartolomeo, e supplicò i Beneventani
a cedergliene il corpo; ed essi, non osando negarglielo e non
volendo privarsene, gli diedero invece quello di san Paolino da Nola.
Quand'egli scoprì l'inganno, se ne adontò di maniera, che assaliti i
Beneventani, molti giorni li tenne assediati. Tornato poi a Roma, la
trovò in guerra rotta con quelli di Tivoli, che in odio di lui avevano
ucciso un suo ministro: onde esso menò tutte le macchine contro quella
città, risoluto d'abbandonarla alle spade e alle fiamme. Ma ecco san
Romualdo compare ancora, e l'induce a contentarsi che i cittadini, dopo
venutigli innanzi ignudi e flagellandosi, smantellino una parte delle
mura, gli diano ostaggi, e gli consegnino l'uccisore del ministro; e a
questo pure il santo impetrò la vita dalla madre dell'ucciso. Poco dopo
troviamo Ottone a Ravenna, chiuso nel monastero di Sant'Apollinare,
tutto in digiuni e salmodie, vestendo di cilizio, dormendo s'una stuoja
di papiro, in isconto de' suoi peccati. Tali erano quest'imperatori
tedeschi.

Ma gl'italiani covavano la vendetta: i Romani insorti, moltissimi
de' suoi trucidarono, e poco mancò non pigliassero lui stesso: poi
Teodora[293] vedova di Crescenzio, con lusinghe e vezzi riuscita
a guadagnarsene il cuore o almeno la fiducia, l'indusse a dar la
prefettura di Roma a suo figlio Giovanni (1002), in onta dei conti
Tusculani; venutole quindi il destro, l'avvelenò. Fosse ciò vero, o
fosse piuttosto il clima della Campania, Ottone periva sul fiore dei
ventidue anni, e Giovanni di Crescenzio col titolo di senatore restò
arbitro di Roma come suo padre.

I signori italiani si tennero disobbligati dalla fedeltà che, nel
ricevere i feudi, avevano promessa alla stirpe di Ottone, e negarono
omaggio al nuovo re Enrico II di Baviera. Da una famiglia Franca,
venuta in Italia al tempo de' Carolingi e cresciuta sotto gli Ottoni,
nasceva Arduino, che da Torino dominava tutti i contadi sulla sinistra
del Po da Vercelli a Saluzzo; era stato da Ottone costituito conte di
tutta la Lombardia; indi messo al bando, s'era per forza sostenuto.
Costui allora si fece proclamare re d'Italia, guadagnando alcuni
vescovi con privilegi e regalie, altri uccidendo e maltrattando,
come fece con quei di Vercelli e di Brescia, il qual ultimo prese
anche pei capelli e buttò in terra. L'essere coronato dal vescovo di
Pavia bastò perchè Arnolfo arcivescovo di Milano (1004), per quanto
da lui carezzato con ogni guisa d'assicurazioni, lo contrariasse, il
quale, forte di molti partigiani e vassalli, ne disperse le truppe,
e a nome suo, dell'arcivescovo di Ravenna, dei vescovi di Modena,
Verona, Vercelli, Cremona, Piacenza, Brescia, Como, di dieci dignitarj
ecclesiastici e del marchese di Toscana, unico laico[294], mandò ad
invitare Enrico II.

Era allora marchese di Verona, cioè della Marca Trevisana, Ottone,
padre di papa Gregorio V e figlio di Corrado duca di Franconia;
personaggio di tanto credito, che s'era trattato di portarlo re di
Germania, il che egli per umiltà ricusò, favorendo anzi Enrico.
Arduino, ben provvisto a spie, seppe che costui era mandato da
Enrico in Italia, dove alle sue forze si aggiungerebbero quelle di
Federico arcivescovo di Ravenna e del marchese Teodaldo. Arduino corse
dunque alla chiusa dell'Alpi, occupata dagli uomini del vescovo di
Verona; avutala per forza, si spinse a Trento, e potè sbaragliare i
Tedeschi. Ma i popoli della Carintia aprirono a questi un altro passo
pel Trevisano, d'onde Enrico scese in riva al Brenta. I molti che
aspettavano l'esito per pronunziarsi, allora accorsero a lui, e Arduino
si trovò abbandonato.

Enrico fu coronato in San Michele di Pavia (14 mag.); ma quel giorno
stesso la brutalità de' suoi Tedeschi eccitò una sommossa, ed egli,
assalito nel proprio palazzo, non campò che saltando da una finestra,
onde rimase azzoppato. L'esercito suo, che accampava fuor le mura,
entrato a forza, mandò a macello i Pavesi, a fuoco la città. La
quale per vendetta diede più che mai favore ad Arduino, che ripigliò
il regno, e lo difese contro Enrico; sicchè l'uno e l'altro se ne
arrogarono le attribuzioni. Nell'assenza poi di Enrico, Arduino
prese per forza Vercelli, Novara, Como, altre terre demolì, e prese
vendetta di coloro che chiamava perfidi[295]; arrestò conti e marchesi
per rintuzzarne la baldanza, ma dovette poi rimandarli con nuove
largizioni[296]. Enrico, tornato di qua dall'Alpi con buon esercito, a
Roma fe coronarsi colla regina Cunegonda, ricevendo omaggio anche dalla
famiglia di Crescenzio, che facea buon viso e mal sangue. Il santo re
era sfortunato nelle sue coronazioni, giacchè qui pure i suoi Tedeschi,
ben gozzovigliato, vennero a baruffa coi Romani, e molti furono uccisi,
molti carcerati. Lui partito appena, Arduino sbucò dalla fortezza
ove s'era ricoverato, devastò di nuovo Vercelli e fin la sua devota
Pavia[297], poi caduto infermo (1013), si ritirò a morire nel monastero
di Fruttuaria presso Ivrea.

Da queste nimicizie molto incremento venne alla libertà degli Italiani,
atteso che Arduino cercò partitanti col concedere immunità e privilegi;
Enrico fu costretto confermarli se volle tornarseli soggetti, nè potè
con giustizia negare altrettanto a' suoi devoti. E della potenza
dei conti ci basti ad esempio Guelfo marchese di Verona. Convocato
cogli altri da Enrico III alla dieta di Roncaglia, vedendo il re
indugiare tre giorni più del prefisso, levò il suo stendardo, e sebbene
nell'andarsene lo scontrasse, non volle tornare. In Verona poi, saputo
che l'imperatore avea imposto mille marche di contribuzione, rimbrottò
lui ed i suoi con tale severità, che Enrico si contentò di restituire
tutta quella somma, purchè fosse lasciato passare[298]. Tali erano
ridotti i re da quei baroni: le città poi, seguendo or l'una or l'altra
fazione, appresero ad usare le armi per drizzarle contro chi volessero.

Enrico II mosse quindi a reprimere i Greci della bassa Italia che,
inorgogliti di vittorie sopra alcuni ribelli e sopra i Normanni, nuovi
invasori, aveano sottoposto molte terre, e minacciavano Roma. Giunto
nella Puglia, assediò per tre mesi la nuova città di Troja; rimise
ad obbedienza i principi di Capua, Salerno, Napoli: ma le malattie
logorando il suo esercito, dovette affrettarsi di là dai monti, ove,
dopo quattordici anni di regno, aggravato da morbi e da contrarietà,
prese l'abito monastico (1024). L'operosità ed il coraggio lo fanno
porre tra i migliori regnanti; la generosità verso il clero, lo zelo
a diffondere il cristianesimo, e le private virtù lo alzarono fra
i santi, insieme colla moglie Cunegonda, colla quale era vissuto da
fratello.

Alla dieta delle cinque nazioni germaniche che proclamò Corrado II
Salico di Franconia, i signori italiani erano stati invitati, ma
non giunsero in tempo. Essi però si credevano sciolti da ogni legame
d'obbedienza: i Pavesi, esultanti della morte dell'imperatore che tanto
gli avea danneggiati, demolirono il palazzo imperiale, decretando
che mai altro non se ne fabbricasse dentro la città: una fazione
capitanata dai marchesi Ugo e Alberto, progenitori della Casa d'Este,
e dal marchese Maginfredo di Susa, offriva la corona a Roberto di
Francia, poi a Guglielmo duca d'Aquitania; ma nessuno la accettò,
conoscendo l'umore degli Italiani, che cupidi dell'indipendenza, non
sanno assodarla coll'unione[299]. D'altra parte questi fazionieri
mettevano all'eletto il patto di deporre i vescovi a loro spiacenti,
e surrogar quegli da loro designati: talmente la potenza clericale
era allora divenuta il tutto nella costituzione del regno italico,
essendo principali signori i prelati. Ma i pontefici preferivano i re
di Germania perchè lontani, e perchè considerati discendenti di Carlo
Magno, nel quale essi aveano restaurato la dignità imperiale e il nome
di Roma. I vescovi nominati dai re, bramavano sottrarsi alla dipendenza
di questi. Popolo e clero mal soffrivano che i loro pastori venissero
eletti dallo straniero.



CAPITOLO LXXIV.

Il feudalismo.


Tante volontà così distinte e fin contrarie, eppur tutte attive,
ci mostrano quanto cambiamento erasi operato nella società.
Unità, accentramento di tutte le forze vive erano concetti romani,
che sopravivevano ormai soltanto nella Chiesa. Il Germano vuole
l'indipendenza personale; bisogna che ognuno sia sovrano per esser
libero; e in ciò consiste appunto la feudalità, e ne deriva una
catena d'obbligazioni, formando la più singolare mistura di libertà
e barbarie, di disciplina e indipendenza, un campo a nuove virtù e a
violenze irrefrenate.

Come mai gli ordinamenti presi a tutelare la gelosa libertà, finirono
col togliere fin quella degli atti privati? Per meglio comprenderlo
distinguiamo ciò che nel feudo andava costantemente unito; la proprietà
e la sovranità.

Un capo di liberi Germani, quando si subordinasse ad un generale per
uscire con esso a lontane spedizioni, conservava imperio sulla propria
banda guerriera, benchè egli medesimo accettasse un padrone. Si aveva
dunque già una gerarchia; ma la dipendenza era personale affatto, e
talmente libera, che il commilitone poteva abbandonare a sua voglia
il capo prescelto. Le terre col comun sangue conquistate vennero a
considerarsi comuni, e furono divise fra i capi di banda. Attaccati
essi alla terra e al signore da cui la riconoscevano, venne a ridursi
stabile la relazione con questo, e all'antica eguaglianza surrogossi
un'aristocrazia militare, che dai vinti Romani desumeva il principio e
il fatto della proprietà individuale.

_Od_ in antico tedesco significava bene di fortuna; il qual nome
posposto ad _all_ o _alt_, cioè antico, formò _allodio_; e _fee_,
ricompensa, formò _feudo_. Allodio vorrebbe dunque dire un possesso
antico, regolato colle consuetudini natìe de' Germani, ed esente da
qualsivoglia obbligazione particolare; mentre feudo (che, alterando il
senso d'una parola ecclesiastica, fu anche detto _benefizio_) esprimeva
una possessione conferita da un alto signore in ricompensa di servigi
resi, e coll'obbligo di nuovi. Dovere primo del capo barbaro era il dar
guerrieri all'esercito regio. Ignorando le complicatissime guise onde
oggi si leva, mantiene, provvede la truppa, il capo assegnava porzione
de' suoi terreni a diversi, col patto che armassero e nutrissero un
certo numero d'uomini ciascuno. Questi vassalli a vicenda suddividevano
la proprietà e l'obbligo ad altri; e così formavasi una catena di
dipendenze.

I benefizj si consideravano come premj del valore, e perciò conceduti
personalmente; e i signori erano gelosi di rivocarli, per avere
onde compensare altri servigi, e assicurare la futura felicità de'
commilitoni. Non ispogliavano il vassallo sinchè vivo e sinchè fedele
a' suoi doveri; ma non cadeva nelle costumanze germaniche il contrarre
od imporre obblighi per la posterità. Però era naturale che essi
compagni s'ingegnassero di ridursi indipendenti, e di assicurare in
casa quel possesso; ed è indole delle proprietà il tendere a farsi
ereditarie, di modo che la famiglia vi s'innesti ed assodi. Tali
cominciarono alcune per via di privilegio reale: l'imitazione le
crebbe, sino a diventare la forma universale.

Sempre però vi si conservava il carattere di personali, col
rinnovare il giuramento ogniqualvolta si mutasse il possessore, e col
conferirgliene l'investitura. Egli, a testa scoverta, deposto bastone
e spada, inginocchiato davanti al caposignore, e poste le sue mani in
quelle di lui, diceva: — Da quest'oggi io divengo vostr'uomo, e vi
terrò fede del possesso che impetro da voi»; indi giurava fedeltà,
e tesa la destra sovra un libro sacro, ripigliava: — Signor mio, io
vi sarò fedele e leale, non attenterò alla persona o ad alcun membro
vostro, vi serberò fede del possesso che vi domando, vi renderò
lealmente le consuetudini ed i servigi che vi devo; così Dio e i santi
m'ajutino». Allora baciava il libro, ma senza genuflessioni nè altro
atto d'umiltà; e il signore gli dava l'investitura, consegnandogli
un ramo d'albero, una zolla od altro simbolo, mediante il quale il
vassallo consideravasi divenuto _uomo_ del suo signore.

Quest'è il modo più semplice, direi originario, del possesso feudale;
ma nasceva pure in molte altre guise. Alcuni rimasero attaccati
ai loro capi senza possedimento di sorta; ma via via che al genio
battagliero e randagio sottentrava quello della stabilità e del
possedere, chiedevano in guiderdone qualche terreno, riconoscendone il
datore. I grandi possessori mal poteano difendere i vasti tenimenti
da vicini e avventurieri che ne usurpavano porzioni; ed era già
assai se potevano indurli a tributare un omaggio. Altri, o poveri
o spropriati, mettevansi a bonificare un terreno; e per avere una
protezione, lo accomandavano alla supremazia di un vicino, o questo
se la arrogava. Fin i possessori di allodj da nessuno dipendenti
consentivano a rinunziare l'antisociale indipendenza, presentavano a
qualche poderoso vicino una fronda de' loro boschi, un cespo del prato,
e con questo rito simbolico gli _raccomandavano_ il loro allodio, nella
tutela di lui trovando un compenso agli omaggi e servigi imposti dal
vassallaggio. Praticavasi ciò principalmente colle chiese, per fare più
sacra la proprietà ed esimersi da tributi.

Introdotta questa forma di possesso, ella si estende e generalizza,
e tutto divien feudale; sin varie città prendono posto in quella
gerarchia, contraendone le obbligazioni per possederne i diritti, sotto
al patronato d'un barone.

Adunque i popoli, che dianzi conservavano il diritto personale in mezzo
alle incessanti migrazioni, cangiarono a segno, che si considerano
membri dello Stato solamente in quanto possedono una gleba; non v'è
signore senza terra, o terra senza signore; è uomo d'alto o di basso
luogo secondo la natura de' suoi possedimenti, e la terra costituisce
la personalità, la quale perciò dee rimanere indivisa, e passare nel
primogenito. Fatto ereditario il feudo, tale pure diventava la lealtà,
estendendosi ai discendenti di quello da cui lo si era ricevuto. Egli
a vicenda non poteva spogliarne l'investito se non per fellonia, nè
sospenderlo a tempo se non quando ricusasse il promesso omaggio.

Per tali diverse maniere la proprietà acquistava un carattere speciale;
piena, reale, ereditaria, eppur ricevuta da un superiore, verso cui
corre obbligo di certi omaggi e tributi.

Col tempo anche le cariche di siniscalco, di palafreniere, di coppiere,
di banderajo, che attribuivansi in feudo, passarono di padre in figlio,
e perfino i supremi comandi militari, la più assurda fra le eredità. Ne
restava inceppato il potere del signore molto più che dalla perpetuità
de' possessi, giacchè per diritto egli trovavasi a fianco persone che
impacciavano i suoi voleri, invece d'adempirli. I vescovi, non potendo
se non per abuso versare sangue in guerra o ne' giudizj, infeudavano
dell'autorità secolare i visconti e visdomini, o avvocati; i quali poi
col diritto della forza procuravano farsi indipendenti, e chiedeano
l'investitura dal re, come patrono de' benefizj e delle mense.

Nè solo terre e cariche si davano in feudo, ma qualsifosse proprietà,
qualsifosse modo di guadagno assunse quella forma: i proventi d'un
impiego o d'una cancelleria, il diritto della caccia, un pedaggio, lo
scortar le merci, il rendere giustizia nei palazzi de' grandi, il tener
forno, l'aprir botteghe sulle fiere, persino il possedere sciami d'api;
il clero infeudò il cimitero, una oblazione, le decime, i diritti di
stola bianca e nera; i monaci l'uffiziatura, lo spigolare del frumento
o della vendemmia, fin le goccie che stillavano dai tini; talvolta
un barone impadronivasi del provento delle messe dette a un altare, e
lo teneva come feudo di quella chiesa. Anche le arti meccaniche nelle
case signorili erano esercitate da persone, le quali a questo titolo
ricevevano terre in feudo.

Talvolta l'utile dominio d'un paese o d'un villaggio era ripartito fra
due o più padroni; sia che ciascuno avesse un quartiere separato, o una
gabella speciale, o una particolare giurisdizione: e questi diritti
s'impegnavano od appaltavansi o staggivansi, venendo a moltiplicarsi
i padroni e i litigi, e a confondersi il governo. Ne' contratti si
trovano stipulati i quarti, i decimi d'un possesso, fin la quarta parte
della sedicesima d'un castello; gli Estensi nel secolo XIII da più di
venti capitanei comprarono poc'a poco la terra di Lendinara; e così i
Fiorentini e i Sienesi le varie castellanze del loro contado[300].

Il conquistatore aveva spartito i terreni e i popoli non altrimenti che
le robe; e come su queste, divise che fossero, il re non conservava
alcun diritto, così neppure sui terreni e sui terrieri. Pertanto
al possesso andava congiunta la sovranità, e al tenitore del feudo
competevano sugli abitanti di esso i diritti che oggi ritengonsi
sovrani; verso gli altri possessori consideravasi pari; dentro del
suo feudo niuno poteva imporgli leggi o tributi, nè richiederlo in
giustizia.

E poichè, secondo le idee germaniche, nessuno tenevasi obbligato se
non alle leggi ch'egli medesimo fosse concorso a stabilire, mancata
la supremazia legislativa, v'ebbe tanti statuti quanti paesi, e la
giurisdizione non fu più una delegazione sovrana, ma una conseguenza
della proprietà.

Questo unire il possedimento colla sovranità isolava ciascuna tribù,
per modo che formavansi tanti Stati quante proprietà, distinti in
ogni cosa, salvo che in ben pochi interessi. Al momento che questa
società si formava, a gruppi i feudatarj si strinsero attorno a conti
e duchi, per caso o per vicinanza, ma senza connessione degli uni cogli
altri; e la stessa convergenza a un centro era piuttosto apparente che
effettiva. All'idea astratta dello Stato era sottentrata la concreta
dell'individuo, col quale unicamente si aveva obbligazione. Non più
dunque parentela o tradizione o governo ritenevano la tribù attorno
al capo; non assemblee popolari per far leggi comuni; restò unico il
legame della promessa e della devozione, giacchè _il feudo è sentimento
d'onore attaccato al possesso conferito dal sovrano pel solo dominio
utile in compenso di servigi resi, e con promessa di nuovi servigi, di
fedeltà, di omaggio_.

Così si pianta un sistema gerarchico di istituzioni legislative,
giudiziali, militari. Unica fonte d'ogni potere è Dio, e suo vicario il
papa. Questi, serbato a sè il governo delle cose ecclesiastiche, affida
le temporali all'imperatore, che è capo dei re. E papa e imperatore e
re commettono l'esercizio della loro podestà ad uffiziali, annettendo
alle cariche una terra: questi suddividono la terra e gl'impieghi
a persone, le quali fanno altrettanto. Colui che conferiva il feudo
chiamavasi _senior_, signore; il benefiziato, _junior_ ovvero _miles_,
per l'obbligo che avea del militare; più solitamente al benefiziato
diretto davasi il nome di vasso o vassallo; ai sotto benefiziati quel
di valvassori (_vassi vassorum_), da cui dipendevano i valvassini.

Uno dunque si trovava signore al tempo stesso e vassallo; possedeva
feudi di natura e di pesi diversi, ma non si teneva obbligato se non
a colui, dal quale immediatamente rilevava. Nè l'esser ligio per una,
toglieva d'essere sovrani sopra altre terre: i re di Sicilia come
quei d'Inghilterra, di Danimarca ed altri si fecero vassalli alla
santa sede; quel d'Inghilterra rendeva omaggio al re di Francia per la
Normandia; anzi talora due dinasti erano a vicenda signore e vassallo
un dell'altro, come il vescovo di Sion riconosceva dai conti di Savoja
alcuni possessi, mentre questi rendevano a lui omaggio pel feudo di
Chillon[301].

Feudi ecclesiastici possono riguardarsi i benefizj che la Chiesa
concedeva come sovrana religiosa avente proprio diritto pubblico,
giurisdizione, prerogative eminenti. E feudo è il giuspatronato, i cui
diritti sono esercitati appunto in qualità feudale; ai fondatori di
chiese o cappelle lasciavasi giurisdizione ecclesiastica, trasmissibile
agli eredi, a norma delle investiture (fondiarie), all'estinzione dei
quali, essa ritornava alla sovranità ecclesiastica. Le controversie
decidevansi da questa: ma mentre i principi duravano sempre in lotta
coi baroni, e talvolta soccombevano, le corti ecclesiastiche si
mostravano moderatissime e generose sui diritti dei patroni; fin le
scomuniche sospendevano, ma non ne toglievano il diritto.

Del feudo ecclesiastico abbiamo esempj in grande nel Friuli,
liberalmente concesso dagl'imperatori ai patriarchi d'Aquileja. La
natura sua faceva che quivi la feudalità, invece di staccare dal
centro, riunisse; il clero vi entrava non per abuso, ma per essenza;
e gli elementi romani vi erano conservati per mezzo del parlamento,
nel quale i pari giudicavano; e ne' casi feudali vi presiedeva il
patriarca: Marquardo, uno d'essi, nel 1366 raccolse poi le consuetudini
feudali, formandone quel che chiamò _Statuto della patria_. Eccetto
il papa nessuno avea tanti possessi. Tra' feudi maggiori che da lui
ritraevano era l'uffizio di coppiere, del quale talora furono investiti
i duchi d'Austria e i re di Boemia: anzi questi ultimi avevano
l'obbligo di riscattare il patriarca se mai cadesse prigioniero.
Ereditaria aveano resa per forza l'avocazia i conti di Gorizia, e così
il loro feudo i conti d'Ortemburgo. Questi feudi diceansi _nobili_,
altri _retti_ o _legali_, divisi in liberi, ministeriali, d'abitanza.
Dei liberi conferiva l'investitura il patriarca con una o più bandiere;
de' ministeriali coll'anello; degli altri col lembo della sua veste.
Fra i ministeriali erano camerieri i nobili di Cucagna, coppieri
quei di Spilimbergo, confalonieri quei di Tricano, scalchi i signori
di Prumbergo. All'anziano di casa di Ragona competeva una porzione
di tutte le pietanze che si servissero al patriarca. I Bojani di
Cividale[302] erano obbligati presentare al patriarca quando entrasse
in città uno spadone col fodero bianco alla tedesca, e portarglielo
davanti sino alle scale del palazzo. S'aggiungevano gastaldie,
arimanie, avocazie, feudi militari, di sartoria, di bandiera, di
arsenatico, insomma di qualunque ministero occorrer potesse al
patriarca[303].

L'investito di un feudo militare, per povero che fosse, non era tenuto
a prestazione o tributo fuor che al servizio in guerra; nelle feste
del castello veniva socio ai piaceri del signore, pari alla sua Corte;
combatteva a cavallo, mentre il resto del popolo a piedi e senz'armi
difensive. Reso questo servizio, restava immune da imposte; e solo
per occorrenze straordinarie i vassalli e il clero erano invitati a
contribuire. I vassalli del medesimo signore, posti attorno a lui sullo
stesso territorio, e investiti di feudi d'egual grado, si chiamavano
pari; tutti dipendevano dal capo, ma non uno dall'altro; alla guerra,
al consiglio, al giudizio si trovano uniti sotto al capo; in ogni altro
caso ciascuno opera da sè, isolati, stranieri fra loro.

In questa catena, dove ciascuno non tiene che all'immediato suo
superiore, nessun potere rimane al re sovra il popolo. A Roma imperiale
non s'aveva alcun intermedio fra il dominante e il popolo: qui al
contrario il popolo non comunicò più col re se non per intermezzo
de' baroni; i quali procedendo, ridussero il re a mero nome, potendo
essi ignorare chi lo portasse, e recandogli anche guerra. Il re non
era dunque supremo magistrato, esecutore della volontà d'un'assemblea
sovrana; non il potere dirigente universale, non il capo d'una nazione
per osteggiare chi da quella fosse dichiarato nemico: era soltanto
il proprietario diretto dei feudi da lui conferiti, nè da padrone
disponeva se non de' suoi vassalli immediati. Menar lunghe imprese
non poteva, giacchè essendo i vassalli obbligati soltanto al servizio
prefinito e sempre corto, allo spirare del termine levavano la propria
bandiera, fosse o no compiuta l'impresa. Le assemblee legislative
si ridussero a consigli del re, il quale v'invitava i baroni che
gli piacessero, e aggiungerò, purchè volessero, giacchè gli mancava
la forza di costringerli. Nelle urgenze comuni, i signori vicini
s'accoglievano per concertarsi su quel che ciascuno eseguirebbe ne'
proprj dominj e coi mezzi proprj; e il re era uno de' contraenti, ma
senza autorità coercitiva.

L'arte, che oggi si considera come la prima ne' governi, quella
delle finanze, ignoravasi affatto. I beni della corona, il prodotto
delle regalie e i possessi di famiglia bastavano al principe, pace
durante: tanto più che le Corti si menavano assai più semplici, nè
gli uffizj si pagavano, essendo accollati ai feudi. Veniva guerra?
i vassalli erano tenuti a prestazioni determinate e impreteribili,
e ciascuno manteneva i proprj uomini. Quei diritti, quelle ispezioni
che, ogni giorno maggiori, si vanno accentrando al governo, allora non
si conoscevano; uniche regalie erano la giurisdizione, i pedaggi, il
batter moneta e scavare miniere: ma queste pure, una dietro l'altra,
venivansi usurpando dai grandi vassalli, resi indipendenti dal re, cui
eguagliavano e talvolta sorpassavano in forza; cavarono metalli ne'
proprj tenimenti; posero dazj e pedaggi, talchè al limite d'ogni podere
s'incontravano quelle barriere, che oggi pajono troppe anche al confine
d'uno Stato.

Quanto alla giurisdizione, dipendendo il vulgo non più dal principe
ma da particolari signori, disusarono le istituzioni fatte a pro di
tutti, e ciascun signore tenne corti e assise per le controversie fra'
proprj dipendenti. Giudici non erano nè gli antichi uomini liberi,
nè i consoli di poi, interessati al pubblico e disposti a sostenere
l'esecuzione della sentenza o l'indennità dell'offensore che avesse
_composto_; ma erano uffiziali del barone, sol per uso acconciandosi
alle _consuetudini_. La legislazione cessa d'essere personale, e
statuti ed usanze variano, non secondo le razze degli abitanti, ma
a norma della natura del possesso e del grado di sua libertà. Che se
ancora, massime in Italia, sono mentovate persone che vivono secondo
questa o quella legge, vuolsi intendere de' gran signori e de'
pochissimi arimanni conservatisi indipendenti; ma anche per essi il
privilegio riducesi soltanto a certi modi di possesso e di procedura.

Colla indipendenza individuale era scomparsa la reciproca garanzia
fra cittadini; e vivendo ciascuno da sè senza legame cogli eguali,
ma soltanto con superiori ed inferiori, nessuno aveva interesse ad
impedire i delitti; lo perchè andarono scomparendo i giudizj per via
di compurgatori. I vassalli dovevano essere giudicati da' loro pari, e
il signore non faceva che proclamare il dettato di quelli. Nasceva poi
contestazione fra vassallo e signore? se trattavasi di doveri feudali
reciproci, era decisa dai pari; se cadeva sopra fatti d'altra natura,
come un delitto del signore o danno recato ai beni allodiali del
vassallo, la lite si potea recare al sovrano.

Finchè la sentenza davasi nelle assemblee generali, nessuno avrebbe
potuto rivederla, emanando dall'autorità sovrana. L'appello ripugna
pure alle idee feudali che identificano il signore col vassallo; nè
l'alto barone, irremovibile e disoggetto da sindacato regio, poteva
esser ripreso d'un'ingiustizia, più che nol possa oggi un re da altro
re. Chi alla corte signorile si trovasse gravato, poteva sfidare i
giudici, che come pari suoi non godevano su lui veruna superiorità:
ma questa mentita non era un appello, giacchè si dava prima della
sentenza, nè chiamava a tribunale superiore. Stante però che la mentita
obbligava a convocare altri pari, nè ciò era sempre fattibile, volta
veniva che il signore si vedesse costretto a rimetter la lite al
sovrano. Questo poi, allorchè comparisse nelle terre del suo vassallo,
teneva assise, ma non poteva rivedere la sentenza, bensì la causa,
e proferirne una nuova, perchè restava sospesa la giurisdizione del
vassallo. Inoltre fra gli obblighi di questo era il rendere giustizia,
e se la falsasse o negasse, poteva il signore intervenire per
obbligarvelo; obbligarvelo cioè in quanto ne avesse la forza.

Questi furono avviamenti per istituire un regolare appello, a
imitazione del diritto ecclesiastico; grande passo ad instaurare la
regia prerogativa.

Dato il giudizio, come farlo eseguire, quando il condannato tornava
nel suo castello, forte di mura e di scherani? Colla guerra; e il
signore che l'avea proferito, e il querelante, od anche i giusdicenti
raccoglievano gli uomini loro, e costringevano per forza ad obbedire.
Nulla pertanto assicurava l'efficacia del giudizio; nè della
rettitudine di quello era buona sicurtà il sistema de' pari, ignoranti
del diritto, stranieri agl'interessi gli uni degli altri, e scelti a
volontà del signore.

Non ispirando dunque confidenza, si ricorreva più volentieri a
spedienti meglio conformi a quel tenore di società; e i duelli e
le guerre private ne venivano di conseguenza e quasi di necessità.
Preziosissimo consideravasi questo, che tedescamente chiamavasi
diritto del pugno, quanto oggi dai re il potere far guerra di nazione.
La rappresaglia, per cui l'uomo d'un feudo, ricevuto torto da quel
d'un altro, poteva trarne vendetta o rendere la pariglia sopra qual
fosse altro consociato di quello, era riconosciuta come diritto. La
consuetudine, la legge, la Chiesa adopravano a introdurre in questo
alcuna regolarità e temperanza, volendo si intimassero le ostilità
alcun tempo innanzi, si esperissero certi mezzi di conciliazione,
infine si osservasse la tregua di Dio.

Quando ogni proprietà fu divenuta feudo o sottofeudo, inamovibile ed
ereditaria ogni magistratura, ciascun duca, conte, marchese od alto
barone fu considerato come re della propria terra, i cui abitanti
erano obbligati ad ogni ordine suo in pace e in guerra; mentre egli non
pagava tributi, non era tenuto accettare la composizione per le offese,
ma le vendicava colla guerra privata, ch'e' poteva menare anche contro
il proprio caposignore.

A noi, avvezzi a governi che traggono ogni impulso dall'alto, a leggi
fisse, uniformi in tutto lo Stato, all'egualità dei cittadini sotto un
capo, riesce difficile il formarci adeguato concetto d'una società,
bizzarramente compaginata con tanti signori, quanti aveano forza e
volontà di esserlo; con leggi che obbligavano solo chi non volesse o
potesse resistere, e variate da uomo a uomo, da terra a terra. Non ci
si imputi dunque di spendere troppe parole e di ripeterci per meglio
indurne l'idea, senza di che la storia di que' tempi è libro chiuso.

Tenevasi dunque l'Italia come divisa in tanti Stati indipendenti quanti
v'erano feudi; sistemati nel modo più opportuno per respingere le
nuove invasioni di fuori, e dentro sostenere il proprio diritto o la
prepotenza, al modo che ancora usano i re: in quella guerra di tutti
contro tutti, si moltiplicavano castelli e rôcche ove o proteggersi, o
soperchiare il vicino. Pertanto in ogni nuovo castello che sorgesse, le
chiese e il vicinato scorgevano una minaccia alla propria indipendenza,
il re un attentato alla sua prerogativa; ma non si poteva opporvi
che altre fortezze; e conventi e ville fortificavansi; sui campanili
e sui battifredi una continua vedetta esplorava se mai un nemico
s'avvicinasse; e poichè nemici erano sovente coloro che una mura stessa
chiudeva, in mezzo alle città alzavansi fortificazioni, disponevansi
catene, cancelli, serragli; il Coliseo a Roma, l'arco di Giano a
Milano, l'anfiteatro a Verona, gli avanzi de' tempj e delle basiliche
antiche, si convertivano in fortini; e i palazzi costruivansi in masse
solide, protette da robuste ferriate, con fosse e ponti levatoj e
balestriere.

Più solitamente il feudatario sceglieva a stanza un'altura in mezzo a'
suoi tenimenti, e così fabbricava uno di que' castelli, le cui rovine
pittoresche ricordano tuttora la potenza solitaria e indipendente,
l'importanza personale in una società sminuzzata, ove ogni signore era
ridotto a quella legge di natura, che ancora si arrogano i dominanti.
Tra le casipole, simile ad un ribaldo eretto in mezzo d'una turba
servile, sorgevano questi edifizj massicci, con torri merlate rotonde
o poligone. Da una men grossa, ma più elevata e aperta ai quattro
venti la sentinella colla campana e col corno annunziava la punta del
giorno, acciocchè i villani sorgessero al lavoro; o l'accostarsi de'
nemici, affinchè gli armigeri si allestissero alla difesa; ed accadendo
furto od ammazzamento, alzava un grido, che ogni uomo dovea ripetere
di vicino in vicino, affinchè il reo non potesse ricoverarsi sul feudo
limitrofo.

Ajutavasi la natura coll'arte per renderne impraticabile l'accesso; e
fossi e controfossi, e antemurali e antiporte e palizzate e barbacani e
triboli seminati pel contorno, e saracinesche e ponti levatoj angusti
e senza ripari, e caditoje sospese a catene, e porte sotterranee e
trabocchetti, e tutto quel sistema d'insidie e di difesa, doveano
atterrire chi divisasse un assalto o una sorpresa.

Teschi di cinghiali e di lupi, od aquilotti confitti sulle imposte
ferrate, nell'atrio corna di cervi e di capriuoli, indicavano i forzosi
divertimenti dei signori. Procedendo, trovasi architettato ogni cosa
non pel comodo o la leggiadria, ma per la gagliardia e la sicurezza.
Armadure a tutta botta, lancioni, labarde, mazze ferrate pendevano
fra gli stemmi rilevati negli ampj e mal riparati stanzoni, con camini
sterminati, attorno a cui accogliersi la famiglia a giocar agli scacchi
o a' dadi, ricamare, bevere, udir le novelle o la canzone accompagnata
dal liuto e dalla mandòla.

Là dentro era quanto occorresse al vitto e alla battaglia, dalla cucina
alle prigioni, dal celliere alla cisterna, dal pollajo all'arsenale,
dagli archivj alle scuderie; numerosissimi i servi; e amici, cavalieri,
pellegrini, viandanti vi albergavano a piacere, e partivano carichi
di doni. Perocchè all'uomo che trova uomini tutti i giorni, divengono
indifferenti; all'isolato riesce un godimento la vista e il consorzio
d'un uomo.

Come l'aquila nel suo nido, vivea colà il feudatario, segregato da
tutti che non fossero suoi dipendenti, nè modificando la restante
società, nè da questa modificato. Al vulgo che gli sta attorno, nol
lega parentele, non affetto; solingo colle moglie e coi figliuoli,
austero, sospettoso, temuto ed ubbidito, qual alta idea non deve egli
concepire di se stesso, potendo tutto, e potendolo per sola facoltà
propria, senz'altri limiti interni od esterni che quelli della propria
forza? Ancor fanciullo, dalla burbanza del padre e dalla sommessione
dei servi apprese esser lecita ogni voglia al padrone; cresciuto
fra servi tremanti e sprezzati, e cagnotti disposti ad ogni sua
volontà; superiore alla tema e all'opinione, non conoscendo il vivere
socievole, non contrariato mai, nè repressione temendo nè rimproveri,
acquista carattere, non soltanto orgoglioso e fiero, ma stravagante,
capriccioso, un'ostinazione nelle idee e negli usi repugnante da ogni
progresso. Agli uffiziali, invece di soldo, concede il diritto di
estorcere e soverchiare: nuova gradazione di tirannia, che fa sempre
maggiore la distanza fra quei del castello e quelli della pianura;
i quali concepiscono una riverenza ereditaria per codesto capo che
tutto può, e che li salva da altri nemici; mentre, bersagliati da
quel capriccio dell'individuo che pesa immediatamente sull'individuo,
maledicono una potenza cui non osano resistere.

Rinforzare viepiù il suo castello, il cavallo, l'armadura, è supremo
studio del castellano; e fidato in questi, e trovandosi invulnerabile
dalla ciurma che sotto i suoi colpi casca senza riparo, acquista un
coraggio temerario e prepotente. Di lassù piomba talvolta a rapire
la moglie e le figliuole del villano, non degnandosi di sedurle;
a spogliare i viandanti e taglieggiarli. Ma poichè, anche in tempi
tumultuosi, la battaglia e la preda non sono che eccezioni della vita,
si trova sovente ozioso, e scarco di quelle regolari occupazioni che
sole possono riempirla. Pubblici impegni più non v'ha; il giudicare i
dipendenti è spiccio, perchè dispotico; semplice l'amministrazione,
giacchè i campi sono coltivati da villani a tutto suo pro, da servi
esercitata l'industria; le lettere erano abbandonate al monastero,
regalato ad ora ad ora acciocchè orasse e studiasse. Doveva dunque il
feudatario occupare altrove quell'attività che costituisce la vita, e
quindi avventurarsi ad imprese, a caccie, a saccheggi, a pellegrinaggi,
a tutto che il traesse da quell'ozio senza pace.

Furono signori feudali che conquistarono Terrasanta; e per regolarsi
colà fecero comporre le Assise di Gerusalemme, nelle quali può dirsi
che la feudalità prendesse coscienza di sè, e riducesse a teoriche
le sue inclinazioni. Quelle assise diressero lungo tempo i possessi
veneziani d'oltre mare, onde come di cosa italiana noi ce ne valiamo
per chiarire le condizioni d'allora.

Nel tempo che decorre fra le leggi meramente penali delle genti rozze
e le meramente civili delle educate, il legislatore crede obbligo suo
l'imporre anche i doveri morali e prescriverne gli oggetti e i modi,
quasi per dar polso ai sentimenti nella lotta colle passioni. Perciò
in quel codice si trova ordinato che il vassallo non offenda nel corpo
il signor suo, nè ad altri il permetta; non tenga cosa di lui senza
consenso; non dia suggerimenti a danno o disonore di esso; non rechi
onta nè alla moglie nè alla figlia sua: sibbene lo consigli lealmente
qualvolta richiesto; entri per lui mallevadore se si trovi prigione o
indebitato; il cavi di pericolo se lo veda alle prese col nemico: ove
così adoperi, il signore abbia a difenderlo con ogni sua possa, se vuol
fuggire la taccia di codardo.

Oltre questi doveri morali, i vassalli erano tenuti a servizio, a
fiducia, a giustizia ed a sussidj. Servizio esprimeva il militare
a proprie spese sessanta o quaranta o venti giorni per l'omaggio
ordinario, e tutta la campagna per l'omaggio ligio; solo, ovvero con un
prefisso numero d'uomini; col giaco o no; entro il territorio feudale o
in qual si fosse; per la difesa soltanto o anche per l'attacco, secondo
i patti. Per la _fiducia_ doveva accompagnarsi al signor suo quando
andasse a Corte e ai placiti, o convocasse i vassalli a consiglio
o a render ragione. La _giustizia_ consisteva nel riconoscerne la
giurisdizione, e non declinare dalla curia di esso. De' _sussidj_ in
danaro alcuni erano spontanei, altri determinati, qualora il signore
dovesse riscattarsi di prigionia, o maritasse la primogenita, o armasse
cavaliere un figliuolo. Quei che avevano solo promesso un tributo o
servizj di corpo, presto caddero in condizione di villani. Chi era
affidato con obbligo di militare, fu considerato nobile: nè dapprima si
sarebbe dato un feudo a chi nobile non fosse; ma poi si considerò tale
ogni casa che ne possedesse uno da tre generazioni; nè in conseguenza
poteva esercitare arti sordide, nè contrar matrimonj disuguali. Secondo
il diritto lombardo, il valvassino non teneasi per nobile, nè la
nobiltà passava alle figliuole.

L'imperatore Lotario II in Italia proibì d'alienare feudi senza
consenso del domino; altrettanto ordinò Federico II per la Sicilia.
L'erede non diretto d'un vassallo doveva pagare al signore un canone
prefisso onde succedere: uso nato forse allorchè i feudi consideravansi
ancora riversibili, ed ogni nuovo investito faceva un libero donativo
al signore diretto.

Ad alcuni feudi era annesso il diritto di prendere il cavallo del
caposignore quando passasse su quelli; ai confalonieri di Milano e
d'altrove toccava la mula su cui il vescovo faceva l'entrata; a Firenze
lo conducevano alla briglia i visdomini, poi il palafreno davasi alla
badessa di San Pier Maggiore, il freno e la sella a quei Del Bianco,
poi agli Strozzi, che a suon di trombe se li recavano a casa e li
lasciavano esposti; a Pistoja tale privilegio spettava ai Cellesi, e il
vescovo donava un anello alla badessa di San Pietro, ed essa a lui un
ricco letto. Il vescovo di Faenza per pasqua di Natale doveva ai servi
del conte di Romagna dodici pulcini di pasta colla loro chioccia, e
carne cotta: se no, quelli poteano andare alla cucina di lui, e levarne
quanto vi trovassero.

Diritto di gran lucro era quello delle manimorte, per cui, morendo
senza prole persone che, come servili, o medie fra la libertà e la
servitù, erano prive del diritto di testare, il signore ne ereditava in
tutto o in parte. A lui spettava pure la tutela de' vassalli minorenni,
e l'offrire un marito alla ereditiera del feudo, od obbligarla a
scegliere fra gli offerti: diritto ragionevole quando il marito
diventava suo ligio o suo guerriero; ma la donna potea riscattarsene
dando al signore tanto, quanto gli aspiranti aveangli esibito per
ottenerla. Al feudatario cadevano pure le cose trovate; l'eredità di
chi moriva intestato, o senza confessione, o di morte improvvisa, quasi
questa portasse la sicura dannazion dell'estinto. Per l'albinaggio egli
entrava erede dello straniero che morisse ne' suoi possessi, e occupava
qualunque nave o persona fosse dal mare gittata sulle sue terre[304].

Privilegio supremamente apprezzato era la caccia, per la quale il
feudatario, con tutta la sua corte, settimane intere viveva ne' boschi
alla serena con clamorosa pompa. Talvolta faceansi venire delle fiere
di lontano, e si affrontavano in recinti; e l'arcivescovo di Milano
come gran distinzione permise a un duca di correr un cervo nel suo
parco. Da qui (diritto inusato agli antichi) le caccie riservate, per
cui il colono vedeva la selvaggina impunemente guastar le vendemmie
e la messe, e guai a chi avesse osato minorare il divertimento del
signore uccidendone alcuna!

L'_uom di corpo_, oltre porzione de' frutti del suo campo, gli
doveva _angarie_ cioè lavori forzati, e _perangarie_, cioè lavori
con ricompensa per un prefisso numero di giornate, o le vetture pei
trasporti occorrenti; non esporre sul mercato le proprie se non dopo
smaltite le derrate del padrone, valersi delle misure di questo,
adoprar le monete di lui, comunque scadenti; comprare da lui solo
le derrate; valersi del mulino, del forno, del torchio del signore
(_banalitas_) pagandone un canone. Nel 1117 gli abitanti di Agrilla
sono obbligati a zappar le terre del barone, seminarle, dar un pajo
di bovi ciascuno per dodici giorni, e ventiquattro giornate per la
mietitura, e al tempo della vendemmia portar un cerchio per le botti, a
Natale e Pasqua offrir due galline, oltre la decima dei porci e delle
capre. Per la _mano baronale_, il signore poteva di propria autorità
impedire che i debitori asportassero i frutti dalla loro campagna prima
d'aver pagate le prestazioni, o depostone sufficiente quantità ne'
magazzini di lui[305].

Facilmente tali irrefrenate giurisdizioni degeneravano in capricci
e tirannie: e le concessioni che alcuni feudatarj assentirono più
tardi ai loro dipendenti attestano fin a qual grado fosse giunta
l'oppressura; giacchè uno permette d'insegnare a leggere ai figli;
uno di vendere derrate ad altri che al padrone, o di spacciare in
pubblico le guaste. Alcuni nell'atto dell'investitura doveano baciare
i chiavistelli della casa, andar dondolone a modo di briachi, fare
tre saltarelli e mandare un ignobile crepito: altri in un dato giorno
portare un ovo, o una rapa, o un pane sopra un carro tirato da quattro
paja di bovi, o presentare una pagliuzza. I pescivendoli che passavano
pel feudo di San Remigio nel vescovado d'Aosta, doveano esibire la
loro merce ai castellani, se no era trattenuta per tre giorni, il che
equivaleva a distruggerla, o si tagliavano le cinghie dei loro cavalli.
La famiglia Trivier di Ciamberì era tenuta dare un somiere del valore
di trenta soldi grossi al conte di Savoja ogniqualvolta scendesse con
armi in Lombardia. Jacopo Morelli di Susa dovea provvedere al sovrano
un letto fornito qualora dormisse in essa città. Nel regno di Napoli
ogni vassallo, nel rinnovare l'omaggio, pagava _jus tappeti_, quasi
un prezzo del tappeto che gli si stendeva dinanzi. V'avea chi era
costretto correre la quintana con lanci e di legno; o andare ogni anno
una volta al feudatario, ma facendo due passi innanzi ed uno indietro;
o versare un secchio d'acqua avanti alla sua porta, o una misura di
miglio al pollame della bassa corte. Altri doveva soltanto un coniglio,
ma coll'orecchio destro bianco e il sinistro nero; nol si trovava?
dubitavasi fosse tinto, anzichè naturale? nasceva processo lunghissimo,
moltiplicati giudizj e perizie, finchè l'animale morisse o il pelo gli
cadesse. Perocchè non è a dire con quanta precisione si conservassero
queste stigmate di servitù. Della promessa rogavasi istrumento con
numerosi testimonj; poi se si falsassero d'un atomo il tempo o le
condizioni della prestazione, cominciavasi un piato che talvolta
spogliava del suo podere il mal preciso infeudato.

E sino ai tempi nostri, massime sopra terre ecclesiastiche, furono
mantenuti alcuni di questi obblighi, come di reggere la staffa al
vescovo quando salisse a cavallo, o portargli innanzi il gonfalone
nelle comparse, o la croce nelle processioni, od ulivi alla
solennità delle palme, o annaffiare o sabbiare la via dove passava
in processione. Onde attestare l'alto dominio de' papi sopra le due
Sicilie, fin al cadere del secolo passato facevansi grandi solennità
a Roma: uno di casa Colonna, che per quel giorno costituivasi gran
connestabile del regno, a nome del re di Napoli presentava al pontefice
una chinea, sul cui capo un calice con cedole del banco napoletano,
le quali il papa prendeva: la piazza de' Santi Apostoli e la vicina di
Venezia erano piene di popolo, di festa, di giuochi e luminare.

Avevamo veduto l'imperio romano estendere la cittadinanza a segno
che abbracciasse tutto il mondo, come a tutto il mondo estendeva
l'autorità il capo di quello, per modo che in tale immensità non si
aveva più patria. Ora invece ciascuna sovranità viene a limitarsi nella
piccolezza del possesso; l'uomo non è più longobardo o franco o romano,
non è tampoco italiano o milanese, ma della tal terra, del tal padrone.
Insomma non ha ancora una patria, qual oggi l'intendiamo: il che vuolsi
avvertir bene per non attribuire i sentimenti e le misure nostre a
persone e fatti di tutt'altra tempra.

Il sentimento individuale de' Germani, opposto all'onnipotenza dello
Stato, aveva raggiunto il suo apogeo; baronia, masnada, chiostro,
capitolo, università, paratici, tutto vivea di vita particolare e
sconnessa; nazioni non vi erano, se queste consistono nell'accordo
d'interessi, di sentimenti, di inclinazione quasi istintiva verso uno
scopo.

La sovranità del conte o del duca è meramente titolare; ancor più vana
quella del re; ma vero sovrano è il feudatario: nessuno ha legame verso
il principe o la nazione, ma guarda o conosce soltanto l'immediato
suo superiore, a lui presta i servizj, da lui reclama protezione
e giustizia, da lui solo accetta i comandi, però dentro la precisa
misura delle convenute obbligazioni; è inamovibile dal terreno e dalla
carica. L'unità imperiale era andata in dileguo, salvo pel poco che
traeva dal carattere religioso; nè più aveano valore generale i decreti
e la giurisdizione dell'imperatore; e nessun'altra ne rimaneva, se
ne eccettuiamo quella della Chiesa, perchè non fondata sopra cose
contingibili.

Dai vicini, sudditi d'un altro, l'uomo comune non riceve giustizia
se non perchè egli è cosa del suo signore; al qual signore ricadono
gli onori e i vantaggi del suddito feudale; a lui la lode, a lui la
vergogna, nè quello è uomo, se non in quanto è frazione di quel corpo
che chiamasi il feudo. Per tal modo rimaneva in tutte le relazioni
sociali surrogata l'idea di località e di territorio a quella di
nazione e di personalità.

Per gran tempo il gius feudale non fu scritto, esercitandosi per
consuetudine, nè amando i signori di vederne esaminate le basi,
finchè queste non si trovarono scosse dal principato a vicenda e dal
popolo. Girardo e Oberto dell'Orto, giureconsulti milanesi, nel 1170
pubblicarono i primi libri sui feudi, dove fanno nascere quel sistema
in Italia, ma ignorano le norme di esso in Francia e in Inghilterra,
ove realmente ottenne il maggiore sviluppo. Ebbero grande autorità
anche fuori, e moltissimi chiosatori, quali Bulgaro, Pileo, Ugolino,
Vincenzo e Jacopo di Ardissone: Minucio de Pratoveteri dispose quelle
leggi in nuovo modo per ordine di Sigismondo imperatore; altra forma
vi diede Bartolomeo Barattieri piacentino, e la fece approvare da
Filippo Visconti duca di Milano; il famoso Jacopo Cujaccio ne fece
quindi un'edizione, distribuendole in cinque libri. Di là dell'Alpi le
consuetudini lombarde divennero ragion comune de' feudi. Nel regno di
Sicilia e Puglia il diritto feudale alla francese fu stabilito a guisa
d'eccezione dai Normanni a favore dei Francesi che v'accorrevano a
stipendio; e i feudi erano distinti secondo il diritto longobardo e il
diritto Franco. Ne' feudi longobardi, com'erano principalmente quei di
Benevento, succedevano tutti i maschi per porzioni; nei feudi Franchi,
il solo primogenito. L'imperatore Federico in Sicilia autorizzò anche
le femmine a succedere in mancanza dei maschi, preferendo la fanciulla
alla maritata ne' feudi Franchi; e ne' longobardi alle maritate si
mettesse in conto la dote che avevano ricevuta[306]. Ai re giovava
meglio il feudo indivisibile, e perciò procurarono far prevalere lo
_jus Francorum_.

E, dove prima dove poi, questo sistema si piantò in tutta l'Europa
germanica e tra gravi disordini portò pure qualche vantaggio alla
società. Innanzi tutto era legge forte e ragionevole di reclutamento
militare, ove a difendere il paese non erano obbligati tutti come
adesso, ma soltanto quelli che lo possedevano; e si ebbe un esercito,
quale invano desiderano i tempi moderni, armato per la difesa, incapace
all'offesa, che nulla costava allo Stato, e che non sottraeva nè
braccia alle arti, nè figliuoli e sposi agli affetti. Il feudalismo
offriva poi la miglior combinazione allora possibile di sforzi
materiali, l'autorità più opportuna per dirigere i lavori guerreschi,
che allora erano i più importanti e i soli nobili. Al cadere de'
Carolingi, quando la feudalità non era per anco rafferma, i guerrieri
di paesi differenti o degli stessi non guardavano che il proprio
individuo: ma poi duchi, conti, baroni, possessori indipendenti,
uomini d'arme trovaronsi legati fra loro mediante servizj e protezione
reciproca; immenso passo alla civile convivenza.

L'indipendenza propria del Barbaro ne forma ancora il fondo, ma
s'abitua a riconoscere certe obbligazioni morali e reali. Effetto di
quell'indipendenza dissolutrice, da principio i feudi si sminuzzano,
e ne nasce un'infinità di piccolissime signorie; ma dopo la metà del
secolo XI le minori vanno ad impinguare le grandi, sia per eredità, sia
per conquista, sia per volontaria sommessione del debole onde trovare
sicurezza e giustizia migliore. Fonte dunque com'era di disordini, il
feudalismo impediva arrivassero all'eccesso, frenandoli coi reciproci
interessi: se favorì l'anarchia, preservò l'Europa dal furor delle
conquiste e delle invasioni che da secoli la sommoveva, legando l'uomo
e le generazioni al terreno da cui traevano il nome, il diritto. Viepiù
vi si affezionava la nobiltà, che allora crebbe d'importanza, avendo
modo di provarla col titolo del possesso da cui traeva nome.

In tempo che le passioni dominavano senza freno, che nessuna forza
aveano le leggi, nessuna santità le condizioni, le paci, i trattati,
agevolmente un principe avrebbe potuto sedersi déspoto come ne' paesi
orientali ove la podestà concentrasi in mano d'un solo, e spingere a
ruinose guerre, a diffondere o ribadire la barbarie in altre contrade.
Ma tutti quei baroni ora adombravano, ora emulavano la podestà
regia; guerra non era possibile senza consenso di essi, che doveano
somministrare gli uomini e le spese; e così sfrantumato il dominio,
non furono più possibili le comuni imprese e le conquiste; e ancorato,
vorrei dire, alla terra il vascello delle migrazioni, poterono
costituirsi le nazioni.

Ed è notevole come le divisioni territoriali allora portate dal
feudalismo, siano ad un bel circa le medesime che in Italia durano
ancora; e l'essere distinte per costumanze e per dialetti prova
che s'attaccavano a qualche cosa di più sodo che non il capriccio
d'un barone, o il caso d'un matrimonio. La popolazione che si era
viziosamente accumulata in pochi centri fu dal feudalismo recata anche
a luoghi ingrati e malsani; ed ogni cosa allontanava dalle città,
sicchè si moltiplicarono villaggi, e si ricoltivò il suolo deserto.

Ceppi così ristretti impedivano lo sviluppo della civiltà. Se v'era
protetta la libertà individuale e respinta la forza esterna, nulla
tendeva a costituire un governo stabile ed ordinato; non unità
monarchica, non federazione, non sudditi e cittadini. Le relazioni
di vassallaggio non dipendettero dal voto dei popoli e dai loro
interessi; ma essendo il possesso del suolo indivisibile dal diritto
delle persone, seguì la sorte di queste, e un'eredità o un matrimonio
cambiava le relazioni più intime; alcune provincie davansi a stranieri
per testamento o per dote, distraendole dal loro centro naturale; ed a
prescrizioni arbitrarie era sagrificata la nazionalità. L'idea stessa
di patria era estranea ad un sistema che legava, mediante un terreno,
alla persona; nè incorreva infamia colui che portasse le armi contro la
terra natìa.

Ma la feudalità vuolsi considerare men tosto come un ordinamento, che
come un tragitto dalla barbarie verso la civiltà. I membri di essa
v'acquistavano il sentimento della personalità, svilito nei tempi
romani; giacchè ciascuno assumeva obblighi precisi e conosciuti e per
consentimento individuale, a differenza delle società moderne, ove
uno nasce legato a patti che nè elesse nè conosce. Mancando un vincolo
generale e un'autorità coattiva, tutto riposava sopra la fede promessa;
donde quell'aspetto di lealtà negli atti d'una società, in cui la legge
non interveniva alle reciproche convenzioni del vassallo col signore,
le quali erano frante tosto che il signore avesse prevalenza, o forza
il vassallo. Nessun nuovo peso poteva essere imposto al tenitore del
feudo, se non lui consenziente; ove il signore violasse gli accordi,
potevasi resistergli a mano armata, e, ne' casi estremi, disdire
l'obbedienza e chiamarlo al giudizio del duello. Tanto si era lontani
dalle idee del despotismo sovrano, tramandate da Roma antica.

I vassalli tenevano d'occhio che il re non usurpasse altri poteri, come
avrebbe fatto qualora non avesse avuto che ad opprimere il popolo;
idearono limiti alle regie prerogative; e ne venne la rappresentanza
signorile, che poi servì di modello alla popolare, e il diritto
privato, la personale dignità, la devozione verso il signore, per
sentimento, non per istupida sommessione come in Oriente.

Ciascun feudatario avea ragioni, avea privilegi; quindi necessità di
discuterli, difenderli, ripristinarli, ora con argomenti or colla
forza; dal che le idee di diritto, dond'era facile il passaggio
alle idee di libertà. Il feudatario, ridotto all'isolamento del suo
castello, dovea vivere nella famiglia più che non costumasse ne' tempi
antichi. Ivi non trovava suoi pari se non la moglie e i figliuoli; e
per quanto brutali e feroci vizj il distraessero, dovevano assodarsi
i sentimenti domestici. Il primogenito, destinato a succedere nel
paterno dominio, era circondato dalle cure necessarie a ridurlo tale,
che, secondo le idee d'allora, lusingasse il domestico orgoglio;
la moglie rimaneva a rappresentare il marito mentr'egli usciva a
guerre od avventure, e mantenere la difesa e l'onore del castello.
Così rigeneravasi la famiglia, e nelle donne fecondavansi sentimenti
piuttosto nuovi che rari nella società antica, coraggio, elevato
pensare, dignità personale; donde quelle delicatezze d'affetti e di
riguardi, che poi furono portati al colmo dalla cavalleria, la più
splendida filiazione della feudalità. Nelle Corti poi de' signorotti
educavansi i giovani a quei costumi che presero da ciò il nome di
_cortesia_, come dalla città l'aveano in antico (_urbanità, civiltà,
polizia_). E da quell'ordine di cose ci vennero il punto d'onore, che
è il complesso delle convenienze al di là della precisa giustizia, per
le quali si acquista reputazione d'uomo compito; la scrupolosa fedeltà
alla data parola; l'annobilimento della gloria militare e della lealtà.



CAPITOLO LXXV.

Il Basso Popolo.


Nella Roma imperiale, la storia non ci presentava più che un sovrano:
vennero i Barbari, ed essa non parlò che de' vincitori e delle guerre
dei loro re: sottentrano i feudi, e cessata ogni centralità, ciascun
castello diviene teatro di avvenimenti distinti. Ora s'insinua un nuovo
elemento, il popolo.

Questo fin oggi conservò del feudalismo un concetto odioso, che sfoga
in tante storielle di demonj che rapiscono i castellani, di spettri di
signorotti lamentosamente vagolanti attorno ai ricoveri delle libidini
e prepotenze loro: vendetta popolare, che alla postuma giustizia si
appella quando quaggiù gli è negata. E per verità, fra nobili sempre
in arme, cinti da armata clientela, non frenati da verun superiore,
non rispettosi ad alcun inferiore, quando i giudizj si risolveano
per duelli, e le leggi non provvedevano che alle persone di chierica
e di spada, il vulgo pendeva dal solo capriccio dei feudatarj; su di
esso ricadevano le guerre; i nemici, cioè i vicini, facendo correrie,
devastavano il campo di cui esso viveva, o ne molestavano la famiglia;
ai cenni o agli occorrenti del padrone bisognava cedesse la roba, i
carri, i bovi, la casa, che più? la donna; chiamato in battaglia,
trovavasi nudo a fronte di quegli armigeri coperti di ferro, e
predestinato a soccombere agli spadoni irreparabili di gente senza
misericordia; fin il lepre e il cerbiatto, la cui caccia era riservata
ai signori, divenivano un flagello pel villano, costretto a lasciar che
sperperassero impunemente i frutti sudati.

Eppure quest'infima condizione era un miglioramento dalla orribile che
li sopraffannava durante la romana civiltà. Al tempo dell'invasione,
comune era la condizione del colonato, cioè delle persone attaccate
al terreno, ma libere del resto; e queste si trovarono maggiormente
esposte alle prime violenze, poi all'anarchia che ne seguì, di modo che
perirono o caddero in istato servile. Ma gli schiavi, ch'erano tanti
e così abjetti, ne trassero notevole miglioramento. Dediti ai servizj
d'un padrone o affissi alla gleba, ne' tempi romani non aveano alcuno
schermo contro l'oppressione; non poteano stringere contratti, non
stare in giudizio, non testare; se fuggissero, venivano ridomandati,
come una proprietà, e come tali si vendeano, cambiavano, distruggevano.
Conculcare a tal modo la persona umana era egli più possibile dopo che
il cristianesimo aveva impresso a ciascuno il suggello dell'eguaglianza
e l'obbligo della moralità? Pure le grandi e radicate iniquità non
si tolgono con rimedj estemporanei, e il proclamare l'immediata
emancipazione avrebbe sovvertito quel che si denomina ordine sociale,
e che, fra molti sconci, presenta sempre qualche compenso; avrebbe
eccitato una subitanea insurrezione, ove trucidati i padroni, resi
infelici i servi, i quali, ignorando la dignità propria e i vantaggi
della libertà, men tristamente sopportavano la condizione in cui
erano nati e cresciuti. Tant'è ciò vero, che Libanio dipingeva la
condizione dello schiavo come meno sciagurata che quella di alcuni
liberi, potendo esso dormire tutti i suoi sonni, fornito dal padrone di
quanto gli occorre alla vita; mentre il libero, neppur vegliando tutta
notte poteva assicurarsi dalla fame[307]: e il Codice Giustinianeo col
vietare ai servi di ricusar l'affrancazione[308] indica che allora,
come oggi nell'Europa settentrionale, essi temevano la sparecchiata
libertà.

Intanto moltissimi schiavi erano periti nelle prime irruzioni, mentre
il cessare delle conquiste non ne portava più di nuovi. Quei che
rimanevano erano poveri e soffrenti, e per conseguenza prediletti della
Chiesa; la quale, col nome di cristiani, avea dato loro la personalità,
i diritti naturali, la morale responsabilità, una famiglia. Così
la schiavitù non era più uno stato di persona, ma un vincolo di
soggezione; e sebbene rimanessero gente d'una terra o d'un padrone,
chi non vede quanto gli schiavi fossero progrediti? Spedali e ricoveri
aperse la Chiesa anche per essi[309]; la proibizione dei giuochi
gladiatorj levò uno degli incentivi ad educarne per sagrificarli; ai
padri fu tolto l'atroce diritto di esporre i proprj figliuoli, e gli
esposti la religione accoglieva negli orfanotrofj. Le catastrofi che
precipitarono i grandi nell'ultima miseria, dissipavano il superbo
pregiudizio d'una naturale superiorità; e il libero Romano divenuto
schiavo del Germano, protestava egli stesso contro l'ineguaglianza di
natura; mentre il Germano apprendeva a rispettare quel servo, che lo
superava in cognizioni.

Alle società povere e meno fastose non facea mestieri di
quell'interminabile corredo di servi; i quali poi (_ministeriales_)
nella ristretta famiglia avvicinandosi al padrone, trovarono maggiori
occasioni di acquistarne la benevolenza e i favori. Lo spirito
d'associazione proprio delle genti germaniche, nato dal sentimento
dell'utilità che uno può procurarsi per mezzo degli altri, e temperato
dalla coscienza dei diritti personali, recò a valersi dell'uomo
come braccio libero, mediante una retribuzione. Quando poi crebbero
d'importanza l'industria e il lavoro, si potea lasciare nel vilipendio
coloro che ne erano la fonte? Sminuzzati feudalmente il territorio e
la sovranità, chi stesse male in un luogo fuggiva nel vicino più non
v'avendo legge generale che colpisse il disertore; talchè il padrone
per interesse guardavasi di spingere lo schiavo alla disperazione.

Le leggi barbare punivano alcuni delitti colla schiavitù; altri con
multe, la cui gravezza traeva qualche libero a spropriarsi e ridursi
servo. E i servi apparivano nei contratti come appendice o scorta del
podere: il padrone riscoteva la composizione, determinata dalla legge
per ferite e ingiurie recate ai servi, giacchè quella essendo prezzo
della pace, non potea concernere il servo, privo del diritto delle
armi. Di rimpatto il padrone stava pagatore dei danni causati dal
suo servo, come gli animali. Veramente la legge longobarda del tempo
di Rotari mostrasi fiera coi servi quanto la romana, paragonandoli a
cose mobili[310]: ma presto si tolse al padrone l'arbitrio sulla vita
di quelli; vennero determinati i casi, in cui questo era obbligato
ad emanciparli; fu data azione ad essi contro il padrone che gli
offendesse, e aperto sempre il rifugio delle chiese. Il servo, battuto
dal padrone per avere portato richiamo contro di lui, rimane franco.
Se ad un servo rifuggito in chiesa il padrone promette sicurtà, poi
non attiene, è multato in soldi quaranta. Se il padrone disposto a dar
la libertà venga a morte, Astolfo vuole[311] che lo schiavo rimanga
libero, senza pur pagare il launechildo o compenso, «massima lode a noi
sembrando se dalla servitù traggansi gli schiavi a libertà, perchè il
Redentor nostro degnò farsi servo per dare a noi libertà».

Che i servi abbondassero in Italia, lo attestano le tante leggi che
li concernono, e in cui vengono distinti i romani dai nazionali
(_gentiles_). Ma poichè trovavasi più comodo ed utile il lavoro
volontario, concedevansi ad essi talvolta terreni a livello,
sull'esempio delle chiese, crescendo così la classe dei massari o degli
_aldizj_. Questi erano superiori agli schiavi, pure soggetti a padrone;
poteano possedere terreni e schiavi, non però in assoluta proprietà;
nè vendere o comprare senza ottenere licenza dal padrone e pagargli il
laudemio. Somigliano dunque ai coloni dei Romani, se non che possono
dal padrone esser venduti anche separatamente dalla gleba. Di fatto
l'affissione alla gleba era suggerita dalla scarsità di popolazione:
cresciuta questa ed abolita la capitazione, più non v'era interesse di
legare la libertà, giacchè ad un individuo sottentrava un altro[312].

Rotari ammette due sorta di manomissione: la prima quando uno è
dichiarato _amundo_, cioè fuori d'ogni tutela del padrone; l'altra
quand'è _fulfreal_[313], cioè disobbligato soltanto da servizj di
corpo: il primo andava sciolto affatto, l'altro restava obbligato verso
il padrone come verso fratelli e parenti, talchè quello ne diventava
erede.

Fu uso antico de' Germani, e più de' Longobardi, l'affrancare molti
servi in congiuntura di guerra. Essendo le armi segno di libertà, dai
Longobardi anticamente manomettevasi lo schiavo col consegnargli una
freccia, e susurrargli alcune parole patrie all'orecchio[314]. Rotari
introdusse la formalità romana di rimettere l'amundo ad un'altra
persona, che lo conducesse sopra un crocicchio, e dicessegli: — Va
per la via che vuoi»[315]. Per _impans_ liberavasi uno quando tale
era o supponeasi la volontà del re[316]. Ai tempi di Liutprando bastò
l'affrancazione davanti all'altare per render uno interamente cittadino
longobardo[317].

Altre volte non faceasi che alleggerire la servitù rendendolo aldio,
al che non occorreva se non la scritta. Niuna legge tornava schiavo
il liberto ingrato; ma per ovviarvi, Astolfo permise che il patrono
potesse, vita durante, riservarsi i servigi del liberto[318]. Il
traffico di schiavi non era ignoto ai Longobardi quando entrarono
in Italia: ma il venderli a stranieri consideravasi pena non meno
grave che la capitale[319], e non si facea che con prigionieri di
guerra. Pure l'ingordigia anche in altre parti d'Italia seguiva questo
orribile lucro: Gregorio Magno vide sul Foro romano mercatarsi schiavi
britanni; i Veneziani coi Saracini della costa di Barberia faceano gran
traffico di schiavi d'ambi i sessi, e massime di giovani eunuchi; dai
paesi slavi e tedeschi, e anche dall'Italia, conduceansi convogli di
prigionieri di guerra e altri schiavi a Venezia; i Longobardi rapivano
anche bambini di liberi per venderli colà, il che da Liutprando è
parificato all'assassinio[320]. Raccontasi a lodo di papa Zacaria
che, avendo i Veneziani comprato sul territorio branchi di schiavi
da spedire in Africa, esso ne pagò il prezzo e li rese in libertà.
Nel 783 in Ravenna due personaggi d'alta giurisdizione, oltre abusar
della loro posizione per spogliare vedove ed orfani, li vendevano ad
Infedeli[321]. Dagli Ebrei era pure esercitato questo commercio; e le
popolari leggende sul loro uccider i bambini forse vengono da questo
rapirli e farli eunuchi. Carlo Magno combattè tali abusi; e Arigiso,
principe di Benevento, promulgò punirebbe colla massima severità il
rapir gli uomini e il venderli agli Infedeli; Sicardo rinnovò lo stesso
divieto, ma solo a riguardo de' Longobardi liberi: però l'effetto delle
leggi riuscì sempre scarso[322].

Le conquiste antiche stabilivano profonde distinzioni di classi,
che il tempo, le rivoluzioni, la superiorità numerica de' vinti non
riuscivano a cancellare. Nel feudalismo invece le distinzioni erano
temperate dalla natura medesima di esso, cioè dal trovarsi dispersi i
vincitori fra i vinti, e ravvicinati continuamente dal vivere comune,
dai possessi, dal bisogno di difendersi in una società tempestosa.
I più degli schiavi viveano sui liberi allodj de' prischi padroni o
degli arimanni. Or questi vennero in gran decadimento quando il regio
potere si trovò soverchiamente debole per difenderli dalle vessazioni
de' vicini, talchè essi metteansi in dipendenza di qualche signore.
Talvolta ancora non potendo soddisfare all'eribanno o alle gravi multe
dei delitti, erano privati del fondo, che conferivasi poi in feudo ad
un ricco; sicchè a quel tempo dileguano gli allodj.

Unita la sovranità colla proprietà, i coloni dipendettero dai
possessori anche nelle materie politiche, rimasero senz'altro superiore
che il feudatario, e quindi esposti ai superbi arbitrj di esso,
dimentico che agli oppressi rimane una terribile potenza, quella
del numero. E spesso a questa ricorsero i campagnuoli, e i ricordi
son pieni di sollevazioni, ove gli è vero che, disuniti e sregolati,
soccombevano alla forza compatta ed esercitata, ma pure aveano fatto
sentire il grido della libertà e discorso di diritti; parola di
formidabile efficacia.

Nel bollore dell'unione o nell'oppressura della sconfitta, i coloni
s'avvicinavano ai servi, invigorendosi col numero, sebbene rimanessero
distinti perchè non poteano essere venduti a capriccio del signore,
e restavano donni di sè qualora avessero pagato il convenuto. Nelle
prepotenze allora correnti, molti per fame vendeano la libertà; molti
offerivansi alla Chiesa perchè li proteggesse; altri divenivano schiavi
per impotenza a pagare il dovuto.

Questi, nello sminuzzamento della sovranità, si trovarono ravvicinati
al padrone, il quale contrasse con loro i legami della domesticità,
guardò come prosperamento proprio quel delle genti affisse alla
sua gleba, perendo le quali, deteriorava il valore del feudo, e
riducevasi in condizione inferiore ai vicini competitori. Un servo
era maltrattato? non avea che a varcar la siepe o il fossato del
podere, per trovarsi su terre d'un nemico del suo signore, che
volentieri l'accoglieva, che forse l'aveva istigato con promesse, e
vel manteneva con concessioni. A mezzo il secolo XII tutti i coloni
abbandonarono Montecassino, sicchè l'abate dovè cercarne altri con
larghe condizioni[323]: i villani dei signori di Chiaramonte in Sicilia
respinsero colle armi l'oppressione eccessiva: così gli abitanti di
Avola si ribellarono al barone Federico d'Aragona, e a furia l'uccisero
con cinque suoi partigiani, e il re perdonò loro, attesa l'immanità
dell'oppressione; il qual re prevenne un egual colpo a Francavilla,
abolendo egli stesso i dazj imposti dal barone Arrigo Rosso[324].

Durando la servitù della gleba, non potevano prosperare i campi, atteso
che il coltivatore fosse costretto occupar pel padrone molte giornate,
e nelle stagioni che maggiore bisogno n'aveva egli stesso[325]; sicchè,
mentre andava a segare il grano del signore, periva il suo. Nè sugli
amplissimi possessi poteva il padrone tenerlo d'occhio, e tanto meno
pretendere fossero lavorati assiduamente da quelli che nessun vantaggio
ne traevano. Pertanto si sottinfeudavano; poi ogni cosa maggiormente
vestendo aspetto feudale, anche i minori vassalli vollero avere
dipendenti, sicchè della loro tenuta davano varj appezzamenti a persone
anche infime, obbligate a servirli del corpo e dell'armi; e chiamavansi
_masnadieri_, e _masnada_ la loro unione. Amavano dunque i padroni
cedere terreni al lavoratore stesso, riservandosi una rendita perpetua
e il diritto a certi servigi o alla capitazione; talvolta ancora glieli
rilasciavano per bisogno di danaro; e già nel secolo X i contratti non
riguardavano più soltanto le terre, ma prestazioni e lavoro d'uomini.

Cresceano dunque i possessori, e questi aveano stipulato condizioni
inalterabili, e il signore ne abbisognava per servigi proprj e per
menarli alle guerre particolari: tutti passi, non solo per acquistare
esistenza propria, ma per fare tragitto dalla gente dominata alla
dominatrice.

In prima, col morire del vassallo, le sottinfeudazioni di lui
ricadevano al nuovo investito, talchè precario consideravasi il
possesso, nè quindi si provvedeva a migliorarlo. Inoltre il vassallo,
emancipando un servo o un condizionato, avrebbe deteriorato il campo
cui questi era affisso, onde nol potea senza consenso dell'alto
signore. Quando però i feudi si costituirono ereditarj, ciascuno pensò
ridurre a meglio i beni che dovea tramandare alla propria discendenza;
in luogo di capanne si fecero case; e queste crebbero in villaggi, a
piè del castello, o attorno alla badia.

E l'interesse e la vanità inducevano i signori a cercare che questi
villaggi prosperassero; onde con privilegi o collo scemar l'oppressione
vi allettavano avveniticci dalla campagna. Quivi essi trovavano da
esercitare qualche arte o mestiero, col che acquistare un peculio,
e la certezza d'aver di che vivere altrove lavorando, se male qui si
trovassero[326].

Rosario De Gregorio reca diverse _Carte di memorie_ o _precetti_,
cioè contratti tra feudatario e vassalli, che, per quanto onerosi,
segnavano però un limite ai servigi. In due del 1133, Ambrogio, abate
del monastero di Lipari, cui era stato concesso Patti, raccolti
in questa città molti uomini di _linguaggio latino_, cioè Siculi,
Lombardi e Normanni, a distinzione degli Arabi, conveniva con essi,
che possedessero come proprio quanto il monastero lor concederebbe,
potendo anche lasciarlo agli eredi, purchè abitanti in Patti; se
alcuno volesse partirsene, lo rassegnasse al monastero, ritenendo per
suoi i miglioramenti fattivi: dopo tre anni ciascuno potesse vendere
la eredità a qualunque altro abitante, avvisatone però l'abate, e
preferitolo a pari prezzo; caso che nemici irrompessero sopra Lipari,
i Pratesi andrebbero a difendere i dominj del monastero, a spesa
dell'abate stesso. Giovanni, successore di Ambrogio, modificava
alquanto tali condizioni, volendo che, in tutte le isole di Lipari
soggette al monastero, nessuno possedesse con diritto perpetuo
ed ereditario, ma solo a tempo, e purchè servisse fedelmente; chi
partiva, non potesse pegnorare nè vendere o lasciar ai figli il suo
appezzamento, che ricadeva alla Chiesa. Nel 1117 quei del villaggio
di Agrilla si obbligano al barone di zappare i suoi terreni; e nel
tempo della seminagione metter ognuno un par di bovi a servizio di
lui per dodici giorni, e alla messe ventiquattro giornate di lavoro; e
in tempo di vendemmia portar ciascuno un cerchio per le botti; oltre
pagar la decima delle capre e dei porci, e a Natale e Pasqua offrir
due galline o qualche cacciagione. Le giornate erano talvolta assai di
più; e quell'anno stesso, il suddetto abate Ambrogio determinava che
la popolazione di Librizzi potesse lavorare per sè e pei figliuoli tre
settimane il mese e una pel monastero; il che sembrò tal favore, che
quei villani si obbligarono per sopraggiunta ad altre quaranta giornate
coi bovi in tempo della seminagione, una alla mietitura, tre alla
vendemmia[327].

Allo spirito d'associazione fu attribuita primaria parte
nell'emancipazione delle plebi. Non appena queste trapelano dalla
storia, troviamo unioni dei membri della stessa famiglia sotto un
solo tetto, sopra un medesimo podere, per accomunar la fatica e i
profitti. Questo corpo morale compatto non discioglieasi per morte:
aveano un capo (_capoccio, regidore_, ecc.), cui spettavano gli
atti d'amministrazione interna, compre, vendite, prestiti, affitti;
mettevano in comune il proprio lavoro, ma ciascuno riserbavasi certi
lucri, come gli apparteneano certe spese, per esempio il dotar le
figliuole. Specie di società patriarcale, che dalla partecipazione del
pane diceasi _compagnia_; e qualora dovessero separarsi, il capocasa
tagliava un gran pane in varj pezzi. Questo spirito di famiglia
doveva riuscire di gran sollievo alle manimorte, che a questo modo
sottraevansi all'obbligo, che le proprietà del morto ricadessero al
signore, obbligo rigoroso ne' primi tempi dei feudi: mentre al signore
che non acquistava nulla alla morte del suo villano, poco importava se
questo disponesse dell'aver suo a favore dell'uno o dell'altro. Di tal
passo l'uomo di manomorta acquistava i preziosi diritti di possedere e
di testare.

In quello sminuzzamento delle terre, ciascuno dovea procurare di
trarne il massimo profitto; e i villani lavoravano più volentieri un
fondo al quale erano assolutamente attaccati; sicchè la prosperità del
tenimento e del signore tornava in utile de' villani stessi. Il signore
poi dovea più volentieri voler avere a fare con una compagnia che con
un uomo solo; evitando le complicazioni, la confusione, i pericoli di
diserzioni.

Queste compagnie costituivansi talora anche da non villani, e fra
artieri. Quando i parenti fossero convissuti un anno e un giorno
sotto lo stesso tetto e colla stessa borsa, reputavansi accomunati
tacitamente mobili e benefizj; eccetto quelli di preti o nobili, cui
il traffico sconveniva. Di queste ricorrono frequenti esempj in Italia,
dove invece son rare quelle tra villani.

Così per lo spirito d'associazione, che i Germani già possedevano nelle
loro selve, e che il cristianesimo favorì consacrandolo, la famiglia
diveniva più solida in tutte le classi: ogni consuetudine, ogni legge
tendeva a rendere stabile di generazione in generazione il patrimonio,
i sentimenti, le affezioni; poteasi mirare ad interessi più estesi.

Il clero, affine di ridurre in atto le dottrine che professava,
prese a cuore la povera plebe, di cui avea mangiato il pane e diviso
gli stenti, e tra cui teneva ancora i padri, i fratelli. Cominciò
dall'aprire le sue file agli schiavi, che entrando sacerdoti,
divenivano eguali al padrone per classe, superiori per carattere: nella
regola di san Benedetto era espresso che il servo non fosse per nulla
distinto dal libero. A questa via spedita d'emancipazione affollavasi
gente inetta o indegna; i signori faceano ordinar prete qualche loro
servo per godersene i benefizj: talchè parve prudente il restringerla.

La Chiesa apriva asili al servo perseguitato[328], e riceveva per
suoi quelli che, oppressi dai padroni, reputavano parte di libertà
il portar catene scelte da sè, o quelli cui la libertà non faceva
che esporre al pericolo di morir di fame. Di questi servi deditizj od
_oblati_ alle chiese, alcuni metteano persona e beni in protezione di
esse, obbligandosi a difenderne i privilegi e le proprietà contro gli
aggressori: vassalli anzichè servi: altri obbligavansi d'una tassa o
censo annuo (_censuales_): altri infine rinunziavano del tutto alla
libertà, veri schiavi (_ministeriales_)[329]. La Chiesa, spoglia
di avidità personale, meno esigeva dai famuli suoi; e per l'ordine
costante che essa pone in tutti i suoi possessi, determinava l'appunto
del lavoro che essi doveano; donde crebbe l'affluenza agli altari.

Accettando poi la parte di terre e servi, assegnatagli come ad un
ordine eminente dello Stato, il clero si applicò ad elevarne gradi
a gradi la condizione. Cominciò a sanare terreni, imbonendo paludi
e foreste; poi ne concedeva porzione ai villani per più o men tempo,
per una generazione o tre o più, con cui si mantenessero pagando un
canone annuale (_mansum_). Questi livelli o enfiteusi[330] segnano il
vero passaggio dalla schiavitù alla proprietà traverso al servaggio,
disponendo la rivoluzione che nel XII secolo si compì quando
cambiaronsi le enfiteusi in fitto temporario, e il livellario in
fittajuolo com'oggi è. Adunato un peculio potevano i servi riscattarsi;
e per tali passi rintegravansi la famiglia, la proprietà, l'industria,
la libertà anche tra essi.

Ottone I si accorse che i signori prendeano a livello le terre
degli ecclesiastici, dappoi non pagavano il censo, e finivano
coll'appropriarsele come allodj. Pertanto nel largire beni a chiese vi
ponea patto non li allivellassero se non a coloni, i quali in persona
li coltivassero e retribuissero i frutti. Fu un altro avviamento al
sistema di mezzadria odierno[331].

Alle forme dell'antica manomessione erasi aggiunta la ecclesiastica,
come atto religioso, conducendo l'affrancando attorno all'altare con
un torchio acceso, e leggendogli preci e formole che il dichiaravano
franco. E l'emancipazione era le più volte suggerita da sentimento
religioso, onde vedonsi addotti per motivo i meriti della redenzione,
l'amor di Dio, il rimedio dell'anima propria, la speranza d'impetrare
grazie celesti. Altri lo faceano al letto di morte quando lo spirito è
più disposto a' sentimenti di pietà e d'umanità[332].

Colle carte di franchezza il padrone rinunziava al diritto di vendere,
cedere, o fare altrimenti della persona del suo schiavo; gli dava
arbitrio di disporre degli averi suoi per testamento o per altro atto
legale, e di sposare chi volesse; e determinava la tassa o i servizj
che si riservava[333].

Ma molti arrivavano alla libertà senza mezzi di sussistenza; altri
erano manomessi dai padroni quando non più capaci di lavoro, sicchè
rimanevano mendichi e sulla via. Per essi la Chiesa moltiplicò
istituzioni di carità[334]; e ben ella bastava a mantenerle, perchè
primo il clero avendo applicato l'intelligenza e il lavoro a far
fruttare gl'immensi possessi, n'era venuto in ricchezza. I pontefici
poi presero sempre a cuore gli schiavi, più volte esclamarono contro
chi ne facea traffico, e colle entrate della Chiesa ricomprarono alcuni
dagl'infedeli o da mercanti. Già Gregorio Magno nell'emancipare due
schiavi proclamava la natural libertà degli uomini dicendo: — Come
il Redentor nostro si compiacque vestir forme umane per frangere i
nostri legami e restituirci alla primitiva libertà, così è conveniente
e salutare che quelli che da natura furono creati liberi, e che in
forza di umane leggi soggiacquero a servitù, siano colla manomessione
restituiti alla libertà»[335]. Alessandro III nel concilio Lateranese
dichiarò i Cristiani franchi da schiavitù. Alessandro IV in una bolla
del 1258 diceva: — Giacchè gli uomini, eguali per natura, sono resi
schiavi dalla schiavitù del peccato, sembra giusto che quelli, i quali
abusano del potere concesso da Colui da cui deriva ogni podestà, siano
privati d'ogni potere sui servi. Perchè dunque ad Ezelino ed Alberico,
scomunicati da noi, possa venire alcun danno dall'averci disobbedito,
dichiariamo con autorità apostolica liberi i servi e le serve, coi
figli ed i nipoti loro, che si sottraggano all'obbedienza di quei
due, in modo che possano tenere peculio proprio, godere la libertà,
come fossero nati liberi cristiani». È probabile che simili atti si
replicassero verso coloro che reluttavano all'autorità suprema.

Da un pezzo erano cadute in disuso le leggi che a certe colpe
infliggevano la servitù; e i nuovi schiavi che qui e là trovansi
ancora nominati, erano gente non battezzata, attesochè, secondo le
idee d'allora, l'uomo non cristiano rimaneva inferiore, come schiavo
del demonio. Spesso le chiese cercavano privilegi pei loro villani,
acciocchè questi comparissero superiori agli altri; e i re gli
assentivano volentieri, perchè, senza scapitare di nulla, venivano a
far atto di qualche autorità anche fuori dei proprj dominj.

Procedendo i tempi, troviamo ai coltivatori imposto il terratico,
cioè una quarta parte del ricolto; l'acquatico, cioè il ventesimo o
trentesimo della canapa o del lino venuto alla falce, pel padrone del
maceratojo; il glandatico per menar i porci a pascolare ne' rovereti,
dando un porcellino da latte ogni dieci, un grosso majale ogni
quindici; l'erbatico pei pascoli, portante un decimo dell'armento;
il plateatico pel mercato, a cui s'aggiungeano i bolli delle misure.
Alle grandi feste si presentava un dono di pelli, ova, ricotte, frutta
secca. Dove la caccia e la pesca si permettessero, doveasi una parte
della preda; la testa e una spalla del cinghiale, testa, pelle e
zampe dell'orso, i pesci migliori[336]; un donativo al signore nuovo,
pagare i viaggi suoi alla Corte o al placito, servirlo militarmente
per tre giorni o più entro un limite determinato, retribuirgli servizj
personali e di bestie. Al signore spettavano pure i molini, i torchj,
gli edifizj sopra acqua, pei quali doveasegli un canone. E tutti questi
diritti erano certamente anteriori, perchè nelle controversie si fa
sempre riporto alle consuetudini e alle testimonianze: ma la riscossa,
che vedremo nel secolo seguente, consistette in ciò che tali pesi non
appartenevano più alle persone ma ai beni, sicchè questi si poteano
vendere.

Il generale miglioramento appariva dal modo onde i baroni trattavano
i campagnuoli. Quando questi venissero a recar latte e frutti al
mercato, non trovavansi più chiuse in faccia le porte del castello;
l'intera giornata potevano trasportare i covoni o il fieno; punito chi
rubasse al colono i grani o i frutti o la stiva; chi lasciasse capre
o porci correre le sue vigne; chi non avesse a mezzo marzo rifatte le
siepi, nettati i canali; chi menasse la caccia presso alle vendemmie
o al ricolto: istituite guardie campestri; vietato al fittajuolo di
portar via i pali; agevolata la permuta delle eredità onde prevenire il
soverchio sminuzzamento; talora proibito alla giustizia di pignorare
gli attrezzi e gli animali dell'agricoltura, o l'abito del giorno da
lavoro. Queste attenzioni, ignote alle leggi antiche, danno segno di
notevole progresso.

Nel 1068 i conti di Calusco, nel Bergamasco, per allettar gente,
promettono con carta regolare a chi venisse abitare sulle loro terre,
di non torgli il bestiame nè per giudizio nè senza; non obbligarlo ad
alloggiar soldati, se non nel caso di guerra in cui si deva menare più
che i vassalli; non a dare il fodro, cioè i viveri militari, se non
quando sia imposto dal pubblico; non viveri e vino, se non quando i
signori vengano o facciano nozze: garantiscono da ferite e altre offese
nel territorio; in caso di guerra tra la famiglia dei Calusco, questi
non vi faranno guasto, ma gli abitanti non parteggeranno con nessuno,
nè impediranno ad alcuno dei guerreggianti d'andare o venire[337].

E quei patti, o scritti o di consuetudine, poteano farsi valere davanti
a tribunali, o compromettersene l'elucidazione in arbitri, del che
molti esempj ricorrono negli archivj[338].

Nelle città d'altro passo camminava l'emancipazione. Molti uomini
liberi vi erano rimasti; ed applicatisi a qualche mestiero, non erano
caduti nella necessità di darsi servi[339]. Della gente romana alcuni
come censuali v'erano sopravvissuti, alquanto meglio trattati dai
vincitori, perchè riducendo uno a perire o a fuggire, mandavano in
dileguo il possesso, consistente nei servigi che poteva rendere o col
suo corpo, o colle arti, o in uffizj letterarj, o in tributo. Taluni
di questi eransi per benevolenza o a prezzo redenti dal censo o dalle
comandigie, rimanendo liberi di sè; altri per povertà o debolezza
s'erano piegati a condizione servile. Gli emancipati, quando crebbero
alla campagna, non bastando l'agricoltura al loro sostentamento,
venivano alla città per travagliarsi in mestieri e liberi servigi.
L'aumento del commercio e dell'industria li favoriva, e il vedere in
questo tempo stabilirsi corporazioni e maestranze di quei mestieri
che prima s'affidavano a schiavi, convince che sempre più perdevasi
la servitù personale, benchè non s'arrivasse ancora al concetto d'una
città, ove il lavoro fosse tutto abbandonato a liberi.

Così alle due nazioni che sussistevano nel feudalismo, possessori e non
possessori, frammettevasi una terza, di quei che possedevano la propria
industria. Questa pure si faccia penetrare nella società, e si avrà il
Comune; e tale è appunto l'opera che vedremo compirsi nell'innalzamento
delle città.

Ma intanto i servi redenti non partecipavano al consorzio dei
vincitori, ed avevano perduta la protezion d'un padrone; onde
rimanevano _gente di nessuno_, e in conseguenza privati della
giustizia. Nelle città poi niun abitante avea diretta connessione col
governo regio, eccetto il vescovo, che talora veniva alla Corte per
intercedere, e tornava con una concessione od una esenzione, spesso non
curata dal conte o dall'esattore. In tal caso ai proletarj non restava
che o stringersi in particolari associazioni d'arti e mestieri per
darsi un interno ordinamento, o ricorrere alle corti ecclesiastiche,
e trovare schermo nelle immunità dei nobili e del clero, giurisdizioni
distinte da quelle del conte.

Pertanto la città rimaneva partita fra nobili e vassalli, gente libera
e servi. Quest'ultimi sono ancora senza diritti nè nome: gli altri
formavano Comuni distinti, eleggendo rappresentanti e magistrati
(_scabini_) per trattare e dirigere gl'interessi proprj, ed assistere
ai giudizj. Alcuni dipendevano da un gastaldo regio, il quale
rappresentava i conquistatori e ne tutelava gli interessi sopra le
persone e le cose[340]. Trattavasi di sottoporre gli uni e gli altri
all'amministrazione e alla giurisdizione medesima; ed è ciò che fu
fatto mediante l'istituzione dei Comuni, la quale, a combattere il
feudalismo, eppure da questo preparata, apparve dopo il Mille in tutta
Europa, ma più insignemente nella patria nostra.



CAPITOLO LXXVI.

Il Mille. Corrado Salico. L'arcivescovo Eriberto. Enrico III.


Suole chiamarsi secolo di ferro il decimo; in realtà infelicissimo
perchè l'antico ordine era sfasciato, nè ancora appariva il nuovo,
e intanto gli elementi eterogenei fermentavano, senza che si
conformassero nè uno per anco prevalesse. Talora vi sono popoli nomadi
che cercano stanza; gli stanziati nell'acquistata patria procacciano
dirozzarsi, e imitare l'amministrazione romana; il vinto aspira a
ricuperare alcuna importanza, lo schiavo a mutarsi in villano, il
colono a sciogliersi dai vincoli della gleba; le proprietà libere si
legano in benefizj, e i benefizj si riducono ereditarj; i possessori
s'attaccano a formare un'aristocrazia territoriale, il capitaneo a
divenir indipendente; il re, da primo fra i pari, vorrebbe a brani
acquistare la prerogativa imperiale; non si contende più solo tra i
principi per la primazia politica, ma tra vescovi e conti e uomini
liberi per la civile franchezza; il clero si pianta allato al trono,
e confonde il benefizio col feudo, il pastorale colla spada; nessuno
ravvisa il fine, cui pure è tratto dalla prepotenza delle cose.

I dominatori portavano guasti e sangue, pure introducevano anche
nuove istituzioni, opportune a correggere quelle del mondo antico. Il
titolo di romano non era più d'onore, anzi i vincitori lo infliggevano
ai vinti come un obbrobrio: pure la magnifica civiltà anteriore
sopravviveva colle leggi, con una letteratura ammirata, colla lingua
che prestava ai vincitori per istendere i decreti e i contratti, cogli
ordinamenti municipali in qualche parte conservati, colla memoria che è
l'ultima a perdersi dai popoli.

Fra ciò non appare che un universale commovimento: monarchia che si
sfrantuma ne' conquistatori, democrazia che germoglia nel popolo,
teocrazia nell'alto clero, governo militare, governo ecclesiastico,
governo municipale, sussistono contemporanei e distaccati, senza
che l'uno annichili l'altro, per modo che chiunque riguarda ad
uno soltanto, crede quello unico dominante. Indi quell'aspetto di
confusione, somigliante a violenza sconsiderata, dove l'individuo
soffre miserabilmente, eppure l'umanità procede; e sul cadere di
questa foschissima età già troveremo la nozione di territorio prevalsa
alla nozione di razza, quella di Stato a quella di famiglia, l'unità
nazionale emergere dalla laboriosa fusione di quanto contribuirono le
società anteriori, e cresciute la dignità e la libertà dell'uomo a ben
altra misura che non fossero quando tale non si considerava se non il
cittadino.

Di lettere chi poteva occuparsi? Pure non erano perite fra noi; e
attorno al Mille, Wippone tedesco animava Enrico II a far educare
i figliuoli de' nobili, come costumavasi in Italia[341]; Ademaro
chiamava la Lombardia fonte della sapienza[342]; Gerberto, che fu papa
Silvestro II, trovava ridondanti di scrittori le città e le campagne
nostre[343]; il panegirista di Berengario esortava la sua musa a
tacere, perchè nessun più poneva mente ai modi di essa, facendosi
versi dappertutto[344]; il cronista salernitano numerava a Benevento
trentadue filosofi[345]: del qual nome dovea fregiarsi chiunque sapesse
scrivere latino, come di quel di poeta ogni misuratore di sillabe.

Quasi nel solo clero si era rifuggito il poco sapere, ed Eugenio II
papa nel concilio Romano dell'826 aveva imposto che in ogni vescovado
e in ogni pieve si aprissero scuole per le lettere, le arti liberali
e gli studj sacri[346]. Oltre qualche cronista, possono citarsi con
onore Attone vescovo di Vercelli, che deplorava le _oppressure della
Chiesa_; Raterio vescovo di Verona, che fece sei libri de' _Proloquj_,
ossia dei doveri in ogni condizione, e lettere molte e sermoni, rozzi
ma forti; Pacifico arcidiacono di Verona, di cui il lungo epitafio dice
come lavorasse di metalli, legno, marmi, scrisse ducendiciotto codici,
e inventò un orologio notturno. L'_Elementario_ di Papia lombardo,
lessico di voci latine, servì di modello ai dizionarj, ricchezza delle
età moderne. Alfano monaco cassinese, poi vescovo di Salerno, fe molti
inni.

Di verseggiatori potrei facilmente allungare il catalogo, ma basti
accennare Teodulo, vescovo allevato in Atene, e che lasciò un
_Colloquium_ in settantasette quartine, ove nel cuor dell'estate il
pastore _Pseusti_ (menzogna), nato sotto le mura d'Atene, adagiato il
gregge all'ombra d'un tiglio, pone mente ad _Alitia_ (verità), casta
pastorella della stirpe di David, la quale tocca l'arpa del Profeta
in sì soave modo, che le acque s'arrestano ad ascoltarla, e l'armento
obblia la pastura. Punto da gelosia, Pseusti la sfida, e chiamano
arbitra _Fronesi_ (prudenza), che ordina loro di cantare in quartine,
numero a Pitagora prediletto. Pseusti dunque espone l'origine degli
uomini secondo la mitologia, e le altre favole intorno ai numi; Alitia
verseggia il genesi mosaico; quello invoca gli Dei, questa il Dio
vero; e la vittoria è aggiudicata alla donna, che espone i misteri
dell'incarnazione[347]. Poesia, non isprovveduta di merito, ove sembra
udir le voci di due generazioni che, da allora fino ad oggi, contesero
per trarre la poesia una ad imitare e pascersi solo di rimembranze,
l'altra a secondare il libero volo dell'ispirazione e del sentimento.
L'evidente imitazione di Virgilio assicura che i classici erano ancora
conosciuti.

Un Vilgardo teneva scuole a Ravenna, e «come sogliono gl'Italiani
trascurar le arti e coltivare la grammatica»[348], spinse la passione
pe' classici fin al delirio: una notte i demonj assunsero la sembianza
de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale, e apparendogli il ringraziarono
dell'ardor suo nel propagare l'autorità de' libri loro, e gli promisero
farlo partecipe della loro gloria. Sedotto da tal frode, egli pose
tanta fede ne' classici, che ogni loro parola aveva in conto d'oracolo,
e sosteneva punti repugnanti al giusto credere; e benchè condannato
dall'arcivescovo, molti spiriti in Italia traviò.

Che valeano mai queste scarse eccezioni, o questi esercizj di
scuola? Intanto l'uomo trovavasi abbandonato all'ignoranza e alla
superstizione; in ogni fenomeno naturale vedeva un flagello di Dio
sdegnato; ai mali irrompenti opponeva o una rassegnazione accidiosa o
un repetìo iracondo, e invece di rimediarvi gli esacerbava.

Quasi aggiunta a tanti patimenti si sparse allora ed acquistò fede
la diceria che Cristo avesse pronunziato, _Mille e non più mille_,
e perciò col secolo terminerebbe il mondo; si ricordavano certi
settarj, che nei primi tempi aveano predicato il millenne regno di
Cristo; e più creduta quant'era più fitta l'ignoranza, quest'opinione
divenne universale. Ma sarebbe il Mille dopo la nascita sua? o dopo
la morte? o erano inesatti i calcoli dell'êra cristiana? Questi dubbj
non facevano che esasperare l'incertezza, e prolungare l'ansietà.
Frattanto chi può s'immagini lo stato d'una società che crede essere
alla vigilia dell'intero suo scioglimento. A turbe invocavano il sajo
monacale, sì che duravasi fatica a frenare quell'incomposta affluenza;
folla ai santuarj più devoti; processioni di reliquie venerate, dalle
quali parve allora succedesse una risurrezione; e con sante litanie
e con folli superstizioni supplicavasi Iddio a stornare i flagelli, e
aver misericordia della sua plebe, che a momenti doveva tutt'insieme
comparirgli davanti. Altri, _appropinquante fine mundi_, chiamavano le
chiese eredi di ogni aver loro, per procacciarsi tesori di misericordia
con ricchezze che stavano per perire. I buoni ne trassero occasione
d'inculcare pietà, sviare da private vendette, indurre a penitenza,
a rispettar le chiese e l'innocenza; numerose paci si conciliarono,
numerosi schiavi furono prosciolti; assai bravacci abbandonarono il
coltello e la foresta, per rendersi agli altari invocando il cilizio
e la perdonanza. La moltitudine, dominata sempre dalla paura, o
accasciavasi nello scoraggiamento, o pensava a cogliere le rose prima
che appassissero[349].

Come quel terribile Mille passò, gli spiriti poc'a poco ripigliavano
confidenza: tornarono le cure a un mondo, la cui durata faceva
dimenticare la labilità delle vite individue; la rinfervorata devozione
rinnovava chiese, cercava reliquie, moltiplicava leggende, e se non
fu più consolidato, si rese più appariscente il primato della Chiesa,
unica società inconcussa fra tanto scompiglio.

Ma coll'attività riarsero le nimicizie e le guerre private,
preziosissimo diritto de' signori. Già molti concilj eransi tenuti
in Occidente per por freno a queste, allorchè un nuovo rimedio fu
messo in campo. Pie persone uscirono asserendo che il Signore avesse
rivelato esser sua volontà, che a certi giorni cessasse ogni guerra
fra Cristiani; pertanto dalla prima ora del giovedì fin alla prima del
lunedì potesse ognuno attendere ai proprj affari senza esser ricerco
per debiti o per delitti[350]. Rimedio strano a strani mali, che gli
ecclesiastici s'affrettarono d'adottare, intimando la _tregua_ di Dio
con indulti a chi l'osservasse e pene religiose ai violatori; fu estesa
a tutto il tempo fra l'Avvento e l'Epifania, e fra la Settuagesima e
l'ottava di Pasqua; inoltre perpetua tregua avessero preti, monaci,
conversi, pellegrini, agricoltori, gli animali da lavoro, i semi
portati al campo. L'autorità secolare assecondò quell'impulso, e
coloro che da niuna legge o forza umana erano protetti, uscivano dai
nascondigli, rivedevano la famiglia, proseguivano i viaggi ed i lavori
sotto la tutela della Chiesa.

Qualche ristoro ne avrà avuto il basso popolo; ma i signori
continuavano a osteggiarsi, nè i re si trovavano vigore da far valere
la propria autorità per tutelare i deboli e comprimere i violenti.
A ciò s'industriavano essi in Germania, ma que' duchi si rendevano
ognor meno dipendenti. Di qua dell'Alpi Carlo Magno v'avea alzato di
fronte l'aristocrazia ecclesiastica, e Ottone la democrazia comunale;
pure quella invigorivasi più che non si dovesse aspettare, l'altra era
ancor sì novella da mal reggere a contrasto de' grandi signori. Questi
vedemmo alzarsi fino a dominare l'intera Italia. Ugo ne abbattè molti
coll'ucciderli: Ottone I e i suoi successori investirono di estesissime
signorie alcuni, per lo più forestieri; col che prostravano gli antichi
marchesi, spogliandoli o mutandoli. Pandolfo Capodiferro duca di
Benevento stette pur governatore della marca di Spoleto, e luogotenente
di Ottone in tutta Italia. Ottone medesimo dicono creasse il marchesato
di Monferrato per suo genero Aleramo; a suo fratello Enrico di Baviera
diede quel di Verona e del Friuli, il quale poi venne unito al contado
del Tirolo e alla ducea di Carintia, portando l'interesse dei re di
Germania che in mano d'un solo rimanessero i due pendii delle Alpi.
Intitolavasi marchesato di Milano la Lombardia; ma forse era mero
titolo, certamente non arrestava il diritto dei conti, cioè de' giudici
delle varie città (pag. 295). Seguivano gli ampj possessi dei marchesi
di Toscana; poi il patrimonio di San Pietro. Le città ad oriente del
Lazio, nell'antica ducea di Spoleto fra il Musone e il Tiferno, e a
maestro della Toscana da Ferrara a Pesaro, costituivano altrettanti
contadi, spesso amministrati da vescovi. Si intitolò Marca d'Ancona
quella di Fermo e Camerino, o anche Marca di Guarnerio, forse da un
Guarnerio che ne fu investito da Enrico IV. Il principe di Benevento
potea pareggiarsi a un re; e al suo fianco cresceano l'abate di Farfa
nella Sabina, e quello di Montecassino, che poi fu intitolato primo
barone del regno di Napoli.

Oltre i conti della città, la campagna era divisa fra conti rurali.
Così il Milanese ripartivasi fra i contadi della Burgaria sulle rive
del Ticino, della Martesana e della Bazana fra il Lambro e l'Adda,
del Seprio fra l'Adda e il Ticino, i cui conti traevano l'autorità
dall'investitura regia. Lecco, pure contado rurale, per quattro
generazioni fu tenuto da una famiglia salica, che mancò circa il
975[351]. Salendo pei varchi delle alpi Retiche e Lepontine trovavansi
i contadi di Bormio al fondo della Valtellina, di Chiavenna alle falde
della Spluga, passaggio all'Alemagna; di Bellinzona, posseduto dai
Sax, allo sbocco della Val Leventina che metteva a quelli che più tardi
furon detti Svizzeri.

Fra i grandi dell'alta Italia primeggiava l'arcivescovo di Milano.
Il nome di sant'Ambrogio rifletteva sempre gran luce sopra di esso,
e avendo suffraganee le diocesi di Pavia, Lodi, Cremona, Brescia,
Bergamo, Mantova, Vercelli, Novara, Tortona, Casale, Asti, Mondovì,
Acqui, Torino, Alessandria, Vigevano, Ivrea, Alba, Savona, Genova,
Ventimiglia, Albenga[352], a stento rassegnavasi a riconoscere la
superiorità di Roma. E tanto più che era provveduto d'una entrata
d'ottantamila zecchini, e come capo rito godeva insigne e rituali
distinzioni, da farlo quasi un altro papa. A tale arroganza dava
spiriti l'esser Roma abbandonata al disordine, e il pretendere
gl'imperatori di poter nominare vescovi e pontefici; sicchè i prelati,
scelti da famiglie signorili, intrigavano alla Corte, militavano in
campo, esercitavano secolare giurisdizione.

Fra quei prelati Angilberto da Pusterla (835) alla chiesa di
Sant'Ambrogio regalò un paliotto che circuisse tutta la mensa, argento
da tre parti, davanti lamina d'oro ingiojellata e smaltata, con
istorie a bassorilievo; insigne capo d'arte, che costò ottantamila
zecchini, e fu opera di un Volvino. Ansperto da Biassonno (868)
ampliò la mura della città per potervi comprendere il quartiere del
Monastero Maggiore, fondò la chiesa di San Satiro con uno spedale, e
alla basilica di Sant'Ambrogio fece anteporre un cortile quadrato con
portico ad archi tondi, ch'è il più bel lavoro architettonico dopo i
Romani. Landolfo da Carcano (979) ottenne piena giurisdizione di conte
nella città e per tre miglia in giro, sicchè nominava i magistrati
cittadini, e gl'investiva dando loro la spada. I feudatarj gli fecero
contrasto, ma falliti nell'impresa, accettarono feudi dalla mensa
vescovile, e li mescolarono ai beni patrimoniali ed a quelli che
tenevano in feudo dal re.

Avendo re Enrico II nominato vescovo d'Asti Olderico, fratello
del marchese di Susa, il nuovo arcivescovo Arnolfo di Arsago, cui
suffragava quella chiesa, ricusò (998) consacrarlo come illegalmente
eletto. Olderico condottosi a Roma, con ragioni e con denaro ottenne
d'essere consacrato dal pontefice. Arnolfo pretendeva lese con ciò le
consuetudini ambrosiane, e convocato un sinodo, scomunicò Olderico;
poi come principe accintosi della spada assediò Asti, e ridusse quel
vescovo e suo fratello a comparire a Milano scalzi; e portando il
marchese un cane, il vescovo un libro, presentarsi alla basilica
di Sant'Ambrogio, confessarsi in colpa, e offrire una gran croce
d'oro: dopo di che il vescovo riebbe le insegne prelatizie, e furono
festeggiati.

Ancor più famoso fu Eriberto da Cantù 1018: per risolutezza e costanza
rispettato in tutta Italia, quando alcuno ricorresse a lui perchè da
un duca o da un marchese avesse ricevuto qualche torto, egli mandava
il suo baston pastorale, e facevalo piantare al luogo o nel podere
su cui nasceva quistione; e nessun più ardiva usare violenza, sinchè
l'affare non fosse deciso secondo giustizia[353]. Staccandosi egli dal
partito de' suoi, andò in Germania ad esortare Corrado Salico a venire,
promettendogli la corona. Altrettanto fecero molti baroni del regno:
e il re li rimandò carichi di doni; ma coi Pavesi non potè accordarsi,
rassegnandosi essi bensì a riedificare il demolito palazzo imperiale,
ma non più in città, siccome Corrado desiderava.

Costui, che ad Eriberto principalmente doveva la corona, e che per più
giorni fu da lui trattato con tutta quanta la sua Corte, lo compensò
coll'investirlo del contado di Lodi; ma in tempo che così mal distinti
erano i poteri laici dagli ecclesiastici, l'arcivescovo pretese ne
conseguisse il diritto d'eleggervi il vescovo. Quella Chiesa, gelosa
della libera nomina del proprio pastore, ricusò l'eletto da lui; ed
Eriberto corse a preda il territorio lodigiano.

Abbiamo detto come della ricchissima mensa arcivescovile di Milano,
Landolfo, allorchè acquistò la giurisdizione comitale, avesse dato i
beni in feudo a signori del contado, i quali già altri feudi teneano
dal re. Da qui nasceva una complicazione d'omaggi e di doveri; ed essi
col professarsi devoti a Cesare, cercavano sottrarsi dalla dipendenza
dell'arcivescovo: questi invece pretendeva ridurli affatto uomini suoi.
I capitanei o vassalli maggiori aderirono, nella speranza di potere,
coll'appoggio di Eriberto, soperchiare gli altri; ma i vassalli minori
non soffersero di vedersi tolta quell'indipendenza di cui andavano
superbi, e collegatisi tra loro e cogli uomini liberi di Milano che,
in grazia dell'immunità, si trovavano sottoposti alla giurisdizione
vescovile, scesero a fiera battaglia. Vinti da Eriberto, arcivescovo,
governatore e generale, fuoruscirono, e forti pel numero, s'accordarono
coi militi dei contadi (1028), massime Comaschi e Lodigiani,
formando una _motta_ o lega contro l'arcivescovo ed i capitanei, e a
Campomalo[354], fra Milano e Lodi, sconfissero l'arcivescovo, benchè
ajutato da altri vescovi.

Ma per combattere contro i liberi e i minori vassalli che erano il
nerbo degli eserciti, egli ed i capitanei non poteano valersi che di
villani ed artieri, gente inusata a battaglie. Come fare che questa
leva subitaria tenesse testa alla nobiltà, sin dalla fanciullezza
addestrata nelle armi? L'arcivescovo vi provvide inventando il
carroccio; gran carro ben adorno e tratto da bovi, sul quale
inalberavansi la croce e il gonfalone; altare al sagrifizio prima
della pugna, pretorio e spedale durante la mischia. Suprema infamia
reputandosi il perdere quest'arca dell'alleanza, i soldati gli si
stringevano attorno, invece di sbandarsi in zuffe scarmigliate; aveano
sempre un punto, a cui rannodarsi; ne restavano moderate la marcia o
la ritirata; e così ottenevasi un accordo di sforzi e di difesa fra le
disunite volontà. In tal modo Eriberto vinse i valvassori: ma poichè
essi raggomitolavansi colla nobiltà del contado e non desistevano dagli
attacchi, ricorse al solito deplorabile spediente d'invitare Corrado.

Scese questi nella patria nostra (1027), agitata da tanti movimenti, e
mandando innanzi, secondo il consueto, a chiedere alle città l'omaggio,
e il fodero, la paratica e il mansionatico, contribuzioni che si
doveano alla casa regia, e consistenti il primo nelle vettovaglie per
mantenere il re e sua Corte, il secondo in una somma per riparare
le strade e i ponti, il terzo nell'alloggio dell'esercito e de'
cortigiani.

Portando più strage che guerra, Corrado a Pavia incendiò castelli e
chiese coi contadini che vi si erano rifuggiti, tagliò le viti, e fece
altre _prodezze_, come il suo storico Wippone le intitola; e a pari
guasto menò il marchesato di Toscana ed altre signorie confinanti.
Passò poi a Ravenna, e vi regnò _con gran podestà_; vale a dire che,
essendo nate le solite tresche fra' cittadini e i suoi soldati, si
cominciò strage, finchè l'imperatore, commosso dal vedersi venir
innanzi i primarj della città scalzi e colle spade nude alla mano,
in segno di esser degni d'aver tronca la testa, perdonò. Temperati i
calori estivi, mosse ver Roma con grosso esercito; e Rainero marchese
di Toscana per timore venne all'omaggio, e seco la Toscana tutta. Fu
accolto bene a Roma e coronato, crescendo la solennità il trovarvisi
due altri re, Rodolfo III di Borgogna, e Canuto d'Inghilterra,
che del suo regno veniva a fare omaggio ai papi. Ma qui i Tedeschi
causarono baruffe e versarono sangue, dove innumerevoli cittadini
rimasero uccisi, e gli altri con vimini al collo come degni di
capestro dovettero venire a chieder perdono del non essersi lasciati
scannare. Nè bastò. Eriberto di Milano pretendeva stare alla diritta
dell'imperatore, lo pretendeva l'arcivescovo di Ravenna; il primo
per dispetto o per prudenza se n'andò, e l'imperatore diede ragione a
lui, come a quello che coronava i re d'Italia; ma intanto Milanesi e
Ravennati vennero al sangue.

Corrado sottomise anche i principi di Capua e Benevento: ma appena
corse in Germania a quetare altre turbolenze, ecco si rinfoca la guerra
interna; onde egli accorso di nuovo (1037), pensò deprimere i vescovi,
ora che più non ne avea di mestieri per opporli ai grandi baroni; e
singolarmente quest'Eriberto, che colle concessioni antiche e nuove
degli imperatori, era reso oggimai despoto dell'Italia, e permetteva
che in nome suo si soprusasse[355].

Come Corrado entrò in Milano, accorsero a lui in folla i signori che
si teneano gravati da Eriberto, e gli domandavano giustizia; ed esso
prometteva renderla in una dieta, che di fatto tenne a Pavia con
tutta solennità per reprimere gli oppressori di vedove e pupilli e
chi tenesse ingiustamente beni ecclesiastici, e facendo mozzar mani
e teste. Singolarmente un Ugo, conte, tedesco, recitò un sequela di
torti fattigli da Eriberto; e Corrado ingiunse a questo di ripararli,
com'anche di recedere dalla pretesa superiorità su Lodi. L'altero
arcivescovo rispose che de' beni trovati alla sua chiesa o da lui
acquistati, non un palmo rilascierebbe per istanza o comando di
chichefosse. L'imperatore pien di maltalento, e risoluto di recidere
l'orgoglio prelatesco, il fece arrestare coi vescovi di Vercelli,
Cremona, Piacenza, e lo affidò a Tedeschi che non distingueano la
dritta dalla sinistra[356], e che lo chiuser prigione in Piacenza.
Se ne commossero i vassalli, offersero ostaggi all'imperatore, che
tenne gli ostaggi e non rilasciò il prelato; ond'essi si sparsero per
Lombardia cercando alleanze, mentre il popolo desolavasi, digiunava;
«dal vecchio al fanciullo gemevano, e deh quante preci al Signore,
quante lacrime si spargeano!»[357].

L'accorto Eriberto, secondato dalla badessa di San Sisto, si fe portare
squisitezza di cibi e vini, ed ubriacate le guardie tedesche, fuggì.
Il popolo milanese, che qui compare già ben distinto dai signori,
lo ricevette fra indicibili applausi, che tutti ricadeano a scorno
dell'imperatore. Il quale coll'esercito accorse, ed assediò la città;
ma salda di mura e di valor cittadino, questa si sostenne tanto
pertinace, che Corrado dovette andarsene, sfogandosi sopra le terre
aperte, e massime sopra Landriano: nominò anche un altro arcivescovo,
che mai non potè sedere.

Dal buon successo pigliò baldanza la fazione nemica ai Tedeschi; i
vescovi ed Eriberto mandarono perfino esibir la corona ad Odone conte
di Sciampagna; sicchè Corrado dovette sempre tenersi colle armi alla
mano; e principalmente n'ebbe a risentire Parma, dove nata una delle
solite capiglie fra soldati e cittadini, fu messo il fuoco alla città,
poi obbligata ad abbattere la mura, onde (dice il Muratori) imparassero
i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli oltramontani.

Le diete di tutti i vassalli non si poteano tenere che all'aria aperta
in vaste pianure, al che in Lombardia servivano o i prati di Pontelungo
fra Pavia e Milano, o più di solito la pianura di Roncaglia, tre miglia
da Piacenza fra il Po e la Nura. Quivi spesso si fecero adunanze, vuoi
dai grandi fra sè, vuoi dagl'imperatori; e quando uno di questi volesse
scendere in Italia, dava colà la posta a marchesi, conti, vassalli
vescovi, abati, capitanei, valvassori, e a chiunque tenesse feudo:
nel mezzo piantavasi il padiglione reale, distinto per un'antenna cui
era attaccato uno scudo; il banditore appellava i vassalli maggiori,
questi i loro dipendenti, perchè la notte seguente vegliassero a
guardia dello scudo e della tenda; e chi mancasse scadeva dal feudo.
V'erano ascoltati ne' primi giorni gli ambasciadori delle città, poi
si trattava dei pubblici interessi, passavasi a quelli dei signori e
alle quistioni feudali, indi coll'assenso dei grandi si pubblicavano le
leggi spedienti[358]. In quell'occasione v'accorreano pure saltambanchi
e mercatanti e curiosi, talchè alla sembianza d'un campo univasi
quella d'una fiera. In esse diete l'autorità regia prevaleva; ma
sciolte appena, ciascun signore tornava al proprio feudo ad esercitare
indipendente la giustizia o le prepotenze.

A Roncaglia dunque (1037 — 28 mag.) Corrado intimò la generale
assemblea. Politica degl'imperatori era stato l'elevare i deboli per
deprimere i potenti, e in conseguenza favorire le associazioni e i
Comuni, largheggiare immunità ai vescovi e sostituirli ai conti. E i
vescovi n'erano cresciuti in modo, da assimilare il regno d'Italia ad
una aristocrazia ecclesiastica; e sull'esempio d'Eriberto, cercavano
ridursi a soggezione anche i feudatarj che immediatamente rilevavano
dall'imperatore. D'altra parte erano ormai resi ereditarj i feudatarj
maggiori; ma questi negavano agl'inferiori quel che per sè aveano
carpito, e pretendevano che i feudi assegnati ai vassalli minori
fossero di grazia, talchè potessero ritorglieli a volontà, e morendo
l'investito, ritornassero ad essi, che con ciò si assicuravano un modo
di gratificare continuamente i servigi ottenuti, e di punire chi nella
fede vacillasse. Quest'incertezza di possessi faceva trascurare la
coltura, oltre porger cagione a rinascenti dissidj. Alle repugnanti
pretensioni pensò mettere qualche ordine Corrado, e deprimere i vescovi
ed i maggiori vassalli col dare appoggio alla nobiltà minore. Promulgò
dunque una celebre costituzione intorno ai feudi che, consolidando
l'antica consuetudine[359], vietava di svestire il vassallo se non
per sentenza d'una corte di pari, e con cognizione del re o de' suoi
commissarj; il figlio o il nipote legittimi succedessero al padre o
all'avo, esclusi quelli non nati bene, come sarebbe da donna d'inferior
condizione, o da nozze contratte coll'espresso patto che i nascituri
non succederebbero[360]; in difetto di prole sottentrassero i fratelli;
il signore non venda il feudo senza consenso dell'investito.

Enrico II aveva fiaccato i conti e marchesi, investiti di onori;
Corrado mortificava i grandi feudatarj, sollevando i piccoli, di modo
che la monarchia parea dovesse prevalere: ma la impedì il crescere dei
Comuni, i quali ben presto si risolsero in repubbliche.

Intanto Corrado vedeva l'esercito suo assottigliato, parte dalle
malattie, parte del congedarsi de' vassalli allo spirare del tempo
dell'eribanno. Anche le scomuniche papali provocò contro il contumace
Eriberto; ma non potè se non far promettere a' suoi ligi che
saccheggerebbero ogn'anno il territorio milanese.

In Germania sì egli, sì Enrico III suo figlio (1039), piissimo quanto
colto e coraggioso, consumarono il regno nel domare i signori riottosi,
por qualche freno al diritto del pugno, procurare la giustizia, e
combattere nemici. Nell'assemblea longobarda in Zurigo, esso Enrico,
deplorando che tanti in Italia fossero levati dal mondo per venefizio
e per diversi generi di morti furtive, (1054) pubblicò una legge
contro gli omicidj, ove si alterava l'antica istituzione germanica del
comporre a denaro pei delitti: poichè, coll'universale consenso de'
Longobardi, decretò che chiunque uccida altri con veleno o qualsiasi
altra furtiva morte, o consenta all'uccisore, sia punito nel capo e
colla confisca di tutti gli averi; dai quali si prelevino dieci libbre
d'oro per guidrigildo alla famiglia dell'ucciso, il resto si divida
metà al fisco metà alla famiglia stessa; laonde se l'uccisore fosse un
ricco, veniva a impinguarsi la famiglia dell'ucciso. Evidente contrasto
fra la legge romana e la germanica, alla quale poi aderendo, confermava
i duelli giudiziarj: chi nega un delitto, si difenda col duello se
libero, se servo col giudizio dell'acqua bollente[361].

Per Lombardia rincalzavano le quistioni fra i nobili superiori e
gl'inferiori, molti dei quali, spogliati dei beni per la sollevazione
della Motta, faceano tresca colla plebe; e questa, non ancora in
un Comune, ma aggregata in compagnie d'arte, più non soffriva di
vedersi mettere il piede sul collo dai feudatarj. Già nel 1035 era
scoppiata la discordia, poi si posò, ma presto rinacque. Un milite,
vale a dire un nobile milanese, venuto a diverbio per istrada con
un plebeo lo bastonò: alle grida accorsi popolani, accorsi nobili,
ne seguì un'abbaruffata generale, ed i plebei fecero tra sè una lega
per opporre la concordia alla forza. Lanzone, nobile mal contento, si
pose a capo de' plebei (1042), dandovi così quell'ordinamento e quella
disciplina, che sono sempre la maggiore difficoltà nelle sollevazioni
popolane; s'armano di qua e di là, stan sulle guardie come in terra
nemica, serragliano le vie; ogni più lieve pretesto cagiona risse e
battaglie; contro tegoli, sassi, acqua bollente, munizione plebea,
poco valgono le lancie e i cavalli de' nobili, i quali sono costretti
andarsene di città. Eriberto arcivescovo temette che, rimanendo, non
paresse fomentar la plebe contro i feudatarj, molti de' quali erano
suoi vassalli; fors'anche, per quanto propenso a sostenere i popolani
contro i nobili, non amava poi che quelli divenissero padroni; laonde
anch'egli fuoruscì.

I nobili raccolsero intorno a sè gli altri nobili della campagna[362]
e i proprj uomini de' contadi rurali della Martesana e del Seprio, e
fortificatisi in sei terre attorno alla città, teneano questa bloccata,
intercettando le vittovaglie. Non passava giorno senza qualche
avvisaglia, e molti erano morti; i prigionieri venivano uccisi o
straziati orribilmente.

Tre anni durò il blocco, con qual detrimento della città Iddio vel
dica; e Lanzone vedendo chinar alla peggio la sua fazione, raccolse
quant'oro seppe, e passò in Germania ad implorare l'imperatore.
Questi, che odiava Eriberto credendolo autore della scissura, promise
sorreggere i plebei contro i nobili, patto che ricevessero in città
quattromila suoi cavalli. Lanzone alle prime annuì, ma presto s'accorse
del pericolo di tal partito, onde pensò piuttosto a riconciliare i
dissidenti; e in fatto i nobili, che l'annuale saccheggio dei loro
terreni riduceva a povertà, rientrarono, obbligandosi a sloggiare dai
castelli della campagna per abitare in città almeno alcuni mesi d'ogni
anno, e sottoporsi ai magistrati di quella. Ecco pertanto sotto la
medesima giurisdizione ridotti e i cittadini e i vassalli, per modo che
restava costituito il Comune.

Morì poi Eriberto nel 1045; il quale, oltre politico, parve anche
buon prelato: in una carestia faceva distribuire ogni mattina ottomila
pani e otto moggia di grano, e ogni mese in persona dava abiti nuovi
e denaro, e così seguitò ben otto anni. Fin oggi ne' pontificali
si adopera un evangeliario su pergamena, da lui donato, ricchissimo
d'oro e gemme, e con un crocifisso e la figura dell'arcivescovo d'oro;
preziosi monumenti dell'arti d'allora, come il ritratto d'esso Eriberto
a fresco, che fu collocato ne' portici della biblioteca Ambrosiana.

Tutti i cittadini maggiori e minori e il clero si unirono per nominar
il successore; e poichè allora i re di Germania prevaleansi della
scostumatezza del clero per immischiarsi nelle elezioni, la città
presentò ad Enrico III quattro nobili soggetti (1045), dai quali
scegliesse egli il nuovo arcivescovo. Gli scartò tutti, preferendo
Guido di Velate, non appartenente alla nobiltà feudale, e che stava in
Corte di lui come secretario. Di qui nuove discordie col clero alto; ma
per paura del re fu ricevuto.

In quelle assenze e vacanze il popolo avea visto di poter reggersi
da sè, ed erasi dato un governo a comune; e nella dissensione
dell'arcivescovo coi proprj vassalli, crescea d'indipendenza. E
già dappertutto la bassa nobiltà trovavasi a cozzo colla superiore;
questa cercava assicurarsi le maggiori dignità ecclesiastiche dacchè i
prelati erano principi; i prelati, scelti a questo modo, si buttavano
a passioni e intenti secolareschi, restandone sovvertite la disciplina
ecclesiastica e la pace d'Italia.



CAPITOLO LXXVII.

Bassa Italia. I Normanni.


Lunghi e mal definibili eventi corsero i paesi meridionali, dal cui
avvicendamento sconnesso poc'altro si ritrae che l'infelicità degli
abitanti.

Dopo la spedizione di Lodovico II combinata con quella di Basilio
il Macedone, che allora ricuperò alla dominazione greca l'importante
piazza di Bari (p. 316), vi si erano formate due fazioni, una Franca,
l'altra greca, ispirate non dal miglioramento del paese, ma da
riguardi personali, da odj e vendette. Benevento manteneva il nome di
Longobardia, e comprendeva i paesi che or sono Terra di Lavoro, contado
di Molise, Abruzzo citeriore, e i due Principati, eccettuandone le
terre greche a mare; distribuito fra molti conti, di cui primi erano
quelli di Capua, poi di Marsi, di Montella, di Sora, di Molise, di
Consa ed altri, i cui titoli si conservarono nelle illustri famiglie
del regno[363]. Tutto disordine e violenza, menava guerre interminabili
contro il principe di Salerno, il quale poi riuscì ad averne Cosenza,
Taranto, Capua, Sora, metà del contado d'Acerenza. Da tale partigione
restò eccettuato il monastero di Montecassino, che avuto castelli e
baronie da' duchi, ne chiedeva la conferma o mundeburdio agl'imperatori
d'Occidente, e a questi prestava omaggio ligio.

La Puglia, cominciando da Ascoli e seguendo il lido adriatico, eccetto
Siponto e il monte Gargàno pertinenze beneventane, inoltre la più
parte della Calabria obbedivano ai Greci, che a questo teme della
Longobardia mandavano un catapano, sedente a Bari. Vi aggiungevano la
supremazia nominale de' ducati di Napoli, Amalfi, Gaeta. Il ducato di
Napoli stendeasi a ponente fin a Cuma, abbracciando Ischia, Nisida,
Procida, Pozzuoli, Baja, Miseno, e verso mezzogiorno Stabia, Sorrento,
Amalfi, l'isola di Capri. La capitale aveva parrochie, clero, capitolo
greco e latino; era governata al modo di Ravenna, con duci che, attesa
la lontananza degl'imperatori, spesso venivano eletti dal popolo,
rendevano un omaggio di sola apparenza all'Impero, come il duca di
Gaeta; e cercavano indipendenza coll'appoggiarsi ora ai Saracini,
ora ai successori di Costantino, ora a quelli di Carlo Magno che
pretendevano sempre all'eredità di Teofania.

Avendo i principi di Benevento assalito ed occupato Bari (887),
Leone il Filosofo, imperatore di Costantinopoli, mandò Simbatico per
castigarli; Benevento fu occupato, e sebbene redento dopo quattro
anni, quel principato non ricuperò più il suo lustro. Invece i duchi di
Capua, resisi indipendenti, ingrandivano a danno dei Saracini.

Gli Aglabiti, stanziatisi a Cuma e alla foce del Garigliano, faceano
prova di loro fierezza sui paesi circostanti, Oria, Sant'Agata,
Tèramo: altri di Sicilia venivano a devastare il continente, e intere
popolazioni rapirne in ischiavitù. I Pandolfi di Benevento e di Capua,
i Guaimari di Salerno non sentivansi abbastanza robusti per vincere
gl'infedeli; tanto più che, discordi fra sè, si perseguitavano in
continue nimicizie, con alterni successi. Gl'imperatori greci fecero
tratto tratto qualche tentativo per combattere i Saracini: una loro
banda, che era stata espulsa di Creta, assoldarono (967) per assalire i
loro fratelli in Calabria, e presero Bari e Matèra.

L'unica voce potente a congiungere i Cristiani, quella del pontefice,
sonò ancora, e Benedetto VIII papa raccolse tutti i vescovi ed i
visconti delle chiese (1016), e marciò contro quelli stanziati al
Garigliano. Tre giorni si fe battaglia; al quarto gl'Infedeli andarono
in rotta. Fra le spoglie fu rinvenuto un diadema valutato mille
libbre d'oro, cui il papa presentò all'imperatore Enrico II, e fra
i prigionieri la moglie del loro capo che rimase estinta. Il marito
irritato mandò al papa un sacco di castagne, per simbolo dell'armata
che fra poco menerebbe; e questi gliene rimandò uno di miglio, per
indicare con quanti guerrieri starebbe alla riscossa: ma in fatti da
Reggio e Cosenza troppo spesse occasioni ebbero i Saracini di saziarsi
di sangue italico, invocati ne' fraterni litigi.

Anche in Sicilia gli Arabi aveano esteso, ma non consolidato il
dominio; e qui come altrove gli sceichi o capicasa acquistarono potenza
a scapito dell'emir, e il paese si trovò diviso in gran numero di
piccole signorie osteggiantisi, sempre nemiche de' paesani, ai quali
imposero anche la decima di tutti i frutti della terra. Ai califfi
d'Africa non si prestava più obbedienza; pure ad essi ricorrevasi nelle
intestine discordie, le quali proruppero spesso in guerra civile.

Qui alle fortune del paese meridionale si mescolò un altro popolo.
Normanni, cioè uomini del Nord, è il nome rimasto a quella porzione
di Teutoni (_Deutsch_) che occuparono la penisola Scandinava, mentre
Franchi e Germani si dissero i loro fratelli piantatisi sulle provincie
romane. Somiglianti a questi per aria di volto, corpo elevato e
nobile portamento, da Odino aveano appresa una religione ferocemente
superstiziosa, e dal combattere una natura selvaggia aveano attinto
un'indole superbamente fiera; dei pericoli faceansi diletto; battaglie
accannite, tempeste spaventevoli, lontanissimi viaggi, i più mortali
pericoli erano loro esercizj e divertimenti. Devotissimi a un capo,
al cenno di lui affrontavano i ghiacci, gli orsi, le procelle; beati
se in questi perivano, perchè la loro anima era accolta nel paradiso
a vuotare generose tazze in braccio alle Walkirie, e la loro gloria
viveva sulle arpe de' cantori.

Vergogna per essi il morir sulle paglie delle paterne capanne.
Lanciatisi in corso, all'ingratitudine della terra natìa supplivano
vendemmiando i campi altrui, predando le messi della coste,
pirateggiando. Approdati, la prima selva che scontrino convertono in
flotta, cui rimorchiano su per fiumi ignoti; trovano ponti, chiuse,
ostacoli naturali? pigliansi le barche in spalla e passano oltre.
Oppure alla guida del più prode o più intraprendente, dopo consultati
gli Dei, uscivano a fondar colonie in paesi lontani; dove spartivano
fra sè i terreni, e nelle adunanze decidevano de' pubblici interessi,
sotto un capo ch'era capitano, giudice, sacerdote. Quanto prodi, erano
altrettanto scaltriti e cavillosi; rubavano e trafficavano; esibivano
il loro valore a chi li pagasse, spiando ogni occasione di furto,
di lucro, di formarsi un dominio nel paese ch'erano stati chiesti a
difendere.

Così popolarono l'Islanda, l'estrema Groenlandia, e forse si spinsero
fin nella Carolina d'America, cinque secoli prima di Colombo.
L'Europa per due secoli minacciarono, tanto che figurano nella
storia d'ogni nazione, e ne formarono l'aristocrazia guerresca.
Alcuni fondarono l'impero russo con Rurico; alcuni con Guglielmo
sottomisero l'Inghilterra; altri col nome di Varangi militarono al
soldo degl'imperatori bisantini; altri molestarono a lungo la Francia,
serpeggiando su pe' suoi fiumi, e piantando stazioni allo sbocco di
quelli, sinchè vi ottennero il ducato che da loro fu detto Normandia.

In questa nuova irruzione di Barbari non veniva un popolo intero,
bensì pochi guerrieri senza donne, e sposavano quelle dei vinti.
Gaufrido Malaterra loro concittadino li dipinge «astuti e vendicativi;
ereditarie fra loro l'eloquenza e dissimulazione; sanno abbassarsi
all'adulare, si avventano ad ogni eccesso qualora la legge non
gl'infreni: i principi ostentano magnificenza verso il popolo; il
popolo accoppia la prodigalità coll'avarizia; cupidi d'acquisti,
sprezzano ciò che hanno, sperano ciò che desiderano; armi, destrieri,
lusso di vesti, caccie, falconi son loro delizie; e se uopo accada,
sostengono i rigori del clima, la fatica e le privazioni della vita
militare».

Ma il mettere a taglia l'Europa non era più così facile dopo che era
spartita fra mille baroni, attenti ciascuno a difendere il proprio
brano di terra, e quando ad ogni tragitto di fiume, ad ogni valico
di monte presentavasi un uomo d'arme, col lancione e lo stocco e con
grossi mastini, ad arrestare il passeggero e riscuoterne il pedaggio,
se pur non rapiva bagaglio e persona.

Attemperando allora le antiche abitudini alle nuove idee del
cristianesimo, i Normanni, col bordone e il sanrocchetto, e con
fiere armi sotto la tonaca devota, disposti a combattere bisognando
ed a rubare potendo, pellegrinavano a Terrasanta, a San Jacopo di
Galizia, a San Martino di Tours, alle soglie degli apostoli a Roma,
gridando al sacrilegio di chi osasse turbarne il viaggio: talora per
via incontravano una castellana da sposare o un ducato da occupare,
non scrupoleggiando le colpe, delle quali al fine del pellegrinaggio
promettevansi l'assoluzione: trafficavano anche, se non d'altro, di
reliquie, stimate perchè giunte di lontano, ed utili a crescer credito
ad una chiesa o sicurezza al barone che se la mettesse sotto al giaco
allorchè andava ad appostare il rivale.

Già in antico il re del mare Hasting, e Biörn figlio di Lodbrok, eroe
famoso nelle loro canzoni, dopo presa Parigi (845), eransi proposto
di saccheggiare la metropoli del mondo cristiano. Raccolte cento
barche, predate in passando le coste di Spagna, toccato la Mauritania
e le Baleari, giungono ad una città italiana (867), di mura etrusche
fiancheggiate di torri. Que' fieri ignoranti la credettero Roma, ma
avvertiti che era Luni, saccheggiarono i contorni, e ripigliarono via
alla ventura; e scontrato un pellegrino, gli chiesero la migliore.
— Vedete queste scarpe di ferro che reco alle spalle? sono logore
affatto, e logore ormai quelle che ho ai piedi. Or quelle al partir mio
da Roma erano nuove, e di là a qui ho camminato sempre». Scoraggiati
da tanta lontananza, diedero indietro. Così una cronaca; ma altre
settentrionali riferiscono che, scambiando Luni per Roma, mandaronvi a
chieder rifugio e rinfreschi; il loro capo struggersi del desiderio di
essere battezzato e di riposare. Il vescovo e il conte offersero ogni
occorrente; Hasting fu battezzato, ma non per questo ammessi in città
i suoi commilitoni. Fra breve il neofito cade malato, e fa sentire che
intende legare il ricco suo bottino alla Chiesa, purchè gli conceda
sepoltura in terra sacra. In fatto, quando i gemiti dei Normanni
n'ebbero annunziata la morte, è con gran processione recato nella
cattedrale: ma quivi egli sbalza dalla bara tutto in armi, e secondato
da' suoi, trucida il vescovo e gli astanti. Impadronitisi della città,
i Normanni si chiariscono che non è Roma; onde, toltone il buono e
il meglio, le migliori donne e i giovani capaci dell'armi o del remo,
rimettono alla vela[364].

Nel tragitto a Terrasanta usavano i Normanni evitare la noja del
mare traversando a piedi l'Italia fin a Napoli, Amalfi o Bari, dove
trovavano frequenti imbarchi per la Siria; e tanto più che su quella
strada incontravano Roma, Montecassino e il monte Gargáno, meta di
devoti pellegrinaggi. Appunto verso il Mille, quaranta Normanni,
tornando di Palestina sopra vascelli amalfitani, capitarono a
Salerno mentre una flottiglia di Saracini vi si era presentata per
taglieggiarlo; e lieti d'adoprar il valore contro que' Musulmani di
cui aveano detestato la tirannide in Oriente, ajutarono a respingere
gli assalitori, protestando avere combattuto non per guadagno ma
per amor di Dio, e perchè non poteano soffrire tanta burbanza de'
Saracini[365]; e il principe Guaimaro III, congedandoli ben donati, li
pregò di tornarvi con altri loro nazionali. La pittura di questi climi
deliziosi, gl'insoliti frutti meridionali, le preziose stoffe con cui
Guaimaro accompagnò le preghiere, ne infervorarono l'umor venturiero;
e Osmondo di Quarrel (1013), con quattro fratelli e nipoti e coi loro
uomini ligi, vennero, e preso stanza sul devoto Gargáno, offersero il
lor valore a chi ne bisognasse.

In quel tempo il longobardo Melo, per valore e prudenza[366] principale
non solo in Bari ma in tutta Apulia, non potendo più tollerare la
superba nequizia de' Greci, odiati anche a motivo dello scisma, pigliò
intesa col proprio cognato Datto, e ribellarono il paese. Forse
costoro, come spesso, faceano del popolo la causa e l'ira propria;
fatto è che i Baresi non bene gli assecondarono, anzi ordivano
consegnarli ai Greci; ond'essi rifuggirono in Ascoli, pur essa insorta,
ma non si tennero sicuri che a Benevento e a Capua. Là meditando come
riscattar la patria dai catapani greci, chiesero Normanni al loro
soldo. Un buon numero, allettati da Osmondo col dipingere la delizia
del clima e la viltà dei possessori, giungono, respingendo gli abitanti
ancora idolatri del monte di Giove (San Bernardo); e forniti da Melo
d'armi e cavalli, e uniti a torme lombarde da lui raccolte, van contro
i Greci. Furono vincitori alle prime; ma poi Basilio Bugiano venuto
con abbastanza denari, ed edificate Troja, Draconario, Fiorentino
ed altri luoghi forti contro ai sollevati, scese a giornata con essi
vicino a Canne, e li vinse (1019) così, che di tremila Normanni soli
cinquecento sopravissero[367], e Osmondo stesso perì. Melo corse in
Germania invocando ajuti dall'imperatore Enrico II; ma quivi morì, ed
ebbe esequie reali. Datto, côlto per tradimento dai Greci, fu menato
s'un asino a Bari, poi, col supplizio de' parricidi, gettato al mare in
un sacco di cuojo.

Di que' trambusti profittarono i Saracini per rinnovare i saccheggi:
onde a reprimerli l'imperatore Costantino IX ritentò la conquista della
Sicilia; e con Russi, Vandali, Turchi, Bulgari, Polacchi, Macedoni
(1025), prese Reggio e lo distrusse. Punendo poi i popoli e le città
che si erano sottratte all'obbedienza, i Greci ebber ricuperato quanto
aveano perduto, e minacciavano Roma; sicchè i papi sollecitarono re
Enrico III a venire e salvarla.

Gli avanzi dei Normanni non erano scomparsi dalla Puglia, ma
guadagnavano col vendere il proprio valore ai principi longobardi o
agli abati di Montecassino; finchè Sergio duca di Napoli, sorpreso e
cacciato da Pandolfo principe di Capua, colla loro assistenza rimesso
in dominio, li compensò col donare la città d'Aversa a Rainolfo
fratello d'Osmondo, e il titolo di conte sopra un territorio contestato
fra i due dominj. Questa colonia diventò una potenza, di mezzo alle
popolazioni oppresse.

Le fortune de' loro fratelli traevano ogn'anno altri Normanni in
Italia. Tancredi, gentiluomo banerese della bassa Normandia, dopo
partecipato alle guerre di Roberto il Diavolo, invecchiava tra dodici
figli nel castello d'Altavilla. Trovandosi scarso di patrimonio, questi
vollero procacciarsene colle armi, e fatti alquanti compagni (1035),
tra pellegrini e guerrieri drizzarono alle nostre rive. Guaimaro IV,
principe di Salerno e di Capua, volontieri si valse del loro braccio
per sottomettere Amalfi e Sorrento. Come allora ai Longobardi, così
altre volte servivano ai Greci, per soldo non per dovere o fedeltà.
Abulafar e Abucab governatore della Sicilia vennero a guerra fra sè, e
Abulafar vinto ricorse a Michele il Paflagonico imperatore. Lietissimo
dell'occasione, questi spedisce Giorgio Manioki, valente capitano, il
quale, raccolti quanti più potè Longobardi e Normanni, tragittò in
Sicilia, e prese Messina e Siracusa. Mediante i soccorsi d'Africa,
gli Arabi poterono mettere insieme da cinquantamila combattenti:
eppure Manioki li ruppe al fiume Remata, prese tredici città, e forse
sbrattava l'isola se non avesse disgustato i proprj alleati.

Grandissimo valore aveano spiegato in quell'impresa Guglielmo Braccio
di ferro, Drogone e Unfredo figli di Tancredi d'Altavilla, capi della
colonia militare normanna; ma quando si fu a spartire le prede (1039),
nulla ottennero dalla greca avarizia. Disgustati, interrompono la
guerra, tornano sul continente, e attestati a Reggio di Calabria,
si danno a far ogni peggio alle terre dei Greci, col proposito di
strappare a questi la Puglia e la Calabria. Sommavano appena a sette
centinaja di cavalieri e cinque di fanti, quando si trovarono a fronte
sessantamila imperiali condotti dal prode Doceano; ed avendo l'araldo
proposta l'alternativa di ritirarsi o combattere, — Combattere»
gridarono tutti a una voce, e un Normanno con un pugno (1041) stese
morto a terra il cavallo dell'araldo. La pianura di Canne vide un'altra
volta sconfitti i Romani, ai quali non restarono che le piazze di Bari,
di Otranto, di Brindisi, di Taranto. Il bisogno rimette in credito
Manioki, il quale nella pianura di Dragina sconfigge gli Arabi (1043),
e manda a barbaro macello le città prese e riprese: Argiro di Bari,
figlio del famoso Melo, dichiarato principe d'Italia, cioè della Puglia
e Calabria, mena i Normanni alla vittoria.

Manioki aveva incaricato Stefano, patrizio di Sicilia e cognato
dell'imperatore Costantino, di vigilare attentamente il mare, sicchè
nessun Arabo sfuggisse; ma quegli lasciò scappare il loro capo. Il
capitano irritato non solo rimproverò ma battè Stefano, a' cui lamenti
l'imperatore diè ordine di mandar Manioki in ferri a Costantinopoli.
Questi invece si ribellò, e co' molti tesori tolti a Stefano
destinatogli successore, adescò truppe, e dichiaratosi imperatore
(1043), pose assedio a Bari. Argiro la difese intrepidamente, e
Costantino non vide miglior partito che amicarsi Argiro e i Normanni, a
questi confermando le conquiste, a quello dando il titolo di federato,
patrizio e catapano augusto. Dopo lunga resistenza Manioki dovette
fuggir per mare, poco tardò ad essere ucciso; e Argiro, congedati
i Normanni, tornò trionfante in Bari, conservando il titolo di duca
d'Italia. Spiaceva questo titolo a Guaimaro IV, e soldati contro di
lui i Normanni che testè per lui combattevano, lo assediò, ma non potè
altro che saccheggiar la contrada.

I dodici capi normanni, arricchiti dalle spoglie e dal riscatto
de' prigionieri, divisero tra sè il paese: a Guglielmo Braccio di
ferro Ascoli, a Dragone suo fratello Venosa, ad Arnolino Lavello, ad
Ugo Monopoli, a Pietro Trani, a Gualtiero Civita, Canne a Rodolfo,
Montepiloso a Tristano, Trigento ad Erveo, Acerenza ad Asclittino,
Sant'Arcangelo a un altro Rodolfo, Minervino a Rainfredo, Siponto
col monte Gargáno a Rainolfo conte d'Aversa; e ciascuno innalzò una
fortezza per assicurare i proprj vassalli, e si valse a talento delle
contribuzioni assegnate a ciascun distretto. Restava in comune Melfi,
metropoli e fortezza dello Stato, ove ogni conte teneva una casa ed un
rione separato[368], ed amministravano la pubblica cosa in adunanze
militari. Poi a Matera elessero per capo supremo Guglielmo «leone
in guerra, agnello in società, angelo nei consigli», conferendogli,
secondo l'espressione della Carta normanna, il diritto «di governare
colla verga della giustizia e di terminare le differenze colla lealtà»;
mentre dagl'indigeni riceveva il _gonfalone del comando_.

Questa feudalità fra due imperi non poteva vivere ed assodarsi
che mediante il valor personale di questo centinajo di prodi. Per
gl'italiani essi non erano che barbari e venturieri; spogliavano a
gara il popolo, nè il papa aveva autorità di reprimerli: pure, con
quell'indole loro pieghevole e subdola, vollero ottenere un appoggio
morale, e Guglielmo chiese dall'imperatore Enrico III il titolo di
conte della Puglia e l'investitura (1046). E l'ebbe, e fu confermata
a Drogone suo fratello e successore, aggiungendo ai Normanni il
territorio di Benevento, salvo la città, ch'era stata assegnata al
pontefice in cambio dei diritti sulla chiesa di Bamberga, donatagli da
Enrico I. Mostrando fare omaggio ora ai Greci or ai Latini, i dodici
conti in effetto non confidavano che nella propria daga, nè creduti,
nè credendo; ed ora guerreggiavano tra sè, ora si collegavano contro
nemici; e nemico consideravano chiunque possedesse bella donna,
buon cavallo, armadura o terreno da essi desiderato. La Corte di
Costantinopoli, dopo cercato con larghe promesse di trarre que' prodi
sulle frontiere di Persia a combattere i suoi nemici, lasciò che il
noto Argiro di Bari gli osteggiasse in ogni modo, sino a tramare di
assassinarli tutti a un'ora: in fatto molti perirono, e Drogone stesso
nella chiesa di Montoglio (1051); ma Unfredo suo fratello e successore
vendicò i suoi.

Nelle loro scorribande non rispettavano i beni delle chiese o de'
pontefici: e il ricco monastero di Montecassino mandarono a guasto e
ruba tale, che l'abate aveva stabilito trasferirlo altrove. Ma ecco un
giorno Rainolfo conte normanno con molti militi sale a quella deliziosa
altura; e quando i monaci stavano in isgomento d'ogni male, lascia le
armi e i cavalli fuor di chiesa, ed entra a pregare. I monaci, risoluti
a un colpo di mano, saltano su que' cavalli, e chiuso il tempio, e dato
nelle campane a martello, cogli accorsi villani assaltano i Normanni,
che inermi invocano invano la santità dell'asilo, da essi tante
volte violato. Molti furono uccisi; il conte prigioniero si dovette
riscattare col restituire tutte le possessioni usurpate[369].

I papi alzavano i consueti lamenti perchè i Normanni ammazzassero e
tormentassero i miseri abitanti, nè risparmiando tampoco fanciulli
e donne, spogliassero le chiese, e delle esortazioni si facessero
beffe. Leone IX contro di essi ottenne (1053) da Enrico III un grosso
stuolo, condotto da Goffredo di Lorena: ma ben presto costoro se ne
tornarono, non lasciando che da cinquecento persone. Con questi e
con altri raccogliticci nostrali e d'oltralpe, laici e cherici, il
papa in persona mosse a guerreggiarli, per quanto san Pier Damiani
ed altri savj disapprovassero che un pontefice s'accingesse d'altra
spada che della spirituale. I capi normanni spedirono per pace,
esibendogli l'omaggio de' loro possedimenti[370]; ma poichè egli dai
Tedeschi, che sprezzavano quella piccola gente, fu indotto a negar
patti finchè non avessero sgombra l'Italia, essi con tremila cavalli
e pochi fanti, tutta gente battagliera, presso Civitate[371] vennero
a zuffa, sbaragliarono que' raccogliticci, e il papa stesso colsero
prigioniero (1053 — 18 mag.). Quei che armato lo avevano sconfitto,
vinto l'adorarono, e gli chiesero perdono della vittoria, supplicandolo
ad infeudarli di quanto già possedevano, e di quanto acquisterebbero
di qua e di là del Faro. Non si fece pregare Leone; e in tal modo la
prigionia fruttò al papa meglio d'una gran vittoria, attribuendogli la
supremazia sopra un paese, sul quale non l'aveva mai pretesa. Argiro,
che aveva secondato l'impresa, cadde ferito; poi la disgrazia il rese
sospetto all'imperatore bisantino, che lo mandò in esiglio, ove si
uccise, liberando i Normanni da un nemico ostinato. I quali allora
sottoposero tutte le città della Puglia.

Ad Unfredo aveva agevolato le vittorie il fratello Roberto, detto
Guiscardo, cioè l'astuto; uomo, al dire di Guglielmo Apulo, d'alta
statura, di sommo vigore, spalle larghe, lunghi capelli, barba color
lino, occhi di fuoco, voce tonante; che maneggiava con una mano la
spada, coll'altra la lancia (1048); più scaltro d'Ulisse, più eloquente
di Cicerone. Venne di Normandia da pellegrino con soli cinque cavalli
e trenta fanti; e la povertà primitiva lo rendea cupido d'acquisti,
frugale con sè, largo cogli altri. Trovando da patrioti suoi già
occupato ogni cosa, egli solda avventurieri italiani, e fa guerra
di bande; e mentre Unfredo riduceva la Puglia in suo potere, esso
tenta la Calabria, correndo e predando, oggi ricchissimo, domani
affamato, presto in voce di valoroso fra quei valorosi. Unfredo ne
ingelosì, e sorpresolo durante un banchetto, fu per ucciderlo (1054);
poi si rappattumò seco, e gli concesse quanto aveva conquistato: ma
alla sua morte (1057) il Guiscardo ne occupò tutta l'eredità. Papa
Nicola II, che per le commesse violenze l'avea scomunicato, attesa
la sua docilità il ribenedisse, e non vedendolo pago del titolo di
conte, gli conferì quello (1059) di duca di Puglia, Calabria e di
quanto in Italia e in Sicilia potesse tôrre ai Greci o ai Saracini,
considerando come decaduti quelli perchè scismatici, questi perchè
infedeli: in ricognizione il Guiscardo e i suoi eredi e successori si
dichiaravano ligi della santa sede, alla quale contribuirebbero truppe
all'occorrenza e dodici denari pavesi ogni giogo di bovi[372].

Voglia il lettore porre ben mente a quest'atto, onde possa valutare
la giustizia o almeno la legalità della conquista normanna e della
supremazia pontifizia; poichè così veniva creato un gran feudo, che,
secondo la costituzione di Corrado imperatore, passerebbe ai figli
ed ai nipoti, e che rileverebbe dal papa, come il duca di Normandia
rilevava dal re di Francia.

Capitani e soldati alzarono Roberto sullo scudo, e da quel punto cessò
d'essere loro eguale per divenirne il principe; ma l'opposizione dei
nipoti spossessati e degli altri baroni insofferenti d'ogni preminenza,
gli fece logorar le forze, necessarie ad assodare il nuovo principato.

Ciò malgrado, al Guiscardo venne fatto di togliere ai Greci Reggio,
Squillace, Brindisi, Gallipoli, infine, malgrado i soccorsi orientali,
anche Bari (1071), ultimo loro possesso nella Magna Grecia. Con pari
fortuna sottrasse Capua ai duchi: poi invitato dagli Amalfitani,
attaccò Salerno, una allora delle più belle città, e rinomata per una
scuola di medicina a cui traevano malati d'ogni parte; dopo fiero
assedio l'ebbe, e così Amalfi (1075-77), terminando la dominazione
dei Longobardi, cinquecentonove anni dopo che Alboino avea confitto
la lancia sul suolo d'Italia. A Napoli pure e a Benevento mise
assedio, ridendosi delle scomuniche papali; finchè s'interpose uno
dei più famosi e santi personaggi di quel tempo, Desiderio abate di
Montecassino.

Roberto tant'era salito in gloria, che n'era ambita la parentela: Azzo
marchese, progenitore degli Estensi, Raimondo conte di Barcellona,
l'imperatore di Costantinopoli e quello d'Occidente gli chiesero le
figlie a spose de' loro figliuoli. Imbaldanzito sulle vittorie, Roberto
medita assalire l'impero d'Oriente, dove il suo genero era stato
stronizzato dalla nuova dinastia dei Comneni; côlti leggeri pretesti,
dichiara guerra ad Alessio imperatore (1081), e con cencinquanta
navi, e con galere di Ragusi, caricate per forza di trentamila uomini,
prende Corfù e Botronto. Anna figlia di Alessio ce lo dipinge «di pelle
rossa, capelli biondi, larghe spalle, occhi di fuoco, voce come quella
dell'Achille omerico che con un grido mette in fuga miriadi di nemici.
Soffrire superiorità altrui non poteva: parte di Normandia con cinque
cavalieri e trenta fanti; arriva in Lombardia, s'appiatta negli antri
e nelle montagne, e cominciando sua carriera guerresca con assassinj e
rapine, provvede i suoi d'arme, cavalli, denaro». L'esagerazione è gran
segno di paura!

Alessio affrettò la pace coi Turchi, che da Nicea minacciavano già
l'Impero, e chiese soccorso ai Veneziani, che, di mal occhio vedendo
questa nuova potenza in Italia, con buona flotta ruppero quella
del Guiscardo. Questi rifattosi pose assedio a Durazzo; e non che
sgomentarsi dell'esercito che Alessio aveva allestito con rinforzi
di Franchi e di Scandinavi assoldati, fe metter fuoco alle navi per
togliere a' suoi la speranza della ritirata, e accettò la battaglia (18
8bre). La moglie di lui vi comparve eroina, e benchè ferita, rimase tra
la mischia esortando, tanto che Alessio non dovette lo scampo che alla
propria spada e alla rapidità del palafreno. Durazzo è presa; Roberto
si addentra nell'Epiro: ma le perdite sofferte, i morbi sviluppati,
e triste notizie di turbolenze in Italia lo richiamano. A Boemondo
suo figlio lasciato in Grecia, Alessio oppone i Turchi, e fa ferire i
cavalli, sapendo come i Normanni poco valgano pedestri, onde al fine lo
riduce a ritirarsi.

Secondo la promessa fedeltà feudale, trecento Normanni ajutarono
papa Nicola a domare i conti di Tusculo; poi quando Gregorio VII era
dall'imperatore d'Occidente ridotto prigioniero in Roma (1084), Roberto
accorre, getta il fuoco alla città, e liberato il pontefice, seco il
mena trionfante a Salerno. Quindi nuova spedizione allestisce contro
la Grecia; e malgrado la flotta che gli affaccia Alessio, sostenuto
dai Veneziani, sbarca, sconfigge gli imperiali in ripetuti scontri per
mare e per terra, e saccheggia la Grecia e le città dell'Arcipelago.
Morte lo arresta (1085), e i Normanni si sparpagliano: ma poco andrà
che i suoi nipoti, segnati il petto della croce, verranno a sgomentare
Costantinopoli e i Musulmani[373].

Aveva Roberto conferito al minor suo fratello Ruggero il titolo
di conte di Sicilia (1072), ma niun mezzo di conquistarla che il
suo valore ed un cavallo. Gittatosi alla via, egli svaligiava
i passeggieri, massime quelli che per mercatanzia recavansi ad
Amalfi[374]: sua moglie, alla quale egli non potè tampoco costituire
una dote, gli coceva il parco desinare, e spesso tramendue non
possedeano che un sol mantello per uscir fuori: uccisogli in battaglia
l'unico cavallo, egli prese in ispalla la sella, e con questa si
salvò. Tal era il ceppo dei futuri reali di Napoli; il quale (1061),
coll'ardimento proprio alla sua nazione, tragittossi in Sicilia, a
titolo di redimere i Cristiani dalla servitù musulmana[375].

Dalle sconfitte avute dal prode e avaro Manioki s'erano rifatti gli
Arabi sotto l'inetto suo successore Stefano, e ricuperarono tutte le
fortezze perdute. Sola Messina resisteva, all'assedio della quale si
conversero tutte le forze arabe: ma Catalco Ambusto che vi comandava,
li sorprese (1040), uccise nella propria tenda Abulafar loro generale,
e fece ricchissimo bottino. Non seppe profittare della fortuna Stefano,
e non che riperder tutto, fuggì in Calabria.

Ma anche i Saracini guastavano se stessi colle reciproche nimicizie.
Due emiri si disputarono il primato, e soccombuti entrambi, la Sicilia
restò divisa fra varie piccole signorie; Abd-Allah ebbe Trapani,
Marsàla, Màzara, Sciacca; Alì ben-Naamh Castrogiovanni, Castronovo,
Girgenti; Ben-Themanh Siracusa e Catania; altri altro, nemici fra loro,
molesti tutti al paese.

Questo Themanh avea sposato Maimuna sorella di Alì ben-Naamh; ma un
giorno ubriaco le fece aprir le vene. Ella, guarita a stento, fuggì
al fratello, il quale assalse e spodestò il cognato. Themanh rifuggì
allora sul continente a Ruggero, e lo aizzò a conquistare l'isola.
Volentieri l'ascoltò il venturiero, e passato lo stretto, piantò su
Messina la croce, che n'era strappata da ducentrent'anni. All'assedio
di Traina in val di Demona a' piedi dell'Etna, i trecento suoi seguaci
resistettero a tutte le forze dell'isola; alla giornata di Teramo
(1063) trentamila nemici furono sconfitti da centrentasei Cristiani, e
Ruggero assicurò che san Giorgio, patrono de' guerrieri, avea pugnato
con essi, e serbò per san Pietro le bandiere nemiche e quattro camelli,
e da papa Alessandro II ricevette in ricambio la bandiera di San
Pietro.

I Pisani faceano allora vivo traffico in Sicilia, e specialmente
a Palermo; ed essendo disgustati degli Arabi, raccolsero un forte
naviglio, e spintisi contro la catena di quel porto la spezzarono:
entrati, non poterono prendere la città, atteso il gran numero di
Musulmani accorsi, ma portarono via in trionfo la rotta catena; di
sei navi riccamente cariche, cinque bruciarono, l'altra condussero in
patria, dell'opimo bottino valendosi per fabbricarvi il duomo.

Ventott'anni si ostinò Ruggero (1089) per togliere l'isola ai Saracini,
ai Greci ed ai naturali: la resa di Palermo segna l'epoca in cui la
stirpe dei Beni-Kelb fu spossessata. Ben-Avert teneva ancora Siracusa
e Noto; e Ruggero, assalitolo per mare, lo sconfisse ed uccise; e dopo
assedio fierissimo ebbe anche Siracusa, poi Girgenti e Castrogiovanni,
e ultime Butèra e Noto: col che potè dirsi padrone di tutta l'isola,
della quale investì il fratello Roberto, per sè conservando Palermo e
Messina. Rincacciando poi i Musulmani, assalì anche Malta, obbligandoli
a tributo e a rilasciare i prigionieri cristiani. Presi molti beni per
la sua famiglia, molti assegnatine alle chiese, altri distribuì a' suoi
seguaci, dando così origine alla feudalità in Sicilia, e ripristinò
i vescovi nelle sedi. Molti ricchi Musulmani uscirono di paese:
ai rimasti Ruggero lasciò il culto e le proprietà, privandoli però
d'alcuni diritti, come d'aver botteghe, mulini, forni, bagni pubblici;
gli ebbe nell'esercito, ed erano una metà di quello che, nel 1096,
stringeva la ribellata Amalfi; in arabo si poneano ancora le iscrizioni
e battevansi le monete.



CAPITOLO LXXVIII.

La Chiesa. Simonia e concubinato. Gregorio VII. La contessa Matilde.
Guerra delle Investiture.


Fra quell'universale scombuglio, sola la società cristiana rimaneva
immobile; società d'intelligenze, che non fondandosi sopra cose
contingenti, ma sulla perpetuità delle idee, soffrendo e combattendo
consolidava la propria unità e indipendenza, diffondeva nozioni
ed esempj d'ordine, di pace, di personale dignità; alla forza che
presumeva poter tutto, metteva un limite di verità, di giustizia,
d'amore; tendeva senza posa ad assimilare quanto stavale dattorno, e
conquistare i conquistatori, non badando alle nazioni ma agli uomini,
e proclamandoli eguali perchè tutti creature di Dio, liberi perchè
tutti servi ad un signore non terreno. Tale assimilazione incarnò
essa nel sacro romano impero, come principio d'equilibrio politico e
tutela di sociale giustizia: ma gravi tribolazioni e scosse ebbe di
là donde attendeva sollievo e franchezza. Perocchè gl'imperatori, con
pretensioni vaghe e col mal definito possesso dell'Italia, nocevano
all'indipendenza di questa e alla dignità reale; i papi, costretti
cercare possedimenti quando dai terreni derivava ogni podestà e ogni
sicurezza, intesero in senso materiale il morale arbitrio che loro
attribuiva la coscienza de' popoli. Quindi il cozzarsi delle due
podestà, e difficile l'assegnare fin dove di ciascuna giungesse la
ragione, e cominciasse il torto.

I possessi ecclesiastici, protetti contro il disordine, erano meglio
coltivati degli altri; onde, non solo per pietà, ma per metterli in
salvo dalla generale violenza, molti offerivano alle chiese i proprj
averi, ricuperandoli poi a titolo di livello e di precario; e tanti
in Italia davansi alle chiese come oblati o manimorte, che re Lotario
dovette imporre, chi il facesse senza necessità, rimanesse nulladimeno
soggetto all'eribanno e all'altre pubbliche gravezze. Le decime,
consiglio dapprima, divennero comando; e la superstizione vedeva i
demonj svellere le spighe dal campo dei renitenti. Aggiungetevi le
donazioni che la pietà e la politica dei re vi faceva, e il tributo
d'interi regni, e comprenderete il perchè lautissimi possessori
riuscissero i conventi, le chiese, le mense vescovili. E poichè sulla
proprietà territoriale era piantata la società, alto grado occuparono
nella gerarchia feudale; vescovi e abati acquistarono i diritti di
moneta, tributi, giudizj di sangue e le altre regalie; baroni insieme e
gran sacerdoti, intervenivano a far leggi e creare il re. Convertiti in
elettori, i vescovi poterono dettare ai re precetti diversi da quelli
che suggeriva la sbrigliata prepotenza, e giuramento di mantenere le
prerogative del popolo e i diritti della Chiesa.

Costumati a governo regolare là dove ogn'altro era scomposto, i
sacerdoti ne porsero l'esempio ai Barbari, i quali od affidarono loro
o con loro divisero la direzione delle pubbliche cose. Traendo a sè
le cause a cui per alcun appiglio si attaccasse idea religiosa[376],
grandemente allargarono la giurisdizione; e poichè è canone non poter
uno essere due volte processato pel delitto medesimo, con infliggere ai
sacerdoti delinquenti la punizione ecclesiastica venivasi ad esimerli
dalla ordinaria. Il vescovo era sottratto a qual si fosse tribunale,
appena dichiarasse appellarsi al papa; in caso diverso, non poteva
essere giudicato da meno di dodici vescovi, nè condannato che sovra
deposizione di settantadue testimonj fededegni.

Non poco giovò alla civile equità il diritto, ai vescovi riconosciuto,
d'ammonire l'autorità di qualunque disordine, e chiedere fossero
abrogate o mutate le leggi devianti dalla giustizia. Quindi la
protezione in cui la donna, balocco di regie passioni, fu presa da
essi onde mantenere la santa castità del matrimonio, e sublimarlo
nell'opinione; quindi le barriere poste all'abuso de' giuramenti e dei
duelli giudiziarj; e se le ordalie non abolirono come troppo radicate
nella consuetudine, le trassero però a sè coi riti, siccome un modo di
campare molti innocenti. Ad egual modo non essendo possibile strappare
ai signori il privilegio della ostilità privata, vi posero ripari
secondo i tempi, l'asilo nei luoghi sacri e la tregua di Dio.

Il loro capo dovea poi naturalmente acquistare nello Stato una
posizione, che non è nell'essenza della missione sua, ma che non vi
ripugna: e se già da prima il papa interveniva come giudice od arbitro
ne' grandi interessi dell'Occidente, più il fece dopo che all'estesa
monarchia di Carlo Magno successero tanti piccoli regni, di forze
equilibrate.

Nello sminuzzamento feudale nulla importava alla Francia quel che
facessero la Danimarca o la Croazia: ma Roma prendea pensiero dello
Spagnuolo come del Polacco; spediva legati e nunzj, prima che si
usassero ambasciadori; deputava giudici e stabiliva tribunali di
nunziatura là dove non conosceasi altro diritto che la spada; dettava
leggi comuni, fondate su una giustizia eterna. Tutti quei popoli
dunque veneravano la romana chiesa; alla sua primazia piegavansi i
nuovi convertiti, giacchè da essa erano venuti gli apostoli loro;
i metropoliti lontani portavano i loro piati alla curia romana. Un
sacerdote inerme, che, scevro da mondani interessi, pronunzia nelle
contese de' principi, o fra questi e i popoli; parla d'onestà e dovere
a coloro, cui unico diritto sono il capriccio e la forza; ovvia le
guerre, protegge il debole; è un tipo sublime che per avventura mai
non fu pareggiato dalla realtà: ma forse vi accostarono altri sistemi
inventati dappoi per mantenere una libera alleanza fra i popoli
d'Occidente?

Attribuire l'incremento dell'autorità pontificia ad astuzia
tradizionale e a millenarie ambizioni, è sapienza da caffè durante
il medioevo. Non un palmo di terra s'aggiunsero per la via usata
dai principi, la conquista; diversi d'umori, di passioni, d'affetti,
d'ingegno, dall'un all'altro si trasmisero una volontà costante nelle
cose superiori; nelle terrene la lor politica orzeggiava come gli
uomini; perciò in quelle ebbero potenza irresistibile, in queste si
schermivano a stento dal più fiacco nemico: baroni e re prepotenti o
popoli rivoltosi toglievano loro i possessi e fin la libertà; intanto
che la loro voce sonava temuta e venerata nelle parti più remote; e i
popoli esultavano che ai grandi sovrastasse una podestà per arrestarne
il despotismo, il quale soltanto è possibile dove i re si persuadono
nulla aver di superiore.

L'autorità ecclesiastica poi dei papi, ingrandita col restringere
il potere dei metropoliti, revocare a Roma la collazione di molti
benefizj, sottrarre agli ordinarj i conventi e i beni parrochiali,
favorire le pretensioni dei canonici, fu consolidata dalle false
Decretali.

Furono queste inventate dai papi per erigervi la propria primazia?
o l'autore si propose di supplire alla mancanza di un codice
ecclesiastico conforme ai bisogni del tempo, raccogliendo titoli
antichi anche spurj; trasformando in vere decretali altri, a cui il
pontificale romano alludeva, o desumendoli da storici e da padri
della Chiesa e da collezioni anteriori? Ne disputano gli eruditi:
ben sappiamo che, al risorgere della critica, il Valla e i cardinali
Baronio e Bellarmino ed altri non meno pii che dotti non esitarono
a dichiararle false; ma al comparir primo trovavansi così conformi
ai principj ed alle istituzioni della Chiesa, che i più le accolsero
senz'altro, sinodi e papi le citarono, altri compilatori vi fecero
sopra fondamento, e ne restò legittimata la supremazia papale.

Ma altrettanto erano altere le pretensioni dell'autorità secolare, onde
non era possibile procedessero senza venire a cozzo. La Chiesa avea
sempre gelosamente provveduto che l'elezione de' prelati rimanesse
libera, e fatta per merito non per sollecitazioni, o tumulti, o
mercato. Ma quando ogni possesso ed ogni autorità si ridusse feudale,
tal si volle ridurre anche l'ecclesiastica: e parve ai re poter
obbligare i prelati a prestar loro l'omaggio e chiedere la conferma
de' possessi e delle giurisdizioni; ed essi ne gl'investivano colla
tradizione dell'anello e del pastorale.

Il diritto d'investirli dava ai re una grande ingerenza anche
nell'eleggerli, e presto una specie di padronanza nelle cose
ecclesiastiche. Mentre riduceano i sacerdoti ad obblighi secolareschi,
_raccomandavano_ spesso le badie a qualche secolare (_commende_),
cioè gliene attribuivano i frutti, lasciando al clero i pesi. Di
qui un traffico di ecclesiastiche dignità, le quali portando lucro e
potenza, procacciavansi con denaro, o, come lamentava san Pier Damiani,
«coll'adulare il principe studiandone le inclinazioni, obbedendo
ad ogni suo cenno, applaudendo ogni parola che gli caschi di bocca,
andandogli in ogni cosa a versi. Non è comprata cara la dignità con sì
lunga servitù, col far da parasito e buffone per diventare vescovo?»

Dal soverchio ingrandimento veniva dunque umiliazione vera al clero;
onde Attone vescovo di Vercelli[377] non rifina di compiangere le
tirannidi usate ai vescovi, accusati da chi che fosse, costretti
a difendersi col giuramento e col duello; intanto che i principi
carpivano al clero e al popolo le elezioni; e non ai più degni, ma
guardavano a parentele, servigi, ricchezze; talchè s'accumulavano
in un solo molte prelature, o attribuivansi a fanciulli che appena
sapessero qualche articolo di fede, tanto da rispondere ad un esame
di semplice formalità. Manasse possedeva i vescovadi d'Arles, Milano,
Mantova, Trento, Verona: già incontrammo un vescovo di Todi di dieci
anni, un papa di nove. Il padre che avea portato in braccio suo figlio
alla sede, mercanteggiava a nome di lui cariche, parrochie, benefizj,
riscoteva le decime e il prezzo delle messe, e colla spada faceva e
disfaceva nella diocesi, come fra' suoi vassalli[378].

Gli uomini di retta volontà rifuggivano da tali accatti; onde le
cattedre restavano a gente che, entrata di rapina a guardia del gregge,
come avrebbe offerto quella perfezione di virtù che è richiesta dalla
Chiesa? come avrebbero potuto essere gli uomini di Dio e del popolo, se
prima dovevano essere gli uomini del re? e come non essere gli uomini
del re, quando questo li sceglieva secondo i suoi interessi? Ben la
santità di alcuni e la bontà del basso clero manteneva la distinzione,
che il carattere e le funzioni pongono fra laici e sacerdoti: ma
quelli d'illustre nascita o di elevata dignità si brigavano nelle
occupazioni della nobiltà, e meglio della teologia e delle pacifiche
virtù credevano s'addicessero al grado loro le armi, il mestar partiti
e maggioreggiare nelle Corti.

Quando Arnolfo arcivescovo milanese si condusse ambasciatore alla
Corte greca, traeva immenso codazzo d'ecclesiastici e secolari, fra
cui tre duchi e assai cavalieri, ai quali avea distribuito pelliccie di
màrtoro, di vajo, d'ermellino; esso poi montava un cavallo non solo di
ricchissima bardatura, ma ferrato d'oro con chiovi d'argento.

Da questi scialacqui come rifarsi? dilapidando le chiese e i poveri,
rivendendo le dignità minori, guastando così l'umor vitale fin
nelle parti estreme. Assenti dalle diocesi anche per tutta la vita,
corteando, addestrandosi alle battaglie colle caccie, i vescovi
corrompevano i proprj e lasciavano corrompere i costumi del clero in
guisa deplorabile. Ad esempio de' grandi, i patroni secolari faceano
bottega de' piccoli benefizj. I laici non badavano alle scomuniche,
sapendo che già le aveano incorse quelli che le lanciavano. Chi non
avesse altro, vendeva le preghiere, essendo invalso che uno potesse
adempiere alle penitenze d'un altro, e con orazioni o con battiture
espiar la pena dovutagli. Domenico Loricato ebbe questo nome perchè
portava un petto di ferro, e catene attorno al corpo, e spesso
assumevasi la penitenza dei cento e dei mille anni. Credevasi allora
che tremila sferzate equivalessero a un anno di penitenza; e durante
la recita dei cencinquanta salmi poteansi dare quindicimila colpi. Col
recitar dunque venti volte il salterio sotto continua flagellazione
adempivasi alla penitenza di cento anni; e talora Domenico la compiva
in sei giorni[379].

Non solo le cronache, ma le invettive de' santi ed i concilj
testimoniano tale depravamento, da mostrare che veramente divina era
l'istituzione della Chiesa se non soccombette. Uno dei più virtuosi
e dotti di quel secolo fu Pietro da Imola (988-1072), che abbandonato
dalla madre a curare i majali, fu tolto a educare dal fratello Damiano
arcidiacono di Ravenna, da cui per riconoscenza prese il nome di
_Damiani_. Presto fu maestro egli stesso, e sequestratosi dal mondo
nel romitaggio di Fontavellana, aperto allora dal beato Ludolfo appiè
dell'Appennino nell'Umbria, ne divenne abate, e molti eremi fondò
e de' suoi scolari molti vide unti vescovi. I papi lo adoprarono in
affari scabrosissimi, e lo fecero cardinale vescovo d'Ostia, dignità
che non accettò se non dopo minacciato di anatema, e non si tenne
contento se non quando alfine impetrò di tornare nel suo convento. Fra
una vita operosissima, preghiere, digiuni, cilizj erano sua continua
compagnia, dormiva s'una stuoja, e ricreavasi coll'intagliare cucchiari
ed altri arnesi di legno. Inventò l'uffizio della Madonna: oltre le
cencinquantotto lettere e relazioni sugl'importanti negozj ch'ebbe
a trattare con re e con prelati, ne abbiamo settantacinque sermoni,
vite di molti santi suoi contemporanei, e sessanta opuscoli esegetici,
teologici e storici, in dettatura migliore de' contemporanei, eppur
diffusa e intralciata, e con un cumulo di miracoli e apparizioni di
morti.

Zelantissimo della miglior disciplina, torna ogni tratto a deplorare
il pervertimento de' prelati, e — Han fame d'oro (intuona), e dovunque
giungono vogliono vestir le camere a gale di cortinaggi, meravigliosi
di materia o di lavoro. Distendono sulle seggiole gran tappeti ad
immagini di mostri; larghe coltri sospendono alla soffitta perchè
non ne caschi polvere; il letto costa più che il sacrario, e vince in
magnificenza gli altari pontifizj; la regia porpora d'un solo colore
non contenta; e si vuole coperto il piumaccio con tele miniate d'ogni
genere di splendori. E perchè ci puzzano le cose nostrali, godono
soltanto di pelli oltremarine, condotte per molto argento: il vello
della pecora e dell'agnello si ha in dispetto, e voglionsi ermellini,
volpi, màrtori, zibellini. Mi vien fastidio a numerare queste borie,
che movono a riso, è vero, ma a tal riso che è radice di pianto,
vedendo questi portenti d'alterigia e di follia, e le pastorali bende
sfavillanti di gemme e qua e là scabre d'oro»[380].

Il beato Andrea, abate di Vallombrosa, esclama: — Era il ministero
ecclesiastico sedotto da tanti errori, che appena si sarebbe trovato
alcuno alla propria chiesa; chi con isparvieri e cani dandosi attorno,
perdevasi in caccie; chi faceva da tavernajo, chi da usuriere; tutti
con pubbliche concubine passavano vituperosamente lor vita, tutti
fradici di simonia, tanto che nessun ordine o grado dall'infimo al
sommo poteva ottenersi se non si comprava al modo che si comprano le
pecore. I pastori, cui spettava rimediare a tanto guasto, erano lupi
rapaci»[381].

Raterio nacque d'un legnajuolo, e anche divenuto vescovo di Verona
amava fabbricare e restaurar chiese; così povero che nè cappellano
aveva nè famiglio; nessun lusso nel vestire e nel calzarsi, dormire
in terra o sopra un pancone, tenere a mangiar seco ogni qualità di
persone, digiunare talvolta fino a nona, facendo penitenza per gli
altri; non che curare le maldicenze, donò dodici soldi d'argento a uno
che gli aveva detto ingiuria. Egli muove caldissimi lamenti contro il
clero nostrale, che sollecitava la libidine con vini e cibi; e raccolto
un concilio, trovò che molti nè tampoco sapevano il _credo_[382]. A
Farfa, Campone e Ildebrando avvelenano l'abate, e a forza di denari il
primo ne ottiene la dignità; ma Ildebrando scontento solleva i vicini
di Camerino, caccia Campone, e si fa donno del monastero; Campone con
maggiori somme si trae dietro altri, recupera il posto, e attende a
mettere al mondo figliuoli e arricchirli coi beni del monastero.

Alberico, nominato vescovo di Como da re Enrico II (1010), di cui
era cappellano, donò ai monaci Benedettini un podere del clero di
Sant'Abondio, perchè questo ne faceva scialacquo _in pazzie e in
cure secolari_. Aveva sotto di sè vassalli, gastaldi, avvocati, il
visdomino; e fu degli zelanti nel riformare il clero. Eppure avendo
avuta da re Corrado in commenda la ricchissima badia di Breme in
Lomellina, per venirne in possesso fece metter le mani addosso
all'abate, e cacciatolo in carcere lo costrinse a giurargli fedeltà.
Poi al tempo del ricolto andò al monastero, e fece egual violenza a
due monaci che per avventura si opponevano alle sue depredazioni; ma la
notte, ecco san Pietro gli compare al letto, e non pago di rimproveri,
lo batte e mutila in sì mal modo, che la mattina avendolo i monaci
costretto a partirsene, tra via morì[383].

Clero e popolo, trovandosi esclusi dalle nomine, e imposti superiori
sconosciuti o perversi, mal si rassegnavano all'obbedienza, e ne
nascevano turbe e tumulti. A Firenze il vescovo Pietro di Pavia
era tacciato di aver compra la dignità dall'imperatore; contro
lui principalmente alzano la voce san Gualberto fondatore dei
Vallombrosani, e Tenzone che da cinquant'anni stava murato in una
celletta; pretendeano non si dovessero ricever da esso i sacramenti,
e accusavano di connivenza Pier Damiani, il quale rispondeva che,
ammettendo ciò, vi sarebbe da un pezzo interruzione nel ministero
della Chiesa di Dio. Per finirla, il vescovo mandò ad assaltare il
convento di San Salvi, trucidando quanti monaci furono côlti (1067).
I sopravissuti invocarono il giudizio di Dio per provare esser Pietro
indegno di quella sede. Eretti due roghi vicini e accesili, il monaco
Giovanni vi passò scalzo senza nocumento o dolore; Pietro si ritirò in
un monastero, e Giovanni _Igneo_ divenne cardinale e vescovo d'Albano.
Di Roma abbiam già detto abbastanza e troppo.

A tanta corruzione i concilj opponevano decreti di morale e di
disciplina: s'introducevano regole più austere, qual fu l'Ordine
dei Cluniacesi (910), che dalla Francia ove nacque presto si diffuse
anche in Italia; il severissimo de' Certosini (1084), dal fondatore
san Brunone portato alla Torre in Calabria. Romoaldo, nobilissimo
ravennate e confidente di Ottone III, ritiratosi nel deserto di
Camaldoli (_campus Maldoli_) (1012), tra le più belle faggete e abetine
che coronino la vetta degli Appennini, fabbricò una chiesa e cellette
distinte per ciascun monaco, dettando una regola di continui digiuni e
prolungati silenzj. Incessantemente egli predicava contro la simonia, e
disciplinava il clero; molti prelati simoniaci venivano a consultarlo,
«ma (dice Pier Damiani) non so s'egli abbia emendato un solo; tanto è
dura quest'eresia, e tanto difficile la guarigione, che con meno fatica
si convertirebbe un Ebreo». A un conte Olibano, che venuto con gran
corteo alla sua cella, gli espose i proprj peccati, intimò non potrebbe
salvarsi se non rinunziando alle pompe del secolo: e quegli obbedì, e
si fe monaco. A Ottone III, in penitenza dell'avere ucciso Crescenzio,
impose pellegrinasse a pie' scalzi da Roma al monte Gargáno, poi nel
monastero Classense di Ravenna digiunasse l'intera quaresima, cinto
di cilizio, e dormendo s'una stuoja. Esso imperatore l'obbligò a uscir
dalla solitudine per riformare il monastero Classense; ma que' monaci
non sapeano adattarsi a tanto rigore, sicchè Romoaldo ruppe la verga,
e tornò al suo ritiro. Qui visse fino a cenventitre anni; poi Rodolfo,
quarto priore, fabbricò a valle il convento di Fontebuona, i cui monaci
doveano procurare i poveri alimenti agli eremiti della montagna; e
quella congregazione, approvata da Alessandro II (1072), acquistò
dappoi tante ricchezze, quanta a principio n'era stata l'umiltà.

In una delle ricorrenti baruffe cittadine era stato ucciso un nobile
fiorentino, e tutta la parentela tenevasi obbligata a vendicarlo.
L'uccisore stava dunque in grande apprensione, e scontrato uno d'essi
parenti, per nome Giovanni Gualberto, in un calle ov'era impossibile
cansarlo, dandosi perduto, si gittò a terra colle braccia tese a pietà.
Giovanni, venerando la croce che in quell'atto egli rappresentava, gli
perdonò; e colla tenerezza infusa da una buona azione entrando in San
Miniato, parvegli che un crocifisso s'inchinasse, quasi ringraziandolo
d'aver perdonato a suo riflesso. Tocco dal miracolo, lascia il mondo
quando di maggiori attrattive lusingava la sua giovinezza, e a malgrado
del padre (1060), raccorci i capelli, veste l'abito; poi per desiderio
di maggior solitudine si colloca a Vallombrosa negli Appennini,
rimettendo al primitivo rigore la regola di San Benedetto, dando a'
suoi un vestire di grossa lana bianca e bruna, e, cosa nuova, con frati
laici distinti di condizione, a' quali era permesso parlare mentre
fuori attendevano a lavori.

Leone da Lucca, che, sebbene abate della Cava, andava far legna al
bosco, e grossi fasci ne portava a Salerno da vendere per vantaggio dei
poveri, riprese più volte l'avarizia e crudeltà del principe Gisolfo;
ma trovandolo incorreggibile, gli predisse che sarebbe spodestato
da Roberto Guiscardo. Più d'una volta presentossi alle prigioni, e
senza che alcuno osasse opporsegli, liberò quei che il principe avea
condannati a morte.

E Giovanni Gualberto, e San Nilo, romito di Calabria, ed altri di
quel tempo moltiplicarono miracoli di conversioni, ma la voce e
l'esempio de' pari loro riuscivano d'efficacia parziale, nè a piaghe
incancrenite poteva venire il rimedio se non da quel seggio, alla cui
altezza principi e popoli affisavano lo sguardo. Ma la sede romana
era talmente contaminata, che gl'imperatori ne coglievano pretesto per
collocarvi loro creati, perpetuando in tal modo l'abuso delle illegali
elezioni. Gerberto, monaco dell'Alvergna, poi abate di Bobbio, fu
dotto nelle matematiche, le quali voleva nelle scuole si accoppiassero
alla dialettica per crescere forza e penetrazione agli intelletti;
introdusse o estese l'uso delle cifre arabiche, con gran cura adunava
libri, pose a Magdeburgo un oriuolo forse a bilanciere, e chi entrasse
nella camera di lui, vi vedeva astrolabj, sfere, cifre strane, e
l'altro corredo da astrologi e maghi. Fu dunque creduto un di costoro,
e che avesse patteggiato col demonio per apprendere que' bei trovati e
i modi di salire alla suprema dignità. Questi modi però erano scienza
superiore ai contemporanei e perseveranza: e dopo che fu arcivescovo di
Reims, Ottone III suo scolaro il collocò arcivescovo di Ravenna (999),
in fine papa col nome di Silvestro II[384].

Soli quattro anni regnò, e ne' successivi (1003-12) il prefetto di
Roma e la fazione dei conti di Tusculo portarono al seggio Giovanni
XVII e XVIII, Sergio IV, infine Benedetto VIII uno di essi conti, che
illaudabile come pontefice, dell'abilità guerresca si giovò a snidare
da Luni i Saracini. Denaro e forza gli diedero successore il fratello
Romano ancora laico (1024), console e senatore di Roma, che volle
chiamarsi Giovanni XIX, e che vendette per ripagarsi. Poi la fazione
stessa tusculana fece eleggere un suo nipote Teofilatto (1033), di
dodici anni, che disonorò colla scostumatezza il nome di Benedetto IX.

Due volte dalla pubblica indignazione cacciato e surrogatogli Silvestro
III, due per la forza imperiale ricuperò la tiara; la vendette a
Giovanni XX, poi col denaro ritrattone soldò gente e ripigliolla.
Graziano arciprete, entrato conciliatore, sì bene destreggiò e spese,
che ottenne per sè il pontificato (1044), col nome di Gregorio VI.
Allora sedettero tre papi contemporanei, che non pensavano a regolare
la Chiesa, ma a spartirsene gli emolumenti.

Invitato a riparare a tali disordini, Enrico III convocò a Sutri un
concilio, ove Silvestro III e Giovanni XX furono sentenziati d'intrusi,
e Gregorio, confessando averlo ottenuto per vie riprovate, depose il
pastorale, e si ritirò fra i Cluniacesi. L'imperatore fece eleggere
Sugero vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II (1046),
coronò Enrico, e pensava svellere la dominante simonia, ma pontificò
appena un anno. Al morir suo, Benedetto IX ritorna[385]; ma Enrico
spedisce a Roma Poppone vescovo di Bressanone, che pochi giorni siede
papa col nome di Damaso II; indi la dieta raccolta a Worms elegge
Brunone vescovo di Toul (1048). Così, per evitare le doppie e le turpi
elezioni, credessi necessario che i re destinassero i capi alla Chiesa,
e preferissero Tedeschi, meno corrotti e alieni dalle fazioni. Brunone
aveva cercato sottrarsi al papato sin col fare pubblica confessione
de' proprj peccati: indotto poi ad accettarlo, nell'avviarsi a Roma
volle averne parere con Ildebrando, monaco di Cluny in gran riputazione
di dottrina e virtù; il quale mostrandogli l'indegnità di un'elezione
laica, l'indusse a mutare l'abito pontificale in quel di pellegrino,
fin a tanto che il popolo e il clero di Roma non lo avessero
liberamente nominato.

Finchè vendevansi le chiese, finchè se ne otteneano le dignità per
moneta e brogli, finchè il libertinaggio di chi le occupava inchinavasi
ai principi venditori più che non ai pontefici riformatori, potea
mai sperarsi che i vescovi ricuperassero l'indipendenza d'autorità,
di cui avevano fatto getto per acquistare la libertà de' costumi?
Depravata la Chiesa perchè si secolarizzò, bisognava tornarla alle
norme ecclesiastiche, rinvigorire il sacerdozio, il monachismo; sopra i
malvagi, di qualunque grado fossero, istituire un censore, disoggetto
da temporali potenze; e tale non potendo essere se non il papa, era
duopo sottrarne l'elezione ai laici, sciogliere i sacerdoti dal legame
feudale, e perciò isolarli dalle famiglie. Chi si accingesse a rompere
il triplice vincolo della terra, della famiglia, dell'autorità con cui
il clero trovavasi legato alla società, troverebbe durissimo cozzo nei
re che scapitavano di potenza, nei preti che perdevano comodità alle
passioni, nelle molli abitudini. Non poteva egli esser dunque che un
eroe; nè i passi dell'eroe e in età sciagurate vanno misurati col metro
dell'uomo ordinario e de' tempi quieti.

Nel monastero di Cluny era cresciuto Ildebrando (n. 1013), di Soana
nel Senese; ed erudizione profana e sacra, integerrimo costume, cuor
retto, giudizio ponderato nell'ideare, ferma prudenza nell'eseguire,
presto lo segnalarono. Stomacato della universale corruttela, vide
non potersi correggere il mondo se non correggendo la Chiesa che
n'era capo; e vigile, attivo, indomito, sempre fondato sulla vetusta
tradizione e sul voto del popolo, vi si applicò quando fu preso a
consigliere dai pontefici. Le nefandità, tra cui era testè corso il
papato, lo convinceano che ogni male venisse dal restare la suprema
dignità commessa all'elezione interessata e corrotta de' secolari: ma
poichè non si poteva di tratto abolire la pretensione degl'imperatori,
cominciò a sanare le nomine regie col sottometterle alla rielezione
del clero e del popolo. In questo intento consigliò Brunone d'entrare
in Roma da pellegrino (1049), e quivi chiedere il suffragio di chi
solo v'avea diritto. Brunone, che fu Leon IX, il fece, ed annunziò
il divisamento di deporre i vescovi simoniaci; ma trovò il male così
esteso, che fu costretto rallentar quel rigore, imponendo solo quaranta
giorni di penitenza ai convinti.

Lui morto (1055), Enrico III nominò il monaco Gebardo suo consigliere,
persona specchiata, che assunto il nome di Vittore II, per sè e
coll'opera d'Ildebrando procacciò a riformare la disciplina. Dopo di
lui, una fazione, sazia di tanti papi tedeschi, portò al seggio Stefano
IX (1057), che fu zelantissimo della disciplina, e che, morendo dopo
soli otto mesi, pregò non si eleggesse il successore fin quando di
Germania non tornasse Ildebrando. Però Gregorio conte di Tusculo,
armata mano, fe proclamare l'inetto Giovanni vescovo di Velletri
(1058), col nome di Benedetto X. Ildebrando, conoscendo che il papa
d'una fazione sarebbe ancor peggio che il papa d'un imperatore, si
unì ai grandi, a Pier Damiani e ad altri cardinali, pregando dalla
imperatrice Agnese un altro pontefice, il quale fu Gerardo vescovo
di Firenze. Ildebrando, che ne recò l'annunzio, ebbe cura fosse
rieletto in un sinodo a Siena, ove prese il nome di Nicola II (1059);
e perchè più non si rinnovassero le elezioni tumultuarie, lo indusse a
toglierne il diritto al re ed al popolo, per affidarlo ad un concilio
di cardinali vescovi e cardinali cherici[386], salvo l'approvazione del
clero e l'onore dovuto all'imperatore.

I grandi, stizziti del vedersi tolto il lucroso privilegio, spedirono
chiedendo un papa al nuovo imperatore Enrico IV; e i prelati lombardi
da lui convocati a Basilea (1061), abrogata la costituzione di
Nicola, stanziarono che il pontefice dovesse scegliersi nel _paradiso
d'Italia_, come definivano la Lombardia, acciocchè avesse viscere
tenere a compatire la fragilità umana, ed elessero Cadolao vescovo di
Parma, che si fe dire Onorio II[387]. Venne costui a prendere possesso
della dignità colle armi, alleandosi anche colla fazione di Tusculo;
ma Ildebrando avea già fatto proclamare dai cardinali Anselmo da
Baggio vescovo di Lucca, col nome di Alessandro II. Lo scisma proruppe
in guerra civile, dove il papa legittimo restò vinto in prima, indi
vincitore. Solo dopo molti anni l'arcivescovo di Colonia Annone, tutore
di Enrico IV, lo riconobbe: e Cadolao, gran tempo sostenuto nel Castel
Sant'Angelo da Cencio, che comprò a contanti, riuscì a fuggire, senza
però mai rinunziare alle sue pretensioni. Un concilio adunato a Mantova
chiarì legittima l'elezione di Alessandro.

Tanta potenza esercitando, riverito come signore dai papi medesimi, da
un pezzo Ildebrando avrebbe potuto sedere sulla cattedra di san Pietro,
qualora l'avesse ambita; ma celebrandosi le esequie di Alessandro, la
folla (1073) invade tumultuosamente la basilica Laterana, acclamando
d'ogni parte Ildebrando papa per volontà di san Pietro. Egli accorse
al pulpito per chetare quel disordine; tutto invano; nè il gridare
ristette finchè i cardinali non ebbero annunziato pontefice l'eletto
dal popolo e dall'apostolo. Allora la pompa del nuovo papa e le
acclamazioni si mescolarono in modo strano all'apparato funebre e al
corteo di suffragio.

Con ciò si preveniva l'intervenzione e la probabile opposizione
imperiale, e assicuravasi ai cardinali il contrastato privilegio
elettorale: pure Ildebrando ne informò Enrico, pregandolo sottrarlo
da quel peso, altrimenti dichiarandosi mal disposto a soffrire i
comporti di esso imperatore. Malgrado questa diffida, non avendovi
trovato ombra di simonia, Enrico non potè negare l'assenso. Allora
col nome di Gregorio VII piglia assunto di guerreggiare la simonia e
l'incontinenza, che da due secoli insozzavano la sposa di Cristo; trova
che la forza domina dappertutto? e' vuol dappertutto far prevalere il
pensiero; trova il pontificato fiacchissimo, robustissimo l'Impero?
e' si propone di sottometter questo a quello, come l'anima comanda al
corpo, come l'ingegno dirige le braccia. Viaggiò per Italia amicandosi
i prelati buoni; e agevole dovunque trovasse docilità, inflessibile
coi contumaci, instaurava l'antica disciplina. Abbracciando l'intera
cristianità nelle sue attenzioni, dove in persona non giungesse
moltiplicavasi per via di legati; non negligeva le minuzie della reggia
e della cella; ingiunse che tutti i vescovi nelle proprie chiese
facessero insegnare le arti liberali; e non badava a farsi nemici,
perchè in ogni atto si proponeva non la superbia umana, ma la salute
delle anime.

Divenuto il sacerdozio e le prelature impiego dei ricchi, quest'una
cosa mancava, che quelle comodità non si dovessero comprare colle
astinenze del celibato, nè il posseder benefizj togliesse i godimenti
della famiglia; da ultimo si rendessero patrimonio le dignità, i
vescovadi, il papato, introducendo anche nella Chiesa l'assurdità delle
cariche ereditarie ch'ella avea sempre rejetta. Ed a questo pure si
tendeva; e già in molte diocesi era invalso il matrimonio dei preti,
che la prudenza, il decoro, la libertà necessaria al clero aveano fatto
vietare. Allora dunque che Gregorio richiamò la trascurata proibizione,
si allegavano la consuetudine d'alcune diocesi, i privilegi speciali,
i legami di famiglia già contratti, e un lamento levossi per tutta la
Chiesa occidentale.

Il clero dell'alta Italia erasi di buon'ora corrotto, e già al tempo
de' Longobardi Paolo Diacono deplorava che più nessuno frequentasse
il San Giovanni di Monza, in grazia de' suoi preti concubinarj
e simoniaci. Ne' contorni di Brescia, al 790, uscì un monaco ad
annunziare imminente la fine del mondo, colpa la depravazione dei
monaci; e spacciatosi profeta, distribuì i suoi seguaci in cori
d'angeli, guidati da arcangeli, e maltrattò i monaci, sinchè non venne
mandato a morte[388].

A Milano il mal costume era cresciuto in proporzione delle ricchezze
e della potenza del clero; e indarno il concilio di Pavia avea voluto
interdire il matrimonio ai preti, che pretendevano appoggiarsi ad
una concessione di sant'Ambrogio[389]. Vi serpeva pure la simonia,
e fin dall'820 papa Pasquale si lagnava colla chiesa milanese del
trafficarvisi d'ordini sacri. Per ciò e per ambizione quel clero stava
alieno dalla santa sede, e per due secoli se ne tenne quasi separato,
pretendendo che la chiesa di sant'Ambrogio non fosse inferiore a quella
di san Pietro. Guido da Velate (1045), postovi arcivescovo per favore
del re e contro il privilegio del capitolo[390], vendeva le cariche,
scaricava su altri il peso del suo ministero, mentr'egli consumava
tempo ed entrate in caccie ed esercizj guerreschi. L'alto clero il
favoriva per imitarlo; ma il minore ed il popolo ne prendeano scandalo
e nausea, a tal segno che, mentr'egli celebrava, l'abbandonarono tutto
solo all'altare.

A capo de' rigorosi stava Anselmo da Baggio, prete della metropolitana;
onde Guido lo fece dall'imperatore destinare vescovo di Lucca. Neppur
là dimenticò egli la patria; e udito come Guido avesse nominato sette
diaconi indegni, corse a Milano, e s'affiatò con Landolfo Cotta ed
Arialdo d'Alzate, principali fra i rigoristi, e cominciarono alzar
la voce a rischio della vita, più ascoltati quanto più apparivano i
vizj del clero. Tosto si formarono due fazioni nella diocesi: una
dell'alto clero co' suoi parenti ricchi e titolati e sostenuti da
forte vassallaggio, e li chiamavano i Nicolaiti; l'altra detta dei
Patarini, poveri e plebei, ma forti nella bontà della causa e nel
favore della moltitudine. Fin alle armi si venne; ma trovato chi osa
dire una verità, può soffocarsene il suono? Roma sostiene quelli che
il ferro dei grandi minaccia e che i sinodi provinciali scomunicano.
Pier Damiani e Anselmo da Baggio, spediti legati dal papa in Lombardia,
mostrato come fosse ingiusta la pretensione di non dipendere da Roma,
tornarono la chiesa milanese all'antica sommessione, e in un sinodo
a Roma quell'arcivescovo tenne il primo posto, e ricevette dal papa
l'anello, col quale fin allora i re d'Italia erano soliti investirlo.
Lasciarono in carica Guido, affinchè il deporlo non mettesse sgomento
agli altri, tinti della pece istessa; ai meno colpevoli imposero di
digiunare a pane e acqua, per cinque anni, due giorni ogni settimana,
e tre nelle quaresime di pasqua e del san Giovanni; a' più rei, sette
anni, oltre il digiuno d'ogni venerdì, vita durante; all'arcivescovo
per cento anni, dei quali però poteva riscattarsi a prezzo; e dovea
promettere di mandar tutti i preti colpevoli in pellegrinaggio a Roma o
a San Martino di Tours, ed egli stesso andare a San Jacopo di Galizia
e al santo sepolcro[391]. All'eguale effetto riuscirono nel resto di
Lombardia.

Mal soddisfatti de' miti provvedimenti, e accorgendosi come gli
avversarj dissimulassero solo per necessità, incalorirono l'opposizione
Arialdo e Landolfo, poi alla morte di questo il fratello Erlembaldo,
ancor più risoluto, e che allor allora tornando dal pellegrinaggio in
Terrasanta, aveva infervorato il proprio zelo col visitare le soglie
degli Apostoli, dove il papa lo elesse confaloniere della Chiesa.
Anselmo da Baggio, salito papa col nome di Alessandro II, favorì di
forza gli zelanti, mentre Erlembaldo allettava plebe e giovani (1065),
e a capo d'armati strappava dagli altari i preti concubinarj, e correva
da Milano a Roma per attingere incoraggiamenti e forza. Di rimpatto il
clero istigava la boria patriotica contro Roma, i nobili difendevano
colle armi i loro parenti e creati; onde ogni giorno baruffe e sangue:
scene riprodotte nelle altre città, come gli scandali che vi davano
occasione.

E del furore armato cadde vittima Arialdo con orribili strazj. Il
sangue esacerba le ire; Guido co' suoi è cacciato; ed egli vende la
dignità a un Goffredo, che d'intesa coi vescovi e coi capitanei di
Lombardia, va coll'anello e col pastorale al re di Germania, e gli
propone di sterminare i Patarini se lo investa dell'arcivescovado.
L'imperatore, desideroso d'umiliare il papa e chi per lui,
accondiscende alla domanda, e l'intruso s'accinge all'effetto: ma
Erlembaldo piglia le armi, e dopo saccheggi e incendio, rimasto
padrone della città, governa con un consiglio di trenta persone,
confisca i beni di qualunque prete non possa con dodici testimonj
giurare di non aver avuto affare con donne: molti, insofferenti della
insolita dominazione, fuoruscirono; più volte si tornò alle mani,
intanto che gli uni e gli altri imparavano a governarsi senza nè
conte nè arcivescovo, in vera repubblica. Principi e buffoni cuculiano
quegl'involontarj divorzj dei preti: i nobili rientrati s'affaticano
a screditare i Patarini, e blandiscono il popolo col proporgli una
confederazione, allo scopo di assicurare l'integrità della chiesa
milanese.

Morto Guido (1071), Erlembaldo fa eleggere arcivescovo un giovinetto
Attone; e la fazione contraria si leva in armi, assale il prelato, che
non potè salvar la persona se non salendo in pulpito e abdicando: ma
Roma lo riconobbe, e scomunicò Goffredo. Erlembaldo continuava guerra
ai concubinarj; ma i nobili tornati in armi lo uccisero (1075), e il
popolo lo onorò come martire.

Il conte Everardo, uno scomunicato spedito da re Enrico, adunati i
signori lombardi a Roncaglia, li ringraziò d'avere ucciso Erlembaldo,
proscrisse i Patarini, e fece eleggere un nuovo arcivescovo; in modo
che tre persone portavano questo titolo. Ma il popolo, che pativa dalla
corruzione del clero, che mal comportava si sperdessero in reo lusso le
ricchezze concedute alle chiese per sollievo de' poveri, che dal rigore
de' monaci era stato avvezzo a considerare come perfezione il celibato,
e che suol pretendere maggiori virtù da chi lo dirige, vigorosamente
sostenne il decreto del papa che l'imponeva, maltrattò i renitenti, li
respingeva dagli altari o fuggiva dai loro sacrifizj; onde quell'ordine
prevalse, dopo quasi un secolo di contrasti. Sciogliendo i sacerdoti
dai legami della famiglia, assicurava una milizia, devota interamente
al pontefice, e intenta a saldarne la potestà; toglieva che le dignità
passassero per retaggio, anzichè essere attribuite per merito; e che
divenissero beni di famiglia quelli che erano stati commessi alle
chiese come patrimonio universale dei poveretti.

Il patriarca di Aquileja, dopo la quistione dei Tre Capitoli,
era rimasto a capo di quanti vescovi reluttavano alle decisioni
del pontefice; alfine piegò anch'esso, ed ora nel ricevere il
pallio dovette dare un giuramento (1079) che poi si estese agli
altri metropoliti e ai vescovi nominati direttamente da Roma; ove
s'obbligavano al modo stesso che i vassalli al signore, cioè di
serbare fedeltà al pontefice, non tramare contro di lui nè rivelarne
i secreti, difendere a tutta possa la primazia della chiesa romana
e le giustizie di san Pietro, assistere ai sinodi convocati da esso,
riceverne orrevolmente i legati, non comunicare con chi da esso fosse
scomunicato: di poi vi s'aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie
degli apostoli, o mandare chi rendesse conto dell'amministrazione della
diocesi; osservare le costituzioni e i mandati apostolici, nè alienare
verun possesso della mensa se non consenziente il santo padre.

Resa al clero la potenza che trae dalla virtù, bisognava saldare
l'indipendenza col toglier via la pietra dello scandalo, il diritto che
i signori laici arrogavansi d'investire coll'anello e col pastorale i
prelati; occasione di simonie e di elezioni indegne. — E che! la più
miserabile femminetta può scegliersi lo sposo secondo le leggi del suo
paese; e la sposa di Dio, quasi vile schiava, dee riceverlo di mano
altrui?» così sclamava Gregorio VII, e forte nella propria volontà e
nel voto del popolo, al quale si appoggiò in ogni suo atto[392], e dal
quale trasse la forza portentosa di superare tanti ostacoli, proibì
agli ecclesiastici di ricevere investitura di qualsiasi benefizio
per mano di laico, pena la destituzione; e ai laici di darla, pena la
scomunica.

Secondo il diritto politico, il capo dello Stato non premineva a' suoi
vassalli se non per la superiorità attribuitagli dall'infeudazione;
laonde col togliere ai signori d'investire i prelati si sottraevano
questi dalla loro dipendenza, e sottometteasi al pontefice forse un
terzo dei possessi di tutta cristianità. Se poi la Chiesa rinunziasse
ai beni e ai diritti pei quali davasi l'investitura, rimaneva spoglia
d'ogni autorità temporale e dipendente dai principi come oggi il
clero protestante. Se, al contrario, conservandoli ella si esimesse
dal chiedere ad ogni vacanza la conferma secolare, non solo diventava
indipendente, ma sarebbesi dilatata in potenza fin a rendere vassalli i
principi. Non rifuggiva da queste conseguenze Gregorio, poichè, volendo
rigenerare la società per via del cristianesimo, non credea potervi
arrivare finchè la sede romana non fosse levata di sopra dei troni. Ne
veniva per diritta conseguenza il suo mescolarsi alle cose temporali
e al governo de' popoli: ed agli uni vietò il trafficare di schiavi,
ad altri rinfacciò i vizj; scomunicò re contumaci, obbligò altri a
continuare alla chiesa romana quell'omaggio con cui i loro predecessori
ne aveano compensato la tutela; e dove i baroni degradavano gli uomini
alla condizione di bestie da soma, egli voleva rialzarli con santità
più che umana. In ogni sua opera, nulla pel vantaggio personale, tutto
per la Chiesa: inesorabile cogli altri come con se stesso, di fede
irremovibile in ciò che credeva disegno della Provvidenza, egli stesso
si dà come un abitatore delle regioni dove non penetrano mai la nebbia
della paura nè le ombre del dubbio: altri papi aveano gemuto, esortato,
negoziato, transatto; Gregorio comanda, ardisce ogni estremo, vuole
che la potenza papale non abbia altri limiti che la volontà di Dio e
la coscienza, e per correggere gli abusi si colloca di sopra dei re,
interessati a conservarli.

Si foss'egli incontrato in principi degni, poteva rigenerare la
Chiesa e il mondo: ma in quella vece ebbe a cozzare con malvagi; e il
resistere alle arti loro lo portò a metter fuori tutte le armi che gli
erano offerte dal suo tempo e dalla sua posizione.

Era succeduto al trono di Germania Enrico IV (1056), re nella cuna,
orfano a sei anni. Educato a tracotante idea della regia potenza,
e a spregio della disciplina ecclesiastica, ai venticinque era già
un tirannello rotto ad ogni bruttura; maltrattò la moglie; le case
contaminava colle libidini, spinte fin nelle sorelle. Singolarmente
egli offese ne' più preziosi diritti i Sassoni, che i loro unendo ai
lamenti di tanti altri, si diressero al pontefice come al repressore
d'ogni vizio e tirannide, come all'appoggio d'ogni sforzo contro gli
abusi; e l'esortavano a deporre quest'indegno regnante: diritto, io
non cerco se giusto, ma riconosciuto in quel tempo non solo dal gius
canonico, ma dal civile de' Tedeschi. Gregorio, già disgustato di
questo imperatore che facea mercato pubblico delle sacre dignità e
tenevasi attorno persone scomunicate, lo citò a giustificarsi davanti
a un concilio in Roma. Più sdegno che timore ne prese Enrico, e gli
rispose che il deponeva di pontefice.

Ecco dunque due podestà che minacciano a vicenda distruggersi: l'una
avea per sè l'opinione popolare, l'altra la violenza; e ciascuna usò le
armi sue.

Allora non si pensava che le cose di governo s'abbiano a regolare non
colla morale ordinaria, bensì con una particolare equità. Allora (e
giovi ripeterlo a costoro che la libertà credono nata jeri) uno non
nasceva re, ma doveva essere eletto; cioè condizione del regnare,
era l'esserne meritevole; nè i re erano despoti, ma temperati
dall'assemblea generale della nazione, e dall'autorità pontifizia che
contrappesava la regia, e manteneva la libertà civile. Che se i re non
volessero chinarsi a' suoi decreti, un'arma terribile aveva in mano il
papa, e propria dei tempi, come n'era propria quella potenza.

Fin dai primi secoli del cristianesimo, la scomunica, oltre escludere
dalla sacra mensa e dalle benedizioni, proibiva di abitare, mangiare,
discorrere col reprobo, e traeva anche conseguenze civili, come
di rimoverlo dagl'impieghi, dalla milizia, dai giudizj. Lentata la
devozione, bisognò crescere lo sgomento delle scomuniche con riti e
formole tali da spaventare la prepotenza armata; gettavansi per terra
candele ardenti, imprecando che a quel modo si spegnesse ogni luce al
maladetto; alcuna fiata fu persino scritta la sentenza col sacrosanto
vino. Qualora poi si trattasse di un potente, veniva interdetta la
città o tutta la provincia dov'egli aveva abitazione o dominio.

Terribile pena! I fedeli restavano privi di quella parola e di quelle
cerimonie religiose che dirigono l'anima in mezzo ai turbini, e la
francheggiano nelle lotte della vita. La chiesa, monumento ove tanti
segni visibili rappresentano la magnificenza del Dio invisibile
e dell'eterno suo regno, sorgeva ancora di mezzo alle stanze de'
mortali, ma come un cadavere senza sintomo di vita: più il sacerdote
non consacrava il pane e il vino per le anime cupide del vivifico
nutrimento; non rilevava coll'assoluzione i cuori oppressi dal rimorso;
negava l'acquasanta al segno del combattimento e della vittoria. Muto
l'organo, muti gl'inni, che tante volte aveano tornato sereno l'animo
contristato; muto il solenne mattinare delle suore di Cristo: le
campane più non toccano che qualche volta a scorruccio; non più suona
la parola di salute dal pulpito, donde l'ultima ora che il santuario
restò aperto, lanciaronsi sassi, significando alla turba che in pari
modo Iddio l'avea rejetta. Le porte della chiesa del Dio vivente erano
chiuse al par di quelle della terrestre: estinte le lucerne tra canti
funerei, come se la vita e la luce avessero ceduto luogo alle tenebre
e alla morte: un velo nascondeva il crocifisso e le effigie edificanti
che parlano al senso interno per via degli esterni. Solo a qualche
convento era permesso, senza intervento di laici, a bassa voce, a
porte chiuse e nella solitudine della notte, supplicare il Signore a
ravvivare colla grazia gli spiriti estinti. La vita non era santificata
nelle importanti sue fasi, quasi più non esistesse mediatore fra il reo
e Dio; il fanciullo era accolto al battesimo, ma senza solennità, quasi
di furto; i matrimonii si benedicevano sulle tombe, anzichè all'altare
della vita. Il sacerdote esortava a penitenza, ma sotto il portico
della chiesa e in negra stola: quivi soltanto la puerpera veniva a
purificarsi, e il pellegrino a ricever la benedizione pel suo cammino.
Il viatico, consacrato dal prete solitario, portavasi in segreto al
moribondo, ma gli si negava l'estrema unzione e la sepoltura in terra
sacra, anzi talvolta ogni sepoltura, eccetto a preti, a mendichi,
stranieri e pellegrini. Le solennità, epoche gloriose della vita
spirituale, in cui il signore e il vassallo univansi all'altare nella
comunanza della gioja e della preghiera, diventavano giorni di lutto,
ove il pastore fra il suo gregge raddoppiava i gemiti e i salmi della
penitenza universale e il digiuno. Interrotto ogni commercio, questa
morte dell'industria scemava le rendite del signore: i notaj tacevano
negli atti il nome del principe colpito: ogni disastro consideravasi
come frutto di quella maledizione.

Chi non sa immaginarsi quanto effetto dovessero produrre simili
castighi in secoli bisognosi di fede e di culto, pensi che avverrebbe
se si chiudessero i teatri, i balli, i caffè nella nostra età,
bisognosa di divertirsi, di cianciare, di spensare, come quella di
credere e di pregare.

Gregorio VII mitigò il rigore delle scomuniche, e mentre dapprima
colpivano chiunque avesse a fare collo scomunicato, egli ne eccettuò
la moglie, i figliuoli, i servi, i vassalli, chi non fosse abbastanza
elevato per dare consigli al principe, e non escludeva dall'usare
a questo gli atti di carità. Egli non fu parco di scomuniche a re
prepotenti; ed, oltre il polacco Boleslao, ne fulminò il normanno
Roberto Guiscardo, che tardava a far della Sicilia omaggio alla
santa sede, e che, piegatosi al colpo, le chiese pace e ne divenne
protettore.

Cencio, prefetto di Roma, opponevasi all'autorità sacerdotale, e viepiù
dacchè il re fu in contrasto col papa, sicchè questo lo scomunicò.
Ricco e poderoso quanto iracondo, e sperando così gratificare ad
Enrico, penetra costui nella chiesa ove Gregorio compiva le imponenti e
affettuose cerimonie della notte di natale, e presolo pei capelli, lo
trascina nel suo palazzo (1075). Il popolo, che in Gregorio venerava
il proprio rappresentante, unanime si levò a rumore, e assalita la
fortezza, lo prosciolse, e sulle braccia recollo a finire a sera la
messa interrotta all'alba: nè Cencio sarebbe ito salvo, se Gregorio con
magnanimo perdono non avesse mostrato quanto l'uom del popolo sentasi
superiore a quel della spada.

L'appoggio della fazione di Cencio avea dato baldanza a re Enrico,
il quale raccolse a Worms (1076) un concilio, dove Ugo, cardinale
degradato dal papa, lesse una fila di accuse le più insensate e
feroci, nessuna delle quali (mirabil cosa in tempi tali e fra tal
gente) intacca i costumi di Gregorio; ed essendosi intimato che il
non condannare il papa sarebbe un mancare alla fedeltà giurata al re,
i prelati dichiararono di più non riconoscere Gregorio. I vescovi
lombardi, di cui questo avea frenato l'incontinenza, raccoltisi a
Piacenza, approvarono quella decisione; e Rolando da Siena, assuntosi
di notificarla a Gregorio, lo fece davanti a un concilio da questo
radunato: ma le guardie l'avrebbero fatto a pezzi, se nol salvava
Gregorio.

Quei padri, ascoltata l'insultante lettera di Enrico, a una voce lo
esclamarono scomunicato; e il papa lo proferì decaduto dai regni di
Germania e d'Italia, dispensò dal giuramento prestatogli, sospese i
vescovi adunati a Worms, e spedì due legati per distogliere popoli
e principi dall'obbedienza. Fu un applauso generale tra' Sassoni e
Turingi, che, adottato per grido di guerra _san Pietro_, si misero
a ordine per deporre Enrico. Visto il pericolo, questi (come fece
Napoleone dopo le sue sconfitte) scarcerò i principi e vescovi che
deteneva: ma già la lega contro di lui abbracciava tutta Germania;
onde, avvistosi che l'esercito non gli basterebbe contro la volontà del
popolo espressa dal papa, scese a trattare; e si convenne di rimettere
la causa al pontefice, dichiarando scaduto Enrico se entro un anno non
fosse ribenedetto.

Il papa era dunque preso arbitro, onde veniva ad esprimere il voto
della giustizia e della nazione. Il medesimo Enrico nol dichiarò
incompetente; anzi, per non incorrere nuove umiliazioni, risolse
venire a chiedergli l'assoluzione (1077) prima che scadesse l'anno
prefissogli. Nello stridore del verno prese la via d'Italia,
coll'oltraggiata moglie Berta e con un fanciullo. I nemici gli aveano
chiuso ogni valico: solo pel Cenisio sperava passare senza molestia,
giacchè vi dominava l'illustre marchesa Adelaide, unica figlia di
Maginfredo di Susa, e che per le varie nozze col marchese di Monferrato
e col conte di Morienna, alla casa di Savoja potette acquistare
importanza anche di qua dell'Alpi. Governava essa allora con gran lode
col figlio Amedeo; e come madre che era di Berta, accolse benevola
il re, ma nol lasciò progredire se non le cedeva cinque vescovadi
d'Italia[393]; al qual patto gli venne anch'essa compagna. Lietissime
accoglienze ebbe in Lombardia, vuoi dall'alto clero, uggiato delle
papali riforme, vuoi dai baroni, bisognosi dell'appoggio imperiale per
opporsi ai popoli che anelavano alla libertà. Nella restante Italia i
Normanni appoggiavano Gregorio, sì per lealtà feudale, sì per tema che
l'imperatore, fatto potente, minacciasse la loro recente conquista; il
basso clero applaudiva alla rintegrata disciplina, i popolani bramavano
assodare il governo a comune, e respingere i Tedeschi: ma la fautrice
più efficace di Gregorio fu la contessa Matilde.

Bonifazio, conte di Modena, Reggio, Mantova, Ferrara, aveva (1027)
dall'imperatore Corrado Salico ottenuto il ducato di Lucca ed il
marchesato di Toscana, riuscendo uno de' più potenti signori d'Italia;
e s'aggiunga dei più ricchi e munifici. Quando sposò Beatrice di
Lorena, tenne per tre mesi corte bandita a Marengo, servendo in
piatti d'oro e d'argento quanta baronia vi capitava, mentre tini come
pozzi offrivano vino alla giocondità popolare, ravvivata da sonatori,
giocolieri, saltambanchi. Non trovando Enrico III buon aceto a
Piacenza, e' gliene mandò, ma con barili e vettura d'argento. Di questa
cortesia e d'altre non gli seppe buon grado Enrico, anzi, ingelosito di
tanta potenza e ricchezza, lo avrebbe voluto mortificare col privarlo
de' feudi: ma tolti quelli, tanti beni proprj possedeva, che sarebbe
rimasto ancora grande. Ricorse dunque Enrico alla violenza, e tentò
arrestarlo coll'ordinare che, venendo alla corte, da quattro sole
persone si lasciasse accompagnarlo. Bonifazio menava invece un grossa
comitiva, la quale come vide chiudersi le porte sopra i passi del
padrone, le sforzò. Il colpo fallito persuase Bonifazio che i Salici
aspirassero a toglier via anche dall'Italia le dignità ducali che ne
impacciavano il potere; onde si pose fautore spiegato dei pontefici,
e avversario degli stranieri. Nelle sue guerre e negli acquisti avea
recato danno alle chiese; lo perchè ogn'anno conducevasi alla Pomposa a
confessarsi in colpa, e i monaci _lavavano_ i suoi peccati. E poichè,
al modo de' signori d'allora, conferiva titoli e benefizj per denaro,
l'abate (1052) il flagellò nudo avanti all'altare della Madonna, finchè
non promise astenersi dal sacrilego mercato. Alfine fu assassinato
mentre da Mantova passava a Cremona, e il popolo credette che in quel
luogo più non crescesse erba.

La sua vedova fu cercata moglie da Goffredo di Lorena, il quale combinò
insieme le nozze del suo figlio d'egual nome con Matilde, fanciulla di
Beatrice (1063). S'adontò l'imperatore che di sì vasti possedimenti
si disponesse senza sua partecipazione, e tanto più a favore d'una
Casa che gli era avversaria in Germania; sicchè nascea pericolo che
l'Italia si staccasse dal regno. Scese dunque sbuffante dalle Alpi,
tenne come statico Beatrice, andata a supplicarlo: ma vedendo Goffredo
con Baldovino suo cugino fare allestimenti in Germania, e temendo
s'accordasse coi Normanni per sottrargli tutta Italia, s'indusse
a dissimulare; e quegli continuò a governare sì gran parte della
penisola. Quando poi suo fratello fu assunto papa col nome di Stefano
IX (1057), si disse che questi avesse in idea di mutar la corona
imperiale sulla testa di Goffredo, e snidare d'Italia e Normanni e
Tedeschi; ma pronta morte dissipò que' disegni. Goffredo parteggiò con
papa Alessandro II contro Cadolao, e prestò il braccio onde reprimere
Ricardo normanno, che, invase alcune terre pontifizie, pretendeva il
titolo di patrizio di Roma. Morto lui (1076), poi anche la madre,
e l'indegno marito Goffredo il Gobbo, Matilde si trovò signora de'
vastissimi dominj paterni, e d'assai terre dell'alta Lorena, spettanza
materna; e ne usava a larghissime beneficenze.

La Toscana è piena di tradizioni intorno a questa insigne donna,
attribuendo a lei un'infinità di castellari, di ponti, di chiese; a
lei i bagni di Casciano in Valdera, altri bagni a Pisa e il castello
di Montefoscoli, a lei la grandiosa chiesa di Sant'Agata al Cornocchio
nel Mugello, a lei l'ospedale d'Altopascio, e il palazzo e castello di
Nozzano presso Lucca, la quale città cinse di mura e dotò di fondazioni
pinguissime. Dante, così avverso alla dominazione papale, pure la
immortalò collocandola alle soglie del suo paradiso. Intorno ai costumi
di lei varia corre la fama, ma concorde sulla coltura sua, il coraggio,
la perseveranza e la devozione verso la sede pontifizia. Devota, pur
resiste alla tentazione del chiostro, allora comune, onde versarsi
nell'attività del secolo, e malgrado il debole temperamento vi riesce,
mercè l'assistenza divina e la forza del suo carattere. Combatte in
persona, parla la lingua di tutti i suoi soldati, ha corrispondenza
con nazioni lontane, raduna una biblioteca[394], e fa da Anselmo
raccogliere il Corpo del diritto canonico, e quel del diritto civile da
Irnerio, che per sua cura aperse in Bologna la prima scuola di leggi.
Tanta grandezza abbelliva coll'umiltà, e la sua sottoscrizione era
_Mathilda Dei gratia si quid est_.

Mostrò ella speciale devozione a Gregorio VII; e se Bennone, gran
nemico di Gregorio, tentò denigrare quell'amicizia, niun contemporaneo,
nè il concilio di Worms vi danno piede; e tutta la storia la mostra
innamorata non del papa ma del papato, cui restò fedele per sei
pontificati successivi[395].

Nel castello di Canossa, che a mezzogiorno di Reggio sorge
inespugnabile fra gli squallidi valloni dell'Appennino, sede allora di
tanta civiltà, or rovina deserta e quasi ignorata, ricoverò Gregorio
presso Matilde quando temette che il favore de' Lombardi non tornasse
l'ira allo sbaldanzito Enrico IV: ma questo interpose essa Matilde
sua parente, Adelaide di Susa, il marchese guelfo Azzo ed altri
primati d'Italia per essere assolto d'una scomunica che lo portava a
perdere anche la corona. Di segnalati delitti voleva il papa segnalata
la riparazione, sgomento ai baldanzosi, soddisfazione ai deboli
che l'aveano invocato. Esigette pertanto venisse a lui in abito di
penitenza, consegnandogli la corona come indegno di portarla (1077);
ed Enrico, deposte le regie vesti ed i calzari, e coll'abito consueto
de' penitenti potè entrare nella seconda cerchia del castello, ed ivi
attendere la decisione. Intanto le celle del castello erano occupate
dai vescovi di Germania, venuti a penitenza e trattati a pane e acqua;
e i signori lombardi stavano attendati nelle valli circostanti. Poichè
tre giorni l'ebbe lasciato all'intemperie (18 mag.), Gregorio ammise
Enrico al suo cospetto e l'assolse, patto si presentasse all'assemblea
de' principi tedeschi, sommettendosi alla decisione del papa, qual
essa si fosse; frattanto non godesse nè le insegne nè le entrate nè
l'autorità di re. Promesso, dati mallevadori, Gregorio prese l'ostia
consacrata, e appellando al giudizio di Dio se mai fosse reo d'alcuno
degli appostigli misfatti, ne inghiottì una metà, e porse l'altra ad
Enrico perchè facesse altrettanto se si sentiva incolpabile. Potere
della coscienza! Enrico non s'ardì ad un atto che avrebbe risoluta ogni
quistione, e si sottrasse al giudizio di Dio.

Il secolo nostro che, idolatro della forza, s'inginocchiò al brutale
insultatore d'un papa supplichevole, è giusto che raccapricci al vedere
un imperatore, violator delle costituzioni, supplichevole ad un papa
tutore dei diritti de' popoli.

Ma a quell'umiliazione mancava il merito espiatorio per parte d'un
principe che minacciava e piegava, prometteva e mentiva; sicchè
gl'italiani lo tolsero in dispregio, e al ritorno gli chiusero le porte
in faccia, e discorrevano di deporlo e surrogare Corrado suo figlio.
Enrico, indispettito, svergognato, coll'abituale sua precipitazione, ed
istigato anche da Guiberto arcivescovo di Ravenna perpetuo avversario
di Roma, si pose coi nemici del papa, cercò prender questo, in
una conferenza arrestò il vescovo d'Ostia da lui deputatogli, negò
presentarsi alla dieta; sicchè i Tedeschi lo deposero come contumace,
e gli nominarono successore Rodolfo duca di Svevia. Gregorio riconobbe
questo; e pare divisasse unire la media Italia e la settentrionale
in un regno, che rilevasse dalla santa sede, come ne rilevavano
i Normanni nella meridionale; e a quel regno fosse subalterna la
Germania. La nazionale idea non potè incarnarsi, giacchè Enrico, dando
e promettendo, e operando risoluto quando il papa procedea circospetto,
s'era procacciato amici assai, massime fra i vescovi realisti, come
Tedaldo di Milano, Sigefredo di Bologna, Rolando di Treviso, Guiberto
di Ravenna, involti nella scomunica; e raccolto un esercito e concilj,
fece deporre Gregorio e sostituirgli esso Guiberto, nominato Clemente
III (1080).

Allora guerre con varia fortuna: l'anticesare Rodolfo di Svevia in
Germania restò ucciso; un esercito raccolto dalla contessa Matilde
per isnidare di Ravenna l'antipapa, fu sconfitto presso la Volta
Mantovana dai Lombardi; talchè Enrico rassicurato calò in Italia, e
a Milano fe coronarsi con solennissima pompa (1081). I suffraganei
di quell'arcivescovo in gran pontificale vennero sin al palazzo
regio, donde condussero a Sant'Ambrogio il re, con duchi, marchesi,
nobili, in mezzo a preci, inni, antifone, e l'introdussero ai gradi
dell'altare su cui erano deposte le regie insegne. L'arcivescovo
lo interrogò sulle verità di fede, indi se si sentisse disposto di
serbare le leggi e la giustizia; e poichè il re ebbe assentito, due
vescovi andarono ad interrogare il popolo se fosse contento di stargli
soggetto. Avuto il sì, cominciò la cerimonia; e il re prostrossi in
croce davanti all'altare, e così i vescovi, tanto che cantaronsi le
litanie; quindi il metropolito gli unse d'olio le spalle, e dato che
i vescovi gli ebbero la spada, esso gli porse l'anello, la corona, lo
scettro, il bastone, e lo assise sul trono, consegnandogli il pomo
d'oro e spiegandogli i doveri di re; infine gli diede la pace. Andò
poi a prendere la regina, e l'accompagnò all'altare, dove essa fece
la preghiera; indi consacrò lei pure versandole olio sulle spalle,
e le pose l'anello e la corona. Nella messa il re offerse il pane
all'arcivescovo, e da lui ricevette la comunione[396].

I Lombardi continuarono a devastar le terre della contessa Matilde:
Lucca, cacciato il santo vescovo Anselmo, che avea scritto a favore di
Gregorio VII, ne elesse uno fautor dell'Impero, e si ribellò a Matilde;
ma le rôcche di Canossa, Bibianello, Carpineta, Monte Baranzone,
Montebello, e l'altre di cui erano seminate le alture di Modena e
Reggio, offrivano ad essa insuperabili ripari; poi sotto quella di
Sorbara nel Modenese riportò segnalata vittoria, facendo prigione
il vescovo di Parma, sei capitani, cento militi, più di cinquecento
cavalli.

Enrico intanto aveva condotto a Roma il suo antipapa; ma la mal'aria
e la resistenza de' Romani, a lui avversi quant'erangli favorevoli i
Lombardi, gli impedirono di espugnarla. Però egli corruppe i signori,
principalmente guadagnò vescovi, profuse cenquarantaquattromila scudi
d'oro e cento pezze di scarlatto che l'imperatore di Costantinopoli
gli avea mandate onde indurlo a far guerra a Roberto Guiscardo; alfine
dopo tre anni fu ricevuto in Roma (1084), e vi si fece consacrare dal
suo Clemente III, mentre Gregorio era chiuso in Castel Sant'Angelo.
«Trista città questa Roma! (esclamava Gaufrido Malaterra) le tue leggi
son piene di falsità; ogni cattiveria signoreggia in te, e lussuria e
avarizia e niuna fede, ordine niuno; la peste simoniaca serpeggia in
ogni dove, tutto vi è vendereccio; il sacro Ordine ruina in grazia di
te, da cui prima ebbe incremento; non contenta d'un papa, vuoi doppia
tiara, e varii di fede secondo il denaro; mentre l'uno sta, batti
l'altro; se quello cessa, richiami questo, e l'un con l'altro minacci;
e così riempi le tasche»[397].

Abbiam detto come i Normanni si facessero vassalli della santa sede;
e Roberto Guiscardo fu adoperato tosto da Nicola II a sfasciare
Palestrina, Tusculo, Nomento, Galeria, per isvellere la lunga tirannia
che i conti Tusculani esercitavano. Ma poi nella sua ambizione non
risparmiò tampoco le terre pontifizie, onde fu scomunicato. Mal badando
ai mezzi purchè giungesse a consolidarsi, avea tenuto intelligenze con
re Enrico: ma insieme spiava l'occasione di rendere qualche segnalato
servigio al pontefice. Stava egli assediando Durazzo, quando, inteso
l'oltraggio fatto a Gregorio, interruppe l'impresa, e corso in Italia,
con un pugno de' prodi suoi Normanni e con Saracini di Sicilia venne
a Roma, e trascorrendo a saccheggi e incendj non men di quello che
avesse fatto Enrico, liberò Gregorio e il ricollocò in Laterano. Di
quivi il pontefice scomunicò Enrico e l'antipapa, indi in mezzo alle
armi v'avviò verso il mezzodì. Per via cercò consolazioni sulla tomba
di san Benedetto a Montecassino, la propria vita tempestosa paragonando
a quella solitaria pace: a Desiderio abate vaticinò gli sarebbe
successore, presentendo necessaria la conciliazione dopo la lotta. A
Salerno consacrò la magnifica cattedrale erettavi dal Guiscardo, e vi
ebbe le maggiori onoranze. Ma accorato dal veder rivoltosi i proprj
cittadini, egli che tanti popoli aveva sollevati contro i sovrani;
espulso dalla propria cattedra sè che tanti vescovi avea rimossi;
scissa la Chiesa ch'egli aveva tanto faticato a risarcire; e venir meno
tanti suoi amici, e declinare la causa in cui mai non eragli mancata la
fede, morì esclamando: — Amai la giustizia, e odiai l'iniquità; perciò
finisco in esiglio» (1085).

E già ad Alfonso di Castiglia egli scriveva: — Il livore de' miei
nemici e gl'iniqui giudizj sul conto mio non vengono da torto
ch'io abbia loro recato, ma dal sostenere la verità e oppormi
all'ingiustizia. Facile mi sarebbe stato rendermi servi costoro, e
ottenerne doni più ricchi ancora che i predecessori miei, se avessi
preferito di tacere la verità e dissimulare la loro nequizia: ma, oltre
la brevità della vita e lo sprezzo che meritano i beni del mondo, io
considerai che nessuno meritò nome di vescovo se non soffrendo per
la giustizia; onde risolsi attirarmi piuttosto il livore de' ribaldi
coll'obbedire a Dio, che espormi alla sua collera compiacendoli con
ingiustizie». Così prevedeva gli odj d'una posterità adoratrice della
forza, e che chiamò arroganza l'aver egli osato fiaccare la burbanza
dei re[398].

Poco di poi morivano anche Roberto Guiscardo e Guglielmo di Normandia
nuovo anticesare; sicchè pareva Enrico trionfasse de' suoi nemici,
e che, corretto dalle contrarietà e dagli anni, si rimettesse a
moderazione, e si conciliasse i principi tedeschi. Successore a
Gregorio VII volea darsi Desiderio abate di Montecassino, che avea
spiegata molta virtù e prudenza nei precessi tumulti: un anno intero
egli durò al niego, finchè vinto dalle lagrime de' cardinali e dalle
promesse dei signori romani che il sosterrebbero contro gl'imperiali,
accettò col nome di Vittore III (1086), e potè fra non molto recuperare
Roma coll'ajuto di Matilde. Ma non potè sostenersi che coll'armi
contro quelle dell'antipapa, e ben presto morì. Un concilio (1088)
radunato in Terracina sotto gli auspizj della contessa nominò Urbano
II francese, infervorato nelle idee di Ildebrando, e capace di
sostenerle. Alla contessa Matilde (1089), invano chiesta da Roberto
figlio di Guglielmo il Conquistatore d'Inghilterra, persuase egli di
sposare Guelfo II, figlio del duca di Baviera, avverso all'imperatore.
Questi, indignatone, occupò tutti i castelli di Matilde in Lorena,
poi, ripassate le Alpi, ebbe a tradigione Mantova, devastò altri
possessi di lei nel Bresciano, nel Ferrarese, nel Modenese, e le
intimava riconoscesse il suo papa Clemente. Accordarsi cogli scismatici
parea peccato alla contessa, che ne volle il parere di un'adunanza di
vescovi; ed Eriberto vescovo di Reggio le insinuò d'accondiscendere,
onde risparmiare la guerra, di cui al vivo dipingeva gli orrori.
Stava l'intenerita per cedere, quando un Giovanni, austero eremita,
s'affacciò nell'adunanza, rimbrottandola di poca fede perchè esitasse
a sagrificare i proprj Stati per la causa della Chiesa: ond'essa tenne
saldo, e l'esito smentì la prudenza umana.

Qualche migliore avviamento prendevano intanto le cose religiose;
man mano che moriva qualche vescovo scismatico, i popoli, stanchi di
rimanere sconnessi dalla Chiesa romana, procuravano ne fossero eletti
di migliori. Vero è che tratto tratto gli scismatici rivalevano, e a
Piacenza cavarono gli occhi e tagliarono a pezzi il vescovo Bonizone.
Poi nella contesa che aveva sbrancato ogni città fra amici del papa
o dell'imperatore, una delle fazioni era prevalsa in ciascuna, e le
città papaline faceano leghe tra sè e guerra contro le imperiali:
ed inebbriate sulla battaglia, persuasero Corrado figlio d'Enrico a
ribellarsi al proprio padre. Se le cronache dicessero vero, Enrico era
divenuto sleale anche alla nuova sua moglie Adelaide, e imprigionolla a
Verona, donde fuggita a Matilde, le narrò com'egli n'avesse esposto il
corpo agli oltraggi di molti, e persino del figlio Corrado. Il quale,
campato di carcere, scese in Italia, dove grandissimi beni in Piemonte
possedeva, ereditati dalla contessa Adelaide sua ava, e fu coronato in
Milano (1091), sostenuto dai Bavaresi e da Matilde.

Sì al vivo sentì Enrico la ribellione del figliuolo, che fu per
uccidersi, tanto più che le sue armi ebbero la peggio in Italia; e
sconfitto di nuovo dalla contessa sotto Nogára, fu costretto ripassar
le Alpi, lasciando ad una donna il vanto d'una delle maggiori vittorie
che Italiani riportassero sopra stranieri[399]. Alfine egli conchiuse
pace (1097) cogli avversarj suoi in Germania, i quali dichiararono
Corrado indegno della corona. Costui, lodato di moltissime virtù, ma
contaminato dal più nero delitto, sprovveduto di vigor naturale, visse
in balìa della fazione che lo aveva eletto, e massime di Matilde, che
ormai potea dirsi regina d'Italia, e morì nell'abbandono a Firenze
(1101), vollero dire avvelenato dalla gran contessa.

Era designato al trono di Germania il minor fratello Enrico, ma questo
pure maturò la ribellione sotto pretesti devoti[400], e tenne cattivo
l'imperatore. Il quale liberato si presentò ad un'assemblea in Magonza,
confessandosi in colpa, chiedendone perdono, e cedendo la lancia e lo
scettro per aver l'assoluzione del legato papale. Si prostrò anche ai
piedi d'Enrico dicendo: — Figliuol mio, figliuol mio, se il Signore
vuol punire i miei trascorsi, non contaminare il nome e l'onor tuo;
poichè natura non soffre che il figlio si eriga giudice del padre».
Il figlio neppur gli badò, e il padre andò spargendo e scrivendo
miserabili gemiti, finchè morì (1106) a Liegi dopo cinquant'anni di
regno. Le sue prosperità furono disonorate dai peggiori vizj d'uomo
e di re: che se le sciagure che glie ne conseguitarono fecer qualche
volta dimenticare i misfatti con cui le meritò, potremo dimenticare
quanto sangue fe spargere coll'ostinarsi nello scisma?

L'antipapa Guiberto, pentito più volte d'essersi così male imbarcato
nella nave di Pietro, non ebbe mai il coraggio di sottomettersi; ed
or tutta Roma, or tenne solo il castello, ora la campagna, turbando il
paese e le coscienze finchè morì improvviso e impenitente, e Pasquale
II ordinò che le sue ossa a Ravenna fossero dissepolte e gettate al
vento (1100). Esso papa in Guastalla tenne nuovo concilio, fulminando
le investiture date da secolari, depose alcuni vescovi, alcune chiese
riconciliò, e per umiliare quella di Ravenna ne sottrasse le chiese di
Bologna, Modena, Parma, Piacenza, Reggio.

Enrico V, che erasi ribellato al padre col pretesto ch'egli fosse
scomunicato, appena si trovò re cominciò guerra al papa, pretendendo
poter dare l'investitura; ed esigere l'omaggio ligio dai prelati. Per
sostenerlo passò le Alpi; ricevuto orrevolmente dalle città lombarde
(1110 agosto), eccetto Milano, e da quelle fornito di denaro e truppe,
distrusse Novara e altre terre renitenti; a Roncaglia passò in rassegna
ben trentamila soldati scelti a cavallo, oltre gl'Italiani; viaggiò
per Pontremoli, la quale dovette pigliar di forza; abbattè Arezzo;
arrestava preti e monaci quanti potesse, o li cacciava dalle lor sedi,
onde era chiamato sterminatore d'Italia. Di tal passo avanzò fin a
Sutri.

La Romagna era sempre sossopra, e Stefano Corso ribellò la Marittima,
fortificandosi in Ponte Celle e Montalto, sicchè il papa dovette
osteggiarlo. Roma stessa non quetò, sebbene Pasquale vi rientrasse;
ogni giorno tumulti, ladronecci, omicidj; una fazione si teneva in armi
verso Anagni, Palestrina e Tusculo; una ribellava la Sabina; Pietro
Colonna e l'abate di Farfa intercideano le vie verso il Napolitano.
Pasquale faticò assai in recuperare le terre al patrimonio; poi,
all'udire la venuta d'Enrico V, si fe promettere dai duchi di Puglia
e dai proprj baroni che lo difenderebbero. Ma viepiù si fidava sulle
ragioni che spiegò all'imperatore; e poichè questi negava recedere
pur da uno dei diritti esercitati da' suoi predecessori (1111),
Pasquale, che voleva appianar le differenze ad ogni costo, arrivò alla
più grande mai delle concessioni; vale a dire che gli ecclesiastici
cederebbero tutti i possessi temporali, coi vassalli e i castelli avuti
dagl'imperatori, non ritenendo se non le decime e le terre ricevute
da privati, purchè l'imperatore rinunziasse all'immorale diritto delle
investiture.

Ad Enrico non parve vero di poter ricuperare alla corona tanti feudi,
dai re concessi agli ecclesiastici quando importava di farne un
contrappeso ai signori laici; onde l'accordo fu sottoscritto e dati gli
ostaggi, salva l'approvazione della Chiesa e dei principi dell'Impero.

Pieno disinteresse, zelo d'estirpare il mal seme, ricordo
dell'apostolica povertà, recavano Pasquale sino a far che la Chiesa
rinunziasse ad ogni temporalità: ma non s'accorgeva come impossibile
tornerebbe lo spogliare tanti signori ecclesiastici poderosi; mentre
anche ai nobili laici spiacerebbe il veder chiusa quella via di
collocamento ai loro cadetti. Di fatto, non appena l'accordo si
divulga, i nobili ne mormorano e si oppongono; i vescovi ripetono le
regalie possedute per concessioni imperiali; Enrico nega rinunziare
alle investiture se non venga adempita la condizione: onde invece
d'accomodare s'arruffò, e lo scompiglio e il tumulto s'estesero anche
al popolo romano, che, scontento dei Tedeschi rozzi e briaconi,
cominciò a scannarli. Enrico prende il papa e i cardinali come
statichi, e dopo essere stato ferito e scavalcato, esce di città
traendoseli dietro, spogli degli ornamenti e in ceppi, e stringe
d'assedio Roma.

Il papa, sgomentato da settanta giorni di prigionia (1112), soscrive a
Sutri un privilegio, che vescovi ed abati si eleggessero liberamente
e senza simonia, ma fosse necessario il beneplacito del re, il quale
gl'investirebbe coll'anello e col pastorale, dopo di che verrebbero
consacrati. Reciprocamente Enrico promette restituire e conservare
tutti i beni alla Chiesa romana. Allora Pasquale rientra in Roma, e
consacra Enrico ma a porte chiuse, chè i Romani nol disturbassero:
ma non sì tosto fu questi partito, i cardinali, che non avevano dato
adesione all'accordo, tentarono distorne il papa, al quale si erano
avversati fin a trattarlo d'eretico, sicchè egli andossene da Roma,
e depose le insegne, risoluto a vivere in solitudine. Un concilio
accolto in Laterano cassò quel privilegio, che i prelati intitolavano
_pravilegium_, come estorto a forza; si proibirono le investiture
secolari, e quantunque il papa renuisse (2 aprile), si proferì condanna
contro l'imperatore, che si trovò involto ne' guaj di suo padre,
disobbedienze, ribellioni, guasti.

Ravviluppò quel nodo la morte della contessa Matilde (1115). Non pare
che la pia donna sapesse guardarsi dall'arroganza che dà il potere;
dal marito Guelfo si separò; a Corrado fe inghiottir fiele: intanto
estese la propria autorità, creava a suo talento gli arcivescovi di
Milano, proteggeva i sacerdoti, donava con appena credibile larghezza a
chiese e a monasteri, e la sua ambizione era lusingata così dall'essere
benedetta qual tutrice della Chiesa, come dal tener testa al più
potente principe d'Europa. Oltre il marchesato di Toscana, la ducea
di Lucca e sterminati tenimenti, possedeva Parma, Modena, Reggio,
Cremona, Spoleto ed altre città; ultimamente aveva ricuperato anche
Ferrara e Mantova, la quale, alla falsa nuova della morte di lei, si
era rivoltata. Di tutti questi possessi ella chiamò erede la santa
sede[401]: ma Enrico V pretendeva ai feudi come ricadenti all'Impero
col cessare della linea mascolina, e ai beni allodiali siccome
prossimo parente della estinta. Era difficile chiarire la vera natura
di possessi che stavano incorporati già da molte generazioni, ed ove
decreti imperiali avevano talvolta congiunto feudi ed allodj, o ai
feudi eransi agglomerate allodiali proprietà: ma Enrico (1116), da
re, risolve la questione calando in Italia ed occupandoli, e minaccia
tornar prigioniero il pontefice che protestava. Questo, in un nuovo
concilio di Laterano, cassa il privilegio di Sutri, conferma quanto
aveano operato i suoi legati, e all'accostarsi dell'imperatore ricovera
a Montecassino, sotto la tutela dei Normanni.

Della fuga del papa risero ed esultarono i Romani, molti de' quali
egli avea scontentati coll'attribuire grandi poteri e il grado di
prefetto della città a Pier Leone, imputato d'una colpa che la Chiesa
non riconosce, l'esser discendente da Ebrei. Il popolo invece pose a
prefetto un fanciullo, i cui parenti tiranneggiavano Roma, e diede mano
alla fazione imperiale. Stranissimi fenomeni agitavano in quel tempo
le fantasie: per quaranta giorni durarono le scosse d'un tremuoto,
quale mai a memoria d'uomini; sicchè a Verona crollarono molti edifizj
e perirono persone; a Parma, a Venezia, altrove cascarono castelli e
palazzi; a Cremona la cattedrale: insieme si videro nuvole infocate e
sanguigne vicinissimo alla terra, ed altri portenti. Dai quali anche
l'imperatore sgomentato, desiderò rappattumarsi colla Chiesa; e nol
potendo ottenere, mosse guerra ad alcuni castelli pontifizj, il che lo
fece applaudire dai Romani; e con donativi amicatisi i magnati, entrò
in città, e vi si fece di nuovo coronare (1118). Pasquale dovette
fuggire, e morì fuor della sua sede: lodato per saviezza, pietà e
mansuetudine.

A Gelasio II succedutogli, Enrico propose riconoscesse il privilegio
del 1111; e poichè questi rimise l'affare ad un concilio, Enrico
cavalcò di nuovo sopra Roma, e Cencio Frangipane, caporione della setta
imperiale, rinnovò la scena d'un altro Cencio, prendendo a pugni e
calci il pontefice e trascinandolo pei capelli dalla chiesa al proprio
palazzo. Il popolo, che agli eccessi de' rivoltosi si ravvedeva del mal
concepito suo odio, guidato da Pier Leone, glielo strappò di mano e lo
rimise in onore: ma egli non fidandosi di quegl'instabili, si ritirò.
Enrico, non contento della forza, ricorse anche ai cavilli, e fatta da
giureconsulti dimostrare illegale l'elezione di Gelasio, assunse papa
Maurizio Burdin, arcivescovo di Praga, che prese il nome di Gregorio
VIII. Gelasio dovette ancora ricorrere alle armi e al soccorso de'
Normanni; certamente bestemmiato da coloro che tacciano d'imbecille
chi soccombe alla violenza, e di micidiale chi la ripulsa. Mentre
celebrava in una chiesa secondaria di Roma, i Frangipani l'assalsero,
altri nobili li contrastarono, e il sangue corse: onde Gelasio stabilì
abbandonare _la nuova Babilonia_, in ogni caso preferendo _avere un
imperatore solo che tanti in Roma_; e dai Pisani si fece portare in
Francia, nella badia di Cluny, dove circondato di venerazione moriva.

I cardinali gli surrogarono Calisto II 1119, che zelatore dei diritti
ecclesiastici, ma più destro che i predecessori, maneggiò con Enrico un
componimento: non vi riuscì, e avendo l'imperatore tentato arrestarlo,
egli scomunicò lui e il suo antipapa. Calisto tornando in Italia, fu
ben ricevuto dai Lombardi appunto perchè perseguitato dagl'imperiali;
fauste accoglienze ebbe da Roma stessa, donde era fuggito Burdino:
passò poi a Benevento, ove gli Amalfitani ostentarono le loro ricchezze
parandola di tele e drappi di seta e altre preziosità, mentre in
turiboli d'argento e d'oro bruciavano cannella ed altri aromi. Colà
Guglielmo duca di Puglia e Giordano principe di Capua vennero a
prestare al papa il consueto omaggio e fedeltà contra _ogni uomo_,
ed esso gl'investì col gonfalone; trovandosi per tal modo sostenuto
dalle forze normanne per combattere le guerre della libertà. E poichè
l'antipapa si reggeva in armi, e la campagna era infesta di masnade,
dovè venire con un esercito, assediò Sutri, e vi fe prigioniero
l'antipapa, che fra indecenti beffe fu ricondotto a Roma, e chiuso in
un convento (1122).

La scomunica papale preparava ad Enrico altrettanti guaj che a suo
padre; ond'egli prelibandoli chinò la cervice, negoziò un accordo
coi baroni che contro lui si erano confederati, e si convenne d'una
pubblica pace a Wurzburgo, alla quale tenne appresso quella col papa.
La dieta germanica a Worms confermò il concordato, in cui l'imperatore,
ribenedetto, rinunziava ad investire i prelati coll'anello e col
pastorale, lasciava alle chiese la libera elezione, e prometteva
restituir loro le regalie usurpate dopo rotta la guerra. Di rimpatto
il pontefice consentiva che i prelati di Germania venissero eletti
in presenza dell'imperatore, senza nè violenze nè simonie; dopo
eletti accettassero le regalie (oggi si direbbe le temporalità)
dall'imperatore mediante lo scettro, e a quello prestassero i
servizj dovuti; in Italia, al contrario, l'investitura si dava dopo
consacrazione; nè si conservò ai capitoli il diritto di eleggere il
proprio pastore.

Qui si chiude il primo atto della guerra delle Investiture, agitata
quarantott'anni fra sangue e intrighi. A Calisto II rimase la gloria
di quell'accordo, per l'amor della pace che costantemente dimostrò; ma
il vantaggio fu tutto del poter secolare, attesochè l'imperatore non
recedeva pur da una delle sue pretensioni, e colla presenza veniva a
dirigere la scelta, oltre tenersi confermato l'alto dominio. La Chiesa
però non aspirava ad acquisti, bensì a restare indipendente nelle
cose spirituali, e in ciò trovavasi soddisfatta. Poco poi Lotario II
imperatore di Germania lasciossi indurre a rinunziare al diritto di
assistere alle elezioni, e fu mutato nel papa quello di decidere le
differenze che ne nascessero. Ai principi serbavansi i frutti delle
badie e de' vescovadi vacanti, e così lo spoglio de' vescovi e degli
abati; ma di queste pure vennero privati poc'a poco.



CAPITOLO LXXIX.

Repubbliche marittime.


Poteva il commercio aver fiore allorchè tanti regni v'erano quanti
villaggi, e il mercadante ad ogni guado di fiume, ad ogni stretta di
monti trovava l'uom di un barone che esigeva un pedaggio o qualche
merce al prezzo ch'egli fissava, se pur non volesse anche svaligiarlo?
Le vie di terra sì poco erano sicure, che, mentre Giovanni VIII andava
in Francia l'878, a Châlons sulla Saona gli fu rubata parte de' suoi
cavalli; a Flavigny la scodella d'argento di san Pietro, di cui i
papi usavano; e altro rimedio non ebbe che di scomunicare i ladri.
Alquanto men male doveano passare le cose in Italia, atteso l'affluire
de' pellegrini per devozione e per affari al centro della cristianità,
quando gli affari più importanti erano i religiosi.

Il commercio della Germania con Costantinopoli e col Levante era
continuato per la Pannonia sinchè questa rimase sotto la placida
dominazione degli Avari; ma dacchè fu invasa dai fieri Magiari,
si diresse per la Lombardia. Le relazioni coi Franchi aveano pure
dischiuso le due strade pel Tirolo a Verona, e per l'Elvezia al lago di
Como.

Ma fu pel mare che acquistarono ricchezze e libertà Pisa, Genova,
Amalfi, e quella Venezia che il primo esempio di regolare governo
dovea dare alle nazioni moderne. Avanti l'invasione de' Barbari,
di cinquanta città fioriva il paese dei Veneti[402], esteso dalla
Pannonia all'Adda, dal Po all'alpi Retiche e Giulie. Esposto pel primo
alle correrie de' Settentrionali, perdette la prosperità; poi Attila
ridusse in cenere Aquileja, Concordia, Oderzo, Altino, Padova. Fuggendo
davanti al Flagello di Dio (450), i popoli dell'Euganea e della Venezia
ripararono nell'isola di Rivo Alto e nelle convicine. Sfogato quel
nembo, molti alla patria desolata preferirono il ricovero sicuro; e
poichè, come avviene nelle emigrazioni, i ricoverati erano i meglio
stanti, vi cercarono agi alla vita, mentre si esercitavano nelle uniche
arti che colà fossero possibili, commercio, pesca, raccoglier sale, e
trasportare quanto scendea dai fiumi d'Italia, o dovea rimontarli, per
supplire alle biade dei campi sperperati.

Al frangersi dell'imperio romano, poi al venire dei Goti, e forse
maggiormente al sopragiungere dei Longobardi, nuova gente accorreva
nelle isole per sottrarsi alla servitù. Era naturale che quei primi
non accomunassero tutti i civili diritti ai nuovi ospiti, talchè
restava formata una nobiltà, non derivante da guerre e conquiste,
ma da anteriore abitazione. Allorchè l'impero non sopravisse che a
Costantinopoli, la lontananza lentò i legami che con esso avevano
conservato i Veneti: mal però si potrebbe determinare fin a qual punto
dipendessero dai successori di Zenone, e forse limitavansi all'omaggio,
conservato come titolo di difesa contro i vicini, e di privilegiato
commercio coll'Oriente.

In Venezia vissero memori della italica civiltà, con poche armi,
molto traffico, e col regolamento municipale cui erano avvezzi
sulla terraferma. Dapprima ad Eraclea sul lido ove sbocca la Piave,
poi a Malamocco isola ora perita, fu la sede del governo, il quale
abbracciava le isole e il lembo di terraferma che va da Grado a
Capodargine. Pei comuni interessi e per nominare magistrati annuali,
varie isole si accoglievano nell'arengo o concione.

Di que' primordj rimangono molte traccie d'agricoltura; una delle
isole è detta le Vignòle per le viti, una Bovese pei bovi; a Torcello
si stabilisce per _chyrographorum scripta_ di misurare i terreni a
jugeri da darsi ai coloni, i quali per ogni jugero di vigna dovranno
al vescovo due tralci carichi, e ogni massaro otto denari; e gli
abitanti contribuiranno uova, galline o siffatti. Ma già regnante
Teodorico, Cassiodoro salutava i Veneziani siccome corridori del mare
e dei fiumi. — Simili ad uccelli acquatici, spargeste vostre case
sulla faccia del mare; per voi furono congiunte terre divise, opposti
argini all'impeto dell'onde; basta la pesca ad alimentarvi, e il povero
non è differenziato dal ricco; uniformi gli abitari, non distanza di
condizioni, non gelosia fra cittadini; vece di campi vi tengono le
saline».

Nell'anno della invasione longobarda, il patriarca di Aquileja, venuto
in auge durante lo scisma dei Tre Capitoli, si trasportava dalla
distrutta sua città a Grado, e fra un secolo molti de' suffraganei
l'imitarono; uno si pose a Caprola, uno in Eraclea, uno nell'isola
di Torcello, un quarto al lido di Medoaco, un altro in Equilo. A san
Magno vescovo di Oderzo, che fuggiva da re Rotari nelle lagune, apparve
la Madonna, e gli additò sette isole, ordinando vi fondasse sette
chiese. Un'altra pia tradizione raccontava che l'apostolo san Marco,
nel passare da Alessandria ad Eraclea, naufragò a Rialto, e predisse
che colà avrebber riposo le sue ossa. Per la fabbrica di San Zaccaria,
dovuta a san Magno, fin Leone iconoclasta diede artefici, denaro,
reliquie[403]. La chiesa di Torcello già era cadente nell'864, e le
parti restaurate in quell'anno e nel 1008 sono di lavoro grandioso e
squisito.

Più il dominio longobardo riusciva intollerabile agl'Italiani, e
massime al clero, più gente affluiva alle sicure lagune. Ciascun'isola
prendeva a capo un tribuno; poi fu formato il Governo comune,
restringendo l'amministrazione dapprima ad un tribuno solo, poi
a dieci, a dodici, a sette; finchè nobili, popolo e clero adunati
elessero un capo unico che, potendo su tutti gli altri, frenasse
l'ambizione e la prepotenza. Paoluccio Anafesto di Eraclea, divenuto
capo (697) non per tirannica usurpazione, ma per amore di libertà
meno tumultuosa, apre la serie dei dogi, magistrato supremo, eppure
temperato in modo, che neppur uno arrivò al despotico potere. Erano
eletti a vita dal popolo; e ciò non aboliva l'arengo nè il voto
universale; in modo che Venezia congiungeva l'avanzo delle forme
antiche mediante l'omaggio all'imperatore, il sistema de' governi
militari all'uso germanico nell'autorità affidata ai dogi, la futura
libertà de' Comuni italiani coll'ordinamento a popolo; e tutto ciò
senza codesta trasfusione di sangue settentrionale, che alcuno reputa
fosse necessaria a svecchiare la razza italiana.

Gli Schiavoni, occupata la Dalmazia e mal trovando preda in una terra
tante volte saccheggiata, si gittarono alla pirateria; onde i Veneziani
dovettero opporsi a loro, col che aggiunsero all'industria il valore.

Carlo Magno, rinnovato l'Impero occidentale, fe coll'orientale una
pace (804), ove determinava i confini del regno italico comprendendovi
l'Istria, la Liburnia e la Dalmazia. Per conseguenza i dogi di
Venezia e di Zara avrebbero dovuto omaggio a Carlo; ma fallendo ai
patti, Niceforo imperatore spediva per ricuperare la Dalmazia, e
benchè tenesse dietro pronta tregua, la ruppe Paolo duca di Zara e
di Cefalonìa (807), occupando i porti dalmati, poi ancorandosi fra le
isolette ove cresceva Venezia, e tentando pure Comacchio. Respinto dai
Franchi, cercò accordi con Pepino re d'Italia; ma li contrariarono
i fratelli Obelerio e Beato dogi, temendo non ne fosse prezzo la
tradigione della repubblica veneta.

Paolo, vedendosi insidiato, ricondusse l'armata sua a Cefalonìa, e
i Veneziani rimasero esposti a Pepino, sdegnato con loro perchè,
quando li chiamò ad obbedienza, risposero: — Non vogliamo stare
soggetti (δουλοι) che all'imperatore romano», e negarono soccorrerlo
nell'impresa di Dalmazia, e ridussero il patriarca di Grado a
trasferire sua sede in Pola. Mosso dunque in armi contro di essi,
Pepino prese le isole di Grado, Eraclea, Malamocco, Equilo; talchè il
doge, per salvare Olivòlo, Caprola e Torcello, promise annuo tributo.
I Veneziani, imputandolo di viltà o tradimento, cacciarono Obelerio
(809), che con tutta la sua famiglia passò in Oriente.

La discordia agevolò a Pepino la conquista di Chioggia e Palestrina;
e gettò un ponte di barche sin a Malamocco, dove allora sedeva
il Governo. Angelo Participazio propose si trasportasse tutta la
popolazione a Rialto; Vittore d'Eraclea ammiraglio lasciò che le navi
nemiche s'inviluppassero fra i bassifondi delle lagune, e quando la
marea bassa le impedì d'ogni movimento, i Veneziani avventarono dardi
e fuoco, sicchè a gran pena, quando il mare ricrebbe, scompigliate e
sdruscite ricoveraronsi nel porto di Ravenna[404].

Con fortuna non migliore la flotta di Pepino campeggiò in Dalmazia,
talchè questa provincia rimase ai Greci. Le ostilità avvicendaronsi
coi negoziati, sinchè il patrizio Arsafio ad Aquisgrana (810) ricevette
di man di Carlo Magno il trattato di pace che cedeva ai Greci le città
di Venezia, Trau, Zara e Spalatro: acquisto di puro nome per l'impero
greco, mentre a quelle risparmiava il tedio delle pretensioni dei
Franchi.

Questo trionfo compensò Venezia dei guasti sofferti; e Angelo
Participazio, messo a capo del popolo che avea salvo, mutò la sede
del governo a Rialto (811), alla quale si congiunsero presto le isole
circostanti di Olivòlo, Luprio, Birri, Dorsoduro, le Gémine. Tosto
si diede opera ad imbonire il terreno e sodarlo, un murazzo schermì
l'entrata della laguna, in cui Chioggia, Malamocco, Palestrina,
Eraclea, risorte dalle ruine, fecero corona al palazzo del doge, con
una sessantina d'isolette congiunte per via di ponti, qual simbolo
dell'unità morale da cui aspettavano la forza. A quelle isole insieme
fu dato il nome dell'antica patria, chiamandole Venezia; unità datale
dall'assalto di Pepino: chè sempre dopo attacchi falliti ingrandisce
l'indipendenza d'un paese.

Un cittadino di Torcello e uno di Malamocco, andati ad Alessandria con
dieci navi (tanto poteano due privati), riuscirono a sottrarre dalla
profanazione dei califfi e portare in patria le reliquie di san Marco,
nascondendole tra carne di majali, acciocchè i gabellieri musulmani
non le rovistassero. Quel santo divenne d'allora il patrono della
repubblica veneta.

Un Comune e un santo; ecco gli elementi di cui gl'italiani componevano
la loro libertà.

Più che agl'imperatori d'Occidente, aderiva Venezia a quelli di
Costantinopoli, che avevano per sè l'opinione d'un'antica primazia,
e che le offrivano agevolezze di commercio; e a questi non isdegnava
prestare un omaggio apparente, spedire ambasciate e doni, ricevere
i titoli di _ipato_ cioè console o di _protospatario_ pel doge,
somministrar flotte, come fece principalmente allorchè di sessanta
navi accrebbe l'armata (837) venuta a salvare le coste d'Italia
dai Saracini. Per richiesta del greco imperatore guerreggiò anche i
Normanni di Calabria[405], e n'ottenne in compenso i diritti sovrani
sulla Dalmazia. Alessio Comneno assolse la Repubblica d'ogni gabella
ne' suoi porti, mentre gli Amalfitani che vi approdassero doveano
retribuire tre perperi a San Marco.

Gli Arabi, gente trafficante sin dal tempo di Giacobbe, le natìe
abitudini conservarono anche dopo che la conquista li portò fuori di
patria; e dalle coste del Mediterraneo negoziavano di legname, pece,
lana, canapa, pelliccie, schiavi, e si facevano intermediarj del
commercio colle lontane contrade delle spezierie. Con essi teneano
vivi negozj i Veneziani, i quali, dove altri accorreva per devozione,
andavano a piantare mercati; istituirono fiere nelle proprie città,
a Pavia, a Roma, altrove, spacciandovi merci d'Oriente, schiavi,
reliquie, tutto, purchè vi fosse da vantaggiare. Conoscevano il lusso
degli Arabi, e ne compravano le manifatture, ingegnandosi emularle; non
potendo speculare su terreni, compravano armenti che pascolassero nel
Friuli e nell'Istria; prendeano in appalto le gabelle d'altri paesi,
per disvantaggiarne i loro emuli; le saline del litorale o cavavano per
conto proprio, o ne acquistavano il prodotto, come pure il sal minerale
di Germania e Croazia; costrinsero un re d'Ungheria a chiudere le sue,
e guaj a chi usasse sal forestiere.

Le città della costa illirica appartenevano all'impero greco, che,
come soleva ne' paesi lontani, le lasciava armarsi e amministrarsi
da sè. La loro situazione divenne pericolosa al rinforzarsi de'
Croati e delle altre genti slave piantatesi nella Dalmazia, tra le
quali principalmente i Narentini si erano buttati al pirata. Dal
paese ove poi Trieste ingrandì, tribolavano essi il commercio de'
Veneziani, avventurandosi fin tra le loro isole; e tentarono un'impresa
audacissima (935). Il giorno della candelara soleano i Veneziani fare
le nozze di cospicue fanciulle nella maggior chiesa, posta sull'isola
di Castello, con quel corredo d'allegria e di ricchezze che si suole
per siffatte solennità. I pirati si posero in agguato, e come i
festanti furono raccolti, gli assalsero, e rapirono le spose e i doni.
Scoppiò il dolore universale: ma il doge Pier Candiano, il cui padre
era morto osteggiandoli, incoraggiò a far piuttosto vendetta, e armate
alla presta quante navi potè, raggiunse i rapitori nelle lagune di
Caorle, e ricuperò le donne e il bottino.

Il Candiano vendicò l'insulto col portare guerra a morte ai corsari
dell'Istria; anche i Comuni illirici si collegarono per esterminarli,
chiedendo capo la repubblica veneta, alla quale convennero di prestare
omaggio, e di marciare sotto le sue bandiere. La flotta più poderosa
che Venezia avesse ancora armata (997) andò a ricevere l'omaggio della
storica Pola, di Parenzo, Trieste, Capo d'Istria, Pirano e delle altre
città costiere; poi di Zara in Dalmazia e delle terre fin a Ragusi, e
delle isole. Lèsina e Cùrzola preferirono allearsi coi Narentini, onde
contro di esse tolsero l'armi i Veneziani, e sterminarono il ricovero
de' Narentini.

Il fatto delle spose rapite si solennizzò con perpetuo anniversario,
dove la Repubblica dava la dote ad alquante fanciulle, che recavano
le donora entro arselle. I cassellieri, cioè falegnami, che aveano
somministrato il maggior numero di barche, chiesero in guiderdone
che il doge venisse ogni anno alla loro parrochia il giorno della
lor festa. — Ma e se piovesse? — Vi daremo cappelli. — E se avessi
sete? — Vi daremo a bere. — Sia e sarà sempre». Perciò, anche dopo
dismessa la cerimonia degli sposalizj, il piovano andava incontro al
doge, presentandogli due cappelli di paglia, due aranci e due fiaschi
di malvasia. Tradizioni poetiche, che Venezia custodiva gelosamente,
e che fin all'età precedente alla nostra congiungevano il passato al
presente.

E tutta poetica è la storia di Venezia, e de' privilegi che concedeva
alle varie isole. Le mogli dei nobili di Murano, isola prediletta
dalla Repubblica per le manifatture del vetro, poteano sedere pari
alle patrizie della dominante. A quei della torre di Bebbe, presso
Chioggia fra Adige e Brenta, che mostrarono valore in una guerra
per la navigazione di quest'ultimo fiume, fu perdonato il tributo
di tre galline, che in tre termini dovea ciascuna famiglia offrire
ogn'anno al doge. Gli isolani di Poveglia erano iscritti nel ruolo
de' cittadini originarj; esenti da servizio militare, se pur il
doge non ne assumesse il comando; esenti da dazj, tasse d'arti e
mestieri, imposte, neppur se fossero per lo scavo dei canali interni
della città. Giunti a sessant'anni, aveano il privilegio di comprare
a un prezzo determinato il pesce che veniva dall'Istria, e venderlo
al pubblico mercato. Erano in ispeciale protezione del doge e della
magistratura delle _Rason Vecchie_, che trattava le loro quistioni. Il
venerdì santo offrivano al doge ottanta passere del peso d'una libbra:
all'Ascensione regalavano alla dogaressa una borsa con cinque ducati in
rame, perchè la si comprasse un par di pianelle. Quando il doge uscisse
alle funzioni nella barca dorata, lo accompagnava una peota, in cui
stavano i principali dell'isola di Poveglia che sonavano le trombe:
nel giorno dell'Ascensione precedeano il bucintoro che andava a sposar
il mare, faceano ala sulla destra del ponte per cui il doge saliva
al vascello, e poteano prendergli la mano e baciargliela. La domenica
poi seguente a quella festa, i loro capi, guidati dal cappellano che
cernivasi dalle famiglie originarie, entravano nell'appartamento del
doge, professandogli l'antica devozione, e chiedendogli continuasse
a proteggerli e ne mantenesse i privilegi, e gli baciavano la mano
e la guancia: poi erano da esso banchettati con servizio d'argento,
e poteano portarsene i rilievi della mensa, oltre il regalo di molte
confetture e di un garofano.

La feudalità non potea metter radice dove non s'aveva territorio:
l'alto clero sceglievasi sempre tra i nobili, onde questi non
discordavano dagli ecclesiastici. San Marco fu sinonimo dello Stato,
lo che dava a questo un aspetto religioso; il servizio pubblico non
importava soggezione ad altr'uomo, ma un obbligo verso quel santo;
e più d'un doge depose il cornetto per finire in un monastero una
vita logorata a servire san Marco. Pier Candiano III erasi associato
il figlio, il quale congiurò contro di lui; ma il popolo stette pel
padre, e cacciò il figliuolo, che, protetto da re Berengario II, mosse
contro la patria (959), di che il padre morì di crepacuore. Il popolo
dimentico elesse quel figlio, che si mostrò crudele nell'interno,
prode e vigoroso di fuori, destreggiando cogl'imperatori d'Oriente e
d'Occidente; proibì ai Veneziani di trafficare di schiavi coi Saracini,
nè di portar lettere a Costantinopoli se non passando per Venezia.
Repudiata la veneta Giovanna, obbligandola a farsi monaca, e chierico
il figlio, sposò Gualdrada sorella del famoso Ugo marchese di Toscana,
che con corteggio di regina gli portò ricchissima dote di beni sodi e
di servi. Per difender questi assoldò bande straniere; e inorgoglito
del costoro appoggio, cominciò a trattare d'alto in basso la nobiltà
veneta, e attaccar liti coi vicini; prese un castello de' Ferraresi, fe
devastare Oderzo, e via di questo passo. I Veneziani, perduta pazienza,
lo assalsero, e perchè si difendeva co' suoi armigeri, diedero ascolto
a Pietro Orseolo, ed appiccarono fuoco al palazzo ducale. La fiamma
si dilatò alle vicine chiese di san Marco, san Teodoro, santa Maria
Zobenico e a più di trecento case; e il doge fu trucidato con un suo
fanciullo.

Gli sottentrò l'Orseolo (976), il tristo consigliatore, eppure uomo di
somma pietà, che tutto s'adoprò a restaurare i danni, rifece il palazzo
e la basilica Marciana, zelò la giustizia. Sentendo però d'aver nemici,
e rimorso della parte presa alla fine del predecessore, raddoppiava
atti di penitenza; da Guarino, abate guascone di famosa santità, si
lasciò persuadere a ritirarsi nella vita monastica; e segretamente
passato in Francia, visse da frate, e dopo morto (978) ebbe onori di
santo. Anche Vitale Candiano suo successore, dopo brevissimo comando,
si chiuse in una badia.

Sotto Tribuno Memmo succedutogli entrò la peste delle fazioni, fin
allora sconosciuta in Venezia, venendo a contesa i Caloprini coi
Morosini; e sorti in armi (979), questi furono cacciati. Ottone II
stava ancora in rotta coi Veneziani per l'uccisione del doge: ora Memmo
gli mandò ambasciadori, coi quali fu concordata la pace, determinando
anzi i limiti[406]; ma i Caloprini, per avere il dogato e per nuocere
ai Morosini, offersero a Ottone quel destro di sminuire l'impero greco,
e a tutte le terre da sè dipendenti proibì di portar vettovaglie a
Venezia, nè ai Veneziani di metter piede nel suo impero. Memmo punì
i mali istigatori col diroccarne le case; ma quel blocco metteva in
gravissima congiuntura la Repubblica, se opportunamente non fosse
morto Ottone. I suoi successori diedero a Venezia il privilegio di
negoziar soli di sale e di pesce marinato. I Caloprini, per mediazione
dell'imperatrice Adelaide, ottennero perdono e giurata sicurezza;
ma poco poi, i tre figliuoli di Stefano Caloprino in gondola furono
trucidati dai Morosini. Il Memmo finì monaco.

Pietro Orseolo II (991) conta fra' più illustri dogi per avere ampliato
la potenza dello Stato; spedì ambascerie ai Saracini, dominanti sulle
coste d'Asia e d'Africa; ottenne nuovi mercati da Ottone III e dal
vescovo di Treviso; compì il palazzo ducale e la basilica; trovò
occasione di sottomettere le città marittime della Dalmazia sottrattesi
ai Croati, e Parenzo, Pola, Ausero, Veglia, Arbe, Trau, Spalatro,
Curzola, Lesina, Ragusi ed altre, che conservando proprj statuti,
riceveano il podestà da Venezia; e il titolo di _duca di Dalmazia per
misericordia di Dio_ fu aggiunto a quello del doge.

Questo godeva terre, decime, pesche, caccie, vestiva riccamente, gran
treno di servi, in chiesa si cantavano le sue lodi; egli intronizzava i
prelati, benediva il popolo, dava l'avocazia delle chiese del dominio,
giudicava liti o spediva messi a giudicarle: ma da un lato lo frenava
l'aristocrazia, dall'altro il popolo, ancora mobile e rivoltoso. Già
dodici dogi erano stati eletti figli di doge ancor vivo; laonde si
temeva non si riducesse ereditaria anche quella dignità, come succedeva
delle feudali sul continente. E però Ottone Orseolo (1009) succeduto a
Pietro fu cacciato dal popolo, e si provvide che nessun doge potesse
associarsi verun congiunto, nè designare il successore. L'autorità
del doge fu ristretta col volere che non deliberasse se non con due
tribuni, poi col togliergli la nomina de' giudici, istituendo il
magistrato _del Proprio_. Il doge era però ancora eletto da tutto il
popolo, donde frequenti sedizioni fra gli aspiranti.

Venezia nulla risentì della lotta delle Investiture, attesochè il doge
non le conferiva; esso nominava il primicerio e i cappellani di San
Marco; popolo e clero continuavano ad eleggere i vescovi; il patriarca,
più tardi creato, ricevendo il soldo dallo Stato, restava alieno dalle
pretensioni feudali dei prelati del continente. I terribili incendj
di cui patì, diedero modo a Venezia di attestare le sue ricchezze con
fabbriche solide e belle, e che compite quando non aveva nè miniere
nè bestiame nè vino od altra produzione, attestano il prosperare de'
suoi traffici. In fatto, cresciute le navi per tutela e commercio,
Venezia si trovò donna del Mediterraneo, e le costituzioni e le leggi
dirizzava ad alta prosperità mercantile, allettando i forestieri con
privilegi, sicurezza, buona moneta, pronta giustizia. Il doge poteva
essere mercante, e in alcuni trattati si trova stipulata esenzione di
gabelle per le merci di lui; ma poi fu stanziato che, salendo al trono,
liquidasse i suoi conti.

Premeva alle città marittime l'amicizia di Costantinopoli, centro delle
arti, del lusso e dell'eleganza, ed emporio alle merci provenienti
dall'India per la via di Alessandria: ma come gli Arabi ebbero
occupato l'Egitto, la necessità di più lunghi tragitti le rincarì,
sicchè i nostri, invece di comprarle a Costantinopoli, preferirono
andarle a raccorre in Aleppo, a Tripoli e in altri porti di Siria,
dove erano recate dall'India sul golfo Arabico, poi per l'Eufrate e
il Tigri fino a Bagdad, traverso al deserto di Palmira riuscendo al
Mediterraneo. Quando poi il soldano d'Egitto riaperse il golfo Arabico,
via degli antichi, i nostri posero stanza ad Alessandria, rassegnandosi
agli oltraggi e alle gravi esazioni de' Musulmani; e quel che ivi
raccattavano, distribuivano poi in tutti i porti del Mediterraneo e
della Spagna, e fin ne' Paesi Bassi e nell'Inghilterra.

La politica di Venezia si limitava dunque al Levante; e durava
l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno d'investitura
dagl'imperatori di Costantinopoli. Coi quali ebbero talvolta guerra,
poi ottennero buon accordo e vantaggi di commercio, e la cessione delle
città di Dalmazia e d'Istria, col che ebbero legalizzata la dominazione
che già vi esercitavano.

Poco tardò nuova guerra (1171) coll'imperatore Manuele Comneno, a
cui fu pretesto il non averlo soccorso contro i Siciliani, ragione
i privilegi da esso largiti ai Pisani. Dicono in cento giorni si
allestissero cento galee, ciascuna di cenquaranta remiganti, oltre i
soldati: ma la sconfitta e la peste distrusse il bello armamento, tanto
che sole diciassette tornarono, dopo ottenuta dura pace, e condussero
in patria la peste[407]. Questi mali esacerbarono il popolo (1172), che
uccise il doge Vitale Michiel II, decimonono sopra i quaranta, di cui
il dominio finisse violentemente: ma fu anche l'ultimo.

Venezia non era la sola città prosperante per commercio marittimo. Gli
Amalfitani vantavano discendere da cittadini di Roma, che Costantino
Magno mandava a Bisanzio, e che naufragati stettero alcun tempo a
Ragusi, poi passarono a Melfi, il cui nome applicarono alla nuova
patria che si edificarono sul pendio e in riva al golfo di Salerno
là dove un tempo era fiorita Pesto. Il ducato formatosi abbracciava
le terre del contorno e le isole dei Galli e di Capri, obbedendo ai
Greci, la cui lontananza lasciava quasi intera indipendenza. Sicardo
principe di Benevento sottomise Amalfi, giovato dalle fazioni che
la sovvolgeano, e rubatone il denaro e il corpo di santa Trifomene,
costrinse gli abitanti a migrare a Salerno, e con nozze congiungersi a'
suoi sudditi, de' cui diritti li fe partecipi[408]. Ma appena Sicardo
cadde (840), gli Amalfitani corsero al porto, e le spoglie della
saccheggiata città posero sui legni, coi quali tornarono alla patria
restaurando le munizioni; e omai indipendenti anche dal catapan greco,
si governarono a repubblica con un prefetto o duca, estesero le loro
merci in tutto l'Oriente, e le loro leggi marittime divennero canone
nel Mediterraneo e nel Jonio, come un tempo quelle di Rodi.

Amalfi non era però così gelosa dell'indipendenza che non cercasse
capi stranieri; e nel 1038 si sottopose a Guaimaro principe di Salerno,
sempre facendo riserva delle proprie libertà.

Ivi Siciliani, Arabi, Indi, Africani venivano a vendere e
barattare[409]; il popolo mostrava sua baldanza con frequenti rivolte,
ornava la patria colle spoglie delle terre remote, e a Gerusalemme avea
fondato due monasteri e uno spedale per comodo de' pellegrini, e per
farvi poi mercato alle grandi solennità. I suoi tarì erano la moneta
più diffusa in Levante prima che i Veneti vi portassero i ducati.
Nelle galee usava scafi piccoli, corti remi; sicchè volendo far impresa
contro una terra, si tirava in secco la galea, e le vele servivano ad
accamparsi, i banchi a dare la scalata, i rematori a costruire e movere
i tormenti da guerra.

La superba Genova, appiè di sterili montagne, flagellata da un
mare poco pescoso, e costretta a cercar vita dalla navigazione,
già all'uscire del secolo IX garantiva da sè la propria sicurezza,
con un governo semplice, atto a tutelare le franchigie del popolo e
affezionarlo alla patria ed agli affari. N'aveano privilegio i nobili,
eletti però popolarmente, come era popolare il general parlamento
che deliberava de' comuni interessi, e riceveva i conti resi da'
magistrati uscenti. Il commercio in grande maneggiavasi dai nobili,
forse cadetti delle famiglie che teneano feudi sulla riviera. E poichè
guerra continua doveano menare coi Musulmani, e da questi difendere
od acquistare gli scali di Levante, univano le professioni dell'armi
e della mercatura. Ottenendo considerazione chi potea mettere sulle
banche grossi capitali, cessava la distinzione di razze nobili ed
ignobili, dividendosi piuttosto i cittadini in compagnie, tribù,
maestranze. In queste non si entrava che dato il giuramento; e chi non
v'appartenesse invano aspirava a cariche pubbliche, la cui nomina era
ad esse serbata. La nobiltà non vi si fondava dunque sui terreni, ma su
banchi, sulla navigazione, sul credito, sulle continuate magistrature.

I vivi traffici in Levante faceano Genova emula di Venezia; la postura
sul mare stesso la recò prontamente in lotta con Pisa. Questa, già
nominata per traffici nell'età romana, anche sotto i Longobardi
conservò qualche indipendenza, giacchè Gregorio Magno querelavasi delle
piraterie da' Pisani esercitate contro i sudditi dell'impero, ed essi
e Sovana di Maremma esortava a spalleggiare Maurizio imperatore. Fu
poi sottoposta forse al duca di Lucca, del quale ai tempi di Carlo
Magno era incombenza il difendere la spiaggia dalle correrie de'
Greci. Ottone II, quando voleva osteggiare i Greci di Calabria e di
Sicilia, mandò a chiedere ajuti da' Pisani: e vuolsi che gl'inviati
da lui fossero sette baroni dell'Impero, i quali, morto Ottone, si
fermarono colà, e diedero origine alle sette famiglie de' Visconti,
Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Lanfranchi, Sismondi; alcuno
aggiunge i Caetani e i Ripafratta; e formarono una nobiltà, distinta
dall'indigena. I marchesi di Toscana vi risedeano alternamente con
Lucca, donde un'invidia, che nel 1003 scoppiò una guerra, che è la
prima che si ricordi di città a città in Italia, e dove all'Acqualunga
Pisa rimaneva superiore.

Tra essa e il mare estendesi un piano sì poco declive, che vi si
formano acquatrini e canneti: l'Arno poi, che allora la lambiva ed
ora la fende, non è fiume bastevole a servirle di porto, come fanno il
Tamigi per Londra, la Schelda per Anversa, il Tago per Lisbona. Dovette
dunque crearsene uno, che fu detto Porto Pisano, a dodici miglia dalla
città e vicino a Livorno, in vista dello scoglio detto la Meloria,
famoso poi per triste battaglie.

Pisa teneva relazione coi Greci della Calabria, e banco ne'
principali porti di quella, e nel suo riceveva mercadanti di paesi
lontanissimi[410]. Colle ricchezze acquistate trafficando riducea
fruttifero il prosciugato delta dell'Arno, e le rive del Tirreno: i
gentiluomini delle colline dal val di Niévole all'Ombrone chiesero
la cittadinanza; v'accorrevano quelli che sottraevansi ai marchesi di
Toscana; gran signori tenevano palazzi nel suo recinto e castelli ne'
contorni; e la nobiltà esercitava l'ingegno governando la patria o i
paesi conquistati. Generalmente favoriva agl'imperatori; parzialità che
diviene, si può dire, il carattere della sua storia successiva.

Dalla costa, ove possedeva da Lérici a Piombino, salvo alquanti
castelli di signori, vagheggiava la Corsica e la Sardegna. Quest'isola,
anticamente considerata uno de' granaj di Roma, fu poi a vicenda
invasa da Vandali, Goti, Greci; infine Musetto (Mugheid al-Ameri)
re moro vi annidò una banda di corsari; mentre i montanari fra le
balze conservavano le credenze e i costumi antichi, che non dismisero
fino ad oggi. Da quella vicinanza grande sconcio veniva a Pisa, che
perciò eccitata dal papa[411], accordatasi con Genova e ajutata
dai natii, obbligò Musetto a ritirarsi in Africa. Ogni anno egli
rinnovava tentativi di ricuperar l'isola, sicchè i Pisani stabilirono
attaccare le coste de' Barbareschi, e presa Bona, minacciata Cartagine,
costrinsero Musetto a chieder pace. L'indomito vecchiardo, avuto ajuti
dalla Spagna, ritentò l'impresa, e scannate le guarnigioni pisane, ebbe
tutta Sardegna, da Cagliari in fuori. Il popolo pisano si scoraggiava
a fronte del rinascente nemico, ma i nobili s'accinsero all'ultimo
sforzo, e ajutati da Genova, dai Malaspina marchesi di Lunigiana,
dal conte Centilio di Mutica in Spagna, allestirono una flotta, che
capitanata dal plebeo Gualduccio, prese terra, sconfisse i Mori (1050),
fe prigione Musetto, che a Pisa morì in carcere. E l'isola fu tutta de'
Cristiani, i quali se la spartirono: ai Genovesi Alghero, al conte di
Mutica Sassari, ai Malaspina le montagne, il distretto di Cagliari ai
Gherardeschi, di Ogliastra ai Sismondi, di Arboréa ai Sardi, d'Oriserto
ai Cajetani. Poco andò che que' signori cessarono ogni dipendenza dalla
metropoli, e cinque principalmente prevalsero col titolo di giudici o
re di Cagliari, Sassari, Logodoro, Arborea, Ogliastra.

Questi fatti non sono abbastanza accertati, e tanto meno le loro
particolarità; vivono però in tradizioni antiche, fra le quali è pure
che, mentre i Pisani veleggiavano sopra la Sardegna, Musetto tentò
sorprendere la loro città, e già aveva occupato la sinistra dell'Arno,
quando una tal Cinzica de' Sismondi chiamò all'armi il popolo e
rincacciò i nemici. Il fatto diede nome di Cinzica al quartiere
d'oltrarno, e origine alla festa di Ponte, battaglia che si dava sul
ponte dell'Arno, finta nell'intento, ma che spesso riusciva troppo da
vero.

I Pisani assalsero poi di nuovo gli Arabi in Sicilia (1063), ed
entrati nel porto di Palermo, e trovatovi sei navi di carico, cinque
abbruciarono, l'altra con ricchissime spoglie condussero in patria,
dove se ne valsero per fabbricare il meraviglioso loro duomo[412].
Anche nel 1087 i Pisani strinsero in Mehedia il re Timino, il quale
morì nel 1106 lasciando cento figli e sessanta figliuole.

Quando, alla pasqua del 1113, la devota plebe accorreva a Pisa per
ricevere la benedizione, l'arcivescovo Pietro fe recare una croce,
e con parole di gran forza dipinse le sevizie usate dai Barbareschi
corseggiando, e massime da Nazaradech re di Majorca, il quale dicevasi
tenesse ventimila Cristiani a penare ne' suoi bagni; sorgessero,
vendicassero alla libertà e alla religione quei loro fratelli. Primi
risposero all'esortazione i vecchi, memori degli altri trionfi
riportati sopra i Saracini; i giovani li secondarono, e dodici
cittadini scelti a diriger l'impresa, coi soccorsi di Roma e di Lucca
e col legato pontifizio salparono. Fortuna di mare li trasse fuor di
corso, e credendosi approdati alle Baleari, cominciarono il guasto:
ma chiaritisi ch'erano invece in Catalogna, s'acquetarono e chiesero
compagni all'impresa Raimondo conte di Barcellona, Guglielmo di
Montpellier, Emerico di Narbona, coi quali s'impadronirono d'Ivica e di
Majorca, menandone via gran preda, e re e regina che si battezzarono.
Le cronache di Firenze, esalanti municipale gelosia, raccontano che i
Pisani, temendo non fosse la loro città molestata dai Lucchesi durante
quella spedizione, chiesero ai Fiorentini la prendessero in custodia
(1114). Vincitori, domandarono a questi che premio desiderassero fra
le spoglie recate da Majorca; se le porte di tallo o due colonne
di porfido. I Fiorentini preferirono queste, e i Pisani gliele
mandarono rivestite di scarlatto; ma si volle che prima le guastassero
coll'affocarle[413]. Sono quelle che ancora vediamo alla porta del bel
San Giovanni.

Dello spartimento della Sardegna i Genovesi rimasero scontenti, e
tardarono a ritirarsi finchè i Pisani non li cacciarono coll'armi.
Di qui erano cominciate invidie e rancori, che poi scoppiarono
pel possesso della Corsica: isola importantissima pel legname di
costruzione, la pece, il catrame, e perchè assicurava il commercio del
mare occidentale. Aveva subìto la dominazione de' Vandali, poi dei
Goti, il cui re Teodorico l'avea giovata di provvedimenti, creando
anche espresso per lei un conte, acciocchè non fosse costretta a
portare fin sul continente le querele. I Longobardi, sprovvisti di
flotte, non aveano pensato a sottometterla; sicchè senza contrasto
la tennero gl'imperatori greci, e ne fecero pessimo governo, gli
sconci del dominio lontano crescendo colle persecuzioni religiose. Fu
poi invasa dagli Arabi, della cui dominazione è ancor testimonio il
Moro cogli occhi bendati ch'essa porta nello stemma; e la tradizione
vorrebbe che un Colonna romano la ritogliesse agli Infedeli, e
l'acquistasse in regno. Fatto è ch'essa fu, come ogn'altro paese
d'allora, sminuzzata fra varj signori, sui quali i Pisani ambivano
aver l'alto dominio per rinforzo al loro partito. La ambivano pure
i Genovesi per un compenso o un contrappeso alla Sardegna: ma que'
signorotti, mal soffrendo di dipendere da città mercatanti, preferirono
il papa, il quale, secondo il diritto del medio evo, ritenevasi sovrano
di tutte le isole, e che in effetto ne fu salutato signore, e vi
deputò dei marchesi (1077). Ma l'isola era sovvertita da incessanti
turbolenze; delle quali infastidito, Urbano II la infeudò ai Pisani
(1091) quando maggior bisogno aveva dell'amicizia e del denaro di essi,
e i vescovi dell'isola dichiarò suffraganei a quello di Pisa, che fin
allora non ne aveva.

Di tutto ciò crebbe la gelosia de' Genovesi, i quali alfine assalsero
Porto Pisano con ottanta galee 1126, quattro grosse navi cariche
di macchine, e ventiduemila uomini da sbarco, fra cui cinquemila
armati di corazza e caschetti di ferro. Tanto poteva una sola città!
I mari furono insanguinati, devastate le coste, finchè Innocenzo II
li riconciliò (1133); e per equipararne i diritti, eresse Genova in
arcivescovado sottraendola al metropolita di Milano, e vi sottopose
i vescovi delle due Riviere e tre della Corsica, mentre al pisano
suffragavano quei della Sardegna. Da quel punto Genova si professò
papale, perchè Pisa stava alla divisa degl'imperatori.



CAPITOLO LXXX.

Crociate. — La Cavalleria.


Le imprese de' Pisani formano quasi il preludio della più segnalata del
medio evo, voglio dire le crociate. Antichissimo è l'uso di visitare le
tombe de' martiri e i santuarj, principalmente San Jacopo di Galizia,
Gerusalemme, ed in Italia il monte Gargano e le soglie degli Apostoli.
I devoti che d'ogni paese ed in ogni tempo venivano a queste, ci
portavano non soltanto denaro, ma ragguagli di contrade inaccesse; e
a vicenda qui attingevano idee d'una civiltà, ben superiore a quella
delle loro patrie.

I pellegrinaggi si volgeano principalmente a luoghi di reliquie famose;
e massime dopo il Mille si estese questa devozione, fondata non solo
su antica tradizione ecclesiastica, ma sulla natural venerazione per
gli avanzi di persone care ed onorate. Se ne abusò, e poichè aveansi
come un tesoro, si cercavano fin colla violenza o la frode. Ne vedemmo
smaniato Sicardo principe di Benevento, che colla guerra obbligò Napoli
a cedergli le ossa di san Gennaro, Amalfi quelle di santa Trifomene,
Lìpari quelle di san Bartolomeo. Queste ultime eccitarono il desiderio
di Ottone III, e i Beneventani non osando disdirgli la domanda, gliele
scambiarono con quelle di san Paolino (pag. 368).

Vuolsi che fino dal 653 i monaci di Fleuriac rubassero da Montecassino
i corpi di san Benedetto e santa Scolastica. Adalberto marchese di
Toscana, osteggiando Narni, ne portò via quelli di san Cassio e santa
Fausta, che depose in San Frediano di Lucca. Famoso involatore di
reliquie Teodoro vescovo di Metz, militando per tre anni in Italia
con Ottone Magno suo cugino, cercò d'averne _quocumque modo potuit_, e
Sigeberto ne fa lunga enumerazione. Trovandosi a Roma mentre Giovanni
VIII benediceva un convulsionario colla catena di san Pietro, esso la
ghermì, giurando non la rilascierebbe, se non gli si tagliassero le
mani: e a fatica fu ottenuto s'accontentasse d'averne un anello[414].

Era morto nel 1074 a Solaniga presso Vicenza san Teodebaldo romito
della stirpe dei conti di Sciampagna, e i Vicentini ne vollero per
forza il cadavere; ma i monaci della Vangadizza presso l'Adigetto
riuscirono a rapirlo, e di grandi miracoli egli fortunò la loro badia.
Rodolfo fratello dell'estinto venne per richiederlo a calde istanze; ma
fu assai se potè ottenerne qualche reliquia. Alcuni mercadanti di Bari,
trafficando a Mira nella Licia, macchinarono di rapire gli avanzi di
san Nicola, e fra scaltrezze e forza gli ebbero, e in mezzo a miracoli
li portarono a Bari, d'allora frequentatissima da devoti. Pure alcun
tempo dopo i Veneziani rubavano da Mira stessa un corpo, che asserivano
esser quello di san Nicola: pretensioni opposte, che recarono serie
emulazioni. Essi Veneziani con lunga astuzia tolsero da Alessandria
le reliquie di san Marco (pag. 523): giunte a Venezia, furono murate
entro un pilastro della cappella ducale, affidandone il secreto al solo
primicerio, al procuradore ed al vescovo: smarritasene poi la memoria,
fu per altri portenti rinnovata nel 1094, quando il corpo venne di
nuovo riposto con tal segretezza, che fino ai dì nostri non fu più
rinvenuto. Attorno al Mille crebbe la smania, l'amore delle reliquie;
molte per rivelazione se ne scopersero, e di preziose in santa Giustina
di Padova; onde parea, dice un contemporaneo, la risurrezione dei
morti.

Neppur frodi mancarono a quella pietà; e i Fiorentini venerarono un
braccio di santa Reparata, ottenuto da Teano, finchè s'avvidero ch'era
legno e gesso, finzione delle monache per serbarsi intera la loro
santa. Più spesso l'ignoranza traeva in errore, e dove si scoprisse
un sepolcro con una palma credeasi chiudesse un martire; le sigle _B.
M._ esprimenti _bonæ memoriæ_, s'interpretavano _beato martire_; il
ruolo d'una legione fu reputato un catalogo di santi; e i dottissimi
e devotissimi Papebrochio e Mabillon fecero espungere dal numero dei
santi una Argiride martire a Ravenna, un Catervio e una Saturnina a
Tolentino, venerati sopra falsa interpretazione d'epigrafi.

In tempi che da una parte predicavasi una morale pura, rigorosa, senza
condiscendenze; dall'altra le inclinazioni, non corrette da riguardi,
da abitudine, da educazione, e fomentate da sciagurati esempj,
portavano ad atti feroci, sentivasi il peccato anche nel commetterlo,
e nasceva presto il bisogno d'espiarlo avanti alla giustizia divina.
Di qui le penitenze pubbliche e rigorosissime. Un penitenziale di
Pisa ci descrive quella che infliggeasi agli omicidi volontarj.
Erano condannati a prigionia, e prima doveano da padrini ricevere la
penitenza di tutti gli altri peccati; poi con essi padrini venir alla
chiesa vescovile, davanti all'arciprete o al canonico penitenziario.
Questo domandava al reo se si fosse redento degli altri trascorsi, e se
per l'omicidio volesse entrare in carcere; e se affermava, venivagli
imposto che tutta la quaresima, eccetto la domenica, digiunasse in
pane e acqua, facesse cento genuflessioni, e recitasse cento _Pater_
ogni giorno, cento ogni notte; a nessuno parlare fin all'ora terza nè
dopo compieta; non si lavare o asciugare le mani; giacere vestito e
sulla paglia, del carcere non uscendo che per le necessità naturali;
il sacerdote gli darebbe a mangiare una volta al dì, e d'un cibo solo,
nè pesci o anguille; del pane datogli deve sempre far tre elemosine,
ma ciascun pane sarà tale che gli avanzi bastino a sostentarlo;
dal penitenziere o dal padrino è condotto al disposto luogo della
prigionia; ivi depone le vesti solite ed ogni pannolino, per mettersi
una tonaca aspra e zoccoli. Seguono le preghiere che si devono recitare
su lui, e quali esortazioni fargli[415].

Quelli che per delitti rifuggivano alle chiese, spesso dopo flagellati
condannavansi a pellegrinare. In espiazione del fratricidio, uno si
strinse al braccio destro la spada micidiale con cerchi di ferro,
sicchè la s'incarnò; quando arrivato al sepolcro di san Bononio
abate di Lucedio nel Vercellese, di subito que' cerchi si spezzarono.
Altrettanto accadde ad altri sulla tomba di sant'Appiano di Pavia in
Comacchio e di san Teodebaldo suddetto nel Vicentino[416].

Presso al Mille un conte Ugone dell'Auvergne colla moglie Isengarda
pellegrinò alla soglia degli Apostoli per iscontare le gravissime sue
colpe: ma quando volle entrare in San Pietro nol potè, spasimando
di dolori e rimorsi. Costretto a confessare questi patimenti, ha
l'assoluzione da papa Silvestro, e l'obbligo di edificare un monastero.
Reduce, alloggiò a Susa presso un amico, al quale raccontò i mali e
la penitenza; ed esso l'esortò a dedicare il monastero all'arcangelo
Michele, mostrandogli la chiesa, ivi a dodici miglia, ove tanti
miracoli questo operava. Ed ecco la notte l'arcangelo stesso appare
in sogno, e lo conforta a tal fatto; e così ebbe origine il famoso
monastero di San Michele alla Chiusa, ricco di molta storia, e pietoso
ai tanti che da quella valle scendeano di Francia in Italia[417].

E in pellegrinaggi furono spesso cambiate le pubbliche penitenze:
il che non piaceva a Carlo Magno, perchè incentivo a gabbar gente;
e invece d'andar randagi coi ferri e ignudi, pareagli espierebbero
meglio i peccati stando fermi in un luogo a lavorare, servire, far le
penitenze canoniche[418]. Non valse l'avviso, anzi i pellegrinaggi
crebbero, e si dirigevano massimamente ai luoghi della Palestina,
dov'eransi compiti i grandi misteri dell'aspettanza e della redenzione.
Ivi ogni gleba portava l'orma d'un patriarca o d'un apostolo; i
racconti della prima fanciullezza come gli studj dell'età matura
erano pieni dei nomi di que' luoghi; i cantici di Salomone, i treni di
Geremia, le maledizioni d'Isaia, le istruzioni del vangelo li rendean
noti e cari a ciascuno come una seconda patria. Pertanto v'affluiva
gente a visitarli fin dai primi tempi del cristianesimo, e sempre più
quanto più si convertivano popoli germanici, amanti delle corse lontane
e avventurose e infervorati di zelo recente.

Nell'850 un diacono di Spoleto, involontariamente micidiale del
fratello, andò a Roma a riceverne penitenza, e cerchiate le braccia
e il collo di ferro, fu mandato ai luoghi santi finchè impetrasse
perdono. Dauferio, nobile beneventano, per avere ucciso Grimoaldo
principe di Benevento, passò a Gerusalemme tenendo in bocca un
sasso abbastanza grosso, cui traeva solo per mangiare[419]. Con quel
pellegrinaggio vedemmo puniti i concubinarj di Milano, ed Erlembaldo
andarvi ad attingere il coraggio di combatterli: a Cencio che l'aveva
tratto prigione, Gregorio VII impose di visitare Terrasanta. Ad
esortazione di Sergio IV vuolsi che molti Veneziani andassero a
Gerusalemme verso il 1009, tra i quali Gherardo Sagredo che colà morì
e fu sepolto. Ne ereditò il nome e la pietà il figlio, il quale fatto
monaco e priore di San Giorgio Maggiore, volle visitare il santo
sepolcro: ma una tempesta lo gettò a non so qual riva, dove un monaco
lo persuase andasse piuttosto ad apostolare l'Ungheria. In fatto vi
fruttò grandemente in propagar la fede, e vi ottenne un vescovado, poi
il martirio; onde ancora in Ungheria e a Venezia è venerato col nome di
san Gherardo[420].

Nel Mille, due reduci da Terrasanta, sorpresi da un miracolo, si
fermarono in val del Tevere, e fatto un oratorio, vi deposero reliquie,
dalla cui devozione originò la città di Sansepolcro. Il monastero di
San Vito nel Lodigiano fu fabbricato il 1030 da un Ilderado di Comazzo,
nobilissimo, vivente a legge ripuaria, il quale racconta: — Avendo
commesso grave misfatto, pensai scontarlo pellegrinando oltremare. Ma
il pontefice cui mi confessai, trovando leggera l'ammenda, m'impose di
continuare tre volte la visita al santo sepolcro e a cento santuarj,
scalzo i piedi, senza cavallo nè bastone, nè uso di moglie, nè fare
verun agio alla carne, e mai non passando il giorno ove la notte. Non
reggendo io a tanto, gli caddi a' piedi, supplicandolo ad alleviarmi
questa penitenza: ed egli impietosito mi ordinò di fondar questo
monastero, e offrirgli la decima di tutti i miei possessi»[421].
Quei possessi eran nullameno di quattromila quattrocensessantaquattro
pertiche, oltre molti diritti lucrosi: e quel monastero contribuiva
ogn'anno un denaro d'oro al santo sepolcro.

Ogn'anno poi da tutta Europa, ma principalmente dall'Italia e da Roma
partivano carovane di devoti, che colla schiavina in dosso, il bordone
alla mano, un cappello di larghe tese, uno zaino sospeso alle reni,
dopo confessi e comunicati, e benedetti colle preci che ancor sono nel
Rituale, andavano oltremare, donde portavano palme e conchiglie, che
reduci deponeano con solennità alla patria chiesa. Volle partire con
una siffatta comitiva Raimondo piacentino dopo perduto ne' traffici
ogni aver suo: ma sua madre non sofferse di staccarsene; e udita
insieme la messa solenne del pellegrinaggio, e ricevuto il bordone e la
bisaccia, si posero in cammino. Visitati i luoghi santi, tornavano per
nave quando Raimondo ammalò agli estremi. I marinaj voleano gettarlo
all'acqua perchè la sua morte non recasse maluria al vascello; ma la
madre li distolse. E guarì, e toccarono terra, ma allora la madre
infermò e morì; e Raimondo tornò soletto a Piacenza, ove depose il
sacro ramo della palma; e fu sempre nominato il Palmiero.

Coloro che da tutta Europa passavano in Terrasanta, soleano
attraversare l'Italia, con guadagno delle nostre città marittime,
le quali, oltre il naulo, vantaggiavano alle fiere che le carovane
de' Musulmani teneano a Gerusalemme, una delle città sacre anche
nella rivelazione di Maometto, e nominatamente sul calvario il giorno
dell'Esaltazione della croce; e nei porti di Siria trovavano occasioni
di utili baratti. La pietà faceasi un dovere di soccorrere ai devoti;
per loro fondavansi ospizj; Bernardo da Mentone ne fabbricò due sul
grande e sul piccolo Sanbernardo; un altro erane sul Cenisio; Venezia
già nel secolo x avea per essi un ospedale alla Giudecca, poi nel
seguente a Sant'Elena, ai Santi Pietro e Paolo di Castello, a San
Clemente.

Non di rado era occorso ai pellegrini di doversi difendere colle armi;
e quando il furibondo califfo d'Egitto Hakem Bamrillah perseguitò i
Cristiani di Siria, papa Silvestro II esortò i nostri a proteggerli
(1001), e in fatto Genovesi e Pisani corsero quelle spiaggie[422]. La
morte di Hakem sospese le minaccie; i nostri stipularono di pagare un
tributo al nuovo califfo (1021) Daher Ledinillah per vivere sicuri in
Palestina; e gli Amalfitani ottennero da lui di fabbricare, presso alla
chiesa di San Giovanni, uno spedale pei viaggiatori d'Occidente, con
ricca dotazione che ogn'anno mandavano d'Europa. Di qui l'origine degli
Spedalieri di San Giovanni, durati poi fin alla nostra età col nome di
cavalieri di Malta.

Ci fu veduto come i Musulmani avessero occupato la costa settentrionale
d'Africa, e di là invaso la Sicilia e l'Italia meridionale, correndo
continuamente il Mediterraneo a danno delle navi e del litorale; e come
contro di loro operassero Giovanni XIV e i Pisani; e finalmente battuti
dai Normanni, non solo rinunziassero a dominare l'Italia, ma anche in
Sicilia fossero ridotti a condizione servile.

In altre parti però le minaccie de' Musulmani rinfocarono non solo
contro Terrasanta ma contro tutta Europa, quando una nuova gente
settentrionale rianimò la foga dei seguaci del Profeta, voglio dire i
Turchi Selgiucidi, che avendo invasa la Siria (1078), vi trucidarono i
Cristiani e i Musulmani Alidi, rei del pari al loro cospetto di credere
che un Dio s'incarnasse. Fu sentito allora il bisogno di prevenire il
pericolo coll'assalire i nemici; e Gregorio VII invitò i Cristiani ad
assumere le armi, e passar a combattere per Cristo, proponendo condurli
egli stesso, appena domi i suoi nemici[423].

Spetta dunque a lui la prima idea delle crociate; ed è notevole che
non nomina tampoco il santo sepolcro, titolo d'emozione allora, come
adesso pretesto: bensì ne motiva l'estendere il regno di Cristo,
respingere l'Islam, restituire all'Impero le provincie tolte dai
Selgiucidi, riunirlo alla Chiesa latina siccome prometteva l'imperatore
Michele Parapinace, spingersi fino in Armenia regno di Cristiani, e
ricacciare i Turchi nel deserto Tartaro. Vittore III continuò quelle
esortazioni nel suo breve pontificato, e tenuto coi vescovi e cardinali
un concilio, da tutti i paesi d'Italia adunò un esercito cristiano,
al quale diede il vessillo di san Pietro e indulgenza plenaria[424].
All'impresa pigliarono principal parte Genovesi e Pisani, che invasero
le coste d'Africa (1088), e delle spoglie levatene abbellirono le
patrie chiese.

Non era dunque nuovo il grido della guerra santa in Italia, allorchè
un Pietro, eremita d'Amiens (1093), andato pellegrino a Gerusalemme,
e tocco dalla miseria a cui gl'Infedeli vi riducevano la popolazione
cristiana e i devoti avveniticci, corse l'Italia e l'Europa, in nome di
Dio invitando i popoli a redimere la santa terra dall'obbrobrio della
servitù straniera. In tempo che predominava il sentimento religioso,
efficacissima sonò quella parola; tutta cristianità si scosse gridando
_Dio lo vuole_, e ne cominciarono le spedizioni note sotto il nome
di crociate. Raccolse quel grido popolare papa Urbano II, e convocò
un sinodo a Piacenza (1095), al quale intervennero ducento vescovi
d'ogni paese, da quattromila cherici e più di tremila laici, talchè
le adunanze bisognò tenere all'aperta. Ivi si fecero molti decreti per
restaurare la scarmigliata disciplina ecclesiastica e per garantire la
tregua di Dio; e furono uditi nunzj dell'imperatore Alessio Comneno che
esponeano le desolazioni della Palestina, esortando a dargli soccorso
contro gli Infedeli, che spingeano le correrie fin sotto ai baluardi di
Costantinopoli, e minacciavano tutta cristianità. Papa Urbano esortò
all'impresa, e da molti ne ricevette giuramento: poi nel concilio di
Clermont promise (cosa allora insolita) indulgenza di tutte le meritate
penitenze a chi assumesse la croce e le armi. — Chi non prende la sua
croce e mi segue, non è degno di me» ripeteasi da tutti i pulpiti. — Le
cavallette non hanno re, e vanno insieme per bande. — Maledetto chi in
viaggio porta il sacco o il bastone! Provvederà Iddio, il quale veste i
gigli de' campi. — Dio lo vuole, Dio lo vuole!»

Come poc'anzi aveano tutti creduto alla fine del mondo, così allora
tutti credettero al riscatto; ognuno lasciava ciò che più avea diletto,
il castello, la sposa, i figliuoli; chi jeri rideva, oggi flagellavasi;
i ladroni sbucavano dalle tane; parricidi, adulteri, sacrileghi
vestivansi di cilizio, e moveano per fare sconto di loro colpe; v'era
chi ferrava i bovi, e sulle benne caricava tutta la famiglia: turbe
incomposte d'uomini, fanciulli, donne, senza guida, senza viveri,
senz'armi s'avviavano a Gerusalemme, non sapendo ove ella fosse nè come
vi giungerebbero, ma fidando nel Dio che aveva pasciuto Israele nel
deserto. Con questo entusiasmo che avrebbe creduto colpa il ragionare,
la turba, sui passi di Piero Eremita, precipitavasi per la via meno
acconcia, cioè per l'Ungheria e la Bulgaria; e per difetto di cibi, o
per assalto de' nemici e per vendetta delle popolazioni su cui arrivava
devastando, perì a centinaja di migliaja. I baroni di Francia e Lorena
mossero con ordine migliore per la Germania: un altro stuolo, con Ugo
fratello del re di Francia, Roberto di Fiandra, Roberto di Normandia,
Eustachio di Boulogne, passarono per Italia. A Lucca trovato il papa,
vollero esserne benedetti; indi rivoltisi su Roma, ne cacciarono
l'antipapa Guilberto, che dovette rinchiudersi in Castel Sant'Angelo.
Giunti in Puglia quando più non era acconcia la stagione al tragitto,
vi attesero la primavera.

Colà Amalfi erasi ribellata a Ruggero duca di Puglia, il quale per
domarla si raccomandò a suo zio Ruggero conte di Sicilia; e questi,
radunato gran numero di Saracini dell'isola[425] e unitili alle sue
truppe e a grossa squadra di navi, assediò la città. Ma ecco in quello
spargersi l'arrivo de' Crociati; subito il grido di Dio lo vuole
risuona fra gli accampati; l'odio rinfervorato contro gl'infedeli fa
parere iniquo l'adoperarlo contro i Cristiani: Boemondo, principe di
Taranto e fratello del duca Ruggero, piglia tosto la croce, nella
speranza di fare alcun acquisto in quell'Asia dove già egli avea
combattuto i Greci; e moltissimi si accingono al passaggio. Così
spegnesi l'ira fratricida, e Amalfi conserva la sua libertà.

I Crociati passarono in Epiro (1096); ma i Greci (che del resto
mostraronsi sempre tepidi, spesso sleali in una guerra da essi
invocata e di loro principale vantaggio) si adombrarono dell'arrivo di
questi Normanni che testè aveano provati nemici, e in fatto non tardò
occasione di venire all'armi. Boemondo li battè, occupò molto paese, e
comparve nella reggia di Costantinopoli con tal fierezza, che Alessio
Comneno non trovò migliore spediente che chiamarlo a sè, lasciargli
scegliere quante ricchezze volesse, e rimandarlo col solo patto che gli
facesse omaggio.

Non è nostro ufficio il divisare quell'impresa, la prima che
s'assumesse a nome dell'intera cristianità, e la più magnifica negli
effetti, giacchè impedì che l'Europa divenisse musulmana. Diremo
solo come i nostri non vi si precipitassero con tanto ardore quanto
gli stranieri, attesochè da un lato (al par degli Spagnuoli) non
aveano bisogno di cercare fuor di casa la guerra contro gl'infedeli,
dall'altro teneano traffici vivi in Siria: pure Folco, poeta di
quegli avvenimenti, canta che dalle rive dell'Adige, dell'Eridano,
del Tevere, della Magra, del Vulturno, del Crustamino partì gran
popolo, Liguri, Italiani (Lombardi?), Toscani, Sabini, Ombri, Lucani,
Calabresi, Sabelli, Aurunci, Volsci, Etruschi, Apuli[426]. V'è chi
scrive l'impresa essere stata consigliata e ispirata dalla contessa
Matilde[427]; ma nessun contemporaneo ne fa motto, benchè all'indole
di lei si convenga il credere vi persuadesse e ajutasse gl'italiani, e
massime i Toscani.

Fra gli ostacoli dei Greci infidi e dei Turchi nemici, l'esercito
procedette fin che prese Nicea ed Antiochia, _occhio della Siria, perla
dell'Oriente_ (1097-98).

Repugna all'indole feudale il supporre la spedizione diretta da un
solo capitano, come disacconciamente favolò il Tasso: ciascun barone,
ciascun uomo passava cogli uomini, colle provvigioni, colle armi, coi
consigli che credeva, nulla avendo di comune se non l'intento, ispirati
dall'unica idea allora universale, la religione, e col calore che le
passioni sogliono acquistare in una moltitudine radunata al medesimo
scopo. Fra' baroni andati da Italia si segnalò Tancredi, figlio del
marchese Odone Buono e di Emina sorella di Roberto Guiscardo, tipo
del valor generoso e devoto; mai non invocato indarno dal debole,
fedele a tutta prova, d'un valore che crescea cogli ostacoli e che si
nascondeva, cercando meriti pel cielo non acquisti in terra. Fiero ed
astuto invece Boemondo suo cugino aspirava più ai regni mondani che al
celeste: onde appena fu presa Antiochia, vi si fermò, facendosene un
regno.

Dopo lunghi travagli (1099 — 15 giug.) anche Gerusalemme fu espugnata,
e si trattò di porne re Tancredi: ma egli preferì consacrare la sua
spada a difenderla dai rinascenti Musulmani; e lo scettro fu dato a
Goffredo di Bouillon. Al modo che i Barbari aveano fatto dell'Italia,
la Palestina fu allora partita fra i cavalieri latini, ciascuno
regnandone un brano, difendendolo, estendendolo, governandolo, sotto la
nominale primazia del re di Gerusalemme.

Anche i conti di Biandrate e di Savoja campeggiarono colà. De' minori
combattenti non si parla, giacchè, se le imprese del medio evo son la
più parte anonime, queste ancor più, dove tutti chiedeano ricompense
eterne, anzichè glorie mondane. Bensì le tradizioni posteriori
accennano a fatti e persone non bene accertati. Padova nomina Aicardo
di Montemerlo e Isnardo di Sant'Andrea del Musone, il primo de' quali,
nobilissimo giovane e soldato arditissimo, restò morto all'assedio
di Nicea. Galvano Fiamma vuole che da Milano un mirabile esercito
passasse alla crociata cantando Ultreja: ma il suo genio parabolano,
l'esser vissuto due secoli dopo, e il silenzio dei cronisti coevi o
vicini, come Landolfo Juniore, gli scemano fede; tanto più che l'abate
Uspergese afferma che sin al 1100 i Lombardi aveano sempre mancato
al voto di concorrere alla crociata. Pure i cronisti milanesi sanno
che il loro arcivescovo Anselmo da Bovisio partì a menare soccorsi
ai Crociati, e dinanzi all'immensa turba portava un braccio di
sant'Ambrogio in atto di benedirla[428]: era banderajo Giovanni da
Ro, e capitano Ottone Visconti, il quale, ucciso un gigante infedele,
gli tolse il cimiero, figurante un drago che ingoja un fanciullo, e
ne formò lo stemma de' Visconti. La spedizione riuscì alla peggio,
e l'arcivescovo stesso vi perì, o combattendo, o a Costantinopoli in
conseguenza d'una ferita: e i Crociati che rimpatriarono, istituirono
il luogo pio delle Marie e la chiesa di San Sepolcro, alla quale poi
annualmente dirigeasi e dirigesi[429] dalla metropolitana lombarda
una processione in ricordanza di quel fatto. A Imola i Sassatelli e
i Carradori presero la croce, e Vincenzo Cesare de' Carradori vi menò
cento compatrioti a proprie spese. A Siena in Bicherna è un quadro che
ricorda l'invio di 2000 crociati.

Tarda adulazione inventò un Rinaldo, giovane eroe, dal quale poi
derivasse la casa d'Este; ma nella storia non n'è il minimo vestigio.
I Fiorentini vorrebbero che Pazzino de' Pazzi montasse il primo sulle
mura di Gerusalemme, onde da Goffredo ebbe in dono alcune scaglie del
santo sepolcro, colle quali in patria accese il fuoco benedetto. Ne
derivò a quella famiglia il privilegio di rinnovare il fuoco al sabbato
santo, e correvano a recar la facellina per tutte le vie sopra un
carro, che poi s'ingrandì e ornò; ed oggi ancora va in volta mandando
la colombina fin al coro della cattedrale, poi dando il volo a molti
fuochi artifiziali sul canto dei Pazzi.

Alla prima crociata andarono i Pisani (vuol la tradizione), e Cucco
Ricucchi portava un crocifisso, il quale nell'assalto di Gerusalemme
voltossi verso i combattenti gridando: «Seguite, o Cristiani, che avete
vinto». Quel crocifisso tennero sempre i Pisani in gran venerazione nel
loro duomo, caricandolo di doni e voti: e da qui derivò l'uso a Pisa
e al restante contado, che nelle processioni si porti il crocifisso
rivolto verso i seguaci. Il Trinci fa andare a quella guerra Guido
da Buti, Guido da Ripafratta, Ezelino da Caprona, Alfeo Salvucci da
Biéntina. Ma mentre alcuni fan principale onore ai Pisani della presa
di Gerusalemme, Guglielmo di Tiro li dice arrivati solo alla fine del
1099, condotti dall'arcivescovo Daimberto, che salì patriarca della
santa città, e del quale abbiamo la lettera con cui, a nome anche di
Goffredo, del conte Raimondo e di tutto l'esercito, dava ragguaglio di
quella presa a Pasquale II, che ne scrisse ringraziamenti ai consoli di
Pisa.

Accompagnavali la flotta genovese di ventotto galee e sei vascelli,
sulla quale montava pure lo storico Caffaro, e vuolsi comandata da
Guglielmo Embriaco, il quale avrebbe insegnato l'uso delle torri
mobili. Le due genti di conserva assalirono Cesarea; e ricevuta prima
la comunione, ed esortati da Daimberto e dal console genovese Malio,
la presero d'assalto. Dalle spoglie i Genovesi ottennero il famoso
catino, che credeasi uno smisurato smeraldo e donato dalla regina Saba
a Salomone, e che ancora si venera come reliquia se non come tesoro. Da
Tancredi ottennero un quartiere d'Antiochia dov'egli era principe, e di
Laodicea con mercato franco e il libero uso dei porti[430].

Venezia, per non guastare i suoi traffici coi principi di Levante,
freddamente avea cooperato alla crociata: come però vide Pisani e
Genovesi tornarne carichi di prede, volle partirle, e impedire che
quelli preponderassero; e scontrata la flotta genovese, la battè e
svaligiò, dando agl'infedeli l'abbominevole soddisfazione di veder
Cristiani uccisi da Cristiani.

Durava ancora l'uso che i dogi chiedessero la bolla d'oro in segno
d'investitura dagli imperatori di Costantinopoli. Domenico Michiel,
elevato a quel posto (1117), mandò impetrarla da Giovanni Comneno;
e questo, pretessendo qualche insulto fatto dai Veneziani, non solo
ricusò, ma fe staggire quanti legni ancoravano ne' suoi porti (1123),
finchè la Repubblica desse soddisfazione. La soddisfazione fu che esso
doge menò a Rodi la flotta, dianzi vincitrice dei Turchi, saccheggiò
quell'isola ed altre, sinchè composero pace ad istanza di Baldovino,
secondo re di Gerusalemme. Allora ducento navi veneziane, su cui
Arrigo Contarini vescovo d'Olivolo, veleggiarono verso Levante, e
colata a fondo la flotta egizia di sessanta galee oltre i legni minori,
approdarono in Siria, patteggiando coi Crociati di soccorrerli, purchè
d'ogni città conquistata ottenessero una via franca, una chiesa,
e bagno e forno e tribunale proprio, e immunità da gravezze, oltre
un terzo della città contro cui campeggiassero, e trecento bisanti
sulle rendite di essa. Sopra Tiro si concentrò lo sforzo; e il doge
Vitale Michiel II, come vide che l'esercito di terra esitava nella
paura d'essere abbandonato dalla flotta, depose il sartiame sulla
spiaggia, distribuì centomila ducati fra i combattenti, e mostrò voler
salire la breccia co' suoi marinaj, armati non d'altro che di remi.
L'esempio incuora, la città è presa, al doge s'offre fin la corona di
Gerusalemme; ma egli preferisce il berretto dogale, e rimena l'armata
trionfante a Venezia, la quale in una sola campagna ebbe acquistato
potenza e spoglie maggiori, che non Pisa e Genova in tanti anni. Poi
nel 1130 da re Baldovino ottenne d'aver un quartiere indipendente
in ciascuna città del reame di Gerusalemme, dove i gabellieri non
potessero impacciare la libertà de' suoi traffici[431]. Anche Genova
all'assedio di Tolemaide patteggiò le si concedesse un terzo del
bottino, e nella città una chiesa, un banco, un tribunale della propria
nazione.

Ma i Musulmani dal primo abbattimento presto risorsero, e minacciavano
cacciare i Cristiani dai loro nuovi stabilimenti, onde fu duopo
rinnovare le spedizioni, sempre con men fervore e più meditati
provvedimenti. San Bernardo (1147) eccitò Luigi VII re di Francia
e Corrado III imperatore di Germania alla seconda crociata, «mal
convenendo che il re del Cielo perdesse una porzione del suo regno in
terra»; e sull'esempio di regina Eleonora di Guienna, ricchi e signori
presero la croce, e si mandava fuso e conocchia a chi tardasse: i
poeti eccitavano al valore, i frati vi spingeano i ribaldi come a via
di salvamento. Molti Italiani v'ascoltarono, fra cui Amedeo duca di
Torino, Guglielmo marchese di Monferrato, Guido di Biandrate, Martin
della Torre milanese che vi fu preso e ucciso, Ezelino il Balbo da
Romano. Ai Crociati raccolti a Etampes Ruggero di Puglia mandò offrire
navi, vitto e il proprio figliuolo, purchè volessero prendere la via di
mare. Sventuratamente non gli diedero retta; e per terra camminando,
si trovarono esposti ai multiformi tradimenti dei Greci; sicchè
l'impresa fallì, ducentomila Cristiani vi perirono, e tardi si vide
quanto saviamente gl'Italiani consigliassero, non di fare soltanto una
punta sovra Gerusalemme, ma di piantare colonie tutto lungo le coste e
nell'Asia Minore: provvedimento che avrebbe tanto operato sull'avvenire
dell'Asia, e prevenuto le minaccie che poi i Turchi recarono
all'Italia.

In quel tempo Ruggero di Sicilia occupava Corfù (1149); e l'imperatore
greco Manuele Comneno invocò i Veneziani per combatterlo. La loro
flotta imbattutasi in Luigi di Francia che tornava di Gerusalemme,
lo prese; ma l'armata di Ruggero poco dopo il liberò: e i Veneziani
devastarono la Sicilia, non tanto per far grato all'augusto bisantino,
quanto per isfogo di rivalità.

Così in Asia si agitavano le passioni e gl'interessi italiani.
Il normanno Boemondo duca d'Antiochia, dopo rimasto lungo tempo
prigioniero dei Turchi, girò Francia e Italia concitando i Cristiani
a mandare soccorsi a Terrasanta; e dal suo principato di Táranto cavò
molta gente, sicchè da Brindisi (1107) potè salpare con ducencinquanta
navi, quarantamila fanti e cinquemila cavalli. Invece però di volgersi
sulla Palestina, prese la Vallona e assediò Durazzo, appartenenti
all'impero greco, finchè Alessio Comneno non ne comprò la pace colla
promessa di più non molestare i Crociati. Poco stante Boemondo morì.

Era pur morto il conte Ruggero di Sicilia, lasciando un fanciullo del
nome stesso, per cui governava Adelaide sua madre. Baldovino II di
Gerusalemme credette opportune ai gravissimi suoi bisogni le ingenti
ricchezze di lei, e la domandò sposa. Ella assentì, patto che, se non
generasse altri figli, il regno di Gerusalemme verrebbe al suo Ruggero;
e passò in Terrasanta con grosso tesoro e fra grandi feste. Ma dopo
alcun tempo Baldovino essendosi gravemente malato, le confessò d'avere
un'altra moglie, onde Adelaide fu rimandata senza le ricchezze. Suo
figlio Ruggero ne concepì tale dispetto, che più non volle soccorrere i
Crociati, per quanto li sapesse in bisogno.

Serve a paragone e chiarimento degli ordini feudali che trovammo
in Italia, il rammemorare come i signori stabiliti in Terrasanta
eleggessero diversi uomini savj _ad inquirere e sapere da la gente
de diverse terre che erano lì, le usanze de le loro città; e tuttociò
che quelli, li quali elesser a questo effetto, hanno possuto saper et
apprendere, el feceno mettere in scriptis_, appunto come Rotari faceva
scrivere le precedenti usanze del suo popolo. E ne venne il codice,
detto _delle Assise_, non estraneo agli Italiani perchè regolò tanti
possessi di questi in Levante, e specialmente Candia, colonia dei
Veneziani, i quali ad uso di essa le fecero tradurre in loro dialetto,
e ve le applicarono come legge comune.

Le Assise, come tutti i codici e statuti del medio evo, si occupavano
soprattutto del rendere giustizia; al qual uopo v'avea due corti
secolari. Dell'alta corte era capo il re, e davanti ad essa si
dibattevano le cause fra la corona e i baroni, o di questi fra loro
o coi loro sudditi o vassalli; onde le Assise trattano a lungo dei
diritti feudali, dei modi di possedere, investire, spropriare, e
principalmente de' giudizj per mezzo del duello: sicchè non potrà dire
di conoscere le ragioni feudali chi in quelle non abbia studiato. Alla
seconda corte della borghesia presedeva un visconte nominato dal re,
e vi si controvertevano le cause fra i semplici borghesi, cioè non
investiti di feudo, nè cavalieri o soldati, ma mercanti, o persone
franche, o sudditi indigeni o schiavi. Qui pure discuteasi per prove e
testimonj, e spesso si ricorreva al duello, e più ancora alle prove del
ferro rovente, dell'acqua o simili.

La corruzione non tardò ad entrare nel regno di Gerusalemme; i
Musulmani si rinforzarono, il generoso Saladino li ricondusse contro
la città (1187) che è santa anche per essi, e in breve l'Europa intese
che Dio avea perduto il suo patrimonio in terra, e Gerusalemme e il
santo sepolcro eran novamente preda ai cani. I popoli tutti, cui quella
era come una patria comune, levarono il pianto, e chiesero armi, armi
(1189). Mentre Ricardo Cuor di leone re d'Inghilterra, Filippo Augusto
di Francia, Federico Barbarossa di Germania vi si accingeano, Genova,
Pisa, Venezia, dimenticati per poco i dissidj, correano a sostenere
Tolemaide assediata, alla guida degli arcivescovi di Pisa e di Ravenna:
Piacenza vi mandò seicento guerrieri, Cremona una grossa nave, duemila
uomini i Bolognesi[432]: i Pisani due volte sconfissero la flotta
musulmana: i Genovesi portavano ambasciadori a tutte le potenze, e a
Ricardo d'Inghilterra esibirono stanza in città, ricovero in porto, e
quanti trasporti per mare occorressero; ed egli gradì l'offerta; poi
combattendo al loro fianco in Palestina, imparò a stimarne il valore,
e com'essi adottò per insegna navale la croce rossa in campo bianco, e
san Giorgio per patrono.

Mercè degli Italiani Tiro fu salva: ma tosto le discordie rivalsero,
e i Cristiani combatterono fra loro, per modo che Corrado marchese
di Tiro dovette obbligare i Genovesi a ritirarsi (1193). Anche i
re crociati furono presto a litigi ed alle armi, talchè la terza
spedizione sortì infelice termine.

Alla quarta già l'ardore devoto erasi intepidito a segno, che fu duopo
esibire denaro perchè il popolo s'armasse, e l'imperatore Enrico VI
prometteva trenta oncie d'oro a chiunque si crociasse: ma costui non
badava tanto al ricupero di Terrasanta, quanto ad assicurare a sè colle
armi pietose il regno di Puglia, siccome vedremo (Cap. LXXXVII).

Meglio che pei fatti particolari, sono memorabili a noi pure
le crociate per la generale influenza esercitata da quel
movimento dell'intera popolazione, dal rimescolamento delle idee,
dall'esaltazione degli spiriti. Per due secoli il crociarsi fu guardato
come un debito, di cui ognuno fosse tenuto a Cristo; le città spedivano
torme di prodi; il principe levava somme a prestanza, mettendo a pegno
i possessi; l'ecclesiastico i benefizj; il barone alienava i feudi;
il poeta ne sperava un non caduco alloro; il monaco la palma della
perseveranza nella fede; la fanciulla, il vecchio, la monaca non si
sgomentavano innanzi a pericoli sì diversi. Ai Crociati perdonavansi
i pedaggi: nei contratti di nozze i nobili si riservavano la libertà
di crociarsi: poteva la moglie impedire al marito di chiudersi in un
convento, ma non di prender la croce[433], quand'anche le lasciasse
dei bambini. Uno non sapeva come schermirsi da un nemico mortale?
crociavasi; uno voleva dalla Chiesa indulgenza de' suoi delitti?
crociavasi. Ricchi e grandi credevano crescere di merito quando in que'
disagi si mettessero a paro co' più abjetti: migliaja giuravano di più
non tornare in patria, che non avessero riscattata Terrasanta; e chi
al voto fallisse, non era più dalla Chiesa riconosciuto per figlio,
restava vile agli occhi degli uomini d'onore. I pellegrini, mantenuti
dalla pubblica carità, cantavano lietamente la terra promessa, la
patria del Salvatore, la genitrice de' santi padri, il teatro della
riconciliazione con Dio: perivano mille di mille segnati? benedicevasi
il Signore che tanti nuovi testimonj di sua fede fossero saliti al
cielo. Voleasi dopo morte esser involti nella tonaca che si tenea
in dosso nel visitare il santo sepolcro; i Pisani trasportarono di
Palestina la terra di che empire il loro cimitero, per potere così
dirsi sepolti in terra santa.

Le crociate fecero pure dalla feudalità e dall'importanza personale
germogliare la Cavalleria, per la quale il nobile tenevasi obbligato
ad usare il massimo valore nelle prove più difficili, cercarle anche a
bella posta, fosse ne' tornei ed in finti armeggi, ovvero in lontani
paesi e in assalti rischiosissimi, e sovrattutto a difesa del bel
sesso, degli ecclesiastici e del proprio signore: della patria non si
parlava ancora. La maggior forza di corpo, il miglior cavallo, l'elmo,
la corazza e la spada meglio temprati erano il vanto del cavaliero, che
doveva non conoscer paura, non rifiutare cimento per quanto disuguale,
non ritirarsi mai da un voto per quanto difficile, non mai mancare a
data parola per quanto gli costasse. Un altro prode, e più specialmente
qualche principe armava il cavaliero, ponendogli i distintivi di quel
grado, cioè l'elsa e gli sproni dorati e il cingolo, e dandogli la
guanciata come s'usa nella cresima, oppur battendolo sulla spalla colla
propria spada.

Il corredo delle prove e delle iniziazioni, e le cerimonie
dell'inaugurazione, precedute dalla veglia dell'armi, nacquero
poc'a poco quando si volle ridur la Cavalleria ad una specie di
condizione privilegiata, com'erano tutte l'altre di quei tempi.
Allora s'introdussero differenti specie di cavalieri: e in Italia
si conosceano cavalieri del bagno, che con solennissime cerimonie si
astergeano il corpo a indizio della purificazione dell'anima; cavalieri
di corredo, vestiti verdebruno e con ghirlanda dorata; cavalieri di
scudo, fatti da popoli e signori, e che pigliavano l'ordine colla
barbuta in capo; cavalieri d'arme, investiti sul campo senz'altra
cerimonia che dar loro la spada, la guanciata, l'abbraccio e il
giuramento di lealtà[434].

Così fatti si moltiplicarono, e per pompa non per merito: Ruggero di
Sicilia, facendo cavalieri i suoi due figliuoli Ruggero e Tancredi, ne
insignì con loro quaranta; nel 1294 Azzo d'Este aprì corte bandita per
ottenere il cingolo da Gherardo di Camino, e avutolo, armò di propria
mano cinquantadue militi; trecento ne armò Carlo Martello quando fu
coronato re di Napoli il 1290: poi se n'abusò a segno, che Carlo IV
imperatore nel 1355 commise al patriarca di dichiarar cavalieri tutti
quei che venuti erano per ciò a Siena; onde coloro i quali aspiravano
ad un onore che cessava d'esser tale dacchè rendeasi vulgato, ma che
rincresceva di non possedere appunto perchè vulgato, raccomandavansi
a quei ch'erano attorno al patriarca, «e quando erano a lui nella
via, lo levavano in alto, e traevangli il cappuccio usato, e ricevuta
la guanciata in segno di cavalleria, gli mettevano il cappuccio
accattato col fregio d'oro, e traevanlo dalla pressa, ed era fatto
cavaliere»[435]. Quando poi Carlo V fu coronato a Bologna, «colla spada
toccava la testa di chi voleva esser cavaliere, dicendogli Esto miles;
e tanti s'affollarono chieditori intorno a lui, dicendo Sire, sire, ad
me, ad me, che egli stanco e sudando, e dicendo ai cortigiani No puedo
mas, inchinò sopra tutti la sua spada, soggiungendo Estote milites
todos todos; e così replicando, gli astanti si partirono cavalieri e
contentissimi»[436].

Ottimo modo di svilire un'istituzione! e il farlo ben conveniva a
cotesti superbi stranieri, che colla spada venivano a radere le
gloriose memorie dell'Italia, e ai sentimenti nobili e generosi
surrogare il calcolo e l'obbedienza incondizionata. E per verità
allora la Cavalleria avea passato stagione, ma già avea prodotto gli
effetti, che non furono pochi. In mezzo a gente armata, a un diritto
universale della forza, si udì per essa proclamare la lealtà e la
generosità: il braccio del prode fu armato a tutela del debole e a
terror del prepotente; la vedova, il pupillo trovarono chi ne sosteneva
i diritti, chiamando al duello giudiziario l'usurpatore de' loro beni:
il castellano dal suo covile udiva squillare il corno del cavaliero,
che lo sfidava alla prova dell'armi, per dimostrargli ch'era un
villan traditore, un sanguinario. Istituzione mirabilmente opportuna
quando verun potere sociale bastava a imporre un ordine interiore,
o a proteggere gl'individui; convertiva l'educazione militare in
poderoso stromento di sociabilità, facendo ancora, al contrario di
ciò che stabiliva il feudalismo, alla nascita prevalere il merito per
mezzo d'una nobiltà, diversa dalla germanica e feudale, e creata per
valore dapprima, sempre per meriti personali; alla potenza stazionaria
e inumana de' possidenti ne opponeva una mobile e generosa, con
sentimenti elevati, colla passione della gloria e il puntiglio della
lealtà: l'inviolabilità della parola e la squisitezza del punto d'onore
davano una dignità, esagerata talvolta, ma che divenne carattere de'
tempi moderni.

Questa comunanza, non forse di simboli e riti quanto alcuno vorrebbe,
bensì di sentimenti, affratellava uomini di disparatissime nazioni, che
cessavano di guardarsi per nemici dacchè erano cavalieri. Una gioventù,
che cercava la fatica dei combattimenti e il riposo delle cortesie, che
per istituto consacrava il coraggio alla giustizia e alla religione,
crebbe l'amor delle pompe, de' tornei, delle corti bandite, ch'erano
pure un nuovo riposo fra lo strepito dell'armi; introdusse il culto
della donna, venerata come auspice della Cavalleria, e chiesta giudice
e premio delle prodezze e delle tenzoni: onde il braccio del forte
fu sottomesso all'irresistibile potenza della debolezza; e i nobili,
inorgogliati soltanto della forza, rendevansi gentili; e mettendosi
a contatto con altri, e a brillare nelle corti, alla selvatichezza
surrogavano quelle maniere che da ciò appunto trassero il nome di
_cortesia_.

I primi Crociati disegnavano sullo scudo la croce, che per tutta la
vita attestava le devote loro prodezze, poi conservato nella famiglia,
diveniva una testimonianza ai posteri. Quel semplice carattere venne
poi complicato con altri segni, che esprimevano con nuovo linguaggio le
imprese; e quegli scudi, sospesi ne' castelli paterni, trasmettevansi
come illustrazione delle famiglie, divenendo così un distintivo
delle case, mentre prima non n'era altro che il nome del feudo, e
consolidando la società coll'attaccarla alle memorie.

Dalla Cavalleria e dalle crociate vennero pure gli Ordini cavallereschi
militari. Uno di Spedalieri troviamo fin dal 952 all'Altopascio in
Toscana, coll'uffizio d'accogliere i pellegrini, assistere i viandanti,
mantenere le strade e i porti[437]. Dalla magnifica torre donde tutto
si domina il val di Nievole, sonava la sera una squilla per avviare
sulla bruna quei che ancora non avessero attraversato le palustri selve
della Cerbaja.

All'ospedale di San Giovanni a Gerusalemme, che dicemmo fondato dagli
Amalfitani, era affisso un Ordine di Spedalieri, il cui priore Gerardo
della Scala, al tempo delle crociate, armò i suoi frati per ajutare
l'impresa; e così venne alterata la loro natura, conservando la cura
degl'infermi e dei pellegrini, ma più combattendo gl'Infedeli, e ne
uscì quell'Ordine nobile che fu poi famoso col nome di Giovanniti e
di cavalieri di Rodi e di Malta. Seguirono i Templari, i Teutonici
ed altri estranei all'Italia. Per noi fa l'indicare i cavalieri di
San Lazaro, segnati dalla croce verde, e dediti a curare i lebbrosi e
difendere i sacri luoghi; che poi trasferiti in Francia, e nel 1572 con
autorità di Gregorio XIII uniti all'Ordine di San Maurizio fondato da
Amedeo VIII di Savoja il 1434, si conservarono fin ad oggi in Piemonte.

Particolari all'Italia furono i Frati Gaudenti di Santa Maria Gloriosa,
istituiti nel 1204 da Loderingo di Andalò, con Gruamonte Caccianemici
e Ugolino Capreto de' Lambertini nobili bolognesi, un Reggiano, il
modenese Ranieri degli Adelardi ed altri, per insinuazione di frà
Bartolomeo Breganze, vescovo di Vicenza, poi santo; ed approvati da
Urbano IV[438]. Dovevano esser nobili per padre e madre; e seguivano
la regola dei Domenicani senz'obbligo di celibato e di convivenza; e
portavano mantello bianco, e su campo simile croce vermiglia sormontata
da due stelle. Assumeano di protegger vedove e pupilli, orfani e
poveri, e intromettersi delle paci: il comune di Bologna gli esentò da
tutti i pesi reali e personali, ed altrimenti li privilegiò; e sovente
le città d'Italia affidavano a loro la riscossione delle gabelle. Ma
(dice Giovan Villani) troppo presto seguirono al nome i fatti, cioè
d'intendere più a godere che ad altro.

Luigi di Táranto, secondo marito che fu di Giovanna regina di Napoli,
in memoria della sua coronazione inventò l'ordine del Nodo (1347), i
cui cavalieri giuravano ajutare il principe in qualunque occorrente;
dovevano portare sull'abito un nodo di qual colore volessero, col motto
_Se a Dio piace_; il venerdì prendevano cappa nera con nodo di seta
bianca, senz'oro nè argento o perle, a memoria della passione. Se il
cavaliero avesse dato o ricevuto ferita, il nodo doveva restare sciolto
finchè avesse visitato il santo sepolcro; reduce dal quale, poneavi il
proprio nome e il motto Piacque a Dio. A pentecoste, congregatisi in
Castel dell'Ovo, biancovestiti, rendeano conto de' fatti d'arme più
notevoli nel _Libro degli avvenimenti de' cavalieri della compagnia
dello Spirito Santo dal dritto desìo_. Chi fosse imputato d'azione
indegna, dovea quel giorno presentarsi con una fiamma sul cuore,
e attorno scritto _Ho speranza nello Spirito Santo di riparare mia
grand'onta_: mangiava in disparte nella sala, ove il principe e i
cavalieri banchettavano. L'Ordine morì coll'istitutore; ma il Libro
degli avvenimenti e degli statuti venne alla repubblica di Venezia, che
ne fece dono ad Enrico III quando passò d'Italia il 1573; ed egli ne
tolse norma per fondare poco poi l'Ordine del Santo Spirito in Francia.

Si pretese che Costantino Magno, a commemorare la vittoria sopra
Massenzio, istituisse l'Ordine di San Giorgio o Costantiniano. Certo
i Flavj Comneno, discendenti degl'imperatori di Costantinopoli,
possedettero lungo tempo il granmaestrato di questa sacra milizia,
e Giannandrea, ultimo di essi, lo lasciò a Francesco Farnese duca di
Parma. Competeva esso ai Farnesi come duchi di Parma, o come retaggio
domestico? punto che i recenti trattati lasciarono irresoluto; onde
continuò a distribuirsi dal duca di Parma non meno che dai re di Napoli
succeduti ai Farnesi, finchè non furono spossessati.

Vorrebbero connettere alle crociate anche l'Ordine savojardo
dell'Annunziata, istituito, dal conte Verde il 1362, la cui collana
è composta di lacci d'amore, colle lettere Fert, che si favoleggiano
iniziali di _Fortitudo Ejus Rhodum Tenuit_. Amedeo VIII gli diede nuovi
statuti nel 1409; Carlo III, il nome e l'immagine della ss. Annunziata
nel 1518: e venti soli ne vanno decorati.

Quando i Turchi minacciavano la Germania e l'Italia, Pio II istituì
l'Ordine della Madonna di Betlem e quello de' Gesuiti, d'effimera
durata. Pio IV istituì lo Speron d'oro (1560), proprio de' pontefici,
che davasi a tutti gli ambasciadori venuti a Roma, e potea conferirsi
anche dalla famiglia Sforza Cesarini, dal maggiordomo del papa, dal
governatore di Roma e dai nunzj; la quale comunicazione d'un diritto
sovrano lo abjettò tanto, che Gregorio XVI (1831) ne mutò il nome e le
divise.

L'arte trovò nella Cavalleria un nuovo campo, esteso quanto quello
della devozione, dalla quale del resto era indivisibile. E ben presto
anche l'Italia fu inondata da romanzi di Cavalleria, tradotti anche in
vulgare; e se noi non contribuimmo verun originale ai periodi della
Tavola Rotonda, de' Paladini di Carlo Magno, del Santo Graal, avemmo
la più splendida esposizione della vita cavalleresca nell'Ariosto, e la
più toccante nel Tasso.

Il primo veniva in tempi di critica, talchè della Cavalleria non
presentò che il lato beffardo, e imprese che, a forza d'essere
esagerate, diventano ridicole; paladini che uccidono migliaja d'uomini;
armi incantate che rivestono eroi invulnerabili; spade che tagliano le
armadure più robuste; scudi che abbagliano; lancie che col solo tocco
scavalcano; e tutto il corredo della magìa, e di castelli incantati
e cavalli volanti e foglie converse in navi...; e il cercare imprese
folli e contro potenze sovrumane, e la religione volta in celia e in
empietà, e l'amore inebbriantesi nella spensierata voluttà. Pure la
vita cavalleresca ci è mostrata in quelle armadure a tutta botta, in
quelle spade famose quanto i loro eroi, come la durlindana d'Orlando,
la belisarda di Ruggero, la fusberta di Rinaldo, «che fa l'arme parer
di vetro frale»; in que' cavalli rinomati, il Bajardo di Rinaldo, il
Brigliadoro di Orlando, il Frontino di Ruggero; in quella fedeltà alla
parola, per cui Zerbino protegge anche la scellerata Gabrina; in quella
riconoscenza, per cui Ruggero combatte invece dell'imperatore Leone fin
contro la propria amante; in quella difesa del debole oppresso, assunta
da Rinaldo, da Bradamante, da Sansonetto; in quell'amore d'Isabella,
che per serbar fede all'estinto sposo subisce la morte; in quella
devozione di Orlando, che, qualora non sia impazzito d'un amor puerile,
combatte incessante per l'imperatore e per Dio, e raccomanda l'anima
al moribondo Brandimarte, «che de' suoi falli al re del paradiso può
domandar perdono anzi l'occaso».

Il Tasso impicciolì il concetto delle crociate, facendone un'impresa
regolare, d'esercito giusto sotto un capitano supremo, e con gerarchia
di uffiziali e riviste e marce e stendardi: ma nell'anima devota e
cavalleresca, più per sentimento che per istudio, intese egli que'
costumi; e tu li ravvisi in Rinaldo, giovinetto insoffrente della
disciplina, volonteroso d'imprese personali, e facilmente distratto
dalle voluttà; in Raimondo che, quantunque vecchio, affronta lo
sfidatore pagano; e meglio ancora in Tancredi, amoroso eppur fedele
al capitano e alla croce, sempre primo ne' cimenti, che duellando
con Argante, ricusa avere il vantaggio d'armi migliori; vedendolo
esanimarsi, lo invita ancora generosamente a cedergli, senza insuperbir
della vittoria[439]; che salva la figlia del signore d'Antiochia, e
la rispetta; che invaghito di Clorinda, la combatte non conoscendola,
e feritala a morte, corre attingere nel proprio elmo per dare col
battesimo la vita eterna a quella cui toglieva la terrena.

È quel Tancredi, di cui le croniche narrano che, avendo compito
stupende geste, fe giurare al suo scudiero di non dirne parola finchè
vivesse.


  FINE DEL TOMO QUINTO E DEL LIBRO SETTIMO



INDICE

  LIBRO SESTO

  CAPITOLO
    LVIII.  Il Medioevo. — Essi e noi                        _pag._ 1
      LIX.  Odoacre. Teodorico goto. Ultimo fiore
              delle lettere latine con Cassiodoro e
              Boezio                                        »      19
       LX.  Fine del regno Ostrogoto. — Belisario. —
              Narsete. — Italia liberata                    »      52
      LXI.  I Longobardi                                    »      70
     LXII.  Gl'invasori. Legislazione longobarda.
              Costumi                                       »      90
    LXIII.  I vinti. Con che legge viveano? Quali
              la condizione e le arti loro?                 »     126
     LXIV.  La Chiesa in relazione coi popoli e coi
              nuovi dominj. San Benedetto e i
              monaci                                        »     150
      LXV.  I papi. Gregorio Magno                          »     169
     LXVI.  Italia disputata fra Longobardi e Greci         »     186
    LXVII.  Gli Iconoclasti. Origine della dominazione
              temporale dei papi                            »     205
   LXVIII.  Fine del regno longobardo. Rinnovasi
              l'impero d'Occidente                          »     231
     LXIX.  L'impero romano-cristiano. Carlo Magno          »     252

  LIBRO SETTIMO

      LXX.  Regno d'Italia. Condizione degli Italiani
              sotto i primi Carolingi                       »     283
     LXXI.  Irruzione dei Saracini. Gl'imperatori
              Franchi                                       »     298
    LXXII.  Imperatori italiani. Gli Ungheri                »     322
   LXXIII.  Età ferrea del Pontificato. Ottone il
              grande. La corona imperiale e il regno
              d'Italia passano ai Tedeschi. Si
              svolge la nazionalità italiana                »     347
    LXXIV.  Il feudalismo                                   »     373
     LXXV.  Il Basso Popolo                                 »     400
    LXXVI.  Il Mille. Corrado Salico. L'arcivescovo
              Eriberto. Enrico III                          »     427
   LXXVII.  Bassa Italia. I Normanni                        »     448
  LXXVIII.  La Chiesa. Simonia e concubinato.
              Gregorio VII. La contessa Matilde.
              Guerra alle investiture                       »     468
    LXXIX.  Repubbliche marittime                           »     517
     LXXX.  Crociate. — La Cavalleria                       »     540



NOTE:


[1] Questo libro fu stampato nel 1855.

[2] BOLLANDISTI, _ad 8 jan._ — EUGIPIUS, _Vita s. Severini_, in PEZ,
_Script. rerum. austriac._, tom. I. — Anche Benvenuto da Imola, al
canto XII dell'_Inferno_ di Dante, racconta che, passando Attila
per Modena, san Geminiano vescovo gli andò incontro chiedendogli
misericordia. Quello gli rispose: — Non sai ch'io sono Attila flagello
di Dio?» E il santo: — Ed io sono Geminiano servo di Dio». Il feroce ne
rimase tocco, e passò oltre senza fare offesa.

[3] Gli storici lo qualificano re degli Eruli, forse perchè di tal
gente gotica fosse il maggior numero delle sue schiere. Giornandes, _De
Goth. orig._, cap. 37, e l'_Historia miscella_, XV, p. 101, lo fanno re
dei Rugi e dei Turcilingi. Nel gabinetto di Vienna si hanno medaglie di
lui, iscritte FL. ODOVAC.

[4] _Æmilia, Tuscia, cæteræque provincia, in quibus hominum pene nullus
existit._ Gelasio papa _ep. ad Andronicum_, presso BARONIO, _ad an._
496, nº 36.

[5] ENNODIO, Paneg. Theodorici: _Migrante tecum ad Ausoniam
mundo... sumpta sunt plaustra vice tectorum, et in domos instabiles
confluxerunt, omnia servitura necessitati. Tunc arma Cereris, et
solventia frumentum bobus saxa trahebantur, oneratæ fætibus matres
inter familias tuas, oblitæ sexus et ponderis, parandi victus cura
laborant_. Sotto il nome _Amalung-Dietrich von Bern_, cioè Teodorico
Amalo di Verona, Teodorico è celebrato nell'_Heldenbuch_ o libro degli
eroi, poema tedesco del XIII secolo.

Su questi fatti, oltre gli autori precitati, vedi CASSIODORO,
_Chronicon_, e principalmente _Variarum libri_ XII, ed. Garet, Rohan
1679, e Venezia 1729. Peccato che Scipione Maffei non ne abbia eseguita
la promessa edizione commentata.

PROCOPIO, _De bello goth._, lib. IV.

ISIDORI HISPALENSIS, _Chronicon goth._

_Anonymi Chron._ detto Valesiano, dal Valois che lo pubblicò a Parigi
il 1681, in calce all'Ammiano Marcellino.

_Historia miscella_, nella raccolta del Muratori. Pare scritta nel 700.

COCHLÆI, _Vita Theodorici_, ed. Peringskiold, Stoccolma 1699. Vi si
comprendono due vite antiche, ma di poco valore. MURATORI, _Annali,
Rerum itaìicarum scriptores_, e _Antiquitates medii ævi_, che cito una
volta per sempre.

SARTORIUS, _Essai sur l'état civil et politique des peuples de l'Italie
sous le gouvernement des Goths_. Parigi 1811; premiato dall'Istituto
francese, ma che pare copiato dalle belle introduzioni di Giuseppe
Rovelli alla _Storia di Como_.

HURTER, _Gesch. des ostrogothischen Königs Theodorich und seiner
Regierung_. Sciaffusa 1808.

MANSO, _Gesch. des ostrogothisch. Reichs in Italien_. Breslavia 1814;
— _Uebersicht der Staats-Aemter und Vervaltungs-Behörden unter den
Oslgothen._ Ivi 1823.

Il sig. Felice Dahn, professore a Monaco, autore della vasta opera _Die
Könige der Germanen_, inserì nella _Allgemeine Zeitung_ del 1872 un
articolo _Teodorich und Odovacar_.

[6] _Et nos maxime qui, divino auxilio, in republica vestra didicimus
quemadmodum Romanis æquabiliter imperare possimus: regnum nostrum
imitatio vestra est, forma boni propositi, unici exemplar imperii,
qui quantum vos sequimur, tantum gentes alias anteimus... Pati vos
non credimus inter utrasque respublicas, quarum semper unum corpus sub
antiquis principibus fuisse declaratur, aliquid discordiæ permanere....
Romani regni unum velle, una semper opinio sit._ Variar., I.

_Romano_ da qui innanzi dinota quelli che non erano Barbari, fossero
i sudditi italiani dell'impero orientale, o i vinti dell'occidentale.
Anche i Turchi chiamano _Romania_ l'ultima provincia rimasta all'impero
greco, e _Romei, Romili_ i Greci soggiogati.

[7] CASSIODORO, _Variar._ spesso. Il Banduri, _Numism. imp. rom._, II.
601, pubblica quest'iscrizione: _Salvis domino nostro Zenone augusto et
gloriosissimo rege Theodorico_.

[8] ENNODIO, _Vita. s. Epiphanii. — Concil._ tom. IV.

[9] Teodorico mutò colla porpora l'abito nazionale; ma è gratuita
l'asserzione del Muratori che _inducesse i suoi Goti a fare lo
stesso_. Presso l'anonimo del Valois, Teodorico si lagna che _Romanus
miser imitatur Gothum, et utilis Gothus_ (cioè il ricco) _imitatur
Romanum_. E presso Cassiodoro, _Variar._, II. 15. 16: _Cum se homines
soleant de vicinitate collidere, istis prædiorum communio causam
noscitur præstitisse concordiæ: sic enim contigit, ut utraque natio,
dum communiter vivit, ad unum velle convenerit... Una lex illos et
æquabilis disciplina complectitur; necesse est enim ut inter eos
suaviter crescat affectus, qui servant jugiter terminos constitutos_.
Sono figure da retore. Da quanti secoli vivono sul suolo stesso Greci e
Turchi? forse ne nacque soave affetto?

[10] Un cenno ne trapela nella lettera di Teodorico al senatore
Sunivado, _ut petat Samnium, jurgia Romanorum cum Gothis compositurus_.
Variar., III. 13.

[11] _Variar._, i. 19; IV. 4; XII. 5. Cassiodoro accenna il _curialis_,
il _defensor_, il _curator_, il _quinquennalis_, ecc.

[12] — Salva la riverenza al diritto pubblico e alle leggi di
ciascuno». — _Jura veterum ad nostram capimus reverentiam custodiri. —
Delectamur jure romano vivere. — Reverenda legum antiquitas. — Secundum
legum veterum constituta_.

[13] _Is qui, quasi specie utilitatis publicæ, ut si necessaria faciat,
delator existat, quem tamen nos execrari omnino profitemur_. Editto 35.

[14] _Ibi potest census addi, ubi cultura profecerit._ Variar., IV.
38. Nella 10 dell'XI scrive essersi aumentato il tributo, perchè _longa
quies et culturam agris præstitit et populos ampliavit_.

[15] _Variar._, IV. 18.19; VI. 7; VII. 42; IX. 24.

[16] Variar., III. 13. 14. 15; VIII. 5. — _Necessarium duximus illum
sublimem virum ad vos comitem destinare, qui, secundum edicta nostra,
inter duos Gothos litem debeat amputare: quod si etiam inter Gothum et
Romanum natum fuerit fortasse negotium, adhibito sibi prudente Romano,
certamen possit æquabili ratione discingere. Inter duos autem Romanos,
Romani audiant quos per provincias dirigimus cognitores. Scitote autem
unam nobis in omnibus æquabiliter esse charitatem._ VIII. 3.

[17] _Variar._, V. 17.

[18] Da _gut_ buono. Ugo Grozio, nella _Storia dei Goti_, radunò i
passi che ne fanno l'elogio: modo cattivo di giungere alla verità.

[19] PROCOPIO, _De bello goth._, III. 8.

[20] _Reliqua per illum et illum_ (come oggi si direbbe) _per N. N.
legatos nostros patrio sermone mandamus_. Teodorico al re degli Eruli.

[21] Re Atalarico scrive a Cassiodoro: _Cum esset_ (Teodorico) _publica
cura vacuatus, sententias prudentum a suis famulis exigebat, ut factis
propriis se æquaret antiquis. Stellarum cursus, maris sinus, fontium
miracula, rimator acutissimus inquirebat, ut rerum naturis diligentius
perscrutatis, quidam purpuratus videretur esse philosophus_. Variar.,
IX. 24.

[22] Lettera del 533.

[23] Citato nella lettera d'Alarico ad Aratore.

[24] Così definisce la filosofia: _Sapientia est rerum quæ sunt
comprehensio_. Aritm., lib. I. c. 1.

[25] Prodigi aveano accompagnato la nascita di questo, sicchè suo
padre il nominò Epifanio, e promise consacrarlo a Dio. A 8 anni era
lettore nella chiesa episcopale di Ticino, piccola città che ancor non
chiamavasi Pavia: a 12 era scrittore del vecchio vescovo Crispino: a
18 soddiacono e amministratore dei beni della Chiesa cioè dei poveri.
Al tempo che il mondo degli impiegati e dei soldati crollava, senza
forza contro gli stranieri, senza virtù contro i disordini interni,
al clero di Pavia presedevano, oltre il santo vescovo, l'arcidiacono
Silvestro, zelante della tradizione e della disciplina antica, ma più
atto a dar pareri che ad operare; Bonoso, di cui diceasi che se il suo
corpo era nato nella Gallia, l'anima sua veniva dalla patria celeste:
Epifanio, più utile di tutti benchè più giovane, sosteneva le fatiche
gravissime che, nello sfacelo della società civile, toccavano alla
ecclesiastica: oggi avvocato a sostener avanti ai tribunali la causa
della Chiesa e dei poveri: domani paciere in una famiglia disunita,
poi raccoglitore e distributor di limosine ai poveri: istruttore e
consigliere degl'ignoranti e dei dubbj: integerrimo di vita, colla
costante moderazione, coll'inalterabile equità, col dominio sopra se
stesso, imponeva agli altri. La chiesa di Ticino dovea difendere i
suoi beni dalle erosioni del Po e dalle usurpazioni dei vicini. Banco,
confinante avido e ingiusto, pretendeva occupare un pezzo lasciato in
secco dal fiume, e ad Epifanio, che opponeva alle violenze la ragione,
diede una bastonata sul capo. Il giovane diacono ghermì il braccio
dell'avversario e il disarmò, e gli astanti avriano freddato Banco se
Epifanio non avesse posto la sua testa sanguinente fra l'offensore e i
vindici.

Crispino morente menò a Milano Epifanio per raccomandarlo al
metropolita e ai nobili come il miglior successore che potessero
dargli: e in fatto a 25 anni fu eletto vescovo di Pavia. Giusto, calmo,
fermo, caritatevole, non mutò la semplice vita, geloso della dignità
episcopale quanto meno la ostentava; subito fu l'oracolo della diocesi:
non affar pubblico o privato menavasi senza di lui; il tribunal suo era
il più frequentato, e sebbene non avesse nè la scienza di Agostino, nè
le grandi missioni d'Ambrogio, era stimato e venerato in tutta Liguria.

Questa si trovava allora minacciata di guerra civile fra Antemio
imperatore, e Ricimero suo genero. I nobili e le città liguri risolsero
di mandare una deputazione a Ricimero a Milano, pregandolo di pace;
ed esso gli ascoltò favorevole, insinuò per altro avrebber dovuto
chiederla ad Antemio, ma capiva che nessuno potrebbe presentarsi a
un imperatore violento e irritato. I nostri risposero che, quanto a
ciò, aveano l'uomo opportuno, che saprebbe domar anche le fiere, e
che bastava vedesse una buona azione perchè tosto vi si accingesse;
d'un'eloquenza poi che (diceano) incantava più d'un mago; e parlato che
avesse, non era possibile resistergli.

Quest'uomo era Epifanio, e Ricimero disse che lo conosceva, e
meravigliarsi non avesse ammiratori e amici. Pregato di assumersi la
pacifica missione, Epifanio disse che questi affari sorpassavano la
sua capacità, ma quando trattisi di salvar la patria, era dover suo
di nulla ricusare. Il suo viaggio fu un trionfo: la gente accorreva
in folla a veder il santo, che andava a chiedere ciò che i popoli
più desiderano, la pace. Antemio non vi vedea che un artifizio di
Ricimero; pure, mosso dalle manifestazioni di tutta Italia e di Roma
specialmente, lo accolse in tutta pompa, ne ascoltò le persuasioni
e le preghiere a favor di quella Italia, che allora prometteasi più
dai santi che dai politici. E il santo trionfò dove i politici erano
falliti, ed ebbe promessa di perdono e di pace, e senza pur soddisfare
la curiosità di veder Roma, tornò a Pavia perchè sovrastava la pasqua.
Indarno Milano l'invitò a ricever ringraziamenti, indarno Ricimero
il voleva alla corte, stupito di veder composta una pace, ch'egli
avea fatto di tutto per rendere impossibile, e che recideva le sue
ambizioni.

Ennodio, che questi fatti ci racconta, era stato allevato da Epifanio,
come Epifanio da Crispino, e gli succedette nella sede vescovile. Così
la plebe cristiana prevedeva da un pezzo chi sarebbe stato il suo
vescovo, e non le era mandato nè conosciuto, nè conoscendo; ed era
protetto da quella forza che nulla compensa, la considerazione e la
stima.

[26]

    _Per Cenetam gradiens et amicos duplavicenses,_
    _Qua natale solum est mihi..._
    _Ast ego sensus inops, italæ quota portio linguæ_
    _Fæce gravis, sermone levis, ratione pigrescens,_
    _Mente hebes, arte carens, usu rudis, ore nec expers,_
    _Parvula grammaticæ lambens reflumina guttæ,_
    _Rhetoricæ exiguum prælïbans gurgitis haustum,_
    _Cote ex juridica cui vix rubigo recessit,_
    _Quæ prius addidici dediscens, et cui tantum_
    _Artibus ex illis odor est in naribus istis._
                       Vita s. Martini, I e IV.

Siano saggio del suo merito poetico, e cenno degli studj che allora
si facevano; e vedasi la prima volta nominata la _lingua italiana_,
comechè per tale devasi intendere la latina.

[27] Giornandes dice che quel porto, già capace di duecencinquanta
vascelli, era mutato in un giardino, e la città divisa in tre parti:
la prima, più elevata, diceasi propriamente Ravenna; la seconda, che
conteneva il palazzo imperiale, chiamavasi Cesarea; la terza, detta
Classe, distava da Ravenna tre miglia.

[28] Probabilmente si valsero d'un piano inclinato, sostenuto da
piedritti. Vedasi RINALDO RASPONI, _La Rotonda prorata edifizio
romano_, 1776; come anche G. B. Passeri, Ippolito Ghiselli Gamba,
Sufflot, il conte Caylus e Enrico Gally nel 1842. Il p. Bacchini provò
che quella fabbrica non è del tempo di Amalasunta, bensì di Teodorico.

[29] _Quid dicamus columnarum junceam proceritatem? moles illas
sublimissimas fabricarum quasi quibusdam erectis hastilibus contineri,
et substantiæ qualitates concavis canalibus excavatæ, ut magis ipsas
æstimes fuisse transfusas, alias ceris judices factum quod metallis
durissimis videas expolitum. Variar., XV. 6, Form. de fabricis et
architectis_.

[30] L'iscrizione stessa è fastosa:

    _Qui potuit rigidas Gothorum subdere mentes,_
    _Hic docuit durum flumina ferre jugum._

Trajano, dopo vittorie di ben altra importanza, sul ponte della via
Appia scriveva solo:

                      TRAJANVS IMP. P. M. STRAVIT.

[31] Nella vita antichissima di s. Fulgenzio, _Acta SS. 1. jan._

[32] Per le spoletine, vedi _Variar._, II. 32. 33. delle altre
conservossi memoria in un'iscrizione, che trascurata si legge accanto
al duomo di Terracina:

DN. GLRMVS ADQ INCLYT (_Dominus gloriosissimus atque inclytus_)
REX THEODORICVS VICTOR AC TRIVMFANS SEMPER AVGVSTVS BONO REIPVBLICÆ
NATVS CVSTOS LIBERTATIS ET PROPAGATOR ROMANI NOMINIS DOMITOR GENTIVM
DECENNOVII VIÆ APPIÆ ID E A TRIP VSQ TARIC IT LOCA QVÆ CONFLVENTIBVS
AB VTRAQ PARTE PALVDIBVS PER OMN RETRO PRINCIP INVNDAVERANT VSVI PVBCO
ET SECVRITATI VIANTIVM ADMIRANDA PROPITIO DEO FELICITE RESTITVIT OPERI
INJVNCTO NAVITER ISVDANTE ADQ CLEMENTISSIMI PRINCIP FELIC DESERVIENT
PRÆCONII ET PROSAPIÆ DECIORVM CÆC MAV BASILIO DECIO VC ET INL EX PV
EX PPO EX COVS ORD PAT QVI AD PERPETVANDAM TANTI DOMINI GLORIAM PER
PLVRIMOS QVI ANTE NON ALBEOS DEDVCTA IN MARE AQVA IGNOTÆ ATAVIS ET
NIMIS ANTIQ REDDIDIT SICCITATI.

[33] Sotto Teodorico, per un soldo d'oro si davano sessanta moggia di
frumento e trenta anfore di vino. Il Valesiano dice scemato d'un terzo
il prezzo dei viveri, sicchè in tempo di caro compravansi venticinque
moggia di grano per un soldo d'oro, mentre al mercato se ne aveano
dieci. In una carestia, Cassiodoro scrive a Dazio vescovo di Milano di
far distribuire un terzo del panico che si trova ne' granaj di Pavia
e Tortona; agli affamati lo dia a un soldo per misura. Forse sono le
dette venticinque moggia.

[34] _Vita s. Epiphanii_.

[35] _Variar._, XII. 4. È il vin santo: poichè dice che, côlta l'uva
in autunno tardo, si sospende o serba in vasi da ciò; a dicembre si
pigia, e in mirabil guisa si ha il vino nuovo quando comincia ad esser
vecchio.

[36] _Variar._, IX. 3.

[37] _In actis concilii Palmaris_.

[38] L'apprensione degli Italiani è espressa in quelle parole di
Boezio: _Rex avidus communis exitii_ (_De consol._, lib. I), e dal
Valesiano: _Rex dolum Romanis tendebat_.

— E quindi ebbero principio quegli rumori, che nutricati e inaspriti
da zelo religioso e dalla mondana ambizione dei cherici ... causarono
poscia la rovina del dominio gotico in Italia, non senza infinito danno
degli Italiani». RANIERI, _Storia d'Italia dal_ V _al_ IX _secolo_, p.
113. Di questo giudizio appello ai fatti del 1848.

[39] — Quante volte ho messo a repentaglio il mio stato per salvare i
poveri, cui con infinite calunnie molestava la non mai punita avarizia
dei Barbari! In grave carestia essendo posto un gravoso balzello alla
Compagnia, tale ch'essa ne sarìa stata deserta, io pel comun bene tolsi
a difenderla davanti il re contro il prefetto del pretorio, e ottenni
non fosse riscosso».

[40]

    _Carmina qui quondam studio florente peregi_
      _Flebilis, heu! mæstos cogor inire modos._
    _Ecce mihi laceræ dictant scribenda Camenæ_
      _Et vivis elegi fletibus ora rigant._
    _Has saltem nullus potuit pervincere terror_
      _Ne nostrum comites prosequerentur iter._
    _Gloria felicis olim viridisque juventæ_
      _Solatur mæsti nunc mea fata senis._
    _Venit enim properata malis inopina senectus,_
      _Et dolor ætatem jussit inesse suam._
    _Intempestivi funduntur vertice crines,_
      _Et tremit effæto corpore laxa cutis._
    _Mors hominum felix, quæ se nec dulcibus annis_
      _Inserit, et mæstis sæpe vocata venit,_
    _Eheu quam surda miseros avertitur aure,_
      _Et flentes oculos claudere sæva negat!_
    _Dum levibus malefida bonis fortuna faveret,_
      _Pæne caput tristis merserat hora meum._
    _Nunc quia fallacem mutavit nubila vultum,_
      _Protrahit ingratas impia vita moras._
    _Quid me felicem toties jactatis amici?_
      _Qui cecidit, stabili non erat ille gradu._

Boezio in quest'opera mostrasi poco cristiano, e nulla meglio di
stoico, tanto che alcuno negò fosse sua fattura, e suppose un Boezio,
differente da quello che i Pavesi venerarono poi sugli altari, forse
per quel sentimento che anch'oggi fa considerare martiri coloro che
cadono per la causa nazionale.

[41] _Omnia regno nostro perfecte constare credimus, si gratiam vestram
nobis minime deesse sentimus... Claudantur odia cum sepultis... Illud
est mihi supra dominatum, tantum ac talem habere rectorem propitium...
Sit vobis regnum nostrum gratiæ vinculis obligatum_. Variar., VIII. 8.

[42] All'egual modo v'entrò Alfonso d'Aragona nel 1442. Questi fatti
ci sono descritti da Procopio (_De bello goth._, l. i. c. 8. 9. 10),
ch'era segretario di Belisario, e che esagera sempre in lode di questo.

[43] Lo dice Procopio; eppure soggiunge che l'esercito goto non bastava
a cingere tutta la città. Egli stesso fa uccidere in Milano μυριάδες
τριάκοντα, trecentomila maschi (lib. II. c. 7): esagerazione o sbaglio.

[44] Nel 536 da Belisario, nel 546 da Totila, l'anno appresso da
Belisario, nel 549 di nuovo da Totila, nel 552 da Narsete. Gregorio
Magno riferisce che san Benedetto avea assicurato che Roma non sarebbe
sterminata da Totila, bensì da turbini e tremuoti; e soggiunge che
di fatto, a' suoi giorni, si vedevano sovverse mura e case e chiese
ed edifizj. Forse a quel tempo sono da attribuire le tante rovine di
solidi fabbricati in Roma; chè certo i Barbari non avean ragione di
accingersi all'immensa fatica che sarebbesi voluta a scassinarli.

[45] Nov. 104, De præt. Siciliæ. E al capo 23: _Lites inter duos
procedentes Romanos, vel ubi romana persona pulsatur, per civiles
judices exercere jubemus, cum talibus negotiis vel causis judices
militares immiscere se ordo non patiatur. E in calce alle Novelle:
Jura insuper vel leges codicibus nostris insertas, quas jam sub
edictali programmate in Italiam dudum misimus, obtinere sancimus: sed
et eas, quas postea promulgavimus constitutiones, jubemus sub edictali
propositione vulgari, ex eo tempore quo sub edictali programmate
evulgatæ fuerint, etiam per partes Italiæ obtinere, ut una, Deo
volente, facta republica, legum etiam nostrarum ubique prolatetur
auctoritas. Annonam etiam, quam et Theodoricus dare solitus erat, et
nos etiam Romanis indulsimus, in posterum etiam dari præcipimus; sicut
etiam annonas, quæ grammaticis ac oratoribus vel etiam medicis vel
jurisperitis antea dari solitum erat, et in posterum suam professionem
scilicet exercentibus erogare præcipimus, quatenus juvenes liberalibus
studiis eruditi per nostram rempublicam floreant_.

[46] _König_ significa re, e _Adelig_ nobile. Così _All-boin_
tutto reggente; _Rose-mond_ bocca rosata; _Au-rich_ antico signore;
_Theud-linda_ benefica al popolo; _Ogil-ulf_ soccorso volontario;
_Rot-her_ signor della pace; _Ar-preth_ ricco d'onore; _Hund-preth_
ricco di benevolenza; _Cuni-preth_ ricco di coraggio; _Rad-wald_ pronto
e potente; _Hildi-brand_ molto ardente; _Rat-gis_ forte in consiglio;
_Ahist-hulf_ pronto al soccorso, ecc.

Paolo Diacono, De gestis Langobardorum, dice che le imprese d'Alboino
erano celebrate ne' versi, non soltanto dei Bavari e dei Sassoni,
ma di quanti usavano la stessa favella. Vedansi _Origo gentis nostræ
Langobardorum_, stampato in capo all'Editto di Rotari, Torino 1846;
e Andrea da Bergamo, Erchemperto, Benedetto da Sant'Andrea, e i
continuatori di Paolo Diacono, detti Cassinense, Salernitano, Romano,
Barberiniano, Andomarense, Fiorentino, Veneto, Trajectense.

PROCOPIO, _De bello gothico_.

ANASTASIO BIBLIOTECARIO, _De vitis pontificum romanorum_.

GREGORIO MAGNO, _Epistole e Dialoghi_.

J. CHRISTIUS, _Origines longobardicæ_.

SCHMIDT, _De Longobardis_.

_Gaillard_, _Mém. historique et critique sur les Longobards_ (Mem.
dell'Accademia francese, tom. XXXIII. XXXV. XLIII).

TURCK, _Forschungen auf dem Gebiete der Geschichte_. Rostock 1835.

ASCHBACH, _Gesch. der Heruler und Gepiden_. Francoforte 1835.

FLEGLER, _Das Königreich der Longobarden in Italien_. Lipsia 1851.

RICHTER, _Ueber die Abkunft und Wanderung der Langobarden_. Vienna
1848; _Friaul unter longobardischer Herschaft_. Ivi 1825.

MERKEL, _Die Gesch. des Langobardenrechts_. Berlino 1851.

BETHMANN, _Paulus Diaconus, und die Geschichtschreibung der
Langobarden_. Annover 1849.

E tutti gli storici d'Italia, e con qualche novità LEBRECHT e LEO,
_Gesch. von Italien_. Amburgo 1829, lib. I; BALBO, _Storia d'Italia_.
Torino 1830; e magistralmente TROYA, _Storia d'Italia_. 1841.

[47] DU CHESNE, App. del tom. I. _Rer. Francicarum_.

[48] PAOLO DIAC., op. cit., lib. II. c. 7.

[49] _Cum uxoribus, natis, omnique suppellectili... cum omni exercitu,
vulgique promiscua multitudine_. PAOLO DIAC., lib. II. c. 7. 8.

[50] Con Onorato vennero a Genova molto clero e patrizj, il vescovo
d'Acqui ed altri ragguardevoli personaggi. I Milanesi vi ottennero una
chiesa che dedicarono a sant'Ambrogio, e il brolo di Sant'Andrea, un
palazzo, le rendite d'alcuni benefizj, e le pievi di Recco, Auscio,
Rapallo, Camogli, colle loro decime e possessioni. Vogliono le cronache
che molti della bassa Insubria rifuggissero entro la grande palude,
detta mar Gerondio, formata dei fiumi Oglio, Serio, Adda; e quivi sopra
un isolotto fangoso, detto _La Mosa_ (_limosa_), fondassero la città di
Crema.

[51] La cronologia dei primi diciassette anni de' Longobardi va
molto confusa; nè Muratori, Fumagalli, Lupi la rischiararono a
sufficienza. L'unico storico cui ci troviamo ridotti, Paolo Diacono,
assegnato il tempo che Alboino uscì di Pannonia, prosegue per note
indeterminate, servendosi delle indizioni; perchè allora s'era cessato
di notare gli anni per consoli, nè ben introdotta l'êra vulgare. Forse
s'accomoderebbero le apparenti contraddizioni cambiando l'anno da cui
gli storici cominciano il regno d'Alboino, e desumendolo, non dalla
presa di Milano, ma dal suo entrare in Italia, cioè dal principio del
569.

Esso Paolo fa solo ai tempi di Autari conquistato Benevento, e primo
duca Zottone. Ma la lettera 46 lib. II di Gregorio Magno è diretta ad
Arechi (Arigiso) successore di Zottone; e poichè essa è del 592, se si
sottraggono i venti anni che, secondo Paolo, Zottone regnò, saliamo ai
tempi dell'assedio di Pavia.

[52] Paolo Diacono ce ne conservò l'epitafio, uno degli scarsi
monumenti di quell'età:

    _Clauditur hoc tumulo, tantum sed corpore, Droctulf,_
      _Nam meritis tota vivit in urbe suis._
    _Cum Bardis fuit ipse quidem, nam gente suavus;_
      _Omnibus et populis inde suavis erat._
    _Terribilis visu facies, sed mente benignus,_
      _Longaque robusto pectore barba fuit._
    _Hic et amans semper romana et publica signa,_
      _Vastator gentis adfuit ipse suæ._
    _Contempsit caros, dum nos amat ille, parentes,_
      _Hanc patriam reputans esse Ravenna suam._
    _Hujus prima fuit Brexelli gloria capti;_
      _Qua residens, cunctis hostibus horror erat._
    _Qui romana potens valuit post signa juvare_
      _Vexillum primum Christus habere dedit._
    _Inde etiam retinet dum classem fraude Feroldus,_
      _Vindicet ut classem, classibus arma parat._
    _Puppibus exiguis decertans amne Badrino_
      _Bardorum innumeras vicit et ipse manus._
    _Rursus et in terris Avarem superavit Eois,_
      _Conquirens dominis maxima palma suis._
    _Martiris auxilio Vitalis fultus ad istos_
      _Pervenit, victor sæpe triumphat ovans._
    _Cujus et in templis petiit sua membra jacere,_
      _Hæc loca post mortem bustis habere juvat._
    _Ipse sacerdotem moriens petit ista Joannem,_
      _His reddit terris cujus amore pio._

[53] _Inventæ sunt in eadem insula divitiæ multæ, quæ ibi de singulis
fuerant civitatibus commendatæ._ PAOLO DIAC., lib. III. c. 26.

[54] Lo stesso, lib. VI. c. 6. Leo dice: — Nessun re ardì arricchire
gli ecclesiastici cattolici, perchè tutti pendevano alla signoria de'
Romani». _Vic. della costit. in Italia_, § 10, parte 1ª. Che Rotari
fondasse parecchi monasteri, lo prova il documento pubblicato negli
_Hist. patriæ monumenta, Chart._ tom. I. p. 7. Di Agilulfo dice Paolo,
lib. VI. c. 6, che _multas possessiones Ecclesiæ largitus est_; e
sappiamo che regalò beni al monastero di San Colombano a Bobbio.
Liberalità de' re successivi indicheremo a suo tempo, e le storie ne
son piene.

[55] Porta scritto in giro, AGILULF GRAT. DIVIN. GLOR. REX TOTIUS ITAL.
OFERET SCO JOHANNI BATTISTE IN ECLA MODICIA. Se l'iscrizione potesse
credersi contemporanea del dono, sarebbe la prima volta che trovasi la
formola _per la grazia di Dio_, poi dal franco Pepino introdotta ne'
diplomi; e così pare quel _re di tutta Italia_, che, non senza maggior
ragione, fu quindi adoperato da Carlo Magno e da Napoleone. Sembra che
i Longobardi non coronassero i loro re, ma gl'investissero col metter
loro in mano un'asta: pure le loro effigie sulle monete portano corona.

[56] _Excellentissimo filio nostro Adulouwaldo reg. transmiter.
philacteria curavimus, idest crucem cum ligno s. crucis Domini, et
lectionem s. Evangeli theca persice inclusam. Filiæ quoque meæ, sorori
ejus, tres anulos transmisi, duos cum hyacinthis et unum cum albula:
quæ eis per vos peto dari_. Non si usava ancora mandare ossa di santi:
e Gregorio Magno lo disapprova assai.

[57] JONAS, in _Vita s. Bertulfi_, ap. MABILLON, _Ord. s. Benedict._

[58] _Brexiana civitas magnam semper nobilium Longobardorum
multitudinem habuit_. PAOLO DIAC., lib. V. c. 36.

[59] Fredegario e Paolo attribuiscono il fatto a Rodoaldo; ma i:
tempi non rispondono. Non occorre venire fino all'odierna civiltà
per trovare assurdo questo modo di ragionare. Ai tempi di Lodovico il
Pio, Agovardo arcivescovo di Lione scriveva: — Bell'arte a scoprir la
verità! e soprattutto quando l'un combattente e l'altro soccombono. Se
Dio volesse che in questa vita gl'innocenti fossero sempre vincitori
e i colpevoli vinti, Gerusalemme non sarebbe sottoposta ai Saraceni,
nè Italia ai Longobardi». _Liber adv. Gundobadum_, cap. XIV. I
contemporanei non guardavano dunque per una fortuna l'esser l'Italia
vinta dai Longobardi, come fecero alcuni mille anni più tardi.

[60] Burckhard (_Staats- und Rechtsgesch. der Römer_, § 42. Stutrgard
1841) vorrebbe che _oppida_ e _vici_ fossero terre smurate, le quali
non formavano Comune da sè, ma erano assegnate a municipj nel cui
territorio eran poste.

[61] Diceasi _guidrigild_, compenso privato; ben distinto dall'ammenda
(_fried_), che è compenso pubblico.

[62] _De bello goth._, II. 14; III. 34. Una loro migrazione, cantata
dallo scaldo di Gottland, componeasi di settanta navi, montate ciascuna
da cento uomini.

[63] _Aucto de diversis gentibus, quas superaverant, exercitu._ PAOLO
DIAC., lib. I. c. 20.

[64] La storia non parla che dell'isola; ma essa è tanto piccina, ch'è
forza credere sotto quel nome comprese le circostanze. A Lenno, terra
di quella riva, sono due iscrizioni del 571 e 572, ove l'anno è notato
per consoli, e Giustino II è detto signor nostro.

HIC REQVIESCIT IN PACE FAMVLVS CHRISTI LAVRENTIVS VENERABILIS SACERDOS,
QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO ANNOS IV; DEPOSITVS DIE III NONAS IVLII, POST
CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VI, INDICTIONE
IV.

HIC REQVIESCIT IN PACE BONÆ MEMORIÆ CYPRIANVS, QVI VIXIT IN HOC SÆCVLO
ANNOS P. M. XXXIII; DEPOSITVS SVB DIE VII KALENDAS OCTOBRIS, INDICTIONE
V, POST CONSVLATVM DOMINI NOSTRI IVSTINI PERPETVI AVGVSTI ANNO VII.

[65] In tal senso l'editto di Rotari si dice fatto col consenso _cuncti
felicissimi exercitus nostri_.

[66] _Homo qui habet septem casas massaricias, habeat loricam cum
reliqua conciatura sua, debeat habere et caballos... Homines qui non
habent casas massaricias, et habent quadraginta jugis terræ, habeant
caballum, scutum et lanceam... Item de illis hominibus qui negotiantes
sunt et pecuniam_ (non) _habent, qui sunt majores et potentes, habeant
loricas, scutos, caballos et lanceas; et qui sunt sequientes, habeant
caballos, scutum et lanceam; minores habeant coccoras cum sagittas et
arcos._ Leggi di Astolfo, pubblicate dal Troya.

[67] ROTARI, leg. 177; LIUTPRANDO, lib. III. leg. 4. Da _fahren_
generare, radice disusata di _Vorfahren_ progenitori; sicchè
corrisponde a _gens_ de' Latini. Oggi in Albania _fara_ significa lo
stesso.

[68] Nelle leggi; ma Paolo Diacono, lib. I. c. 21, cita gli _Adalingi,
sic enim apud eos quædam nobilis prosapia vocabatur_. Forse era sola la
razza regia.

[69] _Liberi, ingenui, ingenuiles_, più tardi _boni homines_. Ehre
significa onore, ed heer esercito: onde arimanno è uom d'onore
o d'arme. Il Troya fa osservare che la voce αριμανες trovasi in
Appiano, _De bello mithr._ Ottone I, nel 967, dona a un monastero un
borgo _cum liberis hominibus, qui vulgo herimanni dicuntur_ (Antiq.
ital., I. 717). Enrico IV, nel 1074, _donamus insuper monasterio...
liberos homines, quos vulgo arimannos vocant_ (Ivi, 739). Errano
il Sismondi credendo gli arimanni contadini liberi, che oltre le
proprie terre avessero enfiteusi dai grandi, e che soli coi nobili
potessero intervenire al placito (cap. 2); e Giovanni Müller (_Allg.
Geschichte_), credendo che l'arimanno fosse tra' Longobardi il
capo militare di ciascuna borgata. _Omnes liberi, qui a dominis
suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et
benefactorum vivere debeant, secundum qualibet a suis dominis propriis
concessum fuerit_. ROTARI, leg. 239. Qui _lex_ è chiaro che significa
le condizioni «imposte dai padroni a ciascun emancipato».

* Tutti questi punti furono dibattuti assai in Italia e fuori,
massime dopo la pubblicazione dell'opera di Carlo Troya. Carlo Hegel
(_Gesch. der italienischen Stadt e Freiheit_. Lipsia 1847) sostiene
che sotto i Longobardi esisteva un diritto unico, indissolubile, e i
liberi provinciali erano messi nella semilibertà degli Aldj, dalla
quale non potevano passare alla libertà intera longobarda se non
per una nuova manumissione. Il diritto romano per lungo tempo non fu
riconosciuto pubblicamente; dapprima ottenne qualche legalità come
diritto di corte, poi come diritto ecclesiastico, non però personale;
infine come concessione a singoli stranieri, indi a città e territorj
intieri. Suppone che siasi fatta fusione tra i Longobardi e i Romani,
prestandosi reciprocamente gli elementi. _Nota del 1862_.

[70] Il Muratori distingue duchi maggiori e minori, ma senza ragione.
Paolo Diacono nomina i duchi di Ticino, Bergamo, Brescia, Trento,
Forogiulio, Milano; _e oltre questi, altri_ trenta _ne furono nelle
loro città_, II. 32. Sarebbero dunque trentasei, forse perchè fra'
Longobardi, come fra altri popoli germanici, si usassero due decine
diverse, l'una di dieci unità, l'altra di dodici; il che fa che molte
volte un numero abbia a intendersi altrimenti da quel che suona. Vedi
RUEHS, _Schwedische Geschichte_, vol. I. § 19. In tal caso potrebbe
darsi che i duchi longobardi fossero dodici nella Neustria, ed
altrettanti nell'Austria e nella Tuscia. Menzione storica abbiamo de'
ducati d'Istria, del Friuli, Milano, Bergamo, Pavia, Brescia, Trento,
Spoleto, Torino, Asti, Ivrea, San Giulio d'Orta, Verona, Vicenza,
Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Brescello, Reggio, Perugia, Lucca,
Chiusi, Firenze, Soana, Populonia, Fermo, Rimini, Benevento.

[71] _Epist._ VI _Stephani II_, ap. MANSI, _Concil._, tom. II.

[72] Della reciproca garanzia rimase un vestigio negli statuti
criminali di Milano, ove il cap. 162 è _Qualiter Comunia teneantur pro
captis in terra sua_. Anche della costituzione per decine prolungossi
la memoria; e fin nel 1500 la valle di Cadore era divisa in dieci
_centi_, e ogni cento aveva un capitano, e armava duecento uomini:
in caso di pericolo i capitani sceglievano un generale, e questo col
_conte_, cioè il comandante veneziano, vegliava sulla valle.

[73] DE PIETRO, _Memorie di Sulmona_, pag. 55, citato dal Leo. Il loro
nome deriva da _gast-halter_.

[74] Di questi re egli fa l'enumerazione nel prologo. Un bel codice
ne sussiste nell'archivio della Cava, e un altro a Vercelli, con un
prologo differente, ove più distintamente sono noverati i re antichi
longobardi, e che si capisce esser la fonte de' primi libri di Paolo
Diacono, il quale storpiò quei nomi per pedanteria e retorica.

Le leggi longobarde furono pubblicate in due raccolte: la prima è
storica, disponendosi coll'ordine onde furono emanate da Rotari sino
a Corrado I imperatore; nell'altra, detta _Lombarda_, eseguita dopo
Enrico I, sono scientificamente distribuite in tre libri, il primo di
37 titoli, il secondo di 59, il terzo di 40. La migliore e più decisiva
recensione delle leggi longobarde, e di tutto ciò che concerne il loro
dominio in Italia, è il discorso di Carlo Troya _sulla condizione dei
Romani vinti dai Longobardi_; studio profondo e di lunghissimi anni,
il quale suscitò (come avviene) un'infinità di articoli e opuscoli
improvvisati.

[75] ROT., 167-170, 158-160.

[76] _Et ipse quartus ducat eum in quadrivium, et thingat in wadia,
et gisiles ibi sint etc._ ROT., 225. — _Reddat in octogilt, et non sit
fegangi_. 375. — _Si servus regis ob eros, vel vecorin, seu mernorphin
fecerit_. 376.

[77] LIUTPR., IV. 7. 8. 6.

[78] In una formola del Codice veronese, alla legge 182 di Rotari, il
conte si volge ai giudici, e domanda loro il punto legale: _Nunc dicite
vos, judices, quid commendet lex_.

[79] _Ad leg._ 53. _lib._ I LIUTPR.

[80] _Ad. leg._ 7. _lib._ II LIUTPR. — Ecco altri esempj: _Petre, te
appellat Martinus, quia tu consiliatus es de morte sua, aut occidisti
patrem suum. De toto me appellasti. Si dixerit quod consiliatus esset
cum rege aut occidisset per jussionem regis, aut approbet aut emendet,
secundum quosdam. Secundum quosdam, aliter est: in anima jurare debet.
Sed melius est, secundum alios, quod dicat — Non consiliatus sum, nec
occidi, quod per legem emendare debeam pro usu._

_Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica, quod
D. levavit sedicionem contra tuum comitem, et occidit suum caballum cum
ipsa sedicione; et tu fuisti consentiens in ipso malo._

_Petre, te appellat Martinus, qui est advocatus de parte publica,
quod homines de civitate Roma levaverunt sedicionem contra homines
de civitate Cremona, vel contra comitem de Mediolano; et tu fuisti in
capite cum illis._

_Petre, te appellat Martinus, quod homines de civitate Ravenna
levaverunt adunaciones contra homines de civitate Roma; et tu fuisti
consentiens in isto malo._

_Petre, te appellat Martinus, quod ipse tenebat cum rege; et tu
spoliasti casam suam de tanto mobili, qui valebat solidos centum._

_Petre, te appellat Martinus, quod ipse sponsavit Aldam tuam filiam
puellam; et tu dedisti eam alteri in conjugium ante duos annos. — Non
sponsasti meam filiam: tunc ille qui appellat, probet. Si dixerit —
Sponsasti tu meam filiam, sed non erat puella: tunc ille qui appellat,
probet quod erat puella; et si non potuerit, juret ipse qui appellatus
est, quia non erat puella_.

[81] Leg. 230. 231.

[82] Leg. 4.

[83] LIUTPR., II. 25.

[84] ROT., 32.

[85] Id., 42.

[86] ROT., 25. 26; LIUPTR., IV. 7. 10; VI. 27; RACHIS, 7. 8.

[87] _Væ tibi terra, cujus rex puer est, et cujus principes mane
comedunt._ Eccl., X. 16.

[88] Leg. 364.

[89] ROT., 179; e così 153. 165. 166. 364. 367. 369.

[90] In mezzo al tempio degli Dei Palìci in Sicilia vaneggiavano due
crateri stretti e profondi, pieni d'acqua solforosi che zampillava.
Quand'uno era accusato di furto o d'altro, dava il suo giuramento
scritto sopra una tavoletta, e questa gettavasi nell'acqua: se
galleggiava, l'accusato era assolto; se no, era gettato nel cratere.
Altre volte l'accusatore leggeva il contenuto nella tavoletta, e
l'accusato, cinto di ghirlande e in tunica discinta, e agitando un ramo
colla mano, lo ripetea parola per parola, toccando l'orlo dei cratere:
se dicea vero, andavasene salvo; se no, periva inghiottito, o perdea la
vista. DIODORO SIC., XI. 89; ARISTOTELE, _Mir. ausc._ 58.

[91] _Variar._, III. 24.

[92] ROT., 198. 203. 214. 231; LIUTPR., VI. 64; GRIMOALDO, 7.

[93] _Leg. Othonis_, 1. 2. 5. 6. 7. 9. 11. 12.

[94] ROT., 5. 11. 12. 14. 19. 141. 253. 284. 285; LIUTPR., VI. 81-85.

[95] ROT., 33. 130. 131. 200-203. ecc.

[96] Il soldo dei Longobardi non si sa se fosse d'oro o d'argento,
reale o ideale: reale era il tremissis, terza parte del soldo. (_Cum
die quodam Alachis super mensam numeraret, unus tremissis de eadem
mensa cecidit: quem filius Aldonis, adhuc puerulus, de terra colligens,
eidem Alachi reddidit_. PAOLO DIAC., lib. V. c. 39). Forse erano quelle
rozze monete, con san Michele da una parte, e dall'altra il busto del
re, che si trovano ne' musei, ma tanto logore da non potersene valutare
il peso. Delle migliori nessuna eccede la metà d'uno zecchino.

[97] ROT., 129. 136.

[98] Id., 338. 339. Anche la _Lex aquilia_ de' Romani non mette divario
tra ferire il servo o la bestia altrui.

[99] ROT., 46. 47. 50. 51. 52. 67.

[100] Id., 147. 317.

[101] Id., 246. 247.

[102] III. 26.

[103] Ivi.

[104] Id., IV. 2.

[105] AULICO TICINESE, cap. XIV.

[106] PAOLO DIAC., lib. I. c. 13.

[107] _Atramento, pinna et pergamena manibus meis de terra elevavi,
et Teutpaldi notarii ad scribendum tradidi, per vasone terre et
fistuco nodato seo ramo arborum accepi... per coltello et wantone seo
aldilaine, et sic per hanc cartula, justa legem saliga, vindo, dono,
trado atque trasfundo etc._ Carta lucchese del 983. Arch. Guinigi.

Ugo marchese nel 996, investendo del castello di Caresana e sue
appartenenze il vescovo di Vercelli, dice: _Per presentem cartulam
offersionis abendum confirmo pro animæ meæ mercede. Insuper per
cultellum, fistucam, wantonem_ (_guanto_) _et vasonem terræ atque ramum
arboris pars ipsius, episcopo facio tradicionem et vestituram, et me
exinde foris expuli, guarpivi et absascito feci....._ Monumenta hist.
patr.; Chart. I, pag. 306.

[108] Rotari nella leg. 75 dispose che, se il donato fosse chiesto
dal donatore a provare d'aver corrisposto il launechildo, giurasse
averlo dato; se no, restituisse il _ferquido_, cioè l'equivalente.
Liutprando, lib. VI, leg. 19, dichiarò insussistente la donazione senza
il launechildo e la _tingazione_, eccettuati i doni a chiese o a luoghi
pii come redenzione dell'anima.

[109] LIUTPR., I. 1-5, II. 8, III. 3, VI. 48; ROT., 157-169.

[110] ROT., 173. 168. 169.

[111] VI. 6.

[112] GRIM., II; LIUTPR., VI. 87; ROT., 186. 178. 179. 198; ASTOLFO, 3.
14.

[113] _Nulli mulieri liberæ, sub regni nostri ditione lege
Longobardorum viventi, liceat in suæ potestatis arbitrio, idest sine
mundio vivere, nisi semper sub potestate viri, aut potestate curtis
regiæ debeat permanere: nec aliquid de rebus mobilibus aut immobilibus,
sine voluntate ipsius in cujus mundio fuerit, habeat potestatem donandi
aut alienandi._ ROT., 205.

[114] X. 2.

[115] _Mundium non sit amplius quam solidi tres._ II. 3. Il Muratori
confonde il mundio col mefio.

[116] II. 1. — _Consentientes mihi suprascripto genitor meus, per hunc
scriptum secundum legem in morincap dare videor tibi, Imilla dilecta
et amabilis conjus mea... quartam portionem ex integra de omnia et
ex omnibus casis et fundis... vel quod in antea Deo adjuvante legibus
atquisiero, de omnia ex integra quartam portionem abeas tu jam nominata
Imilla dilecta et amabilis conjus in morincap_, ecc. Carta lucchese del
986. Arch. arciv.

[117] II. 6; VI. 59. 68. 76. 78.

[118] _Si quis res alienas, idest servum et ancillam, seu alias res
mobiles_... Leg. 232. E vedi LIUTPR., v. 36; ROT., i. 13. 222; RACHIS,
3. 277.

[119] Quando al risorgente diritto romano prestavasi non culto
ma idolatria, il celebre commentatore Andrea d'Isernia chiama il
longobardo _jus asininum_; Lucca di Penna scrive _longobardicas
leges fuisse factas a bestialibus, neque mereri appellari leges sed
fæces_. Il Giannone sempre inginocchiato davanti ai regnanti, dice
che «splenderà nelle gesta de' loro principi non meno la fortezza e
la magnanimità, che la pietà, la giustizia, la temperanza; e le loro
leggi e i loro costumi, sebbene non potranno paragonarsi con quelli
degli antichi Romani, non dovranno però posporsi a quelli degli ultimi
tempi dello scadimento dell'Imperio» (_Storia civ._, lib. III);
ed ha un capitolo _sulla loro giustizia e saviezza_. Montesquieu
magnifica le leggi longobarde sopra tutte le altre barbariche. Il
Sismondi (_Repubbliche ital._, cap. 1) le chiama _saviissime_, e
_abbastanza glorioso_ il regno dei Longobardi; eppure soggiunge che
_le due nazioni rimasero divise da un implacabile odio_. Per raffaccio
alle legislazioni del suo tempo, il Filangeri esaltò di troppo le
processure barbariche: «Non è codice dei Barbari, che non regoli
l'accusa giudiziaria meglio che le nazioni civili d'oggi. Nessuno
niega al cittadino il diritto di accusare; e non pensò a combinar la
libertà d'accusare colla difficoltà di calunniare. Nei Capitolari di
Carlo Magno si stabilisce che il giudice non possa giudicare alcuno se
manca un legittimo accusatore (_Cap. C. M. et Lod._, lib. V. c. 248;
_Edict. Theod._, c. 20). L'Editto di Teodorico condanna del taglione
il calunniatore (_Edict._, c. 13; _Cap. C. M._, lib. VI. c. 329;
lib. VII. c. 180). Teodorico interdisse l'accusa secreta (c. 50). Nei
Capitolari di Carlo Magno, che non giudichi il giudice in assenza di
una parte (lib. vii. c. 145. 168). Escludeano i Longobardi chi avesse
dato prova di mala fede (_Cod. Long._, lib. XI. tit. 51 _de testib._
§ 8), o quello che per la condizione e pei delitti avesse perduta la
confidenza della legge (_Cap. C. M._, lib. I. c. 45; lib. VI. c. 144
e 298). I testimonj deponeano in presenza dell'accusato: lui presente,
il giudice gl'interrogava, e potea interromperli di rispondere. Queste
buone costituzioni ponno far vergognare l'Europa d'oggi, che avvolge
i processi nel mistero». _Scienza della legisl._, lib. III. c. 2. 3.
Nella più recente _Storia d'Italia_, a pag. 351 del vol. I, è detto
che «le leggi longobardiche erano ottime tra le leggi barbariche»; a
pag. 324, «è indubitato le leggi longobardiche esser le più eque e le
meno imperfette di tutte le leggi barbariche»; e a pag. 337, «l'Editto
di Rotari è una compilazione disordinata di cadarfrede o consuetudini
antiche».

[120] Nel Libro VIII vedremo le consuetudini longobarde sopravivere
e trasfondersi negli statuti dei Comuni. La costituzione di Federico
II, lib. II. tit. 17, abolì la personalità delle leggi nella Sicilia,
il che mostra vi sussistette sino al secolo XIII. Il Lupi, _Codex
diplom. bergom._, 231, adduce uno statuto bergamasco del 1451, ove si
nomina un _liber juris Longobardorum_, e si ordina che _ipsum jus vacet
in totum, et servetur jus commune_: il che vuol dire che fin allora
durava qualche diritto alla longobarda. Nel regno di Napoli, a detta
del Giannone, lib. XXVIII. cap. 5, le leggi longobarde cessarono al
tempo di Ferdinando I, uscente il XV secolo, ma ne sopravvissero alcune
consuetudini, e fin ai suoi tempi nell'Abruzzo i feudi regolavansi
secondo quelle; v'erano ancora beni gentilizj: negli istromenti ove
intervenissero donne, si faceva assistere il mundualdo; metteasi la
clausula _jure romano_, per indicare che i contraenti non viveano
secondo la longobarda; duravano le voci di _mefio, catamefio, vergini
in capillo_, e altre assai. Prospero Rendella nel 1609 stampò a Napoli
_In reliquias juris longobardi_.

[121] Sebbene s'ignori donde il bolognese Giulio Cesare della Croce
tolse quella leggenda, tutto ne palesa l'origine tedesca, la corte
d'Alboino, sebbene tramutata in Italia, i nomi stessi di Berthold,
Marculf, ecc. La _Contradictio Salomonis_, uno de' primissimi romanzi,
presenta una disputa di Guglielmo Conquistatore col villano Marculfo,
e forse deriva dalla sorgente stessa da cui le avventure del Bertoldo,
che trovansi in ogni lingua, e che i Tedeschi dicono derivate
dall'Asia, come la più parte delle nostre fiabe e nonnaje.

[122] PAOLO DIAC., lib. VI. c. 7. 8.

[123] Pare indicarlo il suo epitafio ap. MABILLON, app. al vol. II.
_Ann. Ord. s. Bened._, nº 35:

    _Divino instinctu, regalis protinus aula_
    _Ob decus et lumen patriæ te sumsit alendum._
    _Omnia Sophiæ cepisti culmina sacræ,_
    _Rege movente pio Ratchis, penetrare decenter._

[124] PAOLO DIACONO, lib. VI. c. 35; VASARI, _Proemio alle vite dei
pittori_. I Romani di quel tempo radevano od almeno accorciavano la
barba, e tondevansi altrimenti che i Longobardi; poichè è scritto
che, regnante Desiderio, i Longobardi di Rieti e Spoleto vennero ad
arrendersi a papa Adriano I, il quale ricevendone il giuramento, fe
loro tagliar le barbe e i capelli alla romana. L'aver capelli pare
fosse distintivo de' Longobardi, giacchè la loro legge per certe colpe
condanna a perderli. È vulgata l'etimologia di _tosa_ che i Lombardi
dicono per zitella, da _intonsa_, tratto dal costume di non accorciare
i capelli alle fanciulle. Convien però avvertire che tal voce si trova
anche nei paesi non dominati da' Longobardi; giacchè il provenzale Pier
da Villare cantava:

    _Per Melchior e per Gaspar_
    _Fo adoratz l'altissim Tos._

[125] ROT., 179.

[126] Neppure agli antichi Romani era insolito l'occupare un terzo o
due delle terre dei vinti. _Cum Hernicis fœdus ictum, agri partes duæ
ademptæ_: TITO LIVIO, XI. _Truinates tertia parte agri damnati_. Ivi,
X. Questo terzo sembra lo togliessero i Germani da ciascun possidente:
i Romani par più probabile s'impadronissero d'un terzo del territorio
vinto.

[127] PAOLO DIAC., lib. II. c. 4. Procopio, negli _Aneddoti_, dice
che in Africa perirono tre milioni e a proporzione nell'Italia, tre
volte tanto estesa: ma esagera al solito, per mostrare infelicissimo il
regno di Giustiniano. La peste infierì nel 566, massime nella Liguria
e a Roma, talchè non si trovava chi mietesse nè vendemmiasse. Nel 571
perì infinito bestiame; e molte persone di vajuolo e dissenteria.
Paolo Diacono ricorda quasi ad ogni anno morbi, cavallette, nembi,
siccità, ecc. Sotto re Autari un diluvio afflisse l'Italia; il Tevere,
venuto a sterminata altezza, recò indicibili guasti; desolate rimasero
la Venezia e la Liguria; e Gregorio Magno riferisce che le acque
dell'Adige a Verona giungevano alle finestre superiori della basilica
di San Zenone, _senza entrar per le porte_. Esso Gregorio in una grave
peste ordinò sette processioni di cherici, cittadini, monaci, monache,
maritati, vedove, ragazzi: e per via in un'ora ne caddero morti
ottanta.

[128] Lib. I. c. 16.

[129] _Iis qui vi oppressos imperio coercent, est sane adhibenda
sævitia, ut heris in famulos_. De officiis, lib. II. c. 7.

[130] _Populi aggravati per longobardos hospites partiuntur_; lib. II.
c. 32. Il codice della biblioteca Ambrosiana legge _pro Longobardis
hospicia partiuntur_. E nell'un caso e nell'altro v'è ambiguità di
senso; e forse la vera lezione è _multa patiuntur._ Sopra un testo sì
incerto, quanti libri e libercoli si sono fatti in questi anni!

[131] Paolo stesso, lib. IV. c. 6, dice che _pæne omnes ecclesiarum
substantias Longobardi, dum adhuc gentilitatis errore tenerentur,
invaserunt._

[132] Varie sue lettere sono dirette al _populus et ordo_ di città
longobarde. Costanzio vescovo di Milano parla d'un tal Fortunato,
di cui aveva udito _per annos plurimos inter nobiles consedisse et
conscripsisse_. Epist. IV. 29.

[133] Tant'è ciò vero, che essa l'adopera anche coi Turingi, i quali
mai non avevano avuto municipio.

[134] Sarebbero i _fundora exfundata_, di cui parla il patto d'Arigiso
duca di Benevento.

[135] Lo accenno dietro alle induzioni di Enrico Leo; ma non mi pajono
abbastanza appoggiate.

[136] Qualche vestigio può vedersene ancora dove sussiste il fôro
ecclesiastico; sicchè a fianco della legge locale ne dura una
personale. Anche gli Ebrei sin a' giorni nostri furono trattati con
leggi personali, conservando il levirato e il divorzio anche dove
è abolito, essendo esclusi da certe professioni, sottoposti a certe
tutele particolarizzate. Nella repubblica di Genova fino agli ultimi
tempi i cherici vivevano secondo il diritto comune, ma non potevano
profittare degli statuti, non entravano ad impiego pubblico, non
tutori, nè esecutori testamentarj, nè testimonj ai testamenti. Le
donne restavano in tutela perpetua; nè potevano contrattare o star in
giudizio senza il consenso di due parenti, oltre il marito se maritate;
non erano di diritto tutrici de' figli; escluse dalla successione
intestata in concorso con maschi. Si notino queste vestigia di diritto
barbarico.

[137] _Noluerunt Longobardorum imperiis subjacere; neque eis a
Longobardis permissum est in proprio jure subsistere; ideoque
æstimantur ad suam patriam repedasse_. PAOLO DIAC., lib. III. c. 6.

[138] Ciò renderebbe ragione della legge di Desiderio e Adelchi, che
risulta da una carta del monastero di santa Giulia a Brescia, ove si
provvede al caso che un servo del palazzo sposi un'_ingenua_ romana, la
quale cade pur essa in ischiavitù.

[139] _Qui professus sum natione mea vivere lege salica o longobarda._
La prima professione di vivere a legge romana trovasi in un atto di
Lucca dell'807 ap. BARSOCCHINI, II. 206: la seconda in uno di Bergamo
del 900, ap. LUPO, _Cod. Bergom._, I. 1083. Così scarsi erano gli
avanzi romani!

[140] Giuseppe Rovelli, in cui il buon senso ripara la mancante
erudizione, avverte cosa sfuggita a contemporanei suoi, forse di
maggior levatura. «La congiunzione del civile col militare comando
in tutte le prefetture maggiori e minori, partorì questa perniciosa
conseguenza per gli Italiani sudditi del regno longobardico, che gli
allontanò da tutte le cariche e da tutti gli onori, e conseguentemente
tolse loro i mezzi di conservar l'antica o di sollevarsi a nuova
dignità o ricchezza». _Dissert. prelim, alla storia di Como_, vol. I.
pag. 143. Queste _prefetture maggiori e minori_ è un errore ch'egli
bevve dal Muratori. Anche a lui _par verosimile_ che «i Longobardi a
preferenza delle altre occupassero le terre rimaste incolte o deserte».
Strana verosimiglianza!

[141] Così opina anche il Lupo, che pure fu il primo a discorrere
assennatamente intorno alle _professiones_. — LIUTPR., VI. 37. de
Scribis: _Perspeximus, ut qui chartam scripserint sive ad legem
Longobardorum, sive ad legem Romanorum, non aliter faciant, nisi
quomodo in illis legibus continetur... Et si unusquisque de lege sua
descendere voluerit, et pactiones atque conventiones inter se fecerint,
et ambæ partes consenserint, istud non reputatur contra legem, quod
ambæ partes voluntarie faciunt. Et illi qui tales chartas scripserint,
culpabiles non inveniuntur esse._

[142] EGINARDO, _De gestis Ludov. Pii ad_ 824. ap. BOUQUET, tom. VI. p.
184. Sopra quella costituzione si appoggia a Savigny, c. III. § 45; ma
in contraddizione vedasi Troya, _Della condizione dei Romani vinti da'
Longobardi_.

È difficile accumulare cotante inesattezze quante nel seguente
periodo: «Bel privilegio avevano le nazioni settentrionali conservato
ai cittadini, la libera scelta di sottomettersi alle leggi dei loro
maggiori, oppure a quelle che trovassero più conformi alle proprie
nozioni di giustizia e di libertà. Presso i Longobardi trovavansi
in vigore sei corpi di leggi, romana, longobarda, salica, ripuaria,
alemanna, e bavara; e le parti, al cominciar del processo, dichiaravano
ai giudici che viveano e volevano esser giudicati secondo la tale e tal
altra legge». SISMONDI, _Rep. ital._, c. II.

[143] Leone IV pregava l'imperatore Lotario I a non alterare la legge
romana: _Vestram flagitamus clementiam, ut, sicut hactenus romana
lex viguit absque universis procellis, et pro nullius persona hominis
reminiscitur esse corrupta, ita nunc suum robur propriumque vigorem
obtineat._ Nel _Decr._ GRATIANI, dist. X. c. 13.

[144] Rotari pone per pena denari venti a chi fornicasse con un'ancella
_gentile_, e dodici con una romana: ma può intendersi delle molte
ch'erano state condotte schiave dopo la conquista di Genova e d'altre
terre romane.

[145] _Lege romana, qua Ecclesia vivit_; Leg. rip., t. LVIII, 1. —
_Ut omnis ordo ecclesiarum lege romana vivat_; Leg. long, di Ludovico
il Pio, art. 55. — Eccard, commentando quell'articolo della Legge
ripuaria, adduce una carta, ove due preti, di nazione longobardi,
vivono secondo la legge romana _per decoro sacerdotale_: _Qui
professi sumus ex natione nostra vivere legem Longobardorum, sed
mine, pro honore sacerdotii nostri, videmur vivere legem Romanorum._
Ma talvolta gli ecclesiastici viveano in Italia con legge longobarda.
In FUMAGALLI, _Codice diplomatico Sant'Ambrosiano_, nº 124, p. 502,
Teutperto arciprete di San Giuliano, nell'885, professa la legge
longobarda. LUPO, _Cod. Bergom._, p. 225, dice che nel X e XI secolo
tal consuetudine era quasi generale nel Bergamasco. Il monastero
di Farfa non uniformavasi a legge romana; MABILLON, _Ann. Ord. s.
Bened._, tom. IV, p. 129. 705. E forse meglio cercando si troverà che,
sotto i Longobardi, neppur a' cherici era dato deviare dalla legge
de' vincitori; privilegio che ottennero soltanto dopo la conquista
dei Franchi. In ciò regna grande oscurità, anche dopo le eruditissime
discussioni, e a noi accadrà d'addurne altri esempj.

[146] _Edict. Theodor._, 27.

[147] CASSIODORO, _Epist._ 14. lib. IX.

[148] Nuova notizia, che esce dal LXI dei _Papiri_ del MARINI, e si
riferisce all'anno 629.

[149] _Ut nullus homo debeat negotium peragendum ambulare, aut pro
quadecumque causa, sine epistola regis aut sine voluntate judicis sui._
ASTOL., V.

[150] ROT., 144. 145. Vedi TROYA, _Della condizione dei Romani_, § 167.

[151] Vedi la III e IV delle nuove leggi trovate dal Troya.

[152] _Clerus et plebs mediolanensis Deusdedit diaconum eligentes, ab
Agilulfo rege terrentur quatenus ilium eligerent, quem Longobardorum
barbaries voluisset._ GIO. DIACONO, Vita s. Gregorii Magni.

[153] Di Costanzio di Milano scrive Gregorio Magno: _Quam fuerit
vigilans in tuitione civitatis vestræ, non habemm incognitum._

[154] _Epist._ I. 17.

[155] _Epist._ III. 26. 29. 30; IV. 1. Il Muratori, narrando che
gli arcivescovi di Milano sedettero in Genova da Alboino fin a
Rotari, conchiude: «Dal che si può argomentare la moderazione dei
re longobardi, che padroni della nobilissima città di Milano, si
contentavano che quegli arcivescovi avessero la loro permanenza in
Genova, città nemica, perchè ubbidiente all'imperatore». _Annali_, an.
641. Tanto varrebbe l'argomentare la moderazione del granturco o del
sofì di Persia, dal trovarsi fra noi i vescovi di Corinto e d'Edessa.

In tal modo egli ragiona troppo spesso intorno ai Longobardi, dei quali
parla con frasi ammirative, per es queste al 674: «Nulla ci somministra
di nuovo in questi tempi la storia d'Italia; ma il suo stesso silenzio
ci fa intendere la mirabile quiete e felicità che godevano allora sotto
il pacifico governo del buon re Pertarito i popoli italiani». Quando
però sostiene che i Longobardi non governavano peggio dei Greci, non ha
affatto torto. Mache dire di certi, massimamente tedeschi, encomiatori
enfatici de' Longobardi; e per es. del Leo, che li chiama angeli
liberatori (_befreyende Engel_)?

Pochi momenti storici furono descritti per luoghi comuni tanto
quanto l'età longobarda. «Erano stati i Longobardi dugento ventidue
anni in Italia, e di già non ritenevano di forestieri altro che il
nome» MACHIAVELLI, _Ist. fior._, lib. I. — «Assuefatta l'Italia alla
dominazione dei suoi re, non più come stranieri li riconobbe, ma come
principi suoi naturali, perchè essi non aveano altri regni o Stati
collocati altrove, ma loro proprio paese era fatta l'Italia, la quale
perciò non poteva dirsi serva e dominata da straniere genti». GIANNONE,
_St. civ._, lib. V. § 4. — «Tolta la diversità di trattamento, e
divenuti Romani e Longobardi un popolo solo, la stessa misura di
tributi fu imposta ad ognuno». MURATORI, _Ant. ital._, XXI. — «Felice
esser dovea anzi che no la condizione de' cittadini sì longobardi
che italiani, i quali con loro formavano uno stesso corpo civile ed
una stessa repubblica». _Antichità longobardiche milanesi_, I. — E
un moderno: «Il dire che i Longobardi alla fine del secolo VIII non
fossero italiani ma stranieri, è cosa tanto scempia che quasi, anzi
certamente, non merita risposta». _Storia d'Italia dal V al IX secolo_,
p. 341. Certo quel generoso applaudì quando i Greci insorsero contro
i Turchi, stranieri che da tre secoli e mezzo accampavano in mezzo a
loro.

[156] _Si romanus homo mulierem longobardam tulerit, et mundium ex ea
fecerit... romana effecta est; filii qui de eo matrimonio nascuntur,
secundum legem patris, romani sint._ LIUTPR., 74.

[157] _Longobardi, ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a
servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt; utque rata eorum
possit haberi libertas, sanciunt more solito per sagittam, immutantes
nihilominus, ob rei firmitatem, quædam patria verba._ PAOLO DIAC., lib.
I. c. 13.

[158] _Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem
meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant,
secundum quaslibet a suis dominis propriis concessum fuerit._ ROT.,
239. Qui _lex_ è chiaro che significa «le condizioni imposte dai
padroni a ciascun emancipato».

Sulle leggi longobarde sono a vedere:

ALEX. FLEGER, _Das Königreich der Longob. in Italien_. Lipsia, 1851.

G. MERKEL, _Die Gesch. des Langobarden Rechts_. Berlino 1850.

AXSCHUETZ, _Lombarda commentare_. Heidelberg 1855.

WILIN, _Das Strafgerecht der Germanen_. Alla 1842.

ZOEPFL, _Deutsche Rechtsgeschichte_. Stuttegard 1858.

OTTO STOBBE, _Gesch. der deutschen Rechtsquellen_, 1860.

SCHUPFER da Chioggia, _Delle istituzioni politiche longobarde_. Firenze
1863.

EDWARD OSENBRUGGEN, _Das langob. Strafgericht_. Sciaffusa 1863.

[159] BOLLANDISTI, _ad_ 11 _aprilis_.

[160] Come s'intendessero divisi i beni ecclesiastici è detto nella
vita di s. Barbato vescovo di Benevento, il quale chiese molte rendite
dal duca Romualdo alla sua chiesa: _Impetratis omnibus ut poposcerat,
vir sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum
Ecclesiæ redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri; unam
egentibus; secundam his qui Domino sedulas in ecclesiis exhibent
laudes; tertiam pro ecclesiarum restauratione distribui; juxta quartam
suis peragendis utilitatibus episcopus habeat; et hactenus sicut ab
eo disposita sunt, in præsenti cuncta videntur_. Ap. UGHELLI, De ep.
Benev.

[161] _In obitu Satyri oratio_, num. 38. Celestino papa, _epist._ 2,
attesta che neppur i vescovi aveano abito particolare. _Religio divina
alterum habitum habet in ministerio, alterum in usu vitaque communi_.
S. GIROL., in _Ezech._, c. 44. Landolfo Seniore (_Hist. mediol._, lib.
II. 35), parlando dell'arcivescovo Eriberto, dice che sotto lui nessuno
osava entrare in coro senza la toga bianca (il camice?), nè senza
aver coperto la testa col cappuccio del birro, cioè della sopravveste
che allora gli ecclesiastici usavano di color rosso; e nessun cherico
osava assumere le foggie laicali o nel birro o nelle vesti o nella
calzatura. Il Giulini all'anno 1203 reca il testamento d'un prete,
che lega a diversi i suoi abiti, fra i quali nessuno è nero, eccetto
il cappello. Nel 1211 fu da un sinodo milanese vietato ai cherici
il mostrarsi in pubblico senza la cappa o il camice, od altra veste
rotonda e chiusa; vietate le scarpe allacciate, le maniche, le mosche
(ornamenti cascanti dal collo sul petto), le guarnizioni sulle vesti,
e le cappe colle maniche; chi era insignito degli ordini portasse vesti
rotonde non sparate, non gialle o verdi (e quelle d'altro colore?), nè
pelli di vajo. Dallo stesso passo ricaviamo come i cherici ricevessero
la tonsura a quella chiesa od altare di cui avevano il titolo. Ivi
pure son proibite ai frati le tavole, i dadi, le zare, le caccie,
i cani, i traffici, l'usura, l'aver compari e comari, l'andare ai
bagni, il portar berretti od altro in capo, fuorchè le cocolle. Un
concilio provinciale del secolo seguente interdice gli abiti vergati
o listati, con nastri e bottoni d'argento o metallo, nè cappucci da
laici. Il sinodo diocesano milanese del 1250 vuole che i prelati tutti
sopra la guarnaccia portino un vestimento chiuso, e non cappe con
maniche quando sieno fuori della scuola, non freni o selle o sproni od
altra cosa dorata, argentata, azzurrata, nè clamidi secolaresche con
pellicce, nè tabarri, sieno sparati o chiusi, fuorchè nel caso di dover
cavalcare; del resto, non abbiano panni verdi, nè maniche rosse, non
scarpe cucite, nè collari abbottonati, sibbene cappe nere od altrimenti
decenti. GIULINI, _ad annum_.

[162] Milano, Verona, Aquileja pretendono aver posseduto monasteri,
prima che s. Atanasio gl'introducesse a Roma nel 390. In Milano li
trovava s. Agostino (_Confess._, IV. 6); e Martino di Tours era abitato
alcun tempo in uno di questi. Sulpizio Severo (_Vita s. Martini_, IV)
scrive che esso _Mediolani sibi monasterium statuit_. E Paolino da
Périgord nella Vita dello stesso:

    ... _Constructa statuit requiescere cella_
    _Heic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbris_
    _Italiam pingit pulcherrima Mediolanus._

[163] La regola di s. Benedetto è in settantatre capitoli, di cui nove
sui doveri morali e generali, tredici sui doveri religiosi, ventinove
sulla disciplina, i falli, le pene, ecc., dieci sull'amministrazione
interna, dodici su varj soggetti, come i viaggi, l'ospitalità, ecc.;
cioè nove capitoli di codice morale, tredici di codice religioso,
ventinove di penale, dieci di politico.

Carlo Magno, scrivendo a Paolo Diacono ricoverato a Montecassino, non
rifina di lodarne l'ospitalità e le virtù:

    _Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans..._
    _Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum._

[164] Lib. XXVII, cap. 3.

[165] Il primo papa, s. Pietro, fu eletto da Cristo. Dal secondo, s.
Lino, fino a s. Semplicio nel 467, dal clero e popolo. Da s. Felice III
nel 483, fino a s. Nicola I nel 858, dai re conquistatori. Da Adriano
II nell'867, fino ad Agapito II nel 946, dal clero e dal popolo. Da
Giovanni XII nel 956, fino a Silvestro antipapa nel 1102, dai tiranni
d'Italia e dagli imperatori. Poi ancora dal popolo e clero, da Gelasio
II nel 1118, fino a Vittore antipapa nel 1138. Indi dai cardinali, da
Celestino II nel 1143, fino a Gregorio X nel 1271. Poi dal conclave, da
Innocenzo V nel 1276, fin qui. Il Platina racconta che Sergio II fu il
primo a cangiar nome, deponendo l'indecoroso di Osporci: ma Anastasio
Bibliotecario dice che esso papa chiamavasi Sergio anche prima di
salire alla cattedra di Pietro. V'ha chi attribuisce quest'introduzione
ad Adriano III, che prima nomavasi Agapeto; o a Giovanni XII, che prima
era chiamato Ottaviano, e che con ciò volle onorare lo zio Giovanni XI:
o a Sergio IV, che per rispetto depose il primitivo nome di Pietro.
Tale cambiamento non è d'obbligo, e anche nel secolo xvi Adriano VI
e Marcello II ritennero il nome di battesimo. Damaso fu il primo a
darsi il titolo di _servo dei servi di Dio_, adottato poi da Gregorio
Magno e dai successori. Benedetto III prese il titolo di _vicario di
s. Pietro_; cui dopo il secolo XIII fu sostituito quello di _vicario di
Gesù Cristo_.

[166] La diocesi di Como aderì lungamente allo scisma d'Aquileja, e
preziosa è in tal fatto la iscrizione funeraria del vescovo Agrippino,
morto verso il 600, e che ora conservasi nella plebana di Isola sul
lago di Como.

[167] LABBE, _Concil._, tom. V. p. 959; ed _Epist._ del 4 ottobre 584,
ap. GIO. DIACONO, I. 31.

[168] Un canone del II concilio di Vaison, dell'anno 529, riferito dal
padre Thomasin (_Disciplina de beneficiis_, par. II, c. 88. n. 10),
rende all'Italia quest'autorevole testimonianza: _Omnes presbyteri qui
sunt in parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per totam
Italiam satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectores secum in
domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes,
psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini
erudire contendant, ut sibi dignos successores provideant_.

[169] _Epist._ II. 35.

[170] _Hoc in loco, quisquis pastor dicitur, curis exterioribus
graviter occupatur, ita ut sæpe incertum sit utrum pastoris officium,
an terreni proceris agat. Epist._ I. 25.

[171] Lib. II. epist. 11 e 31: — _Quia comperimus multos se murorum
vigiliis excusare, sit fraternitas vestra sollicita ut nullum usque,
per nostrum vel Ecclesiæ nomem, aut quolibet alio modo, defendi
vigiliis patiatur, sed omnes generaliter compellantur_. Epist. I. 42.

[172] _Epist._ X. 51; xi. 51.

[173] «Conoscendo io quanto la serenissima nostra Signora prenda
pensiero della patria celeste e della vita dell'anima sua, mi terrei
gravemente colpevole se tacessi quanto convien suggerire per timore
dell'onnipotente Iddio. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna
molti Gentili, che tuttavia, secondo loro mala usanza, sagrificano
agli idoli, e i sacerdoti di quell'isola andar lenti nel predicare il
Redentore, vi mandai un vescovo italiano, che, ajutante Iddio, trasse
alla fede molti Gentili. Ma egli mi ha annunziata cosa sacrilega;
che costoro i quali sagrificano agli idoli, ne pagano al giudice la
licenza; ed essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciato quei
sacrifizj, tuttavia il giudice dell'isola anche dopo il battesimo
esige quella paga. Avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli di
aver promesso tanto nel comprar l'impiego, che non potrebbe rifarsi
se non a quel modo. La Corsica poi è oppressa di tanta soperchieria
d'esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitanti vi possono
a mala pena supplire vendendo i proprj figliuoli; onde, lasciando la
pia repubblica, sono forzati rifuggire alla nefandissima gente dei
Longobardi. E qual cosa più grave e più crudele potrebbero patire dai
Barbari, che l'esser ridotti a vendere i proprj figli? In Sicilia
narrasi di un tal Stefano, cartulario delle parti marittime, che
coll'invadere ogni luogo, e con porre, senza pronunziar giudizio, i
cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni ed oppressioni, che
a dirle tutte non basterebbe un gran volume. Veda la serenissima nostra
Donna queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Suggeritele a suo
tempo al piissimo Signore, affinchè dall'anima sua, dall'imperio e da'
suoi figliuoli rimova tanto gravame di peccato. Ben so ch'ei dirà forse
mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette
isole: ma dico io, conceda meno per le spese d'Italia, e tolga dal suo
imperio le lacrime degli oppressi. E forse di tante spese fatte per
questa terra vien minore il profitto perchè con mescolanza di peccato.
Meglio non provvedere alla vita nostra temporale, che procacciare
impedimento alla nostra eterna. A me basti l'aver questo brevemente
suggerito; affinchè, se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto
succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio dinanzi al
severo giudice incolpato e punito».

[174] Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande
mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità
nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano
all'ebraico, altri all'jonico, altri a un misto. Sant'Ambrogio volle
riformarlo, partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale dei
Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio,
visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate,
almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non
passavano i limiti di un'ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci
sostituire il più semplice e facile dell'ottava, derivando dai Greci
i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico.
Stabilì dunque questi modi:

  dorico     _re, mi, fa, sol, la, si, do, re_

  frigio     _mi, fa, sol, la, si, do, re, mi_

  lidio      _fa, sol, la, si, do, re, mi, fa_

  misolidio  _sol, la, si, do, re, mi, fa, sol._

Così ne venne un canto ritmico scanduto, più consono colla musica greca
che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di
valore eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.

Ma quali note servissero al canto gregoriano non consta, se non che
menzionano lettere dell'alfabeto, chiavi, linee in su e in giù.

[175] Gl'inni di s. Gregorio sono: _Primo dierum omnium; Nocte
surgentes vigilemus omnes; Ecce jam noctis tenuantur umbræ; Clarum
decus jejunii: Audi, benigne Conditor; Magno salutis gaudio; Rex
Christe factor omnium; Jam Christus astra ascenderat_.

[176] _Ad Leandrum, in comm. libri Job._

* Ma nella epistola sinodica raccomanda ai preti d'erudirsi, di
avvezzarsi alla urbanità col frequentare i secolari. _Ducitur sacerdos
ad vetustatem vitæ per societatem secuìarium: cumque indubitanter
constet quod externis occupationum tumultibus impulsus, a semetipso
corruat, studere incessabiliter debet ut, per eruditionis studium,
resurgat. Hinc est quod prælatum gregi discipulum Paulus admonet
dicens_: Dum venio attende lectioni. Part. 11 e 13.

[177] Il nome di _Esarcato_ ha doppio senso: nel più esteso, abbraccia
tutte le provincie d'Italia sottomesse all'Impero, e nominatamente la
Venezia, parte della costa Ligure, l'Emilia, la Flaminia, il Piceno
e il ducato di Roma: in senso stretto, indica la parte orientale
dell'Emilia e la Flaminia, cioè la Romagna d'oggi; e si distingue dalla
Pentapoli, e dal ducato di Roma, che chiudea parte dell'Etruria, colla
Sabina, la Campania e parte dell'Umbria.

[178] AGNELLI, _Vitæ episc. Ravenn._, rer. ital. Script., II. Fin ai
dì nostri la battaglia delle sassate si continuò a Roma fra Montesi e
Transteverini, con morti e ferite; e Pio VI fece indarno ogn'opera per
disradicarla.

[179] AGNELLI, _Vita Felicis_, l. cit.

[180] Così Paolo Diacono, e molti dietro lui: ma l'Oldoino, nelle note
al Ciacconio, tom. I, p. 422 dell'edizione del 1677, reca un passo ben
diverso del canonico romano nella descrizione della Basilica vaticana:
_Sabinianus papa, sub cujus tempore fuit famis gravis, perfecta pace
cum gente Langobardorum, jussit aperiri horrea ecclesiæ, et venundari
frumentum populo per unum solidum triginta modios tritici; misericordiæ
enim visceribus, ultra quam dici possit affluebat, et quantum in se
nullum a beneficio misericordiæ excludebat_.

Anche l'incolpazione d'aver voluto distruggere i libri del
predecessore, attribuita dagli antichi a _invidiosi_, e dal Mabillon a
Sabiniano, non è ben provata.

[181] ANASTASIO BIBL., in _Vita Severini_.

[182] Negli atti del VI concilio ecumenico (ap. LABBE, _Concil._,
tomo VI) leggesi una lettera dell'arcivescovo Mansueto di Milano
all'imperatore Costantino II, a nome del sinodo provinciale: _Quæ in
hac magna regia urbe convenit, sub felicissimis et christianissimis et
a Deo custodiendis principibus nostris dominis Pertharit et Cunibert,
præcellentissimis regibus, christianæ religionis amatoribus_. 679.

[183] Tutto ciò da Paolo Diacono, il quale soggiunge che, tra i rapiti,
furono pure i cinque figli di Leofi, venuto coi primi Longobardi
in Italia. Un d'essi riuscì, dopo molti anni di servitù, a fuggire
in Italia; e sebbene nulla recuperasse de' beni paterni, ajutato da
parenti e amici pose casa, e generò un Arigiso, e questi Warnefrido, da
cui nacque esso Paolo storico.

[184] _Gregorio II nel 726 scriveva: Mezentius ab episcopis Siciliæ
certior factus hæreticum cum esse, ipsum...... trucidavit_. Ap. DE
GIOVANNI, _Cod. Diplom. Sicil._, tom. I. n. 272.

[185] Vuole Paolo Diacono che questo nome le venisse da un tal uso
dei Longobardi, che qualvolta uno morisse in lontana contrada, i suoi
rizzavano delle pertiche con una colomba in vetta, rivolta alla parte
dove l'estinto avea chiuso i giorni.

[186] Epitafio di Ansprando:

    _Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,_
    _Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,_
    _Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,_
    _Singulis promebat de pectore verba._
    _Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,_
    _Post quinos undecies vitæ suæ circiter annos_
    _Apicem reliquit regni præstantissimo nato_
    _Lyuthprando inclyto et gubernacula gentes_
    _D. P. die iduum junii indictione X._

[187] _Respiciens ergo pius vir_ (il papa) _profanam principis
jussionem, jam contra imperatorem quasi contra hostem se armavit_,
RENUENS HÆRESIAM EJUS, _scribens ubique_ SE CAVERE _Christianos eo
quod orta fuisset impietas talis. Igitur permoti omnes Pentapolenses
atque Venetiarum exercitus, contra imperatoris jussionem restiterunt,
dicentes se nunquam in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro
ejus magis defensione viriliter decertare_. Liber pontif.

[188] _Cognita imperatoris nequitia, omnis Italia consilium iniit, ut
sibi eligerent imperatorem et Constantinopolim ducerent; sed compescuit
tale consilium pontifex, sperans conversionem principis_. ANASTASIO
BIBL.,_ Vita Gregorii II_.

[189] I Pavesi credono che allora Liutprando portasse da Ravenna
alla loro città la statua di bronzo rappresentante Antonino Pio o
Marc'Aurelio a cavallo, che chiamavano il Regisole. Nel 1527 assalendo
i Francesi Pavia, primo a montar sul castello fu un Ravennate, il
quale in compenso domandò si restituisse a Ravenna il Regisole: quando
si volle darvi effetto, i Pavesi se ne desolarono più che al sacco
della città, tanto che il generale Lautrec ottenne che il Ravennate
desistesse dalla domanda, ricevendo invece tant'oro quanto bastasse per
fare una corona. Fu fatto a pezzi dai Giacobini nel 1796.

[190] _Deo teste, papa urbis Romæ in omni mundo caput ecclesiarum Dei
et sacerdotum est_. Lib. v. c. 4.

[191] In Bologna resta memoria d'un vaso di marmo, posto da Liutprando
e Ildeprando nella chiesa di S. Stefano per esser empito il giovedì
santo. L'iscrizione dice, secondo MALVASIA, _Marm. Fels._, sez. IV. c.
10:

    † VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE
      DOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE
      ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI
      BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE
      BONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVA
      PRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VAS
      IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS
      ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT
      DEVS REQVIRET †.

[192] PAOLO DIAC., lib. VI. c. 53.

[193] _Ad regnum_: potrebbe indicare per l'acquisto del regno celeste:
altri leggono _ad rogum_, cioè in segno di supplica.

[194] _Legge_ V.

[195] Di quei giorni, anche Anselmo duca del Friuli e cognato di
Rachi e d'Astolfo, si fece monaco, e fondò il monastero di Fanano nel
Modenese, poi l'insigne di Nonantola con ospizio pei pellegrini. Altri
molti ne troviamo fondati in quegli anni: e limitandoci alla Toscana,
la badia di Montamiata fu posta nel 745 da Erone; nel 744 quella di
Monteverdi in val della Cornia in Maremma da s. Gualfredo longobardo
di Pisa e da Gondualdo di Lucca cognato suo, che alle loro mogli con
trenta donne eressero sulla Versilia presso Pietrasanta il monastero di
san Salvatore. Le badie di S. Ponziano e San Frediano presso Lucca, di
San Pietro a Camajore, di San Bartolomeo di Pistoja, di san Bartolomeo
a Rigoli di Firenze, appartengono ai tempi longobardi; come i monasteri
di Coronate, di Civate, di Santa Giulia a Brescia, di Teodote a
Pavia...... nell'alta Italia. Il longobardo Warnifredo castellano regio
di Siena nel 730 fonda e dota generosamente la badia di Sant'Eugenio in
Pilosiano presso Siena.

[196] _Fremens ut leo, pestiferas minas Romanis dirigere non desinebat,
asserens omnes uno gladio jugulari, nisi suæ se se subderent ditioni_.
ANASTASIO BIBL., _Vita Stephani II_.

[197] _Deprecans imperialem clementiam, ut, juxta id quod ei sæpius
scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiæ partes modis omnibus
adveniret_. ANASTASIO BIBL., ivi; BARONIO, _ad ann._ 754. XXIII, XXV.
Tanto era lontano dalle idee di rivolta e di sovranità.

[198] È bizzarro che già i contemporanei fanno valere in ciò quel
voto universale, a cui oggi si attribuisce tanto peso. Paolo Diacono
diceva che _omnis Ravennæ exercitus_ (già in altri testi vedemmo che
esercito equivale a popolo) _vel Venetiarum talibus jussis unanimiter
restiterunt_. Anastasio Bibliotecario, nel luogo che citammo alla nota
2ª, parla della risoluzione di tutta Italia; e soggiunge che il papa,
_gratias voluntati populi referens pro mentis proposito_, chetava
gl'insorgenti. E Gregorio nell'epistola all'imperatore: _Plane parati
sunt Occidentales ulcisci etiam Orientales.... Totus Occidens sancto
principi apostolo um fidei fructus offert._

[199] Dal processo del 715 fra Siena e Arezzo appare che i cherici del
contado sanese, per farsi ordinare dal diocesano, bisognavano d'una
licenza scritta del gastaldo longobardo.

[200] _Chron. Moiss._ ap. BOUQUET, v. 67.

[201] _Chron. Cassinens._, lib. I. cap. 8. Vedi pare ANASTASIO BIBL.,
op. cit.; — CENNI, _Monumenta dominationis pontificiæ_. Roma 1761,
2 vol.: sono lettere che i papi da Gregorio III fino ad Adriano
diressero a Carlo Martello, Pepino, Carlomanno, Carlo Magno; — ORSI,
_Dell'origine del dominio e della sovranità dei romani pontefici_. Roma
1789; — e in senso contrario PFISTER, _Gesell. der Deutschen_; tom. I,
p. 409; — SPITTLER, _Staatgeschichte_, tom. II, p. 86; — SISMONDI, _St.
delle Rep. it._, tom. I; ecc., non dimenticando la recente opera di
Theiner.

[202] _Nam et judices ad faciendas justitias... in eadem Ravennatium
urbe residentes, ab hac romana urbe dixerit, Philippum presbyterum,
simulque et Eustachium quondam ducem._ Cod. Carol., nº 54; e così il
nº 51, il 75 ecc. — Quando Carlo Magno, nel 784, volle trarre certe
colonne antiche da Ravenna, n'ebbe concessione dal papa. Vedi in
FANTUZZI, _Monum. ravennati_, i diplomi del tom. V, massime il 17 e
18; inoltre SAVIGNY, _Storia del dir. romano_, cap. V, § 110; LEO,
_Gesch. von Italien_, tom. I, p. 187-189; CENNI, op. cit., tom. I, p.
63; ORSI, op. cit., c. VIII; PHILIPPS, _Deutsche Geschichte_, III. §
47; GOSSELIN, _Pouvoir des Papes_, Parigi 1845, pag. 240 e seg. — Più
tardi papa Adriano scriveva a Carlo Magno: — I duchi di Spoleto, di
Benevento, del Friuli, di Clusio ordirono contro di noi il pericoloso
disegno di unirsi coi Greci e con Adelchi figlio di Desiderio, onde
combatterci per terra e per mare, desiderando invadere _questa nostra
città di Roma_, e ripristinare il regno longobardo. Pertanto vi
scongiuro di venire al più presto a nostro soccorso; giacchè a voi,
dopo Dio, noi abbiamo rimessa la difesa della santa Chiesa, del _nostro
popolo romano_ e della romana repubblica». _Cod. Carol._, _ep._ 57.

[203] _Longobardorum rex... Zachariæ prædictas quatuor civitates
redonavit... ipsi b. Pietro reconcessit._ E Stefano ad Astolfo _petivit
ut dominicas quas abstulerat redderet oves, et propria propriis
restitueret_. Pepino dirige messi ad Astolfo _sanctæ ecclesiæ ac
reipublicæ restituenda jura... ut propria restitueret propriis_. Questi
promette _illico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis
civitatibus_. ANASTASIO BIBL., op. cit. Anche Eginardo negli Annali
dice che Pepino obbligò Astolfo _ad reddendum ea quæ romanæ Ecclesiæ
abstulerat_.

[204] «Quel tiranno seguace di Satana, Astolfo divoratore del sangue
dei Cristiani, struggitore delle chiese di Dio, percosso di colpo
divino, sprofondò nella voragine dell'inferno.... Ora, per provvidenza
di Dio e per mano del beato Pietro, pel tuo fortissimo braccio.... è
stato ordinato re de' Longobardi Desiderio, uomo mitissimo». _Lettera a
Pepino._

L'anonimo Salernitano dice che Astolfo _fuit audax et ferox, et
ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit.
Construxit etiam oracula (oratorj) ibi et monasterium virginum, et suas
filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliæ
ubi dicitur Mutina... ad sacra monachorum cænobia ædificanda per certas
provincias multa est dona largitus. Valde dilexit monacos, et in eorum
est mortuus manibus._ Rer. it. Script., part. II, t. II.

[205] Di Brescia lo vorrebbe il Malvezzi, _Chron. Brix._, Rer. it.
Script., tom. XIV. Lo appoggerebbe l'aver egli fondato monasteri in
Leno e quel di Santa Giulia in Brescia che ampiamente dotò, e dove
poi fu badessa sua figlia Ansilberga, che parimente comprò beni nel
Bresciano.

[206] «Passano gli scrittori francesi con disinvoltura quest'azione
di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi
nipoti un regno, che _per tutte le leggi divine ed umane_ era loro
dovuto». MURATORI, _all'anno_ 771. Una legge _divina_ che obblighi
a surrogar nel regno i figli ai padri, io non l'ho mai udita: se
n'esisteva una _umana_, lo storico doveva addurla, ma nè noi nè altri
la videro mai; bensì vediamo mantenuto sempre fra' Germani il diritto
d'eleggersi il re. Eppure è vulgato l'introdurre qui i nomi affatto
sconvenienti e le idee tutto moderne d'usurpazione e d'eredità.
_Charles_, dice Sismondi, _avec autant d'avidité et d'injustice
qu'aurait pu faire aucun de ses prédécesseurs, dépouilla sa femme et
ses fils de leurs_ HÉRITAGES, _les força à s'enfuire en Italie, etc._

[207] _Pro exigendis a rege Desiderio justitiis beati Petri_. ANASTASIO
BIBL., _Vita Steph. III_, pag. 178; vale a dire le rendite dei beni
ecclesiastici posti nel regno longobardo e delle città occupate da
Desiderio, e sulle quali, secondo il diritto romano, il pontefice aveva
anche giurisdizione (_justitiam_).

[208] In tutt'altro modo è esposto il fatto in una lettera di Stefano
III a Berta (CENNI, I. 267); cioè, che il nefandissimo Cristoforo e il
più che malvagio suo figlio Sergio aveano fatto trama con Dodone, messo
di Carlo Magno, per dar morte al pontefice; averlo Dio salvato mercè
gli ajuti di Desiderio; chiamati in Vaticano, ricusarono, e armatisi,
esclusero di Roma il pontefice; poi abbandonati, erano rifuggiti in
San Pietro, ove il papa a stento gli aveva difesi dalla moltitudine che
ne chiedeva il sangue; ma mentre voleva farli rendere in città perchè
fossero salvi, furono presi ed accecati, senza nè consenso nè saputa
sua. Il Muratori e la maggior parte preferiscono questa versione: ma
esso Cenni e il Pagi e il Cointe supposero quella lettera estorta al
papa da Desiderio, o forse falsificata nella sua cancelleria, giacchè
un'altra (CENNI, I. 274) e i biografi di Stefano III e d'Adriano
riferiscono il caso nel modo che noi adottammo come più simile al vero.

[209] _Universum populum Tusciæ et Campaniæ et ducatus Perusini, et
aliquantos de civitatibus Pentapoleos; omnesque parati erant, si ipse
rex adveniret, fortiter... illi resistere_. ANASTASIO BIBL.

[210] _De factis Caroli Magni_.

[211] Anselmo abate di Nonantola, cognato di Rachi, fu da Desiderio
tenuto esule sette anni, e probabilmente adoperò assai a favore di
Carlo, giacchè questo fecegli immense donazioni. Muratori, all'anno
774: — _Dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam
ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum
regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione
obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate
ejus traderent vinctum, et opes multas, cum variis indumentis auro
argentoque intextis, in suum committerent dominium_. Anonim. Salernit.,
in Rer. it. Script. tom. II. p. i. _paralip._

Vedasi L. C. BETMANN, _Paulus Diaconus und Geschichtschreibung der
Longobarden_. Annover 1849.

Martino da Cremona, figlio di Paolo _nobilissimo uomo_, e di Sabina
_onoranda femmina_, fu diacono, e andò a mostrar ai Francesi il passo
delle Alpi; infine divenne arcivescovo di Ravenna. Descrisse egli
stesso il suo viaggio in una lettera che si pretende aver trovata il
canonico Dragoni di Cremona, e che fu, senza troppo esame, pubblicata
dal Troya nel suo _Codice diplomatico_.

[212] Di lui dice la cronaca del monastero di Volturno: _Hic, licet
bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit,
ornavit atque ditavit rebus ac possessionibus multis. Ex jussione
principis apostolorum, monasterium ædificavit in valle Tritana_. Rer.
it. Script., tom. II. p. II. lib. 3. Senza appoggio di storia, la
tradizione in Toscana fa merito a re Desiderio di molte fondazioni,
come le mura di San Gemignano, la città di San Miniato, ove del resto
fiorì lungamente la consorteria dei Lambardi.

[213] Anastasio Bibl. nelle Vite di Leone III e IV ricorda il _vicus
Saxonum, Sardorum, Frisonum, Corsarum, e le scholæ peregrinorum,
Frisonum, Saxonum, Langobardorum_.

[214] Alcuni soggiungono che si fe coronare dall'arcivescovo di Milano.
Non appare che i re longobardi fossero inaugurati colla corona, bensì
con un'asta: Paolo Diacono riferisce che un cucolo si posò su quella
d'Ildeprando. Neppure de' Carlovingi è mai mentovata la coronazione; e
la prima memoria certa di quest'atto è dell'888, quando Berengario fu
coronato in Pavia.

[215] Rodolfo Notajo ap. BIEMMI, _Storia di Brescia_.

[216] Una contro gli Aquitani, diciotto contro i Sassoni, cinque contro
i Longobardi, sette contro gli Arabi di Spagna, una contro i Turingi,
quattro contro gli Avari, due contro i Bretoni, una contro i Bavari,
quattro contro gli Slavi di là dall'Elba, cinque contro i Saracini, tre
contro i Danesi, due contro i Greci.

[217] MABILLON, _Ann. Ord. s. Bened._, XXIII. 3.

[218]

    _Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:_
      _Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater...._
    _Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;_
      _Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater...._
    _Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,_
      _Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus._

[219] _Ep. Caroli Magni_, X. pag. 616.

[220] Un altro musaico rappresenta san Pietro che colla destra dà
un mantello al papa inginocchiato, colla sinistra uno stendardo a un
principe; e v'è scritto: _Beate Petre, dona vita Leoni pp., et bictoria
Carolu dona_.

[221] Zonara dice: Ελοβήσαντο δὲ τὰ ὄμματα, ἀλλ’οὐκ ἐξετύφλωσαν. XV.
13. La leggenda, accettata pure dal _Martirologio romano_ sopra la
fede di moltissimi testimonj, narra che gli furono cavati, ma che
li ricuperò miracolosamente. Alcuino scrive a Carlo Magno che _Deus
compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes cæcatis
mentibus lumen ejus extinguere_. Vedi i Bollandisti al 12 giugno.

[222] L'anno cominciava a natale, epperò l'incoronazione dicesi
avvenuta nell'800, ma secondo il computo moderno è del 799.

[223] Vi volle una licenza di Leone III perchè il nome di Carlo Magno
fosse posto avanti a quello del papa negli atti che si erigevano a
Viterbo, Toscanella, e nelle altre città della primitiva donazione, ove
prima mettevasi quel solo del papa. Il Patrimonio di San Pietro poi non
ricadde più nel regno longobardo. Vedi Troya, Discorso ecc., CCXXI.

Da una lettera, che Champollion Figeac nel 1836 trovò alla Biblioteca
nazionale di Parigi, appare il rispettoso modo con cui l'imperatore
trattava il pontefice Adriano:

I. _Salutat vos dominus noster filius vester Carolus, et filia
vestra domina nostra Fastrada, filii et filie domini nostri, simul et
omnis domus sua_. — II. _Salutant vos cuncti sacerdotes, episcopi et
abbates, atque omnis congregatio illorum in Dei servitio constituta,
etiam et universus generalis populus Francorum._ — III. _Gratias
agit vobis dominus noster filius vester, quia dignati fuistis illi
mandare per decorabiles missos et melliflua epistola vestra, de
vestra a Deo conservata sanitate, quia tunc illi gaudium et salus
ac prosperitas esse cernitur, quando de vestra sanitate vel populi
vestri salute audire et certus esse meruerit._ — IV. _Similiter multas
vobis agit gratias dominus noster filius vester de sacris sanctis
orationibus vestris, quibus adsidue pro illo et fidelibus sancte
Ecclesie et vestris atque suis decertatis, non solum pro vivis, sed
etiam pro defunctis; et si Domino placuerit, vestrum bonum certamen
dominus noster filius vester cum omni bonitate in omnibus retribuere
desiderat._ — V. _Mandavit vobis filius vester, dominus videlicet
noster, qui Deo gratias et vestras sanctas orationes, cum illo et filia
vestra ejus conjuge et prole sibi a Deo datis, vel omni domo sua, sive
cum omnibus fidelibus suis, prospera esse videntur._ — VI. _Postea vero
danda est epistola dicentibus hoc modo: presentem epistolam misit vobis
dominus noster filius vester, postulando scilicet sanctitati vestre, ut
almitas vestra amando eam recipiat._ — VII. _Deinde dicendum est: misit
vobis nunc dominus noster filius vester talia munera qualia in Saxonia
preparare potuit, et quando placet sanctitati vestre offendamus ea._
— VIII. _Deinde dicendum erit: dominus noster filius vester hæc parva
munuscula paternitati vestre destinavit, inducias postulans interim dum
meliora sanctitati vestre preparare potuerit._ — IX. _Deinde_.... Il
resto manca.

[224] Il Troya pubblica un documento del 757, ove Felice, colono
del monastero della Madonna nel Reatino, cede tutti i suoi fondi, e
Ciottola sua colona, e un'altra ancella a proprio servizio, e metà del
ragazzo Maurontone.

[225] Una casa colle stalle e gli edifizj rustici formava una _corte_;
una corte co' suoi campi e boschi dicevasi _manso_, villa della misura
di dodici jugeri; molti mansi costituivano una _marca_; e molte marche
un distretto, _pagus_.

[226] Dai primi tempi alle cattedrali erano affissi sacerdoti che
formavano un collegio, vivendo coi beni della Chiesa, ed assistendo
il vescovo nei misteri e nei sinodi. Nel concilio di Laodicea del
364 (can. 15) si trovano nominati i salmisti canonici, detti così dal
canone o catalogo su cui erano registrati. Nel secolo IV sant'Eusebio
radunò il suo clero in casa e mensa comune, con regole di vita austera.
Forse da queste dedusse la sua sant'Agostino. Il più antico esempio
ch'io trovassi, è in Como, che aveva canonici nell'803; nell'824 San
Giovanni di Firenze. A Milano s'introdussero solo nell'XI secolo,
quando si sperò con questo far riparo al concubinato. Scrivevansi i
nomi de' canonici su tavole cerate; donde il titolo di primicerius.

[227] Che il promotore d'ogni bello e sodo sapere in Europa non sapesse
scrivere, ripugna a noi moderni, avvezzi a educarci sovra libri; ma
allora la scarsezza di questi facea si preferisse l'insegnamento orale;
e quantunque Carlo non fosse nel caso di mancare di libri, doveva
però uniformarsi al sistema generale, che consisteva nel leggere,
udire, disputare, abbandonando lo scrivere ad una classe più bassa e
meccanica. Nè quest'uso fu solo d'allora, ma quattro secoli più tardi
Federico Barbarossa, protettore di poeti e poeta egli stesso, non
sapea scrivere; nè Filippo l'Ardito re di Francia, nè il cavalleresco
Giovanni di Luxemburg re di Boemia nel secolo di Dante: che più? Luigi
XIV era stato allevato da Péréfixe senza insegnargli a leggere nè a
scrivere. Tacio i tanti signori che alle carte non poteano apporre
altra firma che la croce; e fin nel secolo XIV la si trova di alcuno
che _non sa scrivere perchè gentiluomo_. Forse per questo i principi
aveano introdotti i monogrammi, cifre artifiziose, composte delle
lettere del nome loro, e che probabilmente erano fatte dal segretario.

[228]

    _Parvula rex Carolus seniori carmina Paulo_
      _Dilecto fratri mittit honore pio._

E alla propria lettera volgendosi:

    _Illic quære meum mox per sacra culmina Paulum:_
      _Ille habitat medio sub grege, credo, Dei._
    _Inventumque senem, devota mente saluta,_
      _Et dic: Rex Carolus mandat, aveto tibi..._
    _Colla mei Pauli gaudendo amplecte benigne,_
    _Dicito multoties: Salve pater optime, salve._

[229] PERTZ, _Mon. German._, III, 482, pubblica l'epitafio di Arigiso,
dove si legge:

    _Quod logos et physis, moderans quod ethica pangit,_
      _Omnia condiderat mentis in arce suæ._

e in quel di Romoaldo:

    _Grammatica pollens, mundana lege togatus._

Champollion Figeac, nei _Prolegomena ad Amatum_, pag. XXIV, pubblica
una lettera di Paolo Diacono ad Adilsperga, ove le dice: _Cum, ad
imitationem excellentissimi comparis,.... ipsa quoque subtili ingenio,
sagacissimo studio prudentium arcana rimeris, ita ut philosophorum
aurata eloquia poetarumque gemmea tibi dicta in promptu sint, historiis
etiam seu commentis tam divinis inhæreas quam mundanis_. Essa lettera
è quasi l'unica che ci dia a conoscere la vita di Paolo, che solo più
tardi troviam chiamato Warnefrido.

[230] A Paolo Diacono scrive Pietro da Pisa:

    _Qui te, Paule, poetarum_
    _Vatumque doctissimum_
    _Linguis variis ad nostram_
    _Lampantem provinciam_
    _Misit, ut inertes aptes_
    _Fœcundis seminibus?_
    _Græca cerneris Homerus,_
    _Latina Virgilius,_
    _Flaccus crederis in metris,_
    _Tibullus eloquio._

A queste esorbitanze Paolo rispondeva, meglio ancora col fatto che
colle parole mostrando non meritarle:

    _Peream si quemquam horum_
    _Imitari cupio,_
    _A via quam sunt secuti_
    _Pergentes per invidiam_
    _Potius, sed istos ego_
    _Comparabo canibus._
      _Tres aut quatuor in scholis_
    _Quas didici sillabas_
    _Ex his mihi est ferendus_
    _Manipulus adorea...._

[231] Dal cav. Cordero di San Quintino, contraddicendo a Giuseppe e
Defendente Sacchi (1828). Si sa storicamente che le chiese di Pavia
andarono in fuoco nel 924 per opera degli Ungheri, poi dei Tedeschi nel
1004: dopo di che, si rifabbricarono esse chiese, adoprandovi materiali
anteriori, e introducendovi lo stil nuovo, come sono le tribune elevate
di molti gradini, il sottopor agli archi pilastri quadrati, senza
parastate o colonne incassate, ovvero pilastri poligoni; e finire in
cupole ed absidi.

[232] Nella _Storia Universale_, lib. XI, c. 12, riferimmo le
tradizioni romanzesche intorno a Carlo Magno; molte ne furono
introdotte nei poemi cavallereschi anche in Italia. Firenze e Siena
vogliono essere da lui riedificate e ne hanno epigrafi. Montalbano fuor
porta alla Croce, e le buche delle fate di Fiesole accolsero lui e i
suoi prodi, e presso queste Malagigi imparò l'arte degli incanti, e
Orlando fu reso invulnerabile. Orlando si fa nascere a Sutri, divenire
senator romano. A Susa un enorme spacco di pietra fu operato da
durlindana; questa è effigiata s'un bassorilievo di Roma; la sua lancia
serbasi a Pavia; la statua con quella d'Oliviero sul duomo di Pavia;
San Stefano di Firenze ha sulla facciata l'impressione di un ferro
del suo cavallo, da lui lanciato; a Spello serbano un fatto di pietra
ad attestare altro genere di forza; molti luoghi si chiamano _Torre
d'Orlando_.

[233] _Nunc_ (_curiæ_), _eo quod res civiles in alium statum
transformatæ sint, omniaque ab una imperatoriæ majestatis sollicitudine
atque administratione pendeant, ne incassum circa legale solum
oberrent, nostro decreto illinc submoventur_. Nov. 94 et 96.

[234] BOUQUET, v. 629.

[235] _Pascasius Ratbertus_, ap. MABILLON, Bened. sæc. IV. p. 1.

[236] CAROLI M. _Capit._ 101, 109, 82; Lud. Pii, 7. 8. 9....

Legge IX di Pepino re d'Italia: _Si latrocinia vel furta aut præda
inventa fuerint, emendentur, juxta ut ejus lex est, cui malum ipsum
perpetratum fuerit.... De ceteris vero causis, communi lege vivamus,
quam domnus Karolus excellentissimus rex Francorum atque Langobardorum
in edicto adjunxit._

Leg. XLVI: _Sicut consuetudo nostra est, Romanus vel Langobardus
si evenerit quod caussam inter se habeant, observamus ut romanus
populus successionem eorum juxta suam legem habeat. Similiter et omnes
scriptiones juxta legem suam faciant; et quando jurant, juxta legem
suam jurent. Et alii homines ad alios similiter. Et quando componunt,
juxta legem ipsius cui malum fecerint, componant. Et Langobardus illis
similiter convenit componere_.

Maginfredo di Delebio in Valtellina uccise Melesone, aldio del
monastero di Sant'Ambrogio di Milano nell'870; confessa il peccato, e
non avendo abbastanza per pagare la composizione, prega sia accettata
a sconto una casetta e una terricciuola sua (_casellula et terrula_)
e parte de' mobili: fu accettato, e se ne fece carta che conservossi
nell'archivio ambrosiano. Arigiso duca di Benevento asseriva che,
fin allora, chi avesse ucciso persona religiosa non era tenuto a
special composizione, o la dava a volontà dei censori: ma esso fissò
che l'uccisore di un monaco, prete o diacono pagasse al fisco ducento
soldi, o fin a trecento; per gli altri ecclesiastici fuor di palazzo,
cencinquanta, come pei laici esercitali. _Rer. it. Script._, II.
336. Carlo Magno incarì tal pena. Enrico III nel 1055 riceveva sotto
la sua protezione (_mundiburdio_) i canonici di Parma, in modo che
chi gli uccidesse o ferisse o violentasse, dovesse lire cento, metà
all'imperatore, metà agli offesi. _Ann. M. Æ._, II, 326.

[237] CAROLI M., _Capit._ 26.

[238] LUD. PII, 26. 27.

[239] CAROLI M., 20. 29. 30-35. 80. 90. 101. 102. 109. 128....

[240] LUD. PII, 24: LOTH., 78; CAROLI M., 10. 20. 21....

[241] CAROLI M., 81; LOTH., 71.

[242] LOTH., 31.

[243] «Io Lodovico imperatore concedo a san Pietro e a' suoi successori
Roma col ducato e coi territorj marittimi e montani, lidi, porti e
tutte le città, castelli, borghi, terre di Toscana, ciò sono Porto
Civitavecchia, Cervetri, Todi, Perugia colle tre isole Maggiore,
Minore e Polvese, col lago, Narni ed Otricoli. Similmente dalle parti
della Campania, Segni, Anagni, Ferentino, Alatri, Patricio, Frosinone,
colle altre due parti pur di Campania e Tivoli. Anche l'esarcato di
Ravenna che Carlo e Pepino _restituirono_ a Pietro apostolo, cioè
Ravenna, la Romagna, Bobbio, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza,
Imola, Bologna, Ferrara, Comacchio, Adria, Gabello con tutti i confini,
isole, ecc. Così la Pentapoli, cioè Arimino, Pesaro, Fano, Sinigaglia,
Ancona, Umana, Jesi, Fossombrone, Montefeltro, Urbino e il territorio
Valvense, Caglio, Luceolo, Gubbio. Così la Sabina, e nella Toscana de'
Longobardi, Città di Castello, Orvieto, Bagnarea, Ferento, Viterbo,
Marla, Toscanella, Populonia, Soana, Rosella; e Corsica, Sardegna,
Sicilia, con ecc. Ancora nelle parti di Campania, Sora, Arce, Aquino,
Arpino, Tiano, Capua, e i patrimonj Beneventano, Salernitano e
Napoletano, e della Calabria superiore e inferiore, e dovunque v'ha
patrimonj nostri nelle parti del regno e dell'impero a noi da Dio
conceduto». Labbe, Concil., tom. VII, p. 1515. — Si noti che vi manca
ogni segno cronologico, è tratto da copia informe e non autentica, e
l'imperatore avrebbe donato ciò che a lui non apparteneva.

[244]

    _Plura quid hinc memorem? nam centuplicata recepi_
      _Munera, romanis quæ arcibus extulerat._
                                          ERM. NIGELLO.

[245] _Barbirasas_, i Franchi, a differenza de' Longobardi che aveano
barba lunga e puntuta. AGNELLO, _Liber pontif._, pag. 180.

[246] Sono intitolati or conti, or duchi, or marchesi: e questi titoli
sono spesso confusi sotto i Carolingi. Forse erano conti di città,
duchi di provincia.

[247]

    _Liber et ingenuus sum natus utroque parente;_
      _Semper ero liber, credo, tuente Deo._
            ERCHEMP., _L. Longob._ Rer. It. Script., II. p. 1.

Il suo epitafio dell'806, posto in Salerno, dice:

    _Pertulit adversas Francorum sæpe phalangas,_
      _Salvavit patriam sed, Benevente, tuam._
    _Sed quid plura feram? Gallorum fortia regna_
      _Non valuere hujus subdere colla sibi._
            ANON. SALERN., _Paralip._ Rer. It. Script., II. p. 2.

[248] EGINARDO, _ad ann._ 815 e 820.

[249] ASTRONOMUS, _De vita Ludovici_, c. 42.

[250] LIUTPRANDO, IV., 2. La preda fu ripartita così: a ciascuna
famiglia d'un morto in guerra cento _crus_, che sarebbero da
dugencinquanta lire; cinquanta alle vedove; per ogni ucciso che
non lasciasse famiglia, si diedero cento _crus_ ai poveri del suo
quartiere, fosser cristiani o saracini; del resto si fecero quattro
parti, una per l'ammiraglio, una per l'emir di Sicilia, due pel
califfo.

[251] Vedi THEODOSII monaci _Ep. de excidio Syracusarum_, Rer. It.
Script., tom. ii. p. i. p. 262.

_Histoire de l'Afrique arabe sous la dynastie des Aglabites_. Parigi
1841: opera di Jusef ebn-Kalidun, fiorito a Tunisi dal 1332 al 1406,
e da De Hammer chiamato il Montesquieu arabo; tradotta da Noël des
Vergers. V'appare la lotta de' Bereberi contro gli Aglabiti, e come
episodio la dominazione di questi in Sicilia.

CAMILLO MARTORANA, _Notizie storiche de' Saraceni siciliani_. Palermo
1832.

T. G. WENRICH, _Rerum ab Arabibus in Italia insulisque adjacentibus,
Sicilia maxime, Sardinia atque Corsica, gestarum commentarii_. LIPSIA
1845.

FR. TESTA, _Diss. de ortu et progressu juris siculi_.

ALFONSO AIROLDI, _Cod. diplom. della Sicilia sotto il governo degli
Arabi_, tom. i, p. i. p. 384, nota.

Nella _Biblioteca arabo-sicula_ dell'Amari si riscontrano circa
cencinquanta scienziati, letterati, poeti musulmani in Sicilia.

[252] ALBERTUS AQUENSIS, lib. v. p. 37. Lo zuccaro prosperava in
Sicilia: nel 1419 l'università di Palermo assegnava acque per la
coltura di esso; nel 1449 Pietro Speciale ne piantò la campagna de'
Ficarazzi; nel 1550 un viaggiatore descrive attivissimi i trappeti
(aje) dello zuccaro: e principalmente ne erano a Carini, Trabìa,
Buonfornello, Roccella, Pietra di Roma, Malvicini, Olivieri, Casalnovo,
Schisò, Casalbiano, Verdura, Sabuci, Medica. Federico II obbligò gli
Ebrei venuti dal Garbo a piantare presso Palermo l'indaco e altre
produzioni esotiche. Molti nomi di paesi siculi hanno etimologia
araba, come _Calatafimi, Caltabellotta, Caltanisetta_, castello di S.
Eufemio, delle quercie, delle femine: _Misilmeri_ mansione dell'emiro,
_Risicanzir, Rasicormo, Rasicalbo_, promontorio de' porci, del vertice,
del cane: _Marsameni_, porto delle colonne, _Marsala_, porto di Dio,
ecc.

[253]

      _Romanus, Francus, Bardusque viator et omnis_
        _Hoc qui intendit opus cantica digna canat._
      _Quod bonus antistes quartus Leo rite novavit_
        _Pro patriæ ac plebis ecce salute suæ._
      _Principe cum summo gaudens Hlotharius heros_
        _Perfecit, cujus emicat altus honor._
      _Quod veneranda fides nimio deduxit amore_
        _Hoc Deus omnipotens præferat arce poli._
    _Civitas hæc a conditoris sui nomine Civitas Leonina vocatur._

Ad esempio della città Leonina, Giovanni VIII circondò di mura San
Paolo:

    _Hic murus salvator adest, invictaque porta_
      _Quæ reprobos arcet, suscipiatque pios._
    _Hanc proceres intrate senes, juvenesque togati._
      _Plebsque sacrata Dei limina sancta petens._
    _Quam præsul Domini patravit rite Johannes,_
      _Qui nitidis fulxit moribus ac meritis._
    _Præsulis octavi de nomine facta Johannis_
      _Ecce Johannipolis urbs veneranda cluit._
    _Angelus hanc Domini Paulo cum principe sanctus_
      _Custodiat portam semper ab hoste nequam._
    _Insignem nimium muro quam construit amplo_
      _Sedis apostolicæ papa Johannes ovans._
    _Ut sibi post obitum cælestis janua regni_
      _Pandatur, Christo sat miserante Deo._

[254] _Monac. anon._ ap. MURATORI, II. 266.

[255] _Quia Franci nihil nobis faciunt boni, neque adjutorium præbent,
sed magis quæ nostra sunt violenter tollunt; quare non advocamus
Græcos, et cum eis fœdus pacis componentes, Francorum regem et gentem
de nostro regno et dominatione expellimus?_ ANASTASIO BIBL., _Vita
Leonis IV_, p. 199.

[256] GRATIANI, cap. 9. dist. X; e cap. 41. II. qu. 17.

[257] Que' lamenti indicano di che natura s'intendesse il potere
papale, giacchè Adriano racconta che Leone arcivescovo non permise che
i deputati delle città prestassero il giuramento in mano di Giorgio
Sacellario, a tal uopo spedito dal papa a Ravenna; a governatore di
Gavello aver egli pontefice posto un Domenico raccomandatogli dal re,
ma Leone avere spedito soldati ad arrestarlo, e vietato a tutti gli
abitanti di accettar impieghi dal papa. V. _Cod. Carolino ep. Adriani_,
51. 52. 53.

[258] _Ad hoc usque malum crevit et incrassatum est, ut factione
ravennatis archiepiscopi Maurinus cum suis complicibus, qui
excomunicati et anathematizati a nobis jam sunt, Ravennam ingrederetur,
et fidelium nostrorum res cum suis funditus raperet et devastaret, adeo
ut claves civitatis Ravennæ a vestarario nostro violenter subtraheret,
et pro libitu suo, nescimus cujus auctoritate, ipsi archiepiscopo_
(_quod nunquam factum fuisse recolitur_) _potestative concederet_. Così
scrive il papa alla imperatrice Angilberga, ap. BALUZIO, _Miscell._,
tom. V. Altra prova che il dominio temporale apparteneva ai pontefici,
e che esisteva un'autorità municipale.

[259] La cronologia di questi fatti è incertissima. De' Napoletani
scrive l'imperatore (ap. _Anonimo Salern._, c. 106): _Infidelibus
arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii
nostri litora eos ducunt, et cum ipsis toties beati Petri apostolorum
principis fines furtim deprædari conantur ita ut facta videatur
Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri equi Saracenos
insequuntur, ipsi, ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est
necessarium Panormum repetere: sed Neapolim fugientes, ibidem quousque
perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt_.

[260] _Noveris exercitum nostrum, Bari triumphis nostris submissa,
Saracenos Tarenti pariter et Calabriæ nos mirabiliter humiliasse, simil
et comminuisse; ac hos celeriter, duce Deo, penitus contriturum, si a
mari prohibiti fuerint escarum admittere copias, vel etiam classibus a
Panormo vel Africa suscipere multitudines_. ANONIMO SALERN., c. 94.

[261] Allora fu composto questo ritmo:

    _Audite omnes fines terre horrore cum tristitia,_
      _Quale scelus fuit factum Benevento civitas:_
      _Lhuduvicum comprenderunt, sancto pio augusto._
    _Beneventani se adunarunt ad unum consilium,_
      _Adolferio loquebatur, et dicebant principi:_
      _Si nos eum vivum dimittemus, certe nos peribimus;_
    _Scelus magnum preparavit in istam provintiam,_
      _Regnum nostrum nobis tollit, nos habet pro nihilum;_
      _Plura mala nobis fecit; rectum est moriad._
    _Deposuerunt sancto pio de suo palatio;_
      _Adalferio illum ducebat usque ad pretorium,_
      _Ille vero gaude visum tamquam ad martirium._
    _Exierunt Sado et Saducto, inoviabant imperio;_
      _Et ipse sancte pius incipiebat dicere:_
      _Tamquam ad latronem venistis cum gladiis et fustibus._
    _Fuit jam namque tempus vos allevavit in omnibus;_
      _Modo vero surrexistis adversus me consilium,_
      _Nescio pro quid causam vultis me occidere._
    _Generacio crudelis veni interficere,_
      _Ecclesieque sancte Dei venio diligere,_
      _Sanguine veni vindicare quod super terram fusus est_
    _Kalidus ille temtador ratum atque nomine_
      _Coronam imperii sibi in caput ponet, et dicebat populo:_
      _Ecce sumus imperator, possum vobis regere._
    _Leto animo habebat de illo quo fecerat,_
      _A demonio vexatur, ad terram ceciderat;_
      _Exierunt multe turme videre mirabilia._
    _Magnus Dominus Jesus judicavit judicium;_
      _Multa gens Paganorum exit in Calabria,_
      _Super Salerno pervenerunt possidere civitas._
    _Juratum est ad sancte Dei reliquie_
      _Ipse regnum defendendum, et alium requirere._

[262] Gli Annali Bertiniani di Metz narrano a disteso questi fatti.
Il Muratori mostra non avervi gran fede: eppure ne' punti principali
concordano colle cronache patrie.

[263]

    _Hic cubat æterni Hludovicus Cæsar honoris,_
      _Æquiparat cujus nulla Thalia decus;_
    _Nam ne prima dies regno solioque vacaret,_
      _Hesperiæ genito sceptra reliquit avus._
    _Quam sic pacifico, sic forti pectore rexit,_
      _Ut puerum brevitas vinceret acta senem._
    _Ingenium mirer ne, fidem cultusve sacrorum._
      _Ambigo, virtutis an pietatis opus._
    _Huic ubi firma virum mundo produxerat ætas,_
      _Imperii nomen subdita Roma dedit._
    _Et Saracenorum crebro perpessa secures,_
      _Libere tranquillam vexit ut ante togam._
    _Cæsar erat cælo, populus non Cæsare dignus,_
      _Composuere brevi stamine fata dies._
    _Nunc obitum luges, infelix Roma, patroni,_
      _Omne simul Latium, Galia tota dehinc._
    _Pareite, nam vivus meruit quæ præmia gaudet;_
      _Spiritus in cælis, corporis extat honos._

[264] Atto dell'elezione di Carlo il Calvo in re d'Italia (_Rer. It.
Scrip._ tom. I): _Gloriosissimo et a Deo coronato magno et pacifico
imperatori domino nostro Carolo perpetuo augusto. Nos quidem Anspertus
cum omnibus episcopis, abbatibus, comitibus, ac reliquis, qui nobiscum
convenerunt italici regni optimates, quorum nomina generaliter subter
habentur inserta, perpetuam optamus prosperitatem et pacem._

_Jam quia divina pietas vos, beatorum principum apostolorum Petri et
Pauli interventione, per vicarium ipsorum, dominum videlicet Joannem
summum pontificem et universalem papam vestrum, ad profectum sanctæ Dei
Ecclesiæ, nostrorumque omnium incitavit, et ad imperiale culmen Sancti
Spiritus judicio provexit; nos unanimiter vos protectorem, dominum ac
defensorem omnium nostrum, et italici regni regem eligimus, cui et
gaudenter toto cordi affecta subdi gaudemus, et omnia, quæ nobiscum
ad profectum totius sanctæ Dei Ecclesiæ, nostrorumque omnium salutem
decernitis et sancitis, totis viribus, annuente Christo, concordi mente
et prompta voluntate observare promittimus._

_=Anspertus= sanctæ mediolanensis ecclesiæ archiepiscopus subscripsi._

_=Joannes= sanctæ aretinæ ecclesiæ humilis episcopus subscripsi._

_=Joannes= episcopus sanctæ ticinensis ecclesiæ subscripsi._

_=Benedictus= Cremonensis episcopus subscripsi._

_=Theudulphus= tortonensis episcopus subscripsi._

_=Adalgaudus= Vercellensis episcopus subscripsi._

_=Azo= eporediensis episcopus subscripsi._

_=Gerardus= exiguus in exigua laudensi ecclesia episcopus subscripsi._

_=Hilduinus= astensis ecclesiæ episcopus subscripsi._

_=Leodonius= mutinensis episcopus subscripsi._

_=Hildradus= albensis episcopus subscripsi._

_=Ratbonus= sedis augustanæ episcopus subscripsi._

_=Bodo= humilis sanctæ aquensis ecclesiæ (episcopus) subscripsi._

_=Sabbatinus= januensis ecclesiæ episcopus subscripsi._

_=Filibertus= comensis episcopus subscripsi._

_=Adelardus= servus servorum Dei veronensis episcopus subscripsi._

_Ego =Paulus= sanctæ placentinæ ecclesiæ episcopus subscripsi._

_Ego =Andreas= sanctæ florentinæ ecclesiæ episcopus subscripsi._

_=Ragnesis= abbas subscripsi._

_Signum =Bosonis= inclyti ducis, et sacri palatii archiministri, atque
imperialis missi._

_Signum =Ricardi= comitis._

_Signum =Walfredi= comitis._

_Signum =Luitfredi= comitis._

_Signum =Alberici= comitis._

_Signum =Supponis= comitis._

_Signum =Hardingi= comitis._

_Signum =Bodradi= comitis palatii._

_Signum =Cuniberti= comitis._

_Signum =Bernardi= comitis._

_Signum =Airboldi= comitis._

Juramentum Ansperti archiepiscopi:

_Sic promitto ego, quia, de isto die in antea, isti seniori meo,
quamdiu vixero, fidelis et obediens et adjutor, quantumcumque
plus et melius sciero et potuero, et consilio et auxilio secundum
meum ministerium in omnibus ero, absque fraude et malo ingenio,
et absque ulla dolositate vel seductione seu deceptione, et absque
respectu alicujus personæ; et neque per me, neque per literas, sed
neque per emissam vel intromissam personam, vel quocumque modo, vel
significatione contra suum honorem, et suam ecclesiæ atque regni sibi
commissi quietem et tranquillitatem atque soliditatem machinabo, vel
machinanti consentiam, neque aliquod unquam scandalum movebo, quod
illius præsenti vel futuræ saluti contrarium vel nocivum esse possit.
Sic me Deus adjuvet et patrocinetur._

Quod rex Carolus juravit Ansperto archiepiscopo, atque optimatibus
regni Italici:

_Et ego quantum sciero et rationabiliter potuero, Domino adjuvante,
te, sanctissime ac reverendissime archiepiscope, et unumquemque
vestrum, secundum suum ordinem et personam, honorabo et salvabo, et
honoratum et salvatum absque ullo dolo ac damnatione vel deceptione
conservabo, et unicuique competentem legem ac justitiam conservabo, et
qui illam necesse habuerint et rationabiliter petierint, rationabilem
misericordiam exhibebo. Sicut fidelis rex suos fideles per rectum
honorare et salvare, et unicuique competentem legem et justitiam
in unoquoque ordine conservare, et indigentibus et rationabiliter
petentibus rationabilem misericordiam debet impendere, et pro nullo
homine ab hoc, quantum dimittit humana fragilitas, per studium aut
malevolentiam vel alicujus indebitum hortamentum deviabo, quantum mihi
Deus intellectum et possibilitatem dabit; et si per fragilitatem contra
hoc mihi surreptum fuerit, cum recognovero, voluntarie illud emendare
studebo, sic etc._

_In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Incipiunt capitula, quæ
domus imperator Carolus, Hludovici piæ memoriæ filius, una cum consensu
et suggestione et reverendissimi ac sanctissimi domini Ansperti
archiepiscopi sanctæ mediolanensis ecclesiæ, nec non venerabilium
episcoporum et illustrium optimatum, reliquorumque fidelium suorum in
regno italico, ad honorem sanctæ Dei Ecclesiæ, et ad pacem ac profectum
totius imperii sui, fecit anno incarnationis domini nostri Jesu
Christi_ DCCLXXVII, _regni vero sui in Francia_ XXXVI, _imperii autem
sui_, I, _indictione_ IX, _mense februarii, in palatio ticinensi_, etc.

[265] Nella lettera CCXXIX ad Anselmo arcivescovo di Milano, nell'882,
papa Giovanni VIII si lagna di molte crudeltà usate contro il suo
popolo, e massime d'un tal Longobardo, uomo del marchese Guido, che
prese ottantatre persone presso Narni, e a tutte tagliò le mani, sicchè
molti ne morirono.

[266] Angelberga, vedova dell'imperatore Lodovico II, avea mestato
fra quelle turbolenze, poi ricoverò in Santa Giulia di Brescia, asilo
di altre spose e figlie di re, e v'avea deposto il pingue suo tesoro;
ma questo fu depredato da Berengario del Friuli (_Epist. 42 Johannis
VIII_). Ella poi in testamento (ap. CAMPI, _Stor. Eccl. Placent._
lib. VII) al monastero di San Sisto da lei fabbricato in Piacenza
lasciò un'infinità di poderi e case in Campo Migliacco nel modenese;
Cortenova, Pigognaga, Felina, Guastalla, Luzzara nel reggiano; Cabroi e
Masino nel contado di Stazona sul lago Maggiore; Brunago e Trecate (?)
nella Burgaria del milanese, ed altri luoghi.

[267] _Annales Lambecii_, palesemente ostili al vescovo.

[268] _Recueil des hist._ tom. IX. p. 293. 294. Dopo narrati tanti
guai, il Muratori conchiude all'888: «Mercè del buon governo degli
imperatori Carolini, avea la Lombardia colle altre vicine provincie
goduta per più di cento anni un'invidiabile pace».

[269] _Latium concessit avitum_. Panegir. Bereng. In quel panegirico
per la prima volta si trovano nel nome di Italiani abbracciati tutti
quelli che formavano il comune, fosser Longobardi, Franchi o Romani.

[270] Probabilmente la ferrea, allora primamente adoperata;

    _His motus precibus, gressum contendit ad urbem_
    _Irriguam, cursim Ticini abeuntibus undis,_
    _Sustulit heic postquam regale insigne coronam._

[271] Il panegirista di Berengario mette in bocca a un capitano
francese dell'esercito di Guido questi versi (lib. II. v. 200):

    _Quid inertia pectora bello,_
    _Pectora (Ubertus ait) duris prætenditis armis,_
    _O Itali? Potus vobis, sacra pocula cordi,_
    _Sæpius et stomachum nitidis laxare saginis,_
    _Elatasque domus rutilo fulcire metallo._
    _Non eadem Gallos similis vel cura remordet,_
    _Vicinas quibus est studium devincere terras,_
    _Depressumque larem spoliis hinc inde coactis_
    _Sustentare._

[272] Lo storico Liutprando, vescovo di Cremona, esclama (lib. I. c.
5): _Hungarorum gentem cupidam, audacem, omnipotentis Dei ignaram,
scelerum omnium non insciam, cædis et omnium rapinarum solummodo
avidam, in auxilium convocat; si tamen auxilium dici potest quod paullo
post, eo moriente, tam genti suæ, quam ceteris in meridie occasuque
degentibus nationibus grave periculum, imo excidium fuit. Quid igitur?
Zuentebaldus vincitur, subjugatur, fit tributarius, sed domino solus. O
cæcam Arnulphi regis regnandi cupiditatem! o infelicem amarumque diem!
Unius homuncionis dejectio fit totius Europæ contritio. Quid mulieribus
viduitates, patribus orbitates, virginibus corruptiones, sacerdotibus
populisque Dei captivitates, ecclesiis desolationes, terris inhabitatis
solitudines, cæca ambitio, paras!_ E' non è zotico costui.

[273] Così Liutprando: eppure Aquileja più non era risorta dalla
distruzione di Attila.

[274] Nel 912 Berengario concede a Risinda, badessa di Santa Maria
della Pusterla a Pavia, _ædificandi castella in opportunis locis
licentiam, una cum bertiscis merulorum propugnaculis, aggeribus atque
fossatis, omnique argumento ad Paganorum insidias deprimendas_. È il
primo esempio in Italia. Anche Adalberto vescovo di Bergamo ottenne
dal medesimo re di poter fortificare quella città, minacciata _maxima
Suevorum Ungarorum incursione_. MURATORI, al 910. Ai canonici di
Verona fu permesso fortificare il castello di Cereta, _pro persecutione
Ungarorum_. Il Muratori adduce molte somiglianti concessioni.

[275] Il buon prete Andrea, autore del _Breve Chronicon_ (in MENKEN
_Script. Rer. germ._, I, 100), parlando dell'elezione di Lodovico il
Tedesco e Carlo il Calvo, dice: _Pravum egerunt consilium quatenus
ad duos mandarent regnum_. Ma più esplicitamente uno men vulgare,
Liutprando vescovo, dice (I. 20): _Italienses semper geminis uti
dominis volunt, quatenus alterum alterius terrore coerceant_.

[276] _Chron. Vulturnense_, Rer. It. Scrip., t. II. p. 415.

[277] Liutprando, v. 15, ci fa intendere alterasse le monete mescendovi
molto rame.

[278] _Populosissimam atque opulentissimam;_ FRODOARDO. Liutprando la
chiama _formosa_, e sempre coll'enfasi sua propria dice che fra breve
risorse in modo da superare le vicine e le lontane città, non inferiore
a Roma fuorchè nel non possedere i corpi dei santi apostoli. Tutti
i vescovi di Lombardia soleano aver palazzo in Pavia per l'occasione
delle diete.

[279] Quel ritmo vuolsi riferire come non infelice saggio della
poesia che passava dalle forme antiche alle nuove, giacchè sono versi
endecasillabi nostri:

    _Nos adoramus celsa Christi numina,_
    _Illi canora demus nostra jubila;_
    _Illius magna fisi sub custodia_
    _Hæc vigilantes jubilemus carmina._
    _Divina mundi rex Christe custodia,_
    _Sub tua serva hæc castra vigilia;_
    _Tu murus tuis sis inespugnabilis,_
    _Sis inimicis hostis tu terribilis;_
    _Te vigilante, nulla nocet fortia,_
    _Qui cuncta fugas procul arma bellica._
    _Cinge hæc nostra tu Christe munimina_
    _Defendens ea tua forti lancea._
    _Sancta Maria mater Christi splendida,_
    _Hæc cum Johanne, Theotocos, impetra_
    _Quorum hic sancta veneramur pignora,_
    _Et quibus ista sunt sacrata mœnia,_
    _Quo duce victrix est in bello dextera_
    _Et sine ipso nihil valent jacula._
    _Fortis juventus, virtus audax bellica,_
    _Vestra per muros audiantur carmina;_
    _Et sit in armis alterna vigilia,_
    _Ne fraus hostilis hæc invadat mœnia_
    _Resultet echo comes: eja vigila!_
    _Per muros eja! dicat echo vigila!_

È del tempo e della circostanza stessa una preghiera dei Modenesi a san
Geminiano:

    _Ut hoc flagellum, quod meremur miseri,_
    _Cælorum regis evadamus gratia._
    _Nam doctus eras Attilæ temporibus_
    _Portas pandendo liberare subditos._
    _Nunc te rogamus, licet servi pessimi,_
    _Ab Ungarorum nos defendas jaculis._

[280] DANDOLO, _Chron._ È difficile e superfluo il fissare la
cronologia di questi fatti.

[281] Gl'insigni doni ch'e' fece alla basilica di Monza, lasciano
supporre vi fosse incoronato. V. Frisi. Siamo fra le diatribe di
Liutprando suo nemico personale, e le esagerazioni del panegirista.
Liutprando fu segretario di Berengario II, e trae la narrazione fino al
948, e non vale nulla più che le nostre gazzette: ma che fare, se siamo
ridotti quasi a lui solo?

Eppure su questi scarsissimi ricordi esercitò la retorica P. F.
Giambullari nella _Storia dell'Europa_. Ch'egli sia caro ai maestri
di retorica, che un retore nostro contemporaneo l'abbia chiamato _la
più compita prosa del Cinquecento_, passi: ma è strano che alcuno
se ne serva per raccontare ai giovani la storia d'Italia. Com'egli
inventi le circostanze per amplificare, lo mostri questa descrizione
della morte di Berengario: «Flamberto sollecitò i compagni tanto, che
la notte seguente vennero armati dove lo innocentissimo re, senza
guardia alcuna, tutto sicuro si riposava allato alla stessa chiesa
dove fu preso il re Lodovico; essendo solito levarsi la notte all'ora
di mattutino, ed entrare co' religiosi a lodare il suo creatore. Il
che eseguendo ancora quella notte al solito suo, giunse Flamberto
coi suoi seguaci; i quali per essere non pochi facendo pure qualche
strepito, venne il re sulla porta a vedere che cosa era questa.
Veduto dunque cotanti armati, e Flamberto con esso loro, lo dimandò
che cosa e' cercavano a quell'ora e in quella guisa. Il traditore,
per cavarlo fuori della chiesa, avvicinatosi più a lui, — State
(disse) di buona voglia questi sono amici e servitori vostri, che
sapendo come voi state qua su senza guardia alcuna, per lo amore che
vi portano sono venuti armati da voi per guardia e sicurtà vostra,
apparecchiati, se malignitate alcuna apparisse, a combattere contro a
ciascuno che pensasse volervi offendere; e però sarà bene che voi meco
li conosciate, e riceviateli allegramente. — Il re da queste parole
ingannato, uscì lieto verso di loro; ed entrando sicuramente tra essi
per dimesticarsi con tutti e per ringraziarli, lo scellerato Flamberto
fattogli strada, lo lasciò trapassare avanti, e rivoltosegli poi alle
spalle con un partigianone che egli aveva, lo passò dalle reni al
petto, e così gli tolse la vita».

[282] Quando l'elezione di Carlomanno a re d'Italia era in pratica
in Lombardia, il papa scriveva ad Ansperto arcivescovo di Milano
sconsigliandolo da questo malaticcio, e soggiungeva: — Nessuno voi
dovete ricevere senza nostro consenso, perchè quegli che dev'essere da
noi ordinato imperatore, da noi primamente dev'essere eletto». LABBE,
_Concil._ VIII. 103. È notevole la formola dell'elezione di Carlo
Calvo, usata da Giovanni VIII, negli atti del concilio di Roma l'887:
«Noi l'abbiamo eletto secondo giustizia, ed approvato col consenso
e il voto dei vescovi fratelli nostri e degli altri ministri della
santa Chiesa romana, dell'illustre senato, di tutto il popolo romano,
e dell'ordine de' cittadini; e giusta l'antico costume l'abbiamo
solennemente elevato all'impero e decorato del titolo d'augusto».

[283] Spiego in questo senso le parole _inventum est, ut omnes majores
Romæ essent imperiales_, di Eutropio prete longobardo, avverso molto
alla Corte romana.

[284] Il religiosissimo Baronio esclama: _Quam fœdissima Ecclesiæ
romanæ facies, quum Romæ dominarentur potentissimæ æque ac sordidissimæ
meretrices, quarum arbitrio mutarentur sedes, darentur episcopi, et,
quod auditu horrendum et infandum est, intruderentur in sedem Petri
earum amasii pseudopontifices, qui non sunt nisi ad signanda tantum
tempora in catalogo romanorum pontificum scripti._ All'anno 912, nº
14. Ma forse, nel credere tante iniquità, egli fidò soverchiamente in
Liutprando, satirico od enfatico. Il Muratori, non sospetto di papista,
trova ragionevoli objezioni a fargli: e dopo lui fu scoperto un
poemetto _De romanis pontificibus_ che un Frodoardo scriveva al tempo
di Leone VII, dove a molti d'essi papi sono attribuite lodi di gran
virtù. Al Baronio, ostilissimo a Sergio, il Muratori oppone argomenti
non deboli. Il suo epitafio è di non infelice latino.

    _Limina quisquis adis Petri metuenda beati,_
      _Cerne pii Sergi, exuviasque Petri._
    _Culmen apostolicæ sedis is, jure paterno_
      _Electus, tenuit ut Theodorus obit._
    _Pellitur urbe pater, pervadit sacra Johannes,_
      _Romuleosque greges dissipat iste lupus._
    _Exul erat patria septem volventibus annis,_
      _Post multis populi urbe redit precibus._
    _Suscipitur papa; sacrata sede recepta_
      _Gaudet. Amat pastor agmina cuncta simul._
    _Hic invasores sanctorum falce subegit_
      _Romana ecclesiæ judiciisque patrum._

[285] Durante quell'assedio, nacque nell'isola d'Orta Guglielmo, che
poi fu abate di Digione, rinomatissimo nella storia monastica d'allora
per le sue virtù, e per avere fondati molti monasteri e riformatine
assai più.

[286] _Walperto mysteria divina celebrante, multis episcopis
circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam in qua clavus Domini
habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltlieum, clamydem imperialem,
omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit,
perficientibus atque celebrantibus clericis, omnibusque ambrosianis
ordinibus divinarum solemnitatum mysteria. Walpertus magnanimus
archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis cum manipulo subdiaconi,
corona superimposita_ (la corona ferrea senza far menzione del chiodo),
_adstantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus
atque marchionibus, decentissime et mirifice Othonem regem collaudatum
et per omnia confirmatum induit atque perunxit._ LANDULPH. SEN., _Hist.
Med._, lib. II. c. 16.

[287] _Decret. Grat._, dist. 63. par. I. c. 23.

[288] L'epitafio di Leodinio, vescovo di Modena, dell'892 dice:

    _His tumulum portis et erectis aggere vallis_
    _Firmavit, positis circum latitantibus armis,_
    _Non contra dominos erectus corda serenos,_
    _Sed cives proprios cupiens defendere sectos._

Quel di Ansperto, arcivescovo di Milano, morto l'881:

    _Mœnia sollicitus commissæ reddidit urbi_
    _Diruta._

Gualdone, vescovo di Como nel 964 espugna l'isola Comacina, e ne
smantella le fortificazioni. Amulone, vescovo di Torino al tempo
di re Lamberto, _ejusdem civitatis muros et turres perversitate sua
destruxit. Nam inimicitiam exercens cum suis civibus, qui continuo
illum a civitate exturbarunt..... pace peracta reversus et manu
valida cinctus, destruxit sicut diximus. Fuerat hæc siquidem civitas
condensissimis turribus bene redimita, et arcus in circuitu per totum
deambulatorios cum propugnaculis desuper atque antemuralibus_. Chron.
Novaliciense, _Rer. it. scrip._, tom. II. p. II. San Poggio, vescovo di
Firenze, cinse di mura molte ville.

[289] SCHMIDT, _St. dei Tedeschi_, lib. III. pag. 423. Anche Enrico
VII, morto a Buonconvento, fu fatto cuocere a Suvereto, per portarne
le ossa a Pisa (_Rer. It. Scrip._, tom. XV. _Chr. Pis._); e dopo la
battaglia di Montecatino, nel castel di Buggiano si cossero i capitani
morti in quel fatto, e se ne portarono le ossa a Pisa. LELMI, _Diario
Sanminiatese_.

[290] Se pure non è tutt'uno con Benedetto VI, che si fosse creduto
morto in prigione. Tra quei disordini la serie dei papi riesce
avviluppatissima.

Allora Roma contava quaranta monasteri d'uomini, venti di femmine,
tutti benedettini, e sessanta chiese con canonici.

[291] _Non dubium est ut romana ecclesia, quæ mater et caput
ecclesiarum est, per tyrannidem debilitetur_. Ap. BARONIO al 992.

[292] La storia di quel secolo ne offre un'altra prova. L'imperatore
Lotario che stava in guerra con Lodovico Pio suo padre, mandò dei
nobili ad invitare a sè Angelberto arcivescovo di Milano. Andò
questo, e lo salutò colle parole e con chinar il capo, ma non volle
prostrarsegli per onor della Chiesa. L'imperatore gli disse: — Tu fai
come se fossi sant'Ambrogio»; e l'arcivescovo; — Nè io sant'Ambrogio,
nè tu sei il signore Iddio». Pregato che andasse a ottenergli pace dal
padre, si portò in Francia, fu ricevuto a grand'onoranza, e Lodovico
Pio, uditane la domanda, — Buon arcivescovo, cosa deve far uno del
nemico suo?» Quegli rispose: — Il Signore ha detto nel Vangelo, _Amate
i nemici vostri, fate bene a chi vi fece male._ — E se nol facessi?»
ripetè Lodovico; e quegli: — Non avresti la vita eterna, se morissi
nell'odio». L'imperatore ne imbizzarrì, e lo invitò a sostenere questo
asserto davanti ai sapienti. Radunati i quali, l'arcivescovo parlò: —
Sapete che siam tutti fratelli, liberi o servi, padri o figli? Ebbene,
san Giovanni scrisse, _Chi odia il fratel suo è omicida, e nessun
omicida ha in sè la vita eterna_». Tutti dovettero assentirgli; e
l'imperatore, posta la mano per terra, chiese perdono, e restituì la
grazia al figliuolo. PRESBYTERI ANDREÆ _Chronicon_. Semplici ragioni,
ma che non seppero i successori suoi intonare ai potenti nei secoli
della ostentata libertà.

[293] Non già Stefania, nome inventato dal milanese Arnulfo, come anche
la storiella dell'avvelenamento.

[294] ADELBOLDUS, _Vita s. Henrici_. Quei che della storia fanno
allusioni, in quest'anni passati esaltarono Arduino come fosse un
instauratore della nazionalità italiana, un predecessore e modello di
Carlalberto.

[295] _Arduinus juxta posse ultionem exercet in perfidos_. ARNULPH.,
_Hist. Med._, lib. I. c. 16.

[296] _Marchiones et episcopos, duces et comites, nec non etiam
abbates, quorum prava erant itinera, corrigendo multum emendavit.
Marchiones autem italici regni sua calliditate capiens, et in custodia
ponens, quorum nonnulli fuga lapsi, alios vero, post correctionem,
ditatos muneribus dimisit_. Chron. Noval.

[297] Nelle _Antichità Estensi_, par. I, c. 13, è recato un bel
documento del 1014, ove Enrico imperatore adduce che il conte Oberto,
il marchese Oberto, i figli suoi, e Alberto nipote (Estensi li crede
il Muratori) dopo che lo _elessero_ re ed imperatore, e gli _dieder le
mani_ e prestarongli il giuramento, favorirono Arduino nemico suo, e
fecero prede e devastazioni. Siccome essi vivevano a legge longobarda,
e in questa è scritto che «se alcuno trama contro la vita del re, perda
la propria e gli siano confiscati i beni»; perciò esso Enrico confisca
i possessi di quei signori, e li dona alla chiesa di San Siro in Pavia,
in compenso de' guasti sofferti.

[298] MONACI WEINGART nelle _Ant. Estensi_, p. 6.

[299] Guglielmo scriveva a Maginfredo che il fatto non gli pareva
_neque utile neque honestum, gens enim vestra infida est. Insidiæ
graves contra nos orientur_. FULBERT, ep. 58. E Ademaro monaco dice
che _in ducibus Italiæ fidem non reperiens, laudem et honorem eorum pro
nihilo duxit._

[300] L'abate di San Giustiniano di Falesi nel 1115 vende all'opera
della cattedrale di Pisa _tres partes integras de castello et rocca
Plumbini_ (questa è la prima menzione di Piombino); e nel 1135 baratta
coll'arcivescovo di Pisa due altre intere parti del castello e della
rôcca di Piombino. _Anno dom. Inc._ MLXXVIII, _ego Ermengarda...
concedo ecclesiæ Sancti Donati integram partem, quod est quarta pars de
sextadecima parte de castello de Polciano etc._ Ant. Estensi, part. I.
c. 18. Massa Marittima nel 1254 compra metà del Monterotondo dai figli
del fu conte Rainaldo condomini; poi nel 62 l'altra metà da diversi
altri; e vedansi nel _Dizionario_ del Repetti le sminuzzate compre
fatte da quel Comune. Nel 1212 l'abate di San Antimo cede ai Sienesi
un quarto di Montalcino. Siena stessa compra a pezzi e bocconi il
castello di Montorsojo dopo il 1255; e nel 1181 dal vescovo di Volterra
un quarto del castello e distretto di Montieri e sue argenterie.
Alla dieta di Roncaglia del 1058 il vescovo di Luni disputava contro
Gandolfo lucchese pel possesso di parte del castello d'Aghinolfo
nella Versilia. Gli archivj sono pieni di queste vendite e donazioni
parcellari.

[301] CIBRARIO, _Monarchia di Savoja_, II. 6. La gradazione delle
persone è così designata da Laurière sopra un manoscritto antico
presso HALLAM, cap. 5: «Duca è la prima dignità, poi conti, visconti,
baroni, indi castellano, valvassore, cittadino, in ultimo villano».
Nelle Assise di Gerusalemme, tradotte ad uso de' possedimenti veneziani
in Levante, il _suzerain_, è detto _caposignor; uomini degli uomini_
i valvassori; le _corvée_ servizio di corpo, angheria, servizio
personale, che in altri autori si dicono _comandate_ o _manopere_; così
_far ligezza, chiamarsi di uno_, ed altri modi che sarò obbligato ad
usare, non essendovi o non conoscendo io libri classici per lingua, che
di proposito trattino di cose feudali.

[302] Intorno alla seconda crociata, alcuni principali cittadini si
ritirarono a vivere nei loro castelli; ma due volte al mese doveano
convenire a consiglio in Belluno, oltrechè vi mandavano i loro servi
per le occorrenze. Cominciarono dunque a dire semplicemente Cività per
Belluno; il qual nome trovasi primamente in un atto del 1144, riportato
dal Piloni, lib. II, p. 76. e Cividade è in un documento del 1349,
riferito dal Verci, vol. XII, p. 129; poi Cividale.

[303] _Antiq. M. Æ._, I. 650.

[304] Questo diritto di naufragio, certo antichissimo, dai Rodj passò
ai Romani, e divenne fiscale; ma poi Gregorio VII nel concilio Romano
del 1078, ed Alessandro III nel Lateranese, scomunicarono chi ne
usasse; Federico II il vietò per la Sicilia, altri il proibirono con
leggi severissime; eppure iniquità siffatta si prolungò fino ai giorni
nostri. Vedi avanti al Cap. CXXIV.

[305] DIEGO ORLANDO, _Feudi di Sicilia_. Palermo 1847.

[306] _Constit. regni Siciliæ_, lib. III. tit. 26. 27.

[307] Vol. I. p. 115, ed. Morel.

[308] Lib. VII. tit. 2.

[309] Il _Codice Giustin._, lib. VII. tit. 6, la _Novella_ XXII. c.
12 dichiarano liberi gli schiavi che il padrone avesse abbandonati
infermi, mentre potea metterli in _xenonem_ se non avesse mezzi di
curarli.

[310] _Si quis res alienas, idest servum aut ancillam seu alias res
mobiles_.... Leg. 232.

[311] ASTOLFO, XIV; RACHIS, I. 3. 277.

[312] Che i villani fossero servi lo attesta la legge 284 di Rotari
dicendo: _Si servi, idest concilium rusticanorum, manu armata in vicum
intraverint etc._ Da questo testo alcuno volle dedurre, primo, che
esistesse qualche forma di Comune tra i villani; secondo, che anche
questi avessero il diritto delle armi sotto i Longobardi. V. FLEGER,
_Das Königsreich der Langobarden etc._ Lipsia 1851. Sarebbe la più
strana anomalia in un governo barbaro. _Concilium_ non mi suona altro
che intelligenza, congiura: e gli schiavi delle colonie americane,
quante volte afferrano le armi contro i padroni! e le afferrò Spartaco.

[313] ROT., 225. 226. Oggi in olandese _volvry_ vale pienamente libero.
Il semplice liberto diceasi _widerborn_, quasi rinato, _widergeboren_.

[314] PAOLO DIAC., lib. I. c. 13.

[315] _Eam pergat partem, quamcumque volens canonice elegerit,
habensque portas apertas etc._ Formulæ LINDENBR. 101.

[316] _Qui per impans, idest in volum regis, dimittitur._ ROT., I. 225.

[317] LIUTPR., IV. 5.

[318] _Leg._ IX.

* Carlo Hegel (_Storia della costituzione dei municipii italiani
dai Romani fin all'aprirsi del secolo_ XII) sostiene che anche la
popolazione romana era indissolubilmente sottoposta all'unico diritto,
nella qualità di aldj, dalla quale non poteano passare alla piena
libertà longobarda se non per una nuova manomissione. Il diritto
romano non fu punto riconosciuto per gran tempo, da poi entrò come
diritto di Corte, indi come diritto ecclesiastico, non però personale.
Più tardi fu concesso a singoli stranieri per privilegio, infine a
città e territorj interi. Nella legislazione di Liutprando la voce
_Langobardus_ abbraccia vincitori e vinti.

[319] ROT., 222.

[320] _Leg._ V. 19.

[321] _In venalitate hominum ad Paganas venumdantes gentes._ FANTUZZI,
_Monum. ravenn._, tom. V. dipl. 19.

[322] Il valore dei servi era in proporzione della capacità. Secondo
carte dell'archivio di Sant'Ambrogio di Milano, uno nel 721 è
venduto tre soldi d'oro; nel 725 una donna vende un fanciullo per
dodici soldi d'oro; nell'807 Totone, due fanciulli per trenta soldi
d'argento; nel 955 un fanciullo è valutato quanto un fondo di pertiche
quindici, tavole otto, che Valso negoziante cedeva ad Aupaldo abate di
Sant'Ambrogio. FUMAGALLI, _Delle istituzioni diplom._, II. 520.

Nell'archivio diplomatico di Firenze è l'apografo della vendita d'una
schiava col bambino, del 15 maggio 763, che reco per esempio:

_In Christi omnipotentis nomine, regnantes domini nostri Desiderio
et Adelgis, præcellent. regibus, anno regni eorum septimo et quinto,
quintadecima die mensis magii, ind. prima, scripsi ego Aboald notarius
rogatus ab Candidus, viro honesto et venditore, ipso præesente,
michique dictante, et subter manus suas signum sanctæ crucis facientes,
et testis qui subscriverent aut signa facerent, ipse rogavit._

_Constat me prænominatus Candidus venditor vindedisse et vindedimus
vobis Audepert et Baroncello germanis emptoribus, vindedimus vobis
muliere una nomine Boniperga qui Teudisada, una cum infantulo suo
parbulo, cujus adhuc dr. nomen dederit, quos in infinitum vobis pro
ancilla et servo vindedimus possidendum quatenus amodo in vestra
suprascriptorum Audepert et Baroncello vel heredum vestrorum maneat
potestate, et recipimus pretium nos qui supra Candidus venditor a vobis
emptoribus pro suprascripta muliere nomine Boniperga qui Teudisada, una
cum filio suo parbulo, inter bobes et auro inadpretiato sol. viginti et
uno, finitum pretium; et inter eis bono animo convinet in ea ratione,
ut si quis amodo nos qui supra venditor vel heredes nostros aut aliquis
homo contra hanc vinditionem nostram quandoque ire præsumpserimus,
te minime ab omne homine defensare potuerimus duplum pretium ad rem
melioratam, nos quoque venditor vel heredes nostri vobis emptoribus vel
ad heredes vestros reddituri promittimus._

_Actum Christi regno, mense et indictione suprascripta feliciter._

_Signum † manus Candido v. h. venditoris qui hanc cartulam fieri
rogavit._

_Ego Perideus testis rogatus †. Ego Adualdus testis rogatus †._

_Signum † manus Magnefridi actor testis._

_Ego q. s. Aboald notarius postradita complevi et emisi._

Il Lupo reca la vendita fatta nel 1064 da Enrico conte d'Almenno,
vivente a legge longobarda, ad un tal Signorello di Crema, d'un'ancella
di nome Maura, _natione Italie_, per trenta soldi d'argento, prezzo
finito: _Que suprascripta ancilla cum omnibus vestimenticulis ejus in
integrum a presenti die in tua et cui tu dederis tuisque heredibus
persistat potestate, jure proprietario nomine habendum et faciendum
exinde quicquid volueris._ Nel 924, Adalberto vescovo di Bergamo dona
ai canonici di San Vincenzo _de pertinentibus meis famulum unum nomine
Gis....... qui et Ruso vocatur, cum uxore sua Gariverga et filio suo
Petro, una cum vestimentola, et peculiariolum eorum, in ipsam canonicam
pistorem esse, et aliud servitium quot ministri ipsius canonice
jusserint, ad ipsos sacerdotes fatiendum; et perveniat a die presente
in jus et potestatem ipsorum fratrum, propter remedium et salutem
corporis et anime nostre_. E nel 976 il prevosto di Sant'Alessandro
commuta un servo con un altro, e coll'aggiunta di più di otto pertiche
di terra. _Cod. bergom._, II. 665. 137.

Nel Lupo stesso vi sono varie concessioni fatte dal padrone, massime da
vescovi, a qualche servo, di vendere o permutare alcun loro possesso.
Ivi, 59. 211. 261. 277. 559....

[323] GATTOLA, _ad Hist. Abatiæ cassinensis accessiones_, part. I. p.
71.

[324] MICHELE PIAZZA, _Storia sicula_, part. I. c. 47 e 111, part. II.
c. 17; GREGORIO, lib. V. c. 2, nota 15 all'anno 1375.

[325] Nel catalogo dei beni del vescovado di Lucca dell'VIII o IX
secolo, Philippus de Spardaco _facit angarias dies_ III _in hebdomada_;
Bappulo de Persiniano _facit angarias dies_ III _in hebdomada,
reddit vinum medietatem, oleum med., pullos_ IIII, _ovos_ XX; altri
_similiter_; Tachiprando _facit angarias hebdomadas_ XII _in anno_....
Omilio de Quesa _reddit vinum med. et lavore tertiam parte_; Felix de
Subsilonle _reddit med. granum el faba, et vinum anforas antiquam_ I
_et den._ XXVII.

[326] La condizione degli schiavi e i varj mestieri cui si applicavano,
ricevono gran lume dalla seguente carta di emancipazione e divisione
del 761, nelle _Memorie Lucchesi_, vol. IV. doc. 54:

_Notitia brevis, qualiter divisi ego Sunderat inter me et domino
Ferodeo episcopo homines de ista parte Arnu._

_In primis Asprandulo de Tramonte, Maurulo germano ipsius Aspranduli.
Rodulo, Magnipertulu Angari filii ipsius Roduli. Corpulo filio
Barinchuli maiure. Maricindula muliere Barinchuli. Corpula mulier
Alaldi. Gespergula filia Marcianuli minore. Sisula mulier Magnipertuli
de filio Roduli, cum filio suo Sisaldulo. Marcianulo de' Caracini.
Auripertulo filii ipsius Marcianuli minore. Maurulo filio Stephani
mediano. Candido caprario. Martinulo filio Marrioni de Salicano.
Candida soror ipsius Martinuli. Marinulo de Cincturia. Lartula mulier
ipsius Marinuli, cum tres infantos suos, uno masculo, et duæ feminæ.
Sunfulo de Cincturia. Duæ filiæ Furcule de Tramonte, quem habet de
muliere, filio Tendaldi. Alpergula de Lamari. Gunderadula, qui est in
casa Baronaci, cum duæ filiæ suæ. Tendulo de Monacciatico. Causulo de
Serbano. Cicula soror Teudaldi, qui fuit mulier quondam Radipertuli.
Uno filio, et una filia Ciantuli, nomine Wsilinda, Ratpertulo de
Tramonte._

_Item breve de homenis, quos antea inter nos divisimus. Romaldulo
calicario. Gandipertulo pistrinario. Liutpertulo vestorario.
Mauripertulo caballario, filio Randuli. Arcansulo filio Fridipertuli.
Martinulo clerico. Gudaldo quocho, frater Gaudipertuli. Clausula
soror Ghitioli. Auria nepote Widaldi. Lucipergula nepote Marcianuli.
Tachipergula de Massa. Aldula filia Magnipergulæ. Teuspergula
filia Sunfuli. Maricula filia ipsius Sunfuli. Ansula soror Alpuli.
Alipergula cornisiana. Geltrada mulier Cinctuli. Flurula filia Mugiuli.
Teudipergula filia Murfuli. Cosfridulo filio Canseramuli. Barulo
porcario. Aurulo filio Roppuli similiter porcario. Ratcausulo vaccario.
Teuderissciula, quem debet nobis Ciemiccio in viganio. Prandulo filio
Roppuli. Auripertula filia Cianciuli. Gunderadula filia Bonisomoli.
Corpulo filio Alraldi._

_Item breve de homenis, quos livertavet barbane_ (lo zio) _meus.
Sichiprandulu. Waliprandulu. Duo filii, et una filia Radipertuli
de Monacciatico. Mulier Pertuli de Vico, cum tres infantes suos.
Wanipertulo nepote Teuduli de Lamari. Aurulu russu. Nepote Widaldi
de Quosa. Bonipertulu filio Bonisomuli de Tramonte. Due consubrine
Dulciari de Coloniola. Nepote Bonusuli de Roselle._

_Item breve de homenis, quos liveros emiset barbane meus pro anima bonæ
memoriæ genitori meo Sundipert, germani sui. Alpergula soror Alpuli.
Canseradula soror Aspranduli. Bonaldulo frater Guadipertuli. Cellulo
frater Causuli. Bonusula soror Sanduli. Liutpergula soror Magnuli de
Valeriano, cum infantes suos. Causeradula soror Guidipertuli, cum tres
infantes suos. Alo filio Radaldelli. Annifridulo de Cincturia._

_Isti omnes suprascripti homenis, quos barbane meus Peredeus in Dei
nomine episcopus pro anima sua, et pro anima bonæ memoriæ genitori meo
Sundipert, liveros emiset, quod sunt insimul homenis viginti et octo,
in hoc ordine eos commemoravi in hunc breve, ut in ordine permaneant,
sicut de ipsi inter nos per cartulæ convenientia, et promissio facta
est. Nam non dedi isti home (homenis) in divisione suprascripti barbani
mei sicut alii suprascripti homenis. Facta suprascripta notitia tempore
dominorum nostrorum Desiderii, et Adelchis regibus, in anno regni eorum
quinto et secundo, idus mensis magii, per indictionem quartadecima. Et
scripsi ego Osprandus Diaconus._

Le stesse _Memorie_, vol. V. part. 3. p. 354, recano una curiosa
permuta di servi nel 975.

[327] _Considerazioni sulla storia di Sicilia_, lib. I. c. V. n. 4. 6.
8.

[328] Secondo la legge longobarda era inviolabile lo schiavo rifuggito
nella Chiesa, mentre non l'era nei possedimenti del re.

[329] Ecco l'atto di uno che _si offerisce_ ad una chiesa (_Mem.
Lucchesi_, vol. IV. doc. 11):

_In Dei nomine, Regnante domno nostro Carolo rege Francorum et
Langobardorum, anno regni ejus nono, et filio ejus domno nostro
Pipino rege, anno regni ejus tertio, nono kalendas junias, indictione
sexta. Manifestum est mihi Martino filio quondam Sinchi, quia per
hanc cartulam offero memetipsum Deo, et tibi ecclesiæ beati sancti
Reguli, Christi martheri, sitæ ubi vocabulum est ad Waldo, ut amodo in
tua vel de tuis custodibus ego permaneam potestate; et si me de ipsum
sanctum locum subtragi quæsiero, vel omnem imperationem ipsius ecclesiæ
rectoribus facere et adimplere noluero, et in omnibus non permanere
sicut et alii homenis jam dictæ ecclesiæ pertinentibus, aut in
alterius casa abitare præsumpsero, spondeo me qui supra Martinus esse
componiturus a parte suprascriptæ basilicæ, vel ad custodibus ejus auri
soledos numero quinquaginta et cartulam offersionis meæ omni tempore
in prædicto ordine firma et stabilis permaneat, et pro confirmatione
Philippum presbyterum rogavi. Actum ad ecclesiam sancti Georgi ad
Navis._

E nel documento 72 un altro del 772, ove notate che cede i beni e se
stesso, ma ritiene gli uomini, cioè i servi:

_In Dei nomine. Regnante domno nostro Desiderio rege, et filio
ejus domno nostro Adelchi rege, anno regni eorum quintodecimo et
tertiodecimo, quinto idus mensis januarii, per indictionem decimam.
Manifestum est mihi Racchulo clerico, filio quondam Baruccioli,
abitatori ad ecclesiam sancti Elari tibi dicitur ad Crucem, quia per
hanc cartulam offero me ipso Deo et tibi ecclesiæ beatæ sanctæ Mariæ
sitæ in sexto, ubi Rachiprandus presbyta rector esse videtur, una
cum omnibus rebus meis tam.... casa abitationis meæ, cum fundamento,
curte vel aliis ædificiis meis simul et hortis (vineis), pratis,
pascuis, sylvis, virgareis, olivetis, castanetis, cultis rebus, vel...
moventibus una cum casis massariciis, vel aldionales, ubique... tibi
prædictæ ecclesiæ in integrum. Excepto omni... omnes, quos in mea
reverso esse potestatem: nam aliis omnibus suprascriptis rebus volo
ut cunctis diebus sit in potestatem suprascriptæ Dei ecclesiæ, una cum
omnibus rebus meis movilibus vel immovilibus in præfinito. Et qua a me
neque ab heredibus meis aliquando præsens hac cartula offersionis meæ
posse disrumpi, sed omni... in prædicto ordine in ipsa Dei ecclesia
firmiter permaneat. Et pro confirmatione Rachiprandum clericum scribere
rogavi. Actum Luca._

[330] Al vescovo di Padova, nella Marca Trevisana spettava la
giurisdizione di un distretto (_pieve di sacco_) appartenente al
dominio (_saccus_) del re; tutto diviso fra livellarj (_uomini di
sacco_), che pagavano un censo al fisco reale, potevano anche vendere
le terre, ma non a grandi vassalli o potenti, per non turbare i diritti
regali del vescovo. GENNARI, _Ann. della città di Padova_.

Livello forse si disse dal _libello_ che consegnavasi all'investito.

[331] _Quia Tuscis consuetudo est ut, accepto ab Ecclesia libello,
in contumaciam convertantur contra Ecclesiam, ita ut vix unquam
constitutum reddant censum; precipimus, modisque omnibus jubemus,
ut nullus episcopus vel canonicus_ (di Arezzo) _libellum aut aliquod
scriptum alicui homini faciant, nisi laborantibus, qui fructum terræ
Ecclesiæ, reddant sine molestia vel contradictione._ Antiq. M. Æ. III.

Nel 962 il vescovo di Genova, assecondando la domanda loro, ad alcune
persone concedeva porzioni dei beni della chiesa a mezzeria, con
obbligo di piantar vigne ed alberi fruttiferi il meglio che potranno;
e di quel che seminano, il primo anno daran di nove moggia uno, il
secondo di otto uno, il terzo e i successivi di sette uno: dell'uva,
de' fichi, degli ulivi per dieci anni non daranno nulla, ma ogn'anno
un pollo ciascuno, poi dopo dieci anni la metà del vino, de' fichi,
dell'olio, oltre un'imposta detta scatico. _Monum. hist. patr., Liber
Jurium_, p. 7.

[332] Walprando, vescovo di Lucca, dovendo muovere all'esercito con
re Astolfo il 754, fa testamento, lasciando a chiese ed ospedali:
_Servos autem meos vel ancillas, volo ut liveri omnes esse debeant,
et a juspatronato absoluti, sicut illi homines qui ex_ NOBILE GENERE
_procreati et nati esse videntur_. Mem. Lucchesi, vol. IV. doc. 46.

Nel 778 Peredeo, vescovo pure di Lucca, in testamento libera anch'egli
i servi: _Post decessu meo omnes liberi et a juspatronato absoluti
cunctis diebus debeant permanere sicut illi homines qui de_ NOBILIBUS
ROMANIS _procreati et nati esse inveniuntur. Simili modo servos vel
ancillas, quas domna genitrix mea Sundrada se vivens liberos demisit_,
IN EO ORDINE _liberi permaneant, sicut supra institui_ (doc. 86).

Nel 789 Celso chierico: _Homines meos omnes masculos et feminas pro
anima mea liberos dimittere debeatis circa sacrum altare, et per
absolutionis chartulas a juspatronato absoluti_ (doc. 107).

Talvolta, per fare più inattaccabile l'emancipazione, vi si adopravano
le formole del diritto barbarico, del romano e dell'ecclesiastico,
come nel prezioso documento bergamasco del 1083, ove il conte Alberto
emancipa alcuni servi, _sicut illi qui in quadrubio et in quarta manu
traditis_ (formula romana) _et amond factis_ (che è longobardo), _vel
sicut illis qui per manus sacerdotis circa sacro altare ad liberis
dimittendi deducti fiunt, pro anime mee mercede; et concedo a vobis
graciam libertatis vestre omne conquistum vestrum tam quod nunc
abeatis, aut in antea aquistare potueritis_.

[333] Nel testamento di prete Lupo e del cherico Ansperto nell'800,
che lasciano i loro beni alla basilica di Sant'Alessandro di Bergamo,
leggiamo: _In ea vero ratione, ut familias nostras ad nos pertinentes,
servos et ancillas, aldiones et aldianes de personas suas omnes
liberis arimannis amundis absolutis permaneant ab omni conditione
servitutis et juspatronatus sit ad eos concesso, civesque romani sint,
et habeant potestatem testandi et anulo portandi, et ad nullum hominem
habeant reprehensionem, et defensionem habeant ad quem voluerint.
Tantum est ut illis pertinentibus nostris qui resedet in massaricio
foris domocultile, si voluerit ipsis vel eorum heredes in ipsis rebus
habitare, habeat potestatem ibidem resedendo, ed debeat tam ipsis vel
eorum heredes per omni anno circuli dare ad suprascripta basilica de
predictis rebus quinque modia grano, medietate grosso et medietate
menuto, et vino medietate: et si in ipsis rebus resedere non voluerint,
vadant ubi voluerint in libertatem suam; tantum unusquique per caput
ponat super arca sancti Alexandri denaria quatuor tam masculis seu et
feminis_... LUPO, op. cit., I. 627.

[334] Dov'è la servità, non ci ha mendicanti, perchè ciascun padrone
mantiene i suoi uomini, come i suoi giumenti; perciò nelle carte
antiche non si trovano assegnate o ben di rado limosine. Nel XII
secolo si ha in Milano menzione di _case di lavoro_, che i collettori
delle _Antichità longobarde milanesi_ (diss. XX) credettero luoghi di
ricovero, ove faceansi lavorare i poveri. Ecco invenzione ignota agli
antichi.

[335] _Ep._ 12. _lib._ IV.

[336] _Honor piscationum et venationum tocius plebatus et curiæ est
D. episcopi, et debet habere D. episcopus de catia ursi bregutum
cum capite et plottis et butello et spallam desteram, quandocumque
et ubicumque capiat; et per unam diem debent homines de Pisoneis_
(Pisogne) _et plebatus ire ad catiam ad voluntatem D. episcopi et
ejus nuntiorum._ Docum. del 1299, riportato dal RONCHETTI nella Storia
bergamasca.

C. F. RUMHOR, nelle _Origini del proscioglimento de' coloni in Toscana_
(Amburgo 1830), pubblicò documenti che assai rischiarano la condizione
reale e personale nel XII e XIII secolo.

[337] _Ut ammodo in antea ipse nec eorum heredes ac proheredes,
nec alia persona missa ad ipsis non debeat esse in consilium aut
factum quod per dictos omines qui ad ipsam abitacionem venerint de
jam dictis locis, nec ipsi nec eorum heredes et proheredes unum pel
plures sicut cernitur fractam illam que est juxta viam que currit de
rio ad grandunem versum ipsum castrum, ut infra ipsum castrum habeant
per vertutem ullam percussionem nec occisionem corporis, neque res
illas que in ipso castro erunt in ullo tempore per vertutem tollere
presumat, excepto de illo omine qui in consilio ut factum fuerit de
illis ominibus qui ipsum castrum custodierint perdere, aut pretersionem
per vim abere, aut ad ipsum castrum assaltum facere, aut incendium
comittere, aut ipsum castellum disrumpere. Quod si hoc probatum fuerit,
illius bona qui hos comiserit et sua persona liceat ubique in potestate
esse. Et insuper convenerunt infra predictam villam... liceat in
mansionem ipsorum omnium, neque de eorum heredibus per vim albergare,
neque pro pane tollendo, neque pro vino, pro carne, neque annona,
excepto propter nuptias et sponsalias et propter receptum seniorum
suorum, vel si unquam verram abuerint, et ad defensionem ipsius
castelli et ville alios omines preter eorum vassallos conduserint;
et in ullo tempore neque porcum neque porcellum neque moltonem neque
agnum per judicium querere nec tollere debeant: et si aliquo modo
unquam in tempore tulerint et hoc requisitum fuerit, infra mense
unum explegitum caput tantum cui factum fuerit reddatur. Et iterum
convenerunt... ad ipsos omines fodrum tollere non debent, excepto si a
publico aquisierint. Nam si a publico aquisierint et rex in Longobardia
venerit, fodrum solito modo solvatur. Et hoc convenerunt ut si unquam
inter ipsos barbanes et nepotes (de Calusco) verram advenerit, non
liceat unus alteri ambulandi vel revertendi ad ipsum castellum vel
villam, sicut cernitur territorium ipsius loci contradicere, neque
assaltum facere, neque plakam neque feritam neque occisionem corporis
facere per se nec per suos missos, neque ad ipsos omines donec verram
inter se abuerint ad ipsum castellum et villam; neque ad ipsos omines
non licet assaltum facere, neque per incendium, neque per predam, neque
per vastationem, neque per aprensionem ipsorum ominum, etc._ Ap. LUPO.

[338] Una causa di stato personale fu trattata il 901 nel placito
di Milano avanti Sigefredo conte di palazzo. L'avvocato del conte di
Milano pretendeva che alcuni uomini di Palazzolo fossero aldj d'esso
conte. Essi invece sostenevano d'esser liberi ed arimanni, nati dal
padre e madre libera, dai quali avevano ereditato qualche possesso;
nè mai erano stati obbligati a servizio di corpo: salvo che aveano
pure qualche casa e fondo in Blestazio, appartenenti alla corte di
Palazzolo, pei quali facevano alcune opere a questa. Si discusse, si
udirono i testimonj, e furono dichiarati liberi. _Antiq. M. Æ._, diss.
XIII.

Nel 905 in Bellano sul lago di Como si piativa della libertà d'alcuni
servi della corte di Limonta, feudo imperiale spettante al monastero
di Sant'Ambrogio a Milano. I convenuti confessavano essere servi di
lor persona, come i genitori e parenti loro; e si teneano obbligati a
cogliere le ulive, spremerne l'olio, pagare ogni anno ad esso monastero
settanta soldi di buon argento, menar per barca sul lago l'abate o i
suoi messi, e rendergli ogni anno cento libbre di ferro, trenta polli,
trecento ova. Ma in un'altra carta si lamentavano perchè l'abate gli
aggravasse di là del dovuto, e gli obbligasse a battere il suo grano, e
talvolta fino a tagliar i capelli (_multoties nos grana flagellare, et
capillos nostros auferre præcipit_); il che era segno di servitù.

Gli uomini di Casciavola nel Valdarno ricorrevano alla contessa
Beatrice di Toscana, e poi ai consoli e al clero della primaziale di
Pisa contro i Lambardi, cioè baroni del castello di San Casciano, che
usavano con loro empietà e crudeltà; dichiaravano essere sempre stati
liberi, aver tenuto abitazione nel castello di San Casciano, ma non
prestato mai atti servili a que' Lambardi, eccetto il tributo debito
per le case che vi tenevano di loro proprietà e che consisteva in due
carra di legna ogni abitazione (_cella_), purchè i signori garantissero
ad essi la selva. Quel tributo fu poi mutato in un assegno di sedici
danari. Distrutto il castello di San Casciano, credevano rimanere
sciolti da qualsiasi impegno. Ma prima che fosse disfatto, essi
Lambardi cominciarono a derubare i querelanti, che perciò ne portarono
accusa dianzi alla signora Beatrice, la quale di fatto li tolse in
protezione, comminando mille libbre d'oro contro chi li danneggiasse.
Ma presto il diploma perdette virtù, _omnis potestas perdidit virtutem,
et justitia mortua est, et periit de terra nostra: tunc ceperunt facere
omnia mala nobis, sicut Pagani et Saraceni etc._ CAMICI, _Dei marchesi
di Toscana_, vol. II.

[339] Mauro, della Lombardia transpadana accasato in Pistoia, vende nel
742 un terreno per trentacinque soldi d'oro a Crispanulo suo fratello
_negoziante_ in Pescia. _Mem. lucchesi_, V. part. II.

In uno dei più antichi documenti del 716, il medico pistojese Guidoaldo
compra una sala con corte e prato e mulino sul Brana; poi nel 767 fonda
il monastero di San Bartolomeo fuor Pistoja, ed è dichiarato medico
d'essa città. Aveva già eretti altri monasteri e spedali che sottopone
a quello: _De autem reliquis monasteriis vel xenodochiis hic Pistoria,
vel Ticinense civitate, quam et reliqua alia loca quæ per me ordinata
vel constructa sunt, ita decrevimus, ut per ipsum monasterium Sancti
Bartholomei fiant ordinata et disposita etc._ — _Arch. Diplom. di
Firenze_, carte di quel monastero.

Urnifredo, figlio del fu Willerado, fonda nel 766 l'oratorio di Santa
Maria a Piunte, e lo dona al monastero di San Bartolomeo con tutti i
beni _in tali enim tenore, ut omnes_ ROMANI _qui modo sunt, vel eorum
æredibus dare debeat per singulo anno per quemquam casa sua luminaria
in ipsa ecclesia vel oratorio nostro, valiente tremisse in oleo, cera,
auro, de ista tres res una quale habuerit_.

In un rogito del gennajo 780 (in BRUNETTI, _Cod. diplom._) si menziona
un mercante di Villamagna presso Volterra. Montepulciano, di cui non
sappiamo l'origine, ma che trovasi nominato nel 715, produce documenti
dell'806 e 827, ove sono sottoscritti un Petrone orefice, e un Sasso
chierico e medico.

[340] _Gast-halten_ tenere ospizio; col qual nome s'intendevano le
possessioni regie, che erano non solo dì case e tenimenti, ma d'intere
città, come Como e Siena, dove s'aveva e il gastaldo e il conte, l'un
dall'altro indipendenti. Pisa stette alcun tempo sotto un gastaldo
regio, il quale trovasi nominato al 796. _Ant. ital._, diss. LXIII.
col. 311. Nel 730 si trova fatta una vendita a Mauricione canoviere
del re, prevedendo il caso che il _pubblico_ richiedesse que' beni
(_si quolivet tempore publicum requisierit_), ove pare si indichi un
magistrato sovrantendente ai beni comuni. In un'altra vendita del 718,
Filiberto cherico dichiara che i beni da esso venduti erano liberi
da ogni pubblico vincolo, _libera ab omni nexu publico_. V. BRUNETTI,
_Cod. diplomatico_, I. 333. 454.

[341]

    _Tunc fac edictum per terram Teutonicorum_
    _Quilibet ut dives sibi natos instruat, illis_
    _Ut, cum principibus placitandi venerit usus,_
    _Quisque suis liberis exemplum proferat illis._
    _Moribus his dudum vivebat Roma decenter;_
    _His studiis tantos potuit vincere tyrannos;_
    _Hoc serrant Itali post prima crepundia cuncti._

[342] Costui faceva dire a Benedetto di Cluse: _Ego sum nepos abatis de
Clusa. Ipse me duxit per multa loca in Longobardia et Francia propter
grammaticam. Ipsi jam constat sapientia mea duo millia solidis, quos
dedit magistris meis. Novem annis jam steti ad grammaticam... In
Francia est sapientia, sed parum: in Longobardia, ubi ego plus didici,
est fons sapientiæ._ Ap. MABILLON, _Ann. Bened._, IV. 726.

[343] _Nosti quot scriptores in urbibus aut in agris Italiæ passim
habeantur._ Epist. 130.

[344]

    _Desine, nunc etenim nullus tua carmina curat:_
      _Hæc faciunt urbi, hæc quoque rure viri._
                                    Panegiricon, I.

[345] Cap. 132 all'anno 876.

[346] _De quibusdam locis ad nos refertur, non magistros neque curam
inveniri pro studio literarum. Idcirco in universis episcopiis,
subjectisque plebibus, et aliis locis in quibus necessitas
occurrerit, omnino cura et diligentia habeatur ut magistri et
doctores constituantur, qui studia literarum liberaliumque artium ac
sancta habentes dogmata, assidue doceant, quin in his maxime divina
manifestantur atque declarantur mandata._ BARONIO, ad ann. 826.

[347] _Pseusti._ — Primo Saturno venne dalle rive di Creta, diffondendo
sulla terra l'età dell'oro. Da nessuno ei nacque; innanzi al tempo
non erano cose create. L'eccelsa famiglia degli Dei si vanta d'averlo
padre.

_Alitia._ Il primo uomo abitò il paradiso, giardino di delizie, sinchè
la donna nol sedusse ad assaggiare il veleno del serpente, facendo
abbeverare tutti gli uomini alla coppa della morte.

_Pseusti._ Fiera tempesta gittò sull'oceano, e sommerse il mondo. La
terra fu allagata; quanto vivea perì. Solo dei mortali Deucalione
sopravvisse, e le pietre che lanciò con Pirra sua moglie, diedero
origine a nuova generazione.

_Alitia._ La vendetta del Signore spalancò le cataratte dell'abisso,
e salvò Noè solo nell'arca colla famiglia. L'eterno fe splendere
l'arcobaleno traverso la nube, e agli uomini fu certo che il Signore
più non li distruggerebbe.

_Pseusti._ Numerose divinità, proteggete il poeta che canta il nome
vostro. Voi che abitate la regione delle stelle e il soggiorno di
Plutone o i profondi abissi, voi tutti che popolate il mondo, numerosi
Dei, proteggete il poeta che canta la vostra lode.

_Alitia._ Dio eterno ed unico, maestà, gloria, essenza divina, che
fosti e sarai, le tue lodi canto, obbedisco a' tuoi precetti. Dio in
tre persone, tu cui nè principio nè fine, concedimi vittoria sopra gli
Dei menzogneri.

_Pseusti._ Dimmi come Proserpina venne al mesto soggiorno; a qual patto
Cerere poteva rivedere la diletta figlia; e qual perfido rivelò agli
Dei il frutto da essa mangiato. Dimmi il segreto della guerra di Troja,
ed io t'applaudirò.

_Alitia._ Quai sono le leggi che tengono le acque diffuse sopra la
terra, la terra sospesa sotto il cielo, e l'aria diffusa nello spazio?
Dimmi qual luogo del mondo è il più elevato sotto i cieli, e pronunzia
il santo nome dell'Eterno, e t'applaudirò.»

[348] _Studio artis grammaticæ magis assiduus quam frequens, sicut
Italis semper mos fuit artes negligere ceteras, illam sectari_...
Rudulphus Glaber ap. BOUQUET, X. 23.

[349] Più volte rinacque il timore del finimondo. Specialmente
Florenzio vescovo di Firenze pubblicò esser nato l'anticristo, e
verificarsi appunto ciò che le sante scritture aveano predetto. La
diceria acquistò tal credenza nel 1105, che Pasquale II volle si
radunassero i vescovi in Firenze per udire i fondamenti della sua
opinione; e furono trecenquaranta gli accorsi. LABBE, _Concil._, X.
743.

[350] LANDULPHUS SENIOR, _Hist. Med._, II. 30. Nell'archivio della
cattedrale d'Aosta, al fine d'un pontificale del X secolo, è questo
Breve _recordacionis de tregua Domini, quam inter se religiose
Christiani custodire debent secundum episcoporum præceptum et bonorum
laicorum consensum. In primis tenenda est tregua Dei ne homo occidat
hominem, et ne homo tradat seniorem suum. Si quis hoc peccatum fecerit
in tregua Dei, profugus non remaneat in patria._

[351] LUPO, _Cod. Bergom._, II. 145, 241, 321.

[352] Como suffragava al patriarca d'Aquileja. Crema non era ancora
vescovado.

[353] LANDULPHUS SENIOR, II, 29. Anche in Francia l'arcivescovo di
Reims era il primo fra i dodici grandi pari del regno: in Inghilterra
è alla testa dei pari l'arcivescovo di Cantorbery: quello di Magonza in
Germania poteva convocar la dieta in impero vacante.

[354] Ivi perì Olderico vescovo d'Asti.

[355] Un atto di quel tempo dice che la Chiesa cremonese _non
modicam passa est jacturam, maxime a Girardo, Heriberti mediolanensis
archiepiscopi nepote, qui audacia patrui sui, qui omne italicum regnum
ad suum disponebat nutum, superbe levatus, quidquid sibi placitum erat,
justum aut injustum, potestative operabatur in regno_. Ap. GIULINI,
_Memorie_, tom. III. 442.

[356] _Sævissimi Theutonici, qui nesciunt quid sit inter dexteram et
sinistram._ LANDULPH. SEN.

[357] ARNULPH., _Hist. Med._, II. 12.

[358] OTTO FRISING., _De gestis Friderici II._ — RADEV. FRISING., IV.
1. ecc.

[359] _Eisque legem, quam et prioribus habuerant temporibus, scripto
roboravit_. HERMANN CONTRACT. _ad_ 1037.

[360] _Ad morganaticam_. Morganatico è un matrimonio, eguale o no, nel
cui contratto si limitano i diritti della sposa e dei nascituri; per
es. che quella non avrà il titolo del marito, i figli non erediteranno
secondo la legge, ecc.

Ecco questa legge importantissima:

_In nomine sanctæ et individuæ Trinitatis. Chonradus gloriosissimus
imperator augustus._

_Omnibus sanctæ Dei ecclesiæ fidelibus, nostrisque, præsentibus
scilicet et futuris, notum esse volumus, quod nos, ad reconciliandos
animos seniorum et militum, ut ad invicem inveniantur concordes, et ut
fideliter et perseveranter nobis et suis senioribus serviant devote,
præcipimus et firmiter statuimus, ut nullus miles episcoporum, abatum,
abatissarum, aut marchionum, vel comitum, vel omnium, qui beneficium
de nostris publicis bonis, aut de ecclesiarum prædiis tenet nunc,
aut tenuerit, vel hactenus injuste perdidit, tam de nostris majoribus
walvassoribus, quam et eorum militibus, sine certa et convicta culpa
suum beneficium perdat, nisi secundum constitutionem antecessorum
nostrorum et judicium parium suorum._

_Si contentio fuerit inter seniores et milites, quamvis pares
adjudicaverint illum suo beneficio carere debere, si ille dixerit
id injuste vel odio factum esse, ipsum suum beneficium teneat, donec
senior, et ille quem culpat, cum paribus suis ante præsentiam nostram
veniant, et tibi causa juste finiatur. Si autem pares culpati in
judicio senioribus defecerint, ille qui culpatur suum beneficium
teneat, donec ipse cum suo seniore et paribus ante nostram præsentiam
veniant. Senior autem, aut miles qui culpatus, qui ad nos venire
decreverit, sex hebdomadas, antequam iter incipiat, ei cum quo
litigaverit innotescat._

_Hoc autem de majoribus walvassoribus observetur. De minoribus vero,
in regno, aut ante seniores, aut ante nostrum missum eorum causa
finiatur._

_Præcipimus etiam, ut, cum aliquis miles, sive de majoribus, sive de
minoribus, de hoc sæculo migraverit, filius ejus beneficium habeat. Si
vero filium non habuerit, et abiaticum ex masculo filio reliquerit,
pari modo beneficium habeat, servato usu majorum walvassorum in
dandis equis et armis suis senioribus. Si forte abiaticum ex filio non
reliquerit, et fratrem legitimum ex parte patris habuerit, si seniorem
offensum habuit, et sibi vult satisfacere, et miles ejus effici,
beneficium quod patris sui fuit habeat._

_Insuper etiam omnibus modis prohibemus, ut nullus senior de beneficio
suorum militum cambium, aut precariam, aut libellum, sine eorum
consensu facere præsumat. Illa vero bona, quæ tenet proprietario
jure, aut per præcepta, aut per rectum libellum, sive per precariam,
nemo injuste eos disvestire audeat. Fodrum de castellis, quod nostri
antecessores habuerunt, habere volumus; illud vero quod non habuerunt,
nullo modo exigimus._

_Si quis hanc jussionem infregerit, auri libras centum componat,
medietatem cameræ nostræ, et medietatem illi cui dampnum illatum est._

_Signum domini Chonradi serenissimi Romanorum Imperatoris Augusti._

_Kadolohus cancellarius vice Herimanni archicancellarii recognovi._

_Datum_ V _kalendas junii, indictione_ V, _anno Dominicæ incarnationis_
MXXXVIII, _anno autem domini Chonradi regis_ XIII, _imperantis_ XI.

_Actum in obsidione Mediolani feliciter. Amen._

[361] Un privilegio di Enrico III del 1052 concede al clero di Volterra
di poter decidere le liti col duello. _Antiq. M. Æ._, diss. XLI.

[362] Un documento bergamasco del 1088 (ap. Lupo, II. 766) nomina un
conte Nuvolo _vexillifer walvassorum qui societatem fecerant_. Il
_Breve recordationis de Ardicio de Aimonibus_ discorre a lungo de'
valvassori, _qui insimul de variis episcopatibus conspiraverunt._

[363] Conti d'Aquino, di Trano, di Penna, di Calvi, d'Isernia, di
Pontecorvo, di Sangro, del Sesto, di Sora, di Venafro, ecc.

[364] Una leggenda italiana fa che il principe di Luni s'invaghisca
d'una imperatrice che viaggia col suo sposo, e che gli corrisponde:
concertano essi che l'imperatrice si finga morta, e dal sepolcro passa
alle braccia dell'amante: l'imperatore, risaputolo, distrugge quella
città.

[365] _Qu'ils ont combattu, non pour prendre mérite de deniers, mais
par lo amor de Dieu, et pour ce qu'ils ne pooient soutenir tant de
superbe de li Sarrasins_. Histoire de li Normant, par AIMÉ.

[366] LEO OSTIENSIS, _Chron. Cassin._, lib. II. c. 27.

[367] _Et li Normant, liquel avoient été troiz mille, non
remanainstrent se non cinc cent_. AIMÉ.

[368]

    _Pro numero comitum bis sex statuere plateas,_
    _Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe._
                                 GUGLIELMO APULO.

[369] LEO OSTIENSIS, lib. II. c. 71.

[370] _Manderent messaige à lo papa, et cerchoient paiz et concorde, et
prometoient chascun an de donner cense et tribut à la saincte Eglise_.
AIMÉ.

[371] Non Civitella, come dicesi comunemente. Goffredo Malaterra dice
chiaramente Civitate, che era presso Dragonara, verso la foce del
Fortore.

[372]

    _Robertum donat Nicolaus honore ducali,_
    _Unde sibi Calaber concessus et Apulus omnis._
                                  GUGL. APULO.

Il giuramento, che allora egli prestò al papa (BARONIO, ad an. 1059, nº
70), è il primo esempio certo di re riconoscentisi vassalli della santa
sede:

_Ego Robertus, Dei gratia et sancti Petri, dux Apuliæ et Calabriæ,
et utraque subveniente, futurus Siciliæ; ab hac hora et deinceps
ero fidelis s. romanæ Ecclesiæ, et tibi domino meo Nicolao papæ.
In consilio aut facto, unde vitam aut membrum perdas, aut captus
sis mala captione, non ero. Consilium quod mihi credideris, et
contradices ne illud manifestem, non manifestabo ad tuum damnum,
me sciente. Sanctæ Romanæ Ecclesiæ ubique adjutor ero, ad tenendum
te et ad aquirendum regalia s. Petri, ejusque possessiones, pro meo
posse, contra omnes homines; et adjuvabo te ut secure et honorifice
teneas papatum romanum, terramque sancti Petri et principatum; nec
invadere nec aquirere quæram, nec etiam deprædari præsumam, absque
tua, tuorumque successorum, qui ad honorem sancti Petri intraverint,
certa licentia, præter illam quam tu mihi concedes, vel tui concessuri
sunt successores. Pensionem de terra sancti Petri quam ego teneo aut
tenebo, sicut statutum est, recta fide studebo ut illam annualiter
romana habeat Ecclesia. Omnes quoque ecclesias, quæ in mea persistunt
dominatione, cum earum possessionibus, dimittam in tua potestate,
et defensor ero illarum ad fidelitatem s. romanæ Ecclesiæ. Et si tu
vel tui successores ante me ex hac vita migraveritis, secundum quod
monitus fuero a melioribus cardinalibus, clericis romanis et laicis,
adjuvabo ut papa eligatur et ordinetur ad honorem s. Petri. Hæc omnia
suprascripta observabo sanctæ romanæ Ecclesiæ et tibi cum recta fide;
et hanc fidelitatem observabo tuis successoribus ad honorem s. Petri
ordinatis, qui mihi firmaverint investituram a te mihi concessam. Sic
me Deus adjuvet et hæc sancta evangelia_.

[373] L'epitafio di Roberto Guiscardo diceva:

    _Hic terror mundi Guiscardus hic expulit urbe_
      _Quem Ligures regem, Roma Alemannus habet._
    _Parthus, Arab, Macedumque phalanx non texit Alexin_
      _At fuga sed Venetum nec fuga nec pelagus._

[374] Il Malaterra (lib. I. c. 26) racconta senz'ombra di
disapprovazione che Ruggero, avendo udito d'alcuni mercanti che da
Amalfi doveano passare a Melfi, _non minimum gavisus, equum insiliens,
cum octo tantum militibus mercatoribus occurrit, captosque Scaleam
duxit, omniaque quæ secum habebant diripiens, ipsos etiam redimere
fecit. Hac pecunia roboratus, largus distributor centum sibi milites
alligavit_.

[375] _Terra Siciliæ, terra Saracenorum, habitaculum nequitiæ et
infidelitatis, sepulcrum quoque gentis nostri generis et sanguinis...
Ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi ad hoc opus Dei
perficiendum, videlicet ad acquirendam terram Siciliæ_. Diploma del
1091 ap. ROCCO PIRRO, _Sicilia sacra_, tom. I. p. 520-21.

[376] L'Ostiense raccolse in questi versi tutti i casi che si traevano
al fôro ecclesiastico:

    _Hæreticus, simon, fænus, perjurus, adulter,_
    _Pax, privilegium, violentus, sacrilegusque,_
    _Si vacat imperium, si negligit, ambigit, aut sit_
    _Suspectus judex, si subdita terra, vel usus_
    _Rusticus, et servus, peregrinus, feuda, viator,_
    _Si quis pænitens, miser, omnis causaque mixta,_
    _Si denunciat Ecclesiæ quis, judicat ipsa._

[377] _De pressuris Ecclesiæ._

[378]

    _Theutonici reges, perversum dogma sequentes,_
    _Templa dabant summi Domini sæpissime nummis_
    _Præsulibus cunctis: sed et omnis episcopus urbis_
    _Plebes vendebat, quas sub se quisque regebat._
    _Exemplo quorum, munibus nec non laicorum,_
    _Ecclesiæ Christi vendebantur maledictis_
    _Presbyteris._
                       DONNIZONE, Vita com. Mathildis.

[379] S. PIER DAMIANI, _Vita di S. Domenico_. Nel Penitenziale edito
dal Muratori (_Antiq. M. Æ._, diss. LXVIII) trattasi molto di questi
scambj di penitenze: — Se uno non può digiunare, scelga un sacerdote
giusto, o un monaco che vero monaco sia e viva secondo la regola, che
ciò compisca per lui, e se ne redima a prezzo conveniente. Una messa
cantata speciale può riscattare dodici giorni; dieci messe riscattano
tre mesi; trenta messe dodici mesi». Esso Pier Damiani scriveva a
Ildebrando d'avere imposta all'arcivescovo di Milano la penitenza di
cento anni, e tassata la redenzione di questi in un'annua somma. _Rer.
it. Scrip._, IV. p. 28.

[380] _Petri Damiani_, _Opusc._, XXXI. c. 69. — Giovanni da Lodi suo
discepolo ne scrisse la vita.

[381] _Ap._ PURICELLI, _De s. Arialdo_, II. 3. 4.

[382] LABBE, _Concil._, tom. IX in fine.

[383] _Chron. Novalic._, col. 119, in _Hist. Patriæ Monumenta,
Script._, tom. III.

[384] La donazione di Ottone imperatore a papa Silvestro, che dicesi
trovata in Assisi nel 1139, è impugnata come falsa da molti, e
ultimamente da Wilmans, _Ann. dell'Impero sotto Ottone III_, Berlino
1840: ma è tenuta per autentica da Hock e da Pertz, _Monum. legum_,
tom. II. p. 162.

[385] Di Benedetto IX dice ogni male Bennone; pure si prova che, a
insinuazione di Bartolomeo abate di Grottaferrata, egli rinunziò al
pontificato, e si vestì monaco, morendo in penitenza. E in tutte quelle
accuse c'è forse esagerazione per parte degli zelanti non meno che dei
detrattori.

[386] Cardinali _vescovi_ erano quelli d'Ostia, Porto e Santa Rufina,
Alba, Sabina, Tusculo e Preneste, vicarj del papa qual patriarca di
San Giovanni Laterano. Cardinali _cherici_ erano i parroci di quattro
altre chiese patriarcali di Roma. Agli istituti di carità presedevano
cardinali _diaconi_.

[387] LABBE, _Concil._, tom. IX. p. 1155. — _Romæ, Nicolao papa
defuncto, Romani coronam et alia munera Henrico regi transmiserunt,
eumque pro eligendo summo pontifice interpellaverunt. Qui ad se
convocatis omnibus Italiæ episcopis, generalique conventu Busileæ
habito, eidem imposita corona, patricius romanus appellatus est.
Deinde, cum communi omnium consilio, parmensem episcopum summæ romanæ
ecclesiæ elegit pontificem,_ HERMANN CONTRACT.

[388] RIDOL. NOTARII, _Hist. rer. Brix._, pag. 17.

[389] Documenti autentici provano che anche nel regno di Napoli il
matrimonio di preti e frati era riconosciuto; e trovansi soscrizioni,
_Ego Petrus, filius domini Stephani monachi: Ego Sergius, filius domini
Johannis monachi: Ego Johannes, filius domini Petri monachi_...,
alle pagine 10, 21, 40, 46 della _Sylloge de' Monumenti_ del
grande archivio di Napoli. Il concilio di Melfi nel 1059 pel primo
limitò il matrimonio dei preti: dopo il concilio romano del 1072 fu
proibito. Nelle consacrazioni dei vescovi prescriveansi norme intorno
all'ordinare conjugati: e l'arcivescovo Alfano nel 1066, consacrando
il primo vescovo di Sarno, gli indiceva _ne bigamum, aut qui virginem
sortitus non est uxorem, ad sacrum ordinem permittat accedere: et si
quos hujusmodi forte reperit, non audeat promovere_. UGHELLI, _Italia
sacra_, tom. VII. p. 571. Barbato arcivescovo di Sorrento, nel 1110
ordinando Gregorio vescovo di Castellamare, dicea: _Eique dedimus
in mandatis ne nunquam ordinationem præsumat facere illicitam, nec
bigamum, aut qui virginem non est sortitus uxorem, neque illiteratum...
ad sacrum ordinem permittat ascendere._ Id., tom. VI. p. 609, ediz.
Venezia 1721.

[390] Arnolfo, testimonio non della miglior disciplina ma della
consuetudine, dice che nel regno italico, vacando un vescovado, il
re vi provvedeva il successore, invitato dal clero e dal popolo; ma a
Milano, morto il metropolita, uno de' canonici del duomo gli succedeva.
_Vetus fuit italici regni conditio, perseverans usque in hodiernum
diem, ut, defunctis ecclesiarum præsulibus, rex successores italicos,
a clero et populo decibiliter invitatus. Prisca Mediolani consuetudo
est, ut, decedente metropolitano, unus ex majoris ecclesiæ præcipuis
cardinalibus, quos vocant ordinarios, succedere debeat._ Hist. Med.,
III.

[391] PETRI DAMIANI, _Opusc._, V.

[392] Che anche la depressione dei vescovi e prelati fosse grata al
popolo, lo attesta Enrico IV: _Rectores sanctæ Ecclesiæ, videlicet
archiepiscopos, episcopos, presbyteros, sicut servos pedibus
tuis calcasti, in quorum conculcatione tibi favorem ab ore vulgi
comparasti_. MANSI, Concil., XX. 471.

[393] Il Guichenon (_De la Maison de Savoie_) pretende fosse il Bugey,
allora distretto del regno d'Arles. — Di Adelaide scrisse la vita il
Terraneo, volendo farne un riscontro alla contessa Matilde.

[394]

    _Copia librorum non deficit huic..._
    _Libros ex cunctis habet artibus atque figuris..._
    _Hæc apices dictat, scit theutonicam bene linguam;_
    _Gens alemanna quidem sibi gratis servit ubique._
    _Russi, Saxones, Guascones atque Frisones,_
    _Arveni, Franci, Lotharingi quoque, Britanni_
    _Hanc tantum noscunt, quod ei sua plurima poscunt..._
    _Responsum cunctis hæc dat sine murmure turbis._
                           DONNIZONE, lib. II.

Ecco il principio d'uno dei tantissimi suoi atti di donazione: _Quae ad
honorem ecclesiarum et fidelium catholicorum substentationem erogantur,
quia in centuplum recompensentur, et quod melius est, vita retribuantur
æterna, nulli prorsus fidelium dubitandum est: et maxime monasteriis
quæ in nostris possessionibus constituta sunt, et religiosis viris qui
in Deo famulantur, si in necessitatibus viscera pietatis recludamus,
quomodo charitas Dei erit in nobis? Ideo ego Mathilda, Dei gratia, si
quid sum, pro mercede et remedio animæ meæ parentumque meorum etc._

Le _Memorie della gran contessa Matilde_ di Francesco Maria Fiorentini
(1645) sono una delle migliori fonti della storia di questo secolo,
massime colle note e i documenti che v'aggiunse Giandomenico Mansi
nell'edizione di Lucca 1756.

[395] Donnizone dice, lib. II. c. 1:

                  _Per tres tenuit jam menses_
    _Gregorium papam; cui servit ut altera Martha._
    _Auribus intentis capiebat sedula mentis_
    _Cuncta Patris dicta, seu Christi verba Maria._
    _Propria Clavigero sua subdidit omnia Petro_
    _Janitor est cæli suus heres; ipsoque Petri,_
    _Accipiens scriptum de cunctis Papa benignus._

Gregorio le scriveva: _In veritate vobis loquimur, quod in nullis
terrarum principibus tutius quam in vestra nobilitate confidimus,
quoniam hoc verba, hoc facta, hoc piæ devotionis studia, hoc fidei
vestræ preclara nos constantia docuerunt._ Le lettere che esso
le derigeva, sono del tenore di quelle di Francesco di Sales alla
signora di Chantal; e le diceva: — Vi scrivo, diletta figlia di san
Pietro, per saldare la fede vostra sull'efficacia del santo sacramento
dell'Eucaristia, tali essendo i tesori e i doni che, invece d'oro
e di gemme, in nome del padre vostro che è il principe de' cieli,
voi mi avete richiesto, benchè aveste potuto da prete più degno
ottenerli. Non vi parlerò della Madre di Dio, a cui v'ho in ispecial
modo raccomandata, e vi raccomando senza posa, finchè non arriviamo a
vederla... Più essa in bontà e santità supera le altre madri, più le
sorpassa in clemenza... Cessate dunque di peccare, e prostrata innanzi
a lei versate lacrime di cuor contrito e umiliato». _Epist._ VII. 47.

[396] MURATORI, _Anecdot._, tom. II. p. 328; e MARTÈNE, _De ant.
Eccles. rit._, tom. II. 1. 2. Lo adduciamo perchè tale era il rito
consueto.

[397]

    _Leges tuæ depravatæ plenæ falsitatibus._
    _In te cuncta prava vigent, luxus, avaritia,_
    _Fides nulla, nullus ordo. Pestis simoniaca_
    _Gravat omnes fines tuos. Cuncta sunt venalia._
    _Per te ruit sacer Ordo, a qua primum prodiit._
    _Non sufficit papa unus; binis gaudes infulis._
    _Fides tua solidatur sumptibus exhibitis._
    _Dum stat iste, pulsas illum; hoc cessante, revocas;_
    _Illo istum minitaris. Sic imples marsupias._
                                     Lib. III. c. 38.

[398] Gregorio VII fu santificato da Benedetto XIII nel 1729; e
Giuseppe II, l'imperatore sacristano, lo volle cancellato dai calendarj
austriaci. Non v'è ingiurie che non siansi dette di questo pontefice;
ma altrettante lodi gli furono attribuite, massime da moderni, anche
protestanti, e principalmente dal Voigt nella vita che di lui scrisse.
Guizot lo mette a paro di Carlo Magno e di Pietro czar, riformanti
per via del dispotismo. Stephen (nell'_Edinburgh Review_) lo dichiara
il più nobile genio che regnasse a Roma dopo Giulio Cesare; e, come
protestante, detestando lo scopo di lui, lo riconosce «favorevole
e forse essenziale al progresso del cristianesimo e della civiltà».
Lamennais lo intitolò il _gran patriarca del liberalismo_: ma questo
concetto non è una novità, poichè il Giannone, cavilloso fautore
dei diritti regj e perciò sempre ostile a Ildebrando, racconta che
«niun altro _più_ meglio e più al vivo ci diede il ritratto di questo
pontefice _quanto_ quel giudizioso _dipintore_ che lo _dipinse_ nella
chiesa di San Severino di Napoli. Vedesi quivi l'immagine di questo
papa avere nella sinistra mano il pastorale co' pesci; nella destra,
alzata in atto di percuotere, una terribile scuriada; e sotto i piedi
scettri e corone imperiali e regali, in atto di flagellarli. E dopo
avere così mostrato essere stato Gregorio il terrore e il flagello
dei principi, e calpestar scettri e corone, volendo ancor far vedere
che tutto ciò potea ben accoppiarsi colla santità e mondezza de' suoi
costumi, sopra il suo capo scrisse in lettere cubitali queste parole:
SANCTUS GREGORIUS VII».

[399] Così la intesero i contemporanei. _Non cujuslibet regis et ducis
sive marchionis, sed unius feminæ, scilicet gloriosæ et Deo dilectæ
comitissæ Mathildis congressione imperator debilitatus est_. DEUSDEDIT
CARDIN. ap. Baronio _ad an._ 1081. — _Ipsa pene sola cum suis contra
Henricum... jam septennio prudentissime pugnavit, tandemque Henricum
de Longobardia satis assai viriliter fugavit._ BERTOLD. CONSTANT. _ad_
1097.

Donnizone la dice _hilari semper facie, placida quoque mente, e fœmina
pacis_; ma altrove _Pervigil et fortis, perversos sæpe remordit_.

    _Fervida bella nimis cum rege potenter inivit;_
    _Nam per triginta duravit tempora firma_
    _Nocte die bellans, regni calcando procellas._

[400] _Sub specie religionis_. OTTO FRISINGENSIS.

[401] _Pro remedio animæ meæ et parentum meorum, dedi et obtuli
Ecclesiæ sancti Petri, per interventum domini Gregorii papæ VII, omnia
bona mea jure proprietario, tam quæ tum habueram, quam ea quæ in antea
acquisitura eram, sive jure successionis, sive alio quocumque jure ad
me pertinent, et tam ea quæ ex hac parte montium habebam, quam illa
quæ in ultramontanis partibus ad me pertinere videbantur_. Pare la
contessa avesse già fatta donazione sotto il papato di Gregorio VII,
ma perdutasi la carta, la rinnovasse il 1112 a favore di Pasquale
II. Questa carta è stampata in fondo al poema di Donnizone, _Rer. It.
Scrip._, tom. V. p. 584; e può ben essere falsa: tuttavia la donazione
non potrebbesi ragionevolmente negare, attesochè fu recata in mezzo
subito dopo la morte di Matilde; e se si disputò sopra l'estensione
con cui intenderla, non ne fu impugnata la genuinità. Vedi TIRABOSCHI,
_Mem. modenesi_, I. 140.

[402] È ancora uno dei più disputati problemi l'origine dei Veneti
primi. Secondo Erodoto, i Veneti si davano per colonia dei Medi:
secondo Pomponio Mela, lasciarono al lago di Costanza il nome di
_lacus venetus_; ed una delle più alte cime del centro alpino è
detta _Venediger Spitz_. Strabone indica gli _Heneti_ sul mar Nero;
sul Baltico abbiamo la Vinden-burg: Tolomeo, Plinio, Tacito danno i
_Venediti Montes_, il _Venedicus Sinus_; i Veneti appartenevano alla
Confederazione Armoricana: aggiungevasi la _Venta Belgarum_, la _Venta
Icenorum_, la _Venta Silurum_; altri della Celbiteria accennati da
Plinio. Come genti di paesi così distanti si ridussero nell'_angulus_
di Tito Livio? Come poi i Veneti Secondi chiamarono _patria_ il Friùli?
Come negli interrogativi del dialetto di Venezia i verbi son conjugati
colla pretta forma friulana?

[403] FLAMINIO CORNARO, _Eccl. ven._, tom. XI. p. 309.

[404] La cronaca veneta di Martin da Canale divisa a lungo la
spedizione di Carlo Magno contro Venezia, e come questo si piantò
a Malamocco, donde tutti i cittadini fuggirono a Rialto. Molestati
assiduamente dai Franchi, un giorno vennero a mischia con essi,
e dalle navi scaraventarono contro quelli gran quantità di pani,
onde Carlo comprese non li potrebbe prendere per fame. Una donna,
fintasi traditrice della patria, gli menò uomini che per gran danaro
fabbricarono un ponte galleggiante sul quale tragittare l'esercito; ma
l'aveano disposto in modo che rovinarono e affogarono la cavalleria di
lui. Allora sconfortato, Carlo chiese vedere il doge, e con esso entrò
in Venezia; e mentre navigava, giunto ove l'acqua è più profonda, con
tutta la forza del suo braccio vi gettò un lunghissimo stocco ch'egli
impugnava, e disse: — Come cotesto stocco che ho gettato in mare, non
apparirà più mai nè a voi nè a me nè a persona viva, così non sia al
mondo persona che abbia possanza di nuocere al dominio di Venezia; e a
chi nocerà, gli venga sopra l'ira e il maltalento di Domeneddio, così
come venne sopra di me e sopra la mia gente».

[405] In tale occasione Guglielmo Apulo (_Rer. It. Script._, V.) dice
de' Veneziani:

    _Non ignara quidem belli navalis, et audax_
    _Gens erat hæc: illam populosa Venetia misit,_
    _Imperii prece, dives opum, divesque virorum,_
    _Qua sinus Adriacis inter litus ultimus undis_
    _Subjacet arcturo: sunt hujus mœnia gentis_
    _Circumsepta mari; nec ab ædibus alter ad ædes_
    _Alterius transire potest, nisi lintra vehatur._
    _Semper aquis habitant, gens nulla valentior ista._
    _Æquoreis bellis, ratiumque per æquora ductu._

[406] Nel diploma del 983, dove Ottone II confermava ai Veneziani i
loro diritti, si trovano nominati i popoli formanti il regno d'Italia;
e sono Pavesi, Milanesi, Cremonesi, Ferraresi, Ravennati, Comacchiani,
Riminesi, Pesaresi, Cesenati, Fanesi, Sinigalli, Anconitani, Umanesi,
Fermani, Pinnesi, Veronesi, Gavellesi, Vicentini, Monselicesi,
Padovani, Trevigiani, Cenedesi, Furlani, Istrioti.

[407] La famiglia Giustiniani v'era tutta montata, e tutta perì. Unico
superstite un frate, che dispensato dai voti, sposò Anna Michiel.
Avutone figli, tornò al chiostro, ed essa pure, e furono santificati.

[408] ANONIMO SALERNITANO, _Paralip._, cap. 58-62.

[409]

    _ Nulla magis locuples argento, vestibus, auro,_
    _Partibus innumeris: hac plurimus urbe moratur_
    _Nauta, maris cælique vias aperire peritus._
    _Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe_
    _Regis et Antiochi. Gens hæc freta plurima transit._
    _Hic Arabes, Indi, Siculi nascuntur et Afri._
    _Hæc gens est totum prope nobilitata per orbem,_
    _Et mercando ferens et amans mercata referre._
                                GUGL. APULO, III.

[410] Donnizone si lamenta che la contessa Beatrice sia stata sepolta
in Pisa, perchè in questa è affluenza di Pagani, di Turchi, d'Africani,
di Caldei:

    _Qui pergit Pisas, videt illa monstra marina:_
    _Hæc urbs Paganis, Turchis, Libycis, quoque Parthis_
    _Sordida, Chaldæi sua lustrant litora tetri._

[411] «Lo papa colla sua cherisìa mandoe a Pisa a predicare la croce in
Sardinia contra li Saracini lo cardinale d'Ostia; al quale lo vescovo
e 'l comune di Pisa s'obbligarono di fare lo passaggio, e ricevettono
lo gonfalone vermiglio, quasi dicesse loro: _Va, e vendica la morte di
Cristo_». RANIERI SARDO, _Cron. pisana_ al 1017.

[412] L'avvenimento, da alcuni impugnato, si appoggia a
quest'iscrizione apposta al duomo:

    _Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo_
    _Transierant mille decies sex tresque subinde,_
    _Pisani cives, celebri virtute potentes,_
    _Istius ecclesiæ primordia dantur inisse_
    _Anno quo siculas est stolus factus ad oras,_
    _Quod simul armati multa cum classe profecti_
    _Omnes majores, medii, pariterque minores_
    _Intendere viam primam sub sorte Panormum_
    _Intrantes, rupta portus pugnando catena._
    _Sex capiunt magnas naves, opibusque repletas,_
    _Unam vendentes, reliquas prius igne cremantes;_
    _Quo pretio muros constat hos esse levatos._
    _Post hinc digressi parum, terraque potiti,_
    _Qua fluvii cursum mare sentit solis ad ortum,_
    _Mox equitum turba, peditum comitante caterva,_
    _Armis accingunt sese, classemque relinquunt,_
    _Invadunt hostes contra sine more furentes._
    _Sed prior incursus mutans discrimina casus,_
    _Istos victores, illos dedit esse fugaces,_
    _Quos cives isti ferientes vulnere tristi_
    _Plurima pro portis straverunt millia morti:_
    _Conversique cito tentoria litore figunt,_
    _Ignibus et ferro vastantes omnia circum:_
    _Victores victis sic facta cæde relictis,_
    _Incolumes multo Pisam rediere triumpho._

[413] RICORDANO MALASPINI, cap. 76. — GIOVAN VILLANI, lib. IV. c. 31.

[414] _Antiq. M. Æ._, diss. LVIII.

[415] _Antiq. M. Æ._, V. 767.

[416] _Antiq. M. Æ._, II. 328.

[417] _Monumenta hist. patriæ,_ Chron. III. 260.

[418] BALUZIO, _Capitolari_, lib. IV. append.

[419] _Antiq. M. Æ._, II. 328; e ANONIM. SALERNIT., 42.

[420] CICOGNA, _Iscrizioni venete_, tom. V. in S. Trinita.

[421] GIULINI, _Memorie Milanesi_, part. III. p. 500.

[422] Da quell'ora fino al 1096 non conosceasi verun simile appello.
Ora nella _Bibliothèque de l'Ecole des Chartes_, Paris, 1856, t. III.
p. 269 della 4ª serie, fu pubblicata un'enciclica di Sergio IV. verso
il 1010, ove propone una crociata. _Cognitum omnibus Christianis
facimus, quod nuntius processit ad sedem apostolicam ex Orientis
partibus, sanctum redemptoris Dei nostri J. C. sepulchrum destructum
esse ab impiis paganorum manibus de vertice usque ad fundamentum...
Sciat igitur christiana intentio quia ego, si Domino placuerit,
per memetipsum cupio pergere ex marino litore, et omnes Romanos
seu Italos cum Tuscie vel qualiscumque christianus nobiscum volunt
pergere, ut gente Agarena, Domino auxiliante, omnes ostiliter desidero
interficere... Non vos, filii, marinus terreat tumor aut bellicosus
expavescat furor.... Multos populorum qui sunt de civitatibus secus
litus maris positæ, invenimus fidelissimos nobis... volumus et jubemus,
pro salute animæ vestræ, ex auctoritate Dei omnipotentis et sanctorum
omnium, sive nostræ monitionis, ut omnis ecclesia et provincia, loca et
populi, majores et minores pacem inter se habeant, quia sine pace nemo
potest Deo servire... Qui id explere non valuerit, adjutorium faciat
personaliter ad naves laborando et ad arma præparando_.

[423] _Speramus etiam ut, pacatis Normannis, transeamus
Constantinopolim in adjutorium Christianorum. Epist._ II. 37. Dice che
cinquantamila Cristiani erano lesti all'impresa.

[424] _Æstuabat ingenti desiderio Victor apostolicus qualiter
Saracenorum in Africa commorantium confunderet atque contereret
infidelitatem. Unde cum episcopis et cardinalibus concilio habito, de
omnibus fere Italiæ populis Christianorum exercitum congregans, atque
vexillum beati Petri apostoli illis contradens, sub remissione omnium
peccatorum, contra Saracenos in Africa commorantes direxit_. PETRUS
DIACONUS, lib. III. c. 69.

[425] I ventimila che dice Goffredo Malaterra, sono un'esagerazione.

[426]

    _Quos Athesis pulcher præterfluit, Eridanusque,_
    _Quos Tyberis, Macra, Vulturnus, Crustumiumque,_
    _Concurrunt Itali, etc._
    _Pisani ac Veneti propulsant æquora remis..._
    _Qui Ligures, Itali, Tusci, pariterque Sabini,_
    _Umbri, Lucani, Calabri simul atque Sabelli,_
    _Aurunci, Volsci, vel qui memorantur Etrusci;_
    _Quæque etiam gentes sparguntur in apula rura,_
    _Queis conferre manus visum est in prælia dura,_
    _Sub juga Tancredi et Boamundi corripuere,_
    _Et contra fidei refugas patria arma tulere._
            Ap. DUCHESNE, _Rerum Franc._, tom. IV.

[427] PIGNA, _St. della Casa d'Este_, lib. II.

[428] Doveva esser finto, poichè nel 1873 si trovò a Milano lo
scheletro di S. Ambrogio intero.

[429] Ora la libertà proibì quella, come le altre processioni popolari
e devote.

[430] MURATORI, _Annali_, tom. II. p. 919.

[431] DANDOLO, _Chron._, lib. IX.

[432] Il Ghirardacci (lib. III) pretende sapere il nome de' principali
crociati bolognesi: Orso Caccianemici, Mino e Faccio Gallucci, Schiappa
Garisendi, Guido Griffoni, Pietro Asinelli, Gualtero Maccagnani,
Prendiparte Prendiparti, Giandonato Malavolti, Perticone Castelli,
Bacelliero Bacellieri, Torello Torelli, Uberto Ghisilieri, Bartolomeo
Carbonesi, Artemisio Artemisi, Nicolò Rodaldi, Alberto Tencarari, Testa
Gozzadini, Alberto Bianchetti, Albero Magarotti, Pietro Ligapassari,
Giovanni Semplicioli, Dionisio Maranesi, Lodovico Nasini. Egli cita
pure quelli della crociata del 1218.

[433] Innocenzo III, epist. XVI: _Cum constet quod, vocatos ad terreni
regis exercitum, uxorum non impedit contradictio; liquet quod summi
regis exercitum invitatos, et ad illum proficisci volentes, prædicta
non debet occasio impedire, cum per hoc matrimoniale vinculum non
solvatur_.

[434] Franco Sacchetti, Nov. 153. Il Chron. Sicul. ad 1322 dice che —
nella Sicilia la forma del militare apparato era colle spalliere e il
manto di zendado, la spada guarnita in argento, la sella col freno e
gli sproni dorati, e un pajo di vesti di qual colore si fosse, eccetto
che scarlatto, e senza soppanno di vajo».

[435] MATTEO VILLANI, ad ann.

[436] _Lettera inedita etc._ Bologna 1841.

[437] LAMI, _Mem. della Chiesa fiorentina_, tom. I. p. 306.

[438] Di quest'Ordine, negletto dagli storici degli altri, si ragiona
nella prefazione alle _Lettere di frà Guitton d'Arezzo,_ Roma 1745.
Benvenuto da Imola sopra Dante, Inf., XXIII, dice: _A principio multi,
videntes formam habitus nobilis et qualitatem vitæ, quia scilicet sine
labore vitabant onera et gravamina publica, et splendide epulabantur
in otio, cæperunt dicere: — Quales fratres sunt isti? Certe sunt
fratres gaudentes. — Ex hoc obtentum est ut sic vocentur vulgo usque in
hodiernum diem, quum tamen proprio vocabulo vocentur Milites Domineæ_.
Ne scrisse due grossi volumi il Federici e una memoria Petronio Canal,
facendoli derivare dalla Linguadoca, e mostrandoli molto fiorenti
nel Veneto. Guitton d'Arezzo che era dei loro, scrive a Ranuccio in
suo rozzo vulgare, die alcun crede anche in versi: — Messer Ranuccio
amico, saver dovete che cavallaria nobilissimo è ordin seculare, di
qual propio è nemico il dire onte e far villania, e quanto unque si
può vizio stimare; ma valenza e scienza e onestate, nettezza e veritate
continuo ne' suoi trovar si dea. Voi, messer, converria non a villan,
ma a buon voi conformare; e se buon nullo appare, non meno, ma più
molto a ben sia pogna (_stimolo_), che dannaggio e vergogna è più
seguire reo, com' più rei sono; e buon via maggior buono quanto maggio
di buon grande è difetto, quanto maggior è rio, maggio si mostra; e
quanto più, più nostra essere dea cura impartir d'esso unde dei mali è
cesso, dei buoni a buono e conforto e refetto».

[439]

    Vede Tancredi che il Pagan difeso
    Non è da scudo, e il suo lontano ei gitta...
    Cedimi, uom forte, o riconoscer voglia
    Me per tuo vincitore o la fortuna.



Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici. Il testo greco è stato
trascritto tal quale, senza alcuna correzione.



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